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Mo Hayder

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ACQUE DI MORTE

Longanesi & C. © 2015 - Milano


Gruppo editoriale Mauri Spagnol
ISBN 978-88-3044379-2

Titolo originale:
Skin

Traduzione di: Adria Tissoni

Prima edizione digitale 2015

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Trama
Il Male è dovunque, anche dentro coloro che cercano ogni giorno di combatterlo.
Lo sa bene il detective Jack Caffery, che con il suo lato oscuro fa i conti da anni e che a
volte non riesce più a distinguere cosa è giusto e cosa no.
E lo sa anche la giovane Flea Marley, sergente dell’unità subacquea di Bristol, che a ogni
immersione ama spingersi oltre il limite, nell’illusione di poter ritrovare, nel buio delle acque, la
ragazza serena che è stata e la famiglia che non ha più.
Tra Jack e Flea forse sta nascendo qualcosa di più di un semplice rapporto professionale.
Troppi segreti, troppe ombre però li dividono; la loro scelta di difendere la legge si rivela ogni
giorno più difficile.
Infatti il lavoro li mette alla prova: quello che pare un banale caso di suicidio di una donna
stanca di vivere apre le porte a un’indagine complessa, alla caccia a un assassino inafferrabile,
che si insinua nella vita delle persone coinvolte con il suo perverso piano di morte.
Così mentre Jack indaga, solo contro tutti, e si avvicina alla soluzione di un terribile rebus,
Flea deve fare i conti con qualcosa di orrendo, qualcosa che non può condividere e che rischia
di travolgerla per sempre.
Perché quando hai incontrato il Male, lui cammina con te. E non lascia spazio a nessuno.
Con questo romanzo Mo Hayder, proprio come la sua protagonista, sfida gli abissi: quelli
della mente, quelli del Male che la abita.

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Cenni sull'autrice

Mo Hayder, nata in Inghilterra nel 1962, ha vissuto a Londra, negli Stati Uniti e in Estremo
Oriente cambiando spesso lavoro e città. Diplomata in cinema e in scrittura creativa, oggi vive a
Bath con il compagno e la figlia e si dedica a tempo pieno alla narrativa. Longanesi ha
pubblicato: Birdman (2001), Il trattamento (2002), Le notti di Tokyo (2004), Orrore sull’isola
(2007) e Ritual (2010).

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La pelle umana è l’organo più esteso del corpo. È composta dall’epidermide, dal derma e da
uno strato adiposo sottocutaneo. Se venisse asportata intatta, coprirebbe un’area di circa due
metri quadrati. Ed è anche pesante: con tutte le proteine e il grasso adeso, ha una massa
incredibile. La pelle di un maschio adulto sano peserebbe, a seconda della sua corporatura, dai
dieci ai quindici chili, ossia quanto un bambino robusto di un paio d’anni.
La pelle di una donna peserebbe invece un po’ meno. E coprirebbe un’area più piccola.
Gran parte degli uomini di mezza età, persino quelli che vivono soli nelle zone sperdute del
Somerset, non si soffermerebbero a pensare come sarebbe una donna senza la pelle. Né
avrebbero motivo di chiedersi che aspetto avrebbe questa, tesa e fissata a un banco da lavoro.
Ma in fondo quegli uomini non sono come lui.
Lui è molto diverso.

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Nel cuore delle Mendip grondanti di pioggia, nel Somerset, si trovano otto cave di calcare
allagate. Dismesse da tempo, sono state numerate da uno a otto dai proprietari e sono disposte a
ferro di cavallo. La numero otto, all’estremità sudorientale, arriva quasi a congiungersi con
quello che viene chiamato dai locali il sistema di grotte dell’elfo, una rete di cavità che si
estende sottoterra in profondità. Secondo una leggenda le grotte sarebbero collegate alle antiche
miniere romane di piombo da cunicoli carsici segreti, usati nell’antichità dagli elfi come vie di
fuga. Alcuni sostengono che, dopo tutte le esplosioni avvenute nel ventesimo secolo, queste
gallerie ora sbocchino direttamente nelle cave allagate.
Il sergente «Flea» Marley, capo dell’unità subacquea dell’Avon e del Somerset, si immerse
nella cava numero otto poco dopo le quattro di un pomeriggio terso di maggio. Non stava
pensando ai cunicoli segreti né cercando buchi nella parete. Stava pensando a una donna
scomparsa da tre giorni. Si chiamava Lucy Mahoney e i professionisti in superficie ritenevano
che il suo cadavere potesse trovarsi laggiù, da qualche parte in quella vasta distesa d’acqua,
impigliato tra le alghe su una roccia.
Flea scese a dieci metri muovendo di lato la mascella per compensare. A quella profondità
l’acqua era di un blu strano, quasi petrolio, resa solo un po’ torbida dalla lieve sospensione
biancastra di calcare sollevata dalle sue pinne. Perfetto. Di solito s’immergeva in condizioni di
visibilità zero: era come nuotare in una zuppa e poteva contare solo sul tatto. Laggiù invece
vedeva almeno sino a tre metri. Si allontanò dal punto di ingresso tenendosi alla parete della
cava fino a sentire la sagola in tensione. Vedeva ogni dettaglio, ogni pianta mossa dalla corrente,
ogni masso sul fondale. Ogni luogo in cui si sarebbe potuto posare un corpo.
«Sergente?» chiese Wellard, il suo assistente in superficie, attraverso il microfono del
sistema di comunicazione. La sua voce le sembrò vicina, come se lui fosse al suo fianco. «Vedi
niente?»
«Sì», bisbigliò lei. «Il futuro.»
«Eh?»
«Vedo il futuro, Wellard. Mi vedo uscire di qui tra un’ora, congelata fino alle ossa. Vedo la
delusione sulla faccia di tutti perché tornerò su a mani vuote.»
«Perché?»
«Non lo so. Ma non penso che sia quaggiù. Lo sento. Da quando è scomparsa?»
«Da due giorni e mezzo.»
«E la sua macchina dov’era parcheggiata?»
«A circa ottocento metri da qui. Sulla B3135.»
«Era depressa?»
«Hanno interrogato il suo ex dopo la denuncia di scomparsa. È stato categorico: no.»
«E non c’è nient’altro che la leghi alla cava? Oggetti personali? Era venuta qui prima?»
«No.»
Flea continuò a pinneggiare, mentre l’ombelicale, ossia i tubi che costituivano la sua fonte
d’aria e il suo mezzo di comunicazione, la seguiva docilmente. La cava numero otto era

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famigerata per i suicidi. Forse il consulente per le ricerche, Stuart Pearce, non era d’accordo con
la famiglia sulle condizioni psichiche di Lucy Mahoney. Forse per questo aveva affisso quella
puntina sulla mappa e li aveva incaricati di effettuare una ricerca. O era andata così o si stava
arrampicando sugli specchi. Flea lo aveva incontrato tempo prima e optava per la seconda
ipotesi.
«Lucy sapeva nuotare? Mi sono scordata di chiederlo.»
«Sì. Era un’ottima nuotatrice.»
«Allora, se si è suicidata, si sarà appesantita con uno zaino o qualcosa del genere. Quindi
dovrebbe trovarsi vicino alla sponda. Estenderemo la ricerca a pendolo fino a dieci metri. Non
può essere oltre. Poi passeremo all’altra sponda.»
«Uh, sergente, c’è un problema. Se usi questo sistema, supererai i cinquanta metri di
profondità.»
Wellard aveva la mappa della cava. Flea l’aveva già studiata in superficie. Quando la società
proprietaria della cava aveva realizzato i fori lunghi e stretti per gli esplosivi, aveva usato trivelle
di dieci metri; prima che spegnessero le pompe e la allagassero, la cava era dunque stata fatta
saltare a sezioni di dieci metri. Da un lato misurava dai venti ai trenta metri, dall’altro era più
fonda e superava i cinquanta. Le norme dell’ufficio per la salute e la sicurezza erano chiare:
nessun sommozzatore della polizia era autorizzato a superare i cinquanta metri. Mai.
«Sergente? Mi hai sentito? Alla fine dell’arco ti ritroveresti a cinquanta metri, forse più.»
Flea si schiarì la voce. «Avete finito il plumcake alla banana?»
«Eh?»
Quel mattino, prima di andare al lavoro, aveva preparato un dolce per la squadra. Non era
una cosa consueta. Era il capo, ma non faceva loro da mamma: era la seconda persona più
giovane, solo Wellard aveva meno anni di lei. E non era nemmeno perché amasse cucinare. Di
recente avevano passato un momento piuttosto brutto: uno di loro era in congedo per gravi
motivi e, dopo quello che aveva passato all’inizio della settimana, probabilmente non sarebbe
tornato. E poi c’erano stati i suoi terribili malumori: un incubo per tutti negli ultimi due anni.
Ogni tanto doveva farsi perdonare.
«Lo abbiamo finito. Ma, sergente, in alcuni punti la cava è profonda più di cinquanta metri.
Per una cosa del genere dovremmo chiamare uno di quei fissati di immersioni tecniche.»
«Da che parte stai, Wellard? Dalla nostra o da quella dell’ufficio per la salute e la sicurezza?»
Seguì un breve silenzio, o meglio, un tacito mugugno di Wellard. Quando si trattava di fare
il vecchio brontolone, l’uomo era bravissimo. «Ok. Ma se intendi immergerti a quella
profondità, chiudo l’audio. Ti sente l’intera cava e oggi hai pubblico.»
«Chi c’è?»
«Una pattuglia della stradale è venuta a dare un’occhiata e si è piazzata là, sulle dune di
malta. Si stanno bevendo un caffè.»
«Immagino che tra il pubblico non ci sia quel cretino del consulente per le ricerche, vero?»
«Non ancora.»
«Grande!» esclamò, ora con tono sarcastico. «Sai, l’etichetta vuole che in certi casi il
consulente per le ricerche trascini il culo giù dal letto quando manda fuori una squadra così.»
Rallentò. Nell’acqua sempre più scura una rete le sbarrava la strada. Oltre c’era la sezione
profonda cinquanta metri, dove l’acqua era più cupa, più blu e più fredda. Era una voragine
talmente infida che la società proprietaria aveva piazzato quella rete per impedire l’accesso ai
subacquei dilettanti che a volte usavano la cava per esercitarsi. Si aggrappò alla recinzione,
accese la luce e la orientò verso il punto in cui il fondale scendeva a precipizio.

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Aveva incontrato Pearce solo una volta, ma le era bastato. Non gliela avrebbe data vinta.
Anche se significava infrangere tutte le regole professionali e scendere oltre i cinquanta,
avrebbe portato a termine la ricerca. Alla sua destra c’era una targa incassata nel cemento, le
scritte ricoperte dalle alghe. PERICOLO: PROFONDITÀ SUPERIORE A 50 METRI. IN
QUESTA CAVA SI EFFETTUANO CONTROLLI CASUALI SUI COMPUTER SUBACQUEI.
RISPETTATE LE VOSTRE CAPACITÀ DI IMMERSIONE.
Era un buon posto per appendere il computer, pensò toccandola. Te lo toglievi dal polso, lo
appendevi alla targa e lo recuperavi in risalita. Chiunque lo avesse controllato, dopo, non si
sarebbe accorto che eri andato a più di cinquanta metri, e l’unità di superficie non elaborava un
profilo informatico dell’immersione. Era un trucco che aveva imparato da suo padre. Patito di
immersioni estreme, faceva di tutto per superare i limiti, per raggiungere la profondità
desiderata.
Tagliò la rete con il coltello da sub, si sfilò con cura il computer e lo appese proprio come
aveva pensato. Accese la torcia e si infilò nella zona interdetta seguendone il fascio
nell’oscurità.
Con la linea di fede della bussola orientata esattamente a nordovest scese sempre più giù
seguendo la conformazione della roccia. Wellard le svolgeva la sagola. La mappa era precisa e
lei procedeva lenta, affidandosi alla torcia e facendo mentalmente i calcoli. Non aveva il
computer. Avrebbe dovuto calcolare il tempo di fondo e le tappe di decompressione.
Nel buio alla sua destra qualcosa si mosse. Spostò di scatto la torcia e guardò nel fascio di
luce restando immobile, in orizzontale. Nella cava numero otto non c’erano pesci. Era allagata
da anni e la proprietà non ne aveva introdotti a scopo di allevamento. Non c’erano fiumi nelle
vicinanze, quindi probabilmente non c’erano nemmeno gamberi. E comunque quello che si era
mosso non era un pesce. Era troppo grosso.
Il cuore le batteva sommesso nel petto. Mantenne il respiro costante: se avesse respirato
troppo profondamente, avrebbe iniziato a salire, se avesse respirato troppo superficialmente,
avrebbe perso il controllo dell’assetto. In teoria, niente doveva, o poteva, muoversi là sotto:
nella cava non c’erano correnti.
Tutto doveva essere immobile. Si diresse verso il punto in cui aveva visto il movimento.
«Sergente?» In superficie Wellard si era accorto subito della deviazione. «Tutto bene?»
«Sì, sì. Dammi un altro bar.»
A mano a mano che scendeva, era compito di Wellard, l’addetto agli strumenti, aumentare la
pressione dell’aria che respirava attraverso l’ombelicale. Si girò e puntò la torcia alle sue spalle
cercando di capire quanto lontana fosse la rete. Probabilmente era a quarantasette metri e stava
ancora scendendo. Altri tre e avrebbe raggiunto il limite imposto dall’ufficio per la salute e la
sicurezza. «Sì, vai a sedici.»
«Sedici bar? Con questo arrivi…»
«Lo so. Sono fatti miei.»
Continuò ad avanzare, ora con le mani protese davanti perché non sapeva che cosa avrebbe
visto. Quarantotto metri, quarantanove. Si trovava nel punto in cui aveva scorto il movimento.
«Sergente? Sai a che profondità sei?»
«Mantienila», mormorò. «Tienimi là.»
Puntò la torcia in alto e guardò su. Era scomodo con la maschera che tendeva a sfilarsi e ad
allagarsi. Premette il pulsante di spurgo e fissò la scia argentea, effervescente di bolle che,
uscendo dalla maschera, saliva decisa sopra la sua testa formando una lunga colonna, diretta a
una superficie troppo lontana per essere visibile. C’era qualcosa in quella colonna, ne era certa.

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Qualcosa di scuro che nuotava verso l’alto in quella scia di buio e d’aria. Ebbe un brivido.
Erano forse due piedi nudi?
«Sergente, ci siamo. Hai superato i cinquanta. Mi senti?»
«Ehi, Wellard», bisbigliò guardando il punto in cui le bolle si erano diradate, disperdendosi
fino a trasformarsi in fredde schegge di luce. D’un tratto tutto fu chiaro. Ormai era sola. «C’è
qualcun altro qui?»
«Qualcun altro?»
«Sì», sibilò Flea nascondendo la paura. Si augurò che Wellard avesse chiuso l’audio. Non
voleva che la sua voce fosse trasmessa a tutti i presenti sulle sponde della cava. «C’è qualcun
altro in acqua con me? Hai visto entrare qualcuno?»
Seguì un breve silenzio, un momento d’esitazione, poi Flea udì la voce di Wellard, incerta.
«Capo? Sai d’essere andata ben oltre, vero? Forse è il caso di chiamare il sub di riserva.»
Si riferiva alla narcosi da azoto. A quella profondità era facile soccombere all’effetto tossico,
disorientante dell’azoto a pressioni elevate: le sue reazioni e i suoi pensieri erano alterati come
se avesse trascorso un intero pomeriggio al pub. Un’allucinazione del genere era un tipico
effetto della narcosi. Guardò in alto seguendo le bolle. Si era trattato di qualcosa di scuro,
grande quanto una grossa tartaruga ma senza carapace. Era liscio e glabro, agile e forte, con due
piedi umani.
«Non sono in narcosi, Wellard, te lo giuro. Sto bene. Assicurami solo che non ci sia nessun
altro qua sotto. Tutto qui.»
«Non c’è nessun altro là sotto, ok? Il sub di riserva si sta preparando.»
«No.» L’ombelicale si era impigliato su una sporgenza o su un masso dietro di lei. Scrollò
irritata le spalle, agitò la mano destra in alto per liberarlo e lo sentì staccarsi. Era libera. «Non
serve nessun altro. E comunque ho quasi finito.»
Wellard aveva ragione, naturalmente. Se quella era narcosi, sarebbe dovuta risalire. Ma Flea
voleva ancora un minuto per accertarsi di aver controllato tutto, perciò si diresse in basso,
puntando la torcia davanti a sé. Là, a una decina di metri di distanza, c’era il fondo della parete,
il bordo della cava. Si era spinta fin dove possibile e non c’erano dubbi: Lucy Mahoney non era
laggiù. Bene. Aveva visto giusto. Sarebbe stato un piacere riemergere e comunicare a Pearce che
si era sbagliato.
La gomma della maschera le premeva con forza sulla faccia, schiacciata dall’effetto ventosa.
La afferrò e cercò di respirare. Non successe niente, percepì solo l’ulteriore pressione della
gomma e un familiare senso di costrizione sotto lo sterno. Conosceva bene quella sensazione fin
dal periodo dell’addestramento. Non passava aria. Armeggiò sul lato della maschera, sopra
l’orecchio destro. Non era niente di grave. L’unità di superficie le somministrava l’aria: non
sarebbe rimasta senza. Ma ogni tanto l’ombelicale si impigliava nella levetta della pressione
positiva/negativa della maschera e interrompeva il flusso. Era un problema facile da risolvere, a
patto di restare calmi.
Con il cuore che le batteva sordo nel petto, trovò la levetta, la abbassò e respirò. La gabbia
toracica non si espanse, nonostante gli sforzi. La abbassò di nuovo in fretta.
Niente.
La sollevò. Niente.
«Sergente?» Wellard sembrava in preda al panico. «Che c’è? Cosa sta succedendo?»
Ma lei non aveva il fiato per rispondere. Le braccia le facevano male. La testa le martellava
dandole l’impressione che fosse raddoppiata di volume. Le sembrava che qualcuno le stesse in
piedi sul petto. Gettò brusca la testa indietro, la bocca spalancata. Cercò a tastoni il blocco di

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commutazione sul lato del jacket per passare al sistema di respirazione di emergenza. Fu tutto
inutile.
«Sergente? Ho aperto tutte le valvole ma c’è una perdita d’aria da qualche parte. Hai
pressione?»
Sapeva che cosa stava accadendo lassù. Il subacqueo di riserva stava indossando frenetico
l’attrezzatura, le dita che s’impigliavano nel cinghiolo della maschera, la mente vuota, le gambe
di gelatina. Non sarebbe arrivato in tempo. Le restavano secondi, non minuti.
Tastò di nuovo, stordita, il jacket alla ricerca del blocco di commutazione ma anche questa
volta non lo trovò. Sentiva la testa ancora più gonfia. Gli arti le formicolavano.
«Devo tirarti fuori, sergente… qui mi tocca basarmi solo su ipotesi.»
Flea aveva smesso di ascoltare. Il tempo scorreva al rallentatore ed era in un altro mondo,
su un pianeta lontano, mentre Wellard recuperava frenetico la sagola per tirarla fuori. Sapeva
che il suo corpo inerte veniva trascinato all’indietro nell’acqua. Sentì le dita perdere la presa
sulla torcia e la avvertì rimbalzare lenta contro la coscia mentre cadeva. Non cercò di
recuperarla.
Nel buio, a una decina di metri, era comparsa una sagoma simile a una medusa bianca. Non
lo stesso essere dell’allucinazione precedente ma qualcos’altro che ondeggiava spostandosi in
alto e in basso, assumendo strane forme a spirale, come una massa di capelli. Sembrava
fluttuare spinto da correnti invisibili, come se fosse diretto da qualche parte, forse sul fondo,
ma poi si fosse fermato a osservarla, interessato a quanto accadeva, alla sua lotta.
La cima della sagoma si sollevò e parve allungarsi, trasformarsi in una chioma lunga e
riccia. Ora capì che cosa era.
La mamma.
La mamma, morta da due anni. I lunghi capelli biondi, che teneva sempre raccolti, le
ondeggiavano attorno al volto, nell’oscurità.
«Svegliati, Flea. Stai attenta.»
Non rispose. Non ci riusciva. Nel mondo reale era inclinata su un fianco e si stava
contorcendo come un pesce con la vescica natatoria rotta.
«Stai attenta.»
La mamma si girò nell’acqua aiutandosi con le mani piccole e bianche e accostò la testa a
quella di Flea, i capelli che si muovevano come una nube tutt’intorno a lei, le gambe bianche e
sottili simili a filamenti. Avanzò fino ad avvicinare il suo volto pallido e dolce a quello di Flea e
a metterle le mani sulle spalle. «Ascolta.» Aveva un tono brusco. «Svegliati, ora. Stai attenta.»
La scosse, ma, quando vide che Flea non rispondeva, le posò la mano sulla sua e gliela
mosse per spostare la levetta del blocco di commutazione e aprire la bombola d’emergenza.
L’aria invase la maschera. I polmoni di Flea si riempirono di colpo e la testa le si piegò
all’indietro. Negli occhi le tornò la luce. Fece un secondo respiro. Allargò le braccia e tossì.
L’aria era secca nei suoi polmoni riarsi. Fece un altro respiro, terrorizzata, e sentì il cuore battere
di nuovo, il sangue pulsare nelle tempie. Respirò ancora. Agitandosi alla cieca, con gli strumenti
che le ondeggiavano tutt’attorno, si raddrizzò. In preda al panico, Wellard l’aveva trascinata sul
fondale smuovendo il sedimento che si sollevava a sbuffi, simile a fumo. Si ritrovò sospesa
nell’acqua lattiginosa e si lasciò trascinare lungo la parete rocciosa.
Mamma?
Ma l’acqua le scorreva accanto e udì solo la voce concitata di Wellard che urlava nel sistema
di comunicazione. «Sergente, ci sei? Rispondimi, cazzo.»
«Sto bene», disse lei tossendo. «Ora puoi smettere di tirarmi.»

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Lui mollò di colpo la sagola e Flea si fermò. Fluttuò con la faccia all’ingiù, ancora con la
mano sul rubinetto del sistema d’emergenza, e fissò il punto in cui fino a poco prima c’era la
mamma. Non vide nessuno. Era stata un’altra allucinazione.
Iniziò a tremare. Ci era mancato pochissimo. Aveva violato le regole dell’ufficio per la
salute e la sicurezza, aveva combinato un casino con la procedura d’emergenza e tutta la
squadra si era accorta che era andata in narcosi. Se l’era persino fatta addosso, maledizione.
Sentiva l’urina scorrerle nella muta.
Ma non aveva importanza, davvero. Era viva. Viva. E lo sarebbe rimasta.

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La Major Crime Investigation Unit di Bristol aveva per le mani uno dei casi più difficili che le
fosse mai capitato. Fino a qualche giorno prima Misty Kitson era una celebrità di serie B, nota
alla nazione solo come l’ennesima fidanzata di un giocatore di football che si era sniffata tanta
cocaina da rovinarsi il naso ed erodersi addirittura il setto. Per mesi la stampa aveva cercato di
ottenere una foto del suo naso. Adesso invece si stava affannando per scoprire che cosa le fosse
successo il giorno in cui era uscita da un centro di riabilitazione nella parte opposta del
Somerset dove Flea cercava il cadavere di Lucy Mahoney, ed era e scomparsa nel nulla.
Avevano perlustrato la campagna attorno alla clinica: la polizia aveva setacciato ogni casa,
ogni bosco, ogni stalla nel raggio di tre chilometri. Era stata un’impresa senza precedenti, la
ricerca su terraferma più vasta che avessero mai condotto, ma non aveva portato a niente.
Nessun corpo, nessun indizio. Misty Kitson sembrava svanita nel nulla.
L’opinione pubblica era affascinata dal mistero e dall’unità incaricata dell’indagine. I
cittadini immaginavano che la MCIU fosse una squadra d’élite: un gruppo di specialisti, di
esperti che dedicavano tutte le loro energie al caso, che pensavano solo a quello e vivevano solo
per quello, votandosi alla caccia. Nel complesso avevano ragione: gli agenti assegnati al caso
erano tutti dediti a ritrovare Misty.
Tutti tranne uno, a essere precisi.
Solo uno aveva problemi a concentrarsi su Misty. Al di là di quanto avrebbe dovuto fare e
del tempo che avrebbe dovuto dedicare a Misty Kitson, la sua testa era lontana, su un altro caso
che aveva seguito la settimana precedente e che avrebbe dovuto archiviare una volta per tutte.
Quell’uomo era il detective Jack Caffery.
Il detective Caffery era nuovo nella MCIU, ma aveva vent’anni d’esperienza, quasi tutti
trascorsi nella Omicidi della Metropolitan Police di Londra. In tutto quel tempo non aveva mai
avuto difficoltà a mollare un caso.
Ma in fondo non aveva mai avuto un caso che lo spaventasse.
Non quanto l’Operazione Norvegia.
Alle otto e mezzo del mattino, il giorno dopo l’incidente di Flea, dalla parte opposta della
città rispetto alla cava numero otto, Caffery era seduto nel suo ufficio buio nella sede della
MCIU a Kingswood. Le veneziane erano abbassate, la porta chiusa. Stava guardando un DVD.
Mostrava due uomini in una stanza buia di una casa diroccata occupata abusivamente. Erano
tutti e due bianchi, sotto la trentina. Uno indossava un cappuccio sadomaso di pelle con la
cerniera chiusa ed era nudo fino alla vita. La telecamera lo inquadrava mentre preparava con
calma gli strumenti su un tavolo e li mostrava all’obiettivo. Quell’uomo aveva ventinove anni.
Anche l’altro era nudo fino alla vita, ma non per scelta. Era privo di sensi, drogato e legato a un
banco. Non si muoveva. Non finché l’uomo col cappuccio non gli avvicinò il seghetto al collo.
Allora si mosse, e anche parecchio. Aveva solo diciannove anni.
Quel video era tristemente noto alla polizia. La stampa sapeva della sua esistenza e avrebbe
fatto di tutto per poterlo vedere. Mostrava la morte e la semidecapitazione di Johan Dundas.
Caffery era arrivato in quella stanza pochi minuti troppo tardi per salvarlo. In genere gli agenti

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che avevano partecipato all’Operazione Norvegia avevano insistito per vedere il video con
l’audio azzerato. Non Caffery. Per lui la colonna sonora era un altro elemento da analizzare in
cerca di risposte.
Lo lasciò scorrere fino al punto in cui entrava nella stanza e l’incappucciato fuggiva, poi
tornò all’inizio, alla parte che lo interessava: i primi cinque minuti che Dundas aveva trascorso
da solo nel locale, legato al banco, prima che l’incappucciato lo decapitasse. Si premette le
cuffie sulle orecchie e si protese sulla sedia, il volto vicino allo schermo.
Il nome «Operazione Norvegia» era arbitrario. Il caso non aveva niente a che fare con la
Norvegia, il paese, e tutto invece con l’Africa. L’incappucciato, lo «Zio» come veniva chiamato,
gestiva un giro sporco nella comunità africana di Bristol. Facendo leva sull’avidità, sul sadismo
e sulla creduloneria, sfruttava l’antico credo della comunità, il cosiddetto muti o magia nera
africana, in base a cui alcune parti del corpo umano potevano essere usate per curare
determinate malattie fisiche e spirituali. Negli ultimi dieci anni c’erano stati solo otto casi del
genere nell’intera Europa, e per la polizia britannica era un mondo sconosciuto. Però avevano
imparato che una testa umana, la testa di un giovane, soprattutto se staccata quando la vittima
era ancora viva, poteva renderti una fortuna in certi ambienti. Quella era stata la sventura di
Dundas.
L’Operazione Norvegia era stata sventata prima che la testa venisse venduta, e la polizia
aveva arrestato due persone: l’incappucciato, che era del luogo, e un africano clandestino che lo
aveva introdotto nella comunità nera di Bristol e lo aveva aiutato a costruirsi una rete di clienti
per spacciare la merce. Ora l’africano era sotto custodia e cercava ancora di convincere la
polizia di essere Johnny Brown e di avere un passaporto britannico. Lo avevano perquisito:
aveva con sé un portachiavi con la bandiera della Tanzania e indossava una maglietta prodotta
in quel paese, perciò la MCIU stava passando al vaglio i database di Dar Es Salaam per vedere
se fosse schedato.
«Che succede qui?» chiese il commissario Rolf Powers, il capo della MCIU, aprendo la
porta alle nove e dieci. «Niente luci? Sembra la stanza di mio figlio.» Accese le lampade
fluorescenti. «Dov’eri? Ho appena tenuto un’intera conferenza stampa sul caso Kitson senza di
te.»
Caffery bloccò il DVD e girò il monitor verso il commissario. «Guardi qui.»
Powers guardò e si accigliò. «È l’Operazione Norvegia. Con quella abbiamo chiuso. Il
dossier dovrebbe arrivare al pubblico ministero a fine mese.»
«Guardi qui», insistette Caffery picchiettando lo schermo. «È importante.»
Powers chiuse la porta ed entrò. Era alto, grosso e ben vestito, una volta doveva essere stato
un tipo atletico, ma ora si stava appesantendo all’altezza della vita e del collo. Posò il portafoto
che aveva in mano sulla scrivania e accostò la sedia allo schermo.
Il fermo immagine di Dundas, solo nella stanza prima dell’aggressione, in realtà mostrava
un’altra figura in piedi, con le spalle alla telecamera. Era china, e stava armeggiando sulla sua
testa. Dopo gli arresti, quando avevano portato la testa di Dundas all’obitorio e l’avevano
esaminata, avevano scoperto che gli mancavano alcuni ciuffi di capelli proprio nel punto su cui
era concentrata la figura del video.
Powers scosse la testa. «È il tanzaniano, Johnny Brown, o comunque si chiami. Quello che
abbiamo sbattuto dentro.»
«Non è lui. Sta mentendo.»
«Jack, quel piccolo pezzo di merda lo ha ammesso più volte. Lo ha confessato: ha detto di
aver tagliato i capelli di Dundas perché voleva usarli per fare una specie di braccialetto voodoo.

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E se non è lui, allora chi diavolo è? La squadra di supporto ha svuotato quel posto, lo ha
ripulito. Non c’era nessuno. E non c’erano uscite.»
Caffery fissò la figura sullo schermo. Nessuno tra quanti avevano visto il video aveva fatto
un’ovvia considerazione: quella figura non sembrava del tutto umana. «No», rispose. «Non è
lui. Ho chiesto agli agenti che lo tengono in custodia di misurarlo. È alto un metro e sessantatré.
Piccolo, ma non così tanto. La telecamera era posizionata esattamente a un metro e cinquanta
d’altezza, e a due dal tavolo. Ho guardato le ricostruzioni della Scientifica. Johnny Brown
sarebbe stato qui», disse indicando un punto sullo schermo. «È più alto di una testa. E guardi
quelle spalle. Hanno qualcosa che non va, qualcosa che decisamente non va.»
«Lo avevano travestito: lo ha ammesso. Lo mandavano in giro a spaventare le persone
perché comprassero le loro porcherie voodoo. Quella gente ha credenze davvero barbare…
ovviamente dalla mia bocca non sono mai uscite parole del genere.»
Caffery lo fissò, gelido. «Come avrebbero fatto a ’travestire’ qualcuno così? Lo guardi.»
«Usando protesi. Giochi di luce.»
«Non abbiamo trovato protesi durante la perquisizione. E Brown non aveva con sé i capelli
di Dundas quando lo hanno portato dentro, vero?»
«Sostiene di averli buttati. E dammi pure dell’ottuso, del buzzurro o comunque ci chiamiate
voi della MET, ma qui da noi in campagna, se qualcuno confessa una cosa del genere, troviamo
più semplice credergli e non pensarci più. No.» Assunse d’un tratto un tono professionale. «No,
Jack. Facciamo finta che questa conversazione non ci sia mai stata. L’Operazione Norvegia è
chiusa, ok?» Si alzò e gli avvicinò il portafoto sul tavolo. «Il capo vuole che ci occupiamo di
questo. Questo è il caso per cui sto prendendo le medicine per abbassare la pressione. Aprilo.»
Caffery lo fece. Conteneva sei foto lucide venti per venticinque di abiti stesi accanto a un
metro a nastro. Erano abiti da donna. Un vestito. Un paio di sandali con il tacco alto, un
cappotto di velluto porpora. Un cellulare color argento. «Misty Kitson?»
«Certo. Sono una copia di quelli che indossava. Le abbiamo distribuite a tutte le unità.
Stasera ogni agente in ogni ufficio di polizia ne avrà una serie appesa al muro nella sua
postazione.» Powers si avvicinò alla mappa sulla parete, si mise le mani in tasca e la studiò.
«Non riesco a capire. Non ci riesco proprio. Un raggio di tre chilometri, la più vasta ricerca mai
condotta dalla polizia: abbiamo perlustrato tutto centimetro per centimetro e non abbiamo
trovato niente. Un accidente di niente e… Cazzo, non stai ascoltando nulla di quello che dico,
vero?»
Caffery era proteso sulla sedia, e fissava la fotografia post mortem di Dundas sul muro, il
modo in cui gli avevano tagliato i capelli.
Powers prese una foto degli abiti di Misty e la attaccò di proposito su quella di Dundas.
«Jack, là fuori ci sono tre sergenti e quattro agenti che aspettano di sapere da te cosa fare. Tutti
vogliono trovarla.»
Caffery aprì il cassetto della scrivania ed estrasse le foto post mortem di un altro decesso
avvenuto due sere prima. Era giunto alla sua attenzione il giorno precedente tramite il database
del Centrex Guardian e presentava tutte le caratteristiche giuste. Si alzò e le appese sopra quella
dei vestiti di Misty Kitson.
«Ben Jakes. Vent’anni. Studente della Bristol University. Non riesce ad affrontare gli esami,
la ragazza lo molla e finisce con un temperino e una cassa di WKD Original Vodka Red giù,
nella zona delle grotte dell’elfo. Là è bello. Si riescono a vedere le luci di Bristol. È un luogo
molto apprezzato dai suicidi.»
«Che c’entra questo con tutto il resto?»

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«Il suo telefono è scomparso e non è stato ancora ritrovato. Lo hanno rapinato. Il compagno
di stanza sostiene che avesse dei soldi, almeno un pezzo da venti, più le carte di credito, che non
sono mai state usate. Aveva persino dei sandwich nello zaino. Sono spariti. Oh, ed era nudo.»
«Si è spogliato per uccidersi? Cosa c’era? La luna piena?»
«No. Il ladro ha preso anche i vestiti. All’inizio l’agente incaricato dell’indagine ha pensato a
un omicidio. Per un po’ è rimasto tra i casi ’troppo difficili per il distretto’, ci è stato addirittura
segnalato, finché l’autopsia non ha confermato il suicidio. Gli abiti gli sono stati tolti più di
ventiquattr’ore dopo la morte, sostiene il coroner. Inoltre, ci sono altre prove: la depressione.
Nessuno ha messo in dubbio il suicidio, persino i genitori hanno detto che un po’ se
l’aspettavano. Ma vorrei che guardasse questa foto in particolare.»
Powers si tolse gli occhiali e la studiò.
«Li vede? I capelli?»
«Sono stati tagliati.»
«Rasati. Le ricorda qualcosa?»
Powers si accigliò di nuovo. Staccò la fotografia dal muro e la girò. Recava il timbro
dell’unità audiovisiva di Portishead. «Dove hai detto che è successo?»
«Alla cava numero otto, giù, vicino alle grotte dell’elfo.»
«E i capelli sono il fattore rilevante? Perché lo stesso è successo a Dundas?»
«È stata la stessa persona. I segni sono quasi identici.»
«E allora?»
Caffery gli rivolse un sorriso cupo. «Il patologo, essendo tale, è stato ovviamente vago
sull’ora della morte di Jakes. Ma ha ammesso che, chiunque sia passato di lì e gli abbia rubato i
vestiti, lo abbia fatto almeno sei ore dopo il decesso. Il livor mortis lo prova. Il compagno di
stanza sostiene che Jakes sia uscito alle sei del mattino. Non sappiamo come abbia raggiunto la
cava, ma deve aver impiegato almeno un’ora, forse più, a patto che non si sia fermato per
strada, quindi diciamo che fosse là alle sette. Il nostro ladro dev’essere arrivato all’una,
assolutamente non prima. Nel frattempo il sedicente Brown era lì», proseguì puntando il dito
verso lo schermo, «alle due del pomeriggio. Ho visto quel bastardo con i miei occhi. Pensa
davvero che nel giro di un’ora possa essere andato alla cava, aver rasato la nuca di Jakes ed
essere tornato come un fulmine nella parte opposta di Bristol?»
«Suppongo che le ore date dal patologo siano ufficiose. Non me lo vedo a scriverle in un
verbale. Non si espongono mai così quando si tratta dell’ora della morte.»
«Vero. Ma non mi serve che lo dichiari. Alla fine la Vodafone ha tirato fuori i tabulati
telefonici di Jakes. Mostrano alcune chiamate fatte dal suo cellulare alle otto di quella sera.
Brown ormai era sotto custodia da cinque ore.»
Powers sollevò la veneziana e guardò fuori. Da quando il caso Kitson era arrivato alla
MCIU, un paio di reporter erano sempre accampati fuori dall’edificio. Li fissò per un po’,
abbassò la veneziana e lanciò una lunga occhiata al suo detective. «Cavolo!» esclamò. «Cosa
vuoi da me?»
«Una settimana. Una settimana per dedicarmi a questo. Mi dia due uomini e una settimana di
libertà dal caso Kitson. Voglio sapere come ha fatto Brown a tagliare i capelli di Ben Jakes
quando si trovava a trenta chilometri di distanza. Voglio sapere a che cosa gli servisse quel
braccialetto di capelli. E…»
«E?»
«E voglio sapere che protesi servono per travestire così un essere umano.»

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Caffery lasciò gli uffici della MCIU alle dieci e mezzo. Usò la porta sul retro, girò lungo il lato
dell’edificio allontanandosi dai reporter del caso Kitson e s’infilò dritto nel garage sotterraneo.
Là dentro era al riparo, eppure camminò a passo svelto, con la testa china e il colletto sollevato.
Non entrò in auto, una Mondeo senza insegne del parco macchine, ma le si fermò davanti, le
cosce appoggiate alla carrozzeria, a osservare il parcheggio, a controllare che le ombre dietro le
altre vetture fossero ferme, immobili. Dopo qualche istante si accovacciò e vi guardò sotto.
Infine si raddrizzò, la aprì, salì e mise le sicure.
Comunque facessero, qualsiasi trucco usassero, le persone coinvolte nell’Operazione
Norvegia inducevano gli altri a credere di aver visto qualcosa di inspiegabile. Una creatura
inquietante. Alcuni tra i primi testimoni non avevano saputo darle un nome, erano riusciti solo a
descriverlo per sommi capi: un essere antropomorfo, ma troppo piccolo e striminzito per essere
propriamente umano. Altri in seguito gli avevano dato un nome che arrivava dalle zone più
oscure del continente più oscuro. Un nome zulu che Caffery non aveva ripetuto al commissario
Powers, perché il suono di quella parola lo terrorizzava.
Tokoloshe.
Quattro semplici sillabe, che avevano tuttavia un significato terribile per quanti ci
credevano. Erano sinonimo di deformità, di mostruosità. Concentravano tutte le superstizioni
africane in una sola creatura grande quanto un grosso babbuino con un corpo da scimmia e una
faccia umana. Un demone al servizio di una strega, un essere che arrivava dal cuore del veld e
se ne stava seduto nell’ombra a fissarti, imperturbabile.
Caffery non era riuscito a identificare Johnny Brown nella figura indistinta del video, ma la
spiegazione alternativa rasentava la follia: era una teoria che non avrebbe mai esposto, neanche
a se stesso. Eppure non poteva fare a meno di definire quello a cui stava dando la caccia,
qualsiasi cosa fosse, con quel misterioso termine zulu: Tokoloshe.
Si chinò, aprì il cruscotto e ne controllò il contenuto. Tutti gli agenti in prima linea avevano
in dotazione l’equipaggiamento standard per l’autodifesa: manette flessibili, spray al
peperoncino e un ASP, un manganello di metallo in grado di spaccare le ossa. Durante gli arresti
dell’Operazione Norvegia ne aveva sperimentato di persona l’effetto. Faceva un male cane, ma
restava un mezzo di difesa risibile di fronte a bastardi armati di Mach 11 e Magnum. Ora giaceva
sopra una busta color cuoio nel vano del cruscotto. Sotto, avvolta in un panno oliato, c’era una
pistola.
Cinque anni prima, a Londra, aveva lavorato all’Operazione Tridente con un collega
equivoco che lo aveva messo in contatto con un personaggio che, pur vivendo da sempre a
Tulse Hill, parlava inspiegabilmente come se fosse nato a South Central Los Angeles e non si
toglieva mai i Locs, quindi non capivi mai con precisione cosa pensasse. Quando Caffery era
andato da lui, lo aveva portato in cucina e gli aveva mostrato due pistole in una scatola da
scarpe nascosta sotto la pattumiera: una Glock 17 e una AMT 45 Hardballer di acciaio
inossidabile, scintillante come un gioiello. Il ricettatore non aveva creduto ai suoi occhi quando
Caffery non si era buttato su quest’ultima: era la classica arma modaiola, e sapeva che non se la
sarebbe tenuta a lungo perché il prossimo che avesse varcato quella porta se la sarebbe presa,

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ammesso che Caffery non avesse avuto il buon senso di portargliela via. Alla fine però aveva
preso proprio il modello più trendy, non perché gli piacesse, ma perché la Glock era la stessa
arma d’ordinanza della polizia e, per quanto non intendesse farsi beccare, era bene considerare
tutte le possibilità. Un’arma d’ordinanza avrebbe coinvolto le persone sbagliate. Meglio che ti
prendessero con una pistola da delinquente, imbarazzante tanto era pacchiana.
Di solito la teneva sotto la pattumiera in cucina, perché, se c’era una cosa che Caffery
rispettava del ricettatore di Tulse Hill, era il suo nascondiglio d’elezione. Si sarebbe messo nei
casini se avesse usato quella maledetta pistola, ma comunque non era quello il punto. Il punto
era che a volte aveva bisogno del senso di sicurezza che gli dava. Gli bastava sapere che c’era,
proprio come quella settimana.
Chiuse lo scomparto e guardò i muri al di là dei finestrini controllando di nuovo le ombre,
concentrandosi su quelle ad altezza vita. Non aveva raccontato l’intera storia a Powers: non gli
aveva confessato che non era solo il video a inquietarlo, che dall’Operazione Norvegia aveva la
sensazione d’essere osservato. Se non fosse sembrato pazzo, avrebbe detto che il Tokoloshe lo
stesse seguendo. Il Tokoloshe? Per le strade di Bristol?
Era iniziato tutto in quell’auto. Una sera tardi, più di una settimana prima, l’aveva
parcheggiata in un vicolo deserto nel centro città e qualcuno, o qualcosa, era saltato sopra il
cofano. Era sparito troppo in fretta perché potesse metterlo a fuoco ma gli era parso che fosse
piccolo, rasente il terreno e veloce. Così era cominciata. Ora credeva di vedere quel dannato
essere dappertutto, nell’ombra, sotto le macchine, persino nello specchio quando si radeva al
mattino.
Controllò di nuovo l’orologio. Erano le dieci e trentacinque. Solo una vittima era
sopravvissuta all’Operazione Norvegia. Aveva rilasciato una dichiarazione confusa alla polizia il
giorno dell’arresto, ma ora era all’ospedale Southmead dove lottava tra la vita e la morte. I
medici non lasciavano avvicinare più nessuno, soprattutto la polizia che lo metteva sotto
pressione con tutte le sue domande.
E adesso che fai, idiota? pensò Caffery.
Dopo qualche istante partì. Sapeva dove andare. Voleva vedere il luogo in cui si trovava il
corpo di Ben Jakes la sera in cui qualcuno gli aveva rasato parte dei capelli.

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Ogni mese l’unità subacquea recuperava alcuni corpi decomposti. Un cadavere in stato di
putrefazione rappresenta un pericolo, un rischio biologico. I fluidi che emana quando l’addome
si apre possono causare diverse malattie emotrasmissibili, e se è stato rosicchiato dai ratti ci
sono altri rischi: la trasmissione della leptospirosi ittero-emorragica o malattia di Weil. A volte,
quando un corpo viene spostato, «sospira» come se fosse tornato in vita mentre l’aria fuoriesce
dai polmoni diffondendo magari la tubercolosi. Nel Regno Unito la polizia esige di solito che i
cadaveri decomposti vengano affidati a squadre addestrate a usare respiratori: in poche parole, i
subacquei. Questo anche se il corpo si trova sulla terraferma.
L’unità di Flea seguiva una procedura rigorosa per pulire il quartier generale dopo il
recupero di un cadavere e in genere riusciva a mantenerlo abbastanza profumato. Ma quel
mattino, alle dieci, seduta in ufficio a compilare il modulo incidenti RIDDOR, Flea si accorse
che qualcosa non andava. Annusò l’aria. Non sapeva di buono. Infilò l’incartamento nella
busta, si alzò e uscì in corridoio. Annusò di nuovo.
Dopo l’incidente con l’ombelicale del giorno prima i paramedici l’avevano visitata, ma si era
rifiutata di farsi ricoverare. Stava bene. Era sana e robusta. Si era stesa sul pontone e aveva fatto
venti flessioni con le braccia per dimostrarlo. Niente e nessuno l’avrebbero convinta a restare in
ospedale per il resto della giornata, e si era rivelata una scelta azzeccata perché nel giro di due
ore la squadra era stata chiamata per recuperare il corpo di un cinquantaseienne di cento chili,
morto sul water in un condominio di Redland. Era rimasto seduto là per otto giorni con il
pigiama alle caviglie. I gabinetti erano la cosa peggiore perché non c’era mai spazio per
muoversi. Avevano impiegato tre ore, dall’inizio alla fine, per tirarlo fuori. Tornati alla base,
avevano decontaminato le tute protettive. Le avevano stese per terra, lavate con spazzoloni con
il manico lungo, sciacquate e disinfettate; avevano cambiato i filtri polivalenti delle maschere e
per sicurezza avevano spruzzato una soluzione antibatterica su ogni cosa. Avevano fatto tutto
come da manuale.
Eppure l’odore dell’uomo c’era ancora.
Flea andò nello spogliatoio, dove la squadra si cambiava. Non le faceva molto piacere che il
giorno prima si fossero accorti della sua narcosi. Fino a quel momento nessuno l’aveva presa in
giro, ma non escludeva che l’avrebbero fatto. «Cos’è quest’odore, ragazzi?»
«Il tuo plumcake alla banana?»
«Spiritosi. Abbiamo effettuato la decontaminazione. Non dovrebbe puzzare così qua
dentro.»
Wellard scrollò le spalle, gli altri la testa.
«Ok. Muovetevi», disse scacciandoli con le mani. «Tutti quanti. Rifatelo. Usate il Janitol.»
Nessuno si mosse. La fissarono tutti intensamente.
«Che c’è?»
«Lo abbiamo già rifatto, mentre eri in ufficio. Due volte.»
«Due volte? Allora da dove arriva questo odore del cavolo?»
«Dal tuo plumcake alla banana?»

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Flea andò nella stanza di decontaminazione dove le tute se ne stavano appese ad asciugare,
spettrali, come una fila di persone sull’attenti. Le annusò. Tornò in corridoio e annusò di
nuovo. L’odore era inconfondibile. Si avvicinò al bidone che usavano per trasportare la roba
sporca, vi infilò la testa e annusò. Wellard le si avvicinò: l’aveva seguita e la osservò frugare nei
bidoni in cerca dei sacchi in cui mettevano i guanti e i calzari usati.
«Non sono quelli», affermò incrociando le braccia. «Ho controllato. Li ha presi la ditta di
pulizie.»
Flea si raddrizzò. «Rinuncio. Da dove viene?»
«Non ne ho idea.»
Lei sospirò, prese un grembiule verde da un gancio e se lo mise. «E io che volevo andare a
farmi una corsa.»
«Non dovresti correre, non dopo ieri.»
«Be’, non ci vado, no? Ho detto che volevo.» Si infilò un paio di guanti in nitrile e pompò
un po’ d’aria nello spruzzatore a pressione. «Pulirò invece quelle tute, di nuovo. Farò il lavoro
per voi.»
«Ooh, che permalosa.»
«Non permalosa, Wellard. Ormono-sensibile. Sono una donna. Ho le ovaie. Sono ormono-
sensibile.» Andò nel magazzino e prese alcune cose, tra cui una bombola e una manichetta.
«Vieni qui.»
Wellard guardò la manichetta. «Cavolo, capo. Non dicevo sul serio.»
«Dammi la mano.»
«Almeno fa’ presto.»
«Attaccala alla valvola», disse sbattendogli in mano la manichetta. «Così, bravo ragazzo.
Ora, mentre ripeto la decontaminazione, tu andrai in giro per l’edificio ad annusare gli scarichi.
Se qualcosa puzza, fa’ scorrere un po’ d’acqua. Se torna ancora su, usa questa.»
«Aria compressa? Negli scarichi? Sergente, da qualche parte abbiamo un custode, ne sono
sicuro. È un uomo simpatico. Avrà delle sonde per disostruire gli scarichi. Vanno meglio
dell’aria per gli interni.»
«Wellard?»
«Sì?»
«Fallo e basta, cazzo.»
Nel lettore c’era un CD degli Arctic Monkeys. Flea lo accese, alzò il volume e si mise
all’opera strofinando e spruzzando, inondando gli scarichi d’acqua. L’ombelicale che si era rotto
il giorno prima era chiuso in una sacca di nylon giallo appoggiata alla parete di piastrelle, in
attesa che il laboratorio dell’ufficio per la salute e la sicurezza venisse a prenderlo. Ci sarebbero
voluti mesi. Lo avrebbero sottoposto a una batteria di test per cercare di capire che cosa fosse
andato storto e come avesse fatto lei a forare entrambi i tubi. Si fermò per un istante vicino a
essi.
Era sconcertata. Aveva sempre pensato che fossero a prova di bomba, e si sentiva molto
stupida e in imbarazzo all’idea di non aver controllato la sua attrezzatura. Ci era mancato
pochissimo. Aveva iniziato a credere d’essere perseguitata dalla sfortuna. Ieri c’era stato
quell’episodio. Martedì aveva preso parte a quell’arresto del cavolo con la MCIU durante
l’Operazione Norvegia, che aveva quasi fatto a pezzi il collega ora in congedo. Per non parlare
della sera prima ancora, quando era stata di nuovo costretta a coprire Thom che era tornato a
casa ubriaco fradicio alla guida della sua macchina, tallonato dalla polizia. Da stupida qual era
quando si trattava di suo fratello, si era messa in mezzo giurando al poliziotto pedante d’essere

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stata lei al volante e aveva persino fatto l’alcoltest. Thom l’aveva scampata bella per l’ennesima
volta, e lei era rimasta là a chiedersi se sarebbe mai stato in grado di camminare con le sue
gambe e per quanto tempo lei avrebbe potuto ancora trainare il carro.
Prese gli stivali bianchi di gomma che la squadra usava per il recupero dei corpi e li
capovolse per verificare che nello strato interno assorbente non si fosse infiltrato qualche
liquido. Quando arrivò all’ultimo paio, Wellard apparve sulla soglia. Flea si asciugò la fronte e
posò gli stivali, sconfitta.
«Rinuncio. Ho fatto di tutto. Ora dovrei passare in rassegna tutte le vostre borse. Guardare
la vostra disgustosa biancheria da uomini, i calzini e cose del genere. Cos’hai da riferire, Mister
Spurghi?»
«Gli scarichi sono immacolati. Comunque, non ha senso preoccuparsene ora.»
«Eh?»
«Il telefono non smetteva di suonare. Avevi la musica troppo alta.»
«Chi era?»
«Il tuo caro consulente per le ricerche, Pearce. Hanno un altro corpo. Ci tocca un nuovo
straordinario.»
«Sì?»
«Sì. Forse hanno trovato Lucy Mahoney.»

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6
La cava numero otto era deserta. Caffery restò accanto all’auto a fissare le nubi vaporose e il
cielo azzurro riflessi sulla superficie fredda, immobile dell’acqua. Da una parte in secca della
cava, lungo il perimetro pianeggiante, c’erano due vecchi cabinati inclinati sul fianco, legati con
una catena dell’ancora arrugginita. Dall’altra grossi cubi grigi di pietra giacevano abbandonati in
pozzanghere marroni. Abbarbicati ai mucchi di rifiuti presenti ovunque prosperavano gli arbusti
di buddleia.
Caffery chiuse la macchina, si strinse di più nella giacca e si avvicinò al bordo della cava
scrutando l’acqua. Al di là del suo riflesso, era di un blu cobalto trasparente. Lungo la sponda
rocciosa cresceva una fascia di piantine embrionali giallastre e più in basso, a circa sei metri di
profondità, si scorgeva una sagoma vaga, informe. Un masso, forse, una pompa sommersa o la
parete tagliata della cava stessa.
Gli africani credevano che il Tokoloshe fosse un abitante dei fiumi, che vivesse sulle rive
creandosi un nido tra i giunchi e rimanesse sott’acqua per ore. Qualsiasi cosa avessero visto i
testimoni a Bristol, su un particolare erano stati chiari: quell’essere era sempre uscito dall’acqua,
dei fiumi o delle cave, una volta persino dal porto galleggiante della città. Avevano giurato che
era «venuto su» come se fosse rimasto in apnea per un po’, steso sul fondale, a sguazzare felice
come un coccodrillo nel fango. E non aveva un autorespiratore. Tutti erano stati categorici al
riguardo: sul suo volto demoniaco non aveva niente. Quindi come diavolo aveva fatto la banda
dell’Operazione Norvegia a simulare immersioni del genere?
Caffery si raddrizzò e guardò le dune di malta in lontananza. Il sole era scomparso dietro
una nube e per un po’ qualcosa di greve sembrò incombere sull’acqua, come se l’aria stessa
fosse diventata più scura. Ben Jakes era salito su quei mucchi quando si era ucciso. Un pezzo di
vecchio nastro della polizia spiccava ancora tra i cespugli, insieme ad alcuni fiori appassiti
avvolti nel cellophane, portati da qualche compagno d’università. Laggiù negli ultimi quattro
anni c’erano stati altri dieci suicidi. Il suicidio aveva sempre quell’effetto: diffondersi come un
virus. Qualcuno si butta da un ponte, che nel giro di poco diventa il ponte dei suicidi: persone
che non ne hanno mai sentito parlare lo raggiungono di notte solo per il privilegio di buttarsi da
lì. Così era successo a quella cava, tranne per il fatto che nessuno ci si buttava dentro. Si
limitavano a sedersi sulle sponde armati di pillole e di rasoi, probabilmente guardando le stelle.
Il telefono di Jakes non era ancora saltato fuori, ma la stessa squadra che aveva lavorato al
caso Kitson aveva stabilito che le due chiamate effettuate dopo la sua morte erano partite da un
luogo nei dintorni. Il numero non era tra quelli usati da Jakes in precedenza. Caffery lo aveva
chiamato con il telefono di servizio ed era risultato disattivato. Era un cellulare usa e getta,
prepagato, ed era piuttosto sicuro che fosse già finito in qualche bidone della spazzatura.
Caffery prese un bastone e iniziò a controllare il perimetro battendo le sterpaglie. La cava
era stata ispezionata quando avevano ritrovato il corpo di Jakes, ma voleva accertarsi che non
fosse sfuggito nulla. Che non ci fossero nascondigli o prove che qualcun altro fosse andato là la
notte in cui Jakes era morto e fosse magari rimasto a guardarlo fra i cespugli. Ricontrollò ogni
centimetro quadrato pestando la vegetazione e dopo un’ora l’unica cosa che aveva trovato era
uno scooter posato sul fianco tra le piante.

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Qualcuno si era preso la briga di nasconderlo: per recuperarlo aveva dovuto accovacciarsi e
rompere dei rami. Lo portò fuori alla luce del sole, lo mise in piedi e lo scrollò leggermente.
Aveva il bollo, e nel serbatoio la benzina sciaguattò. Jakes non aveva uno scooter, Caffery ne
era certo. Prese una penna dalla tasca e scostò le ganasce per controllare i freni. Non c’era
ruggine, quindi era stato usato di recente. Lo posò a terra, si pulì le mani sporche di terriccio e
stava per tornare all’auto quando notò qualcos’altro.
A circa tre metri sulla destra, impigliato nelle radici delle buddleie, c’era un oggetto bianco e
azzurro. Era un nastro della polizia, tutto attorcigliato ai rami. Si avvicinò, lo tirò e sul terreno
vide un pezzo di butile azzurro lungo più o meno venticinque centimetri. Proveniva da un
rotolo di qualche tipo. Lo raccolse e lo studiò. Stampate su di esso, a una distanza di otto
centimetri l’una dall’altra, c’erano le lettere USU. L’unità subacquea. Conosceva la squadra e il
suo sergente, Flea Marley, l’agente dell’unità di supporto che aveva effettuato gli arresti con lui
durante l’Operazione Norvegia. Una bella ragazza. Quando Caffery era arrivato là, nella West
Country, aveva fatto un giuramento: a Londra aveva rovinato l’esistenza a un paio di persone e
non l’avrebbe rifatto. Non ci sarebbero più state donne nella sua vita. Ma non aveva promesso
di non notare le belle ragazze.
Prese il cellulare e chiamò Kingswood. Rispose l’agente Turnbull, uno degli uomini che
Powers gli aveva assegnato. «Stavo proprio per telefonarle», disse con voce ansiosa. «Ho un
paio di cose. La prima riguarda quel tanzaniano che è dentro, quello che continua a sostenere di
chiamarsi Johnny Brown. Abbiamo un nome. Clement Chipeta. L’Interpol lo aveva beccato a
Dar Es Salaam finché circa un anno fa non è sparito dai radar. Laggiù si era messo in guai seri,
non solo con la legge ma anche con la banda per cui lavorava.»
«Chi faceva cosa?»
«Erano trafficanti. Trattavano principi attivi per la medicina tradizionale, ricavati soprattutto
da specie a rischio d’estinzione, ma in certi casi anche di origine umana. Il che spiega perché
quei disgraziati dell’Operazione Norvegia abbiano trovato modo di ingaggiarlo quando è
spuntato da queste parti.»
«Hai informato gli agenti che lo hanno in custodia?»
«Certo.»
«Ok.» Diede le spalle alla cava e si tappò un orecchio per riuscire a sentire, visto il pessimo
segnale. «Ascolta, Turnbull, devi fare tre cose. Controllami questo numero di targa, okay?»
Gli diede il numero dello scooter e Turnbull lo digitò sulla tastiera entrando nel sistema
informatico della polizia.
«Poi va’ online e fammi una ricerca. Hai mai sentito parlare di apnea?»
«Apnea? Mi scusi, capo, ma sono di Birmingham. Noi non amiamo il mare, l’acqua. A noi
piace il nostro cemento.»
«Fammi quella ricerca quando avremo finito di parlare. Voglio sapere per quanto tempo si
riesce a trattenere il fiato. Fino a quando si riesce a star sotto.»
«Apnea.» A Caffery sembrava quasi di vedere l’espressione corrucciata di Turnbull. Il
computer emise un bip. Il risultato della ricerca. «Lo scooter è un PSA.»
PSA: preso senza autorizzazione.
«Quando?»
«Questo fine settimana. Dal vialetto di una casa giù a Bradley Stoke. Non c’è altro.»
«Bene, informali che l’ho trovato. Poi parla con qualcuno dell’unità di supporto. Scopri
cosa stava facendo l’unità subacquea alla cava numero otto, giù alle grotte dell’elfo.»
Ci fu silenzio.

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«Ci sei? Chiama qualcuno dell’unità di supporto.»
«Non ce n’è bisogno, capo. Glielo posso dire io. Cercavano una persona scomparsa. Una
donna, ieri.»
«L’hanno trovata?»
«Non alla cava. Ma adesso sì. È l’altro motivo per cui l’avrei chiamata. Non sono lontani da
lei. Otto minuti se guida rispettando i limiti. Quattro se non lo fa.»

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7

Lucy Mahoney era scomparsa da quattro giorni. E a giudicare dalle sue condizioni, era morta
quasi subito. Il corpo era stato trovato da alcuni escursionisti sulle Mendip, lungo la Strawberry
Line, la ferrovia abbandonata usata in epoca vittoriana per trasportare le fragole dai campi
attorno a Cheddar. La campagna da quelle parti era bella, i papaveri erano già sbocciati tra il
lino e il paesaggio era avvolto da una coltre di polline. Il corpo invece non aveva niente di
bello: visibile da duecento metri e sovrastato da una colonna ondeggiante di mosche, era ridotto
a un mucchio annerito di pelle e abiti.
Lucy era stesa di schiena. Indossava una felpa a strisce, una gonna e un paio di Doc Martens
a fiori; ricoperta di foglie, era già tanto decomposta che alcune ossa sporgevano dalla carne
scolorita. Flea diresse la squadra incaricata della rimozione: scacciarono le mosche, tirarono con
cautela per staccare il cadavere dai fluidi raccoltisi sul terreno, lo fecero rotolare per disporlo su
un telo di lino e lo sollevarono per infilarlo in un sacco salma bianco, con la faccia all’insù
perché il personale dell’obitorio odiava i corpi che arrivavano proni. Mahoney era robusta e,
malgrado fosse decomposta, sollevarla non fu facile. La squadra stava sudando dentro le tute:
Flea vedeva i rivoli sul volto di Wellard.
Flea aveva ricevuto encomi per il suo lavoro, due per la precisione. E aveva soltanto
ventinove anni. L’idea di averli ricevuti solo perché era una donna, di essere diventata sergente
e capo dell’unità solo per quel motivo la terrorizzava. Ed era la paura a indurla a superare i
limiti imposti dalla sua corporatura e dalla sua statura, a sfinirsi in allenamenti assurdi, a correre
per quindici chilometri al giorno e a fare pesi – poche ripetizioni, grossi carichi – la sera, senza
un giorno di tregua. Sott’acqua erano tutti uguali. Sulla terra doveva faticare il doppio per farsi
considerare.
Chiusero il corpo in un sacco anticontaminazione giallo, XL perché a volte i cadaveri si
gonfiano fino a raddoppiare di dimensione, e lo trasportarono per quattrocento metri fino al
punto stabilito, fermandosi di quando in quando per riposare e scambiarsi di posto. Ogni tanto
controllavano che al di fuori dell’area cordonata non ci fossero i teleobiettivi della stampa,
pronti a cogliere lei e i ragazzi coperti da capo a piedi di fluidi corporei.
Il parcheggio scelto come luogo di incontro era pieno di veicoli. C’erano l’ambulanza del
coroner con accanto due uomini in abito grigio e cravatta nera, che fumavano una sigaretta, e il
capo della Scientifica, una donna con una felpa rossa con la scritta CANADA e un paio di jeans,
seduta in una macchina con la portiera aperta e un bicchiere di tè in mano. Solo dopo aver
caricato la barella nel furgone del coroner, aver gettato la maschera nell’apposito bidone con
ruote e raggiunto lo Sprinter dell’unità nel posteggio per i camper perché Wellard la cospargesse
di soluzione disinfettante, Flea notò un’altra persona.
Era poco oltre il nastro e teneva in mano una lattina di Red Bull. Altezza media, magro,
capelli scuri tagliati corti, di una decina di anni più vecchio di lei. Il detective Caffery della
MCIU. L’ultima volta che lo aveva visto, martedì, avevano effettuato un arresto insieme. Quel
giorno era successo qualcosa tra loro, lo sapeva, e si chiese se ne avrebbero mai parlato. Lo

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osservò con attenzione mentre passava sotto il nastro e le si avvicinava seguendo le piastre di
alluminio disposte dalla Scientifica. Non zoppicava come si era immaginata.
«Ok, Wellard. Basta così.» Si tolse il cappuccio, aprì la cerniera e si abbassò la tuta. Sfilò le
mani in modo che i guanti restassero all’interno delle maniche e infine i piedi. Si mise le scarpe
da ginnastica senza allacciarsele, premendo bene il tallone in basso, e attraversò il parcheggio
per fermarsi a pochi metri da Caffery.
«Ehi!» esclamò lui squadrandola da capo a piedi. Flea sapeva cosa stesse pensando. Aveva i
capelli scompigliati come se fosse appena uscita da un mosh pit, i pantaloni appiccicati al corpo,
la maglietta grigia tutta sudata. «Come va?»
«Bene. E tu?»
«Bene. Bello vederti senza un manganello in mano.»
«Bello vederti in piedi e non per terra.»
«Brutta cosa, vero?»
«Non era certo il tuo momento migliore, e lo stesso vale per me. Non so ancora quale
mannaia stia per cadermi sulla testa. Continuo a ricevere memo da quelli di Medicina del
lavoro, dicono che mi aspettano senza impegno per un debriefing, sai. Per via del trauma. Non
ci sono ancora andata.»
«Neanch’io.»
«Volevo chiamarti. Per scusarmi.»
«Di cosa?»
Flea indicò la sua gamba. «La caviglia. Per quello che ho fatto. Non volevo farti male.»
Lui si guardò i piedi e scosse la gamba del pantalone. Per impedirgli di accanirsi sullo
stronzo che stavano cercando di arrestare, lei lo aveva colpito alla caviglia con il suo ASP di
acciaio inossidabile. Solo così era riuscita a farlo tornare in sé.
«Non zoppichi. Pensavo di sì.»
«No, non zoppico.»
«Non ho detto a nessuno quello che hai fatto.»
«L’avevo capito. Non mi sono ritrovato quelli degli affari interni in ufficio.»
«Una parte di me si è pentita di averti fermato. Forse mi sarebbe piaciuto vederlo con la
testa spaccata.»
«Carina.»
«Onesta», replicò lei scrollando le spalle.
«Grazie per non aver detto niente.» Caffery la guardò a lungo e poi, proprio quando Flea
stava per parlare, le osservò il seno: solo per una frazione di secondo, ma bastò.
«Ti ho visto.»
«Non ho potuto farne a meno. Scusami.»
«Sei il mio superiore. Non dovresti guardarmi così. È degradante.»
Ci fu un attimo di silenzio. Poco dopo Caffery inarcò un sopracciglio. «Mmm. Cosa
sarebbe? Il preludio a una causa di lavoro per molestie sessuali?»
Flea s’impose di smettere di sorridere. D’un tratto si sentì leggera e spigliata, come se si
fosse appena risvegliata da un lungo sonno. «Per questo sei qui? Per vedere se ti becchi una
denuncia? Adesso alla MCIU hanno questo tipo di iniziazione?»
«Iniziazione?» replicò Caffery con un mezzo sorriso. «No, mi dispiace.» Indicò il furgone
del coroner. Il portellone era aperto. All’interno spiccava una chiazza arancione brillante, il
corpo di Lucy Mahoney steso sulla barella. «Sono qui per lei. L’hai già consegnata?»
«Stanno preparando ora le carte.»

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«Hai una maschera in più?»
«Certo. Ne ho sempre un paio di riserva per evitare che quelli della Scientifica vomitino.
Perché?»
«Vorrei vederla prima che se la prendano i coroner.»
«Pensavo che se ne occupasse il distretto.»
«È così. In realtà io non sono qui. Sto solo ficcando il naso.»
Flea sollevò un sopracciglio. «Mmm, un cadavere di sesso femminile ma completamente
vestito. Ha gli slip, la gonna non è stata strappata né tirata su. Un flacone di pillole accanto, un
biglietto in cui si annuncia il suicidio. In mezzo alla porcheria ho trovato un coltello Stanley, che
la vittima ha usato per tagliarsi i polsi. Ai miei occhi ingenui sembra al novantanove virgola
nove per cento un suicidio. Il patologo non si ammazzerà di fatica, credimi.» Lo guardò,
sospettosa. «Quindi che ci fa qui la Major Crime? È un caso totalmente al di fuori dei vostri
radar.»
Caffery guardò la donna della Scientifica. Aveva chinato la testa e fingeva di non stare
ascoltando. Si girò e abbassò la voce. «D’accordo», bisbigliò. «Due sere fa c’è stato un suicidio
a pochi chilometri da qui. Un ragazzo. Ben Jakes.»
«Non è uno dei miei.»
«No. Be’, scusami la brutalità, ma forse per te era un po’ troppo fresco. Lo hanno trovato
nel giro di poche ore.»
«Ci sono continuamente suicidi da queste parti.»
«Ma questo è diverso. Al corpo è successo qualcosa. Qualcuno lo ha toccato post mortem.»
«Cosa gli hanno fatto?»
«Gli hanno tagliato i capelli o, per meglio dire, rasati. Sulla nuca. Lo psicologo ci ha detto
che nel gesto c’è una componente ritualistica.» Caffery finì il Red Bull, schiacciò la lattina e se
la mise nella tasca della giacca secondo una tipica abitudine da sbirro: era tanto vicino alla
possibile scena di un crimine che faceva le cose in automatico. «’Ritualistico’ è il termine che ha
usato. Non ti scatta nessun campanello in testa?»
«Un campanello chiamato Operazione Norvegia?»
«Esatto. E questo mi ha indotto a riflettere. Ti sei mai chiesta se quel giorno ci sia sfuggito
qualcuno? Quando siamo entrati in quella casa. Sei sicura che abbiamo preso tutti? Non è
possibile che qualcuno sia scappato?»
Lei scosse la testa. «No. C’era un’inferriata alla finestra, una Sitex. Era piegata, ma non
abbastanza perché qualcuno potesse uscire.»
«E un bambino? Un bambino sarebbe potuto uscire di lì?»
«Un bambino? Che ci farebbe mai un bambino in un postaccio del genere?»
«Ricordi questa parola?» Lanciò un’occhiata dietro di sé, si girò e le bisbigliò all’orecchio:
«Tokoloshe».
«S-sì», rispose cauta Flea. «Certo. Ricordo che hanno travestito qualcuno perché
spaventasse a morte la gente, ma credevo che lo avessi preso.»
«No. L’uomo che abbiamo arrestato è troppo grosso per essere il Tokoloshe.»
Flea stava per mettersi a ridere, ma, quando si protesse gli occhi dal sole per guardarlo, si
accorse che non stava scherzando. Aveva sentito che alcuni agenti a Londra, dopo aver lavorato
a un caso riguardante il muti, avevano sviluppato una predilezione per l’Africa e ora andavano
in vacanza con la famiglia in Botswana e in Ghana, non a Margate. Avevano detto ai colleghi di
voler rispolverare vecchie nozioni in vista di un futuro nel campo della negoziazione ostaggi
con qualche agenzia di sicurezza come la Kroll, ma in realtà si erano innamorati del continente

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nero. Forse Caffery era come loro e aveva iniziato a credere a quelle fandonie. Le sarebbe
piaciuto ribattere, ma nelle forze di polizia c’era una tacita legge: mai far fare al tuo superiore la
figura del coglione. Socchiuse quindi gli occhi e tenne la bocca chiusa.
«Volevo chiederti una cosa», proseguì, «perché tutti i testimoni hanno detto che è uscito
dall’acqua come se fosse stato in immersione. Volevo sapere come possa aver fatto, secondo
te.»
Flea a quel punto abbassò le braccia. Ora capiva. Ora comprendeva cosa stesse succedendo.
I ragazzi avevano raccontato che era andata in narcosi e coinvolto Caffery per architettare lo
scherzo. Qualcun altro in acqua nella cava numero otto? Un mostro africano che sguazzava di
qua e di là? Sì, come no. Incrociò le braccia e lo osservò, cauta. «Mi devi credere
incredibilmente stupida.»
«Cosa?»
«Mi devi proprio credere un’idiota. Che tutto quello che faccio è…» S’interruppe. Aveva
appena scorto Wellard. Era impegnato a lavare gli stivali di gomma e non la stava guardando. Se
fosse stato uno scherzo, l’avrebbe osservata con attenzione e un sorrisetto furbo sulla faccia.
Quando si girò, capì dall’espressione di Caffery che neanche lui stava scherzando. Non era nel
suo stile. «Oh», osservò debolmente. «Parli sul serio, vero?»
«Sì.»
«Nessuno ti ha chiesto di farmi uno scherzo?»
«A proposito di che?»
«Niente.» No, quel giorno era arrivata a cinquanta metri. Una profondità eccessiva per una
persona senza attrezzatura. Wellard aveva detto che la superficie della cava era una lastra di
vetro. Era stata un’allucinazione. Succedeva sempre con la narcosi. Vedevi qualsiasi assurdità
partorisse la tua mente. E se Caffery credeva d’un tratto a quella roba, non aveva niente a che
fare con quello che aveva visto. Né con lei. Era un PTS, un problema tutto suo. «Sì, be’, è il tuo
lavoro. Il mio è consegnare questo corpo al coroner senza che vada perso niente.»
Caffery annuì. «Prima mi puoi prestare quella maschera?»
«Non vedrai niente.»
«Accontentami.»
Flea scrollò le spalle, andò al furgone dell’unità e prese due maschere pulite. Si
avvicinarono al veicolo con i finestrini scuri e la scritta AMBULANZA PRIVATA in giallo sulla
fiancata. Si protese all’interno e aprì il sacco. Ne uscirono un paio di mosche, grasse e stordite.
Detestava le mosche più di qualsiasi altra cosa, e la loro abitudine di deporre le uova nella
bocca, negli occhi, nelle orecchie, nei genitali e nelle narici, persino nell’ano dei cadaveri. Tutti
facili bersagli per i mosconi azzurri. Lucy non era diversa. Le larve avevano mangiato gran
parte della carne esposta e divorato qua e là la faccia, tanto che si vedevano i denti.
Caffery la guardò attentamente.
«Non c’è molto da vedere, vero?» La voce di Flea suonò attutita dietro la maschera.
Lui le indicò di chiudere la cerniera. Tornarono al furgone dell’unità, dove il fetore non
poteva raggiungerli, e si tolsero le maschere.
«Allora? Qual è la tua opinione professionale?»
«La mia opinione professionale?» Flea scoppiò a ridere. «È che oggi pomeriggio farai un
salto all’obitorio.»
«Insisto: qual è la tua opinione personale? Non penso che ti manchino le idee.»
«Sinceramente? Non guardavo quando abbiamo effettuato il recupero, ma non credo ci
fosse niente di insolito. Non sulla testa. Bisognerà toglierle tutta quella porcheria per esserne

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certi. Sai, non spetta davvero a noi esaminarle i capelli là, in mezzo ai campi, perciò fatti un giro
all’obitorio, signor Caffery.» Gli prese la maschera e la gettò nel furgone. «Penso che ci sarà il
Royal United di Bath. Oggi il patologo di turno è lì.»

31
8

«Signore?»
Flea avrebbe forse detto qualcos’altro a Caffery quel giorno. Avrebbe magari aggiunto
qualche dettaglio e le cose sarebbero andate in modo molto diverso se in quell’istante Stuart
Pearce, il pingue consulente per le ricerche che aveva richiesto l’ispezione della cava, non li
avesse interrotti.
«Signore? Signore? Vorrei scambiare due parole, per favore.»
Si girarono e lo videro attraversare il parcheggio. Sorrideva a Caffery e teneva un dito
sollevato quasi a sottolineare l’importanza della questione. Si fermò a pochi metri ansimando
per lo sforzo. Aveva una faccia molle, il collo grosso, scottato dal sole, e i capelli pettinati in
modo da coprire il principio di calvizie. Si rivolse a Caffery comportandosi come se Flea non
esistesse. «Lei è il capo, vero, signore?»
«No, se n’è andato. È alla stazione di Wells. Lo troverà lì tra una decina di minuti.» Caffery
fece per girarsi, ma Pearce non si lasciò scoraggiare.
«Là dentro c’è Lucy Mahoney?» Indicò il furgone del coroner che stava uscendo dal
parcheggio.
«Chi vuole saperlo?»
Pearce frugò in tasca ed estrasse un biglietto da visita. «Ero il consulente per le ricerche
quando è scomparsa. Oggi è il mio giorno di riposo, ma ho pensato fosse il caso di venire
quando ho sentito che avevano trovato un corpo.»
Ovvio, pensò Flea. Era proprio il tipo: un agente che aveva finito da poco l’addestramento,
nuovo del mestiere e pieno d’entusiasmo, con un tale bisogno d’essere coinvolto da presentarsi
al lavoro nei giorni liberi probabilmente senza paga. E tutto perché amava la gloria. Era quel
genere d’uomo che lasciava cadere per caso sul banco del bar il proprio documento dal
portafoglio quando ci provava con qualcuna, convinto che le donne fossero più inclini ad
aprire le gambe con i poliziotti.
«Comprenderà, immagino, ora che conosce la topografia della zona, che non avrei mai
inserito questo luogo tra i parametri di ricerca. Non avrei mai trovato Lucy Mahoney in base a
quel poco che avevo: era come cercare un ago in un pagliaio.»
«Non sprechi il fiato, amico», replicò Caffery. «Io qui sto solo cazzeggiando. Il caso non è
mio, è del distretto F. Io sono della MCIU.»
«MCIU?»
«La Major Crime.»
«Sì, so cos’è la MCIU.» Pearce si asciugò la fronte. «Allora si occuperà del caso Kitson. Ero
il consulente per le ricerche anche di quello prima che per il gran clamore vi venisse assegnato
dal distretto.»
Maledetto assetato di fama, pensò Flea. Le persone come lui adoravano le orde di reporter
attratti dal caso Kitson, i riflettori puntati sulla polizia. Dio, quel tizio non le andava proprio giù.
Più parlava, più la ignorava e più lei perdeva le staffe.

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«Ho sentito che siete riusciti a rintracciare il suo telefono grazie alla stazione base della
macrocella», disse. «Avete usato la squadra di analisi delle chiamate, vero?»
«Vedo che ha tenuto le orecchie ritte», osservò Caffery.
«Quel ripetitore rientrava nei parametri che ho tracciato, ma non era una buona area… non
era ben coperta da ripetitori.» Pearce si mise le mani sui fianchi e sollevò la testa guardando al
di là degli alberi, poi socchiuse gli occhi e fissò l’orizzonte nella direzione opposta. «Un posto
come questo sarebbe andato meglio. Se Misty Kitson si fosse trovata su quella ferrovia,
l’avremmo individuata in un lampo. Ma aveva il telefono spento, no?»
«Chi?» Flea sentiva l’irritazione insinuarsi nella voce di Caffery.
«Lucy Mahoney. Aveva il telefono spento, me lo ha detto il distretto. Curioso, vero? Di
solito gli aspiranti suicidi lo usano, il telefono. Fanno chiamate all’ultimo momento, anche solo
per sentire la voce di qualcuno, o mandano un messaggio prima di staccare la spina. Capite
perché il mio compito era difficile, no? Ha infranto tutte le regole.»
«Quali regole?»
«Tutte le regole del profiling geografico in blocco. Tanto per cominciare, guardate quanto è
distante la sua auto: ha dovuto camminare parecchio per arrivare qui. Perché non ha
parcheggiato più vicino?»
«Magari ha vagabondato in preda all’angoscia.»
«No. Gli aspiranti suicidi di solito sanno dove andare prima di partire. Comunque, ho
parlato con l’ex marito e mi ha detto che non conosceva questa zona. Non ha mai portato a
spasso il cane qui o roba del genere. Non c’è niente che la colleghi a questo posto. Voglio dire,
in genere i corpi dei suicidi si trovano a meno di ottocento metri da una strada. Lei dev’essersi
spinta ben più in là, giusto? E quelli che vogliono farla finita vanno in un punto sopraelevato.
Vanno a sedersi da qualche parte dove possono vedere tutto quello a cui dicono addio. Ma lei
no. Da quella massicciata non si vede niente. Ci sono stato. Ho dato un’occhiata.»
Flea ne aveva abbastanza. Fece un passo in avanti alzando la mano e sfoderando un bel
sorriso. «Salve!» esclamò con voce il più squillante possibile. «Si ricorda di me? Il sergente
Marley? Quella che ha effettuato gran parte delle sue ricerche?»
Lui la guardò con freddezza. «Sì.»
«Ieri ci siamo immersi nella cava. Lei non c’era.»
«Stavo valutando altri possibili siti.»
Pearce si girò verso Caffery, ma ormai Flea aveva iniziato e non si sarebbe fermata finché
non fosse riuscita a irritarlo. «Sì, be’, non c’è problema. Comunque non pensavo che si
trovasse là.»
«Ovviamente», replicò Pearce, pacato, lo sguardo sempre fisso su Caffery, «perché è una
veggente.»
«Come?»
«Sapeva che non si trovava nella cava, quindi dev’essere una veggente.»
Flea fece per ridere, ma si bloccò di fronte alla sua espressione. «Cos’ha detto?»
«Sono dovuto venire nel mio giorno di riposo per questa faccenda. E non è di grande aiuto
quando, nonostante la fatica e i sacrifici, nonostante tutti i profili e le mappe che tracci,
qualcuno si ostina a non crederti. È la seconda volta che lei mina la mia autorità.»
Flea sapeva naturalmente cosa intendesse Pearce: in quella stessa settimana avevano avuto,
secondo le parole di Wellard, «una discussione franca ed esauriente» sull’opportunità che la
squadra cercasse Misty Kitson in un lago vicino al centro di riabilitazione dove Misty si trovava.

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Flea non riteneva che si trovasse lì e lo aveva detto a Pearce. E probabilmente non l’aveva fatto
nel modo più garbato possibile. «Di nuovo Misty Kitson?»
«Lei ha deciso che non fosse nemmeno nel lago, non è così? È un po’ scoraggiante sentirti
dire che hai commesso un errore prima ancora di aver terminato le ricerche.»
«Però avevo ragione, no? Non era là. Dopo un po’ sviluppi un certo istinto. Non poteva
trovarsi in quel lago. Una donna del genere non si annegherebbe mai.»
«Ora mi dirà pure quali numeri giocare alla lotteria.»
«Con lei non riesco a ragionare, quindi penso d’aver finito qui.» Flea allungò un braccio
invitando il consulente a indietreggiare per poter passare, ma lui non si mosse né incrociò il suo
sguardo. Cercò di aggirarlo, ma Pearce si spostò leggermente bloccandola e continuando a
fissare Caffery, con un mezzo sorriso.
Flea tacque e lo guardò negli occhi. «Sa cosa?» Era calma. «Sono passati anni da quando mi
strappavo i capelli per casi come quello della Kitson solo perché la vittima era celebre. Sa
perché?»
«Perché?»
«Perché mi era venuto il vago timore che qualcuno mi considerasse un fottuto burattino dei
media. Ora…» Tacque per un istante respirando affannosamente. «…Vuole lasciarmi passare?
O devo darle uno spintone, maledetto idiota col riporto?»
Pearce dilatò quasi impercettibilmente le narici. Ci fu un istante in cui Flea pensò che
prendesse il coraggio a due mani e si facesse valere, ma alla fine non ne ebbe le palle. Si sfregò
il naso e si tolse di mezzo.
Lei emise un lieve verso gutturale di trionfo, si gettò l’asciugamano che aveva preso sullo
Sprinter sulla schiena, si voltò e arrancò verso il furgone della sua unità. Maledetti neofiti.
Probabilmente quello veniva dai corpi volontari. Lei comunque non aveva pazienza.
«Marley!» esclamò Caffery. Flea si limitò ad alzare la mano – in segno di saluto – e
raggiunse la squadra che stava gettando le ultime cose nel furgone. Salì sulla sua Focus, avviò il
motore e imboccò la strada. Il sole batteva sul parabrezza creando strani disegni nello strato di
polvere. Mentre il parcheggio scompariva nel retrovisore, si concesse un sorriso.
Devo darle uno spintone, maledetto idiota col riporto?
Bel colpo, ragazza. Alzò il volume del CD degli Arctic Monkeys ormai alla fine. Le piaceva
il modo in cui Caffery le aveva guardato il seno, come se non avesse nemmeno la maglietta,
come se vedesse attraverso la stoffa. Come se i suoi seni fossero rotondi, grandi e degni di
rispetto. Era una vita che qualcuno non la guardava così. Una vita davvero. Le sarebbe piaciuto
che accadesse di nuovo.
Scoppiò a ridere e aprì il finestrino. Maledetto idiota col riporto. Sì. Era fiera di quella
battuta, proprio fiera.

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9

Alla base erano tutti stanchi e accaldati. E ancora non erano riusciti a liberarsi del puzzo. Anche
dopo che si erano fatti una lunga doccia, che avevano decontaminato con cura le tute e infilato
la biancheria nei sacchetti ermetici, anche dopo tutte quelle misure, il cattivo odore sembrò
persistere. Quando salì in macchina per andare a casa, Flea non poté nemmeno escludere di non
averlo sui vestiti. Ai semafori rossi lo sentiva arrivare a zaffate dal colletto della T-shirt.
Avvicinò addirittura il viso per annusare meglio.
Era doloroso, triste, desolante pensare che l’esistenza di una donna si fosse ridotta a questo:
a un odore che gli altri cercavano disperatamente di levarsi di dosso. C’erano stati giorni,
soprattutto quando era da poco entrata nell’unità, in cui ogni cadavere di cui si era occupata le
sottraeva qualcosa della sua vita. Ma negli anni era diventata più concreta, e quel giorno si
liberò facilmente del pensiero di Lucy Mahoney mentre guidava con il finestrino aperto e la
campagna che sfrecciava via. Il telefono era posato sul cruscotto. Il numero di cellulare di
Caffery era nell’elenco dei contatti. Poteva chiamarlo in ogni momento. Poteva prendere il
telefono e chiamarlo.
Quando arrivò nella casa dov’era cresciuta, in cima a una collina che sovrastava la città
lontana di Bath, aveva fame. Era passato parecchio tempo da quando aveva fatto colazione.
Parcheggiò sulla ghiaia, scese e andò subito dietro per mettere il borsone con il suo kit nel
bagagliaio, pronto per il giorno seguente. Mentre stava per infilare la chiave, se ne ricordò: il
bagagliaio era bloccato. Era così da quattro giorni, da quando Thom le aveva chiesto in prestito
la macchina, la sera in cui era tornato ubriaco. La serratura emise uno strano bip elettronico e
sembrò scattare ma, quando Flea cercò di aprirlo, non ci riuscì. Inserì la chiave e la girò. Di
nuovo emise un clic e di nuovo non si aprì.
Mollò il borsone sulla ghiaia imprecando, si accucciò per poter esaminare la serratura e vide
che cosa la bloccava. Incastrato nel meccanismo c’era un pezzetto di stoffa. Lo tirò pensando
che vi si fosse impigliata una delle sue tute, ma la stoffa era diversa: morbida, vellutata, non
lucida. Si scostò, perplessa. Sfiorandolo con le dita cercò di ricordare che cosa avesse messo là
dentro, poi notò qualcosa che sembrò rallentare il tempo.
L’odore.
Fissò la serratura. Annusò l’aria. Ora che ci pensava, l’auto puzzava già dal mattino, quando
era andata al lavoro. E anche il giorno prima. Forse il fetore nella loro sede non era affatto
colpa della squadra. Forse avevano pulito correttamente l’attrezzatura. Aveva parcheggiato la
macchina vicino al condizionatore. L’odore poteva essere stato risucchiato nell’edificio dal
bagagliaio.
Quattro sere prima Thom era andato in auto a una riunione.
Cazzo, cazzo, cazzo, pensò. Thom? Quella sera eri fuori di te. Troppo fuori di te. Era
davvero solo per la sbronza e l’auto della polizia che ti sei tirato dietro?
Si raddrizzò e si allontanò dalla macchina. Controllò il giardino, il vialetto d’accesso. La
casa dei suoi era su una collina isolata, ma c’erano i vicini, gli Oscar, che spesso la osservavano
dalle finestre sopraelevate rispetto al vialetto. Quel giorno tuttavia non c’era nessuno. Che

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fortuna! Si avvicinò a testa bassa al portone del garage e lo spalancò. Tornò quindi all’auto e si
mise al volante. Dentro, l’odore l’assalì di nuovo. Come diavolo aveva fatto a non accorgersene
per tutto quel tempo?
Girò la macchina sotto il muro enorme degli Oscar ed entrò in retromarcia in garage
sollevando schizzi di ghiaia dappertutto. Il garage era a tre posti ma anche quando erano vivi i
suoi nessuno lo usava. Lungo le pareti erano ammassati gli oggetti che ogni famiglia si lascia
dietro: vecchi tosaerba, una vasca vittoriana di ghisa, cesoie arrugginite, un congelatore, una
tenda arrotolata, alcune vecchie bombole da sub del padre in fila in un angolo. C’era appena lo
spazio sufficiente per la Focus. Il fumo di scarico invase il locale avvelenando l’aria.
Spense il motore, scese e richiuse il portone con il catenaccio interno, tutto arrugginito
perché nessuno lo aveva mai usato. In un mucchio di attrezzi accanto al portone c’era un piede
di porco. Lo prese e lo infilò con cura sotto la serratura del bagagliaio, poi si bloccò. Una parte
di lei non voleva sapere. Inspirò a fondo e fece forza sul manico. Il bagagliaio si spalancò
accompagnato da una ventata fetida. Dentro c’era un cadavere gonfio.
«Merda.» Lo richiuse con forza e indietreggiò di un passo mollando il piede di porco, che
cadde rumorosamente per terra. «Merda.» Alzò le mani e lo fissò con il respiro affannoso. Che
diavolo aveva combinato Thom?
Strinse le mani a pugno e le riaprì. Recuperò il piede di porco e riaprì il bagagliaio,
tenendosi bene indietro quando scattò.
Era una donna. Stesa sul fianco, con il braccio sinistro sotto e il gomito destro sul volto,
piegato in modo innaturale. Indossava un cappotto di velluto porpora e un abito verde neon
con una cintura alla vita. Nei quattro giorni in cui il sole l’aveva cotta lentamente là dentro, gli
arti erano diventati grossi e lucidi, tanto che le cinghiette dei sandali argento con i tacchi alti
erano scomparse nella carne. Da quel poco che vide del suo volto Flea notò che aveva gli occhi
sporgenti e le labbra maculate, come quelle di una rana.
Richiuse il bagagliaio ed entrò tremando in casa dalla porta laterale. La chiuse con un calcio
e si accasciò per terra, la schiena contro il muro. Appoggiò le braccia sulle ginocchia e abbassò
il volto fissandosi assente le gambe fasciate dai pantaloni blu scuro. Era assurdo,
completamente assurdo.
Dopo un po’ si rialzò e andò di stanza in stanza prendendo diverse cose finché non recuperò
tutto l’occorrente: carta da pacchi, nastro, una delle maschere facciali che a volte la squadra
usava per il recupero dei corpi, i guanti interni blu che indossava per immergersi in acque
inquinate.
Tornata in garage – adesso l’odore era insopportabile e c’erano già alcune mosche che
ronzavano attorno al bagagliaio – salì su una scatola e attaccò la carta da pacchi alle finestre
oscurandole bene perché nessuno, alzandosi in punta di piedi, potesse sbirciare dentro. Poi
indossò maschera e guanti e si avvicinò al bagagliaio. Si fermò per fare alcuni respiri e
asciugarsi la fronte con l’avambraccio, poi lo riaprì.
Il corpo era ancora là. Ovvio. Non era certo in grado di alzarsi e di andarsene. Si avvicinò di
più. Si sforzò di guardare. Il rumore del suo respiro era forte nella maschera.
La donna sembrava giovane, sui venticinque anni, le unghie ben curate, le meches, un paio
di preziosi cerchi d’oro ai lobi. Il braccio era posato su un orecchio come se cercasse di
proteggersi. Il cappotto copriva la serratura e si era in parte impigliato nel meccanismo. Flea lo
osservò attentamente chiedendosi dove lo aveva già visto. Forse era una delle ragazze di Thom?
Le sollevò il gomito, attenta a non strappare la stoffa. Su quel lato del volto non c’erano
lesioni. Sotto, il braccio aveva un lungo graffio. Premendosi di più la maschera contro il naso,

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Flea si chinò per esaminarlo. Nella pelle era conficcato qualcosa di nero e di duro: sembrava un
grumo di sassolini. O catrame. In un angolo della sua mente cominciò a prendere forma
un’idea.
Abbassò con cura il braccio della morta e si accostò al muso dell’auto. La Focus era
appartenuta ai suoi genitori: la loro priorità nella vita era sempre stata conoscere il mondo, non
quella di avere una bella macchina. Era dunque un’auto molto usata e tutta ammaccata. Però…
Si accucciò vicino al faro anteriore per esserne certa: era piuttosto sicura che quella botta non ci
fosse prima che Thom la prendesse in prestito.
La studiò con attenzione. Aveva visto molti incidenti stradali. Soltanto il mese scorso
l’avevano svegliata alle due del mattino per estrarre un corpo dalla carcassa di un’auto: una
madre trentaseienne di tre bambini era andata a schiantarsi contro il guardrail di un’autostrada.
Era ancora viva e illesa, parlava con tutti sul luogo dell’incidente, ma era bloccata nell’abitacolo
come un maiale sullo spiedo. L’incendio divampato dal motore l’aveva arsa viva. Flea era stata
quella che ne aveva estratto il corpo privo di pelle e lo aveva caricato sul furgone del coroner.
Nessuno aveva fatto l’ovvia osservazione che sembrava di assistere a una lezione d’anatomia,
con tutti quei muscoli in vista. Sì, sapeva qualcosa di quello che un’auto poteva fare a un corpo
umano. E anche di quello che un corpo umano poteva fare a un’auto.
Si raddrizzò, andò dall’altro lato della Focus e controllò portiere e predellini in cerca di
qualcosa di insolito. Studiò il cofano, le ruote, i finestrini, attenta a non toccare nulla. Si alzò
quindi in punta di piedi e vide subito ciò che cercava. Sul tetto, proprio in corrispondenza del
sedile del guidatore, c’era un’ammaccatura di una sessantina di centimetri di diametro con sopra
una piccola mezzaluna di sangue raggrumato. Nella sua mente visualizzò un corpo volare in
aria, lo vide roteare alla luce della luna, rimbalzare sul tetto e atterrare sulla strada, con il
catrame e il terriccio che si conficcavano nella pelle. Quella sera Thom era ubriaco.
Tornò al bagagliaio e infilò le mani nelle tasche dell’abito della vittima. Vuote, come anche
quelle del cappotto. Poi sentì qualcos’altro, incastrato proprio sotto i fianchi. Frusciava ed era
freddo a contatto con le sue dita protette dai guanti. Girò la testa dall’altra parte perché
ogniqualvolta muoveva il corpo veniva investita dal puzzo prodotto dalla decomposizione,
strinse l’oggetto tra pollice e indice e lo tirò piano. Con sua sorpresa si mosse facilmente, sfregò
per qualche istante contro i vestiti e uscì fuori tanto in fretta che Flea indietreggiò di un passo.
Era una borsetta, tutta ricamata con paillette grandi e sfaccettate che dondolando riflettevano
la luce. Dalla linea e dalla stoffa capì che era costosa. Aprì la chiusura e sbirciò dentro.
Conteneva perlopiù cosmetici. Li dispose con cura sul pavimento del garage: un tubetto di
correttore Benefit con il disegno di una ragazza degli anni Cinquanta al telefono, una bustina di
crema scintillante per il corpo Hard Candy, un rossetto Chanel colore «Boudoir», prodotti di
bellezza che Flea non si sarebbe mai potuta permettere anche se li avesse desiderati. Più in
fondo c’era un Tampax compak avvolto in un involucro di plastica verde, un blister di
paracetamolo mezzo vuoto, alcune banconote ripiegate, tenute da un fermaglio diamantato. Mise
tutto per terra e tastò con il dito l’interno della borsa. C’era una manciata di spiccioli e basta.
Solo un pugno di monetine di rame e un po’ di polvere. Niente documenti.
Stava rimettendo tutto dentro quando qualcosa la indusse a fermarsi. Era il fermaglio
diamantato. Da un lato era liscio, dall’altro i bijoux formavano una lettera. La fissò. Era una M.
La lettera M.
Le mancò il fiato. Si sedette sul pavimento e reclinò la testa cercando di respirare. Ecco
dove aveva già visto quel cappotto. Non addosso a una delle ex ragazze di Thom, ma sul
lavoro. La foto di un capo identico era stata distribuita a tutti i poliziotti quel mattino.

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Inquadrato insieme a un vestito verde e a un cellulare, disposti con ordine su un tavolo. Ce
n’era persino una appesa alla bacheca sopra la sua scrivania.
Gettò il fermaglio, si alzò e con un calcio aprì la porta per entrare in casa. Andò in bagno, si
accovacciò davanti al water e vomitò. Continuò a rigettare finché dalla bocca le uscirono solo
fili di bava brunastra. Dopo rimase là per un po’, con una mano sull’asse e l’altra sui capelli, a
sputare saliva per liberarsi di quel sapore e a fissare assente il flacone di Toilet Duck posato per
terra dietro il tubo a gomito.
Non era il tanfo di quel povero essere deforme nel bagagliaio a farla vomitare,
assolutamente no. Era la M sul fermaglio. La M di Misty.
Misty Kitson. La fidanzata del calciatore scomparsa.
Flea sputò di nuovo, si sedette sui talloni e si pulì la bocca. Thom era in guai più seri di
quanto non avesse immaginato.
E lei non sapeva che fare.

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10

Quando Caffery arrivò all’obitorio, il corpo di Lucy Mahoney erano già sul tavolo centrale,
illuminato dalle luci intense. Gli enormi ventilatori inseriti nel soffitto e nel pavimento
risucchiavano, rumorosi, l’aria dall’esterno per eliminare il fetore. Il telo macchiato di marrone
in cui avevano avvolto il cadavere era steso su un altro tavolo; sopra c’erano alcune larve che si
contorcevano e strisciavano le une sulle altre.
Caffery infilò guanti e soprascarpe, entrò nella sala, si accovacciò alla testa del tavolo e
studiò il groviglio di capelli.
«Lei è il detective Caffery, giusto?»
Jack alzò lo sguardo. A un passo da lui, in piedi, c’era il detective del distretto, un uomo che
sembrava passare parecchio tempo davanti allo specchio ogni mattina. Aveva le mani in tasca ed
evitava di guardare il corpo. Era un caso di suicidio ma Lucy era una donna e, secondo il
protocollo, all’autopsia doveva presenziare un ufficiale del CID, il Criminal Investigation
Department, che avesse almeno il grado di ispettore, per prevenire stupri e aggressioni sessuali.
Dalla sua espressione Caffery capì che non era molto contento d’essere lì.
«Ci siamo incontrati a quella riunione sulle strategie d’indagine a Taunton, ricorda?»
Caffery si raddrizzò. «Sì», mentì. «Che piacere rivederla. Come va?»
«Bene.» L’uomo fece tintinnare gli spiccioli che aveva nelle tasche, sempre senza guardare il
corpo. «Ma la Major Crime? Per un suicidio? C’è qualcosa che dovrei sapere?»
«Niente.»
«Nessuno mi ha avvertito.»
«Non si preoccupi. Dimentichi la mia presenza.»
«Mi piacerebbe solo essere informato, tutto qua.»
«Salve, ragazzi.» Si girarono entrambi. Sulla soglia c’era il patologo, che si infilava i guanti
di lattice e li studiava. Beatrice Foxton. Caffery la conosceva da Londra: erano tutti e due in
fuga dalla MET. Beatrice era una donna formidabile sulla cinquantina abbondante, nonché
incredibilmente bella. Fumava, beveva, andava a cavallo e faceva trekking in posti come
l’Uzbekistan. Aveva una pelle perfetta, due occhi azzurro fiordaliso e una chioma folta, lunga,
grigia e ondulata.
«Che fortuna, due uomini!» esclamò infilandosi il secondo guanto. Se lo sistemò con cura e
sfoderò un sorriso malizioso, molto seduttivo. «Bene, chi è il primo?»
Caffery le rivolse un lieve sorriso. «Beatrice, sei sempre la solita.»
«Davvero, Jack. Mi ritengo offesa. Intendevo dire chi dei due viene prima? Vedo due
detective. Non so con chi sto lavorando. Devo chiederlo.»
«Con lui», rispose Caffery indicando la sua controparte.
Beatrice guardò l’uomo con freddezza, poi fissò Caffery inarcando un sopracciglio. Lui capì
cosa stesse pensando: si chiedeva che diavolo volesse la MCIU in un caso di suicidio. Ma non
fu tanto stupida da domandarlo. «Ok, ok, venite.» Si infilò i lunghi capelli grigi in una cuffia da
chirurgo decorata con i personaggi di SpongeBob e chiamò i tecnici. «Iniziamo?»

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Quando la porta si chiuse, si contesero lo spazio: il funzionario dell’ufficio del coroner, il
detective del distretto, il fotografo, che si era sistemato alla testa del tavolo e chiacchierava a
bassa voce con un tecnico della Scientifica. Due addetti dell’obitorio si misero vicini e Caffery
trovò posto a destra, in un punto in cui poteva appoggiarsi a un altro tavolo con le braccia
conserte. Quando era alla Omicidi alla MET, aveva assistito a parecchie autopsie e imparato ad
affrontarle. A non pensare all’essere umano che un tempo quel corpo era stato, a vedere la
carne decomposta e non la persona. I resti dei capelli a volte non aiutavano, a volte scatenavano
qualcosa, il vago ricordo che si trattava di persone, ma in genere riusciva a non far caso
nemmeno a quelli.
Il detective del distretto si era sistemato accanto ai lavandini, il più lontano possibile dal
tavolo, e simulava indifferenza. Si metteva in bocca mentine extra forti e lanciava occhiate
diffidenti a Caffery, il volto lucido di sudore.
Beatrice spostò il microfono fissato al braccio mobile sopra il tavolo, vicino alla sua bocca.
Disse la data, l’ora, il luogo e i nomi dei presenti. «Ho di fronte i resti di una donna che si
presume sia…?» Guardò il detective.
«Uh… Lucy Mahoney.» Distolse lo sguardo dal corpo, dagli abiti impregnati di fluidi
brunastri e si costrinse a guardare Beatrice. «Così riteniamo. Data di nascita, zero due zero uno
settantotto. Era scomparsa da quattro giorni.»
«Dovrei anche cercare di identificarla?»
«Un parente ha identificato gli abiti. L’ex marito. Ma non è…» Indicò quello che restava
della faccia della morta «… in condizioni tali da poter essere identificata.»
«Abbiamo una descrizione personale?»
«Al momento l’ex marito è un po’ provato. Stiamo cercando di contattare l’agente che
teneva i rapporti con la famiglia dopo la denuncia di scomparsa sperando che abbia qualcosa
nel file, qualcosa di più dettagliato. Ma guardando il lato positivo, non dobbiamo aspettare i dati
odontoiatrici dal suo dentista perché il dipartimento dell’ospedale li ha nel database, in quanto
due mesi fa è stata sottoposta a un’estrazione in anestesia. Pensate un po’ che fortuna!
Dovrebbero arrivare da un momento all’altro.»
«In questo caso, se non è più in rigor mortis…» Beatrice spense il microfono, sollevò la
mano di Lucy Mahoney e le piegò il braccio «…come – ah, sì – in effetti è… è bella flessibile,
quando avremo finito farò alcune radiografie bitewing e periapicali. Eviteremo al suo povero ex
il trauma di doverla guardare.»
Beatrice riaccese il microfono e controllò il display digitale della bilancia.
«Vestito, il soggetto pesa cinquantacinque chili. Come al solito attenzione però perché la
decomposizione è avanzata, perciò sarebbe folle a mio parere considerarlo un dato affidabile
del suo peso prima della morte.» Guardò il personale. «Fester? Lurch?» Caffery la osservò con
un mezzo sorriso sulle labbra. Non aveva mai conosciuto una persona come lei. Qualsiasi
autopsia facesse, in qualsiasi obitorio, chiamava sempre i tecnici Fester e Lurch. E le andava
sempre liscia. Incredibile. «Spostatela un po’.»
I due mossero il corpo in modo da collocare quanto restava del collo di Lucy sul
poggiatesta. Beatrice girò lentamente attorno al tavolo parlando nel contempo al microfono e
chinandosi di tanto in tanto per ispezionare i particolari che attiravano la sua attenzione. «La
defunta indossa una gonna lunga verde di velluto, una camicetta floreale, una maglia di lana a
strisce, collant a strisce, scarponcini con i lacci, anch’essi con un disegno di qualche tipo. Gli
abiti sono stati fotografati e catalogati, perciò ora mi accingo a rimuoverli.»

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Tagliò con calma la gonna e la staccò nei punti in cui aderiva alla pelle, poi passò alla
camicetta fradicia. Usò un gancio per togliere il reggiseno, tanto si era conficcato nella carne
della donna. Sotto i vestiti la carne di Lucy era diversa, non nera e ricoperta di larve ma dura e
unta, di un blu uovo d’anatra. Rimossi tutti gli abiti, Beatrice li passò al responsabile della scena
del crimine, che controllò che ogni capo venisse inserito correttamente in una busta ed
etichettato. In tasca, Lucy aveva le chiavi di una porta, e basta. Non aveva borsetta, denaro né
cosmetici.
«Dov’è stata trovata?»
«Vicino a una ferrovia.»
«In una zona urbana?»
«Rurale.»
«Le è andata bene», commentò Beatrice. «Non è stata trascinata di qua e di là. A volte mi
arrivano in venti sacchi diversi: non immaginereste mai come le volpi sparpaglino in giro i resti
di un corpo. Sembra quasi una caccia al tesoro. Vi ricordate di quella donna nel campo di golf a
Beckenham? Hai seguito tu il caso, Jack, se ricordo bene. Ci sono voluti sei uomini e un giorno
intero per ricomporla, e mancavano ancora dei piccoli pezzi. Però dobbiamo considerare che
anche le volpi devono mangiare.» Si chinò e si rivolse al corpo. «Bene, tesoro. Ti sposterò solo
un po’.» Lo sollevò prendendolo per i fianchi e guardò sotto. Dalle natiche flaccide e giallastre
colò lentamente un liquido. «Qui ci sono parecchi artefatti post mortem.»
Caffery si avvicinò di un passo. «Post mortem?»
«Non è molto chiaro, ma vedi qui? Sulla superficie posteriore del tronco ci sono alcune
escoriazioni.» Con il dito protetto dal guanto indicò una zona della pelle. «Formiche, direi, o
qualche altro insetto.»
Beatrice abbassò il corpo e controllò lentamente la superficie delle cosce, del ventre e delle
braccia, sfiorando la pelle con le dita e fermandosi a controllare ogni punto. Prese una mano, la
sollevò e si accucciò fino a porsi alla stessa altezza del tavolo per esaminare l’ascella di
Mahoney. Un particolare attirò la sua attenzione. Spostò la piccola lampada a collo d’oca in
modo da illuminarlo.
Il detective del distretto avanzò di un passo. «Che c’è?»
«C’è una piccola ferita.»
La tastò, poi scosse la testa per indicare che non aveva importanza. «Un intervento
chirurgico. Non recente, forse risalente a uno, due anni fa. Non è un gran parametro
identificativo, neanche a livello secondario, ma potrebbe essere presente nella descrizione
personale. Se non arrivano i dati dentali, abbiamo almeno qualcosa.»
«Che genere di intervento?»
«Mininvasivo: probabilmente di chirurgia toracica endoscopica. Potrebbe essere una
lobectomia per un cancro polmonare o qualcosa del genere. Forse è l’incisione di una biopsia.
È un taglio netto, preciso. Fatto da mano molto più abile di quella che le ha praticato il
cesareo.» Si raddrizzò e passò un dito sul bacino della donna. «Proprio un pessimo lavoro.
Sparate all’ostetrico, dico io. E queste cicatrici? Sono molto più importanti.» Girò la mano
sinistra di Lucy e studiò la parte interna del braccio. «Incisioni sul polso destro. Sul polso
sinistro invece una ferita ha reciso parzialmente l’arteria radiale. Una seconda quella ulnare.»
Il braccio di Lucy non presentava ferite trasversali ma longitudinali, dall’alto in basso. Ora i
lembi sembravano carne secca e negli squarci si vedeva la complicata rete di vasi e nervi. I tagli
non andavano da un lato all’altro. Caffery li aveva già visti: era il modo più efficace per porre
fine alla tua vita. Si chinò, le mani sulle ginocchia, e sbirciò di nuovo tra i capelli.

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«Quindi faceva sul serio», osservò Beatrice. «Almeno su questo polso. Sul lato destro, come
prevedibile, non è stata altrettanto violenta. La seconda ferita è aperta. Ha tagliato il legamento
volare ed esposto il legamento trasverso del carpo e il tendine flessore delle dita.»
«C’era un flacone di pillole accanto al corpo», disse il detective. «Temazepam. E un coltello
Stanley.»
«Lo Stanley ci sta. Per fare queste incisioni ci vuole una lama con manico: devi fare
abbastanza pressione, e se si fosse trattato di un rasoio, le sarebbero rimasti dei tagli sulle
dita…»
Caffery impiegò qualche istante prima di accorgersi che Beatrice aveva smesso di parlare.
Alzò lo sguardo e scoprì che lo stava fissando, corrucciata. La donna posò la mano di Lucy
Mahoney, girò attorno al tavolo e si fermò molto vicino a lui, per potergli parlare all’orecchio
senza che gli altri sentissero.
«Jack», bisbigliò, «sono stata cortese con te, non ti ho fatto domande, non ho fatto storie
quando ti sei infilato qui dentro a rubarmi spazio, ma se stai cercando qualcosa, perché non me
lo dici e basta?»
Lui lanciò un’occhiata al collega, si raddrizzò e avvicinò il viso a quello di Beatrice.
«Pettinale i capelli, vuoi, Beatrice? Pettinaglieli e lavaglieli. Controlla se sono stati tagliati», disse
a voce bassa.
«Tagliati? In che modo? Da un parrucchiere di grido?»
«Con un colpo secco, con le forbici, con un rasoio. In qualsiasi modo anomalo.»
Beatrice gli rivolse un’occhiata lunga, curiosa, poi si girò verso un tecnico. «Fester?
Pettinale con cura i capelli, tesoro. E poi sciacquali.»
Il tecnico fece come indicato. Passò un pettine tra i capelli di Lucy Mahoney e controllò i
minuscoli frammenti caduti sulla carta che vi aveva posto sotto. Posò quindi quest’ultima sul
carrello delle prove e sciacquò i capelli con la piccola manichetta del tavolo settorio.
Beatrice e Caffery si chinarono sulla testa della donna. Ripuliti, i capelli di Lucy erano di un
castano-rossiccio. Le ricadevano disordinati in lunghe ciocche bagnate. Non c’erano né tagli né
aree rasate.
«Non è quello che t’aspettavi?» gli domandò.
«Grazie, Beatrice.» Caffery si tolse i guanti e si voltò verso la porta. «Cercherò di non
funestarti più la giornata.»

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Pur essendo minuta, Flea, con l’uniforme da combattimento della polizia addosso, una maglietta
bianca pulita e un paio di occhiali scuri per nascondere gli occhi rossi, incuteva rispetto mentre
bloccava l’accesso del vialetto. Non appena la vide, il tassista si fermò. Lei alzò la mano e si
infilò dritta sul sedile posteriore. Nessuno, pensò cupa, si sarebbe avvicinato in macchina
all’ingresso di casa sua per un bel po’.
Era un pomeriggio caldo e il tassista aveva acceso il condizionatore, ma dopo poche
centinaia di metri iniziò ad annusare l’aria. Flea, seduta dietro con un’espressione
imperturbabile, le braccia incrociate e i piedi ben piantati sul fondo, sollevò lo sguardo e si
accorse che l’uomo la stava guardando nel retrovisore. Lui annusò di nuovo e socchiuse gli
occhi, insospettito, cercando di osservarle i vestiti nello specchietto. «Va in qualche bel posto?»
chiese con tono calmo. «In qualche bel posto in questa bella giornata?»
«No.» Flea aprì il finestrino per fare entrare un po’ d’aria. «Non vado in nessun bel posto.
Vado a trovare mio fratello.»
Prese il telefono. Lo aveva già chiamato sei volte. E ogni volta lui aveva lasciato che
scattasse la segreteria. Riprovare non aveva senso. Avrebbe potuto chiamare il più vecchio
amico di suo padre, Kaiser, ma l’uomo era sempre stato in disaccordo con Thom. Comunque,
negli ultimi giorni si era appoggiata fin troppo a lui. Posò il telefono sulle ginocchia e
sprofondò nel sedile. L’aria che entrava era dolce, calda, fragrante di ranuncoli. Sapeva di
Occidente, del mare al di là di Bristol e del Galles. Conosceva quelle stradine da una vita. Era
cresciuta lì, con la vista delle sette colline sacre, delle ville georgiane di Bath annidate tra di esse,
della Sally-in-the-Wood in lontananza e ancora più in là della valle dell’Avon.
Pensò a Thom, a quanto tutti si erano preoccupati per lui quando era bambino. Era
sottopeso e troppo piccolo per la sua età. Si ammalava facilmente, aveva imparato a camminare
tardi e sembrava sempre trovare la via più diretta per mettersi nei guai. Mamma e papà avevano
dovuto far appello a tutte le loro forze per essere pazienti con lui. E non sempre ci erano
riusciti.
Si ricordò di un giorno in cui era arrivata dal giardino, passando dal sole alla frescura. Era
in vacanza e la casa era silenziosa, il che l’aveva indotta a esitare e a salire quindi senza far
rumore. Aveva trovato prima sua madre, seduta sul bordo del letto nella grande camera
matrimoniale. Indossava un paio di short e di sandali verdi Scholl e si stava guardando allo
specchio. Con le lunghe dita bianche si teneva una cuffia premuta sulle orecchie e dalla sua
postura, dalla tensione delle mani, dai piedi contratti negli zoccoli capì che non era il caso di
avvicinarsi. Poi Jill Marley l’aveva guardata, inespressiva. Si erano fissate per quasi un minuto,
dopodiché si era voltata di nuovo verso lo specchio.
La porta della camera di Thom, dall’altra parte del pianerottolo, era semiaperta. Flea si era
accostata in punta di piedi e dentro aveva visto una scena insolita. Papà era nel centro della
stanza, in ginocchio. Thom, che a quel tempo aveva circa otto anni, era in piedi poco lontano,
rivolto verso di lui. Non stavano parlando e non si muovevano, si fissavano soltanto. Papà
aveva quell’aria che a volte assumeva quando era deciso a fare qualcosa, come se pensasse di

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poter perforare un monte con la forza dello sguardo. All’inizio Flea aveva creduto che stessero
parlando, poi aveva capito che quello non era un dialogo ma un atto di violenza.
David Marley aveva inspirato, chiuso gli occhi e dato uno schiaffo al figlio. Non era il
primo di quel pomeriggio, Flea lo sapeva. Aveva capito che la cosa andava avanti da parecchio:
papà fissava Thom, Thom ricambiava lo sguardo e dopo vari secondi papà alzava la mano e lo
schiaffeggiava. Aveva capito che cosa stava accadendo. Papà voleva spingerlo a reagire, ma lui
non lo avrebbe fatto. Avrebbe anche potuto dirgli che stava perdendo tempo. Thom restava in
piedi con la bocca semiaperta e lo sguardo fisso nel vuoto. Non avrebbe reagito. Non avrebbe
pianto. Così era Thom: irritante, freddo, distaccato. E poco sveglio.
Adesso era l’unica persona che le rimaneva al mondo. Morti mamma e papà, Thom era il
legame con un’infanzia che faticava a convincersi di aver avuto davvero.
Dopo l’incidente dei genitori Thom si era rifiutato di tornare nella casa di famiglia con lei e
ora viveva in una villetta a schiera alla periferia di Bristol. Identica alle altre della via, aveva i
muri esterni piastrellati e vetri piombati a rombo alle finestre; sulla soglia ben spazzata c’era una
bottiglia vuota del latte con attaccato un biglietto. Thom non riusciva a trovare un impiego da
anni e negli ultimi tempi si dedicava alla cura della sua casetta mentre la fidanzata andava al
lavoro. Thom, il povero, incapace Thom, tanto sprovveduto da non saper affrontare il mondo.
E tanto, tanto stupido.
«Dovevi chiamare prima.» Suo fratello socchiuse la porta mostrando solo la faccia. «Perché
non l’hai fatto?»
«Ho chiamato», sibilò lei. «Avevi il telefono spento.» Avanzò e spinse la porta aspettandosi
che la lasciasse passare, ma non lo fece. «Thom. Sai perché sono qui.»
«È stato un incidente», mormorò lui. «Un incidente.»
«Fammi entrare.»
«È stato un incidente… Non volevo. È sbucata fuori dagli alberi. Era una strada dove non
era indicato un limite di velocità. Non sono riuscito a evitarla.»
«Dobbiamo parlare. Fammi entrare.»
«Mandy torna tra poco.» Thom prese un fazzoletto dal taschino della camicia e se lo passò
sugli occhi e sulla bocca. «Vorrà il suo tè…»
Flea spalancò la porta ed entrò superandolo. «Non m’importa di Mandy. Dobbiamo parlare.
Ora. Vieni.»
Andò nel soggiorno con il vaso di fiori di plastica e i ninnoli di vetro sul tavolino, tutti
puliti, spolverati e al loro posto. Ti potevi specchiare nello schermo del televisore tanto era
lustro. Non era affatto come la casa trascurata di mamma e papà. Thom non era affatto un
Marley.
Dopo un po’, quando capì che non se ne sarebbe andata, la seguì.
«Siediti», gli disse.
Lui lo fece, obbediente, sistemandosi sul bordo di una poltrona. «Allora? Vuoi
denunciarmi?»
«No.»
«Perché?»
«Perché sono un’idiota, troppo buona e tanto demente da interessarsi a te, inutile pezzo di
merda.»
«Ok, forse mi merito gli insulti.»
«Sì. Non ti rendi neanche conto del casino che hai combinato.»

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Lui si agitò sulla poltrona evitando di incrociare lo sguardo della sorella. Indossava il suo
bel paio di pantaloni di velluto a coste, una camicia a scacchi e un pratico pullover marrone. Era
molto biondo e molto pallido, con le orecchie un po’ a sventola che gli conferivano un vago
aspetto da nerd. Impossibile credere che avesse ucciso una donna, anche involontariamente, e
non lo avesse detto a qualcuno: che l’avesse raccolta con freddezza, caricata nel bagagliaio e
avesse guidato fino a casa di Flea.
«La conoscevi?»
«Te l’ho detto. Mi è spuntata davanti. Stavo guidando e un attimo dopo era già tutto finito.
Sono stato preso dal panico, Flea. È stato soltanto panico.»
«Ma sai chi è, vero?»
«Seguo i telegiornali, tutti i santi giorni.»
«Sai che non smetteranno mai di cercarla. Andranno avanti come mastini.»
«Lo so.»
«Non posso credere di stare parlando di una cosa del genere», osservò Flea con un sospiro.
«Non so proprio che fare.»
In bocca aveva un sapore che non pensava si sarebbe mai levata. Si sedette sul divano di
fronte a lui e lo fissò con le braccia incrociate. «Ok. Allora, come ho detto, non andrò alla
polizia.»
«No?»
«No. Ma ci andrai tu.»
Thom si appoggiò allo schienale e sospirò.
«Senti», proseguì lei sollevando una mano. «Ti ricordo quello che è successo, va bene? Sei
depresso. Sei davvero malato da quando mamma e papà non ci sono più. Abbiamo le cartelle
dei medici che lo dimostrano.»
«Da quando sto con Mandy mi sento meglio. Le cose stavano migliorando.»
«Tu sei depresso. E quella sera mi hai chiesto in prestito l’auto perché stavi per scoppiare.
Volevi andare da qualche parte solo per riordinare un po’ le idee. Non eri ubriaco ma
piangevi… questo lo hai ammesso. Eri addirittura isterico. Per strada hai investito qualcosa. Sul
momento hai creduto fosse un animale, ma poi, quando ci hai riflettuto, quando hai visto i
titoli, hai iniziato a chiederti se…»
«Oh, cazzo.»
«Thom, è l’unica via. I tuoi documenti sono a posto, vero? La patente?»
«Sì.»
«La mia assicurazione è a prova di bomba, prevede che tu possa guidare la mia auto, e la
macchina è in perfette condizioni, ha passato la revisione appena un mese fa. Siamo in una
botte di ferro. Otterremo una perizia psichiatrica, chiederemo la seminfermità mentale o il
riconoscimento dello stato di malattia o comunque lo chiamino oggi, e non ci sarà un solo
giudice in questo paese che ti sbatterà dentro. È più probabile che ti sottopongano a un
trattamento sanitario. Che ti inseriscano per un po’ nel circuito delle valutazioni psichiatriche
finché un giorno i riflettori si spegneranno e qualcuno ti espellerà dal sistema.»
Thom sollevò le esili mani e si massaggiò le tempie. Le vene spiccavano, blu, sotto la pelle.
«La prima cosa da fare è riportare il corpo.»
«No, ti prego, no. Quello no.»
«Lo riporteremo dove è avvenuto l’incidente. Lo lasceremo lì per un paio di giorni perché
gli animali selvatici lascino il segno. Dobbiamo distruggere certe prove e crearne delle altre. Nel
frattempo ti farai ricoverare in un centro per disturbi mentali.»

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«Ricoverare?»
«Dobbiamo costruire un caso psichiatrico. Dobbiamo fare un po’ di ricerche per capire
come sia meglio agire. Ma prima dobbiamo riportare il corpo.» Si alzò. «Subito. Prenderemo la
tua macchina. Devi mostrarmi dove hai investito quella donna.»
Lui non si mosse.
«Deve essere depositata nello stesso posto, Thom. La Scientifica analizzerà la scena per
dimostrare che è stato un incidente.»
Thom scosse la testa e si guardò il dorso delle mani, come se potesse trovare una risposta su
quella pelle sottile. Flea si accarezzò stancamente il volto. «Ora, ascoltami. E stai molto attento.
Farei qualsiasi cosa per te perché sei il mio fratellino, ma non posso agire al posto tuo.»
Allungandosi verso di lui aggiunse: «Mi porterai là ora. Mi hai sentito? Hai capito?»
Thom non rispose. Qualcuno stava aprendo la porta di casa.
«È Mandy», sibilò Thom. «Svelta.»
Flea sospirò. Si alzò, sempre con le braccia incrociate mentre nell’ingresso Mandy si
spostava di qua e di là posando le chiavi, controllando la posta sul tavolino. Dopo qualche
istante entrò in soggiorno e si bloccò vedendo Flea e la sua faccia tirata.
Mandy aveva parecchi anni più di Thom: era una donna bassa e robusta, che portava abiti di
lino con vari gioielli indiani. Quel giorno indossava una giacca verde oliva e un paio di
pantaloni bianchi. Portava i capelli corti, tinti e acconciati con cura: il suo caschetto rosso scuro,
quasi porpora, le incorniciava alla perfezione il volto rotondo. In una mano teneva uno zaino
semiaperto da cui sporgevano varie carte e documenti. Lo posò per terra e iniziò a slacciarsi
lentamente la giacca osservando con attenzione ora Flea ora Thom.
«Ok», disse infine. «Sono capitata in un brutto momento.»
Seguì un istante di silenzio. Thom si leccò le labbra. Nonostante il suo autocontrollo, non
era mai stato coraggioso: aveva il terrore di Mandy, e lei lo sapeva. Lo dominava, non lo
perdeva mai d’occhio, pretendeva che cucinasse e pulisse. Anche Mandy aveva speso una bella
fetta dell’eredità per sostenere un gruppo teatrale di nicchia di Easton. Di solito lei e Flea non
avevano molto da dirsi.
«Me ne stavo andando, Mandy. Thom, mi farai uno squillo quando ci avrai pensato, vero?»
Lui la fissò, la pelle bluastra attorno alla bocca.
«Thom?» incalzò Flea con tono eloquente.
Lui si scosse dal suo stato di trance. «Sì», si affrettò a bofonchiare. «Ti chiamo dopo. Lo
giuro.»

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Un uomo era seduto vicino alla porta nella sala d’attesa dell’obitorio. Quando Caffery uscì, alzò
la mano. «Salve.»
«’sera.» Caffery prese il telefono continuando a camminare. Voleva vedere se Powers aveva
ripreso a scocciare con il caso Kitson, ma anche se Flea aveva risposto alla sua telefonata. Gli
era piaciuto come lo aveva guardato. Era riuscita a farlo quasi cedere. Era una bella sensazione,
di liberazione, di rilassamento, la stessa che a volte provava con il primo drink del giorno.
«Mi scusi, dovrei parlarle.»
Caffery si bloccò e si girò. L’uomo era in piedi. Era alto, mani grandi, scarpe lucide, capelli
castani in ordine. A dire il vero un po’ troppo castani. Un piccolo aiuto le tinture glielo davano
di certo.
«Ci sono novità?»
«In generale?»
«Su Lucy. Poco fa era là dentro, no?»
«Lei chi è?»
«Colin Mahoney. Là dentro c’è mia moglie. La mia ex moglie, anche se ha conservato il mio
nome. Dicono che si sia uccisa. È così? Questo pensa il medico?»
«Il suo AC la informerà di tutto. Penso stia per arrivare.»
«Il mio cosa?»
«Non le hanno assegnato un agente di collegamento? Da contattare dal momento in cui Lucy
è scomparsa?»
«Oh, lei.» Colin si asciugò la fronte. «Mi perdoni… ma non faccio grande affidamento su di
lei. Oggi non mi ha nemmeno chiamato. E adesso immagino che Lucy sia là dentro, già aperta.»
«Quando arriverà l’agente di collegamento, potrà parlare con lei. Questa non è la mia zona.»
«Allora lei chi è?»
«Il detective Caffery.» Mostrò il distintivo senza tuttavia aggiungere: «Major Crime Unit».
«Bene, detective Caffery, mi dica: si è uccisa?»
«Non posso rispondere a questa domanda.»
«Sì che può.»
Caffery sospirò e rimise il distintivo in tasca. «Il caso non è mio, ma se lo fosse, quello che
probabilmente le direi a questo punto è la stessa cosa che le dirà il mio collega quando uscirà di
lì, e anche l’AC.»
«E cioè?»
«Che fino all’indagine del coroner non possiamo dire niente di definitivo, ma che in questo
momento non stiamo cercando nessun altro in relazione alla sua morte.»
Mahoney sprofondò, abbattuto, sulla sedia. Posò i gomiti sulle ginocchia, abbassò la testa e
fissò la moquette. «Non ci posso credere. Non può essere vero.»
Caffery lo studiò e pensò cosa dovesse essere stato per sua madre. Quando aveva solo otto
anni, suo fratello maggiore, Ewan, era scomparso dalla loro casa a South London. Il corpo non
era mai stato ritrovato. Era accaduto un sabato pomeriggio di più di trent’anni prima e a quel

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tempo la Metropolitan Police non aveva agenti di collegamento. Nessuno si era rivolto a sua
mamma e a suo papà dicendo: «Sentite, se volete parlarne, sono qui. Questo è il mio numero,
chiamatemi in qualsiasi momento. Vi va una tazza di tè?»
«L’agente di collegamento dovrebbe arrivare da un momento all’altro.»
«No, senta, state prendendo un abbaglio.» Mahoney alzò lo sguardo. La sua faccia era
paonazza, tutta congestionata. «Se ha fatto una cosa del genere a se stessa, allora cos’è successo
a Benjy?»
«Benjy?»
«Il cane. Ne ho parlato alla polizia. È stata la prima cosa che ho detto. Lucy lo stava
portando con sé. Doveva averlo messo in macchina perché sul sedile posteriore hanno trovato
dei biscotti per cani. Non è mai tornato.»
«Signor Mahoney, le consiglio davvero di parlare di tutto questo con…»
«Per questo so che siete completamente fuori strada. Voglio dire: se voleva fare una cosa del
genere, non l’avrebbe portato con sé. Si sarebbe prima accertata che qualcuno si prendesse cura
di lui. Quindi dov’è ora?»
Caffery si immaginò un cane abbandonato, perso, che vagabondava nei boschi, e si
intrufolava nei giardini. Due occhi d’animale pronti a cogliere qualsiasi traccia umana: capanni,
tosaerba, tagliabordi, griglie arrugginite, altalene. Pensò a tutte le creature che vivevano ai
margini delle cittadine e dei paesi. Non era un problema suo. «Sono sicuro che tornerà, signor
Mahoney.»
«Lo avrebbe già fatto. Avrebbe trovato qualcuno. È intelligente, il piccolo. Intelligente e
leale.»
«Signor Mahoney, come ho detto… non è compito mio. Le faccio le mie condoglianze, le
mie più sincere condoglianze per quanto è accaduto a Lucy, e spero che Benjy torni sano e salvo
ma…» Gli posò una mano sulla spalla e rimase per un attimo a guardarlo negli occhi. In quel
mestiere dovevi essere accorto. Non potevi strapparti il cuore per ogni sventurato che finiva su
un tavolo settorio. Però potevi dedicargli qualche minuto, a ricordo della sua vita e del tuo
breve coinvolgimento in essa. Perciò rimase così per qualche istante, poi scosse la testa e si
girò. «Deve comunque parlarne con il suo AC.»
Dovevi mostrare un po’ di rispetto. Dopo tuttavia dovevi proseguire per la tua strada, e
anche in fretta.

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Erano le otto di sera e nella segreteria telefonica di Flea c’era un solo messaggio. Di Jack
Caffery. Non aveva risposto alla telefonata. Non aveva molta voglia di parlare. Quando era
comparsa l’icona del messaggio, aveva controllato la segreteria e lo aveva ascoltato. Era il caso
di richiamarlo in merito a quanto si erano detti prima? Le sarebbe piaciuto approfondire il
discorso. Quello sul seno. Si sedette in soggiorno nella vecchia poltrona reclinabile del padre
con una tazza di tè accanto, stanca, con tutte le ossa dolenti, e pensò: Che strano. Che strano
che, poche ore prima soltanto, era in un mondo così diverso. Con speranze e paure diverse.
Thom non aveva telefonato. Aveva cercato di contattarlo già otto volte e scattava sempre la
segreteria. Mandy faceva i turni serali e doveva essere tornata da tempo al lavoro, nel call center
che dirigeva. Questo cosa significava? Che Thom stava ancora eludendo il problema?
Avrebbero dovuto trovare in fretta una soluzione per Misty. Di lì a poco, con quel caldo,
sarebbe stato impossibile maneggiarla. Il corpo si sarebbe liquefatto. Flea lo aveva visto
succedere a un cadavere dopo due giorni soltanto di caldo. I fluidi avrebbero cominciato a
sgocciolare sul fondo dell’auto. E più si fossero infiltrati, più difficile sarebbe stato togliere le
fibre della tappezzeria del bagagliaio dal corpo di Misty e deporla sul ciglio della strada. Non
avrebbero più potuto abbandonarla.
Salì al piano superiore, prese un vecchio ventilatore a piantana da una stanza piena di
ciarpame e lo portò giù, in garage. Lo collegò a una presa, chiuse la porta a doppia mandata,
recuperò le chiavi e la giacca. Sul vialetto di ghiaia c’era una piccola Renault Clio. L’aveva
noleggiata dopo aver lasciato la casa di Thom. Era di un azzurro brillante e odorava di
detergente per tappezzerie e cera Turtle. Era così diversa dalla Focus! Guidarla era quasi un
piacere.
La sede di Almondsbury era silenziosa. La puzza con cui avevano giocato a rimpiattino negli
ultimi giorni era scomparsa… ma guarda un po’. L’edificio aveva lo stesso odore di uno studio
dentistico. Sul suo tavolo c’era un biglietto di Wellard che la informava che l’ufficio per la
salute e la sicurezza aveva preso in consegna gli ombelicali e si sarebbe fatto vivo a test ultimati.
Il che significava tra un secolo. E significava anche che non l’avrebbero interrogata sulle
circostanze dell’incidente, chiedendole per esempio a che profondità fosse scesa. In qualsiasi
altro momento la notizia l’avrebbe tirata su di morale.
Si mosse rapida e silenziosa: nel magazzino prese soprascarpe, guanti e tre tute
anticontaminazione gialle di Tyvek. Nell’armadietto dell’attrezzatura per il recupero cadaveri
c’erano le cinghie di tessuto: ne prese tre, insieme a due teli di plastica e a una manciata di
fascette stringicavo. Mise il tutto in una borsa di rete per mute stagne e lo portò in macchina.
Con il volume della radio al massimo andò sulla circonvallazione e si fermò in vari market,
nonché da Threshers a Longwell Green per i sacchetti di ghiaccio. In uno Smile a Hanham
trovò dieci vassoi rosa e verdi con cui preparare cubetti di ghiaccio a forma di cuori, quadri,
picche e fiori. Pagò tutto in contanti.
Thom ancora non rispondeva.

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Quando rientrò, erano le undici. Controllò se ci fossero impronte sulla ghiaia: un’abitudine,
avvezza com’era alla disinvoltura con cui gli Oscar, i suoi vicini, si aggiravano nella sua
proprietà, quasi fosse casa loro. Un tempo il giardino dei Marley era appartenuto alla loro
abitazione, e non era un segreto che volessero ricomprarlo per avere accesso alla valle. Il
giardino era enorme, assurdo e disordinato, fin troppo grande perché potesse prendersene cura,
e in mezzo alla selva di piante c’era un bel problema: una mostruosità costruita da uno dei
giovani proprietari della villa nel diciannovesimo secolo. Ormai stava cadendo a pezzi. Un
perito con un casco giallo era venuto a ispezionarla e aveva concluso che infrangeva tutte le
leggi della fisica ed era pericolosa. Andava ristrutturata o demolita. Però Flea non avrebbe
ceduto. Il giardino era stato l’orgoglio e la gioia della mamma. Non lo avrebbe venduto, per
quanti fastidi le procurasse.
Non c’erano impronte. La casa era come l’aveva lasciata. Parcheggiò la Clio sulla ghiaia ed
entrò. Anche nell’ingresso fu subito investita dal fetore proveniente dal garage. Dio, come
aveva fatto negli ultimi giorni a passare più volte davanti alla Focus, persino a guidare
quell’auto del cazzo, senza accorgersene?
Gettò i sacchetti del ghiaccio in garage, portò tutto il resto in soggiorno e si spogliò
rimanendo in mutande e reggiseno. La tuta di Tyvek aveva un livello di protezione due volte più
elevato rispetto a quelle usate dalla Scientifica ed era calda. Se la infilò a fatica, si legò la
chioma selvaggia e si mise il cappuccio. Poi, reggendosi al divano, sollevò i piedi e li infilò nei
calzari alzandoli uno alla volta di traverso, come faceva per le pinne. Tenne la mascherina al
collo. In cucina recuperò una bottiglia d’acqua e si avviò goffa verso il garage bevendo un paio
di sorsate.
«Bene.» Chiuse la porta del garage. «Ora ci occuperemo di te.»
Il corpo andava raffreddato. Le sere erano ancora fresche e c’erano stati un paio di giorni
freddi, il che significava che avrebbe dovuto rallentare il processo di decomposizione per
renderlo analogo a quello che si sarebbe verificato all’aperto. Non poteva congelare e poi
scongelare il corpo: quella procedura lasciava segni facilmente identificabili da un bravo
patologo. Avrebbero notato le tracce dei cristalli di ghiaccio nei muscoli, soprattutto nel cuore.
Comunque fosse, doveva in qualche modo controllare il processo.
Collegò l’enorme freezer orizzontale nell’angolo. Non lo usava da anni, dal giorno in cui
papà aveva portato la famiglia davanti al contatore e l’aveva invitata a osservare, tra lo
sbigottimento generale, la velocità con cui i minuscoli numeri rossi scorrevano quando il
congelatore era in uso e come invece rallentavano quando era spento. Visto quanto consumava,
veniva acceso solo per le feste e in piena estate, quando la mamma faceva il gelato. Flea riempì
d’acqua i vassoi per i cubetti e li impilò sul fondo di alluminio stampato. Chiuse il freezer, aprì i
sacchetti del ghiaccio con i denti e rovesciò tutti i cubetti nella vecchia vasca di ghisa
abbandonata nell’angolo, tra il tosaerba e l’attrezzatura subacquea.
Con il bagagliaio aperto il fetore era micidiale. Dato che aveva solo la mascherina e non il
respiratore, Flea dovette girarsi dall’altra parte per alcuni secondi e fare respiri lunghi e
profondi per contrastare i conati di vomito. Poi, quando gli spasmi allo stomaco cessarono, si
mise all’opera, con la tuta che frusciava come un mucchio di foglie secche.
Sigillò il contenuto della borsetta di Misty in un sacchetto di plastica verde, tolse la
cappelliera della Focus e abbassò i sedili posteriori. Stese un telo di plastica per terra, accanto a
una delle ruote posteriori, e un altro sotto il paraurti, infilandone un lembo nel bagagliaio, sotto
la spalla e il ginocchio sinistri della donna. Salì sul sedile posteriore e si allungò per passarle
due cinghie sotto le spalle e i fianchi. Strisciò fuori e tornò al bagagliaio, prese le estremità delle

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cinghie, le buttò per terra sul telo di plastica e le bloccò saldamente con i piedi. Afferrò le altre
due estremità e inspirando profondamente cominciò a tirare.
Ci fu un momento di stasi. Per un istante non accadde niente, poi il corpo cedette
rumorosamente come se si fosse scollato dal rivestimento del bagagliaio e si girò di lato, tanto
che il volto di Misty toccò il bordo del paraurti. Flea la fermò con le ginocchia perché non
cadesse e fece di nuovo un paio di respiri.
La nuca di Misty era tutta sporca di sangue e ora Flea vide che cosa l’aveva uccisa. Eccolo
là: un colpo sulla tempia, nel punto in cui aveva sbattuto contro il tetto dell’auto. Vide tutti i
particolari dell’orecchio, là dov’era stato strappato dal cranio: le pieghe, gli interstizi e i canali.
L’immagine fugace di quando si erano formati, anni prima, una sorta di vertiginoso slide show
di una bambina che prendeva forma, nasceva, cresceva, perdeva i denti, portava i calzini corti e
si sbucciava le ginocchia. Vide il primo rossetto, il primo ragazzo, le prime sofferenze d’amore.
Le droghe e l’alcol, le diete. Vide tutto chiaramente come se fosse il suo passato, e pur sapendo
chi fosse Misty e che se si fossero incontrate non avrebbero avuto niente da dirsi, avvertì una
sensazione di gelo.
Girò la testa di lato e respirò affannosamente. «Piantala», sibilò stringendo i denti.
«Piantala.» Allungò il collo e si pulì il sudore sulla spalla. Non aveva mai perso il controllo
durante il recupero di un corpo e non l’avrebbe fatto ora.
«Ok.» Guardò il cuoio capelluto squarciato di Misty, i folti capelli biondi. «Perdonami…
perdonami per quello che faccio. Ti prego, credimi.»
Rimase ferma per un attimo come se potesse risponderle. Poi grugnendo per lo sforzo, calò
a poco a poco il corpo sul telo. Di solito faceva quell’operazione con altre tre persone, ma Misty
era leggera e rotolò fuori con facilità; il braccio destro le ricadde lungo il fianco lasciando
esposto il volto. Flea restò là, le mani sulle ginocchia e il respiro affannoso, a studiarla per un
po’. Era così gonfia che nemmeno sua madre l’avrebbe riconosciuta, figuriamoci i tabloid e i
fan. Quanto tempo avrebbe impiegato a ridursi così sul ciglio di una strada? Più dei quattro
giorni in cui era rimasta in macchina.
Piegò longitudinalmente il telo di plastica sul volto di Misty, lo sigillò bene e fece un nodo
alle estremità che assicurò meglio con una fascetta. A fatica, sentendo male alla schiena, trascinò
quella sorta di bozzolo verso la vasca e lo adagiò con cura in mezzo al ghiaccio.
Si fermò per un istante a guardare Misty, a osservare quella sagoma umana indistinta. Dal
ghiaccio si levava già una vaga nebbiolina che la avvolgeva, che trasmetteva il gelo attraverso la
plastica, alla pelle, ai muscoli e ai nervi.
«Ora so che non c’è un Dio. Ma se mi sbaglio ed è lassù da qualche parte, allora per amor
del cielo…» Si tolse i guanti e li buttò a terra. Si sentiva trascinare giù dall’angoscia.
«Per amor del cielo, che vegli su di te, Misty. Che vegli su di te.»

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Quando Flea ebbe finito di farsi la doccia, lavarsi i capelli e vestirsi – pantaloni combat neri e la
polo nera dell’unità subacquea – la luna era ormai spuntata. Fuori dalla finestra un banco di
nubi aveva avvolto a poco a poco la cima di Claverton Down e stava avanzando lentamente
verso la casa. Una era a forma di mano. Di artigli allungati, pronti a calare sul giardino e sul
tetto. Chiuse la finestra e mise la sicura.
In garage l’odore permaneva nonostante il ventilatore. Tolse dalla vasca il ghiaccio sciolto
con una pentola, aggiunse altri cubetti e pose di nuovo i vassoi per il ghiaccio riempiti d’acqua
nel congelatore. Il bagagliaio della Focus era aperto, i pannelli stampati in vista. Poco prima
aveva fatto a pezzi la cappelliera e staccato il rivestimento interno con una sega elettrica. Ora
erano in un sacco nero per le immondizie appoggiato alla porta.
Era facile immaginare come apparisse il garage dall’esterno: le finestre oscurate di recente
con fogli di carta e d’un tratto le luci accese per ore di fila. Gli Oscar se ne sarebbero accorti.
Spense le lampade da soffitto e trovò una torcia che usò per ispezionare la roba lungo i muri,
per frugare tra i resti della vita della sua famiglia. C’erano una vecchia muta semistagna
abbandonata dal padre, il neoprene sfaldato sui gomiti e sulle ginocchia, una cintura per i pesi,
una serie di maschere. Il primo grande amore di papà erano state le immersioni nei luoghi più
estremi e pericolosi offerti dal pianeta. E aveva contagiato l’intera famiglia.
Spostò una carriola appoggiata alla parete e scoprì quello che stava cercando. Una vecchia
latta d’olio per motore, sporca, color melassa, con un po’ d’erba secca attaccata. La prese, trovò
un bidone vuoto dall’altra parte del garage, un pezzo di tubo di gomma, recuperò il sacco delle
immondizie e portò il tutto alla Clio.
La nube ad artigli continuava ad abbassarsi sulla casa, gonfia di pioggia. Flea girò l’auto,
uscì dal vialetto e prese la strada bassa percorrendo le vie residenziali deserte ai piedi di
Solsbury Hill. Lungo la circonvallazione trovò la stradina che fiancheggiava Charmy Down Hill.
La cima era piatta. Durante la guerra era stata usata come base per i caccia notturni, per far
atterrare gli Hurricane. Si vedevano ancora la torre di controllo e il diverso colore dell’erba là
dove un tempo c’erano le piste.
Raggiunse il campo d’aviazione, infilò la Clio accanto a un vecchio bunker perché fosse
completamente nascosta dalle buddleie e dai sambuchi pullulanti di insetti, scese e restò
immobile per un attimo a guardare verso ovest le nubi illuminate da sotto che stavano
accerchiando le guglie e i palazzi curvi di Bath. Da lassù era strano poter vedere tutto nel raggio
di chilometri. Si girò e osservò il campo d’aviazione abbandonato, i ciuffi di piante e di erbacce
alte fino alla vita, gli edifici dismessi, i mucchi di pneumatici e i macchinari agricoli arrugginiti.
Là non c’era anima viva, neanche un uccello, una volpe o un gatto. Era come entrare in un
mondo morto.
L’una del mattino. Andava fatto ora. Aprì il bagagliaio, prese il sacco contenente il
rivestimento e la cappelliera fatti a pezzi, lo gettò per terra e scaricò la latta d’olio. Con i piedi
ben piantati ai lati del sacco, la aprì e vi versò sopra l’olio a poco a poco sino a ricoprirlo tutto.
Recuperò il pezzo di tubo dal bagagliaio, aprì il tappo del serbatoio, vi infilò dentro un’estremità

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e mise l’altra nel bidone vuoto. Tappandosi il naso e mettendo la lingua contro il palato per
sicurezza, avvicinò le labbra al tubo e succhiò con parecchia forza finché la benzina oleosa non
fuoriuscì dal serbatoio. Allora si scostò rapida, infilò il tubo nel bidone e lo tenne mentre il
carburante vi fluiva dentro.
Con i piedi ben distanziati e arretrati per non schizzarsi, cosparse il sacco di benzina,
richiuse il bidone, lo rimise nel bagagliaio della Clio insieme alla latta d’olio e al tubo di
gomma, tappò il serbatoio e parcheggiò l’auto a distanza di sicurezza, dopo averla chiusa a
chiave. Nella tasca posteriore dei pantaloni aveva una scatola di fiammiferi. Ne accese uno, lo
lanciò sul sacco e indietreggiò. La benzina s’incendiò subito con un woomp bluastro e bruciò in
un istante lasciando una fiammella al centro, accompagnata da un ricciolo solitario di fumo nero
che saliva esitante in cielo. Arretrò di un centinaio di passi fermandosi accanto alla macchina e
osservò la sagoma scura del sacco, sovrastata dal filo di fumo e da una nube d’aria oleosa,
avvampare e trasformarsi in una fiamma. Ormai sicura che non si sarebbe spenta, prese il
telefono dalla tasca e chiamò Thom.
Il telefono squillò più volte e alla fine scattò la segreteria. Compose il numero di casa
osservando il bagliore del fuoco illuminare l’erba e gli alberi. Quando anche sul numero di casa
scattò la segreteria, lo richiamò sul cellulare. Stavolta squillò quattro volte, poi udì uno scatto
attutito e il rumore del suo respiro.
«Thom?»
Silenzio. Flea posò un gomito sul tetto della Clio. «Dai, Thom! Ci sei?»
Seguì un altro breve silenzio. Poi sentì la sua voce, impastata e nasale, come se avesse
pianto. «Sì, ci sono. È davvero tardi.»
«E Mandy? È ancora…»
«Sta dormendo. Non voglio svegliarla.»
«Ok. Salta in macchina, vediamoci da qualche parte. A Saltford. Al pub sul fiume.»
«No.»
«Devi mostrarmi dov’è successo.»
«Non me lo ricordo.»
«Invece sì.»
«Davvero. Non me lo ricordo.»
«Allora guideremo finché te ne ricorderai. Ci vediamo tra mezz’ora.»
«No!» sibilò Thom.
Lei si premette un dito sul dorso del naso. «Senti, se questa faccenda non la risolviamo ora,
peggiorerà sempre più. Sarà la fine per tutti e due.»
«Non posso.»
«È successo a Farleigh Park, vero? Da qualche parte vicino al centro di riabilitazione?»
«Non ne sono sicuro.»
«Be’, dev’essere così. Misty non può aver fatto tanta strada a piedi.»
All’altro capo ci fu silenzio. Flea si scostò dall’auto e si mise una mano sul fondoschiena, là
dove il giubbotto antiproiettile a volte le faceva male. «Thom, questa storia non finirà nel nulla:
al di là di quello che pensi e speri, in un modo o nell’altro verrà fuori. Se lasci tutto così e se
scoprono che l’hai presa su e caricata in quel bagagliaio del cazzo…» La sua voce si stava
facendo più alta e concitata. «Oh, che Dio ti aiuti: prima ancora che te ne accorga ti ritroverai a
Long Lartin. Sapranno che tua sorella è una poliziotta. E anche se ti riconosceranno l’infermità
mentale, finirai tra i PPS.»
«I PPS? Cosa sono?»

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«Quelli che tengono dentro perché pericolosi per la società: i pedofili, i maniaci sessuali, i
veri fuori di testa. Non sarebbe un bene, non lo sarebbe affatto. Dai, salta in macchina e vienimi
incontro.»
«Ma Mandy verrà a saperlo. Lo scoprirà. Sospetta già qualcosa. Dal modo in cui le hai
parlato, sa già che le nascondo qualcosa.»
«Alla fine glielo dovrai dire.»
«Non posso. Semplicemente non posso.»
«Allora lo farò io. Svegliala. Passamela.»
«No! No, ti prego. Ti prego!»
«Thom! Ragiona, cazzo! Ragiona.»
Ci fu un lungo silenzio. Nell’aria svolazzavano braci e pezzi di plastica nera. Al di là di essi
la luna splendeva, bianca e incandescente, tra le nubi. Poi Thom parlò, con voce molto
impastata e cupa. «Ok, va bene, lo farò. Glielo dirò.»
Flea emise un sospiro. «Bene, fallo. E chiamami quando hai finito.»

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La luna sorge in fretta nel Somerset: corre sulle pianure, risale i fianchi delle Mendip e
raggiunge le Quantock. Scova le finestre delle città nella zona più a nord della contea facendole
brillare e si insinua in una macchina nel parcheggio dell’obitorio mentre Jack Caffery sta
inserendo la chiave dell’accensione. Sorprende Flea Marley a nordest, in piedi su una collina
piatta, mentre guarda il fumo che si leva in cielo. E quindici chilometri più a est, in un ambiente
completamente diverso, indugia su una casa grigia solitaria che sorge arretrata rispetto a una
stradina deserta, circondata da campi a maggese, fienili, edifici annessi e una piscina in disuso.
Sfiora con la sua luce le finestre di quella costruzione a un piano e tenta invano di insinuarsi al
di là dei mattoni di cemento, di entrare nella stanza ristrutturata.
Dentro, la luce ha un colore diverso. Lì c’è solo un bagliore azzurro irreale, emesso da sette
frigoriferi speciali, tutti con la porta aperta e il contenuto in mostra: pile e pile di contenitori
inventariati con cura, tutti pieni fino all’orlo di formalina.
L’uomo è nel centro della stanza, per terra. È nudo e siede a gambe incrociate quasi in
posizione yoga, inondato dalla luce rilassante dei frigoriferi. Non vedrà mai la pelle di una
donna fissata al suo banco da lavoro, questo lo sa. Lo sa ormai da anni. È una cosa che
appartiene al mondo della fantasia.
Ma la sua collezione… quella è reale. Iniziata sotto forma di piccola concessione alla
fantasia, è cresciuta andando ben oltre. Ora è molto, molto di più. È il lavoro della sua vita, la
ragione per cui continua a esistere. La difenderà a ogni costo. Farà di tutto, anche uccidere.
Ha un flash, un’immagine improvvisa di una faccia su una barella d’ospedale che viene
portata via sotto i tubi fluorescenti. La paziente è anestetizzata, ma mentre la barella scompare
accade qualcosa che sfugge ai portantini. La donna reclina la testa, la gira leggermente e d’un
tratto, non vista da nessuno, apre gli occhi. È sveglia. Sveglia, vigile, e vede tutto. Tutto.
Si prende il volto tra le mani e si concentra.
«Ssst.» La sua voce è sommessa, un sussurro, come se cercasse di placare un bimbo. «Ssst.
Va tutto bene. Adesso va tutto bene.»
Le cose sono andate male, ma lui è riuscito a sistemarle. È tutto passato. Ora deve solo
rimanere calmo e aver fiducia in se stesso.
«Ssst…»
Resta seduto così ancora per un po’.
Poi si alza, irritato. Cammina per la stanza e chiude con forza le porte dei frigoriferi.
Odia questa vita. La odia.

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Il mattino seguente era arrivato un fronte di bassa pressione dall’Atlantico. Le nubi avevano
stretto le Mendip nel loro abbraccio e la pioggia era caduta violenta sulle città inondando i
canali di scolo. I veicoli sollevavano schizzi d’acqua sporca sulle autostrade. Alla cava numero
due, quasi alla fine delle grotte dell’elfo, la luce non arrivava sott’acqua: sembrava che il
crepuscolo fosse sceso in anticipo. Flea dovette portare con sé la torcia Salvo.
«Che succede, sergente?» La voce di Wellard le giunse forte all’orecchio. «Hai un’altra
udienza. Di nuovo quelli del traffico. E persino un paio del CID, credo.»
Flea predispose la sagola, stabilì la rotta e iniziò a nuotare.
«Mi sa che li hai affascinati, sergente. Ma no, probabilmente non sei tu ad averli affascinati,
sono io. I miei occhi sono più belli.»
«Tira un po’.»
«Eh?»
«Tira un po’ quell’ombelicale del cazzo.»
«Ok, ok.» Wellard si affrettò a farlo. Ora sentì la trazione sul petto. «A posto?»
«A posto.»
Ci fu un breve silenzio. «Di nuovo gli ormoni, vero, sergente?» si udì poco dopo.
«Zitto. Mi sto concentrando.»
Thom non aveva ancora chiamato. Era rimasta sveglia per metà della notte ad aspettare e
adesso era incazzata. Molto, molto incazzata. Si chiedeva quanto ancora attendere prima di
mollare, di gettarlo in pasto ai leoni.
«Sicura di star bene?»
«Certo. Ora sta’ zitto e dammi un altro bar.»
Era la prima volta che andava in acqua dopo l’incidente con l’ombelicale e quelli dell’ufficio
per la salute e la sicurezza sarebbero saltati per aria se avessero saputo quante ore di sonno
aveva alle spalle. Flea continuava a pensare all’allucinazione. Quella cava era all’estremità del
ferro di cavallo, a quattrocento metri soltanto dalla numero otto dov’era andata in narcosi e
quasi annegata. Forse da quelle parti c’erano dei tunnel di collegamento. Vecchi condotti per
l’aria ora inondati dove era possibile accedere.
Balle, tutte balle. Era stata la narcosi. Era andata in narcosi, tutto lì. Era scesa a cinquanta
metri. Nessuno poteva nuotare a cinquanta metri.
«Sicura di star bene, sergente?»
«Cazzo, Wellard. Sì.»
«Non c’è niente che ti preoccupi?»
«No. Attendo con gioia di vedere chi sia costui. Tutto qui. Di tirare fuori il suo corpo. Ora,
vuoi piantarla?»
L’incarico era arrivato all’inizio della mattinata. Tre ore prima, nell’orario in cui i bambini
venivano accompagnati a scuola, un uomo aveva sequestrato una Lexus in una cittadina nel
nord del Somerset. Seduta dietro c’era una bambina di nove anni con addosso una gonnellina e
un blazer grigio, perché andava in una scuola privata esclusiva. Il sequestratore l’aveva portata

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in giro per una trentina di chilometri senza smettere di parlarle, per poi fermarsi a Wells e
ordinarle di scendere sul ciglio della strada. Lì era rimasta per dieci minuti, piangente e
tremante, a guardare la gente che andava al lavoro in macchina, finché il conducente di un taxi
non aveva pensato bene di fermarsi. Il sequestratore aveva proseguito per altri otto chilometri
fino alle grotte dell’elfo, lasciato la strada e attraversato lo spiazzo di un’officina abbandonata
puntando dritto alla cava numero due.
Era un modus operandi simile a quello di un altro sequestro avvenuto più o meno un anno
prima. La vittima allora era stata una bambina di sei anni. Secondo Flea il sequestratore era lo
stesso uomo. E sempre secondo lei non era affatto un ladro d’auto ma un pedofilo. Se si
trattava della stessa persona, non sarebbe stato il primo pedofilo a cercare di realizzare le sue
fantasie, fallire e suicidarsi. Si augurò che avesse tenuto i finestrini chiusi e che i vetri non si
fossero rotti quando si era buttato in acqua. Che avesse impiegato un po’ a morire.
Arrivò alla fine della prima sezione di venti metri e si girò. Quanto avrebbe voluto che fosse
sera. Di sera cercare una macchina era un gioco da ragazzi: i fari restavano spesso accesi anche
in acqua, ma quelli del sequestratore probabilmente non lo erano, nonostante la pioggia. Prima
di immergersi la squadra cercava di solito eventuali «indicatori primari», ovvero indizi del
punto d’ingresso in acqua dell’auto, ma quel giorno non ce n’erano: niente sostanze oleose sulla
superficie né segni sulle sponde. Strano. Avevano quindi supposto che la Lexus fosse arrivata
dall’unico punto accessibile dallo spiazzo: la rampa sul lato ovest.
Prese il peso del pedagno, il riferimento che usavano per contrassegnare l’area di ricerca, e
lo buttò con più forza del necessario.
«Ehi, sergente? Speriamo che sia un cadavere quello che tirerai fuori.»
«Eh?»
«Spero che non sia qualcuno che opponga resistenza. Sai, ogni tanto ci sono strane bolle
d’aria e roba del genere.»
«Cavolo, Wellard, sei fuori di testa? Taci, va bene?»
La squadra era in sede quando era arrivata la telefonata e aveva raggiunto la cava in meno di
un’ora e mezzo. Ma il testimone che aveva visto la Lexus finirci dentro non aveva un cellulare.
Aveva percorso otto chilometri fino a un telefono pubblico, perciò erano passate almeno due
ore. No. Non era possibile che quel bastardo fosse ancora vivo.
Flea continuò a pinneggiare senza voltarsi a guardare. Non pensava all’immensa quantità
d’acqua scura alle sue spalle, teneva lo sguardo dritto davanti, verso il punto in cui il fondale
precipitava nel buio più pesto. Dal fondo si sollevava un po’ di sospensione. Dall’oscurità
sottostante emerse una sagoma. Capì che era una barca, molto vecchia e coperta di muschi;
avrebbero chiesto notizie alla ditta di recupero auto della cava. Guardò dentro. Era vuota e
invasa dalle alghe. Forse l’avevano lasciata come attrazione per i sub. Vi posò sopra la mano e
la usò per spingersi in avanti seguendo la bussola.
Si fermò pochi metri più in là muovendo leggermente gli arti per mantenere la posizione e
scrutò nel buio. Laggiù c’era qualcosa, circa tre metri più in basso, annidato tra le poche piante
e i rami degli alberi adagiati sul fondo della cava. La sospensione mulinò e si disperse.
Fu pervasa da una sensazione di gelo, come quando l’acqua s’infiltrava nella muta stagna.
Credette di sapere cosa stava guardando. Si diede una spinta con le gambe e nuotò lentamente
verso il basso. L’oggetto era incastrato fra due massi. Gli puntò contro la Salvo e lo esaminò.
«Wellard? Sappiamo se la famiglia della Lexus… se avevano un…?»
Si bloccò. No. Non poteva essere caduto fuori dall’auto quel giorno. Era in decomposizione,
lo si capiva dalla sottile nube di inquinanti che gli galleggiava tutt’intorno. Era là da più di un

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paio d’ore.
«Avevano cosa, sergente?»
«Niente. Dammi solo un momento.»
Vi infilò sotto le mani, lo sollevò e, quando vide com’era ridotto, capì che non era finito lì
per caso.
«Ehi», disse. «Mandami giù un sacco salma.»
«Hai trovato il bersaglio?»
«No.» Mollò il reperto che ricadde sul fondo. Un’ondata di nausea l’assalì per un attimo. La
nube di materia in decomposizione le vorticò attorno. «No, ma senti i ragazzi della Scientifica,
ok? Di’ loro che non è molto in linea con il caso. Che non ho trovato il bersaglio ma voglio
sempre un sacco salma. Anzi, Wellard, mandamene due.»

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Era passato molto tempo, troppo, perché il sequestratore fosse sopravvissuto, ma l’ambulanza e
i vigili del fuoco erano venuti lo stesso. Si aggiravano scoraggiati lungo il bordo della cava
scrutando l’acqua e osservando l’arrivo delle unità di polizia. Mentre la Scientifica filmava e la
squadra subacquea lavorava, rinunciarono un po’ alla volta a presenziare al recupero e
risposero ad altre chiamate. Gli ultimi se ne andarono quando il sergente Marley stava
riemergendo con i sacchi salma.
Caffery era seduto nella luce forte del pomeriggio con il finestrino dell’auto abbassato e
guardò gli uomini sul pontone prendere i sacchi dalle sue mani, liberarla dall’ombelicale e
coprirla con una coperta isotermica di alluminio. La lavarono e l’aiutarono a togliersi la muta
stagna. Quando la Scientifica se andò e lei rimase sola, seduta dietro sul furgone dell’unità, le si
avvicinò con un bicchiere di caffè rimediato poco prima dai vigili del fuoco.
Flea aveva il volto gonfio, chiazzato, e il naso le colava. Fissò apatica il caffè.
«Ehi!» esclamò Caffery. «Ora puoi sorridere. Per oggi basta, hai finito.»
Lo squadrò. «Così hanno mandato la MCIU. Sono contenta. Anche se lui non è là, sono
contenta che stavolta vi interessiate. Ho sempre saputo che l’avrebbe rifatto, il sequestratore.»
«Non mi ha mandato l’unità.» Caffery si sistemò vicino a lei e le porse il caffè. «Sono qui
per conto mio. Volevo parlarti.»
«Sì?» Non aveva un’aria interessata. «Di cosa?»
«Di competitive freediving. Ne hai mai sentito parlare?»
«L’apnea competitiva. Certo.»
«Cosa ne sai?»
«So che è il modo più rapido per ucciderti. O così o ti lanci dal ponte sospeso di Clifton. Si
accettano scommesse su quale sia il sistema più efficace. Perché? Di recente sei un po’
depresso?»
«Ho sentito che è possibile immergersi fino a più di cento metri senza un autorespiratore.»
Flea scosse la testa. «Non intendo lasciarmi coinvolgere. Dimentichi che per lavoro faccio
consulenze tecniche. In passato mi sono trovata davanti abbastanza memorie difensive ambigue
da capire che non devo mai farmi manipolare.»
«Be’, è buffo. Non pensavo affatto di manipolarti.»
«Sì, invece. Vuoi che creda al tuo Tokoloshe», replicò agitando le mani. «Ai mostri
spaventosi che vivono nell’acqua.»
«Voglio solo capire che cosa sia possibile. Sapere di cosa sia capace il tanzaniano che
abbiamo arrestato.»
«Allora devi conoscere i fatti. Superare i cento metri significa segnare un record mondiale,
un record mondiale, e può farlo qualcuno in condizioni fisiche assolutamente perfette, con le
pinne, una cima, una slitta, una squadra di assistenti, dopo aver inalato ossigeno puro. Con tutta
questa roba. Un tizio qualunque non può buttarsi in acqua e improvvisare: sarebbe fortunato,
molto fortunato, ad arrivare a dieci. Quindi, se sostieni che qualcuno sia arrivato a cinquanta
metri senza…»

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«Non ho detto cinquanta. Ho detto cento. Quello è il record. Perché pensi che abbia detto
cinquanta?»
«Cento, allora. Arrivare a cento metri senza pinne, senza aver prima buttato giù litri e litri di
ossigeno… sii realista. Sai come fanno i professionisti?»
«No.»
«Ingannano il cervello», rispose Flea picchiettandosi la tempia. «Controllano quella parte
del cervello che ricorda loro di respirare. Ne hai mai visto uno uscire da un’immersione?
Credimi, non è un bello spettacolo. Sono sostanzialmente morti. Li devono schiaffeggiare
perché riprendano a respirare.»
«E se indossassero vestiti?»
«Vestiti?»
«Sì. O qualcosa legato al corpo, di plastica, di gomma o di qualcos’altro. Una protesi.»
«Qualsiasi cosa del genere renderebbe l’impresa ancor più difficile. Solo un professionista
di calibro mondiale potrebbe arrivare a cento metri.»
Caffery tacque per un po’. Flea aveva i segni della maschera sul volto e gli occhi arrossati.
Ma c’era qualcos’altro. Non era solo la stanchezza dell’immersione. «Tu sei agitata. È colpa
mia.»
Flea espirò. «Non sei tu.»
«Allora che c’è?»
«Niente, davvero. È…» Guardò l’acqua immobile su cui si rifletteva il cielo cupo. Seguì un
lungo silenzio. Poi si sfregò le braccia come se avesse freddo. «È solo quello che ho trovato
nella cava. Mi ha un po’ scosso. Tutto qui.»
«Qualcosa ti ha scosso? Pensavo fossi d’acciaio. Perché oggi è diverso?»
«Non lo so. È che non mi aspettavo un animale.»
«Un animale?»
«Il sequestratore non è là. Dio solo sa cos’ha visto o pensato di vedere il testimone, o dov’è
la Lexus, perché quella maledetta cava è vuota. Ma c’era un cane. Lo ha preso la Scientifica.»
Caffery guardò gli alberi, i nuovi rami opachi e smorti in quella mattinata plumbea. Quel
mattino la Hinton, la ditta che recuperava i veicoli, aveva fatto le sue rimostranze per telefono
all’agente Turnbull. Quando erano arrivati alla cava numero otto, non c’era alcuno scooter, né
rosso né d’altro colore. La cava numero otto era oltre quegli alberi. E la piazzola dove si era
fermata Lucy Mahoney era soltanto un chilometro e mezzo più in là. La donna aveva con sé il
cane. «Non c’era un collare, vero?»
«Non l’ho visto.»
«Il cane di che razza era? Poteva essere uno spaniel?»
«Forse. Era più o meno della taglia giusta. Ma è difficile dirlo dopo quello che gli hanno
fatto. Era là dentro da alcuni giorni. Ci sarebbe voluta circa un’altra settimana prima che la
carcassa si sollevasse dal fondo. Nonostante quello che gli hanno fatto, le pareti dello stomaco
trattenevano ancora i gas. Alla fine sarebbe venuto su, malgrado lo scempio.»
«Lo scempio?»
«Sì. Un ratto avrebbe potuto nuotare per raggiungerlo e mangiarselo se fosse stato in
superficie, ma non a quella profondità. Laggiù non ci sono altri animali selvatici che possano
averlo fatto. Qualche tritone, forse, ma nient’altro.»
«Cosa vuoi dire?»
«In questo lavoro ho trovato parecchi cani e di solito li lascio là: non si può portarli tutti in
superficie a meno che, sai, non siano utili come prove. Però in qualche caso ti viene da pensare

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che non è giusto.» Indicò con un cenno il punto in cui la squadra stava radunando l’attrezzatura.
«Hai visto dove lo hanno messo?»
«Perché lo hanno messo in due sacchi?»
«Uno per il corpo.»
«E l’altro?»
«Per la pelle. Chiunque lo abbia gettato là…» Guardò l’acqua della cava solitaria.
«Chiunque sia il bastardo che lo ha gettato là, si è prima premurato di scuoiare quel povero
animale.»

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Flea compilò le carte dell’immersione, mise via l’attrezzatura e s’infilò una felpa. Controllò il
telefono: nessuna notizia di Thom. Aiutò i ragazzi a chiudere il furgone, diede una pacca sul
portellone e lo guardò allontanarsi a fatica in mezzo al fango. Nel viottolo la BMW della stradale
era ancora là: dentro un poliziotto si stava bevendo un po’ di caffè da un thermos. Cinque o sei
metri più in alto, sul pendio, Jack Caffery si stagliava contro le nubi. Sembrava scrutare al di là
della cava, concentrato su qualcosa in cielo.
«Finito?» chiese quando la vide arrancare verso di lui. «Ti sei scaldata un po’?»
«Tieni», disse lei porgendogli un biglietto da visita. «È il numero della Scientifica. Per il
cane. Lo porteranno da un veterinario per farlo esaminare, per vedere se abbia un chip. Ti
interessa ancora?»
«Certo. Grazie.»
«Jack, volevo…»
«Sì?»
Esitò. Non lo aveva ancora inquadrato del tutto. Non aveva ancora deciso da che parte
stesse. «Volevo chiederti del caso Kitson.»
«Del caso Kitson?» fece lui, accigliato. Flea sapeva che non era quello che si aspettava.
«Cosa in particolare?»
«È solo un cortese interessamento. Sai, stavo pensando alla strigliata che mi ha dato Pearce.
Forse avrei dovuto stare più attenta.»
«Pearce? Il maledetto idiota col riporto?»
Flea fece un mezzo sorriso e si grattò il naso. «È solo che mi accusano di non essere
professionale e la cosa inizia a…» Scrollò le spalle «…a mettermi a disagio. Tutto qui.»
«Non hai certo sbagliato. La tua squadra ha setacciato ogni metro del lago. Non è colpa tua
se l’hanno rapita gli alieni.»
Cominciarono a cadere alcune gocce di pioggia e lei si chiuse la cerniera della felpa. Il
poliziotto in macchina aprì la portiera e versò i resti del caffè per terra.
«Allora non avete nessun indizio. Nessuna idea di dove sia andata?»
«Ah!» esclamò Caffery mettendosi le mani in tasca e guardando le nubi. «Nessuna. E
perdonami se ti sembro cinico, ma la verità è che non me ne frega niente di quello che le è
successo. Probabilmente rispunterà fuori in qualche appartamento di Soho, strafatta di coca. O
in un bungalow sulla spiaggia di Antigua.»
Sotto di loro un agente del traffico scese, si raddrizzò e si scrollò alcune briciole di dosso.
Flea lo guardò tirare indietro la pancia e infilarsi la camicia nei pantaloni. «Questa non è la linea
ufficiale, vero? Il fatto che non pensi che sia morta.»
«Io non penso niente, non lo faccio mai. Non lavoro al suo caso.»
Adesso Flea stava osservando con attenzione il poliziotto. C’era qualcosa nel suo aspetto,
nella sua testa, nell’attaccatura a V dei capelli corti. Poi capì. Era Prody. L’agente del traffico che
aveva seguito Thom fino a casa e le aveva fatto l’alcoltest. Iniziò a risalire il pendio verso di
loro. Fece quattro, forse cinque passi ma bastò.

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«Scusami», mormorò, «mi sono dimenticata una cosa.»
Prese le chiavi dell’auto e scese scivolando sul pendio. Salì sulla Clio sbattendo la portiera e
stava infilando la chiave quando Caffery la raggiunse. «Non hai risposto alle mie chiamate»,
disse infilando la testa nel finestrino aperto.
«Ho avuto da fare.»
«Ho chiamato tre volte.»
«Lo so.» Armeggiò con la chiave. Le dita le tremavano. «Ho avuto da fare.»
«Tanto da non rispondere a una telefonata?»
«Sì.»
«Volevo solo chiederti una cosa.»
«Te l’ho detto, avevo da fare.»
«Ehi!» esclamò allungandosi d’un tratto all’interno dell’auto. «Che ti prende? Cosa diavolo
succede?»
Flea smise di armeggiare e guardò Prody. Si era fermato a metà pendio e la stava fissando,
perplesso. Posò allora le mani sul volante e guardò un punto sul parabrezza facendo cinque
respiri profondi. «Scusami, ho avuto tanti pensieri per la testa.»
Seguì un breve silenzio. Caffery sospirò e arretrò leggermente appoggiando un gomito sulla
portiera e passandosi una mano tra i capelli come se fosse stanco. «Cavolo. Anch’io. Scusami.»
«Pace?»
«Pace.» Sorrise. Guardò con noncuranza la macchina, le ruote, i sedili posteriori, la
tappezzeria, come se pensasse di comprarla. «Auto nuova?»
«Sì.»
«Molto bella. Odora di nuovo.»
Due rivoli di sudore le scesero dalle ascelle lungo i fianchi. «Odora di nuovo?»
«Sì. Cos’è successo alla vecchia?»
«Alla vecchia?» Sul pendio Prody aveva sollevato la mano e le stava sorridendo, esitante,
come per dire: Ehi, niente rancore, eh? I rivoli di sudore confluirono sulla schiena formandone
uno più grosso. «Penso di venderla, mi sono stancata.»
«Che peccato. È una buona macchina la Focus, a quanto so. Nel Regno Unito ci sono più
Focus che pecore, o qualcosa del genere. Non che m’intenda molto di auto.»
Caddero alcune gocce di pioggia e Prody avanzò di un passo. Lei girò la chiave e inserì la
retromarcia. Caffery si tenne alla portiera come se potesse impedirle di andarsene. «Quando
sarai pronta a parlarne, sai dove trovarmi.»
«Quando sarò pronta.» Lanciò di nuovo un’occhiata a Prody, mollò il freno a mano e uscì
in retromarcia. Partì tanto in fretta che Caffery dovette fare un passo indietro per evitare che gli
schiacciasse i piedi.

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Caffery guardò la Clio sgommare, ripercorrere la stradina delimitata dai coni sollevando schizzi
di fango e scomparire. Quando se ne fu andata, risalì il pendio.
L’agente della stradale era a pochi metri di distanza con le mani aperte e un’espressione
sbigottita. «Forse non era contenta che assistessimo al recupero.» Osservò la serie di auto e
furgoni scrollando le spalle, quasi pensasse che tutti gli altri colleghi erano venuti là a curiosare:
perché dunque se l’era presa proprio con lui? «Mi dispiace, ho sentito la chiamata e stavo
passando di qui. Non mi ero reso conto che…» S’interruppe abbassando le mani, senza più
fiato in corpo. «Pensavo che fosse tutto a posto. In tutta onestà non credevo che ci fossero
rancori.»
«Rancori?»
«No. No… non di quel genere. Non ci conosciamo, non proprio.»
«Allora cos’è successo?»
«Una sciocchezza. L’ho beccata. L’altra sera… lunedì.»
«Per?»
«Eccesso di velocità.»
Per poco Caffery non fischiò. Gli piaceva l’idea che il sergente Marley infrangesse la legge.
Le si addiceva in qualche modo.
«Era mezzanotte. Ero di servizio vicino a Frome, di solito non è la mia zona, ma avevo
ricevuto una chiamata per un ubriaco e, quando arrivo, scopro che l’ha presa un altro. Perciò
faccio per tornare a Almondsbury quando passa quest’auto… non quella, una Ford.»
«Una Focus.»
«Sì», disse fissandolo. «Sì. Color argento. Va a zig-zag e per poco non si porta via anche
l’asfalto. Perciò parto con tanto di lampeggianti e sirene, e quell’auto semplicemente decolla,
con me dietro. Se lo può immaginare: trasmetto la targa, penso di stare inseguendo un veicolo
rubato e gli do la caccia da queste parti. E quando ho il nome e capisco che si tratta di lei, ha
ormai lasciato la strada ed è a casa. Busso e viene ad aprirmi adducendo la debole scusa che
aveva bisogno di pisciare, o qualcosa del genere.»
«La vecchia storia della vescica.»
«Esatto. Ovviamente, è a quel punto che le cose sono andate storte. Avrei dovuto lasciar
perdere, giusto? Ma mi aveva irritato. Mi aveva dato proprio sui nervi. Perciò le do del filo da
torcere in tutti i modi possibili. Le faccio l’alcoltest.»
«No?»
«Sì. E, d’accordo, era più che pulita. A quel punto chiudo la questione. Ma, sa…» L’agente
tacque e si grattò la testa. «Evidentemente non vuole le mie scuse.»
Caffery guardò il punto in cui la Clio era scomparsa. «Che giorno ha detto che era?»
«Lunedì scorso.»
Lunedì, pensò Caffery. Guarda caso la sera in cui Misty Kitson era sparita dalla clinica. E
guarda caso la sera prima che lui e Flea arrestassero il piccolo tanzaniano e il suo capo
pervertito. Quel giorno stava bene, considerate le circostanze. Però, pensò avviandosi verso

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l’auto e mettendosi al volante, era quasi sempre maledettamente circospetta. Dio solo sapeva
che cosa combinasse Flea Marley nella vita privata.
Infilò la chiave e rimase là per qualche istante pensando che fare una volta acceso il motore.
Avendola osservata, sapeva che andarle dietro, o persino cercare di chiamarla, sarebbe stato una
perdita di tempo. Attese ancora un po’ per lasciar sedimentare le idee e poi girò la chiave.
Non sarebbe andato dietro a Flea ma a quelli della Scientifica. Voleva sapere di più di quel
cane.

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Beatrice Foxton viveva vicino a Glastonbury Tor, in mezzo a una pianura che trecento anni
prima soltanto era un mare vasto e paludoso. Caffery la incontrò con i suoi cani in un campo
nei paraggi. Rimasero là nell’erba bagnata, lei a fumare e a tirare rami ai cani. Era in certo qual
modo rassicurante vedere fumare una donna che apriva i cadaveri, tanto che si chiese perché
darsi tanta pena per smettere.
«Grazie per essere venuta.»
«Non c’è di che. I cani avevano bisogno di muoversi un po’.»
Ne aveva due, un setter alto e lucido, e un pastore tedesco buono e lento. Correvano,
giravano in tondo, si accucciavano nell’erba in attesa di un ramo. «Sta migliorando un po’, il
pastore. Era un cane della polizia ma un anno fa ha avuto una brutta avventura a Pilton e
l’hanno mandata in pensione.»
«Pilton» era il nome con cui i locali chiamavano il festival di Glastonbury. Ogni anno in
giugno nella valle asciutta del fiume Whitelake, a est del Tor, spuntava una specie di città estiva.
Le colline si riempivano di tende multicolore, le bandiere sventolavano sui castelli medievali, la
gente arrivava e si fermava là per quattro giorni. Mangiavano e bevevano, cagavano e
dormivano, ballavano e rubavano, si amavano e cantavano. Qualcuno addirittura moriva lì.
«Uno dei punk rimasti dopo il festival – uno di quelli che venivano pagati per ripulire la
zona, sai, per spedire tutte le tende abbandonate alla Oxfam – be’, uno di loro, un incantevole
ragazzo del Tyneside, credo, ha dedotto che sarebbe stato più facile trovare la droga rimasta con
un cane antidroga, perciò ha scassinato il furgone della polizia e l’ha presa. Se l’è portata in giro
per la zona per due giorni tenendola legata a una corda e, quando non ha trovato niente, se l’è
presa con lei e le ha fratturato entrambe le zampe posteriori.»
«Cazzo.»
«Ci sono volute due persone per fermarlo. Non si era preoccupato di verificare se fosse un
cane antidroga. Guarda caso era un MF, un cane multifunzione. Una cosa molto diversa, con un
addestramento particolare. Ovviamente la cagna non ha più potuto lavorare, dopo quel fatto.
Però resta un animale splendido. E pure le anche resistono.»
«Ti piacciono gli animali.»
«Li preferisco alle persone.»
«Molti patologi la pensano così.»
«Sì, be’, in genere ci tocca la parte più dura, vedendo quello di cui gli uomini sono capaci.»
Il setter si avvicinò e posò un ramo ai piedi di Caffery. Lui lo raccolse e gli grattò la testa
sentendo la pelle morbida scorrere sulla schiena dell’animale.
«Allora, ce n’è una giusta per te. Lucy Mahoney.»
«In che senso?»
«Hanno appena trovato il suo cane», disse Caffery lanciando il ramo. Il setter schizzò via
fendendo l’aria con la coda. «È stato mutilato, scuoiato. Gettato in una cava.»
Beatrice tacque per un attimo, poi gettò la sigaretta nell’erba. «Incredibile quanto in basso
possa arrivare l’uomo. Che tipo di cane era?»

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«Uno spaniel.»
«Sono cani buoni», osservò Beatrice con amarezza. «Molto buoni.»
«Sono venuto all’autopsia di Lucy Mahoney perché sto lavorando a un altro suicidio. Un
ragazzo giù, alle grotte dell’elfo.»
«Adesso si spiega l’invasione del mio obitorio ieri.»
«Il corpo è stato toccato dopo la morte. Qualcuno gli ha tagliato i capelli, il che combacia
con una faccenda che sto seguendo. Il cadavere non era a migliaia di chilometri dal punto in cui
è stata ritrovata Lucy Mahoney. In ospedale speravo di trovare qualche analogia, di scoprire che
le avevano tagliato i capelli, invece niente. Mi dico che va bene… poi però salta fuori questo
dannato cane. Perciò quello che voglio chiederti è: sei sicura al cento per cento che nessuno
l’abbia toccata dopo la morte? Che tutto era come doveva essere? Non ci sono dubbi?»
Beatrice raccolse il ramo del pastore tedesco e glielo tirò. Roteò in aria spargendo gocce di
saliva e di rugiada. Osservò il cane per un po’, poi si accese un’altra sigaretta. «Spero che tu
abbia letto il verbale prima di affrontare il discorso, Jack. Mi irrita discutere di un caso quando
il verbale non è stato letto.»
«L’ho letto. Dall’inizio alla fine.»
«Menti. Non l’hai neanche visto. L’ho spedito via mail al distretto F soltanto stamattina.»
Scosse la testa. «Ma lascerò perdere, visto che sei tu. E visto che sei piuttosto attraente quando ti
togli la giacca.» Fece un tiro, gettò indietro la testa ed espirò il fumo in linea retta. «C’erano un
paio di cosette. Un paio di cose un po’ spinose. Prese nel contesto, non dicono granché.» Il
setter tornò con il ramo, la lingua penzoloni. «Sui polsi non aveva tagli di prova. In genere gli
aspiranti suicidi iniziano con qualcosa di piccolo: devono stabilire cosa faccia male, se possono
sopportarlo o no. Lei non lo ha fatto.»
«Perché no?»
«Dio solo lo sa. Da questo non si può dedurre niente, non se lo consideri singolarmente.
Non è una regola ferrea.»
Caffery la fissò. Prima non ne aveva parlato. Era l’ultima cosa che si aspettava. «Stai
parlando del modo in cui è morta? Vuoi dire che non sei certa al cento per cento che si tratti di
un suicidio?»
«Il tossicologico è interessante.»
«Benzodiazepine?»
«Una risposta ovvia, visto che accanto al corpo c’era un flacone di temazepam. Il coltello
l’ha uccisa ma, quando le ho svuotato lo stomaco, c’erano sette o otto compresse di temazepam
semidisciolte. In questo non c’è niente di strano. Molto spesso usano entrambi i metodi. Prima
si abbandonano all’alcol e alle pillole fino a stordirsi, poi si tagliano per essere doppiamente
sicuri che tutto vada secondo il piano. Ma mi sono ritrovata là a guardare il contenuto dello
stomaco, il flacone di pillole e a pensare: Perché? Perché non le ha prese tutte?»
«Dentro ne erano rimaste alcune?»
«Più o meno cinque. Perché?» Beatrice sorrise e fece un altro tiro. «Guarda caso, Jack, non
sei l’unico detective in città. Guarda caso anche la signora Foxton è piuttosto in gamba. Perché
ho osservato le pillole che Lucy Mahoney aveva nello stomaco e ho riflettuto. Pensando che
forse quella manciata di pillole non era affatto per Lucy ma per me.»
«Per te?»
«Una copertura, una falsa pista. Mi sono detta, signora Foxton, se questa giovane donna sul
tuo tavolo non si è tolta la vita, allora cos’è successo? Puoi ipotizzare che una persona
misteriosa A le abbia messo qualcosa, diciamo, in un drink? Non avrebbe potuto usare il

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temazepam così, perché non si sarebbe sciolto bene e lei avrebbe notato la polvere sul fondo del
bicchiere. Avrebbe avuto bisogno di qualcosa di incolore, insapore, una sostanza illegale forse,
perché tutti i farmaci venduti con ricetta sono pieni di Bitrex: lo senti a chilometri di distanza.
Poi, quando è docile e stordita, con il cervello in pappa, la persona misteriosa A le dà una
manciata di pillole. Il patologo B gliele trova nello stomaco, salta alla conclusione e chiede
un’analisi solo per quel tipo di benzodiazepine.»
«Dovresti richiedere un altro esame.»
«Ti ho battuto sul tempo. Ho chiesto a Chepstow di ricercare tutte le sostanze vendute in
modo illecito: Rohypnol, GHB, chetamina, clonazepam e Xanax, tutto quello che mi è venuto in
mente. Una bella fattura è già partita per il distretto F. Ho fantasticato a lungo e con
soddisfazione immaginando la faccia dell’idiota di detective quando se la ritroverà tra la posta
in arrivo.»
«Cos’è saltato fuori?»
Beatrice gli rivolse un sorriso cupo. «Qui casca l’asino. È risultato tutto negativo. Mentre il
livello di temazepam era alle stelle, molto, molto più alto rispetto a quello che ci saremmo
aspettati in base al contenuto gastrico. L’unica spiegazione è che quelle sette o otto pillole nello
stomaco fossero la seconda dose. La prima l’aveva presa in precedenza e aveva avuto il tempo
di assorbirsi, perciò è presente nel sangue ma non più nello stomaco.»
Caffery guardò il pastore tedesco cercare di stare al passo con il setter. Clement Chipeta
avrebbe potuto uccidere Lucy ma non era tanto raffinato da farlo in quel modo. E il mostro, il
Tokoloshe? Ammesso che esistesse, lì non c’era nemmeno la sua firma. Nessuno dei due era in
grado di convincere una donna bianca sana e integrata a buttar giù della droga. «Non c’erano
segni di violenza? Segni che sia stata costretta a ingoiare qualcosa?»
«Ovviamente no. Pensi che mi sarebbero sfuggiti?»
«Allora come ha fatto?»
«Vuoi la mia SWAG?»
«La tua che?»
«La mia ipotesi scientifica?»
«Dimmi.»
«Non è stata costretta. Non è stata obbligata perché non è accaduto niente del genere. Perché
ci siamo abbandonati alla fantasia, Jack, abbiamo lasciato correre l’immaginazione. Non c’è una
persona misteriosa A. Non c’è un piano astuto. Lucy Mahoney ha deciso di uccidersi. Ha scritto
un biglietto e lo ha firmato. Ha preso più o meno dieci temazepam, è salita in macchina ed è
andata alla cava con il cane sul sedile posteriore, una bottiglia di brandy e un coltello Stanley
davanti. Ha parcheggiato e fatto scendere il cane perché avrebbe avuto più possibilità lì che
chiuso in casa. Teme che il temazepam non abbia fatto effetto, perciò ne prende altro… le
pillole che le ho trovato nello stomaco. Cammina, barcolla probabilmente, poverina, per quegli
ultimi quattrocento metri fino alla ferrovia, si siede e, per quanto mi stupisca che a quel punto
riesca a tener su la testa, finisce l’opera.»
«Allora è un suicidio.»
«Un suicidio, sì. E non cambierò idea per una sensazione. Da quel che possiamo vedere,
non ci sono stati né furto né aggressione sessuale: sono solo io che lavoro con la mia mente
sospettosa di londinese tra la mite popolazione dell’Ovest. Se vuoi collegarlo a quell’altro
suicidio, il tuo ragazzo alla cava, tentaci pure. Ma i due corpi sono stati trovati a grande distanza.
Non c’è molto che li leghi.»

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«Tranne il cane. Il mio bersaglio ha alle spalle una storia di traffico di parti di corpi. Giorni
fa hai sentito parlare dell’Operazione Norvegia? Per questo penso che avesse bisogno dei capelli
del mio suicida alla cava.»
«I capelli sono una cosa… mi sembra che proprio questo riguardasse l’Operazione
Norvegia. Ma un cane? Un cane è diverso.»
Caffery non rispose. Aveva ragione, naturalmente. Era diverso ed esulava effettivamente un
po’ dallo schema, quella povera carcassa sul fondo della cava. Se era stato Clement Chipeta, o il
Tokoloshe, perché lasciare la pelle insieme al corpo? Il veterinario a cui avevano portato il cane
aveva detto che, al di là del pelo, al corpo non mancava niente: nessuna parte utilizzabile per il
muti.
«Comunque», disse, «presumendo che là fuori non ci sia qualcun altro abbastanza malato da
scuoiare un cane…»
«Ce ne sono parecchi, credimi. Quei ragazzini di Southmead segnalati all’assistenza sociale
per comportamenti devianti: se trovassero uno spaniel che vaga sperduto, sarebbero capaci di
una cosa del genere.»
«Se fosse stato il mio bersaglio, sarebbe una bella spina nel fianco. Dovrei far combaciare
due modus operandi diversi. I capelli tagliati del primo suicida, il cane mutilato della seconda.»
Scrollò le spalle. «Non lo so. È tutto molto confuso.»
I cani riportarono i rami, li gettarono a terra e si sedettero come due fermalibri guardando
Beatrice, in attesa di un nuovo lancio. Il setter aveva alcune macchie bianche di saliva sul muso.
«Be’, Jack Caffery», disse Beatrice ignorando i rami, «se non vuoi sedurmi o tentare una
cosa alla Lady Chatterley contro un albero, prenderò i miei migliori amici e me ne tornerò a
casa.»
Lui la guardò avviarsi verso la macchina, stendere le coperte e chiamare i cani con un
fischio. «Beatrice?» disse quando lei ebbe chiuso il portellone.
«Che c’è?»
«Vorrei avessi detto sul serio. A proposito della cosa alla Lady Chatterley.»
Lei rise. Il vento le scompigliò i capelli grigi. «Anch’io. Quanto avrei voluto intenderlo
davvero.» Gettò la sigaretta e la schiacciò con la sneaker. «Parlerò con quel detective, Jack. Gli
dirò che avevo dei dubbi sulla morte di Lucy. Ma a voce. Non riscriverò il verbale. Non
cambierò idea.»
Caffery la osservò allontanarsi, poi studiò i mozziconi che aveva lasciato. Pensò di nuovo
quanto fosse bello stare all’aria aperta e fumare con qualcuno accanto. Avrebbe voluto avere
qualcuno vicino nella fase successiva. Quella in cui doveva scoprire che cosa intendesse
combinare il Tokoloshe con un cane. E perché, dopo essersi preso la briga di scuoiarlo, non si
era portato via la pelle.

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Ian Mallows, o per meglio dire gran parte del suo corpo, era sopravvissuto all’Operazione
Norvegia. Era stato in terapia intensiva per quattro notti, ma ora ne era fuori. Lo avevano messo
in una stanza privata, non in reparto, perché, nonostante i richiami del personale, continuava a
urlare agli altri pazienti: «Piantatela di fissarmi, cazzo!» Ovviamente nessuno obbediva. Chi
avrebbe potuto, date le circostanze?
All’arrivo di Caffery, Mallows era tranquillo. Era steso sul fianco, rivolto verso la porta,
addormentato, con il lenzuolo tirato fino al collo; il televisore sul muro era acceso con il volume
abbassato.
Caffery chiuse piano la porta e accostò una sedia al letto. Posò per terra la stecca di sigarette
che aveva con sé, si tolse la giacca, la appese sullo schienale e si accinse ad attendere, gli occhi
rivolti allo schermo televisivo, le mani giunte sulle ginocchia, girando i pollici.
«Sì? Che c’è? Cosa vuole?»
Caffery lo guardò. Mallows non si era mosso. Aveva ancora gli occhi chiusi ma la bocca era
aperta: dentro s’intravedeva una piccola striscia rossa e umida. I capelli, che portava rasati, gli
stavano ricrescendo e formavano una chiazza nero-bluastra. Sopra l’orecchio sinistro aveva il
tatuaggio di una ragnatela dalle linee grosse e indistinte. Fatto con un ago in galera. Mallows
non era un gran rappresentante del genere umano, pensò Caffery. Non era destinato a farcela in
questa vita, anche senza le lesioni subite durante l’Operazione Norvegia. Quelle erano ancora
nascoste sotto le lenzuola.
«Forza», disse l’uomo senza aprire gli occhi. «Mi dica cosa vuole.»
«Sono della polizia.» Caffery fece per prendere il distintivo, ma cambiò idea. «Sono il
detective Jack Caffery. Ti ricordi di me? Sono quello che è entrato e ti ha tirato fuori.»
Allora Mallows aprì gli occhi e li posò su di lui. «Era là con quella ragazza? Quella gnocca?»
Caffery incrociò le gambe posando il piede destro sul ginocchio. «Finora i medici mi hanno
impedito di vederti. Questa settimana eri in condizioni critiche. Temevano il peggio.»
«I miei amici mi faranno il culo. Farsi salvare da quella zoccola. È finito anche sui giornali.»
Mallows si girò sulla schiena e si tirò su appoggiandosi sui gomiti. Caffery smise di muovere il
piede e lo fissò. Aveva tirato le braccia fuori dalle lenzuola. Là dove gli avevano tagliato le
mani, le braccia gli terminavano in una palla di bende grande quanto un melone. Le muoveva
lentamente, con fatica. Era come osservare una mantide religiosa gigante spostarsi
grottescamente sul letto.
L’uomo sorprese Caffery a guardarlo e scoppiò a ridere. «Lo so. Sono ridotto da schifo, eh?
I dottori dicono che sono tre volte più gonfie del normale.»
«Ti hanno operato ieri.» Caffery non riusciva a distogliere lo sguardo dalle bende. Era come
se avesse un paio di pale al posto delle braccia. «Così hanno detto.»
«Non potevano farlo prima. Hanno continuato a tagliuzzare i moncherini. La pelle si
staccava a lembi e non sono riusciti a impedirlo finché non hanno capito quali muscoli fossero
andati. Necrotizzati, così dicono. Necrotizzati. Cioè diventati carne morta.»
Caffery distolse lo sguardo dalle bende e lo fissò in volto. «E poi?»

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«Mi hanno preso dei grossi lembi di pelle dalla parte posteriore delle cosce e me li hanno
innestati.» Si studiò i moncherini girandoli e rigirandoli più volte. «A un certo punto, nella pelle
si formeranno dei vasi sanguigni. Si collegheranno e con un po’ di fortuna avrò una pelle
normale sopra i moncherini.» Appoggiò la testa sul cuscino e fissò il soffitto. «Fico, no?»
«Te la stai cavando bene, Ian, molto bene. Sono contento.»
Mallows emise un verso gutturale. «Sì, ma non è venuto qui solo per dirmi quattro balle,
giusto? Cosa vuole? Ho già fatto la mia deposizione.»
«Non era completa. Eri fuori di te quando l’hai rilasciata e hai omesso alcune cose. Quindi
adesso che stai migliorando, vogliamo risentirti per capire meglio e scoprire cosa ricordi.»
«Di cosa?»
«Be’, di Dundas, tanto per cominciare. Quello che è morto.»
«E cioè?»
«Lo avevi mai visto? Te lo avevano presentato?»
«Cosa, piacere di conoscerti, amico, e roba del genere? Ma che razza di domande fa? Vi ho
già detto tutto. Non l’ho mai visto, non ho mai neanche saputo che fosse là. Quel posto era
come un labirinto. Non sapevi cosa accadesse nella stanza accanto.»
«Sapevi che gli hanno tagliato i capelli?»
«Sapevo che gli hanno tagliato la testa, questo sì. Non credo che fosse molto preoccupato
per i capelli, non pensa?»
«Clement Chipeta, quello che era con te.»
«Oh, si chiama così, giusto?»
«Quando siamo arrivati e abbiamo effettuato gli arresti, era là con te da un po’ allora?»
«Cosa intende?»
«Non era fuori da qualche parte? Nelle ultime ore era con te in quella casa?»
«Sì. Perché?»
«Stavo solo cercando di ricostruire i suoi spostamenti.»
Mallows scosse la testa. «No. Vede, qui finisce il nostro discorso. Non sono una spia. Non
vi consegnerò il mio piccolo compagno di cella. Non mi ha mai fatto del male.»
«Buffo. Da quel che ricordo, è stato lui a presentarti allo Zio.»
Mallows non rispose.
«Lo stai proteggendo, Ian. C’è un nome per questo.»
«Ah, sì?»
«Sì. Sindrome di Stoccolma. Capita alle persone che sono state prigioniere a lungo: si
affezionano ai loro aguzzini. Come stai facendo tu.»
«Lui non era il mio aguzzino. Non ha mai voluto essere coinvolto: è stato costretto. È un
clandestino. Da quello che so, non aveva scelta.»
«Hai anche fatto sesso con lui? Per questo vuoi proteggerlo?»
«Oh, vaffanculo.»
«Clement Chipeta ci ha raccontato che faceva collezione di capelli umani.» Caffery lo studiò
in cerca di una reazione. «Dice che era una tradizione. Li usava per fare un braccialetto. Te ne
ha parlato?»
«Senta, ho appena detto che non intendo fare il lavoro per lei. Non sono una spia.»
Caffery allungò la mano sotto la sedia, prese la stecca di sigarette e la posò sul comodino.
Mallows la fissò. «E come dovrei fumarle? Con le dita dei piedi?»
«Avrai bisogno di un amico che ti aiuti. In effetti, Ian, avrai bisogno di molti amici quando
infine uscirai di qui.»

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«Mi tengo gli amici non parlando con gli sbirri come lei.»
«Sai cosa penso? Penso che nella casa in cui ti abbiamo trovato c’era qualcosa di cui non ci
hai parlato.»
Lo sguardo di Mallows vacillò. Non lo distolse da quello di Caffery, eppure era successo
qualcosa. Una dilatazione quasi impercettibile della pupilla, dei capillari, da cui il detective capì
che le sue parole avevano colpito nel segno.
Caffery fece un respiro sentendo il polso accelerare. Si protese e parlò a bassa voce. «Ho
ragione, vero? In quella casa c’era qualcosa che non sai spiegare.»
Una vena prese a pulsare, pallida, sulla tempia di Mallows.
«Ian», bisbigliò Caffery, «qualcuno ti ha detto quante persone sono uscite di lì? Tu. Uno.»
Prese a contare con le dita. «Quello stronzo che ha architettato tutto, quello che chiamavi Zio.
Due.»
«Non intendo ascoltarla.»
«Il tuo amichetto, Clement. Tre. E un cadavere. Dundas. Quattro in tutto… Ah, la cosa ti
sorprende, vero? Pensavi che dicessi cinque.»
«Non mi sento bene. Chiami un’infermiera.» Mallows sollevò entrambe le braccia e cercò di
afferrare il pulsante tra le sbarre della testiera. «Mi serve la padella.»
Caffery si alzò, liberò il pulsante e lo allontanò dalla sua portata.
«Me lo dia. Mi serve un’infermiera.»
«È solo astinenza.»
«So benissimo cos’è, cazzo. Non ho bisogno di lezioni sul male che provo, non crede?»
«Non ti danno niente?»
«Erba.»
«Quanto spesso?»
«Due volte al giorno.»
«E non basta?»
«Cosa? Intende stare lì a guardarmi mentre me la faccio addosso? Le piace? Buffo. Non
avrei mai detto che fosse una persona del genere. Sa cosa faccio per vivere, vero? Quando
uscirò di qui, possiamo fare due chiacchiere, se vuole. Sono disponibile.»
Caffery incrociò le braccia e lo guardò con pazienza. «Dovrai parlare con me, Ian. Alla fine
parlerai.»
«Vaffanculo.»
Lui annuì, pensieroso. «So dove sono le tue mani.»
Ci fu silenzio. Un lungo silenzio. Quando lo avevano portato fuori dalla casa, l’unica cosa
che aveva fatto era urlare chiedendo delle sue mani. Più di tutto, rivoleva indietro le mani. «Lei
cosa?» disse posando i gelidi occhi azzurri su Caffery.
«Ho detto che so dove sono le tue mani. Il coroner non può darle a nessuno, ma posso dirti
dove sono.»
«Dove?»
«Quando mi dirai cos’altro c’era in quel posto.»
«Sta dicendo sul serio?»
«Certo.»
«Mi mostri la giacca.»
«Eh?»
«Voglio vedere se ha un microfono.»
«Cazzo.» Caffery la prese, la gettò sul letto e rimase lì con le braccia allargate. «Contento?»

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«Si apra la camicia.»
Lui se la sbottonò, se la abbassò sulle spalle e fece un giro su se stesso. Mallows non smise
di fissarlo. Studiò il ventre nudo, il petto.
«Che c’è? Hai visto qualcosa che ti piace?»
«Non lo ripeterò mai.» Aveva uno sguardo duro. «Se dovesse venire fuori in tribunale,
negherò. Dirò che mi ha messo le mani addosso mentre ero ferito in un letto d’ospedale.»
«Cos’era quel braccialetto che si stava facendo?» domandò Caffery rimettendosi la camicia e
sedendosi. «Che scopo aveva?»
Seguì un lungo silenzio. «Era una protezione», mormorò dopo un po’. «Dagli spiriti maligni.
Lo usava come scudo… aveva davvero paura.»
«Paura? Di che cosa?»
Mallows gli lanciò un’occhiata come per dirgli che la polizia era un mistero insondabile. Una
specie diversa. E sotto quello sguardo indagatore Caffery iniziò a vederla in un’altra ottica. Vide
un clandestino che temeva d’essere rimpatriato in un paese in cui sarebbe finito scuoiato in un
batter d’occhio. Capì, imbarazzato per averci messo tanto tempo.
«A proposito di Clement», proseguì, «sai se fosse crudele con gli animali?»
«Tutti in quel posto erano crudeli con tutto.»
«Ti ha mai raccontato di aver usato un coltello su un cane o qualcosa di simile?»
«Non sui cani. In Tanzania li odiano. Li considerano nocivi. Non li toccherebbero mai.»
«Ma la banda per cui lavorava trattava specie in pericolo, laggiù, in Tanzania.»
«Non i cani. I cani non sono in pericolo.»
Cosa aveva detto Beatrice? Quei ragazzini di Southmead segnalati all’assistenza sociale per
comportamenti devianti sarebbero capaci di una cosa del genere. Aveva ragione? Davvero il
cane non c’entrava?
«Perché hanno scelto te, Ian? Tu sei bianco.»
«Non lo so. A Clement piacevano i bianchi.»
«Pensava che avessimo più potere, vero? Che con i nostri corpi il muti venisse meglio?»
«Forse.»
Caffery si agitò sulla sedia e finse di allacciarsi i polsini. «Voglio sapere chi c’era in quella
casa, Ian, perché alcuni dei miei testimoni sostengono di aver visto qualcosa di
incomprensibile.»
Mallows deglutì, ma non parlò.
«Hanno lavorato di fantasia, certo, ma hanno dichiarato di aver visto un mostro. Ora, il tuo
amico Chipeta dice d’essere stato lui, mascherato.»
«Oh, guarda, guarda.»
«Sì. Dice la verità?»
«Lo chieda a lui.»
«Lo sto chiedendo a te. Per l’ennesima volta, in quel posto c’era qualcosa che non sei
riuscito a spiegarti?»
Nessuna risposta.
«Era là quando siamo arrivati? È scappato?»
Silenzio.
«Mi ha visto? Mi stava osservando?»
Di nuovo silenzio.
«Ian, hai detto che avresti parlato, questo era il patto.»

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Mallows gli lanciò un’occhiata feroce. «E io le ho dato tutte le risposte che ho. Se vuol
sapere altro, vada in City Road. Conosce City Road, no?»
«Sì.»
«Lo supponevo. Provi a parlare con le puttane laggiù. Ce n’è una, una bionda con una
giacca bianca. Faccia due chiacchiere con lei. Le chieda il suo parere sui mostri.»
Caffery smise di abbottonarsi la camicia e lo fissò. Pensò alla sua macchina, parcheggiata in
un vicolo dalle parti di City Road la sera in cui qualcosa gli era saltato sul cofano. Quella sera
era con una prostituta: non che lo avesse raccontato in giro, ma era vero. Si chiamava Keelie.
Era in auto con lui. «Hai il nome? Della ragazza? Della prostituta?»
«No. È una delle tante, ha presente?»
Caffery frugò in tasca e prese un pezzetto di carta che si portava dietro da giorni. Era il
numero disattivato che era stato composto con il telefono di Ben Jakes. Lo aveva chiamato una
volta dal telefono dell’ufficio, ma non aveva mai provato a farlo da quello personale. Lo digitò.
Il cellulare tacque per un istante, poi lo schermo divenne nero e apparve una piccola icona con
le parole STAI CHIAMANDO IL CELLULARE DI KEELIE CITY ROAD. Qualcuno – il
Tokoloshe? – aveva usato il telefono di Jakes per chiamare Keelie, la prostituta. Nella sua testa
cominciò a formarsi un’idea.
Si alzò, si mise la giacca e se l’abbottonò. «Grazie, Ian. Ti auguro buona fortuna fino alla
prossima dose.»
«Ehi!» Mallows si mise a sedere a letto. «Dove crede di andare? Mi ha fatto una promessa.
Ha promesso che mi avrebbe detto dove sono le mie mani. Devo essere certo che si trovino in
un luogo dove quel bastardo dello Zio non riuscirà a prenderle. Non voglio che le tocchi di
nuovo.»
«Sono al sicuro», rispose Caffery e si fermò sulla porta. «Il patologo le ha esaminate, ha
fatto una sorta di piccola autopsia e adesso sono sotto chiave. In attesa che il coroner dica cosa
farne.»
«Dove?» Mallows si mise ancor più ritto e strabuzzò gli occhi. La luce tenue che illuminava
il letto dall’alto lo faceva assomigliare a un personaggio di un quadro religioso raffigurante
l’inferno, di Bosch o di Goya. «Ha promesso che mi avrebbe detto dove sono.»
Caffery aprì la porta e rimase per un attimo sulla soglia. «Sono qui. Nell’obitorio
dell’ospedale, nel seminterrato. Anzi, sai una cosa?» Scosse la testa di fronte all’ironia. «Sono
sempre state qui, per tutto il tempo. Dieci metri sotto di te.»

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22

Flea era seduta nella poltrona di suo padre con le gambe allungate e un bicchiere di Tanqueray e
acqua tonica in mano a guardare la Farleigh Park Hall in televisione. La villa neoclassica,
circondata da portici e da una loggia di arenaria, era stata tirata a lustro dai proprietari della
clinica per il programma: le finestre erano state ripulite, le fontane gemelle rimesse in funzione e
un paio di pavoni si aggiravano nell’erba becchettando oziosi. Sullo schermo apparve una
ragazza che scese i gradini dell’ingresso principale. I suoi capelli biondi erano opachi, quasi
fossero in grado di assorbire la luce del sole. I sandali, pensò Flea. Hanno sbagliato. Erano
argentati, non dorati. Argentati. Ma tutto il resto… tutto il resto era perfetto. L’abito verde neon,
il cappotto di velluto porpora. In mano stringeva una borsetta di paillette che scintillavano
mentre si muoveva. In quella borsa c’era probabilmente anche un Nokia con decorazioni
particolari. Ogni dettaglio era importante.
Quel mattino alle undici, mentre lei era alla cava due, la MCIU aveva ricostruito le ultime
ore di Misty alla clinica. Quando le telecamere avevano fatto una panoramica della struttura,
avevano mostrato la folla di persone sopraggiunta per l’occasione. I parcheggi improvvisati in
mezzo ai campi erano invasi dai veicoli, i furgoni per la diretta pullulavano di parabole
satellitari, i reporter si aggiustavano capelli e cravatte davanti alle telecamere, i tecnici si
aggiravano di qua e di là sistemando treppiedi e microfoni. Gruppi di poliziotti gironzolavano
chiacchierando a voce bassa. Vicino alle fontane un uomo dai capelli grigi con un impermeabile
blu scuro aveva tutta l’aria d’essere il capo della polizia.
Flea si sentì travolgere da un’ondata di pessimismo. Ci sarebbe voluto un miracolo perché
lasciassero perdere quel caso.
Spense il televisore e si portò il drink in cucina. Non poteva più rimanere seduta lì in attesa
della chiamata di Thom. Doveva fare qualcosa ora, iniziare a cercare il luogo dell’incidente.
Dalle ultime chiacchiere di corridoio sapeva che il laboratorio forense di Chepstow stava
analizzando capelli e fibre prelevati dai diversi buchi nel recinto della clinica, solo per capire da
che varco fosse uscita Misty. Lei non aveva accesso alle tecniche e ai mezzi di cui disponeva la
polizia. Aveva solo il suo cervello. Avrebbe dovuto riflettere più attentamente, più velocemente
e meglio dell’intera forza pubblica messa insieme.
In cucina tolse le poche cose che erano sul tavolo – un macinapepe e la tazza di terracotta in
cui la mamma teneva sempre le posate e i tovaglioli – e vi dispose le carte che aveva portato a
casa dall’ufficio: le foto degli abiti di Misty e le stampate della mappa che l’unità aveva usato
per perlustrare il lago di Farleigh Park dopo la sua scomparsa. Si sedette dove si era sempre
seduta, a sinistra, tra il posto di Thom e quello dov’era solito sedersi papà, di fronte alla
mamma, e cercò di riflettere.
La polizia sapeva da che parte era andata Misty quando aveva lasciato la clinica. Avevano
stabilito la sua posizione grazie al cellulare. Pearce ne aveva parlato con Caffery quando
avevano recuperato la donna suicida sulla Strawberry Line. I ripetitori telefonici erano dotati in
genere di antenne a settore che coprivano i vari segmenti fino a un totale di 360 gradi. Il segnale
di un determinato cellulare poteva essere rintracciato in uno di quei settori: alcuni ripetitori

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avevano anche sei antenne, il che riduceva le cosiddette celle a circa sessanta gradi, perciò era
possibile stabilire a quale angolo si trovasse il telefono dal ripetitore, ma non a che distanza.
Questo a meno che non entrasse in gioco un altro ripetitore. Inoltre, soprattutto se il cellulare
era vicino a un ripetitore, il segmento di ricerca poteva essere ridotto a un puntino.
Il telefono di Misty era un Nokia a conchiglia. Flea aveva studiato la fotografia della copia.
Aveva un involucro di acciaio inossidabile e uno schermo LCD un po’ più piccolo del suo, però
Misty lo aveva personalizzato applicando alcune decorazioni a forma di cuore. Non era nella
borsetta con le paillette, non era nelle tasche e non se l’era preso Thom, di quello era certa.
Quindi dov’era?
Recuperò il laptop dalla borsa, lo accese e andò su Google Earth. Le foto satellitari di
Farleigh Park Hall erano state scattate in una sera d’estate. L’edificio e gli alberi circostanti
gettavano ombre enormi sui prati. Trovò carta e matita, avvicinò la mappa a sé e la confrontò
con l’immagine satellitare facendo scorrere il dito sui boschi e sul lago. Pearce, il consulente per
le ricerche, aveva detto che avevano rilevato un segnale dalla stazione base della macrocella.
Eccola là nella foto satellitare, con la sua lunga ombra sul campo. Sulla mappa era indicata a
circa ottocento metri in direzione nord. Tracciò approssimativamente delle sezioni partendo dal
ripetitore e studiò quella a sudest. Laggiù c’era una minuscola chiazza di luce bianca. Zoomò e
vide una striscia beige, una strada, che arrivava fino a essa. Il lago. Quello che non aveva
voluto ispezionare.
Chiuse il laptop e si appoggiò allo schienale sollevando la mappa. Il fatto che il cellulare di
Misty avesse emesso l’ultimo segnale in quella cella di sessanta gradi non consentiva di per sé di
stabilire se fosse stato a mezzo metro o a chilometri dal ripetitore. Il che allargava la zona di
ricerca a parecchi chilometri quadrati. Se Misty aveva spento il telefono, sarebbe potuta arrivare
dappertutto, a qualsiasi distanza. Entrare in un settore completamente diverso della stazione base
della macrocella. O attraversare la cella di un altro ripetitore. Avrebbe potuto lasciare Farleigh
Park Hall e andare a sud o a est, il che significava che l’incidente poteva essere accaduto su tre
strade diverse: la A36, la A366 o la B3110. Ma anche su una delle infinite strade secondarie che
attraversavano i campi in quella zona. Flea si grattò la testa. C’erano chilometri da ispezionare.
E lei che credeva d’essere un passo più avanti, di avere un vantaggio sulla polizia perché sapeva
che Misty era morta su una strada.
Era probabilmente là da dieci minuti a fissare la mappa, con il ghiaccio del gin and tonic che
si scioglieva, quando le venne in mente una cosa. Pensò a Lucy Mahoney. Al suo corpo che
veniva infilato nel sacco salma il giorno prima, all’aspetto delle sue scarpe.
Prese un sacchetto per congelatore dal cassetto, i guanti di lattice dall’armadio dove teneva
la roba da lavoro e un paio di pinzette dal mobiletto del bagno.
Il garage era umido nonostante il ventilatore nell’angolo girasse silenzioso. Ora che il corpo
era stato raffreddato e il rivestimento interno del bagagliaio eliminato, il fetore si era ridotto a
un vago odore sgradevole, come se qualcuno avesse dimenticato un sacchetto delle immondizie.
Si mise guanti e maschera e si avvicinò alla vasca. Aveva sostituito il ghiaccio non appena
arrivata e il telo ora era di un bianco lattiginoso, come se Misty vi avesse respirato dentro. Qua e
là se ne intravedeva la sagoma: un pezzo di stoffa verde appiccicato alla plastica, una chiazza
gialla opaca di pelle là dove il dorso della mano la toccava, un alone indicativo di una massa di
capelli biondi da qualche parte, più sotto.
«Sono io, solo io. Devo spostarti.»
Afferrò il bozzolo a un’estremità e lo tirò finché i piedi di Misty non penzolarono oltre il
bordo della vasca. L’acqua ghiacciata sciaguattò e si riversò per terra. Muovendosi rapida, tolse

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la fascetta e srotolò il telo. Dentro, la plastica era sporca di una poltiglia marrone semicongelata.
I piedi nei sandali argentati erano freddi e duri.
Prese in mano un tallone, sollevò la scarpa e la esaminò con cura. Sui tacchi alti c’erano
erba e fango, misti ad altri frammenti di vegetazione. Con cura ne staccò uno e lo infilò nel
sacchetto. Respirando dalla bocca, alzò l’altro piede e staccò un frammento simile, attenta a
prelevare il maggior numero possibile di tipi di foglie e di suolo.
«Grazie, Misty.» Riavvolse i piedi e rimise le gambe nella vasca. Cazzo, era atroce. «Non ti
disturberò più.»
Quando tornò in cucina, il sole stava tramontando. Stava squarciando le nubi e illuminando
il cielo con incredibili raggi di luce. Gli armadietti e i muri erano tinti d’oro, quasi ci fosse un
caminetto acceso. Prese un pezzo di carta da cucina e vi rovesciò sopra i frammenti di ghiaia,
terriccio e foglie. Si versò un altro gin and tonic, e usando le pinzette cominciò a esaminarli con
cura.
Erano perlopiù costituiti da grumi d’erba e di un terriccio rossastro che poteva forse essere
argilla. Diede un’occhiata alla mappa. Papà era appassionato di geologia e le mensole della casa
erano ancora piene dei sassi che aveva raccolto negli anni. A colazione dava lezione a lei e a
Thom: la valle dell’Avon, la striscia di terra che correva lungo il fiume, era di argilla. E dove il
terreno si innalzava, cedeva il posto al calcare oolitico. Quello poteva significare che Misty era
andata a est anziché a ovest, verso il fiume anziché nella direzione opposta. Ma anche in quel
caso Flea non poteva sapere con certezza dove terminasse il suolo argilloso e iniziasse il calcare.
Divise i pezzetti di vegetazione mettendo da parte l’erba finché, quasi avesse scoperto una pepita
d’oro, restò immobile a fissare quello che pareva un frammento di carta marrone raggrinzita.
Con la lingua tra i denti per la concentrazione, lo spiegò usando le pinzette e un’unghia.
Quando si aprì, vide che non era carta: erano due petali uniti, probabilmente gialli prima di
venire schiacciati e semicongelati. Nel centro c’era un pezzetto di stame. Li studiò a lungo. Per
completare il capolino ce ne sarebbero voluti quattro. E sarebbe risultato piccolo. Ma non era
fragile ed era troppo robusto per le sue dimensioni. Un pensiero la colpì: forse fa parte di un
fiore più grande… e di colpo capì.
Era colza.
Era il fiore di una pianta di colza.
Avvicinò il computer e cercò «colza» su Google. Piaga degli asmatici, delizia dei coltivatori
che vivevano di sussidi, per un periodo negli anni Novanta si era diffusa fin troppo in
Inghilterra. Ogni collina, ogni valletta era un patchwork di campi dal caratteristico color giallo
acido. In quella stagione la colza stava fiorendo e i campi viravano dal verde al giallo; ora, sullo
schermo, c’era un petalo identico a quello che aveva sul tavolo.
Misty Kitson aveva attraversato un campo di colza per raggiungere la strada dove Thom
l’aveva investita.
Flea passò a Google Earth e zoomò finché lo schermo non inquadrò approssimativamente la
zona di ricerca. Avvicinandosi di più, centrò il satellite sulla clinica, con i suoi tetti di piombo e
le sue colonne, poi allargò di nuovo l’immagine per inquadrare le casette dei villaggi circostanti:
le fattorie, le stazioni di servizio, i B&B sulla strada principale. E il lago.
Nel momento in cui era stata scattata la foto, i fiori di colza erano di un giallo intenso. Ma
per quanto ci fosse un campo color ocra a ovest della struttura, non c’era nulla che ricordasse
una distesa di colza. Allargò ancora l’immagine fino a inquadrare l’intera area sullo schermo.
Due rettangoli gialli spiccarono allora tanto intensi da sembrare fosforescenti. Erano a vari
chilometri dalla clinica, molto lontani dalla zona perlustrata dalla squadra. Uno era a sud, a

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quattro chilometri, sul confine di un settore del ripetitore. L’altro era a sinistra, ancor più
distante, sul confine opposto dello stesso settore. Erano entrambi troppo lontani per rientrare
nei parametri di un piccolo e presuntuoso consulente per le ricerche.
Posò il bicchiere nel lavandino, mise guanti e pinzette nella tasca della giacca e prese altri
sacchetti per congelatore. Recuperò la grossa Maglite dallo studio di papà, un paio di stivali di
gomma, una maglietta con le maniche lunghe e una bottiglia d’acqua. Dal bidone dei rifiuti
riciclabili prese alcuni fogli di carta pesante, gli inserti pubblicitari del quotidiano dell’ultima
domenica. Dallo studio prese anche il suo vecchio zaino Bergen.
Fece per uscire di casa, ma si bloccò sulla soglia. Alcuni metri più in là, sulla ghiaia, i capelli
attorno al volto scolpito simili a una sorta di aureola sotto il sole pomeridiano, c’era Katherine
Oscar. Indossava una giacca della Musto e sopra un gilè di montone molto «country» perché
aveva un’aria decisamente scomoda. Teneva una copia del giornale locale tra le dita, lungo il
fianco. E aveva un’espressione che Flea riconobbe subito dopo tanti anni di vicinanza, a
sottolineare che nulla di ciò che i Marley potevano fare l’avrebbe sorpresa.
«Phoebe!» Era una delle poche persone al mondo, a parte Mandy, che la chiamava con il
suo vero nome. «Mi affascini sempre.»
Flea chiuse con forza la porta e uscì. «Ti affascino? Perché? Cos’ho fatto adesso?»
Katherine scoppiò a ridere e si toccò i capelli per sistemarseli. «Oh, è solo che… sai. È il
tipo di macchine che hai. Come questa. È nuova?»
«Sì.»
«Cos’è?» Si chinò a controllare la marca. «Ah! Una Renault! Una piccola e graziosa Renault.
È un po’ un’auto da città, no?»
«In che senso?»
«Sì, per andare di qua e di là, sai.»
«Non è una Land Rover. È questo che intendi?»
«No. No, non lo è, vero?» Sorrise, incrociò le braccia e fece mostra di guardarsi attorno. La
luce del garage era spenta ma quella del corridoio era accesa e illuminava debolmente la carta da
pacchi alle finestre. «Ho visto che hai oscurato le finestre del garage. Cosa stai combinando là
dentro, in gran segreto?» Scoppiò a ridere. «Non farai a pezzi i cadaveri, spero. Con il lavoro
che fai, la mia fantasia galoppa.»
«Mi hai beccata, lo ammetto. Faccio proprio a pezzi i cadaveri. Sai, di quelli che mi irritano.
Ho un elenco. Vuoi vederlo?»
«Voi Marley mi fate morire.»
«Siamo qui per servirti.»
La superò e puntò le chiavi verso la Clio. Questa si aprì e i fari lampeggiarono. Aveva la
mano sulla portiera quando Katherine si precipitò davanti all’auto. «Scusami, Phoebe, siamo di
nuovo partite con il piede sbagliato. Sai, è solo che spero che ci ripensi… mi riferisco al
giardino. I giornali sono piuttosto chiari. Guarda, è scritto qui. Ormai la stretta creditizia è
consolidata, i prezzi delle proprietà stanno crollando. Ti abbiamo fatto una buona offerta. E
vogliamo mantenerla…»
Il giardino era un gran mal di testa per Flea. La cosa più semplice al mondo sarebbe stata
venderlo, magari anche solo una metà, quella con la mostruosità architettonica, e lasciare che
Katherine se ne assumesse la responsabilità. Poi però pensava alla mamma, al fatto che era
solita trascorrere tutto il tempo là. Gettò la torcia sul sedile del passeggero e salì in macchina.
«Non credo.»

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Katherine esitò per un istante, poi si avvicinò al finestrino con il volto arrossato. «Mio Dio,
sei perfida come i tuoi dannati genitori.»
Flea sbatté la portiera, aprì il finestrino e le guardò i piedi. «La conversazione è finita. Vuoi
che ti riporti a casa o vai a piedi?»
Katherine rimase immobile per un istante, quindi si scostò dall’auto. «No, grazie. Preferisco
di gran lunga camminare.»
«Bene», commentò lei. «Allora non ti spiace se ti seguo in macchina, vero?»

85
23

Le prostitute erano già al lavoro quando Caffery arrivò a Bristol. A Londra c’erano state varie
ragazze, donne che aveva pensato di amare. Donne che lo avevano amato. Con un paio aveva
persino convissuto nella villetta a schiera che aveva comprato dai suoi genitori. La casa da cui
era scomparso Ewan. Ma a quarant’anni Jack era arrivato a un punto in cui aveva capito che
l’unico vero talento che aveva con le donne era distruggerle, perciò andava da quelle che non
avrebbe più rivisto, come Keelie.
Le strade attorno a City Road erano affollate. Non era ancora buio ma le ragazze erano già
fuori. Vide subito Keelie: era facile da individuare, perché indossava sempre la stessa cosa, un
piumino bianco con una striscia argento sul fianco. Era una specie di divisa, perché i clienti
regolari la riconoscessero da lontano. Per loro era rassicurante. Si sarebbero agitati, così diceva,
se avesse cambiato abiti e acconciatura, avrebbero iniziato a chiedersi da chi si stesse
nascondendo o se avesse deciso di spennare qualcuno. Jack non l’avrebbe avvicinata in
pubblico, non sapeva se il Tokoloshe fosse nascosto da qualche parte nell’ombra a guardare e
decise di attendere nel portone del negozio Claire’s Accessories, fra tutti i ninnoli e i fronzoli
rosa luccicanti, finché lei non lo notò.
Andarono in una stanza sopra un pub. Sotto il piumino Keelie indossava una mini di
spandex e una maglietta color argento. Era una ragazza alta con i polpacci sodi e coperti di
lentiggini, che non tremolarono quando salì le scale davanti a lui. Sembrava un’istruttrice di
hockey, a parte i capelli con i riflessi di un color birra freddo e i talloni che debordavano dalle
scarpe con il cinturino alla caviglia.
Aveva un telefono nuovo. Era fiera del modo in cui badava a se stessa: non lo faceva mai
«senza» e non fingeva mai. Molte delle ragazze lo fanno. Hanno i muscoli delle cosce d’acciaio.
Basta ungerli bene e stringere con forza. Se uno è abbastanza ubriaco, non se ne accorge. Keelie
invece no. Era una professionista, usava sempre il profilattico e faceva sempre una chiamata di
sicurezza dal cellulare: ripeteva il nome del cliente, ne descriveva l’aspetto, il numero di targa e
diceva dove sarebbe andata. Lo aveva fatto la sera in cui erano stati insieme nell’auto di Caffery,
nel vicolo, ma guardandola ora, in piedi di spalle, il fianco appoggiato al lavandino mentre
scostava la tenda lurida con un dito e fissava le colleghe in strada, dubitò che stesse davvero
parlando con qualcuno. Probabilmente non voleva sprecare il costo di una telefonata. Quel
vago tentativo di mostrarsi dura e accorta lo rattristò. Come se in qualche modo potesse
salvarsi.
«Perché hai cambiato numero di telefono?»
Lei mise il telefono in borsa e si avvicinò alla sedia. «Perché secondo te? Lo do solo ai
clienti abituali.» Sottolineò la parola «clienti» come se il suo lavoro riguardasse la legge, lo
spionaggio aziendale o il design di interni. «Ma a volte esagerano. Cominciano a pensare che
abbia una hot line o che sia figo chiamarmi alle sei del mattino quando la moglie è sotto la
doccia o roba del genere.» Incrociò un piede sopra il ginocchio e si slacciò la scarpa. «Oppure
succede che qualche moglie trova il numero e mi fa una scenata al telefono. Vuoi che le tenga?
Le scarpe?»

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«No.»
Si sfilò le scarpe graffiate e con un calcio le mandò sotto la sedia, poi aprì la borsa, prese
una sigaretta e l’accese. «Guarda l’allarme antincendio.» Indicò con un cenno il soffitto. Il
sensore era stato coperto dall’imbottitura di un reggiseno, fissata con un nastro garzato. «Questo
pensa la maggior parte delle ragazze delle stanze dove non si potrebbe fumare.» Si alzò, si sfilò
le mutandine e le gettò sotto la sedia. All’interno avevano l’etichetta Ann Summers. Dunque,
era sesso di tutto rispetto. Con roba di qualità. Non come quando lui era agli inizi, a Londra, e
dovevi andare fino a Berwick Street per trovare un sex shop. «Stasera sei l’ultimo. Ho lavorato
bene.»
«Puoi tenerle.»
«Le scarpe?»
«Le mutande.»
«Eh?»
«Parliamo solo.»
Lei lo studiò. «Mi hai pagato. Quando paghi, l’affare è fatto. Se cambi idea, sono cavoli
tuoi.»
«Tieni pure i soldi.»
Keelie fece un paio di tiri e lo squadrò. «Non posso star qui più di un quarto d’ora. Parlare
costa come il sesso, ok?»
«Riguarda un cliente.»
«Oh, no, questo no. So che sei un poliziotto, Jack.»
«Da quando?»
«Da sempre.»
«Come?»
«Dal modo in cui cammini. Come se ti potessero saltare addosso da un momento all’altro.»
«Per questo non mi guardi mai negli occhi?»
«No. Non ti guardo negli occhi perché non vuoi che nessuno lo faccia. L’ho capito la prima
volta che ti ho visto. Ecco qualcuno che non vuole che gli si ricordi quello che fa, ho pensato.
Dev’essere un poliziotto.»
Lui si agitò sul letto. «Posso avere una sigaretta?»
Keelie gliele porse. Caffery ne prese una e se l’accese. Lei aveva unghie molto elaborate:
ognuna era impreziosita da un disegno di fiocchi di neve di glitter argentato. Era proprio quel
genere di cosa a cui una ragazza dedicava ore e di cui invece un uomo non si accorgeva nella
frenesia di appagare il proprio uccello.
«Mi parlerai di questo cliente. Sento che sarà così.»
«Mi stai minacciando?»
«Sei fortunata che paghi per il tuo tempo. Potrei portarti dentro per una notte. Oppure potrei
ordinare di fermare e perquisire tutti in questa strada e nessuna lavorerebbe più per l’intero fine
settimana. Saresti la celebrità del mese.»
Keelie sospirò, si alzò e scosse la cenere nel lavandino. Raccolse le mutandine e se le rimise.
«Forza allora», disse sedendosi con le gambe allungate, la punta dei piedi rivolta all’interno
e un’espressione cupa. «Cosa vuoi?»
«Hai sentito degli arresti.» Prese un cuscino da sotto la trapunta rossa e vi si stese sopra,
incrociando i piedi sul letto. «Nel fine settimana. Del ragazzo con la testa mozzata a metà.»
«Non è stato da queste parti. È successo dall’altra parte dell’autostrada. A Easton.»

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«Ma uno di loro era un cliente qui. Te lo ricorderai. Un nero, un africano. Molto, molto
piccolo.»
Lei scoppiò a ridere. «Chip, intendi? Se mi avessi detto che era di lui che volevi parlare, non
avresti nemmeno dovuto minacciarmi. Per questo genere di cose non c’è problema.»
«Chip, hai detto? Così si chiamava?»
«Penso di sì. Il suo secondo nome.»
«Clement Chipeta?»
«No. Era Amos. Amos Chipeta.»
Caffery aveva la sigaretta in bocca, ma a quel punto si bloccò. «Amos? Sei sicura?»
«Sì, quel mostro del cazzo. Mi ha dato sui nervi.»
Lui abbassò la sigaretta e la guardò. «E che aspetto ha Amos Chipeta?» aggiunse con la
bocca asciutta.
«Hai detto che lo sapevi.»
«Ho detto che era piccolo. È tutto quello che so.»
«Be’, è… un nano, direi, ma non del solito genere. È un vero mostro, sai, alla Elephant
Man. Teneva sempre il cappuccio della felpa sulla faccia, per non farsi vedere, e continuava a
girare da queste parti, per guardarci. Poi una sera si avvicina: aveva portato tutti i suoi risparmi.
Mi offre il doppio della solita tariffa e io dico: ’Assolutamente no, cazzo!’ È semplicemente…
rivoltante, il solo pensiero. Non esiste che vada a letto con un mutante. Neanche per il doppio
della tariffa.»
«Quando lo hai visto l’ultima volta?»
«Non lo so. Un paio di settimane fa.» Fece un altro tiro. «Allora? Stai dicendo che è
collegato alla storia di Easton?»
«Forse.»
Lei rabbrividì. «Disgustoso.»
Caffery fumò pensando alla sagoma gobba nel video dell’Operazione Norvegia. Ecco un
posto dove leggenda e realtà si fondono, si disse. Amos Chipeta. Forse il Tokoloshe aveva
appena fatto un passo fuori dall’ombra.
«Keelie, sai perché si interessi a me?»
«Sì.» Pronunciò quella parola alzando e abbassando la voce. Siii-iiii. Come per dire: perché
me lo chiedi? «Vuole essere come te, tesoro.» Si protese piegando la testa di lato e rivolgendogli
un sorriso fin troppo ampio. «Vuole il tuo fascino, baby. Perché sei figo, amico.»
«Tengo d’occhio l’orologio, Keelie.»
Lei sospirò e si accasciò di nuovo sulla sedia. «Vuole solo quello che hai tu.»
«Perché io?»
«Perché sono stata con te. È geloso.»
«Come fa a sapere che sono stato con te?»
«Perché gliel’ho detto. Sul serio.»
«Tu hai… quanti? Dieci uomini a sera?»
«Se mi va bene. Molto bene. Diciamo cinque.»
«Cinque uomini diversi a sera. Li segue tutti?»
«No.»
«Allora perché ha scelto me?»
«Non lo sai?»
«No.»

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Keelie espirò il fumo dalla bocca e lo guardò a lungo, quasi come se lo compatisse. Poi si
alzò a fatica e gettò il mozzicone nel lavandino che sfrigolò lievemente.
«Vuoi un pompino?»
«È finito il tempo», replicò lui allungando il polso per mostrarle l’orologio. «Sono le nove.»
«Posso restare ancora un po’.»
Lui osservò il suo volto, le ciglia abbassate. Colse il suo desiderio e per un istante provò la
voglia di toccarla, ma non lo fece.
«Va bene così, ma ti ringrazio, Keelie. Sul serio. Grazie.»
«Allora abbiamo finito?»
«Sì.»
Si alzò, si avvicinò al lavandino e scostò la tenda. Era tardi, ma il cielo tra gli edifici era di
un blu fluorescente, quasi indaco. D’estate il lavoro di quelle ragazze era più squallido. E per
qualche motivo lo era anche quello che gli uomini come lui facevano. D’inverno andava bene
vivere al buio, tenere la pelle screpolata coperta e non guardarsi mai negli occhi.
D’estate sembrava un affronto.

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24

Caffery non sapeva se sarebbe rimasto a Bristol. La liberazione da quanto lo aveva trattenuto a
Londra per anni – Penderecki, il pedofilo che aveva ucciso suo fratello Ewan – lo aveva spinto
ad andare come una barca che aveva salpato l’ancora, non a riposare. Aveva venduto la casa a
Brockley e si era trasferito a ovest con un conto in banca più gonfio e nessun desiderio di
mettere radici. Era entrato in un’agenzia immobiliare e aveva dato una caparra per il primo
posto in cui sarebbe potuto entrare subito, senza neanche vederne le foto. Era saltato fuori che
si trattava di un piccolo cottage di pietra con vista sull’antico e solitario Priddy Circles.
Priddy era uno strano posto in mezzo alle umide Mendip. Brulla e disabitata, era una zona
ricca di miniere di piombo, doline e leggende. I locali giuravano che un tempo Gesù stesso
avesse visitato i cerchi neolitici. Che fosse arrivato in una barca bassa da Glastonbury,
attraverso quello che una volta era un mare, fiero, in piedi, a prua. Al timone c’era suo zio,
Giuseppe di Arimatea. E chi mai avrebbe potuto smentirli? «È sicuro come il fatto che il
Signore sia venuto a Priddy», aveva sentito una donna affermare dal giornalaio solo un paio di
giorni prima. Per lei era come dire: «Il papa è cattolico?»
Caffery non vi aveva sistemato le sue cose. Le stanze erano troppo piccole e il mattino
doveva chinarsi per guardare dalla finestra della camera, tanto bassa era nel muro. Da lontano il
tetto di paglia sembrava l’immagine su una scatola di cioccolatini, ma quasi tutte le mattine
veniva svegliato dal grattare degli scoiattoli che si facevano il nido; uno aveva già trovato modo
di intrufolarsi in casa e di farla sul tavolo di cucina. Il cottage non lo aveva accolto bene, perciò
lui aveva deciso a sua volta di disprezzarlo: buona parte degli scatoloni era ancora in garage, e
in due mesi aveva tirato fuori ben pochi vestiti. Erano stesi a prender polvere sul letto della
stanza degli ospiti, chiusi nelle custodie. Forse le ragazze come Keelie non erano solo un modo
per evitare una relazione: gli impedivano di tornare là in quel vuoto, in mezzo a quegli odori e a
quelle ombre.
Rientrò alle nove e si mise ad aprire le finestre per eliminare il puzzo degli scoiattoli. Sapeva
che avrebbe dovuto mangiare qualcosa, invece andò in salotto e si versò un bicchiere di
Glenmorangie. Si soffermò a osservarlo, poi prese la bottiglia e la portò su per la scala stretta e
sconnessa, tenendo la testa china. I soffitti là erano bassi, l’intonaco vecchio e cadente,
probabilmente fatto di crine di cavallo, tanto che aveva imparato a non appendere fotografie
alle pareti. Però la camera andava abbastanza bene. C’era l’antenna satellitare e un televisore su
una vecchia cassapanca vicino al letto.
Posò la bottiglia sul comodino, si spogliò, accese il televisore e si stese in mutande con le
mani dietro la testa a guardare lo schermo. Trasmettevano un programma su una squadra
islandese femminile di football. Una giocatrice aveva un labbro leporino mal operato. La nascita
era un terno al lotto, pensò. La più piccola mutazione di un gene poteva creare un mostro. La
ragazza islandese. Il Tokoloshe. Amos Chipeta.
Dopo aver controllato i database del Guardian e dell’Interpol, ebbe la conferma che Clement
Chipeta aveva un fratello, Amos, che aveva lasciato la Tanzania nello stesso periodo e di cui
non si aveva ancora traccia. Era cresciuto tra le mangrovie del delta del Rufiji e, prima di

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compiere vent’anni, si era messo con le bande che portavano i subacquei abusivi, alcuni senza
autorespiratore, a depredare i relitti. Era illegale ed erano operazioni che fruttavano parecchi
soldi. Per Amos era stato solo l’inizio di una carriera criminale che lo aveva messo in contatto
con i commercianti di parti corporee e condotto infine nel Regno Unito. In dicembre un certo
Andrew Chipeta era andato da un medico a Southall, a Londra, chiedendo di essere indirizzato a
uno specialista. Il medico ne aveva esaminato la colonna vertebrale deforme, la gabbia toracica
enorme, la mascella da gorilla, e stava vagliando le possibili diagnosi: scoliosi, cifosi, displasia
diastrofica. Però, di fronte alle domande di rito – indirizzo, condizioni economiche, età e paese
d’origine – «Andrew» era fuggito.
Amos Chipeta. Allora chi era o cos’era il Tokoloshe? Solo un giovane storpio a causa di un
difetto congenito? Adesso era a piede libero da qualche parte, là fuori, sopravviveva Dio solo
sapeva come e cercava aiuto in un paese freddo, straniero… eppure riusciva ancora a trovare
bellezza, purezza, forse persino amore in una prostituta da venti sterline a botta di Hartcliffe? O
era un mostro? Un essere semiumano che sguazzava nel fango e nell’acqua sporca e si
manteneva razziando le tombe e tagliando i capelli ai cadaveri?
Caffery chiuse prima un occhio e poi l’altro lasciando che la luce del televisore si
scomponesse in un prisma di colori attraverso il liquido ambrato del bicchiere. Anni prima a
Londra – a quel tempo aveva circa quindici anni – si era innamorato di una compagna di scuola
di cui ora non ricordava il nome. Però ricordava quello del ragazzo che lei amava: Tom
Caldwall. E ricordava anche di essersi introdotto nel suo giardino un mattino presto, di essere
salito su un albero e di essersi aggrappato ai rami come un fottuto opossum. Era rimasto là tutto
il giorno sperando di vedere la camera di Tom. Voleva scoprire che cosa avesse più di lui.
Caffery si appisolò: lì dov’era, con una mano stretta attorno al bicchiere posato sul petto.
Vide Tom Caldwall. Lo vide in piedi alla finestra della camera di quel giorno di tanti anni prima.
Vide una donna entrare nella stanza e parlargli. Era sottile e asciutta con una massa di capelli
schiariti dal sole e dall’acqua di mare. Attraversò la camera e si chinò su di lui. Gli annusò il
petto, gli mise una mano sulla nuca intrecciando le dita tra i suoi capelli e prese a strapparglieli.
Caffery si risvegliò di soprassalto. Il bicchiere gli rotolò giù dal petto e si fracassò per terra.
Restò là disteso con il cuore che gli batteva forte, scosso dai brividi. Qualcosa lo aveva
svegliato. Qualcosa era là, nella sua stanza.
Lentamente, senza muovere il resto del corpo, liberò una mano e la sollevò per essere
pronto a respingere un’aggressione. Mantenendo il respiro lento e controllato per apparire
calmo a chiunque lo guardasse, scrutò la camera cercando di capire dove si nascondesse quel
bastardo. Pensò alla Hardballer, fuori, nel maledetto vano del cruscotto dell’auto.
Con un solo movimento rotolò sulla schiena, afferrò la bottiglia e la tenne davanti a sé
fissando il buio. «Bene!» esclamò respirando affannosamente. «Qualunque cosa tu voglia,
sbrighiamoci. Facciamola finita.»
In risposta ebbe solo il tremolio dello schermo televisivo. Uno spot di un’assicurazione, un
bulldog che annuiva alla telecamera. Sentì il ronzio del frigorifero in cucina provenire da sotto.
Scostò la trapunta e sfiorò il lenzuolo. Era ondulato, pieno di gobbe. Umido. E ora sentiva un
odore d’acqua stagnante. Di fiume e di cava. Quel bastardo si era steso sul suo letto.
Gettò la trapunta per terra. Infilato sotto il cuscino c’era qualcosa di lucido. Un paio di
forbici. Le sue forbici da manicure che teneva nell’armadietto del bagno. Simili a quelle usate
per tagliare i capelli di Jakes.
Si sfregò la nuca. In basso, proprio all’attaccatura del collo, ne mancava una chiazza
minuscola, non più grande di una moneta da un centesimo.

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Fece un respiro lungo e lento cercando di calmarsi.
Le piccole finestre a battenti avevano solo il pannello in alto aperto. Niente e nessuno
sarebbe potuto entrare di lì. E di sotto? Qualcuno avrebbe potuto aprire la porta e intrufolarsi in
casa di nascosto? E il bagno? Posò le forbici sul comodino e si alzò sempre brandendo la
bottiglia.
Un rumore al piano inferiore. Il rumore della porta d’ingresso che veniva aperta
furtivamente. Era solo un lieve cigolio ma fu sufficiente. Arrivò in cima alle scale appena in
tempo per scorgere un’ombra, una sagoma indistinta solo un po’ più scura dell’ambiente
circostante, sgusciare fuori dalla porta.
Si precipitò giù facendo i gradini a due a due, spalancò la porta e uscì fuori scalzo. Le nubi
oscuravano la luna e in un luogo così sperduto sulle Mendip non c’erano lampioni, perciò il
giardino era buio. Si fermò a metà del vialetto e rimase là in ascolto, stringendo ancora la
bottiglia. Dai boschi alla sua destra giunse il richiamo lugubre di due gufi che lottavano per il
territorio. Da qualche parte sul lato opposto udiva il ruscello che correva ai margini del giardino
e molto più a nord il gemito mostruoso di un jet lontano che iniziava a scendere su Bristol.
Nient’altro. Non c’erano rumori di scooter né di passi.
Le chiavi dell’auto erano in soggiorno. Andò a prenderle. Quando tornò fuori, il giardino
era sempre silenzioso. Prese la 45 Hardballer dal vano del cruscotto, sbatté la portiera e si mise
di nuovo in ascolto. In fondo al vialetto c’era qualcosa che l’ultima volta non aveva notato, a
circa dieci metri di distanza. Un’anomalia nel buio, una chiazza di luce là dove non avrebbero
dovuto essercene.
Infilò il caricatore e puntando la pistola in basso, lontano da lui, perché solo nei film tenevi
una pistola carica in alto con il rischio d’essere disarmato, Caffery si avvicinò senza far rumore
alla sagoma. Era una scarpa. Uno zoccolo Crocs di gomma. Sollevò lo sguardo e studiò di
nuovo il buio, gli alberi silenziosi. Le pareti spoglie del cottage. Lo raccolse e tornò dentro.
La casa era buia. Mise la catenella alla porta e andò in cucina. Quando accese la luce vide
che due armadietti erano aperti. Un pacchetto di riso era rovesciato per terra, il contenuto sparso
sulle piastrelle. E dentro gli armadietti, dove si trovava la sua solita scorta da scapolo di lattine,
fagioli e minestre in scatola da riscaldare in cinque minuti, non c’era niente. Si guardò attorno
per controllare che cosa fosse sparito. Il cibo: tutto quello esistente in casa. Il lettore di CD sulla
credenza era ancora là. E il televisore portatile ancora nella sua scatola per terra.
Posò il Crocs sul tavolo accanto alla pistola e si sedette con i gomiti sul ripiano. Lo zoccolo
era di un color cachi scuro, impolverato e molto grande. Lo girò. Era un numero quarantasette.
Assolutamente no, cazzo!
Non esiste che vada a letto con un mutante.
Si guardò le mani. Gli tremavano. Era l’ultima goccia. Era decisamente troppo perché
l’affrontasse da solo. Doveva parlare con qualcuno.

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25

C’era argilla sui piedi di Misty. Probabilmente non aveva grande importanza, ma non c’era altra
pista da seguire. Perciò Flea scelse il campo di colza più vicino al fiume.
Se aveva visto giusto, dalla clinica Misty era andata a sud-est. Si era persa e, disorientata,
aveva camminato per ore su un terreno difficile, in parte al buio. Probabilmente se avesse avuto
un minimo senso dell’orientamento, una volta raggiunta la strada avrebbe tentato di tornare alla
clinica, a ovest. L’incidente era avvenuto poco dopo che aveva messo piede sulla strada: fango,
erba e foglie di colza non avevano avuto il tempo di staccarsi. Flea voleva setacciare il tratto di
strada dalla clinica fino a un chilometro e mezzo oltre il campo di colza. Se non avesse trovato
nulla, sarebbe andata all’altro campo ripetendo la procedura.
Lasciò l’auto nel parcheggio di un pub a Norton St Philip – avrebbe dato meno nell’occhio
che in una piazzola – e percorse gli ottocento metri che la separavano dal viottolo seguendo un
sentiero, tenendo le luci della strada alla sua destra. Ne raggiunse l’estremità sudoccidentale
prima delle ventidue. Posò a terra lo zaino, vi frugò dentro e recuperò i pezzi di carta e la
Maglite. Con un elastico ne fissò uno sopra la torcia e con un secondo foglio schermò il lato
aperto. La tenne con il braccio teso e la girò da una parte all’altra sistemandola finché dai bordi
non filtrò più alcuna luce. Il fascio era bianco e sottile, concentrato. Non sarebbe stato tanto
intenso da poter essere individuato da lontano, a meno che qualcuno non lo cercasse
specificamente.
Puntò la torcia in basso e avanzò lenta sul viottolo stando accostata al lato sud e contando
mentalmente i passi. Uno. Due. Tre. Quattro. Mantenne l’attenzione sulla strada controllando
con la coda dell’occhio i pochi edifici che superava in cerca di eventuali segni di vita. Alcuni
erano vicini, altri lontani. Tra gli alberi si intravedevano le luci di qualche casa. Non c’era
traffico. A tenerle compagnia c’erano solo alcune mucche scure nei campi, il rumore dei suoi
piedi sull’asfalto e quello del suo respiro.
Centodieci, centoundici, centododici, centotredici.
Sorse la luna e la strada brillò, argentea. Si estendeva sinuosa davanti a lei come un torrente.
Con quella luce le piante non avevano colore: colture, alberi ed erba erano tutti dello stesso
grigio uniforme delle ombre che gettavano ai suoi piedi.
Centoventuno, centoventidue, centoventitré…
Si fermò, rabbrividendo. Aveva sentito un rumore, quasi indistinguibile in mezzo a tutti i
tintinnii del suo zaino Bergen. Un movimento nella siepe. Si girò cauta tenendo la torcia davanti
a sé come un’arma e scrutò il viottolo. Lo aveva sentito un paio di metri più indietro. Senza
sapere perché, era certa che si fosse verificato ad altezza della vita.
«Ehilà?»
La sua voce suonò cupa, bassa nell’aria fredda. Batté le palpebre osservando l’intreccio
argenteo del fogliame della siepe e degli alberi. Là dentro poteva esserci un animale, una volpe
o un uccello. Sicuramente era un animale. Pensò alla cava numero otto, alla casa che aveva
visto nel corso dell’Operazione Norvegia: un edificio con stanze buie, un posto in cui aveva

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avuto l’impressione d’essere seguita ovunque andasse da una piccola ombra all’altezza della sua
vita.
«Facciamola finita», sibilò. «Ho fretta.»
Era calato di nuovo il silenzio. Si udivano il rumore lontano di un aereo che entrava nel
corridoio aereo di Bristol e una lievissima brezza soffiare nella siepe alla sua sinistra. Tornò
indietro di alcuni passi fino al punto in cui aveva sentito il rumore e sferrò un calcio alla siepe.
Il suo piede colpì i ramoscelli ma non si mosse niente. Si spostò di alcuni metri e lo rifece. Si
spostò ancora ma non ci fu reazione.
Fece alcuni respiri profondi e si scosse. Jack Caffery e le sue fantasie la stavano
influenzando. Mostrò il medio alla siepe, incazzata ora, si girò dall’altra parte e riprese la ricerca
da dove l’aveva interrotta. Il viottolo era in pendenza, contrassegnato da varchi che davano
accesso ai campi. Flea camminava lungo il bordo puntando la torcia in basso in cerca di
anomalie. Ormai la luna era alta; dopo un centinaio di metri girò un angolo e si accorse che il
terreno era diventato pianeggiante e che il viottolo si allargava cedendo il posto a una strada più
ampia e piatta con una linea di mezzeria. Se ne vedevano circa quattrocento metri. Se eri in
macchina, in quel tratto potevi correre di più. Accelerare e andare tanto veloce da uccidere
all’istante qualcuno in caso di investimento.
Il campo era a sinistra. I fiori apparivano grigi alla luce della luna ma erano
inconfondibilmente di colza. Il terreno digradava verso la strada alla sua sinistra. Più in là, a
destra, dove si innalzava, alcune luci brillavano tra gli alberi. Un piccolo villaggio annidato sul
fianco della collina: la luna ne metteva in risalto i tetti di tegole, un camino e due di paglia.
Chiunque ci fosse stato in quelle case non avrebbe potuto vedere la torcia da quella distanza ma
lei forse sì una sagoma nitida allo scoperto sulla strada. Si accostò al ciglio dove si stagliava una
fila dritta e ordinata di pioppi, come sulle antiche vie romane in Francia. Si tenne nell’ombra
degli alberi e avanzò strisciando i piedi per terra, spostando la torcia da una parte all’altra per
controllare i tronchi, l’erba e l’asfalto.
Poi si bloccò.
A sei metri circa alla sua destra c’erano i segni molto nitidi e chiari di una frenata.
Li fissò, il polso sempre più accelerato. Erano così perfetti che le venne voglia di girarsi e
controllare che non fosse una messinscena. Che qualcuno non la stesse osservando sorridendo
malizioso davanti alla sua reazione.
Si avvicinò a poco a poco illuminandoli con la torcia. Curvavano lievemente verso il centro
della strada, come se qualcuno avesse sterzato per evitare qualcosa. Li percorse con attenzione:
misuravano circa dodici metri dall’inizio alla fine e si trovavano a quasi un metro dal viottolo.
Ora Flea aveva il respiro affannoso. Qualsiasi interasse li avesse lasciati, non era né troppo
largo né troppo stretto e, se avesse dovuto scommettere, avrebbe detto che quei segni di frenata
appartenevano a una berlina. A una Focus, forse. Se li aveva lasciati Thom, arrivava
probabilmente da est. Misty si trovava in quella corsia, sul lato opposto rispetto al campo di
colza. Lui doveva averla vista una sessantina di metri prima ma il tempo di reazione era stato
lungo: quella notte si era scolato due bottiglie di rosso. Aveva schiacciato il freno e l’aveva
colpita più o meno in quel punto, in prossimità della linea di mezzeria. Misty era stata scagliata
sul tetto e con molta probabilità, visto che l’ammaccatura si trovava sopra il sedile del
guidatore, era atterrata nell’altra corsia o addirittura sul margine opposto.
Flea puntò la torcia sul terreno e ispezionò l’asfalto: un frammento di vetro brillò in un
punto, un pezzetto di involucro di chewing gum spiccò in un altro. Proprio dove l’erba del
bordo invadeva la strada, leggermente infossato in un punto in cui l’asfalto era stato rammollito

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dal sole, notò un fermaglio per capelli. Rosa. Forse appartenuto a una bambina piccola che si
era disperata per averlo perduto dal finestrino di un’auto. O forse appartenuto a Misty Kitson.
Si tolse lo zaino, prese i guanti e un sacchetto per congelatore. Agendo in fretta perché non
sapeva quando sarebbe passato qualcuno, si accovacciò sul ciglio e con un’unghia estrasse con
cautela il fermaglio dall’asfalto. Ora che lo vedeva bene, sembrava più un oggetto da bambina,
ma lo infilò lo stesso nel sacchetto. Fu allora che scorse qualcosa alla sua sinistra.
A circa un metro c’era un buco nell’erba. Qualsiasi cosa lo avesse creato, doveva essere
stato grosso e pesante. Non quanto un cervo ma più di un tasso. I fili d’erba erano spezzati
quasi in cerchio, come se qualcosa si fosse steso là per dormire. Sopra il buco, tra il margine
della strada e il campo di colza, c’era un muretto a secco. Quattro pietre in cima erano smosse.
Una sporgeva precaria sul campo, sembrava potesse cadere da un momento all’altro.
Flea si accucciò e mosse la torcia di qua e di là. Il cerfoglio selvatico sotto il muro era rotto,
le cime penzoloni, ricoperte di una sostanza scura. Attenta a non toccare la zona d’erba
appiattita, ruppe uno stelo e si sedette sui talloni a ispezionarlo. Con quella luce non era facile
capire con certezza che cosa avesse in mano, ma quando posò la torcia, si tolse un guanto con i
denti e passò l’unghia sullo stelo, la sostanza scura venne via a scaglie e le cadde sul palmo
della mano.
Era sangue. Ne conosceva fin troppo bene le proprietà e l’aspetto. Era sangue coagulato.
Allora era lì, in quel tratto anonimo di strada, che la vita di Misty era finita.
Le balzò in mente un’immagine: Thom che saltava fuori dall’auto, il volto tirato per lo
shock. Il panico, perché quello aveva fatto: si era lasciato prendere dal panico quando aveva
visto il corpo inerte nella siepe. Aveva pianto mentre raccoglieva Misty da terra e la caricava nel
bagagliaio. La sua borsetta doveva essere finita sulla strada lì vicino, le paillette luccicavano, e
doveva aver raccolto anche quella…
Accovacciata sul bordo della strada, con una mano che teneva il cerfoglio e l’altra le scaglie
di sangue secco, il guanto di lattice tra i denti, Flea si bloccò. Nella vegetazione sulla sinistra
c’era qualcosa. Un oggetto piccolo che emetteva un vago bagliore metallico alla luce della luna.
Se fosse stata una notte buia e non si fosse trovata accucciata a quell’altezza, non lo avrebbe
notato, pensò. Posò il cerfoglio sulle ginocchia e frugò nello zaino in cerca del sacchetto per
congelare. Vi infilò dentro le scaglie di sangue e lo stelo del cerfoglio spezzandolo in due.
Avanzò sui talloni infilandosi il guanto di riserva. Infilò cauta la mano in mezzo all’erba, tra le
radici dei sambuchi e dei biancospini.
Era il telefono di Misty.
Lo estrasse dalla vegetazione e lo tenne con entrambe le mani. Un Nokia, involucro di
acciaio inossidabile con alcune decorazioni a forma di cuore, proprio come quello riprodotto
nelle foto dell’intelligence. Ma dov’era il tasto di accensione-spegnimento? Con il suo telefono
doveva premere il tasto di fine chiamata e l’apparecchio si accendeva, invece su quello c’era un
piccolo pulsante in alto, incassato. E altri tre sul fianco. Uno di essi lo avrebbe acceso, e il
cellulare avrebbe inviato all’istante un segnale ai ripetitori.
Non poteva buttarlo né lasciarlo lì. La batteria, togli la batteria. Si ricordò che alcuni telefoni
avevano un dispositivo GPS che restava attivo anche senza la batteria. O restava attivo solo
quando erano spenti? Non rammentava. No. Se avesse avuto un dispositivo GPS, la polizia lo
avrebbe trovato da tempo. Togliere la batteria era sicuro. Doveva esserlo.
Lo girò e infilò l’unghia sotto il coperchio della batteria. Nel bosco alle sue spalle udì
un’auto che avanzava veloce.

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Afferrò la Maglite e gattonò fino a raggiungere l’ombra di un grosso platano. I fari dell’auto
illuminavano già il sottobosco in fondo alla strada. Si appallottolò strettamente attorno alla
torcia, le ginocchia bene immerse nella vegetazione del bordo.
I fari illuminarono la siepe accanto a lei. Abbassò il viso sul petto, con il telefono e la torcia
premuti l’uno contro l’altra. L’auto passò e scomparve, tanto che poco dopo nella notte
silenziosa rimasero solo un vago rumore di punterie e le note di una musica.
Quando ebbe superato la curva, Flea si mise in ginocchio e guardò il telefono. Era buio e
muto: non l’aveva acceso per sbaglio. Espirò a fondo e appoggiò la testa al tronco dell’albero
guardando là dove, sopra i segni degli pneumatici, come una piuma investita dal flusso d’aria
dell’auto, un capello luccicava alla luce della luna mentre ricadeva volteggiando sul terreno.
Bianco e riccio, ondeggiava e si piegava spinto dalla corrente.
Sapeva da che testa provenisse. Da quella di Misty Kitson. Non più viva, con gli occhi
aperti, mentre stramazzava sul viottolo silenzioso, le mani strette sulla borsetta e sul cellulare,
ma ormai muta, distrutta. E ora ricoperta di fluidi corporei, nascosta in una vasca da bagno a
quindici chilometri da lì.

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Era mezzanotte passata. Caffery aveva trovato due bottiglioni di sidro nella dispensa, si era
messo la giacca a vento, aveva chiuso a chiave tutte le porte ed era salito in macchina. Con il
volume della radio al massimo aveva guidato senza meta, affidandosi all’istinto. Era attratto
dalle strade secondarie, quelle che attraversavano le Mendip e si spingevano a est, fin quasi
nella contea di Wiltshire. A ogni campo che superava, a ogni imboccatura di viottolo rallentava
e allungava il collo per vedere oltre la siepe. Niente: non c’erano luci rosse di fuochi né tremolii
di fiamme nell’oscurità.
Quando aveva lasciato la Met, aveva scelto Bristol per una ragione: rintracciare il cosiddetto
Uomo che cammina, condannato per aver torturato un pedofilo di nome Craig Evans che aveva
ucciso sua figlia. A suo parere quel particolare li accomunava perché, se Caffery sapeva
qualcosa, quel qualcosa era sopravvivere con un sentimento di vendetta nel cuore. Ivan
Penderecki, il vecchio pedofilo polacco che viveva dall’altra parte della ferrovia, di fronte ai
Caffery, se l’era cavata dopo aver ucciso Ewan e averne occultato il corpo, fatto che aveva
tormentato Jack per anni. Poi, quando Penderecki era morto, il desiderio insoddisfatto di
vendetta aveva preso il sopravvento sul tormento.
Perciò era venuto lì per incontrare qualcuno che aveva ottenuto vendetta, o meglio quel tipo
di vendetta che avrebbe voluto avere nei confronti di Penderecki. Quello che non si era
aspettato era che tra lui e l’Uomo che cammina nascesse una strana amicizia.
Si ritrovò sulla strada B che attraversava la zona perlustrata dalla squadra che cercava Misty
Kitson. Correva ai piedi di una collina e superava l’ingresso della clinica di Farleigh Park Hall:
una villa enorme, illuminata, con un colonnato scintillante e una scalinata imponente. Rallentò,
cercando di immaginare Misty che usciva da quell’edificio e girava a destra, oppure a sinistra?
Che ironia, pensò, guardando il cartello all’inizio del viale che brillava nella luce dei fari. Lucy
Mahoney era scomparsa quasi contemporaneamente a Misty, e mentre la polizia si era gettata
anima e corpo sul caso Kitson, impegnando tutte le forze della MCIU, Lucy aveva avuto solo un
detective vestito alla moda che non si era neanche fermato per l’autopsia e un’agente addetta ai
rapporti con i familiari troppo pigra per informarli che era stata ritrovata prima che Beatrice Fox
le togliesse tutti gli organi dal corpo, li pesasse, li affettasse, li esaminasse e li rimettesse al loro
posto.
Caffery guidò lentamente superando un campo di colza che risaliva la collina e conduceva al
lago che la squadra di Flea Marley aveva scandagliato. Le luci di un piccolo villaggio sul lato
opposto brillavano fra gli alberi.
Ormai era fuori dal raggio delle ricerche. Raggiunse una strada fiancheggiata da pioppi,
simile ai viali delle città europee, e accelerò. Arrivò all’incrocio principale e svoltò a sinistra.
Percorse altri otto chilometri e vide una stradina che riconobbe, a sinistra. C’era stato all’inizio
della settimana con l’Uomo che cammina.
Chiuse la macchina, scavalcò il cancello di una fattoria e, usando la piccola torcia del
portachiavi, risalì la lunga collina. La sua torcia bluastra era piccola e insignificante in quel buio
opprimente. In lontananza Bristol disegnava un alone arancione sodio in cielo. Si fermò nel

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punto in cui alcune notti prima ardeva il fuoco dell’Uomo che cammina, si abbottonò la giacca a
vento, si inginocchiò sul terreno freddo e annusò l’odore vago, residuo di terra bruciata. Era
fredda.
«Ehi», mormorò rivolto al buio. «Ci sei?»
Nessuna risposta, solo il soffiare lontano del vento tra gli alberi. Niente Uomo che cammina.
Tornò all’auto e fece retromarcia nella stradina piena di solchi. Ripercorrendo i suoi passi,
girò a sinistra sulla A36, poi, meno di un chilometro dopo, svoltò a destra in un viottolo
tortuoso e proseguì per quasi dieci minuti. Ogni tanto vedeva i suoi occhi riflessi nel
retrovisore. Blu, con le ciglia scure. Erano gli occhi di sua madre, una brava ragazza cattolica di
Toxteth. Non la vedeva da più di vent’anni, da quando infine aveva perso le speranze di
ritrovare Ewan e lasciato Londra gettandosi tutto alle spalle. Decidendo persino di dimenticarsi
del figlio minore, Jack. Non sapeva se fosse viva o morta, ma sapeva con certezza una cosa: se
era morta, era stata sepolta con il rosario tra le dita senza che nessuno ci facesse di tanto caso
più. Si figurò un braccialetto di capelli umani per scacciare gli spiriti maligni. «Credenze
barbare», aveva detto Powers. Ci sono molte strade che conducono a Dio, pensò Caffery,
tastandosi la testa dove gli mancavano i capelli. Un mondo intero di strade diverse.
Schiacciò di colpo il freno. Il bagliore era tanto tenue che per poco non gli sfuggiva. Da
qualche parte nei campi alla sua destra, giù, dove le sponde del fiume erano invase dal fango e
dai giunchi, c’era un fuoco. Fece retromarcia nella stradina silenziosa e si sollevò sul sedile per
vedere al di sopra della siepe. Girò l’auto e imboccò la prima pista che vide, sobbalzando in
mezzo a un campo con il tubo di scarico che sbatteva sui solchi del terreno. Spense il motore e
le luci e per un istante rimase immobile a fissare il fuoco.
L’Uomo che cammina.
Aveva sentito la macchina di Caffery ma non aveva alzato lo sguardo, era rimasto seduto
accanto al fuoco a grattarsi la barba unta e a fissare le fiamme come se gli avessero raccontato
una storia su cui ora stava riflettendo. Le sue cose erano disposte tutt’intorno, illuminate di
rosso dal fuoco scoppiettante: i sacchi a pelo, gli abiti adatti a tutte le stagioni, le bottiglie di
plastica di sidro. Due piatti erano pronti per essere riempiti con il cibo che stava cucinando nella
pentola. Due, notò Caffery. Non uno. Lo stava aspettando. Così era con l’Uomo che cammina.
Non era possibile trovarlo: decideva lui quando era il momento giusto e, quasi per una sorta di
alchimia data l’affinità delle loro storie, esercitava una forza d’attrazione su Caffery. Lanciava
un laccio invisibile e lo attirava a sé.
Caffery scese dall’auto e prese con sé i bottiglioni di sidro da due litri.
«Ci hai messo un po’ a trovarmi», osservò l’Uomo che cammina mentre si avvicinava. Si
prendeva molta cura dei suoi piedi e indossava abiti sportivi costosi ma sembrava coperto di
pece. Era tutto nero, come se dormisse nel carbone dei suoi fuochi. «Mi stavi cercando da due
ore.»
«Come lo sai?» replicò Caffery pur senza sorprendersi. L’Uomo che cammina non rispose.
Attizzò il fuoco e accostò di più i piatti metallici alle fiamme. Caffery posò il sidro. L’Uomo che
cammina aveva più di due milioni di sterline da parte in qualche conto bancario, eppure beveva
un sidro grezzo, il peggiore che le presse locali di mele producessero. E mai una volta dormiva
sotto un tetto. Così era fatto.
«Ho segnato i tuoi spostamenti su una mappa.» Caffery srotolò la gommapiuma che l’Uomo
che cammina gli aveva preparato, mettendola a scaldare vicino al fuoco. «Inizio a cogliere uno
schema.»
Lui sbuffò. «Sì. Ovviamente senti il bisogno di studiarmi. Sei un poliziotto.»

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«Ho il database dell’intelligence che mi aiuta. Quando qualcuno ti avvista, lo segnala.»
«Perché hanno paura di me.»
«Sanno di cosa sei capace.»
Craig Evans, l’assassino di sua figlia, era sopravvissuto a stento alle torture e sull’ambulanza
lo avevano dichiarato morto all’arrivo in ospedale. E quando lo avevano rimesso insieme e
visto ciò che l’Uomo che cammina gli aveva asportato, gran parte dei medici aveva pensato in
segreto che sarebbe stato meglio da morto. Senza occhi né genitali la sua non sarebbe stata la
migliore delle vite. Penderecki sarebbe dovuto finire così, invece era andata in modo diverso.
Gli aveva sottratto quella possibilità e si era ucciso impiccandosi a una trave del soffitto del
bagno. E quell’occasione persa gli bruciava ancora.
«L’altra sera ti ho dato alcuni bulbi di crocus. E stavo pensando: che fine faranno?»
«Sono qui.» L’Uomo che cammina si picchiettò la tasca sul petto. Un lieve fruscio si diffuse
nella notte. «Qui, al sicuro.»
«Quando li pianterai?»
L’Uomo che cammina alzò lo sguardo. Aveva lo stesso colore di occhi di Caffery: blu, con
le ciglia scure. «Quando sarà il momento giusto. E come sai che non ne abbia già piantati
alcuni? Non me lo farò chiedere un’altra volta da te, Jack Caffery, poliziotto.»
Caffery gli rivolse un sorrisetto amaro. Era abituato a quel comportamento. Stava
cominciando a capire come funzionasse: ogni cosa sarebbe stata spiegata a suo tempo. Mentre
l’Uomo che cammina pensava al cibo, lui stappò il sidro e lo versò in due bicchieri di metallo,
per poi stendersi sul materasso e tastarsi istintivamente di nuovo la zona priva di capelli. La
notte li avvolse. Si udivano il rumore del fiume che gorgogliava facendosi strada tra i campi e il
ticchettio del motore della sua macchina che si raffreddava. Nonché il vago ronzio elettronico di
una diga più a valle. A una quindicina di metri qualcuno, forse dei bambini, aveva appeso una
gomma a un albero con una corda, sopra il fiume. Era immobile nella luce delle stelle,
circondata dagli spiriti di tutti i ragazzini che vi si erano dondolati negli anni, dalle loro grida,
dalle loro risate e dal fragore dell’acqua.
«Lo hai visto, non è vero?» disse Caffery dopo un po’. «L’ultima volta che sono venuto da
te era là. Non è stata la mia immaginazione: c’era qualcosa che mi osservava tra gli alberi.»
L’Uomo che cammina grugnì. «Sì, c’era.»
«Non ne avevi paura.»
«Perché avrei dovuto? Non era là per me.»
«E se invece fosse stato così? Se fossi stato al posto mio? Ne avresti avuto paura?»
Lui tacque per qualche istante, riflettendo. Servì il cibo sui piatti metallici aggiungendovi un
po’ d’erbe fresche raccolte durante il giorno, forse nei giardini privati in cui si era intrufolato. Il
cibo che cucinava sul fuoco era tra i migliori che Caffery avesse mai assaggiato, semplice e
sempre bollente. Lo spartì, aggiunse le forchette e gli porse un piatto.
«Ne avresti avuto paura?» ripeté Caffery prendendolo.
«Non lo so.» Si sedette e tacque per un istante lasciando che il vapore del cibo gli arrivasse
al naso, la bocca aperta come un cane che fiuta un odore. «E tu?»
«Non so cosa voglia quell’essere… quell’uomo. Non so di cosa sia capace.»
L’Uomo che cammina mangiò una forchettata e lo guardò malizioso, con un mezzo sorriso.
«Che c’è? Perché sorridi?»
Il suo interlocutore lo indicò con il coltello. «Sorrido per come sei. Per come non riesci a
gettarti niente alle spalle. Per il modo in cui consideri il tuo lavoro una penitenza.»
«Una penitenza? Per cosa?»

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«Lo sai.»
«Ti riferisci di nuovo a Ewan?»
«Certo che mi riferisco a tuo fratello. Stai ancora facendo penitenza per il modo in cui lui è
morto e tu invece no. La penitenza che tua madre ha sempre voluto da te. È il principale sistema
che hai per restare morto.»
Solo pochi giorni prima l’Uomo che cammina gli aveva detto che aveva la possibilità di
scegliere tra la vita e la morte. Che poteva continuare a inseguire Ewan, il bambino scomparso,
riversando tutto nel suo lavoro. Oppure avrebbe potuto inseguire «il bambino che avrebbe
potuto essere». Il bambino che avrebbe potuto essere. Caffery aveva riflettuto spesso su quelle
parole negli ultimi giorni. Non c’erano bambini nella sua vita, e non ci sarebbero mai stati. Era
impresso nel suo cuore. Meglio non averli che rischiare di perderli.
«Quando hai un bambino, tra te e lui c’è un filo che esiste per sempre e non può essere
spezzato. Al momento l’unico bambino a cui Jack Caffery è legato con questo filo è morto.
Perciò il tuo legame è con la morte. Ma tu sai come me… lo sappiamo entrambi, che potrebbe
esserci un bambino vivo. Smetti di pensare alla morte, Jack Caffery.» L’Uomo che cammina
pulì il piatto con il dito che poi si leccò con cura. Lo posò per terra e guardò prima le stelle, poi
pensosamente tra gli alberi come se là ci fosse qualcosa venuto a osservarli. «Se smetterai di
pensare alla morte, lei smetterà di mandare le sue ancelle a cercarti.»

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La stanza è calda, perciò l’uomo è nudo. È più facile così. Non ci si sporca tanto. È in piedi al
banco da lavoro, e sta facendo a pezzi un coniglio. Rimuove la pelle dalla carne finché resta
attaccata solo agli arti inferiori, alla coda e alla testa. Poi, con una pesante mannaia di acciaio
Damasco, taglia le zampe e la coda.
Scuoiare un animale richiede meno fatica che scuoiare un essere umano, perché nel suo
strato sottocutaneo c’è pochissimo grasso.
Affonda la lama nel collo del coniglio fino a esporre le vertebre, simili a piccoli denti
macchiati. Poi con una rapida torsione libera la spina dorsale e la testa, staccando la piccola
pelle con le sue estremità appesantite. La tasta con un dito sfregandola in modo che le fasce
argentee interna ed esterna scivolino su e giù l’una sull’altra. Poi si china e l’annusa lasciando
che l’odore gli arrivi alle narici e gli permei la gola. È un odore semplice, acre, di legno. Molto
diverso dall’odore della pelle umana, proprio tanto.
Si raddrizza e la solleva sul dito. La fa penzolare per un istante sopra il bidone, poi ve la
butta dentro.
La pelle di un animale era sempre così. Una delusione. Anche impregnata di lisciva, depilata
e montata non è mai come quella umana. Comunque sia, la pelle non gli interessa. È il processo
che adora. La sensazione che gli procura lo strappo, quando lo strato inferiore si separa dal
muscolo sottostante.
Scuoia un animale almeno una volta alla settimana, di più quando è molto ansioso.
Questa settimana lo ha fatto cinque volte.

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Il mattino dopo, molto presto, le stradine attorno al campo di colza erano silenziose. La luce del
sole si rifletteva sulle gocce di rugiada nell’erba, simili a tante punte di diamante. Flea si fermò
con la Clio sulla strada asfaltata, scese e si avviò con le sue scarpe da ginnastica oltrepassando
con noncuranza il punto in cui Misty era stata uccisa. Si fermò cento metri più in là, si girò e
tornò indietro.
Erano solo le sette del mattino ma sapeva che sarebbe stata una giornata calda. La linea del
disgelo nell’erba era alcuni centimetri più indietro rispetto all’ombra creata dal sole che stava
sorgendo sulla collina. Alcune mucche la fissavano respirando affannosamente, circondate dalla
condensa del loro alito. Tornata all’auto, rimase ferma per un istante a guardarsi attorno, ad
ascoltare, a controllare che non stesse arrivando nessuno. Il viottolo era silenzioso. Quel posto
non era solo lontano dalla clinica, era anche al di fuori della stazione base del cellulare; anzi, nel
raggio di un ripetitore diverso. Misty aveva spento il cellulare molto tempo prima dell’impatto.
Alla MCIU non sarebbe mai venuto in mente di perlustrare quella zona.
Ma – si voltò a guardare la collina – se non avessero chiuso il caso, avrebbero forse rivolto
l’attenzione a luoghi così lontani, magari non perlustrandoli ma facendo domande di casa in
casa, come nel villaggio lassù. Si intravedevano i tetti e i camini sonnolenti di una corta fila di
casette vittoriane e cinque o sei cottage più vecchi sparpagliati più in alto. Alcuni avevano il
tetto di paglia, altri le ricordavano la casa dei genitori, con il tetto di tegole ricoperte di muschio
e di umidità. Sotto i cottage, sul pendio inferiore vicino alla strada, c’era una casa più moderna.
In contrasto con le altre aveva un tetto spiovente e finestre di PVC.
Qualcosa, una luce o un riflesso, lampeggiò sul retro.
Flea alzò lentamente la mano per proteggersi gli occhi e guardò. Il lampo si ripeté. Scorse un
riquadro di luce bianca e poi più niente. Forse era una finestra che era stata aperta e richiusa.
Qualcuno si stava spostando di qua e di là in casa. Forse la stava osservando.
Abbassò la mano, si sollevò il colletto del giubbotto, tornò alla macchina e percorse il
viottolo per quasi un chilometro fino a raggiungere gli alberi ai piedi del villaggio. Sulla destra
c’era un piccolo varco. Lo imboccò e parcheggiò in mezzo agli alberi dove nessuno sarebbe
passato, al sicuro. Scese e seguì un sentierino che si allontanava verso la casa. Era invaso dalla
vegetazione e pieno di ortiche ma saliva verso il villaggio. Si fermò nel punto in cui gli alberi si
diradavano e si ritrovò vicino a un muretto di mattoni, davanti al giardino posteriore della casa.
Era grande e incolto, e si estendeva sul fianco della collina: tra i resti secchi dei convolvoli
dell’anno prima stavano crescendo l’erba e i primi denti di leone. I rovi si allungavano sul
terreno come tentacoli e nell’erba bagnata spuntavano dappertutto ornamenti da giardino in
fibrestone: gatti e delfini, un Pegaso con un’ala spezzata, un asino accanto a una greppia. Appesi
agli alberi e agli alberelli c’erano mangiatoie di plastica per uccelli di varie tinte sorbetto, rosa,
arancione e giallo. Sotto una di esse sedeva un gatto siamese vero, color crème brûlée, che la
guardò sonnolento.
La casa era trascurata come il giardino. La vernice dei telai delle finestre, un tempo di un
rosso vivo, era sbiadita per i tanti anni di sole e pioggia. Anche la costruzione era costellata di

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statue di animali: farfalle scheggiate e scrostate volavano sui muri, tre gatti di pietra colorata si
squadravano in cima al tetto e un altro sembrava infilarsi di testa nel camino. Nessuna finestra
era aperta, ma Flea capì da dove fosse arrivato il riflesso: non da una finestra. Sul patio, accanto
a una portafinestra, c’era un cannocchiale su un treppiede. Vicino, anch’essa su un treppiede,
c’era una macchina fotografica.
Scavalcò furtiva il muretto, si portò veloce sul fianco della casa, sulla piazzola spaccata dal
sole dove si trovava una vecchia Volkswagen scolorita, ricoperta di escrementi bianchi
d’uccello. La casa era quasi silenziosa: si udiva solo il lieve suono di un televisore acceso
all’interno, una voce briosa, acuta, sempre più alta. Fece un passo verso la portafinestra e si
mise di nuovo in ascolto. Nessuno si stava muovendo là dentro. Il cannocchiale era a pochi
passi soltanto. Lo fissò cercando di capire su che cosa fosse puntato. Guardò la strada, in basso.
Da lì si vedevano i segni degli pneumatici. Spiccavano, evidenti come un faro. Impossibile non
notarli.
Basta, quella era l’ultima goccia. Qualcuno poteva aver visto l’incidente.
Tornò da dov’era venuta. Raggiunse il varco e si sedette sul cofano caldo della Clio dove
non potevano vederla, né dalla strada né dalla casa, estrasse il telefono e digitò il numero del
reparto comunicazioni della polizia.
Lei e Thom avrebbero dovuto essere molto, molto cauti. Ogni azzardo, anche il più piccolo,
andava valutato con la massima attenzione.

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In fondo allo zaino Bergen blu navy di Flea c’era un badge di un congresso di subacquea a cui
era andata il mese precedente. Se lo mise al collo, si raccolse i capelli in un cappellino da
baseball e tornò verso la casa. Il reparto comunicazioni teneva un registro per ogni indirizzo
della giurisdizione. I cosiddetti registri STORM contenevano tutti i dettagli relativi ai residenti e
ai loro contatti con la polizia. Da questi risultava che il nome della proprietaria della casa era
Ruth Lindermilk e che negli ultimi dieci anni c’era stato solo un fatto per cui era stata chiamata
la polizia: un’aggressione da parte di una donna di mezza età ai danni di un uomo. Una pistola
ad aria era stata consegnata spontaneamente e portata nell’armeria del quartier generale, ma
nessuno era stato arrestato.
Il campanello non funzionava e non c’era un batacchio, perciò bussò due o tre volte sulla
cassetta della posta. Nessuna risposta. Bussò di nuovo, poi indietreggiò dalla soglia e scrutò le
grondaie. Di lì notò che la coda del gatto che sporgeva dal camino era sbiadita e crepata.
Si voltò a guardare il resto del villaggio. Quello era l’unico cottage ad avere una buona
visuale sulla strada. «Una vista sorprendente sul cavallo bianco di Westbury», avrebbe detto un
agente immobiliare. Stava per tornare verso la fila di case a schiera quando udì il rumore di una
catenella dietro la porta.
«Sì? Che c’è?»
La porta d’ingresso era socchiusa e attraverso la fessura due occhi gonfi guardarono fuori,
sovrastati da un cappello da marinaio. Appartenevano a una donna, lo si capiva dalla grandezza
e dal taglio. A una donna sospettosa, diffidente. Era molto abbronzata e aveva un naso camuso,
come se avesse vissuto una vita dura all’aperto e ne portasse ancora i segni.
«Salve.»
La studiò, guardinga. «Chi è lei? Una testimone di Geova? Se ne vada.»
«No.»
«Se vuol vendere qualcosa, idem. Non mi va che i piazzisti del cazzo vengano a bussare alla
mia porta.»
«No, voglio solo scambiare due parole.»
«Sta scherzando? Vada via!»
«Lei è Ruth?»
Ci fu un attimo di silenzio.
«Ruth Lindermilk?»
«Chi è lei?»
Flea si tolse il cappellino e si passò una mano tra i capelli mostrandosi nella luce più
semplice possibile. «Mi chiamo Phoebe.»
«Sì… ma chi è?»
«Sono della…»
«Della?»
«Dell’Agenzia strade.» Mostrò veloce il badge coprendo con il dito la scritta
RAPPRESENTANTE DELL’ASSOCIAZIONE CAPI DI POLIZIA.

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«C’è dietro il distretto?»
«Sì.»
Qualcosa nella sua espressione cambiò. «Riguarda le lettere?»
«Le…? Sì. Posso entrare?»
Ruth Lindermilk guardò su e giù lungo il viottolo per vedere se qualcuno le stesse
osservando. «È sola? Non c’è nessuno con lei?»
«Nessuno. Sono sola. Posso entrare?»
La donna esitò. La squadrò di nuovo da capo a piedi osservando la maglietta e i pantaloni
militari. Poi con un grugnito spalancò la porta. Flea entrò. La signora Lindermilk la richiuse
sbattendola e si diresse in un corridoio piccolo e stretto. Là dentro era buio. Flea seguì la
macchia bianca spettrale del suo berretto tenendo il collo piegato perché aveva l’impressione
che il soffitto potesse abbassarsi di colpo, come a casa sua. C’era un odore in quell’abitazione,
un misto di cibo cucinato molto tempo prima e di alcol. Non whisky. Era qualcosa di più dolce.
Rum con qualche bevanda analcolica, forse.
«Sono come un serpente.» La signora Lindermilk si fermò al buio respirando
affannosamente. Una luce fievole filtrava da sotto una porta più avanti. «Un serpente del
cazzo.»
«Prego?»
«Come un serpente in un acquario. Venivano tutti a guardarmi se potevano. A guardare e a
indicare, quei coglioni. Volevano solo rendermi la vita difficile. Ora, non mi ha chiesto un
appuntamento perciò mi prende così come sono, ok?»
«Certo.»
Ruth Lindermilk aprì la porta, oltre la quale apparve una grande stanza in disordine. Le
portefinestre in fondo avevano le veneziane ma erano socchiuse, e da esse filtrava un piccolo
ventaglio di luce che illuminava l’accozzaglia di mobili: sedie, tavolini, poltrone bitorzolute sulle
quali erano acciambellati dei gatti. Gli scaffali erano stipati di riviste, tascabili e statuette: brutte
copie della pastorella di Dresda, bambini grassi con i cappellini che si baciavano, cavalli
impennati, gatti addormentati. Ogni spazio sui muri era tappezzato di fotografie in cornice di
varie forme e dimensioni. Nell’angolo il televisore emanava la sua luce tremolante, sintonizzato
su QVC. Una bionda robusta in pantaloncini faticava a tenersi in equilibrio su una palla da
ginnastica. Attraverso una piccola fessura delle veneziane Flea scorse il riflesso delle lenti del
cannocchiale sul patio esterno.
«Ecco, si goda lo spettacolo. Questa sono io e non intendo scusarmi.» La signora
Lindermilk si mosse per la stanza accendendo le luci e scacciando i gatti dalle poltrone. «Si
accomodi.»
Indicò un divano in fondo alla sala. Ora che Flea riusciva a vederla meglio, notò che la
donna era robusta. Aveva un paio di calzoncini bianchi e una polo rosa con il disegno di
un’ancora sul petto, gambe corte e muscolose infilate in un paio di sandali con il tacco a spillo,
caviglie sottili e polpacci sodi come quelli di un uomo. I capelli infilati sotto il cappello
sbarazzino erano corti, tinti di un rosso ocra spento. «Scacci i gatti. Si sieda oppure muoia in
piedi, faccia lei.»
Flea guardò il divano. Due tigrati a pelo lungo se ne stavano acciambellati in un mucchio di
pelouche. Sotto di loro la pelle del divano era secca e spaccata, con una macchia di residui
salini, di sudore o di acqua marina. Scostò i pelouche e si sedette accanto ai gatti. Uno emise un
lieve brontolio e si accoccolò più vicino al compagno. Flea ne avvertì il calore sulla gamba e
apprezzò la sensazione di conforto.

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«Vuole qualcosa da bere?»
Nell’angolo c’era un mobile bar di vetro nero e cromo, con una serie di bicchieri colorati da
whisky impilati, un secchiello dorato per il ghiaccio e una fila di bibite analcoliche. Flea diede
un’occhiata alle bottiglie di liquori dietro. «Sì.» Posò il berretto sul bracciolo del divano.
«Prendo quello che beve lei.»
La signora Lindermilk si pulì le mani sulla maglietta e si avvicinò al bar. Capovolse due
bicchieri, toccò una bottiglia di Bacardi, si bloccò e rivolse a Flea un pallido sorriso come per
dirle: mi hai quasi beccata. Quasi, però. «Una Coca, allora.» Prese due lattine da sotto il ripiano,
strappò la linguetta e le versò. Diede un bicchiere a Flea.
«Signora Lindermilk…»
«Ruth. Mi chiami pure Ruth.»
«Ok, Ruth. C’è un signor Lindermilk?»
«C’era.»
Ruth prese la sua bibita e si sistemò su una poltrona reclinabile logora accanto a un tavolino
traballante su cui c’erano un telecomando e un posacenere. Le gambe nude infilate nei sandali
erano abbronzate e muscolose, costellate di capillari scuri. «Adesso siamo solo io e Stevie.»
«Suo figlio?»
«Sì, lui.» Indicò con un cenno i muri. Alcune foto in cornice erano state scattate al mare. Un
paio mostravano una Ruth molto più giovane al timone di una barca con il suo cappello
sbarazzino accanto a un uomo brizzolato con una camicia hawaiana. In un’altra un uomo più
giovane con una canotta bianca e un cappellino da baseball con il disegno di un’ancora era al
timone di una piccola barca, lo sguardo rivolto all’obiettivo. Aveva i capelli folti, biondi ed era
molto abbronzato, ma la sua bocca dava un’impressione di scontrosità che impediva di definirlo
bello. «Adesso ha la sua attività. Se la cava bene il nostro Stevie.»
«Ruth, alcuni anni fa è venuta la polizia. A causa sua e di un vicino, vero?»
«Come diavolo lo sa?»
«Abbiamo accesso a questo genere di informazioni.»
«Non sono stata io a cominciare. A questi particolari avete accesso, eh?»
«Non ho detto questo.»
«Be’, era colpa sua. Avvelenava gli scoiattoli. Sapeva che i miei gatti potevano mangiare il
veleno. Sapeva che sarei andata fuori dai gangheri. E così è stato. Ha avuto quello che si
meritava.»
«Gli ha puntato contro una pistola?»
«Una BB, che non è esattamente un AK47, no?»
«Resta sempre una pistola. Poteva finire in tragedia.»
Ruth Lindermilk alzò una mano. «No. Non mi lascerò screditare da lei.»
«D’accordo, d’accordo.» Flea mantenne un tono calmo. Avrebbe voluto guardare il
cannocchiale ma tenne gli occhi puntati su Ruth. «Non voglio screditarla, davvero. Sto
cercando di farmi un quadro della sua situazione.»
«E quanto dettagliato dev’essere? Avete le lettere che vi ho scritto, no?»
«Sì. Io… passa molto tempo a osservare la strada?»
«Lo faccio quasi tutte le sere.»
«A che ora va a letto?»
«Tardi.»
«Che intende con tardi?»

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La donna si mosse in poltrona. «È qui per aiutarmi o no?» Inarcò un sopracciglio con
un’aria di sfida. «Mmm?»
Lo sguardo di Flea si posò sul bicchiere che teneva in mano. Ruth Lindermilk lo roteava
agitando la Coca-Cola al suo interno, come se contenesse un liquore. Sarebbe stata una strada
tutta in salita, però c’era l’alcol: quella donna aveva certo un problema con l’alcol. Forse
sarebbe tornato utile. «Posso dare un’occhiata con la macchina fotografica?» chiese. «Con il
cannocchiale?»
Ruth Lindermilk non rispose. Continuò a studiarla, pensierosa. Osservò di nuovo i
pantaloni militari e il badge infilato nella maglietta.
«Ruth? La macchina fotografica?»
L’altra sorrise. «Certo che può dare un’occhiata.»
Si alzò e aprì la portafinestra. Uscirono in una giornata trasformatasi ormai in un’esplosione
di luce. Il sole si rifletteva sulla rugiada nell’erba e sugli alberi. Un paio di gatti le seguirono, si
buttarono sul patio che si stava asciugando e rimasero là, stesi, con gli occhi socchiusi. Flea si
alzò in punta di piedi e guardò nell’obiettivo della macchina fotografica. Era puntato sulla strada
sottostante. Non sul luogo dell’incidente ma più in là, vicino al punto in cui aveva lasciato la
macchina. Premette il tasto QUICK VIEW e passò in rassegna le immagini. C’erano solo una
ventina di foto che ritraevano gatti, un tramonto, un tasso che mangiava il cibo dei gatti, e
sembravano tutte scattate nel giardino posteriore. Non c’erano foto sue accanto alla Clio sulla
strada.
Flea tornò alla modalità foto, si spostò di lato e accostò l’occhio al cannocchiale. Anch’esso
era puntato sulla strada.
«Sa come si usa?» domandò Ruth Lindermilk.
«Sì. La messa a fuoco è qui, giusto?»
«È un buon cannocchiale. Di tipo nautico. I vicini non sopportano che lo usi.»
Flea fece mostra di adattarlo. Lo spostò scrutando il fianco della collina sopra il campo di
colza, la stradina che lo risaliva, il ciglio della strada. Lo spostò leggermente a destra e inquadrò
qualcosa di rosa.
Alzò lo sguardo. Ruth Lindermilk aveva fatto qualche passo sul prato e se ne stava con le
mani sui fianchi e un ampio sorriso rivolto al cannocchiale. Aveva un dente superiore
scheggiato, vicino al canino. «Ha dato una bella occhiata?»
«Sì.»
«Ha notato niente?»
«Solo lei che sta in mezzo.»
«E io non ho niente di speciale? Dai, mi dica cos’ha notato.»
Che è matta? Alcolizzata? «Cosa dovrei notare?»
«Che non sono un’idiota fatta e finita.» Tornò al cannocchiale e glielo strappò di mano
mettendo il coprilente. «Ecco cosa dovrebbe notare.»
«Sto solo cercando di fare il mio lavoro, signora Lindermilk.»
«No, non è vero. Non sta cercando di fare il suo lavoro perché non è del distretto del cazzo.
Non è dell’Agenzia strade e non è del distretto.»
«Certo che lo sono.»
«Crede che sia nata ieri? Sono loro che l’hanno mandata, vero?» Si girò indicando il
villaggio. «I vicini che si alleano contro di me, che vogliono mandarmi una spia in casa. Forza,
lo dica. Dica: ’Sì, mi hanno mandato loro’.»
«Gliel’ho detto, sono del distretto.»

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«Be’, se lo è, non è del dipartimento da cui voglio aiuto. È del dipartimento di Igiene
ambientale, vero?»
«No.»
«Allora mi dica delle lettere che ho mandato. Quando è arrivata l’ultima? Che data aveva?»
«Seguo diversi casi simili ogni settimana. Non ricordo le date esatte.»
«Allora mi dica che cosa riguardavano.»
«La strada.»
«Cosa in particolare della strada?»
Flea si mise le mani in tasca, si alzò in punta di piedi e guardò l’orizzonte.
«Se è davvero del distretto, mi dica perché mi interesso alla strada.»
Flea si abbassò sui talloni e spostò lo sguardo incrociando quello della donna. «Non lo so»,
ammise. «Semplicemente non lo so.»
«Che Dio mi aiuti.»
«Mi dica cos’ha visto laggiù. Questo voglio sapere.»
Ruth Lindermilk afferrò il treppiede, lo chiuse, infilò i pezzi sotto il braccio, lo portò con sé
verso la portafinestra e lo mise nella sala. «Forza, esca di qui. Porti le chiappe su quel sentiero,
subito.»
«Mi dica solo cosa sta guardando.»
Ruth Lindermilk tuttavia aveva perso del tutto la pazienza. «No. Assolutamente no, cazzo.
Esca di qui prima che chiami la polizia.»

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Quando Caffery si svegliò, irrigidito e infreddolito, e scoprì che il luogo dell’accampamento era
deserto – solo le braci screziate del fuoco dimostravano che l’Uomo che cammina era stato là –
la prima cosa che gli venne in mente fu Benjy, il dannato cane di Lucy Mahoney. Lo aveva
sognato: un cane senza pelle in un sacco salma sul tavolo di un veterinario, odore e occhi fissi
color guscio d’uovo compresi. Mallows aveva detto che i fratelli tanzaniani detestavano i cani:
non ne avrebbero mai toccato uno. In Africa erano spesso ritenuti dannosi. Nella letteratura
sull’argomento si citava spesso il fatto che il muti usasse varie parti di animali a rischio
d’estinzione ma non c’era niente sui cani. Erano stati quindi dei ragazzini a scuoiarlo? O era
stato Amos Chipeta? E se era stato lui, perché? Mentre armeggiava per arrotolare il materasso e
si sciacquava la bocca con l’acqua di una bottiglia, decise che voleva sapere qualcosa di più su
quant’era successo la sera in cui Lucy Mahoney si era suicidata.
Chiamò la stazione di polizia di Wells e quando arrivò, un’ora dopo, l’addetto alle prove lo
stava già aspettando con una penna in mano per firmare per il ritiro della busta numero otto,
contenente due chiavi per una serratura da incasso e una Yale, provenienti dal deposito oggetti
in custodia. Beatrice Foxton aveva dichiarato che Lucy Mahoney si era suicidata, quindi
tecnicamente parlando tutti gli effetti personali recuperati all’autopsia erano affidati al coroner,
ma l’addetto convenne che nessuno ne avrebbe sentito la mancanza per un paio d’ore.
Lucy abitava in una zona residenziale nuova ai margini di Westbury-sub-Mendip. Caffery
superò file e file di monolocali e appartamentini con minuscoli prati sul davanti e vialetti vuoti
che la sera sarebbero stati invasi da Mazda e utilitarie Peugeot, perché quello era un posto per
lavoratori, non per famiglie. La casa di Lucy era un appartamentino al pianterreno. Davanti al
piccolo portico spiccavano due bidoni per le immondizie e uno con le ruote per il materiale
riciclabile con il numero 32 dipinto di bianco. Inserendo la chiave nella serratura, notò al di là
del vetro i volantini dei locali di cibo da asporto: Domino, Chilly’s Curry, The Thai House.
Si guardò alle spalle ed entrò senza accendere la luce. Rimase dietro la porta e si infilò un
paio di soprascarpe azzurre e i guanti in nitrile. La richiuse, aprì quella interna e avanzò
silenzioso.
Il soggiorno era buio e ingombro di cose: dall’esterno non te lo saresti mai aspettato. Su un
tavolo nell’angolo spiccavano un monitor LCD nuovo della Dell, uno scanner e una macchina
fotografica digitale, ma tutto il resto era logoro e un po’ ammaccato. C’erano un divano, un
tappeto turco liso per terra, vari cuscini ricamati gettati qua e là, mobili dipinti con motivi di
fiori e rampicanti. Ogni superficie era coperta di soprammobili di legno, boccette di
aromaterapia, manufatti nepalesi di cartapesta dipinta, tra i quali campeggiava una scultura
sbiadita di un trampoliere apparentemente di origine asiatica. Collegata al soggiorno c’era una
piccola zona pranzo e al di là di essa la cucina, con piastrelle dipinte a mano sopra il lavandino.
Le tende del finestrone erano aperte e si vedevano le colline in lontananza. Si scorgeva anche
Glastonbury Tor, un puntino minuscolo all’orizzonte.
Caffery si aggirò nelle poche stanze osservando gli oggetti, cercando di farsi un’idea del
posto. Lucy era una collezionista. La sua passione sembravano essere i fermacarte contenenti

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fiori, esplosioni di rosso e arancione simili a lava, e piccole conchiglie, quasi trasparenti,
disposte in vario modo. Però quel posto era pulito, troppo pulito. Strano, si disse, guardando la
cucina. A volte gli aspirati suicidi pulivano a fondo la casa prima di imbottirsi di pillole, eppure
tutta quella pulizia appariva anomala, stridente. D’un tratto gli venne in mente una cosa che
aveva detto Stuart Pearce, il consulente per le ricerche: il suicidio di Lucy Mahoney aveva
infranto tutte le regole.
Salì al piano superiore e accese una luce. Sul pianerottolo si aprivano tre porte. Una
conduceva in bagno: rivestito di piastrelle blu scuro, aveva un’asse del water di resina con
incluse varie conchiglie; due collant a righe erano appesi ad asciugare sopra la tenda della
doccia. La squadra con il cane li aveva lasciati là perché non avevano alcun odore, preferendo
invece andare in cerca di un pigiama o di qualche capo di vestiario contenuto nel cesto della
biancheria sporca. La seconda porta era chiusa a chiave. Jack la scosse ma non si aprì. Scese e
frugò nei cassetti in cerca della chiave, poi controllò l’attaccapanni in corridoio. Niente. Tornò
di sopra e si stese sulla moquette del pianerottolo con la faccia vicino alla fessura. Chiuse la
bocca e annusò l’aria proveniente da sotto la porta.
Profumo. Profumo e bastoncini per ambiente. E qualcos’altro. Acquaragia. La stanza era
stata di certo aperta dalle squadre venute a cercare Lucy dopo la sua scomparsa. Qualcuno
doveva essere passato di lì e averla chiusa, dopo. Forse l’ex di Lucy. Era il parente più vicino,
perché i suoi genitori erano morti.
L’ultima porta era quella della camera. Le finestre erano decorate con tende di velluto verde,
cristalli e acchiappasogni di pelle di daino. Le lampade erano coperte da foulard con paillette
per la danza del ventre. Caffery andò alla finestra e studiò la foto in cornice sul davanzale: una
bambina a una festa con un cappello nero di paglia a tese larghe e tra le braccia una bambola di
pezza di una volta. Quella doveva essere Daisy, la figlia. L’addetto alle prove di Wells aveva
detto che i Mahoney avevano avuto una figlia, che viveva da qualche parte vicino a Gloucester
con l’ex marito di Lucy e la suocera.
In quell’istante Caffery udì un rumore in fondo alle scale, un colpo sordo e uno strascicare
di piedi. Afferrò il fermacarte più pesante che trovò e uscì sul pianerottolo. Rimase sulla soglia
soppesandolo e contando mentalmente.
Sul portico si accese una luce. La porta d’ingresso si aprì e in fondo alle scale apparve un
volto. Era l’ex marito, con addosso un vestito tutto stropicciato. Guardò Caffery di sottecchi
studiandone le mani con i guanti in nitrile e il fermacarte. Poi abbassò lo sguardo sulle
soprascarpe. «Mi potrebbe ricordare di nuovo il suo nome?»
«Sono il detective Caffery», rispose Jack scendendo le scale. «Ci siamo parlati in ospedale
dopo l’autopsia. Nemmeno io ricordo il suo.»
«Colin Mahoney.»
«Cosa fa qui?»
«Sono passato a prendere la posta.»
«Siete divorziati.»
«Eravamo rimasti amici. Non sapevo che ci fosse una legge che proibisce a due ex di restare
amici. Mi hanno detto che non avrei saputo altro fino alla conclusione dell’inchiesta del
coroner.»
«Allora nessuno si è messo in contatto con lei? Nessuno del distretto F?»
«No. Avrebbero dovuto?»
«Le hanno già detto del cane?»
«Sì. È caduto nella cava, a quanto sembra.»

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«Dev’essere stata dura da digerire.»
«Sì. Be’, a volte la vita ti prende a calci in faccia. E quando lo fa, perdi i denti.»
Mahoney entrò in soggiorno e si sedette. Posò le mani sulle ginocchia e si guardò attorno
come se sulle pareti di quella stanza piena di cose ci fosse scritta la risposta a un dilemma.
Caffery lo seguì e rimase in piedi davanti a lui.
«Tenga», affermò porgendogli un paio di guanti. «Cerchi di non toccare niente.»
Lui li prese. «Per quale unità ha detto che lavora?»
«Non l’ho detto. Per la Major Crime Investigation Unit.»
«La Major Crime. Cioè la Omicidi?»
«Esatto.»
«Venerdì mi ha detto che il caso non era suo. Ora invece lo è.» Fissò i guanti. «Non credo
che Benjy sia caduto nella cava, non l’ho creduto neanche per un secondo. Non era stupido.
Non mi hanno permesso di vederne il corpo e anche questo non mi torna.» Alzò lo sguardo.
«Be’? È un omicidio? Questo è venuto a dirmi?»
«No.» Caffery posò il fermacarte sul tavolino accanto a due moduli A5 PERQUISIZIONE
IMMOBILE lasciati dalla squadra. «Effettuiamo controlli casuali, riesaminiamo qua e là i casi di
suicidio. È un esperimento che il ministero dell’Interno sta facendo nell’Avon e nel Somerset.
Poi lo estenderanno a tutto il paese.»
«È la verità?»
Caffery sostenne il suo sguardo.
«Lo è?»
Lui si schiarì la gola e indicò con un cenno i guanti. «Può metterli?»
«Perché? Questo posto è stato perquisito. È cambiato qualcosa?»
«Li metta, per favore.»
Mahoney obbedì. Caffery gli si sedette di fronte. «Signor Mahoney, ho qualche altra
domanda da farle.»
«L’avevo capito.»
«Secondo lei Lucy era tipo da uccidersi?»
«Ovviamente no. Ho continuato a ripeterlo. Non c’è nei vostri appunti?»
«Come ho detto, sto riesaminando il caso. Me lo hanno affidato di punto in bianco. Ne ho
sentito parlare per la prima volta venerdì mattina. Lucy conosceva la Strawberry Line?
Conosceva bene quella zona?»
«Sapeva della sua esistenza, ma non mi risulta che ci andasse.»
«Aveva amici là?»
«Che io sappia no.»
«Che mi dice delle cave dalle parti delle grotte dell’elfo? Della cava numero otto? La
chiamano la cava dei suicidi.»
«Non so neanche perché l’abbiate perlustrata.»
«Hanno trovato la sua macchina vicino. A meno di un chilometro. Ma lei mi sta dicendo che
non andava mai alle cave?»
«No. Strano, vero, che abbia parcheggiato nei dintorni? E non ci avrebbe neanche mai
portato Benjy. Non lo portava mai vicino all’acqua. Non le piaceva che si bagnasse.»
«C’era un coltello Stanley.»
«Così mi hanno detto.»
«Sa da dove viene?»
«Dal piano di sopra. Dal suo studio. Lo usava per lavoro, per fabbricare cornici.»

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«È la porta chiusa a chiave.»
«Sì.»
«Perché è chiusa a chiave?»
Scrollò le spalle. «Non amava che la gente ci entrasse. Lì ci sono tutti i suoi quadri. Era
molto sensibile al riguardo. Non le dava fastidio che io li vedessi, ma detestava che altri ci
mettessero piede. Quando la squadra della polizia ha finito, l’ho chiusa a chiave.»
«Possiamo entrarci?»
«La chiave è da mia madre. Ci vuole un’ora per andare e tornare.»
«È sicuro che manchi il coltello?»
«Sì. Ho controllato l’altra sera, dopo che l’hanno ritrovata.»
Caffery si guardò attorno. Osservò i fermacarte illuminati dalla luce. Tutti puliti e
scintillanti. «L’ultima volta che ha visto Lucy è stato domenica?»
«Ero qui. Ci siamo bevuti un caffè. Me ne sono andato alle cinque e mezzo.»
«E le è sembrato che stesse bene?»
«Benissimo. Era molto rilassata.»
«Non le ha detto di essere preoccupata per qualcosa? Depressa?»
«Assolutamente no.»
«Qualcuno dei vostri amici ha accennato al fatto che fosse depressa?»
«No. La polizia ha passato al setaccio la sua rubrica di indirizzi e ha parlato con tutti:
nessuno ha detto niente di particolare. Sono tutti d’accordo con me. Pensano…» S’interruppe e
Caffery vide il suo sguardo. Lo vide, e di colpo rivisse la scena di sua madre che urlava in
cucina, che si aggrappava a un agente di polizia nell’atrio, che lo supplicava: «Trovate il mio
bambino. Trovatelo: andate, ora, e trovate il mio bambino».
Chiuse gli occhi e li riaprì. «In questa casa è tutto pulito. È stato lei?»
«No. Così l’ha lasciata lei.»
«Era normale che fosse così pulita?»
«No, una pulizia del genere è insolita. Lucy aveva…» Esitò «… le sue priorità. E come può
vedere, i suoi gusti, che in parte non condivido.»
Caffery prese un fermacarte dal tavolino e lo girò studiandone oziosamente il fondo. Su un
adesivo dorato a forma di rombo c’era scritto THE EMPORIUM. «Non abbiamo mai trovato il
suo telefono.» Lo posò e ne prese un altro. Sul fondo c’era lo stesso adesivo. «Sono stato a
Wells e ho controllato gli oggetti che aveva con sé. Cercavo eventuali fatture ma l’agente
responsabile mi ha detto di averle lasciate qui. E che è una bella rogna perché gran parte degli
estratti conto bancari e delle fatture mancano. Anzi, ha detto che in casa non c’è quasi nessun
documento.»
«Lo so. Mi hanno spiegato di aver ottenuto un mandato e che la compagnia telefonica
avrebbe dovuto fornire le fatture mancanti.»
Mahoney aveva ragione. Ma ancora una volta il sistema aveva dato la preferenza a una
persona come Misty Kitson, i cui tabulati erano arrivati nel giro di poche ore. Quando Caffery
aveva controllato, aveva scoperto che quelli di Lucy Mahoney non erano mai arrivati. Erano
bloccati nel sistema da qualche parte e, ora che era saltato fuori il suo corpo, nessuno si sarebbe
preoccupato di richiederli. Caffery aveva detto a Turnbull di ottenere un altro mandato per
rintracciarli, ma sarebbero passati giorni prima che avessero accesso a quei documenti e che
capissero che cosa fosse accaduto davvero a Lucy Mahoney nelle ultime ore.
«Non c’è un posto dove teneva le carte?»
Mahoney indicò un raccoglitore accanto al computer. «Là.»

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Caffery posò il fermacarte, si avvicinò al tavolo e lo aprì. Conteneva quattro fatture del
telefono, quasi tutte dell’anno precedente. Solo una era di quell’anno: di gennaio. C’erano
dodici bollette dell’elettricità, due bollettini per il pagamento delle tasse comunali e dieci estratti
conto bancari, tutti risalenti a più di due anni prima. Si girò e allungò il raccoglitore a Mahoney.
«Era così quando è venuto qui la prima volta?»
«Esattamente così.»
«Sa perché tenesse i documenti di questi mesi e non degli altri?»
«Era riservata, è tutto ciò che posso dire. Quando la polizia ha interrogato i suoi amici, non
ha scoperto niente sul suo conto. Era così anche quando ci siamo sposati. Non sapevo mai cosa
pensasse.»
Caffery studiò i muri, l’accozzaglia di mobili. «Vedo come viveva ma non ho idea del suo
aspetto. Non ci sono foto.»
Mahoney si alzò, andò al computer e lo accese. «Si accomodi. È tutto là», affermò
prendendo un piccolo sgabello e invitandolo a sedersi.
Caffery lo fece. Il computer era l’oggetto più nuovo di tutta la casa. Era un processore da
2.9 gb, affidabile e veloce. Diede una rapida occhiata ai documenti. Niente di interessante. La
squadra doveva averli passati tutti al vaglio. Aprì l’account di posta elettronica: c’erano due
nuove mail. Spam. Cliccò su Explorer e recuperò la cronologia delle ricerche. Le parole erano:
piante in vaso, Hollyoaks, mascara, tonificazione del corpo, cristalli. Niente di interessante. Aprì
la cartella dei video e ne scelse uno a caso.
La prima inquadratura ritraeva un campo. Doveva essere estate perché l’erba era verde e gli
alberi ricchi di foglie. Una donna alta e massiccia con un abito nero che le arrivava al polpaccio
si stagliava a media distanza. Teneva le braccia allargate e cercava di afferrare le gambe di una
bambina sottile con un paio di pantaloncini rosa che provava a fare la verticale. La donna
rideva. Aveva i capelli castano-ramati molto corti e un viso rubicondo dalle ossa grosse. Ci
voleva davvero molta immaginazione per associarla all’ammasso annerito steso sul tavolo
dell’obitorio.
«Sono stato io a riprenderle», disse Mahoney avvicinandosi alle sue spalle. «Tre estati fa.
L’anno in cui Daisy aveva deciso che Nastia Liukin avesse una rivale.»
«Daisy? Vostra figlia?»
«Sta con mia mamma. È disperata, ovviamente.»
Daisy tentò un’altra verticale. Stavolta Lucy le prese le gambe. Per un lungo istante Daisy
cercò di mantenere precariamente la posizione, poi le braccia le cedettero. Lucy provò a reggerla
ma Daisy ruzzolò a terra e rimase stesa di schiena a ridere, le mani sulla pancia. La telecamera
zoomò su Lucy. Anche lei rideva ma quando s’accorse d’essere ripresa, il sorriso le svanì dal
volto. «Oh, no!» Scosse la testa e sollevò la mano per coprire la telecamera. «Ti prego, no. Mi
vergogno. Lasciami in pace.»
La telecamera si spostò. Inquadrò per qualche istante un prato e poi si udì armeggiare. La
telecamera fu spenta e lo schermo divenne nero.
«’Mi vergogno’.» Mahoney tornò a sedersi sul divano. «Sì, era tipico suo. Tutto la
imbarazzava.»
«Amava Daisy.»
«Tutti amano Daisy.»
Caffery aprì un altro file. Quello risaliva a tre mesi prima soltanto. Mostrava una piccola
stanza con la luce fioca del giorno che entrava dalla finestra. Una donna stava di lato rispetto
alla telecamera, rivolta verso un cavalletto con una tela. Lucy. I capelli rossi le ricadevano sulla

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schiena – erano molto più lunghi – e indossava abiti diversi, colorati: un gilè rosso sopra una
camicetta azzurro zaffiro e una bandana floreale sulla fronte. Teneva un pennello con una mano
e con l’altra giocherellava con la camicia. Lì era più magra, molto più magra. In tre anni aveva
recuperato il girovita.
«Chi ha fatto questo video?»
«Non lo so. Un amico, forse. Io non c’ero.»
La telecamera si avvicinò. Lucy si voltò e fissò l’obiettivo. Non arrossì, non cercò di girarsi
dall’altra parte. Sorrise ironica, sollevò il pennello e parlò con finto accento francese:
«Benvenuto nel mio atelier, bambino. Qui nasce la magia».
Il video terminò e per un istante nella stanza calò il silenzio. Caffery tamburellò il dito sul
mouse pad. Qui nasce la magia. C’era qualcosa là, in quel video, qualcosa d’importante. Lo
rivide studiando attentamente il volto di Lucy, il modo in cui giocherellava con la camicia, in cui
si toccava intimidita il ventre. Qui nasce la magia. Cosa stai cercando di dirmi, Lucy? Cosa stai
cercando di dire?
Un rumore alle sue spalle lo indusse a voltarsi. Mahoney si era proteso per osservare meglio
il tavolino. «Strano», mormorò. «Molto strano.»
Caffery scostò la sedia. «Cosa?»
«Quelle.»
Guardò il punto indicato e non vide nulla di particolare: solo i moduli della squadra, il
fermacarte e le chiavi di Lucy là, dove Jack le aveva lasciate.
«Le sue chiavi? Le ho chieste in prestito alla stazione di polizia di Wells.»
Mahoney si chinò e le prese. «Così le ha trovate?»
«Le aveva in tasca. Sì.»
«Solo queste due. La Chubb e la Yale?»
«Entrano nella porta d’ingresso.»
«Ma ne manca una. Ci dovrebbe essere la chiave della porta posteriore. Di solito è lassù,
appesa a quel chiodo.»
Caffery si girò. Sul chiodo non c’era niente. Guardò la porta d’ingresso e poi quella
posteriore. Per un istante ebbe un vago brivido, come se qualcosa fosse entrato nella stanza e si
fosse seduto lì con loro.
«E…» Tossì leggermente. «E immagino che non l’abbia lei…»
Mahoney spostò lo sguardo su di lui, le pupille ridotte a due capocchie di spillo. «No. E se
non ce l’ha lei», disse, «allora chi diavolo l’ha presa?»

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Le strade residenziali attorno a Hanham erano silenziose all’ora di pranzo e, quando Flea svoltò
l’angolo, vide la Escort nera di Thom scostarsi dal marciapiede. Arrivò in fretta in fondo alla
strada con la freccia inserita e all’incrocio a T svoltò a destra. Lei la tallonò armeggiando sul
sedile accanto in cerca del telefono.
Stava guidando Mandy, ovviamente. Flea sapeva cos’avrebbero detto i ragazzi dell’unità di
lei: «Be’, ecco una donna con un clitoride XXL» o qualcosa nel genere. La Escort si fermò a un
semaforo e Flea le si accodò digitando il numero di Thom sul cellulare con il pollice. Vide
Mandy girare la testa e guardare Thom frugarsi nelle tasche della giacca. Quando estrasse il
cellulare, le disse qualcosa. La chiamata fu tuttavia trasferita alla segreteria telefonica e Flea lo
vide riporre il telefono in tasca. Thom appoggiò quindi la testa al finestrino e guardò fuori.
Flea schiacciò l’acceleratore a tavoletta, suonò il clacson e usò gli abbaglianti. Mandy alzò la
testa: Flea scorse fugacemente due occhi sorpresi nel retrovisore. Allungò la mano fuori dal
finestrino e le fece segno di accostare.
Ci fu un momento in cui le due auto procedettero quasi attaccate, paraurti contro paraurti,
mentre Mandy cercava di capire cosa stesse accadendo. Poi si imbatterono nell’ingresso di un
cimitero e la Escort sterzò a sinistra fermandosi poco oltre il cancello. Flea la seguì a ruota, saltò
giù e si avvicinò al lato del guidatore facendo segno alla donna di abbassare il finestrino.
Per un istante tuttavia Mandy si limitò a guardarla al di là del vetro, bianca in volto. Sul
sedile del passeggero Thom si era accasciato fin quasi ad avere il mento a contatto con il petto.
Teneva il volto chino, appoggiato a una mano, in modo che nessuno potesse vedere la sua
espressione.
«Apri il finestrino.»
Mandy obbedì. «Mi hai spaventata a morte. Che succede?»
«Dobbiamo parlare.»
«Ora non posso.»
«Adesso, Mandy. Adesso.»
«Okaaay», disse l’altra, cauta. «Sei agitata.»
«Scendi dalla macchina.»
Lei obbedì: lentamente, con le mani sollevate, come se Flea le avesse puntato una pistola
alla testa.
Thom si slacciò la cintura e scese anche lui. La sua faccia spuntò sopra il tetto dell’auto,
dall’altra parte. Era tesa. «Flea, non ce n’è bisogno. Glielo dirò.»
«Mi dirai cosa?»
«Mandy, non starla a sentire, ti prego. Te lo giuro, stavo per dirtelo.»
Flea alzò la mano. «Torna in macchina, Thom.»
«Lascia che glielo dica io.»
«Torna in macchina.»
Lui fissò sua sorella, le mani sul tetto, pallido in volto. Una vena lungo il collo gli pulsava,
blu.

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«Fa’ come dice», ordinò Mandy. «Dai, sali.»
Thom sarebbe forse riuscito a ignorare la sorella, ma non sapeva come opporsi alla sua
ragazza. Salì in macchina e sprofondò sul sedile. Mandy si girò verso Flea con le braccia
incrociate sotto il seno enorme. «Che cavolo sta succedendo?»
«C’è stato un incidente. Thom ha avuto… un incidente.»
Mandy si chinò molto lentamente a guardarlo al di là del sedile. Si teneva il viso tra le mani.
«Non ha l’aria di uno che ha avuto un incidente.»
«Non è stato lui a farsi male.»
«E allora chi?»
«Una donna.»
«Una donna?» Mandy inarcò le sopracciglia con aria interrogativa, come se l’idea che Thom
potesse avere qualcosa a che fare con una donna fosse assurda, anche in una circostanza come
un incidente.
«Stava guidando. Era ubriaco e lei gli è sbucata davanti. Non è riuscito a fermarsi.»
«Cosa le è capitato?»
Flea scosse la testa. Non c’era modo di addolcire la pillola. «Mi dispiace.»
Mandy chiuse lentamente gli occhi. «È morta?» Li riaprì e fissò Flea senza batter ciglio.
«Vuoi dire che l’ha uccisa?»
«Sì.»
«Quando?»
«Lunedì scorso.»
«La sera in cui è venuto da te?»
«Sì.»
«Non è possibile che abbia avuto un incidente. È rimasto da te per tutta la sera. L’auto è a
posto.»
«Non è rimasto da me. Ti ha mentito. Non voleva che tu sapessi che andava a una riunione
di lavoro e che pensassi che si sarebbe infilato in un altro casino, perciò è venuto da me e ha
usato la mia macchina. Ha lasciato la sua fuori, nel caso fossi passata a controllare.»
Mandy si voltò dall’altra parte e osservò freddamente le tombe, i contenitori di plastica sotto
il tubo dell’acqua, i fiori di seta ingrigiti dai fumi di scarico delle macchine in strada. Li fissava
senza vederli. «Non ci posso credere. Nessuno mi ha detto niente.»
«Perché nessuno sapeva. Non è stato segnalato.»
«Non è stato segnalato? Allora cos’è successo a…» Quel nuovo dettaglio colpì nel segno.
Mandy posò i gomiti sul tetto della macchina e si prese la faccia tra le mani. «Mio Dio. Mio Dio.
Mio Dio.»
«C’è qualcosa che possiamo fare.»
«Questa è la fine di tutto.»
«Mandy, calmati. Io e Thom ne abbiamo parlato e c’è qualcosa che possiamo fare.
Dobbiamo portarlo in ospedale. Dobbiamo costruire un caso. Non c’è molto tempo.»
«Costruire un caso? Vuoi mentire? Perché? Perché dovresti farlo?»
«Perché è mio fratello. Perché sono furiosa con lui e in questo momento vorrei cavargli gli
occhi, ma resta mio fratello e gli voglio bene.»
Mandy si toccò la gola con un dito, come se avesse un piccolo groppo. Poi si tirò su la
manica e guardò l’orologio, quasi pensasse che il tempo potesse rimettere le cose in ordine e
impedire al mondo di capovolgersi. In lontananza si udì il rombo di un tuono. Un uccello, forse

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un corvo, spiccò il volo dalla fila di cipressi mediterranei che costeggiava il cimitero. «Ci serve
un po’ di tempo per riflettere», disse alla fine.
«Ok.»
«Da soli, intendo.»
«Andrò a sedermi in macchina.»
«No. Ci serve più tempo. Dobbiamo tornare a casa e rifletterci. Dormirci su. Ti chiamerò
io.»
«Quando?»
«Domani mattina, o forse nel pomeriggio. Domani mattina lavoro.»
«Non si può aspettare tanto. Ci sono cose che… stanno cambiando. Cose che riguardano il
corpo.»
«Cose che riguardano…? Cazzo.» Mandy scosse la testa. «Oh, cazzo.»
«Chiamami domani mattina presto.»
«Ti chiamerò domani mattina appena riesco.»
«Se non ti sento per mezzogiorno, mi presento a casa tua. E se a quel punto non faremo
qualcosa, sarò costretta a…»
«A fare che?»
«A mezzogiorno. Ci vediamo domani a mezzogiorno.»

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Sono le quattro di pomeriggio e Ruth si sente bene. Ha in mano un drink e la musica è alta.
Vorrebbe aprire tutte le finestre perché i vicini sappiano che è là. Perché il loro trucchetto –
mandare quella sgualdrinella a spiarla – non è riuscito a infastidirla, proprio per niente. Anzi, ha
reso le cose ancora più chiare. Se prima non era sicura dei cambiamenti che aveva deciso di
effettuare, ora lo è al mille per cento. È ora di uscire di lì, di tornare al luogo a cui appartiene, al
sole. Lei, i suoi gatti e forse Stevie si meritano un posto migliore di quel buco di merda.
Si porta il bicchiere in camera e lo posa sul tavolino. Versa un po’ di liquido, perciò si toglie
la maglietta per rimediare al pasticcio. Quando si raddrizza, nota il suo riflesso nello specchio
del grande e vecchio armadio. Si osserva a lungo, attentamente, si sbottona i pantaloncini e se li
sfila. Ora è in biancheria intima, reggiseno e mutandine, e ha i sandali con il tacco alto. Si mette
ben dritta e studia il suo riflesso.
Ha delle belle gambe, le ha sempre avute. Corte, un po’ muscolose ma ben tornite, con
ginocchia e caviglie proporzionate. Sono gambe che stanno bene con i tacchi alti. Ha anche due
belle tette. Se le strizza, si china verso lo specchio e increspa le labbra in modo sensuale. Sono
un piccolo aiuto con i gonzi, un aiuto che arriva dall’Europa orientale. Non tutti però vanno
tanto per il sottile, e con certi tipi di uomini ci sa proprio fare. La vaga promessa,
l’eccitazione… è uno scambio reciproco. Loro ottengono ciò che vogliono, e lei pure. Il che in
quel momento è un biglietto per andarsene di lì, lontano dai ficcanaso, dalla pioggia, da tutti
quelli che vogliono far del male ai gatti con il veleno e le auto veloci.
C’è un nuovo centro commerciale in costruzione tra il villaggio e Trowbridge. Un progetto
del genere richiama uomini soli d’ogni tipo: architetti, ingegneri, investitori. Qualcuno ha già
iniziato a frequentare i pub di Rode. Uno le ha offerto da bere l’altra sera: è una mossa nella
giusta direzione. Non è ingenua: non dev’essere per forza Pierce Brosnan, cavolo. Dovrà fare
qualche compromesso.
Butta giù una sorsata di rum e Coca. Posa il bicchiere e si volta verso lo specchio. Afferra la
carne molle che le deborda dalle mutande, la schiaccia e la guarda raggrinzarsi. Pieghe di carne
abbronzata invase di cellulite, grazie a Stevie. Non che se ne rammarichi ma quella pancia è
colpa di Stevie. La scuote leggermente, la appiattisce tirandola verso i fianchi e si gira di profilo,
poi si gira dall’altra parte ammirando il cambiamento d’aspetto quando è così tirata.
È solo un lavoretto, una minuscola cicatrice. In base a tutto quello che ha letto riuscirà a
farla passare per un’isterectomia. Una star del cinema o un’esponente del jet set non ci
penserebbero due volte: la vedrebbero come una manutenzione. Non si preoccuperebbero tanto
né perderebbero tempo a pensarci. Poche palle, direbbero.
Ruth si scola il drink. Scende di sotto e va al bar in biancheria e tacchi alti, un po’
barcollante, si mette del ghiaccio nel bicchiere e se lo riempie. Lo porta al tavolo con il
computer e inizia a tirare fuori cose dai cassetti. Ci sono pile e pile di fotografie e deve frugare
per trovare le cartelline della banca e gli estratti conto della carta di credito. Li butta sul tavolo e
si siede dividendoli in mucchi.
Dopo un po’ capisce che c’è un problema. Li ordina per data e ricomincia prendendo
appunti, facendo le somme stavolta. Non va bene. Dopo due bicchieri di rum e Coca ancora

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non riesce a capire come la situazione sia diventata tanto grave. Se ne versa un altro e se ne sta
seduta con la testa appoggiata a un dito cercando di riflettere.
Fra tre giorni ha un appuntamento. Lo ha fissato Little Sue. Brava ragazza, Sue. Si è tenuta
in contatto nonostante il divorzio. Ma ha una faccia strana, rincagnata. È come se i Lindermilk
possedessero alcuni geni delle mante. Però è sostanzialmente una brava ragazza e ha parlato con
la clinica per far avere a zia Ruth lo sconto riservato al personale per l’intervento alla pancia. A
quanto pare, il venticinque per cento.
Ma anche con lo sconto non bastano, ora Ruth lo vede.
Cosa deve fare? Mettere un’altra ipoteca sulla casa? Ci vorrebbe una vita e, per come stanno
andando le cose in quel paese, nessuno ottiene un’ipoteca, neanche un dottore o un avvocato.
Alza lo sguardo e scorge la sua immagine allo specchio. Pensa ai soldi, al conto in banca. E
d’un tratto è tutto brutto. Lei, la sua pancia, la sua faccia. E c’è quel dente scheggiato davanti.
Sistemarlo costerà tantissimo. Probabilmente servirà un impianto.
«’fanculo», dice al gattino nero acciambellato ai suoi piedi. «’fanculo.»
Torna al bar. Apre di nuovo il rum e se ne versa altre due dita. Ne rovescia un po’ sul
ripiano. Lo guarda, incerta se leccarlo. Cambia idea e usa un tovagliolino di carta dell’hotel
Puente Romano di Marbella. Una volta avevano attraccato al porto turistico di Cabopino e
bevuto qualcosa al bar. Quella sera Stevie aveva rubato un centinaio di tovagliolini. Li usava
ancora. Era un bravo ragazzo, Stevie.
Prende il cellulare e passa in rassegna i numeri. Si ferma a quello di Stevie e lo guarda a
lungo. Ha una piccola attività fiorente a Swindon, vende elettrodomestici. L’ha messa su dal
nulla. Non vorrebbe mai che a sua mamma mancasse qualcosa. Tiene il pollice sul tasto di
chiamata.
«No», dice al gatto posando il telefono. «Non toglierò il pane di bocca al mio bambino. Non
sono una madre di quel genere.»
Si versa la Coca-Cola e ci butta dentro un bastoncino da cocktail così, per gusto. L’altro
giorno ha letto una cosa in una rivista: parlavano di una donna che era andata dal medico per
dirgli che il seno piatto la rendeva depressa. Depressa. Il medico l’aveva mandata da uno
specialista e la donna era riuscita a farselo rifare a spese del servizio sanitario pubblico. Gratis.
Dove si finirà di questo passo?
Guarda di nuovo il telefono, il numero di Stevie e l’orologio. Sono quasi le cinque. Starà
andando al pub. Lo compone e scatta la segreteria. «Stevie, tesoro, sono la mamma. Mi puoi
richiamare? Vieni a trovarmi, ti va? C’è una cosa di cui devo parlarti.»

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Caffery si sporse dalla finestra degli uffici della MCIU a Kingswood per fumarsi con aria
colpevole una sigaretta che si era appena rollato. Osservò l’uomo nella macelleria halal vicina.
La storia che uno dei detective dell’ufficio amava raccontare, risalente a un anno prima o poco
più, riguardava quegli idioti del supermercato cinese due numeri più in giù, invidiosi degli
affari che faceva il macellaio. Avevano deciso che tutto stesse in quella parola: halal. L’avevano
copiata con molta cura e scritta su tutti i cartelli in vetrina. Manzo hahal. Pollo halal. Maiale
halal. Maiale halal. Il macellaio era andato fuori dai gangheri di fronte all’insulto e si era
scagliato contro i cinesi. Per un po’ c’era stata una vera guerra. Caffery fumò lentamente
guardando il macellaio. Era londinese e non capiva perché quel detective avesse ritenuto
importante raccontare un fatto simile. A Lewisham succedevano in continuazione cose del
genere.
Gettò il mozzicone dalla finestra e tornò alla scrivania. Doveva parlare con Powers ma il
commissario non c’era. Tra tutti i posti dove poteva trovarsi era proprio a Glyndebourne, con il
telefono spento. Lavorava sedici ore al giorno da quando il caso Kitson era stato affidato loro,
ma quel giorno sua moglie aveva i biglietti per la prima di Cenerentola e, visto quello che aveva
dovuto sopportare negli anni, Powers non aveva agito da stupido. Dopo la conferenza stampa
del mattino era saltato subito in macchina, era tornato a casa e aveva recuperato sia il cesto da
picnic sia lo smoking dalla naftalina. Aveva però lasciato a Caffery un piccolo messaggio: le
foto dell’attrice che aveva impersonato Misty Kitson nella ricostruzione erano state appese sopra
quelle post mortem di Ben Jakes e Johan Dundas.
Staccò il nastro adesivo e le tolse con cura, le riunì e le mise in una busta. Si soffermò un
istante su quella del cappotto di Misty. Porpora, di velluto. Qualcosa a proposito della stoffa
aveva attirato la sua attenzione. C’entrava un’auto. Era qualcosa che gli ricordava un’auto e il
cappotto. Auto, cappotto. Auto, cappotto. Cercò di sovrapporre le due immagini ma ogni volta
si disgregavano, svanivano nel nulla.
Dalla ricostruzione non era ancora emerso niente. Nessun individuo sospetto era stato
sorpreso tra i cespugli con l’uccello in mano, come sarebbe dovuto accadere secondo gli
strizzacervelli. La squadra sbatteva la testa contro il muro all’idea di quanto poco avesse in
mano per lavorare al caso: solo le dichiarazioni dei testimoni nella clinica relative all’ultimo
avvistamento e quella del fidanzato. L’unica cosa che sapevano con certezza era che un altro
paziente si era procurato di nascosto un po’ d’erba e che avevano festeggiato insieme. Poco
dopo le due Kitson aveva lasciato l’edificio uscendo dall’ingresso principale e chiamato il
fidanzato. Era stata una conversazione penosa: gli aveva detto che andava a fare due passi
perché aveva bisogno di tempo per riflettere, che non sopportava di restare in quel posto un
secondo di più. E che sarebbe rientrata prima delle cinque. Il fidanzato era già incazzato con lei,
lo aveva ammesso durante l’interrogatorio: la clinica la pagava lui, con i soldi duramente
guadagnati stando in centrocampo. Avevano litigato e lei aveva riagganciato senza più
richiamarlo. Solo quando, ore dopo, la clinica gli aveva telefonato, aveva capito che era
successo qualcosa.

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Il cellulare di Caffery suonò. Era Powers. Mise le foto nel cassetto in alto e avvicinò la sedia
al tavolo. Era ora di parlare.
«’sera, capo. È sempre giù nel Sussex?»
«Non me ne parlare. Questa dannata Cenerentola. Ho dovuto aspettare l’intervallo per
accendere il telefono: mia moglie mi sta guardando storto anche ora mentre parliamo.»
«Com’è il tempo?»
«Sembra di fare i fanghi e lei continua a ripetere d’essersi rovinata le sue Jimmy Choo.
Voglio dire, chi è questo tizio? Ne hai mai sentito parlare? Jimmy Choo?»
Le scarpe di Jimmy Choo… ovvero un invito al sesso. Non era una cosa che Powers
avrebbe voluto sapere in relazione alla moglie trentenne. «L’ho vista stamattina in televisione»,
osservò. «Alla conferenza stampa sul caso Kitson. Sembrava molto coinvolto. Pensavo quasi
che sarebbe scoppiato a piangere.»
«È stata d’effetto, vero? Sono anni che mi esercito. Hai colto la menzogna?»
«Il fatto che la polizia sia sicura di trovarla?»
«No. È stato quando ho detto che ho messo tutti i miei uomini a lavorarci su. Quando ho
detto che ci si dedicava l’intera squadra, al cento per cento.»
«Sì, be’, dobbiamo parlare. Ci sono brutte notizie.»
Dall’altra parte ci fu silenzio. «Oka-ay. Devo tirare un po’ su la mia dolce metà prima che
continuiamo?»
«Forse.»
«Questa cosa non mi piace.»
«Mi stavo chiedendo quanti omicidi stiamo archiviando come suicidi. Al pensiero mi viene
il mal di testa.»
«Ti riferisci a Ben Jakes, suppongo. Non si è suicidato?»
«No. Qui sta il bello. Jakes era un caso di suicidio che sembrava un omicidio. Ma ho
qualcos’altro: un omicidio che sembra un suicidio. La vittima si chiama Mahoney, Lucy
Mahoney. Trovata sulla Strawberry Line venerdì.»
«Cosa dice il patologo?»
«Be’, Beatrice Foxton resta ferma sul suicidio ma si sbaglia. Senta, capo, qui c’è qualcosa
che non torna. L’ex di questa donna mi assilla per la scomparsa del cane – era con lei quando è
sparita – e cosa salta fuori ieri nella cava?»
«Non me lo dire. Il cane.»
«Mutilato. I ragazzi della Scientifica hanno detto che sembra che qualcuno abbia voluto farsi
una pelliccia con quel dannato animale. E poi l’ex sostiene che manca una delle chiavi delle
porte.»
«Che relazione ha questa donna con quanto la Scientifica sta facendo a proposito
dell’Operazione Norvegia?»
«Nessuna.»
«Allora perché diamine ti preoccupi?»
«Il tempo che mi ha dato per sistemare l’Operazione Norvegia? Vorrei dedicarlo a questo,
invece. Vorrei parlare con i coroner.»
«Oh, cazzo.» Powers fece un profondo respiro. Caffery s’immaginò la sua faccia. Sapeva
che Powers sarebbe voluto arrivare lì attraverso i cavi telefonici e sbranarlo all’istante. «Fammi
capire. Mi stai dicendo che hai mollato l’Operazione Norvegia e, invece di ricongiungerti alla
squadra del caso Kitson, hai deciso di inseguire un’altra preda? Non ci posso credere. Sto

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cominciando a pensare che tu abbia qualcosa contro quella ragazza. È come se volessi evitare
quel maledetto caso. Come se tutto fosse preferibile a esso. Non ci posso credere.»
Caffery tamburellò le dita sul tavolo. «Allora? È un sì?»
«Oh, magnifico. Davvero molto spiritoso.» Powers si prese un po’ di tempo durante il quale
continuò a respirare con regolarità. Forse era andato da uno di quei terapeuti alternativi per
imparare a gestire lo stress attraverso la respirazione. «Senti, se il distretto F vuole indagare su
questa donna e sul suo cane perché ritiene che non sia un suicidio, sono affari loro. E se così
fosse e al riesame del ventottesimo giorno decidessero di girare il caso a noi, allora saranno
affari della squadra del riesame. E io non mi metterò a discutere con loro, perché a quel punto
avremo trovato Misty Kitson sana e salva: starà bene e si farà fotografare con quell’idiota di
fidanzato calciatore e i loro cagnolini da salotto nella cucina di casa a Chislehurst o Chingford o
dovunque abitino. Mi dispiace, Jack.»
«Sono davvero così difficile?»
«No. Devi solo seguirmi. Seguirmi e basta.»
Al caso di Misty avevano dedicato uno sproposito di risorse. La polizia vi si era gettata
anima e corpo, interamente. I tabulati telefonici erano arrivati nel giro di quarantott’ore. Lucy
era scomparsa e nessuno se n’era nemmeno accorto.
«Sa cosa?» fece Caffery. «Ha ragione. Domani arriverò presto e andrò dalle poliziotte
dell’HOLMES. Mi farò ragguagliare su quanto è successo. Che ne dice?»
«Sì, bene», rispose burbero Powers.
«Darò una mano a dividere le ’operazioni’ del giorno per lei, se vuole. Posso essere là,
lasciarla dormire un po’ di più.»
«Basta che mi dici che, quando domani mattina arriverò in ufficio, il mio detective sarà là.
Non chiedo molto.»
«Ci sarò», confermò Caffery. «Passi una buona serata. Spero che smetta di piovere.»
Chiuse la telefonata e rimase lì per un istante a osservare il macellaio. Stava cominciando a
piovere. Andò alla scrivania e passò in rassegna l’elenco dei numeri interni in cerca della
stazione di polizia di Wells. Controllò l’ora. Le sei e mezzo. C’era tempo. Voleva scoprire se il
detective che lavorava al caso Mahoney fosse ancora in servizio, procurarsi tutte le dichiarazioni
dei testimoni da quando era scomparsa, portarle a casa e leggerle una a una, dalla prima
all’ultima pagina.
L’Uomo che cammina aveva ragione. Quella era la sua rovina. Non riusciva proprio a
mollare.

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In tutto il mondo gli scienziati coltivano la pelle. Raccolgono le cellule di quella asportata
durante gli interventi di chirurgia estetica, e le inseriscono nelle piastre di Petri con agarosio,
glutammina, idrocortisone e insulina. Aggiungono i melanociti per il pigmento, essicano lo
strato superiore e la espongono alla luce UV per invecchiarla. Poi la utilizzano per testare i
cosmetici o la vendono online per il trattamento di ustioni e ferite.
L’uomo ha ordinato lembi di questa pelle sintetica da un produttore americano. Gli è stata
spedita in blocchi di polistirene stampati a iniezione: cinque dischi flaccidi grandi quasi quanto
il suo palmo, sospesi in un mezzo nutritivo di agar e sigillati in una sacca di polietilene ad alta
densità. Mentre la sera cala sui campi attorno alla sua casa solitaria, lui esamina la pelle.
L’annusa, la prende in mano e la solleva verso la luce. Chiude gli occhi e se la preme sulla
faccia. Stringe i denti e aspetta di star meglio.
È stato preso. Di nuovo.
Di nuovo.
«Ssst.» Si dondola, lascia che la pelle si adatti alla sua mascella. Il problema è stato preso in
considerazione, ne è certo. Non ha senso agitarsi. «Ssst.»
Si toglie la pelle artificiale dalla faccia e la fissa, arrabbiato. Non ha peli né pigmento e
neanche una cellula di Langerhans che consente a quella vera di combattere le infezioni. Non ha
sangue né ghiandole sudoripare. Disgustato, se la scrolla dalle dita per gettarla nel bidone ma
atterra sul bordo, e lì resta. Lui la osserva e poi, quando non accenna a cadervi dentro, si alza e
con un punteruolo da conciatore la butta dentro.
Niente, niente è giusto a questo mondo.

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Il gastropub era in cima a una strada urbana ripida di Clifton. Aveva il pavimento di mattonelle
rosse, divani morbidi, una stufa svedese a legna e file di vini d’annata dietro un vetro. Caffery e
Colin Mahoney ordinarono due J20, «il pane in condivisione» e un sandwich a testa. Si
sedettero in uno degli enormi bovindi da dove potevano vedere gli impiegati che si affrettavano
ad andare a pranzo.
«Come sta Daisy?» domandò Caffery. «Come sta reagendo?»
«Secondo lei? Non ci sono semplicemente parole.»
«Le ha detto del cane?»
«Quello ho pensato di risparmiarglielo.» Mahoney indossava il suo abito grigio, una camicia
bianca e una cravatta antiquata con un motivo cachemire. Aveva un’aria stanca. «Da quando è
venuto lei, ieri, nessuno mi ha più contattato. Non ho sentito niente, niente di niente. Non è
arrivato neanche un biglietto, o un mazzo di fiori, dagli addetti ai contatti con la famiglia.»
«Quelli… hanno paura di farsi coinvolgere.»
«Mi aspettavo almeno che qualcuno mi chiamasse per dirmi che era stato riclassificato. Sa,
come omicidio.»
«Sì, be’.» Caffery si tastò la tasca, sentì la busta del tabacco e pensò al fatto di dover uscire
per fumare. Il mattino era stato in ufficio e aveva spartito le operazioni HOLMES del giorno per
Powers, come promesso. Nell’ora di pranzo aveva diritto di fare ciò che voleva. «Ci sto
lavorando, davvero. Ho parlato con la patologa.»
«E?»
«Ha difficoltà a rivedere la sua decisione per quanto riguarda il suicidio. È piuttosto
determinata. L’unico elemento debole è il temazepam. Se c’è un punto oscuro, è quello. Quando
Lucy è morta, era piena di benzodiazepine.»
«Il suo medico generico le ripeteva sempre che rischiava la dipendenza, che avrebbe dovuto
farsi piuttosto un bel gin and tonic, ma lei sapeva come lavorarselo. L’armadietto del bagno ne
era zeppo, e la cosa mi spaventava con Daisy in giro. Allora? Avrò una risposta? Lo
considererete un omicidio?»
«Non ufficialmente, ma diciamo che io e lei lavoreremo all’ipotesi.»
«Per me non è un’ipotesi, è un fatto.»
«Allora passeremo a considerare chi possa essere stato. Sospettati e moventi.»
Mahoney alzò le mani a indicare che non aveva alcun indizio.
«Pensiamo che qualcuno abbia usato la chiave mancante per entrare in casa, forse dopo,
giusto? Per ripulire. O c’era qualcos’altro che voleva? Ha controllato che non manchi nulla?»
«Non manca nulla da quel che mi risulta. Solo il coltello Stanley e la chiave.»
«Chiunque ce l’abbia, può ancora andare e venire.»
«No. Ho cambiato la serratura. L’ho fatto di persona, stamattina.»
Come antipasto servirono il pane Halloumi, caldo e lucido d’olio, i pezzetti di formaggio e i
semi di cumino in rilievo sulla crosta bitorzoluta, simili a minuscole vene scure. Mangiarono
osservando il ponte sospeso. Il sole brillava sul fiume color cioccolato.

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«Ho passato la serata di ieri a leggere le dichiarazioni dei testimoni relative alla sua
scomparsa», affermò Caffery. «Mi dica qualcosa di più su come è andata. È scomparsa
domenica alle cinque e mezzo?»
«Quella è stata l’ultima volta che l’ho vista.»
«E ha chiamato la polizia lunedì?»
«Sì.»
«Sono quasi ventiquattr’ore dopo. Perché ha aspettato?»
«Non l’ho ritenuto opportuno. Questo finché non è andata a prendere Daisy a scuola.»
«Non lo ha ritenuto opportuno? Ma era scomparsa.»
«Non lo sapevo. Non a quel punto. Non rispondeva alle mie telefonate, e basta. Se aveva
deciso di passare la notte fuori, non era più affar mio.»
«Da quanto eravate divorziati?»
«Da un anno. Separati da due.»
«Eravate in buoni rapporti?»
«Non all’inizio. Daisy è venuta con me da mia madre, quello è stato concordato fin
dall’inizio, e nei primi tempi Lucy aspettava che andassi al lavoro per farle visita. Non l’ho vista
per un anno: siamo riusciti a evitarci. Poi la situazione è migliorata, più o meno quando si è
conclusa la pratica di divorzio. Abbiamo risolto alcune vecchie questioni e ripreso a parlare per
amore di Daisy. In tutto quel tempo Lucy era cambiata. Lo ha visto, vero, dal video?»
«Perché vi siete separati? Com’è successo?»
«Me ne sono andato io. Non avevamo più niente in comune. Ci stavamo allontanando.»
«Allontanarsi: sembra la classica scusa per coprire qualcos’altro.»
Mahoney sorrise nervoso. «Sarà una sensazione, ma da come mi sta parlando mi sento sotto
processo.»
«No. Sto solo cercando di farmi un quadro. Qualcosa che lei mi può dire potrebbe essere la
chiave di tutto questo, anche se non se ne rende conto. Lucy aveva un uomo? Era una bella
donna.»
Mahoney piegò un tovagliolo sulle ginocchia. Il resto del pasto stava arrivando, eppure
prese il menu e lo studiò lo stesso.
«Colin? Le ho chiesto se Lucy avesse un uomo.»
Lui tossì. «Forse avrei dovuto scegliere il sandwich con l’arrosto di maiale. I mercoledì
d’estate arrostiscono un porcello in strada per la gente che esce dagli uffici. Un porcello intero
sullo spiedo. Te lo danno su un tovagliolino. È buono con la salsa di mele del Somerset.»
Caffery si appoggiò allo schienale e lo osservò. Ripensò di nuovo a sua madre, si chiese che
aspetto avesse ora, se soffrisse, se il dolore fosse fisico e dipendesse dal fatto che le
articolazioni si erano stancate di sfregare le une contro le altre e i muscoli di sopportare il duro
lavoro, o se fosse ancora quello causato dalla perdita di Ewan. Si chiese se il tempo lo avesse
trasformato, mutato o attenuato. «Colin? L’ha lasciata lei. Perché tutto questo è difficile?»
«Ha importanza?»
«Sto cercando di aiutarla, non di remarle contro. Aveva un uomo?»
Mahoney si sfregò gli occhi e posò il menu. «Dovrebbe saperlo. Dovrebbe essere nelle
dichiarazioni dei suoi amici.»
«Voglio sentirlo da lei.»
«Sì. Aveva un uomo. Ok?»
«Ha un nome?»
«No. E i suoi amici non l’hanno detto alla polizia. Neanche loro lo sanno, vero?»

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«Strano… che non avesse detto ai suoi amici il nome del suo uomo.»
«Non più di tanto. Lucy era la persona più riservata che conoscessi. E lo proteggeva. Era
sposato.»
«Be’, questo sì che è interessante.»
«Non direi. Il loro rapporto era… tiepido. Gli piaceva ma non c’era niente di serio. Oh, non
si preoccupi, ci ho pensato, all’idea che quel tizio potesse avere qualcosa a che fare con i fatti…
sa.»
«E?»
Scosse la testa. «No, non mi sembra possibile. Non si sentiva minacciata da lui.»
«Però per me resta interessante.»
«Ritengo ci sia qualcosa di più interessante ancora.»
Caffery inarcò un sopracciglio.
«I soldi.»
«I soldi?» Caffery si protese. «Be’, ora mi ha proprio incuriosito. Continui.»
Mahoney non sorrise. «Quando ci siamo lasciati, ho dato a Lucy un po’ di soldi, non tanti,
una somma per la casa e qualche extra. Allora lavorava per un’azienda di Filton che produce
decorazioni natalizie. Disegnava qualcosa per loro, faceva questo genere di cose. Ma un giorno
ha annunciato che avrebbe smesso. A quel tempo non ci ho fatto molto caso ma col senno di
poi il suo stile di vita non è cambiato, anche dopo che aveva lasciato il lavoro. Andava sempre a
fare shopping ogni fine settimana e tornava a casa carica di cose: cianfrusaglie, fermacarte.
Comprava in modo compulsivo. Be’, ha visto casa sua.»
«Forse aveva chiesto un prestito.»
«Con che garanzie? I prezzi degli immobili non sono saliti molto in quella zona e aveva
comunque un’ipoteca pari al novanta per cento. Però l’anno scorso è andata quattro volte in
vacanza.»
«È stato lui a pagare? L’uomo che frequentava?»
«No. Lui non contribuiva, lo so per certo. La moglie lo avrebbe scoperto se lo avesse fatto.
E non andava all’estero con Lucy. Era sola – lo so, la portavo in aeroporto – oppure con Daisy.
E poi…» Mahoney infilò la mano nella tasca interna e prese un foglio piegato. Glielo allungò
sul tavolo e aggiunse: «…c’è questo. L’ho trovato stamattina nella posta».
Caffery lo aprì. Era la descrizione di una proprietà in vendita presso un’agenzia immobiliare:
un cottage di pietra con le finestre dipinte di bianco e una clematide che arrivava sopra la porta
d’ingresso. «Manca solo lo steccato dipinto di bianco.»
«Guardi il prezzo», incalzò Mahoney.
«Seicentomila sterline.»
«L’appartamento ne vale quasi duecento oggi. Ma sopra c’è un’ipoteca di centoquarantamila
sterline.»
Caffery girò il foglio. Dietro non c’era niente.
«Goland and Bulley.» Mahoney indicò con un cenno al di là della finestra. «Sono loro.
Dall’altra parte della strada. Che ne pensa?»
«Penso…» Caffery posò il foglio e fece un cenno alla cameriera «… penso che ci porteremo
via quei sandwich.»

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La ragazza dell’agenzia immobiliare assomigliava un po’ a Keelie, o meglio, assomigliava un po’
a come sarebbe stata Keelie se, a un certo punto della sua adolescenza, non si fosse imbattuta
nei piaceri del crack. Aveva due spalle robuste da nuotatrice e un corpo troppo abbronzato e
muscoloso per il vestito blu navy in cui era infilata.
«La signora Mahoney?» Inserì il numero di riferimento della lettera. «Ovviamente non
posso dirle molto della nostra corrispondenza. È riservata. Ma posso dirle se è nostra cliente.»
Caffery posò il distintivo sul tavolo.
Lei lo studiò. «È della polizia?»
«Già.»
Scoppiò in una risata nervosa e poi, di colpo, come spesso facevano le persone oneste,
vuotò il sacco. «Sì, be’, certo che me la ricordo. Cercava qualcosa nella regione dalle… uh,
cinquecentomila alle ottocentomila. C’è una proprietà in vendita, dobbiamo valutarla, hum…»
Cercò sullo schermo «…domani.»
«Può anche annullare tutto.»
«Capisco.»
Caffery era sicuro che non fosse così. Non capiva un bel niente.
«Be’, se…» L’impiegata girò il monitor del computer verso di lui. «C’è qualcosa qui che può
aiutarla?»
I due uomini si avvicinarono di più. Lo schermo era pieno di mail ma non c’era niente di
insolito: erano richieste di informazioni di Lucy sulla proprietà e le risposte dell’agenzia
immobiliare.
«Che data ha quella?»
«È di domenica scorsa.»
Il giorno in cui Lucy era scomparsa. Stava fissando appuntamenti per vedere delle case il
giorno in cui aveva intenzione di uccidersi?
«Siamo i primi a venire qui? Non ci sono state altre chiamate della polizia per quanto
riguarda la signora Mahoney?»
«Non che io sappia.»
«Non sarebbero venuti qui.» La voce del signor Mahoney suonò sommessa. «Perché
nessuna di queste mail era nella sua casella. Lo so. Ho passato ore a esaminarla. Deve averle
cancellate.»
Caffery non rispose. Stava pensando alla cronologia delle ricerche nel computer di Lucy.
Hollyoaks, piante in vaso, tonificazione del corpo. Ora che ci rifletteva, quegli argomenti gli
erano sempre parsi in contrasto con l’immagine che si era fatto di Lucy. Sembravano più un
depistaggio ai danni di qualcuno che non la conosceva bene, per nascondere la cancellazione
della cronologia.
Poi Caffery ebbe un lampo. Un’idea, chiara e precisa, com’era prerogativa di molte idee. Il
biglietto lasciato da Lucy prima di suicidarsi non era stato scritto a mano. Arrivava da un
computer. A nessuno era venuto in mente di chiedersi perché non fosse presente nel suo PC a
casa.

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«Andiamo!» esclamò il detective scostando la sedia e alzandosi. «Diamo un’altra occhiata al
computer di Lucy.»

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Mandy chiamò Flea a mezzogiorno in punto. Lei e Thom avevano fatto un lungo discorso. Ora
erano più calmi. Si sarebbero visti a Keynsham quella sera dopo il lavoro per capire «come
procedere».
«Adesso dove sei?» domandò. «Mi sembri lontana.»
«Davanti agli uffici del distretto.»
«Dove?»
«A Trowbridge.»
«Che ci fai?»
«Una cosa importante. C’è qualcuno a cui dobbiamo pensare. Ti spiegherò dopo.»
Flea non impiegò molto a trovare l’ufficio che voleva, in un corridoio prefabbricato con le
finestre sporche e una moquette ignifuga sotto i piedi. Il capufficio era affannato e distratto: non
fece storie chiedendo mandati. Le bastò sfoderare il suo distintivo e lui la accompagnò al tavolo
dove riteneva fosse conservata la corrispondenza di Ruth Lindermilk.
L’impiegata responsabile era una bionda spumeggiante sulla cinquantina con
un’abbronzatura artificiale anomala per la stagione e parecchi gioielli d’oro, assorta a passare al
vaglio le lettere che debordavano da tre vassoi di plastica. «Lo chiamiamo l’angolo CIC», disse
a Flea. «Io lavoro all’angolo CIC.»
«CIC?»
«Copriti il culo. Mi arriva tutto quello che gli altri uffici vogliono cestinare. Sa, proteste di
anziane signore perché l’ufficio postale verrà chiuso, chiarimenti sul modo in cui il distretto
intende affrontare il problema degli UFO sulla pianura di Salisbury.» Indicò una pila. «A queste
lettere ho già risposto. Non mi aspetto che si facciano ancora vivi ma devo archiviarle, tenerle
per un po’, non si sa mai.» Prese un vassoio. «Ha detto che la lettera è stata spedita la scorsa
settimana?»
«Penso di sì.»
«Il nome?»
«Ruth Lindermilk.»
Un lieve sorriso le incurvò l’angolo della bocca. «Lindermilk?»
«Sì?»
«È un nome che conosco. È particolare.» Prese due pacchi di lettere tenute da elastici e li
mise da parte. Passò in rassegna il mucchio seguente e nel giro di poco ne estrasse una intestata
su carta del distretto, pinzata a un foglio di carta con una stampa floreale. «La lettera di
accompagnamento è quella che mandiamo a tutti. È la prassi, sa. ’Ci stiamo occupando del suo
problema, bla bla bla.’» Girò il foglio appiattendolo con le mani e scrutò quello sottostante. «Sì,
è lei. Ruth la spia, come la chiamo, perché cerca sempre di mettere nei guai gli automobilisti.»
Le porse la lettera. «È fissata con gli animali selvatici: dà da mangiare a ricci e tassi, e se
qualcuno investe un porcellino di terra sulla strada, Ruth la spia lo sa subito. Pensa che
dovremmo fare qualcosa per ogni rana, topo e verme che finiscono schiacciati.»

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Flea prese la lettera e si sedette sulla sedia anatomica di plastica. Era scritta a mano, bordata
di rose e passeri. Era datata 18 maggio, il mattino dopo la morte di Misty.
A chi di competenza
Dalla mia ultima datata 3 gennaio non ho avuto nessuna risposta da voi e ora ho altri quattro
fatti da segnalarvi. Mi sembra che non venga preso alcun provvedimento. Poche sere fa c’è
stato un altro grave incidente: un cervo è stato investito. Mi ignorate a vostro rischio.
Come ho detto più volte, ritengo che queste persone debbano essere portate in tribunale e
condannate. Se ci fossero state vittime umane, avreste indubbiamente risolto il problema da
tempo. Si sarebbe parlato di pirati della strada e sarebbe stata coinvolta la polizia. Ho prove che
posso portare in tribunale, se si arriverà a questo punto.
Vi esorto ancora una volta a perseguire i malfattori. È solo questione di tempo prima che
uno dei miei gatti venga ucciso. Il pensiero non mi fa dormire la notte e mi toglie anni di vita.
Potreste essere denunciati anche per questo.
Ruth Lindermilk
La segretaria si era alzata e chinata su uno schedario per prendere dei fogli da un cassetto in
basso. Flea la guardò senza in realtà vederla. Il 17 maggio. Le undici e dieci. Una Ford Focus
argento con le ultime lettere della targa GBR. Un «cervo» investito sulla strada in fondo al
villaggio.
«Ecco qui le altre.» La segretaria tornò al tavolo e le gettò accanto ai mucchi della posta in
arrivo. «Sono tutte di Ruth Lindermilk.»
Flea le scorse guardando le date che risalivano al 2001. Erano tutte scritte con lo stesso
fervore, tutte con le stesse tabelle in cui Ruth elencava metodicamente date, ore, targhe.
«Ce le manda da anni. È fissata.»
Flea riordinò le vecchie lettere e le restituì alla segretaria. «Ha ragione. È chiaramente fuori
di testa.»
Lei le riportò allo schedario e le rimise al loro posto. Flea ripiegò la lettera di maggio di
Ruth e se la infilò nella tasca posteriore dei jeans prima che la segretaria se ne accorgesse. Dai
vassoi sul tavolo prese una lettera a caso e vi allegò pinzandola la risposta del distretto per
nascondere il fatto che non fosse quella di Ruth. La sollevò e richiamò l’attenzione della donna.
«Grazie per questa.» La rimise con cura in fondo al mucchio in modo che la segretaria non
la prendesse in mano prima di qualche giorno. «Mi è stata molto utile.»

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Nell’appartamentino Caffery guardò la scala silenziosa. «Immagino che non abbia con sé la
chiave dello studio?»
«Questa visita non era prevista. La prossima volta mi dia un minimo di preavviso.»
Andarono in soggiorno. Caffery si infilò i guanti, accese il computer e recuperò la cartella
cache dove venivano conservati tutti i cookie. Ce n’erano solo dieci. Per un po’ rimase seduto al
tavolo con la faccia di fronte allo spazio vuoto in cui si sarebbero dovuti trovare i file. Anche il
cestino era vuoto. A volte ciò che mancava era proprio la prova più importante di tutte, gli
aveva detto un istruttore del CID. A volte non era quello che vedevi ma quello che non vedevi.
In cucina Mahoney mise i sandwich che avevano comprato al pub su un piatto e li portò in
soggiorno. Li posò sul tavolo e rimase in piedi dietro Caffery, lo sguardo rivolto allo schermo.
Caffery sapeva che avrebbe dovuto aspettare, passare il PC ai tecnici di Portishead ma voleva
farlo ora. Passò in rassegna i siti gratuiti di recupero dati e scelse un programma shareware,
Restoration, che scaricò da un sito europeo veloce.
«Cosa sta facendo?»
«I file devono essere ancora nell’hard disk da qualche parte. Se nessuno ha cancellato le
partizioni e in quegli spazi non è stato allocato un file di sistema, dovrebbe essere ancora tutto
lì.»
Mangiarono i sandwich e attesero che finisse il download. Poi Caffery premette INSTALLA
e osservò il programma scompattarsi. Decise di esaminare il drive C, scelse «includi cluster
usati da altri file» e lo configurò in modo che mostrasse la data di creazione dei file, dopodiché
lo avviò. I numeri dei «file trovati» scorrevano a velocità vertiginosa. In pochi secondi la
finestra si riempì di cartelle, di file di ogni estensione, doc, xls, ppt. Quasi in cima alla lista un
file Word era stato creato il 16 maggio alle 9.30 di sera. La domenica della settimana precedente.
Il giorno in cui era scomparsa. Era intitolato «Addio».
Caffery lo aprì e gli mancò il fiato. Era la lettera in cui annunciava il suicidio. L’aveva già
letta più volte a Wells e non conteneva niente di strano: solo le solite cose deprimenti che aveva
visto fin troppe volte. Il dolore insopportabile di andare avanti, una vita indegna d’essere
vissuta, nessuno che capiva. Altri si uccidevano per codardia o per la fatica di tirare avanti,
consapevoli di quanto avevano fatto, come Penderecki. Ma non aveva mai saputo di qualcuno
che, dopo aver scritto una lettera per spiegare le ragioni del suicidio, poi la stampasse e la
cancellasse.
«Non l’ha scritta lei», osservò Mahoney. «Assolutamente no. Non è il suo modo di
esprimersi.»
«Però qualcun altro l’ha scritta. Scritta e cancellata. Se fosse stata qui, il consulente per le
ricerche l’avrebbe trovata.»
Passò in rassegna la posta inviata. «Ci sono mail all’agenzia immobiliare, tutte cancellate, ma
ne ha lasciate altre sul desktop. Ha nascosto solo determinate cose.»
Mahoney indicò una cartella a metà elenco. «Questa?»
«Gli estratti conto della NatWest.» Caffery la rimise nella sua collocazione originaria e la
aprì. Conteneva ventiquattro jpeg, ognuno con il nome di un mese degli ultimi due anni. Aprì

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quello di gennaio di due anni prima. Era la scansione di un estratto conto. «Gli estratti
mancanti!» esclamò con un fischio.
«Li scannerizzava? Per risparmiare spazio?»
«Pare proprio di sì.»
Caffery aprì il più recente, datato aprile di quell’anno. Per un istante lui e Mahoney
fissarono lo schermo in silenzio.
Lucy era morta con l’ipoteca sulla casa da duecentomila sterline ridotta solo a settemila. Ne
aveva altre centonovantamila nel conto di risparmio.
«Caaavolo», bofonchiò Mahoney. «Cosa diavolo stava combinando?»
«Tutti liquidi.» Caffery cliccò sugli altri mesi. «Duemila qui, ottomila in dicembre.»
«Pazzesco.»
«Guardi», disse il detective picchiettando lo schermo. «Qui è cominciato tutto. Quasi due
anni fa.»
Studiarono entrambi l’estratto conto. Ventisei mesi prima Lucy riceveva regolarmente lo
stipendio dalla ditta di addobbi natalizi. Poi in maggio, dopo la separazione, aveva fatto un
singolo pagamento di 7121 sterline, un assegno, senza indicazione del beneficiario. Due
settimane dopo l’addebito erano iniziati i versamenti in contanti.
«Ha qualche idea del motivo di quel pagamento da settemila sterline?»
Mahoney scosse la testa. Prese stancamente il piatto, come se avesse esaurito ogni pensiero
razionale. Arrancò fino in cucina lasciando Caffery al computer a cliccare sugli estratti conto. Là
c’erano un bel po’ di soldi. Se non venivano da un fidanzato ricco, se non si era trovata un
lavoro e non aveva ottenuto un prestito, da dove diavolo arrivavano?
«Un ricatto.» Mahoney era tornato dalla cucina con una tazza di caffè fumante per Caffery.
Aveva uno sguardo duro, freddo. «È così, vero?»
«Non lo so», rispose lui. «Può essere una spiegazione.»
«È l’unica. Stava ricattando qualcuno che si è stufato e lei ha deciso di farla finita.»
Caffery prese la tazza. «Sa cosa le dico? Iniziamo con calma, con buonsenso. Iniziamo
riclassificando il caso.»

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Caffery tornò lentamente a Kingswood pensando a come convincere Powers a chiedere un


mandato per l’assegno da 7121 sterline in modo che la banca verificasse la documentazione. Ci
sarebbero voluti giorni, ma quell’assegno era importante. Più ci pensava, più riteneva che Colin
avesse ragione: Lucy stava ricattando qualcuno. E le settemila sterline erano determinanti
nell’intera vicenda. Aveva comprato qualcosa, un oggetto costoso, e in quell’occasione aveva
conosciuto qualcuno che aveva iniziato a ricattare. Chiunque fosse, questo qualcuno si era
stancato. Forse le sue richieste erano diventate eccessive. L’aveva uccisa e si era dato un gran da
fare per eliminare le tracce cartacee. Caffery era piuttosto sicuro che fosse andata così.
Mahoney aveva detto che Lucy non si sentiva minacciata dal suo uomo, e gli credeva. Ma
quell’uomo era il fattore chiave. Non perché avesse ucciso Lucy, ma in qualche modo
rappresentava un elemento decisivo, che lo sapesse o no.
Caffery inchiodò. Dietro di lui un camion fu costretto a sterzare per non tamponarlo e gli
strombazzò. Caffery salì con la sua Mondeo senza insegne sul bordo e si fermò vicino alla
pensilina di un autobus. Sganciò la cintura e si girò posando il gomito sullo schienale per
guardare dal finestrino posteriore. Dall’altra parte della strada un’insegna spiccava sul tetto di
un negozio di elettronica. Doveva esserci passato davanti un centinaio di volte senza vederla.
Adesso invece gli aveva fatto scattare un campanello.
Era un ovale dorato inclinato. Nel centro, in lettere nere, recava la parola EMPORIUM.
Attese che il semaforo pedonale alle sue spalle diventasse rosso, poi partì, fece inversione a U e
imboccò la strada che correva dietro il negozio.
Laggiù era nata un po’ alla volta, senza alcuna pianificazione, una specie di zona industriale.
Diverse attività sorgevano in un’accozzaglia di edifici che davano su un parcheggio centrale,
probabilmente un’antica aia. L’Emporium era situato in quello che doveva essere stato un
capannone di una fattoria. Lungo e alto come un hangar, luminoso e ventilato grazie alle
aperture sui due lati, sembrava un deposito di rottami con un tetto metallico. Dappertutto
c’erano mucchi di apparecchi da riciclare, tra i quali si snodavano passaggi appena segnati.
Nel centro dell’edificio c’era una cliente con la testa china, impegnata a districare i fili di un
lampadario con gocce di cristallo. Indossava un abito con disegni tribali e una cintura, aveva la
pelle molto chiara, i capelli scuri pettinati all’indietro e legati da una sciarpa stampata. Di profilo
aveva tratti splendidi, insoliti, ma più da vicino Caffery vide che aveva l’ombretto scuro e il
rossetto prugna sbavati. Quando la superò, lei non alzò lo sguardo né gli prestò attenzione.
Sembrava in trance.
Passò accanto a una fila di telai decrepiti di finestre, a una serie di cavalli di una giostra e a
una polena appesa al soffitto, poi ai meccanismi di una pressa per sidro, a una fila di coltelli in
una logora cintura di cuoio per attrezzi e a una panca bassa di quercia per la lavorazione delle
pelli. L’ufficio era una costruzione squadrata di vetro con i fianchi di legno nell’angolo in
fondo. Dentro c’erano cianfrusaglie su ogni mensola e ogni superficie: vecchi bossoli,
lampadari impolverati, una statuina di Betty Boop degli anni Trenta tutta crepata, una torta
nuziale giallognola a forma di chiesa con gli sposi minuscoli coperti di polvere sulla soglia.

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Infilati qua e là c’erano vari fermacarte: convinto d’essere solo, Caffery si soffermò a
osservarli, poi notò un uomo che lo fissava nell’angolo, chino sul cassetto di uno schedario,
tanto immobile che per un istante lo scambiò per un vecchio pupazzo di un luna park. «Salve.»
«Sì?» L’uomo chiuse il cassetto e si raddrizzò. «Desidera?»
«Lei è?»
«James Pooley. E lei?»
Caffery gli mostrò il distintivo. «Ha un minuto?»
Pooley chiuse il mobile, avanzò e lo studiò. Era snello e un po’ femmineo, portava un
dolcevita marrone fine e costoso, la giacca di pelle sottile aperta, i polsini e il colletto ripiegati.
Sulle mani aveva fin troppi gioielli per un uomo e i folti capelli gli ricadevano sul colletto.
«Oops», disse con un lieve sorriso mostrando una fila di bei denti. «Ho fatto di nuovo
qualcosa di sbagliato? Ho scaricato per sbaglio un virus? Buttato qua o là c’è qualche pezzo
poco pulito?» Indicò l’enorme quantità di merce esposta al di là della finestra dell’ufficio. «Oggi
è così difficile: i ricettatori sono sempre più abili, sempre più sofisticati. Alcuni conoscono tanto
bene il mestiere che non li distingui dagli impiegati di Christie’s.»
«Riguarda una cliente.»
«Ok», rispose lentamente Pooley osservando Caffery. «Perché non si accomoda?»
Caffery gli si sedette di fronte su una vecchia sedia da scrivania con i braccioli di legno lisci
e assottigliati dall’uso. In tasca aveva una copia della fotografia distribuita agli agenti quando
Lucy era scomparsa, che aprì e posò sul tavolo. Pooley la studiò tenendo il naso molto vicino
all’immagine. Seguì un silenzio molto lungo in cui l’unica cosa che Caffery poté vedere fu la
cima della sua testa con i capelli ben curati. Alla fine alzò lo sguardo. «Sì, la conosco. Lucy
Mahoney. È mia cliente.»
«Era.»
«Era?» Pooley scoppiò in una risata nervosa. «Non suona bene l’imperfetto. Non mi è mai
piaciuto usarlo in riferimento ai clienti.»
«È morta.»
«Morta? Come?»
«Ancora non lo sappiamo.»
Seguì un altro silenzio, poi l’autocontrollo di Pooley vacillò per un istante e il suo volto
sembrò deformarsi. «Accidenti!» esclamò scuotendo la testa. «Che tragedia. Che spreco. Era
giovane.»
«Molto.»
«Che cosa terribile. Mi dica… e la sua famiglia? Come l’ha presa?»
«Come può immaginare. Aveva una figlia.»
«Sì, certo. Be’, se c’è qualcosa che possiamo fare qui all’Emporium… era un’ottima
cliente.» Si guardò le mani sul tavolo. Recuperò un elastico sparso e lo mise in un portaoggetti.
Aveva ciglia molto chiare, quasi invisibili, e la pelle molto liscia. Anche le mani che avevano
recuperato l’elastico erano belle, ben curate. «E… presumo lo riteniate un omicidio a sfondo
sessuale.»
«Cosa?»
«Un omicidio a sfondo sessuale, no?»
Caffery incrociò le braccia e lo guardò. «Sta scherzando?»
«No, cavolo, no. È solo che…» Pooley tacque piegando la testa. «Sapevate di lei? Vero?»
«’Sapevamo’ di lei? No.»

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Pooley osservò Caffery, il modo in cui stava seduto comodo, come se intendesse restare a
lungo su quella sedia. Lanciò un’occhiata alla donna dai capelli scuri con la sciarpa al di là della
finestra, che stava ancora armeggiando con il lampadario di cristallo, la testa china. Poi con un
breve sorriso scostò la sedia, si alzò, si avvicinò a un armadietto di vetro in fondo all’ufficio e
lo aprì. Estrasse una scatola foderata di velluto e la posò sulla scrivania. Caffery si protese.
Posati sul velluto verde c’erano vari oggetti di acciaio inossidabile. Impiegò un po’ a capire
che cosa fossero. Erano sex toy. Strumenti finemente intagliati. Dildo. Plug anali. Pinze per
capezzoli. Di avorio, giada, vetro. C’era un frustino di capelli umani con un manico d’oro
goffrato. Su alcuni erano incisi caratteri cinesi. I prezzi sui cartellini partivano da poco più di
cento sterline.
«Da lei comprava oggetti del genere?»
«Sì.»
«Da quanto veniva qui?»
«Un anno e mezzo? Forse più. Non so dirlo con certezza.»
Lucy, pensò Caffery, non eri la ragazza che credevo. Avevi un lato nascosto. Facevi giochetti
sessuali? Forse è stato allora che qualcuno ti ha dato le pillole. Ti ha detto che rendevano più
piacevole il sesso?
«Quando veniva qui, era sola?»
«Direi di sì.»
«E non le è mai sembrata ansiosa?»
«No.»
«Non ha mai detto di sentirsi in pericolo?»
Seguì un breve silenzio, poi Pooley aggiunse, cauto: «Da me comprava oggetti. Non penso
sia mai venuta qui con l’aspettativa di condividere i suoi segreti. La conoscevo quel tanto da
scambiare qualche battuta. Sapevo cosa le piacesse collezionare e a volte acquistavo degli
articoli pensando a lei, ma il nostro legame era puramente estetico».
Caffery guardò il frustino di capelli umani, i plug anali. «Estetico?»
Pooley arricciò il naso, come se Caffery puzzasse. «Condividevo la sua passione per le
collezioni.» Chiuse di colpo la scatola. «Ma le sue passioni a letto? Be’, per favore… era una
cliente.»
«Da lei comprava anche fermacarte.»
«Quello era l’altro suo interesse.» Tornò al mobile, vi ripose la scatola e prese un paio di
fermacarte di un azzurro intenso, ceruleo. Li tenne sulle mani come se fossero due grosse
susine. «Graziosi, vero? Li ho trovati in un negozio ad Andover… metà delle volte quei
negozietti di provincia non sanno quello che hanno. Questi sono francesi della ditta Clichy,
piuttosto antichi. Li ho presi pensando a lei. Presupponendo che le piacesse in particolare il
colore.» Li posò sul tavolo. Poi con la lingua tra i denti tornò al mobile, infilò con cura le mani
tra gli altri oggetti, ne scelse alcuni e li portò alla scrivania. «Pensavo a lei anche quando ho
preso questi.»
Posò altri tre fermacarte, due colorati di rosso e arancione all’interno, il terzo bianco tinta
unita con la parte superiore appuntita come se il vetro si protendesse verso il cielo. «A essere
onesti, non rispecchiano i miei gusti, sono troppo moderni, ma credo che alla signora Mahoney
sarebbero piaciuti. Vede? Si possono allineare così, magari sul davanzale.» Si sedette e giunse le
dita delle mani a V rovesciata. «Per esempio, se fuori dalla finestra ci fosse qualcosa su cui si
volesse attirare l’attenzione.»

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«Gli oggetti che ha comprato da lei li ha registrati da qualche parte? Ha le ricevute?» disse
Caffery chiedendosi cosa avesse quello al centro da aver solleticato il suo interesse.
«Le ricevute, sì, io…» Pooley tacque. Si ricompose e sorrise pacato. «Tengo gran parte delle
fatture a casa. Posso ricontattarla? Potrei portargliele.»
Caffery infilò la mano in tasca in cerca del portafoglio ma si mosse lentamente perché stava
riflettendo, cercando di stabilire se ci fosse qualcos’altro, qualcosa di più da chiedere. Ma
proprio mentre la risposta stava prendendo forma nella sua mente, gli suonò il telefono in tasca.
Lo prese. Sullo schermo era comparso il numero di Beatrice Foxton.
«Che stai facendo?» La sua voce echeggiava. Immaginò che fosse all’obitorio. «Dove sei?»
«Nella zona di Brislington.» Caffery scostò la sedia e si alzò. Armeggiò per estrarre un
biglietto da visita e posarlo sul tavolo davanti a Pooley. «Mi chiami», disse con il solo
movimento delle labbra. «Perché, Beatrice? Dove dovrei essere?»
«All’ospedale Southmead, direi adesso.»

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40

Fester e Lurch, i tecnici dell’obitorio, stavano ricomponendo il corpo quando Caffery arrivò.
Lasciò la giacca in ufficio e si stava mettendo le soprascarpe d’ordinanza quando Beatrice gli
venne incontro sulla porta, la mascherina sotto il mento e un becher in mano. «Ciao, Jack.» Gli
mise il becher sotto il naso agitandone il contenuto e Caffery fu investito da una zaffata di
vomito. «Bello vederti.»
«Grazie.» Girò la testa dall’altra parte e si tastò le tasche in cerca delle gomme Airwaves,
guardando di traverso il recipiente. «Il contenuto gastrico?»
«Coca-Cola, insalata, pezzi di quella che penso sia stata una pizza, caffè e circa otto
compresse semidigerite di temazepam. Come Lucy Mahoney.»
«Oh cazzo», affermò scoraggiato Caffery posando la mano sul becher per scostarselo dalla
faccia. «Non è quello che ho bisogno di sentirmi dire.» Guardò dietro di sé la sala settoria dove
Lurch, con addosso la maschera e una casacca giallo sole, stava ricucendo la lunga incisione a Y
sul corpo steso sul tavolo. «Allora cos’hai?»
«Un suicidio o meglio, una morte concepita per apparire tale. Vieni.»
Mettendosi in bocca due gomme, Caffery la seguì nella sala. La donna stesa sul tavolo era
rotonda, con la pelle e i peli pubici chiari. Aveva una rondine tatuata sul seno destro ma il viso e
i capelli non erano visibili. Il secondo tecnico era in piedi vicino alla testa e con entrambe le
mani protette dai guanti le stava risistemando la faccia sul cranio. Beatrice aveva effettuato
un’incisione sulla nuca e scollato la pelle e i capelli abbassandoglieli fin sotto il mento, dove si
erano raccolti. Ora che l’autopsia era finita era compito di Lurch rimetterli a posto, stendere con
cura la pelle e renderla presentabile per i parenti. Dietro di lui un uomo con un impermeabile
blu navy era girato di fianco con un cellulare all’orecchio. Un detective, suppose Caffery.
«Quando è morta?» Girò attorno al tavolo studiando il corpo e i punti scuri affondati in
profondità nella carne. L’incisione a Y passava attorno all’ombelico, lungo la parete addominale
sinistra: Lurch stava ora cucendo un piccolo ammasso cartilagineo al lembo cutaneo opposto.
«Dev’essere successo ieri sera, un po’ prima di mezzanotte. Si chiama Susan Hopkins.»
Beatrice tese la mano al tecnico della Scientifica, che le passò una serie di foto. Le diede a
Caffery. Mostravano Susan Hopkins con un paio di jeans fermati da una cintura e una camicetta
floreale bianca e nera, stesa sul pavimento di un garage in una pozza scura di sangue. Era
giovane, piuttosto carina, con un viso piatto e un naso piccolo. Portava i capelli biondi corti.
Un’acconciatura ordinata, non vistosa.
«Era infermiera in una clinica privata vicino a Yate. Ieri mattina aveva fatto il primo turno e
avrebbe dovuto incontrare la sua amica ieri sera alle sette per bere qualcosa: volevano
festeggiare perché il suo fidanzato tornava dall’impianto di trivellazione ad Aberdeen dopo tre
settimane di lontananza. Non è mai arrivata all’appuntamento. La polizia l’ha trovata stamattina
alle tre nel suo garage. Non è stata un’aggressione sessuale: la biancheria intima non è stata
toccata. E nemmeno una rapina. I genitori, poveri cristi, sono in vacanza in Croazia. Stanno
cercando di rintracciarli.»
«E tu non sei convinta che sia stata lei a staccare la spina perché…?»

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Beatrice guardò il detective per accertarsi che non stesse ascoltando. «Era stesa», mormorò.
«Di schiena, proprio come la vedi ora. Esattamente come Lucy Mahoney.»
«E?»
«In genere gli aspiranti suicidi si siedono. O restano semiappoggiati. Non lo hai mai visto?
Se ci arrivano quando sono ancora in rigor, è come cercare di sistemare una sedia su un tavolo:
le gambe sporgono di qua e di là. Ma io no, io non fratturo le ossa per metterli in posizione
distesa. Ho altri metodi.»
«Dunque si è stesa per morire. È un fatto sospetto?»
«D’accordo, d’accordo.» Beatrice sospirò. «Dai una possibilità a una vecchia signora.
Ovviamente, se un suicida mi arriva steso di schiena con le mani lungo i fianchi, non significa
niente. È un po’ insolito, tutto lì. Però lo sommi al quadro generale e… non lo so. Forse mi sto
solo annoiando qui in mezzo al nulla e vedo omicidi ovunque, eh?»
Sollevò la mano destra di Susan e gli mostrò l’interno del polso. C’era un taglio rozzo,
praticato longitudinalmente, simile a quelli sul polso sinistro di Mahoney.
«Niente tagli di prova?»
«Proprio come Mahoney. Si sono lanciate entrambe subito sul taglio grosso. È come la
posizione distesa: presa singolarmente, non significa niente. Ma ci sono altre cose.»
«Quali?»
«Ha fatto come Mahoney. Le benzodiazepine e il coltello. E proprio come nel suo caso il
temazepam è solo semidigerito.»
«E questo dove ci porta?»
Beatrice si grattò la fronte con la punta di un dito. «Dimmelo tu. A Lucy Mahoney era stato
prescritto il temazepam per un intervento ma a Hopkins…» Lo guardò. «Finora nessuno è
riuscito a capire come abbia messo le mani su quelle pillole.»
Caffery osservò il taglio sul polso della donna. Riusciva a scorgere, oltre la pelle, la
meccanica del braccio: i tendini grigiastri, la fascia scivolosa del muscolo. «Non lo so. Mi
sembra che sia un po’ tirato per i capelli.»
Beatrice si scostò una ciocca grigia dalla fronte e sospirò, esasperata. «Sai, non mi aspettavo
che mi chiedessi di sposarti per questo, ma devo dire che speravo in una reazione diversa, Jack.
In un piccolo apprezzamento di qualche tipo, magari anche solo un cenno, un sorriso per il fatto
che mi sia presa la briga di chiamarti.»
Caffery guardò il detective che non aveva alzato lo sguardo e stava ancora bisbigliando al
telefono con un dito sull’orecchio per escludere il rumore del condizionatore. «È solo che se hai
ragione», mormorò avvicinandosi a lei, «tutto quello che posso dire è: che Dio mi aiuti.»
«E tutto quello che posso dire io è che ti sta già aiutando perché ho ragione. Non hai ancora
sentito tutto.»
Caffery la guardò negli occhi.
«Sì», bisbigliò Beatrice inarcando le sopracciglia. «Oh, sì.»
Fece quindi un cenno a Fester e Lurch. Come Mahoney, Hopkins era grossa: furono
necessari entrambi per girarla e, quand’ebbero finito, Caffery smise di masticare la gomma.
Rimase perfettamente immobile con le mani in tasca.
«Capisci quello che intendo?» disse Beatrice. «Capisci perché non penso che si sia uccisa?»
Sulla parte posteriore dei talloni c’era un’abrasione. Dai minuscoli puntini neri s’intuiva che
incastrati nei graffi c’erano dei granelli di ghiaia.
«È stata trascinata? Mi stai dicendo che è stata trascinata all’interno del garage?»

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Beatrice scoppiò in una risata sommessa, priva d’ogni allegria. «Finalmente», sussurrò.
«Finalmente parliamo la stessa lingua.»

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Flea parcheggiò tra gli alberi in ombra, dove non era visibile dalla strada, e risalì il sentiero
verso la casa di Ruth Lindermilk. La calura del giorno si stava appena attenuando. Il villaggio
era silenzioso, l’unico rumore era l’abbaiare furioso di un cane in un cottage. Flea non arrivò
alla porta. Aprì il cancello e girò a lato dell’abitazione, fino al punto in cui il terreno digradava
brusco verso la strada.
Ruth era a circa tre metri e le dava le spalle. Senza cappello, con una minigonna bianca e un
giubbotto di denim addosso, stava versando del mangime per uccelli in una mangiatoia.
«Salve.»
Ruth si girò, la vide, posò il mangime per terra e si avviò verso la casa.
«Ruth, la prego.»
«Si tolga dai piedi. Vado a prendere la pistola.»
«Non ha una pistola. Gliel’ha confiscata la polizia.»
«Ne ho un’altra. Ora vado a prenderla.»
«Cazzo, Ruth, questa non è una fottuta sitcom.»
Lei si bloccò di colpo e si girò lentamente verso Flea. Senza il cappello sembrava più
vecchia. I capelli tinti male erano corti e grigi sulla nuca. Il trucco era sbavato agli angoli degli
occhi. Sudava e aveva il respiro affannoso. «Ha una bella sfacciataggine a ripresentarsi qui.»
«Mi scuso per l’ultima volta, ma non mi hanno mandato i vicini, mi creda.»
Ruth scosse la testa. «Allora chi è, con i suoi pantaloni militari e il suo cappellino? Nessuno
le ha mai detto che sono vestiti da maschio? È una persona assurda.»
«Sono un’investigatrice privata.»
«Un’investigatrice…? E perché mi ha detto d’essere dell’Agenzia strade?»
«È stata la prima cosa che mi è venuta in mente.»
«Avevo capito subito che non era del distretto. Il distretto non è mai venuto a farmi visita.
Ora, se fossi seguita dai servizi sociali sarebbe diverso, se fosse così sarebbero arrivati
subito…» S’interruppe. «Un’investigatrice privata? Cosa vuole da me?»
«Possiamo parlare? Dentro? Non vorremo certo dare spettacolo per i suoi vicini, no?»
Ruth torse la bocca. Astuta com’era stava valutando la situazione. Lanciò un’occhiata alla
strada e alle altre case del villaggio. Dietro le palpebre gonfie i suoi occhi erano duri e grigi,
inflessibili. «Ha cinque minuti. Poi chiamerò la polizia.»
Entrarono in soggiorno. Con le portefinestre spalancate sembrava più grande e odorava di
detersivo e di pane bruciato. Flea scostò alcuni gatti e si sedette sul divano. «Sarò assolutamente
onesta.»
«Non ci credo.»
«Glielo giuro. Anche se non dovrei, le dirò la verità. Sono nei guai.»
«E allora? A me non me ne frega niente.»
«Per me questo caso è l’ultima spiaggia. Se non lo risolvo, in sostanza perderò il lavoro. Per
questo le ho mentito. Ero disperata.»
«Disperata?» Ruth si leccò le labbra. «Che cosa terribile. Le resta solo un milione?»

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«È un caso difficile. Il marito della mia cliente ha una relazione. La scorsa settimana è
tornato a casa ubriaco. Ha avuto un incidente. Il radiatore dell’auto è ammaccato. Ha detto alla
mia cliente di aver parcheggiato a Bristol dov’era andato a bere con i colleghi e che qualcuno gli
aveva urtato la macchina nel parcheggio.»
«E?»
«La mia cliente non gli ha creduto. Ritiene che sia andato dalla sua amante a Tellisford. Se
così fosse, per tornare a casa avrebbe dovuto percorrere questa strada. Credo che qualsiasi cosa
sia successa alla sua macchina, sia accaduta su questa strada. Ci sono i segni di una frenata.
Quando li stavo esaminando ieri, ho visto il suo cannocchiale. Per questo sono venuta quassù.»
Sostenne decisa lo sguardo di Ruth. «L’incidente è avvenuto lunedì scorso prima di
mezzanotte. Ne sa qualcosa?»
«Certo. Ha investito un cervo.»
«Come sa che fosse un cervo?»
«Dal rumore dell’impatto.»
«Allora non lo ha visto?»
«L’ho sentito e mi è bastato. Il cervo deve essersi trascinato via perché quando più tardi
sono andata laggiù con la macchina fotografica non c’era niente. Probabilmente è morto in un
campo, quel povero…» S’interruppe studiandola con diffidenza. Poi sorrise sfoderando un
ghigno alcolico e una fila di denti distanziati. «Oh», disse. «Lo sta rifacendo: mi sta prendendo
per un’idiota.»
Flea la guardò con durezza. «Vuole parlarmi o no?»
«Dipende.»
«Dipende da cosa?»
«Da quello che mi può dare in cambio.»
«Non so cosa potrei darle in cambio. Lei che ha in mente?»
«Lei che dice?»
«Soldi, immagino. Ma non è una strada che la porterà tanto in là. Non è etico pagare le
informazioni.»
«Etico secondo chi?»
«Secondo me. Secondo la mia società e la mia cliente.»
«Oh, sono certa che riuscirà a recuperare qualcosa. Diecimila mi bastano. Non sono molti,
non per una come lei.»
«Si stupirebbe di sapere cosa sia molto per una persona come me.»
«Bene.» Ruth andò al bar e prese un bicchiere incrinato con un drink. Lo sollevò nella sua
direzione. «Se è abbastanza interessante per lei, lo sarà anche per qualcun altro.»
Flea si alzò.
«Dove va?»
«Non ho soldi. Vado a casa.»
Ruth scrollò le spalle. Posò il bicchiere e si avvicinò al tavolo del computer. Prese una busta
di cellophane dal cassetto superiore e ne estrasse una stampa in bianco e nero. «Le mie prove.»
Attraversò la stanza e gliela allungò. «Non sono riuscita a vedere tutta la targa, solo le ultime tre
lettere, altrimenti avrei chiamato la polizia.»
Flea guardò la fotografia con il cuore che le martellava forte e sordo nel petto. Era stata
scattata dal patio e mostrava la strada di notte. Nel centro c’erano i segni degli pneumatici e
davanti a essi, ferma, sostava un’auto con la portiera del guidatore aperta. Accanto al bagagliaio
c’era un uomo in piedi: sembrava lo avesse appena chiuso. Dava le spalle all’obiettivo ma, per

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quanto fosse troppo lontano perché Flea ne distinguesse l’aspetto, se conoscevi Thom sapevi
che era lui.
I numeri della targa erano illeggibili a causa della luce, ma le lettere erano chiare GBR. E
proprio sopra il numero della targa c’era un piccolo lembo scuro. Nessuno lo avrebbe notato, a
meno di non essere molto vicino. Lei invece lo notò. Sapeva che era un pezzetto del cappotto di
velluto. L’aveva già messa nel bagagliaio e se ne stava andando… Quindi, Ruth, non hai visto
tutta la scena. Hai sentito l’impatto, ma non sai che mio fratello ha investito una persona. Non lo
hai visto caricare Misty nel bagagliaio. Per questo hai creduto che fosse un cervo…
Fece per prendere la foto ma Ruth fu svelta. La rimise nel cellophane, si avvicinò a un
piccolo scrittoio nell’angolo, la mise via e girò la chiave. Si voltò a guardare Flea con un sorriso
e un’espressione maliziosi. «No, no, no», disse. «Sarebbe troppo facile, vero?»
«Mi dia la foto, Ruth. Dimostrerebbe che il marito della mia cliente era là.»
«No.» S’infilò la chiave nel reggiseno strizzando l’occhio. «Non credo proprio.»
«Ne farò fare una copia. Impiegherò solo pochi minuti, il tempo di portarla in un negozio. Il
caso così sarà chiuso e la lascerò in pace.»
«Il prezzo è appena salito. Quindicimila. Questo è quanto.»
Flea aprì la bocca e la richiuse. Cosa provava la fotografia? Che Thom si era fermato. Che
era sceso dall’auto a controllare cosa avesse investito. Avrebbero dovuto inserire quel
particolare nella storia e sistemare Misty abbastanza all’interno in un campo per rendere
credibile l’ipotesi che fosse stata scagliata oltre la siepe e, che quando era sceso a controllare,
Thom non l’avesse vista. A quel punto avrebbe dichiarato di aver creduto che fosse un cervo e
che l’animale si fosse allontanato zoppicando, come sostenuto da Ruth.
«No», ribatté guardando l’orologio. Erano le sei e mezzo. Mancavano quarantacinque minuti
all’appuntamento con Mandy e Thom a Keynsham. «Mi dispiace, ma non penso proprio che sia
così.»

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Al posto della vecchia casa del guardiano delle chiuse a Keynsham avevano costruito un sidro
pub moderno. Flea, Thom e Mandy si avviarono verso la banchina traballante per la pesca in
modo che il fragore della chiusa coprisse le loro voci, e cercarono di sembrare normali.
Ordinarono tre pinte di un sidro denso, color arancia, ma nessuno aveva voglia di bere. Thom
posò la sua su un palo e rimase con le braccia conserte a fissarsi l’alluce che continuava a
ruotare, come se lo usasse per scrivere qualcosa. Non guardava nessuna delle due donne negli
occhi.
Flea era spalla a spalla con Mandy e osservava cupa il fiume. Una volta aveva recuperato un
corpo là sotto. Un settantenne con un cancro alla gola. Mentre la moglie era a Somerfields,
aveva preso un maglio e un supporto e li aveva portati accanto al muro del giardino, dal quale
aveva tolto sette mattoni, li aveva infilati in uno zaino che si era incatenato al petto, era venuto
fin lì ed era entrato dritto in acqua. Gli invitati a un matrimonio nel pub di fronte avevano
assistito alla scena. Il suo corpo era stato tirato sotto e spinto contro la chiusa dalla corrente.
L’unità subacquea aveva impiegato sei ore a recuperarlo e quando ci era riuscita, la sua faccia,
già in parte deturpata per ragioni terapeutiche, aveva sbattuto tante volte contro la chiusa da
ricordare un hamburger crudo.
«Dobbiamo escogitare un piano.» Mandy indossava un abito di lino nero che le arrivava a
metà polpaccio e un paio di Birkenstock blu sbiadite. Sulle braccia robuste aveva una serie di
piccoli foruncoli rossastri. «Per il bene di tutti ci serve un piano. Dobbiamo trovare il modo
migliore di uscire da questo incubo.»
Flea guardò il pub. Sulla terrazza c’erano varie persone, alcune con un completo addosso,
altre in pantaloncini e maglietta. Nessuna prestava loro attenzione, eppure si avvicinò lo stesso
di un passo a Mandy e abbassò la voce. «Senti, sarà più semplice di quello che pensi. È in corso
una grande riorganizzazione dell’apparato forense e buona parte delle squadre investigative non
hanno un grosso budget per le indagini medico-legali. L’autopsia dimostrerà che la donna è
stata investita da un’auto. Con la confessione di Thom non andranno tanto per il sottile. Non
avranno motivo di richiedere altri test.»
«Quali altri test?»
«Test che dimostrino che non è rimasta all’aperto per tutto quel tempo. È l’unico punto
critico. Se dovessero scoprire che è stata caricata in macchina…»
«Hai analizzato tutto a fondo.»
«L’auto deve dare la giusta impressione perché verificheranno il punto di impatto. Ho
bruciato il rivestimento del bagagliaio e tu dovrai farti un viaggio da qualche parte, a Londra
forse, per comprarne un altro. Dovrai pagarlo in contanti. Io penserò ai vestiti ed eliminerò le
fibre dal bagagliaio. L’unica altra cosa è il corpo.»
Mandy trasalì.
«Nel bagagliaio si è decomposta in modo diverso rispetto a quanto sarebbe accaduto
all’aperto. Sul ciglio di una strada si riscontrerebbero artefatti animali. Ratti, topi, volpi. Loro
non distinguono la carne offerta dal menu.»

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«Cazzo», bofonchiò Thom. «È un incubo.»
Mandy gli lanciò un’occhiata severa. «Taci.»
«Allora questa è la parte cruciale. Dobbiamo nasconderla in un punto credibile, dove possa
essere atterrata ma non sia visibile dalla strada. Deve restare là per una notte o più, in realtà il
più possibile in modo che gli animali possano fare quello che devono, smuoverla di qua e di là,
distruggere un po’ di prove, rendere il tutto plausibile.» Flea bevve un sorso di sidro e si pulì la
bocca con il dorso della mano. «E qui le cose si fanno difficili.»
«Cioè?»
«Lo scenario dell’incidente è un posto sperduto ma qualcuno dall’alto lo vede. Lo vede
bene. Ed è a questo punto che entri in gioco tu, Mandy. Ti chiederò di distrarre una persona.»
«E come dovrei fare?»
«Ancora non lo so. Tu ami gli animali, vero? Forse le dirai che hai perso il gatto e che lo stai
cercando in zona.»
«Non sono un’attrice.»
«Non serve. Quella donna è un’alcolizzata. Se calcoliamo bene i tempi, non faticherai molto
a convincerla.»
Bevve un altro sorso di sidro, posò il bicchiere e prese una gomma dal pacchetto che aveva
in tasca. Doveva andarci piano con l’alcol: l’ultima cosa di cui aveva bisogno era prendersi una
sbronza. «E dev’essere stasera. Dobbiamo metterci al lavoro stasera.»
Mandy e Thom non parlarono. Si limitarono a fissarla.
«Lo so, lo so ma va fatto. Dopo, ci sentiremo tutti meglio.»
«Ok.» Mandy si grattò la testa. «Un’ultima cosa.»
«Quale?»
«Spiegami ancora cos’è successo veramente quella sera. Perché allora mi hai detto che
Thom era nel giardino sul retro. Ti ho chiamato tre volte e ogni volta mi hai detto la stessa
cosa.»
«Questo discorso lo abbiamo già fatto.»
«Ho bisogno di capire bene.»
Flea sospirò. «D’accordo. Come ti ho detto, lo stavo coprendo. Era andato a incontrare
alcune persone per un’attività di importazione di lampadari dalla Repubblica ceca, vero, Thom?
Pensava che saresti andata fuori dai gangheri se lo avessi saputo, quindi abbiamo mentito.
Semplice.»
«È solo che, la sera in cui ho chiamato, mi hai ripetuto più volte che era in fondo al
giardino, hai detto che stava potando un albero o qualcosa del genere.»
«Mandy.» Flea mantenne un tono calmo. «Concentrati. Guarda il labiale: stavo mentendo.
Thom era via. Era andato a bere qualcosa con queste persone per lavoro ed è tornato a casa
ubriaco. Vero, Thom? Non glielo hai spiegato? Thom! Mi ascolti?»
«Io…» borbottò lui esitante. «Io… io non so che dire.»
«Diglielo, cazzo! Stiamo perdendo tempo.»
Lui guardò Mandy, poi distolse lo sguardo. Aveva la stessa espressione assente che
assumeva da bambino quando papà cercava di metterlo con le spalle al muro. «Io… io non
ricordo», bofonchiò. «Sai, è tutto un po’ confuso.»
«Un po’ confuso? Un po’ confuso? Sveglia, Thom. La situazione è seria.»
Mandy alzò le mani. «Calma, Phoebe. Stiamo solo cercando di arrivare alla verità.»
«Alla verità? Ve l’ho detta la verità.»

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«Sì, ma capisci la nostra posizione? È quello che mi hai detto la sera dell’incidente. Allora
hai detto che stavi dicendo la verità, ma non era così. Allora hai mentito, perciò come faccio a
sapere che non stai mentendo ora?»
«Non sto mentendo, cazzo, Mandy.»
«Non c’è bisogno di urlare.»
«Ma non sto mentendo! Perché diavolo dovrei farlo?»
Mandy assunse un’aria serafica. «Per salvarti, forse?»
Flea sollevò la mano per proteggersi gli occhi dalle luci del pub e studiare la sua faccia.
«Stai scherzando, eh?»
«Eri tu alla guida dell’auto, vero?»
«Cosa?»
«Ho detto: eri tu alla guida dell’auto. Lo hai giurato al poliziotto.»
«L’ho giurato perché stavo proteggendo Thom. Era strafatto.»
«E chi lo dice?»
Flea sbuffò. «Ma sei pazza? Che cazzo stai dicendo?»
«Quella sera eri così tesa… sai come sei. Eri agitata per il lavoro, per i tuoi genitori.» Il tono
di Mandy era risentito, rigido, come se si sforzasse di comprendere, senza riuscirci. «Ti sei
messa alla guida agitata e ti sei fatta seguire dal poliziotto fino a casa. Ti ha fatto l’alcoltest. Ci
sarà un verbale da qualche parte.»
«Dimmi che non parli sul serio, che non stai cercando di ritorcermi contro questa storia.»
Mandy non rispose.
Flea emise un fischio basso, incredulo. «Fottuta troia.»
«Attenta a quello che dici.»
«Bene», affermò Flea posando il bicchiere sulla banchina. «Andremo alla polizia.»
Mandy non si mosse. «No. È la tua parola contro quella di Thom, la mia e quella del
poliziotto.»
«Non funzionerà, Mandy. Hai già perso. Ho la prova che non ero io alla guida dell’auto.»
«Davvero?»
«È una foto. Mostra Thom che ha investito Misty.»
Mandy sospirò. «Ma quante cavolate riesci a dire, Phoebe? Dove sarebbe questa foto?
Possiamo vederla?»
«Esiste.»
«Allora mostracela.»
«Esiste, Mandy. Farai meglio a crederci.»
Mandy sorrise e le posò rassicurante la mano sul braccio. «Ma certo. Da qualche parte…
forse nella tua immaginazione. Ma non c’è bisogno che t’inventi cose perché comunque non lo
diremo a nessuno. No, stai tranquilla. Ti proteggeremo. Non diremo niente.»
«Non mi toccare, cazzo», replicò Flea liberandosi.
Andò in macchina e si sedette con i finestrini chiusi. Alzò il volume dell’album degli Snow
Patrol al massimo e tamburellò le dita sul cruscotto a ritmo di musica. Sulla terrazza del pub un
paio di persone stavano fissando la piccola Clio. Sulla banchina Mandy e Thom erano spalla a
spalla, rivolti verso di lei. Le loro facce erano in ombra ma vedeva che non stavano parlando.
Non stavano facendo niente, la osservavano solo.
Pensò a Ruth Lindermilk. Ricordò la chiave infilata nel reggiseno. Si figurò come avrebbe
reagito se avesse scoperto la vera ragione dell’importanza di quella foto. Non era una donna che

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si sarebbe lasciata spaventare dalla polizia tanto da consegnare una prova, soprattutto non per
aiutare una sconosciuta. L’avrebbe distrutta, piuttosto.
Thom e Mandy continuavano a guardarla come due fantocci sul molo. Tamburellò le dita
con più forza.
L’agente Prody avrebbe testimoniato di aver inseguito lei, non Thom. Aveva giurato e
spergiurato di essere stata lei alla guida della Focus. Pearce: be’, a Pearce non voleva pensare.
Aveva detto a tutti che il sergente Marley aveva sbandierato con gran sicurezza le sue teorie su
dove fosse o non fosse Misty. Non nel lago, aveva dichiarato, non la troveremo certamente nel
lago. Quasi lo sapesse. Se solo fosse stata zitta. Lo aveva detto solo perché non pensava che una
persona di un certo tipo come Misty si suicidasse annegandosi. Era stata un’idea stupida, detta
senza riflettere.
Guardò il molo.
Thom: È tutto un po’ confuso.
Mandy: Ti proteggeremo.
Spense la musica. Scese e tornò sul molo.
«Flea.» Mandy tese la mano in segno di pace. «Parliamone e…»
Era troppo tardi. Flea si lanciò su Thom afferrandolo per le spalle e lo scagliò contro il palo.
«Di’ la verità!» strillò.
«Lasciami.»
Lo agguantò e lo sbatté di nuovo contro il palo. Lui allargò le braccia. Il bicchiere da pinta
cadde e andò in frantumi. «Dilla subito.»
Senza più fiato, Thom scivolò lungo il palo e finì seduto sul molo. Sulla terrazza la gente si
voltò, sbalordita. Flea lo prese sotto le braccia e lo gettò in avanti con la faccia all’ingiù.
Divaricò le gambe e gli si sedette di peso sulle natiche afferrandolo per i capelli. «Assumiti
qualche responsabilità.»
«Piantala!» esclamò Mandy tentando di afferrarle le mani. «Piantala subito.»
Flea non la stava ascoltando. Stava vedendo papà, secoli prima, che schiaffeggiava Thom.
Vedeva l’indifferenza sul volto di suo fratello, l’apatia. «Di’ la verità!» urlò.
Lui annaspò alla cieca dietro di sé. «Lasciami.» Le conficcò le unghie nelle mani per farle
mollare la presa.
Flea strinse i denti, si piegò all’indietro e gli tirò su la testa. «Di’ la fottuta verità.»
Lui si gettò di lato ruotando i fianchi magri fino a girarsi sulla schiena e a essere rivolto
verso di lei. Flea tentò di cacciargli la testa giù, ma Thom glielo impedì prendendola per i polsi.
Mentre lottava per liberarsi, sollevò rapido il ginocchio due, tre, volte colpendola all’inguine. E
Mandy si era accovacciata accanto a lei, muta, senza urlare. Con la faccia contorta per la
concentrazione, la afferrò con le braccia robuste.
«Levami le mani di dosso, puttana.» Flea sferrò una gomitata di lato, mancandola, e un
muscolo della spalla protestò. «Levati.»
Si buttò di lato e i capelli le volarono dappertutto. Fece quindi uno scatto all’indietro
cercando di divincolarsi, ma Mandy pesava il doppio di lei ed era forte. Teneva la testa contro la
sua spalla e la stringeva decisa con le braccia. Rotolarono sul molo. Flea sentì un frammento di
vetro tagliarle la guancia, Thom agitarsi sotto di loro e alzarsi mentre lei lottava con Mandy.
«Lasciami, Mandy», sputò velenosa. «Perché ti ammazzo.»
«Prendile le mani!» urlò d’un tratto Thom. «Prendila.»
Flea scalciò alla cieca mentre lui tentava di afferrarle le mani. Sentì le sue unghie affondarle
con cattiveria nei polsi e poi venne sollevata. Anche lui era forte, più di quanto avesse

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immaginato. Il sangue le scorreva sulla guancia. Dal bar stavano accorrendo alcune persone
urlanti, vaghe come fantasmi.
«Ti ammazzo.»
Un calcio o un pugno nello stomaco. In alto, sotto il diaframma. Non vide da chi fosse
arrivato ma le mozzò il respiro, la finì in un colpo solo. Mandy la lasciò e lei cadde in avanti
restando immobile. La poliziotta addestrata a rialzarsi durante una sommossa era stesa su un
molo con il sangue che le sgorgava dalla faccia, concentrata sull’unico pensiero importante:
respirare.
«Phoebe.» La voce di Mandy era solo un sussurro vicino alla sua faccia. Flea sentiva il
puzzo del suo sudore e un odore dolce di detersivo da bucato. «Phoebe, io e Thom ti vogliamo
molto bene, molto bene davvero. Per questo ti aiuteremo. Ti aiuteremo a risolvere i tuoi
problemi, le tue cose, e insieme – insieme – troveremo il modo di non portarti alla polizia.»

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Caffery infranse tutte le regole e quella sera alla riunione dell’unità portò dell’alcol. Prese una
lattina di Coca dal ripiano dello schedario, ne bevve metà, poi stappò una bottiglia di Bell’s e
riempì la lattina fino all’orlo. Il Bell’s era là perché ne detestava il sapore, a differenza di quello
di un whisky di buon malto, diciamo il Glenmorangie. L’idea era evitare di tracannare l’intera
bottiglia. A volte il trucco funzionava, a volte no.
Tutte le forze di sua conoscenza chiamavano le riunioni quotidiane con il capo «preghiere».
Alcuni capi le tenevano una volta al giorno per fare il punto di quanto la squadra aveva fatto il
giorno precedente, altri due: c’erano le preghiere del mattino e quelle del pomeriggio. Altri
ancora le convocavano ogniqualvolta cambiava il vento, come Powers. Quell’uomo era un
incubo.
Quel giorno le preghiere riguardavano soprattutto i tabulati telefonici di Misty Kitson e la
bella figura di Powers in TV alla conferenza stampa. Caffery era appoggiato al muro a bersi la
sua Coca e whisky, concentrato non su Kitson ma su Susan Hopkins. Susan Hopkins e Lucy
Mahoney probabilmente non si conoscevano, così aveva concluso. Nella rubrica e nelle carte di
Hopkins non si faceva menzione di Mahoney, e viceversa. Né i familiari né gli amici di Hopkins
l’avevano sentita nominare, malgrado il fidanzato che lavorava sulla piattaforma ritenesse che
«Lucy Mahoney» fosse un nome da pornostar, se proprio Caffery voleva saperlo. Eppure c’era
un legame tra le due donne. Da qualche parte qualcosa le univa, ne era certo. Il che lo lasciava
con un’amara verità, una sorta di buco nero infinito proprio davanti alla faccia: non Amos
Chipeta ma qualcun altro. Un personaggio freddo e astuto, in grado di mascherare un omicidio
da suicidio, che aveva le sue ragioni per voler scuoiare un cane.
«Sei silenzioso, no?» Dopo la riunione Powers lo raggiunse in corridoio. «Prima non ti
avevo mai visto così silenzioso.»
Caffery si fermò davanti alla porta del suo ufficio. Aveva ancora in mano la lattina di Coca.
Non cercò di nasconderla, sapendo cosa tenesse Powers nel suo schedario. «Non c’era molto da
dire.»
«Stamattina non eri in ufficio come speravo.»
«C’ero. Presto. Ho spartito le operazioni come promesso. Poi sono andato a pranzo.»
Powers lo studiò pensieroso, poi guardò la lattina. «Jack, lo ammetto. Io bevo in servizio. È
esattamente quello che faccio. A patto che svolga il mio lavoro e uno dei ragazzi del traffico di
Almondsbury non mi peschi contromano sulla M4, non conta nulla. In vent’anni nessuno ha
mai detto niente.» Alzò lo sguardo. «E sai perché?»
«Perché?»
«Perché svolgo il mio lavoro e non irrito la gente. Non irrito la gente e sto in riga in modo
che non trovino il modo di nuocermi. Ma se lo facessi, se fossi il tipo di persona che fa
infuriare gli altri, che non lavora con la squadra…» Tacque. «…sarei fottuto. In un secondo.»
Caffery gli lanciò una lunga occhiata. Spalancò la porta dell’ufficio ed entrò. Posò la lattina,
si sedette, si sbottonò la giacca e si sistemò comodamente facendogli un cenno. Sembrava quasi
un invito a colpirlo. «Allora forza con la predica, se deve.»

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Powers lo osservò attentamente, poi entrò riluttante nell’ufficio. Chiuse la porta e si sedette.
«Ho sentito che sei andato a pranzo a Clifton.»
«Le notizie volano.»
«Turnbull è molto fedele.»
«Bella cosa. E io che pensavo che tra noi ci fosse qualcosa di speciale.»
«E poi ho sentito che sei andato a un’autopsia.»
«Sì.»
Powers assunse un’aria paziente e perplessa. «Vedi, Jack, stento a capire cosa facesse un
detective di grado alto della MCIU a un’autopsia di routine quando dovrebbe lavorare al caso
Kitson con il resto di noi. Il distretto lo ha classificato come suicidio.»
«La patologa però non è d’accordo. Ritiene che sia un omicidio. E io penso che sia collegato
all’altro ’suicidio’ di cui le ho detto. Lucy Mahoney. Voglio portarli entrambi qui all’unità come
omicidi correlati.»
«Tu cosa?»
«Sono correlati. Quello di Lucy Mahoney non è stato affatto un suicidio e la patologa sta
iniziando a vederla come me. Voglio rilevarli entrambi e la prima cosa che desidero è che
autorizzi la richiesta di un mandato. Devo controllare i dati bancari di Mahoney.»
Powers sospirò e si passò una mano sulla testa. Non sembrava affatto contento, ma si prese
un po’ di tempo per controllarsi: usò di nuovo la tecnica del respiro. Si ricompose e, quando
parlò, lo fece con un tono più indulgente. «Il caso Kitson va avanti ormai da una settimana.
Dalla ricostruzione non è saltato fuori niente, il morale sta raggiungendo il punto critico», disse
indicando con un cenno la sala riunioni. «Lo sento nell’aria. E tu, Jack, tu conti per loro. Ti
guardano. Forse non lo ammettono ma sanno tutti cos’hai fatto a Londra: per loro sei un idolo.
Uno dei nostri istruttori del CID ha fatto una presentazione con PowerPoint del tuo caso del
pedofilo di Brixton. Lo sapevi?»
«Fantastico», borbottò Caffery.
«Ma il fatto di aver lavorato ad alcuni casi d’alto profilo non ti autorizza a fare quel che
diavolo vuoi. Ti lanci in una caccia assurda nell’Operazione Norvegia propinandomi la solita
vecchia storia del cane sciolto, e non appena molli, ti butti in un altro inseguimento. Perciò c’è
qualcosa che ti frena dal lavorare con noi al caso Kitson. Forza, guardami negli occhi. Dimmi
cos’è.»
Caffery fece come richiesto: lo guardò negli occhi. Si concentrò per non battere le palpebre
e disse la prima cosa che gli passò per la testa. «È perché non posso far vedere in pubblico che
ci lavoro.»
«Cosa?» Powers socchiuse gli occhi scrutandolo in volto. «Stai dicendo che hai un
informatore?»
«Sì.» Era una menzogna ma forse gli sarebbe servita per scrollarselo di dosso per un paio di
giorni. «Proprio così.»
«Sei appena arrivato e hai già un informatore? Per un caso del genere? No. Mi vuoi fregare,
vero Jack? Stai sparando cazzate.»
«Senta, c’è una sfilza di spacciatori legata alla clinica. C’è sempre quando si tratta di centri
di riabilitazione. Delinquenti locali ansiosi di soddisfare le esigenze dei pazienti. Per Farleigh
Hall vengono da Bath e Trowbridge.»
«Kitson stava andando a incontrare uno spacciatore?»
«Ricorda la conversazione con il suo fidanzato? Cos’ha pensato quando ha chiesto ’tempo
per riflettere’?»

153
«Che volesse un po’ di tempo per riflettere?»
«Non crede che suoni un po’ come una copertura? Lui le chiede: ’Dove vai?’ Lei risponde:
’Solo a farmi un giro’. Le sembra logico? Ha i tacchi più alti del mondo – persino Jimmy Choo
ne sarebbe rimasto strabiliato – e se ne va a zonzo? A farsi un tour delle cacche di mucca? E
come mai è stata così precisa sull’ora del ritorno?»
«Voleva rientrare in tempo per qualcosa? Non lo so, per la cena?»
«Oppure sapeva che quello che doveva fare le richiedeva solo quel tot di tempo.»
Powers fischiò sommessamente. «Sapevo che nascondevi qualcosa su questo caso. Che
avevi qualcosa nella manica.»
«Un conto è avere informazioni, un altro far sì che reggano in tribunale, come tutti ben
sappiamo. Per questo sto aspettando. Mi serve un’altra tessera del puzzle. Non posso far vedere
che spingo troppo.»
«Sei più chiuso di un buco del culo, Caffery. Cosa dovrei fare con te?»
«Mi permetta di rilevare quei casi come omicidi.» Si scolò la lattina di Coca, la schiacciò e la
gettò nel cestino. «Ho bisogno di lasciar passare un po’ di tempo con il caso Kitson, di lasciare
che le cose si sviluppino naturalmente. Mi permetta di lavorare un po’ agli omicidi Hopkins e
Mahoney. Metterò Kitson in secondo piano, su un piano inferiore, e non appena avrò qualcosa,
verrò da lei. Che ne dice? Mi dia solo un po’ di corda e mi lasci lavorare.»
Powers sostenne a lungo il suo sguardo, poi sospirò e allargò le mani, rassegnato. «Voglio
un aggiornamento quotidiano dal tuo informatore. Entro giovedì voglio sapere che sta
succedendo, ok?»
«Giovedì?»
«Esatto.»
«Affare fatto. Solo una cosa. Stavolta non avrò Turnbull, vero? Con lui ho chiuso.»
«Stavolta non avrai Turnbull.»
«Bene. Chi avrò?»
Powers sostenne il suo sguardo e ripeté con voce monotona: «Stavolta non avrai Turnbull».

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Alle nove e mezzo del mattino dopo i nove membri dell’unità subacquea erano seduti a ferro di
cavallo negli uffici di Almondsbury a guardare un istruttore effettuare un massaggio cardiaco a
un manichino. Flea e la sua squadra erano tutti addestrati a eseguire le procedure fondamentali
di rianimazione, la cosiddetta CPR, e si sottoponevano a corsi di aggiornamento annuali perché
le istruzioni cambiavano. Per esempio, il comitato non voleva più quindici compressioni ogni
due insufflazioni, spiegò l’istruttore, bensì trenta ogni due.
Flea era seduta in fondo al ferro di cavallo, ben dritta sulla sedia, le braccia conserte, la
schiena rigida e il ginocchio che si muoveva inconsciamente. Fissava l’istruttore ma non vedeva
quello che stava facendo. Si era bevuta quattro tazze di caffè e presa seicento milligrammi di
Cuprofen, abbastanza da farsi venire un’ulcera immediata, e l’unico effetto ottenuto era stato il
tremore. La faccia le doleva ancora e aveva un mal di testa ostinato: sentiva una tensione tale
che le sembrava di avere un pugno nel cranio.
«Capo? Capo?» Wellard, seduto al suo fianco, si protese, accigliato.
«Che c’è?» Tutti nella stanza avevano smesso di guardare l’istruttore e la stavano fissando.
«Che c’è?»
«Uh… il telefono? Sai… quello che hai in tasca?»
Poi capì. Il cellulare stava suonando e non se n’era nemmeno accorta. Lo ripescò dalla tasca.
Sullo schermo era comparsa la scritta NUMERO PRIVATO. Una chiamata di lavoro. Fece un
cenno con la mano all’istruttore, scostò la sedia e uscì. «Sì, sono il sergente Marley. Desidera?»
Era un consulente per le ricerche. Non Stuart Pearce ma quello specifico della MCIU.
«Vorrei parlarle di Misty Kitson.»
«Aspetti un attimo.» Flea andò nel suo ufficio, chiuse bene la porta e si grattò la testa per
qualche istante finché il battito del cuore si calmò. «Ok», disse lentamente. «Vuol parlare di
Misty Kitson. Sentiamo.»
«Il capo ci dà un altro po’ di soldi. Sto allargando i parametri di ricerca. Ha una mappa lì?»
«La sto guardando in questo momento.»
«Il nostro raggio era di tre chilometri. Lo estenderò a sei. Non eseguiremo una ricerca a
tappeto, ma un’indagine casa per casa. Di solito le fate per noi, vero?»
Flea osservò la mappa sul muro. Non aveva bisogno di una bussola o di uno strumento di
misurazione per capire fin dove arrivasse il raggio di sei chilometri. Comprendeva il villaggio di
Ruth, che veniva a trovarsi proprio a metà.
«È ancora lì?»
«Sì.»
«Ho detto: la sua squadra di solito è disponibile per le indagini casa per casa, vero? Stavo
per suggerirle di prendere il quadrante sudest. Ho alcuni uomini di Taunton che copriranno il
resto.»
Il quadrante sudest. Il paese di Ruth. «Quando iniziamo?»
«Domani?»
«La mia squadra lavora fino a tardi.»

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«Allora inizieremo nel pomeriggio. Diciamo alle due.»
«Alle due?»
«C’è qualche problema al riguardo?»
«No. Perché mai?»
«Mi sembra strana.»
«Sto bene, grazie. Sto benissimo. A domani allora.»
Riagganciò e si buttò sulla sedia con la testa tra le mani e lo sguardo fisso sul tavolo, sulle
sagome dei nodi nel laminato di poco prezzo. Geniale, non c’era che dire, il modo in cui il
mondo l’aveva messa in trappola. Thom, suo fratello, che saltellava sul molo gridando:
«Prendila».
Prendila. Da non credere, cazzo.
Sollevò il telefono dell’ufficio e armeggiò con la pulsantiera. A differenza del suo cellulare,
nascondeva automaticamente il numero nel caso delle chiamate in uscita, perciò Thom forse
avrebbe risposto anziché lasciar scattare la segreteria. E permetteva di registrare le
conversazioni. Premette il tasto apposito e compose il numero.
Rispose dopo quattro squilli. «Pronto?»
«Thom, per favore non riagganciare.»
Ci fu silenzio, poi un vago fruscio e poi ancora silenzio.
«Ci sei?»
Di nuovo un fruscio, come se suo fratello stesse muovendo il telefono e in quel modo il
segnale s’interrompesse.
«Thom, ci sei? Mi senti?»
«Sì, ti sento.» Era Mandy, non Thom. «Sento quello che dici, Phoebe.»
«Ripassami Thom. Stavo parlando con lui.»
«Be’, adesso stai parlando con me.»
«Tu non mi piaci, Mandy.»
«E tu non piaci a me.»
«Ripassami mio fratello.»
«È molto agitato, Phoebe, e preferisce non parlarti per un po’. Non puoi continuare a
infastidirci così. Perché hai chiamato?»
Lo sai benissimo, brutta troia.
«Voglio sistemare le cose.»
«Be’, Phoebe, so che hai dei gravi problemi.» Mandy parlava con tono rasserenante. «E sai
quanto ti abbiamo a cuore, tutti e due. Io e Thom teniamo disperatamente a te e faremo di tutto
per aiutarti. Ma per il momento penso che un po’ di distacco sia una buona idea.»
Flea guardò il led rosso che lampeggiava sul telefono. «Voglio sistemare la faccenda del
corpo di Misty.»
«Phoebe, io…» Ci fu silenzio e si udì il sibilo della linea. La luce lampeggiava. On, off, on,
off.
Dillo, puttana, forza, dillo.
Quando tuttavia Mandy riprese a parlare, lo fece sussurrando, come se pronunciasse
forzatamente le parole. «La faccenda di che? Con chi? Intendi la ragazza scomparsa? Cos’ha a
che fare con te?»
Flea si appoggiò allo schienale e si sfregò stancamente la faccia.
«Stai ancora parlando della sera in cui hai avuto problemi, Phoebe? Insisti ancora con
quello?»

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«La sera in cui tu hai avuto problemi. Ricordi? I tabulati telefonici lo dimostreranno. Mi hai
chiamato un’infinità di volte da casa tua quella sera.»
«Sai cosa? Hai ragione. L’ho fatto. Ho chiamato, ora me ne ricordo. Ricordo di aver parlato
con Thom. Ricordo quanto fosse spaventato all’idea che ti fosse capitato qualcosa. Eri fuori, in
giro in macchina.»
«Mandy, credimi quando dico che c’è una foto. E che prova davvero che Thom l’ha
investita. Thom ha investito Misty Kitson con la mia macchina.»
Mandy sospirò. «Dovresti farti vedere da qualcuno, Phoebe.»
«Ti ripeto che è vero.»
«Allora portacela. Siamo a casa. Puoi essere qui tra mezz’ora. Sai che faccio? Metto su il
bollitore.»
«Questo discorso non porta a nulla.»
«Ti dico io dove porta questo discorso. Non solo la smetterai con queste fantasie offensive
su tuo fratello, ma verrai anche qui con un piano per coprire qualsiasi cosa tu abbia
combinato…»
«Quello che Thom ha combinato…»
«Qualsiasi cosa tu abbia combinato. La scadenza è domani a mezzanotte.»
«La scadenza? Ma in che mondo vivi, Mandy?»
«Saprai gestire una scadenza del cazzo, vero, sergente? Non è questo che fai nel tuo lavoro?
Rispettare le scadenze? Domani sera a mezzanotte. A casa nostra.» Mandy respirava con
affanno. «Devi venire qui e dirmi che ti sei occupata del tuo problema. Voglio sentirti dire che
hai risolto la questione, altrimenti ci darò un taglio e andrò alla polizia.»
«Basta, non intendo continuare questo discorso.»
«Benissimo.»
Si udì un altro fruscio e poi silenzio. Flea impiegò qualche istante a capire che Mandy aveva
riagganciato. Premette PLAY e si avvicinò all’altoparlante ascoltando le loro voci. «Voglio
sistemare la faccenda del corpo di Misty.»
«La faccenda di che? Con chi?»
Mandy era sveglia. Una puttana sveglia.
In quell’istante bussarono alla porta. Era Wellard, preoccupato.
«Tutto bene?»
Premette in fretta il tasto di cancellazione sul telefono e girò la sedia verso di lui. «Certo!
Perché me lo chiedi?»
Scrollò le spalle. «È solo che hai… sai.»
Si toccò cautamente il viso. «Questo?»
«A-ha.»
«Non è niente. Mi sono tagliata radendomi.»
Lui si sforzò di sorridere ma non riuscì. «Niente plumcake alla banana? Ho pensato che
forse ti avevamo fatto arrabbiare.»
Flea lo studiò a lungo. Il caro, carissimo Wellard. Tutti i cari ragazzi che lavoravano per lei e
non mettevano mai in dubbio la sua parola. Erano brave persone, molto. Si alzò e prese gli
occhiali e le chiavi dal cassetto in alto. «Sostituiscimi, va bene? Per un paio d’ore.»
«Dove vai?»
«In banca, Wellard. Cose mie.»

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Mahoney aveva accettato di portare la chiave dello studio di Lucy. Aveva detto che gli ci
sarebbero volute due ore e di non venire prima. Caffery non si stupì di trovarlo già in casa
quando arrivò, con dieci minuti di anticipo.
Gli venne incontro sulla porta d’ingresso. Non persero tempo con i saluti.
«Lo studio è aperto?»
«Sì.»
Mahoney lo condusse dentro e salì le scale con passo pesante fermandosi davanti alla porta
dello studio. «L’ho lasciato così com’era. Non ho toccato niente.»
«Sono certo che sia così.»
«Tutto quello che c’è là dentro è stato scelto da Lucy. Sono cose scelte da lei, capisce?»
Aprì la porta e gliela tenne. Non incrociò il suo sguardo quando Caffery passò, ma lo seguì
e si mise in un angolo con le braccia conserte, senza parlare.
La stanza era grande: era stata probabilmente concepita come camera da letto padronale.
Caffery riconobbe che era il luogo in cui Lucy era stata ripresa nel secondo video. Le pareti
avevano colori metallizzati e c’erano tele appese dappertutto. Era divisa in due da un paravento
orientale dipinto. La metà più vicina alla porta era piena: circa una ventina di tele erano
appoggiate alla parete, altre quattro collocate su cavalletti posti di fronte alla finestra. Superò il
paravento allontanandosi da quest’ultima e rimase per un po’ con le mani in tasca a guardare
cosa c’era al di là.
Pooley aveva ragione. Lucy aveva gusti insoliti. In quello spazio dominava un bronzo a
grandezza naturale di una donna nuda di tre quarti. Era china, con le natiche sollevate e tutte le
pieghe di carne tra le gambe bene in vista. Più in là c’era una fila di sculture di legno più
piccole, forse ispirate al Kama Sutra o a qualcosa del genere. Sui muri c’erano vari dipinti di
nudi, uomini e donne, alcuni soli, altri in compagnia. Sembravano realizzati da un dilettante,
quindi probabilmente erano opera di Lucy. Su un tavolino nell’angolo c’era una scatola come
quella dell’Emporium. Una scatola foderata di velluto contenente peni di cristallo e pinze di
peltro per capezzoli. Era proprio come aveva detto Pooley.
Caffery non proferì parola. Tornò con calma dall’altra parte del paravento, dove erano
accatastati gli altri quadri. Non guardò Mahoney, osservò invece un fascio di pennelli inseriti
con la punta all’ingiù in un barattolo di acquaragia. Li spostò oziosamente con il dito come se
non avesse in mente nulla di particolare, poi si aggirò tra le tele. Ritraevano perlopiù cieli: nubi,
uccelli, un aquilone. Erano tutte dipinte di una sfumatura di blu che gli ricordò qualcosa. Una
delle sue ex a Londra era un’artista e definiva i colori saturi o puri, parlava di tonalità presenti
all’estremità azzurra o rossa dello spettro. Non aveva mai capito bene come funzionasse e non
conosceva un termine per definire quel blu, né sapeva spiegare perché gli sembrasse familiare.
«Sono tutti dello stesso colore», osservò pacato.
«Le piaceva.» Mahoney non aveva ancora incrociato il suo sguardo. Si fissava i piedi. «Se
lo miscelava lei. Diceva che era la sua firma.»

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Caffery rimase immobile per un attimo in mezzo ai dipinti e studiò l’abito grigio di
Mahoney.
«Colin, non gliel’ho mai chiesto. Cosa fa per vivere?»
«Io? Sono un pianificatore finanziario certificato.»
«Cosa? Una specie di venditore di assicurazioni?»
«Mi occupo di indennità.»
«Allora è un venditore di assicurazioni?»
«Oggi ci chiamiamo in genere consulenti in materia di rischi. O agenti per la gestione dei
rischi.»
«Però è un venditore di assicurazioni.»
Mahoney alzò lo sguardo e lo osservò, poi prese una tela e la sollevò. Misurava solo mezzo
metro di lato e ritraeva il volto di una bambina, in primissimo piano. Aveva un nastro nei
capelli biondi, sempre dello stesso blu. «Questo è il primo dipinto di Daisy che ha fatto.»
«Bello.» Caffery estrasse la foto di Susan Hopkins e gliela mise davanti alla faccia. «Sa chi
è?»
Mahoney girò la testa dall’altra parte come se puzzasse. «Non c’è bisogno di tenerla così
vicino.»
«Ho detto: sa chi è?»
«No, non l’ho mai vista.»
«Conosce il nome Susan Hopkins?»
«Me lo ha già chiesto al telefono, ricorda? Ho risposto di no.»
«Adesso è una cosa seria, molto seria. La guardi.»
Mahoney posò la tela, prese la foto e la esaminò. Scosse la testa e gliela restituì. «No,
davvero. Che sta succedendo?»
Caffery la rimise nella tasca della giacca. «Il caso è stato riclassificato. Sono tornato dagli
amici di Lucy. So cosa dicono del suo passato. E di lei.»
«Non so di che stia parlando. Cosa diamine dicono?»
«Che ha un bastone infilato su per il culo tanto lungo che finirà per soffocarsi. Che l’ha
lasciata, non perché non l’amasse più ma perché non poteva sopportare quello che faceva: cioè
collezionare quella roba laggiù, dipingere quei quadri. Perché non me ne ha parlato?»
«Non l’ho ritenuto opportuno.»
«Non l’ha ritenuto opportuno… opportuno? Smetta di usare quell’espressione, razza di
idiota pieno di sé. Non sa quanto può essere importante una cosa del genere?»
«In che modo può essere importante? Era solo il suo hobby, solo una delle tante cose che
collezionava. Francamente è imbarazzante.»
«Forse era una prostituta. Non sa quanto spesso le sgualdrine finiscono ammazzate?»
La faccia di Mahoney divenne paonazza. «Non era una prostituta. Non era una di quelle. Era
solo un hobby.»
Caffery posò le mani sul davanzale e rimase fermo per un attimo per controllarsi. Fuori
dalla finestra nubi e nebbie mulinavano attorno alla base di Glastonbury Tor, un’isola solitaria
in mezzo alla piana prosciugata del Somerset, simile a un pudding capovolto all’orizzonte. «Ha
ragione, non era una squillo ma non è questo il punto. Avrebbe dovuto dirmelo. Potrebbe aver
avuto una relazione con qualcuno e questo qualcuno potrebbe essere proprio la persona che
ricattava.» Indicò la zona al di là del paravento. «Per questo ha ottenuto la custodia di Daisy? Ha
usato tutto questo contro di lei? Vede, la guardo e sento le parole: ’una spaventosa depravazione
morale, vostro onore’ uscirle dalla bocca. È proprio il tipo.»

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«Non sia ridicolo. Non ci sono mai state discussioni sul futuro di Daisy, neanche la più
piccola.»
«È strano che la madre non abbia ottenuto la custodia.»
«Ma non lo era. Io sono suo padre. Permettevo a Lucy di vederla, ma lei non aveva diritti
legali. Non l’aveva mai adottata. Lucy è stata ragionevole al riguardo.»
Caffery gli lanciò un’occhiata penetrante. «Cos’ha detto?»
«Lucy è stata ragionevole al riguardo.»
«No, prima di quello. Che non l’aveva adottata.»
«Be’, è così. Non ufficialmente.»
«Non era la sua vera madre?»
«Era la sua matrigna. La vera madre di Daisy è morta.»
Caffery lo fissò duramente. «Questo non l’aveva mai detto prima.»
«Non sbandieravamo la cosa, per Daisy più che per altro. Ha sempre considerato Lucy la
sua mamma.»
«Allora cos’è successo a…» Esitò. Stava pensando alla cicatrice del cesareo, quella malfatta.
C’era qualcosa che non tornava. «E l’altro figlio di Lucy?»
«L’altro figlio di Lucy? Non c’è mai stato.»
«Ne è sicuro?»
«Assolutamente sì. Non ha mai avuto bambini. Non li ha mai voluti.»
«E non ne ha mai perso uno?»
«No. Come ho detto, non c’erano bambini. Solo Daisy.»
Caffery fece per dire qualcosa ma ci ripensò. Dall’espressione di Mahoney capì che non
sapeva davvero che c’era stato un figlio. Tornò alla finestra e restò là per un po’, le dita strette
sul naso, lo sguardo fisso sul Tor, cercando di mettere ordine nei suoi pensieri. Se il cesareo di
Lucy non era stato per Daisy, doveva essere successo dopo che si erano separati. C’era un figlio
ma Mahoney non ne sapeva niente.
«Quando vi siete separati», disse alla fine, «Lucy era incinta, vero?»
«Incinta? Cavolo, che sta dicendo?»
«Non sto dicendo niente, mi sto solo ponendo delle domande. Tutto qui. Mi ha detto che
non vi siete visti per un lungo periodo dopo la separazione. Quasi un anno.»
Mahoney si avvicinò il pollice all’occhio destro e se lo premette sull’angolo. Fece lo stesso
con il sinistro. «Non la seguo.»
Caffery non replicò. Guardò il Tor dalla finestra lasciando vagare la mente. Non era sicuro.
Non sapeva se fosse la via giusta da seguire ma era qualcosa, e anche di piuttosto grosso. Lucy
aveva avuto un figlio di cui nessuno sapeva: né gli amici e nemmeno l’ex marito. Aveva avuto
un figlio che era scomparso. E forse, solo forse, quella era la ragione per cui stava ricattando
qualcuno.
Ora tutto ciò che doveva fare era scoprire chi frequentasse dopo la separazione da Mahoney.

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La banca aveva ricavato i propri uffici in un palazzo georgiano di interesse storico nel centro di
Bath. Le postazioni divise da pannelli di truciolato e vetri smerigliati erano addossate alle pareti:
tra questi e il soffitto decorato con cornici c’erano quasi due metri e mezzo di spazio. Alle
undici il consulente della banca trovò una postazione per Flea; si sedettero l’uno di fronte
all’altra a una scrivania moderna di laminato, con lo schermo di un computer in mezzo,
chiacchierando del più e del meno e riempiendo moduli per un po’.
«Quindi lei è della polizia?» Guardò il badge sulla sua polo. «L’unità subacquea? Cos’è? È
come la guardia costiera?»
«Non proprio.» Aveva da tempo imparato che esistevano solo due reazioni al mestiere che
faceva per vivere: un’attrazione quasi morbosa o il disgusto. E di solito la prima cosa che
facevano era guardarle le mani e gli abiti. In alcuni paesi i lavori che avevano a che fare con la
morte – nelle pompe funebri o nei macelli – ti rendevano intoccabile, quasi fossi contagioso. «A
che serve quello?» chiese.
«Eh? Oh, quello. È il pulsante antipanico.»
«In caso di?»
«Sa», rispose l’impiegato sistemandosi la cravatta, «a volte i clienti si agitano.»
«Per cosa?»
«Per la concessione o meno di un prestito.»
«Pensa che a me succederà?»
Il consulente tossì e premette qualche altro tasto studiando lo schermo. Poi si alzò e prese la
cartellina che aveva iniziato a preparare. «Mi vuol scusare? Devo sentire il mio capo.»
Quando se ne fu andato, Flea si alzò e si spostò dall’altra parte del tavolo per guardare il
monitor. Era uscito dal sistema. Le parole «TAEG 8 per cento soltanto» lampeggiavano in blu
sullo screensaver e quando scosse il mouse comparve il riquadro di login. Gironzolò nella
stanza osservando gli opuscoli, gli stili di vita che potevi comprarti con un TAEG dell’8 per
cento soltanto. La testa le faceva ancora male. L’Elastoplast a base di polimeri le prudeva nel
punto in cui teneva uniti i margini della ferita sulla guancia. Si avvicinò alla porta di vetro
smerigliato e guardò il viavai all’esterno. La porta oltre cui era scomparso il consulente. Ci stava
mettendo tanto. Tornò a sedersi e cercò di non innervosirsi. Si premette le dita contro le tempie
con forza per controllare il mal di testa.
«Eccomi.»
Il consulente era sulla soglia. Le rivolse un breve sorriso e chiuse la porta. Adesso non era
più così cordiale. Posò la cartellina, si sedette alla scrivania, si mise comodo e fece il login. Il
computer si rianimò illuminandosi. L’uomo prese a digitare dei numeri.
«Ha intenzione di torturarmi?»
Alzò lo sguardo. «Prego?»
«Per favore, non mi torturi. Se la risposta è no, me lo dica e basta. Avrò quel prestito?»
«Certo che lo avrà.»
«Certo che lo avrò?»

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«Nonostante tutte le storie orribili, diamo ancora prestiti, sa. E la sua proprietà è una buona
garanzia, come lo è il suo lavoro. Inoltre è cliente da dodici anni. In effetti, non c’è mai stato
alcun dubbio sul fatto che lo ottenesse.»
«Vuol dire che sapeva fin dall’inizio che l’avrei ottenuto?»
Il consulente la studiò al di sopra degli occhiali, come se prima non l’avesse guardata bene,
poi tornò al computer: premette un tasto e stampò un foglio. Fece un paio di croci su di esso e
glielo porse. «Firmi qui e qui.»
Lei lo fece e glielo restituì.
«Benissimo.» Rimise il cappuccio alla penna. «I fondi potranno essere ritirati tra
ventiquattr’ore.»
«Ventiquattro…»
«Sì.»
«Ma è un giorno.»
L’uomo guardò l’orologio. «Domani all’ora di pranzo.»
«Non va bene. Devo portar via ora il denaro con me.» Tacque. «Ok, cerchiamo un altro
prestito. Uno che mi permetta di andarmene con i soldi ora. Possiamo compilare in fretta i
moduli.»
«Non c’è nessun prestito tra le proposte che le permetta di andarsene oggi con i soldi.»
«Deve esserci. Guardi tutti quei prodotti. Non m’importa che interesse chiediate… non
m’importa affatto. Come ha detto, sono cliente da dodici anni. Ho buone garanzie. Ci dev’essere
un prestito che posso…» S’interruppe. Il consulente la stava fissando, spostando lo sguardo
dalla cicatrice sulla guancia, al badge della polizia alle sue mani. Flea si accorse di essersi quasi
alzata e di reggersi sui braccioli. Lui inarcò le sopracciglia e guardò il pulsante antipanico.
«Era solo un test», disse Flea sospirando e sedendosi. «Solo un test», aggiunse con un
sorriso stanco.

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«Allora?» Steve Lindermilk è seduto sul divano. Le portefinestre sono aperte. È un bel
pomeriggio e in giardino le azalee rosa sono in fiore. Accanto al gomito ha un bicchiere di rum
e Coca ma non l’ha toccato. «Per cosa volevi vedermi?»
Ruth sorride al figlio. Steve indossa jeans e scarpe da ginnastica. Una maglietta della Umbro
con un cordoncino sulle maniche. Ha le sue stesse gambe forti. E il suo naso. In lui non c’è
molto dei Lindermilk. Non ha per nulla la faccia rincagnata come Sue. «C’era un problema,
tesoro, ma adesso è risolto. Volevo solo vederti.» Solleva il bicchiere nella sua direzione come
se fosse un’occasione speciale e desiderasse brindare a lui. Oggi pomeriggio si sente bene:
un’ora fa soltanto ha parlato al telefono con Miss IP, l’investigatrice privata. Miss IP forse non
sa vestirsi da donna, ma almeno ha la testa sulle spalle. Ha trovato i soldi. Glieli consegnerà
domani pomeriggio. «Volevo solo vedere il mio bel ragazzo. Il mio bellissimo ragazzo.»
Lui le rivolge un flebile sorriso. Incrocia e disincrocia le gambe. Guarda il drink che Ruth
ha in mano e il gatto multicolore steso sulla schiena ai suoi piedi.
«Vedo che hai un altro gatto.»
«Due, tesoro.»
Steve sospira. «Altri due?»
«Non fare così. Sarebbero finiti in un gattile. Cos’avrei dovuto fare?»
«Potevi sempre dire di no.»
«Tu sarai anche capace di essere duro, Stevie, io no. Mai.» Tamburella le dita sul bicchiere.
«Non ti metterai a parlare come loro, vero? Non vorrai unirti ai miei nemici?»
«Mamma, c’è un modo semplice per risolverla. Metti via il cannocchiale. È quello che li fa
incazzare.»
«No, non lo porterò in casa. Se sanno che guardo, forse guideranno più piano.»
«Dallo a me. Lo terrò al sicuro.»
«Non vale niente, Stevie.»
«Non mi interessa il suo valore, mi interessa quello che pensano. E per l’amor di Dio,
mamma, smetti di scattare foto. Non voglio che si ripeta quello che è successo l’ultima volta.»
Sposta lo sguardo sulle fotografie dei gabbiani, dei gatti e delle urie. Dei delfini. Delle splendide
creature di quel pianeta. Si alza e si avvicina al computer. Passa in rassegna le foto dei vicini in
macchina che Ruth ha scattato di mattina. «Voglio dire, guarda qui. Pensano che li spii.»
«Be’, è così. Devo farlo. Sono gli innocenti del mondo che cerco di proteggere, Stevie,
quelli che non hanno mai fatto alcun male. Ma tu da che parte stai?»
«Dalla tua. Ovviamente sto dalla tua, e così sempre sarà. Ma mamma, questo posto è un
macello. E più foto scatti, più porcherie accumuli, più la gente penserà che sei fuori di testa.
Fammi solo un favore. Smetti di scattare foto, mamma. Porta dentro il cannocchiale. E quei
gatti di pietra sul tetto devono sparire. Sono imbarazzanti.»
«Mi piacciono.»
«A te sì ma al resto del paese no, vero? Sembra la sinistra casa di marzapane di Hansel e
Gretel. Smetti solo di scattare foto. E butta quelle che hai.»

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Ruth si tamburella un dito sul dente, quello scheggiato, e lo osserva pensierosa. «Metto in
imbarazzo anche te, Stevie?»
L’uomo posa il drink. Sembra a disagio. «Ovviamente no», bofonchia.
«Cos’ha che non va il tuo drink, piccolo? Non ti piace?»
«No. Devo guidare.»
«Un bicchiere non ti farà niente. Quando hanno fermato tuo zio, aveva tre pinte e mezza
bottiglia di vino in corpo ed è risultato negativo.»
«Grazie, mamma, ma no.»
«Sei un bravo ragazzo, Stevie. Un bravo ragazzo.»
«Sì.»
Ruth si rosicchia le unghie e guarda la televisione. EastEnders, con il volume abbassato.
Comincia a sentire caldo per l’alcol. Interessante come l’investigatrice privata abbia trovato i
soldi così in fretta, pensa, senza storie. L’intera somma. Si domanda chi sia la cliente
dell’investigatrice, perché sente odore di altri soldi attorno a quella gallina dalle uova d’oro.
Domani mattina ha appuntamento con il chirurgo. Domani mattina presto. Se vorrà i soldi per
l’intervento in anticipo, prenderà i quindicimila dall’investigatrice privata e chiuderà lì la
faccenda. Se sarà disposto ad aspettare, avrà il tempo di spostare i paletti un po’ più in là.
Rifiuterà i quindicimila quando Miss IP arriverà all’ora di pranzo e ne chiederà un po’ di più.
Si studia le unghie rosicchiate. Spinge indietro una cuticola e allunga la mano per osservare
la luce riflessa sullo smalto. «Stevie? Sai perché ti ho chiesto di venire qui oggi?»
«Immaginavo che non fosse solo perché volevi vedermi.»
«Hai ragione. Ti avevo chiesto di venire qui perché volevo farti un bel regalo.» Gli sorride,
riservata. «Una cosa bella, Stevie. Molto presto. Ti prenderò una… una Porsche. No… quanto
costa una Porsche? Forse qualcosa…» Batte le palpebre. «Quanto costa una Porsche?»
«Non lo so. Ottantamila, direi. Se la prendi nuova.»
«Qualcosa di simile a una Porsche. Altrettanto buono. Nero, con i finestrini oscurati. Uno di
quei SUV che ti piacciono.»
«No. Tranquilla, mamma. Risparmia i soldi per te.»
Lei si allunga e gli preme delicatamente le unghie nel braccio. «Sono ben messa per quanto
riguarda i soldi. Mi vedrai, Stevie, un giorno tra non molto, mi vedrai e sarai molto, molto fiero
di me.»

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Era una sera fresca, senza più alcuna traccia della calura del giorno trascorso. Flea indossava un
completo top e pantaloncini Powerlite e corse per due ore lungo le stradine che serpeggiavano
pigramente tra le colline a nord di Bath. In passato, prima dell’incidente di mamma e papà,
aveva avuto dei ragazzi, e anche parecchi. Uno era un ex marine che aveva fatto l’istruttore a
Quantico: andavano spesso a correre insieme. Le aveva insegnato la tecnica Fartlek e lei la
usava ancora: una corsa veloce per due chilometri, seguita da una camminata di cinque minuti e
infine da una corsa lunga, a grandi falcate, a un passo comodo, inframmezzata da scatti di
sessanta metri ogni trecento. Dopo dieci scatti controllava la frequenza cardiaca: centosettantatré
in media. Ben oltre il range, ma di quello aveva bisogno.
Dopo novanta minuti calcolò di aver già superato la soglia del lattato una ventina di volte.
Sarebbe dovuta passare al defaticamento, mollare un po’ il ritmo e tornare a casa correndo a
passo lento, ma non lo fece. Continuò a tirare al massimo, a calcare le stradine finché il sole
sparì dietro Bristol e le ombre si allungarono nei campi, finché le gambe non le tremarono.
Corse finché l’unica cosa che avvertì fu una tristezza residua, un dolore localizzato più o meno
dietro i polmoni, riguardante suo fratello.
Sulla via di casa, un tratto di strada stretta fiancheggiato da alberi, con una piccola sbarra e
campi per i cavalli alla sua destra, credette di scorgere qualcosa all’ingresso dell’abitazione.
Aveva le dimensioni di un animale. Forse era un grosso cane seduto sulle zampe posteriori a
guardare la stradina buia nella sua direzione. Rallentò e socchiuse gli occhi. Qualsiasi cosa
fosse, era sparito. Dovevano essere state le ombre a giocarle uno scherzo. Non c’era niente, solo
il tronco lungo e dritto dell’eucalipto dei vicini sul bordo del vialetto.
Trotterellò fin lì e controllò brevemente nei paraggi cercando qualsiasi cosa di anomalo.
Quel posto era deserto. Il giardino era silenzioso. Ormai era quasi buio, c’era solo una vaga luce
giallognola proveniente dalle finestre degli Oscar, in alto nel muro.
Fece per aprire la porta ma si bloccò per qualche istante con il sudore che le colava addosso
e la mente all’opera. Estrasse la chiave dalla porta e si spostò di un paio di metri lungo il muro,
fino al punto in cui il glicine vi si arrampicava con i suoi grossi rami.
La famiglia aveva da anni l’abitudine di lasciare una chiave di riserva su un chiodo sotto il
glicine, per emergenza. Era nascosta dietro il tronco robusto, perciò anche d’inverno era visibile
solo agli iniziati. Scostò le foglie e controllò attentamente. Era appesa là, come sempre: un po’
arrugginita e completamente nascosta. Non c’era niente di diverso, ne era sicura. Niente di
strano. Niente di irregolare.
Si girò lentamente osservando gli alberi immobili, il disco freddo della luna che stava
sorgendo in cielo, i rami sottili come filigrana stagliati contro di essa, simili a un disegno di
Halloween. Ripensò a quel paio di piedi umani che erano scomparsi sopra di lei tra le bolle. A
Caffery: Ti sei mai chiesta se quel giorno ci sia sfuggito qualcuno? Quando siamo entrati in
quella casa.
Dopo l’irruzione nella casa dell’Operazione Norvegia, Wellard aveva detto di «essersi sentito
osservato» quand’era uscito dall’edificio. «Osservato» era la parola giusta. Così si erano sentiti

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tutti. E quella sera, rientrata a casa a intervento concluso, aveva avuto per un istante la
sensazione che qualcosa nell’arresto non fosse andato nel verso giusto.
Tolse la chiave dal muro, se la mise in tasca ed entrò. L’atrio vuoto era fresco, c’era solo una
falena che sbatteva contro la luce del soffitto. «Ehilà?» disse. «Ehilà?»
Accese le luci in tutte le stanze del pianterreno, andò in garage e restò a lungo a fissare la
sagoma nella vasca, i punti in cui la plastica sporgeva dal bordo. Era passata prima di andare a
correre. Aveva tolto l’acqua e sostituito il ghiaccio. Da allora nulla era stato spostato. Nulla.
Andò in cucina e guardò gli oggetti sulla mensola: le pentole e le padelle di sua madre, la
vecchia cassaforte del padre che nessuno era in grado di aprire e conteneva Dio solo sa cosa.
Prese la chiave dalla tasca e la posò sul caminetto. C’erano solo due persone che sapevano dove
venisse conservata: una era Kaiser, l’amico di suo padre, l’altra… be’, era Thom.
Da qualche parte sopra di lei, in una delle camere, sentì un lieve cigolio. Alzò il viso verso il
soffitto con gli occhi che le lacrimavano un po’. L’acqua calda arrivava alle sei ogni sera. A
volte i tubi avevano vita loro. Facevano gemere e cigolare la vecchia casa.
Andò in corridoio. La luna era sorta e la sua luce entrava dalla porta posteriore, costituita in
parte di vetro, rendendo luminescenti, metallici, i contorni di ogni cosa: della passatoia, delle
assi lucide del pavimento ai suoi lati, del portaombrelli, del vecchio specchio inciso ai piedi
delle scale. I suoi stivali di gomma attendevano pazienti accanto alla porta sul retro, come se
qualcuno se li fosse appena tolti. Sembravano distanti chilometri. Sembrava che il corridoio si
fosse allungato furtivamente mentre era in cucina.
Il portaombrelli non conteneva ombrelli ma era pieno di cianfrusaglie: un bastone da caccia,
un vecchio guinzaglio di un cane morto da tempo, un bastone animato in legno di Malacca che
papà aveva portato dalla Polonia anni prima. Con gli occhi fissi sulle scale, su quel buco nero
che era il pianerottolo, si avvicinò al portaombrelli e armeggiò senza far rumore per sfilare la
spada dal bastone. La tenne davanti a sé e salì le scale. Le assi scricchiolavano sotto i suoi piedi.
Il pianerottolo era buio. Percorse il corridoio con il suo pavimento sconnesso e il soffitto
basso. Entrò nelle camere, svelta e silenziosa, come prescritto dall’addestramento in caso di
perlustrazioni: la stanza sua, quella di mamma e papà, con le lenzuola ammucchiate per terra
perché non aveva ancora trovato il coraggio di toglierle. Là papà aveva preso a schiaffi Thom
quel giorno. Le due stanze libere in fondo. Erano tutte vuote. Là non c’era nessuno tranne lei e
la pompa dell’acqua calda.
Si sedette sul gradino in alto, pescò il telefono dalla tasca e compose il numero di Jack
Caffery.
«Sto guidando», le disse. «Ti metto in viva voce.» Seguirono un attimo di silenzio e uno
scatto. Poi Flea udì il rumore attutito e la vibrazione dell’auto che viaggiava a più di cento
all’ora da qualche parte là fuori, nella sera. «Che succede?»
«Lo hai mai trovato?»
«Chi?»
Flea si sfregò le gambe cercando di attenuare la pelle d’oca. «Quell’essere che cercavi, il
Tokoloshe.»
«Credevi che fossi pazzo ma salta fuori che non è così. Quel giorno c’era qualcun altro nella
casa. Qualcuno che è fuggito. Si chiama Amos Chipeta, è un clandestino.»
«Quanti anni ha? Non può essere un adulto. Un adulto non sarebbe mai passato da quella
finestra.»
«Ma qualcuno con un difetto congenito sì. Hai mai sentito parlare di displasia ossea?»

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Lei si massaggiò le tempie e nella sua testa iniziarono a scorrere alcune immagini. In un
libro sulle superstizioni africane che aveva letto durante l’Operazione Norvegia c’era una
descrizione del Tokoloshe e, quando la sovrappose mentalmente alle figure che aveva visto ogni
tanto nei testi di medicina, capì a cosa si riferisse Caffery. «No», mormorò. «Ma posso
immaginare.»
«Questo sì che ti piacerà. Ricordi la storia dell’apnea? Amos ha iniziato così, immergendosi
sui relitti. E ha finito per occuparsi di muti e per insegnare ai nostri delinquenti a fare a pezzi i
corpi. Proprio un bel CV.»
«Gesù», mormorò Flea pensando ai due piedi nell’acqua. Si era dimostrata così scettica a
proposito di quei cinquanta metri ma alcuni dei migliori apneisti del mondo avevano
cominciato proprio immergendosi sui relitti. Poi pensò alla chiave di riserva sulla mensola del
caminetto di sotto. Amos Chipeta insegnava alla banda dell’Operazione Norvegia a fare a pezzi i
cadaveri. Cosa avrebbe potuto fare con quello in garage? «Che sta facendo la MCIU al
riguardo? Dov’è quel tizio?»
Ci fu un attimo di silenzio. «Non lo sappiamo.»
«Vuoi dire che è là fuori?»
«Sì. Si nasconde da qualche parte. Probabilmente vive all’aperto. Non lo sappiamo.»
«È… quando dici che fa a pezzi i cadaveri, non intendi che sia pericoloso?»
«Pericoloso?» Ci fu un altro silenzio, contrassegnato dalla vibrazione sorda dell’auto che
correva nella sera. «Non so nemmeno questo ma penso…» Caffery s’interruppe.
«Sì», sussurrò lei con le braccia ormai gelide. «Pensi…?»
«Il Tor», rispose distante. «Il maledetto Tor.»
«Cosa?»
«Niente», bofonchiò. «Niente.»
Prima che potesse rispondergli, lui riagganciò. Flea rimase con il cellulare in mano mentre la
luce dello schermo svaniva, il rumore della sua macchina ancora nelle orecchie.
Restò seduta là a lungo a fissare il telefono, il corpo gelato. Un clandestino? Là fuori nella
sera da qualche parte? Che strisciava tra le siepi e nei boschi?
Si alzò e si fece coraggio prima di tornare in garage a controllare il corpo di Misty Kitson.
Fu allora che iniziarono a bussare alla porta posteriore.

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Gli ultimi, sporadici incontri che Caffery aveva avuto con Flea non erano stati propriamente
duelli all’ultimo sangue, ma nemmeno amichevoli. Perciò fu una sorpresa, una scomoda
sorpresa, sentire la sua voce. In circostanze diverse avrebbe forse sfruttato l’occasione per
buttarsi e scavare un po’ per capire perché si comportasse in modo così maledettamente strano,
poi tuttavia gli balzò in mente l’immagine del Tor ed ebbe un’illuminazione che cancellò
completamente quel pensiero. Era sulla corsia di sorpasso della M5 quando accadde, con una
Golf GTI modificata attaccata al culo. Chiuse la telefonata e rallentò tanto in fretta che il
guidatore dietro gli mostrò il dito.
Erano quasi le dieci. Aveva passato metà della serata a cercare di capire chi stesse
frequentando Lucy, chi fosse il padre del bambino e che fine avesse fatto quest’ultimo. Aveva
ottenuto il mandato per la banca già quel mattino, poi era tornato a interrogare gli amici e il
medico generico di Lucy e si era procurato un secondo mandato firmato dal magistrato per tutti
i reparti locali di maternità, in modo che gli dessero i verbali degli ultimi venti mesi. Aveva fatto
tutto quello che era in suo potere. Alle dieci e mezzo, sconfitto e a mani vuote, aveva lasciato
l’ufficio.
Mollò il telefono e si spostò nella corsia centrale ignorando l’Audi e i gestacci. Glastonbury
Tor. La forma, simile a un pudding alto, gli era rimasta impressa nella mente da un paio di
giorni, pur relegata in un angolo. Solo ora, tuttavia, comprese. Raddrizzò l’auto nella corsia
centrale mantenendosi sui centoventi e stringendo il volante. Vedeva il proprietario del
capannone pieno di vecchi oggetti, James Pooley, che osservava i fermacarte, che imitava la
forma del Tor con le mani.
Si possono allineare così, magari sul davanzale, aveva detto. Per esempio, se fuori dalla
finestra ci fosse qualcosa su cui si volesse attirare l’attenzione.
Per quello non aveva le ricevute. Lucy non aveva pagato quegli oggetti. E gli altri fermacarte
che aveva tirato fuori, comprati perché a Lucy sarebbe piaciuto il colore, avevano esattamente la
stessa tonalità di blu dei suoi quadri. Come faceva Pooley a sapere che le piaceva quel colore se
non era mai stato in camera sua e non aveva visto i suoi dipinti? Come faceva a sapere che dalla
finestra del suo studio si vedeva il Tor? Soprattutto visto che era così riservata su quella stanza.
Erano cose che venivano fuori spontaneamente in un discorso? Non lo credeva proprio. Pensò
che fosse stato Pooley a realizzare quel video di Lucy nello studio.
Chiamò il responsabile della scena del crimine che aveva ispezionato l’appartamento di
Susan Hopkins ma aveva il telefono spento, perciò lasciò un messaggio: «Mi stavo chiedendo se
ci siano degli oggetti antichi nell’appartamento di Hopkins o dei fermacarte. Il nome
’Emporium’ è saltato fuori qualche volta? Mi chiami ASAP se può, amico mio. Anche se riceve
questo messaggio alle due».
Poi chiamò un addetto ai database per fare un controllo su James Pooley ma l’uomo risultò
pulito. Da una verifica delle liste elettorali emersero tre James Pooley: due nel Wiltshire e uno
nel Somerset. Tutti e tre erano almeno a un’ora e mezzo di strada. Poi, mentre stava decidendo
da chi andare per primo, si accorse che stava superando l’uscita della circonvallazione per

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Brislington. Mise la freccia a sinistra, lasciò l’autostrada e imboccò il ponte. Tenendo
saldamente il volante, puntò a sud sulla strada vuota.
La piccola zona industriale aveva un sorvegliante in una guardiola all’ingresso. Era
profondamente addormentato con una copia del Mirror aperta sul ventre. Caffery dovette
pestare sulla guardiola per svegliarlo. L’uomo non era evidentemente ansioso di tenersi quel
lavoro perché lo fece entrare senza obiezioni, e malgrado avesse visto il distintivo e sapesse che
era della polizia, quando Caffery varcò l’ingresso, non si curò di tenerlo d’occhio e tornò a
dormire.
In fondo al complesso la prima cosa che Caffery notò fu che le grandi porte scorrevoli
dell’hangar dell’Emporium erano aperte. Strano a quell’ora della notte, anche con la guardia
presente. Spense il motore e abbassò il finestrino. Non c’erano luci elettriche, solo quella
lattiginosa di Bristol diffusa dalle nubi, che ammantava tutto di un color grigio fumo uniforme.
Distingueva a malapena le sagome spettrali delle cianfrusaglie ammucchiate contro i muri
all’interno dell’hangar. C’erano due auto parcheggiate a circa cinque metri di distanza, con il
muso rivolto verso di lui. Si stava chiedendo se richiamare l’addetto ai database per controllare
le targhe quando dall’hangar provenne un rumore che lo spaventò.
Si chinò e aprì lo scomparto del cruscotto. La pistola, quella sfavillante come un gioiello,
era là, infilata sotto una cartina e due buste di tabacco. Non andava usata. La guardò per
qualche istante, poi richiuse lo scomparto e si tastò la tasca per verificare di avere il manganello
ASP e lo spray al peperoncino. Scese dall’auto, chiuse silenziosamente la portiera e si avvicinò
alla porta rapido e in silenzio, fermandosi leggermente di lato in modo da non essere visto
dall’interno. Là il rumore era più forte ma, per quanto si sforzasse, non riuscì a identificarlo.
Forse era un animale, una volpe ferita che ansimava. O un bambino che piagnucolava.
Pensò che avrebbe dovuto annunciarsi. Bisognava avvertire gli altri che eri della polizia e
che stavi arrivando. Dar loro una possibilità. Una possibilità di fare che? Di non farsi prendere
dal panico? Di non sparare? O semplicemente di scappare? Scostò la giacca dalla radio fissata
alla tasca sul petto per poter premere il pulsante rosso delle emergenze in caso di necessità, poi
sgattaiolò nell’hangar.
Quel posto era più alto di quanto ricordasse, e più buio. Nella semioscurità percepì la
presenza di enormi volte sopra di lui. Da dietro arrivava la debole luce della città e davanti,
dalle finestre dell’ufficio di vetro, filtrava il bagliore azzurrognolo di un computer o di un fax.
Si fermò nel punto in cui ricordava di aver visto la cliente con il lampadario di cristallo. In piedi
accanto a una panca bassa di quercia, con una mano sullo spray e l’altra sulla panca stessa per
mantenere l’equilibrio, reclinò la testa per concentrarsi sul rumore. Sembrava arrivare da tutte le
direzioni e da nessuna: era come se echeggiasse contro le travi del tetto. Cos’era? Gli faceva
accapponare la pelle perché era sicuro di una cosa: era prodotto da qualcosa di vivo.
C’era anche un odore. Vecchio e indefinito ma familiare. Cercò di identificarlo, poi
comprese che arrivava dalla panca a cui era appoggiato. Si girò lentamente. Una parte di lui non
voleva vedere; sollevò le dita e se le sfregò. Erano sporche di qualcosa. Le avvicinò al naso e le
annusò. L’odore gli suscitò un sospetto raggelante. Quello era grasso. Grasso animale.
Si ricordò la panca dal giorno prima. Una panca logora con una lama verticale, alta circa un
metro e venti, con una sospensione cardanica all’estremità. Un tempo i conciatori la usavano
per trattare le pelli. Per ammorbidirle. Ci si sedevano sopra e le lavoravano con la lama. Erano
pelli di animali grandi come cervi o alci. O anche piccoli come un cane.
Il rumore cessò. Si girò verso l’oscurità, sfiorando leggermente l’ASP con le dita. Andiamo
fuori, avrebbe voluto dire. Andiamo fuori dove c’è un po’ più di luce, dove c’è la mia auto in

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attesa e so di poter avere un segnale su questa radio di merda. Invece mantenne la voce bassa e
calma. «Dovremmo parlare», mormorò. «Perché non accendiamo le luci e facciamo due
chiacchiere?»
Ci fu silenzio. Un gruppo di pipistrelli svolazzò tra i puntoni in alto e Caffery si sentì
avvolgere dal loro stridio.
«Dove sei?»
Pensò alla cliente svaporata, che esaminava proterva i cristalli del lampadario. Ricordò lo
sguardo ottuso, vacuo nei suoi occhi. Pensò alla pistola nel vano del cruscotto.
«Ho detto: dove sei?»
Alle sue spalle si udì uno scatto e un forte rimbombo. Si girò di colpo mentre le porte
enormi si chiudevano tagliando fuori la notte e lasciandolo là al buio, in compagnia solo della
luce azzurrognola del computer e del battito sordo del suo cuore.
Prese la bomboletta e la tenne davanti a sé con il braccio rigido. Era un bene che la pistola
fosse nel vano del cruscotto perché avrebbe potuto stringere quella in mano. «Non cercare di
fregarmi», disse. «Parlo sul serio. Non cercare di fregarmi.»
L’oscurità incombeva davanti ai suoi occhi mentre muoveva lo spray in cerchio, pronto a
togliere il dispositivo di sicurezza se qualcosa gli fosse saltato addosso. Era teso e teneva le
orecchie ben ritte per captare il più piccolo rumore, il più lieve spostamento d’aria.
«Mi sto muovendo», annunciò. «Sto venendo verso la porta.»
Fece alcuni passi, poi si fermò. Con il piede aveva toccato un oggetto alto fino al ginocchio.
Mentre spostava indietro la gamba, si accorse che sulla sinistra c’era qualcosa. Qualcosa di
pallido, di spettrale, all’altezza della sua testa, lo stava osservando. Non si girò. Restò rivolto in
avanti, rabbrividendo, a studiare la sagoma con la coda dell’occhio.
Una faccia pallida, ovale lo fissava nel buio. A circa un metro. Era alto. Alto e grosso.
«Posso farti del male», mormorò. «Sono addestrato, tu no. Posso renderti le cose molto
sgradevoli, perciò vattene.»
La faccia non si mosse, continuò a fissarlo.
«Vattene, ho detto.»
Lo sconosciuto ancora non si mosse. Con il cuore che gli martellava Caffery riesaminò
mentalmente la mossa successiva, pensando alla distanza di reazione e all’effetto dello spray,
non solo sull’essere mostruoso che lo stava fissando ma anche sul suo apparato respiratorio.
Uno, due, tre, contò tra sé. Uno, due, tre, via.
«Indietro!» Si mise la mano sinistra sulla faccia e allungò la destra. Prima proteggiti gli
occhi. «Ho detto, indietro, coglione. Indietro, cazzo.»
Tre secondi di spray, poi lasciò andare il beccuccio e abbassò la mano facendo goffamente
un passo indietro e rovesciando qualcosa. Si teneva sempre l’altro braccio sulla faccia, gli occhi
socchiusi in mezzo a quella nube di sostanze chimiche. La sagoma non si era mossa. Sollevò un
poco la mano, con gli occhi che gli lacrimavano e il cuore che gli batteva basso e sordo. Era
ancora là. Una faccia liscia, immobile, con il gas che colava lentamente sulla sua superficie e
formava un rivolo in corrispondenza del mento per gocciolare poi nel nulla. Aveva gli occhi
aperti e vitrei. Non tossiva né vomitava come si era aspettato.
«Cazzo!» esclamò abbassando la testa e sputando per terra. «Cazzo.»
Era il pupazzo di un lunapark, il volto di cartapesta da bambola impassibile. Caffery si girò
verso la porta con il respiro affannoso. Allora dove diavolo era Pooley? In che corridoio si era
infilato? Dietro quale mucchio di mobili stava nascosto? La porta, pensò. Va’ alla porta. Fece un

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passo in avanti e sentì il petto sbattere contro qualcosa. Sentì un braccio stringergli il collo e una
mano afferrargli l’inguine dal basso, per immobilizzarlo e tirarlo giù.

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Sulla porta posteriore, con la mano sollevata, pronta a bussare di nuovo, c’era Katherine Oscar.
«Cazzo.» Flea mollò la spada che cadde sferragliando per terra e si appoggiò alla parete con
una mano sulla fronte. «Maledizione, non farlo mai più.»
Katherine studiò il volto esausto della vicina di casa, i capelli che le ricadevano scomposti
sulle spalle. «Accidenti! Cos’è successo?»
«Sono stanca», rispose Flea scuotendo la testa. «È stata una lunga giornata.»
Katherine sfoderò solerte un sorriso, come se non avesse sentito. Sembrava godere nel
cogliere Flea nei momenti peggiori, nell’ottenere ogni giorno qualche piccola vittoria su di lei: i
capelli non lavati, le giacche fuori moda, nessuno che la invitasse ad Ascot o Cheltenham.
Quelli erano i punti a suo vantaggio. «Come stai, Phoebe? Ma come ti trattano in quel maledetto
lavoro?»
Senza attendere risposta avanzò e allungò il collo per sbirciare al di là della porta, in
corridoio. Flea fece a sua volta un passo di lato per impedirglielo. Katherine cercava sempre di
intrufolarsi in casa per dare un’occhiata alla quantità di oggetti antichi che secondo lei i Marley
avevano accumulato nei loro viaggi. Nelle stanze di sopra c’era qualcosa: maschere africane,
bambole russe, scatole di conchiglie che il padre aveva trovato in mare a Palau, il bastone
animato, ma per il resto Katherine si sbagliava. Non c’era niente di valore.
Seguì un attimo di silenzio, poi il messaggio di Flea arrivò e Katherine indietreggiò.
«Scusami taaanto, taaanto. Che maleducata che sono. Mia madre diceva sempre che non ho
buone maniere.»
«Da quanto sei qui fuori?»
«Solo da un minuto, perché?»
«E non stavi di certo guardando dalla finestra, vero?»
«Che idea sciocca. Certo che no.»
«D’accordo, allora.» Flea posò una mano sulla porta a indicare che la conversazione era
finita. «Ti auguro una buona notte.»
«Oggi è venuto l’uomo del contatore», affermò Katherine. «Gli ho mostrato dov’è il tuo.»
Flea si accigliò. Era nel capanno in cima al vialetto. «Sei entrata nel mio capanno?»
«Sì.»
«Non ti ho mai dato il permesso.»
«Tu non c’eri. Quel poveretto continuava a suonare il campanello come un disperato.»
«Avrei potuto comunicare la lettura per telefono.»
«Cercavo solo di rendermi utile.»
«La prossima volta lascia perdere. Ci penserò io.» Flea chinò educatamente la testa e fece
per chiudere la porta. «Buonanotte, Katherine.»
«È rimasto sbalordito quando ha letto il contatore. Ha detto che era alle stelle.»
«Buonanotte, Katherine.»
«Ha detto che dovevi avere un sacco di apparecchi collegati, più del solito.»

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Flea si bloccò con la porta semichiusa. Il vetro scomponeva in tanti cerchi concentrici il
volto scolpito di Katherine. Ci fu qualche istante di silenzio, poi Flea la riaprì. Sapeva di avere
la faccia impietrita. Sentiva che il sangue aveva smesso di scorrerle sotto la pelle. Si era fermato
ed era diventato blu dal freddo. «Scusa?»
«Ha detto…» Katherine guardò dietro di sé il vialetto di ghiaia deserto, i cespugli
ornamentali che gettavano ombre irregolari sull’erba, come se anche lei sospettasse che
qualcuno le stesse osservando. «Ha detto che qualcosa in casa tua sta consumando molta
elettricità. Che non ha mai visto una cosa del genere.» Lasciò vagare lo sguardo verso il garage
con la carta marrone alle finestre. «Ha detto che dovresti fare un controllo.»
Flea chiuse gli occhi e li riaprì lentamente. Il gelido pungolo della paura era tornato, lo
sentiva giù nel ventre. «Che vuoi dire?» chiese con calma.
«Niente. Sono venuta solo a riferirti cos’è successo. E per chiederti se avessi ripensato a…»
«No», ribatté, glaciale. «Non ci ho ripensato. Non ho cambiato idea e non la cambierò. Ora,
buonanotte.»
Katherine fece per replicare ma poi lasciò perdere. Scrollò le spalle, si girò e si allontanò
aggraziata, con una mano leggermente sollevata, muovendo le dita.
Flea rimase sulla soglia e la guardò finché svoltò l’angolo. Poi chiuse con forza la porta,
girò la chiave e andò in garage. Tutto era come lo aveva lasciato, non c’era niente fuori posto.
Controllò la carta alle finestre e i catenacci del portone. Verificò che il corpo di Misty non fosse
stato toccato. Quando fu certa che nessuno fosse entrato là o avesse visto dentro, tornò in casa e
chiuse a chiave la porta interna.
In soggiorno prese un decanter dal vecchio scrittoio di quercia di papà e lo stappò. Quel
porto era aperto da cinque anni. Era incrostato di zucchero in cima, e quando tolse il tappo,
l’aroma ricco, natalizio per poco non la stese, pregno com’era di tutti i ricordi del padre: quando
tornava dall’università con addosso la giacca sportiva e l’odore della pioggia misto a quello di
fumo di sigaretta preso sul marciapiede della stazione, quando festeggiava brillo il Boxing Day
con un cappellino in testa, quando si addormentava sorridente sul divano. O un sabato mattina
senza pioggia nello studio, con la sua vecchia camicia Oxford e gli occhiali sulla punta del naso,
mentre rovistava tra i sassi e gridava ogni tanto in cucina: «Jill, il granito… viene dalla sorgente
carsica di Telford o da Castleton?»
Trovò un bicchiere di cristallo e lo riempì fino all’orlo buttando giù il liquido d’un fiato. Lo
riempì di nuovo e bevve ancora. Si sedette per terra cingendosi con le braccia.
Se fosse come il tanzaniano di Caffery, Amos Chipeta, non si scomporrebbe all’idea di
avere il corpo di Misty in garage. Saprebbe cosa fare: lo troverebbe normale. Ma quella
situazione non era affatto normale, e lei non poteva essere padrona di sé, ragionevole e calma al
riguardo, non più. Non da quando Thom l’aveva tradita.
Guardò l’orologio. Le undici. Ancora tredici ore e avrebbe avuto i soldi. E la foto di Thom.
Quello che avrebbe fatto dopo, nessuno lo sapeva.

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«Per poco non la ammazzavo, cazzo!» Pooley scosse furiosamente Caffery facendogli affluire
tutto il sangue alla testa, tanto che il viso gli si gonfiò. Erano sul pavimento dov’erano rotolati,
la testa contro un baule da piroscafo. Pooley lo teneva per il colletto e Caffery ne sentiva l’alito
pesante sulla faccia. «Mi ha sentito? Avrei potuto ammazzarla.»
Caffery aveva un male cane all’inguine, là dove Pooley gli aveva stretto le palle per tirarlo
giù. Non riusciva quasi a respirare ma tastò alla cieca in tasca in cerca dell’ASP. Proprio mentre
si stava preparando a usarlo, Pooley scagliò il detective contro il baule, si scostò rapido e crollò
in posizione seduta, appoggiato a una serie di porte vittoriane di vetro colorato. Caffery si
raggomitolò cercando di respirare.
«Cosa fa qui?» Pooley sputò per terra. «Come ha fatto a superare la guardia?»
Caffery armeggiò per rimettere il manganello in tasca e si prese qualche istante per
riprendersi. Si mise lentamente a sedere allentandosi camicia e cravatta. Nei punti in cui il
tessuto gli si era conficcato nella carne, il collo era gonfio, escoriato. Quando deglutì, sentì il
pomo d’Adamo duro e dolente. «Con quello», rispose indicando con un cenno il distintivo che
gli era caduto dalla tasca della camicia e giaceva a circa un metro di distanza sul pavimento
liscio di cemento. «La mia carta ’esci di prigione’.» Deglutì di nuovo e si sfregò la gola. «Perché
questo approccio da vigilante?»
«Credevo fosse un ladro. La scorsa settimana sono entrati.»
«E che mi dice di quella… panca di tortura laggiù? Cosa stava facendo?»
Pooley guardò nella direzione indicata. «La panca da conciatore?»
«Dove l’ha presa?»
Lui allargò stancamente le mani, come se fosse un fatto irrilevante. «In una conceria.
Perché?» Mosse un po’ la testa e ora, nella luce azzurrognola del computer dell’ufficio, Caffery
notò che aveva la faccia bagnata. Stava piangendo. Ecco la ragione di quel rumore sinistro,
simile all’ansito di un animale.
Recuperò il distintivo e se lo rimise in tasca. «Perché sta piangendo? Per Lucy? La
conosceva meglio di quanto ha dichiarato, vero?»
Lui scosse la testa. «Cazzo… oh cazzo.»
«Ho ragione, è così?»
«Mi manca… mi manca tanto… non ho mai fatto il massimo per lei, mai. Se me ne fossi
andato, avrei spinto Jane oltre il limite.»
«Jane? Sua moglie?»
«L’ha vista.»
«Sua moglie? Ieri? Con il lampadario?»
«Non sta bene.»
Caffery sbuffò. Puoi ben dirlo, cazzo, pensò. Si tastò le tasche in cerca della busta di
tabacco che si portava sempre dietro. ’fanculo alle Nicorette e alle buone intenzioni! A volte
dovevi metterti in corpo una buona dose di nicotina. «Da quanto frequentava Lucy?»
«Da due anni. Da quando Colin, quel bastardo l’aveva lasciata.»

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Caffery si rollò la sigaretta e inumidì la striscia gommata della cartina con la lingua. «Ogni
tanto la vedeva?»
«Un paio di volte alla settimana.»
«Quando sua moglie non c’era?»
«Quando andava dai suoi.»
«E i sex toy?»
«Erano un piacere puramente estetico.»
«Davvero?»
«Davvero. Li trovava graziosi, nient’altro. Però il suo ex, Colin, non lo ha mai accettato.
Mai.»
«Sì, lo so.» Caffery torse l’estremità della sigaretta e cercò l’accendino in tasca. «Allora. Lei
era l’unico per Lucy?»
Pooley sollevò il mento e lo fissò con durezza.
«Non c’è bisogno che mi guardi così: se vedi una donna un paio di volte la settimana, non
presumi che resti ad aspettarti mentre te ne stai a casa a giocare alla famiglia felice.» Caffery si
accese la sigaretta e lo studiò socchiudendo gli occhi per guardarlo meglio al di là del fumo.
«Sto solo cercando di capire se sia lei il padre del bambino.»
«Del b…?» Pooley strabuzzò gli occhi, e si accigliò. «Quale bambino?»
«Non faccia il finto tonto. A un certo punto negli ultimi due anni Lucy Mahoney ha avuto
un bambino. Che fine ha fatto?»
Pooley lasciò cadere mollemente le braccia. «No», mormorò con un tono un po’ spaventato
e un po’ confuso. «No. Si sbaglia. Non c’è mai stato un bambino.»
Caffery lo squadrò. Quell’uomo stava recitando alla grande. «No, non ci casco. Non puoi
far svanire un bambino nel nulla.»
«Non è andata così», replicò lui. «Sul serio. Non so di cosa stia parlando ma Lucy, la mia
Lucy, non ha mai avuto un bambino.»

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La telefonata arrivò poco prima delle preghiere del mattino. Una delle infermiere che avevano
lavorato con Susan Hopkins alla clinica Rothersfield aveva trascorso la notte con il fidanzato
tenendo il cellulare spento. Aveva saputo della morte di Susan appena arrivata al lavoro, il
mattino, e aveva chiamato il 999 perché riteneva di sapere qualcosa di cui la polizia non era a
conoscenza e di cui nessun dipendente interrogato il giorno prima poteva essere al corrente. La
centrale operativa le disse di aspettare alla clinica. Avrebbero mandato qualcuno.
Beatrice Foxton viveva a pochi chilometri soltanto dalla Rothersfield. Quando Caffery le
telefonò e le disse che dovevano parlare, lei rispose che era comunque l’ora della passeggiata
dei cani. C’erano dei campi attorno alla clinica, quindi perché non incontrarsi là?
Rimasero a parlare nel sole del mattino guardando i cani correre attorno a loro in cerchio.
Caffery stava di nuovo fumando, le spalle curve, una certa tensione nelle braccia e nel collo.
«Lucy Mahoney.»
«Che c’è?» Beatrice portava abiti estivi, una camicetta di lino bianco, un paio di pantaloni ed
espadrillas di tela. Sulla mano destra indossava un assurdo guanto logoro da giardinaggio per
lanciare la palla da tennis ai cani.
«Lucy si era sottoposta a un’addominoplastica.» Guardò il viale che conduceva alla clinica, i
prati ben tagliati, le siepi di bosso, i colonnati e le auto costose nel parcheggio. Lì dovevano
essere finite le sue settemila sterline. James Pooley non aveva parlato volentieri dell’operazione.
Lucy non voleva che lo si sapesse, aveva detto, e lui non vedeva perché non dovesse tutelarne
la privacy anche dopo la morte. Però rivelò a Caffery dove l’avesse fatta: alla clinica
Rothersfield. Lo stesso posto in cui lavorava Susan Hopkins quando era morta. Qualsiasi cosa
legasse Lucy Mahoney a Susan Hopkins, era successo laggiù, in fondo a quel viale. Caffery
però ancora non sapeva di che si trattasse. «Un intervento di riduzione della pancia. Due anni
fa, così sostiene la sua amica.»
«Lo so.»
«Lo immaginavo», rispose lui con un sospiro.
«La cicatrice simile a quella di un cesareo. Ricordi? Dopo che te ne sei andato, l’ho aperta e
ho visto che l’utero non era stato toccato. GZ.»
«GZ?»
«Gravidanze zero. Non ha mai partorito e non è mai stata incinta. L’incisione non arrivava
agli strati più profondi.»
«Hai detto che era malfatta. Cosa intendevi?»
«Non era pasticciata: c’era parecchia pelle, e intendo proprio parecchia. Ma mi è sembrato
che il chirurgo abbia tagliato troppo in basso, più del necessario. Le ha portato via mezzo pube.
E le hanno praticato una simpatectomia. Dev’essere avvenuto nello stesso momento, a giudicare
dalla guarigione.»
«Una che?»
«Si è fatta tagliare il nervo simpatico. È quello che controlla il rossore e la sudorazione della
faccia. Ricordi quelle piccole incisioni sotto le braccia?»

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Caffery se le ricordava. Le due cicatrici sotto le ascelle.
«In genere le osservi in caso di biopsia polmonare videoassistita. Inserisci un tubo sottile
nella cavità toracica e grazie a esso spingi la lama giù. In questo caso però l’obiettivo erano i
nervi, non i polmoni. Molte persone se la fanno fare. Di solito il risultato è disastroso e si tenta
allora di ripristinare il tutto. E anche quest’intervento quasi sempre fallisce. Negli Stati Uniti i
chirurghi hanno capito il problema. Oggi clampano il nervo, in caso il paziente cambi idea. Noi
però siamo un po’ indietro.»
Caffery rivide il volto di Lucy nel video – Benvenuto nel mio atelier – e ricordò solo come
si toccasse il ventre. Come non arrossisse. La differenza non era dovuta a motivi spirituali o a
una maggior sicurezza di sé, ma a un’operazione. E per qualche ragione quei dettagli gli erano
sfuggiti. Fece un tiro energico. Tutto, proprio tutto quello che aveva pensato di sapere di Lucy
Mahoney prima della sua morte era sbagliato.
«Perché non…»
Beatrice alzò una mano in segno di monito. «So cos’hai intenzione di dirmi e sai cos’ho
intenzione di ribattere…»
«Che è tutto nel verbale? Che avrei dovuto leggerlo?»
«Lo hai fatto?»
«Non abbiamo parlato d’altro negli ultimi giorni. Ci sarà stato un momento in cui avrai
pensato di dirmi qualcosa.»
«Ti ho chiesto: hai letto il verbale?»
«Avresti potuto dirmelo, tutto qui. Avresti potuto dirmi qualcosa.»
«Avrei potuto dirti molte cose.» Beatrice lanciò la palla da tennis al setter che schizzò via
nell’erba, sgroppando come un cavallo. «Avrei potuto dirti che quella donna si era rotta le coste
quando aveva, non lo so, circa dodici anni. O che aveva brutti denti: quattro corone e cinque
terapie canalari. Avrei potuto dirti il colore dello smalto delle unghie dei piedi e la marca del
reggiseno. Niente di tutto ciò mi è parso rilevante, perciò l’ho messo nel verbale e non te ne ho
parlato. Un intervento di chirurgia estetica di due anni fa non correlato alla causa della morte
non è un dato da segnalare. Il mio compito è pensare alla causa del decesso, non al
comportamento ante mortem, soprattutto di due anni fa.» Fischiò al cane per richiamarlo.
«Questo, mi spiace dirlo…»
Caffery sospirò. «Sì, sì, lo so.» Schiacciò la sigaretta tra le dita e la rimise nella busta del
tabacco.
Quello era compito suo.

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«Praticherò un’incisione qui, sfrutterò il taglio cesareo, poi tirerò indietro questa parte.»
Ruth è stesa su un lettino in mutande e reggiseno. Porta sempre i sandali con i tacchi alti e
appoggia i piedi con delicatezza, per non forare il rivestimento di carta e rovinare la pelle, sotto.
La stanza è ben illuminata, ariosa, rivestita di legno, con i diplomi del chirurgo in cornice appesi
alla parete. Fuori un giardiniere sta tagliando l’erba. Non ci sono dubbi, la clinica è esclusiva,
non è quel genere di posto che ti chiede i soldi in anticipo.
«Dobbiamo esporre i muscoli qui.» Il chirurgo solleva la carne sull’addome. «Poi li unirò
così, rimuoverò un po’ di questo grasso e la pelle, qui. Quando si sveglierà, avrà un paio di
drenaggi, uno per lato. Solo per le prime quarantott’ore. A volte con un’addominoplastica
questo muscolo qui, il muscolo retto», abbassa il dito sul ventre, «può fare un po’ male, dopo.
Potrebbe anche darle un po’ di nausea, perciò le farò delle iniezioni quando sarà addormentata,
ok?»
«Benissimo.»
«Sa che sentirà un po’ di fastidio?»
Un po’ di fastidio? Lì, nella clinica Rothersfield, con il suo splendido giardino progettato da
un architetto e i fattorini con quei graziosi cappelli? Con un televisore satellitare in ogni stanza e
cocktail allo champagne nel menu se stavi abbastanza bene? Avrebbe potuto sopportarlo. Si
rimette la maglietta e lo guarda cospargersi un po’ di Spirigel sulle mani, pulirsele con un
asciugamano inamidato e tornare alla grande scrivania con il ripiano ricoperto di pelle. Il
medico non è bello, non esattamente. Ed è anche un po’ trasandato, ma probabilmente è pieno
di soldi. Proprio il tipo che le serve.
Apre la cartellina e scribacchia alcune parole con una Montblanc che gratta sul foglio. Fa
alcuni cerchi sul ventre di un disegno. Prende un foglio di carta rosa e inizia a riempirne i
riquadri.
«Fuma?»
Ruth s’infila la gonna. «No.»
«Beve?»
«Solo se mi fa compagnia.»
Lui le rivolge un sorrisetto. «Quanti bicchieri beve la settimana?»
«Non lo so. Sono una bevitrice sociale.»
«Allora dai dieci ai ventuno drink la settimana?»
«Direi di sì.»
«Vive sola?»
«Che cos’è? Un invito?»
«È una domanda seria. Dobbiamo sapere se abbia qualcuno che possa accudirla quando
verrà dimessa.»
«Sì. Voglio dire, vivo per conto mio. Ma potrei chiedere a mio figlio di venire. Sarebbe
felice di farlo.»
Si abbottona la gonna. Quell’uomo sarà anche ben foderato, ma non ha alcun senso
dell’umorismo. Scende dal lettino e si siede di fronte a lui accavallando le gambe e contraendo i

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muscoli per mettere in bella mostra i polpacci. Posa la mano sul ginocchio.
«Mia… uh… nipote lavora qui. Mi ha raccomandato di rivolgermi a lei.»
«Davvero?» Non alza lo sguardo. «Gentile da parte sua.»
«Io e lei siamo molto vicine. Mi racconta tutto. Si è confidata con me.»
«Confidata?»
Continua a scrivere. Ancora non pare interessato.
«Ha detto che lei è uno dei migliori chirurghi plastici sulla piazza.»
Al che lui solleva lo sguardo. «Grazie. Fa sempre piacere sentirlo.»
«Credo che le abbia parlato di…»
«Di uno sconto?»
Ruth espira, sollevata. «Esatto, di uno sconto. Allora glielo ha detto.»
«Sì. Se ne occuperà Marsha, la mia segretaria. Quando fisserà l’appuntamento, le spiegherà
tutto. Ho posto a fine giugno.»
Ruth socchiude gli occhi. «Quando devo pagare?»
«Marsha le spedirà la fattura.»
Ha un tuffo al cuore. Le fatture richiedono giorni, settimane. C’era tempo per spremere un
po’ di più Miss IP. «Quando?» chiede.
Il chirurgo solleva lo sguardo. «Non si preoccupi per questo», risponde. «Ci sentiremo dopo
la procedura.»

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La clinica Rothersfield non era diversa da quella di Farleigh Park Hall, pensò Caffery, con le
sale d’attesa rivestite di quercia, la scalinata di marmo e le stanze con le porte scorrevoli di vetro
che davano sugli ampi prati. Le affinità però finivano qui. Lì c’erano un servizio di portabagagli
e pasti di cinque portate illustrati su menu scritti a mano, e nessuno s’aspettava che i degenti
pulissero i bagni nell’ambito della terapia. Gli autisti attendevano nelle Mercedes e nelle Bentley
parcheggiate sul viale d’accesso che i loro ricchi datori di lavoro si riprendessero dai lifting.
L’infermiera, Darcy Lytton, lo stava aspettando in un piccolo ufficio sul retro che dava su un
knot garden, dove un paio di pazienti gironzolavano in accappatoio. Non si era ancora messa la
divisa e aveva esattamente l’aspetto disordinato di una ragazza che aveva passato la notte con il
fidanzato: portava un paio di jeans Atticus aderenti e consumati, una cintura con le borchie e
una maglietta nera con la scritta FA’ CHE NON TI UCCIDA sul petto. Anche il trucco risaliva
alla sera prima: era sbavato tra le pieghe di pelle sotto gli occhi castani. Darcy era seduta con le
mani infilate tra le ginocchia e si mordicchiava il labbro. Aveva pianto.
«Che è successo?» Balzò in piedi non appena Caffery entrò. «Si è uccisa? Ha lasciato un
biglietto?»
«Darcy?»
«Sì.»
«Sono Jack. Jack Caffery. E… sì, Susan ha lasciato un biglietto.»
Gli strinse la mano che le aveva teso. Aveva il palmo umido, freddo. «Ha detto perché? Nel
biglietto?»
«Si sieda.»
Lei obbedì. Caffery le si sedette accanto con i piedi divaricati e un ginocchio non lontano
dal suo, la testa un po’ china per poterla guardare in faccia.
«È stato un brutto colpo, vero?»
«Non è certo quello che mi aspettavo, sa, quando sono arrivata in ospedale.»
«Le va di parlare?»
«Ho già detto diverse cose… ho spiegato che…» Girò gli occhi con il trucco sbavato verso
di lui. «Continuo a pensare che avrei dovuto fare qualcosa.»
Caffery le mise una mano sulla spalla, una cosa stupida, forse, perché a rigor di termini non
si sarebbe neanche dovuto trovare là da solo con lei. Non sapevi mai di che cosa ti potesse
accusare la gente. Le ragazze dell’Europa orientale nelle carceri di Dover avevano preso
l’abitudine di aspettare d’essere sole con un poliziotto per mettersi le mani nelle mutandine e
strofinarle quindi su quelle dell’agente senza che questo neanche se ne accorgesse. Urlavano poi
all’aggressione, e chi poteva negarlo quando dai tamponi saltava fuori il DNA? Ormai i
poliziotti avevano l’ordine di andare sempre in coppia. Quella ragazza però non sembrava avere
energie nemmeno per andare in bagno da sola, figuriamoci per accusarlo di aggressione.
«Anch’io sono della polizia», disse, «ma le mie domande potrebbero essere diverse da
quelle che le hanno fatto al telefono. Le sta bene?»

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«Cosa c’era nel biglietto che ha lasciato?» Darcy si avvicinò un fazzoletto appallottolato al
naso.
«Diceva d’essere infelice. Di sentirsi abbandonata.»
«Abbandonata, no. Non ci posso credere. Aveva tantissimi amici. I suoi genitori sono in
gamba, davvero fantastici… per essere dei genitori, sa. E Paul stava tornando dalla piattaforma.
Non parlava d’altro. Ha passato gran parte della settimana a prepararsi.»
«La conosceva bene?»
«Anni fa facevamo tutto insieme. Circa sei mesi fa abbiamo avuto una piccola… non
saprei… discussione e da allora ci siamo un po’ evitate, ma non in modo drastico, sa. Per
evitare di parlarne. Ma sul lavoro socializzavamo ancora, ridevamo, spettegolavamo e cose del
genere.»
«La centrale operativa mi ha detto che l’ultima volta che l’ha vista è stato all’ora di pranzo.»
«Nello spogliatoio. Mi stavo cambiando, per incontrare il mio fidanzato. Lei stava andando
in bagno. Sono lì, mi guardo allo specchio e la vedo uscire, lavarsi le mani e… per questo sono
un po’…» Si morse il labbro. «Per questo sono a pezzi, perché credo che volesse dirmi
qualcosa e io ero di fretta e non l’ho ascoltata. Ho pensato di chiamarla più tardi, ma quando
l’ho fatto aveva il telefono spento. Non ho lasciato un messaggio.»
«Quando l’hanno trovata il telefono era spento e avevano cancellato le chiamate. Di solito lo
faceva?»
«Direi di no. Ma una cosa che so è che non spegneva mai il cellulare. Mai.»
«Allora me lo ripeta: cos’è successo nello spogliatoio?»
«Era la sua faccia. Lei…» Darcy tacque cercando il modo migliore con cui spiegarsi. «Sa
quando qualcuno vede qualcosa ma non riesce a credere a ciò che ha visto? Ha
quell’espressione, come se pensasse che gli altri potrebbero deriderlo, ma non ne è sicuro.» Si
asciugò di nuovo gli occhi. «Andavo di fretta, perciò ho guardato nello specchio e le ho detto:
’Che c’è, Suse?’ Lei scuote la testa e mi fa: ’Conosci qualche infermiera della sala di risveglio?’
’No, perché?’ ribatto io e lei: ’Mi sa che sono tutte un po’ sceme: non vedono quello che gli
succede sotto il naso’.»
Caffery inarcò le sopracciglia e Darcy annuì. «Lo so. In realtà sono io la scema perché non
le ho dato molto retta, convinta che stesse per lanciarsi in un’invettiva contro le colleghe. Poi
però dice: ’Forse sto impazzendo. Mi sembra di aver appena visto uno dei chirurghi rubare
qualcosa’.»
«Rubare cosa?»
«Non lo ha detto. Non credo fossero soldi o oggetti preziosi. È stato il modo in cui ha usato
il termine ’rubare’, come se non fosse il più adatto, ma quello più vicino a rendere l’idea. Più
tardi, quando ci ho ripensato, ho capito che qualsiasi cosa volesse dirmi fosse molto strana. Lo
aveva scritto in faccia, come se avesse visto qualcosa di orribile.»
«Da dove veniva?»
«Dalla sala operatoria.»
«Ha detto di quale chirurgo si trattasse?»
«No. Credo che quel giorno abbia lavorato con diversi chirurghi.»
Seguì un istante di silenzio. Darcy guardò Caffery senza capire l’impatto delle sue parole.
«Dio, mi dispiace!» esclamò. «Non sono stata di grande aiuto, vero?»
«Non si preoccupi», rispose lui. Dovette reprimere l’impulso di metterle di nuovo la mano
sulla spalla. «Tranquilla, davvero. È stata molto utile.»

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La direttrice della clinica non riusciva a immaginare cosa avesse inteso Susan Hopkins per
«rubare». In teoria i pazienti non tenevano nulla di valore nella sala di risveglio: tutto veniva
riposto nella cassaforte centrale al momento del ricovero, con tanto di firma. La donna mostrò a
Caffery il registro come prova. La sua giornata non stava andando esattamente come da
programma, e lui lo capiva, ma non riteneva che potesse giustificarne la scortesia. Era chiusa
come un’ostrica. E quando lui le chiese informazioni dettagliate su tutti i chirurghi con cui
Susan Hopkins aveva lavorato il giorno prima, esplose. La clinica affittava spazi e locali ai
chirurghi, nient’altro. Gli avrebbe fornito volentieri i nomi dei tre chirurghi a cui era stata
assegnata Susan Hopkins, ma assolutamente nessun particolare sugli interventi e in nessun caso
informazioni sui pazienti. Era libero di tentare la sorte con le segretarie dei chirurghi, benché,
notoriamente, fossero molto rigide al riguardo e, aggiunse, guardandolo dall’alto in basso, senza
un mandato non aveva alcuna possibilità.
I fatti tuttavia la smentirono. La segretaria che seguiva l’amministrazione di due chirurghi,
Davidson e Hunt, aveva un viso dolce. Conosceva Susan Hopkins e sapeva cosa le era
successo. Ne parlava l’intera clinica.
«Voglio dare un’occhiata ai file.»
«Non potrei.» La donna rimase in ansia sulla porta dell’ufficio, con la schiena rivolta verso
l’interno come se fosse a guardia di un tesoro. «Questo lo sa, vero? Dovrei aspettare un
mandato.»
«Susan non si è suicidata. Questo lei lo sa, vero?»
«È quello che si dice.»
«Potrebbero esserci altri casi legati alla sua morte. Capisce che intendo?»
La donna non rispose. Era così pallida che persino la bocca aveva perso ogni colore.
«Un serial killer.» Caffery le si era avvicinato per sibilare quelle parole. Erano l’elemento
risolutivo, le parole più spaventose che una donna potesse udire. «Sto dicendo che forse stiamo
parlando di un serial killer.»
La segretaria si morse il labbro e guardò in corridoio per controllare che nessuno li stesse
osservando. «Oh, cavolo.» Indietreggiò per farlo entrare. «Sto rischiando il posto, lo sa? Svelto,
chiuda la porta.»
Andò alla scrivania e si chinò sul computer, scosse il mouse e lo schermo si rianimò.
«Abbiamo problemi con il server. Devono venire i tecnici stamattina ma è ancora… Ah,
ecco. Ora, cosa devo cercare?»
«Gli elenchi di entrambi i chirurghi dall’inizio di maggio di due anni fa.» Caffery le si
accostò e la guardò scorrere il testo. «Per la precisione, un intervento di addominoplastica e uno
di simpatectomia eseguiti insieme.»
«Teniamo la documentazione fino ai cinque anni precedenti. Non si sa mai che pretese possa
avanzare la gente. Sono molto scrupolosa al riguardo. Ecco.» Smise di scorrere il testo. «Il
dottor Davidson ha effettuato un’addominoplastica il cinque, e basta. Il resto sono
rinoplastiche. Il dottor Hunt ha effettuato tre interventi correttivi il quattro: è una delle sue

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specialità, la revisione delle cicatrici. Sa, vengono qui con i disastri combinati da altri chirurghi.
È in gamba, il dottor Hunt, molto. Non ci sono simpatectomie.»
«Chi ha detto che ha eseguito l’addominoplastica?»
«Il dottor Davidson. Paul.»
«Il nome della paziente?»
«Karen Cooper.»
«Non c’è niente a nome Lucy Mahoney?»
«No.» La segretaria tamburellò la penna sul tavolo guardando lo schermo. «È tutto. I nomi
potrebbero essere falsi: la gente s’imbarazza. Non possiamo verificarlo, però gli interventi
inseriti nel sistema non lo sono. Quella è stata l’unica addominoplastica. E non c’è niente che
riguarda il nervo simpatico, né per quanto riguarda il dottor Hunt né per quanto riguarda il
dottor Davidson. Comunque, non ho mai sentito che uno dei due effettui quest’intervento. Mi
dispiace.»
Caffery si alzò e le mise un biglietto da visita sul tavolo. «Dov’è la segretaria del dottor
Gerber?»
«In fondo al corridoio. Là dentro ce ne sono tre. Deve rivolgersi a Marsha. Se si perde,
segua la corrente gelida.»
«La corrente gelida?»
«È solo una battuta un po’ cattiva. Dico solo: buona fortuna a entrare nel regno di Marsha
senza un mandato e chiederle di dare un’occhiata ai file del dottore. Capisce cosa intendo?»
«Non è una persona particolarmente disponibile?»
«Mi vengono in mente le parole ’sangue’ e ’rapa’. Oppure ’Crudelia’.»
«Grazie per la dritta», replicò Caffery.

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C’erano tre postazioni nell’ufficio, ma era il momento della pausa caffè e solo una era occupata.
Da Marsha, l’indomabile Marsha. Era alta, imponente, con i capelli neri tagliati in modo
impeccabile, le spalle rotonde, un colorito arancione e due occhi ovali bistrati di nero. Se
sapeva del nomignolo Crudelia, cercava d’esserne all’altezza. Indossava una gonna dritta e
lunga, un paio di scarpe con tacchi a spillo vertiginosi e una camicetta porpora con le maniche a
pipistrello. Aveva un rossetto magenta: scuro, color infarto.
«Salve.» Caffery si guardò attorno nell’ufficio, trovò una sedia e si sedette con le mani in
tasca, le dita sulla tastiera del cellulare. «Lei è la segretaria del dottor Gerber?»
«E lei chi è?»
Ottimo inizio, Crudelia. Con la mano libera Caffery prese un altro biglietto da visita e glielo
mise sul tavolo. «C’è il dottor Gerber?»
«No.»
Marsha studiò il biglietto. Lo schermo del computer era girato in modo da non essere
visibile da nessuna direzione, né dalla finestra né dalla porta. Si era organizzata perché nessuno
potesse sgattaiolarle alle spalle e guardarlo.
«Oggi viene?»
«No. Non tornerà fino a venerdì. Di che si tratta, per favore?»
Caffery premette la tastiera del telefono e la suoneria scattò.
«Mi scusi.» Si alzò, andò alla porta ed estrasse il telefono tenendo sempre il dito sul pulsante
della suoneria. Guardò il display e tolse il dito. Il suono cessò.
«Pronto?»
Marsha lo guardò con freddezza dalla scrivania.
«Devo rispondere, mi scusi», le disse muovendo solo le labbra. «Torno subito.»
Si allontanò fingendo di parlare e si fermò in fondo al corridoio, dove non poteva essere
udito dagli uffici. Compose il numero della reception.
«Qui la UPS. Ho una consegna per un certo dottor Gerber. È il numero giusto?»
«Sì.»
«Arrivo dalla A432. Sono a pochi minuti soltanto.»
«Prenda la seconda strada sulla destra. È indicata.»
«Ho poco tempo. Devo lasciare il pacco e scappare. Può mandarmi qualcuno all’ingresso?»
«Uffa. Sta diventando un’abitudine con voi ragazzi.»
«Sì, mi dispiace.»
«Non posso farlo sempre, sa.»
«Mi aiuterebbe molto.»
«Oh, oh, oh. Allora cambia tutto.» La receptionist sospirò. «Ci penso io. Chiederò alla sua
segretaria di aspettarla, ma solo per stavolta.»
«Bravissima.»
Quando tornò in ufficio, la telefonata dalla reception era già arrivata. Marsha era in piedi e
stava posando il ricevitore. «Devo andare. Torno subito.»

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«Non c’è problema», rispose Caffery sedendosi. «Aspetto.»
Marsha guardò lui, la sedia su cui si era seduto e infine il computer. Si chinò ed eseguì il
logout in modo freddo, deliberato. Prese la borsa dallo schienale della sedia e gli rivolse un
sorriso tirato. Lui ricambiò e sollevò la mano. Se non ti fidi di un poliziotto, di chi allora? Lo
ripeteva sempre sua madre, e suo padre scoppiava puntualmente a ridere.
Quando se ne fu andata, Caffery si avvicinò alla finestra e attese di vederla comparire sul
viale di ghiaia. Marsha uscì tenendo il mento ben sollevato. Rigida e padrona di sé, con le
braccia conserte e lo sguardo rivolto al viale. In tanti anni di esperienza con le donne aveva
imparato che le ragazze che si vestivano e si comportavano come Marsha non erano così a letto.
Gli uomini se le immaginavano fasciate di pelle, armate di fruste, invece tra le lenzuola le
ragazze come lei cercavano più dolcezza di quelle che indossavano cardigan di angora. Ma al di
fuori della camera da letto le Marsha di tutto il mondo erano spesso delle vere predatrici. Con il
logout lo aveva sistemato, messo con le spalle al muro. Quella storia sarebbe finita con un
mandato del cazzo. E con altro tempo perso.
Guardò il computer. No, pensò. Non aveva alcuna possibilità di entrarci. Neanche una. Però
sarebbe stato un insulto non tentare. Andò alla sua sedia, vi si sedette e fissò lo schermo con il
login. Due spazi vuoti: USERNAME e PASSWORD. Il collo di bottiglia, e nei film era sempre al
terzo tentativo che l’eroe trovava la password. Studiò la scrivania in cerca di indizi. Niente.
Passò le mani sul computer, aprì i cassetti e tastò sotto di essi in cerca di pezzetti di carta
appiccicati. Niente. Girò la targa con il nome. MARSHA WINGETT. Scrisse «m.wingett».
Pensò: che cazzo? E scrisse «Crudelia» nel riquadro della password. Premette ENTER e
comparve il messaggio: Oops! Hai dimenticato la password?
Cancellò Crudelia e scrisse «Crudelia1». Premette ENTER.
Oops! Hai dimenticato la password?
Era come essere punzecchiati. E sapeva di non avere molto tempo. Marsha non sarebbe
rimasta sul viale di ghiaia per tutta la mattina in attesa di un pacco inesistente.
«Stronza algida?»
Oops! Hai dimenticato la password?
«Cinque otto sette QU zero.»
Sulla soglia c’era una donna che lo guardava inespressiva, con i capelli biondo-rossicci
legati sulla nuca, una borsetta sulla spalla e – chi l’avrebbe detto? – un cardigan rosa d’angora.
Teneva in mano un vassoio di cartone di Starbucks con un caffè. Appese al dito aveva le chiavi
dell’auto.
«Prego?»
«Ho detto: cinque otto sette QU zero.»
«La sua password?»
«Sì.»
Digitò la sequenza e premette ENTER.
Oops! Hai dimenticato lo username?
Guardò la donna che ricambiò lo sguardo.
«Eh?» fece aspettando che parlasse.
Lei sbuffò d’impazienza, si chinò e studiò lo schermo. Aveva due piccoli orecchini di perle.
«Lo username è sbagliato. Non c’è il punto dopo l’iniziale.»
«Avrei dovuto saperlo.»
«Esatto.»
«Il server fa i capricci. È lento come una lumaca.»

191
Lei lo guardò come se avesse cambiato colore davanti ai suoi occhi. «Lo so. Sono stata io a
segnalarvelo.»
Caffery chiuse i suoi e li riaprì. Quante probabilità c’erano? «Sì, ovviamente. La ringrazio.»
«Non c’è problema. Quando verrà da me?»
«Tra una ventina di minuti. Non appena avrò finito qui.»
La donna andò alla scrivania nell’angolo in fondo, posò il caffè, si tolse il cardigan e lo
appese con cura allo schienale della sedia. Era rosa confetto. Ecco una che ti si sarebbe messa
sopra in tacchi a spillo, pensò cancellando il punto. Premette ENTER e lo schermo si illuminò.
Tutte le visite di Gerber di quel giorno.
Era lo stesso sistema usato dall’altra segretaria e, avendolo visto in azione una volta, gli fu
facile saltare indietro anche se il database era lento e il server arrancava come un vecchio
ingranaggio. Andò indietro di due anni e trovò i giorni in questione. Il nome Lucy Mahoney gli
balzò subito agli occhi. Alle dieci del mattino del 4 maggio si era sottoposta a
un’addominoplastica e a una simpatectomia effettuate da Georges Gerber FRCS: l’acronimo lo
definiva un membro del Reale collegio dei chirurghi.
Georges Gerber FRCS.
La fortuna girava. Ti ho beccato, bastardo.
Chiuse il database, effettuò il logout e si alzò proprio nell’istante in cui Marsha comparve
sulla soglia.
«Salve.»
Lei gli rivolse un sorriso cortese. «Se ne va?»
«Vado a parlare con il dottor Gerber.»
«Non è qui.» Guardò la sedia su cui si era seduto. «Gliel’ho già detto.»
«Sa dove sia?»
«A casa?» Lo superò e si fermò per un istante a guardare di nuovo la sedia. Appese la
borsetta allo schienale e si sedette con cautela, come se temesse di ustionarsi o di cadere per
terra. «Probabilmente a casa, non lo so. Ho cercato di chiamarlo qualche minuto fa. Non ha
risposto.»
«Grazie, Marsha. Mi è stata di grande aiuto.»
Caffery era arrivato alla porta quando si sentì chiamare. Si bloccò, poi si girò lentamente. La
ragazza con il cardigan angora all’altra scrivania aveva interrotto il lavoro e stava guardando la
scena al di sopra del monitor.
«Sì?»
«Ho appena visto una collega. Ha detto che cerca i file dei pazienti.»
«Esatto.»
«Il database è un po’ lento ma funziona ancora.» Avvicinò a sé la tastiera, effettuò il login e
lo schermo si illuminò. «Posso verificare gli archivi del dottor Gerber, se vuole.»
Caffery rimase con un piede nella stanza e uno nel corridoio a guardare i suoi capelli neri, i
suoi occhi piccoli e scuri come ribes. Per un attimo gli venne da ridere. Che Dio ti benedica,
Marsha, ritiro tutto. Sei un angelo, una buona samaritana e probabilmente una volpe nel sacco.
«Grazie», rispose. «Ma parlerò direttamente con il dottor Gerber.»
«Allora le stampo il suo indirizzo di casa.»

192
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Home and Away è appena finita e Ruth si sta versando il terzo rum e Coca quando qualcuno
bussa alla porta. Controlla l’orologio. È solo l’una. Miss IP ha detto che sarebbe venuta più
tardi nel pomeriggio. È seccata all’idea che possa essere arrivata in anticipo. Sta cercando di
decidere come affrontare l’argomento, come fare per aumentare la cifra. Forse è il rum, ma non
ha ancora le idee chiare in testa, e quello la irrita.
Bussano di nuovo. Infastidita, posa il bicchiere, va in corridoio e inserisce la catenella.
«Sì, che c’è?»
Quando tuttavia guarda fuori, scopre che dietro la porta c’è il dottor Gerber, il chirurgo della
clinica. È l’ultima persona che si aspetta di vedere. Indossa una cosa strana, una specie di
casacca di denim, però ha una bottiglia di champagne in mano e un sorriso imbarazzato sulla
faccia.
«Ruth?»
«Sì?»
«Mi scusi.»
«Per cosa?»
«Non dovrei essere qui.»
«Perché no?»
«Non è etico. Se avessi un cappello», aggiunge con una risata afflitta, «ora l’avrei in mano.»
Ruth apre un po’ di più la porta, perplessa. Ha un’aria strana là fuori al sole. Ha ossa molto
sottili, un naso minuscolo e una zazzera ispida con alcuni capelli grigi in cui continua a passarsi
nervosamente le dita.
«Quando le ho chiesto se vivesse sola, Ruth, non avrei dovuto farlo. È compito del
personale della clinica.»
«Eh?»
Si morde il labbro e guarda la strada nelle due direzioni, poi posa di nuovo lo sguardo su di
lei e Ruth viene folgorata da un pensiero. Pensa alle Mercedes e alle Aston Martin che ha visto
nel parcheggio del personale della clinica quel mattino, all’idea di andare al pub e di attendere
che qualcuno le rivolga la parola, e infine al modo in cui ha accavallato le gambe davanti a lui
ore prima.
«Mi chiamo Georges», dice.
«Salve, Georges.»
«Posso entrare? Non mi fermerò molto. A meno che non lo desideri.»
Lei apre la porta, lo fa entrare e lui si avvia in corridoio guardandosi attorno. Ruth lo segue,
si ferma per un attimo davanti allo specchio dell’atrio per togliersi i grumi di mascara dagli
angoli degli occhi. Butta in fretta la gomma che stava masticando in un posacenere, si porta le
mani a coppa davanti alla bocca e si controlla l’alito.
Quando arriva in soggiorno, lo trova in piedi nel centro del tappeto.
«Bella casa.»

194
Ruth si sistema la spallina del reggiseno e si accerta che i seni siano ben su, in mostra.
«Vuole qualcosa da bere?»
«Con piacere, se non è di troppo disturbo. Lei che cosa sta bevendo?»
«Io…» Indica il bicchiere posato sul bar. «Rum e Coca. Ma posso offrirle qualcos’altro.»
«Rum e Coca», risponde lui sorridendo. Non è poi tanto brutto, pensa lei. Dovrebbe solo
tenersi un po’ meglio. «Va benissimo.»
Si siede educatamente sul divano con i piedi uniti e la osserva preparare il drink. Quando
Ruth si volta per porgergli il bicchiere, le mostra la bottiglia di champagne. «Meglio metterlo in
frigorifero.»
«Oh, sì.» Un Veuve Cliquot. Stevie lo adora. Posa il bicchiere sul tavolo vicino a lui e
prende la bottiglia. È un po’ calda. La porta in cucina e la mette nel freezer. Quando torna in
sala, Georges è in piedi vicino al bar e sta guardando le foto. Nel centro c’è quella di un delfino
in Grecia. Ruth gli si mette a fianco, spalla a spalla.
«Grazioso, vero?» dice sorseggiando il drink.
Gerber si volta e la fissa. «Non riesco a immaginare niente di più bello.»
Ruth avrebbe voglia di ridacchiare ma si blocca. Georges non è tipo da apprezzare chi
ridacchia. È serio, raffinato. Perciò sorride e indica un’altra foto.
«Il mio ex marito. E mio figlio. Vive nei dintorni. Ogni tanto viene a farmi visita, ma per il
resto sono sola, come ho detto.»
«Mi dispiace di averle fatto tutte quelle domande. Mi dispiace per tutto quello che è successo
oggi. Mi rendeva nervoso, tutto qui.» Si siede sul divano. «Ho combinato un bel pasticcio.»
«No. È stato simpatico, davvero.»
Gerber indica il muro. «Mi racconti allora dei delfini. Vedo che è un’ottima marinaia.»
Gratificata dal suo interesse, Ruth si siede sulla poltrona reclinabile e si sistema con grazia la
gonna. Inizia a parlare di animali, dei delfini in Grecia, delle urie che una volta ha visto volare
sul porto di Sitges. Lui lascia che sia lei a condurre il discorso e le fa molte domande: com’è
vivere in barca? È più felice sulla terraferma? I gatti dove stanno meglio? Dev’essere bello
tenere tanti animali. È davvero un uomo molto piacevole, conclude Ruth. L’apparenza inganna.
«Ha finito il suo drink.»
Lei guarda il bicchiere che ha in mano e vede che ha ragione: è vuoto. Stanno parlando da
parecchio. Lui non ha ancora toccato il suo sul tavolo accanto. Si gira sul divano e guarda verso
la cucina. «E lo champagne? Sarà abbastanza freddo?»
Ruth si alza e va in cucina. Prende la bottiglia dal freezer e due coppe di cristallo che Stevie
ha rubato in un ristorante in Sardegna. Mentre lo stappa, ha un capogiro. Posa la bottiglia e si
regge al tavolo. Non è da lei. Di solito un paio di rum non la stendono. Beve un po’ d’acqua
direttamente dal rubinetto, si asciuga la bocca con un canovaccio e continua con lo champagne.
È aperto e i due bicchieri sono pieni quando si sente di nuovo strana. Posa rumorosamente la
bottiglia e nel giro di qualche secondo Gerber le è accanto.
«Si sente bene?»
«Certo.» Sorride. «A meraviglia. Sono solo un po’…»
Allunga una mano e lui la prende sotto le braccia e la conduce in soggiorno. La aiuta a
sedersi in poltrona.
«Si sente svenire?»
«Mi sento strana.»
«So perché. Quando le ho misurato la pressione prima, ho pensato che sarebbe stato
necessario abbassarla.»

195
«La mia… cos’ha detto?»
«Non si muova. Ho delle pastiglie adatte.»
«Pastiglie? La mia pressione è sempre stata a posto. Il dottore dice che è perfetta per la mia
età.»
Abbassa lo sguardo. Gerber ha preso un flaconcino marrone da una tasca e ne sta estraendo
alcune pastiglie. Nella sua mano le pillole sembrano enormi e molto bianche.
«Cosa sono?»
«Le abbasseranno la pressione. La faranno sentire subito meglio.» Indica con un cenno il
computer.
«Qual è la password?»
«La password?» Ruth si porta un dito alla testa. La stanza sembra più piccola di quel che
ricorda. «Perché vuole…?»
«Devo verificare il dosaggio. Qual è la password?»
«Stevie21.»
«E quanto pesa?»
«Quanto…? Non lo so.»
Lui va al computer e Ruth lo sente battere sulla tastiera. Ha la testa troppo pesante per
voltarsi a guardare. Se l’appoggia sulla mano e pensa per un momento che sia fatta di pietra
come quella di una statua, e che si spaccherà se la muoverà. Gerber torna e le versa un bel po’
di pastiglie sulla mano.
«Così tante?»
«Sono omeopatiche.»
Omeopatiche. Ha sentito quella parola. Se le mette in bocca e prende il bicchiere di Coca
che le sta porgendo. Le pastiglie sono amare e le grattano in gola, ma le butta giù in due volte.
«Un giro in macchina le farebbe bene. Prenderà un po’ d’aria fresca. Dov’è la sua auto?»
«Fuori», bofonchia Ruth. Le sembra di avere la bocca piena di polvere. «Fuori nel…»
Reclina la testa e cerca di mettere a fuoco lo sguardo su di lui. «Laggiù vicino al patio.»
Cerca di alzarsi senza riuscirci, ma scopre che non gliene frega niente. I suoi piedi sono
molto, molto lontani, le sue gambe due fasci indistinti di luce. Si guarda le scarpe e pensa:
magnifiche, proprio magnifiche. Rosse e brillanti come rubini. Grazie, Dio, per queste belle
scarpe.
«Le chiavi.»
Gerber le è accanto. La scuote. Ruth solleva le palpebre pesanti.
«Dove sono le chiavi?»
«Ho bisogno di mangiare qualcosa.»
«No. Mi dica solo dove sono le chiavi.»
«Nell’atrio. Appese.»
«Anche quelle della porta d’ingresso?»
«Sì. Ma perché ha bisogno delle chiavi della mia porta?»
Invece della risposta, sente solo il canto lontano degli uccellini. E quando cerca di vedere
dov’è Gerber, si accorge che ha lasciato la stanza. Ricade in poltrona e rotea gli occhi verso
l’alto. Vede costellazioni di luce e di elettricità. Delfini che saltano e scarpe rosso rubino.
«Nessun posto è bello come casa», mormora sorridendo. «Nessun posto è bello come casa.» Si
libra verso le stelle e Stevie è là con lei e la tiene per mano.
Mamma, ora è meglio che ti alzi. Dai. Alzati.
Ciao, Stevie, tesoro. Sei un bravo ragazzo. Un bravo ragazzo.

196
Ascoltami. Alzati da quella fottuta poltrona, stronza.
Stevie… cosa stai dicendo?
Smetti di parlare di lui e…
Apre gli occhi. La luce è troppo intensa. Georges è lì, la faccia vicino alla sua. Sorride.
«Alzati dalla poltrona», le dice con tono incoraggiante. «Ora.»
Ruth si tira su. Lui indossa dei guanti, sembra. Prima non lo aveva notato. Indossa dei
guanti di lattice. Ma in fondo oggi tutto è strano, molto strano, come in un sogno.
Le mette una mano sotto il gomito e lei si lascia accompagnare alla porta.

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58
Anni prima un istruttore aveva spiegato a Caffery che, se si fosse sentito svenire durante una
parata, avrebbe dovuto guardare qualcosa di verde: un prato, un albero; quel colore aveva un
effetto rilassante sul sistema nervoso. Perciò, quando scese dall’auto nella tranquilla stradina di
campagna davanti alla casa di Georges Gerber, si fermò per un istante e posò lo sguardo sul
ciglio erboso. Si sentiva la testa legata e frastornata per la mancanza di sonno. Aveva bisogno di
schiarirsela.
Darcy aveva detto che Susan Hopkins aveva sorpreso Gerber a rubare. Lucy lo ricattava:
forse lo aveva minacciato di denunciarlo all’ordine dei medici per l’addominoplastica. Forse
aveva assistito lei stessa al furto o a qualsiasi cosa stesse accadendo nella sala di risveglio. Ci
erano voluti due anni perché Gerber si stancasse del ricatto e la uccidesse. Con Susan era stato
tutto più veloce. Forse lo aveva affrontato, forse lui era eccitato dopo l’omicidio di Lucy, tanto
da uccidere di nuovo in rapida successione.
Una farfalla svolazzò, precoce e solitaria, sul prato e oltre la siepe che cresceva lungo la
casa, attratta dall’azzurro della piscina vuota. Era molto pulita: non c’era limo sulle pareti
dipinte. Caffery si alzò in punta di piedi e guardò al di là. A circa cinque metri c’erano il solito
mucchio di sabbia e il chiusino di una fossa biologica. La casa era sulla destra: grigia e
squadrata, molto arretrata rispetto alla stradina silenziosa. Tutto era ordinato, molto ben tenuto.
Però non quadrava, pensò Caffery, abbassandosi nuovo. Malgrado tutto quell’ordine, qualcosa
non quadrava.
Si leccò il palmo, si passò la mano tra i capelli e si abbottonò la giacca. La casa aveva due
ingressi, una porta blu, a sinistra, pareva condurre nel corpo principale. Nessuno rispose
quando suonò il campanello, quindi andò all’altro ingresso da cui si accedeva all’ala bassa, ad
angolo, che vi era stata aggiunta. Questa aveva finestre a battente con persiane, un portico
stretto e una piccola veranda con un pulisciscarpe antico sul lato sinistro. Caffery suonò il
campanello e attese osservando la targa d’ottone sulla porta: incisa in caratteri elaborati c’era la
scritta: GEORGES GERBER FRCS. CHIRURGO PLASTICO.
Nessuna risposta. Si avviò allora lungo il fianco della casa guardando via via nelle varie
finestre. Alla fine si fermò. Le persiane erano chiuse. Estrasse il coltellino svizzero dalla tasca,
forzò la serratura e aprì una persiana.
Una decina di centimetri più in là, all’interno, c’era una parete di mattoni. Avvicinò il naso al
vetro. Si estendeva in altezza e ai lati fin dove riusciva a vedere. Circa sei mattoni più a destra,
c’era un mattone forato.
Magnifico, pensò, sorridendo contro il vetro. Magnifico, dottor Gerber, ormai ti sono
addosso.

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A South-east London erano sorte complicazioni sulle perquisizioni in strada. Quando Caffery
era un semplice agente, il suo ispettore aveva adottato la politica dello struzzo al riguardo
ordinando a gran parte dei suoi uomini di concentrarsi su altri obiettivi nella lotta al crimine. A
Caffery erano toccati i furti con scasso. In due mesi soltanto aveva imparato molto su come
introdursi in casa d’altri.
Guidò per una decina di chilometri fino a trovare un ferramenta in un paese per procurarsi
quello che gli serviva. Alcune cose gliele aveva generosamente fornite Gerber: nel capanno
degli attrezzi aperto vicino alla piscina. Perché la gente non pensava di chiudere a chiave i
capanni? Non ci era ancora arrivata? I ladri si introducevano sì nelle case, ma anche nei
capanni. Ehi, Georges, pensò, è difficile comprendere questa scarsa attenzione alla sicurezza.
Portò la scala a pioli e il trapano elettrico sul fianco della casa, per non essere visto dalla strada.
Avrebbe sentito arrivare un’auto a chilometri di distanza. Avrebbe avuto il tempo di nascondere
gli attrezzi se fosse venuto qualcuno.
Qualsiasi cosa combinasse in quella camera blindata, Gerber non avrebbe voluto che
chiunque avesse le chiavi di casa o la polizia vi entrasse se fosse scattato l’allarme. Il che
significava che questo probabilmente non era collegato a una centrale di controllo e aveva solo
una funzione deterrente. Ciononostante, Caffery scelse un punto a una decina di metri
dall’abitazione e tagliò il cavo del telefono. Riportò la scala accanto alla casa, inserì una punta
da nove millimetri nel trapano, salì fino alla scatola dell’allarme e praticò un foro nella T del
nome della società, proprio dove la vernice era più scura, perché non fosse visibile da lontano.
Agitò una bomboletta di schiuma poliuretanica, infilò il beccuccio nel buco e riempì la scatola
finché il coperchio fece un rumore sordo e si incurvò verso l’esterno. Mise un pezzo di nastro
telato nero sulla lampada stroboscopica, scese e risistemò la scala nel capanno.
La casa e il giardino erano silenziosi. Per tutto il tempo in cui era rimasto là sulla stradina
non erano passate auto né camion né moto. Lì poteva succedere di tutto, e nessuno se ne
sarebbe accorto. A sinistra della porta d’ingresso c’era una finestra con il vetro zigrinato che
sembrava appartenere a un bagno. Mise un pezzo di nastro telato sul pannello apribile in alto e
lo spaccò con l’impugnatura del trapano. Infilò la mano e aprì la serratura. Entrò posando i
piedi sul coperchio del water, saltò a terra e uscì in un corridoio lastricato di pietre.
Là dentro da qualche parte c’era la scatola interna. Quando fosse scattato l’allarme, il
rumore sarebbe stato spaventoso. Gli restavano forse dieci secondi. Arrivò in quello che pareva
uno studio: pareti rivestite di quercia, tappeti sontuosi e tende con le nappe lunghe fin per terra.
I mobili erano classici ma non particolarmente eleganti: una scrivania di mogano intagliata con
un inserto di cuoio verde, un divano Queen Anne rifinito con bottoni, grandi dipinti a olio di
paesaggi in cornici dorate sui muri. Le finestre davano sulla piscina. Lì la scatola dell’allarme
non c’era. Proseguì superando un cucinino e uno spogliatoio con alcuni stivali di gomma
allineati e un paio di Barbour appesi ai pioli. Arrivò in un secondo corridoio, dove il sole che
entrava dalle finestre illuminava un costoso pavimento di noce. Erano passati più di dieci

199
secondi e tutto era silenzio. Ora però Caffery vedeva la scatola in fondo al corridoio, montata
sopra una porta robusta di quercia con un lucchetto.
La luce non lampeggiava e non si sentiva nemmeno la sirena. Sul soffitto, da entrambi i lati,
c’erano i led a infrarossi e la porta era dotata di due sensori di contatto, uno per parte. Si rese
conto allora che la sirena non stava suonando perché l’allarme non era concepito per scattare in
caso di intrusione nella casa ma per proteggere la stanza di mattoni, e solo quella.
Si avvicinò alla scatola, interruppe i raggi infrarossi e la luce iniziò subito a lampeggiare. La
scheda elettronica di solito si trovava proprio dietro, sopra la batteria. Era comunque sempre
meglio distruggerle entrambe. Avvicinò il trapano alla scatola e vi si appoggiò. I trucioli
volarono dappertutto quando la punta perforò la porta penetrando nei meccanismi. Il trapano
gli sobbalzava in mano mentre avanzava seminando distruzione. La sirena scattò e gemette
assordante per un paio di secondi prima che il trapano trovasse i circuiti. Avanzò ancora un po’
tra i sussulti facendo il suo lavoro, poi il gemito cessò di colpo.
Calò il silenzio. Con le orecchie che gli ronzavano Caffery armeggiò con la catena e provò la
porta. Non era protetta solo dal lucchetto: c’erano altre quattro serrature di sicurezza. Tornò
nello studio e aprì tutti i cassetti della scrivania. Quello in alto era chiuso a chiave, perciò usò di
nuovo il trapano. Non si curò molto di quello che avrebbe pensato Powers in relazione ai danni
che Gerber avrebbe potuto chiedere: era già in un mare di guai e candidato a qualche
provvedimento disciplinare per quanto aveva fatto all’allarme, quindi tanto valeva.
Le chiavi erano nel cassetto e corrispondevano alle quattro serrature. Un’altra lezione in
tema di sistemi di sicurezza, dottor Gerber. Il lucchetto venne via facilmente: una spruzzata di
trenta secondi di spray congelante per tubi, un piede di porco, la giusta torsione, e si ruppe in
quattro pezzi. Caffery aprì la porta.
Non appena entrò nella stanza buia, sentì un odore cattivo che aveva imparato a riconoscere
negli obitori e nelle imprese di pompe funebri. Un odore che lo prese alla gola. Formalina.
Chiuse la porta a chiave per maggior sicurezza. Distingueva alcune sagome nella penombra:
una serie di frigoriferi che andavano dal pavimento al soffitto a sinistra, un imponente banco da
lavoro a destra, come nel laboratorio di una vecchia scuola. Nel muro in fondo c’era una porta
socchiusa. Si avvicinò e sbirciò al di là. Conduceva a un’angusta tromba di scale che saliva su,
verso la luce. Restò attentamente in ascolto ma non udì nulla sopra di sé, quindi chiuse anche
quella porta a chiave e accese la luce in alto.
Era una striscia a fluorescenza, troppo forte per le dimensioni della stanza, come se lì dentro
si svolgesse un lavoro che richiedeva una buona visibilità. I frigoriferi erano contro la parete
alla sua destra. Quella davanti a lui era tappezzata di tavole mediche raffiguranti la pelle in vari
modi: una rappresentava le ghiandole sudoripare in rosso in una sagoma umana asessuata in
grigio e nero, un’altra la pelle sollevata con un gancio per mostrare gli strati interni,
l’epidermide, il derma, il grasso sottocutaneo, i muscoli erettori dei peli e i vasi sanguigni.
Ma era quello che si trovava sulla postazione di lavoro, racchiuso nel suo campo visivo
periferico, che gli procurò una scarica di adrenalina.
Sul banco, disposti secondo un chiaro ordine, come in attesa di qualcosa, c’erano arnesi e
cavalletti. Alcuni li riconobbe: erano strumenti da conciatore, coltelli per scuoiare e scarnificare,
un piccolo gancio; altri invece non li aveva mai visti. Sembravano strumenti specialistici da
chirurgo. Nel centro c’erano alcuni blocchi muniti di pioli, simili a quelli usati per tendere una
pelle animale.
Una pelle animale.
Il cane scuoiato nella cava non era sicuramente stato opera di Amos Chipeta.

200
Mi sto avvicinando, amico. Ti sento. Non sono lontano.
Fece qualche passo e aprì un frigorifero. La porta cedette con un lieve sibilo e Caffery fu
investito da una ventata fredda. Sbirciò dentro. Ogni mensola era zeppa di contenitori
sottovuoto, simili ai Tupperware in cui sua mamma metteva il pranzo per lui ed Ewan. Erano
tutti etichettati e attraverso i lati vide un liquido marrone che ondeggiava leggermente, scosso
dall’apertura del frigorifero.
Ne prese uno. Era freddo, appiccicoso e odorava di formalina. Attaccata al coperchio c’era
la foto di una giovane donna. All’inizio pensò che fosse morta. Era stesa supina e inquadrata
dall’alto, come a volte si fotografano i cadaveri negli obitori. Indossava una maschera sulla
bocca e sul naso. Era nuda, a parte un bendaggio sul seno e un pezzo di cotone stampato con
fiori e ramoscelli appallottolato all’altezza delle ginocchia. Aveva gli occhi chiusi ma era troppo
colorita per essere morta. Guardò la stoffa: una camiciola ospedaliera. Il letto era d’ospedale.
Non era morta: era anestetizzata, forse si stava risvegliando perché quella che aveva sulla faccia
non era una maschera a ossigeno.
Sotto la fotografia c’era un riquadro stampato fitto fitto: «Nome: Pauline Weir. Data di
nascita: 4.5.81. Data dell’intervento: 15.07.09. Intervento: mastoplastica riduttiva». Sotto il testo
c’era il disegno di una donna, simile a quello sul muro. Sotto i seni c’erano due semicerchi
tracciati in penna rossa.
Caffery portò il recipiente sul tavolo e lo aprì con cura. Nel liquido marrone trasparente
galleggiavano sette o otto pezzetti di pelle.
Chiuse il coperchio, tornò al frigorifero e ne estrasse un altro. Un’altra fotografia di una
donna su un letto, nuda tranne per una camiciola abbassata sulle ginocchia e un bendaggio sul
ventre. Nessun anestesista lascia il proprio paziente quando è in stato di incoscienza, ma non
assiste al risveglio oltre una certa fase: questo compito spetta alle infermiere, che potrebbero
essere convinte a lasciare la sala se opportunamente istruite dal chirurgo. Ecco cosa intendeva
Susan Hopkins quando aveva detto: Sono tutte un po’ sceme: non vedono quello che gli
succede sotto il naso.
Aprì il contenitore. Dentro trovò un solo pezzo ellittico di pelle, scolorito e raggrinzito dalla
formalina. Lo rimise a posto e passò le dita sull’elenco dei contenitori fino ad arrivare alla M.
Mahoney, Lucy. Lo portò sul tavolo, lo aprì e lì vide l’ultima tessera del puzzle.
Un pezzo di Lucy che non era arrivato sul tavolo settorio. Una losanga di pube, con i peli
ancora attaccati.
Da anni ormai era il segreto di Gerber.
Da anni, con abili mosse, in modi del tutto insospettabili, rubava la pelle delle donne che
operava.

201
60

Caffery udì l’auto arrivare da lontano. Chiuse i contenitori e lasciò silenzioso la stanza
chiudendo la porta. Con un calcio scostò i trucioli di metallo e uscì dalla porta principale
proprio nel momento in cui una Mercedes blu imboccò il vialetto. Una 500 AMG con tutti gli
optional possibili.
Non sapeva se il guidatore lo avesse visto uscire, perciò si allontanò dall’edificio entrando
nella luce. La Mercedes si fermò. Dopo qualche secondo la portiera si aprì e ne uscì un uomo
piccolo con i capelli brizzolati. Era sulla cinquantina, anonimo tranne che per la strana tunica
che indossava: di denim spazzolato con un carré, come quelle usate dagli artisti negli anni
Settanta. Era bagnata qua e là sul davanti.
«Georges Gerber?»
Lui lanciò un’occhiata alla strada e poi a Caffery. «Lei chi è?»
Caffery gli mostrò il distintivo. «Detective Jack Caffery.»
Seguì un attimo di silenzio. Gerber chiuse gli occhi e li riaprì, come se Jack gli avesse
scattato una foto. Poi si rasserenò. «Mi scusi, sono imperdonabile.» Si scostò i capelli dalla
faccia con una mano bianca come gesso. «Venga, entri.» Chiuse con forza la portiera e prese
una chiave, avanzò e spalancò la porta d’ingresso. «Le preparo un caffè», disse sorridendo.
Caffery mise via il distintivo e lo seguì. Mentre Gerber andava nell’angolo dello studio e si
dava da fare con la macchinetta, lui rimase accanto a una poltrona con un ampio schienale
spostandosi di qua e di là per tenere tre cose ben in vista: Gerber, che aveva messo due capsule
nella macchinetta e stava riempiendo le tazze, e le due porte, quella da cui era passato e l’altra
che conduceva alla stanza con i frigoriferi, con il lucchetto rotto per terra.
«Allora», affermò amabile Gerber girandosi con i caffè, «mi ha trovato abbastanza
facilmente. Da quanto è qui?»
«Sono appena arrivato.» Caffery gli rivolse un sorriso gelido. «Perché?»
«Così», rispose il chirurgo con tono lieve. «Solo per fare conversazione.»
Mise un sottobicchiere sul tavolino accanto alla poltrona e vi posò sopra il caffè. Quando si
raddrizzò, Caffery notò che stava sudando. Non tanto: solo un velo sulla fronte. «Mio padre era
in polizia. Un ispettore capo, nell’Hampshire.»
«Davvero?»
Come mai non mi hai ancora chiesto perché sono qui? Quando me lo chiederai?
«Ho un’affinità con i poliziotti.» Gerber accostò un altro tavolino al divano e vi posò il suo
caffè. Tornò alla macchinetta e diede per un attimo le spalle a Caffery mentre apriva un
pacchetto di biscotti. Un marchio con uno stemma reale sulla scatola. Lo scosse per versarli su
un piatto. «Mettono le cose a posto, sa. Rendono il mondo un posto migliore. Un biscotto?»
«No, grazie.»
«Si beva il suo caffè.»
«Tra un attimo.»
L’ultima cosa che Caffery aveva intenzione di fare era mangiare o bere in quella casa. Dagli
esami tossicologici non erano emerse altre sostanze ansiolitiche perché Gerber era un medico e

202
aveva accesso al temazepam in forma liquida. Avrebbe potuto metterlo in un drink a quelle
donne: non se ne sarebbero accorte. Sapendo che le analisi lo avrebbero rilevato e che utilizzare
il temazepam liquido, non prescritto a Lucy, avrebbe fatto pensare a un omicidio, forse per
mano di un medico, aveva dato loro delle pillole per giustificare la presenza del tranquillante nel
sangue.
«Il caffè ha qualcosa che non va?»
«Me lo dica lei, dottor Gerber.»
Gerber si bloccò. Poi si girò di scatto verso Caffery. Aveva una luce folle nello sguardo. Le
macchie sulla tunica erano ancora scure. Se fossero state d’acqua, pensò Caffery, ormai
sarebbero state asciutte. «M-mi scusi», bofonchiò. «È un indovinello?»
«No. È una semplice domanda. C’è qualcosa nel caffè? Per esempio, benzodiazepine
liquide.»
«Cosa?» Gerber si portò una mano alla fronte. «Cielo, tutto questo mi… disorienta. Lei mi
disorienta.»
«Non sono appena arrivato, Georges. Sono qui da un po’. Tanto che sono già entrato nella
sua stanza e ho visto cosa combina.»
Gerber lasciò cadere i biscotti. Si sparpagliarono sul tavolo e alcuni caddero per terra.
Rimase con le mani penzoloni lungo i fianchi e non fece alcun tentativo di raccoglierli. «C’è una
spiegazione», rispose impacciato. «Posso spiegare tutto quello che ha visto.»
«Anch’io. Lucy Mahoney l’ha sorpresa, vero? Ha visto cosa stava facendo. Quello che le
aveva preso. Oppure si ricordava d’esser stata fotografata? È stato quello?»
«Lei lavora di fantasia, esclusivamente di fantasia. Se mi lascia spiegare, io…»
«Lucy la stava ricattando. E poi cos’è successo? Secondo me ha chiesto troppo. Voleva
comprarsi una casa e le sue richieste sono salite troppo. Lei non aveva vie d’uscita. È un ladro.
Da anni ruba pezzi di pelle, come un serial killer che si porta via alcune parti delle sue vittime.
Quelle donne sono state le sue vittime.»
«Vittime?» Gerber lo guardò. «È una parola dura. Non ho fatto del male a nessuna. Sono
uscite dalla sala operatoria più belle di prima.»
«Sono vittime. Non erano consenzienti.»
«La pelle… fa parte del lavoro della mia vita. Io la s-studio. Sto cercando di sviluppare una
pelle sintetica.»
«Sviluppare una pelle sintetica?» Caffery scoppiò a ridere. «Oh, questa è bella, dottor
Frankenstein.»
«È la verità. Dia un’altra occhiata a quella stanza. Vedrà le scatole di altri produttori.»
«Non sono stupido, dottor Gerber. Dalle mie scarse conoscenze direi che quello che sta
facendo non c’entra nulla con la pelle sintetica o qualsiasi balla voglia propinarmi. Che non
abbia niente a che vedere con questo e tutto invece con il sesso.»
Per un istante Gerber assunse un’aria assente e batté le palpebre.
«Direi che, al di là delle apparenze, un comportamento simile ha sempre una motivazione
sessuale. Qual è il suo problema, Georges? Non le tira più? Oppure sua madre la costringeva a
lavarla a letto quando aveva sei anni?»
Gerber batté di nuovo le palpebre, una, due, tre volte di fila.
«Ha fotografato quelle donne nude. Dio solo sa cos’altro ha fatto mentre erano ancora in
stato di semincoscienza. E si è tenuto quei trofei come ricordo. Li ho visti, quei campioni, e non
ho potuto fare a meno di chiedermi: se li analizzassi, troverei tracce del suo sperma?»

203
Gerber smise di battere le palpebre. Apriva e chiudeva la mano sinistra come se volesse
toccare qualcosa. Si avvicinò al tavolino su cui aveva posato la tazza di caffè. «Ecco perché non
beve il caffè. Il tavolino è troppo lontano.»
«Sta bene dov’è.»
«Ecco.» Si chinò per prenderlo. «Lasci che glielo avvicini.»
«Ho detto che sta bene dov…»
Caffery sentì uno spasmo al polpaccio destro che gli si propagò in tutto il corpo. Rotolò via
mentre un urlo gli usciva dalle labbra, annaspò per superare il divano e toccarsi la gamba. Si
rimise goffamente in piedi rovesciando una sedia e si girò ansante. Gerber era chino accanto al
tavolino, la testa piegata di lato per osservarlo. In mano stringeva un’arma. Sembrava un
attrezzo appuntito o un punteruolo, come quelli usati per lavorare il cuoio. Infilzato a esso c’era
un pezzetto di stoffa dei suoi pantaloni, e sui cuscini del divano su cui era passato c’erano
lunghi schizzi di sangue.
«Perché non hai bevuto il mio caffè, brutta testa di cazzo?»
«Ehi», ansimò Caffery stringendosi la gamba. Sentì la stoffa strappata e qualcos’altro: il
muscolo del polpaccio lacerato. «Sei così malato che non ne hai neanche idea.»
Con l’altra mano afferrò la sedia e avanzò zoppicando per aggredirlo. Gerber tuttavia si
spostò di lato, agile come un ballerino, e lo colpì sulla tempia con l’impugnatura del punteruolo.
Non vide più niente per il dolore. Cadde in avanti trascinando con sé varie cose, poi le gambe
del divano volarono in aria e gli vennero incontro. Cos’è successo al divano? pensò
confusamente. Perché il divano è sul fottuto soffitto?

204
61
La banca fece aspettare Flea. Erano quasi le due quando partì per andare da Ruth con i soldi in
una busta per contanti chiusa da un elastico nel vano del cruscotto. Il cielo era un po’ nuvoloso,
il sole giocava a nascondino dietro le nubi ma faceva caldo e lei aprì i finestrini della Clio. Il
profumo della siepe impolverata in fiore invase l’auto.
All’incrocio con la A36 era parcheggiata un’unità di Taunton, una Lexus, con accanto una
vecchia Peugeot. Abbassò il parasole e le superò con calma tenendo lo sguardo fisso davanti a
sé. Quel giorno era in malattia e non si sarebbe dovuta trovare lì. Wellard faceva le sue veci e
aveva ricevuto istruzioni: al di là di quello che gli avesse detto il detective, avrebbe dovuto
tenere la squadra nella zona nord dell’area di ricerca e lasciar perdere quella sud fino all’ultimo.
Fino a dopo le cinque, ora in cui lei avrebbe avuto la foto. E trovato il modo di far uscire Ruth
di casa.
Dietro la curva successiva un motociclista proveniente dalla direzione opposta le lampeggiò,
con il pollice indicò più in giù lungo la strada e quindi si passò la mano in orizzontale davanti al
collo, segno che c’era un pericolo, un incidente. Uscendo dalla curva Flea rallentò e circa
quattrocento metri più in là la vide. Un’auto della stradale messa di traverso bloccava metà della
strada; davanti c’era un agente con un giubbotto fluorescente.
Sollevò il piede dall’acceleratore e la Clio avanzò ancora un po’ rallentando via via fino a
fermarsi. Al di là della BMW della stradale vide lo Sprinter della sua unità parcheggiato dietro a
quello del coroner. Merda, che diavolo stavano facendo lì? Wellard aveva ricevuto precise
istruzioni.
La sua macchina restò ferma per un istante e l’agente la fissò in volto. Prima che potesse
riprendersi e fare inversione, una faccia spuntò da dietro lo Sprinter e la fissò con vaga
curiosità. Wellard. Vedendola, inarcò le sopracciglia.
Ormai era fregata. Non aveva modo di andarsene. Accostò sul ciglio.
«Ciao.» Wellard posò il gomito sul tetto e le sorrise al di là del finestrino. «Sei lavoro-
dipendente, vero, sergente? Vieni anche se sei in malattia?»
Lei spense il motore e tenne gli occhi sul volante. «Credevo di averti detto di non venire qui
se non a fine giornata.»
«È saltato fuori questo incarico. L’agente responsabile voleva qualcuno in fretta. Il detective
era d’accordo… non pensavo che tu…»
«Ok. Ok.» Guardò al di là di lui. Oltre i pannelli di nylon, nella piccola nicchia in cui una
volta aveva posteggiato per andare da Ruth, c’era un’auto. Ne scorgeva a malapena il tetto. «C’è
la Scientifica. Cos’è successo?»
«Un suicidio.»
«Oltre la data di scadenza? Per questo hanno chiamato voi, vero?»
«No, è recente. È ancora calda. Come ho detto, l’abbiamo preso solo perché eravamo in
zona.»
Il tetto dell’auto era scolorito dal sole e coperto di escrementi di uccelli. Vedendolo, ora,
Flea si sentì gelare. «Quella che vedo è la macchina, giusto?»
«È la macchina.»

205
«Una VW?»
Wellard batté le palpebre. «Una VW? Sì… voglio dire, sì. Riesci a capirlo da qui?»
Flea si premette le dita sulle tempie.
«Sergente… ti senti bene?»
«Sto… bene.»
Scese dall’auto lasciando le chiavi inserite e si incamminò con la schiena dritta e le gambe
rigide. Mostrò automaticamente il distintivo all’agente armato di portablocco davanti al nastro,
s’infilò sotto di esso e superò il furgone. I due uomini del coroner in abito grigio erano, come
sempre, fuori dal cordone interno, e fumavano chiacchierando a bassa voce. Flea li oltrepassò
in silenzio.
La prima cosa che vide fu il sacco salma sulla strada, con accanto la barella arancione
illuminata dal sole. Poi vide i suoi uomini accanto alla portiera aperta, chini a guardare
all’interno. Quando si avvicinò, alzarono lo sguardo e sorrisero. Le gridarono qualcosa in segno
di saluto, una battuta, forse, ma lei non la udì. Stava guardando un punto tra le loro gambe in
cui si intravedeva il polpaccio di una donna. Al piede aveva un sandalo verde con il tacco a
spillo e sulla caviglia c’era un’abrasione. Notò l’orlo del vestito nero corto poco più in su. A
destra scorse il finestrino sinistro con il muschio sulle guarnizioni. Si girò dall’altra parte e restò
lì con le mani sulla schiena. Alzò il viso al cielo, inspirò ed espirò. Il sole era riuscito a
squarciare le nubi in un ultimo tentativo di scaldare il mondo, ma lei non lo vedeva. Non
vedeva come esaltasse le diverse tonalità di verde degli alberi con i nuovi germogli né come
illuminasse le colline in lontananza.
Quello che vedeva in quella bella mattina di maggio era il cielo che la stava schiacciando. Il
cielo, il mondo e tutte le persone che lo abitavano che la stavano trascinando giù soffocandola.

206
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Doveva aver alzato un po’ troppo il gomito con lo Scotch la sera prima, pensò Caffery. La testa
gli martellava da matti e qualsiasi movimento gli scatenava fitte di dolore da un orecchio
all’altro. Si passò una mano sul volto pensando di avere sopra qualcosa perché la luce era così
fioca, ma non c’era niente. Allungò le mani davanti a sé immaginando di sentire un lenzuolo
invece toccò qualcosa di duro e di ruvido. Le allungò all’indietro e sentì la stessa barriera dura,
inamovibile.
Rimase lì con il respiro affannoso. Non era a letto. Quello era uno spazio chiuso, una
cantina o un contenitore, di circa due metri e mezzo per due e mezzo. Creava un’eco e aveva un
odore sgradevole, di stantio. A circa tre metri c’era un’unica chiazza indistinta di luce.
Pensa ora. Sforzati.
Gli tornarono in mente alcune vaghe immagini: un punteruolo da conciatore, del sangue su
una stoffa. Si tastò la faccia. Aveva del sangue incrostato sul labbro superiore, il naso dolente e
la gengiva gonfia. Si passò le mani sul corpo. Era vestito, indossava il suo completo, ma si
sentiva rigido e imbrattato sulle gambe. Sotto il ginocchio un polpaccio gli faceva male, era
gonfio e caldo al tatto. Arrivò un po’ più in giù e trovò un’area lacerata, un misto di carne e
tessuto.
Cazzo cazzo cazzo. Tolse le mani e gettò indietro la testa respirando affannosamente. Il
punteruolo. Gerber che lo fissava calmo. Il piatto di biscotti. L’impatto del manico contro la sua
tempia. Il sangue sul divano.
Si tastò il busto. La radio era sparita, e anche il telefono. Niente telefono, niente manganello,
niente portafoglio, niente spray al peperoncino, niente coltellino svizzero, niente manette
flessibili. Gli restava solo l’orologio. Si sforzò di guardarlo nella penombra. Le due e mezzo.
Era via da tre ore. Viste le sue comparse saltuarie in ufficio, probabilmente fino a fine giornata
nessuno si sarebbe chiesto dove fosse.
La testa smise di girargli e la luce indistinta acquistò forma e prospettiva. Tentò di sentire
cosa stesse accadendo all’esterno. All’inizio non colse niente, solo il silenzio e l’eco del suo
respiro. Poi udì un uccellino cantare e il borbottio lontano di un trattore. Annusò di nuovo. Era
un odore vecchio, acre, quasi dolciastro, che sovrastava quello penetrante del sangue e del suo
sudore.
Di colpo capì dove era.
Nel pozzo nero di Gerber.
Trasalì, si sollevò sui gomiti e si guardò attorno. Il pozzo era vuoto e probabilmente non
veniva usato da anni, ma le prove della sua funzione erano là. Le sentiva. La luce vaga sopra di
lui era quella del giorno che filtrava attraverso le crepe del chiusino. Sulla parete c’era una scala
a pioli per raggiungerlo. Alla sua destra vide un grosso tubo fissato ad angolo retto al soffitto,
che portava le acque nere nella sabbia di filtraggio. Davanti ai suoi occhi uno strato giallastro
unto di una trentina di centimetri rivestiva tutte le pareti. Caffery restò steso per alcuni minuti
ignorando il martellio alla testa e studiò il chiusino come se fosse un avversario.

207
Contò fino a tre, poi si tirò su appoggiandosi alla gamba sana. Senza caricare il peso sul
piede destro, zoppicò a fatica fino alla scala e salì alcuni pioli. Infilando la gamba sinistra tra i
pioli, si pulì la bocca con il dorso della mano, strinse i denti e spinse con entrambe le mani il
chiusino, che emise un lieve scricchiolio ma si bloccò. Spinse di nuovo. Era duro. Tentò
un’altra volta. Niente.
Si aggrappò alla scala, affannato. In genere i chiusini di ispezione come quello si
arrugginivano e per aprirli era necessaria una mazza, ma quello era l’unico accesso al pozzo
nero, l’unico modo in cui Gerber poteva averlo messo là dentro, quindi doveva essere stato
aperto di recente. Tastò con le mani cercando di scoprirne il segreto. Trovò una sporgenza, un
pezzo triangolare di metallo, il cui apice era proprio nel centro della chiusura. Era uno di quei
chiusini dotati di chiavistello. Normalmente il meccanismo si trovava sotto ma Gerber lo aveva
girato e chiuso dall’alto. Che bastardo. Nessuno là dentro avrebbe potuto aprirlo senza attrezzi.
Sfilò la gamba, ridiscese e tastò per terra. Il fondo era irregolare, un misto di sassi acuminati
e pietrisco coperti da uno strato unto indurito e carta igienica. In mezzo erano cresciuti muschi
ed erbacce che lo rendevano liscio al tatto. Ne sfiorò la superficie e trovò un paio di vecchi
chiavistelli arrugginiti e un involucro di un prodotto alimentare, spinto là dentro dal vento forse
quando il pozzo nero era stato dismesso. E un tubo lungo sottile. Di plastica dura o perspex. Era
più grosso di un ago ma più sottile del gambo di una rosa.
Un tubo di perspex?
Ne trovò un altro, e un altro ancora. Erano ammassati nel posto in cui era disteso.
Tintinnavano come scacciaspiriti. Si sedette e inclinò il polso in modo da illuminarli con la
debole luce fluorescente dell’orologio. Le estremità erano scure e appiccicose di sangue. Li girò
e rigirò più volte cercando di capirne la funzione. Il sangue era fresco, ancora appiccicaticcio. Il
suo sangue, per forza. Ma a che cosa servivano?
Li posò contro la parete nell’angolo, dove sarebbe stato in grado di ritrovarli, si alzò e colpì
con forza il tubo fissato al soffitto. Sentì un vago rumore di scaglie di ruggine che cadevano e
un cigolio di metallo vecchio, ma quel tubo era robusto. Era incassato nella malta e solo con
una mazza lo si sarebbe potuto smuovere. Si voltò verso la scala e la tirò. Anche quella era
robusta, concepita per reggere il peso di un uomo: mai e poi mai sarebbe riuscito a staccarla dal
muro. Si abbandonò a una breve crisi di rabbia e poi si ricompose. In quell’istante qualcosa di
molle cedette nel suo polpaccio. Sentì la ferita riaprirsi e iniziare a sanguinare.
Si chinò e se lo strinse con la mano. Il dolore era tale che gli sembrò di avere una tagliola
che dilaniava l’arto, eppure tenne lo stesso la testa su e all’indietro. Non poteva permettersi di
svenire.
Quando si riebbe, si esaminò la gamba. Tolse la mano e, non appena lo fece, una striscia di
carne larga quanto un pezzo di nastro adesivo gli cadde giù fin quasi alla caviglia. Era ancora
attaccata in fondo e rimase appesa come un frammento di corteccia capovolta, con la parte
interna all’aria. Sopra vi erano appiccicati granelli di polvere di mattoni, legno e schifezze a cui
in quel momento non voleva pensare. Usciva altro sangue, fresco e caldo, che gli impregnava i
calzini.
Strappò un pezzo di pantalone e con i denti lo ruppe a metà. Ricacciò sommariamente la
striscia di carne nella ferita cercando di sistemarla alla meglio. A togliere la sporcizia avrebbe
pensato in un altro momento: per ora bastava arrestare l’emorragia. Si avvolse la stoffa attorno
al polpaccio, la premette con forza e, sussultando per il male, se la legò attorno alla gamba. Il
sangue continuò a uscire per qualche altro secondo gocciolandogli tra le dita, poi rallentò fino a
filtrare solo dai margini della ferita.

208
Pensò alle macchie sulla tunica di Gerber. Lucy e Susan avevano probabilmente sanguinato
parecchio. Si chiese quali fossero stati i loro ultimi pensieri. Si ricordò dei loro polsi, del modo
in cui Gerber li aveva tagliati: longitudinalmente, non trasversalmente.
E poi capì. Espirò tutta l’aria che aveva in corpo e si accasciò contro il muro. Aveva appena
capito a cosa servissero i tubi di perspex. Non andava bene, non andava bene per niente.
Significava che Gerber sarebbe tornato abbastanza presto.

209
63

La squadra di Flea era addestrata a usare le tecniche di accesso, modo arguto con cui si definiva
in sostanza l’abilità inveterata di scassinare porte, con l’eccezione però che, quando era la
polizia a farlo, usava un’attrezzatura specifica e aveva la benedizione della legge. Ogni anno
l’unità si sottoponeva a un corso giornaliero di aggiornamento. L’ultimo risaliva a un mese
prima soltanto e Flea sapeva che la borsa con gli strumenti per l’accesso forzato, che Wellard
chiamava la borsa delle balle, era ancora in ufficio in attesa d’essere consegnata.
Tornò velocemente indietro usando strade che la stradale non si curava di pattugliare, prese
la borsa e la bombola pesante della lancia termica che l’unità utilizzava per tagliare il metallo,
mise entrambe in macchina e tornò verso Farleigh Park Hall. Non aveva molto tempo.
Era incazzata con se stessa. Affrontare direttamente Ruth Lindermilk era stata un’idiozia.
Non avrebbe dovuto tentare di aggiustare le cose. Avrebbe dovuto trattarla come meritava:
andare là, cogliere la prima occasione, buttar giù la porta e prendere la foto di Thom. Il tempo
le era scivolato via dalle mani e intanto Misty aveva continuato a decomporsi.
Parcheggiò più in là lungo la strada, attenta a non avvicinarsi al luogo del recupero del
corpo. Poteva esserci ancora la polizia. Con la borsa in spalla, si incamminò in mezzo alla
vegetazione.
Come sempre il villaggio era silenzioso e deserto. Solo da un paio di macchine posteggiate
lungo la stradina capì che qualche residente era a casa. Qualcuno da qualche parte stava
guardando un evento sportivo: passando vicino a una finestra sentì le grida di esultanza della
folla. Arrivata alla villetta, andò innanzitutto in fondo al giardino e sbirciò al di là del muro,
solo per convincersi che nessuno la stesse osservando, poi si spostò sul retro e si mise al
lavoro.
Prima provò tutte le porte e le finestre: non aveva senso tirar fuori l’artiglieria pesante se
Ruth aveva lasciato una porta aperta. Erano invece tutte ben chiuse: proprio quello che ci si
aspetterebbe da una paranoica come lei. Le finestre dabbasso avevano dei pannelli apribili,
piccoli e facili da rompere. Andò davanti a quelli della cucina e li studiò. Se ricordava bene, il
lavandino e la lavastoviglie stavano proprio sotto. Ricordava un lavandino ampio e solido.
Avrebbe retto il suo peso.
Si infilò i guanti e frugò nella borsa scartando tutti gli strumenti grossi in cerca del più
piccolo: il minuscolo punzone a molla. Non richiedeva alcuno sforzo. Picchiettò con la massima
delicatezza il pannello. Si udì un colpo netto e nel vetro float comparve all’istante una ragnatela
di crepe. Era stato un rumore lievissimo, eppure Flea trattenne il fiato e si guardò alle spalle. Il
giardino era immobile: non c’erano né un alito di vento né versi di animali, solo il ronzio
lontano di un televisore nell’aria stagnante.
Con la lingua fra i denti rimosse le schegge di vetro e passò un panno sui bordi. L’ultima
cosa che voleva era lasciare tracce di sangue, prove medico-legali che l’avrebbero associata
all’effrazione. Dopo aver pulito tutto, si tirò la manica della felpa fin sul polso, infilò il braccio
dentro e cercò la serratura. La trovò e la tirò. Era chiusa. Tastando di qua e di là trovò l’altra.
Anche quella era chiusa, senza la chiave inserita. Indietreggiò imprecando. Allora avrebbe

210
dovuto usare il piccolo piede di porco. Stavolta funzionò a meraviglia. Si inserì alla perfezione
sotto le serrature. La prima saltò dopo un paio di tentativi, la seconda senza alcuno sforzo, in
una nube di schegge.
Con molta attenzione Flea aprì la finestra e mise la borsa degli attrezzi all’interno. Le tende
erano tirate come al solito, e, quando vi sbirciò attraverso, non vide lampade accese, solo la
luce verde del boiler e il tremolio della fiamma pilota blu. Sentì odore di gatti e di cibo, di
lasagne o qualcosa del genere: forse la cena di Ruth della sera precedente. Sapeva, quando
aveva messo il piatto nel microonde, che sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe mangiato in
vita sua? Quel suicidio non le tornava, per niente. Ieri al telefono Ruth pareva star bene.
Sembrava persino contenta.
Non ora. Non pensarci ora. Si arrotolò le maniche e si tirò su con le braccia che le
tremavano per scavalcare la finestra. Malgrado si allenasse – sia nella palestra dell’ufficio sia
facendo pesi, poche ripetizioni, grossi carichi, in ogni momento libero – non aveva abbastanza
forza nella parte superiore del corpo. E di recente, senza il tempo di andare in palestra e
un’alimentazione adeguata, le cose erano peggiorate. Ora faceva fatica anche solo a sollevarsi
per entrare in cucina.
Ricadde all’interno nella penombra, rovesciò una confezione di detersivo per piatti e
piombò tra le stoviglie sporche nel lavandino fracassando qualcosa. Atterrò infine sul
pavimento e scoprì di avere i pantaloni zuppi. L’acqua gocciolò sulla terra che aveva sulle
scarpe attaccandosi alle piastrelle e lasciando un’impronta perfetta. La cancellò con il piede e
pulì gran parte del fango con un canovaccio. Nell’armadietto sotto il lavandino trovò dei
sacchetti di plastica da congelatore – avrebbe dovuto pensarci prima – e se ne mise due sulle
scarpe da ginnastica.
Il soggiorno era spettrale. Solo la luce che entrava dalla finestra rotta alle sue spalle
illuminava gli oggetti di Ruth, i libri e le foto, i mucchi di carte e i bicchieri vuoti. Su un
tavolino spiccava un grande bicchiere di Coca-Cola, con accanto una bottiglia aperta di
champagne. In ogni angolo brillavano occhi di gatto.
Andò allo scrittoio in cui Ruth aveva riposto la foto e provò il cassetto. Era sempre chiuso,
senza la chiave. Lo ispezionò velocemente cercandola, guardò in una piccola tazza di cartapesta,
tastò in un portaoggetti pieno di graffette. Nella fretta ne fece cadere alcune ma le lasciò
dov’erano: non era importante. Non intendeva mascherare l’effrazione.
Inserì il piccolo piede di porco nella fessura del cassetto. Ruth Lindermilk e il figlio la
fissavano impassibili dalla parete. Qualcuno ti dice: «Ti faccio una foto» e tu acconsenti, che ti
vada o no. E prima che te ne accorga, quel momento impensato, imprevisto, fortuito, è l’unica
cosa che resta a testimonianza di una vita perché un attimo dopo sei morto.
Diede le spalle alle foto e scassinò la serratura, che cedette subito con un forte schianto.
Mollò allora il piede di porco e spalancò il cassetto.
Era vuoto.
Restò là per un istante a fissarlo stupidamente.
«Merda, Ruth. Merda.»
I gatti scapparono a nascondersi dietro le poltrone e i divani. Flea buttò il cassetto per terra e
restò nel centro della sala con le mani allargate a fissare le file di libri. Se non aveva lasciato la
foto nel cassetto, dove l’aveva messa?
«Dai, Ruth. Che diavolo ne hai fatto? Cos’avevi in mente?»
Si voltò. Ruth aveva preso le foto da lì: ricordò che le aveva prese dal tavolo del computer.
Aprì il cassetto in alto e tirò fuori tutto. C’erano solo ritagli di riviste e vecchi volantini di

211
negozi di abiti. Scostò il divano e gettò per terra un’intera mensola di romanzi chick-lit e rosa
impilati a casaccio. Si accovacciò vicino al mucchio e vi frugò in mezzo scuotendo quelli più
grandi. Passò allo scaffale seguente sparpagliando tutto sul pavimento. Nel giro di cinque
minuti la libreria era vuota e lei era immersa fino al polpaccio nei volumi.
La foto non c’era.
Allargò la ricerca procedendo alla svelta. La casa era piccola. L’unica cosa che trovò al
pianterreno fu una scatola per tè piena di fotografie in cornice: il matrimonio del signor e della
signora Lindermilk, varie istantanee in bianco e nero di un bambino, ma non la foto che
cercava. Salì le scale fino al piccolo pianerottolo, facendo i gradini a due a due e aggrappandosi
alla ringhiera. Contro il muro c’era una cassapanca. La spalancò e buttò fuori tutto: abiti,
cappelli, sciarpe. Niente. Ormai sudata, entrò in ogni camera da letto e frugò nei cassetti dei
letti, sotto i cuscini, persino nelle tasche degli abiti appesi nei guardaroba. Era arrivata nella
quarta – aveva appena svuotato quattro sacchetti sul letto – quando la notò: sopra il letto, dove
avrebbe dovuto cercare fin dall’inizio. Color seppia, grande quanto un LP di vinile. Una piccola
cassaforte da muro.
«Oh, Ruth», mormorò. «Non puoi averlo fatto, no?»
Ebbe la risposta all’istante: ovviamente lo aveva fatto, ovviamente l’aveva messa là. Sapeva
quanto fosse preziosa per te e immaginava che tentassi qualcosa del genere.
Si raddrizzò, si avvicinò alla cassaforte e la tirò. Era ben chiusa. Nessun attrezzo nella borsa
delle balle l’avrebbe aperta. Lì sarebbe servita solo la lancia termica, ed era ancora in macchina
in fondo alla strada. Ruotò il disco combinatorio di qua e di là, lo colpì con il piede di porco in
preda alla frustrazione una, due volte. Poi si bloccò e rimase immobile, in ascolto. C’era un
rumore. Arrivava dalla parte anteriore della casa. Qualcuno aveva appena aperto il cancello di
Ruth.
Si avvicinò silenziosa alla sommità delle scale e sbirciò giù.
Passò un secondo, e poi un altro ancora.
Alcuni passi girarono attorno alla casa, diretti sul retro. In preda al panico, Flea si precipitò
giù per le scale e andò in cucina dove le tende erano ancora tirate.
I passi si erano fermati.
Chiunque fosse, doveva trovarsi sul patio. Raccolse tutti gli arnesi dal banco e li contò in
fretta: uno, due, tre, quattro, cinque. Dopo averli buttati nella borsa, la richiuse, se la mise in
spalla e si diresse in corridoio.
Qualcuno inserì una chiave nella porta principale. Si udì un breve scatto metallico quando la
girò, seguito dal fruscio sommesso del paraspifferi contro lo zerbino.
Tornò in cucina e rimase ferma per un istante a riflettere. Di fronte, dietro le tende, c’era una
finestra rotta. No. Avrebbe impiegato troppo a salire lassù e scavalcarla. Nell’atrio la porta si
richiuse. Aprì il forno e vi mise dentro la borsa. Andò al frigorifero alto, girò la testa di lato,
sollevò le mani e si infilò nello spazio tra questo e il muro. Flesse quindi i gomiti in modo che
le mani non fossero visibili e rimase là tutta tremante respirando superficialmente dalla bocca
perché aveva la gabbia toracica schiacciata.
Entrò qualcuno. Un uomo. Lo sentì respirare mentre osservava il disastro. Si aggirò di qua e
di là facendo scricchiolare il vetro sotto i piedi, poi si fermò a circa un metro di distanza. Ora gli
vedeva il piede, infilato in una scarpa da ginnastica bianca pulita con la scritta NIKE. Seguì un
lungo silenzio in cui Flea ascoltò il rumore del suo respiro. Era accelerato, affannoso, come se
fosse eccitato da quello che stava vedendo. O angosciato.

212
Lasciò la cucina. In soggiorno lo sentì farsi strada a calci nel disordine. Tornò nell’atrio e,
non appena capì che si trovava nella parte anteriore della casa, sgattaiolò fuori da dietro il frigo,
recuperò la borsa dal forno e lo chiuse senza far rumore. Girò attorno ai frammenti di vetro,
sollevò la borsa sul banco e si tirò su.
I passi cessarono. L’aveva sentita muoversi.
«Ehi?»
Spalancò la tenda e gettò la borsa dalla finestra.
«Ehi? Chi c’è?»
Guardò il salto che l’attendeva e il corridoio. Fece un respiro e si lanciò.

213
64

Caffery si agitò dov’era seduto. Aveva freddo alle ossa e sentiva male. Aveva smesso di cercare
un modo di uscire. Quanto avrebbero impiegato Turnbull o Powers ad accorgersi che era
scomparso e non semplicemente assente ingiustificato? Quanto ci sarebbe voluto prima che
seguissero la pista che li avrebbe condotti da Beatrice Foxton, l’unica professionista oltre
all’addetto alla centrale operativa che sapeva che quel mattino era andato alla clinica
Rothersfield? Un giorno? Forse più perché non aveva il telefono con sé. E quando fossero
arrivati, non avrebbero visto la sua auto. Gerber gli aveva preso le chiavi e l’aveva
probabilmente spostata, il che significava che forse aveva trovato anche la pistola.
Ma non intendeva usarla. Era troppo furbo per farlo, meglio lasciarlo morire nel modo più
lento possibile: avrebbe potuto sostenere che Caffery era caduto nel pozzo nero morendo
dissanguato. Senza contare il suo sadismo: aveva bisogno di figurarsi una morte lunga al freddo
e al buio in quella fossa. Era un medico esperto e sapeva che i vasi della gamba si sarebbero
anastomizzati nel punto in cui erano stati lacerati, che il sangue si sarebbe coagulato e la gamba
sarebbe guarita, perciò vi aveva inserito quei tubicini di perspex perché Caffery morisse
dissanguato.
Caffery era stato fortunato, i tubicini erano fuoriusciti, ma alla fine Gerber sarebbe tornato,
anche solo per controllare.
Udì un rumore sopra la testa. Un passo. Qualcosa di pesante sopra il tetto del pozzo. Si
irrigidì e soffocò l’istinto di urlare qualcosa a quello stronzo. Sapeva cosa doveva fare:
lasciargli credere che fosse morto. Si alzò e si spostò verso il lato della fossa in cui si trovava la
scala a pioli respirando nel modo più superficiale e silenzioso possibile.
Ci fu una pausa, un lungo silenzio in cui non accadde nulla. Forse si era immaginato tutto.
Stava per risedersi quando udì un altro passo e un tonfo sordo, seguito da un rumore metallico.
La serratura del chiusino: Gerber la stava controllando.
Si afferrò alla scala, poi salì un paio di pioli fino ad avere il collo e le spalle contro il soffitto
e la testa a pochi centimetri da esso. Spostò la gamba ferita indietro e si tenne aggrappato, i
denti stretti e l’altra mano pronta. Non poteva aspettare sul fondo della fossa che quel bastardo
entrasse: sarebbe stato un pesce in un barile. Aveva una possibilità, una soltanto. Doveva farsi
avanti e affrontarlo di petto. Poi, se lo avesse preso in tempo, avrebbe potuto tirargli addosso il
chiusino e sbilanciarlo.
La serratura scattò. Attese, tremando, pronto a colpire come un battitore, con le mani
davanti al volto. Sentì una scarica di adrenalina in tutto il corpo. Forza, vieni a prendermi. Vieni
a prendermi.
Ma non accadde niente. Non venne nessuno. Il chiusino non si spalancò.
Seguirono alcuni istanti di silenzio, poi si udì un altro passo. Stavolta Gerber stava
indietreggiando. Aveva aperto la serratura ma non il chiusino. Caffery tenne la mascella
rilassata, e cercò di mantenere il respiro lento e costante mentre seguiva mentalmente i
movimenti dell’uomo. Cos’aveva in testa?

214
Ci fu di nuovo silenzio. Contò fino a cento restando in ascolto. Era tutto tranquillo fuori dal
pozzo nero, sulla piscina, sino alla strada. Contò di nuovo fino a cento e si rilassò riprendendo a
respirare normalmente.
Scese dalla scala appoggiandosi alla gamba sana e controllò l’ora, poi guardò di nuovo il
chiusino.
Cosa fa? Cosa vuole che faccia?
Forse Gerber non aveva più intenzione di finirlo sapendo la valanga di merda che gli
sarebbe piombata addosso se avesse aggiunto l’omicidio di un poliziotto alla sua lista. Forse
l’aspettava fuori per scusarsi. No, ovviamente non era così. Caffery sapeva cosa stava
accadendo: voleva stanarlo. Gerber aveva una pistola e lo stava aspettando.
Se così doveva andare, così sarebbe andata. Semplice.
Lasciò che la lancetta dei secondi facesse cinque giri, poi salì la scala. Inspirò e spinse con
forza il chiusino, che si spalancò e rotolò via con un baccano assordante. Caffery fu investito
dalla luce. Restò aggrappato alla scala con il respiro affannoso, il piede sano ben saldo su un
piolo e una mano sollevata, pronto a difendersi.
In alto sopra di lui il cielo era azzurro, senza neanche una nube. Attese facendo un paio di
calcoli. La piscina era a un centinaio di metri. In fondo c’era il capanno degli attrezzi con la
scala a pioli. Là dentro avrebbe di certo trovato qualcosa. Un seghetto, un’ascia, forse.
Passarono tre minuti. Poi, facendo leva sulla gamba buona, si tirò su goffamente e uscì,
rotolando via velocemente. Si gettò a capofitto verso il prato e si riparò dietro una siepe; lì si
accovacciò con le mani strette sulla gamba per impedire che la ferita si riaprisse e ricominciasse
a sanguinare.
Faceva caldo come in agosto: gli alberi, le siepi, persino l’erba erano immobili, le loro
sagome indistinte nella calura. Quando il dolore cessò, si alzò e guardò il giardino. La macchina
di Gerber era nel vialetto, in pieno sole. La sua, come previsto, non c’era. Era stata nascosta in
modo che chiunque si trovasse davanti all’ingresso non la vedesse, ma da lì era facile
individuarla: coperta con una cerata, era parcheggiata di muso contro il portone di un fienile
fatiscente, a un centinaio di metri di distanza.
La raggiunse in fretta zoppicando, levò la cerata e scosse le portiere. Erano tutte chiuse. Vide
dal finestrino che il vano del cruscotto era aperto. Dunque aveva ragione: quel bastardo aveva
preso la pistola.
Andava meglio se camminando si teneva la gamba ferita, perciò la strinse con entrambe le
mani e procedette così sul prato, oltre la piscina, fino al capanno. Sul porta-attrezzi magnetico
trovò uno scalpello e un cacciavite, ma non c’erano asce. Li prese.
Proseguì fino alla casa. La porta d’ingresso era socchiusa. La spinse con la punta di un dito
e questa si spalancò senza far rumore, mostrandogli lo studio in cui era avvenuta l’aggressione.
Era vuoto. Le tende erano in parte tirate, i biscotti ammucchiati da una parte. Notò i punti in cui
gli schizzi di sangue sul divano e sul pavimento erano stati puliti in fretta. Entrò e rimase lì per
un po’ a guardarsi attorno. Dove si stava nascondendo Gerber?
Zoppicò fino alla scrivania e aprì i cassetti, vi frugò dentro trovando graffette, penne e
vecchi biglietti da visita. Si raddrizzò e studiò la libreria. Su una mensola c’era una scatola di
cuoio. La prese e l’aprì. Una targa all’interno recitava: A GEORGES, CON STIMA E AFFETTO
DAL PERSONALE E DAI PAZIENTI DELLA CLINICA ST HILDA, 1998. Nel velluto erano
inseriti sei strumenti da chirurgo placcati d’oro: pinze emostatiche, pinzette, forbici e tre bisturi.
Si intascò i bisturi, rimise a posto la scatola e tornò in corridoio.

215
La porta della sala con i frigoriferi era chiusa. Vi accostò l’orecchio, fece un respiro e girò
con delicatezza la maniglia, solo una volta. Restò di nuovo in ascolto.
Niente. C’erano solo il vago ronzio elettronico di un frigo e il ticchettio di un orologio.
Strinse con forza il bisturi nella mano. Anche lo scalpello era pronto: il manico gli sporgeva
dalla tasca sinistra. Spinse la porta che si spalancò andando a sbattere contro la parete, poi
indietreggiò in corridoio appiattendosi contro il muro con il bisturi pronto.
Ancora niente. Fece un profondo respiro, avanzò e ruotò veloce su se stesso controllando
anche il soffitto – una volta si era fregato per quella dimenticanza – poi entrò dando le spalle al
muro.
La luce era spenta, la stanza vuota, la porta di fronte socchiusa. Udiva il canto lontano degli
uccellini che si riversava nel locale dalle scale. Si avvicinò e l’aprì per vedere se il rumore
provocasse qualche movimento dall’alto. Non fu così. Gerber lo voleva là. Voleva che vedesse
quello che aveva fatto. Ma dov’era? Forse non era affatto nell’edificio. Forse era solo l’inizio di
un piano complicato.
Caffery si aggirò nella stanza raccogliendo armi: un lungo coltello per scarnificare e il
punteruolo usato da Gerber. Aveva ancora un pezzetto di stoffa grigia infilzato sulla punta. La
gamba del suo pantalone. Se lo infilò nella manica e si mise il coltello in tasca. Sentendosi
armato come un elicottero Apache, salì silenziosamente le scale concentrandosi per non farle
scricchiolare. La gamba aveva quasi smesso di sanguinare, ciononostante, quando arrivò in
cima e guardò il polpaccio, vide un paio di macchie di sangue scuro. La Scientifica lo avrebbe
ringraziato per quello, sempreché fosse sopravvissuto e fossero riusciti a trovare quel posto.
In cima alle scale c’era una porta, anch’essa socchiusa. Infilò la punta del coltello nella
fessura e spinse. Si spalancò con un lento cigolio. Non appena vide quello che si trovava al di
là, fece un passo indietro e sollevò il coltello.
Era un corridoio, identico a quello sottostante tranne che per un particolare. A otto metri
circa, vicino alla porta in fondo c’era Gerber, seduto con la schiena appoggiata al muro, che
fissava lo sguardo fuori dalla finestra. Era rivolto leggermente dalla parte opposta, quasi di
profilo, con le gambe incrociate. Si era cambiato e indossava una camicia bianca e una giacca
beige da viaggio appoggiata sulle spalle. La mano destra, quella più vicina a Caffery, era infilata
nella tasca. L’altra, appoggiata vicino alla coscia, non era visibile. Là c’era la pistola. Quando la
porta si aprì, Gerber non si voltò subito. Continuò a fissare dalla finestra con sguardo quasi
assente. Era il suo modo di fare, pensò Caffery. Era contento di starsene seduto in attesa della
preda con un mezzo sorriso. Un serpente nella tana. Era stato abbastanza abile da uccidere Lucy
Mahoney e Susan Hopkins, e da riuscire quasi a cavarsela.
Caffery tenne le spalle contro il muro restando lontano dalla sua portata. «Mostrami le
mani.»
Gerber non reagì.
«Hai sentito? Mostrami quelle cazzo di mani.»
Gerber lasciò ricadere la destra fuori dalla tasca, con il palmo rivolto verso l’alto. Era vuota.
Poi sollevò la sinistra di una decina di centimetri, sopra la coscia. Stringeva la Hardballer ma
non era puntata verso Caffery. Era inclinata in basso, stretta solo debolmente. Poco dopo la
mollò e questa cadde sul pavimento vicino al muro, a meno di mezzo metro da Caffery.
Gerber la seguì con lo sguardo ma non fece alcun tentativo di recuperarla.
Caffery scrutò il corridoio, le finestre e la porta in fondo. Cosa sarebbe dovuto accadere lì?
Quella porta là… era chiusa a chiave? Guardò la pistola. «Qualsiasi cosa tu abbia architettato,
non funzionerà», disse a Gerber. «Non decidi tu come finisce, lo decido io.»

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Lui respirò rumorosamente. Voltò un po’ la testa e lo fissò. Aveva il volto pallido, le labbra
gonfie.
Caffery si accigliò, confuso. C’era qualcosa che proprio non andava. Fece un passo in
avanti, raccolse la pistola e gliela puntò contro ma lui continuò a non muoversi. Anzi, abbassò il
mento, come se avesse difficoltà a tenere su la testa.
Caffery fece un altro passo, e poi un altro ancora. Gerber lo fissò con occhi stanchi, il
labbro inferiore bagnato di saliva.
Caffery si fermò davanti a lui e rimase là con la pistola puntata a osservare quello strano
omino con i capelli ispidi e la faccia pallida, squamata. Ora che era più vicino, notò che stava
tremando. Gli agitò la pistola sul viso. Lui seguì apatico il movimento della canna ma non si
mosse né tentò di afferrarla. La saliva si trasformò in un lungo filo di bava, che si staccò e
cadde per terra. Caffery guardò la macchia sul pavimento di noce. Era mista a sangue. Iniziò a
capire. Sollevò lo sguardo e lo studiò in volto. «Cosa hai fatto?»
«Vaffanculo», bofonchiò lui. Ora tremava più forte e aveva la fronte madida di sudore.
«Vaffanculo, crepa.»
Alzò la mano come per tirargli un pugno, ma gli mancarono le forze e l’abbassò con il
respiro affannoso.
Caffery infine comprese perché. Sul lato sinistro della camicia, quello nascosto, c’era una
lunga macchia di sangue che andava dal colletto alla vita. Si protese, non tanto da permettergli
di sputargli addosso o di afferrarlo, ma abbastanza da vedere la ferita al collo.
«Cazzo», mormorò.
Lo squarcio iniziava davanti e terminava sulla nuca, tra i capelli. Caffery scorgeva l’interno
della ferita da un’estremità all’altra e il bagliore opaco di un proiettile conficcato dietro
l’orecchio.
Gerber batteva i denti.
«Ti sei sparato, stronzo vigliacco. Non dovresti fare brutte cose se non sei in grado di
sopportarne le conseguenze, non lo sai? Non dovresti…»
S’interruppe. Guardò la pistola per terra e di nuovo la ferita. Poi guardò fuori dalla finestra,
la piscina vuota, di un azzurro smorto sotto il sole. No. Non era possibile. Gerber non aveva
avuto il tempo di aprire il pozzo nero, venire là e tentare il suicidio. Dal pozzo lo sparo forse
non sarebbe stato udibile, ma dalla piscina, dove lui ormai si trovava, l’avrebbe sentito
distintamente, soprattutto con la finestra aperta. E il sangue sulla camicia… era già scuro e
coagulato, come se fosse là da tempo.
Guardò ancora una volta dalla finestra e poi Gerber.
«C’è qualcosa che non va», sussurrò, perplesso.
Poi, quasi in risposta, udì un lieve gemito provenire dalla parte anteriore della casa. Il
rumore di un motore a due tempi. Un tosaerba. No. Era più contenuto, più simile a quello di un
piccolo scooter.
Alla fine, di colpo, capì. Gerber non aveva aperto il chiusino: non avrebbe potuto farlo. Era
sempre rimasto là ad agonizzare sul pavimento.
Caffery zoppicò più in fretta possibile giù per le scale, attraversò la stanza dei frigoriferi e
uscì sul vialetto di ghiaia. Giunto nel centro della stradina, si fermò e guardò verso sud, dove il
rumore stava svanendo. Per un centinaio di metri, fin dove curvava bruscamente sparendo alla
vista, questa era deserta. Il rumore dello scooter si affievolì nell’aria immobile e infine scemò.
Rimase solo quello degli uccellini tra gli alberi.
Il Tokoloshe. Amos Chipeta.

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Caffery rimase nella luce screziata a fissare il punto in cui la stradina scompariva. Cosa
diavolo dovrei pensare di te? Cosa diavolo vuoi?
Gli aveva salvato la vita senza un chiaro motivo, e nel farlo si era infilato in un guaio
davvero grosso. I capelli sottratti ai cadaveri erano una cosa – probabilmente per quello se la
sarebbe cavata – ma sparare a Gerber? Sarebbe andato a fondo come lui, anche se aveva salvato
un poliziotto.
Ma come a volte succede nella vita, quando Caffery diede le spalle alla stradina silenziosa e
tornò dentro zoppicando, fino al corridoio di Gerber, dove il sole pomeridiano illuminava il
pavimento con la sua luce ambrata, scoprì che la situazione si era ribaltata di nuovo.
Scoprì che in quella storia si era aperta un’altra porta, e stavolta era una porta attraverso cui
sia lui sia Amos Chipeta avrebbero potuto sgusciare via come fantasmi.

218
65
I pubblici ministeri parlavano ogni tanto a Caffery dell’«effetto CSI», spiegandogli come la
serie televisiva americana inducesse la gente, in particolare le giurie, a credere che la scienza
forense fosse onnipotente, che ci fosse un test per tutto, che se esisteva un indizio, gli addetti
alla scena del crimine l’avrebbero automaticamente trovato. In verità, come ogni tutore della
legge ben sapeva, il miglior scienziato forense era abile quanto l’agente incaricato delle indagini.
Tutta la scienza forense si basava sulla raccolta di informazioni, ed era dunque molto facile
manipolarla.
Gerber era morto. Nei pochi istanti che Caffery aveva trascorso all’esterno, il suo cuore
aveva finito di pompare fuori tutto il sangue. Ora giaceva, grigio e immobile, ripiegato su se
stesso. Il che diede a Caffery la possibilità di cambiare il corso della storia. Si aggirò
zoppicando per la casa recuperando le sue cose, tra cui il telefono, le manette flessibili e lo
spray al peperoncino. Poi dedicò quaranta minuti a orchestrare il tutto: cancellò le impronte,
pulì le macchie di sangue, sistemò il corpo di Gerber in modo da poter trattare quel posto da
investigatore, non da vittima, da poter dirigere gli uomini della Scientifica e vendere la sua
versione credibile dei fatti quando fossero arrivati.
Lo scenario fu il seguente: Gerber sapeva che la rete si stava stringendo. Aveva gettato
Caffery nella fossa biologica ritenendolo morto e si era ucciso con la pistola che deteneva
illegalmente, avvolta in un canovaccio nella scrivania. Quando aveva ripreso conoscenza,
Caffery aveva scoperto di avere abbastanza campo in cima alla scaletta della fossa biologica e
inviato un messaggio a Turnbull. Nell’sms non si faceva menzione di una pistola, Caffery non
ne sapeva niente, non aveva sentito nulla nel pozzo nero. Era stata una tremenda sorpresa
vedere quello che Gerber aveva commesso quando le squadre erano arrivate e lo avevano
liberato.
Li guardò portar via il corpo. Quando gli avessero analizzato le dita, avrebbero trovato
residui di polvere da sparo. Nel soffitto del corridoio avrebbero rinvenuto un proiettile vagante,
sparato dopo il primo dallo stesso Gerber per un riflesso automatico. Le uniche impronte sulla
45 Hardballer e sui proiettili che ancora conteneva sarebbero state quelle di Gerber. Per il resto
era pulita. Le uniche fibre che vi avrebbero riscontrato sarebbero state quelle del canovaccio
ritrovato nel cassetto dello studio, dove la conservava probabilmente da anni. Al pianterreno
non ci sarebbero stati né il sangue né le impronte dei piedi né quelle digitali di Caffery, solo le
tracce dell’effrazione: trasgressione che avrebbe ammesso all’istante. Non ci sarebbero stati
accenni ad Amos Chipeta.
Caffery rimase finché gli agenti della Balistica recuperarono la Hardballer dal pavimento del
corridoio. Settecento sterline buttate nel cesso. Che peccato. Era una buona pistola: brutta ma
buona. Prima o poi sarebbe forse ricomparsa per le strade. E lui se la sarebbe dovuta
ricomprare. Si fermò per un istante nel sole della sera e si voltò a osservare la casa, il chiusino e
la piscina. Pensò alla Tanzania. Chissà cosa significava crescere poveri e deformi. Chissà come
appariva l’Inghilterra agli occhi di Chipeta.
Due paramedici si stagliarono sulla porta d’ingresso e lo guardarono. Lo avevano seguito
per tutto il pomeriggio cercando con pazienza di indurlo a salire sull’ambulanza. Rivolse loro un

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sorriso cordiale e, prima che potessero bloccarlo, s’infilò sulla Mondeo sollevandosi la gamba
ferita e avviò l’auto. L’ospedale era a una trentina di chilometri. Non gli serviva l’ambulanza.
Fece loro un vago cenno di saluto con la mano e uscì dal vialetto. Se era sopravvissuto a quanto
gli era successo quel giorno, sarebbe riuscito a fare trenta chilometri da solo.

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La telefonata arrivò alle otto e mezzo di sera, quando Caffery era prono sul lettino del pronto
soccorso con la testa appoggiata sulle braccia. I pantaloni strappati giacevano sulla sedia accanto
al letto. Era un poliziotto, perciò lo avevano visitato subito: presentava una ferita superficiale,
non erano interessati nervi, legamenti né ossa, ciononostante, se avesse voluto che la sua gamba
fosse quasi presentabile nel giro di un anno, si sarebbe dovuto sottoporre a un intervento
chirurgico. E ricoverare. Caffery si rifiutò. Voleva solo essere medicato e andarsene. Quindi ora
c’era un tirocinante seduto sul letto alle sue spalle: sembrava un modello scontroso e gli
cacciava Naropin e punti di sutura nel polpaccio tirando rumorosamente su col naso per la
puzza degli abiti che il detective aveva ancora addosso. Quando suonò il telefono, Caffery
dovette sollevarsi sui gomiti per recuperarlo dalla tasca della giacca.
«Sì. Detective Caffery», bofonchiò.
«Ce n’è un’altra.» Era Turnbull. «È arrivata oggi pomeriggio. La squadra che l’ha recuperata
ha pensato a un suicidio e l’ha mandata al Royal United, ma qualcuno al call center si è messo a
pensare dopo il lavoro, con un colpo di genio l’ha associata alla sua indagine e come un
perfetto informatore si è attaccato al telefono. È lo stesso modus operandi. L’hanno trovata in
macchina: con le pillole, il coltello, la stessa merda insomma.»
Per un attimo Caffery non rispose. Il medico aveva smesso di lavorare ed era in piedi
accanto alla testata del letto con le braccia conserte e le sopracciglia inarcate, a ricordargli il
cartello sul muro: il disegno di un telefono con sopra una sbarra. Caffery sollevò il pollice con
l’aria di dirgli abbia pazienza, faccio subito, e si infilò il dito nell’orecchio sinistro.
«Sì, continua. Chi è?»
«Una certa Lindermilk.»
«Lindermilk? Ho già visto questo nome.»
«Ruth Lindermilk? Vive dalle parti di Farleigh Hall in uno di quei villaggi che stiamo
passando al setaccio. Era una specie di eremita. E sa chi è sua nipote? O meglio, era?»
«Lasciami indovinare: Mahoney.»
«No. Hopkins.»
«Cristo.»
«Sì, e Ruth Lindermilk aveva un appuntamento alla clinica Rothersfield stamattina. Il nome
del chirurgo?»
«Gerber. Ecco dove ho visto il suo nome: nei file.»
«E nel frattempo», proseguì Turnbull, «mentre sbrigano le solite cose nel luogo in cui
l’hanno trovata, arriva un’altra chiamata. La casa di Lindermilk è stata messa a soqquadro. È un
vero casino.»
«È successo durante l’omicidio?»
«Non penso. A quanto risulta dal corpo, non ha opposto resistenza. Pensiamo che sia
successo dopo. L’ha ammazzata, è tornato là e ha buttato tutto all’aria. Proprio come nel caso
Mahoney, ma stavolta non con altrettanta discrezione.»
«Chi l’ha scoperto?»

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«Il figlio. Viene a sapere quello che è successo alla madre e – ascolti bene per capire con che
razza di personaggio abbiamo a che fare – dato che vuole prendersi alcuni oggetti di valore
prima che la polizia metta i sigilli alla casa, si precipita là ed entra. A quanto pare ha una chiave.
Ma scopre che qualcuno lo ha battuto sul tempo. Per poco non lo ha preso. Lo ha sentito saltare
da una finestra sul retro.»
«A che ora è successo?»
«Due o tre ore fa.»
«Allora non può esser stato Gerber.»
«Lindermilk era nota per far incazzare i vicini. Sono scoppiate un paio di liti. Forse è stato
uno di loro.»
Il medico, esasperato, uscì dalla stanza lasciando la ferita ricucita a metà, alcune siringhe
nella bacinella, un telo impregnato di sangue e una tenda ondeggiante quali unici segni del suo
intervento.
«Cosa devo fare?» chiese Turnbull.
Caffery fu sopraffatto da un’enorme ondata di stanchezza. Non credeva di riuscire a
rimettersi in moto. Voleva mangiare, bere e dormire, nient’altro. «Non lo so», bofonchiò con
voce impastata. «Dov’è il corpo?»
«Su all’obitorio. Stiamo aspettando di conoscere la data dell’autopsia. La Scientifica sta
andando alla casa in questo momento. Vuol darci un’occhiata?»
Caffery spostò a poco a poco le gambe, abbassandole con cautela sul pavimento. Attese per
qualche istante che non gli girasse più la testa, poi si guardò attorno in cerca del pulsante di
chiamata. «Ci andrò non appena riuscirò a trovare un dottore in questo posto.»

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La prima cosa che Caffery notò fu la vicinanza della casa di Ruth Lindermilk con Farleigh Park
Hall. Sì, ora che ci pensava, ricordò di essere passato in macchina accanto al villaggio solo
pochi giorni prima. Sentì una scarica di adrenalina mentre lasciava la strada e parcheggiava
dietro l’auto della polizia all’esterno della villetta. Era possibile che anche Misty Kitson fosse
stata sull’elenco di Gerber? No. Sarebbe stato troppo perfetto, vero?
Prima le cose più importanti. Doveva indagare sul furto. Poi avrebbe pensato a Misty. Si
guardò attorno. Le auto degli uomini della scena del crimine erano allineate in fondo alla via e
alcuni vicini osservavano dalla stradina buia con le braccia conserte e una giacca sulle spalle,
cercando di capire cosa stesse succedendo. Qualcuno aveva messo i pannelli di nylon davanti
alla porta di Lindermilk. Forse per quello la gente era così interessata.
In ospedale gli avevano fatto un’iniezione di antibiotici e dato alcune confezioni di
analgesici e di sedativi da assumere più tardi. In preda a un insolito zelo professionale si fermò
al cottage per mettere il completo in un sacco da consegnare ai tecnici della Scientifica. Ora
indossava un paio di jeans neri e un giubbotto di nylon dello stesso colore, ma l’andatura
claudicante lo tradiva, come del resto il naso gonfio e le smorfie che faceva quando caricava il
peso sul piede. L’agente del distretto che lo stava aspettando in casa avanzò e tese d’istinto le
mani per aiutarlo sul sentierino.
«Tutto a posto», rispose scuotendo la testa. «A postissimo.»
Infilò i guanti che la Scientifica gli aveva dato e seguì l’agente lungo le piastre di alluminio
fino alla piccola sala da pranzo illuminata, dove un uomo grosso e tozzo con una polo grigia era
seduto a un tavolo di quercia lucidato. Era di profilo con il mento appoggiato su una mano e le
labbra increspate. Davanti a lui sul tavolo c’era un cannocchiale d’ottone.
«Il figlio della signora Lindermilk», mormorò l’agente. «Steve. Penso che inizi a rendersi
conto dei fatti solo ora.»
«Come va, amico?» Caffery rimase sulla soglia.
Steve Lindermilk aveva la faccia molto rossa. «Non benissimo. Avrei dovuto fare
qualcosa… non mi sono mai accorto di niente.»
«Le hanno chiesto se vuol parlare con un agente incaricato dei rapporti con i familiari?»
«Sì. Non mi serve.»
«Le è già stato assegnato. Può cambiare idea.»
«No, grazie. Potrebbe però mandare qualcuno a parlare con i vicini? Quelli che ci stanno
guardando come dei babbei?»
«Certo.»
Caffery osservò il nastro giallo della scena del crimine in fondo al corridoio che sbarrava
l’accesso al soggiorno, poi posò di nuovo lo sguardo su Lindermilk. «Sa perché sono qui?»
«Per farmi delle domande?»
«E dare un’occhiata alla casa. Dobbiamo scoprire se quest’effrazione sia collegata alla morte
di sua madre.» La testa e la gamba gli facevano un male cane nonostante gli analgesici.
«Capisce?»

223
Lui annuì.
«È d’accordo?»
«Certo.» Steve si alzò e seguì Caffery sulle piastre di alluminio. Si fermarono all’ingresso
del soggiorno, si allungarono oltre il nastro e sbirciarono dentro come i visitatori in un palazzo
signorile. Tanto per cominciare Caffery ebbe l’impressione che Ruth Lindermilk non fosse una
brava casalinga, ma questo era un altro discorso: ogni credenza, ogni scaffale erano stati
svuotati e la roba ammucchiata per terra. Un furto dettato dalla rabbia? In quel caso si
mettevano anche a cagare per terra o sui letti. Qui sembrava piuttosto che stessero cercando
qualcosa. In cucina c’era una finestra aperta con le serrature scassinate. Sembrava opera di un
professionista. Un gatto saltò sul davanzale, si bloccò quando li vide e rimase per un attimo in
equilibrio a fissarli.
«Guardi un po’ là», brontolò Lindermilk. «Mia mamma lasciava questi animali liberi di fare
quello che volevano. Non aveva il senso del limite.»
«Quando è stata l’ultima volta che è venuto qui?»
«Ieri.»
«E suppongo che la casa allora non fosse così, vero?»
«No, accidenti, per niente», rispose. «Quelle fotografie sul muro, quelle degli animali: ecco
cosa faceva incazzare i vicini. Mi stupisce che non le abbiano prese, se è stato uno di loro.»
«Stiamo valutando tutte le possibilità.»
Lindermilk scrollò le spalle. «Sa che le dico: quando avrete finito qui, posso averle? Vorrei
bruciarle tutte quante.»
«Parli con quelli della Scientifica. Non dovrebbe essere un problema.»
«Anche fuori ci sono delle cose che vorrei prendere. Quella roba sul tetto. Non voglio che i
vicini vengano qui e ridano di noi.»
Caffery si voltò verso la scala. La ringhiera era cosparsa di polvere d’ossido di alluminio,
contrassegnata qua e là da spazi rettangolari nei punti in cui erano state rilevate le impronte con
il nastro. «L’ultima volta non ha visto nessuno aggirarsi da queste parti? Auto sconosciute?»
«Non ho visto niente di niente.»
«Saprebbe dire se manca qualcosa? Sua madre teneva oggetti di valore? C’erano contanti in
casa? Gioielli? Carte di credito?»
«Aveva solo il computer e il televisore. E il cannocchiale. Però aveva qualche gioiello, anelli
e roba del genere.»
«Dove potrebbe averli messi?»
«In cassaforte.»
Caffery guardò con aria interrogativa l’uomo della Scientifica sulla soglia. «La cassaforte
non è danneggiata, signore.» Indicò il primo piano. «È in camera da letto. Hanno tentato di
aprirla, ma non ci sono riusciti.»
Salirono tutti e tre di sopra. Caffery si tirò su aggrappandosi alla ringhiera senza caricare la
gamba ferita. Un altro uomo della Scientifica con una tuta blu addosso era accovacciato davanti
alla cassapanca sul pianerottolo, gli occhi all’altezza della maniglia, intento a cospargerla di una
polvere nera. Quando lo superarono, sospirò.
«Al momento ho solo una serie di impronte, le sue. Credo che l’intruso portasse dei guanti.»
Lindermilk li condusse in una camera piccola, con il soffitto basso, una finestra sotto il tetto
e le travi a vista. C’era un letto con una testiera imbottita e sopra una cassaforte a muro, piccola,
sufficiente solo per tenere carte e alcuni gioielli. Era ricoperta di polvere per il rilevamento delle
impronte. Lindermilk si avvicinò e stava per ruotare il disco combinatore quando Caffery tossì.

224
«Aspetti un attimo.» Tornò zoppicando nell’atrio e si chinò per prendere un paio di guanti
dal kit della Scientifica. Glieli lanciò, lui li prese e li indossò.
«Allora conosce la combinazione?»
Lindermilk studiò la chiusura. «Sì, se non l’ha cambiata.» Provò a ruotare la manopola
borbottando i numeri. La serratura emise degli scatti e girò; poco dopo Lindermilk aprì la
cassaforte e indietreggiò indicandone il contenuto con la mano.
«I gioielli.» Li prese. Aprì la scatola e vi guardò dentro frugando con un dito.
«Manca qualcosa?»
«Non credo.» La porse a Caffery.
Là dentro non c’era niente di particolare: un solitario con una catenina, un paio di gemelli,
alcuni anelli e una spilla diamantata a forma di ancora.
Lindermilk posò la scatola e si voltò verso la cassaforte. Prese la busta in alto, ne estrasse il
contenuto e lo esaminò. «Documenti legali. Il testamento, gli atti della casa, carte di avvocati.»
Tolse l’elastico alla seconda cartellina. Conteneva fotografie, tutte delle stesse dimensioni,
formato A4, ma la qualità della stampa e la carta variavano. Dovevano essere state scattate
nell’arco di trent’anni o anche più.
«Cosa sono?»
«Fotografie di animali. Dio solo sa perché le tenesse, quella stordita. Aveva l’abitudine di
fotografare delfini e cose del genere. Brucerò anche queste.»
«Mi faccia vedere.»
Lindermilk le dispose a ventaglio. Alcune erano a colori, altre raffiguravano un matrimonio
probabilmente alla fine degli anni Settanta: una coppia sorridente davanti a una chiesa, la sposa,
una bionda dalla pelle chiara con un abito lungo a fiori bianco e blu e un cappello di paglia.
Altre mostravano animali morti: tassi stesi sull’asfalto, la testa o la parte posteriore del corpo
schiacciate tanto da confondersi con la segnaletica orizzontale, conigli e scoiattoli morti. Un
cervo con le vertebre cervicali fratturate, la testa girata verso le zampe posteriori. «Fotografava
tutti gli animali uccisi sulle strade», disse Lindermilk con tono stanco. «Voleva lanciare una
campagna perché effettuassero controlli della velocità sulla strada laggiù. Per questo i vicini
erano così incazzati.»
Caffery però non lo ascoltava più. In giardino, dove gli alberi si stagliavano nitidi e neri
contro il cielo serale, qualcosa si era mosso. Andò alla finestra e guardò fuori, attento a non
toccare il vetro neanche quando lo appannò con l’alito. Aveva scorto un movimento con la coda
dell’occhio. Non era stato il riflesso di uno di loro nella stanza. C’era qualcosa in giardino.
Rimase fermo per un attimo pensando al buio là fuori, ai chilometri di campagna in cui
poteva strisciare di tutto, alla strada che conduceva alla clinica, al posto in cui si era seduto con
l’Uomo che cammina a guardare le sagome muoversi tra gli alberi. Allo scoppiettio del piccolo
scooter sulla stradina. E poi pensò come apparisse lui, Caffery, dall’esterno, in piedi alla finestra
con il volto serio illuminato da dietro e di lato.
«Signore, posso chiederle una cosa?» fece Lindermilk.
Lui si voltò, distratto. «Cosa?»
Lindermilk gli allungò le foto. «Posso prendere anche queste allora? Insieme a quelle sulle
pareti di sotto?»
Lo sguardo di Caffery tornò alla finestra. Cos’era stato? Poco più di una chiazza di luce,
eppure aveva avuto l’impressione che ci fossero due occhi.
«Signore?»
«Sì.» Non si girò a guardarlo. «Faccia come vuole.»

225
Si scostò dalla finestra, avanzò zoppicando verso la porta e diede la mano all’agente del
distretto. «Grazie per l’aiuto, amico. Ho finito. Dica ai ragazzi della Scientifica di sigillare tutto
nelle buste e di chiudere la casa quando avranno finito.»
La gamba gli faceva più male del previsto, ma scese veloce le scale e uscì da una porta
laterale nella sera, fresca e ovattata, con un profumo simile a quello del limone nell’aria. Il retro
dell’abitazione era silenzioso e buio. Il prato digradava a terrazze per un centinaio di metri.
Scorse le mangiatoie per gli uccellini, spettrali e scheletriche nell’oscurità. Al di là c’erano la
strada, le colline e il campo di colza che aveva superato quando stava cercando l’Uomo che
cammina.
Si fermò all’altezza degli alberi e parlò con voce bassa e chiara. «Sei là? Sei tu?»
In risposta solo il battito del suo cuore.
«Se sei là, non devi preoccuparti. Non dirò niente. Non ti tradirò.»
Trattenne il fiato e restò in ascolto, ma udì solo una brezza fresca e silenziosa. In bocca
aveva un sapore metallico. Pensò al modo in cui la brezza attraversava i campi, agli odori e ai
rumori che portava. Guardò la casa, le finestre. Nessuno stava ascoltando. Nessun tecnico della
Scientifica si stava fumando una sigaretta sulla stradina. Si inoltrò tra gli alberi e si accovacciò,
con la gamba che gli pulsava da matti. Posò le dita sul terreno freddo e restò là a guardare tra gli
alberi.
«So cos’hai fatto.» Esitò, non sapendo come continuare. Era una follia parlare agli alberi e al
nulla. «Te la sei cavata, però ascoltami.» La sua voce si fece più sommessa. «Non posso più
aiutarti. D’ora in poi ti devi arrangiare. Così stanno le cose.»
S’interruppe e attese una reazione. Passarono diversi lunghi minuti finché la gamba gli fece
tanto male che dovette alzarsi. Si mise le mani in tasca e restò di nuovo in ascolto. Non sapeva
che cosa aspettarsi: un movimento o un sussurro. Un fruscio di foglie o alcune parole chiare,
studiate, pronunciate nel buio.
Non successe nulla, assolutamente nulla. Udì solo il rombo del sangue che gli pulsava in
testa.

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Non dirò niente. Non ti tradirò…
Semimpietrita tra gli alberi, accovacciata dietro la bombola della lancia termica che aveva
trascinato fin là dalla macchina, Flea fissò incredula Caffery.
Te la sei cavata. Però non posso più aiutarti.
Non si mosse. Restò accucciata con la bocca aperta, paralizzata da quelle parole. Di che
diavolo stava parlando? Cosa diavolo sapeva?
D’ora in poi ti devi arrangiare. Così stanno le cose…
Nel suo cuore si spalancò una voragine. Si sentì più sola, spaventata e annichilita di quanto
non lo fosse mai stata in vita sua. Ricordò quello che la mamma le aveva detto nella cava. Stai
attenta. Non era stata una blanda accusa, né una frase buttata là per esortarla a stare attenta.
Significava sei sola, quindi guardati le spalle. Ora vide chiaramente cosa avrebbe dovuto fare:
capì che l’unica cosa importante era proteggere se stessa. Doveva combattere per la sua vita.
Caffery rimase là a lungo e a poco a poco, mentre ne osservava la faccia, il riflesso della
luna nei suoi occhi, pensò che forse non riuscisse a vederla. Si mise una mano davanti alla
faccia e la mosse di qua e di là. Lui non reagì. Con la lingua tra i denti Flea si protese
leggermente e ne studiò lo sguardo. Non era focalizzato su di lei. Restò appoggiata sulle nocche
con la testa sollevata, cercando di capire che diavolo stesse succedendo.
Quando sospirò e si rialzò, ne fu sicura: Caffery non sapeva che era là. Quelle parole non
erano rivolte a lei: chiunque fosse il suo interlocutore, non era lei, e se quanto aveva detto
sembrava riguardarla, era stato solo un caso. Questo tuttavia non cambiò la sua decisione.
Mentre Caffery si girava e si avviava verso il cancello principale, espirò sedendosi rilassata sui
talloni. Era determinata, concentrata e perfettamente calma. Quella sera a mezzanotte Mandy e
Thom avrebbero avuto la sorpresa della loro vita. Avrebbero avuto in mano la foto e anche
qualcosa di più, anzi ben di più. Il corpo di Misty. Nel loro giardino, se necessario. Flea non
intendeva più ascoltare discorsi e ragionamenti: da quel momento in poi sarebbero stati cavoli
loro.
Alle dieci la squadra della Scientifica se n’era andata e la casa era vuota, c’era solo un
poliziotto al cancello che le dava le spalle, mentre attendeva l’arrivo degli addetti alla
manutenzione. Dopo dieci minuti si stancò di aspettare, come Flea aveva immaginato, e andò a
sedersi in macchina, dalla quale poteva vedere la parte anteriore della casa, senza pensare che
sul retro, seduto in silenzio tra gli alberi, ci fosse qualcuno. Né sapeva che Caffery aveva
lasciato la porta posteriore aperta.
Flea si raddrizzò con le ossa tutte dolenti e i muscoli delle gambe irrigiditi, raccolse la lancia
termica e attraversò a fatica il prato verso la casa, poi sgattaiolò dentro dalla porta sul retro. Il
poliziotto era sì pigro ma avrebbe notato una luce filtrare dalle finestre, perciò una volta
all’interno recuperò la Maglite dalla tasca del giubbotto, la puntò per terra e avanzò in corridoio
sfiorando ogni tanto qualche gatto. La casa era piena di polvere per il rilevamento delle
impronte e una strana chiazza di luce entrava dalla finestra rotta gettando ombre sui muri. Ai
piedi delle scale scorse il suo riflesso nello specchio, con la maglietta azzurra e i jeans che si era

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messa un secolo prima, la bombola della lancia sulla schiena e gli occhi che le lacrimavano. La
tensione le aveva reso il viso stranamente liscio e giovane, come in un’immagine aerografata.
Lo zaino era pesante e i tendini delle ginocchia le facevano ancora male per il salto dalla
finestra, perciò salì lentamente le scale attenta a non sfiorare i muri. Non stava pensando alla
sorte o agli scherzi del destino, né a cosa stesse facendo Caffery lassù in camera quando i suoi
movimenti nel bosco l’avevano sviato. Stava pensando solo che aveva freddo. E che le
restavano meno di due ore per portare la fotografia a Thom. Allora tutto sarebbe cambiato.
Puntò la torcia sul muro fino a illuminare il letto e la cassaforte in alto. Era aperta. Aperta e
completamente vuota. Spalancata come una bocca immobile. E capì che le cose sarebbero
potute cambiare nel giro di due ore, ma non come si era immaginata.

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Mancavano dieci minuti a mezzanotte. Solo dieci. Flea schiacciò il freno e si fermò nella strada
buia. Spense il motore e osservò la casa di Mandy e Thom. Era buia. Le tende erano chiuse.
Solo la luce del portico era accesa.
Risalì veloce il vialetto e picchiò sulla porta. Mandy venne ad aprire in camicia da notte.
Aveva i polpacci bianchi e pieni di vene, gli occhi gonfi senza trucco e i capelli tutti ritti. Restò
sulla porta con le braccia conserte, infreddolita dall’aria notturna, e la guardò diffidente.
«È in macchina, Mandy. Nel bagagliaio.»
«Chi è in macchina? Chi hai?»
«Puoi rilassarti. Non c’è nessun registratore.»
Mandy la guardò disorientata. «Quale registratore?»
Flea sospirò, tornò all’auto e aprì il bagagliaio. Il corpo era nascosto da una coperta,
circondato da alcune scatole appiattite di cartone che si stavano già inzuppando d’acqua. Flea
guardò Mandy. «Da’ un’occhiata.»
Lei avanzò scalza sul sentierino e guardò la sagoma nel bagagliaio. La sua faccia era
inespressiva alla luce arancione dei lampioni. Passò quasi un minuto. Poi sembrò acquisire un
po’ di vitalità, assumere una certa struttura. Guardò le finestre dei vicini e deglutì. «Chiudilo,
per piacere.»
Flea lo chiuse e tornò al cancello. Fece un respiro osservando il cielo. Si era rannuvolato.
Come sempre. «Sono venuta a dirvi che avete ottenuto quello che volevate. Avete vinto.»
«Vinto cosa?»
«Mi occuperò io del problema.»
Seguì un attimo di silenzio. Mandy controllò la strada per accertarsi che non ci fosse
nessuno, poi tornò a guardarla. «Bene. Questa è una buona cosa.»
«Thom c’è?»
«Dorme. È stata dura per lui. Non voglio svegliarlo.»
Flea la fissò. «Dimmi una cosa.»
«Devo proprio?»
«La verità, per piacere. La verità. È l’unica cosa che vi chiedo, poi me ne andrò.»
«Cioè?»
«È stato Thom a spingerti a farlo? O è stata una tua idea?»
I suoi occhi scintillarono. Lanciò un’occhiata al bagagliaio. Ora stava tremando.
«Allora? È stata un’idea tua o sua?»
«Per il bene di tutti», rispose con voce calma, quasi impercettibile, «è meglio che tu non
sappia mai la risposta.»
Poi risalì il sentierino e chiuse la porta lasciandola nella strada deserta, sola e al freddo sotto
il lampione.

230
70

La campagna era desolata. Le nubi avevano avvolto i campi ammantando tutto, ogni foglia e
ogni ramo, di una strana luce biancastra. Flea guidò lenta e decisa conducendo la Focus lungo
stradine secondarie, che sapeva non essere pattugliate dai ragazzi della stradale a quell’ora della
notte. C’erano pochissime macchine in giro. Si chiese che aspetto avesse agli occhi degli altri
guidatori con quell’aria dura e inflessibile, quando veniva illuminata dai loro fari. Con le mani
strette sul volante e lo sguardo fisso sul parabrezza, sembrava una pazza.
Lasciò la strada. La Focus sobbalzò sulla pista piena di solchi fino alla cava numero otto.
Nel bagagliaio il corpo si mosse contro i cartoni. Trovò un punto più accessibile in mezzo ai
cespugli, sterzò e diede gas addentrandosi di più nella vegetazione. Si fermò con l’assale contro
un tronco caduto. Scese e andò fino al bordo della cava. Rimase sulla stradina deserta in
ascolto, rivolta nella direzione da cui era arrivata. Nessuno l’aveva seguita. Le grotte dell’elfo
erano così sperdute, così isolate che non ci veniva mai nessuno. Ciononostante, restò a
osservare la strada per quasi cinque minuti finché non si ritenne soddisfatta.
Circa quindici anni prima, quando lei e Thom erano ancora adolescenti, una donna era
scomparsa da un night di Bath. Un minuto prima c’era, un minuto dopo non c’era più. Nel
cortile della scuola si divertivano a spaventarsi a vicenda: dicevano che chiunque avesse preso
quella donna sarebbe venuto a prendere anche loro. Solo quando Flea, ormai cresciuta, era
entrata in polizia, aveva saputo la verità. La donna non era stata uccisa dall’uomo nero ma da
uno sconosciuto abbordato quella sera, con cui aveva lasciato il club. L’aveva investita facendo
retromarcia. Probabilmente non aveva mai avuto l’intenzione di ucciderla, era stata una fatalità.
L’aveva scaricata in un allevamento di maiali e Flea anni dopo aveva passato tre settimane
durante un’estate soffocante a estrarre ossa di animali da una fossa, a pulirle con il vapore e a
passarle a un antropologo. Non avevano mai trovato il corpo e senza di esso la procura della
Corona non aveva potuto portare il caso in tribunale anche se tutti conoscevano la verità.
Il che dimostrava che potevi cavartela, a patto che il corpo fosse ben nascosto. La cosa più
sensata che potesse fare in quel momento sarebbe stata noleggiare una sega elettrica, fare Misty
in mille pezzi e sparpagliarli nei fiumi e nei campi. Ma nemmeno la nuova Flea, fredda e
autoritaria, poteva considerare quella soluzione. Perciò era giunta a un’altra convulsa ma
ragionevole conclusione: l’unica che era riuscita a concepire.
Tirò fuori l’attrezzatura da sub dal sedile posteriore, la posò a qualche metro di distanza e
prese a coprire l’auto con rami e bastoni. Si tolse quindi le scarpe, si infilò la muta stagna, si
mise jacket e bombole e fece alcuni brevi respiri con l’erogatore: uno, due, tre. Strinse tutti i
cinghioli, chiuse a chiave l’auto e, controllando di nuovo di non essere vista dalla stradina,
portò le pinne sul bordo della cava. Se le infilò, indossò la maschera e scese la scaletta
arrugginita che conduceva nella cava. All’una e tredici esatta sparì silenziosa nelle acque scure
della cava numero otto.
I Marley avevano sempre fatto immersioni. La mamma e il papà avevano trasmesso quella
passione ai figli. Lei e Thom a undici anni avevano indossato la prima muta. Quasi tutte le
vacanze di famiglia erano incentrate sulla subacquea, che si trattasse di natura o di relitti: in mar

231
Rosso, a Cipro, una volta nella laguna di Truk, un’immersione pericolosa. Era il loro modo di
stare insieme, di essere felici. Persino l’incidente non aveva cambiato tutto ciò. Ma immergersi lì
ora, sola e al buio? Infrangeva tutte le regole della sicurezza e del buonsenso. Era un invito
chiaro e idiota a morire.
Scese lentamente immettendo piccole quantità d’aria nella muta finché raggiunse i quindici
metri. Teneva la torcia puntata in basso e la sua luce si irradiava, come da una membrana,
illuminando le particelle di sospensione che mulinavano nel buio pesto sottostante. Squarciava
le tenebre per un bel tratto, forse per un’altra quindicina di metri, ma il chiarore non
raggiungeva il fondo. Era nella parte più profonda della cava. Sotto di lei aveva ancora
venticinque metri di acqua buia.
Scese per altri quindici metri. Trovò la rete che ricordava, le maglie color alga indistinte e
incrostate nel fascio della torcia. Avanzò aggrappandosi a essa per cinque, sei metri sino a
trovare la targa di avvertimento. Il buco che aveva praticato nella rete la settimana precedente
era ancora là: i bordi sfilacciati ondeggiavano lenti come anemoni di mare. Vi passò attraverso
girandosi per evitare che le bombole si impigliassero: non voleva ripetere l’esperienza
dell’ultima volta. A un paio di metri dalla rete, nel punto in cui era avvenuto l’incidente, si
fermò e ruotò più volte nell’acqua puntando la torcia nel buio.
Di solito, quando faceva decompressione, si agganciava a una cima con un moschettone e si
metteva in orizzontale. Quella sera voleva stare in verticale, potersi girare e vedere a
trecentosessanta gradi. Immise un po’ di aria nel jacket e ne scaricò un po’ dalla muta, per
evitare che le si accumulasse attorno al colletto stagno, fino a trovare l’assetto neutro, poi
allargò le braccia. La torcia era puntata di lato e lei prese a galleggiare serena, come un
astronauta nello spazio.
All’inizio si riposò con gli occhi chiusi, svuotandosi la testa in modo che non ci fosse più
niente, nessun pensiero, nessun rumore, solo quello del suo respiro. Anni prima aveva sentito
dire che alcuni uccelli marini hanno una sorta di bussola interna che usano per attraversare gli
oceani di mezzo mondo e tornare sempre nello stesso luogo della cova. Non devono pensare, si
affidano a un meccanismo antico e miracoloso, al fatto che il loro corpo sa quello che la testa
non può conoscere: dov’è il nord e dove il sud.
Cercò di comportarsi come un uccello marino. Reclinò la testa e alzò il viso verso la
superficie. Voleva che le venisse indicata una direzione. Voleva essere come un uccello marino e
sentirsi suggerire la via.
Passarono vari minuti. Fra un respiro rumoroso e l’altro le orecchie le facevano scherzi.
Veniva attirata da suoni immaginari in ogni direzione, prima a destra e poi a sinistra. Se ne
lasciò sommergere: voleva capire da che parte volesse andare il suo corpo, cosa volesse fare.
Devi stare attenta…
Spalancò gli occhi. Il fascio della torcia le ondeggiò davanti nel buio. La afferrò e la
stabilizzò girandola da una parte all’altra in cerca del suono.
«Mamma?»
Nessuna risposta.
«Mamma?»
Ruotò spingendosi con l’altra mano. Il fascio di luce si mosse tutt’intorno a lei. Era stata
un’allucinazione.
«Mamma? Sei là?»
Un movimento. A sinistra. Proprio al di fuori della luce. La girò svelta. A una ventina di
metri vide due piedi. Due piedi umani che si allontanavano veloci da lei.

232
Amos Chipeta.
Allungò le braccia tenendo la torcia Salvo stretta con entrambe le mani. Il fascio ballonzolò
frenetico nel nulla. I piedi erano scomparsi. La luce illuminò solo il vuoto.
Con il cuore gonfio, abbassò il busto e iniziò a pinneggiare verso il punto in cui fino a poco
prima si trovavano i piedi. D’istinto avrebbe spento la luce per non rivelare la sua posizione a
qualsiasi cosa stesse scomparendo sopra di lei, ma senza la torcia sarebbe stata cieca. La coprì
con una mano lasciando che un bagliore debole, rosato le filtrasse tra le dita e avanzò cauta
nell’acqua.
Secondo la bussola, qualsiasi cosa fosse stava andando a ovest e leggermente verso l’alto.
Raggiunse la parete rocciosa sommersa della cava, vi puntò contro la torcia e non vide niente.
Lo rifece dall’altra parte. Ancora niente. Controllò il profondimetro. Era sempre a trenta metri.
Mosse la luce in cerchio sopra la sua testa. Per quanto andasse veloce, Chipeta avrebbe dovuto
essere ancora visibile nel fascio. La orientò in basso e la mosse controllando ogni angolo, ma
invano. Solo la flora della parete rocciosa che ondeggiava pigramente.
In quell’istante le venne un’idea. Si diceva che la cava fosse collegata con le miniere di
piombo dei romani, che da quelle parti ci fossero dei tunnel. Si mise la torcia nel jacket e passò
le mani sulla superficie limacciosa.
La trovò quasi subito: una cavità. Un punto più scuro nella roccia. Non c’era sulla mappa
della cava, ne era quasi sicura. Vi infilò la mano e ne illuminò i bordi, poi puntò il fascio in
fondo per calcolarne la lunghezza. Non aveva fine. Il fascio si perdeva nel buio. Anche il
diametro era grande: là dentro ci sarebbero stati tre uomini con tutta l’attrezzatura subacquea.
Con tutta l’attrezzatura subacquea. Fece una smorfia. Allora non c’erano scuse.
Con una spinta salì ed entrò nell’apertura. Tenne le mani sulle pareti guidandosi con le dita,
consapevole della facilità con cui sarebbe potuta finire in una strettoia e perdere le bombole
sbattendo contro il soffitto. Diverse persone erano morte così, in luoghi quali la dolina Eagle’s
Nest o nelle grotte dello Yucatan: non come i suoi genitori, in una caduta libera fatale verso il
fondo, ma impigliate nelle sagole, incuneate tra rocce spietate, intrappolate in pozzi e cunicoli
pieni d’acqua. Se le immaginò mentre continuavano a lottare sole, al buio, finché la lancetta del
manometro raggiungeva la zona critica. Finché il bombolino si esauriva e le narici aspiravano il
vuoto. Era il peggior modo di morire.
Il pavimento si inclinava verso l’alto. Stava entrando in un camino: un tubo stretto di circa
un metro e venti che saliva in verticale, senza deviazioni. Il fascio della torcia indicava che era
rettilineo e che i fianchi erano lisci, come se fossero stati tagliati da una macchina. Si costrinse a
effettuare una breve sosta di decompressione: respirò lentamente e si figurò le bolle d’azoto che
le uscivano dai muscoli. I numeri dell’orologio scorrevano. Sei minuti. Sarebbero dovuti
bastare. Riempì il jacket di aria ed entrò nel camino tenendo una mano sollevata sopra la testa.
Il gas in espansione la sollevò rapidamente. Le pareti sfrecciarono via, ridotte a strisce di
calcare nero. Su, su e ancora su, il lungo tunnel risucchiava la luce davanti a lei come in un
sogno. Stai attenta: le parole le martellavano nelle orecchie a ogni battito del cuore finché,
inaspettatamente, si ritrovò in superficie. Avvolta dall’aria.
Era buio. Mise goffamente un gomito sul bordo del camino e ansimò. Si tenne a livello del
terreno sollevando solo la faccia al di sopra della superficie. Si puntò con le gambe e mantenne
la spalla vicino al margine. Se le fosse piombato addosso qualcosa, avrebbe premuto la valvola
di scarico contro la roccia, scaricato l’aria dalla muta e sarebbe ripiombata dritta nel camino. Si
concentrò sulla respirazione. Inspirò ed espirò. Inspirò ed espirò.

233
Passò quasi un minuto. Nessuna mano la afferrò per la testa. Nessuna faccia le comparve
davanti alla maschera. Estrasse prudente la torcia dall’acqua e la puntò davanti a lei. Il fascio
tremolò nel buio e colpì la roccia a circa sei metri di distanza: una parete gocciolante, tutta
coperta di muschio. La spostò a sinistra: altra roccia. Niente nebbia, niente luna, niente alberi.
Invece, quando la puntò verso il cielo, illuminò un tetto dodici metri più in alto. Le voci erano
vere. Era sbucata in una delle vecchie cave di piombo.
C’erano state alcune morti accidentali nelle unità subacquee del Regno Unito, dopo le quali
glielo avevano martellato in testa durante gli addestramenti: mai togliere la maschera. Non
finché non sai come sia l’aria. Si tirò su con i piedi fino a uscire e mettersi a cavalcioni della
cavità, seduta sui talloni. Era tesa e teneva la torcia davanti come un’arma, pronta in ogni
momento a ributtarsi nel camino. Lentamente, con l’altra mano, scostò il cinghiolo della
maschera dall’orecchio, piegò la testa di lato e si mise in ascolto trattenendo il fiato.
Qualcosa stava respirando nel buio, nascosto tra le rocce.
Sollevò la maschera e annusò per controllare l’aria. Attese. Era pulita. Umida e pregna
dell’odore d’acqua e di foglie marce, ma pulita. Si mise la maschera sul polso, per essere pronta
a indossarla, e posò la mano destra sul terreno. Con i muscoli delle gambe che protestavano, si
piegò in avanti e puntò la luce verso il rumore.
Il fascio colpì una roccia nera e scivolò via. Poi, incuneato in una fessura, qualcosa brillò.
Erano due occhi. Ellittici, paralleli al terreno, a poco meno di un metro d’altezza. Occhi umani,
ma gialli e malati. La stavano fissando. Si socchiusero nella luce, poi una mano grande si
sollevò per un attimo per proteggerli. Ora Flea riuscì a valutare le dimensioni della testa. Aveva
una forma a incudine, la mascella era troppo grande e il collo schiacciato, quasi inesistente. Vide
che la parte superiore della gabbia toracica sporgeva per le coste troppo grosse. Sentì un respiro
affannoso. Non era un elfo. Né un troll, un folletto o uno gnomo. E nemmeno un Tokoloshe.
Quello era un essere umano con addosso una maglietta lisa, un paio di pantaloncini e un paio di
infradito tutte schiacciate. Si mantenne ferma e calma.
«Sono della polizia. Non ti muovere. Non avvicinarti.»
Lui batté le palpebre.
«Fai un passo verso di me e finirai conciato come neanche t’immagini. Intesi?»
Ci fu un momento d’esitazione, poi lo sconosciuto annuì.
Flea si alzò e lo affrontò.
«Amos. Tu sei Amos. Mi stavi seguendo?»
Lui scosse la testa.
«Che mi dici di quel giorno nell’appartamento occupato abusivamente? Quando abbiamo
fatto irruzione?» Si passò la mano sulla bocca per togliersi il sapore della cava. «C’eravamo io e
un altro agente. Un uomo. In borghese.»
Silenzio. I due occhi la studiarono attentamente e ora Flea scorse qualcos’altro nella luce
della torcia. Un bagliore di plastica: dei contenitori di plastica bianca, come quelli che si trovano
nelle stanze degli adolescenti. Quattro, forse cinque, impilati l’uno sull’altro. Poi vide altri
oggetti. Sentì odore di bruciato. Vide un sacco a pelo malandato. E capì che viveva là. Là, al
buio, in mezzo al muschio, alle foglie marce e agli insetti morti, stava cercando di costruirsi
un’esistenza.
«Non so chi tu sia, ma non sei inglese. Sei africano. Tanzaniano.»
Gli occhi rimasero fermi e la fissarono. Aspettavano il seguito.
«Sei un clandestino e sei nella merda fino al collo. Qui, e anche a casa tua.» Cercò di
inumidirsi un po’ la bocca con la lingua. «Posso far sì che quella merda aumenti ancora. E lo

234
farò, se costretta.»
La testa doveva essersi piegata leggermente perché l’inclinazione degli occhi variò. Erano
sempre fissi su di lei ma anche il respiro era cambiato. Era più sommesso. Più profondo e lento.
Flea non riusciva a distogliere lo sguardo da quegli occhi che la guardavano senza battere le
palpebre.
«Ora ti darò una cosa. Capirai quando la vedrai. Troverai tu la soluzione e non ne parlerai
mai. Se proverai a ritorcermela contro, te ne pentirai. So che cosa cerca la polizia, perciò ho
fatto alcune cose al…»
Dovette interrompersi e premersi le dita sulla gola per evitare che la voce le tremasse. L’aria
compressa le stava seccando la gola.
«Ho fatto alcune cose al corpo grazie alle quali non potranno risalire a me. Se provi ad
andare alla polizia, penseranno che l’abbia uccisa tu. Ma…» Dovette fermarsi di nuovo per
controllare la voce. «… se farai tutto per bene, cercherò di aiutarti. Non so come, ma lo farò.
Troverò il sistema di proteggerti. È una cosa semplice. Uno scambio diretto.»
Per un istante l’omino restò immobile, poi con un movimento quasi impercettibile sollevò la
testa e l’abbassò. Stava annuendo.
Flea si pulì il naso e fece un profondo respiro. «Bene. È tutto.»
Prese la maschera, si passò il cinghiolo sui capelli bagnati e se la sistemò sulla testa. Posò le
mani a terra e si accovacciò vicino alla bocca del camino, ruotò le gambe e le immerse
nell’acqua. Attese qualche istante sostenendo lo sguardo dell’uomo. «Un’altra cosa.»
Lui sollevò un poco gli occhi con aria interrogativa.
«Mi dispiace. Mi dispiace tanto.»
Si mise la maschera e sparì in una nube di bolle che si rompevano scoppiettando nel buio.

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71

In macchina davanti alla casa di Lindermilk, Caffery buttò giù gli analgesici e i sedativi
dell’ospedale con una lattina di Sprite Lite. Trascorso un po’ di tempo, i farmaci avrebbero
forse avuto effetto sul dolore, ma sapeva che non lo avrebbero fatto dormire. Troppe cose
erano successe quel giorno.
Arrivò in fondo al viale d’accesso di Farleigh Park Hall e rimase seduto a lungo a fissarne le
luci sfavillanti accendendosi una sigaretta dopo l’altra. Era buio e la squadra della Scientifica
aveva finito di esaminare la casa di Gerber. Avrebbe ripreso il mattino seguente. Forse
dovrebbero cercare resti umani, pensò. Quelli di Misty Kitson. L’indomani mattina lo avrebbe
fatto presente, poi sarebbe tornato a parlare con la segretaria di Gerber, Marsha. Misty si era già
sottoposta a un intervento di chirurgia estetica per ricostruirsi il naso dopo tutti quegli anni
passati a sniffare cocaina. Se lo ricordava dal dossier: l’intervento era stato effettuato da un
iraniano in Harley Street, ma poi forse aveva voluto fare qualcos’altro. Forse aveva fissato un
appuntamento con Gerber. I nomi potrebbero essere falsi: la gente s’imbarazza, aveva detto una
delle segretarie. Potresti aver fatto fuori anche Misty, brutto bastardo? È possibile?
Dopo essersi fumato quattro sigarette, non aveva ancora sonno. Lasciò un messaggio in
segreteria a Powers – «Mi richiami, è importante» – avviò la macchina e si diresse a est con
l’intenzione di andare a casa. Invece si ritrovò per l’ennesima volta a pensare ad Amos Chipeta.
A quello che voleva. Al braccialetto di capelli umani contro gli spiriti maligni. Prese a
vagabondare e si lasciò condurre nel bosco scuro di Stockhill. Alle due del mattino, anziché
imboccare il vialetto di casa a Priddy, lasciò la strada principale e prese la stradina che portava
alle cave delle grotte dell’elfo.
I fari illuminarono le foglie nuove dei fitti cespugli di ginestrone. Obbedendo a un istinto
che lo induceva a essere furtivo, parcheggiò poco più in là, dietro alcune benne, e zoppicò per i
restanti cento metri fino al bordo della cava numero otto.
Era una notte lattiginosa e la luna spargeva un chiarore opprimente che le nubi basse,
incombenti, trattenevano vicino al suolo. Niente si muoveva nell’ombra, non c’erano animali né
vento. Restò per un istante accanto all’acqua con le mani sul polpaccio, per accertarsi che dopo
la camminata la ferita non si fosse riaperta e non avesse ricominciato a sanguinare.
La cava era silenziosa. Niente si muoveva. Dove viveva? si chiese. Dove si nascondeva?
Camminò per una cinquantina di metri lungo il bordo fino alla zona in cui era stato
rinvenuto Ben Jakes, si fermò e guardò la vegetazione bassa. Non era cambiato niente. Proseguì
in senso antiorario fermandosi ogni pochi minuti ad ascoltare i rumori della notte, avanzando
tra i rovi e i rami secchi là dove il sentiero spariva. Era quasi arrivato al punto in cui aveva
trovato lo scooter quando qualcosa lo indusse a bloccarsi.
A tre metri, parcheggiata nella vegetazione e coperta di rami, c’era un’auto. Una Ford Focus
argento. Sembrava che fosse là da molto. Da giorni, visto com’era coperta. Ma sapeva che non
poteva essere così. Si avvicinò di più e posò una mano sul cofano. Era ancora caldo. Qualcuno
l’aveva parcheggiata lì per nasconderla. Si voltò a osservare la cava. L’acqua e gli alberi attorno

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erano immobili. C’era qualcun altro lì? Adesso lo stava guardando? Dagli alberi? Dall’altro lato
della cava?
Caffery aveva il polso accelerato mentre si faceva strada nella vegetazione per raggiungere il
bagagliaio dell’auto. Guardò pensieroso la targa. Iniziava per Y. Una Ford Focus con una targa
iniziante per Y.
Il ricordo gli tornò a poco a poco, come un’onda lenta.
Sapeva di chi era quell’auto.
Il sergente Marley si era stancata della sua Focus, così aveva detto. Stancata? Era stato
proprio quando le aveva chiesto dell’auto alla cava, il giorno in cui aveva recuperato il cane,
che qualcosa in lei era cambiato.
C’era tuttavia un particolare che ancora gli sfuggiva. Indietreggiò e guardò di nuovo il
numero di targa. Aveva visto quella macchina un paio di volte: quando avevano effettuato gli
arresti dell’Operazione Norvegia. Era parcheggiata davanti a una casa sperduta nelle Mendip e
aveva avuto modo di studiarla. Socchiuse gli occhi al ricordo: c’era un alimentatore sulla
cappelliera e qualcos’altro… qualcosa d’importante. Un pezzo di stoffa che fuoriusciva dal
bagagliaio. Un brandello di velluto porpora incastrato nella serratura.
Il cellulare prese a suonargli in tasca e lui sussultò. Arretrò fino a ripararsi tra gli alberi, lo
prese e pose fine al rumore il prima possibile.
«Sì», sibilò. «Che c’è?»
«Jack?» Era Powers. Aveva un tono allegro dopo le bevute della serata. «Ho ricevuto il tuo
messaggio. Ho appena saputo cos’è successo. Mi dispiace, amico, mi dispiace davvero.»
«Sì.» Caffery non distolse lo sguardo dall’auto. Velluto porpora. Velluto porpora incastrato
nel bagagliaio di quell’auto del cavolo. «Certo.»
«Dove sei? In ospedale? Uno della Scientifica ha cercato di rintracciarti. Hanno detto che
avevi promesso di consegnare i vestiti una volta uscito dall’ospedale.»
Velluto porpora. Auto, cappotto. Auto, cappotto. Il cappotto di Misty Kitson. Flea non aveva
voluto ispezionare il lago vicino al centro di riabilitazione per cercarla.
«E per me… hai qualcosa per me? Mi sembravi agitato. Riguarda Kitson?»
«Kitson.» Caffery ripeté distratto quel nome, come se non l’avesse mai sentito prima. «Misty
Kitson.»
«Hai detto che per oggi avresti avuto qualcosa, ricordi?» Powers tacque. «Mi senti, Jack?
Ascolta, dammi solo le informazioni che hai, quello che ti ha detto l’informatore, poi ci
penseremo noi qui. Vengo a prenderti se vuoi. Ora. Ovunque tu sia.»
Lui non rispose. Continuando a fissare la macchina, scostò il telefono dall’orecchio e lo
tenne a distanza. Lasciò che Powers parlasse al nulla per alcuni secondi, poi spense il cellulare
con il pollice. Restò immobile al buio con il braccio teso e il cuore che gli martellava.
Non c’è un Dio, pensò. Non c’è un essere chiamato Dio.

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Riflettendoci ora, risultava chiaro fin dall’inizio. C’erano tanti indizi che la incastravano. I tic, la
mancanza di logica nel suo comportamento. Ripensò a Stuart Pearce nel luogo in cui avevano
recuperato il corpo di Lucy Mahoney e al poliziotto della stradale alla cava, secondo cui la sera
in cui Kitson era scomparsa Flea aveva qualcosa di strano, era tesa.
Dalla cava alla sua destra provenne un rumore chiaro, sommesso, come se un animale forse
riemerso in superficie. Si mise il telefono in tasca e si allontanò dall’auto muovendosi silenzioso
in mezzo agli alberi e fermandosi a una ventina di metri, dov’era ben nascosto. Attese
guardando la macchina e l’acqua nera su cui si riflettevano le nubi.
Era increspata da piccole onde, come se qualcuno avesse gettato un sasso a tre metri dalla
riva. La superficie si agitò e si infranse di nuovo. Altre onde scomposero il riflesso delle nubi.
C’era qualcuno in acqua. Caffery si addentrò ulteriormente nell’ombra. Vennero a galla altre
bolle, poi comparve una testa: nera e lucida. Flea. Il cappuccio della muta rifletteva la vaga luce.
Caffery si appoggiò a un albero per non perdere l’equilibrio mentre guardava. Lei salì una
scaletta a pioli, si tolse la maschera e si sedette sul bordo della cava slacciandosi l’attrezzatura.
Poi si piegò all’indietro e appoggiò le bombole a terra. Si tolse pinne e guanti, chiuse le
bombole e si alzò traballante. Restò ferma per un attimo a osservare la cava girando più volte su
se stessa. Aveva i capelli bagnati appiccicati alla testa e il viso minuto teso e tirato. Quando fu
certa d’essere sola, infilò la mano in una tasca della muta stagna, prese una chiave e si avviò
verso l’auto. Non puntò alla portiera, andò dritta al bagagliaio e lo aprì.
Si chinò e prese un grande involto bianco. Caffery sapeva cosa contenesse: vide la chiazza
giallastra dei capelli decolorati sotto la plastica. Avanzò di qualche passo stringendosi con forza
il naso, come se in quel modo potesse tornare in sé e rendersi conto che era stato solo un sogno.
Muovendosi lentamente e goffamente, Flea buttò a terra il corpo, che emise un tonfo sordo.
Chiuse il bagagliaio e afferrò la plastica a un’estremità. Strinse i denti per la concentrazione, si
inclinò all’indietro e iniziò a trascinarlo fuori dagli alberi nella luce riflessa, indistinta della luna,
verso l’acqua. L’involto sobbalzava e si impigliava. Un paio di volte Caffery pensò che non
sarebbe riuscita a estrarlo dagli alberi, ma era abituata al peso di un corpo morto e lottò con
forza. Impiegò dieci minuti ma alla fine lo portò sul bordo della cava.
Lo avvicinò alla scala, si raddrizzò e si massaggiò prima la schiena, poi la testa per alleviare
la tensione. D’un tratto si irrigidì. Si voltò e guardò verso gli alberi.
«Chi è là?» Stava fissando nella sua direzione.
Caffery si strinse di più le narici reprimendo l’impulso di dire qualcosa. Sentì un peso al
petto.
Flea rimase in ascolto per qualche istante, poi, accigliata, cominciò a rimettersi l’attrezzatura:
si infilò le pinne, si rimise le bombole e si riagganciò il jacket.
Quando fu pronta, entrò in acqua sino a metà. In piedi sulla scala, con un braccio infilato tra
i pioli, si trascinò dietro il corpo. Mentre questo si sollevava, Caffery scorse un pezzo di pelle
attraverso uno strappo nella plastica. Era lacerata, si vedevano i muscoli e i capelli biondo
platino.

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Quando ebbe immerso quasi del tutto il corpo in acqua, Flea si fermò. Era rivolta verso di
esso e lo teneva con un braccio.
Caffery pensò che stesse riflettendo, cercando di decidere che fare, ma poi capì: aveva la
testa china e gli occhi sollevati. Stava guardando quella chiazza indistinta che un tempo era stata
la faccia di Misty Kitson. Se non fosse sembrato assurdo, se non avesse fatto a pugni con quello
che la aveva appena vista fare, avrebbe detto che si stesse scusando con lei.
Ora poteva uscire dagli alberi, restare immobile nella luce della luna, in un punto in cui lo
avrebbe visto. Ma prima che potesse fare alcunché, Flea si mise la maschera, si sistemò il
cinghiolo attorno alle orecchie, strinse saldamente il corpo con entrambe le braccia e sparì come
un sasso lanciato nello specchio scuro della cava portandolo via con sé.
Sorpreso che fosse accaduto tutto così in fretta, Caffery uscì zoppicando dai cespugli e
rimase nella pozza d’acqua lasciata dall’attrezzatura a guardare giù. Attraverso le bolle li vedeva
entrambi: la nuca di Flea e il sudario ghiacciato di plastica di Misty, accompagnati dal tremolio
della torcia.
Poi sparirono. Restarono solo le bolle che si rompevano in superficie, lucide come specchi.

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Era l’alba e Flea aveva finalmente raggiunto le stradine vicino a casa. Guidava a velocità
costante con gli occhi arrossati e appannati, l’odore della cava ancora nelle narici. C’era una
nebbiolina grigia, serpeggiante, che rendeva insidiose le curve. A meno di un chilometro da
casa si trovò di fronte un tornante. Premette con forza il piede e sterzò a sinistra. Sentì le ruote
partire sotto di lei e il volante sobbalzarle tra le mani, ma lo tenne saldamente mentre sbandava
sulla stretta strada di campagna. Le ruote si bloccarono e la macchina iniziò a slittare. Tra lo
stridio delle gomme, un albero le si avvicinò veloce. L’impatto, quando avvenne, la scagliò in
avanti e la cintura le fece male alle coste. L’airbag si gonfiò e le buttò indietro la testa, tanto
velocemente che si morse la lingua.
Dopo un attimo di shock lo sentì sgonfiarsi e la testa le ricadde sul petto con un sobbalzo.
Rimase seduta per un istante ad aspettare che le orecchie smettessero di ronzare. Il sangue le
si stava accumulando in bocca, sotto la lingua. Lo trattenne per un po’ increspando le labbra
mentre si passava mentalmente in rassegna il tronco e gli arti, spostandosi via via in basso. Le
facevano male un ginocchio – lo aveva sbattuto contro la colonna dello sterzo – e lo sterno,
dove la cintura l’aveva trattenuta, ma sentiva le dita dei piedi, riusciva a muoverle.
Aprì la portiera e sputò il sangue sull’asfalto. Si sganciò impacciata la cintura, spalancò il
più possibile la portiera e uscì cauta, senza sforzare troppo il torace. L’auto era schiacciata
contro l’albero. Dovette infilarsi in mezzo e indietreggiare a poco a poco.
Era una stradina tranquilla, piena di fiori di sambuco e di papaveri nuovi. Misto alla
nebbiolina si sentiva l’odore aspro del cerfoglio selvatico, schiacciato nel punto in cui l’auto era
finita contro la siepe. La rugiada dell’albero era caduta sul parabrezza. Girò attorno alla
macchina controllando il danno. Quando arrivò davanti, vide cos’era successo e sospirò. In
qualche modo, forse più per fortuna che per calcolo, era andata benissimo.
Si avvicinò al bagagliaio, lo aprì ed estrasse il sacco per le immondizie con la borsetta, il
telefono, i sandali e il cappotto di Misty. La latta d’olio per motore che aveva messo dietro si era
rovesciata ma non aperta, perciò la aprì con il coltellino svizzero e lasciò che gocciolasse nel
bagagliaio.
Diede un’ultima occhiata all’auto. Il faro che aveva colpito Misty era distrutto, accartocciato
contro la corteccia dell’albero, le ruote anteriori erano state spinte di lato e all’indietro, l’assale
era storto. Anche il vano motore e il parafiamma dovevano essere danneggiati. La macchina era
da buttare. Prima aveva pulito tutto con uno straccio impregnato di benzina per togliere
impronte, capelli e fibre. Vi aveva dedicato due lunghe ore e si sentiva tranquilla. Nessuno,
comunque, avrebbe analizzato quell’auto. Non ne avrebbero avuto motivo, a patto che
dichiarasse d’essere stata lei alla guida. Tutte le prove che legavano lei e Thom sarebbero finite
da uno sfasciacarrozze. Il resto della benzina era in una bottiglietta nel sacco per le immondizie.
Con questo in spalla, superò la siepe e si incamminò nei campi umidi di rugiada. Il sole
filtrava dalla nebbiolina del primo mattino e, mentre saliva, le sagome vaghe, spettrali ai suoi
lati divennero a poco a poco più nitide trasformandosi in sbarre e alberi. Quando raggiunse la
cima di Charmy Down, il vecchio campo d’aviazione, era uscita dalla nebbia e vedeva la torre
dismessa che brillava davanti a lei nel sole. I resti del falò precedente erano ancora là. Un

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cerchio piatto di erba annerita ricoperta di rugiada, che formava una specie di patina grigiastra.
Posò il sacco all’interno del cerchio, prese la bottiglietta e versò la benzina sul suo contenuto,
poi vi gettò sopra un fiammifero.
Indietreggiò di alcuni metri e attese che il fuoco prendesse. Più in là il cielo a oriente era
venato di rosa sporco e marrone. Nella valle la nebbiolina mulinava. Le colline vicine, che
conosceva da una vita, si stagliavano come isole buie sopra di essa. Solsbury Hill si trovava a
meno di un chilometro di distanza; più in là ancora, dove un varco conduceva a Frome e
Warminster, un’altra colonna di fumo, sottile come un dito, si levava nel cielo azzurro.
Tenne lo sguardo fisso su quel fuoco. Il corpo le faceva male per tutto quello che era
successo nelle ultime ventiquattr’ore e le dita le formicolavano per il freddo della cava. Ma
guardare quel fuoco lontano le infuse un senso di pace inspiegabile. Intrecciò le dita attorno alle
caviglie e si protese per osservarlo.
Stai attenta…
Era giusto. Era giusto salvarsi così, fare la cosa sbagliata per un valido motivo. A volte tutto
ciò che potevi fare era andare avanti, compiere scelte che ti tenessero in vita.
Il fuoco emise un lieve sibilo e una fiamma saettò in aria. Si abbassò e saettò di nuovo,
seguita da altre che scoppiettarono, verdi, arancione e blu. Si formò una colonna di fumo nero,
lieve, semitrasparente, che salì in cielo in risposta al fuoco sulla collina vicina.
Il fuoco di un uomo che non aveva mai incontrato in vita sua.

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Alcuni esseri umani possiedono un istinto animale dovuto ad anni di vita dura. Persino
addormentato l’Uomo che cammina sembra sapere cosa accade nel mondo e chi attendersi. È
come se la sua mente sia in grado di uscire dal corpo, di viaggiare oltre valli e colline e
osservare come un falco chi si aggira di notte. E nel frattempo il suo corpo giace accanto al
fuoco spento, silenzioso e immobile, tranne gli occhi.
Quella notte, mentre Gerber si trovava all’obitorio di Trowbridge e Flea si immergeva nella
cava delle grotte dell’elfo, l’Uomo che cammina dormì profondamente e serenamente.
Aspettava qualcuno. Aveva lasciato un materassino e un sacco a pelo in più accanto al fuoco.
Caffery arrivò alle tre e mezzo. S’infilò nel sacco e piombò subito in un sonno torpido,
drogato.
Quando si svegliò, due ore dopo, nell’aria fredda e lattiginosa dell’alba, la nebbiolina era
gelida e l’unico rumore era il triste gracchiare dei corvi sui rami in alto. Si mise a sedere.
L’Uomo che cammina stava preparando la colazione. Dal fuoco si levava una colonna lunga e
sottile di fumo. C’erano uova e pancetta per due. E due tazze in attesa.
«’giorno. Dev’essere proprio un buon giorno. La nebbia se ne andrà.»
Caffery non rispose. Aveva ancora i farmaci dell’ospedale in circolo: si sentiva come
sospeso in qualcosa di caldo e di leggero. Restò seduto con le mani sulle caviglie a guardare il
fuoco e le due tazze identiche di caffè, le due padelle che sfrigolavano sulle fiamme. Non
ricordava di essersi mai sentito così stanco e intorpidito, dentro e fuori. La testa gli ciondolò.
Dovette mettere i gomiti sulle ginocchia e tenerla su con le mani.
«Perché hai il telefono spento?» L’Uomo che cammina non aveva distolto lo sguardo dal
fuoco. «Di solito lo tratti come se fosse un secondo cuore.»
Caffery lo prese dalla tasca sul petto. Lo posò per terra e lo guardò. Non come se fosse un
cuore, come se fosse un serpente.
«Allora?»
«Non so cosa farei se fosse acceso. Non me lo chiedere più.»
L’Uomo che cammina scrollò le spalle. Mise il cibo in due piatti: ognuno aveva quattro fette
spesse di pancetta, tre uova fritte, due salsicce e una fetta di pane fritto. Camminava tutto il
giorno e aveva bisogno di carburante. I suoi piatti erano sempre stracolmi e voleva che anche i
suoi ospiti mangiassero bene. Si alzò, posò un piatto accanto al suo rotolo di coperte e portò
l’altro fin dov’era seduto Caffery. Quando vide la sua espressione, l’aria disgustata con cui
guardava il cibo e gli occhi lucidi, esitò. «Ok», grugnì. «Ok.»
Si raddrizzò, si allontanò dal fuoco e si accovacciò per buttare il cibo per terra. «Se lo
godranno i tassi al posto tuo.» Tornò alle sue coperte camminando con attenzione perché
indossava solo le calze, e se c’era una cosa importante per l’Uomo che cammina era aver cura
dei piedi. Si sistemò con il piatto di metallo sulle ginocchia, si passò il pollice e l’indice nella
barba studiando l’altro con gli occhi socchiusi. «Sai a cosa sei arrivato, vero?» Indicò il
telefono.
Caffery aveva un’aria torva. «A cosa?»

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L’Uomo che cammina sorrise. «A un bivio», disse. «Il tuo bivio imprescindibile. E ora, ora,
ti viene forzata la mano. Non so perché o cosa sia successo, ma quando accenderai quel
telefono dovrai prendere una decisione. Giusto?»
Caffery lo fissò. Quel bastardo aveva ragione. Lo aveva capito mentre dormiva. Le
allucinazioni lo avevano tormentato e confuso. Quel mattino stesso avrebbe dovuto parlare con
Powers, prendere la decisione. Dirgli cosa sapeva di Misty Kitson.
«E questa è la decisione che ti tormenta da anni. Forse non lo capisci, ma devi decidere se
continuare a cercare la morte o girarti dall’altra parte e scegliere la vita. Semplice.»
Caffery emise un lieve verso di disprezzo. «Proprio tu mi parli di scegliere la vita? Tu che
hai scelto la morte? Com’è questa storia?»
«Forse ti parla qualcuno che è stato scelto dalla morte.»
«Tu non sei morto.» Ne studiò gli occhi. Erano blu come i suoi, quasi fossero parenti.
Caffery sapeva però che quelli dell’Uomo che cammina racchiudevano una saggezza che nei
suoi non c’era. Non ancora. «Sei ancora vivo.»
«Sì, oh, sì.» L’Uomo che cammina si guardò le mani, le girò e le rigirò più volte come se
appartenessero a un altro. «A quanto pare sì.»
«Hai un piano. Non so quale, ma ce l’hai. Quindi non hai affatto scelto la morte.»
L’Uomo che cammina rise indulgente, come se Caffery fosse troppo semplice, un bambino,
e dovesse aspettare anni per raggiungere una certa maturità intellettuale ed emozionale.
«Quando Craig Evans ha ucciso mia figlia», disse pulendosi i baffi, «quando mi ha raccontato
quello che aveva fatto… quante volte l’avesse violentata prima di ucciderla», si tamburellò le
dita sulle labbra, quasi non fosse certo di riuscire a terminare il pensiero, «quando mi ha detto
tutto, ho capito che la scelta era stata fatta. Lei doveva essere confortata per quello che aveva
sofferto, e per confortarla ho dovuto seguirla.»
Caffery si protese. Era la prima volta che l’Uomo che cammina parlava apertamente della
morte della figlia. «Seguirla dove?»
«Nell’aldilà, ovviamente. Così doveva essere. È il corso naturale delle cose. Tutto quello che
faccio, ogni chilometro che percorro è la mia preparazione. Devo trovare il tempo e il luogo.»
Alzò lo sguardo. «Tu non sai cos’è successo al corpo di tuo fratello.»
«No.»
«Hai cercato in tutti i posti immaginabili.»
«Sì, non ce ne sono altri. Una volta ho creduto d’essere arrivato vicino. Era un posto molto
lontano da qui, a est, non a ovest.»
«Sì?»
«Mi sbagliavo.»
L’Uomo che cammina annuì pensieroso. Lo osservò ancora per un po’, poi prese la
forchetta, si sistemò e cominciò a mangiare con lo sguardo fisso all’orizzonte. Caffery lo studiò.
Notò come stava attento a non sporcarsi la barba e si puliva le dita con un panno. Era tutto
lurido, ma c’era una strana meticolosità nel modo in cui si prendeva cura di sé.
«Tu non sei fortunato come me», affermò dopo un lungo silenzio. «Io non ho scelta e
questo mi rende fortunato. Ma tu? Tu devi ancora scegliere. Ed è una cosa più difficile,
soprattutto ora. Quando c’è una nuova complicazione che riguarda questa scelta.»
«Come fai a…?» gli domandò accigliato Caffery.
«Non importa come faccio a saperlo. Quello che importa è la scelta che farai e il motivo per
cui la farai. Guardami.» Posò il piatto e si voltò verso di lui allargando le braccia. La sua sudicia
giacca imbottita si aprì rivelando gli indumenti termici macchiati che portava sotto. «Tu, mio

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caro poliziotto, stai imparando a giudicarmi per quello che sono, non per quello che pensi che
sia.»
«E allora?»
«Allora?» Chiuse la giacca e recuperò il piatto. «Allora sta’ attento a usare lo stesso giudizio
qui, detective Caffery. Attento a giudicare solo quando hai il quadro completo. Ci vorrà tempo,
ma, quando lo vedrai nella sua interezza, le cose potrebbero apparirti molto diverse.»
Il quadro completo. Gli vennero altre immagini davanti agli occhi. Il volto di Flea quel
giorno alla cava con l’auto nuova: l’espressione tesa, ansiosa, il suo sguardo quel mattino
mentre trascinava il corpo di Misty nell’acqua. Il modo in cui sembrava scusarsi, come se non
avesse voluto che accadesse.
«E un’altra cosa.»
Caffery alzò lo sguardo. «Quale?»
«Una cosa che non dovrei ricordarti.» L’Uomo che cammina abbassò la testa e si accarezzò i
baffi nascondendo con la mano un mezzo sorriso ironico. «Prima di giudicare un altro essere
umano dovresti sempre guardarti un po’ indietro. Magari guardare il tuo passato.»
Caffery lo fissò. Non si sarebbe stupito se per qualche ragione l’Uomo che cammina sapesse
anche quello: il suo segreto, quello che ormai si portava dietro da quasi dieci anni, il fatto che a
Londra c’era stato un omicidio. Aveva ucciso un uomo là, in segreto, a mani nude.
Si piegò in avanti e prese il telefono. Vi posò sopra un dito. Era tanto, tanto stanco. Forse
era vero, forse il dover scegliere era davvero la fonte di ogni felicità… e di ogni tristezza
umana.
«È ora», disse l’Uomo che cammina. «Sai che è ora.»
Caffery fece un respiro profondo, esausto e prese il telefono. Si alzò e fissò lo schermo
nero. «Non guardarmi, ok?»
L’Uomo che cammina sorrise. Chinò la testa e allungò la mano, a indicargli di allontanarsi
dall’accampamento.
Caffery si alzò e si avviò dalla parte opposta rispetto agli alberi fermandosi ai piedi della
collina. La nebbia era svanita, come previsto dall’Uomo che cammina, e da quel punto il
paesaggio si apriva con i suoi boschi ondulati e le sue creste glaciali. Molto lontano da Bath
vedeva la valle nebbiosa dell’Avon e la sagoma indistinta del Cavallo bianco di Westbury. Più
vicino, da Charmy Down, dalla parte opposta di Solsbury Hill, un’altra colonna di fumo saliva
in aria. Era simile a quella dell’Uomo che cammina, solo più scura. Nera e concentrata. Lasciava
macchie in cielo.
Accese il telefono, digitò il numero di Powers e, fissando il fumo nero, attese la risposta.
«Capo, l’ho svegliata?»
«Sì.» Powers mantenne un tono basso e tossì un paio di volte. «Jack, che cavolo stai
combinando? Mi hai chiuso il telefono in faccia. Ho richiamato ma lo avevi spento.»
Caffery guardò dietro di sé per vedere se l’Uomo che cammina lo stesse ascoltando. Non era
così. Stava guardando la campagna nella direzione opposta con un sorrisetto sulle labbra, come
se sapesse già cos’avrebbe fatto Caffery.
«Dove sei stato? La Scientifica sta impazzendo. Anche il distretto. E ha mandato degli
uomini a casa tua a cercarti. Non rispondi al telefono. È tutta la notte che provano.»
«Lo so. Ho visto i messaggi.»
«Eri con il tuo informatore, vero?»
«Sì. Ha scoperto qualcosa.»
All’altro capo ci fu silenzio.

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«È credibile», aggiunse Caffery. «Molto.»
Ci fu di nuovo silenzio. «Allora dimmi, a grandi linee.»
«Gerber. Gerber ha ucciso anche Kitson.»
«No, non è possibile, cazzo.»
Caffery guardò la colonna di fumo. Non sapeva perché, ma quel fumo nero che saliva dal
fuoco di qualcun altro lo confortava. Era come se il mondo non fosse poi un luogo così
solitario. «Aveva fissato un appuntamento con lui. Ha usato un nome falso: non sappiamo
quale. Forse lo ha convinto a non registrarlo. Non voleva che venisse a saperlo la stampa. Non
appena saranno tutti in piedi, quando riprenderanno servizio, le suggerisco di mandare alcuni
esperti del suolo a casa di Gerber. Ci sono un paio di punti laggiù da analizzare con un
georadar.»
«Ne sei certo?»
Caffery non rispose. Il vento aveva investito il fumo nero sulla collina lontana e lo stava
spostando lentamente nel cielo. Quando aveva ucciso quell’uomo a Londra, aveva i suoi
motivi, che gli sembravano ancora validi. Nel terreno attorno alla casa di Gerber non c’era
niente, tranne l’opportunità di guadagnare un po’ di tempo per fare come suggerito dall’Uomo
che cammina, arrivare a vedere il quadro completo e decidere se affrontare le cose in modo
semplice. O se lasciare Flea in pace con i suoi errori e le sue espiazioni.
«Sì», rispose calmo. E mentre lo disse si sentì più leggero. «Non sono mai stato tanto sicuro
di qualcosa in vita mia.»

246
Fine

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Ringraziamenti
Non sarei mai riuscita a scrivere questo libro, né avrei pensato di farlo, se non fosse stato per
un uomo: il sergente Bob Randall dell’unità subacquea dell’Avon e del Somerset. Malgrado
sia consapevole del contributo che mi ha dato e sappia quanto lo apprezzi, non ritengo ci sia
nulla di male nel ricordare che è un poliziotto eccezionale, brillante e ben informato. Bob mi
ha generosamente e instancabilmente aiutato a livello sia professionale sia personale. Anche
altri mi hanno aiutato a descrivere con maggior realismo e precisione le procedure di polizia:
Steven Lawrence dell’unità di addestramento del CID, Alan Andrews della Major Crime
Review Team della Metropolitan Police e Cliff Davies dalla Homicide Review Team, che dopo
tutti questi anni resta una fonte d’ispirazione e un amico.
È raro poter annoverare molti amici tra i colleghi. Mi ritengo molto fortunata per il fatto
di conoscere e di lavorare con tre donne straordinarie: Jane Gregory, Selina Walker e Alison
Barrow. Non ce la farei mai senza il sostegno costante di Jemma McDonagh, Claire Morris,
Terry Bland, Stephanie Glencross e Tess Barun alla Gregory and Company, per non parlare
di tutto lo staff di Transworld Publishers, con cui sono onorata di lavorare ancora dopo dieci
anni: Larry Finlay, Ed Christie, Janine Giovanni, Diana Jones, Nick Robinson, l’indomito
Bradley Rose, Simon Taylor, Claire Ward, Hazel Orme, Katrina Whone e Joanne Williamson.
Amici e familiari mi ascoltano e mi suggeriscono idee in egual misura: Christian Allis,
John e Aida Bastin, i Billingham, Kate Butler, Linda, Liz e Laura Downing, i Fiddler, i Gore,
gli Head, Mairi, Moë e Sally Hitomi, Sue e Don Hollins, Patrick e ALF Janson-Smith, Karen
Knowlton, i Macer, Rebecca Marshall, Margaret ed E.A. Murphy, Selina Perry, Helen Piper,
Keith Quinn, Karin Slaughter, Sophie e Vincent Thiebault, Ness Williams e l’incredibilmente
gentile Gilly Vaulkhard.
Ovviamente un grazie enorme a tre splendide fanciulle: prima di tutto a Misty e Daisy, che
mi hanno generosamente permesso di usare i loro nomi senza imporre condizioni in ordine
alle sorti delle loro controparti fittizie, ma anche e soprattutto a una bambina che mi ha
sorpresa perché si è rivelata l’amore più grande e inaspettato di tutti: la mia bellissima figlia
Lotte Genevieve Quinn.

Indice generale
ACQUE DI MORTE 1
Trama 2
Cenni sull'autrice 2
13
24
3 12
4 18
5 21
6 25
7 29
8 36

248
9 40
10 45
11 51
12 57
13 60
14 64
15 68
16 70
17 74
18 78
19 81
20 83
21 89
22 97
23 103
24 108
25 112
26 117
27 123
28 124
29 126
30 133
31 142
32 146
33 149
34 153
35 154
36 159
37 161
38 164
39 167
40 172
41 175
42 179
43 186
44 190
45 195
46 200
47 203
48 206
49 210
50 215
51 218
52 221
53 224
54 227

249
55 230
56 233
57 238
58 243
59 245
60 249
61 253
62 256
63 259
64 264
65 271
66 273
67 276
68 282
69 284
70 286
71 293
72 296
73 298
74 301
Fine 306
Ringraziamenti 307

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