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La numerazione indo-arabica

La cultura greco-latina raggiunse il suo culmine con la scuola di


Alessandria. Ad essa subentrò quella araba.
Anche gli Arabi, al pari dei Pitagorici, attribuirono ai numeri
un’esistenza propria. Battuti i Greci, sottomessi la Persia, l’Egitto,
l’India e la Spagna, arrivarono nell’Italia meridionale, in tutte le isole
del Mediterraneo ed avanzarono verso il Bosforo. Per questo motivo e
per la naturale propensione agli studi, assorbirono le cognizioni
dell’antico Oriente e le diffusero in Occidente.
Solo nel secolo IX, gli Arabi presero dall’India i caratteri che oggi sono
chiamati numeri arabici e che essi denominavano cifre indiane.
Il loro sistema di numerazione è il nostro attuale sistema, diverso da
tutti i precedenti per tre caratteristiche:
1) cifre speciali per indicare i primi nove numeri,
2) valore di posizione per le cifre,
3) introduzione dello Zero che veniva indicato con un punto “.”.
Come si sia formato questo sistema presso gli Indiani, è difficile se
non impossibile stabilirlo, sembra certo però che per indicare i
numeri non fu mai adoperato l’alfabeto in luogo delle cifre.
Gli stessi Arabi chiamarono il loro sistema decimale di numerazione
con il nome “Hendes-sén” o “Hindosi” che significa appunto scienza
indiana.

Nel 1816, John Taylor tradusse dal sanscrito in inglese la “Aritmetica


indiana o Lilawati” del matematico indiano Bhaskara Acharya (nato
nel 1114).
Questa opera, che risale agli anni 1150-1160, dà una idea precisa
delle conoscenze matematiche degli Indiani fino al XII secolo. Fu
tradotta in persiano, in lingua murwar ed in quasi tutte le lingue
dell’Indostan. Tenuto conto del tempo in cui fu composta, questa
opera esibisce un sistema di aritmetica profondo, regolare e ben
coordinato. Essa contiene anche risultati di Geometria e Geodesia.
Le regole sono scritte in versi. Il trattato comincia con tavole di
monete, pesi, misure di terra, di grano, del tempo e con le divisioni
dello zodiaco.
Viene quindi enunciato questo principio fondamentale:

“I numeri hanno valore crescente in proporzione decupla


secondo il posto che occupano.”

Seguono i nomi delle prime diciassette potenze del numero 10.


Viene insegnata l’addizione procedendo da destra, come si fa
attualmente, vengono riportati altri processi semplicissimi, se si vuole
procedere da sinistra.
La sottrazione è come la nostra.
Nessuna riga separa la somma dagli addendi o il resto dal sottraendo
e nessun segno è adoperato per indicare le operazioni di addizione,
sottrazione e moltiplicazione.
Uno zero posto al di sopra di un numero indica che deve essere
sottratto dal precedente, uno zero posto accanto ad una somma
indica che fu pagata.
La moltiplicazione viene insegnata in cinque modi differenti, ma nel
capitolo dedicato a questa operazione non si trova la tavola che, si
dice, Pitagora abbia portato dall’India.
Nelle frazioni, il numeratore sta sopra il denominatore senza alcuna
linea di separazione.
Per la divisione si riduce il dividendo e il divisore, dividendo entrambi
per un fattore comune, quando ve ne sia uno.
L’estrazione della radice quadrata è insegnata con il metodo
attribuito a Teone da Smirne.
Infine, in questa opera si trovano anche l’estrazione della radice
cubica, le regole del tre, la prova del nove. Questa prova del nove era
però insegnata già da molto tempo prima dal matematico persiano
Abou-Al-Al-lisse (980-1037) nella “Esposizione delle radici del
calcolo e dell’aritmetica”.
Il merito principale degli Arabi fu quello di sviluppare, con il materiale
indiano, i principi delle dimostrazioni teoriche dell’Aritmetica greca.
Pochi i lavori veramente originali prodotti dagli Arabi, ai quali si
devono però le “regole di falsa posizione”, semplice e doppia, dette
anche “regole d’Elcatayn”.
Uno dei più antichi libri di aritmetica con notazioni algebriche è
l’Algoritmo di Al-Khuwarizmi, scritto nell’830. Celebri aritmetici
furono anche Aboutwefe, continuatore della scuola Diofantea, Tâbit
ibn Qorra, Aboh Mansour e About Waffa, tutti del IX secolo.
Ma il più celebre di tutti fu Avicenna o Avisena, medico (980-1037)
che lasciò un centinaio di opere tra cui la Lettera che apre le porte
dell’Accademia per mezzo delle radici del calcolo e
dell’Aritmetica, in cui sono raccolte le varie operazioni aritmetiche e
sono spiegati i caratteri di divisibilità dei numeri per nove. Sulle
proprietà del numero nove egli sviluppa le prove di tutte le operazioni
aritmetiche fondamentali.

L’evoluzione delle cifre indo-arabiche


La matematica indiana e araba