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RITIRO FRATI CAPPUCCINI

Thiene, 4 dicembre 2017

CARNE POVERA E OSPITALE:

L’ESPERIENZA FRANCESCANA DELL’ INCARNAZIONE

CUSTODIRE. «Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato» (Sap 6,10): questa affermazione
dal libro della Sapienza è fra quelle che, nella Scrittura, segnano – in maniera ricorrente nel corso del tempo
– il mio cammino, come un’esortazione e un appello a cogliere il tesoro e l’essenza dell’ora che vivo e a
lasciarmene compenetrare. Il tempo d’Avvento è tempo del custodire per eccellenza e ci offre, nella Parola,
in Maria e Giuseppe di Nazareth, due icone della custodia che è ospitalità data al Figlio di Dio, ospitalità
straordinariamente performativa. (L’ospite sempre ci cambia, modifica i nostri spazi e le nostre abitudini,
teniamo in considerazione le sue esigenze prima di tutto). Maria e Giuseppe sono trasformati da Gesù mentre
se ne prendono cura, secondo la logica dell’Amore che rende sempre più corrispondente e consensuale
l’amante nei riguardi dell’amato. Ecco che custodire è far vivere nella nostra vita - e mediante la nostra vita -
la vita dell’altro. Mi sembrano così profondamente francescani questi due termini che ho evocato: custodia,
ospitalità. Entrambi compaiono frequentemente nel vocabolario del Santo assisiate: il primo implica un
atteggiamento di sollecitudine costante e quasi di protezione dell’altro per difendere il suo bene (cf. Regola
di vita negli eremi 8: FF 137: «E quei frati che fanno da madri […] custodiscano i loro figli da ogni
persona»; ma cf. specialmente Rnb V,1: FF 15: «Custodite, perciò, le vostre anime e quelle dei vostri fratelli,
perché è terribile cadere nelle mani del Dio vivente»); indica pure il riconoscimento della preziosità di ciò
che è custodito (cf. Prima lettera ai custodi, 4: FF 241, dove Francesco richiama i custodi affinché il corpo
del Signore «venga da loro posto e custodito in un luogo prezioso»). Il secondo termine citato, ospitalità, ci
rinvia alla dimensione dell’itineranza, l’essere «pellegrini e forestieri in questo mondo» (cf. Rb VI,2: FF 90)
cui tante volte Francesco fa riferimento. Custodia e ospitalità sono due atteggiamenti che marcano in maniera
forte tanto il tempo d’Avvento quanto quello natalizio, sebbene con accentuazioni diverse, tra il custodire
l’attesa - ospitando le anticipazioni di Colui che è atteso - e il custodire l’evento che compie l’attesa e apre
una nuova storia, che dà una nuova ospitalità all’uomo. Qui si gioca il rovesciamento di quanto affermato nel
prologo giovanneo («Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» Gv 1,11) e nel Vangelo di Luca
(«per loro non c’era posto nell’alloggio» Lc 2,7). Quello che l’uomo non è in grado di fare è Dio stesso,
facendosi uomo, ad anticiparlo.

MEMORIA. Custodia e ospitalità si radicano fortemente nella memoria: esigono un ricordo che è anche
assunzione costante della responsabilità nei confronti del “tesoro” da proteggere e insieme la disponibilità a
non dimenticare che lo spazio in cui dimoriamo è fluido, non circoscritto, non immutabile, pertanto non
appropriabile. Il grembo di Maria, grembo di madre, né è simbolo eloquente: un grembo riconoscente, nello
stupore di essere visitata e abitata e nell’attesa di essere sorpresa da Colui che viene lentamente alla luce,
pazientemente avvolto da tutta la sua persona. Da qui finalmente ci inoltriamo ad esplorare il sentire di
Francesco – con un accenno alla sua “pianticella” Chiara – riguardo al mistero del Natale. Mistero di cui il
Santo esorta a fare memoria, in filigrana allo stile e alle scelte essenziali della sua fraternità, in primo luogo
rispetto alla povertà:
«E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l’elemosina con
fiducia, e non si devono vergognare, perché il Signore per noi si è fatto povero in questo mondo» (Rb VI,2: FF 90).

Il Natale di Francesco

UNA CARNE VERA. L’Incarnazione – il mistero della carne di Cristo, della carne di Dio – è una chiave
interpretativa imprescindibile della povertà francescana: il sine proprio che si attua innanzitutto nell’umiltà
della discesa-kenosi, nell’ospitalità del grembo di una vergine, da cui ricevere una vita pienamente umana.
Sine proprio che si compirà nella restituzione di quella medesima carne sulla croce, perché essa sia
trasfigurata nella resurrezione. La vera via della carne umana si dischiude nel mistero del Natale. Nella
seconda recensione della Lettera ai fedeli, Francesco afferma:

L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così
santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra
umanità e fragilità. Lui, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima
Vergine, sua madre, la povertà (Lettera ai fedeli II, I,4-5: FF 181-182).

È molto intensa e densa di significato la qualificazione della carne del Verbo che ci offre Francesco:

1)è carne dell’umanità, misteriosamente compatibile con il divino, appartenente all’uomo così come Dio
appartiene – compartecipa – alle viscere umane che lo accolgono. Possiamo dire allora ancora del Natale,
mistero di ospitalità. La santa Vergine custodisce il Santo nel suo grembo: Lui si fa carne in lei e fa gloriosa
la carne del suo corpo di donna. E l’amore ripropone tale dinamica nell’uomo, nella donna: la carne diventa
gloriosa-bella ogni volta che è toccata dall’altro ripresentando il mistero di una vicinanza che è anche, in
qualche modo, un vicendevole compenetrasi. Questo accade tra uomo e donna, genitori e figli, tra il fratello
malato e colui che se ne prende cura, tra quanti si toccano con gesti concreti di reciproca custodia;

2)è carne vera, e mi piace intendere questo vera nel senso del termine greco aletheia (ἀλήθεια): è carne
manifestativa, che ri-vela una relazione. L’incarnazione dice la fondamentale e vitale relazione Dio-uomo,
espressa anche dallo stesso Francesco, nella Rnb cap. XXIII,3 (FF 64): «E ti rendiamo grazie, perché come tu
ci hai creato per mezzo del tuo Figlio, così per il santo tuo amore, con il quale ci hai amato, hai fatto nascere
lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa sempre vergine beatissima santa Maria, e per la croce, il
sangue e la morte di lui ci hai voluti redimere dalla schiavitù». La carne è vera perché manifesta la tensione
dell’esserci per l’altro in una storia aperta, essa stessa ospitale: cf. Avevo fame, sete, ero forestiero, nudo,
malato, carcerato siete venuti a trovarmi….Ogni volta che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più
piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25, 35-36.40);

3)è carne fragile, carne di ferite che diventano varchi e stimmate, cicatrici lasciate dall’amore, mistero di
vulnerabilità e perciò stesso capacità di contenere gli estremi, l’amore e il dolore.

IL NATALE CONTEMPLATO. La carne del Verbo racconta la storia di Dio-con noi nella sua duplice
direzione: il venire da (luce da luce, Dio vero da Dio vero) e la destinazione («Io sono la via, la verità e la
vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» Gv 14,6). Nel Verbo Incarnato l’uomo si ri-conosce
come essere destinato, in un dialogo sorprendentemente quotidiano e concreto (gesti e parole), al
compimento. Francesco contempla questa storia facendone la sua preghiera nel quindicesimo salmo
dell’Ufficio della Passione, un unico salmo da ripetere da Natale fino a otto giorni dopo l’Epifania,
unificando e facendo convergere il tempo natalizio nell’unico giorno che è l’irruzione del divino nella carne
dell’uomo.

Si tratta di un salmo composito, contenente varie citazioni dal Salterio e dalla liturgia, con accentuazioni e
aggiunte personali, nelle quali emerge la particolare esperienza del Natale di Francesco. La narrazione è di
per sé molto scarna: non vi sono angeli, né pastori, né si fa allusione a Giuseppe, ma sulla scena
campeggiano la Vergine e il Bambino, i due protagonisti della Notte Santa. Ne consideriamo soltanto alcuni
versetti, tra quelli in cui è possibile cogliere l’interpolazione del Santo.
1
Esultate in Dio, nostro aiuto (S 80,2), *

giubilate al Signore Dio vivo e vero con voce di esultanza (cf. S 46,2).

La preghiera si apre con l’esortazione al giubilo, alla gioia (Cf. Celano, Vita prima XXX, 85: FF 469: «E
giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza!» introducendo la narrazione della notte di Greccio):
essa è l’attitudine nella quale il Mistero del Natale va accolto e contemplato. Non è tanto conseguenza del
Natale ma disposizione e anticipazione della fede – è la condizione dell’avvento (Maria ed Elisabetta hanno
l’esultanza nel grembo) – che rende possibile che il Mistero dell’Incarnazione trovi ospitalità nell’uomo. Dio
è nostro aiuto: tale certezza ci rende esultanti e voce di esultanza è il nostro annuncio di Lui, mentre lo
attendiamo. È nostro aiuto perché è Dio-con noi, non un aiuto che ci viene dall’esterno ma che è dentro la
nostra carne e che nell’Eucarestia si attua sempre – in continuità con l’Incarnazione stessa – come vita e
verità-riconoscimento di Colui che ci fa nascere della Sua carne, nutrendocene. Ci aiutano a evocare questo
singolare scambio le parole di David Maria Turoldo, in una sua lirica: «Vivi di noi./Sei/La verità che non
ragiona./Un Dio che pena/Nel cuore dell'uomo». È questa sintonia la nostra gioia: l’uomo è tratto per sempre
dalla più abissale delle distanze e delle solitudini, quella suscitata da un cielo che più non gli era familiare.

2
Poiché eccelso e terribile è il Signore, * re grande su tutta la terra (S 46,3).

Poiché il santissimo Padre celeste, nostro Re prima dei secoli (cf. S 73,12), †
3

ha mandato dall’alto il suo Figlio diletto, * ed egli è nato dalla beata Vergine santa Maria.

Gli aggettivi “eccelso”, “santissimo”, “celeste” e la specificazione “dall’alto” amplificano lo sguardo di


Francesco sul mistero dell’abbassamento di Dio che, Re prima dei secoli, viene a regnare nel tempo della
terra: obbediente perché mandato; già Figlio amato del Padre eppure sceglie una madre per scegliere la
disponibilità di ogni uomo a prendere la forma della Sua vita; umile perché chiede di essere accolto da una
Vergine che il grembo – spazio di sé totalmente espropriato – rende tutta santa. Il mistero del Natale
domanda che ci si chini per contemplarlo, non attrae tanto lo sguardo al cielo quanto alla terra. È
sconcertante nel suo realismo. L’Incarnazione non attende grembi fecondi, ma grembi spalancati alla vita,
desideranti, poiché la fecondità non è decisione né proprietà dell’essere umano. Presuppone l’avere a cuore
la vita che deve venirci incontro, la vita dell’altro che “fa violenza” nelle viscere alla nostra. È il tempo della
santificazione, di lasciarsi invadere dal Santo e custodirne i movimenti. È un tempo di resa materna (cf.
Lettera ai fedeli II, X, 53: FF 200: «Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo
attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve
risplendere in esempio per gli altri»), poiché non ha senso morire per l’altro senza darlo alla luce, senza
dargli la vita.

5
In quel giorno il Signore ha mandato la sua misericordia, *

e nella notte il suo cantico (cf. S 41,9).


La puntualizzazione mediante il pronome dimostrativo “quel” identifica il Natale come giorno della
misericordia. Il contatto di Dio con la carne dell’uomo avviene, dunque, attraverso l’opera della misericordia
ed è la misericordia “agita” – in quanto in Lui contemplata e sperimentata – che ci pone in continuità con
l’evento di Dio nella storia dell’uomo (cf. una splendida espressione di Elisabetta della Trinità: «cerchiamo
di essere per lui in certo modo un’umanità in aggiunta in cui egli possa ravvivare tutto il suo mistero»). Nella
misericordia è dato all’uomo di ripetere la forza dell’Incarnazione e della Croce: ciò che risolve e riconcilia il
mistero della nascita e della morte. Dove Francesco ha sperimentato questo Natale di misericordia?

IL NATALE VISSUTO... Conosciamo bene le prime righe del Testamento del Santo, ma forse giova farle
risuonare in noi ancora.

1 Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa
troppo amara vedere i lebbrosi 2 e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. 3 E
allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un
poco e uscii dal mondo.

Francesco fa memoria qui del natale-della nuova nascita di due uomini: lui stesso e il fratello lebbroso. È una
nascita che avviene in una realtà di miseria, di degrado e di emarginazione. Nel lazzaretto Francesco ha la
sua “mangiatoia”. È il luogo di quelli che non trovano posto. Ma anche un luogo di provvidenziale ospitalità
– per Francesco stesso! – nel momento in cui il Santo riconosce che esso appartiene alla via del Signore («il
Signore stesso mi condusse»). È uno spazio in cui il vedere – inizialmente difficile, amaro – è introdotto
nell’ambito dell’invisibile, di quello che occorre che sia toccato-sperimentato perché poi sia visto e diventi
spazio di contemplazione. È, ancora, uno spazio di “discesa” identificabile nel “fare penitenza”, ossia nel
decentrarsi dal proprio protagonismo, nel disporsi perché all’altro sia possibile una prossimità, una relazione.
La prima grande misericordia che sperimenta Francesco è proprio questa possibilità di un abbassamento
accogliente che converte amarezza in dolcezza, che sancisce un’alleanza tra anima e corpo, tra intenzione e
azione e la manifesta come opera del Signore in un “mondo” che non è più soltanto “mondo”, ma che
diventa esso stesso grembo da cui “si esce” e si nasce a una fraternità autentica. Assumere in noi i
movimenti-atteggiamenti dell’Incarnazione – discendere, domandare ospitalità, ricevere, attendere di essere
veduti esponendosi in silenzio, l’umiltà di stare aderenti a una terra-realtà che non aveva fatto né previsto
“posto” – crea lo spazio della compassione.
Ancora nel Salmo che stiamo, in alcuni passaggi, ascoltando, Francesco prega:

7
Poiché il santissimo bambino diletto è dato a noi; †

e nacque per noi (cf. Is 9,6) lungo la via e fu posto nella mangiatoia,*

perché egli non aveva posto nell’albergo (cf. Lc 2,7).

Le espressioni scelte dal Santo collegano l’Antico e il Nuovo Testamento, promessa ed adempimento, con
una significativa aggiunta di Francesco rispetto al Vangelo di Luca, la puntualizzazione «lungo la via»: Gesù
è il modello del pellegrino e del forestiero e l’essere in via e il non aver dove posare il capo (cf. Lc 9,58) è
cammino propriamente evangelico. L’Incarnazione è realtà dinamica che Francesco chiede ai suoi di
assumere in povertà e umiltà, senza appropriarsi «di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra cosa» (Rb VI,1:
FF 90): un diventare pienamente umani – nella possibilità di sperimentare il divino nell’uomo – che
corrisponde alla vita di Gesù di Nazareth, a partire dal suo essere concepito – prima soglia tra un mistero
precedente e un mistero incipiente, tra il “venire da” e l’ “andare a” che mai la ragione esaurisce – e a partire
dal suo essere bambino. Diventare carne per noi è crescere nel suo corpo, assumendone la forma servile, la
caritas come via di trascendimento del limite della nostra carne individuale. «Il dono di sé, quando è
estremo,» - scrive Salvatore Natoli - «è così improbabile da esigere l’incarnarsi di un Dio. E Dio
s’incarna davvero ogni qualvolta gli uomini diventano capaci di dono»1.

Così conclude la sua preghiera salmodica Francesco:

Portate in offerta i vostri corpi † e prendete sulle spalle la sua santa croce (cf. Lc 14,27) *
13

e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti (cf. 1 Pt 2,21).

«Portate in offerta i vostri corpi»: sullo sfondo di queste parole sembrano echeggiare i canti dei pastori che si
recano dal Bambino per portare i loro doni o il viaggio provvidenziale dei magi…a questo vario e umanissimo
corteo siamo associati anche noi, ma l’offerta è il viaggio stesso, l’assunzione del cammino di Gesù, fino alla
fine, la celebrazione in via del Dio fatto uomo.

…È UN NATALE CELEBRATO. Voglio, quasi alla conclusione di queste riflessioni, ricordare due momenti
della vita di Francesco, nei quali possiamo cogliere una celebrazione solenne dell’Incarnazione. Entrambi
risalgono a tempi piuttosto vicini al transito del Santo.

§Tre anni prima della sua morte: la celebrazione, nel borgo di Greccio, della natività del bambino Gesù (cf. Vita
Prima, Celano XXX,84-87: FF 466-471). L’episodio ci lascia intravedere la concretezza, nella vita di Francesco,
della parola evangelica…tanto concreta da essere ovunque tangibile, ripresentabile, senza scarti tra il farne
memoria e il viverla in prima persona. La Parola si fa carne e Francesco vi si colloca, la abita: là dove si trova
egli scopre l’ambientazione del Natale, la quotidianità teologica che il tempo di Dio racconta come festa e nella
quale è sempre possibile vedere con gli occhi del corpo il Bambino di Betlemme. La trasfigurazione del tempo e
dello spazio è analoga alla trasfigurazione della carne che il farsi uomo di Dio comporta. Ogni spazio e ogni
tempo diventa aperto. Gli opposti trovano un accordo. La notte è chiara e la gente accorsa vede e pure gli animali
ne traggono sollievo: una consolazione cosmica in cui tutto trova l’ordine della pace. La selva e le rupi perdono
le loro sembianze oscure, non più cavità insidiose ma bacini che raccolgono suoni e risonanze: gli elementi si
corrispondono e si ristabiliscono fraterne connessioni. Le parole dei frati e di Francesco sono “altre”: canto,
gesti, carne plasmata di compunzione e gaudio ineffabile. Parole “sine glossa” amalgamate al Silenzio, che
entrano – in continuità, non dissonanti – nella liturgia eucaristica. E il popolo vede, gioisce, fa memoria. La
Parola si fa sapore sulle labbra di Francesco, a Greccio, un’altra Betlemme, un’altra “casa del pane”.

§Due anni prima della morte: l’impressione delle stimmate, un avvenimento che all’apparenza pare non avere
legami col Natale. Eppure sappiamo che nella contemplazione di Francesco l’umiltà dell’incarnazione non è
disgiunta dalla carità della passione e tale connessione è sottesa alla prima Ammonizione: «Ogni giorno egli si
umilia […], ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre
sull’altare nelle mani del sacerdote. […] E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli, come
egli stesso dice: «Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo» (Mt 28,20)” (Amm 1,16-22: FF 144-145). Il
Bambino di Betlemme all’inizio dell’avventura umana e l’Uomo della Croce al culmine della storia dell’uomo,
ancora carne sulla soglia di un prima e di un dopo, carne drammaticamente interrogata dalla morte: la parabola
dell’essere umano…ma riempita da Dio…il Dio disceso, il Dio innalzato. Francesco vive le estreme
conseguenze dell’Incarnazione: l’Amore che non può tirarsi indietro…quando l’incarnazione si compie
nell’uomo e all’uomo è dato di riconoscere che: «Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me. Questa vita
nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.» (Gal 2,20).

Che il Natale ci apra a questa vita e a questo riconoscimento, in ciascuno di noi, carne abitata dal Signore che
vive, Lui, il suo tempo d’Avvento nei nostri confronti.

1
S. NATOLI, Verbum-caro. Per un’ermeneutica dell’incarnazione, in Filosofia e Teologia 13 (1999) 52.
COME CHIARA DIVENTARE MADRI. In toni poetici, nello Specchio di perfezione, Chiara d’Assisi è
menzionata come «sacra madre, essa diede alla luce “fratelli” e “signore”, e per loro mezzo partorì Cristo
rinnovando il mondo» (cap. 84: FF 1781). Nella vita di Chiara il mistero dell’Incarnazione trova continuità
nella relazione con gli altri, qui sinteticamente ma precisamente connotata. Chiara dà alla luce “fratelli” e
“signore” mettendoli a parte della propria esperienza di Cristo, a sua volta straordinariamente mediata per lei
da Francesco. Il particolare, però, che mi sembra più bello è la sottolineatura degli altri e delle altre quali
“mezzo” perché Chiara stessa possa partorire Cristo. Gli altri sono le levatrici della presenza di Cristo in
ciascuno di noi! E mi pare qui appropriato riferire quanto afferma papa Francesco nell’esortazione apostolica
Evangelii Gaudium:

La Parola di Dio insegna che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi:
«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Quanto
facciamo per gli altri ha una dimensione trascendente (n. 179).

Allora possiamo cogliere nel Natale l’opportunità di sperimentare questa straordinaria maternità nei
confronti del Bambino che contempliamo offrendo agli altri la nostra fragilità, povertà, la nostra umanità
come carne gloriosa in cui lasciar riconoscere, nello stupore, la vita divina nutrita di Parola e di Pane,
consacrata sull’altare del mondo, familiare alla fame del cercatore, dello smarrito e del pellegrino, ospitale,
come una culla che sa di miracolo e dell’altro – piccola vita affidata – non conserva la memoria delle doglie,
ma custodisce il mistero meditandolo nel cuore (cf. Lc 2,19). Ma è anche vero che nel Bambino di Betlemme
a noi stessi è data la possibilità di “ri-diventare bambini” per poter ancora crescere in Lui, secondo il
movimento così mirabilmente espresso da San Bernardo:

Il tuo arco, Signore, è la tua Incarnazione. Là infatti il legno della Sapienza si è piegato, la divinità si è curvata in un
modo pieno di tenerezza, mentre il nervo, la corda della carne, si è teso all’estremo e noi sappiamo che l’umanità è così
cresciuta in un modo impossibile a dirsi2.

Non è di tono diverso, a mio parere, quanto Chiara esclama, rivolgendosi alla propria anima, alla fine della
sua vita, contemplando e riconoscendo la propria creaturalità come spazio in cui Dio è disceso e dal quale
essa può restituire – da figlia piccolina - la sua umanità abitata:

Va’ sicura – disse – perché avrai una buona guida di viaggio. Va’, perché chi ti ha creato, ti ha santificato e
custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore. Tu, Signore, che mi hai creato
– soggiunse – sii benedetto (Vita di Santa Chiara Vergine 46: FF 3252).

A conclusione di queste mie riflessioni voglio citare una riflessione di Ermes Ronchi nella quale raccolgo le
risonanze che provoca in me l’espressione a mio parere più sintetica e densa di tutto il Vangelo: «Verbum
caro factum est» (Gv 1,14):

Pensa al modo che Dio ha ideato per incarnarsi: è qualcosa che canta il valore della carne, benedetta, assunta, amata:
dolce carne fatta cielo. Non “dentro” la carne è venuto, non di carne vestito, ma carne lui stesso, in ogni fibra sta Dio.
Non è misconoscendo la nostra umanità che noi diventeremo più spirituali. Non è vero che l’uomo può salvarsi solo
rinnegando la natura umana, solo contraddicendo il cuore e le passioni.
C’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, c’è santità in ogni vita, c’è quello che gli
angeli hanno detto nel cielo di Betlemme: la buona volontà, la volontà d’amore. E ci salveremo dicendo sì alla natura
umana, a questa carne abitata dal cielo, dicendo sì a tutto ciò che è libero da inganno e da violenza, perché strade di luce
stanno nascendo, sono ormai aperte dentro di noi («Avvenire», 30/12/2010).

«Verbum caro factum est»: che in Lui ciascuno di noi possa divenire veramente e di più uomo-donna di Dio,
Vangelo incarnato, tempo abitato d’eternità.

Sr Marzia Ceschia

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Sentenze. Prima serie 13.