Sei sulla pagina 1di 378

Matteo Oberto 

 
Il manuale dell'oro
 

Youcanprint Self‐Publishing 

   
Titolo | Il manuale dell’oro 
Autore | Matteo Oberto 
ISBN | 9788827847107
Prima edizione digitale: 2018

© Tutti i diritti riservati all’Autore

Youcanprint Self-Publishing
Via Roma 73 - 73039 Tricase (LE)
info@youcanprint.it
www.youcanprint.it

Questo eBook non potrà formare oggetto di scambio,


commercio, prestito e rivendita e non potrà essere in alcun
modo diffuso senza il previo consenso scritto dell’autore.
Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata
costituisce violazione dei diritti dell’autore e sarà
sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto
previsto dalla legge 633/1941.
Ringraziamenti 
Questa opera non sarebbe stata possibile senza l’aiuto materiale ed il pensiero di 
alcune persone che ritengo importanti a livello scolastico, accademico e privato. In 
particolare, l’opera è la sommatoria delle conoscenze e curiosità apprese durante gli 
anni di studi accademici.  

Prima dei ringraziamenti alle persone che hanno collaborato direttamente all’opera 
stessa vorrei donare un particolare ringraziamento alla mia cara nonna Giuseppina 
F., la quale insieme a mio nonno Silvano G., ha sempre creduto fermamente nella 
mia istruzione e in questi miei studi paralleli all’attività accademica, anche quanto mi 
portavano  via  molto  tempo,  il  quale  avrebbe  dovuto  essere  dedicato  allo  studio. 
Durante tutta la durata della stesura dell’opera sono stato affrancato dalla volontà 
incrollabile di proseguire donata da Chiara R., frammento fondamentale della mia 
vita passata e futura. 

Un ulteriore ringraziamento è dovuto ai colleghi universitari, in particolare a Giai M., 
i quali mi hanno sostenuto nella realizzazione del seguente scritto, specialmente, chi 
interessato in maniera genuina, mi ha fornito consigli ed ulteriori spunti. 

Si  ringrazia  inoltre  tutto  il  corpo  docenti  appartenenti  al  dipartimento  di  Scienze 
Geologiche dell’Università degli Studi di Torino che mi ha introdotto alla passione 
della ricerca dell’oro per queste materie ed in particolare a Rossetti P., Carosi R. e 
Gianotti F. 

Un ringraziamento particolare va a Pipino G., autore delle principali opere dedicate 
all’argomento aurifero piemontese ed italiano; i suoi scritti sono fonte inesauribile 
di  conoscenza  e  un  faro  in  tutti  questi  anni.  Sono  stati  consultati  e  letti  più  volte 
avidamente e sempre con piacere. 

Si ringraziano tutte le persone che hanno collaborato alla stesura del seguente testo, 
sia impegnando il loro tempo nel fornire contenuti di qualità (testuali e fotografici), 
sia aiutando l’autore nella scrittura di alcuni paragrafi. In particolare, si ringraziano i 
principali  fornitori  dei  contenuti  fotografici,  fondamentali  per  la  genuinità  e 
specificità dei contenuti trattati:  

‐ Rizzi G. (GR), per la notevole mole di informazioni e contenuti fotografici e la 
disponibilità  nella  divulgazione  delle  sue  opere;  ha  inoltre  fornito  buona 
parte  dei  contenuti  del  capitolo  dedicato  ai  tutorial  per  la  costruzione  e 
l’utilizzo degli strumenti per la ricerca dell’oro. 
‐ Calabrese  L.,  per  la  stesura  delle  pagine  dedicate  all’utilizzo  del  metal 
detector in contesti di ricerca dell’oro; 


‐ Gli altri autori delle fotografie con le seguenti sigle: Baron P. (BP), Cirillo S. 
(SC), Castellacci A. (AC), Amelio A. (AA), Migliore C. (CM), Rizzi G. (GR). 
‐ Bianco  S.  per  l’aiuto  nell’apprendimento  sulle  tematiche  relative  la 
prospezione aurifera amatoriale. 

Si ringraziano in particolare per aver fornito le immagini  presenti in copertina del 
libro Rizzi G. e Carenzo G. 

   


Prefazione dell’autore 
Il  seguente  libro  nasce  con  l’intento  di  riunire  in  una  raccolta  alcuni  miei  appunti, 
schemi, idee, opinioni e consigli sugli argomenti della ricerca aurifera.  
È idea fondante dell’opera il futuro aggiornamento e correzione nel susseguirsi delle 
diverse edizioni, sia andando a correggere alcune criticità evidenziate dai lettori, sia 
aggiungendo contenuti, con l’obiettivo di fornire un testo di riferimento sempre più 
corposo ed interessante al pubblico italiano ed estero. 
Molte sono state le sfide intercorse durante la stesura delle seguenti pagine, infatti il 
libro  è  stato  elaborato  durante  gli  anni  dedicati  alla  laurea  in  Scienze  Geologiche 
dell’autore. Tra un esame e l’altro, tra una lezione e la successiva è stato possibile, 
con sacrificio, dedicare del tempo a questa opera e nell’arco di 5 anni si è giunti ad 
una prima tappa fondamentale. 
 
Commento dell’autore:  
È argomento di discussione tra gli autori il tempismo di pubblicazione con i seguenti 
quesiti:” Sarà pronto?” oppure:” Conterrà errori tali da esser criticato?”.  
Le realtà, secondo me, è che nessuna opera è completamente corretta ma può essere 
man mano rifinita ed ottimizzata, fino a risultare in un’opera letteraria eccellente. Un 
secondo  quesito importante è che  molti autori, nel  momento  che  redigono opere 
letterarie tendono ad avere una età avanzata, in modo che tale libro o raccolta possa 
riassumere le loro esperienze maturate durante gli anni di vita vissuti. Io sono il caso 
opposto,  avendo  venticinque  anni  al  momento  della  prima  edizione,  ho  solo  la 
conoscenza fornitami dalla passione e di relativamente pochi anni di esperienza sul 
campo. Conscio di questa lacuna pratica, ho elaborato la seguente opera come punto 
di partenza per poter raggruppare le mie esperienze future, ma anche come sussidio 
pratico per il mio lavoro futuro.   
Il  mio  sogno  nel  cassetto  sarebbe  nel  prossimo  futuro,  avere  la  possibilità  di 
approfondire  gli  argomenti  legati  alla  prospezione  e  ricerca  mineraria  di  depositi 
auriferi,  primari  o  secondari,  sia  dal  punto  di  vista  accademico  che  lavorativo. 
Nell’arco dei miei studi e della stesura del libro, ho letto con attenzione innumerevoli 
testi  e  pubblicazioni  estere  ed  italiane  riguardanti  la  ricerca  dell’oro  e  tutti  gli 
argomenti che concernono. Ho sempre trovato che molti concetti, semplici per chi 
conoscesse l’argomento e la lingua, di solito inglese, sono poco trattati in Italia, paese 
che ha donato grandi frammenti alla storia per quanto riguarda la raccolta dell’oro 
nei secoli, fin dai tempi dei romani. 
Ho  voluto  in  questa  opera  porre  l’attenzione  dei  lettori  su  alcune  considerazioni 
concernenti la geochimica dell’oro, il suo legame con la storia umana, il complesso 
mondo  dei  depositi  auriferi  primari  e  di  quelli  secondari  e  raccontare  in  sintesi  le 
diverse fasi e strumenti di cui un prospettore basa la sua ricerca. Lungi dall’essere 
completo,  la  prima  edizione  di  questo  libro  vuole  essere  un  primo  mattone  per 
costruire un riferimento letterario, il quale negli anni sarà corretto ed aggiornato fino 
a proporre al pubblico un testo il più completo ed interessante possibile. 

Concludo questa prefazione con una frase a me cara che rivolgo a tutti i cercatori 
d’oro amatoriali: 
“Il cercatore d’oro dovrebbe avere a cuore la natura che lo circonda, sentirsi riempito 
da  essa  e  rispettarla.  L’estrazione  dell’oro  deve  essere  eseguita  nel  modo  più 
consono possibile nel rispetto delle leggi e della natura”. 


L’autore 
Oberto Matteo, nasce nel 21 febbraio del 1993 a Pinerolo, in provincia di Torino e 
cresce  con  la  famiglia  a  Roletto.  Durante  la  giovinezza  si  scopre  sempre  più 
appassionato  alle  materie  scientifiche  superando  l’esame  di  stato  presso  il  liceo 
scientifico tecnologico con punteggio di 88/100. 
A  19  anni,  si  iscrive  all’Università  degli  studi  di  Torino,  presso  il  dipartimento  di 
Scienze  della  Natura  nel  ramo  delle  scienze  geologiche.  Qui  riceve  un’istruzione 
scientifica di alto livello, simbolo della professionalità nell’ambito delle georisorse, 
del  rilevamento  geologico  e  della  petrografia.  Ottiene  la  laurea  triennale  con 
punteggio  di  99/110  con  tesi  petrografica  legata  ad  uno  studio  dell’orogene 
himalayano.  Collabora  nella  realizzazione  della  tesi  triennale  di  un  collega  nel 
rilevamento del placer aurifero di Villareggia e Mazzè, affacciato sul F. Dora Baltea. 
A  23  anni  incomincia  la  laurea  specialistica  nella  medesima  università  con  finalità 
nell’ambito  industriale  ‐minerario.    L’apprendimento  dell’inglese  e  la  sua  pratica 
sono  molto  importanti  per  l’autore,  quale  chiave  del  lavoro  all’estero  nel  periodo 
successivo alla laurea. 
L’autore iniziò ad interessarsi alla ricerca aurifera nel dicembre del 2012, a 18 anni. 
Curioso dell’ambiente  circostante, incontrò negli anni successivi sempre più  realtà 
amatoriali e professionali sul suo percorso. Attraverso l’università ed alcuni professori 
di spicco, ottenne una mole di informazioni scientifiche relative alla prospezione e 
processamento aurifero notevoli ma avidamente le assorbì giorno dopo giorno. Qui 
le sue conoscenze hanno base e fondamento e sono continuamente in sviluppo, con 
particolare attenzione alla divulgazione scientifica, specialmente estera australiana e 
canadese. 
Nel novembre del 2016 prende piede nella mente dell’autore l’idea di formare un 
canale telematico‐multimediale online, finalizzato a creare un ponte con il pubblico 
amatoriale  e  professionale  a  livello  internazionale.  Utilizzando  piattaforme  online 
social, quali Facebook e Youtube ottiene i primi riscontri, sempre in crescita, fino ad 
arrivare a contare centinaia di iscritti sia italiani che esteri. 
Dopo una prima fase di crescita mediatica a livello italiano nel 2016, inizia a divulgare 
le  proprie  conoscenze  principalmente  ad  un  pubblico  estero  nel  2017,  contando 
molti amici e conoscenti in paesi quali Germania, Francia, Spagna, U.S.A, Inghilterra, 
Svezia, Africa ed Australia. Nel febbraio 2017 si amplia l’offerta formativa con altri 
canali web, quali Instagram, Google+ oltre che esser citato in forum, blog nostrani, 
esteri, siti Internet.  
Nella seconda metà del 2017 inizia la collaborazione con designer e tester francesi, 
con  i  quali  si  sono  disegnati  e  testati  sul  campo  modelli  di  tappetini  in  gomma 
siliconica,  finalizzati  alla  raccolta  di  oro  alluvionale,  con  prototipi  stampati  con  la 
moderna  tecnologia  della  stampa  3D.  L’obiettivo  primario  è  quello  di  conseguire 
risultati sempre più apprezzabili  per quanto riguarda il recupero gravitativo  di oro 
fine ed ultrafine. 


Nell’arco  della  primavera  2018,  ha  luogo  la  stesura  e  redazione  della  prima  guida 
fotografica:”  Introduzione  alla  ricerca  aurifera”  in  italiano  ed  in  inglese.  Presso  la 
rivista  estera  CMJ's  Prospecting  and  Mining  Journal,  l’autore  ha  pubblicato  il  suo 
primo articolo con il titolo: Gold placers in Italy in data 26‐7‐2018. 
Il  suo  spirito  creativo,  divulgativo  e  trasparente  viene  preso  sempre  di  più  come 
esempio  e  sentiero  da  molti  amatori  nuovi  ed  anziani  che  si  approcciano  con 
passione  alla  ricerca  dell’oro  e  ne  prendono  parte  entusiasti.  L’autore  mira  in  un 
futuro  a  poter  offrire  le  proprie  conoscenze  a  realtà  di  prospezione  e  ricerca 
mineraria.  
 
Contatti 
Ho voluto rendere un servizio alla moltitudine di persone che mi segue, mi chiede 
continuamente quesiti e domande per via telematica, di questa opera, nel tentativo 
di approfondire ulteriormente le loro conoscenze. 
 
Per qualsiasi domanda, quesito, richiesta, dubbio e perplessità l’autore è contattabile 
presso: 
 
Linkedin: Matteo Oberto 
 
E‐mail: Oberto.matteo@libero.it 
 
Youtube channel: matteo oberto  
 
Instagram: oberto_matteo 
 
Facebook page: Trainingforgoldprospector 
 
 
 

Per ulteriori eventi, mostre, collaborazioni e conferenze, l’autore rimane aperto al 
coinvolgimento. Per ogni domanda, curiosità dubbio ed approfondimento si consiglia 
di contattare l’autore tramite i diversi contatti telematici sopracitati. 

L’autore declina ogni responsabilità per l’utilizzo dei contenuti seguenti. Alcune sono 
opinioni ed idee maturate nel corso dell’attività e degli studi e per tanto alcune di 
esse sono sotto verifica e in sviluppo al momento della stesura. I contenuti seguenti 
sono protetti da copyright e non divulgabili senza permesso dell’autore stesso. 

   

Introduzione 
L’oro  è  un  metallo  di  transizione  tra  l’argento  e  il  roentgenio,  posto  nella  tavola 
periodica degli elementi. Il suo numero atomico è il 79, con una massa atomica di 
196,96655 g/mol e possiede un unico isotopo, il numero 197. L’isotopo dell’oro è 
utilizzato  nei  trattamenti  per  la  cura  del  cancro  e  possiede  un  tempo  di 
dimezzamento di 2,7 giorni.  

L’oro è un metallo prezioso ed al suo valore sono attribuiti i simboli di ricchezza e 
longevita.  Ha  proprietà  importanti  nella  stabilità  chimica,  conduzione  elettrica, 
malleabilità  e  duttilità;  alcune  di  queste  conosciute  fino  dagli  albori  della  società 
umana.  

In tempi antichi e moderni, è fonte di ricchezza ed attribuito all’ambito monetario, 
dapprima in forma fisica tangibile (monete) per poi successivamente venir attribuito 
ad un valore virtuale (banconota) fino a non riscontrare più una reale conversione 
economica diretta. Il termine inglese storico “oro” (Gold) deriva da “geolo”, per il 
colore giallo tipico e il simbolo chimico Au, dal latino invece “aurum”. 

L’oro e la genesi stellare 
Gli elementi chimici che ritroviamo sulla terra sono stati prodotti attraverso l’attività 
di vecchie stelle. Grazie alla fusione nucleare attiva all’interno della stella, si sono 
generati  elementi  via  via  più  pesanti  da  quelli  più  leggeri.  A  tali  condizioni  di 
temperatura  e  pressione  vi  sono  condizioni  molto  particolari  e  gli  elementi  più 
pesanti, tra cui l’oro, tendono a formarsi solo nelle ultime fasi della vita stellare. Gli 
elementi più leggeri e la loro produzione avvengono per la maggior parte della vita 
della stella. 

Gli  elementi  pesanti  e  molto  pesanti  vengono  generati  solo  in  alcune  occasioni 
particolari: quando la stella diventa una gigante rossa o una supernova.  Una gigante 
rossa perde la maggior parte della sua massa nello spazio alla fine del suo ciclo vitale. 
Una  supernova,  invece,  esplode  rilasciando  la  sua  massa  anch’essa  nello  spazio 
circostante,  ma  riuscendo  ad  arrivare  a  produrre  elementi  più  pesanti  rispetto  la 
controparte. Gli elementi chimici prodotti nelle stelle vengono dispersi sotto forma 
di polvere o frammenti che viaggiano nell’universo. 

La forza gravitazionale permette di riunire la polvere stellare in frammenti di svariate 
dimensioni.  Durante  la  vita  della  stella,  la  forza  gravitazionale  permette  di 
mantenere nel nucleo condizioni termiche e bariche eccezionali ma essa è la forza 
attrattiva che permette alla materia di aggregarsi e produrre sempre più grandi corpi 
fisici, ad esempio asteroidi, planetoidi fino ai pianeti.  


Questi orbitano intorno ad una stella locale nel caso più semplice, sempre attirati 
per attrazione gravitazionale. I pianeti e gli altri corpi minori si muovono lungo delle 
orbite,  le  quali  variano  nel  tempo  e  nello  spazio.  La  stessa  velocità  di  movimento 
lungo l’orbita è in continuo mutamento, tendendo ad aumentare quando il corpo si 
avvicina alla stella e diminuendo quando è più lontano. 

I  planetoidi  attirano  a  loro  volta  altre  masse  di  materia  via  via  più  lontane  e  di 
maggiori  dimensioni,  (ad  esempio  asteroidi  ed  altri  planetoidi).  Intanto  il  pianeta 
muta,  ed  in  uno  stato  ancora  con  atmosfera  assente  o  molto  sottile  si  presenta 
sterile, senza vita o acqua liquida, ghiacciato dal gelo cosmico. 

Nelle  profondità  del  pianeta  primordiale,  gli  elementi  chimici  pesanti  tendono  a 
muoversi molto lentamente nel tempo e nell’arco di centinaia di milioni di anni si 
spostano  verso  il  nucleo,  lasciando  il  posto  in  superficie  agli  elementi  leggeri.  A 
seguito  dei  moti  convettivi,  legati  fondamentalmente  alla  differenza  di  densità  e 
calore, simili a quelli visibili nell’acqua in bollitura, dove l’acqua sul fondo scaldandosi 
varia  il  suo  volume,  quindi  essendo  meno  densa  risale,  in  parte  diventa  bolle  di 
vapore,  anch’esse  a  minor  densità  risalgono.  L’acqua  superficiale,  raffreddata, 
diventa  più  densa  e  sprofonda.  Ciò  è  possibile  nel  caso  il  nucleo  emetta  calore,  il 
quale è generato a sua volta dal decadimento radioattivo degli elementi instabili al 
suo  interno.  Senza  il  calore  i  moti  convettivi  non  sarebbero  così  pervasivi  ed 
importanti come quelli presenti sulla Terra. 

Nella Terra gli elementi pesanti procedono naturalmente verso il nucleo, il punto più 
profondo  del  pianeta,  invece  i  magmi  e  le  risalite  mantelliche  generano  l’effetto 
opposto ma solo localmente. L’oro è un elemento pesante ed insieme all’uranio, al 
nichel, al platino e molti altri presenti nelle porzioni più profonde del nostro pianeta. 
L’oro si ritrova in superficie in piccole proporzioni rispetto a quello che risiede ancora 
in profondità.  

Gli  elementi  radioattivi  presenti  nel  nucleo  generano  calore  grazie  ai  processi  di 
fissione nucleare. Essi sono sottoposti, infatti, ad una pressione altissima, data dal 
peso di tutto il materiale soprastante. Il nucleo della terra genera enormi quantità di 
calore  ma  la  pressione  è  tale  che  non  può  fondersi,  rimanendo  solido.  La  prima 
porzione rocciosa terrestre a fondere viene indicata come nucleo esterno; le rocce 
sono  fuse  in  tale  involucro  concentrico  e  si  muovono  nel  tempo  grazie  a  moti 
convettivi.  Allontanandosi  dal  nucleo  esterno,  la  temperatura  diminuisce  fino  a 
ritrovare rocce solide o solo più parzialmente fuse tipiche del mantello. I minerali nel 
mantello sono composti da magnesio e ferro e sono ossidi o silicati (presenza di silice 
in bassa percentuale rispetto la crosta). La struttura cristallina di questi minerali varia 
con la profondità adattandosi alle diverse pressioni e temperature ma rimane solida 
con  solo  locali  fusioni.  Procedendo  verso  la  crosta,  nella  porzione  superiore  del 
10 
mantello, le rocce sono parzialmente fuse. Ciò rende svincolata la crosta sovrastante 
rendendo possibile la genesi ed il movimento delle placche tettoniche. La crosta è 
ricca  di  elementi  leggeri,  in  quanto  il  mantello  e  poi  il  nucleo  lo  sono  di  materiali 
pesanti ma a seguito di processi metallogenici, idrotermali, concentratori possono 
esistere anomalie di arricchimento, denominate depositi o giacimenti. 

L’oro  presente  nelle  porzioni  superficiali  della  Terra  è  ipotizzato  essere  anche  un 
prodotto  del  bombardamento  degli  asteroidi.  Gli  asteroidi,  attirati  dalla  forza 
gravitazione  della  terra,  hanno  impattato  sulla  crosta  terreste  e  localmente  il 
materiale mantellico ha avuto modo di risalire. 

L’oro presente in questi asteroidi, anch’essi generati dalle stelle moltissimo tempo 
prima potrebbe essere il progenitore dell’oro che noi ora ritroviamo. Il processo che 
ha permesso in tempi successivi all’oro dallo schianto alla vena idrotermale aurifera 
è  tutto  un  altro  argomento.  Lo  stesso  oro  presente  nelle  porzioni  superficiali  e 
profonde del mentello potrebbe essere riportato nelle porzioni superiori attraverso 
altri processi di risalita profonda (plumes), un argomento ancora dibattuto e che da 
sempre attira curiosi. 

L’oro e le sue proprietà fisiche e chimiche 
Le  seguenti  proprietà  fisiche  e  chimiche  dell’oro  sono  state  misurate  ad  una 
temperatura  standard  di  20°C  a  pressione  di  1  atm  se  non  indicato  in  modo 
differente: 

∙ Coefficiente di espansione termica lineare: ‐ 0.0000142 cm/cm/°C (0 °C); 

∙ Conduttività: Elettrica: ± 0.452 x 106/cm x Ohm 

                          Termica: ± 3.17 W/cm x K 

∙ Riflettività: +/‐ oro con alto valore di purezza riflette fino al 99% i raggi infrarossi. 
L’oro  viene  utilizzato  come  scudo  contro  le  onde  di  questa  tipologia  nelle  tute  di 
pompieri ed astronauti. 

∙ Densità: ± 19.32 g/cm3 (puro al 100%); 

∙ Punto di fusione: ± 1064.58 °C; 

∙ Volume molare: ± 10.2 cm3/mole; 

∙ Calore specifico: ± 0.128 J/g x K; 

11 
∙  Malleabilità:  ±  può  essere  schiacciato  in  una  lamina  tanto  fine  che  la  luce  può 
passarci attraverso.    

∙ Duttilità: ± possono essere prodotti fili di oro per una lunghezza circa di 5 miglia 
(circa 8 km) con una oncia troy (31.10g).  

∙ Durezza ± 2 ‐ 3 (rispetto la scala di Mohs: talco (1) ‐ diamante (10) (Dana, 1890)) 

∙ Sistema cristallino ‐ isometrico / cubico. 

L’oro è un elemento raro nella crosta terrestre. Evolve come elemento siderofilo con 
affinità Fe‐Ni rispetto il nucleo terrestre e si trova in maggiore percentuale presso 
aree  di  dorsale  oceanica  in  spreading,  presente  nei  solfuri  di  ferro  e  nichel 
preferenzialmente,  oltre  a  porzioni  più  profonde  mantelliche.  Durante  la  fusione 
parziale mantellica e la successiva risalita di magmi basaltici, l’oro viene incluso in 
lega  con  composti  solfurei,  in  percentuale  minima.  La  successiva  risalita  verso  la 
superficie  può  avvenire  sia  in  contesti  di  subduzione  che  di  dorsale  oceanica  con 
effusione di basalti.  

Il ritrovamento di oro in superficie è correlato a processi tettonici e geologici, quali: 
convezione, subduzione, fusione parziale, processi idrotermali, alterazione chimica, 
erosione  fisica  e  deposizione  oltre  che  concentrazione  attraverso  diversi  agenti 
atmosferici, prima di ritornare in bacino (sedimenti marini e oro in soluzione in acque 
marine). La genesi di giacimenti con un alto tenore di oro richiede la coincidenza di 
più processi che esasperino la concentrazione locale del metallo prezioso. I fluidi, in 
questi contesti, sono fondamentali per il trasporto e la precipitazione dell’oro, infatti 
possono  trasportare  fino  a  10  ppm  per  litro  ed  oltre  in  casi  eccezionali.  La  loro 
origine, efficienza nell’estrazione e trasporto sono ancora in fase di studio. 

L’oro occorre principalmente allo stato nativo, spesso con elementi chimici associati 
inclusi o in lega, quali: argento, rame, bismuto, mercurio, pge (platinoidi) e telluridi 
oltre che selenidi.  L’oro rispetto ai solfuri che gli assomigliano per abito cristallino e 
colorazione (es. pirite, calcopirite, etc) è distinto per la sua forte lucentezza metallica 
ed il tipico colore “oro” (giallo brillante e lucente), inoltre tende a non reagire con 
l’ossigeno per formare composti più stabili (ossidi). 

I principali stati di ossidazione sono 1+ e 3+. Il composto più comune è AuCl3 e l’acido 
cloraurico HAuCl4. Entrambi derivano dallo ione Au3+. 

12 
Le proprietà principali dell'oro 

Simbolo chimico  Au 
Numero atomico  79 
Peso atomico  197 
Abito cristallino  cubico 
dorato / giallo / argenteo 
Colore 
/rossiccio 
Punto di fusione  1064.43°C (1948°F) 
Espansione termica  14.2 X 10‐6/°C 
Riflettanza  opaco 

Suscettibilità magnetica  bassa 

Resistività  2,2 x 10‐8 
Duttilità  alta 
Lucentezza  metallica 
Elasticità  138 Mpa  
Abbondanza crostale  0,005 ppm 
N.1 Schema riassuntivo delle principali caratteristiche chimico fisiche dell’oro. 

Mineralogia dell’oro 
Le  risorse  naturali  di  oro  sono  principalmente  contenute  nel  minerale  aurifero  in 
senso stretto (oro nativo) e nelle acque marine. Gli oceani sono il maggiore ritentore 
di oro in soluzione a livello globale, le  cui stime sono molto  variabili e dipendono 
dalle correnti e dalle posizioni fisiche indagate dai campioni, analizzati in laboratorio. 
Appaiono  valori  inferiori  a  0.1  fino  2.0  ppb  in  peso  a  litro.  I  vari  tentativi  finora 
eseguiti per ricavare oro dagli oceani sono stati poco redditizi o fallimentari per la 
richiesta a basso costo di movimentare enormi volumi di liquidi. I sali di magnesio e 
litio,  per  esempio,  sono  ricavati  tutt’ora  con  profitto  dalle  acque  marine  ma 
l’estrazione  dell’oro  dovrebbe  essere  eseguita  su  una  scala  di  portata  maggiore. 
L’associazione di elementi presenti con l’oro sono stati classificati sulla base chimica 
per quanto concerne l’affinità tra i metalli, i solfuri, i silicati o le fasi gassose e sono 
riferiti  (tabella  2)  come  elementi:  siderofili,  calcofili,  litofili  ed  atmosferofili 
(Goldschmidt, 1922). Come si denota l’oro è associato a più categorie. 

13 
Classificazione geochimica degli elementi di Goldschmidt 

Siderofilo  Calcofilo  Litofilo  Atmofilo 


           
Fe Co Ni  Cu Ag (Au)*  Li Na K Rb Cs Be  H N (C) (O) 
Ru Rh Pb  Zn Cd Hg Ga In Ti  Mg Ca Sr Ba B  (F) (Cl) (Br) 
Re Os Ir Pt  (Ge) (Sn) Pb As  Al Sc Y terre rare  (I) Gas inerti 
Au Mo Ge Sn  Sb Bi S Se Te   (C) Si Ti zR hF Th    
C P (Pb) (As)  (Fe) (Mo) (Re)  (P) V Nb Ta O Cr    
(W)     W U (Fe) Mn F Cl    
      Br I (H) (TI) (Ga)    
      (Ge) (N)    
           
* gli elementi chimici in parentesi appartengono primariamente ad un'altra categoria. 

N.2  Schema  riassuntivo  dei  principali  elementi  chimici  i  quali  appartengono  alla  classificazione  geochimica  di 
Goldschmidt.  

Applicazioni commerciali 
Le proprietà chimiche e fisiche dell’oro lo rendono un metallo importante in molti 
settori,  quali  ad  esempio  quello  industriale  e  gioielleristico.  È  molto  affidabile  nel 
tempo e tende a non essere attaccato dagli acidi. Il metallo è totalmente riciclabile 
ed  il  tempo  vitale  dei  componenti  in  campo  medico,  industriale  e  elettronico  è 
tendenzialmente lungo. È uno dei metalli meno attivi dal punto di vista chimico, non 
si ossida a contatto con l’aria e tende a variare minimamente il suo volume con la 
variazione della temperatura. È inerte a contatto con soluzioni fortemente alcaline o 
acidi puri, con l’eccezione dell’acido selenico. L’oro puro (100%) ha una densità di 
19,3 volte quella dell’acqua ed ha una densità pari a 19,300 g/cm3 pari a 1200 lbs/ft3. 

I composti a base di oro hanno applicazioni industriali nelle celle galvaniche, nella 
granulazione e nel lamination pressing, per contenere i costi e produrre prodotti più 
resistenti e durevoli nel tempo. La domanda maggiore del metallo prezioso proviene 
dall’industria elettronica e bellica, oltre che l’industria aerospaziale, a dispetto della 
idea generale al settore della gioielleria.  

L’oro  è  resistente  alla  corrosione  e  grazie  alla  sua  alta  conduttività  elettrica,  è 
intensamente utilizzato nel produrre conduttori, circuiti stampati, semiconduttori, 
magneti, interruttori ed altri prodotti elettronici. È molto utilizzato come scudo per i 
raggi infrarossi, vista la sua alta riflettività. È presente anche come metallo ritentore 
in  processi  siderurgici.  La  sua  riflettanza  elevata  lo  rende  un  ottimo  metallo  di 
copertura per mezzi spaziali, quali sonde, satelliti o space shuttle, prevenendo danni 
arrecati  dalle  radiazioni  solari  agli  operatori.  Dal  punto  di  vista  medico,  l’oro  è 
14 
sostanzialmente  biologicamente  inerte  e  sta  diventando  un  elemento  vitale  nella 
ricerca medica moderna. L’oro in minime percentuali è utilizzato come strumento 
diagnostico per la ricerca del cancro alla prostata e durante il trattamento; composti 
all’oro  sono  anche  utilizzati  in  terapie  contro  le  artriti  per  iniezione  nei  siti 
infiammati. Alcuni composti sono assimilabili pure per via orale. L’isotopo oro (198) 
è radioattivo, con tempo di dimezzamento di 2,7 giorni. Sta diventando sempre più 
importante  nella  diagnostica  medica  e  nella  radioterapia,  e  come  tracciante  in 
applicazioni  industriali,  ad  esempio  per  monitorare  il  movimento  di  sedimenti 
marini. L’oro è il più malleabile e duttile di tutti i metalli e può essere pressato fino a 
formare un sottile foglio con uno spessore di 1/1'000’000 di pollice (un pollice è circa 
2,54  cm)  e  creare  filamenti  con  un  peso  complessivo  di  0,5  mg/m.    L’oro  è  un 
elemento molto utilizzato nel campo della gioielleria, fino dalla remota antichità ma 
ha  anche  valenza  nel  reparto  elettronico,  nel  conio  e  per  scopi  industriali  o 
decorativi. Nel campo artistico è molto richiesto per l’utilizzo di fogli dorati, piuttosto 
che venendo colato liquido per poi solidificarsi con una forma a piacimento imposta 
(stampi). È importante nell’industria delle ceramiche. Italia, Stati Uniti, Germania e 
Giappone sono i principali esportatori di gioielli a livelli mondiali, mentre la Cina e 
l’India  ricoprono  i  principali  importatori.  L’utilizzo  dell’oro  nella  produzione  di 
monete di valore, piuttosto che di medaglie o medaglioni ha avuto un drastico calo 
dopo il 1982 ed il mercato si è spostato nel Sud Africa, la quale è diventata la più 
grande industria gioiellistica a livello mondiale. Nel settore della bigiotteria, il prezzo 
dell’oro  ricopre  solo  una  percentuale  del  prezzo  dell’oggetto  finito.  Il  campo 
attualmente  in  espansione,  che  si  evince  dalle  ricerche  del  mercato,  vede  l’oro 
sempre più richiesto in ambito industriale e medico, oltre che nel reparto tecnologico 
d’avanguardia. 

Geochimica dell’oro 
Importanti aspetti della geochimica delle soluzioni liquide aurifere sono le proprietà 
uniche della soluzione risultante (acidità, PH, potenziale di ossidazione, conduzione 
elettrica).  La  salinità  può  aumentare  a  seguito  di  vari  processi  includendo 
l’alterazione delle rocce e la dissoluzione di halite precedentemente depositata (ad 
esempio  nell’evaporazione  delle  acque  marine).  L’acidità,  il  potenziale  di 
ossidazione,  il  potenziale  di  riduzione  e  la  salinità  hanno  effetti  maggiori  sulla 
speciazione  e  sulla  solubilità  dell’oro.  Ad  esempio,  se  la  conduzione  elettrica  vale 
meno di 200 mV indica soluzioni riducenti, le quali tendono ad essere arricchite in 
specie  ridotte  come  Fe2+  o  SH‐.  Valori  più  maggiori  di  500  mV  indicano  soluzioni 
ossidanti, le quali generalmente contengono alte concentrazioni di specie ossidate 
come ad esempio UO2, o AuCl4‐ (Gray, 1997a). 

15 
L’ossidazione della pirite e di altri solfuri gioca un importante ruolo nella genesi di 
ioni  idrogeno,  infleunzando  l’acidità  delle  soluzioni,  durante  l’alterazione  chimica 
delle  rocce.  Alcune  particolari  reazioni  chimiche  ed  anioni,  oltre  che  soluzioni, 
giocano un ruolo fondamentale per la genesi di mobilità nel sottosuolo, attraverso i 
fluidi  dell’oro.  Differenti  condizioni  mostrano  differenti  comportamenti  di 
mobilizzazione e precipitazione (Gray (1997b) (tabella 3). Specifici complessi sono i 
tiocomplessi,  sostanze  nelle  quali  l’ossigeno  è  stato  parzialmente  o  totalmente 
sostituito dagli atomi di zolfo. L’oro è molto suscettibile a legarsi con i tiocomplessi 
se  presenti  le  condizioni  positive.  Si  evince  che  l’oro  solido  può  essre  dissolto  in 
soluzione  e  quindi  subire  un  trasporto  per  via  fluida,  ponendo  l’accento  sulla 
necessità delle condizioni di precipitazione per generare un futuro deposito aurifero 
primario. 

Specie Origine Condizioni di solubilità

2‐
Au(OH) condizioni alcaline  PH>8
2‐ 4‐
AuCl  / AuCl condizioni acide e neutrali Acide / neutrale
Soluzioni riducenti nelle fasi
precoci di arricchimento Ridotte / neutrale
2‐
Au(HS) supergenico, 
oppure da soluzioni riducenti Eh < ‐0,1 V; PH: 6‐9; solfuri 
correlate a fluidi biologici. totali >0,02 M
3‐
Au(S2 O3 )2   Alterazione pirite aurifera in  Alcaline a debolmente acide
soluzioni alcaline‐neutrali.
2‐
Au(CN) Interazione del cianuro con l'oro limitato a presenza di cianuri
Interazione dell'oro con fasi 
incerto
Au – MO* organiche
Au colloidale Si forma durante la riduzione incerto
dell'oro da parte di sostanze 
organiche.
 
N.3 Potenziali specie fluide aurifere (Gray, 1997b): schema riassuntivo delle principali specie fluide con presenza di 
oro e delle loro caratteristiche fisico chimiche. *MO: sostanze organiche. 

Analisi dei complessi fluidi e delle loro proprietà 

I tiocomplessi: 

I solfuri formano un numero di specie variabile rispetto al numero di ossidazione da 
‐2  a  +6.  Dipendenti  dalla  concentrazione  dei  solfuri,  le  specie  più  importanti,  per 
quanto  riguarda  l’oro,  sembrerebbero  essere  dallo  stato  a  più  basso  numero  di 
ossidazione: 
 
∙ gruppo solfidrico (SH‐); 

16 
∙ tiosolfato (S2O3 2‐); 
∙ solfito (SO3 2‐); 
∙ solfato (SO4 2‐), (il quale non si lega con l’oro). 
 
Le specie più importanti per la mobilizzazione dell’oro appaiono essere appartenenti 
al  gruppo  solfidrico  ed  i  tiosolfati.  Il  solfuro  è  ossidato  a  solfato  in  presenza 
dell’ossigeno mentre Il tiosolfato potrebbe formarsi a seguito dell’ossidazione della 
pirite in un ambiente di alterazione neutrale o alcalino. 
Mann (1984a) calcolò che 400 ± 800 grammi di CaCO3 sono richiesti per ogni grammo 
di  FeS2  per  mantenere  le  condizioni  alcaline  per  la  produzione  del  tiosolfato:  ciò 
significa che una quantità significante di oro necessita condizioni particolari per la 
mobilitazione.  In  condizioni  fortemente  riducenti,  il  complesso  Au(HS)2‐  è 
particolarmente importante per il trasporto idrotermale (Seward, 1973, 1982; Boyle, 
1979) ma ha solo restrizione per l’occorrenza in aree di arricchimento supergenico 
secondo Gray (1997b). Nelle vicinanze di depositi solfurei, i minerali a zolfo possono 
essere misurati in soluzione a 10 ± 1000 mg/L [Au(HS)2‐]. La solubilità è maggiore in 
condizioni neutrali ‐ riducenti ed assume un totale dissolto di oro di 2x10‐6  M (700 
mg/L)  in  ottime  condizioni.  Il  totale  dissolvibile  si  aggira  intorno  a  6x10‐6M  (1200 
microgrammi/L). 

I complessi al cloro: 

La  dissoluzione  di  oro  in  composti  al  cloro  (AuCl2)  richiede  ambienti  ad  elevata 
acidità, salinità e condizioni ossidanti: 

2 Au(s) + 4 Cl‐ + 0.5 O2 + 2H+ <‐‐> 2 AuCl2 + H2O 

Simulazioni in laboratorio mostrano la presenza di diossidi di manganese nei processi 
di  alterazione  delle  rocce  come  agenti  prevalenti.  Essi  hanno  prodotto 
concentrazioni di oro in soluzioni acide (PH < 4) e fortemente ossidanti (Eh > 680 mV) 
di una mole/litro del composto AuCl2, circa il doppio della concentrazione presente 
nelle  acque  marine  (Cloke  e  Kelly,  1964;  Lakin  et  al.,  1974).  In  tali  condizioni 
ambientali il potenziale di ossidazione è controllato dal rapporto Mn2+/Mn. La coppia 
di ossidazione è stata osservata in acqua, analizzata da un giacimento (Panglo) vicino 
Kalgoorlie, Western Australia. Tale deposito possiede un Eh abbastanza alto. Un’altra 
condizione  possibile  si  ritrova  nelle  brine  continentali  (alta  acidità,  salinità  e 
condizioni  ossidanti),  la  precipitazione  avviene  sotto  condizioni  riducenti,  per 
esempio con presenza di Fe2+, il quale riduce l’oro. 

AuCl2‐ + Fe2+ + 3H2O = Au(s) + Fe(OH)3 + 3H+ 

Con la continua evaporazione, aumenta la salinità, il calcio è generalmente il primo 
ione a precipitare sotto forma di calcite in condizioni neutrali‐leggermente ossidanti 
17 
o il gesso se vi è un eccesso di Ca e SO32‐. I precipitati salini in condizioni di alta salinità 
sono  stati  osservati  nelle  “saline  playas”  o  laghi  salati,  nei  quali  la  fortissima 
evaporazione  superficiale  li  rende  ambiente  ostici  per  la  vita  umana  ma  molto 
produttivi per ricavarne sali, altrimenti non concentrati e difficilmente estraibili. 

I complessi organici: 

I  complessi  basati  su  sostanze  organiche  sono  importanti  per  la  mobilizzazione 
dell’oro  nei  suoli.  Alcuni  esempi  possono  essere  i  complessi  a  cianuro,  complessi 
organici e oro colloidale. 

I complessi a cianuro: 

I  complessi  organici  capaci  di  mobilizzare  l’oro  nei  suoli  includono  i  complessi  a 
cianuro,  ad  esempio  Au(CN)2‐.  Un  orizzonte  particolarmente  ricco  in  sostanza 
organica  può  contenere  un’alta  concentrazione  di  cianuri  e  produrre  una 
mobilitazione delle particelle d’oro, le quali passando in soluzione possono viaggiare 
per  anche  lunghe  distanze  per  poi  precipitare.  Gray  (1997b)  elenca  diversi  autori, 
incluso  Watterson  (1985),  Korobushkina  et  al.  (1974),  Rogers  &  Knowels  (1978),  i 
quali  studi  sulla  influenza  dei  microrganismi  sulla  mobilitazione  e  precipitazione 
dell’oro e sulla sua solubilità sono dipendenti dal rilascio e dalla decomposizione dei 
cianuri  con  genesi  di  aminoacidi  leganti.  Questi,  inoltre,  possono  anche  avere  un 
valore nella prospezione ed esplorazione mineraria. La solubilità dei cianuri con l’oro 
è limitata ovviamente alla disponibilità dei cianuri stessi, comunque alcune piante ed 
organismi sono conosciute per il rilascio dei cianuri (Sneath, 1972) e possono quindi 
accumulare quantità apprezzabili  di oro. Batteri cianogenici sono frequentemente 
associati a piante, suoli e materia organica in orizzonti, o nelle immediate vicinanze, 
di fonti organiche quali ad esempio sistemi radicali (radici).  

L’oro colloidale: 

L’oro forma attivamente aggregazione molecolare fino a 5 micrometri in dimensione 
(colloidi)  e  tali  specie  chimiche  sono  conosciute  da  secoli.  Dove  stabilizzato  dalla 
materia organica, l’oro colloidale è stato osservato in laboratorio (Goni et al., 1967, 
Ong  &  Swanson  1969  e  Fedoseyeva  et  al.,1983)  ed  è  stato  riconosciuto  il  suo 
importante  ruolo  nei  meccanismi  per  la  mobilizzazione  dell’oro.  Essendo  carichi 
negativamente, questi colloidi possono essere mobili in suoli carichi negativamente. 
Precipitano  poi  al  contatto  con  gli  orizzonti  che  contengono  minerali  carichi 
positivamente  come  ad  esempio  il  Fe2+.  Tentativi  per  dimostrare  la  naturale 
occorrenza di oro colloidale sono stati infruttuosi (Boyle 1979; Kolotov et al., 1980) 
a  causa  di  difficoltà  tecniche  legate  alla  bassissima  concentrazione  di  oro.  Gray 
(1997b)  suggerisce  che  l’oro  nei  suoli  possa  essere  mobilitato  solo  in  presenza  di 
materia  organica.  Alcune  piante  possono  absorbire  e  accumulare  l’oro  ma  anche 
18 
trasportarlo  da  aree  profonde  (radici)  fino  ad  aree  più  superficiali  (tronco,  rami) 
(Erdman e Olson, 1985). In alcuni casi si pensa che anche colonie di batteri presenti 
al contatto con la regolite, cioè la porzione rocciosa degradata alla transizione tra il 
substrato  roccioso  alterato  ad  il  sovrastante  suolo,  possano  svolgere  un  ruolo  di 
concentrazione  in  sub‐orizzonti.  Alcune  specie  possono  rilasciare  o  degradare  i 
cianuri  (Smith  &  Hunt,  1985)  andando  ad  interagire  con  la  solubilità  dell’oro 
(Korobushkina et al., 1974). 

   

19 
Oro, leghe ed inclusi 
L’oro è puro nel caso ideale ma raramente in quello reale. Le soluzioni idrotermali, 
infatti,  contengono  anche  altre  sostanze  che  possono  precipitare  nello  stesso 
instante dell’oro e quindi venir incluse nella sua struttura cristallina (lega), piuttosto 
che esser inclusi nel cristallo d’oro ma possedendo un reticolo cristallino proprio e 
differente  (minerali  inclusi).  Le  principali  leghe  sono  electrum  (oro  con  argento), 
amalgama (oro con mercurio) ed i telluridi (oro con tellurio). 

Alcuni di questi elementi sono presenti solo in tracce e quindi in percentuale minima, 
altri invece ricoprono una percentuale importante, come ad esempio l’argento o il 
rame. La quantità di elementi aggiuntivi determina anche variazioni dimensionali e 
morfologiche  nell’oro  rinvenibile.  L’oro  forma  composti  naturali  con  l’argento 
(electrum), il rame, il mercurio (amalgama) ed il tellurio. Meno comunemente l’oro, 
viene  associato  con  il  titanio,  il  bismuto,  il  palladio,  il  piombo  e  lo  zinco. 
L’associazione minerale correlata alle mineralizzazioni aurifere può essere un dato 
importante per fornire una descrizione approfondita del deposito primario. Varietà 
di depositi primari possono includere cuproaurite (oro con rame), porpezite (oro con 
palladio)  e  bismutaurite  (oro  con  bismuto).  Mentre  gli  elementi  chimici  correlati 
all’oro possono venire ritrovati parzialmente in un ambiente di tipo alluvionale, la 
loro presenza nel deposito primario fornisce un indicatore geochimico importante e 
caratteristico  dell’oro  presente,  una  sorta  di  “firma”,  a  volte  unica,  utile  per 
comprendere gli aspetti metallogenici. 

L’oro ha un caratteristico colore giallo metallico chiaro, ma può essere leggermente 
scuro nel caso sia molto fine. L’aggiunta di altri metalli all’oro può virare il colore 
visibile: 

‐ blu: +/‐ oro con ferro; 
‐ verde: +/‐ oro con maggior argento rispetto rame; 
‐ rosa o rosé: +/‐ 50% oro, 45% rame e 5% argento; 
‐ bianco: +/‐ oro con nickel, zinco, rame e stagno;  
‐ giallo: +/‐ 50% oro, 25% argento e 25% rame; 
 
Note: le percentuali sono indicative. 

20 
L’oro nativo 

L’oro nativo è di per sé una lega; normalmente contiene una mistura isomorfa di oro 
e argento nelle proporzioni che variano da 4 ‐ 15% in peso, raramente meno di 1% di 
oro.  
L’oro nel quale l’argento è maggiore del 15% e minore del 50% è classificato come 
una lega denominata electrum. 
 
L’electrum 

Il termine deriva dal greco “elektron” (sostanza che genera elettricità sotto frizione). 
Esso è un nome comune dato alla varietà intermedia della serie isomorfa Au‐Ag. Le 
proprietà  fisico‐chimiche  dell’electrum  variano  con  il  contenuto  di  argento. 
Visibilmente, con l’aumentare della percentuale di argento, il colore vira da un giallo 
a un giallino‐bianco. Il metallo diventa meno denso complessivamente e diminuisce 
da 800 a 550 la sua fineness (purezza). Chimicamente con l’aumentare dell’argento, 
la  dimensione  dell’oro  diventa  meno  stabile  e  vengono  favorite  taglie  maggiori 
rispetto alle fini, inoltre l’oro è più suscettibile all’alterazione chimica. L’electrum è 
coperto alle volte da patine composte da alogeni e composti a zolfo. 

L’amalgama 

Il mercurio ha una forte affinità con l’oro e può essere ritrovato in natura sotto forma 
di amalgama (Au2Hg3). L’amalgama è frequente nei distretti minerari ed è ritrovata 
sotto forma di piccole sferule o corpi sferoidali di solito nelle tailings (scarti) o nei 
corsi d’acqua che vanno a rielaborare le discariche minerarie. Ad esempio, Fricker 
(1980) ha misurato che fino al 2% in mercurio è stato identificato in alcuni camponi 
di  oro  del  Sud  Africa,  il  quale  era  già  stato  notato  nei  processi  di  lavaggio  del 
sedimento  alluvionale.  Gli  impianti  in  Indonesia  (Ampulit  gold  placer  operations, 
Kalimantan)  hanno  estratto  un  quantitativo  di  mercurio  maggiore  dai  lavaggi  che 
quello impiegato per il recupero dell’oro. È da fare un appunto importante, infatti 
non tutto il mercurio ritrovato sotto forma di amalgama è “naturale” in senso stretto, 
piuttosto in senso lato ereditato da passate attività estrattive che ne facevano uso e 
quindi di introduzione antropica, cioè disperso accidentalmente da attività umane 
che  ne  hanno  fatto  uso.  Il  cinabro  (HgS2)  appartiene  al  tipo  di  mineralizzazione 
tipicamente di bassa temperatura ed idrotermale. È più stabile in condizioni ossidanti 
che  la  maggioranza  dei  minerali  a  zolfo;  grazie  alla  sua  elevata  densità  è  spesso 
ritrovato nel  concentrato  di attività  di  lavaggio all’interno  di  placer, associato con 
l’oro.  Meta  cinnabarite  e  mercurio  nativo  vengono  estratti  a  volte  come 
sottoprodotto, dove la loro concentrazione finale nel prodotto del processamento 
ha un valore commerciale utile.  

21 
I telluridi 

I telluridi di  oro occorrono in molti giacimenti epitermali ed  archeani (greenstone 


belt). La più comune varietà è la petzite (AgAu)2Te, seguita dalla silvanite (AuAgTe4) 
e la calaverite (AuTe2). I composti come l’aurobismutite (BiAuAg)5S6 sono invece rari. 

Misura della purezza dell’oro 
La  purezza  dell’oro  è  misurata  ii  termini  di  fineness.  L’oro  è  commercialmente 
disponibile con una purezza del 99.999%. Vi sono due scale di misura principali di 
fineness: i carati, indicati in “K” che variano in una scala da 0 a 24 o da 0 ‐ 1000. In 
cui con il valore “0” si indica il caso di assenza di oro e con il termine massimo relativo 
(24 o 1000 sulla base della scala scelta) il caso opposto.  

Per  carato  (K)  si  intende  la  purezza  dell’oro  o  altri  metalli.  Utilizzando  la  scala  K 
relativa  al  numero  massimo  1000,  la  purezza  risulta  più  apprezzabile  in  quanto 
indicata da un maggior numero di cifre. 

L’oro con una fineness di 1000K (detto 1000 fine) è oro puro ed è equivalente a 24K 
(sistemi dei carati (K). Il carato (K) è utilizzato nella gioielleria, diverso dai carati (ct) 
per  i  diamanti  o  pietre  preziose,  basati  sul  peso  invece  che  la  purezza,  in  cui  1ct 
corrisponde a 0,2 grammi.  

Una lega al 50% (500 fine) di oro è equivalente a 12K di oro; 18K sono equivalenti a 
750 fine. Diversi esempi reali di misure della fineness sono riportati nella tabella 4. Si 
noti come l’aggettivo “fine” nel contesto delle dimensioni fisiche dell’oro è correlato 
alla  unità  di  misura  dimensionale,  mentre  nel  contesto  di  misura  della  purezza,  il 
termine  fine  è  utilizzato  come  aggettivo  per  quanto  riguarda  la  fineness.  Tale 
significato  che  varia  sulla  base  del  contesto  crea  alle  volte  complicazioni  e 
incomprensioni. 

Distretto  Fineness (serie dei 24) [K]  Fineness (serie dei 1000) [fine] 


Ararat  23.0  961 
Ballarat  23.2  969 
Dunolly  23.1  965 
Kingower  22.3  931 
Dry Gully  20.3  847 
 
N. 4 Purezza (fineness) dei lingotti d’oro estratti presso Victoria, Australia. Si noti come la seconda colonna con valori 
espressi utilizzando la serie dei 1000 conducono ad una visualizzazione del dato più rappresentativa. I valori riportati 
nella tabella sono riferiti all’analisi dell’oro riportato in Fairfax’s Handbook to Australia (Modificato Smyth, 1869). 

22 
Il  vantaggio  dell’utilizzo  della  scala  dei  1000  è  l’annullamento  nei  valori  decimali, 
infatti si ottiene un valore unico intero. Quando l’oro ha una purezza del 94,4% è 
designato come 944 fine oppure 22,656K. Il secondo sistema risulta più complesso 
nella lettura e quindi è stato parzialmente sostituito.  

La  purezza  è  un  fattore  importante  nell’analisi  di  un  deposito  aurifero  che  sia 
primario  che  secondario.  Nel  primo  caso,  i  depositi  auriferi  primari  epitermali 
mostrano  una  purezza  dell’oro  tendenzialmente  minore  rispetto  a  condizioni  più 
profonde ad esempio mesotermali. Alcuni fattori che vanno ad agire modificando il 
valore finale della purezza possono essere: 

‐ la proporzione dell’adsorbimento di metalli contaminanti, quali Ag e Cu durante il 
flusso  dei  fluidi  idrotermali  e  le  condizioni  chimiche  sotto  le  quali  essi  sono 
precipitati; 

‐  variazione  graduale  delle  condizioni  (facies)  nella  composizione  dei  minerali 


presenti nel deposito primario aurifero, legata alla diversa composizione dei fluidi 
circolanti  al  momento  della  precipitazione  piuttosto  che  estrazione  di  elementi 
chimici suscettibili all’alterazione chimica; 

‐ multi‐stage chimico nella natura dei fluidi idrotermali circolanti nel tempo; 

‐ interazione dei fluidi con la roccia circostante: in questo caso è importante lo stato 
d’ossidazione dello zolfo e la presenza dell’idrogeno nei fluidi (PH); 

‐  possibile  alterazione  successiva  allo  stadio  idrotermale  con  fluidi  a  minor 


temperatura  e  non  sempre  presenti  ma  importante  ai  fini  giacimentologici 
(arricchimento supergenico); 

‐ possibile interazione con attività batterica; 

‐  possibile  genesi  di  sistemi  di  vene  multipli  in  diversi  stadi  temporali  a  distanza 
variabile nel medesimo deposito aurifero primario. 

Come si può notare dalla carrelata di fattori appena delineata, sono moltissime le 
variabili che influiscono sulla fineness dell’oro analizzato. Alcune di queste saranno 
discusse in modo più approfondito nei successivI capitoli. Un alto valore di purezza 
dell’oro  può  occorrere  in  un  range  di  casi  ampio  rispetto  la  litologia  delle  rocce 
presenti:  dalle  rocce  ultramafiche  alle  mafiche,  piuttosto  che  nelle  tipologie 
magmatiche dioritiche o granitiche. Sono relazionati a sistemi porphyry e depositi 
epitermali  ad  alto  contenuto  di  solfuri.  Ad  esempio,  l’oro  presente  in  depositi 
porphyry  è  spesso  molto  puro  (Sillitoe,  1993)  ma  fine  fino  a  60  micrometri.    Di 
particolare  importanza  sono  le  gold‐bearing  quartz  veins  (mother  lodes),  le  quali 
presentano l’oro anche in considerevoli quantità e purezza all’interno della matrice 
23 
quarzosa della vena stessa. Spesso sono ritrovate in sistemi fratturati a seguito della 
messa in posto di granitoidi, i quali risalendo nella crosta generano enormi pressioni 
e  temperature  risultando  in  cambiamenti  notevoli  nelle  rocce  circostanti  (aureola 
termo‐metamorfica).  L’intrusione  del  plutone  risulta  non  solo  come  catalizzatore 
della  fratturazione  nelle  rocce  circostanti,  dette  incassanti,  con  preferenza  alla 
porzione superiore (più vicina alla superficie e con un minore carico litostatico) ma 
anche come fonte di calore anomala, motore per gli adiacenti sistemi idrotermali. 
Questi  ultimi  possono  estrarre  (leaching)  alcuni  elementi  dalle  rocce  incassanti  e 
trasportarli,  grazie  ai  fluidi  presenti,  anche  a  considerevoli  distanze,  per  poi 
precipitare quantità di oro variabili o altri minerali di valore al variare delle condizioni 
geochimiche.  

L’oro  è  ritrovato  anche  in  vene  associate  ad  aree  a  skarn,  cioè  porzioni  adiacenti 
all’intrusione di un plutone ma molto suscettibili dal punto di vista chimico ai fluidi 
per via della presenza di carbonati o rocce contenenti gli stessi (marmi), ad esempio: 
Suian District, Noth Korea (Watanabe, 1943). 

Dal punto di vista della geologia regionale, alcuni autori ipotizzano che il basamento 
offre  un  importante  spunto  sulla  possibilità  di  formarsi  di  alcuni  giacimenti  o 
depositi. I depositi  che sono stati ritrovati in porzioni  cratoniche in  Guatemala ed 
Honduras  (America  centrale)  sono  associati  ad  oro  epitermale  e  sono 
uniformemente ricche in argento. In Costa Rica, Panama e Nicaragua è presente oro 
con  assenza  quasi  di  argento,  queste  aree  non  sono  nelle  condizioni  dei  distretti 
sopra citati, ergo in un differente ambiente geochimico. Similarmente i depositi del 
Nord America ad esempio in Nevada o Colorado, i quali si sono formati in una crosta 
sialica, sono ricchi in argento (Hutchison, 1985) anche se le aree esterne al cratone 
in California sono ricche di oro. L’argento è tipicamente continentale mentre l’oro 
tende ad avere un’origine oceanica legata al mantello terrestre (rocce mafiche ed 
ultramafiche). 

Morfologia dei granuli d’oro 
La morfologia di un granulo d’oro tende ad essere un’eredità del suo iniziale punto 
di  cristallizzazione.  Le  proprietà  dell’oro  nel  deposito  aurifero  primario  sono 
parzialmente mantenute nel trasporto oppure via via obliterate specialmente in un 
ambiente di tipo alluvionale. L’oro è uno degli ultimi minerali a cristallizzare in un 
circuito idrotermale e tende ad essere ritrovato in posizioni interstiziali, cioè negli 
spazi  vuoti  rispetto  quelli  adiacenti  già  occupati  da  altri  minerali  precipitati  e 
cristallizzati. Si ritrova in fratture della roccia, al cui interno percolavano fluidi, nei 
quali l’oro era in soluzione. La morfologia del cristallo d’oro è legata allo spazio libero 
al momento della crescita cristallina, nel caso lo spazio fosse misero o insufficiente il 
campione  visibile  macroscopicamente  apparirà  amorfo  anche  se  al  microscopio 
24 
saranno visibili alcune facce cristalline. In tal caso il cristallo cresce nello spazio libero 
che  trova  andandosi  ad  uniformare  ad  esso  piuttosto  che  svilupparsi  in  maniera 
isomorfa come il sistema cristallino imporrebbe. I granuli d’oro spesso includono al 
loro interno cristalli di quarzo e sono a loro volta inclusi in altri minerali quali solfuri 
o il quarzo stesso (vena di quarzo aurifero). Si noti che con il trasporto in ambiente 
subaereo  determina  nel  tempo  un  cambiamento  sia  morfologico  che  chimico  dei 
cristalli  d’oro,  i  quali  essendo  molto  malleabili  tenderanno  ad  avere  morfologie 
appiattite, ricurve, mammellonari. 

La pepita “Blanch‐Barkly” (1743 once, 49.41 kg) è stata ritrovata a Kingower, Victoria 
(Australia) e conteneva 2 libre (0,9 kg) di quarzo, argilla e ossidi di ferro. Questi sono 
il  prodotto  di  processi  di  alterazione  molto  invasivi  e  duraturi;  il  quarzo  e  l’oro 
risultano pressoché immuni ad essi, se non in particolari condizioni ambientali. Nella 
penisola di Oso, in Costa Rica, Berrange (1987) descrive l’oro sotto forma di pagliuzze 
(minori  di  0,5  mm  di  diametro)  contenenti  inclusioni  di  quarzo,  visibili  ad  occhio 
nudo. Lui notò la presenza di quarzo sia come “patina” superficiale che nell’interno 
delle  pagliuzze.  Il  quarzo  in  posizione  inclusa  è  considerato  singenetico,  cioè 
precipitato  nello  stesso  momento  dell’oro,  inoltre  sono  state  osservate  anche 
calcite,  epidoto,  pirite,  silicati  di  ferro  e  magnesio,  oltre  a  spinello  e  limonite, 
quest’ultima  formata  durante  il  trasporto  dell’oro.  Le  microinclusioni,  anche  se 
spesso composte da quarzo, possono essere composte anche da minerali pesanti, ad 
esempio  ilmenite  e  corindone.  Alcune  di  queste  inclusioni  potrebbero  apparire 
cristalline  e  riconoscibili  morfologicamente  attraverso  un’analisi  al  microscopio 
ottico.  Esse  offrono  un’importante  opportunità  per  ottenere  un’idea  della 
provenienza  dell’oro  o  nella  descrizione  speditiva  dello  stesso.  Ogni  deposito 
aurifero  primario  tende  ad  avere  proprietà  uniche  che  alcune  volte  si  ritrovano 
parzialmente  nell’oro  estratto  nei  depositi  auriferi  secondari.  In  tal  caso,  l’oro 
ritrovato  nel  deposito  aurifero  secondario  deriva  da  quel  specifico  giacimento  di 
origine.  Nel  caso  non  vi  sia  corrispondenza  potrebbe  essere  stato  presente  un 
deposito aurifero primario nel passato ed ora eroso, piuttosto che un giacimento non 
ancora  scoperto,  oppure  un  deposito  al  momento  sepolto.  Ai  fini  nella  ricerca 
mineraria,  l’oro  secondario,  ritrovabile  in  contesti  di  depositi  auriferi  secondari 
possiede potenzialità per la ricostruzione ed il ritrovamento fisico di depositi auriferi 
primari, posti a monte.  

Le microinclusioni e l’oro tendono ad essere correlabili all’ambiente di formazione 
ed alle sue peculiarità. Alcuni esemplari di oro sono unici come abito cristallino, per 
forma  e  dimensioni.  L’oro  tende  ad  essere  grossolano  quando  depositato  lungo 
trame di vene quarzifere. In particolare, il contenuto di solfuri risulta in alcuni casi 
misero ma non è la norma. Nel caso di oro finemente disperso e con una dimensione 
fine,  viene  osservata  una  maggior  percentuale  di  solfuri  presenti.  L’oro  in  un 
25 
contesto alluvionale varia in pochi chilometri dal luogo del rilascio la sua morfologia, 
adattandola  all’ambiente  ed  allo  stress  che  esso  impone.  L’oro  può  rimanere 
pizzicato  tra  le  rocce  e  nelle  fessure  del  substrato  roccioso  (bedrock)  subendo, 
durante  eventi  di  piena,  un  rigoroso  processo  di  malleazione  e  nel  tempo  di 
alterazione chimica, perdendo per esempio l’argento dai livelli più esterni, località 
più ravvicinate all’interfaccia di reazione acqua‐granulo. Essendo un metallo molto 
malleabile tende ad appiattirsi piuttosto che suddividersi in porzioni sempre più fini 
via via con il trasporto. Questo accade in linea di massima perchè possono esserci 
controtendenze locali o legate a processi supergenici (figura 5). 

   

26 
Irregolare,  Irregolare,  Appiattita, 
Morfologia dei  cristalli  protuberanze  arrotondata,  Appiattita,  Arrotondata, 
granuli d'oro  primari  arrotondate  ricristallizzato  arrotondata  spesso porosa 
alle volte  smussate, alcuni  piegamenti, 
preservati,  cristalli primari  deformazione  ricristallizzazio
   molte  sono  plastica  ne,    
cristalli 
inclusioni ed  preservati, spesso  secondari 
   elementi in   visibili cavità nel     biogenici    
metallo, principali  ottaedrici sulla 
   lega  inclusioni rimaste     superficie    
      di quarzo          
Effetto sui rims  frequeni rims  da porosi a  compatti a 
(livelli esterni)  porosi  compatti  compatti  compatti  porosi 
Abrasione  moderata  forte  forte  forte  moderata 
Dimensione 
rappresentativa  da ‐200 a ‐
(Mesh)  35 da ‐35 a +120  da ‐120 a +200  da ‐200 a ‐400  400 
Sedimento 
terrigeno  clasti, ghiaie  ciottoli, ghiaie, 
correlato  grossolane  sabbie  sabbie  sabbie e limi  limo e sabbie 
Energia  alta‐moderata  alta‐moderata  moderata  moderata‐
dell'ambiente  alta energia  energia  energia  energia  bassa energia 
Metodi di  sluicing/jiggin chimici e  chimici e 
processamento  g/rocking  meccanici e chimici  meccanici e chimici  meccanici  meccanici 
sluicing/jigging/tab
suggeriti  panning  ling/flottazione          
                 
Depositi  Depositi auriferi 
auriferi  secondari a 
   secondari     distanza       
eluviali o 
vicini alla  variabile dalla 
   sorgente     sorgente primaria       
elevata 
   primaria  minima distanza  media distanza   distanza  molto elevata 
 
N.5 Modello semplificato relativo alle caratteristiche morfologiche e chimiche di oro derivante da deposito aurifero 
primario  (deposito  eluviale  a  deposito  alluvionale).  Si  noti  come  le  proprietà  varino  al  variare  della  distanza  e  di 
conseguenza i metodi di recovery o processamento adatti (Modifcato da Giusti, 1986) Note: il modello prende in 
considerazione solo alcune morfologie aurifere: oro grossolano alla fonte. 

L’agente  esogeno  (acqua,  vento,  ghiaccio,  etc)  che  agisce  sull’oro  trasportato 
generando  una  serie  di  variazioni  morfologiche  e  chimiche.  L’oro  può  mostrare 
informazioni morfologiche, le quali sono una sommatoria dei processi esogeni subiti 
nella  fase  di  trasporto,  tenendo  conto  che  clcuni  di  essi  potrebbero  essere  al 
momento  irriconoscibili  a  causa  della  loro  obliterazione  nel  tempo.  Alcune 
microinclusioni  possono  venir  alterate  e  rimosse  piuttosto  che  frammentate  nel 
processo  e  quindi  tali  dati  non  sono  saranno  più  ricavabili  al  momento  del 
ritrovamento.  I  livelli  esterni  tenderanno  nel  tempo  in  un  ambiente  superficiali 
quindi a variare le proprie caratteristiche morfologiche, chimiche mentre le porzioni 
centrali del granulo d’oro potranno conservare informazioni utili per quanto riguarda 

27 
la sorgente primaria (ad esempio la composizione chimica degli elementi in tracce). 
L’oro  nel  trasporto  viene  appiattito,  curvato,  spezzato,  tagliato,  lobato  oppure 
allungato  a  formare  filamenti.  In  alcuni  casi  sono  riconoscibili  diversi  granuli  o 
pagliuzze  d’oro  “saldati”  insieme,  indice  di  processi  supergenici  di  arricchimento 
auriferi  successivi  (soluzione  e  precipitazione),  piuttosto  che  legate  alle  forze  di 
attrazione  debole  (tabella  6).  Questi  processi  epigenici  possono  avvenire  sia  in 
contesti di deposito aurifero aurifero (supergenico in senso stretto) che secondario 
(supergenico in senso lato).  
Dimensioni 
Origine dell'oro  Tipologia di oro  Morfologia dell'oro  medie (Mesh)  Note 
              
Oro derivante  angolare xenomorfico, allungato 
dal substrato  Hypogene  equanto, segregazione laminare,  0.1‐200  grossolano 
(deposito 
aurifero  cristalli epidiomorfi, crescite 
roccioso  primario)  dendritiche       
              
Supergenico  spugnoso, articolato, superficie  0.1‐1000 fino a 
Primario  senso stretto  aggrottata, escrescenza e  2000 o più  granuli fini 
proiezioni di forme irregolari, cristalli 
      ottaedrici ed intercrescite       
             
Oro derivante  da origine da  piatto, precipitati, laminare allungato e  200‐500  granuli fini 
da placer  hypogene  filiforme  dominante  dispersi o  
2000‐3000 rare 
        e pepite  agglomerati 
da zone di  equanto, spesse lamine con relitti di 
Secondario  ossidazione  strutture spgnose raramente       
     strutture cristalline preservate       
dendritico, corallinaceo, aggregati e  precipitazione 
   Supergenico  intercrescite di granuli     delle taglie 
simili di precipitazione superfice 
      ruvida.     ultrafini 
 

N.6 Morfologia e dimensione dell’oro rispetto la sua sorgente o origine (Modificato da Fedchuk et al., 1978). 

Morfologia superficiale 

Con  tale  termine  si  intendono  le  caratteristiche  dinamiche  e  fisiche  che  sono 
correlate ai processi elettrochimici, i quali controllano la genesi di patine primarie e 
secondarie  oltre  che  l’andamento  stesso  della  superficie  morfologica.  Le  patine 
svolgono un ruolo utile nella protezione parziale o totale dalla lesione fisica esterna 
ed  alterazione  chimica  derivante  dall’ambiente  circostante,  specialmente  in 
ambienti  superficiali,  o  dal  trasporto  futuro.  Le  patine  possono  essere  non  solo 
esterne ma essersi accresciute in fessure, fratture nel granulo e pagliuzza, sigillando 
potenziali fratture future  o giunture preferenziali di fratturazione, oppure agendo 
nel  senso  opposto,  aumentandone  le  dimensioni  ed  estensione.  Nel  caso  siano 

28 
parzialmente interne al granulo d’oro, possono essere corrodibili o meccanicamente 
suscettibili,  tanto  da  mostrare  un  carattere  fragile  nel  tempo  preferenziale.  La 
disposizione nello spazio fisico del granulo d’oro di localizzate zone di arricchimento 
in  elementi  facilmente  alterabili,  microinclusioni,  difetti  reticolari  e  lacerazione, 
fratturazioni  genera  preferenziali  vie  di  alterazione  chimica  e  suscettibilità 
meccaniche che si potranno attivare nei giusti contesti. L’alterazione chimica gioca 
un ruolo differenziale, infatti, in ambiente  dove l’oro è stabile,  potrebbero essere 
instabili i minerali che esso contiene o che lo contengono. Se il minerale esterno è 
stabile  ad  una  certa  condizione  ambientale  che  l’oro  non  lo  sarebbe  funge  da 
“carapace  protettivo”.  Nel  caso  opposto  le  particolari  condizioni  esterne  possono 
alterare il minerale che contiene l’oro (ad esempio la pirite aurifera) e renderlo libero 
(caso  dell’oro  ritrovato  nei  torrenti  adiacenti  a  discariche  minerarie  di  depositi 
auriferi primari). 

Ricapitolando, nel caso ideale la patina o minerale che ricopre interamente il granulo 
e nel caso ci siano le condizioni particolari che l’oro passi in soluzione, esso non verrà 
attaccato.  Prima  dovrà  essere  rimossa  la  patina  protettiva  fisicamente  o 
chimicamente per giungere ai minerali interni. Mentre i minerali inclusi cristallizzano 
in tempi precedenti rispetto all’oro, in quanto l’oro li include, le patine si formano 
successivamente. L’oro stesso potrebbe accrescersi in diversi episodi supergenici e 
mostrare differenti contenuti minerali inclusi oppure bordi di crescita cristallina. Nel 
caso estremo anche le patine che si sono formate tra i diversi step potrebbero venir 
incluse  dall’oro generato  nei processi  epigenetici.  È fondamentale capire  che  tra i 
dati  ricavabili  da  casi  reali  e  dalla  teoria  talvolta  c’è  un  divario,  infatti  non  tutti  i 
passaggi sono facilmente ricostruibili. Tutti questi dati citati sono fondamentali nella 
ricostruzione  dei  processi  giacimentologici,  metallogenici  e  petrogenetici  che 
concernono il deposito o il distretto minerario preso in esame. 

Come  esempio  dell’alterazione  preferenziale  di  alcune  patine  o  minerali,  ci  si  rifà 
all’esempio  del  contenuto  di  argento  periferico,  rispetto  quello  al  nucleo. 
Desborough (1970) analizzò alla microsonda granuli d’oro provenienti da 24 placer 
presenti  dagli  Stati  Uniti  occidentali  all’Alaska.  Concluse  che  il  basso  contenuto 
d’argento  nei  granuli  nelle  porzioni  periferiche  (rim)  è  legato  all’apparente  alta 
solubilità e  tendenza all’ossidazione preferenziale dell’argento presente  nella lega 
oro‐argento. Questa alterazione avviene maggiormente a bassa temperatura in un 
ambiente  di  trasporto  spesso  ossidante  e  superficiale,  tipico  dei  placer.  La 
deposizione del rim piuttosto che la sua genesi per alterazione parziale è ritenuta 
anche  una  valida  ipotesi  ma  meno  accreditata.  McDonald  et  al.  (1990)  esaminò  i 
meccanismi  per  la  formazione  dei  rim  auriferi,  provenienti  dalla  Nuova  Zelanda, 
Australia, Alaska (tabella 7). I risultati da laboratorio suggeriscono che la formazione 
dei rim stessi nei granuli con una percentuale di oro maggiore rispetto all’argento sia 
29 
legata  alla  percentuale  dell’argento  stessa.  L’alterazione  chimica  comporta  una 
diversa  composizione  finale,  tipicamente  a  più  alta  purezza  di  oro  (minore 
percentuale di argento) tanto che il processo è pervasivo e temporalmente lungo. La 
temperatura  gioca  un  ruolo  fondamentale,  infatti  ogni  10°C  circa  raddoppia  la 
velocità della reazione.  
Numero del  Localitù  Composizione dei livelli al  Composizione dei livelli 
campione  campionamento  nucleo    esterni 
   Au  Ag  Cu  Tot  Au  Ag  Cu  Tot 
1  Moliagul  95.6  2.91  0.03  98.5    98.5  0.37  0.00  98.9 
2  Moliagul  96.1  3.41  0.02  99.5    99.8  0.59  0.02  100.4 
3  Moliagul  94.4  3.29  0.00  97.7    96.5  0.68  0.00  97.2 
4  Moliagul  94.9  3.42  0.03  98.3    98.3  0.31  0.00  98.6 
5  Inglewood  90‐4  8.67  0.03  99.1    98.4  1.57  0.03  100.0 
6  Inglewood  92.1  8.04  0.01  100.1    99.8  1.25  0.00  101.1 
7  Majorca  94.6  3.77  0.00  98.4    96.1  3.69  0.00  99.8 
8  Oberon  74.0  22.9  0.85  97.8    95.8  2.00  ‐  99.2 
9  Palmar R  85.3  10.8  0.11  96.2    97.9  0.04  0.00  97.9 
10  Roc  96.8  2.09  ‐  98.9    99.3  0.42  ‐  99.7 
11  Brighton terrace  90.7  5.43  0.00  96.1    93.2  3.76  0.41  97.4 
12  Shemy River  90.3  6.13  0.62  97.1    93.6  0.11  0.29  94.9 
13  Faith Creek  72.8  25.2  0.44  98.4    99.8  0.89  0.36  101.1 
14  Faith Creek  72.6  23.9  0.16  96.7    97.2  1.25  0.45  98.9 
15  Alaska  73.1  21.3  0.04  94.4    96.0  1.91  0.03  97.9 
16  Alaska  88.4  9.05  ‐  97.5    97.9  0.72  ‐  98.6 
17  Kaitura River  86.2  10.2  0.28  96.7    91.3  0.48  1.18  93.0 
 
N.7 Composizione d’esempio per oro analizzato in porzioni prossime al nucleo dei granuli e marginali, 
campionati  nei  pressi  di  depositi  auriferi  secondari.  I  numeri  sono  relativi  alla  percentuale  in  peso, 
rispetto  il  totale  (wt%).    Note:  la  somma  dei  differenti  elementi  analizzati  non  sempre  è  100%  (caso 
ideale) a causa di perdite di materia durante le analisi oppure per la non visualizzazione totale degli 
elementi  presenti  e  del  loro  peso,  oltre  che  la  sommatoria  degli  errori  analitici.  In  presenza  di  “‐”  si 
intende l’assenza del valore o se la quantità è minore del limite visualizzabile dagli strumenti analitici. I 
campioni analizzati provengono dal Canada, Australia, Nuova Zelanda (Macdonald et al., 1990). 

Alcune  patine  possono  generarsi  nell’ambiente  del  placer,  piuttosto  che  lungo  il 
tragitto fino ad esso. Alcuni di questi meccanismi sono stati osservati da Haslam et 
al. (1990) per il caso di rim di platino su particelle di oro e da Leake et al. (1990) per 
il  palladio.  Nell’esaminare  la  possibile  utilità  economica  dell’arricchimento  di  oro 
sulla superficie dei granuli di oro stesso, Bowles (1988) non trovò nessuna evidenza 
che  suggerisse  la  significatività  dei  rim  dal  punto  di  vista  economico.  Essi  infatti 

30 
tendono  ad  essere  con  una  maggiore  purezza  nei  pressi  del  bordo‐granulo  e 
potrebbero  essere  fonte  di  estrazione,  solo  dal  punto  di  vista  ipotetico.  Questo  è 
concorde con quanto disse Berrange (1987) e i suoi dati (relazione tra analisi chimica 
dei granuli d’oro dal nucleo ai bordi). La purezza dei rim esterni è maggiore di quelli 
interni ma non riflette un’importante variazione rispetto il contenuto di oro totale 
del granulo medio. Nel caso invece della corrosione di alcuni elementi costituenti la 
lega piuttosto che inclusi ed in contatto con l’ambiente esterno, la media dell’oro nel 
granulo  subisce  una  significativa  variazione,  tendendo  il  contenuto  d’oro  ad 
aumentare  passivamente.  Si  noti  inoltre  che  il  contenuto  d’oro  può  aumentare 
attivamente  anche  in  depositi  auriferi  secondari  attraverso  processi  supergenici 
(bioaccumulo d’oro per esempio). 

Le proprietà cristallografiche dell’oro cristallino 
Di solito l’oro nativo cristallizzato si rinviene sotto forma cristallina di ottaedri più o 
meno  arrotondati,  cubi,  dodecaedri  fino  a  2  cm  e  oltre.  Spesso  i  cristalli  sono 
allungati  lungo  la  direzione  [100]  o  [111],  formando  a  volte  geminazioni  a  osso‐
dendritiche.  Si  osserva  anche  sotto  forma  di  facce  triangolari  e  facce  ottaedriche. 
Raramente  si  rinvengono  allungamenti  sotto  forma  di  filamenti  [111].  Altre 
morfologie osservate sono: dendritiche, arborescenti, filiformi, spugnose, massive e 
granulari. Di seguito si analizzeranno alcune proprietà cristallografiche dell’oro: 

Sistema cristallino: Isometrico; 
Classe (H‐M): m3m (4/m 3 2/m) – Hexoctahedrale; 
Gruppo spaziale Fm3m; 
Parametri di cella: a = 4.0786 Å; 
Volume di cella: V 67.85 Å³;  
Geminazione: è comune su (111) e genera geminazione a ginocchio. 

31 
 

N.8 Legenda degli abiti cristallini delineati: 

a‐ Gold  no.3  ‐  Goldschmidt  (1913‐1926);  Hauy  1823  et  alii.  V.M.  Goldschmidt,  Atlas  der  Krystaliformen, 
1913‐1923; località: Siedenburgen; 
b‐ Gold  no.1  ‐  Goldschmidt  (1913‐1926);  Hauy  1801  et  alii.  V.M.  Goldschmidt,  Atlas  der  Krystaliformen, 
1913‐1923; 
c‐ Gold  no.4  ‐  Goldschmidt  (1913‐1926);  Hauy  1823  et  alii.  V.M.  Goldschmidt,  Atlas  der  Krystaliformen, 
1913‐1923; Dufrenòy, 1856‐59. Località: Matto Grosso, Brasile; 
d‐ Gold no.17 ‐ Goldschmidt (1913‐1926); Rose  1831 et alii. V.M. Goldschmidt, Atlas der Krystaliformen, 
1913‐1923; località: Katherinenburg, Siberia, Russia. 
e‐ Gold  no.46  ‐  Goldschmidt  (1913‐1926);  Kokscharow  1870  et  alii.  V.M.  Goldschmidt,  Atlas  der 
Krystaliformen, 1913‐1923; località: Urali. Contatto di geminazione sulla [111]. 
f‐ Gold  no.47  ‐  Goldschmidt  (1913‐1926);  Kokscharow  1870  et  alii.  V.M.  Goldschmidt,  Atlas  der 
Krystaliformen, 1913‐1923; località: Urali. Contatto di geminazione sulla [111]. 

Il ruolo dell’alterazione chimica e degradazione fisica 
Avvengono preferenzialmente lungo discontinuità, piani di scorrimento, fratture o 
piani identificati da difetti reticolari oppure nei pressi di microinclusioni o elementi 
in lega suscettibili. Molte di questi potenziali volumi sono soggetti ad alterazione e 
suscettibili  all’azione  degli  agenti  esogeni  che  trasportato  l’oro  per  brevi  o  lunghi 
tragitti (stress meccanici). L’effetto anodico che si sviluppa nelle fratture può essere 
intenso a causa della natura variabile delle patine rispetto il granulo. In ambiente 
superficiale ad alta energia, come ad esempio un ambiente fluviale, il quale svolge 
un ruolo abrasivo, la genesi di fratture sono legate ai processi meccanici presenti, 
infatti si generano dei micro‐crateri da impatto a causa della collisione tra le varie 
particelle solide, pressate tra loro, ad esempio, lungo le embricature o nelle fratture 
nel basamento roccioso. Fratture e strie possono risultare da un ambiente fluviale 
ad alta energia e dall’attività glaciale. Il granulo non solo tenderà a deformarsi ma 

32 
anche  a  ridursi  di  dimensioni  con  il  procedere  di  tali  processi  nel  tempo.  Porzioni 
esterne  alterate  e  corrose  rendono  esposte  nuove  superfici  potenzialmente 
corrodibili.  Il  processo  può  continuare  diventando  invadente  piuttosto  che 
procedere con diversi stadi ad una precipitazione di oro o altri metalli sul granulo, 
trasportati in soluzione dal fluido circostante. Si noti che l’alterazione chimica degli 
elementi in lega lungo i livelli esterni dei granuli d’oro genera nel tempo un livello 
esterno  tipicamente  arricchito  in  oro,  il  quale  svolge  anche  il  ruolo  di  “carapace” 
all’alterazione  chimica  degli  elementi  suscettibili  nei  livelli  più  interni.  La 
deformazione del granulo stesso tende però a esporre diverse porzioni prima interne 
in aree superficiali, quindi al momento in fase di alterazione chimica preferenziale. 
Si sviluppano una serie di livelli esterni arricchiti passivamente in oro in più stati.  

Giusti (1986) osservò nei suoi studi tre principali tipologie di oro, classificate dalla 
loro morfologia. Gli studi sono relativi ai sedimenti auriferi del North Saskatchewan 
e Athabasca Rivers, Alberta, Canada: 

‐ oro primario, spesso visibile affiorante in pieghe nel granulo; 

‐  oro  secondario,  relativo  alla  deposizione  di  nuovo  oro  nelle  cavità  libere  del 
granulo; 

‐ oro secondario, relativo alla deformazione plastica ed alla ricristallizzazione interna. 

I rims presenti su tutte e tre le categorie dei granuli hanno uno spessore che varia da 
1 a 30 micrometri. 

 
33 
 
N.9 Dettaglio di un granulo d’oro posto su vetrino ed abraso fino a mostrare i differenti rim di cui è composto. Nel 
granulo si denota la morfologia articolata e quattro principali porzioni: rim periferico (giallino), rim intermedio e rim 
a nucleo (rossiccio).  Nel caso invece si denoti che l’alterazione non è solo ubicata lungo i limiti esterni del nucleo, ciò 
può essere sia legato ad un fenomeno di “agganciamento” tra granuli d’oro nell’ambiente alluvionale per formarne 
uno unico, e quindi conservando parzialmente i rims precedenti. Iin ogni punto si otterranno diverse percentuali di 
elementi chimici (analisi puntuale). Nella ipotesi il granulo sia agganciato ad un altro si potrebbero osservare due 
valori analitici ai nuclei diversi. I granuli e pagliuzze d’oro possono variare la loro morfologia e composizione chimica 
secondo  alcuni  modelli  proposti  e  discussi  in  seguito  denominati  come  modelli  biotici  (contributo  dell’attività 
batterica) ed abiotici (contributo principalmente di ambienti ad elevata energia). La figura rende l’idea di come un 
singolo granulo d’oro possa essere composto da diverse porzioni di oro a composizione chimica differenti tenute 
protette principalmente dal rim esterno ad alta purezza.  

Alcune scuole di pensiero suggeriscono che la dissoluzione potrebbe essere in alcuni 
casi  di  origine  biochimica,  in  tale  contesto  le  forme  di  vita  batteriche  sono 
responsabili del biodissoluzione di oro e successivamente del bioaccumulo in altre 
porzioni  fisiche.  La  maggior  parte  dell’oro  contenuto  nei  sedimenti  terrazzati 
piemontesi  e  lombardi  è  costituito,  quanto  a  numero  di  presenze,  da  scagliette 
piccole e sottili, denominate in inglese  flakes. La loro forma e morfologia è molto 
varia, da grossolanamente circa quadrangolare a circolare, ovale, stellata, raramente 
allungata  in  forma  di  sottili  pagliuzze.  I  bordi  possono  essere  regolari  o  perlopiù 
molto  frastagliati,  arrotondati  o  smussati,  spesso  con  ripiegamenti  più  o  meno 
sviluppati  ed  evidenti,  specialmente  nelle  porzioni  più  esterne  delle  pagliuzze 
appiattite. Talora il ripiegamento riguarda gran parte o tutta la pagliuzza, generando 
forme a sandwich o chips ed in qualche caso può essere anche multistadiale, cioè 
ripetuto  più  volte  in  tempi  differenti.  Queste  pagliuzze  in  sezione  mostreranno  il 
proprio nucleo originale piegato ma nel caso ideale sarà continuativo nello spazio, 
indicando che la pagliuzza ripiegata stessa è costituita da un solo elemento iniziale. 
Le  dimensioni  variano  da  microscopiche  a  pluricentimetriche,  con  prevalenza  di 

34 
polvere  minuta,  denominata  in  inglese  flour  gold,  color.  Sono  presenti  anche 
elementi con diametro o massimo allungamento minore di 0.5 mm. Discretamente 
abbondanti  sono  gli  elementi  con  dimensioni  variabili  da  0.5  a  1  mm,  frequenti  i 
granuli e pagliuzze d’oro con dimensioni da 1 a 2 millimetri, rare quelle maggiori, 
denominate  in  gergo  “vele”,  a  causa  del  loro  effetto  idrodinamico  particolare  in 
contesti di ricerca fluviale, infatti esse tendono a non essere trattenute facilmente 
dai  sistemi  di  canalizzazione  convensionali.  Inoltre,  le  “vele”  tendono  a  viaggiare 
maggiormente durante episodi di piena lungo il percorso fluviale.  A occhio nudo la 
superficie  delle  pagliuzze  appare  liscia,  ma  al  microscopio  risulta  essere  perlopiù 
bulbosa,  martellata,  talora  con  evidenti  striature.  Il  ricoroscimento  delle 
caratteristiche  morfologiche  al  microscopio  ottico  fornisce  al  prospettore  alcune 
indicazioni sia sui processi principali che ha subito il granulo o pagliuzza d’oro. Data 
l’estrema  duttilità  del  metallo  e  le  inevitabili  abrasioni  dovute  al  trasporto,  le 
scagliette sono molto sottili in ambiente alluvionale, con spessore molto variabile, 
da  pochi  micron  a  meno  di  un  millimetro.  Ciò  determina  una  variabilità  di  peso 
importante  e,  dato  l’elevato  peso  specifico  (16‐19  a  seconda  della  purezza), 
scagliette delle stesse dimensioni possono evidenziare pesi notevolmente differenti 
per minime variazioni dello spessore, pur mantenendosi generalmente molto bassi. 
Le  scaglie  con  spessore  maggiore  cominciano  ad  assumere  consistenza 
granulometrica e, quindi, pesi assoluti di un certo rilievo (Pipino1). 

35 
 

N.10 Esempio di variazione della morfologia dei granuli d’oro con il progressivo trasporto. Il modello è semplificato 
rispetto la realtà in quanto ogni agente esogeno tende ad obliterare i caratteri morfologici precedenti e imprimerne 
di nuovi. Nel caso si evidenziano alcuni casi specifici della progressiva variazione morfologica in ambiente alluvionale. 
La lettura si svolge da sinistra verso destra (senso delle frecce gialle), le lettere nei box indicano i vari stadi: 

1‐  Oro  cristallino  nativo,  morfologia  ben  conservata  (emissione  in  ambiente  alluvionale  per  frantumazione 
roccia madre o conservazione semplice; 
2a, 2b‐  Appiattimento generalizzato ma ancora visibili caratteri derivanti dallo stadio 1; 
3‐   Appiattimento con obliterazione pressochè totale della morfologia originaria e imprinting dei nuovi caratteri 
morfologici; 
4a, 4b‐ Le pagliuzze possono venire piegate a causa degli stress imposti nell’ambiente alluvionale, specialmente 
se rimesse in circolo durante piene eccezionali; 
5‐   Concentrazione localizzata di innumerevoli pagliuzze che con la distanza tendono a diventare più fini, in un 
agglomerato  aurifero  nuovo,  di  dimensioni  anche  cospicue  (pepite)  per  processi  abiotici  ad  alta  energia.  I 
processi di concentrazione e genesi in questo caso sono discussi e variabili:  
‐ Genesi  gravitativa:  a  seguito  di  concentrazione  localizzata  per  via  della  gravità  e  dei  massi 
(concentrazione per mezzo di vortici) lungo il letto fluviale, preferenzialmente nelle embricature. Le 
particelle  vengono  a  contatto  e  via  via  l’agglomerato  aumenta  di  dimensioni.  I  clasti  formanti  le 
embricature  fluviali  potrebbero  durante  le  piene  collidere  tra  di  loro  e  quindi  schiacciare  insieme 
diversi  individui  d’oro  presenti  tra  un  ciottolo  e  l’altro.  Ciò  si  pensa  possa  aiutare  notevolmente 
“saldando” diversi granuli e pagliuzze d’oro insieme per formare pochi individui ma di dimensioni 
maggiori. 
‐ Genesi per fluidi a bassa temperatura: a seguito di formazione di un suolo in posizioni adiacenti e 
venuta in contatto con fluidi organici percolanti, l’oro può dissolversi e spostarsi in soluzione per poi 
precipitare successivamente su agglomerati presistenti o formarne di nuovi (detto modello biotico). 
 
L’estrazione dell’oro fine 
Per i minatori antichi e durante le prime corse all’oro, il metallo prezioso non era 
facilmente  recuperabile  nelle  operazioni  di  lavaggio  utilizzate  all’epoca.  Veniva 
perlopiù  tralasciato  e  scartato.  L’oro  al  di  sotto  dei  200  micrometri  di  diametro  è 
difficilmente estraibile senza un processamento chimico adeguato. Nella tipologia di 
36 
processamento moderna denominata “jigging” sono recuperabili taglie d’oro anche 
inferiori a 150 micrometri (Nio, 1988) ed alcune schede tecniche sottolineano come 
i  100  micrometri  dovrebbero  essere  considerati  come  limite,  sotto  al  quale,  al 
momento,  non  è  economicamente  valido  il  processamento,  nemmeno  con  tali 
macchinari. In laboratorio si riesce a suddividere l’oro dal sedimento circostante fino 
alla taglia circa di 38 micrometri. Queste particelle di oro sono talmente fini che il 
loro comportamento idraulico è differente., ad esempio, tendono ad aggregarsi tra 
loro, oltre che risultare idrofobe e galleggiare facilmente. Le particelle idrofobe sono 
di  difficoltosa  estrazione  negli  impianti  convenzionali  gravitativi  o  anche  quelli 
specializzati  al  momento.  La  tensione  superficiale  è  tale  da  permettere  il 
galleggiamento  in  alcune  occasioni,  l’oro  non  verrà  recuperato  nelle  canalette  e 
quindi  verrà  semplicemente  scartato.  Alcuni  accorgimenti  vengono  eseguiti  nella 
recovery  sel  sedimento  processato,  ad  esempio,  alle  volte  esso  viene  considerato 
ibrido  in  quanto  vengono  aggiunte  alcune  sostanze  chimiche  per  diminuire  la 
tensione superficiale e permettere a tale oro di essere intrappolato, oppure lungo i 
riffles viene aggiunto mercurio per trattenere meglio le particelle fini. 

 
Stime composizionali visuali dell’oro 
Il  prospettore  amatoriale  ha  a  disposizione  innumerevoli  strumenti  per  la 
comprensione morfologica e chimica dei granuli e pagliuzze d’oro trovati durante le 
attività  di  ricerca  sul  campo.  La  morfologia  può  essere  già  apprezzata  ad  un 
ingrandimento  da  10X  (tipica  lente  di  ingrandimento).  Ulteriori  gradi  di 
ingrandimento  con  un  range  variabile  dai  20X  ai  80X  possono  essere  raggiunti 
attraverso  l’utilizzo  di  stereo  microscopi  ottici.  L’osservazione  della  morfologia 
dell’oro  fornisce  all’operatore  una  indicazione  importante  della  possibile  distanza 
del  campione  rinvenuto  dalla  sua  sorgente.  I  colori  osservabili,  inoltre,  possono 
fornire una prima stima della composizione della lega, considerando però solo i primi 
tre  termini  indicati:  oro,  argento  e  rame.  Il  diagramma  ternario  (N.11)  aiuta  il 
prospettore a stimare in percentuale il contenuto dei diversi elementi chimici in lega 
dalla colorazione dei granuli e pagliuzze d’oro. Bisogna però tenere ben conto dei 
seguenti limiti: 

‐ I  livelli  esterni  tenderanno  quasi  sempre  ad  avere  una  maggior 


concentrazione in oro; 
‐ I  livelli  interni  tenderanno  a  fornire  un  colore  più  correlabile  alla 
composizione dell’oro rilasciato dalla fonte primaria; 
‐ Le patine di ossidi di ferro e manganese non devono essere considerate, 
in quanto non sono legate alla lega d’oro. 

37 
N. 11 Diagramma ternario oro‐argento‐rame. Ai relativi vertici vi è il 100% di tale elemento chimico considerato e via 
via allontanandosi lungo i cateti esso diminuisce mentre aumentano le percentuali degli altri elementi chimici. 

   

38 
Oro e storia 
 
Introduzione 
Nell’evoluzione scientifica a livello mondiale  che  ha portato allo  stato tecnologico 
attuale, è da notare quanti concetti siano stati introdotti da filosofi del passato. Nel 
corso  della  storia,  molte  sono  state  le  persone  che  si  sono  poste  interrogativi 
riguardo  l’universo  ed  i  suoi  meccanismi.  Gli  antichi  greci  furono  tra  i  primi  ad 
investigare l’evoluzione e la struttura terrestre. Successivamente furono i romani ad 
organizzare  distretti  minerari  in  cui  si  estraevano  i  metalli  preziosi,  tra  cui  l’oro, 
partendo da concetti primitivi di prospezione mineraria fino ad arrivare a complessi 
sistemi di sfruttamento, sia dei depositi primari che secondari. 

Gli scienziati asiatici furono in molteplici occasioni, più inventivi ed avanzati, rispetto 
al  livello  tecnologico  antico.  Sicuramente  la  distanza  fisica  dai  principali  centri  di 
espansione scientifica dell’epoca imposero severe difficoltà alla condivisione di idee 
e  strumenti,  colmate  solo  in  tempi  più  moderni  dalla  globalizzazione.  Significanti 
scoperte vennero eseguite da scienziati cinesi, secoli prima rispetto i popoli europei. 
Importanti osservazioni in fisica, matematica e medicina furono eseguite in Cina ed 
India. Storicamente non vi furono limiti legati al colore della pelle, piuttosto che alla 
religione  praticante  e  dominante  del  momento.  Queste  ultime  spesso  furono  in 
contrasto  con  gli  avanzamenti  scientifici,  a  volte  addirittura  sopprimendoli  con 
diverse forme di censura o deformazione, altre invece li sostennero e finanziarono. 
Alcuni concetti si evolsero in tempi successivi e vennero ripresi più volte da diversi 
scienziati, questo processo è inevitabile, perché una opinione che diventi una ipotesi 
necessita di prove riproducibili in situazioni controllate (esperimenti).  Si sottolinea 
inoltre come alcuni rami delle scienze fossero più in auge di altri per motivi economici 
e quindi gli studiosi avevano il modo di approfondire le conoscenze purché utili ad 
un particolare settore. Le scienze geologiche stesse nacquero nell’approfondimento 
dello studio del territorio per la messa in opera di grandi costruzioni belliche e civili 
e nello sviluppo della coltivazione delle risorse minerarie. 

Lo studio del passato è inoltre importante per comprendere il presente, infatti nel 
settore della ricerca aurifera è di primaria importanza l’ubicazione e la valutazione 
qualitative e quantitativa delle risorse passate utilizzate ed estratte e quelle ancora 
disponibili. È impossibile che un deposito si esaurisca completamente, infatti esisterà 
sempre l’ennesima particella di oro non ancora estratta. Piuttosto quello che varia 
nel  tempo  è  il  valore  che  l’uomo  conferisce  alla  materia  prima  analizzata  e  gli 
strumenti  con  i  quali  possa  estrarla.  Ecco  che  le  innovazioni  nelle  conoscenze 
giacimentologiche  e  tecnologiche  possono  rendere  i  depositi  classificati  come 
39 
esauriti  di  nuovo  in  esplorazione  con  metodi  più  moderni  e  vantaggiosi 
economicamente. Gli stessi strumenti e la loro ottimizzazione sono una barriera nel 
poter sfruttare un giacimento o meno. Una visuale riassuntiva della storia mondiale 
riguardo l’umanità, è necessaria per comprendere l’evoluzione dell’idea che l’uomo 
pone dell’oro. Questo metallo prezioso ha ricoperto diversi ruoli durante la storia 
umana. In un primo momento fu utilizzato nella religiosità, quale metallo apprezzato 
per la sua lucentezza e riflettanza elevata. Rispetto ad altri metalli è anche facilmente 
malleabile  per  farne  adornamenti.    Proseguendo,  l’uomo  ha  conferito  all’oro  il 
significato  di  ricchezza:  il  conio  di  monete  d’oro  non  solo  valutava  in  un  sistema 
quantitativo gli averi ed il loro valore, ma era un mezzo avanzato rispetto la forma 
antica di commercio del baratto. Di nuovo l’elevata malleabilità rese questo metallo 
prezioso  facilmente  lavorabile.  Continuò  intanto  l’utilizzo  del  settore  decorativo  e 
religioso,  tendendo  a  sovraimporsi  come  dominante.  Successivamente  al 
Rinascimento, l’oro si impose sempre più nell’utilizzo industriale nell’elettronica e 
nel settore aerospaziale. Al momento attuale, l’oro sotto forma di conio ha un valore 
di  bene  rifugio.  Le  monete  d’oro  sono  state  sostituite  dal  denaro  cartaceo  e  le 
monete stesse sono fatte da metalli meno nobili. Il metallo giallo è custodito come 
fonte di ricchezza e venduto in momenti propizi sul mercato al valore maggiore. Le 
banche  conservano  una  buona  fetta  dell’oro  estratto  fino  ai  giorni  nostri  nei  più 
controllati  caveaux.  Il  futuro  è  ricco  di  spunti  del  resto,  l’industria  mineraria  è  in 
espansione  nel  settore  aurifero  mondiale,  anche  se  alcuni  stimano  che  il  picco 
decrescente è imminente.  

Preistoria, uomo ed oro 
La popolazione umana, dall’Età della Pietra, iniziò a personalizzare i propri strumenti 
ed  armi  con  materiali  naturali,  circa  10000  anni  fa,  quando  il  riscaldamento 
atmosferico,  corrispondente  alla  fine  dell’ultima  era  glaciale  maggiore,  fuse  le 
principali  calotte  ed  apparvero  le  prime  importanti  concentrazioni  aurifere 
secondarie (placers). L’uomo preistorico, nelle sue campagne di caccia, si pensi alla 
renna  ad  esempio,  iniziò  a  migrare  sia  per  motivi  legati  alle  variazioni  del  clima, 
ricercando  quelle  più  favorevoli,  sia  per  motivi  legati  alla  migrazione  dalle  specie 
cacciate. I principali nuclei di popolazione erano ubicati all’epoca in Africa, Asia ed 
America.  Gli  utensili  tipici  dell’Età  della  Pietra,  furono  in  poco  tempo  sostituiti  da 
strumenti più ottimizzati, composti in metalli nativi (principalmente rame e ferro), i 
quali potevano essere malleati facilmente con strumenti artigianali per forgiare la 
forma desiderata. L’oro era probabilmente già utilizzato come ornamento per le sue 
caratteristiche,  specialmente  per  il  colore  brillante,  unico  nel  suo  genere.  Alcune 
pepite  sono  state  trovate  in  periodi  poco  più  recenti  (Smirnov,  1962),  come 
controprova della importanza già crescente dell’oro all’epoca. La prima evidenza di 
fabbricazione  a  grande  scala,  utilizzando  l’oro  come  componente  primario  è 
40 
testimoniata  dalle  scoperte  archeologiche,  le  quali  evidenziarono  come  strumenti 
votivi  artistici  e  gioielleria  erano  già  utilizzati  nella  civiltà  sumera  (3000  B.C,  Ur, 
Mesopotamia). Dal 1200 B.C, la civiltà Chavin in Perù iniziò a fabbricare ornamenti 
d’oro ed altri manufatti. 

L’influenza sumera e le civiltà antiche 
Le prime civiltà antiche, Sumeria e Babilonia, furono fondate tra i fiumi gemelli Tigri 
ed Eufrate nella porzione inferiore della Mesopotamia a circa 4500 B.C. La pratica 
dell’ingegneria  era  diretta  inizialmente  alla  ottimizzazione  delle  invenzioni  nel 
settore  agrario  (Vargos  &  Gallegos,  1992).    Le  civiltà  cinesi  e  indiane  potrebbero 
essersi  sviluppate  nello  stesso  periodo  ma  sono  presenti  solo  flebili  legami  nella 
storia  a  causa  della  distanza  che  ne  creava  un  problema  quasi  insormontabile. 
Questo fattore influenzò moltissimo gli avanzamenti tecnologici ma vi sono prove 
che  alcuni  legami  furono  sviluppati  nella  civiltà  sumera,  rintracciabili  nelle  nuove 
introduzioni agrarie. Le principali scoperte rivoluzionarie da parte del popolo sumero 
inclusero  la  scoperta  della  ruota,  la  fabbricazione  dei  mattoni  cotti  e  di  aratri 
primitivi.  Inventando  una  prima  forma  di  scrittura  (pittografica  con  fino  a  2000 
simboli), introdussero il primo termine di conservazione delle informazioni che non 
sia  orale  nella  storia  umana.  Tra  i  1900  e  i  1800  B.C,  i  matematici  mesopotamici 
furono vicini alla scoperta del teorema, chiamato in futuro “Teorema di Pitagora” 
(Pythagoras 580 B.C). Le tavole di moltiplicazione apparsero in Mesopotamia intorno 
al 1750 B.C – 1600 B.C. Lo sviluppo ingegneristico ebbe una profonda influenza nello 
sviluppo della tecnologia legata al processamento del sedimento aurifero. L’oro era 
fuso in Egitto e Sumeria già intorno al 3500 B.C e 2500 B.C. Un’ulteriore passo si ebbe 
a Ur, in Mesopotamia, dove l’oro veniva schiacciato per farne dei fogli molto sottili, 
utilizzati successivamente per ricoprire oggetti votivi. La comprensione dei principi 
idraulici rese possibile la costruzione di canali anche di lunga distanza, e il design dei 
meccanismi di controllo e canalizzazione dell’acqua ottimizzarono via via l’ingegneria 
correlata.  Ad  esempio,  la  cottura  per  l’irrobustimento  dei  mattoni,  donò  una 
maggiore sicurezza e fattibilità all’utilizzo nei cantieri minerari e nell’edilizia civile. 
Questo  avanzamento  è  testimoniato  dalla  costruzione  della  zigurrat  di  Ur 
(Mesopotamia), la quale è alta ben 12 metri. Intorno al 2000 B.C la precoce civiltà 
Minoaca di Creta, divenne un centro fiorente, inferiore solo all’Egitto. Anche se le 
risorse presenti sull’isola erano insufficienti, i minoici furono ottimi manifatturieri in 
oggetti d’oro, con competenze avanzate sia per quanto concerne la fabbricazione 
che il fattore artistico. Si pensa che la principale causa della devastazione dell’isola 
di Creta fu l’eruzione vulcano Santorini (1645 +/‐ 1628 B.C). Dopo la ricostruzione, la 
civiltà rifiorì in contemporanea con l‘isola gemella Thera. Una successiva eruzione 

41 
intorno al 1450 B.C è accreditata come la fine della civiltà minoica, l’apertura del Mar 
Rosso e l’inabissamento dell’isola di Thera, conosciuta in tradizione come Atlantide. 

L’avvento dell’Egitto: oro e religione 
La popolazione del Nilo, comunemente conosciuta come egiziana, era composta da 
una  percentuale  di  metallurgisti  molto  competenti  al  tempo  e  l’Egitto  fu 
probabilmente  una  delle  prime  grandi  potenze  a  contribuire  all’oro  presente  sul 
mercato mondiale dell’epoca. L’estrazione fu condotta in due principali aree. Una di 
queste era ubicata lungo 2000 km di terrazzi auriferi del Nilo tra Luxor e Kartoum. I 
metodi  di  processamento  variavano  da  semplici  a  complessi.  Si  articolavano  dalla 
raccolta  manuale  dei  granuli  e  piccole  pepite  di  oro  visibili  (hand  picking)  fino 
all’utilizzo  di  batee  artigianali  primitive  in  legno.  Alcuni  strumenti  più  avanzati 
vedevano all’opera sluice  artigianali  composte  da velli ovini,  utilizzati come fondo 
per  trattenere  le  particelle  aurifere  più  fini.  L’attrito  imposto  dal  pelo  del  vello, 
utilizzato  in  “contropelo”,  aiutava  a  trattenere  l’oro  che  veniva  dilavato  dal 
sedimento processato, con l’ausilio di acqua. Veniva successivamente lavato oppure 
bruciato  per  recuperare  il  concentrato  aurifero.  Il  grande  passo  avanti  fu 
l’interessamento  all’oro  di  dimensioni  minori  (oro  fine)  rispetto  alle  dimensioni 
tipiche  delle  pepite.  Alcuni  placer  sono  infatti  ricchi  di  particolari  taglie 
granulometriche ma il problema principale risulta il metodo di processamento per 
l’estrazione (problema ancora oggi aperto per quanto riguarda le taglie fini‐ultrafini 
con  metodi  gravitativi,  risolto  in  parte  nei  processamenti  chimici).  Il  secondo 
deposito principale era primario e consisteva in vene a quarzo aurifere, ubicate in 
vecchi scisti e formazioni di rocce cristalline situate tra il Nilo e il Mar Rosso. Questi 
depositi  furono  apparentemente  esplorati  intorno  al  1250  B.C.  Le  tecniche  di 
processamento erano già descritte nei monumenti egizi, datati a circa 900 B.C. e sulle 
pitture murali della ventesima dinastia, 200 B.C. Le tombe egizie antiche evidenziano 
anche come l’oro venisse pesato con le bilance dell’epoca (figura semplificata 11). 
L’estrazione  aurifera  su  grande  scala  è  anche  documentata  in  Africa,  India  e  la 
porzione  S della  Russia.  I  fiumi della Turchia occidentale e i  fiumi  delle  montagne 
dell’Afghanistan erano detti esser ricchi di oro. Nel 2000 B.C, il commercio dell’oro 
ebbe  un  picco  nel  mondo  conosciuto  dell’epoca.  I  miceni  si  stabilirono  in  Grecia, 
attraverso  gli  altopiani  anatolici  (turchi)  e  fenici,  supposti  essere  discendenti  dei 
Shem, figli di Noè. Questi popoli erano grandi navigatori e commercianti. Strabo (63 
BC ‐ AD 24) viaggiò ampiamente nella sua vita, collezionando le informazioni nel suo 
libro di viaggio chiamato “Geografia” (pubblicato intorno al 7 B.C), il quale comprese 
diverse  informazioni,  tra  le  quali  l’utilizzo  in  alcune  aree  di  estrazione  aurifera  di 
strumenti avanzati. Si riferì ad un primo metodo di sluicing (lavaggio del materiale 

42 
aurifero per mezzo di una sluice o canaletta), attribuito ai minatori di Saones, nelle 
montagne Vooges. I principali fondali  torrentizi  erano coltivati in periodi di secca, 
mentre i terrazzi in periodi umidi. Il metodo era già ampiamente conosciuto nella 
regione  Bosporous  nel  primo  millennio  B.C  quando  il  processo  si  avvalse  di  altre 
risorse  simili  all’attuale  miner  moss:  velli  ovini  e  caprini,  radici  o  fibre  fittamente 
intrecciate. Le sabbie aurifere setacciate erano processate sopra tali strumenti, il cui 
fondo  era  ricoperto  dal  metodo  di  recovery  preferito.  Poi  venivano  introdotte 
quantità  di  acqua  variabili  che  dilavavano  le  particelle  leggere  e  quelle  pesanti  al 
fondo  venivano  concentrate  nel  tempo,  sotto  forma  di  concentrato.  Si  sottolinea 
inoltre che spesso era lo stesso canale naturale ad essere riutilizzato come sistema 
di recovery, sistema poi utilizzato anche dai romani sotto forma di canali artificiali, 
ma impostati secondo lo stesso principio. La leggenda del “vello d’oro” nasce dalla 
storia  di  Jason  nel  “Argonauti”,  i  quali  protagonisti  ricercano  durante  la  storia  il 
famoso oggetto ricco di oro, raffigurato spesso come composto addirittura di oro. 
Facilmente  si  trattava  di  un  tappetino  arricchito  a  tal  punto  da  risultare  in  una 
leggenda.  Le  maggiori  nazioni  dell’era  egiziana  erano  parte  di  un  grande  mercato 
mediterraneo,  fiorente  grazie  ai  rapidi  spostamenti  per  mezzo  di  imbarcazioni. 
Infatti,  buona  parte  dell’economia  internazionale  era  fondata  sul  trasporto 
marittimo, rapido e con ampi volumi di merci, rispetto a quello stradale. Le strade 
anche se presenti erano disagevoli, spesso in pessime condizioni e legate fortemente 
al clima e alle sue variazioni. Le montagne erano un ostacolo importante ai viaggi 
commerciali,  risultando  spesso  in  guerre  o  schermaglie  per  il  possesso  di  tali  vie 
commerciali,  quando  presenti.  Le  società  antiche  più  che  estrarre  oro  erano 
implicate nel commercio dello stesso dal materiale grezzo rispetto a quello elaborato 
(gioielli,  icone  sacre,  vesti,  rivestimenti,  etc).  La  risorsa  aurifera  principale  appare 
essere  primariamente  ubicata  in  Egitto,  anche  se  vene  a  quarzo  aurifere  furono 
ritrovate  a  Krissites  in  Grecia,  dove  svolsero  un  importante  ruolo  nella  economia 
greca.  Con  lo  sviluppo  delle  principali  vie  commerciali,  l’oro  iniziò  a  viaggiare  ed 
essere importato anche dalla Spagna,  Africa e SE Asia. È qui che l’oro divenne un 
mezzo di conversione del valore degli oggetti. Il baratto fino a quel punto utilizzato 
in gran parte nelle trattative commerciali, fu pian piano sostituito dall’utilizzo di un 
bene  comunemente  riconosciuto  come  prezioso  e  tramite  del  valore:  l’oro.  Il 
medesimo  concetto  fu  utilizzato  con  l’argento,  il  bronzo,  l’ottone  fino  al  ferro.  Il 
numero richiesto del conio aumentò nella storia umana per una maggiore domanda, 
proporzionale alla popolazione in aumento.  

43 
 
N. 11 Copia di un antico disegno, ritrovato su una tomba egizia. Si osservano degli uomini utilizzare una bilancia per 
pesare l’oro (modificato Nolan, 1980). 

Il passo successivo, avvenuto in tempi moderni, è stato dare un valore nominale al 
conio invece che intrinseco. La banconota di carta ha un valore dichiarato ma non 
intrinseco. Il valore è legato al mercato mondiale dell’oro, conservato nelle principali 
banche  mondiali.  Tornando  al  discorso  delle  civiltà  antiche,  l’oro  prima  utilizzato 
come ornamento e simbolo di ricchezza religiosa ed artistica diviene anche simbolo 
monetario  e  di  valore.  Acquisisce  quindi  un  nuovo  campo  di  applicazione:  il 
commercio. Perché sia stato proprio l’oro piuttosto che altri metalli ad ottemperare 
a tale ruolo rimane un mistero, diversi fattori hanno contribuito a tale evoluzione 
storica, prima di tutti, l’utilizzo sempre maggiore dello stesso nei commerci. L’unità 
di misura di riferimento era lo Shekel, corrispondente a 11.3 g di oro. Intorno al 1500 
B.C, lo storico greco, Herodous (484+/‐424 B.C), spesso chiamato “padre della storia” 
disse che Croesus, l’ultimo re della Lydia (W Turchia) in Mesopotamia, fissò il valore 
dell’oro  e  dell’argento  producendo  le  monete  con  una  proporzione  di  10  parti  di 
argento ed una di oro. Croesus fu famoso per la sua ricchezza (“ricco come Croesus”) 
ed era anche un devoto dell’oracolo di Delphi.   

Svolte scientifiche nell’antichità, il mondo ellenico 
Nell’età antica, gli avanzamenti scientifici si svilupparono tendenzialmente a “balzi”. 
Lo scienziato era multidisciplinare e spesso non solo in materie scientifiche ma anche 
in rami della psicologia, religiosità e spiritualità. La conoscenza veniva tramandata in 
piccole scuole da un maestro verso i suoi studenti. Ogni scuola poi era incline verso 
una visione delle materie trattate, spesso la medesima del maestro. Alcuni studenti 
44 
a loro volta erano inclini a continuare gli studi del maestro nella medesima scuola 
oppure variare del tutto le teorie apprese verso frontiere differenti.  Seguendo un 
sistematico  e  formalizzato  approccio  agli  studi,  nell’ambiente  matematico  e  fisico 
iniziò una fioritura scientifica in Grecia nel sesto secolo B.C, quando i primi filosofi 
ionici, Talete, Anassimandro e Anaximene videro nella natura alcuni principi naturali. 
Talete  (640+/‐546  B.C)  era  un  cittadino  di  Miletus  che  considerò  che  le  domande 
relative alla natura del mondo non potessero essere spiegate con le teorie religiose.  
Era restio a concepire che gli dei potessero governare il mondo conosciuto e i suoi 
meccanismi  naturali,  differentemente  dal  pensiero  generale  dell’epoca.  Per 
esempio, i tuoni e i fulmini erano dovuti a fenomeni naturali e non alla rabbia di Zeus. 
Come astronomo, Talete fu probabilmente tra i primi a determinare con precisione 
solstizi  ed  equinozi,  e  la  creazione  del  suo  modello  della  Terra  era  basato  sulle 
osservazioni  naturali.  Talete  è  conosciuto  come  il  primo  autore  di  una  carta 
geografica  ma  non  riuscì  mai  del  tutto  a  sbarazzarsi  delle  antiche  speculazioni  e 
tradizioni. Una difficoltà fu la spiegazione delle relazioni tra acqua ed aria. Secondo 
l’autore, i sismi erano onde formate dal disturbo delle acque, un grande fiume che 
circolava sulla superficie terrestre, il quale dava origine anche alle nubi ed era fonte 
del  loro  movimento  e  circolazione.  Anassimandro  (610+/‐546  B.C),  un  pupillo  di 
Talete,  condivise  le  sue  teorie  ma  presto  evidenziò  una  più  sofisticata  visione 
personale del cosmo. Postulò l’esistenza dell’Apeiron (the boundless), il quale non 
ha  avuto  un  inizio  e  non  avrà  una  fine  ed  i  suoi  principi  base  possono  essere 
paragonati al moderno “etere”. Per Anassimandro, l’Apeiron è sempre in moto, una 
volta create qualità quali, caldo e freddo, umido e secco, luce ed oscurità iniziarono 
a interagire tra di loro. Lo stesso autore sottolineò che la terra è finita in dimensione 
e  limitata  nell’arco  del  tempo.  Anassimandro  propose  anche  una  teoria 
rivoluzionaria,  sviluppata  molto  prima  dell’avvento  di  Darwin,  ragionando  che  le 
precoci forme di vita, nate ed evolute sulla madre Terra primordiale, derivarono da 
parenti  anfibi.  Le  prime  creature  vissero  nei  mari,  protette  dalle  loro  conchiglie  e 
presto  le  forme  di  vita  si  espansero  sulla  terra  ferma,  mutando  le  loro  qualità, 
ottimizzandosi allo scopo di sopravvivere. Purtroppo, Anassimandro non raggiunse 
un  livello  tale  di  comprensione  da  capire  che  i  processi  geologici  attivi  o  avvenuti 
sulla  Terra,  potessero  avvenire  in  maniera  simile  nell’universo  in  senso  lato. 
Anaximene  (570±500  BC)  fu  un  pupillo  a  sua  volta  di  Anassimandro  ed  ampliò  la 
concezione  del  maestro  a  proposito  dell’universo  e  dei  meccanismi  terrestri. 
Pitagora (570±490 BC) è conosciuto per la formulazione del teorema di Pitagora ma 
è  ora  risaputo  che  abbia  copiato  l’idea  dai  testi  babilonesi  scritti  nel  “Millenium”. 
Nonostante ciò, lui o piuttosto un suo studente scoprì le relazioni tra la lunghezza di 
un filamento e le note musicali che produce a conseguenza delle vibrazioni imposte. 
La sostanza con la quale è costituito il filo non cambia la nota musicale, bensì è la 
lunghezza  del  filamento  ad  essere  correlata.  Le  lunghezze  in  un  rapporto  di  2:1 
45 
producono  un’ottava,  3:2  una  quinta,  4:3  una  quarta  e  così  procedendo.  Questa 
scoperta, fondamentale per il mondo musicale, aprì un’accesa discussione che sfociò 
nell’evidenziare  delle  relazioni  matematiche,  applicabili  all’universo  ed  ai  suoi 
meccanismi.    Erodoto  (484±425  BC)  fu  tra  i  primi  grandi  filosofi  a  riconoscere  gli 
effetti  dei  cambiamenti  climatici  e  dei  cambiamenti  tettonici  o  tellurici.  Egli 
comprese che le terre alla foce del fiume Nilo si formarono grazie alle sabbie e fanghi 
depositati dal fiume e proclamò l’Egitto come “il dono del Nilo”. Dalle osservazioni 
delle conchiglie, ritrovabili sulle colline in Egitto, lui concluse che un tempo tali aree 
dovevano  essere  coperte  dal  mare.  Socrate  (469±399  BC)  disse  che  la  vera 
conoscenza  emerge  attraverso  il  dialogo  e  la  sistematica  domanda  e  curiosità. 
Bisogna  quindi  tralasciare  quei  rami  della  conoscenza  che  si  basano  sul  concetto 
opposto:  i  dogmi.  Ippocrate  di  Cos  (460±370  BC)  è  colui  al  quale  è  attribuito  il 
“Hippocratic Oath” e Alcmaeon, fu colui il quale scoprì il nervo ottico ed altri fisici del 
tempo,  preponderarono  l’importanza  del  rapporto  paziente‐dottore  e  che  la 
moderazione nel mangiare e bere è salutare. Empedocle, nel 400 BC, pensò che le 
profondità  della  Terra  sono  composte  da  liquidi  caldi,  dai  quali  tutte  le  strutture 
terrestri derivano. Teofrasto, un pupillo di Empedocle, scrisse un piccolo testo sulle 
rocce,  nel  quale  elencò  tutte  le  rocce  e  minerali  conosciuti  al  tempo.  Aristotele 
(384+/‐322  B.C)  lavorò  in  molti  campi,  tra  i  quali  logica,  fisica,  astronomia, 
meteorologia,  biologia,  psicologia,  etica,  politica  e  letteratura.  La  sua  teoria 
principale era che la struttura terrestre è in continuo mutamento. Lui notò che i fiumi 
a  seguito  di  piene  di  grande  portata  possono  mutare  in  maniera  considerevole  il 
proprio percorso e tipologia di sedimentazione.  

All’avvento della teologia cristiana, molte delle idee di Socrate e Aristotele vennero 
assorbite.  Le  stesse  idee  di  Platone  influenzarono  in  maniera  considerevole  la 
nascente  religione.  Platone  era  un  pupillo  di  Socrate  ma  la  sua  filosofia  era 
generalmente non coerente con la conoscenza empirica imposta dal maestro. Quindi 
dopo  un  periodo  di  generale  innovazione  e  scoperte  scientifiche,  ci  fu  un  primo 
grande  rallentamento  scientifico  a  favore  della  religione,  della  teologia  e  del 
misticismo. 

La  libertà  di  pensiero  e  di  parola  fu  via  via  resa  sempre  più  difficoltosa  e 
compromessa  man  mano  che  la  religione  cristiana  prendeva  piede  nel  mondo 
conosciuto, imponendo la sua visione del mondo. Il pensiero dominante del tempo 
venne a tratti spinto verso la razionalità a grandi salti scientifici, e a volte verso la 
religiosità e spiritualità. Dal 146 BC la Grecia venne conquistata da Roma e le sue 
scoperte  assimilate,  ampliate  ed  in  alcuni  casi  soppresse.  Dall’avvento  della 
religiosità in avanti, le scoperte scientifiche avvennero con grandi sacrifici e difficoltà, 
a volte addirittura nel segreto. 

46 
Roma: guerre e prospezioni minerarie 
Roma divenne la nazione dominante del mondo conosciuto occidentale intorno al 
200 BC come risultato della conquista della Macedonia, Tracia, Spagna, Francia ed 
Egitto.  Una  vasta  serie  di  giacimenti  minerari  passarono  in  loro  dominio  lungo  la 
storia di conquista. Essi erano una grande fonte di ricchezza e spesso obiettivo delle 
conquiste  stesse.  Le  classi  patrizie  ed  in  generale  le  famiglie  ricche  iniziarono  ad 
adornare le loro abitazioni, abbigliamenti e decorazioni di oggetti preziosi dal punto 
di vista artistico utilizzando metalli preziosi. L’oro prese il sopravvento in oggetti di 
decoro sia legati all’abbigliamento che all’abitazione, principalmente come leghe in 
oro e argento. Gli orafi più bravi dell’epoca erano greci e in particolari provenienti da 
Alessandria  ed  Antiochia.  L’oro  e  l’argento  erano  inoltre  metalli  preziosi 
fondamentali per lo sviluppo di opere civili e per sovvenzionare importanti e costose 
campagne militari. Strabo (63 BC±AD 24), viaggiò a lungo nella sua vita e pensò che 
il sollevamento ed inabissamento delle terre fosse legato alle eruzioni vulcaniche e 
terremoti. Nel 60 AD, il filosofo Lucio Annea Seneca scrisse “quastiones naturales”, 
tale opera racchiuse molte informazioni ed osservazioni per quanto concerne i sismi, 
i  vulcani  e  la  superficie  delle  acque  sotterranee.  Il  trentasettesimo  volume  delle 
Historia Naturalis di Plinio il Vecchio (AD 23+/‐79) incluse tutta la conoscenza romana 
dell’epoca a proposito di rocce, minerali e fossili. Il primo degli imperatori romani, 
Augusto (63 BC+/‐ AD 14) stabilì la valuta aurifera di base conosciuta come “aureus”. 
Importante tra queste riforme, il servizio militare diventò un mestiere e come tale 
con doveri e benefici, oltre che uno stipendio. Tale sviluppo è notevole perchè portò 
con  sé  l’avvento  della  prospezione  mineraria,  infatti  gli  ingegneri  romani  erano 
inseriti  nelle  principali  campagne  militari  e  seguivano  le  legioni,  in  modo  tale  che 
queste li proteggessero nel caso di prospezioni in luoghi pericolosi ed ostili. Gli stessi 
obiettivi  di  conquista  militare  tendevano  ad  avere  un  valore  critico  per  diverse 
ragioni per l’impero, quale un giacimento aurifero di grandi dimensioni per esempio. 
Gli  stessi  ingegneri  erano  fondamentali  nell’allestimento  di  opere  difensive  e  di 
aggressione, quindi le loro conoscenze erano sviluppate in diversi campi ed erano 
considerati  una  risorsa  critica  nelle  operazioni  per  le  loro  conoscenze.  Plinio  (AD 
23+/‐79) descrisse esempi di lunghi acquedotti per portare l’acqua anche da notevoli 
distanze per essere utilizzate nei sistemi di lavaggio romani dei sedimenti auriferi. 
Questo è un esempio di come conoscenze ingegneristiche civili venissero utilizzate 
per  gestire  l’apparato  di  processamento  dell’epoca.  Gli  acquedotti  erano  a  volte 
lunghi fino a 100 miglia ed alcuni le superavano abbondantemente. 

Nel tratto del deposito aurifero secondario (placer) le tecniche utilizzate per smistare 
l’acqua e processare il sedimento aurifero variarono nei secoli secondo sviluppi ed 
innovazioni.  Alcune  volte  si  smistava  l’acqua  dal  canale  principale  a  differenti 
sottocanali  che  correvano  paralleli  sulla  superficie  del  placer,  considerata  ricca. 
47 
Questi  canali  venivano  allestiti  in  modo  da  imprigionare  sul  loro  fondo  l’oro 
grossolano e via via allontanandosi dal punto di introduzione del sedimento aurifero 
quello fine. L’oro fine ed ultrafine veniva perso nel corso dei lavaggi a causa delle 
pressioni non controllabili nelle fasi di processamento e le correnti turbolente che 
portavano lontano tali taglie di oro. L’oro che formava lamine piatte e larghe (vele) 
erano  anch’esse  trasportate  a  grande  distanza.  La  rielaborazione  delle  discariche 
minerarie da parte di un locale corso d’acqua è una valida spiegazione della ricchezza 
dei tratti successivi del corso d’acqua stesso. I fiumi piemontesi Elvo, Dora Baltea ed 
innumerevoli  altri  sono  ancora  oggi  ricchi  in  alcune  località  per  via  della 
rielaborazione da parte del fiume locale, non solo di placer alluvionali non ancora 
processati dai ed erosi a seguito di piene eccezionali, ma anche grazie alle discariche 
minerarie rielaborate.  

Depositi auriferi  Dimensione dei  Contenuto d'oro  Dimensione media 


   depositi     dei granuli e pagliuzze 
         (mesh) 
Minerali pesanti in  Non determinate  Non determinate  230 
quarziti cambriane e          
ordoviciane          
           
Vene quarzose e   non ben conosciute  Non ben conosciute  150 
associate a rocce  (< 1 Mt (vene individuali)  0.1‐10 g/t    
incassanti          
           
facies alluvionali   <60 Mm³  150‐300 mg/m³  300 
mioceniche          
           
facies fluviali   <7 Mm³  80‐100 mg/m³  200 
plioceniche          
           
terrazzi quaternari  <70 Mm³  70‐250 mg/m³  220 
 

N.12 Quantità e dimensione di campioni auriferi ritrovati in campionamenti estensivi e talvolta solo puntuali di alcuni 
depositi coltivati dai romani (modificato Sanchez‐Palencia, 1992). 

48 
Le discariche minerarie, prodotte dal processamento dei sedimenti auriferi, erano 
principalmente formate da sabbie e ghiaie. Invece per quanto riguardava i ciottoli, 
essi venivano utilizzati per ampliare il canale o per formarne di nuovi; erano quindi 
utilizzati come elemento strutturale. Inoltre, accadeva che i ciottoli venivano talvolta 
prelevati  ed  utilizzati  in  edilizia  o  nella  costruzione  di  strade.  I  ciottoli  con  una 
composizione prevalente in quarzo (quarziti se rocce metamorfiche oppure quarzo 
idrotermale)  venivano  estratti  al  fine  della  produzione  del  vetro.  L’oro  fine  ed 
ultrafine,  oltre  che  alcune  pagliuzze  piatte,  anche  di  grandi  dimensioni,  venivano 
spazzati  via  e  dispersi  nella  discarica  stessa  durante  l’impetuosa  energia  nel 
processamento.  La  stessa  discarica  mineraria  formava  una  morfologia  a  conoide, 
detta  conoide  antropico.  Tale  deposito  tendeva  ad  essere  diretto  verso  il  corso 
d’acqua più vicino come nel caso delle discariche della Bessa verso il torrente Elvo e 
in  quello  delle  aurifodine  di  Mazzè  verso  la  Dora  Baltea.  Essendo  poi  poco 
competenti  e  sciolti,  i  sedimenti  stessi  vennero  rielaborati  facilmente  dal  fiume 
durante  eventi  di  piena  eccezionali,  andando  ad  arricchire  il  corso  d’acqua  con 
prevalente oro fine. 

Il  fondale  del  canale  di  lavaggio  agiva  come  principale  mezzo  di  trattenuta  del 
concentrato  aurifero,  esso  era  formato  da  ciottoli  embricati  che  mimavano  la 
struttura  del  fondo  d’alveo  fluviale  naturale.  I  romani  utilizzarono  il  medesimo 
principio per il quale un ciottolo embricato nel letto fluviale genera una turbolenza 
prevalente nella area posteriore rispetto alla direzione della corrente, questa svolge 
un  ruolo  di  concentrazione  ed  il  materiale  pesante  che  fluisce  sprofonda  nella 
depressione  e  vi  si  concentra,  mentre  quello  leggero  procede  oltre.  Nella  fase  di 
processamento  del  sedimento  aurifero,  esso  veniva  introdotto  nel  canale  dalla 
manodopera  locale,  cercando  di  rimuovere  i  ciottoli  presenti  in  una  fase  di 
presetacciamento.  Il  canale  era  sede  di  un  impetuoso  corso  d’acqua  artificiale,  il 
quale  concentrava  lungo  il  fondo  canale,  preparato  attentamente  in  fasi  di  secca 
forzate,  i  minerali  pesanti,  tra  cui  l’oor.  Nella  fase  successiva  di  pulizia,  i  minatori 
deviavano l’acqua dal canale artificiale e rimuovevano prima i ciottoli introdotti nel 
processo  e  poi  quelli  del  fondale  artificiale,  quindi,  si  raccoglieva  un  concentrato 
aurifero. Tale materiale era poi rifinito a mano secondo differenti metodi manuali 
oppure  con  sistemi  artigianali.  Una  successiva  innovazione  è  rappresentata 
dall’utilizzo di muschio locale posizionato nelle posizioni finali dei canali di trattenuta 
tra i ciottoli embricati per ritrovare le particelle di oro fini. Questi muschi venivano 
poi lavati e riutilizzati, piuttosto che essiccati e bruciati e l’oro recuperato. In altri casi 
le  opere  di  lavaggio  erano  precedute  dalla  rimozione  di  strati  superiori  a  quelli 
auriferi,  ritenuti  sterili  in  oro.  Essi  potevano  essere  rimossi  a  mano,  oppure  con 
tecniche di lavaggio di massa: i canali costruiti venivano imposti versare l’acqua in 
pressione  sullo  strato  sterile  che  veniva  eroso  verso  il  fiume.  I  canali  artificiali 

49 
costruiti in Spagna dai romani variavano in larghezza dai 0.3 ai 1.5 metri ed erano 
inclinati con un gradiente del 0.5%. La lunghezza invece era varia fino a migliaia di 
metri in alcuni casi (Fernandez‐Posse & Sanchez‐Palencia, 1988). L’acqua utilizzata 
era tratta da corsi d’acqua posti più a monte o dal corso d’acqua più vicino. In alcuni 
casi le opere di presa erano ubicate a ridosso di un lago naturale o artificiali posto a 
quota maggiore dei scavi minerari (Sanchez‐Palencia, 1992). Le operazioni di lavaggio 
tendevano ad essere intermittenti a causa dei tempi di ricarica degli invasi artificiali, 
gestiti attraverso dei sistemi di chiuse e secondo le differenti fasi del processamento. 
La  prospezione  avveniva  invece  in  diverse  forme,  ad  esempio  nella  tecnica  del 
coyoting vengono scavati tunnel nei diversi terrazzi auriferi ai fini di poter saggiare 
porzioni, altrimenti sepolte. Ovviamente oltre che essere una tecnica di prospezione 
era anche in  alcuni casi ritenuta primaria se redditizia abbastanza per giungere ai 
livelli ritenuti più auriferi. In alcuni casi stati stranieri questa tecnica è ancora in uso. 
I tunnel se impostati appositamente potevano poi essere riutilizzati con un secondo 
fine, ciò essere allagati, in modo da eseguire un collasso idraulico del terrazzo stesso 
verso la scarpata di terrazzo. Questi sedimenti erano poi processati o scartati sulla 
base degli obiettivi. I tunnel erano costruiti a volte con il fine di rimuovere la porzione 
fluviale  desiderata.  Non  vi  erano  canali  di  raccolta  ma  semplicemente  il  deposito 
fluviale sterile veniva rimosso per dilavamento superficiale oppure per la messa in 
pressione di gallerie sapientemente scavate al suo interno (Pipino G.1‐12). 

Notevoli ulteriori approfondimenti si possono ritrovare sia gratuitamente online che 
attraverso  pubblicazioni  scientifiche  (Pipino  G.1‐10  &  Gianotti  F.1‐6  &  Quaglino  G. 
(2017)). 

Asia e Cina 
Nel  Sud‐Est  asiatico  ed  in  Cina  la  situazione  fu  diversa  e  già  prima  dell’Impero 
Romano,  i  popoli  che  vi  si  stabilirono  subirono  un  avanzamento  scientifico  e 
tecnologico  notevole.  Nel  2400  BC  gli  scienziati  cinesi  inventarono  un  primo 
prototipo di cannocchiale per osservare in maniera più sistematica e con maggiore 
risoluzione i cieli e le stelle, un sistema innovativo che non arrivò in Europa prima del 
sedicesimo secolo. La transizione dall’età della pietra all’età dei metalli avvenne in 
maniera e tempi indipendenti rispetto al continente europeo (circa 3000 BC). Queste 
scoperte  mostrano  alcuni  aspetti  dell’avanzamento  delle  scienze  orientali  e  la 
diacronia scientifica rispetto il vecchio continente. Scoperte di accessori fatti di oro 
e  leghe  sono  rari  nel  periodo  intorno  al  2000‐2700  BC  ma  alcuni  utensili  per  la 
lavorazione sono stati ritrovati e datati a questo periodo (Thorne & Raymond, 1989). 
Intorno  ai  1350  BC,  i  babilonesi  introdussero  i  fondamenti  dei  saggi  alla  fiamma 
moderni  per  determinare  la  purezza  dell’oro.  In  Cina,  piccoli  parallelepipedi 

50 
composti  da  oro  diventarono  una  valuta  di  scambio  e  la  prima  moneta  d’oro  è 
attestata a Lydia, un regno dell’Asia minore.  

Il Medioevo in Europa 
La caduta dell’Impero Romano nel 476 AD vide la fine virtuale dell’attività scientifica 
in  Europa.  L’imperatore  bizantino  Giustiniano  chiuse  i  grandi  centri  di 
apprendimento, quali l’accademia e Lyceum ad Atene nel 529 e distrusse il museo di 
Alessandria  nel  641.  Gli  anni  oscuri  che  seguirono  e  che  continuarono  fino  al 
dodicesimo secolo sono stati interpretati dagli storici esser seguiti ad eventi vulcanici 
maggiori  che  a  livello  mondiale  variarono  il  clima,  peggiorandolo.  Tali  fenomeni 
vulcanici avvennero nella cintura di fuoco, infatti un’intensa attività vulcanica ha in 
un primo momento ridotto la temperatura globale (a causa delle ceneri) per poi aver 
avuto un effetto opposto aumentandole (serra). Entrambi i casi generarono problemi 
all’agricoltura, principale mezzo di sostentamento dell’epoca. L’eruzione del Vesuvio 
vide la distruzione di Pompei e sommerse Ercolano nel 70 AD, come scritto dal nipote 
di Plinio e Plinio il giovane. Plinio il vecchio morì nella ricerca disperata di salvare più 
persone possibile nell’evacuazione. Gli storici correlano questa intensa produzione 
vulcanica mondiale anche con l’eruzione di Mt Ilopango in centro America (260 AD), 
la quale si crede aver guidato l’antica civiltà Maya ad emigrare in massa a centinaia 
di chilometri di distanza. Essi dovettero abbandonare i loro principali accampamenti 
e  città  per  cause  di  forza  maggiore  ed  andarono  a  diminuire  in  numero  fino  a 
collassare nelle nuove aree che vi si stabilirono a causa di forti periodi di siccità e 
carenza  di  cibo.  Intorno  al  330  AD,  la  capitale  dell’Impero  Romano  fu  trasferita  a 
Bisanzio,  ubicata  allo  stretto  del  Bosforo  da  parte  di  Costantino  il  Grande,  che  la 
rinominò Costantinopoli. I centri di commercio si trasferirono quindi verso Est alla 
nuova nazione bizantina (AD 400‐1453) che divenne molto ricca. Quando il profeta 
Maometto  (AD  570+/‐632)  fondò  l’Islam,  la  distruzione  di  Bisanzio  diventò  un 
importante  obiettivo  per  l’impero  religioso.  Costantinopoli  fu  assediata 
doppiamente dagli arabi (AD 673, 718). Siria, Egitto e Nord Africa caddero all’impero 
durante il settimo e ottavo secolo ma sotto la dinastia macedone, l’impero bizantino 
raggiunse  il  picco  massimo della sua prosperità intorno al 1056.  Lo stesso impero 
cadde  definitivamente  durante  il  saccheggio  perpetrato  dalla  quarta  crociata  nel 
1204. Dal punto di vista delle scoperte scientifiche arabe, si ricordano alcuni scritti 
dedicati all’erosione e alterazione superficiale, accreditati ad una piccola scuola di 
pensiero, riferiti tra il quarto ed il dodicesimo secolo. Questa opera è racchiusa nei 
“Discorsi” dei “Fratelli della purezza”, pubblicati tra i 941‐949 AD. Successivamente 
un  altro  sapiente  arabo,  Ibn  Sina  (AD  980  +/‐  1037)  sottolineò  alcuni  aspetti 
riguardanti il lasso di tempo necessario all’erosione, definendolo in tempi notevoli. 

51 
Definì le montagne come aree soggette ad innalzamenti e sede di terremoti. Secondo 
lo stesso autore i fossili erano da considerare come tentativi mancati della natura e 
conservati nelle rocce successivamente. Altre innovazioni tecnologiche avvennero a 
seguito dello sviluppo agricolo. Prima di tutte, la costruzione ed utilizzo di canali ad 
uso irriguo e di trasporto di acqua dolce anche da notevoli distanze. Tale progresso 
già avviato in Mesopotamia agli albori dell’agricoltura, continuò con ottimizzazioni 
nelle  diverse  parti  del  globo.  In  Cina  si  ricorda  il  “Grande  canale”.  L’utilizzo  della 
porcellana  fornì  un  ottimo  prospetto  di  come  erano  avanzate  le  conoscenze  ed  il 
controllo delle temperature nei processi metallurgici.  

Specialmente  si  nota  una  diacronia  nei  tempi  di  scoperta  di  alcune  importanti 
innovazioni  tecnologiche  tra  le  diverse  parti  del  globo,  ancora  difficilmente  in 
comunicazione.  Questo  dato  di  fatto  è  confermato  dallo  scienziato  Shen  Kua  (AD 
1086), il quale delineò alcuni principi legati all’erosione, al sollevamento litostatico 
ed alla sedimentazione nel suo saggio “Piscina dei sogni”, uno scritto di primordiale 
geologia. In tale opera, l’autore spiega l’utilizzo del compasso magnetico o bussola, 
chiave delle future scienze geologiche e nel primo momento della navigazione. La 
prima  bussola  in  Cina  è  datata  a  circa  2200  anni  fa,  quando  in  Europa  le  stime 
accertano  l’utilizzo  intorno  al  dodicesimo  secolo.  Per  ulteriori  approfondimenti  si 
rimanda  alla  lettura  di  “Science  and  Civilisation  in  China”  scritto  da  Sir  Joseph 
Needham, Cambridge University, e “Metallurgical Remains of Ancient China” di Noel 
Barnard, Australian National University & Sato Tamotsu of Tokyo. Nel 1284, Venezia 
introdusse il “Ducato” d’oro, il quale rimase la più popolare valuta nel mondo per 
quasi cinque secoli. La maggiore valuta di valore fu il “Fiorino” seguito dal “Noble”, 
“Angel” e “Guinea”. La diffusione della Peste, ridusse la popolazione mondiale del 
vecchio  continente  di  circa  un  terzo  e  portò  l’Europa  in  un  periodo  di  grande 
recessione. Si può osservare come l’oro sia diventato in tale lasso di tempo un bene 
di  ricchezza  oltre  che  dedito  ai  settori  gioielleristici  ed  economici.  L’uomo  infatti 
sempre più gli ha fornito un valore nei propri commerci attraverso la produzione di 
valuta.  La  carenza  del  metallo  prezioso  portò  alla  ricerca  di  altri  metalli  di  valore, 
prima  l’argento  e  successivamente  altri  di  valore  sempre  più  basso.  La  grande 
differenza  con  il  mondo  attuale  è  che  nell’antichità  la  valuta  aveva  un  valore 
intrinseco essendo composta da metalli preziosi. Ora la valuta in corso ha un valore 
virtuale. 

La scoperta del Nuovo Mondo ed il Rinascimento 
Il  Rinascimento  europeo  avvenne  nel  periodo  storico  tra  il  quattordicesimo  e 
diciassettesimo secolo e marcò la transizione dal Medioevo ai tempi moderni. Fu un 
periodo di rinnovamento di interesse in molti campi scientifici, tra i quali la Geologia. 
52 
Esso iniziò come una reazione alla passata peste nera, la quale tante vite ha mietuto. 
I sopravvissuti ricercarono nuove idee e vie per compensare la mancanza generale 
di  manodopera,  allora  necessaria  per  buona  parte  delle  attività  agricole  e 
manifatturiere. La ricerca di nuove risorse e lo sfruttamento migliorato di quelle già 
scoperte  furono  altri  ottimi  spunti  di  incoraggiamento  a  questo  rinnovamento 
scientifico e culturale. Un caposaldo che marcò l’inizio del Rinascimento fu la caduta 
definitiva  di  Costantinopoli  nelle  mani  dei  Turchi  nel  1453.  Colombo  raggiunse 
l’America  nel  1492  e  Vasco  de  Gama  arrivò  in  India  passando  al  Capo  di  Buona 
Speranza  nel  1498.  Lutero  diede  luogo  alla  riforma  protestante  nel  1517, 
appendendo  le  sue  95  tesi  alla  porta  della  chiesa  di  Wittenberg.  L’esploratore 
Cristoforo  Colombo  (1451  +/‐  1506)  fece  quattro  viaggi  nel  Nuovo  Mondo,  questi 
aprirono enormi prospettive nel campo della ricerca geografica e quindi mineraria. 
La scoperta di civiltà in tali aree geografiche e delle loro ricchezze generò una nuova 
“febbre dell’oro” che divenne presto famosa come febbre di sangue, all’alba della 
decimazione  di  tali  popolazioni  per  via  di  malattie  e  vizi  importanti  dai  coloni  e 
conquistatori  europei.  Ovviamente  le  ricchezze  accumulate  (oro,  argento,  etc) 
furono  estratte  o  saccheggiate  e  solo  in  un  secondo  momento  coltivate  dove 
ritrovate. L’invasione spagnola iniziò nel sedicesimo secolo. Simbolicamente, nelle 
civiltà Inca ed Azteche, il Dio Sole era creduto essere la fonte della luce e quindi della 
vita.  Era  raffigurato  in  oro,  per  via  della  proprietà  riflettente  elevata  del  metallo 
prezioso esposto alla luce del Sole. Il Tempio del Sole a Cusco, in Perù, era descritto 
essere  ricoperto  interamente  da  fogli  d’oro.  Tale  regione  era  famosa  nell’ambito 
minerario e relativamente ricca di depositi auriferi primari e secondari ai piedi delle 
catene montuose. La maggior parte dell’oro aveva origine nelle aree adiacenti Corro 
De Pasco (Nolan, 1980). La metallurgia nel Sud America ebbe un importante risultato 
già  in  tempi  antichi,  prima  della  nascita  di  Cristo  e  poi  le  conoscenze  vennero 
divulgate  ed  arrivarono  nei  successivi  800  anni  fino  al  Messico.  Nel  dodicesimo 
secolo sono registrati i primi grandi lavori minerari dedicati all’estrazione di oro da 
parte  degli  Incas  ed  Aztechi.  L’invenzione  della  stampa  (metà  del  quindicesimo 
secolo)  aiutò  nello  sviluppo  e  divulgazione  delle  nuove  frontiere  scientifiche  in 
Europa.  Nel  suo  libro  “On  the  Revolutions  of  the  Heavenly”,  l’astronomo  polacco 
Nicolaus Copernico spiegò che la Terra ruota sul suo stesso asse e la Luna ha un moto 
intorno  alla  Terra.  I  pianeti  del  sistema  Solare  a  loro  volta  hanno  un  moto  di 
rivoluzione rispetto il Sole, la nostra stella. Ciò era contrario al dogma religioso e nel 
1552,  l’arcivescovo  James  Ussher  calcolò  che  l’origine  della  Terra  era 
approssimativamente  4004  BC  basata  sul  Libro  dei  Numeri,  relativo  all’Antico 
Testamento biblico. Tale calcolo ricevette anche l’approvazione accademica quattro 
anni dopo la pubblicazione. John Lighfoot, studioso presso l’università di Cambridge, 
scrisse che il Paradiso e la Terra, erano i centri di una circonferenza ed erano stati 
generati nello stesso tempo. Le nubi composte d’acqua e l’uomo furono creati dalla 
53 
Trinità nella data del 26 ottobre, 4004 BC, alle 9 del mattino. Quando Giorgano Bruno 
dichiarò che la Terra avesse un proprio moto intorno al Sole, fu accusato di eresia 
dalla Chiesa Cattolica, come del resto molte altre teorie contrarie al credo religioso 
dominante del tempo e bruciò al rogo a Roma nel 17 febbraio 1600. Galileo inventò 
un telescopio astronomico e scoprì che la stessa accelerazione di gravità si applica 
sia ad oggetti leggeri che pesanti. Leonardo da Vinci osservò la tensione superficiale 
e l’effetto di risalita di liquidi in piccoli tubi capillari. Dal punto di vista ingegneristico, 
Agricola (1556) (nome latino dello scrittore Georg Bauer) descrisse nei dettagli gli 
aspetti basilari della metallurgia dell’oro e diede un contributo notevole alla scienza 
e tecnologia con le sue descrizioni dei processi nei minimi dettagli nelle operazioni 
minerarie e di processamento, relative al periodo del 1546 al 1556. Nel “Philosophia 
Naturalis Principia Mathematica”, Isaac Newton nel 1687, fornisce un sostegno alle 
emergenti  materie  fisiche  e  naturali.  Altre  scoperte  comprendono  il  teorema 
binomiale e calcoli dei differenziali e integrali, la terza legge del moto e la legge della 
gravitazione universale. Esse formarono le basi della meccanica newtoniana, ancora 
in  uso  oggi.  Il  suo  concetto  di  “uniformitarianismo”  suggerì  che  gli  stessi  tipi  di 
correnti fluviali potessero produrre nel passato le medesime strutture nei sedimenti. 
La  prima  legge  del  moto  di  Newton  è  fondamentale  per  tutti  gli  aspetti  della 
sedimentazione, utilizzata ancora oggi negli strumenti industriali di processamento 
gravitativi. Robert Hooke (1635+/‐1703) scrisse la legge di Hooke, la quale spiega che 
la  tensione  di  una  molla  è  proporzionale  alla  sua  estensione  imposta.  Le  sue 
invenzioni includono il sistema del telegrafo ed il barometro marino. Le scoperte del 
medesimo inventore fornirono importanti miglioramenti alla manifattura di orologi, 
che diventarono sempre più strumenti di precisione per la misurazione del tempo. 
Alcune  delle  ipotesi  relative  al  moto  dei  pianeti  proseguirono  fino  ad  arrivare  a 
concludere la presenza di orbite ellittiche e la presenza del Sole in uno dei due fuochi 
dell’ellisse.  Nel  1682  Edmond  Halley  osservò  la  “Grande  Cometa”,  la  quale  sarà 
successivamente nominata la cometa di Halley, in suo onore. 

La rivoluzione industriale 
All’alba del diciottesimo secolo, alcune nazioni iniziarono ad utilizzare le macchine 
come  principale  strumento  di  lavoro  nelle  varie  attività  prima  industriali,  poi 
minerarie fino ad arrivare alla vita quotidiana. L’uomo nella storia è risaputo essere 
un inventore arguto e ottimizzatore degli strumenti con l’obiettivo di aumentare il 
proprio benessere. Il capitalismo aggiunse un guadagno a tutto questo processo. Le 
scoperte  avvenute  nel  periodo  antecedente  la  rivoluzione  industriale  permisero  il 
grande passo: l’industrializzazione. Il settore minerario fu letteralmente travolto e 
nei successivi secoli fu un continuo rinnovamento e ottimizzazione delle attrezzature 

54 
minerarie,  dal  processo  di  estrazione  del  minerale  e  del  suo  trasporto  fino  al  suo 
processamento  e  metallurgia  annessa.  I  metalli  divennero  importanti  risorse 
economiche e materie grezze per le industrie produttrici di ghise, metalli e derivati. 
Le cave e miniere di carbone divennero tristemente famose in Inghilterra per la loro 
pericolosità  intrinseca  nei  lavori  (sacche  di  metano  per  esempio).  Il  carbone  fu  il 
principale combustibile fossile agli albori della rivoluzione industriale, infatti arso in 
appositi  forni,  produceva  una  grande  quantità  di  calore,  il  quale  portando  ad 
ebollizione l’acqua posta in contenitori adiacenti si trasformava in vapore (gas). Tale 
componente  veniva  poi  messa  in  pressione  ed  utilizzata  come  forza  motore  per 
muovere  ingranaggi  e  macchinari  nei  più  svariati  contesti.  Nel  passato  la  forza 
dell’acqua  veniva  utilizzata  attraverso  sistemi  di  mulini,  utilizzati  ad  esempio  per 
macinare il minerale o in alcuni casi anche per amalgamare la polvere aurifera con il 
mercurio nelle fasi successiva. Non era una novità per l’uomo cercare una forza utile 
per svolgere i lavori pesanti, altrimenti costosi dal punto di vista di tempo e risorse 
umane.  I  mulini  mossi  da  uomini,  poi  da  animali  da  soma,  vennero  sostituiti 
dall’utilizzo  di  mulini  ad  acqua  e  dove  possibile  a  vento.  Con  l’avvento  della 
rivoluzione  industriale,  il  carbone  divenne  un  combustibile  utilizzato  a  livello 
industriale e quindi con conseguenti enormi richieste sul mercato. L’Inghilterra fu il 
primo fulcro di questa rivoluzione ed ottimizzazione per tutta una serie di fattori: la 
presenza di ottimi ingegneri e scienziati resero possibile questo grande passo, oltre 
che un ottimo contributo fu fornito in quanto vi erano ricchi imprenditori e grandi 
giacimenti  di  carbone.  Nel  1807  la  società  geologica  di  Londra  diventò  la  prima 
società scientifica devota alle scienze della Terra. Durante lo stesso anno un chimico 
svizzero,  Berzelius,  con  i  suoi  studenti,  sviluppò  i  principi  della  classificazione 
mineralogica. Jakob Bernoulli (1654 +/‐ 1705) scoprì una serie di numeri complessi 
usati  in  matematica  successivamente,  detti  numeri  di  Bernoulli.  Suo  figlio  Daniel 
propose  in  tempi  più  moderni  il  principio  di  Bernoulli,  il  quale  ricoprì  un  ruolo 
notevole nell’analisi del flusso di fluidi. Questo principio consente di precisare che 
l’energia totale in ogni punto di un percorso è costante in termini di densità di fluido, 
velocità dello stesso, pressione totale locale ed elevazione.  

Hutton promosse la Teoria della Terra nel (1788), presentando le evidenze del ciclo 
sedimentario, dalla sedimentazione all’erosione. La sua visione del tempo geologico 
su un prospetto temporale molto ampio (milioni di anni), permise di accedere ad un 
nuovo  modo  di  pensare.  “Il  presente  è  la  chiave  per  capire  il  passato”,  tale  frase 
rimase  un  caposaldo  fino  all’epoca  moderna  e  per  alcuni  tratti  è  ancora  vera 
attualmente.  Bisogna  però  tenere  conto  che  alcuni  processi  avvenuti  nel  passato 
geologico  non  sono  più  attuabili  al  momento  attuale  a  causa  di  una  variazione 
importante di variabili chimico‐fisiche. L’orogenesi è il processo attraverso il quale si 
genera un orogeno, ma più esso si innalza (uplift), più l’erosione sarà intensa. Questo 

55 
processo  continua  fino  a  generare  intorno  all’orogene  vaste  pianure  alluvionali  e 
molto altro. Anche se nel primo 800’ la geologia si afferma come materia scientifica 
di  rilievo,  le  tesi  di  Hutton  furono  per  lungo  tempo  incomprese  e  sottovalutate, 
spesso  derise  dalle  teorie  più  in  voga  in  quel  momento  storico:  i  nettuniani  e  i 
concetti  plutonistici.  Werner  era  uno  scienziato  tedesco  e  parte  del  movimento 
scientifico del Nettunismo. Essi credevano che i vulcani erano locali fenomeni causati 
dalla combustione di grandi quantità di carbone sotterraneo. Le rocce presenti sulla 
Terra  erano  già  state  create  nel  passato  e  i  continenti  sarebbero  nel  futuro  stati 
sommersi dalle acque oceaniche. I Plutonisti erano rappresentati da alcune figure di 
spicco, tra le quali lo stesso Hutton e credevano fermamente che il calore terrestre 
permettesse  ai  sedimenti  accumulati  sui  fondali  marini  di  raggiungere  aree 
continentali  asciutte.  Nel  1788,  Hutton  indentificò  alcune  formazioni  rocciose  che 
apparirono  essere  composte  da  rocce  sedimentarie,  le  quali  avevano  subito  un 
fenomeno  di  riscaldamento.  I  semi  della  comprensione  del  mondo  erano  stati 
seminati e quindi nel 1802, Playfair elaborò una espansione della ideologia di Hutton 
che  durante  immensi  periodi  temporali,  solo  piccoli  cambiamenti  sarebbero 
avvenuti. Nello stesso periodo, alcuni scienziati, tra cui il geologo francese Nicholas 
Desmarest,  mostrarono  al  mondo  come  le  rocce  basaltiche  fossero  frutto  del 
raffreddamento  di  lave,  ciò  nella  regione  di  Auvergne  (Francia).  Tale  modello  di 
“Località tipo”, cioè luoghi localizzati sulla crosta terrestre che vengono intesi come 
esempi lampanti di un particolare fenomeno o formazione rocciosa sono ancora in 
auge  oggi.  Dalla  prova  pratica  molto  studiata  si  ricercano  quindi  nel  mondo  altri 
esempi, magari con maggiori difficoltà nello studio o comprensione. Nell’università 
russa,  il  professore  Shchurovsky  (1803  +/‐  1884)  dedusse  che  le  rocce  plutoniche 
degli Urali erano responsabili dell’arricchimento aurifero locale, le cui tracce erano 
ritrovabili nelle sabbie alluvionali. Egli stesso riconobbe la lunghezza e complessità 
dei processi magmatici associati all’orogenesi e alla formazione dei giacimenti. Nel 
1829 vennero scoperte vaste aree alluvionali aurifere nel bacino Lena, nella Siberia 
orientale  che  sono  ancora  in  produzione  in  tempi  attuali.    William  Smith,  un 
ingegnere  civile  inglese,  è  stato  il  primo  ad  utilizzare  i  fossili  come  marker 
stratigrafici, cioè come strumento per datare relativamente le rocce tra di loro. Notò 
che  alcune  rocce  contenevano  alcune  tipologie  di  fossili  ed  altre  no.  Fu  uno 
strumento di discernimento che da quel momento divenne sempre più importante 
nello  studio  delle  Scienze  Geologiche.  Nel  1815  pubblicò  la  prima  carta  geologica 
della porzione meridionale dell’Inghilterra. 

Nel 1830, Charles Lyell completò il primo volume dei tre volumi del libro chiamato 
“Principio  di  Geologia”.  Egli  iniziò  uno  studio  che  mostrò  la  Terra  esser  vecchia 
almeno centinaia di milioni di anni e due anni dopo, identificò il tempo geologico 
recente, il Pliocene, il Miocene e l’Eocene. Charles Darwin (1844) confermò la tesi di 

56 
Lyell  dalle  osservazioni  geologiche  delle  isole  vulcaniche  visitate.  Ennesima  tappa 
fondamentale avvenne nel 1871 con Dmitri Mendeleev, egli asserì che “Le proprietà 
degli  elementi  son  dipendenti  dal  loro  peso  atomico”  e  pose  le  basi  per  la  tavola 
periodica, quale raccolta di tutti gli elementi chimici conosciuti. 

Le grandi corse all’oro del diciannovesimo secolo 
Dalla scoperta dell’America in avanti, l’uomo di spinse ad esplorare fino ai confini più 
remoti  del  globo  in  cerca  di  fama  e  di  risorse  da  sfruttare.  Le  tecnologie  e  gli 
strumenti  aumentarono  in  numero  e  in  ottimizzazione  fino  a  permettere  ciò  che 
prima non era concepibile o troppo costoso. 

N. 12 nell’immagine soprastante sono riconoscibili alcuni dei siti a livello mondiale scoperti in tempi storici o solo in 
tempi moderni, sedi delle moderne corse all’oro, in particolare è importante citare: California, Klondyke, New South 
Wales, Victoria, Otago, West Coast, Queensland, Western Australia, Transvaal (modificato Nolan, 1990). 

Le più importanti corse all’oro avvennero prima negli attuali Stati Uniti d’America, 
dove nel primo Ottocento i coloni sempre più numerosi si spinsero in aree selvagge 
ed  aride  in  cerca  di  una  terra  coltivabile  dove  insediarsi.  Era  inevitabile  che 
scoprissero grandi riserve aurifere, nel primo momento lungo le sponde fluviali sotto 
forma  di  depositi  auriferi  secondari.  Nel  dicembre  1843,  il  presidente  Polk  riferì 
dell’abbondanza dell’oro in California. Nel 1848, avvennero grandi flussi migratori 
verso queste località con la promessa dell’arricchimento facile. Le stime parlano di 
circa  50000  persone  che  viaggiarono  attraverso  il  continente  inseguendo  questo 
sogno. Pochi arrivarono e molti morirono di stenti, malattie, fame e combattendo gli 

57 
indiani o i furfanti lungo il percorso. I più audaci presero scorciatoie presso le giungle 
di  Panama.  Circa  quindicimila  persone  attraversarono  i  rigori  del  “Horn”  ed 
arrivarono  nei  campi  auriferi  circa  8  mesi  dopo  la  partenza.  La  “flotta  dell’oro” 
salpata  dall’Australia  portò  circa  7000  cercatori.  Nei  primi  quattro  anni  furono 
trovate circa 18 milioni di once, ma delle 180000 persone totali nei primi sei mesi di 
lavori ne morirono circa 18000 (un decimo!), principalmente per stenti. In Australia, 
Edward Hargraves, di ritorno dalla California trovò l’oro nel South Wales nel 1850 e 
la prima corsa dell’oro prese il via a Ophir nel 1851. I campi auriferi di Ballarat furono 
scoperti  qualche  mese  dopo  e  seguiti  a  loro  volta  da  molteplici  scoperte  lungo  la 
catena  vittoriana.  Queste  coltivazioni  aurifere  resero  tanto  oro  quanto  quelle 
californiane negli anni successivi. Nel 1851, la popolazione del Victoria si aggirava 
intorno  ai  37300  uomini  (12  anni  in  su).  I  dati  registrati  nel  1854  parlano  di  una 
quadruplicazione  dei  numeri  con  circa  145000  maschi,  di  cui  66000  dedicati  al 
settore minerario aurifero. Entro il 1858, questo numero sali a 223000 di cui 10000 
circa lasciarono l’area per prendere parte alla nuova corsa all’oro in atto in Nuova 
Zelanda. I dati pervenuti riguardo la quantità di oro estratta non sono molto accurati 
ma  le  stime  si  aggirano  tra  le  650‐800  tonnellate.  Le  scoperte  in  Nuova  Zelanda 
furono minori rispetto a quelle in Australia, si ricorda la scoperta in Otago  (South 
Island)  (McLintoch,  1966).  La  produzione  tra  il  1857  e  1867  si  aggirava  con  dati 
intorno a 100 tonnellate di oro estratte. La prima processatrice a catena a tazze è 
registrata  ad  Otago  nel  1886.  Questo  avanzamento  nell’ingegneria  aurifera 
rivoluzionerà il primo periodo a venire. Macchinari mastodontici ed autosufficienti 
prenderanno parte alla coltivazione a grande scala e basso costo. Nel Nord America, 
Henry  Holt  ottenne  molto  oro  dai  commerci  con  gli  indiani,  e  portò  il  primo  vero 
campione  di  oro  dallo  Yukon.  Il  governo  americano  passò  a  rendere  sicura  la  via 
commerciale verso tale zona aurifera dalle scorribande indiane e di banditi. Le prime 
prospezioni si svilupparono intorno al 1881, quando le prime vene aurifere furono 
scoperte a Juneau nello Yukon. Il placer venne coltivato in maniera industriale presso 
lo Stewart river, un tributario del fiume Yukon. Il secondo ad essere coltivato fu il 
“Forty‐nine”. Le grandi corse all’oro dello Yukon avvennero nella prima decade del 
1890, con tappe fondamentali nel “Rabbit Creek” (Ex Bonanza Creek) e “Eldorado”. 
Lo Yukon fu l’ultima grande corsa all’oro dell’ottocento ma anche la più disastrosa 
dal punto di vista umanitario e contò il maggior numero di vittime. L’oro rinvenuto 
nelle corse all’oro era principalmente alluvionale e le tecniche erano primitive per 
l’epoca.  Alcuni  rinnovamenti  avvennero  nei  primi  5  anni  di  sfruttamento  con 
l’avvento di gruppi meccanizzati per i lavori. Tipico strumento di quegli anni erano le 
canalette sospese. Queste erano parte di un intricato sistema di acqua canalizzata 
dentro canali fatti in posto con assi di legno chiodate tra loro. Gli operatori potevano 
inserire in diverse porzioni di questo sistema il materiale e rimuovere le porzioni più 
grossolane manualmente. I riffles andavano a concentrare i minerali pesanti, tra cui 
58 
l’oro. Venivano anche usati stracci e lenzuola per trattenere le porzioni di oro più fini 
al fondo del canale. Entro la fine dell’ottocento, i grandi placer alluvionali americani 
e australiani erano troppo sfruttati per essere ancora redditizi ma la richiesta a livello 
globale dell’oro non faceva altro che aumentare. 

La tecnologia fornì macchinari sempre più sofisticati nell’ottica di abbassare i costi di 
produzione  e  poter  raggiungere  profondità  di  scavo  maggiori,  oltre  che  poter 
processare maggiori quantità di sedimento alluvionale anche a tenore inferiore di 
quello finora processato. Le prospezioni minerarie misero in evidenza anche molti 
giacimenti  primari  che  vennero  presto  messi  in  produzione.  Il  giacimento  di 
Comstock,  in  Nevada  fu  scoperto  nel  1859,  come  risultato  la  stessa  area  venne 
proclamata  stato  cinque  anni  dopo.  La  scoperta  dei  campi  auriferi  in  Sud  Africa 
(Witwatersrand)  nel  1866,  aprì  le  porte  allo  sfruttamento  della  più  grande 
concentrazione di oro conosciuta nella storia dell’uomo. Il principale livello aurifero 
è stato trovato apparentemente per un incidente, la domenica mattina da George 
Harrison  e  George  Walker.  Entro  una  settimana  esso  fu  riconosciuto  come  senza 
precedenti. L’importanza dell’oro negli strati terrazzati di età quaternaria o terziaria, 
anche se contenuto in maniera sporadica ed imprevedibile è alla base delle “corse” 
storiche. Per quanto riguarda quelle americane della seconda metà dell’Ottocento, 
sulle  quali  è  possibile  reperire  una  vasta  letteratura,  la  coltivazione  dei  terrazzi 
auriferi, con sistemi idraulici più o meno artigianali, ha fornito risultati variabili da 2 
a qualche decina di grammi per metro cubo di sedimento, ma bisogna tener conto 
che si tratta di dichiarazioni tesutali parziali, in quanto la produzione effettiva veniva 
difficilmente dichiarata e che bastava il furto di poche pepite per fare una enorme 
differenza  nei  conti  finali,  sempre  che  essi  fossero  riportati  correttamente  e 
conservati fino ai giorni nostri. La sottrazione nei canali di lavaggio delle rare pepite, 
da  parte  di  operai,  era  considerato  un  fatto  diffuso  anche  in  Siberia  orientale,  e 
quelle  trafugate  venivano  poi  facilmente  vendute  nella  vicina  Cina  (Levat,  1897). 
Dalle tabelle pubblicate nel Jervis (1881) si osserva come nei depositi della Carolina 
e della California furono trovate pepite con peso variabile dai 3 ai 4.5 chili, da quelli 
della Siberia dai 1.2 ai più di 10 chili e una, addirittura, di 36.02 Kg con 91.67% di oro 
puro, da quelli dell’Australia, in particolare dallo stato di Vittoria, numerose di chili e 
di decine di chili, fino alla welcome nugget di 68 chili, di cui circa 5 di quarzo. Fonti 
più recenti aggiungono ritrovamenti di pepite di 10.39 Kg, 56.54, 59.71 e 72,78 Kg 
per  la  California,  di  72  Kg  (Welcome  Stranger)  e  95  Kg  (Molgavue)  per  lo  stato  di 
Vittoria  (Levat,  1905).  In  Australia,  e  precisamente  da  una  miniera  dell’Hill  End  fu 
estratta la massa aurifera primaria più grande conosciuta (Beyers and Haltermann), 
la quale pesava circa 350 chili e conteneva, secondo le stime, circa 150 chili d’oro. 
Anche  nello  Yukon  le  produzioni  furono  enormi,  pur  non  trovandosi  pepite 
eccezionali.  Ne  furono  comunque  trovate  parecchie  di  centinaia  di  grammi  e  di 

59 
qualche  chilo,  fino  alla  “Alaska  Centennial  Gold”,  di  circa  9  chili.  Per  il  Klondike 
abbiamo notizie dirette raccolte da uno staff di giornalisti del “Chicago Rekord” ad 
un  anno  della  scoperta.  Dopo  aver  setacciato  le  acque  dei  torrenti  Bonanza  ed  El 
Dorado,  i  cercatori  avevano  cominciato  a  scavare  pozzi  sui  terrazzi  laterali  ed 
avevano raggiunto il bedrock a profondità variabili da meno di tre metri a più di sette 
e  mezzo.  Vi  avevano  trovato,  specie  in  quelli  lungo  il  fiume  El  Dorado,  una 
stupefacente  ricchezza  in  oro  grossolano.  Il  sedimento  estratto  e  lavato  con  la 
padella (pan), dava oro per un valore variabile da 5 a 150 dollari a saggio. Si era in un 
periodo in cui, col prezzo dell’oro a circa mezzo dollaro il grammo, il recupero di 10 
centesimi a pan era ritenuto soddisfacente. Il piatto più ricco aveva dato 39 once 
d’oro  (più  di  un  chilo  e  duecento  grammi),  per  un  valore  di  495  dollari,  e  furono 
trovate pepite contenenti oro per più di 235 dollari. Nei terrazzi del Bonanza l’oro 
trovato era meno grossolano e solo eccezionalmente si raggiungevano valori intorno 
ai 100 dollari per piatto. In totale, nel solo primo anno fu estratto oro per circa 10 
milioni di dollari (quasi 25 tonnellate). Nella nave che riportava a casa i più fortunati, 
tutti puntigliosamente indicati con nome, cognome e nazionalità, ce n’era uno con 
circa tre quintali d’oro, uno con circa due quintali e mezzo, uno con circa due quintali, 
una decina con circa un quintale ciascuno e molti altri con quantità inferiori. Negli 
anni successivi il totale estratto raggiunse i 300 milioni di dollari. Dal 1885 al 1982 la 
produzione  d’oro  dai  giacimenti  alluvionali  dello  Yukon  ammonta  di  circa  348 
tonnellate, in gran parte provenienti dai depositi del Klondike, dove la produzione 
continua, al ritmo di circa due tonnellate l’anno. Depositi terrazzati simili sono molto 
comuni, sono stati coltivati e sono ancora in coltivazione in varie parti del mondo. In 
Sud Africa, ad esempio, nel 1873 i cercatori cominciarono a sfruttare quelli affioranti 
nella  valle  del  Pilgrim’s  Creek,  in  particolare  uno  strato  ricco  in  ciottoli  di  quarzo, 
rocce  carbonatiche  e  scisti  metamorfici  potente  da  1  a  4  metri  e  coperto  da  uno 
strato di terra argillosa spesso da 60 a 80 cm. Esso contiene oro fine piuttosto diffuso 
ma solo vicino i massi più grossi furono trovate pepite di  grosse dimensioni (500‐
1000 grammi) ed una di circa 10 chili (Bordeaux, 1898). Per i depositi dei Grandi Laghi 
Africani è possibile osservare la documentazione fotografica di numerose “piccole” 
pepite (da 3 a più di 81 grammi), di dodici esemplari più grossi (da uno a più di 8 chili) 
e di uno, eccezionale, di 64.797 kg (Passau, 1945).  Nella Cordigliera delle Ande gli 
strati auriferi terrazzati più o meno profondi sono chiamati veneros e sono da secoli 
oggetto  di  coltivazione  artigianale.  Le  piccole  pepite  sono  tipicamente  coperte  da 
una sottile pellicola di amalgama, influenza dell’uso massiccio che si fa del mercurio 
nel  processamento.  Nelle  Ande  peruviane,  non  lontano  dal  confine  boliviano,  nel 
1730 fu trovata una pepita di 20 chili e 693 grammi (Levat, 1905) e che all’Esposizione 
Mondiale  di  Londra  del  1851  ne  fu  esposta  una  di  circa  50  chili,  trovata  da  una 
compagnia inglese che operava in Cile. Per quanto  riguarda l’Argentina, Novarese 
(1890)  descrive  vari  depositi  osservati  alla  Puna  di  Jujuy,  costituiti  da  depositi 
60 
grossolani  compatti,  con  spessore  variabile  da  meno  di  un  metro  ai  due  metri, 
contenenti  alcuni  grammi  d’oro  per  metro  cubo  di  sedimento,  seppure  in  piccoli 
granuli, raramente in pepite fino a un grammo (Pipino G.1). 

L’epoca moderna e il prossimo futuro 
Molti furono gli avanzamenti scientifici e tecnologici che avvennero nel Novecento, 
la  guerra  nel  suo  insieme  spinse  l’umanità  verso  sempre  una  maggiore 
ottimizzazione nel settore bellico fino a creare le prime armi a distruzioni di massa e 
biologiche durante la Seconda guerra mondiale. Nel periodo antecedente alla Prima 
Guerra Mondiale avvenne un gran balzo tecnologico a livello mondiale fino all’arrivo 
della guerra. Le risorse e tutti gli sforzi erano diretti a tal proposito e molte miniere 
chiusero in quanto i confini erano chiusi e senza mercato o manodopera. Altre invece 
aprirono perché stimolate dalla richiesta del mercato interno. Ogni risorsa umana e 
mineraria  era  convogliata  al  fronte.  Il  periodo  successivo  di  pace  fu  un  periodo 
susseguito da molte crisi economiche ed in generale dalla ricostruzione, il quale ha 
seguito  un  periodo  di  benessere  e  di  grandi  scoperte,  fino  alla  Seconda  Guerra 
Mondiale.  L’impatto  bellico  aprì  una  profonda  ferita  a  livello  Europeo  che  poi  si 
trascinò nella distruzione anche il sud‐est asiatico con la Guerra Pacifica. Una volta 
finita la Seconda Guerra Mondiale, l’umanità iniziò un periodo di pace e prosperità 
con eventi bellici relativamente minori rispetto i precedenti. Le tecnologie belliche 
furono  riconvertite,  le  conoscenze  acquisite  furono  condivise  e  si  vide  l’inizio 
dell’epoca  mineraria  moderna  globalizzata.  In  America,  il  prezzo  dell’oro  venne 
liberizzato, mentre prima possedeva un prezzo fisso imposto dallo stato. Il valore sul 
mercato schizzo alle stelle ed ancora oggi è in generale leggero aumento tra alti e 
bassi. Attualmente il mercato ricerca risorse minerarie sempre più coltivabili su vasta 
scala  in  modo  da  ridurne  di  molto  i  costi.  Sono  opere  maestose  con  un  enorme 
impatto  economico  ed  ambientale.  Spesso  sono  giacimenti  di  basso  tenore,  cioè 
contengono pochissimo oro o altri metalli in percentuale allo sterile da mobilitare 
ma  vengono  coltivati  in  tale  quantità  da  ricavarne  profitto.  Il  futuro  che  si  profila 
sembrerebbe essere lungo questa strada e ciò continuerà fino a quando l’umanità 
non scoprirà nuove tipologie di giacimenti e un modo di sfruttarli a minor prezzo. I 
viaggi  all’interno  dello  spazio  solare  diventeranno  realtà  a  breve,  portando 
l’esplorazione mineraria e scientifica verso nuovi orizzonti e prospettive. 

   

61 
I depositi auriferi primari 
 

Introduzione alla geochimica dei depositi auriferi primari e degli arricchimenti 
supergenici 
L’oro è uno dei dieci elementi più rari della crosta terrestre con una concentrazione 
media nei solidi di 5 ng/g (s) e una concentrazione media nei liquidi (acque naturali) 
che  varia  da  0.01197  a  0.1977  µg/L  (l)  (Goldsmith,  1954).  Comunque,  l’oro  non  è 
uniformemente distribuito e solo talvolta genera degli arricchimenti localizzati nello 
spazio tali che il loro sfruttamento sia ritenuto economico. La deposizione dell’oro 
nei depositi auriferi primari di solito occorre grazie al boiling e raffreddamento dei 
fluidi idrotermali ricchi di metalli, i quali circolano in trame di fratture all’interno della 
roccia. L’oro primario nativo è comunemente presente come una lega composta in 
percentuali variabili da: Ag, Cu, Fe, Bi, Pb, Zn, Pd, Pt con una concentrazione dell’oro 
variabile dal 50 al 80 wt% (Boyle, 1979). A causa della sua bassa solubilità in soluzioni 
acquose, la speciazione dell’oro e la sua complessazione è comunemente dedotta da 
calcoli  termodinamici,  modelli  geochimici,  studi  di  laboratorio  e  osservazioni  sul 
campo (Boyle, 1979; Gray, 1998). Nei fluidi idrotermali, l’oro è chimicamente mobile 
sotto forma di complesso a zolfo (tiocomplessi), ad esempio: Au(HS2)‐ e Au2S22‐. La 
precipitazione di queste soluzioni comporta la formazione dei minerali, tipicamente 
solfurei  contenenti  in  percentuale  oro  nativo.  Il  metallo  prezioso  può  sia  essere 
presente  in  piccolissimi  (µm‐nm)  cristalli  dispersi  nella  pirite  aurifera,  sia  essere 
concentrato  in  alcune  porzioni  preferenziali,  sempre  nel  solfuro,  generando  delle 
proprie inclusioni (mm‐ µm) (Boyle, 1979; King, 2002). La mobilità dell’oro nelle zone 
supergeniche  è  correlata  ai  processi  di  alterazione  chimica  e  disgregazione 
meccanica  dei  minerali  che  contengono  l’oro,  i  quali  nel  caso  siano  solfurei, 
tenderanno ad alterarsi in breve tempo se esposti agli agenti esogeni ed alle reazioni 
di  ossidazione  e  complessazione  (Boyle,  1979,  Southam  &  Saunders,  2005). 
L’ossidazione  dei  minerali  solfurei,  permette  anche  il  rilascio  nell’ambiente 
circostante di altri elementi inclusi o parte della soluzione solida stessa che potranno 
essere  fonte  di  prospezione  futura.  La  reazione  dell’alterazione  chimica 
dell’arsenopirite in ambiente ossidante è la seguente: 

2FeAsS(Au)[s]+ 7O2+ 2H2O + H2SO4  Fe2(SO4)3 + 2H3AsO4 + 2Au 

In  questo  processo  alcuni  promotori  dell’ossidazione  dello  zolfo  e  del  ferro 
potrebbero  anche  essere  batterici  (per  esempio:  A.  thioparus,  A.  ferrooxidans),  i 
quali  liberano  tiosolfato  ed  in  presenza  di  ossigeno  (ambienti  ossidanti  ed  ossici) 
porta  all’ossidazione  dell’oro  ed  alla  sua  complessazione  (Alymore  &  Muir,  2001) 
come segue: 
62 
Au + 0.25O2 + H+ + 2S2O32‐  Au(S2O3)23‐[L]+ 0.5H2O 

Nel  caso  in  cui  l’oro  sia  presente  libero  in  una  matrice  quarzosa,  essa  tenderà  a 
liberare il metallo prezioso con un tragitto più lungo dal deposito aurifero primario, 
in quanto, il quarzo è un minerale difficilmente alterabile chimicamente ma fragile a 
seguito di urti e stress ad alta energia, tipici ad esempio in un ambiente alluvionale. 
Una volta che l’oro sarà libero, potrà comunque mostrare porzioni quarzose, prova 
della sua posizione ad involucro dei granuli d’oro primari. In condizioni di ambiente 
superficiale (suoli), l’oro occorre in soluzioni acquose sotto forma di oro colloidale 
(numero  di  ossidazione:  0)  e  complessi  aurosi  (+1)  ed  aurici  (+3)  a  causa  dei  suoi 
numeri  di  potenziale  standard  redox:  Au+  (1.68  V)  e  Au3+  (1.50  V),  i  quali  sono 
maggiori  dell’acqua  (1.23  V).  Tale  peculiarità  rende  l’esistenza  di  ioni  liberi  di  oro 
termodinamicamente  sfavorevole  (Boyle,  1979).  Osservando  meglio  i  calcoli 
termodinamici e la naturale abbondanza dei possibili ligandi a livello ambientale, le 
soluzioni  acquose  aurifere  complessate  (Au+,  Au3+)  sotto  forma  di  tiocomplessi 
auriferi e a base di cloro appaiono essere le più importanti in contesti fluidi, i quali 
sono  più  favorevoli  nel  caso  in  cui  contengano  una  minima  quantità  di  materia 
organica al loro interno dissolta. Il tiosolfato è stato provato in laboratorio essere un 
ottimo mezzo per solubilizzare l’oro ed il risultare tiocomplesso auroso Au(S2O3)23‐ 
risulta essere stabile in condizioni leggermente acide ad altamente alcaline (pH) e 
condizioni moderatamente ossidanti a riducenti (Mineyev, 1976; Goldhaber, 1983; 
Webster, 1986). Il tiosolfato è anche prodotto durante processi di (bio)ossidazione 
dei  minerali  solfurei  (biolisciviazione  –  bioleaching)  e  tende  ad  essere  disponibile 
preferenzialmente nelle porzioni di terreno adiacenti ai depositi primari ricchi di tali 
minerali (Stoffregen, 1986). Le acque sotterranee ossidanti con un contenuto elevato 
di  cloro  e  composti  correlati  possono  solubilizzare  l’oro  presente  in  climi 
tendenzialmente  aridi  e  semi‐aridi,  portando  alla  formazione  delle  seguenti 
soluzioni: AuCl2‐, AuCl4‐ (Krauskopf, 1951; Gray, 1998). Si noti che il primo composto 
(AuCl2‐), il quale contiene Au+ non risulta essere stabile alle basse temperature (<100 
°C) e in condizioni ossidanti (Farges et alii., 1991; Pan & Wood, 1991; Gammons et 
alii., 1997). L’oro si lega anche a complessi organici, infatti una tipica caratteristica 
dei  metalli  appartenenti  al  gruppo  IB  è  la  loro  abilità  di  legarsi  fortemente  alla 
materia organica se presente (Boyle, 1979). I fluidi auriferi organici possono risultare 
importanti  quindi  per  una  futura  concentrazione  in  ambienti  porosi  superficiali. 
L’interazione dell’oro con la materia organica coinvolge molti elementi donatori di 
elettroni,  quali  per  esempio:  N,  O,  S  piuttosto  che  C  (Housecroft,  1993,  1997). 
Vlassopoulus et alii. (1990b) ha mostrato che in condizioni riducenti ed anossiche, 
l’oro  si  lega  preferenzialmente  con  lo  zolfo  formando  tiocomplessi,  mentre  in 
condizioni  ossidanti  ed  ossiche  al  N  ed  O.  L’oro  può  trovarsi  anche  in  soluzioni 

63 
contenenti composti a cianuro (CN) come ad esempio Au(CN)2‐, Il quale risulta essere 
stabile in un vasto range di condizioni Eh‐pH. La reazione chimica può risultare:  

Au + 2CN‐ + 0.5 O2 + H2O  Au(CN)2‐[L] + 2 OH‐ 

L’absorbimento dei complessi auriferi e colloidali dalla materia organica, dalle argille, 
dai  minerali  di  ferro  (pirite  sedimentaria)  e  manganese,  piuttosto  che  dal 
bioaccumulo  può  portare  alla  genesi  di  arricchimenti  supergenici  d’oro,  i  quali 
tendono ad essere ritrovati nelle porzioni di terreno adiacenti al deposito aurifero 
primario  (Boyle,  1979,  Goldhaber,  1983;  Webster  &  Mann,  1984;  Webster,  1986; 
Lawrance & Griffin, 1994; Gray, 1998). L’oro secondario tende a risultare più puro 
(fino  a  99  wt%)  rispetto  a  quello  primario  (50‐80  wt%),  ma  gli  aggregati  risultanti 
possono  essere  di  dimensioni  e  peso  nettamente  maggiori,  fino  a  pepite 
ragguardevoli  (Wilson,  1984;  Watterson,  1992;  Mossman  et  alii.,  1999).  L’oro  è 
ricavato dai diversi depositi sia attraverso procedimenti fisici (gravitativi) che chimici 
(reazioni chimiche), i quali partendo da un sedimento naturale, vagliato, selezionato 
o  prodotto  dalla  macinazione  della  mineralizzazione  primaria  che  contiene  una 
quantità di oro già apprezzabile ed economica, lo concentrano in un volume minore. 
Dal punto di vista economico, l’oro può svolgere un contributo economico primario 
quando è l’obiettivo dell’operazione di estrazione mineraria oppure può svolgere un 
ruolo  di  sottoprodotto  nel  caso  vi  sia  un  altro  elemento  che  già  la  sua  estrazione 
copra  riesce  i  costi  di  gestione  dell’operazione.  Nelle  prossime  pagine  verranno 
trattati  alcuni  aspetti  dei  processi  esasperanti  che  possono  portare  alla  genesi  di 
concentrazioni  locali  aurifere.  Il  loro  studio  ed  individuazione  è  fondamentale  al 
momento attuale perché tendono a fornire anche quantità enormemente maggiori 
di oro rispetto i depositi secondari (trattati nel capitolo successivo). 

Definizioni: Depositi* auriferi primari e secondari 
Le seguenti definizioni sono importanti per una migliore comprensione del contesto 
e  del  significato  adottato  nel  libro  stesso  ed  in  opere  correlate,  prodotte  dal 
medesimo autore. 

Depositi* auriferi primari (*giacimenti se rientrano nei caratteri richiesti) 

Per  depositi  auriferi  primari  (DAP)  si  intendono  porzioni  rocciose  dove  l’oro  si 
concentra  a  seguito  di  una  serie  di  reazioni  chimiche  o  altri  processi  di 
concentrazione.  In  tale  luogo  fisico,  a  seguito  di  alcuni  processi  e  in  condizioni 
favorevoli, vi è una grande concentrazione di oro e di altri elementi chimici, spesso 
estratti in quanto utili dal punto di vista economico.  

Depositi* auriferi secondari (*giacimenti se rientrano nei caratteri richiesti) 

64 
Per depositi auriferi secondari (DAS) si intende una vasta categoria di località fisiche 
nelle  quali  la  concentrazione  dell’oro  deriva  dal  disfacimento,  fisico‐meccanico  e 
l’alterazione chimica dei depositi auriferi primari e la successiva concentrazione del 
metallo  prezioso  a  seguito  degli  agenti  esogeni  prevalenti.  I  depositi  auriferi 
secondari possono anche generarsi a spese di precedenti depositi auriferi secondari. 
I  depositi  auriferi  primari  nel  caso  vengano  alterati  chimicamente,  disgregati 
meccanicamente, frammentati e smantellati, rilasciano nell’ambiente circostante il 
loro  contenuto  aurifero  o  i  minerali  che  contengono  oro.  L’oro  quindi  può  venire 
concentrato  da  altri  agenti,  alcuni  dei  quali  esogeni.  Alcuni  processi  possono  in 
condizioni  specifiche  concentrare  chimicamente  l’oro  secondario  e  generare 
arricchimenti supergenici.  

Per  descrivere  al  meglio  un  deposito  aurifero  primario  è  necessario  investigare  i 
seguenti  campi  di  conoscenza  attraverso  una  campagna  di  prospezione  ed 
eplorazione mineraria: 

‐ Prima fase di raccolta bibliografica e di informazioni da lavori precedenti relativi al 
deposito stesso o ad altri simili; 

‐  Località  fisiche  di  arricchimento  e  quindi  la  posizione  nello  spazio  delle 
mineralizzazioni;  possibili  legami  con  la  geologia  strutturale  e  con  strutture 
geologiche; rilevamento geologico; 

‐  Acquisizione  dati  geochimici  del  deposito  aurifero  primario:  gli  elementi  chimici 
presenti  in  un  deposito  sono  estrapolati  dai  minerali  presenti.  Quindi  sapendo  la 
chimica presente in un dato deposito si possono ricavare informazioni riguardo la 
sua metallogenesi;  

‐ Ambiente di formazione del deposito: interpretazione delle modalità e tempistiche 
dei  processi  di  formazione  dei  depositi  auriferi  primari.  Parametri  utili  per  la 
prospezione di dettaglio; 

‐  Genesi  dei  depositi  auriferi  primari  ed  esempi:  la  comprensione  dei  processi 
metallogenici che sono avvenuti può guidare le successive tappe dell’esplorazione 
mineraria.  

Queste  sono  solo  alcune  tappe  del  processo  di  prospezione,  esplorazione  e 
valutazione  di  un  deposito  minerario.  Tale  settore  è  considerato  spesso  ad  alto 
rischio, infatti si necessitano di capitali non indifferenti per la ricerca e ingenti per la 
costruzione degli impianti e l’inizio delle operazioni. È importante sottolineare come 
nel  settore  minerario  dell’estrazione  dell’oro  si  preferisca  tendenzialmente  la 

65 
coltivazione  dei  placer  auriferi,  in  quanto  si  ha  in  generale  un  veloce  guadagno  e 
talvolta molto valido con costi di ricerca, processamento e gestione più bassi rispetto 
la  controparte  primaria.  Ciò  anche  se  su  carta  sembrerebbe  un  approccio  valido, 
spesso vengono sottovalutati molti aspetti critici, portando anche tale attività alla 
chiusura  a  causa  di  mancanza  di  esperienza  o  di  un’adeguata  conoscenza  delle 
migliori  tecniche  per  la  prospezione  del  placer  aurifero  e  la  sua  coltivazione  e 
processamento. Si pensi che gli impianti di lavaggio gravitativi industriali tendono ad 
avere  una  recovery  variabile  dal  60  al  80%  e  si  tende  ad  estrarre  solo  l’oro  dalle 
sabbie pesanti concentrate dai lavaggi. Per quanto riguarda l’estrazione dell’oro dai 
depositi auriferi primari, spesso è necessaria un’approccio di coltivazione differente 
ed in roccia. Bisogna aver conoscenze di ingegneria mineraria. La mineralizzazione 
ritenuta  economica  viene  quindi  estratta,  frantumata,  macinata  e  poi  l’oro  viene 
estratto  tendenzialmente  con  processi  chimici  dopo  una  fase  ulteriore  di 
concentrazione delle sabbie pesanti. 

Il motore dei fluidi idrotermali 
La superficie terrestre è composta principalmente da due tipologie di croste:  

‐ La crosta continentale: costituisce gli attuali continenti ed è molto variegata 
sia chimicamente che strutturalmente. Possiede una densità media minore 
rispetto la crosta oceanica;  
‐ La crosta oceanica: essa è molto giovane rispetto la crosta continentale. È in 
continua formazione lungo le zone di risalita di materiale caldo mantellico, 
dette  dorsali  oceaniche.  Risulta  poco  spessa  e  di  diversa  natura  chimica 
rispetto la controparte. Risulta più pesante e densa. 
 

La  genesi  continua  di  nuova  crosta  oceanica  fa  sì  che  quella  già  formata  venga 
allontanata per spinta verso aree più distali rispetto l’area di genesi. In alcuni casi i 
continenti vengono spinti allontandosi (deriva dei continenti) oppure scontrandosi 
(orogenesi). Alcune volte la crosta oceanica semplicemente si inabissa sotto la crosta 
continentale  (subduzione).  Quest’ultima  più  leggera  tende  al  galleggiamento  e  la 
crosta  oceanica  in  continua  spinta  semplicemente  si  inabissa.  Scendendo  in 
profondità e seguendo la crosta oceanica in suduzione si generano profonde e lineari 
depressioni (fosse oceaniche) circa parallele alla direzione del piano di subduzione, 
colmate  parzialmente  da  sedimenti  marini  di  mare  profondo.  La  caratteristica 
interessante  è  il  magmatismo:  Le  rocce,  finora  solide,  andando  in  profondità 
acquisiscono  calore  ed  i  lembi  di  sedimenti  possedendo  una  frazione  di  acqua 
interstiziale  e  nei  cristalli  di  alcuni  minerali  (acqua  reticolare),  il  materiale  fonde 

66 
parzialmente  e  richiede  una  minore  temperatura  di  fusione.  L’acqua  aiuta  ad 
abbassare la temperatura che si deve raggiungere per fondere un materiale roccioso. 
Il primo a fondere è il materiale continentale a contatto con questi lembi della crosta 
oceanica in subduzione, infatti richiede una temperatura di fusione minore la crosta 
continentale rispetto la crosta oceanica. I magmi in risalita sono generati secondo 
una fusione solo parziale (pochi punti percentuali del materiale roccioso di partenza). 
Posseggono una minore densità del materiale vicino allo stato solido (infatti sono 
fluidi  ora)  e  tendono  a  risalire  (come  bolle  di  gas  in  un  budino).  Risalendo  però 
incontrano molti ostacoli, infatti le rocce con cui vengono a contatto si scaldano e 
possono fondersi parzialmente oppure solo interagire con i magmi. Il risultato è che 
il magma risalendo attraverso la crosta continentale varia la sua chimica originaria. 
Il  magma  tende  a  risalire  attraverso  una  serie  di  camere  magmatiche  ubicate  a 
diverse  profondità  e  collegate  tra  loro.  In  ognuna  di  esse  possono  avvenire  molti 
processi di interazione chimica e procedendo nella risalita il prodotto fuso diventa 
sempre  più  ricco  in  silice  ed  elementi  incompatibili,  infatti  il  magma  risalendo  si 
arricchisce in alcuni elementi chimici preziosi e tende a concentrarli. Alcuni li ottiene 
nel  processo  genetico  di  fusione  iniziale,  altri  li  ottiene  durante  il  percorso  per 
interazione  con  le  rocce  circostanti.  Questi  elementi  chimici  non  tendono  a 
cristallizzare  cristalli  propri  piuttosto  potrebbero  essere  inclusi  in  tracce  in  altri 
cristalli. Il magma risale fin quando non riesce più  a trovare  una via preferenziale 
oppure finchè la sua energia di risalita si annulla e cristallizza in milioni di anni dando 
origine  ad  una  roccia  magmatica  plutonica.  Nel  caso  esso  estruda  arrivando  alla 
superficie terrestre si otterranno le rocce vulcaniche. La risalita dei magmi tende ad 
essere  veicolata  da  strutture  geologiche  preferenziali,  ad  esempio  piani  di 
deformazione  duttile  (shear  zones)  nella  crosta  intermedia  e  profonda  e  piani  di 
deformazione fragile (faglie) nella crosta superiore. I magmi vi si infiltrano e risalgono 
interagendo  con  le  rocce  circostanti.  Il  magmatismo  si  forma  sia  nella  fase  di 
collisione tra placche che nella fase subito successiva (post‐orogenica). In tale fase i 
magmi risalgono preferenzialmente lungo le strutture fragili dell’orogene (faglie o 
contatti  tettonici).  I  magmi  ed  i  fluidi  caldi  correlati,  fluidi  idrotermali,  i  quali 
generano  circuiti  convettivi  nelle  vie  preferenziali  anche  a  grande  distanza  dal 
plutone,  il  quale  fornisce  il  calore  necessario  per  la  mobilitazione,  offrono  vie 
preferenziali di arricchimento e passaggio in soluzione di alcuni elementi preziosi ed 
incompatibili. I magmi finali, cioè quelli che cristallizzano per ultimi, saranno molto 
diversi  da  quelli  primitivi  a  causa  delle  interazioni  avvenute  durante  il  percorso. 
Possederanno  elementi  pesanti,  importanti  e  preziosi  che  tendono  a  concentrarsi 
nelle zone superficiali, dette apicali, altri invece verranno inclusi in alcuni minerali 
che  sono  già  cristallizzati  in  fasi  precedenti.  L’oro  in  questo  contesto  tende  a 
concentrarsi nei minerali accessori maggiormente che in quelli principali delle rocce 
magmatiche. 
67 
N.13 Esempio di collisione tra due placche tettoniche costituite da crosta continentale ai margini in sezione geologica: 
vi è un generale ispessimento della catena orogenica risultante e genesi di magmi in profondità. Tali magmi caldi in 
risalita tendono a intrudere lungo strutture duttili in profondità e successivamente fragili in superficie. La risalita di 
tali magmi e la successiva messa in posto e cristallizzazione generano i cosidetti plutoni genera nel tempo circuiti 
idrotermali  nelle  porzioni  rocciose  circostanti,  preferenzialmente  lungo  altre  strutture  duttili‐fragili.  Si  noti  che  il 
plutone  stesso  in  risalita  può  generare  al  suo  passaggio  fratturazione  e  deformazione  duttile  nelle  porzioni 
circostanti.  La  presenza  di  oro  è  talvolta  relazionabile  all’intrusione  nel  passato  geologico  di  uno  o  più  corpi 
magmatici (Es. plutone della Valle Cervo, plutone di Traversella & Brosso, plutone dell’Adamello, corpi magmatici 
correlati al Lineamento Insubrico in senso lato, etc). 

La  comprensione  della  genesi  dei  magmi  e  della  messa  in  posto  dei  plutoni  è 
importante per comprendere al meglio i processi idrotermali che hanno luogo grazie 
a tale fonte di energia. Risulta semplice pensare ai magmi come motore principale 
della  circolazione  idrotermale,  la  quale  fornisce  calore  al  sistema  e  genera  i 
movimenti  convettivi,  fondamentali  per  lisciviare  il  metallo  prezioso  da  una  vasta 
porzione rocciosa incassante al sistema di fratture dove ha sede la circolazione e la 
successiva  precipitazione  in  un  volume  minimo,  generando  la  mineralizzazione 
aurifera. Il calore stesso influenza la cinetica delle reazioni geochimiche. 

68 
N.14 Collisione di crosta oceanica (a sinistra) e crosta continentale (a destra) con subduzione della prima rispetto la 
seconda in sezione geologica: durante l’orogenesi vi è un ispessimento della catena, la quale in profondità genera 
magmi, i quali risalgono lungo strutture geologiche preferenziali. Gli stessi fluidi metamorfici tendono a risalire lungo 
vie preferenziali (shear zones, faglie) oppure concentrarsi in rocce deformate, tipicamene nelle zone di cerniera, dove 
la fratturazione e deformazione risulta maggiore (rappresentate nel disegno sovrastante con il color verde chiaro). 

Alcune nozioni fondamentali in pillole: 

Elementi  incompatibili:  hanno  un  raggio  ionico  o  una  carica  con  un  valore  troppo 
elevati per entrare a far parte di strutture cristalline, quindi rimangono nel fuso o 
fluido (raggio elevato: Rb, Cs, Sr, Ba, K; carica elevata: Zr, Hf, Ta, Nb, Th, U, Mo, W). 

Elementi compatibili: essi tendono a far parte delle strutture cristalline dei minerali 
sotto forma di tracce, piuttosto che formare nuovi minerali propri formando degli 
inclusi nei cristalli adiacenti (esempi: Cr, V, Ni, Co, Ti). 

I  processi  concentratori  –  genesi  dei  fluidi:  nelle  fasi  subito  successive 


(tardomagmatiche) e parzialmente durante alla cristallizzazione del plutone vi sono 
fluidi  acquosi  che  circolano  sia  localmente  nelle  aree  interne  che  nelle  porzioni 
incassanti  al  plutone.  L’acqua  presente  si  origina  dagli  stessi  magmi,  infatti  essi 
contengono una minima percentuale di acqua al loro interno (fluidi magmatici). Si 
aggiungono le acque superficiali che si infiltrano (dette meteoriche) e alcune reazioni 
chimiche dei minerali che variando la loro struttura cristallina possono liberare acqua 
(reazioni metamorfiche e serbatoi metamorfici). Quest’ultima categoria di fluidi ha 

69 
sede  principalmente  nelle  porzioni  incassanti  al  plutone,  nell’aureola 
termometamorfica.  I  fluidi  sono  importanti  perché  forniscono  il  mezzo  di 
spostamento  ad  alcuni  elementi  chimici.  Un  esempio  apprezzato  è  immaginare  i 
fluidi come un taxi, i clienti sono gli elementi chimici che per andare ad una festa 
prenderanno lo stesso taxi in tempi diversi. Alla fine di tutti quei viaggi, il taxista, 
oltre che essere ricco, avrà portato molte persone alla festa. Nel caso reale in una 
porzione  localizzata,  detta  deposito  (il  salone  della  festa)  ci  sarà  una  grande 
concentrazione di elementi chimici utili, la mineralizzazione (persone alla festa). 

L’assetto strutturale: Le rocce impilandosi o già nella loro genesi possono aver creato 
o  possedere  microfratture  o  fratture  (zone  di  fragilità)  piuttosto  che  porzioni  più 
suscettibili alla deformazione duttile. Se soggette ad un regime di stress esterno, esse 
tendono nel tempo a riattivarsi ed estendersi nello spazio. La risalita di un magma è 
un  fattore  importante  di  stress,  aumentando  localmente  sia  la  pressione  che  la 
temperatura. Le rocce nei pressi si deformano, si fratturano e possono interagire con 
il  magma  che  si  infiltra  nelle  fessure.  La  roccia  che  contiene  il  plutone  è  detta 
incassante e l’aureola termo‐metamorfica è la porzione più soggetta a temperature 
e  pressioni  imposte  dal  plutone.  Alcune  reazioni  chimiche  sono  possibili  proprio 
grazie a tali condizioni e la roccia incassante iniziale potrebbe subire grandi variazioni 
nella sua struttura e mineralogia. Essa può fondersi parzialmente producendo rocce 
dette  migmatiti,  oppure  cambiare  chimicamente,  ricercando  una  stabilità  nelle 
nuove condizioni di pressione e temperatura imposte dal plutone (metamorfismo di 
contatto). Le rocce a contatto con il plutone possono cambiare notevolmente. I fluidi 
meteorici discendono verso il plutone, si riscaldano grazie al calore che possiede e 
rilascia, anche se già cristallizzato, e risalgono, formando un circuito convettivo. In 
questo  processo  vengono  a  contatto  con  molte  rocce  e  minerali,  alcuni  dei  quali 
instabili e suscettibili. Essi si disciolgono, passando in soluzione. I fluidi idrotermali 
più sono reattivi chimicamente con la roccia incassante e più lisciviano minerali. Ad 
un certo punto il fluido può diventare sovrasaturo rispetto le condizioni ambientali 
locali e rilascia il suo carico. Precipitano minerali tra i quali anche piccoli cristalli di 
oro. Anche altri minerali si formano nel medesimo momento. Essi possono fornire 
indicazioni importanti e sono minerali indice nella prospezione mineraria. Un caso 
degno di nota è l’ausilio dei complessi, infatti alcuni metalli o elementi chimici non 
tendono ad essere lisciviati con facilità dalle rocce che li contengono, ma nel caso nel 
fluido siano presenti dei complessi adatti essi facilmente si legano ad essi con legami 
tipicamente covalenti. Nel momento che i complessi non sono più stabili nel fluido e 
precipitano, anche gli elementi legati fanno lo stesso, questo è il motivo secondo il 
quale di solito l’oro è nella pirite, detta pirite aurifera.  

70 
 
N.15  Migrazione  di  fluidi  nella  crosta  lungo  strutture  preferenziali  e  canali  deformativi  in  sezione  geologica:  le 
mineralizzazioni  aurifere  si  generano  nel  momento  che  il  fluido  idrotermale  mineralizzante  subisce  una  o  più 
condizioni  geochimiche  necessarie  alla  precipitazione  del  minerale  in  quantità  economiche.  Si  noti  come  i  fluidi 
vengano veicolati in direzioni preferenziali e come i piegamenti siano importanti per la genesi di alcune tipologie di 
mineralizzazioni. Tendenzialmente in questi contesti le mineralizzazioni si ritrovano lungo zone di cerniera. È inoltre 
importante sottolineare come le rocce già presenti e deformate (rocce carbonatiche, ad esempio calcari ‐> marmi) 
siano poi tendenzialmente sede preferenziale di reazioni mineralizzanti (ad esempio la skarnizzazione). 

Mineralizzazione:  corpo  geologico  con  contenuto  particolarmente  elevato  in 


elementi, o minerali potenzialmente utili. 

Tenore:  grado  di  concentrazione  di  un  minerale  o  un  elemento  in  una  roccia  o 
giacimento (wt %, ppm, g/t, V%). 

Giacimento:  porzione  di  crosta  terrestre  con  un  contenuto  in  minerale  utile 
economicamente sfruttabile e legalmente accessibile al momento attuale. 

Cut‐off:  il  tenore  minimo  coltivabile  in  un  giacimento.  Cambia  da  situazione  a 
situazione  e  nel  tempo  a  seconda  di  molteplici  fattori  (prezzo  del  mercato 
internazionale  o  nazionale,  domanda‐offerta,  situazione  logistica,  costo 
manodopera, costo brucatrico, etc.). 

Ore  body  –  corpo  minerario:  il  volume  di  roccia  che  presenta  un  tenore  pari  o 
superiore  al  cut‐off,  il  resto  è  considerato  sterile  (si  noti  come  tale  volume  può 
variare nel tempo a seguito delle variazioni del cut‐off). 

Le  risorse:  sono  concentrazioni  di  sostanze  minerali  (solide,  liquide,  gassose)  con 
caratteristiche tali che la loro estrazione economica è attualmente o potenzialmente 
fattibile. 
71 
Le  riserve:  rappresentano  quella  parte  delle  risorse  che  può  essere  estratta 
economicamente e legalmente in un certo momento. 

Le “reserve base”: termine comprensivo per indicare le riserve in senso stretto e le 
riserve sub‐economiche. 

La circolazione idrotermale ed i fluidi idrotermali 
Le cosiddette “vene” sono intese in senso lato per depositi che si sono formati entro 
fratture preesistenti o in fratture generate sin‐riempimento stesso. La precipitazione 
dei minerali nelle fratture è tipicamente correlata alla circolazione di fluidi acquosi. 
Molti  dei  depositi  auriferi  primari  di  importanza  economica  occorrono  in  questa 
situazione.  I  depositi  idrotermali  si  sono  formati  grazie  alla  precipitazione  dei 
minerali da soluzioni acquose, spesso calde e che trasportavano alcuni elementi utili 
attraverso la trama di fessure nella roccia incassante. Questi fluidi interagiscono con 
le  rocce  incassanti  e  le  possono  alterare  chimicamente  (alterazione  idrotermale), 
variando sia la composizione chimica dei fluidi stessi che quella delle rocce. Possono 
venire lisciviati alcuni elementi dalle rocce e concentrati nel fluido fessurale oppure 
fissati  altri  elementi  (trappola  geochimica).  La  roccia  incassante  risulta  alterata 
idrotermalmente sulla base di questa tendenza o meno. È errato pensare che solo la 
vena possa contenere oro, potrebbe risultare più arricchito l’incassante che la vena 
talvolta. Inoltre, nella stessa vena vi possono essere zone più arricchite in minerali 
utili  ed  altre  completamente  sterili.  I  fluidi  idrotermali  caldi  sono  derivati  da 
complessi plutonici profondi principalmente, i quali raffreddandosi rilasciano molto 
calore.  I  fluidi  in  questo  caso  derivano  sia  dal  plutone  stesso  (fluidi  magmatici  o 
juvenili)  che  dalle  reazioni  metamorfiche  nell’aureola  termometamorfica  (fluidi 
metamorfici).  I  fluidi  freddi  infiltranti  dalla  superficie  terrestre  (fluidi  meteorici) 
possono risalire dal momento che raggiungono una termperatura tale da generare 
un  effetto  convettivo  efficace  verso  la  superficie.  Una  volta  che  i  fluidi  risalgono, 
tendono a raffreddarsi, ed al variare di alcune condizioni termodinamiche rilasciano 
alcuni elementi precipitandoli. Ecco che precipita l’oro piuttosto che altri minerali. 
Nel fluido però risulta una maggiore concentrazione dei rimanenti rispetto il totale 
(in quanto sono stati rimossi quelli precipitati) procedendo alla soglia di saturazione 
più facilmente e quindi ad una successiva precipitazione di altri minerali. Non solo 
variano  le  condizioni  ambientali  locali  favorendo  o  meno  la  precipitazione  di  oro 
nativo o minerali che contengono oro in tracce incluso o nel reticolo cristallino, ma 
anche  la  sua  soglia  di  saturazione  nella  soluzione.  La  geochimica  delle  diverse 
tipologie  di  fluidi  e  le  condizioni  termobariche  sono  fondamentali.  Alcuni  fluidi 
percolanti verso il basso possono trasportare elementi estratti dalle rocce alterate 
superficiali.  Alcuni  fluidi  caldi  in  risalita  convettiva  dalle  profondità  vengono 
considerati più efficienti nel lisciviare elementi dalle rocce incassanti il plutone o dal 

72 
plutone stesso cristallizzato o in cristallizzazione. Le rocce basiche ed ultrabasiche 
non solo contengono tendenzialmente una maggiore percentuale di metalli pesanti 
(tra cui l’oro) ma sono in genere molto reattive a fluidi con Ph acidi o leggermente 
acidi  e  caldi.  L’alterazione  idrotermale  è  inoltre  molto  visibile,  in  quanto  il 
cromatismo di rocce incassanti la trama di vene idrotermali tende ad essere rossiccio 
– marronino, mentre la roccia non coinvolta è verde scuro – nerastra. 

N.16 Esempio della circolazione idrotermale correlata ad una intrusione magmatica in sezione geologica: si noti come 
la presenza di deformazione duttile (pieghe antiformi) e di deformazione fragile (faglie – fault) tendono a veicolare 
non solo i dicchi magmatici (dike) ma anche in posizioni più superficiali i fluidi caldi in risalita lungo tali tali strutture 
geologiche. Questi fluidi caldi idrotermali risalendo a livelli crostali più superficiali andranno incontro a condizioni 
geochimiche e termobariche tali da generare depositi economici. L’oro come minerale primario economico può essere 
presente in diversi contesti crostali e in differenti tipologie di depositi auriferi primari. 

Ad  una  variazione  repentina  delle  condizioni  geochimiche  e  termobariche,  gli 


elementi suscettibili a tali variazioni precipitano e formano minerali nella fessura. Di 
solito si tratta di brusche variazioni di pressione a seguito di terremoti ad esempio. 
Si pensa che questi favoriscano nell’arco di milioni di anni la genesi di vasti depositi 
auriferi  primari.  Alcune  vene  si  producono  in  un  solo  evento,  mentre  altre  in  un 
numero elevato di eventi, come effetto della sommatoria di eventi genetici minori. 
Se  il  minerale  che  precipita,  ostruisce  la  vena,  non  vi  si  potrà  più  ottenere  una 
circolazione dei fluidi efficace senza una ulteriore deformazione fragile futura. Nel 
caso  opposto  si  procederà  dalle  pareti  della  fessura  e  via  via  cristallizzeranno 
minerali verso il centro, fino a colmare la fessura e negare la circolazione di altri fluidi. 

73 
I  fluidi  potrebbero  anche  precipitare  minerali  man  mano  che  la  frattura  si 
ingrandisce,  in  tal  caso  i  minerali  precipitati  procederanno  dall’interno  verso 
l’esterno. I minerali precipitati da fluidi caldi danno origine ai depositi idrotermali. La 
roccia che contiene le fessure, detta incassante, può aiutare o contrastare i processi 
genetici.  Le  rocce  sono  composte  da  minerali  ed  alcuni  risultano  molto  reattivi  ai 
fluidi caldi a contatto. Queste rocce possono alterarsi o anche essere “divorate” dai 
fluidi aumentando la trama di vene man mano che il fluido percola, aumentando il 
grado  di  porosità  e  permeabilità  efficace.  Questo  aspetto  è  tipico  nelle  rocce 
carbonatiche. In questo caso si dice che il deposito idrotermale è uno skarn. Infatti, 
esso si imposta al posto delle rocce incassanti carbonatiche, ora non più presenti in 
quanto  portate  in  soluzione  dai  fluidi.  Bisogna  tener  conto  inoltre  che  i  fluidi, 
essendo  incomprimibili  permettono  la  circolazione  lungo  le  fratture  anche  in 
profondità. Se ciò non fosse, le fratture si richiuderebbero in pochi istanti. Un ruolo 
fondamentale è quello esumativo e del livello strutturale in cui il deposito si sviluppa. 
Nel  caso  di  giacimenti  impostati  in  aree  alto‐crostali,  essi  saranno  suscettibili 
all’erosione  nel  breve  periodo,  successiva  all’esumazione.  Nel  caso  di  depositi 
mesotermali e ipotermali, essi verranno esumati in tempi di solito successivi. 

 
N.17  L’immagine  mostra  in  maniera  semplificata  il  percorso  dei  fluidi  idrotermali.  Essi  vengono  generati  da  un 
serbatoio di fluidi e solo successivamente si arricchiscono di alcuni elementi, per esempio i metalli o l’oro, lisciviandoli 
e  rimuovendoli  dalle  rocce  serbatoio.  Quindi,  a  causa  di  una  variazione  repentina  di  alcuni  parametri  cedono 
totalmente o parzialmente i metalli  in soluzione, a seconda degli elementi non più in equilibrio e sulla base della loro 
costante di solubilità ad esempio. 

   

74 
Classificazione dei sistemi idrotermali 
La classificazione proposta di seguito si basa sui seguenti parametri: temperatura, 
profondità e pressione. La mineralogia delle vene che sono ritrovabili nei differenti 
depositi  auriferi  primari  può  variare  notevolmente.  Alcuni  minerali  precipitano  a 
determinati range di temperatura e pressione. Riconoscendo l’associazione minerale 
associata al contesto di studio è possibile delinearne le condizioni termo‐bariche di 
genesi. 

Deposito epitermale (profondità minore di 3 Km) 

Si formano a relative basse profondità, temperature e pressioni. La temperatura al 
momento della formazione si aggira attorno ai 50‐200°C. Minerali comuni ritrovabili 
in questo contesto idrotermale sono: quarzo, opale, calcedonio, calcite, aragonite, 
dolomite; tra gli alogenuri: fluorite, cloro‐argite; tra i solfati la barite. L’oro rimane 
un componente localmente importante. Tra i solfuri si possono riconoscere: realgar, 
cinnabro,  acantite,  pirite,  orpimento,  stibnite,  proustite  e  pirargite.  I  principali 
metalli estratti sono: argento, oro e mercurio. 

Deposito mesotermale (profondità intermedia tra 3 e 15 Km) 

Si formano a profondità, temperature (1.5‐0.6 Kb) e pressioni intermedie. Il range 
della temperatura di formazione si aggira attorno ai 200‐300°C. Quarzo e carbonati 
sono  minerali  comuni,  oltre  a  calcite,  ancherite,  siderite,  dolomite  e  rodocrosite. 
L’oro rimane è il principale minerale economico estratto in questo contesto e tra i 
solfuri  si  riconoscono:  galena,  sfalerite,  calcopirite,  pirite,  bornite,  arsenopirite  e 
tetraedrite.  Altri  metalli  economici  sono  rame,  zinco,  argento,  oro  e  piombo.  I 
depositi  auriferi  primari  mesotermali  (mesotermal  lode‐gold  deposits)  si  possono 
ritrovare in un contesto geodinamico orogenico. L’età riscontrata nei vari depositi 
auriferi mondiali di questo tipo è tipicamente archeana‐terziaria. Dal punto di vista 
delle quantità di oro estrabili, il valore varia da qualche decina di tonnellate a più di 
100 tonnellate, inerenti ad un deposito singolo. Alcuni distretti minerari arrivano a 
contare quantità maggiori di 1500 tonnellate di oro. I tenori sono molto variabili con 
una media di 5‐25 g/t. Le rocce incassanti sono tipicamente associate a facies scisti 
verdi‐anfibolitiche. La relazione con il plutonismo è variabile da possibile a probabile 
‐  assente.  Tendenzialmente  è  presente  un  forte  legame  con  la  tettonica  fragile 
(faglie).  Rispetto  all’orogenesi  questi  depositi  si  formano  in  un  tempo  di  poco 
successivo all’evento principale, quindi in tempi precoci delle fasi orogeniche tardive. 
I  corpi  minerari  sono  impostati  secondo  vene  di  quarzo,  sovente  listate;  zone 
mineralizzate con forte continuità verticale. Le vene sono costituite tipicamente a 
prevalente ganga quarzoso‐carbonatica. La mineralizzazione ad oro si mostra sotto 
forma  di  oro  nativo,  in  genere  con  un  contenuto  in  argento  relativamente  basso 
75 
(Au/Ag > 1). La mineralogia tipica osservabile sui campioni di questo tipo di deposito 
sono: quarzo, carbonati (Ca‐Mg‐Fe), arsenopirite, pirite, etc. 

La percentuale di solfuri è estremamente variabile lungo queste vene, anche se sono 
molto  importanti  e  spesso  indicano  zone  ad  arricchimento  aurifero  vicine  o  negli 
stessi  agglomerati  di  solfuri.  L’alterazione  idrotermale  è  principalmente: 
carbonatazione, sericitizzazione. 

Deposito ipotermale (profondità maggiore di 15km) 

Si  forma  a  grande  profondità  ed  elevate  temperature  (300‐500°C).  Le  vene  sono 
tipicamente  a  cassiterite,  wolframite  e  molibdeno.  Vi  sono  anche  vene  ad  oro  in 
matrice quarzosa oppure a rame nativo ‐ tormalinite o piombo. Minerali che sono 
ritrovati  nei  depositi  ipotermali  includono:  quarzo,  fluorite,  tormalina  e  topazio. 
Minerali  importanti  dal  punto  di  vista  economico  sono:  oro  nativo  e  tra  i  solfuri: 
galena,  calcopirite,  pirite,  molibdenite,  bismutite  e  arsenopirite.  Tra  gli  ossidi 
vengono riconosciuti: uraninite, cassiterite e magnetite. Si denota la presenza alle 
volte di wolframite ricca in tungsteno (scheelite). I metalli estraibili con profitto dai 
depositi ipotermali sono rame, molibdeno, stagno, tungsteno, oro e piombo. 

 
N.18  Profilo  geologico  trasversale  alla  zona  di  deformazione  analizzata.  Si  noti  come  l’associazione  mineralogica 
associata al deposito idrotermale (ipo‐meso‐epi) vari con le profondità e i valori termobarici associati. La tipologia di 
deformazione  prevalente  al  livello  strutturale  studiato  influenza  notevolmente  il  deposito  aurifero  primario  al 
momento della formazione e la successiva conservazione. I depositi auriferi primari epitermali tenderanno ad essere 

76 
erosi in breve tempo, mentre i corrispettivi mesotermali ed ipotermali richiederanno un maggior tempo per giungere 
ad una esumazione subaerea e successiva erosione. 

L’idrotermalismo 

Con il termine idrotermalismo si intende la circolazione di un fluido caldo, in genere 
prevalentemente acquoso. Le temperature possono essere estremamente variabili, 
ma sensibilmente più alte dell’incassante. Si va da un minimo di 50‐60°C fino a 600°C. 
La composizione dei fluidi è molto variegata: H2O, CO2, CH4, N2, H2S, HS, SO2, Si, Na, 
Ca,  K,  Mg,  Fe,  Al,  Cl,  F,  B.  L’origine  dei  fluidi  può  essere  prevalente  oppure 
sommatoria  di  differenti  contributi:  magmatici,  meteorici,  formazionali  (connati), 
metamorfici. Tali fluidi circolano tipicamente nelle porzioni della crosta permeabili, 
ed in alcuni casi possono raggiungere la superficie terrestre (es. campi geotermici), 
lungo zone permeabili (tipicamente sistemi di frattura o faglie). Possono dar luogo a 
precipitazioni  minerali  (vene  idrotermali,  impregnazioni)  sovente  arricchiti  in 
minerali  economici.  La  formazione  di  molti  giacimenti  metalliferi  o  di  minerali 
industriali passati ed attuali è legata a processi idrotermali. 

Sistema idrotermale mineralizzato 

È composto da: 

‐ Sorgente  dei  fluidi:  essi  si  originano  in  una  porzione  rocciosa  a  seguito  di 
infiltrazione  e  risalita  per  aumento  T  (ed  aumento  di  volume,  minore 
densità), oppure a seguito di processi metamorfici per esempio. Si generano 
con una certa composizione chimica e proprietà chimico‐fisiche (Eh‐pH). Tali 
qualità  tenderanno  a  variare  lungo  il  percorso  del  sistema  idrotermale.  In 
genere non contiene l’elemento poi ritrovato nella mineralizzazione; 
‐ Sorgente  delle  sostanze  disciolte  (lisciviazione  –  leaching):  si  intendono  le 
rocce contenenti gli elementi chimici che verranno presi in carico dai fluidi 
circolanti. L’alterazione idrotermale prodotta nelle rocce rocce incassanti a 
contatto con i fluidi idrotermali può essere un’ottima fonte di lisciviazione 
degli  elementi  economici  ivi  contenuti.  La  lisciviazione  permette 
l’arricchimento del fluido negli elementi economici; 
‐ Percorso di migrazione: si intende il percorso tra la sorgente dei fluidi alla 
località  deputata  alla  precipitazione  e  la  locale  anomalia  geochimica 
(deposito – giacimento) associata.  Nel percorso variano sia la chimica del 
fluido che le condizioni P‐T, inoltre si ha un diverso rapporto con le rocce 
incassanti, più o meno fratturate, più o meno alterabili; 

77 
‐ Fonte  di  energia  per  la  migrazione  (termica:  plutoni,  Hot  spots,  gradienti 
geotermici anomali; meccanica: shear zones, faglie): è il motore che muove 
i fluidi e rende possibile il corretto funzionamento del sistema idrotermale;  
‐ Località di precipitazione e fattori chimico‐fisici associati: questi ultimi sono 
fondamentali per l’arricchimento localizzato dell’elemento economico. Vi è 
un forte controllo strutturale. 
 

Per  la  formazione  di  depositi  auriferi  idrotermali,  gli  elementi  economici  che 
formano  la  mineralizzazione  devono  essere  prima  disciolti  e  poi  depositati.  Si  ha 
dissoluzione  nel  caso  il  fluido  sia  sottosaturo  in  un  certo  minerale  (lisciviazione), 
deposizione nel caso il fluido risulti sovrasaturo. Almeno un parametro (pressione P, 
temperatura  T,  composizione  chimica  X,  pH,  Eh)  deve  variare,  in  pratica  i  fluidi 
idrotermali devono migrare per formare un deposito e trovarvi le giuste condizioni 
per generarlo. Tipicamente i giacimenti risultano in fortissime anomalie geochimiche 
molto localizzate rispetto i volumi rocciosi lisciviati e percorsi. 

L’alterazione idrotermale 

L’alterazione idrotermale può risultare volumetricamente maggiore rispetto le vene 
mineralizzate  adiacente;  ciò  dipende  dalla  tipologia  di  fluido  circolante  e  dalla 
reattività delle rocce incassanti, talvolta esse stesse risultano arricchite in elementi 
economici rispetto alla vena per impregnazione. Di solito l’alterazione idrotermale 
risulta un ottimo marker per l’esplorazione mineraria. Una caratteristica delle zone 
interessate da circolazione di fluidi è la presenza, quasi ubiquitaria, di fenomeni di 
alterazione  idrotermale,  la  quale  può  essere  spunto  di  indagini  minerarie. 
L’alterazione  idrotermale  deriva  dal  disequilibrio  chimico  e  fisico,  più  o  meno 
marcato, pervasivo tra il fluido circolante e la roccia incassante. Sono variabili molto 
importanti  la  natura  chimica  e  l’evoluzione  dei  fluidi  nel  tempo  e  nello  spazio,  vi 
possono inoltre essere notevoli conseguenze sulla precipitazione dei minerali. Sulle 
miche  e  carbonati  si  possono  eseguire  anche  datazioni  assolute  ma  in  generale 
risulta  difficile  datare  i  depositi  idrotermali.  Nel  diagramma  sottostante  (N.19)  si 
osservano  le  principali  facies  di  alterazione.  Il  diagramma  è  calibrato  per  le  rocce 
quarzoso‐feldspatiche  e  per  questo  motivo  è  costruito  sulla  base  dei  campi  di 
stabilità di silicati di K, Al, (K‐feldspato, muscovite, caolinite, pirofillite), separati da 
curve  di  reazione.  A  causa  del  carattere  metasomatico  (scambio  di  materia  dal 
sistema considerato) dell’alterazione idrotermale, le stesse facies di alterazione del 
diagramma  sono  però  comuni  anche  in  rocce  di  diversa  composizione. 
Tendenzialmente un’alterazione idrotermale di alta temperatura genera minerali di 
dimensioni  maggiore  (concetto  applicabile  anche  al  metamorfismo),  mentre 
un’acidità più sostenuta (pH bassi) tende a produrre solfuri invece che ossidi, oltre 
78 
ad  un’alterazione  idrotermale  più  pervasiva  e  marcata.  Si  ricorda  anche  che  la 
temperatura  agisce  velocizzando  le  reazioni.  Le  facies  di  alterazione  idrotermale 
conferiscono  talvolta  le  uniche  informazioni  accessibili  sul  terreno  in  quanto  la 
struttura della roccia potrebbe essere stata obliterata. 

N.19  Grafico  riassuntivo  per  quanto  riguarda  i  principali  tipi  di  alterazione  idrotermale  in  un  sistema  quarzoso  – 
feldspatico. 

Questo grafico (N.19) funziona in linea di massima anche con altre rocce oltre che il 
sistema quarzoso feldaspatico. Si passa ora all’analisi in dettaglio delle varie porzioni 
in maniera schematica: 

1‐ Alterazione  potassica  (sorgente  magmatica,  HT:  400‐500°C,  suscettibilità 


magnetica) 
In  questo  campo  gli  ossidi  sono  stabili,  originando  una  potente  anomalia 
magnetica (indizio di prospezione). È segnato dalla comparsa di: K‐feldspato, 
biotite,  anidrite,  ematite,  magnetite.  Queste  paragenesi  crescono  a  spese 
dei  minerali  presenti  nella  roccia  sovraimponendosi.  La  struttura  in  senso 
lato rimane riconoscibile. I neo‐minerali risultano a grana fine – molto fine e 
situati in siti di crescita preferenziale; 
2‐ Alterazione propilitica (fluidi neutri‐basici /MT: 200‐300°C) [colore verdastro 
della roccia] 
Genera  un’associazione  mineralogica  pervasiva  che  tende  ad  obliterare  la 
struttura della roccia originaria. I minerali che si formano in questo tipo di 

79 
alterazione  idrotermale  sono  anche  ritrovabili  nelle  facies  scisti  verdi  del 
sistema basico. Alle volte è molto localizzata, altre molto invasiva rispetto il 
volume roccioso. Rispetto il corpo minerario tende a generare una sorta di 
carapace o copertura che è indicativa per indicare i limiti del corpo minerario 
stesso.  Si  noti  che  l’alterazione  propilitica  è  singenetica  e  potrebbe  poi 
seguire l’alterazione meteorica (epigenetica). È segnata dalla comparsa di: 
clorite, epidoto, albite, carbonati (calcite, dolomia, ancherite), magnetite; 
 

3‐ Alterazione  fillica  –  sericitica  (fluidi  acidi  /  T  variabile:  200‐500°C  /  HT: 


muscovite grana media, LT: Sericite fine)  
Nella  reazione  viene  consumato  idrogeno  (idrolisi)  e  rilasciato  K.  Vi  è  un 
cambiamento di pH e quindi della solubilità dei metalli in soluzione. Infatti, 
un rilascio di silice comporta la silicizzazione o mobilizzazione che permette 
successivamente la formazione di vene di quarzo. Alle volte, la struttura della 
roccia  rimane  preservata.  Si  ottiene  un  effetto  di  sbiancamento  detto 
bleaching, nel quale alcuni minerali sono ancora riconoscibili in parte o solo 
nella  sede  pre‐alterazione  idrotermale.  I  minerali  conservati  in  sezione 
presentano un nucleo conservato e i bordi con una corona di alterazione. È 
segnato dalla comparsa di: quarzo, muscovite – sericite, pirite, rutilo; 
4‐ Alterazione argillica (LT / fluidi acidi‐molto acidi) 
In questo tipo di alterazione vi è la comparsa di: caolinite, montmorillonite, 
carbonati,  pirite  nel  caso  di  uno  stato  intermedio.  Nel  caso  di  uno  stato 
avanzato vi è la comparsa di: Pirofillite ed alunite. 
a‐ (LT) Kao + Mont + CC + Py 
b‐ (MT) Pirof + Alun  
5‐ Altri tipi di alterazione: 
 
‐ Carbonatazione  
Sviluppo  ad  esempio  di  listveniti  a  spese  di  ultramafiti  come  conseguenza  di 
circolazione  di  fluidi  idrotermali  ricchi  in  Si,  CO2,  K.  Si  genera  un’associazione  ad 
antigorite, magnetite, relitti di pirosseno, carbonati, quarzo e muscovite cromifera 
(fuscite). Risulta molto diagnostica per la circolazione di fluidi idrotermali acidi; 
‐ Silicizzazione 
Sviluppo di quarzo microcristallino pervasivo in grande quantità; 
‐ Tormalinizzazione 

80 
Introduzione  di  boro  nel  sistema,  tipicamente  in  porzioni  rocciose  adiacenti  a 
plutoni. La tormalinizzazione tende essere tardo‐magmatica. La tormalina cresce in 
siti ricchi in Al (miche per esempio o granati alluminiferi); 
‐ Albitizzazione 
Si sviluppa sotto forma di aggregati a grana medio‐grossa di albite, quarzo e clorite. 
Risultano  essere  rocce  utili  per  l’industria  ceramica,  specialmente  se  con  un  alto 
contenuto in Na (basso fondenti); 
 

Alcune considerazioni 

Si  ricorda  che  risultano  molto  importanti  nell’idrotermalismo:  T  (temperatura),  P 


(pressione), X (chimica fluido), Y (geochimica incassante), pH. È utile anche ricordare 
che le alterazioni idrotermali possono avere una loro cronologia relativa sulla base 
della  variazione  dei  vari  parametri  nel  tempo  e  nello  spazio  e  quindi  quella  più 
pervasiva  recente  potrebbe  aver  obliterato  diverse  tipologie  avvenute  in  tempi 
antecedenti  oppure  quella  attualmente  osservabile  potrebbe  essere  un  mix  di 
diverse  alterazioni  idrotermali.  L’alterazione  idrotermale  è  estremamente 
importante  nell’esplorazione  mineraria,  infatti  è  legata  al  tipo  di  fluido  ed  alle 
condizioni in cui si forma e circola, ed esiste una relazione di solito chiara tra tipo di 
fluido e specifiche mineralizzazioni. Il riconoscimento delle facies di alterazione non 
è  immediato,  in  certi  casi  è  impossibile  macroscopicamente;  in  genere  viene 
effettuato  uno  studio  petrografico  e/o  diffrattometrico  ed  eventualmente  con 
strumentazioni portatili che lavorano nelle lunghezze d’onda dell’infrarosso.  

Il trasporto dei metalli in soluzioni idrotermali 

Vi sono diverse tipologie di trasporto idrotermale:  

Il trasporto ionico 

Risulta  tecnicamente  insufficiente  nel  generare  depositi  con  un  certo  tenore  e 
cubatura. Il trasporto contemporaneo di Pb e H2S (per la genesi di galena) in quantità 
tali da permettere la formazione di un giacimento è possibile solo per valori di pH 
molto bassi (minori di 3), i quali risultano incompatibili con l’incassante carbonatico 
(esempio degli MVT, giacimenti in unità carbonatiche, si pensa legati alla presenza di 
livelli più ricchi in materia organica, i quali agiscono come trappola geochimica). 

Il trasporto dei metalli come ioni complessi 

Per  ione  complesso  si  intende  uno  ione  metallico  (metallo),  il  quale  è  legato 
attraverso un legame covalente a delle molecole (neutre) o a ioni con carica negativa 
(leganti). 

81 
Ione complesso = metallo + legante 

Il  legante  agisce  influenzando  talvolta  pesantemente  la  solubilità  del  metallo, 
altrimenti bassa. Quando il legante precipita anche la solubilità del metallo legato 
varia  e  tende  quindi  a  precipitare  il  metallo  correlato  nel  medesimo  momento 
temporale e nello spazio a disposizione in quel momento. Principali leganti possono 
essere: HS‐, H2S, Cl‐ [ambiente salino], OH‐, NH3, F‐, SO42‐ e leganti organici. 

Principali tipi di complessi 

‐ Complessi dello zolfo o tiocomplessi (HS‐, H2S) [ambiente acido]; 
‐ Complessi del cloro (Cl‐); 

‐ Complessi dello zolfo (composti momentanei) 

Sono stabili in soluzioni con alto contenuto in H2S e posseggono un’alta efficienza nel 
trasporto  dei  metalli,  ad  esempio  dell’oro.  Secondo  Seward  (1982)  sono  molto 
importanti  come  leganti  dell’oro  fino  a  temperature  di  circa  400°C.  I  tiocomplessi 
auriferi più tipici sono: Au(HS)2‐, AuHS. 

‐ Complessi del cloro (ambiente salino) 

Il Pb invece tende ad essere mobilizzato secondo complessi al cloro. L’oro tende a 
risultare  in  maggiore  quantità  in  complessi  a  zolfo  che  a  cloro.  In  generale,  se  la 
soluzione  risultasse  salina,  il  trasporto  dei  metalli  risulterebbe  migliore  (visibile 
attraverso la chimica dei fluidi intrappolati). L’importanza dei  complessi al cloro è 
visibile in molti sistemi idrotermali in cui è suggerita la presenza di cristalli di NaCl e 
molti altri fluidi e sali nelle inclusioni fluide. I complessi al cloro sembrano essere più 
stabili dei complessi allo zolfo ad elevate temperature (>350°C). Alcuni esempi di oro 
ed argento ritrovabili in complessi al cloro possono essere: AuCl2‐, AgCl. I complessi 
al cloro risultano importanti per il trasporto di metalli base quali: Cu Pb Zn. 

Deposizione dei metalli da soluzioni idrotermali 

Avviene  con  la  variazione  di  alcuni  dei  seguenti  fattori,  i  quali  agiscono  come 
determinanti alcune volte mentre altre sono contemporanei e concorrono insieme 
nel processo di metallogenesi delle mineralizzazioni: 

‐ Diminuzione  repentina  della  temperatura  (<  solubilità  e  quindi 


precipitazione); 
‐ Diminuzione  repentina  della  pressione  (decompressione)  con  inizio 
concomitante del boiling e quindi la genesi di fluidi immiscibili (liquido + gas); 

82 
‐ Variazione repentina del pH (trappola redox; orizzonti a differente pH); 
‐ Mixing  di  fluidi  con  caratteri  chimico‐fisici  differenti  (di  solito  mixing  con 
fluidi  idrotermali  e  meteorici  (forte  differenza  nella  salinità;  differente 
temperature; diverso pH); 
‐ Boiling: la decompressione rende il liquido in ebollizione con produzione di 
gas, quindi alcuni metalli tenderanno a concentrarsi nel liquido piuttosto che 
nel gas. È una reazione molto pervasiva e invasiva. Varia pesantemente la 
solubilità;  
‐ Reazioni  con  l’incassante  e  presenza  di  sostanze  utili  a  prendere  in  carico 
metalli  nel  fluido  (lisciviazione)  o  viceversa  (precipitazione).  Si  tratta  di 
orizzonti trappola, specialmente quando l’incassante varia litologicamente 
in  maniera  repentina.  Sono  un  esempio  gli  scisti  neri,  ricchi  di  materia 
organica, oppure i livelli carbonatici (metamorfosati o non) a spese dei quali 
si generano gli skarn e skarnoidi. 
La formazione di una mineralizzazione è favorita da forti cambiamenti in un intervallo 
temporale  breve  e  spaziale  relativamente  ristretto,  inoltre  è  preferibile  una 
concentrazione il più alta possibile in uno spazio minore possibile (alto tenore, bassa 
cubatura).  Per  diluizione,  alcune  componenti  del  sistema  potrebbero  cambiare  la 
propria  concentrazione,  alcune  volte  andando  a  fornire  reagenti  che  prima  erano 
considerati come limitanti ed in quel momento, presenti in grande quantità, rendono 
possibile la precipitazione, i metalli legati a tali complessi variano in poco tempo la 
loro solubilità e precipitano anch’essi. 

Boiling ‐ ebollizione 

All’entrata  in  ebollizione  del  liquido  idrotermale,  si  separano  due  fasi  tra  loro 
immiscibili a densità molto diversa: liquido e vapore. Gli elementi disciolti nel liquido 
iniziale  tenderanno  a  concentrarsi  preferibilmente  nella  fase  liquida  o  nella  fase 
vapore,  che  avranno  in  genere  composizione  molto  diversa  (tra  loro  e  rispetto  al 
fluido di partenza). 

83 
N.20 Grafico che illustra l’immiscibilità di una soluzione acquosa al variare della temperatura a pressione costante. 
Si noti come vi è un grande campo di coesistenza di due fluidi immiscibili (fase liquida e fase gassosa). I metalli in 
soluzione come ioni o complessi tenderanno a concentrarsi nella fase liquida o nella fase vapore preferenzialmente. 

Si noti che al di sopra di una certa pressione non vi è smescolamento, ergo oltre una 
certa  profondità  vi  è  un  unico  fluido  e  poi  con  la  decompressione  (risalita  nella 
crosta) può avvenire il boiling una volta superato il valore di soglia. 

La genesi di vapore influenza anche il contenuto salino del liquido rimasto, il quale 
tenderà a mostrare un maggior contenuto rispetto lo stadio iniziale. Questi fenomeni 
sono frequenti dove vi è una grande differenza di pressione, specialmente quando 
diminuisce  eccessivamente  (decompressione  veloce  e  repentina;  possibile  del 
legame con i terremoti). 

84 
N.21 Diagramma utile per capire lo stato di aggregazione nelle inclusioni fluide dei fluidi contenuti ed intrappolati 
durante  la  cristallizzazione  dei  cristalli  principali  (quarzo  ad  esempio  ed  altri).  Il  diagramma  è  in  funzione  della 
pressione e salinità. I cristalli di halite vengoni indicati con i quadrati blu, la fase gassosa con gli ellissi arancioni, la 
fase liquida con il volume bianco rimanente nella inclusione fluida, i cui limiti sono evidenziati in nero. 

Per  il  sistema  acqua‐NaCl,  l’ebollizione  di  un  fluido  a  salinità  del  20%  genera  un 
liquido con salinità del 50% coesistente con vapore a salinità quasi nulla. Tutti questi 
cambiamenti  hanno  forti  conseguenze  sulla  solubilità  dei  metalli.  Dalle  inclusioni 
fluide è possibile derivare se al momento della precipitazione del minerale vi era un 
fluido solo o una coesistenza di una fase liquida ed una a vapore. 

Ruolo delle diverse variabili nella metallogenesi delle mineralizzazioni 

‐ Una repentina diminuzione della temperatura favorisce la precipitazione ma 
non è sufficiente da sola per una concentrazione efficiente; 
‐ Boiling  e  mixing  risultano  importanti  in  quanto  sono  fonti  di  profondi 
cambiamenti nelle caratteristiche del fluido mineralizzante; 
‐ Le reazioni con l’incassante sono molto importanti, soprattutto in sistemi di 
circolazione “profonda” (ad esempio mesotermali ed ipotermali). 
 

Ruolo dell’incassante nella genesi delle mineralizzazioni 

Reazioni  chimiche  connesse  con  la  deposizione  delle  mineralizzazioni  possono 


dipendere  dalle  reazioni  con  la  roccia  incassante.  Ad  esempio,  località  ottime  di 

85 
prospezione aurifera sono ubicate dove una trama di vene idrotermali si imposta in 
rocce incassanti ricche in materia organica (scisti neri) oppure rocce ricche in ferro. 
Entrambi  le  situazioni  favoriscono  la  deposizione  di  oro  sia  nell’incassante  stesso 
adiacente alla vena che nelle porzioni di vena. Nel caso di una roccia incassante ricca 
in  ferro,  gli  ossidi  di  ferro  reagiranno  generando  pirite  ed  insieme  a  tale  solfuro 
precipita  anche  l’oro.  È  logico  che  tale  risvolto  risulti  molto  localizzato  e 
tendenzialmente quindi con tenore interessante. Nei giacimenti auriferi mesotermali 
(archeani a fanerozoici) l’oro, che ricorre sia in vena sia nell’incassante alterato, è 
mediamente  più  abbondante  in  settori  in  cui  le  vene  idrotermali  si  impostano  in 
rocce  più  arricchite  in  ferro.  Questo  è  dovuto  al  ruolo  che  ricopre  l’alterazione 
idrotermale  sulla  precipitazione  dell’oro,  infatti,  in  rocce  arricchite  in  ferro  (come 
ossido  di  ferro,  ma  anche  nei  normali  minerali  femici)  composti  quali  H2S  e  HS 
reagiscono facilmente con produzione di pirite. Il locale impoverimento di H2S nel 
fluido favorisce la precipitazione dell’oro per mancanza repentina del trasporto per 
complesso di zolfo. In tale reazione la solubilità dell’oro varia repentinamente fino a 
giungere  alla  saturazione  in  poche  frazioni  di  secondo.  Gli  studi  sui  sistemi 
idrotermali attuali e fossili dimostrano che un gran numero di reazioni tra fluidi e 
roccia incassante può determinare o favorire la deposizione delle mineralizzazioni. 
Esse dipendono naturalmente dai caratteri chimico‐fisici del fluido e dalla litologia e 
reattività  dell’incassante.  L’importanza  di  tali  reazioni  è  riscontrata  soprattutto  in 
giacimenti  idrotermali  mesotermali  ed  ipotermali.  In  depositi  auriferi  primari 
superficiali  come  quelli  epitermali,  almeno  in  parte,  corrispondenti  fossili  degli 
attuali campi geotermici, appaiono in genere più importanti i fenomeni di boiling e 
mixing nella genesi delle mineralizzazioni. 

Prospezione mineraria, fattori critici e chiavi di prospezione 
La necessità di una classificazione univoca ma flessibile 

Le  classificazioni  dei  depositi  minerari  provvedono  alle  strategie  di  esplorazione 
mineraria, nella valutazione dei progetti di prospezione e nelle tecniche di estrazione 
o  coltivazione  durante  il  periodo  di  sfruttamento,  oltre  che  nelle  fasi  di 
processamento stesse. Una classificazione dei giacimenti auriferi primari è richiesta 
per  sopperire  a  tutti  gli  aspetti  appena  esaminati.  Deve  sostenere  alcuni  aspetti 
considerati fondamentali, quali: la roccia incassante, l’ambiente geologico e le sue 
qualità geochimiche, la natura della mineralizzazione e il pattern geochimico tipico, 
etc.  Questi  caratteri  sono  per  quanto  possibile  significativi  per  i  diversi  depositi 
auriferi primari esaminati, classificati e provvedono ad una classificazione chiara e 
semplice. Sono state evidenziate sedici principali categorie, alcune delle quali sono 

86 
prodotti da processi idrotermali a diverse profondità crostali e con differenti litologie 
associate,  talvolta  ritenute  critiche  (Robert  F.  et  alii,  1997).  La  classificazione  dei 
depositi auriferi primari deve provvedere ad essere riassuntiva ed essenziale, oltre 
che  chiarire  le  principali  differenze  critiche  tra  i  diversi  depositi  auriferi  primari 
esaminati. È essenziale nella ricerca mineraria, specialmente nella determinazione di 
obiettivi validi da investire le proprie risorse economiche nella ricerca sul terreno. 
Una buona campagna di prospezione può essere positiva o negativa sulla base della 
scelta dei target e successivamente nell’investimento delle risorse economiche nelle 
ricerche  ritenute  più  promettenti.  Le  classificazioni  sono  in  continua  evoluzione, 
conseguenza del progresso tecnologico e scientifico. Sempre nuovi dati significativi 
vengono  aggiunti  al  quadro  complessivo  e  vecchi  modelli  metallogenici  vengono 
modificati o completamente rivoluzionati. L’obiettivo principale nelle classificazioni 
è  quello  di  fornire  alcuni  parametri  critici  per  ogni  categoria  di  deposito  aurifero 
primario  esaminato;  questi  preferenzialmente  sono  di  competenza  scientifica  e 
dovrebbero essere più univoci possibili ma anche flessibili (un giacimento non è mai 
uguale all’altro ma possono avere elementi in comune). La geochimica è la materia 
di studio sovrana della classificazione proposta, fornendo i parametri, evidenziabili 
attraverso  uno  studio  dettagliato  dei  campioni  in  laboratori  equipaggiati  con  gli 
strumenti  analitici  richiesti.  La  geologia  strutturale,  talvolta  lasciata  in  disparte, 
dovrebbe  invece  essere  presa  in  grande  considerazione.  I  diversi  tentativi  passati 
sono quindi da intendersi ancora parzialmente validi (Emmons, 1937; Boyle, 1979; 
Cox  and  Singer,  1986;  Bache,  1987).  Variegate  sono  le  subclassificazioni  per  ogni 
categoria,  utili  a  suddividere  i  depositi,  per  alcune  caratteristiche,  lievemente 
differenti ma ritenute importanti, ad esempio, relative ai depositi epitermali auriferi 
primari (Heald et allii, 1987), intrusion‐related (Sillitoe, 1991), epigenetici archeani 
(Gebre‐Mariam et al., 1995).  

Bisogna comunque tener conto dei seguenti fattori che complicano ulteriormente i 
termini classificativi: 

‐ un numero significante di depositi auriferi primari sono generati da una sequenza 
di processi genetici (polifasici) e non uno solo (monofasici). Tali depositi sono quindi 
ibridi e non rientrerebbero solamente in una categoria (Sillitoe, 1994). 

‐  gli  ambienti  geologici  non  sono  sempre  costanti  nella  genesi  dei  depositi  ma 
possono essere differenti nel tempo e fornire un diverso impatto di conseguenza, di 
nuovo il fenomeno dei depositi ibridi è comprensibile. 
   

87 
 

N.22  Sezione  geologica  in  cui  è  possibile  osservare  le  sedici  categorie  di  depositi  auriferi  primari  proposte 
successivamente. Si noti come la profondità e la geotermobarometria associata risulti fondamentale coerentemente 
alla geochimiche  presente. I termini classificativi non  sono stati tradotti in  generale per  mantenere una  ulteriore 
coerenza con le informazioni utilizzate; inoltre alcuni termini classificativi non sono correttamente traducibili in lingua 
italiana e perderebbero di significato.  

La prospezione mineraria 

La prospezione mineraria è una fase chiave nella delineazione di un nuovo deposito 
piuttosto che nella rivalutazione economica di uno sfruttato parzialmente. Si deve 
partire  con  il  presupposto  che  raramente  un  deposito  sfruttato  è  totalmente 
esaurito.  Economicamente  parlando,  i  mercati  sono  in  continua  evoluzione  e  i 
minerali anche solo anni fa scartati, al momento attuale potrebbero essere richiesti. 
Ad esempio, al momento attuale vi sono discariche in Africa che stanno diventando 
obiettivi moderni di prospezione, alla ricerca di metalli scartati nel passato e lo stesso 
concetto  si  applica  a  discariche  minerarie  antiche,  al  momento  attuale  in  fase  di 
studio  o  addirittura  in  processamento.  La  tecnologia  avanza  e  con  essa  anche  le 
applicazioni  ai  metodi  di  processamento,  essi  rendono  possibile  l’estrazione  di 
minerali ed elementi chimici a prezzi concorrenziali, ciò permette che un deposito 
classificato  come  “esaurito”  ritorni  in  estrazione  ed  operativo.  La  domanda  del 
mercato e quindi il prezzo del prodotto influenzano moltissimo  i target di ricerca. 
Alcuni  minerali  venivano  scartati  in  quanto  non  vi  era  domanda  al  tempo 

88 
dell’estrazione oppure non vi era la tecnica necessaria per il processamento. Nella 
prospezione mineraria si fissano dei target, cioè degli obiettivi. Durante la prima fase 
di  ricerca  mineraria  vi  è  un  importante  lavoro  di  collezione  ed  elaborazione  dei 
documenti  bibliografici  relativi  al  caso  di  studio.  Si  ottiene  tutta  la  bibliografia 
disponibile  dell’area  bersaglio  della  prospezione  e  spesso  si  ottengono  relazioni 
precedenti,  scritte  da  società  di  ricerca  mineraria  che  vi  erano  insediate  anche  a 
prezzi non propriamente bassi. L’aspetto strutturale, la presenza di una particolare 
associazione  mineralogica,  il  contesto  geodinamico,  le  datazioni  assolute,  le 
alterazioni idrotermali tipiche forniscono importanti spunti di ricerca per identificare 
nell’area oggetto di prospezione alcune località dove imprendere le proprie risorse. 
Una volta individuate le mineralizzazioni ritenute economiche si passa a sviluppare 
uno  studio  di  sostenibilità  e  successivamente  alla  fase  di  coltivazione  e 
processamento. Non tutte le prospezioni si evolvono in realtà estrattive per l’assenza 
di  un  guadagno  nell’immediato.  Si  potrebbero  inoltre  vendere  i  diritti  acquisiti  e 
quindi sviluppare un mercato bibliografico sui dati di prospezione registrati piuttosto 
che iniziare le attività estrattive durante una migliore condizione di mercato. 

Classificazione dei depositi auriferi primari 
La combinazione dell’ambiente geodinamico, della natura della mineralizzazione e 
dell’alterazione  idrotermale  è  unica  per  quasi  ogni  tipologia  di  deposito  aurifero 
primario illustrato nelle prossime pagine. Questi attributi geologici sono critici nella 
classificazione proposta, infatti le differenti tipologie di depositi sono pensati essersi 
formati in una varietà di differenti ambienti crostali, alcuni più superficiali ed altri 
intermedi  e  profondi.  Rispetto  l’intrusione  di  magmi  (plutoni)  e  l’estrusione  (lave, 
etc), vi sono aree distali (lontane) e prossimali (vicine), indicative per alcuni depositi 
rispetto ad altri. La tettonica a placche gioca un ruolo fondamentale ponendo uno 
sguardo  all’ambiente  geologico  a  livello  regionale.  I  depositi  formati  a  profondità 
notevole sono ipotizzati esser legati ai margini convergenti e correlati al plutonismo. 
Sono  correlabili  a  convergenza,  collisione  ed  accrezione  (Kerrich  &  Cassidy,  1994; 
Hodgson,  1993).  Le  principali  categorie  illustrate  sono  correlabili  ad  almeno  un 
giacimento‐tipo a livello mondiale contenente più di 100 t di oro, ed in alcuni casi, 
tali  giacimenti  conferiscono  il  nome  alla  medesima  classe  (esempio:  Carlin‐type  o 
Homestake‐type). Le seguenti pagine saranno dedicate ad approfondire gli aspetti 
delle categorie citate con una breve descrizione delle stesse. La classificazione cita 
inoltre  una  vasta  bibliografia  di  studi  sui  singoli  giacimenti,  elencata  man  mano  e 
riassunta nelle tabelle esemplificative associate. L’età di tali depositi auriferi primari 
e di quelli simili è riportata anch’essa nelle tabelle riassuntive. Alcuni casi, ritenuti 
importanti  dall’autore,  sono  seguiti  da  ulteriori  approfondimenti.  Nella 

89 
composizione  delle  classificazioni  bisogna  partire  con  il  presupposto  che  essa  è 
necessaria  per  un  avanzamento  delle  conoscenze  complessive.  Anche  se  non 
aggiunge  direttamente  dati,  una  classificazione  è  importante  per  riordinare  in  un 
quadro d’insieme i principali attributi dei fattori presi in esame fino a tale momento. 
Bisogna però tener conto delle semplificazioni adottate. La realtà è infinitamente più 
complessa e quando si parla di depositi, non vi è uno uguale all’altro, tanto che le 
categorie  si  basano  prettamente  su  tipologie  di  giacimenti‐tipo,  cioè  talmente 
importanti a livello mondiale da esser presi come casi d’esempio. La classificazione 
adottata è quella descritta da Robert & alii (1997). La classificazione nasce con l’idea 
di un suo utilizzo futuro, in questo caso prettamente nello studio giacimentologico, 
nel  progresso  delle  conoscenze  in  tale  ramo  e  nell’applicazione  nella  ricerca 
mineraria.  I  fattori  indicativi  di  ogni  categoria  forniscono  importanti  sviluppi  e 
obiettivi nelle campagne di prospezione e ricerca mineria.  

90 
Tipologie principali di depositi auriferi:

Riferimento Tipologia Località tipo Altri esempi Condizioni geologiche Mineralizzazione


1 paleoplac er Witwatersrand Tarka (Gana), Jacobina (Brasile) Facie fluviali o delta in bacini sedimentari Quarzo areniti o conglomerati
(placer conservati) (S.Africa) o cratoni, poi conservate a ciottoli quarzosi con pirite
2 VMS Boliden (Svezia) Mt. Lyell & Morgan (Australia) Mix sequenze vulcano‐vulcanoclastiche Lenti alternate e stratiformi a solfuri
(Submarine gold‐rich Horne, Bousquet, Agnico‐Eagle (QC), di solito in greenstone belts ma non solo massivi con adiacenti zone a stockwork
massive sulphide) Easkay Creek (BC). (attività idrotermale associata a dorsali ma non solo)
3 Hot spring McLaughlin Hasbrouk Mountain, Buckskin Centri subaerei di effusione mafica o felsica Solfuri disseminati in rocce brecciate
(Sorgenti calde) (California) Mountain (Nevada), Cherry Hill, Champagne ed associate rocce clastiche in catene e spesso silicizzate. vene a quarzo
Pool (Nuova zelanda); Cinola (BC) vulcano‐plutoniche (idrotermalismo)
4 Epitermale Creede Hishikari (Giappone), Cavnic (Romania), Centri subaerei di effusione felsica‐intermedia Vene brecciate a quarzo e carbonati,
(Adularia‐sericite) (Colorado) Round mountain (Nevada), Lawyers,  ed associate rocce subvulcaniche ed intrusive presenza di adularia
Blackdome, Cinola (BC), Skukum (YT) in catene vulcano‐plutoniche (epitermalismo)

5 Epitermale Goldfield El Indio (Cile); Pueblo Viejo (Repubblica domenicana), Centri subaerei di effusione felsica‐intermedia Solfuri disseminati in zone silicizzate


(Alunite‐Kaolinite) (Nevada) Nansatsu (Giappone), Hope Brook (NF), Equity Silver (BC) ed associate rocce subvulcaniche ed intrusive vene, brecce e stockwork
in catene vulcano‐plutoniche (epitermalismo)
6 P orphyry Gold Lepanto Far South Refugio (Cile), Yu‐Erya (Cina), Fort Knox (Alaska), Centri subaerei‐intermedi a chimismo Zone a stockwork a quarzo e pirite, in parte
(vene disseminate in un volume superficiale East (Filippine) Dublin Gulch (YT), Young‐Davidson (On), Douay, Troilus (QC) calcalcalino ad alcalino ed associate catene contenute in aree adiacenti al plutone
al plutone) Lobo (Cile) subvulcaniche‐plutoniche ed intrusioni
7 Brec c ia pipe (diametre a brec c e) Kidston Montana Tunnels (Montana), Cripple Creek (Colorado), Sunbeam Kirkland Centri di effusione mafica‐felsica ed associate Corpi brecciati discordanti
(strutture esplosive di decompressione) (Australia) (MB), Chadbourne (QC) intrusioni in catene vulcaniche‐plutoniche mineralizzati
(idrotermalismo)
8 Skarn Fortitude Red Dome (Australia), Suan (Corea), Hedley & Tilicum (BC) Sequenze di piattaforma carbonatica Lenti da disseminate a massive e vene
(ex‐carbonati limitrofi aureola di contatto) (Nevada) Marn (YT), Akasaba (QC) overprintate da archi vulcanici o plutonismo che tagliano le rocce incassanti
(idrotermalismo)
9 Carbonate replac ement Ruby Hill Mammoth (Utah); Mosquito Creek‐Island Mountain (BC); Ketza River (YT) Sequenze di piattaforma carbonatica Corpi da concordanti a discordanti a
(manto)  (Nevada) overprintate da archi vulcanici o plutonismo solfuri massivi in rocce carbonatiche
(idrotermalismo)
10 Mic ron gold Carlin (Nevada) Mercur (Utah), Golden Reward (S Dakota), Guizhou (Cina); Golden Bear (BC) Facies a carbonati puri ed impuri con argilliti Solfuri disseminati in corpi di brecce
(sediment hosted, Carlyn type) Brewery Creek (YT) di margine continentale overprintate da  discordanti e zone di strata‐bound
archi vulcanici o plutonismo (idrotermalismo)
11 Non‐c arbonate Porgera Andacollo (Cile), Muruntau (Uzbekistan), E Malartic, Beattie (QC), Hemlo,  Facies vulcanoclastiche, torbiditiche, Stockwork, vene e strata‐bound
(stockwork‐disseminated) (Papua Nuova Guinea) Holt‐McDermott (ON), QR (BC) silicoclastiche in associazioni comuni con disseminati fino a zone discordanti
stocks felsici‐intermedi e dicchi
12 Sulphide vein (Au‐Cu) Rossland Tennant Creek (Australia; Red Mountain (BC), Mouska, Cooke, Intrusioni altocrostali ed associati dicchi Vene a quarzo e solfuri (>20% solfuri)
(vene a solfuri) (British Columbia) Copper Rand, Doyon (QC) in archi vulcanici e plutonici, greenstone
belts (moto di fluidi caldi)
13 Vene assoc iate a batoliti Chenoan (Korea) Linglong (Cina), Charters Towers (Australia); Zeballos, Surf Inlet (BC) uplifts tettonici contenenti basamenti  Vene a quarzo in faglie 
(Korean type) Venus (YT) Metamorfiti e batoliti granitici
(idrotermalismo)
14 Greenstone hosted Mother Lode‐ Mt. Charlotte, Norseman, Victory (Australia), Giant (NWT),  Greenstone belts associate a strutture Vene a quarzo e carbonati associate
(vene a quarzo e carbonati) Grass Valley Contact Lake (SK), San Antonio (MB), Dome, Kerr Addison (ON), fragili (faglie) (ricircolazione fluidi) a shear zones e faglie
(California) Sigma‐Lamaque (QC)
15 Turbidite‐hosted Victoria Goldfields Ashanti (Gana), Otago (Nuova Zelanda), Camlaren (NWT), Little Long Lac Facies torbiditiche deformate Vene a quarzo e carbonati contenute in pieghe
(vene a quarzo e carbonati) (Bendigo type) (Australia) (ON), Meguma (NS), Cape Ray (NF) (ricircolazione fluidi) e shear zone, faglie
16 BIF Homestake Jardine (Montana), Cuiaba (Brasile), Hill 50 (Australia), Lupin (NWT), Sequenze vulcaniche, vulcanoclastiche, Strata‐bound alternati e disseminati a lenti di solfuri
(iron formation hosted vein e disseminati) (S.Dakota) Farley (MB), Central Patricia & Cockshutt (ON) in greenstone belts massivi e vene discordanti a quarzo
(Homestake type)

 
91 
Riferimento Alterazione Associazione minerale Tipica dimensione e tenore Referenze bibliografiche 
1 sericitizzazione Au > Ag; U comune 1‐100 Mt @ 1‐10 g/t Au Minter (1991)
silicizzazione Au:Ag 10:1 alcuni fino a 1000 t Au
2 sericitizzazione Ag, Au, Cu, metalli base; 1‐10 Mt @ 3‐10 g/t Au Poulsen & Hannington (1996)
silicizzazione Ag>Au 1‐5% metalli base
alterazione acido Al
3 silicizzazione Au, Ag, Hg, As, Sb, Ti <30 t Au; fino a 20 Mt @ 5 g/t Au
argillizzazione Ba; localmente W; Bonhan (1989)
adularia Ag>Au (zonazione verticale) Berger (1985)
4 sericite‐illite/ Au, Ag, As, Sb, Hg +/‐ Pb, <100 t Au ma alcuni >500 t Au; Heald et al. (1987)
sericite‐adularia Zn, Te; Au:Ag 1:10 a 1:25 @ 2‐70 g/t Au White & Hedenquist (1995)
silicizzazione (zonazione verticale)
alterazione propilitica
5 silicizzazione Au, Ag, As, Cu, Sb, Bi, 10‐150 t Au ma fino a 600 t Au Arribas (1995); Heald et al. (1987)
alunite  Hg, Te, Sn, Pb; Au:Ag 1:2 a 1:10; @ 1‐8 g/t Au, con una media White & Hedenquist (1995)
(zonazione dei metalli) intorno ai 4‐5 g/t
6 K‐(+/‐Na) alterazione Au, Cu, Ag +/‐ Bi‐Te; 50‐100 t Au fino a 400 t  Sillitoe (1991)
silicati, argillizzazione Au:Ag>1:1 @ 0.5‐2 g/t Au e <0.8% Cu
magnetite idrotermale
7 sericite‐carbonati Au, Ag, Pb, Cu, Zn; 6‐60 Mt @ 1‐2 g/t Au; Sillitoe (1991)
silicizzazione Au:Ag >1:1 alcuni fino a 100t Au

8 minerali Al progradi Au, Ag, As, Bi, Te; 1‐10 Mt @ 3‐10 g/t Au, Meinert (1989)


retrogada alterazione Au:Ag variabile <1% metalli base; <100 t Au

9 silicizzazione marne Au, Ag, As, Bi, Hg +/‐ Pb, < 3 Mt @ 5‐20 g/t Au & 1‐5%  Sillitoe (1991)


sericitizzazione Cu, Zn, Au<Ag metalli base. Fino a 65 t Au

10 decalcificazione Au, Ag, As, Sb, Hg; 1‐10 Mt @ 1‐10 g/t Au; Berger & Bagby (1991)


e silicizzazione delle Au<Ag alcuni fino a 500 t Au
rocce carbonatiche
11 K‐metasomatismo (K‐Fd, Cu, As, Bi, Te +/‐ W, F, B 1‐20 Mt @ 2‐5 g/t Au; Sillitoe (1991)
roscoelite, biotite) alcuni maggiori di 500 t Au
comparsa albite
12 sericitizzazione Au, Ag, Cu +/‐ Pb, Zn; < 5 Mt @ 3‐15 g/t; alcuni  Fyles (1984)
cloritizzazione Au<Ag > 100 t Au

13 sericitizzazione Au, Ag, +/‐ Cu, Pb, Zn; 1‐10 Mt @ 1‐10 g/t Au Shelton et al. (1988)


cloritizzazione Au:Ag variabile

14 carbonatazione Au, Ag, W, B +/‐ As, Mo; 1‐10 Mt @ 5‐10 g/t Au; Knopf (1929)


sericitizzazione Au:Ag = 5:1 a 10:1 25‐100 t Au; molti > 250 t Au
(no zonazione verticale)
15 sericitizzazione Au, Ag, As +/‐ W; < 5 Mt @ 6‐15 g/t Au; Boyle (1986)
silicizzazione Au:Ag = 5:1 a 10:1 Alcuni > 500 t Au Cox et al. (1991)
16 sulfidazione delle vecchie Au, Ag, As  1‐10 Mt @ 3‐20 g/t Au Caddy et al. (1991)
facies ferrose, alterazione Au:Ag = 5:1 a 10:1 alcuni > 500 t Au
clorite e carbonati  
N.23 Tabelle riassuntive delle principali caratteristiche ed attributi associati alle tipologie di depositi auriferi primari 
descritti.  In  particolare,  sono  stati  citati:  località‐tipo,  altri  depositi  correlabili,  condizioni  geologiche, 
mineralizzazione,  tipica  alterazione  idrotermale,  tipica  associazione  mineralogica,  tipica  dimensione  (cubatura)  e 
tenore, referenze bibliografiche. 

Paleoplacers (1) 

I  paleoplacers,  come  ad  esempio  quello  del  Witwatersrand,  consistono  in  livelli 
stratiformi (bankets) di conglomerati a ciottoli di quarzo ben arrotondati o quarzo‐
areniti, piuttosto che areniti a laminazioni oblique, con locali livelli fini carbonatici. I 
depositi sono ritrovati all’interno di facies fluviali o delta‐mature in estensivi bacini 
cratonici colmati. I più importanti depositi di questa tipologia occorrono nei bacini 
sedimentari generati nel tardo Archeano e nel precoce Proterozoico, riflettendo il 
fattore  critico  della  scarsa  concentrazione  di  ossigeno  atmosferico  (pirite 
conservata). Il corpo minerario consiste in oro nativo e pirite aurifera, in alcuni casi 

92 
di origine detritica ed in altri idrotermale epigenetica per circolazione di fluidi, con 
un  possibile  intervento  batterico.  Altri  minerali  pesanti  ritrovati  sono:  magnetite, 
uranite, ilmenite e localmente ematite. I giacimenti sono spesso ricchi in oro e minor 
argento  (Au:Ag  10:1;  rapporto  oro  rispetto  l’argento  10  a  1).  L’alterazione 
idrotermale,  principalmente  sotto  forma  di  sericitizzazione  e  cloritizzazione,  si 
imposta sui depositi in un tempo successivo (epigenetica). La distribuzione primaria 
dell’oro  è  controllata  dalle  facies  sedimentarie  che  colmano  il  bacino  e  della  loro 
variazione laterale e verticale. 

N.24  Modello  semplificato  tridimensionale  del  distratto  minerario  aurifero  del  Witwatersrand  (Sud  Africa).  Il 
puntinato nero indica le principali concentrazioni aurifere. 

Submarine  volcanic  gold‐rich  massive  sulphide  deposits  (VMS):  depositi  di  solfuri 
massivi (Py, Pyr, Cpy, Cub, Cu, Zn, Pb, Au) (2) 

Questi depositi consistono in lenti massive a solfuri stratificate o alternate, spesso 
ritrovate vicino a zone di stockwork ma con importanti vene a solfuri sintettoniche, 
presenti anche in contesti di deformazione e post‐metamorfici. I VMS sono ritrovabili 
anche in contesti successivi ad orogenesi alpine (es: VMS Val di Viù e Val Fiorcia) e si 
presentano  deformate  e  metamorfosate.  I  depositi  occorrono  all’interfaccia  tra 
rocce  oceaniche  vulcaniche  e  i  soprastanti  sedimenti  vulcanoclastici  ‐  marini.  Si 
93 
ritrovano  anche  nelle  antiche  greenstone  belts,  tipicamente  deformate  in  facies 
scisti verdi (retrocesse) a bassa facies anfibolitica. In alcuni depositi la percentuale di 
oro è importante e supera in ppm altri metalli base. Si osservano sotto forma di corpi 
ricchi di solfuri, da lenticolari a stratiformi, situati all’interfaccia tra unità vulcaniche 
o a contatto tra vulcaniti e rocce sedimentarie di ambiente marino. Sono concordanti 
con l’incassante e frequentemente si presentano listati. Sono fortemente arricchiti 
in solfuri dei quali il più abbondante è la pirite (± pirrotina), con variabili quantità di 
solfuri di Cu, Zn, Pb, Au e barite. Sovente presentano nella porzione rocciosa inferiore 
una trama fitta di vene a quarzo e solfuri. Sono stati scoperti lungo sorgenti calde 
(250‐350°C)  sul  fondo  oceanico,  a  cui  è  legata  la  precipitazione  di  solfuri  (“black 
smokers”)  durante  le  campagne  oceanografiche  a  partire  da  metà  degli  anni  ’60 
(Glomar  Challenger).  Si  ritrovano  quindi  In  zone  ad  alto  flusso  di  calore 
(principalmente  ambiente  di  dorsale  oceanica).  I  fluidi  circolanti  sono  acque 
essenzialmente marine che entrano in profondità, si riscaldano, reagiscono con le 
rocce incassanti e si arricchiscono in metalli (Cu, Zn ± Au). Risalgono quindi fino a 
fuoriuscire sul fondale marino. La differenza di T e di pH (le soluzioni idrotermali sono 
debolmente  acide,  le  acque  oceaniche  alcaline)  provocano  la  precipitazione  dei 
minerali. Questa variazione repentina delle condizioni appena citate svolge un ruolo 
di “trappola” geochimica. Gli elementi prima trasportati in soluzione devono essere 
rilasciati e precipitano in posto, in un’area molto localizzata. I VMS che si formano in 
ambiente oceanico sono detti di “tipo Cipro” e tendenzialmente sono arricchiti in: 
Cu (calcopirite), Zn (blenda) ed Au. I VMS che sono associati ad ambienti non oceanici 
sono arricchiti invece in: Pb (galena), Zn (blenda), Cu (calcopirite), Au, Ag. È sempre 
presente  pirite  e  sovente  la  pirrotina,  Fe1‐xS,  ma  non  come  minerali  utili).  Il  ferro 
viene  estratto  economicamente  da  altri  tipi  di  giacimento  a  prezzi  minori  (BIF).  A 
seconda del tipo (e quindi del contesto geodinamico) cambia il tipo di vulcanismo e 
di serie sedimentarie associate, infatti i VMS di tipo Cipro vengono suddivisi in: tipo 
Besshi, tipo Kuroko e tipo primitivo. La mineralizzazione è composta principalmente 
da pirite e da altri solfuri base, ma comunemente contiene minori fasi di bornite, 
solfosali, arsenopirite e telluridi. I giacimenti hanno una percentuale non indifferente 
di ferro, variabile rame, piombo e zinco con locali alte concentrazioni di arsenico, 
antimonio e mercurio. L’argento è in genere più presente dell’oro in rapporto 2:1 
(Au:Ag  1:2  fino  a  1:10).  I  depositi  sono  contenuti  principalmente  in  tufi  vulcanici 
mafici e i derivati scistogeni nel caso di metamorfismo, presso l’interfaccia tra basalti 
e  sequenze  sedimentarie  marine  sovrastanti.  Le  rocce  ospitanti  (hostrocks)  sono 
tipicamente sericitizzate e cloritizzate. 

Hot spring deposits (3) 

I depositi legati alle hot springs, come per esempio McLaughlin, contengono silica 
sinter e geuseriti formati alla paleosuperficie, durante l’attività vulcanica. Includono 
94 
anche  aree  adiacenti  superficiali  come  brecce  tettonizzate,  sede  di  viadotti 
idrotermali,  piuttosto  che  stockwork  a  quarzo  stretti  e  profondi.  Il  controllo 
strutturale  è  un  fattore  critico:  questi  depositi  si  trovano  in  catene  presso  centri 
vulcanici  subaerei  (preferenzialmente  felsici)  e  nelle  rocce  adiacenti,  come 
nell’esempio  di  archi  di  subduzione.  Sono  riconosciuti  principalmente  in  aree  di 
catene  giovani  ma  sono  stati  analizzati  alcuni  anche  molto  antichi.  Il  problema 
principale  è  la  loro  preservazione,  di  solito  difficoltosa  a  causa  dell’ambiente 
superficiale in cui si generano (Cuneen & Sillitoe, 1989) e della conseguente facilitata 
erosione e smantellamento. La mineralizzazione è composta da una trama fitta di 
vene  in  cui  i  minerali  sono  interstiziali  rispetto  delle  brecce  generate  a  spese  di 
sequenze  vulcanoclastiche  o  di  rocce  sedimentarie,  piuttosto  che  nelle  intrusioni 
subvulcaniche‐porfiriche.  La  mineralizzazione  consiste  in  oro  di  dimensione 
micrometrica  ed  electrum  in  zone  di  preferenziale  silicizzazione  massiva,  meno 
comune si ritrova anche in quarzo listato, calcedonio +/‐ adularia e barite con vene 
di carbonato (zone di stockwork). La mineralizzazione consiste preferenzialmente in 
fino a 5% di pirite +/‐ marcasite, pirrotina, cinabro, stibnite, realgar o arsenopirite e 
telluridi.  Si  denota  anche  una  elevata  concentrazione  di  Hg,  As,  Sb,  Ti,  Ba  e 
localmente Mo e W. Dal punto di vista della struttura, questa tipologia di deposito 
tende  a  svilupparsi  verticalmente  in  porzioni  alto‐crostali‐subaeree  con 
arricchimenti in Au, Hg, Sb, Ti, e As con un aumento della concentrazione di Ag e Ba 
con  la  profondità  (Au:Ag  da  1:1  vicino  la  superficie  fino  a  1:30  in  profondità). 
L’alterazione  associata  consiste  in  silicizzazione  massiva  ed  adularizzazione  nelle 
zone brecciate con presenti zone ad elevata argillificazione e vene a preferenziale 
adularizzazione (margini).  

Adularia‐sericite epithermal deposits (4) 

Questi  depositi,  anche  riferiti  come  depositi  epitermali  a  bassa  sulfidazione, 


consistono  in  strutture  circa  verticali  costituite  a  brecce  che  contengono  vene  di 
quarzo e calcedonio con associati irregolari stockwork e zone di brecce idrotermali. 
Esse si ritrovano dal punto di vista tettonico in margini convergenti, specialmente 
lungo  gli  archi  vulcanici.  Dal  punto  di  vista  geochimico,  le  rocce  magmatiche 
associate  si  mostrano  come  centri  calcalcalini  e  relative  intrusioni  porfiriche  con 
meno  comuni  rocce  alcaline‐shoshonitiche  ed  associate  rocce  sedimentarie.  I 
depositi sono ospitati in strutture estensionali o trascorrenti e sono comunemente 
associate  con  caldere  (caso  di  Creede).  Occorrono  comunemente  associate  nella 
porzione  superiore  di  basamenti  costituiti  da  rocce  vulcaniche  ma  anche  in 
basamenti  prettamente  impermeabili,  i  quali  giocano  un  importante  ruolo  nella 
movimentazione  di  fluidi  e  la  loro  concentrazione  lungo  corridoi  preferenziali.  I 
principali  depositi  di  questa  tipologia  sono  cenozoici,  a  causa  dei  problemi  di 
preservazioni dei corrispettivi più antichi.  
95 
Le vene presenti nelle brecce idrotermali consistono in quarzo, calcedonio, adularia 
e  carbonati  di  Mn,  pirite,  electrum,  sfalerite  ad  alta  concentrazione  di  ferro, 
arsenopirite, solfuri ad Ag e solfosali. I metalli associati includono: Au, Ag, As, Sb, Hg, 
Pb,  Zn,  e  Cu.  Le  mineralizzazioni  sono  tipicamente  zonate  verticalmente  e  la 
concentrazione degli elementi varia verso l’interno e in profondità. Alcune porzioni 
mostrano una percentuale di metalli base alta ma non comunemente.  Il rapporto 
Au:Ag nelle aree a minori metalli base si aggira intorno a 10:1 fino a 1:10, rispetto 
quelle  ricche  con  un  rapporto  Au:Ag  <1:25.  I  gradi  di  alterazione  idrotermale  si 
esplicano in sericite‐illite/smectite con adularia variabile fine vicino le vene.  

Alunite‐kaolinite epithermal deposits (5) 

Questi  depositi  sono  anche  conosciuti  come  ad  alta  sulfidazione  o  come  acid‐
sulphate deposits. Consistono in mineralizzazioni disseminate e di rimpiazzamento 
in irregolari strata‐bound fino a forma di fungo, discondanti zone di rimpiazzamento 
dei silicati e meno comunemente brecce idrotermali, stockwork e vene. Esse sono 
associate  con  centri  vulcaniti  calcalcalini,  andesiti  e  riodaciti,  relativi  ad  intrusioni 
porfiriche  e  correlati  sedimenti  vulcanoclastici,  in  archi  vulcanici  in  margini 
convergenti  di  età  variabile.  I  depositi  sono  ospitati  in  complessi  duomi  vulcanici, 
diatreme, maar e rocce clastiche sedimentarie associate, depositate sovrastanti le 
rocce  di  basamento,  o  in  litologie  di  basamento  ma  in  zone  strutturalmente 
favorevoli, quali faglie transpressive o diatreme, piuttosto che ring fault. I depositi 
sono  perlopiù  cenozoici  con  eccezioni  di  alcuni  precambrici.  La  mineralizzazione 
consiste  in  un’associazione  ad  high  sulfidation,  la  quale  include  fasi  come  pirite, 
enargite‐luzonite, calcopirite, tennantite‐tetraedrite e oro in ganga di silicati massivi 
o quarzo +/ alunite in vene o brecce. L’alterazione agisce preferenzialmente in modo 
zonale  con  silicizzazione,  con  un’alterazione  avanzata  argillitica  in  aree  più 
superficiali, le quali sono importanti come segnale distintivo di questa categoria e 
nelle esplorazione mineraria. Il rapporto Au:Ag varia tra 1:2 a 1:10 e i metalli associati 
includono As, Cu, Sb, Bi e localmente Hg, Pb, Te e Sn. Questi depositi sono limitati 
verticalmente  a  massimo  500  m  di  profondità  con  una  significativa  mancanza  di 
zonazione verticale. Tipicamente sono ritrovati in aree superiori a sistemi porphyry 
a Cu o Cu‐Au. 

Porphyry gold deposits (6) 

I depositi porphyry (Au e Au‐Cu) sono irregolari in zone a pipe fino a stockwork a 
quarzo‐solfuri con associata disseminazione di solfuri, confinata alle intrusioni o le 
rocce  immediatamente  incassanti.  Essi  occorrono  in  catene  a  rocce  magmatiche 
intrusive‐vulcaniche (oltre che greenstone belt) in archi magmatici continentali ed 
oceanici, includendo una vasta gamma di litologie differenti di basamento. I depositi 
sono  associati  con  stocks  compositi  a  rocce  calcalcaline  (diorite,  granodiorite, 
96 
quarzo‐monzonite)  ed  alcaline  (monzonite,  quarzo‐sienite).  I  stockwork  a  quarzo 
sono meno sviluppati rispetto altri depositi associati ad intrusioni alcaline. La pirite 
è il solfuro dominante, la sua abbondanza varia da 1‐3% rispetto il volume fino a 5‐
10%  nelle  aree  a  maggior  concentrazione.  È  accompagnata  fino  al  20%  volume  di 
magnetite +/‐ ematite idrotermale, disseminata nelle aree incassanti e concentrata 
in quelle del corpo minerario. Il corpo mineerario tende a contenere più argento che 
oro  (Au:Ag  <1)  e  i  metalli  associati  sono  Cu,  Bi,  Te,  +/‐  Mo.  La  mineralizzazione 
coincide  con  aree  ad  alterazione  di  silicati  di  potassio,  o  albite  ed  alterazione  di 
calcsilicati  in  sistemi  alcalini,  in  molti  casi  vi  è  zonazione.  In  alcuni  depositi 
l’alterazione argillosa è avanzata. 

Breccia pipe deposits (7) 

Tali  depositi,  come  rappresentati  da  Kindston,  consistono  in  strutture  a  pipe 
mineralizzate,  composte  da  corpi  di  brecce  discordanti  e  zone  a  fratture  piane  in 
ambienti vulcanici da mafici a felsici a chimismo calcalcalino. Tipicamente si ritrovano 
in  ambienti  tettonici  di  arco  vulcanico  e  greenstone  belt.  Essi  sono  controllati  da 
faglie tipo graben e complessi ad anello relativi allo sviluppo di caldere vulcaniche. Il 
corpo  minerario  è  contenuto  in  diverse  varietà  di  brecce,  incluse  varietà  affini 
all’idrotermalismo,  freato‐magmatismo  e  da  collasso.  Il  cemento  delle  brecce 
consiste in maniera dominante da quarzo, carbonati (calcite, ancherite, siderite), con 
tormalina in alcuni depositi. Il corpo minerario contiene pirite, calcopirite, sfalerite, 
galena  e  pirrotina,  con  minore  molibdenite,  bismutinite,  telluro‐bismutite  e 
tetraedrite, che occorre sia nella matrice che nei frammenti componenti la breccia. 
Il corpo minerario è ricco in argento (Au:Ag=1:10), con associato Pb, Zn, Cu, +/‐ Mo, 
Mn, Bi, Te, W e una zonazione laterale di tipo concentrico in alcuni casi. l’alterazione 
si esplica sotto forma di sericite e quarzo‐carbonati e la silicizzazione è coincidente 
con  la  zonazione  verso  aree  distali  (alterazione  propilitica).  Uno  stadio  precoce  di 
alterazione dei silicati a K è presente in alcuni depositi. I depositi breccia pipe sono 
comunemente associati a sistemi idrotermali, correlati ad intrusioni magmatiche. 

Skarn gold deposits (Magn, Hem, W, Au, Solf (Cu, Pb, Zn) (8) 

I  skarn  deposits  consistono  in  corpi  lenticolari  da  vene  massive  a  disseminate  in 
sequenze  prettamente  di  piattaforma  carbonatica  o  derivate,  sulle  quali  si  è 
sovraimposto un fenomeno di termometamorfismo legato all’intrusione adiacente 
di corpi vulcanici o di fluidi caldi correlati. Sono ritrovabili in contesti di archi vulcanici 
ed all’intrusione di plutoni. Critica è la presenza del chimismo adatto per la corretta 
avvenuta della mineralizzazione. La mineralizzazione è associata alla comparsa locale 
di  pirosseni  e  granati  ricchi  in  alluminio,  i  quali  vanno  a  rimpiazzare  il  protolite 
marnoso‐carbonatico.  Si  noti  inoltre  che  il  magmatismo  precedente  di  tipologia 
carbonatitica può subire gli stessi processi e quindi evolvere in uno skarn atipico e a 
97 
volte anche molto valido dal punto di vista giacimentologico (terre rare). Gli skarn 
tendono  ad  essere  associati  preferenzialmente  con  intrusioni  di  tipologia  mafica, 
generando  per  esempio  mineralizzazioni  a  porphyry  Cu‐Mo.  I  corpi  minerari  sono 
composti da pirite, pirrotina, arsenopirite e minori minerali tellurici. Tipicamente i 
corpi minerari contengono localmente alte concentrazioni di: As, Bi, Te, e mostrano 
ampie  variazioni  nel  rateo  Au:Ag  =  1:10  a  10:1.  La  retrocessione  dell’associazione 
dello skarn è comune e la mineralizzazione aurifera è considerata essere relativa a 
tale retrocessione. 

Le mineralizzazioni negli “skarn” sono tipicamente legate a processi metasomatici al 
contatto  tra  il  corpo  plutonico  e  le  rocce  incassanti  molto  “reattive”,  quali  ad 
esempio rocce carbonatiche. Quando il magma risale lungo le fratture e fessure della 
roccia,  può  venire  in  contatto  con  litologie  contenenti  elementi  chimici  molto 
reattivi. Si tratta ad esempio di rocce carbonatiche che a contatto con fluidi molto 
caldi  (sia  liquidi  che  magmi)  possono  variare  in  poco  tempo  le  loro  proprietà 
strutturali  e  chimiche.  Si  passa  dall’avere  rocce  carbonatiche  a  rocce  di  tutt’altro 
genere  e  tutt’altra  mineralogia.  Spesso  le  stesse  rocce  passano  in  soluzione  e 
vengono trasportate o rimpiazzate totalmente piuttosto che parzialmente. Se vi sono 
fluidi circolanti si parla di metasomatismo, altrimenti è un sistema isochimico con 
scambi  chimici  solo  localizzati.  Nel  caso  di  metasomastismo  si  ricava  uno  skarn  in 
senso  stretto  altrimenti  uno  skarnoide.  Lo  skarn  non  preserva  più  nessuna 
caratteristica della roccia originaria, lo scambio che ha attuato con i fluidi circolanti 
nei  pori  o  nelle  fratture  è  stato  molto  invasivo,  fino  ad  obliterare  le  strutture 
originarie. Lo skarnoide invece si ritrova in aree distali rispetto il complesso plutonico 
e  anche  se  presenta  già  caratteri  tipici  degli  skarn,  preserva  ancora  in  parte  la 
struttura  della  roccia  di  partenza.  I  corpi  minerari  sono  tipicamente  irregolari  e  si 
presentano  associati  a  zone  di  locale  fratturazione  intensiva  e  preferenzialmente 
distribuiti in aree ad alta circolazione di fluidi. Le mineralizzazioni che si ritrovano 
sono a: Fe (magnetite, ematite), W (scheelite, CaWO4; wolframite, (Fe,Mn)WO4; Au; 
solfuri di Cu, Pb, Zn). 
 
Gli skarn possono formarsi nelle seguenti condizioni: 
a) Metamorfismo di contatto isochimico (ricristallizzazione senza mass transfer);  
b) “Reaction skarn”: mass transfer localizzato al contatto tra due litotipi di diversa 
composizione (“bimetasomatismo”); 
c) “Skarnoide”, derivante dal metamorfismo di litologie impure con un po’ di mass 
transfer legato alla circolazione di fluidi a piccola scala; 
d) Vero e proprio skarn controllato dai fluidi, con intenso metasomatismo. Lo skarn 
è tipicamente a grana grossa e non riflette più composizione o struttura del protolite. 
98 
Stadi di evoluzione degli skarn: 
a) L’intrusione  dei  magmi  causa  il  metamorfismo  di  contatto  (alta  temperatura, 
bassa pressione); 
b) Locale metasomatismo e circolazione di fluidi consegue la formazione di reaction 
skarn e skarnoidi a spese di litotipi carbonatici impuri, in zone di circolazione di fluidi. 
Le trasformazioni sono più estese e di più alta T in profondità che in prossimità delle 
parti apicali (distali) del plutone; 
c)  Sviluppo  di  skarn  metasomatico  controllato  dai  fluidi.  Lo  skarn  in  profondità  è 
piccolo  rispetto  alle  dimensioni  dell’aureola  termometamorfica;  inoltre  ha 
un’estensione principalmente in verticale, mentre lo skarn nella parte alta è molto 
esteso lateralmente, localmente oltre l’aureola metamorfica; 
d)  Raffreddamento  del  plutone  e  circolazione  di  acque  meteoriche  più  fredde 
possono  causare  una  alterazione  retrograda  di  retrocessione  delle  paragenesi 
metamorfiche e metasomatiche, più estesa a debole profondità. Le strutture fragili 
che  sviluppano  in  questa  fase  possono  convogliare  i  fluidi  idrotermali  tardivi  e 
generare nuove mineralizzazioni. 

Riassunto degli stadi di genesi di uno skarn: 
1‐ Intrusione e metamorfismo di contatto; 
2‐ Essoluzione dei volatili dal fuso; 
3‐  Espulsione  di  fluidi  dal  plutone:  primo  stadio  di  formazione  degli  skarn  anidri 
(minerali senza acqua): sovente formazione di pirosseni, granato, olivina; 
4‐ Coinvolgimento di fluidi meteorici (piogge infiltranti), in più stadi con progressiva 
diminuzione della temperatura e formazione di minerali idrati (contenenti acqua) ad 
esempio clorite, serpentino. 
 

99 
 

N.25 Metasomatismo nell’ambiente di skarn (modificato Meinert, 1989) 
Nella  prima  figura  in  alto  a  sinistra  si  osservano  le  conseguenze  del  metamorfismo  di  contatto  isochimico 
(ricristallizzazione  senza  mass  transfer);  Accanto  è  riportato  uno  skarn  controllato  dai  fluidi,  con  intenso 
metasomatismo. Lo skarn è tipicamente a grana grossa e non riflette più composizione o strutture del protolite. Il 
reaction reaction skarn possiede mass transfer localizzato al contatto tra litotipi di diversa composizione mentre lo 
skarnoide deriva dal metasomatismo di litologie impure con un po’ di mass transfer legato alla circolazione di fluidi 
a piccolo scala; in porzioni sottostanti sono riprodotti i cambiamenti a livello mineralogico delle principali litologie 
presenti soggette al metasomatismo. 
 
   

100 
Carbonate replacement (manto) deposits (9) 

I depositi carbonate replacement, come ad esempio Ruby Hill in Nevada, consistono 
in strutture a pipe discordanti o corpi tabulari concordanti di solfuri massivi, i quali 
vanno a rimpiazzare le marne o i corpi dolomitici presenti, comunemente intercalati 
con  porzioni  calcaree,  quarzitiche  o  fillitiche.  Essi  occorrono  in  piattaforme 
carbonatiche e le successioni sedimentarie correlate, con una impronta importante 
data  dalla  locale  presenza  di  archi  vulcanici  ed  intrusioni.  Il  deposito  si  ritrova  in 
prossimità di centri carbonatici ed intrusioni magmatiche, rappresentate da dioriti 
sottoforma  di  sill  e  dicchi.  In  molti  casi  non  sono  correlate  direttamente  a  rocce 
intrusive. L’aspetto strutturale è critico, infatti questi depositi tendono a generarsi 
dove importanti sistemi di strutture fragili si incontrano generando intersezioni, in 
tali  contesti  potrebbero  anche  svilupparsi  strutture  a  pipe.  I  corpi  minerari  sono 
composti  in  gran  parte  da  pirite  e  possono  contenere  un  ammontare  variabile  di 
pirrotina,  galena,  sfalerite,  calcopirite,  magnetite  ed  arsenopirite.  I  corpi  minerari 
sono tipicamente ricchi in argento (Au:Ag <1), con elevate concentrazioni di As, Bi, 
Hg,  e  possono  contenere  importanti  percentuali  di  Pb,  Zn  e  Cu.  L’alterazione 
idrotermale  associata  è  generalmente  ristretta  alle  immediate  vicinanze  dei  corpi 
minerari  e  consiste  nella  silicizzazione  delle  rocce  carbonatiche  e  sericitizzazione 
delle rocce sedimentarie clastiche adiacenti. 

Sediment‐hosted micron gold deposits (10)  

Questi  depositi,  riferiti  anche  con  il  termine  Carlin‐Type,  sono  spesso  corpi 
discordanti ed irregolari materializzati da brecce e strata‐bound concordanti, zone 
disseminate  e  confinate  a  particolari  unità  stratigrafiche.  Essi  occorrono  in  facies 
carbonatiche‐argillitiche  di  piattaforme  continentali  e  piattaforme  che  sono  state 
coinvolte  dalla  tettonica  sovrascorrente  a  scala  regionale,  tettonica  estensiva  o 
plutonismo  preferenziale  felsico.  Questa  tipologia  di  depositi  è  ospitata  in  rocce 
preferenzialmente  paleozoiche,  ma  anche  in  sequenze  sedimentarie  clastiche, 
greenstones e raramente stocks. Essi si trovano comunemente nei pressi di hornfels, 
skarns o rocce calc‐silicatiche, ma tipicamente la prospezione è positiva nelle aree 
limitrofe  l’aureola  termo‐metamorfica  di  plutoni.  Coesistono  dal  punto  di  vista 
regionale a porphyry a Cu/Mo, Cu o W‐Mo, skarn e vene a Ag‐Pb‐Zn e depositi manto 
(9).  La  mineralizzazione  consiste  in  pirite  fine‐ultrafine  disseminata,  i  quali  rims 
presentano  concentrazioni  di  arsenico  alternate  e  inclusioni  di  oro  di  dimensione 
sub‐micrometrica.  Minerali  accessori  che  si  possono  trovare  sono:  orpimento, 
realgar, cinabro e stibnite. Il rateo Au:Ag del deposito è variabile e contiene zonazioni 
ad alta percentuale di As, Sb, Hg. Anche se l’oro è in una taglia invisibile all’occhio 
umano,  tendenzialmente  il  tenore  è  variabile  da  medio‐basso  ad  elevato. 
Decalcificazione e silicizzazione delle rocce carbonatiche sono tipicamente associate 

101 
con questa categoria di depositi e si possono sviluppare anche zone ad alterazione 
argillitica e sericitizzazione. 

Approfondimento:  Giacimenti  legati  a  serie  sedimentarie  (“sediment‐hosted 


deposits”) 

Categoria di giacimenti la cui origine è stata (ed in parte è ancora) molto dibattuta, 
la quale possiede uno stretto legame spaziale con serie sedimentarie. In genere la 
morfologia  è  stratiforme.  Si  ritrovano  concentrazioni  di  solfuri  di  Cu,  Ag,  Pb,  Zn, 
solfati  (barite),  ossidi  e  vi  è  evidenza  di  circolazione  idrotermale.  Le  principali 
tipologie sono le seguenti: 

‐ Depositi a solfuri massivi, o VMS (Volcanic associated Massive Sulphides); 
‐ Depositi stratiformi a solfuri; 
‐ Depositi SEDEX (Sedimentary‐Exhalative). 
 

Depositi stratiformi a solfuri o SSC: (Cu, Ag, Co, Au, REE, Pb, Zn) 

Si  possono  ritrovare  queste  tipologie  di  depositi  in  sedimenti  di  ambiente  marino 
(mare  poco  profondo,  bacini  intra‐continentali,  sovente  legati  a  rifting).  La  loro 
posizione  strutturale  è  tipicamente  in  corrispondenza  dell’interfaccia  tra  arenarie 
eoliche  di  ambiente  desertico,  ossidate,  e  sedimenti  (soprattutto  argilliti)  ricchi  di 
materiale organico, a carattere riducente. Sono sovente legati alla porzione inferiore 
di serie trasgressive (Kupferschiefer, Zambia). Tale orizzonte redox funge da trappola 
geochimica,  permettendo  la  precipitazione  localizzata  e  l’arricchimento  quindi  in 
elementi  chimici  lisciviati  dai  fluidi  idrotermali  reattivi  che  hanno  attraversato  le 
unità grossolane, tipicamente permeabili. Le mineralizzazioni sono generalmente a 
grana da fine a finissima con una età che varia dal Proterozoico al Terziario. Esempi 
tipici possono essere: Kupferschiefer: Permiano, Zambian Copperbelt: Proterozoico. 

I depositi del Kupferschiefer 

Il  Kupferschiefer  è  una  formazione  sedimentaria  del  Permiano  superiore  con 


contenuti anomali in Cu e metalli base, estesa su circa 600000 km2, vasta su buona 
parte  della  Germania  e  degli  stati  confinanti.  Si  tratta  di  un’unità  trasgressiva 
sovrastante le arenarie rosse continentali del Rotliegendes (Permiano Inferiore). È 
costituita  da  sottili  alternanze  di  carbonati  ed  argilliti  scure  ricche  in  materia 
organica, su uno spessore in genere compreso tra alcuni dm e 5‐6 m. All’interno del 
Kupferschiefer vi sono giacimenti di Cu, anche molto importanti come ad esempio il 
giacimento ubicato a Lubin, Polonia: ~300 Mt @ 2.2 % Cu, 30‐80 g/t Ag, 0.1 g/t Au. I 
solfuri  sono  a  grana  fine,  sovente  di  rame  ed  altri  metalli  (bornite,  calcocite, 
calcopirite,  galena,  blenda)  disseminati  nella  roccia,  come  riempimento  di  vuoti  o 

102 
sovente  come  sostituzione  di  cemento  calcitico  preesistente  nel  Kupfersch.,  ma 
anche  nel  Rotliegende  e  nelle  rocce  carbonatiche  dello  Zechstein  (Perm.  sup.). 
L’origine di tale deposito è ancora dibattuta: 

‐  singenetica:  apporto  dei  metalli  dalle  aree  continentali  (concentrazioni  di  rame 
ossidato, “red beds”, sono frequenti nelle arenarie rosse) e precipitazione in bacini 
con ambiente euxinico (no ossigeno, ambiente riducente); 

‐ epigenetica: deposizione/rideposizione da fluidi diagenetici: circolazione di acque 
connate saline (a T<100°C), relativamente ossidate, con pH grosso modo neutro, in 
grado  di  lisciviare  i  metalli,  in  particolare  Cu,  dai  minerali  detritici  presenti  nelle 
arenarie. 

I metalli si depositano sotto forma di solfuri, all’interno di argilliti ricche di materiale 
organico  (e  pirite).  Il  contatto  tra  arenarie  rosse  e  argille  rappresenta  un  “redox‐
front”, cioè una trappola geochimica. 

Il trasporto dei metalli può esser avvenuto durante la diagenesi da parte di acque 
connate, saline, che circolano nelle arenarie (fortemente  permeabili)  e lisciviano i 
metalli  da  minerali  detritici  suscettibili  (ad  es.  minerali  femici),  portandoli  in 
soluzione come complessi del cloro. La deposizione avviene in corrispondenza del 
fronte redox tra rocce sedimentarie ossidate e ridotte: le acque connate, ossidate e 
ricche di metalli, vengono a contatto, al di sopra o lateralmente, con rocce o fluidi in 
equilibrio con esse di ambiente riducente. Non c’è nessun legame con il magmatismo 
ma semplice lisciviazione, concentrazione e precipitazione. Un inciso: i “redox front” 
costituiscono spesso “trappole” per i metalli.  Un  caso classico è rappresentato da 
alcuni tipi di giacimenti di uranio. 

Non‐carbonate stockwork‐disseminated gold deposits (11) 

Questo gruppo di depositi, poveramente descritto, include i giacimenti di Porgera, 
Muruntau e Hemlo. Consistono in discordanti strata‐bound e stockwork disseminati 
da zone a solfuri lungo preferenziali faglie o unità permeabili o contatti stratigrafici 
in sequenze silico‐clastiche o vulcaniche.  I depositi sono ospitati in rocce alto‐crostali 
ma  in  alcuni  casi  si  visionano  anche  associati  a  sill  felsici,  dicchi  e  stock.  I  corpi 
minerari si osservano anche lungo i contatti delle intrusioni. I solfuri disseminati sono 
perlopiù  composti  da  pirite  (1‐20%  rispetto  il  volume),  e  minori  quantità  di 
calcopirite  ed  arsenopirite,  accompagnati  da  ematite,  magnetite,  molibdenite, 
telluridi  ed  anidrite  in  alcuni  depositi.  Gli  ore  hanno  variabile  composizione  ma 
tendenzialmente sono ricchi in oro (Au:Ag >1) e contengono elevate concentrazioni 
di  Cu,  As,  Bi,  Te  +/‐  W,  F,  B  e  localmente  Mo,  Sb  e  Ba.  L’alterazione  associata  è 
correlata al metasomatismo ricco in K (sericite, biotite o K‐feldspato) e a volte, ma 

103 
non sempre il metasomatismo ricco in Na (albite), accompagnata da carbonatazione 
ed in alcuni depositi silicizzazione. 

Au‐Cu sulphide‐rich vein deposits (12) 

Questi  depositi  consistono  in  gruppi  di  vene  ricche  in  solfuri  (>20  %  rispetto  il 
volume), con una estensione fino a centinaia di metri, preferenzialmente situate in 
archi vulcano‐plutonici e greenstone belt. Come nel caso di Rossland, essi occorrono 
in faglie o fratture ospitate in sequenze vulcaniche e plutoniche o nei pressi. Le vene 
individuali  comunemente  seguono  dicchi  di  composizione  dioritica,  tonalitica  o 
lamproitica.  In  molti  casi,  c’è  un  marcato  controllo  strutturale  regionale.  Le  vene 
sono composte in proporzione variabile da pirite, pirrotina, calcopirite e magnetite, 
con quantità subordinate di sfalerite, galena e nella ganga sono presenti quarzo e 
carbonati con minore clorite e sericite. L’oro si ritrova in rateo variabile (Au:Ag = 1:2 
fino  a  1:5)  e  0.5‐3%  di  rame.  L’alterazione  idrotermale  associata  consiste  in 
cloritizzazione  e  sericitizzazione  ed  è  generalmente  ristretta  alle  immediate 
vicinanze delle vene. 

Batholith‐associated quartz ‐vein deposits (13) 

Questi depositi includono Chenoan e Linglong e cosistono in vene quarzifere, situate 
in faglie con comportamento da duttile a fragile con la roccia adiacente fratturata e 
brecciata, oltre che alterata. Le zone a vene si impostano in zone tettonicamente in 
sollevamento  litostatico,  tipicamente  composte  da  basamento  continentale 
metamorfosato ed abbondanti rocce intrusive. I corpi minerari sono ospitati sia in 
corpi  batolitici  che  negli  scisti  o  gneiss  adiacenti  con  grado  variabile  di 
metamorfismo.  I  depositi  sono  controllati  dalla  tettonica  regionale  e  dalle  faglie. 
Localmente  si  ritrovano  altre  tipologie  di  depositi  associati,  quali  porphyry  ed 
epitermali. Le vene sono composte da basse quantità di pirite e minori metalli base 
e  stibnite  in  alcuni  casi,  in  ganga  quarzifera  e  minore  calcite.  I  corpi  minerari 
contengono oro e argento in rateo variabile (Au:Ag = 1:5 a 5:1) e localmente alte 
concentrazioni di Cu, Pb, Zn. L’alterazione idrotermale consiste in sericitizzazione e 
cloritizzazione  delle  rocce  incassanti,  generalmente  sviluppata  anche  per  diversi 
metri dai set di vene. 

Greenstone‐hosted quartz‐carbonate vein deposits (14) 

I depositi di questo gruppo, identificati anche in Mother Lode e nella Grass Valley, 
contengono importanti esempi precambrici. Principalmente si esplicano come vene 
a  quarzo  e  carbonati  ubicate  in  zone  di  faglie  transtensive  con  comportamento 
duttile‐fragile  o  nei  pressi.  Sono  comunemente  distribuite  lungo  zone  di  faglie 
maggliori  nei  terranes  ospitanti  greenstone  belt.  I  set  mineralizzati  hanno  anche 
estensioni variabili da 100 a 1000 m, sia come singole associazioni che ibride. Sono 
104 
ospitate in litologie variabili ma spesso in talune specifiche. Le vene sono dominate 
dalla presenza di quarzo e carbonati, con minore clorite, scheelite, tormalina e oro 
nativo, calcopirite e pirrotina (minore del 10% rispetto il volume). I corpi minerari 
sono  ricchi  in  oro  con  ratei  variabili  (Au:Ag  =  5:1  a  10:1)  e  posseggono  elevate 
concentrazioni  di  As,  W,  B,  e  Mo,  e  minori  metalli  base.  Non  sono  generalmente 
zonati  lungo  la  loro  estensione.  Le  rocce  incassanti  tendono  invece  a  presentare 
zonazioni di alterazione quali carbonatazione, sericitizzazione e piritizzazione. Questi 
volumi sono variabili e dipendono principalmente dalle litologie che si presentano. 

Turbidite‐hosted quartz‐carbonate vein deposits (15) 

Questi depositi consistono in vene e giunti mineralizzati posizionati in pieghe (saddle 
reefs),  faglie  e  shear  zones  duttili,  sviluppate  in  rocce  correlate  a  sequenze 
torbiditiche  di  età  variabile.  Esse  tendono  ad  essere  state  deformate  e 
metamorfosate  in  facies  scisti  verdi.  Gli  scisti  grafitici  in  queste  sequenze  sono 
particolarmente  favorevoli  come  ospiti  della  mineralizzazione  e  le  rocce  intrusive 
sono  generalmente  mancanti  entro  e  nelle  immediate  vicinanze  dei  depositi.  I 
depositi sono comunemente associati con strutture antiformi, a volte correlate alla 
propagazione di sovrascorrimenti, come esemplificato a Bendigo e Ballarat. Le vene 
consistono  in  quarzo  e  carbonati,  con  minori  componenti  in  clorite  e  sericite, 
arsenopirite e pirite, tipicamente comprese sotto al 10% in volume nelle vene. I corpi 
minerari sono ricchi in oro (Au:Ag > 5) e contengono elevate concentrazioni di As e 
W. L’alterazione delle rocce incassanti è sotto forma di sericitizzazione e alcune volte 
silicizzazione, in generale, ristretta alle immediate vicinanze delle vene. 

Iron‐formation‐hosted vein and disseminated deposits (16) 

Questa classe di depositi consiste in strata‐bound disseminati a lenti di solfuri massivi 
e discordanti vene quarzose in BIF deformati, comunemente detti anche Homestake‐
type. Essi si trovano in sequenze miste vulcaniche, vulcano‐clastiche e sedimentarie, 
in greenstone belt di diverse età, tipicamente metamorfosate da facies scisti verdi 
ad  anfibolitica.  Le  rocce  ospiti  sono  ossidi,  carbonati  e  facies  BIF,  comunemente 
ritrovate nei pressi di contatti tra le sequenze sedimentarie e vulcaniche.  I depositi 
sono correlati a BIF estesi a livello regionale in particolati siti in cui l’azione strutturale 
ha  un  ruolo  chiave  nella  concentrazione  della  mineralizzazione,  ad  esempio  fold 
hinges e shear zones discordanti. Le lenti a solfuri tengono ad essere strata‐bound e 
consistono in pirite, pirrotina, arsenopirite ed oro nativo. L’oro è più abbondante che 
l’argento (Au:Ag = 5:1 a 10:1) e tipicamente è correlato alla presenza dell’arsenico.  

105 
106 
Condizioni d ambiente geologico Host rocks Struttura Particolarità geochimiche Tipologia di deposito Gruppo di appartenenza

Grovacca bacinale Sediment‐hosted Vene a quarzo Sericite +/‐ As < S Torbidite hosted vein (15) Slate Belt

Sedimentaria Conglomerato a Sediment‐hosted Detritica terrigena  +/‐ U Paleoplacer (1)


ciottoli a quarzo
Stockwork Silicati Na/K, As,Bi,Te Non‐carbonate stockwork (11)
Sediment‐hosted Disseminata Silicificazione, As,Sb,Hg Carlin type (10)
Marna senso stretto Solfuri massivi Calcificazione, Te,Bi / As, Pb, Zn, Ag Skarn (8) / Manto (9)
Giacimenti carbonatica Intrusion‐hosted Vene a quarzo Sericite‐clorite, Cu,Pb,Zn Korean (12)
auriferi Stockwork Silicati K, Cu,Mo,Bi Porphyry (6) Intrusion associated
Primari
Intrusion‐hosted Stockwork Silicati K, Cu,Mo,Bi Porphyry (6)
Andesiti (subaerea) breccia Carbonati‐sericite, Pb,Cu,Zn Breccia‐pipe (7)
            (sedimentaria) Vulcanic‐hosted Vene disseminate argille‐adularia‐sericite, Pb,Zn,Cu,Ag / argille Cu,As Adularia‐sericite (4) / Alunite‐Kaolinite (5)
Vulcanica Sinter Silicati, Hg,As Hotsping (3) Epitermali
Stockwork Silicati Na/K, As,Bi,Te Non‐carbonate stockwork (11)

Solfuri massivi Clorite‐sericite, Cu,Zn,Pg,Ag VMS (2)


Vulcanic‐hosted Stockwork Silicati Na/K, As,Bi,Te Non‐carbonate stockwork (11)
Vene a quarzo Carbonati‐sericite, <S Greenston Vene (14)
Basalti/Sedimenti Intrusion‐hosted Stockwork Silicati K, Cu,Mo,Bi Porphyry (6) Greenstone associated
(sottomarina) Vene a quarzo Carbonati‐sericite, >S Vene a Au‐Cu (12)
Iron‐formation‐hosted Vene/ Solfuri massivi As Homestake (16)

 
N.26 Schema riassuntivo delle principali caratteristiche della  classificazione  dei depositi auriferi primari appena trattata.  Lo schema  concettuale si legge da 
sinistra verso destra. 
Tipica associazione degli elementi chimici Tipologia di deposito generale Esempi di località tipiche
(McQueen, 1997) o assocazioni

Fe Cu Au ± Ag Bi Mo Te (S) porphyry copper‐gold e porphyry a molibdeno North Parkes, NSW, Climax, Co.


Fe Mo (S) in rocce  subvulcaniche acide ‐ intermedie
Cu Au Bi (S) prossimo al contatto con skarn di sostituzione Browns Creek, NSW, Mt Biggendon, Qld, Old Cadia, NSW, King Island, Tas.
Fe Cu Pb Zn Ag
W Mo ± Cu Pb Zn Bi As
Fe Sn ± As Cu Zn (O S F) skarn a stagno di sostituzione in unità carb. Mt Bischoff,  Renison, Tas.
Cu Pb Zn W S solfuri a Scheelite in sequenze sedimentarie
o vulcaniche detritiche
Fe Ni Cu Co PGE (S) solfuri a Ni e Cu in rocce mafiche‐ultramafiche depositi comatitici, Kambalda WA, Sudbury, Canada
Ni Co ± Mn (Si O) lateriti di Ni su rocce ultramafiche Greenvale, Qld,Nuova Caledonia
Cr PGE Ni Cu (S O) lenti di cromite in rocce ultrabasiche stratificate Merensky Reef, S. Africa
Fe Ti V (O)
REE Zr (CO2 P) Nb Ta Cu depositi carbonatitici  Mt Weld, WA, Palabora, S. Africa
Cu U V ± Se As Mo Pb fronti redow uraniferi in sedimenti continentali Lake Frome deposits, S. Africa
U V (K) depositi uraniferi a calcrete Yeelirrie, Wa
U Au Cu ± Zn Sn Pb Bi Pt Pd stratabound e depositi uraniferi in seq. Carbon. Alligator River, NT
Sn W As B ± Pb Zn Cu (O S) porphyry a stagno  Ardlethan, NSW
Sn W Mo Cu Pb Zn Au (F B Si S) sistemi di vene zonate adiacenti a graniti Zeehan, Tas. Emmaville, NSW
Ta Nb Sn Li Be (Si) pegmatiti e vene associate a graniti
Al ± Nb Ti Ga (O) depositi di bauxite
Au As Sb (CO2 Si) vene aurifere mesotermali in peliti Bendigo, Victoria centrale
Au As W Ag Sb Te ± Cu Pb Mo (CO2 S) greenstone archeane lode gold deposit Kargoorlie, WA
Ag Au As Sb Te ± Hg Mn (S Si) vene ad Au ed Ag epitermali in rocce vulcaniche Golden Cross, NZ, Gidginburg, NSW
Au As Hg Fe ± Sb Te Ti (Si S) sistemi ad Au disseminato in Py di tipo Carlin 
Sb Au (Si S) vene a qtz e Sb in metasedimenti Costerfield, Vic., Hillgrove NSW
Au Fe As Cu ± Zn (S Si) vene a qtz e solfuri con Au in Py ed Apy
Hg Cu Au S ± As Bi Co associato a rocce ultrabasiche
Cu U Au Ag REE (S F) complessi brecciati idrotermali ematitici Olumpic Dam, SA
Pb Zn Ag ± Cd Cu (S) vene a Pb ed Ag per sostituzione in corpi idrot. Northhampton WA
Fe Pb Zn Cu Ag ± Hg Sb Au (S) solfuri massivi in stratabound vulcanici Woodlawn, NSW, Roseberry, Que River, Tas.
Fe Pb Zn Ag Mn Ba Ti ± Cu As Sb (S) depositi a Pb e Zn stratifromi in shale McArthur River, NT
Fe Pb Zn Ag Cu (S) sistemi di vene a solfuri in sequenze torbiditiche Cobar, NSW
Fe Cu Au ± Pb Zn (S)

 
N.27  Tabella  illustrativa  delle  associazioni  chimiche  dei  depositi  auriferi  primari  trattati  nella  classificazione  e  di  altri  depositi  in  cui  è  presente  l’oro  come 

107 
sottoprodotto o in tracce. Gli elementi chimici sono in ordine di abbondanza relativa.  
Giacimenti ed ubicazione spaziale e temporale 
Introduzione 

I  geologi  sono  continuamente  in  discussione  riguardo  le  epoche  metallogeniche. 


Perchè alcune parti del globo, conosciute, sono ricche di alcuni giacimenti minerari 
ed altre povere? Uno sguardo dal punto di vista globale è necessario per ricercare 
una sorta di classificazione e raccolta. Lindgren (1909) nel suo articolo sulle epoche 
metallogeniche,  ammise  quanto  fosse  importante  la  classificazione  di  alcuni 
giacimenti minerari, questa permette una migliore ed ottimizzata ricerca mineraria 
alla scoperta di giacimenti simili e magari più redditizi. Rimase comunque il dubbio 
sul perchè quelli conosciuti fossero ubicati prevalentemente in alcuni distretti. Egli 
concluse che le condizioni favorevoli per la formazione del deposito, piuttosto che la 
presenza di alcune rocce madri fossero state fondamentali ma non sempre presenti. 
Turneaure (1955) notò che l’ occorrenza di alcuni tipologie di depositi appartenenti 
alla medesima categoria, ad esempio i gold lode deposits, mostravano a volte rocce 
madri di età differenti, dal Precambriano ai tempi moderni. Dal punto di vista del 
deposito  aurifero  primario,  i  depositi  auriferi  primari  idrotermali  sono  molto 
importanti,  in  particolare  quelli  mesotermali,  in  quanto  sono  stati  la  principale 
tipologia sfruttata altamente redditizia nel tempo (Bohlke, 1982 & 1986; Groves et 
al., 1998). I depositi sono stati riconosciuti sia nelle catene orogeniche fanerozoiche 
che nei blocchi cratonici più vecchi. Il grado metamorfico e le condizioni ambientali 
sono cambiati nettamente rispetto i tempi antichi precambrici. È necessario tener 
conto inoltre che non sempre si riescono ad ottenere approcci sistematici a tali lassi 
geologici  in  quanto  i  processi  successivi  hanno  alterato,  rimosso,  rielaborato  o 
obliterato le prove necessarie al loro studio. In sostanza più si studia una porzione di 
crosta antica più essa tende ad essere di difficile analisi e successiva interpretazione. 
I  depositi  auriferi  mesotermali  sono  ritrovati  in  differenti  rocce  madri  con  grado 
metamorfico variabile. Sono accompagnati da un volume variabile di solfuri e seguiti 
da  una  fase  di  alterazione,  ad  esempio  sericitizzazione,  comparsa  di  clorite  e 
carbonati.  L’alterazione  tipica  di  una  tipologia  di  giacimento  rispetto  ad  un  altro, 
costituisce  a  volte  un  dato  importante  per  la  ricerca  mineraria.  Sovente  le  rocce 
madri presentano un metamorfismo in scisti verdi. I fluidi originari risultavano ricchi 
in  CO2  con  valori  fino  al  5‐10%  e  vengono  correlati  all’assetto  strutturale,  il  quale 
gioca  un  ruolo  critico  nella  metallogenesi  del  deposito,  ad  esempio  con  strutture 
compressive  o  transpressive  (Colvine  et  al.,  1984;  Hodgson,  1993;  Robert,  1996; 
Goldfarb R.J. et alii (2001). I depositi auriferi primari, relativi alle catene orogeniche, 
consistono tipicamente in vene con abbondante presenza di quarzo e/o carbonati in 
ganga, i quali mostrano chimicamente che i fluidi hanno origine in porzioni di crosta 
intermedia  e  superiore  (pressioni  medio‐basse).  Il  corpo  minerario  si  forma  in 
condizioni termobariche variabili tra i 200‐650°C e 1‐5 kbar (Groves, 1993). A spese 
108 
dei  depositi  auriferi  primari  sono  originati  in  tempi  successivi  i  depositi  auriferi 
secondari continentali e marini. I distretti minerari in cui sono presenti placer auriferi 
hanno  ricoperto  e  ricoprono  un’importante  settore  dell’estrazione  aurifera 
mondiale, ad esempio si pensi all’enorme distretto del Pacifico (circum‐pacific placer 
districts)  e  a  quello  della  California,  presente  ai  piedi  della  omonima  catena 
orogenica, piuttosto che in Russia o nel Victoria centrale, in Australia (Goldfarb et al., 
1998). I depositi auriferi primari orogeneci sono da considerare una tipologia a sé 
stante, ed è utile considerarli differenti da altre tipologie in quanto sono un gruppo 
con  coerenti  caratteristiche  geologiche  e  geochimiche.  I  sistemi  idrotermali  sono 
tipicamente molto sviluppati volumetricamente. Nell’orogene è considerato sovente 
un fluido regionale associato alle fasi tettoniche principali (duttili e fragili) lungo il 
margine convergente (Groves et al., 1998) ed i fronti tettonici più importanti. I fluidi 
vengono  mobilizzati,  lisciviando,  trasportando  e  precipitando  localizzate 
mineralizzazioni lungo i principali corridoi di deformazione tettonica, quali zone di 
taglio  duttili  fino  a  fragili,  strutture  trascorrenti,  transpressive  e  transtensive. 
Certamente  altre  tipologie  di  deposito  aurifero,  inclusi  i  preziosi  giacimenti 
epitermali auriferi o i porphyry auriferi, si formano all’interno del contesto orogenico 
e  sono  intimamente  associati  con  sistemi  idrotermali  a  fluidi  magmatici  e/o 
meteorici,  e  differiscono  dagli  altri  orogenici,  dai  porphyry  e  dagli  skarn  che  si 
formano  a  profondità  maggiori  (5  km  circa).  I  depositi  auriferi  primari  epitermali, 
conosciuti anche come Carlin type ores, tendono ad essere compresi in rocce madri 
sedimentarie e si ritrovano in aree superficiali di aree crostali di retroarco sottili e 
soggetti a tettonica estensionale. 

 
N.28  Illustrazione  sintetica  in  sezione  geoologica  delle  relazioni  tra  tettonica  locale  e  regionale  e  lo  sviluppo  dei 
depositi auriferi primari.  

109 
In contrasto, i depositi primari auriferi orogenici sono tipicamente generati durante 
eventi  collisionali  nella  crosta  intermedia  e  superiore  (Groves  et  al.,1998).  Come 
prima delineata, la distinzione tra deposito aurifero primario orogenico ed i Carlin 
types, rimane problematica. Definire dei parametri unici e critici è difficile e talvolta 
vi sono troppe sfumature da considerare, inoltre la semplificazione non è sempre 
possibile in quanto si perderebbero di vista alcuni fattori distintivi importanti. 

I depositi primari auriferi orogenici sono suddivisi a loro volta in sottocategorie (e.g., 
Poulsen, 1996): 

‐ Korean intrusion‐related (associati ad intrusioni magmatiche); 
‐  Motherlode  (associati  a  rocce  vulcaniche  come  rocce  adiacenti  o  incassanti, 
ospitanti); 
‐  Grass  Valley  (associati  a  rocce  intrusive  come  rocce  adiacenti  o  incassanti, 
ospitanti); 
‐  Bendigo  (associati  a  rocce  sedimentarie  torbiditiche  come  rocce  adiacenti  o 
incassanti, ospitanti); 
‐ Homestake (associati ai BIF, banded iron formation). 
 

Tali  suddivisioni  sono  basate  sulla  litologia  prevalente  che  contiene  il  giacimento 
primario (host‐rocks) oppure a quelle correlabili nelle immediate vicinanze. A volte 
può coincidere con la roccia madre, dalla quale deriva il fluido mineralizzante ma non 
sempre  (mother‐rock).  In  generale,  se  il  sistema  idrotermale  riuscisse  a  venir  in 
contatto  con  una  grande  varietà  di  rocce  differenti,  esso  tenderà  a  risultare 
maggiormente  favorevole  nel  generare  un  deposito  primario  aurifero  idrotermale 
economico. Ci saranno maggiori possibilità che i fluidi vengano in contatto con rocce 
madri reattive e favorevoli a rilasciare il loro contenuto aurifero e trovare una futura 
collocazione quando l’oro precipiterà, formando le mineralizzazioni. In tal caso, le 
rocce circostanti o incassanti (host‐rocks) risulteranno un fattore critico per quanto 
riguarda la genesi del giacimento ed una discriminante nella ricerca mineraria. Meyer 
(1981)  discusse  nei  suoi  studi  l’apparente  mancanza  di  formazione  di  orogeni  e 
quindi di depositi auriferi primari orogenici tra i 2.4 e 0.3 Ga. Le vene aurifere (gold 
bearing quartz veins) in Sud Africa sono risultate essere state generate infatti attorno 
ai 3 Ga e in altre catene orogeniche intorno ai 2.5 Ga. Di seguito, alcuni di questi 
distretti  minerari  sono  stati  protetti  dall’erosione  durante  la  stabilizzazione  della 
crosta  precambrica.  Meyer  (1981)  ipotizzò  che  il  gap  temporale  di  2.1  Ga  nella 
formazione  dei  depositi  auriferi  primari  possa  esser  stato  legato  alla  generale 
diminuzione del contenuto aurifero nelle rocce madri, piuttosto che la mancanza a 
livello globale delle condizioni necessarie alla genesi di depositi di grandi dimensioni 
e  tenore  (Proterozoico  ed  in  alcune  porzioni  temporali  del  Fanerozoico).  Queste 

110 
ipotesi  possono  essere  ancora  valide  al  momento  ma  bisogna  far  i  conti  con  la 
crescente comprensione scientifica dei depositi auriferi primari orogenici, la quale è 
tutt’ora  in  espansione  (Groves  et  al.,  1998;  Goldfarb  et  al.,  1998).  È  possibile  ad 
esempio valutare un maggior numero di fattori: quali rocce ed in quali periodi storici 
hanno avuto il ruolo di rocce madri (mother rocks) e quali altre di rocce incassanti o 
ospitanti (host rocks) le mineralizzazioni (mineralisations)? Quali rocce invece hanno 
avuto  l’effetto  opposto?  Molte  domande  chiave  riguardanti  l’assetto  tettonico,  le 
rocce  madri,  le  condizioni  termobariche  ai  tempi  della  metallogenesi,  i  sistemi 
idrotermali  e  il  loro  sviluppo  nel  tempo,  oltre  che  il  ruolo  dell’assetto  strutturale, 
devono  ancora  avere  una  comprensione  univoca  per  giungere  ad  un’attendibile 
distribuzione delle epoche metallogeniche per quanto riguarda la genesi dei depositi. 
L’oro  orogenico  mostra  in  generale  un’associazione  spaziale  con  la  tettonica 
collisionale  e  la  formazione  di  orogeni,  nonostante  ciò  i  processi  collisionali 
fanerozoici  e  l’assetto  strutturale  correlato  non  sono  associabili  direttamente  ai 
processi  avvenuti  in  periodi  temporali  così  antichi  precambrici.  Appartenenti 
all’Archeano sono giacimenti auriferi primari enormi, mentre nel Proterozoico vi è 
l’apparente  assenza.  Possibile  che  fossero  sviluppati  sistemi  idrotermali  a  livello 
regionale che rimossero i giacimenti localizzati nel loro percorso e li depositassero 
altrove? Molti sono ancora gli interrogativi. È stato riconosciuto che la dissoluzione 
dei solfuri e dell’oro nei fluidi associati alla genesi del giacimento minerario (Loucks 
& Mavrogenes, 1999) ed il volume fisico di tali fluidi (Fyfe & Kerrich, 1984) sono critici 
nella formazione di giacimenti auriferi primari orogenici. Può esser venuto a mancare 
un ingrediente fondamentale nei processi metallogenici, tale la sua gravità che per 
un periodo prolungato non vi siano creati nuovi depositi. Potrebbe essere cambiato 
il  gradiente  termico,  con  ripercussioni  sul  cambiamento  nei  sistemi  idrotermali. 
Un’alternativa  valida  è  che  i  depositi  generati  nel  proterozoico  non  siano  stati 
conservati fino ai giorni nostri, rimossi ed erosi, quindi obliterati. Un’ultimo cenno 
deve  essere  effettuato  per  quando  riguarda  il  ruolo  della  biosfera  nei  processi 
metallogenesi.  Infatti,  la  formazione  dei  depositi  potrebbe  essere  correlata 
direttamente all’attività di colonie batteriche specializzate attive su un lungo arco di 
tempo.  

La geologia strutturale e i depositi auriferi primari 
La  deformazione  delle  rocce  può  avvenire  principalmente  secondo  due  regimi:  il 
regime  duttile  e  quello  fragile.  Il  regime  fragile  è  prevalente  nel  settore  di  crosta 
superiore e ha minor importanza nella crosta intermedie, le sue espressioni fisiche 
sono  sistemi  di  faglie  (strutture  fragili)  sia  normali  che  inverse,  piuttosto  che 
trascorrenti  o  transtensive.  La  medesima  faglia  può  essere  influenzata    da  diversi 

111 
regimi durante lungo la sua evoluzione, a seconda della profondità in cui si sviluppa. 
In una faglia normale il blocco di tetto scende rispetto a quello di letto (dip‐slip), al 
contrario  in  quella  inversa  risale.  Nelle  faglie  trascorrenti  i  due  blocchi  invece 
tendono a scorrere l’uno rispetto l’altro lungo la direzione (strike‐slip). Tutte e tre le 
tipologie  tendono  a  veicolare  fluidi  dalle  profondità  alla  superficie  (magmatici, 
connati,  metamorfici,  misti)  e  viceversa  (meteorici).  Nei  punti  in  cui  esse  si 
intersecano possono generare importanti depositi minerari, infatti molti esempi si 
hanno in tutto il mondo. Le mineralizzazioni si generano a seguito di una variazione 
importante e repentina delle condizioni di pressione (decompressione), temperatura 
(raffreddamento),  pH,  Eh.  Queste  condizioni  o  una  di  esse  può  avvenire  più 
facilmente  dove  i  fluidi,  con  differenti  caratteristiche  chimico‐fisiche,  veicolati  da 
strutture  geologiche  (faglie  ad  esempio)  si  incontrano  in  una  intersezione  per 
esempio.  Anche  se  in  un’area  vi  possono  essere  delle  faglie  principali  bisogna 
ragionare  nell’ottica  di  un  sistema  strutturale  complesso,  composto  da  decine  e 
decine di faglie a diverse scale che interagiscono tra di loro in tempi differenti. Solo 
alcune di esse veicolano i fluidi in maniera preferenziale e soprattutto efficace. 

 
 
N.28 Una regola generale è di controllare le intersezioni tra le strutture fragili (faglie) di diverse generazioni, infatti i 
fluidi mineralizzanti possono muoversi lungo orizzonti permeabili (per esempio faglie del set a) e quando incontrano 
le faglie successive del set b, possono cambiare repentinamente le condizioni geochimiche e precipitare parte degli 
elementi contenuti, generando localmente un arricchimento anomalo. È buona norma, una volta che si trovino tali 
intersezioni  geologiche  affioranti  oppure  erose  dal  corso  d’acqua  locale,  procedere  con  un  campionamento  dei 
sedimenti adiacenti. 

112 
 
N.29  Le  deformazioni  duttili,  in  questo  caso  un  sovrascorrimento,  possono  anch’esse  generare  durante  la  loro 
evoluzione  una  circolazione  locale  di  fluidi  idrotermali,  i  quali  possono,  con  le  opportune  condizioni,  generare 
localizzate mineralizzazioni e depositi minerari. Nel caso d’esempio la deformazione duttile procede negli stati A, B, 
C, fino a D, dove passa ad essere prevalentemente fragile. Le mineralizzazioni che si generano durante i vari stadi 
risultano  essere  strutturalmente  controllate  e  anche  il  loro  pattern  geochimico  tipico.  L’impronta  geochimica 
d’esempio non è da considerare come assoluta ma relativa caso per caso d’esempio analizzato. 

113 
 
N.30 La messa in posto di un corpo plutonico profondo può permettere la genesi di una serie di circuiti idrotermali, i 
quali fluidi tendono a circolare preferenzialmente lungo strutture geologiche fragili (faglie, fault). Si noti come lungo 
tali faglie possono anche risalire fusi magmatici. I vari depositi auriferi primari sono ancora una volta strutturalmente 
controllati e non in posizioni casuali. Le curve rosse indicano i piegamenti presenti prima della messa in posto del 
corpo plutonico, le faglie sono riferite in blu. 

N.31  Nell’esempio  proposto  vi  sono  le  terminazioni  in  sezione  rispettivamente  a  sinistra  di  una  struttura  a  fiore 
positiva (transpressiva) e a destra di una struttura a fiore negativa (transtensiva). Le faglie trascorrenti (strike‐slip) 
tendono ad essere ottime strutture geologiche per la circolazioni di fluidi idrotermali ai diversi livelli strutturali. È 
anche  importante  comprendere  come  esse  siano  limitate  in  estensione  e  che  quindi  le  loro  terminazioni  possono 
coinvolgere importanti settori rocciosi secondo l’esempio proposto e nelle modalità spiegate. Nelle faglie trascorrenti 
vi possono essere componenti estensive o compressive, nel primo caso si tratta di strutture transpressive, nel secondo 
transtensive.  Un  appunto  è  dovuto  riguardo  all’evoluzione  nel  tempo  di  queste  terminazioni,  infatti  le  strutture 
transpressive tendono a subire esumazione ed erosione, mentre le transtensive estensione e colmamento detritico. 

114 
Oro ed orogenesi 
Dagli anni 80’, uno dei principali avanzamenti nella conoscenza dell’oro orogenico e 
dei correlati depositi auriferi primari è stato effettuato grazie all’abbondanza e bontà 
dei dati geocronologici e gli studi associati.  

 
N.32 Sezione geologica di un settore in convergenza in cui vi è un ispessimento della catena orogenica a sinistra e la 
subduzione della crosta oceanica da sinistra verso destra sotto la crosta continentale in sollevamento. Si noti come i 
corridoi  deformativi,  i  quali  tendono  a  veicolare  la  deformazione  (shear  zones,  zone  di  taglio)  ai  diversi  livelli 
strutturali, sono canali di circolazione dei fluidi preferenziali. I principali contatti tettonici possono essere quindi fonte 
di prospezione alla ricerca di mineralizzazioni, talvolta aurifere. 

 
N.33  Sezione  geologica  con  un  dettaglio  di  un’unità  tettonometamorfica,  indicata  in  letteratura  come  un  blocco 
roccioso delimitato dagli altri da contatti tettonici. Si noti come all’interno vi possano essere strutture deformative 

115 
duttili (pieghe), le quali convogliano a loro volta i fluidi idrotermali in risalita (frecce azzurre). Le zone di cerniera delle 
pieghe  tendono  ad  essere  in  questo  contesto  luoghi  preferenziali  per  la  genesi  di  mineralizzazioni.  Le  porzioni 
profonde dell’unità tettonometamorfica vengono nel tempo lisciviate dai fluidi circolanti e la precipitazione avviene 
in livelli strutturali più superficiali.  

Età delle principali orogenesi 
È da sottolineare come solo i depositi auriferi primari detti orogenici siano correlati 
intimamente  alle  orogenesi.  L’oro  è  ritrovabile  anche  in  molti  altri  contesti  che 
potrebbero non essere direttamente correlabili. È comunque importante avere uno 
sguardo complessivo rispetto al tempo intercorso dalla genesi del nostro pianeta e 
quante e quali orogenesi siano avvenute in tale lasso temporale. 

N.34 Grafico riassuntivo  del posizionamento temporale delle varie orogenesi finora riconosciute. Le sigle indicate 
sono poi riprese nella legenda a lato, modificato B.C. Burchfied (1983). Si noti che l’evoluzione di un evento orogenico, 
dall’ispessimento della catena al suo collasso gravitazionale tardivo, genera una serie di strutture geologiche, le quali 
evolvono  nei  diversi  stadi  temporali  e  si  possono  espandere  nello  spazio  o  variare  il  loro  comportamento 
geomeccanico. In generale, tali strutture sono ottimi corridoi per la veicolazione di fluidi idrotermali e nelle località 
opportune si generano depositi economici. 

   

116 
Uno sguardo ai depositi auriferi primari mondiali 
È importante fornire al lettore un inquadramento per quanto possibile dettagliato 
ed aggiornate delle stime delle risorse associate ai principali depositi auriferi primari 
mondiali. Ciò per renderlo partecipe delle quantità di oro che ancora deve essere 
estratto  o  che  parzialmente  è  già  stato  sfruttato  dai  tempi  storici  antichi.  Nei 
paragrafi successivi, alcuni dei seguenti depositi saranno inquadrati dal punto di vista 
geografico. 

117 
 
N.35 Risorse di oro in confronto all’età approssimata della formazione di depositi auriferi primari correlati, associati 
agli orogeni precambrici. Per molte regioni, le quali comprendono i depositi auriferi primari, ci sono alcuni dati in 
conflitto derivanti dall’utilizzo di differenti sistemi di datazione isotopica. I dati riportati sono i più precisi possibili ed 
aggiornati, presi dagli articoli correlati da fonti affidabili e per quanto possibile definiti dal sistema tettonico presente 
e rilevato. Una grande incertezza del dato relativo alla produzione di oro dal Kolar greenstone belt e dallo scudo 
arabo‐nubiano riflette l’abbondante coltivazione in tempi antichi degli stessi, dati non oggi ottenibili e quindi perduti. 
L’età per la porzione SW dei giacimenti siberiani è molto incerta e si aggira intorno i 200 Ma o più giovani (Goldfarb, 
2001). 

118 
119 
N.36 Risorse di oro rispetto l’età relativa della formazione dei sistemi di vene aurifere o altri depositi primari, correlate 
agli orogeni fanerozoici. Grandi incertezze sulla produzione aurifera dell’europeo varisico riflette gli estensivi lavori 
sui giacimenti primari e sui placers  da  parte dei romani specialmente in Italia, Spagna e Romania. Tali dati sono 
 
Risorse aurifere
200 45
54
150 53
34
100 30
41
43
44
52 Legenda dei colori:
50 Risorse maggiori di 50 milioni di once
Legenda  46‐ NW North China 
Risorse di oro (milioni di once)

Craton; Risorse maggiori di 15 milioni di once
55 generale: 47‐ New England Fold
30‐ Arabian‐Nubian Belt;
50 Shield; 48‐ Internal British Risorse maggiori di 5 milioni di once
31‐ Paterson Orogen; Columbia;
45

carenti in quanto è solo stimabile la quantità di oro estratta (Goldfarb, 2001). 
32‐ Brasilia Fold Belt; 49‐ Klondike; Risorse minori di 5 milioni di once
33‐ Hoggar Shield; 50‐ Otago Region; 51
40 34‐ Lachlan Fold Belt; 51‐ Mongol‐Okhotsk;
35‐ Kazakstania 52‐ Eastern North 
Microcontinent;
35 36‐ East Sayan;
China Craton;
53‐ Sierra Nevada 
37‐ Thomson‐Hodgkinson 35
30 Foothills;
Fold Belt; 54‐ Russian Far East: 55
38‐ Caledonian Region; 55‐ Tombstone Belt;
25 39‐ Meguma Terrace; 56‐ Bridge River;
40‐ Westland Province; 57‐ Southern Alaska;
20 41‐ European Variscan; 58‐ SE Asia; 57
42‐ Blue Ridge Province; 59‐ European Alps; 49
15 43‐ Baikal;
40 46 50
44‐ Ural Mountains;
37
45‐ Central Asia Variscan;
10
3233 56
5 42
47 48 58
39 59
38
0 0.3 0.2 0.1
0.6 31 0.5 36 0.4
Miliardi di anni
L’arricchimento supergenico 
L’oro potrebbe esser rimesso in circolo, ad esempio la frattura si riattiva, i cristalli si 
fratturano e passa di nuovo altro fluido caldo che precipita nuovo minerale oppure 
lo liscivia. L’oro potrebbe venir a contatto con un fluido reattivo ed essere di nuovo 
preso in carico e trasportato lontano (lisciviazione). il fluido mineralizzante si andrà 
a depositare  e formare o arricchire  un  deposito aurifero prossimale o distale. Nel 
caso  in  cui  venisse  in  contatto  con  un  fluido  mineralizzante,  la  mineralizzazione 
potrebbe  risultarne  arricchita  in  oro.  Un’ulteriore  esempio  è  quello  riferito  alle 
pepite,  infatti  esse  potrebbero  formarsi  grazie  a  questo  arricchimento  localizzato 
epigenetico ma ci sono anche altre teorie in merito, esposte nei prossimi paragrafi. 
Nell’arricchimento supergenico in senso stretto, il deposito aurifero primario è ormai 
quasi  esposto  in  superficie,  oppure  lievemente  sepolto.  I  fluidi  meteorici  sono  i 
principali  responsabili  della  circolazione  mineralizzante,  infatti  essi  scendendo 
infiltrandosi  e  procedendo  verso  le  profondità  tendono  ad  alterare,  idrolizzare  e 
prendere in carico alcuni elementi chimici piuttosto che altri. Si noti inoltre che nel 
primo  tratto  di  infiltrazione  tendono  ad  essere  ossigenati  e  quindi  i  minerali 
suscettibili,  ad  esempio  la  pirite,  potrebbero  venire  attaccate  chimicamente.  La 
superficie  della  falda  freatica  indica  la  momentanea  superficie  delle  acque 
sotterranee che divide la zona freatica (satura in acqua) da quella vadosa (acqua in 
infiltrazione  ed  aria).  Tale  superficie  non  è  costante  nel  tempo  ma  varia 
stagionalmente di profondità. Nel caso di una mineralizzazione influenzata da queste 
condizioni,  essa  tenderà  ad  alterarsi  chimicamente  e  degradarsi  fisicamente  nella 
zona vadosa, quindi i fluidi mineralizzanti andranno ad arricchire ulteriormente le 
porzioni di terreno e roccia al contatto con la zona freatica. 

 
N.37 Arricchimento supergenico: vicino alla superficie, i minerali primari (ferro, rame, argento) sono in contatto con 
l’acqua del suolo leggermente acida; Quando i minerali si dissolvono, migrano verso il basso verso la falda freatica; 
Sotto la falda acquifera, le soluzioni possono essere depositate come solfuri (con una concentrazione maggiore 
rispetto alla superficie). 

120 
 

 
N.38 Negli esempi sovrastanti si denota una sezione geologica in cui sono evidenti il basamento cristalino, il quale 
risulta  impermeabile,  al  letto  del terreno  roccioso.  La  superficie  della  falda  freatica  suddivide  la  zona  freatica  da 
quella vadosa, in cui la prima considerata risulta satura in acqua e la seconda invece in aria e con poca acqua in 
infiltrazione. La mineralizzazione primaria è solo conservata nella mineralizzazione aurifera primaria e viene alterata 
chimicamente e degradata fisicamente nelle posizioni più superficiali fino alla superficie sulla base di una serie di 
reazioni chimiche. Il cappellaccio di alterazione superficiale (gossan) è sovrastante la zona di lisciviazione, nella quale 
i  fluidi  meteorici  percolanti  prendono  in  soluzione  gli  elementi  chimici  reattivi  presenti  e  li  trasportano  verso  le 
profondità. L’arricchimento supergenico avviene nella zona di illuviazione o arricchita. Si noti che nel tempo geologico 
questa situazione appena descritta muta, specialmente nel caso in cui vi sia un intervento tettonico che ne porta 
velocemente l’erosione nel caso vi sia un sollevamento oppure viene sepolto nel caso vi sia un’attività estensionale. 
In generale, l’arricchimento supergenico richiede molto tempo per divenire importante e pervasivo ma dipende anche 
molto dalle condizioni climatiche. 

121 
 
N.39 Modello amagmatico,  genesi dei Carlin Type Deposits: nel modello sopra evidenziato si denota una sezione 
geologica in cui è possibile osservare come i fluidi percolanti ed infiltranti meteorici discendendo in profondità non 
solo eseguano lisciviazione selettiva arricchidendosi in alcuni elementi chimici ma anche si riscaldino. Nel momento 
in cui incontrano una struttura geologica fragile, per esempio una faglia, essi vengono convogliati verso località a 
minor pressione e risalendo cedono parte del calore accumulato. In queste condizioni possono rilasciare parte del 
contenuto lisciviato precedentemente, generando una localizzata presenza di oro per esempio. 

Alterazione di retrocessione ed arricchimento supergenico 

Le  rocce  sono  composte  di  minerali  ed  alcuni  di  essi  tendono  a  risultare  molto 
suscettibili alle variazioni di pressione e temperatura. Al contatto con un plutone, i 
minerali presenti nell’incassante cercano nuove condizioni stabilità, variando la loro 
struttura cristallina o  generando neominerali  (metamorfismo di contatto). Questo 
processo  può  avvenire  sia  allo  stato  solido  oppure  con  il  mezzo  di  fluidi 
(metasomatismo). Una volta che l’anomalia termica cessa e nel tempo si ritorna a 
condizioni termobariche normali, l’associazione mineralogica precedente risulta di 
nuovo esser instabile e tende verso l’attuale stato di equilibrio: vi è un’alterazione 
detta di retrocessione. Si formano minerali di retrocessione, di solito acompagnati 
da  fluidi  (origine  principalmente  meteorica  o  metamorfica)  e  di  nuovo  agiscono 
arricchendo o lisciviando le mineralizzazioni già presenti. Ogni volta che si parla di 
fluidi  bisogna  tener  conto  che  possono  mobilizzare  l’oro  solo  se  posseggono  una 
geochimica adatta (presenza di composti in cloro oppure telluridi, complessi, etc) e 
nelle corrette condizioni pH‐Eh, P, T.  

122 
Il ciclo biogenico dell’oro 

L’azione  combinata  di  diverse  specie  di  batteri  in  alcune  tipologie  di  ambienti 
superficiali e profondi può permettere la formazione di granuli d’oro o l’aumento in 
dimensioni di granuli già presenti. Alcune comunità microbiche possono mediare il 
ciclo  dell’oro,  ciò  implica  che  i  granuli  d’oro  possono  aumentare  in  dimensione  e 
peso  in  differenti  contesti  climatici,  che  spaziano  dai  sub‐tropicali,  semiaridi, 
temperati  fino  ai  subartici.  La  maggioranza  delle  specie  identificate  vivono  in 
sottilissime  colonie  denominate  “biofilm”,  ubicate  preferenzialmente  nelle 
depressioni  dei  granuli  d’oro  stessi.  Questi  livelli  di  spessore  infinitesimale  sono 
spesso popolati dai β 
Proteobacteria.  

 
N.40 La biosfera gioca un ruolo fondamentale ed attualmente in fase di studio per quanto riguarda l’arricchimento 
supergenico.  I  microorganismi  stessi  sono  suscettibili  ai  vari  ambienti  ed  alla  presenza  delle  eventuali 
mineralizzazioni. Essi possono trarne un vantaggio metabolico, piuttosto che un deficit a livello ambientale. L’utilizzo 
dei biosensori, quali molecole biologiche, nella esplorazione mineraria è attualmente in sviluppo. 

Il ciclo biogenico dell’oro – dalla mineralizzazione primaria alla superficie 

Si pensa all’oro come un metallo nobile stabile a contatto con gli agenti atmosferici 
ma  la  sua  stabilità,  come  vedremo,  è  influenzata  soprattutto  dalle  condizioni 
geochimiche  del  sito  in  cui  si  trova,  le  quali  nel  tempo  e  nello  spazio  sono  molto 
variabili.  L’esposizione  di  un  corpo  roccioso  alle  intemperie  atmosferiche  ed 
all’alterazione chimica all’interfaccia roccia‐atmosfera e l’idrosfera genera nel tempo 
un  terreno,  detto  anche  suolo  nel  caso  avvengano  processi  biologici.  Il  suolo  è 
suddiviso, dall’alto verso il substrato roccioso sul quale poggia, in orizzonti: 

O: orizzonte ricco in materia organica (presenza di complessi organici); 
A: orizzonte in cui l’infiltrazione dei fluidi superficiali genera un impoverimento in 
alcuni elementi chimici (lisciviazione); 

123 
B: orizzonte in cui l’infiltrazione dei fluidi arricchiti dai processi di lisciviazione genera 
un  arricchimento  in  alcuni  elementi  (illuviazione);  può  contenere  porzioni 
naturalmente arricchite in oro sia infiltrante da posizioni più superficiali che in risalita 
capillare  da  porzioni  dello  strato  sottostante.  Si  può  osservare  un  pennacchio  di 
arricchimento,  detto  secondario,  composto  da  oro  nanoparticolato,  granuli  fino  a 
pepite o più generalmente da oro in soluzione in complessi auriferi (tiocomplessi o 
complessi organici); 
C: orizzonte prossimo al substrato roccioso in cui si denotano frammenti dello stesso 
in alterazione chimica e disgregazione meccanica progressiva; i frammenti ritrovabili 
possono  riflettere  la  presenza  di  una  mineralizzazione  aurifera  primaria  nel 
substrato; può contenere porzioni naturalmente arricchite in oro sia infiltrante da 
posizioni  più  superficiali  che  in  dispersione  dalle  mineralizzazioni  primarie 
circostanti.  Si  può  osservare  un  pennacchio  di  arricchimento,  detto  primario, 
composto da oro nanoparticolato, granuli fino a pepite o più generalmente da oro in 
soluzione in complessi auriferi (tiocomplessi o complessi organici); 
R:  substrato  roccioso,  porzione  in  cui  può  essere  presente  la  mineralizzazione 
primaria;  tipicamente  se  non  fratturato  svolge  il  ruolo  di  barriera  impermeabile, 
impedendo ai fluidi più superficiali di penetrare oltre in profondità. 
 
I fluidi acquosi infiltranti nel suolo e nel terreno tendono a discendere attraversando 
gli orizzonti O, A, B, C fino a concentrarsi sopra R. L’altezza della colonna d’acqua 
accumulata  sopra  R  risulta  variabile  nel  tempo  e  nello  spazio  e  dipende  da  molti 
fattori, tra cui il clima, le precipitazioni piovose stagionali, la direzione delle acque 
sotterranee, etc. Tale porzione di terreno risulta satura in acqua. È inoltre importante 
chiarire che nel suolo non tutte le porzioni risultano ricche in ossigeno e vi potrebbe 
essere, invece, un bassissimo apporto,  rendendo tali porzioni soggette ad anossia 
(mancanza  di  ossigeno).  In  generali  i  fluidi  meteorici  percolanti  sono  fonte  di 
ossigeno,  trasporandolo  al  loro  interno.  La  presenza  dei  biofilm  batterici  in  tali 
contesti  risulta  essere  molto  suscettibile  alla  presenza  o  all’assenza  dell’ossigeno. 
Infatti,  alcune  specie  batteriche  possono  vivere  solo  in  condizioni  aerobiche  o 
anaerobiche, influenzado pesantemente i batteri che troveremo nei diversi contesti. 

 
 

124 
N.41  Il  ciclo  biogenico  dell'oro:  ossia  solubilizzazione e  trasporto  dalla  mineralizzazione  primaria  verso  il  terreno, 
essudazione  dell’apparato  radicale  e  capillarità,  assorbimento,  bioaccumulo  attraverso  l’attività  vegetale, 
lisciviazione nell’orizzonte A, biomineralizzazione riduttiva e formazione  dell'oro secondario negli ’orizzonti B e  C. 
Questi aspetti teorici hanno un risvolto pratico, infatti aiutano i prospettori minerari a trovare nuovi depositi d'oro e 
a fornire nuovi approcci alla lavorazione del minerale nelle fasi di processamento (Zammit et alii., 2012). Si noti come 
l’oro non solo si trovi nell’ambiente in forma solida (pagliuzze, granuli, pepite, etc.) ma anche in soluzioni acquose, 
sotto forma di complessi. In tali soluzioni liquide è impossibile vedere l’oro ad occhio nudo. L’oro tipicamente è in 
soluzione  nelle  porzioni  circostanti  l’apparato  radicale  (il  quale  attinge  umidità  dal  pennacchio  di  dispersione 
primario o secondario) e risale per capillarità lungo le radici, il fusto fino alla chioma. La caduta delle foglie e dei rami 
contenenti oro in ultra‐tracce e la loro decomposizione può nel tempo generare un ulteriore pennacchio di dispersione 
detto secondario. 

L’oro non solo risulta disperso nelle porzioni circostanti la mineralizzazione primaria 
ma  può  essere  concentrato  e  mobilizzato  dalla  presenza  ed  attività  di  colonie 
batteriche. Alcune di esse tendono a portarlo in soluzione, in quanto nell’ambiente 
circostante liberano composti a zolfo o organici, i quali a loro volta potrebbero anche 
già essere presenti senza l’attività batterica diretta. L’oro solido è molto suscettibile 
al  contatto  con  i  fluidi  organici  o  ricchi  di  azoto  o  zolfo  e  passa  in  soluzione 
diventando  parte  della  soluzione  liquida.  Nel  caso  in  cui  fosse  presente  della 
vegetazione a fusto alto, la quale possiede un apparato radicale vasto e profondo 
(alcune specie di eucalipto australiane arrivano a 30 metri di profondità con le radici), 
sarebbe  teoricamente  possibile  che  durante  il  proprio  ciclo  metabolico  assorba 
infinitesime  particelle  di  oro,  contenute  nei  fluidi  acquosi.  Le  radici  assorbono 
l’umidità nei sedimenti circostanti e con essa l’oro contenuto nei complessi, quindi 
la pianta e la chioma (destinazione ultima della linfa) si arricchiscono, nel tempo, del 
nobile metallo nel caso esso fosse presente nei sedimenti circostanti. La morte della 

125 
pianta  o  il  ricambio  annuale  della  chioma  può  nel  tempo  arricchire  localmente 
l’orizzonte O adiacente di oro in soluzione o nano‐particolato, il quale si ricorda che 
ha una dimensione nanometrica ed è presente in ultra‐tracce. Tale orizzonte risulta 
molto ricco di composti organici, l’attività batterica prospera e l’oro presente viene 
mobilizzato velocemente in soluzione o precipita localmente solo per brevi intervalli 
prima di essere rimesso in circolo. Grazie all’infiltrazione delle acque piovane, i fluidi 
che contengono i complessi auriferi tendono ad infiltrarsi, passando per l’orizzonte 
A  e  B.  Si  genera  un  pennacchio  di  dispersione  secondaro  che  ha  come  fulcro  le 
porzioni  adiacenti  l’albero  e  immerge  verso  il  substrato  seguendo  la  direzione  di 
flusso delle precipitazioni infiltranti. 

Il ciclo biogenico dell’oro – dalla superficie all’orizzonte B e C: la genesi delle pepite 

Nell’orizzonte B e C, i fluidi contenenti oro possono venire in contatto con colonie 
batteriche,  le  quali  grazie  alla  sensibilità  che  hanno  acquisito  nel  tempo  verso  la 
presenza  di  alcuni  metalli  negli  ambienti  circostanti  cercano  di  trarne  vantaggio 
(utilizzo metabolico) oppure di bonificarne la presenza (tossicità dei complessi per il 
loro  metabolismo).  Alcuni  batteri  noti  sono  Cupriavidus  metallidurans,  Delftia 
acidovorans e Salmonella typhimurium; essi hanno sviluppato risposte biochimiche 
adatte alla fissazione delle particelle d’oro da complessi altamente tossici. Queste 
specie  batteriche  sono  sensibili  alla  presenza  dell’oro  nei  fluidi  circostanti,  infatti 
esso risulta tipicamente molto nocivo per la loro attività metabolica e pertanto in 
risposta  generano  efficaci  meccanismi  di  resistenza  come  l'escrezione  di  sostanze 
siderofore, le quali riducono il complesso dell'oro, permettendone la precipitazione 
nelle  immediate  vicinanze.  Le  sostanze  siderofore  inoltre  catalizzano  la 
biomineralizzazione  di  oro  nano‐particolato  con  una  morfologia  tipicamente 
sferoidale. Si noti che tale è la dimensione dell’oro fissato che risulta invisibile ad 
occhio umano e solamente la sommatoria di tali processi nell’arco di migliaia se non 
milioni di anni può dare un risultato ragguardevole, con produzione anche di pepite 
sia  per  sommatoria  su  granuli  preesistenti  che  senza  tale  accorgimento. 
L’accrescimento  passivo  dell’oro  nel  tempo  può  sia  avvenire  nelle  immediate 
vicinanze della mineralizzazione primaria (pochi metri) che in porzioni distali (50‐100 
metri). I depositi fluviali, glaciali e fluvio‐glaciali auriferi, coinvolti da notevole tempo 
nei  processi  formanti  i  suoli,  potrebbero  fornire  ottime  caratteristiche 
all’accrescimento  dell’oro  biogenico.  L’oro  libero  nei  sedimenti  può  essere 
mobilizzato per biolisciviazione, trasportato e precipitato su particelle d’oro solide 
già presenti, fino a formare delle pagliuzze di maggiori dimensioni o pepite in rari 
casi. 

 
 

126 
 

N.42  Modello  di  processi  responsabili  della  biogenesi  di  granuli  d'oro  in  ambienti  supergenici.  Lungo  il  profilo 
longitudinale alla massima pendenza del versante si nota come sono presenti due principali pennacchi di dispersione 
dell’oro, il primario e più importante ha il proprio fulcro dove la mineralizzazione primaria risulta a contatto con il 
terreno e prosegue lungo la regolite, l’orizzonte C. Qui si ritrovano anche frammenti clastici della mineralizzazione 
aurifera primaria e potenzialmente anche oro allo stato solido e cristallino proveniente dalla mineralizzazione stessa. 
Il  pennacchio  secondario  ha  il  proprio  fulcro  nello  spazio  circostante  l’albero,  infatti  il  proprio  ciclo  metabolico 
indirettamente porta verso la superficie oro in ultratracce, poi disperdendolo nell’ambiente superficiale. Esso tende 
a infiltrarsi con i fluidi percolanti come complesso tipicamente organico. Le porzioni evidenziate in giallo, presenti nel 
suolo, risaltano la presenza di oro anche nei complessi fluidi, mentre le porzioni evidenziate in rosso, mostrano volumi 
in  cui  i  batteri  accumulano  l’oro  dai  complessi  auriferi  circostanti  e  lo  precipitano  formando  occasionali  zone  di 
arricchimento, con genesi di granuli e pepite. Nell’esempio viene trattato un singolo albero ma il ragionamento si 
dovrebbe applicare ad una coltre di vegetazione polivalente, come un bosco o una foresta per esempio. 

Applicazioni nel settore minerario 

La tossicità dei complessi auriferi favorisce lo sviluppo di biofilm specializzati sui grani 
d'oro  presenti,  e  quindi  il  ciclo  dell'oro  negli  ambienti  di  superficie,  tra  cui  i  suoli 
(orizzonti  O,  A,  B,  C).  La  scoperta  di  risposte  microbiche  specifiche  alla  presenza 
dell'oro  può  guidare  lo  sviluppo  di  strumenti  di  esplorazione  geobiologica  (es. 
bioindicatori  e  biosensori).  I  bioindicatori  impiegherebbero  marcatori  genetici  dai 
suoli  e  dalle  acque  sotterranee  per  fornire  informazioni  sui  processi  di 
mineralizzazione  dell'oro,  mentre  i  biosensori  consentirebbero  analisi  sul  campo 
delle  concentrazioni  di  oro  in  terreni  di  campionamento.  Le  potenzialità  di  tali 
metodi di esplorazione mineraria sono i seguenti: 

‐ Limite di rilevamento dell’oro nel terreno 20 ppb; 
‐ Sensibilità teorica della misura 2 ppb; 
‐ Non  è  necessario  campionare  e  spedire  i  campioni  in  un  laboratorio 
specializzato;  

127 
‐ La  campagna  di  prospezione,  attraverso  l’impiego  di  bioindicatori,  è 
effettuale in situ. 

Tornando  a  parlare  di  un  quadro  più  generale,  batteri,  archaea,  funghi  e  alghe 
giocano un ruolo fondamentale nella guida dei cicli di carbonio, azoto, zolfo e fosforo 
nonché di molti cicli di altri metalli (Ehrlich et alii., 1998 & 2008).  

Riguardo ai metalli, i cicli possono essere guidati direttamente dai microrganismi in 
quanto:  

‐ Possono  richiedere  metalli  come  micronutrienti,  per  la  propria  crescita 


cellulare;  
‐ Possono essere in grado di ottenere energia metabolica dall'ossidazione e 
riduzione dei metalli; 
‐ Possono  offrire  ampie  capacità  per  la  disintossicazione  del  metallo  da 
soluzioni liquide (Ehrlich et alii., 1998; Southam et alii., 2005; Reith et alii., 
2008 & 2011; Gadd et alii., 2010). I microorganismi influenzano anche i cicli 
metallici in modo indiretto, infatti a causa dei loro tassi metabolici possono 
controllare i parametri geochimici ambientali (condizioni di pH e redox). La 
loro attività concerne la formazione, la secrezione e la decomposizione dei 
ligandi  complessanti  (acidi  organici  ad  alto  peso  molecolare,  siderofori, 
esopolimeri, cianuri e composti di zolfo) nei terreni con ad esempio materiali 
regolitici, sedimenti non consolidati anche in presenza di acque superficiali 
e sotterranee (Ehrlich et alii., 1998; Reith et alii., 2008).  

128 
 

129 
N.48 Diagramma riassuntivo in cui per ogni fase dall’attecchimento dei biofilm al loro sviluppo e riproduzione sono 
riportate le principali specie batteriche operanti. Si noti che nella fase numero cinque, la mobilizzazione dell’oro, i 
batteri etichettati con la lettera “S” sono in grado di biolisciviare l’oro, portandolo in soluzione.  

Il  ciclo  biogenico  dell’oro  negli  ambienti  superficiali  –  Estrazione  dell’argento  e 


precipitazione di oro nanoparticolato 

Un esempio di un ciclo biogeochimico di un metallo, che fino a poco tempo fa era 
considerato inerte, immobile e non biologicamente attivo in condizioni di superficie 
terrestre è quello dell'oro (Reith et al., 2007; Southam et al., 2009). Nel passato, la 
formazione di oro secondario in ambienti superficiali era anche considerata mediata 
esclusivamente da processi abiotici HE (Hough et alii., 2007). Nella medesima opera 
di  Hough  et  al.  (2007)  le  pepite  d'oro  ritrovabili  negli  ambienti  di  superficie 
potrebbero essere di origine batterica, cioè generati secondo processi biotici LE.  

 
N.49 Schema riassuntivo grafico in cui è possibile osservare il percorso di modellamento e alterazione chimica di un 
granulo d’oro dal deposito aurifero primario al desposito aurifero secondario attraverso processi abiotici HE (High 
Energy, alta energia). 

Il modello abiotico HE 

La  teoria  più  accreditata  e  divulgata  finora  vede  la  presenza  di  oro  in  ambienti  di 
superficie  come  influenzata  dall’azione  degli  agenti  atmosferici  sulle  rocce  che 
ospitano  la  mineralizzazione  primaria  (disgregazione  meccanica  ed  alterazione 
chimica) e la distribuzione del nobile metallo è legata alla riconcentrazione fisica e 
all'accumulo meccanico (Hough et alii., 2007). Le forze di attrazione deboli agiscono 
quando  i  vari  granuli  d’oro  sono  molto  vicini  tra  loro  formandone  di  nuovi 
130 
tipicamente di maggiori dimensioni. Secondo questa teoria è principalmente l’azione 
combinata del trasporto e del posizionamento molto ravvicinato dei granuli d’oro a 
fornire  la  possibilità  ad  essi  di  formarne  un  numero  minore  ma  di  maggiori 
dimensioni. Per immaginare meglio la genesi di pepite con questa teoria si immagini 
una palla di neve che scivolando lungo un versante innevato diventi una palla sempre 
di più grandi dimensioni. 

 
N.50 Nell’immagine sovrastante sono riassunte le principali caratteristiche e particolarità del modello biotico 
rispetto il modello abiotico (a bassa ed alta energia) 

Inoltre, sui livelli più esterni, i quali sono a contatto con l’ambiente esterno, si notano 
rivestimenti di oro purissimo (fino al 99,9% in tenore). Essi sono interpretabili come 
il risultato della mobilitazione chimica dell'argento dalle leghe primarie oro‐argento 
(Hough et alii., 2007) a causa della maggiore suscettibilità dell’argento a passare in 
soluzione. L’oro in questo caso aumenta il proprio tenore passivamente (figura 3a). 
Ovviamente i livelli considerati sono quelli più ravvicinati all’ambiente circostante (i 
più esterni) in quanto in tali siti avvengono le reazioni chimiche, le quali agiscono 
estraendo l’argento presente nella lega. 

L’oro può anche passare in soluzione (Au+1, Au+3, contro l’oro allo stato solido  Au0) 
sotto forma di complessi (figura 3b). Ciò tende ad avvenire maggiormente in stagioni 
umide  e  comunque  in  presenza  dei  componenti  necessari  a  formare  il  complesso 
(materia organica: complessi organici; zolfo; tiocomplessi; etc). Nelle stagioni aride 
gli stessi complessi tendono a ridursi a causa della diminuzione idrica nel sottosuolo 
nei siti dove loro sono presenti (si parla sempre di porzioni superficiali del suolo), ciò 
causa  la  precipitazione  dell’oro  in  nano‐fasi  (nano‐particelle  e  lastre  d'oro  nano‐

131 
particolato  di  dimensioni  di  circa  200  nm).  Tali  reazioni  sono  accompagnate  dalla 
formazione di minerali evaporatici, ad esempio, barite e halloysite (Hough et alii., 
2008 & 2011). 

 
 
N.51 (a, b, c). Situazioni differenti mostrano informazioni sui processi che hanno avuto luogo: 

a‐ I biofilm tendono a ridurre in dimensione il granulo d’oro, utilizzando il nobile metallo per i propri processi 
metabolici e disperdendolo nell’ambiente circostante come rifiuto legato a complessi organici; 
b‐ I  biofilm  non  sono  presenti,  l’argento  presente  nella  lega  tende  ad  essere  rimosso  nel  tempo  per 
alterazione. I livelli più esterni tendono ad arricchirsi passivamente di oro; 
c‐ I biofilm presenti nelle depressioni generano nel tempo strati polimorfici e particelle d'oro sulle superfici 
di grani d'oro secondari naturali. 

Il ciclo biogenico dell’oro in ambienti non superficiali 

Mentre  i  processi  abiogenici  svolgono  un  ruolo  importante  nel  ciclo  dell'oro  in 
superficie, recenti ricerche hanno dimostrato che i microbioti possono anche essere 
coinvolti  in  ogni  fase  del  ciclo  biogeochimico  dell'oro,  dalla  formazione  della 
mineralizzazione  primaria  nel  sottosuolo  profondo  alla  sua  solubilizzazione, 
dispersione  e  riconcentrazione  come  oro  secondario  negli  ambienti  di  superficie 
(Reith et alii., 2007; Southam et alii., 2009). I batteri e gli archei sono onnipresenti 
nel  sottosuolo  profondo  fino  a  diversi  chilometri  di  profondità  in  strutture 
preferenzialmente  fragili  e  permeabili  e  generano  colonie  in  rocce  sedimentarie 
porose  e  metamorfiche  permeabili  (grado  metamorfico  molto  basso)  e  sembrano 
contribuire alla formazione di depositi primari (Gold et alii., 1992; Fredrickson et alii., 
2006;  Fry  et  alii.,  2008;  Reith  et  alii.,  2011).  Potrebbero  svolgere  un  ruolo 
fondamentale  nell’arricchimento  localizzato  dei  seguenti  elementi:  ferro,  fluoro, 
132 
manganese,  calcio,  magnesio,  potassio,  sodio,  metalli  in  tracce  e  ultra‐traccia 
(argento,  molibdeno,  cromo,  rame,  nichel,  palladio,  selenio,  tungsteno,  vanadio, 
uranio  ed  oro).  Si  pensa  che  anche  mercurio,  carbonio  e  zinco  nella  superficie 
terrestre e in alcuni ambienti crostali siano controllati da processi microbici (Ehrlich 
et al., 1998; Gadd et al., 2010; LIoyd et al., 2003; Reith et al., 2007). In uno studio 
recente, Tomkins (2013) ha suggerito che i processi microbici potrebbero aver avuto 
un'influenza  nettamente  maggiore  sulla  formazione  di  depositi  auriferi  primari 
orogenici come precedentemente creduto. Il suo studio ha indicato che le interazioni 
tra  i  processi  tettonici  e  la  biosfera  possono  aver  determinato  cambiamenti  nella 
geochimica  globale  che  hanno  generato  condizioni  più  adatte  per  l'assorbimento 
dell'oro nella pirite sedimentaria. Ad esempio, da 3,5 miliardi di anni sono presenti 
innumerevoli specie di batteri anaerobici ed eterotrofi adatti  a ridurre il solfato e 
tiosolfato in idrogeno solforato (H2S) e rilasciare quest’ultimo come sottoprodotto 
metabolico.  Alcuni  batteri,  come  ad  esempio  la  specie  Desulfovibrio  spp.,  sono  in 
grado  di  ridurre  il  tiosolfato  da  complessi  di  tiosolfato  di  oro  mobili;  questo 
destabilizza  l'oro  in  soluzione,  che  quindi  tende  a  precipitare  in  posizione 
intracellulare  o  esser  incorporato  nei  minerali  di  solfuro  di  nuova  formazione,  ad 
esempio  la  pirite  sedimentaria  (Lengke  et  al.,  2006  &  2017).  Ciò  consente  la 
formazione di potenziali sequenze sedimentarie come rocce madre (host roks) dal 
punto  di  vista  metallogenico,  le  quali  risultano  essere  rocce  sorgenti  ideali  per  i 
giacimenti auriferi primari idrotermali di bassa‐media temperatura. La precipitazione 
enzimatica  catalizzata  dell'oro  è  stata  osservata  anche  in  batteri  termofili  e 
ipertermofili  (temperatura  fino  a  400°C)  ed  archaea  (ad  esempio,  Thermotoga 
marittima, Pyrobaculum islandicum), e la loro attività ha portato alla formazione di 
lega ad oro e argento nei sistemi di sorgenti termali della Nuova Zelanda (Jones et 
al., 2001). 

Considerazioni sulle specie batteriche coinvolte 

I batteri ferro e solfo‐ossidanti (ad es., Acidithiobacillus ferrooxidans, A. tiooxidani) 
sono  noti  per  ossidare  i  minerali  di  solfuro  che  ospitano  l'oro  in  zone  di 
mineralizzazione  primaria  e  quindi  portano  indirettamente  al  rilascio  dell'oro 
associato nel processo. Questi e altri batteri producono tiosolfato, che è noto per 
contribuire  alla  mobilità  dell'oro  formando  complessi  idrosolubili  stabili  con  l’oro 
(Etschmann  et  al.,  2011).  Altri  processi  microbici,  ad  esempio  l'escrezione  di  acidi 
organici  a  basso  peso  molecolare  e  cianuro,  possono  guidare  la  solubilizzazione 
dell’oro nei sedimenti in cui è disperso. Una caratteristica dei metalli del gruppo IB, 
ad esempio l’oro, è la loro capacità di legarsi fortemente alla materia organica, e l'oro 
ha dimostrato formare prontamente complessi con ligandi organici (Vlassopoulos et 
al.,  1990;  Gray,  1998).  L'interazione  di  oro  e  materia  organica  coinvolge 
principalmente  elementi  donatori  di  elettroni,  ad  esempio  azoto,  ossigeno  e  in 
133 
particolare  gruppi  contenenti  zolfo  (Reith  et  al.,  2007).  Le  pareti  cellulari  dei 
microrganismi  contengono  grandi  quantità  di  gruppi  contenenti  tiolo  altamente 
reattivi che mediano l'assorbimento dei metalli (Reith et al., 2007). Questo fa sì che 
i microrganismi siano al centro di una precipitazione accelerata dell'oro nei sistemi 
ambientali rispetto alle superfici minerali meno reattive (Fairbrother et al., 2012). 
Pertanto,  un  gran  numero  di  studi  che  utilizzano  una  serie  di  complessi  auriferi 
rilevanti dal punto di vista ambientale ha dimostrato la capacità di molti gruppi di 
microrganismi di accumulare passivamente e rapidamente complessi auriferi (ad es. 
Reith  et  al.,  2007).  Un  certo  numero  di  batteri  e  archaea  sono  anche  in  grado  di 
catalizzare  attivamente  la  precipitazione  di  complessi  di  oro  tossici  (Reith  et  al., 
2007).  La  precipitazione  grazie  a  processi  di  riduzione  di  questi  complessi,  può 
migliorare il tasso di sopravvivenza delle popolazioni batteriche che sono in grado di: 

‐ Ottenere  energia  metabolica  utilizzando  ligandi  complessanti  l'oro  (ad  es. 


Tiosolfato di A. ferroossididans); 
‐ Disintossicare  l'ambiente  cellulare  immediatamente  circostante  rilevando, 
espellendo  e  riducendo  i  complessi  auriferi  producendo  pirite  aurifera 
sedimentaria (ad esempio, Salmonella typhimurium, Plectonema boryanum 
e C. metallidurans   (Checa et alii., 2007; Lengke et alii., 2006; Reith et alii., 
2009); 
‐ Lisciviare la pirite sedimentaria, rendendo libero l’oro contenuto; 
‐ Lisciviare  l’oro  libero  e  riniziare  il  ciclo,  portando  nel  tempo  ad  un 
arricchimento localizzato sempre più di maggiore tenore. 

C. metallidurans è stato rilevato nei biofilm che si formano su granuli d'oro da siti 
australiani situati in zone climatiche tropicali moderate ed umide, indicando che il 
bioaccumulo dell'oro può portare alla biomineralizzazione dell'oro stesso mediante 
la  formazione  di  oro  "batteriomorfo"  secondario  (Reith  et  al.,  2006).  Anche  la 
formazione di cristalli d'oro ottaedrici secondari da soluzione di cloruro d'oro è stata 
promossa  da  un  cianobatterio  (P.  boryanum)  attraverso  un  oro  amorfo‐solfuro 
intermedio (Lengke et al., 2006 a & b). L'oro secondario e batteriomorfico è comune 
nei depositi di conglomerati di ciottoli di quarzo, come Witwatersrand, che è uno dei 
più grandi e sfruttati distretti auriferi mondiali (Mossman et al., 1985; Frimmel et al., 
1993).  In  tale  deposito,  l'oro  è  comunemente  associato  alla  materia  organica 
bituminosa di presunta origine microbica. 

134 
135 
 
Formazione dei silica sinter Batteri termofili  e ipertermofili  e 
Archea
Batteri termofili  e ipertermofili  SRB 
Biomineralizzazione Mineralizzazione a solfuri Genesi energia (Thermodesulfobacterium spp.) e 
Concentrazione Archea (Archaeoglobus spp.) (T<400°C)
Mineralizzazione riduttiva Genesi energia Batteri ipertermofili  H2  ossidanti (T. 
maritime) e Archea (P. islandicum, P. 
furious) (T<400C)
Mineralizzazione aurifera primaria (DAP) (Au: 60‐90 wt%)
Alterazione solfuri Fe/S ossidazione Fe/S ossidanti (A. ferrooxidans, A. thiooxidans)
Biosolubilizzazione
Bio‐ossidazione e C. violaceum, P. fluorescens, P. aeruginosa, P. putida, P. syringae,
Produzione cianuri
complessazione P. pecoglossicida, B. megaterium
Produzione  Funghi: (A. niger, F. oxysporum) e batteri (B. subtills, B. alvei, S. 
Dispersione amminoacidi marcescens, B. megaterium)
Apparati radicali  Produzione  Fe/S ossidanti (A. thioparus), actinomycetes (S. fradiae), SRB (D. 
vegetazione tiosolfato desulfuricans)
Trasporto 
Meccanismi abiotici Interazione vegetazione –
(tra cui: capillarità,  batteri:
convezione,  diffusione) Essudazione radici,  Funghi, lieviti e batteri (Pseudomonas spp.)
metabolismo
Precipitazione 
riduttiva
Bioaccumulo Detossificazione R. metallidurans, S. enterica, P. boryanum
Assorbimento 
passivo Micronutrizione M. luteus, methanotrophic bacteria (?)
Riconcentrazione
Nucleazione e  Genesi energia G. metallireduces, R. metallidurans (?)
cristallizzazione Fe/S ossidanti (tiosolfato d’oro) (A. thiooxidans), SRB, complessi 
Biomineralizzazione Utilizzo del ligando amminoacidi e cianurati d’oro
Fossilizzazione
Batteri: P. maltophilia, B. subtilis, E. coli
Lieviti: C. utilis, S. cervisiae
Attinomiceti: S. albus, S. fradiae
Funghi: A. niger, F. oxysporum
Oro secondario e batteriogenico (Au: 99 wt%)
Evento metamorfico
Processi geochimici  Esempio: conglomerati a ciottoli di quarzo in placer auriferi 
Evento supergenico e geologici (Witwatersrand, Africa)
Sollevamento  Metamorfismo 
Evento idrotermale
Diagenesi Sedimentazione 
(modificato da figura numero 1 da Reith et et alii., 2017)

 
N.52 Schema riassuntivo in cui è possibile osservare per ogni fase del ciclo biogeochimico dell’oro i principali batteri 
e specie di microorganismi attive. Si noti che solo in alcune condizioni ambientali essi possono influire sul ciclo. 

Falconer et al. (2006) e Falconer & Craw (2009) hanno fornito ulteriori prove del fatto 
che  i  processi  geobiologici  svolgono  un  ruolo  importante  per  la  formazione  di 
depositi  auriferi  primari  mostrando  che  i  ciottoli  carbonatici  all'interno  di  una 
sequenza  sedimentaria  detritica  in  Nuova  Zelanda  contengono  granuli  d'oro  di 
origine detritica e oro di origine secondaria che mostra morfologie batteriomorfiche 
simili  a  fogli.  L'oro  possiede  una  morfologia  porosa  simile  a  un  foglio  ed  è 
confrontabile all'oro associato al materiale carbonioso ritrovato nel Witwatersrand. 
Inoltre, i solfuri autigeni (pirite sedimentaria) in Nuova Zelanda sono simili ad altri 
solfuri ritrovati in contesti simili ed i rapporti isotopici misurati sullo zolfo indicano 
origini biogeniche (Falconer et al. (2006); Falconer & Craw (2009). 

 
N.53 Morfologia generale del biofilm, singole cellule e biominerali auriferi associati. 

 (a) strato polimorfico contenente nanoparticelle d'oro sulla superficie di una depressione del granulo d'oro; 

(b) biofilm che mostrano nanofili nella depressione del granulo d'oro; 

(c) oro secondario sferoidale che si forma nella depressione del granulo d'oro (Fairbrother et al., 2013). 

 
136 
Conclusioni  

L’attività batterica apre nuove sostanziali frontiere dal punto di vista scientifico ed 
applicativo.  Dal  punto  di  vista  della  mineralizzazione  primaria,  alcune  specie 
batteriche  sono  in  grado  non  solo  di  rendere  possibile  il  trasporto  in  soluzione 
dell’oro  ma  anche  di  farlo  precipitare  in  situ,  formando  nel  tempo  importanti 
concentrazioni.  Gli  stessi  batteri  possono  nel  tempo  generano  un  ambiente 
localizzato positivo al loro ciclo metabolico. I fluidi mineralizzanti a contatto con tale 
ambiente potrebbero tendere a formare le mineralizzazioni. La presenza di specie 
batteriche  particolari  tende  anche  a  massimizzare  tali  processi  e  influenzare 
positivamente il sistema. Una volta che la mineralizzazione primaria viene esumata 
ed esposta all’ambiente superficiale non sarò solo attiva la disgregazione meccanica 
e quindi la dispersione fisica dei minerali contenenti oro nell’ambiente, ma anche 
l’attività  batterica  che  può  coinvolgere  ad  esempio  la  pirite,  liberando  il  nobile 
metallo  presente,  quindi  un’alterazione  biochimica.  Il  percorso  dell’oro  disperso 
nell’ambiente  è  costellato  da  una  serie  di  eventi  che  mettono  potenzialmente  in 
contatto i batteri ai granuli stessi o ai complessi auriferi fluidi, in questi casi le specie 
batteriche possono: 

- Individuare  la  presenza  dell’oro  nei  complessi  circostanti  (attività 


sensoriale); 
- Procedere  all’escrezione  di  sostanze  siderofore  che  permettono  all’oro  di 
precipitare e diventare allo stato solido. In tale situazione i batteri creano un 
ambiente  privo  di  oro  in  complessi  in  modo  da  diminuire  la  tossicità 
ambientale fondamentale per i loro processi metabolici; 
- Assimilare  i  complessi  ad  oro  in  modo  da  utilizzarne  i  componenti  per  le 
proprie attività metaboliche, l’oro precipiterebbe sia in posizione interna al 
batterio che esterna a seguito della metabolizzazione del complesso che lo 
mantiene in soluzione; 
- Assimilare i complessi ad oro in modo da utilizzare il metallo stesso per le 
proprie attività metaboliche. L’oro in questo caso precipita in quanto ridotto 
dall’attività batterica oppure viene gestito successivamente come un rifiuto. 
 
Si noti che solo raramente l’oro viaggia in soluzioni acquose come ione libero. 
Spesso invece è legato ad un ligando, formando un complesso. Una volta che il 
ligando  viene  precipitato  oppure  metabolizzato,  l’oro  precipita 
immediatamente.  La  genesi  della  piritie  sedimentaria  aurifera,  piuttosto  che 
l’accrescimento  di  granuli  d’oro  in  pepite  sono  quindi  da  intendere  come 
originati da colonie batteriche con obiettivi differenti. 
 

137 
 
N.54 Schema ad albero riassuntivo delle varie fasi del ciclo biogenico dell’oro durante le fasi di genesi del deposito 
aurifero primario e del successivo arricchimento supergenico a spese del deposito aurifero primario stesso esposto 
oppure del deposito aurifero secondario risultante. 

Età e distribuzione spaziale dei giacimenti auriferi primari 

Nelle  prossime  immagini  verranno  collocati  su  un  planisfero  globale  i  principali 
giacimenti auriferi primari e distretti minerari. Viene tenuto conto anche del lasso 
temporale della loro genesi. Le posizioni geografiche sono quelle relative all’attuale 
assetto tettonico globale. Ogni collocamento corrisponde tematicamente anche ad 
un range del proprio contenuto in oro, come descritto nell’apposita legenda. I colori 
utilizzati sono invece da riferire all’età media delle rocce in cui questi giacimenti sono 
presenti. 

138 
  139 
 

140 
 
141 
N.55, 56, 57 Le immagini mostrano la distribuzione spaziale con i correlati tematismi 
dei principali giacimenti auriferi primari a livello mondiale. 

Archeano ‐ Proterozoico 
È tuttavia importante anche se più approssimativo, ricostruire per quanto possibile 
la posizione dei giacimenti auriferi primari più importanti a livello mondiale, rispetto 
il  loro  periodo  di  genesi.  Infatti,  a  parte  l’Archeano  e  Proterozoico,  la  tettonica  a 
placche ha avuto un impatto sulla genesi notevole, come si è potuto constatare nei 
capitoli precedenti. L’Archeano e Proterozoico sono temporalmente molto distanti 
dal tempo attuale e non sempre si applicano i principi attualistici in uso al momento 
per  la  comprensione  della  tettonica  regionale.  È  comunque  possibile  una 
ricostruzione approssimativa. 

N.58  Ricostruzione  ed  ubicazione  delle  principali  province  aurifere  precambriche  nel  Proterozoico  ed  Archeano. 
Questa  rappresentazione  grafica  di  Rodinia  (modificato  Unrug,  1996)  rappresenta  la  più  antica  ed  affidabile 
ricostruzione esistente dell’assetto continentale del supercontinente, disponibile al momento. Rodinia è interpretato 
come  esser  stato  generato  nel  Meso‐Proterozoico  ed  essersi  frammentato  nel  Neo‐Proterozoico.  È  interessante 
notare  la  distribuzione  dei  giacimenti  auriferi  primari  nelle  associate  catene  collisionali  mesoproterozoiche.  La 
tettonica a placche evolse dall’essere sporadica nel tempo fino a continua e ciclica come si denota nel Fanerozoico.  

142 
 
 
Depositi auriferi orogenici Proterozoici

Provincia aurifera Rocce incassanti Distretto minerario Strutture associate Produzione Risorse  Placer associati Età deformazione Età granitoidi Età mineralizzazione Bibliografia
(Moz Au) (Moz Au) (Ma) (Ma) (Ma)

Birimian greenstone W Africa craton Obuasi (Ashanti), Prestea, 50 30 16 2190‐2080 2180‐2145, >2132‐2116, Oberthur et al. (1998)


belts Bogosu, Konongo 2110‐2090, 2105‐2080
(Sadiola Hill, Damang) 2000
Ubendian belt SW Tanzania craton Mpanda, Lupa (Ntumbi Reef Saza hear zone, 0.8 2100‐2025, 2025, 1900‐ PaleoProterozoica? Lenoir et al. (1994)
(New Saza) Magamba 2860, 1725, 750 1800, 725 Kuehn et al. (1990)

Rio Itapicuru G.B. NE Sao Francisco craton Weber (Fazenda Brasileiro) 2 >3 2127, 2100‐2070 2130, 2100‐2070 2083‐2031 Xavier & Foster (1999)


(Fazenda Maria Preta, Ambrosio), Vasconcelos & Becker (1992)
Serra de Jacobina Teixeira et al. (2001)
Neto (1994)
Eteke G.B. Congo craton Eteke (Dondo‐Mobi, Ovala, Dango) Ogoulou‐Offoue minore 0.5 0.5 > 2375, 2285‐2050 2374, 2286, 2285‐2050 Bouchot & Feybesse (1996)
2040, 1915 2042, 1980‐
1915
Guyana shield N Amazonian craton (El Callao, Las Cristinas, Omal, Makapa‐Kuribrong, <4 (Guyana) >20 incerto ma  2250‐2000 2120‐2090. ca. 2100‐2000 Sidder & Mendoza (1995)
Gross Rosebel, Camp Cayman,  Issano‐Appaparu presente 1790 Norcross et al. (2000)
Paul Isnard, Villa Nova) Santos (1999)
Tapajos‐Parima W Amazonian craton Alta Floresta, Tapajos, Parima incerto 35 2100‐1850 2030‐1980, 1850 Voicu et al. (1999)
orogenic belt 1920‐1890, Santos (1999)
1870‐1850 Santos et al. (2001)
Flin Flon G.B. Trans‐Hudson orogen (Rio, Tartan Lake, Snow Lake) Tartan Lake Shear 1.25 5 2860‐1790 1874‐1834 1791, 1760 Ansdell & Kyser (1992)
(Manitoba‐Saskatch zone Fedorowich et al. (1991)
segment)
Dakota segment Trans‐Hudson orogen (Homestake) >40 1770‐1715 1720‐1715 < 1840, > 1720 Caddey et al. (1991)
Dahl et al. (1999)
Svecofennian province Baltic shield Tampere, Rantasalmi (Osikonmaki), Raahe‐Ladoga 0.3 0.5 1850, 1820‐ 1800 2000‐1860 1840‐1820 Eilu (1999)
Seinajoki (Kalliosalo), Haapavesi deformation zone Billstrom & Weihed (1996)
(Klimala), Haapavesi (Klimala), Skellefte
Ketilidian mobile belt N Atlantic craton (Nalunaq, Niaqomaarsuk, Ignutsait, Ipatit, Kupseq) incerto 2 1792‐1785 1850‐1770 1792‐1785, 1780 Stendal & Frei (2000)
Kaltoft et al. (2000)
Transvaal basin Kaapvaal craton Sable‐Pilgrim's Rest 6 9 2100‐2050 2100, 2050 ca. 2050 Boer et al. (1995)
(Bushveld)
Northern Territory N Australian craton Arunta (Callie, Granites, Tanami), (Tennant Creek), 9 12 1880‐1840 1835‐1810 1835‐1820 Cooper & Ding (1997)
inliers Pine Creek (Cosmo Howley),  Campbell et al. (1998)

Paterson province Paterson orogen (Telfer) Telfer lineament >4 6 620‐540 633‐617 ca. 620 Myers et al. (1996)


Rowins  et al. (1997)
Arabian shield African platform Sukhayabarat E, Al Wajh Najd, Yanbu 0.5 2.5 700‐660 620‐615, 700‐660, ca 620 LeAnderson et al. (1995)
(Pan‐african orogen) (Umm al Quarayyat) < 620 585‐565 Albino et al. (1995)
Nubian shield African platform Luxor in Egitto fino a N. Ethiopia (Umm 100? maggioranza 1000‐600? 850‐540 580‐550 Sedillot (1972)
(Pan‐african orogen) Rus, El Sid, Lega Dembi) alluvionale Worku (1996)
Berhe (1997)
Hoggar (or tuareg) African platform (Amesmessa, Tirek), Bin Yauri E Ouzzal, Anka minore 6 650‐613, 620 611‐575, ca 500 Ferkous & Monie (1997)
shield (Pan‐african orogen) 566‐535 Garba (1996)
Brasilia fold belt S american platform (Luziana, Morro do Ouro, Bossoroca,Mina III) 0.5 3 790‐600 590‐563 500 Fortes et al. (1997)
503‐492 Valeriano et al. (1995)
Borborema province S American platform Sao Francisco, Cachoeira de Minas), Itapetim Patos, Pemambuco 900‐500 760‐570, < 750 Countinho & Alderton (1998)
510
Yenisei fold belt Angara craton Olympiada, Sovetsk, Uderey, Gerfedskoye 0.6 30 20 620‐600 1050‐900, 900‐800, 660‐600 Safonov (1997)
850‐810 Khiltova & Pleskach (1997)
Konstantinov et al. (1999)

143 
 
 
Depositi auriferi orogenici Archeani

144 
Provincia aurifera Rocce incassanti Distretto minerario Strutture associate Produzione Risorse  Placer associati Età deformazione Età granitoidi Età mineralizzazione Bibliografia
(Moz Au) (Moz Au) (Ma) (Ma) (Ma)

Barberton G.B. Kaapval craton Sheba, New Consort Saddleback‐Inyoka >10 presenti ma non 3230‐3080 3490‐3450 3126‐3084 Anhaeusser (1986),
Fairview, Agnes stimate 3230, 3105, de Ronde et al. (1991),
2690 de Ronde & de Wit (1994)
N Pilbara craton Pilbara craton Mount York, Bamboo 2.2 0.8 3340, 3200. 3520‐3400, 3430‐3300, 3200, 3000 Neumayr et al. (1998),
Creek, Marble Bar, 3000‐2900 3315‐3270, 2900 Witt et al. (1998)
Blue Spec 3100, 3000‐
Pre‐Dnieprovian 2900
block Ucranian shield Sergeevsk, Balka Sursk, Verkhovtsevk 3000, 2750 3500‐3100, Archeano M Kushev e Kornilov (1977),
Zolotaya, Appolovsk 2970, 2800‐ 2900‐2500 Koval et al. (1997)
2600
Superterrane E Goldfields Yilgarn craton Golden Mile, Norseman, Boulder‐Lefroy 90 75 2660, 2640 2900‐2630 2670‐2660 Witt et al. (1998),
Kambalda, Bronzewing, Boorara‐Menzies 2640‐2620 Kent et al. (1996),
Sunrise Dam, Jundee 2600 Yeats et al. (1999)

Superterrane S Cross Yilgarn craton Marvel Loch, Transvaal 8 8 2660, 2650 2700‐2620 2650‐2620 come sopra

 
Superterrane W Yilgarn Yilgarn craton Big Bell, Hill 50 18 20 2900, 2660‐2640 2900‐2630 2640‐2620 come sopra

S Superior (Abitibi G.B.) Canadian shield McIntyre‐Hollinger, Larder Lake‐Cadillac 180 200 2710‐2670 2720‐2670 2720‐2660 Robert (1990, 1996),
Sigma‐Lamaque, Hemlo Destor‐Porcupine 2600 Kerrich & Cassidy (1994),
, Dome, Kerr‐Addison Polat & Kerrich (1999),
Abraham et al. (1994),
Slave province Canadian shield Yellowknife (Con, Giant), Campbell‐Giant 16 10 > 2800, 2700‐2580 2800, 2700‐ 2670‐2650, 2585 King & Helmstaedt (1997),
Gordon Lake, Lupin 2580 Hamilton & Hodgson(1986),
E. Dharwar block Balakrishna et al. (1999),
(Greenstone belts) Indian shield Kolar (Champion, Mysore, 27.6 17 >30 Moz stimate 2630‐2520 2750‐2510 2550 Radhakrishna & Curtis (1999),
Nanydroog, Oorgaum) Chadwic et al. (2000),
Hutti, Ramagiri, Gadag Herrington (1995),
Dardyshire et al. (1996),
Midlands, Harare‐Shamva, Zimbabwe craton Kwekwe (Globe/Phoenix) Kadoma, Lilly, 17 5 2710‐2620 2680‐2580 2670‐2650, 2618‐2604, Vinyu et al. (1996),
Odzimutare greenstone Kadoma (Cam/Motor), Munyati, Shamva 2413 Schmidt‐Mumm et al. (1994),
belts (Freda‐Rebecca, Shamva, Oberthur et al. (1998),
Rezende, Redwing) Kolb et al. (2000),
Borg (1994),
Limpopo belt Between Tanzania (Renco) Tuli Sabi 0.5 2700‐2600 2720‐2550. 2570 Walraven et al. (1994),
e Zimbabwe craton 2550‐2530 2400 Pinna et al. (1999),
Chauvet et al (1994),
Goldfields Lake Viktoria Tanzania craton Greita (Bulyanhulu, Byhemba, Suguti shear zone 3 >20 2750‐2530 2680, 2580‐ < 2644, 2568‐ Olivo et al. (1996),
Macalder) 2570, 2530,  2534 Lobato et al. (2001),
1870 Bayley et al. (1973),
Rio das Velhas greenstone S. Sao Francisco Quadrilatero Ferrifero (Cuiava, 30 >10 Paleoplacers 2780‐2770. 2780‐2770,  2710‐2580, 1830 Wilks & Harper (1997),
belt craton Morro Velho, Raposos, Sao a Moeda 2150‐1800 2720‐2700, Sorjonen‐Ward et al. (1997),
Bento, Santana) 2600 Stein et al. (1998),
Eilu (1999).
South Pass Greenstone belt Wyoming Sweetwater (Miners Delight,  0.3 < 0.1 Moz Au 2800, 2670, 2630 2800, 2670 2800
Carissa) 2550 2630, 2550

Karelian craton Fennoscandinian  Ilomantsi (Kelokorpi, Kuittila, Korvilansuo‐Kaurravaara 0 0.2 2750, 2720 2840, 2750‐ 2740‐2690, 2607


shield Korvilansuo, Muurinsuo,  shear zone, Pampalo 2690
Ramepuro), Kuhmo (Lokkiluoto)

 
Paleozoico 
Il Paleozoico risulta più chiaro rispetto il Proterozoico ed Archeano, infatti è possibile una 
ricostruzione più accurata specialmente rispetto l’orogenesi Varisica. 
 

 
N.59 Distribuzione delle principali province aurifere paleozoiche nella ricostruzione associata a 356 Ma di Scotese 
(1997) ‐ modificato. Dal medio Paleozoico, importanti giacimenti si sono formati in N Africa, Brasile, N Australia e 
successivamente  si  sono  trovati  isolati  in  aree  cratoniche  stabili.  Durante  l’Ordoviciano‐Devoniano,  i  giacimenti 
auriferi  primari  si  sono  formati  probabilmente  lungo  il  margine  attivo  del  Gondwana,  ad  esempio  l’attuale 
Queensland (Australia) fino al S Argentina a causa delle collisioni di terranes. La chiusura di Iapetus e successivamente 
dell’oceano  Retico  tra  Euamerica  e  Gondwana  portò  alla  formazione  di  province  medio  paleozoiche  legate 
all’orogenesi  Caledoniana‐Appalachiana  e  più  giovane  Varisica.  Una  serie  complessa  di  eventi  di  subduzione  e 
collisione  nella  porzione  occidentale  della  Paleo‐Tetide  durante  il  Paleozoico  risultò  nella  genesi  delle  province 
aurifere ora riconosciute negli Urali e nell’attuale centro. 

145 
 
Depositi auriferi orogenici Paleozoici

146 
Provincia aurifera Rocce incassanti Distretto minerario Strutture associate Produzione Risorse  Placer associati Età deformazione Età granitoidi Età mineralizzazione Bibliografia
(Moz Au) (Moz Au) (Ma) (Ma) (Ma)
Arne et al. (1998)
Lachlan fold belt Tasman orogen Ballarat, Bendigo, Stawell, 34 46 460‐250 420‐390 460‐370, Bierlein et al. (1999)
Hill End 370‐360,320 357, 343 Lu et al (1996)
Cooper & Tulloch (1998)
WestLand, South Tasman orogen Reefton (Blackwater, Globe‐Progress) Globe‐Progres shear 2.1 >12 8 420‐260 380‐370 500,37 Muir et al. (1996)
Island, Nz Perkins & Kennedy (1998),
Thomson fold belt Tasman orogen Charters Towers, Etheridge, 8 490‐250 490‐407 415‐398, 320 Bain et al. (1998)
Croyden 330‐270 Peters et al. (1990)
Hodgkinson‐Broken Tasman orogen Hodgkinson 0.15 490‐250 330‐270 300
River fold belt
Sierras Papeanas Paleozoic Andes Sierra de Las Minas, Cruz del Eje, Guamanes shear zone 0.1 535‐390 535, 520, 390‐360 Skirrow et al. (2000)
Rio Candelaria, San Ignacio 490‐470 Rapela et al. (1998)
430‐390
East Sayan fold belt Angara craton Urik‐Kitoi (Zun‐Kholba, Okino‐Kitoi, minore >3 500‐450 510‐430 450 Mironov & Zhmodik (1999),
Zun‐Osna, Taln, Vodorazdel'noe) Kholbin Neimark et al. (1995)
Baikal fold belt Angara craton (Sukhoi Log, Irokindinskoe, Karakonsk, Tompudo‐ minore 40 70 354, 330‐290 380‐365, 345, 280‐250 Vladimirov et al. (1999)

 
Kedrovskoe, Vysochaishee) Nerpinsk, Tochersk Yarmolyuk et al. (1997)
Bulgatov & Gordienko (1999)
Larin et al. (1997),
Mongol‐Zabaikal fold belt N‐Central Mongolia Booroo‐Zuunmod, Zaamar, Erun‐Gol minore 10 5 tardo Paleozoico Paleozoico precoce Tardo Paleozoico United Nations (1999)
Kipchak arc
(Kazakhastan & Irtysh‐Zalsansaya Kazakstania micro‐continent Vasil'kovsk, Zholymbet, Bestyube, >30 medio Paleozoico Paleozoico precoce Basso Ordoviciano Sengor & Natal'in (1996a,b)
(Caledonian orogen) Stepnyak, Baryrchlk Spiridonov (1996)
Southern Tian Shan Central Asia Variscan orogen Muruntau, Daugyztau, Charmitan, Jilau, Kumtor, Tian Shan suture zone, 50 130 medio Paleozoico Permo‐Triassico Permo‐Triassico Shayakubov et al. (1999)
Sawayaerdun Sangruntau‐Tamdytau shear zone Bortnikov et al. (1996)
Drew & Berger (1996)
Wilde et al. (2000)
Meduma terrane N Appalachian Goldenville, Caribou, Beaver Dam, Cochrane Hill,  1.4 415‐360 380‐370 380‐362 Kontak et al. (1990)
(Acadian event) Forest Hill Gibbons et al. (1998)
Blue Ridge belt S Appalachian Goldville, Dahlonega belt, Hog Mountain 0.4 0.4 medio Ordoviciano 335‐320 343‐294 Stowell et al. (1996)
(Alleghany event) West (1998)
Easten Cordillera Paleozoic Andes Pataz, La Rinconada, Yani Maranon lineament 329 313 Fornari & Herail (1991)
Haeberlin et al. (1999)
Caledonides United Kingdom Dolgellau gold belt (Gwynfynydd, Clogua), Tyndrum fault, 0.2 0.6 abbondanti 520‐480 425‐390 410‐380, 368, 345 Ineson & Mitchell (1975)
(Caledonian orogen) Tyndrum, Clontibret orlock bridge fault McArdle (1989)
Curtis et al. (1993)
Iberian Massaif European Variscan Jales, Gralheira, Salave maggioranza 3 7‐65 stime 390‐310 320‐305 347, < 292‐286 Steed & Morris (1986)
alluvionale (esaurito) 290‐280 Murphy & Roberts (1997)
Quiring (1972)
Massif Central European Variscan Saint Yrieix (Le Boumeix), (Salsigne), Marche‐Combrailles 25 360‐290 360‐290 320‐285 Noronha et al. (2000)
Brioude‐Massiac, La Marche (Le Chatelet) shear zone Bouchot et al. (1989)
Guen et al. (1992)
Marignac & Cuney (1999)
Bohemian massif European Variscan (Celina‐Mokrsko, Kasperske Hory, 5 13 minore 440‐280 360‐290 349‐342 Foster (1997)
Jilove) Sten et al. (1998)
East‐Central Urali Uralian orogen Berezovsk, Kochkar Main Uralian fault >28 abbondante >60 370‐250 360‐320 Carbonifero‐Permiano Moravek (1996a,b)
Bortnikov et al. (1997)
Puchkov (1997)
Kisters et al. (1999)

 
       
Mesozoico ‐ Cenozoico 

attuali, rispetto l’assetto tettonico moderno. 

 
N.60  Distribuzione  delle  province  aurifere  mesozoiche‐terziarie.  Essa  è  principalmente  ristretta  agli  orogeni  accrezionali  della  cintura  Circum‐
pacifica. I depositi si estendono dalla Cordigliera delle Ande fino al W U.S.A. seguendo fino alla Sierra Foothills a NW di Nome, Alaska. Altri depositi 
si trovano sul lato occidentale del bacino N Pacifico e si estendono dalla Cina orientale all’angolo NE della Russia. Gli eventi finali di accrezione del 
Gondwana sono definiti dai giacimenti nel New England e nelle isole S della Nuova Zelanda. Alcuni piccoli giacimenti sono ubicati negli orogeni 
alpini. 

147 
Nel Mesozoico e Terziario si osserva una distribuzione dei continenti più simile alla 
nostra, in particolare nella imagine sono riportati i principali depositi primari auriferi 
Depositi auriferi orogenici Mesozoici‐Terziari

Provincia aurifera Rocce incassanti Distretto minerario Strutture associate Produzione Risorse  Placer associati Età deformazione Età granitoidi Età mineralizzazione Bibliografia

148 
(Moz Au) (Moz Au) (Ma) (Ma) (Ma)
Stepanov
Trans‐Baikal Belt Mongol‐Okhotsk (Darasum), Mogocha (Klyuchevsk), sutura Mongolia‐Okhtsk 2 7 35 190‐140 280‐260, Giurassico L Zorin (1999), Yakubchuk
orogenic belt Selemdzha, Niman, Kerbi (Tokur, Malomyr, 164‐145 Cretaceo & Edwards (1999),
Unglichikan) Krivolutskaya (1997),
Daqinshan/Yan‐Liao N Cina craton Wulashan (Saiyinwusu, Zhongshangou, Xiaoyinpan) <5 107 minore permo‐trias 325‐245 300‐220 Miller et al. (1998)
(varisico cinese) Hart et al. (2002)
New England fold belt Tasmanian orogen Hillgrove, Gympie (Timbarra),  Peel fault system 4 minore 0.25 320‐230 310‐300, 285, E‐M Triassico Ashley (1997)
Great Serpentinite Belt 270‐240 Cranfield et al. (1997)
Otago Tasmanian orogen Macraes Hyde‐Macraes 0.5 3 8 200‐140 no graniti Giurassico‐Cretaceo McKeag & Craw (1989)
shear zone Paterson (1986),
Tombstone belt Cordigliera Fairbanks (Ft. Knox, Ryan Lode, Tintina e Denali  1.5 12 12 Giurassico 105‐90 105, 92‐87, 77 McCoy et al. (2000),
True North), Goodpastor (Pogo), fault system NewBerry (2000)
(brewery Creek, Sheelite Dome, 
Dublin Gulch, Clear Creek)
Seward Peninsula Cordigliera Nome (Rock Creek), Council <0.1 7 170‐130 108‐82 109 Ford & Snee (1996),
(Big Hurrah) 108‐82 Rubin et al. (1995)
Klondike Cordigliera (Sheba, Mitchell, Hunker) <0.1 15 Giurassico no graniti 175 Rushton et al. (1993)

Interior British Columbia Cordigliera Atlin, Casslar, Caribo >1? 1 1 Giurassico M Giurassico 170‐140 Ash et al. (1996)

Chugach prisma accrezione Cordigliera Chichagof (Chichagof, Hirst‐Chicagof), Border Ranges 0.9 0.1 L Cretaceo ‐ Eoc 66‐50 57‐49 Goldfarb et al. (1986),
Port Valdez (Cliff), Port Wells, Girdwood,  Haeussler et al. (1995)
Hope‐Sunrise, Moose Pass, Nuka Bay

Juneau gold belt Cordigliera (Alaska‐Juneau, Treadwell, Kensington) Fanshaw, Sumdum 6.8 >5 minore M Cretaceo M‐Cretaceo 57‐53 Goldfarb et al. (1991),
Sumdum Chieg 70‐60 70‐48 Milelr et al. (1994)
Talkeetma Mountains Cordigliera Willow Creek (Indipendence) Border Ranges 0.6 minore Giurassico 74‐66 66 Madden‐Mc Guire et al. (1989)

Bridge River Cordigliera (Pioneer, Bralome) Yalakom 4.3 0.6 minore Giurassico‐Cretaceo 270, 91‐43 70 Leitch et al. (1991)
Goldfarb et al. (2000)
Central Idaho Cordigliera (Buffalo Hump, Elk City, Yellow Pine 7 1 L Cretaceo ‐ Eoc 120‐70 78‐67 Cookro (1996), Foster
Boise Basin 64‐47 & Fanning (1997), 
Lund et al. (1986)
Sierra Foothills Cordigliera Alleghany, Grass Valley, Mother Lode Melones, 35 15 65 Giurassico‐Cretaceo 150‐80 144‐141, Bohlke & Kistler (1986),
Bear Mountain 127‐108 Landefeld (1988)
Klamath Mountains Cordigliera French Gulch, Deadwood Soap Creek‐Siskiyou 3.5 3.5 Giurassico‐Cretaceo 177‐135 147‐136 Elder & Cashman (1992)

Yana‐Kolyma Russian Far Est Omchak (Natalka, Shkolnoye, Tenka fault 5 20 125 Giurassico‐Cretaceo 170‐110 147‐131, Goryachev & Edwards (1999)


Utinka, Pavlik, Omchak, Svetloye), 125‐115, Nokleberg et al. (1993)
Tuostakh, Kular, Adycha‐Taryn 105‐95 Parfenov (1995),
(Sarylakh, Sentachan) Abzalov (1999),
Verhoyansk fold belt Russian Far Est Djanda‐Okhonosoy incerto incerto L Giurassico‐Cretaceo 140‐70 Goryachev & Edwards (1999),
Nokleberg et al. (1993),
Allakh‐Yun fold belt Russian Far Est Yur‐Duet (Nezdaninskoye Kiderikinsk deep fault, 15 Cretaceo 154‐94 170‐130 Parfenov (1995)
Tyrynsk fault 11 Cretaceo 115‐100 Goryachev & Edwards (1999)
Chukotka Terrane Russian Far Est (Kartalveem, Malskoe, Palyangai) 124‐110 Bortnikov et al (1998)
Abzalov (1999),
Nokleberg et al. (1996)
Jiaodong Peninsula N Cina craton (Jiaojia, Xincheng, Linglong,  Sashandao‐Canshan, >1‐2? >28 Giurassico‐Cretaceo 165‐125 130‐120 Qiu et al. (2001)
Yanshan orogen Fushan, Taishang, Sanshandao) Jiaojia‐Xinchen Wang et al. (1998)
Qinling N Cina craton Xiaoqinling (Dongchuang, Wenyu, minore 13 Giurassico‐Cretaceo 180‐108 Cretaceo Mao et al. (2001)
Yanshan orogen Dahu, Yangzhalyu, Tongyu) Jiang & Zhu (1999)
Yan‐Liao /  N Cina craton (Dongping, Jinchanggoulliang, minore 15? Giurassico‐Cretaceo 200‐120 200‐120 Miller et al. (2001)
Changbaishan  Yanshan orogen Jinchangyu, Jaipigou, Maoling) Pettke et al. (1999)
European Alps Alpine‐Carpazi orogen W. Alps (Bruson, Vogogna, Gondo) 1 incerto Cretaceo Marshall et al. (1998)
Swiss Alps  (Mont Chemin),  incerto 90‐60, 44‐19 43‐20 32‐10
Est Alps (Rotgulden) incerto
Southeast Asia Himalayan orogen N Vietnam (Bo Cu, Da Mai, Na Pac, Pac Lang Ailao Shan‐Red incerto >2 33‐17 35‐22 49‐29 Yang (1996)
Lang Vai) River shear zone Harrison et al. (1996)
Ailaoshan (Zhenyuan, Mojiang, Daping) Wang et al.(1998)
Dzung (1995), Zhang & Sharer (1999)

 
I depositi auriferi secondari (DAS)                 
 
Introduzione alla coltivazione meccanizzata dei placer auriferi 
I  depositi  secondari  sono  molto  importanti  come  fonte  redditizia  di  estrazione 
dell’oro. I depositi secondari non sono altro che porzioni di terreno dove l’oro tende 
ad  accumularsi  meccanicamente  a  seguito  dell’azione  prevalente  degli  agenti 
esogeni.  Questi  non  solo  vanno  a  degradare  meteoricamente  ed  alterare 
chimicamente le rocce presenti ma agiscono anche sui minerali che contengono l’oro 
liberandolo  nell’ambiente  circostante.  Successivamente  alla  frammentazione  ed 
alterazione delle rocce madri, alcuni agenti, ad esempio l’acqua o il vento, tendono 
a  concentrare  l’oro  in  località  fisiche  preferenziali.  Nel  caso  vi  fossero  cubature 
(volumi) e tenori (quantità di oro a tonnellata o a volume) validi potrebbero risultare 
fonti  di  estrazione  attraverso  il  lavaggio  di  tale  materiale  clastico  nel  caso  di  oro 
libero nei sedimenti oppure frantumazione e altre tecniche nel caso l’oro non sia del 
tutto libero. L’oro è importante se ritrovato in contesti di depositi auriferi primari 
(DAP),  in  tal  caso  risulta  notevole  supporto  un’analisi  dettagliata  delle  principali 
caratteristiche  tipiche.  L’oro  presente  nei  depositi  auriferi  secondari 
tendenzialmente  risulta  economicamente  valido  entro  alcuni  parametri.  Il 
processamento  risulta  differente  e  per  alcuni  versi  semplificato  rispetto  al 
corrispettivo  messo  in  atto  nei  depositi  auriferi  primari.  Non  si  effettuano,  in 
generale, lavori in sotterraneo, infatti i giacimenti secondari (placer) sono coltivati a 
cielo aperto in cave. I sedimenti vengono processati con l’obiettivo di concentrare i 
minerali pesanti, tra cui l’oro, in un volume minimo, detto concentrato aurifero. I 
sedimenti  possono  essere  estratti  e  spostati  con  mezzi  meccanizzati  pesanti.  I 
Bulldozer servono, in un primo momento, a rimuovere la parte di suolo superficiale 
e a volte vengono usati per raggiungere l’orizzonte ghiaioso aurifero di interesse. A 
questo  punto  entrano  in  azione  escavatori  di  differenti  generi  e  dimensioni,  ad 
esempio: 

Escavatori con benna su cingoli o gomme  (diversa  potenza dipendente dalla  scala 


dell’attività):  questo  mezzo  è  il  più  utilizzato  in  questo  tipo  di  imprese.  Viene 
utilizzato sia per rimuovere localmente materiale sterile, sia per caricare il materiale 
ghiaioso  aurifero  per  mandarlo  all’impianto  di  lavaggio.  Viene  anche  usato  come 
mezzo  per  spostare  alcuni  componenti  pesanti  sul  sito  (con  le  conseguenti 
precauzioni).  Un  utilizzo  di  notevole  importanza  è  per  eseguire  trincee  di 
prospezione, oltre che piccoli scavi a media profondità. 

Escavatori cingolati con sistema di benne a rotazione (diversa potenza dipendente 
dalla scala dell’attività): questi sono utilizzati solo in alcuni contesti, di solito sono 
149 
forniti di un sistema di nastri trasportatori, i quali trasportano il materiale appena 
scavato verso l’impianto di lavaggio direttamente oppure verso i camion da cava. 

Camion da cava: questi sono di differenti dimensioni e caratteristiche. Servono per 
spostare il materiale sterile oppure quello aurifero. L’utilizzo dei camion dovrebbe 
essere tenuto conto dal punto di vista dei costi sia di gestione che di manutenzione 
oltre che per quanto riguardano i consumi. Si dovrebbe sempre preferire un utilizzo 
modesto. Il posizionamento dell’impianto di lavaggio a distanza contenuta rispetto 
la cava aiuta notevolmente a ridurre l’utilizzo dei camion da cava. 

Pale  gommate:  questi  strumenti  sono  molto  utili  sia  nella  rimozione  delle  pile  di 
scarti  lavati  nei  dintorni  degli  impianti  di  lavaggio  sia  nella  gestione  del  rateo  di 
immissione del materiale aurifero nell’impianto. Si differenzia rispetto all’escavatore 
nello stesso ruolo per la maggior capacità di lavoro nel medesimo tempo, oltre che 
per la sua manovrabilità. 

Questi sono i mezzi a movimento terra principali utilizzati nella lavorazione dei placer 
auriferi in tempo moderni. Vi possono essere eccezioni oppure locali ottimizzazioni. 
La rimozione dei sedimenti sterili e l’escavazione di quelli auriferi con conseguente 
trasporto fino all’impianto di lavaggio dove saranno ridotti i sedimenti lavorati fino a 
pochi secchi di concentrato di minerali pesanti, risulta il costo principale in questo 
tipo di operazioni, al quale vengono sommate le tassazioni, i costi concessionari se 
presenti e quelli della manodopera. L’oro verrà estratto dal concentrato aurifero in 
un  laboratorio  presente  sulla  concessione  oppure  in  uno  esterno  ed  eventuali 
sottoprodotti  economici  potrebbero  venir  potenzialmente  estratti.  L’area  fonte  di 
concessione può essere già stata lavorata parzialmente in passato oppure esistono 
piani di prospezione con sondaggi recenti. Nel caso, una volta ritrovato l’orizzonte 
aurifero  economico  si  procede  con  i  lavori.  Il  materiale  essendo  sedimento  può 
essere estratto più facilmente rispetto la controparte rocciosa. Inoltre, fattore molto 
importante:  non  deve  essere  necessariamente  frantumato!  Infatti,  l’oro  si  trova 
perlopiù  libero  nei  sedimenti  tanto  ci  si  trovi  lontani  dal  giacimento  di  origine.  I 
depositi auriferi secondari hanno sempre avuto un certo fascino: i placer coltivati dai 
romani,  quelli  dello  Yukon  fino  a  quelli  in  California  hanno  attirato  orde  di 
prospettori, ma alla fine ben pochi si sono arricchiti. Il sogno è sempre il medesimo: 
riuscire a risalire dal deposito aurifero secondario a rintracciare quello primario ma 
non  sempre  ciò  risulta  possibile  o  fattibile.  I  depositi  auriferi  secondari  sono  una 
importante  realtà  industriale  per  l’estrazione  di  alcuni  minerali  pesanti. 
Tendenzialmente, questi sono resistenti agli agenti atmosferici e posseggono elevata 
densità  e  quindi  si  concentrano  per  il  loro  peso  maggiore  in  alcune  porzioni 
sedimentarie  preferenziali.  Nei  placer  auriferi  non  si  ritrova  solo  l’oro  ma  anche 
minerali  di  stagno,  titanio,  ferro.  Logicamente  perchè  l’attività  di  estrazione 

150 
convenga  devono  esserci  gradi  tenori  economici,  deve  esserci  un  margine  di 
guadagno.  

Classificazione unitaria dei depositi auriferi secondari 
Deposito  aurifero  secondario:  deposito  aurifero  derivato  dalla  disgregazione 
meccanica ed alterazione chimica di uno o più depositi auriferi primari o secondari. 
Gli  agenti  esogeni  agiscono  concentrando  le  particelle  aurifere  libere  e  non, 
generando  arricchimenti  fisici  localizzati.  Si  utilizza  per  semplicità  la  sigla:  DAS 
(Deposito Aurifero Secondario). 

Placer: concentrazione di minerali pesanti localizzata ed economica per operazioni a 
differente scala. È un deposito secondario, tipicamente di origine fluviale o costiera. 
Questo termine è utilizzato solo nel caso sia economicamente valida l’estrazione dei 
minerali pesanti e legalmente permessa 

Deposito:  concentrazione  di  minerali  pesanti  localizzata  ma  al  momento 


antieconomica oppure non permessa legalmente per operazioni a grande e media 
scala. La cubatura limitata e l’esiguo tenore non giustificano l’estrazione. 

Deposito  aurifero  secondario  rielaborato:  le  acque  ruscellanti  e  l’azione  del  vento 
sono agenti esogeni dominanti solo in alcuni contesti climatici. Le acque ruscellanti 
tendono ad ammorbidire le morfologie presenti e generano DAS colluviali o eluvio‐
colluviali.  L’azione  del  vento  genera  in  alcuni  contesti  i  DAS  residuali.  Entrambi  i 
depositi  risultanti  hanno  caratteristiche  sedimentologiche  e  tessiturali  tipiche  e 
vanno  distinti.  L’azione  dell’alterazione  chimica  genera  i  suoli,  quindi  i  depositi 
lateritici. Sono importanti perchè alcune reazioni organiche correlabili a movimenti 
di fluidi nei pori del terreno, possono asportare e precipitare l’oro altrove, generando 
localizzate  e  sporadiche  porzioni  fisiche  ricche  in  pepite.  Vengono  utilizzate  le 
seguenti sigle: 
 
DASr (Deposito Aurifero Secondario Rielaborato) 
DASr residuale: MMR 
DASr colluviale: MMC 
DASr eluvio colluviale: MMEC 
DASr lateritico: MMLAT 
 
Ulteriori termini utili verranno affrontati successivamente.  

151 
 
N.61 Sezioni geologhiche longitudinali al versante considerato in cui vi è l’affioramento in quota di una serie di 
mineralizzazioni  aurifere  e  la  genesi  lungo  il  versante  stesso  di  differenti  depositi  auriferi  secondari  e  le  loro 
controparti rielaborate.  

 
   

152 
Classificazione spaziale dei DAS 
Si  enuncia  quindi  una  classificazione  sulla  base  del  settore  geografico  in  cui  il 
deposito ha ubicazione ed il suo ambiente d’origine. Gli agenti esogeni operano con 
differenti intensità in tali contesti. 

1) Settore orogenico ‐ Rilievo ‐ Vallivo 
         
          A ‐ Deposito di frana ‐ detritico 
          B ‐ Deposito torrentizio ‐ Conoide intravallivo 
          C ‐ Deposito glaciale * 
          D ‐ Deposito fluviale intravallivo * 
          E ‐ Deposito lacustre intravallivo 
          F ‐ Deposito secondario rielaborato 
 
2) Settore raccordo: Settore orogenico e pianura alluvionale 
 
          A ‐ Deposito conoide alluvionale (D. Fluviale *) 
          B ‐ Deposito glacis 
          C ‐ Deposito glaciale pedemontano* 
          D ‐ Deposito fluviale s.l * 
          E ‐ Deposito lacustre 
          F ‐ Deposito secondario rielaborato 
 
3 Settore pianura alluvionale 
  
          A ‐ Deposito fluviale alluvionale* 
          B ‐ Deposito glaciale pedemontano* 
          C ‐ Deposito secondario rielaborato 
 
4) Settore Foce fluviale ‐ marino 
        
          A ‐ Depositi Delta conoide 
          B ‐ Depositi di Estuario 
          C ‐ Depositi Costieri terrazzati 
          D ‐ Deposito secondario rielaborato 
 
5) Settore marino  
  
          A ‐ Deposito conoide sottomarino 
          B ‐ Deposito torbida sottomarina 
153 
          C ‐ Deposito canyon sottomarino 
          D ‐ Deposito decantazione marina 
 
*Deposito  fluviale  (dipendente  dal  contesto  e  dall’energia:  Straight  ‐  Braided  ‐ 
Meandriforme) 
(S: Straight [diritto] ‐ B: Braided [treccia] ‐ M: Meandriforme) (<: raro , >: frequente) 
 
AA ‐ Fondo canale (S‐B‐M) 
BB ‐ Residuo eroded bank (S‐B‐M) 
CC ‐ Convex pay streak (<S ‐ B ‐ >M) 
DD ‐ Barra fluviale (<S ‐ >B ‐ M) 
EE ‐ Top clay bedrock, Top cemented bedrock (argille e cementati ossidi) (S ‐ B‐ M) 
FF ‐ Rapide da boulders (>S ‐ >B ‐ <M) 
GG‐ Tratti di incalamento (raccorciamento trasversale) (S ‐ B ‐ M) 
HH‐ Tratti di allargamento (allargamento traversale) (S ‐ B ‐ M) 
LL ‐ Meandri abbandonati (<B ‐ >M) 
MMf ‐ deposito secondario rielaborato (S ‐ B ‐ M) 
           
*Deposito glaciale (dipendente dal contesto morfologico) 
(C: circo glaciale ‐ V: intravallivo ‐ R: raccordo orogeno‐pianura ‐ P: Pianura) 
 
SS ‐ Deposito scheletrico sparso (V) 
DA ‐ Deposito glaciale ablazione (C ‐ V ‐ R ‐ P) 
DF ‐ Deposito flow till (C ‐ V ‐ R ‐ P) 
DS ‐ Deposito glaciale di fondo (C ‐ V ‐ R ‐ P) 
DFG‐ Deposito fluvioglaciale (C ‐ V ‐ R ‐ P) 
DGL‐ Deposito glaciolacustre (C ‐ V ‐ R ‐ P) 
DSl‐ Deposito slavina (C ‐ V) 
MMg‐ deposito secondario rielaborato (C ‐ V ‐ R ‐ P) 

154 
N.62 Schema grafico riassuntivo della classificazione speditiva dei DAS utilizzata normalmente al posto di quella 
completa per questioni di praticità e semplicità. 

Classificazione morfologico‐granulometrica (Rizzi 2017) 
Questa  classificazione  è  stata  concepita  per  un’applicazione  all’oro  ritrovato 
nell’ambito dei depositi auriferi secondari. 

PEPITE – MICROPEPITE – GRANULI – FILETTI – ORO CRISTALLIZZATO 

‐ tendono a muoversi sul fondo della batea (rotolamento, trascinamento); 

‐ nelle tre dimensioni, due hanno lunghezza simile; 

‐ pepita (nugget): peso maggiore di 0,5 g; 

‐ micropepita: dimensione minore di 1mm (peso ovviamente minore di 0,5g); 

‐ granuli: pepita o micropepita che rotola facilmente; 

‐  filetto  (wire  gold):  pepita  o  micropepita  che  nelle  tre  dimensioni  una  è 
preponderante.  

SCAGLIE – SCAGLIETTE – PUNTINI – POLVERINO 

‐ tendono a non muoversi sul fondo della batea (trascinamento); 

‐ risultano molto appiattite. 

155 
Nelle tre dimensioni due di esse sono preponderanti (spessore rimane minimo) 

Scaglia :                               lunghezza e larghezza superiori a 4mm; 

Scaglietta:                           lunghezza e larghezza compresi tra 4mm e 1mm; 

Puntino:                               lunghezza e larghezza minore di 1mm; 

Polverino (flour gold):       lughezza e larghezza minore di 1/10mm (visibile con la 
lente).  

+  aggettivo  “cristallizzato”:  se  si  notano  minerali  compresenti  all’oro  nativo. 


Esempio: quarzo/calcite/solfuri/ etc. 

+ “antropico”: se si nota una morfologia anomala dal ritrovamento generico e molto 
simile alla fattura umana di gioielli o simili, poi morfologia malleata dalla natura. Un 
esame chimico in questo caso toglierà ogni dubbio. 

Schema riassuntivo grafico: 

‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐< pepita <‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐ < micropepita <‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐ 

                       (0,5g)                                     (1mm) 

             

‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐< scaglia < ‐‐‐ < scaglietta <‐‐‐‐ < puntino <‐‐‐‐< polverino <‐‐‐‐‐‐‐‐‐‐ 

                             (4mm)                  (1mm)               (0,1mm) 

Legenda dei simboli utilizzati: 

Dimensione= d             x= lunghezza       < minore 

Massa= m                  y= larghezza       > maggiore 

z= spessore               << molto minore    >> molto maggiore 

(dall’alto il più grossolano al basso il più fine)  

156 
Pepita se:    

x circa y circa z / x circa y > o < z                               

Pepita senso stretto: m > 0,5 g 

Micropepita: d < 0,1 mm 

Granulo: attitudine a rotolare 

Filetto: x o y o z >>  

Scaglia se: 

X circa y << z 

Scaglia senso stretto: d > 4 mm 

Scaglietta: 1 mm < d < 4 mm 

Puntino: d < 1 mm 

Polverino: d < 0,1 mm  

 
Illustrazioni serie pepite (da sinistra verso destra al minore):  

 
 
Illustrazioni variante antropico e cristallizzato: 

 
N.63  Immagini  che  aiutano  il  lettore  a  comprendere  i  vari  termini  della  classificazione  morfologica  appena 
presentata. 

157 
Classificazione granulometrica Mesh 
Questa classificazione è in uso attualmente in molti stati esteri, quali Stati Uniti per 
esempio.  Le  particelle  vengono  fatte  passare  in  una  serie  di  setacci  con  maglia 
standard  posti  in  colonna.  Il  materiale  posto  alla  sommità  dei  diversi  setacci 
incolonnati passerà attraverso una serie di maglie sempre più fini e fitte. Quindi, le 
varie  percentuali  in  peso  risultanti  nei  setacci  vengono  calcolate  e  l’oro  presente 
classificato.  Tendenzialmente  si  classifica  l’oro  con  la  percentuale  dimensionale 
dominante. Si noti come tale classificazione risulti ottimale nel caso di oro granulare 
e diventi poco significativa nel caso di pagliuzze di grandi dimensioni (vele). Il sistema 
è aiutato dalla presenza alla base della colonna di una piastra vibrante che con tale 
movimento aiuta i granuli nel loro movimento verso il basso. Con il termine “Mesh” 
si  intende  il  numero  di  aperture  contenute  in  un  pollice  lineare  di  setaccio.  Per 
esempio, un setaccio “10 Mesh” conterrà 10 aperture lungo un pollice di dimensione 
lineare e quindi 100 in un pollice quadrato. Di conseguenza un setaccio “20 Mesh” 
possiede 20 aperture lungo un pollice lineare e 400 nell’area di un pollice quadro. 
Più il numero di Mesh sale, più la rete diventa fitta e solo l’oro più fine potrà passare. 
Le particelle d’oro che superano la rete 10 Mesh ma non quella 20 Mesh saranno 
classificate come 10‐20 Mesh e così via.  

In questa classificazione i seguenti termini ottengono la dicitura: 

> 10 Mesh: Oro grossolano (coarse gold) e Pepite (nuggets); 

10‐20 Mesh: Oro medio (flakes);  

20‐40 Mesh: Oro fine;  

< 40 Mesh: Polvere aurifera, comprende l’oro microscopico. 

Stime del peso visuali (1) 

Ci vogliono circa 2200 particelle d’oro 10‐20 Mesh per comporre un’oncia e circa 71 
per un grammo. Tale dato è solo una stima che varia sulla base della purezza dell’oro, 
la quale si considera da media ad alta, in quanto ha subito una fase di trasporto. Si 
necessitano di circa 12000 particelle di oro 20‐40 Mesh per costituire un’oncia e circa 
390 colori per comporre un grammo. 

158 
Categorie dei "colori" Abbreviazione Massa (mg) Descrizione
Micro‐fly speck Mf 0.03 (30 = 1 mg) non può esser visto oltre 30 cm di distanza;
Oro piatto e pulviscolare, polveroso, farinaceo
Flyspeck F 0.1 (10 = 1 mg) può esser visto  oltre 30 cm di distanza;
Oro piatto ma talvolta con spessore apprezzabile
A colour A 1 a 2 circa 1 mm di diametro; dimensione circa di sfere di 
una penna a sfera
B colour B 2 a 5 fino a 2 mm di diametro, apprezzabili in tre dimensioni
C colour C 5 a 25 fino a 3 mm di diametro, talvolta micropepite
Nugget (pepita) Nug > 25, individuale

N.64  Esempio  di  tabella  riassuntiva  come  strumento  ulteriore  alle  classificazioni  sopra  citate.  Si  noti  come  una 
caratterizzazione visuale speditiva per confronto possa avere anche ottime ricadute sulla stima del peso sul campo. 

Caratteri morfologici dell’oro alluvionale 
L’oro  che  viene  ritrovati  lungo  i  corsi  d’acqua  o  nei  depositi  alluvionali  antichi  ha 
subito una storia molto complessa e variegata, la quale la si può suddividere in alcune 
tappe  interpretabili  dalla  morfologia  e  dalla  dimensione  dell’oro.  L’oro  viene 
rilasciato  dalle  mineralizzazioni  aurifere  primarie,  le  quali  possono  essere  vene 
primarie  in  senso  stretto  in  cui  l’oro  è  disperso  in  una  matrice  quarzosa  oppure 
essere  presente  in  alcuni  minerali  particolari,  tipicamente  solfuri.  Tali  minerali 
alterandosi  chimicamente  e  disgregandosi  fisicamente  liberano  l’oro  nativo 
nell’ambiente  circostante.  L’oro  viene  quindi  concentrato  in  località  fisiche 
preferenziali  nei  corsi  d’acqua  a  causa  del  suo  elevato  peso  specifico,  mentre  gli 
elementi leggeri vengono semplicemente dilavati o dissolti. Un accenno importante 
deve  essere  fatto  per  quanto  concerne  l’attività  glaciale,  infatti,  i  ghiacciai 
funzionano come nastri trasportatori ed accumulano immense quantità di materiale 
ai  lati  ed  al  fronte  del  ghiacciaio  (depositi  morenici).  Le  morene  vengono  poi 
rielaborate  da  corsi  d’acqua  locali  che  a  loro  volta  concentrano  i  minerali  pesanti 
presenti  nelle  immediate  vicinanze.  In  tal  caso,  l’oro  può  anche  essere  frutto  di 
processi  di  disgregazione  fisica  di  rocce  aurifere  o  alterazione  delle  medesime  in 
luoghi  molto  lontani  dalla  località  d’origine.  Semplicemente  i  massi  possono 
viaggiare  molto  lontano  a  causa  dei  ghiacciai  o  altri  fenomeni.  Si  noti  che  i  massi 
ubicati  sotto  il  corpo  del  ghiacciaio  e  sopra  il  substrato  in  genere  vengono 
“polverizzati”  dal  peso  e  dal  movimento  del  ghiacciaio  stesso,  quindi  il  ghiacciaio 
trasposta sopra il corpo o nel medesimo, materiali pressoché intonsi nel tragitto e li 
deposita nelle morene, mentre lungo la base polverizza sia il carico di detriti che il 
substrato.  Le  morene  dal  loro  canto  sono  molto  suscettibili  alle  variazioni  del 
ghiacciaio  e  nel  caso  il  ghiacciaio  avanzi,  verranno  sospinte  in  avanti  (effetto 
bulldozer). Nei periodi di arretramento si imposteranno morene sempre più interne 
allo sbocco vallivo. L’oro nel tragitto varia la sua morfologia e dimensione. Essendo 
un metallo molto malleabile, esso tende a deformarsi ed appiattirsi a causa dell’urto 
159 
tra i massi o rimanendo pizzicato tra essi. Inoltre, un oro grossolano tende ad essere 
smosso  difficilmente  dalle  piene,  ad  eccezione  di  eventi  eccezionali.  L’oro  fine, 
invece, può essere trasportato a grande distanza.  

N.65  Schema  tridimensionale  in  cui  si  denota  una  località  fisica  posizionata  in  quota  in  cui  affiora  una  serie  di 
mineralizzazioni  aurifere  primarie,  la  cui  erosione  e  successivo  trasporto  fornisce  il  carico  detritico  per  formare  i 
depositi a valle, attraverso i processi di sedimentazione. L’oro, dal momento in cui viene liberato, tende a mostrare 
caratteristiche  morfologie  sulla  base  dell’agente  esogeno  prevalente,  presente  nell’ambiente  di  trasporto  e 
sedimentazione. 

Trend naturale della variazione della dimensione dell’oro 
Bisogna ragionare sulle conseguenze del trasporto dell’oro attraverso i mezzi naturali 
principali: acqua, ghiaccio, aria (vento). Nel caso del trasporto fluviale, l’oro preso in 
carico dal fiume tende a diminuire di dimensione con il procedere del trasporto fino 
a raggiungere taglie molto fini o finissime nell’arco di pochi chilometri dalla sorgente. 
L’oro raccolto lungo un corso d’acqua potrebbe  mostrare risalendo il fiume  trend 
differenti.  Dall’assenza  alla  presenza  di  taglie  fini  andando  ad  aumentare  verso 
monte fino ad un crollo nella presenza e concentrazione quando si supera la località 
d’origine. Nel momento del tracollo ci si trova di fronte a due casi differenti: 

1‐  si  è  nei  pressi  di  un  deposito  sorgente  eroso  (es.  vecchio  terrazzo  fluviale)  che 
fornisce nei periodi di erosione (piene fluviali) a più riprese oro al corso d’acqua da 
quel punto (arricchimento puntuale); 
160 
2‐ si è nei nei pressi di una punta migrata, in cui la punta semplicemente migra verso 
valle  anche  di  centinaia  di  metri  nel  tempo,  durante  le  innumerevoli  piene 
considerevoli.  Il  corso  d’acqua  rielabora  i  depositi  fluviali  della  pay  streak  e  li 
riconcentra un po’ più a valle rispetto all’area precente la piena considerata. Ogni 
piena potenzialmente può erodere e quindi depositare il materiale riconcentrato a 
valle o coprire la “punta” e quindi preservarla fino al prossimo momento di erosione 
o i successivi. 

Lungo uno stesso corso d’acqua, è possibile ritrovare diverse località arricchite e poi 
una dispersione allontanandosi da queste. Questo vale sia in pianura dove l’effetto 
di concentrazione attraverso la qualità meandriforme del fiume o curvilinea viene 
accentuata, che in valle, dove la rielaborazione di altri depositi secondari (colluviali 
e  glaciali  oppure  fluviali).  Un’altra  località  di  arricchimento  locale  degna  di  nota 
nell’ambito  piemontese  è  l’ubicazione  attuale  o  passata  di  anfiteatri  morenici  o 
depositi morenici anche in luoghi lontani dello sbocco vallivo o lungo la valle stessa 
(depositi  morenici  scheletrici  sparsi).  L’oro  trasportato  dal  ghiacciaio  come  carico 
interno  e  perlopiù  superficiale  viene  ammucchiato  pressochè  intonso  nei  depositi 
morenici.  Il  successivo  reticolo  idrografico  superficiale  agisce  rielaborando  il 
materiale morenico ed è possibile che nelle porzioni subito a valle, il corso d’acqua 
tenda ad essere arricchito di minerali pesanti e quindi oro (se presente nel sedimento 
morenico). Un appunto importante è da fare sulle aurifodine piemontesi, con nota a 
quelle  di  Villareggia,  Mazzè  e  della  Bessa.  Si  noti  che  sono  impostate  proprio  in 
questa  configurazione:  i  primi  terrazzi  fluviali  rispetto  alla  morena  erosa  e 
rielaborata, sono stati i primi a formarsi e si sono preservati parzialmente. Il fiume 
approfondendosi non li ha più rielaborati, se non erodendoli parzialmente in modo 
laterale, arricchendosi in oro. La grandezza massima dell’oro ritrovabile secondo il 
trend  appena  enunciato  è  determinata  dalla  taglia  massima  individuabile  nel 
deposito  secondario  di  partenza  della  rielaborazione.  Di  solito  aree  successive  a 
morene  tendono  ad  avere  un  oro  grossolano,  in  quanto  l’oro  trasportato  dal 
ghiacciaio è arrivato intonso o quasi alla sua destinazione. Avrà quindi morfologie 
particolari,  tenendo  conto  che  i  terrazzi  auriferi  sono  depositi  fluviali  e  quindi  ha 
subito una fase di trasporto fluviale (appiattimento). Questo vuol dire che lungo un 
corso d’acqua, in un dato momento, alcune porzioni erose possono essere ricche o 
meno di oro, volendo anche di diversa dimensione. L’età dei sedimenti erosi varia 
come  il  contenuto  d’oro  e  la  morfologia.  Un  aspetto  importante  è  proprio 
comprendere come la pianura alluvionale sia la sommatoria nel tempo e nello di tanti 
depositi fluviali generati in tempi differenti: il fiume rielabora i suoi stessi sedimenti 
e  varia  il  suo  tragitto,  allargandosi  o  approfondendosi.  Sedimenti  vecchi  possono 
essere  rielaborati  solo  se  il  corso  d’acqua  riesce  ad  eroderli,  di  solito  solo 
lateralmente, in quanto sono parte di terrazzi vecchi ed alti. Inversione del trend: la 

161 
natura non smette mai di smentirsi ed il trend della diminuzione della dimensione 
dell’oro con la distanza rispetto il luogo di origine può invertirsi, quindi in alcune zone 
l’oro si concentrerà di nuovo. In questo caso si possono generare pagliuzze piuttosto 
che pepite. 

Deposito aurifero secondario rielaborato 
Le acque ruscellanti e l’azione del vento sono agenti esogeni dominanti solo in alcuni 
contesti climatici. In tali contesti essi vanno a rielaborare preferibilmente i depositi 
secondari  auriferi  rispetto  a  quelli  primari,  in  quanto  composti  da  detriti  di  solito 
incoerenti.  Le  acque  ruscellanti  “ammorbidiscono”  le  morfologie  presenti  e 
generano  depositi  colluviali  o  eluvio‐colluviali.  L’azione  del  vento  genera  invece  i 
depositi  residuali.  Entrambi  i  depositi  risultanti  hanno  caratteristiche  strutturali  e 
tessiturali tipiche e vanno distinti come casi a parte nel caso in cui essi siano stati 
dominanti. L’azione dell’alterazione chimica genera i suoli, quindi i depositi lateritici. 
Sono importanti perché alcune reazioni organiche correlabili a  movimenti di fluidi 
nei pori del terreno, possono solubilizzare e/o precipitare l’oro, formando pepite o 
arricchimenti  localizzati  notevoli.  Vengono  distinti  in  questa  categoria  i  seguenti 
depositi con le relative sigle di appartenenza. 

DAS residuale: MMR 

DAS colluviale: MMC 

DAS eluvio‐colluviale: MMEC 

DAS lateritico: MMLAT 

Si  noti  come  l’agente  esogeno  caratterizzante  dona  l’appellativo  principale  al 
deposito.  Inoltre,  lo  stesso  deposito  può  derivare  da  uno  precedentemente  già 
rielaborato  e  potrà  essere  in  futuro  totalmente  o  parzialmente  modellato  da  altri 
fenomeni ed agenti esogeni, ad esempio: un deposito lateritico riconcentrato dalle 
acque  ruscellanti.  Si  dovrebbe  descrivere  tale  carattere  con  l’aggettivazione  più 
appropriata, come nel seguente esempio:  

Deposito lateritico con sovra impronta colluviale o colluviato. 

In  questo  esempio  si  parla  di  un  deposito  aurifero  secondario  rielaborato 
principalmente lateritico con una riconcentrazione da parte delle acque ruscellanti. 

Deposito lateritico con sovra impronta residuale o residualizzato. 

162 
In  questo  caso  si  intende  un  deposito  aurifero  secondario  rielaborato  e  per  linea 
dominante laterizzato con una riconcentrazione da parte dell’azione del vento.  

 
N.66 Schema riassuntivo delle principali tappe che l’oro può subire. 

163 
 
164 
N.67 L’azione degli agenti esogeni è determinante per la genesi dei depositi auriferi secondari. 

Gli  eventi  franosi  –  spostamento  di  masse  di  sedimenti  auriferi  o  del  substrato 
roccioso aurifero 

Le  frane  concorrono  come  agenti  responsabili  del  movimento  di  ingenti  masse  di 
sedimenti o rocce dalla zona di distacco, detta nicchia di distacco, alla destinazione 
di deposizione detta accumulo di frana. Il percorso utilizzato durante tale movimento 
è detta zona di scorrimento. Durante un evento franoso, la frana non concentra il 
materiale  aurifero  preso  in  carico  ma  bensì  lo  sposta  a  quote  inferiori,  dove  sarà 
possibile  ritrovarlo  sotto  forma  di  deposito  franoso.  Talvolta  i  caratteri  del  DAS 
originario verranno completamente obliterati in favore dei nuovi caratteri imposti 
dalla  frana.  Nel  periodo  successivo  all’evento  franoso,  se  il  clima  lo  permette,  si 
osserva  la  genesi  di  diversi  rii  superficiali  che  in  parte  eroderanno  il  substrato 
affiorante  nella  nicchia  di  distacco  e  nella  zona  di  scorrimento  ed  in  parte  si 
attesteranno nelle porzioni marginali del corpo franoso. È importante sottolineare 
come essi possono essere auriferi nel caso in cui il deposito che erodano contenga 
tracce  di  oro.  Da  un  lato  l’evento  franoso,  può  mettere  in  evidenza  una  nuova 
porzione di DAP o DAS, piuttosto che erodere più facilmente il corpo franoso che il 
deposito precedente. Le frane vengono classificate per via del differente materiale 
coinvolto  (roccia,  detrito,  terra)  e  del  tipo  di  movimento  che  ha  agito  (caduta, 
ribaltamento,  scivolamento,  flusso,  complessi).  Sulla  base  della  tipologia  che  si 
osserva  sul  campo  è  possibile  quindi  riscontrare  una  tipica  morfologia  e  il  tipo  di 
deposito coinvolto e il movimento subito. Si ricordi che i DAP tipicamente rientrano 
nella categoria «roccia», mentre i DAS in quella «debris» e «terra». 

   

165 
 

 
 

 
N.68 L’impostazione di un pattern idrografico superficiale successivamente all’evento franoso non è atipico lungo le 
catene alpine. La rielaborazione fluviale permette un arricchimento locale aurifero sicuramente successivo all’evento 
franoso principale. 

166 
 
N.69 Esempio di come gli eventi franosi possano spostare anche ingenti masse di sedimenti auriferi o substrato, il 
quale contiene a sua volta tenori auriferi, in questo caso da un DASe – DASe‐c. 

Deposito eluvio ‐ colluviale [MMEC – DASe & DASe‐c]  
Si  intendono  le  località  prossime  ai  depositi  auriferi  primari  che  hanno  subito  nel 
tempo  degradazione  meteorica  ed  alterazione  chimica  delle  mineralizzazioni 
affioranti.  L’oro  rilasciato  può  essere  ancora  contenuto  interstizialmente  nella 
matrice della mineralizzazione oppure nella struttura cristallina del minerale ospite, 
pirite per esempio. La roccia, attraverso la fase di degradazione meteorica, tende a 
frammentarsi ed obliterare la struttura originaria; si producono frammenti, di solito, 
con angoli vivi, conseguenza della pressoché assenza del trasporto. Il trasporto tende 
ad  attutire  la  proprietà  angolosa  dei  frammenti,  in  quanto  i  clasti  nel  viaggio 
collidono  tra  loro  e  le  porzioni  più  fragili  (gli  angoli)  verranno  rimosse 
preferenzialmente. Tanto il trasporto è prolungato tanto questa proprietà diventa 
pervasiva.  I  frammenti  diventano  ciottoli  con  un  valore  di  sfericità  indice  del 
trasporto.  La  roccia  o  il  minerale  fonte  dell’oro  presente  può  anche  alterarsi 
chimicamente. Alcuni elementi presenti nei minerali sono reattivi ad alcuni fluidi che 
entrano in contatto sulla superficie e reagiscono. Il risultato è che la roccia varia la 
sua  mineralogia  e  tende  di  solito  verso  uno  stato  meno  coeso  e  più  facilmente 
degradabile  meteoricamente.  Nella  degradazione  meteorica  sono  gli  agenti 
atmosferici o esogeni i principali attori.  

167 
 
N.70 Il DAS eluviale si posiziona nelle immedite vicinanze delle mineralizzazioni affioranti. 

Nel crioclastismo, l’acqua percolante nelle fratture e in momenti di gelo, anche brevi, 
diventa  ghiaccio    aumentando  il  suo  volume.  Agisce  sulle  pareti  delle  fessure  con 
valori  di  pressione  elevati,  allargandole  ed  approfondendole  verso  il  cuore  della 
roccia.  La  roccia  quindi  viene  divisa  in  tanti  frammenti,  sempre  di  minore 
dimensione.  Il  crioclastismo  necessita  di  climi  freddi  anche  solo  stagionali.  Deve 
essere  presente  dell’acqua  e  la  temperatura  deve  raggiungere  la  soglia  del 
congelamento. Un fattore importante è la frequenza, il processo è tanto più invasivo 
quanto è ripetitivo in un arco breve di tempo. 

168 
 
N.71 Esempio dell’azione del crioclastismo e dei suoi prodotti. 

Nel termoclastismo, la temperatura è il principale attore, le rocce a contatto diretto 
con fonti di calore come il fuoco o dall’irraggiamento solare vengono riscaldate ed 
espandono  naturalmente  il  loro  volume.  Nell’arco  della  giornata,  la  temperatura 
varia e se fosse presente un divario termico elevato tra giorno e notte, il volume della 
roccia varierebbe notevolmente. Questo crea fessure e fratture interne che vanno a 
degradare  la  coesione  della  roccia.  Queste  aree  sono  principalmente  situate  in 
regioni terrestri con elevato divario termico, spesso accompagnate da climi aridi o 
con una forte azione del vento. 

 
N.72 Il crioclastismo è un agente molto invasivo e pervasivo nelle condizioni climatiche rigide e fredde. 

169 
ll  deposito  aurifero  primario,  sempre  più  frammentato  fisicamente,  può  subire 
effetti  gravitativi  importanti:  crolli,  rotolamento  di  blocchi,  franamenti  e 
scivolamenti. Tutti questi processi concorrono a smantellare sempre in maniera più 
invasiva la roccia costituente il deposito. Alcuni depositi possono variare nel tempo 
le  loro  caratteristiche  e  posizione  fisica.  L’osservazione  dei  prodotti  di 
smantellamento che circondano il deposito fornisce informazioni riguardo alla sua 
posizione originaria. Il deposito può essere in situ o ex situ. Con queste terminologie 
si intendono nel primo caso i depositi auriferi secondari rielaborati presenti presso 
la locazione originaria del deposito primario. Nel secondo caso se il deposito primario 
ha subito franamenti o altri fenomeni che lo hanno traslato (anche in parte variabile). 

N.73 Esame del ventaglio di arricchimento aurifero: la porzione di sedimeti ritenuti auriferi è generata da un apice 
(DAP) o (DAS) con dimensioni in aumento verso valle. 

Il sedimento non ha subito ancora una grande classificazione tessiturale. Potrebbero 
esserci elevate concentrazioni locali nel caso in cui solo i minerali leggeri siano stati 
allontanati o asportati. Si noti che il ventaglio di arricchimento si può generare anche 
da  un  DAS  particolarmente  ricco,  come  nel  caso  della  rielaborazione  di  depositi 
morenici vallivi laterali. La cartografia tematica può essere di grande aiuto unendo i 
vari  tasselli  per  approfondire  i  caratteri  del  deposito  aurifero  primario  e  di  quelli 
secondari. Il deposito eluviale è a volte l’obiettivo della prospezione, l’ultimo DAS 
ritrovato  prima  di  trovare  il  DAP  originario.  L’oro  è  spesso  quasi  senza  tracce  di 
trasporto: sono granuli e pagliuzze da piccole a grandi dimensioni. La morfologia è 
variata  pochissimo  rispetto  al  momento  in  cui  è  stato  liberato  nei  sedimenti 
circostanti.  In  questo  tipo  di  deposito,  l’oro  si  ritrova  sotto  due  principali  forme: 
libero e non libero. Alcune rocce o frammenti possono contenere oro all’interno, a 
volte visibile. In questo caso l’oro libero è asportabile con il metodo della divisione 
170 
gravitativa (batea) ma l’oro non libero è recuperabile previa macinazione della roccia 
che  lo  contiene  e  successivo  lavaggio  in  batea.  Un  problema  potrebbe  risultare 
l’accessibilità  a  risorse  idriche  per  avere  l’acqua  necessaria  al  lavaggio  o 
l’accidentalità del percorso nel trasporto degli strumenti. L’oro si mostra con alcune 
caratteristiche  chimiche  e  fisiche  tipiche  della  sua  provenienza,  infatti  potrebbe 
mostrare ancora incluse o attaccate porzioni a quarzo o ad altri minerali. Alcune volte 
sono visibili tracce di solfuri (se presenti originariamente), tenendo conto che, anche 
in  situ,  l’alterazione  dei  solfuri  a  contatto  con  l’atmosfera  è  molto  rapida.  La 
comparsa  di  solfuri  visibili  attaccati  all’oro  indica  che  si  è  prossimi  al  deposito 
aurifero primario. Un altro aspetto importante del deposito eluviale è la struttura 
con cui si presenta: rispetto al deposito aurifero primario, esso mostra una struttura 
tipica  dei  depositi  colluviali  o  eluviali,  litologicamente  ricalca  la  zona  d’origine.  La 
struttura  è  correlata  all’azione  dei  vari  agenti  che  agiscono  sulle  rocce 
frammentandole ed alterandole.   

   
N.74 Nelle immagini sovrastanti è possibile notare come da aree sorgenti indicate con delle croci viola localizzate, 
diparta  una  porzione  a  forma  di  ventaglio  con  asse  circa  perpendicolare  all’asse  vallivo.  In  particolare,  il  primo 
deposito secondario a formarsi è di tipo eluviale, a seguire il colluviale e a seconda dell’azione di differenti agenti 
esogeni possono esser presenti, altre tipologie di depositi secondari auriferi (DAS). È evidente come risulti importante 
il pattern fluviale locale, di solito formato da rii di montagna di piccola o media dimensione, in quanto essi possono 
rielaborare  depositi  colluviali  o  di  altro  tipo  e  quindi  fornire  importanti  informazioni  riguardo  l’estensione  del 
“ventaglio aurifero”. Lungo i corsi d’acqua sono indicate le porzioni aurifere stesse attraverso un tratteggio viola. 
L’obiettivo del prospettore sarebbe quello di individuare i limiti del ventaglio ed in particolare l’apice da cui inizia 
l’arricchimento. 

171 
Legenda: 

a‐ Rio aurifero grazie al ventaglio di arricchimento; 
b‐ Corso d’acqua, nel quale “a” confluisce; 
c‐ Corso d’acqua risultante, in cui l’oro presente sarà la sommatoria del ventaglio aurifero adiacente ma 
anche relativo all’oro presente in “b”; 
d‐ Rio non aurifero, tratti con assenza di oro. Il limite tra “a” e “d”, i quali sono due tratti del medesimo rio 
sanciscono i confini dell’arricchimento aurifero; 
e‐ Corrisponde al tratto di rio con l’oro più grossolano e con i tratti morfologici più simili a quelli ritrovabili 
nel deposito eluviale e colluviale. È presente un minimo trasporto fluviale. 
Nota  bene: le morfologie verdi indicano locali porzioni franate  che traslano localmente  possibili arricchimenti sia 
primari che secondari. 

 
N.75  Il  crioclastismo  ed  il  termoclastismo  concorrono  insieme  a  degradare  meccanicamente  le  mineralizzazioni 
aurifere esposte e genere con il tempo e con l’aiuto degli agenti esogeni presenti il ventaglio di arricchimento aurifero. 

Deposito lateritico: MMLAT  
L’alterazione chimica delle rocce tende a generare terreni sempre più incoerenti ed 
alterati. La roccia diventa un terreno, talvolta anche molto fertile.  La vegetazione ha 
ruolo  fondamentale  con  lo  sviluppo  del  proprio  apparato  radicale  e  le  reazioni 
biochimiche correlate, infattti le radici tendono ad infiltrarsi nelle fessure rocciose 
meccanicamente, alla ricerca di acqua e sostanze nutritive ed allargano le fessure 
man mano che vi si infiltrano. Inoltre, potrebbero esserci dei fluidi circolanti di natura 
organica, leggermente acidi che alterano chimicamente la roccia circostante o i suoi 
frammenti regolitici, lisciviando i minerali reattivi.  

 
 

172 
 

N.76 Nell’immagine è possibile osservare come il suolo e la sua evoluzione nel tempo possa generare un habitat utile 
allo  sviluppo  di  innumerevoli  specie  sia  per  quanto  riguarda  la  microflora  che  la  microfauna.  Le  infiltrazioni 
meteoriche permettono il movimento anche di fluidi di origine organica, i quali sono di notevole importanza per la 
lisciviazione e trasporto di alcuni elementi  nei sedimenti superficiali e la successiva deposizione localizzata. Questo 
potrebbe essere un valido modello per la genesi di alcune tipologie di pepite. 

La roccia risulta massiva e coerente: le sue caratteristiche sono legate ai processi che 
ha  subito  ed  al  materiale  che  la  compone.  Può  essere  di  origine  sedimentaria, 
magmatica oppure metamorfica. Una roccia magmatica si forma per cristallizzazione 
profonda di fusi (magmi) in milioni di anni (es. gabbri, graniti, etc). Se i fusi riescono 
a  risalire  fino  alla  superficie  e  quindi  estrudono  si  parla  di  lave  e  la  velocità  di 
cristallizzazione di tali masse fluide a contatto con l’atmosfera sono rapide e risulta 
possibile osservare rocce magmatiche effusive (es. basalti, vetri vulcanici, rioliti, etc). 
Se la roccia viene portata, attraverso i processi geodinamici, ad elevate profondità e 
temperature, sulla base della geochimica della roccia di partenza, detta protolite, i 
minerali  presenti  possono  ricadere  in  alcuni  campi  di  instabilità  (pressione‐
temperatura). Questo processo è detto metamorfismo e di solito avviene allo stato 
solido. Dal metamorfismo si originano le rocce metamorfiche (es. granito‐‐>gneiss; 
sedimenti‐‐>meta‐peliti, scisti; rocce carbonatiche‐‐>marmi; etc). La loro struttura di 
aggregazione  atomica,  spesso,  non  è  stabile  alle  condizioni  ambientali  attuali  e 
ricerca  le  condizioni  di  equilibrio  locali,  formando  nuovi  minerali,  detti  di 
retrocessione. Nel caso di esposizione agli agenti atmosferici, le rocce magmatiche e 
metamorfiche  possono  venire  disgregate  meccanicamente  in  frammenti  e 
rielaborate, formando rocce sedimentarie terrigene.  

In un  clima  caldo ed umido, ricco di vegetazione,  come possono essere le foreste 


tropicali sud‐americane o africane, gli agenti esogeni agiscono in maniera intensiva 
nel tempo ed invasiva sulle rocce che si trovano all’interfaccia atmosfera‐sottosuolo. 
Si  è  in  presenza  spesso  di  climi  molto  piovosi.  La  roccia  in  tale  contesto  viene 

173 
facilmente attaccata chimicamente dagli elementi che si trovano a contatto nei fluidi 
ed acque. La temperatura favorisce la velocità delle reazioni e l’ambiente umido fa 
sì che le rocce esposte siano sempre a contatto con le acque superficiali. In questo 
clima ed in altri, si creano dei “terreni” dalla disgregazione meccanica ed alterazione 
chimica delle rocce madri, poi detti “suoli”, nel momento in cui siano presenti anche 
delle reazioni biochimiche. I terreni sono composti di frammenti rocciosi ed essendo 
questi accatastati in  uno scheletro solido, offrono spazi  liberi per il movimento di 
acque e la loro circolazione, detti pori o porosità. I terreni sono ricchi di sostanze 
nutritive per la vegetazione e quindi su un terreno, se il clima lo consente, attecchisce 
la  vegetazione  e  vi  prospera.  Questa  ha  un  effetto  esasperante  sui  processi  che 
concernono l’evoluzione del terreno, trasformandolo in suolo. Le radici rielaborano 
localmente  la  struttura  del  terreno  insediandosi  in  cerca  di  nutrienti  ed  acqua.  Al 
momento  della  morte  della  vegetazione,  questa  si  accascia  in  superficie  e 
degradandosi libera sostanze organiche che a contatto con l’acqua che si infiltra nel 
suolo, la rendono debolmente acida. I minerali presenti nel suolo vengono attaccati 
dai fluidi lievemente acidi, alterandosi chimicamente più rapidamente. Si noti che 
nel  suolo  alcuni  volumi  di  sedimenti  variano  di  acidità  nel  tempo  da  ambienti  più 
alcalini ad acidi e viceversa. Si formano quindi le argille dalle reazioni di alterazione 
chimica ed idratazione dei minerali per esempio. Il terreno e la roccia madre sono 
divisi da un’unità intermedia detta regolite, una via di mezzo tra la roccia massiva ed 
il terreno incoerente. In zone a clima caldo ed umido, i processi di alterazione chimica 
provocano  la  destabilizzazione  dei  minerali  primari  (dei  quali  il  più  resistente  è  il 
quarzo), e il passaggio in soluzione e mobilizzazione degli elementi più solubili, quali 
K, Na, Ca, Mg e Si.  Il suolo è passivamente arricchito in elementi quali Al e Fe, che in 
questo tipo di ambiente, tendono a formare composti stabili (idrossidi), e quindi non 
vengono  portati  in  soluzione.  Più  i  processi  risultino  esasperanti  e  invadenti  e 
maggiore  sarà  la  velocità  di  degradazione  della  roccia  e  la  genesi  di  un  suolo  di 
elevato  spessore.  La  vegetazione  che  si  imposta  al  di  sopra  tende  a  proteggere 
dall’erosione  il  suolo  stesso  e  quindi  si  osservano  lunghi  periodi  temporali,  senza 
grandi  variazioni  altimetriche.  Le  rocce  degradandosi  rilasciano  i  minerali  che  le 
compongono. Alcuni sono reattivi e facilmente si alterano chimicamente e passano 
in  soluzione  con  i  fluidi  circolanti,  anche  solo  parzialmente.  Altri  invece  si 
concentrano e danno origine talvolta a depositi lateritici. Vi possono essere estese 
aree  con  grandi  concentrazioni  di  bauxiti  (estrazione  dell’alluminio)  oppure  ferro 
(lateriti  ferrifere),  un  altro  esempio  sono  le  lateriti  nichilifere  (Nuova  Caledonia). 
L’oro  risulta  suscettibile  a  contatto  con  i  fluidi  organici  e  tende  ad  essere 
solubilizzato. È inoltre importante ricordare come i microorganismi possano svolgere 
un ruolo fondamentale nel ciclo di lisciviazione ed accumulo dell’oro, generando nel 
tempo in volumi fisici ridotti e sporadici importanti arricchimenti in pepite d’oro. Nel 
caso l’oro non venga lisciviato si può ritrovare fisicamente nei pressi della originaria 

174 
mineralizzazione  primaria,  attualmente  pedogenizzata.  Ogni  clima  genera  un 
particolare pattern nel suolo che costituisce. Se conservato è possibile quindi una 
ricostruzione ambientale del clima passato, il quale potrebbe non essere più quello 
attuale. Con il procedere dell’evoluzione del suolo si generano differenti orizzonti, i 
quali  posseggono  caratteristiche  salienti  ed  osservabili  lungo  una  trincea 
superficiale.  L’oro  è  ritrovabile  lungo  corsi  d’acqua  o  rii  che  erodono  i  depositi 
alluvionali o i suoli auriferi. Il corso d’acqua dilava e concentra i minerali pesanti e 
risulta  un  ottimo  luogo  di  prospezione,  grazie  anche  alla  migliore  accessibilità 
rispetto  le  porzioni  adiacenti  impervie  a  causa  della  vegetazione.  Il  problema 
dell’argilla  in  questi  contesti  di  processamento  risulta  elevato.  L’argilla  è  un 
costituente  percentuale  molto  alto  in  alcune  porzioni  delle  lateriti  e  richiede  un 
lavaggio  duraturo  ed  impegnativo.  Nel  caso  venga  scartata  può  contenere  oro  ed 
anche in importanti quantità. Gli impianti di lavaggio devono impiegare più tempo a 
smembrarla e lavarla, in quanto essa passa in sospensione nelle acque di lavaggio e 
fornisce  quel  colore  rossiccio‐marrone.  L’acqua  sporca  ha  un  minore  effetto 
dilavante ed il processo è incline a peggiorare tanto che il contenuto argilloso risulti 
maggiore.  

 
N.77  Nella  figura  si  può  notare  la  medesima  porzione  rocciosa  incoerente  che  da  sinistra  verso  destra  evolve 
temporalmente, definendo sempre più una situazione di suolo maturo. Si generano via via i differenti orizzonti, i quali 
sono  caratterizzanti.  È  importante  notare  come  in  questo  processo  vi  possano  essere  dei  fluidi  in  movimento, 
principalmente meteorici con componenti organiche che potrebbero mobilizzare l’oro. La genesi di alcuni orizzonti 
più impermeabili di altri tende inoltre a veicolare tali fluidi in alcune direzioni prevalenti. Il suolo evolve a spese del 
substrato roccioso nel tempo. 

   

175 
La genesi delle pepite 
L’oro nativo può apparire sotto forma di pepita in molteplici occasioni. Le pepite o 
nugget tendono a ricalcare la morfologia originale, a volte, o a generarne una nuova, 
infatti l’oro risulta molto malleabile e varia la sua morfologia durante il trasporto a 
causa di stress esterni (urti, schiacciamenti, etc). I corsi d’acqua spesso concentrano 
le pepite in luoghi preferenziali, i quali risultano sporadici. Le pepite sono ricercate e 
trovate  tendenzialmente  attraverso  la  prospezione  con  metodi  elettronici  (metal‐
detector)  come  in  Australia  (anche  in  dry  emplants)  o  U.S.A.  oppure  attraverso  il 
lavaggio di vaste cubature di materiale come negli impianti di lavaggio dello Yukon. 
Attraverso l’attività hobbistica potrebbe succedere di trovare una o più pepite ma 
rispetto il materiale vagliato sono molto sporadiche e spesso concentrate vicine le 
une  alle  altre.  La  dimensione  è  molto  variabile:  in  un  ambito  fluviale  tendono  ad 
essere centimetriche o millimetriche arrotondate e schiacciate. Nel caso australiano 
si  trovano  nei  suoli  residuali,  aree  in  cui  la  roccia  madre  è  stata  completamente 
alterata ed obliterata. L’oro, se presente nella roccia madre, si ritrova in questi suoli 
residuali  accompagnato  da  una  insolita  quantità  di  quarzo,  in  quanto  il  quarzo  è 
tendenzialmente insolubile in questi suoli e li arricchisce passivamente. Nelle lateriti 
anche il quarzo verrà rimosso in alcune situazioni. Le pepite possono essere scartate 
sia a scala del prospettore che in impianti nelle fasi di setacciatura. Essendo molto 
rare potrebbero non apparire nei test o nelle griglie di prospezione (test ripetuti in 
griglia  con  carotaggi).  È  un  buon  consiglio  ricercarle  in  distretti  già  sfruttati  in 
passato. Di solito le pepite hanno un’alta purezza (22K) e mostrano molte inclusioni 
minerali.  Attraverso  i  minerali  inclusi  è  possibile  ricostruire  alcune  tappe 
giacimentologiche  e  del  trasporto,  oltre  che  ricercare  la  località  di  provenienza.  Il 
trasporto  tende  ad  aumentare  passivamente  il  tenore  in  oro,  rimuovendo  gli 
elementi reattivi con i fluidi locali. L’oro più subisce un trasporto prolungato e più 
perde le sue impurezze in modo naturale. L’origine delle pepite è un argomento di 
dibattito aperto ancora oggi. Non si capisce perfettamente la genesi. Nelle vene non 
si trovano pepite di tali dimensioni. Si parla di ammassi d’oro nativo di 100, 300 o più 
grammi!  Quindi  si  devono  formare  in  un  secondo  momento  e  non  durante  la 
precipitazione  in  vena  o  altre  origini  primarie.  Alcune  eccezioni  sono  presenti  per 
pepite di taglie minori. Si sono sviluppate negli anni differenti teorie: 

1‐ le pepite d’oro si formano in quanto l’oro è malleabile e poco reattivo. Durante il 
trasporto le particelle d’oro fini tendono, se a contatto le une alle altre, ad unirsi tra 
di  loro  anche  in  ambienti  superficiali.  I  sedimenti,  venendo  spesso  rielaborati  dai 
corsi d’acqua nelle piene, mettono in contatto i granuli d’oro efficacemente più e più 
volte generando un effetto a cascata. Una pagliuzza si unisce ad un’altra diventando 
una pagliuzza più grande e visto che è maggiore ora la sua dimensione tenderà solo 
ad  aumentare,  venendo  a  contatto  statisticamente  con  un  maggior  numero  di 
176 
particelle aurifere. Rimane comunque un problema, perché l’oro se non trovasse le 
condizioni  favorevoli  tenderebbe  a  diminuire  la  sua  dimensione  con  il  tragitto 
arrivando ad essere ultrafine, quindi quasi invisibile e difficilmente recuperabile nel 
processamento  gravitativo  convenzionale.  Questo  effetto  bimodale  è  visibile  più 
volte durante la prospezione.  

2‐  una  seconda  teoria  è  più  moderna,  si  parla  di  suoli  lateritici  e  residuali  e  di 
composti  con  cianuro  e  cloro  o  composti  organici,  i  quali  possono  prendere  in 
soluzione  anche  piccole  quantità  di  oro  dal  materiale  sedimentario  circostante. 
Viaggiano quindi attraverso i pori del terreno e precipitano l’oro in settori in cui una 
variazione geochimica rende ciò possibile, generando quindi delle pepite. È possibile 
anche che l’oro precipiti su altro oro già presente, ingrandendo la pepita o rendendo 
la  pagliuzza  una  pepita.  In  entrambi  i  casi  si  necessita  della  presenza  di  oro,  di 
particolari condizioni di permeabilità del terreno (i fluidi devono muoversi) e di una 
composizione  chimica  necessaria  alla  lisciviazione  dell’oro  (tutto  meno  che 
scontata). In un secondo momento serve una trappola geochimica, una variazione 
repentina di pH o della composizione chimica del composto fluido in modo che l’oro 
precipiti,  facilmente  tutto  nello  stesso  momento  temporale  oppure  solo  in  quella 
posizione particolare. È anche interessante ragionare sulle differenze di permeabilità 
nel sottosuolo. I fluidi auriferi sono veicolati dai limiti di permeabilità e non tutte le 
zone in cui transiteranno avranno lo stesso pH. Proprio queste condizioni variabili 
nel tempo e nello spazio, permettono a composti al momento precipitati e fissati di 
passare  in  soluzione  molteplici  volte.  La  fissazione  dell’oro  da  parte  di  colonie  di 
batteri poste in zone molto localizzate è al momento in fase di studio ma si stanno 
riscontrando promettenti risultati. Essi vivendo estraggono l’oro dalla soluzione e lo 
precipitano attraverso le loro reazioni organiche, accrescendo quindi localmente il 
contenuto d’oro fissato. Questa teoria è molto affascinante in quanto spiegherebbe 
come  l’oro  può  concentrarsi  nel  sottosuolo  o  nei  terreni  residuali  senza  una 
concentrazione  meccanica  (se  non  il  movimento  della  falda  a  pelo  libero  o 
l’infiltrazione  naturale  delle  acque  superficiali)  ma  piuttosto  una  lisciviazione,  un 
trasporto e quindi una fase di precipitazione biomediata. 

 
3‐ nel caso di un passato molto antico le condizioni della Terra erano assolutamente 
differenti (es. Archeano, Proterozoico). Ora le rocce madri non esistono più ma l’oro 
essendo stabile lo si ritrova di grandi dimensioni. In questo campo sono difficili le 
ricostruzioni.  

177 
Deposito residuale o eolico: MMR 
Il vento è un’importante agente esogeno, esso non è altro che una massa di aria in 
movimento  ad  una  certa  velocità  e  direzione.  A  contatto  con  il  terreno  si  genera 
attrito che in alcuni casi potrebbe muovere le particelle terrigene più fini. Le argille 
ed i limi in assenza di acqua ed in climi aridi vengono asportati per primi e portati 
anche  a  grandi  distanze.  La  successiva  granulometria  trasportata  è  quella  delle 
sabbie per saltazione o rotolamento. L’aspetto fondamentale è che in climi molto 
ventilati  ed  aridi  le  sabbie  tenderanno  ad  essere  composte  da  minerali  molto 
resistenti (quarzo) e quindi si eroderanno tra loro riducendo le rispettive dimensioni 
ed  arrotondandosi.  Il  sedimento  aurifero  tende  a  concentrarsi  passivamente  in 
seguito  alla  rimozione  e  degradazione  meccanica  dei  minerali  e  delle  rocce 
circostanti. Risulta nel tempo un minor volume totale ma uguale quantità aurifera, 
quindi  percentualmente  l’oro  risulterà  maggiore  rispetto  il  volume  considerato.  Il 
vento può agire in questo processo in condizioni prolungate in climi secchi sia caldi 
che freddi. Esso agisce asportando le componenti terrigene fini (argille e limi) e per 
saltazione  e  trascinamento  rimuove  parzialmente  anche  le  componenti  sabbiose, 
concentrando in loco quelle ghiaiose. Il vento può agire anche modellando depositi 
auriferi  secondari  già  presenti.  Un  esempio  potrebbe  essere  un  terrazzo  fluviale 
molto  antico  che  tende  ad  essere  nel  tempo  topograficamente  più  basso  perché 
eroso da forti venti e previa assenza di vegetazione non può che andare sempre più 
a  concentrare  oro  localmente.  Un  secondo  esempio  potrebbe  essere  un  deposito 
residuale  impostato  alle  spese  di  uno  eluviale  precedente.  La  mineralizzazione 
aurifera  totalmente  obliterata  ed  alterata  viene  successivamente  concentrata  a 
seguito  di  forti  venti.  L’oro  non  subisce  un  trasporto  e  quindi  vi  si  concentra 
passivamente  in  loco.  Nella  chiave  di  lettura  proposta  si  è  preferito  suddividere  i 
depositi  lateritici  da  quelli  residuali,  in  quanto  nei  primi  la  concentrazione  è  sia 
passiva  che  attiva  per  mezzo  dei  fluidi  e  vi  è  lo  sviluppo  del  suolo.  Nei  depositi 
residuali  invece  è  il  vento  il  principale  agente  concentrante.  Si  noti  che  entrambi 
tendono a non coesistere con uguale efficacia ma possono alternarsi nel tempo. Nei 
suoli lateritici tende ad essere presente una maggiore influenza della biosfera tra cui: 
flora,  fauna  e  vegetazione,  pressoché  assente  nel  caso  dei  DAS  residuali.    L’oro 
ultrafine (<100 micrometri) potrebbe, a seguito di forti venti, anche essere asportato 
e concentrato in altri tipi di ambienti; l’oro fine nei depositi residuali potrebbe quindi 
non  essere  presente.  Inoltre,  l’oro  tende  a  ridursi  in  dimensioni  con  il  trasporto 
fluviale,  in  questo  caso  assente  ma  possibilmente  presente  nel  passato  storico,  a 
seguito  di  piene  storiche  intervallate  a  cicli  di  aridità  prolungati.  Il  clima  tende  a 
variare  nell’arco  del  tempo  ed  in  periodi  temporali  molto  lunghi,  secondo 
principalmente i cicli astronomici orbitali. Le tipologie climatiche possono alternarsi 
o variare con conseguenti diversi agenti concentratori passati che ora non sono più 

178 
in azione ma dei quali osserviamo ancora parzialmente i loro prodotti. In climi attuali 
desertici  e  quindi  aridi,  la  morfologia  è  differente  a  seconda  del  tipo  di  deserto 
presente.  Una  piccola  parentesi  va  fatta  riguardo  l’oro  ultra‐fine  con  morfologia 
tabulare che in casi di venti molto forti potrebbe essere preso in carico ed andare a 
depositari  in  massa  in  depositi  eolici  di  tipo  loessici.  L’agente  esogeno  principale 
operante in climi aridi e ventilati è il vento. Questo non solo porta in sospensione 
alcune  taglie  di  sedimenti  estraendoli  e  depositandoli  altrove,  bensì  smuove  altre 
taglie più grossolane creando attriti tra le particelle costituenti i depositi superficiali. 
In lunghi periodi di tempo le rocce non possono che venire degradate e perdere via 
via parte del volume, diminuendo le dimensioni. Inoltre, i minerali pesanti possono 
concentrarsi  in  particolari  porzioni.  Un  altro  fattore  da  non  sottovalutare  è 
l’irraggiamento solare. In alcuni climi aridi (mancanza di acqua) e caldi vi sono forti 
escursioni termiche giornaliere che vanno ad aumentare lievemente il volume delle 
rocce irraggiate di giorno (calore) alle quali segue una contrazione durante la notte 
(freddo).  Questa  tipologia  di  disgregazione  meccanica  è  detta  termoclastismo. 
Attraverso differenze di temperatura, la roccia viene intaccata a livello strutturale 
tendendo a disgregarsi in frammenti sempre più piccoli. 

N.78 I clasti e frammenti rocciosi sono di solito angolosi e concentrati in superficie. Vi è la quasi assenza di taglie fini 
(limi ed argille). È possibile talvolta osservare arricchimenti circa lineari di magnetite a seguito di azione eolica ed 
ostacoli che si oppongono alla direzione del vento prevalente. 

Nel  caso  di  deserti  freddi  vi  può  essere  oltre  all’azione  del  termoclastismo,  il 
crioclastismo, cioè l’acqua con il passaggio ciclico dallo stato fisico liquido a solido 
nelle  fratture  tenderebbe  a  fratturare  sempre  più  in  profondità  la  roccia, 
disgregandola. Le rocce costituenti i depositi auriferi primari vengono disgregate in 
frammenti  sempre  di  minore  taglia  nel  tempo  e  tendono  a  concentrarsi  o  essere 
asportati e disgregati, oltre che alterati chimicamente. Anche se i deserti caldi sono 
molto aridi per buona parte dell’anno, in alcuni periodi vi possono essere importanti 
episodi di precipitazioni. Rii e torrenti secchi per mesi se non anni diventano sede di 
piene  fluviali  anche  di  grande  intensità  ed  entità  (flash  floods).  Di  conseguenza,  i 
179 
minerali pesanti, tra cui l’oro vengono rielaborati e concentrati. Queste piene sono 
molto importanti e risultano nella genesi di placer continentali, talvolta molto ricchi 
e ancora poco sfruttati ai giorni nostri se non dal punto di vista elettronico (utilizzo 
del metal detector). Logicamente nel periodo successivo alla piena, a causa del clima 
arido,  la  sede  del  torrente  diventa  ben  presto  di  nuovo  arida  e  secca  e  quindi 
facilmente  accessibile  alle  prospezioni.  La  vegetazione  cresce  solo  sotto  forma  di 
arbusti o piante a basso fusto, senza andare a coprire o obliterare le vecchie sedi 
fluviali come invece nei climi temperati, ciò si riflette sulle piene, in quanto non vi 
sarà  attrito  con  la  vegetazione  laterale  o  nella  sede  del  fiume  durante  la  piena  e 
quest’ultima tenderà ad essere più violenta. Nei climi desertici, il modellamento del 
paesaggio  avviene  con  la  tendenza  all’appiattimento  di  vecchi  rilievi  e  una 
morfologia  collinare  risultante.  L’acqua  in  tali  ambienti  desertici,  specialmente  in 
quelli  aridi  caldi,  è  di  difficile  reperimento  e  conservazione  (alta  evaporazione), 
quindi gli strumenti di estrazione di oro dai sedimenti saranno principalmente di tipo 
a secco con impianti che sfruttano la divisione gravitativa dell’oro attraverso moti di 
scosse  a  getti  d’aria  oppure  elettronica.  Le  recovery  di  questi  impianti  sono 
comunque minori rispetto ai sistemi convenzionali. 

 
N.79 Evoluzione nel tempo di un deposito definito residuale. È da notare come le componenti clastiche grossolane 
tenderanno ad essere concentrate in superficie e quindi anche l’oro presente viene liberato successivamente a segutio 
dell’alterazione chimica e degradazione meccanica. 

Deposito colluviale: MMC 
L’agente operante che caratterizza il deposito colluviale rispetto agli altri è l’azione 
delle acque ruscellanti (agenti del rimodellamento). Di solito i depositi colluviali si 
presentano  in  lembi  di  sedimenti,  spesso  con  angoli  ancora  molti  vivi  (angolosi‐
180 
subangolosi) e che hanno subito un minimo trasporto. Rispetto ai depositi residuali 
che  si  generano  in  posto,  i  depositi  colluviali  sono  leggermente  traslati  rispetto 
l’origine  e  tendono  a  presentarsi  secondo  lembi  di  sedimenti  paralleli  circa  al 
versante con modesto spessore. Risalendo ad esempio un torrente potremo trovare 
molti depositi secondari ma avvicinandoci al deposito primario arriveremo a trovare 
un  deposito  prima  colluviale,  poi  eluviale  fino  al  primario.  Localmente  vi  possono 
essere depositi prettamente residuali piuttosto che lateritici in alcune condizioni.  

 
N.80 Profilo geologico longitudinale al versante considerato in cui sono posizionati in ordine dalla mineralizzazione 
aurifera  esposta  all’azione  degli  agenti  esogeni  (DAP)  il  risultante  deposito  eluviale  generato  dalla  disgregazione 
meccanica ed alterazione chimica dei minerali e rocce erosi. Il colluvium è il deposito prodotto dal rimodellamento 
del deposito eluviale a seguito dell’azione delle acque ruscellanti superficiali. Nel caso le acque superficiali sviluppino 
un  reticolo  idrografico  e  quindi  vadano  a  concentrarsi  in  corsi  d’acqua  di  differenti  dimensioni,  la  loro  azione  di 
erosione e deposizione genererà depositi alluvionali o fluviali. 

181 
N.81 Schema riassuntivo dei principali DAScolluviali (DASc). Si noti come questa tipologia di deposito aurifero si generi 
alle spese di uno precedente a causa della rielaborazione superficiale ad opera delle acque ruscellanti. 

L’acqua prima agisce sotto forma di precipitazioni con frequenti urti sulle superfici 
che incontra (splash stress), poi si riunisce a formare rigagnoli, rii fino a torrentelli e 
torrenti.  L’azione  diventa  via  via  più  invasiva  e  pervasiva  alle  diverse  scale  di 
osservazione.  L’acqua  sposta  i  sedimenti  che  incontra,  alcune  taglie  vengono 
trasportate  molto  lontane  e  quindi  rimosse.  I  minerali  pesanti  tendono  a 
concentrarsi  passivamente  visto  che  quelli  leggeri  vengono  rimossi.  Se  il  rio  o 
torrente  arrivasse  ad  erodere  il  substrato  roccioso  potrebbero  esserci  degli 
affioramenti del bedrock lungo il suo percorso. Queste località sono ottime per la 
prospezione, in quanto l’acqua incanalata agisce come una canaletta naturale. L’oro 
tende a depositarsi nelle depressioni e quindi nelle fessure e fratture delle rocce. La 
prospezione lungo un deposito colluviale viene eseguita ricercando dove i rii hanno 
eroso il possibile deposito secondario di origine. Questi rii sono l’obiettivo, in quanto 
concentrano  lungo  il  loro  percorso  i  minerali  pesanti  e  sono  tendenzialmente 
accessibili con l’esperienza ed attrezzatura adatta. Si noti che l’impostazione di un 
rio e la sua prospezione delinea localmente una rielaborazione ad opera di acque 
incanalate, la quale genera un DASf di minor entità o a carattere torrentizio.   

  

182 
 

   

N.82 Nella figura si può notare un ventaglio di arricchimento aurifero, sul quale si vanno a sviluppare a spese del 
deposito primario aurifero stesso o di quelli secondari a loro volta altre categorie di depositi auriferi secondari. In 
particolare, come esempio dei depositi secondari colluviali è opportuno notare come questi si generino nei pressi di 
località di arricchimento a seguito della riconcentrazione per ruscellamento superficiale. Si noti che il ruscellamento 
incanalato è da intendersi differente da quello diffuso superficiale, in quanto raccoglie le acque piovane in percorsi 
preferenziali. Nell’esempio è anche utile notare che il rio “a” risulterà sterile in oro in quanto esterno al ventaglio di 
arricchimento.  Il  termine  “b”  mostrerà  l’oro  con  i  caratteri  meno  modificati  dal  trasporto  ed  invece  in  “c”  si  può 
utilizzare il rio come mezzo collettore delle rocce e dell’oro che risulta dal ventaglio stesso (DASf). 

 
Depositi torrentizi (rii) 
Distribuzione dell’oro nel contesto torrentizio 

I  corsi  d’acqua  che  si  sviluppano  lungo  i  versanti  acclivi  possono  agire  da  agenti 
concentratori  dei  minerali  pesanti.  Il  bacino  collettore  in  alcuni  casi  può  essere 
modesto ed in altri molto ampio. I DAS torrentizi tendono ad essere di dimensioni 
limitate, infatti il sedimento accumulato e sedimentato dai torrenti e rii può essere 
modesto  e  tendenzialmente  molto  grossolano.  L’oro  tende  ad  accumularsi 
specialmente in località specifiche lungo il corso d’acqua, di solito lungo le trappole 
del bedrock o nei sedimenti superficiali ad esso. Lungo tale percorso, il corso d’acqua 
può incidere  ed  erodere a spese di  depositi incoerenti precedenti piuttosto  che il 
substrato roccioso stesso.  

183 
N.83 Esempio di DAS torrentizi e fluviali in senso stretto. Il canale principale attivo nel fondovalle (freccia blu) ha 
generato nella sua storia una serie di terrazzi fluviali (DASf: frecce marroncine). In questo esempio i DAS torrentizi 
sarebbero ubicati lungo il versante e convergerebbero verso il canale principale, ubicato lungo il fondovalle. 

In ordine, gli ottimi punti di prospezione sono: fessure nel substrato roccioso, meglio 
se  posizionate    ortogonalmente  al  corso  d’acqua  (es.  micascisti),  deposito 
sedimentario soprastante al substrato roccioso composto dal medesimo alterato ed 
eroso parzialmente (es. argille), deposito incoerente fluviale ancora soprastante ma 
cementato.  Lo  sviluppo  di  una  serie  di  test  lungo  tali  tipologie  di  substrato  può 
fornire  importanti  informazioni  sulla  ubicazione  del  maggiore  tenore  aurifero  e  la 
sua posizione topografica prevalente, quest’ultima legata alla posizione del deposito 
aurifero primario o secondario d’origine. Dal punto di vista pratico, visualizzando un 
profilo che parte dal substrato roccioso fino alla superficie del deposito fluviale, è 
possibile individuare diversi livelli auriferi a differente tenore. Questi livelli sono stati 
generati durante eventi ad alta energia, come per esempio piene eccezionali, oppure 
essersi  formati  a  seguito  di  periodi  temporali  in  cui  la  mineralizzazione  primaria 
esposta fu maggiormente erosa. Si noti che tendenzialmente l’oro più grossolano si 
trova a contatto con il substrato roccioso (bedrock), nelle sue fratture se presenti e 
nella  regolite  soprastante  (substrato  roccioso  alterato).  I  livelli  auriferi  successivi 
verso l’alto strutturale nel deposito sono correlati a facies sedimentarie grossolane 
(fondo  canale)  con  visibili  taglie  grossolane  e  presenza  anche  di  grandi  massi. 
Possibili  livelli  argillosi  sono  presenti  nel  caso  di  paleosuoli,  i  quali  sono  stati 
successivamente  erosi parzialmente  e si son impostati al di sopra recenti  depositi 
fluviali.  In  questo  ultimo  contesto  è  possibile  che  l’oro  si  accumuli  nelle  piene  a 
ridosso dell’orizzonte argilloso, nel caso in cui l’erosione non arrivi ad interessare il 

184 
substrato  roccioso.  È  importante  notare  come  ad  ogni  piena  eccezionale,  il  corso 
d’acqua notevolmente ingrossato abbia un potere erosivo notevole e possa quindi 
rimettere  in  circolo  e  successivamente  concentrare  in  un  solo  livello  l’oro 
proveniente  da  differenti  livelli.  Tendenzialmente  questo  livello  arricchito  è 
ritrovabile  nella  porzione  più  profonda  del  corso  d’acqua,  di  solito  a  ridosso  del 
substrato roccioso e nelle sue fratture. 

 
N.84 Nella figura è possibile chiarire il rapporto tra la quantità di oro presente, la dimensione (e quindi il peso) in 
relazione  alla  distanza  dall’affioramento  delle  mineralizzazioni  aurifere  primarie.  L’acqua  scorre  dall’alto  verso  il 
basso lungo l’alveo, rappresentato in colore azzurro. Si noti come allontanandosi dai punti fisici di arricchimento, i 
rettangolini gialli (le mineralizzazioni), le prime evidenze della presenza di oro in pepite e pagliuzze si troveranno 
subito nei pressi (c) per poi via via scendere in quantità e dimensione (d‐e). con “f” si vuole intendere il tratto di alveo 
considerato come obiettivo della prospezione. A valle di “e” l’oro sarà ritrovabile solo più in tratte con l’eccezione di 
ulteriori  affioramenti  della  mineralizzazione  primaria  più  a  valle  e  quindi  un  nuovo  arricchimento  localizzato  nei 
prossimi  sedimenti.  Il  tratto  “a”  subito  a  monte  dell’affioramento  delle  mineralizzazioni  primarie  aurifere  è 
considerato sterile in questo esempio. Risalendo il rio e con un’attenta campagna di prospezione è possibile osservare 
il  graduale  passaggio  da  “e”,  “d”,  “c”  fino  al  ritrovamento  delle  mineralizzazioni  primarie  in  “b”.  I  migliori  siti  di 
sfruttamento tendono a risultare in “c” e “b” ma localmente in “b” ed “e” è possibile ritrovare concentrazioni anche 
importanti. Si noti inoltre che è presente un tratto di relativa assenza della presenza di oro tra “b” e “c”, ciò a causa 
del fatto che l’oro talvolta è contenuto nella pirite e questa, una volta liberata nell’alveo a seguito dell’erosione della 
mineralizzazione aurifera primaria necessita di un certo tempo e spazio per la sua degradazione fisica e alterazione 
chimica.  

Gli orizzonti auriferi – le trappole localizzate 

Le cosiddette “trappole” non sono altro che località sviluppate lungo il percorso del 
corso d’acqua dove, naturalmente, l’oro si deposita e vi si concentra nel tempo. Le 
trappole  non  sono  propriamente  durature  nel  tempo  e  possono  venir  sepolte  dai 
sedimenti  e  diventare  “inattive”  oppure  esser  erose  e  rimettere  in  circolo  il  loro 
carico aurifero. Le trappole variano nel tempo e nello spazio. Il loro tenore aurifero 
185 
anch’esso è variabile e non sempre legato alla vicinanza del deposito aurifero fonte 
dell’arricchimento. Le “gold traps” raggruppano le fessure e crepe ubicate lungo il 
substrato  roccioso,  le  quali  agiscono  in  maniera  variabile  sia  nella  proprietà  della 
cattura che della ritenuta. Si aggiungono a tali categorie anche le forre, le quali dette 
anche  marmitte  dei  giganti  sono  profonde  depressioni  legate  a  locali  cascate  ed 
erosione localizzata. Durante episodi ad alta energia (piene eccezionali e temporali)  
vengono parzialmente svuotate del loro contenuto aurifero. Alcune di esse possono 
trattenere grandi quantità di oro nelle fessure del fondo e nei sedimenti subito dopo 
localizzati.  Vale  la  pena  inoltre  ricercare  nei  settori  adiacenti  nelle  fessure,  primo 
luogo di ritenuta dell’oro rimesso in circolo. 

   

N.85  Nell’immagine  di  destra  dall’alto  verso  il  basso  si  vogliono  riassumere  le  diverse  tappe  di  genesi  di  una 
morfologia  depressa  nel  letto  roccioso  a  causa  del  movimento  dei  ciottoli  all’interno  durante  gli  eventi  di  piena. 
L’attrito,  infatti,  può  generare  nel  tempo  una  morfologia  a  forra,  la  quale  potrà  agire  in  maniera  duplice: 
arricchimento  locale  aurifero  e  di  minerali  pesanti  oppure  nei  pressi  subito  successivi  a  causa  del  suo  periodico 
svuotamento. Nell’immagine a sinistra si vogliono riassumere con le frecce, i principali luoghi dove cercare oro in 
questo contesto. L’oro non sempre è ritenuto nelle forre a causa dell’elevata pressione ed attività durante le piene 
eccezionali. 

Le forre possono essere attive o passive. Nel caso esse agiscano in maniera attiva 
tendono  ad  essere  aree  trappole  in  cui  il  minerale  aurifero  vi  si  concentra  e  le 
porzioni minerali non aurifere più leggere vengono dilavate dai moti turbolenti. In 
eventi  di piena, la forra può subire  un aumento della portata repentino, tanto da 
“svuotare”  il  contenuto  sedimentario  ed  approfondirla,  in  tale  ottica  il  contenuto 
aurifero accumulato in eventi minori di piena viene perso e rimesso in circolo. Nelle 

186 
forre dette passive, il carico sedimentario colma la depressione. L’oro si deposita tra 
i massi e viene concentrato a causa della depressione locale ma non sulle posizioni 
fondali  o  laterali.  Si  noti  inoltre  che  la  medesima  forra  può  sviluppare  diversi 
comportamenti  dipendenti  dalle  fasi  di  sviluppo  del  corso  d’acqua.  Quando 
l’erosione  diventa  predominante  l’impedimento  a  valle  che  genera  la  forra  viene 
rimosso  e  quindi  avviene  lo  smantellamento  della  forra  e  il  suo  deposito  aurifero 
localizzato è rimesso in circolo. Ultima nota importante è riguardante l’erosione dei 
clasti contenuti nella forra, infatti essi cozzano tra loro e si abradono durante il moto 
imposto nei periodi ad alta energia. Questo meccanismo potrebbe liberare in loco 
quantità aurifere, fino a poco prima contenute nella mineralizzazione. Nei contesti 
torrentizi e fluviali è possibile ritrovare arricchimenti auriferi multipli, alcuni dei quali 
mostrano esigue quantità d’oro ma risulta importante comprendere al meglio tali 
meccanica e saper riconoscere durante la prospezione tali località. 

N.86 Arricchimenti auriferi localizzati dovuti all’attività delle trappole naturali (embricature naturali dei ciottoli). Le 
embricature  offrono  localizzate  località  di  arricchimento.  Durante  eventi  ad  alta  energia  (piene  fluviali)  possono 
venire erose e riformarsi poco più a valle. I minerali pesanti tendono a concentrarsi dietro e davanti tali ciottoli. È da 
notare come l’azione di vibrazione di tali clasti durante le piene possa eseguire localmente una azione di macinazione 
meccanica e appiattimento dei granuli minerali, tra cui l’oro. Questo meccanismo potrebbe essere alla base della 
morfologia appiattita dell’oro nei differenti contesti torrentizi e fluviali.  

187 
 
N.87  Superficie  dell’attuale  sedimento  esposto  lungo  il  letto  fluviale  o  le  punte  aurifere.  La  più  recente  alluvione 
aurifera  offre  il  livello  superciale  più  facilmente  accessibile  al  cercatore  d’oro  per  la  prospezione.  Scavando  in 
profondità  è  possibile  trovare  altri  livelli  auriferi,  alcuni  dei  quali  anche  più  ricchi  dei  superficiali  ma  è  da  tenere 
notevolmente conto della difficoltà e della mole di lavoro nel raggiungere e coltivare tali livelli in profondità. 

 
.88 Presenza di deposito a grandi blocchi e massi con grado di arrotondamento medio, segno distintivo del trasporto 
fluviale. Si notino  come essi tendono a risultare ammassati. L’oro potrebbe essere presente tra i massi stessi ma 
risulta talvolta di difficile estrazione vista la mole dei blocchi. Nella porzione in basso a destra si denota l’affioramento 
del substrato roccioso, il quale è alla base del deposito fluviale a grandi massi. L’oro si trova in maggior quantità a 
ridotto  del  bedrock  roccioso,  in  particolare  lungo  le  trappole  più  performanti  al  momento  dell’arricchimento.  In 
questo  caso,  la  presenza  di  grandi  massi  sopra  al  substrato  roccioso  è  un’importante  indicazione  del  deposito  di 
minerali  pesanti  durante  eventi  di  piena  eccezionali,  infatti  solo  tali  eventi  sporadici  possono  movimentare 
granulometrie di tali dimensioni. L’oro grossolano è associato alla presenza localizzata di granulometrie maggiori 
rispetto la media ponderata delle porzioni adiacenti. 

188 
Tipologie di substrato (roccioso, regolitico, argilloso, cementato) 
Il substrato roccioso è una trappola predominante nel contesto torrentizio e talvolta 
fluviale. Esso si articola con differenti proprietà dipendenti dalla litologia presente e 
dalle  sue  variazioni  spaziali  e  dalle  proprietà  strutturali.  Si  passa  quindi  ad 
approfondire le principali tipologie e proprietà correlate: 

‐ bedrock roccioso 

Il  substrato  roccioso  in  senso  lato  agisce  come  canaletta  naturale  e  duratura  nel 
tempo. Le fessure che si sviluppano funzionano come depressioni e quindi trappole 
locali  e  la  loro  ritenuta  è  variabile  sia  nel  tempo  che  nello  spazio.  Nel  caso  esse 
risultino  molto  profonde  l’oro  non  si  concentrerà  solo  sul  fondo  ma  anche  in 
posizioni  intermedie.  Nel  caso  siano  poco  profonde  potrebbero  essere  facilmente 
erose o svuotate durante le piene. Il loro sviluppo nello spazio è importante: nel caso 
si sviluppino in maniera ortogonale al flusso d’acqua risulterebbero nella posizione 
ottimale  per  la  ritenuta.  Le  migliori  fessure  (crevices)  tendono  a  svilupparsi  nelle 
porzioni rocciose successive alle forre oppure nei pressi di aree dove erano ubicati 
depositi auriferi erosi.  In alcuni casi, sono state ritrovate fessure redditizie lungo i 
lati delle forre. Il bedrock roccioso è in continua erosione se a contatto con il corso 
d’acqua. Ciò significa che trappole attuali in futuro verranno erose e l’oro rimesso in 
circolo  e  accumulato  in  altre  trappole  successive.  È  importante  notare  come  le 
trappole si generano anche in maniera dipendente dalle variazioni litologiche delle 
rocce,  ad  esempio,  nel  caso  vi  fosse  un  orizzonte  quarzoso  imballato  dentro  un 
micascisto,  esso  risulterebbe  meno  erodibile  e  facilmente  tenderà  a  risultare  più 
affiorante,  mentre  le  porzioni  adiacenti  maggiormente  erose.  L’oro  tende  a 
concentrarsi  nelle  porzioni  intermedie  e  profonde  delle  trappole  a  seguito  di 
innumerevoli episodi di piena. 

 
N.89 Nella figura è possibile osservare un fenomeno di erosione rimontante nel quale un bedrock roccioso viene via 
via  nel  tempo  eroso  con    direzione  verso  monte.  L’ordine  cronologico  avviene  dall’alto  verso  il  basso  (caso  più 
recente). Si noti come l’oro intrappolato nelle fratture e forre nel bedrock venga nel tempo rimosso e trasportato più 

189 
a  valle.  I  sedimenti  superficiali  stessi  sono  rispetto  a  tale  esempio  notevolmente  effimeri  nel  tempo.  Ogni  piena 
eccezionale apporta considerevoli cambiamenti al reticolo idrografico superficiale  e nella disposizione dei depositi 
fluviali. 

‐ bedrock argilloso‐limoso 

Il  substrato  argilloso‐limoso  rientra  in  tale  classificazione  sia  come  primario  e 
costituente  le  litologie  del  luogo  che  derivato  dall’alterazione  di  rocce  passate  o 
depositi. L’oro non riesce ad attraversare le bancate argillose e tende a concentrarsi 
nelle  porzioni  superficiali  o  a  locali  fessure.  Inoltre,  l’argilla  è  poco  erodibile  e  le 
fessure  tendono  ad  estinguersi  in  poco  tempo.  L’attività  della  biosfera  e  dei 
microorganismi in questi contesti di locali depressioni nel bedrock argilloso‐limoso e 
talvolta anche di quello roccioso può apportare significativi cambiamenti dal punto 
di vista dimensionale e chimico all’oro presente.   

N.90 Il sedimento sovrastante il bedrock argilloso‐limoso è quello più ricco in oro nell’esempio. Inoltre, l’argilla ha un 
ruolo impermeabile e tende a raccogliere al di sopra acque meteoriche. 

‐ bedrock e depositi molto alterati ‐ paleosuoli 

Vi possono essere livelli a diversa permeabilità cementati o ossidati. Essi funzionano 
come nel caso del bedrock argilloso‐limoso ma rispetto a quest’ultimo nel caso in cui 
si generino alle spese di un DAS aurifero, l’oro è ritrovabile anche all’interno di tale 
bedrock. 

190 
N.91 L’oro talvolta può concentrarsi nel sedimento al di sopra di depositi sedimentari molto alterati, cementati o 
ossidati.  

In  generale  per  ottenere  condizioni  performanti  per  la  concentrazione  e 


l’intrappolamento  dell’oro  sopra  un  bedrock  (substrato)  è  consigliare  osservare  i 
seguenti elementi: 

- Associazione  utile  del  bedrock  per  le  trappole  e  tipologia  dello  stesso 
(trappole performanti e il loro grado); 
- L’erosione  rimontante  e  l’espandimento  laterale  (le  curve),  luoghi  di 
deposito  di  grandi  massi  e  blocchi  (indicano  località  in  cui  vi  è  stata  una 
deposizione durante piene eccezionali); 
- Forre  e  loro  posizione  ed  attività  durante  le  piene  (locali  depressioni  nel 
substrato roccioso); 
- Le  cascate  e  i  pozzi  della  gloria  (forre  particolarmente  performanti  come 
trappole); 
- Porzioni  subito  successive  alle  forre  o  cascate  (le  prime  fessure  che 
concentrano  il  sedimento  fuoriuscito  dalle  forre  durante  le  piene 
eccezionali); 

191 
- Fessure  lungo  il  bedrock  e  i  lati,  curve  e  importanti  differenze  rispetto  al 
percorso seguito (ostacoli). 

Nelle  figure  successive  è  possibile  osservare  alcuni  casi  complessi  di  presenza  di 
diverse unità geologiche che svolgono il ruolo di locale bedrock. 

 
 

N.92 Nella figura sono riportati tre esempi scalari dall’altro verso il basso in cui si tiene conto: 
‐ esempio in alto: importanza nella disposizione degli arricchimenti auriferi (freccette viola) rispetto l’eterogeneità 
litologica del bedrock roccioso (riportato in blu) e di locali depositi di massi di grande stazza; 
‐ esempio intermedio: influenza nella disposizione degli arricchimenti auriferi (freccette viola) rispetto le eterogeneità 
litologiche del bedrock (viola chiaro). In questo caso l’elemento gneissico e meta‐granitico (crocette viola) tende a 
venire eroso meno rispetto il micascisto incassante, generando un pattern di trappole preferenziali; 
‐ esempio in basso: un’ acclività moderata o meno può produrre locali arricchimenti auriferi lungo forre o nei pressi. 

 
N.93 Tre differenti esempi di tipologie di bedrock (substrato): 
‐ esempio in alto: depositi fluviali auriferi (f) su bedrock roccioso (s); 
‐ esempio intermedio: deposito fluviale aurifero (f) su bedrock argilloso (c‐s); 

192 
‐ esempio in basso: variazione laterale di bedrock argilloso (c‐s) rispetto depositi fluviali auriferi (f). 
Nei vari casi la maggior concentrazione di oro grossolano tende a collocarsi a ridosso dei sedimenti più grossolani e 
di maggiori dimensioni, in genere a contatto tra il bedrock e il deposito secondario stesso. Nel caso siano presenti 
depressioni o fratture nel bedrock, queste possono agire come trappole localizzate e preferenziali. 
 

 
N.94 Tre differenti esempi di interazione tra bedrock roccioso (s) e bedrock argilloso (c‐s) con la presenza talvolta di 
depositi fluviali talmente alterati da svolgere il ruolo di bedrock argilloso recente e localizzato (hG). Il deposito fluviale 
è indicato in “f” e con “sh” si intende la porzione rocciosa regolitica incoerente derivata dallo smantellamento ed 
alterazione  del  bedrock  roccioso  “s”.  Si  noti  come  nei  diversi  esempi  nello  spazio  possano  essere  ubicati  diverse 
tipologie di bedrock. Risulta raro trovare diverse controparti presenti nel medesimo sito ma spostandosi arealmente 
potrebbe variare l’origine del bedrock locale. È di notevole apprezzamento per la ricerca aurifera capire quale bedrock 
si può eseguire la prospezione, perché i risultati potrebbero essere differenti e anche le migliori tecniche adottate. 

Depositi fluviali  
I depositi fluviali sono molto importanti nell’estrazione dell’oro alluvionale a livello 
mondiale. Il fiume agisce come un collettore, prendendo in carico tutti i sedimenti 
lungo  il  suo  percorso.  Durante  il  trasporto  alcuni  minerali  vengono  alterati 
chimicamente e diminuiscono le loro proprietà meccaniche utili alla conservazione 
fisica nel tempo e si frammentano in poco tempo. Altri più resistenti perseverano nel 
trasporto  e  verranno  concentrati  passivamente.  Il  fiume  agisce  anche  come  un 
“mulino  macinatore”:  le  rocce  resistenti  a  contatto  con  quelle  meno  resistenti 
193 
tenderanno a frammentarle fisicamente per attrito, asportando angoli, erodendole 
a  causa  dell’attrito  durante  il  trasporto,  scalfendole.  L’acqua  con  la  sua  potenza 
durante le piene eccezionali rimette in circolo sedimenti recenti e vecchi macinando 
il  tutto  con  la  sua  energia.  Lungo  il  tragitto  dalla  valle  verso  il  mare,  i  sedimenti 
cambiano  le  loro  dimensioni  tendenzialmente  diminuendo  la  granulometria.  Le 
litologie reattive ed alterabili vengono rimosse, quelle resistenti vengono preservate 
e  le  rocce  con  una  densità  relativa  maggiore  si  concentrano  in  alcune  località 
preferenziali.  Il  fiume  agisce  come  un  concentratore:  esso  può  concentrare 
localmente  minerali  pesanti  ed  altrove  minerali  leggeri.  Questa  caratteristica  è  di 
primaria importanza per la prospezione infatti alcune aree lungo l’attuale percorso 
fluviale o passato contengono oro e minerali pesanti in proporzioni maggiori rispetto 
quelle  circostanti.  Le  aree  definite  “punte”  dai  cercatori  d’oro  amatoriali  o  pay‐
streaks non sono altro che locali arricchimenti lungo il percorso del fiume a forma 
circa  di  un  triangolo  scaleno  con  un  apice  rivolto  verso  il  deposito  secondario 
sorgente  del  materiale  aurifero  (apice  ricercato  e  fruttato  perché  molto  ricco).  La 
modalità con cui oggi si formano le “punte” durante la fase deposizionale delle piene 
è  simile  a  quella  sviluppata  dal  fiume  nel  passato  per  originare  i  placers. 
Semplicemente è più a piccola scala e localizzata. Si denota comunque che alcune 
punte lungo il fiume tendono naturalmente ad essere più ricche del metallo prezioso 
rispetto ad altre. Questa attitudine  denota la vicinanza di  un  deposito secondario 
fluviale di maggiori dimensioni, oppure un evento concentratore o più con intensità 
importante  ai  fini  dell’arricchimento.  Alcuni  punti  lungo  la  punta  scelta  possono 
essere più ricchi dei circostanti, si parla di “core” o nucleo o cuore della punta per 
intendere la porzione più arricchita. Di solito un core è legato geneticamente ad una 
piena specifica. La presenza di massi e blocchi locali può favorire un arricchimento 
puntuale inoltre. 

194 
N.95 L’azione di massi o blocchi presenti localmente è di formare arricchimenti puntuali auriferi. Sono ottime località 
lungo le punte queste per saggiare velocemente il luogo prescelto. 

La modalità con cui si crea una “punta” nel contesto meandriforme è la seguente: Il 
fiume tende naturalmente a creare curve e quindi meandri quando la velocità della 
corrente diminuisce localmente, altrimenti tenderebbe ad avere un percorso circa 
lineare  (fiumi  chiamati  braided).  Nel  delineare  queste  curve,  il  fiume  erode  il 
deposito sul lato esterno concavo ed ingrandisce il deposito collocato lungo il lato 
convesso  interno.  Le  curve  quindi  si  allargano  sempre  più  verso  la  pianura  ed  il 
carattere  meandriforme  viene  accentuato  nel  tempo  a  parità  di  condizioni 
geodinamiche.  I  sedimenti  erosi  vengono  selezionati  per  densità  e  dimensioni,  i 
sedimenti leggeri vengono trasportati e sedimentati  più  lontani rispetto pesanti, i 
quali  si  depositano  nelle  località  limitrofe  o  ai  piedi  della  scarpata  di  erosione. 
L’arricchimento  locale  continua  in  maniera  ritmica  ad  ogni  piena  con  maggiore 
intensità grazie a piene eccezionali, le quali potranno smuovere importanti volumi di 
sedimenti  fluviali  passati.  Questi  anche  se  a  basso  tenore  aurifero 
complessivamente, verranno concentrati in pochi metri cubi. La porzione più ricca di 
una punta è il “core”, il quale è spazialmente vincolato e ritrovabile verso l’apice della 
punta. 

195 
 

N.96 Morfologia di una punta semplice, della skim bar ed in particolare di un core. La punta considerata semplice 
è generata da un solo evento di piena eccezionale e sviluppa una unica skim bar ed un unico core aurifero. È da 
notare  che  nella  maggior  parte  dei  casi  in  natura  le  punte  sono  da  considerarsi  complesse,  infatti  lungo  il 
medesimo deposito secondario aurifero sono presenti innumerevoli skim bar e cores, generati dai differenti eventi 
di piena succeduti nel tempo. Un ultima nota è da sottolineare per quanto riguarda l’erosione iniziale legata agli 
eventi di piena eccezionali, la quale potrebbe rimuovere e riconcentrare cores recenti o antichi. 

196 
La modalità con cui si crea una “punta” nel contesto braided è il seguente: il fiume, 
in tale contesto, sviluppa un maggior potere erosivo verticale e minore laterale. Si 
sviluppano lo stesso le “punte” ai lati ma con maggiore regolarità e spesso alternate. 
Le curve e i meccanismi di arricchimento e sviluppo di una concentrazione aurifera 
per  “punta”  sono  i  medesimi  che  quelli  nel  contesto  meandriforme  ma  ha  una 
maggiore incidenza il letto fluviale. Esso è formato da clasti di maggiori dimensioni 
che agiscono da concentratori locali. Ottimi punti per la prospezione sono anche le 
rapide  ed  i  clasti  di  maggiori  dimensioni  (anche  metrici)  nei  contesti  delineati.  Il 
percorso  dell’acqua  durante  una  piena  tende  a  verticalizzarsi  (maggiore  velocità 
complessiva) e quindi i tratti curvilinei molto pronunciati possono essere tralasciati 
per  impostare  nuovi  percorsi  preferenziali  del  fiume,  tale  fenomeno  è  chiamato 
“salto  del  meandro”  nel  caso  si  sviluppi  a  spese  di  meandri  o  semplicemente 
diversione fluviale. I  meandri  così abbandonati  possono venire  riutilizzati in piene 
future oppure vi si imposta la vegetazione andando a ricoprire la curva abbandonata. 
Questi meandri abbandonati possono essere sia vicini al fiume attuale che lontani e 
quindi magari quasi irriconoscibili anche a causa delle coltivazioni e della genesi di 
un suolo al di sopra a spese dei sedimenti stessi. Nel caso di meandri abbandonati 
nei  pressi  del  fiume  sarebbe  un  buon  obiettivo  la  prospezione  delle  aree 
potenzialmente  ricche  con  le  stesse  modalità  della  ricerca  delle  “punte”.  Si 
potrebbero incontrare molte sorprese. 

 
N.97 Con il trascorrere del tempo i meandri migrano: sulla sponda esterna (concava) delle anse, dove la velocità della 
corrente è maggiore, si ottiene erosione, mentre sulla sponda interna (convessa) delle anse, dove la velocità della 
corrente è minore, si ha la deposizione di barre sabbiose a forma di lente, dette barre di meandro. Quando si verifica 
il salto del meandro, nell’ansa abbandonata si forma un lago a corna di bue. 

197 
I  placers  generati  dal  contesto  meandriforme  non  sono  altro  che  locali  curve  del 
fiume  che  si  sono  ampliate  a  tal  punto  che  risulta  una  cubatura  con  un  tenore 
variabile da medio ad alto di minerali pesanti. Queste poi sono state abbandonate 
oppure  coperte  da  altri  sedimenti  fluviali  in  momenti  di  deposizione  e  quindi 
preservati. I placer auriferi generati dall’attività fluviale sono composti da molteplici 
punte  complesse  che  nello  spazio  variano  il  loro  tenore  aurifero  sulla  base 
dell’importanza  degli  episodi  che  li  hanno  generati  nel  passato  storico. 
Tendenzialmente  vi  sono  molteplici  orizzonti  auriferi  a  diverse  profondità  con 
differenti tenori. Nel caso in cui il deposito poggi su un substrato, i primi decimetri di 
sedimento  risulteranno  molto  auriferi.  Possono  anche  svilupparsi  nei  pressi  di 
anfiteatri  morenici  dove  i  sedimenti  depositati  dal  vecchio  ghiacciaio  vengono 
rielaborati  dalle  acque  ruscellanti  (depositi  colluviali)  e  localmente  dall’azione  del 
vento (depositi residuali). Se un corso d’acqua importante si impostasse, potrebbe 
erodere parzialmente la morena (o morene) ed arricchire di minerali pesanti i più 
vicini  depositi  fluviali.  È  il  caso  della  Bessa  in  Piemonte,  dei  placers  di  Mazzè  e 
Villareggia,  impostati  nei  depositi  fluviali  più  antichi  (terrazzi  superiori)  nel  tratto 
subito successivo all’anfiteatro morenico di Ivrea. 

N.98  La  presenza  nel  tempo  di  fenomeni  di  piena  improvvisa  ed  eccezionale  per  portata  genera  importanti 
cambiamenti nel pattern idrografico superficiale: i corsi d’acqua variano il loro percorso e l’erosione dei depositi 
fluviali  antichi  rimette  in  circolazione  l’oro  presente,  concentrandolo  localmente  in  località  fisiche  degne  di 
interesse e prospezione. 

198 
N.99 Porzioni arricchite in minerali pesanti lungo il corso d’acqua. Si noti come nel tempo tali porzioni risultino 
molto effimere e quindi potrebbero venir erose totalmente o parzialmente, piuttosto che coperte da altri depositi 
e quindi conservate.  

Il fiume agisce come un collettore, un macinatore ed un concentratore. Il risultato è 
che vi potremo trovare i minerali presenti nel bacino collettore, alcuni di questi se 
pesanti potranno essere concentrati particolarmente in alcune località fisiche. L’oro 
di solito è trovato libero e raramente associato in rocce o altri minerali. 

199 
N.100 & 101 Nella figura è riportato uno schema semplificato dell’azione concentratrice di ostacoli, in questo caso 
massi, i quali tendono a disporsi con l’asse maggiore ortogonale alla direzione della corrente. 

200 
N.102  &  103  Meccanismo  di  arricchimento  da  ostacoli  di  grandi  dimensioni  all’interno  di  un  contesto  fluviale.  È 
notevole ricordare come non vi sia presente solo l’arricchimento posteriore ma anche quello anteriore. Le pagliuzze 
d’oro di maggiori dimensioni sono state trovate dall’autore tipicamente presso l’arricchimento anteriore, mentre dal 
punto di vista quantitativo l’oro tende ad essere presente nell’arricchimento posteriore. 

 
201 
Pay streaks e prospezione 
Si ponga il caso di trovarsi in un ambiente di pianura alluvionale. L’obiettivo è trovare 
alcune  pay  streaks  ricche.  Per  prima  cosa  si  accerta  che  vi  siano  informazioni 
pregresse  e  la  loro  attendibilità  (studi  a  tavolino).  Se  vi  fossero  dei  siti  storici 
converrebbe  eseguire  un  sopralluogo  (sopralluogo  speditivo)  per  definire  le 
caratteristiche  dell’oro  locale,  del  suo  contesto  di  ritrovamento  e  dell’ambiente 
deposizionale  correlato.  Converrebbe  anche  esaminare  la  presenza  di  minerali  o 
rocce indicatrici (pathfinders) i quali sono tipici dei luoghi con presenza di oro (rocce 
di  grandi  dimensioni  e  scure,  verdi).  Tornando  alla  morfologia  della  “punta”,  si 
osserva una tipica struttura circa triangolare con un apice impostato circa nel punto 
a  maggiore  arricchimento  (core).  Esso  è  direzionato  verso  la  porzione  di 
arricchimento locale ed è il punto più vicino e ricco ad esso. I due segmenti che si 
dipartono dall’apice delimitano l’area arricchita dal punto di vista aurifero e possono 
aver sede anche in piccoli canali depressi, specialmente quello verso la scarpata di 
terrazzo, attivo durante le piene tipicamente. Le figure sottostanti forniscono ottimi 
spunti di riflessione su alcune delle porzioni da prospettare nelle fasi precoci della 
campionatura.  

202 
N.104 & 105 Esempi di arricchimenti localizzati e l’effetto concentrante delle embricature fluviali. 

Lungo la stessa “punta” primaria, la morfologia circa triangolare può essere esibita 
in diverse aree, di solito partendo da aree prossime alla scarpata del terrazzo verso 
aree più ravvicinate al fiume allontanandosi. Questa è una morfologia generica che 
viene resa molto complessa dal punto di vista naturale dalla continua rielaborazione 
da parte del fiume stesso durante il proseguire del tempo. Inoltre, l’uomo con la sua 
azione  può  modificare  notevolmente  il  paesaggio.  Alcune  aree  lungo  i  fiumi  sono 
fonte di lavoro per estrazione di materiali inerti (ghiaie, sabbie, etc) e modificano 
notevolmente  il  paesaggio  e  le  sue  proprietà,  infatti  differenze  importanti  nella 
larghezza  dell’alveo  e  nella  sua  profondità  alterano  di  conseguenza  l’attività  del 
fiume durante la piena. Dal punto di vista piemontese, l’oro è presente tipicamente 
nei primi e più alti terrazzi dei corsi d’acqua montani. L’oro è ritrovabile grazie alla 
rielaborazione  di  depositi  eluvio‐colluviali  giacenti  presso  manifestazioni  aurifere 
primarie oppure di conoidi alluvionali. Generalmente, il deposito aurifero secondario 
risulta costituito da uno strato composto dal 50 % e più di massi e grossi ciottoli, più 
o meno arrotondati e smussati ed il rimanente da ghiaie e sabbie con minori limi, 
intrappolati  tra  i  ciottoli.  L’oro  ritrovabile  ha  forma  e  dimensioni  differenti,  da 
polverino a scagliette di diametro variegato (difficilmente superiore al centimetro), 
a  granuli  di  varia  forma  e  dimensione.  Polvere  e  scagliette  rappresentano 
tipicamente  la  maggioranza,  e  sono  distribuite  in  modo  abbastanza  omogeneo 
all’interno del sedimento. Il loro peso tende ad essere trascurabile rispetto a quello 
di granuli e pepite, in quanto tendono a risultare molto appiattite. Anche le scaglie 
203 
più grosse e  più spesse,  difficilmente raggiungono il grammo mentre il peso delle 
scagliette  più  piccole  può  variare  da  meno  di  un  milligrammo  a  qualche 
centigrammo. Le dimensioni di un singolo strato aurifero terrazzato possono variare 
enormemente  quanto  ad  estensione,  con  la  tendenza  a  rimanere  nell’ordine 
massimo di pochi chilometri mentre lo spessore è contenuto in pochi decimetri fino 
a  qualche  metro  al  massimo.  Esso  può  trovarsi  in  una  posizione  fluviale  non  più 
utilizzata  normalmente  quando  abbandonato  da  poco  o  ancora  invaso  dal  corso 
d’acqua durante le piene, oppure essere ricoperto da un suolo, più o meno spesso; 
nell’ultimo  caso  l’attuale  alveo  è  ribassato  rispetto  tale  deposito  fluviale  a  causa 
dell’erosione del letto fluviale. In genere, il regime delle acque risulta mutevole ed 
alterna periodi di trasporto violento (piene) a cui seguono o si alternano periodi di 
bassa velocità e capacità di trasporto (la maggioranza del tempo), per cui il deposito 
grossolano  deposto  durante  le  piene  ed  aurifero  potrebbe  venir  ricoperto  da 
sedimenti più fini, costituiti da ghiaie, sabbie e limi in proporzioni molto variabili (in 
larga parte sterili in oro), che vanno a formare strati a granulometria medio‐fine, di 
solito  poco  spessi.  La  sommatoria  di  questi  strati  medio‐fini  potrebbe  nel  tempo 
coprire  i  depositi  fluviali  auriferi  grossolani  anche  per  decine  di  metri.  I  depositi 
terrazzati tendono a risultare più potenti e continui rispetto quelli di alveo appena 
descritti e si formano come nell’esempio piemontese a spese dei sedimenti morenici, 
specialmente allo sbocco in pianura. È possibile osservare terrazzamenti multipli a 
più gradini. Lo strato grossolano di base si forma per un prolungato rimaneggiamento 
del deposito morenico aurifero e di conseguente allontanamento dei sedimenti più 
fini  e  leggeri,  con  concentrazione  dell’oro  detritico  morenico,  il  quale  può  avere 
dimensioni  veramente  ragguardevoli.  Il  ghiacciaio  in  movimento  trascina  tutti  i 
materiali  detritici  che  incontra  sul  suo  cammino  e  consente  il  trasporto  fino  ai 
depositi  morenici  dove  verranno  messe  a  dimora  masse  d’oro  o  le  rocce  che  le 
contengono. La rielaborazione da parte dei corsi d’acqua fluvioglaciali dei complessi 
morenici  comporta  una  notevole  diminuzione  del  volume  sedimentario,  una 
stratificazione  più  o  meno  accentuata,  con  arrotondamento  dei  clasti  e  una 
concentrazione dei ciottoli di maggiori dimensioni e dei minerali pesanti. Successive 
variazioni  di  regime,  glaciale  e  idrologico,  portano  alla  deposizione,  sullo  strato 
grossolano, di sedimenti generalmente più fini, con possibile, saltuario deposito di 
altri  strati  grossolani,  il  tutto  in  successioni  che  possono  superare  anche  i  cento 
metri. Negli strati grossolani, la maggioranza dell’oro presente si trova sotto forma 
di granuli e pepite, in limitate sacche al contatto con la roccia di base (bedrock), le 
quali  rappresentano  zone  di  concentrazione  preferenziale  sul  fondo  di  un  antico 
alveo.  In  molti  casi,  esse  presentano  un  significativo  arricchimento  in  ciottoli  di 
quarzo, in quanto esso risulta resistente all’abrasione ed erosione fluviale, in  altri 
possono poggiare direttamente su filoni auriferi presenti nella roccia madre, la cui 
alterazione  chimica  e  degradazione  meccanica  ad  opera  del  corso  d’acqua  libera 

204 
discrete  masse  di  oro  con  quarzo.  L’oro  più  fine,  ritrovabile  in  polvere  e  sottili 
scagliette, è distribuito di solito in maniera più uniforme ed in genere è attaccato ai 
ciottoli o all’argilla. L’oro fine ha scarsa importanza pratica, sia perché il peso totale 
è  poco  consistente  se  non  in  elevate  quantità,  sia  perché  tende  a  risultare  di 
difficoltoso  recupero.  Lo  stesso  vale  per  quello  eventualmente  presente  nei  livelli 
sabbioso‐ghiaiosi  che  ricoprono  gli  strati  grossolani,  nei  quali  può  raggiungere 
contenuti  di  alcuni  decimi  di  grammo  per  metro  cubo  di  sedimento  nelle  zone  di 
maggior  concentrazione.  Localmente,  si  possono  avere  moderati  arricchimenti 
auriferi anche nel suolo di copertura, per aggregazione elettrolitica delle particelle di 
metallo contenuto, in forma dispersa o colloidale, nelle acque circolanti. La purezza 
dell’oro è piuttosto varia nell’ambito dello stesso deposito, in relazione a quello del 
deposito primario da cui proviene, alla granulometria, al periodo di immersione in 
acqua e all’acidità di questa. L’oro primario può avere purezza variabile dal 75 a più 
del 90%, ma la purezza aumenta passivamente, in immersione in acque meteoriche 
superficiali, per idrolisi dei prodotti di ossidazione dell’argento e del rame contenuti 
in  lega.  Il  fenomeno  è  tanto  più  pervasivo  quanto  maggiori  sono  il  tempo 
d’immersione, l’appiattimento delle scaglie e la superficie esposta. Le scagliette più 
piccole e sottili possono così raggiungere contenuti in oro dal 95 a più del 99%. Per 
le pepite, specialmente quelle più arrotondate, l’idrolisi riguarda soltanto le porzioni 
superficiali, che possono essere notevolmente più pure del nucleo. L’idrolisi procede 
dalla  superficie  verso  il  nucleo  quindi  tanto  è  ritrovabile  verso  l’interno  tanto  il 
trasporto è stato duraturo. Si noti inoltre che il nucleo, se conservato, risulta quello 
più  attendibile  e  confrontabile  per  risalire  al  DAP  di  origine.  La  valutazione 
preliminare  del  tenore  d’oro  in  uno  strato  aurifero  grossolano  è  pressoché 
impossibile,  anche  quando  vengano  analizzati  numerosi  campioni  di  grosse 
dimensioni  (più  metri  cubi)  questi  possono  risultare  del  tutto  sterili  o  contenere 
pochi decimi di grammo d’oro, quando non prelevati nelle zone ricche, mentre nel 
fortuito caso di prelievo in una di queste, il contenuto può risultare di centinaia di 
grammi  e  di  chili,  e  talora  è  dato  da  una  sola  pepita  (effetto  nugget).  Risulta 
difficoltoso  quindi  avere  campioni  significativi  per  ottenere  una  valutazione  delle 
risorse dei placer auriferi. Tornando all’argomento delle punte aurifere è utile porre 
un  accento  sulla  morfologia  tipica,  in  tal  caso  avendo  la  sponda  su  cui  giace  sulla 
sinistra. La punta aurifera mostra un contenuto terrigeno grossolano che diminuisce 
dall’apice verso la coda. Tale contenuto grossolano aumenta verso il corso d’acqua 
rispetto la scarpata di terrazzo. Locali ostacoli (piante, radici, rifiuti, massi) possono 
offrire delle trappole locali ed arricchimenti localizzati. 

205 
 
N.106 Esempio di morfologia di una punta aurifera semplice, originata dalla sedimentazione successiva all’erosione 
di una porzione di deposito alluvionale nel lato concavo dell’ansa (ansa d’erosione). Si noti come la granulometria 
dei componenti vari localmente ed in generale aumentando in dimensione verso il “cappellaccio limoso”, detto apice, 
e verso la porzione ravvicinata all’alveo attualmente in uso dal corso d’acqua. Con il puntinato si vuole delineare la 
posizione fisica delle particelle aurifere, si noti come i massi e le embricature locali possano permettere un locale 
arricchimento aurifero. In generale la porzione più arricchita dal punto di vista aurifero si chiama “core” o “cuore 
della punta”. La vibrazione dei clasti durante gli eventi di piena non solo svolge un ruolo concentratore dei minerali 
pesanti che stanno fluendo superficialmente ad essi come carico di fondo ma appiattisce i minerali duttili, come l’oro, 
formando le pagliuzze. Legenda: f (fine), g (grossolano). 

Per  ricercare  le  migliori  punte  aurifere  conviene  prima  procedere  ad  una  raccolta 
bibliografica e di fonti storiche riguardo le porzioni più produttive dei fiumi e torrenti 
presi in esame. Eseguito questo lavoro di ricerca bibliografica, conviene sempre fare 
un  sopralluogo  per  carpire  informazioni  logistiche  e  ambientali,  oltre  ai  migliori 
strumenti utili all’estrazione e lavaggio delle sabbie aurifere. Si dovrebbe procedere 
ad evidenziare in maniera sistematica una serie di curve, dando precedenza a quelle 
con  aspetto  curvilineo  accentuato  (attuali  o  abbandonate)  nelle  zone  prossime  a 
concentrazioni aurifere riportate (siti storici oppure terrazzi erosi nell’ultima piena). 

206 
N.107  Nell’esempio  è  possibile  osservare  una  serie  di  arricchimenti  fisici  di  minerali  pesanti  tra  cui  oro.  Tali 
porzioni possono essere identificate in un primo momento per mezzi digitali, tra cui la consultazione di mappe 
online  o  foto  aeree.  Successivamente  si  passa  alle  attività  di  identificazione  e  descrizione  sul  terreno  con 
l’identificazione delle porzioni più redditizie. La fase di estrazione è la successiva, in cui si cerca di raccogliere l’oro 
presente nel minor tempo possibile e con il minor costo in termini di risorse e tempo. 

N.108 Fisionomia di una punta semplice ed approfondimento sulla struttura del core primario, il quale non è altro 
che la porzione più redditizia dell’arricchimento localizzato senso lato. 

Una  volta  evidenziate  le  aree  più  ricche  in  contenuto  aurifero  attraverso  diversi 
software  si  può  stampare  il  lavoro  eseguito  e  sviluppare  un  buon  piano  di 
prospezione sul terreno. Alla parte teorica viene associata la parte pratica. La parte 
207 
pratica potrà sia smentire in parte o totalmente il lavoro teorico effettuato oppure 
confermarlo, ma potrà solo aumentare i dati in possesso e la conoscenza acquisita 
del sito. 

 
N.108 Fisionomia di una punta semplice ed ubicazione nello spazio del core. Sono anche riportate le posizioni e il 
trend granulometrico della componente terrigena a maggior dimensione. Si noti come l’oro tende ad essere presente 
in maggior quantità associato ai clasti di maggiori dimensioni relative. 

Sul terreno bisogna fare molta attenzione ai lavori pregressi sia antichi che attuali di 
altri cercatori d’oro e ricercarne il tenore medio nel caso. L’indice dei lavori lungo 
alcuni siti è elevato a volte a causa dell’assenza di piene importanti che riassestano 
il deposito fluviale aurifero e ciò potrebbe risultare in drastici variazioni dal punto di 
vista teorico nella distribuzione delle concentrazioni aurifere.  

208 
N.109  Il  “core”  risulta  la  porzione  più  arricchita  in  un  contesto  di  punta  fluviale  aurifera.  È  importante  la  sua 
identificazione per raggiungere quantitativi d’oro estratti notevoli. 

 
N.110 La medesima punta complessa offre diversi orizzonti auriferi a diverse profondità, tipicamente uno ogni 30‐40 
centimetri. Si noti che vi possono essere alcuni orizzonti molto arricchiti anche a una minore distanza gli uni dagli 
altri, in quanto le piene eccezionali tendono ad erodere maggiormente orizzonti auriferi superficiali e concentrarli in 
uno solo successivamente. 
209 
 
N.111 Nei casi naturali tipicamente si ha a che fare con punte complesse, le quali non sono altro che il prodotto di 
una serie di piene di media potenza ed eccezionali. Le prime arricchiscono solo localmente e tendono a modificare 
poco la morfologia complessiva mentre le seconde possono non solo generare orizzonti auriferi importanti ma anche 
creare nuovi percorsi preferenziali del futuro corso d’acqua. La piena eccezionale genera la punta semplice, la quale 
viene arricchita localmente in alcune porzioni fisiche dalle piene di media potenza, le quali risultano numerose tra 
una  piena  eccezionale  e  la  successiva.  Nell’immagine  è  visibile  una  punta  semplice,  in  cui  il  puntinato  indica  la 
presenza di una serie di arricchimenti localizzati, rendendola di fatto una punta complessa. 

La  prospezione  viene  eseguita  di  solito  da  valle  verso  monte.  Il  contenuto  di  oro 
varierà risalendo il corso d’acqua da: assente, finissimo, fine, medio‐fine, grossolano. 
Oltrepassata la località dove la granulometria è la maggiore, sia la dimensione che il 
contenuto aurifero diminuisce nettamente e ciò permette di localizzare in maniera 
molto  precisa  il  punto  di  arricchimento  ed  il  suo  apice.  A  questo  punto  conviene 
passare in rassegna tutti i siti con caratteristiche performanti per quanto riguarda la 
deposizione  aurifera,  contando  che,  allontanandosi  verso  valle  dall’apice  di 
arricchimento,  l’oro  tende  a  diminuire  sia  in  dimensioni  ma  non  sempre  in 
concentrazione. Bisogna anche notare che i depositi alluvionali sono un ambiente 
complesso e la loro architettura a volte non è sempre semplificabile o riconducibile 
perfettamente  a  casi  pratici.  Si  Potrebbero  trovare  sia  sorprese  che  delusioni  ma 
avere un metodo che viene ottimizzato da un caso all’altro è fondamentale. Trovare 
un  punto  di  arricchimento  locale  ed  il  suo  apice  (massima  concentrazione  e 
dimensione) significa che la paystreak più vicina o coincidente sarà quella più ricca 
dell’oro  con  taglia  maggiore  ed  allontanandosi  nelle  paystreaks  successive  a  valle 
esso dovrebbe diminuire in dimensione ma localmente presentarsi in tenori utili o 
anche anomali.  

210 
 
N.112 Esempi di come alcuni ostacoli possano svolgere un ruolo di ostacolo al normale flusso dell’acqua durante un 
momento  di  piena.  Essi  possono  essere  di  varia  naturale,  da  quella  inorganica  (massi  ed  embricature)  a  quella 
organica (radici di alberi in posto, tronchi divelti). In tutti questi casi è possibile avere un arricchimento localizzato 
posteriore (code violette). 

211 
 
N.113  Esempi  di  arricchimenti  locali  dovuti  alla  presenza  di  ostacoli.  Si  noti  come  l’arricchimento  localizzato 
posteriormente ed anteriormente siano ottimi siti di prospezione e che tendenzialmente sono ricoperti da un volume 
di  sedimento  di  spessore  variabile  sterile  in  oro.  La  rimozione  controllata  di  tale  sedimento  sterile  permette  la 
coltivazione del deposito aurifero sottostante, il quale tipicamente arriva  ad avere una  profondità massima  poco 
superiore al masso che ha generato la perturbazione al flusso d’acqua.  

Nascita di nuove punte 

Nel  caso  della  variazione  del  percorso  fluviale  e  dello  sbancamento  di  settori 
costituiti  da  depositi  alluvionali  terrazzati  si  ha  la  genesi  di  una  serie  di  nuovi 
arricchimenti  locali.  Si  possono  identificare  sulla  base  della  morfologia  e  della 
presenza e numero dei core, diverse tipologie di punte aurifere: 

‐ Punte semplici: contengono un solo core e sono generate da un unico evento 
di piena, di solito eccezionale in portata e modellamento del paesaggio; 
‐ Punte complesse: lungo una medesima punta semplice sono presenti diversi 
core, i quali sono la sommatoria di numerosi eventi di piene minori rispetto 
la maggiore che ha creato la punta semplice su cui si imposta la complessa; 
‐ Punte  centrali:  queste  possono  essere  sia  semplici  che  complesse  e  si 
trovano fisicamente tra due rami fluviali in canali intrecciati; 
‐ Punte  abbandonate  o  inattive:  queste  possono  essere  sia  semplici, 
complesse e centrali ma si trovano lungo alvei fluviali abbandonati oppure 
attivi solo durante piene eccezionali. 
 
Nella  situazione  di  punte  complesse,  lungo  una  stessa  punta  possono  crearsi 
arricchimenti localizzati, con la stessa morfologia della punta principale ma di minori 
dimensioni areali, dalla rielaborazione del materiale aurifero della punta da parte del 
fiume oppure dall’introduzione localizzata di oro attraverso l’ultima piena. Differenti 
piene possono sortire l’effetto di creare molteplici punte “figlie” generando quindi 
una unica punta complessa. La punta complessa possiede diverse aree redditizie e 
212 
diversi  apici  (core).  Nella  genesi  di  una  punta  aurifera,  i  primi  minerali  ad  essere 
deposti  sono  quelli  pesanti,  per  poi  esser  ricoperti  parzialmente  o  totalmente  da 
sedimenti sterili durante le ultime fasi di una piena, in cui sedimentano le particelle 
fini siltose e poi argillose, tendendo a “macchiare” le embricature già formate. 

 
N.114  Avere  una  idea  della  presenza  e  quantità  percentuali  dei  minerali  pesanti  lungo  una  punta  è  di  notevole 
importanza per capire la porzione di maggior arricchimento, denominata core. Alcuni minerali pesanti, di solito più 
abbondanti dell’oro possono essere presi come indicazione di una possibile vicinanza all’oro.  

Le  cosiddette  “punte”  tendono  ad  avere  una  morfologia  ben  definita,  inoltre,  nel 
tempo  successivo  ad  una  piena  importante,  le  punte  precedenti  a  tale  evento 
possono aver subito differenti modellamenti, anche radicali: 

‐ Le punte aurifere esistenti possono esser state rivitalizzate e vi si sono depositate 
nuove ghiaie aurifere (piene a media energia ed alta); 

‐  Le  punte  aurifere  esistenti  possono  essere  state  tralasciate  a  cause  di  una 
deviazione fluviale (genesi delle punte inattive); 

‐ Le punte aurifere esistenti possono essere state rielaborate ma non arricchite da 
fonti esterne. In questo caso il tenore superficiale è aumentato ma senza contributi 
esterni (piene a media energia ed alta); 

‐ Le punte aurifere esistenti sono state coperte parzialmente o totalmente da nuovi 
depositi fluviali (piene a modesta energia).  

213 
‐ Le punte aurifere esistenti sono state erose parzialmente o totalmente. In questo 
caso conviene ricercare un po’ più a valle dove il fiume ha concentrato il materiale 
aurifero della punta erosa, creando possibilmente una “figlia” (piene a media, alta 
energia ed eccezionali); 

‐  Le  esistenti  sono  solo  state  parzialmente  erose  e  hanno  creato  una  o  più  punte 
“figlie”  a  valle  dell’apice  ma  ancora  lungo  la  punta  semplice  iniziale;  nascita  delle 
punte “complesse” (piene a media ed alta energia). 

Per  una  visione  complessiva  delle  porzioni  fluviali  ad  elevata  concentrazione  di 
minerali pesanti è utile e consigliabile la seguente figura. 

 
N.115 Rispetto al percorso di un corso d’acqua, è possibile evidenziare come i diversi minerali indicati, i quali hanno 
una  densità  differente,  abbiano  comportamenti  idraulici  notevolmente  differenti.  I  minerali  pesanti  tendono  a 
depositarsi  in  alcune  porzioni  rispetto  ad  altre  e  concentrarsi  per  una  serie  di  fattori.  Tali  porzioni  arricchite,  se 
ritrovate in un contesto di punte fluviali sono detti core, ma all’interno del medesimo core, gli stessi minerali non 
sono distribuiti uniformemente. I minerali più pesanti vengono concentrati nell’apice del core. La presenza di ostacoli 
fisici  (embricature,  massi,  alberi  sradicati,  radici)  nella  porzione  areale  del  core  aurifero  può  generare  localizzate 
porzioni molto arricchite in minerali pesanti.  

214 
N.116 Il percorso di un corso d’acqua può migrare nel tempo e quindi i sedimenti fluviali auriferi antichi possono 
venire  rielaborati  a  seguito  della  migrazione  delle  curve  fluviali.  È  inoltre  importante  tenere  conto  della  sezione 
fluviale, infatti un allargamento repentino favorisce la deposizione, mentre il caso opposto l’erosione. Le scarpate dei 
terrazzi fluviali vengono erose durante le piene a seguito della direzione locale delle acque, la quale tende a collimare 
verso la scarpata stessa. 

215 
Lungo  il  medesimo corso  d’acqua e durante  la  medesima piena  possono avvenire 
diversi processi contemporaneamente in diverse località. Il fiume all’apice della sua 
potenza  nella  piena  tenderà  ad  erodere  e  solo  successivamente  a  depositare.  I 
sedimenti leggeri saranno depositati tendenzialmente più lontani rispetto i pesanti 
e nelle fasi tardive della piena. I massi più grandi e pesanti saranno depositati dalla 
corrente nei pressi degli arricchimenti auriferi rispetto a quelli più piccoli e leggeri. 
Le  punte  durante  le  piene  possono  venire  creare  o  migrare  piuttosto  che  venir 
sepolte.  Nel  caso  siano  sepolte  non  potranno  migrare  fintanto  che  non  vengano 
scoperte dal carico sedimentario posto al di sopra. Nel caso le punte migrino verso 
valle il sedimento costituente la “punta” viene semplicemente eroso e rielaborato e 
quindi  rilasciato  dal  fiume  poco  più  a  valle.  La  distanza  è  variabile,  può  essere  di 
alcuni metri come centinaia nell’arco delle decadi. Le punte aurifere si sviluppano 
nella  porzione  superficiale  delle  cosiddette  point  bar,  le  quali  sono  visibili  nel 
sottostante approfondimento. 

 
N.117 Con la progressione e sviluppo nel tempo del carattere meandriforme del corso d’acqua, la sponda dove ha 
luogo l’erosione si sposta verso la piana alluvionale, mentre le barre di meandro si accrescono sempre verso tale 
direzione e verso. Si evince quindi che nel tempo lo sviluppo areale di tali punte semplici nello spazio possa generare 
un arricchimento a grande scale dal punto di vista dei minerali pesanti. 

Alcune utili definizioni:  

‐ Piana alluvionale (alluvial plain): area pianeggiante formata dall’accumulo di depositi alluvionali sia in canali che 
in aree di esondazione (foodplain); 

‐  Piana  esondabile  (floodplain):  area  piatta  adiacente  e  formata  da  canali  alluvionali  soggetti  ad  esondazione. 
Normalmente contiene canali abbandonati (alluvial ridges), canali di crevasse e floodbasins..  

216 
 
N.118  Esempio  di  accrezione  di  una  point  bar:  durante  le  singole  piene,  che  rappresentano  distinti  eventi 
deposizionali, il fronte della barra cresce per aggiunta di sedimento sotto forma di nuovi beds. Ciascun bed, mostrerà 
caratteristiche  sedimentologiche  in  relazione  ai  processi  fisici  che  lo  hanno  prodotto.  Ad  esempio,  potrà  essere 
caratterizzato  da  una  though‐cross  stratification  se  prodotto  dalla  migrazione  di  dune.  Oppure,  nella  porzione 
sommitale della point bar potrà mostrare una ripple cross‐lamination. Con i numeri “1”, “2”, “3” si vuole indicare 
l’ordine cronologico della deposizione con “1” più vecchio di “2” e quest’ultimo di “3”. L’oro non solo si trova nei 
“core” ma anche nel fondo canale, dove si possono osservare i massi di maggiori dimensioni. 

Parametri fondamentali per quanto riguarda il tenore aurifero nelle “punte” sono: 

‐  Presenza  di  oro  e  tenore  nell’alveo  (fondo  canale)  o  nei  suoi  depositi  laterali 
(terrazzi fluviali e punte); 
‐ Frequenza ed intensità delle piene (grado di modellamento del paesaggio e genesi 
di nuove punte o arricchimento di quelle già presenti);  
 
Le  piene  con  elevata  intensità  e  frequenza  tenderanno  a  produrre  concentrazioni 
aurifere  maggiori  ed  a  rigenerarle  dopo  ogni  piena  parzialmente  o  totalmente. 
Questi parametri stanno al momento attuale peggiorando nei fiumi del Nord Italia, 
dove  l’opera  umana,  attraverso  l’irrigazione  e  la  costruzione  di  chiuse  lungo  il 
medesimo  fiume,  tende  a  contenerlo  durante  le  piene.  Del  resto,  sarebbe  molto 
pericoloso, vista l’urbanizzazione attuale, concedere al corso d’acqua la possibilità di 
muoversi  liberamente  durante  la  piena.  Lavori  molto  invasivi  lungo  il  corpo  della 
“punta” potrebbero portare ad una bassa rivitalizzazione o addirittura assente nel 
caso che la piena del fiume non abbia l’energia sufficiente a ripristinare i siti lavorati. 
Si evince quindi l’importanza di una lavorazione della punta aurifera da un punto di 
vista ecosostenibile con una fase successiva o immediata di ripristino. L’idea infatti 
sarebbe di lavorare la porzione più superficiale delle punte aurifere, i primi 30‐40 
centimetri,  in  corrispondenza  specialmente  delle  porzioni  più  ricche  (core)  ed 
intorno  a  massi  di  maggiori  dimensioni.  Il  materiale  non  utile  con  una  taglia  al  di 
sopra  di  quella  a  noi  necessaria  per  il  lavaggio,  dovrebbe  essere  lasciato  in  posto 
invece che trasportato per lunghe distanze. Le buche o trincee di scavo dovrebbero 
essere  poi  ripristinate.  La  coltivazione  talvolta  procede  per  “spot”  o  in  maniera 
217 
puntuale,  tendendo  a  prospettare  prima  gli  arricchimenti  localizzati  attorno  ad 
ostacoli o massi di grandi dimensioni. Altre volte si preferisce la coltivazione in senso 
stretto di core auriferi. 

N.119  Alcuni  esempi  di  sfruttamenti  posteriori  ad  ostacoli  fluviali  e  il  loro  risultato.  Anche  se  l’arricchimento 
posteriore tende a risultare quello a maggior tenore e presenza d’oro, l’arricchimento anteriore è quello che all’autore 
ha donato le maggiori soddisfazioni dal punto di vista della dimensione e peso dell’oro ritrovato. Si noti inoltre che 
sempre  tale  arricchimento  ha  dimensioni  notevolmente  ridotte  rispetto  la  controparte  posteriore.  Lateralmente 
all’ostacolo di solito non vi è una concentrazione di oro degna di nota a causa dell’erosione e delle riconcentrazione 
di tale oro nell’arricchimento posteriore. 

218 
N.120 Esempio di vista dall’alto di una punta centrale e dei suoi localizzati arricchimenti (core). Questa tipologia 
di punta aurifera si imposta preferibilmente in contesti di canali intrecciati ma è sporadicamente presente anche 
in altre situazioni. I “core” situati topograficamente più in alto tendono ad essere vegetati e anche quelli più ricchi 
e antichi. Sono stati generati da eventi di piena eccezionale. 

 
N.121 Esempio di vista dall’alto di una serie di punte inattive o nascoste, ubicate nel meandro abbandonato (ellissi 
blu). In questo caso si tratta di una punta complessa che a seguito di una variazione importante del percorso fluviale 
(salto del meandro) è rimasta isolata dal normale flusso idrico. Tali porzioni tendono ad esser sede di laghi natuali 
con forme a corna di bue oppure vegetati in poco tempo. Gli arricchimenti che hanno sede in tali contesti possono 
venire con il tempo sepolti e preservati. 

219 
 
N.122  Un  restringimento  della  sezione  fluviale  genera  tipicamente  un  carattere  erosivo  che  si  esplica  contro  una 
scarpata di terrazzo nel caso la direzione e verso della corrente in piena collimi contro tale superficie laterale oppure 
una erosione lineare lungo il proprio fondo canale, approfondendo il canale fluviale. Il successivo allargamento della 
sezione fluviale genera localmente località dedite alla sedimentazione. 

N.123 Dettaglio dall’alto di come si evolve nel tempo una punta complessa arealmente. A seguito dell’erosione 
della  scarpata  di  terrazzo  si  mette  in  circolo  altro  contenuto  aurifero  che  genera  un  rinvigorimento  della 
successiva punta semplice. Le piene a media ed alta energia possono sviluppare una locale rielaborazione della 
punta semplice e quindi la genesi di una serie di punte “figlie” lungo la semplice, delineando una finale punta 
complessa. L’arricchimento aurifero è presente nei differenti core auriferi (ellissi verdi).  

220 
N.124 La presenza di molteplici siti di arricchimento aurifero lungo la medesima punta è di notevole chiarificazione 
per i cercatori d’oro che talvolta non riescono a comprendere come sia possibile avere diversi arricchimenti ubicati a 
distanze notevoli dall’apice considerato il core più ricco (ellisse verde scuro). 

 
N.125  I  corsi  d’acqua  nel  tempo  possono  modificare  il  proprio  comportamento  idraulico  tendendo  da  un  pattern 
idrografico rettilineo (esempio a sinistra) a uno braided fino a meandriforme (esempi a destra). La genesi delle punte 
e degli arricchimenti localizzati è vincolata notevolmente al carattere in tale lasso temporale. 

221 
 
N.126 Visuale complessiva di alcuni casi osservabili nel caso di arricchimenti localizzati che nel tempo produrranno i 
DASf. 

Il percorso dell’oro in un corso d’acqua 
L’oro  all’interno  del  corso  d’acqua  ha  un  percorso  preferenziale:  si  concentra  nel 
percorso  più  depresso  possibile,  tendenzialmente  in  presenza  di  rocce  di  grandi 
dimensioni. Il problema principale è quanto questo percorso possa essere complesso 
a causa della sommatoria dei svariati processi idraulici subiti nella storia del corso 
d’acqua.  I  processi  sono  interpretabili  dalla  architettura  dei  depositi  fluviali,  dalle 
loro  caratteristiche  sedimentologiche  e  disposizione  fisica  gli  uni  rispetto  gli  altri. 
L’idea  principale  è  che  il  fiume  risponda  in  maniera  rapida  alle  variazioni  locali  di 
altitudine ed alle variazioni del livello di base di riferimento. Il fiume, infatti, nasce 
sui  rilievi  e  si  getta  nel  bacino  più  vicino.  Questo  può  essere  un  mare,  un  oceano 
oppure  un  livello  base  locale,  come  un  lago  o  una  chiusa.  Maggiore  è  il  dislivello 
rispetto i due punti presi in esame e maggiore sarà il trend del fiume ad approfondirsi 
a spese del substrato roccioso (in correlazione con la litologia) oppure a spese degli 
stessi  depositi  fluviali.  Nel  caso  il  divario  aumenti,  aumenterà  il  carattere  locale 
erosivo  (prodotto  successivo  all’abbassamento  del  livello  marino  relativo, 
regressione).  Nel  caso  opposto,  diminuirà  il  carattere  erosivo  prediligendo  il 
carattere  di  sedimentazione  ed  il  risultato  potrebbe  essere  una  tendenza  a 
meandrizzarsi  del  fiume  in  quel  tratto  (prodotto  successivo  all’innalzamento  del 
livello marino relativo, trasgressione).  

222 
N.  127  Esempio  dell’evoluzione  nel  tempo  di  un  sistema  fluviale  a  carattere  prevalente  meandriforme.  I  depositi 
secondari fluviali, chiamati volgarmente “punte”, sono molto effimeri in questo contesto e tendono ad essere erose 
più volte nell’arco temporale.  

L’acqua  corrente  segue  in  ogni  punto  la  direzione  di  massima  pendenza  locale:  il 
percorso è la sommatoria di ogni punto in cui l’acqua passa. Il percorso dell’oro è 
molto simile venendo trasportato ed alle volte preso in carico sospeso. All’interno di 
un  medesimo  fiume  esistono  molteplici  percorsi  preferenziali  dell’oro 
contemporaneamente. In alcuni momenti alcuni possono formarsi, altri essere erosi 
e quindi andare a formare nuovi percorsi ed altri ancora essere sepolti e conservati. 
Questi possono poi essere rimessi in circolo in una successiva fase erosiva andando 
a formare un nuovo percorso futuro. All’interno di un fiume abbiamo quindi percorsi 
dell’oro  passati  e  recenti,  inoltre  altri  verranno  generati  nel  futuro  dalla 
rielaborazione dei primi due. L’obiettivo del cercatore d’oro è di evidenziare questi 
percorsi e nel caso processarli per estrarne il contenuto aurifero. I percorsi auriferi 
tendono  a  cambiare  nel  tempo  al  variare  delle  caratteristiche  del  fiume  preso  in 
esame. Principale fattore è la sua portata e velocità locale. La portata è dipendente 
dalle  precipitazioni  attuali,  recenti  o  passate.  La  velocità  è  dipendente  dalla 
differenza di quota rispetto due punti presi in esame. Maggior differenza di quota 
determina una maggiore velocità dell’acqua ed un maggiore carattere erosivo. Un 
fiume con carattere locale di una alta portata e velocità delle acque tende a generare 
un  alveo  circa  rettilineo,  al  contrario  in  un  fiume  lento  delle  curve  o  meandri.  I 
parametri sono tra loro correlati e spesso un medesimo fiume esprime entrambi i 
caratteri con sfumature intermedie. 

223 
 
N.128 Dettagli di un reticolo fluviale canalizzato in cui si denota in particolare un alveo abbandonato in color rosso e 
le point bar nel lato convesso adicenti. Tali porzioni andranno a far parte della pianura alluvionale. L’oro non solo è 
ubicato nei principali core ma anche nel fondo canale. 

Approfondimento sui corsi d’acqua 
Un corso d’acqua viene suddiviso in settori:  

‐ Il tratto in cui è incastrato in una valle; 
‐ Il tratto in cui si instaura all’uscita valliva; 
‐ Il tratto in pianura; 
‐ La foce o estuario in cui giunge al bacino marino; 
‐ La conoide sottomarina se presente. 
 

Quando  il  fiume  è  incastrato  al  fondo  di  una  valle  può  essere  di  due  tipologie:  la 
prima, se in un fondo vallivo modellato da un ghiacciaio, il fondo sarà molto largo ed 
il fiume avrà lo spazio per muoversi generando un carattere talvolta meandriforme 
o intrecciato. Nel caso il fiume erodendo crei una valle, essa avrà un profilo a “V”. I 
versanti,  in  tal  caso  saranno  accidentati  ed  acclivi.  Nel  primo  caso  difficilmente  si 
troverà il bedrock roccioso affiorante, nel secondo invece sarà possibile, in quanto il 
fiume  genera  il  carattere  vallivo  a  spese  del  substrato  roccioso  e  si  imposta 
preferenzialmente in porzioni rocciose più facilmente erodibili. L’oro si può trovare 
al contatto con il bedrock o nei sedimenti sovrastanti ad essi. Quando il fiume esce 
dalla valle e procede verso la pianura decresce drasticamente la velocità e tende a 
depositare. Il fiume ha un carattere complesso che lo porta a variare il suo percorso 
e generare una morfologia a cono dei sedimenti che deposita nel tempo. Questo è 

224 
detto  conoide  alluvionale.  L’oro  si  può  trovare  con  tenori  variabili  nei  primi  tratti 
curvilinei  prossimi  all’uscita  valliva,  oppure  lungo  il  percorso  del  conoide,  dove  il 
fiume  erode  i  suoi  stessi  depositi  durante  la  piena  e  rimette  in  circolo  l’oro 
conservato del passato. Nel caso vi siano due corsi d’acqua che confluiscono in uno 
solo  si  possono  generare  ulteriori  depositi  localizzati.  Nel  caso  si  instauri  un 
ghiacciaio  vallivo  successivo  alla  genesi  del  conoide  alluvionale,  esso  sfociando  in 
pianura tenderà a spingere i sedimenti fluviali del fondo vallivo come fosse la pala di 
un  bulldozer  e  genererà  un  anfiteatro  morenico,  comprensivo  sia  dei  sedimenti 
antichi rielaborati del passato sia di quelli glaciali portati nella parte superficiale del 
ghiacciaio e depositati in blocco. Il risultato sarà un complesso anfiteatro morenico. 
In  questo  caso  la  prospezione  è  utile  nei  tratti  in  cui  acque  incanalate  come  rii  e 
torrenti rielaborano il materiale morenico e concentrano la frazione pesante, tra cui 
l’oro.  Procedendo  nel  tratto  di  pianura  la  stragrande  maggioranza  dei  sedimenti 
grossolani  come  massi,  ciottoli  e  ghiaie  saranno  già  state  depositate  e  l’acqua 
tenderà a trasportare e depositare piccoli ciottoli e sabbie, oltre che ovviamente limi 
ed argille. L’oro di solito in questi contesti è di facile ritrovamento concentrato nelle 
cosiddette  “punte”.  Il  fiume  ha  bassa  velocità  relativa  ed  un  carattere  curvilineo 
importante:  durante  le  piene  eccezionali  può  rispondere  saltando  il  meandro  e 
creando  un  nuovo  percorso  tendenzialmente  più  rettilineo.  Inoltre,  nel  caso  di 
condizioni favorevoli potrebbero essere ritrovate delle piccole pepite ma sono casi 
sporadici in alcuni contesti piemontesi. L’oro finissimo quindi arriva fino al mare dove 
viene depositato oppure andrà in soluzione. Nel caso i rilievi siano vicini al mare o 
l’oceano, l’oro potrebbe arrivare con taglia grossolana alle coste e ai depositi marini 
vicini. Le onde e le tempeste potranno concentrare i sedimenti pesanti e dilavarne i 
leggeri. L’oro variando nelle sue dimensioni varia anche il suo comportamento: l’oro 
grossolano tende a rotolare sul fondo se rimesso in circolo. Il suo moto sarà sempre 
il più breve possibile e tenderà a concentrarsi tra i  massi e ciottoli in quanto vi si 
incastra, appiattendosi a causa degli stress imposti. I ciottoli stessi vibrando durante 
una piena e favoriscono la deposizione dell’oro, il quale essendo molto fine rimane 
intrappolato  tra  gli  interstizi  tra  i  ciottoli.  L’oro  grossolano  può  anche  non  essere 
rimesso in circolo nella piena e quindi conservarsi nel tempo. L’oro viene rimesso in 
circolo quando il fiume erodendo le porzioni alluvionali in cui l’oro è disperso, sposta 
i ciottoli ed il materiale tra di essi tra cui l’oro. L’oro quindi si sposta ricercando il 
punto  più  vicino  stabile.  Inoltre,  Esso  può  rotolare  o  essere  trasportato  per  brevi 
tratti. Le pagliuzze allungate filiformi tendono ad essere il prodotto di un trasporto 
limitato, come anche quelle compatte e tondeggianti. Le pagliuzze appiattite invece 
tendono  ad  avere  un  comportamento  idraulico  differente  e  nelle  piene  possono 
subire un trasporto anche notevole. 

225 
N.129 Esempio di evoluzione di corso d’acqua meandriforme nel tempo. Si noti come il canale attivo migra (nero ‐> 
blu ‐> arancione) e con esso procede l’erosione lungo i lati concavi del sistema e la deposizione in quelli convessi. 
Questo meccanismo è responsabile della continua immissione nel sistema di oro alluvionale ad ogni piena eccezionale 
nell’alveo  ed  il  ricoprimento  di  quello  deposto  in  precedenza  (giallo  opaco).  Le  porzioni  gialle  opache  indicano  la 
presenza di oro in orizzonti preferenziali, la cui concentrazione varia di località in località. L’approccio di estrazione 
in tal caso non si ferma alla coltivazione degli arricchimenti localizzati lungo l’alveo attuale (punte recenti) ma bensì 
si sposta all’esplorazione delle porzioni gialle opache, sede di una maggiore cubature e complessivamente quantità 
d’oro. I placer auriferi sono depositi auriferi secondari di origine in questo caso fluviale, il cui sfruttamento risulti 
economicamente valido e legalmente possibile al momento attuale. 

L’oro  grossolano  e  tondeggiante  varia  le  sue  caratteristiche  morfologiche  in 


lamellare  per  diventare  sempre  più  una  pagliuzza  con  proprietà  planari  in  un 
trasporto  fluviale.  Nelle  tre  dimensioni  lo  spessore  diventa  minimale  rispetto  la 
dimensione  delle  altre  due  dimensioni:  larghezza  e  lunghezza.  Il  processo  di 
appiattimento è legato proprio all’ambiente in cui l’oro viene trasportato, infatti, i 
clasti alluvionali. vibrando, possono agire appiattendo i granelli d’oro. L’oro è inoltre 
molto  malleabile  e  varia  la  sua  forma  in  seguito  agli  stress  subiti  e  tende 
all’appiattimento.  Tanto  questo  carattere  è  invasivo  tanto  che  il  processo  risulti 
pervasivo  e  frequente  nel  tempo.  L’appiattimento  è  un  processo  che 
contraddistingue  l’oro  fluviale  dall’oro  derivante  da  altre  fonti.  L’oro  alluvionale 
esibisce  i  caratteri  che  hanno  modificato  la  sua  morfologia  attraverso  il  trasporto 
fluviale. L’oro appiattito, una volta rimesso in circolo dall’azione erosiva del fiume, 
ha un diverso comportamento durante il trasporto rispetto a quello granulare: l’oro 
grossolano  granulare  tende  a  rotolare  e  quindi  muoversi  relativamente  per  brevi 
percorsi come carico di fondo. Si deposita in breve tempo dalla sua rielaborazione. 
L’oro  appiattito  può  essere  trasportato  dal  fiume  per  tratti  maggiori  come  carico 
sospeso ed ha un effetto “vela”. L’acqua agisce spingendolo in molte direzioni come 

226 
fosse  il  vento  per  le  vele  delle  barche.  Non  è  raro  ritrovare  in  una  “punta”  a  oro 
medio‐fine alcune pagliuzze di grandi dimensioni molto appiattite. Queste anche se 
relativamente  pesanti  hanno  subito  un  notevole  trasporto  rispetto  la  controparte 
granulare.  L’oro,  appiattendosi  e  riducendo  le  dimensioni,  tende  ad  essere 
trasportato  rispetto  all’essere  depositato.  Viaggia  per  maggiori  distanze  e  si 
concentra  di  solito  a  causa  della  deposizione  in  punti  localizzati,  dove  l’acqua 
diminuisce la sua velocità. Amplificano questo effetto gli allargamenti nella sezione 
dell’alveo oppure importanti turbolenze legate al fondo. L’oro granulare e filiforme 
tende a seguire il percorso locale a maggiore profondità e più depresso, tipico del 
fondo  canale.  Questo  percorso  è  molto  variabile  nel  tempo  in  quanto  il  fiume 
variando  il  suo  percorso,  erodendo  e  depositando  durante  le  piene  rende  tale 
percorso  molto  suscettibile  al  cambiamento  nel  tempo.  Quando  si  ritrovano  dei 
volumi  ad  elevato  tenore,  spesso  seguono  una  direzione,  risalendo  tale  percorso 
l’oro dovrebbe tendere ad aumentare sia in dimensioni che quantità fino ad un apice. 
L’oro grossolano e granulare tende ad essere ritrovato in corrispondenza di massi di 
grandi dimensioni oppure negli interstizi tra taglie di sedimenti nettamente maggiori 
rispetto  quelle  circostanti.  Principalmente  essi  funzionano,  in  momenti  di  piena, 
come turbolenze sul fondale. Nel caso l’acqua li sposti, di solito è perché erode il 
sedimento  circostante  e  vengono  spostati  passivamente  nella  direzione  imposta 
della piena. Piene eccezionali possono spostare i clasti direttamente e quindi dove si 
depositano  possono  eseguire  il  compito  di  un  riffle  o  trappola  localizzata.  Il 
sedimento  ghiaioso‐sabbioso  aurifero  che  passa  al  di  sopra  dei  clasti  embricati 
(trappole  da  embricatura)  entrando  in  una  turbolenza  viene  concentrato  dalla 
turbolenza  stessa  che  rimette  in  circolo  il  materiale  leggero  e  concentra  quello 
pesante.  Sono  ottimi  luoghi  di  prospezione  le  porzioni  posteriori  di  grandi  massi 
rocciosi ubicati nei fiumi  o terrazzi. Di solito le taglie granulometriche di maggiori 
dimensioni sono nel luogo più profondo del fiume o del canale. Infatti, la struttura 
sedimentaria conseguente è detta stratificazione incrociata concava. Il fiume erode 
creando  un  canale  locale,  nel  punto  più  basso  della  depressione  si  concentrano  i 
massi di maggiori dimensioni e via via i più piccoli verso l’alto fino alla taglia sabbiosa. 
Il  punto  in  cui  si  ritrova  l’oro  è  presso  il  fondo  di  tali  canali,  cioè  nel  percorso 
preferenziale  che  ha  avuto  nel  momento  di  deposizione.  Alcune  “punte” 
corrispondono al punto più profondo del fiume nel momento della piena che le ha 
generate.  Altre  si  trovavano  nelle  aree  adiacenti  ad  esso  e  quindi  sono  state 
arricchite  dalla  rielaborazione  durante  la  piena  stessa.  Alcune  “punte”  sono 
sommerse per lunghi periodi dell’anno in quanto il percorso colmato dalle acque in 
un momento può non esserlo in un altro. Il materiale secco senza acqua al momento 
della  lavorazione  è  più  semplice  e  rapido  da  processare  rispetto  quello  eppure 
aurifero nella stessa direzione del trasporto preferenziale ma sommerso durante i 
lavori.  

227 
 

228 
 
N.130 Schemi grafici riassuntivi della genesi nel tempo della stratificazione incrociata concava, in cui l’oro presente 
tende ad essere granulare e diposto nelle località più ricche di massi di grandi dimensioni. Tali fondi canale nello 
spazio corrispondono a locali orizzonti auriferi, il cui sfruttamente commerciale può risultare anche molto proficuo. 
Sono i depositi degli antichi fiumi. 

Fenomeni di terrazzamento 

Il corso d’acqua nel tempo può variare i suoi parametri di erosione e sedimentazione. 
In un momento di erosione si approfondisce a scapito del bedrock roccioso oppure 
di  sedimenti  fluviali  antichi  oppure  di  altre  unità  geologiche  sottostanti  che  va  ad 
incidere.  Vi  è  un  approfondimento  verticale  ma  anche  uno  laterale  portato 
dall’erosione dei depositi laterali durante momenti di piena oppure franamenti verso 
il fiume dovuti all’instabilità (portata dall’erosione al piede da parte del fiume). Un 
corso d’acqua che si approfondisce in un momento, si allarga successivamente e che 
si approfondisce di nuovo genera una serie di terrazzi, detti erosivi. Questi caratteri 
sono facilmente riconoscibili, infatti si osserva una successione di pianori via via più 
bassi  fino  ad  arrivare  al  fiume  divisi  da  delle  scarpate  (scarpate  di  terrazzo).  Il 
sedimento eroso e concentrato dal  corso d’acqua si ritrova nell’alveo attivo in tal 
momento temporale. Il successivo approfondimento provoca un riassetto del letto 
fluviale,  il  vecchio  terrazzo  viene  conservato  a  maggiore  altitudine  e  rimodellato 
dalle acque superficiali e solo riutilizzato dal fiume in momenti di estrema portata. 
Più il terrazzo è antico e più si ritrova in posizionato ad altitudini elevate. Il sedimento 
pesante  presente  nel  volume  rimosso  dal  fiume  si  va  a  concentrare  nel  letto  del 
fiume al momento dell’erosione e può essere anche trasportato per elevate distanze 
oppure  migrare  non  troppo  lontano.  Nel  caso  il  terrazzo  o  deposito  fluviale 
abbandonato  venga  conservato  ed  è  aurifero  ci  si  riferisce  con  il  termine  placer 
229 
(deposito  fluviale  con  tenore  utili  di  minerali  pesanti,  tra  cui  oro.  Tale  deposito  è 
sfruttabile con profitto e legalmente: giacimento o placer). Il fiume ogni volta che 
erode  tale  terrazzo  allargandosi  in  momenti  di  piena  (erosione  nelle  curve)  può 
rimettere  in  circolo  il  sedimento  pesante  del  placer,  altrimenti  conservato  a 
maggiore  altitudine  rispetto  l’attuale  letto  del  fiume  (in  quanto  il  fiume  si  è 
approfondito!). Può esistere anche una variegata successioni di terrazzi, alcuni più 
auriferi rispetto agli altri. I più vecchi terrazzi sono quelli a più alta altitudine, di solito 
allo sbocco vallivo e anche i più alti rispetto gli altri subito in posizione successiva alle 
morene glaciali, cioè sono stati i primi a formarsi successivamente alle morene, poi 
il fiume si è approfondito e li ha abbandonati alla rielaborazione morfologica delle 
acque di superficiali (piogge, rii). Queste tendono ad ammorbidire le morfologie. Il 
terrazzo deposizionale si differenzia da quello erosivo in quanto è prodotto dal fiume 
in  un  momento  di  deposizione.  Il  fiume  si  approfondisce,  si  allarga  e  deposita 
(rialzando  quindi  il  suo  letto).  In  un  altro  momento  si  approfondisce  a  spese  del 
deposito appena generato e può sia andare ad erodere i sedimenti sottostanti più 
vecchi  o  meno.  Quindi  può  di  nuovo  depositare  ed  eseguire  il  processo  o  meno. 
Lungo  un  fiume  vi  sono  differenti  tipologie  di  terrazzi.  Alcuni  fiumi  posseggono 
decine di terrazzamenti, alcuni sono erosivi altri sono deposizionali. In entrambi i casi 
i terrazzi sono auriferi se al momento della formazione hanno potuto concentrare i 
sedimenti pesanti, al cui interno vi era una percentuale aurifera.  

 
N.131 Terrazzi deposizionali ed erosivi: i depositi fluviali si differenziano sulla base della modalità di sedimentazione. 
I tenori auriferi differiscono nei due contesti come illustrato. 

230 
 
N.132 Dettaglio tridimensionale di un canale fluviale con carattere meandriforme e delle sue parti (numerate). L’oro 
è presente nelle punte recenti secondo gli orizzonti evidenziati in giallo. Il loro tenore e la dimensione dell’oro varia 
allontanandosi dall’apice della punta. Sedimentazione laterale: dovuta a migrazione delle barre nei canali attivi (3); 
Sedimentazione verticale: dovuta a tracimazione o overbank o riempimento di canali morti; 

Legenda: 

1‐ Alluvium più antico; 

2‐ Argine naturale; 

3‐ Barra di centro‐canale o laterale in A, di meandro B; 

3’‐ sommità di barra: cordoni e solchi; 

4‐ Piana inondabile (bacino di piena) ‐> stagni; 

5‐ Lingua o ventaglio di rotta; 

6‐ Pavimento residuale o fondo canale; 

7‐ Antico canale. 

Depositi auriferi secondari glaciali 
L’argomento  risulta  molto  complesso  ma  alcune  considerazioni  sono  importanti  e 
debbono  essere  prese  in  considerazione.  Nell’instaurarsi  di  condizioni  climatiche 
rigide, le precipitazioni da liquide (piogge) diventano solide (neve). Durante il variare 
delle stagioni, il rapporto tra la quantità di neve depositata e quella fusa varia ed il 
risultato è l’espansione del ghiacciaio nelle stagioni fredde ed il ritiro in quelle estive. 
Nelle stagioni invernali il ghiacciaio avanza in quanto l’aumento del carico nevoso è 
notevole e continuativo rispetto alla fusione (ablazione). Nelle stagioni intermedie vi 
sono leggere sfumature. L’ultima grande glaciazione (LGM) è iniziata circa 25000 anni 
fa ed ha avuto il suo acme o apice a circa 21000 ‐ 18000 anni. Essa terminò tra i 12000 
‐  8000  anni.  Le  sue  tracce  tendono  ad  essere  ben  evidenziate  nelle  aree  vicine  i 
ghiacciai principali, come le Alpi, le Apuane, i Pinerei e le principali aree interglaciali 

231 
adiacenti  il  Canada,  Alaska,  Groenlandia  ed  Europa  centrale.  Le  aree  influenzate 
direttamente  dai  ghiacciai  sono  Canada  settentrionale,  Gran  Bretagna,  Islanda, 
Norvegia e Svezia, Russia ed Alaska. Le calotte glaciali si espansero per importanti 
estensioni  nell’emisfero  boreale  rispetto  a  quello  australe,  in  cui  le  tracce  del 
glacialismo  rimasero  più  esigue.  Mentre  le  prove  dell’ultima  grande  glaciazione 
tendono  a  venir  conservate  maggiormete,  le  precedenti  tendono  ad  essere 
obliterate facilmente dagli agenti rimodellanti attivi tra le glaciazioni oppure dalla 
successiva  glaciazione.  La  neve  si  accumula  e  con  il  tempo  aumenta  il  suo  carico, 
riduce i pori al suo interno per la pressione soprastante ed aumenta il suo stato di 
addensamento,  quindi  varia  la  sua  struttura  cristallina  diventando  ghiaccio.  Nella 
deposizione può includere alcuni sedimenti caduti in quel momento o franati. 

N.133 Morfologia generale di un ghiacciaio vallivo. 

Il ghiacciaio si sviluppa e si muove fluidamente verso aree a minore altitudine spinto 
dalla zona di alimentazione crescente, cioè la zona a più alta precipitazione nevosa, 
situata spesso in alta montagna (circi glaciali). L’enorme quantità di ghiaccio non può 
che invadere le depressioni già create dai fiumi come le valli fluviali e quelle relative 
agli affluenti del fiume principale. Sono i luoghi preferenziali dove il ghiaccio si può 
muovere, generando talvolta fenomeni di diffluenza glaciale. Un ghiacciaio vallivo si 
muove più rapidamente al centro che non ai lati, a causa dell’attrito esercitato dale 
pareti rocciose; la velocità decresce avvicinandosi al fondo. 

232 
 
N.134 Collocamento dei DASg lungo il profilo dei depositi auriferi secondari. Si noti che non sempre sono presenti e 
tipicamente si ritrovano in contesti in cui vi è stato un glacialismo importante nel passato recente. 

Nei  climi  temperati,  alla  base  del  ghiacciaio,  la  temperatura  è  sufficientemente 
elevata e interagisce con la pressione del ghiaccio sovrastante causando la fusione 
di un piccolo strato basale di ghiaccio. In questo caso, il ghiacciaio si sposta verso 
valle con l’intero suo spessore, scivolando sul il livello liquido presente in prossimità 
del substrato roccioso. Il ghiaccio invadendo le valli dalle aree alimentatrici (circhi 
glaciali)  si  raccoglie  nella  valle  principale  sotto  forma  di  lingua  glaciale  valliva  e 
procede  verso  la  pianura,  sospinto  dal  carico  sempre  maggiore  a  monte.  Questo 
moto  crea  importanti  e  visibili  cambiamenti  nella  morfologia  dei  rilievi  circostanti 
come segue: 

‐ Nel sito dove il ghiacciaio alpino ha sede (alta quota) erode la propria sede andando 
a creare una morfologia simile ad una caria in un dente o di una culla. In questo caso, 
al ritiro del ghiaccio si vedrà una grande depressione nel sito del ghiacciaio di circo, 
alle volte occupata al momento da un lago. Questa morfologia detta “circo glaciale” 
è importante per il suo carattere erosivo. Nel caso in cui vi fossero delle vene aurifere 
affioranti, esse verranno erose anche molto in profondità. Il ghiaccio prende in carico 
il materiale e lo trasporta verso valle. Lo stesso rilievo sempre più eroso potrebbe 
diventare  instabile  e  quindi  sarà  più  suscettibile  a  movimenti  gravitativi  (frane)  o 
deformazioni gravitative profonde di versante (DGPV). Il materiale viene trasportato 
dal ghiacciaio come carico superficiale e di fondo. 

‐ Lungo le vallecole e specialmente lungo la valle principale, il ghiacciaio si imposta 
con  una  proprietà  fondamentalmente  di  erosione  alla  base  della  valle  (substrato 
roccioso) ed allargamento laterale lungo la via del passaggio. Le rocce alla base della 

233 
valle vengono erose profondamente, stessa sorte i versanti laterali. Il risultato è un 
profilo vallivo tipicamente a forma di “U”, rispetto alla forma a “V” legata all’erosione 
fluviale.  I  sedimenti  presi  in  carico  durante  questa  erosione  vengono  trasportati 
dentro il ghiaccio ed al fondo. Lungo il fondo, il ghiacciaio erode il substrato roccioso 
premendo  gli  stessi  frammenti  rocciosi  sulla  roccia  e  quindi  erodendola  per 
abrasione (smerigliatura). I frammenti si riducono in taglie sempre minore, fino ad 
apparire  simili  alla  farina  (farina  glaciale).  Alcune  rocce  sul  fondo  si  oppongono 
all’erosione  ed  appaiono  come  rocce  montonate:  posseggono  una  morfologia 
curvilinea a dorso di mulo e mostrano varie strie e righe che indicano la direzione nel 
ghiacciaio  al  momento  dell’abrasione  (genesi  delle  strie).  Di  solito  sono  litologie 
massive e resistenti (es. serpentiniti), le litologie più fragili e meno resistenti tendono 
ad essere disgregate e trasportate come carico di fondo. Di nuovo questo aspetto di 
erosione è importante nel caso vi si trovino depositi auriferi. Il ghiaccio opera come 
una  macchina  a  pressione,  esso  con  il  suo  peso  ed  il  suo  moto  utilizza  il  carico  di 
fondo  roccioso  come  farina  abrasiva  sul  bedrock  intatto,  andando  sempre  più  ad 
eroderlo.  L’oro  ritrovabile  in  questo  contesto  tende  ad  essere  molto  fine.  L’oro  è 
malleabile e l’abrasione lo porta alla riduzione in taglia e  dimensione. I sedimenti 
franati  da  quote  maggiore  del  ghiacciaio  tendono  a  depositarsi  sulla  sommità  ed 
essere  trasportate  a  valle  fino  a  dove  verranno  accontonate  formando  le  morene 
glaciali. 

‐  Quando  il  ghiacciaio  è  in  equilibrio  e  quindi  non  varia  la  sua  altitudine,  tende  a 
depositare lateralmente il carico roccioso che trasporta. Si generano lembi detritici 
lungo  i  versanti  della  valle  durante  queste  fasi  di  equilibrio  locale  e  temporaneo, 
tipicamente  notevolmente  grossolani.  Una  volta  che  il  ghiacciaio  si  ritira,  questi 
lembi  rimangono  nelle  posizioni  originarie,  di  solito  lungo  le  cosiddette  “spalle 
glaciali”.  Hanno  un  carattere  rettilineo  circa  parallelo  all’asse  vallivo  e  nel  caso 
contengano  sedimenti  auriferi  potrebbero  essere  fonti  puntuali  di  arricchimento. 
L’azione  modellatrice  delle  acque  superficiali  diffuse  ed  incanalate  nelle  fasi 
successive  alla  scomparsa  dei  ghiacciai  possono  rielaborare  i  depositi  morenici  e 
concentrare l’oro, specialmente lungo i rii che tagliano il deposito morenico.  

234 
 
N.135  Nell’esempio  è  possibile  vedere  un  versante  vallivo,  sul  quale  si  imposta  un  reticolo  idrografico.  I  depositi 
morenici laterali sono rappresentati in violetto. I corsi d’acqua “a” e “c” hanno probabilità di contenere tracce d’oro 
nel caso che i depositi glaciali sopracitati lo contengano. Il  corso d’acqua “b” non  presenta invece tracce d’oro a 
conferma del fatto che non erode le morene né dei DAP. 

‐  Nelle  fasi  precoci  dell’avanzata  del  ghiacciaio  vallivo  si  instaura  un  effetto 
“bulldozer”.  I  vecchi  sedimenti  fluviali  o  fluvio‐glaciali  presenti  sul  fondo  vallivo 
vengono spinti dalla forza del ghiacciaio lungo il fronte sempre più a valle. Nel caso 
il  ghiacciaio  riuscisse  ad  oltrepassare  il  settore  vallivo  e  giungere  in  pianura 
genererebbe un anfiteatro morenico, il quale potrebbe svilupparsi anche all’interno 
di valli laterali a seguito di diffluenze glaciali. Le morene non sono altro che i depositi 
glaciali, sommatoria del sedimento spostato dal ghiacciaio come appena descritto e 
quello che viene aggiunto dal trasporto superficiale. L’oro in questi settori morenici 
è importante e con un tenore modesto o basso. Le acque superficiali che rimodellano 
questi depositi possono arricchire localmente i rii e i corsi d’acqua che si instaurano 
tra  le  differenti  morene  (scaricatori  glaciali)  oppure  che  tagliano  l’anfiteatro 
morenico  (sfioratori  glaciali)  e  possono  creare  importanti  placer  continentali  nei 
depositi fluviali successivi. L’oro risulterà grossolano e anche con elevati tenori. 

235 
 
N.136 sedimentazione dei detriti ai margini ed alla fronte del ghiacciaio e formazione dell’anfiteatro morenico.  

Legenda: Depositi glaciali di fondo (1); Depositi glaciali di ablazione (2); Depositi fluvioglaciali (3). 

 
N.137 Depositi glaciali di ablazione: l’apporto clastico e la presenza di grandi massi concentrati pone un caratteristico 
aspetto e dettaglio. 

‐ Il ghiacciaio avanzando può spostare il suo stesso anfiteatro verso porzioni più a 
valle  o  in  pianura.  Nel  caso  in  cui  si  ritiri  questa  fase  può  essere  ritmica:  ad  ogni 
periodo  di  relativa  stabilità  si  crea  un  minore  anfiteatro  morenico  più  interno.  Vi 
236 
possono essere quindi molte cerchie moreniche nel medesimo anfiteatro e diverse 
morene generate durante  il ritiro del ghiacciaio stesso, alcune  di esse potrebbero 
anche essere situate all’interno della valle. Tra il ghiacciaio e la morena si può creare 
anche  un  lago  glaciale:  la  sua  evidenza  morfologica  è  una  sequenza  clastica  con 
stratificazione piano‐parallela rispetto a quella inclinata della morena e i sedimenti 
stratificati sono tipicamente fini sabbiosi con livelli ghiaiosi intercalati. Al ritiro del 
ghiacciaio  nelle  aree  depresse  dove  prima  sorgeva  il  ghiacciaio  ora  le  acque  si 
accumulano originando dei laghi post‐glaciali. Se si impostasse un altro importante 
episodio  di  glaciazione  in  un  momento  più  recente,  andrebbe  a  rielaborare  tutti  i 
depositi  precedenti  e  quindi  si  evince  come  i  depositi  glaciali  attuali  siano 
principalmente  quelli  legati  all’ultima  glaciazione  (LGM).  Il  prospettore  dovrebbe 
essere conscio se il contesto in cui lavori mostri segni di una morfologia tipica del 
modellamento  glaciale.  ll  ghiacciaio  funziona  come  un  prelevatore  ed  un  nastro 
trasportatore. Le basse temperature e l’infiltrazione di acqua fluida durante il giorno 
ed il suo congelamento durante la notte, anche a più riprese in poche ore notturne 
e  diurne,  porta  la  roccia  esposta  ad  essere  smantellata  in  poco  tempo  per 
crioclastismo.  

237 
 
 
N.138 In alto si può osservare un esempio di ghiacciaio vallivo e dei relativi depositi glaciali che può generare e la 
loro posizione fisica. In basso è presente un esempio che ricalca la genesi e morfologia di un Esker. 

Il ghiacciaio prende in carico i frammenti rocciosi trasportandoli alla base (carico di 
fondo) e li utilizza come strumenti abrasivi sul substrato roccioso. Inoltre, il suo carico 
roccioso  è  presente  sia  nel  suo  corpo  intermedio  (presi  in  carico  durante  la 
deposizione  del  manto  nevoso  nelle  zone  di  alimentazione)  oppure  sulla  propria 
superficie,  semplicemente  caduti  dai  versanti  oppure  franati  dagli  stessi  sul 
ghiacciaio. Tutti questi sedimenti vengono trasportati verso il fronte del ghiacciaio e 
quindi vengono depositati in massa. Il fronte può variare nel tempo e quindi spostare 
tutto il complesso più a valle durante un avanzamento o durante il ritiro lasciare i 
vari  lembi  di  deposito  via  via  verso  l’interno  vallivo.  Si  possono  ritrovare  svariati 
depositi  glaciali  anche  nelle  fasi  di  ritiro  lungo  la  valle  glaciale,  sia  in  posizione  di 
versante, talvolta a quote elevate sia presso il fondo vallivo. Locali circhi glaciali di 
alta  quota  possono  fornire  a  loro  volta  depositi  glaciali  singolari,  ritrovabili  a  tali 
quote o lungo i percorsi del ghiacciaio alpino verso il ghiacciaio vallivo principale. I 
depositi di fondo sono spesso formati da sedimenti molto fini oppure grossolani con 
forma allungata e senza spigoli, mostrano strie e righe ad opera dell’abrasione. Sui 
depositi  di  fondo,  una  volta  che  il  ghiaccio  si  fonde  si  depositano  i  depositi  di 
ablazione, cioè il materiale trasportato nelle posizioni superficiali o intermedie del 
corpo del ghiacciaio. I depositi di ablazione hanno subito trasporto ma tendono a 
risultare grossolani (anche massi o blocchi). Una volta che il ghiacciaio si è ritirato, i 
depositi  glaciali,  fluvio‐glaciali  e  glacio‐lacustri  vengono  rimodellati  dalle  acque 
superficiali diffuse (rii) e incanalate (corsi d’acqua). I versanti molto acclivi, in assenza 

238 
del ghiacciaio possono collassare e franare. Gli stessi possono collassare sotto il loro 
stesso peso e muoversi verso valle come una deformazione gravitativa profonda di 
versante  (DGPV).  I  rii  si  instaurano  nelle  vallecole  laterali  erodendo  il  substrato 
roccioso ed i depositi glaciali se presenti generando anche estesi conoidi al fondo 
valle. 

 
 
N.139 Aspetto della morfologia di una valle glaciale e delle relative valli sospese in assenza del ghiacciaio vallivo e 
dei circhi che l’hanno modellata. L’oro in tali contesti è ritrovabile nelle località delineate nell’esempio. 

Cenni sul deposito aurifero secondario della Bessa 

Il deposito aurifero della Bessa si formò a seguito dell’erosione e risedimentazione, 
da  parte  di  corsi  d’acqua,  dei  depositi  morenici  ricchi  di  oro  trasportati 
dall’espansione dei ghiacciai valdostani, avvenuta a partire da circa un milione di anni 
fa. Non si sa se, e quanto, il giacimento della Bessa sia stato coltivato, prima della 
conquista Romana, dai Salassi. L’area della Bessa, infatti, cadde, tra il 143 ed il 140 
A.C.,  nelle  mani  delle  legioni  romane  di  Appio  Claudio  e  l’estrazione  fu  affidata, 
quindi, ai pubblicani, cioè gli imprenditori dell’epoca, che impiegarono nei lavori fino 
a 5000 uomini contemporaneamente. Non è conosciuta la reale durata del periodo 
di sfruttamento; è però chiaro dallo storico Strabone che nella seconda metà del I 
secolo A.C. le miniere erano già abbandonate e l’oro di Roma proveniva in massima 
parte  dalle  coltivazioni  spagnole.  La  coltivazione  del  DAS  della  Bessa,  portò 
all’estrazione  di  oro  in  pagliuzze  e  piccole  pepite.  Il  processamento  dei  sedimenti 
auriferi avveniva attraverso il “lavaggio” del sedimento: il procedimento consisteva 
239 
nello scavo del sedimento costituito da sabbia e da ciottoli, questi ultimi venivano 
raccolti  ed  accatastati  ai  lati  dello  scavo,  formando  i  grandi  cumuli  che  oggi 
caratterizzano  il  paesaggio  della  Bessa.  La  sabbia  era  riversata  in  canali,  dotati  di 
rivestimento  ligneo,  a  debole  e  costante  pendenza,  in  cui  scorreva  l’acqua  e  con 
procedimenti  diversi  venivano  concentrati  i  minerali  pesanti,  tra  cui  l’oro,  la 
magnetite ed il granato. Un secondo lavaggio, probabilmente con il classico “piatto” 
separava l’oro dai rimanenti minerali. 

 
N.140 La figura illustra schematicamente i principali elementi fisiografici del paesaggio di cui la Bessa fa parte: 

‐ Il terrazzo superiore, sede della discarica a cumuli di ciottoli; 
‐ Il terrazzo (o terrazzi inferiori), costituito dalla discarica a conoidi antropici; 
‐ I corsi d’acqua con le proprie piene alluvionali; 
‐ Le morene, l’alta pianura biellese; 
Semplificato da Franco Gianotti nel “Bessa, paesaggio ed evoluzione geologica delle grandi aurifodine biellesi”. 

240 
 
N.141 Nell’immagine sovrastante è possibile osservare in “1” le “spalle glaciali” su cui si depositano i depositi glaciali 
di ablazione laterali. In “2” si evince il profilo vallivo a “V” generato dall’approfondimento locale del corso d’acqua 
vallivo  precedente  alla  fase  glaciale  e  in  “3”  l’erosione  glaciale  successiva  che  genera  un  allargamento  ed 
approfondimento generale (valle ad “U”). Collocamento rispetto il profilo indicato dei depositi glaciali morenici (4, 6) 
e dei loro rispettivi prodotti colluviali (5, 7). 

 
N.142 Profilo dei depositi glaciali ortogonale allo sviluppo dell’anfiteatro morenico con le rispettive specifiche di ogni 
settore. I depositi morenici si depongono in ordine crescente (2‐4‐6‐7) partendo dal numero “2” che si mettere in 
posto  sul  substrato  roccioso.  Successivamente  sempre  a  tale  deposito  di  forma  il  deposito  fluvioglaciale  “3”; 
rispettivamente  il  “5”  è  generato  dopo  la  deposizione  del  deposito  “4”.  I  depositi  fluvioglaciali  sono  importanti 
depositi  auriferi  secondari  in  cui  l’azione  delle  acque  superficiali  diffuse  e  specialmente  incanalate  modellano  il 
paesaggio concentrando l’oro presente in DASf. Nel dettaglio il deposito “4” può essere suddiviso in “4a” (deposito 
glaciale di fondo; oro finissimo) sottostante a “4b” (deposito glaciale di ablazione; oro grossolano). Il deposito “6” 
può  essere  suddiviso  nel  “6a”  (deposito  glaciale  di  fondo)  sottostante  a  “6b”  (deposito  glaciale  di  ablazione”;  il 
deposito “6c” è un terrazzo di kame (deposito glacio‐lacustre); il deposito “6d” è il prodotto del rimodellamento per 

241 
mezzo  delle  acque  superficiali  (deposito  colluviale)  del  deposito  “6c”.  Il  substrato  roccioso  “1”  al  contatto  con  i 
depositi glaciali è localmente suddivisibile in “1” senso stretto, cioè il substrato roccioso abraso e montonato e “2a”, 
il prodotto del suo smantellamento per opera della frizione lungo il fondo del ghiacciaio.  

 
N.143 Collocamento dei principali depositi glaciali auriferi nel caso ipotetico di una mineralizzazione aurifera esposta 
lungo il versante e dell’interazione dei suoi sedimenti di smantellamento con l’attività glaciale. I sedimenti auriferi 
sono riprodotti in rosso. 

Depositi auriferi secondari lacustri 
I  depositi  lacustri  ricoprono  un  ruolo  notevole  solo  in  alcuni  casi,  infatti  lungo  il 
percorso del corso d’acqua si possono incontrare dei livelli di base locali, detti bacini. 
I laghi possono essere di origine endogena, esogena o mista. Principalmente i bacini 
di  origine  esogena  sono  legati  al  modellamento  glaciale  e  il  loro  destino  è  
l’interramento precoce nel periodo successivo al ritiro del ghiacciaio. Nel caso dei 
laghi  ad  origine  endogena,  questi  durante  la  loro  evoluzione  tendono  ad 
approfondire  per  motivi  tettonici  il  loro  fondale,  questo  fenomeno  è  detto 
subsidenza, quindi tendono ad essere più longevi rispetto quelli esogeni. In entrambi 
i  casi,  molti  corsi  d’acqua  minori  hanno  come  foce  locale  il  bacino  stesso.  In  tale 
porzione, si genera un piccolo conoide esposto e parzialmente sommerso, composto 
da sedimenti principalmente ghiaiosi‐sabbiosi, talvolta auriferi lungo alcuni orizzonti. 
Nelle  rimanenti  porzioni  vi  sono  principalmente  limi,  conseguenza  della 
sedimentazione delle frazioni più fini dalle acque superficiali torbide. L’oro, in tale 
contesto, può ritrovarsi nelle aree prossimali dei conoidi degli immissari auriferi. Le 
taglie fini ed ultrafini tendono ad essere distribuite; le porzioni grossolane sono poste 
nel  primo  tratto  di  low‐velocity  dove  il  corso  d’acqua  diminuisce  in  maniera 
repentina la sua velocità, tendenzialmente corrisponde alle sponde del bacino o nel 
primo tratto sommerso. L’emissario è il corso d’acqua uscente dal bacino che regola 

242 
la massima altezza del livello d’acqua. Esso tenderà a non risultare aurifero, tranne 
nel agisca con azione erosiva sui depositi lacustri stessi in un periodo in cui il bacino 
è completamente interrato e quindi inattivo. È importante parlare di questi depositi 
in quanto molti bacini, ora interrati e non più attivi, possono aver conservato delle 
porzioni importanti di sedimenti auriferi al loro interno. Inoltre, nel caso il bacino 
incontri  intervalli  temporali  di  anossia  generale  (mancanza  di  ossigeno)  possono 
generarsi  processi  chimici  di  trasporto  aurifero  in  soluzione  e  successiva 
precipitazione in località considerate locali trappole geochimiche. 

N.144 Il bacino lacustre possiede un emissario, il quale ha la funzione di convogliare le acque verso l’ennesimo livello 
base locale. In tal caso l’oro si concentrerà nel bacino ma ha possibilità di fuoriuscire dal bacino. In entrambi i casi il 
bacino svolge un ruolo di collettore e non è atipico che vecchi bacini attivi nel passato, siano al momento affioranti (i 
depositi lacustri risultanti) e nel momento in cui siano erosi mostrino tracce di oro. Del resto, i corsi d’acqua auriferi 
se  vengono  considerati  immissari  in  un  bacino  lacustre,  più  che  portare  e  depositarvi  l’oro  non  possono.  La 
dimensione  e  quantità  di  tale  oro  è  relazionata  alla  distanza  e  tipologia  del  deposito  aurifero  primario.  Il  bacino 
lacustre è in questo caso un livello base locale, cioè mentre il livello base generale di un corso d’acqua è il bacino 
marino più vicino o oceano, i corsi d’acqua nell’esempio tendono verso il bacino lacustre. Quest’ultimo non possiede 
un  emissario  e  quindi  l’oro  che  arriva  al  bacino  non  avrà  modo  di  essere  trasportato  altrove  e  vi  si  concentrerà 
(esempio di sinistra in particolare). 

Depositi auriferi secondari di conoide (DASf) 
I depositi auriferi secondari di conoide racchiudono una vasta casistica di depositi di 
gerarchia minore già discussi come i depositi auriferi secondari fluviali in senso lato. 
I conoidi sono vaste aree dove si sviluppano fenomeni di diversione fluviale e quindi 
una variazione del pattern idrografico detto a “tergicristallo”. Il risultato è la genesi 
di enormi coni detritici se sono i debris flow a generare il conoide, piuttosto che i 
depositi  fluviali  se  sono  i  corsi  d’acqua.  I  conoidi  sono  località  di  generale 
diminuzione  di  velocità  del  corso  d’acqua.  Ciò  si  ripercuote  sulle  taglie 
243 
granulometriche che vi si trovano, infatti verso lo sbocco vallivo (porzioni prossimali) 
si  troveranno  depositi  con  ghiaie  sabbiose  e  anche  grandi  massi,  mentre  nelle 
porzioni distali si osserveranno depositi ghiaiosi sabbiosi con clasti pluricentrimetrici 
(ciottoli).  Lungo  un  conoide  l’oro  è  distribuito  secondo  i  percorsi  di  deposizione 
preferenziale, prevalentemente lungo gli alvei o le point bar dei corsi d’acqua attivi 
nel passato. I corsi d’acqua attuali, nel caso erodessero tali depositi auriferi secondari 
fluviali antichi potrebbero arricchirsi in contenuto aurifero nuovamente. Questo è il 
caso  di  molti  conoidi  piemontesi  che  lungo  il  loro  percorso  si  arricchiscono 
localmente più volte da differenti DASf antichi erosi. Si ricordi inoltre che al di sotto 
dei depositi quaternari, che essi siano fluviali o glaciali vi si ritrova il Villafranchiano 
in Piemonte per esempio; esso è costituito da unità terrigene deltizie ed agisce come 
unità impermeabile locale e bedrock siltoso‐argilloso. Ne consegue che in località in 
cui il fiume è arrivato ad incidere fino a rendere affioranti le argille villafranchiane 
(es. Rivarolo (TO), Borriana (BI), Villanova) vi è erosione di orizzonti arricchiti auriferi 
a contatto con il substrato argilloso. Questo è un caso notevole, non solo nei torrenti 
vi è il ritrovamento dell’oro sul bedrock roccioso ma anche in pianura dove però è 
presente,  in  questo  caso,  il  bedrock  argilloso.  Un  altro  carattere  importante  dei 
conoidi è che essi si possono sviluppare sia nelle aree interne vallive con l’origine da 
parte di un corso d’acqua laterale sia allo sbocco vallivo. Nel primo caso le dimensioni 
saranno notevolmente minori che nel secondo caso.  

 
N.145 Differenti punti di vista rispetto un conoide naturale. Si noti come la morfologia è tipica a molti casi reali allo 
sbocco delle valli alpine, in assenza di anfiteatri morenici in larga parte oppure successivi al loro smantellamento. 
L’oro  si  ritrova  presso  i  depositi  di  canale  (marroncino),  depositi  alluvionali  antichi  e  canali  sepolti e  disperso  nei 
depositi conglomeratici. 

244 
N.146 Tipologie di fan alluvionali: 
‐ a: dominanti debris flow; 
‐ b: dominanti esondazioni fluviali; 
‐ c: dominante attività fluviale canalizzata. 
Si noti che nella realtà, tali tipologie possono concorrere insieme o variare di importanza nel tempo a seconda anche 
delle variazioni climatiche. 
 

Depositi auriferi secondari costieri 
Importanti  agenti  modellanti  e  rielaboranti  sono  le  coste.  Innanzitutto,  è 
fondamentale la comprensione dei meccanismi attraverso i quali le acque bacinali 
(laghi, mari, oceani) possono concentrare minerali pesanti lungo le battige. 

 
N.147 Visione schematica dei depositi auriferi secondari costieri, i quali nell’esempio si sviluppano in diversi tempi, 
su più livelli topografici e a diverse quote, frutto del diverso meccanismo di genesi e del livello marino relativo. Il 
puntinato scuro indica la presenza di metalli pesanti, tra cui l’oro. 

245 
Le maree: l’attrazione lunare e solare può dare luogo al movimento di enormi masse 
d’acqua, i cui risultati sono le maree. Il livello del bacino puù variare anche di diversi 
metri in altezza. Alcune aree prima sommerse, diventano prive di acque e viceversa 
nel tempo. Questo processo è ritmico e ogni giorno si susseguono entrambe le fasi. 
l’intensità del fenomeno è data dalla sommatoria o sottrazione delle varie forze di 
attrazione in gioco e dalla distanza dalle sorgenti di attrazione (pianeti e la Luna). La 
presenza  ed  assenza  delle  acque  ed  il  moto  connesso,  permettono  di  rielaborare 
localmente il sedimento. I granuli leggeri superficiali vengono attratti verso il bacino 
aperto  quando  le  acque  si  ritirano  e  concentrano  i  minerali  pesanti,  dilavati  più 
difficilmente. 

Il moto ondoso: principale agente rielaborante lungo le battigie è il risultato dei moti 
interni  alle  acque  bacinali,  le  quali  vengono  messe  in  moto  principalmente  dalle 
maree  e  dal  vento:  le  masse  d’aria  in  movimento,  al  contatto  con  la  superficie 
dell’acqua  instaurano  attrito,  il  quale  genera  increspature  ed  onde  superficiali. 
Quindi,  le  onde  si  propagano  nel  mezzo  liquido  e  avvicinandosi  alle  coste  si 
estinguono  sulle  battigie,  fornendo  energia  cinetica  per  la  concentrazione  dei 
minerali secondo la loro densità. 

N.148 Esempio dell’influenza del moto ondoso preferenzialmente lungo le battigie invece che il fondo marino. Nel 
tempo si possono generare diversi arricchimenti localizzati (DASco) sulla base della posizione della battigia tra una 
migrazione e la successiva della linea di costa.  

Le  onde,  andando  a  collidere  con  le  battigie,  eseguono  una  rielaborazione  nel 
sedimento  superficiale,  il  quale  assorbendo  l’energia  del  moto  ondoso  si  muove 
localmente. La risacca prende in carico le porzioni di sedimento più fini e leggere, 
246 
concentrando in posto il materiale pesante che si muove meno. I sedimenti granulari 
subiscono  continuamente  questi  movimenti  ed  attriti  con  le  particelle  adiacenti 
tendendo  a  diminuire  le  loro  dimensioni  per  abrasione  reciproca.  Si  tendono  a 
ritrovare depositi costituiti da sedimenti molto arrotondati oppure ricchi in minerali 
resistenti come il quarzo. In alcune porzioni di battigia la componente fine manca del 
tutto  a  causa  di  un  processo  di  estrazione  da  parte  del  bacino  di  alcune  taglie 
granulometriche. 

N.149 Concentrazione per mezzo del moto ondoso: 

a‐ movimento delle particelle a causa del moto ondoso verso la costa, lungo il bagnasciuga; 
b‐ situazione semplificata di deposizione equivalente; 
c‐ azione della risacca marina, suddivisione dei diversi minerali con maggiore effetto su quelli con densità minore 
(quarzo, etc). Fenomeni abrasivi intensi e duraturi nel tempo; 
d‐ concentrazione per lavaggio differenziale. Genesi di porzioni arricchite in minerali pesanti. 
 
L’erosione  costiera:  il  bacino,  in  alcune  aree  marginali,  può  depositare  e  quindi 
generare nuove spiagge ed in altre località erodere e rimuoverle. La vicinanza di uno 
sbocco  fluviale  con  gli  annessi  depositi  auriferi  secondari  fluviali  aumenta  le 
possibilità di arricchimento del metallo prezioso lungo le spiagge adiacenti la foce. 
L’origine  aurifera  è  di  notevole  importanza,  nel  caso  manchi  un’origine  di 
arricchimento localizzata, il bacino non produrrà sedimenti arricchiti in oro ma solo 
degli  arricchimenti  in  minerali  pesanti.  L’oro  deve  essere  presente  nei  sedimenti 
costieri. 

Variazione del livello marino: durante la storia geologica il livello marino relativo può 
variare notevolmente. L’acqua sul pianeta è in tre differenti stati di aggregazione: 

247 
solida (ghiacciai, calotte polari, permafrost, etc), liquida (fiumi, laghi, mari, oceani, 
etc) e gassosa (atmosfera, vapore acqueo, etc). La presenza di un’era glaciale e quindi 
un aumento enorme delle quantità di acqua allo stato solido non può che avere come 
prodotto  un  abbassamento  del  livello  marino  relativo,  infatti  l’acqua  terrestre  è 
come in una grande pentola chiusa, la quantità è sempre la stessa ma varia il suo 
stato di aggregazione. Nel caso i livelli dei mari diminuiscano, il risultato è che le coste 
e  i  placer  costieri  appena  generati  si  troveranno  in  porzioni  più  alte  e  si 
interromperanno  i  processi  di  rielaborazione  e  concentrazione  da  parte  di 
quell’agente, in quanto non più presente. Si instaureranno processi erosivi subaerei 
o innumerevoli incisioni fluviali con la genesi di paleocanali, successivamente colmati 
durante  la  successiva  trasgressione  (risalita  del  livello  marino  relativo)  Gli 
arricchimenti auriferi si collocano preferenzialmente in porzioni dove il livello marino 
risulta  stabile  per  un  numero  sufficiente  di  anni  per  generare  una  nuova  linea 
costiera. L’azione costiera può quindi generare differenti terrazzi costieri nel tempo. 
Un abbassamento del livello marino ha come conseguenza anche un innalzamento 
della differenza di altitudine tra le sorgenti del fiume preso in esame e la sua foce, 
con  conseguente  ringiovanimento  del  reticolo  idrografico  e  monte  ed  associata 
maggior erosione. Ciò genera ad una brusca erosione lungo il percorso del fiume per 
ricercare  condizioni  di  stabilità  più  performanti.  Si  generano  terrazzi  erosionali  e 
generale abbandono dei vecchi percorsi fluviali. Il caso contrario, nell’innalzamento 
del livello marino, il fiume tende a diminuire la sua velocità ed energia lungo il suo 
percorso a causa di un sempre minore valore differenziale di altitudine rispetto le 
sorgenti e la foce. Il fiume tenderà a depositare, mostrare morfologie curvilinee e 
meandriformi e generare terrazzi deposizionali.  

 
N.150 Esempi di trasgressione ed ingressione marina sulla genesi dei terrazzi costieri e continentali a monte.  
248 
Le tempeste: questi fenomeni hanno un carattere importante non solo in un ambito 
localizzato  e  si  impostano  anche  in  maniera  stagionale  su  lunghi  periodi  storici 
nell’evoluzione della Terra. Le tempeste sono di fondamentale importanza: la loro 
grande energia genera un moto ondoso molto intenso che può erodere, depositare 
e  rielaborare  vaste  aree  costali  ed  i  depositi  costieri  annessi.  Come  l’esempio  e 
l’importanza di grandi piene per un arricchimento fluviale, le tempeste sono fonte di 
arricchimento e concentrazione lungo le coste. Questo fenomeno è accentuato in 
aree costiere in rientranza oppure golfi. Località nel mirino di prospezione sono aree 
dove rii oppure corsi d’acqua possono avere trasportato sedimenti ricchi in oro. Il 
bacino non prende in carico i minerali pesanti se non con locali conoidi sottomarini 
e frane sottomarine. Il mare tende a concentrare i sedimenti pesanti lungo le coste 
adiacenti alle foci dei fiumi presi in esame. Un altro aspetto da tener conto è se nel 
passato vi sono stati ghiacciai che hanno oltrepassato lo sbocco vallivo e sono giunti 
fino  al  bacino.  In  questo  esempio  i  rilievi  sono  tipicamente  vicina  alla  costa  ed  al 
bacino. L’esempio tipico è Nome in Alaska che viene ancora oggi molto apprezzata 
come  meta  sia  turistica  che  commerciale  per  l’estrazione  di  oro.  Il  mare  ha 
rielaborato  antichi  depositi  glaciali,  essi  stessi  rielaborati  in  assenza  dell’agente 
marittimo  dalla  presenza  di  locali  rii  e  concentrazione  da  parte  di  fiumi  o  reticoli 
idrografici superficiali durante le fasi regressive. I placer sono disposti su più livelli 
sulla base dei vari episodi geologici che li hanno generati. 

 
I Paleoplacers 
I paleoplacers vengono sia considerati come depositi auriferi primari che secondari. 
Tendenzialmente sono solo parzialmente conservati con le medesime caratteristiche 
antiche, legate all’ambiente di deposizione. I fluidi circolanti possono eseguire una 
riconcentrazione di alcuni elementi nel deposito stesso rendendo difficile discernere 
questa tipologia tra deposito secondario e primario. Sono pochi i casi in cui un placer 
venga conservato per lungo tempo anche se alcuni esempi esistono e sono tutt’ora 
in  studio  e  coltivazione.  Le  quantità  del  metallo  prezioso  estratto  possono  essere 
talvolta maggiori rispetto quelle attuali medie. Le condizioni, semplicemente, erano 
differenti fin dalla genesi del deposito primario, inoltre, il tenore aurifero nel passato 
(es.  Archeano),  tendeva  a  risultare  maggiore.  Il  problema  della  conservazione  è 
notevole,  infatti  si  ha  necessità  di  un  ambiente  nel  quale  gli  agenti  esogeni  non 
erodano  il  deposito  aurifero  secondario  nel  tempo  e  quindi  lo  preservino.  Alcuni 
placer  possono  venire  coperti,  sepolti  e  conservati:  le  eruzioni  vulcaniche  ed  il 
conseguente ricoprimento di lave possono generare una sorta di “scudo disico” al 
placer che lo conserva per un lungo periodo (finché lo scudo viene eroso). Porzioni 
nell’entroterra  di  continenti  molto  antichi  (es.  cratoni)  mostrano  una  superficie 

249 
appiattita con minime escursioni di altitudine (colline). Le rocce sottostanti, molto 
antiche ed alterate possono conservare sepolti placer auriferi. Insomma, non è un 
caso di semplice studio e ricerca ma una rielaborazione di un placer antico e ora in 
erosione  può  essere  importante  economicamente,  come  si  può  vedere  in  Africa, 
Australia e Canada. Un altro caso da notare è la percolazione di fluidi reattivi, i quali 
in placer antichi conservati, potrebbero prendere in soluzione l’oro e portarlo anche 
a distanze elevate dalla sorgente, depositandolo a volte in massa a formare pepite 
oppure  in  un  contesto  strutturale  fragile  nelle  fratture  legate  alle  faglie.  Il  ruolo 
dell’attività batterica nei contesti relativi ai paleoplacers è ancora in fase di studio. 

Giacimenti ad Au‐U del Witwatersrand (o Rand), RSA, un esempio di paleoplacer 

Il più grande distretto aurifero del mondo (produzione dal 1886: > 48.000 t Au) si 
trova in sud‐Africa e si presenta sotto forma di conglomerati quarzosi (di probabile 
ambiente  deltizio)  deposti  nel  tardo  Archeano.  La  stratigrafia  semplificata  del 
Witwatersrand (“Rand”) indica una serie di orizzonti auriferi (reefs) che compongono 
il  conoide  alluvionale  allo  sbocco  di  una  paleovalle.  Attraverso  le  campagne  di 
sondaggi sono stati indicati i principali orizzonti auriferi sfruttabili ed il loro tenore e 
la  correlata  continuità  spaziale.  I  conglomerati  (rocce  sedimentarie  composte  da 
ciottoli) si presentano cementati (non vi è spazio libero tra i ciottoli in quanto è stato 
riempito da precipitati chimici) con clasti ben arrotondati di quarzo, selce (minerali 
molto  resistenti  al  trasporto)  e  localmente  pirite  in  una  matrice  di  quarzo,  mica, 
clorite, pirite, fuchsite (mica cromifera). Contengono oro nativo, pirite ed altri solfuri, 
arseniuri e solfosali, uraninite (UO2), brannerite (U4+, Ca) (Ti, Fe3+)2O6, piccole rare 
pepite  di  PGE  (platinoidi)  e  pirobitume  (materiale  carbonioso,  probabilmente 
derivante da idrocarburi metamorfosati o correlato all’attività batterica). È notevole 
questo assortimento di minerali, specialmente la compresenza di ciottoli di quarzo e 
ciottoli di pirite. La pirite è anche ritrovata nella matrice in grana molto fine. La pirite 
è  molto  instabile  in  ambienti  ossidanti  come  l’atmosfera  terrestre  attuale  e 
raramente  si  può  ritrovare  in  posizioni  distanti  rispetto  il  giacimento  d’origine.  Si 
altera molto velocemente reagisce con l’ossigeno ossidandosi e quindi diminuendo 
in presenza fino a scomparire. In questo caso l’alta frequenza di ciottoli di quarzo 
indica una fase di trasporto da moderata ad elevata. In condizioni attuali risulterebbe 
impossibile ottenere un conglomerato formato da pirite e quarzo, quindi generati da 
rocce che hanno subito un trasporto fluviale, confermato dalla struttura generale del 
deposito (conoide alluvionale). Questa peculiarità viene spiegata con una differente 
chimica atmosferica ed ambientale durante la genesi del deposito. L’atmosfera non 
era ancora così ricca in ossigeno e ha svolto un differente ruolo, preservando la pirite 
rispetto ad alterarla (condizioni ambientali riducenti). L’oro nativo si ritrova per la 
maggior parte nella matrice dei conglomerati ed in minima parte nei ciottoli di pirite. 
L’oro  stesso  dal  punto  di  vista  morfologico  si  presenta  sia  come  risultato  di  un 
250 
trasporto  fluviale  (appiattito,  pagliuzze)  che  con  lembi  concresciuti  in  posto, 
reclamando  un  importante  fattore  di  fluidi  circolanti  successivi  al  momento  della 
deposizione (epigenetici). Si nota l’ambiguità di definizione di paleoplacer, anche se 
il  placer  è  prettamente  un  deposito  aurifero  secondario,  in  questo  caso 
l’arricchimento  aurifero  attraverso  fluidi  mineralizzanti  è  un  processo  tipico  dei 
depositi  auriferi  primari.  Tenore  medio  del  giacimento:  Au:  6‐9  g/t  (prodotto 
primario); U: 0.03% (sottoprodotto). 

N.151 Esempio semplificato della situazione nel Bacino Witwatersrand. 

 
 
 
   

251 
Perizia dei target auriferi e processamento 
Introduzione e ringraziamenti 
Il  campo  della  prospezione  aurifera  e  dell’esplorazione  mineraria  è  molto  vasto  e 
complesso. In questo capitolo si vogliono sottolineare alcuni concetti dal punto di 
vista prima amatoriale, per poi svilupparli anche dal punto di vista industriale, e di 
medie e grandi imprese. Il lettore potrà sviluppare un proprio bagaglio didattico non 
indifferente  che  spazierà  in  diverse  realtà  aziendali  o  amatoriali.  Il  concetto  che 
dovrebbe inoltre essere chiaro è che individuare la più produttiva località dal punto 
di  vista  del  contenuto  aurifero  per  metro  cubo  di  materiale  (tenore)  è  sempre 
l’obiettivo  principale.  Bisogna  investire  tempo  nello  sviluppo  di  una  rete  di  test 
ubicati nei punti più promettenti, oltre che adottare un metodo rigoroso sia nelle fasi 
di lavaggio che di campionamento. Bisogna essere razionali nella procedura e nella 
valutazione  dei  risultati  e  non  soffermarsi  alle  prime  avvisaglie  negative  ed 
approfondire quelle positive o degne di curiosità. È utile talvolta anche fermarsi un 
momento per valutare al meglio la situazione attuale e fare il punto sulle ricerche 
fino a quel punto sviluppate ed i relativi risultati, in modo da poter cambiare strategia 
di campionamento o località nel caso. Particolari ringraziamenti vanno ai co‐autori 
di alcuni paragrafi di questo capitolo, i quali con molta passione e dedizione hanno 
contribuito alla stesura con consigli e nozioni per permettere ai lettori una miglior 
comprensione di questa affascinante attività. In primis, il Sig. Giuseppe Rizzi che con 
la sua esperienza, dedizione e spirito didattivo è da anni un maestro nelle tecniche 
di  ricerca  e  prospezione  aurifera  a  livello  amatoriale.  Egli  ha  fornito  moltissime 
delucidazioni per quando riguarda la prospezione, la tecnica del panning e sluicing. 
È  inoltre  fondamentale  sottolineare  e  ricordare  i  metodi  tradizionali  quali  locali 
italiani e piemontesi in questo caso, quali fonte di primo apprendimento e approccio 
per tutti  coloro che volessero avvicinarsi dal punto  di vista amatoriale alla ricerca 
dell’oro in maniera tradizionale, per non dimenticare la nostra storia e coloro i quali 
ci  sono  succeduti  nel  passato.  Essi  sono  una  impronta  distintiva  e  firma  della 
tradizione e sforzi di molti cercatori del passato. Il Sig. Luca Calabrese ha contribuito 
per quanto riguarda il paragrafo dedicato alla ricerca dell’oro con ausilio di strumenti 
tecnologici,  quali  i  metal  detector,  un  ramo  in  Italia  spesso  tralasciato  quasi 
completamente e poco o nulla normato a dovere. Il materiale fotografico presente 
in  questo  capitolo  è  stato  prodotto  dall’autore  primario,  Matteo  Oberto,  ad 
eccezione degli scatti siglati con autori differenti. 

La prospezione dei target auriferi 
Il  campo  di  attività  dei  cercatori  d’oro  hobbisti  si  riferisce  principalmente  a  due 
momenti: Il primo, fondamentale è quello della “ricerca”, il secondo conseguente è 

252 
quello del “raccolto”. Nella prima attività è importante una preventiva preparazione, 
con la ricerca di informazioni e lo studio delle carte topografiche e geologiche oltre 
che quelle tematiche, poi si arriverà al fiume o al torrente, dove si passeranno ad 
eseguire più “assaggi” in tutti i diversi punti che ci possono far sperare in un ricco 
deposito.  Ci  si  dovrà  attrezzare  con  il  minino  indispensabile  per  potersi  spostare 
velocemente  e  continuamente.  L’attrezzatura  deve  quindi  necessariamente 
rispondere ai requisiti di leggerezza, praticità e versatilità d’uso e ridotto numero di 
attrezzi. Nel  caso la fase  di ricerca sia  positiva si passa alla fase di raccolto, in cui 
l’operatore  utilizzerà  le  migliori  tecniche  e  strumenti  a  disposizione  per  la 
coltivazione più performante (meno faticosa e con maggior rendita).   

253 
 
N.152 Carta delle principali mineralizzazioni  primarie e delle alluvioni aurifere (depositi auriferi secondari) del bacino 
padano (modificato Pipino G.6,11,12). 

Legenda: 

1: Val Gorzente; 2: Voltaggio; 3: Valle Stura; 4: Toleto‐Morbello; 5: Valle Erro; 6: Priola; 7: Monasterolo; 8: Peveragno; 
9: Limone; 10: Roaschia; 11: Vinadio; 12: Bellino; 13: Crissolo; 14: Villar Pellice; 15: Massello e Prali; 16: Pragelato; 
17: Giaveno; 18: Oulx; 19: Foresto e Bussoleno; 20: Mocchie; 21: Valle Locana; 22: Sparone; 23: Val Soana; 24: Monte 
Bianco;  25:  Saint  Marcel;  26:  Champorcher;  27:  Val  d’Ayas;  28:  Brusson;  29:  Vico,  Traversella  e  Tavagnasco;  30: 
Andrate e Borgofranco; 31: Argentera e Montà; 32: Alagna e Pisse; 33: Fobello; 34: Val Segnara; 35: Macugnana – 
Pestarena; 36: Val Bianca; 37: Valle Antrona; 38: Val Toppa; 39: Vognogna; 40: Gondo; 41: Crodo e Alfenza; 42: Alpe 
Formazzolo; 43: Stresa e Baveno; 44: Aurano; 45: Craveggia; 46: Val Cuvia; 47: Malcantone; 48: Piuro; 49: Campovico 
e Mantello; 50, Val Malenco; 51: Val Didendro; 52: Valsassina; 53: Valgoglio; 54: Ardesio; 55: Presolana; 56: Pisogne; 
57:  Bovegno e Pezzaze; 58:  Braghe  e Provaglio; 59:  Monterenzio; 60:  Pavullo;  61: Montefiorino e Frassinoro; 62: 
Lingonchio; 63: Rigollo; 64: Ferriere; 65: Rovegno.   

Note sulla prospezione aurifera 
Alcuni definizioni che torneranno utili: 

Tenore (grade): concentrazione del minerale o elemento, obiettivo della prospezione 
e  futura  attività  mineraria  (grammi  /  tonnellata;  oncia  /  tonnellata;  carato  / 
tonnellata; % / tonnellata; oppure rispetto il volume e quindi metro cubo). 

Tenore  minimo  (cut‐off):  Sotto  tale  valore  le  spese  sono  maggiori  degli  entroiti  e 
quindi non risulta economico l'attuale estrazione. 

Cubatura  (ore  body):  si  tratta  dell'ammontare  del  volume  (metri  cubi)  oppure  del 
peso delle rocce in cui è conveniente estrarre il minerale (tenore utile). 

254 
Greenfield  vs.  brownfield:  la  tecnica  denominata  Greenfield  prevede  progetti  con 
una minima o nessuna precedente esplorazione, mentre un progetto brownfield è 
frutto  della rielaborazione di dati pregressi, anche di altre aziende. L'esplorazione 
Greenfield comporta il rischio di operare in un territorio inesplorato e quindi tende 
ad  essere  un’attività  con  capitali  a  rischio.  Con  progetti  in  campo  greenfield,  le 
autorità  locali  hanno  limitato  dati  geofisici  e  perforazioni  annesse  e  i  team  di 
esplorazione  devono  fare  affidamento  sulle  previsioni  dei  modelli  geologici  per 
individuare potenziali depositi. Acquisire un progetto brownfield, tuttavia, significa 
acquisire  risorse  come  un  ampio  database,  rapporti  tecnici,  studi  di  economia  e 
fattibilità e consentire milioni di dollari di capitale investito. La maggiore sicurezza 
delle risorse si traduce in una riduzione dei rischi e dei costi. I progetti Brownfield 
comportano di solito rischi minori e offrono uno sconto enorme sui costi di capitale 
iniziale.  Un  vantaggio  definitivo  di  un  progetto  brownfield  è  la  quantità  di  dati  di 
esplorazione disponibili, che comprende molti aspetti del progetto e offre immensi 
benefici economici sia all'azienda che ai suoi azionisti. Quando una società acquisisce 
un  progetto  brownfield,  un  ampio  database  di  esplorazione  e  modelli  geologici 
spesso  dettagliati  fanno  anch'essi  parte  del  pacchetto.  Questo  può  rivelarsi 
estremamente prezioso. Si genera tuttavia un mercato parallelo all’ottenimento di 
tali  dati  geologici,  infatti  alcune  compagnie  minerarie  vivono  solamente  di 
esplorazione  mineraria  e  del  profitto  nelle  vendite  dei  dati  ottenuti  dalle  loro 
ricerche  (es.  database  storici  contenenti  dati  geologici,  risultati  di  drill,  core  di 
perforazione e campioni da precedenti esplorazioni e sviluppi). Tenore e cubatura 
variano nel tempo in quanto il prezzo sul mercato del minerale varia con la richiesta. 
Parte  del  deposito  attualmente  non  economico  potrà  esserlo  in  futuro  oppure  il 
prezzo, nel caso scendesse troppo la miniera potrebbe chiudere, non avendo più un 
mercato  vantaggioso;  dipende  dalle  fluttuazioni  del  mercato.  Dal  momento  per  il 
prospettore  ricerca  localizzati  arricchimenti  auriferi  già  esplorati  in  passato  e  li 
ricerca con dati pregressi sta eseguendo un progetto brownfield. La prospezione di 
un rio di montagna senza nessun tipo di citazione bibliografica o dato pregresso è 
invece  un  progetto  greenfield.  La  ricerca  dell’oro  in  un  contesto  già  studiato  e 
sfruttato in passato conferisce una maggiore sicurezza (minore rischio) ma anche una 
quantità di oro ritrovata media‐bassa. L’esplorazione invece di un ambito inesplorato 
conferisce talvolta quantità del metallo prezioso ragguardevoli ma con un alto rischio 
di trovare nulla e quindi aver sprecato il proprio tempo e risorse. 

Prospezione mineraria: ricerca di giacimenti di sostanze minerali, economicamente 
coltivabili. Deriva dalla parola prospector generalizzatasi nell'America Settentrionale 
per designare i ricercatori di miniere, formata da prospect = prospettiva nel senso 
figurato di speranza. In Spagna, paese che fra i paesi mediterranei ha le più antiche 
tradizioni  minerarie,  la  prospezione  mineraria  è  detta  cateo;  ricercare  catear  e 

255 
cateador il ricercatore. Tanto la Spagna quanto la Germania ammettono la ricerca 
libera  a  chiunque  (derecho  de  cateo,  Schurfrecht)  per  i  minerali  metallici  e 
combustibili. In altri paesi, fra cui l'Italia, la ricerca è per lo più subordinata ad una 
autorizzazione e limitata a determinati minerali rimanendo esclusa per altri, riservati 
allo stato o al sovrano (per es., sale) o abbandonati al proprietario della superficie (v. 
miniera: Diritto). La prospezione mineraria dalle sue origini si è ispirata sempre alla 
sana norma fondamentale di "seguire il minerale dal luogo dove ne è stato trovato il 
primo  segno,  fino  a  rintracciarne  il  giacimento.  Dalle  grezze  regole  empiriche 
primitive,  i  modi  di  applicazione  della  detta  norma,  col  progredire  delle  scienze  e 
della tecnica, divennero sempre più svariati, ingegnosi e razionali, e con il notevole 
corredo di esperienza, così accumulato nei secoli, furono create in tempo più antico 
l'arte mineraria e più tardi le discipline scientifiche della mineralogia e della geologia, 
ora guide del prospettore. Il lavoro di prospezione si svolge in due fasi:  

1. La ricerca e l’dentificazione del deposito nella sua posizione, forma e caratteri;  
2. La verifica della sua coltivabilità economica (giacimento). 
 
Il minerale ricercato si può trovare in prima o in seconda giacitura all’interno delle 
mineralizzazioni: vale a dire o dove si è formato e deposto fino dall'origine (deposito 
primario) oppure invece come "trovante" strappato alla sua matrice e trasportato 
più o meno lontano da uno o più agenti geologici (deposito secondario). Da ciò una 
prima  divisione  fra  minerali  coltivabili  soltanto  nei  giacimenti  primari  e  minerali 
coltivabili anche in sede secondaria nei placers (es. oro, platino, cassiterite (stagno), 
l'ambra, pietre preziose). I metodi di prospezione si suddividono in diretti e indiretti. 
Entrambi  sono  preceduti  da  una  ricognizione  geologica  approfondita  fin  dove  le 
risorse economiche e la logistica lo consentono. L'opera è talvolta facilitata molto 
dall'esistenza  di  carte  geologiche,  se  presenti.  Dove  queste  mancano,  si  potrebbe 
procedere ad una loro stesura nella scala e nel dettaglio richiesti. 

Metodi diretti: l'avanzamento della prospezione rimane sotto il controllo immediato 
dei sensi del ricercatore. Con tale metodo i giacimenti primari si scoprono dai loro 
affioramenti, analizzabili con maggiore facilità nel caso appartengano alla categoria 
di quelli regolari (strati, filoni, necks) a causa della loro continuità spaziale rivelata 
(affioramenti,  spuntoni,  outcrops,  asomos),  oppure  da  strisce  e  patine  di  colore 
particolare (brucioni, cappellacci di ferro o limonitici, argille cotte dalla combustione 
spontanea). I possibili approcci inerenti a questo tipo di prospezione sono scavi di 
trincee, cunicoli, pozzi, e modernamente piccole trivellazioni variamente inclinate, 
campionamento  per  saggi  docimastici,  ecc.  Nei  giacimenti  secondari,  dove  il 
minerale  è  disperso  in  piccola  quantità  all’interno  di  altro  materiale  detritico,  la 
ricerca consiste nel separarlo dallo sterile utilizzando qualche sua proprietà specifica, 
generalmente la densità, mediante metodi gravitativi (lavaggio con acqua corrente), 
256 
sistema che riunisce a un tempo ricerca e campionatura. Strumento classico di tale 
prospezione è il primordiale catino, piatto, scodella (fr: sébile; sp: batea; ingl: pan; 
ita:piatto)  di  legno,  lamiera,  plastica  o  ABS.  Una  varietà  del  metodo  diretto  è  il 
metodo  archeologico,  nel  quale  l'indizio,  anziché  dal  minerale,  è  dato  dal 
rinvenimento di tracce di antiche lavorazioni minerarie o metallurgiche, quali vecchi 
lavori, conoidi antropiche, discariche minerarie localizzate (escoriales in spagnolo). 
Potrebbe  risultare  conveniente  la  coltivazione  di  giacimenti  dei  quali  si  era 
dimenticata  l'esistenza  (scorie  romane  in  Sardegna;  scorie  elleniche  nel  Laurion, 
nell'Attica). Nell'esercizio dei metodi diretti di ricerca si è formato nel tempo il tipo 
del prospettore o cercatore di miniere, vocazione meglio ancora che professione, la 
quale esige doti d'animo e di carattere tali da imprimere a chi la segue una fisionomia 
tutta propria. Occorre al cercatore, oltre alle cognizioni specifiche, grande tenacia, 
per affrontare le difficoltà tecniche, fisiche, logistiche e psicologiche di ogni ricerca 
mineraria. 

Metodi indiretti: sono le trivellazioni e i metodi geofisici, impiegati quando i metodi 
diretti  diventano  troppo  costosi,  aleatori  e  poco  significativi  per  raggiungere  un 
giacimento di cui si sospetta l'esistenza in profondità sotto una coltre più o meno 
potente di terreni sterili. Incominciò a diffondersi come strumento di prospezione 
nel secolo XVIII, quando la si usò per trovare la continuazione di strati carboniferi già 
conosciuti parzialmente e coltivati, prima di avventurarsi a praticare i costosi lavori 
per renderli  accessibili in  profondità. Così si scoprirono in prosecuzione dei bacini 
carboniferi  del  Belgio  quelli  della  Francia  Settentrionale  e  nel  sec.  XIX  i  bacini  del 
Passo di Calais, e quelli della Campine nel Belgio. A renderne universale l'impiego fu 
decisiva  la  scoperta,  per  mezzo  della  trivella,  del  petrolio  al  pozzo  Drake  presso 
Titusville  negli  Stati  Uniti,  nel  1859.  I  progressi  compiuti  da  quel  tempo  nella 
perfezione meccanica dello strumento nelle varie tecniche escogitate per adattarlo 
a tutte le varietà di terreno da perforare, hanno permesso di raggiungere profondità 
mai prima d'ora sperate. Così il 10 maggio 1933, nella regione di Kettlermanhills in 
California una perforazione per petrolio toccò i 10.927 piedi inglesi (3229 m.). 

Metodi geofisici: Il costo a metro del foro di una perforazione cresce rapidamente 
con  l'aumentare  della  profondità  e  quindi  è  di  notevole  importanza  economica 
valutarne  la  convenienza,  prima  di  intraprendere  una  perforazione  profonda,  di 
eseguire prospezioni geofisiche, allo scopo di riconoscere, a conferma delle ipotesi, 
qualche particolarità dei terreni da perforare ed ubicare il foro dove le probabilità di 
successo risultino maggiori. La ricerca geofisica non sostituisce gli altri metodi, i quali 
devono  sempre  essere  dopo  impiegati  per  conferma.  La  ricerca  geofisica  mira  a 
scoprire e misurare le anomalie fisiche o alcune proprietà del terreno da esplorare. 
Non forniscono, salvo nel caso della magnetite, indizi sicuri sulla natura di questo. I 
metodi di ricerca si dividono in due gruppi: 
257 
 I. Determinazione e misure dei campi di forza già esistenti sul terreno, gravimetrici, 
magnetici, elettrici, geotermici e radioattivi. 

a) Metodi gravimetrici: Misurano le anomalie determinate nel valore della gravità (g) 
e nella direzione della verticale (deviazione del filo a piombo) dalla diversa densità 
delle masse minerali componenti la crosta terrestre, la cui densità media è all'incirca 
2,6  g/cm3.  Siccome  anomalie  analoghe  sono  determinate  dagli  orogeni,  questi 
metodi  non  si  possono  adoperare  lungo  terreni  accidentati.  Le  misure  vengono 
eseguite con pendoli o con la bilancia di torsione di Eötvös. Il pendolo (pendolo di 
Sterneck)  serve  a  misurare  il  valore  dell'accelerazione  della  gravità  (g),  massimo 
presso minerali pesanti (metallici), minimo sopra leggieri, oppure sopra cavità (sale 
oppure  caverne).  Tale  metodo  è  preciso,  ma  laborioso.  La  bilancia  di  torsione  di 
Eötvös rivela le deviazioni della verticale cioè la componente o gradiente orizzontale 
della gravità, o in altre parole la curvatura della superficie del geoide. L'apparecchio 
è formato da un'asta orizzontale di alluminio, terminata ai due capi da due pesi uguali 
e sospesa nel suo centro a un filo la cui torsione misura il gradiente ricercato. Il filo 
può  essere  metallico,  oppure  di  quarzo  o  di  wolframio.  Se  i  due  pesi  sono 
all'estremità  dell'asta,  la  bilancia  si  dice  di  prima  specie,  se  invece  uno  di  essi  è 
sospeso  a  un  filo  lungo  da  60  a  70  cm.,  in  modo  che  i  due  pesi  si  trovino  sopra 
superficie di livello di altrettanto differenti, si dice di seconda specie. Una modifica 
di quest'ultimo tipo ha l'asta a Z rigida con i pesi alle due estremità. Uno specchio 
fissato presso il centro di sospensione dell'asta, colpito da un raggio di luce mandato 
da apposita lampadina, dà la misura della torsione. Siccome per ottenere gli elementi 
necessari al calcolo del gradiente si deve far girare la bilancia semplice ponendola in 
cinque posizioni differenti successive intorno al proprio asse  verticale,  per ridurre 
questo  numero  a  tre  si  è  costruito  il  tipo  bifilare,  disponendo  due  bilance  della 
seconda specie parallele e vicine ma girate di 180° l'una rispetto all'altra. Il tipo a Z è 
stato escogitato per ridurre l'altezza dello strumento. L'apparecchio sensibilissimo e 
costruito con registrazione automatica fotografica permette di raccogliere elementi 
sufficienti a determinare i valori relativi della componente orizzontale della gravità, 
misurati  in  unità  speciali  dette  unità  Eötvös.  Con  i  numeri  così  ottenuti, 
congiungendo  i  punti  di  valori  eguali,  si  tracciano  curve,  dette  isogamme,  che 
rendono sensibili gli andamenti delle anomalie, e permettono di trarre, con gli altri 
elementi  noti,  conclusioni  geologiche  e  riconoscere  la  presenza  di  masse  di  peso 
specifico più elevato di 2,6 oppure più basso (cupole saline, diapire). 

b) Metodi magnetici: Sono stati impiegati fino dal sec. XVIII per ricercare la magnetite 
in Svezia. La misura si può fare: 

‐  Magnetometro  a  teodolite  che  fornisce  la  declinazione,  l'inclinazione  dell'ago 


magnetico e la componente orizzontale del campo magnetico terrestre. Si tracciano 

258 
così le  isogone, le  isocline e  le isodinamiche,  e  dal  loro andamento  si  traggono  le 
deduzioni del caso. 
‐ Variometri o magnetometri locali si misurano le componenti verticali od orizzontali 
del campo magnetico. Su queste misure può influire la polarità magnetica, per cui si 
ha sopra un polo magnetico S la massima intensità verticale, e la minima sul polo N 
‐  La  bussola  a  induzione  di  Weber,  oppure  col  magnetometro  di  M.  Grossi,  dove 
invece dell'ago magnetico si adopera un rocchetto di filo metallico, il quale rotando 
intorno  a  un  suo  diametro  in  una  sospensione  cardanica,  taglia  le  linee  di  forza 
magnetiche  e  genera  una  corrente  variabile  a  seconda  dell'intensità  del  campo  e 
della  direzione  dell'asse  di  rotazione.  Si  scoprono  con  questo  metodo  masse  di 
magnetite, cupole saline, intrusioni di rocce, e le parti ricche delle alluvioni aurifere 
perché  l'alto  peso  specifico  della  magnetite  fa  sì  che  la  sua  polvere  (sp.  arenilla) 
accompagni le pepite d'oro. 
 
c)  Metodi  elettrici:  correnti  elettriche  naturali  sono  generate  dalle  alterazioni 
chimiche di molti minerali, dei sulfuri metallici in specie. Se raccolte con un elettrodo, 
e misurate con potenziometro o galvanometro, porgono gli elementi per tracciare 
sul terreno le linee equipotenziali e individuare il luogo dove le correnti si producono. 

d)  Metodi  geotermici:  tutte  le  sostanze  ossidabili,  anche  se  racchiuse  a  grande 
profondità nel terreno, subiscono un processo di ossidazione con sviluppo di calore, 
il quale, assorbito dalle rocce incassanti, si manifesta con la diminuzione di lunghezza 
del grado geotermico. Ciò avviene in special modo nei giacimenti di carbone, di olio 
minerale  e  di  certi  solfuri  metallici.  Necessariamente  questo  metodo  si  adopera 
quando si fa una trivellazione. 

e) Metodi radioattivi: la radioattività si misura mediante l'elettroscopio e la camera 
di ionizzazione, e la ricerca si fonda sopra l'aumento della radioattività in vicinanza 
delle  fratture,  mineralizzate  o  non,  oppure  serve  a  rivelare  l'approssimarsi  di 
orizzonti di argilla o anche di olio durante le trivellazioni. 

Determinazione e misura delle reazioni offerte dal terreno quando in esso si generano 
dei campi di forze artificiali mediante onde elastiche, correnti o campi elettrici e onde 
herziane. 

a) Il metodo di trasmissione di onde sonore: applicazioni più vaste sono possibili col 
metodo sismico. Le onde si provocano mediante esplosioni controllate, e la velocità 
di  trasmissione  è  misurata  con  le  registrazioni  di  sismografi  opportunamente 
distribuiti (geofoni). La velocità di propagazione dell'onda aumenta con la densità del 
mezzo, e il passaggio da un mezzo all'altro, di densità diversa, dà luogo a riflessione 
e  rifrazione.  Raccogliendo  i  dati  lungo  una  linea  retta,  corrispondenti  alle  diverse 
posizioni del  punto di esplosione e del  sismografo, e riunendoli, si tracciano  delle 
259 
curve che si dicono cromocroniche, le quali poi vengono interpretate. Con questo 
mezzo  si  rivelano  le  discordanze,  le  cupole  saline,  la  morfologia  superficiale  di 
formazioni antiche sommerse sotto le più recenti o subtopografia, ecc. 

b)  Correnti  elettriche  che  si  fanno  circolare  nel  suolo.  Con  tale  metodo  si  può 
esplorare: 

‐  1.  la  resistività,  o  la  conduttività  degli  strati  successivamente  incontrati  dalla 
corrente  mediante  galvanometri,  potenziometri  ed  elettrodi  impolarizzabili  per  la 
presa  a  terra  del  secondario.  Serve  a  stabilire  l'eventuale  connessione  fra  punti 
mineralizzati già conosciuti, discordanza e subtopografia, stimando lo spessore delle 
formazioni superficiali, così da poter essere qualche volta chiamato uno scandaglio 
o sondaggio elettrico in senso verticale. Il metodo si applica anche per il cosiddetto 
carotaggio elettrico, per riconoscere cioè certi caratteri degli strati successivamente 
attraversati da una perforazione, dando elementi per giudicarne la porosità, i fanghi, 
la  presenza  di  rocce  impermeabili  (letti  di  argilla,  ecc.)  la  pendenza  degli  strati  e 
anche la temperatura. 

‐  2.  La  reazione  di  fronte  a  campi  elettrici,  tracciando  sul  terreno  invece  che 
investigare la resistività, le linee equipotenziali e le anomalie che esse mettono in 
evidenza. Si può procedere con correnti elettriche continue, introdotte nel terreno 
con aste metalliche acuminate. Mediante picchetti si ottengonco circuiti secondari, 
dai  quali  col  potenziometro  si  ottengono  i  dati  necessari  a  tracciare  le  linee 
equipotenziali.  Con  correnti  alternate  vari  sono  i  modi  di  procedere:  il  campo 
primario  è  ottenuto  impiantando  nel  terreno  elettrodi  a  punta  oppure  lineari;  il 
secondario  è  ottenuto  con  gli  stessi  mezzi  con  picchetti.  Così  si  tracciano  le  linee 
equipotenziali e i profili equipotenziali, allo stesso modo che con le correnti continue. 
Oppure il secondario è ottenuto con spirale indotta e telefoni, e si determinano così 
la direzione, l'intensità e lo spostamento di fase del campo magnetico secondario. La 
spirale  è  orizzontale  al  segnale  minimo;  nel  centro  del  mezzo  conduttore  si  ha  il 
massimo di intensità orizzontale mentre si annulla quella verticale. Il campo primario 
è ottenuto per induzione mediante un circuito a spirale isolato, che può essere anche 
un  canapo  isolato;  il  secondario  con  spirale  o  rocchetto  indotto  e  telefono.  Si 
determinano  la  direzione,  la  intensità  e  lo  spostamento  di  fase  del  campo 
elettromagnetico secondario. In questo caso l'intensità orizzontale è massima sopra 
le  creste  topografiche  sotterranee;  la  verticale  minima  sopra  il  centro  del  suolo 
conduttore.  Questi  metodi  elettrici  sono  usati  frequentemente  per  la  ricerca  dei 
minerali metallici e per indagini di strutture tettoniche. 

c) Onde hertziane: Per queste si applicano i metodi di assorbimento, interferenza e 
capacità. I mezzi sono gli ordinari stazione trasmittente e ricevente, e si osservano 
gli effetti sul modo e sull'intensità di ricezione col variare della lunghezza d'onda; si 
260 
notano le variazioni di frequenza e lo smorzamento. Se il suolo è molto conduttore 
fra la stazione trasmittente e la ricevente, la trasmissione non si verifica. In altri casi 
si  hanno  interferenze  fra  l'onda  secondaria  riflessa  e  la  primaria.  Il  metodo  ha 
applicazioni molto limitate. In generale nelle esplorazioni geofisiche si applicano, nei 
casi importanti, parecchi  metodi diversi, l'uno  dopo l'altro, non solo per  controllo 
reciproco,  ma  anche  per  riconoscere  la  presenza  di  cause  perturbanti  proprie  di 
ciascuno dei metodi, che possano avere influito sui risultati delle operazioni. 

Indagini con l’ausilio di fogli di calcolo 
Il metro di misura tipico del prospettore amatoriale di oro è il secchio da muratore 
con capienza 11 litri, ma il secchio da imbianchino tiene fino a 18 litri e spesso molti 
non ci fanno caso ma parlano sempre di quanti secchi di materiale lavano al giorno 
ma non del volume correlato. Il consiglio è di avere un foglio di calcolo Excell dove 
inserire  il  numero  dei  secchi  setacciati  e  lavati,  il  peso  dell’oro  raccolto  e 
approssimativamente  le  ore  di  lavoro,  rispetto  il  volume  del  secchio  utilizzato. 
Questo  è  facile  da  ricavare  riempendolo  di  acqua  e  contando  il  volume  utilizzato 
rispetto  la  caraffa.  Grazie  a  tale  raccolta  di  dati  è  possibile  nel  tempo  valutare  il 
tenore del sedimento processato e le risorse imprese a tal fine. 

Le formule che si possono impostare nelle celle restituiscono tre valori:  

1‐ quanto oro c’è per ogni secchio (tenore medio per secchio); 
2‐ quanti secchi occorrono per avere un grammo (cubatura di sedimento per 
ottenere un grammo di oro); 
3‐ quanti grammi d’oro potrebbero esserci in un metro cubo di quella sabbia 
setacciata. Questo è un valore molto indicativo (tenore a metro cubo).  
 
Come si denota l’obiettivo è capire come varia il tenore rispetto la quantità di volume 
processata  arealmente  e  con  la  profondità  se  possibile.  Variando  la  località  dei 
campionamenti è possibile nel tempo ricostruire una specie di cartografia tematica 
basata  su  tali  valori.  Il  secchio  colmo  di  sedimento  setacciato  non  riflette 
completamente il valore del volume totale, in quanto tra i vari elementi terrigeni vi 
è  dello  spazio  libero  (porosità).  Ne  consegue  che  la  quantità  di  secchi  prodotta  è 
molto diversa sulla base della griglia di setacciamento utilizzata. Vi dovrebbe essere 
un fattore di correzione, tanto maggiore quanto le rocce che vengono scartate sono 
maggiori. Sul foglio di Excell vengono riportati dopo ogni uscita: data, luogo, tipo di 
attrezzature usate, raccolto, quantità di materiale lavorato e ore impiegate, qualche 
breve  annotazione,  8‐10  dati,  un  paio  di  minuti  non  di  più.  Questo  permette, 
riunendo  i  dati  dei  vari  anni  su  un  unico  foglio  di  Excell  di  riordinarli  secondo 
necessità per sapere per ogni luogo il numero delle uscite fatte, gli attrezzi usati, il 
raccolto e le concentrazioni, tutti dati che spesso si rivelano interessanti ed utili. È 

261 
inoltre  utile  per  conservare  nell’arco  degli  anni  di  ricerca  i  dati  ottenuti  per  poi 
nell’evenienza redarre una pubblicazione o più a riguardo. 

Alcuni dati forniti da Giuseppe Rizzi relativi al Ticino 

Alla Chimica con la piena di novembre 2000 per ricavare 1 grammo la media era di 
10,5  secchi  di  sabbia  ma  nel  cuore  della  punta  (core)  ne  bastavano  5.  Al  Porto  di 
Loreto (pianta secca) con la piena di dicembre 2002 per ricavare 1 grammo la media 
era di 11,6 secchi ma nel cuore della punta ne bastavano 7,6. Per fare un esempio 
alla  straordinaria  punta  scoperta  da  Giuseppe  Carenzo  e  Franco  Ruggeri  in  una 
discesa del Ticino nel 2005 dalle parti di Abbiategrasso (parte media del Ticino) per 
ricavare 1 grammo la media era di 6 secchi ma nel cuore della punta ne bastavano 
2,9. Su quella punta è accaduto il suo record di raccolta giornaliera di grammi 9,05. 
Se si facesse una media dei raccolti fatti quest’anno in questi posti, verrebbe che per 
1 grammo si ha lavorato mediamente 20 secchi. Esempio del foglio excell e della sua 
disposizione: 

 
N.153 Possibile esempio di prospezione aurifera con analisi dati virtuale, ottenuta creando una banca dati ad hoc su 
fogli di calcolo Excell (Schema di G. Rizzi). 

È interessante notare come ai neofiti cercatori d’oro questi dati spesso non vengono 
comunicati  oppure  non  vengono  ragionati  a  dovere.  La  valutazione  delle  risorse 
(denaro,  tempo,  fatica,  salute)  dovrebbe  essere  appropriata  per  svolgere  i 
processamenti con profitto. Il ritrovamento di una decina di pagliuzze a giornata può 
avere un valore hobbistico, collezionistico ma difficilmente economicamente valido. 
Dal punto di vista scientifico può essere sensato lo studio anche di rii o corsi d’acqua 
con tipologie di oro particolari ma difficilmente porterà profitto a breve termine. 

262 
Prospezione di gemme e pietre preziose 
Il  ritrovamento  di  gemme  o  pietre  preziose  non  deve  essere  sottovalutato  e  il 
prospettore  dovrebbe  sempre  garantire  un  controllo  accurato  dei  sedimenti  che 
scarta nella fase di classificazione (setacciatura), specialmente ad eventuali gemme 
incluse in massi di grandi dimensioni oppure in granulometrie minori. Inoltre, una 
panoramica delle litologie dei sedimenti classificati aiuta nella comprensione della 
località sulla quale si sta eseguendo la prospezione. In questo caso, un background 
in  geologia  è  molto  comodo  e  necessario,  e  nel  caso  mancasse,  basterebbe 
possedere un paio di manuali di riconoscimento rocce e minerali da consultare. Le 
gemme o pietre preziose che si ritrovano all’interno di placer alluvionali tendono ad 
essere  minerali  con  elevata  durezza,  quindi  anche  se  fragili  o  meno,  difficilmente 
vengono  rigati,  anzi  essendo  duri  resistono  bene  all’abrasione  in  ambiente 
alluvionale.  Il  cambiamento  nella  morfologia  tipica  avviene  smorzando  gli  angoli, 
quindi  di  solito  si  potranno  osservare  morfologie  arrotondate.  Il  peso  specifico,  a 
volte elevato, aiuta alla concentrazione in ambienti in cui è presente anche l’oro, nel 
caso in cui le gemme posseggano una densità elevata. Un utile consiglio è quello di 
acquisire  un  metodo  che  tenga  conto  sempre  della  possibile  presenza  di  pietre 
preziose. Un metodo che viene consigliato è il seguente: utilizzare una serie di reti 
per la classificazione. Nel mio caso sono due reti, la superiore e la inferiore con uno 
spazio  tra  le  due  variabile  a  seconda  della  maglia  delle  reti  oppure  il  rateo  di 
classificazione.  La  rete  superiore  possiede  una  maglia  maggiore  rispetto  quella 
inferiore. L’idea è utilizzare queste due griglie parallele tra loro ed entrambe inclinate 
per la classificazione dei sedimneti. Si usufruisce la forza di gravità ed il rotolamento 
delle  particelle  per  suddivedere  secondo  taglie  granulometriche,  il  materiale 
setacciato a secco (consigliabile che sia secco il materiale per quanto possibile). Il 
primo deposito di scarto è risultante dalla prima rete di classificazione con diametro 
maggiore, il secondo viene raggruppato nella trappola posizionata tra le due reti e 
l’ultimo passa attraverso il sistema e lo si utilizza per il lavaggio. Alla fine del processo 
si avranno due depositi di scarti grossolani che dovrebbero venire lavati e stesi su un 
lenzuolo bianco in modo da identificarne al meglio i cromatismi, mentre il sedimento 
risultante dal setacciamento potrebbe contenere oro e come tale viene trattato con 
altri processi successivamente. La frazione ghiaiosa viene stesa su un telo (meglio se 
chiaro) in cerca di pietre preziose o con colorazioni differenti dalla media o molto 
forti.  Lo  stendimento  su  un  panno  permette  di  allargare  per  quanto  possibile  il 
sedimento ghiaioso ed ottenere una visione più ampia possibile nel minimo tempo. 
Nel  caso  di  un  setacciamento  a  secco  con  presenza  di  umidità,  essa  tanto  risulti 
maggiore  tanto  inibirà  la  corretta  classificazione  per  rotolamento  gravimetrico  e 
creerà  problemi  come  ad  esempio  la  perdita  di  frazioni  aurifere  fini‐ultrafini 
(rimangono  attaccate  ai  ciottoli  piuttosto  che  separarsi).  Le  stesse  gemme,  se 

263 
osservate invece ad umido, risulteranno più riconoscibili; il consiglio è quindi che i 
prodotti osservati e classificati siano poi lavati e quindi scartati. Nel caso nel lavaggio 
sorgessero minerali a frazione fine‐sabbiosa interessanti è un campanello di allarme 
a fornire maggior attenzione alla cernita ghiaiosa. Alcune gemme e pietre preziose 
sono  pesanti  e  quindi  una  concentrazione  gravitativa  potrebbe  aiutare  nel 
processamento,  anche  attraverso  il  moto  a  scosse  ripetute  in  secchio  a  secco  o 
saturo in acqua. Un carattere importante è l’utilizzo di lampade a luce ultravioletta, 
alla quale alcuni minerali di valore sono sensibili e lasciando anche dopo la rimozione 
della illuminazione diretta un leggero alone di un colore caratteristico. Nel caso non 
si volesse perdere troppo tempo sul campo si potrebbe scartare la frazione generica 
della trappola ed eseguire la cernita a casa su una tavola, approntata con lo stesso 
stile per allargare il materiale il più possibile. In questo caso l’obiettivo è di cercare 
rocce e minerali con queste caratteristiche: 

‐ colore forte o particolare o caratteristico; 
‐ poco o nulla rigati, arrotondati alle volte; 
‐ angoli arrotondati ma poco appiattiati come abito; 
 

Alcune gemme o minerali rari ritrovabili possono essere i seguenti: 

‐ corindone: rubino ‐ zaffiro; 
‐ diamanti o microdiamanti;  
‐ smeraldi; 
‐ topazi; 
‐ quarzi particolari; 
‐ rutili; 
‐ zirconi; 
‐ etc. 
 
La  qualità  delle  gemme  e  pietre  preziose  acquisite  potrebbe  permettere  utilizzo 
parziale o totale nella gioielleria, aggiungendo quindi valore al ritrovamento. In altri 
casi è importante la segnalazione di tali minerali in un contesto di placer in quanto 
indica la presenza di una fonte attuale o passata dal bacino di appartenenza. È anche 
da sottolineare che minerali quali: platino, ilmenite, minerali radioattivi, minerali con 
terre  rare,  magnetite,  granato,  etc.  potrebbero  essere  economicamente  estraibili 
come prodotti primari o sottoprodotti. 

264 
 
N.154 Qualche esempio di possibili varietà di pietre preziose ritrovabili durante la prospezione aurifera, oltre all’oro 
(foto di B. Paolo e C. Migliore). 

Prospezione  preliminare  –  Impostazione  di  una  coltivazione  –  Produzione  – 


Ripristino sincoltivazione e post 
Prospezione preliminare – Recoinassance 

Impostare  correttamente  uno  scavo  risulta  talvolta  difficoltoso,  specialmente 


quando altri cercatori ne hanno già impostati nel passato recente. Il fiume del resto, 
durante  le  piene  può  ripristinare  gli  scavi  precedenti  o  solo  comlarli  di  sedimenti 
sterili. Ciò vuol dire che lungo il proprio scavo si possono incontrare porzioni sterili 
per via naturale (assenza di oro) oppure antropica (asportazione di oro passata). In 
entrambi i casi, è convieniente impostare un certo tipo di lavoro durante la propria 
coltivazione, frutto dei dati ottenuti durante il campionamento o sampling. In tale 
fase  precedente,  si  va  a  riconoscere  la  porzione  sfruttabile  più  ricca  in  oro,  detta 
“core aurifero”. Tale fase è detta recoinnasance o riconoscimento. Nella prospezione 
preliminare, si preferisce uno scavo di tipo puntuale (una batea di materiale o un 
secchio standard) e nel caso in cui convenga, impostare uno scavo circolare, in modo 
da  poter  ottenere  maggiori  informazioni  sull’estensione  della  coltivazione  futura 
nell’areale considerato. In ogni caso i dati andrebbero raccolti meticolosamente ed 
appuntati su un block notes o un libretto da campo per poi successivamente esser 
appuntati  su  un  foglio  excell  o  word.  Aiuta  notevolmente  il  prospettore  una 
rappresentazione grafica in scala dell’area oggetto di studio, in modo di poter porre 
in maniera puntuale le località prospettate e i dati ricavati. In tale ottica sarà possibile 

265 
capire  arealmente  come  varia  la  concentrazione  dell’oro  e  dei  minerali  pesanti 
associati.  Quindi,  risulterà  più  performante  ed  economicamente  valida 
l’impostazione del successivo scavo. 

N.155 La prospezione a spot risulta di notevole importanza per condurre con intelligenza una rete di test o assaggi. 
Ne risulta come prodotto la genesi di una carta illustrativa o mentale in cui è possibile ritrovare le porzioni a più alta 
concentrazione aurifera (core auriferi). 

Legenda: 

‐ forma triangolare in pianta (punta aurifera senso lato); 
‐ Pallini gialli: scavi puntuali con tenore minore; 
‐ Pallini blu: scavi puntuali con tenore maggiore; 
‐ Ellisse  blu:  interpolando  i  pallini  blu  si  ottiene  il  core  aurifero  risultante,  il  quale  sarà  oggetto  di 
coltivazione durante la fase successiva. 
   

266 
N.156  Lo  scavo  circolare  è  un’evoluzione  dell’assaggio  a  spot  o  puntuale,  nel  quale  è  possibile  e  conveniente 
espandere il volume di sedimenti auriferi indagati rispetto ad un fulcro centrale, sede del primo test. Si noti che gli 
assaggi  dovrebbero  essere  eseguiti  con  un  metodo  standard,  un  volume  prelevato  standard  ed  una  maglia  di 
classificazione standard. Ciò è importante per la rappresentatività dei dati ottenuti. 

N.157 Lo scavo circolare è utile per visualizzare rispetto le due dimensioni la direzione preferenziale del percorso 
dell’oro. È anche possibile scendere in profondità per osservare la presenza di livelli multipli auriferi o la presenza di 
un bedrock e ricavarne quindi la profondità tipica. È consigliato lo sfruttamento dei sedimenti superficiali, in quanto 
facilmente  accessibili.  Il  ripristino  avviene  sin‐prospezione,  gli  scarti  del  setacciamento  e  i  clasti  di  maggiori 
dimensioni vengono posti al centro dello scavo e poi livellati. 

267 
Il ruolo della fase di prospezione preliminare è quello di ottenere informazioni su: 

‐ Quantità di oro per unità di volume (tenore); 
‐ Posizione  fisica  preferenziale  dell’oro  (segue  una  direzione?  È  lungo  un 
particolare livello? Quanto è profondo l’oro? Vi è evidenza di un bedrock?); 
‐ Minerali  pesanti  associati  all’oro  e  quantità  relativa  per  unità  di  volume 
(tenore); 
‐ Misura  della  maglia  del  setaccio  più  conveniente  (minor  volume  di 
sedimento da processare migliora notevolmente la recovery complessiva); 
‐ Margini della futura coltivazione e tipologia più conveniente (conservativa / 
non conservativa; scavo circolare / rettangolare, etc.); 
‐ Possibile  cubatura  della  futura  coltivazione  (quanto  sedimento  bisognerà 
vagliare?); 
‐ Attrezzature  più  adatte  e  performanti  alla  futura  coltivazione,  possibilità 
dell’utilizzo della canaletta. 
‐ Generale logistica per la futura coltivazione (parcheggio, strada di accesso o 
sentiero,  possibilità  di  ripararsi  dal  Sole  o  meno,  distanza  dal  fiume, 
costruzione di sentieri ad hoc, etc.). 
 

La teoria del buco 

Giuseppe Rizzi espone una interessante teoria che l’autore condivide, chiamata “la 
teoria del buco”. Subito dopo le piene, molti cercatori si muovono sulle sponde dei 
fiumi  alla  ricerca  di  località  arricchite  in  oro  ed  eseguono  la  fase  di  prospezione 
preliminare, la quale cosiste tipicamente in piccoli “assaggi” in tutte le zone che, ad 
una prima impressione, promettono bene. Capita di arrivare in località dove la teoria 
e gli indizi fanno ipotizzare la presenza di deposito d’oro, ad esempio: massi e rocce 
tendenzialmente scure, tracce di magnetite o granato a valle di alcuni massi e si può 
anche  osservare,  in  alcune  situazioni,  che  qualche  cercatore  ha  già  eseguito  delle 
campionature, una piccola buca, una batea di materiale, non di più.  

268 
N.158  Esempio  grafico  dell’evoluzione  della  teoria  del  buco:  si  noti  che  tale  modus  operandi  è  tipico  dello  scavo 
circolare  condotto  da  differenti  cercatori  nel  tempo.  Si  genera  uno  scavo  disordinato  e  talvolta  risulta  difficile 
discernerne poi informazioni utili alla propria prospezione. Le piene successive tendono a colmare di sedimenti i buchi 
e trincee e livellare eventuali pile di scarti di setacciato anche quando composti da ciottoli. Quindi, i lavori passati 
tendenzialmente non sono più visibili direttamente come depressioni in quanto colmati dall’ultima piena importante. 
Tuttavia,  dal  momento  che  in  tale  località  non  vi  è  stato  un  arricchimento  in  minerali  pesanti,  il  successivo 
processamento di tali porzioni già sfruttate sarà infruttuoso.  

Località sede di arricchimenti passati sono costellate da vecchi siti sfruttati, al momento colmati dalle recenti piene, 
i quali a seguito del nostro interesse e lavoro daranno risultati molto scarsi. È necessaria una piena eccezionale per 
ripristinare completamente questa situazione ad una più teorica illustrata nel capitolo precedente. 

Normalmente  se  l’assaggio  non  risulta  soddisfacente  non  si  perde  tempo  e  si 
procede nella ricerca, invece se il test risultasse  promettente ma non si ha il tempo 
né di iniziare una coltivazione, si cercherebbe di richiudere la buca e di mascherare 
l’assaggio.  Si  potrebbe  vedere  una  piccola  buca  aperta,  in  una  zona  che  appare 
promettente,  e  si  potrebbe  pensare  “forse  non  l’hanno  chiusa  apposta  perché  si 
credesse che non c’è niente, faccio anche io un assaggio”. Cercatore dopo cercatore, 
le dimensioni della prima piccola buca aumentano in modo esponenziale: da buca a 
trincea, da trincea a cava. Dopo qualche settimana, l’ultimo arrivato, all’ennesimo 
piatto  a  vuoto,  penserà  “peccato  essere  arrivato  tardi,  chissà  quanto  oro  è  stato 
raccolto,  hanno  proprio  ripulito  tutto”.  Il  prospettore,  oltre  che  tener  conto  del 
possibile intervento antropico di altri prospettori che lo hanno preceduto dovrebbe 
anche tenere in considerazione l’azione delle acque superficiali o precipitazioni. Le 
piogge  battenti  o  prolungate  possono  svolgere  un  ruolo  concentrante  sulle  taglie 
medie‐fini (sabbioso‐limose, argillose). Queste vengono dilavate dalla superficie e si 

269 
concentrano specialmente tra i ciottoli o il ciottolame. L’evidenza morfologica è la 
seguente: 

‐ Deposito superficiale principalmente composto da ciottoli puliti e a contatto 
tra loro. 
‐ Una  volta  rimossi  tali  ciottoli  si  nota  una  concentrazione  naturale  di 
sedimenti ghiaiosi‐sabbiosi, ricchi in oro. 
‐  

 
N.159 Il fenomeno del dilavamento superficiale ad opera della pioggia battente piene oppure delle piene, permette 
la concentrazione  delle taglie fini e dell’oro tra i ciottoli e concentra sulla superficie le taglie grossolane  (ciottoli, 
massi). Tale fenomeno è molto evidente lungo le scarpate di terrazzo fluviale con assenza di vegetazione. 

Una aspetto invece positivo della prospezione in siti già sfruttati oppure in località 
con  trincee  o  costellate  da  buchi  è  la  visione  complessiva  della  presenza  e  della 
profondità dei livelli auriferi. Tipicamente ogni 30‐50 cm è presente almeno un livello 
aurifero,  composto  tipicamente  da  ghiaie  aurifere  poste  tra  ciottoli  o  massi  di 
dimensione media maggiore rispetto le circostanti. È da notare  come tipicamente 
queste porzioni coincidono con il locale fondo canale e pertanto sulla base del taglio 
che si sta osservando è possibile vederne la disposizione spaziale del livello aurifero 
oppure  la  propria  concavità  verso  l’alto.  Un  test  indirizzato  a  tali  livelli  auriferi 
potrebbe  fornire  dati  notevoli  per  la  successiva  coltivazione.  Anche  se  il  livello 
ghiaioso  aurifero  più  superficiale  risulta  quello  più  facilmente  raggiungibile, 
processabile  e  lavorabile  su  estensioni  importanti,  potrebbero  essere  più  ricchi  i 
livelli  profondi,  i  quali  però  a  fronte  della  quantità  maggiore  in  oro  richiedono 
maggior tempo e risorse per essere raggiunti. 

La classificazione dei sedimenti e la scelta del metodo di lavaggio 
Il piatto non è uno strumento perfetto, ciò vuol dire che moltissimo fa l’esperienza 
del prospettore. La trattenuta dell’oro (recovery) anche se vicina al 100% può avere 
brusche ricadute in caso di errori marcati nel lavaggio del sedimento. Alcuni fattori 
possono  concorrere  insieme  alla  perdita  di  oro  durante  il  processamento,  ad 
esempio il sedimento aurifero scelto dovrebbe essere classificato prima del lavaggio, 
270 
con lo scarto delle frazioni maggiori delle ghiaie (6 mm di diametro). Il sedimento di 
dimensioni maggiori prima di essere scartato dovrebbe essere lavato accuratamente 
in  modo  da  rimuovere  tutte  le  particelle  aurifere  rimaste  attaccate  o  nascoste  in 
possibili fessure, fratture e bordi. Questo processo aiuta a recuperare frazioni di oro 
fine  ed  ultrafine,  le  quali  tendono  ad  essere  attaccate  ai  ciottoli  a  causa  della 
tensione  superficiale  oppure  semplicemente  incrostate  o  incastrate 
meccanicamente.  Il  setaccio  persegue  in  diverse  misure  lo  stesso  obiettivo  e 
moltissimi altri strumenti amatoriali sono molto versatili su questo fronte. L’obiettivo 
rimane sempre il medesimo: classificare la maggior quantità possibile di sedimento 
(massima  cubatura),  con  la  minor  fatica  e  tempo  (minimo  dispendio  di  risorse)  e 
senza  perdere  oro  (massima  recovery).  Per  questo  motivo  la  maglia  del  setaccio 
dovrebbe  risultare  con  uno  spazio  di  passaggio  circa  tre  volte  la  taglia  massima 
dell’oro ritrovato, dato che si ricava durante i primi test sul campo. Tale approccio è 
conservativo in quanto è possibile talvolta anche un approccio più marcato come ad 
esempio utilizzare uno spazio di passaggio di 1.5‐2  volte la taglia massiva dell’oro 
ritrovato. È importante sottolineare però come tale approccio risulti sconveniente 
nella prima fase di prospezione, dove è fondamentale capire quale risulti essere la 
dimensione  media  e  massima  dell’oro  ritrovato.  È  inoltre  vero  che  utilizzare  un 
approccio non conservativo porti inevitabilmente alla perdita delle favolose scaglie 
d’oro (fino ad 1 cm di dimensione e sottili) oppure di piccole pepite. Si evince quindi 
che la scelta della maglia adatta al setacciamento sia un fattore critico. 

La setacciatura a secco e ad umido 

Due  metodi  principali  si  evidenziano  per  eseguire  una  corretta  classificazione  del 
sedimento aurifero: 

1‐  Griglia  obliqua  (setacciamento  per  caduta;  a  secco  tipicamente  ma  anche  ad 
umido  in  impianti  di  lavaggio  o  highbanker):  il  sedimento  secco  viene  posto  nella 
parte  superiore  della  griglia  e  lasciato  scivolare  per  gravità  sulla  griglia  stessa 
inclinata.  Le  frazioni  terrigene  con  dimensione  minore  della  maglia  della  griglia 
cadono,  raccogliendosi  alla  base,  dove  saranno  raccolte  in  un  contenitore  posto 
precedentemente.  In  questa  maniera  il  lavoro  può  proseguire  spostando  pochi 
strumenti  e  senza  perdere  tempo  e  fatica  nel  generare  scossoni  per  setacciare  il 
materiale.  Tale  metodo  porta  alla  perdita  di  oro  fine  ed  ultrafine  per  il  mancato 
lavaggio  della  frazione  grossolana.  È  da  considerare  però  la  mole  di  sedimento 
classificato, la quale risulta maggiore tipicamente, dal punto di vista amatoriale, del 
metodo sottostante  

2‐ Setacciamento umido (setacciamento per vibrazione; tipicamente utilizzato negli 
shaker  in  impianti  di  lavaggio  o  nel  panning):  questo  metodo  riassume  una  vasta 
raccolta di piccole invenzioni amatoriali dei cercatori d’oro. Alcuni utilizzano cassoni 
271 
al cui interno è posto un setaccio e acqua fino a circa 3/4 del volume. Il sedimento è 
posto nel setaccio e viene lavato; la frazione terrigena maggiore della maglia della 
rete del setaccio viene scartata. Il resto verrà trasportato al lavaggio finale. Si noti 
che nel caso di elevati stress al materiale (scossoni) le particelle pesanti potrebbero 
concentrarsi verso il fondo del cassone e bisognerà porre attenzione a pulire bene il 
fondo durante il lavaggio. Il setacciamento ad umido risulta quello con la recovery 
migliore dell’oro fine ed ultrafine. 

N.160 Due esempi di setacciatura: la prima ad umido e la seconda a secco. Tra le due la migliore risulta quella ad 
umido ma richiede un maggior sforzo e talvolta quella a secco risulta più comodo e veloce.  

Quale fluido risulta il migliore nel processamento gravitativo (acqua, aria) 
La classificazione risulta più performante attraverso l’utilizzo di acqua pulita rispetto 
acqua  sporca  rispetto  l’aria  (dry  washing).  La  scelta  del  fluido  con  cui  eseguire  la 
divisione  gravimetrica  è  importante  in  quanto  può  variare  anche  di  molto  le 
percentuali di ritrovamento (recovery), oltre che aiutare a ritrovare eventuali pietre 
preziose.  In  alcuni  ambienti  non  è  possibile,  per  cause  climatiche,  la  scelta  di 
utilizzare acqua (canali, fiumi) o ferma (laghi naturali ed artificiali). Il clima si presenta 
arido,  con  assenza  generale  e  prolungata  dell’acqua,  e  la  sua  evaporazione  può 
risultare  rapida;  è  inoltre  sconveniente  costruire  una  riserva  locale  tramite  bacini 
multipli  di  sedimentazione  (processamento  industriale).  Potrebbe  risultare  essere 
possibile il trasporto di limitate riserve idriche attraverso bidoni per l’utilizzo locale 
al lavaggio a piatto sul posto (questo anche attuabile in test su terrazzi lontani dal 
fiume). Quindi diviene obbligatoria la scelta di una tipologia di classificazione rispetto 
ad un’altra e il processamento gravitativo per mezzi senza uso di acqua e quindi ad 

272 
aria  (dry  emplants).  L’utilizzo  per  il  prospettore  a  piccola  scala  di  questi  mezzi  si 
riassume nell’uso di attrezzatura particolare e avanzata quale i dry washers. Senza 
dilungarsi  troppo  in  questo  capitolo  sulle  tecniche  a  secco,  bisogna  ragionare  su 
alcuni fattori per il buon risultato. Le tecniche a secco tendono ad avere una buona 
recovery  per  oro  grossolano  e  non  per  il  fine  o  ultrafine.  Il  livello  di  umidità  del 
materiale  è  di  fondamentale  importanza:  maggiore  è  l’umidità  e  più  si  avranno 
problemi di processamento e di recovery in impianti a secco. L’utilizzo di una serie di 
griglie  a  diversa  dimensione  può  essere  uti