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Thomas Mann racconta

Schubert
31 Gennaio 2016

In Musica e Altri Mondi by Enrico Truffi0 Comments

Sì, lo so.

Questo è un sito di musica classica (o più generalmente colta, come si


puntualizza nel manifesto), ma in certi casi diventa difficile non toccare
altre forme di espressione artistica, in quanto vitalmente interconnesse le
une con le altre.

Per questo, in occasione del 219° compleanno di Franz Schubert, non vi


parlerò generalmente della figura di questo compositore, o del perché la
sua opera è importante, ma vi parlerò di un libro, anzi, “attraverso un
libro”, di una sua specifica composizione, il lieder Der Lindebaum,
proveniente dal ciclo Winterreise.

Il libro in questione, come alcuni avranno indovinato, è La montagna


incantata (Der Zauberberg) di Thomas Mann, ma ci arriveremo più in
là. Intanto consiglio a chi non lo avesse ancora fatto (linkeremo a seguire
un’ottima esecuzione di Fischer Dieskau) di mettersi in cuffiette,
fermarsi un attimo e procedere all’ascolto del brano.

Presso il pozzo davanti al cancello

c’è un tiglio,

nella sua ombra sognai

molti dolci sogni.

Nella sua corteccia incisi

molte parole d’amore;


nella gioia e nel dolore

mi sentii sempre attratto da lui.

Anche oggi ho vagato

davanti a lui fino alla fine della notte

ed anche nell’oscurità

ho chiuso gli occhi.

E i suoi rami sussurravano,

come se mi stessero chiamando,

“Amico, vieni qui da me –

qui troverai il riposo”.

I venti freddi soffiarono

proprio sul mio volto,

il cappello volò via dalla mia testa,

ma non mi voltai.

Ora sono a molte ore di viaggio

lontano da quel luogo,

ma sento sempre quel mormorio:

“Lì troveresti il riposo”.

Il brano, uno dei più celebri del ciclo, comincia con una serie di arpeggi
veloci in maggiore, una cascatella di note, e alla fine della progressione la
mano destra ci suona due quinte, che ci ricordano dei corni, come un
segnale per qualcosa di lontano. Questa caratterizzazione musicale ci porta
subito in un’atmosfera apparentemente serena e placida, ma con degli
aspetti che ci collocano quasi fuori dal tempo, in uno spazio onirico. Gli
elementi sono descritti con velocità ed efficacia, ci viene mostrato un locus
amoenus, l’ombra di un tiglio, dove un uomo è solito riposarsi dagli
affanni, eppure c’è dell’altro. C’è qualcosa che attira il “personaggio” verso
quel tiglio, ma non sa ancora cosa, forse semplicemente la nostalgia verso
una donna amata in passato, per la quale incideva nella sua corteccia
“molte parole d’amore”. Il tiglio, nonostante ciò, è sempre presente, nella
gioia e nel dolore.

A questo punto, la musica passa a una tonalità minore, anche per


sottolineare il calare della notte; e appunto con l’arrivo dell’oscurità, non ci
si deve più affidare ai sensi, e l’uomo chiude gli occhi, come per lasciarsi
andare. Il tiglio gli sta mormorando qualcosa, la natura lo vuole chiamare a
sé, per indicargli un posto dove potrebbe finalmente trovare la pace.

Gli arpeggi a questo punto irrompono violenti, e ci sembra quasi di sentire


la forza del vento che soffia in faccia al viandante, e il suggerimento di
prima rivela un’accezione forse più inquietante di quella che avevamo colto
a una prima lettura.

Quello che è evidente è che dietro queste frasi ci sia un “mondo” nascosto,
qualcosa che non possiamo percepire con un ascolto distratto, ma a
spiegarvi quale sia questo mondo ci ha già pensato Thomas Mann,
quindi lascerò parlare lui, dopo una breve contestualizzazione. Hans
Castorp, il protagonista del romanzo, ambientato nel 1912, è un giovane
ingegnere, venuto a trovare il cugino malato in una casa di cura sulle alpi
svizzere.Il suo soggiorno dovrebbe durare solo poche settimane, ma
sarà “costretto” a restare più del previsto in quella struttura fuori dal
tempo, dal momento che anche a lui viene diagnosticata un’infezione che si
rivelerà essere poi tubercolosi. Nel frattempo, nella pianura, luogo adibito
alle preoccupazioni umane, del tutto fuori luogo nell’ordine di pensiero
della “montagna”, arrivano sentori di un avvenimento destinato a
sconvolgere le sorti dell’Europa e del mondo. Ora, cosa c’entra tutto questo
con Schubert? Giuro che adesso ci arrivo, se avrete la pazienza di seguirmi,
per citare Alberto Angela.

Verso la fine del romanzo, il consigliere Behrens, di direttore del luogo,


porta nella casa di cura l’ultimo grido dell’innovazione tecnologica
musicale: un grammofono, e con esso un centinaio di vinili. La cosa suscita
interesse e curiosità da parte di tutti i pazienti del sanatorio, ma l’unico che
capisce la vera portata di quest’evento è proprio Hans Castorp. Si avvicina
a quei dischi con un rispetto quasi religioso, e per varie notti entra nella
stanza adibita all’ascolto e consuma un disco dopo l’altro. “Non vedeva i
cantanti e le cantanti che udiva; la loro essenza umana viveva in America, a
Milano, a Vienna, a Pietroburgo. Continuassero pure a viverci; ciò che egli
aveva di loro era quanto essi possedevano di migliore, era la loro voce.”
Molti sono i dischi divorati dal giovane, L’Aida, Carmen, il Faust di
Gounod ecc., ma uno in particolare lo attrae e lo sconvolge: “Si trattava del
Tiglio di Schubert, nient’altro che il notissimo Vicino alla fontana”. Il disco
è fonte per Hans di un vero e proprio turbamento, perché dietro la bellezza
della melodia e l’incanto delle tessiture di Schubert c’è qualcosa che gli
sussurra di lasciarsi andare, di abbandonare tutto, di restare
definitivamente sulla montagna contravvenendo ai suggerimenti
dell’umanista Settembrini; “Qual era questo mondo, che stava dietro ad
essa, e che secondo l’intuito della sua coscienza doveva essere il mondo di
un amore proibito?

Era la morte.
Ma no, questa è pazzia!? Una canzone così meravigliosa! Capolavoro puro,
nato dalle profondità più intime e più sacre dell’anima popolare; (…)
Eppure dietro quel puro prodotto dell’ingegno c’era la morte. Esso
intratteneva con la morte relazioni che si potevano amare, non però senza
rendersi ragione(…) di una certa immoralità di tale amore. Poteva darsi
che, secondo la sua essenza originaria, esso non simpatizzasse con la
morte, che fosse qualcosa di intensamente vivo al modo popolare; ma la
simpatia spirituale per esso era simpatia per la morte; pura religiosità,
essenza di contemplazione, all’inizio, non si poteva contestarlo, ma con
successivi risultati di tenebre.”
“La “tendenza al ritorno” al mondo spirituale, l’allontanamento
dall’interesse per l’uomo, è il contrario della vita, è per Settembrini “la
malattia”dell’uomo. Il “pericolo” di ascoltare Schubert, è la tentazione, il
fascino che esso esercita, un fascino che potrebbe “sottomettere il mondo”,
sul quale si potrebbero addirittura fondare regni. Perciò, come risolvere la
questione? “Era così bello e degno morire per la canzone magica! Ma chi
moriva per essa, in realtà non moriva più per essa, ed era un eroe solo
perché moriva per il nuovo, con nel cuore la nuova parola dell’amore e
dell’avvenire”. Così cerca di conciliare la sua contraddizione Hans, le sue
due spinte opposte, restare nel sanatorio o tornare in pianura, dove lo
aspetta la guerra, e sono spinte opposte che in un modo o nell’altro
abbiamo sempre sentito tutti. Finita la “tempesta”, la canzone torna nella
tonalità maggiore dell’inizio, come se fosse tutto come prima. L’uomo del
Tiglio, forse spaventato, alla fine, deciderà di procedere per la sua via, e di
allontanarsi definitivamente da quel luogo, ma resterà sempre nelle
orecchie un mormorio, una frase appena sussurrata con un po’ di ironia:
“Lì troveresti la pace..”

Enrico Truffi

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