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Bilinguismo: facoltà dell’uso completo di due lingue

Diglossìa: facoltà dell’uso di una lingua e di un dialetto (rapporto gerarchico)


Diffusione dell’italiano:

L’italiano è una lingua poco diffusa (Italia [San Marino e Città del Vaticano], Svizzera
[Canton ticino], Nizza, Istria, Dalmazia, ex colonie africane, Corsica), rispetto alle altre
(inglese, francese, spagnolo), diffusesi soprattutto grazie al colonialismo: sono cioè pochi
gli italofoni. In Italia per molto tempo l’italiano è rimasto una lingua prevalentemente scritta,
mentre per la comunicazione orale si utilizzavano i dialetti (tutelati dalla legge 482); un
ulteriore impedimento alla sua diffusione è stata l’estensione dell’analfabetismo fino
all’unità d’Italia.

Tuttavia ha trovato degli efficaci canali di diffusione nell’emigrazione (ritorno alle origini),
nell’immigrazione e nell’essere una lingua di cultura:

o per la letteratura (“le 3 corone” [sonetto])


o per l’arte (metri e tecniche [prospettiva, affresco])
o per la musica (termini dell’opera, del libretto, voci [allegro, pianoforte])
o saluto ciao (tuo schiavo)

o gastronomia ([pizza, maccheroni])


o cinema e moda ([dolce vita] come modo di vivere /maglietta) canali più recenti
o televisione, soprattutto in Albania

I Dialetti:

L’italiano convive da secoli con i dialetti locali: mentre la lingua è un sistema di


comunicazione verbale organizzato in regole, fornito di una norma e di un uso, in cui si
riconosce un’intera comunità internazionale, il dialetto, pur avendo pari dignità rispetto alla
lingua, è riconosciuto però solo da una minoranza di una comunità internazionale.
Non può esistere un dialetto senza la lingua-tetto: sarebbe esso stesso una lingua.

I dialetti in Italia sono numerosi e diversi fra loro poiché numerose sono state le
differenziazioni etniche, le invasioni, le zone isolate, le lingue a cui si è sovrapposto il
latino...
Essi hanno pari dignità della lingua, in quanto derivano anche questi dal latino volgare.
Secondo Wartburg il confine fra l’area romanza occidentale e quella orientale passerebbe
attraverso l’Italia separando il nord dal sud (linea La Spezia – Rimini).

A cosa dobbiamo una tale ricchezza di dialetti?


1) alla frammentazione romanza dopo l’unità linguistica italiana,
2) alla vastità e quindi alla differenziazione etnica dell’Impero Romano,
3) alle caratteristiche geografiche del territorio, che si prestava da una parte alle invasioni,
ma dall’altra all’isolazionismo...

GIOVAMBATTISTA PELLEGRINI 1977 “Carta dei dialetti italiani” (dati 1919-1928)

“Italo-romanzo”: complesso delle parlate dialettali della


nostra penisola e delle isole ad essa adiacenti che
riconoscono come lingua di cultura l’italiano
FRANCESCO SABATINI 1997 carta ispirata a quella di Pellegrini

dialetti settentrionali gallo-italici nelle zone anticamente abitate


dai celti (Piemonte, Liguria, Lombardia,
Emilia Romagna, isole linguistiche della
Basilicata e della Sicilia)

Istria (?) veneti nelle zone anticamente abitate dai veneti


(Veneto, Trentino, Venezia Giulia)

mondo romanzo orientale

FONETICA:
1- assenza di consonanti doppie
2- sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche latine fratello>fradel
3- tendenza alla caduta delle vocali atone (=non accentate), specie finali

dialetti toscani (Toscana) via di mezzo


centromeridionali
còrsi (Corsica francese)

mediani altre regioni dell’Italia centrale a sud della Roma-Ancona


[sopra sono toscani] (Marche centrali, Umbria, Lazio a est del Tevere,
Abruzzo aquilano)

(alto)meridionali (Marche merid., Lazio merid., Calabria settentr.,


Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia [tranne penisola salentina])

meridionali estremi (Salento, Calabria centromerid., Sicilia)

mondo romanzo occidentale

FONETICA:
1- metafonesi (varia la vocale tonica per o/u/i finali [russu, cappiello, uocchie, misi])
2- assimilazioni (quando>quanno, gamba>gamma)
3- sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasali r/l (trenta>trenda, bianco>jango)
Le differenze non sussistono però unicamente sul piano fonetico…
SINTASSI E MORFOLOGIA:

settentrionali e toscani obbligatorietà del pronome personale prima del verbo


(lui dice>el dise, lei viene>la viene)

mediani e meridionali neutro di materia negli articoli e nei pronomi dimostrativi


(lo ferru [materiale], lu ferru [oggetto di ferro])
accusativo preposizionale: “a” con compl. ogg. di persona
(ascoltami>sient’a mme)

LESSICO:

Si usa donna al di sopra della linea Roma-Ancona, femmina al di sotto

Non sono considerati dialetti:

- il ladino dolomitico (parlato in alcune vallate del Trentino-Alto Adige e del Veneto),
- il friulano (parlato nel Friuli) sono del gruppo retroromanzo(?)
- il sardo (dialetti da nord a sud: gallurese e sassarese, logodurese, campidanese)

Esistono infine comunità eteroglotte (si preferisce definirle così invece che alloglotte per
non dare luogo a differenze d’importanza...), che parlano lingue romanze e non, e che
appartengono comunque al territorio italo-romanzo (secondo la definizione di Pellegrini):

- francoprovenzale (Valle d’Aosta, Piemonte parz., Faeto e Celle in prov. di Foggia)


- provenzale (alcune zone del Piemonte ed in prov. di Cosenza)
- tedesco (Alto Adige ed alcune altre zone)
- sloveno (Venezia Giulia)
- croato (qualche comune del Molise)
- albanese (arbäresh) (alcuni centri dall’Abruzzo alla Sicilia)
- grico/romaico (alcune parti del Salento e dell’Aspromonte)
- catalano (Alghero [Sardegna])
- romanes (lingue parlate dai rom/zingari)

La presenza di queste minoranze è dovuta sia alla mobilità dei confini politici e
amministrativi, sia ai fenomeni immigratori; più controverse le origini del ladino e del grico
(forse risalente alla Magna Gracia).

Il numero di queste entità è molto vario (2500 > 300000).

Sono state tutelate dalla legge 482 del 15 dicembre 1999 (ancora oggi molto dibattuta),
che afferma fra l’altro che “la lingua ufficiale della repubblica è l’italiano”, asserzione non
ancora contenuta nella Costituzione.
Il tipo linguistico italiano:

Bisogna innanzitutto chiarire il fatto che la locuzione “lingua italiana” è stata introdotta
nel’700, per soppiantare le precedenti “lingua toscana” e “lingua fiorentina”.
Il tipo linguistico italiano è costituito dall’insieme delle caratteristiche fonetiche,
fonologiche, lessicali (- xché più soggetto ai cambiamenti), morfologiche e sintattiche che
consentono di individuare l’italiano rispetto alle altre lingue.
Tali caratteristiche non sono sempre state proprie dell’italiano, ma anzi sono il frutto di una
sua continua evoluzione nel tempo...
L’analisi del tipo italiano va condotta tenendo presente che: 1 l’italiano viene dal latino, e
che da questo a ripreso a livello dotto, 2 l’italiano è una stilizzazione del fiorentino
trecentesco...

FONETICA/FONOLOGIA:
- importanza delle vocali e la pressoché generale terminazione delle parole in esse
- il centro delle sillabe è costituito da vocali
- libertà dell’accento e sua tendenza a cadere sulla penultima sillaba
- funzione fonologica dell’accento
- assenza di vocali nasali

MORFOLOGIA:
- meccanismi di alterazione (mediante diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi) che si
possono anche lessicalizzare
- formazione delle parole mediante composizione (N+N, N+A, A+A, V+N)
- è una lingua pro-drop: non obbligatorietà dell’espressione del pronome che fa da
soggetto al verbo

SINTASSI:
- preferenza della sequenza determinato + determinante (però ferro-via!)
- relativa libertà dell’ordine delle parole all’interno della frase
- struttura normale: Soggetto, Verbo, Complemento

I rapporti col latino e col fiorentino:

Bisogna subito chiarire che quando ci rapportiamo al latino non dobbiamo fare riferimento
a Cicerone, bensì al volgare, cioè al latino parlato dal popolo nella tarda età imperiale in
quelle zone dell’impero in cui si era imposto il latino (Romània).
Dunque: rispetto al volgare ed al fiorentino l’italiano non è cambiato molto, sia dal punto di
vista lessicale, sia anche da quello morfologico (basti pensare alla forma del superlativo
assoluto o all’oggettiva “credo esser vero...”); è anzi, fra le lingue romanze, quella per molti
aspetti più vicina al latino.

Non solo l’italiano è la lingua romanza che più è rimasta simile al latino volgare, ma è
anche quella che ha mantenuto un più continuo contatto con il latino classico; ciò è ben
visibile dalla formazione del superlativo assoluto e dagli esiti dotti, contrapposti a quelli
popolari (fiume ma fluviale, fiore ma floreale, mese ma mensile), molto più simili cmq fra
loro di quanto non avvenga nelle altre lingue (acqua e acquoso,aqueux e eau, ma cavallo,
equino ed ippico).
Analogamente alle altre lingue, l’italiano deriva dall’elaborazione di una parlata locale
(fiorentino trecentesco), promossa a lingua dell’uso nazionale; tuttavia questa parlata non
è stata imposta da una monarchia nazionale accentratrice (come in Francia il tranciano e
in Inghilterra l’inglese), o diffusa dalla comunicazione orale e dalla stampa (come in
Germania con la traduzione della Bibbia); in presenza anzi di una situazione politica
frammentaria, l’italiano si è formato grazie all’elaborazione che le tre corone hanno
prodotto del fiorentino trecentesco, ed è stato posto a modello dell’uso scritto nel ‘500 dai
grammatici della linea classicistica (capeggiata da Dietro Bembo), senza distacco netto
quindi fra la fase medievale e quella moderna.
Il fiorentino si impose sulle altre parlate in virtù di diversi fattori: 1 i modelli letterari,
2 vicinanza col latino e posizione di medierà fra gli altri dialetti, 3 il ruolo di prestigio di
Firenze, soprattutto nell’economia (moneta = fiorino), e nell’arte.

L’italiano moderno quindi presenta sia elementi di continuità rispetto all’italiano antico, sia
anche elementi di differenziazione (specie sul piano semantico: noia come fastidio,
ragionare come parlare). Pertanto, più che di due contrapponibili sistemi linguistici, è più
corretto parlare di due fasi storiche di una stessa lingua.

Ad ogni modo l’italiano è rimasto, fino all’unità (1861), una lingua quasi esclusivamente
scritta (tanto da essere spesso considerato una “lingua morta”) e comunque poco nota
anche ai pochi alfabetizzati (più diffusa la “competenza passiva” che la “competenza
attiva”), conservatività così le proprie strutture linguistiche.
Con l’unità ha preso piede 1 per la scolarizzazione, 2 per l’emigrazione esterna ed
interna,
3 per i maggiori rapporti con gli apparati amministrativi statali, 4 per lo sviluppo dei mezzi
di comunicazione di massa, 5 per l’urbanizzazione, 6 per le mutate condizioni sociali,
economiche e culturali.
L’italiano non ha sostituito i dialetti, ma si è comunque espanso ed il suo crescente uso
nell’orale ha determinato una normalizzazione grammaticale alla fine degli anni ’50 ed una
successiva pressione del parlato sullo scritto (tendenze evolutive e tratti innovativi).
Inoltre c’è da dire che non solo dopo il ‘300 difficilmente si sono accolte nell’italiano le
innovazioni toscane, ma il fiorentino ha perso gradualmente importanza dall’unità in poi,
lasciando spazio alla capitale Roma ed ai centri industriali del nord (arium > ista/aro/ara, e
non più il toscano aio/aia [per i luoghi resta]) (balocco>giocattolo>gioco).
Gli ultimi tre grandi passi a favore del modello fiorentino sono stati il vocabolario della
Crusca (1612), che prendeva come base il fiorentino, l’edizione quarantana (1840) dei
Promessi Sposi, dopo la risciacquatura in Arno (fiorentinizzazione), e l’opera del Manzoni
teorico del 1868, che creò un nuovo dizionario che avesse come modello il fiorentino.
L’italiano standard:

L’italiano standard è il livello di lingua che l’intera comunità dei parlanti sente come
corretto, l’italiano insegnato nelle grammatiche, l’italiano comprendente il minor numero
possibile di variazioni.

Sono state proposte etichette alternative quali “italiano comune” (in contrasto con la
diatopia), “italiano delle maestre”, “italiano senza aggettivi”, “italiano letterario”;
quest’ultimo è stato particolarmente criticato perché non solo l’italiano standard non è
completamente riconducibile al modello letterario, ma anzi spesso l’italiano letterario viola
le regole di quello standard.

La standardizzazione è un processo lungo, avvenuto per le lingue indoeuropee nel


Rinascimento tramite la stampa e spesso per motivazioni politiche; ciò non è avvenuto in
Italia, il cui periodo di standardizzazione ha coinciso però con quello delle altre “nazioni”.

L’uso prevalentemente scritto della lingua italiana, ha contribuito sia a renderla stabile, sia
ad alimentare la polimorfia, ben visibile nel passaggio fra prosa e poesia (vedo/veggo,
devo/debbo, anima/alma, lacrima/lagrima, sagrifizio/sacrificio, uffizio/ufficio…).
Dal ‘900 la polimorfia e gli arcaismi si sono ridotti (celebre esempio è la quarantana dei
Promessi Sposi), sebbene alcune forme siano ancora controverse (è da poco prevalso
ulivo su olivo); possiamo comunque sempre intuire quali siano destinate a prevalere (tra
su fra, ci locativo su vi, visto su veduto). Addirittura sono entrate nell’uso comune alcune
forme originariamente poetiche (nessuno invece di niuno, faccio invece che fo).

Inoltre la tradizione grammaticale e la prassi scolastica hanno dato il via ad un processo di


normativizzazione della lingua: accento sui monosillabi solo con funzione disambiguante,
città femminili (non Firenze x Machiavelli e Milano x Manzoni) ecc…

Un successivo processo di neostandardizzazione è avvenuto con l’avvento dei mass-


media, per via prevalentemente orale, ed ha normalizzato alcuni usi prima scorretti o fuori
luogo.

Standardizzazioni:

1. grammatici del ‘500 (Bembo e la linea classicista)


2. insegnamento scolastico dopo l’unità
3. neostandardizzazione x i mass-media

Inoltre è quasi inesistente uno standard parlato, specie sul piano fonetico, per motivi
diversi:
1. per l’influenza dei dialetti
2. per l’ambiguità della grafia (ò/ó, è/è), spesso senza ambiguità semantica
3. la grafia non normativizza l’accento
E’ possibile assumere come modello il “fiorentino emendato”, cioè la pronuncia di Firenze
privata di alcuni tratti locali; dunque a parlare l’italiano standard sarebbero unicamente i
professionisti della parola quali doppiatori (di TV), attori di teatro, speakers di notiziari e
pubblicità.

La varietà dell’italiano contemporaneo:

Ogni lingua, quanto più è diffusa nello spazio e nel tempo, tanto più presenta, nelle sue
manifestazioni concrete, una serie di differenze, dovute a variabili, dette assi di variazione:

 variabile diamèsica, legata al mezzo materiale in cui avviene la comunicazione:

SCRITTO ORALE

monologici preval. dialogici

anche a sconosciuti a conoscenti

non si usa spesso il pronome “io” si usa spesso il pronome “io”

“questo e quello” “questo qui“ e quello lì”

frasi compiute frasi incomplete

ricerca dello standard frequente uso del substandard

uso espressioni come “vedi/senti/hai capito?”

si è espliciti ci aiuta il contesto

tendenza all’ipotassi tendenza alla semplificazione

conservativo innovativo

uso della polimorfia tendenza all’economia linguistica

Questa etichetta l’ha inventata Mioni all’inizio degli anni ’80. Al parlato ed allo scritto va
aggiunta la categoria del trasmesso, inteso sia come parlato trasmesso (telefono, radio,
televisione, cinema), sia come scritto trasmesso (mail, messaggini, internet).
 variabile diacronica, legata al tempo, che nel parlato si manifesta prima e più
spesso che non nello scritto, ma che comunque nell’italiano è meno forte: l’italiano
è cambiato lentamente, ma è cambiato. Lo si vede in forme come l’interrogativa
multipla (“chi ha visto chi?”), la diffusione del tu allocutivo a spese del lei di cortesia,
e soprattutto in fenomeni quali la grammaticalizzazione e la lessicalizzazione.
1. riduzione della polimorfia (fonetica e morfologia)
2. cambiamenti nella subordinazione (sintassi): con ciò sia cosa che / dal
momento che
3. le parole non usate cadono in disuso (mangiadischi) o cambiano significato
(ragazzo/a come fidanzato/a, giovane = garzone > giovane = ragazzo,
nazione da città al significato attuale (lessico).
4. rapporto con le altre lingue, tabuizzazione e contrario.
5. le dinamiche sociali hanno dato il via a due processi inversi e complementari:
- la grammaticalizzazione: una parola che ha un senso diventa uno strumento
della grammatica (“venire” > “la finestre viene aperta”, “fare” > “un anno fa”,
“causa” > “a causa di”, “via” > “per via di”)
- la lessicalizzazione: un elemento grammaticale diventa significante (“ci” > “ci
vorrebbe”, “fioretto”, “fiorino”, “fai da te”, “a-ffresco”, “non-ti-scordar-di-me”).

 variabile diatopica, legata allo spazio, ha riflessi importanti soprattutto sul piano
fonetico e lessicale; dà luogo ai dialetti ed agli italiani regionali; ci sono parole che
non hanno un nome universalmente usato in Italia, ma unicamente le designazioni
locali: è questo il caso della geosinonimia (“marinare” – “fare sega” – “bigiare” –
“fare maransa” – “fare Sicilia”, “gruccia” – “stampella” – “attaccapanni” –
“omino/ometto” – “crocetta”)

 variabile diastratica, legata alla posizione sociale del parlante, e perciò relativa al
genere (per alcune lingue / per l’uso dei diminutivi), all’età, alla classe sociale, alle
condizioni economiche, al livello d’istruzione (Eugenio Coseriv).
L’italiano usato dai semicolti (parzialmente o incompletamente scolarizzati) viene
definito come “italiano popolare”; questo presenta la mancata segmentazone
(contorno > con torno, la radio > l’aradio), l’uso dell’acca a sproposito, la frequenza
di malapropismi (parole sconosciute storpiate per associazione con parole note),
pronunce sbagliate (persuàdere).

 variabile diafasica, legata alla situazione comunicativa, all’argomento trattato, al


grado di confidenza che si ha con l’interlocutore, all’eventuale uso di sottocodici
(siano essi linguaggi settoriali o lingue speciali (xes. timore/spavento, paura, fifa).
Un nuovo italiano?

Prima avevamo : varietà dialettali, italiano regionale, italiano popolare, italiano


colloquiale...

Negli anni ’80 è stata individuata una nuova varietà di italiano, definita da Francesco
Sabatini come “italiano dell’uso medio” e da Gaetano Berruto come “neostandard”. Si
tratta dell’italiano (sia parlato che scritto) mediamente formale ed informale usato dalle
persone colte, che presenta fenomeni appartenenti al livello subtandard ma diffusisi a tal
punto da apparire normali.
L’analisi del neostandard è importante perché permette di individuare le “linee di tendenza”
del sistema e quindi di immaginare i futuri sviluppi della nostra lingua.

Onomastica:

L’onomastica è quel settore del lessico che comprende lo studio dei nomi propri e ci è utile
sia per ricavare alcuni aspetti tipologici dell’italiano, sia per ricostruire alcune vicende
storiche. L’onomastica si è alimentata da lingue diverse (latino, germanico, arabo, greco,
ebraico) ed originariamente è semanticamente motivata (Paolo<paulum=piccolo,
Napoli<Neapolim<=città nuova), anche se questi legami sono ora poco o per
nulla visibili: del nome proprio resta fondamentale funzione individuante.
Talvolta si è invece passati dal nome proprio al nome comune:
asti > spumante di Asti
marsala > vino dolce prodotto a Marsala
asiago > formaggio di Asiago
lavagna > pietra di Lavagna
ferrari > auto prodotta dalla Ferrari
martini > aperitivo della ditta Martini
zampirone > dispositivo antizanzare inventato dalla ditta Zampironi
Frequente è il processo metaforico di antonomasia, per cui il nome di un individuo che
presenta determinate caratteristiche viene attribuito a tutti coloro che possiedono analoghe
caratteristiche:
cicerone > guida turistica (oratore)
marcantonio > uomo robusto (statue)
perpetua > domestica di un parroco (promessi Sposi)
paparazzo > fotografo invadente (La Dolce Vita)
L’onomastica presenta 2 settori: la toponomastica e l’antroponomastica...