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Se la sovranità nazionale è di sinistra

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di Enrico Grazzini

La sinistra dovrebbe lottare per recuperare la sovranità nazionale. Solo così sarà
possibile contrastare questa Unione Europea contro i popoli e rifondare l'Europa
democratica. La destra avanza in Europa denunciando che l'euro e la UE producono
povertà e sottomissione alle misure autoritarie calate dall'alto della tecnocrazia di
Bruxelles. Come si è visto nella Francia di Hollande, la progressione della destra è
simmetrica rispetto al calo socialista e all'aumento dell'astensionismo di sinistra. Il
problema è che il socialismo europeo è ormai profondamente compromesso con
questa Europa liberista e della finanza. Ma anche la sinistra radicale europea,
soprattutto quella italiana, soffre di una grave ritardo culturale e politico nei confronti
dell'Europa reale.

La sinistra aristocratica italiana sottovaluta i guasti dell'Europa reale e dell'euro e


sogna la democrazia dell'Europa federata e di uno stato federale; rischia così di
rimanere elitaria, isolata e senza troppo popolo (e voti). Rischia di rimanere
minoritaria se non minuscola, e che alle elezioni europee vincano le proposte della
destra conservatrice o fascista; o che, nel migliore dei casi, stravinca il populismo né di
destra né di sinistra di Grillo che ha una politica confusa e chiusa verso l'Europa, ma
che è assai più pronto a intercettare gli umori popolari contro questo euro disastroso.
L'Italia è allo stremo. Neppure la crisi del '29 è stata così violenta, le famiglie non
sanno come arrivare alla fine del mese, la disoccupazione e la povertà dilagano, i
giovani non trovano lavoro e non hanno prospettive, ma l'opposizione di sinistra, per
usare un eufemismo, sembra latitare: chiede con grande moderazione “meno
austerità” e “più democrazia in Europa”. Ma difficilmente queste parole d'ordine
possono mobilitare la resistenza a questa Europa reale.

Il brutto trionfo elettorale di Marine Le Pen dovrebbe svegliarci. Il governo liberal-


socialista di Hollande ha seguito le ricette liberiste dell'Unione Europea e della Merkel
e incassa una giusta sconfitta politica ed elettorale forse irreversibile. Il compagno
tedesco Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, dice che occorre invertire
la rotta e fare finalmente le riforme per lo sviluppo. Ma non fa nessuna autocritica
sulla folle austerità imposta dalla sua alleata di governo Angela Merkel, giustifica ed
esalta l'euro di Maastricht, e tace sul fatto che con questi trattati e con il Fiscal
Compact uscire dalla crisi è impossibile[1]. Alexis Tsipras lotta giustamente per
opporsi all'austerità che rovina la Grecia e per superare i trattati vigenti; vuole
ridiscutere i debiti e avviare delle riforme radicali della UE e dell'eurozona. Ma il
dibattito sull'euro e sulla UE deve rimanere aperto, soprattutto nella sinistra italiana.
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Una vivace discussione sull'euro non può che fare bene in un contesto in cui troppo
spesso una sinistra autoreferenziale discute soprattutto delle ultime affermazioni di
Vendola o di Cuperlo, senza però affrontare apertamente e criticamente i problemi
reali che interessano milioni di persone.

Questa Europa fa male, molto male. Ormai una forte minoranza dell'opinione
pubblica che sta diventando maggioranza non sopporta più l'euro ed è sempre più
critica verso questa UE che impone una crisi che non finisce più. L'elettorato si sta
polarizzando e radicalizzando, e la rabbia contro questa Europa della disoccupazione
e della povertà – altro che austerità! austerità è un delicato eufemismo! -, sta
dilagando. Però se i ceti popolari votano massicciamente a destra, qualche colpa
anche la sinistra ce l'avrà!

La nostra proposta è che per rifondare l'Europa occorre recuperare la sovranità


nazionale sia in campo politico che in quello economico, senza cederla a questa UE
neoliberista. Occorre prendere atto che questa Europa è antidemocratica e persegue
politiche intrusive e ferocemente liberiste che prolungano e approfondiscono la crisi.
Queste politiche, senza abolire Maastricht, sono irriformabili. Non è più possibile farsi
illusioni. Dopo la caduta del muro e dopo la fine della minaccia sovietica, dopo la
riunificazione della Germania e l'allargamento a est, l'Unione Europea ha subito una
mutazione genetica rispetto alle speranze dei padri fondatori. L'attuale Unione
Europea è un “non stato”, una istituzione intergovernativa che opprime i popoli, che è
diretta dalla finanza ed è guidata da una sola nazione, la Germania, e che è solo
debolmente legittimata da un Parlamento senza potere eletto nel 2009 dal 43% dei
cittadini europei. L'Europa non ci protegge dalla crisi ma ci affossa. In questo contesto
per uscire dalla crisi è necessario rivendicare la sovranità economica e monetaria
degli stati – anche se sarà ovviamente parziale, perché la sovranità piena non è più
possibile nella globalizzazione -. A livello politico la sovranità popolare si esprime
attualmente, nel bene e nel male, solo a livello nazionale dove esistono istituzioni
elette dai cittadini. La sovranità nazionale e la democrazia non possono essere cedute
gratis all'Unione Europea in cambio dell'austerità.

La sinistra non dovrebbe lasciare alla destra la rivendicazione della sovranità


nazionale in nome di un astratto ideale europeista. Sovranità nazionale è un concetto
ambiguo ma non può essere confuso con il bieco nazionalismo sciovinista e xenofobo
di Le Pen o con l'isolazionismo britannico. Battersi per la sovranità nazionale deve
invece significare semplicemente che esigiamo la democrazia e non vogliamo essere
diretti da tecnocrazie opache asservite alla finanza e ai governi dei paesi dominanti.
Oggi è necessario lottare perché i popoli possano decidere democraticamente le loro
politiche economiche: ma questo è possibile solo a partire dagli stati nazionali.
Solamente recuperando l'autonomia degli stati in campo economico e monetario e la
sovranità nazionale in campo politico è possibile tentare di rifondare su basi aperte,
democratiche e completamente nuove una Europa dei popoli. In questo senso
occorre rivendicare una sovranità nazionale aperta alla cooperazione europea e alle
battaglie democratiche contro la crisi all'interno della UE, per esempio per la
ristrutturazione dei debiti alla Grecia.

Habermas e Streeck. Il dibattito sulla sovranità nazionale in Europa


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In Francia Frederic Lordon[2] e Jacques Sapir sostengono la sovranità nazionale e
l'uscita coordinata degli stati dall'euro con la creazione di una moneta comune,
l'Eurobancor (di cui parleremo in seguito); mentre il filosofo marxista Etienne Balibar
afferma invece che tornare alla sovranità nazionale sarebbe storicamente regressivo.
Balibar mira piuttosto alla democratizzazione dell'Europa[3]:“L’unica soluzione è fare
blocco assieme, costruire contro-poteri e non dissolversi in una frammentazione di
stati”. In Germania si è aperto un dibattito vivace tra Jurgen Habermas e Wolfgang
Streeck. Il filosofo Habermas vorrebbe che la Germania (proprio questa nazione…) si
desse la missione di guidare in maniera lungimirante il processo di formazione
costituzionale degli Stati Uniti d'Europa dal momento che questo processo nel lungo
periodo sarebbe estremamente positivo per la stessa nazione tedesca[4]. Habermas
mostra così la radice idealista e hegeliana del suo pensiero. Wolfgang Streeck,
direttore del Max Planck Institute for the Study of Societies, indica invece che a causa
della pressione del capitale finanziario crescono le divergenze tra i paesi europei e
aumenta il pericolo per le democrazie; per lui è improponibile affidare proprio alla
Germania il compito di fondare l'Europa unita. Allo stato attuale, secondo Streeck, gli
Stati Uniti d'Europa sono impossibili perché non esiste un demos europeo e perché
l'Unione Europea, espressione del dominio della finanza, prevarica i popoli e la
democrazia. Meglio quindi ritornare alla sovranità nazionale in modo che le nazioni
possano anche riprendersi il diritto di svalutare o rivalutare le loro monete[5].

In Europa si incendia il dibattito sul futuro della UE e dell'euro: in Italia curiosamente


sembra che la sinistra non sia ancora culturalmente pronta ad affrontare
apertamente questi temi, che peraltro sono discussi animatamente anche in Grecia
all'interno della stessa Syriza. Nella sinistra italiana, una volta scartata l'ipotesi di
uscire unilateralmente dall'euro, considerata come catastrofica, prevale
l'allineamento alle tesi pro-euro e pro-UE, e spesso le opinioni eterodosse vengono
accantonate e censurate, come vedremo, ed escluse a priori dal dibattito pubblico. Le
mie critiche alla sinistra, anche ai pezzi nobili e pensanti della sinistra, come il
Manifesto e Sbilanciamoci, tendono a riaprire un dibattito che è ineludibile perché la
sinistra possa ancora contare qualcosa in Italia.

La bestemmia monetaria dell'euro

L'euro, la moneta unica prevista per tutti i 28 stati dell'Unione Europea e utilizzata da
12 paesi, sul piano economico è una solenne bestemmia: infatti significa che 12 paesi
molto differenti, dalla Spagna alla Germania, dall'Italia all'Olanda, dal Portogallo alla
Lettonia, sono soggetti allo stesso tasso di interesse, devono avere la stessa base
monetaria e subiscono lo stesso tasso di cambio verso i paesi extraeuropei. Ma è
chiaro come il sole che le esigenze sono diverse nei diversi paesi: un paese che corre
troppo, in cui l'inflazione è elevata, ha bisogno di alti tassi di interesse; invece un altro
paese (come l'Italia) che è fermo necessita di tassi bassi per stimolare gli investimenti.
Un paese come la Germania può riuscire ad esportare con l'euro a 1,40 sul dollaro;
altri paesi invece con lo stesso tasso di cambio non riescono più ad esportare e a
compensare l'import, e sono quindi costretti ad accendere debiti. Le esigenze sono
molto differenti.

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La moneta unica presuppone paesi con tassi di inflazione, livelli di competitività,
debiti pubblici e bilance dei pagamenti sostanzialmente in equilibrio o
tendenzialmente in equilibrio. Altrimenti la moneta unica, che non permette
svalutazioni e rivalutazioni della moneta, cioè flessibilità monetaria, agisce in senso
esattamente contrario: disequilibra le economie dei paesi. Amplifica le divergenze.
Quelli più competitivi e in surplus commerciale guadagnano ed erogano crediti; quelli
in deficit accendono debiti e perdono competitività. Se i paesi meno competitivi non
possono svalutare – che non significa fare qualcosa di immorale ma significa solo
riprezzare i prodotti nazionali verso i compratori esteri – le divergenze si
approfondiscono e generano un perverso circolo vizioso. La moneta unica applicata
in diversi contesti economici aumenta i differenziali delle economie reali. La Germania
diventa sempre più competitiva; gli altri paesi invece perdono industria. La Germania
impone una politica deflattiva per ridurre i deficit altrui e per garantirsi che le siano
restituiti i debiti. Ma la politica deflattiva comprime l'economia , provoca la crisi fiscale
dello stato, la disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, la riduzione dei redditi,
della domanda e degli investimenti. Diventa così sempre più difficile restituire i debiti.
Non a caso i debiti pubblici dei paesi mediterranei continuano ad aumentare
inesorabilmente nonostante l'austerità. In questa situazione l'euro sarà sempre in
bilico. Questa è la realtà dell'euro. Questi processi connessi alla moneta unica in aree
valutarie non ottimali, ovvero in paesi profondamente diversi, sono chiaramente
spiegati nei libri di testo dell'economia monetaria; ma molti politici ed economisti di
sinistra, vuoi per idealismo vuoi per incompetenza, vuoi per mancanza di spirito
critico e per conformismo, non hanno voluto riconoscere la realtà.

La verità è che per molta parte della sinistra il sogno di un'Europa unita e federata,
degli Stati Uniti d'Europa, ha sostituito il sogno fallito del comunismo. La sinistra ha
perso la testa e si è innamorata perdutamente dell'idea di Europa, una Europa che
però la tradisce spudoratamente con la finanza. Inoltre la questione della moneta
unica è stata considerata – salvo eccezioni – “minore” dalla sinistra italiana. Il
problema, afferma una certa sinistra europeista, non è l'euro: “le difficoltà sono ben
più profonde, radicate nell'economia reale”. Certamente l'euro non è l'unica causa
delle difficoltà europee e dei paesi del mediterraneo; ma sicuramente fa parte del
problema e non della soluzione perché amplifica le difficoltà dell'economia reale,
soprattutto quando scoppiano le crisi. Non è un caso che l'Europa sia oggi il malato
del mondo. Le questioni monetarie non possono essere sottovalutate perché hanno
un posto assolutamente centrale nell'economia. La moneta non è neutra, come
invece afferma l'ideologia monetarista. Ha effetti immensi sul piano economico,
politico e simbolico.

I tedeschi lo sanno e ci hanno spinto a sottoscrivere dei trattati, a partire da quello di


Maastricht e del fiscal compact, che rispecchiano in pieno la loro filosofia deflattiva (e
gli interessi delle loro banche e della loro industria). L'euro è nato a immagine e
somiglianza del marco; la BCE ha uno statuto ancora più restrittivo della Bundesbank,
e il fiscal compact condanna tutti gli stati a non avere debito, ad annullare qualsiasi
politica di rilancio della domanda di stampo keynesiano, ad avere bilanci asfittici e
sempre in equilibrio, senza deficit. In questo modo è annullata alla radice qualsiasi
possibilità di investimento per il futuro e qualsiasi possibilità di ripresa. Siamo in un
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vero e proprio cul de sac, e con il fiscal compact – la restituzione accelerata dei debiti
pubblici e la compressione drastica della spesa pubblica - la situazione è destinata
drammaticamente a peggiorare.

La UE non ci aiuta ma ci bastona. La Commissione UE nel suo ultimo rapporto ha dato


la pagella all'Italia e ci ha bocciato. Per rilanciare la competitività la UE ha decretato
che l'Italia deve abbassare ancora il costo del lavoro, parametrare i salari alla
produttività aziendale e differenziare i salari in base alle aree territoriali (cioè
realizzare le gabbie salariali). Il paradosso è che la sinistra, anche quella radicale e soi
disant comunista-marxista, sembra sottovalutare questi espliciti e dettagliati diktat
neocoloniali. Non sorprendiamoci poi se Grillo fa le battaglie “populiste” contro
l'Europa e conquista nove milioni di voti! Per fortuna, dico io, che in Italia c'è Grillo e
non Le Pen!

A sinistra molti suggeriscono che occorre completare l'euro, la “moneta unica


incompiuta”, grazie a una maggiore integrazione europea a livello di politica fiscale e
di bilancio, e grazie a una maggiore centralizzazione sulle decisioni economiche,
magari accompagnata da una maggiore democrazia delle istituzioni europee. Ma non
si può innalzare un grattacielo su fondamenta di sabbia e argilla. Altrimenti si
producono mostri come l'Unione Bancaria su cui recentemente l'autorevole Wolfgang
Munchau sul Financial Times ha scritto un articolo titolato “L'Europa dovrebbe dire no
ad una unione completamente sbagliata”[6]. Prima bisogna abbattere le cattive
fondamenta e poi ricostruire l'edificio su solide basi. Del resto la centralizzazione
europea sulle politiche economiche è già in atto, ed è fortemente negativa per
l'economia e la democrazia. Grazie al Six Packs la Commissione UE dà già la sua
approvazione preventiva – o il suo rifiuto – ai bilanci pubblici dei paesi europei, anche
prima dei Parlamenti nazionali. I governi e i Parlamenti sono già sorpassati ed
esautorati. Anche il governo Renzi, dopo avere alzato la voce, e dopo che forse avrà
ottenuto qualche concessione marginale, dovrà abdicare al vincolante potere
europeo.

Il governo Renzi e i trattati da ripudiare

Il governo Renzi cerca di trattare all'italiana con la UE: dice che rispetterà i vincoli
dell'austerità ma vuole fare anche manovre espansive e di crescita. Vuole la botte
piena e la moglie ubriaca. Il problema è che gli italiani firmano i trattati internazionali
pensando a come evaderli; ma i tedeschi pretendono invece (legittimamente) che i
trattati sottoscritti vengano rispettati integralmente e senza eccezioni, fino all'ultimo
comma. Sapendo che esistono i furbi, i tedeschi hanno imposto delle sanzioni
automatiche per chi infrange i trattati europei: le sanzioni scattano in caso di non
rispetto degli accordi e possono essere sospese solo con un voto a maggioranza
qualificata (molto improbabile) di due terzi dei paesi europei. Gli aiuti ai paesi in crisi
verranno poi concessi solo alle draconiane condizioni della Troika (UE, BCE, FMI), che
sono più pesanti di quelli del FMI e del Washington Consensus.

Quando Renzi ha presentato all'Unione la sua politica economica con velleità semi-
espansive, Josè Manuel Barroso, il presidente della Commissione UE, gli ha risposto
che “i trattati vanno rispettati integralmente”. E soprattutto gli ha ricordato che “i
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trattati possono essere modificati solo con l'unanimità di tutti i paesi della UE”. Cioè è
impossibile riformarli! In pratica è possibile solo ripudiarli!

I tedeschi hanno accettato una sola importante (contro)riforma proposta da Renzi:


quella del lavoro precario, che deregolamenta completamente il mercato e rende il
lavoro una merce indifesa e senza valore, una merce che costa poco e si butta
quando si vuole. La riforma di Renzi è simile a quella del socialista Peter Hartz
promossa in Germania dieci anni fa dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder che
ha generato milioni di posti di lavoro sottopagati. Così anche in Italia, grazie alla UE, ci
saranno i mini job alla tedesca a 400 euro al mese. Del resto se non si può svalutare
la moneta si svaluta il lavoro: questa è la legge ferrea della moneta unica. Ma insieme
al lavoro si svaluta anche il capitale nazionale: così è più facile per le aziende estere
conquistare le banche e le industrie di un paese in debito, magari privatizzate in nome
dell'Europa. E così i paesi più deboli cadono nel sottosviluppo, nella subordinazione e
nella povertà.

Patriottismo economico, Europa e globalizzazione

Ma la sinistra che si vorrebbe marxista o alternativa non si accorge del pericolo. Un


esempio per tutti: in un mio articolo sul Manifesto a proposito dell'assalto di
Telefonica a Telecom Italia principale azienda tecnologica nazionale, scrivevo tra
l'altro che «Il patriottismo economico è necessario per contrastare la globalizzazione
selvaggia”. Matteo Bartocci, autorevole editorialista del suddetto quotidiano mi ha
allora pubblicamente redarguito. Riferendosi al mio articolo scriveva: “Tutto ciò è
preoccupante …. Già nel definire «straniere», mani europee, si indirizza l’opinione
pubblica verso una concezione competitiva della presenza dei singoli stati
nell’Unione. Se poi ci si mette di mezzo anche il «patriottismo» i termini della
questione si fanno ancora più sinistri. In tutta la discussione sul mercato delle aziende
e sulla politica industriale la dimensione europea semplicemente scompare...”. Il
marxista Bartocci non si accorge neppure che all'interno dell'Europa gli stati
competono già ferocemente e che la svendita delle maggiori aziende nazionali,
soprattutto nel campo delle tecnologie e del risparmio, condannerà l'Italia al
sottosviluppo e alla dipendenza. Questa è la pericolosissima minaccia incombente! Gli
speculatori vogliono i gioielli e le banche dei debitori. Altro che Telefonica … ci
vorrebbero tanti nuovi Mattei! Forse bisognerebbe ricordare a Bartocci le pagine di
Marx sul colonialismo inglese e quelle di Lenin sull'imperialismo e il sottosviluppo.

La sovranità nazionale è democrazia

Si dice che gli stati non contano più nulla perché la finanza ormai è globalizzata e
quindi l'Europa e l'euro sono necessari per difendersi dalla globalizzazione. Ma la
verità è un'altra. La UE e l'euro non ci hanno procurato né stabilità né sviluppo. L'euro
non ci ha veramente difeso dalla speculazione internazionale, è un freno per lo
sviluppo e la cura dell'austerità uccide il paziente. I paesi europei che non hanno
adottato l'euro (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Polonia, ecc, ecc) e hanno una loro
moneta nazionale stanno molto meglio di noi. In Italia in cinque anni di crisi abbiamo
perso circa l'8,5% del PIL e il 30% degli investimenti. I redditi sono scesi al livello dei
primi anni '90, quando l'euro ancora non c'era, e l'Italia ha il 13% di disoccupazione.
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Un terzo delle famiglie è a rischio povertà, aumenta la pressione fiscale, diminuisce la
spesa pubblica e tuttavia cresce il debito pubblico, e l'Italia non può più neppure
manovrare la sua moneta. Opera con una valuta sostanzialmente straniera che
impone il fiscal compact. E' francamente difficile affermare che … fuori dall'euro
saremmo stati peggio!

Sul piano politico la democrazia si esprime esclusivamente a livello nazionale.


Nessuno della Troika (commissione UE, BCE, FMI) è stato eletto dai cittadini. Il
Parlamento della UE non ha praticamente poteri e serve soprattutto a dare una patina
di legittimità alle decisioni dei governi e della Commissione UE. Non può proporre
disegni di legge. Anche se i socialisti prevarranno nel Parlamento europeo, i trattati
intergovernativi avranno vita propria, almeno fin quando non verranno aboliti. Come
pensa Schultz di rovesciare, come promette, le politiche UE? I parlamenti e i governi
nazionali sono invece, nel bene e nel male, eletti democraticamente, e possono
rigettare i trattati. A livello nazionale i popoli possono influenzare – seppure con
molta fatica! - la politica economica e di bilancio (fisco e spese pubbliche) perché
hanno l'arma potente del voto, delle mobilitazioni sociali e sindacali, della lotta e della
partecipazione democratica. Tutto questo per ora non esiste a livello europeo – e
prevedibilmente non esisterà ancora per parecchi anni – . I trattati intergovernativi
non sono stati sottoscritti dai popoli ma possono essere ripudiati dai Parlamenti
nazionali o rigettati via referendum. In Italia un referendum sull'euro attualmente non
si può fare. Ma sarebbe giusto farlo. In Francia e in Olanda i popoli si sono già
espressi contro una falsa Costituzione Europea per salvaguardare la loro sovranità. E
la Svezia e la Danimarca con un referendum hanno deciso di non entrare
nell'eurozona. Beati loro! La Polonia ha rimandato l'ingresso nell'eurozona. Una forma
felice di nazionalismo! Solo recuperando la sovranità nazionale è possibile che i
popoli possano difendersi dalle politiche neocoloniali della UE e sperimentare nuovi
modelli di sviluppo sostenibile. Senza sovranità nazionale non ci può essere neppure
un'ombra di democrazia.

Uscire dall'euro e creare l'eurobancor, la moneta comune ispirata a Keynes

E' necessario difendere le economie nazionali dall'attacco predatorio che questa


Unione Europea promuove per conto della finanza e dei paesi ricchi. Chi scrive
suggerisce che la sinistra proponga un'uscita concordata dei paesi europei dall'euro
(Germania compresa, se vuole). Non è solo la mia proposta. E' la proposta dell'uomo
di sinistra che forse più di ogni altro in Europa si intende di finanza: Oskar Lafontaine,
ex ministro tedesco delle finanze, ex presidente della SPD, fondatore della Linke
tedesca. Secondo Lafontaine (che a differenza di Schulz ha fatto autocritica per le sue
passate posizioni pro-euro) bisognerebbe abolire Maastricht, convenire il ritorno alla
sovranità monetaria degli stati e concordare un regime di cambi fissi aggiustabili.
Secondo Lafontaine bisognerebbe buttare la moneta unica per salvare l'Europa e
impedire che la Germania divenga il bersaglio dei popoli europei che soffrono per
l'euro. Ma la sinistra europea e italiana non vuole neppure ascoltare le sue tesi e
discuterne. Quando ho proposto a Sbilanciamoci.info, uno dei migliori think tank della
sinistra italiana sull'economia, un articolo che comprendeva la traduzione della

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proposta di Lafontaine, la redazione (o forse parte di essa) ha rifiutato la
pubblicazione. La soluzione di Lafontaine è forse apparsa troppo radicale per potere
essere pubblicata (la mia traduzione è poi apparsa su Micromega[7]).

Ma il progetto che suggerisco non è solo di tornare in maniera concordata alla


sovranità nazionale e monetaria. E' possibile proporre una moneta comune
europea[8]. Per combattere la speculazione internazionale, la UE e la BCE dovrebbero
gestire, sulle orme di quanto proponeva John M. Keynes a Bretton Woods, una
moneta comune europea, l'EuroBancor, di fronte al dollaro e allo yen[9]. Così si
potrebbero coniugare efficacemente sovranità nazionale e cooperazione europea,
stabilità e sviluppo.

Purtroppo però buona parte della sinistra ritiene che la sovranità nazionale sia da
demonizzare perché sempre di destra. Eppure, senza reclamare il potere democratico
delle nazioni, la sinistra rischia di apparire cedevole verso i poteri forti e di
allontanarsi dal sentimento popolare nel nome di un nuovo “sol dell'avvenire”, il
nobile ideale europeista.

NOTE

[1] Martin Schulz, la Repubblica, Quel doppio shock che risveglia l'unione, 21 marzo
2014

[2] Frédéric Lordon, Manifesto-Le Monde Diplomatique, Si può uscire dall’euro con
una moneta comune, agosto 2013

[3] Etienne Balibar, Manifesto-Le Monde Diplomatique, Un nuovo slancio, ma per


quale Europa? Marzo 2014

[4] Democracy, Solidarity and the European Crisis, Lecture delivered by Professor
Jürgen Habermas, 26 April 2013, Leuven

[5] Streeck Wolfgang, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo


democratico, Feltrinelli 2013

[6] FT, 16 marzo 2014 “Europe should say no to a flawed banking union”

[7] Vedi Micromegaonline, Enrico Grazzini, Lafontaine e la trappola dell’euro, 21


maggio 2013

[8] Enrico Grazzini, Micromegaonline, Da moneta unica a valuta comune: una terza via
per superare l’Euro, 27 dicembre 2013; Massimo Amato, Luca Fantacci, “Fine della
finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne”, Donzelli, 2012;
Daniela Palma e Guido Iodice, Euro e monete nazionali, the best of both worlds,
pubblicato da keynesblog il 26 agosto 2013; Alfonso Gianni, Micromegaonline, Tra
perseverare nell’euro e uscirne, c’è una terza strada da percorrere, 3 settembre 2013,
e Alternative per il socialismo N. 28

[9] John Maynard Keynes “Eutopia. Proposte per una moneta internazionale”, a cura
di Luca Fantacci, et al./edizioni, 2011

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(26 marzo 2014)

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