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Capitolo II

Il culto giudaico

1. Fonti

Nonostante le frequenti affermazioni sulle radici giudaiche del cristianesimo, la


riforma liturgica post-conciliare, ha trascurato l'influenza determinante del culto
dell'Antico Testamento e di quello giudaico; anzi, sul Nuovo Testamento, ha cercato
di emarginarne le tracce, a cominciare dall'orientamento del sacerdote a Oriente —
da cui viene la gloria di Dio (kabòd) — ai termini come altare, sostituito da mensa, e
tabernacolo,con custodia, per proseguire con la scomparsa dei veli, e l’abbattimento
delle recinzioni del presbiterio.1Si è postulata l'unicità dell'altare, quando è noto che
nel Tempio di Gerusalemme, ce n'erano almeno tre;2 questo ha comportato anche una
rottura con le liturgie orientali che, invece, hanno conservato quanto ricevuto dalla
tradizione. Ma, veniamo al culto giudaico.
Dalla Sacra Scrittura, conosciamo i sacrifici antichi e quelli dei patriarchi, in
specie Abramo, l'offerta di Melchisedech col pane e col vino, e le istituzioni cultuali
dettate da Dio a Mosè — descritte minuziosamente in Esodo e Levitico — durante
l'esodo dall'Egitto: la costruzione del tabernacolo o dimora, i paramenti e la
suppellettile cultuale, il sacerdozio, i digiuni, le feste e i riti di purificazione ed
espiazione. Giunto Israele nella Terra promessa, il culto nomadico si stabilizza pian
piano, con Giosuè e David, ma soprattutto con la costruzione del Tempio sul Sion da
parte di Salomone; e inoltre con la critica dei profeti e l'auspicio del culto nuovo,
basato sul rapporto tra la legge divina e l'etica, che culminò nella distruzione del
Tempio e con l'esilio.
Dopo l’esilio in Babilonia, con la ricostruzione del Tempio e il ristabilimento
del culto da parte di Esdra e Neemia, la grande maggioranza del popolo ebraico
adottò l’aramaico, lingua molto diffusa, in cui fu necessario tradurre e commentare i
testi ebraici (cfr. 2 Re 18,26; Ne 8). Esdra, nell’anno 701, tradusse e commentò o
1
Cfr. J.RATZINGER, Opera omnia,Teologia della liturgia,11, II. Tempo e spazio nella liturgia, Libreria Editrice
Vaticana 2010,p. 62-113.
2
Per la descrizione del Tempio di Gerusalemme: Y. ELIAV, God's Mountain: The Temple Mount in Time, Place and
Memory, Johns Hopkins University Press, 2005. Studi sulla Tempio giudaico e la sua liturgia:G.BISSOLI, Il tempio
nella letteratura giudaica e neotestamentaria, Jerusalem, Franciscan Printing Press, 1994; S.C.REIF, Judaism and
Hebrew prayer: new perspectives on Jewish liturgical history, Cambridge, Cambridge University Press, 1995;
IDEM, Problems with prayers: studies in the textual history of early rabbinic liturgy / by Stefan C. Reif.
Pubblicazione: Berlin, New York: De Gruyter, 2006; J.MAIER, Zwischen den Testamenten, Geschichte und Religion
in der Zeit des zweiten Tempels. Il Giudaismo del secondo Tempio: storia e religione / IDEM, edizione italiana a
cura di Bruno Chiesa,Brescia, Paideia, 1991; H.COX, Le feste degli ebrei, Milano, Mondadori, 2003;
H.MACCOBY, Ritual and morality: the ritual purity system and its place in Judaism, Cambridge, Cambridge
University Press, 1999; J.A.SOGGIN, Israele in epoca biblica: istituzioni, feste, cerimonie, rituali, Torino,
Claudiana, 2000. Per il rapporto con la liturgia cristiana: R.LE DÉAUT,Liturgie juive et Nouveau Testament, Institut
Biblique Pontifical,Paris 1965.
1
diede il senso,(donde il termine targùm), alle Scritture ebraiche per usarle nelle
assemblee liturgiche; anche a Qumran sono stati scoperti vari targumìm. La
letteratura targumica è nata dalla predicazione sinagogale e ha conservato tracce del
genere letterario omiletico sia dell’aggadàh (Es 23,2; Lv 19,16) e sia di quello
liturgico morale dell’halakàh, entrambi sorti nel X sec. a.C. Non si può comprendere
il targùm senza il culto comunitario nella sinagoga, con la lettura commentata della
legge e dei profeti, fatta nei giorni di sabato e nelle feste. Da questa traduzione
commentata, si svilupperà il midràsh: un genere edificante ed esplicativo, tendente a
mettere in rilievo la parola di Dio (per esempio, Sal 81,17 e Dt 32,13. Anche gli
autori del Nuovo Testamento, risentiranno di questa ricca produzione (cfr. At 4,25.28;
Eb 3-4), come la stessa Mishnà, una compilazione della Legge orale conclusa agli
inizi del III sec. d.C.
Un' altra fonte, necessaria per lo studio della liturgia giudaica, è il rituale. In un
periodo non ben precisato, anteriore alla rivolta degli Asmonei, si configurano le
formule di preghiera, in cui prevalgono le espressioni «lodate» e «benedite». Dal 170
a.C. al 70 d.C., appaiono formule fisse: per i giorni feriali, soprattutto la tefìllàh
Shemonè Esrè «la preghiera delle diciotto benedizioni»; per il sabato, la me’ nshebhà
«le sette benedizioni». Nella sua definitiva redazione, la preghiera delle diciotto
benedizioni, chiamata per eccellenza la Tefillah, appunto “la preghiera”, riceve
l’aggiunta della birkàt ha-minìm, cioè l'imprecazione contro i giudeo-cristiani.
L’epoca dei maestri del talmud (amoraiìm) — opere di letteratura rabbinica,che
vanno dalla fine del II alla fine del V sec. d.C. — segna – con l’elaborazione di una
notevole quantità di norme e relative aggiunte circostanziali (feste, digiuni,
ricorrenze) – il ritocco finale all’impalcatura sulla quale doveva costruirsi il rituale
liturgico definitivo. Tale elaborazione si sviluppò ulteriormente, nei sec. VI e VII, con
il testo Hibbùr massekhèth soferìm composto dagli scribi palestinesi; nè va
dimenticato il Meàh berakòt — le «cento benedizioni» — del rabbino Natronai Gaon
(ca. 860 d.C.), a cui si aggiunsero nel X sec. il rituale Siddùr di rabbi ’Amram Gaon
da Babilonia3 (ca 875 d.C.) e quello di rabbi Sa’adiah Gaon (892-942) dalla Palestina.
Infine, anche un formulario (Mahazòr Vitrì) di rabbi Sirmhah del 1100 circa.
La liturgia giudaica si suddivide così in due grandi branche:
a) palestinese, con il rito palestinese propriamente detto (Roma, Sicilia,
Calabria, Puglia...), il romano, il bizantino, il gallicano e il vetero tedesco (tedesco,
polacco, hassidico);
b) babilonese, con i riti ispano-portoghese, levantino e yemenita.
Un'altra fonte per conoscere la liturgia sinagogale, dopo l’inizio del1’epoca
cristiana, è il lezionario.4 Gli ebrei infatti hanno apportato modifiche alla liturgia, per
eliminare quanto era entrato nell’uso liturgico cristiano.

2. Liturgia al Tempio

La preghiera pubblica nel Tempio, si faceva due volte al giorno, durante i sacrifici
3
D.HEDEGARD,Seder R. Amram Gaon, Part I: Hebrew text with critical apparatus. Translation with notes and
introduction, Lund 1951.
4
R.G.FINCH,The Synagogue Lectionary and the New Testament, London 1939.
2
giornalieri: a) il mattutino, dall’alba fino al sorgere del sole; b) il vespertino, dall’ora
nona fino al tramonto. Dal sec. VII a.C. al 70 d.C., il servizio sacerdotale nel luogo
più sacro del Tempio (il Santo dei Santi o Santissimo), aveva inizio col canto dei
salmi da parte dei leviti, seguiva l’ingresso dei sacerdoti e, infine, il sacrificio. La
benedizione sacerdotale (birkàt ha kohanìm) e le lodi, da parte dei leviti,
concludevano la liturgia.
Parallelamente al servizio sacerdotale, si svolgeva il servizio delle ma’ amadòt,5
che consisteva nelle invocazioni pro «diocesi» seguite dalla preghiera per il popolo.
Dopo vi era la confessione dei peccati, fatta mentre i sacerdoti compivano il
sacrificio. Una liturgia della parola – suppliche individuali con dossologia finale –
formava una appendice alle lodi sacerdotali, rifacendosi al culto privato di Dn 9,3-19.
La tradizione rabbinica, attribuisce alla Grande Congregazione (Kenesèth ha-
gedolàh) l’istituzione delle prime benedizioni (berakòt),6 della professione di fede
(qeriàth shemà), dell’offertorio di santificazione (qiddush) e della separazione della
festa (habdalàh). Tutti questi elementi, nel tempo, si vennero ad aggiungere o a
sostituirsi al complesso liturgico delle ma’ amadòt:

a) Berakòt
Benedetto tu, YHWH, nostro Dio, re dell’universo che non mi creasti schiavo; che mi
creasti giudeo; che non mi creasti donna6. Eterno mio Dio e Dio dei miei padri,
conservami oggi e sempre dalla passione malvagia, dall’uomo perverso, dalla ca-
lunnia, dalla seduzione, e dal giudizio dell’’inferno. Benedetto tu, YHWH, che ci
santificasti coi tuoi precetti esortandoci a meditare sugli insegnamenti della Thorah7.

b) Qeriàth shemà
Dt 6, 49; ll, 8-2l; Nm l5, 37-41.

c) Qiddùsh
(sopra il calice di vino) Per Colui che ha santificato il giorno del sabato sopra gli altri
giorni della settimana8.

d) Habdalàh
Per Colui che ha separato: le cose sante da quelle profane (Lv 10,10), la luce dalle
tenebre (Gn 1, 4), la purità dall’impurità (Lv 10, 10), i leviti dagli israeliti (Dt 10, 8).9

5
Le ma’amadòt, una specie di confraternite, svolgevano il Seder ha'Abhodàh, un ufficio divino in quattro tempi: a.
mattutino (shaharith), b. sacrificale (musàf), c. vespro (minhàh), che precedeva il sacrificio quotidiano serale, d.
compieta (ne' ilàh) alla chiusura delle porte del Tempio.
6
La radice B R K, da cui deriva il termine plurale BeRaKòt (benedizioni), significò, in principio, «inginocchiarsi»
(Berèk= ginocchio), poi «pregare» e, infine, «benedire Dio».
6
Dall’insegnamento paolino (Gal 3,28) emerge chiaro il riferimento a questa benedizione: non conta più l’essere
giudeo o greco, né l'essere schiavo o libero, né l’essere uomo o donna; poiché voi tutti siete un essere in Gesù Cristo.
7
Dall’insegnamento paolino (Gal 3,28) emerge chiaro il riferimento a questa benedizione: non conta più l’essere
giudeo o greco, né l'essere schiavo o libero, né l’essere uomo o donna; poiché tutti sono un o in Gesù Cristo.
8
Toseftà, Berakòt 3, 7.
9
Pesahìm, 103-104.
3
3. In sinagoga

Le riunioni didattiche nella sinagoga si tenevano solo il sabato (sec. V a. C.);


successivamente anche il lunedì e il giovedì. Non era un culto, ma una lettura e un
insegnamento con dialogo.
Le sinagoghe antiche (che dai giudeo-cristiani furono trasformate in domus
ecclesiae) erano orientate, per la preghiera, verso il Tempio dove nel «Santo dei
santi» risiedeva la Shekináh, la dimora o presenza di JHWH: questo luogo, nella
sinagoga, è indicato ancor oggi da una piccola nicchia o arca (genizàh) in cui si
conservano le Scritture; dinanzi ad essa, un velo e la menorah a sette bracci. Il
rabbino che presiede alla liturgia dalla «cattedra di Mosè» è circondato dagli anziani.
Il lettore proclama i testi dal vima, un podio con leggio.10
Esiste una forte analogia tra le sinagoghe e le chiese, specialmente quelle visibili
ancor oggi in Siria. Nelle chiese siriache la cattedra di Mosè diventa quella del
vescovo circondato dai presbiteri sul vima, collocato di fronte all’abside rivolta a
oriente.11
Caratteristica del culto giudaico sono le berakòt: le grandi benedizioni della
sinagoga, che santificano il nome di Dio, invocano il suo regno, supplicano per
compiere la volontà di Dio, ringraziano per il dono della vita e della luce. Tre sono
gli atti che precedono il momento principale del culto sinagogale: la recita dello
Shemà Israel, la Tefillah (preghiera delle diciotto benedizioni), le berakòt dei pasti.12
L’ufficio sinagogale del mattino era preceduto da un’ora circa di meditazione e
di preghiera personale(solitamente con i salmi),13 dal primo gruppo delle berakòt,
dalla recita dello Shemà (Dt 6,4-9),14 e dalla preghiera del Qaddìs,15 che riecheggia il
Padre nostro:
Sia santificato ed esaltato il Suo Nome Santo, nel mondo che Egli creò secondo
la volontà Sua; venga il Suo regno, spunti la Sua libertà e sia vicino il Suo Messia,
durante la vostra vita e ai vostri giorni e durante la vita di tutta la famiglia d ’Israele,
presto e in tempo prossimo. Amen
Sia benedetto il Suo nome grande; per ogni sec. e in eterno sia benedetto,
encomiato, glorificato, esaltato, elevato, magnificato, innalzato, lodato, il Nome del
Santo, benedetto sia, oltre ogni benedizione, cantica, laude e consolazione che siano
mai recitate nel mondo. Amen.16
10
Cfr. E.L.SUKENIK,Ancient Synagogues in Palestine and Greece, London 1934. L.I. LEVINE, The ancient
synagogue. La sinagoga antica / Levine Lee I. Paideia, Brescia 2005. Per la liturgia della sinagoga: F.MANNS, Il
giudaismo: ambiente e memoria del Nuovo Testamento,EDB, Bologna, 1994;IDEM, Israel de Dieu. L'Israele di Dio:
Sinagoga e Chiesa alle origini cristiane / Frédéric Manns; traduzione dal francese:Gianni Zaccherini,Edizioni
Dehoniane,Bologna 1998; C.DI SANTE, La preghiera di Israele: alle origini della liturgia cristiana,Marietti, Genova
1991.
11
L.BOUYER, Il rito e l’uomo, Brescia 1964, p.189 s.
12
IDEM, Eucaristia. Teologia e spiritualità della preghiera eucaristica, LDC,Torino 1983, p. 88-90.
13
Ibidem, p. 68-70.
14
D.HEDEGARD, Seder, p. 32 e S. CAVALLETTI,(a cura di), Il trattato delle benedizioni (berakòt) del Talmud
babilonese, Torino 1968, p. 439-440.
15
Ibidem, p. 448-449.
16
Preghiera pubblica recitata dall’officiante al termine di ogni parte della liturgia. Adottata con leggere varianti in tutti i
riti.
4
Schema della liturgia sinagogale:
1) Shemà Israel (mattino e sera)
2) Salmi e cantico di Mosè

A. Berakà Yôzèr òr:


«Benedetto tu Adonai, Dio nostro, Re dell’universo che formi la luce e crei le
tenebre che fai la pace e crei ogni cosa… rinnovi ogni giorno l’opera della
creazione… Santo Santo Adonai Sebaot: piena è la terra della tua gloria…».17

B. Berakà Ahavàh ’olàm:


«D’amore eterno ci hai amati… per il tuo grande NOME… illumina ì nostri occhi
con la tua Torah, lega a te i nostri cuori con i tuoi comandi… Benedetto tu Adonai
che hai eletto il tuo popolo con amore».18

3) Shemà Israel :
«Ascolta Israele YHWH è tuo Dio, YHWH è unico. Amerai YHWH tuo Dio con
tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza… ripeterai queste
parole quando ti corichi e quando ti alzi…» (Dt 6,4; 11,13; Nm 15,37…). Seguivano
il Decalogo e altre benedizioni più recenti.19

La berakà A, risale a prima della nascita di Cristo; mentre la B, potrebbe anche


essere posteriore. Ne è obbligatoria la recita per tutti i maschi adulti e liberi, due volte
al giorno. Pure i sacerdoti dovevano recitarla, anche al di fuori del culto che
svolgevano al Tempio.

4. La liturgia domestica, feriale e festiva20

Le berakòt della mensa sono obbligatorie per ogni pasto, come pure lavarsi prima le
mani.
a. Qiddùsh festivo: all’inizio del pasto, ognuno beve dal primo calice e pronuncia la
prima benedizione: «Benedetto tu Adonai nostro Dio, Re dell’universo che crei il
frutto della vite ».21

b. Frazione del pane, per sé, a ogni pasto: il banchetto incomincia,quando il padre di
famiglia, o il capo della comunità, spezza il pane, pronunciando la benedizione:
«Benedetto tu Adonai nostro Dio che fai uscire il pane dalla terra».

17
L.BOUYER,Eucaristia. Teologia e spiritualità della preghiera eucaristica, Torino 1983, p. 68.
18
IDEM, p. 70.
19
Vedi trattato Berakòt della Mishnà, redatta fra gli anni 80 e 120 d. C.: contiene formulari vari, con schema sempre
uguale (dai tempi di Mosè); in Egitto, si recita in greco dal sec. III (come la Bibbia dei LXX).
20
Per la liturgia della casa: L.BOUYER, Eucaristia, p.85. F.X.FUNK, Didascalia, p. 411;R. AUDET, La Didaché.
21
E.LODI,Enchiridion eucologicum fontium liturgicorum, Bibliotheca Ephemerides Liturg. Subsidia, CLV,Roma 1979,
p. 312. Questo è il primo calice che Gesù prende in Lc 22, 17-18.
5
c. Aggadàh, o racconto pasquale con una seconda coppa: (solo a Pasqua), seguita da
l’agape – il pasto ordinario o pasquale; nei banchetti celebrati alla vigilia di una festa,
la madre accende la lampada, e pronuncia una benedizione che richiama la creazione
della luce e dei grandi luminari per rischiarare la notte; in seguito viene bruciato
l’incenso. Tutto si conclude con una seconda abluzione delle mani da parte dei
commensali. Il più giovane, o il servo, porge per primo l’acqua a colui che presiede.22

d. Birkàt ha-mazòn: dopo il pasto, il capotavola prende un calice di vino, misto ad


acqua, e pronuncia la prima benedizione col calice in mano: «Benedetto tu Adonai
nostro Dio che nutri ogni carne e sostieni il mondo» e tutti rispondono: «Benedetto il
nostro Dio che ci nutre di quanto è suo e ci fa vivere della sua bontà».23

e. Ringraziamento per la terra che produce il cibo ed è garanzia dell’alleanza.

Seguono altre due berakòt, di cui è degna di nota la terza, in quanto vi ricorre spesso
il termine «memoriale», rivolto a Dio, affinchè si ricordi del suo popolo.24

f. Preghiera per i destini religiosi del popolo ebraico, per il ritorno di Elia e la venuta
del Messia nella nuova Gerusalemme.

g. Zikkaròn (preghiera festiva): presentazione a Dio del memoriale dei presenti, dei
padri, del popolo d’Israele, e del Messia futuro (memoriale fatto da Gesù). Petizione
della visita e consolazione divina.
Questa formula si ritrova anche per le preghiere di consacrazione dei sacrifici
al Tempio, da cui deriva il significato sacrificale del pasto comune. La comunità
riunita a mensa — nel benedire Dio per il cibo che dona, e nel ricordare i suoi prodigi
compiuti nella creazione e nella redenzione — riconosce che le meraviglie del
Signore continueranno fino alla fine dei tempi. Il popolo d’Israele che fa questo
memoriale consacra sè stesso a Dio come sacrificio.25

È lo schema della Cena del Signore in Lc 22 e I Cor 11. A questo schema


corrisponde, come vedremo, l'eucaristia della Didachè e, in certa misura, quella della
Traditio Apostolica.

Nel racconto di Luca abbiamo lo schema di una cena festiva, ma non pasquale; è
probabile che i giudeo-cristiani abbiano potuto commemorare Cristo nei loro pasti
22
D.HEDEGARD, Seder, p. 145. Si può ipotizzare che durante l’Ultima Cena, Giovanni, il più giovane dei discepoli,
abbia portato l’acqua a Gesù, che ha interpretato il gesto, lavando i piedi e non le mani, a cominciare da quello più
degno dopo di lui, Pietro.
23
Il talmud di Gerusalemme, afferma che queste preghiere risalgono ai tempi di Simeone Ben Shetah, tra il 103 e il 67
a.C.; E.LODI, Enchiridion,p. 328.
24
Il memoriale è una forma superiore di sacrificio, un sacrificio integrato con la parola e il rendimento di grazie, che
esso suscita come risposta: cfr M.THURIAN,L’Eucaristia, memoriale del Signore, sacrificio di azione di grazia e
d'intercessione, Roma 1971, p. 23 s.
25
Da qui nasce il concetto di sacrificio eucaristico. Questa terza berakà può aver ispirato l’anamnesi eucaristica e il suo
prolungamento, cioè l’epiclesi. Le berakòt diventarono quattro, dopo la rivolta di Bar Khokba. L.BOUYER, Eucaristia,
p. 92.
6
ordinari (non abbiamo nessun documento per pensare che i giudeo-cristiani abbiano
celebrato la pasqua con l’eucaristia). Soppressa la cena, la benedizione del pane è
stata incorporata nella grande benedizione finale del calice: questo sembra essere lo
schema di Mt 26 e Mc 14; le parole dell’istituzione si trovavano, o in una poco
probabile aggadàh, o, piuttosto, seguendo l’esempio di Cristo, dopo le preghiere di
benedizione e, dunque, prima della comunione (mancano nella Didachè e
nell’anafora caldea di Addai e Mari).

5. Il culto giudaico dopo la distruzione del Tempio

Rimangono la preghiera personale privata, con la recita dello Shemà e le preghiere


domestiche. Scompaiono i sacrifici e l’offerta dell’incenso: questi riti non verranno
ripresi nel culto sinagogale.
Nella sinagoga si fonderanno i momenti didattici e quelli cultuali. Si prega tre
volte al giorno: si recitano lo Shemà e le benedizioni al mattino e alla sera, la Tefìllàh
al mattino e all’ora nona, al posto dei sacrifici.26

Schema delle ore di preghiera

A) Durante la presenza del Tempio:


I. Preghiera personale privata: recita dello Shemá (Dt 6,4 s.) - preceduto da due
berakòt - al mattino e alla sera.27

II. Preghiera domestica:


benedizione, prima del pasto, con la frazione del pane; tre benedizioni, dopo il pasto,
sulla coppa.28

III. Preghiera pubblica nel Tempio:


durante i sacrifici giornalieri, due volte al giorno: lª dall’alba fino al sorgere del sole;
2ª dall’ora di nona fino al tramonto.
Si noti che ci sono altri sacrifici speciali e particolari.

IV. Riunioni didattiche nella sinagoga:


solo il sabato, poi anche il lunedì e il giovedì: non è un culto, ma una lettura e un
insegnamento con dialogo.

B) Dopo la distruzione del Tempio (70 d.C.):


I. resta

II. resta

III. scompare (nè i sacrifici nè l’incenso sono ripresi in sinagoga).


26
Cfr. S.CAVALLETTI, Ebraismo e spiritualità cristiana, Roma 1966.
27
L.BOUYER, Eucaristia, p.68 -70.
28
Ibidem, p. 88-89. I cristiani fanno il memoriale del Signore come comandato.
7
IV. Preghiera nella sinagoga tre volte al giorno:
l. Shemà e benedizioni (come I, che dunque si ripete) mattino e sera.
2. Tefìllàh al mattino e all'ora nona, al posto dei sacrifici. Alla struttura di questa
preghiera, riportata qui di seguito, si rifà, con molta probabilità, l'anafora cristiana:

Tefillàh, detta anche ’Amidah o Shemonè ’Esrè (Preghiera delle18 benedizioni).29

Dopo il v. 17 del Sal 51 («Domine labia mea aperies»), seguivano le tre


benedizioni iniziali:

1. ’abòt (Padri)
È benedetto il Dio della storia, che ricordandosi le opere dei «padri», ne redime i
figli.30

2. geburôt (potenza)
È lodato il Dio della natura, il quale dona la vita e la fecondità e fa rivivere i morti.31

3. kèter (corona)
Il «sanctus» che, nella prima benedizione precedente lo Shemà, era considerato di
origine angelica, qui è messo in bocca alla comunità, che lo canta per glorificare il
regno divino e il Nome santo(Qedushàh ha-shèm), dopo una solenne introduzione
dialogata, con il «lettore» ufficiale».32

Recitate le benedizioni introduttive, si facevano dodici «petizioni», di cui sei erano di


carattere individuale e sei di carattere nazionale.
Quelle individuali erano:
4. binàh, o de’ àh, oppure birkàt hokmàh
Preghiera per ottenere una intima e mutua conoscenza tra l’uomo e Dio.33

5. teshubàh
Perchè l’uomo possa ben conoscere Iddio, è necessario che si converta a Lui,
raddrizzando le vie storte, e facendo penitenza.34

6. seliḥàh
Caduto, l’Israelita chiede al Dio della misericordia il suo perdono.35

7. ge’ullàh
29
Ibidem, p. 78. Si dice all’ora dei sacrifici (mattino e ora nona) due volte: una in privato e l’altra insieme.
30
H.HERTZ, Daily Prayer Book with commentary. Introductions and notes, New York 1971, p. 131 e 449.
31
Ibidem, p. 133s, 451s.
32
Ibidem, p. 135s, 453s.
33
Ibidem, p. 136s, 456s. Cfr 1 Re 3,7; Ger. 9,23.
34
Ibidem, p. 138s. Sulle caratteristiche della penitenza ebraica, vedi p. 838-840.
35
Ibidem, p. l38.
8
Preghiera rivolta al Redentore di Israele, perché voglia liberare i singoli da ogni
afflizione.36

8. refnàh
Preghiera rivolta al Medico fedele e misericordioso, perché conceda a tutti la salute
del corpo e la liberazione dai mali fisici ed escatologici, causati dal peccato.37

9. birkàt hashanìm
Preghiera per ottenere un anno propizio, abbondante di raccolti, datore di «pace», che
è l’insieme di ogni bene.38

Le altre sei benedizioni nazionali erano:

10. qibbùs galyyòt


Questa preghiera sbocciò sulle labbra degli ebrei dispersi nella diaspora, in Babilonia,
nei paesi mediterranei, nell’impero romano: tutti desideravano almeno di morire nella
Terra promessa.39

11. birkàt mispàt


ll «ritorno» nella terra di Dio deve ristabilire i giudici e i consiglieri di una volta, in
modo che si attui l’ideaIe profetico di un regno di giustizia e di amore, sotto il
governo divino.40

12. birkàt ha-minìm


Imprecazione contro i nazareni (giudeo-cristiani), i quali, pur pretendendo di
rimanere dentro la Sinagoga (siamo nella seconda metà del I sec.), la dividevano
nella fede, proteggevano i «gentili» — soprattutto i Romani — distruggevano il
principio dogmatico della habdalàh (separazione). Costoro devono essere sradicati al
più presto dal campo di Dio e devono essere umiliati dal Signore.41

13. birkàt saddiqìm


Per i retti, invece, cioè per i pii, per i capi del popolo, per i suoi scribi, per i veri
proseliti Iddio doni la ricompensa e l’unione fedele, sotto il suo Nome sublime.42

14. e 15. birkàt Jerùsalem e birkàt Davìd


Originariamente le due benedizioni ne costituivano una sola: alla restaurazione
messianica di Gerusalemme, città della giustizia eterna e capitale di tutta l’umanità
convertita, doveva necessariamente corrispondere la restaurazione della casa di
36
Ibidem, p. 140. La preghiera è piuttosto escatologica.
37
Ibidem, p. 140.
38
Ibidem, p. 140s.
39
Ibidem, p. 142.
40
Ibidem.
41
Ibidem, p. 142 e s. Il termine minim indica i dissidenti, ma anche i calunniatori, i cattivi, i nemici.
42
Ibidem, p. 144.
9
David, che sola aveva ricevuto da Dio la promessa di un regno eterno, di felicità e di
salvezza.43

16. tefìllàh
Come conclusione delle richieste individuali e nazionali, gli ebrei recitavano
l’exaudi! Imploravano cioè che il Signore, nella sua misericordia, esaudisse le
preghiere del popolo suo, rispondendogli benignamente.44

Terminate così le preghiere di intercessione, seguivano tre conclusioni, che avevano


lo scopo di ringraziare Iddio, tessendone la dossologia.

17. 'abodàh
Questa prima benedizione di lode ha per oggetto il culto divino; originariamente
preparava l’offerta quotidiana che si faceva nel Tempio; dopo la distruzione di
quest’ultimo, fu ritoccata per applicarla alla restaurazione dei sacrifici interrotti a
causa della crudeltà di Tito.45
A ogni luna nuova e in occasione delle festività si aggiungeva la preghiera
detta — dalle prime parole — yi’alèh w ’yabò, che aveva lo scopo di fare zikkaròn
(memoriale) del Messia, di Gerusalemme, dei Padri e della comunità, in modo che si
restaurasse in Sion la Shekînàh (Presenza divina).46

18. hodàh
Si tratta della dossologia finale, con cui Israele ringrazia Iddio, sua Roccia e suo
Scudo, che lungo la sua storia l’ha sempre misericordiosamente perdonato,
costantemente protetto, operando le sue meraviglie (come al tempo dei Maccabei e
come in quello di Ester).47

19. birkat kohanìm


L’ultimo ringraziamento ha la forma di preghiera per ottenere la pace e la prosperità
per Israele.48 Originariamente preparava la benedizione di Aronne (Nm 6,24-26), che
nel Tempio era recitata dal sacerdote come conclusione della liturgia ufficiale del
mattino.49

43
Ibidem, p. 144s.
44
Ibidem, p. 146.
45
Ibidem, p. 148.
46
Ibidem, p. 148s.
47
Ibidem, p. 150 -155.
48
Ibidem, p. 154.
49
Ibidem, p. 154. Nei sabati e nelle feste, solo 1, 2, 3, + benedizione festiva -1- 16, 17, 18: in tutto sette.
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