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TRAMA

Maestro nell'arte della seduzione, Rafe Whitbourne, duca di Candover, si è guadagnato la reputazione di libertino nei budoir di tutta l'aristocrazia inglese, senza mai concedere la sua mano o il suo cuore. Poi un'importante missione politica lo porta a Parigi a lavorare con la contessa Madga Janos, la più bella spia d'Europa. Sarà il patriottismo ad unire i due protagonisti in un vortice di passione ed in una ragnatela di intrighi

1

Cosa diavolo succede qui?

Era il grido di battaglia di un marito furioso; Rafe lo avrebbe riconosciuto dovunque. Sospirò. Aveva tutta l’apparenza di una di quelle sgradevoli scenate che

tanto detestava. Lasciando andare la deliziosa signora che teneva tra le braccia, si voltò ad affrontare l’uomo che era appena entrato.

Il nuovo arrivato doveva avere più o meno la stessa età di Rafe, sui trenta,

trentacinque anni, ed era anche della sua stessa corporatura. Per quanto in condizioni

normali avrebbe potuto essere considerato di bell’aspetto, un furore omicida gli contorceva in quel momento i lineamenti del volto. — David! — gridò Lady Jocelyn Kendal facendo un passo verso di lui e fermandosi di botto davanti all’espressione del nuovo arrivato.

Il silenzio venne rotto dall’uomo. — È ovvio che la mia comparsa ti giunga

inattesa e anche poco gradita. — sibilò suo marito a denti stretti. — Immagino che siate il Duca di Candover — soggiunse rivolgendosi a Rafe.

— Sì, sono Candover, signore — rispose Rafe freddamente.

— E io sono Presteyne, marito della signora qui presente, anche se non per molto

— ribatté l’altro furibondo. — Vi faccio le mie scuse per l’interruzione. Raccolgo le mie cose e non ti disturberò più — concluse rivolgendosi alla moglie.

E così dicendo uscì sbattendo la porta. Rafe lo vide allontanarsi con gran

sollievo: per quanto esperto nelle armi, non aveva la benché minima voglia di trovarsi invischiato in un duello con un marito oltraggiato. Ma sfortunatamente la scena non era ancora conclusa. Lady Jocelyn infatti si abbatté su una poltroncina scoppiando in lacrime. Rafe la osservò con malcelata esasperazione. Preferiva condurre le sue relazioni con leggerezza, molto piacere reciproco e poche recriminazioni, e non si sarebbe mai arrischiato a toccarla con un

dito se lei non gli avesse confidato di aver contratto un matrimonio di convenienza. Ovviamente la signora aveva mentito. — Evidentemente tuo marito non condivide la

tua idea sul matrimonio di convenienza.

Lei alzò la testa di scatto guardandolo come se si fosse dimenticata della sua presenza.

— A che razza di gioco stai giocando? — le chiese irritato. — Tuo marito non

mi sembra il tipo d’uomo che può essere manipolato con la gelosia. Ti lascerà, o

magari ti torcerà il collo, ma di certo non sarà mai il tuo zimbello.

miei veri sentimenti. Ora so cosa provo per David, ma è troppo tardi. L’irritazione di Rafe svanì di fronte alla vulnerabilità e alla giovane età della donna. Anche lui era stato un giovane confuso, un tempo, e la vista del suo volto angosciato gli ricordò quanto terribile possa essere l’amore. — Se le cose stanno così, corrigli dietro e buttati ai suoi piedi chiedendogli scusa. Dovresti farcela, almeno questa volta. Un uomo riesce a perdonare molto alla donna che ama. Ma fa’ in modo che non ti trovi mai più tra le braccia di un altro. Dubito che ti perdonerebbe una seconda volta. Lei lo fissò esterrefatta poi scoppiò a ridere. — Il tuo sangue freddo è proverbiale, ma devo dire che la realtà supera l’immaginazione. Se il diavolo in persona entrasse in questa stanza, gli chiederesti se vuol fare una partita a carte. — Mai giocare a carte con il diavolo, mia cara, bara sempre — disse Rafe portando alle labbra la sua mano gelida. — Se tuo marito dovesse respingere le scuse, fammi sapere se sei sempre interessata ad una relazione senza impegno. Più di questo non posso offrirti, lo sai. Molti anni fa ho dato il mio cuore a qualcuno che me l’ha fatto a pezzi, e ora come vedi non ne ho più. Era una buona battuta d’uscita, ma osservando da vicino il volto della ragazza si ritrovò a dire qualcosa che non aveva previsto. — Mi ricordi una donna che conoscevo, ma non abbastanza. Mai abbastanza. Poi si voltò ed uscì dalla casa. La sua carrozza lo aspettava davanti al portone. Montò a cassetta e afferrò le redini. La parte di sé che rideva delle sue vanità trovò molto divertente il modo in cui “Il Duca” si era comportato in quell’occasione. “Il Duca” era il nome che Rafe dava alla sua immagine pubblica, un’immagine che aveva raffinato e migliorato durante tutti quegli anni. Tuttavia, mentre svoltava l’angolo verso Park Lane, si rese conto di aver lasciato trasparire un po’ troppo la sua vera anima quella sera. Per fortuna era molto improbabile che Jocelyn ne parlasse in giro e lui di certo non l’avrebbe fatto. Tirò le redini di fronte alla sua casa di Berkeley Square, pensando tristemente che avrebbe dovuto cercarsi un’altra amante. Da quando era finita la sua ultima relazione, non era stato capace di trovare una donna che colpisse la sua fantasia. Era persino arrivato a pensare di rivolgersi a una vera cortigiana abbandonando le donne della sua classe. Ma le cortigiane erano spesso avide e maleducate, nonché pericolose dal punto di vista igienico. Un pensiero non molto allettante. Perciò si era rallegrato quando la deliziosa Jocelyn Kendal gli aveva confessato di aver contratto un matrimonio di convenienza e di essere interessata a qualche diversivo. Gli era sempre piaciuta, ma se n’era sempre tenuto alla larga, perché era contrario al suo codice morale corrompere le ragazze innocenti. Durante le settimane trascorse in campagna aveva pensato spesso a lei, e una volta tornato a Londra era andato subito a trovarla. Ma a quanto pareva nelle settimane seguite al suo discreto invito, la ragazza sembrava essersi trasformata in una moglie adorante.

Avrebbe dovuto capirlo subito che quel tipo di donna porta solo guai, ma era così bella e affascinante. Sembrava quasi… Rimosse bruscamente il pensiero. Comunque, il motivo principale per cui si era recato a Londra non era la ragazza, ma un messaggio del suo amico Lucien che

voleva discutere con lui di affari urgenti. Il fatto che il Conte di Strathmore si occupasse di spionaggio rendeva i suoi affari molto interessanti.

Il rango di Rafe gli consentiva l’accesso alle più alte sfere della società

dovunque si recasse e negli anni questa sua caratteristica lo aveva reso parte

importante della rete di spionaggio dell’amico. La specialità di Rafe era quella di agire come corriere quando i canali ufficiali non potevano considerarsi abbastanza sicuri.

di

estremamente interessante che lo potesse distrarre.

E questa

volta

sperava

che

Lucien

avesse

in

serbo

per

lui

qualcosa

Lucien Fairchild osservò divertito il Duca di Candover farsi strada nell’affollata sala da ballo. Alto, bruno e dall’aria imperiosa, era la vera epitome dell’aristocratico. Considerato il suo aspetto affascinante, non c’era da stupirsi che tutti gli sguardi femminili lo seguissero. Lucien si chiese pigramente chi sarebbe stata la prossima

della lunga lista che aveva condiviso il letto di Rafe. Persino Lucien, con la sua rete di informatori, faceva fatica a tenersi aggiornato. Quando Rafe raggiunse Lucien, il suo gelido sorriso di circostanza si allargò diventando più caldo e personale. — È bello rivederti, Luce, mi spiace che tu non ce l’abbia fatta a venire a Bourne Castle quest’estate.

— È spiaciuto anche a me, ma Whitehall sembrava una gabbia di matti. Vieni,

troviamo un posto più tranquillo così ti posso aggiornare sulle novità. — E così

dicendo guidò Rafe verso uno studio nell’ala ovest della casa.

Si sedettero e Rafe accettò un sigaro dal suo ospite. — Immagino tu abbia

qualche tortuoso incarico per me.

— È proprio così — rispose Lucien. — Che ne diresti di un viaggetto a Parigi?

— Mi sembra perfetto. Mi annoio molto ultimamente.

— Questo viaggio non sarà noioso… si tratta di una signora che ci sta causando qualche problema.

— Tanto meglio — fece Rafe sorridendo. — Devo ucciderla o baciarla?

— Ucciderla no di certo… e quanto alla seconda ipotesi… — scrollò le spalle —

be’, lascio decidere a te. D’un tratto si aprì la porta e un uomo fece capolino nella stanza. Rafe si alzò immediatamente in piedi e gli andò incontro tendendogli la mano. — Nicholas! Non sapevo fossi a Londra.

— Io e Clare siamo arrivati solo ieri sera. — E dopo aver stretto la mano

all’amico, il Conte di Aberdare si lasciò cadere con noncuranza sulla poltrona.

— Hai un aspetto magnifico — gli disse Rafe.

— Il matrimonio è una cosa meravigliosa — rise Nicholas. — Dovresti trovarti anche tu una moglie.

— Un’idea eccellente — sogghignò Rafe. — E la moglie di chi suggeriresti?

Tutti risero. — Immagino che anche il mio figlioccio stia bene — continuò Rafe. Il volto di Nicholas si rischiarò immediatamente e cominciò a parlare del piccolo Kenrick con l’aria del padre orgoglioso. Gli uomini nello studio costituivano i tre quarti di un gruppetto chiamato un

tempo gli Angeli Caduti. Amici sin dai tempi di Eton, erano rimasti uniti anche con il passare degli anni. Il quarto membro era Lord Michael Kenyon, che era vicino di casa di Nicholas nel Galles. — Anche Michael è venuto con te? Potremmo indire una vera riunione degli Angeli Caduti.

— Non è ancora in grado di viaggiare, anche se si sta riprendendo molto in

fretta. Tra breve tornerà a essere quello di prima, a parte qualche cicatrice in più. — Nicholas ridacchiò. — Clare insiste a dargli da mangiare personalmente. Devo ammettere che ci voleva proprio la mia testarda mogliettina per convincere Michael a rimanere a letto per tutto questo tempo. Ora che Michael è in via di guarigione, ho pensato che Clare avesse bisogno di una vacanza, così l’ho portata in città.

— Immagino che Michael abbia voluto rientrare immediatamente nei ranghi non

appena ha saputo che Napoleone era scappato dall’Elba — fece Lucien seccamente.

— Visto che i francesi non erano riusciti a ucciderlo in Spagna, era giusto dar loro un’altra possibilità a Waterloo.

— Del resto Wellington aveva bisogno di ogni ufficiale di valore in quella

battaglia. Spero solo che questa volta la guerra sia finita una volta per tutte.

— Ora che entrambi siete presenti — fece Lucien, riportato dalle parole

dell’amico allo scopo dell’incontro — parliamo di affari. Ho chiesto a Nicholas di unirsi a noi perché ha lavorato in passato con quella donna e potrebbe esserci d’aiuto. Gli altri due si scambiarono un’occhiata. — Non si può dire che tu non sappia

cosa sia la cautela. Non hai neanche fatto sapere a me e a Rafe l’uno dell’altro. Mi sorprende che tu lo faccia adesso. Siamo improvvisamente diventati degni della tua fiducia?

— Nella mia situazione la cautela non è mai troppa — rispose Lucien, senza

accettare la provocazione. — Questa volta ho deciso di fare un’eccezione, perché penso che tu possa essere d’aiuto a Rafe.

— Immagino che la signora in questione sia uno dei tuoi agenti — intervenne

Rafe. — Che tipo di problemi sta creando?

— Immagino che siate al corrente delle conferenze di pace di Parigi.

— Sì, anche se non in modo approfondito. Ma le regole principali erano già state

stabilite a Vienna, mi pare.

— Sì e no. Tutto sarebbe andato per il meglio se Napoleone fosse rimasto in

esilio, ma il suo ritorno in Francia e la battaglia di Waterloo hanno messo in

subbuglio i diplomatici. Siccome gran parte della popolazione francese ha dato il suo appoggio all’Imperatore, gli alleati sono davvero furibondi. La Francia sarà trattata molto più duramente di prima dei Cento Giorni.

— Questo si sa — disse Rafe. — E io cosa c’entro?

— C’è una terribile lotta sotterranea per ottenere quante più informazioni

possibili e sfortunatamente Maggie, il cui lavoro è stato inestimabile finora, vuole

ritirarsi e lasciare Parigi il più presto possibile, prima che la conferenza giunga al termine.

— Offrile più soldi.

— L’ho già fatto, ma non è interessata. Spero che tu riesca a farle cambiare idea.

— Ah, si ritorna al bacio — rise Rafe con un balenio divertito negli occhi. —

Penso che tu voglia che io sacrifichi il mio onore sull’altare degli interessi della Gran Bretagna.

— Sono certo che avrai altri mezzi di persuasione — ribatté Lucien seccamente.

— Sei un duca, dopo tutto, potrebbe sentirsi lusingata che ti mandiamo a Parigi a parlarle. O forse potresti fare appello al suo patriottismo.

— Ma non sarebbe più semplice utilizzare un diplomatico che è già a Parigi?

— Sfortunatamente, ho ragione di credere che un membro della delegazione sia… diciamo inaffidabile. Sono trapelate molte informazioni segrete

dall’ambasciata. Forse vedo fantasmi dappertutto e non esiste nessun traditore, forse si tratta solo di sbadataggine. Ma questo lavoro è troppo importante per correre rischi.

— Mi sembra di capire che sei preoccupato per qualcosa che va al di là dei soliti alterchi diplomatici. — Sono davvero così trasparente? — ribatté Lucien. — Hai ragione… ho

ricevuto notizie inquietanti riguardo a un possibile complotto per far saltare i negoziati di pace.

— Stai forse parlando di un complotto per assassinare qualcuno? Tutti i sovrani

d’Europa, tranne il Principe Reggente britannico, sono a Parigi in questi giorni, e

così anche i più alti diplomatici. Uccidere uno di loro potrebbe causare il disastro totale.

— Esattamente — rispose Lucien. — Vorrei tanto sbagliarmi, ma il mio sesto

senso mi dice che qualcosa bolle in pentola.

— Chi è il mandante e chi è la vittima designata?

— Se lo sapessi, non sarei qui a parlarne con te — osservò Lucien meditabondo.

— Ho ricevuto solo degli accenni, da almeno una decina di fonti diverse. Ci sono troppe fazioni ostili, e troppi obiettivi possibili.

— Ho sentito che c’è stato un attentato a Wellington a Parigi l’inverno scorso — disse Nicholas.

— Questa è una delle mie paure peggiori — rispose Lucien. — Dopo la sua

vittoria a Waterloo, è l’uomo più amato e rispettato d’Europa. Se lo dovessero uccidere, Dio solo sa cosa succederebbe.

— Ed è per questo che vuoi che convinca la signora in questione a rimanere al suo posto a raccogliere informazioni per sventare il complotto.

— Precisamente.

— Parlami di lei. È francese?

Lucien fece una smorfia. — La cosa si complica. Ho conosciuto Maggie tramite

dei conoscenti e non so quasi nulla del suo passato, ma ho sempre pensato che fosse inglese. Non ho mai approfondito il problema delle sue origini. Mi bastava sapere che odiava Napoleone tanto da fare del suo lavoro una crociata personale. Le sue informazioni sono sempre state preziose per noi e non ho mai avuto motivo di dubitare di lei.

— Ma adesso è successo qualcosa che mette in discussione la sua affidabilità.

— Faccio ancora fatica a credere che Maggie possa tradirci, ma non so più se

fidarmi del mio giudizio. È in grado di convincere un uomo di qualsiasi cosa e

questa è una delle ragioni per cui è così brava come agente. Comunque la situazione

è troppo grave e non posso dare niente per garantito. Ora che Napoleone è in viaggio

per Sant’Elena, la ragazza potrebbe volersi assicurare un futuro vendendo i segreti

inglesi agli alleati. Forse vuole lasciare Parigi al più presto perché ha guadagnato una fortuna con il suo doppio o triplo gioco e vuole scappare prima di essere presa.

— Ci sono prove della sua slealtà?

— Come ti dicevo, ero certo che Maggie fosse inglese. — Lucien guardò

Nicholas. — Tu conoscevi Maggie come Maria Bergen. Recentemente mi hai scritto

una lettera in cui ti riferivi a lei come alla “donna austriaca con cui avevi lavorato a Parigi”. Nicholas si raddrizzò di botto sulla sedia con aria allibita. — Vuoi dire che Maria è inglese? Mi riesce difficile da credere. Non solo per l’accento, ma anche per

i suoi modi, tipicamente austriaci.

— Ma non è finita — proseguì Lucien. — Ho svolto delle indagini tra gli altri

uomini che l’hanno conosciuta ed ho scoperto che per i realisti francesi lei è francese, che i prussiani pensano che sia di Berlino e che gli italiani sono pronti a giurare sulla tomba della loro madre che è di Firenze.

Rafe scoppiò a ridere. — Perciò non sai più a chi vadano le simpatie della signora, sempre che si possa definirla una signora.

— Ah, lo è, quanto a questo nessun dubbio — ribatté seccato Lucien. — Ma la

signora di chi, questo è il problema! Rafe rimase sorpreso alla veemenza dell’amico. Lucien non si faceva mai coinvolgere personalmente nel suo lavoro. — E cosa devo fare se scopro che sta

facendo il doppio gioco… ucciderla?

— Come ti ho già detto, non c’è bisogno di giungere a tanto. Semplicemente

limitati a informare il Ministro degli Esteri in modo che non si fidi più delle sue informazioni. Potrebbe usarla per far giungere informazioni false dall’altra parte.

— Dunque, vediamo se ho capito bene — disse Rafe. — Vuoi che cerchi la

signora e la persuada a usare le sue abilità per smascherare l’eventuale complotto. Devo scoprire se e con chi è leale, e in caso di dubbi, avvertire la delegazione britannica di non servirsi più del suo aiuto. Giusto?

— Esattamente. Ma devi muoverti in fretta. I negoziati non dureranno molto,

perciò i cospiratori devono colpire in fretta. — Si rivolse a Nicholas. — Basandoti sui tuoi rapporti con Maggie, hai qualche suggerimento da darci?

— Be’, di certo è la più bella spia d’Europa — commentò Nicholas — ma le

notizie che abbiamo raccolto sono molto contraddittorie. È ovvio che questa Maggie è una superba attrice.

— Credo che dovrò verificare di persona. — fece Rafe — spero solo che il mio

famoso fascino funzioni anche questa volta. Mentre si alzavano tutti in piedi Lucien si avvicinò a Rafe. — Quando pensi di poter partire? — Dopodomani. La più bella spia in Europa, eh? la prospettiva è molto allettante. — C’era un luccichio negli occhi di Rafe. — Prometto che farò del mio meglio per il Re e per il Paese.

Ritornarono tutti alla festa mischiandosi con gli altri ospiti. Rafe era impaziente

di andarsene, ma gli venne in mente che si era dimenticato di chiedere che aspetto

avesse questa Maggie. Siccome non vedeva Lucien da nessuna parte, si mise in cerca

di Nicholas.

Vedendo il suo amico entrare in un’alcova, Rafe lo seguì. Ma una volta scostata la tendina si fermò di botto, immobile. Nell’alcova semibuia, Nicholas e sua moglie Clare erano l’uno tra le braccia dell’altra. Senza baciarsi; in tal caso Rafe avrebbe sorriso e li avrebbe lasciati senza pensarci due volte. Ma lo spettacolo che si presentò ai suoi occhi era più semplice e molto più inquietante. Clare e Nicholas se ne stavano abbracciati, a occhi chiusi, la fronte della donna appoggiata alla spalla di lui. Era l’immagine della perfetta armonia, fiducia e comprensione, ed era di gran lunga molto più intimo di un abbraccio appassionato. Dato che la sua presenza era passata inosservata, Rafe si ritirò in silenzio, il volto teso. Non era bello sentirsi invidioso di un amico.

Dopo un giorno di preparativi frenetici, il Duca di Candover era pronto a lasciare

l’Inghilterra. Avrebbe

viaggiato

leggero,

con

una

sola

carrozza,

il

cameriere

personale, e un guardaroba degno del suo rango. Mentre l’orologio batteva la mezzanotte, Rafe era nel suo studio, con un bicchiere di brandy tra le mani, a scorrere la corrispondenza per vedere se ci fosse qualcosa di urgente. Versandosi un altro bicchiere di brandy osservò la biblioteca con occhio esperto. Era una bella stanza, elegante e raffinata. In tutta la casa non c’era stanza che amasse di più. E allora perché diavolo si sentiva così depresso? Alla fine ammise con se stesso che l’unico modo per neutralizzare il cattivo umore, era accettarlo. La sua breve avventura con Jocelyn gli aveva fatto tornare in mente Margot, la bella e infedele Margot, morta ormai da dodici anni. Non che ci fosse una grande somiglianza tra le due donne, ma entrambe avevano una vitalità e uno spirito irresistibili, ogni volta che si era incontrato con Jocelyn gli era tornata in mente Margot. La donna che l’aveva coinvolto come mai nessuna prima e dopo di allora. Mentre sorseggiava il brandy, cercò di pensare con obiettività a Margot Ashton, ma era impossibile essere razionali con il primo amore. Primo e ultimo, a dire il vero. Quell’esperienza l’aveva guarito per sempre da ogni illusione romantica. Ma all’epoca era sembrata un’illusione molto reale. Non solo non era la donna più bella che avesse mai visto, ma neanche la più ricca o la più aristocratica. Ma aveva un calore e un fascino ineguagliabili e era traboccante di vitalità. Immagini agrodolci gli affollarono la mente. La prima volta che l’aveva vista. Il primo bacio esitante. Il colloquio con il Colonnello Ashton e la sua espressione divertita quando Rafe gli aveva chiesto la mano della figlia. Ancor più vivido in lui era il ricordo del loro incontro in Hyde Park per una cavalcata di prima mattina. Cadeva una leggera pioggerella mentre si avviava al passo lungo Mayfair Street, ma il cielo si era rischiarato una volta entrato nel parco. Di fronte a lui era apparso un arcobaleno dai colori intensi e mentre lo ammirava, Margot era spuntata ai piedi dell’arcobaleno, in mezzo alla nebbia che si alzava, sulla sua giumenta grigia, come una principessa delle fiabe. Sapeva che si trattava di un gioco di luci, pure l’illusione era sembrata molto reale e suggestiva. Quindici giorni dopo la loro storia finiva, insieme a tutte le sue illusioni. Il suo più grande rimpianto era sapere che solo la sua gelosia e la sua ira incontrollabile erano state la causa della rottura. Se a ventun anni avesse avuto il sangue freddo che aveva dimostrato in seguito, se fosse stato capace di accettare i suoi inganni, avrebbe potuto mantenere la sua amicizia per tutti quegli anni. Perché alla fin fine era la sua compagnia che più gli mancava. Non aveva mai smesso di sentire la nostalgia delle risate che avevano condiviso o dell’impatto degli occhi di lei quando incontravano i suoi attraverso una sala affollata, facendogli dimenticare il mondo intero.

I ricordi si interruppero bruscamente quando il bicchiere di cristallo gli si ruppe tra le mani tagliandogli le dita e rovesciandogli il brandy addosso. Imprecando sottovoce, si alzò in piedi. Non aveva idea che il gambo del bicchiere fosse così fragile. Rafe si diresse verso la camera da letto. Un po’ di malinconia vittimistica era poetica, ma il giorno dopo lo aspettava un lungo viaggio. Era ora di seppellire certe follie di gioventù e di andare a riposare.

— NO!

2

Per quanto la bottiglia di profumo lo avesse sfiorato di poco, Robert Anderson non fece alcun tentativo di difendersi conoscendo la mira infallibile della donna e sapendo che in realtà non aveva alcuna intenzione di ferirlo. Stava soltanto, per così dire, mandandogli un messaggio. Robin le sorrise. Il seno magnifico si alzava e si abbassava affannoso e gli occhi mandavano scintille; erano grigi quel giorno, dato che indossava una vestaglia di

quel colore. — Ma perché non vuoi incontrare questo Duca che ti manda Lord

Strathmore? Dovresti sentirti lusingata che il Foreign Office sia così interessato a te. Una sfilza di oscenità in italiano fu l’unica risposta. Egli piegò la testa di lato limitandosi ad ascoltarla. — Molto, molto creativo, Maggie — rispose quando lo sfogo fu al termine — ma non è da te uscire dal personaggio. Di certo Magda, Contessa Janos, avrebbe imprecato in magiaro.

— Conosco espressioni molto più colorite in italiano — rispose lei piccata. — E

poi sai benissimo che non esco mai dal personaggio tranne che con te. E non credere di poter cambiare argomento, stavamo parlando del Duca di Candover.

— Esatto. — Robin studiò con attenzione la sua compagna. Si conoscevano da

lungo tempo e per quanto la loro relazione non fosse più di tipo sentimentale, erano

rimasti grandi amici. Non era da lei essere così capricciosa. — Che cos’hai contro il duca?

— Quell’uomo è un pallone gonfiato. — rispose Maggie prendendo in mano una

spazzola e cominciando a ravviarsi i lunghi i capelli con colpi energici.

— Vuoi forse dire che non ha apprezzato a dovere il tuo indiscutibile fascino? —

chiese Robin con interesse. — Strano, Candover ha la reputazione del dongiovanni, non posso credere che abbia ignorato un bocconcino come te.

— Non sono il bocconcino di nessuno io, Robin! Mi rifiuto di avere a che fare

con il Duca di Candover proprio come mi rifiuto di continuare a fare la spia. Questa parte della mia vita è finita e nessuno, né tu né il Duca, né Strathmore può farmi cambiare idea. Non appena mi sarò occupata di alcune faccende, lascerò Parigi. Robin le si mise alle spalle e prendendole la spazzola dalle mani cominciò a occuparsi con delicatezza della massa di capelli dorati. Era strano come ancora condividessero alcune intimità da marito e moglie, pur non essendo mai stati sposati. Maggie fissava impietrita lo specchio. Gli occhi non balenavano più come poco

prima, ma sembravano privi di ogni vita. Dopo qualche momento cominciò a rilassarsi. — Candover ti ha fatto qualcosa di terribile? — le chiese Robin. — Se ti sconvolge veramente il pensiero di rivederlo, non ne parliamo più. Ella scelse accuratamente le parole sapendo quanto fosse abile Robin a leggere tra le righe. — Per quanto sia stato alquanto insopportabile, si tratta di tanto tempo fa e non mi sconvolge affatto rivederlo. È solo che non desidero altre interferenze e non mi va di essere obbligata a fare ciò che non voglio. — Perché non lo incontri almeno una volta e non glielo dici personalmente? — fece Robin fissandola attentamente nello specchio. — Puoi anche prenderti una rivincita per il passato, puoi farlo impazzire di desiderio e contemporaneamente declinare ogni sua richiesta di aiuto. — Non sono certa che funzionerebbe. Ci siamo lasciati piuttosto male. — Non ha importanza. Probabilmente non ha fatto altro che nutrire pensieri proibiti nei tuoi confronti da allora. Metà dei diplomatici europei si sono lasciati scappare segreti importantissimi mentre lottavano per assicurarsi un tuo sorriso. — Robin ridacchiò. — Indossa quell’abito verde da ballo, guardalo con la tua solita espressione seducente e poi allontanati dalla stanza senza aver acconsentito alle sue richieste. Ti assicuro che questo gli toglierà il sonno almeno per un mese. Maggie osservò pensierosa la sua immagine riflessa. Per quanto sapesse di avere un fascino irresistibile con gli uomini, non era certa che Candover si sarebbe fatto irretire. Tuttavia rabbia e passione andavano spesso di pari passo e Rafael Whitbourne era davvero molto irato l’ultima volta che si erano visti. Un lento sorriso crudele le piegò le labbra. Poi gettò indietro la testa scoppiando a ridere. — D’accordo, Robin, hai vinto. Mi incontrerò con il tuo ridicolo duca. Gli devo alcune notti insonni. Ma ti garantisco che non cambierò idea. Robin le posso un leggero bacio sulla testa. — Brava bambina. — Malgrado le sue proteste, se si incontrava con Candover, esisteva la possibilità che acconsentisse a continuare il suo lavoro ancora per un po’. E questa sarebbe stata una gran bella cosa.

Quando Robin se ne andò, Maggie non chiamò subito la cameriera perché l’aiutasse a spogliarsi. Rimase invece immobile sentendosi triste e stanca. Era stata una follia acconsentire a incontrarsi con Rafe Whitbourne. L’uomo si era davvero comportato molto male in passato, eppure si era resa conto che la sua crudeltà derivava da un profondo dolore e si era negata il piacere di odiarlo. Tuttavia non lo amava. La Margot Ashton che pensava che il sole nascesse e morisse solo per il suo bel viso era morta una decina di anni fa. Maggie era stata molte donne diverse da quando Robin l’aveva presa sotto la sua ala protettiva ridandole una ragione per vivere. Rafe Whitbourne era solo un ricordo dolce amaro,

senza alcuna rilevanza con il presente. Odio e amore erano due facce opposte della stessa medaglia perché entrambi significavano profondo interesse: ben altro era l’indifferenza. E siccome l’unico sentimento che provava per Rafe era indifferenza, non vedeva l’ora di farla finita con quella storia e dedicarsi alle faccende che aveva trascurato per troppo tempo. Soprattutto voleva tornarsene a casa, in Inghilterra, che non vedeva da tredici anni. Doveva ricominciare da capo, e questa volta senza l’aiuto di Robin. Avrebbe sentito terribilmente la sua mancanza, ma anche la solitudine poteva essere un sollievo a volte. Loro due si conoscevano troppo bene perché potesse cercare di reinventare una nuova se stessa con lui vicino. Appoggiò il mento alla mano continuando a fissarsi allo specchio. Chissà come l’avrebbe vista Rafe Whitbourne dopo così tanti anni. Uno strano sorriso le incurvò le labbra, labbra a cui erano state dedicate per lo meno una decina di poesie scadenti. A quanto pareva quell’uomo riusciva a suscitare ancora emozioni in lei. Studiò la propria immagine con aria critica. Non era mai stata una grande ammiratrice del suo aspetto, perché il suo viso si scostava troppo dai consueti canoni di bellezza. Gli zigomi erano troppo alti, la bocca troppo larga, gli occhi troppo grandi. Ma chissà, magari Rafe era diventato grasso e pelato. Era una prospettiva allettante, ma quell’uomo aveva la classica bellezza che può solo migliorare con l’età. Mentre cominciava a vestirsi per cena, si disse che sarebbe stato divertente mettere alla prova la sua arroganza e il suo orgoglio. Tuttavia non riusciva a liberarsi della sensazione che quell’incontro si sarebbe dimostrato un errore.

Il Duca di Candover non veniva a Parigi dal 1803 e da allora erano avvenuti molti cambiamenti. Pur nella sconfitta, la capitale della Francia rimaneva il fulcro d’Europa. Quattro sovrani e una ventina di reali minori avevano cercato di raccogliere i resti del naufragio dell’Impero Napoleonico. I prussiani volevano vendetta, i russi volevano più territori, gli austriaci speravano di riportare il calendario al 1789 e i francesi cercavano di salvarsi dalle massicce rappresaglie dopo l’insano bagno di sangue dei Cento Giorni. Gli inglesi, come al solito, cercavano di essere obiettivi, ma era come tentare di mediare una discussione tra tori da combattimento. Malgrado la pletora di regnanti, “il Re” significava per tutti Luigi XVIII, l’anziano Borbone la cui mano tremante teneva il trono di Francia, mentre “l’Imperatore” significava Bonaparte. Anche in sua assenza, l’imperatore proiettava un’ombra molto più lunga di quella di qualunque regnante presente. Rafe prese alloggio nel lussuoso albergo che aveva cambiato ben tre volte nome

negli ultimi mesi a testimonianza delle turbolente vicende politiche del Paese. Ora si chiamava Hôtel de la Paix, in quanto la pace era un sentimento condivisibile da tutte

le opposte fazioni.

Aveva appena il tempo di cambiarsi e fare un bagno prima di recarsi al ballo dell’Ambasciata Austriaca dove avrebbe dovuto incontrare la misteriosa Maggie.

Mise molta cura nei preparativi, memore dell’avvertimento sul fascino della donna.

Di

solito riusciva sempre a ottenere ciò che voleva dall’altro sesso, anzi spesso più

di

quanto non volesse. Quando fu pronto, si recò al ballo dove si erano radunate tutte le personalità

politiche più in vista e cominciò ad aggirarsi in mezzo agli invitati sorseggiando champagne e salutando i conoscenti. Sotto l’apparente gaiezza sentiva una certa

tensione, come una sensazione di pericolo. D’un tratto sentì che i timori di Lucien erano ben fondati, Parigi era una polveriera pronta a esplodere a ogni istante. La serata era già inoltrata quando fu avvicinato da un giovane inglese dai capelli chiari e dall’alta elegante figura. — Buona sera, Vostra Grazia. Sono Robert Anderson della delegazione britannica. C’è qualcuno che desidera incontrarvi. Se voleste seguirmi… Anderson era più basso e più giovane di Rafe e il suo volto gli sembrò vagamente familiare. Mentre si facevano strada tra la folla, Rafe si domandò se non fosse lui l’anello debole della delegazione britannica. Anderson era talmente di bell’aspetto da sembrare quasi lezioso e dava l’impressione di una certa ambiguità.

Se era davvero una spia pericolosa e infida, lo mascherava bene. Si avviarono per le scale e poi lungo un corridoio costellato di porte. Arrivati

all’ultima, Anderson si fermò. — La contessa vi aspetta, Vostra Grazia. — disse.

— Voi la conoscete?

— L’ho incontrata qualche volta.

— Che aspetto ha?

Anderson parve esitare un attimo. — Meglio che giudichiate da solo — disse poi aprendo la porta. — Vostra Grazia, vi presento Magda, la Contessa Janos. — E dopo aver fatto un cortese inchino, se ne andò lasciandoli soli. Lo sguardo di Rafe andò immediatamente alla figura in ombra accanto alla

finestra. Chiuse la porta e in quell’istante la donna si voltò verso di lui rivelando il corpo ben fatto e una massa di riccioli biondo scuro che le scendevano sulle spalle.

Il volto era quasi interamente coperto dal ventaglio. Emanava una sensualità

inconfondibile e Rafe capì finalmente cosa intendessero i suoi amici nel parlare del fascino irresistibile di quella donna. La sua scollatura rivelava abbastanza da far risuscitare un morto. Se avesse dovuto sacrificare il suo onore per persuaderla a non andarsene, pensò Rafe, l’avrebbe fatto con molto piacere. — Contessa Janos, sono il Duca di Candover. Un nostro amico comune mi ha chiesto di parlarvi di una faccenda molto importante. I suoi occhi lo osservarono divertiti al di sopra del ventaglio. — Ah, davvero? —

disse con forte accento magiaro. — Forse sarà molto importante per voi e per il signor Strathmore, Monsieur le Duc, ma non per me. — E così dicendo abbassò lentamente il ventaglio rivelando gli alti zigomi, un piccolo naso dritto e una bocca larga e sensuale… Ma l’inventario di Rafe si arrestò bruscamente mentre il cuore prendeva a battergli furiosamente in petto. Si diceva che ognuno di noi avesse un gemello da qualche parte al mondo e a quanto pareva lui aveva appena visto la gemella di Margot Ashton. Lottando per controllare lo shock, cercò di razionalizzare la faccenda. Margot avrebbe avuto trentun anni adesso e questa donna non ne dimostrava più di venticinque. Ma poteva sempre dimostrare meno della sua età. La contessa sembrava più alta di Margot e i suoi occhi erano verdi, ma in effetti indossava un abito verde ed anche gli occhi di Margot mutavano a seconda del colore che indossava. La somiglianza era straordinaria. Cominciò a pensare che si trattasse proprio di Margot. Per quanto l’avessero data per morta poteva anche esserci stato un errore. Tuttavia l’atteggiamento della contessa sembrava implicare che fossero due estranei. Se si fosse trattato di Margot l’avrebbe senz’altro riconosciuto, non era molto cambiato da allora. Invece lei lo guardava con aria vagamente divertita essendosi accorta della sua

ispezione accurata. Doveva riprendersi al più presto e fece ricorso al “Duca” che non era mai a corto di argomenti in quelle situazioni. — Vi faccio le mie scuse, contessa — disse con un profondo inchino. — Mi avevano detto che siete la più bella spia d’Europa, ma anche così le descrizioni non vi fanno giustizia. Lei rise con una risata bassa e sensuale, la risata di Margot. — Parlate davvero molto bene, Vostra Grazia. Anch’io ho sentito parlare di voi.

— Niente che vada a mio discredito, spero. — Rafe decise che era ora di usare il

suo tanto decantato fascino con le donne. Fece un passo avanti verso la contessa. —

Saprete di certo perché sono qui, e sapete che si tratta di una faccenda molto seria. Bando alle formalità, preferirei mi chiamaste per nome.

— Che sarebbe?

Se era Margot e stava recitando, era davvero molto brava. Sollevò la mano della donna portandosela alle labbra. — Rafael Whitbourne, ma gli amici mi chiamano Rafe. Ritirò la mano di scatto come se fosse stata morsa da un serpente. — Un libertino non avrebbe dovuto chiamarsi con il nome di un arcangelo. Alle sue parole i dubbi di Rafe svanirono. — Mio Dio, sei proprio tu, Margot —

mormorò — sei l’unica che potesse citare questa frase. La dicevo spesso un tempo. Ma cosa diavolo ci fai qui?

— Chi è Margot, Vostra Grazia? — rise lei beffarda. — Una qualche insipida

ragazzina inglese che mi assomiglia? La sua dissimulazione fece insorgere in Rafe un’ira violenta. C’era un solo modo per sapere senza ombra di dubbio se quella di fronte a lui fosse Margot. Con un rapido movimento eliminò le distanze fra di loro e, stringendola a sé, la baciò. Era Margot, se lo sentì nelle ossa. Non solo per come il corpo si piegò aderendo

al suo o per la familiare dolcezza delle labbra ma per l’inconfondibile profumo della pelle che poteva essere solo suo. Ma c’era anche un’altra ragione. Nessuna donna poteva suscitare in lui una simile passione. Mentre la stringeva tra le braccia dimenticò il motivo per cui era venuto a Parigi, dimenticò il motivo di quell’abbraccio, dimenticò ogni cosa tranne il miracolo che si stava compiendo. Margot rabbrividì sotto le sue labbra. Gli anni sembrarono cancellati di botto. Margot era ancora viva e tutto era perfetto al mondo, per la prima volta dopo dodici anni… Ma quell’attimo finì ancora prima di cominciare. Margot cercò di tirarsi indietro, e sentendola ritrarsi Rafe la lasciò andare a malincuore. Lei fece un passo indietro con gli occhi che le mandavano fiamme. Sembrava quasi sul punto di colpirlo, invece, in un repentino cambiamento d’umore, scoppiò a ridere divertita.

— Ti ho fatto venire dei dubbi, confessalo.

— Puoi ben dirlo — rispose lui lieto di vedere un lampo della vecchia Margot

riaffiorare. Ma perché diavolo Lucien non gli aveva detto chi era? Poi si ricordò che nessuno degli Angeli Caduti aveva mai incontrato Margot. — Perdonami

l’impertinenza, ti prego, ma non avevo altro modo per essere certo della tua identità.

— Il perdono non fa parte della mia politica. — rispose lei rimettendosi la

maschera. Si avviò verso una credenza e aprì una bottiglia di Bordeaux. Versò due bicchieri e ne porse uno a Rafe. — Il nostro ospite ha provveduto a tutto, è un

peccato sprecare le sue accortezze. Prego, siediti. — E si sedette a sua volta su una sedia, ignorando volutamente il divano ricoperto di velluto.

— Come mai hai fatto fatica a riconoscermi? — chiese poi. — Dicono tutti che

mi mantengo più che bene per una donna della mia età.

— Ma è proprio questo il punto — rispose Rafe. — Non sembri molto più

vecchia di quando avevi diciott’anni. Ma il motivo principale dei miei dubbi è che ti credevo morta.

— Non sono più Margot Ashton, ma non sono morta. Cosa te l’ha fatto credere?

— Tu e tuo padre eravate in Francia quando fu revocata la Pace di Amiens e ci

era giunta voce che foste stati entrambi uccisi dalla plebaglia francese ansiosa di offrire appoggio incondizionato a Napoleone. Gli occhi di lei si socchiusero in un’espressione indecifrabile. — La notizia è giunta fino in Inghilterra?

— Sì, causando grande subbuglio. La gente rimase sconvolta al pensiero che un

alto ufficiale dell’esercito e sua figlia fossero stati assassinati solo per il fatto di

essere inglesi. Tuttavia, dato che si era già in guerra con la Francia, non furono possibili sanzioni diplomatiche. — Studiò il volto di lei sorseggiando il vino. — Quanto di quella storia era vero?

— Abbastanza — rispose lei seccamente e posando il bicchiere si alzò in piedi.

— Sei qui per persuadermi a continuare i miei servigi per l’Inghilterra. Ti appellerai

al mio patriottismo e poi mi offrirai una lauta ricompensa. Ma io rifiuterò entrambi. Sono davvero molto determinata nella mia decisione e non vedo motivo per starti a sentire. Buonanotte e addio. Spero che ti diverta a Parigi. Si avviò verso la porta, ma si fermò quando Rafe disse: — Aspetta un momento, ti prego. Ora che sapeva che si trattava di Margot, una parte del suo compito era assolta.

La donna era inglese, non francese, né prussiana, italiana, ungherese o altro.

E a parte questo, lui si rifiutava di credere che potesse tradire il suo paese. Se veramente segreti di stato erano stati venduti, non era lei la colpevole. Ma non

sapeva come procedere, dato il risentimento che Maggie nutriva per lui, Lucien non avrebbe potuto fare scelta più infelice. — Concedimi dieci minuti, vuoi? Potrei sempre sorprenderti, Margot. Lei parve esitare, poi scrollò le spalle e si rimise seduta. — Non credo, ma provaci pure. Solo ricordati che non sono più Margot, sono Maggie.

— E qual è la differenza?

— Non sono affari che ti riguardano. Forza, recita il tuo pezzo così me ne posso

andare. Per quanto fosse difficile continuare di fronte a una simile ostilità, doveva almeno provarci. — Perché devi lasciare Parigi in questo particolare momento? Il nuovo trattato sarà firmato entro l’anno. Potrebbe trattarsi soltanto di qualche settimana in più. Lei fece un gesto di stanchezza. — Lo stesso argomento era stato usato alla

prima abdicazione di Bonaparte. Il Congresso di Vienna doveva concludersi nel giro

di sei, sette settimane, ed è durato nove mesi invece. E prima che si concludesse,

Napoleone era tornato e i miei servigi erano di nuovo indispensabili. — Sorseggiò il vino. — Sono stanca di rimandare in continuazione la mia vita. Napoleone è ormai

in strada per Sant’Elena a pontificare con i gabbiani ed è tempo che mi dedichi a

faccende private. Sentendo che il suo umore era cambiato, Rafe azzardò una domanda personale.

— Che faccende? Margot rimase a fissare il bicchiere. — Per prima cosa andrò in Guascogna. Immaginando il motivo che la spingeva in Guascogna, Rafe sentì un brivido lungo la schiena. — Perché? Lei lo guardò con il volto inespressivo. — Per trovare il corpo di mio padre e riportarlo in Inghilterra. Sono passati dodici anni. E mi ci vorrà del tempo per

scoprire dove l’hanno seppellito.

— Non c’è bisogno di andare in Guascogna — disse a bassa voce. — Tuo padre

non lo troverai là.

— Che vuoi dire? — fece lei accigliandosi.

— Ero a Parigi quando mi giunse la notizia della vostra morte, così mi recai in

quel villaggio in Guascogna dove mi vennero mostrate le tombe de “les deux anglais”. Pensai che si trattasse di te e di tuo padre così feci in modo che i due corpi tornassero in Inghilterra. Ora sono nella tomba di famiglia nella tenuta di tuo zio. La maschera mondana scomparve e Margot si chinò in avanti affondando il volto nelle mani. Rafe avrebbe voluto poterla confortare, ma sapeva che non l’avrebbe mai accettato da lui. Aveva sempre invidiato l’amichevole e affettuosa relazione tra Margot e suo padre, così diversa dalla fredda cortesia che caratterizzava i rapporti della sua famiglia. Il Colonnello Ashton era un soldato vecchio stampo, affabile e diretto, molto più interessato alla felicità della figlia, che all’idea di vederla Duchessa. La sua morte per mano della folla inferocita doveva averla devastata. Dopo un lungo silenzio, Maggie alzò il capo. Gli occhi le brillavano, ma il viso era abbastanza composto. — La seconda bara doveva essere quella di Willis, l’attendente di mio padre. Era piccolino, più o meno della mia statura. — Si alzò in piedi e si avvicinò alla finestra spingendo indietro le pesanti cortine di broccato per guardare giù sul boulevard. La sua espressione tormentata si rifletteva nel vetro scuro. — Lo zio Willy era quasi un membro della famiglia. Mi ha insegnato a giocare a dadi e a barare a carte. Mio padre ci sarebbe rimasto di sasso se l’avesse saputo. Un debole sorriso le attraversò il volto, poi svanì. — Sono lieta che Willis sia in Inghilterra… non avrebbe sopportato il pensiero che le sue ossa riposassero in eterno in Francia. Avevo intenzione di riportare a casa anche la sua salma, ma ci hai già pensato tu. Si voltò verso Rafe, non più ostile. — Come hai fatto? Non dev’essere stato facile. Infatti non lo era stato, neanche per un uomo con la sua determinazione e le sue possibilità economiche. Rafe era venuto in Francia con la segreta speranza di ritrovare Margot. Anche quando la minaccia della riapertura delle ostilità si era fatta concreta, aveva rimandato la partenza. Poi proprio quando la pace di Amiens aveva posto termine a tutto, era giunta la notizia della morte della ragazza. Un uomo sensato sarebbe ritornato immediatamente a Londra, ma Rafe, che in tutto ciò che riguardava Margot non era affatto sensato, si era limitato a inviare a casa i domestici ed era rimasto servendosi del suo ottimo francese per attraversare la Francia. Erano occorse settimane per trovare le tombe. E dato il pericolo costante, era dovuto tornare a casa passando per la Spagna, non fidandosi ad attraversare

nuovamente il Paese. Le due bare erano state sotterrate nella tenuta Ashton nel Leicestershire. Rafe aveva piantato personalmente narcisi sulla tomba della ragazza, perché aveva incontrato Margot in primavera e i narcisi gliel’avevano sempre ricordata. Chissà dove era Margot in quell’epoca. Magari ferita, o prigioniera in qualche

prigione locale. — Non v’era altro che potessi fare per te. Era troppo tardi per le scuse.

— Perché pensavi che fossero necessarie delle scuse? — gli chiese Margot.

— Perché mi ero comportato molto male.

Maggie respirò a fondo. Sapeva che quel colloquio non sarebbe andato come aveva previsto. Rafe Whitbourne era sempre riuscito a scovare la parte più vulnerabile in lei. Quel particolare tipo di sensibilità era meraviglioso quando erano

giovani ed innamorati, ma era diventato intollerabile ora che l’amore era sparito. — Sono davvero in debito con te — disse domandandosi se Rafe avrebbe usato la sua gratitudine per convincerla a restare a Parigi.

— Nessun debito — rispose invece Rafe. — Credo di averlo fatto anche per me

stesso. La sua risposta la fece decidere come non avrebbe potuto fare nessuna pressione. — D’accordo — rispose sospirando — di’ pure a Strathmore che rimarrò a Parigi e continuerò a lavorare fino alla fine della conferenza. Sei soddisfatto? Lui evitò di mostrare alcun segno di trionfo. — Molto bene, specialmente perché

c’è in gioco molto più della normale routine. Lord Strathmore ha in serbo per te un compito speciale.

— Ah sì? — Maggie ritornò a sedersi. — E cosa vuole che faccia?

— Ci sono voci di un complotto per assassinare uno degli esponenti più in vista

alla conferenza di pace. Vorrebbe che svolgessi indagini molto accurate, utilizzando il tuo famoso intuito.

— Tre settimane fa c’è stato un complotto per assassinare il Re, lo Zar ed anche Wellington. Non pensi che le voci si riferiscano a questo?

— No, Lucien era al corrente di quella faccenda e crede si tratti di una cosa

separata. Quel che rende particolarmente pericolosa questa cospirazione è che

sembra partire dalle più alte sfere dei circoli diplomatici. Il che non solo rende le cose più difficili, ma significa che i cospiratori hanno molte più possibilità di raggiungere il loro obiettivo. — Rafe si infilò una mano in tasca e trasse un plico sigillato che le porse. — Lucien mi ha dato questo per te.

— Lo hai letto? — chiese Maggie dopo aver preso il plico e averlo fatto

lestamente sparire.

— Certo che no. Era indirizzato a te.

— Non sarai mai una spia.

— Infatti — rispose Rafe con voce vellutata da cui però per la prima volta

traspariva una certa animosità. — Non potrei mai competere con il tuo talento nell’inganno e nel tradimento. Maggie si alzò di scatto dalla sedia con gli occhi fiammeggianti. Per un attimo sembrò sul punto di esplodere, poi anni di duro allenamento ebbero la meglio e riuscì a padroneggiarsi. — No, infatti, non credo che potresti — rispose freddamente. — Le tua specialità sono l’arroganza e la presunzione. I loro sguardi rimasero allacciati per qualche secondo, poi Rafe riprese il

controllo, forse perché aveva più bisogno di lei di quanto Maggie ne avesse di lui.

— Probabilmente hai ragione — fece scrollando le spalle. — Non ho mai

pensato di avere un buon carattere. Ma tornando agli affari, pensi che Lucien abbia ragione di essere così preoccupato?

— Non ho sentito nulla in particolare — rispose Maggie lieta di ritornare a

faccende più neutre — ma c’è stato uno strano silenzio da parte dei gruppi radicali.

Non è da loro starsene in disparte, dato che sono di solito pronti a morire per i loro ideali. Hai chiamato Lord Strathmore per nome — continuò poi curiosa. — Lo conosci bene? — Molto bene. Mi prendevi sempre in giro per la mia appartenenza al gruppo degli Angeli Caduti. Luce era uno di loro. Io avevo un anno in più dei miei amici e finii gli studi a Oxford un anno prima di loro. Così Luce e gli altri erano ancora all’università all’epoca del tuo debutto a Londra. Maggie aveva incontrato Lucien Strathmore solo due volte nel corso degli anni e ne era stata tuttavia molto colpita. Strano che fosse così amico di Rafe. Il mondo è davvero piccolo. — Se ben ricordo il soprannome veniva dalla strana combinazione

di aspetto angelico e animo diabolico.

— Esagerazioni, in entrambi i casi — fece lui sorridendo lievemente. Forse l’animo diabolico era un’esagerazione, pensò lei stringendo il ventaglio con foga, ma non certo l’aspetto angelico. Rafe era stupendo a ventun anni ed ora la

maturità aveva aggiunto fascino al suo volto. Ricordava il colorito olivastro, regalo

di una nonna italiana, ma aveva dimenticato quale contrasto mozzafiato facesse con

gli occhi chiari. Avrebbe voluto essere immune al suo fascino, ma non lo era. E non era neanche più la giovinetta ingenua di un tempo; era una donna oramai e conosceva la passione. E il desiderio… Fortunatamente non avrebbe più dovuto vederlo, aveva un effetto disastroso sulla sua concentrazione. — Comincerò immediatamente le ricerche — disse alzandosi in

piedi. — Se scoprissi qualcosa di importante lo riferirò subito alla delegazione inglese. Ora, se mi vuoi scusare, devo parlare con alcune persone. Anche Rafe si alzò, l’espressione imperscrutabile. — Un’ultima cosa. Lucien vuole che tu riferisca a me e non alla delegazione inglese.

— Cosa? — esclamò Maggie. — E perché diavolo dovrei lavorare con un

dilettante? Se davvero c’è un complotto in ballo, il tempismo è fondamentale. A

rischio di ferire la tua vanità, mi saresti solo d’impiccio. Rafe strinse le labbra cercando di mantenere calma la voce. — Lucien sospetta

che qualcuno della delegazione sia un traditore, o nella migliore delle ipotesi, molto sbadato. Vuole che tu riferisca a me e che io agisca come corriere temporaneo tra te e Londra. Io poi riferirò direttamente a Castlereagh o a Wellington.

— Molto generoso da parte di Strathmore fidarsi almeno di loro — ribatté lei

con voce piena di sarcasmo. — Tuttavia, preferisco lavorare a modo mio.

— Non sono nella posizione per obbligarti a fare alcunché, ma per il buon fine

del compito che ci è stato assegnato, non potresti superare la ripugnanza e lavorare con me? Non sarà per molto. Maggie lo fissò soffocando il desiderio di gettargli in faccia il resto del vino. Sfortunatamente non c’erano ragioni valide per non lavorare con lui a parte il suo

disgusto personale. E poi, che lo volesse o no, era davvero molto in debito con lui. — D’accordo — disse a denti stretti. — Ti farò sapere ogni minimo dettaglio.

— Lascia che ti dia l’indirizzo di dove alloggio.

Lei gli sorrise con aria angelica. — Non ce n’è bisogno. So già dove alloggi, quanti bagagli hai portato con te e i nomi del tuo cameriere e del tuo staffiere. — Essendo finalmente riuscita a stupirlo aggiunse dolcemente. — Ricordati che è il mio mestiere raccogliere informazioni. Maggie si sentì soddisfatta una volta uscita dalla stanza. Almeno era riuscita ad avere l’ultima parola per quella sera. Peccato che non fosse quella definitiva.

3

Dopo che Maggie fu uscita dalla porta, Rafe trasse un profondo respiro di sollievo. Per anni aveva nutrito fantasie romantiche sulla ragazza che aveva amato e perduto, con occasionali speculazioni su ciò che avrebbe potuto essere. E ora la nostalgia era stata spazzata via da questa nuova donna, sfacciata, impudente e molto esperta. La ragazza che aveva amato non esisteva più, e al suo posto c’era un’estranea che non era ben certo di gradire. E che si comportava come se fosse stata lei a essere tradita anni prima e non viceversa. Si alzò sospirando. La verità aveva sempre molteplici facce, forse i ricordi della donna erano diversi dai suoi. Ma su un punto si era sempre sbagliato. Aveva creduto per anni che nessuno potesse essere così desiderabile come la Margot dei suoi ricordi. Invece la donna di adesso era ancora più affascinante. Aveva dovuto faticare a tenere le mani a posto, malgrado i suoi modi offensivi. Mentre usciva nel corridoio per ritornare al ballo ricordò a se stesso che non era

a Parigi per indulgere in memorie romantiche. Quel che importava era la conferenza di pace e la vita di uomini che cercavano di assicurare al mondo una pace duratura.

Prima di recarsi all’appuntamento seguente, Maggie si fermò un attimo in una nicchia buia per riprendere il controllo di sé. Appoggiata al muro, imprecò in tutte le lingue che conosceva. Maledizione a Robin per averla convinta a incontrarsi con Rafe e maledizione a Rafe per la sua freddezza e per quel bacio che le aveva dimostrato che dopo tutto Margot non era morta completamente. E soprattutto maledizione a lei per provare quel senso di eccitazione al pensiero di rivederlo. Era arrivata alle imprecazioni in cecoslovacco quando dovette ridere di se stessa

e della situazione. Una volta ricompostasi, si avviò lungo il corridoio verso un’altra stanza in tutto simile alla precedente. Entrò senza bussare e trovò Robin sdraiato sul divano, in attesa. Lui fece per alzarsi, ma Maggie lo fermò con la mano. — Non c’è bisogno che ti alzi — disse sedendosi accanto a lui sul divano. — Posso chiederti com’è andato l’incontro con il duca? — le chiese osservandola attentamente mentre la studiata espressione blanda si trasformava in quella più reale di intelligenza e curiosità.

Maggie sospirò. — Avete vinto. Rimarrò fino alla fine della conferenza, non importa quanto durerà. Robin lanciò un fischio sommesso. — Come diavolo ha fatto? Se ha trovato una tecnica miracolosa per convincerti, devo assolutamente chiedergli qual è.

— Lascia stare mio caro — rispose lei battendogli affettuosamente il dorso della

mano. — Il fatto è che si trovava in Francia quando mio padre e Willis furono uccisi

e ha fatto in modo di riportarne le salme in Inghilterra. Sono seppelliti nella tenuta

di mio zio da dodici anni.

Robin la scrutò con attenzione. Per quanto fosse un bene che lei rimanesse, la piega presa dagli eventi suggeriva una miriade di domande interessanti. Fino a che punto Maggie conosceva il duca? E questo implicava forse conseguenze che potessero influire sui suoi piani personali? Ma tenne per sé queste riflessioni. — Credi che sia possibile che ti abbia mentito per convincerti a rimanere? — chiese invece. Maggie rimase interdetta alla domanda, neanche per un attimo aveva dubitato

delle parole di Rafe. — No, Robin, è proprio un tipico gentiluomo inglese cui manca l’immaginazione necessaria per mentire. Robin sorrise con aria fanciullesca. — Non sono ancora riuscito a convincerti che non tutti gli inglesi sono gentiluomini?

— Ah, ma tu sei un’eccezione, Robin. Il fatto che tu sia inglese è un puro caso.

— Maggie gli sorrise con affetto. Malgrado le sue strenue obiezioni, Robin era un vero gentiluomo, molto più di Rafe Whitbourne. Negli anni si era spesso domandata quale fosse il passato di Robin. Sospettava

che fosse il figlio illegittimo di un nobile, cresciuto ed educato tra gentiluomini ma sempre emarginato dai circoli più ristretti. Questo spiegava perché non avesse alcun desiderio di ritornare in patria. Ma non aveva mai chiesto conferma dei suoi sospetti. Per quanto la loro relazione fosse stata molto intima, alcuni argomenti non venivano mai discussi.

— Ma perché mai Candover ha fatto una cosa simile come riportare la salma di

tuo padre in Inghilterra? Dev’essere stato molto difficile. — disse Robin interrompendo il corso dei suoi pensieri.

— Sì, immagino di sì — rispose Maggie poco incline a rivelargli l’intera storia.

— Lui e mio padre erano amici. — Poi prima che Robin potesse fare altre domande

si affrettò a cambiare argomento. — E ora con tua grande gioia lascia che ti metta al

corrente. Brevemente lo informò sul possibile complotto nei circoli diplomatici francesi.

Infine estrasse il plico di documenti inviatole da Strathmore e li lesse insieme a Robin.

— Se Strathmore ha ragione la faccenda è maledettamente seria — disse Robin.

— Ci sono stati altri complotti, ma si trattava sempre di gente insignificante, molto lontana dai centri di potere.

— Lo so — ribatté lei pensierosa — e mi vengono in mente molti nomi che

potrebbero nascondersi dietro il complotto. — Anche a me. Gente dalla reputazione insospettabile.

— Dopo aver eseguito i controlli necessari, potremo ridurre di molto la rosa dei

nomi.

— O incrementarla. Possiamo solo sperare per il meglio. — Poi diede un’altra

occhiata alla lettera. — Hai disobbedito agli ordini. Non dovevi parlare con nessuno di questo complotto. E se fossi io l’anello debole della delegazione britannica?

— Sciocchezze, tu sei escluso. Lavori per Strathmore da molto più tempo di me.

Robin si alzò in piedi scrollando il capo. — Vedo che i miei insegnamenti sono andati perduti. Quante volte ti ho detto di non fidarti di nessuno?

— Se non mi fido di te, di chi altri potrei fidarmi?

— Di te stessa — fece Robin baciandola sulla guancia. — Uscirò prima io. Ci

vediamo domani sera così potremo confrontare i nostri risultati, che ne dici? Lei annuì e lo osservò indossare nuovamente la sua maschera da perfetto diplomatico di grado inferiore. Ogni ambasciata era afflitta dalla piaga di giovani diplomatici il cui unico merito consisteva in agganci potenti. Robin era l’immagine perfetta del giovane di buona famiglia, assolutamente inutile e troppo bello per avere anche un cervello. In realtà la sua mente era affilata come un rasoio. Era stato lui a insegnarle come mettere insieme gli indizi più insignificanti e come coprire le proprie tracce ed evitare i sospetti. Su un punto però sbagliava: in quel momento non era proprio certa di potersi fidare di se stessa. La sua vita non era più sotto controllo, e la cosa non le piaceva neanche un po’.

Al piano di sotto il ballo era esattamente al punto in cui Rafe l’aveva lasciato. Non vedendo nulla che l’incoraggiasse a rimanere, lui cominciò a farsi strada verso l’uscita. A causa della folla non si avvide della persona che gli veniva incontro fino a che non se lo trovò di fronte. E ormai era troppo tardi per evitarla. Santo Cielo, Oliver Northwood, non gli mancava altro! Ma l’altro non sembrava condividere i suoi sentimenti. — Candover! — esclamò gioviale. — Che bello rivederti! Non avevo idea che fossi a Parigi. Northwood, un biondino dall’aria bovina, figlio cadetto di lord Northwood, era la caricatura del tipico gentiluomo di campagna. Nel primo anno dopo che Rafe aveva lasciato Oxford, i due erano stati abbastanza amici, ma il ruolo disastroso di Northwood nella fine del suo fidanzamento li aveva allontanati. Rafe sapeva che era irrazionale biasimare l’altro per quel che era successo, ma aveva fatto in modo di evitarlo da allora.

Sfortunatamente non c’era modo di scansarlo in quel momento. — Buona sera,

Northwood — disse cercando di essere gentile. — È da molto che sei a Parigi?

— Lavoro all’Ambasciata inglese, e sono qui da luglio. Mio padre pensava che

dovessi farmi un po’ d’esperienza in campo diplomatico — commentò Northwood con aria lugubre.

I circoli diplomatici parigini formavano un ambiente molto ristretto, sarebbe stato impossibile non incontrarsi. Rafe dovette rassegnarsi a essere civile.

— Come stanno andando i negoziati?

Northwood scrollò le spalle. — Difficile a dirsi. Castlereagh non lascia trapelare quasi nulla, ma immagino che tu sappia che uno dei problemi, e cioè cosa fare di Napoleone, è stato risolto.

— Sant’Elena dovrebbe essere abbastanza lontana da togliergli ogni velleità. Ma

non si può fare a meno di pensare che sarebbe stato tutto molto più semplice se il Maresciallo Blücher l’avesse catturato e fucilato sul posto. Northwood scoppiò a ridere. — Sarebbe sicuramente stato meglio per tutti, ma

una volta che l’imperatore si è arreso agli inglesi, siamo stati costretti a difendere il suo nascondiglio. — La sua sfrontatezza è quasi da ammirare, per non parlare dell’astuzia diabolica — ammise Rafe. — Dopo che aveva definito l’Inghilterra il più potente, temibile, ma anche giusto e generoso avversario, il Principe Reggente non poteva certo gettarlo in pasto ai lupi. — C’è da dire che se fosse rimasto all’Elba ora non sarei qui a Parigi — ridacchiò l’altro. — E devo ammettere che quel che si dice delle donne parigine è senz’altro vero, no, Candover? Rafe gli diede una delle sue occhiate più gelide. — Non saprei, sono appena arrivato in città. Del tutto impermeabile alla freddezza dell’altro, Northwood alzò lo sguardo in tempo per avvedersi di Maggie che rientrava nel salone. — Santo Cielo, guarda quella bionda per esempio! Sarà stata ai piani di sopra con qualche bastardo fortunato. Credi che avrei fortuna se mi presentassi? Rafe ci mise qualche istante per capire che Northwood si riferiva a Maggie. E quando mise a fuoco che parlava di lei, dovette fare uno sforzo su se stesso per non sferrargli un pugno.

— Ne dubito. Ho incontrato la signora poco fa e devo dire che ha gusti un po’ particolari.

— Parlami di lei — disse accigliandosi nel vedere Maggie scomparire in un

gruppo di ufficiali austriaci. — Sai, ha un aspetto familiare, ma non riesco a

ricordarmi… — fece schioccare le dita. — Ma sì, mi ricorda una ragazza inglese che conoscevo tanti anni fa. Margaret, no, Margot, Margot qualcosa. Rafe sentì lo stomaco attorcigliarsi. — Vuoi dire Margot Ashton?

— Sì, proprio lei. Le facevi anche tu la corte, vero? E ne valeva davvero la pena?

— chiese ridendo sguaiato. Rafe respirò a fondo cercando di calmarsi. Northwood era sempre stato così volgare o era peggiorato con gli anni? — Non saprei, me la ricordo appena. Mi pare che sia morta un paio d’anni dopo il debutto — fece finta di studiare Maggie. — Sì, è vero, le assomiglia, ma la signora che tanto ammiri è ungherese, si chiama Magda, Contessa Janos. — Ungherese, eh? Non ho mai avuto un’ungherese. Ti spiacerebbe presentarmela? Se non se ne andava subito, avrebbe finito col fargli del male. — Mi spiace, ma devo proprio scappare, di certo troverai qualcun altro che si presti a questo compito. Se mi vuoi scusare… — e fece per allontanarsi quando si sentì afferrare saldamente per la manica. Con un’espressione rassegnata si voltò per ritrovarsi faccia a faccia con Cynthia Northwood, la moglie di Oliver.

— Rafe! — esclamò la donna. — Che bello rivederti. Ti fermerai un po’ a

Parigi? Cynthia era una giovane donna molto attraente, con riccioli scuri, un volto a

forma di cuore e un’espressione ingannevolmente ingenua. Inoltre era stata la sua amante per un certo tempo ed erano rimasti in ottimi rapporti, perciò non poteva respingerla.

— Sì, ho preso una suite e intendo rimanere per tutto l’autunno, forse anche di

più. — Si districò dalla stretta. — Ti prego, abbi un po’ di considerazione per il mio cameriere. È così protettivo nei confronti delle mie giacche che a volte mi meraviglio che me le lasci indossare.

— Oh, scusami, è Parigi che mi influenza, sono tutti così espansivi qui. Credo

che sia contagioso. — Ah, così è questa la tua scusa? — chiese acidamente suo marito. Rafe sentì la tensione tra i due e non volendo assistere a una sgradevole scenata si affrettò ad accomiatarsi ben attento a non farsi più accalappiare da nessuno fino all’uscita. Una volta all’aperto tirò un sospiro di sollievo e, dopo aver congedato la carrozza, si dispose a fare due passi nell’aria tiepida della notte. Voleva vedere come fosse cambiata la città nel periodo napoleonico, e, soprattutto, aveva bisogno di tempo per riordinare i pensieri. Prima Margot… e poi Northwood. La serata sembrava architettata dal diavolo in umore particolarmente farsesco. Ma era difficile trovare un motivo di divertimento in una farsa che gli attanagliava lo stomaco. Aveva amato Margot Ashton con qualcosa che rasentava l’adorazione. Ricordava ancora la sua incredulità di fronte al fatto che una ragazza come lei, che poteva avere ai suoi piedi tutti gli scapoli di Londra, avesse scelto proprio lui. Erano stati discreti

in pubblico perché il loro fidanzamento non era stato ancora annunciato pubblicamente, ma lui cercava di passare il più tempo possibile con lei. E anche la ragazza sembrava molto felice in sua compagnia. Poi c’era stato quel fatidico party di addio al celibato a giugno. Ricordava ancora il nome di ogni singolo uomo presente quella sera, e ricordava l’incredibile accuratezza con cui Northwood aveva descritto nei minimi particolari come avesse sverginato una ragazza qualche sera prima nel giardino di una villa dove si teneva un ballo. Rafe aveva prestato scarsa attenzione al racconto fino a che Northwood non si era lasciato sfuggire il nome: Margot Ashton. La maggior parte dei presenti erano corteggiatori di Maggie e, dopo un primo attimo di sgomento, uno di loro aveva zittito Northwood, dicendo che era ben poco cavalleresco parlare in quei termini di una giovane donna conosciuta da tutti. Ma il danno era già fatto. Nessuno dei presenti era a conoscenza del loro fidanzamento e nessuno aveva notato il brusco congedo di Rafe, attribuendo il colore verdastro del suo viso ai troppi beveraggi. Una volta fuori Rafe si era appoggiato al muro e aveva cominciato a dare di stomaco. Sentendosi morire aveva pensato al corpo di Margot sotto il peso di Northwood, le labbra piene della ragazza premute sotto le sue e le lunghe gambe allacciate… Aveva passato la notte a zonzo per le strade della città, completamente svuotato, senza sapere dove andare. La mattina dopo si era recato di buon’ora a casa di Margot poco prima che lei uscisse per la consueta cavalcata mattutina. La ragazza lo aveva accolto deliziata senza far domande sulla sua tenuta da sera tutta sgualcita. Gli si era avvicinata per dargli un bacio e Rafe l’aveva allontanata violentemente, incapace di sopportare il suo contatto. Poi le aveva detto cosa era venuto a sapere. Conosceva la sua natura appassionata e solo il suo desiderio idealistico di portarla vergine all’altare lo aveva trattenuto dal prendere quel che lei aveva concesso con tanta noncuranza a un altro uomo. Quanti altri c’erano stati? Era molto corteggiata, era proprio l’unico cretino ad averla rispettata? Aveva accettato la sua proposta di matrimonio solo per diventare duchessa? In quelle cavalcate mattutine avrebbe potuto cavalcare anche lei oltre al suo puro sangue se solo lui glielo avesse chiesto? E via di questo passo, un insulto dopo l’altro. Margot non aveva fatto alcun tentativo per scagionarsi, se solo ci avesse provato, ci si sarebbe aggrappato con infinita gratitudine. Se avesse pianto chiedendogli perdono, glielo avrebbe concesso, pur sapendo che non si sarebbe mai più potuto fidare di lei. Ma si era limitata ad ascoltarlo, bianca come il marmo. Non aveva neppure chiesto il nome del suo denigratore, forse ce n’erano talmente tanti che non

importava. Infine gli aveva detto con una calma mortale che per fortuna avevano scoperto la vera natura reciproca prima che fosse troppo tardi. La sua reazione era stata il colpo mortale, perché fino all’ultimo Rafe aveva sperato che potesse trattarsi di un equivoco e che lei negasse tutto. In quell’istante una parte di lui era morta per sempre. Per quanto non fossero ancora ufficialmente fidanzati, Margot indossava il suo anello di famiglia infilato a una catenina. Quando ebbe finito di parlare, si sfilò l’anello rompendo persino il fermaglio della catenina nella fretta di restituirgli la libertà. Poi aveva gettato l’anello ai piedi di Rafe e si era allontanata mormorando

che non voleva più starsene all’aria fredda. Non l’aveva mai più vista da allora. Di lì a pochi giorni lei e suo padre si erano recati sul Continente approfittando della pace

di Amiens.

Man mano che i mesi passavano, l’ira e il senso di tradimento di Rafe erano stati gradualmente sopraffatti dal desiderio di rivederla. Si ritrovò ad aspettare e sperare che ritornasse in Inghilterra. Dopo quasi un anno di agonia, era partito a sua volta per la Francia sperando di trovarla per chiederle di sposarlo. E una volta giunto a Parigi aveva scoperto che era troppo tardi. L’unica cosa che poteva fare era riportare il suo corpo in Inghilterra. E da allora debutti e debuttanti erano andati e venuti, e pochi si ricordavano della bella Margot che era stata così ammirata per una breve stagione. Rafe aveva imparato a prendere il proprio piacere da esperte e smaliziate donne sposate, entrando e uscendo con leggerezza da molteplici relazioni. Particolare piacere gli aveva dato mettere le corna a Oliver Northwood. Cynthia era una ragazza molto carina e spensierata, figlia di un ricco nobiluomo di campagna. Sposare il figlio minore di un Lord era stato considerato da tutti un gran bel matrimonio. E Oliver era attraente a suo modo, così alto e biondo, e all’inizio non si era resa conto a che razza di individuo si stesse legando. Ma dopo aver scoperto la propensione del marito al gioco, all’alcol e alle donne, aveva deciso di ripagarlo della stessa moneta e aveva cominciato a prendersi un amante dopo l’altro. Rafe era stato ben lieto di accontentarla, non solo perché Cynthia era carina e simpatica, ma anche perché così aveva soddisfatto il suo desiderio di vendetta. Northwood non avrebbe mai saputo che la sua indiscrezione gli aveva rovinato la vita, ciò non di meno Rafe aveva provato una certa soddisfazione a ripagarlo della stessa moneta. La loro relazione non era durata a lungo, però, perché la sotterranea disperazione

di Cynthia lo metteva a disagio. Si era liberato di lei con una certa grazia, come era

solito fare e quando l’aveva incontrata nel corso degli anni aveva notato con piacere che la ragazza sembrava aver riacquistato un cero equilibrio e non sembrava più triste come un tempo.

Gli ultimi pettegolezzi la davano legata a un ufficiale. Rafe si chiese se lo amasse veramente o se anch’egli fosse solo un’arma per ferire suo marito. A quanto pareva la tattica funzionava. Oliver Northwood era il classico uomo che corteggiava ogni sottana a portata di mano, ma che si infuriava a morte se sua moglie rivendicava gli stessi diritti. Prima o poi uno dei due avrebbe finito con l’assassinare l’altro. Salendo le scale dell’albergo, Rafe giurò a se stesso che non si sarebbe trovato in mezzo. Parigi si prospettava già abbastanza spiacevole senza baruffe coniugali.

4

Ancor prima di aprire gli occhi la mattina seguente, Maggie ricordò l’incontro con Rafe Whitbourne e rabbrividì. Che uomo impossibile! Di solito ammirava la calma e l’autocontrollo inglese, ma quelle stesse caratteristiche in Rafe riuscivano solo a farla infuriare. Rimase a letto invece di alzarsi come al solito e andare a fare una passeggiata. Si tirò le coperte sopra la testa con un brontolio e cominciò a programmare la sua giornata da spia. Benché fosse universalmente risaputo che tutte le donne spie raccoglievano informazioni a letto, Maggie aveva una sua tecnica, completamente diversa e del tutto unica: aveva infatti dato vita alla prima rete internazionale di spie donne. Gli uomini che nascondono segreti sono molto cauti con gli altri uomini, ma diventano estremamente incuranti di fronte alle donne. Cameriere, lavandaie, prostitute e altre donne di umili origini erano spesso nella condizione ideale per apprendere quel che succedeva nelle alte sfere e Maggie aveva un talento speciale per convincerle a confidarsi con lei. L’Europa era costellata di donne che avevano perso padri, mariti, figli e amanti nelle guerre napoleoniche. Molte di loro erano più che liete di passarle informazioni che potessero contribuire a una pace futura. Alcune erano animate come Maggie da un desiderio di vendetta, altre invece avevano un disperato bisogno di denaro. Insieme costituivano quel che Robin chiamava la Milizia di Maggie. Documenti di importanza vitale venivano raccattati da cestini della carta straccia, messaggi importanti dimenticati nelle tasche dei pantaloni da lavare. Da quando aveva perso il padre, Maggie aveva trascorso la maggior parte del tempo a Parigi sotto le spoglie di un’umile vedova. Quando il Congresso di Vienna aveva aperto i battenti, aveva ripreso il suo aspetto normale ed era tornata a Vienna come Contessa Janos dove aveva cominciato a frequentare diplomatici e gente del suo rango. Quando Napoleone era scappato dall’Elba lei era ritornata immediatamente a Parigi in modo da riprendere il lavoro. E dopo Waterloo, quando tutti i diplomatici erano convenuti a Parigi, Maggie aveva preso in affitto una casa lussuosa che aveva aperto alla mondanità della città. Ma era stanca di essere sempre qualcuno di diverso. In tutti quegli anni Robin Anderson aveva svolto un ruolo importante nella sua vita. L’aveva aiutata a sistemarsi e le aveva insegnato tutto quel che c’era da sapere

del mestiere, fornendole il denaro necessario e pagando gli informatori. Robin era spesso in viaggio e Maggie sospettava che a volte portasse personalmente messaggi delicati a Londra attraversando la Manica mescolato ai contrabbandieri. Passava tutto il tempo che poteva con Maggie ma a volte trascorrevano mesi tra una visita e l’altra. Il suo lavoro era molto più pericoloso e Maggie tirava sempre un sospiro di sollievo quando lui riappariva sano e salvo. Per quasi tutti quegli anni erano stati amanti. Ma anche all’inizio, quando lei aveva avuto disperatamente bisogno della sua gentilezza, Maggie si era resa conto di provare per lui amicizia e gratitudine, non amore. Era il suo migliore amico, la persona di cui si fidava più al mondo, il fratello che non aveva mai avuto. Poi un giorno, tre anni prima, si era svegliata con la sensazione che l’amicizia non bastasse per continuare quel tipo di rapporto e che ogni intimità tra loro due avrebbe dovuto interrompersi. Gli doveva così tanto, non sarebbe stato facile comunicargli quella nuova decisione. Ma Robin le aveva reso tutto molto facile. Era rimasto qualche istante in silenzio, una volta che Maggie ebbe trovato il coraggio di parlargli, pallido in volto, poi aveva risposto con calma che naturalmente non voleva forzarla a far nulla che la mettesse in imbarazzo. Erano ancora amici e avevano continuato a lavorare insieme, Robin soggiornava sempre da lei quando era a Parigi, solo che dormivano in camere diverse. Il fatto che Robin avesse accettato con tanta buona grazia il cambiamento le aveva confermato che anche per lui la relazione si basava essenzialmente sull’amicizia. Benché si fosse offerto di sposarla poco dopo averle salvato la vita, sapeva che doveva aver tirato un sospiro di sollievo quando lei non aveva accettato. Pure, malgrado sentisse di aver fatto la cosa giusta, il suo letto era freddo e solitario. Senza dubbio era per questo che Rafe le era sembrato così attraente… Robin era recentemente entrato a far parte dell’Ambasciata Britannica come semplice impiegato. Maggie supponeva che la sua vera identità fosse nota a Castlereagh, ma il resto della delegazione probabilmente lo considerava soltanto un nuovo colletto bianco senza particolari abilità. Ma Maggie era molto lieta di averlo vicino, nell’eventualità di un complotto i suoi talenti erano davvero necessari. Dopo aver deciso un piano d’azione, Maggie indossò il suo consueto travestimento da vedova per recarsi a incontrare i suoi informatori. Se fosse stata fortunata la sua amica Hélène Sorel sarebbe ben presto tornata a Parigi e l’avrebbe potuta assistere nel suo compito.

Maggie e Robin discutevano i risultati delle loro indagini davanti a una bottiglia di vino e una baguette di pane con formaggio. — Siamo d’accordo, allora? — Sì, i tre uomini che abbiamo scelto sono i più probabili, ma dobbiamo stare attenti anche agli altri — disse Robin passandosi stancamente una mano tra i capelli

chiari. — Non è detto che il nostro uomo sia fra questi tre.

— Già, è quanto di meglio si possa fare. Potremmo anche avvertire le guardie

del corpo delle personalità più in vista, ma con tutti i complotti che ci sono già stati, sono comunque molto cauti.

— Vero. — Robin studiò il volto di Maggie. — Mi è venuta un’idea che forse però non ti piacerà molto.

— Raramente mi sono piaciute le tue idee nel corso di questi anni — ribatté Maggie con una smorfia — perciò parla pure.

— Penso che dovresti far finta di essere l’amante di Candover.

— Che cosa! — Maggie sbatté il bicchiere sul tavolo con tale forza che il vino schizzò fuori. — Perché diavolo dovrei fare una cosa simile?

— Stammi a sentire, Maggie. Sospettiamo che dietro al complotto ci siano

funzionari che passano le serate a balli e cene. Il modo migliore per contattarli è frequentare i loro stessi luoghi di ritrovo.

— E non puoi farlo tu?

— Non sono abbastanza importante.

— E perché non posso frequentarli da sola?

— Maggie, non essere irragionevole — ribatté Robin pazientemente. — È stato

già abbastanza spiacevole che tu sia andata da sola al ballo dell’Ambasciata Austriaca. Se ti ripresenti senza accompagnatore penseranno tutti che sei in cerca di

un amante e passerai tutto il tempo a respingere uomini che sono interessati a te per tutt’altre ragioni da quelle politiche.

— So bene come cavarmela in certe situazioni!

— Candover è l’accompagnatore ideale — proseguì Robin senza dar retta

all’interruzione. — È abbastanza importante da essere invitato dappertutto e allo stesso tempo non ha incarichi governativi, per lo meno ufficialmente. Se starai con lui potrai andare dovunque e parlare con chiunque senza destare sospetti. L’intuizione è la tua arma migliore. Molte volte hai sentito qualcosa che non andava

in persone insospettabili e i fatti ti hanno dato ragione. Nella situazione attuale è l’unica arma a nostra disposizione cercare di avvicinare i sospetti, farli parlare, sentire la loro opinione. E non puoi farlo se non li frequenti.

— Hai ragione — fece lei riluttante. — Ma non so se riuscirò a fingere di essere

cotta di Candover. Finirà piuttosto che gli tirerò in faccia un bicchiere di vino. Robin si rilassò, sentendola cedere. — Sono certo che riuscirai a recitare superbamente la tua parte. Inoltre questa indagine potrebbe rivelarsi pericolosa. Stiamo parlando di uomini disperati, con il tempo agli sgoccioli. Gli Alleati non

vedono l’ora di firmare il trattato e tornarsene a casa. Dovrebbe essere tutto finito entro settembre, quindi se qualcosa deve succedere, sarà nelle prossime due o tre settimane.

— E allora?

— Se qualcuno sospettasse di te, la tua vita sarebbe in pericolo. Candover non

sarà una spia professionista, ma ti sarà utile in caso di pericolo. E siccome per la maggior parte del tempo io non ti potrò stare vicino, mi sentirei più tranquillo se sapessi che c’è lui a coprirti le spalle.

— E da quando hai deciso che non sono in grado di badare a me stessa?

— Maggie — fece Robin dolcemente — nessuno è invulnerabile.

Maggie impallidì all’allusione. Robin di solito non amava ricordare le

circostanze che li avevano fatti incontrare, ma stavolta voleva assicurarsi che lei agisse con cautela. Sapeva quanto potesse essere temeraria. Dopo qualche istante gli fece un sorriso rassegnato. — D’accordo, Robin. Mi farò vedere dappertutto con Candover, così le chiacchiere fioriranno e nessuno sospetterà i nostri veri scopi.

— Bene. È ora di andare adesso. Devo incontrare qualcuno che non ama farsi vedere alla luce del giorno.

— Allora farò visita a Candover per spiegargli il piano, ma se opporrà resistenza dovrai pensarci tu a convincerlo. Robin scosse la testa. — Meglio che non sappia della nostra amicizia. Conosci bene la prima regola dello spionaggio.

— Mai dire a qualcuno qualcosa che non è necessario che sappia — citò lei. —

Sì,

hai ragione, Candover è un dilettante, e meno sa e meglio è.

Speriamo si dimostri un dilettante dotato — fece lui e, dopo un leggero bacio

di

commiato sulla guancia, se ne andò. Maggie chiuse la porta alle sue spalle

sentendosi terribilmente frustrata. Come avrebbe fatto a tollerare di passare così tanto tempo accanto a Rafael Whitbourne?

Dopo aver trascorso una serata a teatro, Rafe tornò in albergo d’umore tetro.

Nell’intervallo era scoppiata una rissa tra le truppe alleate e i soldati francesi, e, benché nessuno fosse rimasto gravemente ferito, l’incidente lo aveva lasciato con la sgradevole sensazione che la città fosse un vulcano, pronto a esplodere da un momento all’altro. Perso nei suoi pensieri, Rafe entrò in camera da letto e stava per chiamare il cameriere quando una voce gelida uscì da un angolo.

— Vorrei scambiare due parole con voi, Vostra Grazia.

La voce era inconfondibile e voltandosi Rafe vide Maggie semisdraiata sulla poltrona, vestita da uomo, con un cappello che copriva la folta capigliatura bionda e una mantella nera buttata sul letto. Rafe si chiese come diavolo avesse fatto a entrare, ma decise di non indagare. — Immagino tu abbia valide ragioni per essere qui — disse togliendosi il mantello e gettandolo sul letto — e che queste prescindano dalle normali ragioni per cui una donna entra in camera da letto di un uomo.

— Esatto — ribatté lei gelida. — Ci sono molte cose di cui dobbiamo discutere e questo mi è sembrato il modo più veloce e più sicuro.

— D’accordo. Vuoi unirti a me per un bicchiere di cognac? — e quando lei annuì

riempì due bicchieri porgendone uno alla donna. — Allora, che cosa hai scoperto?

— Le mie fonti indicano tre principali sospetti e diversi altri di minor

importanza. Sono tutte personalità altolocate e ognuno di essi avrebbe la capacità e il movente per compiere l’attentato.

— Sono colpito dalla tua efficienza. E chi sono i tre sospetti?

— Sono un prussiano, il Colonnello Karl von Fehrenbach, e due francesi, il

Conte di Varenna e il Generale Michel Roussaye.

— E quali sarebbero i moventi?

— Il Conte di Varenna è un acceso realista, molto amico del fratello di Re Luigi,

il Conte d’Artois. Come ben saprai d’Artois è un fanatico reazionario. Insieme con i suoi amici emigrati vorrebbe spazzar via ogni traccia di spirito rivoluzionario in Francia e riportare la nazione all’ancien régime.

— Ma naturalmente questo è impossibile — proseguì dopo un attimo di pausa.

— Varenna ha trascorso gli ultimi vent’anni in Europa occupato in progetti di

dubbia natura. Qualcuno di questi progetti lo rende un candidato probabile per la nostra lista.

— Capisco. — Il volto di lei appariva bellissimo alla luce delle candele e Rafe dovette fare uno sforzo per concentrarsi solo sulle sue parole. — Se questo

complotto fosse opera degli ultrarealisti, chi credi sarebbe il loro obiettivo?

— Per quanto possa sembrare assurdo penso che Varenna possa cercare di

uccidere proprio Re Luigi in modo che il Conte d’Artois salga sul trono. Rafe si lasciò sfuggire un lento fischio. Era un pensiero perverso, ma con l’attuale instabilità della Francia, tutto era possibile. — E gli altri due?

— Roussaye è un bonapartista. Figlio di un fornaio, ha lottato molto per farsi

strada e diventare uno dei capi dell’esercito napoleonico. È coraggioso e spietato ed è molto devoto a Napoleone e alla Rivoluzione. Attualmente è nell’operativo di Talleyrand e si occupa di problemi relativi all’esercito francese.

— E quale pensi possa essere il suo obiettivo?

— Dal suo punto di vista qualsiasi ufficiale alleato potrebbe andare bene, perché

in tal caso si arriverebbe a condizioni di pace molto più dure per la Francia. Se

dovesse succedere qualcosa a uno dei moderati, i radicali otterrebbero le condizioni umilianti che chiedono a gran voce.

— E l’Europa sarebbe di nuovo in guerra nel giro di un anno o due — disse Rafe aggrottando la fronte. — Wellington sarebbe il bersaglio ideale.

— Se dovesse succedere qualcosa a Wellington, l’Inghilterra si unirà al coro dei prussiani nel chiedere il bagno di sangue.

— A proposito di prussiani, che cosa mi dici del Colonnello von Fehrenbach?

Maggie si alzò per riempirsi nuovamente il bicchiere dando modo a Rafe di ammirare la linea del suo corpo stretto nei pantaloni neri da uomo.

— Von Fehrenbach è il tipico prussiano, il che vuol dire che odia la Francia in

modo semplice e diretto. Era uno degli aiutanti di Blücher e ora è l’addetto militare della delegazione prussiana.

— Ma possibile che tutti i prussiani odino così tanto la Francia?

— È facile per gli inglesi comportarsi da signori — ribatté lei. — Considerando

le orribili sofferenze sopportate dalle altre nazioni europee, non mi meraviglio che i prussiani, i russi e gli austriaci siano decisi a farla pagare alla Francia.

— E tu come pensi che dovrebbe essere trattata la Francia? — le chiese Rafe

conoscendo le sue ragioni personali.

— Se Napoleone fosse davanti a un plotone di esecuzione, premerei io stessa il

grilletto — fece lei guardandolo con occhi gelidi. — Ma qualcuno deve pur mettere fine a quest’odio, altrimenti non si arresterà mai. Castlereagh e Wellington hanno

ragione: distruggere e calpestare l’orgoglio dei francesi significa creare in breve tempo un altro mostro. Se succedesse qualcosa a uno di loro due… — E scrollò le spalle in un gesto eloquente.

— Loro due e lo Zar Alessandro sono gli unici baluardi tra la Francia e l’Europa

piena di risentimento. Pensi che Fehrenbach voglia assassinare uno di questi tre?

— Penso che sia più interessato a colpire Talleyrand e Fouché — rispose lei. —

Sono francesi e hanno servito sia la Rivoluzione sia i realisti e ora conducono i

negoziati con i quattro Alleati. Un onesto prussiano deve odiarli davvero molto per i loro continui voltafaccia.

— E ora che facciamo? — chiese Rafe.

Maggie sentì una stretta allo stomaco. Quel che era sembrato ragionevole parlando con Robin, le appariva ora terribilmente difficile e stupido. — Le indagini proseguono dietro le quinte, ma è anche molto importante osservare i sospetti da vicino. Io ho un certo talento nello smascherare i cattivi. Parlando con loro potrei essere in grado di capire chi sia veramente il nostro uomo. Si asciugò nervosamente le mani passandosele sui pantaloni. — Per quanto l’idea possa essere odiosa, credo sia necessario fingere di avere una relazione. In questo modo potremo frequentare insieme il corpo diplomatico in tutti gli eventi mondani dove hanno luogo molte trattative ufficiose. Sarai di certo invitato dappertutto e mi porterai con te. Lui inarcò le sopracciglia divertito. — Ma credi davvero di poter sopportare la

mia compagnia?

— Posso sopportare tutto se necessario, per quanto disgustoso sia.

Il suo umore non migliorò sentendolo ridere di gusto.

— Davvero interessante. Ma ce la farai a non affondarmi le unghie nel viso?

Maggie si alzò in piedi. — In pubblico il mio atteggiamento sarà quello di una sciocca femmina innamorata.

— E in privato? — chiese Rafe alzandosi a sua volta.

Maggie imprecò tra sé per avergli lanciato un’esca così facile. Aveva giurato di mantenere la conversazione su un tono distaccato e professionale, ma non era possibile. Lei e Rafe si conoscevano troppo bene e il passato pulsava dolorosamente tra loro. — Non ci sarà alcun “privato” — disse seccamente rifiutando di lasciarsi intimidire. — È solo un accordo d’affari. — Se davvero lo pensi, sei sciocca, e questo non lo credo. Che ti piaccia o no dovrai affrontare il fatto che tra noi esiste qualcosa. — E, facendo un passo avanti, la prese tra le braccia. Anche quando si rese conto che l’avrebbe baciata, non riuscì a muoversi. Sentimenti contraddittori la invasero quando le loro labbra si incontrarono, un

desiderio istintivo di scappare a gambe levate misto a un istinto più profondo di sciogliersi tra le sue braccia. E al fondo della sua mente una voce fredda e razionale le suggerì che Rafe aveva ragione; se avessero dovuto recitare la parte degli amanti in modo convincente avrebbero dovuto essere in sintonia tra loro, e non era possibile se fosse sobbalzata ogni volta che la toccava. Era la scusa di cui aveva bisogno per rispondere al suo bacio. Gli fece passare le mani dietro la nuca stringendosi a lui. Malgrado gli anni trascorsi, il calore e la forza del suo corpo le parvero familiari, così come il profumo della sua pelle. Ma allora erano giovani e inesperti, ora erano adulti e il fuoco della passione rischiava di travolgerli. Lui prese a sbottonarle la camicia e Maggie gemette involontariamente al tocco delle sue mani. Una sofferenza quasi fisica e il desiderio che le pulsava tra le gambe le fecero capire che doveva mettere fine a quel bacio altrimenti ben presto lo avrebbe trascinato su quel letto. Cercando di racimolare tutte le forze, lo spinse via. Lui fece per riavvicinarsi, il volto teso dal desiderio, ma Maggie lo fermò con un gesto inequivocabile. — È una seccatura sentirsi attratti da una persona che si disprezza, ma può servire alla nostra messa in scena — disse con la voce più gelida che riuscì a trovare. — Se mi guarderai in questo modo in pubblico, nessuno crederà che stiamo fingendo. Rafe si fermò di botto. In quell’istante, prima che la maschera di indifferenza gli si ricomponesse sul viso, lei scorse nel suo sguardo ira e anche una certa riluttante ammirazione. Ma nessuna di quelle emozioni trasparì quando parlò poco dopo. — Se reagisci così ogni volta che ti bacio, la cosa sembrerà effettivamente reale.

— Non voglio negare che tu sia attraente, ma non mi sono mai lasciata dominare

dalla passione, perciò farai meglio a abituarti. — Sorrise maliziosa. — Se credi che questo ti sottoporrà a uno stress troppo grande, ti consiglio di prendere accordi con

una delle cameriere. Di certo una di loro sarà più che lieta di sollevarti dalla frustrazione. — Non preoccuparti per me — rispose Rafe asciutto. — Non ho ancora incontrato una donna che mi possa trasformare in un selvaggio smanioso. Decidendo fosse ora di mettere fine al colloquio, Maggie estrasse un foglio dalla

tasca interna e glielo porse. — Qui ci sono i nomi di altri sette sospetti. Non te ne ho parlato prima per non confonderti le idee, ma leggi attentamente il foglio e poi distruggilo. Se dovessi incontrarli sappi che sono da tenere sotto controllo anche loro. Rafe diede un’occhiata ai nomi. Sorbon, Dietrich, Lemercier, Dreyfus, Taine, Sibour e Montcan. Poi lo mise da parte per studiarlo in seguito. — C’è un ricevimento all’Ambasciata Inglese domani sera in onore della delegazione prussiana e Von Fehrenbach sarà certo presente, perciò andremo anche noi. Io abito al Boulevard des Capucines 17. Puoi farti trovare lì alle otto in punto?

— Certo. Cerca di essere puntuale. Ma tuo marito cosa dice delle tue attività?

— Mio cosa?

— Ma il Conte Janos naturalmente. — Oh, il caro Andrei — esclamò lei cominciando a ridere. — Era così bello nell’uniforme ussara, e che spalle!

— E l’impareggiabile conte è ancora tra i vivi?

— Oh, no, la sua nobile vita gli fu strappata nella battaglia di Lipsia. O forse era Austerlitz.

— Ah, davvero? — fece Rafe. — Chissà come, ho la sensazione che tu non sia contessa più di quanto lo sia io.

Maggie si diresse verso la finestra. — Ma io, almeno, ho la possibilità di diventarlo, cosa che non si può certo dire di te.

— Non sarebbe più semplice uscire dalla porta? — le chiese Rafe.

— Più semplice sì, ma ho una reputazione da difendere. Buona notte, Vostra Grazia — e la sua figura scomparve dietro le pesanti cortine. Rafe scosse il capo divertito. Era davvero una strega che voleva farlo impazzire, ma era un gioco in cui lui stesso era maestro. Le settimane seguenti promettevano di essere alquanto interessanti.

L’inglese era stato bendato durante il viaggio per le strade di Parigi e sospettava che la carrozza avesse girato varie volte in tondo per fargli perdere il senso d’orientamento. L’uomo che l’aveva convocato era noto con il nome di Le Serpent e coloro che lo conoscevano provavano per lui il timore e il disgusto che si prova per quell’animale. L’inglese sapeva bene quanto fosse pericoloso fare la sua conoscenza, ma non c’era ricompensa adeguata senza rischio. A un certo punto la vettura si fermò, sentì la porta aprirsi e la sua scorta lo aiutò

a scendere sospingendolo malamente per un braccio e facendolo entrare in un

edificio. Scesero insieme delle scale ripide e attraversarono uno stretto passaggio, poi di nuovo un’altra rampa di scale e infine l’uomo si fermò. Si udì il suono di un

chiavistello e l’inglese fu spinto in una stanza. Alzò la mano per togliersi la benda ma si fermò al suono di una voce sibilante, chiaramente contraffatta.

— Non lo farei se fossi in voi, mon Anglais. Se vedeste la mia faccia, sarei

costretto a uccidervi. E sarebbe un peccato perché ho in mente altre cose per voi. L’Inglese lasciò ricadere la mano deluso. Non riusciva neanche a capire di che nazionalità fosse quel maledetto.

— Non sprecate il tempo con le minacce — rispose cercando di sembrare sicuro

di sé. — Vi devono davvero piacere le informazioni che vi passo, altrimenti non mi

paghereste e credo che vogliate sapere di più se mi avete persino chiesto di incontrarvi di persona. Si sentì una risatina soffocata. — Le informazioni che mi avete dato mi sono state utili, è vero, ma non erano nulla in confronto a quel che mi serve ora. Nelle prossime settimane voglio informazioni dettagliate su ogni movimento di

Castlereagh e Wellington, più un rapporto giornaliero su quel che fa la delegazione.

— Non sono nella posizione di sapere tutto.

— E allora trovate qualcuno che lo sia, mon Anglais.

La minaccia nella voce era inconfondibile. Per l’ennesima volta l’uomo desiderò non essersi mai immischiato in quella faccenda. Ma oramai era troppo tardi. Le Serpent conosceva troppe cose sul suo conto. — Vi costerà di più questa volta.

— Sarete rimborsato per le spese, non preoccupatevi, ma non ho intenzione di

pagare per i vostri vizi, il gioco e le puttane. L’inglese cominciò a sudare freddo. Chissà se Le Serpent sapeva che si era appropriato di una parte del denaro che serviva agli informatori per pagare quei debito di gioco. Ma del resto se non l’avesse fatto avrebbe perso il posto

all’Ambasciata. — Da questo punto di vista non avete più nulla da temere — rispose cercando di avere un tono convincente.

— Davvero consolante — fece l’altro ironico. — Mandate i rapporti nel solito

modo. Ricordate, mi servono giorno per giorno, la faccenda si sta facendo critica. Vi farò sapere se ho ancora bisogno di voi. Ora andate. Mentre la scorta lo riaccompagnava alla carrozza, l’inglese cominciò a fare illazioni su quel che bolliva in pentola. Se avesse scoperto cosa aveva in mente Le Serpent, le sue informazioni sarebbero diventate di valore incommensurabile. Il rischio era che non poteva venderle fino a che non avesse scoperto chi era l’uomo. Ma esisteva profitto senza rischio?

5

Dopo che Inge l’ebbe aiutata a vestirsi per il ricevimento, Maggie congedò la cameriera e rimase a rimirarsi nello specchio con aria distaccata. Indossava un abito rosa corallo che di certo non l’avrebbe fatta passare inosservata. Portava alcuni collier d’oro e i capelli chiari erano intrecciati in un elaborato chignon. Non erano ancora le otto e aveva tempo per pensare un po’ a Rafe. Era importante capire che sentimenti la muovevano verso di lui, perché le sue emozioni erano in continuo andirivieni quando gli era accanto e il loro piano era troppo importante per rovinarlo a causa di problemi personali. Non doveva più permettergli di baciarla. E soprattutto non doveva più sfidarlo, altrimenti lui si sarebbe sentito costretto a provare la sua virilità. Indubbiamente Rafe si era comportato davvero male con lei quando aveva rotto il fidanzamento, ma si era ampiamente riscattato ai suoi occhi riportando in patria il corpo di suo padre e di Willis. Il suo era stato un gesto di grande generosità d’animo e, per quanto la concerneva, la partita era pari. Avrebbe semplicemente finto che si conoscessero da due giorni, considerandolo un uomo estremamente attraente ed enigmatico con cui avrebbe condiviso una missione difficile, niente di più e niente di meno. Peccato che fosse così bello, questo complicava le cose. Era avvezzo a ottenere sempre ciò che voleva ed era ovvio che voleva lei, fosse anche solo per soddisfare un capriccio che non si era mai tolto. Gli uomini sono come i pescatori, pensò, non dimenticano mai il pesce sfuggito all’amo. Nel corso degli anni aveva imparato a conoscere molto bene i tipi come Rafe. Un completo disinteresse li avrebbe incuriositi, abituati com’erano a donne che cadevano ai loro piedi in continuazione. Perciò l’approccio migliore sarebbe stato quello di un’amichevole cordialità con qualche accenno qua e là al fatto che la loro missione impediva purtroppo un approfondimento del loro legame. Il suo riflesso la fissava, freddo, stupendo e in pieno controllo. Per quanto i lineamenti fossero gli stessi, era rimasto ben poco in lei di Margot Ashton, figlia del Colonnello Gerald Ashton e fidanzata di Rafael Whitbourne. Maggie sentì un’ondata di tristezza assalirla. Dov’era finita la ragazza impetuosa, così terribilmente onesta, incapace di controllare la sua tempra proprio nella faccenda che più le stava a cuore? Era finita dove finivano sempre l’innocenza e la giovinezza.

Per fortuna Inge scelse proprio quel momento per annunciare l’arrivo del duca.

Maggie sollevò il mento e si staccò dallo specchio. Basta con quelle insopportabili elucubrazioni. Era ora di dare inizio alla rappresentazione. Stupendo nell’impeccabile abito da sera, Rafe la osservò avvicinarsi senza alcun segno apparente di ammirazione. — Ho davanti a me lo stesso monello che si è infilato ieri sera nella mia camera da letto? — le chiese soltanto porgendole il braccio.

— Avevi un monello in camera tua ieri sera? Monello o monella?

— Difficile da dirsi — rispose lui. — E non ho avuto modo di appurarlo personalmente.

La carrozza con lo stemma ducale li aspettava fuori dai portone. Rafe l’aiutò a salire e le si sedette di fronte.

— Sarà meglio che mi chiami Magda — disse Maggie mentre la carrozza si

avventurava per le strade — Suppongo che tu possa chiamarmi anche Maggie dato che sei inglese, ma non certo Margot. Potrebbe sollevare domande ed è troppo pericoloso.

— Sarà dura non chiamarti Margot, ma ci proverò — rispose Rafe consapevole a

un

tratto del cambiamento d’umore di lei. Preferiva la Maggie rilassata e sorridente

di

quella sera rispetto alla donna irosa e sempre sulla difensiva dei loro precedenti

incontri. — Quanto a te, dovrai cominciare a chiamarmi Rafe, visto che dovremmo avere una relazione.

— Non ti preoccupare, sarò così convincente che farai fatica a ricordarti che è solo una messa in scena. — Cambiò improvvisamente lingua. — Ora parleremo francese.

Rafe l’ascoltava interessato. — È francese con accento magiaro quello che stai parlando?

— Ma certo! Non sono forse una contessa ungherese? — Poi continuò con

accento diverso. — Naturalmente è un peccato sprecare il mio accento parigino —

poi cambiò nuovamente — ma fintanto che non parlo con accento inglese, non cadrò

in disgrazia.

Era incredibile come riuscisse a passare tranquillamente da un accento all’altro.

— Ma come diavolo fai? — le chiese Rafe.

— È un dono, ci sono nata. Riesco a duplicare qualunque accento dopo averlo appena sentito e posso continuare fino a quando non decido di cambiarlo.

— È davvero un dono incredibile — fece Rafe ammirato. — Ecco perché un

prussiano, un italiano e un francese sarebbero pronti a giurare a Lord Strathmore che sei della loro nazionalità. Lei scoppiò a ridere divertita mentre la carrozza si fermava davanti all’edificio dell’Ambasciata Inglese illuminato a festa. Ben presto si ritrovarono in mezzo alla folla di invitati che entrava nell’Ambasciata. Il Duca di Wellington aveva comprato il palazzo l’anno prima dalla Principessa Borghese, la famosa sorella di Napoleone,

Paolina. Rafe guidò Maggie verso il salone da ballo passandole un braccio intorno alle spalle. Per tutti sembravano una coppia di amanti terribilmente presi l’uno dell’altra. Dopo aver salutato Wellington e Castlereagh e altri dignitari, si unirono alla folla di invitati nel salone. Maggie gli rimase accanto, un braccio infilato nel suo, mentre facevano il giro della sala. Rafe era noto a quasi tutta la nobiltà inglese presente e lei sembrava conoscere tutti i rimanenti, perciò si persero in una marea di saluti e convenevoli. Rafe scoprì che gli uomini l’osservavano con un misto di curiosità e di invidia cercando di capire come avesse fatto a conquistare quell’incantevole creatura. Ed era altrettanto divertente vedere come le donne studiassero lui per poi lanciare gli stessi sguardi a Maggie. Maggie era convincente come aveva promesso, riusciva quasi a fargli credere di essere davvero legata a lui da una torrida relazione. L’abito di seta color corallo le accarezzava il corpo sinuoso facendogli desiderare di seguire con le mani il percorso delle morbide pieghe. Quando la sentiva stringersi a lui e guardarlo con gli occhi soffusi di desiderio faceva fatica a non bisbigliarle nell’orecchio di appartarsi in un luogo più intimo. Più di una volta dovette ricordarsi che si trattava soltanto di una messa in scena. Mentre cercava di riprendere il controllo di sé, si rese conto che il modo in cui Maggie lo guidava per la stanza era solo apparentemente casuale. Infatti si stavano lentamente avvicinando a un uomo dall’alta statura vestito nell’uniforme prussiana. Il colonnello era immobile appoggiato al muro. I capelli biondi erano così chiari da sembrare quasi bianchi alla luce delle candele. Sarebbe potuto essere definito un bell’uomo, se il volto non avesse espresso un freddo disgusto per tutti coloro che lo circondavano.

— È lui von Fehrenbach? — chiese Rafe a bassa voce.

— Sì — mormorò lei.

— Lo conosci?

— Non proprio. Gli sono stata presentata una volta, ma di solito evita ogni tipo

di riunione mondana. Stasera è qui solo perché la serata è in onore di Blücher.

— Colonnello von Fehrenbach! — squittì una volta di fronte all’ufficiale. — Che

piacere rivedervi! Sono la contessa Janos. Ci siamo conosciuti alla sfilata delle truppe russe, se ben ricordo. Il colonnello non sembrava davvero ricordarsi, ma dopo aver dato un’occhiata alla scollatura dell’abito color corallo, la sua espressione si addolcì lievemente. Rafe constatò sollevato che l’uomo aveva reazioni umane, dopo tutto. Quando Maggie presentò i due uomini, il colonnello chinò brevemente il capo in segno di saluto. Guardandolo negli occhi azzurro pallido, Rafe sentì i brividi corrergli lungo la schiena. L’uomo sembrava essere passato dall’inferno e non aver

fatto del tutto ritorno tra i vivi.

— Che privilegio dev’essere servire alle dipendenze di un uomo così eccezionale

— fece Maggie occhieggiando il Maresciallo Blücher. — Non ce n’è altri come lui. Von Fehrenbach annuì con aria grave. — È il più coraggioso e valoroso degli uomini.

— Che disdetta che la gente non apprezzi il ruolo da lui svolto a Waterloo. Con

tutto il genio di Wellington chissà che cosa sarebbe successo se Blücher non fosse arrivato. Rafe si chiese se Maggie non stesse un po’ esagerando, ma von Fehrenbach lo guardò con aperta approvazione.

— Siete davvero molto intuitiva, contessa. Wellington non aveva mai affrontato

l’Imperatore e non è da escludere che Napoleone potesse vincere. Rafe cominciò a provare irritazione. Wellington non era mai stato sconfitto in

vita sua e la battaglia di Waterloo era già vinta prima che arrivasse Blücher. Ma decise di tener la bocca chiusa.

— E voi eravate insieme a lui? — chiese Maggie con aria ammirata.

— Sì, ho avuto questo onore. Il Maresciallo è un esempio di coraggio e integrità

per ogni soldato che si rispetti. — Poi si guardò intorno con aria disgustata. — Non come questi miserabili francesi. — Ma certo non tutti i francesi sono senza onore, non credete? — chiese Maggie.

— Ah, no? Con un re che fugge dalla capitale e torna indietro con il treno degli

alleati? Con uno come Talleyrand a capo? — Le parole cominciarono a uscirgli come un torrente in piena. — La Francia ha spalleggiato il Corso quando è scappato

dall’Elba e merita di essere punita. Dovrebbe essere spartita tra le nazioni alleate e il suo nome cancellato dalla mappa d’Europa. Rafe rimase allibito dalla violenza delle sue parole. Il colonnello era decisamente un uomo pericoloso, capace di tutto.

— Possibile che non abbiamo imparato nulla in duemila anni? — lo contraddisse

Maggie con voce dolce. — Ci sarà sempre solo spazio per la vendetta e mai per il perdono?

— Voi siete una donna — ribatté il Colonnello. — Non mi aspetto che capiate certe cose.

— Anch’io penso che la vendetta non sia la soluzione migliore — fece Rafe

decidendo di aver taciuto troppo a lungo. — Umiliare un avversario sconfitto significa renderlo un nemico implacabile. Molto meglio aiutarlo a risollevarsi con dignità. Gli occhi azzurri si spostarono su Rafe. — Voi inglesi e la vostra ossessione per la correttezza e il fair play — sbottò con disprezzo. — Va bene nella boxe e in altri sport, ma qui stiamo parlando di guerra. Sono stati i francesi a insegnare alla mia gente il significato delle parole ferocia e crudeltà ed è una lezione che ha imparato

fin troppo bene. Sareste così tolleranti se la vostra casa fosse stata bruciata e la vostra famiglia uccisa? L’evidente angoscia dell’uomo fece ritornare Rafe sui suoi passi. — Mi piacerebbe pensare di sì, ma non so se ci riuscirei. La tensione si allentò e il prussiano si ritirò nuovamente dietro la maschera di cortesia. — Sono lieto di sentire che avete dei dubbi. Ogni altro inglese in città sembra pensare di avere tutte le risposte. Avrebbe potuto prenderlo come un insulto, ma Rafe lasciò passare il commento. Toccò lievemente Maggie sulla spalla per segnalarle che era ora di prendere congedo. Ma prima che potessero muoversi, si avvicinò una donna. Era piccola, con un viso delicato incorniciato da morbidi riccioli castani. Il corpo sinuoso era più

sensuale che elegante e il vestito di seta azzurra rivelava senza possibilità di dubbio la sua nazionalità francese.

— Hélène, tesoro, sei davvero stupenda. È da tempo che non ci si vede — la

salutò Maggie cordialmente. Dopo una fuggevole occhiata al colonnello, la nuova arrivata baciò Maggie sulla guancia. — È un piacere rivederti, Magda. Sono appena tornata in città. — La voce aveva la stessa dolcezza del viso. Maggie la presentò come Madame Sorel. Dopo aver stretto la mano a Rafe, la donna si rivolse al colonnello prussiano. — Il colonnello von Fehrenbach e io ci conosciamo.

Il volto del colonnello si irrigidì ulteriormente. — Sì, è così — disse con voce a dir poco minacciosa. Avvertendo la tensione tra i due Rafe si chiese se Maggie fosse a conoscenza dello strano legame tra la sua amica e il prussiano.

— Se mi volete scusare — proseguì l’uomo prima che Madame Sorel potesse

replicare — devo raggiungere il Maresciallo Blücher. Signore, Vostra Grazia… — E dopo un breve cenno di commiato si allontanò.

— Santo Cielo, Hélène — esclamò Maggie — ma che cosa gli hai fatto?

Madame Sorel scrollò le spalle. — Niente, l’ho incontrato varie volte ai

ricevimenti e mi fissa sempre come se fossi Napoleone in persona. Chissà cos’ha in mente. — Ma è un bell’uomo, non credi? — chiese Maggie fissando l’amica attentamente. — Non è un uomo, è un prussiano — e così dicendo si allontanò sorridendo.

— C’è qualcosa che mi sfugge — disse Rafe.

— Sì, anche a me — rispose Maggie meditabonda. — Ma potrei azzardare

un’ipotesi. Scusami un attimo — aggiunse poi — torno subito. Mentre la guardava allontanarsi osservando compiaciuto il corpo sottile e

sinuoso, fu avvicinato da Oliver Northwood. — Congratulazioni, Candover, sei

davvero molto rapido. Tre giorni a Parigi e hai già catturato la contessa. Non che sia difficile da catturare, per un uomo con molti mezzi.

— Pensavo che non la conoscessi — rispose Rafe voltandosi verso Northwood

con il più gelido degli sguardi.

— Dopo che mi hai detto come si chiama ho svolto delle indagini. Nessuno sa

molto di lei tranne che è vedova, che viene invitata dovunque e che ha gusti molto costosi. Ed è molto brava a farsi pagare dagli altri i suoi piaceri. — Che altro hai saputo di lei? — chiese Rafe sopprimendo la voglia incontenibile di prenderlo a pugni.

— Dicono che valga ogni penny di quel che si fa pagare, ma questo lo saprai molto meglio di me, no? — concluse Northwood strizzandogli l’occhio.

Maggie sedeva in una delle toilette con tanto di specchio quando la signora

accanto a lei le si rivolse in un francese dal forte accento. — Candover non è splendido come amante? Maggie si voltò attonita. — Come dite, prego? — chiese in tono gelido.

— Scusate, è stato imperdonabile da parte mia, ma vi ho vista con Candover e mi

sembrava vi comportaste come… be’… — e finì con un gesto vago della mano, tutta rossa in volto. L’irritazione di Maggie fu sostituita dal divertimento. — Immagino dai vostri commenti che abbiate sperimentato personalmente le abilità di Sua Grazia? La ragazza ridacchiò. Non doveva avere più di venticinque anni. — Mi chiamo

Cynthia Northwood. Rafe era… è stato molto gentile con me i primi tempi del mio matrimonio, quando ne avevo davvero bisogno. — E ora le cose vanno meglio nel vostro matrimonio? — chiese Maggie incuriosita.

— No — rispose l’altra con il volto indurito — è solo che ho imparato a rivolgermi altrove per trovare un po’ di gentilezza.

Maggie sospirò tra sé. Era il suo destino che la gente, anche emeriti sconosciuti, sentisse il bisogno di confidarsi con lei. A volte le sembrava una maledizione. — Sono Magda, Contessa Janos, ma forse lo sapete già — disse stendendole la mano.

— Oh, sì, tutti vi conoscono. Non ho potuto togliervi gli occhi di dosso da

quando siete entrata. Voi e Rafe sembrate così presi l’uno dell’altra. Sembra esservi

molto devoto, non come con le altre donne.

— Signora Northwood — esclamò Maggie tra il serio e il faceto — non vi

rendete conto di quanto siano inappropriate le vostre osservazioni? Cynthia arrossì nuovamente. — Scusatemi, a volte non so quel che dico. Mio padre mi ha sempre incoraggiata a dire tutto ciò che pensavo e… e anche il mio amico, il maggiore Brewer mi dà spesso corda, dice che sono così spontanea. Non

volevo insultarvi, credetemi, voglio molto bene a Rafe e sembra così felice con voi. Non l’ho visto spesso felice a dire il vero. — Ma Candover ha tutto — fece Maggie incuriosita — nascita, posizione, ricchezza più intelligenza e fascino da vendere. Cosa vi fa credere che non sia felice? — Sembra sempre come annoiato. Come se non gli importasse veramente di nulla. Ma forse era così con me, chi può dirlo? Certo non è mai stato veramente interessato a me, so di non essere abbastanza intelligente per lui. Ha avuto una relazione con me soltanto perché al momento non aveva niente di meglio da fare. Maggie ascoltò quel discorsetto con attenzione e un rispetto crescente, forse in quella ragazzina c’era molto più dell’apparenza. — Signora Northwood, davvero non dovreste raccontare certe cose a un’estranea. — È vero, non dovrei, ma siccome non ho fatto altro che errori da quando sono giunta a Parigi, conto di peggiorare ogni giorno che passa. Contessa Janos, mi spiace se vi ho messa in imbarazzo. Spero mi crederete se dico che auguro a voi e a Candover ogni felicità. L’auguro a tutti, tranne che a mio marito. E così dicendo se ne andò non senza una certa dignità. Maggie scosse la testa. Se mai avesse conosciuto qualcuno puntare dritto verso qualche guaio, quella era Cynthia Northwood.

6

Rafe avrebbe potuto tranquillamente trovare una risposta in grado di tacitare persino un elefante come Oliver Northwood, ma si trattenne. L’uomo sbavava dalla voglia di essere presentato alla contessa e Rafe sentì un perverso desiderio di vedere come Maggie avrebbe reagito alla vista del suo primo amante. Sempre che fosse stato davvero il primo. Rafe vide Maggie farsi strada tra la folla fermandosi ogni tanto a salutare dei conoscenti con il volto atteggiato alla solita espressione di blanda mondanità. Fino a quando non si fermò a parlare con un giovane dai capelli chiari. Il cambiamento fu quasi impercettibile, ma il suo sesto senso lo mise all’erta. Per un attimo la maschera le scivolò dal viso che prese un’aria di grande intensità. Parlarono pochi secondi, poi la donna continuò ad avanzare. L’uomo biondo dava la schiena a Rafe, ma quando Maggie si allontanò si volse a seguirla con lo sguardo. Sorpreso, Rafe riconobbe Robert Anderson, l’impiegato dell’Ambasciata Britannica che l’aveva accompagnato da Maggie. Lucien le aveva raccomandato di non trattare con nessun altro nella delegazione tranne che con i capi, dunque perché parlava con Anderson in tono così concitato? Rafe cercò di rammentare chi gli ricordasse l’uomo. La prima volta che si erano incontrati gli era sembrato un tipo insignificante, ma mentre seguiva Maggie con lo sguardo c’era un’espressione di sagace intelligenza sul suo volto. Si chiese se questa missione non l’avesse reso troppo sospettoso. Tra breve avrebbe cominciato a sospettare di tutto e di tutti. Maggie gli appoggiò lievemente una mano sul braccio. — Sei pronto ad andartene, mon cher? È tutto così noioso qui, e posso offrirti molto più divertimento a casa. — Come vuoi, amor mio — rispose Rafe — ma prima lascia che ti presenti a un ammiratore, Oliver Northwood della delegazione inglese. Northwood, la Contessa Janos. L’autocontrollo di Maggie era davvero ammirevole, pensò Rafe. Benché l’osservasse attentamente, non vide altra reazione che una leggera pressione delle labbra. Aveva avuto così tanti amanti da non ricordarsi il primo? Oppure sapeva che era a Parigi e si aspettava di incontrarlo prima o poi? Northwood si inchinò. — È un grande piacere conoscervi, contessa. Vi ammiro già da tempo. Maggie rispose con un cenno del capo. Ci aveva messo un po’ a riconoscerlo. Da

giovane era un ragazzo arrogante cui non mancava un certo fascino, ma gli anni lo

avevano appesantito. E gli occhi avevano un’espressione viscida. Maggie non gli tese la mano. Doveva trattarsi del marito di Cynthia. Povera ragazza. Probabilmente quando l’aveva sposato era troppo giovane e ingenua per rendersi conto di che razza di uomo fosse.

— L’Inghilterra non è capace di produrre bellezze come voi, contessa — fece Northwood galante.

— Siete troppo severo, signor Northwood. Ho appena incontrato una giovane

donna davvero molto bella — rispose Maggie sorridendogli dolcemente. — Il suo nome mi pare sia Cynthia, Cynthia Northwood. L’espressione di lui si oscurò. — Sì, mia moglie viene considerata una bella donna.

— Siete avaro di complimenti con vostra moglie — ribatté Maggie. — E ora se volete scusarci, dobbiamo proprio andare. E si allontanò con Rafe verso l’uscita. Una volta in carrozza Maggie si rivolse senza mezzi termini a Rafe. — Northwood è un tipo davvero comune — disse dolcemente. — In compenso sua

moglie mi ha avvicinato facendomi le congratulazioni per la scelta degli amanti. Rafe sospirò. Per quanto avesse sempre apprezzato la franchezza di Cynthia, questa volta la ragazza aveva davvero esagerato. — Sono certo che non l’ha detto con cattiveria. Cynthia è fatta così. — Poi cambiò discorso. — Cosa ne pensi del colonnello von Fehrenbach?

— Ora hai capito perché è uno dei maggiori sospettati?

— Di certo odia la Francia ed è un uomo pericoloso. Eppure — continuò Rafe

meditabondo — non fa alcun tentativo di nascondere i suoi sentimenti. Non credi che un cospiratore sarebbe più accorto?

— Forse. E forse no. Potrebbe essere così furioso da non curarsi più di ciò che accade.

— Pensi che sia il nostro uomo?

Lei rimase in silenzio così a lungo che Rafe cominciò a pensare che non gli avrebbe risposto.

— Maggie, per il bene della nostra missione, non devi tenermi nascosto nulla.

Che ti piaccia o no, non siamo avversari, siamo dalla stessa parte. — A volte faccio fatica a ricordarmene — ammise lei ironica. — Malgrado l’ira

di von Fehrenbach, non credo sia il nostro uomo. Non è il tipo che complotta in segreto, gli sembrerebbe ignobile. Sarebbe capace di avvicinarsi a Talleyrand e sparargli al cuore, questo sì, ma non di cospirare con altri.

— Dimmi di Madame Sorel, invece.

— Hélène è vedova con due figli. Suo marito era un ufficiale francese che è

morto a Wagram. Le ha lasciato una rendita notevole ed è ricevuta in tutti i salotti

della città. Io e lei siamo buone amiche da tempo.

— E come mai von Fehrenbach reagisce con tanta veemenza alla sua presenza?

— Credo che la ragione sia molto semplice e assolutamente non politica.

Rafe non fece commenti. — Quindi se le tue intuizioni sono giuste il nostro uomo è uno dei due francesi. — Se le mie intuizioni sono giuste — ripeté Maggie amaramente — ma purtroppo di solito non mi sbaglio. Ci sono cose che si possono fare solo al buio, cose che alla luce del giorno uno non oserebbe mai tentare. D’impulso Rafe le prese la mano. Non sapeva e non gli importava quali ricordi le avessero fatto venire quella voce triste, sapeva solo che aveva portato sulle spalle fardelli troppo pesanti per chiunque e che ne stava cominciando a pagare le conseguenze.

Le dita di lei si strinsero convulsamente alle sue e pian piano la sua mano cominciò a rilassarsi. Per la prima volta Rafe sentì che le barriere tra loro si abbassavano. Una volta arrivati sotto casa, Rafe scese con lei e congedò la carrozza. — Se dobbiamo far credere di avere una relazione — disse in risposta allo sguardo gelido che gli aveva lanciato Maggie — non posso lasciarti davanti a casa e andarmene come se niente fosse. Maggie accettò la spiegazione con un’indifferenza poco lusinghiera. — Sì, suppongo che tu abbia ragione. Entrarono in sala e Maggie versò del brandy per entrambi. Poi si tolse i sandali e si accoccolò sul divano. — Forse avrei dovuto chiedere a Cynthia Northwood quanto farti restare per mantener viva la tua reputazione. O forse dovrei addirittura prepararti un letto nella stanza degli ospiti. Rafe rifiutò di farsi attirare in un battibecco. Aggirandosi per la stanza si fermò davanti a una scacchiera dai pezzi intarsiati i cui volti erano finemente scolpiti. Prendendo in mano la regina dei bianchi si accorse che la somiglianza era inconfondibile, si trattava di Maggie. Poi osservò il re dei neri, il volto scuro e arrogante, chiedendosi se fosse la sua immaginazione o se davvero gli assomigliasse. Infine sollevò il re dei bianchi. Il volto freddo ed enigmatico non lasciava spazio a dubbi, era quello di Robert Anderson. Gli sembrò un presagio, e non piacevole.

— Ti andrebbe di fare una partita? — le chiese mettendo giù il re.

Maggie si alzò con mosse aggraziate e si unì a lui al tavolino. — Ti avverto che sono molto migliorata da allora. Buttiamo in aria una moneta per vedere chi ha i bianchi? I bianchi muovevano per primi, ma prendendo di nuovo in mano la regina, Rafe la porse a Maggie. — No, può essere solo tua. Si sedettero e cominciarono la partita. Un tempo Maggie giocava con entusiasmo

e con un’arditezza che le consentivano a tratti la vittoria, più spesso però veniva sconfitta dallo stile più ponderato di Rafe. Giocarono per un’ora, scambiandosi solo poche parole. Quando l’orologio batté

le undici Maggie alzò gli occhi sorpresa. — Non vorrei sembrarti una padrona di

casa sgarbata, ma ti pregherei davvero di andare. Ti accompagno alla porta sul retro

in caso qualcuno ci stia osservando.

Rafe la seguì lungo i corridoi e una volta giunti alla porta rimase sorpreso di quanto fosse piccola senza tacchi. Aveva un’aria così giovane e desiderabile, l’atmosfera tra loro sembrava carica di promesse. Un tempo Margot Ashton era solita guardarlo con quell’espressione negli occhi. Per un attimo il mondo di Rafe sembrò barcollare come se passato e presente fossero arrivati a una collisione. La desiderava con tutta la passione dei ventun anni, desiderava solo seppellire il volto nella massa di capelli dorati, e scoprire finalmente uno dei misteri che l’ammantavano. Fu un momento di disorientamento per Rafe, ma mentre lottava per riprendere il controllo, si disse che avrebbe dovuto ritirarsi in un gioco di attesa. Lei lo desiderava, ne era certo, ma doveva darle tempo affinché il desiderio crescesse. Le augurò cortesemente la buonanotte e sperò che fosse disappunto quello che intravide nel suo sguardo. Poi si allontanò attraversando il giardino nell’oscurità. Troppo irrequieto per andare a dormire, decise di fare una passeggiata fino a Place Vendôme. Il fascino di Maggie era irresistibile. Non lo meravigliava che avesse deciso di unirsi al novero di donne che elargiva favori agli uomini in cambio di ricchi tributi. Per lo meno lei andava al di là del mero piacere. Presumibilmente sceglieva gli uomini in base alle ricchezze e alle informazioni che potevano fornirle. A letto con Maggie un uomo poteva dire qualunque cosa senza badarci e dimenticandosene il giorno dopo. Entrò nella caratteristica piazza a forma ottagonale, deserta a quell’ora della notte. Napoleone aveva fatto erigere un obelisco al centro della piazza per commemorare la battaglia di Austerlitz. La spirale di bronzo attorcigliata intorno alla colonna era stata ottenuta fondendo i dodici cannoni che Bonaparte aveva conquistato nella battaglia. Non c’era da meravigliarsi che i prussiani volessero abbattere l’obelisco. Rafe digrignò i denti. Era duro pensare alla politica quando la lussuria dominava i pensieri. Tanto valeva ammettere con se stesso che voleva Maggie come amante.

La desiderava più di qualunque altra donna avesse mai avuto, anche le più belle. Ma non avrebbe fatto giochetti con lei. La cosa migliore era un’offerta diretta. Forse

parte delle sue riserve dipendeva dal fatto che non voleva rinunciare a quel che era

di solito una fonte di profitto.

Be’, era una persona ragionevole, e capiva benissimo che la ragazza doveva pur mantenersi. Non aveva mai pagato un’amante prima di allora, ma era più che

disposto a farle un’offerta generosa. Si voltò con aria decisa e ritornò sui suoi passi verso Boulevard des Capucines. Benché fosse tardi, imboccò di nuovo il vicolo dietro la casa di Maggie, sperando di trovarla ancora sveglia, magari irrequieta come lui. Mentre scrutava le finestre, vide una figura che procedeva lungo il vicolo. Si appiattì contro il muro ringraziando il cielo di essere vestito di scuro. Invece di passare oltre l’uomo si arrestò d’un tratto guardandosi intorno con aria circospetta. Poi, apparentemente soddisfatto di essere solo, si avvicinò alla casa di Maggie e bussò alla porta. Questa si aprì immediatamente e Maggie apparve sulla soglia. Aveva indossato una vaporosa vestaglia scura e i capelli erano sciolti sulle spalle. Il visitatore si chinò a baciarla e Rafe decise che non poteva sopportare di più. Era Robert Anderson, il re bianco in persona. Per forza Maggie gli si era rivolta con tanta familiarità alla festa: si stavano dando appuntamento per dopo. Rafe era furioso e non riusciva a farsene una ragione. Maggie aveva degli amanti… e allora? Non era certo geloso, non lo era mai stato in vita sua… da quando aveva ventun anni e Margot lo aveva tradito con Oliver Northwood. Imprecò ad alta voce, rifiutando di accettare la verità. Non era gelosia la sua, si disse, ma solo preoccupazione per la missione che dovevano svolgere insieme. Lucien le aveva detto di non avere a che fare con alcun membro della delegazione britannica, e lei stava infrangendo le regole. Certo Maggie era un’esperta nel suo campo e sarebbe stata molto attenta a non lasciarsi sfuggire nulla di pericoloso, ma le donne sono vulnerabili tanto quanto gli uomini con i compagni di letto. E se Anderson fosse stato un traditore avrebbe potuto cercare di usarla come lei faceva con gli altri uomini. Il tempo di raggiungere l’Hôtel, e Rafe aveva già elaborato una strategia. Conosceva abbastanza Maggie da sapere che avrebbe risposto con ostinata caparbietà a una sua richiesta esplicita di non vedere più Anderson. No, Rafe sarebbe diventato a sua volta suo amante e in questo modo avrebbe potuto arrogarsi il diritto di chiederle di sbarazzarsi di Anderson. Non dubitava del successo, non aveva mai fallito con una donna, ma con Maggie doveva agire con cautela. Decise inoltre di utilizzare fonti di informazioni personali. Gli ci vollero pochi minuti per pensare a due francesi intelligenti, discreti e affidabili che avrebbero potuto lavorare per lui. Prima di andare a dormire scrisse una lettera al suo agente, convocando entrambi gli uomini a Parigi.

Robin appariva stanco e tirato, cosa insolita per lui, perciò dopo avergli dato il bacio di benvenuto, Maggie lo convinse a unirsi a lei in un leggero spuntino di

mezzanotte. Una volta finito di cenare, Robin spinse via il piatto con aria soddisfatta. — Non c’è niente come il buon cibo per ridare l’ottimismo. Allora, hai scoperto qualcosa stasera? Maggie descrisse l’incontro con il colonnello von Fehrenbach e la sua deduzione che non fosse il loro uomo. — Ora tocca a te, Robin. Cos’è che ti preoccupa tanto? Lui si passò una mano tra i capelli. — Un informatore mi ha riferito che

qualcuno è alla ricerca di un individuo coraggioso da usare contro “il Conquistatore del Conquistatore del mondo”. Maggie si morse le labbra. I parigini avevano affibbiato questo nomignolo a Wellington, dato che Bonaparte si era definito il Conquistatore del mondo. — Dunque, l’obiettivo è Wellington — disse con aria depressa. — Non potevano compiere scelta migliore. Non hai la minima idea di chi ci sia dietro?

— So solo che si tratta di un francese, il che collima con le tue deduzioni di

questa sera. E come vanno le cose con Candover? Maggie scrollò le spalle. — Avevi ragione, è l’ideale copertura per le mie indagini. È molto intuitivo e capace, ma… sono un po’ preoccupata.

— Per cosa?

— Per quanto si dimostri disponibile, stasera ho capito che non accetterà mai di

essere tenuto in disparte come un semplice gregario. È un uomo abituato al comando

e non è uno stupido, e ho paura che possa causarmi problemi.

Robin le sorrise mentre una ragnatela di rughe gli si formava attorno agli occhi azzurri. — Conto su di te per tenerlo in riga. Maggie si appoggiò alla spalliera della sedia sentendosi improvvisamente esausta. — Sopravvaluti le mie capacità, mio caro.

— Ne dubito. — Spinse indietro la sedia e si alzò. — Devo andare ora. Chi sarà

il tuo prossimo obiettivo?

— Spero di incontrarmi con il Conte di Varenna in un paio di giorni. Vive fuori

Parigi, ma è un habitué della corte reale e viene invitato a numerosi eventi mondani. Maggie seguì Robin fino alla porta. Quando lui si chinò a darle il bacio della buonanotte, gli mise le braccia al collo e appoggiò la testa sulla sua spalla. Sentì un improvviso desiderio di chiedergli di passare la notte con lei. Non solo aveva bisogno del conforto e del calore del suo corpo, ma desiderava anche cercare di cacciare il pensiero di Rafe dalla mente. Ma non disse niente. Usare Robin in quel modo sarebbe stato imperdonabile. —

Quando finirà tutto questo? — chiese invece con voce triste.

Lui fu toccato dalla tristezza nella sua voce. Per un attimo le sembrò di nuovo la ragazza di un tempo. La circondò con le braccia tenendola stretta. — Presto, mia cara, e poi ce ne torneremo tutti in Inghilterra. Lei lo fissò con gli occhi spalancati. — Vuoi tornare anche tu in Inghilterra?

— Forse — rispose con un sorriso malizioso.

Quando fu uscito, Maggie chiuse la porta pensando che era la prima volta che Robin manifestava nostalgia per la sua terra natia. Forse anche lui, malgrado la sua energia e determinazione, era stanco di avere il pericolo e la tensione come migliori amici. In tal caso era più che giustificabile sentirsi pungere gli occhi dalle lacrime, no? In fin dei conti, era solo una donna.

7

Il pomeriggio seguente faceva molto caldo e tutte le signore parigine che si erano recate al parco di Saint Germaine cercavano conforto all’ombra degli alberi lasciando il sentiero libero per Maggie e Hélène. Maggie era molto contenta che l’amica le avesse chiesto di incontrarla, perché anche lei aveva bisogno di parlarle. Le due amiche si avviarono nei loro abiti di mussolina lungo i sentieri fioriti, ridendo e chiacchierando del più e del meno proprio come due normali gentildonne alla moda. Solo quando furono ben sicure di essere lontane da orecchie indiscrete passarono ad argomenti più seri. — Hai sentito qualcosa di interessante ultimamente? — Sì — rispose Hélène aggrottando la fronte — ho sentito parlare di un complotto per assassinare Lord Castlereagh. Maggie inspirò profondamente. — E dove l’hai sentito? — Una delle mie cameriere ha un fratello che lavora in una sala da gioco al Palais Royal e ieri notte ha sentito due uomini che parlavano. Erano troppo ubriachi per abbassare la voce.

— Credi che quell’uomo sia in grado di identificarli?

Hélène scosse la testa. — No, la luce era debole e ha sentito solo frammenti di conversazione mentre serviva al tavolo vicino. Pensa che uno dei due sia francese e l’altro straniero, tedesco, o inglese, forse. Il francese ha chiesto se il piano procedesse come stabilito e l’altro ha risposto che Castlereagh sarebbe stato fuori gioco nel giro di quindici giorni.

Maggie rimase in silenzio cercando di assimilare le informazioni. Si trattava

dello stesso complotto di cui si stava occupando o di un altro? Era come cercare un ago nel pagliaio. Mise brevemente l’amica al corrente di ciò che sapeva sull’altra cospirazione. Hélène si sbiancò in volto mentre ascoltava. — Con il Paese che pullula di truppe di ogni nazionalità, la minima scintilla può mandare a ferro e a fuoco la Francia.

— Lo so — rispose Maggie cupa. — Ma altri complotti sono falliti, spero fallirà

anche questo. — Poi cambiò argomento. — Che mi sai dire del colonnello von Fehrenbach? Il volto tondeggiante di Hélène era ombreggiato dal parasole e la sua voce non rivelò minimamente i suoi pensieri. — Non molto. Ci siamo incontrati a innumerevoli eventi mondani. È come quasi tutti gli ufficiali prussiani. Furioso e

ben determinato a farla pagare alla Francia.

— Perdonami se ti sembro invadente — fece Maggie esitante. — Ma c’è

qualcosa tra di voi?

— Sembra vedere in me tutto ciò che odia di più — replicò l’amica con voce incolore. — Ma a parte questo non c’è nulla.

— Pensi che sia coinvolto nel complotto?

— No, è un uomo troppo diretto e non è tipo da complotti.

— Sì, la penso anch’io come te. Tuttavia se dovessi notare qualcosa di sospetto

mi

avvertirai?

 

Ma certo. — Hélène indicò una panchina all’ombra. — Perché non ci sediamo

un

po’, così mi racconterai del magnifico inglese che è con te?

Maggie si scoprì riluttante a confidarsi su Rafe. — È molto ricco e annoiato. E per il momento è preso di me. Non c’è altro da dire. L’amica la studiò con aria scettica. — Se lo dici tu.

— Sai nulla di Cynthia Northwood? — chiese Maggie cambiando nuovamente

discorso. — Suo marito Oliver fa parte della delegazione britannica.

— Al momento ha una relazione con un ufficiale inglese, il maggiore Brewer, e

non gliene importa niente che lo sappiano tutti. Con il marito che si ritrova, non la biasimo certo per essersi presa un amante, ma dovrebbe essere più discreta. Perché

mi chiedi di lei?

— Senza un vero motivo, è solo che ieri sera mi ha detto cose che di solito non si confidano a un’estranea — fece Maggie accigliata. — È imprevedibile e mi

chiedevo se non potesse venire coinvolta in qualcosa di pericoloso senza neanche rendersene conto.

— Hai ragione, la signora Northwood è proprio il tipo da lasciarsi sfuggire

inavvertitamente qualcosa di importante. Ma dato che è in pessimi termini con il marito, probabilmente non sarà a conoscenza di segreti pericolosi.

— Vero, ma non possiamo ignorare una simile eventualità. Pensi di riuscire a

scoprire con chi si incontra a prescindere dal maggiore? — E, dopo il cenno di

assenso di Hélène, Maggie proseguì. — Allora, sai qualcosa del Conte di Varenna? L’amica le lanciò un’occhiata preoccupata. — Sì, e niente di buono, devo dire. È

un uomo pericoloso. Pensi che sia coinvolto nel complotto?

— Forse. Sai dove potrei incontrarlo casualmente?

— Va spesso alle serata a casa di Lady Castlereagh, ma stai attenta, mia cara,

quando lo incontri. Dicono che scriva il suo nome nel sangue. Malgrado la calura pomeridiana Maggie sentì i brividi correrle lungo la schiena. Se Castlereagh e Wellington erano gli obiettivi del complotto, probabilmente Varenna non v’era implicato. Però, per scrupolo, voleva incontrarlo lo stesso. Rafe doveva portarla a teatro quella sera. Dopo la rappresentazione avrebbero potuto recarsi all’Ambasciata Britannica sperando di incontrarvi il conte. Ma se Varenna non era implicato, allora perché pensare a lui le dava quella

sensazione di pericolo incipiente?

Quando Rafe passò a prendere Maggie per condurla a teatro, la donna entrò in sala avvolta in un vestito di seta color perla che donava un alone di fascino

irresistibile alla sua già notevole bellezza. Rafe trattenne il respiro per un attimo, era talmente bella che guardarla era quasi doloroso.

— Scusami se ti ho fatto aspettare. Possiamo andare ora — la voce aveva un

tono di amichevole cordialità.

— Sei davvero incantevole questa sera — le disse Rafe. — Sarò l’invidia di ogni

uomo. Lei scosse la testa con aria di rimprovero. — Sono davvero delusa, Vostra Grazia. Da un uomo di mondo come voi mi sarei aspettata un complimento più originale. Una donna che viene complimentata spesso per la sua bellezza preferisce

sentire lodi sulla sua incredibile intelligenza. Dovreste saperlo — concluse ridendo. Rafe l’aiutò a salire in carrozza, divertito. Sicuramente non sarebbe stato facile sedurla, avrebbe dovuto mettercela tutta. Ma non si sentiva così vivo da anni. Mentre la carrozza avanzava per le strade di Parigi, Maggie gli si rivolse seria in volto. — Il complotto si sta infittendo. Ho saputo da fonti sicure che la vittima dovrebbe essere Lord Castlereagh.

— Maledizione! — esclamò Rafe. Mentre ascoltava i fatti esposti da Maggie si

domandava chi potesse essere il suo informatore. Un altro favorito con cui aveva trascorso il pomeriggio? Poi cercò di cacciare quel pensiero insidioso. — Forse potrei recarmi al club stasera e cercare di scoprire qualcosa.

— Non credo servirebbe a molto. Non puoi certo metterti a chiedere ai camerieri

il nome dei due uomini che discutevano di assassinare qualcuno ieri sera.

— Vero, ma magari quei tizi sono clienti abituali. E se mi metto a fare commenti

critici su Castlereagh e Wellington, uno di loro potrebbe aver voglia di attaccare discorso con me. Maggie rimase silenziosa per qualche istante. — Presumo che tu abbia il buon

senso di girare armato. Ci sono ufficiali francesi che si fanno un punto d’onore di insultare personalmente uno straniero nella speranza di un duello. E un inglese andrebbe benissimo, certo sarebbe meglio un prussiano, ma per un francese aggressivo va bene tutto.

— Sono commosso dal tuo interessamento.

— Non sentirti troppo lusingato — replicò lei sorridendo. — Mi spiacerebbe perdere un compagno di scacchi a metà partita.

E Rafe non riuscì a capire quanto sarcasmo e quanta verità ci fosse nelle sue parole.

— Se dovessi trovarti coinvolto in un duello, sarebbe meglio che scegliessi la

pistola — continuò lei. — Molti francesi sono abili spadaccini, ed è difficile che uno straniero possa uguagliarli. Alle sue parole Rafe ricordò che perfetta tiratrice fosse. L’unica donna che sapesse sparare come un uomo. Era una delle tante cose che le aveva insegnato suo padre, che la trattava più come un figlio maschio e uno dei motivi che la rendeva così diversa dalle altre. La carrozza si arrestò di fronte al teatro. Maggie suscitò il solito clamore mentre scendeva aiutata da Rafe. E lei stette al gioco scherzando e flirtando con lui come una vera cortigiana. Nessuno avrebbe potuto sospettare vedendola che fosse una spia astuta e dal sangue freddo. Salirono insieme in un palco privato. La rappresentazione era eccellente e all’inizio Rafe dimenticò i loro problemi, tutto assorto nel Tartufo di Molière. Ma man mano che lo spettacolo progrediva, però, cominciò a divenire sempre più consapevole della presenza di Maggie accanto a sé. Dopo l’inizio del secondo atto, fece scivolare casualmente il braccio sulla spalliera della sua sedia, senza toccarla, ma abbastanza vicino da sentire il calore della sua pelle. Vide con piacere che Maggie si chinava in avanti, rossa in viso. Era altrettanto consapevole della loro vicinanza e non si fidava a stargli troppo attaccata, pensò. Le sfiorò leggermente la schiena con le dita della mano. Maggie rabbrividì e strinse le mani sui braccioli. Rafe si chiese quanto oltre potesse spingersi. Probabilmente non molto. Lasciò ricadere il braccio e dopo poco lei si riappoggiò alla spalliera. Era un gioco piacevole. Stava prendendo in considerazione l’idea di cominciare a massaggiarle delicatamente il collo quando un mormorio proveniente dalla platea lo arrestò. Subito all’erta, Rafe si sporse per guardare al di là della balaustra. Il mormorio si trasformò ben presto un brontolio sordo. Gli attori cercarono di alzare la voce per tacitare il rumore ma ben presto cominciarono le grida: Vive le Roi! Vive l’Empereur! e gli attori furono ricoperti da fischi e bucce di banana. Alcuni spettatori innalzarono stendardi bianchi che indicavano la fedeltà al re. Quando i bonapartisti presero a brandire le bandiere viola, Rafe si rese conto che la battaglia avrebbe avuto ben presto inizio. Una delle esperienze più terrificanti della sua vita era stata quando si era trovato coinvolto in una rissa nelle strade di Londra. Numericamente i realisti superavano di gran lunga i bonapartisti e ben presto le bandiere viola vennero strappate e calpestate e uno dei bonapartisti venne buttato a terra e preso a calci e pugni. Le grida Vive le Roi! Vive le Roi! crebbero di intensità trasformandosi ben presto in un canto minaccioso che faceva vibrare le pareti e l’alto soffitto. Rafe guardò Maggie che fissava immobile la platea. Sembrava impassibile, ma osservando il calmo profilo, Rafe ebbe improvvisamente la terrificante visione della ragazza circondata e brutalizzata dalla folla.

L’immagine orrenda gli diede la forza di prenderla per un braccio e sollevarla dalla sedia. — Vieni, presto — sibilò. — Usciamo da qui. La sospinse velocemente verso la porta del palco. Il tumulto da sotto era intanto cresciuto di intensità e mentre scendevano le scale per raggiungere l’uscita, due individui dall’aria poco raccomandabile bloccarono loro il passo, guardando Maggie con occhi bramosi. Senza attendere per vedere che intenzioni avessero, Rafe assestò un pugno nello stomaco di uno dei due ceffi mandandolo a sbattere contro il compare. Mentre in due uomini lottavano per ritrovare l’equilibrio, Rafe prese la mano di Maggie e insieme scesero di corsa le scale. Una volta arrivati in fondo alle gradinate trovarono un corridoio deserto. Il vociferare proveniva da destra, perciò si buttarono sulla sinistra fino a che non raggiunsero un’uscita laterale. Fuori dal teatro scoprirono che aristocratici e popolino si erano riversati sulla strada in cerca di salvezza. Per fortuna la loro carrozza li aspettava poco distante. Rafe l’aiutò a salire montando a sua volta in vettura e di lì a pochi istanti si allontanavano sani e salvi dal teatro. Seduto di fronte a Maggie, con il cuore che gli batteva ancora furioso in petto, Rafe sentì l’impulso di spostarsi andandosi a sedere accanto alla ragazza che tremava visibilmente dallo spavento, e le mise un braccio attorno alle spalle come

per assicurarsi che stesse bene. Maggie si voltò alzando il viso verso di lui e quando le loro labbra si toccarono,

presero a baciarsi come divorati da un’urgenza e una frenesia incontrollabili. Gli fece scivolare le mani sotto la giacca cominciando ad accarezzargli la schiena, affondando le unghie nei muscoli di lui. Era come se il pericolo scampato avesse risvegliato in lei qualcosa di primitivo e

di incontenibile, e anche Rafe sembrava dominato dalla stessa ossessione.

Affondarono nei cuscini di velluto. Il profumo esotico di Maggie lo intossicava.

Posò il viso nella morbida curva della gola di lei, sfiorando con le labbra la vena che

le pulsava sul collo. Il suono del suo respiro affannoso riempiva la carrozza. Le labbra di Rafe si spostarono verso l’orecchio di lei e le afferrarono il lobo

cominciando a mordicchiarlo. Maggie gemette inarcando la schiena, il ginocchio di

lui esercitò una lieve pressione scivolando tra le sue gambe leggermente divaricate.

E continuarono a baciarsi famelicamente mentre i loro corpi intrecciati si cercavano

con passione crescente. Rafe fece scorrere una mano sui suoi fianchi risalendo fino alla vita sottile per

poi ridiscendere e scoprire che la gonna le era risalita fino sopra il ginocchio. Sentì

il fruscio della seta mentre le sue dita superavano le calze e carezzavano la pelle

morbida all’interno della coscia. La sentì trattenere il fiato, poi lei si strappò dalle sue braccia. — Basta, ora! Incontrando il suo sguardo, Rafe si immobilizzò. Vi si leggevano ancora tracce

della passione non sopita, ma la follia era scomparsa. E lo stesso valeva per lui. Per quanto la passione bruciasse ancora nelle vene, si sentì profondamente scosso dalla perdita assoluta di controllo che li aveva sopraffatti. Per quanto il suo corpo gli dolesse dal desiderio, non fece alcun tentativo di

persuaderla. Si spostò lentamente sul sedile di fronte, mentre ogni muscolo del suo corpo vibrava dalla tensione.

Ma cosa ci è successo? — chiese Maggie in tono tremante aggiustandosi la

gonna.

Spesso trovarsi faccia a faccia con il pericolo provoca un desiderio passionale

di celebrare la vita — commentò Rafe con finto distacco, come se non fossero stati sul punto di strapparsi i vestiti di dosso.

— Ma non c’era poi tutto questo pericolo — ribatté lei riassettandosi i capelli.

— Scene del genere succedono ogni giorno. I realisti cercano di intimidire il resto della Francia. Viene chiamato Terrore Bianco. Se fossimo rimasti nel palco agitando dei fazzoletti bianchi, non ci sarebbe successo nulla.

— Ammiro molto il tuo sangue freddo, ma nessuno è completamente al sicuro

durante un tafferuglio. Non credo che un fazzolettino bianco avrebbe fermato quei due sulle scale.

— Peccato aver perso l’ultimo atto. Erano davvero bravi. Per fortuna ho già visto i l Tartufo altre volte e poi tutto sommato in questo modo saremo da Lady Castlereagh per un’ora decente. Rafe sarebbe scoppiato a ridere, talmente assurda era la conversazione dopo l’esplodere della passione.

— Ma come, niente scene e svenimenti verginali?

— Sarebbero davvero fuori luogo, dato che non sono più vergine, non credi? —

ribatté lei in tono aspro. Poi trasse un profondo respiro e cambiò argomento. — Ho

sentito che il Conte di Varenna frequenta spesso i salotti di Lady Castlereagh, e per quanto mi sembri poco probabile che ci sia un realista dietro il nostro complotto, vorrei incontrarlo lo stesso. Mi hanno avvertito che è un uomo molto pericoloso.

— Lo terrò presente. Pensi che mi sfiderà anche lui a duello?

— No, pare che sia più il tipo da coltello nella schiena.

— Sembra davvero un individuo affascinante. Ricordami di tenere sempre la

schiena contro il muro quando lo incontreremo. — L’imbarazzo di Rafe per la situazione cominciava a svanire e anzi si sentiva abbastanza compiaciuto per i progressi fatti. Maggie si stava avvicinando alla resa, ne era certo. Molto presto sarebbe stata sua e a quel punto avrebbe fatto in modo che lasciasse perdere ogni altro amante. Soddisfatto delle conclusioni a cui era giunto, distese le lunghe gambe. — Spero proprio che Lady Castlereagh offra una buona cena. Non c’è niente come una rissa per stuzzicare l’appetito di un uomo.

8

Mentre la carrozza proseguiva il tragitto verso l’Ambasciata Britannica, le mani di Maggie erano intrecciate così strettamente in grembo che le nocche erano diventate bianche. Sperava che la sua voce non avesse tradito il panico che l’aveva assalita a teatro. L’episodio aveva fatto riaffiorare tutti i suoi incubi peggiori e si era sentita così paralizzata dalla paura che riusciva a stento a fare un passo quando Rafe l’aveva sospinta fuori dal palco. Era davvero lieta che fosse lì con lei. Di solito Maggie combatteva con tutte le sue forze contro gli uomini che cercavano di imporre la propria volontà, ma quella sera era profondamente grata di averlo accanto a sé, di sentire il suo braccio che la stringeva in vita e di vedere come l’aveva difesa da quei due individui volgari. Semplice routine per il Duca di Candover, naturalmente. Non si era fatto neanche una grinza allo sparato della camicia immacolata, e avrebbe mostrato la stessa preoccupazione se un mulo gli si fosse messo di traverso per la strada. Ammirava la sua imperturbabilità. Quasi sempre riusciva a tenergli testa, ma non quando una folla inferocita le riportava alla memoria la terribile scena dell’uccisione di suo padre che aveva cambiato per sempre la sua vita. Cercò di non pensare al loro abbraccio appassionato, per quanto il suo corpo pulsasse ancora di frustrazione. L’attrazione che aveva sempre provato per Rafe aveva reagito in modo esplosivo alla paura provata a teatro. Ma per quanto lui avesse risposto con altrettanto ardore, quando si erano distaccati, l’aveva guardata come se fosse un’estranea. Santo Cielo, chissà cosa pensava di lei? Il pensiero la fece sorridere amaramente. L’opinione che aveva di lei non era comunque molto elevata, per cui non faceva alcuna differenza. Per fortuna che si trovavano in una carrozza altrimenti chissà come sarebbe finita. In un disastro, ecco come sarebbe finita. Le mani avevano quasi smesso di tremarle quando raggiunsero l’Ambasciata in Rue du Faubourg St. Honoré. — Le serate di Lady Castlereagh sono notoriamente splendide — disse Maggie con il suo migliore accento ungherese mentre Rafe l’aiutava a scendere dalla carrozza. — Ci si incontrano le personalità più in vista di Parigi. All’interno Lady Castlereagh in persona si fece loro incontro per salutarli. Emily Stewart non era certo una bellezza, ma era una donna molto gentile e lei e il suo brillante marito erano una coppia davvero unita. — Buona sera, Candover, che bello

rivedervi. Immagino che Magda vi abbia dato un caldo benvenuto a Parigi.

Rafe si chinò sulla mano della donna. — Oh, certamente. La contessa è persino riuscita a organizzare una rissa a teatro per movimentare la mia serata.

— Ma questo è ingiusto — protestò Maggie indignata. — Sei stato tu a scegliere il teatro, e pensavo fossi stato tu a organizzare la rissa.

— Sfortunatamente, non c’è bisogno di cercare a lungo per trovare disordini —

disse tristemente Lady Castlereagh. — Quasi ogni giorno si sentono duelli tra

francesi e alleati. Questa sera ci sono stati disordini in ben quattro teatri e la folla in fermento si assiepa ogni notte nei giardini delle Tuileries. — Dando un’occhiata alla porta si avvide di un altro gruppo di ospiti in arrivo. — Se volete scusarmi, spero di avere di nuovo occasione di parlare con voi più tardi. C’è qualcuno in particolare che desiderate incontrare?

— Il Conte di Varenna è qui, Emily? — chiese Maggie.

Lady Castlereagh aggrottò la fronte. — Sei fortunata, è appena arrivato. È laggiù che parla con un ufficiale russo. — E così dicendo si allontanò per espletare i suoi doveri di ospite. Gli splendidi saloni erano affollatissimi e da ogni parte si sentiva parlare una decina di lingue diverse, con la prevalenza del francese. In un gruppo scorsero Lord Castlereagh in compagnia dell’Ambasciatore Britannico, Sir Charles Stuart, oltre che del Principe Hardenburg, del Ministro degli Esteri prussiano e di Francesco I Imperatore d’Austria. Maggie incontrò lo sguardo di Lord Castlereagh. Era un uomo alto, di bell’aspetto, molto riservato in pubblico, ma cordiale e generoso in privato. Era famoso per la sua integrità e intelligenza e la sua morte sarebbe stata una perdita irreparabile. Alzando gli occhi si avvide che l’uomo della sua scorta fissava anche lui Lord Castlereagh, probabilmente assorto negli stessi pensieri. Quando Rafe abbassò lo sguardo, i loro occhi si incontrarono esprimendo un perfetto accordo. V’erano molti inglesi presenti e Rafe li conosceva tutti, perciò fu facile per loro avanzare verso la meta scambiando saluti e convenevoli con molti ospiti. Maggie studiò il Conte man mano che si avvicinavano. Sulla cinquantina, era alto e ben fatto, e aveva un’aria di indiscussa autorità. Ripassò mentalmente ciò che sapeva di lui. Ultimo discendente di antica famiglia, era stato coinvolto in vari tentativi da parte dei realisti che miravano a riprendere il potere in Francia sin dai tempi della Rivoluzione. Le circostanze della

vita lo avevano reso molto pericoloso e infido, e senza dubbio aveva le capacità di organizzare una cospirazione. Nell’ultimo decennio era stato governatore di una provincia russa per conto dello Zar. La sconfitta di Napoleone l’aveva ricondotto in patria e al momento stava restaurando la sua tenuta fuori Parigi cercando di riportarla allo splendore di un tempo. Come membro influente dei realisti, molto probabilmente sarebbe stato

eletto a un’alta carica governativa. Maggie notò con piacere che il Conte stava chiacchierando con il Principe Orkov, che lei conosceva bene. — Principe Orkov — esclamò. — Che meraviglia incontrarci nuovamente. L’ultima volta dev’essere stato dalla Baronessa Krudener. Lo sguardo del principe si illuminò di piacere. — Fin troppo tempo è passato, per quel che mi riguarda, Contessa — rispose baciando la mano protesa. Dopo lo scambio di presentazioni Maggie si rivolse al conte e si sentì gelare il sorriso incontrando gli occhi di Varenna. La maggior parte degli uomini la guardava con evidente apprezzamento, ma lo sguardo dell’uomo era ghiaccio puro. La sua sembrava la fredda valutazione di un compratore che esamina un possibile articolo. Per un attimo rimase spiazzata, ma si riprese ben presto. — Ho sentito molto parlare di voi, Monsieur le Comte. Sarà un grande piacere per voi essere ritornato nel vostro Paese e nei vostri possedimenti dopo tutti quegli anni di esilio. Lui la fissò in silenzio per un attimo. — È di certo una soddisfazione — disse poi con voce opaca. — Piacere forse è una parola troppo grossa. Lei annuì con aria comprensiva. — La Francia vi sembrerà molto diversa ora, ma voi e i vostri amici realisti avete la possibilità di ricostruire quel che è stato distrutto. La sua bocca si torse in una smorfia. — Non riusciremo mai a farlo fino in fondo. La Francia è troppo cambiata in questi ventisei anni. Il falso idealismo dei radicali l’ha rovinata. Nuovi ricchi che pretendono di fare gli aristocratici mentre la vera nobiltà è stata decimata e impoverita. Persino il Re è solo un’ombra dei suoi illustri antenati. Chi può guardare Luigi XVIII e pensare al Re Sole? — Siete molto pessimista. Pensate che la situazione sia davvero così disperata? — Difficile, contessa, ma non disperata. Abbiamo aspettato a lungo per riottenere il nostro patrimonio. E non lo perderemo un’altra volta. — La scrutò con aria di congedo. — E ora se volete scusarmi, sono atteso altrove. — E con un gesto di commiato verso gli altri due, si allontanò dal gruppo. Rafe e il principe stavano discutendo di cavalli. — Il Principe ci ha invitato al ballo che darà dopodomani. Che ne dici? — le chiese Rafe quando Maggie si rivolse nuovamente a loro. — Accettiamo con piacere, Vostra Altezza — rispose Maggie cordialmente immaginando che nella lista degli invitati ci sarebbe stato sicuramente qualcuno di interessante. — I vostri ricevimenti sono leggendari. Il principe le prese la mano accarezzandogliela in modo tale che Maggie si ripromise di non trovarsi mai da sola con lui. — La vostra presenza sarà un incentivo ulteriore, contessa. Maggie riuscì a districare la mano con qualche difficoltà e poco dopo prese congedo insieme a Rafe. Chiacchierarono ancora con qualcuno degli invitati perché non fosse troppo evidente il loro interesse per Varenna, ma nel giro di mezz’ora

erano di ritorno verso Boulevard des Capucines.

— Qual è la tua impressione sul conte? — le chiese Rafe non appena furono soli.

— Sono lieta che la scelta degli obiettivi lo escluda dalla rosa dei sospetti perché

mi sembra davvero un uomo spietato e pericoloso. — Ripensando al suo sguardo

represse un brivido. — Chi altri verrà alla festa di Orkov? — Il Generale Roussaye, il nostro sospetto bonapartista. — Rafe le sorrise

sornione. — Mettiti l’abito verde se non nuocerà troppo alla tua reputazione indossarlo nuovamente dopo così poco tempo.

— La mia reputazione sopravviverà — replicò Maggie. — Sono solo una povera

vedova, la gente mi perdonerà. Rafe l’accompagnò a casa, ma questa volta non congedò la carrozza. Una volta entrati, Maggie si diresse prontamente verso la scacchiera dove ripresero la partita interrotta. Chissà se a Parigi avrebbero mai creduto che trascorreva i momenti di intimità con Rafe giocando a scacchi. Non riusciva quasi a crederci lei stessa. Al termine della partita, Rafe si alzò. — Vado al Palais Royal per vedere di scoprire qualcosa dei nostri cospiratori. La conversazione si è svolta al Café Mazarin, hai detto? Maggie annuì e lo accompagnò alla porta d’ingresso. Rafe torreggiava su di lei, alto, forte, sicuro di sé. Di certo si sarebbe sentito insultato se lo avesse esortato a fare attenzione. Ma Rafe sembrò percepire i suoi sentimenti. — Non ti preoccupare, non farò

surriscaldare gli animi — le disse. Poi, portandosi la mano di lei alle labbra, la baciò a lungo. Quando fu uscito, Maggie chiuse involontariamente la mano a pugno come a voler bandire il brivido di piacere che il bacio le aveva fatto scorrere lungo il braccio. Acidamente si disse che l’uomo probabilmente faceva delle tacche sulle colonne

del baldacchino del letto per ricordarsi le donne che aveva. A quest’ora le colonnine

dovevano essere completamente intagliate, fu il successivo pensiero. Ma la cosa non la fece ridere. Con il volto tirato si avviò al piano di sopra. Per tutto ciò che concerneva Rafe il suo abituale senso dell’umorismo non le era d’alcun aiuto.

Il Palais Royal aveva un antico e glorioso passato. Il Cardinale Richelieu ne aveva fatto costruire una parte e poco prima dello scoppio della Rivoluzione il Duca de Chartres aveva aggiunto altri locali attorno ai giardini, affittando i piani inferiori come negozi e quelli superiori come appartamenti. Ma in quei giorni il Palais Royal era il cuore di ogni vizio e dissipatezza cittadina.

Facendosi strada tra le numerose uniformi alleate, Rafe scorse ben presto l’insegna del Café Mazarin accanto a un negozio di gioielleria aperto a quell’ora della notte nella speranza che qualche giocatore fortunato acquistasse qualcosa per la sua signora. Accanto al negozio, scale poco illuminate conducevano al Café. Alla cassa sedeva una donna dall’abbigliamento volgare e dal trucco pesanti, che valutava con occhi esperti ogni cliente. Evidentemente quel che scorse in Rafe le piacque perché

uscì da dietro la cassa per venirgli incontro di persona. — Buona sera, Milord. Siete qui per cenare, per giocare o forse volete accomodarvi di sopra?

Di sopra voleva dire accompagnarsi a signore di un gradino superiore alle

prostitute che pullulavano nelle strade lì attorno. — Mi hanno detto che ci sono buoni tavoli da gioco, madame. E forse più tardi gradirei anche cenare. La donna annuì e lo scortò fino alla sala da gioco che aveva lo stesso aspetto di ogni altra sala da gioco in cui Rafe aveva messo piede. Il mormorio delle voci era ritmato dal rumore dei dadi sul tavolo e dal fruscio delle carte sul panno verde.

Insomma era in tutto e per tutto il classico luogo di perdizione che Rafe non amava particolarmente.

Ma era lì per lavoro e non per piacere, rammentò a se stesso. Perciò trascorse le

due ore successive passando da un tavolo all’altro, ascoltando più che parlando. Ovviamente, gran parte della conversazione verteva sulla politica. Tuttavia sentì solo discorsi che potevano essere uditi dovunque a Parigi. Verso l’una si stava preparando a lasciare la sala da gioco quando la sua attenzione venne attratta da un uomo magro dai capelli scuri con una cicatrice che gli deturpava la guancia, che sedeva al tavolo del rouge et noir. L’uomo sembrava avere la fortuna dalla sua e dopo qualche istante esultò a gran voce avendo fatto saltare ancora una volta il banco. — Sembra proprio che Lemercier sia di nuovo pieno di soldi. — Rafe sentì dire dal suo vicino. — Quel demonio ha una fortuna sfacciata. Il nome gli suonò familiare e dopo qualche istante capì perché. Lemercier era uno dei nomi sulla lista che gli aveva dato Maggie. Doveva trattarsi di un ufficiale bonapartista se ben ricordava. Rafe studiò l’uomo quando questi si alzò dalla sedia. Aveva un portamento militaresco, ora doveva solo accertarsi che si trattasse proprio del Capitano Lemercier. Mentre l’uomo attraversava la stanza, Rafe lo intercettò. — Posso offrirvi da bere per celebrare la vittoria sul banco? Lemercier gli sorrise gioviale. — Ma certo. Avete perso anche voi al banco molte volte, eh? La cameriera servì loro una bottiglia di pessimo Porto. Rafe scoprì che si trattava proprio del Capitano Henri Lemercier, e che il Porto non era ovviamente il suo

primo alcolico della serata. Man mano che il livello della bottiglia si abbassava Rafe apprese che il capitano disprezzava in egual modo tedeschi, russi e inglesi, presenti esclusi. L’uomo aveva uno sguardo da donnola. Rafe immaginò che fosse un giocatore accanito, il tipo di persona disposto a tutto per soldi. Se anche il capitano avesse avuto convinzioni politiche, sarebbero di certo state subordinate ai suoi interessi personali. C’erano molte probabilità che fosse lui il francese che l’informatore di Maggie aveva sentito parlare l’altra sera. Ma in tal caso, chi era l’altro uomo? Dopo mezz’ora di conversazione, Rafe decise che non avrebbe scoperto nient’altro. Se avesse mai rivisto il capitano Lemercier, si sarebbe assicurato che fosse sobrio. Da ubriaco non era molto interessante. Perciò pagò alla donna alla cassa e fece per avviarsi verso le scale. Prima di scendere si voltò a dare un’ultima occhiata alla sala e si immobilizzò vedendo un uomo dai capelli biondi prendere posto nella sedia lasciata vuota da lui poco prima di fronte a Lemercier. Malgrado il fumo che aleggiava nella sala lo riconobbe immediatamente. Si trattava di Robert Anderson, l’impiegato dell’Ambasciata Britannica. L’amante di Maggie.

L’inglese era teso anche se non era la prima volta che faceva quel viaggio bendato. La convocazione da parte di Le Serpent era stata secca, senza alcuna spiegazione. Ancora una volta la carrozza girò in tondo per le strade di Parigi e la sua scorta si mantenne sempre silenziosa per tutto il tragitto. Ma una volta alla presenza di Le Serpent, la voce sibilante gli intimò di togliersi la benda. L’inglese sentì una fitta di panico, ma da lontano si udì una risatina soffocata. — Non preoccupatevi, mon Anglais, non potrete riconoscermi. Ma avrete bisogno degli occhi per quel che dovete dirmi stanotte. Quando si fu tolto la benda, si trovò in una stanza scura illuminata soltanto dalla debole luce di una candela e ammobiliata con un tavolo e una sedia. Le Serpent sedeva al tavolo, con il volto mascherato e un ampio mantello che gli ricopriva il corpo in modo tale che fosse impossibile capire se fosse alto, basso, magro o grasso. — Disegnatemi uno schizzo delle scuderie dell’Ambasciata Britannica — disse Le Serpent disdegnando i preliminari. — Sono stati apportati molti cambiamenti da quando la principessa Borghese l’ha venduta a Wellington e devo sapere di cosa si tratta. Sono interessato in particolar modo alle scuderie e ai cavalli di Castlereagh. Voglio che mi descriviate le bestie esattamente, nell’aspetto e nel carattere. L’inglese spalancò gli occhi. — Non starete pensando a Castlereagh? Se gli succede qualcosa, qui si scatenerà l’inferno. È il miglior amico di Wellington e questi si metterà personalmente a capo dell’esercito britannico per scovare gli assassini. — Non preoccupatevi per la vostra pelle. Qualunque cosa succeda a Castlereagh

sembrerà un incidente. E ben presto l’illustre duca in persona non sarà più in grado di fare alcuna indagine. L’inglese si mise al lavoro disegnando uno schizzo delle scuderie mentre la sua mente galoppava furiosa. A quanto pareva Le Serpent aveva in progetto di eliminare

entrambi gli uomini, un fatto che comportava interessanti riflessioni. Attentati falliti

a Wellington si erano già verificati in passato, ma non ci sarebbe stato nulla di

maldestro in un attentato di Le Serpent. Il problema era come far volgere questa informazione a suo favore.

Le Serpent gli rivolse molte domande sulla routine delle scuderie e degli staffieri e dopo cominciò con le domande sulle abitudini di Castlereagh e Wellington.

— Saprete sicuramente che il duca non vive neppure all’Ambasciata — lo

interruppe d’un tratto l’inglese, sotto pressione per l’interrogatorio serrato. — Come

faccio a sapere quali siano i suoi movimenti?

— So benissimo che Wellington vive all’Hôtel Ouvrard — replicò Le Serpent.

— Ciò non di meno è spesso all’Ambasciata, e se non siete completamente demente

dovreste essere in grado di scoprire quello di cui ho bisogno. Mi aspetto un rapporto con le risposte che non avete saputo darmi stasera entro quarantotto ore.

— E se decidessi di non voler più prestare i miei servigi? — Non era certo il

momento più adatto per questo tipo di sfida, ma l’inglese era troppo stanco e irritato.

— In tal caso sareste rovinato, mon Anglais — rispose Le Serpent in tono

minaccioso. — Posso farvi uccidere, oppure posso far sapere a Castlereagh del vostro doppio gioco e saranno i vostri a distruggervi, e pubblicamente in modo tale

che tutti, parenti e amici, sempre che ne abbiate, sappiano della vostra umiliazione.

E non crediate di potervi salvare vendendo loro informazioni su di me perché non

sapete proprio un bel niente. Sbatté il pugno sul tavolo alzandosi in piedi. — Vivete solo per la mia generosità. Voi mi appartenete e siete fortunato che io sia un uomo d’onore. Se mi servirete a dovere diventerete ricco, altrimenti siete un uomo morto. Queste sono le uniche scelte che avete. Lo sguardo dell’inglese si abbassò per nascondere la paura e colse di sfuggita un pesante anello d’oro massiccio sulla mano dell’altro. Forse la fortuna si era messa a girare dalla sua parte. Era troppo furbo per mettersi a fissare l’anello, ma una rapida occhiata gli consentì di scorgere uno stemma con un serpente a tre teste. Sarebbe occorso del tempo per identificare il proprietario dello stemma, ma almeno aveva un appiglio. — Vi servirò fedelmente — mormorò fingendo di tremare alle minacce dell’altro. Ma dentro di sé esultava. Avrebbe scoperto chi era Le Serpent e a quel punto il bastardo l’avrebbe pagata. Se avesse giocato bene le sue carte, sarebbe uscito da questa storia da eroe… un eroe molto ricco.

9

La mattina seguente Maggie ricevette un biglietto di Hélène Sorel in cui la donna

le comunicava che un ufficiale francese aveva chiesto a un gruppo di avventori di un

caffè chi avesse voglia di guadagnare un bel gruzzoletto sparando al Duca di Wellington. Dato che l’idiota aveva fatto la sparata davanti a una decina di testimoni, era stato immediatamente arrestato. Maggie sorrise amaramente riponendo il biglietto. Non erano certo questi i problemi. Ma il sorriso svanì mentre considerava la lentezza dei suoi progressi. Robin era

passato da lei la notte prima e avevano parlato a lungo, senza arrivare ad alcuna conclusione. Era davvero frustrante. Troppe possibilità, troppo poco tempo… Poteva solo continuare a indagare e sperare che il generale Roussaye fosse l’anello mancante. Mentre si vestiva per il ballo dal Principe Orkov, si domandò quanto la presenza

di Rafe contribuisse al suo stato di tensione.

Come spia era sicuramente un dilettante, ma a livello personale era una mina vagante, assolutamente incontrollabile e pericoloso. Maggie poteva fingere di essere una donna sofisticata che flirtava senza scottarsi, ma sapeva quanto fosse instabile quella facciata. Per lei la mancanza di sentimenti era una farsa. Per Rafael Whitbourne era la realtà. Quando Inge annunciò l’arrivo del Duca, Maggie si dipinse in volto una maschera allegra e gli andò incontro.

— Sei splendida questa sera, contessa. Quel vestito ti dona molto. E si adatta alla perfezione.

— Alla perfezione con cosa?

— Con queste — spiegò Rafe tendendole un cofanetto di velluto.

Maggie lo aprì e rimase senza fiato alla vista della splendida parure di smeraldi, una collana con dei pendenti da capogiro.

— Ma non posso accettare questi gioielli Rafe — esclamò lei sbalordita. — La gente penserebbe che…

— Che siamo amanti? Ma è proprio questo il nostro scopo, mia cara. — fece

Rafe con voce suadente. — Tutta la società londinese è a Parigi in questi giorni e le mie abitudini in fatto di donne non sono un segreto per nessuno. Ho sempre regalato gioielli alle mie… amiche. Sembrerebbe strano se non mi comportassi con te allo stesso modo.

— Oh, d’accordo — fece lei esasperata — se proprio insisti, li prenderò in

prestito fino alla fine della mascherata. Poi potrai regalarli alla prossima vera amante. Rafe le si avvicinò posandole le mani sulle spalle scoperte. Quando parlò la sua voce era molto seria. — Margot, perché non cerchiamo di dimenticare tutte le complicazioni del nostro passato? Sei la donna più irresistibile che abbia mai conosciuto. Starti sempre vicino e non poterti toccare mi sta facendo impazzire. — Prese a massaggiarle il collo con i pollici. — Ti voglio e credo che anche tu mi voglia. Non potremmo essere amanti sul serio? Non era più l’arrogante duca che la metteva sempre in tensione, ma il giovane impetuoso di cui si era innamorata tanti anni prima. Il cuore le doleva per ciò che possedevano e che avevano perduto. — Sarebbe un errore — disse debolmente. Le sue mani scesero lungo le braccia nude poi l’allacciarono alla vita attirandola a sé. Maggie gemette cercando di ignorare la reazione che il suo tocco suscitava in lei.

— Siamo adulti e sappiamo entrambi cosa vogliamo — le sussurrò con voce

profonda. — Nessuno ne rimarrà ferito, e so per certo che insieme ci divertiremmo molto. — Le sue mani risalirono al seno e cominciarono ad accarezzarla con lenti movimenti circolari.

Involontariamente Maggie si strinse a lui, ma sentendo il suo desiderio bruciante si scostò violentemente. — No, maledizione! — ansimò. — Non è così semplice.

— Davvero vuoi dirmi di no? — le sussurrò cercando e trovando con le mani i

suoi punti più sensibili. — Le tue parole dicono di no, ma il tuo corpo dice tutt’altro. Era fin troppo vero e il fuoco che le bruciava dentro aveva la stessa intensità della confusione che sentiva nella testa. Certo che lo voleva. Tremava di desiderio e non osava neanche ammettere quanto fosse prossima a consegnare passato e futuro al diavolo e darsi completamente al presente. Ma aveva imparato l’autocontrollo alla più dura delle scuole e sapeva benissimo che non era possibile che nessuno venisse ferito da quella situazione. Più che ferito, anzi. Lei sarebbe stata devastata se si fosse innamorata nuovamente di Rafe. Perderlo una volta l’aveva quasi annientata, e diventare la sua amante non l’avrebbe certo aiutata.

— Prometto che non te ne pentirai — mormorò Rafe cercando di convincerla. —

Gli smeraldi sono solo l’inizio. Voleva solo che diventasse la sua mantenuta. Questa consapevolezza le diede la forza di cui aveva bisogno. Si tirò indietro di scatto. — No, significa no! Se avessi voluto dire sì avrei detto sì. — E per dar maggior forza alle sue parole gli sferrò una violenta gomitata nello stomaco. Rafe arretrò lottando per riprendere fiato. I suoi occhi la fissarono con una furia repressa che per un attimo la spaventò. Aveva ferito il suo orgoglio e questo era un colpo molto più duro da digerire di qualunque gomitata nello stomaco.

— Se fossi un uomo ti darei una lezione che non dimenticheresti facilmente — sibilò con furia.

— Se io fossi un uomo tanto per cominciare non ci troveremmo certo in questa situazione — ribatté lei con voce tremante.

L’ira di Rafe cominciò a svanire. — Già, suppongo di no. Ho gusti piuttosto convenzionali.

— Mi perdoni se ti prometto di non colpirti mai più? — gli chiese sorridendogli incerta.

— Perdono accordato.

Lei abbassò lo sguardo fingendosi indaffarata a infilarsi i guanti. Rafe l’osservava pensieroso, ma quando lei alzò nuovamente i magnifici occhi grigi, ogni strategia scomparve dalla sua mente. C’era infinito coraggio e una strana

vulnerabilità in quegli occhi e, con una fitta di emozione che lo sconvolse, Rafe si rese conto che la donna che desiderava pazzamente non era l’affascinante Contessa Janos, ma Margot Ashton. In quel preciso istante avrebbe dato il suo titolo e tutte le sue fortune per riportare indietro il tempo e ritrovare l’amore totale che avevano condiviso. Per quanto impossibile, sentiva che la ragazza che un tempo aveva amato viveva ancora nella sofisticata spia. E lui la rivoleva.

— È ora di avviarci al ballo — disse infine. — C’è un Generale che ci aspetta.

— Verissimo — rispose Maggie drappeggiandosi attorno alle spalle un leggero

scialle di cashmere. — Sono pronta. Andiamo? Rafe le offrì il braccio lieto di riuscire a resistere all’impulso di prenderla nuovamente tra le braccia. La desiderava terribilmente, ma conquistarla si stava rivelando molto più difficile del previsto. Ma Rafael Whitbourne non era avvezzo alla disfatta. C’era di sicuro un modo per averla e, per Dio, l’avrebbe trovato.

Il salone da ballo del Principe Orkov era decorato con splendore mediorientale, con tanto di guardiaportone vestiti da guardiani dell’harem e danzatrici del ventre egiziane. Persino la smaliziata società parigina doveva ammettere che il tutto era fuori dall’ordinario. Malgrado la frustrazione per la mancanza di indizi, Maggie si stava divertendo. Per la prima parte della serata Rafe le rimase accanto recitando il ruolo del devoto amante. Benché il generale Roussaye fosse sulla lista degli invitati, non riuscivano a localizzarlo da nessuna parte e dopo un’ora decisero di separarsi per setacciare il salone. Giunse mezzanotte, venne servita la cena, le danze ripresero e ancora nessuna

traccia del generale. Esasperata, Maggie prese a girovagare per la stanza dove si esibiva la danzatrice del ventre. Mentre i suoi occhi cercavano di adattarsi all’oscurità, capì di aver trovato il suo uomo. Per quanto non fossero mai stati presentati, gliel’avevano additato un paio di volte e lo riconobbe subito. Michel Roussaye era più basso e asciutto ma di primo acchito le ricordò il colonnello von Fehrenbach. Il prussiano era un aristocratico nato, mentre il francese era un uomo comune che aveva raggiunto il suo grado per i meriti conseguiti sul campo. Ma alla luce fioca i due uomini sembravano fratelli di sangue, due professionisti della guerra. Maggie attraversò la stanza e prese posto accanto a Roussaye domandandosi come fare ad attaccare discorso dal momento che nessuno li aveva presentati. Il

generale aveva gli occhi fissi sulla ballerina e Maggie seguì il suo sguardo. La vista la sbalordì. Com’era possibile far ruotare i seni in direzione opposta l’uno dall’altro? Ma per quanto sembrasse impossibile, l’evidenza era lì davanti ai suoi occhi. Doveva aver fatto involontariamente un verso di sorpresa perché d’un tratto sentì una bassa voce tenorile accanto a lei. — Davvero incredibile, vero? Voltandosi vide Roussaye che la guardava divertito. — Davvero, Monsieur, non credevo che un corpo umano arrivasse a tanto. Il generale indicò la ballerina. — È davvero un’artista di grande talento.

— È all’arte che pensano gli uomini quando guardano una danzatrice del ventre?

— Magari non è il primo pensiero che viene loro in mente — ammise l’uomo

con un sorriso — ma ho trascorso molto tempo in Egitto e devo dire che apprezzo questa forma d’arte. Maggie rammentò che la prima esperienza militare di Roussaye era stata durante

la campagna d’Egitto di Napoleone nel 1798, quando era poco più che un ragazzo.

— Com’era l’Egitto? — gli chiese.

Il volto dell’uomo si rischiarò. — Davvero notevole. I templi sono incredibili,

persino quando li hai davanti agli occhi. Noi abbiamo cattedrali di cinquecento anni

e ci sembrano antiche. I loro templi risalgono a molto più tempo addietro. E le piramidi… Il generale sembrò perdersi per un attimo nei suoi ricordi. — Nella storia

dell’Egitto l’occupazione francese è poco più di un battito di ciglia. E nella storia della Francia, Napoleone sarà ancora più facile da dimenticare.

— Magari tra mille anni la gente potrà vederla in modo distaccato — replicò

Maggie asciutta. — Ma per ora Napoleone è sicuramente il più grande e il più odiato

uomo del suo tempo.

Roussaye si irrigidì e Maggie temette di essersi spinta troppo oltre. Per quanto volesse provocarlo e stimolare le sue risposte, non voleva alienarselo completamente.

— Voi non siete francese, Madame — disse freddamente. — Non ci si può certo aspettare che vediate le cose come noi.

— E come lo vedono Bonaparte, i francesi? — chiese lei curiosa. — Io sono una

delle tante che ha pagato il prezzo della sua ambizione. Potete convincermi che ne valesse la pena? Gli occhi del generale brillarono. — Avete ragione nel considerarlo il più grande uomo dei nostri tempi. Anni fa solo stargli vicino era come… come sentire soffiare

un vento impetuoso. L’Imperatore aveva più forza e vitalità di chiunque. Non ce ne sarà mai un altro come lui.

— Grazie a Dio — mormorò Maggie incapace di soffocare l’amarezza.

Il generale si chinò verso di lei. — Dopo la Rivoluzione, tutte le Nazioni erano pronte ad attaccarci. La Francia sarebbe stata distrutta, ma non è andata così. Bonaparte ci ha restituito potere e dignità. — Già, e negli ultimi anni l’Imperatore ha perso intere armate. Centinaia di

migliaia di soldati, innumerevoli civili, morti per la gloria della Francia. Una volta disse che le vite di milioni di uomini non significavano niente per lui. Quando Napoleone tornò dall’Elba, voi siete stato uno di quelli che ha rinnegato Luigi XVIII e ha seguito l’Imperatore?

— Sì — disse il generale dopo un lungo silenzio.

— E pensate fosse giusto?

— No, non posso affermare che fosse giusto, ma non importava. Napoleone era il mio imperatore e l’avrei seguito fino all’inferno.

— Be’, siete stato accontentato. Mi hanno detto che Waterloo è stato quanto più

di simile all’inferno ci sia. — L’imperatore non era più quello di un tempo, e migliaia di uomini hanno

pagato per questo. Avrei voluto essere anch’io tra quelli, ma Dio aveva altri piani in serbo per me. Non credevo di meritare la salvezza, ma ho imparato ad accettare che

ci sia una vita oltre la guerra. Una dichiarazione strana per un combattente nato. Maggie fu salvata da ulteriori

commenti dall’arrivo di Rafe che si accompagnava a una giovane donna deliziosa,

dai capelli corvini e la figura ingrossata dalla gravidanza. Roussaye si alzò, il volto trasformato da una sorriso radioso.

— Magda, amor mio, permettimi di presentarti Madame Roussaye. Siamo cugini

alla lontana, è di Firenze e la sua famiglia è imparentata con la mia nonna di parte italiana. La donna dai capelli corvini salutò Maggie calorosamente. Dal modo in cui i due Roussaye si guardavano era facile arguire chi fosse la salvezza a cui si riferiva il generale poc’anzi. L’uomo era un bonapartista così sfegatato da rischiare la propria felicità in un complotto? Purtroppo Maggie temeva di sì. L’intensità della discussione precedente si stemperò in discorsi più piacevoli. Tutti e quattro amavano molto l’arte e prima di separarsi decisero di recarsi insieme

a visitare il Louvre da lì a tre giorni.

Tornati nel salone principale Rafe prese Maggie tra le braccia facendola volteggiare alle note del valzer appena iniziato. Scoprì poco dopo, forse con una punta di delusione, che il suo interesse era professionale. — Allora, qual è il tuo giudizio sul generale?

— È completamente devoto alla Francia e all’Imperatore e credo sia capacissimo

di partecipare a un complotto per rimettere Bonaparte sul trono. Ha tutti i motivi per farlo uniti all’intelligenza e a forti convinzioni.

— Ma ti sento dubbiosa — disse Rafe leggendole nel pensiero.

— Oh, è solo che l’uomo mi piace. Iniziando da zero ha raggiunto il suo grado

per puro merito. E al di là delle capacità militari, ha cuore e sensibilità. Vorrei che il cattivo fosse Varenna, ma Roussaye è il più probabile.

— In tal caso la mia appena ritrovata cugina potrebbe ritrovarsi vedova da un

momento all’altro. Ha già rinnegato una volta il Re e se fa anche soltanto il minimo errore, si ritroverà nella cella con il Maresciallo Ney, in attesa del plotone d’esecuzione. — Gli uomini sono tali pazzi! — esclamò Maggie. — Ha una moglie che l’adora, ha guadagnato abbastanza da potersi godere la vita ed è disposto a buttare tutto all’aria.

— Anche a me Roussaye piace. Sei sicura che sia lui il nostro uomo?

— Non ne sono certa — fece lei scuotendo il capo — ma sento che per lui non è

ancora finita. Era in momenti come questi che detestava maggiormente il lavoro di spia. Se il suo istinto si fosse dimostrato falso, avrebbe messo in pericolo la vita di un innocente. Ma poi rammentò a se stessa che la posta in gioco era molto più alta della

vita di un singolo. L’assassinio di un Alleato poteva riportare l’Europa in guerra. — Dobbiamo informare al più presto Lord Strathmore delle nostre supposizioni.

— Manderò un corriere a Lucien stasera stessa, ma credo sia anche arrivato il momento di parlare con Lord Castlereagh.

— Sarebbe meglio incontrarlo senza destare sospetti — ribatté Maggie.

— Non c’è problema. Lord e Lady Castlereagh invitano spesso illustri personalità britanniche per cene intime e senza falsa modestia posso ritenermi tra i

fortunati. E tu saresti la benvenuta in mia compagnia. Lo contatterò e gli chiederò di organizzare una colazione privata.

— Il più presto possibile — disse Maggie. — Ho la spiacevole sensazione che

stia per succedere qualcosa. La musica si fermò e si allontanarono dal centro del salone. Maggie stava per

suggerire di tornare a casa quando l’orchestra attaccò un altro valzer e Robin si avvicinò salutando gentilmente Rafe e rivolgendosi poi a Maggie.

— Contessa Janos, posso avere l’onore di un ballo?

Malgrado l’occhiata gelida di Rafe, Maggie non esitò neanche per un secondo.

Robin non le avrebbe mai chiesto di ballare se non avesse avuto qualcosa di terribilmente importante da dirle. — Con grande piacere, signor Anderson. Per quanto si conoscessero da anni non avevano mai ballato insieme, ma non fu

affatto sorpresa di scoprire che ballava benissimo. — Qualcosa non va, Robin? — gli chiese dipingendosi in viso un sorriso spensierato.

— Ho notizie che vorrei passarti. Magari tu riuscirai a ricavarne qualcosa. Uno

dei miei informatori mi ha riferito un nome che pare sia dietro la cospirazione. L’uomo si fa chiamare Le Serpent.

— Le Serpent? — fece lei aggrottando la fronte. — Mai sentito.

— Neanch’io. Non c’è nessuno a Parigi conosciuto con questo soprannome. Il

mio informatore non sa neppure se sia francese o no. Pare che Le Serpent stia reclutando criminali per ordire un complotto contro uno degli Alleati. E stavo

pensando… non credi sia possibile che il soprannome venga da qualche stemma di famiglia o roba del genere? L’uomo che cerchiamo è certamente una persona altolocata ed è probabile che abbia un blasone di famiglia.

Maggie sentì un brivido di anticipazione. Robin era intuitivo e istintivo come lei e non sarebbe stata la prima volta che un piccolo indizio li avrebbe condotti a qualcosa di molto più importante.

— Potrebbe essere, certo. Mi informerò per scoprire quale stemma abbia a che fare con un serpente. Non credo ce ne siano molti. Durante l’ultima parte del ballo gli descrisse l’incontro con Roussaye comunicandogli le sue impressioni. Robin l’ascoltava attentamente.

— Vedo di scoprire se c’è qualche serpente nel suo passato. Forse ci siamo,

Maggie, ma ti prego, sta’ attenta. I miei informatori pensano che Le Serpent sia un inviato speciale di Satana. Chiunque sia, è davvero pericoloso. La musica finì e Robin riaccompagnò Maggie da Rafe, dopo di che si inchinò a entrambi e prese congedo. Lo sguardo preoccupato di Maggie lo seguì. Robin doveva essere ancor più stanco di lei eppure di sicuro avrebbe concluso la notte girando da una casa da gioco all’altra sulle tracce di Le Serpent. E poi diceva a lei di stare attenta! Tutta intenta a osservare il suo amico, non si accorse del cupo sguardo di Rafe posato su di lei.

10

Il mattino dopo Maggie iniziò subito le sue ricerche su serpenti incisi su stemmi blasonati recandosi a far visita a una vecchia e fragile nobildonna in Faubourg St. Germain. Madame Daudet aveva perso ogni discendente maschile nelle guerre napoleoniche e desiderava soltanto la pace. Dopo aver ascoltato la richiesta di Maggie, le promise di fornirle entro quarantott’ore una lista dettagliata della nuova e antica aristocrazia francese. Verso mezzogiorno ricevette un biglietto di Rafe in cui le comunicava che i Castlereagh li attendevano l’indomani per colazione all’Ambasciata. Maggie assentì soddisfatta nel leggere il biglietto, poi si preparò a uscire per recarsi da una pettegola che conosceva vita morte e miracoli dei circoli bonapartisti. Forse avrebbe potuto fornirle informazioni sui serpenti. Stava per uscire, quando le venne annunciata la visita di Cynthia Northwood. La giovane donna era pallida in volto quando si alzò a salutare Maggie.

— Sono contenta di trovarvi a casa, contessa. C’è qualcosa di cui vorrei parlarvi.

— Ma certo mia cara. Desiderate una tazza di caffè? — chiese Maggie rivolgendo un cenno al maggiordomo e sedendosi sul sofà accanto alla ragazza.

— È difficile dire quello che sto per dirvi… ma ho bisogno di parlare con

un’altra donna, e ho pensato a voi. Siete stata così gentile con me l’ultima volta quando vi ho confessato di avere un matrimonio infelice.

— Quando ho incontrato vostro marito poco più tardi, ho capito perché — disse

Maggie in tono incoraggiante. — Ma perché l’avete sposato?

— Oh, credevo di esserne innamorata. Oliver era bello, vitale e affascinante e

viveva una vita così eccitante rispetto alla mia nel Lincolnshire. La zia che me lo presentò era talmente contenta che fosse un lord e si congratulò per la conquista che

avevo fatto. Quanto a me non sono andata oltre all’aspetto e ai bei vestiti. E ho avuto quanto mi meritavo. Dato che Oliver veniva da una famiglia aristocratica mio padre non vide motivo per rifiutare la sua mano e io ero così felice che non mi domandai mai cosa vedesse in me.

— Non siate troppo dura con voi stessa. Siete una donna molto bella, è normale che si sia innamorato di voi.

— Già, forse, ma quel che lo attraeva di più era sicuramente la mia dote

sostanziosa — obiettò Cynthia sospirando. — Come figlio cadetto doveva sposarsi bene in ogni caso, ma i suoi debiti di gioco resero la condizione indispensabile. Ci misi molto poco a capire in che razza di pasticcio mi fossi cacciata. Non vi annoierò

raccontandovi di come ho scoperto che aveva altre donne, ma è stata una faccenda

che mi ha devastata. Quando gli ho chiesto spiegazioni, mi ha preso in giro dandomi della provinciale ingenua. La voce le si incrinò e Maggie le versò dell’altro caffè. La ragazza lo bevve ubbidiente continuando il suo triste racconto.

— Così decisi di ripagarlo della stessa moneta. Ma ero una sciocca, non è mai la stessa cosa tra uomini e donne. A parte Rafe, ho ben pochi bei ricordi di quel

periodo. Rafe fu gentile con me e mi disse di non svalutarmi così. Al momento non capii cosa intendesse, ma alla fine mi resi conto che aveva ragione e smisi di comportarmi in quel modo. Così scoprii che era molto più facile vivere con me stessa.

— Pure qualcosa è andato storto se siete qui — la interruppe Maggie.

— Mi sono innamorata e sono felice come mai in vita mia e ora è tutto molto

peggio. Michael Brewer è quanto di meglio potessi desiderare dalla vita come uomo

e come marito. È gentile, affidabile e soprattutto mi ama malgrado tutti i miei errori. Cynthia posò la tazzina torcendosi disperata le mani. — Lo amo e voglio sposarlo ed è quel che desidera anche Michael. Odia la disonestà della situazione in cui ci troviamo.

— Ma fintanto che vostro marito è vivo è impossibile. In Inghilterra i divorzi

sono molto difficili da ottenere. E anche se aveste denaro e potere a sufficienza da farcela rimarreste per sempre un’emarginata.

— Questo non è il peggiore dei mali — fece Cynthia tristemente. — Sono

incinta. Maggie trattenne il respiro. — E non è di vostro marito?

— Da anni non stiamo insieme come marito e moglie. E mentre non mi desidera

per sé, non sopporta l’idea che io sia di qualcun altro. Sono terrorizzata al pensiero di quel che può fare se viene a sapere che aspetto un bambino.

— E non è una cosa che potrete nascondere a lungo — osservò Maggie pensierosa. — E il vostro maggiore che ne pensa?

— Non gliel’ho ancora detto. Quando lo farò, sono certa che insisterà perché lasci Oliver e vada a stare con lui.

— Scoppierà uno scandalo, ma forse è la soluzione migliore.

— Voi

non

conoscete

mio

marito.

Oliver

è

terribilmente

vendicativo

e

perseguirà Michael legalmente. Michael non è ricco e perderà tutto, inoltre la sua carriera militare sarà rovinata e le nostre famiglie cadranno in disgrazia. E poi

spezzerò il cuore di mio padre — proseguì con un fil di voce. — E più di ogni altra cosa temo che Michael mi odierà per avergli rovinato la vita. Maggie la trasse a sé cercando di confortarla. — Non avete molte scelte, in ogni caso. O lasciate vostro marito e tornate a vivere con vostro padre o con Michael o rimanete con lui.

— È più facile a dirsi che a farsi. Oliver sarebbe ferito nella borsa oltre che

nell’orgoglio. La mia dote è finita da un pezzo, ma mio padre mi passa una rendita che finirà se me ne vado. Con le cifre che Oliver perde al gioco, non so come farà. — Si asciugò gli occhi. — Anche se forse se la caverebbe comunque. Il denaro sembra non mancargli mai. Un campanello d’allarme squillò nella testa di Maggie. Northwood era dunque

un giocatore incallito con risorse finanziarie inaspettate? Dovendosi concentrare sul complotto avevano perso di vista l’altro problema e cioè la possibile spia nella delegazione britannica. Se questa persona esisteva davvero Le Serpent poteva servirsi delle sue soffiate. E se fosse stato proprio Northwood l’informatore…?

— Lo stipendio dei Foreign Office sarà di certo cospicuo… — disse cercando di controllare l’agitazione.

— Oh, è una vera miseria, solo duecento sterline l’anno — rispose Cynthia

scrollando le spalle. — Ma chissà, forse Oliver ha imparato a vincere. Se non avesse pagato i suoi debiti, nessuno vorrebbe più giocare con lui.

— Pensate che vostro marito possa essere coinvolto in qualcosa di poco pulito?

— Cosa volete dire?

— È solo una speranza — fece Maggie con aria innocente. — Se avesse qualche

segreto potrebbe essere più facile convincerlo a concedervi la libertà. Credete che sia corruttibile?

— Non penso che sia nella posizione da poter conoscere segreti così importanti.

— Magari finge di sapere più di quanto sa.

— Già — acconsentì l’altra pensierosa. — Forse in effetti nasconde qualcosa.

L’altro giorno avevo finito la carta da lettere e sono andata a cercarne nel suo studio. Quando mi ha scoperta, si è talmente infuriato che mi ha percossa. E da allora chiude sempre a chiave i cassetti della scrivania. Credete che sia significativo?

— Forse, ma non è detto. Alcuni uomini sono furtivi di natura. Ma se davvero

nasconde qualche segreto potrebbe volgersi solo a vostro vantaggio. — Maggie colse

lo sguardo stupito di Cynthia. — So che non è bene parlare così di vostro marito. Siete davvero disposta a comportarvi in modo poco onorevole?

Cynthia trasse un profondo respiro. — Sì, sarei una sciocca a non sfruttare questa possibilità. Forse eviterò una tragedia peggiore, come un duello. Non credo che Oliver vorrà sfidare Michael, ma non si sa mai.

— Credete di riuscire ad aprire i cassetti di vostro marito e a esaminare i suoi appunti personali? Cynthia si morse le labbra ma annuì, decisa.

— Dovrete essere estremamente cauta, non solo a non farvi scoprire sul fatto, ma

anche a non lasciare alcuna traccia del vostro passaggio. Vostro marito è un uomo

violento e se vi scopre potrebbe farvi del male, e non è in gioco solo la vostra vita.

— Starò attenta, lo prometto. So meglio di chiunque altro di cosa sia capace

Oliver.

— E se trovate qualcosa di sospetto venite subito a riferirlo a me.

Cynthia annuì e si alzò. — Non so come ringraziarvi, contessa. Parlare con voi mi è stato di enorme aiuto.

— Chiamatemi Magda. O Maggie se preferite.

— Grazie, Maggie e vi prego chiamatemi Cynthia. — E così dicendo l’abbracciò con trasporto.

Dopo aver accompagnato la sua ospite alla porta, Maggie tornò nel salottino e si mise a riflettere su quanto aveva saputo.

A prescindere dalla sua avversione per Northwood, lo credeva anche capace di

tradimento. E data la situazione instabile a Parigi, ogni informazione poteva rivelarsi di valore inestimabile. Un uomo debole poteva cadere facilmente in tentazione. Ora c’era il problema se dirlo o meno a Rafe. Per quanto non fossero grandi amici, si frequentavano un tempo e venivano dallo stesso circolo. Rafe avrebbe avuto difficoltà a credere che un suo amico fosse un traditore. Decise quindi di non dirgli nulla dei suoi sospetti fino a quando Cynthia non avesse scoperto qualcosa di più tangibile e per il bene di tutti sperò che questo si verificasse al più presto.

Quella sera Rafe si recò al Salon des Etrangers, il ritrovo più vicino a un club privato che esistesse a Parigi. Era un punto di incontro per giocatori accaniti e molte

delle personalità più in vista della città erano clienti assidui. Per quanto vi si fosse recato già svariate volte nella speranza di sentire qualche indizio utile, finora non aveva avuto successo. Ma era sempre meglio che starsene con le mani in mano.

Il proprietario, il Marchese de Livry, gli venne incontro sulla porta d’ingresso.

— Che piacere rivedervi, Vostra Grazia — gli disse sorridendogli. — Dove preferireste giocare?

— Aspetto di vedere quale tavolo mi chiamerà — rispose Rafe.

Il marchese annuì, avvezzo a giocatori che aspettavano richiami magici da parte

della fortuna. Dopo avergli augurato di vincere, Livry lo lasciò per salutare un gruppo di clienti austriaci. Dopo aver preso un bicchiere di ottimo borgogna da uno dei domestici, Rafe si unì alla folla di ospiti. Con una sensazione di ineluttabilità vide Robin Anderson seduto a un tavolo di faraone. L’uomo sembrava avere un talento speciale per apparire sempre nei posti più inaspettati. Era sempre più probabile che fosse anche invischiato nelle maglie dei Servizi Segreti. Ma in tal caso per chi lavorava? La risposta più logica sarebbe stata che lavorasse per conto della delegazione britannica, ma Rafe aveva i suoi dubbi. Seminascosto dietro una colonna corinzia, Rafe sorseggiò il suo vino studiando attentamente il ragazzo. Di nuovo lo colpì la somiglianza con qualcuno, che però

non riuscì a identificare. I suoi tentativi di ricordare furono interrotti da una voce gioviale. — Buona sera, Candover. Lieto di rivederti. Rafe si volse senza entusiasmo per salutare Oliver Northwood, sorpreso di trovarlo in un luogo dove la posta in gioco era di solito molto alta. Mentre i due uomini scambiavano i soliti convenevoli, Rafe continuò a osservare Anderson. Il ragazzo aveva davvero un aspetto angelico. Era questo che Maggie vedeva in lui? Il bel volto? O credeva di esserne innamorata? Che diavolo aveva Anderson più di lui? Rimase sconvolto dalla violenza della sua gelosia. Di solito era più che propenso a farsi da parte quando le donne gli preferivano qualcun altro… ma non quando si trattava di Margot. Persino tredici anni dopo risentiva ancora della vicinanza di Northwood pensando all’intimità che questi aveva condiviso con la ragazza. Nello sforzo di controllare le sue emozioni si disse che probabilmente Anderson era solo uno dei tanti uomini nella vita di Margot, ma il pensiero non lo consolò affatto. Decidendo di trarre vantaggio dalla situazione per saperne di più sul rivale, rivolse l’attenzione a Northwood. — Il tuo collega Anderson mi ricorda qualcuno, ma non riesco a capire chi. Da dove viene?

— Nessuno lo sa — rispose Northwood. — È comparso a Parigi il luglio scorso e

Castlereagh lo ha assunto all’Ambasciata. Doveva avere delle raccomandazioni, ma non so da parte di chi. Non è imparentato con nessuno che io conosca. Viene qui spesso.

— Davvero? — Chiunque fosse, allora, doveva godere di un’ottima situazione

finanziaria. — Forse non dovrei dirtelo, Candover, ma c’è qualcosa in lui che non mi convince — proseguì Northwood. — Va e viene a suo piacimento, sempre coinvolto in affari che non lo riguardano, poi d’un tratto sparisce come se niente fosse. E

dispone di più denaro di quanto dovrebbe.

— Interessante — fece Rafe cercando di nascondere l’eccitazione. — E ne hai

parlato con Castlereagh? — Sì, gliene ho parlato. È per questo che mi trovo qui… il Ministro mi ha chiesto di tenerlo d’occhio. Non ufficialmente, capisci? Vedere se parla con qualcuno di sospetto. Non dovrei raccontarti queste cose, ma penso sia meglio metterti in guardia. Sai com’è la situazione a Parigi, la prudenza non è mai troppa. Northwood sembrò indeciso se proseguire. — È quasi certo che ci sia una fuga di segreti dall’Ambasciata — disse infine in tono appena udibile. — Non voglio dare addosso a un innocente… ma stiamo tenendo d’occhio Anderson. Rafe non aveva mai visto Northwood così serio e si chiese se non avesse sempre sottovalutato il suo vecchio compagno di studi. Magari l’atteggiamento da buffone era solo una copertura. Per quanto Rafe non gradisse molto Northwood, non aveva

motivo per dubitare delle sue parole. — Terrò gli occhi aperti e forse riuscirò a ricordare perché Anderson mi sembri così familiare. Potrebbe essere importante. Dopo un breve cenno di commiato i due uomini si separarono e Rafe prese posto a un tavolo di rouge et noir. Era un gioco che comportava più fortuna che abilità, così poté continuare a tenere sotto controllo la situazione circostante. Notò il generale Michael Roussaye prendere posto a un tavolo di faraone accanto ad Anderson e vide che i due uomini si scambiavano parole concitate, che potevano o meno avere a che fare con il gioco. Tutto ciò che osservò non gli piacque.

11

Il giorno seguente Maggie e Rafe sedevano in silenzio nella carrozza che li portava all’ambasciata britannica. Per un attimo Maggie aveva pensato di dirgli dei suoi sospetti su Northwood, ma le sembrava così freddo e distante quella mattina che decise di tenerli per sé. Pranzarono in una saletta privata parlando di argomenti assolutamente generici fintanto che i domestici non si ritirarono. — Avete sentito le ultime dalle Tuileries? — esordì il Ministro degli Esteri appena rimasti soli. I suoi ospiti dissero di no.

— Fouché è stato buttato fuori dal Governo e anche Talleyrand sarà costretto ad andarsene tra breve. Maggie si morse le labbra e lanciò un’occhiata a Rafe. Benché fosse un uomo

difficile e imprevedibile, Talleyrand era di certo un fautore dell’ala moderata. — È già stato scelto un nuovo Primo Ministro? — chiese Maggie.

— Lo Zar ha suggerito al Re di scegliere uno dei realisti che hanno governato in

Russia sotto di lui, o il Duca di Richelieu o il Conte di Varenna e Luigi ha deciso per Richelieu. L’opinione del corpo diplomatico è che non resisterà più di qualche settimana. — Non ne sarei così sicura, Vostra Signoria — intervenne Maggie. — Io lo conosco e credo che si rivelerà una sorpresa per molti.

— Voi cosa ne pensate? — le chiese Castlereagh.

— È un uomo di assoluta integrità ed è capace di molta fermezza d’animo se necessario. Vi troverete sicuramente bene a lavorare insieme.

— Questo conferma la mia opinione — fece Castlereagh. — I negoziati stanno

andando per il meglio e nel giro di poche settimane potremo tornare ognuno nel

proprio Paese — concluse sorridendo alla moglie. — Penso che il peggio sia passato.

— Spero che abbiate ragione — intervenne Rafe — ma temo che le prossime due

settimane possano essere molto pericolose per voi, Lord Castlereagh. — E riportò brevemente le voci e i sospetti a cui lavoravano lui e Maggie. Il Primo Ministro prese le minacce con estrema calma. — Lord Strathmore mi ha informato al riguardo, ma non è la prima volta che vengo minacciato e credo che non sarà neanche l’ultima. Maggie lo guardò con una certa esasperazione. Tanto stoicismo era ammirevole ma in certi casi una sana paura sarebbe stata più utile. Diede una breve occhiata a Lady Castlereagh e si avvide dell’espressione tesa e preoccupata della donna.

Mentre suo marito faceva l’eroe, Emily moriva dentro.

Conversarono fino a quando la pendola batté le due. — Devo lasciarvi ora — disse Lord Castlereagh. — Ho una riunione con i francesi e con lo Zar alle Tuileries. Si avviò insieme a Rafe verso le scuderie dove la carrozza del duca attendeva. Maggie si attardò un poco per scambiare due parole con Emily. — C’è sicuramente aria di pericolo, Emily, ma ce la faremo, non preoccupatevi.

— Spero solo che mio marito abbia la stessa abilità di Wellington nell’evitare i proiettili — sospirò Lady Castlereagh. — A volte vorrei che Robert si fosse

accontentato di rimanere in Irlanda ad allevare pecore. Sarebbe stato tutto molto più semplice.

— Senza dubbio — ammise Maggie — ma non sarebbe mai stato l’uomo che

amate. — Avete ragione, devo cercare di ricordarmelo più spesso — disse Lady Castlereagh cercando di ricomporre il viso in un’espressione calma e sorridente. — È stato bello rivedere voi e Candover, Lady Janos. Dobbiamo combinare un altro incontro e al più presto. — E così dicendo rientrò nell’ambasciata. Maggie scese i gradini avvicinandosi ai due uomini. La carrozza del duca era in attesa e così anche il cavallo di Lord Castlereagh tenuto a mano da un palafreniere. Maggie sentì il suo sesto senso richiamarla all’ordine. Scrutò il prato attorno e le finestre dell’ambasciata ma tutto sembrava tranquillo. Poi il suo sguardo cadde sullo stalliere che teneva il cavallo. Era molto scuro di pelle con una cicatrice che gli deturpava il volto e sentì subito che c’era qualcosa in lui che non andava. In quel momento il cavallo lanciò un nitrito, un suono furioso che echeggiò sinistro. Poi nitrì nuovamente, buttando indietro la testa mentre gli occhi roteavano impazziti e prese a scalciare disperatamente. Rafe e Lord Castlereagh erano troppo vicini per evitare la carica e uno degli zoccoli ferrati prese in pieno il Ministro degli Esteri. Mentre Maggie guardava inorridita, Castlereagh venne scagliato contro Rafe ed entrambi gli uomini caddero a terra. La ragazza si mise a correre lungo i gradini gridando in cerca di aiuto. Intrappolato nell’angolo, il cavallo non riusciva a trovare una via di scampo e continuava a calpestare il corpo esanime di Castlereagh. Rafe si rialzò a fatica e cominciò a trascinare Castlereagh per le braccia. Ma mentre cercava di portare in salvo l’uomo, il cavallo scalciò di nuovo. Questa volta lo zoccolo per poco non prese Rafe in pieno alla testa. Rafe si scansò velocemente

ma venne colpito duramente alla spalla e perse l’equilibrio. Maggie continuava a gridare chiedendo aiuto. Dove diavolo si era cacciato lo stalliere? Era scomparso non appena il cavallo aveva cominciato a imbizzarrirsi. Togliendosi le piume di struzzo dalla testa, Maggie cominciò a farle ondeggiare davanti alla bestia impazzita cercando di distrarre la sua attenzione. In quel momento cominciarono ad arrivare i rinforzi dall’ambasciata. Un giovane

palafreniere dai capelli rossi si avvicinò indomito all’animale cercando di chiudere contro il muro il cavallo che sembrava ormai impazzito, con la bava alla bocca e gli occhi che roteavano nelle orbite. Maggie si buttò in ginocchio accanto a Rafe che esaminava il corpo esanime di Castlereagh. — Come sta? — Il Ministro aveva perso conoscenza e sanguinava molto, ma almeno respirava.

— Non saprei — rispose Rafe. — Il primo calcio lo ha colpito nelle costole e il

secondo in testa. Nel frattempo molta gente si stava riversando sul prato, compresa Lady Castlereagh, bianca come uno straccio. Rafe prese istintivamente il comando della situazione ordinando di chiamare un medico. Maggie abbracciò Emily Castlereagh. — Sono certa che se la caverà — le disse. Ma benché la donna annuisse, i suoi occhi erano terrorizzati. Arrivarono subito due guardiaporte con una lettiga improvvisata e trasportarono

Castlereagh in casa. Tutti gli altri seguirono la barella, Rafe invece si diresse verso le scuderie. Il cavallo era chiuso nel box ma continuava a scalciare e a nitrire e lo staffiere dai capelli rossi lo guardava a distanza.

— Sono Candover. Il cavallo di Lord Castlereagh è sempre così selvaggio? — gli chiese Rafe.

— No, anzi, Samson è vivace, ma è buono come il pane. Sua signoria è ferito gravemente?

— Non lo sapremo fino a quando il medico non l’avrà visitato, ma ci sono buone speranze che se la cavi.

— Pensate… pensate che Samson verrà ucciso, Vostra Grazia?

— Non lo so. Voglio dargli un’occhiata più da vicino — rispose Rafe avvicinandosi al box. Ricordando le tradizioni gitane che il suo amico Nicholas gli aveva insegnato, Rafe si costrinse alla calma più completa dentro e fuori. Dopo di che si avvicinò al cavallo mormorandogli una serie cantilenante di parole senza senso. L’animale cominciò a rilassarsi e abbassò il collo per essere accarezzato. Dopo qualche minuto di carezze Rafe gli soffiò nelle narici, un altro trucco

imparato dagli zingari. Ben presto il cavallo si tranquillizzò e cominciò a leccargli le mani. A quel punto Rafe prese a togliergli con molta attenzione le redini. E trovò quel che sospettava: la briglia aveva un morso tagliente che a ogni movimento della testa causava al cavallo sofferenze atroci. Lo stalliere guardò il morso, poi Rafe con gli occhi spalancati. — Ma chi mai può aver pensato di mettere quel morso a un cavallo di buona indole come Samson, Vostra Grazia? Sarebbe una crudeltà persino per un diavolo di cavallo.

— Ho dei sospetti, ma non ne sono certo — rispose Rafe. — E comunque non

può essere stato solo questo a farlo impazzire. Vediamo cos’altro troviamo. Lentamente, delicatamente sollevò la sella e la coperta sottostante. Samson si agitò irrequieto e Rafe prese ad accarezzargli nuovamente il collo fino a che l’animale non si rilassò. Esaminando attentamente la schiena di Samson, il duca trovò senza grande

sorpresa un piccolo oggetto di metallo infilato nella carne. L’animale sobbalzò quando Rafe lo estrasse e un rivolo di sangue prese a scendere lungo la groppa sudata. Rafe lo mostrò allo stalliere che era fuori di sé dalla rabbia e dallo stupore.

— Qualcuno voleva far del male a Sua Signoria — esclamò il ragazzo che non

era uno stupido e di certo era al corrente della situazione politica carica di tensione a Parigi.

— Chi si occupa generalmente dei cavalli di Lord Castlereagh? — chiese Rafe.

— Di solito il capo stalliere, il signor Anthony, ma oggi non c’è, è dovuto andare

a Saint-Denis.

— Sai chi abbia strigliato Samson stamani?

Il ragazzo parve riflettere poi scosse il capo. — No, signore. Non saprei proprio. — Non hai nessun sospetto? Non hai visto nessuno dall’aria insolita nelle scuderie in questi giorni?

— Non potrei giurare che sia stato lui, ma c’era uno stalliere francese che viene

a giornata perché siamo a corto di personale. Uno dei ragazzi è dovuto tornare in

Inghilterra perché è morto suo padre e un altro è stato picchiato per strada l’altra notte. Probabilmente è stato il francese a sellare Samson stamani.

— Che aspetto ha?

— Di statura media, scuro di carnagione, ha una cicatrice sulla guancia. Ma sta sempre sulle sue. Si chiama Jean Blanc. La descrizione corrispondeva perfettamente al capitano Lemercier. — Non mi

stupirei se non si facesse più vedere d’ora in poi, ragazzo mio. Comunque, non parlare a nessuno di quel che abbiamo trovato. Lo dirò io a Lord Castlereagh,

chiaro?

Il ragazzo annuì e Rafe lasciò le scuderie raggiungendo Maggie in camera di Castlereagh. Il medico impiegò quasi un’ora per formulare una diagnosi, ma alla fine mostrò un certo ottimismo. Castlereagh aveva diverse costole incrinate e una lieve commozione cerebrale, ma era cosciente e stava già organizzando la riunione in

camera sua, con grande esasperazione della moglie. Lady Castlereagh ringraziò Rafe e Maggie di cuore per aver impedito una

disgrazia maggiore, dopo di che il duca si avviò insieme alla sua compagna verso la carrozza.

— Avrebbe potuto essere ucciso sotto i nostri occhi — mormorò Maggie con

aria esausta, appoggiandosi a occhi chiusi contro i sedili della carrozza.

— Lo so. E la cosa non va molto a nostro credito.

— Hai scoperto qualcosa nelle scuderie?

Rafe le raccontò del morso crudele, della spina d’acciaio nella schiena di Samson e del fantomatico stalliere francese Jean Blanc.

— Probabilmente l’uomo è scappato perché le cose non sono andate secondo i

piani. Se Castlereagh fosse rimasto ucciso sul colpo sarebbe scoppiato un

pandemonio e avrebbe avuto tutto il tempo di rimuovere la spina da Samson e far sembrare il tutto un incidente.

— Qualcosa non mi quadrava in quello stalliere — mormorò Maggie. — Aveva

un portamento più da militare che da servitore, per quanto la cosa non dovrebbe

significare poi molto dato che tanti francesi hanno prestato servizio nell’esercito napoleonico.

— Dalle descrizioni del ragazzo potrebbe trattarsi del Capitano Lemercier. L’ho

incontrato l’altra sera al Café Mazarin. — E non hai pensato di farmene parola naturalmente — ritorse acidamente Maggie. Rafe non le aveva detto nulla perché Lemercier aveva concluso la serata con Anderson e quello era un argomento che voleva evitare di discutere con lei almeno fino a che non avesse avuto prove più concrete. — Non te l’ho detto perché era talmente ubriaco da non dire una sola parola che avesse un senso — le mentì invece. Maggie lo guardò insospettita ma Rafe non recedette dalla sua posizione. Era arrivato il momento di capire esattamente da che parte stesse Maggie. La sua amicizia con Anderson lasciava spazio a molti dubbi. Di certo l’uomo dal viso d’angelo era per lo meno sospetto. Magari aveva organizzato proprio lui insieme a Lemercier “l’incidente” di Castlereagh. Ma il punto era: Maggie era sua complice o una semplice pedina manovrata a sua insaputa? Troppi anni separavano Margot Ashton da Magda Janos. Poteva essere diventata una mercenaria, al soldo del

padrone più generoso. Non era un pensiero che lo riempisse di allegria.

L’inglese stava cominciando ad abituarsi al viaggio con gli occhi bendati e agli incontri con Le Serpent. Così, sentendosi più sicuro, quando si trovò di fronte

all’uomo non poté fare a meno di pensare che vi erano modi più sicuri di uccidere un uomo che non tramite il suo cavallo. E fece l’errore di dirglielo.

— Così avete la presunzione di criticarmi? Voi, che non avete la minima idea di

quali siano i miei obiettivi. Siete un idiota — sibilò la voce contraffatta. — Dovreste essere lieto, mon Anglais, di sapere che il prossimo piano si basa molto meno sul caso. Da domani ogni importante riunione diplomatica si terrà nella camera da letto

di Castlereagh, a causa delle sue condizioni. Mi serve la pianta dettagliata

dell’ambasciata. Ogni stanza, ogni corridoio, con le misure esatte. E in più informazioni dettagliate sul personale e i suoi movimenti.

— Nient’altro? — chiese l’altro con voce velata di sarcasmo.

— Mi serve anche sapere chi parteciperà alla riunione — rispose Le Serpent senza badare all’ironia. — E devo saperlo al più presto. L’inglese annuì riluttante. Era troppo tardi per tirarsi indietro, ma aveva bisogno

di tempo. Decise di offrire in anteprima uno stralcio di informazione che si teneva di riserva.

— Avete sentito dire che la Contessa Janos è riuscita a distrarre il cavallo prima che finisse il lavoro?

— Sì, un vero peccato che si trovasse sul posto insieme al suo amante, ma non si può prevedere tutto. Una donna stupenda. Nessuna è come le ungheresi a letto.

— Non è ungherese. È inglese e il suo vero nome è Margot Ashton, un’impostora

e una spia. — Davvero? — sibilò la voce in tono minaccioso. — Siete davvero prezioso, mon anglais. Ditemi tutto ciò che sapete della donna. Se davvero lavora per gli inglesi, mi dovrò… occupare di lei. L’inglese gli riassunse tutto ciò che sapeva di Magda, Contessa Janos, un tempo conosciuta come Margot Ashton. Era un vero peccato sacrificare una donna di tale bellezza, ma i propri interessi venivano per primi.

12

La mattina seguente Maggie e Hélène si recarono a casa di Madame Daudet che aveva compilato una lista di tutte le famiglie nobili francesi i cui stemmi includevano serpenti. Dopo una mezz’ora d’obbligo trascorsa in convenevoli davanti a una tazza di tè le due donne furono lasciate in pace in biblioteca alle prese con la lista. Dopo aver sfogliato immensi volumi contenenti i disegni di stemmi blasonati scegliendo quelli in cui i serpenti erano più evidenti, le due amiche erano stanche e

accaldate e tutte ricoperte di polvere. Scartarono i vari dragoni e bestie medievali di dubbia natura, esaminando accuratamente ogni creatura che avesse vagamente la forma di serpente, compresa l’Idra a tre teste dello stemma della famiglia d’Aguste. Mentre si preparavano a lasciare la biblioteca, Hélène notò un libro sull’aristocrazia prussiana. Sfogliandolo fino alla voce “von Fehrenbach”, la donna si immobilizzò e Maggie, che le era arrivata alle spalle incuriosita, si mise subito all’erta. Lo stemma dei von Fehrenbach era un leone che teneva tra gli artigli una lancia intorno alla quale si avvolgevano le spire di un serpente. Hélène tradusse istintivamente il motto latino. L’ASTUZIA DEL SERPENTE, IL CORAGGIO DEL LEONE. Maggie rimase molto scossa. — Hélène, te l’ho già chiesto, ma te lo chiederò ancora una volta. C’è qualcosa tra te e il Colonnello? Hélène si lasciò andare su una sedia evitando lo sguardo di Maggie. — Non c’è nulla tra di noi, solo… attrazione.

— Credi che possa essere coinvolto in un complotto? — chiese Maggie che si fidava dell’intuizione dell’amica come della propria.

— No — rispose Hélène in tono incolore. — Ma investigherò in modo più

approfondito.

— Hélène, cosa ti passa per la testa? — esclamò Maggie preoccupata. — Se von

Fehrenbach è davvero Le Serpent è molto, molto pericoloso.

— Non farò nulla che possa mettere in pericolo le nostre indagini — fece Hélène

con un pallido sorriso. — Non puoi fermarmi, lo sai. Non sono alle tue dipendenze, sono un agente indipendente che lavora con te per gli stessi obiettivi. Maggie sospirò rassegnata. Hélène era coraggiosa e intelligente e di certo non poteva fermarla. Poteva solo sperare che ne valesse la pena.

Convocato da Maggie, Robin si presentò a tarda notte a casa sua. La luna brillava solo a metà in cielo ma la notte era abbastanza chiara da permettere all’uomo appostato dietro una finestra della casa dirimpetto di scorgere la figura e identificarla. Era proprio il biondo e bel Lucifero, proprio come gliel’aveva descritto il duca. L’uomo si riappoggiò soddisfatto allo schienale della sedia, contento che il suo posto di osservazione fosse comodo. Non aveva idea però che un altro paio di occhi stessero osservando la stessa casa.

Maggie dormì male quella notte dopo che Robin se ne fu andato. Lui aveva trovato molto interessanti i risultati delle sue ricerche sugli stemmi nobiliari e intendeva farli vedere ad alcuni esponenti del sottobosco parigino nella speranza di trovare un indizio. Ma Robin le aveva detto ben poco delle sue scoperte e questo l’aveva innervosita perché poteva solo significare che le nascondeva qualcosa. E quando Robin si comportava così era per proteggerla, il che la rafforzò nella convinzione che l’affare fosse davvero molto pericoloso. Pregò ardentemente che il trattato venisse firmato al più presto così da potersene ritornare in Inghilterra, alla pace e alla tranquillità. A occhi aperti fissava l’oscurità. L’idea di un piccolo cottage nel verde le era diventata improvvisamente meno allettante nelle ultime settimane. Non che avesse nulla contro la tranquillità, ma i giorni le si prospettavano tutti uguali e noiosi. Avrebbe fatto passeggiate e letto libri, si sarebbe conquistata nuovi amici e avrebbe fatto loro visita, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno… La prospettiva non era delle più esaltanti. Sarebbe stata molto sola nella nuova vita che agognava. Non vi sarebbero stati uomini come Rafe per provocarla o farle proposte indecenti. Al pensiero si mise a ridere sommessamente. L’esperienza le insegnava che di certo non le sarebbero mancati i pretendenti, solo che non avrebbe avuto voglia di accettare le loro proposte. Ed ecco che si arrivava al cuore del problema. Rafe Whitbourne rimaneva ancora l’uomo più affascinante e attraente che avesse conosciuto. Con il senno di poi poteva considerarsi fortunata di non averlo sposato. All’epoca era talmente innamorata di lui che non avrebbe mai preso in considerazione l’idea che potesse avere delle amanti. E quando questo fosse successo sarebbe stata distrutta come la povera Cynthia Northwood. Disperata Maggie si coprì gli occhi con un braccio cercando di cacciare il pensiero di Rafe e il ricordo di come il suo tocco dissolvesse in lei ogni buon senso e controllo.

Le era di qualche conforto sapere di essere l’unica donna al mondo ad aver rifiutato le sue proposte. Ma era davvero meglio di niente?

La visita di Maggie e Rafe al Louvre insieme con i Roussaye si rivelò molto educativa in maniera inaspettata. Napoleone aveva rubato tesori d’arte dovunque si fosse recato installandoli poi nel museo parigino che da lui aveva preso il nome, Musée Napoleon. La faccenda dei tesori artistici era diventata il punto dolente dei negoziati di pace, perché le nazioni vincitrici reclamavano la restituzione delle loro opere mentre realisti e bonapartisti si trovavano stranamente uniti nel desiderio di mantenere quei tesori. Il problema era tutt’ora irrisolto, ma probabilmente gli Alleati avrebbero vinto alla fine. L’unico sovrano disposto a lasciare ai francesi le opere d’arte straniere era lo Zar di Russia che non aveva perso alcun patrimonio artistico. Quando le due coppie si fermarono ad ammirare un Tiziano, Roussaye accennò alla disputa in corso. — Dobbiamo ammirare questi capolavori finché sarà possibile. Una collezione simile non si è mai vista al mondo e forse non ce ne sarà mai un’eguale.

— Avete perfettamente ragione, Generale Roussaye — disse una voce dietro di

loro. — Questo museo è un superbo frutto dell’impero. Maggie si voltò per ritrovarsi faccia a faccia con il Conte di Varenna. — Mi meraviglio che un realista apprezzi una delle gesta di Napoleone — rispose Roussaye freddamente.

— Sono un realista, non uno sciocco, generale. E come voi sono qui anch’io per

dire addio ad alcuni dei miei dipinti favoriti. Non aveva ancora finito di parlare che dal fondo della sala si udì un trambusto, frammisto a grida in francese, oltre a un rumore di passi cadenzati che precedettero

l’entrata di una compagnia di soldati. Maggie riconobbe le uniformi prussiane. Senza dire una parola i soldati cominciarono a staccare i dipinti dal muro. Il Generale Roussaye si avvicinò furioso ai soldati. — Con che diritto vi permettete di fare un’azione simile? Il comandante prussiano si voltò e Maggie riconobbe il colonnello von Fehrenbach. — Con il diritto dei proprietari. Dato che i negoziati non hanno ancora dato alcun frutto, la Prussia si riprende ciò che è suo. Il Conte di Varenna si era avvicinato al suo compatriota. — Il congresso di

Vienna ha concesso alla Francia il permesso di tenersi i suoi tesori — disse in tono meno concitato ma altrettanto ostile. — Quel che state facendo è puro e semplice ladrocinio.

— Potete dire ciò che più vi aggrada — ribatté il prussiano imperturbabile. —

Sono qui per ordine del mio Sovrano. Abbiamo la legge e il potere dalla nostra parte

e non accetteremo interferenze.

I soldati cominciarono a imballare i dipinti in casse di legno che avevano portato con loro. Una folla minacciosa di francesi si era raccolta intorno agli uomini che discutevano. Per un attimo Maggie temette che avrebbero cercato di sopraffare i soldati, ma il momento passò e la folla rimase passiva.

— Non siate così arrogante, colonnello — scattò Varenna. — Molti dei tesori

rivendicati dagli Alleati sono stati rubati a loro volta. Come i cavalli di bronzo di San Marco che i veneziani rubarono a Costantinopoli.

— Non lo nego — ribatté sarcastico von Fehrenbach — ma le cose stanno così e

la Francia deve rassegnarsi a togliere le sue manacce almeno da questi. Fine della discussione. Fu una fortuna che il colonnello avesse con sé un manipolo di truppe perché le sue parole suscitarono un mormorio minaccioso di protesta da parte di tutti gli astanti. Dopo un attimo di gelo, il Generale Roussaye girò sui tacchi e ritornò dai suoi amici. — Penso sia meglio andarsene ora — disse rigido e, porgendo il braccio alla moglie, si avviò lungo la galleria seguito da Maggie, Rafe e Varenna. La voce dell’assalto prussiano al Louvre si era diffusa velocemente e una folla numerosa si assiepava nella Place du Carrousel. Roussaye si voltò verso gli altri con il volto contratto. — Credo che non sarei una buona compagnia per oggi. Vi prego di scusarci.

— Ma certo, Generale Roussaye, cugina Filomena. Magari potremo organizzare

per un’altra volta. Varenna parlò per la prima volta da quando avevano lasciato i prussiani. — Tutta la Francia condivide la vostra indignazione, generale. Osservando quei due uomini potenti e pericolosi scambiarsi un’occhiata di simpatia, Maggie ebbe la sensazione inquietante che la Francia sarebbe diventata

nuovamente una nazione temibile se realisti e bonapartisti si fossero uniti. Grazie a Dio un odio troppo profondo divideva la due fazioni.

— Mi dispiace che abbiate dovuto assistere a una scena simile — disse Varenna

dopo che Roussaye si fu allontanato. — Avevo sentito dire che i prussiani stavano cominciando a spazientirsi per la lentezza dei negoziati di pace, ma non mi aspettavo che prendessero una tale iniziativa. — Temo che le cose potranno solo peggiorare — rispose Rafe. — La controversia sulle opere d’arte sta diventando il simbolo dei conflitti tra le nazioni.

— La situazione è davvero imprevedibile — acconsentì Varenna, poi si voltò

sorridendo verso Maggie. — Ma non dobbiamo parlare di queste cose di fronte a una signora. Il che probabilmente sottintendeva che non fosse abbastanza intelligente per capire le loro parole, pensò Maggie divertita. Ma tanto meglio, più la credevano un’oca, e più sarebbe riuscita a far meglio il suo lavoro.

— La vostra tenuta è fuori Parigi? — gli chiese pur sapendo benissimo dove

fosse.

— Sì, non distante dalla casa dell’Imperatore alla Malmaison. Chanteuil è forse

il più bell’esempio di castello medievale francese. Sarete sempre i benvenuti a Chanteuil, Monsieur le Duc, Contessa — disse loro dopo aver baciato galantemente la mano di Maggie. — Ve lo farò visitare molto volentieri. Magari la settimana prossima, che ne dite?

E dopo gli ultimi convenevoli, il conte prese congedo e si allontanò aprendosi un varco tra la folla che cominciava a rumoreggiare.

— È ora di andare, contessa — disse Rafe bruscamente. — Questa folla potrebbe

diventare pericolosa. Dopo che si furono allontanati dalla piazza, Rafe chiamò una carrozza che li

portasse a Boulevard des Capucines. — Davvero interessante vedere i tre principali sospettati insieme — disse una volta nell’intimità della vettura — ma ancora non riesco a farmi un’idea di chi potrebbe essere il colpevole. Tu che sensazione hai avuto?

— La stessa dei primi incontri. Il Colonnello von Fehrenbach odia e disprezza i francesi e gode nel vederli umiliati.

— E Roussaye?

— Si è saputo dominare — disse lei meditabonda. — C’è stato un momento in

cui ho pensato volesse aizzare la folla per fare a pezzi i prussiani.

— Non avrebbe mai rischiato di mettere a repentaglio la vita di sua moglie.

— Già, questo deve aver giocato un ruolo decisivo — acconsentì Maggie. —

Inoltre è intelligente e si sarà reso conto che non sarebbe servito un granché. Ma è

un guerriero, nondimeno, e ho la sensazione che sia stato molto difficile per lui non rispondere alle provocazioni.

— E che mi dici di Varenna?

— Non mi fiderei mai di lui. È così tortuoso di natura che temo sia impossibile capire se sta cospirando o semplicemente creando confusione per principio.

— Mi sento come prima di un temporale — fece Rafe in tono serio. — Tutte le

nubi si stanno raccogliendo e darei non so che cosa per capire da dove spirerà il vento. La vettura si arrestò davanti alla casa di Maggie e Rafe la seguì in casa.

— È tanto tempo che non giochiamo a scacchi — disse Maggie. — Che ne diresti di una partita?

Rafe acconsentì, ma erano entrambi così distratti che Maggie si accorse della mossa solo quando lo sentì dire: — Scacco. Vedendo l’alfiere nero minacciare il suo re, mosse il cavallo. Rafe poteva catturare il cavallo, ma a quel punto Maggie gli avrebbe preso l’alfiere.

— Mi piacciono i cavalli — fece lei pigramente. — Hanno un modo di muoversi

così fuorviante.

— Come voi, contessa?

— Immagino di sì — rispose Maggie sorpresa dal tono aspro di Rafe. — Spiare è proprio l’essenza dell’inganno, dopo tutto.

— La regina bianca si sacrificherà dunque per salvare il re bianco?

Gli occhi di Rafe la fissavano penetranti e Maggie si rese conto che non stava più parlando di scacchi.

— Rafe, cosa stai cercando di dirmi? — chiese a denti stretti.

Invece di rispondere Rafe mosse il re nero lungo la scacchiera fino a catturare la regina bianca. — Sai benissimo che non puoi fare questa mossa — scattò Maggie. — Perciò cosa diavolo stai cercando di dimostrare?

— Soltanto questo, Maggie, non permetterò che ti sacrifichi per il re bianco. Con o senza il tuo consenso, ti tirerò fuori dal gioco.

13

Maggie lo fissò sbalordita. — Tenermi fuori dal gioco? — esclamò. — Si può sapere di che diavolo stai parlando? Con una manata Rafe spazzò via gli scacchi dal tavolo. — Stiamo parlando di Robert Anderson — scattò furioso. — Il tuo amante, che è una spia e un traditore. Maggie balzò dalla sedia con tale furia che questa si rovesciò all’indietro. — Non sai quel che dici! Rafe si alzò a sua volta torreggiando su di lei. — Oh, sì che lo so. So che viene a trovarti a notte fonda anche se Lucien ti ha espressamente proibito di parlare con qualunque membro dell’ambasciata. — Conduco giochi pericolosi da molto più tempo di te — ribatté lei in tono dolce. — E lavoro con le persone di cui mi fido.

— Anche se sono traditori? Il tuo amante è stato visto parlare con Roussaye e io

stesso l’ho visto al Café Mazarin con il Capitano Lemercier. E magari stava proprio preparando l’attentato a Castlereagh. Per la prima volta Maggie sentì una fitta di apprensione. — Questo non prova niente — disse invece testarda. — Le spie devono parlare con chiunque, non soltanto con i cittadini rispettabili. Rafe girò intorno al tavolo andandosi a fermare a pochi centimetri da lei — Allora ammetti che è una spia?

— Ma certo! Abbiamo lavorato insieme per anni!

— Allora sei anche la sua amante da anni — ripeté Rafe con voce gelida. — E sai per chi lavora?

— Ma per l’Inghilterra, naturalmente. Robin è inglese come me.

— La nazionalità non significa niente per un mercenario. E poi sei sicura che sia inglese?

— Brutto idiota presuntuoso! — esplose Maggie incapace di controllare l’ira. —

Dici solo assurdità e non ho intenzione di starti a sentire un minuto di più. Fece per allontanarsi ma Rafe l’afferrò per un braccio. — Assurdità, eh? E da dove viene il tuo denaro? Chi paga per i vestiti e le carrozze e la casa?

— Me li pago io, con i soldi che mi offre il governo britannico.

— E ti pagano direttamente?

— No, tramite Robin — ammise lei riluttante.

Era esattamente quel che aspettava Rafe. — Ho scritto a Lucien chiedendogli quanto ti avesse pagato il governo in questi anni. È venuto fuori la cifra di

cinquemila sterline, che con il tuo tenore di vita non basterebbe neanche per un anno. Maggie rimase a bocca aperta, ma si rifiutò di cedere. — Forse quella è la cifra pagatami da Lord Strathmore, ma ci sono altri uffici che hanno avuto bisogno dei miei servigi e Robin probabilmente tratta con tutti. Malgrado il tono di sfida Rafe si accorse che le sue parole l’avevano turbata. — Ammiro la tua lealtà — disse approfittando del momentaneo vantaggio. — Ma ci sono molte probabilità che sia Anderson la spia all’interno dell’ambasciata ed è

sicuramente coinvolto nel complotto contro Castlereagh. L’unico dubbio che ancora rimane è se tu sia sua complice o soltanto una pedina nelle sue mani. — No, non ti credo! Robin è il mio migliore amico e se dovessi scegliere tra te e

lui sceglierei lui. Lui, hai capito? E ora fuori di qui!

Fino a quel momento Rafe aveva cercato di mantenere la conversazione su un tono professionale, ma ora, nel sentire quelle parole perse completamente il controllo. — Perché lui, Margot? — le chiese afferrandola per le spalle e scuotendola — perché lui e non io? È davvero un amante così impagabile? O è soltanto per il lusso a cui ti ha abituata? Se sono i soldi che vuoi, te ne darò talmente

tanti da lasciarti senza fiato. E se è per il sesso, concedimi una sola notte e poi potrai scegliere. Lei gli rise in faccia. — E osi chiedermi perché preferisco Robin? È stato lui che

mi ha salvato la vita e mi ha dato una ragione per continuare a vivere quando non ne

avevo più. E Dio mi è testimone che preferirei essere la pedina di un traditore che l’amante di un uomo che mi accusa e mi giudica senza prove, un uomo la cui insana gelosia ha costretto mio padre a portarmi via dall’Inghilterra. La voce le mancò, poi si riprese con rinnovata furia. — Mio padre non sarebbe stato assassinato dai francesi se non fosse stato per te, Rafe. E non ti perdonerò mai, mai. “Quanto al resto, non mi importa un bel niente della tua tecnica amatoria imparata in un qualunque bordello d’Europa. Non mi concederei mai a un uomo senza amore e tu sei incapace di amare. Sei soltanto un egoista, presuntuoso e arrogante e non voglio vederti mai più. Lasciami andare!” Fece per sottrarsi alla sua presa ma lui la strinse maggiormente a sé. — Ti prego, Margot, non fare così. Voglio solo proteggerti. La baciò ardentemente sperando che la passione potesse dissolvere la sua ira. Lei dapprima si dibatté, poi Rafe la sentì cedere mentre si stringeva a lui passandogli le

braccia dietro la nuca. Solo a quel punto Rafe la lasciò andare e prese ad accarezzarla lentamente. E fu allora che Maggie alzò di scatto un ginocchio per colpirlo all’inguine. Rafe si scansò appena in tempo e il colpo lo prese all’interno della coscia. Non appena libera dalla stretta Maggie attraversò di corsa la stanza avvicinandosi a un comò ed estrasse una pistola dal cassetto. — Fuori di qui, e non

venirmi mai più vicino! E se oserai fare del male a Robin, ti farò uccidere! — Benché le tremasse la voce, la mano che reggeva l’arma era incredibilmente ferma. Rafe fissò la pistola con aria incredula. — Maggie… — Fermo dove sei! Ti avverto. Se farai del male a Robin, morirai. Conosco persone capaci di organizzare un assassinio. Non ci sarà posto dove nasconderti anche se dovessi fuggire in capo al mondo. Ora prendi la tua gelosia e le tue assurde accuse e tornatene in Inghilterra. Stava bluffando, ne era certo. Probabilmente la pistola non era neanche carica. Fece un passo verso di lei e Maggie premette il grilletto. Il rumore dello sparo fu assordante all’interno della stanza e Rafe sentì la vibrazione del proiettile sfiorarlo. Dapprima pensò che avesse sparato a caso, poi vide che la pallottola aveva mandato in mille pezzi il re nero. Il tempo di alzare nuovamente lo sguardo e Maggie aveva già ricaricato l’arma. — Come puoi ben vedere non ho perso la mira — disse lei. — Un’altra mossa e la pallottola sarà per te. Rafe ponderò per un attimo l’eventualità di strapparle l’arma di mano ma c’era troppa distanza tra di loro. Si maledisse per aver attaccato Anderson senza prove. Ma cercò di non perdere il controllo e di parlare con la maggior calma possibile. — Per il tuo stesso bene, Maggie, non fidarti di Anderson. Per quanto io possa essere uno sciocco accecato dalla gelosia, quel che ti ho detto su di lui è vero. Vuoi forse che Castlereagh o qualcun altro muoia perché sei troppo testarda per vedere Anderson quello che è veramente?

— Non riuscirai mai a convincermi. — Le parole erano ostili come i suoi occhi.

— Come ti ho già detto le spie devono parlare con chiunque, e specialmente con sospetti come Lemercier e Roussaye. Quanto ai soldi, forse sei troppo ricco per rendertene conto, ma la maggior parte di noi comuni mortali deve farci i conti e vendere le stesse informazioni ai molteplici nemici di Napoleone può essere anche

solo un buon affare e non tradimento.

— Ma non puoi esserne certa, vero? — le chiese Rafe dolcemente.

Alle sue parole la vide irrigidirsi e tendere il dito sul grilletto. Sarebbe stato davvero divertente, pensò Rafe, morire a causa di una banale lite tra amanti. Con l’aggravante che non erano neppure amanti. — Potrai anche portarmi centinaia di prove inoppugnabili che Robin sia un traditore e forse potrei, e dico forse, crederti. Ma non di meno non verrei a letto con te. Te ne vai adesso o devo farti buttare fuori dai domestici? Disperato, Rafe valutò l’entità del suo fallimento. Non solo lei non gli aveva creduto per quanto riguarda Anderson, ma ora che l’aveva sfidata, Maggie sarebbe stata ancora più temeraria nelle sue indagini, tanto per dimostrargli che si sbagliava su Anderson. Questo poteva metterla in grave pericolo e lui non sarebbe stato lì a proteggerla.

La pistola lo seguì fino alla porta d’ingresso. Rafe si voltò con una mano sulla maniglia. — Non lascerò Parigi fino a che questa faccenda non sarà finita — mormorò. — Se avessi bisogno di qualunque cosa, sai dove trovarmi. Dopo di che uscì e la porta si chiuse silenziosamente alle sue spalle. Maggie appoggiò la pistola sul tavolo e poi si afflosciò per terra abbracciandosi le ginocchia e cercando di combattere la nausea che l’aveva assalita. Certo aveva sempre saputo che Rafe fosse terribilmente geloso. Anche tredici anni prima si era comportato più o meno nello stesso modo. Ma a quel tempo aveva attribuito la sua scenata all’amore, invece a quanto pareva era soltanto orgoglio e possessività. Che le avesse mentito a proposito di Robin? Benché le informazioni appena udite fossero sconcertanti, sembravano prove inconfutabili di un doppio gioco. Che Robin non le avesse parlato di Roussaye e Lemercier non significava nulla. Capitava spesso che non le parlasse dei suoi incontri. Molto più dura da digerire era la faccenda dei soldi. In tutti questi anni Robin le aveva passato molti più soldi della cifra che secondo Rafe Strathmore aveva sborsato. Non aveva mai fatto domande sul denaro che riceveva pensando che fosse l’ammontare consueto per i servigi di una spia. Che Robin fosse davvero al soldo di più padroni? Aveva sempre dato per scontato che lavorasse per gli inglesi. Cercò di esaminare razionalmente la questione della nazionalità di Robin. La prima volta che si erano incontrati le aveva detto di essere inglese, ma non le aveva mai parlato del suo passato, ed era stato proprio lui a insegnarle il trucco per riprodurre perfettamente ogni tipo di accento. Per quanto la sua vita fosse ammantata di mistero non aveva mai messo in dubbio la sua onestà. Ora non era più così sicura. Si tirò in piedi tremando e si avvicinò alla bottiglia di brandy. Dopo essersi riempita il bicchiere ingollò il contenuto in un sorso. Il liquore la scaldò, ma non le fornì le risposte che cercava. Rafe poteva anche essere geloso e frustrato, ma sicuramente credeva in quel che aveva detto. Pure, come poteva sospettare di Robin, il suo miglior amico, colui che le aveva salvato la vita e la salute mentale? Finì il brandy incurante del bruciore in gola. Strano come Rafe riuscisse ancora a coinvolgerla malgrado gli anni trascorsi e le sue innumerevoli colpe. Faceva riaffiorare in lei emozioni profonde e incontrollabili, così diverse dal sentimento di calda amicizia che la legava a Robin. Peccato che Rafe usasse quel potere soltanto per ferirla.

L’inglese fornì a Le Serpent le informazioni sull’ambasciata inglese. Per due volte aveva corso il rischio di essere scoperto dagli altri membri del personale in posti dove la sua presenza era sospetta. Però nessuno aveva fatto domande e la

ricompensa promessa valeva il rischio corso. La luce era più alta stavolta in modo che Le Serpent potesse esaminare i disegni dei piani. Dopo qualche minuto emise un brontolio di trionfo. — Perfetto,

assolutamente perfetto. Le bon Dieu deve averli progettati apposta per i miei scopi. — Se non avete altro da chiedermi… — fece l’inglese preparandosi ad accomiatarsi.

— Fermo, non vi ho ancora congedato, amico mio. Il mio piano richiede la

vostra collaborazione. Vedete questo sgabuzzino? È proprio sotto la camera da letto

di Castlereagh. Mi avete detto che di solito è chiuso a chiave e nessuno lo usa mai.

Se fosse colmo di polvere da sparo e qualcuno accendesse la miccia l’intera ambasciata salterebbe in aria.

— Siete impazzito! — ansimò l’inglese comprendendo d’improvviso perché Le

Serpent avesse voluto sapere esattamente chi partecipasse alle conferenze giorno per giorno. Scegliendo accuratamente la giornata, Wellington e molti altri capi alleati avrebbero potuto rimanere uccisi in un sol colpo.

— Niente affatto — ribatté l’uomo. — Il mio piano è audace ma assolutamente fattibile. — E come intendete appiccare la miccia? — chiese l’inglese inorridito, paventando la risposta.

— Una candela servirebbe magnificamente allo scopo. Le ci vorrebbero ore a

sciogliersi e così avreste tutto il tempo per mettervi in salvo e nessuno sospetterebbe

di

voi.

Io non voglio avere niente a che fare con questa pazzia! Se vengono uccisi i

capi alleati in Francia si scatenerà una caccia all’uomo come non se ne sono mai viste.

— Oh, certo ci sarà del sommovimento, ma gli Alleati starnazzeranno come oche

impaurite senza i capi a guidarli. E prima che la tempesta si sia placata… — Le

Serpent fece una pausa ad effetto — in Francia sarà tutto cambiato.

— Cosa me ne importa della Francia? Non rischierò la pelle per lei!

E fece per allontanarsi, ma Le Serpent lo afferrò per un polso in una morsa di ferro. — Ve l’ho già detto e non lo ripeterò mai più — sibilò. — Non avete altra

scelta, amico mio. Tradirmi significherà morte sicura. D’altro canto invece per una collaborazione al mio progetto sarete ricompensato generosamente. Aspettò che le sue parole facessero effetto, poi continuò.

— Non faccio appello al senso di lealtà, so che non servirebbe. L’avidità è la

miglior leva con persone come voi, perciò vi faccio una promessa: aiutatemi e diventerete più ricco e potente di quanto possiate immaginare. L’inglese non riusciva a decidere se fosse meglio lavorare per Le Serpent, denunciare quel bastardo, o scappare difilato dalla Francia. Avrebbe dovuto scegliere nel giro di pochi giorni e se sbagliava era un uomo morto.

— Devo ammettere che trovo le vostre argomentazioni molto convincenti — disse intanto per prendere tempo. — Molto bene — fece Le Serpent lasciando la stretta. — Mi piacciono le persone che imparano velocemente. Ora sedetevi, ho altre domande da porvi. Ho agenti britannici che mi soffiano sul collo ed è necessario togliermeli dai piedi. Ho bisogno di sapere tutto il possibile su queste persone. Due dei nomi che gli fornì Le Serpent se li aspettava, ma il terzo fu una sorpresa. Una sorpresa molto piacevole. L’inglese nascose un ghigno di soddisfazione, niente gli avrebbe dato più piacere che togliere di mezzo quella persona.

14

I domestici si erano ritirati già da un pezzo e Maggie era da ore in cucina alla luce di una sola candela. Robin le aveva detto che se avesse avuto qualche novità sarebbe passato a trovarla, ma ormai era troppo tardi. D’un tratto prese una decisione. Se Robin non veniva a casa sua sarebbe andata da lui. Aveva un bisogno disperato di parlargli, di sapere se le accuse di Candover fossero giustificate. E se le avesse mentito, lo avrebbe capito subito. Si cambiò indossando abiti maschili, grata che la serata fosse abbastanza fresca da consentirle di indossare un’ampia mantella sotto la quale infilò un coltello e una pistola, come le aveva consigliato Robin. Robin, sempre Robin. Se perdeva lui, cosa le sarebbe rimasto?

Sei sempre stato tu, Rafedisse Margot dolcemente, gli occhi pieni di desiderio. “Non ho aspettato altri che te per tutti questi anni.” Lo baciò, sbottonandogli la camicia e gli appoggiò le labbra brucianti alla base del collo mentre le sue mani sapienti gli accarezzavano il petto, facendolo impazzire di desiderio… Rafe si svegliò con il cuore che gli martellava in gola. Non aveva dormito a lungo, giusto il tempo perché Margot tornasse a tormentarlo in sogno. Certo di non riuscire più a dormire, decise di ritornare in Boulevard des Capucines dove uno dei suoi uomini teneva d’occhio la casa. Aveva dato inizio alla sorveglianza qualche sera prima ma a parte qualche visita di Anderson, non si era verificato nessun evento di particolare rilievo. Quella sera prese il posto del suo uomo davanti alla finestra. Era una fortuna che Anderson non venisse quella sera, sarebbe stato capace di ucciderlo. Domani avrebbe parlato a Wellington dei suoi sospetti sull’uomo. La casa era tutta buia tranne la finestra della cucina. Chissà se Maggie dormiva o se era inquieta come lui. Era molto tardi quando vide una figura sgattaiolare dalla porta posteriore muovendosi con la grazia di un felino. Rafe riconobbe immediatamente Maggie e lasciando il suo posto di osservazione si preparò a seguirla. Ma aveva appena raggiunto il vicolo retrostante la casa quando si accorse di una figura che, sbucata da una casa a sinistra, si metteva anch’essa sulle tracce di

Maggie. Chi altri diavolo la stava spiando? Fu lieto dell’impulso che l’aveva spinto a tenerla d’occhio proprio quella sera. Se si fosse trovata in pericolo, si fidava maggiormente delle sue capacità che non di quelle dei suoi dipendenti. Maggie scivolava via veloce nella città buia, evitando le strade più trafficate e passando per i vicoli più oscuri. Ogni tanto si guardava alle spalle, ma non aveva alcun motivo per supporre che qualcuno la seguisse, perciò sembrava abbastanza tranquilla. Quando si avvicinarono a Place du Carrousel, Rafe capì che si stava dirigendo da Anderson. Era un incontro già programmato oppure le sue parole l’avevano turbata a tal punto da volergli parlare subito? Non era certo di voler sapere la risposta. Davanti a lui vide Maggie arrestarsi un istante alla fine della stradina che dava sulla piazza. Alle sue spalle si intravedeva il grande arco della vittoria che

Napoleone aveva fatto innalzare in mezzo alla piazza incoronato dai quattro cavalli

di

bronzo portati via da San Marco a Venezia. C’erano delle torce che illuminavano

il

monumento e alla luce tremolante si scorgevano degli operai seduti in cima

all’arco. Mentre il martellare dei loro attrezzi risuonava per tutta la piazza, Rafe scorse un ufficiale inglese che supervisionava i lavori. A quanto pareva Wellington aveva deciso di risparmiare l’umiliazione ai francesi, facendo rimuovere i tesori d’arte nel cuore della notte. Rafe sperò che il Re Luigi avesse un sonno pesante, dato che il lavoro si stava svolgendo proprio sotto le finestre delle Tuileries. Maggie sembrò esitare, incerta se attraversare la piazza o aggirarla dall’altro lato. D’un tratto Rafe udì uno scalpiccio affrettato dietro le spalle. Voltandosi vide un distaccamento della Guardia Nazionale Francese che si dirigeva verso Place du Carrousel. Solo allora si rese conto che già da un po’ si sentiva vociare da quella parte, ma le strette strade medievali avevano fatto sembrare molto distante il rumore. Rafe si rifugiò nell’androne di un palazzo e i soldati lo superarono di corsa seguiti da una folla inferocita. Vedendo le guardie e la folla urlante alle loro spalle, gli operai lasciarono le loro

postazioni e si diressero in fretta verso le Tuileries dove si rifugiarono all’interno passando da una porticina. Ma in quel momento di disattenzione, Rafe aveva perso Maggie. Si fece largo tra

la folla senza tentare di nascondersi. Era vestito troppo semplicemente per correre

pericoli. D’un tratto da un vicolo poco distante sentì voci concitate e sopra a tutte l’abbaiare di una familiare voce francese. — Ecco una spia inglese… un altro dei ladri di Wellington! Frustrata per la fuga degli operai, la folla si mosse minacciosa in cerca della nuova preda. Poi un grido terrorizzato squarciò la notte buia. Maggie!

Galvanizzato dalla paura, Rafe si buttò in direzione del grido facendosi strada a forza di pugni e calci, incurante delle bestemmie e delle imprecazioni dei francesi. Una volta arrivato a quel che sembrava il centro del tumulto fu accolto da una visione agghiacciante. Maggie era stata buttata a terra ma ancora si difendeva come una leonessa scalciando e fendendo l’aria con il coltello. Parte della giacca le era stata strappata denudando la spalla e il seno e il volto era attraversato da un’espressione terrorizzata che Rafe non le aveva mai visto prima. Con brutale violenza uno stivale le si abbatté sulla testa e il coltello le cadde dalla mano mentre la ragazza perdeva i sensi. L’uomo che le aveva sferrato il violento calcio la tirò su mentre una mano le stringeva crudelmente il seno esposto. Rafe lo guardò da vicino e riconobbe immediatamente il volto deturpato di Henri Lemercier. — Dovete aspettare il vostro turno, mes amis — sghignazzò quello. — L’ho vista io per primo, ma non preoccupatevi, ce n’è di tempo. — E così dicendo cominciò a trascinarla verso il vicolo. Riconoscendo l’obiettiva difficoltà di violentare una donna in più di uno alla volta, la folla aprì un varco per lasciarli passare. L’unica speranza era l’audacia. Balzando alle spalle di Lemercier, Rafe lo afferrò alla gola raccogliendo tra le braccia Maggie quando questi lasciò la presa. Mentre la prendeva in braccio sentì l’inconfondibile sagoma di una pistola sotto la mantella. Un proiettile non li avrebbe certo salvati dalla folla inferocita. Per un istante pensò addirittura di piantarglielo nel cuore per salvarla dalla violenza della plebaglia, ma poi si rese conto che non sarebbe riuscito a farle del male neanche per salvarla da una morte orribile. Prima che potesse fare un passo in qualunque direzione, sentì un grido dietro di sé. — Un’altra delle spie di Wellington! — Era Lemercier. — Uccidiamoli! Una pietra colpì Rafe sulla schiena, facendogli quasi perdere l’equilibrio. Rallentato dal peso di Maggie non ce l’avrebbe mai fatta a scappare. Gli restava un’unica possibilità. Sfilò la pistola da sotto il mantello e lentamente la sollevò puntandola contro l’uomo dal volto sfregiato. Per un attimo sembrò non succedere niente, poi, come in una sequenza al rallentatore, l’espressione del francese si alterò passando dall’ira allo sconcerto. L’impatto del colpo lo sbalzò all’indietro facendolo finire contro la plebaglia. Non più aizzata da un capo, la folla sembrò perdere forza e coesione, ma Rafe non aveva tempo per considerazioni approfondite. Si voltò rapidamente con Maggie in spalla e prese a correre verso i vicoli che circondavano la piazza girando prima a sinistra, poi a destra e poi ancora a sinistra. Lo sparo improvviso aveva intanto rallentato la folla e ben presto riuscì a sfuggire all’inseguimento e a far perdere le sue tracce. Dopo aver corso senza fiato per cinque minuti, si fermò a esaminare Maggie per vedere se non fosse ferita più gravemente

di quanto pensasse. La ragazza era sempre svenuta, ma il respiro e il battito sembravano buoni.

Si sentivano ancora urla e spari provenienti dalla Piazza. Non appena ebbe

ripreso fiato, Rafe sollevò nuovamente Maggie tra le braccia e ricominciò a camminare fino a che non trovò una carrozza di piazza e si fece portare all’Hôtel de

la Paix. Una volta al sicuro nella carrozza, la prese tra le braccia, cullandola dolcemente

e cercando di riscaldarla. Arrivato in albergo, si avviò verso i suoi appartamenti con Maggie tra le braccia, senza neanche degnare di un’occhiata l’impiegato alla reception che lo fissava allibito. Un calcio alla porta fece accorrere subito il suo cameriere personale. — Di’ al direttore di mandare immediatamente una cameriera con una camicia da notte — gli ordinò Rafe — e poi corri a chiamare un dottore. Voglio un medico qui in mezz’ora anche a costo di puntargli un’arma alla tempia.

La suite era piccola e non aveva una seconda camera da letto, perciò Rafe distese

Maggie sul suo letto. L’ironia della situazione lo colpì. Da quanto tempo desiderava averla nel suo letto, ma non così, santo Cielo, non così. Accese un candelabro e si sedette accanto al letto osservando il volto pallido e apparentemente rilassato di lei.

Di lì a poco entrò una cameriera con della biancheria sul braccio.

— Vi pagherò la camicia da notte. Ora spogliate la signora e mettetegliela indosso.

La cameriera lo guardò allibita. Quando un uomo comprava una camicia da notte

per una signora di solito voleva essere lui stesso a spogliarla. Con una scrollata di spalle tipicamente francese la ragazza si mise al lavoro. Rafe lasciò la stanza. Con tutto quel che aveva passato Maggie, gli sarebbe sembrata un’ulteriore violenza rimanere a osservare la scena. Quando rientrò in camera Maggie era sotto le coperte apparentemente addormentata, un graffio sulla guancia sinistra unico testimone della scena di violenza appena avvenuta. Il dottore arrivò di lì a poco, grazie forse all’opera di persuasione del cameriere del duca. Rafe gli disse soltanto che la donna si era trovata in mezzo in una sommossa per strada e l’uomo si dedicò a esaminarla con cura. — La signora è stata fortunata — disse dopo un attento esame. — A parte qualche graffio e un terribile mal di testa, domani starà benone. Non ci sono ossa

rotte né tracce di ferite interne. — Poi guardò Rafe con più attenzione. — Non volete che dia un’occhiata anche a voi? Non avete una bella cera.

— No, sono a posto — ribatté Rafe con un gesto impaziente della mano. Ma in

effetti, passata l’ansia per le condizioni di Maggie, si sentiva tutto pesto e dolorante. Dopo aver congedato il medico e aver mandato a dormire il cameriere, Rafe si dispose ad accendere il fuoco e, dopo essersi tolto giacca e stivali, si sedette accanto

al letto con un bicchiere di brandy in mano. Non voleva che Maggie si svegliasse

trovandosi in una stanza sconosciuta senza nessun volto familiare accanto. Sarebbe rimasto al suo capezzale fino a che non avesse ripreso conoscenza. Si massaggiò stancamente le tempie cercando di non pensare al viso di Lemercier quando il proiettile l’aveva colpito. Era stato un provvedimento

necessario, si disse, e se si fosse ritrovato nella stessa situazione l’avrebbe rifatto. Forse un giorno avrebbe chiesto al suo amico Michael Kenyon, che era un soldato, se

ci si abitua mai a uccidere un uomo.

Si stava per appisolare quando un lieve gemito proveniente dal letto lo svegliò. Alzandosi di scatto, si avvide che Maggie si agitava nel sonno, il volto contratto dalla paura, il respiro affannoso. D’un tratto cominciò a gridare, le stesse urla raccapriccianti che Rafe aveva sentito in piazza.

D’un balzo si avvicinò al letto e la scosse per le spalle. — Maggie, svegliati! Va tutto bene, svegliati! La ragazza aprì gli occhi e mise lentamente a fuoco lo sguardo. — Rafe? — disse

in tono incerto.

— Sì, mia cara. Non ti preoccupare, a parte un bernoccolo in testa, stai bene. —

Parlò con molta dolcezza ma le sue parole le riportarono alla mente gli avvenimenti della serata. Cominciò a piangere, scossa dai singhiozzi. Rafe la prese tra le braccia e lei gli si aggrappò come un annegato. Era Margot, pensò lui, ed era terrorizzata. La tenne stretta mormorandole parole

dolci e rassicuranti. — È stato Lemercier ad aizzare la folla contro di te — le disse quando i singhiozzi si furono calmati. — L’hai visto? Maggie annuì.

— Se ti può essere di qualche conforto, giustizia è stata fatta.

Lei lo guardò allibita. — L’hai…? — Con la tua pistola — disse Rafe. — Questa è vera giustizia. — Poi le descrisse brevemente quanto era accaduto e come era riuscito a dileguarsi. Per un momento un’espressione soddisfatta le si dipinse sul volto, ma svanì

rapidamente. — Continuo a vedermeli davanti — balbettò — le facce e le mani, tutti sopra di me… per quanto ci provi, non riesco a cacciare quell’immagine. E poi, e poi… — E seppellì il volto contro la spalla di lui.

— Maggie, è finita — la rassicurò accarezzandole i capelli. — E sei sana e salva. Non permetterò che ti accada di nuovo. Lei sollevò il viso guardandolo negli occhi intensamente. — Rafe, io… — disse con voce tremante — …ti prego, fa’ l’amore con me.

15

Quelle parole lo colpirono come un fulmine a ciel sereno. — Non sai quel che dici — mormorò incredulo.

— So bene quel che dico e lo so che non è giusto nei tuoi confronti, ma voglio…

ho bisogno di dimenticare. La voce le si affievolì e rabbrividì al pensiero di ciò che era successo. — Rafe, se mai hai tenuto a me un tempo… Ma Rafe si sentiva bloccato. Per quanto la desiderasse, per quanto lei popolasse

le sue fantasie ininterrottamente, non voleva prenderla in quello stato. Voleva che lo desiderasse quanto lui e non che lo vedesse come un mezzo per esorcizzare i suoi fantasmi. Maggie allungò una mano ad accarezzargli la guancia. — Ti, prego… Rafe le prese la mano e girandola a palmo in su gliela baciò. — Oh, Margot, ho aspettato così tanto questo momento… Il desiderio che lo aveva consumato per giorni divampò in lui. Più di ogni altra cosa desiderava seppellirsi in lei, perdersi nel suo corpo, ma sapeva che in quel momento doveva essere calmo e forte anche per lei.

— Non credo sia una buona idea — disse serio. — Non voglio fare qualcosa di cui poi potresti pentirti in seguito.

— Non me ne pentirò — lo implorò lei prendendogli la mano e portandosela al

cuore. — Ho bisogno di poter pensare che non tutti gli uomini sono dei bruti. Rafe la prese nuovamente tra le braccia. Quando le loro labbra si incontrarono scoccò una scintilla, come sempre, ma questa volta c’erano troppe sottocorrenti

inquietanti. Rispondendo al suo bacio, Maggie sembrò rilassarsi ed abbandonarsi ma la pace fu di breve durata. Dopo un attimo spalancò nuovamente gli occhi irrigidendosi come in preda a pensieri terrificanti.

— Abbiamo tempo fino all’alba — le mormorò Rafe. — E intendo utilizzare

fino in fondo ogni singolo istante. Perciò rilassati e lasciati andare. Se lo farai ti prometto che quel che è accaduto in piazza ti sembrerà solo un incubo molto distante.

— Mi spiace, Rafe — fece lei mordendosi il labbro inferiore. — Ogni volta che

chiudo gli occhi me li rivedo davanti. È… è terribile. Non riesco a controllare il terrore e l’unico sentimento che conosco più forte della paura è la passione.

— Abbiamo bisogno di qualcosa di più forte della passione, Margot — rispose

Rafe dolcemente. — Cerchiamo di tornare indietro ai vecchi tempi, prima che la vita

diventasse complicata e dolorosa. Dimentica l’assalto di questa sera e tutti gli

episodi che hanno lasciato cicatrici in te. Fingiamo di avere ancora diciott’anni e ventuno e che il mondo sia un luogo pieno di promesse.

— Non so se ci riesco — rispose lei con voce carica di dolore. — Se solo fosse possibile tornare indietro!

— Vorrei davvero riportarti indietro ma non è in mio potere. — Le tolse una

ciocca di capelli dal viso — Ma per poche ore possiamo cercare di ricreare un nostro universo di pace. Credici, Margot, solo per poche ore. E ricominciò a baciarla. Quella era la notte di nozze che tanto aveva sognato durante il fidanzamento. Niente più contava al di là della morbidezza delle sue labbra o del calore del suo seno premuto contro di lui. Proprio come quando aveva dovuto tranquillizzare il cavallo di Castlereagh, cercò di calmarsi fin nel profondo dell’animo in modo da comunicare la sua serenità a Margot. Pian piano sentì la tensione allentarsi e il suo corpo diventare più

rilassato. Con la bocca risalì lungo il collo di lei fino all’orecchio e a quel contatto la sentì sospirare di piacere e inarcare la schiena. Premette la bocca sulla delicata pelle appena sotto la mandibola, sentendo il pulsare del sangue sotto le labbra. Con la mano libera cominciò a slacciarle i bottoni della camicia da notte. Dopo i primi sei bottoni, la camicia non si apriva più e Rafe fece per sfilargliela, poi si arrestò, colpito da un pensiero improvviso. Un uomo completamente vestito che si appresta a far l’amore con una donna nuda evoca un’immagine di violenza e di predominio che non desiderava assolutamente creare quella sera. Dovevano essere esposti allo stesso modo. Scese quindi da letto e cominciò a spogliarsi, poi le si sdraiò accanto guardandola intensamente negli occhi. — Sono qui, Margot, e ci sarò fintanto che mi vorrai. — E tuttavia, se gli avesse chiesto di fermarsi proprio adesso, non sapeva se sarebbe riuscito a sopportarlo. Questa volta fu lei ad andargli incontro, allacciandolo con le braccia e accostando le labbra alle sue. Durante il lungo bacio che seguì Rafe le sfilò dolcemente la camicia da notte e quando l’indumento fu rimosso definitivamente e il suo sguardo poté scorrere sul corpo di lei, rimase senza fiato. Che sciocco era stato a pensare che ogni donna fosse uguale alle altre. Per lui Margot era l’essenza della femminilità e la desiderava come nessun’altra al mondo.

— Sei bellissima, proprio come mi ero sempre immaginato.

Lei gli sorrise timidamente, nascondendo il volto contro la sua spalla. — È bello fingere di ricominciare da capo.

— È meraviglioso — rispose Rafe accarezzandole i capelli. — È magico.

Lei sospirò deliziata e nel movimento i capezzoli sfiorarono dolcemente il petto di lui. Il suo corpo si tese dolorosamente, meno disposto della mente a essere paziente.

Per un attimo rimase pericolosamente in bilico tra desiderio e controllo. Forse adesso era pronta… No, era troppo presto. Doveva aspettare. La spinse delicatamente sui cuscini, e lei si lasciò guidare proprio come una fanciulla giovane e inesperta. Numerose ferite deturpavano la perfezione del suo corpo. Istintivamente sfiorò con le labbra un graffio arrossato all’interno del

braccio, poi si ricordò che doveva andarci cauto. — Ti ho fatto male? — le chiese.

— No — mormorò lei — oh, no.

Rassicurato, accarezzò dolcemente ogni ferita con la lingua, sulle spalle, sul gomito, sulle anche, sulle costole, sullo stomaco, sui fianchi. Il ritmo mutato del respiro di lei accompagnava i suoi progressi come un contrappunto musicale. Quando ogni ferita ebbe avuto il suo riconoscimento, lui seppellì il volto tra i

seni di lei sentendo il cuore pulsare contro le guance, potente e vivo. Se avesse sbagliato mira, quel cuore poteva essere tacitato per sempre. Per cacciare quel pensiero insostenibile, girò il capo e cominciò a succhiare un

seno. Lei gemette e inarcò la schiena. I fianchi cominciarono a muoversi irrequieti e abbassando una mano Rafe prese ad accarezzarli risalendo lungo il ventre e facendo scivolare poi nuovamente la mano tra le gambe. Quando cercò di allargarle le ginocchia, la sentì irrigidirsi e emettere un gemito che non era di piacere.

— Fidati di me, Margot — mormorò. — Non ti farò del male.

Con un immenso sforzo Maggie cercò di rilassarsi e di abbandonarsi

nuovamente. Ed egli riprese ad accarezzarla, dolcemente e lentamente, esplorando ogni centimetro del suo corpo come a scoprirla nuovamente. Quando le sue mani scesero ancora tra le gambe, lei emise un piccolo grido premendosi spasmodicamente contro la sua mano. Lui continuò fino a quando giudicò che fosse

il

momento giusto. Poi lentamente si sollevò e si allungò su di lei. Entrò lentamente

e

lo stretto benvenuto del suo corpo fu esattamente tutto quel che si era sempre

aspettato e anche di più. Sapendo di essere al limite dell’esplosione, si fermò sentendo il corpo pulsare dolorosamente. Istintivamente lei gli si strinse contro facendo aderire il bacino al suo.

— Ferma, ti prego — ansimò Rafe. Alla luce fioca delle candele era splendido

sopra di lei. Lo guardò come se fosse la prima volta e capì che il temporale che le si

era addensato sulla testa da quando lui era arrivato a Parigi ora finalmente stava per scoppiare. Gli si strinse addosso febbrilmente mentre la tempesta la devastava scuotendola con forti brividi. Poi i lampi squarciarono e illuminarono ogni fibra del suo corpo. Gemendo gli si aggrappò come se fosse l’unico rifugio nella tempesta. Gradatamente il tumulto si acquietò lasciando il suo corpo tremante. Solo dopo qualche istante si rese conto che era ancora dentro di lei. — Tu non… non sei…

— Non preoccuparti per me — rispose Rafe. — La notte è giovane.

Non era vero, ma non aveva voglia di discutere. Le bastava stare abbracciata a

lui.

Tuttavia, il desiderio le covava ancora dentro e Rafe, che conosceva il suo corpo meglio di lei, riprese a muoversi dentro. I primi colpi furono infinitesimali, ma le scatenarono un incredibile calore. Adattandosi al movimento dei suoi fianchi mentre il ritmo cresceva, si accesero l’un l’altro, mentre l’intimità tra di loro cresceva di intensità. La testa di lei si agitava freneticamente da una parte all’altra mentre i corpi si incontravano e si allontanavano nuovamente con forza stupefacente. Questa volta la tempesta non era più vento, ma fuoco che bruciava il suo intimo fino a che non rimasero altro che fiamme in lei. Spariti ogni paura e ogni prudenza, rabbia e odio, era rimasta solo la consapevolezza che l’uomo che amava la teneva tra le braccia con passione e tenerezza. — Ti amo — gemette incapace di reprimere i suoi sentimenti. Fuoco e tempesta. Morte e rinascita. D’un tratto lo sentì gemere. — Oh, Dio… Dio. Poi Rafe si ritrasse di scatto pur continuando a stringerla a sé, scosso dai tremiti dell’orgasmo. Maggie lo abbracciò mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Ancora una volta Rafe la stava proteggendo da eventuali difficoltà. Durante tutti gli anni della sua relazione con Robin, erano stati entrambi molto attenti a non concepire un bambino, perché non c’era spazio nelle loro vite irte di pericoli per una piccola creatura. E la cosa era vera anche adesso. Eppure capiva che le sue lacrime dipendevano in parte dalla consapevolezza della perdita subita da lei e Rafe, i bambini che avrebbero potuto avere in tutti quegli anni se fossero stati sposati. Rafe si sollevò, riprendendola tra le braccia, e entrambi si assopirono senza parlare. Non esistevano parole che potessero descrivere ciò che provavano.

Con un grido strozzato Maggie si svegliò da un incubo. Panico, dolore, distruzione, tutti sentimenti familiari che la riportavano con fin troppa ricchezza di particolari alla scena in Place du Carrousel. Rabbrividendo si strinse a Rafe. Anche addormentato, le trasmetteva un senso di calore e di protezione. Impulsivamente gli sfiorò con la mano il petto accarezzandolo delicatamente. Quando sentì il suo respiro mutare si fermò, non volendo svegliarlo. Ma scoprì che non riusciva a stargli lontana. Amava il calore della sua pelle e il contrasto della carnagione scura contro il biancore della propria pelle. Lui si mosse nel sonno facendole scivolare una mano dietro il collo. Chinandosi su di lui cominciò a baciarlo cominciando dalla bocca e scendendo

lentamente. Benché non si fosse mosso dalla posizione supina e non avesse aperto gli occhi, il respiro di lui era mutato e la sua mano destra cominciò ad accarezzarla. Ben decisa a farlo impazzire, si chinò in avanti e lo baciò nel punto più sensibile del suo corpo, usando la bocca e la lingua per dimostrargli quel che non poteva dire a voce. Egli trattenne il fiato cominciando a tremare. Maggie rinnovò i suoi sforzi, lieta del potere che sembrava avere su di lui. Questa volta sarebbe stato devastato lui dal temporale. Ma prima che lo potesse portare al culmine, lui la rovesciò sulla schiena, accarezzandola e facendo l’amore con lei con sapiente maestria fino a che non raggiunsero le vette del piacere all’unisono. Non era l’innocente amore della loro gioventù, ma l’ardente sensualità dell’esperienza, senza ritegno o inibizioni. Pure, malgrado l’infinito godimento, lei sapeva che Rafe aveva impegnato solo il suo corpo. Il suo cuore e la sua mente erano distaccati e questo lasciò come un’ombra nella loro intimità. Era un superbo amante, superiore a qualunque aspettativa, solo che faceva l’amore senza amore.

Margot si addormentò tra le sue braccia, esausta, ma Rafe era così stanco che non riusciva a dormire. Avrebbe anche potuto definirsi fortunato, era riuscito finalmente a liberarsi della sua ossessione. Ma non era così. Per lui si trattava di una vittoria senza significato. Per anni aveva sognato che Margot venisse da lui con dolci parole d’amore e desiderio. Questa notte parte dei suoi sogni si era avverata, ma non riusciva a provarne alcuna soddisfazione. Se almeno ci fosse stato solo silenzio tra loro avrebbe potuto illudersi, ma nell’impeto della passione la ragazza si era lasciata sfuggire delle parole d’amore e questo l’aveva ferito oltre ogni dire, perché sapeva che erano dirette a un altro. Era Anderson ad avere il suo cuore. Solo il caso l’aveva condotta nel suo letto quella notte, solo il disperato bisogno di dimenticare. Eppure, nonostante il dolore e l’amarezza, desiderava solo che la notte non finisse mai. L’aveva desiderata talmente a lungo e finalmente aveva ottenuto quel che voleva. Quel che Rafe non aveva preventivato era l’eventualità di potersi innamorare nuovamente e disperatamente di lei. L’ossessione che aveva nutrito per la Contessa Janos era soltanto una delle tante facce dell’amore. Nella fioca luce dell’alba che trapelava dalle imposte chiuse Rafe si rese conto di non aver mai smesso d’amarla. L’amava, nonostante i tradimenti e le bugie, nonostante i numerosi letti che aveva attraversato, l’amava più della

saggezza, più dell’orgoglio, più della sua stessa vita. E la mattina dopo lei lo avrebbe lasciato. L’indomani ci sarebbe stata la solita barriera tra di loro, magari con in più un certo imbarazzo per quel che era successo. Era davvero un’ironia della sorte. Rafael Whitbourne, quinto Duca di Candover, era stato baciato in fronte dagli dei che gli avevano concesso bellezza, salute, intelligenza, fascino e ricchezza. E tuttavia si dannava la vita per la sola donna che non riusciva ad amarlo. Certo gli aveva voluto bene quando era giovane, ma non abbastanza da essergli fedele nei pochi mesi di fidanzamento. Non era mai stato il primo, né allora, né adesso, visto che il suo cuore apparteneva a una spia e a un traditore. Fissando disperato il soffitto, Rafe si chiese perché mai il destino l’avesse condannato ad amare l’unica donna che non contraccambiava il suo amore. Ma avrebbe avuto fin troppo tempo da domani per pensarci con calma. Per ora si sarebbe accontentato dei pochi momenti che gli rimanevano con l’unico amore della sua vita. Sapeva che sarebbero stati gli unici.

16

La mattina seguente Maggie si svegliò di buon’ora completamente riposata. Alla luce del giorno le sembrava impossibile di aver avuto l’audacia di chiedere a Rafe di fare l’amore con lei, ma il suo corpo disteso nel letto al suo fianco ne era la prova inconfutabile. Girando lievemente la testa, studiò attentamente il suo viso addormentato. Poi chiuse gli occhi angosciata. Lo sapeva che entrando in intimità con lui se ne sarebbe nuovamente innamorata e infatti così era successo. L’amore era sempre stato lì, a

covare nell’ombra, da quando si erano conosciuti tredici anni prima. Forse era proprio per quello che non era riuscita ad amare Robin completamente. Si allontanò dalle braccia di Rafe, ben attenta a non svegliarlo. Per quanto non desiderasse altro che passare il resto della vita nel suo letto, non era possibile. Odio e cospirazioni avevano ancora bisogno del suo intervento e poi c’erano le accuse contro Robin. In un modo o nell’altro la faccenda si sarebbe risolta, dopo di che non avrebbe mai più rivisto Rafe. Forse l’avrebbe voluta ancora come amante, ma lei non avrebbe mai osato accettare. Se fossero diventati amanti, non credeva che avrebbero potuto sopravvivere alla fine della loro relazione. Rafe sarebbe stato affascinante, gentile e solo leggermente annoiato nel mettere fine alla loro storia: riusciva a immaginarselo benissimo. Lo accarezzò lievemente sulla guancia in un gesto d’addio, resistendo alla tentazione di baciarlo un’ultima volta. Poi si alzò e dopo aver trovato i vestiti della notte precedente piegati sulla sedia,

si rivestì e si accoccolò sulla poltrona davanti alla finestra in attesa che Rafe si

svegliasse. Passarono circa quindici minuti prima che Rafe si muovesse e il suo primo gesto fu verso la parte del letto occupata da Maggie. Trovando il vuoto, si svegliò completamente e si alzò su un gomito scrutando la stanza finché non la scorse accanto alla finestra. — Buongiorno — disse lei in tono incerto sperando che un po’ dell’intimità della notte potesse sopravvivere alla luce del giorno. — Ma lo è? — chiese Rafe con uno sguardo incredibilmente freddo.

Non le avrebbe reso le cose facili, pensò Maggie sforzandosi di incontrare i suoi occhi. — Be’, sono viva — esclamò — cosa di cui ti sono profondamente grata. Non

— Lascia stare — scattò Rafe. — Non l’ho fatto per avere la tua gratitudine.

Per quanto il pensiero la angustiasse, sapeva di dover affrontare l’argomento. —

Ti devo delle scuse, credo. Tu mi hai salvato la vita e io ti ho usato in maniera

imperdonabile. Chiederti… quel che ti ho chiesto è stata un’offesa all’onore e al buon gusto. Spero che mi perdonerai…

— Non ti preoccupare, contessa — rispose Rafe in tono sarcastico. — Le donne

di mondo come te sanno benissimo che gli uomini non disdegnano consolare

femmine disperate. Inoltre sei davvero molto brava a letto, è stato un onore per me poter godere dei tuoi servigi. Per Maggie fu come uno schiaffo in pieno volto. Immaginava che sarebbe stato furioso, ma non di meno le parole crudeli la ferirono profondamente. Nessun uomo

amava sentirsi dire di essere stato usato come panacea contro il dolore e Rafe meno

di chiunque altro, orgoglioso com’era. — Mi spiace — ripeté a bassa voce e si voltò

per andarsene.

— Dove diavolo credi di andare?

— Da Robin — rispose lei senza voltarsi. — Devo assolutamente parlargli.

— Non dirmi che sono riuscito a insinuare qualche dubbio nella tua mente

irrazionale?

— Sì, maledizione a te — scattò lei voltandosi irata. — E ora devo dargli la possibilità di spiegarmi come stanno le cose.

— E se non ne avesse, di spiegazioni?

— Non lo so — fece Maggie sconsolata — proprio non lo so.

— Fatti portare la colazione quando scendi. Ti raggiungo in dieci minuti — e

vedendo che stava per protestare si affrettò ad aggiungere: — Non uscirai di qui senza aver mangiato qualcosa, poi ti accompagnerò io da Anderson.

Maggie lo guardò allibita non sapendo se sentirsi offesa o se scoppiare a ridere.

— Se credi che ti lasci andare in giro da sola dopo quel che è successo, allora il

calcio in testa deve aver fatto più danni di quel che crede il medico. Ogni notte

muore qualcuno per le strade di Parigi. Proprio due sere fa sono stati trovati i corpi

di due uomini vicino a Place di Carrousel…

“E a proposito di medici” proseguì Rafe “il dottore ha lasciato queste pillole per l’eventuale mal di testa. Ora sii gentile ed esci mentre mi vesto.” Non appena Rafe ebbe menzionato la possibilità di un mal di testa, Maggie si rese conto che la testa le pulsava dolorosamente. Raggiunta la sala da pranzo, inghiottì una delle pillole.

Peccato che il mal di cuore non si potesse curare allo stesso modo.

Troppo esasperato per aspettare il cameriere, Rafe cominciò a radersi da solo, schiumando di rabbia. Scuse e gratitudine non erano esattamente ciò che voleva da Margot. Stupidamente aveva quasi sperato che potesse accadere il miracolo e che lei

si svegliasse innamorata, ma non appena l’aveva scorta sulla sedia accanto alla finestra, si era subito accorto che il miracolo non si era verificato. Che diavolo gli era successo? pensò spaventato. Stava perdendo completamente il suo famoso autocontrollo per cui era famoso nei circoli londinesi? Margot era la causa di tutto, ecco cosa. Dal primo momento in cui l’aveva rivista in quella stanza dell’ambasciata austriaca, aveva cominciato a cadere a pezzi. Non poteva scendere e affrontare Margot in quello stato, si disse. Era stata onesta con lui e gli aveva subito detto i motivi per cui voleva fare l’amore con lui. Adesso non poteva comportarsi come uno scolaretto offeso. Anzi probabilmente doveva sentirsi fiero di essere stato così bravo ad aiutarla a superare quel terribile momento. E lo era. Maledettamente fiero. Il tempo di finire di vestirsi e di raggiungere Margot in sala da pranzo e “il Duca” era di nuovo al comando. Dopo avergli lanciato un’occhiata fuggevole, Maggie si rilassò vedendo che era ritornato quello di sempre. Parlarono ben poco mentre sorseggiavano ottimo caffè con dei croissant, poi si misero in moto verso gli appartamenti di Anderson. Approssimandosi a Place du Carrousel, si avvidero che la piazza era completamente presidiata da truppe austro- ungariche. Con una simile protezione la rimozione dei cavalli di bronzo stava procedendo senza ulteriori incidenti. — Wellington dev’essersi infuriato da morire quando ha saputo degli avvenimenti della notte scorsa e ha deciso di ricorrere ai rinforzi — disse Rafe sorridendo amaro. — Parigi non lo amerà certo di più per questa azione, ma almeno lo rispetterà! Fecero il giro passando da dietro il Louvre per raggiungere il piccolo hôtel dove aveva preso alloggio Robin. Rafe attese in carrozza mentre Maggie entrava in albergo, dopo averla avvertita che entro dieci minuti sarebbe venuto a cercarla. Ma non ce ne fu bisogno perché la ragazza fu di ritorno da lì a poco con il volto preoccupato. — Non ho avuto risposta quando ho bussato alla sua porta — disse risalendo in vettura — e l’albergatore mi ha detto che non lo vede da due giorni. — Credi che possa essersi fermato all’ambasciata per finire un lavoro? — chiese Rafe. Maggie scosse la testa. — Neanche all’ambasciata sanno dov’è. Ieri hanno mandato qualcuno a cercarlo in albergo. — E così dicendo si appoggiò al sedile sentendo lo stomaco annodato dalla paura. Se Robin fosse venuto a sapere che lo sospettavano e fosse scappato, allora era colpevole. Se fosse stato innocente non avrebbe mai lasciato Parigi senza avvertirla. Perciò, la sua scomparsa poteva significare solo due cose: o era colpevole o era morto. Rafe rimase in silenzio mentre ritornavano verso la casa di Maggie e la donna gli

fu grata per non aver detto la fatidica frase “Te l’avevo detto”.

Non appena a casa mandò un messaggio a Hélène Sorel pregandola di raggiungerla a casa per la seconda colazione. Aveva proprio bisogno di confidarsi con qualcuno che fosse in grado di… Poi si chiuse in camera passeggiando nervosamente su e giù. Voleva troppo bene

a Robin per sperare che fosse un patriota morto piuttosto che un traditore vivo, ma se davvero avesse tradito il suo Paese non voleva più rivederlo. Hélène arrivò di lì a poco e Maggie la mise al corrente delle novità. La donna ascoltò seriamente aggrottando la fronte e interrompendo ogni tanto l’amica con domande sensate.

— Il quadro è molto più pericoloso di quanto credessi — disse infine. — Con

Talleyrand uscito di scena e Castlereagh relegato a letto, pare proprio che l’obiettivo più probabile sia Wellington, n’est-ce pas?

— Temo di sì. Candover è appena andato a parlargli e dato che si conoscono è

possibile che gli dia retta, ma sappiamo tutti quanto sia incurante di ogni avvertimento.

— È ora di restringere la rosa dei sospetti. Questa sera mi recherò a parlare con

il Colonnello von Fehrenbach e una volta finito con lui, ti saprò dire se escluderlo o

meno dai sospetti.

— Non posso permettermi di perdere altre persone care — la interruppe Maggie.

— Candover chiederà a Wellington soldati di scorta. Portane uno con te, ti prego.

— D’accordo, se insisti. Ma dovrà rimanere fuori a meno che non chiami io. E ti

assicurò che non ce ne sarà bisogno, — concluse sorridendo. Maggie desiderò poter condividere il suo ottimismo, ma se si era sbagliata lei sul conto di Robin, perché non poteva sbagliarsi Hélène su qualcuno che conosceva appena? Sospirò appoggiando i gomiti al tavolo e affondando il volto tra le mani. Voleva solo chiudersi in camera e dormire per sempre. Non voleva vivere in un mondo in cui aveva perso Robin, Rafe la disprezzava e il fato dell’Europa pesava sulle sue deboli spalle. D’un tratto si udì bussare alla porta e di lì a poco entrò il maggiordomo. — So che non volevate essere disturbata, Milady, ma la signora Northwood ha detto che è urgente. Maggie cercò di ricomporsi e si alzò. — Va bene, Laneuve, falla pure entrare. Il maggiordomo si fece di lato e Maggie rimase senza fiato alla vista del volto tumefatto di Cynthia.

— Non sapevo dove andare — balbettò la ragazza con voce tremante.

— Mia povera bambina! — esclamò Maggie sconvolta correndo ad abbracciarla.

— Mi spiace, non volevo coinvolgervi così nei miei problemi — fece Cynthia

cercando di ricomporsi e occhieggiando dubbiosa Hélène che aveva versato un bicchiere di brandy e glielo porgeva.

— Non preoccupatevi per Madame Sorel, è una mia carissima amica e potete

fidarvi ciecamente di lei. Cos’è successo?

Cynthia sprofondò nella poltrona dopo aver accettato il bicchiere che le porgeva Hélène. — Sono riuscita a frugare nei cassetti di mio marito.

— E vi ha scoperto e per questo vi ha picchiata? — esclamò Maggie sentendosi

in colpa per aver messo Cynthia in quella situazione.

— No, mi ha picchiata per tutt’altro motivo. — Tirò fuori dei documenti che

porse a Maggie. — Ecco, ho avuto anche tempo di copiare tutto così da lasciare gli originali al loro posto. Maggie li mise sul tavolo per avere il tempo di esaminarli in seguito. — Ma allora perché vi ha picchiata?

— Avevo finalmente deciso di lasciarlo. Rimanere con lui era insopportabile e

Michael era più che deciso a farla finita con questa situazione. Comunque sia,

Michael è in missione a Huninguen per qualche giorno perciò dovevo per forza aspettare. Ma il fatto di aver preso una decisione deve avermi reso euforica e Oliver ha subodorato qualcosa.

— Questa mattina è venuto in camera mia mentre mi stavo vestendo e si è

accorto immediatamente delle mie condizioni — proseguì la ragazza abbassando lo sguardo. — Sa benissimo che il bambino non può essere suo e così si è infuriato. Ha fatto uscire la cameriera e ha cominciato a picchiarmi, insultandomi in modo

orribile e dicendo che sperava che perdessi il bastardo e che morissi anch’io. Poi mi ha chiuso a chiave in camera. — Scoppiò a piangere disperata. — Non posso tornare

a casa. Mi ucciderebbe. Vi prego, Maggie, fatemi restare qui fino al ritorno di

Michael!

— Ma certo — rispose Maggie. — Non vi troverà mai qui. Ma come avete fatto

a scappare dalla stanza? Cynthia sorrise tra le lacrime. — Da piccola ero un vero monello. Ho arrotolato insieme delle lenzuola e mi sono calata dalla finestra.

— Davvero ben fatto — fece Maggie provando un certo rispetto per la giovane

donna. — Ma ora venite, dovete riposarvi. Manderò a chiamare un medico per farvi controllare. Dopo aver sistemato Cynthia in una camera per gli ospiti, le due donne si misero

a esaminare i documenti da lei portati. Per lo più si trattava di codici cifrati,

impossibili da capire. V’erano colonne di somme in franchi, probabilmente vincite e

perdite al gioco. Poi una frase scritta a metà foglio le fece balzare il cuore in gola. Andersonuna spia? Possibile pericolo. Lei e Hélène la scorsero contemporaneamente. — Questo non prova nulla — disse Maggie con voce tesa.

— No, infatti — si affrettò a dire Hélène. — Tu credi ancora nella sua

innocenza, vero?

— Sì. Penso che sia scomparso perché si è avvicinato troppo a qualcosa di

pericoloso. — Con gli occhi che le bruciavano per le lacrime non versate girò

l’ultimo foglio. Il disegno colse entrambe le donne di sorpresa, poiché si trattava di uno degli stemmi che avevano controllato da Madame Daudet, il serpente a tre teste della famiglia d’Aguste. E sotto c’era una scritta: Le Serpent, Eureka!

— È ovvio che Northwood è implicato in qualcosa di segreto. Ma il problema è:

per chi lavora?

— E cosa significa questo stemma per lui?

— Forse stiamo finalmente facendo qualche progresso — disse Maggie — ma

mi sento come se stessimo aprendo delle scatole cinesi. In quel momento entrò il maggiordomo per annunciare l’arrivo del dottore. Hélène si alzò e prese congedo promettendo di tornare più tardi, dopo il confronto con il Colonnello von Fehrenbach. Maggie pregò che l’iniziativa dell’amica potesse aiutarli a raggiungere il loro obiettivo prima che succedesse qualcos’altro di disastroso.

17

Hélène si vestì con particolare cura per il suo incontro con il Colonnello von Fehrenbach, scegliendo un abito blu molto femminile ma non provocante. Candover l’accompagnò dal colonnello lasciandole quattro soldati inglesi di scorta ad attenderla sulle scale in caso avesse bisogno di aiuto. Durante il viaggio in carrozza aveva cercato di persuaderla a portare con sé una piccola pistola, ma lei aveva rifiutato categoricamente. Aveva infine acconsentito a mettere in borsa un fischietto che in caso di necessità avrebbe potuto essere udito fin sulle scale. La carrozza si fermò davanti a una villa non distante dalla casa di Madame Daudet. L’edificio era stato diviso in vari appartamenti e il colonnello ne occupava uno con un attendente personale che quella sera aveva la serata libera. Candover scese dalla carrozza e si avviò con i soldati per entrare dalla porta sul retro. Dopo un attimo Hélène scese a sua volta dalla vettura ed entrò nella casa. La portiera le indicò l’appartamento del colonnello, al secondo piano. Una volta davanti alla porta di von Fehrenbach, Hélène ebbe un attimo di esitazione e lanciò un’occhiata nervosa verso il punto in cui si erano nascosti i quattro soldati. Poi bussò alla porta. Dopo qualche momento il colonnello venne ad aprire di persona. Per quanto non fosse in uniforme, il suo portamento denotava decisamente il soldato in lui. I capelli chiari brillavano alla luce delle candele. Era davvero un bell’uomo, sembrava il principe dei ghiacci. Si fissarono in silenzio per qualche istante, mentre la solita irresistibile attrazione divampava tra di loro. Era sempre stato così, sin dalla prima volta che si erano visti. Il suo volto rifletté lo shock e una mistura complessa di emozioni indefinibili. — Madame Sorel — disse infine con voce gelida. — Questa sì che è una sorpresa. Cosa vi porta qui, questa sera? — Una faccenda di una certa urgenza. Se prometto di non compromettervi, mi fareste entrare, per favore? Lui arrossì lievemente, poi si scostò per farla entrare. Hélène lo ringraziò ed entrò in sala accettando la sedia che le veniva offerta. La stanza era proporzionata e pulita in modo impeccabile ma, a parte una libreria piena di libri, molto austera. Era proprio come Hélène se l’aspettava. Lo stato d’animo di una persona si riflette nella sua casa e il colonnello aveva l’inverno nel

cuore. Senza offrirle alcun rinfresco, von Fehrenbach si sedette a sua volta a una certa distanza. — Dunque, Madame? Lei rimase a guardarlo qualche istante osservando i bei lineamenti tesi. — È in atto un complotto per distruggere le trattative di pace mediante un assassinio. L’incidente occorso a Castlereagh era in realtà un attentato alla sua vita e Wellington potrebbe essere il prossimo obiettivo.

Il colonnello inarcò le sopracciglia stupito. — Parigi pullula di complotti. Ma io che cosa c’entro? Hélène strinse le mani in grembo. — Ci sono buoni motivi per credere che voi siate dietro al complotto. — Che cosa?! — il colonnello balzò in piedi furibondo. — Come osate accusarmi! E perché proprio voi, tra tutti, venite qui a farlo?

— Se avrete un po’ di pazienza, vi spiegherò tutto. Non vi costerà nulla starmi a sentire per qualche minuto.

— In questo avete torto, Madame — fece lui a bassa voce. — Mi costa molto,

invece, vedervi e starvi a sentire. Con un senso di sollievo Hélène si rese conto che aveva ragione. Non v’era nulla

di facile tra loro due. Ma prima di pensare a se stessa, c’erano altre faccende che

doveva definire.

— Dalle indagini svolte sappiamo che voi siete una delle persone più probabili

in quanto possedete intelligenza, abilità e movente per organizzare il complotto.

— Sono lusingato dalla vostra opinione sulle mie capacità — fece lui asciutto.

— Ora spiegatemi perché mai dovrei fare una cosa simile.

— Tutti sanno quanto odiate la Francia e i francesi. Due volte avete ucciso

ufficiali francesi in duello. Inoltre più volte avete detto che le condizioni di resa per

la Francia sono troppo moderate. Se Wellington o Castlereagh fossero uccisi, cosa

succederebbe al trattato che sta per essere firmato?

— Ora comincio a capire. Se la Francia fosse sottoposta a condizioni più dure, ne

sarei più che lieto. Ma sono un soldato, non un assassino. Ho ucciso due ufficiali francesi che avevano depredato cadetti alleati. Mi pare molto diverso dal complottare un assassinio.

— Io vi credo ed è una delle ragioni per cui sono qua.

— C’è forse una ragione particolare per cui sono sospettato? Non sono certo l’ufficiale prussiano che odia maggiormente i francesi.

— Sì, c’è un’altra ragione, circostanziale ma forte. Abbiamo saputo che l’uomo a capo del complotto si chiama Le Serpent.

— Ripeto, e io che c’entro?

— L’astuzia di un serpente, il coraggio di un leone — citò lei osservandolo

attentamente. Lui trattenne il fiato. — Ma certo, il motto della mia famiglia. Interessante, ma

come avete detto voi stessa, del tutto circostanziale. Molti stemmi familiari hanno

un serpente disegnato. Nell’esercito francese c’è addirittura un generale che è stato soprannominato Le Serpent e per quanto ne so anche il re dei ladri di Parigi ha lo stesso soprannome.

— Di quale generale si tratta? — chiese Hélène all’erta, ignorando le sue ultime

parole.

— Del Generale Roussaye — rispose lui lanciandole un’occhiata indagatrice. — Perché me lo chiedete?

— Il Generale Roussaye è anche lui sulla lista dei sospetti.

— Ma se sono davvero sulla lista dei sospetti perché Wellington non mi fa arrestare direttamente invece di mandare qui voi?

— Voci e sospetti non reggerebbero mai in tribunale e Blücher potrebbe

risentirsi molto se un suo ufficiale venisse accusato senza prove.

— Sì, ma non avete risposto alla mia domanda completamente. Perché proprio

voi?

— Non ho un incarico ufficiale dall’ambasciata britannica, ma svolgo alcune indagini sul caso.

— Così, la signora fa la spia — disse il colonnello disgustato. — O forse lo spionaggio è solo una forma più raffinata di prostituzione?

— Non ho mai accettato soldi per i miei servigi e non mi sono mai venduta in

alcun modo, colonnello — rispose lei risentita. — Avrebbe potuto venire qualcun altro a interrogarvi, ma sono voluta venire personalmente.

— Perché? — si sporse in avanti, il volto ostile. — Perché proprio voi?

— Lo sapete perché, colonnello — rispose lei cercando di guardarlo con la

massima sincerità possibile. I suoi occhi potevano anche avere il colore dei laghi nordici, ma nelle loro profondità Hélène scorse il più bruciante dei dolori. Imprecando a bassa voce in

tedesco si alzò dalla sedia e si avvicinò alla libreria voltandole le spalle.

— Parlate per enigmi, Madame Sorel — le disse senza voltarsi.

— Sto parlando molto chiaramente invece, colonnello — disse lei alzandosi a

sua volta. — Anche se non volete ammetterlo, sapete bene che è scoccato qualcosa tra noi dalla prima volta che ci siamo visti. Lui si girò di scatto ad affrontarla. — D’accordo, lo ammetto. Vi trovo attraente e mi eccitate come una giumenta ecciterebbe uno stallone. Sono morti così tanti francesi da ridurvi al punto di venire fino da me per avere uno stallone? Devo prendervi qui sul tappeto, farvi quel che vorrei che gli Alleati facessero alla Francia? Hélène sbiancò in volto. Si aspettava una resistenza da parte dell’uomo e sapeva che la crudeltà delle sue parole sarebbe stata proporzionale ai sentimenti che sentiva per lei. Pure le sue parole la ferivano crudelmente. — Se quel che cerco fosse solo sesso potrei trovarne quanto ne voglio senza andarmi a cercare un uomo che mi

insulta.

— Allora perché siete qui, Madame?

— Voglio che mi guardiate, una volta soltanto, senza pensare che io sono francese e voi prussiano. Il colonnello la fissò a lungo. — Questo, Madame, è davvero impossibile — rispose infine. — Guardo voi e vedo la mia casa in fiamme, mia moglie e mio figlio

uccisi. Assassinati dai francesi, dalla vostra gente, Madame, forse proprio da vostro marito o da vostro fratello. Non potrò mai scordare che siamo nemici.

— Io non vi sono nemica.

— Sì, invece. L’unico nemico peggiore che ho sono io. Ho passato molte notti in

bianco, Madame, per colpa vostra e non sapete quanto mi disprezzi per questo.

— Anch’io avevo dei fratelli, colonnello. Uno è morto nella ritirata da Mosca.

L’altro sotto le torture dei partigiani spagnoli. Era mio fratello minore, Pierre, che sognava di diventare pittore. “E avevo anche un marito che è stato ucciso a Wagram prima ancora che nascesse mia figlia minore. Voi avete combattuto a Wagram, colonnello. Magari sono state le vostre truppe a ucciderlo.” — Splendido, Madame Sorel, così abbiamo sofferto entrambi. Avete il mio permesso di odiare i prussiani tanto quanto io odio i francesi. Questo vi soddisfa?

— No! — gridò lei con le lacrime agli occhi. — Voglio mettere la parola fine a

tutto questo odio. Voglio che mia figlia viva in un mondo dove i mariti invecchiano

accanto alle mogli e dove i ragazzi come Pierre possano dipingere e scrivere poesie d’amore invece di morire gridando.

— E voi credete che se ci amassimo metteremmo fine all’odio che divampa in

Europa?

— Non so se potremmo amarci, forse la nostra è solo attrazione fisica — rispose

Hélène con il volto rigato di lacrime. — Ma se due persone non possono nemmeno tentare, non c’è più speranza per l’umanità. Saremo condannati a soffrire per sempre dei nostri errori. Von Fehrenbach prese a misurare la stanza a grandi passi. Poi si fermò davanti a

un ritratto in una cornice d’argento sul tavolo accanto alla Bibbia. Era il ritratto di una giovane donna bionda con un bambino in braccio.

— Siete una donna coraggiosa. Forse le donne hanno più coraggio degli uomini

— sfiorò delicatamente il volto del ritratto. — Ma mi chiedete troppo. Non ho abbastanza forza per darvi ciò che chiedete.

Aveva fallito. — Non è che le donne siano più coraggiose, colonnello. È solo che sono più sciocche — disse lottando per ricacciare indietro le lacrime. Frugò nella borsetta in cerca di un fazzoletto. Poi, dopo essersi asciugata gli occhi, si avviò verso la porta d’ingresso.

— Cosa direte ai vostri capi? — sentì la sua voce alle spalle.

— Dirò che secondo me non siete coinvolto nel complotto. Vi terremo ancora

sott’occhio fino alla fine della conferenza di pace, tanto per essere più tranquilli, ma credo proprio di non sbagliarmi. — Mise la mano sulla maniglia della porta. — Addio, colonnello. Non credo che ci incontreremo ancora. Con sua grande sorpresa egli attraversò la stanza e, dopo essersi avvicinato, si portò la mano di lei alle labbra con grande rispetto. — Siete davvero una donna molto coraggiosa. Hélène cercò di uscire a testa alta, ma una volta chiusa la porta si appoggiò al muro sentendosi morire. Poi dopo qualche istante cercò di ricomporsi e raggiunse Rafe che l’attendeva ansioso. — L’incontro è andato bene, Madame Sorel? — Meglio di così non poteva andare — rispose lei sospirando.

Dentro l’austero appartamento Karl von Fehrenbach andava su e giù sistemando oggetti per la stanza, prendendo libri a caso e rimettendoli poi a posto svogliatamente. D’un tratto appoggiò la fronte alla libreria e chiuse gli occhi rivedendo Hélène dov’era, piccola, dolce e così femminile. Aveva avuto davvero un gran coraggio a esporsi al suo rifiuto. Si avvicinò al ritratto di Elke ed Erik e lo prese in mano fissando i volti tanto amati. Sua moglie che aveva il dono del sorriso e il piccolo che aveva la stessa conformazione fisica del padre e la natura allegra della madre. Avevano dato fuoco alla casa con loro ancora dentro. Sperava solo che fossero morti soffocati dal fumo e non bruciati vivi. Un dolore insopportabile gli strinse il cuore dissolvendo tutte le difese che aveva eretto tra sé e la vita. Aprì a caso la Bibbia in cerca di una risposta.

I suoi peccati, che sono molti, le sono perdonati, poiché ha molto amato.

Se era un messaggio che Dio gli inviava, era troppo doloroso da sopportare. Buttandosi in ginocchio si prese la testa tra le mani e scoppiò a piangere scosso dai singhiozzi irrefrenabili di un uomo che non aveva mai imparato a piangere.

18

La visita a Le Serpent fu breve. All’inglese non importava più che l’uomo fosse

mascherato, tanto conosceva la sua identità e al momento giusto l’avrebbe rivelata.

— La polvere da sparo è nello sgabuzzino? — chiese Le Serpent in tono secco.

— Sì, l’ho nascosta lì dentro vari giorni fa e nessuno se ne accorgerà, neppure

aprendo lo sgabuzzino perché l’ho nascosta in alcune scatole che non dovrebbero suscitare sospetti.

— Molto bene. — L’uomo mascherato annuì soddisfatto. — Giovedì è il giorno.

— Dopodomani? — fece l’inglese sconcertato.

— Esatto. L’esplosione dovrebbe aver luogo verso le quattro. La candela che vi

ho dato dovrebbe bruciare in circa otto ore, perciò accendetela alle otto di mattina. Non dovrebbero esserci problemi. — Potrebbero sospettare qualcosa se mi vedessero all’ambasciata così di buonora.

— Non m’importa. Vi pago profumatamente e l’unica cosa che mi interessa sono

i risultati. Una volta accesa la candela potete scappare lontano quanto volete, ma

l’esplosione deve aver luogo giovedì. È l’unico giorno in cui anche il Re si unirà agli altri in camera di Castlereagh. Ben presto il Ministro sarà in piedi e non ci saranno altre occasioni del genere.

— Non vi preoccupate, ce la farò. — Poi gli venne in mente un altro argomento di cui voleva parlargli. — A proposito delle spie inglesi…

— Non vi preoccupate. La cosa riguarda me.

— Mi interessa la donna, la Contessa Janos.

— Ah, la volete solo per voi, mon petit anglais? — chiese Le Serpent con aria divertita. — È davvero un bocconcino attraente, lo ammetto.

— Sì la voglio… almeno per un po’.

— Dato che avete svolto un buon lavoro, ve la farò avere come compenso. Ora,

via, ho molto da fare. L’inglese non stava in sé dalla gioia. Non aveva mai perdonato Margot Ashton per averlo rifiutato. Ora avrebbe pagato per tutte le umiliazioni che gli aveva inflitto, lei e tutte le altre donne. Avrebbe pagato, eccome.

Hélène e Rafe ritornarono a casa di Maggie e tutti e tre rimasero a parlare per ore. Dopo aver discusso dell’incontro con il colonnello prussiano, decisero quale

sarebbe stato il passo successivo da compiere. Maggie inviò un biglietto a uno dei suoi informatori e ricevette ben presto la risposta che aspettava. In effetti il soprannome di Roussaye era Le Serpent e quindi il prossimo passo sarebbe stato quello di chiedere un confronto diretto con il generale. A tale scopo Rafe gli inviò un biglietto chiedendo il permesso di passare a trovarlo. Ben presto arrivò la risposta di Roussaye che fissava un appuntamento per l’indomani mattina alle undici. Arrivata la risposta del generale, Hélène decise di prendere congedo. Subito anche Rafe si alzò offrendosi di accompagnarla e Maggie capì dalla sua espressione che non sopportava l’idea di rimanere solo con lei. Si rese conto che qualunque tenerezza fosse esistita tra loro, era scomparsa. Sperò soltanto che il complotto venisse sventato al più presto in modo da non doverlo vedere mai più.

Maggie iniziò la giornata con una visita all’ambasciata britannica. Parlando con Lady Castlereagh, le confidò i suoi sospetti su Oliver Northwood spronandola a passare il più presto possibile le informazioni al marito. Lady Castlereagh, davvero spaventata, l’assicurò che l’avrebbe fatto immediatamente e poi le confidò che Northwood non si faceva vedere al lavoro da due giorni. Aveva mandato un biglietto dicendo di soffrire di un’intossicazione da cibo e assicurandoli che sarebbe tornato il più presto possibile. Strano, pensò Maggie, che l’intossicazione di Northwood coincidesse con il brutale attacco a sua moglie. La carrozza la lasciò davanti casa e proseguì verso le scuderie. Rafe doveva passare a prenderla entro mezz’ora per recarsi da Roussaye e, sentendo una vettura

fermarsi davanti a casa, si voltò pensando che si trattasse di Rafe, giunto in anticipo. Ma la carrozza che si era fermata gli era sconosciuta. Riconobbe invece immediatamente l’uomo che ne discese. — Buongiorno, conte — esclamò con il più smagliante dei sorrisi. — Se siete venuto a trovarmi devo darvi una delusione, sto per uscire nuovamente. Il Conte di Varenna era vestito con la solita eleganza inappuntabile, ma il suo sguardo era talmente gelido che Maggie fece involontariamente un passo indietro. — Quando vi ho vista davanti a casa, ho avuto l’impulso irresistibile di portarvi a visitare la mia tenuta a Chanteuil.

— Mi spiace, Milord, ma…

Il Conte la interruppe. — Davvero, mia cara, non accetto scuse. Vi garantisco

che sarà una visita davvero indimenticabile. — E così dicendo le appoggiò casualmente una mano in vita come a volerla aiutare a montare in carrozza. Maggie si immobilizzò. Varenna aveva un coltello in mano e glielo puntava con

tale forza contro le costole che la punta penetrò la mussolina dell’abito fino alla carne viva.

— Davvero, mi permetto di insistere — ripeté l’uomo con voce melliflua.

Se avesse cercato di chiamare i domestici in aiuto, il coltello l’avrebbe trafitta in men che non si dica. Pietrificata, Maggie salì in carrozza dove un uomo dal volto raggrinzito li attendeva. Il conte prese posto accanto a lei, sempre tenendole il

coltello puntato alle costole e la carrozza si mosse. L’intera scena non era durata più

di un minuto.

Neanche la donna che li osservava dalla finestra si accorse di qualcosa di strano. Una volta in moto il conte ritirò il coltello. — Siete una donna assennata, Contessa Janos, non sarebbe stato prudente fare scenate. O forse dovrei chiamarvi Signorina Ashton? — Chiamatemi come più vi aggrada — rispose Maggie furiosa per essere stata una preda così facile. Il conte fece un cenno verso l’altro uomo, il quale versò delle gocce da una

bottiglietta su un fazzoletto. — Vi prego, perdonate la rudezza, Madame, ma ho un grande rispetto per le vostre abilità e non vorrei correre rischi. Vi siete difesa bene

in Place du Carrousel, per quanto devo dire che i vostri sforzi sarebbero serviti a ben

poco se non fosse intervenuto il vostro amante muscoloso. L’altro uomo si sporse in avanti premendo il fazzoletto in faccia a Maggie e tenendole ferma la testa con l’altra mano. Lei cercò di divincolarsi, ma Varenna la teneva ferma in una morsa ferrea. — Candover mi è costato Lemercier — lo udì dire mentre perdeva conoscenza — e non glielo perdonerò. Dato che siete sopravvissuta a quell’incidente, ho in serbo per voi una sorte ancora più divertente. Vi darò a un mio associato. Ammira molto la vostra carne rigogliosa e non gli importa che siate consenziente o meno. Le ultime parole la riempirono d’orrore, ma i muscoli non rispondevano già più alla sua volontà e cadde nell’oscurità più profonda.

Rafe era sulle spine arrivando in Boulevard des Capucines, non sapeva se più per

il confronto che l’aspettava con Roussaye o se all’idea di passare del tempo da solo

con Margot. Non riusciva proprio più a pensare a lei come a Maggie. Il ricordo della notte trascorsa insieme gli sembrava già incredibilmente distante come se fosse successo anni fa. Chissà se Margot sarebbe tornata da lui una volta scomparso Anderson dalla sua vita. Poteva volerci un’infinità di tempo, ma era disposto ad aspettare. Aveva già aspettato tredici anni. Dopo aver scoperto dal maggiordomo che Margot non era ancora tornata, aspettò altri quindici minuti prima di mandare a chiamare Cynthia Northwood. Malgrado Margot l’avesse preparato, rimase tuttavia sconvolto davanti al volto tumefatto della ragazza. — Dio mio, Cynthia, come stai? — Meglio di quanto sia mai stata da lungo tempo, Rafe — rispose lei allegra. — Vorrei solo averlo lasciato prima.

— C’è voluta comunque una grande dose di coraggio per farlo — disse Rafe

ammirato. Lo scandalo sarebbe stato inevitabile, sperava solo che lei e il maggiore avessero la forza di affrontarlo. — Mi spiace disturbarti, ma volevo chiederti se la contessa avesse altri appuntamenti stamani oltre all’ambasciata. Dovevamo incontrarci e mi sorprende che non sia qui.