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Alain Badiou: Tredici Tesi e qualche commento sulla politica mondiale https://sinistrainrete.info/geopolitica/10728-alain-badiou-tredici-tesi-e...

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Created: 14 October 2017
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Tredici Tesi e qualche commento sulla politica


mondiale
Alain Badiou
A seguito del movimento contro la «loi travail e il suo mondo», esploso
nella primavera del 2016, nella metropoli parigina sono fioriti una serie di
spazi di approfondimento e di elaborazione teorica, immanenti alle lotte
ed espressione di un’effervescenza intellettuale che fa del sapere
un’arma di rilancio del conflitto sociale. Il ripensamento di una serie di
categorie, necessarie per l’analisi dell’attuale fase capitalistica e per
ponderare le alternative strategiche dei movimenti, è andato di pari passo
al confronto con la storia dei conflitti sociali e delle iniziative autonome
del recente passato. In questo solco si inserisce l’intervento di Alain
Badiou nel quadro del seminario «Conséquences», svoltosi nella primavera
scorsa tra l’École des Beaux Arts e l’École Normale Supérieure di Pargi. Il
testo esce nei prossimi giorni in Francia per l’editore Fayard, qui ne
pubblichiamo una versione trascritta e tradotta in italiano.

****

Tesi 1: La congiuntura mondiale consiste nell’egemonia territoriale e ideologica del capitalismo liberale.

Commento: l’evidenza, la banalità di questa tesi mi dispensano da ogni commento.

Tesi 2: Questa egemonia non è per nulla in crisi, né tantomeno in uno stato di coma irreversibile, ma si trova in
una fase particolarmente intensa del suo dispiegamento.

Commento: A proposito della globalizzazione capitalista oggi completamente egemonica, ci sono due tesi che si
oppongono, entrambe false. La prima è una tesi conservatrice: il capitalismo, soprattutto se combinato con la
«democrazia» parlamentare, è la forma definitiva dell’organizzazione economica e sociale dell’umanità. È la fine
della storia, nell’accezione di Fukuyama. La seconda è la tesi secondo la quale il capitalismo è entrato nella sua
crisi finale, o addirittura per la quale esso sarebbe già morto. La prima tesi non è che la ripetizione del processo
ideologico nel quale si sono impegnati, a partire dalla fine degli anni Settanta, gli intellettuali rinnegati degli «anni
rossi»(1965-1975), e che è consistito nell’eliminazione pura e semplice dell’ipotesi comunista dal campo dei
possibili. Questa ha permesso di semplificare la propaganda dominante: non c’è più bisogno di vantarsi dei meriti
(dubbi) del capitalismo, ma basta sostenere che i fatti (l’URSS, Stalin, Mao, la Cina) hanno mostrato che
nient’altro è possibile, se non un «totalitarismo» criminale. Di fronte a questo verdetto di impossibilità, la sola
azione che ci è richiesta è di ristabilire l’ipotesi comunista nella sua forza e nella sua capacità di liberazione, al di là
degli esperimenti frammentari del secolo scorso. È ciò che succede e succederà inevitabilmente e, come sapete,
mi impegno in questo senso. Le due forme assunte dalla seconda tesi, il capitalismo esangue o il capitalismo
morto, si basano spesso sulla crisi finanziaria del 2008 e sugli innumerevoli episodi di corruzione che si presentano
quotidianamente. Ne concludono che il momento attuale è rivoluzionario, che è sufficiente una forte spinta perché
il sistema affondi, oppure che basta un passo a lato, che basta ritirarsi, per esempio in campagna, e percepire
allora che vi si possono organizzare delle nuove «forme di vita», poiché la macchina capitalista gira a vuoto nel
suo niente definitivo. Tutto ciò non ha il minimo rapporto con la realtà. In primo luogo, la crisi del 2008 è una crisi
classica di sovrapproduzione (si sono costruite negli USA troppe case, vendute a credito a gente insolvente), la cui
propagazione permette, impiegando il tempo necessario, un nuovo slancio del capitalismo, rimesso in ordine e
amplificato tramite una forte fase di concentrazione di capitale, con i più deboli fatti a pezzi, i forti rafforzati e, en

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passant – ed è questo un passaggio molto importante – le «leggi sociali», approvate alla fine della seconda guerra
mondiale, largamente liquidate. Una volta realizzata questa dolorosa messa in ordine, la ripresa è in vista. In
secondo luogo, l’estensione dell’impresa capitalista a vasti territori, la differenziazione intensiva ed estensiva del
mercato mondiale, è lontana dal suo completamento. Quasi tutta l’Africa, una buona parte dell’America latina,
l’Europa dell’Est, l’India: tanti altri luoghi «in transizione», sono pronti a diventare zone di saccheggio oppure
paesi «in decollo», nei quali l’introduzione su larga scala del mercato può e deve seguire l’esempio del Giappone o
della Cina.

In terzo luogo, il capitalismo è corruzione nella sua stessa essenza. Come può una logica collettiva le cui sole
norme sono «il profitto prima di tutto» e la concorrenza universale di tutti contro tutti evitare la corruzione
generalizzata? I «casi» di corruzione non sono che delle operazioni laterali, oppure delle purghe locali
propagandistiche, o ancora, sono dovuti a un regolamento di conti tra cricche rivali. In verità, il capitalismo
moderno, quello del mercato mondiale, che con alcuni secoli di vita è storicamente una formazione sociale
recente, non fa altro che cominciare la conquista del pianeta, dopo una sequenza coloniale (dal XVI al XX secolo)
nella quale i territori conquistati erano asserviti al mercato limitato e protezionista di un solo paese. Oggi, il
saccheggio è globalizzato, come anche il proletariato, che proviene ormai da tutti i paesi del mondo.

Tesi 3: Tre contraddizioni attive attraversano questa egemonia. Uno: la dimensione oligarchica estremamente
sviluppata del possesso del capitale lascia sempre meno spazio all’integrazione di nuovi proprietari in questa
oligarchia. Ne consegue la possibilità di una sclerosi autoritaria. Due: all’integrazione dei circuiti finanziari e
commerciali in un unico mercato mondiale si oppone il mantenimento di figure nazionali che entrano
inevitabilmente in rivalità. Ne consegue la possibilità di una guerra planetaria perché sorga uno Stato chiaramente
egemonico, anche sul mercato mondiale. Tre: non è certo che il Capitale, nella sua linea di sviluppo attuale, possa
valorizzare la forza-lavoro della totalità della popolazione mondiale. Ne consegue il rischio della costituzione, a
livello mondiale, di una massa di persone totalmente indigente e, per questo stesso motivo, politicamente
pericolosa.

Commento: Sul punto uno: siamo in una situazione nella quale 264 persone possiedono tanto quanto tre miliardi
di persone. Anche qui, in Francia: il dieci percento della popolazione possiede nettamente più del cinquanta
percento del patrimonio nazionale complessivo. Sono delle concentrazioni di proprietà senza equivalenti nella
storia dell’umanità. E sono processi di accumulazione di ricchezza non ancora compiuti. Sul punto due: l’egemonia
degli Stati Uniti scricchiola sempre più. La Cina e l’India possiedono da sole il quaranta percento della massa
operaia mondiale. Il che indica una de-industrializzazione devastante in Occidente. Di fatto, gli operai americani
non rappresentano che il 7% della massa operaia totale, e l’Europa meno ancora. Da questi contrasti risulta che
l’ordine mondiale, ancora dominato per ragioni militari e finanziarie dagli USA, vede apparire dei rivali che
vogliono la loro parte di sovranità sul mercato mondiale. I conflitti sono già cominciati, in Medio Oriente, in Africa,
e sul mare cinese. Continueranno. La guerra è l’orizzonte di questa situazione, come è stato mostrato dai massacri
del secolo scorso.

Sul punto tre: già oggi esistono probabilmente tra i 2 e i 3 miliardi di persone che non sono né proprietari, né
contadini senza terra, né salariati appartenenti alla piccola borghesia, né operai. Vagano per il mondo alla ricerca
di un luogo dove vivere, e costituiscono un proletariato nomade che, se politicizzato, diventerebbe una minaccia
importante per l’ordine stabilito.

Tesi 4: Negli ultimi dieci anni, i movimenti di rivolta contro questo o quell’aspetto dell’egemonia del capitalismo
liberale sono stati numerosi e talvolta vigorosi. Ma sono anche stati riassorbiti senza grande difficoltà.

Commento: Questi movimenti sono stati di quattro tipi.

1. Sommosse brevi e localizzate. Ci sono state delle sommosse selvagge nelle banlieues delle grandi città, per
esempio a Londra o Parigi, di solito a seguito di omicidi polizieschi dei ragazzi dei quartieri. Queste sommosse non
hanno beneficiato di alcun sostegno ampio, in un contesto di opinione pubblica impaurita, e sono state represse in
modo spietato, o sono state seguite da grandi mobilitazioni «umanitarie» riguardanti la violenza della polizia e
largamente de-politicizzate.
2. Movimenti più duraturi ma senza creazione organizzativa. Altre sollevazioni, in particolare nel mondo arabo,
sono state socialmente ben più larghe e sono durate settimane intere. Hanno preso la forma canonica delle
occupazioni delle piazze. Sono state di solito ridimensionate dalla tentazione elettorale. Il caso più tipico è quello
dell’Egitto: movimento di grande ampiezza, apparente successo della parola d’ordine unificatrice «Mubarak
vattene» – Mubarak lascia il potere ed è anche arrestato, impossibilità di riconquistare la piazza da parte della
polizia, unità esplicita dei cristiani copti e dei musulmani, neutralità apparente dell’esercito… Ma alle elezioni è il

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partito presente tra le masse popolari – e poco presente nel movimento – che la spunta, cioè i Fratelli Musulmani.
La parte più attiva del movimento si oppone a questo nuovo governo, e apre così la via a un intervento
dell’esercito , che rimette al potere un generale, Al Sissi. Quest’ultimo reprime spietatamente tutte le opposizioni, i
Fratelli Musulmani prima di tutto, i giovani rivoluzionari subito dopo, e ristabilisce di fatto il regime precedente, in
una forma ancora peggiore di prima. Il carattere circolare di questo episodio colpisce particolarmente.
3. Movimenti che danno luogo alla creazione di una forza politica nuova. In certi casi, il movimento ha potuto
creare le condizioni per la nascita di una forza politica nuova, diversa dagli habitués del parlamentarismo. È il caso
della Grecia, dove le sommosse sono state particolarmente numerose e radicali, con Syriza, e della Spagna con
Podemos. Queste forze si sono dissolte nel consenso parlamentare. In Grecia, il nuovo potere, con Tsipras, ha
ceduto senza grande resistenza alle ingiunzioni della commissione europea, e ha rimesso il paese sulla strada
dell’austerità senza fine. In Spagna, Podemos è pienamente inserita nel gioco delle combinazioni tattiche, che
siano maggioritarie o d’opposizione. Nessuna traccia di vera politica è potuto emergere e affermarsi da queste
nuove organizzazioni.
4. Movimenti di lunga durata ma senza effetti positivi riscontrabili. In alcuni casi, a parte qualche episodio tattico
(superamento delle manifestazioni classiche da parte di gruppi equipaggiati per affrontare la polizia per qualche
minuto), l’assenza di innovazione politica ha avuto come effetto un rinnovamento della reazione. È il caso degli
USA, dove il contro-effetto dominante di «Occupy Wall Street» è l’arrivo al potere di Trump, o della Francia, dove
il saldo finale di «Nuit debout» è Macron.

Tesi 5: La causa di questa impotenza è l’assenza di politica in questi movimenti, la presenza, anzi, di un’ostilità
per la politica, sotto diverse forme e riconoscibile sulla base di alcuni sintomi.

Commento: Come sintomi di una soggettività politica estremamente debole, possiamo rilevare in particolare:

1. Delle parole d’ordine unificatrici esclusivamente negative: «contro» questo o quello, «Mubarak vattene»
«abbasso l’oligarchia dell’uno per cento», «rifiutiamo la loi travail», «a nessuno piace la polizia», ecc.
2. L’assenza di una temporalità ampia: tanto per quanto riguarda la conoscenza del passato, praticamente assente
nei movimenti salvo qualche caricatura, e di cui nessun bilancio costruttivo è proposto, quanto per quanto
riguarda la proiezione verso l’avvenire, limitata a delle considerazioni astratte sulla liberazione o
sull’emancipazione.
3. Un lessico preso a prestito dall’avversario. È principalmente il caso di una categoria particolarmente equivoca,
come quella di «democrazia», o del ricorso alla categoria di «vita», delle «nostre vite», che non è che un inefficace
investimento nell’azione collettiva di categorie esistenziali.
4. Un culto cieco per la «novità» e un disprezzo per le verità. Questo punto è il frutto diretto del culto mercificato
della novità dei prodotti e di una costante convinzione che si «comincia» qualcosa che ha già avuto luogo molte
volte. Ciò vieta simultaneamente di trarre la insegnamenti dal passato, di comprendere il meccanismo delle
ripetizioni strutturali, e di non cadere nella trappola del cartellone pubblicitario delle «modernità» fittizie.
5. Una scala temporale assurda. Questa scala, plasmata sul circuito marxista «denaro-merce-denaro», suppone
che si risolveranno, in qualche settimana di «movimento», dei problemi, come quello della proprietà privata o
della concentrazione patologica delle ricchezze, che sono in sospeso da millenni. Il rifiuto di considerare che una
buona parte della modernità capitalista si declina come la versione moderna del trinomio messo in campo, qualche
migliaia di anni orsono, a partire dalla «rivoluzione neolitica», cioè: Famiglia, Proprietà privata, Stato. E che
dunque la logica comunista, quanto ai problemi centrali che la costituiscono, si situa su una scala secolare.
6. Un rapporto debole con lo Stato. Ciò che è in causa qui è una costante sottovalutazione delle sue risorse,
paragonate a quelle di cui dispone questo o quel «movimento», tanto in termini di forza armata, quanto in termini
di capacità di corruzione. Si sottostima in particolare l’efficacia della corruzione «democratica», il cui simbolo è il
parlamentarismo elettorale, come sottinteso del dominio ideologico di questa corruzione sulla schiacciante
maggioranza della popolazione.
7. Una combinazione di mezzi disparati senza alcun bilancio del loro passato, lontano o prossimo. Non è tratta
alcuna conclusione che possa essere resa popolare a proposito dei metodi messi in opera almeno a partire dagli
«anni rossi» (1965-1975), anzi, negli ultimi due secoli, come le occupazioni delle fabbriche, gli scioperi sindacali,
le manifestazioni legali, la formazione di gruppi il cui obiettivo è rendere possibile lo scontro localizzato con la
polizia, l’assalto dei palazzi, il sequestro dei padroni nelle fabbriche… Ma nemmeno i loro corrispettivi simmetrici
statali: per esempio, nelle piazze invase dalla folla, le lunghe e ripetitive assemblee ultra-democratiche, dove
ciascuno è costretto, quali che siano le sue idee e le sue risorse linguistiche, a parlare tre minuti e la cui posta in
gioco non è che prevedere la ripetizione di questo esercizio.

Tesi 6: Bisogna ricordarsi delle più importanti esperienze del passato, e riflettere sui loro fallimenti.

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Commento: Dagli anni rossi a oggi.

Il commento della tesi 5 sembra senza dubbio molto polemico, anzi, pessimista e deprimente, soprattutto per i
giovani che possono legittimamente rendere entusiasmanti, per un certo tempo, tutte le forme di azione di cui
richiedo un riesame critico. Si comprenderanno queste critiche se ci si ricorda che personalmente, nel maggio ’68
e nei suoi sviluppi, ho conosciuto e partecipato con entusiasmo a delle cose del medesimo genere, e che le ho
potute seguire per un tempo sufficiente a misurarne le debolezze. Ho allora l’impressione che i movimenti recenti
si esauriscano nel ripetere, presentandoli come novità, degli episodi ben noti di ciò che possiamo chiamare la
«destra» del movimento del maggio ’68, che questa destra sia uscita dalla sinistra classica o da questa ultra-
sinistra anarchica che a suo modo parlava già di «forme di vita», e i cui militanti erano chiamati «anarco-
desideranti». Nel ’68 si sono sviluppati, in realtà, quattro movimenti distinti.

1. Una rivolta della gioventù studentesca


2. Una rivolta dei giovani operai delle grandi fabbriche.
3. Uno sciopero generale sindacale che tentò di controllare le due rivolte precedenti.
4. L’apparizione, spesso sotto il nome di «maoismo», e con numerose organizzazioni rivali, di un tentativo di
politica nuova il cui principio era tirare la diagonale unificatrice tra le due prime rivolte dotandole di una forza
ideologica e combattente che sembrava potergli garantire un reale avvenire politico. Di fatto, ciò è durato una
decina d’anni almeno. Il fatto che ciò non si sia stabilizzato su scala storica – cosa che riconosco volentieri – non
deve avere per conseguenza che si ripeta ciò che ha avuto luogo in quel momento, senza neanche sapere che lo si
ripete. Ricordiamo semplicemente che alle elezioni del giugno 1968, si mise in campo una maggioranza talmente
reazionaria da poter dire che si era ritrovata la maggioranza del «bleu horizon» della fine della guerra ’14-’18. Il
risultato finale delle elezioni del maggio/giugno 2017, con la schiacciante vittoria di Macron, un servitore del
grande capitale globalizzato, deve farci riflettere su ciò che c’è di ripetitivo in tutto questo.

Tesi 7: Una politica interna al movimento deve lavorare su cinque assi, concernenti le parole d’ordine, la
strategia, il vocabolario, l’esistenza di un principio e una visione tattica chiara.

Commento: 1. Le parole d’ordine devono essere affermative. Ciò anche al prezzo di una divisione interna, dal
momento in cui si supera l’unità negativa.
2. Le parole d’ordine devono essere giustificate strategicamente. Ciò significa nutrite di una conoscenza delle
tappe anteriori del problema messo all’ordine del giorno dal movimento.
3. Il lessico utilizzato deve essere controllato e coerente. Per esempio: «comunismo» è oggi incompatibile con
«democrazia», «uguaglianza» è incompatibile con «libertà», ogni uso positivo di un vocabolo di ordine identitario,
come «francese» o «comunità internazionale», o «islamista» o «Europa», deve essere proscritto, così come i
vocaboli di carattere psicologico, come «desiderio», «vita», «persona», così come ogni vocabolo legato alle
disposizioni statali stabilite, come «cittadino», «elettore» e così di seguito.
4. Un principio, ciò che chiamo un’idea, deve essere costantemente confrontato alla situazione, in quanto porta
localmente una possibilità sistemica non capitalista. Bisogna citare Marx quando definisce il militante comunista
nei movimenti: «i comunisti appoggiano, in tutti i paesi, ogni movimento rivoluzionario contro l’ordine sociale e
politico esistente. In tutti questi movimenti, pongono la questione della proprietà, a seconda del grado
d’evoluzione che questa ha raggiunto, come la questione fondamentale del movimento».
5. Tatticamente, bisogna sempre condurre e fare del movimento un corpo capace di riunirsi per discutere
effettivamente della sua prospettiva e di ciò a partire da cui chiarisce e giudica la situazione. Il militante politico,
come dice Marx, fa parte del movimento generale, e non se ne separa. Ma si distingue unicamente per la sua
capacità di iscrivere il movimento in un punto di vista d’insieme, per prevedere quale deve essere la tappa
seguente e anche per non fare concessioni alle concezioni conservatrici, che possono perfettamente dominare, a
livello soggettivo, anche un movimento importante. L’esperienza delle rivoluzioni mostra che i momenti politici
cruciali si presentano nella forma della riunione, dell’assemblea, in cui la decisione da prendere è chiarita da
oratori che possono anche scontrarsi.

Tesi 8: La politica è caricata di una durata propria dello spirito dei movimenti, che sia all’altezza della temporalità
degli Stati e non si riduca a un semplice episodio negativo del loro dominio. La sua definizione generale è che si
organizza nelle componenti del popolo, e sulla scala più grande possibile, in una discussione attorno a delle parole
d’ordine che devono essere tanto quelle della propaganda permanente, quanto quelle dei movimenti a venire. La
politica porta con sé il quadro generale di queste discussioni: si tratta dell’affermazione secondo la quale esistono
oggi due vie per l’organizzazione generale dell’umanità, la via capitalista e la via comunista. La prima non è che la
forma contemporanea di ciò che esiste dalla rivoluzione neolitica, avvenuta qualche migliaio di anni fa’. La seconda
propone una seconda rivoluzione globale, sistemica, nel divenire dell’umanità. Propone di uscire dall’età neolitica.

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Commento: In questo senso, la politica consiste nel situare localmente, tramite un ampio dibattito, la parola
d’ordine che si cristallizza nella situazione dell’esistenza di queste due vie. Questa parola d’ordine, in quanto
locale, non può che provenire dall’esperienza delle masse. È qui che la politica apprende ciò che può fare esistere
localmente la lotta effettiva, quali che siano i mezzi, per la via comunista. Da questo punto di vista, l’istanza della
politica non è immediatamente lo scontro antagonista, ma l’inchiesta continua, nella situazione, sulle idee, le
parole d’ordine e le iniziative atte a fare vivere localmente l’esistenza di due vie, di cui l’una è la conservazione di
ciò che c’è, l’altra la sua trasformazione completa, secondo dei principi egalitari che la nuova parola d’ordine
cristallizzerà. Il nome di quest’attività è «lavoro di massa». L’essenza della politica, fuori dal movimento, è il
lavoro di massa.

Tesi 9: La politica si fa con le persone, ovunque. Non può accettare di piegarsi alle diverse forme di segregazione
sociale organizzate dal capitalismo.

Commento: Ciò significa, soprattutto per la gioventù intellettuale, che ha sempre giocato un ruolo cruciale nella
nascita di nuove politiche, la necessità di una traiettoria continua in direzione degli altri strati sociali, i più
deprivati, là dove l’impatto del capitalismo è più devastante. Nelle condizioni del presente, la priorità deve essere
accordata, nei nostri paesi come su scala mondiale, al vasto proletariato nomade che, come altre volte i contadini
dell’Alvernia o della Bretagna, arriva per ondate, al prezzo dei peggiori rischi, per tentare di sopravvivere come
operaio qui, poiché non può più farlo altrove come contadino senza terra. Il metodo, in questo caso come in tutti
gli altri, è la paziente inchiesta in loco: mercati, cités, case, fabbriche. L’organizzazione delle riunioni, anche se
ristrette all’inizio, la fissazione delle parole d’ordine, la loro diffusione, l’allargamento della base di lavoro, lo
scontro con le diverse forze conservatrici locali ecc. È un lavoro appassionante, non appena si capisca che
l’insistenza e la determinazione ne sono la chiave. Una tappa importante è l’organizzazione delle scuole per
diffondere la conoscenza della storia mondiale della lotta tra le due vie possibili, dei suoi successi e dei suoi
impasses attuali. Ciò che è stato fatto dalle organizzazioni sorte con questo obiettivo dopo il maggio ’68 può e
deve essere rifatto. Dobbiamo ricostituire la diagonale politica di cui ho parlato, che abita oggi una diagonale tra il
movimento giovanile, qualche intellettuale e il proletariato nomade. Già ci si impegna, qui e là. Oggi è l’unico
compito propriamente politico. Ciò che è cambiato è la deindustrializzazione delle periferie delle grandi città.
Questi luoghi sono, del resto, la risorsa operaia dell’estrema destra. Bisogna combatterla su questo terreno,
spiegando perché, e come, si sono sacrificate due generazioni di operai in pochi anni, e facendo inchiesta
simultaneamente, sul processo contrario, cioè l’industrializzazione estremamente violenta in Asia. Il lavoro degli
operai di un tempo e di oggi è immediatamente internazionale, anche qui. Sarebbe a questo proposito
estremamente interessante realizzare e diffondere un giornale globale degli operai.

Tesi 10: Non esiste più, oggi, una vera organizzazione politica. Il compito è dunque di cercare i mezzi per
ricostituirla.

Commento: Un’organizzazione è responsabile di condurre le inchieste, di sintetizzare il lavoro di massa e le


parole d’ordine locali che vi si producono, in modo da iscriverle in un punto di vista d’insieme, di arricchirne i
movimenti e di favorire una tenuta di lunga durata e le loro conseguenze. Un’organizzazione si giudica non per la
forma e le sue procedure, come si giudica uno Stato, ma per la sua capacità di fare ciò di cui è responsabile.
Riprenderò una formula di Mao: Un’organizzazione è ciò di cui si può dire che «ridà alle masse sotto una forma
precisa ciò che ha ricevuto sotto una forma ancora confusa».

Tesi 11: La forma Partito classica è oggi condannata perché si è definita da sola, non per la sua capacità di fare
ciò che dice la tesi 9, cioè il lavoro di massa, ma per la sua pretesa di «rappresentare» la classe operaia o il
proletariato.

Commento: Bisogna rompere con la logica della rappresentanza, in tutte le sue forme. L’organizzazione politica
deve avere una funzione strumentale, e non rappresentativa. Del resto, chi dice «rappresentanza» dice «identità
di ciò che è rappresentato». Ora, bisogna escludere le identità dal campo politico.

Tesi 12: Il rapporto allo Stato non è, come appena visto, ciò che definisce la politica. In questo senso, la politica
ha luogo «a distanza» dallo Stato. Ciononostante, strategicamente, bisogna spezzare lo Stato, perché è il
guardiano universale della via capitalista, in particolare perché è la polizia del diritto alla proprietà privata dei
mezzi di produzione e di scambio. Come dicevano i rivoluzionari durante la Rivoluzione Culturale, bisogna
«rompere con il diritto borghese». Di conseguenza, l’azione politica rispetto allo Stato è un misto di distanza e di

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negatività. Il fine è, in realtà, che lo Stato sia progressivamente accerchiato da un’opinione ostile e da luoghi
politici che gli siano divenuti estranei.

Commento: Il bilancio storico di tale questione è molto complesso. Per esempio, la rivoluzione russa del 1917 ha
certamente combinato una larga ostilità al regime zarista, anche nelle campagne a causa della guerra, una
preparazione ideologica intensa e antica, in particolare nei settori intellettuali, delle rivolte operaie divenute vere
organizzazioni di massa, chiamate «soviet», delle sollevazioni di soldati e l’esistenza, con i bolscevichi, di una
organizzazione solida, diversificata, capace di tenere delle riunioni con degli oratori di primo piano per convinzione
e per talento didattico. Tutto ciò si è intrecciato nelle insurrezioni vittoriose e nella terribile guerra civile vinta
infine dal campo rivoluzionario, a dispetto di un massiccio intervento straniero. La rivoluzione cinese ha seguito un
corso del tutto differente: una lunga marcia nelle campagne, la formazione delle assemblee popolari, un vero
esercito rosso, l’occupazione duratura di una zona lontana nel nord del paese, dove si sono potute sperimentare la
riforma agraria e produttiva e dove si è potuto, al tempo stesso, consolidare l’esercito. Il tutto durante una
trentina d’anni. Inoltre, al posto del terrore staliniano degli anni Trenta, si è prodotta un’insorgenza di massa,
studentesca e operaia, contro l’aristocrazia del Partito comunista. Questo movimento senza precedenti, chiamato
Rivoluzione Culturale, è per noi l’ultimo esempio di una politica dello scontro diretto con le figure del potere di
Stato. Niente di tutto ciò può essere trasposto nella nostra situazione. Ma una lezione attraversa tutta questa
avventura: lo Stato non può in alcun caso, quale che sia la sua forma, rappresentare o definire la politica
d’emancipazione.

La dialettica completa di ogni politica vera comporta quattro termini:

1. L’Idea strategica della lotta tra le due vie, la comunista e la capitalista. È ciò che Mao chiamava la
«preparazione ideologica dell’opinione», senza la quale, diceva, la politica rivoluzionaria è impossibile.
2. L’investimento locale di quest’idea o principio da parte dell’organizzazione, sotto la forma del lavoro di massa.
La circolazione decentralizzata di tutto ciò che produce questo lavoro in termini di parole d’ordine e di esperienze
pratiche vittoriose.
3. I movimenti popolari, sotto forma di eventi storici, all’interno dei quali l’organizzazione politica lavora per la loro
unità negativa così come per l’affinamento della loro determinazione affermativa. 4. Lo Stato, il cui potere deve
essere spezzato, tramite lo scontro o l’accerchiamento, se è uno dei fondamenti del potere capitalista. Se è invece
stabilito dalla via comunista, deve deperire, tramite i mezzi rivoluzionari abbozzati in una situazione di fatale
disordine dalla rivoluzione cinese, se necessario. Inventare, nella situazione, la disposizione contemporanea di
questi quattro termini è il problema, simultaneamente pratico e teorico, della nostra congiuntura.

Tesi 13: La situazione del capitalismo contemporaneo comporta una sorta di stallo tra la globalizzazione del
mercato e il carattere ancora largamente nazionale del controllo poliziesco e militare delle popolazioni. Detto
altrimenti: c’è una faglia tra la disposizione economica delle cose, che è globale, e la sua necessaria protezione
statale, che resta nazionale. Il secondo aspetto risuscita le rivalità imperialiste, ma sotto nuove vesti. A dispetto di
questo cambiamento di forma, cresce il rischio della guerra. Del resto la guerra è già presente in larghe parti del
mondo. La politica a venire avrà anche per compito, se può, di impedire che esploda una guerra totale, che
potrebbe questa volta mettere in gioco l’esistenza dell’umanità. Si può dire anche che la scelta storica è: o
l’umanità rompe con il neolitico contemporaneo che è il capitalismo e apre su scala globale la sua fase comunista,
oppure resta nella fase neolitica, e sarà così esposta a scomparire in una guerra atomica.

Commento: Oggi, le grandi potenze, da un lato, cercano di collaborare alla stabilità degli affari a livello mondiale,
in particolare lottando contro il protezionismo, ma, dall’altro lato, lottano tacitamente per la loro egemonia. Ne
risulta in particolare la fine delle pratiche direttamente coloniali della Francia o dell’Inghilterra del XIX secolo, così
come l’occupazione militare e amministrativa di paesi interi. Propongo di chiamare la nuova pratica «zonage»: in
zone intere (Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Nigeria Mali, Centro Africa, Congo) gli Stati sono messi in difficoltà,
annientati, e la zona diventa una zona di saccheggio, aperta a delle bande armate così come a tutti i predatori
capitalisti del pianeta. Oppure lo Stato è composto da affaristi legati da innumerevoli rapporti alle grandi
compagnie del mercato mondiale. Le rivalità si mescolano in vasti territori, con dei rapporti di forza costantemente
mutevoli. Basterebbe in queste condizioni un incidente militare incontrollato perché si sia subito sull’orlo della
guerra. I blocchi sono già disegnati: gli Stati Uniti e la loro cricca «occidental-giapponese», da un lato, la Cina e la
Russia, dall’altro, le armi atomiche ovunque. Non posso allora che ricordare la sentenza di Lenin: «o la rivoluzione
impedirà la guerra, o la guerra provocherà la rivoluzione». Si potrebbe così definire l’ambizione massima del
lavoro politico a venire: che per la prima volta nella Storia sia la prima ipotesi – che la rivoluzione impedirà la
guerra – che si realizza, e non la seconda – che la guerra provocherà la rivoluzione. È stata in effetti questa
seconda ipotesi a materializzarsi in Russia nel contesto della Prima guerra mondiale, e in Cina nel contesto della
Seconda. Ma a che prezzo! E con quali conseguenze di lungo corso! Speriamo, agiamo. Non importa chi, non
importa dove, può cominciare a fare della politica vera, nel senso che le ho attribuito in questo testo. E può, a sua
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Alain Badiou: Tredici Tesi e qualche commento sulla politica mondiale https://sinistrainrete.info/geopolitica/10728-alain-badiou-tredici-tesi-e...
volta, cominciare a parlare di ciò che fa. È così che tutto comincia.

Traduzione e cura di Matteo Polleri

(http://clicky.com/66508224)

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