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Indice

Premessa,
di Costantino Cipolla e Antonio De Lillo pag. 11

I. Qualità e quantità nella ricerca sociale:


un'alternativa componibile?

1. Metodi qualitativi e teoria sociale,


di Enzo Campelli » 17
1. Tra muse, miti e sirene » 17
2. Epistemologi e tecnici » 20
3. Alla ricerca dell'analisi qualitativa » 22
4. Lo yin e lo yang » 30
5. Né sostanza, né accidente. E la peste? » 33
6. La teoria » 34

2. Tre Castelli, una Casa e la Città inquieta,


di Vittorio Capecchi » 37
1. Tre scenari e un sociologo al telefono » 39
2. Il Castello dei metodi quantitativi » 46
3. Il Castello della cibernetica » 53
4. Il Castello dei metodi qualitativi » 69
5. La Casa della ricerca delle donne » 80
6. Ritorno in Città » 98

3. Per una ricomposizione tra qualità e quantità,


di Alessandro Cavalli » 100

4. Qualità e quantità: un falso dilemma e tanti equivoci,


di Maria Carmela Agodi » 106
1. Introduzione » 106

Il sociologo e le sirene 5 Angeli, Milano, 1996


2. Il livello epistemologico-teoretico pag. 109
3. Il livello metodologico-tecnico » 117
4. Il livello retorico » 129
5. Il livello sociologico » 133

5. Quale quantità e quanta qualità nella ricerca so-


ciale: tra integrazione e convergenza,
di Giovanni Delli Zotti » 136
1. Introduzione » 136
2. Il problema: le accuse reciproche tra quantitativi
e qualitativi » 137
3. Un approccio pragmatico al problema: fare socio-
logia "come se" » 139
4. La strategia dell'integrazione: "unità nella diversità" » 141
5. L'integrazione nella pratica della ricerca » 149
6. La strategia della convergenza » 153
7. Così fan tutti? » 165

6. Due famiglie e un insieme,


di Alberto Marradi » 167
1. Premessa » 167
2. Asserti impersonali e relazioni fra proprietà
degli oggetti » 167
3. L'insieme non-standard » 170
4. La famiglia dell'esperimento » 173
5. La famiglia della covariazione » 176

7. Fuori dal mito: la sociologia "qualitativa" è una


forma della mente,
di Alessio Colombis » 179
1. Premessa » 179
2. La posizione di Franco Leonardi: "Contro l'analisi
qualitativa" » 181
3. Leonardi, i confronti estetici e i giudizi di qualità e
di quantità » 183
4. Leonardi e "le implicazioni mutue fra Qualità e
Quantità" » 188
5. Gianni Statera e il "mito della ricerca qualitativa".
Alcune considerazioni preliminari sui concetti di
qualità e quantità e sui loro sinonimi e contrari » 194
6. Il primo requisito per la nascita di un concetto è
proprio la sua giustapposizione a tutti gli altri » 199

Il sociologo e le sirene 6 Angeli, Milano, 1996


7. La giustapposizione dei concetti di qualità e quan-
tità e la possibilità della loro integrazione pag. 203
8. Campelli tenta di resistere alle sirene » 207
9. Campelli nega l'autonomia dell'analisi qualitativa
anche a livello tipico-ideale » 210
10. Campelli e la vis compulsiva della quantità » 216
11. Campelli e la comparazione di casi singoli » 223
12. Campelli e i giudizi di qualità e di quantità del ca-
so singolo » 226
13. La tautologia ("X è X") e l'asserto di ricorsività
("X è un x") » 230
14. Campelli e la ricorsività che non attinge la singo-
larità » 237
15. Conclusioni provvisorie: alcune differenze tra la
forma mentis neopositivistica e la forma mentis
qualitativa » 239
8. La presenza del ricercatore. Appunti intorno
all'idea di riflessività,
di Sergio Manghi » 242
1. Premessa » 242
2. Dall'astuzia frontale alla presenza riflessiva » 244
3. Distacco, partecipazione, riflessività » 253
4. Etica e ricerca sociale » 260

9. La qualità nelle cure sanitarie valutata dal lato de-


gli utenti (consumers satisfaction) e gli indicatori
per essa,
di Achille Ardigò » 263
1. Introduzione » 263
2. Input allo studio della qualità in Italia » 266
3. Legislazione di riordino del welfare state in Italia » 269
4. Primi chiarimenti definitori per un approccio empi-
rico alla qualità dell'assistenza sanitaria » 270
5. Indicatori di qualità dell'assistenza, dal lato della
personalizzazione dell'assistenza » 271
6. Indicatori di qualità dell'assistenza in termini di uma-
nizzazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie » 275
7. Indicatori di qualità dell'assistenza, dal lato del per-
corso del malato all'interno delle strutture residenziali» 277
8. Alcune indicazioni sulle modalità di raccolta delle
informazioni per gli indicatori » 277
9. Considerazioni conclusive » 278

Il sociologo e le sirene 7 Angeli, Milano, 1996


II. Sociologia visuale
e storie di vita come strumenti di ricerca

10. La metodologia delle storie di vita,


di Roberto Cipriani pag. 287
1. Premessa » 287
2. Integrazione o separatezza? » 289
3. Il problema della misurazione » 291
4. Le sinergie possibili » 293
5. La teoria a base-dati (grounded theory) » 296
6. L'approccio biografico » 299
7. Conclusione » 302

11. Oltre la biografia: l'auto-etero-descrizione dei si-


stemi osservati come metodo della ricerca "empi-
rica" in sociologia,
di Claudio Baraldi » 305
1. Osservazioni sulla ricerca "empirica" in sociologia » 305
2. La ricerca a fondamento biografico » 309
3. La ricerca fondata sull'auto-etero-descrizione dei
sistemi osservati » 313
4. Tipi di ricerca fondata sull'auto-etero-descrizione
dei sistemi osservati » 316
5. Tecniche di auto-etero-descrizione dei sistemi os-
servati » 325
6. Per la ricerca e oltre la ricerca » 331

12. Storie di vita come lavoro riflessivo: di una gene-


razione e di una cultura,
di Laura Bovone » 333
1. Premessa » 333
2. Punti di forza delle storie di vita » 335
3. Le storie di vita nel contesto riflessivo della cultu-
ra postmoderna » 340
4. Problemi tecnici, vincoli e risorse » 346
5. Sommario » 348

13. Modelli sociologici di intervista e modelli lingui-


stici di razionalità dell'attore,
di Andrea Sormano » 350
1. Premessa » 350

Il sociologo e le sirene 8 Angeli, Milano, 1996


2. Il modello estrattivo-informazionale di intervista pag. 351
3. Il modello interazionale-discorsivo di intervista » 361
4. Una prima puntualizzazione » 383

14. Conoscenza sociologica e visualità,


di Angelo Scivoletto » 386

15. La sociologia visuale: qualche risposta a molti in-


terrogativi,
di Francesco Mattioli » 390
1. Il difficile percorso della sociologia visuale » 390
2. I campi di applicazione del dato visivo » 396
3. Contro l'approccio estetico della sociologia visuale » 400
4. Ma che cos'è la sociologia visuale? » 407

16. Sociologia visuale ed approccio fenomenologico


nello studio della marginalità sociale,
di Patrizia Faccioli » 409
1. Premessa » 409
2. Sociologia visuale e approccio fenomenologico » 410
3. Sociologia visuale e marginalità sociale » 416
4. Conclusioni » 422

17. L'antropologia della comunicazione visuale e le


dinamiche interculturali,
di Paolo Chiazzi » 424
1. Antropologia visuale e antropologia della comuni-
cazione visuale » 424
2. La "svolta" antropologica » 429
3. Un'applicazione dell'antropologia della comunica-
zione visuale » 430

Biografie degli Autori » 437

Bibliografia di riferimento » 441

Il sociologo e le sirene 9 Angeli, Milano, 1996


5. Quale quantità e quanta qualità
nella ricerca sociale:
tra integrazione e convergenza
di Giovanni Delli Zotti
Rivolto quasi a se stesso, Seldon commentò: «Com’è
dannosa la specializzazione eccessiva. Recide la co-
noscenza in mille punti e lascia aperte le ferite».
Isaac Asimov, Preludio alla Fondazione

1. Introduzione

Il senso di questo scritto può essere riassunto in una serie di punti.


In primis, non è difficile trovare chi nega che si possa tout court “fa-
re scienza”. Vi è poi chi nega che si possa fare scienza nelle “scien-
ze” sociali (non si dovrebbero più chiamare così?) e da questo alcuni
deducono che “anything goes”: tutti i metodi sono accettabili perché
la “scienza” (sociale) è, in fondo, una forma d’arte. Ad un livello
successivo incontriamo invece coloro che negano che sia “scientifi-
co”, o legittimo, o appropriato, l’uno o l’altro degli approcci delle
scienze sociali.
Di fronte a queste posizioni, la maggior parte dei sociologi non
direttamente coinvolta nelle disputa reagisce, o sentendosi legittimata
a fare quello che vuole, irridendo o aggirando le prescrizioni metodo-
logiche, o dicendo sostanzialmente “so what?” e continuando perciò
a fare ricerca “come se”.
Quest’ultimo atteggiamento pragmatico pare tutto sommato con-
divisibile perché, se guardiamo a campi limitrofi (nelle altre scienze
sociali), possiamo osservare che non viene vissuto come limitante
ritagliare un proprio campo di studi sul quale lavorare con le tecniche
che la comunità scientifica ritiene appropriate per quel particolare
insieme di problemi conoscitivi, prendendo semmai dall’esterno ciò
che può servire per integrare e migliorare le propria capacità di ac-
cumulare conoscenza.
Da questa ed altre considerazioni discende che i diversi approcci
sono in realtà complementari, con la possibilità di utilizzare due stra-
tegie:
1) la prima può essere definita la strategia dell’integrazione: si può
capitalizzare sulle differenze, per massimizzare i vantaggi deri-

Il sociologo e le sirene 136 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

vanti dalle caratteristiche peculiari di cui ogni approccio è porta-


tore;
2) la seconda è invece la strategia della convergenza: si possono
adottare accorgimenti per attenuare le differenze per minimizzare
gli svantaggi, specialmente se si ritiene necessario uscire dal cam-
po elettivo di applicazione del proprio approccio.
Se si decide di percorrere quest’ultima strada, possono essere
proponibili alcuni suggerimenti che vanno in una duplice direzione:
1) quella di un aumento della qualità, intesa in senso lato, nella ricer-
ca quantitativa e 2) quella dell’apporto di “correttivi” quantitativi
nella ricerca qualitativa.

2. Il problema: le accuse reciproche tra quantitativi e qualitativi

Nel dibattito interno alla sociologia italiana la disputa tra i due


gruppi contrapposti dei “quantitativi” e dei “qualitativi” è piuttosto
accesa. In realtà, i motivi di contrasto sono più d’uno e, quand’anche
passasse la voglia di scontrarsi su questa dimensione (qualità versus
quantità), rimane la possibilità, e vi si indulge volentieri, di trovare
qualche altro elemento di discordia, come la divisione tra i sostenitori
degli approcci micro versus macro 1. Si moltiplicano gli interventi e
possiamo prendere a campioni dell’una e dell’altra posizione l’articolo
di Leonardi - per la vis polemica che viene denunciata fin dal titolo -
Contro l’analisi qualitativa [1991] e la tavola rotonda “La sfida dei
metodi qualitativi” (1993), i cui atti sono raccolti in questo volume.
Bisogna anche registrare, ma solo di passaggio nell’economia del
presente lavoro, che non manca chi indirettamente nega rilevanza a

1. Le dimensioni “micro-macro” e “qualità-quantità” possono, come si vedrà nel segui-


to, essere intersecate e, nello spazio di attributi risultante, possono essere individuate quattro
posizioni dove eventualmente arroccarsi per lanciare frecce sugli avversari. Agnoli [1994:
81] evidenzia le dicotomie su cui si è sviluppato il dibattito micro-macro, da cui si evince
che gli elementi di distinzione, se non di netta contrapposizione, possono essere molti di
più: metodo analitico vs. sintetico; scomposizione vs. composizione; spiegazione vs. com-
prensione; oggettivismo vs. soggettivismo; non osservabile vs. osservabile; realismo vs.
nominalismo; struttura vs. azione; sociologia vs. psicologia; collettività vs. individui. Can-
navò parla, a questo proposito, di “una nefasta serie di bipolarità di maniera” [1989: 41]. Va
registrata anche l’ipotesi di McLaughlin [1991] che si tratti di una conseguenza dell’utilizzo,
particolarmente nel formale ambiente accademico, della forma scritta di argomentazione:
«La scrittura rinforza i confini tra le categorie e stabilisce precisioni “artificiali” e confini
rigidi - in altre parole crea una rigidità da attribuirsi più a se stessa che alla natura di ciò che
“descrive”» [1991: 299].

Il sociologo e le sirene 137 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

questo dibattito, in quanto contesta preliminarmente che si possa fare


“scienza” sociale. Non intendo allargare il campo della discussione e
su questo punto 2 affermo semplicemente che, per quanto mi riguar-
da, se avessi il sospetto che in sociologia si può fare solo letteratura o
filosofia sociale, pur con tutto il rispetto per queste forme di cono-
scenza, mi sentirei ingannato. Se fossi stato meglio informato al mo-
mento di effettuare la mia scelta professionale, avrei probabilmente
abbracciato un altro campo di ricerca. A dare ascolto a certe posizio-
ni estremistiche, però, non avrei avuto scampo e il mio proposito di
“fare scienza” avrebbe dovuto fare i conti con chi - prendiamo ad
unico esempio Feyerabend [1979] - nega che ciò sia possibile tout
court, accomunando indifferentemente le scienze naturali e sociali in
questa epistemologica “condanna” all’impotenza.
Esistono certamente delle difficoltà, ma ciò non deve indurre ad
abdicare dal proposito di tendere verso una conoscenza di tipo scien-
tifico. Ad esempio: «Il fatto che un individuo sappia di essere ogget-
to di una “teorizzazione” influirebbe sul suo comportamento, indu-
cendolo a modifiche che falsificherebbero le previsioni. Ma anche ciò
non è condizione sufficiente per negare la possibilità di leggi e previ-
sioni; significa che le previsioni hanno esiti diversi a seconda che gli
individui ne vengano o meno a conoscenza» [Bruschi 1990: 187].
Come sostiene Bruschi, non vi sono impossibilità di principio, ma
solo difficoltà di fatto che si oppongono all’elaborazione di leggi
sociali: difficoltà da rintracciarsi nella complessità dell’universo
sociale, nell’incapacità teorica e nelle errate strategie di ricerca [ibi-
dem: 187 ss.]. Queste ultime, in particolare, sono errate perché “favori-
te da una preparazione che premia gli aspetti tecnico-statistici della
ricerca a scapito di quelli logici ed epistemologici” [ibidem: 189].
Ritornando al dibattito interno alla sociologia, le accuse reciproche
sono tanto conosciute da costituire quasi un trito luogo comune: i “qua-
litativi” sostengono che i “quantitativi”, non collocandosi dalla parte del
soggetto, non fanno quella che loro considerano ricerca valida; i quanti-
tativi affermano che i qualitativi utilizzano metodi che non danno risul-
tati attendibili, o dei quali è difficile stabilire il grado di attendibilità.

2. Per accettare, invece, l’ipotesi che si possa fare scienza sociale, basterebbe te-
nere presente la posizione di Granger il quale afferma: «Si è dapprima proclamato
che non ci può essere scienza che dell’universale, poi che non può esserci scienza
che del misurabile. Dobbiamo oggi sostenere che non vi è scienza che dello struttu-
rabile. Professione di fede che non ricusa minimamente le due precedenti, ma le
relativizza e dona un senso nuovo all’universale e al misurabile» [1988: 10].

Il sociologo e le sirene 138 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

I qualitativi accusano i quantitativi di fare ricerca irrilevante, senza


essere guidati da consapevolezza teorica. Accuse di opposta natura ven-
gono rivolte nell’altra direzione, in quanto i quantitativi accusano i qua-
litativi di non fare ricerca scientifica, ma di indulgere nel “letterario”, di
proporre teorizzazioni dotate di scarso fondamento, in quanto derivanti
da intuizioni e non da procedure di ricerca che permettano la replicabili-
tà dei risultati, l’intersoggettività e la falsificazione 3.
Entrambi ribattono che le accuse sono in malafede, in quanto conce-
dono che vi siano alcuni appartenenti al proprio campo “poco avvertiti”
che fanno ricerca in maniera superficiale, ma questa non è la norma. Anzi,
il ricercatore più consapevole ha sempre ben presenti i limiti del suo ap-
proccio e ne tiene conto nel tentativo di migliorare la qualità del proprio
lavoro. Alcuni sono disposti ad ammettere che solo dalla combinazione
dei due approcci si ottengono i risultati migliori ed è in questa schiera che
mi vorrei “arruolare”, non senza avere fornito qualche precisazione e sug-
gerimento4.

3. Un approccio pragmatico al problema: fare sociologia “come se”

Intanto “là fuori” la maggior parte dei sociologi continua a “fare


sociologia” come pare più opportuno, facendosi sostanzialmente
beffe di queste dispute. Pragmaticamente, fanno ciò che di volta in
volta sembra loro più adeguato in base alle proprie esigenze conosci-
tive, al punto che si può sostenere che il dibattito, probabilmente,
rimane largamente confinato all’interno della “tribù” metodologica.
Si può anche arrivare ad affermare che: «Può sembrare strano per mol-
ti versi che si stia qui a dibattere a lungo su cose che possono apparire
ovvie a molti ricercatori sociali, e cioè sul fatto che non esistono metodi
privilegiati, che i metodi qualitativi e i metodi quantitativi hanno rispetti-
vamente usi più appropriati e che però, in ultima analsi, non si può fare a
meno di fare assegnamento su entrambi. (...) Esiste un divario tra la retori-

3. Sulla dimensione dell’intersoggettività si veda Smaling [1992], il quale affer-


ma che i cinque tipi che si possono individuare (consensuale, “regimentata”, esplici-
ta, argomentativa, dialogica) sono rilevanti per entrambi gli approcci, salvo quella
dialogica per i metodi quantitativi e quella regimentata per quelli qualitativi. Si
tratta dunque di una dimensione non molto utile per discriminare tra i due approcci,
mentre invece è fondamentale la ricerca dell’oggettività che consiste nel «rendere
giustizia all’oggetto di studio. Rendere giustizia all’oggetto è un equilibrio dialettico
e dinamico fra il lasciare che l’oggetto parli ed evitare distorsioni» [Ibidem: 177].
4. Si potrebbe definire la posizione dei “technicalists” [Bryman 1988], mentre
Cardano [1991] parla di “tesi tecnica”.

Il sociologo e le sirene 139 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

ca metodologica formale e la pratica di ricerca nel senso che i ricercatori


reali sono piuttosto saggi e le abitudini metodologiche che si trovano nella
pratica di ricerca tendono di fatto ad essere corrette» [Wilson 1989: 28-
29].
I sociologi infatti sembrano adottare, consciamente o inconsciamen-
te, la raccomandazione di Campelli: «Alle opposte pretese di universali-
tà dell’ermeneutica e delle sociologie interpretative da un lato, e del
disincarnato modello popperiano dall’altro, si tratta di contrapporre una
concezione “aperta” del metodo» [1993: 34]. Questa “sorta di tertium
genus fra le due polarità”, è l’argomento che l’autore sviluppa, te-
nendo conto della sua definizione assai pragmatica del metodo: «In
primo luogo il metodo scientifico è una procedura, una strategia
generale che indica una sequenza ordinata di mosse (o stadi) che lo
scienziato deve eseguire o percorrere per raggiungere lo scopo della
propria ricerca»; secondariamente, «il metodo scientifico è un insie-
me di regole o di norme di condotta o di raccomandazioni per cia-
scuna delle mosse in cui si articola la procedura» [ibidem: 39] 5.
Una prima reazione al dibattito è costituita dunque dall’atteggia-
mento di chi fa sociologia “come se”, prescindendo largamente da
queste dispute. Il ragionamento di chi adotta questa posizione è piut-
tosto semplice: anche quando si siano messe in luce le carenze epi-
stemologiche di un particolare approccio, non è per questo che dob-
biamo smettere di fare ricerca o sostenere che, allora, anything goes.
Ci rimane pur sempre l’obbligo di fare il meglio che sia possibile con
gli strumenti che abbiamo a disposizione, tenendo sempre presente
che in fondo: «La domanda cruciale da porre a un metodo non è se -
e quanto - esso sia “vero” ma se e quanto esso sia utile nell’arare il
terreno empirico che si ha davanti» [Perrone 1977: 18].
Pur essendo consapevoli dell’esistenza della legge della relatività,
per prevedere la posizione di un pianeta possiamo continuare a fare
calcoli utilizzando la meccanica newtoniana e, si badi bene, ciò era
possibile con sufficiente approssimazione anche utilizzando il siste-
ma tolemaico. Possiamo perciò certamente continuare a fare ricerca
in sociologia con gli strumenti che abbiamo, come se fosse dimostra-
ta la loro assoluta validità e attendibilità, magari approntandoci a
sostituirli non appena si profilerà qualcosa che funzioni meglio.
Per la moderna epistemologia, le pretese del positivismo, o del
neopositivismo, sono ingiustificate, ma se gli strumenti che il positi-

5. In tutte le citazioni, se non diversamente indicato, l’enfasi è nell’originale.

Il sociologo e le sirene 140 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

vismo ci offre danno risposte - beninteso in campi in cui sia ritenuto


appropriato un approccio di questo genere - allora è lecito utilizzarli.
Accettare la scelta positivista, “come se” fosse fondata epistemologi-
camente, è una soluzione pragmatica da adottarsi quando il problema
conoscitivo lo consente a motivo dei vantaggi che offre.
Si può andare sulla Luna con Newton, “anche se” Einstein ha mo-
strato che il sistema creato dal suo predecessore è fallibile. E allora si
può usare il questionario strutturato, “anche se”, ad esempio, non
siamo sicuri che le domande abbiano lo stesso significato profondo
per tutti gli intervistati perché, per alcuni fini conoscitivi, il problema
del significato per l’attore può non avere grande rilevanza.
Il successo che, ad esempio, godono le scale di “gravità sociale”
testimonia del fatto che può essere importante possedere uno stru-
mento standardizzato e non dobbiamo “necessariamente” porci il
problema del significato che i diversi comportamenti hanno per i
soggetti. Analogamente, per quanto riguarda le conoscenze: ci può
interessare semplicemente sapere “quanta” gente conosca un determi-
nato problema (es. le riforme costituzionali o le nuove leggi elettorali),
oppure “quanto” la gente conosca di un determinato problema.
Ciò non vuol dire che il significato non sia importante, anzi, Leonar-
di afferma che, in ultima analisi, il problema del significato è onnipre-
sente e non serve a distinguere diversi tipi di teoresi: «La spiegazione
sociologica deve in ogni caso consistere nella intelligibilità, per
l’interprete, del senso dell’agire degli attori, in quanto attori razionali.
Onde qualsiasi teoresi etichettabile come macro deve necessariamente
ricorrere al lessico descrittivo del significato che l’agire ha per gli attori
sociali. Anche se fossero ipotizzabili livelli fenomenici contrapposti (il
che, in definitiva, sarebbe un non senso), la dualità teoretica sarebbe
superflua” [1994: 75].

4. La strategia dell’integrazione: “unità nella diversità”

Si possono dunque utilizzare i due diversi approcci “anche se” si


prestano a critiche epistemologiche, ma “anche perché” si può cerca-
re di mostrare l’infondatezza della tesi della loro diversa natura e
proporne l’integrazione e/o la convergenza per trarre vantaggio dalle
caratteristiche distintive che ne fanno due diversi metodi, all’interno
di un unico Metodo scientifico.
Una presa di posizione piuttosto chiara è quella di Cannavò:
«L’analisi tipologica e qualitativa può anche non giungere alla quan-

Il sociologo e le sirene 141 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

tificazione e poi alla misurazione; e viceversa, nulla esclude che il


piano misurativo comporti la necessità di nuove analisi qualitative,
mentre le misurazioni delle variabili necessariamente si accompa-
gnano a giudizi qualitativi quantitativamente fondati. La contrappo-
sizione fra qualità e quantità a questo punto diviene assai sfumata,
mentre l’integrazione fra i due tipi di analisi si fa epistemologica-
mente inevitabile. A meno di non voler ridurre la ricerca sociologica
empirica alternativamente a presentazione sciatta di case studies e
biografie raccolte in assenza di criteri direttivi di rappresentatività
tipologica e chissà perché e chissà di cosa considerate rappresentati-
ve, ovvero alla giustapposizione di indici, matrici, figure e grafici,
chissà come considerati autoevidenti e meaning laden in assenza di
un’epistemologia interpretativa e di una chiara definizione del qua-
dro problematico e dei target della ricerca» [1989: 45].
Se guardiamo al parallelo dibattito micro-macro, possiamo trova-
re altre posizioni che legittimano gli sforzi tesi a trovare una qualche
forma di convivenza. Giesen, ad esempio, sostiene che «la natura
degli interessi delle analisi sociologiche contemporanee è tale da
offuscare notevolmente queste distinzioni. Le ricerche tendono oggi
a “ricostruire sinteticamente” il legame micro-macro, sicché i vari
paradigmi teorici devono difendersi contro l’onnipresente obiezione
di essere micro o macroriduzionisti» [1994: 20]. Giesen poi esempli-
fica rispetto ad alcune delle principali posizioni teoriche contempo-
ranee: «In sostanza, il neo-funzionalismo e l’analisi della conversa-
zione, la storia culturale e la teoria della scelta razionale mostrano di
possedere alcune zone di convergenza ed evidenziano una tendenza
all’integrazione e alla sintesi mediate attraverso il legame macro.
Allo stato, nessuno di questi quattro modelli può essere considerato
superiore agli altri e nessuno di essi rappresenta un risultato rivoluziona-
rio ed una soluzione definitiva; viceversa, tutti hanno dovuto rifarsi a
teorie esterne e tutti hanno trovato una collocazione all’interno dello
scenario multiparadigmatico delle teorie sociologiche» [ibidem: 31].
Anche Campelli sostiene che «nel concreto procedere dell’inda-
gine, nessuno dei due contendenti può legittimamente rivendicare per
sé la pretesa di un’incontaminata “purezza” del proprio approccio» e,
comunque, «l’uso di un particolare metodo non può essere giustifica-
to in termini di paradigma o referenza del ricercatore, ma deve essere

Il sociologo e le sirene 142 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

determinato dalla natura di quel particolare problema di ricerca»


[1993: 43] 6.
Sulla stessa “lunghezza d’onda” è orientato Schmid. Anch’egli si
riferisce al dibattito micro-macro, ma la sostanza della sua argomen-
tazione si applica anche alle dispute tra quantitativi e qualitativi:
«Non esistono argomenti puramente filosofici a favore dell’indivi-
dualismo o dell’olismo valutabili senza riferimento alla conoscenza
delle teorie che sono alla base di queste dottrine: il nostro giudizio
sul valore euristico delle due opzioni deve essere legato alla fertilità
dei diversi programmi di ricerca che le influenzano» [1994: 43] 7.
Per delineare la situazione in maniera forse paradossale, si po-
trebbe dire allora che, in un certo senso, sia qualitativi che quantitati-
vi hanno ragione nel formulare le loro “accuse”. Il punto è che non
bisogna accettare che vengano “criminalizzate” (e cioè considerate
“accuse”) quelle che vanno invece definite e rivendicate come carat-
teristiche distintive dei singoli approcci.
Qualsiasi approccio infatti va avversato solo se si colloca al di fuori
del metodo scientifico, quando, ovviamente, si accampano pretese di
scientificità. Senza scomodare Popper e tutto il dibattito post-
popperiano sul problema della delimitazione, dirò semplicemente, con
Bruschi [1990: 12] che la conoscenza scientifica è empirica, decidibile,
pubblica e ripetibile. Se i metodi proposti rientrano in questa definizio-
ne, allora si tratta semmai di individuare la loro posizione all’interno del
disegno della ricerca, che Cipolla, forse non a torto, preferisce definire
invece il “ciclo metodologico” dell’informazione scientifica 8.
I testi organici e i manuali di sociologia e di metodologia sembra-
no essere molto più equilibrati di coloro che si accaniscono a costrui-
re steccati e a lanciare anatemi. Negli schemi che vengono proposti

6. Sul fatto che nella pratica della ricerca le differenze tra i metodi qualitativi e
quantitativi tendano ad attenuarsi notevolmente si veda l’analisi di Cardano [1991],
il quale afferma anche che, mentre sul piano prescrittivo si possono vedere impor-
tanti differenze, «nella realtà le due tradizioni sono accomunate da un generale
disimpegno verso una rigorosa giustificazione delle proprie conclusioni empiriche»
[ibidem: 213-214].
7. Si vedano anche Downey e Ireland [1983: 179]: «le metodologie non sono né ap-
propriate né inappropriate finché non vengono applicate ad uno specifico problema di
ricerca»; e Cannavò [1989: 44]: «la contrapposizione metodologica fra analisi qualitativa
e quantitativa è astratta, nella misura in cui non faccia mai ricorso alla duplice categoria
analitica dell’orientamento al problema e delle finalità dell’indagine».
8. Cipolla chiarisce in nota del suo Oltre il soggetto, per il soggetto che il dise-
gno della ricerca «lascia presupporre una varietà infinita di ricerche senza vincoli o
passaggi obbligati, quasi fossero riducibili a puro nominalismo» [1990b: 82, nota 4].

Il sociologo e le sirene 143 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

quantitativo e quantitativo convivono tranquillamente, vengono mes-


se in luce le complementarità ed individuate funzioni peculiari che
l’uno o l’altro approccio possono svolgere.
Donati [1983], ad esempio, nel suo “diagramma di flusso” che il-
lustra un tipico disegno di ricerca in sociologia, mostra chiaramente
che i metodi qualitativi trovano una collocazione elettiva nella prima
fase (“ricerca di sfondo”), che permette un primo approccio qualitati-
vo al problema. L’analisi dei dati raccolti mediante la successiva
indagine empirica, permette di passare ad una seconda interpretazio-
ne del problema (quantitativa e qualitativa) che può portare all’accet-
tazione delle ipotesi di partenza, ovvero al rifiuto e quindi alla rifor-
mulazione del problema e all’inizio di un altro ciclo di ricerca. La
“seconda interpretazione” viene definita quantitativa e qualitativa per-
ché, come giustamente osserva Wilson: «L’interpretazione di dati quan-
titativi prende forma attraverso la comprensione qualitativa dei fenome-
ni sociali specifici e, allo stesso modo, l’interpretazione di dati qualitati-
vi è guidata dalla conoscenza (necessaria per il ricercatore) delle regola-
rità di cui quegli eventi particolari fanno parte» [1989: 25].
Sostanzialmente analogo è lo schema di Wallace [1971] che raffigu-
ra anch’esso il disegno di ricerca come un processo circolare, nel quale
si attraversano successivamente momenti qualitativi e quantitativi. Si
tratta di uno schema che sembra riecheggiare nella descrizione di Cam-
pelli: «Anche nella medesima indagine, tra “dati” e ipotesi esiste un
rapporto circolare, e non semplicemente lineare, come pretende da un
lato l’empirismo e dall’altro il paradigma ipotetico-deduttivo» [1993:
109].
Campelli conclude poi che «Le forme di attività intellettuale impegna-
te nel processo continuo che costituisce l’indagine sono molteplici. Ad un
lavoro argomentativo esplicito si accompagnano fattori pragmatici e “o-
pachi”, propri del ricercatore concreto; alla formulazione di inferenze si
unisce la comprensione di esse, e alla intuizione “creatrice” l’incerta infe-
renza induttiva». Ciò non soddisferà i più, ma tant’è: «Nel luogo della
ricerca non resta che la faticosa possibilità del rischio ordinato» [1993:
146].
Statera afferma che non si può contestare l’ammissibilità della
spiegazione individualista (in questo contesto aggiungerei qualitati-
va), ma essa non è una necessità né logica, né metodologica [1994:
64]. Ciò vale però anche per gli altri approcci: semplicemente ognu-
no dovrebbe cercare di avere consapevolezza dei vantaggi, ma anche
dei limiti del proprio metodo. Campelli, che si riferisce alla pretesa

Il sociologo e le sirene 144 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

che il metodo biografico costituisca “il metodo” per eccellenza, infat-


ti afferma: «Esattamente come nel caso delle analoghe pretese di
universalità metodologica avanzate in altri ambienti di ricerca, è for-
se opportuno ribadire che la teorizzazione di un assoluto tecnico-
metodologico non ha evidentemente alcun senso, e che la questione
deve essere costantemente riportata alle caratteristiche concrete e
specifiche del problema oggetto di analisi» [1993: 91].
Dobbiamo insomma rifuggire dalla tentazione di attribuire ad o-
gni singola teoria, o approccio, più validità di quanto essa meriti,
perché: «nella realtà, la spiegazione dei fenomeni storici e sociali
riveste caratteri molto variabili. Ad alcune domande si può dare una
risposta unica e oggettiva; ad altre no. Alcune domande possono riceve-
re e hanno ricevuto delle risposte multiple e ugualmente valide in base a
modi di spiegazione o a linguaggi differenti» [Boudon 1993: 307].
Visto che ho richiamato l’attenzione sulla saggezza e l’equilibrio
dei manuali di sociologia su questa questione, potrei ancora citare il
capitolo finale della più recente edizione del Teoria sociologica con-
temporanea di Wallace e Wolf dove, a proposito di teoria sociale e
conoscenza, si parla del “valore delle prospettive multiple” e si con-
clude che «le differenze non provano che le maggiori prospettive
teoriche siano totalmente incompatibili tra loro, al contrario, possono
offrire spunti complementari» [1994: 393].
Aperture di questo genere possono essere trovate in Cipolla, un
autore che certo non può essere accusato di condiscendenza verso i
metodi quantitativi: «Senza nulla cedere sul piano del rigore e della
scientificità delle procedure, il sapere sociologico post-positivista va
costruito, secondo una logica integrativa, a partire da sé, dalle proprie
tecniche (che sono originali), dal proprio metodo (che è specifico e
pluralista) fino alla propria epistemologia, che non va importata
dall’esterno”. E aggiunge in nota che post-positivista “non vuol dire
anti-positivista. Esso può, infatti, recuperare molto dal positivismo,
anche se come parte rispetto ad un tutto più vasto ed articolato» (Ci-
polla, 1990a: 80).
Personalmente, ritengo che la discussione sull’ammissibilità, la
natura, le caratteristiche di un sapere post-positivista e sulla necessità
e possibilità di una sua “propria epistemologia” sia aperta almeno
quanto quella sul post-moderno: credo, infatti, che sia presto per
cantare il de profundis, tanto del positivismo che della modernità.
Intanto, però, è importante registrare i riferimenti alla “logica inte-
grativa” e al recupero di molta parte del positivismo.

Il sociologo e le sirene 145 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

I due approcci, pur potendosi entrambi collocare senza problemi -


ma a certe condizioni - all’interno delle procedure di indagine scien-
tifica, sono comunque diversi per alcuni aspetti fondamentali. Si po-
trebbe quasi riproporre una formula che ha goduto di un certo suc-
cesso in ambito politico: “unità nella diversità”.
Reichardt e Cook [1979] fin dal titolo del loro lavoro (Beyond quali-
tative vs. quantitative methods) dichiarano la volontà di superare queste
contrapposizioni. Ciò non impedisce però agli autori di elencare, giu-
stapposti, i diversi attributi dei due metodi. I metodi qualitativi tendono
ad analizzare il comportamento umano dal punto di vista dell’attore
(fenomenologia e Verstehen) ed utilizzano l’osservazione naturalistica e
incontrollata. Sono soggettivi, vicini ai dati (prospettiva insider), orien-
tati alla scoperta, esplorativi, descrittivi e induttivi. Sono poi orientati al
processo, validi (in quanto i dati sono “reali”, “ricchi”, “profondi”), non
generalizzabili, olistici ed assumono una realtà dinamica. I metodi quan-
titativi fanno invece riferimento al positivismo-logico, propugnano la
ricerca di fatti e cause dei fenomeni sociali con poco riguardo per gli
stati soggettivi ed utilizzano metodi obtrusivi e la misurazione controlla-
ta. Sono oggettivi, distaccati dai dati (prospettiva outsider), orientati alla
verifica, confermativi, inferenziali e ipotetico-deduttivi. Sono poi orien-
tati al risultato, attendibili (dati “hard”) e replicabili, generalizzabili,
particolaristici e assumono una realtà stabile.
La discussione di questi attributi però dimostra che nella realtà essi non
sono esclusivo appannaggio dell’uno o dell’altro metodo. e dunque la
scelta di metodo non è automaticamente associata con quella di un parti-
colare paradigma: «Ciò non per negare che certi metodi siano di solito
associati con uno specifico paradigma. Il punto è che i paradigmi non
sono gli unici determinanti nella scelta dei metodi. Tale scelta dovrebbe
anche dipendere almeno parzialmente dalle esigenze della situazione di
ricerca» [Reichardt e Cook 1979: 16].
Anche Cipolla [1990b] elenca le caratteristiche essenziali della ricerca
a fondamento bibliografico e della ricerca per sondaggio, prese come
“campioni”, ossia rappresentanti esemplari di ricerche condotte con i due
approcci qualitativo e quantitativo. L’intento dichiarato dall’autore è mo-
strare la peculiarità del metodo bibliografico cui conseguono «vincoli
epistemologici e tecnici (che) non impediscono sicuramente (...) alla ricer-
ca in questione di essere legittimata alla verità sociologica in modo auto-
sufficiente, anche se la sbilanciano su alcuni versanti conoscitivi e meto-
dologici e quindi le suggeriscono di cercare forme di integrazione com-
plementare e simmetrica con altre strategie euristiche» [ibidem: 110-111].

Il sociologo e le sirene 146 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

Una volta accettata la posizione che i due approcci, pur diversi, sono
complementari e che possa tra loro proporsi una qualche forma di integra-
zione, si può cercare di identificare la loro migliore collocazione all’in-
terno del disegno della ricerca (o, se si preferisce, del ciclo metodologico).
Anche da una veloce lettura delle caratteristiche delineate da Rei-
chard e Cook si nota immediatamente - è chiaramente esplicitato -
che il luogo di elezione (non necessariamente esclusivo) per l’utiliz-
zo dei metodi qualitativi è quello che viene definito come il “contesto
della scoperta”. I metodi qualitativi andrebbero dunque usati preva-
lentemente quando la materia oggetto di studio sia mal conosciuta. In
questo caso è importante che l’applicazione di uno strumento troppo
rigido non impedisca l’affioramento di dimensioni che si possono
dimostrare estremamente pertinenti.
I metodi qualitativi, infatti, per la loro capacità di fare emergere il
nuovo, di andare al profondo del significato, di stare dalla parte del
soggetto, sono adatti a far scoprire nuovi nessi, nuove catene causali,
nuovi significati, a fare brillare la luce della scoperta. È da condivi-
dere l’affermazione di Blumer [1939] 9 che l’approccio qualitativo
appare insostituibile per la sua funzione euristica e si può confidare
che riconoscere una funzione così importante non sia visto come un
tentativo di ghettizzazione 10.
Non è da trascurare nemmeno l’effetto di serendipity, che spesso
nella ricerca scientifica ha svolto un ruolo determinante. Il ricercatore
parte per cercare qualcosa, ma nel corso della ricerca emergono, in ma-
niera del tutto inaspettata - e a volte provvidenziale -, nessi fra variabili,
motivazioni di comportamenti, o altro, che l’utilizzo, ad esempio, di un
questionario pre-strutturato, avrebbe senz’altro impedito, visto che una
caratteristica fondamentale di questa tecnica (ed un vantaggio per altri
aspetti) è proprio quella dell’uniformità dello stimolo con la messa al
bando, consapevole, di tutte le deviazioni dalla traccia prefissata.

9. Citato da Cipolla [1990b: 92] che ricostruisce il dibattito sviluppatosi intorno


ad uno dei lavori più significativi realizzati con il metodo biografico: l’indagine sul
contadino polacco di Thomas e Znaniecki [1968].
10. Non si può certo sostenere che tentino di ghettizzare i metodo qualitativi due
sociologi come Barton e Lazarsfeld (a quest’ultimo si attribuisce, assieme a Stevens,
il ruolo di “socio fondatore” della moderna sociologia quantitativa), i quali offrono
un’ampia sistematizzazione delle diverse funzioni che i metodi qualitativi possono
svolgere nella ricerca sociale, affermando [1969: 96], tra l’altro, di considerare il
ruolo che svolgono i dati qualitativi in supporto alla teoria tanto ampio da nemmeno
tentarne una trattazione con pretese di completezza.

Il sociologo e le sirene 147 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

Il tallone d’Achille dei metodi qualitativi è però costituito dalla diffi-


cile valutazione della rappresentatività di quanto viene scoperto. Po-
tremmo, per esempio, aver ottenuto informazioni interessanti da alcuni
nostri intervistati di cui abbiamo studiato la “storia di vita”. Ma non
siamo in grado di apprezzare quanto l’esperienza riferita possa essere
condivisa da altri o essere il risultato di circostanze del tutto fortuite.
È necessario allora passare al “contesto della validazione”: il
“luogo” in cui le ipotesi vengono messe al vaglio di un più ampio e
rappresentativo campione di casi. Solo allora si potrà essere in grado
di valutare l’importanza delle scoperte che si sono fatte, di dare di-
mensioni più precise alla portata dei fenomeni intravisti. Tutto ciò
potrà essere fatto legittimamente sulla base di strumenti più rigidi di
rilevazione dei dati, perché è più tenue il pericolo di avere tralasciato
caratteristiche rilevanti del problema indagato.
I metodi quantitativi, per la loro possibilità di replicazione, per il
fatto di adottare procedure intersoggettivamente controllabili, per il
loro rigore nell’indicare il margine di errore in cui si può incorrere
nel formulare inferenze, sono adatti a giustificare, a tentare di dare
fondamenta solide alla scoperta.
Tutto ciò è stato anche teorizzato tenendo presente che anche in socio-
logia, come in statistica, si possono commettere errori del I e del II tipo
[Schwartz e Jacobs 1987, 345]. Fare errori del secondo tipo significa non
scoprire una relazione, dove essa invece esiste. La pratica di ricerca più
consueta prevede invece che si vada a cercare una relazione tra variabili e
poi la si sottoponga a tutta una serie di verifiche per controllare (controllo
di terze variabili) 11 che non accada di enunciare una relazione tra due
variabili (fenomeni) quando essa invece non sussiste (errore del I tipo).
Nel contesto della scoperta la nostra preoccupazione è cercare di
evitare di commettere errori del II tipo (non scoprire una relazione
che invece esiste). Nel contesto della validazione invece ci preoccu-
piamo quasi esclusivamente di evitare di commettere errori del I tipo
(accettare come esistente una relazione che invece non c’è). Bisogna
però tenere presente, come affermano i due autori, che quanto più
sviluppiamo i nostri metodi per minimizzare la possibilità di fare
errori del I tipo, quanto più rischiamo di farne del II tipo.
È vero che i metodi quantitativi (matrice dei dati ed elaborazione
statistica) sono una gabbia che può rendere difficile la scoperta e dun-
que può portarci a commettere errori del II tipo (possiamo analizzare

11. Il controllo delle terze variabili, che è il fondamento dell’analisi multivaria-


ta, costituisce l’oggetto di un recente volume di Ricolfi [1993].

Il sociologo e le sirene 148 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

solo quello che è registrato dentro la matrice dei dati), ma è anche vero
che i metodi qualitativi, pur permettendoci di scoprire cose che i meto-
di standardizzati possono nascondere, non ci danno giustificazione
sufficiente e dunque possiamo commettere errori del I tipo.
In conclusione, su questo non si può che concordare con Bruschi: «La
ricerca idiografica non è quella nomologica e la ricerca orientativa non è
quella giustificativa; le procedure non standardizzate e i sistemi d’indagine
flessibili producono informazione più ricca di quanto facciano le procedu-
re standardizzate e i sistemi rigidi, ma tale informazione è più facilmente
fallace, spesso non pertinente e sicuramente poco comparabile. In ogni
caso, si deve ricordare che il sapere scientifico si dice tale, e si distingue
da altri, per un insieme di caratteristiche che vanno rispettate. Il contesto
della giustificazione deve sempre accompagnarsi a quello della scoperta, il
controllo pubblico a quello privato, il ragionamento formale all’intuizione
personale. Quando la metodologia diviene tutta esprit de finesse e poco o
nulla esprit géometrique non è più metodologia scientifica» [1990: 243].
Tutto ciò appare molto ragionevole, ma, in realtà, in entrambi i
campi è possibile trovare chi si ribella alla delimitazione e avanza
ingiustificate pretese di universalità, sostenendo che il metodo prati-
cato, e spesso professato, è la sola strada verso la verità sociologica.

5. L’integrazione nella pratica della ricerca

Si può uscire da questa situazione? Certamente sì, se si viene a


patti con l’ “avversario” e non si pretende l’autosufficienza del pro-
prio approccio. Possiamo e dobbiamo dunque trovare nella pratica
della ricerca forme di integrazione tutelando la diversità, ma anche,
in altri casi, ricercando la convergenza per aggiungere qualità alla
ricerca quantitativa e quantità alla ricerca qualitativa.
L’osservazione delle pratiche di ricerca corrente potrebbe far pensare
che le due dicotomie “micro-macro” e “qualità-quantità” corrano paralle-
le, nel senso che all’individualismo metodologico corrisponderebbe
l’approccio qualitativo e al collettivismo metodologico corrisponderebbe
l’approccio quantitativo. Ma l’incrocio delle due dicotomie crea uno spa-
zio di attributi in cui possono essere individuate quattro combinazioni:
1 - approccio individualistico (micro) qualitativo;
2 - approccio individualistico (micro) quantitativo;
3 - approccio collettivistico (macro) qualitativo;
4 - approccio collettivistico (macro) quantitativo.

Il sociologo e le sirene 149 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

Al primo approccio fanno capo i sociologi qualitativi che utilizzano gli


strumenti dell’interazionismo simbolico o dell’etnometodologia. Al se-
condo fanno riferimento, ad esempio, i lavori di coloro che hanno un ap-
proccio psico-sociale e che però utilizzano tecniche standardizzate, come
l’analisi dei reticoli sociali. Sono riconducibili al terzo approccio i lavori
di Weber sulla burocrazia. L’uso dei tipi ideali è chiaramente un metodo
di tipo qualitativo, ma egli lavora su soggetti collettivi, ammette che non
esistono solo gli individui, ma anche la struttura.
Nel quarto approccio ricadono le ricerche quantitative che si riferisco-
no ad aggregati sociali come la famiglia, la classe di età, l’impresa, la
nazione, la cultura, ecc. In molti casi la base empirica da cui si parte è
individuale - si pensi ai censimenti o ai voti alle elezioni - ma ciò che è
micro all’atto della rilevazione diventa quasi sempre macro al momento
dell’analisi dei dati, quando riportiamo i risultati riferendoci ai giovani,
agli operai, alle nazioni democratiche, alle aziende metalmeccaniche.
Esistono comunque anche files che registrano caratteristiche di soggetti
collettivi senza che si possa presumere una sottostante base di dati indivi-
duale. Si pensi a caratteristiche come il tipo di regime o la data di ammis-
sione all’Onu in un insieme di nazioni, o al sistema di parentela e al tipo di
tecnologia utilizzati da una serie di culture in un repertorio etnografico. Si
tratta di dati sui quali si possono effettuare certamente anche elabora-
zioni di tipo quantitativo 12.
In realtà, ma approfondire il discorso ci porterebbe lontano, è una que-
stione di prospettiva analitica: ciò che è micro diventa macro se facciamo
scendere di un livello il punto di osservazione; inoltre, ciò che è quantifi-
cabile ad un certo livello, può non esserlo ad un altro. Basti pensare ad un
solo esempio: se passiamo da un file individuale ad un file ecologico, una
variabile (quale la professione) che a livello individuale non è misurabile
(possiamo solo classificare gli individui in base alla professione), diventa
una variabile metrica, perché al livello comunale possiamo contare gli
individui che appartengono ad una determinata classe professionale.
Prima di proseguire con esempi tratti dall’esperienza di ricerca è for-
se il caso di richiamare quanto accade in didattica. Con gli esami di
profitto i docenti cercano di rilevare una proprietà di difficile “misura-
zione” (il “livello di preparazione” dello studente), ma viene loro richie-
sto (qualitativi o quantitativi che siano nell’attività di ricerca) di espri-
mere la loro valutazione con un punteggio. Come per il problema simile

12. Per una sintetica analisi del lavoro di Murdock [1949] ed un’esposizione del-
le difficoltà incontrate da questo tentativo “iperempirista”, di cui viene comunque
riconosciuto l’ “immenso interesse documentario”, si veda Augé [1990: 7 ss].

Il sociologo e le sirene 150 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

della selezione del personale, si possono trovare sia i sostenitori dei meto-
di qualitativi che quelli che utilizzano i metodi quantitativi. Alcuni si affi-
dano più volentieri ai test formalizzati e altri ritengono più efficaci le pro-
prie capacità intuitive di “trovare l’uomo”, come Diogene, girando più o
meno erraticamente con il lanternino in mano.
Gli esaminatori più consapevoli dei limiti dell’uno e dell’altro meto-
do adottano una tecnica mista, facendo compilare una serie di questio-
nari e test ai possibili candidati per effettuare una prima scrematura o
ottenere una primo valutazione di base standardizzata. Successivamente
passano, per un numero più ristretto di candidati, ad un colloquio in
profondità per rilevare altre caratteristiche, quale ad esempio la capacità
di interazione efficace nei rapporti umani. Lo stesso può accadere negli
esami universitari che prevedano test formalizzati e successivamente la
verifica attraverso il colloquio orale che può fugare i dubbi residui.
Vi può anche essere un affinamento reciproco dei diversi metodi
perché se il colloquio dà risultati contrastanti rispetto a quello che appa-
re dai test, può servire a migliorare i test stessi, laddove questi non rie-
scano a cogliere il segno. I test invece possono servire a rendere più
efficace, meno dispersivo, il colloquio, perché aiutano in maniera relati-
vamente “economica” ad individuare le aree tematiche che necessitano
di un approfondimento in sede di esame orale.
Il secondo esempio riguarda lo studio del comportamento. Non
bisogna dimenticare che l’analisi del comportamento può riguardare
il comportamento direttamente osservabile, ma si possono ottenere
interessanti risultati anche chiedendo ai soggetti di relazionare suc-
cessivamente sul proprio comportamento (comportamento riferito).
L’analisi del comportamento riferito può riguardare aspetti quali la
sua esistenza (anche solo percepita) e la sua frequenza, ma può anche
riguardare le motivazioni consce, il significato soggettivamente an-
nesso, la sua valutazione morale, il suo grado di efficacia e
quant’altro. Ciò può essere fatto mediante una molteplicità di stru-
menti: possiamo svolgere un colloquio, effettuare un’intervista con
questionario, o semplicemente chiedere all’intervistato di compilare
un questionario, ma possiamo anche chiedere ai soggetti di scrivere
una relazione libera in cui descrivere il proprio comportamento, mo-
tivarlo, ecc. e la scelta, anche in questo caso, dipenderà dagli scopi
conoscitivi della nostra indagine.
Quando studiamo in particolare il comportamento interattivo dob-
biamo tra l’altro tenere presente che vi sono delle scelte da effettuare
anche con riguardano al tipo di comunicazione, perché diversi aspetti

Il sociologo e le sirene 151 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

possono essere presenti ed analizzabili. Si sostiene infatti - su questo


punto sono essenziali i lavori di Watzlawick et al. [1971] sulla “pragma-
tica della comunicazione umana” - che, accanto al contenuto manifesto
della comunicazione, costituito dagli elementi verbali, vi sono degli
elementi meta-comunicativi (non verbali), che sono fondamentali per la
corretta interpretazione del significato dell’azione verbale. Si tratta di
gesti, atteggiamenti del corpo, mimica facciale: segnali più o meno con-
sci che accompagnano la comunicazione e molto spesso sfuggono ad
un’analisi superficiale. Agli strumenti visti in precedenza vanno allora
aggiunti degli altri, tenendo presente che sia per l’analisi del contenuto
manifesto che per quello meta-comunicativo sono disponibili sia tecni-
che qualitative che quantitative.
L’ultimo esempio riguarda le ricerche di sociologia delle relazioni in-
ternazionali che forse fa vedere più chiaramente di altri come non sia pro-
ponibile un approccio esclusivamente qualitativo o quantitativo. In questo
caso è evidente che si tratta di interazioni, ma da questo non discende che
l’unico approccio possibile debba essere quello dell’interazionismo sim-
bolico. Può avere importanza il senso dell’interazione per il soggetto, ed
allora sarà possibile effettuare delle interviste in profondità con alcuni
protagonisti, perchè é vero che la componente simbolica riveste notevole
importanza specialmente al livello della leadership o istituzionale. Ma
esistono anche dei flussi di interazione ad un diverso livello (tra individui,
imprese, associazioni) e allora perché non accettare che sia importante
anche misurare la quantità di questa interazione, individuarne dei tipi o
studiarne le sequenze, tutte cose che si possono fare con strumenti, per
quanto imperfetti, di tipo quantitativo?
Ho fornito esempi forse un po’ estemporanei che però si colloca-
no all’interno di una tradizione di ricerca multi-metodo che viene
anche definita “triangolazione”, della quale esistono disegni con
diverso grado di complessità [Jick 1983]. La raccolta ed analisi di
dati con disegni di questo tipo tra l’altro risulta utile che vi sia, o
meno, concordanza di risultati: «Se vi è convergenza aumenta consi-
derevolmente la nostra fiducia nei risultati che non possono più esse-
re attribuiti ad un artifatto del metodo. Se emergono risultati diver-
genti, possono essere generate spiegazioni alternative e probabilmen-
te più complesse» [ibidem: 144].
Non si possono comunque negare le difficoltà inerenti ad un’ap-
plicazione sistematica ed estensiva dell’approccio multi-metodo, tra le
quali la sua ardua replicabilità, l’aumento dei costi e dell’impiego di tem-
po, la scarsa disponibilità di ricercatori addestrati all’utilizzo dei diversi

Il sociologo e le sirene 152 Angeli, Milano, 1996


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metodi ed anche il fatto che può essere sempre in agguato la tentazione di


un uso strumentale volto a legittimare il metodo personalmente preferito
[Reichardt e Cook 1979; Jick 1983]. Un ultimo problema viene evidenzia-
to da McLaughlin il quale afferma che, nei casi in cui si sono tentati questi
approcci multipli, i risultati ottenuti sono rimasti concettualmente separati
e dunque non vi sarebbe una reale integrazione: «L’integrazione, al posto
del simultaneo o sequenziale utilizzo (separato) dei metodi qualitativi e
quantitativi, si è dimostrata illusoria» [1991: 304].

6. La strategia della convergenza

La complementarietà tra gli approcci quantitativo e qualitativo


può essere vista, come anticipavo nell’introduzione, da due punti di
vista. Da un lato - si tratta di ciò che abbiamo visto finora - si posso-
no valorizzare le caratteristiche peculiari dei due diversi approcci per
capitalizzare su queste. Si possono però anche far convergere le due
“famiglie di tecniche”, perché, ad esempio, è necessaria per i nostri
fini conoscitivi, proprio “quella particolare tecnica”, ma vogliamo
anche minimizzare gli svantaggi che questa scelta comporta.
Più in generale, possiamo cercare di rendere più validi i procedi-
menti quantitativi, migliorando le tecniche che portano alla costru-
zione della matrice dei dati, perché non possiamo accontentarci del-
l’attendibilità (sempre molto relativa e difficilmente misurabile) che
ci può offrire lo strumento standardizzato.
Ma è anche possibile cercare di rendere più attendibili i procedi-
menti qualitativi, perché non possiamo accontentarci della sola vali-
dità, anche perché la validità stessa è di difficile accertamento e va
comunque sempre rapportata al problema conoscitivo.
Che vi sia bisogno di questo esercizio di umiltà da parte di en-
trambi i “contendenti” lo afferma in maniera piuttosto convincente
Campelli: «Se (...) da una parte lasciano esterrefatti gli automatismi,
le semplificazioni concettuali ed operative, nonché la fiducia acritica
così spesso rinvenibile in certe operazioni di rilevazione e di tratta-
mento di dati tipo-survey, dall’altra il vezzo metodologico, o piutto-
sto anti-metodologico, di dismettere tout court ogni intento di analisi
generalizzante, ogni tentativo di misurazione o di costruzione di indici
empirici necessariamente parziali, in nome di una ineffabile “complessi-
tà”, è spesso stucchevole quanto inconcludente» [1993: 14].

Il sociologo e le sirene 153 Angeli, Milano, 1996


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6.1. Il miglioramento qualitativo delle tecniche quantitative

Vediamo dunque quali strade può percorrere un onesto “artigia-


no” della ricerca, se gli vanno stretti i panni del “produttore in serie”
o dell’ “artista” [Cardano 1991] 13, iniziando da alcune considerazio-
ni che vanno nel senso del miglioramento qualitativo, intenso latu
sensu, delle tecniche quantitative affermando, preliminarmente, che è
possibile migliorare la qualità della ricerca quantitativa rimanendo
nello stesso ambito quantitativo. Ciò può essere fatto adottando stra-
tegie di ricerca che affianchino tecniche diverse con finalità di con-
trollo reciproco. Si può ricordare la tecnica multitratto-multimetodo
che, fin dalla sua denominazione, richiama questa possibilità di inte-
grazione [Althauser 1970; Summers 1970]. Anche se non formalizzato
in una matrice, ritengo che possa essere interessante l’esempio del
problema dell’analisi dei flussi elettorali. Viste le difficoltà di ottenere
risultati accettabili e convincenti si è proposto [Biorcio e Natale 1987]
di affiancare e confrontare i modelli di Goodman, basati su dati ecolo-
gici, con i risultati ottenuti da sondaggi mediante interviste.
Qualità nella ricerca quantitativa significa comunque avere sem-
pre presente che in questa è centrale la matrice dei dati e che la mag-
giore qualità si ottiene quasi esclusivamente agendo “a monte” della
stessa, mentre quello che possiamo fare “a valle” è del tutto margina-
le. Significa perciò non indulgere in sofisticazioni statistiche che
poco possono aggiungere alla qualità, e concentrare invece la propria
attenzione sui passi e le tecniche che portano alla realizzazione della
matrice dei dati. Significa forse anche non utilizzare strumentalmente i
limiti dell’approccio quantitativo per abbassare la guardia sul versante
del rigore procedurale: «Dal fatto che alcune regole del gioco non siano

13. «Alla “produzione in serie” sembrano ispirarsi i ricercatori di tradizione


quantitativa, che tipicamente procedono nella giustificazione dei propri risultati
mostrando come le procedure adottate si inscrivano in un modello di far scienza,
uniforme, largamente condiviso e collaudato. (...) Sull’altro versante, quello della
ricerca qualitativa, prevale di contro un modello argomentativo che sembra ispirarsi
alla produzione artistica. (...) Qui intendo proporre un percorso alternativo che, alle
figure mitiche dell’artista solitario e della produzione di gran serie, sostituisce quella
più modesta dell’artigiano. In questa prospettiva la giustificazione dei risultati di
una ricerca empirica diventa un lavoro paziente e umile con il quale i luoghi
dell’argomentazione giustificativa (...) vengono attraversati rendendo conto delle
proprie scelte, dello stato di conservazione ed efficienza dei propri attrezzi, degli
errori, dei pregiudizi che hanno condotto alla costruzione dei “manufatti” raccolti
nel rapporto di ricerca» [Cardano 1991: 214-215].

Il sociologo e le sirene 154 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

sempre compiutamente esplicitate, non discende (...) che sia lecito igno-
rare le altre, o barare al gioco» [Campelli 1993: 106] 14.
Significa, last but not least, anche rendersi conto che la qualità
entra comunque in gioco, perché è ineliminabile dal processo deci-
sionale che ci guida nella rilevazione e, successivamente, nell’elabo-
razione dei dati quantitativi. «Una concezione non normativa, bensì
critico-operativa, della metodologia non può che fondarsi sul con-
fronto tra “dover essere” ed “essere”, fra la bella teoria e lo studio
degli scienziati al lavoro. Allora, si scopre che i giudizi di qualità
costituiscono parte integrante e indispensabile di ogni forma di cono-
scenza, soprattutto se quantitativa» [Cannavò 1989: 41].
Sono dell’avviso che non via sia troppa quantificazione nelle scienze
sociali, semmai ve n’è troppo poca, se la intendiamo in senso non ridut-
tivo. La matematica non va ridotta a numeri: «è qualsiasi calcolo, qual-
siasi operazione manipolativa di elementi segnici che venga effettuata
nel rispetto di determinate regole, quali quella della non contraddizione»
[Bruschi 1990: 174] e, comunque, «il vero problema del rapporto tra
matematiche e scienze sociali non sta nella loro applicabilità o inappli-
cabilità, sta nell’applicarle bene» [Ibidem: 175].
Intendiamoci, sul versante dell’analisi dei dati si giunge certamen-
te a virtuosisimi che vanno molto oltre a ciò che l’attuale sviluppo
delle scienze sociali potrebbe far ritenere utile e necessario 15. Quan-
do affermo che non vi è troppa quantificazione mi riferisco dunque
alla carenza di “corretta” quantificazione, e cioè alla mancanza di
qualità, nella fase della “costruzione del dato”.
Estremizzando un po’ si potrebbe affermare che, per il sociologo
quantitativo, il percorso che porta alla matrice dei dati è tutto, il per-

14. Bisogna riconoscere, come sostengono in maniera un po’ irridente Schwartz


e Jacobs, che spesso «il vero significato dell’appendice metodologica è analogo a
quello dell’assoluzione nella Chiesa cattolica. Si possono commettere (o essere
costretti dal mondo sociale a commettere) diversi peccati scientifici e metodologici
durante la ricerca. Comunque, se il ricercatore confessa questi peccati ai propri
“preti” sociologici, può fare penitenza ed essere assolto. Questo ciclo di salvezza
permette al ricercatore di continuare come se non avesse commesso alcun peccato»
[1987: 92].
15. Considero eccellente il recente lavoro di Tommaselli [1993] che pone a con-
fronto diverse tecniche di analisi e ne mette in luce pregi e difetti per individuare la
più appropriata per il tipo di dati che il sociologo trova all’interno della matrice dei
dati. Non voglio perciò irridere ai tentativi di migliorare le tecniche di analisi, mi
limito solo a segnalare che questi perfezionamenti riguardano pur sempre l’analisi di
una “data” matrice dei dati e, se questa non è altro che un cumulo di nonsense, non è
possibile rimediarvi con l’utilizzo, pur sofisticato, della statistica.

Il sociologo e le sirene 155 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

corso che parte dalla matrice è quasi il nulla. Quando il questionario


è realizzato, mi si permetta di esagerare, al fine, spero, di farmi me-
glio capire, la ricerca in pratica è terminata, perché il resto lo si può
lasciar fare anche ad una “scimmia ammaestrata”. Le miriadi di tec-
niche statistiche che sono state sviluppate sono largamente equiva-
lenti ed entro certi limiti si possono violare (e spesso si violano) qua-
si impunemente molte prescrizioni comunemente adottate, perché
quello che possiamo migliorare adottando le tecniche statistiche più
corrette è quasi solamente la precisione: non c’è rimedio statistico
alla mancanza di validità ed attendibilità dei dati.
Anche la generalizzazione empirica (che sta a valle della matrice
dei dati), che sembra essere la fase in cui c’è un recupero del ruolo
creativo del sociologo (uno dei luoghi dell’immaginazione sociologi-
ca) in realtà è, o dovrebbe essere, lavoro “di routine”. Il sociologo è
costretto ad essere creativo quando legge e interpreta i risultati del-
l’analisi dei dati solo se e quando non ha realizzato “a regola d’arte”
la prima fase della ricerca, solo se ha deciso di spostare in avanti nel
processo di ricerca i nodi da sciogliere. Se il modello è stato chiara-
mente esplicitato in partenza, confrontarlo con i risultati della rileva-
zione per vedere se questi suffragano o meno quanto si era ipotizzato
a priori, diventa un “gioco da ragazzi”.
Di fronte al fallimento (o alla carenza) della capacità di spiega-
zione di un modello si può assumere un atteggiamento di rassegna-
zione, additando tale sconfortante risultato alla difficoltà di portare
dentro al modello le variabili veramente esplicative. Ma il vero pro-
blema è: la spiegazione si colloca extra moenia perché per sua natura
non è riconducibile alla logica matriciale, oppure si è trattato di una
nostra inadeguatezza concettuale e/o tecnica?
Un’altra strategia adottabile per migliorare la qualità consiste
nell’utilizzo di metodi meno obtrusivi. La prima riga (intestata in-
formal setting) di uno schema che Galtung [1970] propone per classi-
ficare le principali forme di raccolta di dati, potrebbe corrispondere
grosso modo ai metodi “non obtrusivi”, nel senso che il soggetto non
è cosciente di essere osservato e dunque la rilevazione delle informa-
zioni non è “inquinata” da quest’aspetto. Il comportamento (la relati-
va colonna dello schema porta l’intestazione “atti non verbali”) av-
viene “naturalmente”; le interviste (atti verbali orali) vengono effettua-
te con testimoni qualificati e dunque non viene influenzato il vero og-
getto di studio; vengono analizzati documenti come lettere, autobiogra-

Il sociologo e le sirene 156 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

fie, diari (atti verbali scritti), che non sono stati prodotti originariamen-
te con la finalità di servire a scopi di indagine scientifica.
Le altre due righe dello schema corrispondono invece ai metodi o-
btrusivi e si marca una significativa distinzione con quelli precedenti. Le
righe sono due perché viene introdotta una dicotomia artificiale tra tec-
niche strutturate e non strutturate. In realtà si tratta di una distinzione di
grado, in quanto i metodi qui compresi vanno da un minimo ad un mas-
simo di strutturazione. Su queste due righe si pongono i più grossi pro-
blemi a proposito di “costruzione del dato”: l’avvertita presenza del
ricercatore (che realizza l’esperimento, che conduce l’intervista, che sta
comunque dietro alla costruzione del questionario) modifica, o può
modificare, l’interazione sociale, la reazione dell’intervistato, la risposta
data sul questionario. Nel caso della prima riga (metodi non intrusivi) i
problemi di “costruzione del dato” dovrebbero invece essere riferibili
unicamente all’aspetto (per quanto importante) di selezione del dato che
viene portato in matrice (intesa in senso lato).
Una maggiore attenzione per le tecniche non intrusive può essere
dunque consigliabile anche se si può obiettare che esse sono qualita-
tive e dunque non si vede perché se ne parli a proposito di conver-
genza degli approcci. Sappiamo però da un’intera tradizione di studi
etologici e antropologici, che i dati di osservazione del comporta-
mento possono essere quantificati, le interviste qualificate possono
essere trascritte e, assieme ai documenti, possono essere sottoposte
ad analisi (anche quantitativa) del contenuto. Possono del resto esse-
re citati 16 lavori di sociologi “quantitativi” che si sobbarcano
l’estenuante lavoro di codifica di interviste “qualitative”, avvicinan-
dosi così alla comprensione del senso per il soggetto, ma mantenendo
un certo controllo sulla rappresentatività.
L’accenno al continuum sottostante ai diversi gradi di formalizza-
zione delle interviste fa vedere una volta di più che qualitativo e
quantitativo non sono in opposizione: si tratta di operare semplice-
mente le scelte più opportune. In un’indagine di tipo esplorativo, su
una tematica mal conosciuta, si preferirà un approccio più qualitati-
vo. In questi casi è importante scavare nel profondo, lasciare che gli
atteggiamenti, le motivazioni, il “vissuto”, fluisca spontaneamente. Non
è possibile affermare a priori quello che è rilevante ai fini dell’indagine
e quello che invece si può considerare inutile digressione che, in quanto

16. Si vedano, ad esempio, alcuni dei saggi contenuti in Marradi (cur.) [1988].

Il sociologo e le sirene 157 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

tale, va scoraggiata ai fini di un più efficiente utilizzo delle risorse (tem-


pi e costi) disponibili per la realizzazione della ricerca.
Quando la tematica è meglio conosciuta, è meno presente il grave
pericolo che una maggiore direttività nella conduzione del colloquio o
dell’intervista possa far perdere elementi interessanti o cruciali per la
comprensione del fenomeno indagato. È possibile, in questi casi, e spes-
so più opportuno, fissare una più accurata traccia di intervista e seguirla
fedelmente. In questo modo si è più sicuri, tra l’altro, di ottenere con
completezza le informazioni rilevanti da tutti i soggetti indagati.
I metodi quantitativi possono essere più o meno criticabili e per-
fettibili, ma se usiamo strumenti standardizzati abbiamo almeno il
vantaggio della cumulabilità, che non è mai messo sufficientemente
in luce e molto spesso vanificato da quella che Rositi [citato da Ri-
colfi 1992: 21] chiama la vocazione drammatizzante della sociologia.
Cercare di contrastare questa pratica, produttiva solo dal punto di
vista della carriera accademica, può significare un’altra iniezione di
qualità nella ricerca sociale.
Gli strumenti che utilizziamo (standardizzati e non) possono rive-
larsi non validi, ad una più accurata analisi, o la loro validità può
essere messa in discussione. Se ci viene detto che credevamo di mi-
surare l’ autoritarismo”, ma si trattava invece di “dogmatismo”, pos-
siamo salvare in parte il lavoro fatto, semplicemente accettando que-
sta nuova definizione. Se sottostimiamo (o sovrastimiamo) la “quali-
tà della vita”, perché non teniamo conto di alcune variabili che altri
ritengono fondamentali, avremo una misurazione imperfetta, che
però contiene un “errore” che siamo in grado di valutare, e dunque il
lavoro fatto può essere in parte recuperato.
Quando invece cambiamo continuamente gli strumenti di rilevazione
per inseguire una irraggiungibile piena validità, allora veramente ri-
schiamo di buttare via quasi tutto. Agendo così per épater les bourgeois,
cercando il nuovo e sorprendente a tutti i costi, disdegnando il lavoro di
chi ci ha preceduti, non riusciremo mai a cumulare conoscenza, perché i
dati che vengono via via raccolti non saranno confrontabili.
È importante invece raccogliere dati comparabili nel tempo e nello
spazio perché, anche se non si ha la certezza di avere rivelato correttamen-
te il fenomeno, almeno, mantenendo costante il pur imperfetto strumento,
si possono fare comparazioni ed individuare linee di tendenza. Non sap-
piamo se Inglehart [1977] rileva in maniera valida i valori post-materialisti
ma, se manteniamo costanti gli items inseriti nella scala, possiamo almeno
dire che è aumentato o diminuito ciò che essi misurano, qualunque cosa

Il sociologo e le sirene 158 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

esso sia. Se invece cambiamo continuamente lo strumento, non avremo


comunque la certezza di avere fatto meglio di Inglehart e avremo invece la
certezza di non poter confrontare e cumulare i risultati.
Su questo punto vorrei fornire un ulteriore esempio che mostra
l’opportunità di mantenere costante lo strumento di misurazione,
oltre che per permettere la cumulatività dei risultati, anche per evita-
re, consciamente o inconsciamente, di manipolare i risultati (un a-
spetto per nulla trascurabile della battaglia per aggiungere qualità alle
ricerche quantitative). Da diverso tempo nei questionari vengono
proposte domande che cercano di misurare il sentimento di apparte-
nenza e di classificare gli individui lungo il continuum localismo-
cosmopolitismo. Alcuni ricercatori propongono all’intervistato una
serie di livelli territoriali (ad esempio: comune, provincia, regione,
Italia, Europa, mondo intero) e chiedono a quale di essi si senta di
appartenere maggiormente. Altri, invece, chiedono, per ognuno dei
livelli, quanto sia forte (ad esempio: molto, abbastanza, poco, per
nulla) il sentimento di appartenenza 17.
È abbastanza evidente che, anche ammettendo che tra le due for-
mulazioni della domanda si mantenga uguale almeno la lista dei li-
velli territoriali, i problemi sono almeno due. Innanzitutto, utilizzan-
do due diverse definizioni operative, i risultati ottenuti possono esse-
re confrontati, se mai lo sono, solo in maniera molto grossolana. In
secondo luogo, la diversa formulazione della domanda permette di
far vedere quello che vogliamo (o ci torna comodo per una qualche
impostazione para-ideologica), perché la tecnica utilizzata condizio-
na pesantemente il risultato. Se abbiamo posto la domanda in termini
di scelta unica, impediamo l’emergere di un sentimento di appartenenza
multiplo. Se invece chiediamo per ogni livello quale è il grado di identi-
ficazione, allora è possibile vedere se c’è la compresenza ed eventual-
mente una più o meno leggera prevalenza di un livello su di un altro.
Un ultimo problema inerente la misurazione degli atteggiamenti,
la cui attenta considerazione può contribuire a migliorare la qualità
della ricerca quantitativa, riguarda la presunzione di competenza che
viene di solito, e indebitamente a mio avviso, attribuita agli intervi-
stati. «È sicuramente un mito quello di ritenere che le opinioni degli
intervistati esistano sempre indipendentemente dalla situazione di

17. Si tratta di due tra le forme possibili in cui può essere proposta la domanda.
In altra sede [Delli Zotti 1992] mi sono soffermato più ampiamente sulla varietà di
definizioni operative che possono essere formulate per una stessa domanda e su
come queste determinino il risultato della rilevazione e le possibilità di analisi.

Il sociologo e le sirene 159 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

interazione con l’intervistatore, o per meglio dire preesistano in toto


ad essa, monadicamente, sicché lo strumento, ed il sistema “strumen-
to + intervistatore” non debbano far altro che limitarsi a registrarle.
In una certa misura, le opinioni dell’intervistato nascono e si trasfor-
mano durante l’intervista: esse “succedono”, per così dire, nel corso
dell’interazione» [Campelli 1993: 53].
Si tratta di un problema complesso, sul quale intendo tornare in
altra sede, ma intanto basti dire che non si vede perché non debba
essere attivato lo strumento, classico per i questionari strutturati (e
non), della domanda filtro. In alternativa, se si vuole evitare il perico-
lo di scoraggiare gli intervistati mediamente competenti, ma consci
delle proprie carenze conoscitive fino all’auto-attribuzione di incom-
petenza [McClendon e Alwin 1993], possiamo introdurre domande di
controllo, che permettano successivamente di analizzare le riposte
degli intervistati “competenti” separatamente da quelle degli incom-
petenti, ma “compiacenti”.

6.2. Il miglioramento quantitativo delle tecniche qualitative

Se scopriamo qualcosa di interessante con un approccio biografi-


co non possiamo sapere, al di là del caso o dei casi che abbiamo e-
saminato, se si tratti di qualcosa di veramente promettente, finché
non replichiamo, iteriamo e, dunque, non aggiungiamo quantità alla
ricerca qualitativa. Infatti, dobbiamo essere in grado di decidere se
ciò che abbiamo intravisto dipende dal fatto che siamo incappati
nello “scemo del villaggio”, oppure si tratta veramente di un aspetto
nuovo ed interessante del fenomeno sotto osservazione, che in prece-
denza era sfuggito all’attenzione dei ricercatori.
Ci può venire detto, ad esempio, che, l’indagine qualitativa (inter-
viste in profondità) fa emergere una spiegazione alternativa a quella
corrente (positivista), riguardo al problema della prematura gravi-
danza di giovani minorenni. La gravidanza non sarebbe indesiderata,
perché non si tratterebbe del frutto di condizioni di “miseria” econo-
mica o sociale, ma, in realtà, le ragazze rimarrebbero incinte perché
vogliono dare un nuovo figlio alla propria madre.
Di fronte a un risultato di ricerca di questo genere, l’atteggiamen-
to corretto ritengo debba essere inizialmente lo scetticismo, o almeno
la prudenza. Bisogna certamente prendere nota che é emersa una
novità (contesto della scoperta), cioè che è “saltato fuori”, inaspetta-
tamente, il cigno nero di cui parla Popper [1972a]. Va certamente

Il sociologo e le sirene 160 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

registrata l’interessante anomalia, nel senso di Kuhn [1969], ma si


può pretendere molto di più prima di decidersi a buttare via le teorie
rivali che tentano di spiegare il fenomeno.
Si può comprendere l’entusiasmo che può produrre una scoperta di
questo genere, ma deve essere un entusiasmo mitigato dalla consapevo-
lezza che si tratta pur sempre di una scoperta la cui validità, o la cui
portata, potranno essere messe in dubbio. Nulla di più facile che ciò
accada da parte di altri ricercatori qualitativi, perché una delle caratteri-
stiche dei metodi qualitativi è di permettere una «microteorizzazione
induttiva, dal basso, sempre cangiante legata all’osservazione ed alla
riflessione ed in grado di connettere questi due livelli» [Cipolla 1990a:
83]. Ma quel sempre cangiante cui allude l’autore, oltre che uno dei
principali vantaggi, è anche uno dei problemi fondamentali dei metodi
qualitativi. Siamo infatti nel pieno del contesto della scoperta: poten-
zialmente ad ogni intervista qualitativa che viene realizzata, ad ogni
storia di vita che viene raccolta, si può cambiare anche completamente
opinione perché si ritiene di avere scoperto qualche cosa di veramente
interessante ed illuminante. Ma l’intuizione, la pretesa comprensione, la
“microteorizzazione” dovranno pure, ad un certo punto, arrivare a qual-
che cosa di provvisoriamente conclusivo (l’ossimoro è voluto) attraver-
so strumenti di controllo (e cioè di giustificazione delle scoperte, intui-
zioni o microteorizzazioni).
Un accorgimento che viene proposto per tentare di migliorare sot-
to questo aspetto il metodo bibliografico consiste nella tecnica della
saturazione: il processo di raccolta di biografie o storie di vita si arre-
sta con questo sistema al livello in cui l’aggiunta di nuove biografie
non aggiunge nulla di nuovo. Si potrebbe obiettare che questa ricerca
della saturazione assomiglia molto alla realizzazione di un campione
“a caso” (che non è un campione casuale), che non ci dà elementi per
valutarne la rappresentatività 18.
Si accumula, infatti, fin quando si vede che non viene fuori niente
di nuovo, ma l’aspetto emerso per ultimo potrebbe essere assai più
diffuso di quanto il procedere a tentoni non faccia apparire. Un cam-
pionamento più rigoroso delle storie da trattare, delle biografie da rico-
struire, potrebbe dare probabilmente più garanzie da questo punto di
vista; e non è detto, tra l’altro, che una procedura a saturazione porti a
realizzare un minore numero di interviste rispetto al campionamento.

18. Pur con tutte le cautele da adottarsi nell’utilizzare il termine “rappresen-


tatività” [Marradi e Siboni 1989].

Il sociologo e le sirene 161 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

Comunque, se vogliamo evitare che le scoperte qualitative siano


accusate di irrilevanza, dobbiamo ricadere, campionamento o satura-
zione che sia, nel qualitativo replicato quantitativamente. Se ciò ac-
cade, bisognerà, per non essere travolti dalla massa di informazioni
raccolte, trovare una qualche forma di registrazione sintetica, che può
giungere, all’estremo, fino alla vera e propria codifica di modelli di
risposta tipici. Ma, arrivati a questo punto, le differenze si attenuano
e si rivela chiaramente il fatto che esse non sono di natura, ma di
grado. Dipenderà dalle necessità conoscitive della ricerca, dalle risor-
se, dal grado di conoscenza teorica ex-ante del fenomeno indagato se
ci si collocherà più sul versante dello stimolo strutturato o del collo-
quio più o meno in profondità. Del resto, fra una batteria di quaranta
items e una lunga chiacchierata più o meno a ruota libera, chi più dire
quale sia il metodo più efficace per fare emergere un tratto autoritario
nella personalità dell’individuo che sta di fronte? Non è facile dare
una risposta.
Nella ricerca qualitativa le cose più interessanti sono gli unicum,
qualcosa che colpisce la nostra immaginazione, che ci fa intravvedere
un nuovo nesso, un nuovo significato. Sarà però necessario, come
sostenevo poco sopra, controllare se non si tratti di un caso del tutto
deviante, scarsamente significativo in quanto la maggior parte della
gente non vede o non vive le cose alla stessa maniera. Ma, se con il
procedere delle interviste qualitative, si scopre che ciò che l’ “uni-
cum” aveva contribuito a rivelare è invece una situazione che si ripe-
te abbastanza frequentemente, perché non standardizzare - in una
fase confermativa del disegno della ricerca - lo stimolo, formulando
chiaramente una domanda specifica per vedere quanto diffuso è quel
tratto, quel ricordo, quel significato?
Non ci si può fermare ad ammirare gli unicum che, come afferma
Leonardi [1991: 22], portando il ragionamento alle sue estreme con-
seguenze, se sono veramente tali non possono costituire oggetto di
conoscenza. Campelli [1994: 21] propone l’esempio di Madame
Bovary (che al limite dovrebbe rappresentare da sola l’universo
femminile), per mostrare come l’ambizione di rappresentatività in
questo caso diventi smisurata. È in realtà il tentativo di individuare
un tipo ideale, ma poi bisogna vedere quanto è “ideale” e cioè lonta-
no dai tipi reali che si incontrano nella realtà sociale di tutti i giorni
e, se lo è, anche quanto è “tipo” e cioè tipico, diffuso, nella stessa
realtà. Non si vede come si possa fare questa verifica se non svol-
gendo una ricerca estensiva con metodi più o meno quantitativi, op-

Il sociologo e le sirene 162 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

pure attendendo pazientemente che il cumulo delle prove “qualitati-


ve”, ripetute da noi o da altri, diventi quantitativamente importante.
Paradossalmente, infatti, dovremmo tentare, se possibile, di riget-
tare l’ “ipotesi nulla” che il nostro unicum sia veramente tale perché
se lo è, allora la sua utilità per comprendere il sociale diventa piutto-
sto scarsa. Il sociologo, infatti, non si occupa, o non dovrebbe occu-
parsi di “casi clinici”, se non come materiali di lavoro che possono
essergli utili (ma a volte non lo sono) per comprendere il funziona-
mento della società. Detto in estrema sintesi: «Fra le singolarità in-
comparabili e la generalità priva di contenuti, la ragione sociologica
deve costruire il suo oggetto [Augé 1990: 11].
Riprendiamo la questione da un altro punto di vista: Bruschi so-
stiene che: «Alla domanda sul perché si verifica un evento (expla-
nandum), possiamo rispondere (explanans) secondo almeno quattro
modalità:
- mostrando che l’evento è inferibile da una legge (spiegazione
nomologica);
- mostrando la similarità dell’evento con un altro evento (spiega-
zione analogica);
- dichiarando la funzione svolta dall’evento (spiegazione funzio-
nalista);
- dichiarando il significato che ha l’evento (comprensione)»
[1990: 216].
I primi tre tipi di “spiegazione” sono riportabili, secondo Bruschi, al-
la tradizione di ricerca chiamata naturalista; l’ultimo a quella antinatura-
lista. A mio avviso, se con la ricerca qualitativa riusciamo a comprende-
re l’evento (singolo), poi ci rimane l’onere di tentare di vedere se questo
evento appartiene ad una classe di eventi, perché l’unicum è sociologi-
camente piuttosto sterile. Se non ci proveremo noi, qualcun’altro lo
potrà fare per noi, magari con il cuore colmo di gratitudine per lo stimo-
lo euristico che gli abbiamo offerto, e tenterà di vedere se il nostro uni-
cum, oltre ad essere compreso, può anche essere spiegato secondo una
delle prime tre modalità di spiegazione elencate da Bruschi.
Tutto ciò perché, come afferma Schmid: «Contrariamente a quan-
to potrebbe sembrare a prima vista, la teoria sociale non si occupa di
spiegare l’agire di attori singoli, così che la disputa su come effetti-
vamente trovare la spiegazione è per fortuna di poca importanza.
Piuttosto, l’interesse analitico della teoria sociale è rivolto al tentati-
vo di identificare i meccanismi che determinano il comportamento di
adattamento dei singoli attori» [1994: 44].

Il sociologo e le sirene 163 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

Dello stesso segno è quanto afferma Bruschi: “La narrazione i-


diografica degli eventi e l’analisi dei valori, scopi e regole che danno
loro significato sono certamente legittime; del resto, anche se con
paradigmi diversi, la storia, la psicologia e l’antropologia se ne sono
sempre occupate. Ma non sembra sostenibile che questo tipo di trat-
tazione sia l’unico legittimo. I cultori di questa tesi confondono il
piano dell’universo, che è sempre idiografico, con quello del lin-
guaggio, che può essere nomologico o idiografico a seconda dell’o-
rientamento conoscitivo, perché una cosa sono le fattispecie storico-
culturali, altro è il linguaggio con cui le analizziamo. Il piano dell’e-
sperienza è sempre idiografico: l’universo si manifesta per casi sin-
goli e irripetibili. Ogni evento è “datato”; ha, per così dire, nome e
cognome. Ciò è comune a qualsiasi ambito dell’esperienza, anche a
quello dell’universo fisico» [1990: 186-187] 19.
Non si può dire comunque che i sociologi qualitativi non abbiano
consapevolezza di questi problemi e Cipolla [1990b: 102] cita, ad
esempio, i problemi della rappresentatività, della raccolta e del con-
trollo. Ma non c’è via di uscita: quanto più si tenta di risolvere questi
problemi tanto più il qualitativo converge verso il quantitativo. Se
non si accetta questa logica e si tentano improvvide fughe in avanti, si
rischia di esacerbare il dibattito e di incorrere magari in scomuniche che,
per quanto espresse in linguaggio “vivace” [si veda anche Leonardi
1991], non paiono del tutto immotivate. «Sulle trionfanti versioni hard
dell’individualismo metodologico, che sono oggi in gran voga, c’è solo
da ribadire che si tratta di pure e semplici proposte di fuoriuscita dalla
logica dell’indagine scientifica» [Statera 1994: 63].
L’esigenza di fondare metodologicamente i metodi qualitativi mi pa-
re comunque fatta propria da Cipolla [1990b] quando parla di “ricerca a
fondamento biografico” e la distingue dal mero utilizzo di biografie e la
vuole tecnicamente rigorosa e metodologicamente governata. Ciò al fine
di istituire un criterio di demarcazione fra ciò che è letterario e/o giorna-
listico da ciò che vuol essere scientifico e/o sociologico.

6. Così fan tutti?

Si può allora sperare che le dosi di buon senso che pur si trovano
su entrambi i fronti possano alla fine prevalere e che si possa passare

19. Sui rapporti tra i tre mondi (referenti, pensiero, linguaggio) di Popper
[1972b] si veda la recente articolata puntualizzazione di Marradi [1994].

Il sociologo e le sirene 164 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

ad una fase in cui non sia più necessario essere costretti dagli “oppo-
sti estremismi” a scrivere saggi “contro” e a lanciare sfide?
Ciò appare auspicabile, tanto più perché viene il sospetto che le
diatribe che movimentano il campo sociologico non siano presenti
nella stessa misura in altri ambiti disciplinari. Non so, ad esempio, se
anche in economia vi sia polemica tra sostenitori di un’ “economia
comprendente” contro i “biechi positivisti”.
Economisti particolarmente sensibili agli aspetti soggettivi, potreb-
bero infatti accusare i positivisti di ignorare, quando riconducono tutte
le proprie misurazioni al denaro, il significato per l’attore del denaro
stesso o dello scambio, la vera natura del fenomeno del consumo e così
via. Gli economisti positivisti potrebbero rispondere che non ignorano
per nulla questi aspetti, semplicemente loro stanno facendo qualcosa di
diverso: sono, ad esempio, interessati a verificare se determinate scelte
di politica economica portano ad inflazione o deflazione, se un certo
ammontare di denaro speso in pubblicità o in marketing dia un ritorno
economico, oppure sono interessati a confrontare i sistemi di privatizza-
zione adottati nei diversi paesi dell’Est, per vedere quale tra essi si sia
dimostrato più efficace, tenendo magari conto delle specifiche condi-
zioni politiche, sociali o culturali dei diversi paesi.
Non siamo così sprovveduti da non sapere - potrebbero dire - che
il consumo delle famiglie, che misuriamo in lire o in percentuale
delle entrate della famiglia, ha anche un significato sociale. Sappia-
mo che esiste il consumo vistoso, che le motivazioni o il significato
di un certo acquisto possono variare grandemente da soggetto a sog-
getto, ma, diranno, di queste cose si occupano, ad esempio, i sociolo-
gi come Veblen [1971] e lasciamo volentieri ad essi il compito di
esplorare queste dimensioni del fenomeno del consumo.
Gli economisti sanno che il comportamento di risparmio può as-
sumere le caratteristiche dell’avarizia e sanno anche che Moliére ha
scritto delle pagine bellissime per descrivere un tipo ideale di avaro;
ma naturalmente lasceranno questo compito ai letterati e, pur non
disconoscendo l’importanza di questi aspetti, continueranno a fare il
loro lavoro, misurando il risparmio, studiandone l’allocazione o veri-
ficando fino a che punto il comportamento di risparmio è funzionale
allo sviluppo economico.
Sanno certamente che esistono tratti della personalità che possono
favorire le capacità imprenditoriali, ma diranno che sono interessati a
studiare le performance degli imprenditori e che lo fanno studiando
l’efficacia delle loro decisioni misurandola, ad esempio, in termini di

Il sociologo e le sirene 165 Angeli, Milano, 1996


G. Delli Zotti Quale quantità e quanta qualità

rapporto tra i mezzi a disposizione e il ritorno economico, lasciando


le questioni psicologiche agli psicologi. Non si lasciano colpevoliz-
zare perché ignorano che l’imprenditore può pagare a duro prezzo i
risultati che ottiene in termini di ulcere gastriche, di disturbi psichici,
o disordini familiari, ma lasceranno lo studio di questi aspetti all’o-
pera competente di, rispettivamente, gastroenterologi, psichiatri o
psicoanalisti o sociologi della famiglia.
Tornando alla sociologia, non si vede allora perché dovrebbe es-
sere colpevolizzato chi decide, ad esempio, che non gli interessa, in
un determinato ambito di ricerca, il punto di vista del soggetto. Se si
vuol sapere quale è in un particolare momento il grado di rifiuto so-
ciale verso gli immigrati si può utilizzare la scala di “distanza socia-
le” che ci aiuterà a capire se l’intolleranza sta aumentando (nel caso
di un utilizzo ripetuto dello strumento) e verso quali particolari grup-
pi si dirige. È ovvio che non sarà possibile sapere attraverso quali
percorsi di vita questa intolleranza si è sviluppata, se è un tratto della
personalità o è dovuta a cause sociali, o altro. Semplicemente il pro-
blema di ricerca era in quel momento un altro e la scala di Bogardus,
somministrata attraverso un questionario, era lo strumento più adatto,
ovvero più valido, per tale scopo.
Un’altra volta ci si occuperà degli aspetti trascurati o, magari, si
chiederà il consiglio di uno psicologo o si leggerà qualche bella pa-
gina di letteratura per meglio comprendere. È ovvio che si dovrà
tenere conto di questi aspetti, ad esempio, per prendere decisioni
efficaci al fine di diminuire il grado di intolleranza. Si dovrà sapere
se la cause sono prevalentemente sociali, economiche, psicologiche o
altro, per decidere in quale direzione agire, ma esiste anche la divi-
sione del lavoro e non si vede perché il sociologo debba essere tutto-
logo per forza.

Il sociologo e le sirene 166 Angeli, Milano, 1996


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