Sei sulla pagina 1di 235

Trama

Maxima Collins sapeva difendersi e lottare come un uomo. Non aveva esitato
dunque a mettersi in viaggio verso Londra tutta sola, incurante dei pericoli.
Ma da quando aveva incontrato Robert, non riusciva più a liberarsene. Il
giovane insisteva per farle da scorta. Doveva accettare? E poteva fidarsi di un
uomo così bello?
Prologo

Placida e maestosa, la vasta proprietà di Wolverhampton, era l’orgoglio


della valle di York. Era una residenza signorile, costruita verso la fine del
XVII secolo dal primo marchese di Wolver, che aveva un debole per i palazzi
grandi e fastosi, oltre che per le ereditiere. Ne aveva infatti sposate e
seppellite tre nel corso della sua lunga vita.
Nei centocinquant’anni trascorsi da quando era stato completato,
Wolverhampton aveva dato ospitalità a notabili di ogni generazione ed era
stato la degna dimora di una serie di onorevoli gentiluomini e gentildonne.
Gli Andreville erano la famiglia più importante dell’Inghilterra del Nord e i
suoi membri erano noti per la loro indiscutibile rispettabilità, la scrupolosa
coscienziosità e la vita sobria e irreprensibile che conducevano.
La maggior parte di loro, almeno.

Sarebbe stato più sensato noleggiare una diligenza, ma, dopo tutti quegli
anni di assenza, Robin aveva preferito attraversare a cavallo la campagna
inglese. Non pioveva e faceva relativamente caldo per essere ai primi di
dicembre, anche se nell’aria c’era quell’atmosfera di silenziosa immobilità
che solitamente precede un imminente temporale o l’arrivo della neve.
Il decrepito portiere di Wolverhampton lo riconobbe subito e si precipitò
ad aprirgli il cancello con tanta foga che rischiò di inciampare nei suoi stessi
piedi. Robin gli rivolse un rapido sorriso di saluto, ma non si fermò a
parlargli.
La casa era a mezzo miglio di distanza, al termine di un viale
fiancheggiato da olmi. Robin tirò le redini per fermare il cavallo e contemplò
la vasta facciata di granito. Anche se Wolverhampton non si poteva
precisamente definire un luogo intimo e accogliente, era pur tuttavia casa sua
ed era là che, stanco, aveva desiderato rifugiarsi dopo aver sbrigato i suoi
doveri a Parigi.
Un valletto lo vide e si affrettò a uscire. Robin smontò di sella e in silenzio
consegnò il cavallo al domestico prima di salire i gradini che portavano al
massiccio portone a due battenti.
Il valletto, che attraversò il pavimento di marmo del foyer per venirgli
incontro, era giovane e non riconobbe il nuovo arrivato fino a quando non
ebbe letto il biglietto da visita di Robin. — Lord Robert Andreville? — esclamò
allora, con gli occhi sgranati.
— In persona — ribatté pacato Robert — la pecora nera torna all’ovile. È in
casa lord Wolverhampton?
— Vado a informarmi — fece il valletto, che aveva ripreso la solita
espressione impassibile. — Vi spiacerebbe aspettare nel salotto, milord?
— Conosco la strada — fece Robin, quando il domestico accennò ad
accompagnarlo. — Sono nato qui dopotutto, ti prometto che non farò sparire
l’argenteria.
Rosso in viso, il valletto si inchinò, poi scomparve nei meandri della
magione.
Robin si avviò con calma verso il salotto. Stava esagerando con quella sua
falsa disinvoltura, chiunque lo conoscesse bene avrebbe capito che era un
bluff e che era maledettamente nervoso. D’altra parte, lui e suo fratello
maggiore non si conoscevano bene, almeno non più ormai.
Si chiese come lo avrebbe accolto Giles. Nonostante la loro enorme
differenza di carattere, un tempo erano stati amici, loro due. Era stato Giles a
insegnargli a cavalcare e a sparare, era stato sempre lui a cercare, anche se
con scarso successo, di impedire le frizioni tra il loro formidabile padre e quel
ribelle del suo fratello minore. Persino dopo che Robin aveva lasciato
l’Inghilterra, lui e Giles avevano sempre mantenuto un sottile legame.
Ma ormai erano passati quindici anni da quando lui se n’era andato da
quella casa, tre anni dal loro ultimo fugace incontro a Londra: e per di più il
piacere di quella riunione era stato sciupato da un’atmosfera di tensione
tanto pesante che aveva finito per causare una lite furibonda, anche se di
breve durata, prima che Robin ripartisse.
Giles perdeva raramente la pazienza, e mai con suo fratello, il che aveva
reso ancora più spiacevole quell’incidente. Così, anche se erano riusciti in
extremis a rappacificarsi e a lasciarsi senza rancore, Robin non era mai
riuscito a scuotersi di dosso un certo senso di rammarico.
Studiò incuriosito il salotto. Era più luminoso e più piacevole che in
passato. Versailles, addolcita da un tocco di familiarità tutta inglese. Forse
questa era opera di Giles, che non aveva mai amato l’ostentazione. O forse il
nuovo arredamento era frutto del gusto della donna che era stata, sia pure
per breve tempo, la moglie di suo fratello.
Pensò di sedersi, ma gli era impossibile rilassarsi in quella stanza in cui
gli pareva ancora di sentire rimbalzare da una parete all’altra l’eco delle sue
vecchie liti con il padre. Così si mise a passeggiare avanti e indietro per la
stanza, chiudendo e aprendo la mano sinistra dolorante. Non era guarita bene
da un incidente di parecchi mesi prima, quando uno sgradevole gentiluomo
gli aveva meticolosamente spezzate le ossa, una per una. E per di più Robin
era mancino.
Da una parete lo fissavano con disapprovazione i ritratti dei suoi severi,
irreprensibili antenati Andreville. Loro avrebbero certo rispettato il fine per
cui aveva agito il loro indegno discendente, ma non avrebbero sicuramente
approvato i metodi che aveva utilizzato per raggiungerlo.
Il posto d’onore sopra la mensola scolpita del camino spettava a un
ritratto dei fratelli Andreville, che era stato dipinto due anni prima che Robin
lasciasse definitivamente Wolverhampton. Si fermò a osservare il quadro. Un
estraneo non avrebbe certo capito che i due giovani del ritratto erano fratelli,
se non avesse letto la scritta incisa sulla targhetta in basso sulla cornice. I
due avevano persino gli occhi di un azzurro diverso. Giles era alto e
massiccio, con folti capelli castani. A ventun anni aveva già l’aria solenne di
chi ha grandi responsabilità sulle spalle.
Robin, invece, era di statura media, aveva una corporatura sottile, i capelli
di un biondo luminoso. Il ritrattista era riuscito con grande abilità a rendere
lo scintillio malizioso dei suoi occhi color turchese.
Robin sapeva di non essere cambiato molto nell’aspetto esteriore, anche
se adesso aveva trentadue anni invece di sedici. Pensò che era una vera ironia
della sorte ritrovarsi con la sua eterna aria da ragazzino, quando in verità si
sentiva tanto più vecchio per avere visto e fatto cose che avrebbe preferito
dimenticare.
Si avvicinò alla finestra ad ammirare quel paesaggio ondulato ricoperto di
tenera erba verde, vellutata e perfetta anche adesso che era fine autunno.
Cominciarono a cadere i primi fiocchi di neve.
Che cosa ci faceva in quel luogo lui, uno scapestrato secondogenito che
non aveva nulla a che fare con Wolverhampton? Ma non c’era nessun altro
posto per lord Robert Andreville, solo qui si sentiva a casa sua.
Alle sue spalle si aprì una porta. Robin si voltò e vide il marchese di
Wolverhampton fermo sulla soglia, i suoi occhi blu ardesia passavano in
rassegna la stanza, come se dubitasse dell’annuncio del valletto.
I loro sguardi si incrociarono per un lungo momento. Poi nel suo tono più
scanzonato Robin parlò: — È tornato il figliol prodigo.
Con il volto illuminato da un sorriso, il marchese si avvicinò tendendo la
mano. — Le guerre sono finite da molti mesi, Robin. Perché diavolo ci hai
messo tanto?
Robin strinse la mano del fratello tra le sue, quasi senza fiato per il
sollievo. — Può anche darsi che si sia smesso di combattere a Waterloo, ma le
mie doti particolari sono state molto richieste durante le trattative di pace.
— Ne sono certo — ribatté secco Giles. — Ma che cosa farai adesso?
Robin si strinse nelle spalle. — Che io sia dannato se lo so. Ecco perché ti
sono capitato qui tra i piedi come un fulmine a ciel sereno.
— Questa è anche casa tua. Speravo che saresti venuto.
Dopo tutti quegli anni di doppiezze Robin sentì un prepotente bisogno di
franchezza. — Non ero certo che sarei stato il benvenuto — disse
brutalmente.
Giles inarcò le sopracciglia. — E perché no, di grazia?
— Hai dimenticato che cosa è accaduto l’ultima volta che ci siamo visti?
Suo fratello evitò il suo sguardo. — Non me ne sono affatto dimenticato. È
da allora che ci penso con grande rimpianto. Non avrei dovuto parlarti in quel
modo, ma ero preoccupato. Mi pareva che tu fossi sul punto di crollare.
Temevo che se tu fossi tornato sul Continente avresti commesso un errore
fatale.
"Ci sei andato vicino Giles," pensò Robin "è stata davvero dura" e abbassò
lo sguardo sulla mano sinistra, poi pensò a Maggie. — Hai quasi indovinato —
disse poi.
— Sono lieto di essermi sbagliato — Giles posò la mano sulla spalla del
fratello per un attimo. — Hai fatto un lungo viaggio. Vuoi riposare un po’
prima di cena?
Robin annuì. — È bello essere di nuovo a casa — disse, cercando di non
tradire l’emozione.

Parlarono durante la cena e fino a notte tarda, mentre la neve continuava


a cadere. A mano a mano che il livello del brandy si abbassava nella bottiglia
il marchese studiava suo fratello. I segni di tensione che tanto l’avevano
preoccupato tre anni prima si erano intensificati a tal punto da fargli
sospettare che Robin fosse sull’orlo di un collasso fisico e mentale.
Giles avrebbe desiderato poter fare o dire qualcosa per essergli di aiuto,
ma si rendeva conto che non sapeva nemmeno da dove partire. Così, alla
prima pausa della conversazione, si accontentò di chiedergli se avesse
qualche progetto per il futuro.
— Stai già cercando di liberarti di me? — disse Robin con un lieve sorriso
che non esprimeva allegria.
— Niente affatto, ma penso che troverai lo Yorkshire un po’ noioso dopo
tutte le tue avventure.
Il più giovane dei due inclinò la testa bionda all’indietro, appoggiandosi
all’angolo dell’alto schienale della poltrona. Alla luce tremolante del camino
pareva un essere molto fragile, un po’ fuori dall’ordinario. — Quello che ho
trovato è che le avventure sono maledettamente stancanti. — "Per non dire
pericolose" pensò tra sé.
— Ti penti di quello che hai fatto?
— No, bisognava farlo — rispose Robin, tamburellando con le dita sul
bracciolo della poltrona. — Ma non voglio passare la seconda metà della mia
vita nello stesso modo in cui ho trascorso la prima.
— Tu sei in grado di fare tutto quello che desideri: dedicarti agli studi e
alla ricerca, allo sport, alla politica, fare l’uomo di mondo. Sono pochi gli
uomini che hanno una tale vasta libertà di scelta.
— Sì — sospirò Robin e chiuse gli occhi. — Il mio problema non è la
mancanza di libertà, ma l’apatia.
Dopo un altro silenzio imbarazzato Giles riprese a parlare: — Poiché tu eri
impegnato nel Continente e non era facile comunicare con te, non ho potuto
farti sapere prima che papà ti ha lasciato Ruxton.
— Cosa! — esclamò Robin, sbarrando gli occhi. — Non pensavo di ricevere
nemmeno il becco di un quattrino da papà. E Ruxton è la più splendida
proprietà che possiede la famiglia dopo Wolverhampton. Perché diavolo ha
voluto lasciarla a me?
— Ti ammirava perché non è mai riuscito a farti fare quello che non
volevi. Ruxton è tua.
— Era ammirazione quella? — chiese Robin, con la voce tesa. — Aveva un
sistema maledettamente strano di dimostrarmela. Non riuscivamo a passare
dieci minuti nella stessa stanza senza metterci a litigare. E non era sempre
colpa mia.
— Comunque, qualsiasi motivo abbia avuto, Ruxton è tua adesso.
Immagino che vorrai andare a dare un’occhiata. Io mi sono preoccupato di
amministrare la proprietà e posso dirti che rende bene.
— Ti ringrazio — Robin fissava il caminetto, dove un ciocco si era spaccato
e mandava spruzzi di scintille che danzavano su per la cappa. — Tra Ruxton e
l’eredità che ho ricevuto dallo zio Rawson non saprò più che farmene di tutti
quei soldi.
— Sposati. Le mogli sono bravissime a sbarazzarsi del denaro superfluo —
e qui per la prima volta la voce di Giles tradì una nota di amarezza. — E poi
Wolverhampton ha bisogno di un erede — continuò, dopo una breve pausa.
— Oh, no — obiettò Robin divertito — la procreazione di un erede è
compito tuo, non mio.
— Ho provato a sposarmi una volta ed è stato un fallimento. Adesso tocca
a te. Forse avrai più successo.
Aveva parlato con un tono inespressivo e Robin si chiese che tipo di
donna fosse stata la defunta marchesa, ma, vedendo l’espressione di suo
fratello, evitò di fare domande. — Mi spiace, ho conosciuto una sola donna
con cui pensavo di voler vivere, ma lei ha avuto il buon senso di rifiutarmi.
— Ti riferisci alla nuova duchessa di Candover?
Robin fissò il fratello. — A quanto pare non sono l’unico della famiglia che
è portato per lo spionaggio.
— Non si tratta di spionaggio. Candover è un mio vecchio amico e quando
ha fatto ritorno in Inghilterra si è affrettato a portarmi tue notizie. Non mi ci
è voluto molto a leggere tra le righe del suo racconto. Ho conosciuto la nuova
duchessa — concluse Giles, in tono entusiasta. — È una donna straordinaria.
— Infatti — ammise seccamente Robin. Poi, sospirando, si passò una
mano tra i capelli biondi. — Se hai conosciuto Maggie, certo capirai perché
non sono così attratto dalla prospettiva di sposare un’insipida vergine inglese.
— In questo ti capisco. Non può esserci un’altra donna come lei. Be’, se
nessuno di noi due desidera fare il proprio dovere nei confronti della famiglia
— disse allora Giles, tornando in argomento — c’è sempre il cugino Gerald.
Lui ha già messo al mondo tutta una serie di piccoli Andreville.
Ricordando com’era Gerald, tutti quei suoi figli sarebbero stati noiosi, ma
rispettabili, pensò Robin.
Se Maggie avesse avuto dei figli, questi sarebbero stati tutto tranne che
noiosi. A questo punto si sentì afferrare dalla pena che gli era tanto familiare
e si costrinse a pensare ad altro, prima che le cose peggiorassero. Si soffriva
maledettamente a vivere nel passato.
Giles interruppe con un domanda il corso dei suoi pensieri, — Hai
intenzione di fermarti molto qui a Wolverhampton?
— Be’ — fece timidamente Robin, che non era del tutto sicuro che il
fratello avrebbe approvato i suoi progetti. — Pensavo di restare fino a Natale,
o forse anche più a lungo. Se a te non dispiace, naturalmente.
— Se ti fa piacere puoi passare qui tutta la vita — disse piano Giles.
Lord Robert Andreville, secondogenito scavezzacollo, provetta spia, pecora
nera e sopravvissuto, chiuse per un istante gli occhi per celare la sua
emozione. Seduto sulla poltrona dall’alto schienale, sentì che già la pace di
Wolverhampton cominciava a sciogliere quelle tensioni che ormai riteneva
quasi parte integrante di sé.
Non era molto probabile che Robin passasse il resto dei suoi giorni a
starsene in villeggiatura nella campagna dello Yorkshire. Dio solo sapeva che
cosa aveva davvero voglia di fare.
Ma per adesso gli faceva piacere essere a casa.
1

La brughiera di Durham era molto diversa dalle foreste e dalla campagna


americana, ma aveva un suo fascino. Da quando era morto suo padre, due
mesi prima, Maxima Collins aveva passeggiato in lungo e in largo su quelle
colline tutti i giorni, godendo con identico piacere vento, sole o pioggia.
Quelle brulle alture sarebbero state la cosa che le sarebbe più mancata di
tutto quello che aveva visto da questa parte dell’Atlantico.
Dopo due ore di vagabondaggio Maxie si sedette a gambe incrociate sul
ciglio di una collina, masticando distrattamente un tenero stelo d’erba
selvatica. Il caldo sole della primavera pareva essere riuscito a disperdere le
nebbie del dolore che l’avevano intontita dalla morte di suo padre. Adesso
aveva le idee chiare e sapeva bene che era ora di ritornarsene in America.
Suo zio Cletus, lord Collingwood, era gentile, ma distaccato, e il resto della
famiglia non sapeva bene che cosa fare di lei. Maxie li capiva, dopotutto. Lei
era un tipo strano che non avrebbe mai dovuto mettere piede in una casa di
campagna inglese. E fin qui poco male, poiché non aveva mai avuto il minimo
desiderio di entrare a far parte di quel mondo. Nel suo paese c’era più spazio
per poter essere diversa.
L’ostacolo più grande al suo ritorno a casa era che tutte le sue finanze
assommavano a non più di cinque sterline. Ma lord Collingwood le avrebbe
sicuramente prestato il denaro necessario per il biglietto per l’America, oltre
a un piccolo extra che le permettesse di mantenersi fino a quando non si
fosse stabilita là.
Sulle prime lo zio si sarebbe senza dubbio mostrato riluttante,
chiedendosi se stava facendo il proprio dovere con l’unica figlia del suo
defunto fratello. Le ragazze inglesi, quelle perbene, non se ne sarebbero mai
andate via da sole; la cosa giusta da fare sarebbe stata fermarsi e dipendere
dalla carità di qualcun altro.
Comunque Maxie non era né inglese né perbene, come le era stato fatto
notare in mille modi e con maggiore o minore tatto nei quattro mesi che
aveva passato a Durham.
Anche se suo zio fosse stato restio a vederla partire, non avrebbe potuto
certo impedirglielo. Maxie aveva appena compiuto venticinque anni e da
molto tempo si gestiva da sola, oltre a occuparsi di suo padre. Se fosse stato
necessario, si sarebbe pagata il ritorno a casa lavorando.
Presa finalmente la sua decisione, si alzò in piedi con un’agilità ben poco
confacente a una signora e scosse i fili d’erba dalla sua gonna nera. Quel
vestito da lutto era una concessione alla sensibilità dei suoi parenti inglesi.
Quanto a lei, avrebbe preferito evitare le manifestazioni esteriori della sua
perdita. Comunque, pensò, non avrebbe portato ancora per molto quegli
indumenti.
Dopo mezz’ora di cammino a passo veloce fu di ritorno al magnifico
palazzo noto come Chanleigh Court. Sfortunatamente, mentre attraversava i
giardini, Maxie si imbatté nelle sue due cugine, languidamente intente a
tirare con l’arco. Porzia, la maggiore, riuscì a mancare completamente il
bersaglio da una distanza di poco più di dieci passi.
Maxie stava per battere in ritirata, quando Porzia alzò gli occhi e la vide. —
Che fortuna che tu sia capitata qui, Maxima… — osservò con una punta di
malizia. — Forse puoi insegnarci a migliorare la nostra tecnica. O il tiro con
l’arco è uno di quei divertimenti alla moda di cui sei stata privata?
Porzia aveva diciotto anni ed era carina e petulante. Non era mai stata
particolarmente cordiale con la cugina fin dal loro primo incontro, ma dopo
che la morte di Maximus Collins aveva posticipato il suo debutto a Londra,
Porzia aveva assunto un atteggiamento decisamente ostile, come se ritenesse
Maxie personalmente responsabile della sua delusione.
Maxie esitò, poi raggiunse con riluttanza le cugine. — So tirare d’arco. Ma,
come in tante cose, è con l’esercizio che si migliora la propria tecnica.
— Allora forse faresti bene a fare un po’ di esercizio nel pettinarti i capelli
— ribatté Porzia, lanciandole un’occhiata significativa.
Maxie aveva imparato a ignorare certe frecciate, ma Rosalind, che era più
cordiale della sorella, parve molto a disagio per la scortesia di Porzia. — Vuoi
usare il mio arco, Maxima? — le chiese, in un timido tentativo di alleggerire
l’atmosfera.
Maxie accettò l’offerta, prese l’arco e tese la corda più volte per
familiarizzarsi con l’arma. Benché da molto tempo non ne maneggiasse una, i
suoi muscoli ricordavano bene la tecnica del tiro.
— Avrei dovuto ricordarmelo che i selvaggi sapevano tirare d’arco molto
prima che lo sport diventasse di moda — mormorò Porzia.
Per qualche strano motivo, quell’osservazione riuscì come mai era
successo prima a fare breccia nella calma di Maxie, che voltò di scatto la testa
con gli occhi castani che mandavano lampi. Porzia istintivamente fece un
passo indietro. — Hai ragione — rispose Maxie con un tono pericolosamente
tranquillo. — È uno sport da selvaggi. Toglietevi di mezzo.
Mentre le cugine si affrettavano ad allontanarsi, Maxie prese una
manciata di frecce e indietreggiò fino a trovarsi a quadrupla distanza dal
bersaglio. Infilzò tutte le frecce in terra alla sua destra, a punta in giù, tranne
una, e incoccò.
Mentre tendeva l’arco si concentrò non solo sulla mira, ma cercò di
sentirsi come se lei fosse stata una freccia che punta il bersaglio. Quella era
stata la prima lezione di tiro con l’arco che le avevano impartito e anche la
più importante.
Poi scoccò la freccia, che in un istante si infilò nel centro preciso del
cerchio.
Mentre la prima freccia ancora vibrava, infissa nel bersaglio, Maxie tirò la
seconda. In meno di un minuto c’erano cinque frecce che avevano fatto
centro, una vicina all’altra.
Dopo avere incoccato l’ultima freccia, Maxie si voltò verso le cugine, che,
paralizzate dal terrore, la videro scoccare il dardo. La freccia potò di netto la
cima del tiglio sotto cui stavano le due sorelle. Porzia lanciò un grido quando
un rametto le cadde tra i capelli, scompigliandole l’accurata acconciatura.
Maxie si avvicinò alle cugine e restituì l’arco a Rosalind. A Porzia disse
invece: — Poiché io sono una selvaggia, come non manchi mai di farmi
notare, sono incline alla violenza e al disordine. Credo che ti converrebbe
tenerlo bene a mente.
Poi girò sui tacchi e continuò per la sua strada verso la casa, a testa alta e
con un’espressione decisa. Era stato stupido da parte sua perdere la pazienza
con Porzia, ma la cosa le aveva dato un’innegabile soddisfazione.

Un’ora dopo, Maxie se ne stava seduta a guardare fuori dalla finestra, i


piedi posati sulla panca, le braccia intorno alle ginocchia.
La sua attenzione fu attirata da un omaccione dalla faccia piena di
cicatrici, che usciva dalla porta sul fianco della casa. Si chiese che cosa ci
facesse a Chanleigh quel rozzo individuo.
Scacciando quel pensiero, si guardò allo specchio; adesso era molto più in
ordine di quando era ritornata dalla sua passeggiata, anche se il suo aspetto
era ancora irrimediabilmente poco inglese.
Comunque, dopo essersi lasciata pigramente trascinare dalla corrente per
due mesi, ora Maxie era tornata in sé e il suo viso aveva la solita espressione
determinata. Sperando che lo zio acconsentisse alla sua richiesta di un
prestito, la ragazza raddrizzò le spalle e scese al piano di sotto.
Aveva appena alzato la mano per bussare alla porta dello studio, quando
sentì la voce della zia Althea. Per un attimo esitò, chiedendosi se sarebbe
stata una mossa intelligente da parte sua chiedere un prestito in presenza di
lady Collingwood. Anche se sua signoria era sempre stata cortese con la
nipote del marito, non l’aveva mai trattata con particolare affabilità né l’aveva
mai fatta sentire la benvenuta tra loro. Di sicuro avrebbe appoggiato la
richiesta di Maxie per liberarsi in questo modo di un’ospite sgradita.
Stava dunque per bussare alla porta, quando sentì la voce acuta di lady
Collingwood: — Ma li valeva quell’uomo orribile tutti i soldi che gli hai dato?
— Sì. Devo ammettere che Simmons non è il massimo della raffinatezza,
ma è stato molto abile nel sistemare quella spiacevole faccenda di Max —
seguì un lungo mormorio — … e non potevamo certo rendere pubblico il
modo in cui è morto mio fratello — concluse suo zio.
Maxie si irrigidì. Poiché già in passato suo padre aveva sofferto di spasmi
al torace, la notizia della sua improvvisa morte a Londra non era stata
dopotutto una grossa sorpresa per lei. Il suo corpo era pertanto stato
mandato a Durham per essere sepolto con il dovuto rispetto nella tomba di
famiglia. Non aveva mai avuto motivo di sospettare che la sua morte non
fosse dipesa da cause naturali… almeno non fino a questo momento.
Con il cuore che le batteva forte si guardò intorno per assicurarsi che
nessuno la vedesse, poi premette l’orecchio contro la porta di quercia.
— È sempre stato tipico di tuo fratello combinare guai… persino con la sua
morte, come se non fossero bastati tutti quelli che aveva combinato in vita.
Perché non se n’è rimasto in America? — esclamò in tono lamentoso sua zia,
— E adesso salta fuori questa eredità, che ci creerà problemi a non finire…
Per non parlare di Maxima! Che cosa succederà quando saprà come è morto
veramente suo padre?
— Il problema del lascito è quasi risolto, ormai, e lei non verrà a sapere
nulla della morte di suo padre. A questo ho già provveduto io.
— Sarà bene che tu non faccia passi falsi, perché se la ragazza finisse per
scoprirlo, scoppierebbe il finimondo — disse in tono stizzoso sua signoria. —
La piccola selvaggia non è affatto stupida.
— Saresti così astiosa nei confronti della ragazza se le nostre figlie fossero
carine come lei? — ribatté tagliente il marito.
— Che idea! — sibilò lady Collingwood scandalizzata. — Non mi farebbe
certo piacere che le mie figlie assomigliassero a Maxima. Sono delle giovani
donne inglesi bene educate, non delle selvagge di pelle scura.
— Può anche darsi che siano bene educate, ma ben difficilmente capita
che qualcuno le noti, quando si trovano in compagnia della cugina.
— È naturale che gli uomini la notino, proprio come gli stalloni quando c’è
una cavalla in calore nelle vicinanze — replicò irosamente lady Collingwood.
— Non riuscirò mai a capire come a tuo fratello sia venuto in mente di
sposare una pellerossa. Ammesso che l’abbia davvero sposata, intendo. E che
coraggio ha avuto, a portarsi quella mezzosangue di sua figlia qui!
— Basta adesso, Althea — fece bruscamente suo marito. — Max può anche
essere stato un buono a nulla, ma era un Collins, e Maxima è sua figlia. E non
ho notato alcun difetto né in lei, né nelle sue maniere, o tanto meno nella sua
intelligenza. Anzi, devo dire che si è comportata verso di te con molta più
signorilità di quanto tu e Porzia abbiate dimostrato nei suoi confronti.
— Meno di un’ora fa ha minacciato Porzia di trapassarla con una freccia!
Vivo nel terrore che tutt’a un tratto impazzisca e ci uccida tutti nei nostri
letti. Se non vuoi liberarti tu di lei, me ne occuperò io.
— Abbi solo un po’ di pazienza. Potremmo presentarla in società a Londra
la prossima primavera, quando sarà finito il periodo di lutto per suo padre. E
dato che per allora anche Rosalind avrà raggiunto l’età giusta per entrare in
società, potremo organizzare una sola presentazione per tutte e tre le ragazze.
Bella com’è, Maxima non avrà problemi a trovare un marito adatto.
Maxie sobbalzò all’idea di trascorrere una stagione a Londra, ma la sua
reazione fu nulla in confronto a quella della zia, a cui si mozzò letteralmente
il respiro in gola.
— Non vorrai certo che io la presenti in società insieme alle nostre
figliole! La sola idea è inconcepibile.
— Lo voglio e lo pretendo. Non vedo perché non si possa fare una sola
presentazione per tre cugine.
— Non possiamo tenercela qui per un anno intero — rispose sua moglie
con una voce così tagliente che avrebbe scalfito una lastra di vetro. — Tra
pochissimo tornerà Marcus dal suo Grand Tour, e sai bene quanto nostro
figlio sia sensibile al fascino femminile. Sei disposto a correre il rischio che si
invaghisca di sua cugina? Ti piacerebbe davvero avere quella piccola selvaggia
come nuora?
Turbato, suo marito le rispose dopo un lungo silenzio: — No, non è quello
il matrimonio che desidererei per lui.
La risposta di lady Collingwood fu un mormorio indistinto, come se la
donna si fosse allontanata dalla porta.
Ma non aveva più molta importanza, perché Maxie aveva sentito fin
troppo. Con una stretta allo stomaco tornò sui suoi passi, costringendosi a
camminare lentamente. Arrivata nella sua camera, chiuse a chiave la porta e
si buttò sul letto, raggomitolandosi su se stessa, scossa da brividi, poi cercò di
raccogliere le idee su quello che aveva sentito.
Ciò che la turbava di più adesso era il sospetto che suo padre non fosse
morto per cause naturali. Che fosse perito in un incidente o fosse stato ucciso
per mano di briganti? Ma in tal caso non ci sarebbe stato motivo che suo zio
la tenesse all’oscuro dell’accaduto. E se Max fosse morto nel letto di una
prostituta? Non solo ciò era altamente improbabile, ma se anche così fosse
stato, un incidente del genere non avrebbe suscitato uno scandalo tanto
grande da dovere essere tenuto segreto a tutti i costi.
L’ipotesi più plausibile a cui Maxie riusciva a pensare era che qualcuno
avesse ucciso suo padre. Ma perché mai qualcuno avrebbe voluto uccidere
quell’uomo incantevole e indolente?
Di solito si uccideva per denaro o per passione. Ma poiché Maximus
Collins non aveva il becco di un quattrino, era impossibile che l’avessero
ucciso per i suoi averi.
Ancora più impensabile era l’omicidio per gelosia. Suo padre non era mai
stato un grande seduttore e inoltre era stato lontano dall’Inghilterra per così
tanto tempo che eventuali vecchi rancori dovevano ormai essere stati
dimenticati da un pezzo.
Lady Collingwood aveva parlato di un’eredità. Maximus era stato
diseredato da suo padre, ma forse era stato nominato erede di qualche suo
lontano parente. Che l’avessero ucciso per impedirgli di entrare in possesso
della sua eredità? E se questa ipotesi era corretta era forse in pericolo anche
lei, in quanto come erede degli averi di suo padre? Maxie scosse incredula il
capo. Certe cose succedevano solo nei romanzi d’avventura, non nella vita
reale.
Che Max si fosse arricchito con qualche pazza invenzione e fosse stato
assassinato per questo? La sera prima di partire per Londra le aveva
effettivamente detto allegramente che i loro problemi finanziari stavano per
finire, che la sua carissima figliola sarebbe diventata una signora e avrebbe
avuto la vita e il marito di alto rango che meritava. Ma non era la prima volta
che suo padre le faceva simili discorsi e così Maxie gli aveva risposto ridendo
che era perfettamente soddisfatta di come stava adesso.
Era difficile immaginare che Max fosse riuscito ad arricchirsi in un modo
legale. Purtroppo non era affatto da scartare la possibilità che avesse tentato
qualche sistema illegale per procurarsi grosse somme di denaro. Maxie era
molto affezionata a suo padre, ma era perfettamente consapevole delle sue
debolezze. Forse era entrato in possesso di qualche informazione scandalosa
su qualche vecchio compagno di scuola e aveva minacciato di rivelarla. In
questo caso la sua vittima avrebbe potuto decidere che era meglio eliminare il
ricattatore piuttosto che pagare. Non avrebbe poi corso troppi rischi, perché
nessuno avrebbe sentito la mancanza di un delinquente senza soldi.
Tranne sua figlia, naturalmente.
E se suo padre avesse tentato un ricatto, poteva averlo diretto contro suo
fratello? Le informazioni più facili da scoprire per lui non potevano essere
state che i segreti di famiglia.
Maxie strinse forte le mani a pugno. Doveva prendere in considerazione la
possibilità che lord Collingwood avesse fatto uccidere il suo stesso fratello.
Forse l’equivoco personaggio che aveva visto uscire dalla casa era un
assassino prezzolato.
Che suo zio fosse veramente capace di un delitto così mostruoso? Maxie
avrebbe voluto scacciare dalla mente quell’idea, ma non ci riusciva. Benché
suo zio le fosse apparso molto affezionato a Max, il suo affetto avrebbe
potuto passare in secondo piano di fronte a un tentativo di ricatto. Se c’era
una cosa che Maxie aveva imparato in quegli ultimi mesi era che per gli
inglesi salvare le apparenze era una delle cose che più contavano nella vita.
Forse era stata la sua minaccia di rivelare uno scandalo particolarmente
infamante a causare la morte di Max. Suo zio non sarebbe stato entusiasta di
dover ricorrere a certi estremi rimedi, ma l’avrebbe fatto, se l’avesse ritenuto
necessario, su questo Maxie non aveva dubbi.
Forse non c’era niente di criminoso in tutta quella vicenda, ma non
sarebbe stato prudente chiedere allo zio delle spiegazioni su quella strana
conversazione. Era improbabile che le avrebbe rivelato quello che si era dato
tanta pena di nascondere. E, peggio ancora se si fosse macchiato di un
crimine, allora avrebbe potuto costituire un pericolo anche per lei.
Si mordicchiò il labbro, la mente in subbuglio per il dolore e il
turbamento. Soltanto due cose parevano sicure: suo padre non era morto per
cause naturali e lei stessa non era gradita in quella casa.
Decise che avrebbe lasciato Chanleigh quella notte stessa, dopo che la
famiglia si fosse ritirata per la notte. Ma non se ne sarebbe tornata
docilmente a Boston, almeno non prima di essere andata a Londra e avere
scoperto la verità sulla morte di suo padre.
Si alzò a sedere sul letto: la necessità di elaborare un piano le aveva dato
la freddezza necessaria per non lasciarsi sopraffare dalle sue confuse
emozioni. Aveva l’indirizzo della locanda in cui aveva alloggiato Max e i nomi
di parecchi vecchi amici a cui suo padre intendeva fare visita. Era più che
sufficiente per iniziare le sue indagini.
L’unico problema era come raggiungere Londra. Anche se aveva qualche
sterlina, non era certo una somma sufficiente per pagarsi il viaggio in
carrozza, quindi avrebbe dovuto andare a piedi. Le duecentocinquanta miglia
che separavano Chanleigh da Londra non erano una distanza che poteva far
paura a chi aveva passato tre quarti della sua vita a viaggiare per le strade
secondarie del New England.
Questa volta però Maxie non avrebbe avuto la protezione di suo padre e
viaggiare sola sarebbe stato pericoloso… per una donna. Molto spesso in certe
zone selvagge dell’America Maxie aveva ritenuto opportuno vestirsi da uomo
e per fortuna si era portata in Inghilterra gli indumenti maschili che usava in
quelle occasioni. Con i seni fasciati, i capelli nascosti sotto un cappello, una
camicia larga, gilet e giacca, sarebbe sembrata un ragazzo qualunque. E se
qualcuno avesse voluto fare un’indagine più approfondita, Maxie aveva il suo
pugnale.
Poiché non aveva quasi nulla di suo, per Maxie preparare il bagaglio fu
una questione di pochi minuti. Oltre al suo abbigliamento maschile avrebbe
avuto bisogno di un vestito da donna per Londra e di un mantello da usare
anche come coperta. Il suo prezioso pacchetto di erbe americane le sarebbe
stato molto utile durante il viaggio. Aveva già al collo la croce d’argento di sua
madre. Quanto ai suoi semplici orecchini d’oro, l’orologio di suo padre e la
sua armonica, li avrebbe messi al sicuro in una tasca interna.
Riuscì a fare stare tutto nella sua piccola vecchissima sacca da viaggio.
Adesso doveva solo aspettare che tutta la famiglia se ne fosse andata a letto.
Non si sentiva in grado di affrontare gli zii a cena, così mandò loro un
messaggio, adducendo come scusa un’emicrania, e chiese di poter cenare in
camera sua.
Ma il compito più arduo fu quello di scrivere un biglietto di spiegazioni
per la sua improvvisa partenza. Sarebbe stato meschino da parte sua sparire
senza una parola dopo essere stata così a lungo ospite dei Collingwood.
Strano come si sia tanto condizionati dalle buone maniere anche in una
situazione di contrasto nei confronti dell’ospite, pensò Maxie. Ma in ogni
caso era importante per lei che gli zii non capissero che aveva sentito la loro
enigmatica e inquietante conversazione.
Mordicchiando la penna d’oca Maxie rifletté per qualche secondo fino a
che non le venne improvvisamente un’idea: avrebbe scritto che aveva deciso
di andare a Londra a trovare l’altra sua zia.
Desdemona Ross era la sorella minore di Cletus e Maximus. Molto più
giovane dei suoi due fratelli e vedova, era un’intellettuale con ambizioni
letterarie e fermi principi che esprimeva senza peli sulla lingua. Cordialmente
detestata da lady Collingwood, lady Ross si recava molto di rado in visita
nella residenza di famiglia. Maxie non l’aveva mai incontrata di persona, ma
zia e nipote intrattenevano regolari rapporti di corrispondenza. Così, visto che
aveva ricevuto una lettera di Desdemona proprio il giorno prima, Maxie
avrebbe detto che sua zia l’aveva invitata a Londra.
Si chinò soddisfatta sul foglio. Era scortese e bizzarro andarsene così di
notte senza preavviso, ma nessuno l’avrebbe certo inseguita, e questa era la
cosa che più contava. Probabilmente nessuno si sarebbe nemmeno
preoccupato di sapere dove lei avesse trovato il denaro per pagare la carrozza.
In verità le avrebbe fatto davvero piacere andare a trovare sua zia, le cui
lettere erano piacevoli e spiritose. Sarebbe stato un gradevole cambiamento
conoscere qualcuno della famiglia di suo padre con cui sentiva di avere
qualche affinità.

Prima di lasciare la casa sgusciando fuori da una delle porte di servizio,


Maxie passò dalla cucina, dove prese una piccola scorta di cibo e poi, dopo
una certa esitazione, nello studio di suo zio, da cui portò via una vecchia
mappa di Londra.
Le parve di buon auspicio che il cielo si fosse rasserenato dopo una serata
di pioggia. L’aria della notte era umida e piuttosto fredda, ma Maxie se ne
riempì avidamente i polmoni, sentendosi già libera e felice.
Il suo passo veloce la portò rapidamente in fondo al viale di accesso, ma
qui si voltò per dare un’ultima occhiata alla grandiosa magione. Maximus era
tornato con grande piacere alla sua casa di famiglia e, dovunque adesso fosse
il suo spirito, doveva sicuramente essere felice che le sue ossa riposassero là.
Ma Chanleigh non era una casa per Maxie, ed era improbabile che vi
avrebbe mai fatto ritorno. Lei era stata semplicemente una piccola onda che
aveva turbato appena quella liscia superficie di grande rispettabilità inglese, e
come una piccola onda non avrebbe lasciato la minima traccia.
Prima che la luna tramontasse, aveva già percorso cinque o sei miglia.
Quando vide i contorni di un piccolo edificio stagliarsi contro il cielo stellato,
Maxie attraversò un campo fino a raggiungerlo era una capanna dove il resto
del raccolto di fieno dell’anno prima le fece da profumato giaciglio.
Non era la prima notte che passava in un granaio e non sarebbe stata
l’ultima. Era però la prima volta che si trovava completamente sola. In
passato c’era sempre stato suo padre sdraiato a poca distanza da lei.
A quel pensiero provò una pena profonda, una pena che era in parte
dolore per la perdita di suo padre e in parte tristezza per la sua solitudine. Sul
punto di scoppiare in singhiozzi, strinse tra le dita la croce d’argento di sua
madre. Lei era Maxie Collins, Mohawk e americana, e non si sarebbe messa a
piangere compiangendo se stessa.
Ma mentre scivolava nel sonno, si domandò se la morte di suo padre
avrebbe significato per lei dover trascorrere sola il resto dei suoi giorni.
2

Robin stava esplorando a piedi le colline che portavano ai boschi


occidentali. Aveva voglia di camminare.
La speranza che la pace e la familiarità di Wolverhampton avrebbero
guarito lo strano malessere di cui soffriva si era realizzata solo in parte. Si
sentiva fisicamente più forte, e non aveva più incubi così frequenti. Non
avrebbe voluto stare in nessun altro posto che lì… ma già questo significava
che c’era qualcosa che non andava. In passato il problema di Robin era stato
quello di decidere in quale nuova affascinante avventura gettarsi.
Adesso invece si sentiva come sprofondato in una grigia malinconia, una
stanchezza dello spirito più che del corpo. A parte una doverosa e breve visita
a Ruxton, aveva trascorso gli ultimi sei mesi dormendo, cavalcando ed
esplorando la campagna; aveva letto molto e aveva sbrigato la
corrispondenza.
La maggior parte delle sue energie era stata spesa per evitare gli inviti
delle fanciulle delle famiglie altolocate del posto. I fratelli Andreville,
entrambi ottimi partiti, erano stati molto richiesti ai ricevimenti di
quell’inverno. Anche se era Giles ad avere il titolo e una fortuna superiore a
quella del fratello, molti pensavano che difficilmente si sarebbe risposato,
quindi le attenzioni femminili si erano concentrate soprattutto su lord
Robert. Biondo e di bell’aspetto, con un misterioso passato e una fortuna più
che adeguata, Robin annoverava tra le sue qualità anche la vaga possibilità di
ereditare il titolo.
Sospirando si mise in spalla la sacca con le provviste (la cuoca, che lo
trovava troppo magro, gli aveva dato cibo sufficiente per un reggimento). In
verità non gli sarebbe dispiaciuto innamorarsi disperatamente di qualche
giovane donna. Ma non riusciva nemmeno a immaginare di poter sposare
una delle insulse fanciulle che aveva conosciuto nelle grandiose residenze
dello Yorkshire. Non aveva conosciuto Maggie quando ancora era una
giovane donna perbene, ma era certo che nemmeno a diciassette anni poteva
essere stata così insignificante.
Era una giornata calda e fu piacevole raggiungere il bosco ombreggiato.
Poiché indossava dei vestiti vecchi non dovette preoccuparsi di rovinarli
attraversando il sottobosco tutto irto di rami sporgenti e cespugli spinosi alla
ricerca dei sentieri creati dai cervi e da altri animali selvatici.
Il sole era alto quando arrivò a una piccola radura che si stendeva accanto
a un ruscello che scorreva nel cuore del bosco. Sorrise quando vide i funghi
che disegnavano quello che veniva chiamato nella zona "il cerchio delle fate".
Il giardiniere gli aveva detto un giorno che un cerchio così grande doveva
avere alcuni secoli. Da bambino Robin pensava che quel luogo fosse magico.
Chissà forse avrebbe ritrovato di nuovo quella magia.
Così posò la sacca e si distese all’ombra tra un albero e un cespuglio. Con
le braccia che gli facevano da cuscino, Robin guardò pigramente i rami degli
alberi in alto e incominciò a vagare dietro ai suoi pensieri.
Fu un errore, perché un nero filo di disperazione cominciò a dipanarsi
dentro di lui. Resistette con cupa determinazione. Ma, anche se gli era
possibile scacciare i demoni durante il giorno, Robin sapeva per esperienza
che sarebbero tornati sotto forma di incubi notturni. E ogni volta era peggiore
della precedente. C’erano dei momenti in cui temeva che fosse solo una
questione di tempo prima che piombasse nel baratro della follia.
Si costrinse a pensare al suo futuro. Nonostante la generosità di Giles,
Robin non poteva certo trascorrere il resto dei suoi giorni a Wolverhampton.
Avrebbe potuto viaggiare. Anche se conosceva l’Europa come le proprie
tasche, non aveva mai visto l’Oriente o il Nuovo Mondo.
Ma era stanco di viaggiare.
Giles gli aveva suggerito di dedicarsi all’attività politica in parlamento; si
sarebbe presto liberato uno dei seggi che erano appannaggio degli Andreville
e Robin avrebbe così avuto modo di impegnarsi per il bene pubblico. Un’altra
possibilità, probabilmente più consona al suo carattere, era quella di
dedicarsi al giornalismo politico. I giornalisti erano dei tipi ribelli e irriverenti
e lui si sarebbe integrato perfettamente in quell’ambiente, se solo fosse
riuscito a ricuperare il suo vecchio spirito.
Comunque il sole era caldo e Robin si abbandonò al sonno tra i mille
deliziosi profumi dell’erba, sperando che gli incubi non si presentassero fino
a notte.

Dopo il gran caldo di mezzogiorno, quella strada ombreggiata nel bosco


era molto piacevole. Il contadino che le aveva dato un passaggio sul suo carro
quella mattina aveva fatto bene a consigliarle quel percorso. Maxie aveva
evitato le strade principali in favore delle stradine secondarie dove un ragazzo
solo non avrebbe attirato l’attenzione e quel sentiero era così poco battuto
che non aveva ancora incontrato abitazioni o persone.
L’unico problema era che non aveva più cibo e il suo stomaco stava
protestando vivacemente. In America sarebbe riuscita a cavarsela con quello
che offriva la terra, ma le severe leggi inglesi che riguardavano la selvaggina e
la proprietà privata le sconsigliavano di ricorrere a quel sistema.
Un rumore di zoccoli e di ruote la costrinse a fermarsi e ad aguzzare le
orecchie. Alle sue spalle stava arrivando un pesante veicolo e Maxie preferiva
non farsi vedere da nessuno in un posto così isolato.
Abbandonò il ciglio della strada si avventurò nel bosco. A forza di evitare i
caselli di pedaggio per risparmiare denaro, si era fatta una gran pratica di
simili: deviazioni. In tre giorni di viaggio Maxie non aveva incontrato alcuna
difficoltà. E, a eccezione dei due taciturni contadini che le avevano offerto un
passaggio, non aveva scambiato una parola con anima viva.
Sentì a poca distanza un tintinnio di redini e il tonfo degli zoccoli e il carro
passò oltre. Stava per riprendere la strada quando un uccellino trillò due
limpide note.
Maxie si fermò, il volto illuminato da un sorriso. La scoperta di nuove
creature e nuove piante era uno dei grandi piaceri che offriva il viaggiare.
Quel canto sembrava quello del famoso usignolo inglese. Le era già sembrato
di sentirlo un mese prima, ma le sue cugine non erano state in grado di
confermare la sua supposizione, poiché gli unici uccellini che conoscevano
erano quelli arrostiti e serviti a tavola.
In silenzio si fece strada nel sottobosco. Dopo alcuni passi le sembrò di
vedere delle piume marroni nella macchia di fronte a lei. Si spinse dunque
avanti, tra i cespugli, gli occhi fissi in alto sul baldacchino di foglie.
Ma dovette pagare lo scotto di quella sua curiosità perché inciampò in un
ostacolo inaspettato. Imprecando cercò disperatamente di non perdere
l’equilibrio, ma era impacciata dal peso della sua sacca.
Così precipitò con umiliante goffaggine e cadde. Dopo un istante si rese
conto che, invece di essere finita sulla fresca terra del bosco, era distesa
scompostamente su qualcosa di più caldo e cedevole.
Caldo, cedevole e vestito!
Mentre riprendeva fiato affannosamente si accorse di essere distesa sul
corpo di un uomo. Evidentemente stava schiacciando un sonnellino, ma si
svegliò di scatto e subito istintivamente alzò le braccia e la immobilizzò,
bloccandole gli avambracci.
Adesso i due si trovavano schiacciati l’uno contro l’altra, con gli occhi
negli occhi. Quelli dello sconosciuto, di un azzurro intenso, immediatamente
svegli e all’erta, mostrarono sorpresa, poi brillarono di uno scintillio divertito.
Per un attimo ancora i due estranei rimasero stretti l’uno all’altra, allacciati
in un abbraccio da amanti.
La bocca dello sconosciuto si distese in un sorriso. — Scusatemi per avervi
intralciato il cammino.
— Mi spiace — fece in tono brusco Maxie, e si sottrasse a quell’abbraccio
forzato, ringraziando il cielo che non le fosse caduto il cappello che le faceva
ombra sul viso. — Non ho guardato dove mettevo i piedi.
Si alzò in piedi, pronta a sparire nel bosco. Poi, come la moglie di Lot,
commise l’errore di voltarsi indietro.
La sua prima impressione dell’uomo era stata frammentaria. Occhi
irresistibili, carnagione chiara, bocca ben formata, espressiva. Ma solo
quando si fu allontanata di un passo si accorse che quello era l’uomo più
bello che avesse mai visto. I suoi capelli piuttosto lunghi splendevano, il suo
volto avrebbe fatto invidia a un angelo. Che avesse incontrato Oberon, il
leggendario re delle fate? No, era troppo giovane e un personaggio così
magico non avrebbe portato vestiti che appartenevano: decisamente al
mondo dei mortali.
Lo sconosciuto si alzò a sedere e appoggiò la schiena a un tronco. — Mi è
già successo un paio di volte che le donne mi si siano buttate tra le braccia,
ma non con tale violenza — osservò, con gli occhi che ridevano divertiti. —
Comunque sono certo che potremmo arrivare a un accordo, se me lo chiedete
gentilmente.
Maxie si irrigidì. Abbassando ulteriormente la sua voce, già poco acuta di
per sé, ribatté seccamente: — Non vi siete ancora svegliato del tutto a quanto
pare. Mi chiamo Jack e non sono una ragazza. E tanto meno sono interessato
a buttarmi tra le vostre braccia.
L’altro inarcò le sopracciglia. — Potete anche passare per un ragazzo da
lontano, ma siete caduta a peso morto su di me e io ero abbastanza sveglio da
rendermi conto di che cosa mi fosse finito addosso — e la squadrò da capo a
piedi con sguardo esperto. — E vi consiglierei, se volete davvero essere
convincente, di sistemare meglio giacca e panciotto in modo che vi coprano
bene, oppure di trovare dei pantaloni più larghi. Non ho mai visto un ragazzo
fatto come voi.
Maxie arrossì e con uno strattone si tirò su la giacca. Era sul punto di
darsela a gambe quando lui alzò la mano in un gesto disarmante.
— Non occorre che scappiate, sono un tipo innocuo. Ricordatevi che siete
stata voi ad assalire me, non il contrario. — E allungò il braccio verso una
sacca bitorzoluta posata a terra accanto a lui. — È ora di pranzo e io ho più
cibo di quanto possa mangiare una persona sola. Non mi fareste compagnia?
Maxie pensò che avrebbe dovuto mettere una certa distanza tra lei e
quell’uomo troppo bello. Ma dopotutto l’uomo era cordiale e non sembrava
pericoloso, e a lei avrebbe fatto piacere chiacchierare un po’.
La sua esitazione svanì quando l’altro estrasse dalla sacca uno di quegli
strani pasticci di carne tipici della zona. Un profumo appetitoso le giunse alle
narici.
Il suo stomaco non le avrebbe mai perdonato un rifiuto. — Se siete sicuro
di avere cibo a sufficienza, sarei lieta di accettare la vostra offerta. — Posò a
terra la sua sacca, poi si sedette a gambe incrociate a prudente distanza, nel
caso in cui quel giovane Apollo si fosse dimostrato più pericoloso del
previsto.
L’uomo le passò un pasticcio, frugò nella sua sacca, ne estrasse un altro, e
poi del pollo arrosto, panini, e una piccola fiasca, che aprì e posò in mezzo a
loro due. — Per la birra dovremo fare a metà.
— Non bevo birra — disse Maxie, ma pasticci ne mangiava. Anzi, il suo lo
divorò avidamente. La crosta croccante e il saporito ripieno di carne e verdura
erano deliziosi.
L’uomo mangiò un boccone del suo pasticcio, prima di osservare
pensosamente: — In molti ambienti è considerato scortese mangiare con il
cappello indosso.
Pur riluttante a scoprirsi davanti a occhi estranei, Maxie non poteva
ignorare quell’appello alle sue buone maniere. L’avere accettato l’ospitalità di
quell’uomo le imponeva degli obblighi. Così si tolse il cappello informe, senza
perdere d’occhio il suo compagno.
Per un momento l’uomo la guardò con tanto d’occhi, un’espressione
intensa si dipinse sul suo volto. Maxie, a cui quella reazione era abbastanza
familiare, spostò la mano in modo da poter raggiungere rapidamente il suo
pugnale.
Per fortuna lo sconosciuto si trattenne dal fare commenti stupidi o
volgari. Deglutì faticosamente, poi chiese: — Volete del pollo?
Maxie si rilassò e accettò una coscia.
L’uomo si servì a sua volta. — Come avete fatto a sconfinare nel bosco del
marchese di Wolverhampton?
— Stavo seguendo un sentiero, quando ho sentito arrivare qualcuno. Ho
pensato che fosse meglio non farmi vedere, poi mi sono persa dietro a un
usignolo. E voi cosa fate qui? Caccia di frodo?
Lui le rivolse uno sguardo offeso. — Ho forse l’aria di un bracconiere?
— No. Non di uno che se la cava bene, almeno. — Terminò la sua coscia di
pollo e si leccò con grazia le dita. — D’altra parte non avete nemmeno l’aria di
essere il marchese di Wolverhampton.
— Mi credereste se vi dicessi che lo sono, invece?
— No. — E lanciò un’occhiata irrispettosa agli indumenti che l’uomo
indossava, di ottimo taglio, ma tutt’altro che nuovi.
— Siete una giovane di buon senso — fece lui in tono di approvazione. —
Si dà il caso che non vi sbagliate. Non sono il marchese di Wolverhampton
così come voi non siete inglese.
— Che cosa ve lo fa dire? — chiese lei, pensando che il suo ospite fosse fin
troppo intuitivo.
— Gli accenti sono una delle mie specialità. Il vostro si avvicina molto a
quello della nobiltà inglese, ma è piuttosto… — E strinse gli occhi
meditabondo. — Direi che siete americana, probabilmente del New England.
Era molto abile. — Un’ipotesi ragionevole — rispose Maxie, senza
compromettersi.
— Insistete ancora a chiamarvi Jack?
Furono gli occhi di lei adesso a stringersi come due fessure. — Fate
davvero un mucchio di domande.
— Fare domande è il metodo più efficace che conosco per soddisfare la
mia curiosità — ribatté lui con logica stringente, — E spesso funziona.
Lei esitò un istante, ma non vedeva il motivo di non dirgli il suo nome. —
Mi chiamano Maxie, ma il mio vero nome è Maxima.
— A me sembrate piuttosto una Minima — fece prontamente l’uomo,
alludendo alla non alta statura della ragazza.
Lei scoppiò a ridere. — Non siete esattamente un Ercole nemmeno voi.
— Sì, ma visto che io non mi chiamo Ercole, non sto cercando di
imbrogliare nessuno.
— Mio padre si chiamava Maximus, mi hanno chiamata come lui.
Nessuno si è mai chiesto se crescendo mi sarei adeguata o meno al mio
nome, e adesso è troppo tardi per cambiarlo. — E finì il suo panino. — Ma voi
come vi chiamate, visto che non è Ercole il vostro nome?
— Ce ne sono molti altri che non sono il mio — ribatté l’altro, e bevve un
sorso di birra con l’aria di prendere tempo. Evidentemente era un vagabondo
che viveva di espedienti e usava tante di quelle false identità che non
ricordava lui stesso il suo vero nome. — Ultimamente ho usato il nome di
lord Robert Andreville — disse alla fine.
— Siete davvero nobile? — chiese lei sorpresa. Nonostante quegli abiti
logori aveva in realtà un’aria piuttosto aristocratica. Poi si accigliò. — Vi state
burlando di me, vero? Mio padre mi ha spiegato tutto dei titoli nobiliari
inglesi. Un vero pari d’Inghilterra non usa lord con il nome proprio.
Immagino che lord Robert sia un titolo che avete inventato per
impressionare la gente.
— E io che credevo di poterla dare a bere a qualcuno delle Colonie! — fece
con una luce maliziosa negli occhi lo sconosciuto. — Avete ragione, non ho
nessun titolo nobiliare. I miei amici mi chiamano Robin.
Comunque si chiamasse, quell’uomo aveva un viso meravigliosamente
espressivo. Forse più che un imbroglione era un attore.
L’altro tornò a rovistare nella sua sacca e chiese: — Un po’di torta?
— Con molto piacere — rispose Maxie e accettò un pezzo di crostata,
sperando di non sembrare troppo ingorda.
Quel tipo aveva un sorriso maledettamente accattivante, di quelli che
incantano la gente e la convincono a comprare un mucchio di cose di cui non
ha il minimo bisogno. Durante i loro viaggi, Maxie e suo padre avevano
conosciuto molti piccoli imbroglioni simpaticissimi e il sedicente lord Robert
era uno di quella razza. A dire la verità anche Max apparteneva a quella genia.
Era forse per quel motivo che sua figlia aveva un debole per quegli
affascinanti bricconi.
Gustò con grande piacere il dolce, pensando che era da un pezzo che non
mangiava così bene e quando ebbe finito andò al torrente a lavarsi le mani e a
bere un po’ d’acqua fresca.
Robin osservò pensosamente la sua strana invitata. Benché la ragazza
avesse fatto del suo meglio per camuffarsi con quei vestiti informi, le mani di
Robin ricordavano ancora il profilo delle sue curve nascoste. — Abitate da
queste parti? — le chiese quando lei fu di ritorno.
— No, sono diretta a Londra. — E raccolse da terra il cappello e la sacca. —
Grazie per avere diviso con me il vostro pasto.
— Londra! — esclamò lui, sbigottito. — Santo cielo, non mi direte che
volete andarci a piedi e tutta sola?
— Sono soltanto duecento miglia. Ci metterò un paio di settimane. Buona
giornata. — E si rimise il cappello in testa, calzandolo bene in modo che le
mettesse in ombra i begli occhi castano chiaro.
Robin frenò la sua istintiva protesta: era un delitto nascondere quel viso
delizioso. Quando gli era caduta addosso, aveva pensato a una monella
dispettosa che avesse rubato i vestiti al fratello. Poi, quando lei si era tolta
quell’assurdo cappello, era rimasto per un attimo senza fiato e senza parole.
Maxima, anzi Maxie, aveva quella bellezza esotica che si trova a volte
nelle razze miste. Mentre i tratti delicati erano quasi inglesi, la pelle liscia e
scura, i lucenti capelli neri e la squisita struttura ossea erano evidentemente
di tutt’altra origine.
Aveva un viso che non si dimentica.
Eppure non era la bellezza della ragazza ciò che lo aveva colpito di più.
Quello che lo attirava come una calamita era la sua estrema concretezza, una
forza silenziosa che traspariva da ogni sua parola, da ogni suo movimento.
Vederla aveva suscitato in lui una marea di emozioni da lungo tempo
represse, che adesso tumultuavano nel suo animo, che si sentiva in preda a
tensioni contrastanti, come una lastra di ghiaccio che si spezzi sotto le piogge
di primavera. Non era una sensazione gradevole, a dire il vero.
Ma in mezzo a questa tempesta emotiva, una sola cosa era chiara come il
sole: non poteva permettere a quella straordinaria creatura di uscire dalla sua
vita.
Robin si scrollò di dosso i resti del suo pasto, poi si alzò in piedi, si caricò
la sacca in spalla e raggiunse la ragazza, adattando il passo al suo. — La
distanza non è un fattore insormontabile, è vero — ammise — ma le strade
non sono sicure per una giovane donna sola.
— Non ho mai avuto problemi fino a questo momento — risposerei. —
Nessuno oltre a voi si è mai accorto che sono una donna, e d’ora in poi starò
bene attenta a non inciampare in nessun altro.
— Le strade possono essere altrettanto pericolose per un ragazzo. — Robin
abbassò lo sguardo su Maxie e solo allora si rese conto di quanto fosse
minuscola, poco più di un metro e cinquanta. Ma era così perfettamente
proporzionata che era difficile farsi un’idea precisa della sua altezza, a meno
che non si stesse in piedi vicino a lei. — Anzi, potrebbe accadervi di incontrare
alcuni gentiluomini che preferirebbero forse un ragazzo.
Gli occhi castani lo guardarono in tralice. A una ragazza perbene sarebbe
probabilmente sfuggito il senso di quella osservazione, ma non a Maxie.
Forse non era poi così ingenua.
— Quassù nel Nord le strade sono abbastanza sicure, ma più vi
avvicinerete a Londra, maggiori saranno i pericoli — continuò Robin mentre
uscivano sul sentiero e volgevano verso sud.
— Sono perfettamente in grado di difendermi — disse lei asciutta.
Cominciava a perdere la pazienza.
— Con quel pugnale che vi portate addosso? — Maxie lo guardò
nuovamente. — Mi siete venuta addosso con una certa forza — le spiegò lui —
e il manico di un pugnale è decisamente più duro di un corpo umano. —
"Specialmente di un morbido corpo femminile, con le sue dolci curve" pensò
tra sé.
— Sì, ho un pugnale e so come usarlo — rispose lei con una inequivocabile
nota di minaccia nella voce.
— Non vi basterà se sarete assalita da più di un brigante. — Continuarono
a camminare in un gelido silenzio. Anche se la conosceva da poco meno di
un’ora, Robin si guardò bene dal cercare di farle cambiare idea. Quella era
una che non si lasciava convincere facilmente.
Certo, avrebbe potuto raggiungere Londra senza incidenti, ma era molto
più probabile che incontrasse difficoltà durante il cammino. Anche se non
fosse stato affascinato com’era, sarebbe comunque stato restio a permettere a
una donna di fare quel viaggio da sola.
La conclusione era inevitabile.
Mentre il bosco cominciava a diradarsi ai confini di Wolverhampton,
Robin riprese a parlare: — Non ho scampo. Da gentiluomo quale sono sarò
costretto a scortarvi fino a Londra.
— Cosa? — sibilò Maxie fermandosi di colpo in mezzo al sentiero per
guardarlo sbigottita, — Siete impazzito, per caso?
— Niente affatto. Voi siete una giovane donna in un paese straniero.
Sarebbe vergognoso da parte mia lasciarvi continuare da sola. — E si fermò
davanti a lei, rivolgendole il suo sorriso più candido. — E poi non ho niente di
meglio da fare.
— E cosa vi qualifica come gentiluomo? — ribatté la ragazza, che non
sapeva se essere più offesa o divertita.
— I gentiluomini non lavorano. Poiché non lavoro, non posso che essere
un gentiluomo.
Maxie scoppiò a ridere. — Siete un uomo incredibile… la vostra logica non
convincerebbe un bambino in fasce. E poi, anche se non lavorate, non potete
certo partire così, di punto in bianco.
— Certo che posso. Lo sto già facendo.
Maxie guardò il suo compagno incuriosita. Era di altezza media, quindi la
superava solo con la testa e la corporatura sottile non pareva fatta per le lotte
di strada.
— Mi sembrate non solo inoffensivo, ma addirittura inefficace — disse,
riprendendo il cammino, — È molto più probabile che toccherebbe a me
proteggervi. Ho passato sulla strada gran parte della mia vita e so bene come
badare a me stessa. Non mi serve, né desidero una scorta, anche se le vostre
intenzioni sono onorevoli.
Vedendolo sorridere, osservò in tono tagliente: — Da quel che ne so io,
potreste essere più pericoloso voi di un ipotetico brigante.
Un’espressione offesa passò sul viso del compagno. — Milady non si fida
di me, dunque.
— Non vedo perché dovrei — e inclinò la testa di lato. — Siete un attore?
Non smettete un istante di recitare, e gli attori sono spesso senza lavoro.
— Ho recitato parecchi ruoli — ammise lui — ma mai sulla scena.
— Avete mai fatto qualcosa di utile, parlo di lavoro s’intende, o siete
semplicemente un fannullone?
— Il lavoro mi affascina — protestò lui. — Potrei stare delle ore a guardare
la gente che lavora.
Lei cercò con scarso successo di mantenere un’espressione seria, poi
decise di cambiare argomento. — Potrei ripensarci se voi aveste denaro a
sufficienza per procurare a tutti e due i biglietti della carrozza per Londra, ma
io non posso mantenere due persone. Probabilmente non ho soldi a
sufficienza nemmeno per me.
Robin parve riflettere un istante, poi si illuminò. — Non ho molti soldi al
momento e il mio banchiere è, ahimè, a Londra. Comunque posso far
apparire del denaro per magia, se, necessario. — E, prima che lei potesse
allontanarsi, allungò la mano verso il suo cappello. Maxie sentì le sue dita
sfiorarle le orecchie e anche se aveva un tocco leggero, avvertì un lieve
formicolio alla pelle. Innervosita trattenne il fiato, mentre lui le metteva la
mano davanti al viso per mostrarle lo scellino che si era materializzato nel
suo palmo.
— Non male — ammise Maxie. — Ma mi sarebbe più utile uno che sapesse
trasformare il piombo in oro piuttosto che eccellere in questi divertenti
giochi di prestigio.
— Giochi di prestigio! — esclamò lui con aria offesa. — Stiamo parlando di
magia, non di semplici trucchetti. Datemi la mano.
Divertita, la ragazza si fermò e fece quello che le era stato chiesto. Lui le
posò lo scellino sul palmo destro e le chiuse le dita intorno alla moneta. —
Chiudete tutte e due le mani a pugno e con la mia magia sposterò lo scellino
nella vostra mano sinistra.
Lei obbedì. Lui fece parecchi graziosi svolazzi con la mano in aria,
mormorando parole incomprensibili. Poi, con un ultimo arabesco, disse: —
Ecco, lo scellino si è spostato.
— Avete bisogno di un altro po’ di esercizio, lord Robert, perché lo scellino
è ancora nella mano destra. Aprì le dita e poi trattenne il fiato. Sul palmo non
aveva una monetina, bensì due. — Come ci siete riuscito?
— Molto bene — disse l’uomo e sorrise, abbandonando il suo fare da
prestidigitatore. — È solo un trucco, è vero, ma sono abbastanza bravo in
queste cose. Ho fatto spesso dei giochi di prestigio per guadagnarmi un pasto
o un alloggio, quando ero a corto di quattrini.
A quanto pareva il suo compagno era proprio un vagabondo con poca
voglia di lavorare, anche se era un tipo divertente. Maxie gli restituì i due
scellini. — Siete stato una compagnia molto piacevole, lord Robert, ma perché
adesso non tornate al vostro pisolino nel bosco e mi lasciate in pace?
— Le strade sono pubbliche. — E intascò le monete. — E poiché ho deciso
di andarmene a Londra, voi non potete impedirmelo.
Lei aprì la bocca e subito la richiuse. Quello che l’uomo aveva detto era
vero. A meno che la sua indesiderata scorta non l’assalisse, cosa che per ora
non sembrava probabile, lui aveva lo stesso suo diritto di percorrere quella
strada. E se aveva deciso di camminare allo stesso suo passo, che cosa poteva
farci?
Pensò ai cani che qualche volta avevano cominciato a seguire lei e suo
padre. Robin si sarebbe presto stancato, come quei cani, e Maxie se lo
sarebbe lasciato alle spalle, visto che certi incantevoli fannulloni avevano
molta meno costanza di un cane sperduto. Doveva solo avere un po’ di
pazienza.
3

La stanza della prima colazione di Chanleigh Court era arredata con


mobili di grande valore e raffinatissimi ninnoli, ma, dopo un viaggio di
trecento miglia, Desdemona Ross non sprecò il suo tempo ad ammirarli. —
Che cosa vuol dire che Maxima è venuta a Londra a trovarmi? — chiese,
inarcando le folte sopracciglia rossicce.
— Non sono a Londra, come vedi, sono qui a Durham. Mio malgrado, devo
dire.
Lady Collingwood lanciò una gelida occhiata a sua cognata. — Leggi il
biglietto. — Prese dalla scrivania un foglio di carta piegato e glielo passò. —
Quella ragazzina ingrata ha tagliato la corda nel cuore della notte tre giorni
fa.
— Maxima scrive che l’ho invitata per una lunga visita, ma questo non è
assolutamente vero — fece accigliata Desdemona. — Sono venuta fin qui
proprio per conoscerla, pensando che sarebbe potuta tornare a Londra con
me se fossimo andate d’accordo. Ma non gliel’ho certo proposto per iscritto.
— Maxima è un essere imprevedibile, non è per nulla civilizzata e educata
— ribatté lady Collingwood scrollando le spalle annoiata e studiando nel
frattempo l’abbigliamento della cognata. Desdemona era geniale nella sua
sciatteria. Vestirsi decentemente doveva essere contrario ai suoi principi.
Ma forse non era poi un’idea così malvagia quella di andarsene in giro
tutta avvolta in mantelli e cappelli che coprivano quasi del tutto viso e figura.
Quei capelli rosso fiammante erano irrimediabilmente volgari e meritavano
di essere tenuti ben nascosti. Quanto alla sua figura… Be’, quella non sarebbe
mai riuscita a adattarsi alla moda.
Pensando soddisfatta alla propria innegabile eleganza, Lady Collingwood
continuò. — Ma non mi stupisce affatto che se ne sia andata alla chetichella a
mezzanotte per prendere la carrozza della posta. È tipico del suo carattere. E
altrettanto tipico è che abbia mentito. — E alzò una mano a nascondere un
delicato sbadiglio. — A dire la verità, Desdemona, puoi considerarti fortunata
ad averla mancata. Maximus ha avuto un bel coraggio a portarcela qui a
Chanleigh. Il posto di quella ragazza è nella foresta, con i suoi selvaggi
parenti pellerossa.
— Invece che con i suoi selvaggi parenti inglesi? — domandò Desdemona
in tono sarcastico. — Può anche darsi che sua madre fosse una pellerossa, ma
almeno aveva una famiglia che non esercitava attività commerciali di nessun
tipo.
Althea Collins arrossì a quella frecciata, perché da anni cercava di far
dimenticare quale fosse l’origine della fortuna di suo padre. L’arrivo di suo
marito le evitò di dover rispondere.
— Dedi! — esclamò lord Collingwood, il lungo viso illuminato di gioia. —
Avresti dovuto avvertirci che saresti arrivata. È da troppo tempo che non ci
vieni a trovare.
Nonostante i vent’anni di differenza, Desdemona e suo fratello erano
molto affezionati l’una all’altro. Lei si alzò per abbracciarlo, sentendolo
trasalire a quella dimostrazione d’affetto. Sapeva bene che avrebbe avuto
quella reazione, proprio come lui aveva previsto il suo abbraccio. Quelle
manifestazioni da parte di entrambi erano una lunga e consolidata tradizione
di famiglia. — A quanto pare, avrei dovuto arrivare tre giorni fa, Clete.
Sua signoria parve addolorato. Non gli piaceva quel nomignolo, proprio
come Desdemona detestava essere chiamata Dedi.
Finiti i saluti, lady Ross rivolse al fratello uno sguardo accigliato. — Sono
venuta fin qui per vedere come sta mia nipote, solo per scoprire che è
scappata con la scusa di venirmi a trovare.
— E perché non sei a Londra ad aspettarla, allora?
— Perché non l’ho invitata — ribatté secca Desdemona. — A quanto pare
quella povera ragazza era così infelice qui da scappare via con la speranza che
io l’avrei trattata meglio. Che accoglienza hai riservato all’unica figlia di tuo
fratello?
— Maxima non è una bambina, è una donna fatta ormai, anche se ha
qualche anno meno di te — replicò suo fratello, sulla difensiva. — Non ha
chiesto il mio parere prima di sparire.
— Mi sorprende che abbia avuto i soldi per pagarsi il viaggio fino a Londra
— osservò Desdemona. — Pensavo che Max non avesse il becco di un
quattrino quando è morto.
Ci fu un attimo di silenzio, mentre i Collingwood si scambiavano
un’occhiata. — Sì, è vero, la ragazza non aveva molti soldi — intervenne
Althea, con una ruga tra le sopracciglia. — Ho dovuto pagarle io gli abiti da
lutto quando Maximus è morto. Checché tu ne dica, ci siamo dati da fare per
lei. Semmai è stata la ragazza a non mostrare molta gratitudine per le nostre
premure.
— Se ci si aspettava da lei grandi dimostrazioni di gratitudine per tutto
quello che riceveva, non mi stupisce che abbia tagliato la corda. E può anche
darsi che sia una donna fatta, ma in questo paese è una straniera. Le potrebbe
succedere di tutto, specialmente se ha deciso di raggiungere Londra a piedi da
sola. — A questo punto Desdemona rinunciò a tenere a freno la sua rabbia. —
Dovreste vergognarvi voi due! Max aveva tutto il diritto di pensare che sua
figlia sarebbe stata al sicuro a Chanleigh. Invece l’avete costretta ad
andarsene.
Collingwood arrossì. — Credevo proprio che Maxima fosse felice qui con
noi.
Desdemona trapanò la cognata con uno sguardo penetrante: — E tu,
Althea? Anche tu l’hai fatta sentire come se fosse a casa sua qui? Niente
frecciatine sulla sua origine? Le hai procurato un guardaroba adatto e l’hai
presentata ai giovanotti della zona?
— Se eri tanto preoccupata per quella piccola selvaggia, perché non hai
fatto qualcosa tu, invece? — sbottò lady Collingwood con la rabbia di chi si
sentiva in torto.
— In questi quattro mesi avresti avuto tutto il tempo di venire qui a
trovarla, ma ti sei limitata a spedirle un paio di lettere e niente di più.
— Stavo lavorando a una proposta di legge per la tutela degli apprendisti e
soltanto adesso che finalmente siamo arrivati a buon punto ho potuto
allontanarmi da Londra — ribatté con un certo imbarazzo Desdemona. —
Però hai ragione. Avrei dovuto fare di più. Pensavo che sarebbe stata al sicuro
qui da voi fino a quando non avessi avuto il tempo di raggiungerla.
— È inutile recriminare adesso — fece Collingwood, sperando di evitare
una lite. — Quello che conta è di riportare qui Maxima sana e salva.
— Come intendi procedere, allora?
Dopo un momento di riflessione suo fratello parve sollevato e le fece un
cenno con il capo: — Manderò qualcuno a cercarla. Conosco l’uomo adatto.
Simmons è a Newcastle adesso. Lo manderò a chiamare e gli spiegherò quello
che deve fare. Con un po’ di fortuna riavremo Maxima a casa al più presto.
— Bene, manda il tuo uomo all’inseguimento, se vuoi, ma voglio cercare
anch’io — fece in tono duro Desdemona. — Credo che dovrebbe essere
qualcuno della famiglia a tentare di trovarla, tanto per dimostrarle che ci
tiene davvero. Potete descrivermela?
Lord Collingwood stava per dirle di non fare sciocchezze, che certe cose
era meglio lasciarle a chi le sapeva fare ma una sola occhiata al volto deciso di
Desdemona gli fece cambiare idea. Era meglio lasciarla andare. Dopotutto
sua sorella era una vedova indipendente e che conosceva il mondo, e aveva
l’assistenza dei suoi domestici. Non poteva certo cacciarsi in situazioni
pericolose.

Passavano le ore, avevano camminato per miglia e miglia e l’indesiderato


accompagnatore di Maxie non mostrava segni di stanchezza o di noia. Di
tanto in tanto faceva qualche osservazione divertente su quello che vedevano
oppure si mettevano a chiacchierare per un po’. Certe volte fischiettava un
motivetto e Maxie dovette ammettere tra sé e sé che la sua presenza le faceva
dimenticare la fatica del lungo cammino.
Lasciarono il bosco e imboccarono una strada più larga e trafficata. Era
quasi l’ora della cena quando arrivarono a un tranquillo paesino di pietra
grigia. Robin indicò una locanda chiamata Re Riccardo. — Posso offrirvi la
cena? Tutto quello che desiderate, a condizione che non costi più di due
scellini.
Maxie lo fissò freddamente — Potete fermarvi voi, se volete, ma io
intendo proseguire. Fate buon viaggio, signor Anderson.
— Andreville — la corresse lui, ignorando l’offesa. — Anderson è troppo
comune per poter impressionare la gente. Siete certa di non volervi fermare?
Anche se ho ancora cibo a sufficienza per un’altra giornata, un pasto caldo ci
aiuterebbe ad affrontare il freddo della notte.
— Non è il caso — borbottò Maxie, superando la locanda, ma Robin non si
staccò dal suo fianco. Quell’uomo cominciava a diventare una grossa
seccatura.
Poi le venne un’idea. Se lei avesse acconsentito a fermarsi alla locanda per
cenare sicuramente avrebbe trovato il sistema per sgattaiolare via e liberarsi
di quell’uomo. Le sarebbe bastato qualche minuto di vantaggio per
scomparire in un vicolo secondario. Poi, il giorno seguente, avrebbe preso
qualche scorciatoia per un’altra strada che portava a sud e lui non l’avrebbe
più ritrovata. — Avete ragione, dopotutto, un pasto caldo non sarebbe male.
Ma non vi permetto di pagare per me.
Lui la guardò con quei suoi occhi azzurri e maliziosi e Maxie ebbe l’atroce
sospetto che avesse intuito le sue intenzioni. Avrebbe dovuto rilassarsi e
fingere di essersi ormai rassegnata alla sua compagnia.
Entrati nella locanda, trovarono posto in un tavolo separato in fondo alla
sala da mescita. Era così buio che nessuno avrebbe notato che Maxie teneva
addosso il cappello.
Mentre cenavano cercò di essere cordiale. Non le fu difficile, ma ciò si
dimostrò controproducente. Ridere e chiacchierare alla stessa tavola di un
uomo attraente che le dedicava tutta la sua attenzione creò una eccessiva
confidenza tra loro due. Il buio della sala la faceva sentire come se lei e Robin
fossero completamente soli. E nemmeno il pasto molto modesto riuscì a
rovinare quella romantica atmosfera.
Quel pensiero rafforzò in lei il suo proposito. L’ultima cosa di cui aveva
bisogno in quel momento era di intrecciare un rapporto sentimentale con un
affascinante fannullone. Si concentrò sul contenuto del suo piatto e aspettò
che le venisse offerta l’occasione di scappare.
Robin terminò il pasto prima di lei. Si guardò pigramente in giro e il suo
sguardo cadde sulla parete alle sue spalle, dove erano appesi degli strani pezzi
di ferro battuto, incastrati tra loro a mo’ di puzzle. Ne tolse uno dal chiodo a
cui era appeso e se lo fece girare tra le mani, perplesso.
Mentre lo guardava armeggiare con l’oggetto, Maxie notò che aveva il
polso e le dita della mano sinistra leggermente deformati, come se in passato
parecchie ossa dell’arto si fossero rotte. Aveva delle mani eleganti, che usava
per gesticolare più come un europeo che come un inglese. Peccato che fosse
la sinistra a essere stata così danneggiata, visto che era mancino.
Studiò con attenzione quei contorni irregolari. Il disegno della frattura era
insolito, così preciso da parere il frutto di un azione deliberata. Tortura forse?
Maxie si sentì correre un lungo brivido lungo la spina dorsale. Forse era stata
l’opera di un marito che aveva scelto quel sistema per vendicarsi del suo
onore offeso.
Allungò il braccio e prese il puzzle. — Mi ricorda una cosa che
chiamavamo "la staffa del diavolo", anche se questa versione è un po’ più
complicata. I pezzi dovrebbero staccarsi. — Dopo averlo studiato per un
minuto, lo svitò da parecchie parti rapidamente e il rompicapo si separò in tre
pezzi.
Robin si mise a ridere. — Chi di noi due ha delle doti del tutto inutili,
allora?
— Disfarlo è il meno. Il difficile è rimetterli insieme. — E, dopo avere
posato i pezzi sul tavolo, li spinse verso di lui. — Scommetto sei pence che
non riuscirete a riordinarli prima che io sia tornata dal bagno.
— Scommessa accettata. — Robin prese un triangolo e un anello e cercò di
unirli.
Era arrivato il momento. Nessun uomo avrebbe permesso che una donna
lo battesse in una cosa come quella. Lo sforzo di rimettere insieme quello
stupido rompicapo l’avrebbe assorbito talmente che non si sarebbe accorto
della sua mancanza per almeno mezz’ora.
Maxie si allontanò dal tavolo, tenendosi la sacca stretta al fianco. Poiché
avevano pagato il cibo quando avevano fatto la loro ordinazione, poteva
andarsene con la coscienza pulita. Attraversò la sala da mescita, dirigendosi
verso la porta che si apriva sul cortile sul retro. Una volta fuori, Maxie
imboccò rapida il vicolo che correva parallelo alla strada principale, dietro alle
case.
La sua soddisfazione fu di breve durata. Il vicolo era molto corto, poche
decine di metri, e quando ritornò sulla strada principale per poco non si
scontrò con Robin, che, appoggiato al muro di un giardino, le braccia
conserte, la stava aspettando.
— Dovete proprio avere una bassa opinione della mia intelligenza, se
pensate di potermi ingannare così facilmente — le disse bonariamente.
Lei lo fissò furibonda, e per la prima volta pensò che quell’imbecille
l’avrebbe davvero accompagnata fino a Londra. — Il problema non è la vostra
intelligenza, ma la vostra presunzione. Non voglio che mi facciate da scorta,
non voglio la vostra compagnia, e nemmeno desidero il vostro cibo. E adesso
lasciatemi in pace!
Si voltò e si avviò lungo la strada. Robin le rimase al fianco. Girandosi
furente verso di lui, sibilò: — Vi ho avvertito. Credetemi, sono perfettamente
in grado di badare a me stessa.
Stava per aggiungere qualcosa, quando lui la zittì con un gesto, — Arriva
gente. Se volete continuare la vostra mascherata, non fate scene qui.
La voce di Maxie aveva attirato l’attenzione di parecchia gente, ma questo
non le avrebbe impedito di continuare a gridare comunque, tanto era
furibonda, se non avesse notato lo sguardo di Robin. I suoi occhi azzurri
avevano ora una profondità insondabile, la cupezza di un uomo che nella vita
ha visto più l’ombra che il sole.
Era più vecchio di quanto lei non avesse pensato, probabilmente aveva
passato i trenta. Lo fissò, con la sensazione di trovarsi di fronte un pericoloso
sconosciuto.
Prima che Maxie potesse reagire, Robin l’afferrò per un braccio e si avviò
con lei verso la campagna aperta. Mentre superavano un gruppo di persone
incuriosite dalla scena di prima, una donna di una certa età esclamò, con un
pesante accento dello Yorkshire: — Ehi, Daisy, non è quello là il gentil…
— No — tagliò corto Robin in tono deciso e sfoderò un sorriso smagliante
che la fece restare a bocca aperta dall’ammirazione. Lasciandosi alle spalle un
mormorio di voci, Robin guidò Maxie fino in fondo alla strada prima che
qualcuno avesse il tempo di dire qualcosa di più.
Fumante di rabbia, la ragazza si domandò se era il caso di mettersi a
gridare chiedendo aiuto alla gente del paese, ma scartò subito l’idea, perché
ciò avrebbe richiesto infinite spiegazioni, per non parlare dell’eloquenza di
Robin, che gli avrebbe permesso di discolparsi da qualsiasi accusa lei gli
avesse rivolto.
Inoltre non si sentiva minacciata da lui. Anzi, aveva la sensazione che,
sotto sotto, fosse lui quello che correva più rischi.
Maxie aspettò che avessero superato una curva e non fossero più in vista
del villaggio, poi si fermò e si liberò con uno strattone. — Se avevo ancora
qualche dubbio sull’opportunità di viaggiare con voi, adesso non ne ho più —
fece rabbiosamente. — Siete arrogante, egocentrico…
— Avete perfettamente ragione, sono un presuntuoso — ammise lui in
tono deciso. — Ma farete bene a rassegnarvi all’idea perché intendo vedervi
arrivare a destinazione sana e salva.
Maxie allungò il braccio verso il pugnale, ma lui le afferrò il polso. Anche
se la teneva senza farle male, era impossibile sottrarsi alla sua stretta.
— Non farlo, Maxie — le disse, fissandola con uno sguardo che aveva la
stessa forza implacabile della sua stretta. — Tu sei una delle due donne più
straordinarie che io abbia mai conosciuto, ma sei anche una straniera in un
paese in un grande stato di tensione. Oltre ai soliti briganti, ci sono per le
strade soldati appena congedati dall’esercito che non riescono a trovare
lavoro e muoiono di fame, poi agitatori che vogliono rovesciare il governo, e
Dio sa chi altri ancora. Potresti anche cavartela senza problemi fino a Londra,
ma è poco probabile. Ti garantisco che con me sarai più al sicuro che con
chiunque altro.
Maxie avrebbe potuto reagire e opporsi, ma in quegli ultimi minuti aveva
cambiato completamente opinione sulla inettitudine del suo compagno. Il
suo desiderio di proteggerla pareva genuino. Probabilmente era mosso anche
da altri motivi, meno onorevoli, ma lei era abituata a resistere ai tentativi di
seduzione e non lo riteneva il tipo da prenderla con la forza. Se proprio avesse
voluto una donna, non doveva fare altro che distribuire un paio di quei suoi
seducenti sorrisi in qualche paese e le donne lo avrebbero seguito come i topi
il pifferaio di Hamelin.
Non escludendo in cuor suo la possibilità di fare qualche nuovo tentativo
di fuga in futuro, gli disse freddamente: — Benissimo, signor Andreville.
Devo rassegnarmi all’inevitabilità della tua compagnia, almeno per il
momento. Ricordati soltanto di tenere le mani a posto o ti ritroverai con dei
moncherini ai polsi.
— Preferirei giocare con una tigre, piuttosto. — Ogni traccia di cupezza era
scomparsa e l’uomo era ridiventato l’incantatore che Maxie aveva incontrato
nella foresta. Ma lei non avrebbe mai dimenticato quello che aveva visto per
un momento.
— E chi è l’altra delle due donne straordinarie? — non poté fare ameno di
chiedergli, mentre lui le lasciava il polso.
— Una mia amica — sorrise lui. — Ti piacerebbe.
— Ne dubito. — E si voltò per riprendere il cammino. Ci sarebbe stata luce
ancora per un’ora, quindi tanto valeva andare avanti. — Spero che la tua
aristocratica persona riesca a sopravvivere sotto un cespuglio, in mancanza di
granai.
— Ci sono posti peggiori in cui dormire — ribatté lui, affiancandola. — In
una prigione, per esempio. Quasi tutte sono posti orribili.
— Sei stato in molte prigioni? — Maxie sospettava che ne avesse
conosciute parecchie e sperava che fosse stato solo per motivi di
vagabondaggio, anche se molto probabilmente quell’uomo aveva dovuto
scontare colpe anche più gravi.
— In alcune — ammise lui. — La migliore era un castello in Francia, dove
c’era buon cibo e vino e avevo un duca per compagnia.
Da come gli scintillavano gli occhi, Maxie indovinò che si era inventato
questa storia e che sapeva bene che lei lo sapeva. — Non sembra male. E la
peggiore?
— Quella di Costantinopoli — rispose lui, dopo un attimo di riflessione. —
Io non parlavo turco e non conoscevo nemmeno i giochi d’azzardo del posto.
Era una situazione molto spiacevole. Ma proprio là ho conosciuto un cinese
molto interessante.
Si diressero verso una brughiera desolata, mentre la duttile voce da tenore
di Robin snocciolava una storia improbabile di sommosse e fughe. Era senza
dubbio un furfante, ma mentre lo stava a sentirò, Maxie poteva
momentaneamente dimenticare la pena che provava per suo padre.
4

Poco prima del tramonto incontrarono una famiglia di zingari diretti verso
nord. Poiché erano dei calderai, Robin acquistò da loro, per la principesca
somma di due scellini, dei malconci utensili da cucina, una vecchia coperta di
piccole dimensioni, e un rasoio. Scambiò inoltre la sua bella sacca con una
molto più dozzinale e malridotta, ma grande a sufficienza da contenere i suoi
nuovi beni.
Continuarono il loro cammino fino a che Robin non indicò a Maxie una
piccola piramide di pietra sulla destra. Stavano percorrendo una strada che
attraversava là brughiera deserta e ormai da un’ora non incontravano più
fienili o tettoie sotto cui ripararsi per la notte.
— Quello è un segnale degli zingari — osservò Robin. — Indica che c’è un
accampamento più avanti sul sentiero.
Dopo dieci minuti di cammino lungo un sentiero segnato molto
approssimativamente arrivarono a un avvallamento nel terreno che non era
visibile dalla strada principale. Dei piccoli alberi riparavano dal vento, un
ruscello forniva l’acqua da bere, e c’era anche dove accendere il fuoco in
mezzo a un cerchio di pietre. Da sola Maxie non avrebbe mai trovato quel
posto.
L’aria era già un po’ più fredda e così, mentre il cielo si faceva sempre più
buio, i due raccolsero della legna per il fuoco. Maxie usò il suo acciarino, poi
montò una sbarra trasversale a cui appese una pentola d’acqua.
Quando l’acqua cominciò a bollire Robin emerse dal buio con le braccia
piene di grandi fasci d’erba.
— Felce aquilina — spiegò mentre posava il suo carico. — Con questa
possiamo farci un letto più che decente.
— Vuoi dire due letti più che decenti, immagino — l’osservò in tono gelido
lei, versando acqua bollente su un pizzico di foglie di tè.
— Naturalmente — fece Robin in tono serio, ma gli occhi ridevano
divertiti per il suo sospetto. Fece ancora tre spedizioni nel bosco, poi sistemò
le felci a mo’ di pagliericcio ai lati opposti del fuoco. Tutto era abbastanza
decoroso e per di più comodo, come notò sorpresa Maxie quando provò il suo
insolito giaciglio.
Quando i letti furono pronti, Maxie porse una tazza di tè a Robin, che
stava seduto a gambe incrociate davanti al fuoco. In un amichevole silenzio i
due sorseggiarono la bevanda calda. Benché all’inizio Maxie avesse avuto dei
timori per l’inaspettato compagno di viaggio, l’atteggiamento pratico di Robin
le rendeva tutto molto facile. Adesso che si era rassegnata alla sua presenza,
si sentiva straordinariamente a suo agio insieme a lui. Le pareva impossibile
che si conoscessero solo da poche ore.
Mise dell’altra acqua a bollire e, quando ebbe finito il suo tè cinese,
preparò una tazza di uno speciale infuso di erbe.
Robin arricciò il naso sentendo l’aroma di quelle erbe. — Che cosa stai
preparando adesso?
— È un tè per le donne — spiegò Maxie.
— E che cosa lo renderebbe indicato per il sesso femminile in particolare?
— Impedisce il concepimento — ribatté lei, spirita da un malizioso
desiderio di sconcertarlo. — Quando mi sono messa in viaggio sapevo che
forse non sarei stata in grado di evitare di essere aggredita, ma perlomeno in
questo modo posso proteggermi dalle peggiori conseguenze di un’eventuale
violenza.
Il viso di Robin si trasformò in una maschera completamente
inespressiva. — Sei proprio dotata di grande sangue freddo.
Maxie bevve un sorso della bevanda caldissima e amara. — Non mi sono
mai potuta permettere il lusso di evitare gli aspetti spiacevoli della realtà.
— Sei mai stata violentata? — chiese lui molto piano.
— No.
Lui abbassò gli occhi sul suo tè. — Ne sono lieto. È una cosa che non
augurerei a nessuna donna. — Il suo viso e la sua voce ora erano offuscati
dall’ombra che lei aveva già notato in precedenza.
Maxie cambiò posizione, a disagio. La sua intenzione era stata quella di
sconcertarlo, non di evocare in lui brutti ricordi. Tuttavia dopo quelle poche
parole fu assolutamente sicura che, qualsiasi altra cosa le potesse capitare,
non avrebbe mai dovuto temere di essere violata da lui.
Cercando di alleggerire l’atmosfera, infilò la mano in tasca per prendere la
sua armonica e si mise a suonare. L’espressione di Robin si addolcì, mentre si
sdraiava sul giaciglio di felci, le braccia incrociate sotto la testa.
Mentre suonava le lamentose note di una ballata di frontiera, Maxie
studiò il suo compagno. Da come parlava e dai suoi modi cortesi era chiaro
che apparteneva a una classe privilegiata. Perché allora era stato esiliato nel
mondo dei comuni mortali che devono lottare per vivere? Le colpe di suo
padre Maximus erano state quelle solite della giovinezza, il gioco d’azzardo e
le donne, ma c’era qualcosa in Robin che la spingeva a credere che la sua
rovina non fosse dovuta a quei vizi convenzionali.
La luce tremolante del fuoco gli indorava i capelli biondi, e il suo profilo
distante era perfetto. Forse non era stato bandito per qualcosa che aveva
fatto, ma apparteneva a una famiglia caduta in rovina. O forse era un figlio
illegittimo e, dopo avere ricevuto un’educazione più che adeguata, era stato
gettato nel mondo perché se la cavasse da solo. Maxie pensò che
probabilmente non avrebbe mai saputo la verità su di lui.
Continuò a suonare ancora per un po’, poi ripose la sua armonica e tolse
dalla sacca il mantello.
— Buonanotte — la voce di Robin era appena udibile nel vento che
passava sull’erba della brughiera. — Grazie per il concerto.
— Non c’è di che. — Mentre si avvolgeva nel mantello Maxie ammise tra
sé e sé che avrebbe dormito meglio ora che c’era lui nelle vicinanze.

Maxie si svegliò di colpo sentendo uno strano rumore e subito portò la


mano al pugnale. Sulle prime pensò che quel suono strozzato fosse di
qualche animale, ma quando il rumore si ripeté, si rese conto che veniva
dall’altro pagliericcio.
Chiedendosi se Robin non avesse per caso un attacco d’asma, si alzò e gli
si inginocchiò accanto. Alla luce delle stelle il suo viso era una macchia
pallida, respirava a fatica, con brevi respiri spezzati e si agitava inquieto,
facendo frusciare le felci.
— Robin? — lo chiamò, posandogli una mano sulla spalla.
Sentì i muscoli guizzare sotto le dita. Il rantolio cessò e gli occhi del suo
compagno si aprirono, anche se era troppo buio per vederne l’espressione. —
Avevo un incubo? — chiese con voce rauca.
— Credo di sì. Ricordi il tuo sogno?
— No, non molto. — E respirò faticosamente. — È tutta colpa della mia
cattiva coscienza.
— Hai spesso incubi?
— Molto spesso. — E si massaggiò la faccia. — Scusa se ti ho svegliata.
Lei stava per fargli altre domande quando vide un debole baluginio di
lacrime sulla sua guancia. Non c’era da stupirsi che cercasse così
disperatamente di far finta di niente. Maxie posò una mano sulla sua. —
Niente di male, ho il sonno molto leggero. — Sentì che Robin aveva le dita
gelide e non certo per colpa della frescura della notte. — È meglio essere
svegliata da te che da un lupo affamato.
Poi tornò al suo pagliericcio per cercare di sfruttare al meglio il resto della
notte. Ma il sonno non veniva, anche se il respiro di Robin si fece presto
tranquillo e regolare.
Gli indiani Irochesi davano molta importanza ai sogni, considerandoli
l’espressione dei desideri dell’anima, che dovevano essere soddisfatti. Sua
madre poi sosteneva che gli incubi erano ferite dell’anima che dovevano
essere curate.
Se Desdemona Ross avesse saputo in anticipo quali difficoltà si dovevano
affrontare per cercare una giovane donna in fuga, avrebbe ceduto quel
compito all’individuo che suo fratello voleva assoldare. Ma ormai aveva
iniziato la sua ricerca, e si rifiutava di ammettere che l’impresa fosse troppo
ardua per lei.
L’indagine le era sembrata un semplice esercizio di deduzione logica.
Conoscendo le origini di sua nipote, Desdemona aveva calcolato la distanza
che una buona camminatrice era in grado di coprire in un giorno, poi aveva
individuato i tre più probabili itinerari e aveva cominciato a fare domande
presso le locande e le stazioni di posta dislocate lungo il percorso.
Naturalmente aveva chiesto informazioni su un ragazzo, certa che sua nipote
fosse una ragazza troppo sensata per viaggiare in abiti femminili.
Le sue domande non le servirono a nulla, dopo tre giorni di vane ricerche
Desdemona era già stanca di tutta la faccenda, solo la sua straordinaria
testardaggine la spingeva a continuare.
La sua fortuna cambiò quando giunse a una locanda chiamata Re
Riccardo. Era mezzogiorno e uno sparuto gruppo di persone stava
sorseggiando della birra nella sala da mescita quando Desdemona fece il suo
ingresso. Si diresse subito verso la donna che stava dietro il bancone. —
Scusate, signora, sto cercando mio nipote. Il ragazzo è scappato da scuola e
può darsi che sia passato da qui.
— Davvero? — fece la locandiera con profondo disinteresse.
— È alto più o meno così — fece Desdemona, indicando l’altezza con la
mano. — Ha la carnagione scura, ma probabilmente portava un cappello per
nascondere la faccia. Era vestito in modo da non attirare molto l’attenzione.
— C’era un ragazzo così l’altro giorno qui — la risposta non venne dalla
padrona della locanda, ma da una vecchia sdentata che stava all’altra
estremità del locale. La donna si alzò faticosamente in piedi e si avvicinò a
Desdemona. — Comunque si è trovato un amico.
— Oh? — fece Desdemona in tono incoraggiante.
Furono raggiunte da un’altra donna, robusta che fumava una pipa di
terracotta. — Sì, e se era vostro nipote, potete stare tranquilla. Era con lord
Robert Andreville. Forse sua signoria lo conosce visto che siete tutti
imparentati voi altri dell’alta nobiltà. Lord Robert deve avere riconosciuto il
ragazzo e poi se lo sarà portato a casa sua per rimandarvelo indietro.
La vecchia dissentì. — Quel gentiluomo te l’ha detto che non era lord
Robert.
— Guarda che ci vedo bene io, nonna. Quello era lord Robert, anche se
non voleva dirtelo — insistette la fumatrice di pipa. — L’ho visto qui a York
prima di Natale. Quella testa gialla non poteva essere che sua.
Prima che la vecchia potesse dissentire di nuovo, Desdemona chiese: — E
che cosa è successo?
— Il ragazzo e sua signoria hanno mangiato un boccone qui — si intromise
la locandiera, ormai incuriosita dalla discussione. — Erano là, seduti
nell’angolo, ecco come mai nessuno ha riconosciuto lord Robert. Dopo avere
finito di mangiare, il ragazzo è uscito sul retro.
— Sì, quello ha cercato di filarsela ancora — intervenne la fumatrice di
pipa. — Ecco perché deve essere proprio il ragazzo che cercate. Sua signoria
però lo ha ripescato fuori e poi l’ha fatto venir via con lui.
Desdemona corrugò le sopracciglia, — Volete dire che l’ha costretto?
L’altra annuì. — Ha preso il ragazzo per un braccio e se l’è tirato dietro
fuori dal paese. Doveva avere una carrozza che lo aspettava, mica che un
signore così può andare molto lontano a piedi.
Naturalmente Desdemona conosceva gli Andreville, almeno di fama, e
sapeva che la loro residenza principale era nelle vicinanze. Ma era
impossibile che qualcuno di quella famiglia potesse conoscere Maxima, che si
trovava in Inghilterra solo da pochi mesi. — Parlatemi di questo lord Robert.
Un coro entusiasta si affrettò ad accontentarla: lord Robert era il figlio
minore del marchese di Wolverhampton, aveva fatto cose terribili e
pericolosissime durante le Guerre, era bello come un angelo caduto e un
diavolo con le signore. Il fervore con cui le donne raccontavano le sue
imprese mostrava quanto esse fossero fiere di quella pecora nera.
Se anche solo la metà di quelle storie era vera, ne emergeva un ritratto
allarmante. Lord e lady Collingwood le avevano detto che Maxima era
straordinariamente attraente, proprio il tipo che attira le sgradite attenzioni
di un libertino. A quanto pareva quel dissoluto lord Robert non si era lasciato
ingannare dal travestimento della ragazza e l’aveva costretta a seguirlo, con
scopi tutt’altro che onorevoli.
Con espressione tetra Desdemona domandò: — Come posso raggiungere
Wolverhampton da qui? — Poi, dopo avere ricevuto le indicazioni, tuffò la
mano nella sua reticella e posò una ghinea d’oro sul bancone. — Vi ringrazio
del vostro aiuto, signore. Bevete un paio di birre alla mia salute.
Quindi uscì e si diresse verso la sua carrozza, ignorando i brindisi in suo
onore. Era troppo intenta a pensare a quello che avrebbe fatto a
quell’aristocratico depravato che voleva rovinare una fanciulla innocente.

Il marchese di Wolverhampton aveva deciso che quel pomeriggio avrebbe


sbrigato la sua corrispondenza. Charles, il suo segretario, gli avrebbe letto la
prima lettera, lui gli avrebbe dettato la risposta, e poi sarebbero passati alla
successiva. Tutto perfettamente normale. E di una noia mortale.
Quella tranquilla routine fu completamente sconvolta dall’irruzione di
un’amazzone furibonda nella biblioteca. — Non mi importa affatto che lord
Wolverhampton sia occupato! — sbraitò la donna entrando a grandi passi
nella sala. — Mi vedrà adesso!
Era seguita da un valletto paonazzo in volto e agitato. — Mi spiace, vostra
signoria, ma lady Ross insiste a volervi vedere — esclamò in tono di scusa. —
È qui per lord Robert.
Giles alzò subito gli occhi dalle sue lettere. Robin era scomparso tre giorni
prima. Benché il fratello l’avesse avvertito di non angustiarsi se un giorno o
l’altro fosse ripartito improvvisamente per i suoi vagabondaggi, Giles trovava
difficile non farsi prendere da una certa preoccupazione.
Batté le palpebre stupito vedendo la nuova arrivata che puntava dritta su
di lui come una nave a vele spiegate, con il largo mantello svolazzante, i
nastri della cuffia al vento e un parasole in pugno, come un’arma. Alta e
giunonica, quando era d’umore più allegro doveva essere una bella donna, ma
adesso, furiosa com’era, non era una vista adatta ai deboli di cuore.
Chiedendosi che cosa mai potesse avere a che fare con Robin quella
donna, Giles si alzò cortesemente in piedi. — Sono Wolverhampton. Avete
notizie di mio fratello?
— Così nemmeno voi sapete dove si trovi — ribatté accigliata lady Ross.
— È via da parecchi giorni e non so nemmeno se tornerà — disse Giles,
cercando di richiamare alla mente quello che aveva sentito su lady Ross.
Anche se il nome gli era familiare, non ricordava in quale contesto gliene
avevano parlato. — Dovevate discutere qualche questione con lui?
— Più che discutere io con lui, la questione è che cosa lui abbia fatto a mia
nipote — fece sua signoria guardando cupa il marchese. — Le testimonianze
che ho raccolto sembrano indicare che vostro fratello ha rapito mia nipote. —
E lady Ross gli raccontò rapidamente che cosa era accaduto, poi gli fece un
resoconto di quanto aveva sentito nella locanda. — La gente ama raccontare
storie scandalose sulla nobiltà locale — osservò Giles. — Io non do’ loro
molte occasioni di spettegolare, ma lord Robert è una figura romantica e
attraente. Sono certo che gli basterebbe solo rivolgere un sorriso a una
ragazza di qui perché i miei fittavoli pensino che lui sia un grande seduttore.
— E Giles rifletté per un attimo. — E anche se mio fratello fosse stato visto in
compagnia femminile, siete sicura che fosse vostra nipote? Visto che è
scappata, potrebbe essere quasi dovunque.
— Sono certa che Maxima si trovi in questa zona e la descrizione della
gente del paese si adattava perfettamente a lei — ribatté lady Ross, decisa a
non arrendersi. — Io temo il peggio.
Il marchese tirò un profondo sospiro. — Non avete prove che Robin si sia
comportato male o addirittura che lui e vostra nipote si conoscano. Anche se
comprendo la vostra preoccupazione, vi consiglio di non lanciare accuse
infondate contro mio fratello. Buona giornata, lady Ross. Il mio valletto vi
accompagnerà alla porta — così dicendo l’uomo si sedette di nuovo,
ritornando alla sua corrispondenza.
La visitatrice a quel punto avrebbe dovuto accettare il suo congedo e
andarsene, ma il valletto mandò uno strillo di paura e il marchese colse con
la coda dell’occhio un rapido movimento. Alzò il capo giusto in tempo per
vedere il parasole di lady Ross fendere l’aria. Prima che Giles si potesse
muovere, l’oggetto sbatté con forza davanti a lui sulla scrivania, mancandolo
di pochi centimetri e facendo volare le sue carte sul tappeto.
— Non illudetevi di potermi licenziare come uno dei vostri servi,
Wolverhampton — ringhiò la donna, mentre lui la fissava stupefatto e
incredulo. — Vi conosco di fama. Invece di sedere in parlamento, ve ne state
qui a oziare nello Yorkshire, ignorando le vostre responsabilità. Con un
esempio come voi davanti, non c’è da stupirsi che vostro fratello sia diventato
un fannullone. — E incurvò le labbra piene in un sorriso sardonico. — Anche
se forse c’è da ringraziare il cielo che voi non sfruttiate il privilegio che vi
spetta di sedere alla camera dei lord. Con le vostre vedute, fareste sembrare
misericordioso anche Attila in persona.
Giles non era mai stato scortese con una donna in vita sua, ma erano
bastati quei pochi minuti con lady Ross a operare una metamorfosi dentro di
lui. Balzò in piedi e si chinò verso di lei, le mani strette a pugno puntate sulla
scrivania. — Frequento la camera dei lord tutte le volte che viene discusso un
problema di una certa importanza, ma le mie responsabilità stanno
soprattutto qui. Non c’è miglior fertilizzante per una terra che la presenza del
padrone sul posto. E trovo che il mio tempo sia speso meglio ad
amministrare le mie terre che non a giocare al faraone e a rovinare la
reputazione della gente a Londra.
Rendendosi conto in ritardo di avere reagito in maniera immatura,
aggiunse in tono più pacato: — Ma questi non sono affari vostri.
Il parasole ebbe un guizzo e per un attimo il marchese pensò che lady
Ross l’avrebbe usato a mo’ di mazza da cricket.
Invece la donna disse a denti stretti: — Scusatemi. È noto a tutti che le
vostre proprietà sono un modello di amministrazione avanzata. Non avrei
dovuto parlare come ho fatto. — Con l’aria di soffrire orribilmente per quelle
sue scuse, continuò: — Immagino che vostro fratello abbia sviluppato i suoi
vizi bestiali senza il vostro aiuto.
— Vi consiglio di allontanarvi prima che le vostre accuse infondate mi
facciano dimenticare che sono un gentiluomo — ribatté Giles per nulla
placato. — Mi spiace molto che vostra nipote sia scomparsa, ma non posso
fare nulla per aiutarvi.
— Sono stata una stupida a sperare nella vostra collaborazione — esclamò
disgustata lady Ross. — La gente della vostra risma è capace di rovinare una
ragazza con la stessa disinvoltura con cui butta via una cravatta. Sono venuta
qui sperando che lord Robert avesse capito che mia nipote aveva bisogno di
protezione e di essere restituita alla sua famiglia. Scopro invece che l’ha
portata via contro il suo volere e che voi gli state fornendo una copertura per
il suo crimine. Comunque Maxima non è priva di appoggi familiari e io vi
giuro che se lord Robert ha in qualche modo danneggiato lei o il suo buon
nome, sarà costretto a pagare per questo.
Il marchese afferrò tutt’a un tratto le implicazioni di quel discorso: — Ah,
è a questo che si riduce tutta la faccenda. Vostra nipote è partita lancia in
resta per sedurre lord Robert. Così voi venite qui a piangere protestando che
è stata disonorata e che deve essere fatta giustizia, sperando in questo modo
che io costringa mio fratello a sposarla. Be’, non funzionerà, milady, né con
mio fratello, né con me. Se Robin se n’è andato con lei, vuol dire che la
ragazza era consenziente.
Si chinò in avanti, le spalle contratte dalla rabbia. — Ascoltatemi bene lady
Ross, vi do la mia parola che mio fratello non sposerà mai una ragazzetta di
pochi scrupoli che tenta di intrappolarlo.
Se il parasole di lady Ross fosse stato una spada, ci sarebbe stato un
omicidio. — Credetemi — ringhiò Desdemona, gli occhi grigi scintillanti di
collera — non ho la minima intenzione di costringere mia nipote a sposare un
fannullone degenerato e mi opporrei a tutta la famiglia o a chiunque altro
intendesse forzarla. Quello che intendo davvero fare, però, è assicurarmi che
vostro fratello finisca nel carcere di Newgate. Ricordate, Wolverhampton, che
il rapimento è un delitto capitale. E non illudetevi di potergli comprare la
libertà con la vostra influenza. Io stessa non sono priva di appoggi e, se è
stato commesso un crimine, intendo fare in modo che lord Robert venga
punito dalla legge con la massima severità.
E con questo girò sui tacchi e si avviò verso la porta, impugnando il
parasole come un bastone. — Se vostro fratello tornasse qui da voi, fareste
bene a consigliargli di lasciare l’Inghilterra, subito e definitivamente.
Fu solo quando lady Ross ebbe raggiunto la porta, che il marchese ricordò
finalmente chi era: una riformatrice intellettualoide che godeva dell’appoggio
dei più noti uomini politici di entrambi i partiti. Giles, che ne sentiva parlare
da anni, aveva immaginato che fosse molto più vecchia. Invece la focosa
riformatrice era di parecchi anni più giovane di lui, non poteva avere molto
più di trent’anni.
Maledizione, con la sua influenza avrebbe potuto creare non pochi fastidi
alla famiglia Andreville, anche nel caso che Robin non avesse fatto nulla di
illegale. Dopo avere bofonchiato un’imprecazione sotto voce, Giles chiamò la
donna: — Fermatevi un momento, per favore, lady Ross.
L’altra si voltò. — Sì? — fece in tono minaccioso.
Giles attraversò la stanza e raggiunse la sua visitatrice, dicendole nel suo
tono più conciliante. — Non avremmo dovuto lasciarci prendere la mano
dalla rabbia. È naturale che voi siate preoccupata per vostra nipote, ma credo
davvero che stiate commettendo un errore. Quello che importa ora,
comunque, è ritrovare la ragazza e dubito che la troverete insieme a mio
fratello. È vero, esistono certamente uomini che non hanno scrupoli con le
donne, ma Robin non è uno di quelli.
Per un attimo il viso di lady Ross si addolcì, poi tornò a farsi severo. — Voi
avete fama di essere un uomo giusto e trovo encomiabile la vostra lealtà nei
confronti di vostro fratello. Purtroppo però gli uomini, pur essendo capaci di
lealtà tra loro, non ci pensano due volte quando si tratta di danneggiare una
donna. Se lord Robin è stato tanto a lungo assente dall’Inghilterra, siete
davvero sicuro di potere prevedere quello di cui è o meno capace?
Quella dannata donna aveva ragione: emotivamente Giles credeva in suo
fratello, tuttavia doveva ammettere suo malgrado che Robin non avrebbe
potuto sopravvivere a dodici anni di spionaggio nel cuore dell’impero di
Napoleone se non ci fosse stata in lui una buona componente di crudeltà. —
Sì, Robin non è stato molto a contatto con forze diverse da quelle del bel
mondo inglese, ma sono certo che non farebbe mai del male a un’innocente.
Lady Ross si strinse nelle spalle e si voltò. — Vedremo. Non smetterò di
cercare fino a quando non avrò trovato mia nipote. E che Dio aiuti vostro
fratello, se le ha fatto del male.
Con queste parole la donna se ne andò, Giles fissò la porta chiusa per un
lungo istante, con l’impressione che la guglia della chiesa gli fosse caduta
addosso. Nessuno l’aveva mai fatto arrabbiare tanto in vita sua, eppure non
era fiero di come si era comportato con lady Ross.
Tornò verso il centro della stanza scuotendo la testa e chiese al segretario,
che aveva assistito alla scena affascinato e inorridito al tempo stesso: — E voi
che cosa ne pensate di tutto questo, Charles?
L’altro esitò, poi rispose con molto tatto: — Credo che non mi piacerebbe
dover subire la collera di lady Ross.
— E se Robin si stesse trastullando con la nipote della signora? Non pensi
che potrebbe finire a friggere davvero nei guai?
— Temo proprio di sì, milord — fece tristemente il segretario.
Il marchese sprofondò nella sua poltrona di cuoio e rifletté. Per quando
assurdo potesse sembrare, quella ragazza scomparsa, Maxima, doveva essersi
messa in viaggio per Londra a piedi. In caso contrario lady Ross non avrebbe
potuto avere l’assoluta certezza che sua nipote si trovasse nel sud dello
Yorkshire una settimana dopo avere lasciato Durham.
Il giorno della sua scomparsa, Robin aveva deciso di esplorare il bosco
verso ovest, e la strada che attraversava quel bosco poteva essere stata scelta
da qualcuno che da Durham si dirigesse a sud. Robin era alla deriva dal punto
di vista sentimentale: se avesse incontrato una ragazza attraente, magari un
po’ scervellata non era da escludere che avesse impulsivamente deciso di
accompagnarla. Non era un libertino, ma nemmeno era un santo, e non era
certo consapevole della portata dello scandalo che un’eventuale relazione con
quella donna in particolare avrebbe creato.
Robin doveva avere ben poco denaro con sé, Maxima Collins non poteva
averne, perché in tal caso avrebbe preso una carrozza per Londra. Secondo
Giles un’avventura romantica senza il becco di un quattrino doveva essere
maledettamente scomoda, ma lui era un noioso conservatore, naturalmente.
Che Robin avesse deciso di scortare la ragazza fino a Londra? Che
pensiero rassicurante! Quella era esattamente una delle imprese
donchisciottesche tipiche di suo fratello. Comunque, se la fanciulla aveva
venticinque anni ed era consenziente, la situazione si sarebbe ben presto
trasformata in qualcosa che la zia della ragazza non avrebbe certo approvato.
Lady Ross, tra l’altro, gli era parsa più agitata di quanto non richiedessero
le circostanze. Forse in quella storia c’era qualcosa più di quello che aveva
voluto ammettere davanti a lui.
Ricordando la rabbia della donna quando lui aveva insinuato la possibilità
che lei tramasse insieme alla nipote per intrappolare Robin, Giles decise che
lady Ross era in buona fede, ma ciò non significava che lo fosse anche la
nipote. Considerando la sua fortuna e il suo fascino personale, Robin era un
ottimo partito. Forse la ragazza se n’era accorta e aveva pensato di
approfittare della situazione.
Qualsiasi cosa fosse accaduta, i fatti certi erano che Robin era scomparso
e lo stesso valeva per la signorina Collins; e che i due erano stati
presumibilmente visti insieme. Bisognava desumerne che si stavano
dirigendo a sud, verso Londra. Se si fossero trovati in qualche guaio, Robin
avrebbe avuto delle difficoltà.
Intanto lady Ross inseguiva i fuggitivi, mandando fuoco e fiamme. Se li
avesse trovati i risultati sarebbero stati maledettamente spiacevoli. Uno
scandalo, avrebbe danneggiato l’Innocente Indifesa più che Robin, ma una
lady Ross in cerca di vendetta sarebbe stata troppo arrabbiata per
preoccuparsene.
E se Robin era indifferente alla possibilità che scoppiasse uno scandalo, il
marchese indifferente non lo era di certo, e avrebbe preferito di gran lunga
evitare pettegolezzi e tenere le cose in famiglia. Questo voleva dire che
doveva lui stesso mettersi all’inseguimento dei fuggitivi. Con un po’ di
fortuna li avrebbe trovati prima di lady Ross, in tempo per evitare una
catastrofe.
Tristemente Giles pensò a quanto odiava viaggiare. Lunghe ore su una
carrozza traballante, lenzuola umide, pasti quasi immangiabili. E non aveva
nemmeno un valletto, visto che il suo se n’era appena andato e non era
ancora stato rimpiazzato.
E oltre a tutte quelle scomodità, si sarebbe sentito un maledetto idiota a
inseguire per la campagna una sgualdrinella americana, una spia in pensione
e una riformatrice che sputava fuoco.
Mentre contemplava questa prospettiva, il marchese di Wolverhampton si
scoprì a sorridere.
5

Maxie si sistemò il cappello per ripararsi dal sole, intanto approfittò del
gesto per lanciare un’occhiata di nascosto al suo compagno. E di nuovo provò
una strana sensazione come a volte la afferrava quando guardava Robin. Era
troppo bello, troppo misterioso per essere vero.
Non che fosse difficile parlare con lui, anzi, era l’unico uomo fra quelli che
aveva conosciuto con cui aveva la stessa facilità di dialogo che aveva con suo
padre. Quando Robin si stancava del silenzio, dalla sua bocca sgorgavano
celie e parole come da un ruscello gorgogliante. L’aveva fatta chiacchierare
del paesaggio, del bel tempo, dell’ultima spiacevole guerra tra i loro due
paesi.
Eppure non aveva detto una sola cosa di se stesso che Maxie potesse
credere. Santo cielo, non sapeva ancora nemmeno quale fosse il suo vero
nome. Mai più in vita sua avrebbe detto che misterioso vuol dire silenzioso.
Ancora più sorprendente era il fatto che il suo accompagnatore si stava
comportando da perfetto gentiluomo, tanto perfetto, a dire il vero, che Maxie
cominciava a chiedersi se non ci fosse qualcosa che non andava in lei. Non
che desiderasse essere aggredita, ma almeno quello era un comportamento
che avrebbe capito.
Invece aveva un compagno affascinante e completamente indecifrabile.
Era una cosa sconcertante ed era fin troppo facile dimenticare che,
nonostante il suo fascino, Robin era fondamentalmente un briccone su cui
non si poteva fare il minimo affidamento.
Mentre la strada si addentrava in un boschetto, Robin ruppe il silenzio: —
Ti ho raccontato di quando ho lavorato in un circo in Austria?
— Ma tu dici mai la verità, Robin? — gli chiese lei, invece di dargli corda.
Lui le lanciò un’occhiata offesa. — Qualsiasi stupido è capace di dire la
verità. È per raccontare bene le bugie che ci vuole un autentico talento.
Maxie stava ancora ridendo quando, con un gran fragore di urla e di
zoccoli, due uomini a cavallo sbucarono dal sottobosco. Quando li ebbero
raggiunti, i due si separarono: uno si fermò di colpo davanti a loro e l’altro
alle loro spalle, mentre i cavalli sollevavano nuvole di polvere. Entrambi
avevano il viso coperto da una maschera e impugnavano una pistola.
— Fermatevi e consegnateci tutto quello che avete — urlò uno dei due. Era
un tipo biondo e asciutto, con due occhi da furetto che scintillavano dietro la
sua maschera.
Maxie aveva il cuore stretto dalla paura. Pur essendo disposta ad
affrontare i pericoli della strada, non aveva previsto l’attacco di banditi
armati. E questi due parevano nervosi e molto molto pericolosi.
Accanto a lei Robin alzò le mani. — Dovete proprio essere ridotti male per
rapinare gente come noialtri — disse con calma e con una parlata da
contadino. — Non abbiamo mica niente che vale la pena di rubare, noialtri.
Andate là, sulla Grande Strada del Nord, là dove ci sono tutte quelle carrozze
da ricconi.
— Troppo traffico da quelle parti — borbottò l’uomo alle loro spalle. Bruno
e di corporatura massiccia, teneva la pistola puntata contro il petto di Robin.
— Ci può scappare il morto là.
— Tempi duri — fece il biondo. — Forse non avete molto, ma anche un
paio di scellini sono meglio che niente. Jem, vedi che cosa hanno.
Jem smontò di sella e frugò nelle tasche di Robin, dove trovò una
manciata di monetine. — Non mentiva quando diceva che non hanno molto
— fece in tono irritato.
Il biondo fece un cenno con la sua pistola. — Guarda il ragazzo. Può darsi
che sia lui a portare soldi o preziosi.
Maxie si irrigidì durante la perquisizione di Jem, pregando in cuor suo
che, sotto i suoi larghi indumenti, l’altro non scoprisse curve, insolite per un
ragazzo. Benché avesse teoricamente accettato la possibilità dello stupro, le
era impossibile rimanere fredda e distaccata mentre un criminale le passava
le mani rozze su tutto il corpo e le alitava il suo respiro avvinazzato sulla
faccia.
Per fortuna si era strettamente fasciata i seni, cosa che impedì al bandito
di scoprire il vero sesso della sua vittima. Il malvivente non trovò nemmeno
il pugnale nascosto nello stivale. Non ci mise molto, però, a scoprire le tasche
interne della giacca, da cui estrasse la sua armonica. — Che cosa è questa,
Ned?
— Una specie di organetto a bocca — rispose l’altro. — Potrà valere un paio
di scellini.
Maxie, si morse la lingua per frenare la sua istintiva protesta. Se non
altro, non aveva trovato gli orecchini che erano nella stessa tasca.
Le fu più difficile trattenersi quando trovarono l’orologio di suo padre. Il
bandito mandò un fischio quando lo tirò fuori. — Avevi ragione, è il ragazzo
che ha i preziosi. Questo è d’oro e vale un bel po’ di quattrini.
— Dammelo. — E dopo averlo guardato bene, Ned fece un cenno di
approvazione e se lo infilò nella tasca della giacca. — E adesso guarda il collo
del ragazzo, ha una catena d’argento.
Mentre Maxie si ritraeva dal ribrezzo, Jem infilò un dito lurido sotto il
collo della camicia e tirò fuori la croce. — Be’, che mi prenda un colpo, questo
è proprio il nostro giorno fortunato. — E dopo avere aperto l’allacciatura, le
tolse dal collo la catena e si cacciò in tasca la croce.
— No! — li implorò lei. — Non prendetemela, era di mia madre, è l’unica
cosa che mi è rimasta di lei.
— Peccato — fece Jem con una risata maligna, accingendosi a frugare
nella sua sacca.
Cieca di rabbia Maxie stava per estrarre il pugnale, quando Robin l’afferrò
per il gomito. — Vale molto di più la tua vita — le disse a bassa voce.
E quando lei gli rivolse uno sguardo furente, aggiunse: — Pensaci,
maledizione, credi forse che tua madre vorrebbe vederti morire per un pezzo
di metallo?
A quelle parole Maxie ritornò in sé. Alzò gli occhi e vide che aveva la
canna della pistola di Ned puntata contro.
L’uomo le rivolse un ghigno feroce. — Prova solo a fare un passo verso
Jem e sei morto, ragazzo. — E sfiorò con il dito il cane della pistola. — Forse
vi ammazzerò tutti e due comunque, così non potrete denunciarmi al
magistrato. — Maxie sentì che la mano di Robin sul suo braccio si irrigidiva,
ma il suo compagno di viaggio parlò con voce tranquilla. — Se vi lasciate
dietro due cadaveri sulla strada, allora sì che ci daranno dentro sul serio per
trovarvi. È meglio che ci lasciate qui vivi, noialtri. Tanto non ce la facciamo ad
arrivare in una città in tempo per mettervi nei pasticci.
Con un certo rimpianto Ned dovette ammettere: che l’altro non aveva
tutti i torti.
Maxie si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. Vedendola di nuovo
padrona di sé, Robin le lasciò il gomito.
Jem si diede una pacca sulla tasca. — Questo è un colpo maledettamente
fortunato. Dovremmo rapinare un po’ più spesso questi tipi che vanno a
piedi.
— Jem, hai preso tutto quello che vale la pena di prendere? — chiese Ned.
— Che ne dici della giacca di questo qui? Sembra proprio della tua misura.
Ned osservò la giacca blu di Robin, molto usata ma di buon taglio. — Sì,
buona idea, l’avrà comprata usata di certo, perché non può averla fatta
nessun sarto di queste parti. — E fece un gesto con la pistola. — Levatela.
— Rubare a uno i vestiti che ha addosso non è una bella azione — fece con
aria cocciuta Robin. — Se vuoi la mia giacca, vieni a prendertela.
Maxie si sentì strozzare il respiro in gola. — Non fare lo sciocco, Robin!
— Se mi sparano, sarà rovinata, con i buchi e tutto il sangue — fece con
calma.
— Levagliela tu — ordinò al suo complice Ned.
Jem sogghignò e si strofinò il pugno destro contro il palmo sinistro, felice
di potergli dare una lezione. Poi con una ferocia inaspettata sferrò un pugno
contro la pancia di Robin, facendolo seguire da un altro contro il torace.
Robin rantolò per il dolore e si piegò in avanti, cadendo addosso al suo
aggressore.
Con un’esclamazione di disgusto, Jem lo spinse via, poi gli strappò la
giacca di dosso. Robin non si oppose, pallido in viso e le spalle sussultanti,
mentre cercava di riprendere fiato. Anche Maxie avrebbe voluto colpirlo per
la sua stupida testardaggine.
Jem buttò la giacca al complice, Ned annuì compiaciuto e indicò la strada
con la pistola. — Muovetevi voi due mentre mi sento ancora generoso.
Maxie raccolse le sacche dalla strada polverosa, poi prese Robin per un
braccio e lo tirò verso la strada.
Avevano quasi superato una curva quando sentirono lo scoppio di uno
sparo e si levò uno spruzzo di polvere da terra a pochi centimetri da Robin.
Dalle fragorose risate dei due banditi, Maxie indovinò che lo sparo aveva solo
lo scopo di spaventarli, ma si affrettò a trascinare fuori portata il suo
compagno.
Non appena ebbero sorpassato del tutto la curva, Robin si raddrizzò, come
se le conseguenze dei colpi ricevuti fossero improvvisamente svanite. —
Forza, prendi questo viottolo, dobbiamo scomparire prima che si accorgano di
quello che è successo — disse brusco, prendendo a Maxie la sua sacca.
Lei lo guardò torva. — Di che diavolo stai parlando?
L’altro sogghignò e aprì le mani. Nella sinistra aveva la croce di sua madre
e un fascio di banconote, nella destra la sua armonica.
Lei fissò sbalordita i due oggetti. — E come hai fatto a riaverli?
— Glieli ho sfilati dalle tasche, naturalmente. — E le restituì la croce e
l’armonica, infilando poi il denaro nella sua sacca. — Forza, non c’è tempo da
perdere. — E imboccò con passo veloce il viottolo.
— Lo hai derubato? — Dopo un attimo di sbigottimento, Maxie si infilò
nella giacca i suoi preziosi oggetti e si precipitò dietro di lui. — Robin,
vergognati!
Lui le lanciò un’occhiata allegra. — Dio mi perdonerà, il perdono è
compito suo. — Poi si fece di nuovo serio in volto. — Mi spiace di non essere
riuscito a riprendere l’orologio, ma non sapevo come avvicinarmi a Ned.
Santo cielo, si era deliberatamente lasciato malmenare solo perché lei
riavesse la sua croce! E lei che lo aveva preso per uno stupido! Era un
borsaiolo di prim’ordine: lei non si era accorta di niente, pur avendo
osservato tutto quello che era successo. Prima che potesse dirgli qualcosa,
Robin riprese a parlare. — Per fortuna questa zona è un labirinto di campi e
boschi, non dovrebbe essere difficile scomparire. Dobbiamo dirigerci verso
nord. Se decideranno di inseguirci, penseranno certo che stiamo continuando
in direzione sud.
Dalla strada sentirono degli urli rabbiosi. Maxie fece una smorfia. — È ora
di smetterla di parlare e di metterci a correre.
Per le due ore seguenti zigzagarono a un ritmo massacrante nella
tranquilla campagna, alternando corsa e passo spedito. Il sole stava calando
all’orizzonte quando raggiunsero la cresta di una collina e ai loro occhi si
presentò lo spettacolo di una strada piuttosto larga su cui passavano in quel
momento due carri, un uomo in groppa a un asino, e una decina di placide
mucche. La strada sembrava più trafficata e sicura dei viottoli nascosti che
avevano percorso fino a quel momento.
Si fermarono entrambi. Maxie sentiva tremare di stanchezza tutti i
muscoli del suo corpo, non uno escluso. Posò la sacca a terra e si appoggiò a
Robin, cingendolo alla vita con il braccio sinistro. Solo quando sentì il braccio
di lui circondarle le spalle Maxie pensò che il suo gesto forse era stato un po’
ardito, D’altra parte aveva agito in modo molto spontaneo, perché non c’è
nulla che unisca di più due persone che l’avere condiviso un pericolo.
Dopo qualche beato momento di riposo, ancora ansimante, Maxie chiese a
Robin: — Pensi che siamo al sicuro, adesso?
— Dubito che possano averci seguito fino a qui — rispose lui, con il fiato
corto. — Probabilmente hanno deciso di risparmiare le forze per assaltare il
prossimo viandante. — E ridacchiò. — Abbiamo preso quasi dieci sterline. Se
non fosse per l’orologio, direi che in questo incontro siamo stati noi ad avere
la meglio.
Maxie scoppiò a ridere, appoggiando la testa sulla spalla di Robin. — Ti
immagini la faccia di Jem quando ha scoperto di avere le tasche vuote? L’hai
proprio fatto passare per un idiota.
— Be’, qui è stato il Creatore a battermi sul tempo.
Lei rise ancora, Robin la imitò ed entrambi si abbandonarono per un
momento a un’allegria sfrenata.
Poi Maxie alzò la testa per parlargli proprio nello stesso istante in cui lui
abbassava lo sguardo. La camicia di Robin si era aperta, mostrando gran parte
del petto nudo, e ciocche di capelli umidi e lucenti gli aderivano alla fronte.
Era pieno di vita e bellissimo e lei lo desiderava come non aveva mai
desiderato un uomo prima di quel momento.
Tentando di creare un certo distacco, disse: — Hai un senso
dell’umorismo quasi blasfemo.
— Essere blasfemo è una delle mie specialità. — E Robin alzò una mano e
le passò le dita sulle labbra con la leggerezza di una piuma. Lei le sfiorò con la
punta della lingua. Sentì un sapore salato che d’un tratto le fece apparire il
suo compagno molto reale e non più tanto misterioso.
Lui espirò con forza e le posò la mano sulla nuca, facendole inclinare la
testa per ricevere il suo bacio. Aveva le labbra calde e una lingua
delicatamente provocante. Con la massima naturalezza Maxie aprì la bocca. Il
bacio si fece più profondo e subito dentro di lei, come una molla pronta a
scattare, nacque il desiderio. Chiuse gli occhi e gli accarezzò la nuca, sentendo
intorno alle dita la morbidezza dei suoi capelli.
Robin mormorò il suo nome, con voce roca. Scese con la mano destra
lungo la sua schiena, attirandola a sé. Maxie intanto apriva e chiudeva
spasmodicamente le mani sul torace di lui, spiegazzandogli la camicia. Lo
aveva ritenuto freddo e distaccato, ma non c era nulla di freddo nella sua
bocca o nel suo corpo duro, esigente.
Si alzò in punta di piedi e gli allacciò le braccia intorno al collo. Quando
inclinò all’indietro la testa, le cadde a terra il cappello. L’aria era fresca sul
suo capo scoperto e sulla sua pelle calda. Adesso la mano di Robin scivolava
dentro la sua giacca, carezzandole la curva del fianco.
Il nitrito di un cavallo la riportò sulla terra. Con un senso di incredulità si
rese conto che stava baciando un borsaiolo, un fuorilegge che probabilmente
non ricordava nemmeno quale fosse il suo vero nome. E non solo lo stava
baciando, ma lo stava bevendo avidamente, come il primo sciroppo d’acero
della primavera dopo un lungo inverno freddo.
Aprì di colpo gli occhi, fece un passo indietro, e riprese fiato ansimando. I
loro sguardi si incrociarono e negli occhi di Robin, Maxie vide le ombre che
aveva già intravisto un paio di volte.
Avvertendo il pericolo cercò istintivamente un terreno più sicuro. —
Verrai subito notato senza la giacca. Quanto credi che ci vorrà per trovare una
cittadina dove procurartene un’altra?
Lui tirò un profondo respiro e i suoi lineamenti si distesero in
un’espressione tranquilla. — Questa strada dovrebbe portare a Rotherham —
le rispose con la sua solita voce. — Troveremo là un negozio di abiti usati, e
forse ancora prima.
Mentre scendevano dalla collina Maxie pensò che, per quanto avessero
cercato di fingere che non fosse successo niente, le cose tra loro erano
cambiate e non in meglio. Chissà se avrebbe avuto ancora il coraggio di
continuare quel viaggio insieme, si chiese.

Desdemona guardò imbronciata fuori dalla finestra. Cominciava a


stancarsi di quel paesaggio, ma presto il suo inseguimento sarebbe terminato.
Nell’ultimo paese che aveva attraversato, le avevano fornito una descrizione
esatta di Maxima e del suo spregevole compagno. Non potevano avere più di
un paio di ore di vantaggio su di lei. Se fossero rimasti su quella strada li
avrebbe raggiunti prima di sera. Era un bene che quei due ignorassero di
essere inseguiti.
Sperò che lord Robert non creasse complicazioni quando lei gli avrebbe
tolto Maxima dalle grinfie, anche se ciò non avrebbe fatto la minima
differenza: il suo cocchiere e il suo servitore erano degli ex soldati e sapevano
bene come trattare con un fannullone che non aveva fatto un solo giorno di
onesto lavoro in vita sua.
I suoi pensieri furono interrotti da un rumore di zoccoli e da un urlo: —
Fermatevi e consegnateci tutto!
Sally, la sua cameriera, che stava sonnecchiando in un angolo, si svegliò
con uno strillo. — Scendi! — le gridò Desdemona. Poi si buttò alla ricerca di
una delle pistole che teneva sempre nella carrozza quando era in viaggio. Ci
fu uno sparo e la carrozza si fermò bruscamente, mentre i cavalli scalciavano
e nitrivano spaventati.
Le tremavano le mani mentre caricava la pistola e alzava il cane, ma,
qualsiasi cosa fosse successa, lei sarebbe stata pronta.

Il marchese di Wolverhampton sonnecchiava sul comodo sedile della sua


carrozza. Se non altro, pensò, c’era bel tempo e le strade erano in uno stato
decente. Sbadigliò, portandosi automaticamente la mano sulla bocca, anche
se era solo, perché aveva lasciato Charles a Wolverhampton a occuparsi di
faccende più normali.
Non era sicuro di essere sulle tracce dei fuggitivi, ma era indubbiamente
alle calcagna di lady Ross. La sua carrozza decorata di giallo era molto più
facile da seguire che non una coppia di pedoni impolverati. Si chiese come
avrebbe reagito la donna quando avesse scoperto che si era unito anche lui
alle ricerche. Sperò che non avesse oggetti contundenti a portata di mano in
quel momento.
Stava per riaddormentarsi quando il silenzio fu rotto da una scarica di
colpi di pistola. Subito all’erta, Giles aprì il finestrino e chiese al cocchiere: —
Riesci a vedere che cosa sta succedendo?
— Pare che più avanti ci sia stato un tentativo di rapina, milord — rispose
l’uomo. — Immagino che non vogliate girare la carrozza ed evitare la mischia
vero?
— Hai indovinato. Preparati a intervenire, se sarà necessario. — Giles
estrasse dalla fondina una pistola. Mentre la caricava si chiese tutta un tratto
se la vittima potesse essere lady Ross. Scartò quella possibilità, eppure non
era molto più avanti di lui e una carrozza come la sua avrebbe certo fatto gola
a dei malintenzionati. Buon Dio, probabilmente aveva cominciato a inveire
contro i banditi e questi le avevano sparato.
La carrozza imboccò una curva e si fermò di colpo per evitare un veicolo
messo di traverso sulla strada. Giles aprì lo sportello e saltò a terra. Dopo un
attimo fu raggiunto dal suo servitore che impugnava una carabina. Davanti a
loro un cavallo senza cavaliere scappava al galoppo nel bosco.
Si trattava proprio della carrozza con le decorazioni gialle, ma i suoi
occupanti non avevano bisogno del loro aiuto. Lady Ross era ferma in piedi a
guardare un cadavere disteso bocconi a terra, mentre la sua guardia ne stava
osservando un altro pochi passi più in là. Nell’aria stagnava l’odore metallico
del sangue e tutti e due i cocchieri faticavano a tenere sotto controllo i cavalli
innervositi.
Fu un grande sollievo per Giles scoprire che lady Ross era sana e salva,
sarebbe stato un vero spreco che una così splendida donna morisse in quel
modo, per uno stupido scherzo del destino.
La donna alzò gli occhi e lo riconobbe. Parve felice di vedere un viso
familiare, nonostante l’ostilità che aveva caratterizzato il loro primo incontro.
Giles abbassò la pistola e le si avvicinò. — Tutto bene?
Lei annuì e cercò di rispondergli, ma sulle prime non riuscì a pronunciare
nemmeno una parola, poi deglutì faticosamente. — I banditi probabilmente
non si aspettavano alcuna reazione da parte nostra. Erano un paio di
dilettanti — disse alla fine e alzò la mano a spazzolarsi la cuffia, ma si bloccò
e fissò come incantata la pistola che teneva in mano.
— Buon Dio! — esclamò Giles. — Li avete uccisi voi?
— Per fortuna non sono dovuta arrivare a tanto. I miei uomini sono dei
veterani delle guerre della Penisola — rispose con un sorriso forzato. — Non
riuscivano a trovare lavoro dopo essere stati congedati dall’esercito. Pensavo
di avere fatto loro un favore prendendoli al mio servizio. Non mi aspettavo
che una buona azione venisse ricompensata in un modo così cruento.
— Ottimo argomento a favore della carità. — E diede un’occhiata all’uomo
disteso accanto alla carrozza. — Sono morti tutti e due?
— Credo di sì.
Mentre Giles osservava il bandito a terra, il cuore gli balzò in gola. I
capelli erano molto biondi, un po’ più lunghi del normale. No, non poteva
essere… E rimase attonito a guardare, il cuore che gli martellava in petto. —
Questa giacca — fece con la gola serrata. — È molto simile a quella che Robin
indossava il giorno in cui è scomparso. E i capelli sono un po’ come i suoi…
Mentre l’altro si avvicinava al cadavere, Desdemona tratteneva il flato. Il
morto non poteva essere lord Robert. È vero, capitava talvolta che dei giovani
gentiluomini scapestrati giocassero a fare i banditi e quei due non le erano
sembrati molto esperti come fuorilegge… Desdemona lanciò un’occhiata
inorridita all’altro corpo, che non poteva assolutamente essere quello di
Maxima. Ma ciò non escludeva che il biondo a terra potesse essere lord
Robert. L’idea che fosse stato quel mascalzone a tentare un’impresa così
criminale e irresponsabile la faceva infuriare. Non doveva davvero
assomigliare a suo fratello.
Il marchese si inginocchiò accanto al cadavere del bandito e lo voltò. Poi
tirò il fiato, abbassò il capo, e si coprì la faccia con una mano.
La rabbia di Desdemona svanì, per lasciare il posto alla compassione.
Anche lei aveva guardato quel viso fracassato e sanguinolento e sapeva che
sarebbe ricomparso nei suoi peggiori incubi.
Si avvicinò poi al marchese e gli posò gentilmente una mano sulla spalla.
— Mi spiace, Wolverhampton. È vostro fratello?
— No. — L’altro alzò la testa, cercando di riprendete il controllo di sé. —
Ma per un attimo ho pensato che potesse esserlo. È stato un immenso
sollievo scoprire di essermi sbagliato. Ma ci scommetterei che questa giacca
appartiene a Robin. Vedete, il taglio è francese, non inglese. Mi chiedo come
sia finita addosso a quest’uomo. — E con un’espressione cupa, il marchese
cominciò a frugare nelle tasche del morto. Trovò parecchie monetine, un
coltello a serramanico, e un orologio d’oro, ma nulla che potesse aiutarlo a
identificare il bandito. Desdemona corrugò la fronte, — Fatemi vedere
quell’orologio.
Quando l’ebbe in mano aprì la cassa con l’unghia. Sul coperchio erano
incise le parole: MAXIMUS BENEDICT COLLINS. In silenzio mostrò l’incisione al
marchese.
Questi mandò un fischio. — Apparteneva a vostro fratello?
— Era un regalo per il suo diciottesimo compleanno. Quando lui è morto,
deve essere andato a Maxima. — E lanciò un’occhiata preoccupata al suo
compagno. — A quanto pare i banditi hanno incontrato vostro fratello e mia
nipote. Secondo voi li hanno derubati e poi uccisi?
Gli occhi blu ardesia del marchese si incupirono fino a diventare quasi
neri. — Ne dubito — rispose, alzandosi in piedi — Che bisogno avrebbero
avuto di ammazzare due persone disarmate? E poi Robin e vostra nipote sono
stati visti vivi e in buone condizioni nell’ultimo paese che avete attraversato.
Se ci fosse stato un assassinio da queste parti ce ne sarebbe rimasta qualche
traccia e io non ne ho viste. Probabilmente li hanno rapinati, e giacca e
orologio facevano parte del bottino.
Lady Ross gli rivolse un sorriso incerto. — Spero che non vi sbagliate.
Adesso credo di dover portare i corpi dei due banditi nella città più vicina e
denunciare l’incidente a un magistrato. Con un po’ di fortuna potrei anche
incontrare Maxima e Robert durante il viaggio. Se hanno rubato loro tutto
quello che avevano di valore, forse si saranno finalmente stancati di quella
vita avventurosa.
— Può darsi. È anche possibile che abbiano attraversato la campagna in
cerca di strade meno solitarie, quindi andrò a cercarli su una strada parallela
a questa.
Desdemona annuì, consapevole che lei e il marchese non erano alleati,
anche se per il momento avevano dei rapporti civili. — Se li troverete, potete
gentilmente mandarmi un messaggero? Tanto perché io sappia che Maxima
sta bene.
— Benissimo, e vi pregherei di fare lo stesso con me.
— Naturalmente — rispose lei. — E vi ringrazio, Wolverhampton, per
essere accorso in aiuto di un altro viaggiatore, che poteva essere in difficoltà.
L’uomo sorrise e lei notò che era davvero bello.
— Lady Ross, da quando vi ho conosciuta, la mia vita è diventata
infinitamente più eccitante. — Con queste parole si voltò e tornò alla
carrozza, radunando i suoi domestici.
Lei lo guardò partire in preda a sentimenti contrastanti. Il fatto che anche
lui avesse deciso di prendere parte alla ricerca complicava le cose per lei, in
un certo senso. Eppure l’idea di poterlo rivedere non le dispiaceva affatto.
6

Avevano ripreso il cammino da appena mezz’ora, quando un taciturno


agricoltore offrì a Robin e Maxima un passaggio sul suo carro. Fu Robin ad
accettare per tutti e due, perché avevano deciso che meno Maxie parlava,
meglio era. Ignorando la mano tesa di Robin, Maxie si arrampicò sul carro e
si insinuò tra i sacchi di grano da semina. Poi si abbassò il cappello sulla
faccia e finse di dormire.
Robin si sdraiò appoggiando la testa sulla sua sacca, accigliato. Maxie non
lo aveva più guardato negli occhi da quando si erano baciati. Lui non la
biasimava certo per essersi spaventata. Lo era anche lui: quello che era
iniziato come un affettuoso abbraccio spontaneo si era trasformato in una
specie di incendio. Emozioni che erano rimaste spente dentro di lui per molto
tempo, tanto che quasi ne aveva dimenticato l’esistenza, adesso avevano
ripreso ad ardere, e la cosa lo metteva a disagio.
Quanto tempo era passato da quando aveva desiderato veramente
qualcosa o qualcuno? Troppo.
Diede una rapida occhiata alla sua compagna. Povera Maxie! A nessuna
donna così decisa avrebbe fatto piacere una relazione sentimentale con un
vagabondo. Eppure lei aveva ricambiato con entusiasmo il suo bacio. E
adesso se ne pentiva. Certo, non era tipo da sprecare il tempo con i rimorsi,
ma probabilmente adesso temeva che lui l’avrebbe perseguitata con le sue
attenzioni. Sarebbe stato meglio convincerla della nobiltà della sua natura.
Robin sorrise tra sé a quel pensiero. Non che si sentisse particolarmente
nobile, ma per il suo stesso bene doveva evitare qualsiasi tentativo di sedurre
la sua compagna. Se avesse cercato di portarsela a letto avrebbe certamente
rovinato quell’amicizia che lo stava rendendo più felice di quanto non si fosse
sentito da molto, moltissimo tempo.
Non che non morisse dalla voglia di averla. Maxie lo aveva affascinato fin
dal principio e dopo quel bacio notava tutto di lei in maniera ossessiva: il
ritmo del respiro, le belle gambe agili, le piccole mani abbronzate, tanto forti
quanto aggraziate. Robin era così compreso dal suo fascino femminile, che si
ricordava a stento che gli altri la vedevano come un ragazzo.
Ma era il suo spirito quello che più l’attirava. La sua lucidità faceva sentire
anche lui più giovane, meno opaco. Cercò di non pensare a che cosa sarebbe
successo quando fossero arrivati alla fine del loro viaggio. Era chiaro che
Maxie aveva in mente uno scopo ben preciso, in cui lui non era compreso. Ma
a Robin sarebbe davvero dispiaciuto lasciarla.
D’altra parte, che cosa poteva offrirle? Lei lo riteneva un ignobile
vagabondo e lui preferiva che non conoscesse la verità, visto che il suo vero
passato era molto peggiore di quello che lei potesse credere. Essendo
americana, non si sarebbe certo lasciata impressionare dalle sue origini
aristocratiche e dalla sua ricchezza, cose che avevano invece grande
importanza per le ragazze inglesi. Anzi, forse tutto questo le avrebbe fatto
l’effetto opposto.
Era meglio comunque che Maxie non lo considerasse minimamente
degno di essere preso in considerazione. La bassa opinione che aveva di lui le
avrebbe impedito di fare sciocchezze se mai lui non fosse più riuscito a
trattenersi e avesse cercato di baciarla di nuovo.
Robin si ritrovò a osservare il lento sollevarsi e abbassarsi del suo petto e
si chiese come sarebbero apparsi i suoi seni se non fossero stati fasciati.
Maledizione! Accorgendosi che il suo corpo stava reagendo a quei
pensieri, si costrinse a distogliere lo sguardo. Anche se era felice di provare
desiderio di nuovo, se non fosse stato attento, questo sarebbe aumentato
tanto da diventare doloroso.
Sospirando si lasciò cadere sui sacchi di sementi e cominciò a pensare a
come riallacciare rapporti pacifici con la sua compagna di viaggio.

Nel paese seguente trovarono un negozio dove riuscirono a comprare una


giacca decente per Robin. Si concessero un pasto caldo nella taverna del
paese, e poi ripartirono verso sud.
Poco prima del tramonto Robin indicò un piccolo fienile al di là di un
campo. — Che ne dici di ripararci là dentro per la notte? Sembra abbastanza
isolato.
— Bene. — Maxie si voltò e si diresse verso il fienile, chiedendosi
preoccupata che cosa sarebbe successo poi. Anche se Robin era tornato a
essere il compagno piacevole di prima, lei non riusciva a dimenticare quel
bacio conturbante e tanto meno la sua spudorata reazione.
Il fienile si dimostrò molto confortevole, con pochi spifferi e un pagliaio
di fieno profumato. — Sto pensando di scrivere una guida per viaggiatori che
hanno finito le loro risorse, con una classifica dei granai e dei recinti — disse
Robin. — Credi che riuscirei a venderlo?
Maxie posò la sua sacca contro una parete, il più possibile lontana da dove
Robin aveva depositato la stia. — Quelli che avrebbero bisogno di una guida
del genere, non sarebbero in grado di acquistarla, — Mmm, lo sapevo che
c’era un inghippo. Ecco che mi va a monte un altro piano per fare fortuna.
Stava per sorridergli, quando si ricordò che stava cercando di mantenere
un atteggiamento scostante, affinché il suo compagno non interpretasse
come un invito la sua debolezza di prima. — Vado a prendere della legna —
disse, passandogli accanto.
Robin andò ad attingere acqua da un torrente che scorreva lì vicino
mentre lei raccolse una bracciata di rametti secchi che avrebbero bruciato
senza fare troppo fumo. Poi accese il fuoco poco distante dal fienile, su un
terreno ghiaioso e riparato dal vento.
Mentre il crepuscolo diventava notte, Robin si sedette accanto al fuoco e
cominciò a scortecciare un corto ramo che aveva raccolto da terra. — Non
devi temere che io cerchi di violentarti, Maxima — osservò in tono pacato.
Lei alzò di scatto la testa e lo guardò sorpresa.
— Non posso fingere che noi due non ci siamo baciati — continuò lui. — È
capitato. Mi è piaciuto. Pareva che piacesse anche a te. Ma questo non
significa che adesso io ti consideri una preda.
— Sei molto franco — fece lei a disagio.
— La franchezza è la tua specialità, non la mia, ma anch’io so essere
diretto, se occorre. — Con il suo coltello a serramanico cominciò ad
arrotondare l’estremità del bastone. — Ho deciso di parlare apertamente,
perché non ho voglia di fare il resto del viaggio fino a Londra con te che ti
comporti come un coniglio spaventato.
— Un coniglio? — esclamò lei, offesa.
L’altro sorrise. — Lo sapevo che così mi sarei fatto ascoltare. Ti stai
preoccupando troppo di quel bacio. È stata una reazione naturale dettata dal
senso di sollievo e dalla felicità che abbiamo provato per essercela cavata in
una situazione di grande pericolo. Un semplice incidente.
Lei si accoccolò sui talloni, decisa a essere altrettanto franca. — Può anche
darsi che sia stato un incidente, ma fin dal primo momento in cui noi due ci
siamo conosciuti, io ho avuto la sensazione che… che tu mi trovassi attraente.
Lui inarcò le sopracciglia con una smorfia espressiva. — Ma certo. Quale
uomo non ti troverebbe attraente? Sei molto bella.
— Non stavo cercando dei complimenti — disse lei, imbarazzata.
— Lo so. Probabilmente sei talmente abituata a essere sommersa dai
complimenti che ormai la cosa ti annoia, più che farti piacere.
— Quello che mi sono sentita dire ripetutamente è che sono un bel
bocconcino, e non è la stessa cosa che bella — ribatté asciutta Maxie.
— È vero, non lo è — ammise lui. — Ma sei entrambe le cose. Non c’è da
stupirsi che tu abbia imparato a diffidare delle attenzioni maschili. — E con la
lama cominciò ad arrotondare un estremità del bastone. — Forse è solo la
mia immaginazione, ma ho la sensazione che anche tu mi trovi molto
attraente.
Lei si fece rossa in viso. Aveva cercato di nasconderlo, questo. Così decise
di rispondergli con le sue stesse parole. — E quale donna non ti troverebbe
attraente? — fece in tono frivolo. — Sei molto bello.
Per nulla sconcertato, Robin ridacchiò. — Me l’hanno detto spesso quando
ero bambino ed era una cosa che detestavo. Avrei voluto avere i capelli neri,
essere coperto di cicatrici e avere una benda da pirata sull’occhio.
— Dovresti essere contento della tua aria angelica — controbatté lei. —
Probabilmente ti ha salvato da un gran numero di meritate punizioni.
— Mai abbastanza — e soffiò via dei trucioli di legno. — Ma, non
divaghiamo, è perfettamente normale che ci sia un’attrazione fisica tra due
adulti sani e nel pieno delle loro forze. — Alzò gli occhi blu verso di lei. — Ma
non è detto che si debba sempre cedere all’attrazione reciproca. Pensa invece
al desiderio come a qualcosa che rende più interessante la nostra
associazione.
Lei studiò attentamente la sua espressione. Com’era razionale! Eppure
continuava a pensare a quanto poco lo conoscesse realmente.
— Non mi sembri ancora convinta. Lascia che ti dia una piccola
dimostrazione. — Posò il coltello e andò a sedersi accanto a lei.
Maxie stava per indietreggiare quando commise l’errore di alzare lo
sguardo e vide la languida sensualità dei suoi occhi. Così si bloccò, incapace
di reagire, proprio come il coniglio di cui l’altro aveva parlato.
Robin l’attirò tra le braccia e chinò la testa. Maxie rabbrividì per la sola
tensione nervosa quando le labbra di lui toccarono le sue, ma fu un bacio
dolce e lieve. La bocca di Robin si mosse teneramente sulla sua, calda e
solida, mentre le sue mani le carezzavano lentamente la schiena.
La sua tensione cominciò ad allentarsi. Prima che si allentasse troppo,
Maxie voltò il capo ed esalò un dolce sospiro. — Bello, ma che cosa stavi
cercando di dimostrare?
— Che un bacio non deve necessariamente essere qualcosa di allarmante.
— Ma quando lui seguì con la lingua la curva del suo orecchio, una scarica di
vivide sensazioni le esplose nelle vene.
— Allora hai ottenuto il tuo scopo — fece lei, un po’ ansimante — non
sono in allarme… non ancora.
L’altro rise e indietreggiò leggermente. — Stai benissimo con i pantaloni.
— E le sfiorò il ginocchio con la punta delle dita. — Ma un giorno o l’altro
vorrei vederti vestita di seta.
Lei gli posò il palmo delle mani sul torace, avvertendo i muscoli tesi sotto
la camicia. — A proposito di vestiti, lo sai che riesci a far sembrare quella
anonima giacca che hai comprato oggi quasi altrettanto elegante di quella che
ti hanno rubato?
— È un dono che ho — fece lui in tono modesto. E le sfilò una forcina.
Una pesante ciocca di capelli le cadde sulla spalla. Maxie lo guardò negli occhi
e vide uno sguardo che era fuoco puro, ma sotto controllo, non minaccioso.
Forcina dopo forcina, lui le liberò i capelli che le spiovvero morbidamente
sui seni e sulla spalla. Poi le passò le dita tra i folti riccioli, allargandole i
capelli in un manto che le copriva le spalle. — Seta nera — mormorò. — È la
più trita delle metafore, eppure non riesco a trovarne una migliore.
Era caldo. Forte. Addirittura rassicurante, anche se il suo buon senso le
diceva che si trattava di un’illusione. Maxie chiuse gli occhi assaporando il
desiderio che si snodava in tutto il suo corpo. Era stata una mossa
intelligente da parte di Robin darle quella dimostrazione. Scopriva in questo
modo il proprio desiderio e stimolava il suo, dimostrando al tempo stesso,
però, che la passione: poteva essere tenuta sotto controllò e non
necessariamente divampare sfrenatamente. Erano adulti, in fondo. Potevano
stare vicini senza accoppiarsi come ricci.
Adesso avrebbe proprio dovuto scostarsi, ma era riluttante a farlo. Era
così piacevole non essere sola…
A quel pensiero si ricordò improvvisamente il motivo per cui doveva
guardarsi da Robin. Loro due erano semplicemente compagni di un viaggio
che sarebbe presto terminato. Non doveva affezionarsi troppo a lui.
— Sì, hai dimostrato la tua tesi. — E si raddrizzò, scostandosi. — Va bene,
la smetterò di comportarmi come un coniglio spaventato.
Robin tornò al suo posto davanti al fuoco. Aveva il respiro più ansimante
del solito, ma il tono con cui parlò era scherzoso. — Se mai ti sentissi ancora
spaventata in futuro, non esitare a chiedermi un’altra dimostrazione.
Una lucente ciocca di capelli gli era caduta sulla fronte. Maxie deglutì e
distolse lo sguardo. — Una volta può bastare. — E vide che lui aveva ripreso a
intagliare il suo ramo.
— Che cosa stai facendo con quel pezzo di legno? — chiese per cambiare
argomento.
— Niente di speciale, giusto qualcosa con cui giocherellare. — E glielo tese
perché lo potesse studiare più da vicino.
Era un pezzo di legno lungo una quindicina di centimetri, che si incurvava
in modo da poter essere bene impugnato e terminava con un nodo che Robin
aveva levigato e arrotondato. Quando lei glielo restituì, gli chiese: — Una
specie di giocattolo per adulti?
— Proprio così. Me lo terrò in tasca per giocarci quando mi sento giù. — E
passò il pollice sull’estremità con il nodo. — È un bene essere delle anime
semplici che si divertono con così poco.
Maxie mise altra legna sul fuoco e appese una pentola d’acqua a bollire. —
Tu sei molte cose, Robin, ma un’anima semplice, no di certo.
Lui le rispose con una smorfia. — Forse no, ma ci sto provando.
— Questo è affar tuo, ma non si improvvisa la semplicità. — D’impulso
andò a sedersi a gambe incrociate accanto a lui, poi gli prese la mano rovinata
e intrecciò le dita alle sue. — Chiudi gli occhi, Robin. Non parlare, non
pensare. Rilassati.
L’altro le lasciò posare le loro mani intrecciate sull’erba, ma lei sentì della
tensione nelle sue dita. — Ascolta il vento — gli disse piano — senti la voce
delle pietre, prova il gusto dei raggi della luna. Senti lo spirito degli alberi, e
dei fiori, e delle creature che dividono la notte con noi. — Erano le stesse
parole che sua madre le diceva da bambina per insegnarle ad apprezzare il
mondo.
Sulle prime lui oppose resistenza. Aveva un’energia instancabile,
angolosa, piena di spigoli. Lei cercò di trasmettergli pace, ma non ci riuscì,
perché non era in pace lei stessa.
Con stupore si rese conto che era da quando aveva appreso la notizia della
morte di suo padre che non si sedeva a meditare in questo modo. Benché
avesse passato ore e ore a cavalcare, o a camminare nelle brughiere di
Durham, il nodo di dolore che aveva dentro le aveva impedito di raggiungere
l’unica fonte di consolazione che non l’aveva mai delusa.
Così aprì alla notte il suo essere fisico e spirituale. Una civetta a caccia nel
bosco emise il suo grido solitario. Sotto di sé Maxie sentiva la terra viva, il
suo profondo vibrare, proprio come quello della sua patria. Suolo fertile,
antiche pietre, e minuscole creature che crescevano. Il vento che faceva
frusciare le foglie le era familiare, anche se soffiava da cieli sconosciuti.
La calma della terra entrò in lei, scorrendo attraverso le sue membra e le
sue vene, fino a riempirle il cuore. Se non fosse stato per la gentile lezione di
Robin che aveva smussato con la sua sensualità il bordo del suo spirito reso
tagliente dal dolore, lei non sarebbe mai riuscita a trovare una tale pace.
Desiderosa di ricambiare il suo dono, si protese verso di lui con lo spirito,
lasciando che la pace fluisse dalla sua mano in quella di lui. Robin era come
un puledro nervoso, teso e pronto a scappare.
Leggera come un sospiro, bisbigliò: — Sappi che sei parte della natura,
non un essere separato.
A poco a poco lui si calmò e Maxie sentì la tensione abbandonare le sue
dita. Il suo respiro divenne lento e regolare e per qualche secondo essi furono
in armonia.
Benché stesse cercando di insegnargli la semplicità, Maxie riconobbe che
il suo compagno era un essere di innata, grande complessità. Il suo spirito era
una imbrogliata matassa di contraddizioni, pieno di umorismo scintillante e
fredda rassegnazione. Risate e curiosità, e profonda gentilezza. Ma anche
buio, un buio inimmaginabile. In un istintivo desiderio di confortarlo, sondò
cautamente una delle pozze del suo angoscioso rimpianto.
In un istante l’armonia si sgretolò. Maxie sentì lo spirito di Robin ritrarsi
con violenza un attimo prima che lui ritirasse la mano. Poi Robin respirò
profondamente e disse in tono freddo: — Che esperienza interessante. Non
sapevo che si potesse sentire la voce delle pietre. Sei una strega, signorina?
Con un senso di tristezza Maxie capì che lo aveva spaventato, proprio
come Robin aveva spaventato lei quel pomeriggio.
Sorridendo senza rispondere preparò il tè per lui e l’infuso di erbe per sé.
Robin poteva essere un borsaiolo, un vagabondo, e il cielo solo sapeva che
altro, ma, fino a quando avrebbero percorso la stessa strada, lui le sarebbe
stato amico.
E questo sarebbe dovuto bastare.

In segno di riconciliazione, Maxie spostò il suo giaciglio più vicino a


Robin. In fondo bastava solo che evitassero di baciarsi e di meditare insieme
per il resto del loro viaggio, e non avrebbero più avuto alcun problema.
Dopo una notte di piacevoli sogni, Maxie si svegliò con un sobbalzo
sentendo scricchiolare la porta del fienile. E di colpo il buio fu spazzato via da
fiotti di sole, mentre l’aria si riempiva di latrati furibondi. Quando Maxie aprì
gli occhi, vide davanti sé, a meno di due metri di distanza, due enormi
mastini, con le fauci rosse spalancate, e i denti aguzzi. Senza muovere la
testa, rivolse lo sguardo a Robin. Questi stava immobile, come lei, uno
sguardo freddo negli occhi che studiavano là situazione e i mastini.
— Zitti! — urlò una voce.
I cani smisero di abbaiare, ma i loro occhi brillanti e il respiro ansimante
la dicevano lunga sul loro desiderio di assalire gli intrusi. Dietro di loro un
uomo furibondo si stagliava contro la luce del mattino. — Luridi vagabondi!
— ringhiò. — Dovrei consegnarvi al magistrato.
— Certo che potreste, ma noi non abbiamo fatto niente di male — disse in
tono sottomesso Robin. All’orecchio americano di Maxie, il suo compagno
parve avere preso un perfetto accento dello Yorkshire.
Con grande cautela Robin si alzò a sedere sul fieno, — Vi chiedo scusa per
essere entrato nella vostra proprietà, signore. Volevamo partire presto per
non disturbare, ma abbiamo fatto molta strada ieri e mia moglie è… è in stato
interessante.
Maxie si alzò, lanciando uno sguardo indignato al suo compagno. Certo,
con i capelli sciolti non poteva passare per un ragazzo, ma doveva proprio
diventare una moglie incinta? Robin le rivolse uno sguardo angelico mentre
si alzava e andava ad aiutarla.
Senza farsi impressionare, il contadino, un uomo robusto di mezza età, li
guardò accigliato. — Le condizioni di tua moglie non mi riguardano, ma i
vagabondi nella mia proprietà sono affar mio. Uscite di qui, prima che liberi i
cani.
— Se avete qualche lavoro da farmi fare, sarei lieto di sdebitarmi per
l’alloggio di questa notte — si offrì Robin.
Mentre il suo compagno cercava di rabbonire il fattore, Maxie cominciò a
parlare con i mastini, mormorando loro in irochese che erano belli e bravi.
Sulle prime le bestie si misero a ringhiare, ma lei era sempre andata molto
d’accordo con i cani. Ben presto il più grosso dei due cominciò a scodinzolare
e rialzò le orecchie.
Maxie tese il braccio e mormorò il suo nome Mohawk, Kanawiosta. Il
mastino le si avvicinò e iniziò ad annusarla, cauto, poi la leccò.
La ragazza sorrise, poi gli diede una grattatina dietro le orecchie. L’altro
mastino piagnucolò dalla gelosia e si fece avanti, pretendendo le stesse
attenzioni.
Il contadino, che era nel bel mezzo della sua filippica sui vagabondi, ladri
e fannulloni, si interruppe vedendo i suoi mastini acciambellarsi intorno a
Maxie. — Che diavolo…?
— Mia moglie ci sa fare con gli animali — disse Robin.
— È maledettamente brava, che io sia dannato — borbottò il fattore, molto
impressionato. — Sia l’uno che l’altro pesano certo più di lei. È tua moglie,
dici? E dov’è la sua fede?
Maxie alzò gli occhi e fu stupita di vedere la trasformazione che si era
operata nel suo compagno. Normalmente aveva l’aria di un aristocratico
ribelle, ma la sua eleganza noncurante era svanita. Adesso aveva il fare di un
uomo di modesta estrazione che si trovava in cattive acque.
Lo fissò sbigottita.
— Ho dovuto vendere il suo anello — rispose tristemente Robin. — Sono
tempi duri questi, adesso che è finita la guerra. Stiamo andando a Londra,
dove sperò di trovare un lavoro.
— Facevi il soldato? — chiese il fattore, colpito dall’accenno alla guerra. —
Il mio ultimo figlio era con il cinquantaduesimo fanteria.
Robin annuì con aria grave e comprensiva. — Uno dei migliori reggimenti
dell’esercito. Sono stato anch’io sulla Penisola. Ho avuto la grande fortuna di
vedere sir John Moore una volta, pochi mesi prima che morisse.
L’agricoltore strinse un attimo le labbra sottili. — Mio figlio è morto a
Vittoria. Ricordo che diceva che Moore era il migliore di tutti, nessuno
escluso. — La sua ostilità era svanita. A differenza di Maxie, gli era
completamente sfuggito il particolare che Robin non aveva mai
espressamente dichiarato di avere fatto parte dell’esercito.
— La morte del generale è stata una perdita terribile — ammise Robin.
Il contadino si tolse il cappello e si passò le dita tra i radi capelli. — Mi
chiamo Harrison — disse in tono ruvido. — Vi aspetta un lungo viaggio. Se
avete fame, potete mangiare un boccone prima di ripartire.
Dopo un quarto d’ora di cammino arrivarono alla casa dell’uomo e un solo
sorriso di Robin ridusse la moglie dell’agricoltore in uno stato di cieca
adorazione. Durante una sostanziosa colazione fatta di uova, salsicce,
focaccine calde, marmellata di fragole, e tè, Robin parlò della campagna sulla
Penisola e della vita militare. Fu assolutamente convincente. Se Maxie non lo
avesse conosciuto meglio, gli avrebbe creduto lei stessa. E consolidò la sua
popolarità riparando l’amato orologio della signora Harrison, che non
funzionava da anni.
Quanto a Maxie, fu coccolata, dovette sorbirsi lugubri storie di parti
difficili, e fu congedata con un bel po’ di cibo supplementare e la
raccomandazione di prendersi cura di sé per amore del bambino. La signora
Harrison rimase sulla porta a salutarli agitando la mano, mentre i due
mastini trotterellarono loro dietro fino ai confini della proprietà del loro
padrone, abbandonandoli con evidente riluttanza.
Quando furono abbastanza lontani, Maxie disse in tono gelido: — Non ti
vergogni di te stesso, lord Robert? Tutte quelle bugie!
— Non erano tutte bugie, dopotutto. Ho passato davvero del tempo sulla
Penisola e ho realmente conosciuto sir John Moore. Non ho mai sostenuto di
essere stato uno dei suoi soldati o suo amico intimo — e assunse
un’espressione ansiosa. — Ma io so perché sei così irritabile. È perché sei
incinta.
— Sei proprio impossibile! — sbottò lei, incerta tra il riso e l’irritazione —
Come hai osato dirgli che sono tua moglie incinta!
Lui la guardò pensoso. — Se proprio questa bugia ti disturba tanto,
potremmo porvi rimedio facilmente, almeno in parte.
Lei sbuffò disgustata. — Ho ricevuto molte proposte disonorevoli in vita
mia, ma questa è la meno allettante. Anche se fossi interessata alla tua
proposta, il che non è, sarebbe un grosso impiccio percorrere in lungo e in
largo l’Inghilterra con un bambino in pancia.
— Pensavo all’altro aspetto della bugia. Dovremmo dirigerci a nord, verso
Gretna Green, per ottenere una licenza speciale.
Persino un’americana sapeva che ciò significava una proposta di
matrimonio. — Il tuo senso dell’umorismo sta peggiorando, lord Robert —
disse acida Maxie. — Ti starebbe bene se io accettassi la tua stupida offerta e
ti legassi a me per tutta la vita.
— C’è di peggio nella vita.
Lei si fermò di colpo e lo guardò sbigottita. L’illusorio senso di intimità
della notte precedente era scomparso da un pezzo, e lui era tornato il
personaggio affascinante ed enigmatico che la sconcertava tanto. Eppure, in
fondo ai suoi occhi blu c’era un’espressione seria e indecifrabile. Maxie capì
che, se lei in quel momento avesse accettato, lui sarebbe tornato a nord con
lei fino a Gretna Green, e l’avrebbe sposata.
— Come ti è venuta in mente una cosa del genere, Robin? — chiese a
bassa voce.
— Non lo so proprio — rispose lui in tono sincero e triste. — Ma mi pareva
una buona idea.
Un simpatico lestofante come lui era l’ultima cosa di cui Maxie aveva
bisogno. Quello che la sconvolgeva era che l’idea non le pareva priva di
attrattive, dopotutto.
— Immagino che tu abbia già tre o quattro mogli sparse per l’Europa —
disse, tornando realisticamente, con i piedi per terra — e una in più non
farebbe poi tanta differenza. Purtroppo io detesto la folla e quindi devo
rifiutare l’onore che mi fai.
— Nessun’altra moglie. Come avrai notato non sono bravo a fare proposte
di matrimonio. L’unica volta che ne ho fatta una… — E si interruppe
bruscamente.
Visto che non continuava, lei lo incitò: — Che cosa è successo?
— La signora mi rifiutò. Naturalmente. Era una donna dotata di grande
buon senso, non molto diversa da te. — E le sorrise. — Inoltre, non sono
molto sicuro di voler sposare una donna così sventata da accettarmi come
marito.
Era rientrato nel suo ruolo di eccentrico impenetrabile, anche se Maxie
intuiva che c’era una verità dolorosa nascosta in quelle parole. Scuotendo la
testa ripartì.
Per quanto amici potessero essere, lei non lo avrebbe mai capito.

Rintracciare la nipote di lord Collingwood non fu un grosso problema per


uno con le capacità di Simmons. Tanto più che la ragazza era ignara di essere
seguita e non aveva cercato di nascondere le sue tracce.
Vestita com’era, sulle prime la gente non l’aveva notata, perché non erano
molte le persone che ricordavano di avere visto passare un ragazzo con un
grande cappello. Ma poi, quando si era unita al gentiluomo dai capelli biondi,
le cose si erano fatte molto più semplici: tutte le donne lungo il percorso lo
avevano notato.
Con un pizzico di malizioso divertimento Simmons si chiese che reazione
avrebbe avuto Collingwood quando gli avrebbe riferito del comportamento
non proprio per bene di sua nipote. Ma forse la cosa non l’avrebbe
minimamente turbato. La sua preoccupazione principale era quella di
impedirle di raggiungere Londra, dove avrebbe potuto scoprire la verità sulla
morte di suo padre. Non che Simmons biasimasse lo zio della ragazza per il
suo desiderio di mettere a tacere quella brutta storia.
Anche se aveva perso le tracce della sua preda quando i due avevano
deciso di saltabeccare per la campagna, a sud di Sheffield li aveva ritrovati.
Avevano poco più di un paio d’ore di vantaggio su di lui. Molto probabilmente
la ragazza e il suo damerino avevano cercato rifugio per la notte in qualche
granaio o accampamento dei dintorni. Con un po’ di fortuna li avrebbe trovati
quella notte stessa.
Scoppiò in una rauca risata. La ragazza avrebbe potuto anche rifiutarsi di
lasciare il suo ometto è tornare a Durham, ma poco importava. Simmons era
perfettamente in grado di farsi valere con quei due.
7

Robin arrivò al ruscello e decise di darsi una bella lavata prima di tornare
da Maxie. Avevano trovato un accampamento dove passare la notte e lui si
era offerto di andare a prendere l’acqua per il tè perché Maxie potesse
riposarsi un po’.
Mentre si bagnava con l’acqua fredda pensò alla sua compagna: l’aveva
capito fin dall’inizio che aveva una mente acutissima in quella sua graziosa
testolina dalla bellezza esotica. Ma la scoperta che avesse anche qualcosa
della strega l’aveva lasciato di stucco.
O forse aveva addirittura qualcosa della santa, invece. Robin non si
sarebbe infatti spiegato altrimenti quello che era accaduto. L’aveva seguita
volentieri nella meditazione, per scoprire con un certo disorientamento che
era possibile percepire il mondo che aveva intorno in un modo che non aveva
mai provato prima di allora.
Era stato molto riposante e lui si era sentito vicinissimo a Maxie. Aveva
persino pensato di baciarla di nuovo, in modo molto controllato,
naturalmente.
Poi era successo qualcosa che lo aveva strappato con violenza a quello
stato di rilassamento, portandolo a una condizione di puro panico, simile a
un incubo. Forse non era fatto per la semplicità, lui. Era stata un’esperienza
interessante, ma non desiderava ripeterla.
Si asciugò, poi riempì le pentole di acqua e si diresse di nuovo verso
l’accampamento. Arrivato al bordo della radura, si fermò al riparo di un
cespuglio per godersi l’incantevole spettacolo della sua compagna dormiente.
Era distesa accanto al fuoco, un braccio sotto la testa e i lucidi capelli color
ebano che ricadevano sciolti nascondendole parte del viso. La sua figura
minuscola gli suscitava uno sconcertante miscuglio di tenerezza e desiderio.
Avrebbe voluto proteggerla dal mondo intero. Tranne che da se stesso,
naturalmente.
Il suo utilizzo regolare di quell’infuso contraccettivo pareva indicare che
era una donna navigata, eppure c’era in lei una specie di innocenza. Qualsiasi
tipo di passato avesse alle spalle, Robin trovava che fosse meglio per lui
ritenerla vergine. In questo modo avrebbe rafforzato la sua capacità di
autocontrollo, capacità che in questo momento aveva bisogno del massimo
supporto possibile.
Il corso dei suoi pensieri fu bruscamente interrotto da un rumore di rami
spezzati. Guardò verso la radura e vide un uomo alto e massiccio avvicinarsi
dal lato opposto a quello dove stava lui.
Alla vista di Maxie, il volto dell’uomo si illuminò in un largo sorriso di
soddisfazione. — Eccovi qui, signorina Collins. È ora di tornare a casa adesso.
— L’intruso aveva un forte accento londinese e la sua apparente giovialità
non riusciva a mascherare il suo atteggiamento minaccioso.
Maxie si svegliò di colpo e si mise seduta. I suoi occhi erano due fessure:
— Vi ho visto in casa di mio zio — gli disse con ammirevole freddezza. — Chi
siete?
— Sono Ned Simmons, e vostro zio mi ha incaricato di riportarvi a casa —
rispose l’uomo, avanzando inesorabile verso la sua preda.
A labbra strette Robin posò le pentole e si fece strada lentamente verso il
bordo della radura, facendo in modo da ritrovarsi alle spalle dello sconosciuto
in caso fosse necessario il suo intervento. Senza perdere d’occhio la scena che
si svolgeva nella radura, Robin tirò fuori di tasca il suo pezzo di legno, e lo
impugnò con la mano sinistra, in modo da far sporgere di un centimetro la
parte arrotondata.
Maxie si alzò in piedi e osservò Simmons guardinga come un fox terrier
davanti a un toro, — Non avete nessun diritto di costringermi a tornare da
mio zio — disse, indietreggiando. — Non è il mio tutore e io non ho
commesso niente di criminoso.
Sempre in quello strano tono cordiale, Simmons le rispose: — Su,
signorina, non fate tante storie, oppure sarò obbligato a portarvi dal
magistrato e dovrò raccontargli che avete rubato una mappa e del cibo. Qui da
noi in Inghilterra la gente la possiamo anche impiccare per peccatucci del
genere. Ma vostro zio non vi creerà problemi se farete la brava e verrete con
me. — E tese il braccio prendendola per la spalla. — E dov’è il vostro
damerino? Ha già tagliato la corda?
Metterle le mani addosso si rivelò un grosso errore. Maxie si divincolò, si
liberò dalla sua stretta e gli sferrò contemporaneamente un calcio violento è
accuratamente mirato. Robin trasalì: era un fortuna per Simmons che poco
prima la ragazza si fosse tolta gli stivali, perché quanto a rapidità e mira il
colpo era impeccabile.
Uomo si scansò, ma non riuscì a evitare completamente l’impatto e si
piegò in due con un urlo. — Tu piccola…!
Seguì un’imprecazione talmente oscena che Robin ringraziò il cielo che
fosse stata pronunciata nel gergo dei ladri, probabilmente sconosciuto a
Maxie. Continuando a imprecare, il londinese tirò fuori una pistola dalla
giacca.
Prima che facesse in tempo a prendere la mira, Maxie si era buttata contro
di lui e aveva afferrato l’arma, usando la forza del suo peso per strappargliela
dalle mani. Poi cadde a terra e rotolò lontano sull’erba, senza perdere il
controllo del suo corpo.
Mentre Simmons non si era ancora ripreso dallo stupore, Maxie saltò in
piedi e nella radura riecheggiò lo scatto del cane della pistola che veniva
armato. — Preferirei non dover usare questo aggeggio, signor Simmons —
fece la ragazza in tono basso e minaccioso — ma lo farò, piuttosto che
seguirvi. Adesso voltatevi e andatevene.
Simmons la fissava sbigottito e incredulo. — Mettila via, sgualdrinella, o ti
farò pentire di essere nata.
Sottovalutando Maxie, quell’uomo stava commettendo un errore che
poteva essergli fatale. Convinto che se lui non fosse intervenuto la ragazza
non avrebbe esitato troppo a ucciderlo, Robin attraversò di corsa la radura
mentre la ragazza alzava la pistola e mirava.
Poiché era proprio alle spalle del grosso sconosciuto, Robin ignorava se
l’altro lo avesse sentito arrivare o meno. Sperando che Maxie sparasse in alto,
si buttò in avanti e afferrò Simmons alle gambe. Mentre cadevano insieme
sull’erba, un colpo di pistola fischiò pericolosamente vicino.
— Lurido vigliacco di un bastardo! Ti insegnerò io a non aggredire un
uomo alle spalle! — urlò Simmons, girandosi verso il suo nuovo nemico.
Il londinese usava con abilità la sua forza nella lotta, ma Robin aveva il
vantaggio della sorpresa. Aveva anche il suo pezzo di legno in un pugno, il che
potenziava impatto dei suoi colpi.
Simmons barcollò quando gli arrivò un violento pugno alla mascella, poi
sferrò un colpo alla spalla di Robin. Con l’astuzia di uno abituato alle risse da
stradar lo afferrò per il colletto della camicia e cercò di trascinare il suo
avversario, tanto più leggero di lui, abbastanza vicino da poterlo finire con un
colpo decisivo.
Robin resistette e la sua camicia si lacerò fino alla vita. Finse un destro
contro la faccia di Simmons e approfittò dell’istintivo tentativo dell’altro di
parare il colpo per mettere a segno un formidabile pugno al plesso solare.
Simmons si afflosciò a terra. Robin si affrettò a farlo rotolare a faccia in
giù, poi gli piegò il braccio destro dietro la schiena, forzando dolorosamente
la torsione quasi fino al punto di rottura dell’articolazione. — Il damerino
non se n’è andato — disse ansimando. — Avresti dovuto stare più attento.
Simmons aveva coraggio e testardaggine da vendere, e una grande
capacità di sopportazione del dolore. Cominciò a divincolarsi con tanta forza
rabbiosa che quasi riuscì a liberarsi. Robin si chinò su di lui e applicò
un’intensa pressione su alcuni punti precisi sotto la mascella, in modo da
interrompere il flusso del sangue al cervello. Simmons mandò un grido
strozzato e dopo un ultimo sussulto convulso perse i sensi.
Maxie abbassò la pistola. — Bello quel trucco — disse. — Mi spieghi come
fai?
— No di certo. Bisogna usarlo con cautela perché può causare la morte o
danni permanenti se si preme troppo a lungo. — Robin fece rotolare
Simmons sulla schiena, poi usò il suo fazzoletto per legargli i polsi — Per non
parlare del rischio che potrei correre io se tu decidessi di fare la stessa cosa a
me la prossima volta che ti farò arrabbiare.
— Probabilmente hai ragione — ammise lei. Nonostante il tono disinvolto
con cui aveva parlato, la sua carnagione scura aveva preso un colore
grigiastro. — Quando mi arrabbio, potrebbe succedere qualsiasi cosa.
— Sì, me ne sono accorto — fece secco Robin. — Intendevi ucciderlo?
— No, anche se la tentazione era forte. — Cercò i suoi stivali e li calzò. —
Volevo solo graffiargli il braccio, per fermarlo. — Buttò della terra sul fuoco
con le mani tremanti. — Dobbiamo andarcene di qui al più presto.
— Sì. — Robin perquisì con destrezza le tasche di Simmons. — Si sveglierà
tra breve. Non gli ho legato le mani troppo strette, così non ci metterà molto
a liberarsi.
Prese le munizioni dello sconosciuto e se le infilò nella giacca.
Continuando la sua ricerca trovò che Simmons non aveva con sé molti
documenti, ma aveva un portafoglio ben fornito.
Robin fissò il denaro pensosamente. Ce n’era più che abbastanza per
arrivare tutti e due a Londra in carrozza, ma, a dire la verità, lui non aveva
nessuna fretta di portare Maxie a destinazione.
— Lo vuoi derubare? — chiese con aria di disapprovazione la ragazza.
— Lo alleggerisco solo della sua pistola — rispose lui, e rimise il
portafoglio nella giacca di Simmons. — Sarà già abbastanza furente quando si
sveglierà.
— Devo dedurne che in questo caso la tua onestà è frutto di pragmatismo,
più che di scrupoli morali? — fece lei.
— Esatto. Gli scrupoli morali sono un lusso molto costoso — ribatté lui in
tono pacato.
Lei sbuffò, commentando in maniera eloquente quella logica ambigua.
Intanto Robin aveva recuperato le pentole che aveva deposto prima di
assalire Simmons. Poi offrì da bere alla sua compagna, che accettò con
gratitudine: sembrava ancora molto scossa.
Bevve anche Robin, poi versò il resto dell’acqua e ripose le pentole.
Quando lasciarono l’accampamento, l’unica traccia della loro breve
permanenza era Simmons pacificamente addormentato, disteso sulla schiena
e con le mani legate davanti a sé.
Al bordo della strada c’era un cavallo dall’aria stanca legato a un albero.
Robin si fermò a guardarlo pensosamente. — Immagino che questo
appartenga al tuo amico, vero?
— Non è amico mio, ma credo che sia il suo cavallo… mi pare di averlo
visto una volta.
— Bene. — Robin slegò le redini e montò in sella.
— Non avrai intenzione di rubarlo? — esclamò lei — Dove è andato a finire
il tuo pragmatismo?
— Avrei comunque liberato il cavallo per rallentare il suo inseguimento,
quindi tanto vale salirgli in groppa e mettere qualche miglio tra noi due e
Simmons. — E tese la mano a Maxie. — Questa povera bestia non reggerà
molto a lungo con due persone in groppa, ma ci darà comunque un piccolo
vantaggio.
— Sei davvero molto astuto, lord Robert.
Quando aiutò Maxie a montare in sella dietro di lui, Robin sentì che aveva
le mani gelate e quando lei lo cinse alla vita, la sua stretta fu più forte di
quanto non richiedesse il passo placido del cavallo. Robin decise di aspettare
che si fosse un po’ tranquillizzata prima di chiederle spiegazioni sulla sua
storia e su quella misteriosa spedizione a Londra.

Stava scendendo il crepuscolo quando Robin si fermò a una biforcazione,


— È ora di rimandare il nostro focoso destriero al suo proprietario.
Smontarono di sella e Robin fece girare il cavallo, dandogli una pacca sul
didietro che lo fece ripartire ad andatura tranquilla nella direzione da cui
erano venuti. Poi tese la mano: — Dammi quella pistola.
Lei gliela consegnò, poi mandò un grido d’indignazione quando lo vide
scaricare l’arma e buttarla in una densa macchia di vegetazione —
Maledizione, Robin! Perché l’hai fatto? Una pistola avrebbe potuto esserci
molto utile.
— Le pistole sono degli oggetti tremendi. — Le munizioni volarono dietro
la pistola — Quando ci sono delle pistole, la gente viene spesso uccisa
inutilmente.
— Forse Simmons dovrà essere ucciso!
— Hai mai ammazzato qualcuno?
— No — ammise lei.
— Io sì, e non è un’esperienza che ripeterei volentieri.
Maxie fu colpita dalla freddezza con cui aveva parlato. Gran parte delle
storie che lui le aveva raccontato erano delle vere e proprie favole, ma in quel
momento lei era convinta che Robin le dicesse la verità. — Non parlavo sul
serio. Della possibilità di uccidere, voglio dire.
— Lo so. — La sua voce si era addolcita. Le cinse le spalle con un braccio e
si addentrarono in silenzio nel crepuscolo.
Il marchese di Wolverhampton era mezzo addormentato e rimpiangeva
amaramente di non essersi fermato a Blith, quando la sua carrozza si arrestò
cigolando. Guardò fuori dal finestrino e vide che il cocchiere stava parlando
con un omone grande e grosso e dagli abiti strappati e sporchi.
— Altri guai? — fece Giles, scendendo dal veicolo.
— Sono stato derubato — ringhiò l’omaccione. — Mi hanno rapinato e
rubato il cavallo. — Poi vide lo stemma sulla portiera della carrozza e si sforzò
con discreto successo di assumere un atteggiamento più umile. — Non
potreste darmi un passaggio fino alla prossima città, vostra signoria? —
chiese.
— Ma certo. — Giles fece cenno all’uomo di salire, poi lo seguì, pensando
che c’erano più malviventi sulle strade di quanto non avesse mai sospettato.
Accese due lanterne nella carrozza e prese una fiasca di brandy. — Avete un
bell’occhio nero — disse in tono discorsivo, versando un’abbondante dose di
liquore al suo ospite.
— Non è certo il primo.
Giles studiò la massiccia corporatura dello sconosciuto. — Immagino.
Siete un boxeur, non è vero?
— Lo ero. Mi chiamo Ned Simmons, ma il mio nome di battaglia era il
Killer di Londra. — E tracannò il brandy in un solo sorso, con aria
compiaciuta. — Mi avete mai visto combattere?
— Mi spiace, non seguo la boxe. Comunque penso che ci siano voluti
parecchi uomini per battervi oggi.
A quel commento Simmons eruppe in una serie di proteste e
imprecazioni, il succo delle quali era che era stato battuto con mezzi sleali.
Giles lo ascoltò senza grande interesse, fino a quando la sua attenzione non
fu attratta dalle parole damerino dalla testa gialla.
— Quel biondo doveva essere un tipo grande e grosso e forzuto — osservò
Giles in tono casuale per non palesare il suo interesse.
Simmons esitò, visibilmente restio ad ammettere una verità poco
lusinghiera. — Era un tipo mingherlino, in verità, e parlava come un
elegantone — finì per confessare con riluttanza. — Non mi sarei mai
immaginato che sapesse battersi così bene. Ma non mi avrebbe messo a terra
se non mi avesse assalito alle spalle all’improvviso, e se la ragazza non mi
avesse puntato contro la pistola.
Giles trattenne un sorriso. Robin e l’Innocente Indifesa dovevano essere
passati da poco da quella strada e pareva proprio che quest’ultima avesse
qualche somiglianza con la sua formidabile zia. — Come mai vi hanno
attaccato?
La faccia di Simmons si chiuse come un’ostrica. — Non posso dirvi di più.
È una faccenda riservata.
Giles si stava chiedendo se fosse il caso di offrirgli del denaro per avere
ulteriori informazioni, quando sentirono il nitrito di un cavallo.
Simmons guardò fuori dal finestrino. — È il mio cavallo! Quel maledetto
bastardo non è riuscito a rimanergli in groppa. Spero che si sia rotto il collo
quando il cavallo l’ha sbalzato di sella.
Il marchese non aveva mai visto un cavallo in grado di disarcionare suo
fratello, tanto meno uno stanco ronzino come quello. A quanto pareva Robin
aveva lasciato libera la bestia. Per fortuna non aveva aggiunto il furto di
cavalli ai suoi altri crimini.
Ma in che diavolo di storia si era immischiato?
Fermato e legato al retro della carrozza il cavallo, procedettero in
direzione della città più vicina, Worshop. Durante il tragitto Simmons rimase
in silenzio, lasciando Giles ai suoi pensieri. Molto probabilmente il londinese
era l’uomo che lord Collingwood aveva mandato all’inseguimento di sua
nipote. Non pareva il tipo più adatto a cui affidare una fanciulla di buona
famiglia, anche se, Giles iniziava a credere che l’educazione di Maxima
Collins fosse alquanto sui generis.
Evidentemente lady Ross non aveva ancora trovato i fuggitivi. E con un
po’ di fortuna li avrebbe raggiunti lui per primo. E allora avrebbe avuto un bel
po’ di domande da rivolgere al suo eccentrico fratello minore.
Su richiesta di Simmons, Giles lo lasciò in una topaia di taverna. Quanto a
lui, si fermò nella migliore locanda che Worshop potesse offrire.
Quando si addormentò, non sognò i fuggitivi e i potenziali scandali, ma
lady Ross. Era davvero una splendida amazzone.

Simmons aveva già lavorato in quella zona e dopo un’ora dal suo arrivo
nella cittadina aveva comprato un’altra pistola e reclutato alcuni uomini per
farsi dare una mano a inseguire i due fuggitivi.
Più tardi, mentre si teneva un pezzo di carne cruda sull’occhio nero e
tracannava pinte di birra locale, pensò al damerino biondo che lo aveva
aggredito alle spalle. Collingwood non avrebbe gradito che venisse fatto del
male alla sua preziosa nipote, ma nulla impediva a Simmons di fare a pezzi il
suo accompagnatore.
Mentre beveva la sua birra con aria cupa, pensò a quello che avrebbe fatto
quando avesse di nuovo affrontato quel viscido bastardo in un
combattimento leale.

Camminarono per quasi un’ora prima di trovare un riparo


sufficientemente isolato.
Dopo una parca cena a base di pane e formaggio, Robin appoggiò la
schiena contro un covone di fieno, i suoi capelli chiari erano illuminati dal
chiarore lunare che entrava da un’alta finestrella. — Credo che sia ora che tu
mi spieghi che cosa sta succedendo. Non vorrei che il nostro viaggio verso
Londra si popolasse di gentiluomini di grossa stazza intenzionati a rapirti.
Anche se era abituata a non confidarsi con nessuno, Maxie capiva che
Robin aveva diritto a una spiegazione. Anche se era fin troppo abile a
raccontare bugie e rubare, anche se lei ignorava il suo vero nome, anche se
lui era indubbiamente uno che viveva di espedienti, nonostante tutto ciò,
Robin l’aveva aiutata quando lei ne aveva avuto bisogno.
Alzò la mano e si sciolse i capelli, sospirando di sollievo nel sentirseli di
nuovo cadere sulle spalle. Cominciava a essere stufa di stivali, capelli raccolti,
e seni fasciati. E la sola idea di un bagno la faceva gemere di nostalgia.
— Non sono del tutto sicura di quello che sta succedendo. Non so
nemmeno da dove cominciare. Che cosa vuoi sapere?
— Tutto quello che sei disposta a dirmi.
Tutta un tratto ebbe il desiderio di rivelargli tutto sul suo insolito passato.
— Mio padre, Maximus Collins, era il secondogenito di quella che si definisce
una buona famiglia. Già di partenza non aveva grandi fortune, ma quel poco
che aveva lo scialacquò in gioco d azzardo e donne.
Sorrise sardonicamente. — Mio nonno decise che Max era un buono a
nulla inutile e costoso, il che era probabilmente vero. Si offrì di pagare i suoi
debiti se Max si fosse allontanato dall’Inghilterra. Mio padre accettò. Non
aveva altra scelta. Immagino che avesse gli ufficiali giudiziari alle costole.
Così decise di andare in America.
Era cominciato a piovere e si sentiva il picchiettare della pioggia sul tetto.
Maxie si rannicchiò nel fieno, stringendosi addosso il mantello e
rimpiangendo che non fosse più pesante. — Mio padre non era cattivo, era
soltanto uno che non si preoccupava troppo di cose come il denaro o la
proprietà. Proprio per quello il Nuovo Mondo gli piacque, perché trovò là
delle norme di condotta meno rigide che in Inghilterra. Dopo aver passato un
periodo di tempo a New York, commise l’errore di fare un viaggio da Albany a
Montreal d’inverno. Per poco non morì in una tempesta di neve. Fu un
indiano a salvarlo, un cacciatore Mohawk. Max finì per trascorrere il resto
dell’inverno nella sua longhouse, la casa comune della tribù del cacciatore. E
fu lì che conobbe mia madre.
Tacque, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di Robin alla notizia
che lei era una mezzosangue. Che brutta parola, mezzosangue.
Senza la minima traccia di disgusto, anzi, con un tono che esprimeva
sincero interesse, Robin osservò: — I Mohawk sono una delle Sei Nazioni
della Confederazione Irochese, non è vero?
— Sì — confermò lei, compiaciuta e sorpresa. — I Mohawk erano i Custodi
della Porta dell’Est, i difensori delle Nazioni dalle tribù dell’Algonquin del
New England. Quattro delle sei tribù vivono in Canada ora, perché si sono
mantenute fedeli all’Inghilterra durante la Rivoluzione Americana. Ma la
tribù di mia madre è riuscita a sopravvivere senza perdere il proprio orgoglio
e le proprie tradizioni. A differenza degli indiani del New England, che sono
stati praticamente distrutti dalle malattie e dalla guerra.
— Non è una bella storia — osservò piano Robin. — Da quello che ho letto
gli indiani erano un popolo forte, sano, e generoso quando sono arrivati gli
europei. Ci hanno dato grano, medici, e terra. E noi abbiamo dato loro in
cambio vaiolo, morbillo, colera, e Dio sa che altro ancora. Spesso violenza. —
Esitò, poi chiese: — Ci odi molto?
Nessuno le aveva mai fatto quella domanda, o aveva percepito la collera
che sentiva dentro di sé per quello che era stato fatto al popolo di sua madre.
Stranamente, l’intuizione di Robin ebbe l’effetto di attutire in parte quella
sensazione di rabbia. — E come potrei, senza odiare anche me stessa?
Dopotutto sono per metà inglese. Anzi, più di metà, visto che ho passato così
poco tempo tra i Mohawk, che mi hanno però accettata con molto più calore
che non i miei parenti inglesi.
Rabbrividì per un senso di gelo che veniva dal cuore. Persino nel clan di
sua madre non si era mai sentita del tutto a casa sua.
Sentendola battere i denti, Robin si avvicinò e l’abbracciò. Lei si irrigidì -
non di passione aveva bisogno in quel momento - ma poi si rilassò quando
capì che lui le stava semplicemente offrendo conforto.
— Le famiglie possono essere tremende — disse lui, accarezzandole la
schiena con una mano. — Non è vero? — E Maxie gli posò la testa sulla spalla.
Il calore e la vicinanza gradualmente dispersero quel senso di gelo. Si sentiva
talmente a suo agio tra le braccia di Robin.
Fin troppo! Rammentando a se stessa che l’ultima cosa al mondo di cui lei
aveva bisogno era un uomo piacevole e irresponsabile come suo padre, Maxie
raddrizzò la schiena e riprese il suo racconto — Mia madre era giovane e
irrequieta, interessata al mondo esterno. Nonostante fossero enormemente
diversi tra loro, lei e mio padre si innamorarono.
— Era il loro modo di ribellarsi alla vita convenzionale a cui li aveva
costretti la loro nascita — osservò Robin. — E quello deve avere creato un
forte legame tra loro.
— Credo che tu abbia ragione. E in più, mia madre era molto bella, e mio
padre affascinante. Quando arrivò la primavera, mio padre le chiese di andare
via con lui, e lei acconsentì. Dopo un anno nacqui io. Abitavamo nel
Massachusetts per la maggior parte dell’anno, ma d’estate andavamo nella
longhouse della tribù. Mia madre voleva che io conoscessi la lingua e le
abitudini della sua gente.
— E tuo padre? Veniva anche lui con voi?
— Sì. Andava molto d’accordo con i parenti di mia madre. Gli indiani sono
un popolo che ama la poesia, le storie d’amore, giocare e ridere. Mio padre
sapeva recitare a memoria lunghi brani di poesia in inglese, francese e greco.
Conosceva bene anche la lingua dei Mohawk — E scoppiò a ridere — Dio, che
dono aveva quell’uomo. Mi ricordo che una volta l’intera tribù rimase
incantata ad ascoltarlo mentre recitava loro l’Odissea. Adesso che l’ho letta
anch’io, mi rendo conto che ne aveva dato una resa molto libera, ma era
comunque una storia magnifica.
Poi il suo sorriso scomparve. — Ci furono altri due bambini, ma non
vissero che pochi giorni. E anche mia madre morì quando io avevo dieci anni.
La sua famiglia si offrì di tenermi, ma mio padre rifiutò. Non aveva mai
trovato un lavoro fisso che gli piacesse, così, dopo la morte di mia madre se
ne andò in giro a vendere libri e mi portò con sé nei suoi viaggi.
— Così hai passato la tua infanzia viaggiando. Ti piaceva quella vita?
— In parte sì. — Maxie si voltò in modo da appoggiarsi con la schiena
contro il petto di Robin. — C’è un grande rispetto in America per i libri e la
cultura. Poiché parecchi dei villaggi e delle fattorie che visitavamo erano
molto isolati, eravamo sempre bene accolti dovunque andassimo.
La sua voce a questo punto si fece fredda e distaccata. — Fin troppo bene,
a volte. I costumi indiani sono molto diversi da quelli europei e la libertà che
hanno le donne non sposate è sovente interpretata come dissolutezza dagli
europei. Ho incontrato spesso uomini interessati a mettere alla prova la virtù
di una mezzosangue come me.
Le braccia di Robin si strinsero intorno a lei, come per proteggerla. — Ora
capisco perché sei sempre tanto sospettosa.
— Dovevo esserlo. Se avessi raccontato a Max tutto quello che accadeva,
mio padre avrebbe potuto uccidere qualcuno, o finire ucciso lui stesso. Non
mi vergogno dei costumi del popolo di mia madre. Perché mai le donne non
dovrebbero avere prima del matrimonio la stessa libertà che hanno gli
uomini? Ma dovevo poter scegliere io, non essere costretta da un ubriaco
ignorante convinto che io fossi una donna facile.
— Solo un idiota potrebbe pensare di te una cosa del genere — disse piano
Robin.
— Lieta della sua comprensione, — Maxie continuò. — Andarsene in giro a
vendere i libri era il lavoro adatto per mio padre. Odiava starsene fermo
troppo a lungo in un posto, era nato per fare il vagabondo.
La cosa non lo stupì. Ma almeno Maximus Collins pareva essere stato un
padre affettuoso, cosa che non si poteva dire del defunto marchese di
Wolverhampton, per quanto retto e irreprensibile. E anche se poteva
sembrare assurdo, Robin pensò che Maxie era stata più fortunata con i suoi
genitori di quanto lui non fosse stato con i suoi. — E che cosa ti ha portato in
Inghilterra?
— Max voleva rivedere la sua famiglia. Voleva che la conoscessi anche io.
Robin la sentì irrigidirsi tra le sue braccia. Maxie gli aveva fatto già capire
che i parenti di suo padre non erano stati molto gentili con lei. Conoscendo la
piccola nobiltà inglese non si stupì. — E tuo padre è morto qui in Inghilterra?
— A Londra, due mesi fa. Non stava molto bene di salute. Anzi, credo che
fosse questo il motivo principale che lo aveva spinto a tornare qui. Voleva
rivedere un’ultima volta l’Inghilterra prima di morire. — La voce le si spezzò
per un attimo. — Max è stato sepolto nella tomba di famiglia a Durham. Poi,
alcuni giorni fa, proprio quando avevo deciso di tornare in America, ho
sentito una conversazione tra mia zia e mio zio.
Maxie gli raccontò tutto quello che aveva sentito e lo mise al corrente
della sua decisione di andare a Londra per fare indagini, senza nascondergli i
suoi sospetti sulla morte di suo padre.
— E questo ci riporta al presente — concluse. — Faccio molta fatica a
credere che la morte di Max non sia dovuta a cause naturali, ma il fatto che
mio zio mi abbia sguinzagliato dietro un tipo come Simmons sembra
confermare i miei peggiori sospetti. Forse era preoccupato per me, ma mi
sembra più probabile che sia deciso a impedirmi di scoprire la verità. Tu che
cosa ne pensi?
— È chiaro che tuo zio sta nascondendo qualcosa — ammise Robin. —
Probabilmente la soluzione dell’enigma si trova a Londra, ma potrebbe essere
pericoloso per te. Inoltre niente di quello che verrai a sapere ti restituirà tuo
padre. Vale davvero la pena di rischiare?
— Devo sapere la verità — disse lei in tono deciso. — Non cercare di
dissuadermi.
— Non me lo sognerei nemmeno — ribatté lui pacatamente. — Nel
frattempo si è fatto tardi e siamo tutti e due molto stanchi. Possiamo
permetterci di aspettare fino a domani mattina per decidere cosa fare per
evitare Simmons e raggiungere Londra.
— Mi aiuterai? — chiese lei, dubbiosa.
— Sì, che tu voglia o no. Non ho niente da fare e mi sembra un’impresa
meritoria. — Robin si lasciò cadere sul fieno, trascinandosi dietro Maxie.
Lei cercò di divincolarsi. — È stata una giornata faticosa e non ho voglia di
concluderla respingendo le tue avances.
— Stai di nuovo sottovalutando la mia intelligenza — le disse lui,
rassicurandola. — Per non parlare dei mio istinto di conservazione. Lo so
bene che se mi comportassi male, tu trafiggeresti con quel tuo pugnale una
parte del mio corpo a cui tengo parecchio. Comunque è una notte fredda e
staremmo molto più caldi tutti e due se dormissimo vicini. D’accordo?
Con un piccolo sospiro, Maxie si arrese. — D’accordo. Mi spiace di essere
così sospettosa, Robin.
— Adesso capisco il perché. — L’uomo le sfiorò la tempia con un bacio
lieve, poi si avvolse nel mantello insieme a lei.
Il fieno era un letto morbido e profumato. Maxie si rilassò, la schiena
appoggiata al petto di Robin.
— Come non si stancava di dire la signora Harrison, tu sei una cosina così
piccola, — Le passò il braccio intorno alla vita, attirandola più vicina. —
Pensavo che gli indiani fossero un popolo alto.
— Ogni razza ha delle eccezioni. Mia madre era piccola e io sono la più
bassa della famiglia.
— Però riesci a compensare la statura con la ferocia — fece lui con una
voce divertita. — Hai un nome Mohawk, oltre a quello inglese?
— Per i miei parenti indiani io sono Kanawiosta — rispose Maxie dopo
una breve esitazione.
— Kanawiosta — sulla bocca di Robin aveva un suono liquido e musicale.
Oltre a suo padre, Robin era l’unico uomo bianco che l’avesse mai
pronunciato. — Ha un significato particolare?
— Nulla di ben definibile. Qualcosa che abbia a che fare: con l’acqua che
scorre facilmente e anche con il miglioramento.
— Acqua che scorre — ripeté lui pensieroso. — Ti si adatta.
Maxie rise. — Non romanticizzare troppo il mio nome. Si potrebbe anche
tradurre come colei che abbellisce la palude.
Il gelo se n’era andato dalle sue ossa ormai, dissolto dal calore
dell’abbraccio di Robin. Era un’ottima coperta. Sentendosi al caldo e al sicuro
per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, Maxie scivolò dolcemente nel
sonno, ascoltando il vento, la pioggia, e il battito regolare del cuore di Robin.
8

Maxie si svegliò con una sensazione di caldo piacere. Aveva nelle narici il
profumo del fieno, e il corpo di Robin la riparava dall’aria umida dell’alba.
Una delle mani del suo compagno di viaggio riposava sul suo seno. Era
piacevole, molto piacevole, ma non era il caso che lui si svegliasse e si
illudesse che fra loro fosse cambiato qualcosa. Così Maxie gli spostò
dolcemente la mano.
Quel movimento lo svegliò. Si rotolò pigramente sulla schiena e si stirò,
irrigidendo il suo corpo accanto a quello di lei. Maxie si mise a sedere e
ammirò i suoi capelli biondi e arruffati. Non doveva essere molto diverso da
così quando era un ragazzino che sognava una benda da pirata sull’occhio.
Gli sorrise. — Buongiorno. Io ho dormito bene e tu?
Il suo sorriso ebbe un effetto tanto travolgente che lei non riuscì a
pensare ad altro che a come sarebbe stato meraviglioso vederlo così per tutto
il resto dei suoi giorni. — Molto bene anch’io — rispose lui con voce rauca.
Poi le posò distrattamente una mano sulla spalla distendendosi di nuovo
sul fieno. All’inizio il gesto fu molto casuale. I loro sguardi si incrociarono e
ci fu un lungo, pericoloso momento di tensione. Lentamente, come
controvoglia, la mano di lui scivolò lungo la manica. Sotto il tocco caldo del
palmo, la pelle di Maxie formicolò, palpitante di vita e il suo respiro sì fece
più rapido.
Gli occhi di Robin si fecero scuri e la sua mano si fermò per permettere al
pollice di accarezzare la pelle sensibile dell’interno del gomito. Maxie si sentì
mancare il respiro, sorpresa della grande sensibilità di quel punto.
Robin le accarezzò il braccio, fino a quando la sua mano non arrivò al
polso e glielo strinse, le dita sulla pelle nuda.
Lo strappo della sua camicia gli scopriva l’infossatura alla base del collo.
Maxie avrebbe voluto leccargliela. Avrebbe voluto strappargli di dosso il resto
della camicia per vedere e toccare quel corpo snello e muscoloso che l’aveva
tenuta tra le braccia per tutta la notte. Avrebbe voluto essere una donna
Mohawk che si concedeva senza vergogna o dubbi.
Ma se c’era qualcosa che aveva invece in abbondanza, quelli erano i dubbi.
Le si dovevano leggere in volto i suoi pensieri, perché Robin sospirò
profondamente e bruscamente rotolò via da lei. — È stato meraviglioso
passare la notte così — disse dopo essersi alzato in piedi. — Peccato doversi
separare quando ci si sveglia.
Maxie si passò le mani tremanti tra i capelli. — Fo… forse è stato un
errore dormire così.
Lui parve offeso. — Non ho mai fatto un errore in vita mia. Almeno non
uno che io non sia poi riuscito a giustificare talmente bene da farlo sembrare
la cosa più giusta da fare.
Lei scoppiò a ridere e tutt’a un tratto le cose si erano completamente
aggiustate. — La prossima volta farò in modo di alzarmi subito dopo essermi
svegliata.
— Sono lieto di sentirti dire che ci sarà una prossima volta. Abbiamo
bisogno di fare pratica.
Senza smettere di ridere Maxie si alzò in piedi e si preparò ad affrontare la
giornata. Era grigia e fredda, ma aveva smesso di piovere. Robin aveva
raccolto dei rametti nel granaio la sera prima e c’era quindi abbastanza legna
secca per accendere un fuoco fuori, davanti alla porta.
In un recipiente di pietra c’era dell’acqua piovana pulita, così Maxie
preparò il tè mentre Robin tostava del pane infilato su un bastone appuntito.
Questo e le ultime fette del prosciutto della signora Harrison costituirono
una sostanziosa prima colazione.
Mentre Maxie preparava il suo infuso di erbe, Robin le chiese: — Ti spiace
se mi rado qui dentro stamattina? Fa piuttosto freddo fuori.
— Non preoccuparti — rispose la ragazza e diede un’occhiata alla sua
camicia lacera, cercando di non notare il torace nudo che si intravedeva sotto
lo strappo. — Dovremo trovarti un’altra camicia, non credo che questa sì
possa più aggiustare.
Lui fece una smorfia. — Sì, e comunque mi sono proprio stufato di
portarla. — Prese il suo rasoio a serramanico e un pezzo di sapone, poi si
inginocchiò accanto alla pentola che conteneva il resto dell’acqua calda.
Con la stessa meticolosa puntualità con cui lei osservava il rito del suo
infuso d’erbe, Robin si radeva tutte le mattine, anche se non aveva mai
eseguito quell’operazione davanti a lei. E non l’avrebbe fatto nemmeno
questa volta, intuì Maxie, se non fosse aumentata l’atmosfera di intimità
familiare che si era creata tra loro due.
— Hai mai pensato di non raderti più? — gli chiese. — Io non sono un tipo
che si nota molto, ma tu sì. La barba potrebbe farti cambiare aspetto, e questo
renderebbe più difficile a Simmons rintracciarci.
L’altro si insaponò le guance e la mascella. — La mia barba è rossa, e
renderebbe il mio aspetto ancora più appariscente. Però hai ragione quando
dici che dobbiamo effettuare qualche cambiamento. Prima siamo stati
vittime dei banditi e adesso c’è Simmons che ci dà la caccia. È ora di
escogitare una nuova strategia.
— Che cosa hai in mente? Non abbiamo denaro per pagare un viaggio in
carrozza fino a Londra. A meno che tu non stia pensando di guadagnarlo con
uno spettacolo di giochi di prestigio.
— Ho un’idea che renderebbe un’impresa molto difficile seguirci, anche se
allungherebbe il percorso. Hai mai sentito parlare dei mandriani? — Affilò il
rasoio su una corta correggia di cuoio e poi si tirò la pelle della guancia per
poter radere una striscia di basette bionde, le stesse basette che le avevano
solleticato dolcemente la nuca la notte prima. Maxie sentì un brivido lungo la
schiena e deglutì faticosamente. — Vuoi dire gli uomini che portano il
bestiame nelle città?
— Esatto. Tutte le città hanno bisogno di essere rifornite di cibo e Londra
è talmente grande che riceve approvvigionamenti da tutta la Gran Bretagna.
— Robin pulì la lama del rasoio con un ciuffo di fieno e passò all’altro lato
della faccia. — La maggior parte della carne che si mangia in città viene dalla
Scozia e dal Galles. Il percorso che viene scelto per il bestiame segue
normalmente i sentieri alti ed evita le strade a pedaggio. Capita talvolta che
dei viaggiatori senza grandi pretese accompagnino i mandriani per avere
compagnia o per sicurezza, e molte volte anche per amore dell’avventura. —
Quando ebbe finito con le guance e la mascella, tese la pelle del mento e
passò alla gola.
Lei lo guardava affascinata. — Certo, mi sembra un’ottima idea. Ci sono
dei sentieri di passaggio del bestiame da queste parti?
— Ce n’è uno a ovest di Nottingham, a un paio di giorni di cammino da
qui. In questa stagione c’è una buona probabilità di incontrare dei mandriani
nel raggio di qualche miglio.
— Hai già viaggiato in questo modo?
— Sì. Ecco perché conosco un po’ i loro percorsi. — Tuffò lo straccio per il
viso nell’acqua calda, lo strizzò, e si pulì il viso e la gola, — Una volta mi sono
imbattuto in un gruppo di mandriani quando sono scappato di casa.
Questo non aveva l’aria di essere una sua invenzione. — Dovevi essere un
ragazzino che dava molte preoccupazioni a sua madre.
— Per niente — ribatté lui dopo ima lunga pausa di silenzio. — Quando
sono nato mi ha guardato in faccia e ciò che ha visto l’ha sconvolta a tal
punto che è subito spirata.
Nemmeno il tono indifferente riusciva a mascherare il dolore profondo
che si celava dietro quello che aveva detto. — Mi spiace tanto — fece piano
Maxie.
— Mai come a mio padre — continuò Robin, che aprì la porta e gettò fuori
l’acqua che aveva usato per radersi. — Devo assomigliarle molto, a giudicare
dai quadri. Lui non riusciva a guardarmi senza trasalire.
Maxie avrebbe voluto piangere per il bambino che Robin era stato. —
Perché mi racconti tutto questo? — chiese invece.
Lui rimase in silenzio per qualche secondo, il profilo freddo e distante
come il cielo grigio. — Non lo so, Kanawiosta. Forse perché a volte sono
stanco di essere sfuggente.
Sentirlo pronunciare il suo nome indiano le diede un pizzicorino alla
nuca. Per la prima volta Robin le rivelava spontaneamente qualcosa di ciò che
stava sotto quella sua brillante e impenetrabile scorza esterna. Forse perché
la notte prima anche lei gli aveva rivelato tanto di sé, oppure perché dormire
abbracciati aveva fatto crollare alcune delle barriere che si ergevano tra loro.
Pensò alle sensazioni che aveva percepito quando aveva cercato di
insegnargli a sentire il vento, e alla donna che lui avrebbe voluto sposare ma
che l’aveva rifiutato. Come un gomitolo di filacce, Robin era una matassa
ingarbugliata di allegria e chiusura, intelligenza e capacità di inganno,
sensibilità e freddo distacco. Adesso le aveva affidato un capo di quella
matassa, perché lei cercasse di sbrogliarla, se voleva.
Ma che cosa avrebbe trovato lei nel cuore del mistero, quando avesse
districato tutti i fili? Non appena ebbe formulato quella domanda, si rese
conto che conosceva già la risposta: nel cuore di quel groviglio c’era
un’immensa solitudine.

Era stato un grande sollievo per Desdemona apprendere dal messaggio di


lord Wolverhampton che i due fuggitivi erano sulla strada di Rotherham. Se
non altro ora sapeva che non era loro successo nulla di male. Ma il marchese
non le aveva dato altre informazioni, né si era più fatto vedere. Quindi
avrebbe dovuto riprendere da sola la ricerca e sbrigarsi.
Con un sospiro di esasperazione è di stanchezza scese dalla carrozza sulla
strada polverosa. Ormai era un’esperta nel fare domande. I villaggi più
piccoli, dove qualsiasi straniero veniva notato, erano i posti migliori per
ottenere informazioni, e le persone che avevano più cose da raccontare erano
quelle di una certa età, che si radunavano alla locanda. A volte però erano
utili anche i negozianti.
Per la terza volta in quel giorno, Desdemona entrò nell’unico negozio di
un piccolissimo paese di nome Wingerford. Come al solito il negozio
conteneva un’accozzaglia di articoli disparati, dall’ago e filo ad alimenti
essenziali come sale e zucchero, oltre a barattoli di caramelle per i bambini.
Un gatto rosso dormiva tranquillo su un mucchietto di abiti usati, con il
muso sotto la coda.
All’entrata di Desdemona la grassa proprietaria si precipitò a salutarla,
notando subito i lussuosi vestiti della sconosciuta. — Posso aiutarvi, milady?
— Mi chiedo se non abbiate per caso visto mia nipote e suo marito in
questi giorni qui nel vostro negozio o in paese — rispose Desdemona. — Lei
ha i capelli scuri ed è piccolina, solo un metro e cinquanta, ed è vestita da
ragazzo. Lui è di altezza media, ed è un bel giovane con i capelli biondissimi.
— Sì, sono stati qui proprio ieri. — Negli occhi della donna brillava uno
sguardo astuto e calcolatore. — Il gentiluomo si era fatto uno strappo nella
camicia e ne voleva una nuova. — E tossì con aria pudica. — Ha comprato
anche un cappello e della biancheria intima. Non avevo nulla che fosse fine
quanto quello che indossava lui, ma mi è parso lo stesso soddisfatto.
Desdemona iniziò il racconto che si era accuratamente preparata. — È una
sciocchezza madornale! Il marito di mia nipote ha fatto una stupidissima
scommessa, sostenendo di essere perfettamente in grado di raggiungere
Londra a piedi, e mia nipote ha deciso di accompagnarlo. Sono sposati da
poco e secondo lei questo viaggio sarebbe stato molto divertente. Io
naturalmente ero contraria, ma non ero nella posizione adatta per
proibirglielo.
A quel punto emise un triste sospiro. — Non ci sarebbe stato niente di
male in quest’impresa, dopotutto, se non fosse che il padre della ragazza si è
ammalato, e piuttosto gravemente. Adesso stiamo tentando di rintracciare
quei due, sperando che lei possa tornare da suo padre prima che sia troppo
tardi. — La voce di Desdemona ebbe un lieve tremito. Se avesse dovuto
raccontare quella storia molte altre volte, avrebbe finito per crederci anche
lei. — Per caso mia nipote o suo marito hanno detto qualcosa a proposito
dell’itinerario che avrebbero seguito?
La proprietaria del negozio inarcò le sopracciglia, con un’espressione che
suggeriva con grande delicatezza che, pur nutrendo grossi dubbi su quella
storia, lei non si sarebbe certo sognata di dare della bugiarda alla sua
distintissima visitatrice.
La mossa successiva toccava a Desdemona. Una donna rispettabile come
quella avrebbe potuto offendersi se le avesse offerto brutalmente del denaro,
qui ci voleva una contrattazione molto più sottile. Lady Ross si guardò
intorno nel negozio fino a quando non trovò l’articolo adatto. — Oh, che
nastro stupendo. Ho cercato dappertutto proprio quella sfumatura di azzurro.
— E prese una spoletta da un mucchietto di decorazioni di stoffa. — Sareste
disposta a vendermelo tutto per, be’, diciamo cinque sterline?
— Cinque ghinee ed è vostro. — La luce che brillava negli occhi della
padrona del negozio non lasciava adito a dubbi: la donna sapeva benissimo
che cosa stava vendendo.
— Splendido — fece allegramente Desdemona, come se ignorasse che il
vero valore del nastro non superava una sterlina.
La padrona del negozio incartò il fuso. — Si dà il caso che io fossi nel retro
dei negozio e che abbia sentito parlare la giovane coppia. Dicevano qualcosa a
proposito dei mandriani.
— Mandriani? — ripeté perplessa Desdemona.
— Sì. C’è un grande sentiero per il passaggio del bestiame a ovest di qui.
Forse intendevano seguire quella pista insieme ai mandriani, quelli che
portano le mandrie in città. Non sarebbe la prima volta che persone di nobile
rango decidono di viaggiare in quel modo. È un’avventura per loro.
Desdemona increspò le labbra. Questo complicava ulteriormente la sua
ricerca. — Potete dirmi esattamente come trovare quella pista?
Gli occhi della proprietaria del negozio si spostarono sulla mano della
cliente. Quella che teneva il denaro. Desdemona pagò e ricevette istruzioni
particolareggiate.
Prima di andarsene fece un’ultima domanda, — Andavano d’accordo mia
nipote e il marito?
La negoziante scrollò le spalle. — Sembravano affiatati. Per lo meno
ridevano molto.
Desdemona le rivolse un sorriso menzognero. — Come sono contenta di
sentirlo. Temevo che i disagi del viaggio potessero aver creato del disaccordo
tra loro due. E sarebbe stato un vero peccato per due giovani sposi.
Mentre la carrozza di lady Ross ripartiva in una nuvola di polvere, la
negoziante si permise un largo sorriso di soddisfazione. Quei due giovani
bricconi erano stati i clienti più redditizi che avesse mai avuto.
Il grosso londinese che sosteneva di essere alla ricerca di due ladruncoli le
aveva sganciato due sterline, ma era stato il nobiluomo con lo stemma sulla
carrozza che le aveva fatto sospettare che vi fosse qualcosa di strano in tutta
quella storia. Lui aveva detto che cercava i suoi due giovani cugini, che erano
scappati di casa per fare uno scherzo. Questa volta era una nonnina morente
il motivo che lo spingeva alla ricerca. Sua signoria aveva scucito cinque
sterline. E adesso quella signora…
Si chiese che cosa sarebbe successo ai due fuggitivi una volta che fossero
stati raggiunti dai loro inseguitori. Mentre si rialzava la gonna per infilare i
soldi in una sacca che le pendeva dalla vita, la negoziante ridacchiò. Avrebbe
scommesso una bella somma che il biondo se la sarebbe cavata. Con una
parlantina sciolta come la sua, si sarebbe tirato fuori da qualsiasi guaio.
9

Sentirono i muggiti prima ancora di vedere il minuscolo fabbricato di


pietra. Chiamato giustamente Locanda del Mandriano, sorgeva sulla cresta
di un’altura spazzata dal vento da dove lo sguardo spaziava su una vasta
distesa di verdi colline ondulate. In breve furono abbastanza vicini da vedere
una mandria di bovini neri che brucava sul prato dietro la collina.
— Siamo fortunati — esclamò Robin. — E ci è andata bene che oggi sia
domenica.
Lei gli lanciò un’occhiata in tralice. — Perché?
— Quello è bestiame del Galles. E poiché i bravi mandriani metodisti non
viaggiano di domenica, ecco che li abbiamo trovati qui e non qualche miglio
più avanti lungo il sentiero.
— Capisco. — E Maxie guardò con desiderio la locanda. — Robin, credi che
le nostre sostanze possano permetterci di pagare il costo di una stanza per
una notte, compreso un bagno caldo?
— Ammetto che in cambio di un bagno sarei disposto a lottare con
Simmons con una mano legata dietro la schiena. — E l’uomo assunse un’aria
pensosa. — Forse è ora di dare uno spettacolo di magia. Dopo una tranquilla
domenica la gente sarà dell’umore adatto per un po’ di intrattenimento.
Si fermò un attimo per nascondere alcune monetine e un fazzoletto in
posti strategici, poi raccolse una margherita, la fece sparire, e i due si
diressero insieme verso la locanda.
I mandriani, insieme a una folla di altra gente oziavano all’esterno della
locanda, chiacchierando, fumando e godendosi l’ultimo sole del tardo
pomeriggio. Nessuno dedicò ai nuovi arrivati più di un’occhiata indifferente.
Maxie seguì Robin nella locanda, dove trovarono il padrone e sua moglie
dietro al bancone della sala da mescita. Improvvisamente, in maniera
impercettibile, senza che nulla nei suoi tratti cambiasse minimamente, il suo
compagno si trasformò in un’altra persona.
Si presentò come il Magnifico Lord Robert e cominciò a far sparire
monete che poi riapparivano nei posti più improbabili. Quell’esibizione fu
accolta da grandi risate. Venne usato un mazzo di carte, furono raccontate
storielle spiritose, boccali vuoti furono lanciati in aria e ripresi al volo.
Robin terminò il suo spettacolo tirando fuori dal suo fazzoletto la
margherita e porgendola con un inchino alla locandiera.
Poi Robin raggiunse Maxie, che era rimasta ad aspettare in un angolo. —
Ce l’abbiamo fatta — le annunciò. — C’è una camera doppia per noi nel
sottotetto. Il padrone della locanda ci darà anche cena, prima colazione, un
bagno caldo e acqua per lavarci per la somma principesca di ben quattro
pence.
— Splendido. E che cosa devi fare tu in cambio?
— Due spettacoli nella sala da mescita questa sera. — E la sua voce prese
un tono solenne. — Dopodiché… un bagno caldo.
— La vita è bella — esclamò lei allegra.
— È vero.
Per un attimo Maxie credette di intravedere nello sguardo di Robin un
barlume della sua sfuggente personalità, ma lui si limitò a dirle: — Dobbiamo
cercare il capo dei mandriani adesso e chiedergli il permesso di viaggiare
insieme al gruppo. Partiranno domani mattina prima delle sette.
Maxie trasalì. — Non faremo certo in tempo a stancarci degli agi della
civiltà.
L’altro sogghignò. — Pietra mossa non fa muschio, ma una certa patina se
la forma.
Ridendo Maxie lo seguì fuori. Quelle risate quasi la compensavano di
tutte le scomodità.

Il piacere voluttuoso con cui Maxie sprofondò nella tinozza di acqua


fumante avrebbe convinto un pastore protestante a condannarla seduta
stante all’inferno. Dopo giorni di rapidi lavaggi nei torrenti gelidi, un vero
bagno era un lusso paradisiaco.
Quando cominciò a sentirsi raggrinzire la pelle si sciacquò i capelli dal
sapone e riemerse con riluttanza dall’acqua. La tinozza era stata collocata
dietro un paravento, ma preferiva comunque farsi trovare asciutta e vestita,
quando il suo compagno fosse tornato dal suo secondo spettacolo.
Tutt’a un tratto le passò per la mente una fantasia in cui lui la
sorprendeva così nell’acqua, con le conseguenze che sarebbero potute
seguire. Con le guance paonazze, si asciugò strofinandosi energicamente.
Non era contro Robin che avrebbe dovuto usare il suo pugnale, era contro se
stessa.
Aveva assistito al suo primo spettacolo, ridendo divertita insieme a tutti
gli altri. Poi era salita di sopra e aveva lavato i panni di entrambi. Adesso i
loro vestiti erano stesi ad asciugare su una sedia davanti al camino.
Come camicia da notte usò la sua unica sottoveste. Era una sensazione
divina sentire contro la pelle la carezza della soffice mussolina e non avere il
corpo strettamente fasciato. Per quella notte almeno avrebbe dormito come
una donna normale, anche se poi sarebbe dovuta tornare a brache e stivali la
mattina dopo.
Dopo essersi asciugata velocemente i capelli, si sedette davanti al fuoco a
gambe incrociate e iniziò la difficile impresa di pettinare i suoi folti riccioli.
C’era un grande silenzio, rotto a volte da qualche scoppio di risa che
proveniva dalla sala da mescita o dal muggito lontano di una mucca
irrequieta. Quella era la prima volta in cui si trovava davvero sola da quando
aveva incontrato Robin e le faceva piacere esserlo. Doveva però ammettere
con rincrescimento che la sua solitudine non sarebbe stata così piacevole se
lei non avesse saputo che il suo compagno sarebbe stato presto di ritorno.
I suoi pensieri andarono a Londra e cercò di immaginare che cosa avrebbe
trovato là. Il passare del tempo non aveva indebolito la sua ferma
determinazione di scoprire la verità sulla morte di suo padre e di ottenere che
fosse fatta giustizia se davvero era stato ucciso. Eppure una parte di lei aveva
paura di scoprire quello che era veramente accaduto. Anche se aveva amato
molto suo padre nonostante i suoi difetti, non le sarebbe piaciuto scoprire
altre prove della sua debolezza. Se poi fosse stato lord Collingwood a rivelarsi
colpevole di qualche crimine, lei non avrebbe esitato a chiedere che fosse
fatta giustizia, ma con grande rincrescimento.
Era più facile vivere nel presente, in questo viaggio che era una specie di
bolla sospesa nel tempo. Nel passato c’era dolore, nel futuro l’angoscia di
dover prendere decisioni importanti, non solo sulla morte di suo padre, ma
su tutto il resto della sua vita.
Maxie lasciò cadere le mani in grembo, interrompendo per un attimo la
faticosa operazione di pettinarsi i capelli bagnati e i suoi pensieri andarono a
Robin. Il suo aiuto le era stato prezioso. Le aveva davvero dato tanto e il suo
senso di giustizia le diceva che avrebbe dovuto contraccambiarlo in qualche
modo.
La soluzione più logica sarebbe stata quella di concedergli il suo corpo.
Sarebbe stato estremamente piacevole e l’infuso di erbe avrebbe evitato
eventuali conseguenze sgradite. Tuttavia Maxie temeva che se loro due
fossero diventati amanti, il complicato miscuglio di sentimenti che provava
per Robin avrebbe potuto trasformarsi in amore. E lei non aveva bisogno di
altre sofferenze da aggiungere al dolore per la perdita di suo padre.
C’era anche la possibilità che il suo dono non risultasse bene accetto.
L’attrazione di Robin per lei era evidente, ma il suo compagno di viaggio
pareva condividere i suoi stessi dubbi sull’opportunità di diventare amanti.
Maxie sorrise e riprese a pettinarsi. Era come quel gatto che si trovava
sempre dalla parte sbagliata della porta. Essere oggetto di cupidigia non le era
mai piaciuto, ma adesso scopriva di non essere particolarmente felice nel
vedersi oggetto di semplice amicizia.

Arrampicarsi su quella ripida scala con un paiolo pieno d’acqua bollente


non era un’impresa facile anche in condizioni normali, ma adesso era stata
ancora più difficile per tutta la birra che Robin aveva bevuto. Riuscì
comunque ad arrivare in cima senza incidenti. Bussò alla porta della stanza
per avvertire Maxie che stava arrivando, attese qualche secondo e poi entrò.
La trovò seduta a gambe incrociate davanti al fuoco, intenta a pettinarsi i
capelli che le ricadevano neri e lucenti fino quasi alla vita. — Come è andato il
secondo spettacolo? — gli chiese lei sorridendo.
Lui si bloccò, stordito. Anche se l’aveva sempre trovata molto graziosa,
questa era la prima volta da quando si erano incontrati che vedeva Maxie
nella sua perfetta e deliziosa femminilità. Le fiamme tremolanti
illuminavano di una calda luce il suo corpo e rendevano semitrasparente il
tessuto sottile della sua sottoveste.
Robin sapeva che i panni informi da ragazzo nascondevano una figura
aggraziata, ma la realtà sorpassava di gran lunga la sua immaginazione. Era
meravigliosamente proporzionata, con i fianchi arrotondati, la vita snella e
seni che si sarebbero adattati alla perfezione al palmo delle sue mani. Si sentì
la bocca asciutta e il suo autocontrollo rasentò il collasso quando vide appena
visibile sotto il corpetto, il cerchio più scuro dei capezzoli. Era difficile per
Robin trattenersi dall’inchiodare lo sguardo sull’ampia scollatura della
sottoveste, dove lo scintillio della catena d’argento faceva risaltare il caldo
avorio levigato della pelle. Ancora più difficile era trattenersi dall’attraversare
la stanza, prenderla tra le braccia e scoprire se la sua passione sarebbe
riuscita ad accendere quella di lei.
Ricordandosi improvvisamente che gli era stata rivolta una domanda,
riuscì a rispondere: — Lo spettacolo è andato bene. Purtroppo dopo tutti
hanno voluto offrirmi da bere e io non sono riuscito a esimermi dall’accettare
parecchie offerte.
Riscuotendosi dalla sua momentanea paralisi, Robin si diresse verso la
tinozza dietro il paravento e vi versò l’acqua calda. Non era quello un posto in
cui si buttava via dell’ottima acqua per il solo motivo che era già stata usata
una volta. Bastava semplicemente riscaldarla per gli ospiti della Locanda del
Mandriano.
Nascosto dal paravento, si tolse la giacca marrone. — Aspettati una lunga
giornata domani. I mandriani si muovono lentamente, ma camminano per
una dozzina di ore filate.
Maxie si alzò agilmente in piedi e cominciò a intrecciare i capelli in una
pesante treccia d’ebano. — Allora sarà meglio andare a dormire adesso.
Pareva un po’ a disagio e Robin ne indovinò il motivo. — Strano, vero,
come sia diverso dormire in una camera da letto.
— Hai ragione, in queste ultime notti abbiamo dormito tranquillamente
insieme, ma dividere lo stesso letto in una vera camera è diverso. — Si
mordicchiò il labbro inferiore, quel voluttuoso, sensuale labbro rosa,
riflettendo. — Lo trovo piuttosto sconveniente, cosa che non mi è mai parsa
prima.
Se lei gli avesse dato il minimo incoraggiamento, tutti gli scrupoli che gli
impedivano di fare l’amore con lei sarebbero volati fuori dalla finestra. Ma a
quanto pareva lei non era precisamente in preda a una passione irrefrenabile.
Si slacciò la camicia e la posò sopra la giacca che era appoggiata al
paravento. — Dormirò sul pavimento.
Lo sguardo di Maxie sfiorò le sue spalle nude e quella parte di torace che
non era coperta dal paravento, poi cambiò rapidamente direzione. —
Sciocchezze. Abbiamo avuto questa stanza grazie alla tua abilità di
intrattenitore e sarei davvero meschina se ti condannassi al duro pavimento.
Ti sei comportato bene fino adesso e spero che continuerai a farlo. E poi —
aggiunse in tono pratico — è un letto grande.
Sarebbe stata molto meno fiduciosa se avesse saputo quello che lui stava
pensando. Non era del tutto un vantaggio che le donne si fidassero tanto di
lui, perché questa loro fiducia lo vincolava più che dei ceppi di ferro.
Maxie si infilò sotto le coperte e chiuse gli occhi, mentre Robin entrava
nella tinozza con un sospiro di felicità.
Quando ebbe finito di fare il bagno e di asciugarsi e si fu infilato l’altro
paio di mutande che Maxie gli aveva lavato e messo ad asciugare, la sua
compagna dormiva, il respiro dolce e regolare. Aveva l’aria molto giovane al
tremolio delle fiamme, il viso disteso e innocente. Ma anche addormentata,
non perdeva quell’aria di indipendenza che era un parte così costitutiva di lei.
Robin passò alcuni minuti a lavare il resto dei suoi indumenti, poi li stese
vicino al fuoco, quando ebbe finito si infilò nel letto, tenendosi
scrupolosamente sul suolato.
Avrebbe tanto desiderato avvicinarsi a Maxie e tenerla tra le braccia come
aveva fatto le due notti precedenti, ma lei aveva ragione. Dividere un letto era
una cosa diversa dal dormire al riparo di un cespuglio o sul fieno. I letti, a
differenza dei granai, servivano per fare l’amore, anche se un mucchio di
fieno sarebbe stato un posto delizioso per sollazzarsi di tanto in tanto.
Si costrinse a rilassarsi, a ignorare la presenza di quell’allettante corpo di
donna a pochi centimetri da lui.
Tutto sommato sarebbe stato più facile dormire in compagnia di uno
scorpione.

Maxie non si stupì di trovarsi rannicchiata contro Robin quando si


svegliò. La stanza si era raffreddata dopo che si era spento il fuoco e il calore
del suo compagno l’aveva attirata come una calamita.
Erano le prime luci dell’alba e il sole non era ancora apparso all’orizzonte.
Avrebbero dovuto alzarsi tra breve, ma aveva ancora qualche minuto per
poltrire con la testa appoggiata alla spalla di Robin e il braccio di traverso sul
suo torace nudo.
Si tirò indietro la treccia e gli passò pigramente la mano sul petto. I peli
leggeri e morbidi erano piacevoli al tocco. Benché il suo compagno fosse di
corporatura piccola, era sorprendentemente muscoloso. O forse la cosa non
avrebbe poi dovuto sorprenderla tanto, vista la velocità con cui si era liberato
di Simmons. Spinta da affetto e gratitudine alzò la testa e gli sfiorò le labbra
con le sue.
Robin si mosse al suo tocco leggero e si voltò verso di lei, cercando la sua
bocca per restituirle la carezza. Maxie immaginò che avrebbe faticato a
svegliarsi dopo tutta la birra che aveva bevuto, perché pareva persino più
addormentato di lei. La cosa le diede un delizioso senso di perversità.
Avrebbe potuto baciarlo e fingere che la cosa non contava, perché lui non se
ne sarebbe mai ricordato.
Quando la bocca di Robin le toccò le labbra, Maxie le dischiuse. Il bacio si
fece profondo, rigoglioso e languido come le rose al sole dell’estate. La mano
di lui scese lungo la sua schiena e poi sul fianco, abile nelle carezze come nei
giochi di prestigio. La mussolina sottile della sua sottoveste non costituiva
una grande barriera e Maxie sentì distintamente la lenta e sensuale pressione
di ogni singolo dito. Se ne fosse stata capace, avrebbe fatto volentieri le fusa
come un gatto.
Quando Robin le passò il braccio intorno al collo, capì che era ora di
smettere. Il semplice piacere di quella intimità stava diventando un vivo
desiderio di continuare quello che aveva iniziato. Non ci sarebbe voluto molto
perché lui se ne rendesse pienamente conto e non sarebbe stato leale fare
improvvisamente la ritrosa quando era stata lei a stuzzicarlo.
Così Maxie si fece forza per tirarsi indietro, ma era troppo tardi ormai.
Prima che potesse fare appello alla sua forza di volontà per staccarsi da
Robin, lui le aveva già preso il seno nel cavo della mano e un fiume di fuoco
liquido le stava inondando le vene. Maxie si sentì mancare il fiato, ma non
riuscì a interrompere quel lunghissimo bacio inebriante.
— Sei così bella — le mormorò lui, staccando per un attimo il viso dal suo.
Non era la prima volta che le diceva cose del genere, ma mai con la
passione che vibrava adesso nella sua voce roca. Mentre lei respirava
tremante, lui le premette le labbra sulla gola. Sentì un leggero pizzicore al
contatto del suo mento e gustò quel contrasto fra la lingua di velluto e il
soffio leggero del suo respiro.
La bocca di Robin trovò la fossetta alla base della gola e poi scese sotto la
clavicola, fino alla curva del suo seno. Era come il sole, caldo e potente, che
portava il rigoglio della vita in qualsiasi cosa toccasse.
Abbandonata a quel mare di sensualità, Maxie non si accorse che Robin le
aveva scostato la spallina della sottoveste. Non se ne accorse fino a quando
lui non le ebbe preso il capezzolo in bocca. Allora si sentì mancare il respiro.
Robin leccò la punta facendola indurire dolorosamente, muovendo la lingua a
un ritmo che le riecheggiò nel sangue. Un ritmo stimolante, esaltante,
irresistibile.
— Robin, Robin… — Il suo ultimo debole tentativo di resistere crollò
miseramente, perché aveva completamente dimenticato per quale motivo
fino a quel momento avesse avuto qualche dubbio. Intanto con le mani gli
carezzava la schiena nuda, scendendo fin sotto la cintola delle mutande.
Robin era disteso di traverso su di lei e la sua focosa eccitazione premeva
dura contro il suo ginocchio. Maxie mosse la gamba, strofinando
deliberatamente quella pulsante virilità.
Lui mandò un lamento strozzato, pieno di desiderio. Afferrò tra le dita la
sua sottoveste e gliela sollevò sopra i fianchi. Con il palmo della mano le
sfiorò la tenera pelle all’interno delle cosce con lunghe dolci carezze. Poi,
entrò con le sue dita da prestidigitatore a esplorare le pieghe calde e umide.
Travolta da una marea di sensazioni Maxie gemette, divampando di desiderio.
Con il respiro caldo e ansimante, Robin le sussurrò all’orecchio: — Oh,
Dio, Maggie, è da tanto tempo, un’eternità che io….
Il desiderio si frantumò, lasciando Maxie come stordita. Si chiese
disperatamente se avesse sentito bene, ma persino in quel vortice di passione
non poteva mentire a se stessa su una cosa così importante. — Non Maggie —
corresse con gelida precisione. — Maxie.
Robin aprì gli occhi di colpo. Erano così vicini che Maxie lesse in quelle
azzurre profondità shock e orrore.
Per un attimo l’altro si irrigidì, come paralizzato, poi si scostò da lei,
liberandosi dalla coperta e scivolando giù dal letto. Barcollò prima di ritrovare
l’equilibrio e per poco non cadde. Con una goffaggine insolita per lui, si lasciò
cadere sul bordo del letto, con i gomiti sulle ginocchia e la faccia tra le mani.
— Cristo, scusami! — esclamò con voce rauca. — Non avrei voluto che
succedesse questo.
Era scosso da un violento tremito. Dio solo sapeva da quale tormento
fosse assediata la sua anima, ma Maxie intuiva che andava ben oltre la
delusione del desiderio insoddisfatto.
Sentendosi improvvisamente gelata e defraudata, si alzò a sedere,
cercando di riordinare le idee in quel caos di confusione e frustrazione. Come
era stata stupida!
— Non è stata colpa tua — riuscì a dire, quando sentì di padroneggiare di
nuovo la sua rabbia istintiva e irrazionale. — È stato il letto. — E odiandosi
per la sua gelosia, aggiunse caustica: — Vorresti che io fossi quella Maggie?
La schiena di Robin si irrigidì per la tensione. Dopo un penoso silenzio
parlò, la faccia ancora nascosta tra le mani. — Ci sono delle domande che non
si dovrebbero fare. E anche quando vengono fatte, nonostante tutto, non
meritano risposta.
Quindi si alzò in piedi e andò alla finestra a guardare le colline immerse
nella nebbia. Benché fosse di corporatura asciutta, sotto la pelle chiara da
biondo si intravedeva un gioco di muscoli possenti, che ricordava la forza
languida di un leone di montagna dell’Adirondack.
Se Robin fosse stato abbastanza sveglio da rendersi conto di chi lei fosse,
se fosse stata lei quella che lui realmente voleva, tutta quella maschia
bellezza sarebbe stata ancora tra le sue braccia. Sarebbero stati nudi e uniti a
fare l’amore nella fioca luce dell’alba.
Cercando di soffocare la tristezza per quello che aveva perso, gli chiese
piano: — È Maggie la donna che volevi sposare?
— Sì — sospirò lui stancamente. — Siamo stati amici, amanti, compagni,
complici per molti anni.
Complici? Per il momento Maxie non volle pensare a quel particolare. — È
morta?
Lui scosse il capo. — Al contrario. È felicemente sposata con un uomo che
è in grado di darle molto più di me.
Maxie provò un moto di rabbia contro quella Maggie. Una che aveva il
coraggio di abbandonare un uomo come Robin per un altro più ricco non era
degna di tanta felicità. Ma non disse nulla e si alzò per prendere dalla sedia la
camicia di Robin, ormai asciutta.
Mentre gliela appoggiava sulla schiena gli disse semplicemente: — La tua
Maggie è una maledetta stupida.
Robin voltò la testa e abbassò lo sguardo su di lei, con un lieve sorriso sul
volto. In quella fioca luce i suoi capelli sembravano più d’argento che d’oro.
Si infilò la camicia dalla testa poi le posò un braccio intorno alle spalle e se la
strinse al fiancò. — Non lo è per niente, ma ti sono grato della tua lealtà.
Pensando che parlare gli avrebbe fatto bene, Maxie gli chiese: — Che tipo
è?
Lui esitò, cercando le parole. — Forte. Intelligente. Coraggiosa. Onesta.
Molto simile a te, Kanawiosta, anche se fisicamente non vi assomigliate
affatto. — E intensificò la sua stretta intorno alle spalle di Maxie. — Tranne
per il fatto che siete tutte e due molto belle.
Tacquero, osservando il sole che saliva piano piano all’orizzonte. Forse
avrebbe dovuto sentirsi onorata per quel paragone, pensò Maxie, ma quelle
parole lusinghiere non bastavano ad alleviare la sua pena all’idea che lui
avesse cercato di fare l’amore con lei per sbaglio, ancora mezzo addormentato
e sognando un’altra donna. Non c’era da stupirsi che ci fosse sempre stato
qualcosa di ambiguo nel desiderio che provava per lei.
Rifiutando di abbandonarsi al pianto, premette la faccia contro la spalla di
Robin. Lui l’abbracciò.
— Devi rimpiangere il giorno in cui ci siamo incontrati — le disse l’uomo
in tono serio. — A quanto pare, sono più i guai che combino che quelli che
impedisco.
Con la voce soffocata dalla sua camicia profumata di fresco, Maxie
rispose: — A me non dispiace affatto averti incontrato, se non dispiace a te.
Lui le schiacciò la guancia tra i capelli. — No, Kanawiosta, a me non
spiace.
Lei si sentì un nodo alla gola. Sì, esisteva un legame molto forte tra loro
due, ma non sarebbe mai diventato amore.
Decise che da quel momento fino a quando non si fossero divisi a Londra,
lei si sarebbe comportata in maniera razionale. Avrebbe accettato la sua
amicizia, goduto della sua allegria, e si sarebbe guardata bene dal cercare un
rapporto più intimo.
Però, nel segreto della sua anima, dovette ammettere che un
comportamento logico e razionale le avrebbe lasciato dei ricordi molto freddi
quando Robin se ne fosse andato.
10

Tra sobbalzi e sussulti la carrozza avanzava sul fondo irregolare del


sentiero segnato da profondi solchi.
Desdemona cercò di farsi forza, evitando lo sguardo corrucciato della
cameriera e augurandosi che non si rompesse un assale prima che fossero
arrivati alla loro meta, una taverna isolata chiamata Locanda del Mandriano.
Era una stazione regolare per le mandrie in cammino ed era raggiungibile
molto più facilmente con un cavallo che non con una carrozza.
Con un ultimo scossone la carrozza si fermò. Desdemona si precipitò
fuori senza nemmeno attendere che il cocchiere le aprisse la portiera. Per un
attimo rimase ferma nel sole pomeridiano, godendosi la stabilità del terreno
sotto i piedi. Il vento spazzava instancabile la cresta nuda della collina, un
inquieto mare d’erba in basso e nuvole dalle forme bizzarre in alto.
A un tratto vide un altro veicolo, un veicolo che portava sullo sportello
uno stemma familiare. Sorrise soddisfatta. A quanto pareva si era mossa con
tale rapidità da annullare il vantaggio che il marchese di Wolverhampton
aveva guadagnato su di lei dopo l’incidente con i banditi.
Quando si parla del diavolo… la porta della locanda si aprì e ne uscì il
marchese in persona. La sua alta figura possente si stagliò per un attimo sulla
soglia, poi l’uomo le rivolse un sorriso così affabile da lasciarla
momentaneamente sconcertata.
— Buongiorno, lord Wolverhampton — disse la donna ricordando a se
stessa che erano avversari, non amici. — Suppongo che non abbiate ancora
trovato la nostra comune preda.
— Non ancora. Devo comunicarvi le informazioni che ho raccolto?
Assentendo, la donna accettò il braccio che il marchese le offriva come se
si fossero trovati nel Parco di Saint James a Londra, e i due si allontanarono
dalla locanda, Benché lady Ross fosse una donna alta, il marchese torreggiava
su di lei.
— Saranno nei pressi di Leicester, ormai — la informò il marchese. — Non
sono sicuro della presenza della signorina Collins, che ha un vero talento per
passare inosservata, ma so che qualcuno ha intrattenuto i mandriani con
trucchi e giochi di prestigio in cambio di vitto e alloggio. Quel qualcuno era
certamente Robin. Fin da ragazzo è sempre stato affascinato dai giochi di
destrezza ed è diventato davvero molto abile.
Questo particolare faceva diventare ai suoi occhi quel mascalzone un
personaggio quasi simpatico! Scacciando questa inopportuna simpatia,
Desdemona chiese: — E mia nipote dov’era mentre lord Robert faceva il
saltimbanco?
— Di sopra, a fare un bagno — le rispose il marchese, lanciandole un
occhiata penetrante. — La signorina Collins aveva la possibilità di scappare,
ma non ne ha approfittato, il che pare confermare la mia tesi che stia
seguendo Robin di sua spontanea volontà.
Desdemona emise un borbottio gutturale, simile a un ringhio.
Dopo un attimo di sbigottimento, le labbra di Wolverhampton si
incresparono come se cercasse di trattenere un sorriso. — Secondo me mio
fratello si è offerto di accompagnare la signorina Collins nel suo viaggio. È
molto probabile che lo abbia preso come un impegno d’onore, il che vorrebbe
dire che la signorina non corre assolutamente pericoli. Anzi, questo
spiegherebbe anche come mai essa non abbia il minimo desiderio di scappare
da lui.
Benché Desdemona fosse nel suo intimo incline a dargli ragione, non era
però disposta ad ammetterlo davanti a lui. — La vostra immaginazione vi fa
onore, ma io non sono convinta.
Giunsero a un grosso masso sul ciglio della collina. Poiché il sentiero
adesso saliva troppo ripidamente, Desdemona si sedette, badando bene ad
avvolgersi completamente nel suo voluminoso mantello. — Per quel che
sappiamo Maxima potrebbe anche essere stata imprigionata nella stanza,
altro che bagno! E comunque dopo che una donna è stata oggetto di violenza,
può anche essere troppo spaventata per cercare di fuggire. Non sarò
soddisfatta fino a quando non le avrò parlato io stessa.
— Queste parole non mi giungono certo inaspettate — mormorò il suo
compagno, sedendosi accanto a lei e incrociando le gambe.
Lei gli lanciò uno sguardo gelido. — Che intenzioni avete nel caso troviate
quei due prima di me? Cercherete di soffocare lo scandalo e salvare il buon
nome della vostra famiglia con il denaro, costi quel che costi?
— Questa è una possibilità. — I suoi occhi color ardesia avevano uno
sguardo deciso. — Ma prenderò la mia decisione quando arriverà il momento.
— E che cosa farete se sarete costretto a scegliere tra la giustizia e vostro
fratello?
Con un sospiro il marchese volse lo sguardo alle ondulate colline. — Spero
sinceramente che non si debba arrivare a tanto, lady Ross. Voi conoscete la
ragazza, ditemi, è così virtuosa che siete in grado di escludere tassativamente
qualche cedimento di condotta? Vostra nipote non è una giovinetta
sprovveduta e a quel che ho sentito gli americani sono meno rigidi di noi
inglesi in certi aspetti della morale.
Presa alla sprovvista da quella domanda, Desdemona si sentì arrossire.
Wolverhampton la fissava con uno sguardo inquisitore e lei avvertì
distintamente che l’uomo aveva intuito una verità che lei gli aveva taciuto.
— Conoscete davvero bene vostra nipote? — la incalzò il marchese, lo
sguardo ancora più penetrante. — La signorina Collins è in questo paese da
pochi mesi soltanto e voi mi avete detto che siete andata a Durham a farle
visita.
Lei abbassò gli occhi sul parasole, giocherellando con il manico. — Non ci
siamo mai incontrate di persona — fece con voce strozzata. — Comunque
abbiamo intrecciato un fitto scambio epistolare e ho la sensazione di
conoscerla piuttosto bene. È una ragazza colta e riflessiva. Non ho mai notato
in quelle lettere traccia di volgarità o immoralità.
— Santo cielo, allora non avete mai visto in faccia quella ragazza? —
Cercando di trattenersi, il marchese continuò in tono più pacato: — Forse le
vostre preoccupazioni sono eccessive. A quel che ho saputo è una ragazza
molto indipendente e volitiva. Se è anche virtuosa, non corre pericoli con mio
fratello. Forse sarebbe meglio che voi l’aspettaste a Londra. Sono certo che ci
arriverà presto e voi vi risparmiereste questa noiosa ricerca.
Lady Ross si alzò in piedi e lo guardò furente. — Forse Maxima arriverà
sana e salva a Londra, come dite voi, ma poiché io non ho la vostra toccante
fiducia nell’integrità: assoluta di vostro fratello, preferisco continuare le
ricerche fino a quando non mi sarò assicurata personalmente che nulla di
male sia successo a mia nipote.
Giles, che sarebbe rimasto molto deluso se la donna si fosse lasciata
dissuadere dal proseguire la ricerca, si alzò a sua volta e scrutò la sua
espressione. Il viso di lady Ross lo interessava molto di più che non il destino
dell’Innocente Indifesa. I lineamenti che la larga tesa della cuffia di paglia
metteva in ombra erano più decisi di quanto non richiedesse la moda, ma
belli e attraenti. Un raggio di sole che era penetrato attraverso la trama della
paglia gli mostrò che quello che lui aveva preso per castano, era invece rosso
ramato. — Di che colore sono quei capelli che nascondete sotto la vostra
decorosa cuffia?
Lei lo guardò stupefatta, gli occhi grigi sgranati.
Benché Giles fosse un modello di buone maniere e correttezza, cedette
all’impulso irresistibile di combinarne una. Così, muovendosi lentamente in
modo che la donna potesse fermarlo se avesse voluto, le slegò, la cuffia e
gliela tolse.
Gli mancò il fiato alla vista di quei capelli rosso fiamma arrotolati in
grosse trecce intorno al capo. Alcune ciocche luminose erano sfuggite
all’acconciatura e si arricciavano sul lungo collo. Adesso la donna aveva perso
la sua aria di austera riformatrice. Se si fosse sciolta i capelli sarebbe stata
una dea pagana delle colline e dei boschi.
— Vedete perché li copro — fece lady Ross con un’espressione vulnerabile.
— Questi non sono capelli decenti. Gli uomini o li trovano bellissimi o li
detestano, ma rispetto non lo ispirano di certo. Lady Collingwood era
disperata quando mi ha presentata in società. Diceva che il mio aspetto era
più adatto a una cortigiana che a una gentildonna.
Giles non aveva mai meditato sul significato dei capelli rossi, ma scoprì
che provava un desiderio irresistibile di sciogliere quelli di lady Ross e
tuffarci le mani. Aveva voglia di passare le dita tra quei riccioli illuminati dal
sole e arrotolarli intorno ai polsi. Avrebbe anche voluto sprofondare la faccia
in quella massa serica e non sentire altro che il profumo e il gusto delle
ciocche splendenti.
Buon Dio, a che cosa stava pensando? Lui, prossimo ai quaranta, da tutti
ritenuto un modello di serietà e responsabilità. Aveva ormai superato l’età in
cui si smania per il sesso e non si pensa ad altro. Dopo avere respirato a
fondo disse in tono casuale: — Non c’è niente di morale o di immorale nei
capelli.
Toccò una delle splendide trecce, quasi sorpreso che non gli scottasse la
punta delle dita. — I vostri sono molto belli e per niente indecenti.
— Non ne sono così sicura — disse lei sardonica. — Ho scoperto che se
voglio essere presa sul serio devo coprirli.
— È da quando ci siamo conosciuti che ho l’impressione che la vostra
preoccupazione per vostra nipote sia maggiore di quanto non richieda la
situazione — fece Giles, cambiando argomento, desideroso di avere una
conferma a un sospetto che cominciava a farsi sempre più forte. — Perché
diffidate tanto degli uomini?
Lei alzò la testa di scatto e lo sguardo si indurì. La sua pelle aveva il colore
lattiginoso e quasi trasparente delle autentiche rosse. — Siete un
presuntuoso, milord. Se un uomo che ha una tale fama di rettitudine può
essere così impertinente, non c’è da stupirsi che vostro fratello sia un vero
mascalzone.
Poi gli strappò la cuffia dalle mani e se la calzò energicamente sulla testa,
celando di nuovo i capelli fiammeggianti e con essi la sua vulnerabilità.
Mentre si allontanava a grandi passi cercò di tenere la schiena eretta nelle
pieghe avvolgenti del suo mantello.
Fu allora che a Giles venne in mente che non l’aveva mai vista se non
tutta coperta come un eschimese. Si chiese che cosa celassero i suoi larghi
mantelli? Benché fosse piuttosto imponente, pareva essere comunque dotata
di piacevoli curve femminee. A lui non piacevano le donne che non avevano
gran che si potesse abbracciare. Peccato che sua signoria avesse quel
carattere spigoloso.
Le scarpette leggere e la necessità di badare bene a dove metteva i piedi
nell’erba alta impedirono a lady Ross una rapida ritirata e Giles riuscì
facilmente a raggiungerla. — Tra due giorni i mandriani attraverseranno la
cittadina di Market Harborough. Potete arrivare prima di loro e intercettarli
là.
— Ci sarete anche voi lord Wolverhampton? — La donna parlò in tono
gelido, adesso che aveva il viso nascosto al sicuro sotto la tesa della sua
cuffia.
— Certamente. Credo che quello sia il posto migliore per trovare i nostri
fuggitivi — Ma nonostante quelle parole così ottimistiche, Giles dubitava che
fosse possibile intercettare suo fratello, a meno che non lo desiderasse lui
stesso. L’essere sfuggente, introvabile, inafferrabile erano doti essenziali per
una spia e suo fratello non sarebbe sopravvissuto tanto a lungo sul
Continente se ne fosse stato privo.
Il marchese decise di non rivelare un fatto importante. Se Robin avesse
continuato lungo quella direzione sarebbe passato nelle vicinanze della sua
proprietà, Ruxton. Era molto probabile che lui e l’Innocente Indifesa
decidessero di fermarsi là per un po’, soprattutto se sospettavano di essere
inseguiti.
Se non li avesse trovati prima, Giles avrebbe cercato la coppia a Ruxton,
ma vista la natura sospettosa di lady Ross, sarebbe stato molto meglio per
tutti se fosse stato lui a raggiungere per primo i fuggitivi.

A un centinaio di metri da loro due si stava svolgendo un’operazione


misteriosa. — Che cosa sta facendo Dafydd Jones? — chiese Maxie.
Robin lanciò un’occhiata ai mandriani: largo di spalle, con una faccia
rubizza, Dafydd Jones era uno dei pochi mandriani che parlava correttamente
l’inglese e Maxie aveva chiacchierato con lui qualche volta, mentre seguivano
la mandria. Il suo accento gallese era così marcato che lei non riusciva
sempre a capire tutto quello che diceva, ma le piaceva ascoltare la sua
suadente voce baritonale.
— Sta costruendo una fucina portatile. Forse non lo hai notato, ma il
bestiame è stato ferrato per evitare che qualche capo si azzoppi durante il
tragitto. Portarsi dietro la fucina significa che non devi andare a cercare il
maniscalco locale.
— E come si fa a mettere i ferri a un animale che ha lo zoccolo fesso?
— Si usano due pezzi separati per ciascuno zoccolo — le spiegò Robin. — È
molto probabile che il fabbro si sia portato dietro dei pezzi già pronti alluso,
per non doverne forgiare di nuovi.
Interessata Maxie si alzò in piedi. — Vado a vedere.
— Hai voglia di darmi una mano, ragazzo? — chiese Dafydd Jones mentre
lei si avvicinava.
Maxie guardò dubbiosa i manzi che pascolavano placidamente là vicino. —
Non so se vi sarei di grande utilità, signore. Non ho mai lavorato in una
fucina, o ferrato un bue, e suppongo che ci voglia qualcuno di più robusto di
me per un lavoro del genere.
— Devi soltanto passarmi i pezzi e gli attrezzi, quando te li chiedo. — Il
signor Jones le indicò l’attrezzatura, poi prese un rotolo di corda e la buttò
addosso a una bestia che era stata separata dal gruppo da uno dei cani da
pastore. Quando il cappio fu arrivato quasi a terra, il gallese lo strinse forte
intorno alle zampe del manzo e diede un energico strattone. L’animale cadde
a terra con un muggito, più sorpreso che furioso.
Maxie passò al mandriano uno dei due ferri. L’altro lo fissò al suo posto
con rapidi colpi di martello, tenendo al tempo stesso a bada l’animale che si
divincolava violentemente. In questo caso bastava sostituire un solo pezzo, e
l’animale fu presto lasciato libero. Il manzo si rimise faticosamente in piedi e
si allontanò verso un pascolo più tranquillo, agitando indignato la coda nera.
Altre bestie furono ferrate con la stessa rapidità. Alle loro spalle, nella
locanda, si levò un coro maschile che cantava una canzone gallese, mentre il
sole stava tramontando, Maxie continuò a passare ferri e chiodi e martelli,
come le veniva chiesto, pensando nel frattempo a quanto a lungo durasse la
luce del giorno da quelle parti. Le pareva strano pensare di essere più a nord
quassù che non nella sua terra nativa, anche se da queste parti l’inverno era
molto più mite.
Terminata la sua cena, Robin si avvicinò. Anche se si trovava alle sue
spalle, Maxie ne avvertiva la presenza, come un formicolio sulla pelle. Le
sarebbe mancato quando si fossero separati, ne era certa.
Il tredicesimo manzo, l’ultimo, era un animale nervoso, con orbite
bianche intorno agli occhi scuri. Solo i morsi dei cani riuscivano a impedirgli
di scappare. Dopo che l’animale fu caduto con un muggito di rabbia, il
mandriano si avvicinò per cominciare a ferrarlo.
Improvvisamente, con un movimento così rapido da cogliere tutti alla
sprovvista, l’animale si liberò spezzando le corde che lo trattenevano e si
rialzò fulmineo, dondolando il testone massiccio e mugghiando
furiosamente. Un corno appuntito colpì il gallese tra le costole, strappandogli
il grembiule e gettandolo a terra.
Maxie divenne di pietra, inorridita. Che fare? Gli altri mandriani erano
nella locanda e se anche avesse urlato non sarebbe stata sentita, tra i canti e
l’intontimento della birra bevuta. Se avesse cercato di trascinare via Dafydd
Jones, il manzo l’avrebbe buttata a terra come uno straccio. Ma si era
scordata di Robin. Mentre stava ancora osservando attonita la scena, il suo
compagno le sfrecciò accanto e, fermandosi alle spalle della bestia, l’afferrò
per le corna. Facendo uso di tutte le forze del suo corpo asciutto, cominciò a
torcere la testa della bestia di lato, cercando di farla cadere a terra.
Mentre la trazione sul collo dell’animale lo costringeva a stare in una
posizione di equilibrio precario, Robin urlò a Maxie: — Togli di mezzo Dafydd
Jones, Maxie — Un calcio del manzo le fece volare via il cappello dalla testa e
le sfiorò una spalla, mentre si abbassava ad afferrare il gallese. Pesava
almeno la metà del mandriano, ma la paura le diede forza e riuscì a
trascinarlo via. Non si fermò fino a quando non ebbe messo una buona
distanza tra lei e Dafydd Jones e l’animale infuriato.
A questo punto alzò lo sguardo e vide una scena terrificante: le mani di
Robin stringevano le corna appuntite del manzo, le braccia rigide nello sforzo
di inchiodare a terra la bestia furibonda. L’animale muggiva di rabbia e si
dibatteva violentemente, ma non riusciva a usare la sua forza bruta contro
l’uomo che lo bloccava.
Il corpo di Robin mostrava una tale vigoria e potenza che Maxie ne fu
affascinata. Il suo controllo dell’animale, però, era solo temporaneo, perché
era come tenere ferma una tigre per la coda, Dio solo sapeva come sarebbe
riuscito a sfuggire indenne alla sua furia.
Maxie stava per correre a chiedere aiuto alla locanda quando Robin trovò
abbastanza fiato per emettere una serie di fischi acutissimi. Parecchi dei cani
da pastore accorsero a quel richiamo, Robin aspettò che fossero vicini, poi
lasciò l’animale.
Il manzo infuriato cercò rabbiosamente di incornare il minuscolo umano
che gli aveva causato tanto fastidio. E Robin si scostò appena in tempo per
evitare una cornata nel petto.
Prima che la bestia potesse riprovarci, fu accerchiata dai cani, che avevano
le zampe corte e si tenevano raso terra per evitare i calci del manzo. A forza di
morderlo, di tirarlo perle zampe, e di abbaiare, i cani riportarono l’animale
verso il branco, dove, sorprendentemente, la bestia dimenticò di colpo la sua
rabbia e ricominciò a brucare.
Ansante e scarmigliato, Robin si avvicinò a Maxie, che si era inginocchiata
accanto al mandriano disteso. — Come sta il signor Jones?
Prima che la ragazza potesse rispondergli, il gallese si alzò faticosamente a
sedere, con una litania di quelle che parevano colorite imprecazioni in
gallese. Sui pantaloni aveva le impronte fangose degli zoccoli del manzo. —
Non mi dispiacerà affatto vedere quella bestia trasformata in arrosto —
esclamò in tono caustico, passando all’inglese. — Forse in futuro mi limiterò
a guidare soltanto oche.
Con l’aiuto di Robin e di Maxie riuscì ad alzarsi in piedi. — Niente di rotto,
grazie a voi due — disse sollevato, dopo una cauta esplorazione delle costole.
Robin andò a riprendere la corda che il mandriano aveva usato e, dopo
averla esaminata con cura, ne mostrò un capo sfrangiato al mandriano. — La
corda era consumata e si è spezzata quando il manzo ha cominciato a
scalciare.
Il signor Jones guardò a sua volta la corda. — Sì. È facile lasciarsi sfuggire
certi particolari, ma una distrazione del genere può costare la vita. Vi devo un
paio di boccali di birra e anche di più. — Poi sgranò gli occhi, quando il suo
sguardo cadde su Maxie, ma si riprese subito. — Sarà meglio che ti rimetta il
cappello in testa, ragazza — fece sorridendo.
Maxie arrossì e riprese il cappello. Le tremavano le mani, come se solo in
quel momento si fosse resa conto del pericolo che avevano corso e abbassò la
tesa sul viso.
— Non rivelerò il tuo segreto — la rassicurò il mandriano. — Posso offrirvi
della birra adesso?
— A Robin forse — rispose Maxie spazzolandosi con una mano i pantaloni.
— A me non dispiacerebbe una tazza di tè.
— Sì, una pinta di birra la gradirei — disse Robin — ma credo che noi due
preferiremmo che nessun altro sapesse di questo incidente.
— D’accordo, non ne parlerò agli altri visto che non volete attirare
l’attenzione.
Mentre l’uomo si avviava verso la rumorosa locanda, Robin e Maxie si
diressero verso un luogo isolato all’ombra di un cespuglio dove avevano
disteso la loro coperta. Dopo qualche minuto dalla locanda uscì una
cameriera che portava un boccale di birra e una tazza fumante di tè.
Maxie si sedette sulla coperta e assaggiò il suo tè, che era stato arricchito
di latte e zucchero. — Hai fatto spesso lotte con dei manzi?
— No, ma ho visto altri farlo — rispose Robin. — Ho anche capito in tenera
età che non sarei mai diventato abbastanza grosso da battere gli altri grazie
alla sola forza fisica e quindi ho imparato a combattere con l’intelligenza. Il
trucco è di impedire all’avversario di usare la sua forza contro di te. Quindi
occorre fargli perdere l’equilibrio oppure, se possibile, fare in modo che la sua
stessa forza si ritorca contro di lui.
— In altre parole hai usato con il manzo la stessa tecnica che hai usato
con Simmons.
— Be’, in effetti c’era una somiglianza non indifferente tra quei due.
Ricordando il collo massiccio e le spalle poderose di Simmons, Maxie
dovette dargli ragione. Distrattamente si massaggiò il livido che il calcio del
manzo le aveva lasciato sulla spalla, poi bevve un sorso di tè.
— Passando ad altro — disse Robin in tono interrogativo — mi pare che tu
abbia detto che la croce che porti apparteneva a tua madre…
— Era cristiana, ma riteneva che questa sua fede non fosse in
contraddizione con le credenze del suo popolo. — Maxie sfiorò con le dita la
croce sotto la logora camicia. — Diceva che per sopravvivere bisognava
mescolare il meglio della saggezza del suo popolo con il meglio della saggezza
dell’uomo bianco. Chiamava questo seguire la strada nel mezzo.
— Doveva essere una donna speciale.
— Lo era. Papà diceva sempre che non poteva risposarsi, perché non
avrebbe mai trovato un’altra donna che sapesse ascoltare come lei. Lo diceva
in genere quando io avevo la meglio su di lui in qualche discussione.
— Be’, almeno lui con te parlava — fece secco Robin. — Mio padre si
limitava a impartire ordini.
— Ai quali tu immancabilmente disobbedivi.
— Temo di sì. — Ed emise un profondo sospiro — Sono
costituzionalmente incapace di obbedire agli ordini.
Quel carattere ribelle non aveva probabilmente aiutato Robin nella vita,
ma lo aveva certo reso una persona interessante. Sorridendo Maxie posò la
tazza vuota e si avvolse nella sua coperta. — Peccato che tu non abbia
conosciuto mio padre. Sei l’unico uomo che abbia mai conosciuto la cui
mente da gazza è paragonabile a quella di Max.
— Da gazza? — Robin si sdraiò a sua volta e si avviluppò nella coperta. —
Sei davvero offensiva. Dovrò buttare via tutte quelle pietruzze colorate che
stavo raccogliendo per te.
Ridacchiando Maxie cercò di dare alla sua sacca una forma più possibile
simile a quella di un cuscino. In mezzo a tanta gente, lei e Robin dovevano
dormire a una discreta distanza, ma a lei mancava molto il conforto di
riposare tra le sue braccia.

Robin si svegliò in un’alba fredda e nebbiosa e scoprì senza grande


sorpresa che lui e Maxie si erano avvicinati durante la notte, come
magneticamente attratti l’uno verso l’altra, e adesso lei era rannicchiata
contro di lui il grazioso viso dai tratti esotici quasi nascosto dalla sua camicia.
Gli piaceva molto la sua pelle scura, con quella calda sfumatura sensuale che,
per contrasto, faceva sembrare la maggior parte delle altre donne pallide e
prive di vita.
Gli aveva infilato un ginocchio tra le cosce, mentre lui le posava la mano
sulla curva piena delle natiche. Pur con tutti gli strati di vestiario che li
separavano, Robin sentì lo stimolo inconfondibile del desiderio.
Ma lei gli ispirava più del semplice desiderio. Maxie possedeva una
innocente sensualità, e una capacità unica di sentirsi pienamente a suo agio
con il proprio corpo, che non aveva mai visto in nessuna donna europea.
Aveva poi intelligenza, dignità, e coraggio.
Non aveva invece nessun desiderio di trovare un compagno. La sua
sfiducia iniziale nei suoi confronti si era trasformata in simpatia, talvolta
addirittura in rispetto, ma Robin sospettava che quando lei avesse portato a
termine le indagini sulla morte di suo padre, se ne sarebbe andata via,
indipendente come un gatto, senza guardarsi indietro.
In quel momento si rese pienamente conto di quanto sarebbe stato
doloroso dirle addio e istintivamente la strinse più forte a sé. Maxie lo aveva
fatto rivivere; si sentiva come se anni e anni di stanchezza gli fossero scivolati
via dalle spalle.
Per la prima volta si chiese esplicitamente che cosa volesse da lei: un
semplice flirt non gli interessava, ma un amicizia platonica era troppo poco.
E, benché fosse incantato da quel suo corpicino perfetto, una relazione
casuale non gli sarebbe bastata. No, quello che lui voleva era una compagna
con cui ridere, scherzare e fare l’amore. Voleva lo stesso tipo di rapporto che
aveva avuto con Maggie, fino a quando non si era allontanata da lui.
Ma era ingiusto, anzi impossibile confrontare Maggie con la giovane
donna che aveva tra le braccia, anche se tutte e due erano anime generose e
piene di ardimento.
Chissà se sarebbe nato qualcosa da questo loro viaggio, si chiese Robin
con un triste sorriso. Giorno dopo giorno ciascuno dei due rivelava all’altro
una parte di sé. Lui era disposto a sopportare lo stato di vulnerabilità in cui lo
mettevano certe sue confessioni nella speranza che da ciò potesse scaturire
un solido rapporto, ma in verità temeva che la cosa non le interessasse.
Maxie voleva una vera casa e un uomo che lei potesse rispettare. Una casa
Robin poteva dargliela, ma non aveva mai fatto nulla che potesse ispirarle
rispetto.
Ciononostante non resistette alla tentazione di posarle un leggerissimo
bacio sulla punta dell’elegante nasino.
11

Mai in vita sua Desdemona Ross si sarebbe immaginata che in Inghilterra


esistessero tante mandrie quante ne aveva viste quella mattina nelle strade di
Market Harborough. Senza staccare gli occhi dalla finestra, finì di bere la sua
terza tazza di tè. La stanza che occupava al primo piano dei Tre Cigni era stata
già prenotata da altri la notte prima, ma, grazie a una combinazione di
minacce e oro, era riuscita ad accaparrarsela lei.
Quando era cominciata la sfilata delle mandrie, lady Ross se ne era stata a
guardare dal suo punto di osservazione avvantaggiato, tesa e speranzosa, ma
adesso si sentiva stanca, annoiata e temeva che la sua fatica fosse destinata al
fallimento.
Aveva visto troppi stramaledetti buoi, un numero imprecisabile di
mandriani gallesi in grembiule e brache e lunghe calze di lana, e cani da
pastore dalle zampe incredibilmente tozze. Di tanto in tanto aveva notato un
paio di omoni robusti in un vicolo all’altra estremità della strada principale:
sembravano sorvegliare il passaggio delle mandrie con il suo stesso acuto
interesse. Forse uno dei due era l’uomo che Cletus aveva mandato alla ricerca
di Maxima.
Ma lei non aveva avvistato nessuno che potesse essere Maxima Collins. E
tanto meno aveva visto l’equivoco lord Robert.
Dopo avere posato la tazza si chiese dove fosse il marchese di
Wolverhampton. Probabilmente era nei paraggi a osservare la scena con
grande attenzione, proprio come lei. A meno che non avesse già intercettato
la coppia, e questo avrebbe spiegato il mancato successo di Desdemona.
Non sapeva se sentirsi sollevata o meno per l’assenza di Wolverhampton;
quell’uomo aveva il dono di irritarla, ma ciononostante, a lei faceva sempre
piacere incontrarlo.
Finalmente apparve la fine della sfilata degli armenti. In coda c’erano tre
persone coperte di polvere e un paio di allegri cani da pastore. Desdemona
trattenne il fiato e si chinò in avanti, sgranando gli occhi per avere
un’ulteriore conferma di quello che aveva visto.
Uno dei tre era un mandriano, il secondo era un tipo agile di media
statura, e il terzo era una figuretta minuscola vestita da ragazzo, che calzava
un orribile cappello di cui Desdemona aveva spesso sentito la descrizione.
Tutta eccitata, lady Ross si precipitò giù dalle scale.

Le piste dei mandriani di solito giravano intorno alle città, ma questo


percorso era essenziale per raggiungere uno dei mercati di bestiame più
importanti. Dopo gli spazi aperti delle colline, Maxie provava un senso di
pericolo adesso che si trovava in una città. Per fortuna non avevano più visto
nessuna traccia di Simmons, probabilmente aveva desistito
dall’inseguimento.
Quella conclusione prematura portò loro sfortuna.
Stavano avvicinandosi alla piazza del mercato quando d’un tratto
sentirono una voce nota gridare: — Eccoli là!
A meno di due metri di distanza Simmons emerse da un portone con
un’espressione di gioia selvaggia sul viso. Accanto a lui c’era un altro uomo,
altrettanto grosso, ma con l’aria di essere anche più brutale.
— Dannazione! — imprecò sottovoce Robin.
Lui e Maxie si voltarono di scatto, solo per vedere altri loschi figuri
avvicinarsi con aria decisa dalla direzione opposta.
L’aria fu lacerata da un fischio acutissimo: Dafydd Jones aveva capito la
situazione ed era subito entrato in azione con una prontezza insospettabile
per uno che aveva l’aria di muoversi con grande calma e lentezza.
Obbedendo agli ordini dei suoi fischi, i cani avevano fatto voltare l’ultimo
gruppo di manzi e li avevano spinti a grande velocità di nuovo sulla strada
principale.
Un cane da pastore bene addestrato non mette in dubbio un ordine, per
quanto insolito. Nel giro di pochi secondi la strada fu bloccata da manzi
confusi e agitati.
Irritati dai morsi feroci dei cani, alcuni si voltarono e scapparono al
galoppo sul lastricato, altri invasero confusi la strada. Era una baraonda
inimmaginabile.
Urlando un ringraziamento Robin afferrò il braccio di Maxie.
— Buona fortuna a voi! — urlò in risposta il signor Jones.
Maxie ebbe un’ultima visione della faccia furente di Simmons. Lui e i suoi
uomini stavano cercando affannosamente di farsi strada tra i buoi
mugghianti, senza il minimo successo. Era già una fortuna riuscire a non
farsi calpestare.
Dopodiché tutta la sua attenzione si concentrò sulla fuga, e si mise a
correre dietro a Robin che, tenendosi rasente al muro, stava cercando di
raggiungere il vicolo più vicino. Maxie si sentì piccola e terribilmente fragile
accanto a quei massicci manzi ma, fin tanto che lei e Robin non si scostavano
dai muri, potevano considerarsi al sicuro.
Riuscirono ad avanzare faticosamente lungo la strada e raggiunsero
l’imboccatura di un vicolo nel quale si precipitarono. — Come va? — chiese
Robin a Maxie, sfiorandole il gomito.
— Sono un po’ ammaccata, ma sto bene. — E si passò una mano sporca
sulla fronte. — Ti sai orientare in questo paese?
— No, ma impareremo presto tutti e due — le disse, con un sorriso
abbagliante.
Maxie si sentì prendere da un’assurda euforia. Anche se Robin era un
poco di buono, in queste circostanze lei non avrebbe saputo immaginare un
compagno migliore.
Anzi, a dire la verità, non avrebbe saputo immaginare un compagno
migliore per tutte le circostanze della vita.

Arrivata al piano terra, Desdemona aprì la porta d’ingresso della locanda


proprio mentre un fiume di buoi si agitava nel caos più assoluto. Inorridita
rimase ferma a guardare la strada che brulicava di animali mugghianti. I buoi
erano molto più grandi da vicino di quanto non apparissero dall’alto, e
avevano delle corna molto più appuntite.
Sentì delle grida rabbiose levarsi al di sopra del clamore generale e guardò
in fondo alla strada. Due uomini dall’aria poco rassicurante si stavano
facendo strada a fatica tra le bestie impazzite. Se ci riuscivano loro, allora
poteva farcela anche lei, decise freddamente. Così uscì sulla strada.
Il padrone dei Tre Cigni le urlò qualcosa, ma lei lo ignorò e, appiattendosi
contro la parete della locanda, cominciò ad avanzare lungo la strada
principale. Avrebbe dovuto portarsi dietro la sua guardia, ma probabilmente
quello si sarebbe rifiutato di fare qualcosa di tanto stupido.
Testardamente si spinse a fatica verso il punto in cui aveva visto Maxima.
Davanti a lei i due manigoldi sparirono in un vicolo. In lontananza vide altri
due uomini dello stesso stampo, ma non vi era nessuna traccia della sua
sfuggente nipote. Esasperata e furiosa si alzò in punta di piedi, facendosi
schermo agli occhi con la mano e cercando di vedere che cosa stesse
succedendo.
Fu un errore disastroso da parte sua. Uno dei manzi agganciò con un
corno la manica del mantello e trascinò Desdemona con sé, facendola girare
su se stessa. Quando lei cercò di riprendere l’equilibrio, inciampò nelle sue
gonne voluminose, e si aggrappò al mantello che si lacerò del tutto e la
mandò distesa a faccia in giù sul lurido acciottolato.
Alzò gli occhi giusto per vedere gli zoccoli ferrati di un manzo che
calavano su di lei e capì che stava per morire.

Maxie e Robin seguirono il vicolo fino a quando non si trovarono in


un’altra strada parallela alla principale. Mentre la imbucavano sentirono un
urlo alle loro spalle, segno che Simmons e i suoi compari erano fin troppo
vicini.
La strada, piuttosto stretta, era molto affollata, e i due dovettero muoversi
a zig zag tra la gente del posto che continuava impassibile il suo cammino.
Raggiunsero un grosso carro che scaricava la sua merce davanti a un negozio
e bloccava completamente la strada, e Maxie si abbassò e strisciò sotto il
veicolo, seguita da Robin.
Quando si rialzarono si trovarono davanti a un negozio che vendeva
tessuti. Dopo essersi pulito alla meglio, Robin entrò e rivolse un sorriso
abbagliante e irresistibile alla donna dietro il bancone. — Scusateci per avervi
disturbato, signora, ma abbiamo urgente bisogno di usare la vostra porta di
servizio.
Mentre la donna confusa mormorava suoni incoerenti, Robin attraversò il
negozio e aprì l’unica altra porta esistente. Maxie si affrettò a seguirlo,
aspettandosi quasi di vedersi scagliare dietro un rotolo di tessuto.
Uno stretto corridoio portava a una cucina sul retro del fabbricato. Robin
rivolse un altro sorriso alla cuoca stupefatta e i due attraversarono il giardino.
Il cancello, che non era chiuso a chiave, dava su un altro vicolo.
Come molte vecchie città, Market Harborough si era sviluppata seguendo
le linee tortuose di un piano stradale risalente ai tempi del Medioevo. Per
pura sfortuna il percorso che Robin e Maxie stavano percorrendo girava su se
stesso, e si ritrovarono proprio a poca distanza da uno dei bravacci di
Simmons. L’uomo chiamò con un urlo i suoi compagni. Nemmeno il
frastuono degli zoccoli dei buoi riusciva a coprire i passi pesanti degli uomini
che arrivavano di corsa all’inseguimento.
Maxie e Robin girarono sui tacchi e si tuffarono a gran velocità nell’intrico
di vicoli e stradicciole. Se fosse stato buio sarebbero riusciti a liberarsi senza
grande difficoltà dei loro inseguitori, ma con la luce era Simmons a essere in
vantaggio.
Una svolta li portò in un vicoletto che saliva ripidissimo. Qui, dietro a una
taverna, erano ammassati dei barili vuoti che mandavano un forte odore di
luppolo. Colta da un’ispirazione improvvisa, Maxie chiamò il suo compagno
ansimando: — Aspetta Robin.
Afferrò un barile lo inclinò e aspettò che i loro inseguitori raggiungessero
l’imboccatura della stradina.
Dopo pochi secondi tutto il gruppo girò l’angolo e prese a salire su per il
vicolo.
Con grande entusiasmo Maxie diede un calcio al barile, facendolo rotolare
giù, poi ne prese un altro. Ridendo e ansimando Robin la imitò e insieme
fecero rotolare lungo la discesa cinque o sei barili, che precipitarono con
grande fragore, cozzando e rimbalzando contro i muri. Alle loro spalle
risuonarono oscene imprecazioni e grida di protesta bruscamente interrotte.
Anche se quei pochi secondi di riposo le avevano fatto bene, Maxie si
sentiva ancora bruciare i polmoni per lo sforzo. Continuò comunque a
correre, felice della resistenza che le aveva dato la sua vita tanto attiva.
Il vicolo successivo piegava bruscamente a destra.
Quando ebbero svoltato l’angolo, Maxie si sentì mancare il fiato per lo
sgomento.
Era un vicolo cieco, che terminava con un muro di mattoni, molto più alto
di un uomo.

Quando il primo manzo la sfiorò con gli zoccoli, facendola rotolare sul
fianco, Desdemona si sentì morire dallo spavento. Cercò di rimettersi in
piedi, ma sapeva che i suoi sforzi sarebbero stati vani. Entro pochi secondi
tutto sarebbe finito.
Poi delle mani forti la afferrarono e la strapparono dalla strada.
Relativamente al sicuro nel vano di una porta chiusa Desdemona si rilassò, la
faccia premuta contro la spalla di una giacca di lana.
Anche se non aveva visto la faccia del suo salvatore, sapeva che era
Wolverhampton. Il marchese fece in modo che appoggiasse la schiena contro
la porta, riparandola con il suo corpo dalle spinte dei buoi.
Aggrappata ai risvolti della sua giacca Desdemona si mise a tossire
spasmodicamente per la polvere che aveva respirato. E fu allora che si rese
conto con rassegnazione che mai come in quel momento era apparsa tanto
poco attraente. Ed era invece la prima volta, da quando aveva diciotto anni,
che desiderava essere ammirata da un uomo.
Quel pensiero era sgradevole e indecente, ma non cercò di scacciarlo dalla
mente. L’abbraccio di Wolverhampton era troppo piacevole!
Sentì una voce baritonale parlarle divertita all’orecchio: — Non vi ha mai
detto nessuno che il vostro coraggio supera di gran lunga il vostro buon
senso?
Le sfuggì un’allegra risata. — Sì, molto spesso.
Alle loro spalle il rumore e la confusione provocati dal bestiame stavano
diminuendo. Con grande rammarico Desdemona si staccò dal suo salvatore,
ma fu immediatamente tradita dalle ginocchia malferme, e, prima che
potesse cadere, lui la afferrò di nuovo per un braccio.
— Sto tremando come un budino — disse lei con voce incerta.
— È una reazione perfettamente normale. Ve la siete cavata per un pelo.
Lei si appoggiò alla porta, cercando di riprendere il controllo del suo
corpo. — Vi sono molto debitrice, Wolverhampton. Avete rischiato di farvi
travolgere per me.
Lui si strinse nelle spalle. — Passo parecchio tempo con il bestiame e so
come si comporta.
Anche se le ricchezze di gran parte dell’aristocrazia inglese dipendevano
dalla terra, pochissimi degli uomini che Desdemona conosceva a Londra
avrebbero ammesso con tanta naturalezza di essere degli agricoltori. Forse
trascorreva troppo tempo a Londra, decise lady Ross.
Si passò la mano tremante tra i capelli scarmigliati. Il vestito e il mantello
erano rovinati e la sua cuffia era in mezzo alla strada, a pezzi. — Se avessi
saputo che sarei stata travolta da una mandria inferocita, mi sarei vestita
diversamente.
Dietro a loro i buoi, nuovamente tranquilli, avevano ripreso la loro
processione in direzione del mercato.

Senza lasciarsi intimorire dal muro che si trovava davanti, Robin con uno
scatto improvviso, prese la rincorsa lungo il vicolo e a un passo dal muro
spiccò un salto. Riuscì appena ad afferrarne il bordo con la punta delle dita
tese, poi, con un’agilità che faceva sembrare l’impresa ingannevolmente
facile, si diede una spinta e raggiunse la cima, che era abbastanza larga. Si
tolse quindi la sacca dalle spalle e la calò verso Maxie dalla parte della
cinghia.
Maxie si aggrappò alla sacca, mentre Robin la tirava su, riuscì a scalare il
muro. Sogghignando l’uomo le tese una mano per l’ultima spinta: — È
evidente che non hai trascorso la tua infanzia a imparare cose del tutto
superflue come il ricamo.
Lei sorrise a sua volta. — Era un punto d’onore per me battere tutti i miei
cugini Mohawk nella corsa, nel nuoto, e nelle arrampicate.
I loro inseguitori erano quasi arrivati ai piedi del muro. Robin li salutò
baldanzoso agitando una mano, poi saltò giù per primo, alzò le braccia e
afferrò Maxie ai fianchi per aiutarla a scendere a terra. Lei avvertì con grande
intensità la forza delle sue mani e l’involontaria reazione del proprio corpo.
Meno male che stavano scappando disperatamente per salvarsi la vita.
Si ritrovarono nel giardino ben curato di una casa. Proprio davanti a loro
c’era un bersaglio e lì accanto arco e frecce erano posati a terra, come se
qualcuno avesse interrotto il suo allenamento per entrare in casa a bere una
tazza di tè.
Mentre Robin si accingeva ad attraversare il giardino, Maxie lo pregò di
aspettare un momento. Prese da terra l’arco e lo fletté un paio di volte, poi
incoccò una freccia e attese.
Dopo una serie di borbottii rabbiosi e rumori confusi, uno degli
inseguitori, salito con i piedi sulle spalle di un complice, si affacciò dalla cima
del muro. Maxie prese con calma la mira, poi infilzò con la sua freccia il
cappello dell’uomo. Quello si mise a urlare come un pazzo e scomparve
immediatamente.
— Ben fatto! — esclamò Robin con ammirazione.
Maxie posò l’arco di nuovo sull’erba, con un certo compiacimento. Essere
una selvaggia aveva pure i suoi vantaggi.
Mentre attraversavano di corsa il giardino, Maxie e Robin sentirono un
urlo rabbioso che proveniva da una finestra della casa.
— Cerca di non calpestare le aiole — l’avvertì lui. — Non c’è al mondo una
furia scatenata terribile come un giardiniere inglese a cui si osi profanare le
rose.
Si stavano rapidamente avvicinando a una parete coperta da alberi da
frutta i cui rami erano sorretti da solidi graticciati. Tra le foglie erano visibili
delle minuscole pesche verdi. — Pensi che ci sia eccezionalmente concesso
profanare degli alberi da frutta?
— Anche questo è un crimine orribile, ma sempre meno grave che non
danneggiare le rose — la rassicurò lui mentre cominciava ad arrampicarsi sui
rami.
Gli alberi fornirono loro una splendida scala. Prima che potesse uscire
qualcuno della casa, i due avevano già superato il muro e si trovavano in una
stradicciola tranquilla.
Si fermarono un attimo per decidere il da farsi e Robin fece un gesto
indicando la direzione alla sua sinistra: — C’è un canale che attraversa
Market Harborough e arriva fino a Leicester. Penso che dovremmo seguire
l’alzaia, potrebbe essere meno sorvegliata delle strade.
Non c’erano traffici in quella zona della cittadina, ma a una certa distanza
si vedevano dei grandi edifici che avevano l’aria di essere magazzini.
Probabilmente il canale si trovava al di là di quei fabbricati.
Ma non riuscirono a raggiungere i magazzini perché Simmons sbucò di
corsa da un viottolo di fronte a loro, con un sorriso crudele stampato sulla
faccia, e uno dei suoi aiutanti alle calcagna. Con un tremendo senso di
angoscia, Maxie si guardò alle spalle e vide altri due uomini emergere da un
vicolo. Erano in trappola, e questa volta non potevano ricorrere all’aiuto di
Dafydd Jones.
Si fermarono davanti a Simmons. Questi fece un cenno ai suoi uomini che
si sistemarono a semicerchio dietro di lui, in silenzio. — Questa volta non ve
la caverete — sibilò il londinese. — La ragazza tornerà da suo zio e quanto a
te, mio bel ragazzo, ti insegnerò io ad attaccarmi alle spalle.
— Dovresti essermi grato, in quel modo ti ho fornito una scusa per
giustificare il fatto di essere stato battuto. — E con calma passò la sacca a
Maxie.
— Per l’amor del cielo, Robin non vorrai batterti con lui, spero! — bisbigliò
Maxie, spaventata. — È grosso il doppio di te.
Sorridendo lui si tolse la giacca. — Si può rifiutare un invito a cena, o a
fare una partita a carte, ma se qualcuno ti sfida a combattere, non puoi
sottrarti all’invito.
— Provaci soltanto a tirarti indietro… — sbottò il londinese che aveva
sentito le sue parole. — Non mi importa un accidente se te la sai cavare
bene… un uomo in gamba batte sempre un piccoletto, anche se è bravo.
— Questo dipende dalla bravura del piccoletto, non ti pare? — Cercando di
confondere gli avversari con un sorriso smagliante Robin bisbigliò a Maxie:
— Gli uomini di Simmons saranno tutti presi a guardare la lotta tra noi due.
Approfittane per scappare. — E vedendo che lei stava per protestare, la
interruppe bruscamente: — Niente discussioni. Non mi ucciderà, stai
tranquilla… finirebbe nei guai se lo facesse.
Prima che potesse aggiungere altro, Simmons si fece avanti e cominciò a
perquisire il suo avversario, passando le sue manone sulle tasche e sugli
stivali di Robin. — Stai cercando delle armi nascoste, o è tutta una scusa per
mettermi le mani addosso?
— Lurido pervertito! — sibilò disgustato Simmons, e cieco di rabbia gli
sferrò un violento colpo alla mascella.
Robin si spostò di lato, afferrò il braccio dell’avversario e glielo torse,
girando contemporaneamente su se stesso. L’omone girò a sua volta e crollò
pesantemente a terra.
Per un attimo rimase disteso, stordito, poi si alzò in piedi, gli occhi stretti
come due fessure, controllando prudentemente la sua rabbia.
Snello ed elegante, Robin sembrava Davide di fronte a Golia. Ma la sua
posizione era quella di un lottatore, il peso del corpo ben bilanciato sui piedi,
le ginocchia piegate, le braccia rilassate e pronte.
Il londinese assunse la stessa postura.
Senza farsi notare, Maxie infilò la mano nella tasca della giacca di Robin e
strinse nel pugno il suo pezzo di legno. Per ora non c’era niente che potesse
fare, se non guardare, trattenendo il fiato dalla tensione. Nonostante gli
ordini di Robin, non aveva la minima intenzione di abbandonarlo. Forse era
vero che Simmons non intendeva ucciderlo, ma avrebbe potuto anche
ammazzarlo involontariamente. E c’erano meno probabilità che lo facesse se
Maxie se ne stava lì a fare da testimone.
Lentamente i due uomini presero a girarsi intorno, tesi e all’erta,
interrompendo di tanto in tanto quei movimenti con brevi scontri violenti.
Robin si manteneva a una certa distanza, poi si avvicinava per mettere a
segno dei colpi rapidissimi, e si metteva subito fuori portata. Aveva la velocità
dalla sua, ma l’altro aveva il grosso vantaggio della lunghezza delle braccia e
del peso.
Disgustata Maxie scoprì che Simmons si stava divertendo. Dopo una
mossa particolarmente abile del suo avversario, l’omone esclamò ammirato:
— Sei maledettamente in gamba, soprattutto per essere un nobilotto.
E accompagnò queste parole con una serie di pugni contro le spalle e la
testa. Robin si allontanò, ma non riuscì a schivare del tutto quella scarica di
colpi. Parecchi andarono a segno, lasciandolo barcollante e senza fiato.
Simmons approfittò del suo vantaggio per sferrargli un colpo al torace,
che atterrò Robin. Trionfante, il londinese si avvicinò per finire il suo nemico.
Molto meno sconfitto di quanto non avesse voluto fargli credere, Robin
abbatté Simmons con un fulmineo movimento della gamba. Mentre l’altro
cadeva a terra, Robin scattò in piedi ed entrò in azione come un turbine, con
movimenti così rapidi che Maxie non riuscì a seguirli distintamente. Alla fine
il londinese era faccia a terra con un ginocchio di Robin sulla schiena.
Sfortunatamente i suoi uomini si rifiutarono di accettare l’esito di un
leale combattimento e due di loro, privi del minimo senso di fair play, si
precipitarono verso l’uomo che aveva battuto il loro capo.
— Robin! — gridò Maxie, lasciando cadere a terrà la giacca, poi con la
mano libera raccolse un pugno di sabbia e ghiaia e la buttò in faccia agli
assalitori. Questi mandarono un urlo.
Robin utilizzò quell’attimo di distrazione per balzare in piedi. Con un
calcio bene aggiustato buttò a terra uno dei due, poi, senza perdere un
secondo, si girò, afferrò il braccio del secondo malvivente e fece anche a lui lo
stesso servizio. Anche se i suoi movimenti fulminei avevano la grazia di una
danza, i suoi avversari erano faccia a terra, e uno aveva un braccio piegato a
un angolo strano.
Mentre Robin si liberava dei suoi due aggressori, il terzo uomo afferrò un
sasso e fece per sferrare un colpo letale alla testa di Robin. Maxie si gettò
verso di lui usando tutto il peso del suo corpo nel tentativo di sviare il colpo.
Mentre l’altro barcollava, lei gli sferrò un pugno al diaframma, il legno di
Robin stretto nella mano.
L’uomo emise un grido strozzato, ma l’assalto della ragazza ebbe solo
parzialmente successo. Con un terribile rumore, il sasso colpì Robin alla
tempia. Pur essendo Maxie riuscita a ridurre la forza, dell’impatto, il colpo fu
tale che Robin crollò a terra sull’acciottolato.
Furente e terrorizzata, Maxie si buttò sull’uomo e cercò di graffiargli la
faccia. Mentre l’altro cercava di proteggersi gli occhi, lei gli sferrò un violento
calcio all’inguine, poi lo colpì alla gola con la mano in cui stringeva il pezzo di
legno. L’uomo mandò un gorgoglio indescrivibile, si piegò su se stesso e si
afflosciò a terra come un vestito vuoto.
Simmons, che era il meno malridotto, si alzò in piedi e afferrò Maxie in
un goffo abbraccio, bloccandole braccia e gambe. Per quanto si divincolasse,
la ragazza non fu più in grado di liberarsi, anche se riuscì a mordere il suo
avversario e a dargli qualche colpo ben assestato.
— Smettila, piccolo diavolo scatenato! — fece ansimando Simmons,
imprigionandole con una sola robusta manona le braccia dietro la schiena.
Con l’altra le tolse di mano il pezzo di legno e lo scagliò lontano. — I miei
ragazzi non avrebbero dovuto immischiarsi in un combattimento leale, ma,
per Dio, se non cominci a fare la brava, te ne pentirai, parola mia!
Maxie pensò che era giunto il momento di fare una tregua strategica e
smise di divincolarsi. Il suo sguardo terrorizzato volò verso Robin, che era
disteso privo di sensi nella polvere, i biondi capelli sporchi di sangue.
Tenendo ben stretta la ragazza, Simmons guardò accigliato i due uomini
che si rimettevano faticosamente in piedi. — Avete combattuto come delle
ragazze — disse sprezzante. — Anzi peggio… ha più coraggio e tecnica questa
ragazzetta che non voi tre messi insieme.
Con una faccia irritata uno dei tre malviventi fece per dare un calcio a
Robin.
— Prova a toccarlo e ti rompo un braccio io stesso! Vai alla stalla e porta
qui la carrozza.
Borbottando rabbiosamente i due uomini se ne andarono. Il terzo avanzo
di galera era ancora disteso a terra, svenuto.
— Lasciami andare, voglio solo occuparmi di Robin — fece Maxie
preoccupata. — Potrebbe essere in gravi condizioni.
— Sopravvivrà. Gli sarebbe andata molto peggio se tu non avessi preso
Wilby per il braccio. — Simmons scosse la testa. — Non avrebbe dovuto fare
una cosa così. Certo che non è facile trovare gente a posto, quando cerchi
qualcuno che ti dia una mano.
Quelle parole non calmarono Maxie, ma per il momento la ragazza decise
di comportarsi in maniera diplomatica. — Che cosa ne farai di noi? — chiese,
cercando di apparire rassegnata.
— Tu te ne tornerai a Durham. Legata come un salame, se sarà necessario.
Il problema, se mai, è il tuo amichetto. — E Simmons aggrottò le sopracciglia.
— Potrei lasciarlo qui, ma allora potrebbe inseguirci. Sembra un tipo tenace.
Forse sarà meglio consegnarlo alla polizia di qui, tanto mi ha rubato il
cavallo.
— Sì — fece dopo un momento, ridendo. — Quando arriverà davanti al
magistrato tu sarai già a Durham e poi toccherà a Collingwood badare a te,
poveraccio. — Si strofinò la guancia dove già si stava formando un grosso
livido. — Meglio lui che io.
Mentre parlava, allentò la presa su di lei. "O adesso o mai più" pensò
Maxie, e cercò di liberarsi dalla sua stretta. Ci riuscì per un attimo ma, prima
che lei potesse scappare, l’altro l’afferrò per i polsi.
Seguì un’altra lotta furibonda. Pur sapendo che era inutile, Maxie
continuò a lottare e riuscì ad arrivare alla faccia del suo nemico, graffiandogli
a sangue la guancia segnata dal livido.
— Ti avevo avvertito, piccola strega! — E Simmons si trascinò dietro la
ragazza fino a un basso muro di mattoni dove si sedette. Poi se la tirò sulle
ginocchia e iniziò a sculacciarla con la sua mano pesante.
Per un attimo Maxie fu stordita per l’incredulità e l’indignazione. La lotta
di prima era stata feroce, ma non animata dal desiderio di uccidere. Adesso
però erano svanite in lei anche le ultime tracce dei suoi freni inibitori inglesi.
Dopo essersi riempita d’aria i polmoni, Maxie lanciò un urlo di guerra
Mohawk che fece vibrare i vetri delle finestre. Era un urlo selvaggio,
un’esplosione sonora.
Simmons rimase senza fiato, la mano bloccata a mezz’aria. — Che cosa era
quel suono, Dio onnipotente?
Approfittando della sua distrazione Maxie si contorse, sfilò il pugnale
dallo stivale e alzò la mano per colpire.
12

Robin non aveva mai perso del tutto conoscenza, anche se, per un po’,
aveva perso il contatto con quello che succedeva intorno a lui. Si riscosse
dall’intontimento giusto in tempo per vedere Simmons che prendeva Maxie
sulle ginocchia. Robin avrebbe voluto mettere in guardia il londinese e
spiegargli che sculacciare la ragazza non era precisamente una buona idea,
ma non riusciva a parlare. Completamente intontito e sul punto di svenire, si
mise faticosamente in ginocchio.
L’urlo di guerra di Maxie produsse in lui uno shock. Robin alzò il capo per
vederla vibrare un colpo diretto alla giugulare di Simmons. Il londinese lo
schivò imprecando e la lama scintillante mancò per un pelo la gola, ferendo
invece la spalla.
Prima che la ragazza potesse riprovarci, Robin cercò di bloccarla con un
grido, — Fermati, Maxie!
I suoi furenti occhi nocciola si volsero verso di lui e la ragazza esitò.
Rabbia e buon senso si davano battaglia dentro di lei, lo si vedeva
chiaramente.
Prima che potesse succedere qualcosa di irreparabile, Robin si avvicinò
barcollando a Simmons, da una direzione in cui non poteva essere visto dal
londinese. Poi gli fece perdere i sensi bloccandogli la circolazione con la presa
che aveva già usato una volta. Era rischioso, ma Simmons aveva decisamente
maggiori probabilità di sopravvivere messo fuori combattimento in questo
modo, piuttosto che se fosse stata Maxie a sferragli il colpo di grazia.
Con un gemito strozzato, Simmons barcollò e cadde dal muretto. Per poco
non trascinò Robin con sé nella sua caduta, ma fu Maxie a intervenire,
sostenendolo con le braccia. Non si trattenne però, dal rimproverarlo
aspramente: — Avresti dovuto lasciare che me la sbrigassi io con lui.
Robin si aggrappò alla ragazza, aveva la vista annebbiata. — Mi spiace —
disse con voce malferma — ma se c’è una cosa che non mi piace è vedere
ammazzare la gente.
Maxie farfugliò qualcosa che suggeriva al tempo stesso disprezzo e
impazienza per una conversazione che avrebbero ripreso in un momento più
adatto. Poi, gli chiese: — Sei in grado di camminare? Tra un po’ arriveranno
anche gli altri.
Robin si piegò su se stesso, appoggiandosi al muretto, la testa tra le mani,
cercando di schiarirsi le idee nonostante il dolore atroce che gli trapanava il
cranio.
— Avrò bisogno di aiuto.
Senza perdere tempo Maxie rinfoderò il pugnale e lo aiutò a infilarsi la
giacca. Poi prese il pezzo di legno, si caricò le due sacche in spalla, mise in
piedi Robin e gli fece appoggiare il braccio intorno alle sue spalle.
Mentre si allontanavano stancamente lungo la strada, pensò
realisticamente che non sarebbero andati lontano, vista la sua esile struttura
corporea. Per fortuna il canale non era molto distante.
Ma che cosa avrebbero fatto, una volta arrivati là?

Appena entrati nella locanda Giles si accomodò in un salottino privato, e


ordinò che gli portassero subito un brandy e del cibo. Lady Ross, ancora
molto scossa, si lasciò guidare nel salottino con una docilità che non sarebbe
durata a lungo, pensò Giles. Aveva la faccia di un colore grigiastro, sotto i
capelli rosso fiamma.
Dopo averla fatta accomodare su una sedia, il marchese esaminò il braccio
dove il bue l’aveva colpita. Sotto lo strappo del tessuto si vedeva la pelle
scorticata, ma era una ferita superficiale. — Niente di grave, anche se vi
rimarrà un grosso livido.
Una cameriera portò loro il brandy e Giles ne versò un bicchiere per la sua
compagna. Il primo sorso di liquore le andò di traverso, ma poi cominciò a
tornarle un po’ di colore sulle guance. — Mi ritroverò dei lividi anche in
parecchi altri punti che non è decente nominare — osservò Desdemona con
un sorrisetto sardonico.
— Sì, lo immagino.
Quando lady Ross si scostò una ciocca di capelli dalla fronte, le sue dita
avevano quasi smesso di tremare.
— Vorrei ritirarmi per qualche minuto in camera per rassettarmi. Poi
voglio che mi diciate tutto quello che sapete sugli uomini che stavano
inseguendo Maxima e lord Robert.
Lady Ross non tardò a tornare in tutta la sua formidabile rispettabilità:
aveva domato i riottosi capelli e li aveva nascosti sotto una cuffia, aveva
indossato un vestito incolore come il precedente, e avvolto le curve della sua
figura fiorente nelle pieghe di un ampio scialle. Anche se la preferiva
arruffata e con gli abiti in disordine, Giles si sentiva sempre più attratto da lei
e nemmeno quel suo aspetto composto e dimesso attenuava il desiderio
sessuale sempre più forte che lei gli ispirava.
Come per un tacito accordo consumarono il loro pasto prima di affrontare
il problema che li preoccupava entrambi. Arrivati al caffè, Desdemona inarcò
un sopracciglio: — Allora, quegli uomini? — chiese.
— Ne ho riconosciuto uno e sospetto che sia l’agente al quale vostro
fratello ha dato l’incarico di seguire Miss Collins. — E Wolverhampton
raccontò di come avesse incontrato quell’uomo qualche giorno prima.
— Da quel poco che ho visto, non mi piace molto la faccia di Simmons, né
quella dei suoi compari. Comunque pare che lord Robert se la sia cavata fino
a questo momento. — Desdemona bevve un sorso di caffè nero e bollente. —
Mi avete detto che è stato via dall’Inghilterra per parecchi anni. Era nel
servizio diplomatico o nell’esercito?
Con un sospiro Wolverhampton si mise a giocherellare con la sua tazza.
Era chiaro che stava riflettendo su come risponderle. — Ve lo dirò, a patto che
non ne parliate con nessun altro.
— Si è macchiato di qualche scandalo infamante?
Il marchese alzò il capo e la guardò con uno sguardo gelido dei suoi occhi
color ardesia. Non l’aveva mai visto così. — Al contrario. Ma si tratta di
questioni altamente delicate, le cui ripercussioni possono continuare per
anni, o addirittura decenni. E inoltre non spetterebbe a me raccontare quello
che ha fatto.
— Era una spia? — Non era difficile capirlo a questo punto. — Ecco come
si è costruito i suoi principi di quale dev’essere una condotta onorevole —
aggiunse lady Ross in tono sarcastico.
Gli occhi di Wolverhampton si strinsero come due fessure. — Sì, era una
spia. Il suo ruolo nella guerra era pericoloso e poco rispettato, ma essenziale
e segretissimo. Robin era poco più che un ragazzo in viaggio per l’Europa
durante il periodo della Pace di Amiens, quando per puro caso venne a
scoprire qualcosa che ritenne di dover comunicare al Servizio Segreto. Gli
chiesero di lavorare per loro e nei dodici anni successivi rischiò migliaia di
volte la vita e la sanità mentale per difendere il suo paese e fare in modo che
la guerra potesse aver presto fine.
Il marchese tacque, ci fu una pausa di silenzio carico di tensione, poi
concluse a voce bassa e in tono severo: — E perché la gente come voi potesse
starsene tranquilla e al sicuro in Inghilterra a giudicarlo.
Arrossire è un grosso problema per le donne dai capelli rossi e
Desdemona non faceva eccezione. Per l’umiliazione si colorò di rosso
dall’attaccatura dei capelli fino al collo, e più giù ancora. — Scusatemi — disse
sinceramente dispiaciuta. — Per quanto in collera io sia per quello che vostro
fratello ha fatto a mia nipote, non avrei dovuto parlare in quel modo. — Si
sentiva piena di vergogna. Inoltre sentiva terribilmente la mancanza della
consueta affabilità di Wolverhampton. Con sollievo vide che l’altro si
rasserenava.
— La vostra reazione non è affatto insolita — le disse. — Lo spionaggio è
un’attività che richiede nervi di acciaio e un certo numero di qualità del tutto
inadatte a un gentiluomo. E Robin era un’ottima spia. In caso contrario non
sarebbe riuscito a sopravvivere. È stato sottoposto a prove che avrebbero
stroncato molti uomini. E ci è mancato poco che non venisse distrutto.
— È per questo che siete così protettivo con lui? — gli chiese piano
Desdemona.
— Lo sarei comunque, è la sola famiglia che mi sia rimasta e, anche se è
maledettamente in gamba, rimane pur sempre mio fratello minore. — A
questo punto Wolverhampton sospirò. — So molto poco oltre a quello che lui
stesso ha voluto rivelarmi dopo il suo ritorno in Inghilterra, ma ringrazio il
cielo di non averne saputo di più durante gli anni in cui è rimasto all’estero.
Dio solo sa che ho già sofferto abbastanza chiedendomi se l’avrei mai rivisto,
oppure se sarebbe semplicemente scomparso, come tanti che sono morti
senza che nessuno ne sapesse niente.
Il marchese si interruppe di colpo, il viso corrucciato. Passarono parecchi
secondi prima che riprendesse a parlare. — Comunque, per darvi un’idea di
ciò che è riuscito a fare durante la sua infamante carriera, l’anno scorso ha
collaborato a sventare un piano per far esplodere l’ambasciata inglese
durante le trattative per la pace a Parigi.
Desdemona si sentì mancare il fiato al pensiero delle personalità che
sarebbero potute morire nell’esplosione. Le conseguenze politiche di un
incidente del genere sarebbero state inimmaginabili, non solo per
l’Inghilterra, ma per l’Europa intera.
— Capite adesso perché vi ho detto che si trattava di una questione
delicata? — fece Giles con un sorrisetto ironico — Anche da ragazzo era
imprevedibile. — E l’espressione cupa del marchese si rasserenò. — Credo per
esempio che non sia successo a nessun altro ragazzo di venire espulso da
Eton al primo giorno di scuola.
— Un primato di dubbio valore — ridacchiò lady Ross. — Cosa accadde?
— Fece entrare sei pecore nel salotto del preside. Non ho mai scoperto
come ci sia riuscito. Ma so che così raggiunse il suo scopo, perché fu mandato
a Winchester come desiderava. — Wolverhampton sorrise, preso dai suoi
ricordi.
Desdemona si mordicchiò il labbro. — Comincio a trovare simpatico
vostro fratello.
— Di noi due è Robin quello che ha ereditato tutto il fascino e il coraggio
della famiglia. E, nonostante quello che voi pensate, è incapace di
comportarsi in maniera disonorevole.
Desdemona osservò con un lieve sorriso la solida corporatura del
marchese. — A me pare che anche voi abbiate ereditato una giusta parte delle
doti di cui parlate.
Wolverhampton la fissò stupito per un istante, arrossendo. Poi si alzò in
piedi e si diresse alla finestra per evitare il suo sguardo. Era la prima volta
che Desdemona lo vedeva in imbarazzo.
"Gli sta proprio bene" pensò soddisfatta: era dal loro primo incontro che
lui riusciva a metterla in difficoltà. Poi decise di passare a un altro argomento
meno personale: — Che cosa facciamo adesso con i nostri fuggitivi, milord?
Dubito proprio che torneranno insieme ai mandriani.
L’altro si voltò. Aveva la fronte corrugata. — Sono d’accordo. Adesso poi
che sono stati messi in allarme, sarà quasi impossibile trovarli sulla strada
principale. Ci sono troppe stradine secondarie e sono in grado di rendersi
irriconoscibili in molti modi. Forse è ora che voi ve ne torniate a Londra ad
aspettare che sia vostra nipote a raggiungervi.
Desdemona gli lanciò un’occhiata insospettita. La sensazione che loro due
fossero alleati stava rapidamente svanendo. — Avete qualche altro progetto in
testa?
— Sì, mi è venuta un’idea. — E alzò una mano, prevedendo la sua
domanda. — Vi prometto che se la mia ipotesi si dimostrerà esatta, vi porterò
entrambi i fuggitivi a Londra.
— E se si rifiutassero di seguirvi? — chiese lei, senza accennare a un suo
eventuale proseguimento della ricerca.
— Cercherò di convincerli con le buone maniere, razionalmente — ripose
l’altro con un sorrisetto — L’uso della forza è altamente sconsigliabile quando
si tratta di Robin.
Wolverhampton prese il cappello e si preparò ad andarsene, poi esitò. —
Come mai vi hanno chiamata Desdemona?
— È una tradizione della nostra famiglia dare nomi latini ai maschi e nomi
shakespeariani alle femmine — spiegò lei.
— Ma vostra nipote ha un nome latino.
— Ci sono delle eccezioni di tanto in tanto. Mio fratello era stato chiamato
Maximus in onore della prozia Maxima e ha passato il suo nome alla figlia.
La zia Maxima è morta qualche mese fa, carica d’anni e di malizia. Mi
mancherà.
— State parlando di lady Clendennon? È l’unica Maxima che io abbia mai
conosciuto. — E al cenno affermativo dell’altra, Giles continuò: — A quanto
pare un’altra caratteristica dei Collins sono le donne di carattere. Più ci
penso, meno mi pare credibile che vostra nipote abbia seguito Robin contro
la sua volontà.
— Questo è ancora da vedersi — ribatté secca Desdemona, pronta a non
transigere ai suoi doveri nei confronti di Maxima, poi si avvolse più
strettamente nello scialle, raccolse la reticella, e si preparò ad andarsene.
Il marchese si fece da parte, ma, prima di aprirle la porta, si fermò a
fissarla con uno sguardo intenso. Con un gesto impulsivo alzò la mano e
gliela posò sul viso, scendendo dalla tempia all’orecchio, poi giù sulla guancia
fino a sfiorare la curva della gola. Era un tocco molto delicato, come se
volesse conservare il ricordo dei colori e della grana della sua pelle
imprimendoseli sulla punta delle dita.
Lady Ross rimase immobile, cercando faticosamente di non perdere il
controllo di se stessa. Si sentiva bruciare dovunque lui la toccasse. Il suo
matrimonio non aveva mai avuto momenti di tenerezza come quello e la
dolcezza di questi gesti la metteva in una condizione di enorme vulnerabilità.
Alzò la testa a guardare gli occhi di Wolverhampton e se ne pentì
immediatamente. Il calore che vide in quello sguardo era infinitamente più
pericoloso di una percossa fisica. Tra un attimo si sarebbe chinato su di lei e
l’avrebbe baciata, e se questo fosse accaduto…
Con un brusco movimento si scostò e aprì da sola la porta. — Spero di
vedere voi e i due vagabondi a Londra, Wolverhampton — disse, e si precipitò
fuori.
Giles fissò assorto la porta che gli era stata chiusa in faccia. Che motivo
poteva avere una donna forte e navigata come quella di innervosirsi come
una vergine educata in un convento quando lui mostrava di essere attratto da
lei? E non era per avversione nei suoi confronti: quello che aveva letto nei
suoi occhi non era repulsione, ma paura.
Ascoltando il rumore dei passi che si allontanavano rapidamente, il
marchese di Wolverhampton decise che avrebbe scoperto che cosa c’era
all’origine di questa paura.
Una volta scoperto questo, si sarebbe trovata una soluzione.

Anche se Robin cercava di collaborare, Maxie dovette quasi trascinarlo di


peso. Il canale sembrava lontano miglia e miglia e lei si sentiva il collo rigido
dalla tensione all’idea che da un momento all’altro Simmons potesse
riprendere i sensi, oppure che i suoi uomini riprendessero la caccia.
Dovendo scegliere, avrebbe preferito affrontare di nuovo Simmons,
dopotutto. Lui almeno aveva mostrato qualche barlume di senso morale, ma i
suoi uomini si sarebbero comportati come lupi famelici in una macelleria, su
questo non aveva dubbi.
La zona era deserta, tutti dovevano essere a mangiare. Mentre lei e Robin
entravano in uno stretto vicolo buio in mezzo a due magazzini, Maxie pregò
con tutte le sue forze che succedesse un miracolo. Non potevano andare
molto lontano in quelle condizioni.
Quando emersero sul molo assolato videro un barcone carico, fermo
all’ormeggio. In coperta c’erano un uomo e un ragazzo che si accingevano a
salpare. Il capitano era un tipo dai capelli brizzolati non molto alto, ma
muscoloso. Quando li vide raddrizzò la schiena e li squadrò incuriosito.
Maxie decise che la cosa migliore da fare era chiedere esplicitamente
aiuto. — Per favore, signore, potete aiutarci? — chiese lasciando trasparire dal
tono di voce la sua disperazione. — Ci hanno attaccato e hanno ferito mio
marito.
La faccia sbigottita del capitano le ricordò come era vestita, così si tolse il
cappello con la mano libera. L’uomo batté le palpebre, subito interessato.
Robin non doveva avere perso del tutto conoscenza, perché le mormorò
all’orecchio in tono divertito: — Abbiamo tirato fuori l’artiglieria, vero? Quel
poveraccio non ha scampo.
— Silenzio! — sibilò lei, tenendogli il braccio intorno alla vita mentre il
capitano saltava sul pontile e si avvicinava.
— Siete stati aggrediti dai ladri in città e in pieno giorno? — chiese l’uomo
con un’espressione di palese scetticismo sul volto segnato dalle intemperie.
Che tipo di storia sarebbe suonata convincente alle orecchie di un vecchio
lupo di mare?
Quando si è in dubbio, meglio attenersi alla verità con qualche piccola
variante. — Non erano dei ladri, ma mio cugino e i suoi amici che vogliono
impedirci di raggiungere Londra — e si guardò indietro senza doversi sforzare
di fingere la sua ansia. — Vi prego, possiamo venire con voi per un breve
tratto? Vi spiegherò tutto, ma quelli possono arrivare da un momento
all’altro.
— Forse vogliono solo fare un po’ di strada gratis, pa’? — arrischiò il
ragazzo, che aveva la faccia coperta da lentiggini.
Il capitano scrutò Robin, che barcollava — Il sangue non mi sembra finto.
Va bene, ragazza — fece, presa la sua decisione — vi prendo a bordo per
qualche miglio, sperando che la mia fiducia non sia malriposta.
Fece un passo verso di loro, si chinò, poi sollevò Robin e se lo issò su una
spalla massiccia come se fosse un bambino. — Su, venite.
Maxie lo seguì. La barca era rudimentale, con una cabina nel mezzo.
C’erano dei monticelli coperti di tela cerata in coperta e l’aria era impregnata
di odore di lana, intenso ma non spiacevole. Il carico era probabilmente
costituito da tappeti, una produzione tipica della zona, come aveva detto loro
Dafydd Jones.
— Immagino che preferireste non essere visti se arrivasse vostro cugino —
fece il capitano. — Scopri il boccaporto di prua, Jamie.
Il ragazzo obbedì, il viso rotondo tutto eccitato. La copertura del
boccaporto fu sollevata e rivelò una stiva piena di altri tappeti. Dopo che
Jamie fu entrato a sistemare i rotoli per fare un po’ di spazio, il capitano
depositò il corpo inerte di Robin. — Cercate di non sporcare di sangue il mio
carico.
— Farò del mio meglio — promise lei. — Avete degli stracci e un po’
d’acqua in modo che io gli possa lavare e bendare la ferita?
Jamie corse subito via per soddisfare la sua richiesta.
Maxie scese nella stiva e si inginocchiò accanto a Robin, scostandogli i
capelli d’oro per controllare il danno. Anche se si stava già formando un
grosso bernoccolo, vide con sollievo che il taglio era superficiale e aveva quasi
smesso di sanguinare.
Un minuto più tardi ritornò Jamie con quello che lei aveva chiesto, oltre a
della polvere di basilico da mettere sulla ferita. Con grande delicatezza Maxie
lavò la ferita e la bendò. Robin resistette con stoicismo alle sue cure, anche se
apriva e chiudeva spasmodicamente le mani.
Quando Maxie ebbe terminato, il capitano disse: — Adesso è ora che ci
mettiamo in viaggio. E sarà più prudente chiudere la stiva.
Mentre riabbassava la pesante copertura del boccaporto, ci fu un rumore
di cose trascinate a terra e lo spiraglio di luce intorno al boccaporto
rettangolare scomparve. Probabilmente il capitano lo stava coprendo di
tappeti. Che accortezza! Anche se Simmons avesse seguito il barcone, non gli
sarebbe stato facile scoprire il loro nascondiglio.
Però in quel modo l’oscurità nella stiva era impenetrabile. Il loro rifugio
era poco più di un metro e ottanta centimetri di lunghezza, un metro e venti
di larghezza e sessanta centimetri di profondità. Sotto di loro lo spessore
cedevole dei tappeti. L’effetto era quello di stare in una confortevole bara.
Maxie fece del suo meglio per scacciare il suo disagio. In fondo quello che più
contava era che loro due si stavano allontanando da Simmons e che il
capitano aveva l’aria di essere un buon alleato.
Sentì il suono soffocato della voce di Jamie che ordinava al cavallo di
partire. Il barcone cominciò a muoversi. Adesso che non poteva più fare
nulla, Maxie si distese esausta accanto a Robin. — Ci sei?
Lui rispose con voce molto debole. — Ero più o meno presente durante
l’ultimo atto, anche se ho dovuto farmi portare come un sacco di patate.
Lei sorrise sollevata. — Bene, allora puoi metterti al lavoro per trovare un
motivo convincente per cui mio cugino Simmons e i suoi allegri amici ci
stanno dando la caccia.
— Ma tu stai mettendo così bene a frutto la tua fantasia che sarebbe un
delitto interferire — protestò lui.
— Di fronte a te io sono una misera dilettante nel raccontare storie.
— Nel raccontare storie forse sì, ma hai recitato splendidamente. Se non ti
conoscessi così bene, avrei giurato che tu fossi una povera ragazza inerme e
spaventata.
— Che cosa ti fa pensare il contrario? — chiese lei, incerta se essere
lusingata o offesa.
— Perché, Kanawiosta — disse lui in tono divertito e ammirato. — Una
donna che attacca un pugile professionista tre volte più grosso di lei è
coraggiosa fino all’incoscienza. — Si girò sul fianco e le cinse la vita,
avvicinandola a sé. — Sei una splendida guardia del corpo — aggiunse in un
sussurro sonnolento.
Sorridendo Maxie si rilassò stretta a lui, la guancia sul suo petto. Anche se
non era molto razionale, si sentiva sicura tra le sue braccia, come se il mondo
esterno non potesse farle del male.
Ben presto il respiro di Robin si fece più lento e lui si addormentò. Maxie
avrebbe voluto imitarlo, ma resistette alla tentazione. Invece ascoltò il dolce
sciabordare dell’acqua contro lo scafo e cercò di pensare a una storia
plausibile da raccontare al capitano.
Il barcone Penelope stava giusto entrando nella prima delle chiuse di
Foxton quando sull’alzaia apparvero due uomini al galoppo e ansimanti. —
Ehi, voi laggiù! — gridò quello grosso con un forte accento londinese. —
Fermatevi un momento, voglio farvi qualche domanda.
John Blaine si tolse la pipa di bocca e guardò il nuovo venuto. Aveva l’aria
di avere partecipato a una rissa. — Non ci si ferma quando si è in una chiusa
— disse lapidario, poi chiamò suo figlio.
Jamie girò il verricello e l’acqua cominciò a fluire nella chiusa inferiore.
— Parlo a voi, maledizione! — urlò il londinese.
A Blaine non piacquero molto i modi dello sconosciuto, mentre doveva
riconoscere che la piccoletta aveva dei modi incantevoli. — E io ho un lavoro
da fare — ribatté. — Rendetevi utile e datemi una mano con la chiusa. Avrò
tempo per parlarvi quando sarò arrivato in basso.
Adesso il livello tra la prima e la seconda chiusa era uguale e Jamie aprì la
paratia che le separava. Il cavallo tirò avanti la barca, la paratia si chiuse alle
loro spalle, e si aprirono le pale sulla paratia successiva perché l’acqua
potesse entrare nel bacino inferiore.
Mentre osservava la Penelope abbassarsi rapidamente, il londinese pareva
titubante, stava pensando se saltare sul barcone e costringere con la forza i
due a rispondere alle sue domande. Dopo un momento, scuro in volto, fece
un cenno al suo scagnozzo. E i due diedero una mano nelle manovre di
apertura delle paratie e delle pale.
Le chiuse di Foxton erano costituite da due rampe di cinque chiuse
ciascuna, collegate da un bacino centrale dove potevano passare due barche.
Passare attraverso dieci chiuse richiede un certo tempo e Blaine avrebbe
avuto tutto il tempo di rispondere a qualche domanda, se gli fosse stata posta
in tono educato, ma, date le circostanze, fece in modo di tenersi
continuamente occupato.
Finalmente il barcone raggiunse il fondo delle chiuse, a un paio di metri
più in basso dal livello di partenza. Con un tono che esprimeva una cortesia
forzata il londinese saltò a bordo. — Puoi rispondere a qualche domanda
adesso?
Blaine caricò di tabacco fresco la sua pipa di terracotta, l’accese, e aspirò
profondamente dal cannello. — Che cosa volete sapere?
— Sto cercando due criminali, un uomo biondo e un ragazzo. Sono molto
pericolosi.
— Davvero? — fece Blaine con espressione annoiata.
Il londinese cominciò a descrivere i fuggitivi e a enumerare i loro misfatti,
camminando nel frattempo avanti e indietro sul ponte della barca e lanciando
occhiate sospettose a destra e a sinistra in cerca di tracce della sua preda.

Maxie aveva la sensazione di essere rinchiusa da giorni e giorni in quella


calda e densa oscurità, anche se non dovevano essere passate più di un paio
d’ore. Si svegliò di colpo dal suo torpore sentendo dei rumori in coperta,
sopra di lei. Un suono di voci coprì il tonfo soffocato dell’acqua che lambiva
lo scafo.
Non osò quasi respirare quando sentì un pesante rumore di passi
avvicinarsi e le assi scricchiolare sotto il peso di un uomo corpulento.
Simmons doveva essere così vicino che avrebbe potuto spostare le coperte
che nascondevano il boccaporto, o sentire il battito assordante del suo cuore.
I passi si fermarono a meno di un metro dalla sua testa. Era molto peggio
che non affrontare un nemico allo scoperto. Sentiva i nervi tendersi allo
spasimo e fu presa da un folle desiderio di urlare istericamente oppure
battere forte i pugni contro il boccaporto, per porre fine a quello stato di
tensione.
Nel silenzio, Robin si mosse e prese fiato, come se volesse parlare. Subito
lei allungò il braccio, cercò nel buio, e gli premette la mano sulla bocca.
L’altro si irrigidì al suo tocco, poi si rilassò e fece un cenno per assicurarle
che aveva capito.
Maxie fece per togliere la mano, ma lui anticipò la sua mossa e le posò le
labbra sul palmo con un bacio leggero come una ragnatela.
Nel buio intorno a loro tutt’a un tratto la tensione svanì e si creò un
grande senso di intimità. Maxie allungò un braccio e sfiorò i capelli e la
fasciatura di Robin. Poi le sue dita trovarono il viso e scesero ad accarezzargli
la guancia. Quando incontrarono le basette, che pungevano appena in
contrasto con la morbidezza della pelle, Maxie ricordò l’eccitazione sensuale
che aveva provato mentre l’osservava radersi e arrossì nell’oscurità.
Le dita gli sfiorarono delicatamente le labbra, Robin le toccò con la punta
della lingua. Maxie avvertì un brivido. Ma quando lui le posò la mano sulla
nuca e l’attirò sopra di sé, lei non si sentì affatto passiva, anzi. Anzi. Aprì le
labbra a incontrare le sue in un bacio.
Dimenticò la sua tensione, la sua paura, gli uomini che li stavano
cercando di sopra. Nulla esisteva, tranne l’uomo che aveva tra le braccia, la
sua lingua di velluto e la forza del suo corpo. Dovunque si toccassero il
sangue scorreva violento e ardente nelle vene.
La mano di lui si infilò tra i loro due corpi e scese fino alla zona
sensibilissima dove si univano le cosce di lei. Quando la carezzò là, Maxie si
sentì mancare il fiato e si dondolò contro di lui. Tutto il suo corpo era
percorso dal flusso d’energia della passione, che la trascinava verso la
soddisfazione del piacere nell’eterna danza dell’accoppiamento. La mano di
lei scese lungo il torace fino a posarsi sulla maschia prominenza di carne
rigida e possente.
Robin si irrigidì in tutto il corpo. Lei lo accarezzò, assaporando il potere
che aveva su di lui, accorgendosi di quanto la infastidivano i panni che li
separavano. Con uno strattone lui le rialzò il lembo della camicia e cominciò
a carezzarle con il caldo palmo della mano il fondo schiena. Quel contatto
della pelle sulla pelle le parve deliziosamente lascivo.
Poi di nuovo il ponte sopra di loro scricchiolò sotto i passi pesanti di
Simmons e i due rimasero immobili. Il barcone ondeggiò nell’acqua.
Vicino, sempre più vicino… adesso si fermava proprio vicino al loro
nascondiglio. Poi, spaventosamente vicina, risuonò la voce di Simmons. Le
sue parole erano inintelligibili, ma il tono era inequivocabilmente
minaccioso.
Ritornatala di colpo alla realtà, Maxie avrebbe voluto prendersi a calci.
Che cosa ne era stato della sua decisione di evitare ogni rapporto intimo con
Robin? Era proprio un idiota. Si staccò da lui piano piano.
L’altro l’afferrò spasmodicamente per il polso. Lei si irrigidì e Robin la
lasciò subito. Ma era chiaro che non avrebbe voluto interrompere ciò che
stavano facendo, perché continuava a fare scorrere il palmo sul polso e sul
dorso della mano in un lento movimento erotico. Il suo tocco leggero non
fece che alimentare ancora di più le fiamme che minacciavano di incenerirla.
Quando le dita di Robin scivolarono sulle sue, ne sentì l’irregolarità delle
ossa distorte e mal aggiustate. Al suo desiderio si aggiunse un pericoloso
senso di tenerezza. Non avrebbe potuto essere più consapevole della sua
presenza se si fossero trovati entrambi nudi in un letto.
Quando il loro contatto si interruppe, Maxie dovette farsi forza per non
riprendere da dove si erano interrotti. Se l’avesse toccato di nuovo in quelle
condizioni, non sarebbe più riuscita a fermarsi.
L’assito scricchiolò: Simmons si stava spostando e poi ci fu un rumore,
come se qualcuno spostasse i tappeti sopra di loro. Santo cielo, aveva capito
che c’era un altro boccaporto lì sotto?
Si sentì un richiamo da poppa, seguito da altri scricchiolii di assi:
Simmons si diresse verso la voce.
Poi calò un lungo silenzio. Quando la barca cominciò di nuovo a
muoversi, Maxie tirò il fiato e per poco non si mise a tremare di sollievo.
Comunque parlò prudentemente a bassa voce, bisbigliando, e disse con voce
rotta: — Scusami, anche se poteva sembrare il contrario, non stavo cercando
di farti impazzire.
— Lo so. È tutta colpa mia — disse in tono mesto Robin. — Anche se quasi
tutte le parti del mio corpo funzionano alla perfezione, pare che quel colpo
sulla testa abbia fatto danni considerevoli al mio buon senso.
Lei pensò alle sensazioni che aveva provocato il corpo teso di Robin
contro il suo. Sì, tutte le parti funzionavano benissimo. E di nuovo fu grata
all’oscurità che celava il rossore che le era salito al viso. Ma poiché non era da
lei evitare le difficoltà, decise di prendere il toro per le corna: — A quanto
pare abbiamo la disgrazia di essere molto attratti fisicamente l’uno dall’altra,
noi due, e nello stesso tempo nutriamo forti dubbi sulla possibilità di
arrenderci a questa attrazione reciproca.
— È un bel problema, non ti pare?
Lui ridacchiò. — È l’attrazione tra uomo e donna che fa girare il mondo. E
poiché noi due viviamo gomito a gomito, la situazione si fa a volte piuttosto
imbarazzante. Ma devo dire che non rinuncerei a questo per nulla al mondo.
E tu?
Lei ci pensò, pensò al desiderio inquieto del suo corpo, al piacere assoluto
che provava tra le sue braccia, al vuoto che avrebbe sentito nel suo cuore
quando si sarebbero lasciati. — No — rispose, sorpresa di se stessa. —
Nemmeno io.
— Sono lieto di sentirtelo dire — le rispose lui piano.

Maxie non si svegliò fino a quando non venne tolta la copertura del
boccaporto e i lunghi raggi del sole al tramonto illuminarono l’oscurità. Alzò
gli occhi spaventata, ma fu la faccia del capitano del barcone che vide in alto
sopra di lei, non quella di Simmons.
— Tutto bene voi due?
— Sì, e vi siamo molto grati — rispose Robin. Si alzò in piedi e saltò sul
ponte, poi tese una mano per aiutare Maxie a uscire. — A proposito, mi
chiamo Robert Anderson e questa è mia moglie Maxima.
Maxie si guardò intorno e vide che la barca era ormeggiata sul fondo di
una grande chiusa. Poco lontano c’era una stalla di pietra e la casetta del
guardiano della chiusa, circondata da un giardino pieno di fiori. C’era una
gran pace e si sentì meravigliosamente al sicuro.
Il capitano si tolse la pipa di bocca. — Mi chiamo John Blaine. Mio figlio
Jamie sta mettendo il cavallo nella stalla.
I due uomini si strinsero la mano. — Spero che Simmons non sia stato
troppo villano con voi.
— In verità lo è stato. — Un sorriso comparve dietro ima nuvola di fumo.
— Ma temo che gli sia capitato un piccolo incidente. È inciampato nella corda
di traino ed è finito nel canale. Così gli è completamente passata la passione
per le barche e se n’è andato via.
Maxie sorrise, chiedendosi come avesse fatto Blaine a organizzare
l’incidente.
— Avete voglia di tenerci compagnia per cena? — continuò il capitano.
Le sue parole ricordarono a Maxie che il loro ultimo pasto risaliva alla
mattina, quando avevano fatto la prima colazione insieme ai mandriani. — Ci
farebbe molto piacere mangiare qualcosa per cena, capitano Blaine.
Lui fece loro cenno di seguirlo nell’abitacolo del barcone. Il tavolo era
allestito con un pasto freddo che era stato preparato dalla moglie di Blaine,
che per fortuna aveva un’idea piuttosto esagerata di quello che i suoi due
uomini dovevano mangiare per non morire di fame: c’erano infatti un
pasticcio di montone, pane, formaggio e sottaceti, cibo più che sufficiente per
tutti e quattro.
Blaine aspettò che avessero finito, poi si accese un’altra pipa e chiese: — E
adesso, signora Anderson, siete pronta a darmi qualche spiegazione? Vostro
cugino — e sottolineò il termine in tono lievemente ironico — mi ha detto che
siete colpevoli di furto e aggressione.
— Simmons non è mio cugino, a dire la verità — gli rispose secca Maxie. —
Ve l’ho detto all’inizio solo perché era più semplice usare questa scusa che
darvi tutte le spiegazioni necessarie.
— Effettivamente non ho visto una grande somiglianza — ammise lui. — E
allora, qual è la verità?
Maxie gli raccontò la sua storia nelle linee essenziali, attenendosi il più
possibile alla verità anche se evitò di soffermarsi molto sul ruolo giocato da
Robin.
Il capitano si riempì di nuovo la pipa, accendendola con una candela. — E
chi era il vostro tutore prima che vi sposaste? Vostro zio?
La ragazza scosse la testa. — No. Anche se non fossi sposata, ho appena
compiuto venticinque anni, quindi ormai non ho più bisogno di una tutela
legale. Mio zio non ha diritto di immischiarsi nella mia vita.
Non solo Blaine, ma anche Robin la guardarono stupefatti. Vista la sua
statura, la gente tendeva a crederla molto più giovane di quanto non fosse
effettivamente.
— Quello che mi avete raccontato ha l’aria di essere vero, anche se non nei
minimi particolari. Certo che mi sarebbe piaciuto assistere allo scontro tra
voi due e la banda di Simmons — fece Blaine aspirando una boccata dalla sua
pipa, e il tabacco che bruciava brillò nel buio. — Immagino che domani vi
rimetterete in viaggio per Londra, ma se volete passare la notte nella stiva,
siete i benvenuti.
Maxie si sporse in avanti e scoccò un rapido bacio sulla sua faccia ruvida.
— Che Dio vi benedica, capitano Blaine, voi e Jamie siete stati meravigliosi.
L’uomo per poco non si lasciò cadere la pipa dalla bocca. Cercando di
trattenere un sorriso compiaciuto, si rivolse a suo figlio: — E se ti venisse
voglia di raccontare questo particolare a tua madre, ricordati che non sono
stato io a chiederle di baciarmi.

Maledicendosi per non essere riuscito a ritrovare la sua preda, Simmons


mandò un messaggio a lord Collingwood, nel quale lo informava che aveva
perso le tracce di sua nipote e che non poteva assicurare che essa non
raggiungesse Londra. Terminò il messaggio suggerendo a sua signoria di
trovare qualche altro sistema per impedire alla ragazza di scoprire la verità
sulla morte di suo padre.
Quanto a lui, avrebbe proseguito la caccia.
13

Robin guardò senza entusiasmo il cielo plumbeo. Erano stati fortunati


con il tempo per la maggior parte del loro viaggio, ma adesso le cose stavano
per cambiare.
Come minimo si sarebbe messo a piovere a dirotto e poi sarebbe arrivato
un violento temporale.
Fu l’idea del temporale imminente che lo spinse a prendere una decisione.
— Ti andrebbe di passare questa notte in modo speciale? — chiese a Maxie.
— Sì, se questo vuol dire poter fare un bagno!
E accompagnò la sua risposta con uno di quei suoi brillanti sorrisi che gli
facevano dimenticare ogni problema. Era la donna più coraggiosa che avesse
mai conosciuto, sempre pronta ad accettare allegramente l’avventura. Certe
volte, è vero, lei lo trovava insopportabile, ma chi avrebbe potuto biasimarla
per questo? Ma mai, neppure una volta si era messa a piagnucolare o a fare il
broncio. Anche Maggie era così.
Improvvisamente si rese conto che erano giorni che non pensava a
Maggie. La presenza della sua seducente compagna gli faceva sentire molto
lontano il passato.
Avevano camminato parecchio da quando avevano lasciato il barcone sul
canale. Adesso stavano percorrendo una strada che portava a sud, verso
Northampton, che si trovava a pochi giorni di viaggio da Londra; Simmons
pareva che si fosse volatilizzato nell’aria e non avevano più avuto incidenti.
Questa tranquillità non dispiaceva troppo a Robin: era già un’avventura
per lui essere vicino a Maxie e cercare di tenere le mani lontane dal suo
delizioso corpicino. Aveva trovato un metodo per controllare tutta l’attrazione
che provava per lei: cercava di pensare a lei come a una donna non
disponibile, cioè sposata, o troppo giovane e vergine, oppure sua
consanguinea. Aveva funzionato molto bene, e per lo meno non aveva fatto
nulla di cui scusarsi, ma non riusciva comunque a dimenticarsi della
presenza di Maxie, che era fonte costante di turbamento per lui.
Ma quello che davvero lo tratteneva dal commettere una sciocchezza,
sospettava Robin, era la consapevolezza che, se lui avesse di nuovo
sconfinato, lei si sarebbe tirata indietro, o magari sarebbe addirittura
scomparsa. Poteva darsi che anche lei lo desiderasse, ma aveva messo bene in
chiaro che era la mente in lei a dominare il corpo.
Un lampo seguito quasi immediatamente da un tuono spaventoso
interruppe i suoi sogni a occhi aperti. Cominciò a piovere, non una dolce
pioggerellina inglese, ma dei rovesci d’acqua che in pochi secondi li
inzupparono fino al midollo.
Alzando la voce per superare il rumore degli scrosci d’acqua, Maxie gridò:
— È molto lontano il posto che hai in mente?
— No, ci siamo quasi. — E uscì dalla strada passando attraverso un varco
che si apriva in una siepe. Maxie lo seguì e lo trovò che l’aspettava accanto a
un alto muro di pietra.
— Forse è il mio cervello che si sta rammollendo per la pioggia, ma non
vedo nulla che assomigli a un rifugio per noi — osservò perplessa.
— Dobbiamo superare il muro. — Robin spiccò un salto, si aggrappò al
bordo del muro e saltò agilmente sulla cima. Poi calò la sacca per aiutare
Maxie a salire.
— Santo cielo, Robin — fece la ragazza inorridita — che cosa stai facendo?
Questo è sicuramente il muro di cinta di una proprietà privata.
— Sì, ma il proprietario è assente e la casa è vuota — spiegò lui. Poi,
vedendola esitare, aggiunse: — Non ci saranno problemi, te lo prometto.
Quando ebbero superato il muro, si trovarono al riparo sotto un gruppo di
grossi alberi che attutivano l’impatto della pioggia. Robin la precedette lungo
un sentierino appena visibile. Il terreno sotto i loro piedi era ormai imbevuto
d’acqua come una spugna. Poi uscirono sul bordo del boschetto.
Un lampo illuminò per in istante il passaggio e Maxie si fermò, colpita
dallo spettacolo dell’imponente residenza che si stagliava contro il cielo
temporalesco.
Con un tempo così molti edifici sarebbero apparsi cupi e tenebrosi, ma
non questo. Il palazzo sorgeva su una collinetta in mezzo a prati e giardini
ben tenuti. Non era una costruzione insolitamente grande o pretenziosa.
Quello che colpiva erano le proporzioni armoniose e la sua collocazione
nell’ambiente, era come un gioiello dall’incastonatura perfetta. Così, anche in
mezzo al violento temporale, la casa traspirava serenità.
— Non dovremmo essere qui, Robin — disse Maxie con molta
convinzione.
— Ci sono maggiordomi e portieri e vari domestici, ma hanno tutti
un’abitazione loro. La casa in sé è disabitata in questo momento — la
rassicurò lui. — Possiamo fermarci qui e non lo saprà nessuno.
Lei era ancora riluttante. — Come puoi essere tanto sicuro che sia ancora
vuota?
— Faccio sempre in modo di tenermi aggiornato su certe cose — le disse
lui, senza dare ulteriori spiegazioni. — Su, vieni. Non so tu, ma io sto gelando.
Dopo essersi guardata attorno per accertarsi che nessuno li vedesse,
Maxie si incamminò. — Come si chiama questa proprietà, e chi ne è il
proprietario?
— Ruxton, ed è da molto tempo una proprietà, anche se non la residenza
principale, di una delle più grandi famiglie aristocratiche inglesi. È in perfette
condizioni, anche se è raramente abitata — spiegò Robin mentre la conduceva
verso l’entrata di servizio.
— È imperdonabile lasciarla così disabitata! — Maxie osservò la bella
facciata. — I tuoi aristocratici inglesi sono proprio degli spreconi vergognosi.
— Mi trovi perfettamente d’accordo.
Si fermarono davanti a una porta che dava sulla cucina. Robin girò la
maniglia per scoprire che, come era prevedibile, la porta era chiusa a chiave.
Senza perdere un istante, si tolse lo stivale destro.
Con grande stupore Maxie lo vide svitare il tacco ed estrarne un paio di fili
metallici terminanti con uno strano uncino. Dopo essersi rimesso lo stivale, il
suo compagno infilò uno dei fili nella serratura.
— Che diavolo stai combinando? — esclamò.
— Non si capisce?
Ma quando lei riaprì la bocca, la zittì in tono di rimprovero: — Silenzio,
per favore. Ho bisogno di concentrazione, sono fuori allenamento.
Non era poi tanto fuori allenamento, a quanto pareva, perché, dopo avere
applicato il secondo filo, gli ci volle un solo minuto per scassinare la
serratura.
Mentre il suo compagno apriva la porta, lei lo incenerì con uno sguardo
capace di far evaporare la pioggia gelida. — Hai un mucchio di qualità
spaventose — gli disse a denti stretti.
— Ma molto utili — fece lui con un sorriso. — Non preferisci startene in
casa, piuttosto che sotto la pioggia, fuori?
— Mi sembra quasi un furto — borbottò lei entrando in casa.
Anche chiuse dalle persiane, le finestre lasciavano filtrare abbastanza luce
se Maxie notò che la cucina era in ordine e deserta. Di fronte a loro le pentole
appese sulla parete mandavano un fioco luccichio e i tavoli da lavoro erano
puliti e pronti all’uso, ma di presenza umana nemmeno l’ombra. A quanto
pareva Robin era bene informato, ma lei si sentì ugualmente a disagio
mentre posava la sua sacca sulle piastrelle del pavimento e si toglieva la
giacca e il cappello zuppi d’acqua.
Robin si diresse a una porta che si rivelò essere quella di un ripostiglio: —
Adesso accendo il fuoco — disse. — Con un temporale così nessuno noterà un
po’ di fumo che esce dal camino.
Era chiaro che non era la prima volta che veniva in quel posto. Che avesse
mendicato un pasto da qualche cuoca indulgente quando la casa era abitata?
Oppure era stato ospite dei proprietari ai tempi della sua rispettabile
giovinezza?
Comunque fosse, gli ci vollero solo pochi minuti per trovare una lanterna,
accenderla, accendere un fuoco e mettere dell’acqua a bollire. Bagnata
fradicia com’era e scossa dai brividi, Maxie fu lieta di potersi riscaldare al
fuoco del camino.
Robin scomparve di nuovo, poi tornò e le drappeggiò attorno alle spalle
un caldo scialle. — Ho trovato uno spogliatoio che contiene degli abiti vecchi.
Che ne dici di sceglierci le nostre stanze per la notte mentre l’acqua si scalda?
Lei si guardò intorno nella cucina. — Per essere sinceri preferirei restare
qui. Mi sembra così brutto invadere la casa di qualcun altro, anche se non è
abitata regolarmente.
— Ma questa da molti anni non è più casa di nessuno, — Robin accese un
candelabro, poi sorrise e le fece un cenno con la mano. — Vieni a vedere, non
facciamo niente di male.
Lei lo seguì fuori dalla cucina; sapeva che quando lui sorrideva in quel
modo lei lo avrebbe seguito anche fino all’inferno.
La luce tremolante delle candele le mostrò una casa bella e ospitale, e a
dimensione d’uomo, cosa che non si poteva certo dire di Chanleigh. Benché la
maggior parte dei mobili fosse coperta da teli, le loro forme rivelavano
un’eleganza fuori del comune. I tavoli avevano solo bisogno che una mano
ravvivasse le superfici del legno lucidato a cera. Le alte finestre chiuse dalle
persiane aspettavano di fare entrare la luce del giorno, mentre i preziosi
tappati orientali attutivano il suono dei loro passi.
— Come è triste pensare che non ci sia nessuno ad apprezzare tutto
questo — sospirò.
— Per una grande residenza di famiglia come questa, che ha una storia di
parecchi secoli, rimanere disabitata per una decina o una ventina di anni è
solo un inconveniente di scarsa importanza. Ruxton è stata abitata in passato
e lo sarà di nuovo.
Maxie sperò che avesse ragione. Salirono al piano di sopra. In cima alla
scala si fermò ad ammirare le colline ondulate da una finestrella rotonda,
priva di persiane. Era un paesaggio meno selvaggio delle brughiere del
Durhamshire, ma era molto gradevole.
Come era possibile che i proprietari di quella casa non volessero abitarvi,
pensò indignata Maxie. Non avevano magari dei parenti caduti in miseria che
necessitavano di un posto in cui vivere? Scuotendo la testa, seguì il suo
compagno.
Robin aprì una porta e diede un’occhiata nella stanza. Era grande, con un
ampio letto a baldacchino e il pavimento coperto da un tappeto rosa. — Ti
andrebbe bene questa per la notte? Deve essere la camera della proprietaria.
Quella del marito sarà oltre questa porta.
Lei lo guardò, ricordando la Locanda del Mandriano. — In altre parole, è
più pericoloso dividere un letto che ripararsi insieme sotto una siepe, o
dormire su un covone di fieno o un carico di tappeti?
Lui la fissò con i suoi occhi azzurri, eccezionalmente seri. — È già stato
dimostrato. Credo che sia meglio che io dorma nella stanza accanto.
E naturalmente aveva ragione, accidenti a lui.

Dopo essersi concessi un bagno principesco e avere cenato con il cibo che
avevano portato con sé, Robin e Maxie chiacchierarono piacevolmente. Robin
propose di concludere il pasto con un brandy per sé e un tè per Maxie, che
non beveva alcolici.
La sua proposta fu accolta.
— Tra poco arriveremo a Londra — disse Robin, mentre Maxie sorseggiava
la sua calda bevanda. — Da dove pensi di iniziare le tue ricerche sulla morte
di tuo padre?
— Dalla locanda in cui è morto. Ci saranno sicuramente dei servi che
potranno darmi qualche informazione. Ho con me anche i nomi dei vecchi
amici che voleva andare a trovare.
— E poi? Voglio dire che cosa farai dopo che avrai scoperto la verità e avrai
agito di conseguenza? — Robin la fissò con uno sguardo intenso.
Maxie scosse il capo, giocherellando con le molle per le zollette di
zucchero e cercando invano di decifrare le complicate iniziali incise
sull’argento. — Tornerò in America e mi troverò un lavoro, immagino. In una
libreria, magari. Non ci ho ancora pensato bene, il futuro mi sembra così
lontano.
Usò le molle per mettere una zolletta di zucchero nel suo tè. — No, non è
proprio così. Di solito ho una vaga idea di quello che il futuro ha in serbo per
me. Niente che abbia a che fare con la predizione del futuro, solo una
sensazione di come si concluderanno certi avvenimenti. Per esempio quando
viaggiavo con mio padre, sapevo sempre quando e se avremmo raggiunto la
nostra destinazione o meno. Quando siamo salpati per l’Inghilterra, non
avevo dubbi che saremmo arrivati sani e salvi, e sapevo anche che avrei
conosciuto la famiglia di mio padre. E anche quando ho lasciato la casa di
mio zio, ero sicura che sarei arrivata a Londra.
— Ma presentivi che avresti dovuto affrontare tante avventure durante il
percorso? — chiese lui sconcertato.
— No, e non avrei mai immaginato di incontrare uno come te. — E gli
rivolse un fuggevole sorriso. — Ma adesso, quando guardo davanti a me, non
riesco a farmi un’idea di quello che accadrà.
Robin corrugò la fronte. — E che cosa senti?
— Vedo una specie di vuoto davanti a me. Forse il futuro prenderà una
piega che non posso prefigurarmi perché troppo diversa dal passato — disse
lei lentamente.
— Nella mia vita ho avuto occasione di vedere diverse forme di intuizione
e ho imparato a non prenderle sottogamba — osservò Robin con
un’espressione grave sul volto. — Se tu ti sforzassi, credi che riusciresti a farti
un’idea un po’ più chiara di quello che potrebbe succedere a Londra?
Potrebbe esserci utile essere preparati, se ci fossero dei pericoli.
Maxie chiuse gli occhi, si rilassò, appoggiandosi allo schienale della sedia,
e visualizzò una mappa dell’Inghilterra. Una strada d’argento si snodava da
Durham verso sud. L’argento si faceva più luminoso nello Yorkshire, dove lei
aveva incontrato Robin. Ma dove era Londra, il complesso cuore pulsante del
paese? Lasciò che la mente andasse alla deriva.
— Buio, caos, dolore! L’impensabile…
Con un grido si raddrizzò improvvisamente sulla sedia. La sua mano
posata sul tavolo fece un movimento brusco e buttò a terra tazza e piattino,
che si frantumarono sul parquet. Fissò istupidita i frammenti di porcellana
sparsi sul pavimento, con il cuore che le batteva come impazzito nel petto. —
L’ho rotta — mormorò.
— Al diavolo la porcellana! — Robin era già accanto a lei e la stringeva tra
le braccia. — Hai sentito che sarebbe successo qualcosa di terribile là?
Lei cercò di guardare quel nero vortice terrificante che l’aveva quasi
divorata, ma la sua mente si rifiutò, recalcitrante come un pony intimorito. —
Era qualcosa… qualcosa che andava letteralmente al di là della mia
immaginazione. Qualcosa di incomprensibile, tanto era tremendo.
Lui la strinse più forte nel suo abbraccio. — Credo però che avesse
qualcosa a che fare con quello che è successo a mio padre. — Deglutì a fatica.
— Anche se teoricamente ho accettato la possibilità che mio zio abbia in
qualche modo causato la morte di Max, non ci ho mai creduto veramente. Ma
se mio zio fosse davvero responsabile, forse questo spiegherebbe perché
pensare al futuro mi abbia sconvolta tanto. Un processo per omicidio avrebbe
delle spaventose ripercussioni su tutta la famiglia Collins. Ne andrebbero di
mezzo anche delle persone innocenti.
— E tu non vuoi che accada una cosa simile, anche se i tuoi parenti non
sono stati particolarmente gentili con te. — Le posò un dito sotto il mento e le
fece alzare il viso in modo che lei potesse guardarlo in faccia. — Immagino
che sia stupido chiederti di lasciare le cose come stanno.
L’espressione di Maxie si indurì. — È fuori questione. Può anche darsi che
non scoprirò mai la verità, ma non mi perdonerei mai se non facessi un
tentativo.
L’altro annuì, per nulla sorpreso. — Trovo che sia giusto che tu continui.
Le nostre paure spesso sono molto peggio della verità. — Le scostò
teneramente i capelli dalla tempia e poi si allontanò. — Vado a preparare
ancora un po’ di tè. Poi ti racconterò tutte le storie più strane che riuscirò a
ricordare in modo che, quando te ne andrai a letto, potrai dormire bene. — Le
sorrise. — E ne conosco un bel po’ di storie assurde.
— Grazie, Robin — sussurrò Maxie mentre lui si dirigeva verso la cucina.
Il loro futuro insieme poteva avere una durata limitata, ma se lui fosse
rimasto al suo fianco mentre investigava sulla morte di suo padre, Maxie
sapeva che sarebbe stata in grado di affrontare qualsiasi cosa l’aspettasse a
Londra.

Secondo i calcoli del marchese di Wolverhampton, se Robin e l’Innocente


Indifesa avevano deciso di fermarsi a Ruxton, ci avrebbero messo tre o
quattro giorni per arrivarci da Market Harborough. Giles si diresse verso sud,
facendo le solite domande, ma senza successo. I due parevano svaniti come
nebbia al sole.
Aveva programmato di trascorrere la terza notte di viaggio a Ruxton, ma
un violento temporale aveva trasformato le strade in ruscelli di fango e
rallentato a passo d’uomo l’andatura della sua carrozza. Irritato, si
rimproverò di avere sprecato troppo tempo con le sue inutili ricerche. Se
avesse rinunciato qualche ora prima, sarebbe riuscito a raggiungere Ruxton
prima della pioggia. Adesso doveva accontentarsi della locanda più vicina ed
era una prospettiva deprimente.
Mentre la carrozza arrancava nel fango, si ritrovò a pensare a Desdemona
Ross, che iniziava a invadere in modo preoccupante sia i suoi pensieri diurni,
sia i suoi sogni notturni.
Le sue piacevoli fantasticherie furono bruscamente interrotte da uno
scricchiolio e la carrozza si fermò con un sobbalzo restando pericolosamente
inclinata. Con un sospiro Giles uscì nella pioggia scrosciante: era proprio il
modo migliore di finire la giornata quello, con la carrozza che si rompeva nel
bel mezzo del temporale. Una volta fuori chiamò il suo cocchiere, Wickes. —
Diamo un’occhiata al danno?
Wickes consegnò le redini a Miller, un giovane servo che faceva da
sentinella, stalliere e valletto. Dopo che il cocchiere fu sceso di cassetta, i due
andarono a esaminare il danno, sguazzando nel fango. — L’assale è
completamente andato milord — fece cupo Wickes. — Dovremo mandare
Miller a cercare un fabbro.
Giles calzò bene in testa il cappello, per cercare di impedire all’acqua di
corrergli giù lungo il collo. — Siamo a un paio di miglia da Daventry, là ci sarà
un fabbro. — Il marchese stava per mandare Miller alla cittadina quando
sentì un tintinnio di redini e il rumore di un’altra carrozza che arrivava alle
loro spalle.
— Che fortuna — esclamò Wickes e si mise in mezzo alla strada per
fermare il veicolo in arrivo.
Era una carrozza privata, una carrozza con delle decorazioni gialle. Il volto
di Giles si illuminò in un largo sorriso.
Mentre si dirigeva verso la carrozza, un’alta figura femminile ne scese e si
avviò verso di lui. Giles si affrettò a raggiungerla. — Tornate dentro, lady Ross
— le disse quando furono vicini — non è il caso che vi bagniate tutta anche
voi.
— Non preoccupatevi, Wolverhampton, non mi scioglierò — e gli rivolse
un sorriso malizioso, le lunghe ciglia bagnate di pioggia e il bordo della cuffia
sgocciolante. — Finalmente tocca a me salvarvi, come potrei non approfittare
di una tale occasione? Immagino che vi si sia rotta una ruota o un assale.
L’altro annuì. — Vi sarei molto grato se, arrivata a Daventry, poteste
mandarci qualcuno a darci una mano.
— Perché non venite con me? I vostri uomini possono rimanere qui a
occuparsi della vostra carrozza. Pensavo di fermarmi alla Wheatsheaf, che è
una locanda più che decorosa. Potreste alloggiare anche voi là. — E si strinse
nel mantello bagnato. — Non è tempo per viaggiare questo.
Il pensiero di passare un po’ di tempo con quella splendida donna era
troppo allettante per rifiutare l’offerta. Giles ordinò ai suoi uomini di
aspettare nella carrozza che arrivassero i soccorsi, prese una piccola borsa
contenente degli indumenti e pochi altri oggetti indispensabili e seguì lady
Ross nella sua carrozza.
Salito a bordo e accomodatosi sul sedile notò che erano soli. — Che cosa è
successo alla vostra cameriera? — domandò.
— Quella stupida ragazza si è presa un forte raffreddore e l’ho rimandata a
casa. — E inclinò la testa. — Come potete vedere, non ho seguito il vostro
consiglio di tornare a Londra ad aspettare, ma fino a questo momento non ho
avuto fortuna con i nostri fuggitivi. E voi?
— Per ora nemmeno io. — Poi il marchese decise che non c’era motivo di
tenere ancora segreta la sua idea su Ruxton e disse: — Robin ha una proprietà
vicino a Daventry e io sono diretto là per vedere se per caso quei due non
abbiano deciso di fermarsi lì per un paio di giorni. Avete voglia di venirci con
me domani?
— Volentieri. — E sorrise ironicamente. — Sarà un grosso vantaggio essere
insieme quando li troveremo.
Insieme. L’idea gli piaceva molto.

A Daventry trovarono un fabbro disposto a partire immediatamente alla


volta della carrozza di Giles. Sistemato quel problema si diressero alla
locanda.
Appena entrati Giles ordinò subito di portare del tè e il padrone passò
l’ordinazione in cucina, poi con un inchino li fece accomodare in un salottino
privato.
Mentre Wolverhampton si toglieva il mantello, la sua compagna si
avvicinò al fuoco. — Questa mi pare una scena familiare — osservò. — I nostri
incontri sembrano destinati ad avere sempre luogo in una locanda. — Si tolse
la cuffia bagnata e scosse la testa. I suoi capelli rossi ricaddero in una vivida
massa sulle spalle, tutti arricciati per l’umidità.
Giles la osservò con grande piacere passarsi distrattamente le dita tra le
ciocche color fiamma nel vano tentativo di lisciarle. Aveva decisamente un
debole per i capelli rossi.
Stava per fare un commento spiritoso sulle conseguenze che questo tipo
di incontri avrebbe potuto avere sulla loro reputazione, quando la sua
compagna si tolse il mantello, e tutti i suoi pensieri razionali presero il volo.
Si era già chiesto più volte che aspetto avesse lady Ross sotto tutti quegli
strati di indumenti informi in cui abitualmente si avvolgeva. Adesso ebbe la
risposta che desiderava, una risposta che lo incenerì come un fulmine.
L’aveva trovata piuttosto robusta, in un modo piacevolmente femminile.
Ma robusta voleva dire grossa dappertutto. Desdemona era invece grossa solo
in certi punti. Il suo vestito di mussolina, tutto bagnato, le aderiva addosso,
rivelando in tutti i particolari una figura splendida. Le gambe erano lunghe e
ben formate e la vita era talmente sottile da esaltare le curve del corpo,
rendendole ancora più appariscenti. In particolare aveva un eccezionale paio
di…
Giles si affrettò a censurare l’espressione che gli era venuta in mente. Un
gentiluomo avrebbe detto che aveva un collo molto grazioso, visto che non
sarebbe stato molto cortese fare commenti su quello che davvero lei aveva di
notevole. Sì, lady Ross aveva proprio un collo molto grazioso… e anche il
resto della sua persona era molto bello.
Lei gli lanciò un’occhiata e si irrigidì. — Mi state guardando a bocca aperta
— gli disse in tono di rimprovero.
Era innegabile. Giles alzò lo sguardo confuso verso di lei e le disse con
grande candore: — Lady Collingwood aveva ragione.
La faccia di Desdemona si fece di fiamma, come i suoi capelli.
— Non era un insulto — si affrettò a spiegare Giles. — Siete una donna
molto attraente, qualsiasi uomo non potrebbe fare a meno di notarlo.
— Volete dire che siete d’accordo con mia cognata sul fatto che io ho l’aria
di una donnina leggera? — chiese brusca lei. — Allora avete ragione tutti e
due, perché è proprio così che hanno cercato di trattarmi troppi uomini. — E
allungò il braccio verso il mantello bagnato, per coprirsi.
A quelle parole il marchese capì in parte quale fosse il motivo per cui le
attenzioni di un uomo la mettevano così a disagio. Giles si alzò in piedi e si
tolse la giacca di lana che il mantello aveva protetto dalla pioggia. —
Mettetevi questa, che è asciutta, a differenza del vostro mantello.
Vedendola esitare la rassicurò in tono gentile: — Mi spiace per quello che
ho detto, non volevo mancarvi di rispetto. Siete riuscita a mascherarvi in
maniera eccellente.
Lei accettò guardinga la giacca, come se si aspettasse di essere aggredita
da un momento all’altro. Avvolta in quell’indumento, si riparò di nuovo
dietro il suo assoluto decoro, con gran dispiacere di Giles.
Arrivò il vassoio con il tè, il marchese ne versò una tazza e gliela passò
insieme a un piatto di pasticcini. All’inizio Desdemona rimase seduta sul
bordo della sedia, ma poi il tè caldo l’aiutò a rilassarsi e Giles badò a
mantenersi a una certa distanza da lei.
A questo punto decise che era giunto il momento di sapere perché la
gentildonna fosse così nervosa: — Non dovete avere avuto un gran bel
debutto in società — osservò. — Di solito l’innocenza di una donna stimola gli
istinti protettivi del maschio, ma voi avete un tipo di bellezza che può far
perdere la testa a un uomo, specie se giovane e impaziente.
Lei tenne gli occhi fissi sul piattino, mentre le sue dita sbriciolavano un
pasticcino. — La prima volta che un giovanotto mi colse di sorpresa senza
chaperon mi sentii terribilmente in colpa, e mi chiesi che cosa mai avessi
fatto per incoraggiarlo. Fu solo in un secondo tempo che capii che non
dovevo rimproverarmi di nulla. — E fece una smorfia. — Presi l’abitudine di
tenere un lungo spillone appuntito nei capelli per difendermi.
— Capisco perché avete una così brutta opinione della metà maschile della
razza umana — disse lui pensosamente. — E immagino che questo sia stato
solo il principio, o sbaglio?
— Perché me lo chiedete, Wolverhampton? — e lady Ross alzò la testa,
con uno sguardo di sfida. — Se questo è il vostro modo elegante di esprimere
intenzioni disoneste, non vedo perché vi debba interessare il mio passato.
L’altro sospirò profondamente. — Le mie intenzioni non sono affatto
disoneste, quindi — e pronunciò le parole con grande difficoltà — ciò significa
che… che devono per forza essere oneste.
Desdemona rimase a bocca aperta dallo stupore e posò rumorosamente la
tazza sul piattino. I due rimasero a guardarsi negli occhi per uno di quegli
istanti in cui tutto cambia per sempre. Che fosse per il meglio o per il peggio,
ormai sarebbe stato loro impossibile tornare indietro.
Quando lei riprese a parlare, le sue parole parvero irrilevanti, ma non lo
erano e Giles lo capì immediatamente. — Ho visto vostra moglie una sola
volta, al suo debutto in società. Era deliziosa, pareva una statuetta di
porcellana.
Giles posò la tazza, cercando di non fare rumore. Era il suo turno adesso,
ed era giusto. Se voleva andare a scavare nella vita di Desdemona, lei aveva
tutto il diritto di fare lo stesso con lui.
— Sì, Dianthe era molto bella.
— Io non potrei essere più dissimile da lei.
— Dio voglia che questo sia vero — fece lui, senza più riuscire a
nascondere l’amarezza della sua voce. — Se non lo fosse, questo potrebbe
essere il secondo più grave errore della mia vita.
Desdemona si era sentita sconcertata e confusa per tutta la durata di
quella conversazione, ma le parole del marchese la rassicurarono un po’. Era
lieta di saperlo vulnerabile come lei. — Che cosa è successo?
Lui si alzò in piedi e prese a camminare nervosamente avanti e indietro
nella stanza. — Non è una storia interessante. Ero molto innamorato quando
l’ho sposata. Non riuscivo a capacitarmi del perché avesse scelto me tra tanti
altri. — E scrollò le larghe spalle. — Ma sarebbe bastato essere meno idiota di
me per capirne il motivo: io ero l’erede del più prestigioso titolo e della più
grossa fortuna disponibile sul mercato matrimoniale in quel periodo. Ma lei
fu molto abile nel fingere un’incantevole innocenza da innamorata. Non era
difficile cascarci.
— Ma sono certa che voi le piacevate davvero. Nessuna donna sana di
mente accetterebbe mai un uomo che non le piace avendo a disposizione una
vasta scelta di pretendenti.
Lui la guardò con un’espressione sardonica. — Non è che le dispiacessi,
ma in seguito, durante una delle nostre amabili discussioni, mi rivelò che,
ancora prima che la luna di miele fosse finita, io già l’annoiavo a morte. Mi
disse che l’aveva previsto, ma che non si sarebbe aspettata una tale noia e
non così presto.
Desdemona trasalì. Tutto ciò le ricordava fin troppo dolorosamente il suo
stesso matrimonio.
— Dianthe seppe adeguarsi a quella situazione, comunque — continuò
Giles. — Potevo anche essere noioso, ma era disposta a sopportarmi in
cambio della ricchezza e della posizione sociale che le davo. Aveva un vero
talento per spendere, e desiderava essere marchesa.
— È morta di parto, insieme al bambino, vero? — Desdemona ricordava
vagamente di avere letto quella notizia. E aveva pensato con tristezza alla fine
prematura di quella bellissima donna.
— Sì. — Giles appoggiò il braccio alla mensola del camino e fissò a lungo il
fuoco. — Mentre stava morendo, quando pareva che il bambino potesse
sopravvivere, mi confessò che quasi sicuramente non era mio. Mi parve quasi
che volesse scusarsi. Le donne nella sua posizione di solito cercano di dare al
marito almeno uno o due figli legittimi, prima di fare i loro comodi. Anche lei
avrebbe voluto pagare in quel modo il suo debito nella nostra transazione
d’affari, ma… capita di fare degli errori.
Desdemona soffriva per lui. Per la prima volta in vita sua si avvicinò a un
uomo e gli posò la mano sul braccio in un gesto di conforto, senza
preoccuparsi di come l’altro avrebbe interpretato il suo gesto. — Mi spiace
molto. Non vi meritava.
Benché lui riuscisse a parlare con voce ferma, il suo braccio era rigido
come ferro sotto le sue dita. — Questo non lo so, ma di sicuro avevamo idee
molto diverse su quello che volevamo dal nostro matrimonio. — E quasi
bisbigliando aggiunse: — E il peggio era che non riuscivo a piangerla.
— Capisco — fece a voce bassa lei. — Quando morì mio marito io provai
sollievo, rimorso, e anche una certa tristezza impersonale per una morte così
insensata. Era… molto complicato.
Giles alzò la mano e la posò per un attimo su quella di lei. — Non
conoscevo di persona sir Gilbert Ross, ma aveva la fama di essere un
giocatore d’azzardo.
— Tra le altre cose, molte delle quali negative. — Era il turno di
Desdemona adesso fissare il fuoco.
Non aveva mai parlato a nessuno del suo matrimonio prima d’ora, ma la
sincerità del marchese meritava la stessa franchezza. — È morto annegato in
un fosso, di notte, ubriaco. In un certo senso è stata l’unica volta in vita sua
in cui ha mostrato una certa attenzione per gli altri, è morto dopo avere vinto
al gioco, così ha lasciato denaro sufficiente per pagare i suoi debiti e per
garantire una piccola rendita a me. Questa, unita a una modesta eredità che
ho ricevuto da mia zia, mi ha permesso di conquistare l’indipendenza
economica. E ho scoperto che mi si adatta molto meglio la vedovanza che non
il matrimonio.
L’altro sospirò. — Fare la corte a una donna come si usa nella buona
società è un’attività molto artificiale. Non mi sorprende che voi e io abbiamo
finito per trovare dei compagni molto diversi da quelli che ci aspettavamo.
— È proprio vero, anche se, a dire la verità, non fui io a scegliere mio
marito.
— È stato un matrimonio combinato dalla vostra famiglia?
— No, mio fratello avrebbe certamente fatto una scelta migliore per me.
Durante la mia prima Stagione dei Balli a Londra, sir Gilbert era uno dei miei
più assidui corteggiatori. — Gli rivolse un sorriso amaro. — Non potevo
vantare una fortuna considerevole come la vostra, ma avevo una discreta
dote, e il mio aspetto piaceva agli uomini, anche se poi non mi rispettavano.
Gilbert mi fece una corte serrata, ma sapeva bene che mio fratello avrebbe
respinto la sua domanda di matrimonio, se lui avesse chiesto la mia mano.
Così un giorno mi portò a fare una passeggiata in carrozza nel parco. Una
passeggiata molto lunga: mi riaccompagnò a casa solo il giorno dopo.
Il marchese corrugò la fronte. — E vi….
Lei tornò a fissare il fuoco. — No, mi trattò con grande rispetto. Mi portò
in una casa disabitata in campagna, giurandomi amore eterno e dicendo che
non poteva vivere senza di me. Io ero furibonda, naturalmente, ma anche
lusingata. Lui era molto bello e io ancora tanto giovane da pensare che fosse
molto romantico che un affascinante libertino si fosse innamorato
pazzamente di me.
— Capisco — osservò cupamente Wolverhampton. — Non occorreva
nemmeno che vi toccasse. Il solo fatto di avere trascorso una notte sola con
lui era sufficiente a compromettere irrimediabilmente la vostra reputazione.
— Esatto. A questo punto non avevo altra scelta che sposarlo, su questo
tutti furono perfettamente d’accordo. — Le sue labbra piene si strinsero in
una linea dura. — E poiché io ero troppo giovane per capire che c’è sempre
un’alternativa, accettai il mio destino.
Desdemona prese l’attizzatoio e smosse i ciocchi accesi nel camino. —
Avrei dovuto resistere ma, come vi dicevo, una parte di me si sentiva
gratificata dal fatto che Gilbert mi desiderasse tanto da ricorrere a misure
così estreme. E lui non mi dispiaceva affatto. Era un tipo divertente e il fatto
che non mi avesse violentata mi pareva un segno di autentico affetto.
Purtroppo non mi amava più quanto la vostra Dianthe amasse voi.
— Gli interessava solo la vostra dote, dunque?
— Quello era il motivo principale. Ma a parte i soldi… — E deglutì con
sforzo, indecisa se continuare o tacere. Il marchese le cinse le spalle in un
gesto di conforto, e lei si rilassò leggermente.
— Una volta, mentre era ubriaco, Gilbert mi raccontò che aveva stilato
una lista di ragazze che avevano una discreta fortuna, escludendo le grandi
ereditiere a cui lui non avrebbe potuto nemmeno rivolgere la parola. Poi,
dopo averci conosciute tutte, aveva scelto me a causa di… per i miei seni —
disse esplicitamente, stupita di riuscire a esprimere ad alta voce quello che
l’aveva tanto ferita.
Senza parlare lui l’attirò più vicina. Desdemona sentiva che l’altro era in
grado di capire quanto lei avesse trovato umiliante quella affermazione del
marito: l’esperienza di Wolverhampton non lo era stata meno.
— Il matrimonio è fondamentalmente una transazione in cui si da’ sesso
in cambio di denaro — commentò lui pensoso. — Il maschio mantiene e
protegge la femmina in cambio di rapporti sessuali. Non è molto lusinghiero
per nessuna delle due parti coinvolte. Non è stato piacevole per me scoprirlo
nel modo più brutale. — E il braccio che la cingeva si irrigidì. —
Sfortunatamente, nel vostro caso sono stati sia la lussuria sia il denaro a
costringervi al matrimonio. Mi sembra molto ingiusto.
— Signore, come possono essere stupidi i mortali! — esclamò Desdemona
con una risatina. — Alla fine, tutto il romanticismo si riduce a una sola cosa:
l’uomo sceglie la donna che più lo eccita, la donna sceglie l’uomo che può
meglio provvedere a lei, non è vero?
— Questo può essere un aspetto fondamentale, ma è solo l’inizio. Gli
umani sono delle creature complesse e un buon matrimonio deve soddisfare
molti bisogni e vari desideri. — E abbassò su di lei gli occhi scintillanti di
malizia. — Ma oltre all’affetto, alla compagnia, alla fiducia, non c’è niente di
male nel trovare la propria compagna fisicamente attraente.
Lady Ross distolse lo sguardo, di nuovo intimidita, ma felice di essere nel
cerchio protettivo del suo braccio. — Siamo tornati al punto in cui io ho
l’aspetto di una sgualdrina?
— No, non ho mai trovato quelle donne molto interessanti, almeno non
per più di un’ora o due al massimo. Trovo molto interessante voi, invece.
Ammiro il vostro impegno politico e quello che fate per una nipote che non
avete mai incontrato. Mi piacciono i vostri modi diretti — ridacchiò. — E mi
piace anche che voi arrossiate, perché così è possibile leggervi facilmente nel
pensiero.
Giles terminò l’elencazione delle sue virtù dicendo: — La cosa che più
conta è che voi mi piacete e che io vi rispetto come persona. Comunque sono
assolutamente deliziato dal fatto che assomigliate al tipo più costoso delle
ballerine d’operetta.
Desdemona non poté fare a meno di ridere di fronte a quella sua
stravagante e simpatica descrizione, fatta con tanto spirito, e per la prima
volta non si vergognò del suo aspetto appariscente. Finalmente si sentiva
lusingata e non minacciata dall’ammirazione di un uomo. Poi alzò lo sguardo
e la risata si spense. Si sentì mancare il fiato per quello che lesse negli occhi
di lui. C’era desiderio, certo, ma anche affetto e gentilezza. Quando Giles si
chinò su di lei, non cercò di evitare il suo bacio.
Questo cominciò con una carezza leggera e per nulla vorace, diversa dagli
assalti bavosi dei giovanotti che l’avevano talvolta messa alle strette quando
era ragazza. Suo marito si era raramente preso la briga di baciarla,
preoccupandosi invece di raggiungere direttamente la sua soddisfazione.
Giles comunque preferiva un’esplorazione senza fretta. La sua bocca le
sfiorò le labbra con lenta sensualità, suscitando piaceri che lei non aveva mai
provato. Sulle prime si limitò ad accettare il bacio, ma ben presto cominciò a
voler rispondere. Gli passò le mani intorno al collo e si rilassò contro di lui. I
loro corpi si adattavano l’uno all’altro come se fossero stati disegnati proprio
per quello scopo. Con lui Desdemona non si sentiva un’enorme amazzone
volgare, si sentiva una donna che aveva trovato un suo simile.
Giles cominciò a carezzarle la schiena sotto la sua fiacca, che lei teneva
ancora sulle spalle. Si sentì riscaldare al tocco della sua mano sotto la
mussolina umida del vestito. Desdemona non si rese conto di quanto gli
costasse controllare il suo desiderio fino a quando non gli sfiorò timidamente
la lingua con la sua. Giles emise allora un suono gutturale e la strinse a sé
con tale violenza da farle sentire in pieno tutta la sua potenza virile. Lei si
irrigidì: odiava l’idea di essere sopraffatta.
Subito l’altro interruppe il bacio e si scostò da lei, ansimando. — Scusami
— le disse, carezzandole i riccioli scarmigliati. — È maledettamente facile
perdere il controllo. Non volevo spaventarti.
— Non mi hai spaventata, o meglio, non troppo. — Nemmeno Desdemona
si sentiva molto padrona di sé. — E che cosa succede a questo punto,
Wolverhampton?
Lui la guardò in tralice, con un sorriso speranzoso: — Un periodo di
corteggiamento, magari? Si passa un po’ di tempo insieme, si impara a
conoscerci meglio, si decide se possiamo andare bene l’uno per l’altra.
— Questo mi piacerebbe — E non appena ebbe pronunciato quelle parole,
si sentì rabbrividire. — Ma ci vorrà tempo. Come ti ho spiegato, mi sono
goduta la mia indipendenza.
— Ti sei goduta anche la tua solitudine? — le chiese lui piano.
Lei abbassò gli occhi sulle sue scarpette rovinate e scosse il capo. —
Comunque se ci concediamo questo periodo di corteggiamento, dobbiamo
cercare di essere onesti. Se io dovessi decidere che non sopporto l’idea di
risposarmi, te lo dirò. E se tu scoprissi che sono insopportabile, me lo dovrai
dire. Non sentirti obbligato a sposarmi solo perché me lo hai fatto sperare, o
sciocchezze del genere.
— D’accordo. Il tuo senso pratico è proprio una delle cose che più mi
piacciono di te. E come primo passo di questo corteggiamento, potresti
iniziare a chiamarmi Giles. — E le sue labbra si incresparono in una smorfia.
— Dianthe mi chiamava sempre con il mio titolo, ma era coerente, visto che
era il marchese che lei aveva sposato.
— Che sciocca. Benissimo, Giles. — Lo guardò pensosa. — E tu credi di
poter riuscire a chiamarmi Desdemona senza scoppiare a ridere?
— Probabilmente no. — Aveva uno scintillio divertito negli occhi. —
Quando hai fatto irruzione nel mio studio a Wolverhampton, ho pensato per
un attimo che Othello potesse avere avuto qualche giustificazione quando ha
strangolato la sua Desdemona. E da allora quel pensiero mi è tornato in
mente in un paio di altre occasioni.
— Questa è un’osservazione ridicola e indegna. — Desdemona cercò di
mantenere un’aria severa, ma dovette cedere a un poco dignitoso scoppio di
ilarità. Che stupida marmocchia doveva essere stata quella Dianthe per
trovare noioso Giles.
— È vero — ammise lui allegramente. — È per questo che ti vedo
ridacchiare?
— Sono una vedova di età matura, che conduce una vita seria — ribatté lei.
— Non sono una che ridacchia. — Poi gli nascose la faccia sulla spalla nel
vano tentativo di soffocare la sua risata.
14

Robin conosceva davvero un gran numero di storie divertenti. Arrivata


l’ora di ritirarsi, Maxie aveva riso tanto da essersi quasi scordata dell’atroce
senso di angoscia che aveva provato quando aveva tentato di guardare nel
futuro. Salirono le scale a braccetto, Robin con una candela in mano, Maxie
sollevando l’orlo della gonna del vestito di velluto rosso che, malgrado tutti i
suoi scrupoli, aveva alla fine deciso in indossare mentre i suoi indumenti
asciugavano.
Robin l’accompagnò nella sua stanza e accese una candela a fianco del
letto. La luce della candela che teneva in mano proiettava ombre scure sul
suo volto, mettendone in risalto i lineamenti armoniosi. Nella sua ampia
vestaglia di velluto blu sembrava un principe medievale venuto dal passato.
Era l’uomo più desiderabile che lei avesse mai visto e Maxie avrebbe voluto
allentare la cintura che gli chiudeva la vestaglia alla vita, spogliarlo per
mettere a nudo il suo bel corpo, e attirarlo nel suo letto.
D’impulso, posò la mano aperta sul triangolo di pelle che le ampie pieghe
dell’indumento lasciavano scoperto. Sotto il palmo della sua mano il cuore di
lui accelerò i battiti, mentre tra loro si accendeva una tensione sessuale
intensissima.
Lui le carezzò i capelli, lasciando che le ciocche lucenti gli si avvolgessero
attorno al polso, poi le prese la mano, la portò alla bocca, e le baciò le dita
prima di congedarsi. — Ricorda, sono qui nella stanza accanto. Se tu avessi
bisogno di qualcosa, chiamami.
— D’accordo. — Trattenendosi a stento dal concedersi un pericoloso bacio
della buonanotte, Maxie si allontanò da lui e cominciò a intrecciarsi i capelli
per prepararsi ad andare a letto.
Poi, dopo che la porta di comunicazione tra le due stanze si fu richiusa,
Maxie si spogliò e si infilò tra le fresche lenzuola. Nonostante quel comodo
giaciglio, però, il sonno si faceva desiderare: quel letto era troppo spazioso,
troppo freddo, troppo vuoto.
Rotolò sulla pancia e prese a pugni rabbiosamente il cuscino. Anche se la
decisione di evitare un’eccessiva intimità con Robin era prudente e saggia, la
saggezza non le teneva molta compagnia durante la notte. D’altra parte,
proprio la sua grande fatica che le costava rimanere senza di lui le dava
un’ulteriore conferma che si stava comportando nel modo giusto.
Maledizione, maledizione, maledizione!
Si girò e rivoltò nel letto per un’ora, ma il sonno non arrivò. Accigliata, si
mise a sedere sul letto e rifletté. Forse, se avesse aperto la porta di
comunicazione tra le due camere, si sarebbe sentita più vicina a Robin, meno
sola.
Scese dall’alto letto e si diresse a piedi nudi verso la porta, rabbrividendo
un po’ nella leggera sottoveste di mussolina. Aprì piano la porta e rimase in
ascolto, sperando di sentire il suono rassicurante del respiro di Robin, oltre al
battito regolare della pioggia sui vetri.
Il suono che sentì era invece tutt’altro che rassicurante. Robin aveva il
respiro corto e strozzato, come quella notte in cui avevano dormito su un
giaciglio di felci nella brughiera. Allora lui aveva parlato di un incubo, ma poi
episodi del genere non si erano più ripetuti.
Il letto scricchiolava mentre lui si agitava nel sonno. Poi, con voce
angosciata, cominciò a parlare in una lingua che non era inglese. Perplessa
Maxie entrò nella camera. Era tedesco. Anche se non parlava quella lingua,
Maxie riconobbe le parole das Blut e der Mord. Sangue e omicidio.
— Nein! Nein! — gridò a un tratto Robin con una voce stridula che
l’avrebbe svegliata anche se la porta fosse stata chiusa, poi scalciò e si agitò
freneticamente, lottando contro un pericolo invisibile.
Spaventata, Maxie si arrampicò sul grande letto e gli posò una mano sulla
spalla per svegliarlo da quell’incubo.
Al suo tocco lui scattò e rotolò su se stesso con una rapidità fulminea.
Prima che lei riuscisse a chiamarla per nome, l’aveva già afferrata per le
spalle e schiacciata con forza contro il materasso. Era nudo fino alla cintola,
fradicio di sudore e respirava a fatica, rantolando.
Mentre le stava sopra con tutto il corpo le teneva l’avambraccio premuto
così forte sulla gola che Maxie si sentiva soffocare.
Adesso che aveva l’esatta percezione della forza dei suoi muscoli tesi allo
spasimo, Maxie temette che potesse strozzarla o spezzarle il collo. Cercando
di muovere il meno possibile il suo corpo si sforzò di respirare quel poco
d’aria che riusciva a far entrare nella gola compressa e poi esclamò con forza:
— Svegliati, Robin! Stai sognando.
Per un terribile momento sentì che la pressione sulla gola aumentava e
non riusciva a dire altro, Poi le sue parole lo raggiunsero nel suo incubo. —
Maxie? — bisbigliò lui senza vederla.
— Sì, Robin — riuscì a dire lei — sono io…
Lui si scostò bruscamente dal suo corpo e rotolò sulla schiena, la pelle
chiara era di un pallore spettrale nel buio. — Cristo, scusami tanto! —
esclamò con voce rauca.— Stai bene?
Sollevata, Maxie si riempì i polmoni d’aria. — Non ho niente di rotto — poi
si alzò a sedere e si chinò verso il comodino per accendere una candela, prima
di voltarsi di nuovo verso di lui.
Inorridita, lo vide tremare così violentemente da far vibrare il letto. Con
un gesto istintivo di conforto lo prese tra le braccia.
Lui rispose al suo abbraccio stringendosi a lei con disperazione e lei gli
posò la testa sul seno come se fosse un bambino. — Hai un attacco di febbre?
— chiese poi, pensando che avesse contratto la malaria durante qualche
viaggio.
— No — gli tremava la voce per lo sforzo di controllarsi. — È stato solo un
incubo.
Maxie gli carezzò il capo. — Non esiste una cosa che si chiama solo un
incubo. Secondo gli Irochesi, che se ne intendono di queste cose, i sogni e gli
incubi vengono dall’anima. Che cosa ha turbato tanto il tuo sonno?
Dopo un lunghissimo silenzio Robin le rispose con un filo di voce, quasi
sussurrando. — Le solite cose, la violenza, il tradimento, l’uccisione di uomini
che in occasioni diverse avrebbero potuto essermi amici.
Quel suo tono cupo era raggelante. Maxie pensò al contadino che li aveva
scoperti nel suo granaio, con il quale Robin aveva parlato con grande
competenza della guerra sulla Penisola. Non aveva mai detto chiaramente di
avere fatto il soldato, ma non lo aveva nemmeno esplicitamente negato. —
Allora sei stato davvero nell’esercito?
— Non ho mai fatto il soldato — rispose lui in tono amaramente ironico.
— Niente di così pulito.
— Ma se non eri un soldato, che cosa eri?
— Una spia — e si lasciò cadere sui cuscini, asciugandosi la faccia con una
mano tremante. — L’ho fatto per una decina di anni, da quando avevo
compiuto da poco i venti. Ho mentito, rubato, certe volte anche ucciso. Ero
parecchio in gamba in questo lavoro, maledettamente in gamba.
Pur colta completamente alla sprovvista da quella inaspettata rivelazione,
Maxie si rese conto che ciò che le stava dicendo non poteva che essere la
verità. In questo modo tutto si spiegava. — Credevo che tu fossi un volgare
ladruncolo, o un imbroglione.
— Sarebbe stato meglio se fossi stato un comune delinquente. Avrei
causato molto meno dolore. — E tutt’a un tratto si vide intorno una folla di
facce distorte, facce di gente che conosceva, e di una legione di sconosciuti,
morti a causa di informazioni che lui aveva fornito. E fu scosso da un tremito
ancora più violento.
Era l’attacco di panico peggiore che avesse mai provato. Avrebbe preferito
che Maxie non avesse assistito a quella sua manifestazione di debolezza, ma
non poteva fare a meno di rimanere aggrappato a lei come a una gomena di
salvataggio in quel mare turbolento di emozioni devastanti.
Prima che fosse sopraffatto da quelle immagini spaventose, Maxie
ricominciò a parlare, strappandolo dall’abisso di dolore in cui stava
precipitando.
— Le spie fanno quel mestiere per denaro. Non riesco a credere che tu sia
diventato una spia per pura avidità.
— No, io ho cominciato a fare la spia perché pensavo che sconfiggere
Napoleone fosse una buona causa e che avrei potuto rendermi utile in questo
modo. Però, più il tempo passava, più avevo la sensazione di avere le mani
sporche di sangue…
Maxie chinò la testa verso di lui, sfiorandogli la guancia con i suoi serici
capelli profumati di lavanda, — Raccontami come sono andate le cose fin
dall’inizio, non credo che tu abbia studiato spionaggio all’università di
Oxford.
— Veramente io sono stato a Cambridge — ribatté lui divertito. — Al
termine del secondo anno del mio corso di studi ci fu una tregua sul
Continente, la prima dopo dieci anni. Decisi dunque di andare in vacanza in
Francia. Là capii ben presto che era solo questione di tempo prima che
ricominciasse la guerra. Per puro caso venni a conoscenza di un’informazione
che sarebbe stata di grande interesse per il Servizio Segreto inglese, così
informai un mio cugino che lavorava per loro. Questi rimase molto
impressionato da quanto avevo scoperto e mi propose di restare in Francia
anche dopo la fine della tregua.
Aveva sempre ammirato molto quel suo cugino, di poco più vecchio di lui,
e l’approvazione di Lucien era stata molto gratificante, anche perché fino a
quel momento Robin aveva ricevuto ben poche gratificazioni di quel genere.
Era stato facile per lui convincersi che avrebbe potuto fare qualcosa di molto
coraggioso e importante.
— All’inizio era quasi un gioco per me. Ero troppo giovane e irriflessivo
per rendermi conto che… che mi stavo vendendo l’anima, pezzo dopo pezzo.
— E il senso di panico ricominciò. — Quando finalmente mi accorsi di quello
che stavo facendo a me stesso, non ne era rimasto più niente.
— Questa è una bella metafora — disse lei piano — ma è completamente
sbagliata. Può darsi che tu abbia dimenticato come ritrovare la tua anima, ma
non puoi né perderla, né venderla, né buttarla via.
— Ne sei sicura? — chiese lui con un sorriso privo di allegria.
— Sicurissima. — Gli strinse una mano tra le sue e Robin sentì che
l’ondata di panico cominciava ad allontanarsi. — Se tu fossi un uomo senza
anima, come potresti provare i rimorsi che ti tormentano tanto? A quel che
so io i veri malvagi non fanno certo gli incubi che fai tu di notte.
— Se questo è vero, allora devo essere un santo — disse lui stancamente.
— Una volta mi hai detto che la tua amica Maggie era tua complice e non
ho capito che cosa tu volessi dire. Era una spia anche lei?
— Sì, suo padre era stato ucciso dai francesi. Io l’aiutai a fuggire. Poiché
non aveva nessun motivo per tornare in Inghilterra, diventammo alleati. Ho
viaggiato molto sul Continente, ma la mia casa era dove era Maggie. Per lo
più a Parigi.
— Complici e amanti — mormorò Maxie. — Era lei il centro della tua vita,
e quando ti ha lasciato hai avuto la sensazione che tutto crollasse per te.
L’altro annuì. — Finché rimanemmo insieme, riuscii a tenere sotto
controllo le erinni del rimorso, ma più tardi ho cominciato ad andare in pezzi.
Come hai fatto a indovinare?
— Intuizione femminile — fece piuttosto seccamente Maxie. Poi tirò la
coperta verso di loro. Robin ne sentì il peso con piacere, non si era reso conto
fino a quel momento di quanto avesse freddo. Ma il vero calore veniva da
Maxie. Era lei la dolcezza e la sanità mentale, i seni morbidi sotto la sottile
mussolina della sottoveste, le mani tenere e carezzevoli.
— Mi accorgo adesso che molte delle tue assurde storie potrebbero essere
vere, dopotutto — disse lei. — Hai davvero condiviso la cella di una prigione
con un marinaio cinese a Costantinopoli?
— È la sacrosanta verità — disse lui con un debole sorriso. — Anzi, da Li
Kwan imparai certe sorprendenti tecniche di combattimento che mi hanno
salvato la vita molto spesso. Furono la mia abilità e la sua insieme che ci
permisero di scappare da quell’inferno.
— E la ritirata di Napoleone da Mosca?
Robin mandò un gemito strozzato e ricominciò a tremare come se si
sentisse ancora nelle ossa il gelo del vento siberiano.
Maxie lo strinse più forte a sé. — È ovvio che questi ricordi siano
orribilmente dolorosi per te, ma il tuo lavoro ha certamente aiutato il tuo
paese, salvando forse anche vite umane, visto che ha contribuito ad
anticipare la fine della guerra.
— Forse — fece lui con una smorfia — ma spesso ho fatto cose del tutto
insignificanti. Uno dei trionfi della mia dubbia carriera derivò da una
deduzione quasi ovvia: capii che Napoleone stava pensando di invadere la
Russia dal gran numero di libri di geografia russa che aveva negli scaffali
della sua biblioteca.
Lei mandò un fischio. — Può darsi che non fosse difficile dedurre una
cosa del genere, ma come diavolo riuscisti a penetrare nella biblioteca privata
di Napoleone?
— Non ti farà piacere saperlo.
Lei gli scostò i capelli umidi di sudore dalla fronte e vide delle piccole
rughe agli angoli degli occhi. Per la prima volta Robin mostrava tutti i suoi
anni, anzi, pareva anche più vecchio.
— Non si tratta di omicidio, questa volta, ma di seduzione — riprese a
parlare, con un tono disgustato. — Era una cameriera, bruttina e timida, ma
tanto cara: Jeanne mi fu molto grata per le mie attenzioni. Io finsi di essere
un leale soldato francese in convalescenza dopo essere stato ferito, che
desiderava tanto vedere dove il suo amato imperatore lavorava. Non mi fu
difficile convincerla a portarmi là. — Le sue dita le artigliarono il braccio con
forza. — Odiavo usare le donne così, prender quello che dovrebbe essere la
cosa più bella e più autentica tra uomo e donna e degradarlo in quel modo.
Ma lo feci. Che Dio mi aiuti, lo feci e basta.
— Ci sono uomini che rovinano le donne solo per divertimento. Tu
almeno avevi un motivo — disse lei piano. — Jeanne ha mai saputo che tu
l’avevi usata?
— No. Le dissi che il mio reggimento veniva mandato in Austria e le dissi
addio con affetto. Lei… lei pianse e pregò per la mia salvezza. Mi vedo ancora
davanti la sua faccia… — E gli si spezzò la voce.
Maxie provò pena per quella Jeanne, bruttina e tanto dolce, e per Robin,
che aveva dovuto tradire il suo onore.
— Il fatto che io non sia stato crudele quando potevo evitarlo, non scusa
certo quello che ho fatto — disse Robin, anticipando le sue obiezioni.
Maxie corrugò la fronte e cercò di mettersi nei suoi panni. — Per una spia
poter essere immorale costituisce un grande vantaggio, ma per un uomo
come te, che è fondamentalmente retto, deve essere stato tremendo. Come
sei riuscito a continuare in questa attività per tanti anni?
Lui espirò con forza. — Ho innalzato un muro di cinta intorno alle cose
peggiori che ho fatto, come se fossero state opera di qualcun altro. La cosa ha
funzionato per un po’. Ma quando la guerra è finita, il muro ha cominciato a
franare.
— E sono arrivati gli incubi.
— Esatto.
Con grande dolcezza Maxie gli accarezzò la schiena irrigidita, pensando a
quando aveva cercato di insegnargli ad ascoltare il vento. E una volta ancora
percepì i fili ingarbugliati della sua personalità, ma adesso capiva perché tanti
fili fossero neri: erano stati tessuti dal dolore. Il suo spirito pareva
terribilmente fragile. Anche se non aveva perso la sua anima, era però molto
vicino a un collasso emotivo. Era strano pensare che ci fosse questa terribile
oscurità sotto la sua apparente allegria.
Questa empatia la lasciò come svuotata. Avrebbe potuto fermarsi lì. Nel
giro di qualche ora Robin avrebbe ricostruito il muro che l’aveva salvato dalla
pazzia e sarebbe tornato vispo e allegro come prima. Ma questa scissione
della sua personalità che gli aveva permesso di sopravvivere, adesso rischiava
di distruggerlo.
Sua madre le aveva insegnato che i sogni dovevano ripetersi e gli incubi
dovevano essere liberati. Perché Robin ridiventasse una persona intera, non
più divisa, doveva essere portata la luce nel buio intricato di nodi che aveva al
centro del suo spirito.
Maxie maledisse la sua impotenza. Lui aveva bisogno di qualcuno di più
forte e di più saggio, ma per adesso non aveva che lei. Andare a scavare più a
fondo nel suo dolore avrebbe fatto soffrire entrambi, ma per amore della
sanità mentale di Robin, Maxie doveva provare, anche se lui forse avrebbe
finito per disprezzarla.
— Raccontami il resto di quello che ti tormenta — gli disse dolcemente.
Lui sospirò. — Ti ho già detto fin troppo.
— Credi che io sia troppo fragile per sentire la verità? Non sono
un’innocente scolaretta inglese, sempre tenuta sotto una campana di vetro.
Ho visto abbastanza della vita da capire che a volte si debbono fare delle
scelte molto dure.
— Sì, ma sei onesta e limpida, come potrai non disprezzare quello che io
sono? — chiese lui in tono disperato.
"Perché ti amo." Queste parole le vennero dal profondo del cuore e con
una forza tale che per poco non se le lasciò sfuggire di bocca. Ma si trattenne,
perché una dichiarazione d’amore non voluta era l’ultima cosa di cui Robin
aveva bisogno.
— Mi piacciono i poco di buono, soprattutto se dotati di un loro senso
dell’onore. Nel periodo che abbiamo trascorso insieme non hai fatto niente di
male e hai fatto invece molte cose positive, come salvare la vita a Dafydd
Jones e a me — e gli baciò la tempia, sentendo il sangue che pulsava forte
nella vena. — Dimmi quello che hai fatto, Robin. Il carico è più leggero se lo
dividi con qualcuno.
— Ho fatto e visto tante cose tremende — bisbigliò lui. — Menzogne
interminabili. Informatori con cui ho lavorato, che hanno fatto una fine
orribile. Ho assassinato un maggiore francese perché era un bravo soldato
che sarebbe riuscito a tenere sotto assedio all’infinito una cittadina spagnola.
— Ma i tuoi informatori erano certo al corrente del rischio che correvano,
proprio come te. Quanto all’assassinio… — ed esitò, cercando di scegliere le
parole giuste — nessuna persona onesta sarebbe stata contenta di compiere
una simile azione, ma un assedio è una cosa terribile che spesso termina in
un bagno di sangue. La tua azione ha evitato molte morti?
— Morto il loro comandante, i soldati si ritirarono dalla città senza
combattere. Furono risparmiate delle vite, è vero, ma ciò non giustifica
l’uccisione di un uomo dabbene che stava solo facendo il suo dovere. L’avevo
incontrato un paio di volte e mi piaceva. — La mano deformata di Robin si
apriva e chiudeva spasmodicamente attorno al copriletto, graffiando il
tessuto. — Quell’uomo mi piaceva, eppure gli ho sparato alla schiena.
In lontananza si sentì un rombo di tuono e la pioggia gelida batté con
maggiore violenza sui vetri. Sentendosi avanzare alla cieca in una palude
dove un passo falso avrebbe potuto causare un disastro irreparabile, Maxie gli
chiese: — Ed è questo assassinio la cosa più brutta, la peggiore, di cui ti senti
responsabile?
Il tremito ricominciò, ma l’altro tacque.
— Rispondimi, Robin — insistette lei in tono fermo — forse il dolore ti
brucerà meno se lo dividi con qualcuno.
— No! — e si divincolò tra le sue braccia, cercando di liberarsi.
Lei lo tenne stretto, rifiutandosi di lasciarlo andare. — Rispondimi, Robin
— ripeté.
— Accadde in Prussia — fece lui con voce strozzata. — Ero riuscito a
entrare in possesso di una copia di un trattato che aveva gravi implicazioni
per l’Inghilterra.
Lei ripensò a quello che sapeva delle guerre napoleoniche. — Era il
Trattato di Tilsit, con cui la Francia e la Russia avevano stretto un’alleanza
segreta sperando in questo modo di mettere alle strette l’Inghilterra?
Lui inclinò la testa all’indietro e la guardò. — Sei molto ben informata
sugli affari europei per essere americana.
— Era un avvenimento che interessava molto mio padre e così lo
seguivamo insieme sui giornali — gli spiegò Maxie. — Dunque riuscisti
davvero a scoprire gli articoli segreti del trattato?
— Erano trascorse poche ore da quando era stato firmato. — E le sorrise
amaramente. — Te l’ho detto che ero molto abile nel mio lavoro. Ma la cosa
più complicata non fu ottenere quelle informazioni, la parte più difficile
dell’impresa fu riuscire a fare ritorno in Inghilterra. I francesi non tardarono
a scoprire quello che era successo e si misero all’inseguimento. Io dovevo
tornare a Copenaghen, così cavalcai verso ovest per parecchi giorni, usando
tutti i trucchi che conoscevo per sfuggire. Alla fine fui certo di essermene
liberato. Ero distrutto e avevo bisogno di riposo. Il mio cavallo era mezzo
morto anche lui. In quella zona conoscevo una famiglia di contadini
benestanti. Questi odiavano i francesi e già nel passato mi avevano dato una
mano.
A questo punto gli si spezzò la voce. — Mi accolsero come un figlio che
non vedevano da anni. Io dissi loro che ero stato seguito, ma che ero riuscito
a eludere i miei inseguitori. Ero così sicuro! — Una vena gli pulsava
visibilmente sulla gola. — E il mio errore madornale causò una catastrofe.
— I francesi ti trovarono?
L’altro annuì. — Dormii per più di dodici ore filate. Il signor Werner mi
svegliò la mattina dopo, quando sentì che le truppe francesi stavano
setacciando la zona. Decisi di andarmene immediatamente, ma quando andai
a prendere il mio cavallo nel fienile, questo non c’era più. Fu allora che mi
resi conto di non avere visto Willi, il figlio minore. Aveva sedici anni ed era
più o meno alto e biondo come me. Mi ammirava molto ed ero diventato il
suo eroe. Quando vidi il fienile vuoto ebbi la terribile premonizione che il
ragazzo fosse in pericolo e mi precipitai nella foresta verso la strada
principale, sperando di poter impedire il peggio. — Strinse con forza gli occhi.
— Arrivai troppo tardi.
Maxie sentì il suo dolore riecheggiare profondamente dentro di lei, ma
sapeva di doverlo costringere a proseguire il racconto. — Che cosa era
successo?
— Willi aveva deciso di allontanare i francesi dalla fattoria. Io ero su una
collinetta e lo vidi mentre attirava deliberatamente su di sé l’attenzione di
una squadra di cavalleggeri. Aveva il mio cavallo, una giacca dello stesso
colore della mia, ed era a testa nuda per mostrare quei suoi capelli, che
disgraziatamente erano biondi. Non appena lo videro, partirono
all’inseguimento. Lui cercò di batterli in velocità. Il mio cavallo era molto
veloce e Willi avrebbe potuto cavarsela, ma arrivò al galoppo un altro
squadrone dalla direzione opposta. Quando si rese conto di essere in
trappola, si buttò nella foresta, ma non aveva abbastanza vantaggio su di loro.
I due squadroni gli furono subito addosso, senza dargli la possibilità di
arrendersi. Gli spararono e basta. Fu colpito da almeno una decina di
pallottole. — Robin, il corpo coperto da un velo di sudore, rabbrividì. — Willi
era un ragazzo in gamba e riuscì a batterli in astuzia. Nella foresta c’era una
gola profonda in cui scorreva un piccolo fiume. Willi sopravvisse quel tanto
che gli bastava per raggiungerlo. Il cavallo nitrì forte dallo spavento quando
Willi lo costrinse a buttarsi nell’acqua.
Robin premette la testa contro il corpo di Maxie, tremando, sembrava un
uomo agli stremi della sua resistenza. Lei non gli fece altre domande,
limitandosi a carezzarlo, a sussurrargli parole affettuose nella sua lingua
madre, dicendogli che tutto si sarebbe sistemato, che era un guerriero forte e
valoroso, e che qualsiasi cosa lui avesse fatto, lei lo amava comunque… tutte
cose che non poteva certo dirgli in inglese.
Per un po’ non si sentì che il rumore della pioggia e dei tuoni in
lontananza e del suo dolore. Poi piano piano gli echi della sua angoscia si
affievolirono, ma Robin continuò a tenerla stretta come se lei fosse la sua
unica speranza di vita.
— I francesi avrebbero voluto recuperare i documenti, ma il fiume era in
piena — continuò in tono inespressivo. — Decisero dunque che l’acqua
avrebbe distrutto quello che si era salvato dalle pallottole e se ne andarono.
Io rimasi e aiutai i Werner a recuperare il corpo di Willi. I suoi genitori non
mi rivolsero una sola parola di rimprovero. Anzi, in un certo senso questa fu
la cosa più terribile. Si scusarono addirittura perché Willi aveva ucciso il mio
cavallo e vollero a tutti i costi che io prendessi il loro miglior destriero.
Maxie gli accarezzò la fronte, rimpiangendo di non potere fare qualcosa di
simile per calmare il dolore che lui provava dentro. Poi pensò al suo passato e
disse a Robin: — Dopo la morte di mia madre ho partecipato a una cerimonia
funebre dei membri del suo clan. Mi ha aiutato molto.
Pregando in cuor suo di riuscire a ricordare o a improvvisare quel rito
abbastanza da poter essergli d’aiuto, Maxie gli posò dolcemente le mani sulle
orecchie e declamò: — Quando un uomo piange, non riesce a udire. Che
queste parole tolgano l’impedimento in modo che possa tornare a udire di
nuovo. — Poi spostò le mani e gli coprì gli occhi. — Durante il tuo dolore hai
perso il sole e sei precipitato nel buio. Adesso ti restituisco la luce.
Quando sollevò le mani, vide che lui la fissava con grande serietà.
Incrociando le mani e posandogliele al centro del petto, Maxie declamò di
nuovo: — Hai permesso alla tua mente di indugiare sul tuo grande dolore.
Adesso devi lasciarla libera, per non inaridire e morire tu stesso. — Poi, dopo
avere sentito sotto il palmo il movimento del suo respiro, sollevò le mani.
— Nella tua grande pena il tuo letto è diventato scomodo e tu non riesci
più a dormire di notte. Lasciami togliere il disagio dal tuo luogo di riposo. —
Fece scorrere in un gesto carezzevole le mani sulle spalle di Robin, scese
lungo le braccia e poi gli disse pianò: — Willi riposa adesso, Robin, non puoi
riposare anche tu?
Lui chiuse gli occhi e l’attirò a sé. Maxie sentiva il suo cuore battere come
impazzito, ma poi il battito si calmò e ridivenne normale. Lo tenne stretto e
sentì che parte del buio che era dentro di lui era stato dissolto dalla luce. Non
era la completa guarigione, ma era pur sempre un inizio.
Robin le passò una mano tra i capelli e le posò il palmo sulla nuca. —
Com’è che sei diventata così saggia, Kanawiosta?
— Nel solito modo — rispose lei. — Commettendo errori. — Gli posò la
testa sulla spalla, tanto provata da quella tempesta emotiva da non riuscire
quasi a stare sveglia.
— Comunque sei davvero saggia. — E le fece scorrere una mano lungo la
schiena, posandola poi sul suo fianco. — Troppo saggia per poter pensare di
sposarmi.
Come un getto d’acqua fredda, queste parole le diedero una tale scossa da
farle dimenticare completamente la sua stanchezza. Per un attimo si ripeté
mentalmente le parole di Robin per assicurarsi di avere sentito bene, poi si
alzò a sedere e lo guardò sbigottita.
Il suo compagno era sdraiato sui cuscini e la fissava esausto. La fioca luce
della candela non le permetteva di interpretare l’espressione dei suoi occhi.
— È una proposta seria questa, o semplicemente un prodotto del tuo
bizzarro senso dell’umorismo? — chiese lei, divisa tra lo stupore, il
divertimento, e un disperato desiderio.
L’altro sospirò e rivolse lo sguardo al soffitto. — Non intendevo fare dello
spirito, ma non riesco a farti la mia proposta direttamente. Se davvero noi
due ci sposassimo l’unico che ci guadagnerebbe sarei io. Saresti una stupida
se tu accettassi, sei troppo intelligente per non rendertene conto.
Maxie non sapeva se ridere o piangere, o mettersi a urlare. Le violente
emozioni della notte l’avevano messa di fronte alla inconfutabile realtà che
era innamorata di Robin, anche se doveva ammettere che non lo capiva del
tutto e forse nemmeno si fidava interamente di lui.
Non che diffidasse realmente di lui: era anzi sicura che avrebbe tenuto
fede a qualsiasi impegno si fosse assunto. Quanto a capirlo, adesso lo
conosceva molto meglio di un’ora prima. Tuttavia… — Sposarti non mi
dispiacerebbe, ma non riesco a immaginare come potremmo vivere insieme.
Veniamo da due ambienti totalmente diversi e, pur avendo fatto entrambi
una vita vagabonda in passato, non è questo che desidero per il mio futuro.
— Nemmeno io, e ti assicuro che sarei in grado di darti un tetto sopra la
testa. — E fece una smorfia sardonica. — Non sono poi così sconsiderato
come sembro.
— Guardami, Robin. — E quando il suo sguardo si posò su di lei, gli
chiese: — Perché mi vuoi sposare? Non mi hai parlato d’amore.
Un’improvvisa fitta di angoscia lo costrinse a serrare gli occhi. — Posso
prometterti molte cose, Kanawiosta. Sicurezza, fedeltà, ti posso assicurare
che farò tutto quello che è in mio potere per renderti felice. Ma l’amore? Non
credo di essere molto capace di amore. È l’unica cosa che farei meglio a non
prometterti.
Nemmeno quando era morto suo padre Maxie aveva sofferto tanto. La
dolorosa, disperata sincerità di Robin le fece venire voglia di piangere. Ma si
limitò a prendergli la mano deformata e a baciargliela, poi se la premette
contro la guancia. — Allora mi vuoi perché io ci sono, e Maggie no?
— No. — Robin riaprì gli occhi e strinse più forte le dita intorno a quelle di
Maxie. — Quello che provo per te non ha nulla a che fare con Maggie. Le
volevo molto bene e le sono ancora molto legato. Ma non voglio te come sua
sostituta. — Il suo bel viso angelico da mascalzone si illuminò di un guizzo
malizioso: — Tu sei fin troppo te stessa perché qualcuno possa scambiarti per
un’altra.
Lei si sentì alla deriva, incerta su come reagire. — L’affetto e la lealtà sono
preziosi, essenziali direi. Ma sono sufficienti?
— Non dimenticare la passione. — La tirò per la mano per avvicinarla a sé.
— Io non sono riuscito a non pensarci nemmeno per un istante, da quando ti
ho conosciuta.
Rotolò sulla schiena e l’abbracciò. Quando le loro labbra si incontrarono,
Maxie pensò che si sarebbe sciolta in quel fuoco liquido. Non era la prima
volta che si scambiavano baci e carezze, ma c’era sempre stata l’ombra del
dubbio a turbarla. Questa volta era completamente diverso. L’attenzione e la
concentrazione di Robin erano dedicate a lei, e a lei soltanto.
Gli rispose con tutto il suo sconsolato desiderio. I drammatici
avvenimenti di quella notte avevano spazzato via le normali difese di
entrambi e, oltre all’incontro dei loro due corpi, avvenne tra loro un’intima
fusione di emozioni. Per alcuni, dolci minuti non fecero che assaporare,
toccare, scoprire.
Robin le baciò la gola poi le fece scendere la sottoveste dalle spalle per
scoprire i seni. — Deliziosi — esclamò prendendoli nelle mani a coppa. —
Splendidi e perfetti.
Mentre premeva il viso nello spazio tra i due seni, Maxie fu colpita dal
contrasto tra la sua pelle bruna e quella di lui, così chiara. Poi Robin le leccò
il capezzolo e lei dimenticò quel contrasto, dimenticò i suoi dubbi, dimenticò
tutto, tranne la pura fiamma del desiderio.
Accarezzò la schiena di Robin, sfiorando cicatrici di ferite lontane… un
giorno si sarebbe fatta raccontare la storia di quelle cicatrici, e delle ferite di
armi da fuoco e della sua mano deformata, e di tutti i pericolosi incidenti che
avrebbero potuto privarlo della vita prima che loro due si incontrassero. Ma
non stanotte. No, stanotte no.
Lui si tirò indietro di colpo, e seppellì la faccia nel cuscino, le spalle
sussultanti. — La passione è troppo facile — disse con voce ansimante. —
Nessuno dei due adesso è in grado di prendere decisioni.
Queste parole la lasciarono senza fiato. Strinse con forza la coperta
fissando il soffitto e cercando di ritornare in sé. Perché diavolo Robin non
poteva essere un uomo dotato di sano egoismo e interessato solo al suo
piacere?
La risposta era ovvia: perché lei non si sarebbe certo innamorata di un
uomo del genere. — Immagino che tu sia in preda a un’altra crisi di coscienza,
o sbaglio? — chiese, cercando di mantenere un tono pacato.
Lui riemerse dal cuscino con un sorrisetto di autocompassione. — Esatto.
Poi dolcemente le rialzò di nuovo la sottoveste sulle spalle. La sua mano
indugiò un attimo sul suo seno, poi si scostò e si chiuse a pugno. — Sei
davvero una donna speciale. Dopo tutto quello che ti ho fatto passare
stanotte, dovresti scoppiare in una crisi isterica.
— Sono sul punto di farlo, credimi. — Con il corpo ancora tremante, Maxie
si mise bocconi e appoggiò la testa sul gomito per poterlo guardare in faccia.
— Parlavi seriamente quando mi hai proposto di sposarti?
— Molto seriamente — rispose lui, gli occhi ancora accesi di passione.
Maxie chiuse gli occhi per raccogliere le idee prima di parlare. Avrebbe
voluto dirgli che lo amava, ma non osò, non dopo che lui aveva espresso i
suoi penosi dubbi sulla sua capacità di amare. E non voleva nemmeno
creargli nuovi motivi di rimorso nel caso lui avesse cambiato idea sulla sua
offerta di matrimonio.
— Hai ragione quando dici che non è questo il momento di prendere
decisioni su noi due. Io devo scoprire che cosa è successo a mio padre e tu hai
ancora parecchio da fare per schiarirti le idee.
Lui si chinò verso di lei e le posò un bacio lieve sulla fronte. — Cercherò di
farlo il più in fretta possibile. Ma per lo meno tu intanto non hai detto di no
— e si avvolse una ciocca dei suoi capelli intorno al dito. — Probabilmente
pensi che io mi stia comportando come un pazzo, ma non credo di essere mai
stato così felice in vita mia come in questi ultimi giorni insieme a te.
Desideravo che il viaggio non finisse mai. Ma adesso, visto che non ci
saranno risposte definitive prima che sia finito, non vedo l’ora di arrivare a
Londra. È solo che…
Lei aspettò pazientemente che lui continuasse.
Robin distolse lo sguardo e la sua mano si fermò. — Non so se sia una
cosa saggia che io sposi una donna perché ho tanto bisogno di lei. Temo che
questo non possa essere un bene per nessuno dei due.
Maxie studiò attentamente l’espressione del suo volto. Il distacco con cui
si era protetto fino a quel giorno era scomparso e lei assaporò con gioia il
senso di vera intimità che si era creato tra loro due. Ma le era difficile
pensare, ragionare, quando si sentiva il sangue pulsare violentemente nelle
vene.
Ma poi, perché ragionare? Era ora di sostituire la razionalità europea con
la saggezza degli Irochesi. Maxie voleva Robin. Voleva dare e ricevere,
diventare una donna completa, saggia, e appassionata come sua madre.
Anche per un’ora sola. Voleva vivere quel momento in libertà, libera come il
vento e la pioggia. E sentiva nelle ossa che quella era la scelta giusta.
Gli rivolse un sorriso pieno d’amore. — Il tuo problema, lord Robert, è che
tu pensi troppo.
Poi si chinò su di lui e lo baciò.
15

Non gli fu possibile resistere, ma ci provò: — Sei sicura che è questo che
vuoi?
Lei sorrise e si sollevò sopra di lui, appoggiandosi su un braccio. —
Sicurissima.
Una cascata di ondulati capelli color ebano incorniciava i tratti esotici che
lo avevano affascinato fin dalli primo momento in cui si erano conosciuti. Lei
era Kanawiosta, figlia di un’altra terra e di un’altra razza. Con i capelli
spioventi sui seni sembrava una dea pagana, misteriosa e impossibile da
conoscere o da possedere per un semplice mortale. Una dea capace di ridurlo
in cenere, tanto era il suo potere femminile.
Ma quando si chinò nuovamente su di lui, le sue labbra erano calde e reali
e le sue piccole mani abili, prodighe di carezze. Arrendendosi, Robin aprì la
bocca al suo bacio inebriante.
Mentre il bacio si faceva più intenso, Maxie gli accarezzò le spalle e il
petto e il calore del contatto con la sua pelle gli penetrò dentro, nel profondo,
e andò a sciogliere il gelo di antiche pene. Dopo un po’ lei intera ruppe il suo
abbraccio e si tirò di nuovo su, gli occhi neri di desiderio e il petto ansante. —
Sono contenta che tu abbia cambiato idea.
— Sei stata tu a farmela cambiare. — E le circondò i seni con le mani,
usando il pollice per carezzarle i capezzoli, che si indurirono, tendendosi
contro il tessuto sottile. Lei chiuse gli occhi e sorrise, con una specie di
miagolio da gatta soddisfatta.
Robin le abbassò la sottoveste sfilandola dalle spalle giù fino alla vita per
potere ammirare la dolce curva dei seni. Erano proprio perfetti come
piacevano a lui, non troppo grandi e non troppo piccoli, deliziosamente
incoronati da cerchi che sembravano di velluto. — Tu appartieni al Giardino
dell’Eden — le disse con voce roca — dove non esistevano i vestiti.
— L’Eden aveva un clima più mite di quello dell’Inghilterra — ribatté lei in
tono pratico. Poi abbassò maliziosamente lo sguardo sulle mutande di lui.
Nonostante fossero tutt’altro che aderenti, la sua reazione era più che
evidente.
— Se vogliamo fingere di trovarci nel Giardino dell’Eden, queste devono
sparire — fece, tirando la cordicella che gli stringeva l’indumento alla vita e
poi calandoglielo giù lungo i fianchi. In verità, se lei non lo avesse aiutato,
Robin non ci avrebbe messo più di un attimo per togliersi le mutande, ma
quelle mani che esploravano e lo stuzzicavano prolungarono notevolmente la
passione insita in quell’atto, riducendolo a uno stato di quasi totale
confusione.
Quando furono entrambi nudi come Adamo ed Eva, lui la attirò vicina in
modo da averla distesa sopra di sé. Adesso aveva i seni di lei schiacciati
contro il petto, la pressione stessa dei capezzoli contro la pelle era fonte di
ulteriore eccitazione per lui.
Non si stancava delle ardenti profondità della sua bocca. Le sue mani
scivolarono giù lungo la schiena per soffermarsi sulla piena rotondità delle
natiche. Perso nel suo desiderio, Robin strinse le mani attorno ai muscoli
saldi che stavano sotto la pelle di seta.
Maxie si sentì mancare il fiato e dondolò la parte inferiore del suo corpo
contro quella di lui. Quando le sue gambe si aprirono leggermente la sua
calda verga le scivolò tra le cosce, strofinandosi contro di lei in un contatto
quasi altrettanto intimo dell’accoppiamento stesso. I fianchi di Robin diedero
uria spinta in alto, poi un’altra ancora e Maxie mandò un leggero miagolio e
gli morse la clavicola.
Robin voleva che tutto avvenisse lentamente e fosse perfetto, come lei
meritava, ma Maxie stava mandando all’aria tutto il suo controllo. Lottando
contro il calore incandescente che minacciava di consumarlo, la prese tra le
braccia e la fece rotolare sul letto in modo da trovarsi disteso sopra di lei.
— Non così in fretta, Kanawiosta. — E le imprigionò i polsi, che bloccò sul
materasso ai lati del capo. — Se giustizia deve essere fatta, tocca a me avere la
possibilità di farti impazzire.
— Credo molto nella giustizia — fece lei con un incantevole sorriso.
Senza fretta, lui le sfiorò i seni con il mento leggermente pungente,
graffiando delicatamente la pelle serica profumata di lavanda ed eccitandola a
tal punto da farla tremare di desiderio. Poi chinò la testa e chiuse tra le labbra
la punta bruna di un capezzolo, succhiando e tirando fino a irrigidirlo allo
spasimo. Poi passò all’altro seno.
Quando lei espirò febbrile e si contorse contro di lui, Robin scese con la
bocca oltre le costole e la rientranza della vita snella. Si fermò a leccarla
intorno all’ombelico, poi le mordicchiò il ventre piatto.
Maxie si tendeva contro le mani che la tenevano prigioniera contro il
letto, ansimante. — Adesso hai avuto quello che desideravi, ancora qualche
secondo di tutto questo e mi avrai fatto impazzire del tutto.
— Eccellente. — Robin raddrizzò la schiena e protese la sua bocca di
nuovo in un bacio sensuale. Poi, incapace di riuscire a mantenere il controllo
di sé, le lasciò liberi i polsi e le passò un braccio intorno alla vita. L’altra
mano scese a seguire il percorso che la bocca aveva tracciato poco prima con i
baci, fino a quando le dita si impigliarono nei lievi riccioli neri.
Maxie tremò quando Robin toccò le pieghe segrete della sua femminilità.
Erano turgide di caldo umidore.
Le dita entrarono più a fondo fino al nucleo deliziosamente sensibile che
cercavano. Maxie si contorse freneticamente sotto quel leggero sfregamento.
Robin interruppe il bacio per permetterle di respirare a pieni polmoni,
una, due volte, poi chiuse gli occhi per concentrarsi sui sottili messaggi che
gli mandava il suo corpo. Più forte qui, adesso torna di nuovo là… con il
respiro sempre più rotto e le anche che si alzavano.
Mentre il profumo intenso della passione gli riempiva le narici, la
flessuosa nudità della sua compagna divenne tutto il suo mondo. Era passato
un periodo molto lungo, insopportabilmente lungo, da quando aveva tenuto
una donna così, e non aveva mai provato prima un desiderio così profondo.
Quelle sfrenate sensazioni continuarono a crescere dentro di lei,
riempiendole la mente di un vivido fuoco rosso. Quando non riuscì più a
resistere urlò, stringendo come in una morsa la mano di lui tra le cosce,
mentre tutto il suo corpo era travolto da un turbine di voluttà. La forza
protettiva del suo abbraccio la tenne al sicuro mentre il suo spirito si levava
in un vortice verso il cielo, librandosi in volo, libero come un falco.
Quando tornò sulla terra, si abbandonò contro Robin, stordita e tremante.
Questi era disteso sul fianco e la teneva stretta a sé, carezzandole lentamente
il corpo dalla spalla al fianco. Maxie tirò indietro la testa e la soddisfazione
che gli lesse negli occhi placò il senso di colpa che provava per il proprio
egoismo.
Ma sotto quell’apparenza composta, il corpo di lui era teso e insoddisfatto.
Maxie si distese sui cuscini, poi gli prese una mano e l’attirò su di sé. — È il
tuo turno adesso, Robin.
Bastò un solo lento lascivo dondolio delle sue anche per distruggere la sua
compostezza. Con il desiderio scritto a chiare lettere sul viso, Robin le
divaricò le gambe con un ginocchio, poi con la mano andò a sondare la sua
più profonda intimità, separando le pieghe delicate. Non occorreva altro,
perché il suo corpo era ancora umido e accogliente.
Robin si puntellò sopra di lei e appoggiò la punta vellutata della verga. Poi
si spinse in avanti, sprofondando con un solo rapido colpo nella carne tanto
disposta ad accoglierlo.
Il dolore fu breve ma intenso, un’ondata travolgente che percorse in un
attimo tutto il suo corpo. Poi scomparve subito, lasciandole una sensazione
per nulla; spiacevole come di distensione, e soprattutto la profonda
soddisfazione di essere unita a Robin nella danza della vita.
L’effetto su Robin fu molto meno esaltante. Si irrigidì, con un’espressione
sconvolta sul volto. — Buon Dio, Maxie! Perché non mi hai detto niente?
Lei sorrise e gli fece scivolare le braccia intorno al corpo, allacciandosi alle
natiche ferme di lui per tenerlo stretto a sé. — Perché sapevo bene che ti
saresti lasciato vincere da quel tuo snervante senso dell’onore da gentiluomo
inglese. Certo, non puoi farci niente, tu sei inglese. — E dondolandosi portò
più in alto le anche, attirandolo più profondamente dentro di sé. — Stai di
nuovo pensando troppo, Robin. Non pensare adesso.
Incapace di resistere, Robin si spinse dentro di lei ancora e ancora, il fiato
corto e irregolare. Anche se era la prima volta che Maxie sperimentava certe
sensazioni, sapeva istintivamente come rispondere, come adattarsi al suo
ritmo, come fare eco alla sua passione. E accolse con gioia la mascolinità del
suo assalto assaporando al tempo stesso gioiosamente il suo potere
femminile, che sapeva infiammare e assorbire tale passione.
Il corpo di lui si inarcò e si irrigidì. — Oh, Dio… — gemette, rabbrividendo,
con la voce soffocata. Anche se il piacere di Maxie non arrivò alle stesse
altezze vertiginose di prima, lei sentì comunque riecheggiare dentro di sé
l’allentamento della tensione e un senso di appagamento.
Mentre Robin si abbandonava al piacere, Maxie fece scorrere le sue mani
sul corpo bagnato di sudore, sentendo i suoi muscoli rilassarsi lentamente.
Sfiorò la spalla con la lingua, assaporando il sapore salato, e ascoltò il battito
del cuore, così vicino da sembrarle il suo.
Lui strofinò la guancia contro la sua, poi rotolò via e scese dal letto.
Troppo esausta persino per sentirsi incuriosita, Maxie lo guardò attraversare
la stanza. Era il Giardino dell’Eden, proprio. Robin doveva essere abituato,
alla disinvolta nudità degli amanti, ma per lei era un piacere nuovo e
inaspettato. Lui era come un puma, lucente, agile e maschio. Al ricordo di
quello che aveva provato quando lo aveva avuto dentro di sé, Maxie si sentì di
nuovo il respiro corto.
Robin si avvicinò a un mobile e aprì un cassetto. Dopo averne tolto
qualcosa tornò da lei e le porse una salvietta ben piegata. Lei la usò per
pulirsi e fu lieta di vedere solo poche gocce di sangue. Le sarebbe parso
indelicato macchiare il letto di una sconosciuta.
Quando ebbe finito, Robin si distese accanto a lei e l’attirò di nuovo tra le
sue braccia. — Ero davvero un caso, così disperato da sentirti costretta a fare
di tutto per rimettermi in sesto? — chiese con umorismo amaro.
Lei sorrise. — Immagino che ci sia un grano di verità nelle tue parole, ma
quello che dici non fa giustizia a nessuno dei due. Io ti ho desiderato fin dalla
prima volta che ci siamo incontrati, Robin. E stanotte ho deciso di smetterla
di comportarmi come una pudica signorina inglese e di agire come una donna
Mohawk. — Distorse il viso in una smorfia e gli mordicchiò una spalla. — Noi
siamo famose per la nostra ferocia. Quello che vogliamo ce lo prendiamo.
Lui le massaggiò teneramente la nuca, che aveva una fossetta in cui il suo
pollice si adattava alla perfezione. — Mi hai proprio preso alla sprovvista.
Data la tua età, il tuo infuso anticoncezionale, la tua assoluta mancanza di
virginali pudori, non immaginavo certo che tu fossi vergine. E poi mi hai
detto una volta che il popolo di tua madre accetta liberamente i propri
desideri. — E le lanciò uno sguardo perplesso. — Ma questo mi rende ancora
più difficile capire quale sia il motivo della tua verginità. Sono così stupidi gli
americani?
Lei fece una smorfietta. — Come ti ho già detto, ho incontrato parecchi
uomini convinti che una mezzosangue fosse una facile conquista, ma io ho
deciso molto presto che non mi sarei lasciata usare in maniera così
disinvolta.
Lui la baciò sulla fronte. — Sono molto onorato che tu abbia scelto me,
qualsiasi motivo tu abbia avuto.
Lei lo fissò severamente. — Non avrai intenzione di fare qualche sciocco
commento del tipo che ora mi hai rovinata e che quindi ti senti costretto dal
tuo senso del dovere a riparare con il matrimonio al grave torto che mi hai
fatto?
— Potrei, se solo pensassi di avere qualche possibilità di successo, ma ti
conosco abbastanza bene da rendermi conto che un argomento del genere
non funzionerebbe mai. — E le passò la mano lungo il corpo. — E poi tu non
mi sembri affatto rovinata. Anzi, sembri incantevolmente perfetta.
Maxie sorrise. Forse non era il caso di parlare d’amore, ma le sembrava
giusto dirgli almeno questo: — Anche tu sei meraviglioso. È proprio valsa la
pena aspettare.

Era l’alba quando Maxie si svegliò e il cielo era pulito e limpido dopo la
tempesta della notte. Si stava avvicinando il solstizio d’estate e il sole sorgeva
molto presto, quindi lei non doveva avere dormito più di un paio d’ore,
eppure si sentiva perfettamente riposata.
Robin invece era ancora addormentato, la testa bionda posata accanto alla
sua e il braccio appoggiato di traverso sul suo corpo. Aveva un’espressione
serena e l’aria molto giovane. Era difficile ricordare la sua disperazione della
notte scorsa, o credere che avesse fatto tutte le cose orribili che le aveva
raccontato: quella mattina sembrava poco più vecchio di uno scolaretto.
Ma la cicatrice che aveva sul fianco le ricordò che era tutto vero. Maxie la
osservò da vicino, era un miracolo che la pallottola non avesse distrutto
qualche organo vitale.
Gli posò un bacio sui capelli. Lui aprì gli occhi dalle lunghe ciglia e le
sorrise. Da vicino quegli occhi azzurri avevano l’impatto di una cannonata: se
lei non fosse già stata innamorata di lui, lo sarebbe diventata dopo quel
languido sorriso.
— Dormo sempre bene quando sono con te — le mormorò lui.
— L’effetto è assolutamente reciproco. — Sfiorando la sua ferita, Maxie
continuò: — Immagino che questa e tutte le altre cicatrici tu te le sia
procurate durante l’esercizio del dovere.
Robin annuì.
Lei si abbassò e posò teneramente le labbra sulla cicatrice. Il capezzolo era
solo a pochi centimetri. Curiosa di sapere se fosse sensibile quanto il suo,
Maxie lo mordicchiò. La morbida protuberanza di carne si indurì
deliziosamente contro la sua lingua. Non c’era da meravigliarsi che a Robin
piacesse tanto baciarle i seni.
Quando trasferì la sua attenzione all’altro capezzolo, Robin deglutì
rumorosamente: — Attenta, Maxima, o potresti pentirtene.
Lei alzò gli occhi, sgranandoli con aria innocente. — Perché dovrei
pentirmene? — E la sua mano scese lungo il ventre e si strinse intorno alla
calda verga. Era già quasi in erezione e al suo tocco si irrigidì
immediatamente.
Robin strinse con forza le lenzuola e con voce malferma le chiese: — Non
ti fa male dopo la notte scorsa?
Lei rifletté. — Non particolarmente. Immagino che sia a causa di tutti gli
anni che ho trascorso a cavalcare e camminare. — Cominciò a carezzarlo,
sfiorando con il pollice la punta vellutata. — Non sono sicura di avere
imparato bene a fare l’amore. Un altro po’ di pratica non guasterebbe.
Lui scoppiò a ridere di gusto. — Hai vinto, strega.
Poi si mosse con quella sua fulminea rapidità: prima che Maxie se ne
rendesse conto, si trovò distesa sotto di lui. Robin ricordava con assoluta
precisione quello che era piaciuto a Maxie la notte prima, ma trovò anche una
decina di nuovi modi per compiacerla.
Quando lei mugolò di piacere, la penetrò. All’inizio fu molto dolce, ma
quando capì che lei aveva strascichi di irritazione o indolenzimento,
intensificò il suo assalto, colmandola di rapido, caldo godimento.
Mentre lei stava per esplodere, lui capovolse le loro, posizioni, in modo
che lei si trovasse sopra. Maxie si aggrappò a lui, sentendosi trascinare da un
vortice che la portava in alto, sempre più in alto, fino a quando non cadde nel
sole. Lui allora si riversò dentro di lei, che si frantumò in una deflagrazione di
fuoco, splendida e terrificante.
Poi crollò tremante sul suo petto. Una donna avrebbe potuto vendersi
l’anima pur di vivere un’esistenza di tali delizie, pensò Maxie. Per fortuna
aveva detto la verità quando aveva affermato che l’anima non si può vendere,
né perdere, né dare via, altrimenti sarebbe stata dannata per l’eternità.
Robin le accarezzò pigramente la schiena, con un calore altrettanto
affettuoso di quanto la sua passione era stata impetuosa. Quando entrambi
ebbero recuperato una parvenza di controllo, lui le disse: — E adesso
finiamola di permettere che sia il caso a gestire il nostro viaggio. Oggi ce ne
andremo a Londra.
Lei alzò la testa e lo guardò: — E come? Non abbiamo soldi per pagare una
carrozza, nemmeno per una distanza breve come questa.
Lui le rivolse un luminoso sorriso, di quelli di cui lei aveva sempre
diffidato. — Ti spiegherò in seguito. Ma adesso dobbiamo andarcene, prima
che arrivino quelli che lavorano nella proprietà.
Così nel giro di un’ora eliminarono tutte le tracce del loro soggiorno.
Fecero una rapida colazione, raccolsero le loro sacche, e se ne andarono. Era
ancora tanto presto che non c’era in giro nessuno che li potesse vedere nella
proprietà.
Presero un sentiero che passava accanto alle scuderie, dietro la casa.
Invece di proseguire, Robin fece una deviazione ed entrò da una porta
laterale. Allarmata Maxie lo seguì nella stalla. — Che cosa facciamo qui? —
chiese, tenendo la voce bassa per non svegliare gli stallieri, che
probabilmente dormivano al piano superiore.
— Prendiamo un mezzo di trasporto. — Robin percorse con calma il
corridoio che divideva le due file di box, studiando i cavalli.
Quando lo vide prendere un castrato da un box, Maxie si piantò davanti a
lui, gli occhi fiammeggianti, — Accidenti, Robin, non voglio essere tua
complice in un furto di cavalli. O intendi lasciare liberi anche questi dopo
qualche miglio, come hai fatto con il ronzino di Simmons?
Lui le girò attorno e legò il cavallo alla catena, poi andò a prenderne un
altro. — No, questa volta no. Queste bestie ci serviranno per tutto il resto del
viaggio.
— Robin!
— Non preoccuparti, ho scritto un biglietto per spiegare quello che è
successo ai cavalli. — Si tolse di tasca un foglio piegato e dopo averlo aperto
lo infilzò a un chiodo che sporgeva da un palo.
Senza fermarsi a leggere Maxie lo seguì nello sgabuzzino dei finimenti. —
Mi hai detto che non sei né un ladro né un imbroglione — disse in tono
deciso. — Ma non sei più nemmeno una spia. La guerra è finita, che diavolo
credi di fare?
— Non avremo noie — disse prendendo una sella — conosco il proprietario
di questa casa.
Lei lo guardò, le mani strette a pugno. La sua fiducia in lui e il senso di
intimità erano scomparsi, lasciandola confusa e a disagio. — Perché diavolo
dovrei fidarmi della tua parola, lord Robin?
La pelle sopra le tempie di Robin impallidì — Mi spiace che tu mi chieda
una cosa del genere.
Maxie capì che se avesse detto quello che pensava in quel momento, non
avrebbe più potuto rimangiarsi le parole. Quando ebbe dominato in parte la
sua rabbia, disse in tono pacato: — Credo che ci sia stata completa onestà tra
noi due ieri notte. Ma questo è un altro giorno e ci sono anche troppe cose
che non so di te.
— Risponderò a qualsiasi domanda tu voglia farmi — replicò lui in tono
grave. — Ma… preferirei che aspettassi un po’.
Maxie avrebbe voluto mettersi a piangere dalla frustrazione. Era
certamente possibile che Robin conoscesse il proprietario della tenuta, ma
era altrettanto plausibile che si stesse concedendo qualche disinvolta libertà
rubando quello che gli serviva. Quando uno ha ucciso, sedotto, e tradito,
prendersi due cavalli di considerevole valore poteva sembrare uno scherzo
innocente.
Robin tenne la sella in equilibrio contro il fianco e le toccò delicatamente
la guancia con la mano libera. — Fidati di me ancora per un po’ di tempo, per
favore, Kanawiosta.
Quando le parlava in quel modo, Maxie non aveva possibilità di scelta.
Lasciò uscire il fiato stancamente. — Visto che siamo in ballo, balliamo. Ma
non puoi rimandare ancora per molto la resa dei conti.
— Lo so — sospirò lui. — Ma questo viaggio è stato un momento speciale.
Non ho scoperto solo te, ma anche me stesso. E non sono ancora pronto ad
affrontare la realtà.
Stancamente Maxie cercò un’altra sella, prese la più vecchia e malridotta
che c’era nello sgabuzzino, e sellò l’altro cavallo.

— Riusciremo ad arrivare a Londra oggi? — chiese Maxie quando furono


abbastanza lontani da Ruxton da sentirsi al sicuro.
— Sì, ma sarà buio quando ci arriveremo.
Maxie corrugò la fronte, cercando di calcolare quanto fosse rimasto dei
loro averi. — Potremo permetterci di pagare un posto dove dormire?
— No. Abbiamo denaro a sufficienza per pagare il pedaggio e il cibo della
giornata, ma non di più. Comunque ho degli amici che ci possono ospitare.
— Non ci faranno domande imbarazzanti?
— No — e sospirò. — Ma dovremo cambiare le nostre disinvolte abitudini,
e questo è uno dei motivi per cui non avevo voglia che il nostro viaggio
finisse. La gente rispettabile ti considererebbe già irrimediabilmente
compromessa, se si sapesse del nostro viaggio.
— Ma nessuno lo sa.
— A Londra invece riprenderemo i contatti con il mondo. Oltre a fare
indagini sulla morte di tuo padre, immagino che tu vorrai fare visita a tua zia.
Dovremo dunque comportarci in maniera rispettabile, almeno per salvare le
apparenze e dire le stesse bugie per non entrare in contraddizione l’uno con
l’altra a proposito del nostro viaggio.
Maxie fece una smorfia. — Immagino che questo significhi letti separati.
— Temo proprio di sì. — E le lanciò un’occhiata di scusa. —
Fortunatamente, però, potrò procurarmi del denaro domani, così non avremo
problemi almeno su quel fronte.
— Posso chiederti come intendi procurartelo, lord Robert?
— Semplicemente chiedendolo a un banchiere, secondo una procedura del
tutto legale e molto noiosa — aveva gli occhi che ridevano. — Lo sapevi che
mi chiami sempre lord Robert quando disapprovi qualcosa?
Lei ci pensò un attimo, poi sorrise suo malgrado. — Immagino che questo
stupido titolo simbolizzi per me tutto quello che non conosco di te e i tuoi lati
di cui diffido.
— Davvero non ti fidi di me? — le chiese lui pacatamente.
Maxie non fu per nulla sorpresa che la questione fosse tornata a galla, in
fondo era alla base del loro rapporto. Per fortuna stavano entrando in un
piccolo villaggio, e questo le diede il tempo di pensare alla sua risposta.
Quando furono di nuovo in aperta campagna, Maxie riprese a parlare: —
Quello che ti dirò non fa certo onore al mio buon senso, ma mi fido
veramente di te, almeno fino a un certo punto.
— E cioè? — chiese lui senza guardarla, con un’espressione fredda e
chiusa.
— Sono certa che non mi faresti mai deliberatamente del male e credo che
rispetterai sempre la parola data. — E sbuffò, con una certa esasperazione. —
Ma forse sbaglio. Una donna saggia una volta mi disse che quando si è
innamorati, l’intelligenza si riduce alla metà e il buon senso scompare del
tutto… — Ma poi si interruppe costernata, rendendosi conto tutt’a un tratto di
essersi tradita.
Robin girò di scatto la testa verso di lei, con uno sguardo intenso negli
occhi azzurri. Afferrò le briglie del cavallo di Maxie in modo da farlo fermare
insieme al suo e indietreggiò in modo che il suo cavallo affiancasse quello di
lei, erano tanto vicini che le loro gambe si toccavano, poi si chinò su di lei per
un lungo bacio violento e pieno di emozione.
Mentre lei gli rispondeva fu sorpresa dall’intensità di sentimenti che
aveva scatenato la sua implicita confessione, Robin poteva sentirsi incapace
di dichiarare il suo amore, ma a quanto pareva non gli era affatto sgradita
l’idea di essere amato da lei.
Mentre riprendevano il cammino, la tensione di poco prima era svanita ed
erano ridiventati amici.
Poiché le strade erano piene di fango, Giles e Desdemona non raggiunsero
Ruxton prima di mezzogiorno. Il custode fu lieto di accogliere il marchese,
ma quando questi lo interrogò, rispose che lord Robert non si era visto.
Poco convinti, i due entrarono e si diressero verso l’ufficio della tenuta.
L’amministratore, Haslip, assorto nei suoi libri contabili, si alzò subito in
piedi.
— Lord Wolverhampton! Che piacere inaspettato, milord. Vi fermerete per
un po’?
Giles scosse il capo. — Mi sono fermato solo per vedere se era passato di
qui mio fratello.
Haslip esitò. — Può darsi, ma non ne sono certo.
Giles inarcò le sopracciglia.
— Non lo ha visto nessuno — fece l’altro — ma stamattina mancavano due
cavalli e c’era questo biglietto nella scuderia — così dicendo porse un pezzo di
carta al marchese. — Non so se questa è la grafia di sua signoria. Se lo è, va
tutto bene, ma speriamo che non sia stata falsificata da un abile ladro.
Chiunque sia stato, ha preso i cavalli migliori della scuderia.
Giles diede un’occhiata al biglietto. Diceva soltanto: "Ho bisogno dei
cavalli" ed era firmata "Lord Robert Andreville". La grafia era quella
inconfondibile di suo fratello.
— Dunque è stato qui ieri notte. A che ora si sono accorti della scomparsa
dei cavalli?
— Verso le nove.
— Vado a vedere se ha passato la notte in casa. Se è arrivato tardi,
probabilmente non ha voluto svegliare nessuno — disse in tono noncurante
Giles. Preferì evitare di nominare l’Innocente Indifesa. Meno si parlava di lei,
meglio era.
Ovviamente Haslip avrebbe voluto fargli delle domande: come fosse
riuscito il suo nuovo padrone a entrare in una proprietà chiusa e cintata,
perché non avesse informato nessuno del suo arrivo, e a che cosa diavolo gli
servivano due cavalli. Ma si limitò a dire: — Benissimo, milord, vado a
prendere le chiavi.
Dopo essere entrati nella casa, Giles congedò Haslip e lui e Desdemona
passarono un po’ di tempo a esaminare le varie stanze, finendo poi nella
cucina.
— Sono stati qui, non c’è dubbio — disse Desdemona, dopo essersi
guardata in giro. — Sembra anche che abbiano cenato in grande stile.
— Robin ha sempre fatto le cose in grande stile — osservò Giles. — Ho
guardato nell’armadio della biancheria. A giudicare dal numero di lenzuola
che sono state usate una sola volta e poi piegate con cura e rimesse a posto,
devono avere dormito in letti separati. Forse ci siamo preoccupati tanto per
niente.
— Vedremo — fece brevemente Desdemona. Però era disposta ad
ammettere la possibilità che una coppia potesse viaggiare insieme senza che
l’uomo dovesse inevitabilmente violentare la donna. Il giorno prima forse
sarebbe stata di parere contrario, ma la compagnia di Giles le stava
insegnando che un uomo maturo non agisce sempre come un giovane
ossessionato dalla lussuria. Forse lord Robert si era davvero offerto di
scortare Maxima per puro altruismo.
Ma, anche se non fosse successo nulla di riprovevole tra i due, rimaneva
sempre il problema della reputazione di Maxima. — Visto che sono a cavallo,
potrebbero arrivare a Londra entro stanotte.
— Sì. — Il marchese le rivolse un sorriso incoraggiante. — Nel giro di un
paio di giorni questo imbroglio dovrebbe essere sistemato.
Mentre uscivano dalla casa Desdemona pensò divertita che, se anche il
problema di Maxima era vicino alla soluzione, il problema del marchese
avrebbe richiesto un impegno molto più lungo per essere risolto. Lei era però
certa che si sarebbe divertita ad affrontare quella sfida.
16

Dopo una lunga giornata trascorsa in sella, Maxie arrivò a Londra esausta.
Stancamente seguì il cavallo di Robin lungo le strade buie senza provare la
minima curiosità, tranne quella di sapere quando sarebbero giunti a
destinazione.
Fu un brutto colpo per lei quando Robin si fermò davanti alla residenza
signorile più sfarzosa di un quartiere londinese pieno di splendidi palazzi. —
Perché ci fermiamo qui? — chiese intimorita.
Lui le rivolse uno sguardo rassicurante mentre smontava da cavallo. —
Siamo arrivati. Il picchiotto è alzato, quindi i miei amici devono essere a
Londra.
— Visto il nostro aspetto, sarà già tanto se ci manderanno in cucina a
mangiare — borbottò lei scendendo di sella, stanca morta.
Lui rise. — Non preoccuparti, mi hanno visto in condizioni molto peggiori.
Con i piedi finalmente ben piantati per terra, Maxie scrutò la facciata
massiccia del palazzo, sentendosi una provinciale inzaccherata. Fu l’orgoglio
che le venne in soccorso: non aveva la minima intenzione di lasciarsi
prendere da un attacco di codardia. Che cosa le importava dopotutto di quello
che un pugno di aristocratici inglesi con la puzza sotto il naso poteva pensare
di lei? Se Robin riteneva opportuno portarla là, lei non sarebbe scappata via
come un cane spaventato con la coda tra le gambe.
Così tenne le redini dei cavalli mentre Robin picchiava alla porta. Apparve
subito un valletto in livrea e parrucca. Il domestico squadrò il visitatore da
capo a piedi, in maniera villana: aveva l’aria di uno che si trovasse davanti un
barile di pesce marcio.
— Chiama qualcuno che prenda i nostri cavalli — fece Robin in tono
imperioso, prima che il valletto avesse il tempo di parlare. Aveva subito una
delle sue istantanee trasformazioni, e questa volta aveva assunto
un’altezzosità da vero aristocratico.
L’altro farfugliò qualcosa, ma obbedì, vinto dallo sguardo sdegnoso del
visitatore. Dopo un minuto apparve il maggiordomo.
Nonostante tutto quello che si era ripromessa, Maxie provò l’impulso di
darsi alla fuga quando posò i piedi sul pavimento di marmo di un foyer tanto
spazioso da poter ospitare senza difficoltà una compagnia di cavalleggeri.
Tutt’intorno, lungo le pareti del vasto salone, che era alto ben due piani e
sormontato da un soffitto a volta, erano collocate statue che dovevano essere
state prese in vari templi greci, mentre la parte centrale era dominata da un
maestoso doppio scalone. Maxie si limitò a rifugiarsi nell’angolo più lontano
del foyer.
Robin comunque non pareva affatto intimidito dall’ambiente e si
comportava come se ne fosse il proprietario. — È in casa la duchessa? —
chiese al maggiordomo.
— Sua Grazia non riceve — rispose altezzosamente il domestico, che non
si lasciava intimorire facilmente come il suo subordinato.
— Non è questo che vi ho chiesto — ribatté Robin formulando la sua
precisazione con gelida cortesia. — La duchessa mi vorrà vedere. Ditele che è
arrivato lord Robert.
Il maggiordomo soppesò con un rapido calcolo mentale l’accento e i modi
del visitatore da una parte e il suo aspetto dall’altra. Alla fine l’uomo fece un
breve un chino e si allontanò.
Una duchessa? Maxie si chiese se l’augusta dama fosse la nonna di Robin.
Quando si erano conosciuti, lei aveva pensato che Robin fosse di buona
famiglia, ma addirittura appartenente ai più alti livelli dell’aristocrazia
inglese? Con un tuffo al cuore Maxie ammise tra sé che la cosa era possibile,
anzi, più che probabile.
Irrigidita dalla tensione, evitava lo sguardo di Robin, cercando di farsi
coraggio in quel territorio insolito per lei e molto probabilmente ostile.
I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di una splendida creatura
dorata che scendeva di corsa dall’imponente scalone. Senza accorgersi della
presenza di Maxie, la donna si precipitò verso il suo ospite, incurante della
sua sporcizia. — Robin, miserabile che non sei altro! Perché non mi hai
avvertita che venivi a trovarmi?
Robin tese ridendo le braccia e la strinse a sé. — Cerca di stare un po’
attenta, Maggie! Pensa al futuro marchese di Wilton, almeno!
— Non sei migliore di Rafe — gli rispose la duchessa in tono affettuoso —
potrebbe benissimo essere una bimba, sai.
— Sciocchezze. Sei troppo efficiente per non riuscire a mettere al mondo
l’indispensabile erede maschio già al tuo primo tentativo.
Per un momento i due rimasero affettuosamente abbracciati con la
spontaneità delle persone che si conoscevano intimamente da lungo tempo.
La duchessa era alta quasi come Robin e aveva gli stessi capelli biondi
luminosi.
Nel suo angolo Maxie provò un tale shock che per un attimo le si
annebbiò la vista. Credeva di essere preparata a qualsiasi cosa potesse offrirle
quella casa, ma a questo no! Santo cielo non questo! Come aveva potutoci
portarla in casa della sua amante? Come aveva osato?
In tutto il loro lungo viaggio Robin non le era mai parso più lontano. I
suoi capelli d’oro brillavano alla luce delle lampade e, persino nel suo
abbigliamento sporco e dozzinale, aveva l’aria inconfondibile del genuino
aristocratico. Mai, da dopo la sua infanzia, quando aveva dovuto subire lo
scherno dei bambini bianchi, Maxie si era sentita così irrimediabilmente
mezzosangue ed emarginata, così piccola, scura e straniera.
Robin si sciolse dall’abbraccio della duchessa: — Voglio presentarti una
persona molto speciale — disse.
Mentre lui attraversava il salone con la duchessa, Maxie si sentì come
paralizzata da un misto di rabbia e di confusione. Come ci si doveva
comportare in presenza di una duchessa? Soprattutto se si è una donna
vestita da uomo?
Le venne in mente quello che aveva sentito dire da una gran dama che
aveva conosciuto a Boston: "Una cittadina americana non si inchina davanti a
nessun mortale, ma solo a Dio, e anche in questo caso solo se ne ha voglia".
D’altro canto, visto che era vestita da ragazzo, decise che era opportuno
togliersi il cappello. Lo fece, anche se la sua espressione di manifesta ostilità
non poteva togliersela dalla faccia.
La duchessa sgranò gli occhi per la sorpresa. Erano di un grigio-verde
cangiante, non azzurri come quelli di Robin.
— Maggie, questa è la signorina Maxima Collins. Maxie, la duchessa di
Candover. — Robin posò una mano sul braccio di Maxie. — Sto cercando di
convincere Maxie a sposarmi.
Gli occhi grigio-verde della duchessa mostrarono stupore e poi subito si
accesero di uno sguardo divertito. I lineamenti della donna non possedevano
l’assoluta simmetria della perfetta bellezza, ma il suo fascino radioso era
molto più potente della sola bellezza. Non c’era da stupirsi che fosse ancora
nei sogni di Robin. Vedendo l’aria divertita della duchessa, Maxie faticò a
trattenere la sua rabbia. Era chiaro che questa Maggie trovava molto buffo
l’interesse che Robin mostrava di avere verso questo maschiaccio sporco e
malvestito.
Ma la sua collera si attenuò considerevolmente quando la duchessa le
parlò in tono sinceramente amichevole. — Come sono contenta di conoscervi,
mia cara! — esclamò rivolgendole un sorriso complice: — Spero proprio che
Robin riesca a convincervi. Ha molte buone qualità, anche se immagino che
in questo momento abbiate voglia di ammazzarlo, non è vero?
L’osservazione era così vicina alla verità, che Maxie si sentì spiazzata. —
Effettivamente stavo giusto pensando a quale fosse il sistema migliore. —
Anche se digrignava i denti, era ben decisa a uguagliare l’aplomb della
duchessa.
Maggie scoppiò a ridere. — Immagino che vi abbia semplicemente portata
qui senza una parola di spiegazione, vero?
— Proprio così, vostra grazia. — E Maxie lanciò un’occhiata a Robin, che
non pareva affatto vergognarsi della sua condotta. — Ha solo accennato
vagamente a degli amici che saremmo andati a trovare, niente di più.
— Questa è la conseguenza di tutti quegli anni passati a fare la spia,
quanto meno dici, meglio è. Sono rimasta sconvolta io stessa quando ho visto
per la prima volta questo mausoleo. — E con un ampio gesto della mano
Maggie accennò all’ambiente sfarzoso in cui si trovavano. Poi inclinò di lato il
capo studiandola pensosamente e le chiese: — Siete americana?
Evidentemente aveva la stessa abilità di Robin nell’identificare la
provenienza delle persone dal loro accento. Quel pensiero non contribuì
affatto a migliorare il cattivo umore di Maxie. — Sì, ma mio padre era inglese.
Era il secondogenito del sesto visconte di Collingwood. — Si vergognò
immediatamente per aver sentito il bisogno di nominare i suoi parenti
altolocati, ma ormai era troppo tardi per rimangiarsi quelle parole.
Robin la guardò perplesso quando la sentì accennare alla sua parentela
con i Collingwood, ma si limitò a dire: — Poiché siamo arrivati a Londra con
le tasche vuote, speravamo che ci fosse posto per noi per un paio di notti qui
a Candover House.
— Sono certa che riusciremo a trovarvi qualcosa — la duchessa si rivolse
nuovamente a Maxie. — Permettetemi di mostrarvi la vostra stanza perché
possiate riposarvi e rinfrescarvi.
— Se non vi spiace, vostra grazia, vorrei prima dire una parola a Robin in
privato. — Maxie aveva parlato con voce tranquilla, ma nei suoi occhi
scintillava una luce minacciosa.
— Ma certo. — La duchessa indicò loro una porta. — Potete ritirarvi in
questo salottino.
Mentre Robin seguiva la sua compagna nella stanza, la guardava
preoccupato. Aveva previsto che avrebbe avuto una reazione negativa quando
avesse scoperto di trovarsi nella casa di Maggie, ma non si aspettava certo
una rabbia così violenta.
Non appena lui ebbe chiuso la porta alle loro spalle, Maxie si girò di scatto
tremando di rabbia in ogni centimetro della sua minuscola statura. — Come
osi portarmi nella casa della tua amante!
— Maggie non è più la mia amante da diversi anni — ribatté lui in tono
mite. — Comunque siamo ancora amici e ci aiutiamo se occorre. Visto che tu
e io avevamo bisogno di un posto in cui dormire mi è parso naturale venire
qui.
Attraversò il salone e si appoggiò al camino di marmo. — Sapevo di poter
contare su di lei e su Candover, sapevo che avrebbero accettato due
viaggiatori malmessi senza porre domande, mostrare indignazione, o fare
pericolosi pettegolezzi. Qui puoi ritornare al tuo ruolo di giovane donna
rispettabile senza che nessuno lo venga a sapere.
Maxie strinse le mani a pugno, ma mantenne un tenue controllo sulla sua
furia. — Ti sei qualificato come lord Robert con il maggiordomo, pensavo che
tu mi avessi detto che non si trattava di un titolo autentico.
— Sei stata tu a sostenere che non lo fosse, io mi sono limitato a non
disilluderti — le fece notare lui.
— Dunque tu sei…
— Robert Andreville, figlio secondogenito del marchese di
Wolverhampton. Comunque non sono nobile, proprio come te. Lord Robert è
semplicemente un titolo di cortesia.
— Dunque eravamo sulla proprietà della tua famiglia quando ci siamo
conosciuti. — E lo guardò come se fosse un perfetto sconosciuto. — Ma che
razza d’uomo sei? Dall’inizio alla fine mi hai deliberatamente ingannata,
lasciandomi credere che tu fossi un vagabondo senza dimora, un ladro, o
peggio. Quante altre bugie mi hai raccontato?
— Ti ho sempre detto la verità. — Robin spostò il peso del corpo da un
piede all’altro, evitando lo sguardo di lei.
In uno scatto di rabbia pura, Maxie afferrò una statuetta di porcellana
posata su un elegante tavolino e la scagliò contro Robin.
La statuina si frantumò contro il camino di marmo, a pochi centimetri
dalla sua mano. Robin non si mosse nemmeno quando fu colpito dalle
schegge di porcellana, ma le dita della sua mano sinistra diventarono bianche
per la forza con cui stringevano il bordo di marmo.
— Non mi importa se tutte le parole che mi hai detto hanno il sigillo di
autenticità da parte di domineiddio in persona! Devi essere stato educato da
degli avvocati o dai gesuiti — esclamò sprezzante lei. — I tuoi intenti erano
menzogneri, anche se tu tranquillizzavi la tua delicata coscienza manipolando
la verità piuttosto che raccontare delle bugie vere e proprie. — E le si spezzò
la voce. — Che stupida sono stata a crederti.
La sua pena trapassò l’autodifesa di Robin come un tagliente rasoio.
Scosso, tirò un profondo sospiro: — Hai ragione, stavo usando la verità per
creare una falsa impressione. Ma ti giuro, non era mia intenzione farmi gioco
di te.
— Perché, allora?
E lo fissò intensamente, il bel viso pieno di tensione.
Robin vide la sua vulnerabilità e soffrì per averla ferita, anche se non
intenzionalmente. E nonostante la drammaticità del momento fu assalito dai
ricordi di loro due che facevano l’amore. Pensò alla sua dolcezza, e
generosità, sensualità, passione.
Mentre i loro sguardi si incrociavano, lui la desiderò con un’intensità
irresistibile, dove bisogno fisico ed emotivo erano così strettamente
intrecciati da non riuscire a districarli l’uno dall’altro. L’aveva voluta fin dal
primo istante, quando aveva aperto gli occhi e aveva scoperto che
un’incantevole ninfa dei boschi era inciampata su di lui.
Visto che le cose stavano così, perché mai aveva agito in quel modo
assurdo? Come aveva potuto un uomo generalmente stimato per la sua
sagacia comportarsi come un maledetto stupido? Mentre frugava nei recessi
più profondi della sua mente, trovò la risposta, che era ovvia. — Io non amo
molto lord Robert Andreville — disse con voce tormentata. — Se quel tipo
non piaceva a me, non potevo certo aspettarmi che piacesse a te. E dal primo
momento in cui ti ho incontrata, ho desiderato… ho desiderato
spasmodicamente… di piacerti. Per quanto doloroso fosse essere sincero,
avrebbe dovuto provarci prima. — Il corpo di Maxie si rilassò e la sua collera
svanì.
— Capisco — disse. Ma, anche se non era più furibonda, era ancora triste.
Attraversò la stanza e si fermò all’altra estremità del camino, con le braccia
conserte, e chiese in tono distaccato: — Mi hai portata qui per avere
l’approvazione di Maggie? Oppure volevi semplicemente sconvolgerla
mostrandole quanto tu fossi caduto in basso da quando lei ti ha lasciato?
Visto che sarebbe impossibile trovare un’altra donna bella e aristocratica
come lei, immagino che tu abbia deciso di prendere la strada opposta e così
hai mostrato una spregevole selvaggia per darle una bella dimostrazione.
— Buon Dio, come puoi pensare che ti abbia portata qui per una ragione
tanto assurda? — Robin finalmente capì quale fosse il motivo della sua rabbia
e si sentì stringere il cuore. — Tu sei una donna saggia e piena di personalità
e qualsiasi uomo che fosse tanto fortunato da guadagnarsi la tua stima
conquisterebbe un tesoro. E persino coperta di fango e con l’aria di essere
stata trascinata per i piedi attraverso tutti i cespugli della campagna inglese,
sei bellissima.
Lei strinse le labbra. — Da buon venditore ambulante tu conosci le parole
giuste. Ma certe volte le parola non bastano, lord Robert.
Se lo meritava, è vero, ma aveva l’impressione che lei gli avesse sferrato
un pugno nel plesso solare. — Ti chiedo scusa per essermi comportato come
un idiota privo della minima sensibilità. Non ti ho portata qui per avere
l’approvazione di Maggie, ma è vero che volevo che tu la incontrassi. Voi due
siete le donne più importanti della mia vita e credo che potreste diventare
amiche.
Maxie allungò un braccio e passò la mano sulla mensola scolpita del
caminetto, seguendone il profilo come se fosse stata la cosa più interessante
del mondo. — E se non le piacessi, come è inevitabile che succeda?
— Le piacerai, invece — disse sfiorandole la mano. — Ma io in verità credo
che tu mi stia chiedendo se tra voi due sceglierei te. — E le strinse più forte la
mano. — La risposta è sì. Anche se Maggie fosse tanto stupidamente ostinata
da voler interferire, non riuscirebbe a farmi cambiare idea. Tu sei l’unica che
ha il potere di dividerci.
Maxie chiuse gli occhi e il suo viso tradì una breve, intensa emozione.
Incapace di starle lontano più a lungo, Robin le si avvicinò e la prese tra le
braccia.
Senza resistergli lei gli nascose la faccia nella spalla come svuotata di ogni
forza. Nonostante i loro accesi conflitti verbali, c’era sempre tra loro una
perfetta intesa fisica. Robin la tenne stretta, sperando che quell’abbraccio la
calmasse, così come stava tranquillizzando lui. Visto il carattere forte di
Maxie, lui tendeva a dimenticarsi di quanto fosse minuscola, ma in quel
momento sentì un impeto di tenerezza protettiva: pur non essendo alto, la
testa di lei gli arrivava a malapena al mento.
— La tua testa mi arriva al cuore. — Con una mano le tolse le forcine dai
capelli, che le ricaddero sulle spalle in un lucente manto color ebano. — Sono
un perfetto idiota, Kanawiosta. Mentre eravamo in viaggio avrei voluto poter
cancellare presente e futuro, perché per la prima volta da anni e anni ero
felice.
Le accarezzò la schiena irrigidita, passando le dita tra i suoi capelli di seta.
— Sapevo di doverti delle spiegazioni e che sarei stato costretto a dartele
prima o poi, ma da quel codardo che sono ho preferito rimandare il più
possibile quel momento. Non ho pensato quanto fossi ingiusto con te. Tu mi
sembravi la madre terra: saggia, nutrice, e infinitamente forte. Non ho tenuto
conto del fatto che anche tu hai vecchie ferite e paure.
A testa china, Maxie gli chiese: — Che altre sorprese hai in serbo per me?
Lui rifletté per un momento. — Be’, sono piuttosto ricco. E tra le altre cose
sono il proprietario di Ruxton.
Quest’ultima affermazione le fece alzare di scatto la testa, un lampo di
esasperazione divertita brillò negli occhi. — Vuoi dire che hai rubato i tuoi
stessi cavalli? — E quando lo vide annuire, esclamò: — Se penso a come ero
in ansia!
— Te l’avevo detto di non preoccuparti.
— La duchessa ha ragione. — Il tono era severo, ma le labbra erano
increspate in un sorriso trattenuto a stento. — Sei proprio un miserabile.
— È vero — disse serio, non più divertito adesso. — Ecco perché mi pareva
una buona idea essere qualcun altro.
La porta si aprì ed entrò la duchessa di Candover. Ma quando vide i suoi
ospiti abbracciati fece per ritirarsi rapidamente.
— Non scappare, non ce n’è bisogno — Robin lasciò Maxie senza fretta. —
Abbiamo stipulato una tregua.
— Rafe ha mandato un messaggio dicendo che tornerà da Westminster
prima del previsto — disse la duchessa, troppo intelligente per fare
commenti. — Che ne direste di cenare con noi tra un’oretta? Mi piacerebbe
molto avervi con noi, ma se siete troppo stanchi, potreste mangiare in camera
vostra.
— Accetto con piacere, vostra grazia — ripose Maxie dopo avere lanciato
un’occhiata a Robin — ma devo avvertirvi che ho con me un solo vestito, che
è piuttosto malconcio.
— La mia cameriera può spazzolarlo e stirarlo. — Poi lo sguardo della
duchessa cadde sui frammenti di porcellana sparsi sul pavimento e la sua
faccia si illuminò. — Che gioia! Avete rotto quella orribile copia del
Laocoonte.
Maxie si fece di fiamma in viso. — Mi spiace, è stata tutta colpa mia. Ve la
sostituirò al più presto.
— Non provateci nemmeno. — La duchessa sorrise maliziosamente, — Era
il dono di nozze di uno dei cugini Whitbourne che disapprovava il
matrimonio di Rafe con me. Effettivamente tre persone divorate da un
mostro a forma di serpente non sono certo un dono amabile, non vi pare?
L’ho sempre lasciato sul bordo del tavolo, sperando che una delle cameriere
lo facesse cadere inavvertitamente, ma non è mai servito a nulla.
Maxie sorrise. Solo una vera dama sarebbe stata in grado di mettere a suo
agio in quel modo un’ospite che aveva combinato un guaio, ringraziandola
per averli fatto un favore. — Se avete qualche altro oggetto di cui volete
liberarvi, sarò felice di accontentarvi.
— Benissimo! — La duchessa si voltò. — Vi posso accompagnare nella
vostra camera, adesso? Avete il tempo per fare un bagno o un sonnellino, se
volete.
Con un’espressione tesa Maxie seguì la duchessa su per le scale. Era già
stato difficile credere che lei e Robin avrebbero potuto risolvere i problemi
personali che li dividevano, ma adesso era stata catapultata in un mondo
estraneo, dove pochi l’avrebbero accettata di buon grado. Prima avrebbe
capito se era in grado di viverci meglio sarebbe stato.

Dopo aver fatto un piacevole bagno, Maxie fu vestita e pettinata dalla


cameriera personale della duchessa, ma lanciò ugualmente un’occhiata
nervosa allo specchio quando un valletto venne a prenderla. Poi, a testa alta,
lo seguì giù da basso nel piccolo salone. Robin e la duchessa stavano
chiacchierando piacevolmente, le teste bionde vicine. Anche l’abbigliamento
di Robin era stato cambiato, probabilmente attingendo a quello del duca in
persona. Sembrava così perfettamente a suo agio che i timori tornarono ad
assalire Maxie. La casa di un duca poteva essere il posto giusto per Robin, ma
lei che diavolo ci faceva là?
Quando la vide, Robin si alzò in piedi e le andò incontro, con uno sguardo
così pieno di ammirazione che Maxie si sentì riscaldare dalla testa ai piedi.
— Sei splendidamente elegante — le disse, accompagnandola a sedere
accanto alla duchessa. — Anche se devo ammettere che il mio giudizio può
essere viziato dal fatto che questa è la prima volta che ti vedo indossare un
vero vestito da donna.
L’ammirazione di Robin e le sue battute la misero talmente a suo agio che
Maxie riuscì a unirsi alla conversazione senza sentirsi intimidita. L’abito che
indossava la duchessa era semplice come quello di Maxie, un’altra
dimostrazione del tatto squisito di quella gran dama.
La duchessa stava proprio fissando con aria preoccupata l’orologio sulla
mensola del camino, quando si aprì la porta. Maxie si rese immediatamente
conto che l’uomo che era entrato nella stanza era il duca di Candover. Mentre
Robin era un camaleonte, in grado di impersonare migliaia di ruoli, il duca
non avrebbe potuto impersonare altri che se stesso, un essere aristocratico
fino al midollo. Era anche incredibilmente bello, degno compagno della
splendida Maggie. — Scusami per il ritardo, mia cara — disse il nuovo arrivato
— ma mi ha fermato Castlereagh proprio mentre me ne stavo andando. — Poi
vide gli ospiti, si interruppe e il suo volto si illuminò. — Robin, briccone, che
cosa ti porta a Londra?
I due uomini si strinsero cordialmente la mano, poi Robin presentò Maxie
al duca. Mentre Candover si chinava a baciarle la mano, Maxie vide che aveva
i capelli e la carnagione scuri come i suoi, ma gli occhi, che la fissavano con
amichevole interesse, erano di un freddo grigio nordico.
— Collins — ripeté il duca mentre raddrizzava la schiena. — Siete per caso
imparentata con i Collins di Chanleigh?
— L’attuale lord Collingwood è mio zio, vostra grazia.
— Allora siamo lontani cugini, di secondo o terzo grado, mi pare. —
Candover le rivolse un sorriso smagliante che le ricordò molto quelli di
Robin. — È sempre un piacere conoscere una nuova cugina, soprattutto
quando è molto attraente. — E offrendole il braccio aggiunse: — Poiché,
contrariamente ai dettami della moda, devo confessare di avere una fame da
lupo, forse potremmo andare subito a cena. Sono molto più amabile quando
il mio appetito è stato soddisfatto.
Sorridendo Maxie accettò il suo braccio, pensando che, nonostante quelle
parole, il duca non avrebbe potuto dimostrarsi più cordiale con lei.
Come la duchessa aveva promesso, fu una semplice cena familiare, anche
se c’era una grande abbondanza di cibo cucinato in modo superbo. Maxie fu
lieta di non dover affrontare le innumerevoli portate considerate
indispensabili a Chanleigh. I suoi timori che ci potessero essere delle
particolari regole conviviali davanti alle quali sarebbe apparsa ignorante e
provinciale, si rivelarono completamente infondati. Aveva visto un maggiore
sfoggio di forchette e cucchiai a Boston.
E non ci furono imbarazzanti pause di silenzio nella conversazione perché
i tre inglesi fecero in modo che l’americana non si sentisse esclusa dai loro
discorsi. Maxie fu loro grata per quella premura. Forse dopotutto Robin aveva
avuto ragione a portarla là.

Mentre i Candover erano impegnati in un’animata discussione a proposito


di un’imminente gita in campagna, i loro ospiti si avvicinarono a una porta
finestra che dava su un giardino così splendido e rigoglioso che era difficile
credere di trovarsi nel cuore di una delle città più grandi del mondo.
— Mi sentirò molto solo nel letto stanotte — disse Robin sottovoce e
allungò una mano fino a toccarle il dentro del palmo. — Qui non c’è nessuno
di guardia nei corridoi e potremmo passare la notte insieme senza che
nessuno lo venga a sapere.
Il cuore di Maxie accelerò i battiti mentre lui le tracciava sul palmo in
modo molto sensuale lenti cerchi con la punta del dito. Poi le sfiorò la pelle
delicata all’interno del polso, su e giù, carezzevole, infiammandole il sangue
nelle vene. Maxie deglutì faticosamente e si scostò da lui. — Mi spiace, so che
non ti sembrerà molto razionale, ma non mi sembra giusto venire a letto con
te qui, in questa casa.
Intendeva la casa di Maggie, naturalmente. Robin chiuse gli occhi e
l’espressione del suo viso cambiò. — Capisco i tuoi motivi, anche se vorrei
che le cose stessero diversamente.
Prima di lasciarlo, Maxie esitò. — Non avrai un altro incubo se dormirai
solo, vero?
— Se anche ne avessi uno, sarà certo meno tenibile che in passato. — E le
rivolse un sorriso caldo e intimo come un bacio. — Avevi ragione tu, il carico
è più leggero se lo dividi con qualcuno.
Mentre andava a dare la buonanotte ai suoi ospiti, Maxie pensò a quanto
sarebbe stato facile per Robin usare la sua preoccupazione per lui per
convincerla a trascorrere la notte insieme. Sotto quel suo pericoloso fascino e
le sue abilità perverse c’era davvero un uomo onesto.
Era un pensiero rassicurante da portarsi nel suo sonno solitario.

Il duca di Candover stava spazzolando i lunghi capelli color grano della


moglie. Margot si appoggiò allo schienale, con gli occhi chiusi e
un’espressione compiaciuta sul viso. — Che cosa ne pensi dell’amica di
Robin, Maxie?
L’oltra sorrise. — Mi piace. Robin ti ha spiegato come mai hanno deciso di
venire qui?
— Non in dettaglio. Vuole sposarla — aggiunse dopo un momento.
— Davvero? — La mano di Rafe si arrestò. — Non può conoscerla da
molto.
— È così importante? Io ho desiderato sposarti la prima volta che ti ho
conosciuto.
— Non me lo avevi mai detto. — Sentendosi assurdamente felice, riprese a
spazzolarle i capelli.
— Sei già fin troppo vanitoso — ribatté sua moglie e poi fece un salto
strillando, quando lui le fece il solletico.
— Non è una di quelle ragazze convenzionali che puoi trovare dappertutto.
È intelligente, originale, versatile. Abbastanza simile a Robin, se ci pensi. E
molto graziosa.
— Lo sapevo che non ti sarebbe sfuggito — disse ironicamente la
duchessa.
Rafe sogghignò. — Preferisco le bionde io. — E dopo avere posato la
spazzola, cominciò a massaggiarle il collo e le spalle. — Ti infastidisce vederlo
con un’altra donna? Mi sorprende un po’ che l’abbia portata qui.
— Al contrario, mi sarei sentita sorpresa e offesa se Robin non avesse
avuto il coraggio di venire da me con lei. — E sorrise, ridendo di se stessa. —
Suppongo che tutte le donne, in un angolino recondito della loro mente,
sperino egoisticamente che i loro passati amanti le rimpiangano per sempre,
sospirando e dicendosi che se le cose fossero andate in modo diverso…
— Proprio come io ho pensato a te per una decina di anni?
— Esattamente — replicò lei con uno scoppio di risa. — Ma io desidero
veramente che Robin sia felice. Non voglio che continui a rimpiangere il
passato o finisca per sposare qualche stupida ragazza insignificante,
unicamente perché si sente solo e non ha trovato di meglio.
— Non credo che potrebbe fare una cosa così stupida.
— Io non ne sono poi tanto sicura — replicò Margot e una ruga le si
disegnò tra le sopracciglia. — È da quando abbiamo lasciato la Francia che mi
preoccupo per Robin. Anche se le sue lettere erano sempre divertenti, non
erano piene di vita come lui, era come se stesse cercando di nascondere il suo
vero stato d’animo. Ma stasera quando l’ho visto, era tornato quello di
sempre. — Rifletté un momento e poi aggiunse: — Anzi no, stava anche
meglio.
— E cosa pensi di quella ragazza, così poco appropriatamente battezzata
Maxima?
— Mi piace molto — rispose Margot ridacchiando. — Aveva il pelo ritto
come un gatto infuriato quando Robin ci ha presentate, ma nel complesso ha
mostrato un grande controllo di sé. In un mondo pieno di gente
insignificante, lei ha davvero una grande personalità.
— Ti consiglio di usare molta cautela nei tuoi approcci con lei — fece Rafe
in tono secco. — Può darsi che la signorina Collins non sia troppo entusiasta
dell’amicizia tra Robin e un’altra donna.
Leggendo tra le righe, Margot inclinò la testa all’indietro per guardarlo in
faccia. — Lo sai bene, vero, che non devi essere geloso di Robin? Pensavo che
voi due foste diventati amici.
Rafe fece scorrere la mano in un gesto carezzevole lungo il suo collo
snello. Anche se aveva imparato ad accettare la relazione tra sua moglie e
Robin, la cosa non era stata facile per un uomo appassionato e possessivo
come lui. — No, geloso no. Forse invidioso per tutti gli anni in cui lui ti ha
avuta e io no.
Lei scosse la testa, i solenni occhi grigio-verde fissi nei suoi. — Lui aveva
Maggie, la spia. Ma le circostanze che l’avevano creata sono finite, e lei non
esiste più.
— Lo so, adesso tu sei Margot. — Rafe si chinò a dare un lungo bacio alla
moglie. — E Margot è mia.
Poi la prese tra le braccia e la posò sul loro letto dove le dimostrò il suo
amore nel modo più significativo e soddisfacente.

Era molto tardi quando lord Collingwood arrivò al Clarendon Hotel ma,
nonostante la sua stanchezza, tardò a prendere sonno. Dopo essersi girato e
rigirato nel letto per mezz’ora, allungò il braccio e prese la fiasca di liquore
che aveva lasciato sul comodino.
Bevve al buio e direttamente dalla fiasca, pensando alla sua missione.
Maxima poteva già essere a Londra. Forse aveva già scoperto la verità su suo
padre. L’idea gli dava la nausea.
Bevve un altro sorso di brandy. Come se la situazione non fosse già
abbastanza complicata di per sé, c’era anche quel saltimbanco con cui
viaggiava sua nipote. Se era ancora insieme a lei, anche quel tipo poteva
essere fonte di guai. Doveva farlo togliere di mezzo.
Da qualsiasi punto di vista la si guardasse, era una faccenda
maledettamente sgradevole. E il peggio era che lui era piuttosto affezionato a
Maxima, nonostante la sue origini irregolari. Era per quello che si stava
dando tanto da fare. Se avesse fallito, Althea avrebbe detto che era colpa sua,
perché non aveva avuto più coraggio.
Soffocando un gemito, seppellì di nuovo la testa sotto il cuscino. La
famiglia poteva essere un vero inferno.
Desdemona entrò nel suo luminoso salotto, assaporando il piacere di
essere di nuovo a casa. Tutto era così tranquillo, così normale, da farle quasi
dubitare della realtà di quello che era successo nelle ultime pazze settimane,
come se queste fossero state frutto della sua immaginazione.
Sentendo il rumore di una carrozza che si fermava si affacciò a guardare
dalla finestra, poi sorrise. Non c’era nulla di poco reale nella figura atletica e
imponente del marchese di Wolverhampton, che stava già salendo i gradini.
Le aveva detto che sarebbe venuto a trovarla quella mattina alle undici, ora di
visita considerata poco chic nella buona società, e l’orologio stava giusto
battendo undici rintocchi mentre lui bussava alla porta. A Desdemona
piacevano gli uomini su cui si poteva fare affidamento. Mentre aspettava che
lo facessero entrare, suonò il campanello perché portassero il caffè.
Dopo che si furono salutati, Giles le disse: — Mio fratello è a Londra. L’ho
mancato per poco stamattina in banca.
— Splendido! E in banca avevano qualche idea di dove fosse alloggiato?
— No, purtroppo, ma adesso sappiamo che è arrivato a Londra e che non
sta cercando di nascondersi. Dovrei trovarlo nel giro di un paio di giorni.
Desdemona stava per rispondergli quando entrò nella stanza la cameriera.
— Scusatemi, milady — fece dopo una riverenza — ma ci sono qui la signorina
Maxima Collins e lord Robert Andreville che vorrebbero vedervi e — aggiunse
con aria di disapprovazione — nessuno dei due è stato in grado di
consegnarmi un biglietto da visita per voi.
Desdemona rimase a bocca aperta, poi si riprese e ordinò alla ragazza di
farli entrare.
Un minuto dopo, l’oggetto della sua lunga ricerca entrò con calma nel
salotto.
Avevano detto a Desdemona che sua nipote era piccola, scura di
carnagione, e attraente, ma questa descrizione non le faceva certo giustizia.
Inoltre non pareva affatto una persona che si lasciasse intimidire facilmente
dalle difficoltà della vita.
Altrettanto sorpresa, Maxima studiò la sua alta zia dalla chioma
tizianesca. Desdemona pensò divertita che dal di fuori loro due dovevano
sembrare due gatti che si annusavano per conoscersi.
— Spero che tu ci perdonerai per questa visita senza preavviso, zia
Desdemona. — E indicò il suo compagno. — Questo è il mio amico lord
Robert Andreville. Robin, lady Ross.
Desdemona lanciò una breve occhiata all’accompagnatore di sua nipote,
poi lo guardò di nuovo con un interesse che rasentava la maleducazione. Il
biondo lord Robert aveva l’aria di un gentiluomo, non di un mascalzone, ed
era tanto bello da far girare la testa a qualsiasi donna. Non c’era da
meravigliarsi che la ragazza fosse scappata con lui.
Robin si inchinò educatamente davanti alla sua ospite. — Servo vostro,
lady Ross. — Poi si rialzò con un sorriso che avrebbe fatto palpitare il cuore a
una donna più sensibile.
Non essendo molto sensibile in quel momento, Desdemona gli rivolse
uno sguardo enigmatico e un breve cenno del capo. A sua nipote disse invece:
— Mia cara ragazza, sono così contenta di conoscerti finalmente. Sono stata
molto in ansia per te.
— Come mai? — chiese Maxima, sgranando gli occhi con aria innocente.
Desdemona sentì la risatina del marchese. Evidentemente si stava
divertendo immensamente.
Lord Robert non aveva notato la presenza del fratello ma quando lo sentì
ridere, guardò nella direzione da cui proveniva quel suono. — Giles! Che
coincidenza! Non sapevo che intendessi venire a Londra questa primavera, e
nemmeno che conoscessi lady Ross.
— Non conoscevo la signora, infatti, e tanto meno intendevo fare questo
viaggio — rispose Wolverhampton. — Sei tu il responsabile di entrambe le
cose.
— Davvero?
— Lady Ross e io abbiamo percorso l’Inghilterra in lungo e in largo in
queste ultime due settimane, sia separatamente che insieme, per cercare di
trovarvi — spiegò Giles e informò i due fuggitivi del suo primo incontro con
lady Ross e di quello che era accaduto in seguito.
Dopo le dovute spiegazioni e delucidazioni, e la rassicurazione da parte di
Maxie che lord Robert si era comportato da perfetto gentiluomo fu ordinato
dell’altro caffè.
Desdemona si offrì poi di ospitare Maxie in casa sua.
— Sei molto gentile, ma siamo alloggiati a Candover House, il duca e la
duchessa sono stati molto ospitali.
— Siete a casa di Candover e della sua nuova moglie? — chiese stupito il
marchese.
— Sì. — Fu lord Robert a rispondere, con un leggero tono di sfida. —
Perché no?
— Certo, perché no? — ripeté Giles.
Desdemona si chiese che cosa ci fosse sotto, ma decise che si sarebbe fatta
spiegare tutto da Giles quando fossero rimasti soli. — Hai lasciato Chanleigh
così all’improvviso perché Althea ti tormentava? — chiese poi, rivolgendosi
alla nipote. — Non sopporta di essere contraddetta.
Maxie esitò, cercando con cura le parole. — Questa è solo una parte del
motivo per cui sono scappata disse alla fine. — Volevo anche conoscerti prima
di tornare in America.
— Hai intenzione di lasciare l’Inghilterra? — Questa possibilità non era
mai venuta in mente a Desdemona. Uno sguardo privo di espressione
apparve nei caldi occhi castani della ragazza. — In realtà i miei progetti sono
molto confusi.
In un certo senso non era una cattiva idea quella che Maxie se ne tornasse
in America. In questo modo non ci sarebbero stati scandali nel caso fosse
trapelato qualcosa del suo viaggio.
Maxie posò la tazzina del caffè e si chinò in avanti, le mani strettamente
intrecciate in grembo. — Ti prego, Desdemona, potresti raccontarmi di
quando hai visto Max prima della sua morte?
Vedendo l’espressione ansiosa di sua nipote, Desdemona indovinò la vera
ragione per cui la ragazza era venuta a Londra. Max era molto legato a sua
figlia, ed evidentemente questo legame era reciproco. Doveva essere stato
molto doloroso per Maxie venire a sapere che suo padre era morto solo e
lontano da tutti. — Ma certo, non mi dispiace parlare di lui — rispose,
appoggiandosi allo schienale della poltrona con un sorriso di nostalgia. — È
stato molto bello rivedere Max…
Mentre Desdemona iniziava a parlare, il marchese si alzò in piedi. — Voi
signore avrete molte cose da raccontarvi. Se vuoi, Robin, puoi lasciare la tua
carrozza alla signorina Collins e io ti darò un passaggio dovunque tu sia
diretto.
Robin scambiò un’occhiata con Maxie, che annuì. Dopo i saluti, i due
uomini lasciarono la casa e salirono sulla carrozza di Wolverhampton. Robin
chiese di essere accompagnato a Whitehall per rivedere i suoi vecchi colleghi.
I due fratelli chiacchierarono e commentarono le loro avventure, poi
Robin disse a bruciapelo. — Ho chiesto a Maxie di sposarmi, avresti qualche
obiezione sé accettasse la mia proposta di matrimonio?
Giles inarcò le sopracciglia. — Avrebbe qualche importanza se mi
opponessi? Siete tutti e due maggiorenni?
— Se vuoi sapere se la tua disapprovazione mi farebbe cambiare idea, la
risposta è no. Ma preferirei di gran lunga che tu l’accogliessi nella famiglia.
Non sempre è stata accettata come merita. — Robin abbassò lo sguardo. —
Penso che sia ora che io mi sistemi.
Giles rise. — Non sono molto sicuro che il matrimonio con una ragazzina
scatenata con tanto fegato da attraversare tutta l’Inghilterra a piedi, attaccare
un pugile professionista, e non arretrare nemmeno davanti a una cena con
una duchessa, possa definirsi una sistemazione, ma, per quel che può valere,
hai tutta la mia approvazione. Voi due dovreste essere molto adatti l’uno
all’altra. Ma la signora è un po’ riluttante forse?
— Ha qualche dubbio — Robin ridacchiò — ma ho sfoderato tutto il mio
noto fascino per convincerla.
Non appena Robin ebbe messo piede giù dalla carrozza a Whitehall, Giles
levò una fervente preghiera al cielo perché la ragazza accettasse la proposta di
suo fratello. Aveva subito capito, non appena la coppia era entrata nel salotto
di lady Ross, che Robin era guarito dalla nera depressione di cui soffriva. Se
quello che ci voleva per far ridere di nuovo Robin era una incantatrice dagli
occhi scuri con un caratterino pepato, allora Giles era più che disposto ad
accettarla come cognata.
17

Quando Maxie rientrò a Candover House, scoprì con suo grande sollievo
che Robin non era ancora tornato, questo voleva dire infatti che avrebbero
dovuto rimandare al giorno dopo la visita alla locanda dove era morto suo
padre.
Maxie aveva sempre più paura di quello che avrebbero scoperto. A sentire
Desdemona, Max le era parso piuttosto nervoso durante il soggiorno a
Londra. Mentre Maxie l’ascoltava, aveva sentito calare su di sé una cappa di
ansia. Le era infatti parso più che probabile che suo padre si fosse lasciato
coinvolgere in qualche equivoco progetto che poi aveva causato la sua rovina.
Ma Desdemona era stata incantevole. Finalmente aveva trovato una parente
inglese con cui sentiva di avere realmente qualcosa in comune! Suo padre le
aveva spesso detto che lei gli ricordava la sua sorellina e adesso Maxie capiva
perché: loro due erano molto simili, al di là di certe differenze superficiali.
Sua zia poteva anche essere considerata un’ostinata eccentrica secondo la
ristretta mentalità della società inglese, ma lei, Maxie, non aveva dubbi sul
fatto che Desdemona se la sarebbe cavata splendidamente nelle selvagge
lande dell’America.
Anche il fratello di Robin si era rivelato una piacevole sorpresa.
Nonostante i due uomini fossero ben poco somiglianti fisicamente, il
marchese sorrideva spesso e aveva un carattere aperto e tollerante molto
simile a quello di Robin. Era inoltre stato molto gentile con lei, nonostante le
sue origini irregolari. Forse non avrebbe avuto niente da ridire se lei fosse
entrata a far parte dell’aristocratica famiglia degli Andreville.
Quando andò ad appendere il mantello e aprì le ante dell’armadio, Maxie
rimase senza fiato per la sorpresa. Erano passate poche ore da quando Robin
le aveva suggerito di arricchire il suo guardaroba, e adesso già erano apparsi
nel suo armadio quattro vestiti, con scarpette intonate che erano state
ordinatamente allineate sul fondo del mobile. E inoltre vi erano accessori
vari, quali guanti, calze e scialli, ben piegati sugli scaffali.
Maxie appese il cappello e prese il vestito meno elaborato dei quattro, un
grazioso abito da sera di seta, di un rosso che avrebbe fatto risaltare
magnificamente la sua carnagione scura.
Mentre richiudeva l’armadio, sorrise. Robin riusciva a distrarla dai suoi
pensieri cupi su suo padre persino senza essere presente. Quindi adesso era
libera di meditare tristemente su di lui.
Maxie era stata fortemente tentata di accettare subito la sua offerta di
matrimonio, prima che lui potesse ripensarci. Ma non poteva scacciare dalla
mente il pensiero che tale offerta le era stata fatta solo perché lei era
disponibile, mentre la donna su cui sarebbe caduta la scelta di Robin, non lo
era. Se Maxie non fosse, stata innamorata di lui, avrebbero potuto sposarsi,
vivere piacevolmente insieme, godendo della compagnia reciproca e
dell’unione fisica, senza grandi problemi. Anche se probabilmente non
avrebbero mai raggiunto le vette esaltanti di un matrimonio d’amore,
avrebbero comunque evitato la monotonia e la solitudine.
Ma lei lo amava e lo squilibrio emotivo tra loro due sarebbe stato
disastroso. Se avesse vissuto con lui, il pensiero che Robin l’aveva scelta
soprattutto perché lei era presente e l’aveva aiutato durante i suoi incubi le
avrebbe piano piano avvelenato l’esistenza.
Maxie si massaggiò stancamente le tempie. A meno che Robin non le
avesse dimostrato sinceramente che desiderava sposare lei, Maxima Collins,
mezzosangue americana ben diversa da una vera lady, sposarlo sarebbe stata
una stupidaggine.
Rabbiosamente Maxie decise di andare a cercare qualcosa che la
distraesse. Era disposta a comportarsi da donna saggia e nobile rifiutando
Robin, ma pretendere che lo facesse di buona grazia era davvero chiedere
troppo!

Persa nella lettura di un romanzo epistolare, Maxie si accorse solo


all’ultimo momento che la duchessa era entrata nella biblioteca, aveva chiuso
la porta dietro di sé e ci si era appoggiata.
Prima che potesse dirle qualcosa, la donna barcollò e poi andò a sedersi su
un lungo divano.
— Non state bene, vostra grazia? Devo andare a chiamare qualcuno? —
chiese Maxie allarmata.
Il grazioso viso della duchessa era di un interessante color grigio-verde
che però non si intonava ai suoi occhi.— No, per favore — rispose cercando di
sorridere, — Sono entrata qui proprio per evitare di allarmare tutti. Rafe ha
incaricato ogni singolo domestico della casa di non perdermi d’occhio un
attimo e lui è il più assillante di tutti.
Si appoggiò allo schienale del divano e chiuse gli occhi: — Non ho niente
di grave, tranne il fatto che non ho ancora imparato bene l’arte di fare un
figlio. Quasi tutte le donne hanno la nausea di mattina, ma per me pare che il
momento giusto sia il pomeriggio.
— Capisco — fece comprensiva Maxie. Dalla figura ancora snella della
duchessa capì che era ai primissimi mesi di gravidanza. — Sdraiatevi e
mettete i piedi sul divano.
Mentre l’altra le obbediva docilmente, Maxie prese da un altro divano una
coperta morbida e calda e con questa la coprì. — Forse dovreste mangiare
qualche cosa.
La duchessa rabbrividì.
— Molte donne incinte trovano che faccia loro bene mangiare spesso
durante il giorno — disse Maxie in tono rassicurante. — Niente di elaborato,
qualcosa come tè e biscotti.
— Vale la pena provare — acconsentì la duchessa dopo avere riflettuto un
attimo.
Un quarto d’ora più tardi, quando, dopo molte esitazioni, ebbe consumato
due focaccine calde e una tazza di tè, la futura madre riacquistò il suo colorito
normale, — Grazie del consiglio — disse rannicchiandosi in un angolo del
divano — mi sento molto meglio. — E fece una smorfia. — Almeno fino alla
prossima volta.
— Non preoccupatevi, vostra grazia, dopo il terzo mese le nausee
spariranno come per incanto.
Senza riuscire a nascondere la curiosità, la duchessa le disse: — Parlate
come una levatrice.
— No, non lo sono, ma ho fatto molte esperienze. — Maxie finì l’ultimo
boccone della sua focaccina. — Robin non vi ha parlato del mio passato?
— No, naturalmente. — La duchessa la guardò con aria severa. — È
l’ultimo uomo al mondo che racconterebbe i fatti privati di un’altra persona.
Certe volte è addirittura impossibile fargli dire qualcosa di sensato su
argomenti insignificanti. E vorrei che tu mi chiamassi Margot.
— Non Maggie?
— Il mio vero nome è Margot ed è quello che uso ora. Maggie è solo un
diminutivo che mi ha dato Robin e sono stata chiamata così per tutto il
tempo in cui ho lavorato come spia. Sono sicura che sarò sempre Maggie per
lui, proprio come io penserò sempre a lui come a lord Robert. — E inclinò di
lato la testa bionda, come se avesse voluto aggiungere qualcosa ma non ne
avesse il coraggio. Poi prese il toro per le corna e disse: — So che non ti senti
a tuo agio con me, ma ricordati che non sono tua nemica. Anzi, vorrei tanto
che fossimo amiche noi due.
Maxie fu costretta a riconoscere alla duchessa un grande coraggio per aver
affrontato in modo così diretto un problema molto imbarazzante. — Non
intendevo ricambiare la tua ospitalità comportandomi in manierai villana, ma
devo ammettere che mi è difficile comprendere la relazione che esiste tra te e
Robin.
— Trovo che tu sia stata tutt’altro che villana: hai affrontato molto bene
una situazione che avrebbe fatto saltare i nervi a molte donne. — Margot
sorseggiò il suo tè. — Ho conosciuto Robin quando mi ha salvata dai francesi
che avevano ucciso mio padre. Desideravo disperatamente combattere contro
Napoleone, con qualsiasi mezzo mi fosse possibile, e così abbiamo deciso di
lavorare insieme. Eravamo giovani e potevamo contare solo l’uno sull’altra.
C’era un grande affetto tra noi due e fu facile, e anche molto gratificante,
diventare amanti. Ciononostante ci sono voluti più di dieci anni prima che
venissi a conoscere con assoluta certezza il vero nome di Robin, la sua
condizione sociale, o la sua nazionalità.
Posò la tazzina e cominciò distrattamente a girarsi la fede intorno al dito.
— Credo che sia difficile capire bene tutto questo al di fuori del contesto della
guerra. Robin stava via per mesi e mesi, rischiando la vita in situazioni a cui
io cercavo di non pensare. Poi ricompariva, tutto allegro, come se avesse
semplicemente fatto quattro passi dietro l’angolo. Eravamo molto legati sotto
certi punti di vista, ma non abbiamo mai condiviso totalmente la nostra vita
personale. Alla fine non ci parve più giusto essere amanti e questo aspetto
della nostra relazione finì. Ma rimassero l’amicizia e la fiducia reciproca, e
queste resteranno per sempre. — Lo sguardo dei suoi occhi grigioverdi si
perse lontano. — Chissà, forse le cose sarebbero andate diversamente se io
non fossi stata innamorata di Rafe prima ancora di conoscere Robin, ma è
impossibile dirlo. Ho però la sensazione che Robin e io siamo troppo simili
per poter costituire la coppia ideale. — Il suo atteggiamento a questo punto
cambiò e Margot parlò in tono fermo e deciso. — Adesso forse puoi capire
perché desidero sinceramente che Robin sia felice.
Maxie si sentì un nodo alla gola. Non doveva essere stato facile per la
duchessa mettere a nudo la sua anima davanti a una donna che era
praticamente un’estranea. — Ti ringrazio della tua franchezza, Margot.
— È nel mio stesso interesse fare la pace con te. Se tu provassi dei rancori
verso di me, la cosa inciderebbe sulla mia amicizia con Robin e questo mi
disturberebbe moltissimo. — Poi le rivolse un sorriso che tradiva una punta
di malizia. — Forse potresti provare a pensare a Robin e a me come se
fossimo fratello e sorella. Con Rafe ha funzionato.
Per celare i suoi pensieri Maxie si chinò e si versò un’altra tazza di tè. Non
doveva essere stato facile per Robin e Candover diventare amici, visto che
amavano la stessa donna, eppure a quanto pareva ci erano riusciti. Perché
mai doveva essere da meno di loro? Inoltre non era difficile trovare simpatica
Margot. — Stai mostrando una grande generosità nei confronti sia miei sia di
Robin — disse Maxie alzando gli occhi e guardandola. — Non è difficile capire
perché Robin sia innamorato di te.
— Robin non è mai stato innamorato di me — la contraddisse in tono
fermo Margot. Fece per continuare, ma poi si interruppe. — Non voglio dirti
altro, forse ho già parlato troppo.
Se non altro la duchessa era riuscita a convincerla che non era innamorata
di Robin, pensò Maxie, e decise di approfittare di quella donna saggia e
tollerante della sua disponibilità ad ascoltarla. — Robin mi ha chiesto di
sposarlo — iniziò in tono esitante — ma è difficile credere che qualcuno con il
mio passato e le mie origini possa essere accettato nel vostro mondo.
— Sciocchezze. Tu hai dei modi impeccabili, hai. ricevuto una buona
istruzione, e sei di bell’aspetto. Con tutti questi vantaggi e un minimo di
arroganza saresti accettata persino alla corte del re. Tutto sta nel non scusarsi
mai per quello che si è.
Maxie sorrise. — Si direbbe che questa è una lezione che hai imparato a
tue spese, ma immagino che tu non abbia mai avuto problemi a essere
accettata nella buona società.
— Rimarresti molto sorpresa se ti raccontassi tutto — disse cupa la
duchessa. — Quando ho sposato Rafe, la mia situazione non era meno
difficile della tua. Tu parli del tuo passato e delle tue origini, ma io ho un
passato decisamente equivoco. Per fortuna Rafe ha Medusa tra i suoi
antenati e quando qualcuno lo contraria, in qualche modo, lo impietrisce con
lo sguardo. E fin da principio ha messo bene in chiaro che chiunque si fosse
comportato scortesemente con me avrebbe dovuto fare i conti con lui.
— A sentirti si direbbe che sia possibile per me vivere qui — disse seria
Maxie.
— Dipende solo da te. — La duchessa la fissò con uno sguardo furbo. — Sei
disposta a fare un tuffo nella mondanità per vedere come riesci a stare a
galla? Stasera do’ una cena, niente di importante e ufficiale, solo alcune
coppie di cari amici, sono persone veramente simpatiche. Non sei costretta a
partecipare, ma se vuoi prosare, potrei invitare anche tua zia e il fratello di
Robin, così vedrai delle facce familiari.
Così presto? Soffocando la sua prima reazione di panico, Maxie rispose
che quella era una buona occasione per cominciare.
— Bravissima! Credo che ti divertirai.

Dopo la partenza di Maxima, Desdemona era in uno stato di grande


euforia. Era stato per puro senso del dovere che si era imposta di ritrovare la
nipote scomparsa, ma era stato un vero piacere scoprire che la vera Maxie era
molto più interessante dell’insipida fanciulla che Desdemona aveva pensato
di dover salvare.
Anche lord Robert si era rivelato una piacevole sorpresa. Era
evidentemente più che disposto a fare il suo dovere con Maxima, e la ragazza,
dal canto suo, pareva tutt’altro che indifferente al suo fascino.
Sarebbe stata una splendida unione. Desdemona si rilassò contro lo
schienale della poltrona e fissò il soffitto sorridendo e rimproverandosi per
quei suoi pensieri così poco progressisti. Era una donna moderna e
indipendente e sarebbe stata pronta a prendere le parti di sua nipote se
questa si fosse rifiutata di sposare l’uomo che l’aveva compromessa.
Ma evidentemente questo tipo di intervento non sarebbe stato necessario
e non solo perché Maxima era perfettamente in grado di badare da sola ai
suoi interessi. In quegli ultimi giorni infatti Desdemona aveva incominciato a
pensare che il matrimonio non era necessariamente un male, almeno non
quando si basava su rispetto e affetto reciproci.
Il suo sorriso si allargò quando le passò per la testa un altro pensiero non
molto generoso. Lord Robert era ricco, intelligente, e bello. Era un uomo
poco convenzionale, ma a posto, e apparteneva al ceto più elevato della
società. Ad Althea sarebbe venuto un colpo se la sua tanto disprezzata nipote
mezzosangue avesse sposato un così bel partito. Che prospettiva deliziosa!
Verso la fine del pomeriggio, mentre stava sbrigando la corrispondenza
arretrata, la cameriera le portò un biglietto. — Questo è appena arrivato,
milady. Il valletto sta aspettando la vostra risposta.
Desdemona lesse rapidamente il messaggio. Era della duchessa di
Candover, che la invitava a una cena quella sera stessa. Poiché la signorina
Collins si sarebbe forse sentita a disagio tra tante persone sconosciute, la
duchessa sperava che lady Ross l’avrebbe onorata della sua presenza. Anche
lord Wolverhampton era stato invitato, aggiungeva la duchessa.
Il biglietto era scritto in maniera deliziosa. Anche se Desdemona
conosceva il duca, non aveva però mai incontrato la sua nuova moglie. Trovò
che fosse molto gentile da parte della duchessa essere così attenta alla sua
ospite. Desdemona scrisse un paio di righe in cui accettava l’invito e porse il
biglietto alla sua cameriera perché lo portasse al valletto.
Poi fu colta dal panico. Santo cielo, che cosa avrebbe indossato? Suonò il
campanello per chiamare la sua cameriera personale.
— Stasera cenerò a Candover House, Sally — disse alla ragazza quando
entrò nella stanza. — Mia nipote è ospite là e la duchessa è stata tanto gentile
da invitarmi. — Desdemona esitò prima di continuare con voce incerta. —
Abbiamo solo poche ore. Credi che sia possibile sistemare uno dei miei vestiti
in modo che sia un po’ più… più moderno?
Gli occhi di Sally si illuminarono. — Volete dire che vi siete finalmente
decisa a smettere di nascondere tutto il bendidio che il signore vi ha dato? Ho
sempre detto che non esiste in tutta Londra una dama che abbia una figura
come la vostra.
Mentre Desdemona arrossiva, la sua cameriera continuò: — Ho sempre
pensato che con qualche modifica il vostro abito di seta marrone potrebbe
diventare splendido. Ma non c’è tempo da perdere.
Prima che la sua padrona potesse ripensarci, Sally la rese per mano e se la
tirò dietro su per le scale. — Quando mi hanno licenziata senza referenze
sarei morta di fame o sarei stata costretta a vendermi sulle strade se voi non
mi aveste presa a servizio. È da allora che desidero avere la possibilità di fare
qualcosa di speciale per voi. Stasera sarete bella come il sole, oppure non mi
chiamo più Sally Gruffin.
Protestando Desdemona si lasciò trascinare. Lasciare mano libera a Sally
poteva rivelarsi un disastro, ma lei in cuor suo credeva che il risultato non
sarebbe stato banale.
E la banalità era l’ultima cosa che voleva per Giles.

Lavalle, la cameriera francese, aveva aiutato Maxie a vestirsi e le aveva


acconciato i capelli, poi l’aveva lascia ed era andata a occuparsi della toilette
della sua signora. Lo svantaggio di avere una sola cameriera per due dame era
che a quella che veniva preparata per prima restava tutto il tempo per
agitarsi.
Maxie sapeva bene che era stupido preoccuparsi tanto per una cena. In
fondo, l’avere o meno successo in una occasione mondana era una delle sue
ultime preoccupazioni. Molto più importanti erano invece la morte di suo
padre e la relazione tra lei e Robin, su cui non aveva ancora preso alcuna
decisione.
Fu un sollievo sentire qualcuno bussare alla porta.
—Avanti — disse, pensando che fosse Lavalle venuta a dare qualche
ultimo ritocco alla sua toilette.
Invece fu Robin a entrare nella stanza, indossava una elegantissima
tenuta di gala. Ed era bellissimo.
— Scusatemi, signorina — esclamò inarcando scherzosamente le
sopracciglia — cercavo qualcuno che avesse l’aria di essere stato trascinato
per i piedi attraverso tutti i cespugli dell’Inghilterra, ma devo avere sbagliato
stanza.
Ridendo, Maxie attraversò la stanza di corsa e lo abbracciò. — Mi sembra
un’eternità che non ti vedo.
Con l’abilità di un vero gentiluomo, Robin riuscì a rispendere al suo
abbraccio senza stropicciarle il vestite o sciuparle la pettinatura. — Ottimo.
Quello che voglio ottenere è che tu non riesca a sopportare la mia mancanza
per più di dieci minuti.
Il problema era che lei era già arrivata a quel punto anche se non voleva
ammetterlo. Indietreggiò di un passo e roteò su se stessa, facendo gonfiare la
gonna di seta color porpora intorno alle caviglie. — Non ho mai indossato
niente di così elegante in tutta la mia vita. Sei sicuro che mi stia bene?
— Sei uno splendore. — Il suo sguardo scivolò lentamente su di lei,
passando in rassegna tutti i minimi particolari del suo aspetto, dai capelli
d’ebano raccolti in alto sulla testa, fino al grazioso vestito dalla vita alta che
dava il giusto risalto alla sua figura. — Esotica, fiorente e deliziosamente
sensuale, Pericolosamente sensuale — E tirò un profondo sospiro. — Ma è
meglio che smetta, prima che ti strappi di dosso questo magnifico vestito. Per
correttezza devo aggiungere anche che hai l’aria intelligente, elegante, e
sicura di te.
— Che descrizione gratificante! — esclamò Maxie, prendendo i suoi lunghi
guanti. — A proposito, visto che in teoria io sono una giovane fanciulla
innocenti tu non dovresti trovarti qui nella mia camera da letto.
— È vero. — E le rivolse un sorriso maliziosamente intimo. — Ma noi due
sappiamo bene quanto teorica sia in verità la tua innocenza.
Cercando senza successo di assumere un’aria severa, Maxie lo prese a
braccetto e lo guidò verso la porta — Comunque dovremmo aspettare gli altri
ospiti in qualche posto austero, come la biblioteca, per esempio.
— Prima di andare, vorrei che tu accettassi una cosa. — E con un gesto da
prestigiatore fece comparire una piccola scatola coperta di velluto. — Una
volta, mi hai detto che ero una gazza, e lo sai bene che noi gazze abbiamo
l’abitudine di raccogliere le cose che brillano per portarle all’oggetto della
nostra adorazione. E questa ne è la prova.
Disorientata Maxie rispose: — Ma le giovani fanciulle presunte innocenti
non accettano doni di valore dai gentiluomini, si sa bene.
— Che fortuna che io non sia un gentiluomo! — Robin si fece serio in
volto. — Non so che cosa ci riserverà il futuro, Kanawiosta. Spero che lo
scopriremo insieme. Ma, anche se tu decidessi di prendere una strada diversa
dalla mia, vorrei proprio che tu avessi qualcosa che viene da me.
Lei lo guardò tranquilla negli occhi.— Vuoi anche assicurarti che io
possieda qualcosa di valore nel caso dovessi incontrare difficoltà economiche.
L’altro fece un mezzo sorriso sardonico. — Mi saresti stata utile quando
facevo la spia, possiedi il dono sconcertante di leggere nei pensieri altrui.
— Non di tutti. — Aprì la scatola e trattenne il fiato. Nel nido di seta bianca
erano sistemati una collana e un paio di orecchini. Incastonati in medaglioni
di delicata filigrana d’oro splendevano dei rubini e dei minuscoli brillanti
lucenti come stelle. — Oh, Robin, che meraviglia. Tu non fai mai le cose a
metà, non è vero?
— Be’, in questo caso invece sì — ribatté lui. — Se fossi stato sicuro che tu
li avresti accettati, ti avrei comprato la parure completa, dai pettini al
diadema.
— Non stai scherzando, vero? — chiese lei con gli occhi sgranati.
— No, non questa volta.
Maxie dovette distogliere lo sguardo, tanto intenso era quello di lui. Che
la desiderasse era fuori di dubbiò, ma lei voleva che la desiderasse per i giusti
motivi, — Saranno perfetti con questo vestito. — Si avvicinò allo specchio e si
tolse i semplici orecchini d’oro che portava, poi si infilò i pendenti di rubini.
A ogni movimento, la luce si rifrangeva nelle gemme che oscillavano
mandando lampi di luce. Robin le allacciò la collana attorno al collo, poi
rimase fermo alle sue spalle, facendole scorrere le mani da prestigiatore
lungo le braccia fino alla vita. Maxie si chiese come fosse possibile che
bastasse un solo tocco lievissimo di lui per eccitarla.
Dopo avere respirato profondamente, si guardò allo specchio. Non aveva
mai avuto nulla in vita sua che le donasse tanto. I rubini si intonavano
splendidamente con la sua carnagione bruna. Non aveva l’aria di una
venditrice ambulante di libri proveniente dalle colonie, aveva l’aria di una
signora. E anche se dentro di sé sentiva che era un bluff, questo non
traspariva all’esterno.
Il suo sguardo si spostò dalla sua immagine riflessa a quella di Robin. Lui
era la quintessenza dell’aristocrazia inglese, una creatura dai tratti delicati,
dall’aria fredda e distaccata, vestito con impeccabile eleganza. Eppure la
teneva stretta come se lei fosse l’essere più prezioso della terra.
— Tu hai parlato come se pensassi che l’unico futuro possibile per noi sia
qui in Inghilterra — disse lui piano — ma non è così. Se preferisci, potremo
vivere in America.
— Faresti questo per me? — chiese lei alzando gli occhi, stupita.
Lui la baciò sotto l’orecchio con labbra calde e ferme, — Senza pensarci un
istante. L’unico grande vantaggio della ricchezza è la libertà che ti offre.
Insieme noi due potremmo costruirci una nuova vita dove vogliamo. E anche
se tu fossi disposta a rimanere in Inghilterra, vorrei comunque andare a
visitare l’America, conoscere il popolo di tua madre, e vedere la terra dove sei
nata.
Lei rabbrividì leggermente, sia per la commozione sia per il bacio. — Ma
tu preferiresti vivere qui, non è vero?
Robin esitò, poi annuì. — È strano, ho passato quasi tutta la mia vita da
adulto lontano dall’Inghilterra. So parlare più o meno correntemente una
decina di lingue e in qualsiasi città del Continente sarei in grado di
procurarmi un buon pasto o un letto a poco prezzo. Eppure quando sono
tornato in Inghilterra l’inverno scorso, mi sono sentito molto più a casa mia
che non quando vivevo effettivamente qui.
Maxie posò la mano su quella di lui. — Sei partito ragazzo e tornato uomo.
La differenza è tutta qui.
— Hai ragione… Non provo più il bisogno, tipico degli adolescenti, di
ribellarmi contro tutto ciò che mi è familiare. — E la baciò di nuovo, questa
volta nel punto deliziosamente sensibile tra la gola e la clavicola.
Maxie aveva il fiato corto, ed era intensamente consapevole della
vicinanza di lui e della sua prepotente mascolinità, e lo specchio rifletteva
questa sua consapevolezza, tradita dalla luminosità dei suoi occhi e dalla
pienezza delle sue labbra.
Robin se ne accorse e la stretta delle sue dita aumentò. — Per fortuna la
maggior parte degli uomini che verranno stasera sono felicemente sposati,
altrimenti io starei sulle spine per la paura che qualcuno ti portasse via. Sei
irresistibile, Kanawiosta.
In quell’istante Maxie fece una promessa a se stessa: qualsiasi cosa fosse
accaduta in futuro, doveva assolutamente fare l’amore con lui almeno una
volta ancora. Se non avesse pensato a questo, non sarebbe riuscita a lasciare
quella stanza senza violentarlo sui due piedi. — È meglio che andiamo adesso
— disse con voce malferma.
Lui sospirò. — Oppure non riusciremo a uscire da questa stanza per le
prossime due ore. — Fece un passo indietro, poi le offrì il braccio con un
gesto formale. — Pronta a entrare nella tana dei leoni, milady?
Robin poteva anche essere disposto a lasciare il suo paese per amor suo,
ma ci avrebbe perso più lui ad andarsene che lei a rimanere. Doveva dunque
fare del suo meglio per trovare un posto per sé tra questi temibili
aristocratici.
Infilando la mano sotto il suo braccio, Maxie rispose: — I leoni non
possono avere gli artigli più affilati delle dame di Boston, lord Robert.
Con Robin al fianco si sentiva in grado di affrontare qualsiasi cosa.

Wolverhampton aveva mandato un biglietto a Desdemona offrendosi di


passare a prenderla e accompagnarla alla cena. Lei si era affrettata ad
accettare, ma adesso che era troppo tardi per tirarsi indietro, lady Ross si
stava guardando allo specchio in preda a un attacco di panico. —Sally, non
posso uscire vestita in questo modo. Quando mi hai detto che avresti fatto
qualche modifica al vestito non avevo capito che tu avessi intenzione di fargli
uno scollo che arriva all’ombelico.
— Su, su, non esagerate milady — la tranquillizzò la cameriera. — È la
moda che vuole le scollature così, questa non è affatto eccessiva.
— Forse non lo è in assoluto, ma lo è sicuramente per la mia figura. — E
guardò la cameriera con uno sguardo accusatore. — Tu mi hai tenuta
deliberatamente lontana dallo specchio fino a quando non si è fatto troppo
tardi per cambiare il vestito o la pettinatura, non è vero?
— Sì, milady — fece Sally, per nulla pentita. — Fidatevi di me, vi prego…
state benissimo e siete perfettamente alla moda e quel bel marchese vi cadrà
ai piedi.
La faccia di Desdemona divenne paonazza. — Non ho proprio nessun
segreto per te?
— Ma certo che ne avete — rispose Sally, ancora con il suo tono
rassicurante. — Ma solo una stupida non vede quello che le sta davanti agli
occhi.
In altre parole, evidentemente lei aveva l’abitudine di starsene in
contemplazione di Giles come una perfetta idiota, pensò cupa Desdemona.
Avrebbe potuto appendersi un cartello intorno al collo. A quel suo collo così
nudo e scoperto.
Leggendole nel pensiero, Sally le disse: — Dovreste portare le vostre perle,
invece del cammeo. Vi faranno sentire un po’ meno esposta.
In effetti con il triplo giro di perle l’ampia zona di pelle nuda venne
leggermente ridotta, anche se Desdemona aveva ancora l’impressione di
essere in uno dei suoi terribili incubi in cui veniva sorpresa in sottoveste in
pubblico. Si guardò di nuovo allo specchio inorridita. Una sottoveste
l’avrebbe coperta un po’ di più. — Sembro una sgualdrina.
— Ma del tipo più di lusso, milady — esclamò Sally, con un sorriso
malizioso.
Desdemona scoppiò a ridere. — Sto facendo troppe storie, vero? — Tornò a
guardarsi allo specchio e cercò di essere obiettiva. Il marrone del suo vestito
era scuro con delle sfumature rossicce che non donavano a molte donne, ma
Desdemona dovette ammettere che metteva perfettamente in risalto i suoi
capelli tizianeschi e la sua carnagione chiara.
Sally si era anche rifiutata di acconciarle i capelli nella sua solita
pettinatura severa, e aveva scelto un’acconciatura tutta onde e riccioli ai quali
si intrecciava una sottile catenella d’oro. Era riuscita persino a convincere la
sua padrona ad accettare un leggerissimo trucco. Desdemona ammise che se
l’immagine che le rimandava lo specchio fosse appartenuta a un’estranea, lei
l’avrebbe trovata una donna vistosa, ma attraente. A modo suo, certo, come
un’amazzone.
Picchiarono alla porta: era arrivato il marchese ed era ormai troppo tardi
per cambiarsi. Desdemona tirò indietro le spalle e raddrizzò la schiena,
ergendosi in tutta la sua altezza. Sfortunatamente quel movimento mise
ancora più in risalto quella parte della sua anatomia che era già abbastanza
sporgente di per sé.
Giles l’aspettava ai piedi delle scale. Mentre Desdemona scendeva, si
limitò a guardarla con gli occhi, sgranati, sbigottito.
Preoccupata, lady Ross si fermò e si aggrappò al corrimano. Era una
vecchia gallina coriacea travestita da pollastrella e stava facendo una figura
da idiota. Tirò su lo scialle per coprirsi le spalle e fece per stringerselo bene
addosso.
Il marchese salì gli ultimi due gradini e le prese una mano nelle sue,
impedendole di nascondersi nello scialle. — Perdona il mio stupore,
Desdemona. Sapevo che eri bella, ma stasera sei decisamente mozzafiato. —
E si portò la sua mano alle labbra per baciarla.
Con le dita formicolanti, Desdemona espirò l’aria che non si era accorta di
avere trattenuto fino a quel momento. Non c’erano dubbi, l’ammirazione di
Giles era sincera. E, cosa ancor più gratificante, il calore del suo sguardo la
faceva sentire… molto soddisfatta di se stessa.
Sorrise al marchese e prese il suo braccio. — Andiamo? Sarebbe stata una
bella serata.

Quando Maxie e Robin scesero nel salone, gli ospiti: avevano già
cominciato ad arrivare. Margot venne loro incontro all’entrata del piccolo
salone. Dentro, tre o quattro coppie conversavano piacevolmente con l’aria di
essere amici di vecchia data.
Dopo avere sorriso a Robin, la duchessa rivolse a Maxie uno sguardo
ammirato. — Sei splendida, Maxie! Devo dire che ringrazio il cielo che il
gusto di Rafe sia più orientato verso le bionde. Lascia che ti presenti gli altri
ospiti. — Poi aggiunse, in tono di voce più basso: — Coraggio! Molte delle
persone presenti hanno un passato del tutto insolito, proprio come te.
Prima che potessero entrare, venne loro incontro un uomo alto e biondo
accompagnato da una donna snella e graziosa, anche se non di una bellezza
appariscente. L’uomo aveva un largo sorriso e tendeva la mano verso \ Robin:
— Mi spiace non averti incontrato questo pomeriggio a Whitehall, Robin. —
Mentre si stringevano la mano, l’uomo osservava Robin con aria furbesca. —
Ti trovo molto meglio di come stavi durante il nostro ultimo incontro a
Parigi.
— Be’, sarebbe difficile stare peggio di allora. — Robin presentò Maxie. —
La signorina Maxima Collins, Lucien Fairchild, conte di Strathmore.
Immagino che la signora sia sua moglie, di cui non ho ancora fatto la
conoscenza.
La giovane donna sorrise. — Esatto, sono Kit Fairchild. Sono lieta di
conoscervi, signorina Collins.
Il nome Lucien le ricordava qualcosa. Dopo avere ricambiato il saluto
della contessa, Maxie chiese: — Siete il lontano cugino di Robin, quello che
lavora al Ministero degli Esteri?
Lord Strathmore ridacchiò. — Cugino di terzo grado, per essere precisi.
— Lucien è sempre stato più attento di me ai particolari — osservò Robin.
Quello dunque era l’uomo che aveva persuaso Robin a entrare nello
spionaggio. Non pareva pericoloso, ma del resto nemmeno Robin aveva l’aria
pericolosa. — Potete anche essere cugini molto distanti, ma somigliate di più
voi a Robin che non suo fratello — osservò Maxie.
— Se fossero dei cavalli, varrebbe la pena di selezionare una razza con
quei tratti, non vi pare? — disse Kit, con il viso serio, ma gli occhi che
ridevano.
Maxie decise che la moglie di Lucien le sarebbe piaciuta. Nel giro di pochi
minuti, infatti, si davano già del tu. Non più preoccupata per la sua ospite
americana, Margot si allontanò per accogliere gli altri ospiti.
Alcuni nuovi arrivati si avvicinarono al gruppo e dopo le presentazioni di
rito, gli uomini cominciarono a parlare tra loro e si separarono dalle donne.
Lady Aberdare, che era poco più alta di Maxie e aveva i capelli scuri e
luminosi occhi azzurri, la osservò attentamente, poi le rivolse un sorriso
soddisfatto. — Quel vestito sta molto meglio a voi di quanto non sarebbe mai
stato a me.
Ci volle un momento perché Maxie capisse. — Santo cielo — esclamò poi.
— È il vostro guardaroba che Margot e Robin hanno saccheggiato per me?
— Non proprio. Mi ero fatta confezionare parecchi abiti e poiché voi e io
siamo più o meno della stessa taglia, Margot mi ha chiesto se non c’erano dei
vestiti su cui avessi dei ripensamenti. — Clare Aberdare sorrise. — Io mi ero
già pentita di quello rosso cremisi. Il tessuto era bello, ma nessuna donna che
fosse figlia di un pastore metodista avrebbe osato portare quel colore in
pubblico. A voi comunque sta splendidamente.
— Mi aspettavo di essere sbranata — osservò Maxie, con un po’ di
imbarazzo — e invece siete tutte così gentili con me.
Le altre si misero a ridere. — Londra ha la sua bella dose di vipere, ma stai
tranquilla, qui non ne incontrerai.
Mentre chiacchieravano arrivò il valletto con dello sherry per le due
contesse e una limonata per Maxie. Lei si sentì deliziosamente coccolata. Non
si era mai sentita tanto a suo agio a nessun ricevimento.
Desdemona e Giles arrivarono insieme, con l’aria di stare molto bene
insieme. Sua zia era davvero bellissimi ma e Giles faticava a staccarle gli
occhi di dosso.
Dopo avere salutato sua zia e Giles, Maxie si guardò intorno in cerca di
Robin, ma non lo vide. Si rivolse allora a lady Strathmore, che era lì vicino e
non era impegnata in alcuna conversazione. — Kit, hai visto…
Poi, quando la donna si voltò verso di lei, non riuscì a terminare la frase.
Stranamente era Kit e non lo era, — Voi non siete lady Strathmore, vero? —
fece coraggiosamente Maxie.
L’altra sorrise. — Avete ragione, non sono Kit, sono sua sorella Kira
Travers. Siete una buona osservatrice, c’è gente che non capisce nemmeno
che siamo due persone diverse. Né io né mia sorella sapevamo che l’altra
avrebbe indossato un vestito dello stesso identico azzurro… ci capita di fare
cose del genere. L’anno scorso abbiamo persino partorito le nostre adorate
bambine a ventiquattro ore di distanza. Comunque voi siete la signorina
Collins, non è vero? Anche mio marito viene dall’altra costa dell’Atlantico. —
Kira si guardò intorno e poi fece cenno al marito di avvicinarsi.
Maxie si irrigidì quando un uomo castano, alto e snello le raggiunse. Si
sarebbe sicuramente accorto che era una mezzosangue e probabilmente
avrebbe avuto più pregiudizi su di lei di quanti non ne avessero gli inglesi.
— Signorina Collins, questo è mio marito, Jason Travers, conte di
Markland.
L’altro si inchinò cortesemente. Per un attimo Maxie pensò che
l’espressione di lieve insofferenza sul suo volto fosse dovuta a lei, ma Travers
si affrettò a fugare i suoi timori dicendole: — Mia moglie si diverte a usare il
mio titolo sapendo bene che il mio orecchio yankee soffre a sentirlo. —
Sorrise affettuosamente a Kira, poi tornò a rivolgersi a Maxie. — Voi avete
sangue indiano?
Lei si erse in tutta la sua altezza. — Mia madre era una Mohawk — disse
fiera. Lui poteva insultare lei, se voleva, ma se avesse pronunciato una sola
parola contro sua madre, lei sarebbe corsa di sopra a prendere il suo pugnale.
L’uomo doveva avere indovinato quello che le passala per la testa, perché
aveva un inequivocabile scintillio malizioso negli occhi quando le disse: —
Spero che non siate legata alle vecchie faide, perché il mio bisnonno era della
tribù degli Huron e questo ci renderebbe nemici di sangue.
Maxie non poté fare a meno di ridere. — Siete per caso quel Jason Travers
a cui appartiene la Compagnia di Navigazione di Boston?
La faccia di Jason si illuminò. — Siete di Boston?!
Ci vollero solo pochi minuti per scoprire che avevano parecchie
conoscenze in comune. Avrebbero potuto passare tutto il resto della serata a
chiacchierare.
Quando suonò il gong che annunciava la cena, Robin si materializzò al
suo fianco e le sorrise con calda approvazione. — Stai scivolando sulle acque
torbide e infestate di squali della società londinese con l’eleganza di un cigno.
— Mi sto divertendo moltissimo. Aveva ragione Margot: queste persone
sono davvero simpatiche.
Quando vide quanto Robin fosse compiaciuto, si sentì ancora più felice.
Poteva darsi che Londra avesse la sua dose di squali, ma che cosa le
importavano gli squali se lei aveva amici come questi?
18

Prima che la serata si fosse conclusa Giles aveva deciso che in futuro
avrebbe passato molto più tempo a Londra. Per quanto affezionato fosse ai
suoi vicini dello Yorkshire, il piacere della conversazione non era certo
all’altezza di quello che provava lì.
Dopo il porto, gli uomini tornarono dalle signore. Lo sguardo di Giles
corse subito a Desdemona. La sua austera riformatrice era raggiante come
una scolaretta, ma il suo aspetto non aveva nulla di acerbo, anche se sederle
accanto durante quella cena lo aveva fatto sentire un adolescente pazzo di
desiderio. E che sforzi aveva dovuto fare per non tenere gli occhi
costantemente incollati su quel suo adorabile… collo. Tutte le volte che
rideva, o alzava il bicchiere, avrebbe voluto trascinarla fuori dalla stanza e
portarla in qualche luogo un po’ più privato. E lei se ne era accorta, quella
strega dai capelli rossi.
Come se non bastasse, Giles veniva preso da attacchi di insolita gelosia
tutte le volte che gli altri uomini la guardavano. Candover e Desdemona si
conoscevano da anni grazie alla loro attività politica, ma Giles era pronto a
scommettere la testa che il duca non l’aveva mai guardata con tale evidente
ammirazione prima di quella sera. Se Candover non fosse stato suo amico da
molti anni e notoriamente innamorato di sua moglie, Giles sarebbe stato
fortemente tentato di sfidarlo a duello.
Sorrise a quell’assurdo pensiero e rivolse deliberatamente la sua
attenzione agli altri ospiti. Era un ricevimento piacevole e non troppo
formale, e gli ospiti conversavano liberamente, passando da un gruppo
all’altro. Maxima Collins era perfettamente integrata in quell’ambiente e
quanto a spirito e personalità non era seconda a nessuna delle dame presenti,
Sarebbe stata una moglie perfetta per Robin.

A un certo punto Robin propose a Maxie di uscire a prendere un po’ d’aria.


— Il giardino dei Candover sotto la luna è un vero spettacolo.
Per quanto si stesse divertendo molto, Maxie avrebbe potuto passare un
po’ di tempo sola con Robin e i due uscirono insieme dalla porta finestra.
Prima di uscire lui si guardò intorno. — Fa un po’ freddo questa sera.
Conoscendola, immagino che Maggie abbia pronti degli scialli per le ospiti
che desiderano uscire. — E come previsto, ce n’era un mucchietto ben piegato
su un tavolino.
— Margot pensa proprio a tutto — esclamò ammirata Maxie, mentre
Robin prendeva uno scialle per lei e glielo drappeggiava attorno alle spalle
con mani carezzevoli. I due uscirono sul patio, poi scesero i gradini e si
addentrarono nel giardino vero e proprio. Perché gli ospiti non si perdessero,
i vialetti erano illuminati da lanterne basse, che però diffondevano una luce
fioca per non sciupare la magica atmosfera notturna. Lo scialle era
voluminoso e arrivava alle ginocchia di Maxie, proteggendola dall’aria fresca
della notte.
Ancora più caldo era il braccio che Robin le posò sulle spalle quando
furono abbastanza lontani dalla casa.
Camminavano molto più vicini di quanto fosse consentito dal decoro. Non
che questo desse fastidio a Maxie. Anzi. Erano già stati così vicini che era uno
sforzo per lei ricordare le severe regole della buona società.
Nel frattempo erano giunti a una singolare costruzione, un piccolo tempio
greco di forma circolare. Aveva le colonne di stile classico ed era di
proporzioni così perfette che a Maxie venne il sospetto che qualche antenato
del duca avesse comprato il tempio in Grecia e se lo fosse fatto portare a casa
a pezzi.
Fianco a fianco, salirono i gradini. Il tempietto era un posto piacevole, con
delle panche curve che seguivano il contorno dei muri bassi. Sul retro un
altare rettangolare di pietra aspettava di essere usato per qualche picnic,
piuttosto che per il sacrificio di una capra.
Robin abbassò lo sguardo sulla sua compagna. La luce della luna creava
sul suo viso e sul suo corpo una sinfonia di curve eleganti e di profili in
ombra. Incapace di trattenersi, le sollevò il mento e la baciò.
Nelle sue intenzioni quello avrebbe dovuto essere un lieve bacio
affettuoso, ma non appena le loro labbra si toccarono, il suo autocontrollo si
disintegrò. In quegli ultimi giorni era stato tormentato dai ricordi di tutte le
peggiori esperienze della sua vita. Era sopravvissuto solo per la donna che
aveva tra le braccia e la desiderava come un uomo che muore di sete nel
deserto brama l’acqua.
Fin da quando lui era salito in camera sua erano stati trascinati nella lenta
danza del desiderio, con lunghi sguardi e dolci sorrisi per tutta la serata. Ma
quello che lui provava adesso andava ben oltre la passione, era un bisogno
assoluto, totale, del calore di lei e degli incantevoli misteri del suo corpo.
Fece scivolare una mano sotto lo scialle di lana per poter toccare le sue
morbide curve. Maxie reagì con un mormorio lieve, come se facesse le fusa, e
quando lui le strinse il capezzolo tra pollice e indice lo sentì indurirsi
immediatamente sotto gli strati di seta.
Voleva di più, molto di più. La prese per la vita e la mise a sedere
sull’altare di pietra. Lei trattenne il respiro, sorpresa, poi si rilassò e posò le
mani sul bordo dell’altare.
Robin posò le mani su quelle di lei, intrappolandole contro la pietra. Poi si
chinò a strofinarle la guancia con la sua. Aveva la pelle fresca e liscia come il
petalo di un fiore. Le soffiò leggermente nell’orecchio, poi con la lingua seguì
il delicato disegno delle volute all’interno del padiglione. Lei mandò un
mormorio di piacere, stirando il collo come una gatta.
Lo scialle era così grande che, anche se Maxie ci stava seduta sopra,
rimaneva abbastanza tessuto da coprirle le spalle e il seno. Con il mento
Robin lo spinse da parte e la lana scura scivolò e si raccolse in ampie pieghe
sulle mani di lei, aggrappate alla pietra. La posizione portava deliziosamente
in avanti i seni.
Robin assaporò l’arco sensuale della gola. Aveva voglia di possederla,
tanto era sana e integra, per fare in modo che quelle sue doti diventassero
parte integrante di lui.
Quando le sue labbra raggiunsero la collana, scese rapidamente più in
basso. Aveva speso una piccola fortuna per quel gioiello, ma rubini e
diamanti erano freddi e senza vita se paragonati a quei turgidi cerchi di raso
sotto il décolleté del corpetto. Li baciò con tenero ardore, respirando a pieni
polmoni l’inebriante profumo di donna che emanava il solco in mezzo ai due
seni. Cercando di non rivelare il suo disperato bisogno di lei, spostò le mani
sulla curva voluttuosa dei glutei. Poi, come dotate di volontà propria, le mani
scivolarono sulla dolce sinuosità dei fianchi, fino a raggiungere il monte di
Venere tra le cosce.
— È ora di smettere, credo — disse lei, senza fiato.
— Non ancora. — Lei teneva le ginocchia aperte sotto la gonna lucente,
Robin gliele separò ancora di più, e si inserì in quello spazio per impedirle di
richiuderle. Cercò poi la sua bocca, sperando di poterla incantare tal punto da
farle dimenticare quello che lui stava facendo. Le sollevò gonna e sottogonne
con entrambe le mani, poi le posò sulle sue ginocchia, e rese più intenso e
profondo il suo bacio. Quindi la accarezzò più in alto, oltre le giarrettiere,
cercando la sua segreta intimità femminile.
Lei reagì con generosità, aprendo la bocca, ma era troppo intelligente per
lasciarsi distrarre. Quando lui le l’accarezzò l’interno delle cosce, girò la testa
e cercò istintivamente di richiudere le gambe. Ma non ci riuscì, anzi, la
pressione delle sue ginocchia sui fianchi infiammò ancora di più il suo
compagno. Intrappolata dal corpo di lui, Maxie rimase immobile — Robin —
sussurrò — Robin, dovremmo rientrare adesso. Questo non è né il posto, né il
momento per queste cose.
L’altro si raddrizzò ansimando e l’abbracciò. Una vena gli pulsava sulla
tempia, ma il sangue premeva ancora più dolorosamente dove il suo sesso
rigido incontrava l’intimo calore di Maxie e si tendeva contro gli indumenti
che lo costringevano, spasimando di unirsi a lei. — Scusami — le bisbigliò — è
solo che… che ho l’assurda sensazione che se non ti avrò, morirò.
Tentava di farla passare come una battuta di spirito per sdrammatizzare il
tono melodrammatico delle sue parole, ma il sangue che martellava dentro di
lui ripeteva: "Se non ti avrò, morirò. Se non ti avrò, morirò." Questo bisogno
assoluto non era solo desiderio fisico e non era solo per quella notte. Robin la
voleva per sempre, come amante, come moglie, come compagna.
Ma anche, spasmodicamente, voleva fare l’amore con lei proprio in quel
momento.
Incapace di reprimere una disperata speranza, le disse: — Tu non volevi
venire a letto con me nella casa di Maggie… ma adesso non siamo nella casa.
— Oh, Robin, Robin, che cosa ne faccio di te? — fece lei con un piccolo
sospiro che esprimeva sia un dolce rimprovero che felicità.
Lui chiuse gli occhi imbarazzato, ma anche sollevato dal tono affettuoso.
La mano di lei gli accarezzò i capelli, poi scese a sfiorargli il viso. Le sue
dita erano fresche contro la fronte e la guancia ardenti.
Maxie gli passò il pollice sulle labbra dischiuse, poi gli prese la testa tra le
mani e la avvicinò alla sua per un bacio. Mentre le loro bocche si univano, la
mano di lei scese, scivolando sopra il petto e i fianchi. Quando raggiunse i
pantaloni, curvò il palmo e accarezzò la dura sporgenza sotto il tessuto teso.
Lui si irrigidì ancora di più mentre il sangue gli infiammava le vene.
— Spero che nessun altro decida di venire a fare una passeggiata qui fuori
— mormorò Maxie e le sue dita salirono al primo bottone dei pantaloni.
Dopo un attimo di stordimento, Robin slacciò da solo i bottoni, con le dita
impacciate che si impigliavano in quelle di lei. Quando si fu liberato, la toccò,
facendo scorrere le dita tra i morbidi riccioli fino ai dolci segreti femminili
più sotto. Le arrendevoli pieghe di raso erano calde, come febbricitanti, e
gonfie e umide.
Lei emise un sospiro di desiderio che lo fece impazzire. Le sollevò la
gamba destra in modo che gli circondasse il fianco, e poi fece lo stesso con la
sinistra. Era così aperta, così arrendevole.
Mentre lui la preparava per la penetrazione, la sentì mugolare e stringergli
forte i fianchi tra i polpacci. Non riuscì più a trattenersi oltre e sprofondò
dentro di lei.
Maxie si sentì bloccare il respiro, divisa tra piacere e dolore. Ansimando,
Robin si costrinse a non muoversi, in modo che lei potesse adattarsi a lui. Il
solo fatto di essere dentro di lei era quasi sufficiente a portarlo al fulmine del
piacere. Tremava in tutto il corpo. Aveva l’impressione di essere entrato in un
porto sicuro, eppure allo stesso tempo nel suo sangue infuriava una
tremenda tempesta.
Erano circondati dal profumo muschiato del sesso, intimo come i loro
corpi. Usando il braccio destro per sostenerle la schiena, Robin insinuò la
mano sinistra in mezzo ai loro due corpi fino a esplorarla appena sopra il
punto in cui erano uniti e trovò il suo nocciolo sensibilissimo e nascosto, poi
lo accarezzò dolcemente. Lei mandò un gemito. Mentre cominciava a
strofinare le anche contro le sue, fu scossa da un lungo lento brivido e
premette il viso contro la sua spalla. Una serie di contrazioni più rapide
innescarono a loro volta il suo orgasmo, senza bisogno che lui si muovesse.
Fu invaso da un violento piacere, ma al centro di quella caotica e liberatoria
esplosione, c’era la pace.
Ansimante, premette la fronte contro quella di lei. — Oh, Signore, Maxie.
Vorrei… poterti dire qualcosa che io possa darti in cambio del conforto che tu
dai a me.
Conforto. Lei sospirò, lieta che il buio celasse l’espressione del suo viso.
Quando aveva capito l’intensità del suo disperato bisogno, gli aveva offerto
conforto spontaneamente. In cambio aveva ricevuto momenti di estasi
inebriante. Non ci aveva perso. Ma avrebbe desiderato essere qualcosa di più
per lui che non una fonte di conforto e un modo per placare la sua tensione
sessuale.
Ma non era giusta nei suoi confronti: Robin le stava dando tutto quello
che poteva. Non era colpa sua se non l’amava.
Sperando che i suoi muscoli non la tradissero, facendola cadere
all’indietro sull’altare di pietra, si scostò da lui. Robin la baciò dolcemente.
Mentre le sue labbra le accarezzavano la bocca con tenero affetto, Maxie
fu assalita da un timore superstizioso. Si era ripromessa che avrebbero fatto
l’amore almeno una volta ancora. Che fosse stata questa l’ultima volta,
questo incontro rapido e svagato? Cercò di guardare avanti, di credere che ci
fosse per loro tutta una vita in cui poter fare all’amore, ma non riuscì a
percepire nulla, tranne la nera nube della disperazione.

Durante il ritorno a casa in carrozza il marchese e lady Ross parlarono di


cose senza importanza, ma la mano grande e forte di Giles teneva stretta
quella di Desdemona e lei si sentiva assurdamente felice. Solo da bambina le
era successo di sentirsi così eccitata e piena di aspettative.
Arrivati a casa, Giles la scortò fino in cima ai gradini, poi le posò le mani
per un attimo sulle braccia, guardandola con espressione intensa. La sua
stretta aumento leggermente e Desdemona si chiese se intendesse baciarla
proprio là, in Mount Street.
Poi la cameriera aprì la porta. Giles lasciò ricadere le mani, dicendole
semplicemente: — Buonanotte, Desdemona. È stata una deliziosa serata.
Sì, ed era troppo presto perché finisse. — Non è molto tardi— disse lei. —
Non vorresti entrare e fermarti per qualche minuto? Bere del brandy magari?
Il marchese esitò, apparentemente restio ad accettare l’invito.
Stupita lei stessa della sua audacia, Desdemona gli sorrise. — Per favore.
— Qualche minuto solo, allora — rispose lui, dopo una lunga pausa per
nulla lusinghiera.
Lady Ross mandò a letto i domestici, poi fece accomodare Giles nel
salotto e versò del brandy per entrambi. Seduti in poltrona uno di fronte
all’altra i due chiacchierarono ancora un po’, ma l’atmosfera disinvolta e
piacevole di poco prima era svanita. Il marchese la fissava con un’espressione
cupa e meditabonda che la metteva a disagio. Benché durante la serata
Desdemona si fosse sentita apprezzata dal modo in cui lui la guardava, adesso
non era più tanto sicura di sé. Forse, pensò profondamente depressa, il suo
interesse verso di lei era stato solo frutto di un’aberrazione momentanea e
adesso lui si stava chiedendo come liberarsi con grazia di lei.
L’altro terminò il suo brandy e si alzò in piedi. — Credo che sia meglio che
vada adesso.
Desdemona lo guardò stupita, convinta di avere fatto qualcosa di terribile.
— Non guardarmi in quel modo — disse lui con una luce divertita negli
occhi — come se avessi appena votato contro la tua proposta di legge in difesa
degli apprendisti.
Lei distolse lo sguardo, cercando di cambiare la sua espressione: se fosse
stata una donna ben educata, avrebbe imparato da un pezzo a non portare
scritti in faccia tutti i suoi sentimenti, le donne rispettabili cominciavano a
farlo fin dall’età di diciassette anni. E lei invece, a trent’anni suonati, si
comportava come una stupida ragazzina.
Giles imprecò sottovoce. — Non è colpa tua, Desdemona. Il problema è
mio — disse poi duramente. — Se restassi qui ancora qualche istante, dovrei
concentrare tutti i miei sforzi per trattenermi dal metterti le mani addosso,
cosa che tu troveresti piuttosto sconcertante. E comunque manderebbe a
monte il mio piano di corteggiarti lentamente e senza farti fretta.
Corteggiarla? Desdemona fu invasa da un grande sollievo. — Non riesco a
credere che tu ti possa trasformare in una bestia assatanata e lussuriosa. E se
anche la cosa dovesse succedere — qui Desdemona gli rivolse un timido
sorriso — è un rischio che sono disposta a correre.
Giles sorrise, ma scosse la testa. — Forse riuscirò a comportarmi da
gentiluomo, ma non te lo posso assicurare.
— Bene! — esclamò lei, temeraria.
L’altro scoppiò a ridere e la pelle abbronzata ai lati degli occhi si increspò
in rughe sottili. — Ti rendi conto di quanto tu sia cambiata in queste ultime
due settimane?
— In meglio, spero.
— Credo proprio di sì — rispose, e si appoggiò alla mensola del camino,
con le braccia conserte e un’espressione grave sul volto. — Forse è un po’
troppo presto per farti una proposta di matrimonio ufficiale, ma ti pregherei
di prendere in considerazione la possibilità di sposarmi.
Desdemona lo guardò con gli occhi sgranati, mentre, il senso di sollievo
provato poco prima svaniva. Fino a quel momento si era sentita sulle nuvole,
godendosi la compagnia di lui e la sua ammirazione, ma adesso che Giles le
aveva parlato chiaramente, lei era costretta ad affrontare le dura realtà.
Vedendo la sua espressione, Giles corrugò la fronte. — Non è possibile che
la mia proposta ti colga tanto di sorpresa. Ne avevamo accennato per la prima
volta a Daventry.
— Ho pensato che dopo una seria riflessione tu avessi cambiato idea —
fece lei con una vocina sottile.
Giles le rivolse quel suo mezzo sorriso ironico che lei amava tanto. — Non
capisco se questo indichi una mancanza di fiducia in me o in te stessa. — E il
suo sorriso svanì. — Tu sei la prova vivente che una donna non ha bisogno di
un marito per avere una vita piena e soddisfacente. Se vuoi risposarti, posso
capire che tu preferisca qualcuno di più degno per te. In tal caso però ti
pregherei di dirmelo subito e io non dirò più una parola sull’argomento
matrimonio.
Questa affermazione le ricordò che non era la sola a soffrire di certe
insicurezze. — Sono assolutamente certa che tu saresti un marito
meraviglioso. Il problema è che… che — E deglutì faticosamente. — Non so se
io sarei una moglie adeguata.
Lui la guardò negli occhi. — Sei onesta, bella, hai un cuore generoso e non
sopporti gli stupidi. Queste mi sembrano tutte qualità eccellenti per una
moglie.
Lei sorrise, colpita da quei complimenti, ma distolse lo sguardo. — Non so
se potrò darti un erede. È vero che mio marito e io abbiamo diviso il letto solo
per breve tempo e non è quindi detto che io sia sterile, ma ho ormai superato
la trentina e…
Lui la interruppe bruscamente. — Questo non ha importanza. Sto
chiedendo la tua mano perché ti voglio come mia sposa, non come una
giumenta da monta. Non mi disturba affatto che Robin o un figlio suo
ereditino Wolverhampton dopo di me. — Nei suoi occhi apparve una grande
tristezza. — Sia mia madre sia la mia prima moglie sono morte di parto. Non
vorrei veder accadere la stessa cosa a te.
Desdemona abbassò gli occhi sulle mani intrecciate in grembo. Il guaio
delle mezze verità è che si fa in fretta a smontarle. Avrebbe dovuto saperlo fin
dall’inizio che non le sarebbe stato possibile evitare quella che era l’unica
verità.
Si costrinse a guardarlo. — C’è un altro motivo, molto più grave per cui
temo di non essere la moglie adatta per te. Tu hai una natura ardente e
appassionata. E senza dubbio desideri che anche tua moglie sia così. Ma io
non so se sono in grado di essere quel tipo di donna.
Sperava che l’altro avrebbe capito quello che stava cercando di dirgli, ma
non ebbe questa fortuna. Dopo un lungo silenzio Giles le chiese con calma: —
Potresti spiegarmi un po’ più chiaramente quello che intendi dire?
Desdemona aveva le spalle curve e parlò con voce rotta. — Mio marito…
lui… diceva che fare l’amore con me era come fare l’amore con un pezzo di
ghiaccio. Che qualsiasi sgualdrina di strada era più appassionata di me.
Giles attraversò la stanza e si sedette sul bracciolo della sua poltrona, poi
la prese tra le braccia. — Basta così, tesoro — le disse, cullandola dolcemente.
— Poche donne sanno essere appassionate in un matrimonio infelice. Non
sentirti colpevole per quello che ha detto un bruto egoista.
Lei si aggrappò a lui singhiozzando, ma le sue parole avevano
parzialmente allentato lo stretto nodo che si era tenuta dentro per anni.
Lui le carezzò teneramente i capelli. — Tu sei così incredibilmente leale.
Non credo che ci sia un’altra donna in tutta Londra che si sarebbe sentita in
dovere di mostrare i suoi presunti difetti davanti alla proposta di matrimonio
di un marchese.
Lei si scostò appena da lui per guardarlo dritto negli occhi. — Non mi
interessa sposare un marchese. Mi interessa Giles Andreville, l’uomo più
gentile, più divertente e più affascinante dell’Inghilterra.
Un sorriso illuminò il volto di Giles. — A quanto pare, il matrimonio
sembra a tutti e due un’ottima idea, quando le nozze allora?
Prima che lei potesse rispondergli, chinò la testa e la baciò. Il desiderio,
che era momentaneamente scomparso mentre lei gli rivelava tutte le sue
paure, adesso cominciava a rinascere. Lei gli restituì il bacio, rimpiangendo la
sua mancanza di esperienza.
Lui sollevò la testa e le sorrise. — Da come baci non mi sembra che tu sia
frigida. — Si alzò in piedi e poi l’attirò a sé per un altro, lungo abbraccio.
Le piaceva sentire quel corpo grande e muscoloso, Giles era l’unico uomo
che l’avesse mai fatta sentire delicata e femminile. Si strinse addosso a lui,
perdendosi in quel bacio.
Lui si scostò ansimando. — Ho l’impressione che questi problemi si
sistemeranno, che cosa ne pensi?
Forse aveva ragione, ma Desdemona non voleva rischiare. Abbassò lo
sguardo sul petto di lui e disse in tono esitante: — Il matrimonio dura tutta la
vita, Giles. Forse sarebbe meglio non prendere decisioni irrevocabili prima di
essere del tutto sicuri. O meglio — precisò — fino a quando non sarò sicura io
di… di poter essere una buona moglie.
— Non ci possono essere garanzie assolute, Desdemona — replicò lui
gravemente, — Credo che basti avere fiducia nell’aiuto dell’amore. — Le
sfiorò la guancia con una lievissima carezza. — E io ti amo, ti amo
moltissimo.
— Anch’io ti amo — bisbigliò lei. — Ma non ho stessa fiducia che hai tu.
Credo che sarebbe meglio che… che noi provassimo prima.
Lui la fissò sbigottito. — Ti rendi conto di quello che mi stai proponendo,
Desdemona?
Lei annuì, arrossendo, e chinò nuovamente il capo.
Lui la strinse tra le braccia e scoppiò a ridere. Umiliata, Desdemona cercò
di liberarsi.
Ma lui la tenne stretta, impedendole di scappare. — Hai idea di come sia
allarmante per un uomo sentirsi dire che il suo futuro dipende dalle sue
prestazioni di una notte? La sola idea mi paralizza.
Quando Desdemona capì che l’altro non rideva di lei, ma di se stesso e
delle splendide incongruenze della natura umana, riuscì a unirsi alla sua
risata, — Non deve necessariamente essere una sola notte. Possiamo far
durare la prova tutto il tempo che serve. — E gli sorrise maliziosamente,
rannicchiandosi ancor di più contro di lui. — E, se anche è passato un bel po’
di tempo da quando sono stata così vicina a un uomo, se la memoria non mi
inganna, qui ci sono delle precise indicazioni che tu non sei affatto
paralizzato.
Colto alla sprovvista, Giles la strinse ancora più forte.
— Allora proviamo a vedere se riesco a convincerti che tu sarai per me la
migliore delle mogli possibili? — E si chinò a darle un bacio che lasciò
entrambi senza fiato.
In silenzio lei lo condusse di sopra, nella sua camera da letto, la testa
appoggiata sulla spalla di Giles e più felice di quanto si fosse mai sentita in
vita sua. Durante quel lungo bacio si era resa conto che Giles aveva ragione:
la fortissima attrazione che provava per lui era la dimostrazione che lei era in
grado di essere una moglie appassionata e compiacente. Ma sarebbe stato un
peccato rinunciare a quella prova.
Dopo essersi chiuso la porta alle spalle, Giles le disse piano: — Fatti
guardare.
La cameriera aveva lasciato una sola lampada accesa sul comodino, ma la
luce era sufficiente a rivelare l’espressione intensa di lui. Timidamente
Desdemona rimase immobile mentre lui le girava intorno. Le slacciò la
collana di perle, baciandole la nuca. Le passò quindi le dita tra i capelli in
modo che ricadessero sulle spalle.
Poi tuffò il volto in quella morbida massa, mormorando: — È da tanto
tempo che desidero farlo! Hai i capelli di seta e di fuoco, come il resto di te.
Sentiva il suo respiro scaldarle la gola, la sua ammirazione le scaldava il
cuore. Cominciando a divenire più sicura, disse: — Anche io voglio vederti,
Giles.
Gli slacciò i bottoni del colletto, per poter posare la mano sul suo petto
caldo. Dei peli scuri le solleticarono il palmo e lei sentì il cuore di Giles
accelerare i battiti.
Fecero a turno nello svestirsi l’un l’altra, indumento dopo indumento. Si
mossero con deliberata lentezza, attizzando il fuoco che divampava tra loro
con dolci parole e tenere carezze.
Quando la sottoveste di Desdemona cadde a terra con un fruscio,
lasciandola con indosso solo le calze, Giles esclamò con voce roca: — Sei
molto bella, splendidamente bella. Boadicea, l’antica regina guerriera dei
Bretoni deve essere stata simile a te, con i capelli rossi e splendente di forza
femminea. — Sorrise. — È da quando siamo stati a Daventry che penso a quel
tuo magnifico collo.
Lei arrossì, — È quello allora che continuavi a fissare per tutta la sera?
— Ma certo che guardavo il tuo collo. Non sono forse un gentiluomo? — E
fece scivolare la mano sotto i suoi seni voluttuosi, alzandoli. Con il fiato corto
le disse: — Desideravo anche fare questo. — E affondò la faccia tra i due seni
caldi, poi cominciò a succhiare e a baciare i capezzoli.
Desdemona ansimò e inarcò il collo all’indietro. Per la prima volta in vita
sua amò il suo corpo appariscente, perché donava a lui tanto piacere. Più di
ogni cosa al mondo voleva renderlo felice, per ricambiare la gioia che stava
sbocciando dentro di lei.
Quando si sdraiarono insieme sul letto, lo fecero di comune accordo, da
alleati, quando si congiunsero per la sua frenetica supplica, per il suo bisogno
che Giles diventasse parte di lei. Quando da loro eruppe un grido, la loro
esplosione avvenne nello stesso tempo.
Fu una notte di timidezza e di scoperte, di passione e di risate, troppo
preziosa per sprecarla nel sonno. Desdemona scoprì di non essere frigida, di
non esserlo per niente, e nel corso di questa scoperta convinse Giles che solo
un’idiota avrebbe potuto trovarlo noioso.
Quando non facevano l’amore, rimanevano abbracciati a parlare,
condividendo i pensieri con la stessa intimità con cui avevano condiviso i loro
corpi. Fu con la massima riluttanza che Giles accennò al fatto che il cielo si
stava rischiarando. — L’alba arriva troppo presto in questa stagione. — Le
mosse i capelli ingarbugliati con il soffio del suo respiro. — Non ho voglia di
andarmene, ma devo.
Desdemona rotolò sul letto in modo da mettersi di traverso su di lui, con
il mento posato sul suo petto. Non c’era più traccia della donna collerica,
costantemente sulla difensiva che aveva fatto irruzione nella sua vita
tranquilla qualche settimana prima. Adesso era tenera e accomodante. —
Perché devi andartene? I domestici avranno già indovinato quello che sta
succedendo.
E sorridendo maliziosamente lo baciò con tale passione che l’altro l’attirò
a sé per un altro bacio. Quando fu necessario per la sopravvivenza di
entrambi fermarsi a respirare, Giles la rimproverò ansimando: — Sei proprio
una donna senza pudore. E io sono un uomo molto fortunato.
La sua candida pelle si colorò di rosa.
— I tuoi incantevoli rossori vanno ben oltre la mia immaginazione.
Queste parole la fecero arrossire ancora di più.
Quando Giles ebbe finito la sua accurata ricerca e risolto il problema di
fino a dove esattamente arrivassero quei rossori, era passata un’altra
mezz’ora. Dopo, mentre erano sdraiati con i corpi aggrovigliati l’uno all’altro,
lei gli disse dolcemente: — Non sapevo che potesse essere così.
— Nemmeno io.
Desdemona alzò la testa e lo fissò stupita. — Davvero?
— Davvero. — Le accarezzò la spalla nuda. — Immagino di avere avuto
varie esperienze in questo campo, come la maggior parte degli uomini, ma
non ho mai fatto l’amore con la mia amata. Niente nel passato hai mai
uguagliato questo. — E la baciò di nuovo, a lungo. — Sei pronta a prendere
una decisione sul nostro matrimonio, o hai ancora bisogno di tempo?
Lei scoppiò a ridere e gli mise le braccia al collo, — Che cosa credi, che io
sia tanto stupida da lasciarti andare?
19

La locanda si trovava nei paraggi del quartiere di Covent Garden. Mentre


la carrozza si fermava, i tratti del viso di Maxie si indurirono per la tensione.
Era da quando si era svegliata che si sentiva pesare addosso una nera cappa di
angoscia che minacciava di soffocarla. Non riusciva a liberarsi della
sensazione di avere imboccato una strada da cui non sarebbe più potuta
tornare indietro. Ma non aveva altra scelta che continuare.
Lei e Robin avevano concordato che fosse meglio partire dalla locanda. La
morte di un ospite non è certo una cosa che si dimentica facilmente. E se loro
due non avessero ricevuto risposte franche alle loro domande, be’, anche
questa sarebbe stata un’informazione importante, in un certo senso.
Robin l’aiutò a scendere dalla carrozza. Maxie si fermò un attimo a
studiare la costruzione che ospitava la locanda: era piccola e rispettabile, ma
niente di più. Suo padre non aveva denaro sufficiente per pagarsi un alloggio
più sontuoso.
Poi prese il braccio di Robin, alzò il mento ed entrò.

Mentre la coppia ben vestita scompariva nell’interno del locale, il


proprietario della rivendita di tabacco accanto li seguì con lo sguardo
attraverso il vetro sporco della vetrina, strizzando gli occhi per assicurarsi che
i due corrispondessero alla descrizione che gli era stata data: un tipo biondo,
tranquillo e sicuro di sé e una piccola venere tascabile bruna. Il vecchio
annuì, sì, dovevano essere proprio loro.
Voltandosi verso il ragazzo che gli faceva da aiutante, l’uomo gli disse: —
Vai a chiamare Simmons qui dietro l’angolo e digli che quei due che gli
interessano sono nella locanda adesso. Cerca di sbrigarti, però, e se non è là,
cercalo. C’è una mezza corona per te se riesci ad arrivare qui in tempo.
Per non parlare delle tre sterline (meno mezza corona) che ci sarebbero
state per lui. Enormemente soddisfatto, il tabaccaio si concesse uno dei suoi
sigari più costosi.

Avevano deciso in anticipo che avrebbe parlato Robin, visto che gli uomini
venivano di solito presi più sul serio. Fu Robin quindi a rivolgersi al giovane
impiegato foruncoloso: — Posso parlare con il padrone della locanda, per
favore? — chiese.
Il giovane alzò gli occhi dal giornale che stava leggendo, poi disse, dopo
avere rivolto a Maxie un’occhiata maleducata: — Posso affittarvi una stanza,
ma dovete pagare tutta la giornata, anche se vi serve solo per un’ora.
— Non abbiamo bisogno di una camera — rispose gelido Robin. —
Vogliamo parlare con il padrone della locanda. Adesso.
L’altro avrebbe voluto rispondere in malo modo, ma ci ripensò. — Vado a
vedere se Watson è disposto a parlare con voi.
Mentre aspettavano, Maxie apriva e stringeva spasmodicamente le mani a
pugno. Per fortuna accanto a lei c’era la presenza rassicurante di Robin. E,
molto saggiamente, lui non stava cercando di distrarla con volubili
chiacchiere, visto il suo nervosismo in quel momento. Aveva affrontato con
molta più calma un branco di lupi durante una tempesta di neve.
Chiuse gli occhi e si costrinse a respirare più lentamente. Conoscere la
verità sarebbe comunque stato meglio che non vivere con tanta angoscia.
Watson era un tipo magro e quasi calvo, con un’espressione di costante
irritazione sulla faccia. Senza preoccuparsi di alzarsi in piedi, abbaiò da dove
era seduto dietro la sua scrivania: — Ditemi che cosa volete e cercate di
essere brevi. Non ho tempo da perdere.
— Mi chiamo lord Robert Andreville — rispose secco Robin. — Tre mesi fa
uno dei vostri ospiti, un certo signor Collins, è morto inaspettatamente.
— L’americano. — La faccia di Watson perse qualsiasi espressione. — Sì,
ha tirato le cuoia qui.
— Potreste dirci come è successo? — Visto che il locandiere non
rispondeva, Robin suggerì: — Chi l’ha trovato, e che ore erano? Era ancora
vivo il signor Collins quando l’hanno trovato? È stato mandato a chiamare un
medico?
L’altro lo guardò accigliato, — E voi che cosa c’entrate?
Incapace di rimanere in silenzio un minuto di più, Maxie intervenne: —
Era mio padre. Avrò pure il diritto di sapere come ha passato le sue ultime
ore.
Watson si voltò a guardarla, con un’espressione indecifrabile sul volto. —
Mi spiace, signorina. — Poi, distogliendo lo sguardo da lei, continuò: — L’ha
trovato una cameriera la mattina. Era già morto. Il medico ha detto che
doveva essere stato il cuore. Se n’è andato all’improvviso.
— Come si chiama il medico? — chiese Robin.
Watson si alzò in piedi. Aveva un’espressione arcigna. — Vi ho concesso
fin troppo del mio tempo, non c’è altro da sapere. Collins è morto e questo è
tutto. Se non fosse successo qui, sarebbe successo da qualche altra parte, cosa
che mi sarebbe stata di molto meno disturbo. Adesso andatevene, ho del
lavoro da sbrigare.
Maxie aprì la bocca per protestare, ma Robin la prese con fermezza per il
braccio. — Vi ringrazio di averci concesso un po’ di tempo, signor Watson.
Dopo che il suo compagno l’ebbe portata fuori dall’ufficio e si fu chiuso la
porta alle spalle, la ragazza sibilò rabbiosa: — Voglio fargli ancora qualche
domani da Robin. Ci nascondeva qualcosa.
— Sì, ma non ci avrebbe detto niente di più, a meno che non fossimo
ricorsi alla violenza, ed è ancora troppo presto per una mossa del genere. C’è
un modo migliore per ottenere le informazioni che ci interessano. — E invece
di proseguire verso l’uscita, Robin girò sui tacchi. — I domestici sanno
sempre quello che succede e forse nessuno ha pensato di ordinare loro di
tenere la bocca chiusa.
La porta in fondo al corridoio conduceva a un cortile dove c’erano delle
stalle. Maxie seguì Robin che attraversò lo spiazzo e si diresse verso una serie
di porte aperte. All’interno un vecchio stalliere intento a oliare un paio di
redini fischiettava un motivo tra i denti storti.
— Buongiorno, signore — disse Robin in tono gioviale.
L’altro alzò gli occhi, sorpreso, ma non dispiaciuto di essere interrotto. —
Buona giornata anche a voi, signore. Che cosa posso fare per voi?
— Mi chiamo Bob Andreville — Robin, che aveva preso un forte accento
americano, molto più forte di quello di Maxie, tese il braccio verso lo
stalliere. — Mi chiedevo se è da molto che lavorate qui.
— Da quasi dieci anni. — Dopo essersi pulito la mano unta sui calzoni,
l’uomo strinse quella di Robin. — Sono Will Jenkins. Siete americano voi?
— Sì, ma mio padre è nato nello Yorkshire. Questo è il mio primo viaggio
in Inghilterra. Sarei venuto prima se non fosse stato per la guerra. — Scosse
la testa. — Che maledette idiozie queste guerre! Gli americani e gli inglesi
dovrebbero essere amici.
— Come è vero! — ammise l’altro. — Ho un cugino che sta in Virginia. Voi
da dove venite?
E i due continuarono così mentre Maxie per l’impazienza faticava a
rimanere ferma sui due piedi, pur rendendosi conto che Robin stava facendo
la cosa giusta. Avrebbero ottenuto più informazioni da uno stalliere con cui
era stato instaurato un rapporto di cordialità, che non da un locandiere ostile.
— Un mio amico, Max Collins — disse finalmente Robin, entrando in
argomento — è venuto qui in visita qualche mese fa. Poco prima di
imbarcarmi io stesso ho saputo che è morto, ma nessuno ha saputo dirmi
esattamente che cosa fosse successo. Mi sono ricordato che alloggiava in
questa locanda e così, visto che mi trovavo in zona, ho deciso di passare a
vedere se riuscivo a raccogliere qualche informazione da dare alla sua
famiglia. — E increspò le labbra con un’espressione di disapprovazione. — Si
sentono delle brutte storie su Londra. Sono stati dei banditi a ucciderlo?
— Niente del genere. Il signor Collins è morto proprio qui nel suo letto. —
Jenkins scosse la testa brizzolata. — Una brutta storia, quella. Era un
gentiluomo, molto gentile con tutti, persino con quel verme di Watson. È
stato un vero shock quando si è ucciso.
Quelle parole colpirono Maxie come una palla di cannone. L’impatto fu
così forte e distruttivo da farle persino dimenticare il dolore. "Si è ucciso. Si è
ucciso." Mentre Robin restava senza fiato, lei parlò con voce ansimante: —
No, Max non avrebbe mai fatto una cosa simile.
— Mi spiace molto di essere io a dirvi questo, se era vostro amico,
signorina — disse Jenkins in tono compassionevole — ma non ci sono dubbi.
Quel signore ha cercato di fare le cose in modo che nessuno potesse
accorgersene, ma ha trascurato qualche particolare. Forse gli è successo
qualcosa di brutto e ha deciso che non ce la faceva più. Succede spesso a
molti di non poterne più di stare al mondo.
Da bambina Maxie si era avventurata una volta su uno stagno gelato in
gennaio, durante il disgelo. Persino a distanza di venti anni ricordava il suo
terrore quando si era sentita spezzare sotto i piedi il ghiaccio che lei credeva
solido. Aveva disperatamente cercato di tornare a riva, ma il ghiaccio si era
rotto e lei era caduta nell’acqua gelida e stava per affogare quando suo padre
aveva sentito le sue urla ed era corso a salvarla.
Ciò che provava in quel momento era molto simile al suo terrore di allora,
a quella sensazione che non ci fosse più speranza o salvezza per lei, anzi, era
mille volte peggio. Quello che aveva detto Jenkins era intollerabile e lei stava
sprofondando non nell’acqua, ma in un’angoscia insopportabile.
— No! — ripeté, nascondendosi la faccia tra le mani. — Papà non si
sarebbe mai suicidato, mai! — Ma i pezzi del mosaico si ricomponevano con
terribile precisione. Questo spiegava tutto quello che lei non era mai riuscita
a capire.
Senza pensare si girò e scappò via, si precipitò nel vicolo e continuò a
correre. Senti Robin chiamarla per nome, ma era una voce lontana, senza
importanza.
Quando sbucò dal vicolo, si scontrò con un uomo che puzzava di cipolle.
Perse il cappello e per poco non cadde, ma riuscì a mantenere l’equilibrio.
Corse in strada alla cieca, senza curarsi di nessuno.
Un grido roco le risuonò nell’orecchio. Qualcuno l’afferrò per il braccio,
allontanandola con uno strattone dal percorso di un cavallo che, spaventato,
si imbizzarrì e gli zoccoli ferrati mancarono di poco la sua testa.
Ignorando il suo salvatore, Maxie si liberò e riprese a correre, come se da
qualche parte esistesse un posto dove il passato era diverso, dove nessuno
avrebbe potuto costringerla a credere che suo padre si fosse ucciso. Inciampò
e cadde sul lurido marciapiede. Si sentì mancare il fiato per la caduta, eppure
non sentì nulla quando le ginocchia e le mani colpirono violentemente
l’acciottolato.
Dopo essersi faticosamente rimessa in piedi stava per riprendere la sua
fuga, quando un paio di mani forti l’afferrarono. — Fermati, Maxie! — le disse
energicamente la voce familiare di Robin. — Fermati, per amore del cielo
prima di farti ammazzare!
Cercò di liberarsi, ma lui la tenne stretta. Mentre Robin la trascinava via
dalla strada, lei strinse le mani a pugno e lo tempestò di colpi. — Mio padre
non si sarebbe mai ucciso, lasciandomi sola! — gridò, con le lacrime che le
scorrevano copiose sulla faccia. — Amava la vita e mi voleva bene. Non lo
avrebbe mai fatto!
Robin intuì che era se stessa che lei cercava di convincere. Cercò di
bloccarle le mani, immobilizzandole le braccia contro i fianchi, ma lei
continuò a dibattersi freneticamente.
Robin mandò un rantolo quando uno dei gomiti della ragazza lo colpì con
forza nello stomaco, lasciandolo senza fiato. Era pericoloso cercare di tenerla
ferma contro la sua volontà, ma lui non osò ricorrere a metodi più energici. —
Non sappiamo niente di sicuro, Kanawiosta — disse, nel disperato tentativo di
calmarla prima che si facesse del male. — Forse Jenkins si è sbagliato,
nonostante le apparenze. Dobbiamo avere più informazioni.
Lei boccheggiò penosamente e si fermò, il corpo minuscolo scosso da un
tremito. Robin si rese conto che le sue parole avevano ottenuto l’effetto
opposto a quello desiderato: invece di convincerla che lo stalliere potesse
essersi sbagliato, l’avevano messa di fronte alla verità irrefutabile di quanto
era accaduto.
Robin soffriva per la sua angoscia, sapeva che Maxie adesso si trovava in
un suo inferno personale e lui non poteva aiutarla condividendo la sua pena,
a meno che non glielo consentisse lei stessa. Ignorando i passanti incuriositi,
continuò a parlarle a bassa voce all’orecchio, sperando che il suono del suo
mormorio la tranquillizzasse, anche se capire il senso delle sue parole in quel
momento era al di fuori delle sue facoltà.
Poi l’istinto sviluppato in anni di esistenza pericolosa lo costrinse ad
alzare lo sguardo. A mezzo isolato di distanza, al di là della folla, vide
Simmons, fermo, con un’espressione cupa sul volto.
Cristo, proprio adesso doveva capitargli tra i piedi quel bastardo! Robin
fece cenno a una carrozza di passaggio. Quando questa si fermò, sollevò
Maxie tra le braccia e ve la posò. Al cocchiere ordinò seccamente: — Mayfair,
più presto che puoi. Ci saranno cinque sterline di premio per te se ci arrivi in
metà del tuo solito tempo.
Mentre la carrozza si buttava nel traffico con uno scossone, Robin si
sistemò sul sedile e strinse Maxie tra le braccia. Poi pregò di riuscire a trovare
in sé la saggezza necessaria per aiutarla, come Maxie aveva aiutato lui.
Simmons osservò accigliato la carrozza che spariva. A quanto sembrava, la
ragazza aveva saputo la verità e l’aveva presa molto peggio di quanto non
avesse temuto lo zio. Chiamò con un cenno un monello magrolino che
lavorava regolarmente per lui. — Scopri dove sono diretti — gli ordinò.
Il ragazzo si precipitò all’inseguimento della carrozza. Quando l’ebbe
raggiunta, saltò a bordo e si aggrappò a una sporgenza sul retro del veicolo,
poi, a forza di contorcimenti vari, trovò una sistemazione comoda per il resto
del viaggio.
Al ritorno del ragazzo, pensò Simmons, almeno sarebbe stato in grado di
dire a Collingwood dove alloggiava sua nipote. Non era molto, ma era il
massimo che poteva tirare fuori da una missione che si era rivelata disastrosa
da tutti i punti di vista.

Anche se non aveva perso i sensi, Maxie era sotto shock. Era gelata e
tremava in tutto il corpo. Sembrava ignorare persino la presenza di Robin.
Lui la tenne rannicchiata tra le sue braccia per tutta la durata del percorso
fino a Candover House, cercando invano di trasmetterle un po’ del suo calore.
Quando Maxie gli aveva parlato per la prima volta della morte di suo
padre, Robin aveva pensato alla possibilità del suicidio, perché questa ipotesi
poteva fornire un motivo plausibile alla reticenza di Collingwood. Che cosa
aveva detto Maxie a Ruxton a proposito della sua incapacità di vedere nel
futuro? Aveva detto qualcosa a proposito di una possibilità impensabile.
Conoscendo suo padre meglio di chiunque altro, non le era mai venuto in
mente che avesse potuto suicidarsi. Eppure lo aveva fatto, e la cosa l’aveva
annientata.
Giunti a Candover House, Robin portò Maxie in casa, e passando davanti
al maggiordomo sbigottito, gli disse che mandassero nella camera della
ragazza acqua calda, salviette, bende e una pomata, poi la portò di sopra, la
distese sul letto, e le tolse il vestito strappato e le calze. In quel momento
l’etichetta era l’ultima delle sue preoccupazioni.
Quando arrivò ciò che aveva chiesto, congedò la cameriera e si mise a
pulire e disinfettare le ammaccature di Maxie.
Lei non oppose resistenza, ma neanche collaborò o mostrò disagio per le
cure di Robin. Si limitò a rimanere passivamente sdraiata, senza guardarlo
negli occhi.
Quando lui ebbe terminato, si voltò bocconi e affondò la faccia nei cuscini.
Robin si domandò se questa assoluta chiusura nei confronti del mondo
era un aspetto della sua eredità Mohawk.
Quando ebbe finito, la coprì con una coperta, poi posò la mano sulla sua
chiusa a pugno. — C’è qualcosa che posso fare?
Lei gli fece cenno di no con un impercettibile moto del capo.
— Kanawiosta, quando io ero sprofondato nel mio abisso di dolore, tu mi
hai detto che condividere un carico con qualcuno lo rende più leggero — le
disse piano. — Non c’è nulla che tu voglia accettare da me?
— Non adesso. — La voce soffocata dai cuscini era appena udibile.
— Vuoi che me ne vada?
Annuì.
Con il cuore pesante, Robin si alzò in piedi. Nonostante fosse minuscola,
Maxie non aveva mai avuto l’aria fragile, ma adesso la sua figuretta smilza
sotto la coperta sembrava ancora più piccola e vulnerabile. Robin non cercò
di analizzare i propri sentimenti per lei, sapeva solo che avrebbe volentieri
dato tutto quello che possedeva al mondo per alleviare la sua infelicità.
Cedendo al bisogno di esprimere una minima parte della sua tenerezza, le
sfiorò i capelli neri come l’ala del corvo in una carezza troppo leggera perché
lei l’avvertisse. Poi si costrinse a uscire dalla stanza.
Fuori, seduta su una sedia, con le mani pazientemente intrecciate in
grembo, l’aspettava la duchessa, che era stata informata dai domestici che era
accaduto qualcosa di grave. — Che cosa è successo? — chiese piano, quando
lo vide uscire dalla stanza.
Lui sospirò, passandosi la mano tra i capelli in un gesto di impotenza, e le
raccontò in breve quanto era accaduto.

Avevano appena finito di bere in silenzio il tè, quando entrò il


maggiordomo con un biglietto da visita. Margot inarcò le sopracciglia. — C’è
qui lord Collingwood.
Subito all’erta Robin chiese di poter assistere al loro colloquio e Margot
acconsentì prontamente.
Il maggiordomo uscì e dopo pochi istanti fece entrare il visitatore. Lord
Collingwood era un uomo alto con un viso sottile e stanco. — Vi prego di
scusarmi per la mia intrusione, duchessa — disse, dopo essersi inchinato
davanti a Margot — ma ho motivo di credere che mia nipote, la signorina
Maxima Collins, sia alloggiata qui da voi. Mi piacerebbe vederla.
— È qui — ammise Margot. — Ma non sta bene e non può ricevere visite.
Volete lasciarle un messaggio?
Collingwood esitò. Mentre rifletteva, il suo sguardo cadde su Robin, che si
era ritirato in un angolo della stanza per non farsi notare. Il visconte strinse
gli occhi, — Mia nipote viaggiava con un uomo che assomigliava a voi, a
giudicare dalla descrizione che mi è stata data.
Robin inclinò la testa. — Sono lord Robert Andreville.
— Il fratello di Wolverhampton? — fece, colto alla sprovvista, l’altro.
— Esatto.
Collingwood scosse la testa incredulo. — E io che mi preoccupavo tanto
che la ragazza si fosse fatta abbindolare da qualche mascalzone!
— Un titolo non da’ una totale garanzia di onestà — replicò asciutto Robin.
— Comunque le mie intenzioni nei riguardi della signorina Collins non
hanno mai avuto niente di disonorevole. Ci siamo conosciuti per puro caso e,
dopo che lei mi ha messo al corrente della sua intenzione di recarsi a Londra,
mi sono offerto di accompagnarla, visti i pericoli a cui poteva andare
incontro. — Mentre parlava osservava attentamente Collingwood. A guardar
bene, c’era tra la sorella e lui una vaga somiglianza, anche se il visconte era
un tipo più posato e convenzionale di lady Ross. In ogni caso aveva l’aria del
tipico gentiluomo inglese, e non pareva certo uno che si potesse liberare di
un fratello scomodo facendolo ammazzare. Non c’era da stupirsi che Maxie
non riuscisse a credere che suo zio fosse così spietato.
In tono lievemente ironico Collingwood gli disse: — Quello che è sicuro è
che siete riuscito a proteggere mia nipote dall’agente di polizia al quale avevo
dato l’incarico di riportarla a casa.
— Buon Dio, Simmons sarebbe un agente? — Dopo un attimo di silenzio,
Robin non poté fare a meno di ridere di se stesso. — Avrei dovuto
indovinarlo, Maxie e io pensavamo che fosse un poco di buono.
— I poliziotti spesso assomigliano ai criminali a cui danno la caccia —
ammise Collingwood. — Ma Ned Simmons è uno dei migliori agenti di
Londra. Lo avevo incaricato di indagare sulla morte di mio fratello e di fare
tutto il possibile per tenere la cosa sotto silenzio perché volevo evitare che
diventasse di pubblico dominio. A parte lo scandalo che sarebbe potuto
scoppiare, volevo che Max potesse essere sepolto in terra consacrata. Per caso
Simmons si trovava su nel Nord quando mia nipote è scappata e così l’ho
incaricato di riportarla da me.
Dopo che Margot gli ebbe fatto cenno di sedersi, Collingwood continuò
con un certo imbarazzo. — Da quello che mi ha detto Simmons, mia nipote è
uscita sconvolta dalla locanda dove era alloggiato mio fratello.
Robin annuì. — Abbiamo saputo del suicidio. Maxie l’ha presa molto
male.
Collingwood sospirò. — È proprio quello che temevo… era molto legata a
Max. Invidiavo mio fratello per quella sua figlia. Quanto alle mie… — si
interruppe per un attimo, poi continuò. — Volevo risparmiare a Maxima
questo terribile colpo, ecco perché ho cercato di impedirle di raggiungere
Londra.
— È stato il vostro tentativo di nasconderle la verità che l’ha spinta a
scappare. Voleva sapere — fece sferzante Robin, e gli spiegò come Maxie
avesse udito la sua conversazione con la moglie.
— Bene, adesso che vi siete chiariti le idee — intervenne la duchessa — il
vero problema è la reazione di Maxie alla notizia del suicidio di suo padre.
— Ho anche delle notizie più liete per lei — disse Collingwood, studiando
l’espressione di Robin, — Immagino che vi siate autonominato suo
protettore.
— Non vi sbagliate.
— Allora potete informare Maxima che è quasi diventata un’ereditiera.
Possiede una rendita di cinquecento sterline all’anno, che la renderà
indipendente e le darà la possibilità di condurre una vita agiata qui o in
America.
Robin inarcò le sopracciglia. Era una somma considerevole. — Ma da chi
ha ricevuto questa eredità? Maxie mi ha detto che suo padre non le ha
lasciato nulla.
— Nostra zia Maxima, lady Clendennon, era la madrina di Max. Ha
sempre avuto un debole per lui. Anche quando si lamentava di quanto fosse
spendaccione, lo faceva con un sorriso. Amava molto ricevere le sue lettere.
— Collingwood sospirò. — Max aveva un grande fascino. Se fosse stato dotato
di altrettanta prudenza, avrebbe potuto diventare primo ministro. La zia
Maxima sapeva che sarebbe stato assurdo lasciare del denaro a Max, così ha
deciso di nominare sua figlia tra i suoi eredi. Dopo che è morta, l’inverno
scorso, il suo avvocato ha scritto a mio fratello, a Boston. È stato questo il
motivo per cui è tornato in Inghilterra. Poiché l’avvocato non pareva disposto
a essere di grande aiuto nell’esecuzione del testamento, Max ha deciso di
venire a Londra per parlargli di persona.
— Ma perché vostro fratello non ha informato Maxie? Avevo
l’impressione che fosse lei a occuparsi delle questioni finanziarie.
— Max mi aveva proibito di parlargliene fino a quando la questione non
fosse stata risolta del tutto, per evitarle una grossa delusione nel caso la
faccenda non fosse andata in porto — spiegò Collingwood. — Mia zia aveva
messo bene in chiaro che Maxima non avrebbe potuto ereditare prima di
avere compiuto venticinque anni. Dopodiché, il denaro doveva essere
collocato in amministrazione fiduciaria per tutto il tempo in cui Max fosse
rimasto in vita. A quanto pare, mia zia era fermamente decisa a impedire a
mio fratello di scialacquare l’eredità di sua figlia.
— Dopo la morte di Max sarebbero caduti tutti i vincoli sul denaro, ma
l’attuale lord Clendennon ha fatto pressioni sull’avvocato perché trovasse un
modo per invalidare questa clausola del testamento, inabilitando Maxima.
Temo che mio cugino sia un tipo molto avido e, se Maxima non potesse
ereditare, il denaro tornerebbe a lui. Quando Clendennon ha saputo che la
madre di Maxima era una pellerossa, ha avanzato l’ipotesi che la ragazza
potesse essere illegittima, frutto di una relazione occasionale di mio fratello,
magari nemmeno figlia sua.
Robin mandò un leggero fischio. — Non vi biasimo per avere voluto
nascondere tutto questo a Maxie. Si sarebbe infuriata.
— E ne avrebbe avuto tutti i motivi. Quando Clendennon ha sollevato
questo problema, ho ordinato al mio avvocato di scrivere a un collega di
Boston. La scorsa settimana ho ricevuto una copia del certificato di
matrimonio di mio fratello. Max e sua moglie erano stati uniti in matrimonio
da un prete anglicano e quindi non ci sono dubbi che Maxie sia la loro figlia
legittima. — E qui Collingwood fece un mezzo sorriso di soddisfazione.—
Anche se non ci fosse stata una cerimonia cristiana, ero pronto a sostenere
che i suoi genitori erano legalmente sposati secondo le leggi del popolo di sua
madre, ma in questo modo tutto è diventato molto più semplice e
inoppugnabile.
— Vi siete dato parecchio da fare per vostra nipote.
— Ma certo, fa parte della famiglia. E poi sono molto affezionato a quella
ragazza. Mi piacerebbe che anche le mie figlie avessero un po’ della sua
grinta. — E qui, per la prima volta Collingwood sorrise furbescamente.
— Non tutta quella grinta, però. Avrei avuto un bel da fare a educare
Maxima. Un eccentrico come Max è stato un padre migliore per lei. — A quel
punto si alzò in piedi. — Sarò alloggiato al Clarendon per un po’ di giorni. Mi
piacerebbe vedere Maxima prima di tornare a Durham. Volete dirle che sono
passato a trovarla?
— Certamente — rispose Robin. — Volete informarla voi stesso
dell’eredità?
Il visconte alzò le spalle. — Decidete voi che cosa sia meglio. Se non
volesse vedermi, diteglielo voi se ritenete che la cosa possa rallegrarla un po’.
Io ho gestito molto male tutta la vicenda, temo.
— Maxie è fortunata ad avere uno zio così coscienzioso — osservò Robin.
— Avevate una libertà d’azione molto limitata e avete scelto la soluzione che
vi pareva più logica.
— Vi ringrazio. — Collingwood pareva più sollevato mentre si
accomiatava.
— Sono sicuro che non ti è sfuggito un particolare della storia di
Collingwood — disse Robin alla duchessa quando furono soli.
Margot annuì pensosamente. Tirare delle conclusioni da una serie di dati,
anche approssimativi, era l’essenza dell’arte dello spionaggio, arte che
entrambi padroneggiavano alla perfezione. — Ma c’è qualche modo per
provarlo?
— No, così no, ma con qualche informazione in più posso dare una
motivazione convincente. Non sono necessarie prove inconfutabili, —
Profondamente grato al cielo per poter fare qualcosa per Maxie, Robin si
diresse verso la porta. — Comincio subito, sa il cielo quando sarò di ritorno.
— Aspetta, voglio darti la chiave della porta d’ingresso. Non sarebbe molto
dignitoso farti scoprire mentre cerchi di forzare la serratura se tornassi a un
ora tarda — disse Margot. — Terrò d’occhio la camera di Maxie e cercherò di
assicurarmi che non commetta sciocchezze. Fammi sapere se posso essere
d’aiuto anche in qualche altro modo.
— Ti ringrazio — Robin le sorrise — a dire la verità so esattamente dove
posso trovare l’aiuto che mi serve.

Poiché la porta era aperta, Robin si limitò a bussare una sola volta mentre
entrava. Lord Strathmore alzò la testa dalla scrivania con aria poco
interessata fino a quando non ebbe visto chi era il suo visitatore. Allora si
alzò in piedi sorridendo, — Sono contento che tu sia venuto qui a Whitehall,
Robin. Ieri è stata una serata molto piacevole, ma non abbiamo avuto modo
di chiacchierare molto.
— Be’, oggi non sarà molto meglio, purtroppo. — Dopo avergli stretto la
mano, Robin si sedette sulla poltrona che suo cugino gli aveva indicato. —
Sono qui per chiederti aiuto.
— Tutto quello che vuoi — rispose con semplicità Lucien. — Qual è il
problema?
— Voglio informazioni su un suicidio che è avvenuto in una locanda
vicino al Covent Garden due… no, circa tre mesi fa.
Lucien corrugò la fronte. — Il padre della tua amica Maxie?
Robin annuì. Anche suo cugino era un maestro nell’arte di ricomporre in
un quadro logico dei particolari apparentemente insignificanti. — Sì. Lei è
sconvolta… erano molto legati. Voglio trovare delle circostanze attenuanti, il
maggior numero possibile, che possano renderle più facile accettare la sua
morte. Voglio parlare con la cameriera che ha trovato il corpo, il medico che
ha stilato il certificato di morte, e tutti coloro che Collins ha visitato qui a
Londra. E voglio fare tutto oggi stesso.
Lucien inarcò le sopracciglia. — Vuoi che ti accompagni? In due si potrà
risparmiare del tempo.
Robin guardò la scrivania coperta di incartamenti. — Non sei molto
occupato?
— È tutta roba che può aspettare.
— Bene. Poiché Londra non è un territorio che conosco bene, ho bisogno
di tutto l’aiuto che posso trovare. — Robin aggrottò la fronte. — Avrei dovuto
pensarci prima, ma quando si è coinvolti personalmente, il buon senso va a
farsi benedire. C’è un agente di Bow Street, Ned Simmons, che è stato
incaricato dalla famiglia Collins di mettere a tacere l’accaduto. Se riuscissimo
a trovarlo, forse potrebbe essere a conoscenza di molte delle cose che voglio
sapere.
Lucien annuì. — Conosco Simmons. È molto preciso e coscienzioso.
Frequenta una taverna nei pressi del Covent Garden. Se siamo fortunati, lo
troveremo là adesso.
Con l’aiuto di Lucien non sarebbe stato difficile raccogliere informazioni
sugli ultimi giorni di Max Collins. Robin sperò con tutto il cuore che ciò
potesse aiutare Maxie a vedere le cose da un punto di vista diverso.
20

Maxie aveva la sensazione di essersi persa in un mondo di ombre e di


orribili incubi, ma sapeva bene che non ci sarebbe stato risveglio. Suo padre
si era tolto la vita e questo era un dolore molto più straziante di quanto non
si sarebbe mai immaginata.
La faccia sprofondata nei cuscini, Maxie perse completamente il senso del
tempo. I raggi del sole attraversarono lentamente il pavimento, poi sparirono
quando le nuvole oscurarono il cielo. Qualcuno entrò e le lasciò un vassoio
con del cibo, poi uscì in silenzio. La stanza si fece buia e i rumori nella casa si
affievolirono a poco a poco.
Quando un orologio in lontananza batté la mezzanotte, Maxie si costrinse
ad alzarsi a sedere e a fare il punto della situazione. Non poteva passare il
resto della sua vita a nascondersi in una stanza. Quanto tempo sarebbe
potuto passare prima che i suoi ospiti si sentissero costretti a pregarla
cortesemente di andarsene… ventiquattro ore? Tre giorni? Una settimana?
Oppure la superba ospitalità di Margot le avrebbe permesso di rimanere per
sempre là, a covare perennemente il suo lutto, servita da silenziose
cameriere?
Anche se la duchessa glielo avesse permesso, Robin si sarebbe opposto.
Maxie si nascose la faccia tra le mani, chiedendosi che cosa sarebbe successo
poi. Adesso le era finalmente chiaro il motivo per cui non era riuscita a
vedere che strada avrebbe seguito dopo Londra. Era accaduto l’impensabile e
adesso si sentiva come sospesa, incapace di continuare, incapace di tornare
indietro, troppo stordita per riuscire a immaginare qualcosa che avesse una
vaga rassomiglianza con la vita normale.
Stancamente scese dal letto e trovò la sua vestaglia, uno degli indumenti
che erano apparsi come per magia nell’armadio il giorno prima. Si fermò a
pensare. Era davvero a Londra da due giorni soltanto? Le pareva di essere là
da un secolo.
Si strinse la cintura della vestaglia attorno alla vita sottile, poi accese una
candela e scese in biblioteca. I libri riuscivano sempre a farla sentire meglio.
Forse quell’ambiente pieno di libri l’avrebbe aiutata a chiarirsi le idee.
Sulla parete di fondo della biblioteca c’erano una scrivania e una poltrona
di cuoio e qui Maxie si sedette. La stanza era fresca e di tanto in tanto delle
gocce di pioggia picchiettavano contro le finestre. Le pareti del locale erano
coperte di miriadi di volumi, il cui titolo a lettere dorate stampate sul dorso
brillava appena alla luce della candela. Mentre respirava il piacevole odore
che aleggiava nella stanza, un misto di cuoio, cera per i mobili e un vago
aroma di fumo, Maxie si sentì allentare leggermente il nodo che le stringeva
il cuore.
Su un lato della scrivania era posata una scatola di legno contenente del
tabacco. Sull’onda di un vago ricordo, Maxie aprì la scatola e posò una presa
di tabacco in una bassa ciotola di porcellana che serviva per la cenere. Poi usò
la candela per accendere le foglie di tabacco.
Il profumo pungente la riportò alle cerimonie a cui aveva assistito durante
la sua infanzia. Il popolo di sua madre considerava sacro il tabacco e lo
bruciava perché il fumo portasse le loro preghiere al mondo degli spiriti.
Ma, mentre osservava le spirali di fumo alzarsi e svanire nel buio, Maxie
non sapeva nemmeno per che cosa pregare.

Era stata una lunga giornata e Candover House era totalmente immersa
nel buio quando Robin vi ritornò. Però, grazie al considerevole aiuto di
Lucien e dello stupitissimo Simmons, era riuscito a trovare le informazioni di
cui avevano bisogno. Forse l’indomani Maxie sarebbe stata disposta ad
ascoltarlo.
Entrò usando la chiave che Maggie gli aveva dato. Aveva appena richiuso
la massiccia porta d’ingresso, quando il suo istinto gli mandò un segnale
d’allarme. Gli bastò un momento per capire che cosa c’era che non andava. In
casa tutti stavano dormendo, eppure c’era profumo di tabacco appena acceso
al piano terra, dove non c’erano camere da letto.
Robin seguì quel profumo fino alla biblioteca, dove uno spiraglio di luce
usciva da sotto la porta ed entrò senza far rumore. Maxie era seduta in fondo
alla stanza, i capelli d’ebano sciolti sulle spalle e lo sguardo fisso su una
spirale di fumo. Benché fosse contento di vederla alzata dal letto, Robin notò
che aveva un’espressione cupa e infinitamente lontana. Gli faceva male al
cuore vederla così assente. Forse però quello che aveva saputo avrebbe
potuto riaccendere in lei la vitalità.
Maxie alzò lo sguardo senza mostrare sorpresa. — Buonasera. Te ne sei
andato a passeggio per Londra?
— Hai indovinato. — Attraversò la stanza e avvicinò una poltrona alla sua.
Poiché lei era a piedi nudi e indossava solo una vestaglia leggera sopra la
camicia da flotte, si tolse la giacca, dopo avere preso da una tasca interna
parecchi fogli piegati, e gliela offri. — Mettila, devi essere gelata.
Lei accettò meccanicamente l’indumento e se lo drappeggiò attorno alle
spalle. Sembrava molto piccola avvolta nelle pieghe del tessuto scuro.
— Ho saputo delle cose che credo troverai interessanti — disse Robin a
questo punto, — Te la senti di starmi ad ascoltare adesso o è meglio che
aspetti?
Lei fece un cenno vago con la mano. — Non fa molta differenza. Se
preferisci, va bene anche adesso.
Chiedendosi che cosa ci sarebbe voluto per strapparla a quello stato
letargico, Robin cominciò: — È venuto qui lord Collingwood oggi. Può darsi
che non abbia agito con molto buon senso, ma le sue intenzioni erano buone
quando ha incaricato Simmons di impedirti di raggiungere Londra per
svolgere indagini sulla morte di tuo padre. Simmons è un agente di polizia.
Qui da noi un privato cittadino può incaricare un agente di svolgere qualche
compito speciale, cosa che ha appunto fatto tuo zio.
Maxie annuì interessata.
— Collingwood mi ha anche detto che la tua prozia Maxima ti ha lasciato
in eredità cinquecento sterline all’anno, ma nel testamento ha specificato che
tu non avresti potuto riceverle fino a quando non avessi compiuto
venticinque anni e tuo padre fosse morto. A quanto pare, tua zia nutriva forti
dubbi sulle capacità finanziarie di tuo padre.
Un debolissimo sorriso increspò le labbra di Maxie. — E ne aveva tutti i
motivi. Mio padre era un disastro con i soldi. Non gli interessavano proprio.
Dopo avere inspirato profondamente, Robin passò al punto nodale del suo
discorso: — Anche se probabilmente te l’ha tenuto nascosto, la salute di tuo
padre stava peggiorando. Quando è arrivato a Londra, non solo è passato
dall’esecutore testamentario di tua zia per avere tutti i particolari del lascito,
ma si è anche fatto visitare da due medici. Entrambi gli hanno detto che il
suo cuore era in pessime condizioni. Probabilmente sarebbe sopravvissuto
per parecchi anni, ma come un invalido, e non avrebbe più potuto fare la vita
a cui era abituato.
La testa di Maxie si alzò di scatto e finalmente i suoi occhi affrontarono lo
sguardo di Robin. Però non aprì bocca, pareva quasi incapace di respirare.
— Ho parlato con molte delle persone che tuo padre ha visto negli ultimi
giorni della sua vita. — Robin posò sulla scrivania i fogli che aveva estratto
dalla tasca della giacca. — Basandomi sui particolari che sono riportati qui
sopra, sarei pronto a giurare in tribunale che tuo padre ha deciso di porre
termine alla sua vita in modo da permetterti di ricevere subito la tua eredità e
di risparmiarti la sofferenza di assisterlo nella sua lunga agonia. Oserei dire
inoltre senza paura di sbagliarmi che non volesse morire in quel modo,
aspettando impotente la morte. Sapeva che tuo zio ti avrebbe cercata e che
quindi non ti avrebbe lasciata sola.
Maxie tremava. Si inumidì le labbra secche con la punta della lingua. — E
come… come l’ha fatto?
— Con una massiccia dose di digitale, una medicina per il cuore che è un
veleno se presa in grandi quantità. Entrambi i medici gliene avevano data un
po’, mettendolo in guardia sulla sua pericolosità. Tuo padre probabilmente
pensava che sarebbe riuscito a liberarsi dei flaconi, ma la medicina ha agito
molto rapidamente sul suo organismo. Se avesse avuto un po’ più di tempo,
nessuno avrebbe capito che la sua morte non era naturale.
Robin tacque per darle il tempo di comprendere bene il senso di quello
che le aveva detto, prima di concludere: — Tuo padre non ti ha abbandonata
perché non ti voleva bene, ma perché ti voleva molto bene. Credo che volesse
darti, con la sua morte, la sicurezza che non era riuscito a darti in vita. Ha
sbagliato perché non ha pensato che tu avresti preferito averlo vicino per tutti
i mesi o gli anni che gli restavano da vivere, ma quello che ha fatto, l’ha fatto
per amore tuo.
Gli occhi castani di Maxie riacquistarono vitalità. Poi lei si nascose la
faccia tra le mani e bisbigliò: — Non so perché, ma questo cambia
completamente le cose.
— Tu e tuo padre eravate tutto l’uno per l’altra — osservò calmo Robin. —
Gli altri potevano insultarti, schernirti per il tuo sangue Mohawk, ma tu
sapevi che tuo padre ti amava. Credere che lui si fosse ucciso senza dirti una
parola o senza pensare a te è stato come sentirti dire che tutta la tua vita era
fondata su una menzogna.
Lei alzò la testa e si asciugò le lacrime con il dorso della mano. — E come
hai fatto a capirlo, quando non l’ho capito io stessa?
— Scavando negli angoli oscuri della mia mente, anche tu ti sei aperta a
me. — Robin le si avvicinò, poi le coprì le orecchie con le mani. — Quando
una donna piange, non riesce a udire — declamò. — Che queste parole
tolgano l’impedimento in modo che possa tornare a udire di nuovo.
Poi le posò le mani sugli occhi con un tocco, lieve. — Durante il tuo dolore
hai perso il sole e sei precipitata nel buio. Adesso ti restituisco la luce.
Si inginocchiò quindi davanti a lei in modo che i loro occhi fossero alla
stessa altezza, poi incrociò le mani sul suo petto. Sentì il cuore di lei battere
forte sotto il palmo. — Hai permesso alla tua mente di indugiare sul tuo
grande dolore. Adesso devi lasciarla libera per non inaridire e morire tu
stessa.
Le prese le mani tra le sue. — Nella tua grande pena il tuo letto è
diventato scomodo e tu non riesci più a dormire di notte. Lasciami togliere il
disagio dal tuo luogo di riposo. — Le portò le mani alla bocca e le baciò, prima
una e poi l’altra. — Più di qualsiasi cosa al mondo tuo padre voleva la tua
felicità. Per amore suo devi trovare il modo di uscire dal buio.
Lei chiuse gli occhi. Aveva le guance bagnate di lacrime. — Come sei
riuscito a ricordare tutto questo, Robin?
— Le parole sono incise sul mio cuore, Kanawiosta.
Maxie riaprì gli occhi. — Mio padre e io non abbiamo mai parlato della sua
salute. Odiava non essere in condizioni fisiche perfette. Togliersi la vita
sapendo che io ne avrei avuto dei benefici e a lui sarebbero state risparmiate
delle sofferenze è proprio il tipo di scelta che può avere fatto, ma io ero
troppo presa dal mio dolore per arrivarci da sola. — E fece una risatina
malinconica. — È anche tipico di Max essere pasticcione fino all’ultimo.
Senza di me era terribilmente disorganizzato.
— Le cose più importanti sono sempre quelle più difficili da capire. —
Profondamente sollevato nel vederla ridere di nuovo, Robin le lasciò le mani
e si alzò in piedi, poi si appoggiò alla scrivania. Adesso che Maxie aveva
superato la crisi, lui sentiva fortemente la sua presenza e il suo enorme,
inconsapevole fascino. Mentre cercava qualcosa che lo potesse distrarre da
quei pensieri, il suo sguardo cadde sul tabacco che bruciava. — Questo ha un
significato speciale?
— Il tabacco è sacro per il popolo di mia madre. Lo si brucia per portare le
preghiere e i desideri agli spiriti.
Robin, che credeva fosse bene fare sacrifici agli dei della fortuna, prese un
pizzico di tabacco e lo buttò sul mucchietto che bruciava.
— Che cosa hai desiderato? — gli chiese Maxie.
— Si avvererà lo stesso se te lo dico?
Maxie sorrise. — Non credo che faccia molta differenza.
Robin aveva deciso che quello non era il momento giusto per parlare di
certi argomenti, ma quando vide il suo irresistibile sorriso, buttò ogni
prudenza al vento. — Ho desiderato che tu acconsentissi a sposarmi.
Maxie si fece seria e si appoggiò allo schienale della poltrona, stringendosi
addosso la giacca. Aveva il leggero, gradevole profumo di Robin e lei aveva
desiderato poter tenere con sé quell’indumento perché in futuro, quando
fosse rimasta sola, le avrebbe evocato le sensazioni che provava quando lui la
stringeva tra le braccia.
— Guarda che è un’abitudine pericolosa la tua, di continuare a propormi
di sposarti. Se non starai attento, finirò per accettare.
— Non c’è niente che desidero di più al mondo.
Maxie sospirò e abbassò lo sguardo sulle mani strettamente intrecciate.
Fino a quel momento era sempre riuscita a evitare di prendere una decisione,
con la scusa di dover chiarire prima la questione della morte di suo padre. Ma
adesso non poteva rimandare oltre.
Alzò la testa e lo osservò attentamente: Robin si trovava a meno di un
metro di distanza, ma in verità i suoi capelli biondi e la carnagione chiara, la
sua tranquilla sicurezza, la sua innata eleganza di aristocratico
rappresentavano un abisso incolmabile tra loro due. — Siamo troppo diversi,
noi due, Robin. Io sono la figlia di un venditore ambulante di libri, un buono
a nulla, e di una donna che i bianchi consideravano una selvaggia. Tu sei il
frutto di secoli di ricchezza, buona educazione e privilegi. — Cercava di
parlare in tono deciso, come se le sue conclusioni fossero ovvie e indolori. —
Adesso sei attratto da questa idea di sposarmi, ma credo che con il passare del
tempo finiresti per pentirtene.
— E tu? Pensi che finiresti per pentirtene, tu?
— Sì, certo, se ti vedessi pentito della tua scelta — replicò lei, sapendo
bene che in questo semplice concetto aveva espresso il nocciolo della
questione. Poiché lo amava non avrebbe sopportato di vederlo rimpiangere di
averla sposata. E, se anche lui avesse voluto nasconderglielo con tutta la
cortesia e l’affetto possibile, lei se ne sarebbe accorta.
— Ti sbagli, sai. Ci sono delle differenze tra noi due, ma sono superficiali,
mentre le somiglianze sono sostanziali — disse lui in tono di toccante
sincerità. — Siamo entrambi fuori posto nel nostro mondo. Nel tuo caso, per
il tuo sangue misto, che ti faceva sentire di non appartenere del tutto né al
popolo di tuo padre né a quello di tua madre. Ne so qualcosa anche io, perché
nonostante la ricchezza, i privilegi e una serie interminabile di nobili
antenati, ero una specie di disadattato naturale, e non mi sono mai sentito a
casa nel mio mondo più di quanto tu ti sia sentita a tuo agio nel tuo. Forse le
cose sarebbero state diverse se mia madre non fosse morta di parto o mio
padre fosse riuscito a guardarmi senza pensare che sua moglie era morta per
causa mia. — E fece un piccolo sorriso ironico. — Ma probabilmente sarei
stato un disadattato anche se mia madre fosse sopravvissuta. Ogni due
generazioni gli Andreville producono immancabilmente una pecora nera e
prima ancora che cominciassi a camminare da solo le mie governanti si erano
già convinte che quella della mia generazione sarei stato io. Non c’erano che
le cose proibite ad attirarmi. Tutto quello che facevo era sbagliato, il che era
la dimostrazione della mia innata cattiveria. Io mettevo in discussione cose
che venivano date per scontate, disobbedivo agli ordini quando non li
ritenevo giusti, e inventavo storie che venivano considerate perfide bugie.
Alzò la mano deformata. — La parola stessa sinistra ha dei connotati
eloquenti che si riflettono sui mancini. Il tutore che avevo prima di andare a
scuola pensava che io usassi la mano sinistra solo per fargli dispetto e aveva
l’abitudine di legarmela dietro la schiena, in modo da costringermi a usare la
destra. Quando non decideva invece di battermi con un righello d’ottone sul
palmo fino a farlo sanguinare… — Sorrise senza allegria. — Devo essere stato
uno dei pochissimi ragazzini inglesi che si sentirono sollevati nel passare da
casa loro al collegio della scuola privata.
Per la prima volta Maxie capì appieno la desolazione della fanciullezza di
Robin. Non c’era da meravigliarsi che non si sentisse capace di amare. Come
era riuscito a sopravvivere conservando intatti il suo senso dell’umorismo, la
sua sanità mentale, e la sua gentilezza? Si sentì stringere il cuore dalla
compassione.
Ma ciononostante… — Ammetto che entrambi siamo cresciuti sentendoci
degli estranei nel nostro ambiente — disse lentamente — ma questo è un
legame sufficiente per tenerci uniti? Siamo dunque caratterizzati dai nostri
punti deboli?
— No, non dai punti deboli, dalla nostra capacità di dare fiducia. — In
maniche di camicia, snello e forte, Robin era molto attraente appoggiato alla
scrivania, le mani posate sul bordo. — Osiamo rivelare le nostre debolezze
solo a coloro che speriamo siano in grado di capirci e accettarci. Persino
quando ti conoscevo appena mi sono ritrovato a parlarti di cose che non
avevo mai detto a nessun altro, anzi, che non avevo quasi nemmeno
ammesso a me stesso.
— Questa è un’altra delle cose che mi preoccupano, J Robin — rispose lei,
con la stessa franchezza. — Mi chiedo se tu non voglia sposarmi solo perché
ero insieme a te quando stavi così male. Forse mi trovi tanto speciale perché
avevi bisogno di parlare e io ero disposta ad ascoltarti. Non ti sarebbe andata
bene qualsiasi altra donna che avesse fatto lo stesso?
— Hai una così bassa opinione della mia intelligenza? —Robin le sorrise
con una tale tenerezza da scioglierle il cuore. — Nessun’altra donna avrebbe
potuto essere quello che tu sei per me. È solo con te che mi sento completo.
Vedendola ancora titubante, le disse piano: — Tu mi hai insegnato molte
cose, ma soprattutto mi hai insegnato l’amore. — E sospirò profondamente.
— E io ti amo davvero, Kanawiosta.
Maxie rimase senza fiato quando sentì le parole che non avrebbe mai
immaginato di poter udire da lui. — Mi avevi detto che non sei capace di
amare.
— Non credevo di esserlo, ma tu mi hai fatto cambiare idea — disse lui
brevemente. — Credevo di amare Maggie al massimo delle mie capacità
affettive e che lei mi avesse lasciato perché questo non le bastava, perché in
me c’era qualche deficienza basilare. Adesso invece mi rendo conto che non
era vero che io fossi incapace di amare di più, la verità era piuttosto che non
avevo ancora incontrato la donna della quale innamorarmi seriamente.
Maggie aveva cercato di spiegarmelo una volta, ma non ero in grado di capirlo
in quel momento.
Si interruppe per cercare le parole più adatte. — Con Maggie c’erano
sempre dei limiti alle mie emozioni, ma non ce ne sono con te, Kanawiosta.
— Strinse con tanta forza il bordo della scrivania che le sue nocche divennero
bianche. — La mattina in cui siamo partiti da Ruxton mi è sembrato di capire
che tu mi amassi. Ho capito bene, oppure era solo un pio desiderio da parte
mia?
Quelle parole la riempirono di una gioia raggiante come il sole. — Oh
Signore, certo che ti amo, Robin — bisbigliò. — Tutti quei discorsi sulle
differenze che ci separano, i miei dubbi sull’Inghilterra, erano tutti una
cortina di fumo. L’unica mia paura era che io ti volessi troppo bene per essere
tua moglie se tu non mi amavi.
La giacca di Robin le scivolò giù dalle spalle mentre si alzava e gli tendeva
le braccia. Robin si rifugiò immediatamente in quell’abbraccio.
I loro corpi avevano capito fin dal principio che unirsi era una cosa
assolutamente giusta. Questa volta non ci furono dubbi, solo un violento,
irresistibile desiderio.
Erano distesi sul tappeto persiano, già quasi nudi, quando Robin si tirò
indietro, ansimando. — Dannazione, ecco che ci ricasco di nuovo! — E le posò
la fronte sul seno nudo. — Mi dimentico sempre che non vuoi fare l’amore in
questa casa, scusami. — Poi, con un sorriso malinconico: — Peccato che faccia
troppo freddo per andare nel giardino questa notte.
Fece per alzarsi quando lei gli passò le braccia intorno al collo. — Non
occorre che tu faccia questo nobile sacrificio, Robin. Adesso che so che tu mi
ami, stare qui non mi crea il minimo imbarazzo.
Il volto di Robin si illuminò. — Sono molto, molto lieto di sentirlo. — Poi
si chinò di nuovo sui suoi seni, Maxie si inarcò contro di lui, in una muta
risposta al contatto della sua bocca e delle sue mani. Più che fuoco, ci fu
tenerezza, intesa, allegria, emozioni che si fondevano in un unico stato
d’animo.
Questa volta la passione non fu un dono consolatorio, ma la condivisione
delle loro personalità più intime. Maxie ebbe l’impressione di librarsi
attraversò la matassa aggrovigliata dello spirito di Robin. E benché fossero
ancora presenti delle zone oscure, l’angoscia era scomparsa, mentre il lato
solare e luminoso del suo essere la circondava di gioia e risa. Insieme erano
una persona intera.
Dopo, lei si rilassò tremante sul corpo di Robin, il marito dei capelli
sparso sul petto e sul viso di lui. Teneramente lui li scostò in modo da poterla
vedere in volto. — Dobbiamo proprio riprendere l’abitudine di farlo a letto,
amore mio. Di tanto in tanto vanno benissimo gli altari di pietra e i pavimenti
delle biblioteche, ma non si può dire che siano molto confortevoli.
Maxie si stirò, allungandosi accanto al corpo di Robin, quel corpo di cui
amava la magrezza e la forza. — Io sto comoda dove sono.
L’altro sorrise. — Sei davvero una coperta eccezionale. — E le accarezzò
affettuosamente la schiena nuda.
Dopo alcuni minuti di silenzio e di pace, Robin mormorò: — Sei proprio
sicura che non ti è dispiaciuto fare l’amore qui?
— Sicurissima — rispose languida lei.
Lui le passò un braccio sotto il corpo e la fece rotolare in modo da averla
sopra di sé. I suoi capelli, neri come l’ala del corvo, componevano un motivo
color ebano con il disegno borgogna del tappeto persiano, incorniciando il
suo viso dalla bellezza esotica.
— In tal caso, amore mio — disse Robin piano — facciamolo di nuovo.
Epilogo

Era una giornata perfetta per un matrimonio e il giardino di Ruxton era il


luogo ideale per la cerimonia e per il pranzo di nozze. Non c’erano molti
invitati e la maggior parte di questi erano le persone che Maxie aveva
conosciuto durante la cena a casa di Margot. Quelle stesse persone erano
diventate i migliori amici che lei avesse mai avuto in vita sua.
Giles e Desdemona avevano fatto da testimoni rispettivamente allo sposo
e alla sposa. Di lì a due settimane Robin e Maxie avrebbero ricambiato loro il
favore.
Dopo che ebbero pranzato e brindato, Robin si chinò e sussurrò a sua
moglie: — Andiamo a fare una passeggiata? I nostri ospiti potranno fare a
meno di noi per qualche minuto.
— Volentieri.
Mano nella mano, i due passeggiarono nel giardino che profumava
meravigliosamente per le fioriture dell’estate. In poche settimane Ruxton era
diventato la gioia del suo cuore, pensò Maxie.
Mentre si addentravano nel bosco, Robin le chiese: — Ti ho detto quanto
mi piace il tuo vestito? Non avevo mai visto niente di simile prima, ma su di
te è perfetto.
Lei abbassò compiaciuta lo sguardo sul vestito riccamente decorato di
perle e di frange. Era il dono di nozze di Margot. — È una libera
interpretazione del costume di nozze Mohawk. Io ho abbozzato il disegno e
Margot ha trovato una sarta disposta a confezionarlo, anche se non è riuscita
a trovare degli aghi di porcospino.
Il sole filtrava tra le foglie e degli uccellini svolazzavano intorno a loro,
riempiendo l’aria di musica. — Guarda tutti quegli uccelli che cantano
intorno a noi, Robin. È come se fossero venuti a festeggiarci.
L’altro sogghignò.
Tutt’a un tratto insospettita, Maxie osservò attentamente l’erba vicino al
sentiero. — Sei stato tu a ordinare al giardiniere di spargere del grano lungo il
sentiero per attirare gli uccelli, lord Robert?
Lui scoppiò a ridere, per nulla dispiaciuto di essere stato scoperto. — Che
cosa c’è di male nel creare un po’ di magia? La prima volta che ti ho vista nel
cerchio delle fate di Wolverhampton ho pensato a Titania, la regina delle fate.
Lei si unì alla sua risata. — E io a Oberon. In questo, la nostra
immaginazione corre sullo stesso binario.
— In questo, così come in molte altre cose. — Esitò, poi si decise a parlare:
— Forse non dovrei chiedertelo, ma in questi giorni, quando pensi al futuro,
riesci a sentire che corso prenderà?
Maxie annuì. — Molti, moltissimi anni di felicità insieme a te.
Robin le baciò la punta delle dita. — Era quello che speravo.
Il sentiero portava a una radura che Maxie non aveva mai visto prima. Nel
centro c’era un cerchio delle fate come quello di Wolverhampton. Maxie si
fermò a guardarlo, sentendosi assurdamente felice.
Robin l’attirò tra le sue braccia e le diede un bacio di una dolcezza
irresistibile. Poi le bisbigliò: — Adesso, Kanawiosta, mostrami di nuovo come
ascoltare il vento.
Mary Jo Putney

Dopo gli studi e la laurea in letteratura inglese e in design industriale, e le


successive esperienze lavorative in California e Inghilterra come progettista,
Mary Jo Putney non immaginava davvero che un giorno il suo sogno più
grande si sarebbe realizzato: diventare scrittrice. È bastato però il casuale
acquisto di un computer, necessario per la sua attività grafica, per scoprire
che era proprio quello lo strumento che ancora le mancava per dare forma
alle sue fantasie, e con un pizzico di incoscienza ma con enorme entusiasmo
si è lanciata nella stesura del suo primo romanzo. E poiché la fortuna sorride
agli audaci, i risultati sono stati ottimi e incoraggianti, e da allora Mary Jo ha
iniziato una felice carriera di scrittrice, conseguendo anche numerosi
riconoscimenti letterari. Ora vive a Baltimora, nel Maryland, con là sua pigra
gattona, Miss Pudge.
Table of Contents
Trama 2
Dedica 5
Ringraziamenti 6
Il compagno di viaggio 7
Prologo 8
Capitolo 1 14
Capitolo 2 23
Capitolo 3 33
Capitolo 4 41
Capitolo 5 52
Capitolo 6 62
Capitolo 7 73
Capitolo 8 85
Capitolo 9 91
Capitolo 10 100
Capitolo 11 110
Capitolo 12 121
Capitolo 13 135
Capitolo 14 151
Capitolo 15 164
Capitolo 16 175
Capitolo 17 191
Capitolo 18 205
Capitolo 19 216
Capitolo 20 228
Epilogo 237
Mary Jo Putney 239