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Paul Faure

La vita quotidiana
in Grecia ai tempi
della guerra
BIBLIOTECA DELLA STORIA
VITE QUOTIDIANE
Paul Faure

La vita quotidiana
in Grecia
ai tempi della guerra di Troia

1250 a.C.

CORSIERE DELLA SERA


VITE QUOTIDIANE
Biblioteca della storia. Vite quotidiane
Volume 1 - Paul Faure, L a vita quotidiana in Grecia
a i tempi della guerra di Troia

Proprietà letteraria riservata


© 1994 Hachette Littératures
© 1995-2017 Rizzoli Libri S.p.A. / B U R Rizzoli

Titolo originale: L a vie quotidienne en Grece au temps de la Guerre de Troie

Traduzione di Paola Varani

Edizione speciale su licenza di Rizzoli Libri S.p.A., Milano


per Corriere della Sera
© 2017 RCS M ediaGroup S.p.A.

LE G R A N D I O PER E D E L C O R R IE R E D ELLA SER A


N. 15 del 28 dicembre 2017
Direttore responsabile: Luciano Fontana
RCS M ediaGroup S.p.A.
Via Solferino 28, 20121 Milano
Sede legale: via Rizzoli 8, 20132 Milano
Reg. Trib. n. 537 del 19/07/2004
ISSN 1824-45800

Responsabile area collaterali Corriere della Sera: Luisa Sacchi


Editor: Barbara Brambilla

L’Editore si dichiara a disposizione degli eventuali aventi diritto per la traduzione


che, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare.
La vita quotidiana in Grecia
ai tempi della guerra di Troia
V P

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t!// ì2 bella dalle bianche braccia,
a Elena,
che è anche M arianna,
in omaggio
Introduzion e

L a resurrezione d i u n m on do

Otto maschere doro simili a soli pietrificati —splendenti, ma­


gnetiche, in qualche modo terribili - sono conservate nelle
vetrine del Museo archeologico di Atene. D a oltre cento anni
folle di visitatori si rivolgono domande sul mistero che esse
rappresentano: quale dramma avranno visto nella ricca Mice­
ne quegli occhi dalle gonfie palpebre serrate? Quali profumi
avranno inalato quei nasi diritti dalle narici sottili? Quelle
labbra simili a un taglio quali preghiere avranno pronunciato,
quali ordini, quali grida; quali cibi e bevande avranno assa­
porato; avranno dato e ricevuto baci? E quel viso di forma
triangolare dai baffi a punta, la mosca imperiale sul mento, la
barba a ventaglio è forse quello di Agamennone, il re dei re, il
padre uccisore,1 il marito ingannato, il vincitore assassinato?
Sopracciglia corrugate, bocche chiuse, gli otto volti sem­
brano sprofondati nel loro sonno di eternità, ma talvolta1

1 Per ottenere il favore celeste per la flotta anche in partenza per Troia,
Agamennone aveva offerto in sacrificio agli dei la propria figlia Ifigenia. La
moglie Clitennestra, durante la sua assenza, fu sedotta da Egisto, il quale
uccise Agamennone quando questi tornò vincitore da Troia [N .d.T ].

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L a vita quotidiana in Grecia ai tempi delta guerra d i Troia

un gioco di luci, una diversa illuminazione animano len­


tamente queste maschere di dei impassibili. E d ecco che
la loro maestà svanisce e sembrano sorridere. Le labbra si
fanno turgide: «No, non siamo Atreo o Tieste o Menelao,
né Agamennone o Egisto e neppure i loro figli. Siamo vis­
suti trecento-trecentocinquanta anni prima della guerra di
Troia. Siamo coloro che hanno costruito i primi palazzi nel
Peloponneso, abbiamo maneggiato le spade, ci siamo ador­
nati dei gioielli, abbiamo bevuto nelle coppe che vedete
nelle vetrine. Se volete farci parlare della civiltà che abbia­
mo creato, dovete rivolgervi ai poeti, ai drammaturghi, agli
artisti dell’antichità, agli archeologi moderni, ai decodifica­
tori di scritture sconosciute, a tutti quei sognatori grazie ai
quali il mito è divenuto storia».

Questi eroi non hanno mai cessato di vivere. Simili a fan­


tasmi, hanno sempre abitato nell’immaginazione degli stu­
diosi: dai più antichi poeti a noi noti giù giù fino a Jean-
Paul Sartre e oltre, una foltissima schiera di autori ha ce­
lebrato in musica, in versi o in prosa le loro imprese e il
loro pietoso destino. Ben prima di Omero - che compose
VIliade e certamente anche XOdissea nell’V III secolo a.C. -
le loro gesta erano state esaltate dai cantori sacri intorno
alle tombe, dagli aedi erranti di banchetto in banchetto,
dai narratori sulle pubbliche piazze. E in tutti c’era la con­
sapevolezza che il X III secolo prima della nostra era aveva
rappresentato un’età di incomparabile splendore. Spesso i
personaggi di Omero alludono a un ricco patrimonio di

io
L a resurrezione di un mondo

epopee e di canti di avventure, tra i quali i primi poeti ave­


vano scelto i loro materiali. M a, e ben più importante, gli
eroi della guerra di Troia - l’élite degli Achei, sia che li si
voglia considerare guerrieri o banditi, il fior fiore delle forze
difensive asiatiche - dovevano essere i protagonisti di canti
di esaltazione o di scherno mentre erano ancora in vita:
bardi e buffoni si ritrovano da un capo all’altro del mondo
indoeuropeo più antico e, senza di loro, sarebbe impensabi­
le che potesse giungere fino a noi una così grande quantità
di notizie, anche se più o meno deformate, su avvenimenti
lontanissimi, imprese valorose e gravide di conseguenze,
crimini o bestialità.
Le descrizioni che Omero ci ha lasciato nt\YIliade e
nell^Odissea si riferiscono a una civiltà, a usi e costumi che
non esistevano già più ai suoi tempi e che egli ricavava dal­
la tradizione. Si parla di città scomparse da cinquecento
anni, di dei più antichi di quelli che venivano onorati dai
suoi contemporanei. Vengono usati termini sacri, formule
e locuzioni poetiche che persino Omero non comprendeva
più, o almeno sembra lecito fare questa supposizione visto
il gran numero di interpretazioni divergenti che i suoi suc­
cessori e i suoi commentatori ci hanno trasmesso.
La rappresentazione del mondo miceneo, per quanto
splendida potesse apparire tra i bagliori degli apparati guer­
reschi, aveva bisogno di drammatizzazione. N on bastava
raccontare di come Elena, sposa del biondo Menelao, fosse
stata sedotta e rapita dal bel Paride-Alessandro,2 secondo-
genito di Priamo; di come gli Achei della Grecia continen­

2 Alessandro (Alexandros) è il nome con cui Omero preferisce chiamare


Paride [N .d.T ],

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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

tale e delle isole avessero armato una immensa flotta, si fos­


sero mossi alla volta della Troade per vendicare raffronto,
l’avessero vinta e saccheggiata e infine, sulla via del ritorno,
si fossero persi. Per ridare vita a quelle vecchie storie oc­
correva metterle in scena. Uno psicodramma che avrebbe
riguardato l’intera Grecia?
Già nel V II secolo, durante gare e concorsi, i cantori,
rivestiti da costumi di gala, si facevano attori: mimavano,
dialogavano. A Tebe come a Sicione, cori tragici interpreta­
vano le dolorose disavventure degli eroi. I Greci dell’epoca
arcaica, un popolo che ha concepito l’esistenza come un
dibattito e come un dialogo, e anche come un dramma,
scelsero il ditirambo e la tragedia come forme di espres­
sione della loro filosofia di vita. Il teatro classico, ispirato
interamente alle avventure degli uomini e degli dei vissuti
all’epoca della guerra di Troia, ha cercato di farli rivivere.
Il significato profondo della tragedia attica sta nel con­
flitto tra la responsabilità personale e le forze collettive che
perseguitano gli eroi, li maledicono o li abbattono. Il teatro
di Eschilo, di Sofocle e di Euripide risuona costantemente
di un doppio grido: perché? e ahimè! Edipo, Achille, D io­
niso, Eracle, Cassandra, Elettra, Antigone tornano in vita
per spiegarsi, giustificarsi, comprendere il proprio amaro
destino, e nello scorrere dei secoli gli uomini li hanno visti
interpretare il loro ruolo così tante volte che hanno finito
per credere in loro come si crede a dei simboli, a esseri mi­
steriosamente reali e presenti.
Appare quindi legittimo non consultare soltanto Omero
e i suoi imitatori per cercare di farsi un’idea di come dove­
va essere la vita quotidiana sulle isole dell’arcipelago greco
e sulle coste dell’A sia Minore alla fine dell’età del bronzo.

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L a resurrezione di un mondo

Occorre interrogare la religione, i compilatori di genealo­


gie, gli studiosi dei miti, gli storici, gli autori di drammi, i
pittori di vasi e gli scultori, i filosofi dell’antichità. In una
parola, la tradizione letteraria e artistica. Essa ci fornisce
ben più che dei nomi: ridà vita agli esseri e alle cose.
Chiunque abbia vissuto anche per un breve periodo tra
i pastori, i contadini, i mercanti o i marinai dei Balcani
e dell’A natolia, sa bene con quanta semplicità e religiosa
fedeltà vengano tramandate inalterate nei secoli le tradi­
zioni familiari: origini, nomi propri, migrazioni, fortune e
sfortune, soprattutto quando siano affidate alla forma indi­
struttibile dei testi poetici destinati al canto, dell’immagine
o dell’oggetto d ’arte. In paesi dove predomina la cultura
orale, gli scritti si perdono, le parole restano; la memoria è
più tenace e le parole lì sono veramente più dense di signifi­
cato e di conseguenze. Il volto del vecchio Nestore di Pilo o
quello del giovane Achille di Ftia sono senza alcun dubbio
meno cambiati in cinquecento anni di tradizione orale che
in cinquecento anni di fantasie affidate alla scrittura.

Archeologia

L’interesse per l’archeologia e la classificazione ha una lunga


storia. Ovviamente il riferimento non è ai cercatori di te­
sori o ai violatori di tombe, i quali, specie in Grecia, sono
presenti in tutte le epoche, bensì agli autori più seri co­
me Tucidide, Diodoro, Strabone, Plutarco, Pausania. Per
conferire spessore ai loro resoconti storici o geografici, es­
si cercarono le città scomparse e i monumenti degli eroi,
compilarono repertori delle M ura Ciclopiche con la stessa

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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

cura con cui inventariarono le pitture, le sculture e le in­


venzioni attribuite al mitico Dedalo. Grandi uomini come
Serse, Alessandro il Macedone, Giulio Cesare, Costantino
si recarono in pellegrinaggio in Troade e visitarono il ter­
ritorio ubi Troia fu it. Tutti erano convinti che nei poemi
omerici fosse descritta la realtà. La loro felicità raggiunse il
culmine quando gli scavi portarono alla luce, da quella che
si pretendeva fosse la tomba di Alcmena, madre di Eracle
(a circa 25 chilometri da Tebe) o dalla tomba di Dictys a
Cnosso, delle scritture sconosciute che vennero fatte risalire
all’epoca della guerra di Troia.
Durante l’età ellenistica in un gran numero di santuari
venivano conservate delle reliquie: per registrarle vennero
compilati dagli eruditi dei registri, che poi le guide avreb­
bero commentato per i visitatori. Ad esempio, nel tempio
di Atena a Lindo di Rodi, Tim achida enumerava e de­
scriveva, nel 99 a.C., gli ex voto di Cadm o, di Minosse,
di Eracle, di Tlepolemo e di tutti coloro che gli furono
compagni all’assedio di Troia, compresa la bella Elena per
la quale aveva invano sospirato. I viaggiatori e i collezio­
nisti del Rinascimento, che conoscevano ancora la lingua
greca, gli umanisti del Sette-Ottocento che andavano in
esplorazione nell’impero ottomano, non fecero altro che
ripercorrere il cammino di questi amatori «di rara e antica
erudizione», in M orea o negli scali del Levante. Poste di
fronte ai miti e ai resti del passato, neppure persone di
grande intelligenza sono state in grado di distinguere il ve­
ro dal verosimile. Per loro, l’inizio della storia greca era da
far risalire non al 776, anno della prima olimpiade, bensì
al 1519 a.C., quando il tessalo Elleno diede il suo nome a
tutta la stirpe dei Greci.

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L a resurrezione di un mondo

Era esattamente questo lo spirito con cui un tedesco


del Mecklenburg-Schwerin, Heinrich Schliemann, uomo
daffari ed erudito appassionato di antichità, nel luglio
1868 si recò a Itaca, sul monte Età, alla ricerca del palazzo
di Odisseo (Ulisse). Gli scavi portarono alla luce soltanto
alcune tombe dell’età del ferro e le rovine della città arcaica
di Alalcomene. N ell’aprile 1870, Schliemann riprese i son­
daggi all’ingresso dello stretto dei Dardanelli, proseguen­
do il lavoro iniziato dal console americano Frank Calvert:
questa volta la posta in gioco era alta, si presumeva che si
trattasse del sito di Troia. Con VIliade in mano, percorreva
quello che avrebbe dovuto essere il campo di battaglia, lo­
calizzava il riparo delle navi e l’alto muro degli Achei a sud
del capo K um K al e, per la città di Priamo e di Ettore, tra
molte ipotesi sceglieva quella che la collocava sulla collina
vicina al villaggio di Hisarlik (in turco, «luogo della for­
tezza»). Anche se quell’altura, soprelevata soltanto di una
trentina di metri sul livello della piana e con dimensioni
così ridotte che farne il giro completo richiedeva meno di
un quarto d ’ora, assomigliava ben poco alla precisa descri­
zione fatta da Omero, Schliemann era convinto che un
giorno egli ne avrebbe tratto fuori Ilio dai possenti ba­
stioni, la città scoscesa battuta dai venti, ricca di tesori, di
santuari, di palazzi.
Pieno di entusiasmo e profondendo nelle ricerche le ric­
chezze ammassate col commercio dell’indaco, prima solo
con la giovane moglie Sofia, di origine greca, successiva­
mente con la collaborazione degli architetti Hòfler e Dòrp-
feld e dell’archeologo Emile Burnouf, Schliemann - nelle
campagne di scavi susseguitesi dall’ottobre 1871 al 1873,
dal 1878 al 1883 e dal 1887 al 1890 - diresse vari gruppi

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La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

di scavatori e fece portare alla luce le rovine di nove gruppi


principali di installazioni sovrapposte.
Nel 1873, durante la terza campagna, nel secondo stra­
to di abitazioni a partire dal terreno, un livello colpito da
un incendio, venne scoperto un tesoro di gioielli d ’oro che
Schliemann attribuì arditamente al re Priamo.
Lo strato era stato osservato e studiato con accurati criteri
e i risultati vennero debitamente resi noti, ma gli strati supe­
riori erano troppo devastati - i danni erano stati causati in
parte dai Greci e dai Romani, in parte dagli scavatori stessi -
e mancavano al momento troppi elementi di comparazione
perché tale ipotesi risultasse giustificata. Gli scavi saranno
ripresi e condotti con l’applicazione di metodi più rigorosi da
un gruppo di studiosi americani dell’università di Cincinnati
sotto la direzione di Cari Blegen, dal 1932 al 1938. E solo
allora sarebbe emerso quanto il mito sia vicino alla storia.
Secondo i canti epici, infatti, all’epoca degli eroi omeri­
ci sarebbero esistite successivamente due cittadelle, situate
nello stesso luogo. La prima, al tempo del re Laomedonte,
sarebbe stata dotata di possenti bastioni da Apollo e Posei­
done, però, quando gli dei non ricevettero dal re il com­
penso promesso, scatenarono su Troia un’epidemia di peste
e un mostro marino che divorava gli abitanti; per placare il
mostro fu deciso di offrirgli in sacrificio Esione, figlia del
re Laomedonte, m a intervenne Eracle a liberarla; quando
neppure l’eroe ricevette la ricompensa pattuita, organizzò
una spedizione e si impadronì della cittadella. La seconda
Troia è quella di Priamo, figlio di Laomedonte: Priamo era
già molto vecchio quando gli Achei al comando di Aga­
mennone, con il trucco del cavallo di legno, entrarono nella
città, la depredarono e la incendiarono.

16
L a resurrezione di un mondo

Gli archeologi hanno dimostrato che il sesto insedia­


mento umano sul sito di Troia, fortificato da una possente
cinta di mura con bastioni, era stato distrutto circa nel 1300
a.C. da un cataclisma, con tutta probabilità un terremoto,
e che Troia V II A era stata interamente incendiata verso
il 1250-40 a.C. Una coltre compatta di cenere, in alcuni
punti spessa più di un metro, ricopriva i resti dei piccoli
locali all’interno dei bastioni, dove furono trovati grandi
giare piene di provviste, frammenti di vasellame di fabbri­
cazione locale e di brocche o ciotole micenee a due manici,
oltre a scheletri degli abitanti massacrati. E il 1250-40 è
precisamente il periodo a cui il più antico storico greco,
Erodoto, faceva risalire la guerra di Troia {Storie, II, 145;
VII, 171).

Mentre Sofia Schliemann dava alla luce due bambini,


che vennero chiamati Agamennone e Andromaca, il loro
padre si trovava a Micene, impegnato nella ricerca dei re­
sti dei loro illustri omonimi. Seguendo il libro di viaggi
di Pausania, dal febbraio 1874 aveva fatto iniziare sondag­
gi all’interno della cittadella ciclopica. Successivamente,
dall’agosto al novembre 1876, vennero aperti tre cantieri:
uno all’esterno delle mura, nei pressi di due grandi monu­
menti che Schliemann indicava come le tombe di Egisto e
Clitennestra; un altro nel corridoio d ’accesso alla celebre
Porta dei Leoni; il terzo dietro la porta stessa: sotto quat­
tro metri di materiali accumulatisi in quasi duemila anni,
furono trovate, all’interno di un cerchio di pietre verticali,
cinque tombe rettangolari scavate nella roccia. Una sesta
tomba fu portata alla luce nel 1877 da Stamatakis, l’archeo­

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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

logo greco incaricato di sovrintendere alla prosecuzione dei


lavori.
Nelle tombe furono trovati diciannove scheletri, dei
quali nove di donne e due di bambini, adorni di gioielli o
di maschere d ’oro, e con accanto cofani in legno lavorato e
centinaia di vasi in metallo o in argilla dipinta. Davanti a
un così ricco tesoro - oltre 40 chilogrammi d ’oro! - Schlie-
mann si convinse di aver trovato i resti di Agamennone,
di Cassandra, di Eurimedonte e dei membri della famiglia
dell’antico Pelope. Fu necessario attendere le minuziose ri­
cerche di Wilhelm Dòrpfeld e degli archeologi greci del
nostro secolo per apprendere che i corpi erano stati inumati
e non cremati e che, di conseguenza, non poteva trattarsi
degli eroi dell’Iliade, che la necropoli aveva contenuto un
numero almeno doppio di corpi e, infine, che tutti i corredi
funerari scoperti risalivano al X V I secolo a.C. (1600-1510
circa) ed erano quindi anteriori alla guerra di Troia. Schlie-
mann non aveva risvegliato i suoi eroi, ma aveva resuscitato
la civiltà micenea.
Mancava un solo gioiello alla sua gloria: Tirinto, la cit­
tadella di Preto, di Perseo, di Anfitrione e di Euristeo, il
luogo dove fu sottomesso Eracle, l’Èrcole dei Latini. Dopo
alcuni sondaggi nell’agosto 1876, gli scavi eseguiti a Tirin­
to da Schliemann e Dòrpfeld nel 1884 e successivamente
da Dòrpfeld e Karo nel 1905, portarono alla luce per la
prima volta un palazzo dell’epoca micenea, esattamente
corrispondente alla descrizione che ne aveva dato Omero
nell’Iliade.
Divennero noti al grande pubblico termini come peri-
bolo ciclopico, il muro di cinta fortificato; mégaron o vasta
sala quadrata a quattro pilastri con focolare al centro; pro­

li
L a resurrezione di un mondo

pilei o vestibolo porticato monumentale; gineceo o appar­


tamenti delle donne, in genere decorati da affreschi (o, più
precisamente, stucchi dipinti); pithoi, enormi anfore della
capacità di 100-250 litri; kylix, coppe dal lungo stelo; depas
amphikypellon, termine omerico che, secondo Schliemann,
indicava un vaso di forma allungata provvisto di due gran­
di manici verticali. E insieme si chiarì, almeno nelle grandi
linee, la vita quotidiana dei grandi capi micenei, rozzi guer­
rieri o eroi, che avevano dominato in Argolide quattordici
o tredici secoli prima di Cristo.
L’esempio dell’illustre ricercatore tedesco, che nel 1886
era ancora impegnato insieme a Dorpfeld a Orcomeno in
Beozia, diede l’avvio a una stagione di ricerche che è ben
lontana dall’essere terminata. D al lungo elenco di archeo­
logi che si occuparono di Micene emergono cinque o sei
nomi: in particolare quelli di Christos Tsountas, di Alan
John Bayard Wace, di Georgios Mylonas, i quali dedica­
rono gran parte della loro vita all’esplorazione delle rovi­
ne di Micene e accessoriamente a ricerche sulla preistoria
della Tessaglia, del Peloponneso (a Vafio, patria del biondo
Menelao), di Eieusi, delle Cicladi. Mylonas ebbe la fortuna
di lavorare con Ioannis Papadimitriou dal 1951 al 1954,
quando fu scoperto e portato alla luce un secondo cerchio
di tombe reali, situato all’esterno delle mura di Micene e di
circa cinquantanni anteriore al primo.
Non si possono inoltre dimenticare i lavori di Kourou-
niotis, e poi degli studiosi dell’università di Cincinnati di­
retti da Cari Blegen (1938-39; 1952-62), sulla collina di
Ano Englianos a 17 chilometri a nord della moderna città
di Pilo in Messenia. Applicando metodi di scavo più mi­
nuziosi e più attenti al recupero dei materiali di quelli usati

19
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

dai loro predecessori - come la suddivisione a scacchiera


del sito e la progressione strato per strato, il ricorso alle
analisi chimiche ed elettriche, oppure l’uso di strumenti
come la lama del coltello, la spazzola leggera- e la pinzetta
al posto della zappa e del badile dello sterratore - il grup­
po di archeologi greci e poi americani arrivò alla scoperta
del palazzo del leggendario re Nestore e dei suoi successori,
ma soprattutto alla scoperta degli archivi o, meglio, della
contabilità della casa reale di Pilo. Tesoro inestimabile, in­
finitamente più prezioso di tutto l’oro di Micene, poiché
consentiva di retrodatare di oltre cinquecento anni il primo
documento di storia scritta della civiltà ellenica, mentre il
palazzo di re Nestore era ormai il ventesimo dell’età mice­
nea tra quelli scoperti nella Grecia continentale e sulle isole.
Un altro grande nome dell’archeologia micenea è quello
di Spyridon Marinatos, che eseguì scavi nella Creta minoi­
ca e micenea, a Cefalonia sua isola natale, alle Termopili,
in Messenia (tombe a volta) e nella regione di Maratona,
che fu infaticabile esploratore delle cittadelle micenee del
Peloponneso e anche fortunato scopritore di una città mi­
noica sepolta sotto la cenere di un’eruzione del vulcano di
Santorini verso il 1520 a.C.
Quale differenza tra questi pazienti ricercatori che sep­
pero svegliare un mondo addormentato, conservando con
rispetto il più piccolo frammento di coccio, la minima
scheggia di legno carbonizzato o semplici tracce sulla pie­
tra o sull’argilla, e Arthur Evans, il famoso archeologo di
Cnosso, che non si accorse neppure (o non volle) che l’ulti­
mo strato e gli archivi del suo preteso «palazzo di Minosse»
risalivano all’epoca micenea! E tuttavia noi li avvolgeremo
tutti «nel drappo di porpora dove dormono gli dei morti».

20
L a resurrezione di un mondo

D a una ventina d an n i un grande spirito di emulazione


si è impossessato delle scuole archeologiche operanti in
Grecia, a Cipro e sulle coste dell’A natolia. Provenienti da
numerosi paesi - Stati Uniti, Svezia, Danim arca, Polonia,
Belgio, Germ ania, Francia, Italia - i ricercatori di oggi
rendono pubblici con tempestività i risultati dei loro scavi
o delle loro esplorazioni. M a le loro relazioni, che riem­
piono tre-quattromila pagine a stam pa al mese, non rie­
scono a stare al passo con i contadini alla ricerca di tesori,
con gli imprenditori che scavano le fondamenta per nuovi
edifici, con i ministeri dei Lavori Pubblici che approvano
continuamente progetti di nuove strade e dighe, sconvol­
gendo in tal modo l’antico suolo greco. Il numero del­
le scoperte fortuite è tale da superare ampiamente quelle
fatte dagli archeologi. Il «Catalogo delle navi», contenuto
nel libro II òe\YIliade, menzionava 164 località, in gran
parte micenee. Nel 1969, i siti micenei noti soltanto nella
Grecia continentale, nelle isole Ionie, nelle Cicladi e nel
Dodecaneso, che ebbero il periodo di m assimo splendore
nel X III secolo a.C ., erano ben 413. E senza tener conto
di Creta (oltre 100 siti), di Cipro o delle coste dell’Asia
Minore, della Sicilia o dell’Italia (una quindicina di siti
ciascuna)!
Non vi è esploratore delle Cicladi o delle Sporadi che
non scopra ogni anno qualche fortezza dimenticata o al­
meno qualche vaso a staffa o qualche frammento di giara
risalenti al periodo della guerra di Troia. Quello che nel se­
colo scorso per Schliemann era solo un sogno lontano, gra­
zie agli archeologi, di professione o semplici appassionati, è
divenuto una realtà che va al di là dei ristretti confini dei
musei, un’Idra dalle mille teste, un Argo dai mille occhi.

21
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Achei o Egizi?

La storia comincia realmente con i testi scritti. Dei quat­


tro metodi proposti per la datazione della guerra di Troia
- la tradizione epica, i calcoli degli Antichi, i resti portati
alla luce dagli scavi, l’epigrafia —l’epigrafia sarebbe quel­
lo più degno di fede, se le iscrizioni fossero in numero
sufficiente e sufficientemente chiare, il che non è. Si era
creduto che i geroglifici egizi, scrittura di un paese dove
è stato scoperto molto vasellame miceneo del X IV secolo
a.C., menzionassero gli Achei dell’epoca omerica ed era
stata data un’ardita trascrizione delle sillabe prive di vo­
cali delle iscrizioni faraoniche: s per Akhauasha,
Akaiusha, Agiyawasa...
Si volevano trovare nel nome di Dne, Dene, Denyen o
Deno i D an ai dell 'Iliade, cioè dei Greci. O ggi quei gerogli­
fici vengono letti Ekwesh e Dnn: i Dnn sono identificati
con certezza con le genti di Adana in Cilicia, paese non
greco, mentre gli Ekwesh, popolo che praticava la circonci­
sione, sono stati esclusi dall’elenco delle popolazioni elleni­
che. Quanto a «coloro che vivono sulle isole all’interno del
Grande Verde (o del Verdissimo) [forse il Mediterraneo?]»,
ci si comincia a chiedere seriamente se non si tratti sempli­
cemente degli abitanti del delta dei Nilo.
In ogni caso, in generale i «Popoli del mare», nemici di
Merenptah verso il 1230 e di Ramsete III verso il 1190,
vengono assimilati ai Carii, ai Liei, ai Cilici e ai Panfilii
della costa meridionale dell Anatolia, ai Filistei del paese di
Canaan e agli asiatici «i cui principi dicono shalam » e non
più a una coalizione di Achei, simile a quella che devastò
la Troade.

22
L a resurrezione di un mondo

Achei e Ittiti

Grandi furono le speranze degli storici quando, circa set-


tant’anni fa, Hrozny e i suoi discepoli incominciarono a
decifrare gli archivi di Hattusha, capitale dell’impero ittita,
vicina all’odierna Boghazkal, a 150 chilometri da Anka­
ra. N ell’entusiasmo delle prime scoperte, nel 1924, Emil
Forrer ritenne di poter istituire una serie di affascinan­
ti paralleli tra la storia dell’A sia anteriore e le narrazioni
sulla guerra di Troia. Durante il regno di Suppiluliuma I
(1380-45 circa) fece la sua prima comparsa il paese degli
Akhkhiyawa, il cui capo sarebbe stato chiamato di volta in
volta «fratello» o nemico dell’imperatore ittita: malgrado le
proteste dei filologi, poteva trattarsi solo del sovrano, o di
uno dei sovrani, dei sette popoli chiamati in greco Akhaioi,
i famosi Achei della Grecia continentale e delle isole. Sotto
il regno di Mursil II, nella seconda metà del X IY secolo,
un certo A[n]tarawas, re degli Akhkhiyawa, e il suo succes­
sore Tawakalawas, intendente di Aiwalawas la cui autorità
sembra si estendesse su Laaspa, entrarono in conflitto con i
capi di Arzawa e di Millawanda. Con frettolosa leggerezza
questi avvenimenti furono interpretati nel modo seguente:
«Andreo ed Eteocle l’eolico, sovrani di Lesbo, fecero guerra
ai Panfilii e agli abitanti di Mileto».
M a oggi sappiamo che l’A rzawa iniziava a sud del Lago
Salato e comprendeva la Licaonia, l’Isauria e la Karamania,
cioè la parte centrale della costa meridionale dell’odierna
Turchia, dalla Cilicia alla Licia. E ci sono valide ragioni,
filologiche e geografiche, per ritenere che la regione di M il­
lawanda appartenesse allo stesso territorio e corrispondesse
alla Milyade di Licia, a sud di Tefenni, tra i laghi di Sogul

23
La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

e di Burdur. Com e si vede, Lesbo è molto lontana. Inoltre,


si ignora se Eteocle, figlio di Andreo, re di Orcomeno nella
Grecia centrale, sia mai stato re di Lesbo. E d ’altra parte,
nel mito compaiono vari eroi di nome Eteocle: se ne incon­
trano a Tebe, a Pila, a Sparta.
Secondo Forrer, Muwatalli (1306-1282), figlio e succes­
sore dell’imperatore ittita Mursil II, durante una campagna
nell’A rzawa impose la propria sovranità ad Alaksandu, re
del Wilusa. La tentazione di identificare questo personag­
gio con Alexandros, altro nome con cui Omero ne\YIliade
chiama Paride, il rapitore della bella Elena, doveva essere
forte, anche perché sarebbe stato facile continuare e tra­
scrivere Wilusa in [W]ilios, Ilio, cioè Troia. Niente di più
lontano dal vero, poiché la guerra condotta dal sovrano de­
vastò il Lukka (la Licaonia o la Licia) e il Karkisa (la Caria),
cioè regioni a 1000 chilometri a sud di Troia. M a una lunga
lettera dello stesso sovrano indirizzata a suo «fratello» il re
degli Akhkhiyawa, lamenta la condotta sleale di due capi,
Tawakalawas (il già nominato Eteocle) e Piyamaradou, che
erano fuggiti per mare mentre egli si avvicinava al paese di
Lukka e di Millawanda. Se ne deducono tre fatti interes­
santi: l’impero degli Akhkhiyawa era abbastanza potente
da trattare da pari a pari con l’impero degli Ittiti; quale
che fosse il suo centro (Tebe, Corinto, Argo, Micene...?),
si estendeva sull’A rcipelago; le avventure di questi capi di
bande al servizio dei piccoli principi di Licia assomigliano
a quelle del leggendario Bellerofonte, venuto dall’Argolide
presso il re lobate di Licia per combattere i Solimi della
Milyade, le Amazzoni e i Lidi sottomessi agli Ittiti, pro­
prio nel periodo in cui fu scritta la lettera di Muwatalli.
Si capisce anche il malcontento dei sovrani ittiti di fronte

24
L a resurrezione di un mondo

alle astuzie, agli intrighi, agli sconfinamenti degli Achei in


Asia. Ed è proprio intorno al 1300 che gli archeologi collo­
cano la prima distruzione di Troia.
Nei testi storici successivi si vede l’impero ittita, indebo­
lito dalle campagne contro gli Assiri, i Sirii e gli Egizi, co­
stretto a far fronte a numerose ribellioni dei sovrani di Ar-
zawa, in Cilicia e in Panfilia, e a una lega di ventidue città a
ovest e a nord-ovest di questi territori, la lega di Assuwa: per
darle una collocazione geografica, si pensa al corso dell’A-
xon, lungo il confine occidentale della Licia. Tudhaliya IV
(1250-20) lamenta i misfatti di un certo Kukkulis. L’elenco
dei suoi alleati comincia col Lukka e finisce con Wilusa
e Trouisa, m a bisogna accuratamente evitare di vedervi i
nomi di Ilio e di Troia, anche se il testo ittita è contempo­
raneo alla seconda conquista di Troia. Si tratta invece, con
ogni probabilità, di città della Caria, di Rodi o della Licia,
come Iasos, Ialysos, Trysa e Tlos. E occorre evitare anche di
chiamare il sovrano acheo Attarassiyas, cioè Atreo o Atri-
de: infatti, il nome che si trova dopo una lacuna del testo
ittita è di un paese e non di un uomo. Infine, in un trattato
con il re Darmuwa di Amurru, popolo semitico dell’Ovest,
l’imperatore ittita Tudhaliya IV fa cancellare il nome degli
Akhkhiyawa dall’elenco dei suoi alleati. Viene anche stabi­
lito che «neppure una sola nave deve recarsi dal paese degli
Akhkhiyawa in direzione dell’A ssiria».
Ed è in questo stesso periodo che, secondo la tradizione
ellenica, Mopso, nipote dell’indovino Tiresia, con i suoi
compagni fondò Claros, Colofone, Mallos e numerose co­
lonie o fondaci in Panfilia e in Cilicia. Il fatto è confermato
dall’iscrizione bilingue, in geroglifici ittiti e fenici, di Kara-
tep in Cilicia, scoperta nel 1947.

25
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

E così i testi si confermano l’uno con l’altro; nel XIII


secolo Troia subì tante vicissitudini all’ingresso dei Darda­
nelli come conseguenza dell’allontanamento degli eserciti
ittiti, della superiorità sul mare degli Achei, dello spirito di
conquista, militare ed economica, dei suoi capitani, si chia­
massero Perseo, Eracle, Giasone, Achille o Agamennone.
A ll’inverso, risulta facile capire le leggende secondo le quali
sarebbero arrivati dall’A sia nel Peloponneso tanti artigiani,
commercianti e avventurieri, i Ciclopi costruttori di Licia, i
cugini orientali delle Danaidi e i membri fenici della fami­
glia di Cadm o, il ricco Tantalo del monte Sipilo, il quale,
in terra ittita, mangiava alla tavola degli dei.
E non desta più stupore il fatto di trovare i nomi di Pria­
mo, di Troo e di Aleksandros nei documenti micenei scrit­
ti: la città di Troia che fu data alle fiamme verso il 1250 era
già in parte ellenizzata. D a molto tempo tra le coste d ’Eu­
ropa e d ’A sia c’era un fitto scambio di uomini, di merci e
di guerre.

Le scritture micenee

In un famoso passo del libro V I dell 'Iliade (vv. 152-80) ve­


diamo il re di Tirinto, Preto, inviare al re di Licia, lobate,
suo suocero, l’eroe Bellerofonte, del quale è geloso, affidan­
dogli una strana lettera: «... gli diede segni funesti, / molte
parole di morte tracciando su duplice tavola, / e ingiun­
se, per farlo perire, che la mostrasse al suocero». I Greci
dell’V ili secolo a.C. sapevano quindi che una scrittura ideo­
grafica o sillabica aveva preceduto in Argolide la diffusio­
ne, relativamente recente, dell’alfabeto fenicio, ma né loro

26
L a resurrezione di un mondo

né i loro successori erano più in grado di decifrarne un solo


segno. Forse soltanto a Cipro, dove si sarebbe conservato
fino al III secolo a.C. un sistema linguistico tradizionale
costituito da 55 segni, erano ancora capaci di comprenderli.
E per questo motivo che, quando gli archeologi e i mercanti
di antichità scoprirono dapprima a Creta e successivamente
nelle varie capitali degli Achei delle iscrizioni in caratteri
prefenici, si pensò come prima cosa a confrontarli con i
caratteri ciprioti che erano abbastanza noti fin dal 1871.
M a in ottocento anni il disegno dei segni era straordina­
riamente cambiato e le speranze di usare il sistema cipriota
per comprendere l’antica lingua micenea andarono deluse.
In mancanza di un sistema di confronto, non rimaneva che
affidarsi ad analisi rigorose e alla ricerca di combinazioni
interne di tutti i testi pubblicati.
Per circa cinquantanni i testi a disposizione rimasero
pochi e soprattutto muti. Dei circa 3400 frammenti di ta­
volette con iscrizioni in scrittura lineare B, trovati a Cnosso
e a Creta dagli operai di Evans, se ne conoscevano soltan­
to 14 nel 1909, 120 nel 1935, 158 nel 1936. I documenti
di Cnosso furono resi pubblici a Oxford solo nel febbraio
1952, e per di più senza ordine, con confusioni e omissioni.
Nel frattempo, delle 400 tavolette di argilla cotta e fram­
menti con iscrizioni trovati a Pilo nella Grecia continentale,
7 furono pubblicati nel 1939, gli altri nel 1951 a opera di
Emmet Leslie Bennett Jr.
Prima di poterli interpretare, era stato necessario distin­
guere i testi, ritenuti più recenti, da tutti i testi cretesi ante­
riori, scritti in caratteri geroglifici e in lineare A, e isolare,
tra i 267 segni che costituiscono la scrittura lineare B, i 90
segni che servivano a formare le parole.

27
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Troppo numerosi per formare un alfabeto m a troppo


pochi per essere caratteri ideografici o descrittivi come
quelli dei sistemi egizio, babilonese o ittita, potevano essere
soltanto segni fonetici o fonemi e dovevano rappresentare
ciascuno una sillaba. Oltre a questi segni, gli scribi micenei
usavano 5 caratteri numerici, 10 segni metrici, 100 ideo­
grammi di base spesso precisati da un ideogramma secon­
dario, 61 modi di connettere in un unico ideogramma 2 o
3 segni semplici.
Il quadro che ne emergeva era così complesso e originale
da far pensare a prima vista che potesse trattarsi al contempo
di un sillabario, di una serie di immagini - di chiaro signi­
ficato: la pecora, il cavallo, l’uomo, la donna, per esempio - ,
di un sistema di contabilità e di un sistema di stenografia.
In realtà si era di fronte a una lingua sconosciuta espressa
da un sistema di scrittura sconosciuto. Era necessario, come
primo passo, ridurre a una le difficoltà. I ricercatori trovaro­
no un primo aiuto nella presenza, vicino agli ideogrammi
più espressivi, di numeri e di parole: queste ultime potevano
essere solo al singolare, al duale o al plurale, al maschile, al
femminile o al neutro. Il progresso fondamentale nella de­
cifrazione fu dovuto al lavoro di una studiosa americana di
Brooklyn, Alice Kober, morta prematuramente nel 1950.
Nei due articoli comparsi nel 1946 e nel 1948 sullVAmeri-
can Journal o f Archaeology» e successivamente nel volume
Omaggio a Hrozny del 1949, dove venivano riportati i risul­
tati del confronto tra le sillabe finali dei medesimi gruppi di
segni, Kober riuscì a stabilire che si trattava di una lingua
flessiva in cui la declinazione del sostantivo e dell’aggettivo
prevedeva almeno due generi e tre casi: di conseguenza, si
trattava di una lingua appartenente a un tipo noto.

28
L a resurrezione di un mondo

Si osservino, per esempio, i seguenti tre gruppi di segni:

VVAtì AFV0
V*A5f <ff*\n
V *T ATS»

Indipendentemente da qualsiasi significato o somiglian­


za particolare, evocano con immediatezza la struttura di
una parola declinata appartenente a una lingua indoeuro­
pea - come a-mi-cu-s, a-mi-cu-m, ami-ci; bo-nu-s, bo-
nu-m, bo-ni; ser-vu-s, ser-vu-m, ser-vi - e consentono di
cominciare a stabilire una griglia di decodificazione. Si
prenderanno i segni indicanti la desinenza dell’ultima riga
*> *'.*, e li si disporrà verticalmente in quanto aventi neces­
sariamente la medesima vocale; poi si prenderanno i segni
corrispondenti ai primi nella riga sopra Kt,4?, e li si disporrà
orizzontalmente in quanto aventi necessariamente la mede­
sima consonante.
Inoltre Alice Kober rilevò che il segno tì' ricorreva fre­
quentemente di fianco all’ideogram ma indicante la don­
na e quindi poteva trattarsi soltanto della desinenza del
femminile.

Michael Ventris, architetto inglese che aveva 28 anni nel


1950 e aveva lavorato come decodificatore alla RA F (Royal
Air Force), ha il grande merito di aver applicato il metodo
della griglia ai numerosissimi testi micenei di significato
sconosciuto di Alice Kober pubblicati tra il 1951 e il 1952,
e anche quello di aver impiegato il metodo statistico per
quantificare la ricorrenza di ciascun segno fonetico in po­

29
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

sizione iniziale, mediana e finale. Con questo metodo si ri­


levò, per esempio, che il segno 36 era sempre preceduto, in
posizione finale nei temi nominali, dai medesimi 10 segni:
si poteva ipotizzare che questi avessero la medesima voca­
le e consonanti differenti, di conseguenza dovevano essere
collocati in un’unica colonna verticale della griglia. Proce­
dendo in questo modo, si arrivò gradualmente a stabilire
una griglia formata da 5 colonne verticali per le vocali e
13 colonne orizzontali per le consonanti. I segni ¥,ty/J®r
ricorrevano con grande frequenza in posizione iniziale, dal
che si dedusse potesse trattarsi delle vocali a-, o-, e-.
D al confronto si ricavava anche l’esistenza di doppioni e
di omofoni, che era opportuno collocare nelle stesse posi­
zioni nella griglia oppure considerarli come suoni interme­
di, le semiconsonanti.
Dal gennaio 1951 al giugno 1952, Ventris inviò a tren­
tun linguisti la fotocopia delle sue note di lavoro, in cui era
spiegato il metodo che aveva seguito, sollecitando pareri ed
eventuali suggerimenti, ma pochissimi gli risposero. Non a
caso, nell’epopea l’eroe è un solitario.
Ventris usò, rettificandole, alcune delle ipotesi fatte dai
suoi predecessori: quella di Evans, che proponeva di leggere
po-lo il fonema affiancato all’immagine del cavallo; quella
di Cowley, secondo la quale i fonemi a fianco delle imma­
gini del fanciullo e della fanciulla andavano letti kou-ros e
kou-ra; quella di Ktistopoulos, che proponeva di leggere,
conservando i significati attribuiti a 7 segni analoghi della
lingua cipriota, do-e-los e do-e-la i fonemi accanto al servo
e alla serva. Alla fine, nel maggio 1952, Ventris cercò di
interpretare, a titolo di prova, quella che egli supponeva
essere una serie di nomi di luoghi cretesi iscritti sulle ta­

30
La resurrezione di un mondo

volette di Cnosso contrassegnate Fpl, Le 548-550, Ce 59.


L’applicazione combinata dei metodi statistico, comparati­
vo, combinatorio e strutturale diede il seguente risultato:

a-mi-ni-so cioè Amnisos


ko-no-so cioè Cnosso
tu-ri-so cioè Tylisos.

Seguì immediatamente una serie di reazioni a catena.


Informati da una trasmissione della B B C e da un artico­
lo di Ventris e John Chadwick, Evidence fa r Greek dialect
in thè Mycenaean archives pubblicato all’inizio del 1953
sul «Journal o f Hellenic Studies» (pp. 84-103), gli studiosi
di tutto il mondo diedero il loro contributo, apportando
all’interpretazione di Ventris tutte le riserve, le conferme
e i completamenti necessari. I segni iscritti sulle tavolette,
i vasi, le etichette della Grecia micenea configuravano una
sorta di greco arcaico, molto vicino ai dialetti dell’A rcadia
e di Cipro dell’età classica.
Nonostante il gran numero di convenzioni stenografiche
—come l’assenza di finali sonanti, la confusione delle occlusi­
ve sorde, sonore e aspirate, l’assimilazione della r e della /, no­
nostante soprattutto la sovrabbondanza di nomi propri e di
termini dal significato sconosciuto, i testi scoperti a Cnosso,
a Pilo, a Micene, a Tebe ecc. permisero alla fine di ricostruire
la vita quotidiana dei contemporanei della guerra di Troia o,
per essere più precisi, delle generazioni che la precedettero e
la seguirono nel X III secolo a.C. Grazie a questi testi, conta­
dini, marinai, artigiani, soldati, amministratori ritornano vi­
vi, parlano e agiscono. Le maschere d ’oro del Museo archeo­
logico di Atene non sono più maschere di morti.

31
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

I testi storici propriamente detti sono assai pochi. Tutt’al


più si tratta di ordini dati da capi anonimi a dei subalterni i
cui nomi assomigliano in modo stupefacente a quelli della
leggenda epica: Troo, Ettore, Priamo, Proteo,'Teseo, Tieste
e anche A-ki-re-u, cioè Achille! Se ne ricava l’impressione
di una situazione di incertezza economica aggravata da uno
stato d ’allarme militare e da una crisi di potere in atto po­
co prima che scoppiasse l’incendio che avrebbe distrutto i
palazzi e cacciato gli scribi, ma avrebbe anche solidificato
per sempre i documenti d ’argilla, testimoni della catastrofe.
I circa 4500 frammenti in nostro possesso, che vengono
pazientemente incollati, riclassificati e tradotti, sono quasi
tutti parti di inventari o documenti contabili. Attraverso
di essi, testimoni di una burocrazia pignola, vediamo riem­
pirsi e svuotarsi i granai, partire i carri da guerra e le navi
per la sorveglianza delle coste, i fabbri trasformare in armi
i lingotti di bronzo, gli esattori riscuotere i tributi in me­
talli preziosi o vili, in stoffe o in viveri, i sacerdoti bruciare
incensi agli dei e ai re e sacrificare le ultime vittime. Non
c’è invece Odisseo-Ulisse che bastona Tersite o ha la meglio
sui Proci. D a queste pagine pietrificate si sente provenire
soltanto la voce di un pianto immane, la voce della pri­
ma tragedia che la Grecia ha realmente interpretato. Ed è
grazie a esse che si chiude il magico cerchio dell’epopea e
dell’archeologia: la finzione di ieri è divenuta realtà.
B ib lio grafia generale

Abbreviazioni ricorrenti
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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

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Convenzioni

Convenzioni ortografiche
Per i nomi di luoghi e di persone si è mantenuta la for­
ma con la quale, soprattutto attraverso le traduzioni dei
poemi omerici, sono tradizionalmente noti. Per esempio,
si è usata la forma Cnosso anziché Knosos, come è inve­
ce conforme agli usi dell’epigrafìa, della letteratura e della
numismatica greche.
Le sillabe delle parole incise sulle tavolette dei palazzi
(sempre in corsivo nel testo) sono traslitterate in base alle
convenzioni stabilite dagli specialisti della civiltà micenea:
l’unica eccezione è rappresentata dallo yod che è stato reso
con y anziché con j [accorgimento assai utile per il lettore
francofono, si è deciso di mantenerlo anche in italiano].

Convenzioni di designazione
In accordo con la maggior parte degli specialisti, indichia­
mo con il termine Pelasgi tutte le popolazioni anteriori
all’insediamento degli Elleni nell’A rcipelago; minoico si ri­

44
Convenzioni

ferisce a tutto quanto riguarda la civiltà cretese detta «dei


palazzi» (circa 2000-1350 a.C.); miceneo o acheo indica la
civiltà ellenica dall’età del bronzo al suo apogeo (1400-1200
a.C.); dorico definisce quanto appartiene a una civiltà nata
tra i massicci boscosi dell’Età e del Pindo meridionale e che
fiorì poco dopo l’inizio del primo millennio a.C.

Convenzioni di interpretazione e di datazione


Tra le numerose traduzioni possibili dei testi micenei, si è
optato per quella più verosimile, cioè più in accordo con i
vari dati forniti dall’archeologia, dalla linguistica e dalla
tradizione letteraria.
Le date adottate per la caduta di Troia (intorno al 1250
a.C.) e per la rovina dei palazzi micenei (circa 1220-1190)
dipendono dai sincronismi ricavati: a) dai testi ittiti, semiti
ed egizi; b) dalla ceramologia; c) dalla carbonioscopia.
I

Il mondo e l’uomo

Omero imm agina Zeus, signore degli uomini e degli dei,


mentre contempla serenamente i guerrieri che si affollano
sulla piana di Troia, seduto sul Gàrgaro, la cima più alta
del massiccio boscoso dell’Ida ( Iliade, V ili, v. 48; XIV, vv.
292-93; XV, vv. 151-52). Sia che si tratti dell’attuale Kili
D ag (m 650) o del Kaz D ag (m 1767), il divino spettatore,
che è anche l’autore del dramma, è assolutamente invisi­
bile, nascosto dai pini e dalle nuvole, a 60-70 chilometri
dal campo di battaglia. E tuttavia egli, «il cui sguardo e
la cui voce si diffondono lontano», arriva a vedere fino al­
la regione della Grecia da cui provengono i compagni di
Agamennone e Menelao. Talvolta, come all’inizio del libro
X III dell ’Iliade, volge lo sguardo verso il Nord, ai cavalieri
traci e agli Sciti, quegli straordinari esseri che si nutrono
di latte d ’asina, quasi a fare un confronto fra i Greci e i
Barbari. Altre volte invece risiede in uno dei suoi palazzi
ai confini del mondo ellenico, sull’Olimpo in Pieria, tra
la Tessaglia e la Macedonia, oppure sulla cima del monte
Mitritsa presso Dodona, sulla strada che porta alle Meteo-

47
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

re: è quello il punto più vicino, dal quale può vedere i suoi,
Pelasgi, Elleni, Achei e Danai.
Sediamo assieme al poeta nel sacro recinto, presso l’al­
tare avvolto da intensi profumi che gli uomini hanno in­
nalzato a Zeus in Troade, e da questo osservatorio vicino al
cielo guardiamo com’era il mondo greco 1250 anni prima
della nascita di Cristo.

L a Grecia micenea

Geograficamente, la Grecia micenea occupa una piccola


zona nell’Europa sudorientale: a sud dei Balcani, da un
territorio che ha la forma di un breve polso collegato a
una mano ossuta si sgrana nel Mediterraneo un arcipela­
go formato da circa 200 isole. E poi, quasi a formare un
prezioso monile, sulle coste dell’A sia M inore e dell’Ita­
lia meridionale troviamo città, centri commerciali, scali
e mercati tra i quali si muovono instancabilmente i Greci,
inafferrabili come le onde e gli spruzzi del m ar Egeo e
come quello lasciando una traccia salata su tutto ciò con
cui vengono in contatto. In tutto circa lOOmila chilome­
tri quadrati di terre abitate con una popolazione di poco
menò di 2 milioni di persone. Queste sono le cifre che si
ricavano dall’analisi del «Catalogo delle navi» nel libro II
delVIliade (vv. 494-759). Secondo questo testo, 1186 navi,
ciascuna con un equipaggio da 50 a 120 uomini, hanno
trasportato fino alla Troade un quinto della popolazione
della Grecia continentale e dell’Arcipelago. E si tratta di
una fonte attendibile: l’analisi filologica dim ostra che ci si
trova di fronte a un testo più antico del resto dell’epopea e

48
Il mondo e l ’uomo

i dati che esso fornisce sono stati confermati dalla ricerca


archeologica.
Il paese, a tutta prima molto diverso da come sarà in
seguito, appare cinque volte meno popolato che ai giorni
nostri e meno esteso di un terzo abbondante. M a le zone
abitate e i ceppi di popolazione che hanno dato al paese la
sua fisionomia sono gli stessi, e non è difficile oggi immagi­
nare le une e gli altri.
Tracciando una linea ipotetica approssimativamente tra
Tisola di Corfù e la cima dell’Olimpo, si evidenzia che i
guerrieri che prendevano parte alla guerra di Troia apparte­
nevano indubbiamente a 22 differenti nazioni.
M a la nostalgia che portavano nei loro cuori per la terra
natale era rivolta fondamentalmente a cinque o sei tipi di
paesaggio: terre di montagna, terre alte o altopiani, pianu­
re costiere, isole vulcaniche o calcaree e a un paese che ai
loro occhi era così vasto che non osavano chiamarlo isola,
cioè Creta.

Montagne

La Grecia di allora era formata per circa l’80 per cento da


montagne, un piccolo segmento del grande arco montuoso
dinarico, estremamente mosse, spaccate, diversificate. E so­
no proprio loro, le montagne, a far capire all’osservatore le
ragioni della frammentazione politica del paese, la sua di­
visione in piccolissime unità, le rivalità dei popoli a stretto
confine. E tuttavia si tratta di frontiere che non sono real­
mente tali: i valichi montani sono una continua tentazione
per la curiosità di viaggiatori, di nomadi e di truppe che

49
La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

non tengono in nessun conto quell’invenzione dei geografi


moderni che sono i confini naturali.
Oltre il Pindo, l’A grafa, il Tinfristo, l’Età, il Parnaso
—che formano, da nord a sud, una sorta di-spina dorsale
della Grecia continentale —pastori, soldati, avventurieri di
ogni risma hanno cercato in ogni epoca di conquistare gli
alpeggi dell’Ovest o di installarsi nelle vallate dell’Epiro,
dell’Acarnania o dell’Etolia. Stando a ciò che dice il mito,
dopo la conquista di Troia, Neottolemo il Rosso (Pirro),
figlio di Achille, abbandonata l’avita vallata dello Spercheo,
si sarebbe impadronito di un regno presso i Molossi d ’E-
piro e sarebbe infine morto a Delfi in un conflitto, di cui
nulla ci viene detto, con gli abitanti del luogo.
Nel Peloponneso, intorno all’altopiano centrale dell’A r­
cadia, si trovano massicci montuosi altrettanto variegati e
altrettanto percorsi e presi di mira dagli uomini: anch es­
si zone di migrazioni e passaggi e di incessanti combatti­
menti. Le montagne di Creta, infine, orientate da ovest a
est, più che a una barriera assomigliano a una linea forti­
ficata intervallata da cinque castelli circondati ciascuno da
un fossato: secondo la mitologia, questi monti sarebbero la
culla di tutti gli dei, il luogo d ’origine della nostra civiltà e
delle nostre leggi.
In questo vasto e complesso insieme di montagne si
possono distinguere alcuni paesaggi particolari. L’Olimpo
(m 2917), a nord-est, svetta con le sue masse dolomitiche
di un bianco assoluto da uno zoccolo di schisto a banchi
cristallini che si presentano quasi dovunque molto ripidi.
Si tratta di gigantesche faglie, spaccature che arrivano fino
al mare, quasi a dar ragione agli ellenisti che fanno risalire
il nome «Oulympos» al greco oulé, «incisione, spaccatura».

50
Il mondo e l ’uomo

Fitte foreste di verdi querce, di castagni, di pini - rifugio


di carbonai e boscaioli - lo ricoprono fino a 2300 metri
di altitudine, dove lasciano il posto a pascoli verdissimi e
infine alle brume che ne velano la cima perfino in piena
estate. L’asprezza del clima, le terribili tempeste, la bellezza
di quelle pareti di roccia hanno colpito la fantasia dei poe­
ti, mentre per l’uomo greco l’O lim po è un’alta e misteriosa
montagna, la dimora degli dei per eccellenza, e in qualsiasi
paese decida di stabilirsi - in Eubea, nel Peloponneso, a
Creta o a Cipro - ne porta con sé il senso di sacralità e il
nome. Tanto che nella lingua greca il nome del monte è lo
stesso che serve a designare il cielo.
In Magnesia le montagne sono molto diverse: si presen­
tano come un lungo crinale di schisti impermeabili, rotto
da forre ricche di sorgenti, da cui si innalzano la piramide
in marmo cipollino del monte O ssa (m 1978) e il duomo
calcareo del Pelio (m 1618). Qui, nella folta macchia o nelle
foreste di faggi o di castagni nei cui pressi sorgevano cen­
tri abitati, vissero i Centauri, cacciatori maledetti e grandi
iniziati. D ai fianchi del Pelio fu tagliato il legname per co­
struire Argo, la nave di Giasone e degli Argonauti. Sulla
sua cima coperta di ghiacci eterni ricevettero la loro educa­
zione Apollo e Asclepio, dei della medicina, e Achille, re dei
Mirmidoni. Ancora nel II secolo a.C. i giovani aristocratici
della Magnesia, indossando il vello, si recavano nella ca­
verna dove il centauro Chirone aveva guidato all’iniziazio­
ne Giasone e Achille. O ggi al loro posto si possono vedere
scout e soldati.
Più a ovest, tra il monte Smolikas (m 2632) e il Parnaso
(m 2457), i corrugamenti più recenti del Pindo hanno por­
tato alla formazione di una serie di volte di calcare grigio blu

51
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

e bianco che si alternano a rocce con verdi venature di ser­


pentino o vene giallastre di grès. D a questa specie di magico
castello scorrono, verso est e facendosi strada in un dedalo
di canyon, le acque del Peneo, dello Spercheo, del Cefiso che
bagna la Focide e di quasi tutti i loro affluenti. Lungo le lo­
ro rive foreste di carpini e di castagni, inframmezzate dalla
macchia, arrivano fino a 800 metri. Al di sopra si trovano le
querce a foglie caduche, lecci, vallonee da tannino e poi pini
e larici, allom bra dei quali crescono il bosso e l’agrifoglio.
Più in alto ancora, dentro specie di bacini pieni di grandi
sassi franati, resti di antichi ghiacciai, si incontrano zone a
prato - come nel massiccio della Ghiona (m 2510) - e infine
le nevi che ricoprono le cime. La neve, barriera invalicabile
per gli Antichi, sulla catena del Pindo durava fino alla fine
di giugno. Poi arrivava la stagione delle tempeste che spesso
provocavano trombe d ’acqua. Infatti, su questa catena mon­
tuosa si scontrano i venti di due mari, l’A driatico e l’Egeo.
Pochi pastori, avvolti e quasi irrigiditi nelle loro palandra­
ne fatte con pelli di animali, sorvegliano al pascolo piccoli
armenti di pecore e capre, arrivati anche loro dalle rive del
mare. Una volta all’anno, le Menadi nutrici del dio Dioniso,
abbandonano i villaggi e si recano in luoghi particolari su
alcune cime a eseguire le loro danze. Nel cielo si vedono gli
scuri bianconi dal petto candido disegnare cerchi solenni e
stormi di cornacchie dalle piume color cenere.
Delfi, il vero centro della Grecia a sud del Parnaso, con
le sue alte falesie di un rosso fiammeggiante, le sue sorgenti,
le sue brume, la sua gola boscosa il cui fondo sassoso ricor­
da un mostruoso pitone, riproduce in miniatura tutte le
asperità e le incredibili forme del Pindo. Chi ha detto «Vedi
Napoli e poi muori. Vedi Delfi e poi nasci»? E dunque il

52
Il mondo e l'uomo

popolo greco è forse nato dai fianchi del Pindo, dall’albero


e dalla roccia?
In Arcadia, altre configurazioni di monti, altri uomini.
Visti dal cielo, appaiono come grigie rocce prive di vegeta­
zione, punteggiate di arbusti spinosi, la continuazione del
Carso. E stato detto che gli uomini non hanno mai potuto
vivere in questi luoghi oppure che sono stati loro a far mori­
re la terra. In realtà, tutto quello scuro calcare - al quale la
città di Tripolitza ha dato il suo nome - è stato accumulato
dalle acque del mare in un periodo lunghissimo, dal Trias­
sico al Cretacico, e non è mai stato ricoperto di humus, e
migliaia e migliaia di anni fa era spoglio e arido più o meno
come oggi. Le ricerche di Philippson, e il semplice buon
senso, lo provano ampiamente. Corrugata, frantumata dai
sollevamenti del Terziario, corrosa dalla neve e dalle piogge
acide, anche la roccia più dura porta i segni di questi assal­
ti; vi si aprono fessure e voragini, viene butterata di cavità,
gallerie e caverne, si sbriciola, scompare lasciando qua e là
strati sottili di argilla rossa tra letti di calcare. Poiché l’ac­
qua ha la tendenza a penetrare sempre più in profondità,
ogni anno un po’ di più sprofonda in voragini {katavothres)
per riapparire soltanto a contatto con gli schisti o altri tipi
di rocce impermeabili, ai piedi dei monti e fin sotto il mare.
Questo spiega come in ogni tempo abbiano potuto soprav­
vivere in un ambiente del genere animali selvatici, bestiame
e uomini. Vi crescono spontanei solo il cardo, l’astragalo, le
querce nane spinose, il timo, ma dovunque si sia accumu­
lata un po’ di argilla e un filo d ’acqua sprizzi dalla roccia
cresce fitta lerba che morirà alla fine della primavera.
Sono i luoghi dove si radunano uomini e animali, e con
loro le divinità che non amano le umide caverne dell’Eri-

53
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

manto e del Cillene a nord, del Liceo a ovest, delPltomeo,


del Taigeto e del Parnon a sud, dei monti della Corinzia
e deH’A rgolide a est: M aia, la madre regina; Ermes, il suo
figlio divino; Pan, il dio dei pastori; Kallisto, la signora de­
gli orsi che più tardi diventerà Artemide, e il Signore delle
belve, che in tempi successivi verrà identificato con Apollo.
In questa regione più che in qualsiasi altra parte, la mon­
tagna brulla è un luogo di rifugio, dove però grande è la
fatica per ricavarne il necessario per la sopravvivenza. Più
che il paradiso dei pastori evocato idillicamente dal mo­
vimento poetico dellArcadia, è una terra di cacciatori, di
eroi, di proscritti.
A Creta più del 95 per cento della superficie è costituito
da montagne o colline. D a ovest a est si distinguono cinque
massicci montuosi: i Monti Bianchi, il monte Ida (l’odierno
Psiloriti), il Lasithi, la Malavra o monti di Sitia, una specie
di enorme graticciata attraverso la quale passano la luce, i
corsi d ’acqua, gli uomini. La sierra dei Monti Bianchi cul­
mina a 2452 metri, Fida raggiunge i 2456 metri, la Spada
del Lasithi i 2148 metri, mentre il Signore dei monti di Sitia
è alto solo 1476 metri. Tra i fianchi rocciosi delle montagne
maggiori, a romperne la continuità, piccole colline e vallate
coperte di vigneti, alberi di olivo e di fico, campi coltivati
a cereali.
Le montagne di Creta presentano un paesaggio assai di-
versificato: dolomitiche a est, calcari del Giurassico a sud di
M allia e de L a Canea, rocce cristalline al centro, sull Am ari
falde di grès e schisti simili a quelle del Pindo, un magma
di rocce metamorfiche a ovest: viola e blu verso Sitia, grigie
o color argento verso il centro, sempre più chiare fino a di­
ventare di un bianco abbagliante man mano che si avanza

54
Il mondo e l'uomo

verso la terra dei morti. Insieme alla diversità di forme e


colori, una gran varietà di profumi - balsamici o resino­
si - , notevoli differenze nella presenza di corsi d ’acqua - in
certe zone numerosi e con acque abbondanti, in altre quasi
assenti - e nel tipo di vegetazione. N ell’epoca di cui si sta
parlando, i monti di Sitia e del Lasithi erano brulli più o
meno come lo sono oggi, i massicci del Sud erano coperti
di pini di Aleppo e di lentischi, Fida fino ai 1700 metri
era una folta foresta di querce, balsamiti e cipressi, i monti
deH’A mari erano coperti di una fitta macchia di cisti in­
frammezzati di lecci e piante da tannino, mentre i Monti
Bianchi, almeno nelle zone non brulle, avevano paesaggi
da alpeggio e una foresta di pini e cipressi giganti tagliata
da quattordici enormi gole, le alture del Selinon e del Ki-
samos, a ovest, con boschi di castagni e tappeti d ’erica. E
dovunque caverne e fenomeni carsici (nella sola Creta sé ne
contano più di 3400), bacini, faglie, doline, usati dai pasto­
ri come riparo per le greggi, come rifugio dai proscritti e da
quanti erano colpiti dalla pena dell’esilio, regno degli dei e
degli uomini delle terre infere.
I nomi delle cinque montagne sacre di Creta si ritrovano
in M isia e nei pressi di Troia: Olimpo, Ida, Ditteo, Bere-
cinto, Hippokoroneion. Su coste opposte del mar Egeo (e
anche a Cipro, dove si rintracciano nomi simili) i guerrieri
achei cercavano il clima, i paesaggi, le foreste e i monti che
avevano lasciato nella Grecia continentale.
L’Ida della Troade, dalla cui cima Zeus osserva il campo
di battaglia, per il geologo non è altro che un vasto com­
plesso di rocce metamorfiche con micascisti e filoni metal­
liferi imprigionati tra calcari del Miocene, ma per chi lo
percorre e fatica per trarne di che sopravvivere Fida signifi­

55
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

ca foreste di pini e di grandi querce, pascoli e sorgenti, gole


con vaste e profonde caverne. Boscaioli, minatori, pastori
con i loro armenti di buoi e pecore ancora oggi vi cercano
rifugio contro i lupi e gli orsi, mentre non ci seno più i leoni
e le pantere, le grandi belve che ancora molto tempo dopo
la guerra di Troia terrorizzavano la M acedonia e la Tracia.
D a tutto questo risulta evidente che per i contempora­
nei di Achille la montagna era qualcosa di ben diverso da
ciò che sarà ai tempi di Pericle o ai giorni nostri. Più fitta
di boschi, più umida e più selvaggia, meno sfruttata e im­
poverita, era nello stesso tempo territorio di caccia, luogo
di rifugio, pascolo per gli animali e fonte di cibo per gli
uomini: ghiande dolci, faggiole, pigne e castagne oltre a
un gran numero di bacche commestibili: corbezzoli, sorbe,
lazzcruole, bagolari, pistacchi, giuggiole, crespini, coccole
di ginepro. Era anche luogo di culto per eccellenza con le
sue vette, le sue caverne e i suoi boschetti sacri.
In luoghi tenuti segreti, gli addetti alla ricerca di gia­
cimenti minerari, i minatori e i fabbri cercavano i mine­
rali gialli o verdi da cui si estraeva il rame e la polvere di
smalto, o la galena, l’argirite o la blenda da cui ricavavano
l’argento, il piombo e lo zinco. M a questo è solo un piccolo
saggio della ricchezza mineraria della Grecia antica. Dalla
letteratura classica si sa che, a partire dal V secolo a.C., i
Greci avevano sfruttato le miniere di piombo argentifero
della Tracia, del Laurion e di Sifnos; e dall’analisi del nome
di Calcide in Eubea, che significa città del bronzo, si ipotiz­
zò che in Calcidica esistessero anticamente delle miniere di
rame. Però fu necessario attendere la moderna geologia per
averne la conferma: per la soia Grecia micenea, senza tener
conto di Cipro, è stata documentata l’esistenza di almeno

56
Il mondo e l ’uomo

una cinquantina di affioramenti di rame e di oltre cento


giacimenti di piombo argentifero e di argento nelle stesse
zone. A Creta, per esempio, dove nel 1965 si conoscevano
solo sei affioramenti dei metalli citati, l’autore di questo li­
bro ne ha riconosciuto una ventina nelle vicinanze delle an­
tiche città, nei massicci boscosi, ricchi di carbone di legna,
degli Asterusia, dell’Ida e dei Monti Bianchi.
Non si trattava certo di risorse tali da risultare interes­
santi per l’industria moderna, che richiede alte percentuali
di metallo puro, ma per un’epoca più «artigianale», in cui
ci si limitava a sfruttare i minerali di superficie, erano suf­
ficienti a fornire lavoro a corporazioni di mestiere attive e
numerose. Attorno al 1220 a.C., nel piccolo principato di
Pilo, suddivisi in poco più di 20 centri abitati cerano non
meno di 400 fabbri - senza contare gli schiavi e gli appren­
disti - che lavoravano il bronzo e i metalli preziosi.
Diventa sempre meno difficile capire su che cosa era
fondata la forza economica, e in parte anche la forza mi­
litare, di questi centri che appaiono ai nostri occhi così
poveri e angusti e che la leggenda ci ha tramandato col
nome di regni.
Achille, figlio di Peleo, regnava sulla valle dello Sper-
cheo e sulle alture vicine, m a il testo epico non dice che
nel massiccio dell’Othrys esistevano almeno sei giacimenti
di minerali di rame, di cui uno piuttosto ricco a circa una
dozzina di chilometri a nord-est di Lamia. E neppure si sa­
peva che Agamennone aveva le sue miniere sulle montagne
di Oinoè a ovest di Argo; che Menelao si riforniva di rame
a 25 chilometri a sud-est di Sparta, nel massiccio del Par-
non e non lontano da Monemvassia, e possedeva miniere
d ’argento sul Parnon e sul Taigeto; e non si trova notizia

57
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

del fatto che il fiume Eurota aveva acque ricche d ’oro a soli
5 chilometri da Sparta. Sul monte Okhi (m 1598) si trova­
vano giacimenti di vari metalli, su cui si fondò la ricchezza
di Caristo e di Stira in Eubea e la potenza degli Abanti che
presero parte alla guerra di Troia.
Un’altra considerazione importante è che, in generale,
per i Micenei il mondo dei minerali non era un mondo
morto. Là dove la scienza moderna, del tutto profana, non
vede altro che botanica, zoologia e geologia, gli antichi Gre­
ci, più sensibili ai misteri della vita e alle corrispondenze tra
gli esseri, vedevano dei simboli, delle presenze immateriali.
Per l’uomo che viveva sulle montagne il paesaggio era
un bestiario, un lapidario, un erbario, per cui non appare
strano che denominasse erma (da cui deriva il nome del dio
Ermes) un mucchio di pietre o una pietra ritta; oppure che
attribuisse ai minerali un sesso e poteri benefici o malefici;
che sapesse quali Ninfe vivevano sotto la corteccia del fras­
sino o dell’alloro; che udisse nel canto degli uccelli - fosse
un’aquila o un usignolo - la voce profetica degli dei e de­
gli eroi morti. N é si è attesa l’epoca classica per attribuire
un linguaggio ai fiori: il giacinto, l’asfodelo, il narciso dal
nome preellenico erano sicuramente carichi di significato
funebre fin dall’età micenea.

Pianure

In Grecia vi sono anche paesaggi sui quali l’uomo ha im­


presso il suo segno più di quanto non sia stato segnato da
essi. Alcune zone di pianura erano coltivate da ben 4500
anni ed è proprio da quelle terre che, verso il 1250 a.C.,

58
Il mondo e l ’uomo

partirono più numerosi navi e guerrieri. I soldati reclutati


tra l’Olimpo e l’Othrys e imbarcati su 168 navi, portavano
con sé l’immagine di tre conche tessaliche: quella di Tricca,
quella di Larissa e quella che oggi ha nome Halmyros, a
sud-ovest di Volo.
Le prime due erano irrigate dal sinuoso Peneo e dai suoi
affluenti, m a nella parte meridionale, verso Boibe, cerano
estese paludi pestilenziali; la terza conca, posta nella zona
più meridionale, era attraversata da quattro torrenti. Com ­
plessivamente un territorio di un centinaio di chilometri da
ovest a est per 85 chilometri da nord a sud di terre fertili,
ricche di frumento, di bufali e di cavalli vigorosi. In esta­
te, il vento secco che proviene dal Pindo trasforma la tetra
Tessaglia in una steppa e solleva mulinelli di polvere; radi
alberi crescono solo sulle rive dei corsi d ’acqua. Capanne
di sterpi o di fango essiccato, rari pozzi punteggiano am­
pie distese dove l’occhio non incontra ostacoli. In inverno,
le pianure, messe a riposo un anno ogni due, diventano
pascoli per le pecore e le capre dei contrafforti montani,
sorvegliate da pastori in vello di montone; nel cielo sfilano
stormi di oche e cicogne, e quando arrivano i terremoti, fin
troppo frequenti per il desiderio di tranquillità degli uomi­
ni, sono proprio loro a darne l’annuncio.
In questa terra coltivata intensivamente, che fu una delle
sedi favorite di Demetra, madre delle messi, dea di Piraso e
di Antrona, sono stati trovati non meno di 55 centri abitati
risalenti ai secoli X IV e X III a.C.
Una stirpe di signori, dediti sia all’allevamento del be­
stiame sia all’agricoltura, scese dai Balcani all’inizio dell’età
del bronzo e impose il suo dominio sulle arcaiche tribù in­
digene stanziate nei pressi del Sesklo, di Argissa, di Dimini,

59
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

di vari centri col medesimo nome, M agula; costruì citta­


delle fortificate che in molti casi portavano nomi preelleni­
ci, come Larissa, Girtone, Tricca. Successivamente, la cura
della coltivazione dei campi e della raccolta, -e anche della
lotta contro l’estendersi delle paludi, passò gradualmente
nelle mani dei loro servi, i Penesti, mentre dei nuovi signo­
ri, gli Elleni, si dedicarono all’allevamento dei cavalli, alle
spedizioni guerresche, alla pirateria, alla perenne ricerca del
vello d ’oro nel letto di tutti i fiumi dell’A sia. D a Omero
sappiamo di che cosa hanno nostalgia Giasone, i figli di
Asclepio o il re Filottete: della loro terra di Tessaglia rim­
piangono la scura terra, l’erba folta, i fiori, le bianche città,
gli argentei mulinelli del Peneo, gli innumerevoli greggi, gli
uomini dal cuore generoso, le donne di splendida bellezza.
I Cretesi, invece, sospiravano la bella pianura del Mesa-
ra, nella parte meridionale dell’isola, un mare di olivi, di
fichi, di vigne; e la corona di piccole cittadelle ai piedi delle
montagne intorno alla piana, popolatissime e sottomesse a
Gortina o a Festo. Com e i Tessali, rabbrividivano nella pia­
nura ventosa di Troia e sognavano il Noto, il vento torrido
che talvolta inaridiva la piana cretese e diffondeva la febbre
malarica alle foci del Leteo. Perché era proprio questo il
maggior flagello di quelle terre troppo ricche di acque mal
drenate, il diffondersi delle zanzare anofeli portatrici della
malaria. Nella piana del Mesara avveniva come in Tessa­
glia: era sufficiente che una guerra o un’invasione improv­
visa mandassero in rovina la struttura economica ed ecco
la selva e la palude riaffermare i propri diritti sulla terra
loro sottratta. Neppure la Beozia micenea con i suoi grandi
laghi sfuggì a questo destino: malgrado la fertilità del suo
limo e il coraggio dei suoi contadini e dei suoi cavalieri, la

60
Il mondo e l ’uomo

grande pianura costiera che si estende da Orcomeno a Pla­


tea, dopo la guerra fratricida tra i figli di Edipo non era più
come ai tempi dello splendore di «Tebe dalle Sette Porte».
Nel 1250, una trentina di città beote, unendo le loro forze,
riuscirono a fornire solo 50 navi per la guerra di Troia e si
faceva menzione soltanto della parte bassa di Tebe e dei
suoi sobborghi.
Invece la pianura di Argo, dove il terreno acquitrinoso
era stato ben prosciugato per consiglio dei figli di Egitto - i
quali, verso il 1450, vi avevano fondato tre città - e ben di­
fesa da Eracle il quale, verso il 1300, aveva sconfitto l’«Idra»
delle paludi di Lerna, potè mandare a Troia 80 neri vascelli.
L’Etolia, coperta di acquitrini alle foci dell’A cheloo e
intorno al lago Trichonis, alla stessa epoca aveva soltanto
quattro piccole città delle quali gli archeologi trovarono po­
che e scarse tracce. In compenso, nei bassopiani attraversati
dallAlfeo, intorno a Olimpia e nelle pianure della Mes-
senia, nei pressi di Pilo o alle foci del Pamiso, si trovano
più di 60 siti micenei non ancora portati alla luce dagli
archeologi, sebbene nelle tavolette del palazzo di Nestore e
nel «Catalogo delle navi» vi siano cenni a borghi chiamati
Elo (Helos), «la Palude». La Laconia, regno del biondo Me­
nelao, era già una terra coltivata da popolazioni sottomesse
e costrette manu m ilitari a tagliare i giunchi lungo le rive
dell’Eurota e a bonificare la regione paludosa di Elo.
Ben diversa la situazione delle piccole pianure costiere,
del tutto simili a quelle che si trovano in tutti i paesi che si
affacciano sul Mediterraneo. Strette tra montagne general­
mente calcaree, più raramente scistose, sono in realtà piccoli
bacini attraversati da un corso d ’acqua che in inverno è un
torrente e che in estate si riduce a un letto asciutto coperto di

61
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

sassi. Sull’esiguo terreno friabile crescono poche spighe d ’or­


zo o di frumento, alcuni olivi e vigne. Sul mare, un porto
o un semplice ormeggio con poche barche tirate all’asciutto
sul greto; un centro abitato, di solito costruito alla sorgente
del fiume, è la capitale. Al di là della zona fertile si apre il
regno della macchia, delle rocce e degli arbusti spinosi, zona
di pastori e di bestiame di piccola taglia, rifugio di fuggitivi.
Ancora oltre, tra le montagne dalle quali con un solo sguar­
do si abbraccia tutta la patria, si estende il territorio comune,
cioè quello degli dei e quello rivendicato dalle popolazioni
confinanti e che bisogna difendere armi alla mano.
E un mondo angusto e che si affolla troppo rapidamen­
te, ma, fortunatamente, per sfuggire alla sua meschinità c’è
il mare: il mare con tutte le sue sollecitazioni, le sue esigen­
ze, le sue avventure, con tutti i suoi pericoli di invasione e
di evasione.
Lo sguardo di Zeus si attarda su altri luoghi: sugli alto­
piani coltivati dagli Arcadi o dai Cretesi, per esempio. Le
più estese pianure dell’A rcadia sono quelle di Tripolis e di
Megalopolis, fatte di scuro limo o di grassa terra nera. A
Creta cerano invece la piana del Lasithi, del Siti o dei vari
corsi d ’acqua chiamati col medesimo nome di Ornalo: cir­
condate da montagne molto frastagliate, nella stagione del­
le piogge si riempiono d ’acqua e diventano degli immensi
laghi e rischiano di rimanere tali se per qualche accidente
si ostruiscono le gole o gli abissi destinati a raccogliere le
acque di deflusso. Vicino a pozzanghere che non si pro­
sciugano mai ecco crescere qualche salice o qualche pero
all’ombra dei quali si stringono le pecore nelle ore della
canicola. La zona è fittamente popolata e coltivata inten­
sivamente: da aprile a novembre gli abitanti lavorano per

62
Il mondo e l'uomo

il raccolto di lino, orzo e cereali vari, legumi e ortaggi e


quando arriva l’inverno si ritirano nelle case di pietra co­
struite ai piedi dei monti. Spesso vengono coltivati anche i
terreni a quote più elevate, in Arcadia fino ai 1500 metri; a
Creta si trovano radure dissodate e piantate a vigneto fino
a 1200 metri. Durante l’estate gli armenti vengono portati
al pascolo nei grandi prati tra le foreste di abeti e di querce.
Per lungo tempo i pastori del Menalo sono stati accusati di
essere mangiatori di ghiande e di vestirsi con la pelle degli
orsi uccisi, e si racconta anche che gli abitanti degli altopia­
ni dei Monti Bianchi a Creta continuassero a vivere come
selvaggi e mangiassero la carne cruda.
Leggende come queste, o come quella sui pastori dell’A r­
cadia che li descrive tanto felici nella loro miseria, nasceva­
no certo tra le popolazioni sedentarie dei bassopiani, ma la
realtà era ben diversa. A che cosa pensavano i rozzi conta­
dini di Tegea o di Mantinea quando fissavano la linea dei
monti diventare di un viola acceso nella luce della sera?
Probabilmente, alla giornata di cammino a dorso di mulo
che li aspettava l’indomani, tra colline e sentieri, per rag­
giungere il golfo dell’A rgolide: lì avrebbero venduto i loro
prodotti ai marinai oppure si sarebbero imbarcati su una
delle 60 navi da guerra del re Agapenore.lI

Il mare

Thalassa, il mare! Tutti rivolgono il pensiero a quel mare


sempre così vicino che non vi è cima del Pindo o del Pe­
loponneso dalla quale non si veda. D i un blu così cupo
che gli Antichi credevano fosse fatto di azzurro scuro, di

63
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

violette e di vino. Così vivo che gli attribuirono le gioie


e le passioni di una divinità. Così coinvolgente che, mal­
grado le sue tempeste, lo chiamarono coi nomi di pelagos,
«l’immensità», pontos, «il passaggio» o «la strada», poros, «il
cammino». In giornate di cielo limpidissimo, dalle coste
del continente si vedono le isole, e al di là di quelle altre
isole e ancora al di là altri continenti, l’A sia Minore o l’Ita­
lia: un irresistibile richiamo al viaggio. O gni abitante della
Grecia può essere definito tarazaporo, «colui che percorre il
mare», come si legge su una tavoletta micenea.
Poco importa quale fosse in origine il significato di thala-
kkya, tharaza, thalassa, sia che si tratti di un soprannome con
cui i Greci chiamavano il mare - l’A gitato, l’Ondoso? - o di
un appellativo di origine preellenica. E poco importa che i
poeti usino altri dieci nomi per designare il mare, come ai-
ges, «le onde», termine che si ritrova nel nome del mar Egeo,
oppure hals, «sale, salamoia». Ciò che veramente importa è
che il popolo che fece guerra a Troia, che sorgeva sulla costa
opposta, a causa del prolungato contatto con il mare aveva
finito per diventare parte esso stesso del salso elemento.
I Greci, all’inizio pastori itineranti, poi agricoltori legati
per qualche tempo alla terra da grano, poi cavalieri e soldati,
alla fine erano diventati marinai, esploratori, mercanti, colo­
ni al di là dei mari. E le prime terre che avevano incontrato
dopo la partenza dalle coste patrie erano state delle isole.

Le isole

Impossibile descriverle: tra le circa 200 isole del mare greco


non ce ne sono due che si assomiglino o che non presentino

64
Il mondo e l ’uomo

delle particolarità assolutamente uniche. Indubbiamente


sono raggruppabili per tipologia: sono tutte vette di mon­
tagne inghiottite dal mare migliaia di anni fa e rimaste iso­
late tra i flutti, simili a nasi che spuntano dalla superficie
delle acque. Inoltre sono tutte rocciose, pittoresche, colora­
te, attraenti e cariche di storia.
Una logica affatto umana le divide in gruppi, distin­
guendo le Ionie, regno di Ulisse, dalle Cicladi disposte ad
anello intorno a Deio, dalle Sporadi sparpagliate a nord e a
sud del mar Egeo, dal Dodecaneso vicino alle coste dell’A ­
sia. M a quale posto assegnare in questo insieme a Citerà, a
Rodi, all’Eubea, a Chio, a Samotracia e a tante altre?
Per i guerrieri che combattono sotto le mura di Troia,
Creta è un continente, una federazione di cento città che
da sola ha inviato un numero di navi uguale a quello di
tutta l’A rgolide. Per noi Creta è solo un’isola, più piccola
della Corsica, di Cipro, della Sardegna o della Sicilia. Per la
grande flotta di Agamennone salpata dalla baia di Aulide
le isole di Eubea, di Sciro, di Strati, di Lemno, di Imbros
sono soltanto scali fino ai Dardanelli, anche se in realtà si
tratta di regni molto diversi tra loro e in parte popolati da
Barbari, da Pelasgi.
Quali paesaggi storici si distinguono in questo arcipe­
lago battuto dai venti e bruciato dal sole? Forse quello di
Sciro dove Achille si nascose presso il re Licomede, trave­
stito - si dice - da fanciulla per non andare in guerra? O
quello di Strati, un isolotto quasi deserto dove la flotta gre­
ca sbarcò Filottete, l’eroe dal piede in cancrena?1 O quello

1 Filottete, re di M alide e pretendente di Elena, che portò a Troia sette


navi di arcieri. Durante una sosta sull’isola di Crise per fare un sacrificio

65
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

di Lemno dove il dio Efesto (il Vulcano dei Latini) aveva la


sua fucina e aveva sposato l’infedele dea Afrodite (Venere)?
e dove si parlava e si scriveva in una lingua che assomiglia
all’etrusco.
La cosa più semplice è evitare di comportarsi come i
soldati o come i turisti e distinguere, tra le isole abitate,
quelle di origine vulcanica da quelle che non lo sono. Del­
le seconde, l’occhio in un primo momento non percepi­
sce altro che un susseguirsi di cale e di rade e, in fondo a
una baia ben riparata, un minuscolo porto dalle casette a
forma di cubo. Il centro principale, tutto bianco, spicca
su uno spuntone roccioso. Dietro, se l’isola è sufficiente-
mente grande, dei villaggi sparsi si nascondono nel folto
dei boschi o tra gli oleandri nelle gole vicino alle sorgenti.
Capre e pecore brucano pigramente e dovunque è rimasto
un pezzo di terra fertile gli abitanti hanno piantato vigne,
olivi, melograni, alberi di fico che vengono coltivati anche
su piccole terrazze sul fianco dei rilievi. Muretti di pietre,
sormontati da filo spinato, difendono dai denti degli ani­
mali i lunghi grappoli biondi da cui verrà tratto «un vino
di fuoco», purché non manchi l’acqua e il vento non sia
troppo violento. Nel calcare frastagliato delle falesie delle
montagne o della costa, uomini ingegnosi hanno scavato
cave, osservatori, tombe, piccoli santuari. In questi luoghi
l’uomo ha aiutato e ingentilito la natura, della quale egli è
il fiore più splendido.

propiziatorio ad Apollo, fu morsicato a un piede da un serpente d ’acqua. Il


morso si infettò e il dolore era cosi forte che i lamenti strazianti di Filottete
erano incessanti; inoltre, dopo qualche tempo il puzzo della ferita si fece
insopportabile e fu deciso, dietro consiglio di Ulisse, di abbandonarlo su
un’isola, secondo altre fonti quella di Lemno [N .d.T ].

66
Il mondo e l ’uomo

In Grecia i vulcani si trovano disposti lungo due archi


paralleli: quello settentrionale si estende da Oxylithos, o
Pietra aguzza, dell’isola di Eubea a Fere in Tracia passan­
do per Lemno, Imbros e Samotracia. L’arco meridionale
è punteggiato dai nomi di Egina, Methana, Poros, Milo,
Kimolos, Polyaigos, Folegandro, Santorini, Nisiro e Cos.
Tra queste, la più famosa ai giorni nostri è Santorini. L’au­
tore del «Catalogo delle navi» non menziona invece l’isola
di Tira, poiché tutta la parte centrale era stata sommersa
dal maremoto che seguì alla tremenda eruzione del 1520
a.C. Era rimasto solo un cumulo di cenere e pietra pomice
alto da 7 a 70 metri, con fumarole in mezzo a un immenso
cratere. Il poeta si limitava a nominare Lemno, Egina, N i­
siro e Cos. Su queste isole più che altrove, tra montagne di
bruna andesite o di rosso tufo dalle pareti spesso scoscese,
l’uomo tende a ripiegarsi su se stesso, è costretto a vivere
in maniera più autarchica ed è più consapevole del proprio
isolamento; teme i cataclismi naturali, la carestia, le epide­
mie, gli arrivi portatori di morte. E d è ben fortunato se ai
proventi della pesca e a ciò che ricava da un fazzoletto di
terra e dalla raccolta di frutti selvatici può aggiungere il ri­
trovamento di qualche minerale raro o di qualche scheggia
vetrosa di ossidiana.
A ll’epoca della guerra di Troia le uniche isole che sem­
bravano possedere una certa ricchezza ed erano stabilmente
popolate dagli Achei erano, oltre a Creta, le isole Ionie, l’Eu-
bea, Rodi e le sette isole circostanti. Le altre, dove peraltro
sono stati scoperti consistenti resti di età micenea, vivevano
in uno stato permanente di insicurezza o dipendevano da
sovrani di lontani regni. Citerà, per esempio, era una colo­
nia dei Lacedemoni; le Cicladi, dove tutti i centri si chia­

67
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

mavano M inoa, dipendevano economicamente da Creta.


Il contingente di navi fornito dalle isole alla flotta di Aga­
mennone era inferiore a quello di Achille e dei Tessali. Alla
fine del X IV secolo e per tutto il X III, gli E-lleni, divenuti
troppo numerosi, furono costretti a emigrare dal continen­
te e a cercare fortuna su isole sempre più lontane e poi sulle
coste asiatiche, dovunque incontrando resistenza da par­
te degli antichi abitanti, che essi chiamano derisoriamente
Pelasgi o «Indigeni», Lelegi, Kiliki, Dardani, Barbari: tutti
termini onomatopeici che esprimevano quanto le orecchie
greche avevano colto della lingua dei nemici. Gli abitanti
delle isole erano spesso coloni provenienti dallAsia, che si
erano stabiliti nell’A rcipelago molto tempo prima della co­
lonizzazione achea. Erano Tirreni, Cadi, Fenici: al nome
di questi ultimi venivano attribuiti significati diversi, come
Palmari, Pelli Rosse o, come diremmo noi oggi, mercanti.
Comunque sia, il mar Egeo è un gran crocevia, favorevole
agli insediamenti, ai contatti, alle influenze reciproche tra
Greci e Levantini. E questa è un’altra conferma di quanto
era già emerso dall’analisi della vita tra le montagne e nelle
pianure della terraferma: i Greci sono ormai un popolo di
viaggiatori, in costante movimento non solo tra le varie re­
gioni del continente m a anche da un’isola all’altra.

Orìgini delpopolo greco

D a dove viene questo popolo che né le tavolette micenee


né i poemi omerici chiamano «greco»? Furono gli Italioti,
entrati in conflitto con le popolazioni dell’Epiro, a estende­
re a tutto l’A rcipelago ellenico il nome di un’oscura tribù

68
Il mondo e Vuomo

insediata nel IV secolo nei pressi di Dodona. L’autore del


«Catalogo delle navi» usa il termine Panellenas {Iliade, II,
v. 530) per designare l’insieme degli abitanti dell’Ellade,
cioè una piccola regione a sud della Tessaglia e la vallata
dello Spercheo. I popoli che assediavano Troia sono chia­
mati, complessivamente, Achei {Akhaioi), Argivi (Argeioi) o
Danai (.Danaoi). Gli storici segnalano la presenza di tribù
achee in una mezza dozzina di regioni della Grecia, dalla
Tessaglia a Creta; con il nome di Argo, «la Città Bianca»,
erano designati ben otto città o borghi dal medio bacino
dell’H aliakm on (Vitritsa) e dalla Tessaglia settentrionale
fino all’isola di Nisiro. L’appellativo Danai non è legato sol­
tanto ai sudditi di Danao, mitico re dell’Argolide e padre
delle Danaidi, m a viene fatto risalire al nome di un grosso
fiume della Tessaglia, l’A pidano. Se ne può concludere, con
una certa verosimiglianza, che i quattro nomi con i quali le
più antiche testimonianze scritte designano i Greci - cioè
Elleni, Achei, Argivi, Danai - sono i nomi di tribù prove­
nienti dalla fertile pianura della Tessaglia. M a quali erano
le loro origini?
Gli specialisti affrontano il problema con tre metodi: let­
terario, linguistico e archeologico.
Il metodo letterario, che non ha minor valore degli altri
due, si basa su quanto hanno lasciato gli storici greci, ai
quali non si può non riconoscere che erano in una posi­
zione privilegiata riguardo ai dati sulle origini dei loro avi.
D i Elleno, l’eroe eponimo della loro razza, affermano fosse
figlio del nordico Prometeo oppure di Deucalione «il Bian­
co» e di Pirra «la Rossa»: sarebbe arrivato sulle montagne
della Tessaglia alla fine di un grande diluvio. Quindi, stan­
do alla tradizione, gli Elleni sarebbero venuti da una regio­

69
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

ne a nord dell’Olimpo, in un periodo collocabile attorno


al 1600 a.C. Elleno avrebbe sposato una ninfa delle mon­
tagne, Orseis, e con lei avrebbe generato i capostipiti delle
quattro tribù elleniche.
Il metodo linguistico consiste nell’individuare, tra i più
antichi nomi di luoghi della Grecia peninsulare e di Creta,
una serie di toponimi anteriori a quelli sicuramente greci,
e nel cercare di rintracciare nomi corrispondenti in Europa
0 in Asia. I termini preellenici si possono distinguere in
due categorie: quelli ai quali non si applicano le leggi delle
lingue indoeuropee - come certi nomi di montagne (Mala,
Parna, Pindos) o di fiumi (Arna, Tauros) - e altri, che si
ritrovano nelle zone costiere del mar Egeo, che presentano
radicali e suffissi indoeuropei ma la cui fonetica non è com­
patibile con le leggi della lingua greca - per esempio Ko-
rinthos e Kuriwanda, Pedasos e Pedassa, Pergamo, Larissa.
Se ne deduce che, prima della dispersione degli Elleni in
Tessaglia, nell’A rcipelago ellenico erano stanziate almeno
due popolazioni, lu n a anteriore alle invasioni indoeuropee,
l’altra formata da vari elementi indoeuropei portatori delle
parole terminanti in -eus, -mna, -nthos, -ssos o -ssa ecc. E
si tratta di parole ben rappresentate sulle carte geografiche
lungo le coste del mar di M arm ara fino a Creta, passando
per la Tracia, la Grecia orientale e il Peloponneso.
Quanto alla regione protoellenica propriamente detta,
1 filologi che hanno studiato i nomi di fiumi e montagne
la situano dalla zona settentrionale dell’Epiro alla Pieria,
corrispondente approssimativamente al territorio della Gre­
cia nordoccidentale di oggi, dove tutti i termini geografici
hanno un’origine greca arcaica. Essi ne deducono che gli
immediati antenati del mitico Elleno avevano vissuto di

70
Il mondo e l ’uomo

nomadismo tra il massiccio del Grammos, le vicine minie­


re di rame di Grevena e il bacino del fiume Ion. Nel corso
delle loro migrazioni verso la zona sudorientale, spingendo
i loro armenti o spinti da questi, ridotti alla fame e troppo
numerosi, si sarebbero scontrati con popolazioni con un li­
vello di civiltà più elevato alle quali avrebbero dato il nome
di Pelasgi. Si noti che all’epoca della guerra di Troia solo
le coste orientali della Grecia, la penisola e le isole erano
considerate elleniche, come se il popolo di Elleno si fosse
formato dalla fusione dei pastori del Pindo e del Parnaso e
dei marinai delle coste dell’Egeo. Si può verosimilmente af­
fermare che l’appellativo Acheo (Akhaiwos) è di formazione
pelasgica, cioè preellenica, e designa gente guerriera.
M a il metodo archeologico è oggi quello più largamente
diffuso. D opo i sondaggi eseguiti a Orcomeno, capitale dei
M inii di Beozia; dopo lo scavo di numerosi siti in Argolide,
tra cui Lerna; m a soprattutto dopo che fu possibile com­
parare i tumuli funebri della Russia meridionale, chiamati
kurgan, con i loro omologhi rinvenuti in una zona assai
estesa che va dall’A lbania all’A sia Minore, la maggior parte
degli archeologi è concorde nel ritenere che, a partire dall’i­
nizio dell’età del bronzo, verso il 2500 a.C., nei Balcani si
siano riversate numerose ondate successive di invasori indo­
europei. N on è necessario immaginare che fossero numero­
si, tutt’al più qualche migliaio di persone accompagnate dal
loro bestiame, che arrivavano in caccia di pascoli, di spazio
vitale, di sole.
Dappertutto, a Troia come in Grecia, il loro passaggio
provocò catastrofi: indubbiamente, nell’arco di secoli dal
2500 al 1900, i borghi degli antichi abitanti furono più
volte rasi al suolo dalle fiamme, come accadde a Troia, alle

71
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

cittadine della Tessaglia, a Eutresis, a Lerna e a numerosi


centri sulle coste di Creta verso il 2300-2200 a.C.
M a gli uomini provenienti dalle steppe portarono anche
alcuni elementi del tutto nuovi: le tombe a tumulo; una
ceramica originale a disegni coniati, poi levigata fino a ren­
derla simile al metallo; un’industria che impiegava il rame
unito in lega con altri metalli, arsenico, piombo, zinco, ar­
gento, stagno; l’ascia da combattimento, daghe e spade più
lunghe e resistenti, lance a ghiera, un tipo di corazza che
copriva tutto il corpo; un sistema feudale con tre-quattro
classi, tra cui una casta di guerrieri di professione che usa­
vano carri da combattimento trainati da cavalli. (Le ossa
più antiche di cavallo addomesticato sono state rinvenute
in Macedonia e risalgono alla prima età del bronzo. In Gre­
cia, verso la fine del X V II secolo a.C. questi signori della
guerra si fanno seppellire insieme al loro cavallo in enormi
tombe a tumulo, come dimostrano gli scavi di Maratona.)
N on occorre un grande sforzo di immaginazione per ca­
pire il terrore delle pacifiche popolazioni di contadini e di
pastori delle pianure della Tessaglia, della Beozia o dell’A t­
tica di fronte a quei carri da combattimento, a quelle mac­
chine da guerra su cui stavano arcieri e lanciatori di picca
dalla mira infallibile. A loro - Pelasgi, Lelegi, Lapiti, Ao-
ni - che erano stati i primi ad arrivare su quelle terre, non
rimase che fuggire o sottomettersi.
Le ricerche archeologiche confermano anche alcuni dati
emersi sia dallo studio della letteratura sia da quello dei
nomi di luoghi: il périodo tra il 1600 e il 1200 rappre­
senta per il mondo miceneo una fase di grande espansione
economica e demografica; dovunque si costruiscono nuovi
villaggi e si ingrandiscono città; all’instabilità, che aveva

72
Il mondo e Vuomo

caratterizzato l’età del bronzo antica e media, si sostituisce,


alla fine dell’età del bronzo, una continuità di usanze. Dal
X V I al X III secolo non si rilevano segni di interruzione
nei riti di sepoltura né a Maratona né nell’antica Akharnai
sull’isola di Creta.
Gli avvenimenti si possono riassumere in alcune date e
in pochi fatti simbolici:

1600-1500 Costruzione dei circoli di tombe regali B e A


a tumulo a Micene. Tombe a tumulo analo­
ghe da Leucade a Maratona.

1500-1400 Fondazione dei più antichi palazzi di Mice­


ne, Tirinto e Tebe e costruzione di tombe re­
gali a cupola, i «tholoi».

1400-1300 Costruzione delle mura ciclopiche e dei nuo­


vi palazzi in circa venti città della Grecia e
sulle coste dell’A sia.

1300-1200 Rafforzamento e perfezionamento dei siste­


mi difensivi. Colonizzazione massiccia delle
isole e delle coste lontane.

Naturalmente questi fenomeni di invasione e fusione di


popoli non sono tipici della sola Grecia e neppure si arresta­
rono nel 1200 a.C. A partire da questa data, in ogni secolo
orde di invasori provenienti dai lontani confini d ’Europa
si riversarono sui Balcani, senza che la gola di Tempe o
il passo delle Termopili valessero da ostacolo, e talvolta si
installarono nella penisola. Dori, Traci, Macedoni, Celti,

73
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

Goti, Slavi, Albanesi, popoli originari del Caucaso e di zo­


ne ancora più lontane, tutti nelle loro migrazioni passarono
per la Grecia e alcuni vi rimasero per periodi più o meno
lunghi. M a ciò che colpisce nella leggendaria-scorreria degli
Achei sulle coste asiatiche e soprattutto contro Troia è il
fatto che in quei luoghi essi trovarono lingue, usanze, reli­
gioni simili alle loro, quasi fossero stati fratelli o cugini di
Priamo e dei suoi vassalli.
Gli archeologi che hanno scavato il sesto livello delle ro­
vine di Troia hanno trovato lo stesso vasellame «minio»,
grigio e poi rosso e beige, gli stessi tipi di vasi, di costruzio­
ni, di fortificazioni delle città greche contemporanee (1900-
1360 circa); d ’altra parte il vasellame miceneo portato alla
luce in Troia V II A rivelava stretti legami tra la città e il
mondo acheo. Sono risultati che oggi portano a chiedersi
seriamente se la Troade non sia stata invasa da quegli stessi
popoli nomadi che agli inizi del secondo millennio avevano
invaso la penisola ellenica, e se gli Achei, cinquecento anni
dopo ormai padroni della Grecia, non avessero tentato di
sottomettere i M inii d ’A sia come già avevano fatto con i
M inii d ’Europa.
A meno che, e anche questo è possibile, non si voglia
considerare il rapimento di una donna greca, Elena di
Sparta, da parte del traiano Paride-Alessandro come un
fatto realmente accaduto, una provocazione, un casus belli
di tale portata da spiegare una invasione preparata da lungo
tempo. Un caso analogo non si è forse verificato nel 1645
della nostra èra, quando i Turchi decisero di scagliare quat­
trocento vascelli da guerra contro Creta, che poi conquista­
rono, per vendicare il ratto da parte dei corsari di M alta di
una galera che aveva a bordo una principessa del Serraglio?

74
Il mondo e l ’uomo

Questo è un fatto storico, non una supposizione; d ’altra


parte, molte sono state le guerre scatenate con pretesti an­
cor più irrisori.

Tipi umani

Come rappresentarsi questi conquistatori provenienti da 22


differenti nazioni, i quali formarono una lega e fecero vela
verso Troia attraversando l’Egeo alla metà del X III secolo
a.C.? Com e pastori, simili a quelli che ancora ai giorni no­
stri attraversano con i loro greggi le pianure dalla Tessaglia
all’Epiro, divisi in tribù e non per città? Com e nomadi,
simili ai Gitani così frequenti in tutta la zona dei Balcani
e nella Grecia settentrionale, tutti dediti alla cura dei loro
piccoli armenti, dei loro accampamenti, dei loro utensili?
Oppure come contadini insediati in borghi più o meno
permanenti con i loro cavalli e i loro buoi? O ancora come
abitanti della terraferma che all’occorrenza sapevano diven­
tare pescatori e marinai?
\llliade ci mostra dei personaggi molto individualizzati,
con caratteristiche precise, e le iscrizioni sulle tavolette di
Pilo, di Micene, di Tebe o di Cnosso ne confermano l’etero­
geneità etnica e sociale, le specializzazioni complementari,
le differenze fisiche e spirituali. M a spetta all’iconografia e
all’antropologia il compito di offrircene l’immagine. I poeti
classici, da Omero a Euripide, si ostinano a rappresentare
gli eroi tutti alti e biondi; la statuaria, dall’epoca minoi­
ca all’età ellenistica, raffigura le dee e gli dei, tranne forse
Zeus, con un’altezza superiore a quella umana e i capelli
biondi: m a era solo la forma prescelta per dare espressione a

75
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

un ideale di bellezza che non aveva alcuna corrispondenza


con gli uomini realmente esistenti. E quando, nel IV seco­
lo a.C., il geografo Dicearco di Messene si stupiva che vi
fossero dei Tebani biondi (o rosso bruni?) e del fatto che si
lodasse la virilità dei biondi Spartiati, non faceva altro che
sottolineare l’eccezionaiità dei capelli di quel colore.
In realtà, le poche figure di guerrieri dipinte sui vasi e
nelle pitture murali di Pilo e di Micene o incise sui pugnali
sono quelle di uomini dai capelli neri leggermente ondulati
e, quando ce l’hanno, dalla barba nerissima. Neri, a onde
sinuose o a riccioli, sono anche i capelli delle dee e delle
sacerdotesse di Micene e di Tirinto. I grandi occhi scuri, il
naso lungo e sottile dalla punta decisa e nello stesso tempo
carnosa, le labbra sottili, la carnagione chiara, la corpora­
tura piuttosto minuta e agile: sono queste le caratteristi­
che con cui troviamo rappresentati sui monumenti egizi «i
popoli che abitano le isole del Grande Verde [il Mediter­
raneo]». Nel X III come nel X V secolo a.C. la stragrande
maggioranza dei Micenei apparteneva al tipo mediterraneo
più arcaico, quello stesso che incontriamo ancora oggi in
numerosi paesi del Mediterraneo.
Figure di guerrieri alti, con la testa rotonda, barbe rade,
occhi più piccoli e vicini appartengono senza dubbio a ti­
pi umani balcanici o, per dirla con gli etnologi, alpino-di-
narici, in ogni caso sudeuropei. Ed è possibile che alcuni
di questi guerrieri fossero biondi o rossi, come tutti quegli
Xanto, Pirro e Pirra che conosciamo attraverso la mitologia.
Le maschere d ’oro trovate nelle tombe e alcune incisio­
ni testimoniano dell’esistenza di altre tipologie umane, in
particolar modo di una che presenta il volto pieno, quasi
rotondo, il naso più carnoso, le sopracciglia folte che si uni­

76
Il mondo e l ’uomo

scono alla radice del naso: fa venire alla mente i visi che
può capitare di vedere in Anatolia o ancor più in Armenia,
quasi avesse un fondo di verità la leggenda che vuole che
un buon numero di re, di regine, di concubine, di soldati
e di schiavi fossero arrivati in Grecia dallA sia Minore. Al­
tri volti, altre conformazioni fisiche, invece, non si lascia­
no inquadrare in classificazioni così rudimentali. Sembra
evidente che molti fossero i meticci, derivanti dagli incroci
più diversi. Tali sono i Greci «veraci» nella descrizione di
Polemone all’epoca dell’imperatore Adriano: «Quelli che
hanno conservato la razza ellenica e ionia in tutta la sua
purezza [!] sono uomini abbastanza alti, diritti, con una
struttura piuttosto massiccia e muscolosa, il colorito chia­
ro. Hanno capelli non biondi [cioè scuri o castani], soffici
e leggermente ondulati; il viso è quadrato, le labbra sottili,
il naso diritto, gli occhi vivaci e brillanti. Sì, gli occhi dei
Greci sono i più belli del mondo». Si potrebbe definire una
sintesi dei diversi tipi esaminati, un misto di caratteristiche
mediterranee arcaiche, balcano-mediterranee e anatoliche.
M anca soltanto il profilo greco, una divertente invenzione
dei moderni critici d ’arte.
Fino a non molto tempo fa, per cercare di definire i tipi
umani dei paesi del Mediterraneo orientale si usava l’in­
dice cefalico, cioè il rapporto tra la lunghezza del cranio e
la sua larghezza moltiplicato per cento. Applicando questo
metodo, la Grecia dell’età micenea appariva abitata da alti
dolicocefali biondi e da piccoli dolicocefali bruni. M a, oltre
al fatto che era il medesimo nei due gruppi (75,9), l’indice
cefalico non forniva alcuna informazione sulla grandezza
del cervello o sull’intelligenza e tanto meno sull’origine
della specie (poiché la forma del cranio è legata all’habitat,

77
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

al tipo di alimentazione e agli eventuali incroci) e inoltre la­


sciava senza spiegazioni la presenza degli individui mesoce­
fali che erano pur sempre un terzo; per di più, si disponeva
soltanto di un esiguo numero di crani ben conservati, tali
da prestarsi a misurazioni rigorose, e anche questo ebbe il
suo peso nel decidere l’abbandono del metodo. Si preferì, e
con ragione, sebbene si trattasse anche in questo caso di un
metodo essenzialmente descrittivo, studiare l’aspetto degli
individui visti di fronte e di profilo, rilevando caratteristi­
che come la larghezza delle orbite, l’indice facciale superio­
re e inferiore, l’ortognatismo o il prognatismo, il rilievo de­
gli zigomi. In base a questi elementi fu possibile classificare
diverse tipologie: con volta cranica alta, occhi relativamente
distanziati e mento squadrato oppure con occhi più vicini,
volto più angoloso e via via, con tutta una serie di differen­
ze dovute alle varie morfologie di nasi, fronti, mascelle. Un
tratto ricorrente è la presenza di denti in ottimo stato, ma
ciò si spiega con il fatto che erano tempi in cui gli uomi­
ni morivano in giovane età; inoltre ignoravano l’uso dello
zucchero e nella loro alimentazione i cibi acidi non erano
in eccesso.
Allo stato delle attuali conoscenze antropologiche, tutto
ciò che si può dedurre dallo studio degli scheletri risalen­
ti a lf Elladico recente (XVI-X1I1 secolo a.C.) non fa altro
che confermare, e in qualche caso completare, i dati tratti
dall’iconografia micenea. Gli individui di sesso maschile
sepolti nel circolo B delle tombe di Micene avevano un’al­
tezza media di 1 metro e 675 centimetri, sette superavano
1 metro e 70; le femmine erano più basse di 8 centimetri in
media. Nel circolo A cerano due soli scheletri in buono sta­
to di conservazione: il primo alto 1 metro e 664; il secondo,

78
Il mondo e l ’uomo

contraddistinto dalla maschera detta di Agamennone, alto


1 metro e 825. Il dottor Lawrence Angel, che li ha studiati,
fa rilevare che avevano una struttura ossea straordinaria­
mente spessa, testa e corpo massicci e appartenevano senza
dubbio a un tipo umano diverso da quello dei loro sudditi,
sepolti nelle necropoli della stessa città, che erano più bassi
di 5 centimetri in media. Differivano anche dagli ibridi cre­
tesi dello stesso periodo, che mediamente non superavano
l’altezza di I metro e 64 per i maschi e di 1 metro e 57 per
le femmine. N on vi è quindi da stupirsi se gli Elleni dalla
fronte diritta, installatisi a Micene come sovrani nel X V I
secolo a.C., avevano portato insieme alle loro caratteristi­
che etniche anche la pratica della caccia e degli sport, l’uso
di mangiare carne e latticini e di bere bevande sconosciute
alle popolazioni mediterranee che li avevano preceduti. E
non sarà inutile ricordare che la presenza di vino, olio d ’oli­
va, carne e uova di pesce nell’alimentazione e l’esposizione
al sole sono fattori assai importanti nel modificare la com­
posizione del sangue e la struttura del volto. Senza parlare
delle conseguenze degli incroci tra conquistatori e indige­
ni. Agamennone, come Patroclo e Achille, aveva numerose
concubine in Asia, la regina Clitennestra si consolava nel
letto del bell’Egisto, cugino del marito.
M a la curiosità ha spinto gli antropologi ad applicare
nuovi metodi. D a diversi anni si è incominciato a rilevare le
impronte digitali rimaste sulle tavolette e sui vasi d ’argilla
micenei. Scribi e vasai, viaggiatori e fedeli, intenzionalmen­
te o meno hanno afferrato o sfiorato o preso in mano do­
cumenti contabili, sigilli, tappi, vasi o le pareti dipinte dei
santuari. Un fregio decorativo attorno al collo di un’anfora
può anche consistere semplicemente in una serie continua

79
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

di colpi di pollice impressi su una fascia d ’argilla. Sono stati


classificati otto tipi di impronte che si possono ricondurre
a tre principali: a volta, a ricciolo, a verticilli (con anda­
mento concentrico). Un primo tentativo di comparazione,
fatto nel 1971 dai professori Paul Astrom e Sven Eriksson
su un campione di 200 esemplari di impronte di epoca mi­
cenea, si è rivelato piuttosto deludente. Tuttavia, per Cipro
e Creta è risultato che la proporzione di impronte a volta
(rispettivamente, 5 e 4 per cento) è uguale a quella dei po­
poli dell’Europa occidentale, di Italia e Svezia per esempio;
che la proporzione di impronte a ricciolo (51 per cento) e
di verticilli (44,5 per cento) è molto vicina a quella dei po­
poli dell'Anatolia e del Libano attuali (55 e 44 per cento
rispettivamente). Se è lecito domandarsi se gran parte degli
artigiani non venisse reclutata tra quanti arrivavano dall’A ­
sia, è comunque innegabile che lo studio delle impronte ha
evidenziato due delle componenti etniche del popolo greco,
quella europea e quella vicino-orientale.
Per quanto riguarda i gruppi sanguigni, è noto che sono
ereditari come gli altri fattori genetici ma hanno la caratteri­
stica peculiare di essere più stabili e più specificamente legati
a una data specie. Diversi anni fa, una équipe di studiosi di
Atene - V. Baloaras, N . Constantoulis, M . Paidousis, Ch.
Sbarounis, Aris Poulianos —dall’analisi comparata dei grup­
pi sanguigni delle giovani reclute dell’esercito greco e della
composizione di cenere di ossa risalente all’età micenea tras­
se la duplice conclusione che il bacino del mar Egeo presen­
tava una notevole uniformità relativamente al gruppo san­
guigno e che le poche eccezioni rilevate, come nella regione
dei Monti Bianchi a Creta o in Macedonia, trovavano cor­
rispondenza presso gli Ingusci e varie altre popolazioni del

80
Il mondo e l ’uomo

Caucaso. Per esempio, presso gli Sfakioti di Creta il gruppo


sanguigno B, che in tutta la Grecia era presente con un tasso
vicino al 9 per cento, raggiungeva il 18 per cento; il gruppo
0, invece del normale 63 per cento, scendeva intorno al 23
per cento. Questi dati danno conferma di antiche migrazio­
ni all’interno di una popolazione mediterranea stabile e che
è rimasta sempre numericamente dominante.

Unità

D a quanto si è visto, si può essere tentati di dedurre l’esi­


stenza di una sorta di unità nazionale all’interno dell’A rci­
pelago verso la metà del secondo millennio a.C., quando
ormai sembrano essersi arrestate le ondate degli invasori e
si assiste alla fioritura della stirpe degli Elleni. M a non si
farebbe altro che anticipare di mille anni una visione del
passato quale fu espressa con vigore dalla letteratura classi­
ca. Per i poeti epici, l’appartenenza alla nazione greca o, in
una visione più restrittiva, il patriottismo ionio, si definisce
attraverso tutta una serie di lotte sulle coste della Tracia
0 dell’A sia contro coloro che vengono chiamati i Barbari,
gli Stranieri. Sebbene fossero una minoranza, e malgrado
sette-ottocento anni di colonizzazione e di contatti, i Greci
avevano coscienza di una certa unità d ’origine. Nonostante
parlassero almeno quattro dialetti, essi vantavano una lin­
gua comune e soprattutto comuni usanze religiose e mora­
li, militari ed economiche. Avevano adottato le usanze dei
popoli presso i quali si erano insediati per quanto riguarda
1 cibi, l’abbigliamento, il tipo di abitazione; avevano perfino
adorato gli dei di quei popoli e mescolato con i loro i propri

81
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

dei: m a avevano mantenuto la divisione in tribù, in confra­


ternite, in famiglie, in focolari a regime patriarcale e mono­
gamico, il culto delle stesse divinità olimpiche e la venera­
zione per gli stessi antenati, tutti elementi che" li definivano,
sia in negativo sia in positivo, come degli Elleni. A ll’epoca
della guerra di Troia, sulla terra greca propriamente detta
come sulle pianure della Troade, era già tanto se qualche
condottiero incominciava a prendere coscienza, in quella
precisa circostanza, del fatto che essi appartenevano a una
medesima nazione, a una medesima etnia.

Lingue

Oltre alle differenze di origine e di sangue, tra questi popoli


così mescolati e incrociati - alla fine del X IV secolo cerano
a Creta non meno di cinque gruppi di popolazione - esi­
stevano sicuramente anche differenze per quanto riguarda
la lingua. Venivano parlate diverse lingue, ereditate dalle
popolazioni indigene oppure importate nelle isole dall’A-
natolia, come ad esempio la lingua caria, o ancora le lingue
indoeuropee come l’illirio, il macedone, il tracio e quello
che può essere definito, magari a torto, protogreco o greco
comune. Infatti tutto ciò che si può cogliere della lingua
greca più antica, attraverso i nomi di luoghi, le iscrizioni
micenee e la letteratura, è l’uso di diversi dialetti fin dal
periodo della guerra di Troia. M a se si mettono a confronto
alcune forme verbali protodoriche: pheromes («noi portia­
mo»), pheronti («essi portano»), pheretai (“egli è portato»)
con le forme corrispondenti del protoeolico: pheromen,
pheronti, pheretai e con quelle del protoionio: phereomen,

82
Il mondo e l ’uomo

pheronsi, pheretai e del protoarcadico: phereomen, pheronsi


pheretoi, al di là di differenze minime, ciò che si scopre è
che le medesime parole non avevano nei diversi dialetti lo
stesso valore, la stessa risonanza affettiva. G ià Omero non
capiva più il vero significato di un buon numero di termini
e di formule poetiche che aveva ereditato da tempi lontani.
I modi di dire e le immagini sono compresi soltanto dai
popoli che li hanno inventati e usati.
Indubbiamente esisteva un linguaggio amministrativo
comune a tutti gli scribi dei palazzi, fatto di termini tecnici e
di numerose formule convenzionali, una lingua in cui si rin­
tracciano somiglianze con i dialetti eolico e macedone della
Grecia nordorientale. M a conoscevano forse questa lingua
le popolazioni sottomesse? Tutt’al più, obbedendo ai colpi
di bastone o piegandosi alle vessazioni fiscali, si rendevano
conto che i padroni si capivano fin troppo bene tra loro.

Classi

Non mancavano infine le differenze di classe, soprattut­


to tra le popolazioni di più recente immigrazione. Dalla
contabilità e dagli inventari dei magazzini micenei appren­
diamo che, all’interno delle dinastie più potenti, vi erano
differenze tra i possidenti, i proprietari e i locatari, tra chi
svolgeva una mansione e chi non ne aveva nessuna, e que­
sti dati confermano anche quanto già si conosceva della
struttura sociale dei più antichi conquistatori indoeuropei.
La mitologia, l’epopea, la ritualistica mettono in luce che,
dall’Irlanda all’India, erano assai simili le concezioni che
i vari popoli avevano del mondo degli dei e degli uomini.

83
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

In cielo come sulla terra, la società ideale era divisa in tre


classi o famiglie principali, ciascuna delle quali deteneva
una funzione. Tale è almeno il modello indo-iraniano e
scitico, formato da intellettuali, guerrieri e agricoltori, cui
si è ispirato il sistema delle tre caste principali in India e che
sembra potersi ancora rintracciare fino ai tempi moderni
nel sistema di classi - nobiltà, clero e Terzo stato - esistente
in Francia prima della rivoluzione del 1789.
Naturalmente i termini: intellettuali, guerrieri e agricol­
tori designano categorie generali, che nei singoli paesi e in
epoche diverse assumono significati particolari e specifici.
Se, ad esempio, si osserva la vita dei signori dei palazzi mi­
cenei, ci si rende conto che la funzione della sovranità può
dar luogo a varie altre funzioni, come quella religiosa, giu­
ridica, amministrativa ecc. Così nei miti ellenici si trova
una distinzione chiara tra dei e capi da un lato ed eroi e
campioni dall’altro. E inoltre risaputo che, in un mondo
in bilico tra vita nomade e vita sedentaria, le fonti della
ricchezza delle famiglie potenti e i tipi di attività produttive
erano i più svariati.
M a nel X III secolo si era delineato un ulteriore elemento
di complicazione di questi schemi e di moltiplicazione dei
conflitti, e cioè il fatto che gli Indoeuropei, giunti nell’A r­
cipelago, avevano dovuto integrarsi con popoli che avevano
strutture economiche e sociali molto più complesse e raffi­
nate delle loro.
Le usanze dei popoli ionici e quel poco che intravediamo
delle leggi di Minosse a Creta e nelle Cicladi ci dicono che
un posto di rilievo, forse il secondo per importanza, era
riservato agli artigiani, volta a volta costruttori, cercatori di
metalli, maghi. Gli antichi Ateniesi, che si pretendevano

84
Il mondo e l ’uomo

indigeni, cioè eredi dei Pelasgi, secondo Aristotele erano


«divisi in quattro tribù (sacerdoti, guerrieri, operai, con­
tadini) a imitazione delle quattro stagioni dell’anno; ogni
tribù era divisa in tre parti, così che l’insieme assommava
a dodici come i mesi dell’anno, e tali suddivisioni erano
chiamate trittie e fratrie». Pertanto, considerazioni misti­
co-religiose venivano a complicare la gerarchia degli Elleni
basata su tre classi funzionali, eredità dei tre figli di Elleno
- Doro, Suto, Eolo. A questo va aggiunta la necessità di
entrare in rapporto con i popoli del Vicino Oriente, che
faceva saltare il sistema delle caste, senza contare le nuove
specializzazioni tecniche e la mobilità che ciò comportava.
Un altro elemento tipico della società preellenica era in net­
to contrasto con una concezione della società rigidamente
patriarcale, ed era il ruolo preminente delle donne, quale
ci appare dal culto delle grandi dee universali, da alcuni
esempi di successione matrilineare, dalla protezione accor­
data, a Creta, fino all’epoca classica, alla donna sposata,
divorziata o vedova. Solo dopo il X II secolo i Dori, ottenu­
to il dominio sulla Grecia occidentale, sulla maggior parte
del Peloponneso e su alcune isole riuscirono a imporre al
paese che avevano sottomesso, oltre al loro dialetto, anche
il sistema sociale basato sulle tre caste. Per il periodo pre­
cedente alla supremazia dorica si è costretti ad ammettere
l’esistenza, accanto alle suddivisioni per età e per sesso, di
un numero di classi variabile da quattro a dodici a seconda
delle regioni; naturalmente vi erano poi quanti non faceva­
no parte di nessuna classe.
A tali divisioni sociali corrispondono usanze e culti molto
diversi. Una certa mitologia, tramandata dalla letteratura del
periodo tardo, vorrebbe far credere che gli dei del pantheon

85
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

ellenico assomigliassero a zelanti funzionari incaricati di


compiti precisi e regolamentati da una ricca giurisprudenza,
proprio alla romana. Secondo tale mitologia, Atena-Miner-
va sarebbe stata la dea della saggezza, Afrodite-Venere, la dea
dell’amore, mentre Poseidone-Nettuno avrebbe presieduto
alla navigazione. M a non era certo così all’epoca micenea,
quando le divinità non erano mai legate a una funzione ma
sempre e solo a qualcuno, ed erano venerate da gruppi ge­
ografici o sociali ben precisi. Pertanto è più corrispondente
al vero pensare Atena come la dea protettrice degli abitanti
delle cittadelle fortificate e più particolarmente, in alcuni
casi, dei signori dei palazzi; Afrodite come la dea venerata
dalle donne e dai marinai a Pafo di Cipro e a Citerà; Posei­
done, sposo della Terra, che in antico aveva in tutta la Gre­
cia fonti e boschi a lui consacrati, successivamente divenne
protettore dei cavalieri e dei marinai. Gli Elleni sapevano
anche che gli dei, come loro discesi dal monte Olimpo, ave­
vano incontrato nell’A rcipelago gli antenati comuni - i Ti­
tani, i Ciclopi, i Centimani, le Ninfe, le divinità dell’albero
e della roccia —e non avevano mai smesso di tributare loro
venerazione. Le teomachie, o combattimenti di dei, spesso si
lasciano interpretare come riflesso dei conflitti religiosi che
dividevano i popoli e le classi di uno stesso popolo. Alla fine,
anche Zeus farà pace con i suoi avversari: suo figlio Eracle
libererà Prometeo, il Titano incatenato.

Coesione
i

Qual era, dunque, all’epoca della guerra di Troia, l’elemen­


to che poteva unire questo popolo così composito e così

86
Il mondo e l ’uomo

mutevole? L’ammirazione devota per Elena di Sparta, so­


rella di Castore, di Polideuce (Polluce) e di Clitennestra?
Il giuramento prestato da tutti i capi greci di difendere l’o­
nore di Menelao? L’obbedienza imposta da Agamennone,
sovrano di Argo e di Micene? Secondo le odierne interpre­
tazioni si tratterebbe di ben altro: Elena e i Dioscuri, C a­
store e Polluce, sarebbero stati tre dei; Agamennone sarebbe
stato solo il nome con cui Zeus era venerato ad Amiclea, e
soltanto molto più tardi sarebbe stato presentato come un
uomo; Menelao infine, che l’epopea ci mostra andare in
cerca di fortuna attraverso tutta la Grecia, Creta, l’A sia e
l’Egitto, assomiglia molto, ammesso che sia esistito, a un
avventuriero o a un condottiero.
Sulla piana di Troia dai possenti bastioni, desolata e bat­
tuta dal vento, gli Achei sentivano di appartenere alla stessa
civiltà. Tra le continue prove di una guerra lontana dai loro
territori, di fronte alle aggressioni delle popolazioni d ’A sia, a
contatto con usanze matrimoniali o riti funebri a loro ignoti
- come quelli dei Liei, ad esempio - , incalzati dalla concor­
renza economica delle flotte siro-palestinesi, le genti dell’A r­
cipelago si resero conto nel X III secolo, per la prima volta
nella storia, di avere un passato e degli interessi comuni. Per
non parlare dei pericoli comuni: senza le ricorrenti carestie
non si spiegherebbero né le migrazioni né le invasioni.
La mitologia e l’epopea ricordano numerose epidemie,
chiamate erroneamente di peste, che colpirono Creta, l’Ar-
golide, la Laconia, la Troade all’epoca di Teseo o di Mene­
lao. I terremoti e le catastrofi che le seguirono facevano parte
dell’esperienza dei Greci, allora come oggi. Gli archeologi
hanno rintracciato elementi che dimostrano che gran parte
delle case costruite fuori dei bastioni di Micene - una in par­

87
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

ticolare, a 50 metri a sud del «Tesoro di Atreo» - sono state


distrutte da un sisma nel 1250 a.C. Le isole Ionie, la costa
settentrionale del Peloponneso, le Cicladi meridionali e la re­
gione di Cnosso, situate lungo i bordi di tre profonde faglie,
sono state in ogni epoca le più minacciate dai terremoti.
Insediati su una terra dura, preda di improvvise tempe­
ste, i Greci forgiarono alla fine la loro unità, mossi da una
identica speranza: ottenere ricchezze con la conquista o i
commerci, oppure come mercenari. Ad Achille, come ai
suoi compagni, è dato di scegliere tra una vita lunga ma
monotona e una vita breve m a piena di gloria. Che importa
se la morte lo coglierà a ventanni? Ben venga la freccia di
Paride a ferirgli fatalmente il tallone!

Profilo psicologico e psicanalitico degli Achei

Se si ammette che gruppo sanguigno, tipo di alimentazio­


ne, usanze, conflitti e ambizioni di uno stesso popolo si
mantengono nei secoli; se si ammette che gli autori greci,
storici o drammaturgi, conoscessero bene il carattere dei
loro antenati; se si giudicano gli uomini dalle azioni che
hanno compiuto: ebbene, si può allora essere tentati di de­
lineare il ritratto del soldato greco o del marinaio che seguì
gli Atridi in Troade.
Si tratta dell’uomo comune, un uomo che incomincia
a prendere coscienza di essere un Elleno. Ovviamente, in
un breve profilo psicologico del combattente greco, non è
possibile prendere in considerazione tutte le caratteristiche
individuali legate all’origine, all’educazione, al mestiere,
all’età. E neppure possono essere esaminati i tratti comuni

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Il mondo e l ’uomo

a tutti i popoli del Mediterraneo: l’individualismo, la vio­


lenza e la subitaneità delle passioni, il gusto per la discus­
sione, l’amóre per lo spettacolo, l’attaccamento all’attimo
fuggente. Si possono però elencare alcuni tratti peculiari,
riconoscibili come tipici del popolo greco, rimasti inalterati
attraverso i secoli.
Come prima cosa una curiosità sempre all’erta, uno spiri­
to aperto, vivo, disponibile. Ciò che colpisce in tutti coloro
che prendono parte alla grande avventura asiatica, dall’eroe
al più semplice combattente, da Ulisse a Tersite, è proprio
la passione dell’avventura. Quanti amanti dell’avventura si
imbarcarono - e in quali misere condizioni - per seguire
quei leggendari personaggi che avevano nome Eracle, Gia­
sone, Perseo, Bellerofonte, Achille, alla conquista del Vello
d ’oro o di quelle città «d’oro, di porpora e d ’azzurro / che
fanno l’effetto di un sogno alla folla stupefatta, / Tiro, Elio-
polis, Solima, Cesarea...». N on sembra li sostenga nessuna
fede, nessuno slancio mistico, a differenza dei cavalieri er­
ranti di cui parlano i versi di Victor Hugo, ma solo il gusto
profondo, tenace per la sfida o il pericolo tipico di un po­
polo che ha sempre avuto amore per il gioco e per il quale
la vita è il più bello dei giochi. Il Greco non dice: «Chi non
rischia niente, non ha niente», m a il suo virile pensiero è:
«Chi non rischia niente, non è niente».
Portato a una generosa ospitalità e ricco di calore umano,
il Greco desidera sempre, come Filemone e Bauci o il porca­
io Eumeo, accogliere lo straniero che passa e che potrebbe
essere un dio. Il signore della casa o del palazzo tiene di
riserva doni d ’ospitalità, coperte e cibi per l’ospite di una
sera, ben felice di dare ciò che ha per una notizia, un’idea,
una parola di conforto. Infatti egli adora scoprire, specula­

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La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

re, inventare. Guardando gli utensili e i gioielli sparsi nei


musei, si constata che gli artigiani micenei furono dei veri
artisti, capaci di esprimersi con creatività e originalità anche
quando si ispiravano a modelli siriani, ciprioti o cretesi. Ri­
fiutavano la copia, la serie, la ripetizione sterile: in qualsiasi
collezione non si trovano due vasi assolutamente identici.
E infine l’uomo è creatore di se stesso, esprimendo in
questo una precisa volontà. Perciò il Greco attribuisce un
carattere eccezionale al proprio destino: ne fa un’avventura
senza eguali, che poi l’epopea celebrerà. N é vi è da stupirsi:
di temperamento poetico, si esprime spontaneamente con
immagini, con la musica, con il verso.
Gli eroi della guerra di Troia sono tristi: epidemie, mas­
sacri, la morte nel fiore degli anni, la lontananza dalla terra
natale non sono certo motivi di gioia. Ben prima di Esio­
do, che per primo celebrò le delizie dell’età dell’oro, questi
uomini della fine dell’età del bronzo, che videro le prime
armi di ferro provenienti dall’Asia Minore, sognarono con
nostalgia la felicità degli uomini e delle donne vissuti prima
di loro. Essi sentivano il proprio tempo carico di infelicità.
Vivendo precariamente tra continue minacce, passando da
isola a isola, elaborarono una visione del mondo piena di
una saggezza venata di pessimismo. Solo agli dei era dato
assaporare la pienezza della gioia. Agli uomini Zeus aveva
elargito solo piaceri incompleti e di breve durata oppure
dei mali. Perfino la speranza era un male, l’ultimo rimasto
sul fondo dello scrigno nuziale (o vaso) di Pandora, sposa
dello sciocco Epimeteo: da quando ne uscirono, le malattie
e la morte corrono per il mondo e, per fortuna, in silenzio.
Perché i disegni del Cielo sono impenetrabili e, una volta
stabiliti, sono irrevocabili.

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Il mondo e l ’uomo

Perfino la parola «libertà» è priva di senso. E non perché


i Greci siano fatalisti, nello stesso modo dei seguaci di Lao
Tse, che dicono: «Lasciate che le cose seguano il loro corso
naturale senza cercare di cambiarlo». No, i Greci pensano
piuttosto che la loro vita sia un dramma, che essi tutta­
via continuano a recitare. E nervosismo, volubilità, mimica
persuasiva, proteste di buona fede non sono altro che ma­
schere difensive, sotto le quali si nasconde una inquietudi­
ne, un’incertezza, una lacerazione profonda. Agamennone
comanda forse centomila uomini, sicuramente duecento-
mila anime.
Se, come è stato fatto molte volte, osassimo tentare di
sollevare tutte le maschere che si indovinano nascoste sotto
le maschere d o ro di Micene; se volessimo a ogni costo psi­
canalizzare un popolo due volte addormentato, andremmo
a cercare nell’infanzia di questi uomini le ragioni della loro
curiosità, del loro gusto del gioco, della loro inquieta sen­
sibilità. Daremmo valore a quanto rivelano la mitologia, il
teatro, i sogni, elementi così tipici da aver dato il loro nome
a un numero impressionante di complessi: quelli di Edipo,
di Antigone, di Elettra, di Oreste e di Pilade tra gli altri.
Per buona misura aggiungeremmo il complesso generale di
frustrazione.
Che cosa manca dunque a tutti questi personaggi (nel
senso etimologico del termine, cioè attori), a questi esseri
celati da una maschera? Probabilmente l’amore dei genito­
ri. Tutti - abbandonati e allevati da estranei, o da madri si­
mili a maschi oppure anafettive, o da matrigne - sono alla
ricerca del padre e della madre che non hanno mai avuto.
La dea Era (Giunone), difficile sposa di Zeus, non è più ma­
terna o femminile di Elena, Ermione, Erifile, Clitennestra

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La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

o Penelope. Si aggiunga che talvolta, come accade a Tanta­


lo, a Tieste o ai devoti di Zeus sulla cima del monte Liceo,
fanno sogni in cui compare il cannibalismo, sostituto di
un atto d ’amore incompleto. Sono ossessionati dal sangue
materno, per cui provano orrore e insieme profonda attra­
zione. Per tutti arriva il momento in cui si rendono conto di
non aver vissuto la giovinezza. Alcuni, come Eracle, Aiace,
Achille, Anfiarao, nutrono idee suicide. Altri, come Crean­
te o Egisto, cercano di dimenticare o di compensare tutto
questo esercitando una spietata tirannia.
Nati in un mondo duro, questi eroi della quarta stirpe
che sono definiti semidei, come dice Esiodo, questi esseri
insoddisfatti hanno vissuto una vita tutta intessuta di con­
flitti, il più importante dei quali rimane quello generazio­
nale. Personaggi ideali per il teatro, per la tragedia.

Rappresentazione del mondo

L O SPA Z IO

Gli antichi Greci si rappresentavano il mondo in modo


molto diverso dal nostro, e certamente molto diverso anche
da quello dei Greci di oggi. Cam m inando a piedi, e il più
delle volte a piedi nudi, o percorrendo i mari su navi assai
lente, come avrebbero potuto avere lo stesso nostro senso
delle distanze sia per terra sia per mare? N on conoscen­
do orologi o altri strumenti per misurare il tempo, come
avrebbero potuto avere il nostro stesso senso del tempo?
Quel che è certo è che facevano continui spostamenti. I
pastori della Tessaglia, allora come oggi, portavano le loro

92
Il mondo e l ’uomo

mandrie nei pascoli dell’Epiro e dell’A carnania, il che si­


gnificava un percorso di 150 chilometri, perdipiù attraverso
i valichi del Pindo e del Parnaso. Stando a quanto dice la
leggenda, Ermes, il giovane dio del monte Cillene in Arca­
dia, sarebbe andato a rubare le vacche del fratello Apollo fin
nelle cupe montagne della Pieria, situata all’estremo nord
della Grecia antica, e le avrebbe nascoste nelle caverne di
Pilo, che si trovava all’estremo sud del Peloponneso. Incur­
sioni, razzie, furti costringevano le bande, regolari o meno,
a percorrere diverse centinaia di chilometri, e i fuggiaschi o
i vinti dovevano fare tratti anche più lunghi.
Fino a tempi piuttosto recenti, le distanze non si mi­
suravano né in leghe né in ore, bensì in giorni di marcia
o di navigazione, come faceva Telemaco accompagnato da
Mentore nel suo viaggio da Itaca a Sparta. In terraferma le
uniche cavalcature usate erano asini e muli, dal passo lento
ma sicuro. I cavalli, aggiogati, erano impiegati solo per trai­
nare i carri da combattimento, e se per caso un signore ne
usava uno per spostarsi da una città a un’altra, necessaria­
mente il tragitto da compiere doveva essere in piano poiché
erano mezzi inadatti alle strade di montagna.
Edipo uccise il padre Laio sul fondo di una forra dove
si scendeva per un sentiero così stretto che poteva passarci
solo un carro per volta: si trovava a una mezza giornata di
cammino a est di Delfi, nella località che oggi si chiama
Steni, la stessa in cui, nel 1856, il capitano M égas annientò
una banda di ventiquattro briganti. Si dice che Laio stesse
tornando da un pellegrinaggio. E quanti erano i devoti che,
come Laio, si recavano in pellegrinaggio nella zona centrale
della Grecia, alle sorgenti di un grande fiume, sulla cima di
una montagna sacra o in uno qualsiasi dei luoghi in cima

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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

al mondo dove venivano invocati i defunti e gli dei? Anco­


ra oggi, nella Grecia continentale e sulle isole, è possibile
verificare che, per chi fa un pellegrinaggio, le distanze non
contano, anche quando si tratti di percorsi di notevole d if­
ficoltà: anzi, da questo deriva ulteriore merito.

LA DURA TA

Esamineremo ora come erano sentiti il tempo o la durata,


basandoci non sui viaggi in terre straniere o sulle spedizioni
militari in Asia, come la guerra di Troia, o sui trasferimenti
di schiavi o di prigionieri di cui ci danno notizia gli elenchi
dei palazzi micenei, poiché si tratta in quasi tutti i casi di
spostamenti con carattere definitivo. Prenderemo in consi­
derazione solo quegli spostamenti che implicano un’andata
e un ritorno. N ell’arco di una vita certo non lunga - in me­
dia meno di quarantanni, secondo gli antropologi - era na­
turale che le distanze apparissero più grandi e il tempo più
breve. E da notare un elemento interessante: quattro dei cin­
que casi delle declinazioni della lingua micenea servivano a
esprimere la nozione sia di spazio sia di tempo, come se luna
si confondesse con l’altra. Potremmo dire che i sudditi del
vecchio Nestore, degli Atridi o di Idomeneo avevano una
consapevolezza maggiore della durata che non del tempo.
Conoscevano bene l’anno solare, le stagioni, le lunazio­
ni, i mesi (che sono spesso menzionati sulle tavolette: mese
delle rose, della luce [?], della navigazione, delle messi [?],
delle varie divinità: mese di Zeus, di Paian, di Lapathos, di
Kraeira [?]), ma tutto sta a indicare che per loro il tempo
della vita era ritmato su punti di riferimento diversi dai

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Il mondo e l ’uomo

nostri: il momento della semina, della transumanza, il mo­


mento giusto per intraprendere un viaggio per mare, il sor­
gere e il tramontare delle Pleiadi, delle Iadi o di Orione, ben
più visibili nel cielo della Grecia che in qualsiasi altro paese
europeo. Com e sappiamo dall’analisi della loro grammati­
ca, essi concepivano la durata sotto forma di aspetti (cioè
di punti di vista) del divenire, interessandosi all’inizio e alla
conclusione di un processo, alle ripetizioni, alla continuità,
alla costanza di un fatto, con molta maggior soggettività
di quanto non esprimano i tempi dei nostri verbi. L’uso del
perfetto nella contabilità di Pilo corrisponde a un risultato
acquisito, che noi siamo costretti a rendere con un presente;
l’aoristo esprime un fatto storico e noi lo traduciamo con
una delle forme verbali di tempo passato, ma esso contiene
anche importanti sfumature riguardanti la durata e talvolta
può essere meglio tradotto con un presente storico.
In generale, in questo modo di avvertire il trascorrere
del tempo, l’insieme conta più del particolare, il fine più
delle circostanze. Lento trascorrere degli astri che serviva
a misurare la notte, lenta crescita dei villaggi, spostamenti
scanditi dai passi lenti del bestiame, pacato conversare de­
gli uomini: ritmi di vita completamente diversi dai nostri.

IL V E N T O

Per i contemporanei di Nestore e Menelao il mondo era


pieno di dei. N on solo di Titani e di Olimpici, o di quelle
divinità greche o barbare i cui nomi vediamo comparire
durante la vita delle varie società micenee, ma anche di dei
privi di nome, presenti in tutti gli elementi dell’universo.

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L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Il nome stesso che designa il vento, anemos, fa pensare alle


due parole latine che significano spirito e vita, animus e
anim a. I Venti divinizzati avevano la loro sacerdotessa e
ricevevano offerte nei pressi di Cnosso. E come avrebbero
potuto i Greci - popolo amante degli spazi aperti, gente
di ventura, marinai sempre in agguato delle brezze - non
credere che vi fossero delle volontà personali in quei soffi
provenienti da occidente e da oriente, che in tutte le sta­
gioni dell’anno lottavano tra di loro sulle cime del Pindo e
del Parnaso, che portavano o allontanavano la pioggia sui
contrafforti dell’A rcadia, che si scatenavano con effetti de­
vastanti tra Citerà e i promontori del Peloponneso, facendo
diventare nero come ardesia e sollevare in enormi ondate il
mar Egeo dalla fine del mese di giugno a metà del mese di
agosto? Allora ai venti etesii, raffiche fredde e capricciose
che si abbattevano sulle onde da nord, dalla Tessaglia e dal
golfo a nord-est, furono dati dei nomi. Il vento che i ma­
rinai chiamano oggi meltémi, per gli antichi Greci era un
dio, Borea, figlio dell’A urora e nipote dei Titani, il quale
aveva anche il potere di fecondare le giumente. Sempre in
conflitto con lui, Antiborea soffiava contro le flotte che si
apprestavano a partire per la Troade, impedendo loro di
salpare. Borea aveva anche tre fratelli: Zefiro, la mite brezza
dell’Ovest, Euro, vento da est-sud-est e Noto, dio del Sud,
rovente signore del mare libico. Cerano poi i venti che ve­
nivano dal ventre della terra, tenuti chiusi in un otre da
Eolo, anch’essi pieni di spiriti cupi.
Secondo una credenza ancora largamente diffusa a Cre­
ta e nelle isole, le caverne, con la loro aria gelida e i pipi­
strelli che le abitano, sarebbero luoghi dove si recano le
anime dei defunti.

96
Il mondo e l ’uomo

I naviganti disperati per la bonaccia, i contadini intenti


alla spulatura dei cereali, i vasai bisognosi di attizzare il
fuoco o di far asciugare i vasi, tutti imploravano sua maestà
il Vento.

IL M A R E E L’A CQ U A

Si può ben dire che il mare è divino. Madre del grande


Achille è la dea marina Teti ( Thétis) —per Omero la «dea dai
piedi d ’argento», «Teti bella chioma», «Teti lungo peplo» - e
Teti ( Téthys), sorella e sposa del dio Oceano, è al contempo
una divinità marina, la nutrice di Era e la madre dei Fiumi
e delle tremila Oceanine, «che nutrono la giovinezza degli
uomini» e che «in luoghi innumerevoli sorvegliano la terra
e gli abissi marini». I nomi preellenici di queste divinità,
tramandati dai poeti epici più antichi, figurano già sui si­
gilli cretesi risalenti all’epoca dei primi palazzi.
I Greci che combatterono la guerra di Troia sapevano
che se le fonti, i fiumi e i mari dovevano essere venerati,
era perché l’acqua era divina. Fonte di vita e di immortali­
tà, come per Peleo, bagno di giovinezza e di purificazione
spirituale, di volta in volta specchio e modello, onnisciente
e onnipotente, l’acqua riceveva la consacrazione dei loro ca­
pelli, delle loro prove iniziatiche, dei loro amori. Essa era
dunque per loro educatrice e madre insieme, associata agli
innumerevoli dei che affollano il folklore ellenico, come,
per citare solo i più antichi, Briareo il Gigante centimane,
Nereo il «Vecchio del mare» padre delle Nereidi, Proteo,
uno dei «Vecchi del mare», guardiano delle foche dell’isola
di Faro, Tritone «che sul fondo delle onde marine abita un

97
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

palazzo d ’oro», Glauco il Profeta, Forco padre di tanti mo­


stri (tra cui le Gorgoni).
Tutte le immagini di esseri compositi che ornano i nostri
monumenti sono nate in Grecia, e ben prima della guerra
di Troia, dal timore e dall’amore per le acque concepite
come divinità. I filologi che cercano di risalire al significato
del nome dei fiumi greci, più che ad aggettivi quali il Bian­
co, il Rapido, il Sassoso, dovrebbero rifarsi ai nomi di Geni
o di Ninfe: Amimone, Aretusa, Tritone, Perseia.

LA T E R R A

A Creta si conoscono almeno una quarantina di alture sacre


agli dei o di monti divini come il Berecinto e Fida. Gli dei
poi compaiono, lasciato l’Olimpo, sui massicci che circon­
dano i bassopiani dell’A rcadia, sono presenti su ogni cima
che si distingua per forma, colori, pericolosità o per le sue
tempeste, in molte gole dove scorre un torrente, in caverne
dall’accesso nascosto, nelle foreste o nel folto delle macchie.
Vivono sull’Elicona attorno alla valle delle Muse, o sul
Citerone dove le donne si recano a cercarli. Frequentano
anche il monte Atabirio sull’isola di Rodi, dove c’è un tem­
pio dedicato a Zeus, o la caverna sul monte Zia a Naxos,
dove si dice sia nato Dioniso e dove gli archeologi hanno
portato alla luce innumerevoli offerte micenee. Quanto a
Zeus, sarebbe nato a Creta oppure a Naxos dove sarebbe
stato allevato, o a Tebe, a Petrakhos vicino a Cheronea, in
Messenia, in Arcadia e in Elide, per non parlare delle città
della Troade o dell’A sia Minore, dove Zeus viene identifi­
cato con la più importante montagna del luogo. Gli stessi

98
I l mondo e l ’uomo

luoghi, secondo le credenze delle popolazioni giunte con le


migrazioni-invasioni successive, videro crescere altre divi­
nità come Ermes, Era o Atena.
Ciò che resta sicuro, di un tempo in cui i giovani della
classe aristocratica ricevevano la loro iniziazione nelle pro­
fondità dei boschi, è che questi culti e questi miti hanno la
loro radice profonda nella venerazione per la Terra - Da,
Ga, Aia - considerata la Madre o la Nutrice degli uomini
come degli dei.
La Terra è interamente divina: nella sua superficie che
può coprirsi di olivi sacri e di messi, nelle sue profondità
in cui si cela «Colui che lacera il suolo» e in cui discendo­
no le anime dei morti. Talvolta essa ha il calore della pelle
umana, e il fuoco sotterraneo di Efesto (Vulcano), che nelle
isole vulcaniche è sempre all’opera, è la prova che la Terra
è viva.
In elementi che noi spieghiamo soltanto come fenome­
ni fisici e chimici, come accidenti dovuti alla natura e al­
la morfologia del terreno, cavità e picchi, gli antichi Greci
percepivano una volontà, una presenza, una finalità.

IL F U O C O

Il fuoco, il fuoco infaticabile o vivace o danzante, akamaton


pyr come lo definisce Omero, è doppiamente divino: per la
sua origine e per la sua funzione. Sono stati degli dei - i Ci­
clopi, il Titano Prometeo, Zeus, Ermes, Efesto - a scoprirlo
o a rubarlo per farne dono agli uomini, e tutti conoscono
il mito del Titano che strappa il fuoco dalla ruota del carro
del Sole o che nasconde nella cavità di un bastocino la scin­

99
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

tilla che il signore dell’Olimpo rifiutava alle creature della


razza d ’argento. Gli esseri umani si sono sempre chiesti chi
sia stato l’inventore di questo meraviglioso elemento, il cui
uso li distingue dagli animali. I Greci sapevano che veniva
dal Cielo divino tramite la folgore, dalle montagne sacre
con gli incendi spontanei delle foreste, dalle profondità del­
la terra con le lave vulcaniche. Essi sapevano anche che il
fulmine non colpisce i faggi. Per trasportare il fuoco da
un’isola all’altra, sfidando la pioggia e gli spruzzi delle onde
- e lo hanno fatto fino a tempi recenti - lo accendevano nel
gambo della ferola, una pianta simile a un finocchio gigan­
te (Ferula communis L .), del cui midollo la fiamma si ali­
mentava lentamente. Inoltre attribuivano a Ermes, dio dei
pastori dell’A rcadia, la scoperta, fatta quando era bambino,
del modo di far sprizzare il fuoco sfregando due pezzetti di
legno.
Essi stessi usavano questo sistema servendosi di due ba­
stoncini, uno duro, attivo, maschile, detto trapano, l’altro
cavo, passivo, femminile, detto focolare. Il primo, posto in
verticale fra le palme delle mani, veniva fatto girare sopra il
secondo con la parte cava posta di piatto. Il primo baston­
cino era di legno resistente, ad esempio di ramno, così fre­
quente sui monti carsici della Grecia, oppure di una specie
di citiso (maggiociondolo); il secondo era di legno tenero
oppure dotato di midollo come il sambuco o la ferola: veni­
va scavato o in parte svuotato del midollo per fare in modo
che vi fosse sufficiente aria per il primo sbuffo caldo e la
comparsa del «luminoso splendore del fuoco infaticabile».
A guardia del fuoco, in ogni villaggio, in ogni casa, in
ogni santuario, era preposta una dea, Estia (Vesta), signo­
ra del focolare, poiché la funzione primaria del fuoco era

100
Il mondo e l'uomo

quella di assicurare la preparazione del pasto, atto sacro per


eccellenza, e lo svolgersi dei sacrifici, durante i quali par­
ti delle vittime venivano bruciate. Com e il sole o l’oro, il
fuoco è assolutamente puro; come l’anima, è immateriale e
intoccabile; come la folgore, rende divina l’anima e la libera
del corpo ridotto in cenere. Gli dei dei vasai, dei fonditori,
dei tintori, dei profumieri devono al fuoco tutte le sugge­
stioni delle arti da essi inventate.

Le sensazioni

Anche per quanto riguarda le sensazioni, è da registrare


una grande differenza tra gli Antichi e noi.
Trovandoci nella chiusa di Tempe, tra l’O lim po e l’Os-
sa, oasi di frescura e di bellezza che ha incantato i poeti,
i viaggiatori e l’imperatore Adriano, non dobbiamo il­
luderci che ciò che proviamo alla vista dell’edera, delle
ampelopsis, delle clematidi, dei gelsomini, degli oleandri,
dei grappoli viola dell’agnocasto, siano le medesime sen­
sazioni che provavano gli Elleni: né i colori né i profumi
sono quelli di allora. Le volte formate dai rami intrecciati
dei platani o dei salici, intervallate da tappeti erbosi ai
piedi di fulve pareti non offrivano la stessa immagine di
bellezza a un’um anità che non aveva ancora inventato né
le Accademie né il Romanticismo. «N on ci si bagna due
volte nello stesso fiume» ha detto Eraclito: anche i paesag­
gi non restano sempre gli stessi, e neppure i sensi che da
essi possono trarre godimento.
Le rive del Peneo, come quelle degli altri fiumi, soprat­
tutto nelle vicinanze del delta o della foce, presentavano un

101
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

profilo diverso. Il Mediterraneo, il cui livello era di circa


3 metri inferiore a quello di oggi, lasciava emergere coste
più ampie, con baie più frequenti, un maggior numero di
scogli e frastagliature. Quasi tutti gli antichi porti sono
oggi sommersi per il lento alzarsi del livello del mare, in
media 1 millimetro all’anno. In certi tratti, come sulla co­
sta dell’A caia o sulla costa settentrionale di Creta, città o
grandi parti di esse sono scomparse sotto le ondate pro­
vocate dai terremoti o per l’erosione delle acque. Altrove,
come a Falasarna e Biennos, il suolo si è sollevato di 5-7
metri e i moli e le insenature dei tempi preistorici sono ri­
masti a secco. Aiace, figlio di Telamone e re di Salamina,
non riconoscerebbe più la sua isola né gli isolotti vicini, così
rimpiccioliti e meno emergenti dall’acqua. In compenso,
le montagne sembrerebbero più alte e un po’ più ombrose
prima dei secoli di disboscamento forsennato, di debbio e
di pascolo. Le piante aromatiche che vi crescevano erano
fondamentalmente le stesse, anche se in quantità maggiore
e più profumate. Quanto alle pianure, sappiamo che erano
ancora intrise d ’acqua a causa di ben tre diluvi, che la leg­
genda fa risalire ai regni di Ogige in Beozia, di Deucalione
in Tessaglia e di Dardano in Troade.
I Greci del X III secolo a.C. vedevano i colori diversa-
mente da noi. Con una certa sicurezza sono stati tradotti i
nomi di buoi trovati sulle tavolette micenee: Kerano, Nero;
Podako, Zampe bianche; Tomako, M uso bianco. Le diffi­
coltà aumentano quando si tratta di tradurre Kosouto: Gial-
lino, Rossetto o Rossiccio? oppure Wonoqoso: Culo rosso o
Culo vinaccia? Si resta incerti di fronte ad Aiworo e al suo
abbreviativo Aiwa (l’A iace dell’epopea): Screziato, M acu­
lato, Moscato, Pomellato oppure Scintillante, Cangiante,

102
I l mondo e l ’uomo

Lucido? E che dire del nome dei cavalli di Ettore: Xanthos


(il Biondo o il Rosso?), Aithon (Color di fuoco? Fulvo o
Bianco brillante?), Lampos (Brillante?) o di quello dei caval­
li di Achille: Xanthos e Balios (Baio? Maculato di bianco?).
Uno dei cavalli che traina il carro dell’A urora è chiamato
Phaeton (Fetonte), «il Luminoso».
Questo nome e quelli di numerosi personaggi rinvenuti
nelle tavolette contabili micenee e nella letteratura ci metto­
no sulla strada di una interpretazione più esatta: gli antichi
Greci non davano, come noi, importanza alle sfumature
cromatiche, bensì alla qualità della luce, al suo irraggiarsi,
al suo splendore, alla sua intensità. E d è per questo che un
aggettivo come xanthos, per esempio, che noi traduciamo
pigramente con «biondo», può designare colori assai diversi
a seconda dell’azione della luce, che si potrebbero definire
in certi casi come dorati, in altri come rossi o perfino verdi.
Il porpora poteva essere violetto, rosso, verde o giallo tenen­
do conto solo della luce, della luminescenza. Il che non sta
a significare che i Micenei fossero daltonici, ma dipende dal
fatto che essi avevano classificato i circa centocinquanta ter­
mini che indicavano i colori - che poi i Greci ereditarono
da loro - in due categorie fondamentali: i colori brillanti e
i colori opachi, cupi, smorti, senza luce e quindi morti. La
luce per loro era viva, vibrava ed essi ne coglievano i giochi
e i contrasti, laddove noi siamo sensibili solo al lento spo­
starsi delle ombre.
Anche gli odori sono cambiati. I profumi, quasi tutti
estratti dalle piante e dei quali mostreremo i sistemi di fab­
bricazione, erano a quei tempi molto più usati che non in
seguito. Una buona parte era impiegata per il culto agli dei,
allora osservato scrupolosamente e più largamente diffuso,

103
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

m a i dignitari, i ricchi, i potenti amavano profumarsi per


sottolineare la propria personalità, accentuare e accrescere
la propria aura di autorità. Inoltre la natura, in un mondo
molto meno affollato, era meno addomesticata, meno ricca
di alberi e arbusti non selvatici, e spandeva sentori più vigo­
rosi e aromatici. Inoltre erano ampiamente usate le piante
resinose, che servivano per l’illuminazione, la costruzione e
il calafataggio delle imbarcazioni.
I Greci dell’epoca classica non si sono gran che dilunga­
ti sugli odori che respiravano, tranne l’accenno a qualche
fetore o al nardo usato dalle grandi cortigiane. I Micenei,
stando alle loro fatture per unguenti e falegnameria, e stan­
do anche a quanto scrive l’autore dell 'Odissea, provavano
gioia respirando l’odore del legno di cedro, di ebano e di
tuia, il bouquet di un vino vecchio, il profumo naturale
delle rose, delle viole, dei narcisi e dei giacinti. Invece il gel­
somino e il caprifoglio non piacevano ai loro artigiani-de­
coratori, non più del citiso, del glicine e delle clematidi che
noi avremmo ammirato nella vallata del Tempe. Vedevano
quei fiori e respiravano quei profumi in modo diverso da
quelli che sarebbero venuti dopo di loro. A differenza di
Aristofane, essi amavano l’odore dell’aglio e della cipolla, i
loro condimenti preferiti.
Tutti i popoli del Vicino Oriente, dall’Egitto a Babilonia e
dall’A sia Minore al Peloponneso, hanno considerato i profu­
mi l’anima delle cose, l’espressione più sensibile della perso­
nalità degli uomini e degli dei. L’attrazione o la repulsione che
il naso provava per queste, che così giustamente sono chia­
mate «essenze», era in parte di carattere religioso o mistico.
Gli odori, come una immensa pagina scritta, contribuivano
a dare un senso al mondo. Caricate di valori, di simboli, di

104
I l mondo e l'uomo

finalità, le essenze non si limitavano, come avviene per noi, a


eccitare i sensi: esse parlavano aU’intelligenza e al cuore.

Spezie e aromi

Perfino gli alimenti dovevano avere un altro sapore per i M i­


cenei. Le tavolette della serie Ge di Micene, delle serie G a e
O g di Cnosso, della serie Un (in particolare Un 19) di Pilo,
contengono un gran numero di informazioni sulle spezie e
sulle erbe aromatiche che insaporivano i loro piatti. Uno spe­
ciale ideogramma, somigliante a un pentolino col coperchio
a punta o a una pepiera, accompagna la fornitura di prodotti
quali: maratuwo, finocchio; kumino, cumino {Lagoecia cumi-
noides L.); kono, giunco odoroso; kalam ita, calaminta; mita,
menta; sasama, sesamo; karako, puleggio [varietà di menta];
senno, appio [sedano]; koriandana, semi di coriandolo; kana-
ko erutara o reuka, cartamo [falso zafferano] tintorio, rosso o
bianco (o potrebbe essere una varietà di pepe?).
Dai testi degli antichi botanici sappiamo che il sesamo
era usato in pasticceria, il finocchio (o l’anice o il carvi?), il
giunco odoroso e il coriandolo per le salse, diverse varietà di
menta profumavano le fave, il puleggio serviva a dare sapore
a bevande insipide; il vino veniva aromatizzato e in cucina si
usavano, fin da tempi remotissimi e riportati con nomi preel­
lenici, i capperi, il crescione, l’aglio, il ginepro, la santoreggia,
l’origano, il timo, il cerfoglio. I testi micenei testimoniano
che questi prodotti erano pesati e distribuiti in gran quantità.
Venivano consumati in grani, se ne usava l’olio, i baccelli e i
bulbi, le foglie e i fiori; talvolta, come nel caso dello zafferano,
erano usati come coloranti e per la preparazione dei profumi.

105
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Rimangono, nelle liste micenee, termini e abbreviazioni


il cui significato ci sfugge. Ad esempio, a Micene e nelle
nove città vicine a Pilo si trova un gran numero di sapide,
parola a cui è stato attribuito il significato di ciotola o con­
tenitore per profumi, m a che sarebbe più interessante vede­
re, al plurale, come nome generico di semi aromatici sapidi,
cioè capaci di rafforzare il sapore (latino sapidus, sapor) di
piatti già piuttosto saporiti.
Gli Antichi non detestavano l’odore penetrante della ci­
polla, bulbo che dà vigore e simbolo di lunga vita, anzi la
mettevano in tutti i piatti e la mangiavano anche cruda.
Com e i contadini cretesi di oggi, amavano gustare il bulbo
commestibile di una varietà di giacinto (M uscari comosum
M ill) dal sapore forte e piccante che lo rende sgradevole
al nostro palato. È anche probabile che, per rendere l’alito
meno pesante, mescolassero a questi rudi sentori quelli più
dolci della gom m a del pistacchio terebinto e dell’issopo (;te-
e u- nelle iscrizioni). N on sappiamo se le bacche nere e l’olio
del ramno (rhamnos) venissero utilizzati come aromatizzan­
te, come purgante o come colorante.
In questa concezione dei gusti e dei colori, così diversa e
tanto più articolata della nostra, entrano in gioco e si con­
fondono cucina, medicina e magia, tre arti o tecniche che
perfino in Platone si presentano senza confini nettamente
marcati.

Alimentazione

Essendo la base dell’alimentazione così diversa dalla nostra,


anche i gusti dei Micenei dovevano essere molto differenti.

106
I l mondo e l ’uomo

Gli operai e i contadini - uomini, donne e bambini - che


lavoravano al servizio dei palazzi erano parchi per necessità
e quasi del tutto vegetariani: venivano pagati con razioni di
cereali (orzo o grano), fichi secchi e olive conservate. M an­
giavano un po’ di carne - pecora, capra, maiale o manzo -
solo nei rari giorni di festa, quando venivano fatti i sacrifici
e a loro venivano distribuiti gli avanzi degli animali sacri­
ficati, tutti di proprietà dei signori delle mandrie, dei capi
o dei sacerdoti. Questi mangiavano sicuramente più carne,
ma in maniera occasionale e rispettando i divieti religiosi.
Anche la caccia forniva, e solo ai nobili, ben poca selvaggi­
na e perdipiù legata alle stagioni.
Gli abitanti delle coste e i marinai mangiavano gallette,
legumi e frutta piuttosto che molluschi o pesce, alimenti
che infatti ricorrono assai raramente fino alletà ellenisti­
ca. In un’epoca in cui erano sconosciuti patate, fagioli,
pomodori e quasi tutte le verdure e i frutti a cui siamo
abituati oggi, ottenuti con miglioramenti e selezioni che
hanno richiesto secoli e secoli di cure, tutta la popolazio­
ne era costretta a mangiare le farine delle papilionacee e
dei cereali che crescevano sul suolo greco fin dal Neoliti­
co, il più delle volte sotto forma di gallette, di farinata o
di frittelle.
Naturalmente cera anche l’olio estratto dalle olive, il
miele degli alveari, le piccole mele, le pere, i fichi e le noci
dei frutteti, l’uva dei vigneti recintati. A Creta, più raffina­
ta, si usava anche la conserva di mele cotogne e lo zucchero
delle carrube. Dovunque, uomini e donne raccoglievano
frutti e bacche selvatici, nocciole, prugne e more di rovo e
tutto il lungo elenco che abbiamo visto percorrendo i bo­
schi e i folti sulle montagne.

107
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

N egli orti venivano coltivati equivalenti delle nostre


insalate: la portulaca, la dolcetta, il raperonzolo, la ru­
chetta, la lattuga, la piantaggine commestibile; non erano
conosciuti carote e rapanelli, bensì radici simili come la
pastinaca, la rapa, il rafano, i cui nomi risalgono a un
passato preellenico, diverse varietà di coloquintide più o
meno amare e cetrioli. M a la verdura per eccellenza era la
bietola, lakhanon.
Poiché si tratta in genere di piante insipide o fredde, co­
me le definisce la lingua greca, si capisce che abbiano senti­
to il bisogno di aggiungere sapore usando un gran numero
di aromi e spezie, e tra i loro ortaggi abbiano preferito l’ap­
pio o sedano selvatico e la cicoria al porro e al cavolo-rapa.

L ’a rte dell’o spitalità

Tutte le civiltà possono essere ottimamente definite, oltre


che da altri elementi, dalle piante che vengono coltivate e
dal tipo di alimenti e di bevande prevalenti. Così il riso, il
miglio, la soia, il mango ecc. caratterizzano l’A sia orientale
e sudorientale, il sorgo e il miglio (di una diversa varietà)
l’A frica equatoriale, il mais e la patata l’A merica centrale,
l’arachide e la manioca l’A merica meridionale. A ll’orzo, al
farro, alle lenticchie, ai piselli e alle fave tipici del Vicino
Oriente, il mondo egeo a poco a poco ha aggiunto le olive,
l’uva, i fichi, i frutti delle rosacee (ricavati con innesti e accu­
rate potature). Ai tempi della guerra di Troia si beveva vino
in coppe a due manici e si mangiava pane di frumento con
spiedini di maiale o di agnello, mentre nelle civiltà vicine si
beveva birra o idromele ed era interdetta la carne di maiale.

108
I l mondo e l ’uomo

M a qual è stato, in questo campo, l’apporto originale dei


Micenei? N on consiste certo nell’aver dato la preferenza alle
piante coltivate rispetto alle ghiande dolci e alle bacche sel­
vatiche dei loro antenati oppure ai cosciotti di vitello rispet­
to a quelli di capriolo o di lepre, bensì nell’aver trasmesso ai
loro successori, che non l’hanno mai dimenticata, l’arte di
preparare un pasto in cui si fondevano tutti i sentori della
terra greca e di fare un vino aromatizzato, che non si sapreb­
be se definire una bevanda, un liquore o sangue di Dioni­
so. Probabilmente ciò che hanno inventato non appagava
o fortificava gli uomini, m a era qualcosa che sicuramente
li faceva sentire più vicini gli uni agli altri o più umani.
Un’arte dell’ospitalità.
Basta rileggere un brano del libro X I àt\YIliade per ritro­
vare quasi tutti gli elementi delle tavolette Un 02 e 718 del
palazzo di Pilo. Nel brano (vv. 624-41) la bella Ecamede
riceve nella tenda del vecchio Nestore re di Pilo un gruppo
di capi achei di ritorno da un combattimento:

E una bevanda preparò loro Ecamede riccioli belli / ... /


prima davanti a loro ella spinse una tavola / bella, piedi di
smalto, lucida; poi sopra questa / un canestro di bronzo,
e dentro cipolle, compagne del bere, / e miele giallo; e la
farina del sacro orzo accanto. / Poi una coppa bellissima
... / In essa fece il miscuglio la donna pari alle dee / con
vino di Pramno; vi grattò sopra cacio caprino / con una
grattugia di bronzo, versò la bianca farina / e li invitò a
bere, quand’ebbe fatto il miscuglio.

In più sulle tavolette è citato il cipero, un aromatizzante,


olive, carne e due abiti lunghi scollati. Scommetteremmo

109
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

che chi le ha compilate ha tralasciato almeno lorigano, la


santoreggia e il timo: del resto, come la cortesia e la gioia
dell’ospitalità, non mancavano mai nella casa greca.
D a tutti questi documenti, da queste usanze che sono
sopravvissute emerge l’immagine di una civiltà e di un po­
polo raffinati. E il mondo di allora non era troppo grande,
bensì di misura inferiore a quella dell’uomo. Seguendo lo
sguardo di Zeus o i piedi alati di Ermes, vediamo un paese
povero, fatto di isole rocciose sparse in mezzo al mare, aride
e quasi prive di vegetazione, di deserti, di paludi: uno spet­
tacolo desolante al confronto con i grandi imperi vicini.
Eppure, i sovrani di quei paesi chiamavano «fratello» i re
degli Akhkhiyawa e non disdegnavano di servirsi delle loro
navi e dei loro eroi.
Nel X III secolo a.C. la vecchia terra di Acaia era potente,
ricca di uomini, di prodotti e d ’oro. I suoi sovrani si faceva­
no seppellire attorniati da favolosi tesori, dopo aver richie­
sto ai loro sudditi tributi di tutti i tipi, compreso quello di
sangue. Com e spiegare una così splendida fioritura? Che
cosa ha reso possibile che un paese così piccolo diventasse
tanto grande? La risposta sta nella vita quotidiana dei suoi
abitanti. Andremo quindi a vedere come vivevano, e come
morivano, queste genti della Grecia antica.
II

Gente dei palazzi-fortezza

Chiunque studi la civiltà micenea al suo apogeo rimane


colpito dalla simultaneità di quattro elementi particola­
ri, mai trovati insieme né precedentemente, nella civiltà
minoica di Creta, né successivamente, nel mondo greco
descritto da Omero: il gran numero di cittadelle fortifi­
cate, la potenza militare dei guerrieri, lo sfruttamento dei
contadini, il successo delle genti di mare, tutti elementi
indipendenti dal gruppo etnico, dalla dinastia regnante,
dalla lingua o dalla posizione geografica. Una specie di
mazzetto formato da quattro fiori più o meno velenosi,
tenuti insieme dal filo delle necessità economiche. Alle tre
classi funzionali, del tutto teoriche, delle società indoeuro­
pee e alle quattro classi organiche delle società egee viene
a sovrapporsi un sistema gerarchico a metà tra il feudale e
il liberale: poche famiglie, stabilmente al potere in alcune
città, regnano in nome degli dei su un popolo di soldati,
contadini, allevatori di bestiame, artigiani, marinai, av­
venturieri e briganti. E il mare sempre lì, perenne fonte di
tentazione per gli uni come per gli altri.

ili
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

La città-fortezza col suo palazzo, i suoi santuari, le bot­


teghe degli artigiani, i magazzini si presenta come cen­
tro di comando, come capitale, cioè come testa di quel
grande corpo: m a il Mediterraneo cosi vicino —con i suoi
flutti che invitano alle scorrerie e alle conquiste, che porta
invasori e pirati che è impossibile fermare - erode il lega­
me sociale come fa con le scogliere, si solleva e invade le
coste. Per quanto il muro di cinta della cittadella appaia
forte e imponente e venga rinforzato di tempo in tempo,
non potrà impedire agli abitanti di uscirne, con la stessa
certezza che se avessero deciso, come fecero a Troia, di
non difendersi più.

Le cittadelle

A Creta o sulle isole si distingue a colpo d ’occhio se un


centro è di epoca micenea o risale a un periodo anteriore.
Sulle pendici di un poggio o di una collina, a poca distan­
za dal mare, si abbarbicano case di terra col tetto a terraz­
za, strette le une alle altre, fino alla cima su cui si innalza il
palazzo reale. Uno o due muri di cinta, fatti con basamenti
di grosse pietre e sopra muri di mattoni crudi con una ca­
renatura di legno, tengono al riparo i signori della città, i re
e gli dei, e i loro servitori. Dei soldati montano la guardia
alle porte e fanno la ronda sui bastioni. Subito all’interno
delle mura stanno addossate numerose piccole case e alcu­
ne tombe, scavate nella roccia, lungo un sentiero lastricato.
In questa specie di sobborghi, dei tumuli, talvolta alti co­
me una casa di quattro piani, ricoprono costruzioni a volta
aggettanti, alle quali si accede per mezzo di un corridoio

112
Gente dei palazzi-fortezza

rivestito in pietra: sono i tholoi o tombe a cupola. Sul fon­


do, dietro la porta e l’arco di scarico triangolare, riposano
i resti degli alti dignitari, principi o sacerdoti, e membri
delle loro famiglie.
Anche le case all’esterno delle mura dipendono dal pa­
lazzo-fortezza. Sono adibite a dipendenze, come a Micene,
dove la casa detta erroneamente «del mercante d ’olio», con
la sua contabilità, le sue grandi giare e i suoi profumi, non
era altro che uno dei magazzini reali controllato da almeno
sei scribi diversi.
La conferma di questo viene da quanto è rimasto delle
pitture murali del corridoio e di altri locali, come dai sigilli
dei vasi e dalle trentuno tavolette con iscrizioni scoperte
nel 1952: liste di diciotto uomini e di numerosi fornitori
di semi oleaginosi e di lana filata o tessuta, in tutto più di
ottanta persone.
Nella casa attigua, a nord, gli archeologi nel 1953 hanno
trovato una collezione unica di avori intagliati; per il gran
numero di raffigurazioni di scudi micenei a forma di otto, è
stata chiamata «casa degli scudi». Furono anche trovati vasi
di pietra incisa e la registrazione della defalcazione di abiti
in quantità doppia. A sud del primo magazzino, nel 1954
fu portata alla luce una casa che fu detta «delle sfingi» poi­
ché vi fu rinvenuta una piastra d ’avorio in cui sono raffigu­
rate due sfingi ai lati di una colonna sacra: anche in questo
caso, sigilli con figure araldiche, nuovi elenchi di fornitori,
cataloghi di vasi e di aromatizzanti vari la qualificano come
deposito o magazzino reale.
Per farla breve, lungo la strada che saliva al palazzo si
trovavano magazzini e botteghe di artigiani che lavoravano
per i signori.

113
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

I costruttori

II bastione di Micene venne ampliato proprio nel 1250, do­


po un violento terremoto. Lungo la strada in'salita cera un
viavai continuo di capimastri, sia architetti sia imprendi­
tori, di carpentieri, muratori, fabbri, manovali e schiavi. I
sobborghi esterni al muro di cinta sono sempre stati abita­
ti da lavoratori immigrati o da gente il cui lavoro riusciva
sgradevole o era ritenuto pericoloso dai «borghesi» della cit­
tadella: fonditori, lavoratori di metalli, conciatori, tintori,
vasai, cardatori, fabbricanti d ’olio... i quali, d ’altra parte,
per il loro lavoro avevano bisogno di spazio e spesso di ac­
qua che la cittadella rifiutava di fornire loro. Nessuna città
- Argo, Corinto, Micene, Tirinto, Midea, Atene, Tebe - è
mai sfuggita a questa regola.
La Grecia dell’epoca classica ha visto all’opera, per co­
struire le sue possenti fortificazioni, dei lavoratori stranieri,
i Ciclopi, diretti da specialisti originari della lontana Licia.
I re di Tirinto, di Corinto e di Argo - Preto, Bellerofonte
e Perseo - , personaggi sicuramente storici, vissuti tra la fi­
ne del X IV e l’inizio del X III secolo, avrebbero chiamato
per le loro costruzioni un esercito di quei mercenari che la
tradizione chiamava ancora Centimani o Chirogastri, cioè
«coloro che sono solo ventre e braccia».1
L a medesima tradizione distingueva quattro tipi di Ci­
clopi, tutti stranieri e primitivi, e tuttavia indispensabili
alla civiltà micenea: i giganti, impareggiabili lavoratori di
metalli, i quali si dice avessero forgiato le armi degli dei

1 O, secondo un’altra interpretazione, «coloro che riempiono il ventre (cioè


si guadagnano la vita) con il lavoro delle mani» [TV. d. 77].

114
Gente dei palazzi-fortezza

dell’Olimpo in lotta con gli dei indigeni; i manovali e mu­


ratori della Licia, che costruirono tutti i colossali monu­
menti di Grecia e di Sicilia; i pastori dotati di una forza
prodigiosa, famosi allevatori che tenevano il loro bestiame
nella profondità delle caverne, gran mangiatori e gran be­
vitori e buoni musici; infine, i guerrieri sovrumani, abitan­
ti del Paese Alto e antichi oppressori dei Feaci. Eccellenti
forgiatori, muratori, pastori e guerrieri, erano considerati
tecnici straordinari, che si riunivano in confraternite segre­
te ed erano dediti all’iniziazione dei giovani. Si diceva che
le loro capacità e la loro intelligenza fossero dovute al fatto
di possedere un occhio straordinario o situato in una po­
sizione eccezionale, l’occhio della veggenza e del sapere (il
«terzo òcchio»).
Gli antichi miti dell’età del bronzo non sono scomparsi
del tutto: ho potuto confrontare, provenienti dalle monta­
gne di Creta, del Dodecaneso e di Cipro, una sessantina
di racconti aventi per protagonisti i Triomates, Trimates
o Triamates, quei giganti astuti e temibili i quali, come il
dio Zeus della cittadella di Argo, hanno tre occhi e tuttavia
vengono imbrogliati da uomini o bambini più furbi di loro.
E anche i contemporanei resero omaggio a questi abili arti­
giani: in numerose tavolette dell’armeria di Cnosso si trova
menzione, verso il 1300 a.C., di un personaggio di nome
Tirioqa, cioè Triopas, «colui che ha tre occhi».
E come si potrebbe ignorarli di fronte ai monumenti
«ciclopici» che hanno lasciato? Si pensi ai blocchi di cal­
care o di breccia, grezzi o intagliati, che, come l’architrave
del Tesoro di Atreo, pesano circa 120 tonnellate e misu­
rano fino a 8,5 metri di lunghezza; oppure ai quattro mo­
noliti che inquadrano la famosa Porta dei Leoni (o delle

115
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Leonesse) a Micene, che misurano più di 3 metri di al­


tezza e altrettanto di larghezza e di spessore, e hanno un
peso non di molto inferiore all’architrave ricordato sopra:
ebbene, i mitici Ciclopi, costruttori o artigiani, avevano
capacità e forza fisica sufficienti a trasportarli dalle cave di
Kharvati, a 2 chilometri dalla cittadella, superare un disli­
vello di oltre 200 metri, intagliarli, innalzarli e sistemarli
in modo che potessero resistere al furore degli elementi e
degli uomini (e tutto questo poco prima che scoppiasse la
guerra di Troia).
Usando fonti diverse, come le incisioni egizie, la conta­
bilità micenea, gli antichi trattati di architettura, iscrizioni,
ricostruzioni archeologiche ecc., si riesce ad avere un’idea
del procedimento seguito per costruzioni grandi e piccole.
Per prima cosa, va rilevato che il nostro modo di concepire
la specializzazione e la divisione del lavoro mal si attaglia
ai lavoratori dell’età del bronzo. Lasciando da parte i ma­
novali in perizoma che, faticando sotto il sole a picco, non
facevano altro che trasportare pietre e trainare carichi, ap­
prendiamo che i capigruppo, i capimastri e gli impresari di
ciascuna opera dovevano saper lavorare sia il legno sia l’ar­
gilla, la pietra o il metallo, divenendo di volta in volta mu­
ratori, carpentieri e falegnami, dovevano essere capaci di
progettare alzaie e terrapieni, costruire forni, saper scegliere
quando usare la calce, il gesso, la malta o la terra pressata,
saper inventare, realizzare e maneggiare gli utensili adatti,
in particolare le scale di misura, i recipienti, gli strumenti,
le attrezzature per tirare e sollevare.
Se l’Egitto ha divinizzato Imhotep, il costruttore della
piramide di Saqqara, se la Fenicia ha fatto di Kothar wa
Khasis («l’A bile e l’A stuto») il maestro di tutti i tecnici, la

116
Gente dei palazzi-fortezza

Grecia micenea ha conosciuto una lunga serie di demiurghi,


alcuni dei quali sono divenuti dei - come Prometeo, Efesto,
Atena altri, eroi più o meno mitici - come Eupalamos
«Mano intelligente», o Dedalo «l’Ingegnoso», o Epeo, figlio
di Panopeo, scultore, carpentiere e costruttore del cavallo
di Troia. M a ciascuno di questi grandi inventori-modello
riuniva in sé le capacità di molti dei nostri ingegneri e di
diversi artigiani.
Si riteneva che i costruttori delle mura ciclopiche venis­
sero dalla Licia, come Efesto, dio del fuoco sotterraneo,
forgiatore dei metalli, cesellatore, ma anche capace di mo­
dellare l’argilla della prima donna. Comunque, è vero che
in Licia sono diffusi edifici, cappelle o tombe, in cui è si­
stematicamente impiegata la catenatura in legno, alla quale
probabilmente si sono ispirati i costruttori dei monumenti
micenei. La catenatura è una specie di armatura dell’edifi­
cio: l’ossatura è formata da travi di legno e sulle traverse di
base vengono inseriti a incastro i pali d ’angolo e i montanti
intermedi; travi orizzontali poste a diverse altezze sostengo­
no il rivestimento esterno in pietra o mattoni crudi o terra.
I muri di mattoni sono rinforzati agli angoli da parti in le­
gno. Tra un piano e l’altro sporge una cornice di tondelli di
legno posti di taglio e altri tondelli di legno messi di piatto
appaiono sulla facciata al di sotto delle traverse del corni­
cione. D i legno erano le intelaiature delle porte e delle fine­
stre, i rivestimenti interni delle pareti, i soffitti, il sottotetto
e gli epistili (architravi), i pilastri e le scale. Sempre di legno
erano fatti le slitte, i carri, i rulli per il trasporto di pietre,
le attrezzature di sollevamento, le scale, le impalcature e
i piani inclinati sui quali i muratori facevano scivolare le
pietre e i materiali per gli intonaci.

117
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

La pietra abbonda in Grecia: si trattasse di gneiss, di cal­


care o di grès, non era mai necessario andare lontano per
trovarla. In genere le case erano costruite in terra su un ba­
samento di pietre raccolte nei pressi, m a quando si trattava
dei grossi blocchi necessari per un santuario o un palazzo
reale, per mura di cinta o per un molo, occorreva solleva­
re e spostare pesi di diverse tonnellate. Niente consente di
pensare che i contemporanei di Agamennone conoscesse­
ro i paranchi a pulegge, gli argani e le ulivelle2 dell’epoca
greca classica. Tutt’al più potevano usare verricelli a mano,
cabestani, cioè cilindri di legno che ruotavano attorno al
proprio asse, alberi di carico simili a quelli delle sciabiche
del mar Egeo, leve disposte in serie per svellere dal suolo i
massi pesanti e poterli poi imbragare con corde e paglia e
poggiarli su specie di slitte se la strada da fare era in discesa,
su un carromatto negli altri casi. Nel primo caso, era ne­
cessario trattenere il traino con funi, nel secondo, al carro
a doppio asse venivano aggiogati buoi o muli, o anche uo­
mini che si passavano ciascuno una corda sulla spalla e ti­
ravano. Senofonte, nella Ciropedia, sostiene che un attacco
di animali da soma poteva trainare, su una strada in buone
condizioni, circa 9 quintali. Diodoro Siculo {Biblioteca, IV,
80) afferma che sono occorsi cento paia di buoi per traspor­
tare per 19 chilometri le pesanti pietre per il tempio della
Doppia D ea di Enna. Dalla contabilità dei grandi santuari
greci si apprende che per trainare il fusto di una colonna
occorrevano circa quaranta coppie di buoi.

2 Attrezzo, formato da due cunei e altri pezzi tenuti insieme da un bullone,


che serve a praticare in un blocco di pietra una piccola cavità dove viene
inserito un gancio o un anello per consentire il sollevamento del blocco
stesso [A', d. T.].

118
Gente dei palazzi-fortezza

Le tavolette di Pilo rivelano che i fornitori di cavi e funi


avevano molto lavoro. M a neppure le forze degli uomini e
degli animali riunite sarebbero riuscite a sollevare macigni
del peso di 120 tonnellate a circa 150 metri dal suòlo, se, co­
me in Egitto, non fossero state costruite delle rampe di terra
e non fosse stata impiegata, come in Sicilia, una imbraga-
tura fatta di cerchioni di legno per poter muovere i massi:
questi venivano così bloccati tra due alte ruote o in una
specie di cilindro e poi venivano fatti rotolare come enormi
bobine. Negli ultimi metri si ricorreva a un marchingegno
fatto di rulli di legno e di leve, con cui i macigni venivano
collocati nella posizione voluta. Venivano poi coperti di pie­
trisco e le fessure venivano chiuse con una malta di argilla.
Quanto guadagnavano queste migliaia di mercenari che
lavoravano dall’alba al tramonto, tra le grida dei carrettie­
ri, i canti che davano ritmo al traino, il martellare degli
utensili sulla pietra? Ce lo dice l’impeccabile contabilità dei
palazzi: a Pilo le donne ricevevano un litro scarso di grano
da farina e circa un litro di fichi al giorno; a Cnosso gli uo­
mini erano pagati soltanto con un litro e mezzo di grano;
in Messenia 12 muratori (elencati sul documento contabile
An 35) erano compensati complessivamente con 6 chilo­
grammi di lana grezza, 4 capre, 3 pezze di tessuto, 360 litri
di vino e 480 di fichi.
Questo dunque era il loro guadagno, il loro «profitto»
{onó)\ un litro di vino e quasi un litro e mezzo di fichi a te­
sta al giorno, un po’ di carne e un po’ di stoffa e lana, suffi­
ciente solo a non farli lavorare nudi. E con questo avrebbero
dovuto mantenere una famiglia!
I posteri forse non hanno sbagliato a definirli «coloro
che sono solo ventre e braccia» e neppure a condannare il

119
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

perfido Sisifo, fondatore dell’A crocorinto (la cittadella di


Corinto), a sospingere eternamente su per una collina nel
Tartaro un masso enorme che, appena giunto sulla cima,
rotolava nuovamente in basso.

Gli artigiani

Presso le porte delle cinte fortificate si trovano le botteghe


degli artigiani che lavorano col fuoco: quelli che preparano
gli unguenti, i tintori, i fabbri e i vasai. La mitologia asso­
cia strettamente, ad Atene come sulle isole, Efesto, maestro
della forgia, e Atena, dea protettrice dei vasai.
Efesto fece nascere Atena facendola uscire dalla testa di
Zeus e in seguito la perseguitò con le sue attenzioni, ma
ambedue erano destinati a rimanere vergini, l’uno e l’altra
troppo mobili e indipendenti per potersi unire e fondare
un focolare.
I loro protetti, gli artigiani che manipolano caldaie e ac­
cendono forni, sono a loro volta ben poco sedentari e pre­
feriscono evitare il centro delle città, dove, d ’altra parte, la
gente teme gli incendi e detesta il fumo e la confusione.
Inoltre, la conciatura e tintura delle pelli, oltre a essere puz­
zolente, richiede molta acqua (e sale, e tannino e coloranti).I

I FABBRI

Sono gli artigiani più importanti, i più intelligenti e anche


quelli più corteggiati dai potenti. Ovviamente perché ave­
vano bisogno di loro. I fabbri hanno contribuito grande-

120
Gente dei palazzi-fortezza

mente a creare la potenza dei palazzi, costruendo i carri da


combattimento, le armi per i soldati, le attrezzature per le
navi da guerra e mercantili, rinforzando con metallo le por­
te, costruendo strumenti in gran numero e i vasi di bronzo
che consentivano di produrre di più garantendo una mi­
glior conservazione, elaborando le decorazioni per gli arre­
di, creando i gioielli destinati ai nobili. Oltre un centinaio
di tavolette - a Pilo, a Cnosso, a Micene - documentano
questa loro molteplice attività.
Ed è a loro che, alla vigilia della catastrofe, si rivolsero
i signori di Pilo affinché in tutta fretta trasformassero in
armi il rame e il bronzo strappati ai templi: «I curatori e
gli intendenti, i procuratori, i guardiani delle chiavi, i con­
trollori dei frutti e dei raccolti metteranno a disposizione
il bronzo dei santuari per farne punte di giavellotto e lame
di spade, nelle seguenti proporzioni: il curatore di Pisa, 2
chilogrammi, il procuratore, 750 grammi ecc.». In totale,
più di 51 chilogrammi di metallo requisito, col quale for­
giare almeno 400 spade o, se cera tempo, 34.000 punte di
freccia (tavoletta PY, Jn 829). Si è quindi potuto calcolare
che tutto il bronzo fino a quel momento distribuito ai 193
fabbri attivi in Messenia, cioè poco più di una tonnellata,
aveva permesso di equipaggiare oltre 2000 uomini. Dev’es­
sere proprio vero che Atena, grazie al colpo di mazza di Efe­
sto, balzò fuori dalla testa di Zeus armata di tutto punto!
I testi dell’epoca micenea designano questi artigiani con
un termine complessivo: kakewe (pronunciato probabil­
mente «khalkewes») e poi riportano molti nomi persona­
li, dall’analisi dei quali emerge che per la maggior parte
erano indiscutibilmente greci, mentre un terzo circa erano
stranieri. Ad esempio, Xouthos, Il rosso; Petalos, Il lungo;

121
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Philourgos, Lavoratore; Plouteus, Il ricco; m a anche Wau-


dono, Pieriatas, Lykios, Samy[n]thaios o Tethreus, nomi o
soprannomi che vengono direttamente dalla Macedonia,
dalla Licia o dalle isole. Era gente che viaggiava, come quel
mastro fonditore il quale, partito dalla Siria con un grosso
carico di lingotti di metallo e di minerali, di vecchi vasi e
di utensili, colò a picco al largo del capo di Gelidonia at­
torno al 1200 a.C. In genere erano lavoratori indipendenti,
anche se alcuni scelsero di mettersi al servizio dei templi
come «servitori della divinità». Possedevano terre e le dava­
no in affitto ed erano esonerati dal pagamento di un buon
numero di imposte. Alle loro dipendenze lavoravano degli
apprendisti, kasikono, e degli schiavi, doero. Alcuni gode­
vano del diritto di ricevere una certa quantità di metallo
dal palazzo, tarasiya, che stava a significare che avevano
una carica, un ufficio, mentre gli altri erano atarasiya, sen­
za concessione. Altri ancora, chiamati a[s\ketere[s\, sembra
fossero specializzati nella lavorazione dei metalli preziosi,
oppure erano decoratori, ornatisti o bronzisti di oggetti di
lusso. I piriyetere o calderai facevano bacinelle, piriye, e,
all’occasione, armi. In breve, era una casta potente e ricca,
elemento di punta della società.
Non è difficile immaginarli stabiliti nelle grandi città
vicine a centri minerari, Ftia, Calcide, Corinto, Thoricos,
Festo. Dalle miniere arrivano i blocchi di rame nero che
deve essere raffinato con carbone di legna tenuto acceso da
soffietti di pelle di vacca. Per ottenere il bronzo aggiungono
nel crogiuolo un 10 per cento di stagno che importano dal
golfo di Edremit, da Mileto e dai porti della Siria.
M a li possiamo immaginare altrettanto bene nei ven­
tiquattro centri della Messenia dove, secondo le tavolette,

122
Gente dei palazzi-fortezza

400 di loro lavoravano a forgiare armi, cerchioni di ruo­


te, lampade, utensili, vasi: una gran varietà di bacinelle a
tre piedi, di brocche e orci con o senza manici, di tutte
le misure. Una delle prime tavolette di Pilo che si riuscì a
interpretare (Ta 641) elenca e illustra con le sue immagini
«due pentole a tre piedi, a forma di otre, stile cretese; una
bacinella a un solo piede e due manici; una bacinella, sti­
le cretese, con tracce di bruciature ai piedi; una giara, più
grande, a quattro manici; due giare della stessa misura a
tre manici» ecc. E gli archeologi che hanno portato alla
luce le tombe di Zafer Papoura a Creta, di Micene, di Mi-
dea o della Messenia hanno trovato ulteriori testimonianze
dell’abbondanza, del lusso e della varietà del vasellame di
metallo che usciva dalle botteghe locali. D ’altra parte, a
quei tempi non si conosceva né il vetro né l’alluminio e
tantomeno la plastica.I

I CALD ERAI

Fino al 1970 circa, in molte città cretesi e anche nel quar­


tiere M onastiraki di Atene, era ancora possibile vedere
battirame, ottonai, calderai che lavoravano con le stesse
tecniche usate 3200 anni prima dagli artigiani del borgo
di Asiatia. Q ui, dall’alba al tramonto si udiva il battere
dei loro martelli, tanto più frastornante perché le botte­
ghe erano addossate lu n a all’altra. N ell’ombra e nel fu­
mo attraversati dai fulvi bagliori delle braci ardenti o dal­
lo smorzato luccichio del rame, ecco quattro artigiani in
grembiule di cuoio trasformare un piccolo disco di metallo
incandescente in un paiolo a due manici e tre piedi. Sotto i

123
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

colpi alternati dei magli e dei martelli di bronzo a testa ro­


tonda, il disco si appiattisce, si allarga, ricopre la superficie
della pietra di calcare grigio posta su un ceppo d ’olivo. Poi,
mentre gli aiutanti caricano di nuovo la forgia, mettono in
ordine gli attrezzi, fanno ordine, bevono un bicchiere di
vino o preparano degli anelli, dei cardini o dei ribattini,
il maestro col mazzuolo finisce di pareggiare lo spessore
della lamiera. Con una cesoia la riduce della grandezza
desiderata, la arrotonda, la ripulisce dai trucioli e poi, dal
momento che il metallo, battuto e ribattuto, ha perso mal­
leabilità, lo mette di nuovo sulle braci e fa ravvivare il ca­
lore con l’aiuto di mantici.
A questo punto incomincia la parte più lunga e più
delicata, la martellatura, mediante la quale una lamina
piatta viene trasformata in un oggetto concavo e tutto di
spessore uguale, senza piegarla né tagliarla né romperla. Il
calderaio con la mano sinistra afferra con una pinza la sua
lam ina di rame e la appoggia sull’estremità arrotondata
di un cilindro di legno e incomincia a martellarla con la
mano destra partendo dal centro. Il metallo, schiacciato
e come impastato dai colpi, si dilata all’esterno, mante­
nendo all’interno la medesima superficie. Incomincia a
curvarsi, a formare una specie di calotta. D i tanto in tan­
to verrà messo sul fuoco perché perda rigidità; poi, una
volta raffreddato, viene posto su un cavalletto o su una
bicornia, cioè su un’incudine a uno o due corni: una serie
di colpi molto ravvicinati servono per finire di dare all’og­
getto la linea, la profondità e la levigatezza che deve avere
un recipiente senza incrinature né bozzi. Rim arrà soltanto
da limare e ripiegare il bordo e da fissare con ribattini gli
attacchi dei piedi e dei manici.

124
Gente dei palazzi-fortezza

I vasi e le coppe di Efesto, che servirono per il banchet­


to degli Immortali, sono stati considerati esseri viventi, e
non da oggi. Agli inizi del V secolo, e forse già all’epoca
omerica (V ili secolo) la leggenda attribuiva a Polyidos,
indovino degli artigiani del bronzo di Corinto o di Argo,
il potere di resuscitare i morti e presentava i Cureti di
Creta e i Telchinii di Rodi come indovini, artigiani dei
metalli e maghi. Tali tradizioni, comuni a tutti i popoli
dell’età del bronzo, ci fanno intravedere di quanto mistero,
per non dire m agia, fosse avvolta la signoria delle arti del
fuoco. Essa è sempre stata, dopo un lungo apprendistato,
oggetto di iniziazioni, di prove, di segreti rigorosamente
conservati e sorvegliati da una potente confraternita. Non
si esclude che tra le prove fossero comprese l’impressione
delle stigmate e le mutilazioni rituali. Il dio dei fabbri è
rappresentato sporco e zoppo, due valide ragioni per il
suo isolamento. E tuttavia, nel pantheon miceneo, il suo
potere era talmente grande da indurre gli dei dell’Olim po
a mettergli nel letto le Grazie e perfino la dea dell’amore.
Aveva un gran ventre, braccia muscolose, grande intelli­
genza; era detentore dell’arte di fabbricare tessuti magici e
di creare gioielli splendidi.
Alcuni fabbri e alcuni carradori vivevano negli annessi
del palazzo, come molti altri artigiani, m a la maggior
parte, riuniti in corporazioni o associazipni, abitavano
tutti nello stesso quartiere e costituivano una specie di
strato sociale a sé stante, indipendente. Q uesti stessi ele­
menti li ritroviamo nei testi contemporanei dell’Asia M i­
nore, che parlano dei corpi artigiani di Ugarit (l’odierna
Ras-Sham ra), di Alalakh e di H attusha, capitale dell’im ­
pero ittita.

125
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

G LI O RA FI

L’oro e il bronzo sono designati da due ideogrammi partico­


lari. Quello delloro assomiglia a una croce di Sant’A ndrea
con due mezzi riccioli laterali e una specie di pi greco nella
parte superiore e rappresenta l’incastellatura del forno che
sostiene il crogiolo o coppella (vaso poroso a forma di cop­
pa) dove l’oro viene fuso per depurarlo dagli altri metalli.
I testi distinguono nettamente l’orafo, kurusowoko, dal
bronzista o semplice fabbro, kakeu, e dall’armaiolo, eto-
domo, e altrettanto nettamente l’oro, kuruso, dall’argento,
akuro, e da un metallo «bianco» che potrebbe essere l’e­
lettro, paraku. L’oro contenuto nelle acque dei fiumi della
Colchide era sempre mescolato all’argento, talvolta fino al
30 per cento. Quando non arrivava in Grecia già raffinato o
già lavorato, occorreva fonderlo, cioè portarlo a una tempe­
ratura di 1063 gradi, appena una ventina di gradi inferiore
a quella necessaria per il rame.
Per molto tempo i medesimi artigiani lavorarono sia i
metalli nobili sia i metalli vili, ma nelle città e nei borghi
micenei, che erano molto ricchi d ’oro, la specializzazione
si affermò prima che altrove, forse anche per la necessità di
sorvegliare chi lavorava il prezioso metallo.
Gli orafi, che erano al servizio solo dei re e dei ricchi,
vivevano nella loro ombra, tra minuscole seghe, trapani,
bulini, lime e bilancini, piegati sul loro banco di lavoro,
con un telo di cuoio teso tra il piano e la cintura perché non
andasse perduto neppure un granello dell’aurea polvere.
L’oro, materia imperitura, inalterabile, luccicante, con
una densità simile a quella del piombo m a molto più dut­
tile e malleabile, aveva, per i Micenei, la qualità divina del

126
Gente dei palazzi-fortezza

sole, e - secondo la tavoletta Ae 303 di Pilo - quattordi­


ci ieroduli, cioè schiavi della divinità, verso il 1225 erano
preposti alla sorveglianza e alla cura dell’«oro sacro», kuru-
soyo iyeroyo. In quell’anno di crisi i signori del palazzo im­
posero un tributo straordinario in oro ai dignitari e ai pro­
prietari più ricchi di sedici centri del piccolo regno: trenta
persone versarono circa 6 chilogrammi d ’oro. In margine a
questa arcaica denuncia dei redditi (Pilo, tavoletta Jn 438),
uno scriba, forse il controllore generale delle finanze, ha
contrassegnato un nome su tre: i contribuenti obbedienti
o gli evasori?
E facile immaginare che cosa comportasse una ricchezza
di quelle dimensioni: un gran numero di orafi, trafficanti e
falsari sparsi per tutta la Grecia.I

I VASAI

I fabbri e i vasai furono i primi a liberarsi dai vincoli della


società contadina primitiva e a costituirsi in clan o caste ai
margini della comunità rurale (ancora una trentina d ’anni
fa a Creta esistevano interi villaggi di vasai). Durante la
bella stagione i vasai andavano in giro a fare i loro vasi e a
venderli, mentre in autunno-inverno coltivavano la terra e
si dedicavano alla famiglia. A ll’epoca della guerra di Troia
le cose stavano più o meno nello stesso modo, ma, come
nell’età minoica, ogni città-capitale aveva già i propri labo­
ratori, alcuni al servizio esclusivo dei santuari e del palazzo,
altri al servizio della gente comune. Gli scavi hanno porta­
to alla luce forni di terra refrattaria a forma di arnia tanto a
Micene in Argolide quanto a Stilo a Creta. Questi forni, che

127
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

potevano essere addossati a una parete di roccia, erano alti


quanto un uomo ed erano sempre formati da tre elementi;
un focolare circolare con una apertura in basso, un piano
di posa in argilla cotta, una camera di cottura con un foro
di spia laterale e un’apertura circolare in alto per far uscire
il fumo. La stessa apertura serviva al vasaio per introdurre
nel forno gli oggetti più disparati, dal boccale al sarcofago,
fabbricati nella sua bottega semibuia. Chiuso il foro, veniva
acceso un fuoco di ramaglie che veniva alimentato finché
fosse stata raggiunta una temperatura di 800-1000 gradi;
dopo circa otto ore, e dopo aver controllato attraverso la
spia che i vasi avessero un bel colore, non rimaneva che
lasciarli raffreddare lentamente, per circa dodici ore.
I ceramisti, keramewe, sono ampiamente menzionati nei
testi micenei. E possibile conoscere e apprezzare la loro mul­
tiforme attività proprio grazie ai molti inventari di vasella­
me; inoltre, i numerosi esemplari rinvenuti in tutto il Medi-
terraneo orientale, studiati dai chimici e dagli storici, hanno
consentito di definire la tecnica e lo stile e hanno fornito
preziose informazioni anche sulle varie forme di scambio.
Probabilmente, nei centri urbani maggiori, o almeno
presso le porte delle città, alla fine del X III secolo cerano
già due categorie di vasai: quelli che fabbricavano e ven­
devano (cioè scambiavano con derrate) oggetti grandi, ad
esempio vasche, tinozze, sarcofagi, giare enormi, lastre per
rivestimenti ecc., e quelli che fabbricavano le terraglie di
uso comune. I primi mescolavano con una zappa uno o
due tipi di argilla locale, dopo averla setacciata grossolana­
mente, poi mettevano l’impasto a fermentare all’umido e
lontano dalla luce per un giorno o due, quindi lo lavorava­
no con le mani.

128
Gente dei palazzi-fortezza

Per fare una giara - che gli Antichi usavano per conserva­
re prodotti e manufatti disparati, con funzione di barile, di
cassa, di silo: in greco, pithos, in scrittura micenea, qeto —il
mastro vasaio metteva sul tornio, che veniva azionato a ma­
no da un apprendista o da uno schiavo, uno spesso strato di
argilla. Poneva poi ai bordi una serie di cordoli di argilla, più
lunghi per la pancia, via via più corti fino all’imboccatura:
prima di passare dalla prima zona alla seconda, lasciava la
creta a seccare per un’ora, per evitare che si spaccasse. Alla
fine attaccava un numero pari di manici o anse, quindi la
giara era pronta per la cottura.
Dopo averla tirata fuori dal forno e lasciata raffreddare,
il ceramista stendeva l’ingabbio sulla parte esterna, esegui­
va motivi decorativi a forma di onda o a trattini e poi la
metteva al sole ad asciugare per due giorni. E guai ai venti,
ai geni o al malocchio se proprio allora si fosse messo a
piovere.
I vasai micenei fabbricavano almeno una trentina di re­
cipienti di forma diversa. Oltre che dai reperti degli scavi
archeologici, ne abbiamo notizia dal lessico, dagli inventari
del vasellame reale o di uso religioso, e soprattutto dagli
ideogrammi che accompagnano gli inventari a partire dal
X III secolo a.C. Allora le forme più richieste erano cinque:
la ciotola profonda, quasi cilindrica, a due manici oriz­
zontali e piede inanellato; la coppa dall’alto stelo tubolare,
dotata di due anse verticali che superavano il bordo della
coppa stessa; la brocca, in genere a una sola ansa; il crate­
re, somigliante a una grossa zuppiera dai fianchi poco sa­
gomati, munito di due piccoli matìici; infine il cosiddetto
vaso a staffa, kraireus in miceneo, che è una brocca di for­
ma globulare, con due manici sormontanti da una parte e

129
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

una specie di grosso pomello, falsa imboccatura, dall’altra.


Quello che Omero chiama depas, e le tavolette con ideo­
grammi dipa, non è altro che un grosso vaso, di capienza
variabile m a non inferiore a due coppe, kupera.
Le decorazioni di questi vasi sono tipiche dell’epoca. I
più recenti scavi a Micene e Tirinto hanno rivelato che,
poco prima della catastrofe, i ceramisti non si limitavano a
riprodurre i motivi decorativi che avevano contraddistinto
i loro predecessori della prima metà del secolo: il polipo,
il fiore di loto, le palme, le conchiglie stilizzate in spirali,
le onde, i semicerchi concentrici. Il gusto tendeva a una
maggiore austerità: erano preferiti motivi quasi geometrici,
come fasce nere orizzontali, fitte serie di punti sui bordi dei
vasi, bande con linee a zig zag oppure figure semplici come
l’anemone di mare. Evans e i suoi allievi lo hanno definito
uno stile degenerato, prodotto di un’arte in decadenza, ma
non si può fare a meno di rilevare la straordinaria quali­
tà del materiale, la bellezza e la precisione del disegno, la
fondamentale onestà di questi artigiani, fieri di essere, co­
me Brithawon di Pilo, «vasaio di Sua Maestà», e di saper
scrivere sulle grandi giare di Tirinto, di Eieusi o di Tebe,
i nomi dei fornitori, dei fondi e dei laboratori per i quali
lavoravano.I

I F O L L A T O R I E I T IN T O R I

Molte altre attività artigianali, oltre a quelle dei fabbri e dei


vasai, si svolgevano nelle botteghe assiepate ai piedi dei ba­
stioni delle cittadelle. C erano i follatori di lana (kanapewe),
talvolta detti «reali», e i tintori, che lavoravano le pelli degli

130
Gente dei palazzi-fortezza

animali: con l’acqua calda le sgrassavano, poi le lavavano


con la cenere, con la soda egiziana o con la terra di Kimo-
los, le sciacquavano e poi ne trattavano il pelo con succo di
aloe, di melagrana, di acetosa oppure con allume, tannino
o altre sostanze contenenti ammoniaca che servivano a fis­
sare i colori. Le tinture erano sostanze naturali estratte dal
murice, dalla cocciniglia, dallo zafferano, dall’iris, dall’z-
satis tinctoria o guado, dal cartamo o da terre ferruginose.
Dai documenti ufficiali dei palazzi si ricava che i dignitari
vestivano tuniche bianche, rosse o violette, con guarnizioni
bianche o multicolori, grigie, argentate e forse anche dorate.
I prodotti finiti, tetukowoa, venivano messi ad asciugare
in pieno sole, stesi su un muretto o su aste poste tra due
pali, come si usa ancora oggi a Livadia in Beozia o a Kritsa,
a Creta.
L’ideogramma 158 della scrittura lineare B raffigura sen­
za dubbio un mastello da tintore e il forcone che serviva a
rivoltare le pelli o le matasse.I

I P R O F U M IE R I

I profumieri erano chiamati «bollitori di unguenti», alei-


phazooi o aleiphozooi. Godevano di grande considerazione,
e ben lo si capisce se si pensa che i profumi, gli unguenti e
i cosmetici erano impiegati sia per il culto sia per usi pro­
fani, per la toilette sia dei morti sia dei vivi; se si ricorda
che si aromatizzava il vino, i cibi e si profumavano perfino
i mobili; che gli odori erano ritenuti l’anima sensibile degli
dei, degli esseri viventi e delle cose; che i profumi e i pro­
dotti cosmetici hanno rappresentato per lungo tempo le più

131
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

importanti fonti di entrate per le città greche. Nel periodo


che ci interessa, interi carichi di boccette, di orci, di vasi
portaprofumi sigillati con la cera, contenenti da due a tre
litri di olio profumato, partivano dai porti del-Peloponneso
e di Creta per tutti i paesi del Mediterraneo.
Le tavolette di Pilo e di Cnosso, completate dai dati forniti
da Teofrasto o da Plinio il Vecchio, e anche dalle tradizioni
popolari, ci danno informazioni esaurienti su questa impor­
tante attività artigiana, legata al lavoro di tanti altri (quello
dei vasai, tra i primi) e rigidamente controllata dai signori
dei palazzi e dai capi dei templi. Dalle fonti citate sappia­
mo che nel X III secolo a.C. erano fabbricati olio alla salvia,
al cipero (papiro), alla rosa. L’olio d ’oliva, con una piccola
aggiunta di sale per evitare che irrancidisse, era impiegato
come eccipiente o base, in linguaggio tecnico il «corpo» o la
«coda» del profumo. Con l’aiuto di resina o di gomma d ’al­
bero, l’artigiano profumiere fissa alla base oleosa un’essenza
volatile, nella maggior parte dei casi il succo estratto da una
parte della pianta, radice, gambo, foglie, fiori o anche frutti
e semi. Nonostante non fosse noto l’alambicco, i processi
di condensazione e di decantazione vengono realizzati con
tre metodi usati ancora oggi: la spremitura, mediante un
panno ben ritorto, per estrarre dalla pianta le sostanze odo­
rose; la macerazione a caldo; l’estrazione a freddo degli olii
essenziali per mezzo di sostanze grasse.
Per ottenere profumi più penetranti e persistenti veniva­
no mescolate diverse essenze. Tra le piante di cui si usavano
le essenze troviamo citati l’iris, lo zafferano, la maggiorana,
la mela cotogna, il giunco odoroso, l’anice e probabilmente
(compaiono solo le abbreviazioni) il finocchio, il ramno, il
terebinto, il ginepro e l’issopo (tavoletta di Pilo, Un 219).

132
Gente dei palazzi-fortezza

Dalla Siria e dalla Fenicia venivano fatti arrivare incenso,


mirra, cinnamomo e cardamomo.
Ecco il testo di tre documenti contabili, che sulle cono­
scenze e la tecnica della profumeria sono più eloquenti di
tutti i vasi trovati dagli archeologi.
Pilo, frammento 1184: «Kokalos ha fornito a Eumedès
la seguente quantità di olio d ’oliva: 18 misure grandi [di
39 litri?] per unguenti. Ricevuti dalla profumeria: 38 vasi
portaprofumi».
Pilo, tavoletta Un 267: «Questo è quanto Alxoitas ha
dato a Thyeste, il bollitore di unguenti, come ingredienti
per un profumo: 6 misure di coriandolo, 6 di cipero, 16
mazzi di iris, 2 misure e mezza di bacche aromatiche [di gi­
nepro?], 20 misure di vino, 2 di miele, 2 mazzi di finocchio,
2 misure di agresto [?]».
E noto che presso i Romani lo zafferano, l’acoro (calamo
aromatico) o giunco odoroso, il miele e il vino erano talvol­
ta usati per fare profumi alla rosa.
Pilo, tavoletta Un 249: «Consegnati a Philaios, profumie­
re della sovrana: 2 misure e mezza di cipero, 2 mazzi di fi-
nocchio, 10 di iris, [2 misure?] e 6/10 di bacche aromatiche».
Se già allora dal vino delle isole a elevato tasso alcolico
veniva tratta l’acquavite, il procedimento di distillazione
doveva essere assai simile a quello con cui oggi si ottengono
le acque di colonia.
Nel Peloponneso e a Creta, nelle regioni di Apokorana
e di Ierapetra per esempio, le contadine, eredi dei segreti
degli antichi profumieri, fanno bollire le foglie e le bacche
dell’alloro (Laurus nobilis L .) e ne estraggono un olio dal
profumo amaro che, cosparso sui capelli, li rende meravi­
gliosamente soffici e li rinvigorisce durevolmente. Io sono

133
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

convinto che un aggettivo molto usato nei poemi omerici,


euplokamos, «dalle belle chiome», non si possa spiegare se
non ipotizzando che all’epoca micenea fosse noto e diffuso
un rimedio analogo.
Anche un altro aggettivo greco, a prima vista un po’ mi­
sterioso, si può capire collegando alcuni fatti: si tratta di
rhododaktylos, «dalle rosee dita». A partire dal X V I secolo
a.C., a Santorini le Ninfe erano raffigurate con le unghie
dipinte di rosa: le donne usavano un fard rosso, fatto con
un colorante estratto dall’alcanna (Alkanna tinctorid). E
potrebbe non essere tanto lontano dal vero supporre che
Tieste, il sovrano maledetto di Micene, padre dell’usurpa-
tore Egisto, fosse proprio un fabbricante di profumi, un
bollitore di unguenti. Verrebbe da pensare che il simbolo
di questa civiltà non dovrebbero essere i leoni (o, secondo
alcuni, le leonesse) che adornano il timpano della porta di
Micene, m a gli oleandri che crescono fitti lì attorno: dolci
alla vista e all’odorato, ma invasivi e un po’ velenosi.

A ltri artigiani

Tutti i lavoratori specializzati in qualche attività artigianale


vivevano raggruppati nello stesso quartiere, ammucchiati
con la famiglia e gli schiavi in poche stanzette, attigue alla
bottega o al forno. Il mestiere passava di padre in figlio:
infatti vi sono famiglie intere di artigiani, come quella di
Phereklos, costruttore navale, figlio di Tekton, carpentiere,
e nipote di Harmon, aggiustatore. E comprensibile che le
attività che facevano uso del fuoco fossero insediate rela­
tivamente lontano dal centro delle cittadelle: il quartiere

134
Gente dei palazzi-fortezza

del Ceramico ad Atene, con i vasai, i fabbri, i fonditori, i


follatori e i profumieri, non ha mai avuto niente da spartire
con lAcropoli, quartiere dei templi, dei palazzi e delle loro
dipendenze. Anche i conciatori, i cuoiai, gli armaioli che
confezionavano casacche di lino e scudi di cuoio, i carrado­
ri, i cordai, i fabbricanti di reti, ben rappresentati nei testi
d ’epoca micenea, avevano tutti bisogno di acqua, di spazio
e di materie prime e tutto ciò li portava a preferire luoghi
lontani dall’acropoli. Tanto che nelle viuzze tortuose dei
sobborghi delle cittadelle, tra una folla di facchini, schiavi,
bambini, asini e muli carichi di merci, si incontravano qua­
si soltanto famiglie di lavoratori e di capimastri al servizio
dei re e degli dei.
Però anche all’ombra del palazzo viveva una folla di
artigiani, uomini e donne, indigeni o stranieri, insediati
a vita o solo di passaggio, schiavi dei templi o dei nobi­
li, cantori itineranti, guaritori, indovini, araldi convocati
o inviati dai ricchi. Negli archivi scoperti si trova qualche
Plouteus, «il Ricco», che comanda a un gran numero di
tessitrici, confezionatrici e sarte. Per i ricchi faticano molti
fabbricanti di articoli di lusso: calzolai, falegnami, ebani­
sti, sellai, intagliatori d ’avorio, gioiellieri e incisori di sigilli,
orafi, smaltatori, coltellinai, artigiani dell’osso e del corno,
liutai, fabbricanti di archi... A loro volta i templi, possessori
di grandi proprietà terriere e di enormi ricchezze, hanno
propri guardiani di porte, panettieri, sacrestani, coppieri,
archivisti, schiavi e talvolta, come a Cipro, Citerà o Corin­
to, prostitute sacre.
A lungo sono state cercate le cause che hanno portato al­
la ricchezza questi potenti coperti d ’oro e di gioielli, sepolti
con una quantità prodigiosa di vasellame e di abiti, oppure,

135
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

per esprimersi più sinteticamente, a lungo si è cercata qua­


le fosse la base economica della civiltà micenea alla vigilia
della catastrofe. Le tavolette contabili ci consentono di dare
una possibile risposta: la ricchezza dei signori della Grecia
dipendeva in gran parte dal commercio dei tessuti, degli
olii grezzi o profumati, dei vini inebrianti, dalla tratta e
dallo sfruttamento degli schiavi.

I F A B B R IC A N T I D I T E S S U T I

Yale la pena di soffermarsi su tre tipi di documenti riguar­


danti la fabbricazione delle stoffe, l’arredamento e l’ammi-
nistrazione. Poiché i fabbricanti di tessuti avevano a che
fare con l’abbigliamento dei vivi e dei defunti, la velatu­
ra e l’attrezzatura delle navi, la confezione delle corazze,
le tappezzerie, la biancheria da letto, la fabbricazione dei
formaggi, la caccia, la medicina eccetera, è comprensibile
che fossero rigidamente controllati dai signori dei palazzi
o dei templi.
Sei ideogrammi raffigurano rispettivamente: matas­
se; drappi o pezzi rettangolari di tessuto (pawea, in greco
pharea) formati da una a cinque altezze di tessuto cuci­
te insieme; abiti (weano, in greco heanos)\ tuniche corte;
scialli o stoffe screziate; tappeti. L’ideogramma del drappo
è accompagnato a sua volta da sette determinativi o segni
sillabici - K E , KU, PA, PU, T E , W E, Z O - indicanti la
materia, lo stile o l’appretto del tessuto, per esempio grez­
zo, tinto o decatizzato. A volte ci sono anche degli aggetti­
vi che specificano l’origine, il destinatario, le guarnizioni,
il colore. Infatti, se il sovrano è vestito di rosso, le persone

136
Gente dei palazzi-fortezza

del seguito (eqeta) e gli ospiti reali devono vestire di bianco


o di abiti multicolori.
Nella fabbricazione dei tessuti per il re lavorava un elevato
numero di donne, libere e schiave, con i loro bambini, pagate
con razioni di farina e di fichi. I testi ci fanno intravedere le
cardatrici, pekitirya , mentre pettinano la lana grezza nei pic­
coli cortili; le filatrici, arakateya, e, tra loro, quelle specializ­
zate nella filatura del lino; le tessitrici, iteya, che lavorano su
un telaio verticale, cantando, come Calipso, nel fondo di una
stanza fresca e un po’ buia; le confezionatrici, aketiriya-, le tes­
sitrici di tappeti, tepeya-, le cucitrici, rapitirya, sedute a gruppi
per terra in vere e proprie fabbrichette, mentre si affrettano a
terminare commesse di trenta-quaranta drappi, decine di abi­
ti con o senza guarnizioni, con o senza maniche. Chiacchiera­
no e cercano di evitare i rimproveri della sorvegliante, poiché
ciascuna ha avuto un penso, tarasiya, che consiste nel cucire
una determinata quantità di tessuto in un tempo fissato.3
E molto interessante che la dea più importante delle
acropoli micenee, Atena, fosse una filatrice e che il suo ani­
male preferito, la civetta, sia un uccello tessitore.
A Cnosso certe stoffe erano accompagnate da indicazio­
ni di peso; erano anche unità di valore. L’essenziale era fare
il miglior lavoro possibile il più velocemente possibile. Sem­
bra superfluo ricordare che il tempo non aveva importanza
e neppure la mortalità infantile. Chi abbia visto lavorare,
ancora ai nostri giorni, le giovani tessitrici di tappeti in
qualche paese del Vicino o del Medio Oriente capirà subito
che cosa ho inteso dire.

3 Penso dal latino pensum, cioè la quantità di lana pesata che una schiava
doveva filare in un giorno [N. d. T.\.

137
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

G L I E B A N IS T I

Gli ebanisti e gli intarsiatori sembrano maggiormente favo­


riti, non solo perché sono decoratori altamente specializzati
che vengono fatti venire, come Ikmalios, da Cipro oppure
dalle città siriane o fenicie, m a anche perché vengono loro
affidati legni e metalli preziosi. I motivi decorativi, come
gli artisti e come gli ospiti, passano da un paese all’altro.
Una lunga tradizione che risale ai laboratori sumeri e ba­
bilonesi ha insegnato agli ebanisti a tagliare, levigare e unire
con tenoni e mortase le piccole assicelle di cedro, di ebano,
di tuia, di carrubo, a scavarle e incollarvi sopra osso, avo­
rio, madreperla oppure piccole lamine di elettro, d ’argento
o d ’oro, formando così piacevoli disegni sul fondo scuro del
mobile. A volte gli oggetti venivano decorati con incrosta­
zioni di pietre preziose oppure, in apposite scanalature rese
inattaccabili dal fuoco, veniva versata una pasta di vetro bol­
lente, kuwano, di un turchese più o meno intenso a seconda
della quantità di polvere di malachite o di azzurrite usata.
Nei laboratori degli ebanisti ristagnava un forte sentore
di colla di pesce, di bitume, di pece, di vernice. Com e gli
intarsiatori che lavorarono agli appartamenti di Tutankha-
men, dei principi ittiti di Alalakh sull’Oronte o di Nuzi,
essi facevano pannelli murali, mobili, cofani che secoli e
secoli più tardi gli archeologi avrebbero trovato ridotti in
mille frammenti nelle tombe o tra i resti dei palazzi.
Spesso non è facile rendere il significato dei documenti
d ’archivio di Micene, Pilo o Cnosso, che riguardano un
lavoro così minuzioso e nello stesso tempo così vario. I più
importanti sono quelli che parlano delle tavole basse con
gambe pieghevoli e dei seggi con annessi poggiapiedi. Solo

138
Gente dei palazzi-fortezza

i potenti e gli dei avevano diritto al cosiddetto «trono» o al


letto di parata, Il termine generale con cui sono designati i
falegnami è toronowoko, «fabbricanti di troni».
Tra i tanti, citiamo due inventari dettagliati del palaz­
zo di Pilo: «Un tavolo [di cedro?], semicircolare, intarsiato
d ’avorio, con rappresentazioni di spade ed elmi sul bordo;
un tavolo [di cedro?], circolare, a nove pannelli, con piedi e
sostegno in avorio, bordato da una spirale» (Pilo, Ta 642);
«Un seggio d ’ebano con applicazioni d ’oro in forma di uc­
celli e un poggiapiedi intarsiato con spade in avorio; un
seggio d ’ebano con applicazioni in avorio, rappresentanti
sul bordo due animali selvaggi, una figura umana e delle
giovenche; un poggiapiedi d ’ebano decorato con spade in
avorio» (Pilo, Ta 707).
I legni pregiati, l’avorio, le pietre dure venivano proba­
bilmente dalla Siria e dall’A sia Minore. Se l’artigiano era
un artista, il suo lavoro ne guadagnava in valore e, dopo la
sua morte, sarebbe stato attribuito a qualche eroe o perfino
a un dio.

G L I IN T A G L IA T O R I D ’A V O R IO

L’artigiano che lavora l’avorio ha sul suo banco di lavoro,


ben illuminato, sette attrezzi di bronzo: una piccola sega,
tre bulini di cui uno a lama curva, una lima, una specie di
raspa di forma cilindrica, una punta di trapano ad archetto.
Come raschietto usa una scheggia di ossidiana, una lava
vetrosa che viene da M ilo o da Giali. La materia prima,
l’avorio verde, bianco o giallo, è importato soprattutto dalla
Siria: mandrie di elefanti vissero sulle rive dell’Oronte fi­

139
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

no airV III secolo a.C. Poteva inoltre provenire dall’Egitto


(elefanti e ippopotami) o, accontentandosi delle zanne di
cinghiale, dalla Grecia stessa.
Nella zanna di erepa, elephas in greco, co n ia sega veniva
tagliato un cilindro, la cui sezione era così perfetta che lo
si sarebbe potuto prendere per un metallo. Sulla superfi­
cie esterna veniva eseguita una scultura, ad esempio una
scena con un toro selvatico che travolge un cacciatore in
un paesaggio di foresta. Poi veniva scavata la parte inter­
na della base per incassarvi, usando tenoni e mortase, un
fondo circolare, mentre un coperchio cesellato veniva adat­
tato in una scanalatura della parte superiore. Su richiesta
del cliente, l’oggetto veniva lasciato per una mezza giornata
immerso nell’aceto o neH’allume; poi poteva essere tinto
di porpora o anche rivestito di una foglia d ’oro. General­
mente, veniva più semplicemente levigato, prima con sab­
bia finissima, poi con polvere di pietra pomice, per togliere
le più piccole imperfezioni e infine veniva lucidato a lungo
con un tampone coperto di gesso.
I soggetti erano tratti dal bestiario e dall’erbario del pa­
ese d ’origine dell’artigiano-artista, ma, verso il 1250, anche
da repertori di Mileto, Sidone o Cipro, dove cerano labora­
tori di notevole rinomanza: sfingi affrontate, lotte di leoni
e di grifoni, leoni che uccidevano tori o uomini. Qualche
tempo dopo, le statuette in avorio di guerrieri micenei furo­
no imitate perfino dagli artisti di Siria e di Palestina.
Rimane da spiegare il motivo per cui l’avorio era così
ricercato in quel periodo. Per i Greci, più che un prodotto
di lusso era un materiale sensibile, fresco, benefico, quello
che maggiormente dava l’idea della carne stessa degli dei:
splendente alla luce e ferito dall’ombra, di grana finissima

140
Gente dei palazzi-fortezza

e nello stesso tempo percorso da una ragnatela di venature


quasi indistruttibile, l’avorio, come l’oro, era fatto per scol­
pire le statue degli dei. Si pensi alla testa d ’avorio cinta da
un diadema, trovata in un santuario dell’acropoli di Mice­
ne, probabilmente della dea Rea, con i suoi grandi occhi di
giovenca e le labbra sottili. E di Pelope,4 l’eroe resuscitato
dalla morte, non si dice forse che avesse una spalla d ’avorio
e che il possesso di quella reliquia avrebbe consentito di
conquistare Troia? o che le dee e le donne più belle «han­
no bianche le braccia», «più bianche dell’avorio» (Odissea,
V ili, v. 196)?

Gioielli

Le nobili signore, in corsetto e larghissimi pantaloni or­


nati di falpalà, ma anche gli uomini in perizoma o con la
tunica se ne andavano in giro carichi di gioielli: sui capel­
li, alle orecchie, intorno al collo, ai polsi, alle dita. Fibbie,
spille, bottoni a forma di rosetta chiudono scialli e abiti.
Le pettinature a ciocche sciolte o a treccia vengono ornate
con pettini, fiocchi, diademi, lunghi spilloni per capelli.
Inoltre, ciascuno ha il suo sigillo, di calcedonio, d ’agata o
di cristallo: è una specie di doppio e anche un talismano,
perché le scene di vittoria che vi sono rappresentate hanno
un valore simbolico.

4 Pelope, figlio del re di Lidia Tantalo, fu ucciso e cucinato per un banchet­


to a cui partecipavano gli dei delFO lim po dal suo stesso padre che voleva
mettere alla prova l’onniscienza divina. Solo Demetra, distratta, ne mangiò
un pezzo (che risultò essere la spalla). In seguito gli dei restituirono la vita
al bambino e Dem etra gli donò una spalla d ’avorio [N.d.T].

141
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Agli orafi e agli incisori dei palazzi non mancavano dun­


que né clienti né lavoro, ma gli artigiani che ricevevano più
ordini erano quelli che lavoravano l’avorio. Essi non si limi­
tavano a incidere o a scolpire a bassorilievo le decorazioni
con cui i falegnami avrebbero ornato le sponde dei carri,
letti e tavoli, seggi e cassapanche, scrigni e poggiapiedi, e
quei cofanetti che venivano abitualmente donati agli ospiti
al momento della partenza. Spesso, sotto le loro abili dita
l’avorio si trasformava in intagli, gioielli, amuleti, preziosi
manici di specchio, tavolini da gioco completi di pedoni,
dadi e astragali, scatole rotonde, statuette, teste e arti da at­
taccare o unire per mezzo di perni alle grandi statue dorate.

I pittori

Nel cuore del palazzo, in fondo a un cortile, oltre un porti­


co, al di là di un’anticamera e poi di una porta a due batten­
ti, si apriva una grande sala quadrata con il soffitto sorretto
da quattro colonne. Al centro un focolare intorno al quale
si prendevano i pasti, si tenevano banchetti seguiti da canti
e narrazioni, e ricevimenti: era il mègaton.
Ogni tanto, un’équipe di decoratori con i loro aiuti veni­
va chiamata a rifare o rinfrescare le pitture sulle pareti, che
non sarebbe esatto definire affreschi, poiché erano eseguite
con una tecnica diversa. Sulla superficie del muro che dava
all’interno, i muratori avevano applicato una specie di in­
tonaco fatto di argilla giallastra e paglia pressata, su cui gli
stuccatori avevano steso due o tre strati di stucco, sottili e
regolari, l’ultimo dei quali era stato levigato accuratamente
con un lisciatoio di marmo e, in certi punti, con l’unghia

142
Gente dei palazzi-fortezza

fino a eliminare qualsiasi imperfezione. Poi la parete era


stata lasciata asciugare per un mese, finché lo stucco era
seccato e indurito.
I pittori, kirisewe, dipingevano usando una tecnica che
oggi si chiama «a fresco secco»: con una spugna inumidiva­
no leggermente, sezione per sezione, la superficie da decora­
re e poi la imbiancavano col pennello e col calamo. Usavano
colori di origine organica e minerale, semplicemente tritura­
ti e diluiti in un latte di calce molto chiaro. Il nero era fatto
con inchiostro di seppia, oppure con polvere di ossa carbo­
nizzate o con nerofumo; dall’ocra facevano il giallo e, bru­
ciandolo, ottenevano sfumature dal bruno al rosso; il rosso
in quasi tutte le tonalità, dal rosa al cremisi, era fatto con
l’emàtitè; il cinabro dava il vermiglio; il blu e il verde erano
polvere di azzurrite é di malachite (i due carbonati di rame
che abbiamo già incontrato usati nella fabbricazione della
pasta di vetro, e che i falsari o i profani si ostinano a chia­
mare lapislazzuli), smalto, vetro azzurro o niello; il marrone
più o meno scuro era semplicemente terra ricca di ferro e di
manganese. E probabile, ma non documentato, che i pittori
più esperti avessero notato le virtù coloranti dei composti
del cobalto e del cromo, due minerali piuttosto diffusi in
molte miniere di Creta. Comunque facevano sicuramente
molti esperimenti, mescolando nelle loro ciotole vari colori.
Prima di stendere i colori, il maestro tracciava con una
punta sottile le linee generali del disegno: le linee rette, aiu­
tandosi con un filo teso o con una barretta, i cerchi con un
compasso. Poi col calamo eseguiva uno schizzo delle figure
in tonalità chiarissime, rosa o giallo pallido. A questo punto
decideva il colore del fondo, cosa che gli consentiva di deline­
are con precisione crescente i vari personaggi. Se il fondo era

143
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

chiaro, blu giallo o verde, gli abiti e gli incarnati dovevano


essere scuri; all’inverso, se il fondo era rosso vivo, indaco o
marrone, le piante, gli animali e i personaggi dovevano es­
sere chiari per risaltare. Se l’artista decideva di tenere il fon­
do grezzo, del colore biancastro della calce, allora faceva lo
schizzo con un tratto deciso e dava rilievo ai particolari usan­
do colori pieni. In ogni caso, niente ombreggiature e grande
nettezza di linee e di contorni. Talvolta linee sinuose che raf­
figuravano in maniera stilizzata il mare, le rocce, le nuvole.
Alcune ripetizioni, alcuni vuoti. Figure dai volti di profilo
con un occhio visto di fronte su torsi posti di tre quarti.
Si trattava di modi derivati in parte dall’Egitto, in parte
dall’arte cretese minoica, ripetuti senza alcun desiderio di
innovazione. Peculiare dei pittori micenei era soltanto la
rapidità dell’esecuzione per piccole fasce successive, sistema
che spiega le disomogeneità di tono e di intensità dei colori,
e un effetto di ondulazione, in senso sia verticale sia oriz­
zontale. Era quindi piuttosto raro che nascessero dei capo­
lavori, ma l’artista che ha disegnato e dipinto la «Parigina di
Micene» - nome che fu dato alla dea troneggiarne nella sua
nicchia scoperta nel 1970 - ha fatto il ritratto di una perso­
na vera. Si resta commossi di fronte alla bellezza della scura
capigliatura adorna di nastri, alla grazia dei movimenti e
del viso pieno su cui il tempo ha già lasciato il suo segno
disegnando un accenno di doppio mento.

/ fu n zion ari am m inistrativi e i contabili

Si parla spesso del lavoro e della classe o casta degli scri­


bi. M a nessuna delle circa quattromila tavolette d ’argil­

144
Gente dei palazzi-fortezza

la che conosciamo, e che perlopiù sono solo brogliacci o


note provvisorie, riporta il loro nome. Perfino il concetto
sembra essere stato del tutto estraneo alla civiltà micenea.
Com e nella Cina antica, anche nella Grecia degli Achei
chiunque sapesse scrivere, fosse pure uno straniero, ave­
va un posto importante nell’amministrazione dei palazzi
e dei templi: tutti i funzionari di grado elevato dovevano
conoscere la scrittura. I conti e i rapporti annuali veniva­
no redatti su materiali deperibili: tela di lino, pergamena,
fibre o scorze vegetali.
Al controllo dell’entrata e dell’uscita di viveri e di pro­
dotti grezzi o lavorati erano preposti dieci, forse anche do­
dici funzionari, che compilavano anche gli inventari delle
scuderie, dei magazzini delle attrezzature e dei depositi di
viveri, tenevano la contabilità dei crediti e dei debiti, stabi­
livano il ruolo e la base imponibile dei tributi, procedevano
al censimento della popolazione e dei capi di bestiame, as­
segnavano il lavoro agli operai, uomini e donne, e si fami­
liarizzavano con il complesso sistema delle unità di misura
e di peso. Si ritiene siano stati identificati non meno di qua­
ranta «uffici» differenti, esistenti nel solo palazzo di Cnosso
attorno al 1300 a.C.
In realtà, dai documenti contabili in nostro possesso si
deduce che le funzioni erano estremamente specializzate.
C ’era un funzionario preposto ai fichi (<opisuko), uno pre­
posto ai prodotti della terra o ai cereali (iopikapeeu), un in­
tendente del miele {meridumd), un magazziniere (opiteuke-
eu), uno preposto ai prodotti misti (m ikata ), un misuratore
(;mezana), uno preposto alle armi (etowoko), un guardiano
delle pelli sacre (? dipteraporo, letteralmente portacuoio o
casacca), uno preposto all’accensione del fuoco (pukawo)

145
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

con numerosi aggiunti, un sottointendente ( poroduma). Di


grado superiore a questi, e che quasi sicuramente sapevano
leggere e scrivere dal momento che ricevevano e trasmet­
tevano ordini scritti, un curatore (korete) e un procuratore
( porokoreté)-, infine, nelle province, un intendente regionale
(atomo) e un amministratore regionale (damokoro).
E chiaro che gli ultimi funzionari citati (qasirewiyote) si
distinguevano dagli altri per le insegne e la magnificenza
dell’abito, per l’elevato tenore di vita, perfino per il tipo di
alimentazione. A ll’amministratore regionale, per esempio,
venivano assegnati dei maiali; i curatori e i procuratori, nei
periodi in cui il sovrano aveva urgente necessità di metalli
o di lino, godevano di una riduzione dei tributi.
Alcuni impiegati, le cui funzioni non ci sono chiare, go­
devano del diritto di esentare da alcune imposte i loro am­
ministrati. Come avviene nel caso di un esareu, probabil­
mente un reggitore, di nome Keupodas, che esonera alcune
comunità a sud-ovest di Pilo dal versamento del tributo in
lino o in manufatti di lino, oppure di un wateu, forse un
funzionario del fisco preposto all’esazione dei canoni d ’af­
fitto agricoli.
Vi sono poi i funzionari mobili, come Yakero (in greco
angelos), messaggero oppure incaricato di missione, o il ka-
ruka, l’araldo sacro. M a che dire del padeu, del padeweu,
del padayeu e di molti altri il cui nome compare una o due
volte? In mancanza di dati ulteriori, si possono interpretare
come nomi propri, come è stato fatto da alcuni studiosi,
ma probabilmente erano, come gli amotere e gli ereutere,
commissari, ispettori, procuratori o esattori.
La massa di documenti che tutti questi impiegati produ­
cevano può dare l’impressione di un popolo sottomesso a un

146
Gente dei palazzi-fortezza

controllo poliziesco quasi ossessivo, che sembrerebbe quasi


ispirato dal timore di essere colti in fallo: tutto infatti era
contato, registrato, controllato, rivendicato. Quanto è giunto
fino a noi è stato passato al vaglio dei sistemi scientifici mo­
derni, che hanno messo in luce qua e là inesattezze, errori
di calcolo o improprietà di linguaggio, insomma debolezze
umane, e tuttavia non si può non rimanere stupiti e ammi­
rati di fronte alle cose straordinarie che sapevano fare. Ad
esempio, su un gregge di oltre centomila capi, gli statistici
dell’età del bronzo conoscevano, con uno scarto al massimo
di 1 unità, il numero degli animali da tosare, da castrare, da
isolare o da abbattere, il numero dei capi andati perduti e
perfino il nome dei pastori di ogni villaggio. Erano capaci di
distribuire una tonnellata di bronzo fra tutti i fabbri, più di
cinquecento, indicando per ciascuno il nome, il numero de­
gli aiutanti, degli apprendisti e degli schiavi e, se necessario,
un eventuale secondo mestiere e la provenienza.
Avevano inventato un complesso di regole per calcolare i
tributi, dosomo, da far impallidire un computer. Si veda per
esempio la ripartizione della fornitura di equipaggiamenti
militari, che non sembra di carattere straordinario dal mo­
mento che è identica a Creta e nel Peloponneso: «Ogni di­
stretto con un numero di contribuenti arrotondato al cen­
tinaio, fornirà l’I per cento di detto numero in piastre per
corazze; l’ l,5 per cento in finimenti per cavalli o bardature
in cuoio per soldati; il 2 per cento in pelli di bue; il 2 per
cento in corni per la fabbricazione di archi; il 2,5 per cento
in casacche di lana; il 5 per cento in tuniche; il 5 per cento
in unità di tela di lino» (Pilo, serie degli archivi Ma; Cnos-
so, serie Me). E dai totali si ricava che a Pilo cerano 11.500
contribuenti e a Cnosso 15.400.

147
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Quando un funzionario viene sostituito, il suo successo­


re rifa i conti: «Inventario compilato da Phygebris quando il
re ha nominato Augias amministratore regionale: un acqua­
manile [brocca lavamani] di tipo reale, decorato con bucrani
e conchiglie; un acquamanile di tipo signorile decorato con
cornacchie marine; un acquamanile di tipo reale, decorato
con donne e bucrani, e provvisto di una spirale» (Pilo, Ta 711).
Sembra che i funzionari amministrativi abbiano previ­
sto tutto, perfino che i nemici o i sudditi ribelli avrebbero
bruciato la loro documentazione. Il fuoco, infatti, cuocen­
do le tavolette di argilla cruda, le ha fatte indurire, renden­
dole così imperiture.

I dignitari

Gli autori di pitture murali, sempre anonimi, hanno spes­


so raffigurato processioni di dignitari e più spesso ancora
grandi scene di caccia. In una pittura di Tirinto si vede un
enorme cinghiale in corsa sfrenata incalzato da una muta
di molossi, mentre a Pilo un cacciatore, vestito di una bre­
ve tunica, brandisce un giavellotto su un daino maculato.
La caccia era sicuramente una delle occupazioni preferite
dei grandi signori. M a chi sono questi signori? Molti docu­
menti di Pilo (Er 312, Un 219 e 718) lasciano capire che il
re e la sua famiglia avevano, addetti al loro servizio, molti
signori, divisi in tre «case», con a capo un personaggio chia­
mato ekeryawo[n].
Si potrebbe ipotizzare che un certo numero di feudatari,
titolari di una carica e proprietari di terre, i tereta o baroni,
costituissero la casa civile; alcuni collegi sacri, worokiyone,

148
Gente dei palazzi-fortezza

la casa religiosa e infine gli ufficiali, di almeno quattro gra­


di, la casa militare.
Questo tipo di organizzazione presenta molte analogie
con il sistema feudale ed è fondato sulla concessione di ter­
re, di cariche e di privilegi da un lato, cui corrispondono
l’omaggio, i tributi e le prestazioni di servizi dall’altro. Non
sembra quindi del tutto immotivato tradurre i termini uffi­
ciali degli archivi micenei con i titoli della gerarchia feudale
europea: wanaka, il re; rawaketa, il duca; ekeryawo[n], il
governatore (o il principe?); eqeta, il conte; tereta, il barone;
qasireu, il signorotto locale; moroqa, il libero fittavolo; koto-
nowoko, il colono o cleruco; kamaeu, il mezzadro; onate[r],
il fattore; Boero, il servo.
Nel «maniero» di Ulisse i pretendenti (i Proci) si davano
ai bagordi, m a facevano due errori: confondevano il domi­
nio reale, wanakatero temeno, con il proprio e i grassi maiali
del sovrano assente con la selvaggina che essi avrebbero do­
vuto cacciare. Invece gli aedi, i narratori di storie, i mendi­
canti che frequentavano la corte, loro non si erano sbagliati.

M a chi governa?

Apparentemente, verso il 1250 a.C. cerano dovunque delle


monarchie teocratiche. Dei principi della mitologia - Era-
cle, Bellerofonte, Meleagro, Giasone, Teseo, Atreo, Achille,
Diomede... - neppure uno che non si proclamasse figlio o
discendente di qualche divinità e «pupillo» di Zeus. N ell’e­
poca classica, wanax si è modificato in artax, l’appellativo
particolare del dio, e Agamennone è solo uno dei sopran­
nomi di Zeus. E più che probabile che tutti quei re, come i

149
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

loro colleghi in Asia Minore e in Egitto, cercassero di farsi


credere degli dei viventi, anche se talvolta erano costretti a
riconoscere di non possedere il fulmine e che l’usurpazione e
la conquista con le armi fornivano titoli e potere pari ai loro.
M a chi governava davvero nei palazzi micenei? Forse co­
lui che quattro tavolette di Pilo chiamano ekeryaworr, che
in una assegnazione di incenso e profumi è in cima all’e­
lenco, prima del re, dei duchi e di molti altri dignitari (Un
219); che è in cima all’elenco dei donatori al santuario di
Poseidone, prima di coloro che rappresentano la comunità,
prima dei duchi e dei collegi religiosi (Un 718)? Si ha l’im­
pressione che questo ricco capo, il cui nome ha ancora un
significato incerto («colui che tiene o che detiene...»?), eser­
citi le funzioni di un prefetto di palazzo, di un gran visir,
di un cancelliere, e spesso si sostituisca al re.
E probabile che il rawaketa, che in greco diventa la[wa\
getas, o capo del popolo in armi, signore di un grande
dominio e di numeroso personale, soppianti talvolta sia
il re sia Yekerpawon, come quasi sempre hanno cercato
di fare i generali vincitori, insoddisfatti o semplicemen­
te ambiziosi. A Tirinto, il re in carica si faceva chiamare
Euristeo: l’eroe Eracle, suo «cugino», non tardò molto a
detronizzarlo. La stessa disavventura capitò ai sovrani di
Tebe, di Argo, di Corinto, di Micene. Nelle false monar­
chie è insito un germe di distruzione; l’incendio dei pa­
lazzi si spiega più facilmente con la guerra civile che con
qualsiasi altra guerra.
E noto che, nell’epoca arcaica, in quasi tutte le città gre­
che cerano due famiglie reali: eredità di un sistema indo­
europeo —il re-sacerdote e il re-amministratore della giusti­
zia - o forse residuo di conflitti risalenti all’epoca micenea?

150
Gente dei palazzi-fortezza

Indovini e guaritori

A volte sembra che il potere di governo non fosse nelle ma­


ni né del re, né del governatore, né del duca, che pure aveva
il comando militare, ma della casta sacerdotale o di qualche
indovino.
Conosciamo l’enórme spazio che nella contabilità mi­
cenea occupava il clero - sacerdoti e sacerdotesse isolati,
collegi sacri o confraternite, schiavi sacri, custodi dei tem­
pli, cerimonieri, veggenti - sia come proprietario di domini
immensi, sia come usufruttuario delle offerte di tutto un
popolo, sia come produttore di beni tramite il lavoro altrui.
A Pilo, Eritha, sacerdotessa della grande dea, si lamenta con
il consiglio della comunità e sostiene che il terreno in que­
stione appartiene alla divinità e di conseguenza a lei, in
pieno e autentico godimento.5
Affiancavano la sacerdotessa due personaggi chiamati
wetereu e opetereu, cioè, secondo gli etimologisti, un aruspi­
ce e un indovino. Fino alla disfatta finale degli Ateniesi in
Sicilia, nel 413 a.C., gli indovini giocano un ruolo decisivo
nel governo dello stato e nella guida degli eserciti.
I Micenei, convinti come i loro predecessori del carattere
aleatorio di ogni impresa, cercavano di conoscere e di vol­
gere a proprio favore la volontà degli dei osservando il volo
degli uccelli e delle api, i fremiti delle carni delle vittime, il
modo in cui dei sassolini (o ossicini o bastoncini) lanciati
in aria ricadevano a terra. Per loro un buon indovino era

5 Si veda, nel capitolo IV, il paragrafo «Regime fondiario», dove viene


riportato il testo della tavoletta che registra la pretesa della sacerdotessa
[N.d.T].

151
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

quello che non si limitava a predire il futuro ma, secondo


la formula omerica, conosceva il presente e il passato, come
Calcante, Tiresia, Cassandra o Manto.
Così, l’uomo che decide la partenza della flotta schierata
davanti al porto di Aulide non è né Agamennone né Mene­
lao, i due re «fratelli», né i sovrani loro vassalli, m a un sem­
plice indovino. Tiresia a Tebe è più potente di Edipo e di
Creonte. Anfiarao, l’indovino di Argo, guida l’esercito dei
Sette contro Tebe prima di diventare una specie di spettro
taumaturgo.
Per quanto riguarda i guaritori, non affrontiamo qui il
caso dei medici micenei riuniti in confraternite come quella
degli Asclepiadi di Trikka o quella dei Centauri sul monte
Pelio. Rileviamo che già a Pilo (tavoletta Eg 146) un uomo
è designato come iate, cioè guaritore. Quando va nei pa­
lazzi o sui campi di battaglia (come Podaliro o Macaone,
quest’ultimo però non figura sulla tavoletta Jn 658 di Pilo),
il guaritore emette delle diagnosi e fa dei pronostici che un
po’ sono m agia e in gran parte sono frutto di esperienza e
di ragionamento. D all’esame degli scheletri micenei, si sa
che i guaritori praticavano la trapanazione. Secondo la tra­
dizione, facevano uso dei semplici, del bisturi, di impiastri,
di bende, di... incantesimi. Sapevano ridurre le fratture e
rimettere a posto gli arti slogati. Conoscevano le virtù e i
pericoli delle acque termali.
Il confine tra m agia e medicina è incerto, come lo è
quello tra il re e il sacerdote, tra M edea la regina e Medea
la maga.
Notiam o semplicemente che, dopo la rovina di Troia e
di Micene, il gioco è nelle mani di Apollo, dio dei veggenti
e dei guaritori.

152
Gente dei palazzi-fortezza

Teocrazia

M a non è la prima volta che la divinità regge le fila del


gioco, e sembra più realistico parlare di un ritorno. Infat­
ti, nei secoli dell’epoca micenea, la società urbana aveva
assistito a una sempre maggiore concentrazione del potere
nelle m ani di pochi uomini di guerra, essenzialmente dei
conquistatori, non nelle m ani del clero. Nelle città con­
quistate, i guerrieri avevano legato a sé preti e sacerdotes­
se, da loro avevano ottenuto la legittimazione del proprio
potere sovrano, e successivamente, per gradi, tramite pro­
pri funzionari o dignitari, avevano assunto il controllo dei
beni del clero.
In quello che è stato chiamato il Piccolo Palazzo di
Cnosso risiedeva il re Idomeneo, m a un sentiero lastricato
collegava l’edificio e la sua cappella privata al grande san­
tuario chiamato impropriamente Palazzo di Minosse. Il
fatto che tra i due edifici si trovasse un deposito di armi
e carri da combattimento, che la contabilità non facesse
quasi distinzione tra l’amministrazione dei signori, curato­
ri, controllori, ispettori, intendenti ecc. e quella del clero,
tutto fa pensare che il re, più o meno divinizzato, aveva
finito per impadronirsi delle rendite che un tempo apparte­
nevano alle sacerdotesse della dea Rea.
A Zakro, M allia, Festo i grandi santuari erano distrut­
ti, ma ad Atene il re, successore di Eretteo, aveva la sua di­
mora all’interno del tempio di Atena e Poseidone. Q uan­
do, verso il 1220 a.C., i signori di Pilo ebbero bisogno di
bronzo per armare l’esercito, non fecero altro che requisire
gli oggetti in bronzo dei templi, kako nawiyo (Pilo, tavo­
letta Jn 829).

153
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

In breve, i sovrani micenei, re-sacerdoti più che sacer­


doti-re, avevano trasformato i santuari-palazzi in palaz­
zi-santuari.
Il nome di Pilo, letteralmente la città della (Sublime)
Porta, fa pensare alla Porta delle Leonesse attraverso la qua­
le si entrava in Micene, ed è rappresentato da un geroglifico
che forse si deve leggere ma-i-ya, la D ea Madre. Queste
porte d ’accesso così solenni ricordano i propilei o porticati
sacri dei palazzi micenei: il divino precede il profano e gli
sopravvive.
M a che cosa resta di tante ambizioni, di tanti conflitti?
Alcuni nomi e il ricordo di drammi che in ogni epoca han­
no nutrito l’immaginazione dei poeti tragici.
Ciò che avveniva dentro quelle fortificazioni non si po­
trebbe definire come politica: la polis, la città greca, con
la sua piazza pubblica e le discussioni dei cittadini non è
ancora nata, nel paese degli eroi le controversie vengono de­
cise in campi recintati. Egisto e Clitennestra uccidono C as­
sandra, la sacerdotessa, e Agamennone, il re, nella stanza
più nascosta di un palazzo. Un po’ più tardi, i poeti di corte
canteranno, accompagnandosi con la lira a cinque o otto
corde e dal collo di cigno, che il conquistatore della rocca
di Troia è stato ucciso come un bue alla greppia, come un
tonno intrappolato nella rete, come una vittima preparata
per il sacrificio.
In uno stato teocratico, in cui il potere è nelle mani del
figlio di un dio, di volta in volta capo o servo del clero, la
religione penetra dovunque: anche quelle azioni umane che
noi diremmo profane, laiche, indifferenti a motivi religiosi,
si rifanno in realtà a un archetipo, a un modello divino e
sono compiute per piacere, o per non dispiacere, alla po­

154
Gente dei palazzi-fortezza

tenza divina. Talvolta gli uomini dimenticano, o barano, o


giocano a comportarsi come dei: come l’imprudente Issione
che cercò di sedurre la sposa di Zeus, o il folle Salmoneus
che, sul suo carro, imitava il tuono celeste, o il mostruoso
Tantalo che invitò gli dei a un banchetto e servì loro le car­
ni del proprio figlio. Tutti questi miti nascondono in realtà
riti di iniziazione, riti della fertilità, che i metodi compa­
rativi hanno consentito di rintracciare presso altri popoli. I
riti sono più importanti dei miti e questi, la maggior parte
delle volte, non sono altro che spiegazioni successive, meta­
foriche, poetiche dei riti stessi. E d è proprio attraverso i riti
e ancor più attraverso le feste che noi possiamo seguire lo
svolgersi della vita del villaggio nel corso dell’anno.

Culti diversi

Nel mondo miceneo, ogni città differiva dalle altre per


quanto riguarda il culto. Le isole del mar Egeo non pote­
vano sfuggire al loro passato preellenico; non più di Cipro
conficcata come un cuneo in Asia o delle sette isole Io­
ne, colonizzate fin da tempi antichissimi da genti venu­
te dall’Illiria e dall’Epiro. A Creta, per esempio, ancora
nel X III secolo erano considerati oggetti di culto alberi e
rocce sacri, venivano onorate le divinità ctonie, venivano
accesi fuochi sulle cime di certi monti, venivano eseguite
danze estatiche, si ripetevano ritualmente le processioni
di personaggi mascherati, si frequentavano le cappelle pie­
ne di serpenti, di fiori e di colombe, decorate con i sim­
boli della doppia ascia e del doppio corno, tutti elementi
antichissimi.

155
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Ogni paese venerava uno o più dei grandi dei con nomi
e attributi particolari. Pafo si vantava di aver dato i natali
alla dea Afrodite, Lemno al dio Efesto, Atene alla vergine
Atena, Patara e Deio al dio Apollo, Rodi al dio Sole. Stan­
do a quanto afferma lo storico Erodoto {Storie, II, 52), gli
antichi Pelasgi della Grecia centrale offrivano i sacrifici in­
vocando delle divinità prive di nome e di individualità, ma
veneravano in modo speciale il dio dei pastori, Ermes, che
rappresentavano col membro in erezione. Il pantheon del­
la Grecia classica, particolarmente accogliente e tollerante,
metterà insieme tutti questi dei, noti ben prima dell’epoca
omerica e che erano stati assimilati e umanizzati in un arco
di tempo lunghissimo.
Il processo che aveva portato dalla sopravvivenza di og­
getti e luoghi di culto, dalla continuità dei nomi e dei miti
alla formazione di un pantheon composito, in cui i Titani
e i demoni preellenici si mescolavano agli dei olimpici degli
Elleni, si era concluso da molto tempo, prima ancora della
guerra di Troia, come confermano sia l’archeologia sia i te­
sti micenei.
Nella tavoletta Fp 1 di Cnosso è registrata la quantità di
olio d ’oliva che nel mese di Deukios (il mese della Bianca
Signora, Leukothea?) veniva impiegato per le lampade del
tempio, per ungere le statue delle divinità e forse anche co­
me bevanda (per gli dei): «12 litri a Zeus Ditteo, cioè al dio
della Montagna Sacra; 24 litri per il Daidaleion [il Grande
Santuario?]; 12 a Pa[n]dès; 36 a Tutti-gli-dei [di Cnosso];
12 alla [divina] Cacciatrice; 24 a Tutti-gli-dei [del porto]
di Amnisos; 6 a Erinni [la Vendicatrice”, soprannome di
Demetra in Arcadia]; 2 al santuario di Gadas; 8 alla sacer­
dotessa dei Venti; per un totale di 136 litri».

156
Gente dei palazzi-fortezza

Nel mese di Lapathos, cioè dei cacciatori, la dea Pipituna


a Zakynthos [Zacinto] si accontenta di 2 litri d ’olio, ma la
sacerdotessa dei Venti di Aulimos ne riceve 36, quella di
Utanos 18 (tavolette Fp 13 e 14).
Calendari di questo tipo confermano la coesistenza delle
divinità arcaiche e dei grandi dei panellenici, l’importan­
za relativa dei santuari, la varietà degli usi; ci forniscono
nomi, dettagli sulla forma dei vasi usati nei riti (ad esem­
pio: outemi, privo di piede?), sui digiuni, sulle libagioni, ma
soprattutto ci danno preziose informazioni su quanto era
opportuno offrire alle divinità e a un clero esigente: giare di
miele, di vino e d ’olio, profumi in gran quantità, orzo, fichi,
fior di farina. I sacerdoti sono sì golosi, ma sono vegetaria­
ni. Nessuna vittima sanguinolenta viene quindi offerta alla
decina circa di divinità menzionate a Creta, tra cui Athana
Regina, Paiawon - Peone, che significa guaritore, epiteto
del futuro Apollo - , Poseidone, Zeus e Ilizia (o Eleuzia), la
dea che assiste le donne nel parto. Solo la tradizione lette­
raria riporta i due nomi della Cacciatrice che riceveva tutti
i mesi la quantità dovuta di olio: Britomarti (o Britomarpi),
detta la Dolce Vergine nell’Est, Dittinna, la dea della Mon­
tagna Sacra, nell’Ovest, e ci informa anche sull’usanza di
entrare a piedi nudi nel suo santuario. Le pretese figlie di
Minosse - Fedra, Arianna, Acacallide, Senodice - sono dee
divenute donne.
Sappiamo anche che veniva commemorato con una rap­
presentazione pubblica il matrimonio tra il dio supremo
Zeus o Zan e sua sorella, la dea Era o Demetra, imperso­
nati dal re e dalla grande sacerdotessa, e che da esso ebbero
origine le unioni mistiche celebrate mille anni più tardi nei
Misteri greci. Durante una festa detta Teoforia si svolgeva

157
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

una lenta processione di portatori di offerte: vesti, incen­


si, vasi, fiori. Per non trascurarne neppure una, il rituale
menziona le divinità tutte insieme, Tutti-gli-dei. A questo
tipo di cerimonie vanno aggiunti i canti, le-danze, l’ado­
razione delle statue divine, sedute in trono o in piedi, con
le braccia alzate.
Dalle rappresentazioni figurate di Micene si deduce che
città come Tirinto, Orcomeno, Pilo e i centri della Grecia
occidentale dovevano aver adottato molte usanze religiose
di Creta e delle isole: i piccoli templi tripartiti con sedili fissi
e are mobili, le offerte di vasi, rami e fiori, le processioni e le
danze frenetiche, l’uso di lunghe vesti che lasciavano il seno
nudo e tutto un apparato di simboli più o meno ermetici: il
pilastro, le are biconcave, gli scudi a forma di otto, i corni,
le doppie asce e i nastri annodati. Le rappresentazioni di
grifoni, sfingi e belve del deserto deriverebbero dall’Oriente
e dall’Egitto. M a gli scavi archeologici presentano una re­
altà diversa. L’intera cittadella appare, se non proprio come
un luogo di culto, almeno come un luogo sacro, residenza
prediletta delle divinità. A Troia, Apollo in persona difen­
de i bastioni della sua città dagli assalti di Patroclo; Atena
protegge le acropoli achee della vecchia Grecia e delle isole.
Conosciamo il ruolo cerimoniale delle porte decorate da
animali araldici nelle città-fortezza dell’A sia Minore, così
simili a quelle del Peloponneso: erano un’espressione di
potenza, con funzione di sorveglianza e di accesso a uno
spazio temibile. Il semplice passaggio sotto l’architrave sor­
retto da leonesse, sostegno e protezione della colonna della
monarchia, con il gigantesco muro scavato di nicchie pie­
ne di offerte e di doni purificatori, introduce il visitatore
o l’assalitore in un mondo chiuso, proibito. I doppi corni

158
Gente dei palazzi-fortezza

che sormontano la facciata del palazzo a Pilo o a Già, le


Sfingi che sorvegliano l’accesso ai lati delle porte di Te­
be e di Asinè, le are mobili sono tutti segni che indicano
la residenza del re come il più sacro dei luoghi. Non un
tempio m a il vasto mégaron centrale costituisce il santuario
particolare della monarchia: a destra dell’ingresso il trono;
fra le colonne un’ara mobile o una tavola per i sacrifici; al
centro, sotto un’apertura del tetto da cui esce il fumo, un
focolare. In questa stanza vengono fatti i sacrifici e le vitti­
me animali, intere o parti di esse, vengono bruciate coperte
del loro grasso; alle divinità dinastiche e a Estia vengono
offerte libagioni d ’acqua, di latte e di vino, accompagnan­
dole con voti e invocazioni; vengono presentate le primizie
dei raccolti e favi di miele. I pasti, serviti con un’adeguata
organizzazione, sono concepiti come un atto di comunione
della famiglia reale e dei suoi ospiti con le divinità ancestra­
li. Probabilmente, anche nelle case più umili il pasto aveva
lo stesso significato; presso tutte le popolazioni indoeuro­
pee, il capofamiglia era anche il sacerdote del dio o della
dea del focolare.

Le cappelle

Nei palazzi, lontano dal mégaron, cerano delle cappelle,


piccoli santuari o oratori, dedicate a culti particolari. Là
i fedeli si rivolgevano a decine di divinità più o meno spe­
cializzate, che conosciamo dalle tavolette e dall’iconografia
della fine del X III secolo. Sono presenti otto dei dodici gran­
di dei dell’Olimpo: Zeus, dio del fulmine, e la sua terribile
sposa, Era; Dioniso, Athana regina e Ares, figli di Zeus, le­

159
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

gato alla parola che designa il vino il primo, difensori della


cittadella gli altri due; Poseidone, protettore dei cavalieri;
la Madre divina e probabilmente sua figlia, la Signora del
grano, che otto testi chiamano «le due Dee>Regine»; una
mezza dozzina di divinità che per noi sono semplicemente
dei nomi, come Diwia (una figlia di Zeus, simile alla dea
italica Diana, figlia di Giove?) e infine molte divinità locali,
«Potiniya[i]», dal nome misterioso.
Senza dubbio gli Arcadi veneravano già Ermes, i Ciprio­
ti e i marinai erano devoti ad Afrodite, per non parlare di
Elena e dei suoi fratelli, i Dioscuri, che furono dei prima
di diventare eroi dell’amore e dei viaggi, ma, come Efesto,
Apollo, Artemide e Demetra, non sono nominati sulle ta­
volette micenee.
In molti punti delle terrazze superiori dell’acropoli di
Micene sono stati trovati frammenti di are e di statuette
maschili e femminili (che forse venivano offerte agli dei),
che fanno pensare all’esistenza di altri rituali. N on è certo
che il celebre gruppo in avorio, che rappresenta un bambi­
no tra due donne sotto un grande velo ricamato, apparte­
nesse, come anche una testa maschile in gesso dipinto e due
are, al corredo di una cappella situata in cima a una sca­
linata nella parte settentrionale di Micene. Però numerosi
testi, attraverso tutta la storia greca, ci fanno conoscere la
cerimonia dello spiegamento di un velo multicolore e della
sua consegna alle divinità protettrici della città. Il primo
di questi testi è la tavoletta Fr 1222 di Pilo, dove peraltro
esisteva un piccolo santuario affacciato su un cortile, a est
dell’ingresso del palazzo: «Per le due Dee-Regine, alla festa
del dispiegamento del velo [tonoeketeriyo, in greco: thronoe-
Iktèriois], due misure di olio profumato alla salvia».

160
Gente dei palazzi-fortezza

Prendendo a modello quanto accadrà più tardi ad Ate­


ne durante le Panatenaiche, a Olimpia e ad Argo durante
le feste dedicate a Era, a Sparta durante le feste dedicate
ad Aotis (Artemide), non è difficile immaginare in primo
luogo la difficile scelta delle madri o delle vergini che dove­
vano tessere e decorare il velo e le lussuose vesti per le dee,
poi la processione per le vie della città e lungo la Via Sacra,
il numero di membri del clero e di alti personaggi, i canti, i
sacrifici, la vestizione delle statue dopo averle cosparse d ’o­
lio e, infine, la preghiera solenne.
Quando, durante l’assedio di Troia, Ettore vuole ecci­
tare l’ardore guerriero dei suoi soldati, chiede a sua madre,
Ecuba, di convocare le nobili dame nel tempio consacrato
ad Atena, la dea dagli occhi splendenti: «e il peplo più
splendido e grande / ch’hai nella stanza, e che ti è appun­
to il più caro, / ponilo sulle ginocchia d ’Atena chioma
bella / e prometti che dodici vacche nel tempio, / d ’un
anno, non dome, immolerai, se avrà compassione / della
città, delle spose dei Teucri, dei figli balbettanti» ( Iliade ,
VI, vv. 271-76).
Episodi analoghi si sono ripetuti centinaia di volte nel
corso della storia delle città micenee, e molte sono le fe­
ste nate con l’unico scopo di propiziarsi gli dei. Le feste
per l’inizio del nuovo anno, per il vino nuovo, per i morti,
per la navigazione, feste dei fiori: tutte le grandi manife­
stazioni dell’epoca classica hanno i loro modelli in analo­
ghe celebrazioni dell’età micenea. Le tavolette di Pilo (Fr
343 e 1217) ce ne fanno conoscere solo una, nel corso della
quale veniva eretto un tetto in onore di una divinità (in
greco: lekhestrotèrion-, in latino: lectisternium). Si pensa che
la divinità, in questo caso Poseidone, rappresentata dalla

161
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

sua statua dipinta e cosparsa di profumi, dovesse prende­


re parte a un banchetto o celebrare l’unione con una dea,
e i partecipanti condividessero il cibo o l’unione, oppure,
quando vedevano la coppia di dei distesa sul letto sacro,
credessero di assistere a un’unione dalla quale tutto il loro
piccolo mondo sarebbe uscito rigenerato. Queste cerimonie
erano sempre accompagnate dalla musica.
Una volta all’anno, le sacerdotesse della regione di Tirin-
to si recavano in gran pompa a immergere la statua di Era
nella fonte Kanathos, che si trovava al margine della strada
che collegava Nauplia e Asinè, due porti micenei: in que­
sto bagno di acqua sorgiva la dea riacquistava la verginità.
Lo stesso facevano le sacerdotesse di Afrodite a Cipro e a
Citerà, immergendo ritualmente l’idolo divino nell’acqua
del mare.
Più tardi i poeti, ignorando l’origine di questi antichi riti
e ispirandosi al suo nome, celebreranno la dea nata dalla
schiuma delle onde, aphros, in mezzo alle Grazie. M a, come
i loro predecessori micenei, ne canteranno anche il velo, la
veste di porpora e lo splendore delle chiome dorate.
Le città avevano anche santuari dedicati a più divinità,
alle quali si tributava venerazione e si rivolgevano suppli­
che. Le divinità greche non erano mai dei di qualcosa, ma
sempre e solo di qualcuno. Ogni famiglia, ogni confrater­
nita, ogni corporazione di artigiani possedeva una propria
cappella, celebrava feste particolari, si rivolgeva al suo dio
protettore, o a una coppia o a una triade di dei, o anche a
tutto un gruppo. A Micene conosciamo almeno tre di que­
sti luoghi di culto, situati nella parte meridionale della cit­
tadella, all’interno dell’ultima cinta costruita verso il 1250.
Il primo è stato chiamato «casa Tsountas», dal nome

162
Gente dei palazzi-fortezza

dell’archeologo greco al quale si deve la scoperta alla fine


del secolo scorso (1885-96). Dapprim a fu portata alla lu­
ce una sala con banchi, dove probabilmente riposavano gli
idoli divini, e un focolare attorno al quale venivano versate
le libagioni. D a alcune pitture scoperte nelle vicinanze, in
particolare una con uno scudo sacro, si ricava l’impressione
che, dietro il saliente del bastione, si venerasse una divini­
tà guerriera, forse Enio (Bellona), dea della guerra, madre
sorella o figlia del terribile Ares Enialio. Tra i materiali di
sterro, in mezzo a frammenti di vasi e a numerose ossa, gia­
ceva una testa femminile in gesso dipinto, alta diciassette
centimetri: le ciocche a uncino sulla fronte, le macchie ros­
se sul mento e sulle guance, gli occhi leggermente strabici
l’hà'nnò fatta identificare con il mostro chiamato sfinge,
custode del santuario. Viene da pensare che si celebrassero
riti sanguinosi.
A pochi metri di distanza, nello stesso settore, gli archeo­
logi hanno cominciato a studiare il complesso chiamato
«casa della cittadella» o «casa Wace». Due edifici hanno già
rivelato caratteristiche di luoghi sacri. A est, sul fondo di
una piccola sala di 5 metri per 4, una scala porta a una
piattaforma su cui stavano dodici grandi idoli di argilla,
sette femminili e cinque maschili, poggiati su cilindri ca­
vi tutti imbrattati. Minacciosi, severi, alcuni con in mano
uno scettro o una mazza, questi idoli intimoriscono anco­
ra, a trentadue secoli di distanza, i visitatori del museo di
Nauplia. Invece tre piccole statue scoperte lì vicino in una
specie di ripostiglio, alte solo trenta centimetri e ornate di
collare e braccialetti, hanno un’espressione serena. Una de­
cina di serpenti d ’argilla e numerose figurine rappresentano
le offerte alle divinità del mondo sotterraneo, a quegli esseri

163
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

senza nome che i testi contemporanei si limitano a definire


«gli Assetati» o, ancor più misteriosamente, «gli Dei».
Il terzo luogo è la «camera degli affreschi», che si trova
a 10 metri a ovest: un mégaron o sala centrale di 5 metri e
30 per 3 metri e mezzo, con il focolare, le colonne, l’ara,
il sedile e una vasca. Una nicchia sopra l’altare è decorata
con l’immagine dipinta di una splendida dea seduta, che
tiene in mano un mazzo di fiori di zafferano; le tengono
compagnia un animale raffigurato mentre spicca un salto,
un’altra dea che mostra due manciate di spighe e un dio
con la folgore attorniato da un corteo di devoti.
Nel locale attiguo, una specie di sacrestia, furono trovati
vasi, avori, un grande collare e un piccolo idolo, raffiguran­
te una figura femminile con le braccia alzate in segno di
benedizione.
Per dare una interpretazione dell’affresco, si può nuo­
vamente evocare la più antica triade dei Misteri Eleusini:
la dea Madre, Rea, «dalla chioma splendente», la dea sua
figlia «Signora del grano» e il terribile dio che la rapisce e la
sposa.6 Tre divinità delle messi, quindi un culto contadino.

I sacrifici

In città come Kéos, Dorion, Gortina, i fedeli visitavano


delle strane successioni di stanze che avevano con i templi

6 La dea indicata come Rea in realtà, secondo rinterpretazione proposta


dall’autore, è Demetra, la Madre Terra, che gli Antichi spesso confondevano
con l’egizia Iside, la frigia Cibele e con la stessa Rea, sua madre; la figlia è
Persefone (Proserpina) e il dio è Ade, signore dell’Oltretomba, fratello di
Zeus [N.d.T\.

164
Gente dei palazzi-fortezza

classici all’incirca la stessa relazione di somiglianza delle


cappelle micenee, cioè quasi nessuna. Portavano come of­
ferte statue e statuette d ’argilla dipinta, vasi colmi di gu­
stosi liquidi, le primizie dei raccolti, mazzolini di fiori e
rami. Gli addetti ai sacrifici abbattevano numerose vittime
animali sugli altari, i sacerdoti dividevano le parti che non
venivano bruciate tra sé, i donatori e i partecipanti. Cani,
pecore nere, e talvolta esseri umani, venivano immolati alle
potenze del mondo infernale. Donne e uomini, i porena ,
si vendevano (o venivano venduti) agli dei e diventavano
doero, doera teoyo, cioè schiavi della divinità: dovevano col­
tivare la sua terra, fungere da serventi durante i riti a lei
dedicati, sottomettersi a qualsiasi divieto; in compenso go­
devano delle rendite spesso considerevoli dei santuari.
In certi porti, le prostitute sacre offrivano il loro corpo
ai marinai, ricavandone un dono per sé e il sacrificio di un
piccione, di una tortora o di un piccolo coniglio per la dea.
N ell’imminenza di un pericolo, l’intera città prendeva
parte alle processioni e dovunque si facevano sacrifici. Sap­
piamo che accadde proprio questo alla vigilia della cata­
strofe in cui il palazzo di Pilo sarebbe stato dato alle fiam­
me, in un bel giorno di primavera dell’anno 1210 a.C. o giù
di lì. I pirati nemici hanno ripreso le scorrerie; la raccolta
di vettovaglie e di truppe si fa sempre più difficile; i sovrani
sono divisi da rivalità, emulati dai loro vassalli; il re della
Messenia sta per morire, oppure è così vecchio e impoten­
te che è come fosse già morto (è tutto ciò che di Nestore,
figlio di Neleo, dice Omero). Qualcuno del palazzo, non
si sa se cancelliere, governatore, capo dell’esercito oppure
il collegio dei sacerdoti, decide che la città minacciata farà
di tutto per allontanare la collera degli dei, di tutti gli dei.

165
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra, d i Troia

Subito un intendente del tesoro modella una tavoletta di


argilla cruda, ne liscia in fretta il retto e il verso, stabilisce
di scrivere sei paragrafi di quattro righe, si mette a scrivere,
cancella, elenca i santuari e i tributi dovuti'basandosi su
quanto ricorda, lascia molti spazi vuoti, tralascia due para­
grafi in fondo: è il brogliaccio identificato come tavoletta
di Pilo, Tn 316. N e diamo di seguito l’interpretazione più
verosimile, dal momento che moltissimi termini hanno un
significato oscuro.

Nel mese del dio della Navigazione.


1° - Messaggio dal Palazzo di Pilo alla Città delle Vittime.
Doni da portare e personale da consacrare:
—alla Dea Regina (Athana): 1 cratere d’oro, 1 donna
—a Mnasa: 1 coppa d’oro, 1 donna
—a Posidaia: 1 coppa d oro, 1 donna
—al triplice Eroe: 1 ciborio d’oro
—al Signore della Dimora: 1 cratere d’oro.
2° - Messaggio dal Palazzo di Pilo a... [5 righe vuote].
3° - Messaggio dal Palazzo di Pilo al santuario di Posei­
done e consacrazioni fatte per la Città. Doni da portare e
personale da consacrare:
—1 cratere d’oro, 2 donne: Boia e Nalis [?], ambedue serve
di Komawens.
4° - Messaggio dal Palazzo di Pilo ai santuari di Peresa,
di Ifemedeia e di Diwia. Doni da portare e personale da
consacrare:
—a Peresa: 1 coppa d’oro, 1 donna
—a Ifemedeia: 1 coppa d’oro
—a Diwia: 1 coppa d’oro, 1 donna
—alla collina di Ares: 1 ciborio d ’oro, 1 uomo.

166
Gente dei palazzi-fortezza

5° - Messaggio dal Palazzo di Pilo al Santuario di Zeus.


Doni da portare e personale da consacrare:
—a Zeus: 1 coppa d oro, 1 uomo
—a Era: 1 coppa d’oro, 1 donna
—al Drimion [«Aspromonte»] per il figlio di Zeus: 1 cop­
pa d ’oro, 1 [uomo?].
6° - Messaggio dal Palazzo di Pilo... [5 righe vuote].

Colui che ha scritto la tavoletta ha elencato solo tredici


delle ventiquattro divinità previste, otto dee e cinque dei.
Non ha dimenticato la Protettrice del palazzo e il suo grup­
po di dei-artigiani, il dio dei navigatori e le cinque divinità
della guerra, né il gruppo di Zeus, Era e il loro figlio, pro­
tettori dei sacerdoti e dei re. La dimenticanza degli dei dei
pastori e dei contadini potrebbe essere intenzionale?
Com unque 13 chilogrammi d ’oro, in quell’epoca e per
quel paese, dovevano rappresentare un sacrificio conside­
revole.
D i conseguenza, diventa chiaro il significato di un’altra
tavoletta, Jo 438, in cui si ingiungeva ai dignitari e ai ricchi
proprietari di consegnare tutto l’oro disponibile, per un to­
tale di oltre 5 chilogrammi e mezzo.
Per quanto riguarda il personale, consacrato ha il signi­
ficato letterale di: «avendo costituito l’oggetto di una tran­
sazione, porena, e che si deve portare con sé, age», perciò si
è pensato alle quattordici donne, «schiave per l’oro sacro»,
menzionate in un altro inventario di Pilo (Ae 303). M a le
cifre non corrispondono e gli ieroduli della tavoletta presa
in esame parrebbero semplicemente addetti alla custodia
e alla manipolazione dei materiali. Sembra più verosimile
che le otto donne consacrate alle dee principali di Pilo e i

167
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

tre uomini consacrati ad Ares, dio della guerra, al dio su­


premo e a suo figlio fossero destinati al sacrificio. Si ricordi
il sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone, per rendere
gli dei propizi alla flotta in partenza per la guerra di Troia o
quello di dodici prigionieri sulla tomba di Patroclo, per non
parlare delle immolazioni di fanciulli nella sanguinosa terra
di Pelope e in Attica di cui la mitologia è piena.
M a il sangue delle vittime non placò gli dei assetati e la
città e il palazzo furono distrutti dalle fiamme.
Ili

Gente di guerra

D avanti a Troia

Gli Achei si trovavano ormai da tanto tempo in quella


striscia di terra asiatica fra lo stretto dei Dardanelli e l’al­
tura di Ilio, da aver quasi perduto la speranza di riuscire a
sottomettere la Troade e Priamo con il suo popolo di ca­
valieri. «Ah, se potessi dire i nostri tormenti, la m ancanza
di spazio, gli angusti corridoi dove si sta distesi a fatica!
C ’è forse un’ora del giorno che trascorra senza un motivo
di pena? E sulla terra l’orrore è ancora più grande. Cori­
cati di fronte ai bastioni nemici, venendo senza tregua la
rugiada dal cielo e dalla terra a inzupparci le vesti, ci fa un
vello da belve. Ah, se potessi dire dell’inverno, uccisore di
uccelli, che rende intollerabili le nevi dell’Ida! O il torpore
dell’estate, quando a mezzogiorno, senza un’onda, senza
una brezza, il mare sprofonda nel suo letto e si addor­
menta!» Così parla l’araldo di Agamennone nel dram m a
di Eschilo. E tutto ciò che dice è vero, dura esperienza di
tanti lunghi giorni.

169
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Il monte Ida, ricco e tremendo, non si vede da Troia.


Verso l’interno si scorgono solo basse colline fra piane pun­
teggiate di tamerici, cardi, girasoli e interrotte da qualche
zona verde. Lì scorre serpeggiante lo Scamandro, tra rive
boscose bordate di salici e oleandri; in prossimità del capo
Reteo si perde in uno stretto di un blu intenso, al di là
del quale si profila la massa grigio-viola del Chersoneso. I
rumori che si sentono sono quelli usuali della campagna
anatolica abitata: l’abbaiare dei grandi cani bianchi che va­
gabondano da un villaggio all’altro, il ragliare degli asini,
i canti, i brevi richiami dei contadini e il rotolio dei carri
dalle ruote piene tirati dai buoi. Nel cielo alcuni gipeti (av­
voltoi degli agnelli) volano in cerchio, stormi di cicogne
filano veloci. Le raffiche del vento del N ord portano un
sentore amaro, così diverso dal profumo aromatico della
macchia mediterranea. D i fronte a queste alture così insi­
gnificanti e tuttavia imprendibili sale come una marea la
nostalgia della terra d ’Europa.
D opo aver sentito ripetere all’infinito che Troia era così
piccola da poterne fare il giro completo in un quarto d ’ora
(l’asse più lungo misura centocinquanta passi), vista dal ve­
ro ci sembra piuttosto grande. Salendo da est si ha l’impres­
sione che il poggio su cui sorge sia insignificante, mentre da
ovest domina potentemente la piana. La circonda un muro
di pietre sagomate grossolanamente, in cui si aprono delle
porte con gradinate che fanno pensare a quelle di Micene.
A questa insignificante somiglianza si è fermato Apollo, il
dio che costruisce le mura e che protegge Ettore, «guardia­
no» della cittadella.
N on è importante che in quella stretta striscia di terra
tra due mari non potessero gettare l’ancora i 1186 vascel­

170
Gente di guerra

li e i lOOmila combattenti della tradizione epica, per non


parlare delle tende, dei carri e dei cavalli, delle donne e dei
prigionieri. N on importa neppure che Troia non avrebbe
mai potuto contenere i 50mila soldati raccolti per dare aiu­
to a Priamo e che la fortezza vicina all’attuale villaggio di
Hisarlik contenesse tutt’al più 2000 persone. I poeti epici,
soprattutto a distanza di tempo, immaginano in grande e
costruiscono i luoghi a misura dei loro eroi.
M a la realtà era sufficiente: bastioni giganteschi e ben
sorvegliati, un sistema di porte che costringeva gli assalitori
a passare tra due muri gremiti di difensori, case addossate le
une alle altre, piene di giare e di viveri, dell’oro proveniente
dalla regione di Abido e dell’argento delle miniere vicino a
Kursunlu. Al centro un piccolo palazzo a mégaron, dove si
diceva che il re avesse un sontuoso harem, usanza tipica dei
sovrani asiatici. N on ci voleva altro per eccitare l’avidità di
quel pugno di soldati che, dopo aver saccheggiato qualche
villaggio sull’isola di Lesbo e superato il golfo di Edremit,
andavano devastando la costa sui Dardanelli. I loro neri
vascelli sono in secca sulla sabbia, protetti da una palizza­
ta. Assediami assediati, aspettano con ansia il momento in
cui, per la cecità dei loro avversari, e grazie ai talismani e al
favore degli dei, i tesori di Troia cadranno nelle loro mani.

Perché la guerra ?

Per quali ragioni gli Achei fanno questa guerra? Per ven­
dicarsi, si è detto, m a il rapimento da parte di un pastore
dell’Ida, Paride, della sposa di Menelao, rapimento avve­
nuto in un paese così lontano, nel cuore del Peloponneso,

171
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

non è che un pretesto. La bellissima Elena, figlia di Leda e


di Zeus, secondo gli storici non sarebbe stata una donna,
bensì una dea. Però si tratta di un pretesto, di un casus belli
verosimile, dal momento che, da quando la prima nave di
abete ha preso il mare, i pirati hanno sempre fatto razzie
sulle coste del mar Egeo, e rapito donne e bambini per uso
sessuale e per commercio. Per rendere il ratto più crimino­
so, e quindi più intollerabile laffronto fatto a Menelao e più
necessaria la vendetta, si è detto che Paride ha violato una
delle leggi più sacre della terra greca, ha sedotto la sposa
del suo ospite: non è la prima volta che la morale offre giu­
stificazioni alla guerra, e non sarà neppure l’ultima. M a il
motivo dell’onore o della virtù oltraggiata sembra davvero
fittizio, o quantomeno secondario, inventato forse da un
poeta vissuto cinquecento anni dopo. Si pensi soltanto che
in quei tempi lontani libertà individuale e diritto dei po­
poli non avevano neppure parole che li nominassero. No,
gli Achei avevano ben altri motivi, che non una donna da
riportare a casa e un marito da vendicare, per fare questa
guerra come tante altre del X III secolo prima di Cristo.
Facevano la guerra perché erano addestrati a questo, e
perché una casta di guerrieri vive solo per la guerra. A quei
tempi la guerra era considerata dovunque un’attività che
dava onore e, per chi vinceva, anche redditizia. In un pae­
se relativamente povero e sovrappopolato, era facile per un
signore o per un avventuriero reclutare vogatori e soldati
promettendo loro ricchezze e gloria. Cresciuti fin dalla più
tenera età in mezzo a lotte e rivalità tra confinanti, adde­
strati nella macchia all’arte del furto da maestri affatto spe­
ciali come i Centauri, i Sileni e i Ciclopi della mitologia,
consigliati da vecchi scudieri come Nestore o Fenice, i gio­

172
Gente di guerra

vani signori andavano in cerca di avversari adeguati alla


loro forza fisica e alla loro avidità. Divenuti capibanda, at­
taccavano per rubare bestiame, per accrescere le loro terre,
per fare bottino, per conquistare ricchezze. Naturalmente,
tutto veniva diviso, ma secondo la legge del più forte: il
capo faceva la parte del leone, era suo privilegio e onore,
geras. Delle terre sceglieva quelle che preferiva, che costitui­
vano il temenos, proprietà assoluta e a vita; inoltre aveva il
privilegio della prima scelta sulle donne, sul bestiame, sul
vasellame. Il rimanente veniva tirato a sorte. Per premiare il
coraggio, e perché la generosità assicura buoni combattenti,
il capo elargiva parte di quanto gli era spettato ai più ardi­
mentosi. Però, una volta fatta, la spartizione e conclusi gli
ultimi scambi, nessuno poteva reclamare la concubina o lo
schiavo toccati a un compagno.
La guerra si faceva per ragioni economiche, non senti­
mentali. Naturalmente, se l’avversario, nei Dardanelli, in
Libia o in Sicilia, difendeva la sua gente e i suoi beni, poteva
anche diventare una questione di vita o di morte, ma per gli
Achei rimaneva sostanzialmente un modo per affermare il
proprio diritto ad acquisire ricchezze e a goderne. D alla let­
tura delle tavolette di Micene, di Pilo e di Cnosso, la guerra
di Troia sembrerebbe essere stata provocata da tre o quat­
tro monarchie achee che volevano semplicemente uscire da
una situazione economicamente difficile impadronendosi
del bottino troiano.
In concreto, i Troiani combattevano per difendere tre
importanti fonti di ricchezza: il transito delle merci, e in
particolare dell’oro, attraverso il canale dell’Ellesponto a 5
chilometri a nord della cittadella; le miniere d ’oro, piombo,
argento e zinco alle falde del monte Ida, a una giornata di

173
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

cammino da Troia; i preziosi boschi delle loro montagne


(quei boschi di cui sentivano tanto la mancanza i pastori di
capre del Peloponneso e delle isole): infatti, se con i metalli
si facevano i gioielli, dai pini e dagli abeti si 'ricavava il le­
gname per le costruzioni e per le navi.
1 testi epici chiamano Apollo dio di Crise, cioè della città
doro o dell’oro, il dio «dall’arco d ’argento», quindi il difen­
sore di un paese minerario per eccellenza.
Una volta saccheggiata Troia, compresi i santuari, gli
Achei non si proposero di restare né di fondare una colonia,
benché avessero stretto alleanze con vari principi indigeni.
N on ambivano neppure a tenere sotto il loro controllo i
Dardanelli e, per l’inadeguatezza delle loro imbarcazioni,
è dubbio che avrebbero potuto commerciare con i paesi del
mar Nero. Avevano mirato a raccogliere un ricco bottino
di gioielli e oggetti preziosi, prigionieri, cavalli di razza,
legname per riparare le navi, e a conquistare l’accesso al
massiccio dell’Ida, dieci volte più ricco di risorse del suo
omonimo su Creta. Finita la guerra, tutti volevano sopra
ogni cosa tornare tranquillamente a casa, magari dopo aver
fatto qualche scorreria sulle coste della Tracia.
Se un eroe era molto devoto agli dei, come Ulisse, an­
che in terra barbara avrebbe rispettato i sacerdoti e le lo­
ro famiglie, naturalmente facendo loro pagare il giusto
prezzo di tanta pietas : se invece era un uomo brutale co­
me Agamennone, avrebbe ridotto in schiavitù i membri
del clero nemico. Il guadagno veniva prim a di qualsiasi
altra cosa.
Tenuta insieme dall’avidità, la coalizione achea non era
ispirata da un’idea religiosa né dal patriottismo o da un
interesse collettivo. I sovrani, condottieri di eserciti, si com­

174
Gente di guerra

portavano talvolta come capi di bande rivali. Il motivo del­


la collera, o piuttosto del dispetto, di Achille ha numerosi
modelli nell’Iliade, perfino in figure come Meleagro o Pari­
de, e non si tratta certo di modelli letterari. Molti capi achei
hanno amici o ospiti fra i Troiani e non si può fare molto
affidamento su di loro. Un egoismo e un individualismo
sfrenati sono alla base dell’avidità di tutti.

Due categorìe di combattenti

La pace era solo un precario intervallo tra due guerre. Poi­


ché le incursioni e le razzie erano a quei tempi la forma
normale dei rapporti tra i paesi, e poiché, d ’altra parte,
presso i popoli indoeuropei, la seconda casta, quella dei
guerrieri, aveva come unica funzione quella di combattere,
era naturale che fosse sempre pronta a intraprendere nuove
avventure guerresche. Le tavolette della fine del X III secolo
sono molto eloquenti a questo riguardo: almeno un terzo
delle imm agini dipinte, delle incisioni, delle sculture rap­
presenta scene di guerra. Centinaia di tavolette iscritte, a
Pilo e a Cnosso, sono inventari di carri da combattimento,
di finimenti e bardature, di armi oppure elenchi di truppe,
equipaggiamenti e viveri spettanti ai vari ufficiali. Grazie
a esse e grazie ai frammenti trovati nelle tombe, sappiamo
come erano armati i soldati micenei e che cosa li diffe­
renziava dai soldati egei venuti prima di loro e dai soldati
asiatici loro contemporanei. Possiamo inoltre distinguere
almeno due categorie di combattenti: i regolari o soldati,
la milizia, da un lato, e quelli che facevano incursioni, i
guerrieri, dall’altro.

175
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

LE TRUPPE REGO LA RI

A differenza dalle milizie di Minosse, il leggendario re di


Creta, anteriori di due-trecento anni, le truppe regolari e
ben organizzate dei Micenei erano dotate di una numerosa
cavalleria da tiro, cioè carri da combattimento tirati da uno
0 più cavalli {iqiya woka), detta comunemente «carreria».
Alcuni combattenti specializzati, forse uno su dieci-dodici,
disponevano di una piattaforma su ruote, mezzo da tra­
sporto e da combattimento secondo le necessità, e di un ti­
ro, sia a titolo privato, sia, come in certi stati, in concessione
da parte del potere centrale. Nei magazzini del palazzo di
Cnosso cerano quattrocento carri e mille coppie di ruote.
1 due eserciti che si affrontavano sulla piana di Troia ave­
vano anche un buon numero di cavalli da rimonta.1 Uno
dei più grandi desideri degli eroi achei era di impadronirsi
dei purosangue traci dal mantello bianco o dei neri stalloni
troiani per attaccarli ai loro carri da guerra.

I cavalli

Fin dall’inizio del secondo millennio a.C. gli allevatori del­


le vaste pianure della penisola balcanica avevano appreso
dai conquistatori originari delle steppe anatoliche ad ad­
domesticare diverse razze: il cavallo di Przewalshi, quello
di Tarpan, YEquus europaeus. In un primo tempo il cavallo
venne impiegato per tirare i carri sacri, poi i carri da caccia

1 II termine rimonta indica l’insieme dei cavalli di scorta, destinati a sosti­


tuire, all’occorrenza, gli anim ali uccisi o troppo vecchi [N .d .T \.

176
Gente di guerra

e da guerra dei principi, figli o discendenti degli dei, infine


come vittima di pregio nei sacrifici. In nessuna zona della
Grecia, nell’età del bronzo, il cavallo veniva allevato per
la carne o, se si trattava di giumente, per il latte. N on era
usato, come il bue o l’asino, per lavorare la terra, e neppure
come cavalcatura. Il nobile animale era l’animale dei nobi­
li, che lo allevavano in grandi mandrie da centocinquanta a
tremila capi, lo affidavano a stallieri e palafrenieri ben ad­
destrati, selezionavano gli stalloni, conoscevano l’arte degli
incroci. Lo addestravano e lo cavalcavano personalmente, e
partecipavano a gare ippiche; alcuni arrivavano a farsi sep­
pellire con l’animale prediletto.
Dal vigore e dalla velocità del suo tiro dipendeva la gloria
o il disonore del cavaliere e, in battaglia, la sua vita stessa. D a
qui le cure attente che dedicavano al prezioso compagno, un
leitmotiv dell’epopea. Lo nutrivano non solo di erba, trifo­
glio e foraggio come il bestiame di fattoria, ma gli versavano
nella mangiatoia orzo bianco, farro, spelta e frumento; quan­
do era malato gli davano appio, cipero e anche vino e miele.
Lo frizionavano, lo ungevano d olio, lo tenevano ben coper­
to e gli parlavano teneramente (Iliade, V ili, vv. 185-90).
I cavalli degli dei avevano un nome, e anche quelli degli
uomini. D ai nomi che i testi ricordano, per esempio Xanto,
Balios, Pirro, Fenice, Leuco o Lampos, conosciamo anche
il colore del loro mantello: ubero (con peli rossi e bianchi),
pezzato, sauro, baio, bianco, pomellato. Uno dei cavalli di
Ettore, come uno di quelli di Meleagro, si chiamava Podar-
gos per le sue balzane.2

2 Striscia di pelo bianco sopra lo zoccolo. Il cavallo che ha balzane a uno o


più arti è detto balzano [N .d.T ].

177
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Dalle numerose immagini e dai pochi scheletri scoperti


nelle tombe a Micene, a Nauplia, a M aratona e a Cipro,
sappiamo che erano generalmente non grandi m a di co­
stituzione possente, col collo tarchiato e le zampe robuste.
Ovviamente, questo non esclude che ne esistessero molte
varietà diverse.

Carri da combattimento

Dalle pietre funerarie di Micene e da alcuni inventari


dell’armeria di Cnosso apprendiamo che determinati tipi
di combattenti avevano un carro o cocchio tirato da un
solo cavallo. Al contrario, le opere di Omero e i monu­
menti a lui contemporanei ci parlano di cavalli di testa
(cioè di tiri a quattro) e di quadrighe. Se carri da guerra di
questo tipo furono usati a Troia, è probabile si trattasse di
eccezioni, perché, normalmente, nel X III secolo i cavalieri
combattevano su un cocchio tirato da un paio di cavalli
aggiogati. Il timone, in legno duro, era formato da due
barre: una verticale, fissata alla piattaforma del carro, e
una orizzontale, fissata al bordo superiore del cassone, che
serviva da rinforzo alla prima. Le due barre, che potevano
anche essere collegate da assi trasversali, formavano così
un angolo acuto che aveva anche la funzione di regolare
la trazione nel piano verticale. Un anello, un perno e una
cinghia fissavano il giogo all’estremità a gomito del tim o­
ne. I finimenti erano una specie di imbragatura che pas­
sava attorno al collo e sotto le zampe anteriori del cavallo.
L’animale veniva guidato per mezzo di un morso bipartito
e di un paio di redini che scorrevano in ganci applicati

178
Gente d i guerra

lungo il giogo. Fiocchi variopinti e dischetti di metallo


adornavano le criniere e le teste dei cavalli.
Il carro era una vera meraviglia: aveva la forma di un
cilindro tagliato verticalmente, in graticcio di legno o in
cuoio, provvisto di un parapetto, di una piccola piatta­
forma e di due ruote leggere a quattro raggi cerchiate in
bronzo, ed era tutto dipinto a vivaci colori e spesso era de­
corato con incrostazioni in osso o in avorio. I guerrieri che,
rivestiti della corazza e appesantiti dalle armi, si tenevano
in piedi su un simile arnese, una sorta di sulky, lanciato
a tutta velocità, dovevano essere stati sottoposti fin dalla
prima infanzia a un addestramento straordinario. Dei veri
equilibristi: non cerano né sedili, né fiancate, né sospen­
sioni e, poiché l’assale era fisso, alla m inim a curva brusca
il carro slittava.
Nei poemi omerici sono nominati molti addestratori e
ammaestratori di cavalli, hippodamoi, m a sono rari i veri e
propri guidatori di carri, hippèlatai, che come Nestore, Me-
nesteo o Euforbo sanno organizzare i carri e le truppe a pie­
di, dirigere una manovra e battersi in prima fila. D a quanto
il vecchio Nestore di Pilo racconta delle sue imprese di gio­
ventù, e a sentire i consigli che dà, e che nessuno segue più
ai tempi di Omero, noi immaginiamo come si comportava­
no quei cavalieri del passato, tanto più che i monumenti li
fanno rivivere con tutto il loro equipaggiamento.
I compiti sono rigorosamente ripartiti fra il cavaliere,
proprietario del carro, e il suo cocchiere. Il cavaliere com­
batte, il cocchiere si occupa della guida. Il primo è armato
di lancia e di spada, il secondo ha solo un pugnale al fianco e
a volte uno scudo tondo sulla schiena. Bisogna evitare ogni
peso superfluo, ogni ingombro. Aggrappato con una mano

179
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

al bordo lavorato del carro, nell’altra mano il cocchiere tie­


ne saldamente le redini. Sempre conservando il suo rango e
il suo posto nella linea di combattimento, sempre coprendo
con il suo corpo quello del compagno, avventa il carro sulla
fanteria che deve schiacciare o disperdere. Se necessario,
blocca le redini sotto il palmo sinistro e, dando un colpo
di frusta con la destra, sprona i suoi cavalli. Nel frattempo
il cavaliere infilza con la lancia, al volo, i fanti isolati. Se
la truppa nemica non cede all’urto, il cavaliere scende dal
carro e lotta corpo a corpo.
Quando la situazione si fa pericolosa, il cocchiere si fa
strada tra i nemici e lo porta in salvo. Tutto si complica
quando anche il nemico dispone di carri da combattimen­
to. L’essenziale è disorganizzare la linea nemica. Allora i
carri possono affrontarsi a due a due o inseguirsi. D all’alto
del veicolo che avanza al galoppo, il combattente più rapi­
do cerca di raggiungere con la lancia o con il giavellotto
il conducente o il guerriero avversario. Se nessuno viene
ferito, si ingaggiano dei duelli a terra. Il vincitore, quando
è possibile, spoglia delle armi il nemico ucciso. Assai spesso
succede che uno dei cavalli, ferito, cada: allora, a colpi di
pugnale, il cocchiere taglia le cinghie che tengono l’anima­
le attaccato al giogo.
Questa rigida divisione dei compiti ha come corollario,
e come necessario presupposto, una perfetta intesa tra i
due compagni d ’arme. Com e Eracle e Iolao, il suo coc­
chiere, essi sono più che commilitoni: sono compagni, so­
no fratelli d ’armi. Giuramenti solenni, accompagnati da
libagioni o da sacrifici ai defunti, legano quegli insepara­
bili che l’epopea rappresenta a volte come gemelli a volte
come amanti.

180
Gente di guerra

Elm i e corazze

Questi guerrieri volanti non possono maneggiare né l’arco


né lo scudo. Un elmo e una corazza proteggono cavaliere e
cocchiere dalle frecce e dai colpi. Poiché ogni corpo dell’e­
sercito tiene alla propria uniforme, non bisogna meravigliarsi
che ci sia nota una buona dozzina di elmi di forma diversa,
raramente in lamina di bronzo imbottita, più spesso in cuoio
ricoperto di metallo o di rumorose rondelle, e quasi sempre
muniti di paraguance e di paranuca. I grandi guerrieri-cac­
ciatori si facevano fissare sull’elmo delle piastre d ’osso o delle
zanne di cinghiale; altri si accontentavano di renderlo più
impressionante con macchie di vernice. Quasi tutti sfoggia­
vano uri pennacchio di crine, e qualcuno uno o più corni.
Le corazze normalmente erano formate da un pettorale
e da un dorsale in tela di lino, annodati sulle spalle e sui
fianchi. Nessuna meraviglia: ancora nel Medioevo, la fan­
teria disponeva unicamente di una protezione analoga, un
corsetto in lino, accuratamente imbottito a doppio o triplo
strato e inamidato, per ammortizzare i colpi. I meglio equi­
paggiati tra gli Achei completavano questa «corazza» con
dei coprispalle, con una specie di sparato in cuoio a frange,
con placche o lamine di rame.
Nel 1960, a Dendra in Argolide, nella necropoli dell’an­
tica M idea è stata fatta una scoperta eccezionale: una im­
ponente corazza tutta in bronzo dalla gorgiera ai coprico-
scia, formata di tredici parti rigide, che rendeva il guerriero
simile a una torre e gli impediva in egual misura sia di
cadere sia di scappare. Con l’imbottitura, il peso della co­
razza superava i venti chilogrammi. Chi la indossava poteva
spostarsi soltanto con un carro da guerra. I fanti preferiva­

181
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

no, sul campo di battaglia, essere liberi nei loro movimenti


per assomigliare ad Achille, l’eroe «piè veloce».

Gli arcieri

Per difendersi, oltre al corsetto imbottito gli arcieri avevano


un leggero scudo di legno o di cuoio, che a volte poteva esse­
re anche di sparto intrecciato e di tela incollata. Sullo scudo
erano dipinti dei volti e dei segni che si riteneva spaventassero
i nemici. Erano armati di archi levigati a doppia curvatura,
fatti in genere con corna di capra o di stambecco unite da
una ghiera. L’arco aveva una portata, a seconda della tensione
del nervo che fungeva da corda, e a seconda della forza del ti­
ratore, da trecento a settecento piedi, e, se la punta di bronzo
era stata immersa in un veleno o nel letame, la freccia pro­
vocava ferite che causavano una morte tra orribili sofferenze.
Per di più le frecce erano munite di sporgenze a uncino, per
cui, una volta penetrate nelle carni, non ne uscivano più.
Per quanto gli Achei dalle lunghe chiome si allenassero al
tiro con l’arco e stivassero nei loro magazzini migliaia di dar­
di - 8640 riportati su una sola tavoletta di Cnosso - , grande
era il loro timore degli arcieri asiatici e del loro protettore, il
dio Apollo, colui «che lungi saetta», che colpisce talvolta le
sue vittime alle spalle e poi rapidamente si dilegua.

Arm i di bronzo

Gli Achei preferiscono la schiettezza, il coraggio del com­


battimento corpo a corpo. La maggior parte di loro porta al

182
Gente di guerra

braccio sinistro un lungo scudo semicilindrico o ovoidale,


in cuoio, bordato di metallo. Il braccio destro è armato a
volte di una picca leggera, enkhos, a una o due lame, o di
un giavellotto, paltaion, che viene brandito come una lan­
cia e scagliato; talvolta sono armati con una lunga spada di
bronzo, xiphos, o con una daga, phasganon, di cui si servono
nella lotta corpo a corpo.
Insieme ai carri da combattimento e alle corazze a fasce
di metallo, le spade a lama stretta costituiscono l’elemen­
to più originale deH’armamento miceneo. Furono proprio
queste armi ad assicurare la vittoria dei Greci sulle popo­
lazioni che abitavano i paesi sull’Egeo. Quelle spade, una
sorta di draghinasse, erano infatti concepite per portare la
stoccata al di sopra degli scudi bilobati o rettangolari degli
insulari. Solide, maneggevoli, le lamine dell’impugnatura
erano ribattute su un codolo piatto a bordi piegati fra un
pomello a forma di bottone e un’elsa appena sporgente. La
lama di bronzo, affusolata e lunga da sessanta a novanta-
cinque centimetri, era rinforzata da una nervatura centrale
sporgente. Quando un guerriero moriva, spesso venivano
sepolte con lui due armi, un giavellotto e una spada, oppure
una spada e un gladio a lama triangolare.
L’arma da lancio e l’arma da duello potevano essere usate
insieme, mentre l’uso dell’ingombrante e pesante draghi­
nassa escludeva quello del gladio sul campo di battaglia.
Il fodero non conteneva due lame e non ci si batteva a due
mani. A seconda dell’avversario e del tipo di combattimen­
to, si portava l’arma da stoccata o l’arma da taglio, o più
semplicemente un pugnale.
I ricchi facevano decorare in avorio o ricoprire di metalli
preziosi e di ceramica l’impugnatura della loro arma. Plac­

183
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

che dosso o di un legno raro venivano fissate con borchie


d ’oro. Sulla nervatura della lama e sull’elsa venivano fatte
incidere delle spirali. Talvolta, nel bronzo delle daghe veni­
vano incastonate delle lamine di elettro, d ’oro, d ’argento o
di rame, decorate da incisioni raffiguranti scene di caccia
o di guerra, e con le scanalature riempite con smalto nero
o blu. Il guerriero teneva tanto più alla sua arma quanto
più le decorazioni preziose e i simboli ne aumentavano il
valore oppure se l’aveva conquistata al nemico in un duello
aH’ultimo sangue.

Uniformi

I Cretesi portavano degli stivaletti di cuoio bianco o di ca­


moscio, allacciati fin sopra la caviglia. I lancieri di Orco-
meno erano fieri dei loro stivaletti rossi con lacci di cuoio. I
guerrieri di Micene, barbuti e dalle lunghe capigliature, ser­
ravano i loro polpacci in gambali di cuoio scuro sopra san­
dali, pedila, che lasciavano le caviglie scoperte. Grande era
l’importanza di avere solide e comode calzature in un’epoca
in cui la guerra non richiedeva soltanto l’arte di battersi be­
ne, ma anche la capacità di invadere un territorio e di essere
in grado di abbandonarlo tempestivamente. Si correva per
andare all’assalto, ma si correva anche per fuggire.
E le truppe regolari, metodicamente equipaggiate da ca­
po a piedi, dal pennacchio fino alle suole di cuoio, cono­
scevano il prestigio dell’uniforme e delle belle parate. Si
possono ancora veder sfilare quegli antichi soldati, con la
lancia appoggiata alla spalla e lo scudo al braccio, su alcuni
frammenti di vasi micenei. Si possono ancora vedere men­

184
Gente d i guerra

tre avanzano o manovrano i carri sui muri dipinti di Tirin-


to, di Micene e di Cnosso, o sulla pancia dei vasi ciprioti. E
da quelle immagini viene un’impressione di coerenza e di
ordine, kosmos. Malgrado i loro particolarismi regionali e le
dispute dei diversi signorotti, i contingenti delle monarchie
achee, altrettanto fortemente centralizzate di quelle della
Beozia, del Peloponneso e di Creta, dovevano piegarsi alle
stesse necessità: quelle della disciplina, della tattica e della
difesa.

L a guerra e il sacro

Esiste un rituale della guerra così come esiste un rituale del


sacrificio. Del resto, ogni battaglia ha le sue vittime e nul­
la attira il favore degli dei, questi assassini celesti, quanto
il gran numero dei nemici uccisi. Se un esercito ben or­
ganizzato, com’era quello degli Achei, obbedisce ai propri
ufficiali e al proprio sovrano, che lo voglia o meno obbe­
disce alle divinità. Per ogni partenza, per ogni iniziativa
militare che rompe un ordine stabilito, bisogna pagare, alle
potenze sovrane del mondo che sarà messo a soqquadro,
il giusto prezzo del turbamento, del danno, del disordine.
Nessun esercito del mondo mediterraneo, nel X III secolo
a.C., avrebbe intrapreso una campagna militare senza con­
sultare gli oracoli, innalzare preghiere agli dei del proprio
paese, scongiurare gli dei nemici e fare abbondanti sacrifi­
ci. Siamo ben informati sui rituali degli Ittiti e dei Luvii,
ma dalla leggenda e dall’epica abbiamo solo pallidi rifles­
si di ciò che succedeva realmente negli eserciti greci alla
stessa epoca. Indovini e aruspici, come Calcante e Tiresia,

185
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

osservando il volo degli uccelli o il fremito delle viscere di


un animale sgozzato, capivano se il cielo era favorevole o
meno. I combattenti venivano purificati aspergendoli con
acqua o sangue, e talvolta facendoli passare tra le due metà
di una vittima. Spesso si sacrificava un essere umano, un
prigioniero, uno schiavo o un bambino. Però, l’episodio di
Ifigenia, figlia del re dei re, Agamennone, sgozzata sull’ara
sacra ad Artemide per ottenere che i venti si levassero affin­
ché la flotta greca potesse salpare per Troia, ha un significa­
to puramente simbolico. Infatti, anche se è accertato che la
vergine Ifigenia era una divinità che, a Brauron, precedette
Artemide e alla quale venivano consacrate le fanciulle pri­
ma di farle sposare, l’atto della consacrazione e del sacrificio
della figlia del re ha corrispondenze in molti luoghi, e in
particolare ad Atene e a Pilo: si ricordino gli undici esseri
umani mandati dal palazzo e dalla città di Pilo a Sfagia,
«il luogo degli sgozzamenti», e ai santuari degli dei della
guerra in un periodo di mobilitazione generale (tavoletta
Tn 316).
In un secolo in cui, in ogni stato, si fronteggiavano ca­
ste molto differenziate, i sacerdoti - e con loro i membri
della famiglia reale, i guerrieri, gli artigiani, i contadini e
gli allevatori - imploravano la protezione di divinità speci­
fiche. I primi si rivolgevano generalmente ad Athana Pot-
niya o Atena regina, cioè alla dea dei sovrani e delle loro
roccaforti. La casta militare, cioè quella dei guerrieri che
combattevano sui carri e della fanteria, invocava Poseidone,
dio dei cavalieri, e Ares e la sua corte (Enio, Eris, Erinni,
Peresa, Ifemedeia, Diwia, Fobo, Deimo), protettori dei fan­
ti. Quanto agli arcieri, cercavano di propiziarsi Paiawon,
«il dio che colpisce», quello che Omero chiamerà Paiéon

186
Gente di guerra

(Peone) e che assimilerà ad Apollo, dio delle guardie e degli


arcieri asiatici.
La cosa che più ci sorprende è il fatto che questi guer­
rieri, per battersi bene, si affidavano interamente o quasi a
divinità femminili: infatti, anche Poseidone e Paiawon nei
nostri testi sono sostituiti da dee, Posideya e Diwia, la fu­
tura Artemide. Benché la guerra sia in linea di principio un
affare di uomini, in questo pantheon guerriero si contano
nove dee, tutte vergini, a fronte di sei divinità maschili,
due delle quali, Fobo, dio della paura, e Deimo, dio del
terrore, non sono altro che astrazioni o simboli del dio Ares
(secondo Omero sarebbero suoi figli). Questo starebbe a
significare che le donne e le fanciulle erano più bellicose o
più crudeli degli uomini? O non si tratterebbe piuttosto di
un elemento sopravvissuto dall’epoca minoica, quando le
divinità femminili detenevano il primato nella religione e
le donne avevano un ruolo dominante nella vita economica
e sociale?

Formazione dei guerrieri

In realtà, il cosiddetto sesso debole interveniva a vari livel­


li nella formazione dei guerrieri. I figli degli appartenenti
alle caste libere venivano allevati nel gineceo o più sempli­
cemente dalle proprie madri fino ai sei-sette anni. Dopo
un uguale periodo di lavoro rurale o artigianale, i ragazzi,
giunti all’età della pubertà, venivano iniziati, cioè addestra­
ti, a una nuova vita in regioni desertiche di montagna o
sulle coste. In quei luoghi regnavano varie divinità loca­
li, quasi sempre femminili: delle sorgenti, dei fiumi, delle

187
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

gole, delle foreste, della macchia, delle caverne, del mare.


La mitologia greca, eredità di quei tempi remoti, le chia­
ma, a seconda delle regioni, Ninfe, Muse, Naiadi, Nereidi,
Oceanine. Queste divinità presiedevano all’educazione dei
giovani, diventavano le loro madri spirituali e morali: è in
questo senso che la dea Teti è detta «madre» di Achille.
Nei repertori più antichi, i loro nomi evocano talvolta delle
particolarità geografiche, più spesso delle caratteristiche fi­
siche e delle virtù: sono, ad esempio, l’A zzurrata (Glaukè),
la Fiorente (Thaléia), la Sincera (Apseudès).
I ragazzi più grandi insegnavano ai più giovani a ca­
varsela nella raccolta del cibo, nella caccia, nella pesca, a
orientarsi, a diventare abili nel nuoto, a trovare un riparo, a
difendersi dal freddo e dalle tenebre.
Le dee delle acque e dei boschi, vergini come quei ra­
gazzi, permettendogli di sopravvivere donavano loro lette­
ralmente la vita, o, come l’A urora a tanti eroi, il giorno; e i
fanciulli facevano dono dei propri capelli, degli abiti e delle
calzature alle sorgenti dei laghi e dei fiumi.
In molte regioni della Grecia micenea i ragazzi erano
considerati degli esseri incompiuti e venivano abbigliati
con vesti da donna per tutto il periodo dell’iniziazione. E
da intendersi in questo senso il luogo omerico secondo cui
Achille sarebbe stato nascosto sull’isola di Sciro tra le figlie
di Licomede, fino al momento in cui la vista di una spada
e il suono di una tromba risvegliarono in lui l’animo del
guerriero.3

3 In realtà, la leggenda che Achille si fosse nascosto a Sciro travestito da


fanciulla per non partecipare alla guerra di Troia non è omerica e l’Iliade
la ignora. In Om ero si dice solo che Achille aveva conquistato l’isola e lì
probabilmente era nato Neottòlemo, il figlio avuto da D eidam ia. Ulisse

188
Gente di guerra

Al termine della loro formazione, i giovani rientravano


solennemente al villaggio, eleggevano un re della gioventù
e offrivano sacrifici alle potenze femminili che li avevano
protetti. Potevano finalmente partecipare alla vita colletti­
va, contrarre matrimoni, ricevere armi.
Quando nei testi omerici un guerriero acheo si rivolge
a una dea vergine, significa che quel guerriero è rimasto
vergine egli stesso. N ell’epoca classica, Atene celebrava le
Oscoforie, o festa dei Portatori di Rami, in commemora­
zione del ritorno di Teseo e dei suoi giovani compagni. Si
raccontava che fossero stati salvati dal labirinto e dai suoi
pericoli da una giovane dea, Arianna.
Quelli che si votavano, o che venivano destinati dalle
loro tribù, a fare la guerra, si riunivano in confraternite più
o meno segrete, in collettività militari. Addestratori spe­
cializzati insegnavano loro a maneggiare le armi, a camuf­
farsi, ad attaccare, a tendere agguati, ma anche a prestarsi
manforte e a curare i feriti. Tale è il ruolo che il mito del
monte Pelio assegna al centauro Chirone, figlio del titano
Crono e della ninfa Fibra, l’essere sovrumano dalla mano
magica e dalla lancia di frassino, il medico e l’educatore per
eccellenza.
La mitologia ci ha tramandato il nome di alcune di que­
ste società militari, di queste bande armate che evocano
l’immagine dei lupi-mannari o dei berserkirs germanici. A
Creta, in Etolia e in Eubea avevano il nome di Cureti; in
Beozia cerano gli Sparti, sorti già armati dal suolo, i Fle-

venne inviato sull’isola a prendere il giovinetto per portarlo a Troia e ne


dà notizia ad Achille nel libro X I d eìì’Odissea, il canto dell’evocazione dei
morti [N .d.T ],

189
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

giei, «gli uomini più bellicosi del loro tempo», gli Egeidi o
figli dell’Uragano. I membri della tribù guerriera più anti­
ca dell’A ttica si fregiavano del titolo glorioso di aigikoreis,
«sacerdoti dell’^ ù » , vale a dire dell’egida, quello scudo o
mantello di cui Zeus e Atena si servivano per fulminare i
loro avversari. E anche certo che venivano loro insegnate,
oltre alle astuzie contro il nemico e all’obbedienza assoluta
agli ordini dei capi, le virtù del grido di guerra. Gli eroi
sapevano usarlo con grande abilità: fingendosi leoni o lupi,
assalivano il nemico lanciando grida terrificanti.
Il vero pericolo era che queste formazioni in bande ar­
mate cessassero un giorno di essere elementi di forza per
lo stato per divenire cause della sua rovina. La leggenda
racconta che gli Sparti finirono per uccidersi a vicenda, i
Flegiei si diedero al brigantaggio, gli Egeidi si macchiarono
di tradimento, i Pallantidi ateniesi tentarono di rovesciare
la monarchia.
Questo spiega il gran numero di misure adottate dagli
stati achei per controllare e contenere gli appetiti della loro
gioventù in armi. Per essere ammessi a pieno diritto nella
casta militare, i giovani, o korwoi, dovevano sottoporsi a
riti di prova o iniziatici: duelli, lotte con bestie feroci (in
genere un cinghiale), imboscate simulate, combattimenti
contro manichini di legno e pelle, attraversamento di fiumi
profondi e ghiacciati, immersioni in mare, giuramenti di
ogni genere. La guerra non sarebbe stata che il prolunga­
mento del gioco, della caccia e dell’offerta: un gioco senza
un finale gioioso, una caccia dall’esito mortale, un sacri­
ficio totale di sé... o di altri. Le reclute non venivano mai
fatte rimanere in città: venivano mandate in guarnigioni
di frontiera o sulle coste e, se si presentava l’occasione, ve­

190
Gente di guerra

nivano aggregate a spedizioni in luoghi remoti, a Troia per


esempio.

Organizzazione militare

Molti elementi sull’organizzazione militare degli Achei de­


rivano non dalla mitologia o dall’interpretazione di un’i­
conografia peraltro piuttosto abbondante, bensì dai testi
incisi sulle tavolette di Pilo, che si riferiscono al regno di
Nestore, cioè a un periodo di pochissimo posteriore alla
caduta di Troia. Dalle tavolette apprendiamo che la monar­
chia messena, temendo un attacco nemico al palazzo-for­
tezza, posto su una collina a breve distanza dal mare, fece
compilare elenchi aggiornati non soltanto dei fabbri e dei
calderai in grado di fabbricare e consegnare rapidamente
nuove armi, ma anche dei rematori disponibili o in conge­
do. Inoltre, venne disposta la riorganizzazione di una decina
di comandi o circoscrizioni militari (oka). Settecentottanta
soldati, suddivisi in unità da dieci a cento uomini, vennero
dislocati in guarnigioni poste nei punti più minacciati della
costa, in particolare nelle vicinanze della baia di Navari­
no. Certamente questa non era che una frazione delle forze
disponibili, uno degli ingranaggi dell’enorme macchina da
guerra. O gni borgo, acheo o meno, doveva infatti fornire
il proprio contingente di rematori e di guardacoste, tutti
uomini liberi.
Il vero capo dell’esercito non era né il re né il maestro di
palazzo, m a il duca, lawagetas, o condottiero della truppa,
lawos. Alla testa delle guarnigioni figurano diversi ufficiali,
fra i quali il menua, il cui nome somiglia stranamente a

191
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

quello di Minia, re di Orcomeno, e a quello di Menuwa,


cavaliere di Cnosso (tavolette V 60 e Se 238). Ovunque un
conte, o «persona del seguito» (eqeta), padrone di un carro
da combattimento, faceva da tramite fra la truppa e l’au­
torità di palazzo. Un ispettore o controllore, Yereute[r], so­
vrintendeva all’esecuzione degli ordini, probabilmente an­
che all’approvvigionamento dei diversi contingenti da parte
dei rispettivi villaggi d ’origine. Molte tavolette distinguono
tra i fanti o pedoni (pediyewe), i «pellai» (,kurewe), e i «telie-
ri» o «uomini della spoletta» {kekide), che erano dispensati
dall’imposta sul lino. Probabilmente, erano così chiamati
perché portavano un corsetto-corazza, gli uni in cuoio, gli
altri in lino imbottito. I soldati erano tutti raggruppati per
squadre, ben inquadrati, nutriti, equipaggiati, e l’ammini­
strazione militare si preoccupava tanto delle scorte inviate
a Pleuron quanto delle assenze negli effettivi o dei congedi
accordati dagli ufficiali.

Logistica

Il sistema difensivo veniva accuratamente mantenuto in


efficienza. Nei pressi di Micene, sulla sommità del mon­
te Sant’Elia, una guarnigione acquartierata in un posto di
guardia sorvegliava le strade provenienti dalle montagne
dell’A rgolide o dalla bassa pianura. Le sentinelle comuni­
cavano con gli altri fortini e con il palazzo per mezzo di
fuochi di segnalazione. Anche in questo caso non si tratta
di una fantasia del poeta Eschilo, ma di una realtà che ha
lasciato tracce nel terreno ed è stata studiata dagli archeolo­
gi Tsountas, Wace e Mylonas. Così l’A rakhnaion o monte

192
Gente di guerra

del Ragno (m 1199), a metà strada tra Tirinto ed Epidauro,


era il centro di una rete di segnalazioni ottiche usate da
tutti i guerrieri dell’A rgolide, e non è del tutto inverosimile
che gli usurpatori del palazzo di Argo abbiano appreso da
segnali di fuoco, in meno di una notte, come dice Eschi-
lo, la vittoria di Agamennone ai Dardanelli. Nel Nord del
Peloponneso, i padroni di Corinto avevano fatto sbarrare
l’istmo con un’enorme muraglia, sul cui cammino di ronda
numerose sentinelle vegliavano notte e giorno.
Intorno ai palazzi-fortezza sorgevano, addossate luna
all’altra, le botteghe artigiane che fabbricavano armi, uni­
formi, finimenti e carri di guerra, che, in tempo di pace, ve­
nivano ammassati in magazzini, arsenali o, come a Tirinto,
in enormi casematte.
Durante le campagne militari, l’approvvigionamento
delle armate era assicurato, a seconda delle circostanze, dal
saccheggio del territorio nemico, da rifornimenti fatti arri­
vare in loco attraverso porti di paesi amici o alleati, oppure
servendosi di mercanti. Sofocle mette in scena uno di que­
sti mercanti nel suo dramma Filottete.
Come si può vedere, la logistica, o impiego razionale del­
le risorse, non è nata ieri.

M odi di combattere

Bisogna riconoscere che non sappiamo praticamente niente


della strategia di questo laos, di questa truppa regolare in
armi. E d ’altra parte non si può parlare di strategia in senso
stretto per la guerra di Troia, poiché ogni contingente ob­
bediva solo ai suoi capi, e questi non obbedivano che alle

193
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

loro ambizioni. Quando quegli uomini liberi, così fieri nel


ragionare, ovvero nel discutere, come Tersite, accettano di
disporsi in ranghi di combattimento, lo fanno per paese
di provenienza e per clan, secondo il consiglio del vecchio
Nestore, sovrano di Pilo. Alla luce di quello che sappiamo
dalla mitologia e dall’epopea in Grecia, dai racconti storici
dell’impero ittita, dalla corrispondenza ufficiale delle mo­
narchie semitiche, dalle iscrizioni faraoniche in Egitto, per
il X III secolo si può parlare solo di invasioni da parte di
intere popolazioni, spinte dal numero, dalla fame o dalla
superiorità militare a cercare nuovi territori, oppure di raz­
zie o di imprese militari di saccheggio o di rappresaglie di
durata limitata e, infine, di raid, vale a dire di incursioni
rapide, condotte da guerrieri su carri da combattimento.
Non è sicuro che gli Achei abbiano partecipato alle invasio­
ni dette dei Popoli del mare di cui parlano gli archivi egi­
ziani, e neppure che essi ne siano state le vittime. A spiegare
la loro rovina sono sufficienti le reciproche rivalità.
La guerra di Troia ha tutti i caratteri di una semplice
spedizione di saccheggio. Achille, Aiace, Ulisse, come an­
che il dio Ares, si definiscono «saccheggiatori di città», pto-
liporthoi. Una volta incendiata la città e raccolto il bottino,
gli Achei abbandonano la Troade, e i loro vascelli prendono
il mare per cercare di raggiungere i porti delle loro terre. D a
parte loro, i redattori delle tavolette di Pilo, verso il 1220,
non temono un’invasione di Illiri, di Etoli o di Dori, come
avverrà forse duecento anni più tardi, ma un’incursione, un
colpo di mano, analoghi a quelli di cui racconta il vecchio
Nestore, re di Pilo, in molti episodi àt\VIliade.
In queste brevi epopee, indipendenti dalla guerra di
Troia, Omero riecheggia narrazioni udite a Miieto, alla corte

194
Gente di guerra

dei Neleidi, discendenti di Neleo, padre di Nestore. Nel


libro V II (vv. 138, 142-44), Nestore racconta della guerra
dei cittadini di Pilo contro i loro vicini Arcadi e di come il
re di Arcadia, Licurgo, uccise il glorioso Areitoo «portatore
di clava»: «non di forza, d ’inganno, / in uno stretto sentiero
dove la clava d ’acciaio / non gli evitò la morte». E il classico
tipo di agguato in una gola, un atto di slealtà che il vecchio
Nestore condanna, prima di raccontare come più tardi egli
stesso si prese la sua vendetta in un duello leale.
M a lo stesso Nestore, nel libro X I, in un centinaio di
versi (vv. 670-761) celebra la razzia di bestiame della qua­
le egli stesso fu istigatore nel territorio degli Elei (l’Elide),
confinante con il suo paese, poi le discordie per la divisione
del bottino con gli Epei, i quali diedero inizio alle ostili­
tà assediando la cittadella di Triessa sull’A lfeo; avvisati da
Atena i Pilii schierarono i cavalieri e infine affrontarono i
nemici; Nestore, che combatteva appiedato, uccise un forte
guerriero e si impadronì del suo carro: «... m a i magnanimi
Epei / fuggiron qua e là, quando videro a terra l’eroe / capo
dei cavalieri, ch’era il più forte a combattere».
Quello di Nestore è il racconto di come si svolgeva una
guerra «normale», fatta di furti di bestiame, scaramucce e
spedizioni punitive, dove non c’era strategia ma l’uso di una
tattica che doveva essere piuttosto frequente a quell’epoca,
consistente nell’isolare il capo o il guerriero più temibile,
farlo prigioniero o ucciderlo.
Infine, nel libro X X III (vv. 629-50), Nestore enumera
le sue vittorie sugli Epei, sugli Etoli e sugli stessi Pilii nelle
gare per i funerali di Amarinceo.
A proposito dell’assedio di cui Nestore parla nel libro X I
àt\YIliade, ricordiamo che soprattutto in una guerra d ’as­

195
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

sedio non ci si fermava di fronte a nulla: i corsi dei fiumi


venivano deviati, le acque venivano bloccate con dighe o
più semplicemente si usavano le piene autunnali per para­
lizzare e distruggere gli avversari. Il libro X X I àe\YIliade
(vv. 229-71 e 305-27) ci mostra lo Scamandro e il Simoenta
che gonfiano le loro acque nella piana di Troia per fermare
l’avanzata di Achille, e il fuoco devastatore scatenato da
Efesto su preghiera di Era (vv. 331-67) incendiare la vege­
tazione e far bollire persino le acque dello Xanto facendone
scemare la forza: dietro l’immagine poetica si intravedono
le tattiche ben note, l’uso dei fiumi a fini di distruzione e
l’espediente della terra bruciata.

Il cavallo di Troia

Nel novero degli stratagemmi più noti figurano il travesti­


mento, lo spionaggio, la diversione, la fuga simulata, tutti
largamente sfruttati dagli eroi di Omero: Dolone il furbo,
Diomede il coraggioso e Ulisse l’astuto. M a il più celebre di
tutti è quello che l’epopea attribuisce a Epeo - decisamente
la tradizione prende in buona considerazione gli Epei! - fi­
glio di Panopeo, architetto del cavallo di Troia. Poiché la
città dalle potenti mura non poteva essere presa né d ’assalto,
né per fame, né con lo sterminio in campo aperto dei suoi
migliori difensori, gli Achei fanno finta di levare il campo.
M a, prima di ripiegare su Tènedo, un’isola di fronte alla
Troade, hanno lasciato, si dice per ingraziarsi gli dei, un
gigantesco idolo a forma di cavallo. Nel suo ventre di legno,
hanno chiuso l’élite dei loro guerrieri. Un traditore, o un
ingenuo, persuade i Troiani a fare entrare dentro le mura

196
Gente di guerra

della cittadella inespugnabile quella inoffensiva statua su


ruote, quel monumento di pietas, e di offrirla agli dei. Fi­
nalmente si potrà gioire della pace ritrovata e si dormirà
tranquilli. Col favore della notte, i guerrieri achei aprono
il portello nascosto sul fianco del ventre cavo del cavallo di
legno, escono dal loro nascondiglio, si sparpagliano nella
città addormentata e, assistiti dai soldati prontamente ritor­
nati da Tènedo, sgozzano i Troiani e si danno al saccheggio.
Si sono cercate molte spiegazioni per l’invenzione di
questo bel tiro sul quale si sono divertite più di tremila
generazioni di studenti. Se si prescinde dalle dimensioni
del cavallo e dal valore di Epeo come architetto (noi di­
remmo ingegnere), sicuramente un’esagerazione poetica, ci
troviamo di fronte a uno stratagemma sicuro e molte volte
ripetuto nella storia, dalla conquista di Jaffa da parte di
Tutii, generale di Tutmosi III, verso il 1460 a.C., fino alla
presa delle piazzeforti di Fougeray e di Mantes da parte del
bretone Bertrand Duguesclin duemilaottocento anni più
tardi. Usato durante una guerra d ’assedio, consisteva nel
fingere la ritirata e inviare alla cittadella affamata un con­
voglio di cavalli, muli o asini, in genere carichi di provviste.
I difensori senza diffidenza aprono le porte. M a, a partire
dalla terza o dalla quarta soma, in ogni cesta, in ogni giara,
in ogni cassa, è nascosto un guerriero armato. Una volta
entrati all’interno delle mura, non sarà facile sloggiarli!
E tuttavia è qualcosa di più di una storia vera, di un
fatto di guerra autentico e in parte confermato dall’esame
delle mura e dei magazzini incendiati di Troia. Che una
città, fortificata quanto tutte le acropoli greche messe insie­
me, sia stata espugnata con lo stratagemma del convoglio
di cavalli può sembrare fittizio quanto il cavallo di legno

197
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra d i Troia

stesso. Il simbolo resta ancora più eloquente del fatto mi­


litare: la Grecia achea è riuscita a invadere e a colonizzare
le coste dell’Asia Minore, dalla Troade alla Panfilia, perché
disponeva di una cavalleria ben addestrata e-ben guidata e
di carri da guerra superiori a quelli delle Amazzoni ittite.
Soldati coraggiosi se ne trovavano da entrambe le parti, ma
i più intelligenti erano tra i Greci.

Guerre di assedio

Alcuni frammenti di un vaso d ’argento trovato a Micene,


nella quarta delle tombe a fossa nell’acropoli, mostrano
dei frombolieri e degli arcieri nudi, impegnati nella difesa
di una piccola fortezza in riva al mare dall’attacco di una
flotta egea. Si ritiene trattarsi di una battaglia ingaggiata
contro Barbari facili da battere, probabilmente in una delle
isole Baleari: gli storici antichi hanno descritto la nudità
dei loro abitanti e celebrato l’abilità dei loro tiratori. Se­
condo la stessa fonte, le isole Baleari sarebbero state colo­
nizzate da abitanti di Rodi o della Beozia al tempo della
guerra di Troia. M a certamente non era quella la prima
volta che i popoli dell’Egeo attaccavano delle città costiere
o assediavano delle piazzeforti. L’assedio di Troia era solo
l’ultimo di una lunga serie, e questo spiega il moltiplicarsi
e il rafforzarsi delle cinte di mura intorno alle città achee:
Orcomeno, Già, Tebe «dalle sette porte», Atene, Corinto e
dieci cittadelle del Peloponneso.
Nel libro IV dell7/zW<? (vv. 404-10), un eroe dell’epopea
tebana paragona i due assedi successivi di Tebe, il primo
conclusosi con la disfatta dei sette re coalizzati, il secondo

198
Gente di guerra

con la vittoria dei loro successori, gli Epigoni. D al racconto


emerge con chiarezza che, per espugnare le città fortificate,
si faceva affidamento tanto sulla superiorità dell’armamen-
to, sul numero e l’astuzia degli assalitori, quanto sulla fame,
la sete, le epidemie e sulla demoralizzazione dei difensori.
D ’altra parte, non era certo infrequente che flagelli quali
la dissenteria, la febbre, il tifo —in breve, tutto ciò che la
tradizione chiama a torto peste - colpissero anche gli asse­
diami ammassati nei porti. Il libro I dell 'Iliade si apre pro­
prio con la descrizione del campo degli Achei che muoiono
numerosi sotto i dardi di Apollo Sminteo, il quale «irato col
re, / mala peste fe’ nascer nel campo».4
E opportuno ricordare le condizioni pessime in cui vive­
vano gli assediami, ammassati con le loro concubine e gli
animali, in un’atroce promiscuità, all’interno delle navi o a
terra, dietro uno steccato sul nudo terreno, esposti a tutte le
intemperie. Solo i capi d ’armata godevano del privilegio di
una baracca di tavole, una sorta di isbà fatta di tronchi squa­
drati, pomposamente chiamata letto o attendamento, klisia.

Usanze funebri e convenzioni

Quando i guerrieri morivano, e se i loro corpi non cadeva­


no nelle mani dei nemici, che spesso li spogliavano, li mu­

4 Apollo era adirato con gli Achei perché Agamennone non aveva accettato
il riscatto e non aveva restituito a Crise - sacerdote di Apollo che si era
presentato all’assémblea degli Argivi con le sacre bende del dio - la figlia
Criseide. Su questo scoppierà il conflitto tra Achille e Agamennone, il quale
alla fine accetterà di restituire Criseide, però chiedendo in cambio Briseide
che era stata assegnata ad Achille [N .d.T ].

199
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

tilavano e li lasciavano senza sepoltura, i compagni d ’armi


li seppellivano in una fossa con alcuni vasi. Sulla tomba
veniva ammucchiata un po’ di terra e dei ciottoli e veni­
va piantato un ramo. Se si trattava di un capo, il tumulo
era più alto e con la base delimitata da grosse pietre: sulla
sommità veniva collocata una pietra eretta. Le generazioni
immediatamente successive riconosceranno sulla piana di
Troia le tombe di Patroclo, di Achille e di Aiace.
Naturalmente, i sopravvissuti si dividevano i beni dei
guerrieri scomparsi tirando a sorte, o per mezzo di com­
petizioni sportive oppure ricorrendo all’arbitrato del capo.
Giochi funebri per decidere la spartizione dei beni di
un guerriero morto in battaglia sono ben attestati per il
tessalo Amarinceo, re degli Epei, a Buprasio in Elide (nel
racconto di Nestore, Iliade, X X III, vv. 626-43), e per Edi­
po, a Tebe. Si deve pensare che vi fosse a disposizione un
grande spazio vuoto e che per l ’occasione venisse concessa
una tregua.
Veniva praticato lo scambio dei prigionieri e la negozia­
zione dei riscatti. La guerra regolare implicava quindi una
serie di convenzioni lealmente rispettate, un rituale. Essa
finiva come era cominciata: con un atto religioso.

Campioni e truppe irregolari

Le regole e le convenzioni alle quali si è accennato sopra


non si applicano a quelle imprese temerarie, a quel tipo di
scontri e di modi di combattere che gli Antichi considera­
vano appannaggio esclusivo di eroi o campioni. A fianco
dei soldati della milizia, dei guerrieri che combattono sui

200
Gente di guerra

carri, dei lancieri e degli arcieri, tutti arruolati e organizzati


secondo i bisogni contingenti della monarchia, compaiono
dei soldati che fanno della guerra un mestiere stabile e una
questione personale. D a una parte, l’ordine, l’amministra­
zione, le battaglie con tutte le regole; dall’altra, le invenzio­
ni, le iniziative, l’opportunismo.
Le mitologie dei vari popoli indoeuropei sdoppiano
costantemente la funzione guerriera. Com e riflesso di riti
e usi sociali, esse contrappongono, per esempio, Indra e
Rudra, Arjuna e Bhima in India, O dino e Thor presso i
Germani, Taranis e O gm ios in Gallia, Conchobar e Cu-
chulainn in Ulster, M arte ed Ercole a Rom a. Contrap­
pongono, anche, i loro rispettivi seguiti. Tutto avviene
come se vi fossero due m odi di concepire la lotta armata:
la leva in m assa o il ricorso ai corpi franchi, e due modi
di concepire il capo: come organizzatore di eserciti o co­
me condottiero di uomini. E l’antitesi, ancora in vigore
ai giorni nostri, fra il militare e il combattente, il reparto
regolare e i corpi partigiani, il reggimento e le formazioni
irregolari: espresso simbolicamente, la contrapposizione
fra struttura rigida e struttura flessibile, quest’ultim a con
i suoi interessi individuali e il suo costante rinnovamento,
caratterizzata fondamentalmente dal fatto di non essere
al servizio di qualcosa o di qualcuno ma soltanto dei pro­
pri interessi.
La Grecia micenea, dominata da un’aristocrazia di al­
levatori di bestiame e di guerrieri, non si è sottratta alla
pratica diffusa presso tutti i popoli europei: alla massa re­
golarmente armata, lawos, e guidata ora dal re, wanax, ora
dal duca, lawagetas, essa ha talvolta preferito il signore della
guerra, hérós, e il suo seguito di avventurieri.

201
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

L a razza degli eroi

Ne Le opere e igiorni, un poema che risale al VII secolo a.C.,


Esiodo passa in rassegna le cinque stirpi di uomini che gli
Immortali hanno successivamente creato, e che rappresen­
tano una costante degradazione della vitalità e della felici­
tà umana: doro, d ’argento, di bronzo, d ’eroismo, di ferro.
Esiodo chiama queste generazioni che si sono succedute i
Geni, i Felici, i Giganti, gli Eroi o Semidei, i Mortali. I mo­
derni strutturalisti hanno voluto distinguere, nella terza e
nella quarta èra, due tipi di guerrieri differenti, l’uno terri­
bile e furioso, l’altro misurato e pio, che incarnerebbero due
diversi modelli etici, attribuiti rispettivamente al dio Ares e
alla dea Atena. Ma, molto più semplicemente, il poeta che
descrive la storia dell’umanità colloca gli «eroi» delle guerre
di Tebe e di Troia tra l’età del bronzo e l’età del ferro perché
ha il senso della storia. Mentre i costruttori delle mura ciclo­
piche, alla metà del secondo millennio, sono rimasti anoni­
mi, i loro successori hanno lasciato un nome. Esiodo sa che
i guerrieri sono sempre e dovunque dei pazzi furiosi, ma sa
anche che alla fine dell’età del bronzo sono comparsi degli
individui, dei caratteri degni di essere celebrati dai poeti.
Il problema si riduce a questo: come farsi un nome in
una società gerarchizzata com’era quella di Tebe o di Pilo
nel X III secolo a.C.? Com e diventare, se non sfuggendo
all’inquadramento in un rango o in una funzione civile o
militare, qualcuno fuori dal comune, un signore della guer­
ra o un semidio? Un eroe come Eracle, Bellerofonte, Edipo
o Teseo preferisce alle banali vittorie rituali di una aristo­
crazia assestata sulle sue prerogative, le vittorie del genio,
della forza fisica, dell’abilità. D a parte sua, il popolo toglie

202
Gente di guerra

facilmente la propria fiducia ai baroni e ai funzionari per


darla a chi sa attrarlo con il suo coraggio e i suoi successi, al
campione, promos, al quale attribuisce tutte le virtù.

Reclutamento

Era un ambiente ben strano quello in cui gli eroi che ho ap­
pena nominato, come tanti altri, assomigliavano al punto
da confondersi ai capi di bande, di truppe di avventurie­
ri, quelle che nella Francia antica erano dette «compagnie
di ventura», cioè masnade o gruppi di mercenari, presenti
in diversi stati europei alla fine del Medioevo e nella stes­
sa Grecia, con il nome di klephtes o di armatoles, alla fine
dell’impero ottomano: per un quarto soldati, per tre quarti
briganti, pirati, avventurieri. Si trattava, il più delle volte,
di aristocratici poveri, di figli cadetti o di bastardi, alcuni
erano giovani di buona condizione che un qualche crimine
aveva esiliato dal proprio paese: senza casa, senza patria.
N ell’epoca micenea erano nomadi, pastori o bovari, che en­
travano in queste truppe irregolari per la loro forza, la loro
resistenza o la loro audacia: nati in un periodo di eccessivo
popolamento, quando ormai tutte le terre, tutti gli impie­
ghi erano stati assegnati, non trovavano lavoro o rifiutava­
no di decadere a una condizione servile.
D all’esame degli archivi di Pilo si ricava l’impressione di
trovarsi di fronte a una crisi di disoccupazione, o quanto
meno di sotto-occupazione. Smobilitati dopo una campa­
gna o una lunga guerra, molti si ritrovavano privi di mezzi
di sussistenza, di ogni ragion d ’essere. La macchia, con la
sua relativa libertà, offriva a tutti un’attività, una dignità.

203
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Formazione

Per gli Achei, il nobile è essenzialmente un personaggio co­


nosciuto per la sua nascita, la sua parentela-e i suoi beni,
mentre il futuro campione è un uomo che deve farsi co­
noscere. D i origini oscure, egli è, come Teseo al suo arrivo
ad Atene, venuto da non si sa dove, Trezene, Maratona o
Eretria, «uno straniero e uno sconosciuto». O come Edipo,
il monello «dai piedi gonfi» per la denutrizione, un bam­
bino abbandonato e scoperto per caso nel massiccio del
Citerone. Per far dimenticare la sua condizione di paria,
di bastardo, di senza grado, soprattutto se farà parte un
giorno delle truppe regolari dove vengono iniziati i giovani
guerrieri, ha a disposizione tre mezzi, che sono sempre gli
stessi: una caccia straordinaria (che può essere anche una
caccia all’uomo), un’impresa, cioè una prova d ’ingegnosità
e di forza, un segno distintivo.
In seguito il campione uccide molti uomini. Il successo
fa di lui un Signore, un Sire: un Eroe. I posteri faranno
delle sue vittime dei mostri, degli empi, dei criminali. In
tal modo Alcide o Alceo, «il Forte», nato dall’adulterio di
una regina (?) di Tirinto o di Tebe, non viene riconosciuto
da Anfitrione il cui vero figlio è Ificle. Si narra che il bam­
bino predestinato abbia soffocato alcuni enormi serpenti e
ucciso il suo padrone, prima di strangolare, a diciotto anni,
il suo primo leone.
Dopo il massacro dei figli di Megara, si è conquistato
una celebrità in Beozia. Riceve allora il titolo di cui farà il
suo nome. Sarà Eracle, vale a dire «colui che la sua signoria
rende celebre», emulo della dea «Signora», Era. Le «fatiche»
o prove che gli vengono attribuite, e il cui numero è variato

204
Gente di guerra

di secolo in secolo, sono ora vittorie su animali simbolici


- gli stemmi di numerosi re del Peloponneso - ora razzie di
animali domestici, cavalli, buoi o porci, ora imprese di cac­
cia. E, naturalmente, l’Idra di Lerna,5 il leone di Nemea,
il triplice Gerione o il cannibale Diomede sono divenuti
altrettanti mostri.

L a caccia

Forse più dei duelli iniziatici o della vittoria nelle imbosca­


te, è la caccia quella in cui si qualificano gli eroi.
Nelle scuole della macchia si può giocare alla guerra su
piccola scala e giostrare allegramente contro il manichino a
tre corpi o a tre teste di cuoio e paglia, m a non è un gioco
la lotta contro un toro selvaggio che dà cornate, contro un
cinghiale lanciato alla carica, contro una leonessa, un’orsa o
una lupa che difendono i loro piccoli. E li che bisogna dar
prova di presenza di spirito, di coraggio e di destrezza.

5 L’Idra è un mostro con corpo di cane e nove teste di serpente, di cui


una immortale, che viveva nei pressi del lago di Lerna, vicino ad Argo; il
leone di Nem ea era il temibile animale che terrorizzava la valle omonima:
furono uccisi entrambi da Eracle (rispettivamente, la seconda e la prima
delle fatiche impostegli da Euristeo, re di Tirinto, in espiazione per aver
massacrato i propri figli in un raptus di follia inviatogli da Era, ancora in
collera perché Eracle era nato da Zeus e Alcmena). Eracle indossava la pelle
del leone di Nem ea, che non poteva essere trapassata dalle frecce come suo
segno distintivo. Gerione, mostro con tre teste e tre corpi, che viveva sull’i­
sola di Eritea, vicino allo stretto di Gibilterra: fu ucciso da Eracle, che poi si
impadronì delle sue splendide mandrie. Diomede, re dei Bistoni in Tracia,
è detto cannibale perché nutriva le sue bellissime cavalle con la carne dei
viaggiatori che capitavano nelle sue terre: Eracle lo fece divorare dalle sue
stesse cavalle \N.d.lT\.

205
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Altrettanto pericolosa della guerra, la caccia è ancor più


necessaria, poiché permette agli uomini di procacciarsi il
cibo e di difenderlo. E questa la spiegazione delle cacce
dell’epoca micenea, che troviamo celebrate dall’epica e ri­
prodotte sulle armi, sui monili, sui muri, sulle stele funera­
rie, sui vasi.
La Grecia antica era in prevalenza un paese di foreste, di
boschi, di aree verdi. Le montagne con le loro gole, rocce,
sorgenti e caverne costituivano un immenso territorio di
caccia in cui la selvaggina aumentava nei periodi di disbo­
scamento. Ogni uomo libero aveva il diritto di andarvi a
caccia, senza altri limiti che quelli riguardanti i territori
sacri. O gni pastore doveva saper cacciare, se non altro per
mettere in fuga i rapaci e le bestie feroci che minacciavano
notte e giorno gli animali al pascolo. Se l 'Iliade è piena di
paragoni presi dall’attività dei felini, è perché il leone, la
pantera, la lince erano ancora a quell’epoca delle realtà te­
mibili, diffusi dai monti della Macedonia fino a quelli della
Troade.
Branchi di cinghiali, a volte enormi, infestavano i mas­
sicci del Parnaso, dell’A rakinto, del Taigeto e dell’Eriman-
to. D a lì scendevano a devastare gli stretti campi delle val­
late. Si ricordino le cause della celebre battuta di caccia a
Calidone in Etolia: «Ella dunque, stirpe divina, l’Urlatrice
[Artemide], irata, / gli mandò contro un feroce cinghiale
selvaggio, zanna candida, / che prese a conciar male la vi­
gna d ’Oineo; / molti alberi alti stendeva a terra, rovesci, /
con le radici e con la gloria dei frutti. / L’uccise Melèagro, il
figliuolo d ’Oineo, / chiamando cacciatori da molte città / e
cani, ché vinto non l’avrebbe con pochi mortali, / tant’era
enorme...» ( Iliade, IX, vv. 538-46).

206
Gente di guerra

Bisognava avere abbattuto una quarantina di cinghiali


di quella stazza per ricoprire con le loro zanne un elmo di
cuoio come quello di Ulisse (Iliade , X, vv. 261-64).
Per difendere le colture, e contemporaneamente per ne­
cessità di carne fresca e gusto sportivo, si cacciava soprat­
tutto il cervo, il capriolo, lo stambecco e la lepre. I monu­
menti figurati così come il vocabolario arcaico della caccia
fanno pensare che tutti i procedimenti venatori dell’epoca
classica fossero impiegati già dalla fine del secondo mil-
lenio. I più apprezzati e i più adatti a qualificare un eroe
erano sicuramente l’inseguimento della grossa selvaggina
su carri, con lancio della picca o del giavellotto; la caccia ad
avvicinamento con frecce o con un giavellotto munito di
cinghia di lancio; la battuta con reti, trappole o lacci, che
implicava la collaborazione di un certo numero di insegui­
tori e alla fine l’uccisione o la cattura dell’animale da parte
di uno dei capibattuta.
Il Cacciatore Nero della leggenda, tale Melanione, ma­
rito di Atalanta, erra di notte sulle montagne vicino alle
frontiere, va a caccia da solo e senza armi da guerra. Si serve
di mezzi primitivi, come il masso, la clava, l’ascia bipen­
ne, la fionda, il boomerang. E soprattutto usa l’astuzia, si
camuffa o si traveste, imita il richiamo dei vari animali,
inganna gli altri uomini, tende trappole di ogni tipo. Tutti
procedimenti che Platone condannerà qualche secolo più
tardi, come indegni della lealtà di un soldato regolare, di
un oplita.
E possibile che il futuro eroe si faccia accompagnare da
cani. Alcuni 'di essi sono diventati leggendari: Lailaps, il
levriero di Minosse e Procris; Argo, il cane di Ulisse. Si
ritiene di poter distinguere in epoca remota almeno quat­

207
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

tro razze di cani da caccia: i grandi segugi, una sorta di


sloughi, i cani da ferma, i cani a zampe corte e con muso
leonino, vagamente somiglianti ai bulldog. Vi era poca dif­
ferenza fra il molosso dell’Epiro e il cane comune, poiché
ovunque i pastori addestravano i guardiani delle loro man­
drie a cacciare.

Imprese e azioni individuali

In ogni caso, con o senza cane, con o senza armi, l’eroe


miceneo, proprio come gli altri eroi europei, Orazio o Cu-
chulainn, doveva qualificarsi compiendo un’impresa indi­
viduale. In seguito si distingueva portando un’arma parti­
colare - vedi la dava di Eracle, la doppia ascia di Teseo - e
per mezzo di una veste o di calzature inusuali. Ricordia­
mo la pelle di leone del figlio di Alcmena [Eracle/Ercole],
l’elmo e la bisaccia di Perseo, la pelle di pantera e l’unica
calzatura di Giasone. O magari, come tanti eroi celtici,
ostentava un’espressione terrificante che gli faceva apparire
un occhio di eccezionale grandezza, o si faceva addirittu­
ra dipingere o tatuare un terzo occhio sulla fronte. Molti
personaggi leggendari sono chiamati Triopas, «Triplo oc­
chio», come un guerriero realmente esistito riportato sulle
tavolette di Cnosso. I Ciclopi, «quei guerrieri arroganti che
depredavano senza posa i Feaci» e li spinsero, alla fine, a
emigrare, avevano un solo occhio. Vi è ragione di chiedersi
se la cicatrice che Ulisse aveva su un polpaccio fosse davve­
ro il ricordo di una ferita infertagli da un cinghiale o non
piuttosto un segno di riconoscimento. Gli amanti dell’epica
hanno sempre avuto un debole per i capi guerci, da Filip­

208
Gente di guerra

po II il Macedone a Moshe Dayan, per gli sfregiati, peraltro


essi stessi fieri delle loro gloriose ferite così come della loro
forza fisica.
Una bella impresa può, a volte, perfino far sorridere. Il
diciottenne Eracle, spossato per la faticosa caccia al leone
sul massiccio del Citerone, non si accorse, dicono, di divi­
dere il talamo con le cinquanta figlie del re Tespio: credeva
di avere a che fare con una sola compagna. E un eroe al
quale veniva attribuito, in ogni campo, un appetito fuori
del comune.
In quella sorta di prt-Iliade costituita dai racconti dei
vecchi combattenti, Nestore, Fenice o Tideo, assistiamo
agli inizi di una carriera eroica, inizi che sembrano più seri
e al tempo stesso più verosimili di quelli degli altri. Davan­
ti all’assedio di Feia, i Pilii e gli Arcadi decidono di fare
appello a due campioni per regolare le loro divergenze, e
anche, come in molti altri casi, per risparmiare delle vite
umane.
Un duello, anche se rischia di generarne altri, somiglia
a uno spettacolo, a un gioco, a un giudizio divino, ed è
decisamente più economico di un massacro generalizzato.
Nestore racconta il suo duello con Ereutalione, colossa­
le «scudiero» del re Licurgo, che era armato di una coraz­
za di bronzo e brandiva una «clava d ’acciaio»:6 «Egli con
quest’armi sfidava tutti i più forti; / ed essi tremavano,
avevan terrore, nessuno osava. / Solo me spinse a combat­
tere il mio cuore, costante / nella sua forza; ed ero fra tutti

6 Erano le armi che Licurgo, signore deH’Arcadia, aveva vinto uccidendo


Areitoo, signore di Beozia e che, divenuto vecchio, aveva donato al suo caro
scudiero Ereutalione [N .d.T ].

209
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

il più giovane. / Io mi battei con quello, e Atena mi diede


l’onore; / sì, luccisi, quell’uomo così grande e gagliardo, /
e giacque immenso, fuor della strada di qua e di là. / Ah
fossi ancora giovane, avessi intatte le forze!»- CIliade , VII,
vv. 150-57).
Le differenze di statura, di età, di armamento, di espe­
rienza aumentano i meriti del vincitore, capace peraltro,
in un concorso internazionale, di battere tutti gli avver­
sari nella boxe, nella lotta, nella corsa e nel lancio (.Iliade,
X X III, vv. 629-45).
Durante un’altra guerra, contro gli Epei, il re Neleo
proibì a Nestore di prendere le armi: «non volle però ch’io
m arm assi e m i nascose i cavalli: / diceva ch’io non sa­
pevo ancora le cose di guerra. / Bene, tra i cavalieri mi
distinsi lo stesso, / benché fossi a piedi: così Atena guidava
la lotta» (.Iliade , X I, vv. 718-21). In effetti, quando inizia
la battaglia, riesce a uccidere con l’asta il conducente di
un carro che gli si era scagliato contro e a impadronirsi
del carro e dei cavalli. Segue uno sbandamento generale,
perché M ulio, l’uomo che aveva appena ucciso, era non
soltanto il genero del re Augia, m a il capo di tutti i cava­
lieri nemici.
Meleagro, in Etolia, si era già distinto abbattendo il mo­
struoso cinghiale di Calidone. D opo la caccia i partecipanti
si battevano per decidere chi avrebbe ottenuto la testa e la
pelle coperta di setole: Meleagro massacrò i suoi zii e accor­
dò il trofeo ad Atalanta, una cacciatrice che egli ammirava.
Un eroe aveva il dovere di essere sportivo, intransigente e
generoso.
Un altro eroe etolico, Tideo, frutto di amori oscuri o il­
legittimi, era cresciuto fra i porcari. Divenuto uomo, uccise

210
Gente di guerra

un parente prossimo o, secondo una versione più tragica,


gli otto figli di Mela. Andò in esilio, errò per qualche tem­
po, infine fu accolto da Adrasto, re di Argo. Durante una
missione a Tebe, egli si recò al palazzo del re Eteocle: «e
qui, pur essendo ospite, Tideo guidatore di carri / non ebbe
paura, solo in mezzo a molti Cadmei, / ma li sfidò a lottare,
vinse ciascuno / senza fatica; tale soccorso era Atena per lui.
/ Ed essi, irati, i Cadmei agitatori di cavalli, / quando tor­
nava indietro, abile agguato gli mossero contro, / cinquanta
giovani: e i capi erano due, / ... / M a Tideo diede loro il
malo destino. / Tutti li uccise, uno solo lasciò che andasse
a casa» (Iliade , IV, vv. 387-97).
L’autore di questa piccola epopea, tralasciando le inno­
minabili sevizie a cui Tideo si abbandona sui suoi nemici,
ha tratteggiato solo gli elementi essenziali attraverso i quali
un eroe si definisce in opposizione a un combattente re­
golare: malgrado quelli che lo circondano l’eroe si forma
da solo, si misura con chi è più forte di lui, se la ride degli
stratagemmi di provata efficacia, è cavalleresco con senso
deH’umorismo.

Capibanda

Si potrebbe obiettare che tutti questi personaggi sono so­


lo creazioni dell’ignoranza o della fantasia, m a nella loro
ascesa vi è qualcosa che li rende del tutto simili ai ben no­
ti capibanda del Medioevo occidentale. Se non si sapesse
per certo che'Bertrand Duguesclin (o du Glay-Aquin), per
esempio, è stato realmente, secondo la bella definizione di
Vercel, «il generalissimo di tutti i banditi di Francia e Na-

211
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

varra», lo si potrebbe considerare un personaggio inventato


dai poeti e romanzieri del X IV secolo. I popoli d ’Europa
non hanno certo aspettato Robin H ood per suscitare fra di
loro e poi celebrare dei cavalieri erranti, dei vendicatori, dei
giustizieri o semplicemente degli ambiziosi.
Campione che si potrebbe credere costruito per un rac­
conto di avventure, l’eroe miceneo vede raccogliersi attor­
no a sé una piccola banda di avventurieri o, se necessario,
la recluta egli stesso. Nelle regioni di frontiera dove all’i­
nizio si nascondono, essi commettono, per vivere, ogni
sorta di crimini. Depredano e ricattano; fanno la guerra
a modo loro, senza strategia, con tattiche che si limitano
all’imboscata, all’agguato, alla razzia, all’assalto. Quando
gli va bene, la loro fam a aumenta, se falliscono, passano
per ciò che realmente sono: dei predoni. Il successo at­
tira reclute provenienti da ogni dove, dalla Grecia come
dall’Asia Minore. Verso la fine del X III secolo a.C., per
garantirsi l’autonomia le bande o compagnie più nume­
rose hanno dovuto organizzarsi sul modello delle milizie
nazionali, darsi quindi non solo gerarchia e disciplina, ma
soprattutto un’intendenza, un’organizzazione logistica,
un seguito di indovini, di guaritori, di cantori e di mer­
canti. Fra i sette capi coalizzati contro Tebe figurano un
indovino, Anfiarao, appartenente a una fam iglia di indo­
vini, e un fabbro, Capaneo.
M a il successo fa nascere anche bande rivali, e inevitabili
conflitti. Lungo tutto il difficile tragitto che porta da Tre-
zene a Eieusi, il giovane Teseo deve misurarsi con bande di
briganti. Alcuni torturano i viaggiatori, li squartano, li get­
tano da precipizi; altri si limitano a depredarli. Il sadismo
di alcuni capi è pari solo a quello dei poeti epici.

212
Gente di guerra

Le bande e gli irregolari

Le truppe regolari potevano ben poco contro le bande,


contro i briganti che avevano il loro regno nella macchia.
Gli stati più solidamente organizzati potevano o cercare di
confinarli nelle loro montagne o prenderli al proprio servi­
zio, vale a dire farne dei mercenari, concedendo in cambio
terre coltivate o privilegi, oppure impiegarli in lotte esterne.
La Messenia fu logorata dai conflitti con gli irregola­
ri durante tutto il X III secolo, prima di vedere l’ultimo
dei suoi palazzi in fiamme. N e rimane la testimonianza
scritta nelle liste delle prefetture o delle borgate principali.
Ufficialmente, verso il 1220, ve ne sono sedici: nove nella
Provincia Citeriore, al di qua del monte Aigola, sette nel­
la Provincia Ulteriore o Oltremontana. La lista canonica
si riduce su alcuni documenti a qualche nome, su altri
si leggono nomi ignoti o poco noti. I rimaneggiamenti
riguardano soprattutto la Provincia Ulteriore, la valle del
Pamiso e le pendici del Taigeto. Sul ruolo dell’imposta
dell’oro (PY, Jo 438), peraltro in gran disordine, Lauran-
thia e Zamaewiya (il borgo delle terre in usufrutto) lascia­
no il posto a Iterewa (o Aterewya, il dominio di Atreo?) e
a Tinwasiya (il dominio delle sabbie) e si rileva che molti
amministratori sono contemporaneamente comandanti di
guarnigione. Q uando l’epica dichiara che il Forzuto Era-
cle - chiaramente un capobanda - opprimeva duramente
gli Elei e che i suoi emuli o discendenti, gli Eraclidi, fini­
rono per cacciare gli Achei dalle loro terre, siamo di fronte
a ben più che una leggenda, bensì alla probabile spiega­
zione, attraverso una sorta di guerra civile, della fine della
civiltà micenea.

213
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Le tavolette di Pilo mostrano in quale condizione di in­


sicurezza vivevano i piccoli stati del Peloponneso con simili
vicini. Nella lotta fra soldati regolari e briganti, sono questi
ultimi ad avere la meglio. Per dirla in termini sportivi, i
dilettanti hanno battuto i professionisti.
Eracle con le sue truppe s’insedia successivamente a Te­
be, a Elis, a Pilo, si mette al servizio di diversi principi,
«sposa» Deianira, figlia del re di Calidone, saccheggia la
regione di Delfi, diventa mercenario in Asia: da qui tutte
le leggende relative alla prima guerra di Troia, alla lotta
contro le Amazzoni, alla schiavitù presso Onfale, regina di
Lidia. Egli finisce miserevolmente in oscure lotte di bri­
ganti alle frontiere della Doride, a ovest delle Termopili. I
suoi avversari, mercenari o soldati del re di Trachine e di
Ecalia, circondano il massiccio dell’Età, dove egli si è rifu­
giato e danno fuoco alla macchia. In seguito si esalterà la
sua morte gloriosa nel rogo dell’Età e la sua apoteosi. Egli
lascia dietro di sé diverse bande che, approfittando della
debolezza o di assenze dei piccoli re micenei, ne invadono
le terre, incendiano i villaggi, fanno razzie di bestiame e, se
possibile, occupano le fortezze.Il

Il contributo degli eroi

Si potrebbe dire quasi la stessa cosa dei grandi conquista-


tori, Perseo, Bellerofonte, Giasone, Teseo, che la leggenda
manda in missione in terre lontane, generalmente in Asia.
Il che significa procurarsi altrettante spade, archi e mazze
ferrate. Ricordiamo le lagnanze degli imperatori ittiti pres­
so il re di Akhkhiyawa contro i capibanda venuti dal suo

214
Gente di guerra

paese o rifugiati presso di lui. La storia sembra confermare


l’epica. Se ciò è vero, si comprende che il mercenariato di
alcuni «eroi» achei, in guerra per conto di qualche potentato
di Misia, di Lidia, di Caria o di Licia, abbia procurato alla
Grecia più vantaggi che inconvenienti. Essi portavano con
loro ciò di cui la Grecia era più carente: oro, gioielli, spezie,
aromi e generi di lusso. M a si facevano anche accompagna­
re da buoni artigiani, sacerdoti, musici, scribi. Quelli che in
gioventù non erano che bruti o banditi diventavano, dopo
aver fatto fortuna, degli esempi di virtù. I poeti ,cantavano
intorno al fuoco le vittorie e le imprese dei capi scomparsi.
Avendo frequentato a lungo i pastori dei Balcani e di
Creta, posso assicurare che la poesia epica non è nata in
un salone dei palazzi micenei, m a sulla montagna, vicino
alle sorgenti dove si erano dissetati gli eroi morti e i loro
discendenti. H o sentito, ancora nel 1958, celebrare Eracle
da persone semplici, sui monti dell’Argolide. Egli non era
più il predone, il bruto della storia, ma, come ai tempi dei
grandi poeti tragici, l’audace, il riparatore di torti, quello
in cui tutto un popolo di oppressi riponeva le proprie spe­
ranze. Un eroe civilizzatore, un semidio, antagonista dello
stesso Ares, dio della guerra.
E d è proprio questo il paradosso di quell’attività disgre­
gante che è stata la guerra nel mondo miceneo al suo apo­
geo: dando libero corso all’individualismo più sfrenato, fi­
no al punto di distruggere le strutture di un’intera civiltà,
la guerra ha contribuito più di qualsiasi struttura politica,
economica e sociale del tempo allo sviluppo delle relazioni
umane e in definitiva dell’umanesimo. N ata dalla caccia e
dal gioco, la guerra si è diffusa come cultura e come sport.
Si devono a quel mondo di combattenti —soldati o guerrie­

215
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

ri, miliziani o briganti - due conquiste di ordine spiritua­


le: gli encomi funebri, che sono allorigine dell’epica e del
teatro classico, e i giochi funebri, che sono allorigine delle
grandi competizioni sportive.
Feconde le tombe dei morti celebri! Intorno a quella di
Edipo a Tebe, 1avventuriero che divenne re e morì trafitto
da una lancia (.Iliade, X X III, vv. 678-80), si riuniscono le
prefiche e gli addetti ai sacrifici, la vecchia regina che avreb­
be potuto essere sua madre e i suoi figli, pronti a uccidersi
fra di loro. D opo le ultime invocazioni, gli ultimi lamenti
di sconforto, qualcuno, cantore o indovino - magari il cie­
co Tiresia - si mette a salmodiare, celebrando le vittorie del
re ucciso. Ogni anno, quando i guerrieri si recheranno a fa­
re sacrifici e libagioni sulla sua tomba, altri cantori ripren­
deranno, amplificandolo, quel lamento. Lo chiameranno il
grande solitario dei monti di Focide e Beozia, l’uomo del
dolore, il saggio, il giusto che soffre, il semidio. D a questo
lamento ripetuto deriverà una parte del ciclo epico tebano,
YEdipodia, e innumerevoli soggetti drammatici. In modo
analogo, Erodoto {Storie, V, 67) ci mostra il culto con il
quale gli antichi abitanti di Sidone onoravano l’eroe Adra­
sto, capo della spedizione dei Sette contro Tebe: «Tra gli
altri onori che gli rendevano, celebravano le sue sventure
con cori tragici. Non veniva onorato Dioniso; l’onore era
per Adrasto». I cori tragici: il genio greco vi aggiungerà il
dialogo e ne trarrà la tragedia.
Ufficialmente, i Greci datavano l’inizio della loro storia
dal 776 a.C., primo anno della prima Olimpiade, ma tut­
ti sapevano che, almeno cinquecento anni prima di quella
data, corse di carri e gare di campioni erano state orga­
nizzate nel Peloponneso, sia da Pelope, figlio di Tantalo,

216
Gente dì guerra

sia da Eracle. Tali gare erano anche giochi funebri dedicati


alla memoria di Enomao, re dell’Elide, ucciso da Pelope.
L’archeologia conferma non soltanto la costruzione di un
santuario e di un villaggio a Olimpia già attorno alla metà
dell’età del bronzo, ma anche l’esistenza di gare ippiche in
onore di un morto illustre, ben prima dell’anno Mille a.C.
L’autore del libro X X III deìYIliade, già citato, dichiara
che i funerali di Edipo furono accompagnati da giochi e, in
particolare, da gare di boxe. Il modo migliore per dividere
i beni di un guerriero morto evitando lotte fratricide e le
ingiustizie di un sorteggio, la migliore ordalia, consisteva
nel mettere quei beni in palio: «Vinca il migliore!». Il gioco
funebre è un combattimento che finisce bene, un combat­
timento a fin di bene. Grazie a esso, la guerra finisce meglio
di come è iniziata: è un’occasione in cui si lotta non per
uccidere, m a «per ridere», per mettersi alla prova, e anche
per non pensare alla propria morte. L’emulazione dei con­
correnti, il loro prodigare forza, destrezza e astuzia, la loro
vitalità, in fondo non erano che omaggi resi allo scompar­
so. Egli non poteva che esserne rinvigorito nell’A ldilà, un
luogo di ombre fluttuanti, così inconsistenti e tristi.
Oggi noi non attribuiamo più tale finalità allo sport,
però possiamo almeno riconoscere che in quei tempi lonta­
ni aveva ben altra generosità, ben altra grandezza rispetto a
ciò che è diventato per noi, e dobbiamo anche ammettere
che, se i Micenei hanno molto ucciso, i Greci dal loro esem­
pio hanno saputo trarre saggezza. Eracle, divenuto patrono
di palestre e stadi, fa da contraltare, nella storia, a Orfeo,
progenitore e modello di tutti i poeti epici.
IV

Gente di terra

Il clero è fatto per pregare, i nobili per combattere, i conta­


dini per nutrire tutti quanti. Così si pensava nel Medioevo
e così troppo spesso si continua a rappresentare, con un
eccesso di semplicismo, la società micenea.
Se per contadino si intende l’abitante e l’utente del terri­
torio della città, è subito evidente che in questa pretesa terza
classe ci sono almeno altrettante divisioni e incongruenze
che nelle altre due.
Dove si collocano gli artigiani, che stanno in città ma si
spostano stagionalmente in campagna, oppure gli agricol­
tori e i lavoranti dei frutteti che lavorano in campagna ma
abitano nelle città?
E la gente di mare?
E come considerare i passaggi da un mestiere all’altro:
il pastore che in autunno scende dai pascoli montani e si
trasforma in bracciante, il contadino che, quando ve n’è
bisogno, prende la lancia o il remo per divenire soldato,
fante o marinaio?
I Greci non sono mai stati molto sedentari, soprattutto

218
Gente di terra

quelli che abitavano le isole, e la terra stessa, spesso arida o


sconvolta dai diluvi, ha sempre allontanato da sé i propri figli.
Basta guardare le case costruite dalle genti delle terre alte
e delle pianure - almeno cinque tipologie - per ritrovare il
vecchio individualismo mediterraneo.

Case di mattoni crudi

Ciascuno, ricco o povero che sia, è, come Ulisse, capo­


mastro di se stesso. In pianura, oppure nelle vallate, sulle
pendici delle colline, il contadino che s’insedia o che vuole
ampliare la dimora paterna, strappa al suolo, con una zappa
di legno, dei grandi blocchi di terra argillosa, gialla, rossa,
bruna. Li lascia seccare per qualche tempo, li schiaccia, li
frantuma, li libera dai sassi e dalle radici e, quando tutta la
massa è ben pulita, vi mischia un po’ di paglia sminuzzata
e, talvolta, frammenti di alghe.
Bagnato, calcato con i piedi, impastato su un’area circo­
lare, l’impasto viene versato in casseforme costituite da assi
alte appena otto-dieci centimetri, lunghe venticinque-cin-
quanta centimetri e larghe diciotto-trentacinque centime­
tri. D a questi stampi usciranno dei lunghi mattoni piatti
che verranno lasciati per molti giorni al sole a seccare.
Poi il proprietario divenuto muratore, con il solo filo a
piombo del suo sguardo, li metterà uno sopra l’altro su fon­
damenta di pietra fino a raggiungere due metri-due metri
e venti in altezza. Con questo sistema alzerà i quattro mu­
ri perimetrali (circa una ventina di metri) di un edificio,
non senza lasciare un vano per la porta e un’apertura molto
piccola per la finestra. Se vi sono dei vuoti tra i mattoni, li

219
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

riempirà con della terra argillosa. Delle travi verranno inca­


strate un po’ inclinate in appositi incavi dell’ultimo strato
di mattoni. Su queste verranno sovrapposti dei tronchi di
legno messi di traverso, un graticcio e due strati di argilla
impermeabile a formare un tetto a terrazza.
Nelle regioni del Nord, più esposte alla pioggia e alla
neve, il costruttore ricoprirà di paglia e canne un tetto
a due spioventi. Ovunque, fisserà nella copertura, lungo
il muro, la cornice per il camino e, al di sopra, un gros­
so vaso di terracotta senza fondo. La pesante copertura è
sostenuta, anche se non sempre, da uno o due pilastri di
legno, poggiati su un cubo di pietra. Il tutto reggerà bene
almeno per una generazione, salvo incendi o inondazioni.
Si sono viste capanne simili durare più di un secolo. Con­
tro il pericolo che un ladro possa bucare silenziosamente
le pareti di terra pressata, in certe regioni i muri vengono
rinforzati con un’ossatura di legno, una specie di arma­
tura, fatta con una tecnica detta «del mattone armato». I
montanti e l’architrave della porta, la porta stessa e il suo
paletto, il telaio della finestra sono già di legno segato e
squadrato.
E non mi si venga a dire che l’ho sognato. Questo tipo
di costruzione, di cui gli archeologi hanno trovato tracce
risalenti all’età neolitica in Tessaglia, in Argolide e nelle
isole, è diffuso ancora oggi negli stessi luoghi.

Case di terra pressata

A volte per costruire viene usata la terra pressata, vale a


dire terra umida, pestata e ben compressa, posta a prender

220
Gente di terra

forma in un càssero fatto di assi che vengono tolte mano


a mano che l’impasto indurisce. Per renderlo più solido, la
terra viene mischiata a cocci di terracotta, di pesi, anche di
statuette. Usando una tecnica non molto diversa, la terra
umida viene posta su un traliccio di canne o di ramaglia:
una sorta di primitivo cemento armato, dal quale spunta
qua e là, in maniera visibile, qualche riquadro di legno del
traliccio, e che viene ricoperto da un intonaco che talvolta
viene dipinto. Questa specie di capanna in muratura può
avere le forme più svariate - rettangolare, circolare, ovale -
ma in ciascun villaggio le case sono tutte dello stesso tipo.
I tetti seguono il contorno dei muri: alcuni sono conici o
a forma di cupola appuntita, altri hanno due spioventi e
un frontone con arco. Nelle regioni fredde e innevate del
Nord, il canniccio e la paglia della copertura sono sostenuti
da una volta di assi.
Tali forme sono state riprese nella costruzione delle tom­
be a cupola, circolari o quadrate; e sono servite anche da
modello per le casette o le capanne di argilla che talvolta
venivano sepolte insieme ai defunti.

Case di pietra

Più efficiente e più solida è la costruzione che associa la pie­


tra, il legno e la calce. Un muro fatto di terra, anche se è so­
stenuto da un’ossatura di montanti, di traverse e di paletti,
anche se viene protetto con una copertura sporgente e un
intonaco di gesso, resta pur sempre esposto alle intemperie:
la pioggia lo scioglie, il sole lo spacca, il vento lo erode. La
pesante massa della copertura lo comprime, lo fa affondare

221
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra d i Troia

lentamente nel suolo, l’acqua ne corrode la base. Ecco per­


ché si sviluppò dappertutto, nel X III secolo a.C., un tipo
di costruzione poggiata su un basamento di roccia viva o
appena sgrossata e a grandi blocchi di pietra, tenuti insieme
da una malta di terra. Gli archeologi, in genere, non tro­
vano altro che le fondamenta rettangolari, imperiture, di
questi edifici a tettoia, di questa gemmazione di camerette,
originariamente assemblate a formare interi isolati e sepa­
rate da viuzze lastricate.
D a ciò che resta si fa fatica a immaginare lo sforzo ne­
cessario per scoprire nei dintorni del villaggio, per sceglie­
re, molto spesso per tagliare, per sollevare e trasportare a
dorso d ’asino o di mulo, le lastre o i blocchi, alcuni dei
quali - le pietre angolari - pesavano più di un quintale.
Un tale sforzo implicava la collaborazione dei membri di
tutta la famiglia, degli amici, dei vicini, un’organizzazione,
degli ordini e mille discussioni. Si discuteva per ore tanto
della posizione quanto dell’orientazione, del materiale e del
costo. Si faceva appello al sacerdote perché con preghiere,
incensamenti, libagioni e offerte sacrificali attirasse il favo­
re degli dei sui costruttori e sulla costruzione. Si chiamava
di nuovo il sacerdote quando veniva installato il camino,
perché si diceva - e si dice ancora oggi: «quando la casa è
finita la morte vi entra».
In paesi di terremoti e di piogge torrenziali, il tetto-ter­
razza si screpola e fa acqua; gli intonaci si spaccano e ca­
dono. In capo a qualche anno il padrone della casa era co­
stretto a rinforzare il tetto con un nuovo strato di argilla,
a imbiancare di nuovo i muri, chiudere le crepe con gran
colpi di spatola. Cresciuta a poco a poco per gli strati di
assi sovrapposte, ingrandita con dipendenze e rimesse, re­

222
Gente di terra

staurata costantemente, la casa micenea era sentita come un


organismo vivente. Le più antiche parole che la designano,
woikos e domos, sono di genere maschile animato.
I tokodomo, costruttori di muri, menzionati negli archi­
vi micenei, dovevano essere anche dei tekotone, ossia fale­
gnami e carpentieri. Ecco, a titolo di esempio, ciò che essi
hanno dovuto fornire per la costruzione di una piccola casa
quadrata, a un solo piano, nella regione di Pilo, secondo la
tavoletta Vn 46: «[ordine passato] a Philai[das?] del [villag­
gio di... ?]: 6 [o 8] montanti di legno di carpino; 4 traverse
di carpino; 12 travetti di carpino; 81 assi; 40 coprigiunti;
23 piccole travi per muro; 140 pezzi per fissare; 6 stipiti
per porta; 2 travi di copertura; 10 capriate per il tetto; 16
traverse di rinforzo in legno “di piantatore” [?]; 100 assi
dello stesso tipo; 1 pilastro di sostegno in legno di quercia;
2 traverse e 1 colonna». E non figurano gli accessori - 128
elementi di altri tipi di legno - il cui preventivo riempie
un’altra tavoletta, Vn 879.
D a ll’analisi chim ica oltre che dai testi apprendiamo
che i M icenei utilizzavano come legname da costruzione
la quercia, il noce, l’olivo e tutte le conifere del mondo
mediterraneo, in particolare il cedro, la tuia e il cipresso,
che facevano venire dall’A sia M inore o da Creta. Per i
lavori in legno all’interno degli edifici usavano anche
varietà locali, per esempio il ramno, il gelso, il fico, il
corniolo, il bosso. Per il legname da cantiere - assi, gran­
di tavole e im palcature - erano im piegati il faggio, il
tiglio, l ’olmo. Q uanto ai pali, i costruttori li sceglievano
di un legno che non marcisse, quercia o ginepro, e in
più li ricoprivano con uno strato di pece per renderli
impermeabili.

223
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Arredamento

Tanto legno presuppone un arredamento, m a di esso sap­


piamo qualcosa solo dai rari reperti trovati'nelle tombe,
da alcune pitture e incisioni, dai termini più antichi del
vocabolario ellenico e, infine, da alcuni cenni contenuti
nei poemi epici. D i legno erano il tavolo basso a tre o
quattro gambe, spesso pieghevoli, che si poteva sospende­
re alla parete. Gli Achei mangiavano seduti, ma solo i re
e i loro rappresentanti o i loro ospiti disponevano di una
sedia con spalliera e braccioli, il thronos-, la gente comune
sedeva su panche di legno addossate alla parete, su un
ceppo o per terra. Queste panche, ricoperte da un tap­
peto, da pelli di animali e talvolta da pellicce, servivano
generalmente anche da letto. Un drappo di lino faceva
da lenzuolo e, nella stagione fredda, si usavano coperte
variopinte. In parecchi luoghi, soprattutto sulle isole, si
usava una lettiera su cui si stendeva una pelle di animale,
o anche delle brande. La culla era una semplice cesta sva­
sata di vim ini o di sparto. Un’asse sospesa tra due travi o
fissata su due montanti serviva da ripiano. La biancheria
veniva riposta dentro cassapanche di legno. La maggior
parte delle provviste veniva conservata in giare di terra­
cotta ben chiuse, poste agli angoli delle stanze o dentro
una dispensa.
Tutte le stoviglie erano d ’argilla, solo le lame dei coltelli
erano di bronzo. Si mangiava con le mani. I più ricchi o i
più raffinati facevano scaldare qualche volta l’acqua in un
paiolo di rame e si facevano lavare dalle donne in una vasca
d ’argilla, asaminthos; e prima di indossare gli abiti si face­
vano cospargere il corpo con olio.

224
Gente di terra

Case di pietre a secco

Nei luoghi dove la pietra abbonda, e la tradizione lo con­


sente, nei paesi di montagna soprattutto, il costruttore
rurale fabbrica la sua casa tutta in pietra, compresa la co­
pertura. Sono le baite o gli chalet che si incontrano così
frequentemente nel massiccio del Pindo, sui Monti Bianchi
e sul Lasithi di Creta. Per la maggior parte sono di for­
ma cilindrica e provvisti di un tetto conico, molto svasato.
La grande abilità del pastore —che vi metterà al sicuro la
famiglia, il vasellame, i formaggi e una parte del bestia­
me - consiste nel sovrapporre i cunei della volta, sfalsandoli
con regolarità fino alla cima o fino all’apertura circolare da
cui entrano la luce e l’aria ed esce il fumo. Il problema è
ancora più difficile da risolvere quando si tratta di mette­
re una calotta circolare su una struttura quadrangolare: il
nostro pastore-costruttore riesce a risolverlo senza far uso
di armature in legno, senza supporti né pannelli, ma unica­
mente scegliendo un materiale di forma regolare, in genere
lastre di schisto, alle quali, all’occorrenza, dà la forma volu­
ta. Le dispone obliquamente negli angoli, in cerchio nelle
travature superiori, lentamente, scendendo a ogni istante
dall’impalcatura che ha montato all’interno per apprezzare
con un colpo d ’occhio la curvatura e il profilo, per togliere
e spostare i blocchi troppo sporgenti, per rendere saldi i
blocchi traballanti inserendo nelle fessure delle pietre più
piccole.
Quando tutti i pezzi di questo enorme rompicapo sono
a posto e le ùltime lastre con funzione di chiave di volta
sono ben sistemate, rimane solo da ricoprire le pareti ester­
ne con un impasto di argilla e paglia per rendere il muro

225
La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

impermeabile. N on c’è stato neanche bisogno, come si cre­


de comunemente, di unire i blocchi con la malta. Ancora
oggi i Cretesi costruiscono i locali per la conservazione dei
latticini con muri a secco, senza far uso di malta: fantasti­
camente resistenti alla prova della neve e dell’acqua, sono
destinati a durare per diversi secoli.

Dimore rupestri

Le case di mattoni crudi, di terra pressata, di pietra, di pie­


tre a secco, non devono impedirci di ammirare certe dimo­
re rupestri la cui origine si perde nella notte dei tempi e il
cui utilizzo, in Grecia, è ancora oggi più frequente di quan­
to non si pensi. Mentre le prime sono destinate ad andare
in rovina, lasciando dopo la scomparsa dell’ultimo abitante
un cumulo di terra o di sassi, i rifugi nelle rocce, chiusi da
un semplice muro, sfidano i millenni. Innumerevoli pastori
o contadini li hanno abitati in età lontanissime, vivendo
come all’età della pietra, e nel Medioevo furono il rifugio
di tanti monaci.
Che il suolo sia di sabbia o di roccia, in pendenza o oriz­
zontale, poco importa; l’essenziale è che la cavità sia perfet­
tamente asciutta e aerata; se necessario si farà un buco nella
volta; si scaverà la roccia, se è abbastanza friabile, per creare
delle panchette e delle nicchie. L’ingresso della caverna in
genere viene chiuso con un muro diritto o ad angolo, con
una o due aperture in funzione di porta e di finestra; il lo­
cale che ne risulta viene intonacato all’interno e all’esterno
con un impasto di argilla e paglia o di latte di calce. Se il
rifugio è troppo vasto, ne viene chiusa solo una parte, il

226
Gente di terra

resto servirà da cortile o da ovile. Quasi sempre, sul davanti


c’è un muretto di pietre sormontato da rovi che serve da
recinto a un piccolo gregge.
Questo habitat, ancora più economico dei precedenti,
ben riparato dall’acqua e dal fuoco, dotato di una tempe­
ratura costante, è sempre stato molto ricercato. Gli abitanti
delle colline calcaree e delle montagne ricche di caverne,
attribuendo le proprie usanze alle divinità, pensavano che
queste abitassero sotto terra. Si riteneva che i Ciclopi e i
Centauri attaccabrighe, le Ninfe e le Nereidi seduttrici,
modelli e progenitori degli abitanti dei villaggi micenei, vi­
vessero, come un buon numero di umani, in ampie caverne
chiuse da rocce.

H abitat rurale

Le abitazioni rurali non sono soltanto molto diverse tra lo­


ro, ma differiscono anche per la disposizione nel paesaggio.
La Grecia di allora, con una notevole estensione geografica,
aveva alcuni grossi borghi, m a la sua popolazione viveva
soprattutto in numerosi insediamenti sparsi, piccoli gruppi
di case o case isolate e, nelle regioni con forte vocazione
marinara, in centri lungo le coste (come si può ben vedere a
Creta e in Messenia, per esempio). Generalmente, l’habitat
rurale evita le frontiere, l’interno delle foreste, le alture pie­
trose; lascia le sommità alle città fortificate; preferisce l’in­
gresso delle valli, il piede e le basse pendici dei monti, tutti
luoghi dove generalmente l’acqua sgorga più abbondante.
I tuguri, le capanne, le case si moltiplicano spontanea­
mente attorno alle fonti, senza un disegno preciso, senz’al­

227
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

tra preoccupazione che di evitare la forza del vento o l’i­


solamento. Nessuna disposizione pianificata, a raggiera o
concentrica, e neppure edifici riservati ai ragazzi, alle don­
ne, alle provviste, come in certi paesi dell’A frica. Le piccole
case quadrate, dal tetto a due spioventi, nel Nord, a terrazza
nelle isole del Sud, sono addossate le une alle altre lungo i
bordi di viuzze tortuose dal percorso labirintico, tutto sali­
te, discese e gradini. Poiché ogni focolare ha i propri dei e le
proprie provviste, e il luogo riservato agli scambi si trova in
città, il villaggio non organizza la sua vita né attorno a una
cappella, né attorno a una pubblica piazza, agorà. Il termi­
ne corrispondente sulle tavolette micenee, akora, designa
solo l’azione di radunare una mandria.
Il vero centro della comunità rurale non è nemmeno la
bottega del fabbro, del follatore o del vasaio, quando ne
esiste una. Esso è mobile come gli animali domestici che
si incrociano per le vie lastricate del villaggio, asini e muli
carichi di canestri debordanti, buoi usati per i lavori agri­
coli, maiali all’ingrasso, cani randagi. L’anima del villaggio
è all’esterno, là dove si trovano gli animali che la comunità
alleva e fa sorvegliare dai bambini.

Pastori e allevatori di bestiame

La caratteristica peculiare degli abitanti della campagna


micenea - più pastori e nomadi che agricoltori e sedentari -
rispetto anche ai loro predecessori egei, è quella di possede­
re mandrie di cavalli e di bovini. Gli allevatori dell’epoca
neolitica e della prima età del bronzo avevano introdotto,
nei Balcani e nelle isole, diverse specie di pecore e di capre.

228
Gente d i terra

Nel Peloponneso pastori e caprai avevano Ermes (Mer­


curio) come dio principale. M a nella seconda metà del ter­
zo millennio, una considerevole massa di bovidi si era svi­
luppata nelle pianure erbose della Macedonia e della Tessa­
glia. Gli allevatori riconoscevano come proprio progenitore
e protettore un dio pastore di grandi mandrie, quello che i
testi chiameranno molto più tardi Aplun, Apellon (o Apel-
le), Apollo. La mitologia racconta come il piccolo Ermes
fosse andato a rubare delle vacche di Apollo, suo fratello
maggiore, nel Nord della Grecia, in Pieria, e come poi, di
notte, le avesse condotte nella sua caverna, nel Sud-Ovest
del Peloponneso: modello di ratto che ne doveva giustifi­
care molti altri. Le gesta di Nestore, re di Pila, città a poca
distanza dalla caverna di Ermes, non sono altro che un lun­
go elenco di razzie analoghe contro i suoi vicini del Nord.
Quanto agli allevatori di cavalli, essi sono devoti a Po­
seidone. Questo dio rabdomante aveva sposato Demetra,
la dea della terra, fatto altrettanto simbolico e necessario
dell’unione tra il cavallo e la prateria. M a dal nord al sud,
essi erano in conflitto costante con i branchi e gli armenti
delle altre divinità, in particolare in Beozia. Gli allevatori
si credevano le migliori persone del mondo. Principi co­
me Ganimede, Paride, Anchise, Perdicca e i suoi fratelli,
dei come Apollo, Ermes, Sileno e i Satiri, si vantavano di
essere stati pastori, poimenes, nella loro giovinezza. Dive­
nuti re, i primi si faranno chiamare «pastori di truppe»,
poimenes laón, come se non vi fosse differenza tra le truppe
e le mandrie, tra chi sa parlare e comandare alle bestie e
chi comanda’ agli uomini. Gli Antichi avvicinavano già il
nome di Apellon-Apollo alla parola che in dorico designa
l’assemblea e il recinto, apella. Questo dio dei pastori sareb­

229
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

be, come Savitr in India, «Colui che dà l’impulso e spinge


in avanti»?
Con il suo bastone a forma di croce, con il suo caduceo
somigliante a una bacchetta divinatoria e a un bastone di
comando, il pastore considera se stesso un re, un mago,
un giustiziere. Talvolta egli porta anche il bastone da lan­
cio, la corta clava, lo spiedo indurito dal fuoco. Com e gli
apprendisti guerrieri, come il dio vincitore del drago, egli
deve farsi cacciatore, non foss’altro che per procurarsi di
che mangiare e per proteggere il suo gregge dalla costante
minaccia dei rapaci, dei serpenti e delle bestie feroci. Egli
deve anche battersi con l’arco e all’arma bianca contro i
predoni e contro i suoi rivali. Il furto di bestiame non è
più disonorevole della guerra, m a è ugualmente micidia­
le. Obbligato a cercare nuovi pascoli quando i vecchi sono
esauriti o bruciati, il padrone delle mandrie impone la sua
presenza su un territorio straniero con la diplomazia e con
la forza.
In Grecia non era ignoto un modo di pensare largamen­
te diffuso in Africa e in Asia, grazie al quale il possesso e
la cura del bestiame erano le basi dell’unica vera nobiltà.
Dinamico, personalmente responsabile, guida di bestie e di
uomini e ingegnoso per necessità, forse un giorno il pastore
diventerà un bandito, m a è sotto la sua guida che avviene la
formazione dei giovani cavalieri e dei futuri eroi.
Nelle tavolette delle città micenee, che elencano gli al­
levatori e i capi di bestiame essenzialmente per il calcolo
dei tributi, troviamo la distinzione tra le mandrie del re e
quelle dei dignitari, dei sacerdoti e dei semplici proprietari,
e anche tra i vari tipi di allevatori: gli ipopoqo (quelli che
fanno pascolare i cavalli), i qoukoro (vaccari), gli aikipata

230
Gente d i terra

(caprai), i pomene (pecorai), i suqota (porcari): a tutti è rico­


nosciuto il diritto di prendere e di dare in affitto le terre, di
coltivarle, m a sono sottoposti al dovere di pagare tributi in
natura come tutti gli altri lavoratori specializzati.
Per sapere qualcosa di più su com’era la vita nel mondo dei
pastori, bisogna fare appello ai testi letterari e alla sociologia.
Erodoto {Storie, V ili, 137) racconta come fu fondata la
dinastia dei re di Macedonia:

Tre fratelli della discendenza di Temenos - Gauanès,


Aéropos, Perdicca - erano fuggiti da Argo [l’attuale Ka-
storia] nella regione degli Illiri, e poi dall’Illiria, superan­
do le montagne, entrarono nell’alta Macedonia e giunsero
a Lebaiè. Là, entrarono al servizio del re dietro pagamento
di un salario. Uno pascolava i cavalli, l’altro i buoi, e il più
giovane, Perdicca, le pecore. Era la moglie del re che aveva
l’incarico di preparare loro il cibo. Orbene, ogni volta che
panificava, il pane di Perdicca, il giovane dipendente, di­
veniva spontaneamente due volte più grosso.

Ella avvertì il re, che decise di mandare via i tre fratelli


senza pagarli. Per scherno, offrì loro il cerchio di luce che il
sole disegnava sul pavimento cadendo attraverso il foro del
camino.

Ma il giovane, che per caso aveva un coltellaccio, disse:


«Noi accettiamo, o re, ciò che tu ci doni», e tracciò con il
coltello una linea intorno alla macchia di luce. Una volta
tracciato il "cerchio, vi attinse per tre volte alcuni raggi di
sole e li ripose nella sua tunica. Poi se ne andò con i suoi
due fratelli.

231
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Vi è in questa leggenda più che un semplice miracolo,


più che una favola di Pollicino, più che un’allusione ai tre
talismani della sovranità: il pane, la coppa d ’oro, la spada.
Vi è un po’ della vita rude e comunitaria del mondo dei
pastori, delle loro transumanze, delle loro gerarchie, della
loro povertà apparente e della loro ricchezza reale, della loro
astuzia e anche della loro eterna attrazione per la magia e
la poesia.

I G U A R D IA N I

D i che cosa vivevano tutti quei pastori che si contano a mi­


gliaia negli stati micenei e che l’amministrazione dei palaz­
zi si prende cura di nutrire e vestire? Tutti quelli che nelle
vaste pianure della Tessaglia, della Beozia e dell’A rgolide
erano addetti ai cavalli - guardiani, palafrenieri, aiutanti,
stallieri, addestratori - al servizio esclusivo della monar­
chia, abitavano nelle stalle insieme ai loro animali.
Gli Achei non mangiavano carne di cavallo e neppure
ne bevevano il latte, a differenza degli Sciti, loro vicini.
Essi completavano la loro dieta normale, costituita di pane
d ’orzo o di frumento; frutta secca e olive, con un po’ di
carne di selvaggina, di bacche selvatiche, di radici e foglie
di ortaggi, coltivati dalle donne negli orti vicino alle stalle.
Bevevano acqua.
I cavalli «dagli zoccoli massicci» ma non ferrati, che
scorrazzavano in semilibertà, venivano sorvegliati giorno e
notte. Quando la pioggia e il freddo erano particolarmente
intensi, venivano riportati nella stalla e nutriti alla greppia
e nella mangiatoia. Veniva posta gran cura nel far montare

232
Gente di terra

le giumente dai migliori stalloni, se necessario ricorrendo


al purosangue di un vicino, con o senza il suo consenso. I
«guardiani» conoscevano i vantaggi degli incroci e selezio­
navano le specie. Bardotti e muli si trovano accuratamente
contabilizzati negli archivi della monarchia.
Per quanto riguarda l’allevamento e l’addestramento dei
cavalli, i Greci usavano gli stessi procedimenti in uso in
tutta l’A sia Minore a quell’epoca, che erano poi quelli degli
stallieri ittiti: dopo lo svezzamento, essi facevano lavorare i
puledri insieme alle madri, in modo da abituarli a non aver
paura né degli uomini, né del rumore, né della polvere, e a
prendere il cibo dalla mano. Li accarezzavano, ma li puni­
vano anche, e usavano la frusta e lo sprone. Li addestrava­
no anzitutto come cavalli di volata, usando semplicemente
una cavezza, poi li abituavano alla bardatura e li aggiogava­
no insieme a un animale già addestrato, li facevano correre
e passeggiare. Infine partecipavano a delle gare. L’essenziale
era fornire al re e ai suoi ufficiali dei cavalli da tiro rapidi
e sicuri.I

I VACCARI

Doveva essere piacevole guardare le grandi mandrie di vac­


che e di buoi bianchi consacrati al Sole, i grandi armenti
dei re Admeto e Augia dal passo strascicato, quelle bestie
magnifiche dalle lunghe corna a forma di lira che gli archivi
chiamano Fulvo, Bruno, Chiazzato, Zampe Bianche... «Le
vacche [di Elide, vicino a Olimpia] marciavano a migliaia
le une dietro le altre, uguali a nuvole gonfie di pioggia che
vanno attraverso il cielo... Tutta la pianura, tutti i sentieri

233
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

si riempivano di bestiame in marcia, le grasse campagne


erano troppo anguste per i loro muggiti.» Ecco ciò che ten­
tava l’avidità di Eracle uccisore del leone nemeo, secondo
il poeta Teocrito. Neppure un accenno ai vaccari, ai loro
aiutanti e ai bambini, oppure ai cani, ai muli e ai carri ca­
richi che accompagnavano le mandrie fin dai monti dell’A-
caia e dell’A rcadia. Eppure dovevano esserci grida, e colpi,
e musica tra quella folla in marcia! Strumenti a fiato, flauti
di Pan e corni davano il ritmo al cammino e agli incroci
avvertivano di lasciare libera la strada. N on bisognava mi­
schiare le mandrie, dopo aver fatto tanta fatica a radunare
nei pascoli le bestie semiselvagge. E altrettanta ne sarebbe
occorsa per separare i tori, spingerli nei recinti, legarli, ca­
strarli, passarli sotto il giogo.
Tutto questo ce lo mostrano i vasi d ’oro di Vafio, vici­
no a Sparta, ed è grazie all’archeologia che sappiamo dei
grandi accampamenti recintati da steccati, dove i vaccari si
riscaldavano il cibo e dormivano in capanne di rami, av­
volti in pelli di animali. Non mungevano le vacche, ma le
aiutavano soltanto a partorire. Sorvegliavano la mandria,
col legno fabbricavano vasi, archi, bastoni. Raccontavano
storie, cantavano. E quando facevano ritorno al villaggio, si
occupavano delle stalle, portavano il concime nei campi e
riempivano le greppie di foraggio. Il loro importante com­
pito era di fornire ai sacerdoti grasse vittime per i sacrifici (e
riceveranno una parte dei resti), ai contadini coppie di buoi
da tiro, ai proprietari della mandria il maggior numero di
vitelli ogni anno... Allora le tavolette di Pilo e di Tirinto
potranno segnalare che è stata distribuita loro ancora un
po’ di terra da seminare sul territorio della comunità (Pilo,
An 830; Tirinto, E f 2).

234
Gente di terra

PECO RE E CAPRE

A ll’inizio della primavera, milioni di esili zampe lasciava­


no le pianure costiere per scalare le montagne. I sentieri e
i percorsi di transumanza si riempivano del piccolo bestia­
me che il greco chiama ta probata, «gli esseri che vanno
avanti», oppure probasis, «la ricchezza mobile» per eccellen­
za. Talvolta separate, più sovente mischiate in uno stesso
gregge da cento-trecento capi, pecore e capre avanzano, si
arrestano per pascolare o per ruminare, si sparpagliano, più
incerte e più pericolose nel loro avanzare del fuoco che ros­
seggia sulle braci. Sulla destra e sulla sinistra cani in corsa
cercano di tenerle unite, mentre due o tre pastori —cappello
di feltro appuntito sulla testa, canna in mano, bisaccia ap­
pesa al fianco, piedi nudi - camminano in testa e in coda
al gregge. Alcuni portano in collo o sotto un braccio un
agnello o un capretto appena nato, ancora troppo debole
per poter trottare tutta una giornata. Bisogna che non ne
vada perso neppure uno: i responsabili del palazzo, quel­
li che noi chiamiamo ispettori o controllori, hanno fatto
il conto dei vecchi ovini maschi da togliere dal gregge al
termine di tre anni, delle pecore, una su quattro o cinque,
da vendere in città; hanno preparato il conteggio dei capi
di bestiame divisi per villaggio, per sesso e per età; hanno
deciso quanti animali giovani rimpiazzeranno i vecchi la
stagione successiva. Fra i piccoli, a seconda che siano nati in
autunno, in inverno o in primavera, distinguono tre cate­
gorie: zaweteyo, newo, kiriyote. Vengono lasciati nel gregge
un montone ogni dieci pecore, un caprone ogni dieci ca­
pre. Questi saranno i «lottatori», amirewe. Gli altri maschi
vengono castrati con una lama di bronzo. Questi saranno i

235
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

«brucatoti», ekaraewe, in media dieci volte più numerosi dei


riproduttori e che si contenteranno di fornire carne e lana.
Negli armenti dell’epoca si incrociavano i discendenti
di tre grandi razze di mufloni: la prima tra queste, largali
(o pecora selvatica del Pamir), si ritrova nei montoni dalla
gran coda, dal collo robusto, dalle corna chiare ricadenti
sotto gli occhi; la seconda, l’urial, vagamente imparentata
con le nostre pecore merinos, ha coda corta, testa stretta,
corna a spirale, vello molto folto; la terza, quella del muflo­
ne d ’Europa, è di taglia più piccola (in media, sessanta cen­
timetri d ’altezza al garrese), ha vello di lana più sottile, co­
da corta e corna scure puntate verso l’esterno. Quanto alle
capre, derivate dalla Capra prisca o dalla Capra aegagrus,
nere, bianche, fulve, maculate, hanno tutte le corna volte
verso l’alto, a forma d ’arco o di scimitarra, e per brucare
riescono ad arrampicarsi anche in punti molto ripidi dove
le pecore non arrivano.I

I P A ST O R I A L LAVORO

II pastore doveva essere onnisciente e onnipresente. Egli co­


nosceva le piante dagli effetti benefici - la sanguinaria che
rafforza i denti delle pecore, il loto o trifoglio cornuto, gli
astràgali coperti di gomma, la cicérbita succosa - e quelle
da cui tener lontane le sue bestie: i giunchi, la mercuriale o
erba di Mercurio, il timo serpillo che fa prosciugare il latte,
la ieracia o orecchio di ratto, i ranuncoli che sono dei vele­
ni, il crescione che dà la fasciola epatica.
Se una pecora, per aver brucato qualche cattivo trifoglio,
cominciava a gonfiarsi, ad ansimare, a tremare, il pastore le

236
Gente di terra

faceva ingoiare una bevanda amara per farle vomitare l’erba


cattiva; se perdeva l’appetito, dondolava la testa, si metteva
a girare in tondo, digrignando i denti e con gli occhi iniet­
tati di sangue, provava a farle un salasso sopra le orbite e, se
non cerano miglioramenti, abbatteva l’animale senza tardare
oltre. Se le unghie si staccavano, il pastore grattava la parte
cornea danneggiata, versava dell’olio sulla ferita e la faceva
cicatrizzare cospargendola con un po’ di polvere di argilla.
Alle fratture delle bestie, come a quelle degli uomini, il
capo dei pastori applicava delle stecche di legno, un ben­
daggio ben stretto, un impasto di resina fusa. Quando le
pecore perdevano la lana a ciuffi, le tosava e frizionava le
piaghe con delle piante urticanti. In tutti i casi, seguiva la
buona regola di separare le bestie malate da quelle sane:
raffreddore, cimurro, mal del rospo, distoma, rogna, ca­
postorno erano tutte malattie di cui il pastore sapeva bene
quanto fossero contagiose!
Egli conosceva anche le mosche che tormentano il be­
stiame, quelle che si introducono nelle narici e vi deposita­
no dei vermi, quelle che danneggiano il latte e il formaggio.
Nelle ore più calde, si preoccupava di far riposare le sue be­
stie all’ombra degli alberi, sotto ripari formati da sporgenze
rocciose o in recinti coperti con frasche. Faceva attenzione
a non portare mai il gregge troppo lontano da luoghi con
abbondanza d ’acqua, abbeveratoi, cisterne, piccoli stagni
o pozzi inesauribili; evitava accuratamente i crepacci dove
le pecore, procedendo una dietro l’altra, avrebbero potuto
precipitare.
Egli conosceva tutto questo, e anche la salita per sentieri
spaventosamente ripidi, e la caccia, e la musica, e il linguag­
gio degli animali e il corso divino delle stelle.

237
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra dì Troia

A chi li guardi da lontano, sulla montagna, i pastori


sembrano dei sognatori, dei vagabondi inoperosi, mentre
nessuno è più attivo, più sollecito di loro, e in continuazio­
ne, di giorno come di notte. Quando capre -e pecore sono
in allattamento, fino alla fine di luglio, alla mattina e alla
sera bisogna riportarle all’interno dell’ovile per mungerle:
i pastori le montavano a cavalcioni alla maniera cretese,
cioè con la schiena verso la testa dell’animale, e ne afferra­
vano la m ammella strizzandola con un movimento avan­
ti-indietro. Il latte di capra veniva poi mischiato a quello
di pecora in ciotole di legno, filtrato, riscaldato, quindi
fatto coagulare con l’aggiunta di qualche succo amaro, per
esempio succo di fico; poi il latte cagliato veniva versato in
cestelli di vimini per farne gocciolare il siero. Poi bisogna­
va sorvegliare i formaggi sui loro graticci, cui nell’ombra
della baita o della caverna fanno la posta gli insetti, i topi,
i cani e gli uomini.
Infine occorreva preparare a turno i pasti e bisognava
procurarsi il cibo: andare a caccia di selvaggina, raccogliere
frutti e miele; a questo si aggiungeva di solito un po’ di
formaggio.
Il bestiame doveva non soltanto essere sorvegliato e con­
dotto al pascolo, ma andava anche difeso dalla canicola,
dal freddo intenso, dai temporali: un vello folto, una volta
bagnato, assorbe acqua come una spugna e diventa così pe­
sante da far cadere a terra l’animale. Bisognava aver cura
delle bestie zoppe, calmare con la voce quelle inquiete o
impaurite, evitare a tutti i costi la paura che dà il dio Pan,
e, a partire dal mese di agosto, isolare tutte le femmine
gravide. La notte, il pastore dorme con un occhio solo sul
suo giaciglio di foglie e di pelli conciate, con un arco o un

238
Gente di terra

randello a portata di mano, sempre all’erta per il timore che


un ladro o una belva cerchino di forzare il recinto.
Per i signori di Cnosso egli è responsabile in toto della
vita di cento capi di bestiame.

Industria della lana

Il pastore sa benissimo che gli è stato affidato un tesoro: dal


bestiame proviene l’essenziale dell’alimentazione dei suoi
concittadini in carne, latte, formaggi e una enorme quan­
tità di lana che dà lavoro alla maggior parte dell’industria
tessile del suo paese. Si è potuto calcolare che un numero di
pecore oscillante fra settantamila e centomila, appartenen­
ti al palazzo di Cnosso, forniva all’incirca cinquanta ton­
nellate di lana ogni anno. N e venivano ricavati, per conto
della monarchia, circa cinquemila pezze di tessuto, drappi,
indumenti e tappeti del peso medio di nove chilogrammi
(alcuni pesavano fino a sessanta chilogrammi).
Una quarantina di piccoli borghi possedeva greggi di
pecore e una sessantina ne lavorava la lana.
Sulle sole tavolette dello scriba 117 di Cnosso sono inven­
tariate sessantaduemila pecore. Su quelle dello scriba 103
si legge un vero e proprio piano di produzione per l’anno
successivo: si disponeva che il 30 per cento della lana ve­
nisse lavorato in fabbriche dipendenti dai collettori, con un
personale impiegato di seicento-novecento donne e alcune
centinaia di uomini, pagati in natura e secondo la quantità
di lavoro; il rimanente 70 per cento doveva essere distribuito
a lavoranti a domicilio. Lo scriba 116 da solo fa l’inventario
di uno stock di tessuti del peso di quasi quattro tonnellate.

239
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Si sa anche che il numero delle pecore era leggermente


superiore a quello degli abitanti, come si può verificare nel­
le statistiche di cui disponiamo da settantacinque anni per
l’A rgolide, l’A caia, l’Elide, la Messenia e l’isola di Creta. Te­
nendo conto di questi dati, se il dominio dei signori di Cnos-
so e di Pilo si estendeva su una popolazione di circa ottan­
tamila anime, se ne ricava che un quarto almeno di questa
popolazione viveva della tosatura e della tessitura della lana.
Pertanto si può immaginare quale avvenimento fosse il
momento in cui, all’inizio dell’estate, in ciascuno dei mille
greggi il capo pastore stendeva la prima pecora sul fianco
e, mentre uno o due aiutanti le tenevano le zampe, con il
rasoio di bronzo velocemente tagliava il vello, poka, inco­
minciando dal ventre e dalle zampe e finendo al collo!
La lana gialla o nera, piena di sterco e di untume, raccol­
ta in fagotti, veniva poi caricata sul dorso degli asini e dei
muli, e veniva trasportata attraverso le mulattiere al capo­
luogo di distretto. Là andavano ad approvvigionarsi i fun­
zionari del re, i sacerdoti, i capi-villaggio, i sodatori, sotto il
controllo pignolo dei collettori e dei loro segretari.
Era forse una festa questa riunione, akora, dalla quale ha
preso il nome la piazza pubblica, centro della vita politica
delle città greche? Una festa o una corvée?

Importanza dell’allevamento

Negli alpeggi, i pastori continuavano il loro lavoro. In ago­


sto, si occupavano della prima monta. Cercavano pascoli
più freschi e più verdi, perché i maschi stanchi e le femmine
gravide avevano bisogno di bere e mangiare di più. Ritor­

240
Gente di terra

navano sui vecchi pascoli per il secondo fieno d ’autunno e


per le prime figliature delle pecore. Marchiavano allora le
bestie destinate a essere sacrificate dopo la transumanza, le
più deboli, vecchie, in eccedenza. Lo studio delle ossa tro­
vate nelle caverne della costa mostra che i due terzi di esse
appartenevano a capretti e ad agnelli. I Micenei preferivano
decisamente la carne tenera. Spesso conservavano le ossa
più piccole per il gioco, il tiro a sorte e la divinazione.
Durante le ore di calma, quando le pecore ruminava­
no tranquille, poiché vi erano molti bambini tra i pastori,
i responsabili del gregge si facevano animatori di giochi:
organizzavano gare di lotta, di corsa e di scalata alle rocce.
Insegnavano ai più giovani l’arte dell’intreccio dei vimi­
ni, la scultura su legno, il cucito, poiché all’alpeggio si ha
sempre bisogno di cestini, di panieri, di vasi, di canne, di
armi da lancio, di trappole, e anche di indumenti che non
siano del tutto a brandelli. Insegnavano le virtù delle pie­
tre, delle erbe e delle bestie, e anche gli esorcismi adatti a
scongiurare atti maligni. Mostravano loro come accendere
un fuoco strofinando due bastoncini.
Cantavano le gesta degli dei e degli eroi che avevano vis­
suto in mezzo a loro, Apollo, Ermes, Eracle, Anfione e Zeto
figli gemelli di Zeus, Orfeo, accompagnandosi con zufoli,
siringhe o flauti di Pan, composti di canne di lunghezza
diseguale. In Arcadia spesso era usata la lira a sette o otto
corde: la cassa di risonanza di questa specie di chitarra era
un guscio di tartaruga e le braccia incurvate erano fatte con
due corni di capra.
La musica' e il canto avevano grande importanza nel
mondo pastorale, come d ’altronde è attestato da innume­
revoli tradizioni. Non servivano soltanto per distrarre dal­

241
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

le preoccupazioni, per dare il ritmo ai diversi lavori, per


acquietare e guarire: esprimevano lo spirito combattivo di
un popolo e la sua gioia di vivere. Ricordiamo inoltre che,
unico tra tutte le arti, il canto non è mai stato-appannaggio
esclusivo dell’aristocrazia e che esprimeva altrettanto bene
la satira e l’amore.
In molti paesi, i figli dei re non disdegnavano di formar­
si alla scuola dei pastori. Quando entrò nella caverna del
ciclope Polifemo, il figlio di Laerte era «Nessuno», quando
ne uscì era diventato qualcuno: Ulisse. Gli allevatori costi­
tuivano in ogni stato una forza della quale il potere doveva
tener conto e con la quale, nel X III secolo a.C., doveva ve­
nire a patti. Il re Ulisse che si nasconde presso il suo potente
porcaro, Eumeo, più che un’immagine è un simbolo. Nella
condizione ideale per poter valicare le montagne in qual­
siasi momento e passare in un altro paese portando con sé
persone e beni, capaci ugualmente di devastare le terre col­
tivate e di controllare in armi la macchia, dando rifugio ai
banditi e spesso diventando predoni essi stessi, i conduttori
di greggi si facevano talvolta condottieri di uomini.
In ultima analisi, si può dire che furono gli allevatori
ad assicurare la prosperità e successivamente a causare la
rovina del mondo miceneo. Estendendo smisuratamen­
te i greggi per ragioni economiche, per la carne e la lana
soprattutto, i signori dei palazzi hanno firmato la propria
condanna a morte. Oltre ad aver consegnato al bestiame
enormi distese di foreste e aver accelerato di conseguenza
l’indebolimento e l’erosione del suolo, hanno lasciato libero
di svilupparsi, con il nomadismo e la transumanza, uno
spirito d ’indipendenza sul quale i loro esattori e il loro fisco
non avevano nessuna presa.

242
Gente d i terra

Vi sono buone ragioni di credere che i mitici Dori, o


«gente del paese boscoso», ai quali si attribuisce il rovescia­
mento di tante dinastie nel Peloponneso e nelle isole, non
fossero né più né meno che dei pastori. La storia, rinnovan­
do il suo corso, farà più tardi dei pastori dell’Epiro e più
tardi ancora dei Clefti del Pindo i dominatori della Grecia.
Si conosce il dialogo di due pastori sfakioti che guarda­
no la pianura dall’alto delle loro montagne bianche: «“Cre­
di che le genti di giù abbiano un’anima?” - “Vecchio mio,
se ne hanno una, deve essere molto piccola, non più grande
di quella degli uccelli”».

I taglialegna

A ll’inizio di novembre, quando i pastori e i loro greggi


scendevano verso gli ovili sulle coste in una grande nuvola
di polvere traversata da belati, incrociavano sul loro cam­
mino ogni sorta di gente in tunica corta, nera, blu o scura.
Erano i taglialegna, i durutomo delle tavolette incise, che
tagliavano con l’ascia di bronzo e con la sega le conifere
destinate alla costruzione di navi o di edifici. Tagliavano
i tronchi a due o tre piedi dal suolo, lasciando il grosso
ceppo con le radici ancora nella terra: dopo due anni era
pieno di resina ed era diventato un blocco di legno grasso,
molto duro, che allora veniva segato alla base e tagliato a
pezzi con l’ascia. Questi pezzi potevano essere immediata­
mente utilizzati come torce, mentre i frammenti, di lun­
ghezza e spessore variabili, coperti di resina, venivano usati
per accendere il fuoco. I pastori transumanti conservavano
nelle loro capanne scorte consistenti di questi fiammiferi,

243
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

dawo[i], che, avvicinati a un pezzo di carbone conservato


sotto la cenere, prendevano subito fuoco.
Così, nelle radure lavoravano gli addetti alla raccolta
della resina: infatti, oltre a tagliare i ceppi dei pini e de­
gli abeti, ne prendevano la parte centrale, il cuore, che era
resina pura. Dalla resina riscaldata veniva tratta la pece,
pissa, usata per calafatare barche e galere, sigillare le giare,
fabbricare impasti di ogni sorta, impiegati sia in medicina
sia in cosmesi (depilazione).
Nei boschi si vedevano al lavoro anche i carbonai, che
costruivano e accudivano le grandi cataste di legna ricoperte
di terra: qui il legno veniva fatto bruciare lentamente, trasfor­
mandosi nel carbone di legna usato dai fonditori e dai fabbri.

I cercatori di metalli

I prospettori o cercatori di metalli battevano i massicci sci­


stosi o granitici alla ricerca di minerali. Com e i cercatori
d ’oro, essi si guardavano bene dal dire dove andavano, cer­
cando di depistare i rivali. Lavoravano per conto di prin­
cipi e capibanda che volevano a ogni costo bronzo, piom­
bo e metalli preziosi. Nel rapido cenno alla morfologia del
mondo ellenico, abbiamo visto in quali zone gli archeolo­
gi abbiano individuato i giacimenti metalliferi (cfr. cap. I,
paragrafo «Montagne»), m a non è superfluo ricordare che
nel X III secolo a.C. non esistevano miniere sotterranee e
neppure la nozione di metallo, che sarà concepita solo mille
anni più tardi. Allora si limitavano a raccogliere a fior di
terra o a tirar fuori con la zappa delle grosse pietre verdi,
blu o rosse, khalikes, parola della stessa famiglia di khalkos>

244
Gente di terra

rame. Oppure sceglievano pesanti sassi d ’un grigio sporco,


i moriwodo degli archivi palaziali, ricchi di piombo e d ’ar­
gento. O ancora demolivano a colpi di piccone delle rocce
di quarzo bianco, screziate di scaglie dorate.
Queste varie «pietre» venivano lavorate separatamente,
ma tutte erano sottoposte alle stesse quattro operazioni:
cernita accurata, triturazione per ridurle in polvere, lavag­
gio per rimuovere materiali organici (terra, muschio ecc.),
«grigliatura» su fuoco di legna all’aria aperta.
I metalli preziosi venivano estratti mediante coppellazio­
ne, il rame mediante calcinazioni ripetute con carbone a le­
gna ed elementi di silicio in una bassa fornace. Si trattava
di una costruzione circolare in pietra, rivestita internamente
d ’argilla e provvista di un basamento e di due coperture, una
per la soffieria, formata da una serie di pelli di vacca, l’altra
per il tiraggio. Il rame fondeva a 1083 gradi e veniva fatto co­
lare in una buca di sabbia scavata davanti al forno. Poi, una
volta raffreddato, gli operai raschiavano via le scorie e stacca­
vano con le pinze delle placche dalla superficie del metallo.
Se volevano trattare la calcopirite,1 occorreva raffinare il
metallo grezzo, o primo pane di rame nero, con polvere di
carbone di legna per eliminarne poco a poco lo zolfo. Cosi
trattata, la pietra dorata diventava prima una pasta nera, poi
una colata bianca, infine un metallo rosso.
Dagli scavi sottomarini eseguiti davanti al capo Celido­
nia di Licia sappiamo che i fabbri itineranti si spostavano di
paese in paese, carichi dei loro utensili, di vecchi recipienti
da fondere, di pani di metallo puro, di un po’ di stagno.

1 Solfuro di rame e ferro che si presenta in masse cristalline di colore giallo


ottone e di lucentezza metallica [N .d.T ].

245
La vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Aggiungendo stagno al rame nella proporzione del 10 per


cento, si otteneva un bronzo di ottima qualità. La cassite-
rite2 arrivava in Grecia dall’A sia Minore, dalla Siria e dalla
Fenicia: sarebbe assurdo ipotizzare che venisse portata con
carovane dalla Cornovaglia o dalla Bassa Bretagna.
Sul versante meridionale del monte Ida in Troade, verso
Andeira, si estraeva la blenda, solfuro naturale di zinco,
che, mescolata al rame della calcopirite, dava l’ottone. M a
ciò che ricercavano soprattutto gli esploratori era l’oro: l’oro
giallo «simile al sole», il kuruso delle iscrizioni delle tavolet­
te, e l’oro bianco o elettro, il paraku delle tavolette, in realtà
una lega naturale di oro e più del 20 per cento d ’argento.
In Lidia, nella regione a est di Smirne, dai giacimenti del
Pactolo e dai filoni del monte Tmolo, l’attuale Boz Dag, si
estraeva un elettro composto dal 30 per cento d ’argento e
il 70 per cento d ’oro. Risultano adesso più chiari i motivi
dell’interesse che l’eroe Eracle e i suoi compagni nutrivano
per le dee e per le donne del luogo, M alis o Onfale, ma an­
che per i loro gioielli, e i conflitti che li avrebbero oppòsti
alle Amazzoni e alle truppe ittite.
Altri Greci avrebbero preferito invece la Georgia, l’antica
Colchide, dove li guidarono il corinzio Aiace o Giasone,
1avventuriero di Iolco: andavano alla ricerca, nell’alta valle
del Fasi, l’attuale Rioni, dell’oro nascosto nelle sue acque.
Vedevano gli indigeni tendere e fissare al letto del fiume
delle grandi pelli di montone e ritirarle, poco dopo, con il
pelo coperto di pagliuzze d ’oro. Il mito del Vello d ’oro pog­
gia su un procedimento di estrazione ben noto ai cercatori1

1 D a kassiteros, stagno: minerale rossiccio o brunastro contenente biossido


di stagno [N .d.T ],

246
Gente di terra

d ’oro e che era largamente impiegato nel mondo miceneo,


poiché lo si ritrova in Beozia (a Coronea e a Orcomeno)
e nei paesi sullo stretto dei Dardanelli, l’antico Ellespon­
to. Là, gli affioramenti d ’oro più conosciuti erano quelli di
Astyra, a sud di Abidos.
Naturalmente tutto questo mondo di cercatori di metal­
li, riuniti in confraternite segrete, aveva riti di iniziazione
suoi propri, parole d ’ordine, un gergo, simboli e spiriti pro­
tettori. I più conosciuti erano i Cureti di Calcide e di Creta,
i Telchinii di Rodi, i Cabiri di Samotracia: figli o nipoti del
dio del fuoco, avevano tutti fama di temibili stregoni.

M aterie preziose

Come l’avorio è simile alla carne stessa degli dei e l’oro a un


frammento di sole, in questo strano lapidario il lapislazzuli,
blu come un cielo notturno punteggiato di stelle, sembra
una scheggia di firmamento; il cristallo di rocca, acqua pie­
trificata e l’ambra gialla, una fiamma prigioniera di una
resina odorosa.
Tutte queste materie talismaniche, preziose per la loro
rarità e il mistero della loro origine, erano, allo stato grez­
zo, oggetto di traffici. Venivano anche usate come mezzi di
scambio, antesignani delle monete, allo stesso modo dei ca­
pi di bestiame, degli schiavi, del sale e dei lingotti di bron­
zo. Si è anche pensato che le perle d ’ambra e di elettro, in­
dicate nei testi più antichi con il medesimo nome, elektron,
presso i Micénei servissero a fare i conteggi. In tutti i casi,
le proprietà magnetiche dell’ambra hanno corrisposto per
noi, dall’anno 1600, alla parola «elettrico».

247
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

I cavapietre

Non lontano dalle grandi città egee, per esempio Atene,


Corinto, Micene, Cnosso, esistono ancora- grandi cave
di pietra, situate il più delle volte di fianco a una collina,
qualche volta sul fondo di un burrone. Là una popolazione
miserabile, giovane ma votata a una morte prematura, di
prigionieri, di condannati, di schiavi comprati o più spesso
rapiti in terra straniera, lavorava per conto della monarchia
sotto l’occhio vigile di qualche mercenàrio in funzione di
capomastro. Quando la roccia era relativamente tenera, si
scavava —con lo scalpello, col martello a punta o col pic­
cone di bronzo - un canaletto attorno al blocco da liberare
e un altro sotto di esso, di fianco alla parete; poi il masso
veniva smosso con l’aiuto di una leva.
Per le rocce più dure venivano praticati con il trapano
dei buchi molto vicini, dritti o obliqui, in cui venivano in­
seriti dei cunei di legno, conficcandoli a colpi di mazzuolo.
Le pietre grezze ricevevano un primo trattamento con
la sega, lo scalpello e col martello a una o a due punte. I
capomastri indicavano spesso le dimensioni da rispettare e
facevano mettere, prima di portare le pietre fuori dalla ca­
va, dei marchi d ’assemblaggio, cioè dei segni convenzionali
che probabilmente servivano per la costruzione.
Sono quei segni che si possono vedere ancora oggi incisi
sulle pietre che lo sgretolamento dell’intonaco ha messo a
nudo: triangoli, croci, stelle, tridenti, doppie asce, tutta una
simbologia rimasta per noi lettera morta.
Le cave sono scomparse con l’ultimo operaio, le scale a
pioli, l’albero di carico, gli argani, i traini. Sulle pareti di
roccia si scorgono soltanto i tagli lasciati dall’estrazione, le

248
Gente di terra

tracce degli strumenti di bronzo e, per terra, mucchi di


schegge e qualche frammento più grande. Su tutto una fine
polvere biancastra, dove in estate ancora oggi si scaldano al
sole serpenti, lucertole, scorpioni.

G iardini efrutteti

Quando gli operai non sono impegnati per lavori nella città,
si spostano e vanno a faticare nei frutteti. Alcuni possiedono
anche un pezzo di terra, un orto, un piccolo podere vicino
alla loro casa d ’argilla o di mattoni crudi a colombaio. Le
città in genere assomigliano molto più a grossi villaggi che a
città classiche, e l’intera civiltà micenea poggia su solide basi
agricole. Le cittadelle fortificate nacquero dal bisogno di di­
fendersi che tutto un popolo di proprietari terrieri e di ma­
rinai provava, e attirarono al proprio interno e tutto attor­
no un gran numero di artigiani specializzati, di operai e di
schiavi che era necessario nutrire con i prodotti della terra.
«Fuori, poi, dal cortile, era un grande orto, presso le por­
te, / di quattro iugeri: corre tutt’intorno una siepe. / Alti
alberi là dentro, in pieno rigoglio, / peri, e granati e meli
dai frutti lucenti, / e fichi dolci e floridi ulivi.»
A questa descrizione del giardino di Alcinoo nel libro
V II àt\V Odissea (vv. 112-16) corrisponde quella del podere
del vecchio Laerte, fuori dalle mura di Itaca, m a soprat­
tutto la serie Gv dei documenti di Cnosso che portano gli
ideogrammi dell’olivo, del fico e di diversi alberi robusti, e
anche la menzione di un gran numero di giovani piante. E
là, quando si parla di uva o di olive, è ben precisato che si
tratta di frutti commestibili e non di vino o di olio.

249
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

N on tutti i frutteti hanno la fortuna, come quello del


re Alcinoo, di avere due sorgenti spontanee, in modo da
poter innaffiare regolarmente gli alberi irrigando allo stesso
tempo le aiuole di verdure. M a, siano gli orti in pianura op­
pure su terrazze costruite sui fianchi dell’altura dove sorge
la cittadella, è tutto un gran lavoro per bagnare, irrigare,
costruire canali oppure trasportare l’acqua dalle fontane o
dalle cisterne. Con la zappa, la gravina o il sarchio tutti
scavano, dissodano, diserbano, puliscono una terra minac­
ciata costantemente dalle erbacce e dagli insetti. Bisogna
aver lavorato negli orti greci, con i piedi nell’acqua fino alle
caviglie e il sole a picco sulla testa, per capire quanta fatica
e quanto amore costi strappare alla terra i suoi prodotti,
anche un semplice cestino di fave o di tetragonia, con una
lotta senza tregua alle tenaci infestanti: gramigna, cicuta,
attaccavesti, convolvoli, anagallide, malvacee.

Agricoltura e allevamento

Nella seconda metà del X III secolo, su tutte le pianure e


le colline della Grecia si assiste a un proliferare di piccole
comunità rurali, di casali e di villaggi. Negli archivi dei
palazzi è registrata una vera esplosione di nomi di luoghi,
spesso derivati dal nome di un uomo, diverse centinaia in
Messenia, un centinaio circa intorno a Cnosso. D i tutto ciò
resta oggi una sorprendente semina di rovine.
A ll’espansione militare dei Micenei in Asia Minore e
nell’Italia meridionale aveva corrisposto in Grecia un forte
sviluppo demografico. Sempre in conflitto per allargare i
propri confini e per estendere i terreni coltivati, i villaggi

250
Gente di terra

rurali trovarono un nuovo nemico negli allevatori, le cui


mandrie crescevano troppo in fretta. L’equilibrio tra alle­
vamento e agricoltura, sempre difficile da realizzare, venne
meno in molte zone del paese per motivi opposti: per l’e­
stendersi dei terreni dissodati o, al contrario, per l’accre­
scersi dei capi di bestiame oltre limiti accettabili. Tanto
che il primo elemento che colpisce chi cerchi di ricostruire
la vita dei contadini micenei alla vigilia della catastrofe, è
l’incertezza del futuro. D a un lato un’autorità multiforme,
esigente, fastidiosa - quella dei re, dei numerosi membri
del clero, dei funzionari, degli ufficiali e dei capibanda -
dall’altro uno sforzo tenace, generale, sornione per sottrarsi
all’ossessione di quella parola incisa su tante tavolette, ope­
ro, obbligazione, debito, dèficit, e per ottenere al contrario
una esenzione, uno sgravio, una diminuzione dei tributi.
La più grande ambizione di questi sfruttati era che da­
vanti al loro nome venisse scritto ereutero, ereutera: liberi
da tributi.

Regime fondiario

La libertà politica sarebbe stata ottenuta solo molti secoli


dopo, malgrado i disordini e le violenze che incendiarono i
palazzi tra il 1220 e il 1190 a.C. Si rilevano così numerose
differenze nella condizione dei contadini, akorota, tanta ine­
guaglianza nel regime fondiario, che si ha la netta impres­
sione di assistere all’agonia di un sistema. Sotto il controllo
dei diversi amministratori e intendenti, di cui abbiamo visto
l’elenco (cfr. cap. II, paragrafo «I funzionari amministrativi
e i contabili»), sotto lo sguardo del signore locale, qasireu,

251
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

lavorano e vengono dissanguati senza tregua: il libero te­


nutario, moroqa, proprietario di un fondo m a assoggettato,
oltre all’imposta, al servizio militare; il tenutario di un lot­
to, kotonooko, assimilabile, per alcune condizioni di sfrutta­
mento e di redditività, al colono il contadino o mez­
zadro, kamaeu , debitore di una parte del suo tempo e del
suo guadagno al signore e al sacerdote; i fittavoli, onatere-, i
servi, doero, affittuari o usufruttuari, ma mai proprietari di
terra: la manodopera, erito - evita, aketiriya, di solito donne
e bambini, impiegati per la mietitura, la cardatura del lino,
la raccolta delle olive, la preparazione dei sacrifici.
I braccianti isolati o miserabili, quelli che la letteratura
classica chiama poveri (penestai) in Tessaglia, iloti a Sparta,
aphamiotai a Creta, porta-bastone f korynèphoroi’) a Sicione,
coltivano un pezzetto di terra e allevano il bestiame di pic­
cola taglia che i signori achei hanno lasciato loro, legati al
luogo dove si trovano, privi del diritto di lasciare in eredità
i loro beni o di portare armi. Infine è probabile, ma non
certo, che alcuni proprietari fondiari potessero comprare
come personale domestico prigionieri o bambini venduti
dai genitori, quelli che noi indichiamo con il termine molto
generico di schiavi. Si pensi alla leggendaria servitù del dio
Apollo presso il re Admeto, o a quella di Eracle che filava
seduto ai piedi di Onfale, regina di Lidia, e si interpreti
la parola porena del miceneo con la nozione di «personale
fatto oggetto di una transazione», a partire dal verbo pole-
en, «negoziare». Evidentemente, la sorte dei lavoratori liberi
non assomigliava affatto a quella dei servi, né quest’ultima
a quella degli schiavi domestici.
I testi ufficiali dei palazzi parlano di regimi di proprietà,
o piuttosto di occupazione della terra, molto diversi.

252
Gente d i terra

Certi individui, come i principi e i capi militari vitto­


riosi, possiedono in proprio un dominio, temeno[s], con­
sistente di molti ettari di terra coltivabile e di frutteti, che
essi fanno coltivare da servi, doero, e da braccianti, evito. I
beni del clero sono considerati appartenenti alla divinità e,
quando viene fatta una donazione, diventa una proprietà
inalienabile, indivisibile, sacra; noi diremmo: un bene di
manomorta. Alcuni privilegiati - baroni o titolari di cari­
che, tereta, funzionari della monarchia - sfruttano parcelle
«di fondazione», o benefici, kotona kitimena (in greco ktoi-
nai ktimenai), estensioni di terreno situate attorno a uno o
più fabbricati, abitazioni, stalle e cantine.
La maggior parte dei coltivatori si accontentava dei lotti
che il consiglio della comunità, damo[s\, concedeva loro:
erano le parcelle «di ripartizione», kotona kekemena (in gre­
co ktoinai kekeismenai). Questo significa che, accanto alle
terre private o di proprietà individuale, esisteva un dominio
pubblico o collettivo di cui i coltivatori diretti non avevano
che l’usufrutto temporaneo, onato.
Le dipendenze feudali, kama, erano accompagnate da
obblighi particolari, come le contribuzioni annuali, dosomo
weteiwetei, «il doppio servizio», duwoupi tereyae, «il lavoro»,
wozee\ probabilmente una doppia aratura. Vicino a Pilo,
un certo Molobros («il cinghialetto» o «il vorace»), pastore
di professione, possedeva un beneficio che affittava parzial­
mente a due contadini, Lygros e Kretheus, senza dubbio
perché non poteva lavorarlo lui stesso.
Un’eco delle molteplici contestazioni che portò con sé
questo regime di occupazione del suolo così pieno di dise­
guaglianze e di complicazioni è registrato sulla tavoletta di
Pilo Ep 704:

253
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Huamia, ierodula [cioè servitrice della divinità], ha il red­


dito di un appannaggio che le ha ceduto la sacerdotessa,
ossia la superficie coperta da 18 litri di semenze [circa 15
are];... Eritha, la sacerdotessa, occupa una parcella e di­
chiara che la detiene per conto della divinità in pieno e
autentico godimento (etoniyo), ma il consiglio della comu­
nità afferma che essa non ne ha che l’usufrutto, in quanto
facente parte dei lotti di ripartizione, ossia la superficie
coperta da 468 litri di semenze [circa 3 ettari e 90]; Kar-
pathia, guardiana delle chiavi del tempio, detiene due par­
celle di ripartizione, ma, pur essendo obbligata ad assicu­
rare il doppio servizio, in realtà non lo fa...

M ancanza di manodopera o desiderio di sottrarsi alle


prestazioni dovute?
Nelle terre situate vicino ai borghi e ai villaggi si prati­
cava un’agricoltura relativamente intensiva, poiché il lavoro
giornaliero si trovava facilitato dalla vicinanza.
Si cercava di ottenere il massimo rendimento da appez­
zamenti talvolta molto piccoli, tanto più che un anno su
due il suolo era lasciato a riposo. Nella cattiva stagione si
faceva pascolare il bestiame sui campi privi di recinzioni,
cosi la terra riposava e veniva concimata e ingrassata natu­
ralmente, m a così poco, e così male! Altrove, soprattutto in
zone dove si praticava il debbio,3 l’agricoltura era estensiva
e di scarsa produttività. I documenti scritti di Cnosso e di
Pilo hanno permesso di stabilire una corrispondenza tra

3 Pratica agricola consistente nel bruciare le stoppie dei cereali dopo la


mietitura, allo scopo di rigenerare il terreno, lasciandolo poi a riposo per
almeno un anno [TV. d. 77].

254
Gente di terra

l’unità di superficie seminata, il dama[r], o dominio per ec­


cellenza, e la misura massima di capacità dei cereali, ossia
circa 120 litri.
Dato che di solito nell’antichità si seminava più fitta­
mente che ai giorni nostri - come ci dicono i testi babilo­
nesi, il Talmud, i trattati degli agronomi romani - e poiché
era necessaria almeno una grande misura d ’orzo o di grano
per seminare dieci plethron di cento piedi quadrati, ossia
circa uno dei nostri ettari, da quanto rimane dei dati cata­
stali di Creta, della Messenia e dell’A rgolide si deduce che:
1. i domini coltivati appartenenti al re e alla divinità su­
peravano agevolmente i quaranta ettari;
2. la maggior parte dei proprietari veri e propri possede­
va solo due ettari e mezzo;
3. gli affittuari o gli usufruttuari, cioè la maggioranza
dei contadini, vivevano dei cereali prodotti da piccoli ap­
pezzamenti di poche are.

Però si deve tener presente che la superficie coltivata,


aroura, doveva essere almeno il doppio o il triplo, poiché
venivano praticati il debbio e il maggese, per cui i terreni
riposavano un anno su due. Va inoltre tenuto conto delle
piantagioni che non richiedono semina. Siamo di fronte a
un sistema di policoltura. I cereali ricchi costituivano solo
una piccola parte di un’alimentazione quotidiana fonda­
mentalmente a base di verdure, leguminose, frutta e bac­
che, e anche, in certe regioni come l’Epiro e l’A rcadia, di
ghiande dolci.
Può forse 'meravigliare che gli esattori micenei, a dif­
ferenza dei nostri, non tassassero i coltivatori prendendo
come base la superficie seminata o un rendimento for­

255
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

fettario; con un sistema senza dubbio più prudente e più


rigoroso, i tributi venivano invece calcolati sul quantita­
tivo di semenze necessarie a una data superficie, variabile
a seconda del tipo di terreno, fissato una volta per tutte.
Che l’annata fosse buona o cattiva, la terra grassa o pie­
trosa, l’amministrazione aveva previsto la quantità mini­
ma di cercali destinata ad assicurare le future sementi: era
poi sufficiente, secondo i raccolti, proporzionare i tributi
a questa quantità minima.
D ’altra parte, i coltivatori non potevano chiedere ai granai
reali, signorili o comunitari, niente di più di quanto era loro
dovuto, né barare sull’estensione reale delle loro colture.
I rendimenti erano molto scarsi, da 5 o 6 per 1 nelle buo­
ne annate, da 1,6 a 2,2 il più delle volte. Sarebbe andata allo
stesso modo in epoca carolingia sui domini reali di Francia,
così strettamente sorvegliati. L’eccessiva burocratizzazione,
il gran numero dei beneficiari e la sovrappopolazione por­
tarono come conseguenza l’impossibilità di uscire da una
semplice economia di sussistenza. Con un’agricoltura così
poco produttiva, la carestia incombeva come una minac­
cia permanente in tutti gli stati micenei, compresi quelli di
Tessaglia e di Argolide pur ricchi di pianure.

Arature e sementi

Grazie ai reperti trovati nei tumuli e nelle tombe delle pia­


nure di Tessaglia e d ’A rgolide, all’analisi delle sementi rin­
venute nei silos di Lerna, di Troia, di Cnosso, nei muri
di paglia e argilla o nelle caverne, possediamo esaurienti
informazioni su ciò che coltivavano, per esempio, i con­

256
Gente di terra

temporanei di Achille e di Idomeneo. Il panico e il mi­


glio erano lasciati alle popolazioni più arretrate; l’avena e la
segale erano considerate malerbe. Si moltiplicavano invece
le semine di piante conosciute in Asia Minore e in Grecia
almeno fin dal settimo millennio a.C.: orzo, farro, pisello,
cicerchia, veccia, lenticchia, ervo, ceci e lino.
Poco dopo l’inizio della stagione delle piogge, nel mo­
mento in cui la terra si ammorbidisce, alla fine di ottobre
o nei primi giorni di novembre, il contadino ritornava sul
maggese con tutta la sua famiglia e, se ne possedeva uno,
con il suo tiro di buoi. Lo strumento essenziale di ciascuno,
uomo, donna o bambino, era la zappa di legno, indurita al
fuoco. Nelle zone ricche di minerali, i fabbri del villaggio
fornivano i lavoratori di zappe di bronzo, con una lama
piatta da una parte e una punta dall’altra: era un attrezzo
adatto per scavare e rimuovere la terra, tranciare le radi­
ci, zappare e diserbare. Il terreno veniva lavorato in fasce
parallele, e su queste, a mano o con il taglio della zappa,
venivano gettati i semi e poi ricoperti di terra.
L’aràtro era semplicemente una zappa più grande con un
lungo manico, tirata da una coppia di buoi, di muli o di
asini aggiogati, oppure da uno o due esseri umani, e lavo­
rava solo lo strato superficiale del terreno. Anche la punta
del vomere era di legno indurito al fuoco e talvolta rivestita
di una lamina di bronzo. L’aratore con una mano teneva il
manico dell’aratro e con l’altra pungolava i buoi. Per otte­
nere un solco più profondo, di tanto in tanto saliva sull’e­
stremità posteriore del dentale4 e faceva forza sul manico.

4 Parte in legno dell’aratro dove veniva fissato il vomere; cosi chiamato


perché incide il solco come un dente [N .d.T ],

257
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Com e i nostri contadini ancora poco tempo fa, chiamava i


suoi buoi Biondello, Bianchetto, Nerino, Rossino... Dietro
di lui, le donne e i servi spaccavano le zolle, sotterravano
erbe e sterco,5 dissodavano il suolo con la zappetta.
Preghiere, libagioni e canti accompagnavano quel lavoro
sacro, la cui invenzione è attribuita a una dea, Demetra, o
Dos, o Dèó, o Dam ia, e che fu insegnato agli uomini da
Trittolemo, figlio del re di Eieusi. E al cadere della sera si
rivolgeva un saluto alle dee che, lassù tra le Pleiadi e le Iadi,
avrebbero inviato al momento buono la luce e la pioggia.
In generale, l’orzo o il frumento venivano seminati subi­
to dopo l’aratura, in novembre, o alla fine dell’inverno: con
il rastrello di legno o con la zappa i semi venivano interrati
a poca profondità, quanto bastava per sfuggire agli occhi e
al becco degli uccelli, e per resistere ai freddi più rigidi. Le
leguminose venivano invece seminate più spesso. A queste
piante, da farina e foraggere, si mischiavano qualche volta
dei cereali, provvedendo così anche alle necessità del be­
stiame. Il foraggio veniva tagliato ancora verde e poi lo si
faceva seccare. Nei silos e nei fienili rinvenuti nelle vicinan­
ze delle fattorie e dei villaggi venivano stoccati, secondo la
stagione, i prodotti della terra per l’alimentazione sia degli
uomini sia del bestiame.

5 È una forma rudimentale di sovescio, tecnica mediante la quale il terreno


veniva arricchito di materia organica. O ggi per sovesciare si usano piante
coltivate appositamente per fornire i composti organici più adatti a un de­
terminato tipo di terreno [N .d.T ],

258
Gente d i terra

Cereali

È piuttosto dubbio che quattro nomi che figurano negli


archivi di Pilo e di Cnosso, sitokowo, kiritewiya, doqeya e
meretirya, designino delle lavoratrici strettamente specia­
lizzate nella manipolazione del grano (sitos), nella coltura
dell’orzo (kritha), nella falciatura (da drepóì) e nella maci­
natura (mereuro). E invece più probabile che sitokowo fosse
il nome del funzionario incaricato di versare ai lavoratori e
ai loro figli le razioni di grano che costituivano il loro sala­
rio. Le «addette all’orzo» e le «addette ai pasti» (dorqa), dal
canto loro, erano incaricate della preparazione dei sacrifici
e dei festini comunitari.
Le farine servivano per fare delle gallette di avena, m aza,
delle farinate, poltos, del pane lievitato, artos; con le farine
si copriva la carne, si cospargevano le bevande sacre. Chic­
chi d ’orzo venivano cosparsi sulla testa delle vittime, una
maniera simbolica di offrire i due alimenti migliori di cui si
dispone. Ciò che è possibile dedurre da tanti termini oscu­
ri, ma anche da tante usanze millenarie conservate fino ai
nostri giorni, è che le donne avevano un ruolo più impor­
tante degli uomini nella mietitura, nella trebbiatura, nella
conservazione e utilizzazione dei cereali.

M ietitura

Sotto il sole mediterraneo, l’orzo e il frumento maturano in


pochi mesi e sono pronti per la mietitura. Allora ogni con­
tadino con la sua famiglia tornava nei Campi, questa volta
attrezzato con legacci di paglia, forconi, falci e pietre per

259
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

affilare. Com e prima cosa venivano offerti una libagione,


una preghiera e un canto al permaloso Spirito delle spighe
per averlo amico, poi le primizie della mietitura venivano
dedicate alla D ea del grano, Sitopotiniya.
Il falcetto, drepanon, di solito era fatto di una lama di
bronzo leggermente ricurva, simile al dati del M idi france­
se. M a in molti posti, nel X III secolo, si usava ancora un'at­
trezzo conosciuto in Grecia e in Asia Minore fin dall’epoca
della pietra levigata: un corno di cervo nel quale era inserita
una fila di schegge di selce o di ossidiana. Con la mano
sinistra si afferrava una manciata di steli, e la si tagliava a
mezza altezza con la mano destra. Jack R. Harlan, in Medio
Oriente, ha fatto un esperimento di mietitura usando uno
strumento simile e in un’ora e mezza ha falciato abbastanza
grano selvatico per produrre un chilogrammo di grano.
Se il proprietario era ricco, divideva il lavoro tra più
gruppi misti di uomini e donne: un gruppo falciava, un
altro ammassava in fasci eliminando la gramigna e la bar­
dana, altri trasportavano i covoni al bordo del campo, i
bambini spigolavano. I braccianti, erithoi, e gli avventizi,
opiroqo, erano pagati in viveri e bevande, naturalmente.

Trebbiatura e macinatura

Sull’aia sacra, creazione di Dèó, dea dell’orzo, le spighe e


i loro corti gambi, una volta seccati, vengono disposti in
cerchio. Una pesante tavola coperta di pietre taglienti, tra­
scinata da un bue o da un asino, viene usata per trebbiare il
grano. In piedi sulla tavola, un uomo o una donna girano
instancabilmente sotto il sole. Quando si ritiene che le spi­

260
Gente di terra

ghe siano sufficientemente trebbiate, le paglie vengono se­


parate con il forcone e tutto il resto è ammucchiato in una
piccola zona dell’aia. Non appena si metterà a soffiare un
buon vento lo spulatore, con grandi colpi di pala, lancerà
alto nel cielo il miscuglio di fuscelli e chicchi. Questi ulti­
mi ricadranno al suolo; i fili di paglia, le loppe e la polvere
andranno a sparpagliarsi sui campi. Stesso procedimento
per i piselli, le lenticchie o la veccia.
I grani vengono lasciati uno o due giorni sull’aia sacra,
poi se ne riempiono panieri o giare. Il raccolto viene diviso
tra i ministri del culto, i re, la comunità e la gente della fat­
toria. L’intero raccolto di frumento e orzo, am a epikere, di
certi grandi villaggi come Dawos di Creta superava talvolta
diecimila misure.
La leggenda di Ino, moglie del re Atamante di Orcome-
no, ci mostra che in Beozia si faceva tostare leggermente
il grano che non era destinato alla semina per evitare che
ammuffisse. Vicino a Troia e a Creta, per proteggerlo ci si
limitava a invocare Sminteo, dio dei topi e dei ratti, oppure
lo si affidava ai gatti o alle donnole domestiche.
L’orzo veniva ridotto in farina da pane: prima veniva
mondato e poi brillato6 tra due mole di pietra da macina.
Ogni famiglia possedeva la sua mola con cui si macinava
anche il frumento, riducendolo sia in farina sia in semola.
Tutto questo lavoro manuale toccava alle donne, alle qua­
li era anche affidato il compito di preparare, una volta al
mese o ogni tre mesi, l’impasto per il pane, farlo lievitare,

6 La brillatura è l ’operazione con la quale, mediante vari procedimenti,


viene conferito un aspetto brillante - da cui il termine - ai grani di riso,
orzo, miglio ecc. [N.d.7T|.

261
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

infine lavorarlo bene con le mani, quindi infornarlo; con


l’aggiunta di semi di sesamo, di papavero, di finocchio o di
cumino si facevano i dolci. Talvolta questo lavoro era fatto
in gruppo, come si vede su certe terrecotte con figure.

Il lino e la sua lavorazione

La coltura del lino è stata, tra tutte, quella maggiormente


favorita dai capi dei piccoli stati micenei. Innanzitutto per
ragioni militari: con il lino si confezionavano i piastroni
e i dorsi delle corazze, le vele e il cordame dei vascelli da
guerra, i teli per le tende da campo. In secondo luogo per
ragioni economiche: sottrarsi al monopolio dei Fenici di
Biblo, Tiro, Sidone, Arvad... dai quali dipendevano per la
biancheria fine, le lenzuola, i sudari, i drappi che si usavano
come porte, le reti, i rotoli da scrittura. Due forme di guer­
ra che hanno definitivamente rovinato l’economia rurale e
ridotto alla fame la Grecia intera.
I controllori dei palazzi esigevano quantità sempre più
grandi di lino, sia in semi sia in filaccia. Poche categorie di
lavoratori, come i fabbri, gli armieri, i costruttori navali, i
calafatatori, riuscivano a farsi esentare da questo gravoso
tributo; gli altri, soprattutto durante le annate di siccità,
s’indebitavano o trascuravano le colture alimentari.
E tuttavia il lino miceneo non reggeva il confronto né
con quello d ’Egitto né con quello di Siria.
Dagli scavi di Lerna, celebre per le sue acque stagnanti e
per le imprese di Eracle, gli archeologi hanno portato alla
luce duecento semi di Linum usitatissimum, la varietà di
lino più adatta al clima secco della Grecia. I semi, tranne

262
Gente d i terra

quelli usati per ricavarne olio, per medicamenti o impia­


stri, venivano seminati in autunno. In maggio, i campi si
coprivano di una distesa di fiori di un azzurro che sembra­
va riflettere il cielo. A ll’inizio del mese di giugno, quan­
do le spighe erano formate e i grani maturi, si sradicavano
agevolmente i gambi (il lino non si miete né si spula), poi
li si raccoglieva in fasci che venivano impilati in piramidi
su delle aree libere o sul tetto a terrazza delle abitazioni.
Quando il sole e il vento lo avevano ben seccato, le punte
dei gambi venivano battute per farne uscire i frutti, e le
fibre venivano messe a macerare in uno stagno sotto delle
grosse pietre. Per venti-venticinque giorni un fetore tremen­
do stagnava sulla campagna.
A ll’inizio di luglio i fasci venivano tirati fuori dall’acqua
di macerazione da robusti operai. Una volta sgocciolate e
seccate, le fibre venivano appese, tirate e ritorte su una T
munita di punte - identica al segno s é delle scritture li­
neari - poi frantumate con una specie di mestola simile a
quella delle lavandaie; è l’operazione della stigliatura, che
sbarazzava gli steli dalla corteccia e li trasformava in filac­
cia. Questa, a sua volta, veniva pettinata o cardata con un
pettine semplice o doppio, che figura anch’esso tra i gero­
glifici e i segni delle scritture egee. Durante la prima petti­
natura una polvere fittissima si spandeva attorno agli sca­
pecchiatoi;7 l’operazione proseguiva finché la filaccia non si
era trasformata in un mucchio di fiocchi folti con qualche
resto di stoppa qua e là.

7 Lo scapecchiatolo è un pettine che serve a togliere dal lino o dalla canapa


il capecchio o stoppa, una materia grezza e liscosa che veniva utilizzata,
ricoperta di pece o catrame, per calafatare imbarcazioni oppure per imbot­
titure [N .d.T ].

263
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Le filatrici di lino, rìneya, avvolgevano i biondi ciuffi sul­


la conocchia e, come per la lana, prendevano alcune fibre
con le dita della mano sinistra, le tiravano, le torcevano e
avvolgevano un filo sottile su un fuso che facevano gira­
re con la mano destra. Per ammorbidire il filo e renderlo
più lucido, le donne immergevano le matasse in un bagno
d ’olio, poi le mettevano a sgocciolare fino a quando erano
pronte per essere tessute sul telaio verticale. Si ricordino le
cinquanta ancelle che lavoravano nella casa di Alcinoo, re
dei Feaci: «alcune con mole moliscono giallo frumento, /
altre tessono tele e girano i fusi, / sedute, simili a foglie di
altissimi pioppi: / dalle tele in lavoro goccia limpido l’olio»
{Odissea, V II, vv. 104-107). Tutte cantano, come la ninfa
Calipso «dalla voce chiara come un giglio». Le canzoni del­
le filatrici non sono nate ieri.
Di solito, il telaio per tessere, histos, è fatto da due mon­
tanti verticali in legno, collegati da un subbio [bastone di
legno di forma cilindrica] dove sono avvolti i fili dell’ordito,
che vengono tenuti ben tesi da pesi collocati in basso, vi­
cino al pavimento. Una bacchetta mobile separa i fili pari
da quelli dispari. Ad altre barre di legno trasversali, i licci,
sono attaccati con dei cordoncini i fili della trama. La fila­
trice tira a sé una barra e nell’intervallo fra trama e ordito
fa scorrere la bacchetta o spola, kerkis, sulla quale è avvolto
il filo della trama. Dopo ogni passaggio, con un pettine re­
gola la compattezza del tessuto. Le donne lavorano al telaio
per ore e ore, sempre in piedi.

264
Gente di terra

Frutta e uva

Appena i cereali e le leguminose sono stati riposti, i conta­


dini raccolgono la frutta e la conservano. Sulle terrazze an­
dranno a seccare i fichi, base dell’alimentazione dei lavora­
tori, le mandorle, i pistacchi, le bacche di ginepro, i pinoli,
le nocciole e le noci. Nelle cantine, disposte su graticci, ven­
gono conservate le piccole mele aspre, le pere granulose, le
mele cotogne acerbe e profumate e tutte le bacche che a noi
sembrano così aspre: susine selvatiche, bàgole, azzeruole, in
attesa di essere sostituite in autunno da sorbe e castagne e,
alla fine dell’inverno, dalle nespole.
Intanto, verso la metà di agosto, comincia la vendemmia
nelle isole, e prosegue ovunque fino alla fine di settembre.
La campagna risuona allora delle grida e dei canti delle
donne che fanno la raccolta, degli uomini che trasportano
i cesti pieni di grappoli. La maggior parte dei vigneti, woi-
nades, si trova sui fianchi delle colline, dietro muri di pietre
secche sormontati da arbusti spinosi per tenere lontani vol­
pi e caproni. Le viti, weyewe, si avvolgono spesso su grandi
alberi, m a sono anche piantate in file regolari, a circa due
metri lu n a dall’altra, sorrette da pali o lasciate strisciare.
In autunno viene lavorato il terreno, in inverno si fa una
potatura accurata, all’inizio dell’estate si fa la spampana­
r n e :8 le viti richiedono cure in ogni stagione. Una volta
raccolta, l’uva viene messa a candire al sole per dieci giorni,
poi all’ombra per altri cinque. Infine viene schiacciata con
i piedi in un grande tino di pietra tagliata o d ’argilla cotta.

8 Operazione che consiste nel liberare le viti dai pam pini (pampano, va­
riante di pampino), soprattutto quando si avvicina la vendemmia [N .d.T ].

265
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Il mosto cola e si decanta in un bacino, posto più in basso.


N e verranno riempite delle alte giare da centoventi-duecen-
tocinquanta litri.
Il travaso del vino, woinos, ha luogo cinquanta giorni più
tardi, ed è un momento di grandi festeggiamenti. Si gusta
per la prima volta il sangue del dio del torchio, Dioniso. La
festa del vino: una serata straordinaria che rompe la mono­
tonia dell’esistenza. M igliaia di persone danzano frenetica­
mente fino all’esaurimento. Si danza in cerchio attorno agli
alberi sacri, ma è molto più di un ballo, è una cerimonia.
Nelle montagne della Beozia corrono le Menadi, eccitate
dalla presenza del dio. L a festa sarà celebrata nuovamente
con canti dialogati e con danze in gennaio, quando il vino
sarà pronto, e in marzo o in aprile, quando fiorirà la vigna.
Una certa quantità di uva viene messa a seccare fra le
provviste invernali. Il contadino, che quasi non beve vino,
cede contro pagamento in natura quasi tutta la produzione
ai santuari e ai palazzi. Quando non è offerto in libagioni
alle divinità o bevuto nei banchetti solenni, il vino greco,
scuro, ricco d ’alcol e spesso aromatizzato, è esportato in
tutti i paesi sulle coste del Mediterraneo e del mar Nero.
Esso facilita prodigiosamente le transazioni. Sconvolge lo
spirito degli sciocchi, come accadde al ciclope Polifemo, e
stimola l’ardore e l’amore in guerrieri come Achille o Ulis­
se. E probabile che qualcuno dei venti crus noti nell’A rcipe­
lago nel Medioevo, come la malvasia, il moscatello, l’athiri,
il samos, risalgano all’antichità più remota.

266
Gente d i terra

Olive e olio

La raccolta delle olive ha luogo da novembre a marzo. An­


cora un lavoro di donne. Esse distendono dei teli sotto gli
alberi, bacchiano e raccolgono i frutti. Agli uomini spetta
il lavoro di ripulitura e aratura del terreno in febbraio, se
la stagione non è troppo piovosa, e il sovescio in marzo;
l’aratura di fine aprile che si fa ogni due anni, quando si at­
tende una raccolta; la potatura e l’innesto; la concimazione
coi residui di olive; l’irrigazione nella stagione secca. Alle
donne, la pigiatura dei frutti neri e lucenti in un mortaio
di legno. Agli uomini, la spremitura dei sacchi di crine ri­
empiti di questa purea oleosa: i sacchi, posti in un bacino
dotato di un canaletto di scolo, vengono schiacciati sotto
grosse tavole. L’olio di questa prima spremitura a freddo è il
più dolce. Quello che si estrae dai residui con una seconda
spremitura dopo venti giorni di macerazione, o per decan­
tazione dei residui nell’acqua calda, è molto più acido.
L’olio d ’oliva sostituisce il nostro burro e il nostro sapo­
ne. Riempie le lucerne, entra nella fabbricazione della mag­
gior parte di unguenti, profumi e medicamenti. A Micene
è parte del salario dei lavoratori. Il legno d ’olivo serve per
riscaldare, per fabbricare oggetti di uso comune, per il pre­
zioso carbone di legna. Disgraziatamente, molti hanno solo
l’usufrutto di uno o due alberi, che forniscono cinque-sei
litri d olio in media per anno, e le piantagioni migliori, da
sessanta a cento alberi per ettaro, appartengono ai templi.
Il villaggio di Rukito consegna, da solo, quasi due tonnel­
late di olio a Cnosso i cui dei sono molto golosi di sostanze
grasse: l’olio viene spalmato ritualmente sulle loro statue,
nei loro templi alcune lampade sono tenute sempre accese;

267
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

in un solo mese, il clero richiede centotrentasei litri di olio


(tavoletta Fp I + 31).
Un giorno, quando i palazzi bruceranno, sarà l’olio che
alimenterà l’incendio.

M iele e piante aromatiche

Com e dimenticare, nel mezzo dell’estate, l’afFumicatura e


la raccolta delle arnie, la scolatura dei mieli mediante tra­
mogge di terracotta o di vimini?
Il miele sostituisce lo zucchero. Esso è offerto in grandi
anfore agli dei dei templi e alle anime dei morti.
I signori dei palazzi esigevano che i contadini coltivasse­
ro e trattassero anche tutti i tipi di piante aromatiche: ap­
pio, càrtamo, coriandolo, cumino, giunco odoroso, menta,
cìpero (cfr. cap. I, paragrafo «Spezie e aromi») e un prodot­
to «fenicio», il ponikiyo, forse una gomma, che veniva pro­
dotta in almeno venti villaggi che la dovevano consegnare
al palazzo di Cnosso.

Culti e usanze rurali

Le divinità che si venerano in campagna non sono le stesse


che si venerano in città. Le potenze invisibili qui sono molto
più vicine alla terra e agli uomini: vivono negli alberi o ne­
gli arbusti sempreverdi, come il mirto, il cipresso, l’abete, il
lentisco, il lauro, il ramno spinoso e il platano di Creta dalle
foglie perenni.
Esse si chiamano, a seconda dei paesi, Aphaia, Britomarpi

268
Gente d i terra

(la dolce vergine), Dafne, Hellotis, Auxesia, Akakallis (Aca-


callide, la signora dei narcisi) o Hyakinthos (Giacinto).9
A esse si rivolgono le donne che lavorano o soffrono, che
desiderano un marito o che partoriscono. Per loro le donne
appendono delle bambole agli alberi, a loro consacrano i
capelli e le vesti. Dappertutto i contadini rispettano gli al­
beri sacri da cui escono gli oracoli.
Altre divinità vivono sottoterra, e i contadini cercano di
farsele amiche con lofferta di liquidi puri, come l’acqua, il
latte o il miele, con sacrifici di maialetti, i cui resti vengono
gettati in fosse, o ancora con la presentazione di diverse va­
rietà di semi e fiocchi posti in ciotole su un vassoio tondo,
il kernos.
D i solito queste potenze non hanno nome, oppure ven­
gono indicate con appellativi molto vaghi: la Madre, la Fi­
glia, le Ninfe, Colui che fende la terra (Erikhthonios), il
Ricco (Plutone). Gli dei si manifestano anche sotto forma
di uccelli: corvi, cornacchie, civette, cuculi.
Si va a consultare gli dei sotterranei e anche le anime
dei morti nella valle dell’A cheronte e presso l’imboccatura
di molte caverne, dal capo Tenaro ai grandi abissi di Cre­
ta. Uno dei culti popolari più diffusi in tutto l’A rcipelago,
nel X III secolo a.C., è proprio quello delle caverne, dove,
secondo la mitologia, gli dei sono nati, si sono uniti e tal­
volta sono morti. Le donne vi si recano per chiedere figli e
un buon parto a Ilizia, «Colei che assiste nei parti», a Rea,
madre del dio Zeus, a M aia, «la Buona Madre» del monte

9 II giovinetto am ato da Apollo fu colpito, per gelosia, da un dardo deviato


da Zefiro: Apollo lo sottrasse alla morte facendo nascere un fiore, il giacin­
to, da alcune gocce del suo sangue [N.d.T].

269
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Cillene, a Leto [Latona], «la Signora», a Ifigenia, «Colei che


dà la forza di mettere al mondo». Sottoterra, ci si fa iniziare
al culto della D ea del Grano, di Arianna («la santissima»)
e di Dioniso. Si baciano o si toccano gli idoli di calcite; le
rocce di forma bizzarra e quasi tutte le sorgenti sono sacre.
Così trascorre l’anno, ritmato dalle feste stagionali e dai
grandi eventi della vita rurale: la mungitura delle pecore
all’inizio di febbraio, il ritorno delle rondini in marzo (og­
getto di presagi, di auguri e di canti documentati fin dal
X V I secolo a.C.), le semine di primavera, la transuman­
za in aprile, l’offerta delle primizie, le battute di caccia in
autunno, il ritorno delle piogge, la riunione delle anime
scomparse aH’avvicinarsi dell’equinozio o del solstizio di
fine anno.
Di tante usanze, che la Grecia classica e il mondo moder­
no hanno largamente ereditato, i testi conservano ben poco.
E documentata, ad esempio, l’usanza di accendere fuo­
chi sulla sommità di certe montagne, come il Liceo o il Tai-
geto, di far passare i giovani attraverso le fiamme o quella
di legare la sopravvivenza di una persona cara alla conser­
vazione di un ramo sacro. Quando Meleagro, figlio del re
degli Etoli Eneo o del dio Ares, ebbe sette giorni, le Moire
[le Parche] si presentarono a sua madre, Altea, e le dissero
che là sorte del piccolo dipendeva da quella di un pezzo
di legno che bruciava nel focolare: se si fosse consumato,
Meleagro sarebbe morto. Altea tolse il tizzone dal fuoco, lo
spense e lo ripose in un cofano.
Un’altra usanza diffusa era quella di bagnare i bambini
nell’acqua delle fonti sacre: solo la parte del corpo toccata
dalla mano dell’adulto sarebbe stata vulnerabile.
Ai giovani sposi si gettavano manciate di chicchi di gra­

270
Gente di terra

no (come si fa ancora oggi, anche se più spesso viene usato


il riso); inoltre, essi dovevano mangiare insieme dei frutti,
auspicio di fecondità: mele, noci, melagrane dal rosso suc­
co. M a tutti i contadini sapevano che sul fondo del cofano
di legno contenente i regali di nozze - dolci, corredo, gioiel­
li - , come in fondo al vaso di Pandora, non cera che una
povera speranza.
Per consolarsi della durezza della loro condizione, in
questo secolo tragico essi non hanno, nella loro misera casa
dal pavimento in terra battuta e dai muri di terra pressata,
la speranza di numerose nascite - ci sarebbero troppe boc­
che da sfamare - o di una lunga vecchiaia: quando cono­
scono il destino di Peleo, preferiscono morire giovani, come
Achille, suo figlio. Essi sperano, più semplicemente, che il
fisco li dimentichi, o, che è la stessa cosa, che arrivi un
campione o un pastore con i suoi compagni a distruggere
col fuoco gli archivi dei signori.
Essi non chiedono la libertà. La sola idea era allora in­
concepibile. Com e tutti i miserabili del mondo, essi aspi­
rano a un po’ più di uguaglianza. I Dori, vincitori degli
Achei, ne faranno più tardi il tema centrale della loro pro­
paganda. Perché i contadini non dimenticano questo regi­
me semi-collettivo nel quale un buon numero di loro vive,
quello del consiglio della comunità, damos, che dà a tutti, a
turno, le terre «di ripartizione», kotona kekemena.

Artigiani rurali

I contadini hanno anche, per distrarsi, lo spettacolo degli


artigiani che vanno e vengono da un villaggio all’altro, i de­

v i
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

miourgoi. Essi coltivano talvolta la terra, m a non sono mai


legati a essa. Portano alla gente di terra sogni, notizie, idee.
Si tratta di narratori, cantori ambulanti, guaritori, venditori,
fabbri, cercatori di metalli, vasai e mercanti di vasellame.

V ASAI

Per il vasellame di uso corrente, il vasaio procedeva esatta­


mente come i suoi eredi attuali di Beozia e di Sifnos, di Mar-
garites in Creta o di Cipro, tutti sedentari in inverno, nomadi
durante la bella stagione. Si procurava due tipi di terra, una
grassa e pesante, l’altra secca e scagliosa che serviva a sgrassa­
re. Il vasaio le faceva seccare a parte, le sbriciolava, le depura­
va, le setacciava molto finemente, le mischiava, le metteva in
vasche piene d ’acqua e le lasciava riposare. Dopo metteva la
terra a fermentare per qualche settimana in una stanza fresca
o sotto la volta ombrosa di una caverna; quindi, ormai diven­
tata una massa piuttosto morbida, la batteva e la lavorava con
le mani fino a ottenere una pasta morbida al tatto, lucente
e quasi elastica, simile a carne levigata. Dalla setacciatura e
dall’amalgama di due terre con caratteristiche opposte dipen­
devano la grana, il colore, perfino l’odore dell’impasto.
Nella sua bottega semibuia, dove la luce entra in fascio
sfolgorante solo dalla porta, il maestro plasma le sue creatu­
re. Prende tra le palme un po’ di argilla molle, la comprime,
la passa da una mano all’altra, la sbatte ripetutamente come
fosse un essere da rianimare in tutta fretta. Infine, la pone
sul piattello scanalato di terracotta o di marmo che, con la
sua girella di legno, costituisce la parte superiore del tornio
e, con un colpo di piede sul disco inferiore (volano), mette

272
Gente di terra

la macchina in movimento. L’artigiano preme da destra a


sinistra la palla d ’argilla che cresce, cresce e si sviluppa. Le
dita scavano la massa, la stringono, la contengono. Si vede
apparire un piede, un fianco, un ventre, una pancia, una
spalla, un collo, un’imboccatura, delle labbra: tutte le parti
di un corpo vivo. N on mancano che un braccio o due, le
anse o manici, e una calotta, il coperchio, perché la rasso­
miglianza con un essere umano sia completa.
Ad Atene la gente diceva che Keramos, il vaso, era figlio
di Arianna e di Dioniso.
La ceramica ancora um ida viene messa sul pavimento, in
una zona buia. Viene rigirata un paio di volte; poi, quan­
do il vasaio riterrà che sia abbastanza dura, verrà messa a
seccare in pieno sole. A questo punto il ceramista diventa
pittore. Col càlamo e col pennello ricopre con l’ingabbio
l’esterno, e talvolta anche l’interno, di ogni pezzo prima
della cottura. L’ingabbio (o terra liquida) è un’argilla col­
loidale fatta decantare molto lentamente e addizionata con
cenere di legno e vari alcali la cui origine organica e la pro­
porzione sono tenute segrete. Se il cliente vuole un vaso a
disegni, l’artigiano immerge il pennello in una pasta scura,
generalmente un’ocra ricca di ossidi di ferro, talvolta una
miscela di ocra e ossido di manganese. Con la cottura e
secondo la quantità d ’aria immessa nel forno, questi due
colori resteranno scuri o vireranno al rosso o al nero.
Prima di mettere le ceramiche nel forno, l’artista pre­
gherà i venti, gli dei patroni dei vasai. Scongiurerà i demoni
maligni che provocano la rottura dei vasi e fanno scioglie­
re la vernice: Smaragos, Asbetos, Sabactes e Omodamos.
Dopo la cottura, pregherà Zeus di non mandare la pioggia
della quale è il signore.

273
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

FABBRI

Talvolta, gli uomini della campagna - e non soltanto i


bambini - si raggruppavano davanti a una-fucina. Ce lo
dice Esiodo, contadino e poeta di Ascra in Beozia. Si ri­
scaldavano, guardavano i fabbri al lavoro, ascoltavano uno
dei quattrocento battitori di rame registrati nei testi di Pilo,
uno di quegli artigiani nomadi venuto dalla Tracia o dalla
lontana Licia con i suoi compagni, apprendisti o schiavi, le
sue bestie da soma e tutto il suo materiale. E mentre guar­
dano e ascoltano sognano per il loro figlio una mobilità
e una considerazione simile, per la loro figlia uno sposo
egualmente potente e fortunato.
E bisogna ben credere che vedessero talvolta i loro so­
gni realizzarsi, poiché in molti paesi, dalla Troade a Creta,
si diceva che il supremo Zeus, ancora bambino, era stato
affidato a una confraternita di lavoratori dei metalli, o an­
cora che Efesto, sporco e zoppo com’era, aveva affascina­
to le Grazie e la stessa dea dell’amore. Si raccontava anche
che questi viaggiatori prestigiosi conoscessero dei sortilegi
ignoti ai guaritori e agli indovini greci.
N e diffidavano m a li andavano a cercare. E non soltanto
perché fabbricavano utensili, attrezzi e armi indispensabili.
Non soltanto perché alcuni tra loro avevano già appreso dai
fabbri ittiti l’arte di trasformare la pietra rossa e magnetica
in un metallo molto più pesante e pericoloso del rame: l’ac­
ciaio. M a perché a un mondo chiuso e quasi immobile essi
aprivano di colpo, pastori d ’anime, un immenso orizzonte.
V

G en te d i m are

Un passaggio... aperto cento giorni a ll’anno

Il mare che bagna l’A rcipelago offre alla gente di terra,


meropes, due vantaggi. Agli oppressi di tutte le specie, agli
esiliati, ai figli troppo numerosi di un suolo ingrato, agli
amanti dell’avventura, ai cuori veramente coraggiosi, il
mare apre una via di evasione; esso è, più della montagna
o della macchia, il simbolo stesso della libertà di andare
e venire. D à all’uomo l’impressione di non dipendere che
dal cielo e dalla propria intelligenza. M a, per un Greco,
è prima di tutto un passaggio, pontos, una «larga strada»,
euruporos, che unisce i continenti alle duecento isole dove
vivono gli uomini che mangiano pane, e anche i punti più
remoti di una stessa costa. E il mare a creare una vera unità
fra tutti i popoli, malgrado le loro differenze di lingua, co­
stume e religione.
Inclini alla" mobilità e dotati di senso di responsabilità
personale per la loro origine pastorale, i rivieraschi del mar
di M armara, dell’Egeo e dello Ionio trovano sui flutti di

275
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

che soddisfare curiosità e gusto del rischio. E se muoiono


di noia per essersi trasformati, nel giro di qualche anno o
di poche generazioni, in contadini prigionieri della terra,
fanno come Ulisse quando si stancò dei baci della bella
Calipso: costruiscono una zattera o si associano ad altri per
equipaggiare una barca, la caricano di viveri ed emigrano.
E da notare che la distinzione tra chi fa vita sedentaria e
chi prende la via del mare è molto più netta all’interno del
continente che non sulle coste, dove si passa dallo stato di
coltivatore a quello di pescatore o di raccoglitore di bacche
e frutti selvatici a seconda delle stagioni e delle guerre, non
foss’altro che per sfamarsi o per sopravvivere. Tutti sono, in
qualche misura, insieme contadini e marinai.
Vita intensa, eccitante, tutta calcolo e prontezza allo stes­
so tempo. Poiché questo mare, questo ponte fatto per uni­
re delle terre che sono sempre in vista, resta chiuso per la
maggior parte dell’anno. Soprattutto non bisogna imbar­
carsi senza un pilota esperto e che conosca le stagioni e i
venti. L’Egeo, capriccioso e improvviso nelle sue collere, è
terribile. «Avere il senso dell’opportunità in tutte le cose è
la qualità suprema» osservava il poeta Esiodo, che temeva
il mare. Perché sapeva e diceva che, dal coricarsi mattutino
delle Pleiadi, verso l’inizio di novembre, fino al loro levarsi
sulla spalla del Toro, verso la fine di aprile, era meglio tirare
la nave in secca, appesantirla con grosse pietre perché non
venisse rovesciata dai venti e togliere il tappo perché la piog­
gia ristagnando non facesse imputridire il legno. Sei mesi
pieni durante i quali si riponeva l’attrezzatura, si piegavano
le vele e si appendeva sopra il focolare il remo di governo.
La prima stagione di navigazione durava una cinquanti­
na di giorni tra aprile e maggio, quando soffiava un vento

276
Gente di mare

costante e il mare non era troppo agitato. D i nuovo biso­


gnava temere le burrasche e le grandinate, l’incontro del
vento delle montagne e del continuo vento del Sud sullo
Ionio, il levarsi improvviso dei venti d'Africa al largo di
Creta e di Rodi.
D all’inizio di giugno fino a metà settembre, il mar Egeo,
allora come oggi, era spazzato dai venti etesii, che soffiano
da nord-ovest, da nord o da nórd-est, generalmente a par­
tire da mezzogiorno, cessano verso sera, e talvolta riempio­
no la notte intera con la loro collera imprevedibile. Un’aria
trasparente, un cielo senza nubi, un mare che vira dal blu
all’indaco al vinaccia cupo al nero, e nessuna possibilità
di avvicinarsi, soprattutto per le rotte meridionali, alla riva
scoscesa delle isole. D i nuovo, quindi, tre mesi e mezzo di
lavoro a terra o di pesca scarsa, il mattino, vicino alla riva.
Non restavano più di cinquanta giorni, dall’inizio dell’e­
quinozio d ’autunno fino al tempo del vino nuovo, per la
seconda stagione di navigazione. In tutto solo cento giorni
in cui si corrono meno rischi per le navi e per la vita degli
equipaggi, tra il mese di Plowistos (aprile-maggio) e il mese
di Methu Newo (novembre).

Pericoli

Quel che potevano temere dei marinai che non disponeva­


no di carte marine né di bussole, e che per orientarsi cono­
scevano solo i quattro punti cardinali, la forma delle coste
già viste e l’esistenza dell’Orsa Maggiore, quel che temevano
realmente ce lo dicono chiaramente gli autori dèh’Odissea e
delle Argonautiche: l’oscurarsi improvviso di un mare im­

277
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

mobile, un salto di vento, l’accumularsi delle nuvole, la tem­


pesta con tutte le sue conseguenze - l’albero spezzato o col­
pito da un fulmine, la vela lacerata, il timone strappato via,
l’andare alla deriva, la nave spaccata in due o il naufragio.
E poi, più perfidi della tempesta, le secche, gli scogli a
fior d ’acqua, sui quali l’imbarcazione si spacca o s’incaglia,
la foschia e la notte che nascondono le rocce e le scogliere,
un improvviso incendio a bordo, i mostri marini (ricordia­
mo che il Mediterraneo era percorso allora da grandi ceta­
cei). Ancora più tremendi erano la paura dei pesci velenosi e
voraci, la fame, la sete, la fatica estenuante di intere giorna­
te ai remi, la mancanza di sonno, lo scoramento, il trovarsi
immobilizzati su una costa inospitale, la perdita della rotta.
Allora l’acqua salata, hals, il mare, thalassa, il passaggio,
pontos, diventano l’immensità, pelagos, o Okeanos, Oceano,
una divinità minacciosa.
«Ci sono tre tipi di uomini - dice il leggendàrio Ana-
charsis - i vivi, i morti e quelli che vanno per mare.» Se in
quasi tutti i poeti greci classici troviamo espressioni def ter­
rore dei Greci davanti al mare, che essi temono e tuttavia li
attira, li fa vivere e di cui non possono fare a meno, dipende
dal fatto che, da quando i loro progenitori erano diventati
un grande popolo di marinai, per la prima volta nel XIII
secolo si erano resi conto della grandezza della loro impresa
e della pochezza dei loro mezzi.

Costruttori di navi

Su tali mezzi le tavolette dei palazzi micenei non ci dico­


no quasi nulla. Sono registrati soltanto alcuni nomi: co­

278
Gente di mare

struttori navali, ingegneri, armatori, o, più precisamente,


carpentieri di marina, naudomo, e forse dei calafatatori,
maratewe, e dei «telieri», kekide. M a senza dubbio quest’ul­
timo termine non indica che dei combattenti vestiti con
una casacca o una sopravveste di tela, tra i rematori, ereta,
e i pescatori addetti ai remi, harie operote eree, sulle galee
reali. Sappiamo anche che essi godevano, in quel difficile
periodo, di diverse esenzioni: i carpentieri, i calafatatori e
i «telieri» sono dispensati dal pagare la tassa del lino; molti
galeotti ottengono dei permessi.
I grandi poemi epici non ci documentano meglio: oltre
al fatto che i loro autori non erano ispettori del genio marit­
timo, c’è il fondato sospetto che essi descrivessero quel che
avevano sotto gli occhi, cinquecento anni dopo la guerra
di Troia. Per fortuna, le pitture murali, i disegni sui vasi, i
graffiti, alcuni modellini ci mostrano l’essenziale, e i relitti
delle navi da poco tempo sottratte alle profondità marine
completano la nostra informazione.

Tipi d ’imbarcazione

Della fine dell’età del bronzo (1300-1100 a.C. circa) posse­


diamo una ventina di rappresentazioni di navi micenee. Le
più chiare sono dipinte sui vasi d ’argilla scoperti a Tragana,
nei pressi di Pilo, ad Asinè in Argolide, a Sciro, a Milo, a
Gazi e a Festo sull’isola di Creta, a Cos, a Enkomi di Cipro.
I modellini o frammenti di modellini di imbarcazioni,
in bronzo, argilla o avorio, provengono dagli scavi di Fi-
lakopi di Milo, da alcune camere funerarie di Micene, di
Atene, di Ceos e di Cnosso.

279
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

I graffiti tracciati sui pilastri angolari del tempio di


Hyria, in Beozia, rappresentano sei navi, quattro grandi
e due piccole. M a le incisioni più espressive restano senza
dubbio quelle del tempio di Medinet Abu, in Egitto, che
raffigurano la vittoria del faraone Ramsete III sui «popoli
che abitano le isole in mezzo al Grande Verde», all’inizio
del X II secolo a.C.: quattro navi egizie abbordano cinque
navi straniere e ne massacrano a colpi di freccia e di lancia
gli occupanti, che i pennacchi e i doppi corni fanno iden­
tificare come marinai dell’A sia Minore o dell’A rcipelago.
Si sa infine che la forma dei vascelli variava di secolo in
secolo e da paese a paese. Dunque è facile distinguere quelli
dei Micenei attraverso comparazioni. I vascelli cretesi dell’età
d ’oro minoica (1500-1400 a.C.) avevano la forma di sottili
mezzelune: le magnifiche pitture murali scoperte una venti­
na d ’anni fa a Santorini li raffigurano muniti di una cabina,
di un baldacchino per riparare i passeggeri, e di una strana
appendice orizzontale, con funzione di stabilizzazione o di
orientamento, perpendicolare alla poppa. Le navi siro-fenicie
della fine dell’età del bronzo ricordano una terrina oblunga,
dalle estremità ben rilevate. Le navi egizie della stessa epoca
hanno la forma di una banana, o anche di un lungo e stretto
cucchiaio, e accarezzano i flutti solo con la parte convessa.
Le imbarcazioni micenee si distinguono nettamente da
tutte quelle descritte. A dire il vero, nella flotta micenea è
presente ogni sorta d ’imbarcazione, dai più semplici canot­
ti, tondi o allungati, a uno o due banchi, alle barche con il
rostro a forma di uccello acquatico, le scialuppe a remi, le
canoe a pagaia simili alle piroghe, le gondole a padiglione
o baldacchino, numerose e usate solo nei porti e per la na­
vigazione sotto-costa, fino alle pesanti navi da carico con

280
Gente di mare

scafo in legno a mezzaluna e piano ovale, senza un ponte


continuo ma con semplici passerelle, usate per la pesca e
per il trasporto sia di merci sia di passeggeri. Su un sigillo
del Piccolo Palazzo di Cnosso si vedono queste specie di
galeotte dai fianchi bombati, che andavano a vela e a re­
mi, trasportare attraverso i flutti del mar Egeo un enorme
cavallo. Altre immagini ci mostrano giare di vino o dolio,
pesci, tronchi d ’albero, passeggeri. Dovevano avere una ca­
pacità di cento-centocinquanta tonnellate, come i più pic­
coli caicchi dell’A rcipelago.
A Hierapètra si racconta che, nel 1972, quattro giovani
si imbarcarono su una tartana di legno e, un po’ a vela un
po’ a remi, senza motore, arrivarono ad Alessandria in una
settimana.
Con imbarcazioni simili durante l’ultima guerra furono
garantite le comunicazioni tra la Grecia occupata e l’A frica
libera. Il meno che si possa dire è che, per buona sorte, esse
tenevano bene il mare.

IL V A SC E L L O L U N G O

M a il tipo di imbarcazione più originale resta il vascello


lungo, incrociatore leggero fatto per la velocità, la nave da
corsa che ha permesso agli Achei del continente non sol­
tanto di soppiantare i larghi scafi minoici nel commercio,
sia nelle isole sia in Asia Minore, m a di fare della guerra di
corsa, delle incursioni e della pirateria un’attività economi­
ca molto redditizia.
Per la forma il vascello lungo derivava in parte dalle
strette chiatte a vela delle Cicladi, in parte dai carghi fe­

281
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

nici dai corni dritti. D al 1300 al 1200, veniva costruito in


tutti i cantieri del mondo miceneo, da Iolco in Tessaglia ad
Asinè in Argolide, da M atala in Creta e da Pilo in Messenia
a Iasos in Caria, e anche nei porti vicini di E-nkomi di Ci­
pro. Può essere descritto tramite dieci caratteristiche:
- basso sull’acqua, misura trenta-trentacinque metri di
lunghezza e poco meno di cinque metri di larghezza nella
parte centrale;
- è munito di un ponte continuo con boccaporti e dop­
pio càssero, e di piattaforme utili per stivare merci e como­
de per il combattimento;
- dalla chiglia orizzontale si innalzano verticalmente la
prua e la poppa ornate da emblemi, di solito pesci o una
testa d ’uccello; la poppa è generalmente più alta della prua;
il vascello ha dunque un profilo spigoloso, come una sorta
di T rovesciata; la linea di galleggiamento è a meno di un
metro dalla chiglia: quindi là sua capacità di carico è ridot­
ta a vantaggio della velocità;
- la parte inferiore della prua è provvista di un corto spe­
rone che non è certo servisse all’abbordàggio: poteva essere
un tallone di rinforzo o per tirare in secca l’imbarcazione;
- l’albero di legno resinoso, abete {Abies cephallenìca) o
cipresso, alto dieci-dodici metri, si drizza nella scassa;1
- è sostenuto e fissato con sartie m a è smontabile. Spes­
so quasi sulla cima c’è una coffa o posto di vedetta; sopra
c’è il grosso anello di metallo dove passano le sartie e gli
stralli;2

1 Arm atura di legno o ferro alla quale viene fissato il piede dell’albero
[N .d.T ].
1 Cavi di sostegno dell’albero: le sartie lo sostengono lateralmente e sono
tese verso la poppa, gli stralli sono tesi verso la prua [N .d .T \.

282
Gente d i mare

- una vela rettangolare, fatta di drappi di lino colora­


ti e orlati di cimose di cuoio, viene spiegata, serrata im ­
brogliata su un pennone costituito da due antenne, alto
circa venti metri; in totale, quindi, la velatura si spiegava
su circa centotrenta metri quadrati; era manovrata con
drizze, boline e scotte3 di fibra vegetale o di cuoio intrec­
ciato; grossi inconvenienti erano l’estrema fragilità della
vela nelle tempeste e la scarsa manovrabilità a causa della
strettezza del ponte;
- una cinquantina di uomini, venticinque a babordo e
venticinque a tribordo, si mettono ai remi, che passano at­
traverso gli osteriggi (aperture) su cui poggiano gli scalmi,
nei periodi di bonaccia; secondo le pitture di Enkomi e di
Medinet Abu, il banco di voga poteva trovarsi a un livello
inferiore a quello del ponte, o anche sotto; con il timoniere
e il pilota, il capociurma e gli ufficiali, un equipaggio ordi­
nario assommava a una sessantina di uomini; si ammetteva
uno spazio di tre piedi, ossia un po’ più di novanta centi-
metri, tra i vogatori;
- il bordo è rialzato da falchette o da portelli ai quali
vengono appesi gli scudi; servono a proteggere il ponte dal­
le ondate e ne aumentano la capienza;
- il timone è fatto di due tavole levigate e svasate o
da due specie di remi più larghi degli altri e provvisti di
un’im pugnatura obliqua; i manici di questi remi di gover­
no sono inseriti tra due laterali di legno sul capodibanda

3 Cavi di manovra: le drizze, al centro del pennone, servono per alzare


le vele; le boline, cucite lungo il bordo delle vele, servono a tenerle tese in
m odo che prendano meglio il vento; le scotte sono fissate gli angoli inferiori
delle vele e servono per stenderle al vento [N .d.T ].

283
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

e vengono controllati dal timoniere, ai piedi del càssero o


della cabina di poppa;
- una grossa pietra forata e trattenuta da un cavo è usata
come àncora quando si vuole fermare la nave, e in caso di
abbordaggio serve da rinforzo ai cavi d ’ormeggio, alle scale
e alle rampe d ’assalto.

Rispetto alle imbarcazioni minoiche dei secoli precedenti


si notano molti elementi nuovi, risultato di uno straordinario
progresso tecnico. Tra i più importanti il ponte, i càsseri, il
dritto prodiero, la coffa, l’anello fissato quasi in cima all’al­
bero per raccogliere scotte e sartie, forse una forma elemen­
tare di bozzello. I Greci si riconoscevano debitori per queste
invenzioni a dei o a Geni, diversi nelle varie regioni: a Talos
su Creta; a Dedalo e alla dea Atena in Attica; a Palamede in
Argolide; a Prometeo o a Efesto presso i Pelasgi delle isole.
Che importa se non avevano fatto altro che adattare del­
le invenzioni egizie o fenicie ai tipi di imbarcazione che già
avevano e alle varietà di legno di cui disponevano! L’essen­
ziale è che, con la loro intelligenza e la loro ingegnosità,
hanno saputo sfruttare al meglio i loro poveri strumenti di
bronzo: accette, asce grandi e piccole, seghe, trapani o suc­
chielli, e lo scarso legname che riusciva a salvarsi dalle loro
troppo numerose mandrie.
Non esisteva uniformità nella costruzione. Com e fino al
X V III secolo della nostra èra, i costruttori navali non ama­
vano il lavoro in serie. O gni vascello aveva una sua perso­
nalità inconfondibile data dall’emblema, dal colore - nero,
rosso, ocra, variopinto - e dal nome. Chi non ricorda la
famosa nave Argo, «la Veloce»?

284
Gente d i mare

Ogni carpentiere aveva una tecnica, un modo di lavora­


re, segreti e trucchi del mestiere che trasmetteva solo ai figli
o ai compagni di lavoro prediletti.
Si pensi a Phereklos, figlio di Tekton, l’architetto, nipote
di Harmon, l’aggiustatore: è ricordato per aver costruito
per i Troiani i veloci velieri che permisero a Paride-Alessan-
dro di rapire Elena, invano inseguito dalle navi achee.

LE ZA TTERE

Prima di guardare più da vicino come veniva costruita


un’imbarcazione, sembra giusto ricordare che allora erano
molto importanti anche le zattere, queste grandi miscono­
sciute di cui i Fenici, buoni navigatori quant’altri mai, at­
tribuivano l’ammirevole invenzione a un dio, Kothar wa
Khasis. E ancora n d l’V III secolo a.C. l’autore del libro
V àt\Y Odissea deve aver visto fabbricare delle zattere, ske-
dia[s\, o costruzioni «improvvisate». Sull’isola semideserta
di Ogigia, Ulisse «dalle mille astuzie» in quattro giorni ne
costruì una, capace di tenere il mare per diciotto giorni e
di percorrere l’enorme distanza che separa Gozo o Linosa,
a sud della Sicilia, da Cor fu, nelle isole Ionie:

Quando gli ebbe mostrato dov’erano gli alberi alti, / lei


tornò a casa, Calipso la dea luminosa; / lui prese ad ab­
battere i tronchi; rapidamente gli veniva il lavoro. / Venti
in tutto ne buttò giù, li sgrossò con il bronzo, / li levigò ad
arte, li fece dritti a livella. /... / e lui tutti li trivellò, li adat­
tò gli uni agli altri, / e con chiodi e ramponi collegò bene
la zattera. / E quanto pescaggio segna su scafo / di nave

285
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

da carico, larga, un maestro dell’arte; / altrettanto segnò


sulla zattera larga Odisseo. / Poi, alzato il castello, ben
connesso lo fece / con saldi puntelli: lo rifinì con assi lun­
ghe, inchiodate. / E l’albero faceva, e l’antenna attaccata; /
e fece anche il timone, per poterla guidare. / Tutt’intorno
la chiuse con graticci di salice, / riparo dall’onda; e sopra
versò molta frasca. / Teli allora portò Calipso, la dea lumi­
nosa, / per fare la vela: e lui fabbricò bene anche quella. /
Tiranti e drizze e scotte vi legò finalmente, / e con argani
trasse nel mare divino la zattera (vv. 241-61).

Tecniche di montaggio

Quasi chiunque avrebbe potuto costruire una zattera, an­


che se m agari non proprio a regola d ’arte, m a occorreva
un’esperienza e un’arte molto più sapiente per montare
il fasciame, cioè il rivestimento della struttura di un’im ­
barcazione. E quasi certo che, fino alla fine dell’impero
romano, i costruttori greci usavano più o meno lo stesso
procedimento dei loro predecessori egizi: a partire dalla
lunga trave che serviva da chiglia, montavano, con tasselli
di legno, incastri maschi e femmine, tutte le tavole dello
scafo, e soltanto dopo montavano e fissavano una strut­
tura fatta di paratie, di mezze-coste e di bagli, destinati
a rinforzare lo scafo. Questo è quello che gli specialisti
chiamano shellfirst technique.
L’uso di questa tecnica è documentato dalla descrizione
lasciataci da Erodoto (Storie, II, 96) della costruzione di
una barìs egizia, dallo studio di alcuni resti scoperti nel
1960 sul fondo del mare, di fronte a capo Gelidonia, e ri­

286
Gente di mare

salenti esattamente all’epoca della guerra di Troia, m a so­


prattutto dai resti dei rari relitti rinvenuti fino a oggi nelle
profondità del Mediterraneo e nel lago di Nemi.
A questa tecnica, peraltro diffusa nel mondo intero,
se ne contrappone una risalente al basso impero romano,
chiamata skeleton first technique-, come prima cosa viene
fissata la struttura sulla chiglia, poi questa viene rivestita
con le assi.
Uno dei meriti di M . Lucien Basch4 è stato di aver
dim ostrato che sono esistiti, come esistono sempre, dei
sistemi intermedi e che anche nel M editerraneo antico
si faceva uso di forme o di sagom e in legno, i nomeis dei
Greci, o regolatori, tagliati in precedenza, non foss’altro
che per rispondere a degli ordini ripetuti e procedere
velocemente.
Credo, in effetti, per aver lungamente guardato lavorare
i carpentieri e i calafati delle isole, che i loro lontani pro­
genitori, quando arrivava la richiesta improvvisa di mille
navi da trasporto o di mille vascelli da corsa, montassero in
primo luogo, e seguendo un modello, le parti più impor­
tanti - chiglia, prua e poppa - e successivamente le paratie;
determinassero poi, con vari strumenti, la larghezza e le al­
tezze da dare alla carena e al capodibanda; fissassero infine
il fasciame pezzo dopo pezzo e sistemassero quanto restava
della struttura. Le due tecniche si alternavano.
Montato il fasciame, i calafati riempivano, servendosi di
una lama di bronzo e di un mazzuolo, tutte le fessure tra le

4 Lucien Basch, Ancient wrecks an d thè archaeology ofships, «The Internatio­


nal Journal o f N autical Archaeology and Underwater Exploration», marzo
1972, voi. I, pp. 1-58 [N .d .A J.

287
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

assi, tutti i giunti del ponte e delle pareti delle cabine, con
stoppa, canapa o fibre di canna e li sigillavano con pece
o cera. A ll’esterno il legno veniva raschiato e levigato, poi
dipinto da artigiani specializzati. Per fabbricare l’attrezza­
tura, in tutti i porti, anche i più piccoli, lavoravano molti
cordai, che facevano funi e cavi di sparto e di lino intrec­
ciato, fabbricanti di reti (<dekutuwoko), tessitrici e tessitori
{newewiwa, iteya), sellai {raptere).
Quando la carena, portata fuori dal cantiere con un
carro, aveva superato la prova dell’immersione per alcune
settimane nell’acqua del bacino, la nave veniva armata e
segni talismanici (ad esempio, un grande occhio aperto) ve­
nivano dipinti sullo scafo o sugli emblemi. Alla fine veniva
offerto un sacrificio alle divinità del mare, di solito una gia­
ra di vino oppure un capo di bestiame, spesso un cervide
(però solo Euripide dice che al posto di Ifigenia, figlia di
Agamennone e Clitennestra, la dea Artemide si fosse ac­
contentata di una cerva). Al dio assetato si faceva l’offerta
di un po’ di sangue affinché egli non bevesse un giorno il
sangue di tutto l’equipaggio.

A che cosa servivano le navi

Mentre sulla terraferma i lavoratori continuano a levigare


remi, a cucire e riparare reti, a intrecciare filacce di sparto
imputrescibile o a battere un calamaro su una pietra per
ammorbidirlo, la galeotta con la sua grande vela al vento,
o la galea con il suo unico ordine di vogatori curvi sui re­
mi mollavano gli ormeggi. Un equipaggio tutto di uomini,
accalcato tra le attrezzature, il carico e i passeggeri, andava

288
Gente d i mare

in cerca di avventure. La nave, guidata dal pilota nella par­


te anteriore e governata da dietro dal timoniere, doveva,
secondo le necessità, essere nave da pesca, cargo per il tra­
sporto di truppe e cavalli, nave corsara.
La specializzazione non era certamente così pronuncia­
ta come s’immagina di solito. Quasi per prendersi gioco
di noi, i disegnatori confondono i tipi di nave. La tradi­
zione letteraria, da parte sua, ci mostra gli stessi uomini
di volta in volta rematori, pescatori, commercianti e pirati.
Del resto, il più serio degli storici dell’antichità, Tucidide,
ci assicura che fino al V secolo la pirateria era considerata
un mestiere onorevole in Etolia e in Acarnania, paesi di
fronte all’antico regno di Ulisse; e aggiunge che l’usanza di
portare armi era una sopravvivenza delle antiche abitudini
di saccheggio: «Questa attività non implicava niente di di­
sonorevole, al contrario faceva acquistare un po’ di gloria»
{Storia, I, 5).

L a pesca

Senza fare grandi voli di fantasia, possiamo seguire una


di queste imbarcazioni nella pesca. Il Mediterraneo era
allora molto più pescoso di oggi. Q uando l’imbarcazione
era bloccata in mezzo al mare dalla bonaccia, i marinai
pescavano con la lenza, un filo appesantito con piombo
e munito di un amo di bronzo il cui attacco era coperto
da un corno; un attrezzo molto semplice m a che, alme­
no stando alfe pitture, permetteva loro di prendere pesci
molto apprezzati: orate, scorfani, scari (pesci pappagallo),
triglie, cefali, pesce spada.

289
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Per la pesca vera e propria si usavano reti diverse per


forma e capacità, essenzialmente il giacchio e il tramaglio5
per le sardine e le acciughe di cui erano ghiotti, m a anche
le sagene triangolari con piccoli galleggianti di sughero. Era
praticata anche la pesca a strascico, cioè con una rete molto
lunga trascinata sul fondo del mare. Sui sigilli cretesi non è
infrequente vedere pesci presi con le nasse.6
I Micenei conoscevano anche la tonnara, un grande re­
cinto fatto con reti e pali dove i tonni venivano intrappolati
e poi massacrati a colpi di remi o con gli arpioni. Le ton­
nare erano costruite in piccole baie tranquille sulle vie di
migrazione dei tonni, dall’Egeo al mar Nero. Un ulteriore
elemento sull’importanza economica dei Dardanelli, l’an­
tico Ellesponto, e una delle ragioni della guerra di Troia.
I pescatori pensavano che la presenza dei delfini, i più sa­
cri tra gli animali, li aiutasse nel loro lavoro. Credevano - e
i pescatori delle Cicladi e di Creta lo credono ancora - che
i delfini spingessero i branchi di pesci nelle loro reti o che
di propria iniziativa chiudessero le insenature per permet­
tere loro di massacrare un maggior numero di tonni. Non
li consideravano solo come dei cani estremamente astuti

5 Giacchio-, rete a forma conica, con l’apertura appesantita da piombini e


inguainata in una cordicella, che viene lanciata in acqua in m odo che scen­
da aperta a ombrello; giunta sul fondo viene chiusa tirando la cordicella e
imprigionando così i pesci. Tramaglio-, rete a tre strati sovrapposti, a forma
di rettangolo con la base molto lunga, che viene usata verticalmente per
formare una specie di recinto in cui far entrare i pesci: la base inferiore è
appesantita da piombini, lungo quella superiore sono attaccati dei galleg­
gianti. Le sagene sono dei piccoli tram agli [N .d.T \.
6 C esta di giunco, vimini o rete metallica, di forma conica e imboccatura
che verso l’interno si stringe a imbuto, in m odo che il pesce entri con faci­
lità ma non possa più uscire [N.d.Tl\.

290
Gente di mare

e intelligenti, ma come amici e talvolta come dei incarna­


ti. Li chiamavano, li blandivano, gli facevano sentire della
musica, gettavano loro qualche buon pesce; su certi tratti
di costa che sapevano frequentati dai delfini, si limitavano
a battere l’acqua con grandi colpi di remo per vederli arri­
vare. Invece davano la caccia alle foche monache e ai vitelli
marini, allora molto numerosi, a causa dei danni che pro­
vocavano alle reti, per lo strepito che facevano e per il loro
insopportabile fetore. Usavano alcune parti del loro corpo
per farne amuleti.
Il polipo, la cui immagine, a volte stilizzata, figura su
molti vasi e sarcofagi, era apprezzato per l’astuzia e la rapi­
dità pari alla flessuosità e all’eleganza dei movimenti. Sem­
bra venisse considerato l’accompagnatore delle anime dei
marinai periti in mare. Si apprezzava molto la sua carne,
bollita o alla brace, mentre si vendeva l’inchiostro della sep­
pia ai pittori e ai contabili dei palazzi. Il polipo veniva cat­
turato con l’arpione, dopo un lungo appostamento presso
il suo nascondiglio subacqueo tra le alghe.
Alcuni pescatori imparavano fin da bambini a fare im­
mersioni subacquee, come l’eroe Teseo, ad andare sempre
più in profondità e a resistere il più a lungo possibile per ad­
destrarsi alla pesca delle spugne nere, che bisognava strap­
pare dal fondo del mare. A terra, le calpestavano vigoro­
samente per ucciderle, le facevano seccare, le sbiancavano
con la lisciva e la calce, le mondavano e poi le vendevano
agli artigiani che ne facevano un grande uso: stuccatori, ce­
ramisti, fabbri. In un celebre passaggio òe\YIliade (XVIII,
v. 414) si vede il dio Efesto, coperto di fuliggine, mentre si
ripulisce con una spugna per ricevere degnamente Teti, la
bellissima dea del mare.

291
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Naturalmente i pescatori non disdegnavano i molluschi,


i ricci di mare, i crostacei. Resti di questi frutti del mare
si trovano sempre nelle grotte dove si rifugiò tanta gente
alla fine del X III secolo a.C., per esempio nell’A krotiri e
nellApokorona di Creta, nelle Cicladi e a Rodi.
Secondo Omero (XV I, vv. 745-48), alcuni sarebbero
stati così amanti delle ostriche che per pescarle i marinai
facevano immersioni anche molto lunghe. M a tutta la sua
opera prova due cose: che gli abitanti del mare, ovviamente
quelli commestibili, finivano solo sulla tavola dei poveri, e
che di regola i Greci, da bravi terricoli, temevano la voracità
dei pesci e dei crostacei.
Senza dubbio non sapevano nuotare.
A differenza dei Siriaci, che usavano i pesci come offerte
agli dei m a non ne mangiavano, i Micenei qualche volta
ne mangiavano m a non li offrivano in sacrificio: i loro dei
preferivano la carne degli animali di terra.7
Le uova del cefalo, seccate al sole o affumicate, salate e
pressate, erano una specie di caviale chiamato tarikhos, nome
probabilmente di origine asiatica. Era usato come afrodisiaco.

L a porpora

I pescatori del mar Egeo erano sempre alla ricerca di alcuni


molluschi particolarmente preziosi: il murice e la Janthina 1

1 II testo dice letteralmente: «Preferivano la carne delle ecatombi». Nella


religione dell’antica Grecia l’ecatombe era il sacrificio di cento buoi, poi,
meno restrittivamente, di molti buoi o di molti animali, offerti a una o più
divinità. Per estensione, il termine designa il sacrificio solenne di vittime
anim ali [N .d.T ],

292
Gente di mare

Janthina. Dal M urex trunculus o brandarìs, o più precisa-


mente da una sua piccola ghiandola situata all’interno della
caratteristica punta della conchiglia, si estraeva una goccia di
un liquido biancastro: con l’aggiunta di sale e aceto, il liqui­
do messo alla luce del sole assumeva un colore giallo, che di­
ventava a poco a poco di un rosso intenso, cremisi, violaceo.
Era la porpora, il miglior colorante conosciuto, usato
sia diluito sia concentrato per tingere abiti di lusso, avori,
legni pregiati.
L’aggettivo popureyo, popureya, «di tinta porpora», ri­
torna quattro volte, per esteso o abbreviato, sulle tavolet­
te di conto del Palazzo di Cnosso. Infatti Creta possedeva
importanti peschiere di murici sul golfo di Herakleion, di
Mallia, di Mirabello, nelle baie e sugli isolotti vicini a Ita-
nos, sull’isola di Koufonissi e in gran parte della costa me­
ridionale tra il capo Goudouras (anticamente Erythraion
o capo Rosso) e il capo Sidonia. In alcuni tratti, nelle vi­
cinanze di grandi bacini intagliati nella roccia si trovano
mucchi di frammenti di conchiglie di murice spaccate o
schiacciate: qui infatti i murici venivano pescati, messi in
nasse e poi lavorati per estrarne la porpora.
I marinai cretesi erano riusciti ad assicurarsi l’esclusiva
della pesca e della lavorazione del murice in molte zone
delle Cicladi, a Citerà e sulla costa del Peloponneso vicino a
Monemvassìa (o Monembasia), l’antica M inoa. La pesca, in
ottobre e in aprile, dava luogo a una competizione accani­
ta, anzi sanguinosa, con l’appoggio di squadre armate, per
cacciare dalle acque greche le navi fenicie.8

8 I Fenici, scopritori e grandi consumatori di porpora, erano costretti a


spingersi sempre più lontano per cercare il prezioso mollusco che viveva di

293
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Erano, in effetti, i Fenici di Tiro, di Sidone e di Dor a


produrre allora le migliori tinture. La loro superiorità in
questo campo aveva fatto sì che il colore rosso avesse preso
il nome di phoini. A Cnosso, spesso le fiancate dei carri
erano dipinte di rosso vermiglio o scarlatto, ponikiya o po-
nikea. Su una tavoletta con la registrazione di una forni­
tura di tessuti (Cnosso, Ln 1568) una tintora è chiamata
ponikeya.
Fino all’epoca classica, la porpora del murice valeva il
suo peso in argento, perciò i paesi poveri erano costretti a
usare un colorante malva o viola che si estraeva da un altro
mollusco, la Janthina Janthina, simile a una lumaca con il
guscio a striature rosse o color vino.
Una sostanza colorante rossa, aroa, si estraeva anche da
un’alga color porpora, il fuco ( Fucus), che sulle tavolette è
registrato con la sigla phu.

Altre attività dei pescatori

A terra, il pesce poteva essere conservato per qualche tempo


nei vivai o in nasse. Una parte veniva bollita o arrostita sul
posto, un’altra parte veniva barattata o distribuita; ciò che
avanzava veniva messo a salare. E noto che su tutte le coste
basse della Grecia cerano numerose saline e che il traffico
del sale era uno dei più importanti.
E probabile che nell’epoca micenea, oltre alla bottar-

preferenza in acque caldo-temperate. Infatti, è stato calcolato che per otte­


nere 14 gram m i di colorante erano necessari 12.000 molluschi; per tingere
19 chilogrammi di lana ne occorrevano 400.000 [N .d.T ],

294
Gente di mare

ga, cioè uova di muggine compresse, seccate e salate, che


troviamo menzionata con il nome di tàrikhos (in greco:
salatura), si conoscesse anche un condimento a base di
salamoia, il garos. Era una specie di salsa, simile al nuoc-
m am dell’A sia sudorientale: si spezzettavano le interiora
di pesci piuttosto grossi, come lo sgombro o lo scaro, vi
si mescolavano delle acciughe o del pesce minuto, si co­
priva il tutto di sale e lo si metteva a fermentare al sole
per due mesi.
E il condimento noto come garum all’epoca dei Romani,
come garon nel Medioevo in tutta l’Europa occidentale.
Durante la cattiva stagione, i pescatori si facevano rac­
coglitori di conchiglie e di ciottoli d ’àgata che cedevano ai
fabbricanti di sigilli.
Su molte coste, a sud e a sud-est della vulcanica Santo-
rini, si raccoglieva a cesti la pietra pomice grigia o ferru­
ginosa portata a riva dal mare: era utile in numerose atti­
vità artigianali, e veniva impiegata anche per usi medici e
domestici.
Alcuni pescatori si davano al saccheggio dei relitti (esi­
steva già allora il diritto di preda), altri, come si riferisce
dell’illustre Nauplios, si davano a un particolare tipo di pi­
rateria, consistente nell’attirare con l’inganno le navi e farle
naufragare.
Si racconta che, dopo la caduta di Troia, quando la flotta
achea fu arrivata nei pressi di capo Cafareo, a sud dell’Eu-
bea, venne attirata sugli scogli da un grande fuoco che l’in­
gegnosissimo padre dell’ingegnoso Palamede aveva acceso
durante la notte e molte navi fecero naufragio. Pare che
l’infame autore del tranello subisse poi a sua volta la mede­
sima sorte. La giustizia era ristabilita.

295
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Guardacoste

Come abbiamo visto nel capitolo II, anche alla fine del X III
secolo a.C. le coste dei paesi con un elevato livello di ci­
viltà erano ben guardate. I guardacoste sorvegliavano gli
approdi della Messenia, in ragione di cinque uomini per
chilometro, e dovevano informare la capitale, Pilo, della
comparsa di qualsiasi nave sospetta.
La tavoletta An 657 comincia con queste parole: «Ecco
come i sorveglianti assicurano la difesa delle regioni co­
stiere. Guarnigione di Maleus a Owithnos...». Seguono i
nomi degli ufficiali, degli ispettori e di tutti gli effettivi, e
indicazioni per cambiamenti di guarnigione. In altre tavo­
lette si esprime inquietudine per le esenzioni, le assenze,
gli spostamenti. D a vari punti della costa vengono inviati
almeno trenta vogatori a Pleuron: ciascun responsabile è
tenuto ad assicurare la presenza dei suoi uomini, che, oltre
che soldati, sono anche dei vogatori, ereta.
L’allarme veniva dato con segnalazioni ottiche - dei fuo­
chi accesi - o mediante corrieri. E chiaro che i Greci della
fine del X III secolo avevano molto timore di quanto sareb­
be potuto arrivare dal mare.
D a scavi condotti personalmente ho appreso che tutte
le caverne adattate a rifugio sulla costa nordoccidentale di
Creta furono precipitosamente occupate alla stessa data.I

I p irati

Dopo la dispersione e la distruzione della maggior parte


della flotta organizzata e disciplinata che aveva trasporta-

296
Gente di mare

to gli Achei in Troade, alcuni rimasero a tentare la sorte


sul mare, dandosi più alla pirateria che al commercio. Essi
facevano quel che si racconta in tutta l’Odissea: incursioni
sulle coste mal sorvegliate, razzie, colpi di mano:

Da Ilio il vento, spingendomi, ai Cleoni m’avvicinò, / a


Ismaro;9 qui io incendiai la città e li dispersi; / dalla città
le donne e molte ricchezze rapimmo / e le spartimmo, sic­
ché nessuno fosse privo del giusto (IX, vv. 39-42).

C era poi uno strano traffico, quello che Eumeo, il guar­


diano dei porci di Ulisse, rimprovera con parole così amare
ai mercanti fenici - concorrenti e nemici giurati dei Greci
su tutte le piazze del Mediterraneo - ma che facevano sicu­
ramente anche i Greci:

Quelli,10 un intero anno nel nostro paese restando, / nella


concava nave molte ricchezze trafficando ammassarono.
/ E quando la nave capace fu carica e pronta a partire, /
allora mandarono un messo, che lo dicesse alla donna. /
Venne un uomo astutissimo alla dimora del padre, / una
collana d’oro portando, e vera legata dell’ambra (Odissea,
XV, vv. 455-60).

E mentre la regina e le ancelle la ammirano e ne discutono


il prezzo, una serva loro complice prende per mano il figlio
del re, per buona misura arraffa tre coppe e corre a consegnare
il fanciullo ai Fenici, che subito levano l’ancora (vv. 461-75).

9 Sulla costa della Tracia, a nord-est di Thasos [N .d.T ],


10 I Fenici [N.d.T.].

297
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Nascita del commercio

M al gliene incoglie a chi si mette contro qualcuno più forte


di lui.
Ulisse, dopo dicci campagne militari lontano dalla pa­
tria, decide di fare il commerciante. Attrezza nove carghi
cretesi «a forma di falce», si procura un carico e, spinto dal
vento di nord-ovest, giunge in cinque giorni al delta del
Nilo. Mentre sta negoziando con le autorità locali, i suoi
compagni saccheggiano i campi, rapiscono donne e bambi­
ni, bastonano e uccidono gli uomini. Viene dato l’allarme:
tutta la piana si riempie di fanti e di cavalieri, il panico
s’impadronisce dei Greci. Alcuni vengono uccisi, gli altri
sono fatti prigionieri e ridotti in schiavitù. Solo Ulisse, che
aveva scambiato con il faraone i doni dell’ospitalità, ottiene
da lui la grazia della vita {Odissea, XIV, vv. 252-79; XV II,
vv. 427-41).
In effetti, quando tutto andava secondo le regole, l’arma­
tore, che poteva essere nello stesso tempo capitano e mer­
cante, si recava dalle autorità preposte al porto dove era ap­
prodato e, per ottenere il permesso di vendere il suo carico,
offriva loro un dono. Se le autorità accettavano e, per non
essere da meno, trattavano lo straniero come un ospite, gli
offrivano a loro volta dei doni. Infatti sulle tavolette con­
tabili di Pilo e di Cnosso sono più volte menzionate delle
vesti o dell’olio kesenuwiya, «per gli ospiti».
Fare doni anche ai principi in viaggio, ai capitani di na­
vi, ai ricchi commercianti facilitava molto le transazioni
commerciali. In caso di slealtà o di scandalo le autorità a
terra tenevano in pegno le navi e gli equipaggi. Prima che
la nave levasse l’ancora con un nuovo carico, il proprietario

298
Gente di mare

non mancava mai di ringraziare le autorità locali e di distri­


buire nuovi doni. I diritti di dogana sono nati da lì.

Vita a bordo

La vita in mare era abbastanza dura e non si poteva navi­


gare col costante timore di una slealtà o di un’aggressione.
Certi isolani, come gli abitanti delle isole Ionie, i mitici
Feaci, si erano fatti la reputazione di eccellenti navigatori.
Non era possibile intraprendere un viaggio senza un mini­
mo di sicurezza. Per difendersi dagli uomini, e in misura
minore dagli elementi, le galere, o vascelli lunghi, potevano
contare solo sulla velocità e sulla manovrabilità.
A ll’occorrenza, i vogatori si trasformavano in combat­
tenti anche se gli scafi erano troppo fragili per sostenere
vere e proprie battaglie in alto mare, di cui d ’altra parte
nessun testo ci parla.
Nei due periodi di cinquanta giorni circa in cui la sta­
gione era adatta alla navigazione, le imbarcazioni venivano
caricate fino al limite consentito dallo scarso pescaggio e
dall’esiguità del ponte.
Fino a un’epoca molto recente, nell’A rcipelago si naviga­
va in una formidabile promiscuità: persone, animali, baga­
gli, merci, il tutto avvolto da orrendi fetori e flagellato dalle
ondate. Passeggeri ed equipaggio dovevano fare turni per
svuotare la sentina dall’acqua o dare la caccia ai parassiti e
ai ratti, dovevano contentarsi di biscotti e di frutta secca e
soffrire la sete se la traversata era lunga.
D i notte, quando non si decideva di accamparsi vicino
alle imbarcazioni tirate in secca sulla spiaggia, bisognava

299
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

affidarsi all’esperienza del pilota, che a sua volta si affidava


alla sua conoscenza delle stelle, ai suoi ricordi di marinaio,
ai capricci della sorte: gli ossicini e i talismani del vascello
colato a picco davanti a capo Gelidonia mostrano che tal­
volta nulla bastava a evitare una triste sorte.
Alcuni piloti micenei sono riusciti a farsi un nome nell’e­
popea: Feace di Salamina e Nausitoo, piloti di Teseo; Tifi
ed Ergino, piloti della nave Argo; Frontis, pilota di Mene­
lao; Palinuro, pilota di Enea. Va ricordato che molti di loro
morirono tragicamente.

Le merci

C ’è da chiedersi che cosa trasportassero di così prezioso da


valere tanta fatica e tante vite. Dalla Grecia ai paesi barbari,
come abbiamo visto, si trattava essenzialmente di tessuti,
vino, olio, olii profumati, vasi; a questi vanno aggiunti ar­
mi e gioielli, come hanno dimostrato gli scavi in Italia, in
Asia Minore, in Egitto. D a questi paesi veniva importato
ciò di cui gli artigiani micenei mancavano e che era indi­
spensabile alla loro arte: minerali, bronzo, legni rari, avorio,
metalli preziosi, profumi d ’Oriente, fibre di papiro.
Ma, da un paese ellenizzato a un altro, come dai paesi bar­
bari alla Grecia, passavano soprattutto uomini, donne, idee.
Ci si spostava certamente molto per mare ai tempi della
guerra di Troia, non fosse che per procurarsi la tanto richie­
sta manodopera. Gli inventari dei palazzi censiscono un gran
numero di donne i cui nomi indicano un’origine straniera.
Le botteghe artigiane avevano bisogno di manodopera spe­
cializzata, le case signorili di domestici, i capi di concubine,

300
Gente di mare

i templi di ieroduli e talvolta di prostitute. Si ricorreva a vari


mezzi per procurarseli: rapimento, acquisto o baratto; inol­
tre, molti bambini venivano allevati e addestrati a servire.
Le tavolette di Pilo menzionano tra i vogatori dei gruppi
di immigranti, posiketere, di coloni o di residenti, kitita, di
nuovi coloni, metakitita. M ai, nella storia della Grecia, le
isole erano state densamente colonizzate come lo furono
per tutto il secolo X III dagli Achei: le Cicladi (Siros, Sifnos
e Deio in particolare), la costa settentrionale di Creta, Ro­
di. E si sarebbe portati a credere che i viaggi non fossero poi
così minacciati dai pirati, dal momento che molti di questi
insediamenti costieri erano isolati.

Insediamenti commerciali

Quando il motivo del viaggio non era una guerra, un’in­


cursione o l’insediamento di una colonia, di solito gli
Achei si stabilivano gradualmente in un paese straniero, di
preferenza in un porto o in una città in buona posizione.
Funzionando in primo luogo da deposito merci o agenzia
commerciale, il piccolo gruppo di trafficanti e di artigiani,
tollerati dal re «barbaro», cercava di vendere il carico delle
navi elleniche, cioè di scambiarlo con altre mercanzie desti­
nate a costituire il nuovo carico. Compravano con doni la
protezione delle autorità locali che, come il re di Ugarit,11
apprezzavano molto i vini, gli olii, i cereali, gli oggetti d ’arte
venuti dall’Ovest. Trattavano anche con i padroni di navi
originarie di altri paesi.1

11 L’odierna Ras-Shamra [N.d.T.].

301
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

Lo scambio di doni creava delle obbligazioni, delle abi­


tudini. Ulisse, divenuto mercante in Egitto, come faranno
tanti altri Greci fino ai nostri giorni, racconta l’avventura
banale che gli è capitata:

Là sette anni rimasi e molte ricchezze / adunai fra gli Egi­


zi: me ne davano tutti. / Ma quando l’ottavo anno arrivò,
compiendo il suo giro, / capitò un uomo fenicio, esperto
d’inganni, / un ladrone che molti mali aveva fatto tra gli
uomini. / Costui mi portò via, raggirandomi con le sue
astuzie, fintanto / che arrivammo in Fenicia, dov’erano le
sue case e i suoi beni. / Lì con lui stetti un anno completo
{Odissea, XIV, vv. 285-92).

Anche Menelao in sette anni fece fortuna in Egitto, poi


in Libia, in Fenicia, a Cipro, «raccogliendo molte ricchezze
e oro» prima di rientrare a Sparta e di raccontare a Telema­
co, abbagliato, le sue avventure di vecchio combattente e di
astuto mercante {Odissea, III, vv. 299-302; IV, vv. 81-91 e
351-586).
La leggenda vuole che in Egitto Menelao abbia ritrovato
la sua Elena... o un’altra. Erano molti i commercianti arric­
chiti che sposavano donne egizie e ne avevano figli; così i
Greci si stabilivano per generazioni nell’accogliente paese.
Ciò che sostenevano di aver fatto Ulisse e Menelao, in
Egitto e in tutti i paesi civilizzati dove avevano affrontato
tante fatiche, si legge chiaramente sui documenti contabili
di quei paesi: importazione ed esportazione, baratti, media­
zioni, prestiti a interesse, speculazioni sul grano.
E si comprende bene che il faraone non li abbia la­
sciati partire senza fargli restituire almeno in parte il

302
Gente di mare

maltolto. Sappiam o che M enelao fu tenuto in quarante­


na sull’isola di Faro finché, su consiglio di un sovrano,
Proteo o Prouti, non si decise a offrire agli dei del Nilo
una ecatom be.12
Esistevano delle tasse, dei controlli o, come afferma pu­
dicamente lo scriba delle tavolette, «delle prove». Il senso
commerciale dei Greci, la loro intelligenza addestrata alla
previsione e al calcolo dal contatto con i mercanti semiti,
l’utilizzo ormai secolare, in tutto il Vicino Oriente, di unità
di misura - per esempio il talento siro-cipriota di ventisei
chili suddiviso in sessanta mine - , di bilance a piatti, di
marchi, di libri di conti, di lettere di presentazione, di let­
tere di carico, di ricevute, permettevano al padrone di un
carico di arricchirsi nel grande commercio senza compiere
la minima disonestà.
Poiché le navi riprendevano il mare solo dopo molti me­
si, gli equipaggi dei carghi, delle galeotte o delle galere do­
vevano cercarsi un’altra occupazione oppure un ingaggio
su un’altra nave. Chi invece preferiva non abbandonare il
padrone, se questi decideva di restare nel nuovo paese, do­
veva andare ad abitare nel quartiere riservato agli stranieri
e lavorare per vivere.
Che cosa fanno ancora oggi i Greci che emigrano in
Africa del Sud, in Australia, in Canada? Quel che facevano
i loro padri e i loro più lontani antenati su tutto il circuito
del Mediterraneo: non potendo comprare una buona terra e
coltivarla, diventano artigiani, sarti, parrucchieri, bottegai,
impiegati. E pensano sempre di tornare a casa dopo aver
fatto fortuna/verso la cinquantina.

12 Si veda nota 7.

303
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

Quando l’equipaggio anche di una sola nave ellenica,


una sessantina di baldi giovani, sbarcava in una città stra­
niera, subito si trovava al centro di un’avida curiosità. La
lingua, il modo di vestire, le armi, i modi di' fare, le merci
che avevano portato: tutto li rendeva interessanti agli oc­
chi di popolazioni sedentarie, più o meno arretrate, e in
particolare agli occhi delle donne. Se avevano luogo dei
matrimoni, in altre parole, se i marinai si trasformavano
in terricoli, ecco che si formava una piccola colonia, senza
che vi fosse un fondatore e neppure la volontà esplicita di
fondarla. Spesso, in risposta agli appelli dei neo-coloni, ar­
rivavano dalla Grecia parenti e amici.
M an mano il quartiere greco si accresceva finché un bel
giorno era diventato così potente da chiedere, o da esigere,
al sovrano locale un trattamento di favore, diritti di circo­
lazione, il diritto di amministrare da sé la giustizia, di avere
armi, di costruire mura di cinta per proteggersi.
Fu così che i Greci, conosciuti col nome di Achei o di
Ionii, avevano finito per fortificare i loro scali commer­
ciali e per costruire delle piccole città greche in molti
punti della costa occidentale dell’Asia M inore, a M ileto,
a Smirne, a Iasos. E fu così che, ben prim a del grosso
insediam ento a Naucrati d ’Egitto nel secolo V II a.C ., i
leggendari Elena e M enelao e i loro com pagni ottennero
una concessione nell’isola di Faro, di fronte alla futura
Alessandria. Q uesto spiega come la cultura greca potè
sopravvivere sulle coste dell’A sia M inore dove, dopo la
rovina dei piccoli stati della Grecia continentale e delle
isole, andarono a cercare rifugio molti esuli: la coloniz­
zazione eolica e ionia era stata preceduta dagli insedia­
menti achei.

304
Gente di mare

Penetrazione commerciale

E ST E SU D

La penetrazione degli Achei in terra «barbara» non deve


però essere sopravvalutata. La presenza di ceramiche gre­
che del X III secolo a.C. in città così lontane fra loro come
M ari sull’Eufrate, Tebe in Egitto o Luni a nord di R o­
ma, può essere dovuta semplicemente all’attività di pochi
mercanti, perdipiù non necessariamente di origine greca:
le relazioni commerciali ammettono molti intermediari.
M a se si guardano le carte che cominciano a disegnare gli
archeologi a Cipro, in Siria, in Palestina e in Asia Minore,
carte che segnalano la presenza di vasi e di oggetti d ’arte
«micenei» o ispirati dai Micenei tra il 1250 e il 1200, ci
si rende conto di trovarsi di fronte a una civiltà nel pieno
del suo splendore, al culmine della sua potenza di espan­
sione. Per fare un esempio, non si contano meno di cin­
quanta siti in stati siro-palestinesi, dove scoperte sporadi­
che hanno rivelato la presenza di mercanti o di artigiani
venuti dall’Arcipelago ellenico: i più noti sono Amman,
M eghiddo, Sidone, Ugarit, dove d ’altronde i Greci delle
isole avevano un centro commerciale. Fino all’epoca della
guerra di Troia, su Cipro avevano solo un deposito merci
a Enkomi, l’antica Alasia. M a in altri dieci siti dell’isola,
tra cui Kourion e Maroni, si sono trovati armi e vasi di
stile miceneo. L a presenza di tali oggetti si spiega col fatto
che, a partire dal X IV secolo, insieme ai mercanti venuti
dall’Argolide o da Creta dovevano essere arrivati cerami­
sti, artigiani del bronzo e orafi che si erano stabiliti in
varie zone dell’isola.

305
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Alla fine del X III secolo, certamente a causa delle guerre


civili che agitavano la Grecia continentale, a Cipro si rifu­
giò un gran numero di fuggiaschi, che in un primo mo­
mento si stabilirono sulle coste, in seguito nelle cittadelle
dell’interno. Questi immigrati, ai quali, se ne aggiunse una
seconda ondata a metà del X II secolo, costituirono il primo
nucleo dell’ellenizzazione totale dell’isola. Cipro conserverà
a lungo nelle arti, nel sistema di governo, nella lingua, ca­
ratteristiche tipicamente achee. Il dialetto parlato a Cipro
finì per assomigliare a quello dei pastori dell’A rcadia, eredi
diretti degli allevatori menzionati sulle tavolette di Pilo, di
Tirinto o di Micene verso il 1220 a.C.

NORD

N ell’Egeo settentrionale la penetrazione commerciale degli


Achei era stata più diffìcile, a causa sia del regime dei venti
sia della diffidenza e della rudezza degli abitanti. In Mace­
donia fino a oggi sono stati scoperti solo cinque siti, dove
sono stati portati alla luce oggetti d ’epoca e di fabbricazio­
ne micenee. Tre si trovano nella zona dove sarebbe sorta
Tessalonica, non lontano dall’attuale Kilkis, ed è significa­
tivo il fatto che sono situati nelle vicinanze di giacimenti
d ’oro e d ’argento.
Gli scavi di Troia, quella che fu incendiata dagli Achei,
hanno rivelato che oltre al numeroso vasellame di fabbri­
cazione locale, peraltro assai simile a quello dei contadini
della Grecia centrale del X V I secolo a.C., i Troiani usavano
la ceramica micenea (poca cosa, per la verità), anche se non
si sa per quali vie sia arrivata nella cittadella: tramite i nor­

306
Gente di mare

mali canali commerciali oppure, come sostiene l’epopea,


grazie alle usanze dell’ospitalità o alle relazioni di parentela
fra sovrani.
Leggendo YIliade ci si stupisce del fatto che Troiani e
Achei, nemici e rivali, parlino la stessa lingua, adorino gli
stessi dei, abbiano le stesse usanze militari. Si direbbero
dei fratelli in lotta, tra i quali il destino non abbia ancora
scelto il vincitore. Anche se dietro la loro guerra ci sono
importanti motivi economici, non si capisce per quale ra­
gione due gruppi di uomini così simili abbiano dovuto
sterminarsi.
Quale lingua si parlava a Troia verso il 1250 a.C., al mo­
mento della sua caduta?
Secondo i geografi antichi, la Troade era allora popolata
da Dardani, Lelegi e Pelasgi, il che, a stretto rigor di termi­
ni, non significa niente. Scorrendo i nomi dei borghi, delle
montagne, dei fiumi, dei promontori, si rimane colpiti nel
vedere che, dalle coste della Tracia fino a quelle di Creta,
sono identici a quelli in Troade: Asso, Berecinto, Gargaros,
Larissa, Olimpo, Pergamo, Samonion, Tebe. Era la lingua
degli allevatori e dei coltivatori che avevano preceduto gli
Elleni nell’A rcipelago e che era ancora parlata nel 1250 in
buona parte delle isole e nella stessa Grecia continentale,
Tessaglia compresa.
Si potrebbe dire che, lottando con i Troiani, i mercanti e
i guerrieri achei lottavano con i loro fratelli maggiori. Scher­
maglia senza importanza: Troia non aveva ancora finito di
bruciare che già era stata ricostruita e ripopolata, e riapriva
i commerci con i Micenei, comprando i vasi «nuovo stile».
Quanto alla spedizione degli Argonauti (verso il 1280
a.C.), per la quale i poeti epici hanno immortalato nei loro

307
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

versi il fior fiore degli eroi, sembra sia stata sostanzialmente


un tentativo fallito di penetrazione commerciale. Il poema
epico avrebbe preso lo spunto dal ricordo di un viaggio d ’e­
splorazione compiuto dai pescatori e dai marmai del picco­
lo porto di Pagasai, l’attuale Volos, vicino a Iolco, ai piedi
del monte Pelio.
Verosimilmente, le cose sono andate così: un avventu­
riero di nome Giasone, fam oso per le sue cacce sui monti
della Tessaglia e considerato un personaggio pericoloso
dal vecchio monarca di Iolco, parte (o viene indotto a
partire) su un vascello lungo chiamato Argo - una galea
con cinquanta rematori - per andare a cercare nei paesi
del mar Nero, un mare a m alapena conosciuto, quanto
più oro è possibile.
D opo una serie di incursioni, massacri e saccheggi a
Lemno, a Cizico, a Ciò, presso i Traci e gli abitanti della
Bitinia, gli esploratori arrivano nel Bosforo, poi seguono
la costa settentrionale dell’A sia Minore fino alle foci del
Rioni, l’antico Fasi, in Georgia, a cinquanta chilometri
circa a nord di Batum . Q ui vengono a sapere che l’interno
del paese è ricco di mandrie, di legname, di spezie e di
metalli preziosi, e che i cercatori d ’oro si servono di velli
di montone per raccogliere le pepite di elettro trasportate
dalle acque di certi fiumi. G li indigeni non tardano a farsi
minacciosi. In quattro mesi, e non senza guai, tutto ciò
che gli Argonauti sono riusciti a mettere insieme si ridu­
ce a un certo numero di informazioni sulle difficoltà e i
pericoli della navigazione in quella parte dei Dardanelli,
alcune leggende e una donna, rapita e imbarcata come
tanti altri.

308
Gente di mare

O V E ST

L’autore del libro X II àéV Odissea conosceva lo stesso Iason


o Ieson (che per noi è diventato Giasone) come l’esploratore
delle coste dello stretto d i Messina, il fortunato vincitore
dei mostri Scilla e Cariddi. Infatti erano numerosi i va­
scelli che facevano rotta verso il Mediterraneo occidentale,
non all’avventura, poiché le rotte erano conosciute da lun­
go tempo, ma alla ricerca di tesori: minerali d ’argento, di
rame e di stagno, liparite...
L’archeologia in questo caso conferma i dati della leg­
genda. Molto prima che le città greche intraprendessero la
colonizzazione sistematica delle coste dell’Italia meridiona­
le e della Sicilia (VIII-VI secolo a.C.), un nugolo di avven­
turieri in cerca di fortuna era approdato in questo far west
più o meno nel periodo della guerra di Troia.
La leggenda parla, per esempio, di Epeo, l’abile arti­
giano costruttore del cavallo di Troia, che divenne fonda­
tore di Lagaria, non lontano da M etaponto, dove si erano
già stabilite genti venute da Pilo; di Filottete, capo dei
Tessali che combatterono sotto le mura di Troia, il quale
fondò Crim isa, Petelia e M acalla tra Crotone e Sibari;
di Diomede, l’eroe argivo che fondò Argyrippa e anche
Lanuvium nel Lazio; di Oreste, che si stabilì per qualche
tempo sulle rive dello stretto di M essina; di Idomeneo,
re di Creta e fondatore di Salento, e di tanti altri. N ell’e­
poca classica si celebravano anche i viaggi e le eroiche
imprese di Eracle nell’Italia centrale, nel Lazio, in C am ­
pania e in Abruzzo.
Ed ecco che gli scavi che proseguono da una trentina
d ’anni in Puglia, da Brindisi a Taranto, nel golfo di N apo­

309
L a vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

li, a Ischia e Vivara, nel Lazio stesso, a Luni sul Mignone,


portano alla luce un’interessante ceramica micenea dell’e­
poca di questi eroi. In un primo momento si ritenne che i
reperti fossero stati fabbricati a Rodi e poi importati dalle
isole Ionie e dal regno di Pilo in Messenia. D ’altro canto, la
Sicilia continentale e le isole Eolie intrattennero frequenti
rapporti commerciali con il mondo miceneo fino al 1250
a.C. circa, quando una duplice invasione di Ausoni e di
Siculi vi pose fine.
Tuttavia, la presenza nelle tombe di Pantalica, di Agri­
gento, di Siracusa, di molti oggetti micenei più recenti
- vasi, armi, gioielli - dimostra che l’ellenismo, saldamente
radicato a sud del Gargano e nel golfo di Taranto, si irradiò
ben al di là di queste regioni lungo le misteriose vie della
navigazione.

I mercenari

Fare il mercenario, cioè arruolarsi nell’esercito di un sovra­


no straniero, era un altro modo per ritornare a casa carichi
di oro e di gloria.
I contadini della pacifica Meonia, quelli delle ricche pia­
nure della costa meridionale dell’A natolia, quelli dei paesi
«dove scorrono il latte e il miele», tra l’Oronte e il mar Mor­
to, fino a quelli della valle del Nilo, detestavano la guerra
e diventavano pessimi soldati. Le epopee di Perseo, di Bel-
lerofonte, di Eracle, di Teseo in Asia Minore ci mostrano
tutti questi eroi al servizio temporaneo dei re o delle regine
di Lidia, di Licia o di paesi ancor più lontani. Alcuni fi­
nirono per diventare re di piccoli regni ritagliati in questi

310
Gente di mare

vasti reami, come Bellerofonte in Licia e M opso in Cilicia.


Oggi, come già nell’antichità, è generalmente ammesso che
i Filistei erano in gran parte soldati cretesi o pelasgi, che si
erano insediati massicciamente nella regione di Gaza alla
fine dell’età del bronzo.
La carriera di mercenario, peraltro, non si concludeva
sempre così felicemente, con ricchi matrimoni e la conces­
sione di buone terre. Eracle, al servizio di Laomedonte in
Troade, non ottiene i cavalli che gli sono stati promessi co­
me ricompensa. Per vendicarsi, alla testa delle sue truppe
e con l’aiuto dell’eroe di Salamina, Telamone penetra in
Troia e uccide non soltanto Laomedonte, m a tutti i suoi
figli, tranne Priamo. In Lidia, al servizio della mitica regina
Onfale, per tre talenti doro compie diverse imprese, ma
finisce per essere trattato come uno schiavo.
Bisogna riconoscere che anche le avventure con le
Amazzoni, che abitavano la Scizia sulle rive del mar N e­
ro, come quelle degli Argonauti, assom igliano molto a un
insuccesso.13

13 Nella sintesi estremamente som maria che l’autore delinea delle innu­
merevoli avventure dell’eroe, note come le «dodici fatiche di Eracle» (al
servizio di Euristeo, re di Tirinto), sono confusi imprese principali, episo­
di secondari e successive vendette. In breve: l’episodio di Laomedonte ha
luogo durante il ritorno di Eracle dopo il compimento della nona fatica,
cioè la conquista della cintura d ’oro di Ippolita, regina delle Amazzoni, per
Admeta, figlia di Euristeo (è l’avventura a cui si accenna brevemente come
a un «insuccesso»), e l’uccisione del re troiano avviene dopo il compimento
della dodicesima fatica. Anche la disavventura in Lidia, che precede la ven­
detta nei confronti di Laomedonte, fa parte di una serie di espiazioni: con
le dodici fatiche Eracle si era conquistato l’immortalità, m a doveva esaurire
la sua vita mortale sottostando ad alcuni periodi di schiavitù. Nei tre anni
in Lidia l’eroe serve fedelmente Onfale, uccidendo i suoi nemici e distrug­
gendone le città [TV. d. 71].

311
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

I l ritorno dei viaggiatori

Concluse le loro odissee particolari, che cosa riportarono


in Grecia tutti quei pirati, mercanti, esploratori, mercenari?
Senza dubbio l’oro e l’argento che spiegano i tesori di Mi-
cene e di Pilo e i massicci gioielli trovati su alcuni scheletri
nelle necropoli. E certo anche oggetti, vasi, armi, spezie,
profumi che il tempo ha dissolto.
M a, soprattutto, tre beni preziosi di cui solo un lontano
futuro doveva rivelare tutto il valore.
Ulisse ritorna da Penelope a mani vuote, e tuttavia è
ricco di esperienza, non soltanto geografica e pratica, ma
umana: non si è limitato a visitare le città, ma «H a cono­
sciuto i costumi di tanti uomini!». Altri portano con sé dei
sapienti, dei tecnici, come gli esperti costruttori origina­
ri della Licia, gli artigiani dell’avorio di Cipro, i fabbri di
Rodi, di Creta o della lontana Troade. In altri termini, la
Grecia si civilizzò a contatto di popoli più progrediti e di
una cultura più raffinata della propria.
Ulisse aveva riportato anche delle idee: leggende e sogni
di cui si sarebbe parlato per secoli. Che cos’è quella be­
vanda narcotica, nepenthes, che calma il dolore e che Elena
versa ai suoi ospiti? Ella ne ebbe la ricetta da una donna
d ’Egitto, «dove ognuno è medico». Il narratore eccita la cu­
riosità, l’immaginazione, il desiderio di cercare e di sapere.
D ai loro viaggi in terre lontane i Micenei riportarono an­
che la contabilità, l’amministrazione dei palazzi, le lettere
di commercio. Seicento anni prima di conoscere, nell’VIII
secolo a.C., l’alfabeto fenicio, si racconta che Cadmos, no­
me che nella lingua semitica significa l’Orientale, portò a
Tebe in Beozia le lettere « Cadmee». Gli scavi condotti nel

312
Gente di mare

1963 nel palazzo miceneo della Cadmea, a Tebe, hanno


portato alla luce trentadue cilindri-sigillo orientali, in gran
parte risalenti all’inizio del X IV secolo: due di essi portano
nomi babilonesi e formule augurali in scrittura cuneiforme.
Nessuno sa come siano arrivati là.
Dalle terre che avevano visitato i viaggiatori portarono
anche nuovi culti. N on solamente miti come quello delle
Sirene, di Proteo e di Scilla, ma anche nuovi dei: Afrodite
da Cipro, Apollo da Patara in Licia, Artemide probabil­
mente dalla Lidia, e tutto un mondo di riti, di simboli e di
idee morali di cui i Greci si nutriranno per millecinquecen­
to anni. Ma, ben più importante, trascinarono dietro di sé,
sui flutti, «Colui che divora il sole», il dio Poseidone. E que­
sti, divenuto sposo di Anfitrite e marinaio a sua volta, salvò
gli ultimi Micenei che fuggivano dalle loro città incendiate.
Conclusione

Glorie apparenti

L’incendio di Troia, avvenuto verso il 1250 a.C., sembra


segnare un momento fondamentale nella storia e nella
formazione del popolo greco: significa successi militari,
oro e gloria.
Per la prima volta i Greci - sotto il nome di Achei, Danai o
Elleni - prendono coscienza della loro unità e della loro forza.
Sembra, con loro, che l’Europa intera si misuri con l’Asia.
Il sovrano ittita, che esercitava la sua autorità sulla maggior
parte dell Anatolia, riconosceva il re degli Akhkhiyawa come
proprio fratello. E nata una sorta di imperialismo greco, che
si estendeva dalle coste dell’A sia Minore a quelle della Sicilia.
I poeti epici, i cronologisti, i compilatori di Cataloghi
non si sono ingannati: per loro, la Grecia ha cessato di ap­
partenere all’età del bronzo per entrare nell’età degli eroi,
di questi semidei che hanno osato attraversare i Dardanelli
e i monti della Licia, per misurarsi con le Chimere e con le
Amazzoni: Perseo, Bellerofonte, Eracle, Teseo, Achille.

314
Conclusione

E, infatti, lo storico moderno constata che alle monar­


chie teocratiche della metà del secondo millennio, più o
meno ispirate al modello egizio, è subentrato in Grecia un
sistema politico originale, una sorta di doppia monarchia, a
metà militare e a metà giuridica, centralizzata e burocratica
come quella dei re d ’A sia, ma che lasciava spazio alle ambi­
zioni e all’affermazione di individualità.
Infine, l’avvento di una aristocrazia di proprietari terrie­
ri, qualche tempo dopo, farà entrare la Grecia in un’epoca
peggiore: l’età del ferro.
I contemporanei del leggendario re dei re, Agamenno­
ne, avevano portato in acque greche una civiltà tecnica
superiore a quelle che l’avevano preceduta. Le città erano
meglio protette grazie alle fortificazioni, e meglio am m i­
nistrate: e il ceto dominante, poiché controllava, attraverso
i suoi baroni e i suoi funzionari, la produzione anche nei
più piccoli borghi, credeva di sfuggire alla miseria e alla
carestia. Il ceto dei guerrieri, ancor meglio organizzato,
disponeva di invenzioni temibili: carri da combattimento
a centinaia, lunghe spade di bronzo, corazze leggere e so­
lide, e infine di un apparato logistico efficiente. Gli alleva­
tori di bestiame possedevano grandi mandrie di cavalli e
greggi di vacche e di pecore; a loro volta, i coltivatori non
si accontentavano più delle tradizionali colture di piante
da foraggio o di cereali, m a seminavano lino, piante da cui
ricavare sostanze tintorie, varietà da semi oleosi, raccoglie­
vano erbe e bacche dalle cui essenze estrarre profumi, e
sempre nuove piante medicinali.
I vascelli a punta, dotati di càssero e speroni, permetteva­
no alle numerose schiere di mercanti e avventurieri di andare
più veloce, più lontano, di colpire più forte, di fare fortuna.

315
La vita quotidiana in Grecia ai tempi della guerra di Troia

In fondo, nel X III secolo di quel tempo lontano, tutto il


progresso materiale era affidato agli «artigiani»: carpentieri,
contabili, fabbri, sellai, addestratori di cavalli, tessitori, co­
struttori navali.

Miserie reali

In realtà, il popolo greco allora non era felice. N on aveva


alcuna autentica gioia di vivere. La guerra fresca e gioiosa
non può sostituire tutto o dare tutto. Tempi tristi quelli
degli eroi!
Nelle città, un lusso relativo, un’apparenza di ordine e di
forza, dei costumi talvolta raffinati, ma anche un’economia
di guerra, la burocrazia, i sacrifici cruenti, lo sfruttamento
forsennato delle donne e dei bambini, al lavoro da mattina a
sera nelle botteghe per un litro di orzo e un pugno di fichi.
Nelle campagne, troppe pecore e capre ma cereali insuf­
ficienti, un immenso proletariato condannato a un agricol­
tura, a un allevamento, a un artigianato i cui profitti vanno
ad altri, mentre è atteso al varco dalla siccità, dalla carestia,
dalle epidemie, dalla guerra. Sulle montagne e nelle terre
affacciate sul mare una relativa libertà: quella della giungla.
Clitennestra, Antigone, Elettra, Penelope, Alcesti, Enfi­
le, Cassandra: donne passionali, inflessibili e infelici. Sulla
donna greca di quei tempi pesa la condanna alla fatica, alla
sofferenza, alla morte, tutta una vita all’ombra degli uomi­
ni e a vantaggio degli uomini.
Edipo che si cava gli occhi ha valore di simbolo: il re
al quale tutto sembra essere riuscito, s’acceca per non ve­
dere gli orrori del suo tempo. Altri preferiranno darsi alla

316
Conclusione

macchia o nascondersi nel fondo delle grotte. Il X III secolo


prima della nostra èra è molto meno il tempo degli eroi che
quello dei pochi che si ribellarono a un sistema economico
e sociale divenuto intollerabile.
Che cosa mancava dunque, sotto il regno di Agamenno­
ne, perché il pane quotidiano avesse lo stesso gusto di quel­
lo del secolo di Pericle e di Alessandro, altri due capi mili­
tari? Le grandi conquiste dell’anima ellenica: sapere scienti­
fico, bellezza plastica, democrazia, saggezza? Sicuramente,
è la saggezza che è mancata di più ai vincitori di Troia. Il
mondo acheo ha sofferto a dismisura: i suoi capi volevano
giocare agli imperatori, essere come il faraone d ’Egitto o il
sovrano degli Ittiti, volevano avere la loro Sublime Porta a
Micene, a Tebe o a Pilo. M a erano divisi e l’unica volta in
cui erano riusciti a unirsi per portare l’assedio alle mura di
Troia, anche allora non seppero evitare di mettere in mo­
stra rivalità e gelosie.
Alcuni si sono creduti dei. Restava loro da imparare a
diventare uomini. Avevano confuso, come Eracle, Edipo o
Achille, l’arte di vivere con il desiderio di ben morire o di
far ben morire.
Si cercherà invano qui un sorriso, come nell’antica Cre­
ta. Tutto ciò che la tradizione ci ha lasciato sono alcuni
nomi di guerrieri che piangono il loro tragico destino, in
realtà la loro insensatezza.

L a rovina finale

Civiltà incompleta, inquieta, fragile, sarebbe durata soltan­


to quattrocento anni nella Grecia continentale e nel Pelo­

317
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

ponneso, duecento anni nelle isole, solo pochi anni nelle


lontane colonie dell’Egitto, dell’A sia Minore o d ’Italia. E
ancora, con delle eclissi. Rimane ancora oscuro che cosa
minacciasse tante delle piccole città che scomparvero tra
il 1230 e il 1190 a.C. Chi o che cosa le ha annientate? Si
è tentati di individuare la causa nelle incursioni dei Popoli
del mare, menzionati nelle iscrizioni trionfali di Mineptah
e di Ramsete III in Egitto. M a, oltre al fatto che i popoli
suddetti non sono né macedoni, né traci, né illiri, bensì
sembrano tutti originari delle coste dell’A sia e dell’A frica,
e che le tavolette micenee e l’intera storia greca li ignorano,
l’organizzazione stessa della difesa in Grecia, le fortificazio­
ni formidabili, le coscrizioni, le forti strutture economiche
e militari, l’espansione e la vitalità degli Achei durante due
secoli portano a escludere l’ipotesi di un attacco a sorpresa,
soprattutto da parte di bande di marinai. N ulla autorizza a
credere che i capi militari che si riunivano intorno ad Aga­
mennone abbiano dovuto temere dei nemici esterni. E per
difendersi dai propri simili molto più che dai Barbari, che i
sovrani di Midea, di Già, di Crisa o di Iolco si circondaro­
no di difese fortificate.
E anche da rilevare che le città greche non sono tutte
bruciate e che i palazzi incendiati di Cnosso, Tebe, Micene,
Tirinto, Sparta, Pilo e infine Iolco, non sono stati distrut­
ti nella stessa epoca. Alcuni sono stati in parte ricostruiti
e nuovamente abitati. Le città che sorgevano attorno o ai
piedi di questi palazzi, in piena prosperità tra il 1250 e il
1200, sono talvolta sopravvissute a essi, come fu il caso di
Troia, Micene, Argo: fatto questo veramente notevole in
un’epoca in cui la guerra e i suoi orrori facevano parte della
vita quotidiana.

318
Conclusione

Gli autori antichi hanno così spesso celebrato le inva­


sioni dei Dori e il ritorno in Peloponneso degli Eraclidi,
che da alcuni la rovina degli stati micenei è stata perfino
attribuita all’improvviso riversarsi di popoli dalla Grecia
centrale, in seguito al quale le popolazioni terrorizzate si
sarebbero rifugiate sulle montagne e sulle isole.
Bisogna riconoscere che non si sa da dove venissero i
Dori ed è anche possibile che con questo nome fossero ge­
nericamente indicati tutti gli abitanti dei massicci boscosi,
nelle vicinanze dell’Età oppure a Creta, per esempio.
E soprattutto non si sa con precisione quando, tra I’X I
e il IX secolo, il dialetto dorico abbia sostituito la lingua
parlata dai Micenei del X II secolo a.C.
Un avvenimento così complesso come la fine di una ci­
viltà non può ammettere un’unica causa. Com e il guerrie­
ro greco che vediamo cadere ha avuto soltanto il colpo di
grazia, al termine di una serie di errori, di fallimenti, di
sfortune, così le città si sono quasi certamente indebolite
per le cause più diverse: epidemie, carestie, siccità, inon­
dazioni, incendi accidentali, lotte intestine e, soprattutto,
guerre furiose con le città vicine. M a per tentare di spie­
gare il fatto che, tra il 1250 e il 1200, si assiste alla rovina
di tanti palazzi fiorenti, di tante cittadelle ben costruite e
ben fortificate, bisogna prendere in considerazione simul­
taneamente, oppure sommare una dopo l’altra, molte delle
cause citate.
Il meccanismo più generale della caduta potrebbe es­
sere stato il seguente: delle piccole monarchie, grazie alle
risorse dell’agricoltura, dell’allevamento e dell’artigianato
raggiungono una tale prosperità da provocare l’odio delle
popolazioni sottomesse e di vicini meno fortunati.

319
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

È sufficiente che uno o più eventi - cattivi raccolti, nau­


fragi, malattie, rivalità, disaccordi, vecchiaia - indebolisca­
no la casata regnante perché l’intero sistema sociale ne ri­
sulti compromesso. Un nugolo di piccoli feudatari o di capi
locali si ribellano, rifiutano di pagare i tributi e di rimanere
sottomessi, e, all’occorrenza, si danno alla pirateria. I più
arditi tra loro stipulano un patto e marciano sul palazzo,
che si sa pieno di tesori, tanto più agevolmente quando il
sovrano per diritto divino se n’è andato, come Achille o
Ulisse, a cercare fortuna in Troade. Non si lascia impune­
mente Penelope sola nel palazzo, sola in mezzo a giovani
signori, per molti anni.
Quel che gli autori tragici ci narrano di Edipo che s’im­
padronisce della città di Cadmo, di Teseo che entra ad
Atene e precipita il vecchio Egeo dall’alto dell’A cropoli, dei
Sette contro Tebe, delle sanguinose rivalità di Atreo e di
Tieste e dei loro successori, della fuga di Alcmeone, ulti­
mo re di Pilo - tutta questa orribile serie di ribellioni e
di conflitti di successione deve corrispondere grosso modo
alla realtà della vita quotidiana nella seconda metà del X III
secolo a.C.
Si studi la storia della Grecia del X III secolo d.C. e si tro­
veranno avvenimenti analoghi, e accaduti nelle stesse città:
Tebe, Atene, Corinto, Argo, Nauplia o Modon. Bisanzio
è caduta per le sue lotte interne ben più che per i colpi dei
suoi nemici. Ed è evidente che i drammi che si recitano
nelle famiglie dei grandi armatori greci moderni non sono
che una ripetizione dei drammi antichi di Tebe, di Micene
a di Trezene.
Ciò che è sicuro, è che dopo la caduta degli ultimi prin­
cipi per diritto divino - quelli che le tavolette d ’argilla

320
Conclusione

chiamano wanake[s] —i signorotti di provincia, i capi dei


villaggi, in greco basileis, diventeranno i veri re. M a le ri­
bellioni dei vassalli erano incominciate già al tempo in cui
la caduta delle città era ancora lontana, anche se non di
molto. Stando ai documenti in nostro possesso, le cause
erano soltanto economiche: i tributi esorbitanti dai quali
essi cercavano di essere esonerati, le lagnanze, la mancanza
generale di ufficiali o di vogatori, sono la prova che città
ritenute imprendibili sono state distrutte dall’interno. Non
a caso furono gli abitanti stessi di Troia a introdurre il fatale
cavallo dentro le mura.
Attaccando la Troade, le cui ceramiche e i cui toponimi
sono così simili a quelli della Grecia continentale, i capi
delle bande achee intendevano sottomettere delle città che
si erano ribellate, ma si trattava di città affini alle loro, o che
in ogni caso avevano la medesima origine. E, chissà? forse
la guerra di Troia non fu che una delle tante sollevazioni
che condussero l’intera civiltà achea alla rovina.

Quel che resta

Non è dunque rimasto niente di un’epoca cosa dura? Di


tante ambizioni e speranze, di tante imprese e conquiste,
di tante grandi cacce e audaci peripli, non restano che bei
nomi e miti affascinanti?
Quegli artigiani, quei pastori, quei marinai... passati per
sempre? Tutto perduto?
Senza dubbio l’eredità micenea non ha la levità di un
sorriso o di un fiore del deserto o di un sogno felice, come
i tesori della Creta minoica. M a i contemporanei di Ulisse

321
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

e di Agamennone hanno tramandato ai Greci del primo


millennio prima della nostra èra un certo numero di beni
imperituri, che sono infatti giunti fino a noi. E non allu­
do certo alle maschere d oro di Micene, secondo me molto
brutte e peraltro ignote al mondo intero fino al 1876.
Ci hanno lasciato in eredità qualcosa di più duraturo di
tutte le decorazioni delle loro vesti, di tutti i gioielli delle
loro tombe, di tutte le loro lunghe galere di legno, di tutti
i loro vasi di terracotta e di bronzo, e anche di tutte le loro
formidabili cittadelle di pietra: ci hanno lasciato una forma
mentis, vale a dire delle idee, delle invenzioni, una morale.
E per prima cosa un vocabolario religioso, politico, giuridi­
co, artigianale, militare, attraverso il quale quello spirito si
esprime ancora. Com e non pensare, fra mille altre cose, ai
nomi del dio, theos, del potere popolare, demos, dell’archi­
tetto, tekton, del medico, iaterì
L’elogio dei ribelli, i canti intonati sulle loro tombe han­
no dato spunto all’immaginazione dei poeti epici, poi a
quella degli autori tragici.
Il teatro classico è nato dai drammi autentici di Tebe, di
Tirinto e di Argo. La Grecia micenea ha accumulato una
prodigiosa serie di esempi a uso della più remota posterità.
Quegli uomini e quelle donne che furono delle personalità
sono divenuti dei personaggi, dei tipi di lottatori patetici.
Sapevano bene che il destino era già scritto, m a avevano il
gusto del rischio, della sfida, del gioco e finanche del gioco
sportivo in onore dei morti. I loro eredi l’hanno conservato
per sempre.
D a dove viene, ancora oggi, l’amore dei Greci per la di­
scussione franca, per il confronto delle idee, per le gare e
la competizione, se non da un’epoca in cui alcuni audaci

322
Conclusione

contestavano il potere, viaggiavano, scoprivano altre terre e


altri eroi? Edipo, Eracle, Giasone, Ulisse, questi esseri che si
creavano e si volevano come tali, credevano nella possibilità
di sconfiggere tutti i mostri, si trattasse della Sfinge, dell’I­
dra, del Dragone o di Proteo, facendo appello alla volontà
umana. I loro lontani discendenti non hanno dimenticato
la lezione.
«Vi sono tante meraviglie,» disse Sofocle «ma niente è
più meraviglioso dell’uomo.» Uno dei rari meriti degli eroi
della guerra di Troia è forse quello di aver creduto, non nel­
la saggezza, m a nell’energia umana.
In dice dei n om i e delle opere
A banti 58 A driano, im peratore 77, 101
Abido 171 A driatico, m are 52
A bidos 247 A éropos 231
A bruzzo 309 A frica 108, 2 2 8 , 2 30, 277, 281,
Acacailide (Akakallis) 157, 269 303, 318
A caia 102, 110, 23 4 , 240 A frodite (Venere) 6 6 , 86, 156,
A carnania 50, 93, 289 160, 162, 313
Achei 1 1 ,1 5 ,1 6 , 2 2 -2 6 ,2 7 ,4 8 ,6 7 , A gam ennone 9 ,1 0 , 16, 18, 26, 47,
69, 74, 87-88, 145, 169, 171- 57, 6 5 ,6 8 ,7 9 , 87, 9 1 ,1 1 8 ,1 4 9 ,
174, 181-182, 185, 191, 194, 152, 154, 168-169, 174, 186,
196, 199, 2 0 4 , 213, 224, 232, 193, 199, 2 8 8 , 315, 317-318,
271, 281, 297, 301, 304-307, 322
314, 318 A gapenore 63
Acheloo, fium e 61 A grafa, monte 50
Acheronte, fium e 269 A grigento 310
Achille 12, 13, 2 6 , 32, 50-51, 56- A iace 92, 102, 194, 2 0 0 , 2 4 6
57, 65, 68, 79, 88-89, 92, 97, A igola, m onte 213
103, 149, 175, 182, 188-189, Aiwalaw as 23
194, 196, 199-200, 257, 26 6 , A kakallis vedi A cacailide
271, 314, 317, 320 A khaioi vedi Achei
A crocorinto 120 A kharnai 73
Acropoli 135, 320 A khkhiyaw a 23-25, 110, 214, 314
A dana 22 A krotiri 292
A de 164 A laksandu 24
A dm eta 311 A lalakh 125, 138
A dm eto 233, 252 A lalcom ene 15
A drasto 211, 216 A lbanesi 74

327
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

A lbania 71 A ntrona 59
A lcesti 316 A oni 72
Alcide (o Alceo) 20 4 A otis vedi A rtem ide
A lcinoo 249-250, 26 4 A phaia 268
A lcm ena 14, 205, 208 A pidano, fium e 69
A lcm eone 320 A plun o A pellon o A pelle vedi
A lessandria 281, 3 04 A pollo
A lessandro il M acedone 14, 317 A pokorona 292
A lfeo, fium e 61, 195 A pollo 16, 51, 54, 6 6 , 93, 152,
A ltea 270 156-158, 160, 170, 174, 182,
A lxoitas 133 187, 199, 229, 241, 252, 269,
A m ari, catena m ontuosa 54-55 313
A m arinceo 195, 2 00 A rakhnaion (monte del Ragno)
«Am erican Jou rn al o f Archaeol- 192
ogy» 28 A rakinto, m assiccio m ontuoso
A m azzoni 24, 198, 214, 24 6 , 311, 20 6
314 A rcadi 62, 160, 195, 209
A m erica Centrale e M eridionale A rcadia 31, 50, 53-54, 62-63, 93,
108 96, 98, 100, 156, 195, 209,
A m iclea 87 234, 241, 255, 3 0 6
A m im one 98 Areitoo 195, 209
A m m an 305 Ares 159, 163, 166, 168, 186-187,
A m nisos 31, 156 194, 20 2 , 215, 270
A m urru 25 A retusa 98
A nacharsis 278 A rgissa 59
A natolia 13, 21, 2 2 , 77, 80, 82, A rgivi 69, 199
310, 314 A rgo (Kastoria) 24, 57, 69, 87,
A nchise 229 114-115, 125, 150, 152, 161,
A ncient wrecks an d thè archaeology 193, 205, 211, 231, 318, 320,
ofships 2 87 322
A ndeira 2 46 A rgo, cane di U lisse 2 0 7
A ndrea 23, 24 A rgo, gigante 21
A nfiarao 92, 152, 212 A rgo, nave 51, 2 8 4 , 3 0 0 , 308
Anfione 241 A rgo, pianura 61
A nfitrione 18, 2 0 4 A rgolide 19, 24, 2 6 , 54, 63, 65,
A nfitrite 313 69, 71, 87, 127, 181, 192-193,
Angel, Lawrence 79 215, 220, 2 32, 2 40, 255-256,
A nkara 23 279, 282, 28 4 , 305
A no Englianos 19 A rgonauti 51, 307-308, 311
A[n]tarawas 23 A rgonautiche 2 7 7
A ntiborea 96 A rgyrippa 309
A ntigone 12, 91, 316 A rianna 157, 189, 270, 273

328
Indice dei nomi e delle opere

A ristofane 104 Atene 9, 31, 80, 114, 120, 123,


Aristotele 85 135, 153, 156, 161, 186, 189,
A rjuna 201 198, 20 4 , 2 48, 273, 279, 320
A rm enia 77 Ateniesi 84, 151
A rna, fiume 70 Aterewya vedi Iterewa
A rtem ide (Kallisto) 54, 160-161, A thana Potniya (Atena regina) ve­
186-187, 2 0 6 , 28 8 , 313 d i A tena
A rvad 262 A thana vedi Atena
Arzawa 23-25 A treo 10, 25, 88, 115, 149, 213,
Asbetos 273 320
A sclepiadi 152 A tridi 88, 94
Asclepio 51, 60 A ttarassiyas (Atride o Atreo) 25
A scra 274 A ttica 72, 168, 190, 2 8 4
A sia 23, 25, 2 6 ,4 8 , 60, 64-65, 68, A ugia 210, 233
70-71, 73-74, 77, 79-81, 87, A ugias 148
90, 94, 98, 104, 108, 125, 139, A ulide 65, 152
150, 155, 158, 198, 212, 214, A ulim os 157
223, 230, 233, 24 6 , 250, 257, A urora 96, 103, 188
260, 280-281, 295, 300, 304- A usoni 310
305, 308, 310, 314-315, 318 A ustralia 303
A sia M inore 12, 21, 48, 64, 71, A uxesia 269
77, 90, 98, 104, 125, 139, 150, A xon 25
158, 198, 212, 223, 233, 246,
250, 257, 26 0 , 280-281, 300, Babilonia 104
304-305, 308, 310, 314, 318 Balcani 13, 4 8 , 59, 7 1 ,7 3 ,7 5 , 215,
A siatia 123 228
Asinè 159, 162, 279, 282 Baleari, isole 198
Assiri 25 Balios 103, 177
Assiria 25 Baloaras, V. 80
A sso 307 Barbari 47, 65, 68, 81, 198, 318
Assuwa, lega di 25 Basch, Lucien 287
Asterusia, m assiccio m ontuoso 57 B atu m 308
A strom , Paul 80 Bauci 89
A styra 247 Bellerofonte 2 4 , 2 6, 89, 114, 149,
Atabirio, m onte 98 2 0 2 , 214, 310-311, 314
A talanta 207, 210 Bennett, E m m et L . Jr. 27
A tam ante 261 Beozia 19, 6 0, 71-72, 102, 131,
A tena (M inerva) 14, 86, 99, 117, 185, 189, 198, 2 0 4 , 209, 216,
120-121, 137, 153, 156-159, 229, 232, 247, 261, 2 6 6 , 272,
161, 166, 186, 190, 195, 202, 274, 28 0 , 312
210, 211, 2 84 Berecinto, m onte 55, 98, 307

329
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

B h im a 201 C apan eo 212


Bianco, fium e 98 C aria 24, 25, 215, 282
Biblioteca 118 C arid di 309
Biblo 262 C arii 22
Biennos 102 C aristo 58
Bisanzio 320 C arso 53
Bistoni 205 C assan d ra 12, 18, 152, 154, 316
Bitinia 308 C astore 87
Blegen, C ari 16, 19 C aucaso 74, 81
Boghazkal 37 C efalon ia 20
Boia 166 Cefiso, fium e 52
Boibe 59 C elti 73
Borea 96 C entauri 51, 152, 172, 2 2 7
Bosforo 308 C entim ani (Chirogastri) 86, 114
Box D ag, m onte vedi Tm olo C e o s 279
Brauron 186 Cesare, C aio G iulio 14
Bretagna 246 C esarea 89
Briareo 97 Chadw ick, Jo h n 31
Brindisi 309 Cheronea 98
Briseide 199 Chersoneso 170
Brithawon di Pilo 130 Chim ere 314
Britom arti (o Britom arpi) 157 C hio, isola 65
Brooklyn 28 C hirogastri vedi C entim ani
Buprasio 2 00 C hitone 189
Burdur 24 Cibele 164
Burnouf, Em ile 15 C icladi, isole 19, 21, 65, 67, 84,
88, 281, 290, 292-293, 301
C abiri 247 C iclopi 26, 86, 99, 114, 116, 172,
C ad m ea 313 208, 2 27
C adm ei 211 C ilici 22
C ad m o o C ad m os 14, 26, 312, C ilicia 22, 23, 25, 311
320. Cillene, m assiccio m ontuoso 54,
C afareo, capo 295 93, 270
C alcante 152, 185 C in a 145
C alcide 56, 122, 247 C incinnati 16, 19
C alcidica 56 C iò 308
C alidone 20 6 , 210, 214 C iprioti 160
C alip so 137, 2 6 4 , 276, 285-286 C ipro 21,2 7 , 31, 51, 5 5 -5 6 ,6 5 , 80,
C alvert, Fran k 15 86, 115, 135, 138, 140, 155,
C am p an ia 309 162, 178, 2 7 2 , 279, 2 82, 302,
C an aan 22 305-306, 312-313
C an ad a 303 C iropedìa 118

330
Indice dei nomi e delle opere

Citerà, isola 65, 67, 86, 96, 135, 274, 277, 279, 2 8 2 , 2 8 4 , 290,
162, 293 292-293, 2 96, 301, 305, 307,
Citeriore, Provincia 213 309, 312, 317, 319, 321
Citerone, m assiccio m ontuoso Cretesi 60, 62, 184, 226
204, 209 C rim isa 309
Citerone, m onte 98 C ò s a 318
C izico 308 Crise, sacerdote di A pollo 199
C laros 25 Crise, isola 65, 174
C lefti 243 Criseide 199
C litennestra 9, 12, 79, 87, 91, 154, C rono 189
288, 316 C rotone 309
C nosso 14, 20, 27, 31, 4 4 , 75, 88, C uchulainn 201, 208
96, 105, 115, 119, 121, 132, C ureti 125, 189, 247
137-138, 145, 147, 153, 156,
173, 175-176, 178, 182, 185, D afn e 269
192, 20 8 , 239-240, 248-250,
D aidaleion 156
254, 256, 259, 267-268, 279,
D an ai 22, 4 8, 69, 314
281, 293-294, 298, 318
D an aid i 26, 69
Colchide vedi G eorgia
D an ao 69
Colofone 25
D ardanelli, stretto 1 5 ,2 6 , 6 5 ,1 6 9 ,
C onchobar 201
171, 173-174, 193, 247, 290,
C on stantoulis, N . 80
308, 314
C orfù, isola 49, 285
D ard an i 68, 307
C orinto 24, 114, 120, 122, 125,
D ard an o 102
135, 150, 193, 198, 248, 320
D arm uw a 25
C orinzia 54
C ornovaglia 2 46 D aw os 261
C oronea 247 D ed alo 14, 117, 2 8 4
C orsica 65 D eianira 214
C os, isola 279 D eidam ia 188
C os, vulcano 67 D eim o 186-187
C ostantino, im peratore 28 D elfi (od. Steni) 50, 52, 93, 214
Cowley, linguista 30 D eio 65, 156, 301
Creonte 152 D em etra 59, 141, 156-157, 160,
C reta 20, 21, 27, 49-51, 54-55, 164, 229, 258
57, 62-63, 65, 67-70, 72-74, D en d ra 181
80-82, 84-85, 87, 96, 98, 102, D eucalione «il Bianco» 69, 102
107, 111-112, 115, 123, 125, D eukios 156
127, 131-133, 143, 147, 155, D ian a 160
157-158, 174, 176, 185, 189, D icearco d i M essene 76
215, 223, 225, 227, 24 0 , 247, D ictys 14
252, 255, 261, 268-269, 272, D im in i 59

331
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

D iodoro Siculo 13, 118 Egisto 9, 10, 17, 79, 92, 134, 154
D iom ede 149, 196, 205, 309 Egitto 61, 87, 104, 116, 119, 140,
D ioniso 12, 52, 98, 109, 159, 216, 144, 150, 158, 194, 2 6 2 , 280,
2 6 6 , 270, 273 300, 302, 30 4 -3 0 5 , 312, 317-
D ioscuri 87, 160 318
D itteo, monte 55, 156 Egizi 22, 25, 302-
D ittin n a 157 Ekw esh 22
D iw ia 160, 166, 186-187 Elei 195,213
D odecaneso 21, 65, 115 Elena 11, 14, 24, 65, 74, 87, 91,
D od on a 47, 69 160, 172, 285, 3 02, 3 0 4 , 312
D olone 196 Elettra 12, 91, 316
D o r 294 Eieusi 19, 130, 212, 258
D ori 73, 85, 194, 24 3 , 271, 319 Eleusini, M isteri 164
D oride 214 Eleuzia vedi Ilizia
D orion 164 Elicona 98
D oro 85 Elide 98, 195, 2 0 0 , 217, 233, 240
D òrpfeld, W ilhelm 15, 18-19 Eliopolis 89
D o s o D èó o D am ia (Dem etra) Elis 214
258 Eliade 69
D ragone 323 Elleni 44, 48, 60, 68-70, 79, 81-
D rim ion 167 82, 85-86, 101, 156, 307, 314
D uguesclin, Bertrand (du Glay- Elleno 14, 69-71, 85, 88
A quin) 197, 211 Ellesponto 173, 247, 290
Elo (Helos) 61
Ecalia 214 Enea 30 0
Ecam ede 109 Eneo 270
Ecu ba 161 Enio (Bellona) 163, 186
E d ip o 12, 61, 91, 93, 152, 200, E nkom i (antica A lasia) 279, 282-
2 0 2 , 2 0 4 , 216-217, 316-317, 283, 305
320, 323 E nn a 118
E dipodia 216 Enom ao 217
Edrem it, golfo di 122, 171 Eolie, isole 310
Efesto (Vulcano) 66, 99, 117, 120- Eolo 85, 96
121, 125, 156, 160, 196, 274, Epei 195-196, 2 0 0 , 210
284, 291 Epeo 117, 196-197, 309
Egeidi 190 Epidauro 193
Egeo, m are 48, 52, 55, 64-65, 68, Epigoni 199
70-71, 75, 80, 96, 118, 155, Epim eteo 90
172, 183, 198, 275-277, 281, Epiro 50, 68, 70, 75, 93, 155,208,
290, 292, 30 6 , 320 243, 255
Egina, isola 67 E ra (Giunone) 91, 97, 9 9 ,1 5 7 ,1 5 9 ,
Egina, vulcano 67 161-162, 167, 196, 2 0 4 , 205

332
Indice dei nomi e delle opere

Eracle (Ercole) 12, 14, 16, 18, 26, Eufrate, fium e 305
61, 86, 89, 92, 149-150, 180, Eum edès 133
201, 20 2 , 2 0 4 , 205, 208-209, Eum eo 89, 2 4 2 , 297
213-215, 217, 23 4 , 241, 246, E upalam os 117
252, 26 2 , 309-311, 314, 317, Eurim edonte 18
323 Euripide 12, 75, 288
Eraclidi 213, 319 Euristeo 18, 150, 205, 311
Eraclito 101 Euro 96
Ercole vedi Eracle E uropa 2 6 ,4 8 , 70, 73-74, 8 0 ,1 7 0 ,
Eretria 2 0 4 212, 23 6 , 295, 314
Eretteo 153 Eurota, fium e 58, 61
Ereutalione 209 Eutresis 72
Ergino 3 00 Evans, A rthur 20, 27, 30, 130
Erifile 91, 316
Erikhthonios 269 Falasarna 102
Eriksson, Sven 80 Faro, isola 97, 303 -3 0 4
Erim anto, m assiccio m ontuoso Fasi, fium e (od. Rioni) 2 4 6 , 308
53, 2 06 Fedra 157
Erinni (furie) 186 Feia 209
Erinni (soprannom e di D em etra Fenice 172, 177, 209
in Arcadia) 156 Fenici 68, 262, 285, 293-294, 297
Eris 186 Fenicia 116, 133, 2 4 6 , 302
Eritea 205 Fere, vulcano 67
Eritha 151, 254 Festo 60, 122, 153, 279
Erm es (M ercurio) 54, 58, 93, 99- Filakopi 279
100, 110, 156, 160, 229, 23 6 , Filem one 89
241 Filippo II il M acedone 208
Erm ione 91 Filira 189
Erodoto 17, 156, 216, 231, 286 Filistei 22, 311
Erythraion, capo vedi G oudoras Filottete 193
Eschilo 12, 169, 192-193 Filottete 60, 65, 6 6 , 309
Esiodo 90, 92, 20 2 , 274, 276 Fium i, figli di Teti 97
Esione 16 Flegiei 189, 190
E stia (Vesta) 100, 159 Fobo 186-187
Età, m onte 15, 4 4 , 50, 214, 319 Focide 52, 216
Eteocle (Tawakalawas) 23, 24, Folegandro, vulcano 67
211 Forco 98
Etoli 194-195, 270 Forrer, E m il 23, 24
Etolia 50, 61, 189, 20 6 , 210, 289 Fougeray 197
Ettore 15, 32, 103, 161, 170, 177 Francia 21, 84, 2 03, 211, 256
Eubea 51, 56, 58, 65, 67, 189, 295 Frontis 300
Euforbo 179 Ftia 122

333
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

G ad as 156 95, 9 8 ,1 0 0 , 110, 114-115, 117-


G allia 201 118, 126-127, 136, 140, 145,
G anim ede 229 156, 158, 177, 188, 194, 198,
G argano 310 201, 203, 2 0 6 , 212, 215, 2 26,
G àrgara, m onte 47
227, 229-230, 2 4 3 , 2 4 6 , 250,
G argaros 3 07
257, 26 0 , 2 6 2 ; 270, 281, 2 92,
G auanès 231
294, 300-301, 3 0 4 , 306-307,
G aza 311
G azi 279 312, 314-315, 317-322
G elidonia, capo 122, 245, 28 6 , Grevena 71
300
G en i 98, 20 2 , 2 8 4 H aliakm on (Vitritsa) 69
G eorgia (antica Colchide) 126, H alm yros, conca di 59
2 4 6 , 308 H arlan, Jac k R . 2 6 0
Gerione 205 H arm on 134, 285
G erm ani 201 H attush a 23, 125
G hiona, m assiccio m ontuoso 52 H ellotis 269
G iali 139 H elos vedi E lo
G iasone 26, 51, 60, 89, 149, 208,
H erakleion 293
214, 2 4 6 , 308-309, 323
H ierapètra (o Ierapetra) 133, 281
Gibilterra, stretto 205
H ippokoroneion, m onte 55
G irtone 60
G itani 75 H isarlik 15, 171
G ià 159, 198, 318 Hòfler, architetto 15
G lauco il Profeta 98 H rozny 23
G orgoni 98 H u am ia 254
C o rtin a 60, 164 H ugo, V ictor 89
G o ti 74 H yakinthos 269
G oudouras, capo (antico Erythra- H yria 2 80
ion o capo Rosso) 293
G ozo 285 Iadi, costellazione 95, 258
G ram m os, m assiccio m ontuoso Ialysos
71
Iason o Ieson (Giasone) 309
Greci 16, 2 2 , 26, 47-48, 56, 58,
Iasos 39, 28 2 , 3 0 4
64, 68, 69, 77, 81, 87-88, 91-
Ida, m assiccio m ontuoso 47, 57,
92, 96-97, 99-100, 102-104,
140, 183, 198, 216-218, 233, 174
2 4 6 , 278, 28 4 , 287, 29 2 , 296- Ida, m onte (Psiloriti) 54-55, 98,
298, 302-305, 313-314, 322 169-171, 173
Grecia 11-13, 20, 21, 23, 24, 27, Idom eneo 94, 153, 257, 309
31, 32, 52, 55-56, 58, 64, 67, Idra 21, 61, 205, 323
69-75, 77, 81, 83, 85-87, 93- Ierapetra vedi H ierapètra

334
Indice dei nomi e delle opere

Ifem edeia 166, 186 Iterewa (Aterewya) 213


Ifiele 2 04 Itom eo, m assiccio m ontuoso
Ifigenia 9, 168, 186, 270, 288 Ittiti 23-26, 185, 317
Ikm alios 138
Iliad e 10, 11, 13, 18, 21, 2 2 , 24, Jaffa 197
26, 47-48, 69, 75, 109, 161,
175, 177, 188, 194-196, 198- K allisto vedi A rtem ide
20 0 , 206-207, 209-211, 216- K anathos 162
217, 291, 30 7 K aram an ia 23
Ilio 15, 24, 25, 169, 2 97 Karatep 25
Ilizia (Eleuzia) 157, 269 K arkisa vedi C aria
Illiri 194, 231 K aro 18
Illiria 155, 231 K arpath ia 254
Im bros, isole di 65, 67 K az D ag, monte 47
Im hotep 116 K é o s 164
India 83-84, 201, 230 K eram os 273
Indra 201 K e u p o d a s 146
Ingusci 80 K harvati 116
Ino 261 K ili D ag, m onte 47
«International Jou rn al o f N autical K ilik i 68
A rchaeology and Underwater K ilkis 3 06
Exploration (The)» 28 7 K im olos, vulcano 67, 131
lobate 24, 26 K isam os, alture del 55
Iolao 180 Kober, Alice 28-29
Iolco 24 6 , 28 2 , 308, 318 K okalos 133
Ion, fium e 71 Kom aw ens 166
Ionie, isole 21, 65, 67, 88, 285, Korinthos 70
299, 310 K othar w a K h asis 116, 285
Ionii 304 K oufonissi, isola 293
Ionio, m are 275, 2 77 Kourion 305
Ippolita 311 K ourouniotis 19
Irlanda 83 Kraeira 94
Isauria 23 Kretheus 253
Ischia, isola 310 K ritsa 131
Iside 164 K tistopoulos 30
Ism aro 2 97 K u kku lis 25
Issione 155 K u m K al, capo 15
Itaca 15, 93, 249 K uriw anda 70
Italia 21, 4 8 , 64, 80, 250, 300, K ursunlu 171
309, 318
Italioti 68 L a C an ea 54
Itanos 293 L aasp a 23
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra dì Troia

Lacedem oni 67 Liceo, m assiccio m ontuoso 54,


L aconia 61, 87 92, 270
Laerte 24 2 , 249 Liei 22, 87
L agaria 309 Licia 23-26, 114-115, 117, 122,
L ailaps 20 7 215, 245, 274, 310-314
L aio 93 Licom ede 65, 188-
L am ia 57 Licurgo 195, 209
L am pos 103, 177 L idi 24
Lanuvium 309 L id ia 141, 214-215, 2 4 6 , 252, 310-
L ao Tse 91 311, 313
Laom edonte 16, 311 L indo (Rodi) 14
Lapathos 94, 157 L inosa 285
Lapiti 72 Livadia 131
L arissa 60, 70, 3 07 L u k k a (Licaonia o Licia) 24, 25
Larissa, conca di 59 L u n i 305, 310
Lasithi, m assiccio m ontuoso 54- Luvii 185
55, 225 Lygros 253
Lasithi, piana del 62 Lykios 122
Latini 18, 6 6
Latona vedi Leto M acalla 309
L auranthia 213 M acaone 152
Laurion 56 M acedoni 73
Lazio 309-310 M acedonia 47, 56, 7 2, 80, 122,
Le opere e i giorn i 202 2 0 6 , 229, 231, 3 0 6
Lebaiè 231 M agnesia 51
L eda 172 M agu la 60
Lelegi 68, 72, 3 07 M aia 54, 269
Lem no, isola 65-67, 156, 308 M ala, m onte 70
Leoni, Porta dei (o delle Leonesse) M alavra (monti di Sitia) 54
17, 115-116, 154 M aleus 296
Lerna 71-72, 205, 25 6, 262 M alide 65
Lerna, lago 61, 205, 26 2 M alis 246
Lesbo, isola 23, 24, 171 M allia 54, 153, 293
Leteo, fium e 60 M allos 25
Leto (Latona) 270 M alta 74
Leucade 73 M antes 197
Leuco 177 M antinea 63
Leukothea 156 M anto 152
Levantini 68 M aratona 20, 72-73, 178, 2 0 4
Libano 80 M argarites 272
Libia 173, 302 M ari 305
Licaonia 23, 24 M arinatos, Spyridon 20

336
Indice dei nomi e delle opere

M arinara, m are 70, 275 152, 154, 158, 160, 162, 170,
M aroni 305 173, 178, 184-185, 192, 198,
M arte vedi Ares 24 8 , 267, 279, 3 0 6 , 312, 317-
M atala 282 318, 320, 322
M edea 152 M icenei 58, 76, 103-106, 109,
M edinet A bu 28 0 , 283 126, 151, 176, 217, 2 23, 241,
M editerraneo, m are 2 2 , 48, 61, 247, 250, 2 8 0 , 2 9 0 , 2 92, 305,
76-77, 89, 102, 112, 128, 132, 307, 312-313, 319
26 6 , 278, 287, 289, 297, 303, M id ea 114, 123, 181, 318
309 M ignone, fium e 310
M egalopolis, pianura 62 M ileto 23, 122, 140, 194, 304
M egara 2 0 4 M illaw anda 37-38
M égas 93 M ilo, vulcano 67, 139, 279
M eghiddo 305 M ilyade 23, 24
M ela 211 M ineptah 318
M elanione 2 0 7 M inerva vedi A tena
M eleagro, figlio d i Eneo 149, 175, M in ia 192
177, 210, 270 M in ii 71, 74
M elèagro, figlio di O ineo 20 6 M in oa vedi M onem vassia
M enadi 52, 2 66 M inosse 14, 20, 84, 153, 157, 176,
M enalo 63 2 07
M enelao 10, 11, 19, 47, 57, 61, 87, M irabello 293
95, 152, 171-172, 300, 302- M isia 55, 215
304 M itritsa, m onte 47
M enesteo 179 M n asa 166
M entore 93 M o d on 320
M enuw a 192 M oire (Parche) 270
M eonia 310 M olobros 253
M ercurio vedi Erm es M olossi 50
M erenptah 22 M onastiraki, quartiere di 123
M esara, pianura 60 M onti Bianchi, sierra dei 54-55,
M essenia 19, 20, 61, 98, 119, 121- 57, 63, 80, 225
123, 165, 213, 227, 240, 250, M o p so 25, 311
255, 28 2 , 29 6 , 310 M orea 14
M essina 309 M orto, m are 310
M etaponto 309 M oshe D ayan 209
M eteore 4 6 -4 7 M ulio 210
M ethana, vulcano 67 M ursil II 23, 24
M icene 9, 17, 19, 20, 24, 31, 73, M use 188
75-76, 78-79, 87, 91, 105-106, M use, valle delle 98
113-114, 116, 121, 123, 127, M uw atalli 24
130, 134, 138, 141, 144, 150, M ylonas, G eorgios 19, 192

337
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

N aiad i 188 O inoè, m ontagne di 57


N alis 166 O khi, monte 58
N apoli 52, 309-310 O lim p ia 61, 161, 217, 233
N aucrati d ’Egitto 3 04 O lim piade 216
N auplia 162-163, 178, 320 O lim po, m onte 47, 49-51, 55, 59,
N auplios 295 70, 86, 98, 100-101, 115, 125,
N ausitoo 3 00 141, 159, 3 0 7
N avarino, baia 191 O m aggio a H rozny 28
N avarra 211-212 Ornalo, fium e 62
N axos 98 O m ero 10-12, 15, 18, 2 4 , 47, 60,
N eleidi 195 75, 83, 97, 99, 111, 130, 165,
N eleo 165, 195, 210 178-179, 186-188, 194, 196,
N em ea, leone di 205 292
N em i, lago 28 7
O m od am os 273
N eottolem o il R osso (Pirro) 50
O nfale 214, 2 4 6 , 252, 311
N eottòlem o, figlio di A chille 188
O razio 208
N ereidi 97, 188, 227
O rcom eno 19, 24, 61, 71, 158,
N ereo 97
184, 192, 198, 247, 261
N ero, m are 102, 174, 207, 26 6 ,
O reste 91, 309
290, 30 8 , 311
O rfeo 217, 241
Nestore di Pilo 13, 20, 61, 94-95,
O rione, costellazione 95
109, 165, 172, 179, 191, 194-
Oronte, fium e 138-139, 310
195, 20 0 , 209-210, 229
O rsa M aggiore, costellazione 2 7 7
N ettu n o vedi Poseidone
Orseis 70
N ilo 22, 298, 303, 310
N infe 58, 86, 98, 134, 188, 227, O scoforie (festa dei Portatori di
269 R am i) 189
N isiro, isola 67, 69 O ssa, m onte 51, 101
N o to 60, 96 O thrys, m assiccio m ontuoso 57,
N u zi 138 59
O w ithnos 296
O ceanine 97, 188 O xford 27
O ceano 97, 278 O xylithos, vulcano 67
O d in o 201
O dissea 10, 11, 104, 141,189, 249, Pa[n]dès 156
26 4 , 277, 285, 297-298, 302, Pactolo 2 46
309 Pafo 86, 156
O disseo vedi U lisse Pagasai (od. Volos) 308
O gige 102 Paian 94
O gigia, isola 285 Paiawon (Peone) 157, 186-187
O gm ios 201 Paidousis, M . 80
O ineo 20 6 Palam ede 284-295

338
Indice dei nomi e delle opere

Palestina 140, 305 Pericle 56, 317


Palinuro 3 00 Persefone (Proserpina) 164
Pallantidi 190 Perseia 98
Pam ir 2 36 Perseo 18, 2 6 , 89, 114, 2 0 8 , 214,
Pam iso, fium e 61, 213 310, 314
Pan 54, 23 4 , 238, 241 Petalos 121
Pandora 90, 271 Petelia 309
Panfilia 25, 198 Petrakhos 98
Panfilii 2 2 , 23 Phereklos 134, 285
Panopeo 117, 196 Philaios 133
Pantalica 310 Philippson, A lfred 53
Papadim itriou, Ioannis 19 Philourgos 122
Parche vedi M oire Phygebris 148
Paride (Alessandro - A lexandros/ Pieria 47, 70, 93, 229
A leksandros) 11, 24, 74, 88, Pieriatas 122
171-172, 175, 229, 285 Pilade 91
Parnaso (Parna), m onte 50-52, Pilii 195, 209
70-71, 93, 96, 2 0 6 Pilo 19, 20, 27, 31, 57, 61, 75-76,
Parnon, m assiccio m ontuoso 54, 93, 95, 105-106, 109, 119, 121,
57 123, 127, 130, 132-133, 138-
Patara 156, 313 139, 146-148, 150-154, 158-
Patroclo 79, 158, 168, 2 00 161, 165-167, 173, 175, 179,
Pausania 13, 17 186, 191, 194-195, 202-203,
Pedasos 70 214, 223, 2 3 4 , 2 4 0 , 253-254,
Pedassa 70 259, 274, 279, 2 8 2 , 2 96, 298,
Pelasgi 4 4 , 4 8 , 65, 68, 71-72, 85, 301, 30 6 , 309-310, 312, 317-
156, 28 4 , 3 07 318, 320
Peleo 57, 97, 271 Pindo (Pindos), m onte 4 4 , 50-54,
Pelio, monte 51, 152, 189, 308 59, 63, 70-71, 93, 96, 225, 243
Pelope 18, 141, 168, 216-217 Pipituna 157
Peloponneso 10, 19, 20, 26, 50- Piraso 59
51, 63, 70, 85, 88, 93, 96, 104, Pirra «la R ossa» 69, 76
132-133, 147, 158, 171, 174, Pirro vedi N eottolem o il R osso
185, 193, 198, 205, 214, 216, Pisa 121
229, 24 3 , 293, 317, 319 Piyam aradou 38
Penelope 92, 312, 316, 320 Platea 61
Peneo, fium e 52, 59-60, 101 Platone 106, 2 0 7
Penesti 60 Pleiadi, costellazione 95, 258, 276
Peone vedi Paiawon Pleuron 192, 296
Perdicca 229, 231 Plinio il Vecchio 132
Peresa 166, 186 Plouteus 122, 135
Pergam o 70, 3 07 Plutarco 13

339
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra di Troia

Plutone 269 R ukito 267


Podaliro 152 R ussia 71
Podargos 177
Polentone 77 Sabactes 273
Polideuce vedi Polluce Salam in a 102, 3 0 0 , 311
Polifem o 2 4 2 , 26 6 Salato, lago 23 -
Polluce (Polideuce) 87 Salento 309
Polyaigos, vulcano 67 Salm oneus 155
Polyidos 125 Sam onion 307
Poros, vulcano 67 Sam otracia, isola 65, 67, 247
Poseidone (N ettuno) 16, 86, 150, Sam y[n]thaios 122
153, 157, 160-161, 166, 186- Sant’Elia, m onte 192
187, 229, 313 Santorini, isola 2 0 , 67, 134, 280,
Posidaia 166 295
Posideya 187 Saqqara 116
Poulianos, A ris 80 Sardegna 65
Preto 18, 2 6 , 114 Sartre, Jean-Paul 10
Priam o 11, 15, 16, 2 6 , 32, 74, 169, Sassoso, fium e 98
171, 311 Satiri 229
Proci 32, 149 Savitr 230
Procris 2 07 Sbarounis, C h ristos 80
Prometeo 69, 86, 99, 117, 2 84 Scam andro, fium e 170, 196
Proserpina vedi Persefone Schliem ann, A gam ennone 17
Proteo (Prouti) 4 6 , 97, 303, 313, Schliem ann, A ndrom aca 17
323 Schliem ann, H einrich 15-19, 21
Przewalshi, cavallo di 176 Schliem ann, Sofia 17
Psiloriti, monte vedi Ida Scilla 309, 313
Puglia 309 Sciro, isola 65, 188, 279
Sciti 47, 232
R A F (Royal A ir Force) 29 Scizia 311
R am sete III 2 2 , 280, 318 Selinon, alture 55
R apido, fium e 98 Senodice 157
R as-Sh am ra vedi U garit Senofonte 118
R ea 141, 153, 164, 269 Serse 14
Reteo, capo 170 Sesklo 59
R ioni, fium e vedi Fasi Sfagia 186
R odi, isola 14, 25, 65, 67, 98, 125, Sfakioti 81
156, 198, 247, 277, 29 2 , 301, Sfinge 323
310, 312 Sibari 309
R om a 201, 305 Sicilia 21, 65, 115, 119, 151, 173,
R om ani 16, 133, 295 285, 309-310, 314
R u d ra 201 S id on e 12, 216, 252

340
Indice dei nomi e delle opere

Siculi 310 Steni vedi D elfi


Sidone 140, 262, 294, 305 Stilo 127
Sidonia, capo 293 Stira 58
Sifnos 56, 272, 301 Storia 289
Signore dei m onti di Sitia, monte Storie 17, 156, 216, 231, 286
54 Strabone 27
Sileni 172 Strati, isola 65
Sileno 229 Suppilulium a I 23
Sim oenta, fiume 196 Suto 85
Sipilo, m onte 2 6 Svezia 21, 80
Siracusa 310
Sirene 313 Taigeto, m assiccio m ontuoso 54,
Siria 122, 1 3 3 ,1 3 9 -1 4 0 ,2 4 6 ,2 6 2 , 57, 20 6 , 213, 270
305 T alm ud 255
Siriaci 292 T alos 284
Sirii 25 T antalo 26, 9 2 , 141, 155, 216
Siros 301 T aranis 201
Sisifo 120 Taranto 309-310
Siti, p ian a del 62 T arpan, cavallo di 176
Sitia 54 T artaro 120
Sitia, m onti di vedi M alavra Tauros, fium e 70
Sitopotiniya, dea 260 Taw akalaw as vedi Eteocle
Slavi 74 T ebani 76
Sm aragos 273 Tebe (Beozia) 12, 14, 24, 31, 61,
Sm inteo, dio 199, 261 73, 75, 98, 114, 130, 150, 152,
Sm irne 2 4 6 , 3 04 159, 198, 2 0 0 , 2 0 2 , 2 0 4 , 211-
Sm olikas, m onte 51 212, 214, 216, 307, 312-313,
Sofocle 12, 193, 323 317-318, 320, 322
Sogul, lago 23 Tebe (Egitto) 305
Sole 99, 156, 233 Tefenni 23
Solim a 89 Tegea 63
Solim i 24 Tekton 134, 285
Spada del Lasithi, monte 54 Telam one 102, 311
Sparta 24, 57-58, 74, 87, 93, 161, Telchinii 125, 247
23 4 , 252, 30 2 , 318 Telem aco 93, 302
Sparti 189-190 Tem enos 231
Spartiati 76 Tem pe, gola di 73, 101, 104
Spercheo, fium e 52 Tenaro, capo 269
Spercheo, vallata dello 50, 52, 57, Tènedo, isola 196-197
69 Teocrito 2 34
Sporadi, isole 21, 65 Teoforia 157
Stam atakis, archeologo 17 Teofrasto 132

341
L a vita quotidiana in Grecia a i tempi della guerra d i Troia

Term opili, passo delle 20, 73, 214 Trezene 20 4 , 212, 320
Tersite 32, 89, 194 Triam ates vedi T riom ates
Teseo 32, 87, 149, 189, 2 0 2 , 20 4 , T ricca 60
20 8 , 212, 214, 291, 30 0 , 310, Tricca, conca di 59
314, 320 Trichonis, lago 61
Tespio 209 T riessa 195
Tessaglia 19, 59-60, 69-70, 7 2 ,7 5 , T rikka 152
92, 96, 102, 220, 229, 232, Triom ates (Trim ates, Triam ates)
252, 256, 28 2 , 307-308 115
Tessali 60, 68, 309 Triopas (Tirioqa) 115, 208
Tessalonica 30 6 Tripolis, pianura d i 62
Tethreus 122 T ripolitza 53
Teti 97, 188, 291 Tritone 97-98
Teucri 161
Trittolem o 258
Thasos 297
T roade 12, 14, 2 2 , 4 8 , 55, 74, 82,
Thoricos 122
87-88, 96, 98, 102, 169, 194,
Thyeste 133
196, 198, 2 0 6 , 2 4 6 , 274, 297,
T id eo 209-211
307, 311-312, 320-321
T ieste 10, 32, 92, 134, 320
Troia passim
T ifi 3 00
Troiani 173, 175, 196-197, 285,
T im ach id a 14
3 0 6 -307
T infristo, m onte 50
T roo 26, 32
Tinw asiya 213
T rouisa 25
T ira, isola 67
T iresia 25, 152, 185, 216 T rysa 25
T irinto 18, 26, 73, 76, 114, 130, T sountas, C hristos 19, 1 6 2 ,1 9 2
148, 150, 158, 162, 185, 193, Tucidide 27, 289
204-205, 2 3 4 , 30 6 , 311, 318, T udhaliya IV 25
322 Turchi 74
T irioqa vedi T riopas Turchia 23
T iro 89, 26 2 , 294 T utankham en 138
T irreni 68 T utii 197
T itan i 86, 95-96, 156 Tutm osi III 197
T lepolem o 14 Tylisos 31
T lo s 25
Tm olo, m onte (Boz D ag) 2 46 U garit (od. R as-Sham ra) 125,
Toro, costellazione 276 301, 305
Trachine 214 U lisse 15, 32, 6 5 -6 6 , 89, 149, 174,
Traci 73, 308 188, 194, 196, 207-208, 219,
Tracia 56, 67, 70, 81, 174, 205, 24 2 , 26 6 , 276, 285, 289, 297-
274, 297, 3 07 298, 30 2 , 312, 320-321, 323
T ragan a 279 U lster 201

342
Indice dei nomi e delle opere

Ulteriore, Provincia (Oltrem onta­ W ilusa 24, 25


na) 213
U tanos 157 X an to 76, 177, 196
X outhos 121
Vafio 19, 2 34
Venere vedi A frodite Z acinto (Zakynthos) 157
Ventris, M ichael 29-31 Z afer Papoura 123
Vercel, Roger 211 Z akro 153
Vesta vedi E stia Zam aew iya 213
Vitritsa vedi H aliakm on Zefiro, vento 96, 269
Vivara 310 Z eto 241
Voles vedi Pagasai Z eus (Giove) 47-48, 55, 6 2, 75,
Volo 59 86-87, 9 0 -9 2 , 94, 98-99, 110,
V ulcano vedi Efesto 115, 120-121, 149, 155-157,
159-160, 164, 167, 172, 190,
W ace, A lan J.B . 19, 163, 192 205, 241, 269, 273-274
W audono 122 Z ia, m onte 98
Indice
Introduzione
La resurrezione di un mondo 9

Bibliografia generale 33
Convenzioni 44

I. Il mondo e l’uomo 47
II. Gente dei palazzi-fortezza 111
III. Gente di guerra 169
IV. Gente di terra 218
V. Gente di mare 275

Conclusione 314

Indice dei nomi e delle opere 325


Finito di stam pare nel mese di dicem bre 2017
a cura di R C S M ediaG roup S.p.A .
presso H a G rafica Veneta - via M alcanton, 2 - Trebaseleghe (PD)

Printed in Italy
Pastori, contadini,
marinai, guerrieri:
la vera vita
di uomini, donne
e bambini ai tempi
di Agamennone,
(0 cu
Achille e Ulisse.
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CD 33
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