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24 FEBBRAIO 2016 DI MARIA TERESA CARBONE

I russi di Landolfi, letteratura per letterati

Valentina Parisi

«Sono angosciato: dovrò forse per necessità di quattrini ridurmi a fare alcunché
di assolutamente inutile, traduzioni magari [...] Tuttavia finché non ci si riduce
alla vergogna del lavoro c’è sempre speranza». Così, il 29 giugno 1958,
Tommaso Landolfi registrava nel diario Rien va la dolorosa necessità di
accantonare quell’attività di libero letterato cui si era consacrato a partire dal
dopoguerra. Ultimo tenace rappresentante di una linea aristocratica della
letteratura italiana che nel rifiuto del lavoro vedeva un irrinunciabile mezzo di
salvaguardia della propria identità, Landolfi esitò a lungo prima di sprofondare
in quel vero e proprio baratro traduttorio che negli anni Sessanta lo fagocitò,
strappandolo in parte alla creazione in prima persona. Cinque volumi nel giro di
cinque anni, dal 1958 al 1963, ovvero Poemi e liriche e Teatro e favole di
Puškin, poi Lermontov, Leskov e infine Tjutčev, queste le tappe dell’«infernale
lavoro» commissionatogli da Einaudi, che trovò per l’appunto un riflesso
corrucciato nelle pagine di Rien va.

Un impegno vissuto come un autentico capestro, che ebbe l’effetto non


trascurabile di togliere a Landolfi ogni residua aspirazione a pronunciare un
giudizio critico sugli autori tradotti. Al termine del frustrante corpo a corpo con la
lirica puškiniana (ennesima conferma per lui che nella traduzione poetica «tutto
va perduto, ciò che importa»), lo scrittore di Pico Farnese sfogherà infatti la sua
esasperazione in una premessa biliosa, ove accuserà tra l’altro l’autore
dell’Evgenij Onegin di «serpeggiante vatismo»; dopodiché, sarà ben felice di
disfarsi almeno dell’obbligo contrattuale di prefare le sue traduzioni, cedendo
tale incombenza ad Angelo Maria Ripellino, da lui già lodato per la sua
«giovanile baldanza, che certo non guasta tra gli slavistici squallori».
Eppure vi era stato un tempo nemmeno troppo remoto in cui Landolfi non
disdegnava di cimentarsi con le «ingegnose e speciose formulette» della critica
letteraria, e il confronto con la letteratura russa, lungi dal sottrargli energie
creative, contribuiva all’opposto in misura essenziale al delinearsi della sua
fisionomia di scrittore. Lo testimonia il bel volume curato da Giovanni Maccari,
che riunisce per la prima volta tutti gli interventi di argomento russo (tranne la
tesi di laurea su Anna Achmatova) elaborati da Landolfi dal 1930 al 1960,
insieme ad alcune brevi traduzioni inedite. Rispetto al precedente Gogol’ a
Roma, che raccoglieva gli articoli usciti sul «Mondo» di Mario Pannunzio fra il
novembre 1953 e il marzo 1958 (Vallecchi 1971), emerge qui nello specifico e
in tutta la sua trentennale continuità l’ininterrotto dialogo a distanza tra Landolfi
e gli scrittori russi.

Una vicenda intellettuale ed esistenziale che Maccari nella sua postfazione


pone sotto il segno dell’occasione mancata: malgrado le sue innegabili
competenze, infatti, lo scrittore non divenne uno slavista (a differenza del
compagno di studi Renato Poggioli), né pensò mai di mettere a repentaglio
l’immagine della sua Russia «di carta» visitando quell’entità geopolitica che le
era subentrata nella realtà, vale a dire l’Unione Sovietica. Dunque, verrebbe da
dire, le cose andarono nell’unico modo landolfianamente possibile: una serie di
scritti troppo perspicaci per smarrirsi dietro la nebulosità di pseudoconcetti
come la famigerata «anima russa» ma, al contempo, troppo svagati,
idiosincratici e «petulanti» (così Montale) per poter rientrare nel discorso
accademico italiano sia pur dalla finestra.

Già il risvolto di copertina della riedizione adelphiana di Gogol’ a Roma,nel


2002, rilevava come l’irriverenza critica di Landolfi fosse decisamente agli
antipodi non solo rispetto alla maschera del «cauto professore» (da lui peraltro
mai adottata), ma anche a quella più romantica e oscura del pedante studioso
di letteratura russa che si divertiva a indossare ogni tanto, onde discettare di
strategie traduttorie o sistemi di traslitterazione. Nel contempo, la
frequentazione di prima mano degli autori russi, fondata sulla capacità
(all’epoca ancora piuttosto esotica) di «scorrere agevolmente con l’occhio i
mirabolanti caratteri cirillici», gli servì indubbiamente a delimitare il proprio
territorio nella scena culturale del dopoguerra, approfondendo quella «fama
d’impraticabilità e stranezza» attribuitagli poi definitivamente da Italo
Calvino post mortem nel 1982.

Pur non provocando stravolgimenti critici di rilievo, l’intelligenza di Landolfi


perviene quasi sempre a formulazioni affascinanti. Soprattutto là dove,
nell’introduzione ai Narratori russi editi da Bompiani nel 1948, individua il tratto
comune degli autori da lui tradotti in una «certa eccessività o selvatichezza»,
dovuta all’appartenenza a un mondo che «lungi dall’essersi solidificato, sembra
promesso a un’eterna incandescenza, a un eterno romanticismo». Una
posizione che doveva apparire particolarmente congeniale allo stesso Landolfi,
il quale nell’introduzione a Puškin già citata si chiedeva se la poesia non
dovesse per caso «porre rimedio a ciò che appare immutabile e costituirsi arte
del possibile, non già del reale, sotto pena di esser relegata tra gli altri trastulli
inutili».
Eppure, questa visione così massimalista delle finalità della letteratura non
conduce mai a giudizi altisonanti, venendo sempre e comunque contraddetta da
un innato understatement, da un’esigenza puntigliosa di ripensare ab ovo le
proprie provvisorie conclusioni. Cosicché al termine della lettura
dei Russi sembra quasi di vedere l’autore sospirare quella paroletta, vzdor, che
Michail Lermontov apponeva insoddisfatto sui propri manoscritti e che Landolfi
traduceva, da fiorentino d’adozione, con «bischerate». Perché per Landolfi la
letteratura – in qualsiasi lingua – non può fare a meno di interrogarsi
costantemente su se stessa e di sottoporre il proprio oggetto «ad esame e a
riserva, meditando in pari tempo se per avventura non potrebbe darsene altro
più conveniente». Una letteratura più per letterati che per lettori: impietosa nel
proprio scrupolo autoanalitico e tuttavia consapevole di essere il solo rimedio
all’«atrocissimo compito» di dover passare il tempo, l’unica disperata antitesi a
una morte leopardianamente intesa come «solido nulla».

Tommaso Landolfi

I russi

a cura di Giovanni Maccari

Adelphi, 2015, 365 pp., € 30