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Vincenzo Stanco

PUM CMM *
1962-2015
*PUM CMM era il nome mnemotecnico della coppia di istruzioni dell’Elea 9003,
primo elaboratore elettronico utilizzato dall’ACI, con le quali si ‘comandava’ alla
macchina di confrontare due stringhe di caratteri in memoria.

1962-2015
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Fine giugno 1962

“Chiamatelo calcolatore, chiamatelo elaboratore, chiamatelo se volete cervello elettronico, l’Elea 9003,
che voi imparerete a programmare, è una macchina in grado di……”

Queste furono le prime parole che l’istruttore della Olivetti pronunciò per dare inizio al suo corso sull’Elea
9003.
Tutto improvvisamente mi si chiarì nella testa. Cervello elettronico?! Quindi l’inserzione, i test
psicoattitudinali, i colloqui sostenuti, avevano tutti per me questo obiettivo, diventare uno specialista di
cervelli elettronici. Niente di meno! Anche il nome, Elea, aggiungeva fascino, evocava mitologia.
Mi infervorai.
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The beginning

Avevo risposto a una inserzione trovata sul Messaggero, un po’ criptica, ma sufficiente perché rispondessi
senza indugio e soprattutto con tanta speranza. La scadenza per presentare la domanda era il 9 giugno
1962.
Fui contattato dopo pochissimi giorni e invitato a presentarmi dalle parti di Piazza Cavour per sostenere un
test psicoattitudinale.
Ricordo bene quella mattinata: una piccola aula, forse buona per una ventina di ragazzi; il conduttore che
consegna a ciascuno di noi un opuscolo pregandoci di scrivere il nostro cognome sul frontespizio e di non
aprirlo fino al suo ordine. Ci spiegò subito cosa dovevamo fare con il primo test che avremmo trovato.

“Su ogni riga voi troverete una serie di disegni. Alla fine di ogni sequenza troverete mancante l’ultimo
disegno che dovrete scegliere fra quelli proposti come il più logico. Guardate l’esempio: c’è un quadrato
piccolo, seguito da un quadrato grande, seguito da un cerchio piccolo, seguito a sua volta da un cerchio
grande, poi un triangolo piccolo. Cosa mettereste dopo? Un triangolo grande, un rombo o un cerchio
piccolo? Un triangolo grande, evidentemente.”
Si alzò un ragazzo dall’ultima fila obiettando che non vedeva cosa di logico ci fosse in quella scelta che
suggeriva. Non vidi più quel ragazzo nel seguito.

Dopo alcuni giorni fui chiamato a sostenere un colloquio con un paio di signori che mi fecero vedere il mio
test. Mi chiesero di spiegare nel dettaglio perché avevo dato determinate risposte ad alcuni esercizi.
Volevano accertarsi che avevo seguito un ragionamento preciso e non risposto a caso.
Alla fine del colloquio capii di aver superato il test perché mi invitarono a raggiungere un altro ufficio dalle
parti di Largo Somalia dove avrei incontrato il responsabile dell’organizzazione che aveva pubblicato la
famosa inserzione e che mi avrebbe spiegato il genere di lavoro proposto.
Chiesi quale mezzo dovevo prendere per arrivarci. Mi dissero “il 64 e poi il 56”. Avevo in tasca solo
cinquanta lire, quindi fui costretto a ripassare a casa per prendere altri soldi per i due autobus, per
l’andata e per il ritorno.
Ricordo bene anche quell’incontro. La tipica segretaria in camice blu di buona presenza e con modi distinti
mi fa accomodare nell’attesa. Guardo l’ufficio, è chiaramente in ristrutturazione e un po’ polveroso. Entro
nell’ufficio del capo. E’ giovane, aspetto moderno ed efficiente e questo mi dà una certa tranquillità. E’ in
compagnia di una giovane donna seduta accanto a lui anche lei in camice blu, apparentemente un’altra
segretaria, e un signore più maturo, elegantemente vestito e di gradevole aspetto che rimane in piedi ai
bordi della scrivania. Sono emozionato, ma speranzoso assai.
Il capo mi spiega di che lavoro si tratta. E’ un lavoro difficile, dovrò seguire un corso di cinque settimane,
selettivo, nel senso che alla fine di ogni settimana ci sarà un test e alcuni di noi saranno scartati. Durante il
corso ci sarà chi getterà la spugna e abbandonerà il corso per la difficoltà degli argomenti trattati. Me la
sento di partecipare? Ma certo, rispondo io. Mi parla dell’ente che svolge questa selezione, l’Automobile
Club d’Italia. L’ACI, proprio l’organizzazione di cui dice peste e corna la rivista Quattroruote di cui io sono
fanatico lettore quasi dal primo numero. Mi illustra quali sono i compiti dell’ufficio che dovrà avvalersi di
questa macchina, qual è la sede, l’orario di lavoro, le ferie. Ma non lo sto ad ascoltare, emozionato come
sono, non aspetto altro che di sapere lo stipendio offerto. Sessantamila lire nette al mese che con gli
straordinari arriverà a centomila. Mi sta bene? Deglutisco e rispondo di sì. Penso al mio amico entrato in
banca da una anno e che invidio un po’, che prende ottantaquattromila lire.
Esco da quell’ufficio elettrizzato e ubriaco di speranza. Non ho ancora 22 anni.

A vederla da lontano, ovvero da questi tempi, faccio il conto dei giorni trascorsi dalla data in cui dovevano
pervenire le risposte alla inserzione, ovvero il 9 Giugno 1962. Il corso inizia nell’ultima settimana di giugno
e finisce sicuramente alla fine di luglio. Quindi poche settimane per esaminare le risposte di circa trecento
giovani, convocarli per i test, svolgerli e valutarne i risultati, colloquiare ancora con loro per una ulteriore
scrematura, dare l’appuntamento a un lunedì successivo per l’inizio del corso. Al tempo d’oggi ci
vorrebbero a dir poco sei mesi.
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Arrivato a casa mi riguardo la rivista Quattrosoldi che compro da alcuni mesi. E’ la consorella della più nota
Quattroruote della Editoriale Domus. Proprio sul primo numero, se non ricordo male, alla rubrica “Le
carriere che fanno guadagnare” viene citato, sorprendentemente, proprio il lavoro che mi viene proposto.
Le figure professionali sono quattro e vengono elencate in ordine crescente di retribuzione: la perforatrice,
l’operatore, il programmatore e l’analista. Guardo la retribuzione del programmatore e vedo la cifra di
220.000 lire e quella dell’analista 400.000 mensili. Non riesco a credere, troppo bello! Osservo le foto che
accompagnano queste quattro posizioni e mi colpisce soprattutto l’ultima: un giovane elegantemente
vestito di scuro è compostamente seduto davanti a un macchinario del futuro. Appartiene ad un altro
mondo.
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Il corso

Anche quella mattina di inizio corso la ricordo bene. Sedersi su banchi quasi scolastici, davanti a una
scrivania e un paio di lavagne, non conoscere quali difficoltà si dovranno superare, ma sapere benissimo
che ci si gioca il futuro non è cosa che si dimentichi facilmente.

Anche in questo caso alcuni dettagli rimangono impressi in modo indelebile.

Arrivai piuttosto puntuale e presi posto nella prima fila di banchi. Osservai i vari personaggi che man mano
entravano. Mi colpì un giovane alto, un po’ sovrappeso, camicia bianca con maniche rimboccate, su un paio
di pantaloni grigio chiaro forse un po’ lisi, occhiali spessi da miope. Curioso il fatto che gli sconosciuti a
prima vista non ci dicano nulla della loro anima, del loro carattere. Tanto meno della loro vivacità mentale,
della simpatia, del senso dello spirito. Non so perché ma questo giovane mi colpì, perché pensai che avesse
più bisogno di me di lavorare. Riuscì primo al corso. Lavorai con lui a stretto contatto, lo conobbi bene e
seppi tante cose di lui, della sua famiglia, dei suoi sentimenti, e poi tanto, tanto altro ancora. Quello che a
prima vista mi sembrò quasi senza anima, un alieno, timido e riservato, si rivelò poi sensibile, trasparente,
reattivo e…. bravissimo.

Il corso lo seguivamo in venticinque, almeno nella prima settimana, per conto dell’ACI. Insieme a noi
partecipavano una quindicina di laureati dell’allora TETI, così si chiamava la società telefonica nazionale, in
buona parte ingegneri.

Entrò in aula l’istruttore, un uomo alto e snello, vestito di grigio, molto gigione, accento milanese e quindi a
me romano d’origine partenopea niente affatto simpatico. Soprattutto per gli atteggiamenti da superman,
di chi, conoscitore avanzato di una tecnologia ultra moderna e forse un po’ esoterica, era venuto dal nord a
civilizzare noi romani, noti nel settentrione per essere gaudenti pelandroni.

“Chiamatelo calcolatore, chiamatelo elaboratore, chiamatelo se volete cervello elettronico, questa


macchina, l’Elea 9003, che voi imparerete a programmare, è in grado di……”

Ecco, in quel momento ho la fortuna a meno di ventidue anni di entrare in contatto, anzi di entrarne a far
parte, con una tecnica che rivoluzionerà il mondo.

Non me ne rendevo conto, non potevo rendermene conto. Non lo immaginavano nemmeno gli specialisti
di quel tempo, né gli ingegneri progettisti di quelle stesse macchine. Forse nemmeno i visionari
fantascientifici dell’epoca. Nessuno avrebbe immaginato allora che dopo alcune decine di anni anche un
ragazzino dodicenne avrebbe avuto a disposizione sulla scrivaniola di casa sua un calcolatore milioni di
volte più potente e più veloce di quello che mi accingevo a conoscere.

In quel momento iniziava per me un percorso di scoperta e di conoscenza di una tecnologia che avrebbe
avuto uno sviluppo spettacolare, superiore forse a quello di qualsiasi altra disciplina. Ho avuto la fortuna
non solo di assistere dall’interno, ma anche di partecipare in una certa misura al suo sviluppo, sicuramente
al suo utilizzo.

A parte l’aspetto lavoro e l’aspetto tecnico, da quel momento la mia vita prende una svolta. Non aver
risposto a quella inserzione la mia esistenza, la mia famiglia e tanto, tanto altro ancora sarebbero stati
diversi.

Le prime parole dell’istruttore mi entusiasmano. Sono fortemente motivato a superare il corso non solo per
la prospettiva di un impiego che sembrerebbe ben retribuito, ma soprattutto per i contenuti tecnici che a
me, niente affatto entusiasta di finire quale diplomato in ragioneria in un grigio ufficio contabile,
appassionano fin da ragazzino. Non è secondario il fatto che l’ambiente in cui mi sto imbattendo è rivolto
all’uso di una disciplina che, guarda caso, ha tutto a che fare con la Facoltà di Scienze Statistiche alla quale
sono iscritto da un paio d’anni, superando un certo numero di esami che hanno cominciato a quadrarmi la
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testa. Orientamento che presi su consiglio del mio professore di diritto: “Se volete pane e burro per tutta la
vita specializzatevi nella statistica”.

Ho sempre giocato con meccanismi e con dispositivi elettrici. Con l’aiuto di mio padre che mi assecondava
in questa tendenza, ho conosciuto il curioso nome di tanti utensili che lui conservava in un paio di grosse
scatole. Quella grigia tipica della ferramenta: le tronchesi, la chiave a rullino, le coppiglie, il mandrino, il
trapano a manovella, la sega a sciabola, la pinza a fustella, il maleppeggio, il succhiello, la raspa….Nella
scatola bianca, quella destinata al lavoro di calzolaio che mio padre era capace di fare nel risuolarci le
scarpe nuove appena comprate per farle durare di più, ci trovavo altri curiosi oggetti dal nome ancora più
buffo: il punteruolo, la cesoia, le semenze (i chiodini), i ferretti, il trincetto. Crescendo, oltre a cimentarmi a
livello quasi professionale con la camera oscura con l’hobby della fotografia, mi aggiornavo su innumerevoli
aspetti tecnici dell’epoca leggendo due riviste che mio padre ebbe il merito di comprare fin dal primo
numero nel 1949 (avevo nove anni): Scienza e Vita e Scienza Illustrata. In casa giravano alcuni oggetti che
davano l’opportunità a mio padre di spiegarmi cosa è un condensatore ottico, una lente piano convessa o
menisco convergente, come funziona un proiettore cinematografico e quindi cosa è una croce di Malta o la
colonna ottica sulla pellicola o l’arco voltaico. Mi capitava più volte di sbirciare dentro la radio a valvole
spesso accesa dentro casa e osservare quelle curiose ampolle che con una fioca luce rossa, quasi un piccolo
tizzone ardente, realizzavano il miracolo della ricezione di suoni lontani.

Intorno al 1955 cominciano a vedersi in vendita le radio a transistor, una delle prime rivoluzioni
tecnologiche. Piccole quanto un pacchetto di sigarette, le smonto per vedere come sono fatti questi oggetti
misteriosi. Ce ne sono cinque o sei, sembrano fagiolini neri dai quali spuntano tre fili che si vanno a saldare
su una basetta di bachelite dove con altri oggettini dall’aria del tutto insignificante si realizza anche qui il
sortilegio della ricezione delle voci dall’etere.

Ed ecco il collegamento con la macchina che inizio a conoscere. Questa utilizza ben settantacinquemila
transistor! Mi entusiasmo ancora di più. E’ il mio mondo.

Dopo aver fatto un veloce accenno alla struttura della macchina – memoria, unità aritmetico logica, registri,
unità di entrata e uscita delle informazioni - l’istruttore inizia a spiegarci quello che considero il “forgotten
man” dell’informatica: il flow chart, ovvero il diagramma a blocchi o diagramma di flusso.

E’ questo un metodo di rappresentazione grafica, ma prima ancora di progettazione, di una sequenza logica
di operazioni fra loro strettamente collegate in modo tale da raggiungere il risultato voluto senza errori.
Una caratteristica fondamentale di questo metodo è che lungo il flusso si prevedono punti di domanda
circa il verificarsi o meno di certe condizioni. La risposta positiva o negativa obbliga il flusso logico a seguire
una strada oppure un’altra

Poiché il calcolatore lo si può assimilare a un essere umano senza esperienza, capace di svolgere pochissimi
tipi di operazioni, ma a grandissima velocità, dotato di memoria ferrea, rigorosissimo nel rispettare le
istruzioni che gli vengono impartite, ma stupido, è necessario scomporre il lavoro che gli si vuol far eseguire
in passi molto semplici a lui comprensibili, che ovviamente devono tener conto di tutte le eventualità che
incontrerà nel suo svolgimento prevedendo le operazioni da svolgere in alternativa.

Per far questo il metodo di analisi e rappresentazione grafica del flow chart è di aiuto determinante.

Il calcolatore è capace di fare poche cose: spostare nella sua memoria stringhe di caratteri da A a B,
effettuare le quattro operazioni aritmetiche fra i dati posti nella sua memoria in A e B. Ma soprattutto è
capace di fare ciò che dà la vera “intelligenza” alla macchina: confrontare A con B, saper rispondere se sono
uguali, diversi, uno maggiore o minore dell’altro e quindi prendere una strada nella sequenza logica delle
operazioni oppure un’altra a seconda del risultato del confronto.
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Sembra impossibile, ma tutto quello che si riesce a ottenere dai moderni strumenti elettronici
programmabili si basa su questo.

A questi primi rudimenti seguono molte esercitazioni. L’istruttore pone un problema e noi allievi dobbiamo
risolverlo disegnando un flowchart che non abbia errori logici e soprattutto con il minor numero di passi,
anzi quest’ultimo accorgimento viene valutato prioritariamente.

Un esempio per tutti: Dato il valore S calcolarne la radice quadrata e porla in L. (segue flow chart).
Nonostante la macchina non sappia risolvere direttamente con un comando questo calcolo, è possibile con
il metodo delle approssimazioni successive raggiungere il risultato esatto. Ma come?

Si ipotizza che S sia la superficie di un quadrato di cui si vuol conoscere L, la dimensione di un lato, che
evidentemente sarà uguale all’altro. Si ipotizza inizialmente che S sia la superficie di un rettangolo, di cui un
lato misura 1. Si divide S per 1, e si ottiene banalmente la dimensione dell’altro lato. Si tratta con tutta
probabilità di un rettangolo basso e largo. Si sommano i due lati trovati e si dividono per due, insomma se
ne fa la media. Ottenendo una misura più vicina a quello che andiamo cercando. Dividiamo ancora S per il
lato trovato con la media. Otteniamo l’altro lato. Anche in questo caso abbiamo una misura meno distante
dal risultato che cerchiamo. Ancora una volta facciamo la media dei due lati e ripetiamo il calcolo
precedente, finché…..finché i due lati risultano essere uguali, quella è la radice quadrata.

La macchina è programmabile, nel senso che è possibile inserire nella sua memoria una sequenza di
istruzioni, ovvero di comandi. Se si è in grado di scomporre il problema che si vuol risolvere in passi semplici
anche se molto numerosi la macchina, tramite gli opportuni comandi, li leggerà in memoria uno ad uno e li
eseguirà con grandissima velocità. E’ questo che dà grande versatilità allo strumento.

Ci vengono quindi illustrate tutte le novanta istruzioni di cui è dotata la macchina. Naturalmente non esiste
ancora un linguaggio di programmazione simbolico più vicino a quello umano, né tanto meno un sistema
operativo. E’ di là da venire l’assembler e finalmente il COBOL. Le istruzioni sono parole curiose, tutte
lunghe otto caratteri, in cui l’ultimo definisce il tipo di operazione da svolgere, quelli precedenti definiscono
la lunghezza dell’operando e il suo indirizzo di memoria, inoltre un carattere che definisce il registro per un
eventuali indicizzazione dell’indirizzo stesso.

E’ il linguaggio macchina, o assoluto. Assomiglia a quello di Eta Beta.

Impariamo che esistono istruzioni per muovere/copiare stringhe di caratteri da un punto all'altro della
memoria, sommarli o sottrarli, nonché compararli. Il bello è che questo può essere fatto su stringhe lunghe
migliaia di caratteri con sole due istruzioni, quindi con benefici anche durante l'esecuzione.

Esistono i cosiddetti registri, piccole memorie utili per indicizzare le operazioni stesse. Poi le istruzioni per
leggere e scrivere sulle unità periferiche, principalmente nastri magnetici, ma anche stampanti, lettori di
schede o di banda perforata. Non esistono ancora dischi magnetici, né tanto meno display video. Il manuale
di programmazione lo vedremo solo alla fine, è un volume spesso non più di due centimetri.
Fondamentali le istruzioni per saltare in un diverso punto della sequenza di comandi in base al risultato,
uguale, maggiore, minore o diverso, del confronto di due operandi. Queste le istruzioni che danno vera
flessibilità e intelligenza alla macchina. Altre istruzioni molto utili quali la ricerca di un determinato
carattere in una stringa, oppure l'intercettazione di un errore nelle unità periferiche.

Ricordo ancora quasi tutte le istruzioni dell'Elea 9003 e posso quindi scrivere un programmino, minimo,
tanto per far capire meglio di cosa stiamo parlando.
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#00000A9 Carico nel registro A il valore 00000, in sostanza azzero un contatore


#00001A+ Sommo uno nel contatore
#99999A5 Confronto il contenuto del contatore con il valore 99999
Y#3016#0 Se il risultato del confronto dà 'diverso' la successiva
istruzione sarà quella posta al secondo posto, quindi sommerà ancora nel
contatore, di nuovo confronterà, e così via per 99999 volte. Quando il
confronto darà 'uguale' il calcolatore proseguirà in sequenza effettuando la:
043043#÷ stampa sulla telescrivente di console la parola FINE
O#FINE#0 L'elaborazione si ferma.

Il programmino, se eseguito in macchina, avrebbe l'utilità di far percepire l'esatto impiego di tempo da
parte dall'elaboratore per eseguire 99.999 volte quel gruppetto di istruzioni centrale, cioè la somma, il
confronto e il salto. In sostanza quanto ci mette a contare fino a 99.999.

Della macchina ci viene detta la velocità, nonché alcune caratteristiche di base.

È in grado di eseguire diecimila istruzioni al secondo, molto grosso modo, in dipendenza della lunghezza
degli operandi trattati. Può leggere e scrivere su nastri magnetici alla velocità di 45.000 caratteri al
secondo, da bobine da 2400’ che ne contengono al massimo 15 milioni. I caratteri (di byte sentiremo
parlare solo quando si deciderà di utilizzare i calcolatori cosiddetti della terza generazione) sono composti
da sei bit, ai quali si aggiunge un bit di controllo, esprimono quindi 64 combinazioni diverse.

La memoria: è questo un capitolo che mi colpisce assai.


Già, come fa il calcolatore a ricordare? Ovviamente ricorda solo caratteri alfanumerici. E un certo numero di
caratteri speciali. Ma come fa?
Ci viene spiegato il ciclo di isteresi, cosa è un bit (binary unit) e come questo si materializza nella memoria.
Questa è come un grande casellario, in ogni casella esistono sei anellini di ferrite del diametro di circa un
millimetro, ogni anellino è attraversato da tre fili di rame che, pilotati dall’unità centrale, lo magnetizzano in
un verso, oppure nel senso opposto, senza possibilità di situazioni intermedie che possano ingenerare
dubbi. Ai due stati di magnetizzazione, che vengono mantenuti per tutto il tempo di funzionamento del
calcolatore -ed è qui la Memoria- per convenzione si associa rispettivamente il valore zero e il valore uno. E’
l’unità binaria, il bit.

Poiché gli anellini sono sei, questi possono assumere sessantaquattro combinazioni possibili, a ognuna delle
quali per convenzione viene associato un carattere numerico, alfabetico o speciale. Di caselle il calcolatore,
o meglio la memoria, ne può avere da ventimila a un massimo di centosessantamila a seconda del modello.
Una volta scritto un numero o una lettera nella sestupla di anellini questa rimane memorizzata e può essere
riletta e volendo riscritta fino allo spegnimento della macchina. Tutte le caselle sono numerate
progressivamente a partire da zero, sono quindi indirizzabili. Tanto che si dirà “il dato si trova nella
posizione di memoria con indirizzo x”.
Ogni venerdì dobbiamo svolgere un lavoro in aula. L’istruttore ci somministra un test per verificare quanto
abbiamo capito e assimilato delle spiegazioni. I lavori vengono esaminati nel primo pomeriggio e si sa
subito chi potrà continuare a partecipare al corso.
All’inizio siamo in venticinque, veniamo ridotti settimana dopo settimana, con nostro grosso patema
d’animo, a sette. I giovani della Teti vivono invece tranquilli, loro sono stati già assunti, in ogni caso.
Felicemente riesco terzo in graduatoria. Sono felice, ma non troppo, non riesco ancora a crederci. Ci
crederò quando vedrò il primo stipendio, ma forse non ci crederò ancora.
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L’Ufficio Statistica dell’ACI

Completato il corso e comunicatici i risultati siamo invitati a presentarci il lunedì successivo nell’ufficio di
Largo Somalia 30/b.

E’ questa la sede distaccata dell’ufficio dell’ACI denominato precisamente Ufficio Statistica dell’ACI. Sta al
piano terra di un normale edificio civile e si estende con altri locali anche al primo interrato che comunque
si affaccia su un grande cortile. I locali sono tutti in ristrutturazione consistente. Capiremo dopo appena
qualche giorno dopo che il calcolatore verrà installato in un grande salone, con un controsoffitto che
all’epoca ci appare molto moderno e avanzato, con le aperture per l’aria condizionata e moderne
plafoniere per l’illuminazione. Profumo di futuro.

Ci mettono tutti e sette provvisoriamente in una stanza senza finestre al piano interrato e il primo episodio
che ricordo è l’entrata di una segretaria, una bella ragazza alta e dall’aria professionale, che ci consegna una
busta ciascuno, contenente quarantamila lire quale rimborso spese per la partecipazione al corso. Firmiamo
la ricevuta in silenzio celando la nostra sorpresa per ciò che non ci aspettavamo. Appena uscita la segretaria
lanciamo felici in aria i quattro bigliettoni da diecimila come si usavano allora. Fra tanta euforia ognuno di
noi a turno dice cosa ci farà con quei primi soldi. Mi vergogno ora di dire come li avrei spesi io.

Sento per la prima volta l’odore dei soldi. Inebriante!

Siamo ai primi di agosto, in qualche modo veniamo a sapere che siamo assunti dal successivo primo
settembre 1962. Non riesco ancora a crederci.

Il calcolatore verrà installato in autunno, forse in ottobre, nel frattempo facciamo conoscenza con i
cosiddetti “avviatori” della Olivetti.

Si tratta di un gruppetto di quattro personaggi che ci vengono affiancati con il compito di assistere
l’ambiente e soprattutto noi nel fare entrare in funzione l’impianto. In sostanza costituiscono la consulenza
della Olivetti, hanno ovviamente non più di un paio d’anni di esperienza e ci illustrano le prime procedure
da sviluppare. Procedure, con questa parola si definiscono allora i progetti e le applicazioni. E’ chiaro che la
parola informatica è di là da essere coniata.

I quattro personaggi, che si riducono poi a due, sono tutti del settentrione, compreso il capo, un giovane
milanese che mi colpisce per il comportamento e la parlata quanto mai suadente e calma. Oltretutto è
bello, per quello che posso giudicare io. E’ una via di mezzo fra Jean Sorel e Alain Delon. Appartiene a una
razza superiore, non c’è dubbio. Ci sembra un padreterno, ha niente meno che tre anni di esperienza nel
campo! Dopo di lui c’è un personaggio originario di Trento, bruttino invece e nemmeno alto e, nonostante
la provenienza nordica, è vivacissimo e soprattutto intelligentissimo.

Lavoriamo a stretto contatto con loro per mesi, nel frattempo cominciamo a capire cosa fa quell’ufficio e
come è strutturato.

Come dice la sua denominazione l’ufficio ha il compito di realizzare le statistiche in campo automobilistico
che stampa mensilmente insieme ad elenchi anagrafici di tutte le movimentazioni avvenute. Quindi non
solo quanti autoveicoli sono stati acquistati nuovi, venduti usati, modificati o radiati nel mese, ma anche
nome e cognome e residenza dei cittadini che hanno effettuato quelle….formalità. Quest’ultima
espressione, sentita per decenni, vuole indicare il momento burocratico che dà inizio o modifica la
proprietà di un autoveicolo. E’ il caso di sottolineare il fatto che questi eventi sono ambientati nel momento
storico che vede il boom dell’automobilismo in Italia.

Sia le statistiche che i tabulati anagrafici prevedono un dettaglio a livello provinciale e comunale, suddivisi
per categoria di autoveicolo (autovetture, autobus, ecc.), per fabbrica, modello e serie, includendo le
principali caratteristiche tecniche, nonché la residenza dei proprietari.
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Oltre a questi lavori di tipo statistico, viene gestito l’archivio dei soci dell’ACI, prioritariamente per
stampare ogni settimana il cosiddetto “fascettario”, ovvero le etichette da attaccare sulla rivista
l’Automobile inviata agli allora quattrocentomila associati.

Per svolgere questi compiti, l’ufficio si avvale, almeno fino a quel momento, di un meccanografico, cioè di
un reparto attrezzato con macchine UR (Unit Record). Si definivano così le apparecchiature in grado di
elaborare le informazioni perforate su schede.

Vengono utilizzate le schede a fori rotondi della Remington, in grado di ospitare in totale novanta caratteri,
in contrapposizione a quelle IBM a fori rettangolari che ne contengono ottanta.

A gestire queste macchine individuiamo nell’ambiente un certo numero di giovani con appena qualche
anno più di noi, normalmente in camice bianco, che comprendiamo avere nei nostri confronti un po’ di
gelosia/invidia.

E’ quanto mai comprensibile. Scopriamo che il contratto con il quale verremo assunti è superiore al loro,
anzi è unico in tutto l’Ente. Anche a loro è stata data la possibilità di cimentarsi con i test psicoattitudinali,
ma nessuno li ha superati.

Affiancato a questo reparto c’è quello delle perforatrici. Come in tutti i centri dell’epoca i dati devono
essere trasferiti-copiati sui supporti meccanografici utilizzando giovani ragazze dalle quali si aspetta velocità
e precisione. Nell’ufficio ce ne stanno per lo meno una cinquantina. Le adocchieremo, ce ne stanno alcune
carine. E, a proposito, qualcuno mi dirà: “L’hai scelta nel mazzo”.

Ma chi è il capo di questa struttura?


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Il dr. Giuseppe Sturni

Lo abbiamo già conosciuto al momento del colloquio, prima dell’inizio del corso, ma in quel momento ci è
sembrata una persona ben diversa da quella che scopriremo nei mesi successivi.

E’ un giovane di trentadue anni, laureato in Scienze Statistiche. Si dice sia stato tre anni negli USA e infatti
assume talvolta atteggiamenti, soprattutto verbali, che denotano un certo fanatismo filo americano.

E’ merito suo se l’alta direzione dell’ACI si convince a sostituire il meccanografico con un vero centro
elettronico, il CED, il Centro Elaborazione Dati, come viene allora correntemente chiamato un simile
impianto in Italia. Vengo a sapere in seguito che il nostro sarà il settimo esemplare dell’Elea installato in
Italia. Siamo quindi all’avanguardia.

Naturalmente con il tempo assorbiamo alcuni pettegolezzi dell’ambiente. Si dice che il capo sia molto
stimato e quindi protetto dall’allora segretario generale dell’Ente, il dr. Mungo.

Sta di fatto che la scelta che fa è coraggiosa, le procedure che utilizza per la selezione e la formazione dei
giovani sono moderne e rigorose, infatti nessuno di noi sette risulta raccomandato. Fa del tutto e ci riesce
per riconoscere a questi giovani un trattamento che non viene attribuito a nessun altro nell’Ente.

Non passano troppi giorni e cominciamo subito a capire di che tempra è fatto, un vero leone.

Capita talvolta di sentirlo alzare la voce in modo terrificante, lo si sente in tutto l’ufficio. Me la prendo
anch’io una lavata di testa perché sono sorpreso senza camice bianco. Ci tiene molto perché l’ambiente
appaia ai vari visitatori –verranno anche i giapponesi- ordinato, pulito, efficiente e in grado di incutere un
po’ di soggezione. Dopo appena tre anni avrò una brutta discussione con lui, feci un’alzata di testa niente di
meno con la sua donna, rispettata e riverita ovviamente in tutto l’ufficio. Fui chiamato nel suo ufficio e lì mi
fece nero. Mi disse che si meravigliava molto del mio comportamento, proprio io di cui la signora in
questione parlava molto bene, anzi che gli riferiva di aver dimostrato capacità di “sintesi e analisi”. Ecco
questa fu l’espressione che mi piacque assai, e che mi rimase in mente per anni. Già, la realtà è difficile da
valutare senza analizzarne e poi sintetizzarne gli aspetti. Troppo buono ad attribuirmi queste qualità.

La sfuriata fece il giro dell’ufficio, tutti si meravigliarono che quello che sembrava un bravo ragazzo
totalmente dedito al lavoro e dall’aspetto quadrato avesse osato ribellarsi.

Da questo uomo credo di aver ricevuto un imprinting, succede così quando si è molto giovani e si ha un
superiore, gerarchicamente parlando, con una forte personalità. L’episodio mi dimostrò poi che non è per
niente vero che un atteggiamento accomodante e diplomatico paga, una botta da matti talvolta paga di
più.
Un anno dopo infatti ebbi un riconoscimento economico sostanzioso del tutto inconsueto per
quell’ambiente.
Mi sono sempre chiesto negli anni successivi, una volta crollata la sua stella, come si sarebbe comportato
davanti alle nuove esigenze di un mondo troppo cambiato.

Il personaggio ha comunque molta ambizione, cultura tecnica e accademica per convincere il vertice
dell’ACI a fondare una società con una denominazione che da sola può dire tutto sulla sua pretesa di
innovazione avanzata dei metodi di lavoro: la SICREO, Società Italiana di Calcolo Ricerca Economica e
Operativa.

Questa società avrà la sua sede, ovvero poche stanze, un salone e una sala per riunioni, in una zona appena
adiacente i locali dell’Ufficio Statistica. Anche questi locali stanno nel piano interrato, si affacciano sul
grande cortile, sono poco luminosi, ma appaiono più che decorosi per un’accurata ristrutturazione e un
moderno allestimento interno.
Naturalmente amministratore delegato e direttore generale di questa società è il dottor Sturni.
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Per quanto mi riguarda talvolta sbircio in questi locali i pochissimi personaggi che lo frequentano, sono in
genere laureati in scienze statistiche, ne hanno indubbiamente anche l’aspetto. Fra quelle pochissime
figure mi colpisce una giovanissima segretaria, quasi una bambina, ha un nome che si fa ricordare, si
chiama Iride.

Sia il dottor Sturni, sia la società SICREO vanno considerati la RADICE di tutto l’ambiente futuro informatico
dell’Ente.

L’orario di lavoro è di trentasei ore settimanali su sei giorni. Quando verrà messo in funzione il calcolatore,
che verrà fatto lavorare giorno e notte, ci verrà richiesto di lavorare senza badare a orari. Non ce lo faremo
dire due volte. Gli straordinari sono tranquillamente pagati e non è tempo per storcere la bocca.

Anzi il mio stipendio dopo un anno raggiunge la cifra di 175.000 lire. Per attualizzarla agli inizi del 2015 va
moltiplicata per 24. A suo tempo non era poco. La benzina costava 90 lire al litro. Assunto a settembre, nel
dicembre appena successivo vado alla Fiat e acquisto, a rate ovviamente, la mia prima auto, una Fiat 500
color verde acqua, costa 470.000 lire. Appena ritirata, in una serata di pioggerellina, la bagno letteralmente
andando dal centro all’Eur percorrendo la Cristoforo Colombo, così, tanto per gustare il senso di libertà che
solo l’auto, benedetta, sa dare.

Il calcolatore scelto è quello della Olivetti, come detto. Alla distanza si può dire che all’epoca non c’era
niente di meglio, quella macchina era fra le più potenti disponibili sul mercato italiano. Incredibile a dirsi!

I guai vennero dopo. E sarebbero venuti forse con qualsiasi altra macchina.

Finalmente l'Elea venne installato. Siamo nell'autunno avanzato del 1962. Rispetto ai calcolatori delle altre
case, l'Elea presentava il vantaggio di non aver bisogno di un pavimento sopraelevato. L'aria condizionata
ovviamente era presa dall'ambiente e aspirata alla base dei grossi armadi, mentre i cavi erano sostenuti da
ponticelli metallici di buon disegno che collegavano a oltre due metri di altezza armadi e periferiche.
Era la prima volta che vedevo qualcosa Made in Italy non fatta di lamierino poverello, ma di robusti pannelli
di alluminio satinato di sei millimetri di spessore.

Ci si accorse immediatamente che per sfruttare convenientemente la macchina questa doveva stare in
funzione 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Un giorno a settimana la macchina veniva presa dai tecnici
della Olivetti per una manutenzione preventiva e sistematica. Il mio convincimento personale all'epoca era
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che ciò servisse esclusivamente a rendere più esperti i loro tecnici.

Cominciammo a scrivere i programmi ed è forse necessario fare chiarezza in modo ordinato su ciò che
esattamente si voleva ottenere.
Da tutti gli uffici provinciali dell’ACI pervenivano a Roma tutte le copie su carta delle formalità generate
localmente a seguiti di acquisti, vendite e modifiche degli autoveicoli sul territorio italiano.
Il reparto delle perforatrici acquisiva i dati utilizzando le Audit, le tipiche macchine Olivetti di quegli anni in
grado di stampare durante la digitazione dei dati un modulo cartaceo già di per sé adatto all'archiviazione
ordinata tradizionale. Contemporaneamente però le macchine perforavano gli stessi dati su una banda di
carta che costituiva l'input all'elaboratore. I rotoli di banda perforata venivano letti da macchine offline e le
loro informazioni, le formalità, circa 200 mila al mese, venivano trasferite su nastri magnetici.

Finito il mese tutti i nastri venivano letti dall'elaboratore e tramite una serie di programmi le informazioni in
essi contenute erano normalizzate, ordinate, controllate e codificate. I controlli ovviamente mettevano in
evidenza un certo numero di errori, quasi tutti di digitazione, ma non solo. Era quindi necessario stampare
la cosiddetta 'lista degli errori', procedere a una correzione prima sulla carta poi sul flusso magnetico e
"riciclare' tante volte fino ad avere il mese completamente depurato dagli errori. O quasi.
Il flusso informativo contenente il mese finalmente veniva sottoposto alle elaborazioni per l’utilizzo finale.

Un primo elaborato era costituito da elenchi anagrafici in cui tutte le informazioni erano stampate in ordine
di targa, quindi provincia per provincia, includendo oltre ai dati del proprietario, il modello acquistato
corredato di alcune caratteristiche tecniche.
Un secondo prodotto era costituito da statistiche ordinate per regione e provincia di tutte le tipologie di
formalità avvenute nel corso del mese, suddivise per categorie di veicoli.
Il terzo prodotto consisteva nella fornitura di elenchi anagrafici a un centinaio e passa di enti o società
abbonate alla ricezione di una determinata selezione di informazioni.
Seguivano altri prodotti minori e in ogni caso l’aggiornamento dei dati per le elaborazioni di fine anno.

A questo punto è necessario parlare del momento sorgente dell’archivio PRA digitale.

In quel periodo non ci si sogna di dare la benché minima validità legale alle informazioni trattate. Queste
hanno solo validità statistica. Il vero archivio, quello sacro, intoccabile, è gelosamente custodito in ogni
conservatoria provinciale dove svolge la sua missione come in un sancta sanctorum.
Debbo approfittare per citare un vuoto di conoscenza che io mi porto dietro per mesi e mesi.
Per mesi io sento parlare di PRA. E’ una sigla che sento nominare tante volte, sia io che i mie colleghi.
Nessuno, ma proprio nessuno che ci spieghi in maniera organica cosa sia. Nessuno che ci spieghi che per
legge, una legge del ’27, lo stato italiano ha deciso che il fenomeno dell’automobilismo sotto l’aspetto della
proprietà, debba avere un suo registro ufficiale dove tutte le nuove proprietà e le eventuali modifiche
debbano essere annotate. E che la tenuta di questo registro - proprio un registro di carta con copertine
pesanti rilegate in tela- viene delegato al…Reale Automobile Club d’Italia.
Molti anni più tardi vedrò bene da vicino questi volumi di carta, accatastati e coperti di polvere in magazzini
indecenti, quando mi verrà affidato il progetto della loro microfilmatura prima di vederli morire…..

Nell’ufficio Statistica, generati dal reparto meccanografico nel corso degli anni, esistono ben conservate 5
milioni di schede. Su ogni scheda c’è, per ogni targa di autoveicolo venduto in Italia fino al 1962, cognome,
nome, residenza del proprietario, marca e modello posseduto, cilindrata e potenza in HP fiscali del veicolo.

E’ quello il seme del futuro archivio digitale. Tanto è da considerarsi un archivio storico che rintraccio l’auto
di un certo Mussolini Benito, Roma, Alfa Romeo 2750!

Mentre nelle ore diurne si effettuano le elaborazioni che ho prima descritto, di notte si procede, con
lentezza e difficoltà a caricare su nastro magnetico una montagna di schede: 5 milioni! A tanto ammonta il
circolante a quella data.
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Una volta caricato su nastro, normalizzato come tracciato, ordinato e pulito almeno in una certa misura da
errori, l’archivio occupa alcune centinaia di bobine. Dobbiamo averne alcune copie. Dobbiamo
periodicamente aggiornarlo, non con un mese di movimenti alla volta, ma con più mesi, perché
l’elaborazione è troppo pesante, dura infatti….mesi!

La tanto decantata velocità della macchina si dimostra totalmente insufficiente a gestire tali moli di dati.
Oltre alla lentezza (quante notte esasperanti passate con l’elaboratore!), l’impianto non è affidabile.
Infatti, se debbo ricordare una caratteristica alla base di queste macchine debbo dire: l’inaffidabilità.
Le nuove generazioni di specialisti informatici non hanno idea, non possono avere idea, di cosa significa
dopo ore e ore di elaborazione vedere accendersi sulla console di comando una luce terrorizzante “errore
unità logica”, “errore unita nastro irrecuperabile”, oppure un salto di corrente che interrompe
l’elaborazione e casomai guasta qualche circuito interno.
Un incubo!

Un solo dato di confronto: anni dopo, parlo ormai del 1980, le unità a disco della Siemens avevano un MTBF
di ottomila ore. L’MTBF (Mean Time Between Failure) era il tempo medio atteso fra due malfunzionamenti.
Vuol dire che dopo mediamente ottomila ore di funzionamento da una unità c’era da aspettarsi un errore
o un guasto. I dischi attuali, infinitamente più piccoli, veloci e capienti, hanno un MTBF di 10 milioni di ore!
Era raro che quell’impianto non avesse un salto di corrente a settimana.
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I programmi parametrici

Prima di arrivare al cambio di elaboratore con uno della cosiddetta terza generazione, può essere utile a un
giovane specialista di questi anni (seconda decade del terzo millennio), dare una sbirciatina a come
lavorava un programmatore ai primordi dell’informatica.

Assunti ormai da qualche settimana, vengo convocato insieme al più bravo del corso, il giovane alto e con
gli occhiali che mi colpisce all’inizio di tutto, per realizzare un programma. A spiegarci cosa dobbiamo fare è
quel trentino, un po’ rosso di capelli e di carnagione, consulente della Olivetti.
Parla per un quarto d’ora usando termini che non abbiamo mai sentito: fusione parametrica, attrezzaggio,
ripristino, chiavi di ordinamento multiple….. Io taccio, forse azzardo a fare qualche domanda, ma è buio
pesto. Mi fido del fatto che ho vicino il più bravo, mente superiore e penso che avrà capito tutto lui.
Veniamo lasciati soli con davanti alcuni appunti scarabocchiati su un foglio di carta, geroglifici dell’era
moderna.
- Io non ho capito niente – Dice il mio collega, per la verità in modo più colorito, sarà una sua
caratteristica esprimere verbalmente il suo disappunto ricorrente su tutti e su tutto, utilizzando
forse non più di una mezza dozzina di parolacce.
- Nemmeno io, pensavo avessi capito tutto tu. – Rispondo io.

Ci facciamo coraggio e andiamo dal rosso a chiedere qualche delucidazione. Lo facciamo un altro paio di
volte poi, poi ci vergogniamo troppo di fare la parte degli imbranati.

Ci sforziamo di capire e poco alla volta la nebbia si dirada. Scriviamo il programma che diventerà patrimonio
del CED.

Cosa fa questo programma. Una funzione fondamentale che ogni impianto informatico di quell’epoca deve
avere è quella di sort, ovvero quella della messa in ordine di un flusso di informazioni disordinato. Un
nastro magnetico può contenere centomila proprietari di autoveicoli registrati in modo del tutto casuale.
Poco potremmo farci con quel flusso di informazioni. Averlo ordinato per cognome e nome del proprietario
ci permetterebbe invece di stampare una lista facilmente consultabile, avendo un nominativo da ricercare.
Se avessimo invece un numero di targa da ricercare ci occorrerebbe averlo ordinato e stampato in ordine
di targa.
Il CED è attrezzato con un programma fornito dalla Olivetti, l’unico, in grado di mettere in ordine le
informazioni su una determinata chiave (il cognome, il numero targa o altro), ma solo un nastro alla volta.
Avendo seicentomila proprietari registrati su sei nastri magnetici possiamo ordinarli uno alla volta, ma poi
dobbiamo “fonderli” in un’unica sequenza. Un programma di fusione (ora diremmo di merge) non esiste,
nemmeno fornito dalla Olivetti. Lo scrivono per la prima volta due ragazzotti inesperti. Può bastare questo
per capire che siamo veramente agli albori di quella che verrà chiamata informatica. Inoltre può bastare
questo per capire che l’Elea ha trovato nell’ambiente ACI pane per i suoi denti.
Abbiamo così capito cosa significa parametrico. Un programma che svolge una determinata funzione con
varianti che lo rendono flessibile e adattabile di volta in volta con parametri, appunto, da comunicargli al
momento del lancio.

Questa esperienza è per me fondamentale. Mi entra nel sangue. La utilizzerò dopo forse un anno quando
mi verrà affidato un compito il cui tempo di realizzazione mi sembrò spropositato. Almeno a prima vista.

Deve essere chiaro che sono tempi in cui non esistono superiori nell’ambiente di lavoro in grado di dirti
“per fare questo ci vuole tot tempo”. Nessuno lo sa dire, anzi forse non si sa dire nemmeno se è possibile
farlo. Nessuno che ti si affianchi e ti suggerisca soluzioni, accorgimenti, metodologie….le famose
metodologie. Viene il sospetto, a posteriori, che chi ti affida il lavoro ci stia provando, quasi scommettendo
sulla persona scelta per l’incarico.
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Dato un flusso di informazioni contenente il risultato di una indagine statistica, un questionario con molte
domande somministrato ad alcune migliaia di automobilisti, si vogliono ottenere circa duecento tabelle a
doppia entrata incrocianti tutte le risposte date.
Non so da che parte cominciare e nessuno me lo sa dire. Tanto che non mi viene data nemmeno una
scadenza.
Comincio a scrivere il primo programma per realizzare la prima tabella. Lo metto da parte, prima di
utilizzarlo in macchina con i dati effettivi che d’altra parte ancora non sono disponibili.
Scrivo il secondo programma, ma con una impostazione diversa che mi sembra più elegante. L’esperienza
insegna.
Scrivo il terzo programma e mi accorgo che è quasi uguale al secondo appena scritto. Cambiano solo pochi
dettagli. Non può non venirmi un’idea suggerita dall’esperienza della “fusione parametrica”.
Scrivo un quarto programma il quale al momento del lancio chiederà come devono essere valorizzati quei
dettagli che da soli rendono il programma diverso. In sostanza chiede i parametri, così li chiamiamo allora.
Vado in sala calcolo e prenoto un certo tempo-macchina per effettuare le prove e l’elaborazione di alcune
decine di tabelle.
Lancio il calcolo della prima tabella. Mi tocca stare davanti alla macchina in attesa che finisca
l’elaborazione. Lancio la seconda tabella. Altri dieci minuti. La terza. Quando mai finirò? Ne debbo
elaborare quasi duecento! Mi scoccio e mi faccio venire un’altra idea. Smonto tutto e torno alla scrivania.

Modifico il programma in modo tale che i parametri possano essere dati a gruppi di cinquanta tabelle per
volta a inizio di ogni lancio, tante quante ce ne possono stare in memoria. Con quattro lanci possono
risolvere tutto. Un giorno per modificare il programma, un solo programma, e ritorno in macchina. Lancio il
primo gruppo e naturalmente la macchina si “siede”. E’ quello che mi aspetto, lascio la macchina lavorare
per tre ore e me ne vado a spasso. La macchina lavora per me.

In sostanza la possibilità di modificare il programma medesimo, da parte dello stesso programma, permette
di ottenere una flessibilità notevole nell’oggetto che si sta realizzando.

In base a questo stratagemma, forse un anno più tardi, realizzo una sorta di programma di utilità generale
che permette di risparmiare un bel po’ di tempo quando si debba scrivere velocemente un programma per
sistemare una situazione d’errore. E questo capita spesso.

Come ho già detto non esiste alcun sistema operativo. Il calcolatore è stato fornito, come dire, nudo e
crudo. Non esiste quello che poi verrà chiamata l’IOCS, ovvero l’Input Output Control System. In sostanza
per scrivere un semplicissimo programmino che ha il compito di azzerare un contatore in un flusso dati
residente su nastro, è necessario scrivere tutte le istruzioni di lettura e scrittura del file, il che significa
prevedere il deblocking, la routine di errore, la formazione del blocco in uscita e così via. Circa tremila
caratteri di istruzioni. Sono sempre le stesse o quasi. Facilissimo sbagliare qualcosa. E io sbaglio, sono un
po’ svagato, faccio errori di distrazione madornali, non sono come quel mio collega bravissimo che ha una
memoria e un’attenzione fuori del normale.

Realizzo un programma che mi permetterà una volta per tutte di evitare la scrittura di istruzioni, sempre le
stesse, che richiedono tempo e sono esposte a errori. Lo faccio a mio uso e consumo, ma in breve tempo
l’oggetto diventa patrimonio dell’ambiente, lo usano tutti.

Morale di questi episodi: un problema a prima vista sembra irrisolvibile, ai nostri occhi è oscuro,
incomprensibile, getteremmo subito la spugna e passeremmo oltre. E’ invece qualcosa che si sgretola pian
piano, un grosso sasso che si divide in due e poi in quattro e poi….fino a che si sbriciola. Fino a che il
problema appare addirittura di banale soluzione. Inoltre, ognuno di noi ha caratteristiche diverse dal suo
simile, che forse possono esser valorizzate. Lavorando a stretto contatto con il mio collega bravo, non
reggevo il suo ritmo, non avevo la sua memoria, né la sua pazienza. Quando fui messo a lavorare da solo,
utilizzai il mio ritmo, il mio metodo e soprattutto la fantasia, e con questo superai i miei limiti.
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Dall’autunno 1962. Passano gli anni, maturiamo esperienza, soffriamo per i tempi di elaborazione
mostruosamente lunghi, soffriamo per l’inaffidabilità della macchina, lavoriamo di notte frequentemente
per risolvere picchi di lavoro sia per provare programmi, sia per avviare nuove procedure. Non dimentico le
lunghe notti passate da solo nella sala calcolo, chiuso a chiave nel CED, dalle 22 alle 6 del mattino. Dopo le
due di notte il rumore delle macchine è come quello di un temporale.

Assistiamo e siamo partecipi di alcune novità tecniche. Per quanto mi riguarda sono mandato a Milano per
imparare il Fortran, e prima ancora le tecniche PERT. Utilizziamo per un certo tempo sia l’Elea 6001 che il
4001. Ma la più grossa novità è quella dell’acquisizione di un lettore ottico. Siamo i primi in Italia ad averlo
e forse gli unici.

Macchina pesantissima, fino al punto che cede il pavimento sul quale si sta installando e che viene
rinforzato di conseguenza.

Si tratta del Retina della Recognition Equipment Incorporated, americana ovviamente. La macchina è in
grado di leggere da documenti intorno al formato A6 una stringa di caratteri OCR-B. Si tratta di caratteri
dall’aspetto normalissimo, niente affatto stilizzati come lo sono invece i CMC-7 presenti ancora oggi sulla
base degli assegni di conto corrente (mi sorprende scoprirlo ancora oggi). Con cinghie di trasporto, ruotismi
vari, dispositivi pneumatici per la verità molto rumorosi il documento viene fatto passare ad alta velocità
davanti alla stazione di lettura. Illuminato fortemente da due lampade viene proiettato ingrandito su una
matrice di 192 cellule fotoelettriche. Il carattere che passa velocemente su quelle cellule viene confrontato
al volo con i caratteri memorizzati all’interno della macchina. Uno dei caratteri risponde di avere la
massima somiglianza con quello di cui vede….l’ombra fuggente. Nella parte opposta del lettore di
documenti c’è il lettore di pagine.

La macchina viene acquisita se ricordo bene per la gestione dei buoni benzina, ma ne ricordo un utilizzo
molto più banale e forse criticabile. Le informazioni mensili del PRA non vengono più acquisite su banda
perforata, ma dopo un periodo in cui sono registrate direttamente su nastro magnetico tramite le
macchine MDS, si sceglie di farle battere a macchina su carta con normalissime macchine da scrivere. La
pensata fu ovviamente del direttore della SICREO, che non dimentichiamolo è contemporaneamente
direttore dell’Ufficio Statistica.

Sto tralasciando di annotare quello che nel frattempo succede per l’appunto in SICREO. Viene assunto un
programmatore, viene formato un grosso reparto di acquisizione dati di circa cento elementi. Ma prima
ancora viene assunto un ingegnere con il compito di dare un impulso di maggiore professionalità al gruppo
di programmatori dell’Ufficio Statistica, che nel frattempo è cresciuto da sette elementi a oltre undici.

A pensarci bene utilizzare normali macchine da scrivere (furono scelte le Olympia) al posto di noleggiare
cento macchine registratrici MDS forse da solo poteva giustificare il lettore ottico.
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Amarcord….

Riaffiorano ricordi, personaggi, dettagli tecnici, episodi.


Molti sono curiosi e molti altri divertenti.

Andando in ordine cronologico debbo citare il periodo più felice, quello dei primi mesi di lavoro, Mi andavo
convincendo pian piano che, sì, ero stato davvero assunto, non era un sogno. Il lavoro non mi spaventava
affatto, né per la quantità, né per la difficoltà. Ci misero tutti e sette in uno stanzone un po’ defilato dal
resto dell’ufficio ancora in ristrutturazione. Mai mi sono fatto tante risate come in quel periodo. Eravamo
fortemente coesi perché vivevamo insieme una sorta di avventura. Eravamo coscienti di svolgere un lavoro
ultramoderno, difficile anche da spiegare a familiari e amici. L’orario: sei ore per sei giorni. Quasi tutti i
giorni dopo la mattinata (il cartellino timbrava in rosso se si entrava dopo le 8 e 10 e i ritardi, se troppi, si
vedevano molto chiaramente) una pausa dalle 14 di due ore, sufficienti per tornare a casa, pranzare,
dormicchiare dieci minuti e poi di nuovo dalle 16 in ufficio e fino alle 20. Una pacchia, per me.

Installato il calcolatore iniziarono i turni anche di notte per la prova dei programmi. Con una certa
frequenza si dovevano seguire di persona le elaborazioni innescate dai programmi che ognuno di noi aveva
scritto e la loro durata ci obbligava a essere presenti per molte ore. Quasi sempre da soli. Alle 22 si dava il
cambio al collega che era stato prima di noi, ci si chiudeva a chiave nel CED e si rimaneva fino alle 6 del
mattino e anche oltre. Da soli. Non era un grosso problema per me, anzi nel periodo estivo era un bel modo
per andarmene al mare e dormire sulla spiaggia di mattina in giorno feriale. Bella vita! Salvo una volta che
fermo davanti a un semaforo rosso ebbi un colpo di sonno tanto da far suonare quello che avevo dietro.

Non ci si poneva nemmeno lontanamente il problema della sicurezza nel posto di lavoro. Non mi
avvisarono quella volta di notte che in ufficio c’era anche un addetto alle caldaie e quindi non ero solo in
ufficio; mi prese un colpo quando me ne accorsi. Ciò che mi angustiava era piuttosto il malfunzionamento
del software (ma ancora non si chiamava così) da me scritto o la difficoltà nel metterlo a punto. Ma forse
ancora di più quello dell’hardware (ma ancora non si chiamava così), era veramente angosciante.
Ricordo il caricamento dei cinque milioni di schede. Non era ancora consolidata la differenza di ruolo fra
operatore e programmatore e quindi dovevamo a turno seguirlo di persona, da soli, di notte. Capitò anche
a me. Per due notti di seguito, iniziato il caricamento alle dieci di sera, verso mezzanotte il lettore
fa…bourrage. Con questa espressione si intendeva il blocco di alimentazione delle schede nella macchina.
Vuoi per difettosità delle schede, vuoi per la non perfetta messa a punto del lettore, le schede si
accartocciarono e si incastrarono nel cassetto di alimentazione bloccando il lavoro. Mi allarmai. Feci del
tutto per sistemare la cosa, addirittura tentando con cacciavite e pinze di aggiustare il lettore. Ma non ci
riuscii. Non me ne andai a casa, ma rimasi fino al mattino successivo dormicchiando in un angoletto del
CED. Successe per due notti di seguito e mi preoccupai non poco. Dovetti giustificarmi con il DG che mi
chiamò la mattina successiva.

Si faceva a gara a chi riusciva a far girare al primo colpo il programma. Era quasi impossibile con programmi
al di sopra di una certa dimensione, ma ci si provava lo stesso.
Ricordo quella notte in cui mi alternai al calcolatore con il collega bravissimo, ognuno per la messa a punto
del proprio programma. Lascio la macchina a lui e gli dico che ho guai con il mio programma e che mi viene
quasi da piangere, lui mi risponde che lui, prima, ha pianto davvero.
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I costi. Se non ricordo male il noleggio mensile del calcolatore era di 2.500.000 di lire, arrivando con il
tempo a 5 milioni. In termini attuali dai 30 mila ai 60 mila € mensili. Un nastro, quello da mezzo pollice
inserito in bobine interamente in metallo comprese le flange, sempre se non ricordo male costava
addirittura l’equivalente di 900 € attuali.
Può essere interessante sapere che la stampante era fuori linea, quindi non era legata alla disponibilità
dell’elaboratore. Tramite questo si creavano i cosiddetti “nastri stampa”, sui quali veniva registrata la riga
così come la si voleva vedere in stampa. Inoltre erano presenti nel centro due lettori di banda perforata che
registravano i dati letti su un nastro. Anche questo dispositivo era quindi off line e quindi del tutto
indipendente dal calcolatore. Si realizzava così un discreto livello di multielaborazione.
Non esistevano dischi magnetici, ovviamente. Mi capitò dopo un paio d’anni di vedere un disegno che
mostrava un progetto della Olivetti di una unità a dischi: sembrava un jukebox. Mai più visto.
Le prime unità a nastro avevano due camere pneumatiche laterali che fungevano da ammortizzatori per il
blocco repentino e la successiva ripartenza istantanea del nastro, senza le quali questo si sarebbe spezzato.
Il nastro era fatto avanzare avanti o indietro (poteva essere letto anche a ritroso) tramite l’azione di
capstan e pintch roller. Il nastro veniva spinto dal secondo dispositivo sul primo, un cilindro in rotazione
costante, allo scopo di farlo scorrere sulle testine. Queste avevano ovviamente sette traferri per registrare
le sette piste di bit. Chi operava in macchina era tenuto di tanto in tanto a pulire con alcool sia i primi due
meccanismi che le testine, che per la verità con l’uso si sporcavano non poco dell’ossido che si distaccava
dal nastro di mylar.
Può incuriosire il fatto che esisteva un liquido che spalmato sul nastro rendeva visibili le sette piste e molto
vagamente i bit. Lo avevano i tecnici di manutenzione e non so bene quale utilità potesse avere.
Circa il funzionamento dei nastri, va raccontata una cosa molto curiosa e quasi incredibile. In caso di errore
persistente nella lettura di un blocco, l’operatore era tenuto a tentare di correggere il dato errato in
memoria! Si metteva la macchina in stop, si usciva da programma prendendo nota dell’indirizzo al quale
ritornare, si cercava con apposite istruzioni impostate sulla tastiera della console il carattere errato
nell’area di memoria in cui era stato letto il blocco (si accendeva un lampadino quando lo si intercettava) e
lo si sostituiva con quello più plausibile, visto ciò che precedeva e seguiva! In sostanza si poteva vedere
quanto segue: ROSSI MAR#O. In questo caso non era imprudente mettere una i al posto di “#”. Ma
capitava che non fosse possibile in alcun modo sistemare l’errore se non combinando un guaio. In
quest’ultimo caso si ricorreva a ciò che negli anni successivi venne definito una “barbarie”: saltare il blocco,
quindi perdere del tutto le informazioni che vi erano registrate. Beninteso autorizzati dai responsabili. Va
rimarcato il fatto, a discolpa, che altrimenti tutto si sarebbe bloccato per troppo tempo.

Una caratteristica interessante delle unità a nastro era costituita dalla possibilità, con istruzioni particolari,
di leggere e scrivere contemporaneamente da due di queste, cosa normale al giorno d’oggi per la presenza
di più canali, ma allora ciò avveniva in un modo singolare: la registrazione del blocco partiva un attimo
prima che fosse letto il blocco dall’altra unità, sulla stessa area di memoria. I tempi di lettura e scrittura
venivano quindi sovrapposti.
Il trasferimento di caratteri da memoria a memoria avveniva con una sola coppia di istruzioni. Il bello era
che la lunghezza degli operandi poteva variare da un solo carattere a migliaia. Altrettanto poteva farsi per
sommare, sottrarre o confrontare due stringhe di caratteri. Caratteristica della macchina molto comoda sia
nella fase di programmazione sia a livello prestazionale durante l’esecuzione.
Per finire, tutto era pensato accuratamente per risparmiare risorse, quindi soprattutto il tempo di
elaborazione e lo spazio impegnato sia in memoria che sui supporti magnetici. Nella progettazione di un
tracciato record si era assillati dal numero di caratteri che ogni campo doveva impegnare, cercando di
limitarlo il più possibile. Questa tendenza al risparmio si avvertiva anche nell’architettura delle macchine.
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Un esempio per tutti: sulla banda perforata non si distingueva lo “zero” dalla “O”. Pertanto OPEL era scritto
0PEL. Con tutti gli errori che da questo potevano derivare. D’altra parte la banda aveva cinque sole piste.

Dopo un paio di mesi di lavoro, nei quali avevamo ormai imparato a memoria tutti i codici funzione delle
varie istruzioni, ci venne presentato un linguaggio che nelle intenzioni doveva rendere più agevole la
scrittura dei programmi: la PSICO, ovvero la Programmazione Simbolica Intermedia Compilativa Olivetti.
Naturalmente richiedeva una compilazione, che per noi costituiva solo un fastidio a fronte degli scarsi
vantaggi. Ne facemmo quindi a meno nel giro di poco tempo.

I personaggi. Con il tempo prendemmo conoscenza e quindi confidenza con tutti i colleghi dell’ufficio. A
pensarci bene su sette, quanti eravamo ad aver superato il corso, ben quattro trovammo la compagna della
vita nell’ambiente di lavoro. Uno di noi addirittura durante il corso.
I personaggi più strani, caratteristici, con peculiarità da descrivere e che non si dimenticano. Ricordo S. un
disegnatore molto bravo al quale ci si rivolgeva per realizzare il prototipo di modulistica che avevamo
progettato da passare poi alla tipografia. Era un personaggio estroso, romano verace, sempre pronto allo
scherzo e alla battuta salace e dissacrante, nonostante avesse avuto esperienze tristi durante la guerra,
come quella di essere stato incaricato a cercare e raccogliere i cadaveri di militari morti nei
bombardamenti. Ricordo M. un uomo molto per bene dall’accento toscano che ogni ora circa
sistematicamente si alzava dalla sua scrivania per fumarsi una sigaretta come un rito dal quale non voleva
essere disturbato nemmeno dal DG. Ricordo il dattilografo, sulla scrivania del quale posai un documento da
battere a macchina. Ritornai e mi sentii dire che quel lavoro non lo avrebbe iniziato se non glielo avessi
chiesto per favore.
La gamma dei personaggi era molto varia, si andava dal commesso, che forse da non molto aveva lasciato la
campagna, alla segretaria o alla caporeparto raffinata ed estremamente educata.

Ricordo il rito del cappuccino e della brioche al quale tutto il personale si dedicava verso le dieci e trenta
cadesse il mondo. Naturalmente non c’era il bar interno, risolveva il gestore del bar vicino che entrava con
una sorta di grande cassetto a tracolla colmo di cappuccini e caffè in piccoli termos monoporzione e pile
di cornetti e maritozzi.
Ricordo il commesso N. al quale chiesi di portare un documento in segreteria; si rifiutò giustificandosi: “Io
devo stare a disposizione, se mi muovo di qui non posso più stare a disposizione”.

Il sindacato: era del tutto assente. In quell’ufficio distaccato dalla sede centrale non c’era la benché minima
traccia di rappresentanza dei lavoratori. A pensarci bene anche la parola “lavoratore” era per noi
neoassunti inconsueta, quasi un neologismo degli anni successivi. In ogni caso, dopo appena qualche
settimana, trovammo un giorno l’ufficio deserto, c’era uno sciopero di cui non eravamo stati avvisati. Già
allora la sopravvivenza dell’Ente era messa in discussione periodicamente. Non dimentico una donna delle
pulizie, in quell’occasione, che per far capire a noi neoarrivati in quale condizione di bengodi eravamo
capitati, si mise con le spalle attaccate a un colonna del salone, dicendo con enfasi “Voi state così!”, per
intendere “voi state con le spalle al sicuro, e chi vi sposta”. Aveva ragione. Anche questo, durante
cinquant’anni, è stato un film visto e rivisto.
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Ultimo episodio autobiografico da citare. Estate del 1963. Le mie prime ferie iniziano un lunedì di luglio.
Ma nella settimana precedente non riesco a mettere a punto un programma che mi era stato affidato.
Spero fino all’ultimo che la scadenza possa essere procrastinata di due settimane quando tornerò. Mi
chiama il capo e mi dice che no, non posso partire, debbo rimandare le mie ferie, prima il lavoro. Mi dispero
quasi, ma mi fermo a lavorare due notti, anche di domenica, e sistemo la cosa. Parto felice, con la mia 500,
a Parigi!

Lavoro tanto, ma guadagno anche. I miei amici mi guardano stupiti. Sfoggio il mio stipendio che è il doppio
del loro. Tanto che lascio la 500 e acquisto uno spider! Rosso, lo volevo rosso. Che favola!
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1969

E siamo arrivati al 1969. E’ tempo di potenziare l’impianto con una macchina della terza generazione.
E’ sicuramente un anno di svolta. Ricordo bene tutto, per svariati motivi.
Maturata l’idea di aggiornare l’impianto con una macchina più potente si pensò bene di formare un
comitato per la scelta della marca, fra le sei che il mercato offriva a quel tempo: IBM, Siemens, Honeywell,
Control Data, Univac, NCR. Non venne interpellata la Olivetti, perché la sua avventura, gloriosa per me, nel
campo dei grandi calcolatori era finita, sia a causa della morte nel 1961 di Mario Tchou il giovane
progettista dell’Elea di origine cinese, sia di Adriano Olivetti l’anno prima.

Facevano parte del comitato ovviamente il dottor Sturni, il suo vice nell’ufficio Statistica, l’ingegnere della
SICREO, l’allora Presidente della SICREO dr. Christillin e il presidente dell’AC di Roma, futuro presidente
dell’ACI Filippo Carpi de’ Resmini. Nonché il sottoscritto.

Insistetti perché oltre a un esame approfondito delle caratteristiche dei macchinari si procedesse a una
dimostrazione pratica delle prestazioni. Chiesi che si effettuasse un ordinamento di un nastro contenente
centomila record anagrafici, una codifica dei comuni contenuti su quel nastro interrogando la tabella degli
ottomila comuni italiani residente su disco in formato ISAM, una stampa in contemporanea a queste due
elaborazioni. Il tutto doveva essere effettuato cronometrando i tempi. Sembra una banalità, ma le cose
andarono ben diversamente da marca a marca.

La prova della IBM su un 360 avvenne a Roma, senza alcun problema. La prova della Siemens avvenne a
Milano su un 4004 con qualche problema, ma venne comunque portata a termine dimostrando una
capacità di multielaborazione superiore a quella della IBM. In quella occasione la Siemens ci portò a
Monaco di Baviera a visitare i suoi impianti di produzione. La scusa era farci vedere le cosiddette memorie
di massa a schede magnetiche dalle quali il dottor Sturni era particolarmente attratto. Fu quella per me
l’occasione del mio primo volo e del pernottamento in un grande albergo di lusso, lo ricordo ancora,
ventiduesimo piano del Frankfurter Intercontinental, mi sentivo un top manager….

Passammo poi a Francoforte per vedere la prova della Control Data: penosa! Non fu portata a termine. Non
dimentico il programmatore incaricato di effettuare la dimostrazione sudare freddo in un angoletto del
CED e non celare il suo avvilimento per non riuscirci. Era lo stesso personaggio che anni dopo riconobbi
divenuto quasi miliardario a capo di una società di servizi informatici. Non credo che a quella macchina
mancasse qualcosa, solo l’esperienza dei tecnici italiani chiamati a manovrarla. Notai solo che la macchina
era molto bella. La prova Univac non fu fatta per indisponibilità di un hardware adatto, almeno sul
territorio europeo. La prova Honeywell non fu portata a termine. La NCR non la ricordo neppure.

Credevo di esser troppo banale nel chiedere una prova del genere, eppure da questa furono evidenti non
solo le caratteristiche tecniche, ma forse ancora di più le manchevolezze commerciali e organizzative di chi
si proponeva come fornitore.

Si scelse la Siemens. E fu forse un grande errore, visto a posteriori. A dire l’ultima parola nella scelta
ovviamente fu Sturni. E forse, chissà, qualcun altro.

A questo punto debbo citare il documentario al quale la Siemens ci fece assistere prima di effettuare la
prova nel suo CED di Milano.
Lo ricordo molto bene. Tanto che riterrei fondamentale per uno specialista informatico dei nostri tempi
prenderne almeno per una volta visione. In questo documentario, della durata di mezz’ora, veniva spiegato
con estrema chiarezza e illustrato con animazioni ancora più chiare cosa sono, come sono fatti e come si
producono i circuiti integrati.
Tanto fui colpito che dissi al mio vicino “Nei prossimi anni ne vedremo delle belle!”
E fu proprio così.
Non è facile spiegarlo, ma la tecnica di miniaturizzazione dei circuiti elettronici sta alla base del mondo
moderno. I settantacinquemila transistor da cui era costituito l’Elea 9003 e che tanto mi entusiasmarono,
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erano una quantità che sarebbe diventata ridicola grazie alle tecniche di produzione che venivano illustrate
in quel documentario. La densità dei componenti elettronici e parallelamente l’economicità di produzione
unitaria andò crescendo nel tempo e continua a crescere, e tutto fa prevedere che continuerà ancora a
crescere, rispettando ancora così la cosiddetta legge di Moore.

In seguito, quando con questo racconto arriverò ai nostri giorni, riprenderemo l’argomento,
fantasmagorico!

Il calcolatore fu installato nel nuovo ufficio di Via Portuense 96/D. Tutto l’ufficio Statistica si trasferì in
questi locali, più spaziosi e luminosi. Ci portammo dietro anche l’Elea per un periodo di parallelo con la
nuova macchina, nonché il pesantissimo lettore ottico. La SICREO venne sistemata a una cinquantina di
metri di distanza, in Via Rosazza 58, in uffici per la verità un po’ deprimenti.

La nuova macchina era un 4004/45 con 128K di memoria, finalmente si parlava di byte. Sei unità a nastro
con una densità superiore a quella dell’Elea, 800 bpi contro i 220, tre unità a disco da 7 MB ciascuna utili
per contenere sistema operativo, il TDOS, i programmi e la tabella delle località. E….novità, una memoria di
massa a schede magnetiche, di ben 500 MB! Da descrivere.

La quantità di byte a disposizione con questa macchina per quell’epoca sembrava veramente enorme. Ma a
vederla già allora, per come era fatta, appariva come un vero e proprio trappolone.

I dati potevano essere registrati su schede magnetiche flessibili delle dimensioni all’incirca di 15 centimetri
per quaranta. Le schede erano stipate in magazzini all’interno della macchina, da cui venivano estratte su
comando dell’elaboratore e avvolte su un tamburo. Testine magnetiche avrebbero poi provveduto a
scrivervi e leggervi i dati. Su ogni scheda potevano essere registrate 256 tracce lunghe 2000 byte. Di schede
ne potevano essere immagazzinate 1000, per un totale appunto di 500MB. La registrazione dei dati
ovviamente poteva avvenire sequenzialmente a partire dalla prima traccia della prima scheda, ma le
informazioni potevano essere indicizzate prelevando di ogni informazione o gruppi il numero della scheda e
il numero di traccia che le conteneva, non molto diversamente da quello che avveniva su un disco
organizzato Indexed Sequential.

Rumorosissima durante il suo funzionamento e totalmente inaffidabile – spesso denunciava essa stessa di
avere smarrito una scheda!- aveva un tempo medio di accesso di 500 millisecondi. Un po’ troppo. Ma
fosse stata almeno affidabile!

A vederla alla distanza l’acquisizione di una macchina del genere sembra veramente un errore madornale.
Cosa farci? Forse il direttore sperava (la decisione fu sua) di realizzare la messa in linea dell’archivio PRA.
Ma bisognava fare bene i conti, l’archivio PRA non ci stava, era troppo grande per esservi contenuto.
Mentre l’archivio dei soci ci stava fin troppo comodamente, ma quale poteva essere il vantaggio a fronte di
quel costo? Forse le intenzioni erano semplicemente di prender confidenza con questa tipologia di
macchine prima di acquistarne in numero sufficiente per farci risiedere l’intero archivio PRA. Mi risultò poi
che in un suo recente viaggio negli USA Sturni, in una sua visita all‘equivalente del PRA della California,
aveva visto in funzione nel ced locale ben venti di queste macchine. Forse questo poteva spiegare tutto.

In ogni caso, avendola a disposizione, mi ingegnai per caricarci l’archivio PRA. Come prima cosa mi ridussi a
prendere in considerazione solo le autovetture, un totale di quindici milioni di record, trascurando tutte le
altre categorie di veicoli. Un bel primo taglio. Calcolai che la lunghezza media del record non potesse essere
superiore ai trenta-trentacinque bytes. Come fare? Misi nel tracciato tutti i campi numerici contigui,
potendoli convertire in binario al massimo livello di compressione. Eliminai la località nei dati relativi alla
residenza, contando di ricavarla dal codice comune e di decodificarla al momento della consultazione.
Inoltre feci qualcosa di inaudito: la parte alfabetica la codificai a 5 bit, risparmiando i tre bit di un byte. In
sostanza riuscii a caricare tutti i quindici milioni di autovetture, tante erano circolanti nel 1970. Fu così
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possibile consultare molto velocemente tramite il numero di targa, e solamente con questo, la proprietà di
una determinata autovettura. Non era poco per l’epoca.

La storia della SICREO prende una svolta proprio in occasione di questo cambio di calcolatore. Il D.G. decide
di potenziare il reparto di analisi e programmazione assumendo ben quindici programmatori. Curo io
direttamente la selezione, la formazione e la prima suddivisione di incarichi di lavoro, in quanto da alcuni
mesi l’ingegnere della SICREO ha dato le dimissioni e il dottor Sturni decide di affidare a me la conduzione
dell’intero reparto, che, va detto, include anche i programmatori dell’ACI. In sostanza io, dipendente ancora
dell’ACI, coordino sia il personale dell’ACI che della SICREO, come d’altra parte Sturni dirige sia l’Ufficio
Statistica che la società SICREO.

Gli anni del sistema Siemens 4004 rappresentano un altro momento importante della storia
dell’informatica dell’Ente, da non dimenticare. Programmabile finalmente in assembler e in Cobol, anche se
appartenente alla cosiddetta terza generazione il calcolatore è sicuramente più potente e affidabile
dell’Elea 9003, ma non abbastanza per affrontare tranquillamente una mole di dati straordinariamente
elevata e che aumenta ogni mese. L’archivio PRA continua a crescere, aumentano i servizi da erogare, si
aggiunge proprio in quegli anni il trattamento centralizzato delle tasse di circolazione e dei buoni benzina.
Altra mole gigantesca di informazioni. Si propongono altri servizi, si prende di petto l’automazione degli
stipendi del personale ACI che da troppi anni sembra essere osteggiata.
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XESTR

Concepii in quell’anno un programma di utilità generale, non potevo non chiamarlo “parametrico”, che
verrà utilizzato per molti anni. Ne spiego la genesi.

Sul nuovo calcolatore, sotto sistema TDOS, si programmava prioritariamente, almeno all’inizio, in
Assembler. Per ottenere il cosiddetto programma oggetto, cioè l’eseguibile, era necessario procedere alla
fase di compilazione del programma in formato, come si dice, sorgente. Questo lo si scriveva su carta,
ovviamente, e poi lo si doveva far perforare su schede meccanografiche. Per quanto piccolo il programma
consisteva in un pacchettino di alcune decine di schede a dir poco e impegnava nella compilazione sul
calcolatore una quindicina di minuti, durante i quali si dovevano utilizzare niente di meno che tre unità a
nastro di servizio!

Poiché capitava spesso di dover correggere una situazione su un file con pochissimi ritocchi, o ancora più
frequentemente di estrarre una certa tipologia di informazioni dai flussi normalmente utilizzati nel CED,
costava in proporzione più la fase di scrittura, perforazione e compilazione che non la fase di elaborazione
conclusiva.

Pensai quindi di far scrivere un programma che, già disponibile in formato eseguibile, richiedesse al
momento del lancio le sole istruzioni logiche utili per risolvere il problema contingente. In sostanza questo
programma permetteva di risparmiare l’ottanta per cento a dir poco del tempo di predisposizione del
programma.

E’ dello stesso periodo la concezione di altri programmi in grado di svolgere una determinata funzione
ricorrente con la sola predisposizione dei parametri. In sostanza potevano definirsi “compilationless”.

Questo programma, XESTR, fu utilizzato per più di venti anni!

E’ intorno al 1972 che viene fatta una prima dimostrazione di teleprocessing. Se non ricordo male
l’iniziativa avvenne presso l’Automobile Club di Pistoia che si prestò a fare da cavia per alcune applicazioni
sperimentali. Non mi fu difficile organizzare una demo con la quale si permetteva di consultare addirittura
una quindicina di archivi diversi. Ovviamente il trucco stava nel caricare per la prova solo una piccola
quantità di dati, d’altra parte non avevamo memorie di massa con velocità di accesso decenti. Su alcuni
terminali video piazzati presso la sede dell‘AC di Pistoia, i primi monocromatici e bruttini, collegati non
ricordo più con quale tipologia di collegamento, ma sicuramente lentissimo, fu facile dimostrare che era
possibile consultare comodamente parecchie banche dati, dall’archivio PRA e non solo per targa,
all’archivio dei versamenti della tassa di circolazione, dai buoni benzina ai soci ACI, alle statistiche e così via.

I tempi però erano del tutto acerbi, sia per la indisponibilità di un sistema centrale adeguatamente
attrezzato con memorie di massa su disco, sia per insufficienza dei sistemi di trasmissione dati allora
esistenti.
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Il 1973, anno cruciale

Questo è l’anno che più di ogni altro segna la svolta nell’informatica dell’Ente.

C’è un periodo di forti agitazioni nel personale, prima della SICREO poi per emulazione anche dell’Ufficio
Statistica. Non ricordo bene se tutto è innescato dalla conduzione un po’ troppo autoritaria dello Sturni, o
dalla strumentalizzazione che il vertice dell’ACI fa delle organizzazioni sindacali per scalzare lo stesso, i cui
modi bruschi, sicuramente arroganti, nonché le potenzialità tecniche che dimostra di avere irritano e
preoccupano gli alti dirigenti per la verità non all’altezza culturale delle nuove tecnologie che si vanno
sempre più affermando.

Sta di fatto che una serie di scioperi da parte del reparto delle cento perforatrici della SICREO, che chiede di
essere trasferito all’ACI e di godere di un trattamento migliore, come le trentasei ore settimanali, i giorni di
ferie e una maggiore retribuzione, nonché un’agitazione permanente dell’intera struttura dell’ufficio
statistica esclusivamente orientata a respingere l’autoritarismo con cui l’ambiente viene gestito, costringe il
direttore Sturni, anche su pressione del vertice ACI, a scegliere, o Ufficio Statistica ACI o SICREO.

Sceglie ovviamente la SICREO, e mi chiede a quali condizioni accetterei anch’io di trasferirmi con lui nella
società. Gli chiedo il doppio dello stipendio ACI, e un po’ di tempo per pensarci. Mi dice che non c’è tempo,
la risposta la vuole subito. Su due piedi accetto. E lui accetta di riconoscermi la cifra che gli ho chiesto.

Da quel momento c’è una frattura fra i due ambienti, SICREO e Ufficio Statistica. Per le mie funzioni però
debbo stare spesso e volentieri nei locali del CED, dare disposizioni, controllare, progettare. La qual cosa
non viene vista di buon occhio dal nuovo dirigente che in un primo momento viene messo al posto di Sturni
un certo dr. M. di assoluta modestia e inadeguatezza al compito, verrà sostituito in breve dal dottor M. R.
V. di ben altre capacità e ambizioni.

E’ di quei mesi e a seguito di questi eventi che Sturni pianifica e realizza la creazione di una nuova sede
della SICREO. Non deve più curarsi delle cento ragazze perforatrici che passano all’ACI, ha un organico
ridotto, in totale meno di cinquanta persone, i programmatori, un certo numero di laureati che lui ama
definire analisti organizzativi, gli amministrativi e un gruppo di ausiliari. Sono necessari locali non enormi
ma abbastanza grandi per poter ospitare anche un CED, di più ridotte potenzialità rispetto a quello dell’ACI,
ma pur sempre corredato di aria condizionata, pavimento sopraelevato e alimentazione adeguata.

Viene scelto un locale sulla Via Anagnina, esattamente in Via Polistena. Estrema periferia di Roma a pochi
metri dal raccordo anulare. La palazzina è piuttosto decente, viene ristrutturata quel tanto che serve per
ospitare degnamente il personale. Viene installato il calcolatore, in questo caso un Siemens 4004/135 con
quattro unità a nastro, tre dischi da 29 MB ciascuno, una stampante. Vengono assunti tre operatori e altri
programmatori. Si dà avvio alla progettazione di altre procedure, che si realizzano a tempi da record.

Stiamo in questi locali dal 1973 al 1977. Sono i peggiori anni della mia vita professionale.

Percepisco subito che la buona stella del capo, a suo tempo chiaramente appoggiato dall’alta direzione
dell’ACI e onnipotente, sta calando. La gestione di una società di non grandi dimensioni, dotata di un
centro elettronico il cui costo di funzionamento non sarà stato trascurabile, messa sotto pressione in
quanto chiaramente osteggiata e criticata con tutta evidenza per inimicizie personali, o forse per altre
motivazioni che a me totalmente ingenuo era molto difficile capire, rendevano la vita dell’azienda molto
critica.

Fra i vari progetti sviluppati e gestiti quello che merita di essere citato è il trattamento delle cosiddette
carte di sconto (CDS). Studiato dal gruppo di analisti organizzativi della SICREO e sicuramente su impulso di
Sturni, in ogni caso appoggiato dai direttori degli Automobile Club provinciali, si distribuiscono ai soci carte
di plastica che riportano impresso in rilievo il loro numero di tessera. Esibendo tali tessere i soci possono
ottenere sconti durante l’acquisto sia del carburante che degli altri prodotti utili per la loro autovettura. I
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punti vendita sono dotati a loro volta di macchinette stampigliatrici con le quali, utilizzando la card in
possesso dell’automobilista, emettono una ricevuta che in copia viene mandata al CED. Sulla ricevuta una
stringa di caratteri numerici – si utilizzano i Farrington, ancora attuali sulle carte di credito- ha il contenuto
informativo indispensabile per accreditare al socio gli sconti a fine anno: il numero di tessera, la data, il
codice del punto vendita, il codice del prodotto acquistato, l’importo speso. Insomma c’è “chi, quando,
dove, come e quanto” è stato speso. Queste ricevute vengono lette dal lettore ottico, che in quel periodo è
ancora in funzione, elaborate e archiviate dal CED della SICREO e utilizzate al momento della scadenza
della validità di associazione di ogni singolo socio. Il processo è piuttosto semplice, a patto però che tutto
funzioni in tempi brevi e garantiti. Dall’archivio dei soci si estraggono tutti quelli che stanno in scadenza nel
mese successivo, ad ogni socio si collegano le somme derivanti dagli sconti che nel corso dell’anno gli sono
stati accreditati e con queste informazioni si stampa una lettera personalizzata con la quale si avvisa il socio
che la sua associazione è in scadenza e che gli sconti accumulati ammontano a tot lire che verranno
scomputati dal costo di rinnovo della sua associazione, se vorrà rinnovarla.

Il modulo continuo stampato dal CED passa subito a un reparto, che provvede alla separazione delle
pagine, al loro taglio in formato A4, alla stampa del testo nel quale così risulta incorporato il nominativo e
l’indirizzo del socio, la data di scadenza della sua tessera, nonché l’importo accreditato. Tutte le lettere
vengono piegate e imbustate con un macchinario apposito pronte per essere spedite. Tutto ciò avviene
tutti i mesi, senza sbagliare di un giorno, entro il venticinque del mese precedente quello della scadenza
delle tessera. Ovviamente quando partono queste elaborazioni si lavora giorno e notte.

La seconda applicazione da citare, ma ce ne sono varie altre, è la contabilità per gli Automobile Club
Provinciali. Tutti i movimenti contabili vengono inviati via telefono al CED di Via Polistena, vengono
aggiornati gli archivi contabili e alla fine del mese vengono stampate tutte le situazioni contabili e spedite
alle strutture periferiche.

Tutto ciò può far sorridere. Ma stiamo parlando degli anni 1973-77, non dimentichiamolo.
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La crisi

Il clima nella società non è affatto sereno. Per quanto mi riguarda lo percepisco più di tutti gli altri,
soprattutto per i colloqui che ho quasi quotidianamente con il DG, dai quali traspare sempre l’irritazione
per l’inimicizia e gli ostacoli che deve fronteggiare da parte dei potenti dell’ACI.

Il colmo di criticità si ha quando il nuovo presidente dell’ente, Filippo Carpi de’ Resmini, che ha in massima
antipatia il nostro DG, incarica l’allora prestigiosa società Italsiel di effettuare un’analisi circa l’efficacia e
l’efficienza nella conduzione dei due CED, quello dell’ACI e quello della SICREO, dei quali si dichiara
insoddisfatto, in sostanza ora diremmo un audit.

Naturalmente il risultato è una corposa relazione che gronda critiche sulla conduzione di entrambi i sistemi,
con una leggera indulgenza nei confronti della SICREO e che si conclude, ovviamente, con la proposta di un
nuovo studio più approfondito che conterrà anche una soluzione possibile.

Alcuni mesi di studio, in cui sono fortemente impegnato a fornire documenti e schemi ad un paio di
consulenti dell’Italsiel che…indagano, si concludono naturalmente con quello che tutti si aspettano: il CED
dell’ACI va chiuso e le sue attività devono confluire in quello della SICREO che andrà ovviamente potenziata
tecnicamente, ma soprattutto diretta da un nuovo management, che, volendo, potrà essere fornito dalla
stessa Italsiel.

Sono settimane in cui il personale ha temuto fortemente addirittura la perdita del posto. Agitazioni
sindacali spingono il personale ad avere assicurazioni dal DG, il quale percepisce ormai di avere partita
persa, fino al punto che è lui addirittura a suggerire alla rappresentanza sindacale di avanzare richieste di
miglioramenti, tanto, tutti comprendono, se la vedrà il nuovo direttore generale. Viene infatti concesso
l’orario dell’ACI, 36 ore settimanali, ferie portate a sette settimane, premio di produzione e niente di meno
la promessa di una mensa aziendale. Il colmo è che più o meno nello stesso periodo il contratto dell’ACI
prevede di portare l’orario del suo personale da 36 a 40 ore settimanali per allinearlo a quello degli altri
enti parastatali ai quali l’ente è ormai equiparato. Saranno contente le cento perforatrici.

Estate 1977. Per alcune settimane il DG non si fa vedere in azienda. La società continua la sua attività con
disciplina, pressoché abbandonata a se stessa, ma le voci si fanno sempre più insistenti circa il cambio di
management. Sono brutti momenti per me, dopo Sturni il personaggio chiave della società sono io e non ho
motivi per stare tranquillo.

Finché un pomeriggio siamo avvisati che il presidente della società viene a presentarci il nuovo AD/DG, i
maggiori responsabili di reparto sono pregati di farsi trovare in sala riunioni.

Sono estremamente nervoso, partecipo comunque alla presentazione. Il presidente Christillin ci chiede se
sappiamo dove si trovi il dottor Sturni. Non sappiamo dare una risposta. Il presidente ci assicura che Sturni
gode di grande stima, quindi non si spiega il suo atteggiamento e la sua assenza. Ci viene finalmente
presentato il nuovo direttore. E’ un signore molto distinto, direi di gradevole presenza, silenzioso, sembra
un po’ preoccupato, quasi triste. E’ l’ingegner Renato Lanzoni, lavorerò con lui per altri quindici anni.

Il presidente mi invita ad accompagnarlo in giro nella società per illustrargli i vari reparti e i collaboratori.
Completato il giro lo accompagno alla sua macchina, mi accomiato con lui dicendogli:

“Bene ingegnere, ci vediamo domani mattina alle 8”.


Lui mi sorride un po’ sornione e mi risponde:
“Beh, un pochino più tardi”
E questo mi dice tutto su come cambierà il clima.
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La caduta degli dei

Nei giorni successivi il nuovo direttore generale si insedia sistemando il suo nuovo ufficio nella stanza
adiacente a quella di Sturni, che mancherà ancora per una settimana.

Dopo nemmeno un paio di giorni compare in bacheca una sua comunicazione in cui si rende noto che a me
viene affidato un nuovo incarico. Si tratta di seguire l’attività di acquisizione dati che vista la mole
imponente di informazioni trattate dai CED assume una grande importanza, ma soprattutto in previsione
del rendimento progressivamente calante delle cento ragazze perforatrici passate all’ACI che renderà
necessario affidare all’esterno questo compito.

Da ingenuo non capisco immediatamente che si tratta di un incarico in sostituzione di quello che ho e non
in aggiunta. Lo capisco dopo un altro paio di giorni, quando si comunica che la responsabilità di conduzione
del reparto Analisi e Programmazione viene affidato alla dottoressa L.B. collega del gruppo di analisti
organizzativi e quindi tolto a me.

Dovrebbe essermi evidente che essendo io il secondo in azienda per carico di responsabilità ed essendo il
primo, l’ormai ex DG, in pratica defenestrato, non posso non seguire la stessa sorte.

Ma non voglio capire, ma forse soprattutto voglio vedere come va a finire.

La decisione di affidare il mio incarico alla mia collega mi sembra, con tutto il rispetto che ho per lei, una
grande ingenuità, fino al punto che non me la prendo più di tanto. Vorrò proprio vedere. Fossi stato al
posto del nuovo DG avrei assunto ad interim il mio incarico e cercato immediatamente un mio sostituto
all’esterno.

Verrò a sapere in seguito che la funzione di Amministratore Delegato e Direttore Generale viene
“noleggiata” dall’Italsiel all’Ente, insieme a quattro consulenti di cui solo uno sembra emergere dal punto di
vista professionale. E’ con quest’ultimo che ho un colloquio. Il senso della chiacchierata, svolta con molta
diplomazia in verità, è in sostanza questo: “Caro Stanco, lo hai capito o no che non abbiamo più bisogno di
te; quali incarichi ti aspetti di avere, non certo ancora quello di capo dell’Analisi e Programmazione. Ora ci
siamo noi, se permetti. Cosa intenderesti fare?”. In sostanza il nuovo management si vuole scrollare di
dosso Stanco.

Mi chiama anche il DG che, con ancora maggiore garbo, mi fa lo stesso discorso. Gli rispondo che ho
sentito sempre parlare della grande professionalità dell’Italsiel nel campo dell’elaborazione dati. Ora ho
l’opportunità di vedere da vicino come lavorano i suoi tecnici. Non mi ritengo uno che non ha più nulla da
imparare. Poi vedrò. A queste parole il nuovo DG si mostra meravigliato e compiaciuto, mi dice che è raro
trovare una persona che con modestia si rimetta in discussione.

Mi sembra di avergli fatto una buona impressione. Sta di fatto che dopo un paio di anni sarò da lui
nominato dirigente. Ma andiamo con ordine.

Non passa una settimana che Sturni torna a farsi vedere. Entra nella sua stanza ed è Lanzoni che lo va a
salutare e a presentarsi. Ma, come si racconta - io non ero presente - l’ex DG assume atteggiamenti da
gradasso. Invitato a presentarsi regolarmente in ufficio nei giorni successivi –ormai è un dipendente
qualsiasi seppure dirigente- lui risponde che farà come gli pare. Lanzoni si vede costretto a licenziarlo su
due piedi. Come mi dirà in seguito, Sturni con un diverso atteggiamento avrebbe potuto ottenere
sicuramente un paio d’anni di consulenza e una cinquantina di milioni di buonuscita, cercandosi con calma
un’altra sistemazione. Ma evidentemente l’orgoglio ebbe la meglio.

Preparerà i classici scatoloni e non lo vedrò più.


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La conversione

Al nuovo management si profila un grosso problema. Si è scelta una nuova macchina che assommerà le
potenzialità di quella dell’ACI e di quella della SICREO, sarà ancora un Siemens, il 7.755 con il nuovo sistema
operativo BS2000 ed è quindi necessario procedere alla conversione su questo nuovo strumento di tutti i
programmi dei due centri elettronici, forse più di un migliaio relativi a decine di procedure diverse, come
allora si chiamano le applicazioni. A chi affidare il compito della conversione se non a me? Ero l’unico a
conoscerle tutte come le mie tasche. Come disse qualcuno, vengo ripescato.

Inoltre poiché è necessario trovare una nuova sede, l’ingegner Lanzoni invita anche me ad attivarmi per
trovare locali adatti. Trovo due possibili soluzioni e propongo a Lanzoni la scelta di Via del Serafico.

Contemporaneamente viene avviata la ricerca e la selezione di una quindicina di giovani ingegneri da


assumere, sarà la futura classe di tecnici. Sono coinvolto per seguire sia i test che i colloqui. Il DG si
meraviglia che anche io, a suo tempo, sia stato assunto con le stesse tecniche. Mi meraviglio della sua
meraviglia. Man mano realizzo che si sta rendendo conto, lui e i quattro consulenti, che è capitato in un
ambiente tecnico niente affatto sprovveduto, né semplice da gestire.

Cambiamo sede, ci accomodiamo in bellissimi locali, tutti i mobili vengono cambiati e oltre a quella del DG
si allestiscono due stanze con eleganti mobili dirigenziali di palissandro rosso scuro, molto grandi, con
tende e pianta di ordinanza. Una è la mia e non riesco a crederci. Per giorni penso che si accomoderà con
me uno dei consulenti, quello che mi è stato affiancato, dico io, “per aggiustarmi la sveglia al collo”. C’è
molto spazio nella stanza, ci possono stare altre due scrivanie, ma un giorno viene a trovarmi il DG, con il
suo incedere lento e solenne, per vedere come mi sono sistemato. “Stanco si faccia acquistare un grande
tavolo delle riunioni da mettere qui con otto poltroncine, i mobili costano così poco”. Comunicante con il
mio ufficio una stanza ospita la segretaria che mi viene assegnata.

Nell’altra stanza dirigenziale si accomoda il migliore dei quattro consulenti, un uomo molto intelligente che
si comporta da eminenza grigia e sembra suggerire molte scelte al DG. In sostanza torno ad essere il
numero due nell’ambiente e a partire da gennaio 1980 sono nominato dirigente. Un bell’anno quell’anno.

Si allontana il tempo di Via Polistena, il tempo della stanzetta che mi ero scelto della dimensione che
giudicavo più che sufficiente per me solo, con una scrivania modesta e con una poltroncina dal bracciolo
rotto…..

E’ tempo di un altro modo di vedere, alla grande, con tutte le comodità, di viaggi premio, di aumenti
periodici, di ticket ristoranti in attesa che venga allestita la mensa. Vengo mandato insieme a un mio
collega a partecipare alla Conferenza annuale di Stresa, manifestazione di cui ho sempre sentito parlare ma
che l’ex DG non si è mai sognato di mandarmici. Non solo, quale utente di macchine Siemens, ho
innumerevoli occasioni di lavoro per andare a Monaco e dintorni.

Soprattutto è tempo finalmente di conoscere le tanto sciacquate in bocca “metodologie”.


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La metodologie

L’accusa un po’ velata, ma non tanto, di essere stato un artigiano nel realizzare le applicazioni, mi è sempre
pesata, ma non troppo, perché capisco che i ‘neofiti’ non hanno proprio idea di cosa fossero i primordi e
non sono in grado di giudicare.

Vengo da tempi in cui le figure professionali che si contemplavano in questa disciplina erano solo quattro:
nell’ordine crescente, le perforatrici, gli operatori, i programmatori, gli analisti. Ad esaminare l’attività da
automatizzare, ora diremmo da informatizzare, era per primo il cosiddetto analista. Conoscitore
ovviamente delle possibilità dello strumento elaborativo, analizzava per l’appunto il problema, scindendolo
nelle sue componenti. Quasi sempre l’analista al principio non sapeva proprio nulla di quella determinata
problematica. Doveva apprenderla intervistando un gran numero di persone e finiva per saperne di più
degli esperti e dei vecchi lupi del mestiere.

A parte la programmazione strutturata, non riesco a capire bene quali siano le metodologie di cui ci si
riempie la bocca in previsione dell’avvento della ‘cultura’ Italsiel, se non quello di dilatare i tempi di
progettazione. Certo bisogna pianificare il lavoro, darsi scadenze, però dopo aver valutato le difficoltà. Ma
spesso le difficoltà non si conoscono, durante la progettazione si incontrano imprevisti, come è naturale
che sia. Allora qualcuno deve mettere un paletto: la scadenza la si fissa valutando al meglio e in coscienza il
tempo necessario per fare un buon lavoro. Dopodichè ci si impegna al massimo dedicando più tempo
all’analisi del problema e alla progettazione, che non alla fase realizzativa. Un errore di analisi lo si paga
caramente una volta che ci si è inoltrati nella fase di programmazione. Ma questo mi era chiaro già dopo
non più di tre anni di lavoro. Dissi infatti al mio primo capo una frase semplice, che mi meraviglio di
ritrovare alla base dei principi della Qualità, quella ISO9000 per intenderci: “Più tempo si passa nella fase di
analisi, meglio sarà nella fase di programmazione”, frase detta a venticinque anni, 1965.

Non era facile però far capire all’allora DG che erano necessari tempi più adeguati alla complessità del
problema che ci si proponeva di automatizzare. Quando facevo presente che gli ambienti di allora più
evoluti, Banca d’Italia e Alitalia, prevedevano tempi di realizzazione ben diversi dai nostri troppo ristretti,
mi sentivo rispondere “Non me ne frega un c… di quello che fanno in Banca d’Italia e ALITALIA.”

I miei colleghi di quel tempo non dimenticheranno sicuramente la stima fatta dall’Italiasiel circa il
rifacimento del programma di aggiornamento dell’archivio Soci: diciannove mesi!

Rimanemmo sbalorditi. La stima era fatta su questo principio: all’incirca gli statement che scaturiranno
dalla riscrittura del progetto saranno tot, diviso la produttività ormai consolidata dall’esperienza di 15
statement al giorno, comprensivi di tutto per la verità, analisi, scrittura specifiche, suddivisione lavoro,
scrittura programmi, prove ed entrata in esercizio con messe a punto varie, vengono fuori diciannove mesi.

Alla base delle stime dei tempi di realizzazione c’è un interrogativo semplice: a quale livello di qualità si
vuole ottenere l’oggetto finale? In sostanza se qualcuno ci chiede quanto costa un’auto, non possiamo non
rispondere “Dipende”. Ma un c’è un elemento in più da considerare: l’esperienza che il capoprogetto ha o
non ha sull’argomento da affrontare.
31

Tecniche di programmazione

Mi stanno tornando in mente molti degli accorgimenti che si escogitavano durante la stesura dei
programmi. Avremmo scoperto, nei successivi corsi seguiti alla IBM nel ’69, che alcune buone idee utilizzate
per accelerare la fase di programmazione avevano già un nome o un acronimo derivante dall’inglese.

Prime fra tutte le subroutine. Si chiamavano così, e si chiamano tuttora, programmini, ma volendo anche
programmoni, in grado di svolgere determinate funzioni più o meno complesse che si immaginavano
ricorrenti in tanti altri programmi. Un esempio elementare per tutti: la divisione. Come detto l’Elea non la
sapeva calcolare con una sola istruzione. La routine in grado di calcolarla, dapprincipio ottenuta con
sottrazioni successive, in seguito realizzata esattamente come fa un bambino di scuola elementare,
risolveva il problema una volta per tutte. Era sufficiente inglobarla nel nuovo programma e richiamarla
all’occorrenza. In sostanza l’avremmo chiamata, con un’espressione oggi assolutamente popolare, un
“copia e incolla”. Altrettanto si poté fare con la routine in grado di calcolare la radice quadrata, che a sua
volta incorporava quella della divisione. Ottimizzare una subroutine poteva significare ottimizzare le
prestazioni di un intero programma. A questo proposito ricordo di nuovo la ricerca tabellare. La modifica di
quel programma che effettuai al volo era piuttosto sempliciotta, ma non la soluzione migliore. In seguito
infatti qualcuno suggerì di mettere a punto la ricerca tabellare dicotomica. Nome sofisticato per indicare la
scansione tramite dimezzamenti successivi della porzione di tabella in cui cercare l’elemento voluto.

L’overlay di programmi non residenti in memoria. Capitò proprio a me di scrivere un programma che non
stava tutto in memoria. Il bel cranio della Olivetti, il trentino, mi propose l’accorgimento di caricare in
memoria quella parte di programma di non frequente utilizzo solo quando necessario, sovrapponendolo in
memoria alle parti di programma momentaneamente inoperose e facendomi così bastare la memoria che
avevo a disposizione. Altrettanto feci con una massa di contatori, quelli riferiti ad ogni singola provincia
(non se ne potevano mantenere in memoria un centinaio). Accadde proprio per quel programma che la
Olivetti definì il più complesso mai realizzato nel CED. In sostanza, ma non lo sapevamo, avevamo
inventato la memoria virtuale.

Il checkpoint-restart. Lo chiamavamo più italianamente “ripristino”. Era un dispositivo logico senza il quale
non saremmo andati avanti, viste le interruzioni frequentissime delle elaborazioni. Si trattava di poter
riprendere una elaborazione non dall’inizio, ma dal punto in cui era stata interrotta, casomai a causa di uno
sbalzo di corrente. Come ho già detto, la fase di aggiornamento dell’archivio PRA, ovviamente con metodo
sequenziale su nastro, durava mesi. Senza esagerare. Ce la portavamo dietro per due-tre mesi. Era
indispensabile quindi interromperla di tanto in tanto per eseguire le altre elaborazioni e riprenderla
adoperando appunto il dispositivo di ripristino. Per realizzare il quale si adoperò un sistema che tagliava la
testa al toro alla difficoltà di ricostruire esattamente la situazione di memoria nel momento in cui si era
interrotta: si “fotografava” la memoria, la situazione dei registri, la posizione dei nastri e la si registrava su
un nastro destinato unicamente a questa funzione. In caso di ripristino si richiamava dal nastro l’ultima
fotografia, ma volendo anche una precedente, la si ricaricava in memoria, i nastri venivano riposizionati al
punto giusto e l’elaborazione riprendeva correttamente. Se il nastro contenente le “fotografie” non si
leggeva eravamo fritti.

Il check-digit. Si capì subito che a fronte della velocità della macchina nello svolgere operazioni logiche si
contrapponeva l’imprecisione delle informazioni in ingresso. Tanto che era nota l’espressione derivante
dall’inglese “gigo”, ovvero garbage in input, garbage in output, e cioè immondizia in entrata, immondizia in
uscita. Era un dramma, e forse lo è tuttora. L’informazione se entra nel sistema informatico con un errore,
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sarà elaborato e restituito con quell’errore. Salvo che si facciano controlli su controlli con lo stesso
elaboratore per individuare le incongruenze. Ma a parte il rallentamento di tutto il processo, che obbliga
naturalmente alla correzione degli errori, c’è un limite alla possibilità di intercettarli.

Come capire che un numero targa è sbagliato? Altrettanto per un numero tessera di un socio. In
quest’ultimo caso, essendo questo sotto il nostro controllo, potevamo arricchirlo di un qualcosa che
aiutasse a capire subito che si stava davanti a un errore: il checkdigit, appunto. Si trattava di aggiungere al
numero tessera un digit, una cifra che fosse il risultato di un algoritmo applicato sul primo. Molto
semplicemente si utilizzò il resto della divisione per un numero fisso, resto che si pose appena dopo lo
stesso numero tessera con cui si integrava. In fase di controllo era sufficiente ripetere la divisione e
controllare che il resto fosse uguale a quello aggiunto alla tessera originale.

Il guaio fu che come prima soluzione si scelse il “9” (colpa mia) come divisore e si scoprì poi che con quel
numero il resto è lo stesso anche se si scambiano di posto alcuni numeri all’interno del dato che si vuol
controllare. Infatti 81 e 18 danno lo stesso resto. Si capì che il divisore dovesse essere un numero primo e
che il migliore, adottando due caratteri, era ovviamente 97. Si andò avanti per molti anni con questo
metodo salvandoci chissà da quanti errori.

Per concludere l’argomento , a suo tempo - venti-trenta anni fa - definii l’acquisizione dati il tallone
d’Achille dell’informatica. Siamo finalmente arrivati, seconda decade del terzo millennio, all’utilizzo esteso
di barcode, lettori di caratteri assolutamente normali, badge di plastica con chip o per lo meno con bande
magnetiche o meglio ancora contactless, ma ancora davanti a quasi tutti gli sportelli nel declinare le proprie
generalità vediamo l’addetto pigiare tasti più o meno velocemente. Quanti errori! Immagino invece il
momento in cui ci si presenta con tre card, almeno in campo automobilistico: la card identificativa del
soggetto che vuole espletare la cosiddetta formalità (la tanto auspicata carta di identità digitale), la card
identificativa dell’autoveicolo con le sue caratteristiche (la si potrebbe chiamare CARCARD), la card con cui
si effettua il pagamento. Tre strisciate di card in un attimo e una cattura dei dati senza alcun errore. Non
sarebbe poi un eccesso mettere un barcode sui quattro lati di un’auto e un checkdigit al numero di targa.

La modulistica. Altro ricordo affiorante. Nel ’70 o poco prima, per iniziativa governativa si decise di
permettere il pagamento del bollo di circolazione tramite bollettino postale. Sarebbe poi seguito il controllo
dell’esattezza del versamento da parte del CED ACI. Mi venne mostrato il nuovo bollettino così come era
stato progettato dalla Direzione Affari Tributari dell’Ente. Era minuscolo, disegnato quasi fotocopiando un
bollettino in bianco prelevato in un ufficio postale qualsiasi e aggiungendo la didascalia riservata al numero
targa e al periodo di validità. A parte l’estetica quello che non mi stava bene era lo spazio del tutto
insufficiente per scrivere comodamente e chiaramente i dati fondamentali per il controllo. Pochi millimetri
per il numero targa, pochi centimetri per i dati identificativi del versante. Riprogettai il modulo, che
qualcuno della suddetta direzione poi definì un lenzuolo, in modo tale da permetterne una compilazione
agevole e chiara, adattandolo come misure perfettamente alle macchine postali utilizzate per
l’accettazione. In un momento successivo mi capitò di leggere un libro sui sistemi informativi che citava
una certa tabella di Le Courier. Costui aveva studiato il livello di leggibilità delle varie accoppiate di colore.
La massima leggibilità di un testo si aveva quando si usava il nero su fondo giallo e non su fondo bianco
come si potrebbe pensare. Mentre la più scarsa leggibilità si aveva con un testo verde su sfondo rosso.
Piccole nozioni e piccoli accorgimenti che hanno la loro importanza quando le quantità in gioco trattate
sono veramente grandi.
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Il nuovo sistema

Siamo nel 1979, viene installato il nuovo sistema, in un grande salone che sembra fatto apposta per il CED.

Si tratta di un elaboratore non poi così potente come speravo, è appena la somma delle potenze dei due
sistemi sostituiti. Per anni continuerò a dire che non è ancora nata la macchina adatta alla mole di
informazioni da noi gestite.

Memoria da 256 KB, undici unità a nastro con 1600 bpi di densità, otto unità a disco rimovibile da 29 MB
ciascuna, due stampanti. Niente di eccezionale.

Sistema operativo il nuovo BS2000, a memoria virtuale. Peniamo un bel po’ di tempo ad effettuare la
conversione di tutti programmi al nuovo ambiente operativo, nel frattempo i nuovi assunti riscrivono tutti i
programmi con un’ottica nuova, ma non così innovativa come mi aspettavo. Si introduce ovviamente la
programmazione strutturata, di cui si parla solo da qualche anno. Si vuole giustamente contrapporre una
diversa tecnica di scrittura dei programmi alla cosiddetta “spaghetti-like-programming”. Il fatto che esista
una definizione d’oltreoceano così pittoresca di uno stile di programmazione destrutturato fa capire che
tutto il mondo è paese.

I programmi vengono ovviamente tutti riscritti in Cobol, ma il fatto di separare nettamente l’ambiente di
sviluppo da quello di gestione (vietato entrare in sala calcolo) e inoltre, il privilegiare, giustamente, il buon
funzionamento e la facile manutenibilità del software desensibilizza i programmatori alle problematiche
delle prestazioni. Vuoi per questo, vuoi per un progressivo aumento delle quantità di informazioni gestite,
nonché dei servizi offerti, ancora una volta vedo lo strumento informatico arrancare e non reggere i nostri
ritmi. Il costo delle apparecchiature non aiuta. Può bastare il fatto che per provare i programmi i
programmatori debbono a turno avvicendarsi sui soli cinque terminali collegati al sistema!

E’ in occasione della visita di uomini politici accompagnati dal vertice dell’ACI, che ha ora un ben diverso
atteggiamente nei confronti della società e ben altra indulgenza verso le defaillance pur numerose, che il
DG decide di cambiare denominazione all’azienda, che assume ora il nome, più alla moda, di ACI
INFORMATICA.

Il neologismo ”informatica” è stato coniato all’estero da qualche anno (informatik in tedesco, 1957;
informatic in francese, 1962), ma in Italia è entrato nell’uso comune da poco.

Ci avviciniamo lentamente ai nostri giorni, o almeno così mi sembra alla distanza, in fondo siamo però
ancora negli anni ottanta.

Si potenzia periodicamente il CED. I nastri vengono portati alla densità di 6250 bpi e a oltre 1MB di
trasferimento al secondo, i dischi finalmente sono fissi quindi non più removibili, caratteristica che ne
aumenta l’affidabilità, e raggiungono i 450 MB ciascuno, ne abbiamo una ventina. Ma, attenzione, il loro
MTBF è di 8000 ore, il che vuol dire che ogni due settimane circa sicuramente una unità si guasterà.
Aumentano i terminali fino a metterne a disposizione uno per ciascuno specialista. Ma questo significa che
possono essere innescate elaborazioni contemporaneamente da decine di postazioni di lavoro, che
sovraccaricano l’elaboratore. In ogni caso ancora si lavora giorno e notte, ma non più lasciando un solo
operatore da solo la notte per otto ore, i turni infatti sono coperti da cinque operatori, che oltre tutto
hanno anche la compagnia di un vigilante.

Aumentano i collegamenti TLC con le sedi degli automobile club provincali e con la sede centrale romana,
ma si può immaginare quanto sia lento il trasferimento dei dati.

E’ più o meno di quel periodo che, solamente a titolo sperimentale, incarico un collaboratore del CED, non
propriamente con compiti di sviluppo, ma che ha le capacità e l’ambizione di cimentarsi nella
programmazione, di scrivere un programma in grado di ottenere un buon livello di compressione dei dati
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PRA al fine di caricare la sola provincia di Roma su disco, in formato ISAM ovviamente. Da quel momento si
prende gusto a consultare da terminale i dati PRA anche se limitatamente a Roma e subito dopo, convinti
ad acquistare altri dischi, si procede a caricare l’intero l’archivio ovvero decine e decine di milioni di
autoveicoli. Ovviamente niente di complesso, le potenzialità dello strumento all’epoca rendono la cosa
banale. Rispetto alla memoria di massa a schede magnetiche (che non si trova citata nemmeno su
Wikipedia, insieme al lettore ottico della REI) di anni prima, i tempi di risposta sono più che decenti.
In ogni caso è un passo avanti storico.
Non abbiamo ancora il gruppo di continuità, né il gruppo elettrogeno, abbiamo ancora la Siemens come
fornitrice e siamo costretti a rinunciare a una mattinata ogni settimana di utilizzo del sistema per darla in
manutenzione, prassi che cesserà, guarda caso, quando passeremo a sistemi IBM. Sicuramente l’affidabilità
è superiore a quella dei primi anni , ma soffriamo una quantità di guasti non tollerabile, fino al punto che a
partire da un certo mese mi rifiuto di dare l’OK al pagamento delle fatture mensili di noleggio delle
apparecchiature. Da quel momento non mi vengono più sottoposte alla firma.

L’inaffidabilità delle macchine consiglia finalmente l’AD/DG a cambiare fornitore.

Ci si rivolge al mondo IBM. Per anni ho sentito parlare dell’affidabilità leggendaria delle macchine
statunitensi. Finalmente avrò modo per sincerarmente di persona.

Dal 1984 si avvicendano con una certa velocità macchine IBM sempre più potenti, anche di produzione
giapponese, ospitanti il sistema operativo MVS, il che implica l’ennesima conversione quanto meno del
gruppo dei sistemisti. L’affidabilità della macchine si rivela subito superiore.

1984 IBM 3083

1987 Hitachi Comparex 895

1988 IBM 9674

1990 IBM 2098

Dal 1984 al 1992 la potenza del mainframe utilizzato aumenta di ben ottantaquattro volte! Il numero dei
servizi erogati viene gradualmente incrementato e migliorato, soprattutto nei confronti delle sedi
periferiche dell’ACI che vengono attrezzate con macchine dipartimentali come gli LSX e in seguito con
apparecchiature di microinformatica.
Finalmente l’archivio PRA viene messo in linea sistematicamente dopo ogni aggiornamento del suo
originale su nastro. Lo si può consultare tramite terminale per numero targa, ma volendo per Cognome e
Nome, o per numero telaio. Un servizio notevole messo a disposizione notte e giorno ovviamente
sopprattutto agli organi di polizia. Durante il caricamento su disco si ha un black-out di otto ore, ovvero per
tutto questo tempo l’archivio non è disponibile all’utenza. L’elaborazione ovviamente consiste nel riscrivere
l’intero archivio aggiornato su dischi in formato ISAM ordinato per targa, e creando contemporaneamente
gli indici per anagrafico e telaio da caricarsi a loro volta previo ordinamento. Azzardo a chiedere al DG se è
possibile acquistare altri dischi per garantire la continuità del servizio senza un minuto di fermo. In totale
sono necessari altri 20 GB. Mi sento rispondere quello che temevo: “Non è ancora il caso, costerebbero un
paio di miliardi di lire”.
Non posso dimenticare questo episodio, ora che sto scrivendo questi ricordi su un pc che ha un HD da 2 TB
e un SSD da 250 GB, proprio negli anni in cui 20 GB stanno in un portachiavi!

Prima di inoltrarci negli anni ’90, dal punto di vista logistico avviene qualcosa di molto importante.
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Il Torrino

Nel 1986 l’ingegner Lanzoni ha il merito di prendere una iniziativa che nell’ambiente dell’alta direzione
dell’ACI è da considerarsi di un’audacia assoluta. Niente di meno che costruire da zero una sede per
ospitare l’impianto informatico dell’Ente, surdimensionata in modo tale da potere ospitare anche l’organo
di controllo e di supervisione delle attività e dei progetti da questo svolti. Ma soprattutto concepita e
strutturata fisicamente in modo da alloggiare con razionalità quanto serve per il corretto funzionamento
dei macchinari informatici e di quelli ausiliari. Quindi, per esempio, la sala calcolo non più vista come un
unico spazio contenente sia le componenti unattended come unità centrali, memorie di massa a disco,
server e controller, sia i dispositivi per la manovra e il controllo del sistema, come le console di comando e
quelli che richiedono di essere serviti come le stampanti e le unità a nastro, ma suddivisa in spazi meno
pregiati, come i seminterrati per le prime componenti e il piano terra per le seconde, da curare anche dal
punto di vista estetico in quanto biglietto da visita per i visitatori.

La scelta della dislocazione della sede cade sul nuovissimo quartiere periferico del Torrino a sud di Roma a
poche centinaia di metri dal raccordo anulare, ma adiacente a quello dell’Eur.

La sede è progettata prevedendo: i locali per l’alloggiamento del gruppo di continuità comprensivo del
gruppo elettrogeno, dei locali per installazione e la conduzione di una mensa aziendale –quasi un ristorante
di pregio- attrezzata con cucine e celle frigorifere, di un bar aziendale, di una bella sala per le conferenze
corredata di schermo, tavolo per conferenzieri e di sistemi audio e multimediali, salette per riunioni e un
discreto numero di posti auto al coperto e all’aperto, rampa per carico e scarico merci razionalmente
collocata.

La costruzione ha inizio alla fine del 1986 e termina nel 1988, anno in cui tutta la società si trasferisce nella
nuova sede. E’ un altro momento storico, forse il più importante. Solo chi ha vissuto nelle sedi che hanno
visto nascere l’informatica dell’ACI può avere una corretta visione della sua formidabile evoluzione.

Merito ancora dell’ingegner Lanzoni aver convinto il vertice Aci ad esercitare l’opzione di acquisto
dell’immobile a metà del valore di mercato raggiunto dopo un anno dalla sua costruzione.

Il personale ospitato in questa nuova sede ammonta oggi, 2015, ormai a circa seicento persone.
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Il progresso travolgente

Da un certo momento in poi, diciamo intorno al 1980, iniziano a diffondersi nelle aziende apparecchiature
per uso individuale, scollegate dal mainframe, autonome come capacità elaborativa, molto flessibili e con
una interfaccia utente particolarmente attraente. Si tratta dei cosiddetti pc, acronimo che diventerà di
diffusione planetaria e che forse, nel momento in cui scrivo, non molti sanno che deriva dall’espressione
personal computer.
Alcuni anni prima, 1974, mi capita di leggere del microprocessore Motorola 68000. Per quello che capisco
dalla lettura delle poche riviste tecniche allora esistenti, si tratta di un circuito integrato contenenete al suo
interno un elaboratore completo. Faccio fatica a crederci. In sostanza, mi sembra di capire, il calcolatore
Siemens 4004 che usiamo in quegli anni potrebbe stare tutto -almeno nella sua parte logica- in un chip di
pochi centimetri quadri.
Primo microprocessore al mondo sembrerebbe l’Intel 4004 del 1971, un totale di 2300 transistor,
progettato e realizzato grazie a Faggin, ingegnere italiano trasferitosi negli USA.
Assisto a un continuo fiorire di allocuzioni e di acronimi, tutti di origine inglese, che impiego del tempo a
decriptare e a digerire.
Già l’espressione incontrata anni prima di “sistema operativo” non è facile da spiegare a chi non è del
mestiere. Ancora di più “interfaccia utente”.
Se leggo l’elenco semplificato dei vari microprocessori sviluppati, prodotti e commercializzati a partire dal
1971 c’è da rimanere sbalorditi e forse prima ancora confusi.
Avevo perfettamente ragione nel ’69 a dire “nei prossimi anni ne vedremo delle belle”.

Data di
Nome del processore Numero di transistor Mips
introduzione
4004 1971 2.300 0,3
8080 1974 6.000 0,64
80286 1982 134.000 1
80486 1989 1.200.000 20
Pentium IV 2000 42.000.000 1.700
i5 4670 (il mio pc) 2013 1.400.000.000 ?

La quantità di ‘cose nuove’ è tale che si ha difficoltà a battezzarle col nome giusto, e questo spiega l’uso
universale degli acronimi e di neologismi: RAM, ROM, TLC, CPU, LAN, host, GB, pixel, throughput, MIPS,
link, hotword, SIM, wi-fi, FTHH….

Le due parole BIT e BYTE sembrano già essere della preistoria. Quanti, delle nuove generazioni, sanno che
BIT è la crasi di Binary UnIT, Unità binaria, bit, che in inglese significa, guarda caso, “pochino”. Mentre Byte,
attribuito a una ottupla di bit, deriva da ‘bite’, che significa guarda caso ‘boccone’, ma che fu modificato in
byte per differenziarlo di più da bit al fine di evitare errori di trascrizone nella documentazione tecnica.

Quanti sanno che digitale deriva dall’inglese digit, ovvero cifra, numero. Ma che digit a sua voltra deriva
dal latino digitus, dito. E che il sistema decimale forse deriva dal fatto di avere dieci dita, primo calcolatore
usato dall’uomo…...
E che quindi, digitalizzare significa trasformare in numeri. Anche una foto a colori, un film, un suono….
E che i numeri si possono manipolare e trasmettere molto più facilmente rispetto all’analogico.
Allora tutto si spiega.
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18 nm?

Ma come è possibile concentrare in pochi centimetri quadrati un così gran numero di componenti
elettronici? Come è stato possibile passare da migliaia di transistor a miliardi? Ma poi, che cosa mai sa fare
un transistor? Cominciamo da quest’ultima domanda.

Naturalmente un ingegnere elettronico lo saprebbe spiegare bene, forse troppo bene. Io tento di spiegarlo
alla buona: un transistor sa fare molto poco ed è sorprendente come con quel poco si riesca a fare non solo
un pc, un tablet, ma anche uno smartphone, un navigatore, un tv lcd e tanto tanto altro ancora, non
immaginiamo quanto.
Quell’oggettino, che nelle piccole radio a transistor degli anni ’50 si poteva ancora vedere a occhio nudo, ha
tre terminali che spuntano dal suo corpo: a dirla molto semplicisticamente, la tensione applicata al primo di
questi fili passa o non passa al terzo filo se al secondo c’è o non c’è tensione. Punto.
In sostanza è un interruttore. Ed è questa sua capacità che ci interessa nel mondo dell’infomatica, visto che
potrebbe fare un’altra cosa: amplificare un debole segnale in entrata a un terminale.
Quindi è un interruttore oppure un amplificatore.

Per quello che deve interessare un professionista informatico è bene sapere che con il transistor si può
realizzare il circuito logico chiamato AND, ovvero un circuito che se presenta tensione in entrata al primo
terminale e (and) al secondo, avrà tensione anche al terzo. Ma non solo questo, può anche realizzare
circuiti denominati rispettivamente NOT, OR, NOR, NAND, con funzioni che si possono intuire dal loro
nome.
E con queste banalità si fa tutto. Incredibile, vero?

E i nanometri?
Un nanometro è un miliardesimo di metro, oppure se piace di più, un milionesimo di millimetro.
Quando si dice che la produzione di un microprocessore è a 16 nm, vuol dire che il singolo transistor (il
gate) che compone quel circuito integrato ha la dimensione di 16 nm. Ovvero che la tecnica di produzione
riesce a costruire quel componente fondamentale con quella microscopica dimensione e quindi a farne
entrare a milioni sulla superficie di un microprocessore, più o meno quella di un francobollo.
E’ l’ultimo traguardo raggiunto dalla Intel, dalla Amd e dagli altri produttori che seguono a ruota.

Ma quanto è grande, anzi quanto è piccola la dimensione di 16 nm?


Ebbene un capello umano ha il diametro di circa 80.000 nm, un globulo rosso di 8.000 nm, un neurone (il
soma) del cervello intorno ai 50.000 nm!
Un atomo ha il diametro di 0,01 nm.

Può bastare?
Può bastare per rimanere sbalorditi e quasi increduli? Ora si capisce come fanno a entrare miliardi di
transistor in quella piastrina nera incollata sulla scheda madre di un pc!
Lessi una volta che la densità dei componenti elettronici in un microprocessore si stava avvicinando a un
quarto di quella dei neuroni nel cervello umano. Ma lo lessi una quindicina di anni fa!

Ma come fanno a costruirlo?

Troppo difficile spiegarlo a parole, almeno per me. E’ per questo che ho ricordato il documentario visto
tanti anni fa, troppi, quello della Siemens, che mi fece esclamare “Nei prossimi anni ne vedremo delle
belle!”

Ma vorrei provarci lo stesso.


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Tutti abbiamo presenti le diapositive a colori (fra qualche anno alle nuove generazioni bisognerà spiegarlo
meglio). Le diapositive: quelle in pellicola, formato 24x36 mm, in genere racchiuse in un telaietto di
cartone o di plastica. Ebbene le diapositive in quel piccolo spazio potevano rappresentare un intero
paesaggio. Infatti era necessario proiettarle ingrandite su un telone, ad occhio nudo infatti era difficile anzi
impossibile vederne i dettagli. Né più, né meno la stessa cosa succede-succedeva con la pellicola
cinematografica. Sappiamo tutti come viene ottenuta una pellicola positiva a colori. Più o meno.
Con una macchina da ripresa foto o cinematografica, tramite un obiettivo l’immagine da riprendere viene
proiettata sulla pellicola sensibile vergine, cioè che non ha visto mai luce. L’immagine originale viene
rimpicciolita dall’obiettivo al formato 24x36 mm, quindi anche una montagna alta tremila metri entra tutta
nel fotogramma.
Altrettanto potrebbe succedere fotografando un disegno enorme raffigurante un circuito elettrico.
L’immagine latente sulla pellicola viene resa visibile trattandola, al buio, con bagni chimici. Questi, per le
loro caratteristiche, in un certo senso scavano, scolpiscono, come un incisore, la superficie della pellicola in
modo straordinariamente fine. Per semplificare, quegli acidi sono capaci di eliminare dagli strati superficiali
della pellicola, dalle spessore di pochissimi micron (millesimi di millimetro), i colori non necessari lasciando
quelli corrispondenti all’immagine originale. Insomma grazie all’ottica dell’obiettivo, alle caratteristiche
della pellicola, ai bagni rivelatori si ottiene una finissima miniatura che proiettiamo su uno schermo
ingrandita migliaia di volte.
La nitidezza dell’immagine, e quindi la quantità di dettagli che possiamo registrare sulla pellicola dipendono
dalla bontà dell’ottica, dalla pellicola stessa e dal procedimento chimico. In ambito industriale le prestazioni
di questi tre elementi sono ai massimi livelli di qualità.

Semplificando, su una piastrina di silicio, il materiale di base per la microelettronica, utilizzando la stessa
tecnica della fotografia, si…cesella l’immagine rimpicciolita ottenuta fotografando un enorme circuito
elettronico disegnato in modo tradizionale (sto semplificando).
Si incaricheranno i bagni chimici di scolpire il disegno fortemente rimpicciolito, così da ottenere una prima
approssimazione a quello che sarà un microcircuito integrato.
Alla fotochimica si aggiunge un’altra tecnica. Dopo avere scavato ed eliminato un primo strato sul circuito
in via di formazione, è necessario depositare uno strato estremamente sottile o di isolante o di conduttore
(o di semiconduttore). Si riesce a farlo con la deposizione elettrochimica, o da vapore chimico o fisico, o
altri sistemi, come si fa più o meno con i rubinetti cromati. Il quale strato a sua volta viene rimosso laddove
necessario con la precedente tecnica.
Semplifico molto, ma in sostanza depositando e sottraendo in più passate nei punti giusti materiali nei vari
strati estremamente sottili si ottiene il circuito integrato con le caratteristiche volute, soprattutto con
componenti straordinariamente piccoli e quindi straordinariamente densi.

Poiché il transistor, sempre banalizzando al massimo, è composto da tre strati sottilissimi di materiali
diversi in grado di manipolare logicamente debolissime tensioni, questo sistema permette di produrne
quantità incredibili con dimensioni microscopiche. A costi quasi ridicoli, considerando la tecnologia che c’è
alla base.
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Il microprocessore Intel Haswell a 22 nm


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La multimedialità

Scrivo questo capitolo un bel po’ in ritardo rispetto al resto, perché la mancata conclusione di un percorso
prima di studio, poi progettuale e infine fattuale, me lo ha fatto quasi dimenticare. Si tratta della
cosiddetta "Multimedialità". Mi sembra giusto raccontare almeno brevemente questa esperienza perché
potrebbe incuriosire non poco le nuove generazioni di specialisti ora impegnati in Aci Informatica e forse,
chissà, stimolare la ripresa di un progetto interrotto.

Nel 1990 o giù di lì, il DG Lanzoni mi incaricò di studiare la multimedialità e di realizzare qualcosa di
interessante e utile nel nostro ambiente burocratico-automobilistico e a tale scopo mi affiancò un
personaggio di livello, forse il più adatto all'argomento presente in azienda, per capacità, estrosità e
creatività.

Non mi è facile spiegare in poche parole di cosa si trattava e si tratta tuttora, d'altra parte la parola suonava
quasi nuova sia a me che al collega affidatomi. Entrambi ci muovevamo come personaggi con zero
esperienza sull'argomento. Dovevamo costruircela studiando, contattando esperti, individuando le
apparecchiature adatte nonché i software indispensabili, ma soprattutto lavorando di fantasia e creatività
per realizzare qualcosa di utile nella nostra organizzazione. A pensarci bene non era certo la prima volta per
me. E a pensarci bene il DG ci dava un incarico pronunciando una sola parola: multimedialità.

Un libro, una foto, una voce narrante, un video, un brano musicale sono ognuno un mezzo di
comunicazione e di espressione o, con un termine che è andato di moda, uno dei "media" disponibili
nell'attività umana. Tramite questi è possibile comunicare, istruire, spiegare, informare con più o meno
grande chiarezza in genere utilizzandone uno alla volta.

I sistemi informatici, grazie alle loro esclusive peculiarità, permettono di usarli contemporaneamente
enfatizzando così la loro capacità di far comprendere qualsiasi argomento.

Un esempio: quando leggiamo un libro possiamo incontrare una parola che non conosciamo oppure di cui
vogliamo sapere di più. Siamo costretti a ricorrere a un vocabolario, o peggio a cercare la biografia di un
personaggio citato che ignoriamo. Ci dobbiamo alzare dalla nostra poltrona e cercare su una enciclopedia,
se l'abbiamo, le informazioni che ci mancano. E' molto scomodo, fino al punto che tendiamo a rinunciarci.
Se ben progettato e realizzato un sistema multimediale ci permette di sapere all'istante il significato della
parola o la biografia del personaggio citato. Per chiarire il concetto può essere utile un esempio: voglio
sapere cos'è la dodecafonia. Una grossa enciclopedia me lo spiegherebbe molto bene facendo riferimento a
musicisti e a opere al riguardo, ma certo non mi farebbe ascoltare brani di questo genere musicale, né forse
mi mostrerebbe ritratti dei personaggi, né interviste a storici dell'arte esperti sull'argomento. Un sistema
multimediale invece lo può fare. Niente di nuovo si potrebbe dire nella seconda decade degli anni 2000, è
ciò che permette internet con Wikipedia e con infiniti altri siti che i motori di ricerca come Google ci
suggeriscono di visitare. Ma allora, venticinque e più anni fa, questa possibilità era ancora tutta da
esplorare. Con il mio collega visitammo aziende, interpellammo i pochi specialisti allora disponibili,
cercammo software che aiutassero a sviluppare applicazioni multimediali, nonché hardware adatto a
queste. Allestimmo un laboratorio con il quale effettuare prove e dimostrazioni, acquistando per esempio
un masterizzatore di dischi ottici, così chiamavamo gli antesignani dei dvd ora tanto diffusi e banali da
essere quasi sorpassati.

Ricordo benissimo che il masterizzatore costò un milione di lire, l'equivalente di duemila € attuali. I dischi
avevano il diametro di oltre 16 pollici ed erano ben diversi dagli odierni banalissimi dvd masterizzabili con
device acquistabili oggi a due soldi. Altrettanto costosi gli altoparlanti, un monitor a colori di qualità e quel
poco e limitato software per lo sviluppo.

Proprio in quel periodo cambiò il direttore generale. Il nuovo non era affatto convinto di questo moderno
filone di applicazioni informatiche e ricordo che mi chiese di persuaderlo con un documento e con una
demo. Non ci riuscii e tutto finì lì, 1992.
41

Sono trascorsi più di venticinque anni. Non c'è pc domestico, presente in casa anche di nonne ottantenni,
che non sia attrezzato con uno splendido display a colori ad alta definizione, con altoparlanti casomai
esterni e di buona qualità, di un masterizzatore interno dual layer, di un collegamento in rete con la fibra
ottica, con il quale esplorare-navigare innumerevoli siti internet in cui la multimedialità è utilizzata alla
grande.

Quale utile prodotto multimediale avremmo mai potuto realizzare nell'ambiente ACI? Forse un catalogo
universale dell'auto, ovvero una enciclopedia di tutte le auto prodotte dalle origini ad oggi, filmati,
interviste a personaggi famosi, raccogliendo tutte le prove su strada disponibili tramite un accordo con
Quattroruote. Anteponendo a tutto chiare animazioni sul funzionamento dei vari tipi di propulsori e di tutti
gli altri meccanismi presenti in un'auto, come il cambio, la trasmissione, le sospensioni.

Ma questo poteva essere possibile in un vero club di automobilisti più attento alla originaria missione
istituzionale.

Mi rendo conto solo ora che l'ambiente non era affatto fertile per questo genere di applicazione ed era pia
illusione sperarlo.
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1992 – 1995 La microfilmatura del PRA

Mi piace raccontarlo. Anche questo progetto, anche se non propriamente informatico, può stimolare la
curiosità dei più giovani specialisti di Acinf.
Mettendo la modestia a parte, debbo dire che non si poteva scegliere persona più adatta del sottoscritto
alla quale affidare il progetto di microfilmatura dei volumi PRA. L’incarico di seguire da zero questa grande
operazione, forse la più grande in Europa, avvenne per la verità senza sapere che avevo maturato
un’esperienza, quasi a livello professionale, coltivando l’hobby della fotografia fin da adolescente. A chi
capisce qualcosa di camera oscura, di ingranditore e di bagni chimici per sviluppare pellicole e stampe, può
bastare che accenni al fatto che iniziai a quindici anni (1955) con il bianco e nero, con pellicole 35 mm, con
le carte sensibili della gloriosa Ferrania, con l’idrochinone, con l’iposolfito e che dopo appena due anni mi
cimentai con il colore, abbastanza audacemente per l’epoca. Negativi e diapositive a colori, quindi fase di
inversione durante lo sviluppo, sintesi additiva e sottrattiva dei colori, correzione delle dominanti
cromatiche durante la stampa, camera oscura pressochè al buio totale; siamo nel 1957.
Come spero si sia capito dalle prime pagine, il seme dell’archivio PRA digitale fu piantato con il caricamento
dei cinque milioni di schede. Da allora si è proceduto anno dopo anno ad aggiornare la base informativa fra
le più importanti a livello nazionale con macchine e soprattutto con metodi di lavoro sempre più moderni e
quindi più accurati. La qualità delle informazioni, non fosse altro per il tasso di rinnovamento del parco
automobilistico galoppante avvenuto nei vari decenni dopo il miracolo economico italiano, ha fatto
raggiungere al Pra residente su supporti magnetici una qualità e una attendibilità che ben può surrogare
quella dei volumi cartacei PRA. Ma soprattutto permette di eliminare la consultazione e la trascrizione
manuale delle nuove informazioni sui paginoni di polverosi registri.
Da un certo anno in poi i vecchi volumi perdono la loro funzione sacra di testimonianza scritta relativa alla
proprietà di tutti i generi di veicoli venduti in Italia, funzione che passa alle memorie magnetiche ad accesso
diretto del sistema informatico dell’Ente. Vengono abbandonati. Ma prima di farlo ci si pone il problema di
congelarne l’immagine, perché è considerata inevitabile la necessità di ricorrere saltuariuamente a una loro
consultazione.
Dischi ottici o microfilm? L’avvio del progetto è nel 1992, imperante l’ingegner Lanzoni. Sono coinvolto e
comincio ad interessarmene. E debbo dire subito che mai mi sono divertito tanto.
Ho l’occasione di contattare e visitare le più importanti aziende di gestione dell’immagine aziendale, nella
forma chimica o digitale. Vado a Londra e dintorni, visito lo stabilimento dell’AGFA in Anversa, vado a
Boston e NY per conoscere i più avanzati utenti di dischi ottici.
Mi accorgo che questi ultimi sono ancora acerbi per un uso conveniente. In una settimana riempio una
stanza di sette apparecchiature per la lettura di microfilm di marche diverse, mentre non riesco ad averne
una dei primi.
Si decide per il microfilm. Tutti i volumi, circa 1.250.000, andranno microfilmati su pellicola da 16 mm,
caricata in bobine ognuna delle quali contenente la storia di 1500 targhe. Si utilizzeranno cinque diverse
società di servizi, che dovranno portare le loro apparecchiature di ripresa in ciascuna delle oltre cento
province e presso le quali, una alla volta, dovranno trattare tutti i volumi fino alla installazione locale delle
apparecchiature utili per la consultazione agevolata delle pellicole. In totale da questa operazione
scaturiranno due copie originali da custodire nei locali di sicurezza e due copie diazo destinate all’uso
locale, per un totale di ben duecentoquarantamila bobine.
Nonostante la tecnologia piuttosto datata, la consultazione di una targa passa dai venti minuti dei volumi,
quelli cartacei conservati in magazzini infami, ai due minuti scarsi del microfilm con ben altra comodità.
Durante i contatti con i vari direttori provinciali mi accorgo che pochi sanno di cosa stiamo parlando.
Penso quindi di produrre una brochure che illustri come si produce e come si utilizza questo supporto.
Cambio idea e penso sia preferibile realizzare addirittura un video. E qui, debbo dire, mi diverto un mondo.
Scopro che l’attività del regista –in piccolo questo ho fatto- è l’attività più completa che un uomo possa
svolgere. Entra in contatto con tutte le tecniche e le arti: le apparecchiature di ripresa, i supporti, i
videoregistratori, il ritmo narrativo, la scelta delle inquadrature, il testo da scrivere e da recitare davanti a
un microfono, la scelta della musica di sottofondo, la grafica esplicativa, le animazioni, il montaggio su pc, la
produzione delle copie su DVD, la grafica della copertina….. Insomma, mi sono divertito.
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Il terzo millennio

Dal mio punto di vista gli anni che seguono sono storia troppo recente, e quindi conosciuta dalle nuove
generazioni, ma forse, piuttosto che il progresso tecnologico così travolgente da provocare quasi la nausea,
possono interessare i fenomeni ambientali, umani, di stile aziendale, che hanno colpito me, ormai da
considerare un senior appartenente ad altri tempi.

La microinformatica. Mi sembrò lungimirante e strategico che il DG Lanzoni a partire dal 1988, più o meno,
cominciasse a diffondere nell’ambiente personal computer pressochè a tutti i dipendenti. Mi meravigliavo
che “piovessero” su tutte le scrivanie pc non richiesti, i primi 286 con appena 20 MB di hard disk. Era invece
un illuminato impulso ad abituare l’ambiente a una nuova risorsa che si prospettava fondamentale per la
cosiddetta automazione d’ufficio. Il progresso fece il resto e ancora di più la diminuizione dei costi delle
stesse apparecchiature. L’utilità di una segretaria cominciava a scemare se si era in grado di ottenere in
modo del tutto autonomo una lettera o una relazione perfettamente stampata, oltretutto senza errori di
battitura, corredata di tabelle e grafici superlativamente disegnati. A pensarci bene sono ben più di
vent’anni che tutti ci siamo abituati a Word, Excel, alle mail. Non immaginiamo come potremmo farne a
meno. Siamo stati fra i primi.

Le telecomunicazioni (TLC). Anni prima, forse intorno al 1980, lessi un libro intitolato “Megatrends”. Un
capitolo parlava delle telecomunicazioni come di un aspetto di enorme importanza che avrebbe avuto una
diffusione planetaria e che avrebbe contraddistinto i decenni a venire, partendo come al solito dalle nazioni
più evolute si sarebbe poi diffuso gradualmente a tutti i paesi. Non capii bene cosa si intendeva, pensavo ai
telefoni, alle comunicazione in voce. Non immaginavo o non compresi che si faceva riferimento anche e
forse soprattutto alla trasmisione dei dati. Ora tutti, ma proprio tutti usano inconsapevolmente la
trasmissione dati quando parlano al cellulare (a proposito, nel 2013 venduti nel mondo un miliardo di cell e
un miliardo di smartphone). A dir poco, per non parlare dell’invio di immagini, di suoni, di video che tutti,
proprio tutti trasmettono dal proprio pc casalingo o dal tablet o dal telefonino, all’altra parte del mondo
come se fosse la cosa più banale. Una quindicina di anni fa l’uso dell’acronimo “ADSL” era appannaggio di
informatici esperti e fanatici, ora lo si può sentire citato da un bambino di dieci anni.

Le ristrutturazioni aziendali. C’è una frase detta dal mio ultimo DG che mi rivendo continuamente perché
valida nella vita di tutti i giorni ed è erga omnes: “Se lavori nello stesso modo per venticinque anni sei
lobotomizzato”. Vero. Ed è in nome di questa convinzione che lo stesso DG procedette dal momento del
suo insediamento, 1992, ad operare ristrutturazioni profonde con una frequenza che, dopo la terza o la
quarta, apparve a tutti un tantino esagerata. Ma è indubbio che cambiare aria di tanto in tanto in una vita
lavorativa, non può che far bene allo stesso lavoratore, prima ancora che all’azienda.

Le nuove funzioni aziendali. In occasione delle ristrutturazioni venivano inaugurate nuove funzioni, con
nuove denominazioni talvolta, anzi spesso, piuttosto fumose, almeno ai miei occhi. Non era chiaro se per
sistemare i vari trombati di turno, o perché la cultura aziendale, che non difettava al vertice, richiedeva
l’inaugurazione di un nuovo filone di attività. Nella redazione del documento che descriveva l’ennesima
ristrutturazione i vari responsabili, quelli che avevano l’onore di stare in un rettangolo dell’organigramma
ufficiale, facevano a gara per enfatizzare il proprio ruolo. Fino al punto che il documento rasentava le cento
pagine! Fiera delle vanità. Non dimentico chi mi disse “il mio compito è garantire la connettività”.

La Qualità. Appunto. Approdo nel crepuscolo dei miei quarant’anni di lavoro a questa funzione. Nauseato
già ai primi approcci, in quanto per mia natura in antitesi totale a certe pignolerie notarili, mi ci dedico con
disciplina. Come si usa dire, interiorizzo l’argomento. A più di dieci anni di distanza mi rendo conto che le
raccomandazioni sottese a questa visione aziendale valgono anche nella vita di tutti i giorni e sono di una
ovvietà totale, eppure trascurata. Che si debba addestrare un lavoratore prima di metterlo all’opera, in
modo organico ed efficace, è quanto mai ovvio, eppure si trascura di farlo. Che si debba fare un piano di
lavoro, un’analisi dei costi, una verifica della disponibilità di risorse umane e finanziarie prima di imbarcarsi
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nella realizzazione di un progetto è ovvio, eppure…. Che alla fine di una riunione si debba registrare cosa si
è deciso e chi deve fare cosa e controllare nella successiva che si sia fatto, è ovvio, eppure… E così via.
Interessandomi di più, per il tempo a disposizione, agli eventi politici di questi tempi mi sono chiesto se, per
esempio, i dirigenti della regione calabra abbiano una idea di cosa sia un sistema qualità. Debbo però
riconoscermi di essere rimasto equidistante da chi ha snobbato totalmente questo nuovo più consapevole
e avanzato modo di operare in azienda e chi ne ha fatto quasi una religione arrivando a coniare espressioni
così poco concrete da sfiorare la metafisica. Ogni volta che sentivo nominare la onnipresente
”configurazione” non poteva non venirmi in mente la parola assonante “trasfigurazione” o peggio ancora
“transustanziazione”.

L’outsourcing. Ci son voluti alcuni anni perché mi rendessi conto che questa prassi, quella di affidare il
proprio lavoro a strutture esterne, era universalmente adottata in tutta Italia. Mi do una spiegazione.
Superata una certa dimensione aziendale i dipendenti si sentono assolutamente protetti e intoccabili in un
involucro le cui pareti sono di spessore proporzionato al numero degli assunti. Vivono nella bambagia,
percepiscono la sicurezza del posto di lavoro come un diritto su cui non si discute. La quantità di lavoro che
ritengono equo svolgere diminuisce nel tempo gradualmente e impercettibilmente, fino al punto di non
sentirsi più in grado di affrontare un picco di lavoro. E’ l’occasione di richiedere il….consulente esterno.
Viene chiamato così il personaggio che sa fare il nostro stesso lavoro, ma che ci solleva non solo
dall’impegno lavorativo in una certa misura, ma ci alleggerisce anche della responsabilità. Fino al punto di
sentirmi dire “Noi per questo progetto non dovevamo fare niente, dovevamo dare tutto fuori”.

Il cambio di AD/DG. Ho avuto solo tre DG. Pochi. Ma sufficienti a valutare la differenza di stile manageriale
che può essere veramente spiazzante. Quindici anni con il primo, quindici con il secondo, dieci con il terzo.

Avevo non più di trentanni quando lessi che la dote migliore di un dirigente è la flessibilità, se non vuole
essere out già a quarantacinque anni. Quindi mi compiacqui con me stesso quando mi sentii dire da un
collaboratore che io ero l’unico dell’ambiente lavorativo ad essersi adattato subito al differente modo di
operare del nuovo DG, il secondo; lo ritenevo un pregio non un difetto. Il primo cambio di vertice fu il più
traumatico per me, come ho raccontato. Il secondo improvviso, non preannunciato in alcun modo. Non ho
avuto modo di sperimentare il terzo cambio di vertice (sic transit gloria mundi) e quindi di conoscere il
quarto DG e tanto meno il recentissimo quinto. Mi rimane la curiosità di sapere come mi sarei comportato
con i nuovi stili manageriali, per me sarebbe stata una sfida.

Come descrivere in poche parole i tre stili? Il primo: severo, esigente, rude quanto mai, litigioso con i suoi
pari, ambizioso, pretenzioso e non a torto, visionario, oscuro nel parlare, pronto alla parolaccia.
Sicuramente gradasso e felino: non dimentico quella volta , ultimi mesi del suo “regno”, quando parlando
con me mi disse con ghigno mafioso “Vogliono fregare a me, a me?!”. Puntandosi il pollice sul petto. Pensai
di avere davanti a me un gran dritto imbattibile con il quale certo non mi potevo misurare.

Il secondo DG un gran signore, apparentemente flemmatico tradiva la sua rabbia e il suo disappunto,
quando accadeva, diventando paonazzo in volto. Rare volte l’ho visto perdere il suo aplomb, dimostrando
che senza scalmanarsi si può essere fermi e decisi. Ricordo con piacere gli anni passati con lui per alcune
generosità nei confronti dei suoi più stretti collaboratori e con me in particolare. E’ grazie a lui che per la
prima volta, con la scusa di un congresso informatico, fui mandato negli USA nell’89. Tipica la sua frase
“Dormiamoci sopra una notte”. Non poi così sbagliata, e in fondo una sola notte. All’inizio del mese di
aprile del ’92 mi chiamò nel suo ufficio e stranamente mi fece accomodare accanto a lui sul divano a lato
della sua scrivania: “Stanco le debbo dire una cosa, a fine mese non sarò più io il direttore generale e
amministratore delegato della società”. I giochi al vertice dell’ACI erano già fatti da tempo, ma di questo lui
non aveva avuto il minimo sentore. Essendo una risorsa, seppure di alto livello, noleggiata all’Aci dall’Italsiel
fu da questa immediatamente ritirato.
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Il terzo DG venne quasi entrando con il cavallo bianco in azienda con piglio che ci apparve brutale, ma per
quanto mi riguardava avevo visto di peggio. Grande parlatore, riunì subito i dirigenti e illustrò i suoi piani, le
sue intenzioni, i suoi modi di vedere l’azienda. Non mi dispiacque affatto la sua sintesi, mi sembrò buona e
tale da evidenziare una grande energia, forse necessaria in quel momento. Riporto solo una frase dettami
da un dirigente “Da quando è entrato il nuovo DG voi direttori siete schizzati”. Intendeva dire che, forse
adagiati sugli allori, eravamo scattati come molle. In sostanza il nuovo manager si era seduto alla guida di
una Ferrari, era quindi un complimento per noi e una criticità per lui. Visto da anni di distanza prese,
appena insediato, alcune iniziative giustissime, come verificare l’appropriatezza delle risorse umane e delle
risorse strumentali che si ritrovava a disposizione. Ingaggiò una società esperta nella gestione di risorse
umane. Risorse umane, così da alcuni anni si chiamavano gli umani lavoratori. I consulenti vennero ed
esaminarono con una serie di incontri e seminari tutti i dipendenti divisi per tipologia di incarico. Quindi
anche i direttori, eravamo cinque, e separatamente i dirigenti. Di tutti, singolarmente, fu dato un profilo in
cui si descrivevano, con diplomazia, potenzialità e limiti. Non ci furono consegnati i risultati, ai quali forse
avevamo diritto, ma trapelarono alcune indiscrezioni sulle conclusioni. Lo strato dei dipendenti più
promettente era quello sotto i dirigenti e i direttori. Questi ultimi, i cinque sotto il DG di cui facevo parte, da
lasciar perdere… Un secondo intervento riguardava le strutture tecniche, hardware e software, architetture
varie, adeguatezza delle applicazioni e livelli di qualità. La società di consulenza interpellata non fu affatto
tenera con noi. Era un film che avevo già visto.

La mensa. Nella Sicreo di Via Polistena, anni 1973-77, nell’ora di intervallo dalle 13 alle 14 ognuno si
arrangiava a modo suo per rifocillarsi. O andando al baretto, quello povero, tipico dell’estrema periferia,
proprio di fronte l’ufficio e vicino a uno smorzo, attraversando una polverosa via Anagnina, oppure ci si
portava qualcosa da mangiare da casa, talvolta in portapranzi tipo bambino all’asilo. Per quanto mi riguarda
rarissime volte andai a mangiare in una trattoria vicina, quasi sempre risolvevo andando nel piccolo bar, un
tramezzino o una cosiddetta ciavatta, un caffè. Seguiva poi una passeggiata con i colleghi chiacchierando
ora con l’uno ora con l’altro, non allontanandoci troppo dal cortile dell’ufficio considerati i dintorni poco
attraenti, come carcerati nell’ora d’aria. Cambio di scena: 1989, la mensa di Acinf ha l’aspetto di un
ristorante di un certo pregio, i tavoli sono distanziati da separatori rivestiti di pannelli di sughero come le
pareti insonorizzate, luminoso e aereato, non mancano piante verdi da arredamento. Ci si mette in fila
ordinatamente davanti a pietanze sufficientemente assortite, calde fumanti, talvolta cotte espressamente,
pane integrale, grissini, riso in bianco o rosso per i difficili, tavolino con spezie e condimenti, ecc ecc. Niente
altro? Ah sì, il bar per un caffè postprandiale, nelle sue innumerevoli varianti tenute perfettamente a
memoria da un paio di velocissimi e gradevoli barmen. E’ il progresso bellezza!

Carosello. Dopo forse non più di un anno dall’assunzione in ACI, prendendo confidenza in ufficio pressochè
con tutti, chiacchierando con un “maturo” dell’ambiente, gli dissi “Ma perché l’ACI non fa pubblicità a
Carosello?”. Intendevo soprattutto della parte cosiddetta istituzionale, cioè associativa, quella svolta per
riunire appunto in un club gli automobilisti, per facilitare, proteggere e promuovere l’uso dell’auto. Più
consistente fosse stata la compagine sociale maggiore prestigio, e quindi potere, avrebbe acquisito l’ente.
Mi rispose, fra il sorpreso e l’indignato: “E mica l’ACI vende caramelle!”. Trascorsi quasi quarant’anni e
facendo quasi la stessa domanda al Grande Vecchio mi sentii rispondere più o meno con lo stesso tono.

Se sei abituato a lavorare nello stesso modo per venticinque anni sei lobotomizzato.
Parole sante.
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1962 – 2015

Sono trascorsi esattamente 53 anni. Tutto è cambiato. Di tanto in tanto faccio una visitina all’ufficio, sta a
un chilometro da casa mia, vedo dalle mie finestre solo le scale di emergenza che sporgono. Incontro molti
personaggi assunti in azienda poco più che ragazzi, anzi che hanno sostenuto proprio con me il colloquio
selettivo. Non pochi, come è naturale, hanno fatto carriera e sono stati nominati dirigenti, altri più o meno
nelle stesse posizioni li vedo molto maturati. Mi sono sempre sentito fortunato ad essere circondato da
tante persone per bene e con una intelligenza che ritengo superiore alla media.
Mi colpiscono i capelli bianchi, i volti un po’ consumati, ma chissà loro come vedranno me. Non ci voglio
pensare.

Rileggo d’un fiato quello che ho scritto.

Provo un senso di grande tristezza e non so perché. Anzi, so benissimo perché.


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Lei

Sotto la console di comando era posto un piccolo altoparlante, dal quale usciva un suono costituito in
qualche modo dalla risultante dal traffico elettronico generato dall’esecuzione delle istruzioni. Era un suono
quasi fastidioso, talvolta lamentoso, un crepitio monotono di frequenze non molto variate, un po’
inquietante, ma sicuramente in grado di dare all’ambiente di lavoro una nota aggiuntiva di suggestione.
Poteva essere utile perché in caso di loop, così chiamavamo l’errore di programma quando si trovava in una
condizione senza via di uscita, il suono si stabilizzava in una sola nota e lo si riconosceva anche lontano dalla
console. Era possibile, volendo, eseguire il programma passo-passo, ovvero una istruzione alla volta, oppure
facendolo fermare su quella impostata da tastiera. Caratteristica questa quanto mai utile in fase di
debugging, ma bisognava conoscere a memoria il codice di ogni singola istruzione nonché la sua
configurazione in binario che si poteva leggere dai lampadini rosa ben visibili nella foto. La qual cosa non
era un problema per noi dopo alcuni mesi di lavoro.
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Sommario

Fine giugno 1962 ...................................................................................................................... 1


The beginning .......................................................................................................................... 2
Il corso ...................................................................................................................................... 4
L’Ufficio Statistica dell’ACI ............................................................................................................................. 8
Il dr. Giuseppe Sturni ............................................................................................................. 10
I programmi parametrici ........................................................................................................ 14
Amarcord…............................................................................................................................. 17
1969 ....................................................................................................................................... 21
XESTR ..................................................................................................................................... 24
Il 1973, anno cruciale ............................................................................................................. 25
La crisi .................................................................................................................................... 27
La caduta degli dei ................................................................................................................. 28
La conversione ....................................................................................................................... 29
La metodologie ...................................................................................................................... 30
Tecniche di programmazione ................................................................................................ 31
Il nuovo sistema ..................................................................................................................... 33
Il Torrino................................................................................................................................. 35
Il progresso travolgente ......................................................................................................... 36
18 nm? ................................................................................................................................... 37
La multimedialità ................................................................................................................... 40
1992 – 1995 La microfilmatura del PRA................................................................................. 42
Il terzo millennio .......................................................................................................................................... 43
1962 – 2015 ........................................................................................................................... 46
Lei ........................................................................................................................................... 47