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CICERONE

DE RE PUBLICA e DE OFFICIIS

Secondo testimonianze ricavabili dal suo epistolario, Cicerone scrisse il De republica dal 54 al 52 a.C., dopo il ritorno dall'esilio:
erano gli anni in cui il primo triumvirato si consumava per le ostilità fra Cesare e Pompeo, dopo la morte di Crasso, mentre a Roma
bande di strada di «cesariani» e «pompeiani» provocavano disordini culminati nell'uccisione di Clodio. L'opera è un dialogo, e il
titolo si richiama esplicitamente a Platone, il filosofo ateniese del IV secolo a.C., che per primo si era misurato col problema della
giustizia nello Stato, delineando le caratteristiche di uno Stato ideale. Ma l'interesse di Cicerone non è astratto e speculativo: la sua
attenzione e il suo pensiero sono rivolti alla concretezza dello Stato romano, partono dalla storia di Roma e nell'analisí della storia
cercano la risposta alla domanda cruciale: come si può salvare la res publica? Cicerone non parla in prima persona: affida il suo
pensiero a personaggi di due generazioni precedenti, vissute in quegli ultimi decenni del II secolo a.C., che per lui rappresentano il
momento più alto e positivo dello Stato romano (le guerre esterne erano finite e le guerre civili non erano ancora all'orizzonte). Il
dialogo è infatti ambientato nel 129 a.C., e gli interlocutori principali sono Scipione Emiliano, il vincitore di Numanzía (133 a.C.), il
suo amico Lelio, che sarà il protagonista di un altro dialogo di Cicerone, il De amicitia, e altri personaggi minori, fra cui Furio Filone,
console nel 136 a.C., cui spetta il compito di sostenere le tesi di Carneade sull'ingiustizia nello Stato, riportate nella prima parte di
questo testo. Dei sei libri dell'opera ci sono giunti in forma quasi completa i primi due, che trattano la teoria della degenerazione delle
forme di governo e analizzano la storia della costituzione romana; del terzo libro, che trattava della giustizia, abbiamo solo alcune
parti, ma una ricostruzione abbastanza esauriente può essere fatta attraverso i riassunti presenti nei prosatori cristiani Agostino e
Lattanzio; del quarto e del quinto libro ci è pervenuto molto poco, mentre la parte finale del sesto libro, il cosiddetto Somnium
Scapionis (in cui Scipione Emilíano narra un sogno in cui gli è apparso Scipione Africano Maggiore), conclude la trattazione con una
visione «escatologica» del mondo di beatitudine che attende dopo la morte i grandi personaggi, i quali hanno impegnato la loro vita
per la grandezza dello Stato.

Il De officiis («Sui doveri») fu scritto alla fine del 44 a.C., mentre Cicerone era impegnato nella lotta politica contro Antonio ed era
sempre più pessimista sul futuro dello Stato romano. È l'ultima sua opera filosofica, quasi un testamento morale, in cui urge
l'esigenza di porsi ancora una volta come maestro dei suoi concittadini in un momento di grande incertezza politica e di sbandamento
morale. Non è un dialogo, ma un trattato, in cui l'autore si rivolge in prima persona al figlio Marco, ventunenne, che allora era ad
Atene per studiare filosofia, e aveva dato molte preoccupazioni al padre perché più che studiare si dava alla bella vita. Il titolo
riprende il Perì tou kathèkhontos, un'opera del filosofo Panezio di Rodi, attivo a Roma nella seconda metà del II secolo a.C, (l'età
d'oro di Roma), in cui l'autore adattava alla situazione romana l'etica stoica, facendone la filosofia morale della classe aristocratica
romana. Nei tre libri che compongono l'opera Cicerone tratta il problema dei «doveri» definendo che cosa è 1'honestum, che cosa è
l'utile, e come si devono risolvere i conflitti fra l'uno e l'altro. È l'unica opera dedicata al figlio e l'attenzione al dedicatario spiega la
preoccupazione pedagogica, evidente nel gran numero di esemplificazioni pratiche, tratte dalla storia, che illustrano la precettistica
teorica, il cui punto fondamentale è nihil, praeter ad quod honestum sit, propter se esse expetendum («nulla è desiderabile in sé,
tranne l'onesto»).

Perché questa scelta

Cosa significa essere onesti? L'onestà è una virtù privata, o può essere estesa allo Stato? E possibile che uno Stato sia onesto? Che
rapporto c'è fra giustizia e onestà? È vantaggioso per uno Stato seguire la giustizia invece che l'utilità immediata? Cosa fare quando
c'è contrasto fra il proprio vantaggio e l'onestà? L'utilità può prevalere sull'onestà nel singolo e nello Stato? Queste domande sono
ancora attuali, e ogni società e ogni individuo vi ha risposto e vi risponde in modi diversi, a seconda delle concezioni filosofico-
morali e delle circostanze storiche.
E’ significativo che Cicerone si ponga prima il problema a livello politico generale: il tema dell'onestà si intreccia con quello della
giustizia nello Stato. Solo in seguito, quando è costretto a stare lontano dalla vita politica, Cicerone affronta il tema della giustizia e
dell'onestà anche a livello del singolo individuo, per concludere che l'onestà è sempre un vantaggio e che i conflitti fra utile e onesto
sono apparenti; queste affermazioni sono argomentate con un gran numero di esempi, che Cicerone trae dalla storia, recente o antica,
e dalla sua personale esperienza nella vita sociale di Roma.

Uno Stato può essere onesto?

Nel libro III del De republica, giuntoci in forma frammentaria, gli interlocutori sono: Carneade, Filone e Lelio. Carneade, vissuto nel
II secolo a.C., fu un filosofo neo-accademico, di tendenza scettica, sostenitore del probabilismo in campo gnoseologico; fondatore
della terza Accademia, si recò a Roma come ambasciatore nel 155 a.C. Le sue teorie contro la dottrina stoica tradizionale sono
esposte in questo libro e sostenute da L. Furio Filone, console nel 136 a.C. e noto per la sua abilità dialettica. C. Lelio Sapiente,
console nel 140, è l'amico di Scipione Emiliano che Cicerone immortala come esempio di amico perfetto nel De amicitia; animatore
del «circolo degli Scipioni», scrittore e conoscitore della filosofia, in questo dialogo è il principale interlocutore di Scipione.

La demistificazione dello Stato giusto nelle parole di Carneade


Cicerone in Lattanzio • Divinae institutiones, V, 16, 2-13

Carneade, nell'occasione dell'ambasceria a Roma nel 155 a.C., aveva esposto le tesi contrapposte sull'esistenza o meno di un criterio
oggettivo di giustizia, suscitando fra i Romani tanto scandalo, che il Senato si era affrettato a concludere 1'ambasceria per poterlo
rimandare in patria. Il compito di riferire le sue posizioni è affidato nel dialogo a Furio Filone; la prima parte del discorso di Filone,
che non ci è giunta direttamente, è riportata qui nella sintesi fatta da Lattanzio, scrittore cristiano del III secolo d.C., nell'opera
Divinae institutiones. Il libro V di quest'opera, che tratta della giustizia umana e divina, per riportare le posizioni « pagane» si rifà
infatti al De republica di Cicerone.