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Aldo Nove

Superwoobinda

Einaudi
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Maria
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A schemi di costellazioni

© 1998 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

In copertina: foto © Jason Horowitz / Stone / Gettyimages.


Progetto grafico di Riccardo Falcinelli

www.einaudi.it
Ebook ISBN 9788858403723
Superwoobinda
Woobinda
Lotto numero uno
Il bagnoschiuma

Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal.
Mia madre diceva che quel bagnoschiuma idrata la pelle ma io uso Vidal e voglio che in casa tutti
usino Vidal.
Perché ricordo che fin da piccolo la pubblicità del bagnoschiuma Vidal mi piaceva molto.
Stavo a letto e guardavo correre quel cavallo.
Quel cavallo era la Libertà.
Volevo che tutti fossero liberi.
Volevo che tutti comprassero Vidal.

Poi un giorno mio padre disse che all’Esselunga c’era il tre per due e avremmo dovuto
approfittarne. Non credevo che includesse anche il bagnoschiuma.
La mia famiglia non mi ha mai capito.

Da allora mi sono sempre comperato il bagnoschiuma Vidal da solo, e non me ne è mai importato
nulla che in casa ci fossero tre confezioni di Pure & Vegetal alla calendula da far fuori.
Anzi quando entravo nel bagno e vedevo appoggiata al bidè una di quelle squallide bottiglie di
plastica non potevo fare a meno di esprimere tutta la mia rabbia, rifiutandomi di cenare con loro.

Non tutto può essere comunicato.


Provatevi voi a essere colpiti negli ideali. Per delle questioni di prezzo, poi. Stavo zitto.
Mangiavo in camera mia, patatine e tegolini del Mulino, non volevo più nemmeno vedere i miei
amici: fingevo di non esserci, quando mi chiamavano al telefono.

Giorno dopo giorno mi accorgevo di quanto mia madre fosse brutta.


Avevo una madre che non avrebbe mai potuto candidarsi in politica, con le vene varicose e le dita
ingiallite dalle sigarette.
Mia madre mi faceva schifo e mi chiedevo come era possibile che da bambino la amassi.
Mio padre diventava sempre più vecchio anche lui.
Era davvero arrivato il momento di ammazzarli.

Una sera uscii dalla mia camera e dissi loro che avevo deciso di eliminarli.
Mi guardarono con i loro occhi da vecchi e, stupiti forse dal fatto che gli rivolgessi la parola, mi
chiesero perché.
Dissi che dovevano cambiare bagnoschiuma, almeno.
Si misero a ridere.

Allora salii in camera e presi la lattina di pomodori pelati che mi ero nascosto sotto il letto per
mangiarmeli di notte.
Tornai in cucina e chiusi la porta a chiave.

Urlai a mia madre che era una schifezza di persona e che si sarebbe dovuta fare asportare l’utero
prima di concepirmi.
Mio padre si alzò di scatto cercando di darmi una sberla ma io gli tirai un tale calcio nei testicoli
che cadde a terra senza respirare.

Mia madre si avventò piangendo su di lui, urlando cose sconnesse che la rendevano ancora più
vecchia e ridicola. Le affondai il coperchio di latta tagliente sul collo, uscivano litri di sangue mentre
gridava come un maiale.
Poi ammazzai mio padre con il coltello dei surgelati.
Mi faceva davvero schifo come morivano vomitando sangue.

Su tutte le piastrelle c’era sangue e ancora se ne aggiungeva mentre quelli diventavano di un altro
colore.

Tornai di sopra e presi le due bottiglie (una l’avevano finita) del loro bagnoschiuma del cazzo.
Le portai giù in cucina e le appoggiai sul tavolo mentre con il pestacarne rompevo il cranio di mia
madre.
Il cervello fuoriusciva molto viscido e c’erano pezzetti di pelle con capelli che si staccavano
come scotch.

La testa di mio padre mi sembrava più molle oppure avevo semplicemente dato il colpo giusto.
Misi i cervelli dentro il lavandino e pulii bene l’interno delle loro teste con lo Scottex.
Ci versai dentro il Pure & Vegetal, dovevano capire che t
Complotto di famiglia

Mia moglie Vincenza 32 anni Pesci mi ha detto dài facciamo una storia con un’altra coppia
proviamo una nuova esperienza sessuale con questi qui me ne parlava non mangiamo sempre la stessa
minestra perché non ti vado più le ho detto. Mi ha detto ma dài Eugenio 50 anni Sagittario cosa
c’entra proviamo per vivere una sensazione diversa tu con un’altra donna io con un altro uomo
facciamo lo scambio di coppia mi ha detto.

Va bene proviamo facciamo prima vediamo com’è ero stupito come li hai conosciuti le ho detto ho
incontrato lei mi ha proposto lo scambio è una coppia molto bella proviamo andiamo mi ha detto.

Va bene andiamo le ho detto. Mi ha portato in casa di questi due Francesca un pezzo di figa
giovane 20 22 anni suo marito un bel tipo 26 27 anni Marco lei mia moglie è andata nella stanza con
il tipo Marco rideva ero stupito mi sembrava tutto un sogno mia moglie era sempre stata fedele così
credevo se ne era andata di là con quel tipo Marco io ero rimasto lì con quel pezzo di figa che pezzo
di figa ho pensato.

Hai mai fatto lo scambio di coppia mi ha detto no non l’ho mai fatto le ho detto. Le ho guardato le
cosce le guardavo la bocca il seno guardavo a questa pezzo di figa la minigonna mi diceva dài non
essere timido no non sono timido è che mi sembra tutto un sogno le ho detto.

Ma mia moglie quella troia con quel tipo Marco era di là io di lì con quella tipa con il cazzo duro
era sdraiata sulla poltrona con le cosce la minigonna e tutte le cose dell’eccitazione sessuale
avvicìnati mi ha detto mi piaci mi ha detto anche tu mi piaci le ho detto sudavo.

Ma mia moglie quella troia con quel tipo Marco era di là io guardavo la tipa vicino a me sempre
più vicina chissà come si sta divertendo tua moglie con mio marito adesso divertiamoci anche noi mi
ha detto sì divertiamoci adesso quella troia di mia moglie le ho detto.

Mia moglie allora è entrata nella stanza con quel tipo è entrata ridendo cosa hai fatto di là le ho
gridato lei diceva non gridare mi ha detto.

Porca puttana cosa hai fatto di là con quel pirla cosa hai fatto di là dimmi cosa hai fatto di là con
questo infamone qui di là.

Stai tranquillo mi ha detto la figa la moglie del tipo no non sto tranquillo voglio sapere porcodio
adesso do fuoco alla casa ho tirato un pugno alla puttana che c’era lì stai tranquillo no porcodio
siamo a Complotto di famiglia mi ha detto la puttana cazzo me ne frega sei a Complotto di famiglia
calmati Eugenio quel programma con Alberto Castagna con Raffaella Trotta quella che dice ci
vediamo tra un attimo un istante solo a tra poco tra un istante Bellissima se sei alta almeno un metro e
settanta taglia 42 puoi partecipare a Bellissima dalla baia di Gabicci Cotonella slip il vino Ronco si
strappa così ogni volta che premi la merenda con formaggio e frutta latte Plasmon senza coloranti con
formaggio e frutta Pronto legno pulito con sapone e detergente pulisce a fondo le superfici in legno
senza risciacquare allacciati la cintura ragazzo guarda dove siamo sembra l’Egitto siete a Gardaland
le mie scarpe che bello sono Sanagens hanno il plantare in farmacia da Vichy per combattere la
cellulite non girare a vuoto 144.11.429 quella figa di Sanremo non la Koll quell’altra quella bionda
che corre in mutande tra i palazzi volume d’effetto senza ferretto in prima TV per i Filmissimi
Harrison Ford prossimamente su Canale 5.

Bentornati a Canale 5 bentornati a Complotto di famiglia su Canale 5 quella trasmissione hai


capito mi diceva mia moglie ti abbiamo fatto uno scherzo per andare da Castagna per ridere con la
televisione no dài non fare così ma io non capivo in quel momento Castagna Canale 5 mia moglie era
una troia cosa mi importava di Canale 5 la televisione cosa mi importava porcodio ho rotto la testa a
quella troia che c’era lì seduta vicino cosa mi interessa di Canale 5 questa storia gridavo sono
arrivati degli uomini sono usciti dal muro ma cosa fai sei impazzito cosa fai mi hanno detto.
A letto con Magalli

Sono una signora di 52 anni, bionda ossigenata. Mi chiamo Maria e il segno a cui appartengo è
Gemelli.
Ho il sogno di andare a letto con Magalli. Magalli assomiglia a mio marito, ma è famoso.
Se vado a letto con mio marito, nessuno dice niente. Se vado a letto con Magalli ne dicono tutti.

Andare a letto con qualcuno è una cosa che piace alla gente. Più o meno fanno tutti le stesse cose.
Vanno a letto tutti allo stesso modo. Ma alcune persone sono famose, la gente le vede in
continuazione e pensa come è scopare con quello lì che parla quando tu stai guardando la televisione
mentre mangi con tuo marito la suocera i figli.

Non che creda che Magalli sia meglio di Costanzo degli altri anzi non è il più bello il più bello è
Cecchi Paone con le bretelle o anche Fede è un uomo vissuto può piacere sul piano sessuale.

No Magalli dà sicurezza si capisce che non è strano che non vuole fare cose strane come quelle
che dice mio marito quando telefona al 144 ad esempio leccare dietro, sono cose che Magalli non si
permetterebbe mai è un personaggio pubblico non una delle donnine del telefono.

Magalli quando risponde al telefono risponde con ironia con il modo di fare della persona sicura
di sé della persona che ti fa sentire a tuo agio che fa delle battute anche forti ma senza mai esagerare
insomma è un uomo di classe e inoltre è da considerare che è basso e con la pancia socievole un
uomo di questo tipo, di cui puoi fidarti perché non assomiglia a un latin lover anche se bisogna
sempre considerare che si vede spesso in televisione è tutti i giorni in televisione questo fa sì
comunque che un certo desiderio lo susciti nel pubblico che lo guarda.

Con Magalli vorrei scappare in un posto non troppo famoso ad esempio in una spiaggia qualunque
così la gente mi vede passare guarda quella è lì insieme a Magalli passeggiano assieme mi guardano
per vedere com’è la donna che è lì insieme a Magalli.

Oppure sto qua a Firenze vado dal parrucchiere con Magalli le amiche dicono guarda Maria è con
Magalli è davvero Magalli chissà come lo ha conosciuto se è davvero Magalli figurati se è così e io
mi stringerei al suo petto lo prenderei sotto braccio per andare in San Frediano con la luna piena a
comperare una pizza napoletana al taglio.
Woobinda

Da quando ci sono le televisioni di Berlusconi non fanno più vedere Woobinda, il ragazzo
svizzero pallido che corre nella savana. Questo è uno degli effetti della destra.

Mi chiamo Giuseppe, ho trentuno anni. Ariete. Sono di sinistra come Woobinda. Woobinda faceva
solidarietà. Il disco urlava: «Woobinda aiutami, Woobinda aiutami». Era un disco degli stessi che
cantano Furia. Anche Furia non lo fanno più.

Furia una volta lo hanno rifatto. Non era lo stesso di quando io ero giovane. Aveva una sigla
orribile. Non faceva sognare. La mia generazione ha tantissimo bisogno di sognare.

La mia generazione crede in qualche cosa di nuovo. Woobinda i ragazzi di oggi non lo conoscono.
Inoltre non conoscono Phantomas.

La sera, torno a casa dalla finestra. Faccio sempre rimettere il vetro dopo che l’ho rotto entrando
dalla finestra.
Se nella savana ci fossero state le finestre Woobinda sarebbe entrato da lì spaccandole. Un giorno
non ci saranno più foreste e allora Woobinda finirebbe come alla televisione di oggi, che non esiste
proprio.

Ma esiste, lui, come se il tempo non fosse passato, dentro di me.


Dentro tutte le persone che hanno ancora qualcosa da dire. È la forza di avere trent’anni negli anni
Novanta.
È sapere dove stai andando.

Mia sorella si ricorda di Woobinda poco, perché quando lo davano aveva meno di dieci anni.
Dice che per lei Woobinda è solo uno che gridava prima dell’ora di cena. Non ha in mente le trame
delle storie e le è andata via di memoria la faccia.

Si ricorda bene di Barbapapà.


Barbapapà era insieme alla sua famiglia di Barbe. Barbapeloso era il più simpatico.
Ma era solo un cartone animato, non rappresentava niente. Era un cartone animato di destra, un
cartone animato della Lega Lombarda perché non aveva un discorso suo di fondo come Woobinda,
che ci faceva sentire uniti, quando uscivamo la sera a suonare i campanelli nel 1979 avevamo in
mente quella cosa lì, ci faceva sentire uniti tutti, ora le forze sono m
Vibravoll

Sono una ragazza di ventisette anni. Mi chiamo Stefania e sono Ariete cuspide Toro. Mio marito si
chiama Gianni, ha quarant’anni e fa l’agente di finanza.
Io sono poetessa e redattrice di un giornale femminile, dove mi occupo della rubrica della
corrispondenza. Per la maggior parte si tratta di questioni sentimentali insopportabili. Trite e ritrite.
Allora quando esco dall’ufficio faccio delle lunghe corse in macchina, che mi rilassano ancora di più
da quando ho comperato il mio telefono cellulare.

Il mio telefono cellulare è uno Sharp TQ-G400.


Misura 130 per 49 per 24 millimetri e pesa 225 grammi con la batteria standard.
Ha due tasti cursori posti sotto i pulsanti di invio e di chiusura delle chiamate che mi permettono
di scegliere il menù attraverso il quale dispongo facilmente delle funzioni di accesso alle opzioni che
mi interessano.
Il display devo dire che è veramente molto bello, indubbiamente più bello di quello del Pioneer
PCC-740 che ha Maria.

Il mio telefono cellulare ha indicati il livello di ricezione del segnale, quello della carica della
batteria, lo stato del telefono e l’ora.

Ha una piccola luce lampeggiante che mi permette, anche se lo lascio appoggiato da qualche parte
nella stanza o sulla macchina, di sapere lo stato delle batterie oppure se è in atto il processo di
scarica.
Registra in memoria le ultime dieci telefonate che ho fatto.

Così, quando guido sull’autostrada alla ricerca di un attimino di relax, posso telefonare a Gianni e
farmi dire delle porcate. Gianni mi dice: «Ti leccherei la figa, brutta bagascia che non sei altro», e io
guido e mi bagno.
Gianni mi telefona sempre da Piazza Affari dove tutti gridano e nessuno si accorge cosa dice il
mio Gianni al suo cellulare, un Ericsson EH237 da 1 583 000 lire.
Il cellulare di mio marito ha 199 memorie, e sei ripetizioni automatiche di numeri.
Pesa 20 grammi meno del mio e le sue misure sono di 49 per 130 per 23 mm.
Non ha un’antenna filiforme. Ha un’antenna elicoidale.

Bene, con questo Ericsson EH237 mio marito mi telefona quando guido per dirmi delle cose
galanti.

Siamo una coppia moderna e ogni tanto andiamo al sexy shop Danubio Blu, vicino a Linate, per
comperare attrezzi coadiuvanti alla piena riuscita del nostro intrigante rapporto di coppia. L’ultima
volta abbiamo speso 119 700 lire.
Abbiamo comprato un fallo anatomico con schizzo non vibrante da 34 900, un Duett vibrante ano-
vagina da 49 900 lire e delle palline cinesi stimolanti e vibranti da lire 34 900.

Però devo dire che una coppia così, che viaggia molto, dovrebbe senz’altro avere, come me e
Gianni, Vibravoll.
Vibravoll è l’avvisatore silenzioso dei telefoni cellulari che mio marito mi ha messo nel culo il
giorno dell’anniversario del nostro matrimonio.

Mi ha detto: «Aspetta che ti metto una cosa su per il culo».


Pensavo che fosse il solito vibratore, con schizzo o senza schizzo, vibrante o non vibrante, con
glande scopribile o non scopribile, insomma un oggetto da mettere nel culo.
Invece era Vibravoll.

Mio marito è uscito dalla stanza e mi ha chiamata con il suo Ericsson EH237 al mio Sharp
TQ-G400.

Subito Vibravoll ha incominciato a vibrare, segnalando la chiamata in arrivo e quella stimolazione


così intensa che non avevo mai provato non avevo mai vissuto mi ha fatto impazzire ho scoperto
come la tecnica di questi nostri giorni felici possa cambiare e migliorare un rapporto sessuale
mugolavo pazzescamente con quell’apparecchio nel culo non ce l’ho fatta più mi sono alzata dal letto
e ho preso dal comodino il mio telefono cellulare ero esosa. Ero una troia in calore.
Me lo sono strofinato subito contro la figa energicamente su e giù. L’antenna così premeva
ripetutamente piccola e morbida come solo le antenne Sharp sul clitoride provai un orgasmo così
intenso che mai prima d’allora avevo provato e mio marito entrò nella stanza era bellissimo
Scorpione ascendente Leone aveva il suo Ericsson EH237 nella mano destra acceso e lampeggiante lo
teneva premuto sul cazzo paonazzo mi diceva con la lingua di fuori «Ti amo coniglietta mia adorata»
e venni, tanto.
Lotto numero due
Vermicino

È una cosa importante. È forse la cosa più importante, avere qualcosa da ricordare come
Vermicino.

Un fatto che ti è accaduto, e che se vai a cercare lo ritrovi intatto, messo a posto via dentro te
stesso. Così se cerchi di ricordare ti fermi, c’è qualcosa di solido, che rimane. Da raccontare ai tuoi
nipoti. La storia.

Questo Vermicino, io lo ricordo.


Perché forse è stato il momento più bello della mia vita, te lo racconto così come è successo, con
la luce spenta tutti alzati assieme a guardarlo. C’era silenzio. Era notte. Diventava sempre più notte a
guardare Vermicino alla tele. Eravamo milioni di persone e lui giù, lì da solo.

Cercava di non morire, con un microfono lo diceva a tutti i telespettatori, che non voleva morire
Alfredino Rampi. E noi lì, come dei tifosi della vita, ad aspettare che si vedesse che lo salvavano da
quel buco.

Mia madre diceva fate silenzio, fate silenzio tutti si sente che dice qualcosa al microfono, lo
intervistavano in silenzio su com’era morire lì, senza che nessuno ti può vedere, tutti ad ascoltare
però. Se piangeva se gridava.

Mi ricordo l’espressione di Alfredino, sui giornali, sempre quella, che chiudeva un po’ gli occhi
per il sole, con una canottiera a righe. Prima che cadesse nel fosso della televisione. Allora quando
viveva così, un bambino normale, anche molto carino era senza la diretta notturna.

Penso che se Alfredino moriva ora aveva la pubblicità come problema, più per i telespettatori che
per lui direttamente, impegnato a sopravvivere un attimino in più. Avrebbero cercato un momento
neutro per mandare la pubblicità dei croccanti per il cane, come quando nelle partite la palla esce dal
campo, un giocatore va a recuperarla, e fanno lo spot di una cosa.
Ma moriva sempre allo stesso modo, non c’era pausa, quel bambino moriva tutta la notte.

Per farti intervistare dovevi essere suo parente, o una maestra che lo aveva avuto. Due parole al
telegiornale e via, tornavi nessuno.

Alcuni provano a scendere nel buco. Un sardo alto un metro, che pesava quindici chili è sceso giù.
Alle cinque del mattino è tornato sopra senza Alfredino, che smottava deciso nelle voragini della
terra.

Mi sembra che c’era anche il presidente della Repubblica, che allora forse era Pertini, e stava
intorno al fosso come il sindaco di Vermicino.

Per stare vicino al fosso dovevi essere importante, gli altri guardavano alla tele, come alla Scala,
se non sei qualcuno vai su nel loggione.

Vermicino era un programma davvero spontaneo. Non come certi programmi di adesso, ad
esempio Perdonami di Mengacci, dove è già successo che hanno ammazzato veramente, ma non era
come a V
Pensieri

Quando inizia Non è la Rai abbasso tutte le tapparelle.


Chiudo la porta a chiave e mi apro un pacchetto di dixi, o a volte di fonzies, dipende da cosa ha
comprato mia madre, e mi guardo quelle noccioline che scuotono le tette fresche.
Mi piace pensare che siano tutte nelle mia stanza, e che ogni oggetto sia saturo del profumo delle
loro fighe pulite.

Non ho mai visto, dal vero, una figa.


Del resto, pur pensandoci tutto il giorno, non credo che potrei farne nulla, pensando che da lì
escono il sangue, la piscia e i bambini pieni di schifezze bagnate.
Sull’enciclopedia medica ho visto delle fighe con il tumore.
Una sembrava che aveva una melanzana marcia appoggiata sopra, dalle tonalità che sfumavano
verso il blu elettrico, con delle venuzze viola tutt’attorno.
Un’altra figa era divisa in due da un’escrescenza arancione, molto raccapricciante da guardare.

Ma di questo non m’interessa nulla.


L’amore è una cosa seria.
Alle due e mezza mi sintonizzo su Italia 1.

Quando mio padre è morto pensavo che un giorno una di quelle ragazze mi avrebbe amato.
Era per non pensare alla morte, che non so cosa è e non voglio che accada, almeno la mia.
Se mi viene da pensare alla morte mangio moltissimo, svuoto il frigorifero di tutto quello che c’è,
poi mi metto sul letto e dormo fino a quando non inizia Fiorello.

Fiorello è il migliore di tutti.


Sa scherzare bene e canta in qualunque stile.

Ho dei quaderni con tutte le ragazze di Non è la Rai.


La copertina di quello con Mary è irresistibile.
Ha degli occhi, Mary...
Quante volte ho sognato di metterla a novanta gradi.
Poi le tiravo giù le mutande e le spaccavo il culo.
Con una ragazza così mi piacerebbe andare al cinema e vedere qualunque film.

Mary non è stronza come Ambra.


Mary è molto più dolce.
Mary studia filosofia.
Mary ha i capelli biondi.
Mary non grida.
Mary ha le gambe più lunghe di Pamela.
Mary non cerca di rubare spazio alle altre ragazze.
Mary mi fa vivere la speranza di un mondo migliore.
Mary mi fa battere il cuore fortissimo.
Mary è più bella di Miriana.
Mary è molto riservata.
Mary ha il sorriso più bello che esiste.
Mary è del segno dei Pesci.
Mary parla tre lingue.
Mary sconfiggerà questa noia che non ha mai fine.
Mary guarda di profilo con le sue labbra grandi e impazzisco.
Mary balla con moltissima grazia.
Mary ha la pelle profumata.
Mary è tutto quello che possiedo.

A volte, durante la pubblicità cambio canale, anche se alcune, come quella della Neocibalgina, mi
piacciono moltissimo, specialmente per la canzone, oppure quella di Saratoga, con la modella che si
butta nell’acqua.

Se capita che mi faccio una sega sto attento di venire quando è inquadrata Mary o al limite
Roberta, e se, come mi è successo una volta, sborro mentre inquadrano uno dei finti poliziotti che ci
sono lì, allora è uno schifo.

Quando muoio voglio che mi seppelliscano con Mary, o almeno una sua fotografia.
La strage di via Palestro

Quando sono andato alla strage di via Palestro con la mia ragazza, Capricorno, era vestita in modo
da puttana.
Ciò poteva sembrare irrispettoso, specialmente perché aveva i pantaloni aderenti, neri, ma nessuno
sembrava farci caso, perché davanti a una strage non si fa caso nemmeno alla figa.

Prima la sera uno è normale, magari è tuo marito, o tua moglie, e poi va in via Palestro e finisce a
tocchetti sugli alberi e per terra e sui cofani delle auto parcheggiate duecento metri più in là, e non si
trova ad esempio un pezzo di schiena, e quello era tuo marito dentro i sacchetti per i morti.

Tutti pensano ai morti.


Anch’io. Ho vent’anni. Passando tra la gente, mi vedevo le macerie ed ero triste, ma meno che
guardando la televisione, perché alla televisione tutto sembra più vero, e i collegamenti sono
immediati, la strage ti entra in casa all’improvviso, non c’è calcolo, nessuno dice «andiamo alla
strage», succede.

Dal vivo, alcuni giorni dopo, il luogo della strage è pieno di gente che guarda le macerie o guarda
altra gente che ha lo sguardo sospeso nel vuoto.
Molti scuotevano la testa parlando a voce bassa.

Sugli alberi c’erano molte foto della Madonna attaccate con lo scotch, e delle poesie.
Anche dei discorsi lunghissimi, difficili da capire, o pensieri di bambini.
Anch’io, se avessi un figlio, gli farei scrivere delle poesie sui morti e lo porterei alle stragi.

La sera in cui esplose la bomba in via Palestro anche in altre parti d’Italia erano scoppiate delle
bombe.
Giravo tra i canali per capire dove.

Pensavo che forse era la fine dell’Italia. Che sarebbe scoppiato tutto.

Andando a letto mi veniva in mente quel marocchino esploso sulla panchina. Quando si lascia che
la gente dorme dove vuole nessuno può garantire che il giorno dopo si svegli.

Io, il giorno dopo sono stato anche alla manifestazione. Tutti erano arrabbiati ma non si riusciva ad
arrabbiarsi contro nessuno di preciso.
Eravamo arrabbiati in generale.

Mi sarebbe piaciuto dire qualcosa agli intervistatori di Rai 1 che c’erano ma se mi avessero
intervistato non avrei saputo che cosa dire. Avrei detto che non si doveva fare così, una strage.
Poi siamo andati da Burghy e ho preso un king-bacon e le patatine regular e un cheese e il succo
d’arancia e un apple-bag, mentre la mia ragazza ha preso un king-cheese e il fish e una patatine small
e la coca max.
Cuffie a raggi infrarossi

Ilaria era venuta a casa mia a vedere L’esorcista. Io sono la sua amica Stefania e ho sedici anni.
Secondo me il suo scopo non era vedere il film. Credo che voleva scoparmi. E infatti mi scopò.

Durante la pubblicità mi baciava, e dopo dieci minuti aveva già infilato la mano tra le mie cosce,
scostando le mutandine e toccandomi la figa.
Appena il film stava per riprendere le afferravo la mano e gliela mettevo a posto.

A circa metà del primo tempo Ilaria iniziò a sditalinarsi forte.


A me non me ne fregava nulla perché volevo vedere L’esorcista.
Sentivo il suo respiro diventare sempre più affannoso, poi iniziò a mugolare come una cagnona in
calore.
Mi levai dal divano per alzare il volume.

Ilaria mi disse di mettere una videocassetta porno con Ron Jeremy, e che L’esorcista lo avremmo
potuto vedere un’altra volta.
Stavo incominciando a rompermi.
Le chiesi cosa era venuta a fare, se non voleva vedere il film, visto che a me invece interessava.
Lei disse che mi amava e io andai in camera a prendere le cuffie a raggi infrarossi.
Attaccai il cavo alla tele e non la stetti più a sentire.

Ma quella maiala non smetteva di darmi fastidio.


Dimenandosi faceva traballare tutto il divano.
Il telecomando, che era appoggiato lì vicino, cadde a terra.
Non me ne sarei accorta se non fosse cambiato il canale.

Mi trovai davanti agli occhi La ruota della fortuna.


Sbuffai e rimisi su Rete 4.

Per poter guardare in pace il film mi tolsi le mutande e dissi a Ilaria di leccarmi pure la figa,
bastava che non si agitasse troppo, e soprattutto che non si mettesse davanti allo schermo.

Si sdraiò a terra infilando la testa sotto la mia gonna.


A un certo punto andò via l’audio.
Probabilmente erano finite le pile delle cuffie.
Quattro ministilo da 1,5, le avevo cambiate meno di due settimane prima.
– Ilaria, – dissi, – smettila, sono finite le pile.

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento

Emerse dalle mie gambe, guardandomi inebetita.


– Cosa c’è? – fece tutta ansante.
– Sono finite le pile delle cuffie, non sento
Lettera commerciale

Caro distributore,

Avrà certo partecipato, da persona sensibile quale Ella è, al terribile lutto che in questi giorni tutti
ci ha colpiti.
La scomparsa di Federico Fellini ci ha toccato proprio nel cuore.
Tutti, nel corso degli anni, siamo stati catturati dal suo fascino e dalla sua poesia.
L’opera di Fellini, Ella ne converrà, ha raggiunto con semplicità ed efficacia le più alte vette di
quel genio italico a cui già tanti artisti avevano dato fecondo contributo (es. Leopardi).
Pure, l’astro di Federico Fellini brilla in un modo tutto particolare nel nostro Parnaso.
La formidabile partecipazione di popolo alle sue esequie nonché i continui lanci d’agenzia nei
giorni della sua agonia sono stati efficace espressione di quanto diffusa fosse in Italia la stima per
Fellini.

Ed è proprio con un particolare riguardo a questo aspetto che sottoponiamo alla Sua attenzione il
depliant allegato a questa lettera.
La linea di oggettistica commemorativa che stiamo lanciando su scala nazionale si rivolge a una
fascia di utenti estremamente vasta.
Saprà Ella scegliere, secondo le specifiche esigenze della sua attività, ciò che più può adattarsi,
nello specifico, alla sua clientela.
Le consigliamo comunque un riguardo particolare per la linea di bocce di Fellini morto con la
neve.

L’infelice calvario del Maestro è il motivo che abbiamo scelto per immettere linfa vitale in un
mercato, quello delle bocce di neve, ormai in crisi.

I soggetti tradizionali (chiese, panorami, pupazzi disneyani) non sono più al passo con le esigenze
di un pubblico oggi molto esigente e attento al mondo che lo circonda.
Un pubblico moderno, che merita quindi bocce di neve più complesse e articolate nel messaggio,
cariche di valore simbolico e culturalmente gratificanti.

Valuti personalmente il campione accluso. Ne consideri le perfette fattezze dei particolari. La cura
con cui è stata riprodotta la cannula dell’ossigeno, come realisticamente questa si introduca nelle nari
di plastica del pupazzetto di Fellini (fig. 3, pag. 6) resistente agli urti.
La neve nella sala d’ospedale darà un tono vagamente natalizio a un evento così sottratto alla sua
poco commercializzabile tristezza.

Troverà anche tre cartoline «magiche» (sempre a soggetto commemorativo).


Tale genere di gadgets, presenti sul mercato specialmente negli anni Settanta, deve il suo effetto
alla particolare composizione del cartoncino che, differentemente inclinato, esibisce ora una ora
un’altra immagine.
I soggetti tradizionali (modelle, scene per bambini) sono stati da noi sostituiti con cordiali
illustrazioni del regista di Amarcord, ritratto in atteggiamenti affettuosi con la moglie Giulietta
Masina, anch’essa indimenticabile protagonista dei nostri giorni.
Inclinando il cartoncino, una triste immagine del regista di La strada in coma apparirà all’utente
ricordando così la drammatica opposizione della vita e della morte che tutti ci riguarda.

Capirà quanto sia serio e ricco di aperture sul mercato il nostro catalogo.

Lunga vita dunque a Federico Fellini e buon lavoro a lei.


Lotto numero tre
La macchina spaccabaci

Quando per la strada vedo i ragazzi della mia età che limonano è come se mi esplodesse
un’industria nel cuore.
L’odio non è una generica avversione per gli altri. È quando vuoi rovesciare la lingua dentro le
bocche delle ragazze che limonano.
Non puoi chiedere se puoi anche tu.
Puoi solo prendere il treno.
Se aspetti il treno continui a fare quello. Nessuna che si baci con te.
Allora quando ritorni a casa guardi fuori dal finestrino e pensi al lavoro.

Sono Azzurro, ho diciassette anni e sono del Leone.


Ho inventato la macchina spaccabaci.
L’ho ricavata dall’asta del mio lampadario, alla sommità del quale ho messo il tritacarne.
Mia madre non sa.

La prima volta che ho provato l’amore è stato a sette anni. Mariella era di Catania, una compagna
di classe. Mi piaceva e per questo sognavo che vivessimo assieme.
Guardavo la sua pelle e le parlavo. Lei diceva che doveva andare via.
Una volta mi ha sputato in faccia e ho sentito la sua saliva entrare tra le mie labbra.
Quello era l’amore.

Da allora ho sempre voluto che qualcuna mi baciasse e volevo sentire il sapore della saliva di una
ragazza.

Ma le ragazze non baciavano me.


Una volta ero a Primaticcio e ho visto una ragazza come la penultima moglie di Costanzo.
Aveva la lingua estratta e toccava la punta della lingua di un tamarro con gli occhi chiusi.
Così ho deciso di fare una macchina spaccabaci.

Quando una ragazza non limona con me io la vedo per la strada.


Allora agire è giusto, agire mi fa stare meno male, riparo alle ingiustizie, tutto sembra migliorare.
Mi metto davanti a quelle due persone e collego il frullatore alla batteria della macchina.

In fondo la lingua non è che una bistecca piena di saliva di ragazza.


E quando si frulla la carne è tutta uguale.

A ventiquattro anni ho conosciuto Maria. Se le davo diecimila lire potevo guardare mentre si
toccava nel bagno del bar Nilo.
Sognavo cosa accadeva se ci fossimo sposati, ma poi Maria è andata a vivere a Bellinzona.
Le puttane non ti baciano.
Le puoi inculare anche per meno di duecentomila lire se hanno più di quarant’anni o mezzo milione
se sono giovani, ma non ti baciano.
Questo non riesco a capirlo perché.

La mia macchina spaccabaci fa molto sangue a causa di come è fatto l’organismo, e in una società
più giusta non servirebbe, anch’io avrei una ragazza per andare alle corse dei cavalli, e la guarderei
negli occhi, le direi qualcosa.

La mia macchina spaccabaci non è costosa perché l’ho inventata con materiali di recupero, ad
esempio il lampadario era da buttare via.
I Programmi dell’Accesso

Mi chiamo Andrea Garano. Ho ventitre anni e possiedo uno stereo. La mia mente è malata perché i
Programmi dell’Accesso ci sono entrati dentro. Combinano delle cose con gli elementi chimici che
ho nel cervello.

Perché quando do fuoco alla porta della mia vicina di casa non sono responsabile di averle
bruciato giù tutto. A impormi di comportarmi così sono gli uomini che parlano delle tubature delle
fogne che ci sono in Pakistan durante i Programmi dell’Accesso.

La sigla dei Programmi la conosco da quando avevo dodici anni, perché mio cugino aveva il disco
dove c’è, è di un gruppo greco che non esiste più, si chiamavano gli Aphrodite’s Child, credo che
voglia dire i bambini del diavolo («child» in inglese vuole dire demonio, l’ho fatto alle medie), e in
copertina c’è solo rosso, e un numero, 666.

Il numero dei Programmi dell’Accesso.


E infatti, quando finisce la pubblicità ci sono alcuni minuti di silenzio in cui apparentemente non si
vede nulla e invece si vede Nefal, il terribile diavolo.

Poi iniziano i programmi con quella musica e allora non c’è più niente da fare, li devo guardare
inginocchiato davanti alla televisione, li devo ascoltare con molta attenzione, senza perdere una sola
parola dei Programmi dell’Accesso che iniziano.

Ho anche provato a cambiare televisione ma trasmettono sempre allo stesso modo i Programmi.
Con quella sigla anche su un Grundig. Lo stesso presentatore, gli stessi ospiti che parlano di una
società che si occupa di combattere la sclerosi multipla e si vede distintamente sui volti di quelle
persone che la sclerosi è tutto un pretesto per mandarmi dei messaggi che non capisco nemmeno, che
mi vogliono ferire.
Quando cammino per strada nessuno mi guarda e inizia a parlare della sclerosi multipla tra i
bambini che hanno meno di sei anni, nessuno si presenta dicendo che è il membro di una bocciofila
torinese che si interessa anche di ragazzi emarginati dalla società. Questo succede solo quando ci
sono i Programmi dell’Accesso.

Io li ascolto fino a che inizio a ondeggiare come una canna di bambù avanti e indietro sul tappeto e
guardo il presentatore che ad esempio chiede come mai abbiano deciso quegli ospiti di presentare
un’interrogazione parlamentare, perché degli altri hanno dovuto chiamare il consolato per un’altra
cosa che adesso non ricordo e allora la musica che ho detto continua a sentirsi nella parte centrale
del mio cervello mi spinge a uscire di casa a commettere degli omicidi.

A commettere degli omicidi, a gridare fino a quando la signora Collura non chiama dal piano di
sotto la polizia mentre i Programmi continuano, delle donne parlano dei diritti delle lavoratrici statali
handicappate fino a che la presentatrice non guarda le telecamere per un attimo un silenzio completo
cessa la canzone degli Aphrodite’s Child.

Prendo la lametta da barba mi taglio le mani ascolto il presentatore che mi dice di stare ad
ascoltare quelle parole come nei dischi dei Black Sabbath rovesciate per farmi esplodere il cervello
per arrivare a un’esplosione tale che non c’è altro che sangue che scorre dai canali della televisione
e dalle mie mani.
Argentina Brasile Africa

Adesso come faccio a dirlo a mia moglie, com’è che le telefono per dirglielo se abbiamo ancora
tre anni di mutuo da pagare per la casa e due anni di mutuo tatatattà

Per la macchina. Adesso parcheggio, qui in mezzo a piazza Loreto. Adesso parcheggio qui adesso.
Che non ho più nessuna speranza di fare qualcosa per il futuro dei miei figli adesso che

Piove così forte lascio la macchina vicino al distributore di benzina, sì... Non credevo che potessi
provare questa sensazione di sangue che pulsa così forte, di paura adesso che

Mi chiamo Luigi. Ho ventotto anni.


Mi hanno licenziato e questa pioggia, stasera, è così dolce, è così bagnata adesso. Devo telefonare
a Bertoni dirgli che devo consegnargli le chiavi dell’ufficio. Adesso che

Piove in piazza Argentina mi ricordo che

Mia madre, da piccolo, mi diceva (è pazzesco che me lo ricordi adesso) mia madre mi diceva che
ogni goccia che cade per terra o sui cornicioni di Motta o dovunque è un pensiero che era evaporato,
e torna alla terra.

Non so più cosa mi accadrà domani dopodomani devo riorganizzare la mia esistenza devo sapere
cosa

Sarà dei miei figli se posso tenere la casa che ho preso in condivisione a Palau, adesso...

Adesso. Scendo dalla macchina. Adesso che piove scendo dalla macchina scendo giù che questa
pioggia mi commuove perché adesso ho un attimo il tempo di guardarla di sentirla scivolare giù sulla
faccia sul

Cardigan come non ho mai avuto tempo di accorgermi e di sentirla scendere sulle mani adesso la
sento adesso mi tiro fuori il cazzo dai pantaloni in mezzo a corso Buenos Aires tiro

Fuori il cazzo dai pantaloni senza l’ombrello scendo lì davanti all’ingresso della stazione di Lima
senza tirare su l’impermeabile adesso

Che piove mi voglio stordire.


Per una volta mi voglio completamente stordire qui e poi andare su verso piazza
ARGENTINA come se il
BRASILE e come se tutta quanta l’
AFRICA adesso sotto questa pioggia mi abbracciassero sotto di questa

Pioggia mi abbracciassero e basta con questo caos come se ero un cornicione come se tra poco mi

Dissolvessi in questa pioggia che piove oggi mercoledì ventiquattro gennaio tra poco non esisterò
più perché così adesso scendo dall’automobile e ogni goccia che cade adesso ogni goccia che

cade adesso.
Senna

Quando ero bambino sognavo di incominciare a parlare alla tele mentre c’erano centinaia di
giornalisti attorno, e ognuno di questi aspettava di sentire le mie parole che migliaia di giornali
avrebbero scritto che milioni di persone avrebbero saputo. Sono Michael, ho vent’anni, sono del
segno dello Scorpione.

Abbiamo atteso nell’aeroporto internazionale di San Paolo per tutta la notte. Faceva freddo, come
se fossero sparite le stagioni, come se la temperatura si fosse bloccata, raggelandosi dentro di noi
cupa, ottusa, e il tempo non passava mai.

Eravamo molte migliaia, forse milioni a tacere completamente. Eravamo stanchi e smarriti, come
un bambino a cui la madre ha lasciato soltanto ricordi.

Ayrton Senna era mio padre, quel padre che non ho mai avuto e svaria nelle favelas, brucia gli
occhi, come soltanto un nome può bruciare immenso.

Ayrton Senna era la mia scuola, una processione maestosa tra le nazioni, la forza di guardare alto e
riconoscibile oltre l’indistinta sequenza di magliette e strade, parole e settimane riversate dentro
qualcosa che non capisco, che non è la mia vita ma continua dove mi trovo io.

Ayrton Senna era mia moglie e la mia vita, ogni sorriso che ho potuto esibire, quasi distraendomi
dalla pressione inaudita delle stelle sulle notti di Rio, quelle stelle oscure e lontane, presagi di
infinite disgrazie.

Mercoledì tutti gli aerei di tutte le televisioni del mondo hanno saputo che nei nostri cuori c’era
l’amore, lo hanno inquadrato dall’alto e reso concreto, visibile attraverso lo schermo, come una
sonda nello spirito della gente comune, un amore che supera le montagne e il mare, l’amore che tutti
ci lega a un eroe nazionale.

Quando ero bambino sognavo una pistola che sparasse più forte di questa, così forte da uccidere
chiunque. Un’arma potentissima, che mi difendesse in ogni occasione, che scagliasse imprevedibili
proiettili blu.

Quando ero bambino sognavo di diventare così famoso che se fossi morto ogni persona della terra
mi avrebbe toccato la bara piangendo. Allora sarei stato più vivo che in ogni momento che ho
trascorso fino adesso, allora morendo avrei incominciato a vivere davvero.

Quando ero bambino sognavo che potevo comperare tutto quello che avevo pensato di comperare,
anche se lo avevo pensato quasi per sbaglio, e che ci fosse un agente che si occupasse di comperare
tutte le cose alle quali invece mi ero dimenticato di pensare.
You Can Dance

L’altro giorno ero al bar Azzurri con gli amici. Stavo prendendo il caffè quando rividi Marcello.
L’avevo conosciuto al militare. Lo presentai agli amici. Quando non si ha più diciotto anni è bello
ricordare gli anni passati. Marcello era felice di sapere che ero sposato. Marcello adesso ha trentun
anni (come me). Mi sembra che è nato due giorni dopo di me, siamo tutti e due del Cancro, avevamo
fatto la festa di compleanno assieme, al bar Devolzi.

E ricordammo pure quella volta che il sardo, a Gallarate, non voleva scendere dal tetto, e quando
portammo le puttane in caserma, e quella volta che lui rubò il cioccolato, quindici chili, e lo
rivendemmo a uno del mercato. E ci ricordammo del tenente Casuli omosessuale, e di quando il
tossico di Voghera lasciò il deposito incustodito per farsi una pera, e io dovevo fare rapporto.

Una volta Marcello trovò una bambola gonfiabile nell’armadietto di You Can Dance e la
gonfiammo e dopo averla spinta dentro il water uno ci sorprese che scappavamo e cercò di tirarla
fuori per usarla lui ma esplose.

Marcello era diventato grasso e aveva una figlia di due anni, prese un Crodino e disse che
organizzava le trasferte della Juve insieme ad altri tifosi e un giorno sarei potuto andare a trovarlo a
casa sua.

Quando fu il momento di andare si offrì di pagare lui ma non era giusto, dopo tanto tempo mi
faceva piacere pagare io. Marcello non voleva e cercò di spingermi via. Io gli dissi di lasciar
perdere, che era meglio lasciar perdere, di togliersi da lì.

Lui mi disse che pagava lui, io gli dissi di scordarselo, lui mi chiese se stavo scherzando. Gli
risposi di no, Marcello fece una smorfia, gli dissi di non fare smorfie del cazzo, che pagavo io,
Marcello mi disse figlio di puttana.

Io lo mandai a cagare, lo doveva capire che le cose spettava a me pagarle, e Marcello disse di non
provarmi a tirare fuori il portafogli che si era rotto i coglioni, pagava lui.

Intanto intorno era venuta la gente, voleva vedere chi pagava, le ragazze del bar e altri. Io
guardavo tutti che mi guardavano, aspettavano che facessi una mossa, anche la cassiera dietro il
banco, mi guardavano.

Dissi a Marcello di non fare il pirla, era l’ultima volta che glielo dicevo, di stare attento ma lui mi
spinse via contro il bancone dei gelati, per dare i soldi alla cassiera.

Porca puttana gridai a Marcello tirando fuori la pistola, lo vuoi capire che la devi smettere con
questa storia continuavo a gridare scaricandogli il caricatore negli occhi.

Gli gridavo se voleva quello, se voleva morire e Marcello cadeva con in mano i soldi sporchi di
sangue per terra, tutta la gente usciva dal bar e anch’io uscivo sparando, sparavo a tutti e gridavo che
pagavo io, quella volta.
Lotto numero quattro
Mia nonna

Che io abbia o meno una nonna non cambia nulla.


Non si è mai visto nessuno che sia stato accettato, o magari anche amato, perché ha una nonna.

Mia nonna è sorda, sporca e falsa.


Non è più consapevole, o almeno così sembra, perché le piccole meschinerie che ormai sole
costituiscono la sua vita le sa gestire con un rigore disarmante.
Le complesse tesi con cui riesce a nascondere di essere stata lei, unica presente in casa, a
mangiare tutti i Baci Perugina sono di per sé sufficienti a farla sembrare un avvocato dalle palle
quadrate.
L’impassibilità con cui dissimula l’imbarazzo in cui si trova quando scopriamo che ha pisciato il
divano è sconcertante.
Con quella stessa faccia tosta sfiora la genialità attribuendo tutte le colpe al figlio del vicino di
casa, che ha sì due anni, ma non viene certo a pisciare sul nostro divano.

È impressionante guardare le foto di mia nonna da giovane.


Era una bella donna.
Pensare che la schifezza umana che oggi è ha la figa mi dà il capogiro.

Una volta le ho chiesto se non le dispiaceva che stava per morire e anche se aveva ancora degli
appetiti sessuali nessuno si sarebbe mai scopato una larva come lei, che sarebbe progressivamente
marcita, come del resto già ne mostrava concretamente, sulla sua carne, i primi segni.

La faccia di mia nonna, fondamentalmente, è la stessa che aveva da giovane, con la differenza che
è come se da lì le avessero aspirato ogni liquido, lasciando che poi la pelle ricadesse qua e là a
casaccio.

Vuole sempre che la accompagni in cimitero, a trovare suo marito, mio nonno, che è morto nel
1972 e lei è ancora tutta presa a venerare.
Da questa parte, però, dai vivi.
Io quando lei sarà morta non andrò a romperle i coglioni nella tomba per chiederle di
accompagnarmi in giro assieme a quel cadaverone di suo marito.

Figuratevi se mi portassi in giro mia nonna.


Già sono stato l’ultimo a comperare il Moncler: con la nonna, a cuccare in centro, a mangiare in
paninoteca gli hamburger che non può mangiare perché al posto dei denti ha le estremità gelatinose
delle gengive molto schifose.

Così venerdì scorso, mentre diceva scemenze inginocchiata sulla tomba di mio nonno ho avuto una
buona idea.
Ho preso da un vicino di loculo un lumicino di ferro e glielo ho tirato sulla testa.

Ovviamente non è morta.

Perché quando sente l’odore dei vermi, quando si ritrova a contatto con il suo elemento biologico,
quello putrefattivo, mia nonna diventa un’altra, recupera tutte le forze che non ha quando è in giro a
rompere il cazzo per casa.
Prega e prega, inossidabile.

Avrei dovuto considerare che giocava in casa.


Gesù che balla

Ogni tanto andiamo a trovare un vecchio.


Siamo un gruppo di ragazzi. Marco, 17 anni, Cancro, non fidanzato. Enrico, 17 anni, Gemelli, non
fidanzato. Salvatore, 16 anni, Toro, non fidanzato.

I vecchi stanno lì seduti a guardare la tele e dicono che guardano la radio perché sono vecchi. Non
sanno più distinguere tele da radio, accendono indifferentemente la radio o la tele, indifferentemente
l’ascoltano o la guardano perché sono chiusi nei loro pensieri, stanno lì ma pensano ad altro, si
distraggono prima di morire, lo fanno come possono, non c’è da pretendere tanto da loro.

Ne ho conosciuto uno che continuava a chiedermi se ero sua mamma se ero sua figlia suo padre
non capiva nulla, nemmeno la differenza dei maschi con le femmine, nemmeno come si apre il tubetto
del dentifricio, voleva lavarsi i denti con la schiuma da barba. Marco gli diceva ma che cavolo dice
non vede che è la schiuma da barba e tutti ridevamo felici di non essere ancora diventati vecchi
perché è bello avere 17 anni, hai voglia di fare un sacco di cose e le capisci.

Un vecchio no. Cioè, le vuole fare, ma non capisce.


Ad esempio una volta la nostra bella organizzazione di volontariato ci ha mandati da uno che si
arrampicava sul lavandino per pisciare, era stato un importante uomo d’affari ma ora era diventato
così.
A ogni ora del giorno cercava dolci, diceva sempre facciamo merenda anche se si era appena
alzato dal tavolo, alle quattro del pomeriggio, dopo la merenda, e si nascondeva in tasca tutto ciò che
di dolce trovava in casa, era furioso di zucchero.
Io gli dicevo signor Michele se tutti facessero come lei che mondo di deficienti sarebbe il nostro,
tutti a chiedere bignè panna cotta pandoro girelle.
Il signor Michele non mi ascoltava continuava a dire è arrivata l’ora di mangiarci un dolcetto.
Eh, signor Michele, gli rispondevo, i dolci sono finiti, e quello allora che c’era la casa piena di
dolci, andava avanti così tutto il giorno, era un vecchio così.

Una volta con Enrico e Marco siamo andati da uno che aveva fatto l’impiegato nella stessa ditta in
cui aveva lavorato suo padre dove adesso lavorava suo figlio da quarant’anni e continuava a dirci
che suo padre aveva lavorato nella stessa ditta in cui adesso lavorava suo figlio dove aveva lavorato
anche lui, e così lavorando uno dopo l’altro diventavano vecchi a raccontare questa cosa, mi diceva
questa cosa mentre c’era Rispoli alla tele, prima che incominciasse Rispoli alla tele, dopo che era
finito Rispoli alla tele, con una grossa soddisfazione nel dirla.
Aveva questa poltrona, stava lì.
Io gli ho chiesto se parlava solo di ditta, se non aveva un’altra cosa da dire, questa ditta qui era
pesante da continuare a sentir dire.
Lui non rispondeva, fissava dritto la tele e riprendeva a parlare di quello, era uno spot
imbarazzante di silenzio che ogni tanto faceva nel corso del pomeriggio, stringeva forte il bastone e
guardava fisso.

Tutti i vecchi hanno la tele accesa.


Nella loro testa le cose si confondono alla tele, uno dell’anno scorso accendeva la tele alle otto
per vedere il telegiornale e se sbagliava canale qualunque cosa vedesse pensava che era il
telegiornale, veniva da te e diceva che oggi un’auto americana era andata a sbattere contro il muro, e
quella era la sua notizia del giorno, avevano detto al telegiornale che un’auto tedesca no inglese no
americana era improvvisamente andata a sbattere contro il muro di una certa città degli Stati Uniti.

Un altro parlava con Alba Parietti, le diceva di andare in camera da letto a fare l’amore con lui, le
faceva dei gesti per non convincere Levi al posto della Parietti, non voleva andare a letto con Arrigo
Levi, non voleva proprio che ci fosse sullo schermo, voleva solamente Alba Parietti, un programma
tutto su Alba Parietti, per continuare a parlare con lei, per dirle cose sporche e carine, a volte le
parlava anche quando la televisione era spenta, la vedeva sullo schermo nero lo stesso, la sua mente
era flippata via con Alba Parietti.

Quel vecchio era convinto che Madonna era la Madonna, una volta trasmettevano il video di Like
a Prayer, ha detto in televisione c’è Gesù che balla perché questo vecchio confondeva Gesù con la
Madonna.
Ruanda

Considerato che ora ho un televisore ventiquattro pollici subacqueo posso vedere il Ruanda in
fondo alla piscina con tutta l’attrezzatura senza che si scarichino le batterie. Posso riemergere a bere
un’aranciata San Pellegrino e tornare in apnea a vedere il Ruanda.

Posso vedere il Ruanda quando vado in Milano con la mia Cherokee Limited TD 4 X 4 in quanto ho
l’impianto con la lavatrice la radio la tele sul cruscotto posso vedere ogni genere di morti mentre
parcheggio.

Il Ruanda è un fiume impressionante di parti del corpo tagliate a colpi d’accetta che durante il TG4
si vede distintamente dall’elicottero come una massa indistinta che si muove trasportata dalla
corrente.

Ci sono delle mani, dei piedi, delle vagine e dei tronchi che sbattono contro schiene, teste, gambe,
sassi e scatole, addensandosi qua e là in composizioni subito stravolte dalla corrente.
Come in un caleidoscopio si formano delle figure colore marrone e nero mentre il giornalista dice
come continua ad accadere questo.

Durante la trasmissione del Ruanda cerco di decifrare cosa si stia inquadrando, intendo i precisi
confini di una persona o perlomeno la parte visibile del corpo in quel momento sullo schermo.

Quando vado in montagna con il mio televisore da polso a sincronizzazione automatica ogni tanto
mi fermo ad ammirare il paesaggio, mangio qualcosa e guardo il Ruanda.

Spesso la ricezione è disturbata e succede che al Ruanda si sovrapponga Video-Music vedo


contemporaneamente delle cantanti sexy delle teste di bambino delle coca-cole delle pubblicità
elettorali un cronista una fucilata al posto di un colpo d’accetta a seconda della zona in cui mi trovo
vedo delle cose diverse.

Certe immagini mi rimangono più impresse, specialmente quella di un uomo che si girava e
sparava a tutti come ogni tanto qualcuno in America entra da Burghy e spara ma è soltanto un caso tra
molte migliaia di persone che vivono normalmente come noi sono cose che possono capitare a causa
del caldo o delle vicissitudini personali non una strage metodica come quella che sta succedendo
adesso in Ruanda.

Grazie al fatto che mi sono fatto installare un televisore con videoregistratore a doppia velocità
nella stanza da bagno posso vedere mentre cago le scene di quelli che corrono in Ruanda tutti quanti
assieme bambini vecchie e animali si travolgono gridano senza sapere dove andare cercano di non
farsi uccidere mentre si solleva un polverone impressionante a causa della siccità e la telecamera
dell’operatore riprende in modo irregolare le scene che si sovrappongono mentr
La musica

Quando la testa di Michela rimbalzò recisa tra le mie mani un rumore sordo interruppe la musica.
Life is Life dei Max Emotion era un pezzo che si faceva sempre ascoltare con piacere.
A questo pensavo mentre la lamiera mi recideva di netto il piede sinistro.

Ne avevo acquistato il quarantacinque giri due mesi prima, ma non lo ascoltavo mai perché avevo
preso anche la cassetta di Mixage dove ce n’era una versione dal vivo molto bella, Live is Life.

C’erano anche You Are My Heart You Are My Soul dei Modern Talking e I Like Chopin di
Gazebo.

Ora che Michela era morta avrei dovuto limonare da solo.


Posto che fossi riuscito a riprendere a respirare in tempo ragionevole, e che la macchina non fosse
esplosa.

Tutti voi avrete ascoltato Elettrica Salsa di Off.


L’atmosfera di quel pezzo era molto vicina a quella che circonda un incidente stradale.
O almeno, credevo che se un giorno ne avessi fatto uno, dalle conseguenze piuttosto gravi,
senz’altro quella ne sarebbe stata la colonna sonora ideale.

Sulle prime non fu così.


Mi venne in mente piuttosto Heart on Fire di Albert One.
Ma fu un attimo, prima che la radio curiosamente riprendesse a gracchiare.

Life is Life. Il mio piede era davanti a me.


Lo scorgevo distintamente.
Da solo mi pareva una scemenza.
Ma una volta riattaccato quel piede avrebbe significato molte cose.

Sarei potuto tornare a ballare quella canzone di Falco, Jeanie.


Nel video si vedeva una scarpa rossa, poi lui dentro una camicia di forza.
Falco aveva fatto anche Der Kommissar.

Due volte cercai di parlare con Michela, scordandomi che aveva la parte superiore del corpo
conficcata dentro il cruscotto.

Con lei ascoltavo bellissime canzoni.


Con lei facevo l’amore.
Una volta eravamo andati assieme ad ascoltare i Duran Duran.
Era la donna più bella del mondo.
Ma ora sinceramente era morta.

Non è che mi dispiacesse più di tanto.

Fatto sta che ero rimasto da solo.


E questo non voleva dire nulla.
Le sirene dell’ambulanza non tardarono ad arrivare.
Mi dava fastidio tutta quella agitazione attorno a me.

Quando mi misero sulla barella pensai che anche Rino Gaetano, come Michela, era morto
sull’autostrada.
Ma io non ascoltavo musica italiana, a parte alcuni pezzi più da discoteca, come Ti sento dei
Matia Bazar, che aveva venduto molto anche in Inghilterra, con il titolo I Want You , e in Spagna,
dove invece si chiamava Te Quie
Amore

È importante che la razione quotidiana di cibo di Amore venga integrata con sali minerali, e che
ogni giorno siano somministrati tutti gli elementi necessari a una sana crescita.
Ma anche la varietà non è un fattore che può essere ragionevolmente trascurato...
Così io, Franco, del Leone, 33 anni, cerco di comperare tutte le specialità che una buona rivendita
può offrire a un gatto esigente come il mio, sottoponendole all’esame del suo palato.
Certo non tutto può essere acquistato: non mi sono mai spinto sotto le mille lire a scatola.
Ciò mi dà la garanzia del prodotto medio.

Ricordo che una volta comperai Optimus Cat, una mousse di fegato di tacchino che Amore non
gradì affatto.
Siccome lasciai quella, e nient’altro, tutto il giorno nel suo piattino, dopo averla snobbata a sera si
decise ad assaggiarla, e subito la rigettò sul divano.
Non era certo avariata, sarebbe scaduta da lì a due mesi.
Costava millecento lire la scatola.

Amore adora Fido Gatto, specialmente i croccantini secchi.


Glieli metto in una bacinella piena di acqua minerale, non gasata, a temperatura ambiente, di solito
l’Orobica (ma anche la San Benedetto non è male) e, appena i croccantini sono ben idratati (ma senza
che si siano disfatti), glieli do.

Amore detesta il riso.


Ho provato tutti gli accostamenti possibili.
L’anno scorso avevo preso un’elegantissima confezione di riso al salmone.
Gliela servii appena scaldata, come indicato nelle istruzioni.
Non la guardò neanche.
Provai col pollo. Riso e pollo. Nulla.

Più di tutto Amore ama le sottilette.


Letteralmente le divora. Non c’è nulla di strano in questo.
Amore è un gatto umano e consuma cibi umani. In una certa misura, però.
Non mi fido a dargli più di una sottiletta al giorno.
Inoltre, pur essendo conscio della sua voracità, è ben difficile che gliela lasci mangiare da sola.
Generalmente gliela metto sopra la mousse di pollo.

Amore è castrato, quindi non ha vita sessuale.


Anch’io non ne ho, pur essendo integro nella virilità.
È comunque pacifico che noi uomini, rispetto ai gatti, abbiamo processi di seduzione
incredibilmente più complicati.
Complicati e noiosi. Noiosi e detestabili.

Così la sera, quando più gli ormoni dettano legge, chiamo Amore in camera da letto.
Lo accarezzo e Amore fa le fusa.
Si accoccola al mio fianco e osserva come scarto la sua sottiletta preferita.

La scaldo un po’ tra le mie mani e poi ci gioco, appallottolandola tutta.


Ne do una punta ad Amore che la mangia scuotendo ritmicamente la coda.

Poi me la metto sul cazzo, dalla cappella ai coglioni, e chiudo gli occhi.
Allora mi sento un uomo, non me ne frega niente dell’ufficio, non me ne frega niente dei morti in
Jugoslavia.

Amore lecca e lecca, la sua lingua rasposa mi porta in paradiso.

Il paradiso è Amore.

Nel mio caso specifico un soriano.


Lotto numero cinque
La merda

Mia madre ha scoperto che tengo la merda nel comodino.


A causa dell’odore che incominciava a diffondersi in tutta la casa. A voglia, deodoranti! La puzza,
sempre più persistente, la fece dapprima pensare a un guasto.
Non era nessuna tubatura. Nessuna fuga di gas. Neppure cadaveri di topo, nulla.

Sono io, che tengo la merda nel comodino.


Mi chiamo Edoardo, ho diciotto anni, sono dell’Ariete.
Alla merda sono arrivato per gradi. Ho cominciato a fare considerazioni sul colore...
Marrone come la terra.
A me piace la terra.
Sui cartelloni che facevamo alle elementari il mondo era un’immensa palla di tutti colori.
In realtà è blu (i mari) e marrone.

Bisogna rispettare, sempre e in ogni cosa, i colori giusti...


Mi fa ridere, che nelle pubblicità rovescino sugli assorbenti e sui pannolini liquidi sempre blu!
Io, da bambino credevo di pisciare molto sbagliato, perché pisciavo giallo.
Guardavo la tele e la piscia era blu.
Ma è la pubblicità, che modifica le cose.

Se ci avete mai fatto caso, nelle pubblicità non c’è mai merda.
Questo è uno dei motivi per cui la conservo. Se la rappresentassero, sarebbe verde.
O blu, come la piscia.

So che mia madre ha fatto finta di nulla. L’ha buttata via semplicemente.

A cena, mangiava rassegnata, con la faccia china.


Si sentiva solo il rumore delle posate e, ogni tanto, uno dei suoi lunghi sospiri. Quelli delle grandi
occasioni. Come quando lo zio è finito sotto una macchina. O quando le è caduta nel cesso la
collanina d’oro.

Erano anni che non la sentivo sospirare così. Le gridai che cazzo c’era. Rimase zitta, come al
solito, guardando le rasagnole.

Le spinsi la faccia dentro il piatto. E che se lei si guardava quelle trasmissioni di merda, anch’io
potevo tenerla nel cassetto.

Non potevo mai decidere io, cosa vedere alla sera.


Per alcuni mesi sono uscito con una ragazza, andavamo al bar.

Lei si portava dietro sempre lo stesso libro e mi leggeva sempre le stesse frasi. Allende, l’autore:
quello che tutte le donne, sul metrò, leggono. Spero che dentro quei libri le parole non siano tutte
uguali. Quella ragazza, comunque non la vidi più.

Era ottobre, la merda la buttavo ancora via.


Mai una volta che decidessi io cosa guardare, la sera. Mi piaceva Milano-Italia. A mia madre no.

Non si può collezionare figurine a trentaquattro anni.


Io, a trentaquattro anni, non ho amici con cui andare a giocare a freccette. O a scala quaranta. Non
me ne dispiace affatto.

Bisogna cambiare la situazione politica. Fare qualcosa per questo mondo. Lo pensavo sempre, da
bambino.
Oggi, ritengo ch
Un attimino bella

Mi chiamo Rosalba, ho ventisette anni e sono un attimino bella. Per questo ho sempre un cazzo in
bocca. Da quando avevo quindici anni gli uomini quando mi vedono diventano cretini e vogliono
subito mettermi il cazzo in bocca.

Ciò dipende dal fatto che sono Bilancia ascendente Bilancia, cioè curo molto l’estetica. Comunque
sono molto dotata di natura perché ho Venere trigona a Giove, la quarta di reggiseno e due cosce che
mi vogliono rompere.

All’inizio era noioso perché il prete che insegnava al ginnasio voleva che gli facessi le seghe il
primo giorno era timido il secondo di meno poi sempre più rompicazzo quel prete gli ho detto vatti a
farti segare dalla Madonna ho preso l’esame di religione.

Poi per la strada mi gridano sempre ciao bella figa complimenti suca ’sta minchia io ogni tanto le
succhiavo ma non a tutti a tutti non si può.

Una mia amica mi ha detto vieni a fare un porno ti danno un milione al giorno devi solo fare le
stesse cose che devi fare per essere promossa ad esempio toccare il cazzo a uno un poco con le tette
vieni andiamo ti presento Ivano.

Ivano non voleva che gli succhiassi il cazzo scherzava parlava d’altro era simpatico ma alla fine
pensavo anche lui vuole che gli succhio il cazzo come tutti gli uomini dicono le donne sono tutte troie
cercano di ficcarti il cazzo da qualche parte ti portano sui Navigli parlano di molte cose ma alla fine
cercano di toglierti le calze tutto il resto come se sei una lattina da bere stronzi.

Ivano no. Mi ha presentato un ragazzo scemo Marco molto bello me lo ha presentato ha detto che
dovevamo fare l’amore mi ha presentato il fotografo che era una donna mi hanno spruzzato in bocca
un disinfettante per le pompe Ivano mi diceva stai tranquilla fai così cosà e così mi ha detto di
mettere in bocca il cazzo di Marco facendo la faccia di estasi alla telecamera poi decine di altre
centinaia di cazzi di scemi.

Un giorno dovevo sputare la sborra nel cesso c’era scritto sul copione a me la sborra piace me la
sono ingoiata lo stesso Ivano mi ha detto brutta merda mi ha dato un calcio in gola e mi hanno dato 6
000 000 di rimborso.
Moltissima acqua e un po’ di sangue

Questa violenza che c’è in giro, la vedi dappertutto, in ogni film si corrono dietro con la macchina,
a volte la macchina esplode, quelli che erano dentro escono in strada completamente insanguinati.
Altri film sono pieni di parole che non posso ripetere, ma che farebbero vergognare un marinaio da
quanto sono grosse. Sono film che non vogliono dire niente, dicono solo parole e poi si spogliano. Le
parole che dicono sono quelle che indicano le parti del corpo che dopo si vedono, che non è giusto
vedere, ho buttato giù il televisore dalla finestra, per questo mi hanno multato, da allora mio figlio è
diventato scemo.

Mio figlio dice che io e sua madre siamo pazzi, che non vuole più abitare con noi perché siamo
pazzi. Siamo andati a parlarne con un prete, ma il prete diceva che ci vuole pazienza. Gli abbiamo
chiesto di benedirci la casa, il prete ci ha risposto che non era il caso di benedire la casa, che
sarebbe venuto come tutti gli anni per Natale, di pregare che tutto sarebbe ritornato normale al più
presto, nostro figlio non voleva più stare con noi la sera, abbiamo capito che ci sarebbe voluto
qualcosa di più convinto, non un prete semplice che non è in grado di risolvere i problemi della
gente, nostro figlio era indemoniato, aveva l’anima piena di programmi televisivi di Raitre,
specialmente a Raitre fanno vedere i morti all’ora di mangiare alle sette e mezza nostro figlio adesso
non guarda più Raitre adesso nostro figlio ha Raitre nell’anima.
Così ho comperato «Cronaca Vera» ho letto la pubblicità di un mago che è esorcista si occupa di
questi casi siamo andati da lui ha voluto subito 250 000 lire perché non era un mago qualunque ma un
esorcista con la pubblicità sul giornale la fotografia davanti alla sfera di cristallo.

Il mago ci ha detto se vostro figlio è diventato scemo certamente è posseduto da Astianatte. Mia
moglie è scoppiata a piangere io gli ho chiesto chi è Astianatte il mago ci ha detto che per saperlo
dovevamo comperare una candela che risolve casi simili al nostro perché saperlo così senza
accendere la candela può procurarci la morte. Questo voleva dire che bisognava pagare altre 700
000 lire per una candela di media virtù, 1 200 000 per la candela della salute eterna.

Io ho pagato 1 200 000 lire cioè uno stipendio di mia moglie (io guadagno 145 000 lire al mese) e
il mago ci ha dato la candela della salute eterna, l’ha accesa e faceva un odore di droga ci ha detto
che Astianatte è un diavolo degli inferi e per scacciarlo bisognava fare immediatamente il rito del
sale cioè 2 300 000 lire subito più in omaggio una sfera di cristallo piccola.

Io gli ho detto che quella cifra era esagerata e allora quel mago ha detto una di quelle parole che
dicono alla televisione che farebbero arrossire un marinaio che si sentono per strada da quando c’è
la televisione che io non posso certo ripetere. Ho preso mia moglie e siamo andati a casa dove nostro
figlio ci aspettava davanti alla porta non aveva le chiavi gli abbiamo detto entra pure vieni in sala lo
abbiamo fatto sedere in sala gli abbiamo detto di stare calmo io gli ho dato un colpo in testa piano.
Allora lo abbiamo legato alla sedia mia moglie ha preparato la vasca da bagno l’ha riempita di
acqua e di sale. Poi ha riempito diverse bottiglie di plastica di acqua e sale. Nostro figlio era
rinvenuto e dopo che mia moglie mi aveva passato a una a una le bottiglie io aprivo la bocca a mio
figlio con le mani mia moglie ci rovesciava dentro acqua e sale bevi tutto bevi tutto gli dicevo vedrai
che il diavolo va via e risparmiamo anche i soldi per il rito del sale lo facciamo direttamente a casa
noi come quando si fanno le lasagne ci vuole più tempo forse ma fatto da sé è meglio nostro figlio
beveva e beveva uno due tre quattro cinque sei litri di acqua diventava di un altro colore tutto ciò era
riprova che aveva il diavolo nell’anima il diavolo della televisione Raitre alla fine l’ho buttato giù
dalla finestra ha schizzato addosso a tutti i passanti moltissima acqua e un po’ di sangue.
Drammatico caso nel mondo dello sci

Mio fratello è morto venerdì scorso.


Era uno sciatore famoso, davvero molto famoso.
Quando ha perso il controllo dello sci sinistro era in prossimità del traguardo.
Ha sbattuto la testa in mondovisione.
L’urto contro il paletto della fotocellula gli ha fatto perdere il casco.
Dopo aver rimbalzato sulla neve fresca il suo corpo scivolava a valle disarticolato.

Amavo mio fratello. Sono dei Gemelli.


Così ora, quando vedo alla tele il suo cadavere legato a un palo scendere sulla pista, piango.

Mio fratello rappresenta il primo caso di morto che si classifica terzo a una prova mondiale.
Grazie ai propulsori a ossigeno compresso trapiantati nella schiena la sua velocità attuale non è
mai scesa sotto i livelli che abitualmente raggiungeva da vivo.
Due speciali sensori lo tengono costantemente al centro della pista.

Alle polemiche sul suo caso non voglio partecipare.


Ho staccato il telefono.
Non ricevo i giornalisti.
Vivo chiusa in uno sdegnoso riserbo.

L’altro ieri ho dovuto respingere un necrofilo che mi chiedeva se anch’io, una volta morta, avrei
continuato la carriera di scrittrice.
In balia dei personaggi più assurdi mi difendo.

Quello che la stampa non potrà mai capire è la drammaticità della situazione.
Per noi tutti familiari è terribile vedere il cadavere di mio fratello gareggiare.

Del resto mai nessuno si è preoccupato di scoprirne le motivazioni.


Come se fosse scontato che in questo modo cerchiamo un differente approccio alla celebrità,
anomalo quanto efficace, cinico ma incontrovertibile.

Vi giuro che non è così.


Vi giuro che avrei preferito seppellirlo subito, piuttosto che vederlo portato via sottobraccio da un
inserviente del suo team alla fine della competizione.

Credo nei valori della famiglia.


Credo nei valori umani.
Ma come potrei dirvi che il contratto firmato da mio fratello con lo sponsor prevedeva
l’esibizione televisiva del loro marchio fino alla fine della stagione se sempre per contratto la cosa
deve sottostare al più rigoroso silenzio in quanto la morte non è prevista da nessuna clausola.
Pam

1. Pam in generale.

L’ideale della mia vita è andare nella casa di un mio amico e farmi un sacco di seghe guardando
giù dalla finestra le persone che passano per andare dove cazzo vogliono. Allora mi butto e dal
balcone cado giù. Poi mi sveglio con la testa spaccata mi alzo da lì e vado a comperare delle cose da
Pam.

Il mio sangue da Pam insieme al detersivo bianco al vino lo pulisce una o uno con della segatura
sempre passa con lo straccio più volte al giorno tutto il sangue che dovessi perdere da Pam sparisce
e io mi sento un cliente normale con il carrello normale una vita normale lo spingo e passo di lì.

Da Pam ci sono i Tesori dell’Arca la pasta dell’Arca di diverso tipo con la confezione blu tutte
uguali costano meno della Barilla della Buitoni.

Da Pam ci sono i surgelati normali dentro il frigo per i surgelati di pesce o di carne prima di
arrivare alla cassa ci sono i filetti di platessa i bastoncini Findus e altri tipi di bastoncini.

Da Pam certe volte ci sono dei cestelli con dei libri che costano duemila lire l’uno dei libri di
cucina molto grossi con uno sconto considerevole dei libri del terrore americani da duemila lire.

Da Pam certe volte all’angolo di dove ci sono i dolci c’è una ragazza che ti vuole fare provare una
cosa che ti regala una confezione di latte da un quarto con una bella faccia che ricordo spero che non
la cambino che ci sia sempre la stessa ragazza per farci una storia vederla ogni giorno se passo è lì a
dare il latte gratis al posto dei dolci o comunque con un tipo piacevole di faccia, giovane.

Da Pam c’è sempre anche il bancone dei pesci con una testa di pescespada tagliata grande
imponente rivolta con la spada verso l’alto dove ci sono le luci si sente la musica di David Bowie o
altra musica durante una voce che continua a ripetere che da Pam c’è il tre per due oppure la nuova
formula del due per uno ad esempio la pasta o un litro di salsa di pomodoro Sarella completamente
buona se scaldata con il soffritto Star da prendere più avanti o addirittura adesso il quattro per due
con i filetti di tonno che non sanno di niente.

Da Pam c’è la coda in alcune ore del giorno ci sono molte casse aperte mentre in altre c’è il
deserto è più bello andare la luce bianca sembra più forte più bianca guarda se c’è il cioccolato con
le nocciole se non c’è se c’è guardi di che marca è quanto costa se puoi comperarla tu di tua
spontanea scelta prima di arrivare alla cassa dove ci sono ai lati se guardi vicino ai sacchetti dei
cioccolati ma sono pochi non puoi più scegliere se li vuoi devi prendere quelli non fai più a tempo a
tornare indietro hai meno libertà di scelta.
2. Il Pam mio specifico.

Da Pam dove vado io c’è un gobbo che spinge sempre una trentina di carrelli assieme tutti assieme
è un eroe che si snodano attraverso il supermercato fa una fatica tremenda cerca di tenerli in linea
retta spingendoli con decisione cerca di spingerli tra i reparti.

Una volta gli ho detto gobbo che cazzo fai sempre la stessa cosa guarda che ci sono molte cose da
fare lascia perdere fai qualcos’altro intanto la vita passa tu fai sempre la stessa cosa intanto la vita
passa non te ne sei accorto dài fai qualcos’altro per piacere gobbo mi sento superiore a lui e vado
avanti.

Lui mi dice perché tu cosa fai cosa vuole dire invece la tua vita cosa vuoi cosa vuoi.

Io gli dico voglio fare la spesa da Pam gobbo lasciami in pace che devo comperare la carta
igienica che tu usi per pulirti i denti perché dici solo stronzate lasciami in pace gobbo che è meglio è
senz’altro meglio che mi lasci in pace adesso devo andare a prendere le platesse.

Il gobbo mi dice che se dico ancora una parola mi spacca la testa mi fa vedere lui cosa vuole dire
voi mancate di rispetto tutti e che mi fa vedere lui.

Dal Pam dove vado io soltanto hanno una specie di tonno che si chiama buzzonaglia che è più forte
del tonno ma non è tonno è più scuro dentro una scatoletta bianca con la scritta blu buzzonaglia.

Quando la prendo mi chiedono sempre alla cassa cos’è dico se non lo sapete voi che la vendete
perché devo saperlo io che la compero non glielo dico la prendano come ho fatto io poi dopo si
vedrà cos’è.
Lotto numero sei
C’era mio padre sul divano

Mi chiamo Giovanni, sono un giovane della Bilancia. Ti racconto un fatto che è successo una sera.
Avevo fatto gli straordinari. Mi facevo un panino con la sottiletta. Guardavo la tele.

Una giornata di lavoro ti entra nelle vene, sai. Non capisci più quello che fai, sei lì e guardi la
tele. Una giornata di lavoro è diversa da te, vive al tuo posto una vita pazzesca, che non vuole dire un
cazzo.

Quando rientro dalla fabbrica sono le dieci e mezza di sera. Apro la porta di casa e nessuno mi
dice che cosa devo fare, vado in giro come un padrone dell’appartamento che io ho.

Quella sera sono stato fortunato, ho visto le fighe di un canale che non si vede sempre, a volte non
si vede, si vede male, c’è sempre sotto il segnale di un altro canale, è il canale delle fighe.
Erano americane e alte un metro e ottanta, un metro e novanta, si toccavano la figa poi appariva un
travestito, diceva il numero della videocassetta da ordinare e facevano di nuovo le fighe,
interrompevano il filmato prima che lo prendessero in bocca con gli occhi chiusi delle troie vere
incredibili.

Io camminavo per la casa e pensavo al sesso e domani.


Domani dovevo andare a lavorare, dovevo andare a fare benzina e a ritirare il lavoro, pensavo con
il cazzo duro pazzesco, e c’era una cosa da prendere alla posta, mi era venuto in mente mentre quelle
si baciavano la figa, mangiavo il panino con la sottiletta e avevo il cazzo come un coso del biliardo,
alla tele si toccavano le punte delle lingue con le tette grosse, tette grosse assurde, dopo trenta giorni
le raccomandate vengono ritirate.

Il cazzo mi esplodeva completamente, respiravo difficile, mi sono slacciato i pantaloni, la tipa


usciva dalla piscina e aveva un culo come non esistono dove abito io a Genova, ma nemmeno in tutta
Italia, non si capiva niente perché era in tedesco il pezzo di film che facevano vedere.

Passeggiavo così nella stanza buia, mentre mi stavo facendo una sega con quello che c’era alla
tele, ma distrattamente, prima di andare a dormire, così per vedere un po’ di figa spalancata, come
faccio spesso.

Quando ho cercato le sigarette mi sono accorto che c’era mio padre sul divano.
C’era proprio mio padre sul divano, si era addormentato lì, mentre io avevo le mutande giù e
mangiavo la sottiletta, mi è venuto da pensare se si era svegliato, gli ho acceso l’accendino vicino
alla faccia per vedere se dormiva davvero ma dormiva, dormiva davvero, ho continuato a vedere la
tele delle fighe americane.
In quel momento, nella stanza, tutto è cambiato.
C’era un filmato di culi che si leccavano la schiena dentro una caserma, nel quartiere c’è un culo,
ha l’Aids, si fa chiamare Satana e non ha più i denti.
Tu ti devi ricordare che quando si va con un uomo bisogna controllare che vita ha fatto, se no non
ci vai. Oppure usa il preservativo. Gli omosessuali prendono l’Aids.

Meno male poi è finito e c’era una negra con il vibratore grosso nella figa. Continuava a
metterselo, era la più bella negra del mondo, si era girata ma poi c’era la pubblicità dei mobili, mio
padre era lì che dormiva, mi sono visto il culo della negra riapparire in tutte le inquadrature, non
c’era più sotto il segnale dell’altro canale, la negra era meglio di tutto quello che c’è, faceva
diventare pazzi guardarla cosa faceva e si stropicciava le tette negrone.

Il cuore mi batteva più forte di sempre, devo dirti che non capivo una minchia. Una voce dentro di
me mi ripeteva forte «va’ dove ti porta il culo». Uguale al titolo di un libriccino che legge quella che
c’è sotto.

L’unica cosa a cui pensavo allora in quel momento era proprio il culo di quella negrona sulla tele
con il buco davanti di dietro che si vedeva lì negro ero diventato tutto sudato cosa potevo fare io
senza fidanzata con niente soldi. Per andare a troie cosa potevo fare che sono un operaio così: «cosa
altro posso fare» gridavo mentre tenevo la testa di quel cornacchione di mio padre premuta contro il
divano dopo avergli tirato giù il pigiama me lo inculavo alla dio brutto con il telecomando in m
Lo yogurt

È bello comperare dei libri.


Una casa senza libri è molto triste.
Io ne ho 75.
Tutte enciclopedie, perché gli altri fanno disordine.
Molte hanno la copertina in tinta unica, altre, come la storia del fascismo o l’enciclopedia del
pescatore moderno, sono di colori diversi.
L’edicolante mi tiene i fascicoli delle enciclopedie dei colori che gli dico. Io le faccio e le metto
in casa.
Io, che ho tanti libri, sono Ugo. Ho quarant’anni. Sono del segno zodiacale dei Pesci.

Una enciclopedia che ho è la storia della filosofia. Se la volete leggere, bisogna sapere che
all’inizio si capisce, poi no. Alla fine è complicata. All’inizio ci sono delle persone che spiegano
che tutte le cose sono fatte di una cosa. Uno dice che tutte le cose sono fatte di acqua, l’altro che tutte
le cose sono fatte di aria e così via.

Per me il mondo è fatto di yogurt e lo si capisce pian piano, con la maturità.


Da bambino non lo capisci, prendi le cose senza pensarci, metti via i soldi per comperarle e poi le
usi, ci giochi senza pensare a cosa sono fatte.

Il bar che c’è giù, che resta aperto fino alle tre di notte, vende gelati ai gusti.
Sanno ad esempio di cioccolato. O di vaniglia. Poi di yogurt. Ma lo yogurt è semplice o
all’albicocca o ad altri gusti. Questo perché l’albicocca sa sì di albicocca, essendo fatta di
albicocca, ma ancora prima sa di yogurt, perché è fatta di yogurt, è yogurt all’albicocca da cui, dopo,
traggono l’albicocca pura e la vendono, e così per gli altri gusti e le altre cose.

Prendi ad esempio le torte del Mulino Bianco. Vai a controllare gli ingredienti, se ce ne hai una in
sala anche tu. C’è scritto che è resa morbida con lo yogurt all’albicocca.

Prima dello yogurt il mondo era duro, pieno di dinosauri e bestie spiegate nell’enciclopedia sugli
animali preistorici. Gli uomini non mangiavano lo yogurt ed erano completamente scemi.

Erano bestiali. Pian pianino si è capito che è inutile litigare, perché tutto è fatto di yogurt, tutte le
cose sono uguali e non vale la pena di prendersela troppo. Questa è la storia della filosofia spiegata
per benino.

Credo che non tutti (quasi nessuno) sanno questa cosa. Per saperla bisognerebbe comperare dei
libri che aiutano a pensare, non solo giornaletti pornografici e i romanzi d’amore delle donne, perché
questi sono sì fatti di yogurt come tutte le cose che esistono, ma sono duri, sono preistorici, parlano
di tutt’altro e uno non si accorge di come vanno le cose, scende in piazza a fare le manifestazioni con
i comunisti, non compera più lo yogurt, compera i dessert Galbani, li mangia senza pensare a cosa
sono realmente fatti, si allontana dallo yogurt, passano gli anni e nel corso dell’esistenza non
combina niente, va avanti nella vita così, senza né arte né parte fino a che muore e ridiventa yogurt.
Il sosia

Il mestiere che io faccio è il sosia di quell’uomo che si vede tutto ricoperto di gomma nel film di
un regista che si chiama Tarantino intitolato Pulp Fiction. Tale personaggio da me imitato compare
circa a metà del film di cui ho appena parlato, ma più verso la fine, quando il poliziotto deve
decidersi se incularsi il negro o il pugile.
È un personaggio facile da imitare in quanto non dice nulla, dura pochi secondi e non parla proprio
per niente, tranne un grido soffocato quando il pugile gli dà un calcio alla fine.

Tale decisione di imitare questo personaggio è dovuta al fatto che non sono nessuno, ho un
carcinoma in faccia e vestendomi tutto di gomma così:
1) Evito di mostrarmi in pubblico esibendo la deturpazione del mio volto così.
2) Posso sperare di partecipare alla trasmissione di Gigi Sabani Re per una notte, dove i
partecipanti imitano personaggi famosi cantando loro canzoni.
3) Posso legittimamente aspirare di diventare uno dei protagonisti delle notti della riviera
adriatica.

Il personaggio da me prescelto, comunque, non canta, ed è quindi più semplice da rappresentare


rispetto agli altri. Inoltre è da dire che tale personaggio non canta nel film dove appare per la prima
volta. Nessuno può dire che non canti nella vita, oppure che non lo faccia nei prossimi film, caso mai
ci andasse.

Tale scelta deriva inoltre da una mia considerazione alquanto ponderata in proposito.
Pulp Fiction è un film che hanno visto in molti milioni di persone, è pieno di violenza e piace ai
giovani. Così rappresento un simbolo di questo mondo nel quale io vivo, senza valori che non siano
esplodere per sbaglio la testa a uno che c’è dietro in macchina.

Alcuni non mi riconoscono, non sanno il personaggio, anzi devo constatare che proprio molti non
mi riconoscono affatto, e ciò è dovuto sempre a questi tempi, più che altro essi sono pieni di
distrazione, la maggior parte della gente non si ricorda il film che ha visto e ne va a vedere subito un
altro, dimentica i personaggi e li confonde tutti assieme, e diventa una specie di flipper di cose che
ha visto al cinema.

Questo è uno svantaggio a cui cerco di supplire spiegando a tutti quelli che mi chiedono perché mi
vesto di gomma così che sono il sosia di un personaggio di gomma del film di un regista americano P
Non ho paura dei miei sentimenti

Sono Marco. Sono un uomo, giovane.


Ho solo cinquantadue anni, e come tutti gli uomini del Capricorno mi ritengo una persona
ambiziosa. Sono il sindaco di camera mia.

Tengo comizi alle sedie.


Ordinatamente mi rispondono, senza darsi spintoni, senza affollarsi intorno alle telecamere.
Ascolto ogni voce che si alzi contro il mio mandato.
Senza nessuna discriminazione, dal poster del Milan alla foto di Claudia Schiffer chiunque può
arginare lo strapotere che una personalità come la mia inevitabilmente ottiene tra tutte le prese della
corrente che ci sono qui.

Sono stato sposato, ho avuto anche dei figli che ogni tanto mi mandano delle cartoline illustrate ma
il loro falso sentimentalismo tradisce la disapprovazione per la mia ascesi nel mondo della politica.

Nulla di apocalittico nelle lenzuola.

C’è tensione nella polvere che si accumula dietro la scrivania, piccole sedizioni che non hanno
riscontri televisivi.

A volte apostrofo un’anta dell’armadio, recalcitrante alla disciplina che una stanza deve avere.

Faccio sesso con il paralume, lo faccio di sovente, non ho remore nel dichiararlo, non ho paura dei
miei sentimenti.

A volte apro una finestra, uccido un piccione, richiudo la finestra e la riapro.


Mi sporgo per vedere il cielo, non si riesce. Troppi piccioni ostacolano la mia opinione
personale. Troppi si provano a debellare le mie proposte per una politica cagando lì. Sul davanzale
di casa mia.
Nessuno è oltre il rumore dei miei passi convincente.
Compio percorsi di ogni sorta, disegno geometrie e paesi tra la stanza da letto e il bagno, segnando
triangoli di progresso inesorabile a vedersi, a raccontarsi. In tutta la sua legittima forza di
convincimento.

Un tempo ero comunista, ero tale perché era giusto esserlo, ora questo è superato, non lo sono più
e sono felice di aver scelto per il meglio, quando sbatto i tappeti so di avere scelto la cosa giusta, li
sbatto con un’estrema attenzione al debito pubblico, come si è formato in questi anni, quanto
naturalmente si espone all’opinione della comunità economica internazionale.
Il videoproiettore è mansueto, sotto il televisore è dentro la sua scatola mansueto, ma la sua
serenità è fittizia, lancia segnali inquietanti, di smania... Vorrebbe soprassedere, veleggiare incontro
all’anarchia dei soggetti degli oggetti.
Per questo non l’ho mai dissigillato.

Per questo non guardo le videocassette che compero pensando come potremmo vivere felici se
qualcuno proponesse me, e non altri, al posto di direzione mondiale dei pensieri che ogni giorno
cadono inutilizzati ai margini di tutte le conversazioni monetarie del mondo.

Per questo ho alcuni videocataloghi illustrati della storia del nazismo, della pornografia sadomaso,
dei relitti nel loro ambiente naturale, delle grandi star della pallacanestro americana, della
fabbricazione domestica di mobili in legno di noce.

Per questo sposto spesso la macchina da cucire al centro della camera.


La spolvero secondo un duraturo progetto di espansione territoriale, che tenga conto dei proventi
tutti.

Tutte le posate sono ferme nei loro posti convenzionali, affiancate da tovaglioli e tovaglie che
sanno quali opzioni stasera vorrei proporre, una volta per sempre, ai vicini di casa, eminenti padroni
del vapore.

Da sempre eminenti padroni del vapore.


Cip e Ciop

Sono un ragazzo buono e semplice, dei Gemelli. Ho fatto le magistrali a Como. Adesso lavoro
nella ditta con mio zio.
La sera non esco mai, mi piace guardare la televisione un po’, poi vado a letto. Tranne il sabato
che esco con Riccardo.

Riccardo lo conosco da quando facevamo le elementari insieme. Eravamo compagni di banco in


seconda e in quinta. Andavamo insieme a giocare a sparviero in piazza la sera. Alle medie ci siamo
un attimino persi di vista. Poi abbiamo incominciato a uscire di sabato con la sua Punto.

Anche io ho comperato una Punto perché è italiana, per aiutare l’economia italiana in questo
momento di disagio per tutti.

A volte, il sabato sera io e Riccardo invece di usare la sua auto usiamo la mia. Sono uguali. Più
corretto sarebbe usare un sabato la mia un sabato la sua.

Tendenzialmente usiamo sempre la sua. Andiamo verso l’autostrada. Tutta la settimana si parla in
ufficio al telefono con la gente non si fa altro che parlare. Se un vigile ti ferma devi parlare. Se una
persona per strada ti chiede che ore sono devi parlare. Se chiami l’idraulico devi parlare ma al
sabato sera non è necessario comportarsi in questa maniera.

E al sabato sera Riccardo guida, io sto seduto al suo fianco guardiamo fuori dal finestrino le
macchine che passano in silenzio superandoci continuamente.

Restiamo in silenzio una mezzoretta o due poi bisogna dire qualcosa Riccardo fa «Cip». Io aspetto
sempre un qualche secondo, giro la radio per vedere se c’è qualcosa su Radio Latte e Miele che fa
solo musica italiana. Poi guardo la strada e faccio «Ciop».
La scorsa settimana eravamo sull’autostrada quando improvvisamente è successo qualcosa al
motore. Sono sceso a controllare cosa fosse successo e Riccardo mi ha seguito facendo, piano,
«Cip».

Io gli ho risposto, un pochino più forte, «Ciop» (mancava l’acqua al radiatore). Riccardo e io ci
sentiamo di solito il mercoledì sera. Quando finisce la cosa su Canale 5 mi alzo dal divano prendo il
telefono me lo porto sul divano e chiamo Riccardo. Alcune volte mi chiama lui.

Appena il telefono squilla l’altro immediatamente risponde perché sa che è l’altro che chiama per
andare insieme all’autogrill vicino Malpensa sabato. Appena c’è la linea faccio, forte, «Cip».
Si sentono sullo sfondo i rumori della televisione prima che arrivi di rimando la voce di Riccardo
che fa «Ciop».
Quando usciamo, Riccardo è felice di essere giovane, con una mano guida con l’altra tiene in mano
una Adelscott e guarda fuori dal finestrino della sua Punto le auto che passano nella corsia accanto
alla nostra superandoci.

Ci superano sempre tutti perché viaggiamo nella corsia di emergenza in quanto è più sicura se
arriva un Mercedes sei tranquillo, al sicuro, non sei tagliato fuori dalla vita nella corsia di
emergenza.

Guardiamo assieme lo specchietto retrovisore e dopo una due orette Riccardo si fa allegro, vive
tutta l’allegria di avere quarantaquattro anni e dice forte, come se è un rutto, «Cip». Allora anch’io
sono felice di avere sessantadue anni, faccio una bella vita, non ho di che lamentarmi e dico «Ciop».

Nell’autogrill dove di solito ci fermiamo per passare il sabato c’è la macchinetta degli Smarties
uguale così com’è credo più o meno dal 1980. Non la cambiano mai. È una vecchia macchinetta con
lo sportello rotto. Cambiano solo gli Smarties dentro e noi ne prendiamo sempre due scatole.

Gli Smarties sono una delle cose più belle di quando ero un attimino piccolo, cioè di quando
avevo sette otto dieci anni. Adesso la scatola è diversa ma essenzialmente gli Smarties sono gli
stessi.

Smarties sono sempr


Lotto numero sette
Noi

Mi chiamo Maria, ho ventisette anni e sono del Toro. Possiedo una collanina d’oro regalatami da
mia madre quando ho fatto la prima comunione.
Sono sposata con un ragazzo di trentadue anni, Giacomo, che fa l’elettricista in Milano.
Non ci piace abitare a Cormano perché nel nostro palazzo ci sono i muri che sembrano fatti della
Scottex di una volta, a un velo solo. Adesso la carta igienica la fanno a due veli, è molto più
resistente di una volta, mentre i muri del nostro palazzo sono come carta igienica che non serve più a
niente, sono completamente inutili.

Per questo qui nessuno parla più con nessuno. Il signor Caratti del dodicesimo piano sa che tutti
sappiamo che lui dice a suo figlio ogni volta che torna da scuola che va male a scuola. Per questo lo
punisce facendogli vedere sempre lo stesso film porno che tutti noi ormai conosciamo bene a
memoria infatti dopo quattro minuti di conversazione iniziano a scopare sono un uomo e tre donne.
Con la scusa del film e dei cattivi risultati a scuola il signor Caratti ne approfitta per violentare suo
figlio gli dice di non gridare per non farsi sentire dagli altri in realtà lo sentiamo tutti. Sappiamo che
cosa fa e lui lo sa benissimo.

Sappiamo tutti che i testimoni di Geova del quinto piano spacciano non so che cosa sono testimoni
di Geova per finta la signora Dello sente che cosa dicono le persone che vengono ne vengono in
continuazione.

Noi sappiamo tutti che il tipo del quinto piano in faccia ai testimoni di Geova tira dei calci in culo
a sua madre le dice tutti i giorni stai zitta brutta troia schifosa per farsi dare i soldi per andare alla
partita dell’Inter come se ci fosse la partita dell’Inter tutti i giorni è tifoso dell’Inter è disoccupato ha
due lauree ha quarantadue anni e tira dei formidabili calci nel culo a sua madre ogni sera.

E sappiamo perfettamente che i Medelino dell’ottavo piano fanno delle cose strane quando
mangiamo fanno l’amore lo fanno in modo strano lo si capisce da come li guardano gli altri del
condominio quando li incrociano alle due del pomeriggio non si può vedere la televisione in pace
perché lei inizia a gridare lui le dice adesso ti metto la telecamera dentro il culo ti faccio godere con
la telecamera dentro il culo perché evidentemente si riprendono con la telecamera o cose del genere
quando fanno l’amore.

Il nostro caseggiato è completamente diverso da come si vede sul settimanale «Noi». Quando
facciamo l’amore non c’è nessuno che ci vuole riprendere per pubblicarci su un giornale, al limite i
Medelino si riprendono da soli quando fanno l’amore. Inoltre nessuno viene intervistato per dire cosa
ne pensa del successo, io credo che il successo è come quando hai i muri di Scottex, e in qualunque
posto del mondo vai ti senti a Cormano, anche quando caghi gli altri lo sanno, noi non abbiamo
bisogno di diventare famosi per cagare così.
Gesù Cristo

Dovevo scongelare Claudio, il freezer era tutto incrostato perché da quando lo ho comperato non
mi sono mai preso la briga di pulirlo, così il sangue di Claudio, uscendo dai sacchettini, ha sporcato
giù tutto il mio freezer.

Claudio era un tipo molto sanguigno, un sindacalista.


In fabbrica ogni discussione era sua, quando iniziava a parlare non lo potevamo fermare, credeva
di avere ragione su tutto, continuava a parlare perché non smetteva di leggere i libri che aveva in
stanza.

Molti del Toro fanno così.


Offendono gli altri. Vogliono cambiare le cose, non capiscono la forza di un uomo che un giorno di
gloria è resuscitato per noi.

Allora non serve parlare o fare male agli altri. Un giorno tutti saremo salvati. Un giorno la gente
guadagnerà tre milioni a testa senza stronzate.

Si parlerà con gli animali. Le ciminiere saranno fiori e nessuno si ammala. Questo Uomo è Gesù
Cristo.

Mi è dispiaciuto surgelare mio fratello ma bloccava la pace che è in me, la tranquillità della gente
che lavora, perché il baccano che faceva quando guardava i programmi politici nel periodo delle
elezioni o durante tutti i telegiornali, non capivo molto, facevo confusione.

Allora mi gridava che ero un servo, ma io stavo zitto perché non sono uguale a lui, ho un mio
carattere.
Da quando era sulle stampanti mio fratello era più sindacalista dell’anno scorso. Il mio nome è
Ivano, ho cinquant’anni e sono del segno dei Pesci.

Pregavo che Dio lo mandasse sotto un autobus, una sera prima di venire a casa, e non mi rompeva
più.
Così una sera mentre lavava i piatti gli ho sbattuto la testa contro il muro fino a che non è morto, e
il mondo era più libero da ogni maleducato.

Ho spento la tele e preso una scatola di Brothergeel, con sopra un disegno dei pinguini al polo
nord ma forse il polo sud.
Gli ho tagliato le ossa con il coltello elettrico che regalavano alla gita al santuario di Padre Pio a
diciottomila lire insieme alla pasta e una sciarpa che aveva preso lui.
Le ho messe dentro i sacchetti di plastica ma senza gli elastici, che non c’erano.
Poi ho buttato via i suoi libri rabbiosi, ora che era morto non li leggeva più e io stavo meglio, lui
stava nel freezer e un giorno sarebbe resuscitato insieme a tutti gli altri, e per intanto non mi rompeva
più i coglioni.

Il sangue d’uomo come quello degli hamburger con la paletta non viene via, è come se si è fuso al
freezer. Allora ho scongelato tutto, ma così mio fratello andava a male, ho fatto corto circuito e mi
sono ucciso.

Quando mi sono risvegliato ero nell’ospedale e c’erano i carabinieri. Non era l’aldilà e mi faceva
male la testa, mi faceva male tutto e v
Carla Bruni

Sono un ragazzo di trent’anni. Mi chiamo Lucio. Sono del segno del Cancro. Laureato.
Mi piace guardare Roberto baffone.
Mi piace, prima di uscire per il secondo turno, sentire la sua voce aggrapparsi alle parole, come
uscendo da una caverna, mentre uno sconosciuto, alle sue spalle, piega la scala nell’ennesima
posizione che questa può assumere, senza nessun bullone da svitare, semplicemente usando le mani.

Le grosse mani di Roberto muovono la scala come uno scultore trae dalla pietra il suo lavoro.
Mani nervose e precise, che sfiorano la struttura di metallo nella consapevolezza che chiunque, per
143 000 lire, può ripetere quelle gesta, cavando un ponte da uno sgabello, forgiando questo a guisa di
tavolo da lavoro che accondiscende a divenire, ancora una volta, altro da sé.

Prima di essere deposta nel proprio angolo, occupando una limitatissima porzione di spazio,
consentendovi incredibili risparmi di tempo, la scala di Roberto funge da tutto ciò che una normale
scala in alcun modo può essere progettata a essere.

Anche per questo, quando mi abbandono nell’eco delle parole di Roberto, un torpore mi invade, e
come il sogno di un’altra vita prende forma di là dello schermo televisivo, metafora di ciò che sarei
se fossi stato diverso da quello che sono.

O che forse non sono mai stato.


Come se ciascuno di quegli scalini lucidi trascendesse, e l’ascesa non fosse diretta verso la
controsoffittatura, ma oltre questa storia di caporeparto.

E Roberto, mago e dio di un’altra prospettiva esistenziale, a ogni scalino della sua scala mi
svelerebbe che io, in un’altra dimensione, più sottile, più reale, non sto guardando la tele a Cinisello
Balsamo, ma concretamente annegando tra le cosce di miele di Carla Bruni sento l’acqua salmastra
del mare infrangersi vicina, più vicina di quanto adesso non senta mio figlio russare.

E quell’acqua salata diventa il whisky che bevo davanti a un camino in una villa che è mia e alla
quale hanno accesso solo donne che nessuno con il mio reddito può permettersi ma io, io che nulla
può fermare, io sì.

Perché io attendo soltanto che qualcuno di molto importante si accorga di quello che valgo, e quel
giorno i miei figli e mia moglie, i vicini e chiunque di fronte a me si presenti sarà ridotto a
servizievole pubblico acclamante.

Oltre la tele e ancora più in là ne decifro l’incantesimo delle parole e dei sogni, nel loro nucleo
duro.
Chiunque può farlo fermandosi ad ascoltare il respiro che divide le parole di Roberto baffone, o
quando, pur girando canale, qualcosa rimane per poco all’interno della stanza, sovrapponendosi ai
rumori del mondo.

È il mio nome, il mio nome quello che Roberto segretamente declina in tutte le sfumature, in tutti i
significati che una lingua può assumere, così che io ne scelga la collocazione, inventandola nella
maniera che
Jasmine

Mi chiamo Marco e sono un bel ragazzo dell’Acquario.


Per fortuna i miei genitori sono andati nei verdi prati del Walhalla e con i soldi dell’eredità ora
posso condurre un’esistenza degna di essere vissuta.

«Nuovo studio Jasmine giovanissima bella massaggiatrice esegue massaggi stimolanti ti mando in
paradiso. Ambiente riservato. Esigo distinti. Dal lunedì al venerdì h. 10.30/19.30»: rispondendo a
questo annuncio ho conosciuto un giorno Jasmine.

Jasmine, una bellissima ragazza americana bionda tipo Moana Pozzi la pornoattrice che ora è
morta ma continuo a farmi le seghe guardando i suoi film perché fanno sempre vedere i suoi film
anche se è morta.
Per un milione a nottata Jasmine accetta di essere portata in albergo di prenderlo come cazzo ti
pare tre quattro cinque sei volte io una volta mi è capitato ho sborrato sei volte solo un milione.

A Pasqua le ho proposto di fare una cosa.


Mio fratello era stato piantato dalla sua donna, Ariete. Pensavo di distrarlo da quella cosa
recapitandogli un uovo a sorpresa una sorpresa diversa, forte, interessante. La sorpresa sarebbe stata
Jasmine dentro l’uovo di Pasqua. Jasmine accettò per cinque milioni massimo otto ore.

Mi misi d’accordo con il pasticcere di via Boscovich. Preparò due semi-ovali di nove chili di
cioccolato ciascuno.
Jasmine si sdraiò dentro uno di questi rovesciato sul tavolo. Saldammo il tutto e Jasmine era
pronta per essere recapitata era tutta nuda.

A Milano il sabato pomeriggio c’è molto traffico.


Dentro l’involucro che avvolgeva il cioccolato che circondava il corpo di Jasmine c’erano liquidi
di Jasmine. Portammo il pacco di Jasmine a mio fratello.

Quando mio fratello aprì la porta scorgendo l’uovo pensò subito a una trovata delle mie da ragazzo
gli avevo regalato due arnie per le api. Aprì impaziente.
Jasmine era morta. Aveva il volto paonazzo, con il cioccolato appiccicato sopra. Non potevo più
prenderne un’altra.

Intanto, era ancora calda. La issammo sul tavolo della cucina e mio fratello si tirò fuori il cazzo.
Ciucciò un po’ il cioccolato che sapeva di quella troia.
Glielo spinse nel culo mentre io mi strofinavo la cappella sopra le ciocche belle che c’erano nel
semi-ovale insieme alla testa e tutto e il cioccolato del pasticcere di via Boscovich.
Jasmine è un maiale, non si butta via niente. Le aprii la bocca e le misi dentro il cazzo. Il fatto che
avesse deglutito la lingua rendeva il chinotto più interessante. Io non avevo speso, per niente, cinque
milioni. Infatti la bocca di una morta ha una temperatura congeniale al prolungamento del coito. Venni
dopo undici minuti abbondanti. Quando l’orgasmo mi scosse tutto la afferrai per i capelli scuotendola
così come facesse l’ingoio.

Dopo un’ora di queste cose eravamo rotti e misi Jasmine dentro un sacco della spazzatura che
aveva mio fratello in casa.

Lo legai con il fiocco dell’uovo e portai Jasmine alla discarica.

Sentivo Jasmine andare giù dalla scarpata. Andai da Quinto a prendere un gelato da diecimila.
Quando si spaventano sono fortissimo

A me, che sono dello Scorpione, piacciono le ragazze.


Così mi vesto da Diabolik e le palpo, quando è sera e Trieste sembra un cartone animato pieno di
vento.
Vento e carne profumata, lasciata libera veramente di uscire, con i vestiti di oggi, quelli che fanno
vedere la roba.

Vedere tutto questo, io che sono da solo, e al mercato mi annoio, non è un film americano pesare la
frutta, contare il resto da dare, se hanno preso lo scontrino, fare le bolle quando vado via.

Io che ho comperato una tuta da ginnastica aderente e nera. L’ho pagata sessantacinquemila lire.
E le calze Omsa per cappuccio, di mia sorella, non so quanto costano, ma si rompono, così me le
sono dovute comperare io.

Alla commessa spiegavo che erano per mia moglie, che avevo una moglie bella, e la volevo
ancora più bella.
La volevo vedere. Quando tornava la sera e facevamo l’amore, sul divano, sul tavolo.
Quella commessa era giovane come una fotomodella.

Quando alle sette del mattino arrivavo al mercato pensavo alle donne. Perché mi fanno impazzire
quando chiedono un etto di basilico, e io sorrido. Sono gentile. Ma vorrei di più di quello che chi
non è Diabolik non può baciare.

Fare l’amore. Avere centinaia di rifugi magici. Sotto Trieste. Sotto tutta l’Italia.
E automobili, donne bionde con i gioielli. I diamanti che le ho regalato perché posso farlo. Un
mondo che amo tantissimo, dove ho tutto.

Aspettavo fuori dalla discoteca, vestito da Diabolik, con l’Alfasud nera.


Annusavo le mutandine delle altre, quelle che avevo già colpito, per caricarmi. A volte è come un
sogno, mi stordisco, le lecco, le strappo, ne mangio dei pezzi. Fino a quando non escono dalla
discoteca.

Sono vestite da troie.


Mi fanno morire con i capelli neri. Allora sono Diabolik, il terrore di tutti i commissari di polizia,
prendo il coltello e quando sono da sole minaccio di farle sanguinare, gli chiedo di togliersi le
mutande e gli mostro il cazzo.

Quando gridano sono fortissimo, capiscono che sono Diabolik.


Dico di farmi vedere la figa, voglio vedere. Nelle videocassette è diverso. Fanno subito i pompini
e ti leccano anche i coglioni. Queste hanno più paura.
Certe volte riesco anche a farmi fare una sega.
Altre scappano troppo veloci.

Evaderò da questo carcere perché nessuno può fermarmi.


Forse non è nemmeno vero.
Forse mi sveglierò dal sogno. In una villa americana. Sarò dentro una piscina a forma degli occhi
di Diabolik, nascosta dove nessuno può scoprirla, con le telecamere dappertutto, con Claudia
Schiffer e tutte le altre, non questo aspettare l’ora d’aria.

A me non viene a trovarmi nessuno.


Alle medie avevo moltissimi amici. Adesso ho visto la mia foto sui giornali. Avrei preferito se mi
facevano posare con il vestito di Dia
Lotto numero otto
Neocibalgina

Quando ci troviamo, io e i miei amici parliamo di Neocibalgina. All’inizio non era tutto cosí
chiaro. A capire fu Giuseppe. Quindici anni. Bilancia. Mi telefonò una sera, saranno tre mesi. Mi
disse di mettere subito su Raidue. Girai canale. Vidi un ragazzo. E una ragazza. Una moto. La
campagna. Nei loro sguardi la gioia di essere giovani. Neocibalgina.

Ricordo la musica accattivante, ora cambiata. Impossibile descrivere l’emozione che provavo
ascoltandola. Ed era penoso, a tavola, sentirla all’improvviso, senza che il flusso di stupidaggini di
mia madre finisse. Allora le parole di mia madre pesavano, piú delle sberle che mi dava da bambino,
e volevo con tutto me stesso che scomparisse, e rimanessimo soli. Io e la televisione.

Cercai il disco di quella musica in tutta Roma. Di negozio in negozio frugavo tra i compact
cercando il disco di Neocibalgina. Nessuno lo aveva. Forse c’è uno Stato centrale che sequestra i
dischi cosí belli. Forse qualcuno che comanda, che sta sopra di noi non vuole che la gente sia felice.

A scuola, Michela mi mostrò la scatola. L’arcobaleno era tutti i colori dei nostri ideali. Iniziai a
prendere Neocibalgina tutti i giorni.

Il mal di testa subito spariva. Se non l’avevo prendevo lo stesso Neocibalgina, ed era bello perché
restava la bocca un po’ impastata, avevo qualcosa di cui parlare con gli amici.

Alle quattro, in piazza delle Fontane, confrontavamo le nostre esperienze. Michela era il traino
della compagnia. Si sedeva, estraeva la scatola dalla tasca e raccontava quante Neocibalgine aveva
preso. Noi tutti ascoltavamo con attenzione. Pur sapendo che a volte esagerava, era difficile che
qualcuno osasse interromperla. Era così bella la sua voce.

Ricordo come fosse ieri la prima volta che chiesi, in una farmacia, Neocibalgina. Fu piú forte di
quando comperai l’Oransoda. Avevo dieci anni, a dieci anni non si beve Oransoda. A sedici, del
resto, non tutti hanno capito cosa vuole dire comperare Neocibalgina. Fatto sta che era emozionante
guardare la farmacista che mi guardava mentre chiedevo la medicina della mia generazione.

Poi, sempre più, silenzio. Gli spot si ridussero notevolmente alla Fininvest. Quasi nulla alla Rai.
Così alcuni disertarono il gruppo. Tutto ciò mi sembrava folle. Neocibalgina era dentro di noi,
questo cercavo di fare capire, la televisione aveva soltanto lanciato il messaggio.

Noi viviamo per raggiungere la felicità. Michela motivava la crisi con l’alternanza normale dei
cicli. Qualcuno, suggestionato dall’austero pacchetto delle aspirine, cercava il brivido della
trasgressione. Adulto anzitempo, sarebbe tornato da noi. Altri, più portati per le cose effervescenti,
probabilmente stavano sprecando la loro adolescenza con Aspro.
I giovani devono stare uniti. Prendere le stesse cose. Adesso siamo solo io, Michela e Giuseppe.
Piazza delle Fontane è sempre più triste. Ci guardiamo negli occhi e sappiamo di avere in tasca un
rimedio per i dolori mestruali. Ciò riguarda evidentemente Michela. Giuseppe, che fuma molto, con
Neocibalgina può fumare anche tre pacchetti al giorno, gli passa.
La frigidità dell’aria del mondo

Le luci psichedeliche rendevano i corpi astratti.


Al bordo della pista io vedevo apparire le gambe, le stimavo con tensione indescrivibile.
L’odore di sudore dava sostanza alle masse bionde di peli che il ballo faceva evolvere a ritmo,
fluidificandole poi nel desiderio spiazzante di essere sciolto in un unico, pulsante corpo che gode di
avere diciotto anni.
La frigidità dell’aria del mondo era parcheggiata fuori dalla discoteca.
Ma anche lì mi sentivo più solo che mai.
Mi chiamo Enrico, ho vent’anni, sono del segno dei Gemelli e l’anno scorso sono andato in
vacanza all’isola d’Elba.
Matteo mi diceva che all’Elba rimorchiare era facile.
Io avevo un preservativo in tasca e stavo seduto su un divano bevendo birra vicino a una coppia
che si baciava sfiorandomi e sentivo i violini che s’impennavano sul finire di Papa Don’t Preach e
piangevo.
Quasi piangevo ed ero eccitato.

Era che la voce di Madonna mi sembrava molto grande, fisicamente espansa nella mia anima,
diciamo una cosa indescrivibile, che volevo mia per sempre e avevo bisogno di una ragazza che mi
tenesse le mani, che mi facesse un pompino.

Ero vestito abbastanza bene e avevo la camicia gialla di Armani che Matteo mi aveva prestato.
Chiudendo gli occhi ascoltavo il mio stomaco dirmi che lui con me, con la mia storia non
c’entrava, ribellandosi, come portando dentro di sé la batteria elettronica che attorno cingeva i nostri
destini, i destini di chi, avrei voluto sbottonare una camicia e sgusciarne i seni contratti al mio tatto,
avevo mal di testa e fumavo.

Una tra tutte mi colpiva.


Una con i capelli lunghissimi, rossi, e una tuta aderente, nera, che ne metteva in mostra la bellezza.
Ogni tanto tornava, e l’avevo vista passarmi accanto più volte fino a quando rimasi sulla pista.

Anche Matteo lo rivedevo, ma poco, perché era quasi sempre a fare storie di fumo e, lui diceva, a
limonare con una di Bologna che gli aveva fatto anche toccare la figa.

Quando, rientrando a casa, mi passò sotto il naso il suo dito indice per farmi sentire l’odore di figa
a me sembrava che se l’era messo nel culo.

Lui faceva il PR per diverse discoteche di Milano e sapeva trattare con le ragazze, ma non credo
che rimorchiasse sempre.
Era triste quanto me, quella sera.
Così, arrivati nell’appartamento che avevamo affittato per le vacanze, iniziammo a bere amari
mentre cercavamo dei porno alla televisione.
Su Videomusic c’era il video di Paranomia degli Art of Noise che mostrava la faccia di un uomo
computerizzato appoggiata a una sedia a rotelle, su Raitre un film in bianco e nero.

Camminavamo per la casa con il cazzo in mano ed eravamo ubriachi, così ubriachi che quasi
Matteo mi vomitò in faccia mentre mi chinavo tra le sue gambe per leccargli la cappella.
Credo che avessimo bevuto più di due litri di birra a testa, una bottiglia di Don Bairo e una di
Martini Rosso.

Non avevo mai succhiato un cazzo in vita mia perché mi piacevano le donne, ma era almeno
qualcosa e poi mi avrebbe fatto una pompa lui.

La televisione era finita da un’ora quando non sopportai più quel rumore fastidioso e così alto che
mi sfilai il suo affare dalla gola per andare a spegnerla.

Mi ricordo, ecco questo me lo ricordo, che andando in sala vidi la luna dalla finestra uguale a
quella che si vede nella copertina della colonna sonora di Birdy.

Speravo che Matteo non mi sborrasse all’improvviso in bocca perché non volevo berla, glielo
dissi e lui fu molto gentile dicendo che me lo avrebbe succhiato un po’ lui.
Io mi misi a cavalcioni sulla sua fac
Hamburger lady fa la raccolta punti

La gente mi chiama Hamburger lady. Il mio vero nome invece è Giovanna Tamalo (22 anni,
Bilancia).
La gente mi chiama Hamburger lady perché una volta stavo friggendo le Spinacine e mia madre mi
ha toccata dentro con il braccio (mia madre era lì che friggeva i cosi ripieni della Findus di ogni tipo
di verdure) e sono finita con la faccia dentro l’olio delle Spinacine.
Mi sono ustionata e da allora la mia faccia è orribile. Per questo la gente mi chiama così.

A me di tutto questo non importa nulla perché sto facendo la raccolta punti della Star.
Con 100 punti si vincono un piatto piano, un piatto fondo e un piatto da frutta.
Con 150 punti si vincono tre tazzine da tè con piattino.
Con 200 punti si vincono una coppa più quattro coppette per la macedonia.
Con 250 punti si vincono sei tazzine da caffè con piattino.
Adesso ho 700 punti Star.

Con i nuovi punti della Barilla (che da qualche mese si chiamano punti-farfalla) e ce ne sono 3
sulle confezioni di pasta fresca ripiena; 2 sulle confezioni di pasta di semola integrale da 1 kg, sulla
pasta integrale, sulle Fantasie, sulla pasta all’uovo, sui tortellini, sulla pasta fresca e gli gnocchi, sui
sughi da 200 g e sulla pizza; 1 sulle confezioni di pasta di semola da 500 g e sui sughi da 400 g e 680
g – con tutti questi punti Barilla, dicevo, e ne ho già la bellezza di 900, perché me li faccio dare
anche da mia zia Ramperi Maria, che compera solo Barilla, e dalla mia vicina Iole Tancheri, che fa
l’infermiera al Fatebenefratelli, ha tre figli di cui uno laureato alla Sorbona, una università a Parigi, e
mi dà tutti i suoi punti – stavo dicendo che si può vincere, già con solamente 58 punti (più o meno
trenta scatole di pasta fresca ripiena, e non è molto, se considerate che per vincere un portapane in
ceramica bianca del Mulino Bianco servono 44 confezioni di Pangrì) la bellissima Fiamminga, che
serve per portare in tavola i piatti più speciali, si presenta bene in tavola per tutte le grandi
occasioni, è in porcellana e la si ottiene con 82 punti in meno rispetto a quanti ne occorrono invece
per il Frullymix (per averlo ci vogliono 140 punti anziché 180), e d
Baghdad

Proprio come pensavo. Tutti i telegiornali dicono che adesso c’è la guerra. Ho caricato mia moglie
sull’automobile, i miei figli, il cane e siamo andati all’Esselunga.

Sono Giovanni, ho trentotto anni. Sono del segno del Cancro. Compro il tonno con le mandorle, ne
compro venti scatole, se c’è la guerra non si può uscire come prima.
Ne prendo in confezioni da centottanta grammi, le metto nel carrello.

Paolo non va bene a scuola, ha quattro in matematica, non studia abbastanza.


Ma adesso gli accarezzo la testa, non lo faccio mai, è bello avere un figlio, prendo le buste di tè
alle mele, le buste di tè verde, di tè al limone.

Ho visto le fotografie della bomba atomica, so com’è morire come una sottiletta attaccata al cielo.

Compero le girelle alla frutta, le girelle al cacao.


A Baghdad fanno gli scudi umani, difendono i depositi di armi con Cocciolone.

Su Raidue si vede meglio.


Io torno dal lavoro quando inizia il telegiornale.
Ma questa guerra, di notte, si può ascoltare a volume alto, la guardano tutti.

Anche se spendo due milioni, forse è l’ultima spesa che faccio, la faccio di cuore, compero le
trofie e gli ziti, le mezze penne e i tortiglioni.

La prima cosa che sparisce è la pasta.


Dopo, il sale.
Ciò dipende dall’economia, è un sistema mondiale delicatissimo, e come scoppia la guerra da una
parte della terra tutte le altre ne sono informate, e ugualmente la pasta diventa di difficile reperibilità.

Per sicurezza prendo anche i sofficini e la birra, più di sei confezioni da dodici, prima che finisca
ne prendo di nuovo quattro, Paolo recupera un altro carrello.

Un tempo i guerrieri si uccidevano, ed era finita lì.


Per esempio, se un crociato ammazzava un arabo, in America nessuno sapeva nulla.
Il crociato, del resto, non sapeva che esistesse l’America.
Oggi non solo sappiamo che c’è la guerra, ma a Baghdad hanno avuto inizio i bombardamenti.

Se l’Iraq invadesse l’Italia cambia tutto.


Una guerra non sai quando finisce, quanti morti ci saranno, quanta spesa devi fare.
Non si capisce se la colpa è di tutti, quando ammazzano.
Io compero i würstel al formaggio americani, i filetti di sogliola, le mozzarelline, delle scatole di
bicarbonato, la farina integrale, le pile per lo stereo, dieci pacchi di caffè, le rav

ompero i bicchieri di nutella, i


Protagonisti

Mi chiamo Matteo Pirovano e ho ventidue anni. Appartengo al segno dell’Acquario.


Pur avendo elaborato interessanti dottrine cosmologiche, fino a poche settimane fa la mia vita
scorreva come qualcosa di estraneo, era un mistero di cui non riuscivo a trovare la soluzione. Per
questo andavo male all’università. Per questo non riuscivo a trovare una ragazza. Ora le cose
cambiano a una velocità di cui io stesso mi stupisco. Ora guardo sempre Protagonisti.
Va in onda ogni giorno alle 19. Pubblico che ti guarda, nient’altro.
Pubblico competente, bella gente: Protagonisti è il programma che ti mette al centro della scena.
Protagonisti è il vettore attraverso il quale ogni giorno il mio successo si incunea nel cuore della
gente.
Quando termina la sigla iniziale e le oltre trecento facce di esperti e di belle ragazze mi guardano
dallo schermo inizio a parlare. Quelli mi seguono interessati e snocciolo le mie teorie con la
consapevolezza di quanto io stesso valga.

Sono Monica, ho ventiquattro anni, sono del Toro e seguo Protagonisti.


Protagonisti mi ha fatto riconciliare con l’Italia. Detestavo il mio paese. Ogni estate andavo in
Irlanda a fare la cameriera. L’anno scorso sono rimasta incinta e ho abortito.
Il mio corpo non ne ha risentito. Ho sempre delle belle tette. Le esibisco a Protagonisti. Ballo e
canto con grande talento. Colgo negli sguardi del pubblico di Protagonisti l’attenzione che a me sola
è data.
Allora capisco che non devo più andarmene perché solo in Italia ci sono programmi così.

Mi chiamo Stefano Aleardi e sono consulente in una grande azienda. Ho trent’anni, Sagittario.
Le soddisfazioni non mi mancano, ho una bella macchina e un cane di ottanta chili, un mastino di
nome Anufi.
Ma il sogno della mia vita è sempre stato essere un artista.
Così alle diciannove sono davanti allo schermo.

Sono applaudito. Faccio dei giochi di prestigio molto elaborati, senza commettere errori. E sono
vere soddisfazioni quelle che si provano a essere apprezzati non solo per le proprie capacità
professionali.
Anufi scodinzola e vorrebbe che il programma non finisse mai.

Sono Cristina Cardo, ho quarantotto anni, segno zodiacale Vergine. Lavoro alla Coop. Con me i
clienti sono sbrigativi, e soffro nel rendermi conto che non è poca la gente disposta a fare la coda pur
di andare alla cassa di Maria. Maria è giovane e bella, mentre io sono troppo bassa e ho
un’emiparesi facciale.
Ma quando smonto dal lavoro rientro a casa e indosso il vestito di seta che la buonanima di mia
madre aveva ricamato a mano per il giorno in cui mi sarei sposata. Non mi ha sposata nessuno perché
faccio schifo. Ma Protagonisti sa guardare nel fondo della mia anima.

E allora nessuna regge al mio confronto.


Quando, alle diciannove e trenta, il programma termina tra gli applausi scroscianti del pubblico
ringrazio e m’inchino.
In quegli istanti non vorrei lavorare mai più alla Coop, vorrei vivere sempre davanti alla
televisione, perché solo la televisione è umana.
Perché solo Protagonisti mi stima.

Mi chiamo Ignazio Bottura. Ho trentasei anni. Faccio l’elettricista. Sono del segno del Leone.
Mi piacciono i cazzi ma se il mio principale sapesse della mia omosessualità verrei licenziato.
Così devo fingere fino a sera. Ma alle sette, quando sono da solo in casa, quando i miei colleghi
non possono offendermi con le loro stupide barzellette, quando ogni discorso sul campionato
svanisce come un’eco lontana, indosso le calze a rete della Omsa indosso il reggiseno Lepel inizia
Protagonisti.
Guardo la gente che mi guarda e mi sento donna, sono la francesca dellera del mio palazzo sono
quello che non posso mai essere che realmente sono
mi tocco.
Tocco i miei fianchi ancheggio.
Una marea di applausi mi travolge.

Sono Giovanna Campidoglio, ho trent’anni, della Vergine, coniugata.


Il mondo corre dritto verso la sua fine. Nessuno accoglie più il messaggio di Gesù Cristo.
Lo dico sempre a Protagonisti. Lì trovo persone interessate allo spirito. Mio marito invece non mi
ascolta. Mangia, guarda la tele e vuole fare l’amore. Ma quello non è amore.
Lo spiego in modo approfondito a Protag
Il fantasma dalla f*** azzurra
e altre storie moderne
Fuffi

C’era questa mitica estate. Io stavo col mio bomber vicino all’ombrellone seduto. C’era il sole che
spaccava la figa alle vongole. Quarantadue gradi all’ombra.

Ero in erezione dalle due. Erano le sette. Avevo il bomber lì vicino appoggiato allo sdraio. Io ero
appoggiato allo sdraio. Mi chiamavo, mi chiamo Guido Consoli, ho ventidue anni e penso politica.

A seconda di chi trovo penso destra sinistra. Se è una figa di sinistra svedese penso sinistra. Se è
una figa tedesca, una nazistona tedesca penso destra, del tutto estrema destra.
Sono campione di motociclismo del Lorenteggio. Sono Guido Consoli: ricordati il mio nome,
perché devo raccontarti una storia, che io ho avuto.

C’era questa mitica estate, l’anno scorso. Io avevo le ferie ad agosto, ero andato a Riccione con il
bomber anche se ci sono quarantadue gradi me lo sono messo per fare vedere che lo avevo, il
bomber, e avevo questa Ducati 916.

Essa è la mia moto sembra di guidare un 250 con la sella molto alta i manubri bassissimi il
cupolino schiacciato verso la ruota anteriore bisogna inserirsi nel serbatoio con la prima lunghissima
ha sotto 120 CV s’inserisce in traiettoria ha un’erogazione corposa.
Essa ha i freni i dischi in acciaio la decelerazione ben gestibile pesa 7 chili più rispetto al
modello 1994 non ha il cruscotto digitale come quello della 916 ufficiale ha però gli elementi
analogici le prese d’aria per l’airbox il cambio è provvisto del sistema semi-automatico. I doppi
silenziatori in fibra di carbonio li ho fatti tirare via perché mi piace fare casino sono un tipo che ama
la vita ama il casino.

Arrivato in spiaggia, verso le due, mi sono appoggiato allo sdraio a fumare una sigaretta che avevo
comperato Gitane senza filtro. Poi guardavo la spiaggia fino alle sette. All’improvviso sesso. Cioè, è
arrivata una svedese con il cane lupo Fuffi.

Fuffi Fuffi venire qua giocare con me svedese, diceva la svedese al cane. Io sono andato lì a
vedere se c’era da fare sesso, lei mi ha detto tu lanciare osso finto a Fuffi, noi giocare.

Io lanciato osso Fuffi, bozzo premere da paura, quasi spaccato nuovo costume, lanciare di nuovo
osso Fuffi mi ha detto la stangona universale.

Io di nuovo lanciato osso Fuffi, io guardare tette svedese, Fuffi correre spiaggia con osso, fino alle
dieci questa storia. Io dicevo alla svedese vuoi una Gitane, eh? Andiamo al mio sdraio sei di destra
sinistra vuoi che ti pago un caffè? dicevo alla svedese perfetta.
La svedese sorrideva era più bella di sgommare sull’Aprilia a luglio ad agosto ogni mese senza
lavorare mai ma solo sgommare sulla moto la svedese mi ha detto vieni con me ti faccio vedere una
cosa dietro l’ombrellone sono andato avevo il tarello che mi prendeva a fuoco.

Mi ha portato lì eh io cosa pensavo lei mi ha fatto vedere aveva una scatolona con su un cane
Smaily zuppa con carni cerali e ortaggi mi ha detto Fuffi essere bello tu guardare pelo Fuffi essere
perfetto io pensare pelo svedese lei detto pelo bello perché io sempre compro Smaily zuppa e
crocchette confezione da quattro chili io comperare Smaily al consorzio agrario di Torino se tu per
favore andare bar prendi due litri acqua noi due insieme facciamo pastone per Fuffi.

Io ho detto sì sono andato le svedesi bisogna assecondarle a volte con una svedese devi fare
queste cose ma poi la portavo con il 916 dietro il benzinaio a spanarla.

Sono tornato con due bottiglie San Benedetto tre litri per Fuffi sono andato tornato sempre il Fuffi
che saltava.

Lei mi si è avvicinata mi ha sorriso era il sole mi si è avvicinata come un sole mi ha preso la mano
Fuffi ballava attorno a noi col suo osso del cazzo la svedese mi ha detto sei dolcissimo se per favore
tu adesso fatto amicizia a Fuffi tu puoi restare questa sera con Fuffi adesso arrivare Omar?

Lì è arrivato Omar, si è baciato la svedese e io ero lì a tenere fermo Fuffi che saltava attorno a
Omar, la svedese e io che guardavo la svedese che guardava Omar che guardava la svedese che
guardava Omar e io ero lì, Fuffi mi metteva in mano l’osso mi spingeva con il muso l’osso di plastica
dell’Ipercoop per fare giocare i cani la svedese mi ha chiesto se potevo tenere Fuffi quella sera
soltanto quella sera essere stato simpatico io con Fuffi quella sera. Io rimasto spiaggia con Fuffi,
tirare sega a Fuffi, piangevo.
Ditta

Mi chiamo Agni Salvatore (Varese) e ho trentadue anni. Il mio sesso misura tredici centimetri. Mi
piace essere vivo, ogni giorno faccio delle cose, ogni giorno succede una cosa. Tutto questo però è
disturbato da una paura che io ho. Questa paura è la morte. A causa di essa, all’improvviso sei
diventato un cadavere! Niente più di niente di partite a San Siro da andare a vedere con quelli della
ditta, perché sei morto, sei diventato davvero un cadavere.
La mia ditta, dove lavoro, nessuno parla mai di morire. La settimana scorsa, è morto Capaci
Michele (Tradate). Esso fumava come un cretino, ogni momento lasciava lì la macchina per andare
nel bagno a fumare, ora che è morto hanno messo alla sua macchina uno di Venegono, che ha diciotto
anni e parla sempre della moda.
Io a questo di Venegono le dico le cose della morte durante l’intervallo, è importante farsi un’idea
di questa cosa perché prima o poi ti succede, di pensarci un poco, e allora lui mi dice di andare con i
testimoni di Geova, quelli parlano con me di questo, di andare con loro e lasciarlo in pace a
mangiare la pasta, che a lui interessa la vita, tutte queste ragazze che ci sono.
Dice che le ragazze più belle, diventano fotomodelle. Le fotomodelle ognuno vorrebbe farci
l’amore insieme. Quando uno sta con una fotomodella tutti gli amici lo invidiano. Quando uno si è
fidanzato con una fotomodella non pensa alla morte, sono due cose ben diverse perché le fotomodelle
sono bellissime e la morte fa schifo anche solo il pensiero.
Io dico che le fotomodelle il peccato è che insomma non si vede sotto questi vestiti che hanno che
fanno la pubblicità quello che uno immagina, che vorrebbe vedere sotto i vestiti della fotomodella
che ogni volta vede.
Lui dice che è vero infatti per questo hanno inventato le attrici porno che sono le fotomodelle a uno
stadio migliore, che si vede meglio, cioè esattamente come uno che lavora tutto il giorno vorrebbe
vedere, e noi facciamo i turni anche di sabato!
Poi parliamo di ciascuna fotomodella singolarmente, gridiamo forte perché c’è il rumore della
fresa che copre le parole, e io dico che quella negra che c’è dappertutto fa diventare pazzi la gente,
lui dice sì Naomi Campbell e continuiamo a lavorare.
Quando la sera ritorno a casa mangio un coso, guardo la tele e vado a letto. A letto penso un misto
di cose. Se sono triste penso la morte, anche la vita mi sembra la morte. Quasi mai penso la ditta. Se
sono allegro penso anch’io a ciascuna fotomodella, come quello di Venegono ci penso, e avrei voglia
che sono a casa mia.
A furia di stare vicino di macchina con questo qui di Venegono anch’io sono diventato un esperto
di fotomodelle. Esse erano diventate per me la pubblicità della vita quando è bella, un motivo per
essere più felici che mai!
Poi ho visto questa Kate Moss sui giornali, l’ho vista che faceva la pubblicità con gli occhi
dolcissimi di tutte le fotomodelle, è una nuova fotomodella che si chiama Kate Moss.
Ma sembra uno scheletro! Lei è il punto d’incontro tra me e quello di Venegono perché è una
fotomodella bellissima che fa pensare alla morte, sembra un zombie, sembra bellissima, è insomma
tutte e due le cose.
A quello di Venegono Kate Moss non piace. Dice che è una fotomodella sbagliata, hanno sbagliato
a metterla, ora se ne accorgono e non la mettono più, farà un altro mestiere, la prendono in una ditta o
fa i porno perversi o si sposa un ricco che preferisce cose strane, insomma se ne va via dalle pagine.
Io dico che Kate Moss è bellissima, nella sua foto c’è dentro tutto. Se tu la vedi ha una faccia che
per lavoro faresti darle baci. Poi guardi meglio e si vede che è scappata dal cimitero.
Io ho visto una foto che lei era nuda e non aveva le forme delle femmine ma era liscia come un
bambino magro, ma ha delle labbra tipo Valeria Marini, o la negra del Campari, bellissime.
Quello di Venegono dice che sono un perverso perché adesso anche io ho una fotomodella che va
bene per me, e che sembra la morte.
Che palle gli dico io gli dico che lui in realtà ha più paura di morire di me perché se non aveva
questa paura ne parlerebbe le dico che alla fine preferisco se al suo posto c’era ancora Capaci
Michele (Tradate).
Lui fa il segno del dito sbuffa passa dall’altra parte della fresa mi dice questo è un brutto andazzo
se iniziano a piacere le fotomodelle così vuol dire che la gente stanno diventando scema, non c’è più
gusto nel giudicare le femmine esse vanno valutate più che altro dalle tette hanno sempre delle curve
e alta e magra e bellissima uno deve sognare di viaggiarci sopra come un’autostrada a cinquecento
all’ora tutte quelle curve, prendi per esempio Claudia Schiffer, è la miglior di tutte non un biafra.
Cosa dicete cos’è questo casino adesso dice arriva il capo Caversazio Italo (Biandronno) a voi di
lavorare non vi prende mai la voglia qualunque cosa piuttosto ma non lavorare, comunque!
Io le dico ad esempio Italo tu cosa ne pensi di Kate Moss hai in mente quella che fanno adesso la
pubblicità del profumo o cose del genere che sembra anoresta la fanno dappertutto è di moda adesso.
Lui ha detto lascia stare qualunque cosa va bene per fare dei sogni che voi fate e non la produzione
che dobbiamo fare per consegnare la commissione ai tedeschi sabato se voi non lavorate divento
anorestico io cosa le dico ai tedeschi quando telefonano per sapere se è pronta la commissione
sabato mi volete far morire?
Tre racconti sulla televisione

Don Ciotti

Mi chiamo Aldo Nove, ho ventinove anni e sono uno scrittore con il quale le ragazze che vanno
più d’accordo sono quelle dei segni del

1) Toro,
2) Vergine,
3) Cancro.

Quelle con cui bisticcio più facilmente sono invece quelle di

1) Acquario,
2) Gemelli,
3) Ariete.

Il sogno della mia vita è fare l’ospite in un talk-show della televisione svizzera, e questo sogno si
è realizzato!

L’altro giorno, infatti, stavo facendo l’amore solitario. Questo a causa che avevo comperato il
calendario 1997 di «Max», dove c’è una grossa foto di Cindy Crawford che esce a fare la spesa in
bianco e nero, e ha le mutande bianche, che si vedono perfettamente. In pratica, su quella foto è come
se Cindy Crawford non sta andando a fare la spesa, ma un’entusiasmante pazzesca orgia dei sensi!
Cindy Crawford è bellissima, altro che la Schiffer e Naomi!

All’improvviso, nella mia casa è squillato il telefono. Nell’attimo dell’orgasmo ho alzato la


cornetta.
Era un produttore svizzero che mi chiedeva se volevo partecipare a un talk-show con don Ciotti e
Linus.
Così, mentre venivo, nella mia testa avevo questo frullato di Cindy Crawford don Ciotti Svizzera e
il DJ Linus.

– Sì, – ho risposto con una voce che probabilmente dall’altra parte del telefono si capisce che ti
stavi facendo una sega, – vengo senz’altro da voi.
Allora, il giornalista mi ha dato l’indirizzo e mi sono lavato.

Lì alla televisione svizzera sono arrivato alle tre del pomeriggio.

Era tutto pulito, e nessuno buttava cartacce per terra.


C’era un’edicola che vendeva moretti e Toblerone.
Quando è arrivato don Ciotti ero emozionatissimo.
Linus, invece, non è venuto. Al suo posto c’erano lo psichiatra che ha fatto la perizia a Maso e una
giornalista dell’«Unità». Poi, è arrivato il simpatico presentatore.

La trasmissione è durata un centinaio di minuti, durante i quali io e lo psichiatra di Pietro Maso ci


lanciavamo come delle occhiate d’intesa.
Ora non so se tra noi è sbocciato un amore che non abbiamo mai potuto consumare, perché quel
presentatore non si toglieva nemmeno un attimo dalle scatole, e stava lì a farci domande sul senso
delle ultime statistiche sugli adolescenti, perché non c’è privacy in TV.

E quando ero io un adolescente nessuno mi invitava mai ai talk-show. Soffrivo e non ero capace di
dare un senso alla mia esistenza.
Per fortuna oggi non è più così, posso andare in televisione a fare l’esperto di qualche cosa di
interessante.
Come ad esempio alla televisione svizzera con don Ciot

Giovani scrittori

Quando le telecamere iniziano a inquadrarti allora sei uno scrittore. Uno scrittore senza televisione
fa sghignazzare da mattina a sera, per dirla tutta lo scopo degli intellettuali che sono vincenti è andare
sempre all’Altra edicola, una simpatica trasmissione di cultura che fanno vedere il giovedì sera su
quel canale che è Raidue.

La cultura, è quando in televisione ci sono gli scrittori, per esempio Vattimo e Busi che si
massacrano, o anche la puntata degli scrittori giovani. Tutto questo, succede sempre all’Altra
edicola.

Quella volta degli scrittori giovani c’ero anch’io (pure la settimana dopo, sulla famiglia), e inoltre
Chiara Zocchi.
Con Chiara Zocchi è una storia vecchia. Per me non ci sono speranze.
Quella volta, gli altri ospiti erano Niccolò Ammaniti e la sua fidanzata, che è bella e si chiama
Luisa Brancaccio.
Niccolò Ammaniti, è il mio scrittore preferito.

Poi c’erano Isabella Santacroce (essa, con i libri che scrive, sta praticamente inculando tutti);
Tiziano Scarpa; un tipo mezzo scemo che si chiama Picca, e si incazza; Giulio Mozzi; Dario
Voltolini; Giuseppe Caliceti; Andrea Pinketts e Tommaso Labranca, che per me è dio.

C’erano inoltre dei critici che erano lì a fare schifo (Piccinini no).

A me, disgusta che non c’era Paola Malanga, che ha scritto Tutto il cinema di Truffaut (Baldini &
Castoldi) e ha due occhi che chiunque diventa scemo, e comunque mi sembrava bellissima in
generale come persona.
Prima che è iniziata la trasmissione, la Zocchi andava in giro inseguita nello studio da Pinketts che
voleva scrivere un romanzo a quattro mani con lei.
Ma con la Zocchi non ci sono speranze, è meglio rilassarsi e pensare a vendere.

In studio, erano assenti Inge Feltrinelli, Daniele Luttazzi e Nanni Balestrini, che però sono stati
registrati, anzi Inge Feltrinelli era in collegamento da Milano, lei parla come Eather Parisi e si
vedeva tutta vestita di rosso.
Di Daniele Luttazzi si è visto il libro, C.r.a.m.p.o., e siccome è bravissimo faceva ridere anche
solo così. Daniele Luttazzi vale da solo dieci Alda Merini e cinquanta Mario Luzi, il fatto che esiste
Daniele Luttazzi mi rende felice.
Nanni Balestrini poi è impossibile dire quanto è fuori, ha sessant’anni ma sembra che ne ha
quaranta-cinquanta di meno, è completamente pazzo, è completamente immenso.

All’inizio tutti gli scrittori sono entrati.


Tutti entravano normali, a parte Chiara Zocchi che entrava sexy, Pinketts che sembrava Mussolini
e Tiziano Scarpa, che ha giocato a mondo con il suo libro, Occhi sulla graticola.

Tiziano Scarpa è come Manganelli, solo che gioca a mondo con il suo libro quando entra nelle
trasmissioni televisive.

La trasmissione è andata avanti parlando di nulla, Tommaso Labranca è stato grande e un critico
con gli occhiali rossi si è arrabbiato contro Sanguineti, perché lui pensava che Sanguineti era uno dei
giovani scrittori, insomma si era davvero fuso la caveza.

Alla fine ci siamo salutati tutti, ma non so se Pinketts è riuscito a farsi dare il numero della Zocchi,
e comunque è inutile. Con la Zocchi non c’è niente da fare. Meglio rilassarsi e pensare a vendere.

Bevilacqua

Noi scrittori, qualora andiamo a una trasmissione, siamo consapevoli che se non gridiamo la gente
compra sì qualche tuo libro, ma non abbastanza per andare continuamente nei villaggi Alpitour a
trascorrere delle vacanze, perché, se sei un po’ timido, i telespettatori non si impressionano, pensano
già ad altri programmi.

Alberto Bevilacqua, che come scrittore possiamo dire è consapevole di quello che dice, e ha
condotto nel tempo delle battaglie, al Maurizio Costanzo urla così forte che subito gli compri Anima
amante, Eros e Lettere alla madre.

Dopo che ho scritto Woobinda, mi hanno invitato a una trasmissione di cultura dove c’era
Bevilacqua, Corto circuito.

Io ero emozionato, perché voglio diventare il Bevilacqua del Duemila. Bevilacqua, quando parla è
pensieroso. Sempre inizia a gridare contro qualcuno, perché è focoso. Anch’io voglio così, ma per
adesso non ce la faccio siccome che ho questo problema della timidezza.

Quella volta, c’era anche Selen, la pornostar che a me piace ma non ha fatto neanche un pompino.
Selen era seduta da sola.

L’argomento di quella trasmissione è se va bene che nei manifesti del film su Larry Flynt, che è
uno che faceva i porno, c’è un attore che praticamente è crocifisso su una figa invece che sulla croce,
e più in generale sulla pornografia.

A rispondere a queste domande, c’erano anche uno che dal 1963 in Italia ha fatto molti porno,
erotici, e una giornalista che ha studiato bene questa materia, Tatafiore.
Secondo me, la pornografia è questione di farsi ogni tanto una sega, è anche giusto farsi qualche
sega.

Invece questi: no!!!


Dicevano un sacco di altre cose che io non sapevo così come loro le gridavano.

Selen diceva che giustamente è colpa del Papa se per molti secoli hanno ucciso a vanvera delle
persone.

Bevilacqua rispondeva gridando che i porno ogni tanto si vedono dei bambini che sono violentati.

Io, la giornalista e quello che dal 1963 in Italia ha fatto un sacco di porno non parlavamo troppo, a
quella puntata di Corto circuito.

Selen gridava che sono sempre delle famiglie cattoliche che violentano di nascosto un bambino, e
gli fanno il culo. Bevilacqua urlava che molta pornografia è di cattivo gusto, specialmente le
casalinghe che scopano in edicola. Selen rispondeva che se non metti il preservativo muori, ma il
Papa dice di non metterlo, insomma il discorso di Selen era che questo Papa ha rotto il cazzo.

Questa parte sul Papa, quando la trasmissione è andata in onda è stata tagliata.
Il fantasma dalla f*** azzurra

Mi chiamo Mario e sono un uomo.


Da bambino, non credevo ai fantasmi.
Mi facevano ridere Carmencita e Caballero che andavano in giro in un mondo che non esiste, fatti
a forma di megafoni di carta!
Mi faceva ridere Belfagor, che usciva dal fondo dei più fondi per rubare!
Mi facevano ridere i fantasmi di Scubidù, le mummie di Scubidù!
Ah, mi faceva ridere quando a Portobello parlavano di fantasmi di donne morte moltissimi anni fa,
che ritornavano!
La spegnevo, io, la luce prima di dormire!
Ero un bambino buono e semplice.

Ora ho trentadue anni e la mia vita è cambiata.


Dal giorno in cui è successa quella cosa tutto è cambiato pazzescamente. Avrete capito che, ora,
credo nel mitico mondo dei fantasmi.
Ci credo perché ho conosciuto: il fantasma dalla figa azzurra. L’ho conosciuto anche in senso
biblico. Mica cazzi!
Quell’incontro è stato determinante non solo per me, ma anche per la storia dell’umanità, nei
secoli a venire!
Infatti è successo così.

Lavoravo a un Power Pc Macintosh con il Monitor 16 Color Display.


Il mio mestiere era comporre i testi delle telefonate del 144 erotico. Specializzazione: feticismo di
gomma con omicidio. Più che altro con guanti.
Agli utenti piacciono le storie erotiche con i guanti di gomma di colore rosso o nero, si divertono a
immaginare cose del tipo di essere frustati da una donna con i guanti e le calze di gomma rossi che
poi si lascia sodomizzare e grida «Uccidimi uccidimi!» e due tedeschi nudi con le calze di lana rosse
la uccidono con il Girmi, schiacciandole la testa contro il divano.
Scrivevo storie così, per mettere via i soldi e comperare la casa in multicondivisione.

Poi un giorno stavo scrivendo una storia dal titolo Omicidio impossibile nel sexy canile della
città puttana di Sodoma, una storia che mi pagavano 100 000 lire a cartella (più di scrivere i
racconti splatter per l’antologia Gioventù cannibale all’Einaudi). Era una storia bellissima, era
piena di vagine fatte a pezzi da cani lupo viola che poi morivano vomitando sangue, merda e gomma
nera perché le donne che erano sbranate per benino da quei lupi erano donne che indossavano
biancheria intima di gomma nera, e la gomma, mangiata a dosi eccessive, uccide.
Uccide anche i cani della città puttana di Sodoma.
Ma ecco come si sono svolti questi magici avvenimenti.
«Uccide chiunque la mangi, la gomma», stavo pensando quando il campanello della mia porta,
quel giorno, suonò in un modo strano, suonò come mai aveva suonato prima. Era un suono che potrei
paragonare a un misto delle musiche di tutte le canzoni che hanno vinto San Remo dalla prima
edizione a oggi cioè:

Grazie dei fior (Nilla Pizzi),


Vola colomba (Nilla Pizzi),
Viale d’autunno (Carla Boni e Flo Sandon’s),
Tutte le mamme (Gino Latilla e Giorgio Consolini),
Buongiorno tristezza (Claudio Villa e Tullio Pane),
Aprite le finestre (Franca Raimondi),
Corde della mia chitarra (Claudio Villa e Nunzio Gallo),
Nel blu dipinto di blu (Domenico Modugno e Johnny Dorelli),
Piove (Domenico Modugno e Johnny Dorelli un’altra volta),
Romantica (Renato Rascel e Tony Dallara),
Al di là (Luciano Tajoli e Betty Curtis),
Addio… Addio…! (Domenico Modugno e Claudio Villa),
Uno per tutte (Tony Renis),
Non ho l’età (Gigliola Cinquetti),
Se piangi, se ridi (Bobby Solo accompagnato dal gruppo I Minstrels),
Dio come ti amo (Domenico Modugno assieme a Gigliola Cinquetti),
Non pensare a me (Claudio Villa e Iva Zanicchi),
Canzone per te (Sergio Endrigo e Roberto Carlos),
Zingara (Bobby Solo e Iva Zanicchi),
Il cuore è uno zingaro (Bobby Solo e Nicola Di Bari),
I giorni dell’arcobaleno (Nicola di Bari),
Un grande amore e niente più (Peppino Di Capri),
Ciao, cara, come stai? (Iva Zanicchi),
Ragazza del sud (Gilda),
Non lo faccio più (Peppino Di Capri),
Bella da morire (Homo Sapiens),
… E dirsi ciao! (Matia Bazar),
Amare (Mino Vergnaghi),
Solo noi (Toto Cutugno),
Per Elisa (Alice),
Storie di tutti i giorni (Riccardo Fogli),
Sarà quel che sarà (Tiziana Rivale),
Ci sarà (Albano e Romina Power),
Se m’innamoro (i Ricchi e Poveri),
Adesso tu (Eros Ramazzotti),
Si può dare di più (Morandi, Tozzi e Ruggeri),
Perdere l’amore (Massimo Ranieri),
Ti lascerò (Anna Oxa e Fausto Leali),
Uomini soli (Pooh),
Se stiamo insieme (Riccardo Cocciante),
Portami a ballare (Luca Barbarossa),
Mistero (Enrico Ruggeri),
Passerà (Aleandro Baldi),
Come saprei (Giorgia),
Vorrei incontrarti tra cent’anni (Ron),
Fiumi di parole (Jalise).
Senza te o con te (Annalisa Minetti).

Il campanello continuava a suonare, suonare.


Salvai il file con Mela-S e gridai: – Chi è?
Nessuno mi rispose.

Mi alzai dalla sedia. Presi un chinotto. Lo aprii. Quella musica mi stava rendendo empatico con il
mondo. Bevvi, felice, il contenuto della lattina.
– Chi è che suona alla porta in questo modo bellissimo? – ripetei modulando la voce sulla melodia
di Il signore è la mia salvezza, una canzone che tutte le volte che la facevano all’oratorio di Viggiù
mi sentivo rapire in una dimensione più alta, dove chiunque da bambino poteva fare quello che
voleva, se rubava i pirolini delle macchine parcheggiate nessuno lo sgridava.
Non giunse risposta. Mi avvicinai alla porta. Chiesi ancora chi fosse. Le gambe mi tremavano
dolci, dolci. Come se fossero di Oro Saiwa inzuppate. Eh, stavo bene, quella volta!

Avvicinai la mano al pomello. Danzando, aprii.


Era il fantasma dalla figa azzurra.

Il fantasma dalla figa azzurra era completamente nudo, solo sopra il corpo spogliato aveva un
Moncler. Il corpo spogliato era perfetto, era come il corpo di Valeria Mazza, veniva voglia di fare
figli con lei ma era evanescente, perché Essa era un fantasma. Con ciò intendo che sembrava fatto,
quel corpo che avrebbe fatto tirare il cazzo a un morto da dieci giorni, di una specie di rugiada
primaverile sottile buona, come si vede in certe trasmissioni di Giorgio Celli sui gatti che giocano
all’alba. La figa era completamente azzurra e mandava una luce come la televisione quando sono
finiti i programmi.

– Ciao.
– Ciao.
– Come va la vita?
– Si tira avanti.
– Io no, perché sono morta.
– Sarai anche morta ma sei davvero una bella manza! Perché non entri a prendere un Sanbitter?
– Sanbitter?
– Oui, c’est plus facile!
– Let’s fuck and piss!
– But what is your name?
– My name is The ghost with the blue pussy.

Ci siamo seduti sul divano, abbiamo bevuto un Sanbitter e guardato alla televisione una cassetta
registrata del dopo San Remo di due anni fa.
Il fantasma dalla figa azzurra diceva che era più bella la Ferilli, per me era più bella la Mazza.
Così abbiamo continuato per una mezzoretta a parlare di chi era meglio.
Nel frattempo, il fantasma mi continuava a chiedere un Sanbitter dietro l’altro, ne voleva cinque o
sei, così ho dovuto aprire due confezioni da sei bottiglie, e sembrava che non le bastasse ancora.
Così le chiesi: – Come mai, fantasma, vuoi bere così incessantemente tutte queste bottigliette di
Sanbitter?

Il fantasma si toccò il seno sinistro e rispose: – Ci sono cose, in cielo e in terra, che gli uomini non
possono capire. Tu sei stato prescelto per assistere a fatti che mai, dico mai, uomo mortale ha potuto
vedere. Ma perché ciò accada è necessario che io beva un casino.

Finita la tele io e il fantasma dalla figa azzurra andammo a letto.


Per eccitarci di più osservammo alcune copertine di «Panorama» e «L’Espresso». Poi facemmo
l’amore.

Il fantasma era una vera vitella, galoppava in modo OK, non avrei mai pensato che i fantasmi erano
così. Io non credevo neanche che esistevano, i fantasmi!

Alla fine del magico coito il fantasma mi guardò come Karina Huff guarda Christian De Sica in
quella bella scena di Vacanze di Natale e disse: – Adesso assisterai a una cosa che ricorderai per
sempre. Tu sei il Testimone. I tempi sono compiuti.

Il fantasma si mise a cavalcioni sul letto e iniziò a fare pipì, ne fece tantissima e continuava a farla,
era per quello che aveva bevuto così tanto Sanbitter, non smetteva mai e si riempiva tutta la stanza,
gli oggetti si scioglievano perché quella pipì era tremendamente magica, tutto veniva distrutto e
usciva dalla finestra, io non mi distruggevo perché, mi diceva il fantasma sotto sforzo, ero il
Testimone, un giorno sarebbe esistito un mondo simile al nostro e io sarei tornato a raccontare quel
fatto tremendo, dovevo rimanere a vedere quel torrente di pipì che distruggeva tutto, piano piano
fuori in strada le macchine dei tamarri erano distrutte, la pipì finiva nei luoghi più impensati e ogni
cosa finiva distrutta come annientata da quell’acido potente che rendeva omogeneo il mondo in un
nuovo, unico flusso gioioso e colorato di pipì del fantasma dalla figa azzurra e i politici
galleggiavano per le strade in questo torrente di piscia prima di finire completamente sommersi da
quella, c’erano Dini e D’Alema e Berlusconi e Fini e Bertinotti e Sgarbi e Ferrara e Magalli e
Claudia Schiffer e Antonio Banderas e Rispoli e Formigoni e Zenga e Zecchi e Biagi e Ghezzi che
nuotavano disperatamente prima di scomparire, prima che fossero completamente travolti da quella
m
Il Sol dell’Avvenir

L’altra sera era notte, stavo facendo l’amore con mia figlia Azzurra (14 anni, del Toro; un tesoro
di bambina, che ha le ciuccie che sembra Anna Falchi), quando, proprio nel momento che c’era
questo benedetto orgasmo, quella troia si è voltata e mi ha chiesto: – Papà, ma è vero che può darsi
che quest’anno i comunisti vincono le elezioni che domenica ci sono giù alle scuole elementari? Hai
ricevuto la scheda elettorale?

Da dietro, mia moglie Maria manteneva un atteggiamento riservato, si dava da fare con il Nokia.
Paolo, come al solito, era sotto.

Ho fissato Azzurra negli occhi, le ho stretto più forte le calze autoreggenti da 164 000, nere
traforate belle, proprio uguali a come ce le aveva Paola Barale in una cosa che hanno fatto vedere
l’altra sera, bellissima. Le ho strette, fino a farle sanguinare. A quelle domande lì, di argomento
politica, io ero rimasto di stucco...

Mia moglie (40 anni, casalinga, Scorpione), ha smesso il movimento. Ci ha guardati sconvolta, a
me e Azzurra. Estraendomi il Nokia 2010 dal culo Maria ha scosso la testa. Poi la donna ha iniziato a
scoppiare a piangere come una drogata del film che ho visto la settimana scorsa su Telemontecarlo.

Paolo (l’altro mio figlio, 19 anni, studente, Cancro), da sotto, ha sbuffato forte, come mai mi aveva
fatto.
Mi sono seduto sul letto. Ho acceso una MS Italia Red allentando poi le nuove catene di Azzurra
(92 000, di pelle nera, senza manette).
Ho detto, con calma: – Ragioniamo, Azzurra.

– Papà, – continuava a dire quella, cercando di spegnere con il telecomando insanguinato il


videoregistratore, – hanno detto a Canale 5 che forse vincono i comunisti, e il signor Ghebelino del
terzo piano dice che allora comandano i negri che ci sono fuori dal metrò, e forse anche i
parrucchieri culi. Poi Emilio Fede ha detto a un programma che devi controllare se è arrivata la
scheda elettorale...
Che palle, ’ste cose di politica e tele! Da sotto, Paolo sbuffava sempre di più.

Io, ho mirato bene al volto di Azzurra.


Le ho tirato un gancio sulle gengive con il tirapugni dei Power Rangers (46 000 con i ganci, da
Kombact Play): – Sta’ zitta, figlia di due lire, chi cazzo se ne frega delle cose di votare! E i comunisti
non ci sono più, ormai: c’è un ulivo, cose così.
Dicevo così, ma avevo paura! Anch’io avevo sentito al TG4 che forse vinceva i comunisti, tornava
in giro la Gestapo dappertutto e robe del genere.
Io lo so, cos’è il comunismo. Ho fatto l’enciclopedia in videocassette. Tutti quei comunisti lì
(Prodi, Chiambretti, Bertinotti, Dini, Occhetto, Paolo Rossi il comico, Ciampi, D’Alema, Berlinguer,
Santoro e forse anche quella lì che fa il TG3), non sono un ulivo e storie così, vincono le elezioni.
Allora è un puttanaio.

Prima cosa, essi cancellano le televisioni, fanno solo i film sulla Russia, e tutti diventano uguali,
vestiti alla cazzo.
Spaccano tutti il cazzo, parlano da teroni, con il comunismo!
– Michele (48 anni, Vergine, sono io) – disse allora mia moglie mettendomi un preservativo alla
rucola da 12 200, – non te la devi prendere per così poco!
– È vero, mogliettina mia (l’avevo sposata a Viareggio nel 1980) – risposi alzando il volume della
televisione, – ma questi ragazzi di oggi vedono troppe cose al telegiornale, e il telegiornale parla
solo di Pacciani o di cose tipo Squillante e politica, è ora di finirla...
Paolo, da sotto, si tolse il walkman e

L’altra sera era notte quando mio figlio Paolo mi ha ucciso.


Si era tutti lì, insieme, la famiglia media italiana della destra che c’è, a guardare un film che avevo
comperato nell’edicola dei porno di corso Buenos Aires che se non stavo attento mentre la
comperavo mi beccava Giacometti quello della Li-Po, che in quel momento passava di lì, e mia
moglie era dietro, Azzurra era sotto e Paolo più sotto ancora (dietro Azzurra), quando Azzurra ha
improvvisamente detto una cosa sulla politica.

A casa mia non si parla mai di politica.


Ho avuto un’educazione cattolica severa. Ho sempre votato la bella destra che c’è in noi.
Quella volta ho scoperto che mio figlio era un comunista, tipo Leoncavallo o cose del genere, si è
ribellato e

E allora mio figlio Paolo si è messo a gridare si è messo in piedi sul letto e ha detto: – Basta con
questo schifo, bisogna che sorge il Sol dell’Avvenire! – cantava, e ha preso una falce mi ha ranzato
via la testa gridando cose tremende dell’Ulivo era tutto nudo e con un martello ha rotto la faccia di
mia moglie e gridava: – Questa volta basta, questa volta c’è un fantasma che s’aggira per l’Europ
Il mondo bello come le Spice che ballano
e altre storie mitomoderniste
Videocatalogo Italia

Ciao, sono Aldo Nove, lo scrittore che piace.


Questo racconto che ho scritto è una bella occasione di lettura per tutti perché dice che sono stato
felice tre ore davanti alla tele, chiunque lo può fare se ha 20 000 lire da spendere bene. 20 000 sono
il prezzo di un settimanale a vista del metrò milanese (da novembre) e chiunque le può spendere. Io
l’ho fatto per avere il Videocatalogo 1995 Rabbit Home Video Rocco Siffredi Production Preziosa
Lolita. 180 minuti di sesso!

Ciascuno deve amare il sesso! Fa dimenticare il lavoro e la morte, nessuna tristezza gli resiste,
tutti sono contenti e lo vogliono fare: Gianfranco Fini e Gianfranco Funari lo fanno, Mara Venier e
Roberto Baggio lo fanno, tuo padre lo fa (o lo ha fatto).

È un racconto un po’ sperimentale, tipo i libri sperimentali degli anni Sessanta come Nanni
Balestrini ecc., ma leggendo piano si capisce.

La mia vita sessuale è incominciata a tredici anni, quando il venerdì sera su Telereporter facevano
il porno. E io ero felice nella stanza dopo la finanziaria di Giorgio Mendella vedevo le fighe, ero
felice come quando da bambino c’erano i cartoni animati della Svizzera, un programma che si
chiamava Scacciapensieri, c’era un coniglio grasso (un topo?) che rideva all’inizio cercando di dire
«scacciapensieri», era colorato e scompariva dal video.

Poi il tempo è passato e oltre ai cartoni animati guardavo le ragazze vestite della mia classe e le
ragazze svestite dell’edicola dei miei genitori. Queste qua dei giornalini non tiravano sberle se gli
guardavi le tette, erano lì apposta per farsele vedere e odoravano di «Topolino» e «Panorama», si
mettevano i vibratori, estraevano la lingua mentre le ragazze della mia classe non la estraevano,
erano ragazze finte. Le ragazze vere incominciavano dopo la finanziaria di Giorgio Mendella.

Dopo la finanziaria vedevo spuntare un cazzo e poi la bocca di una ragazza bionda che lo prendeva
in bocca e io ero felice e non cambiavo canale, la mattina dopo nel laboratorio di fisica noi maschi
eravamo stravolti perché eravamo rimasti alzati tutta la notte a vedere le fighe. Allora tutta la
settimana era per aspettare il sesso bellissimo su Telereporter. Poi al sabato ha iniziato anche la
televisione che c’è a Varese a fare i porno e specialmente un film, Can Can, lo replicavano sempre.

Ricordo che una sera sintonizzai la tele su Telereporter piuttosto tardi alle due, il porno doveva
essere iniziato invece non c’era niente, non si vedeva niente e c’era l’effetto chiamato neve e delle
linee nere che attraversavano lo schermo e quella notte era appesa a un canale che non c’era, volevo
piangere e avevo il cazzo in mano, che senso aveva la vita mi chiedevo toccando i pirolini rossi
della tele, giravo e giravo i pirolini alle tre di notte scivolando da un mago di Como alla vendita di
una scala ripiegabile a un film con Bombolo ma niente, niente figa di Cicciolina, niente culo di
Marilyn Jess (un’attrice) davvero niente mentre passavano i minuti le ore. Fino a quando verso le
quattro del mattino mi era sembrato di vedere due labbra rosse grosse come piace a me di vedere, ma
che si vedevano male, si intravedevano appena, ho mollato i pirolini della tele e mi sono fatto una
sega perché mi sembrava che quello che vedevo era un pompino, dopo la sega ho sintonizzato meglio
la tele ed era un’asta di tappeti.

Ora che ho ventisette anni sono padrone del mondo e tutto mi è cambiato, mi muovo meglio in
questa società stupenda, vedo tutte le fighe che voglio, che fanno tutto quello che voglio alla tele,
anche il giovedì pomeriggio e domenica mattina e non solo venerdì sera quando ero un povero
ragazzino e Telereporter mi comandava come un pupazzo.

Ora vado all’edicola che c’è in corso Buenos Aires dove c’è l’edicolante con la maglietta Private
con un cuore a forma di coglioni con una figa dentro e guardo tutte le fighe che ci sono sulle copertine
delle mitiche videocassette del nostro tempo.

Ogni genere esiste, ci sono le cassette di merda, ne ho vista una che si chiama Popo Club n. 6 dove
ci sono delle tipe che cagano, queste sono esagerate e se si inizia così non si sa dove vai a finire,
forse ti droghi, sono solo per gente esagerata, ogni tanto ne vedo una.

Ci sono i video con le tipe che spompinano i lama o si scopano le trote. In una, Animal Fantasies
n. 3, uno grasso si scopava un maiale mentre la moglie, in giardino, si faceva scopare dal cane lupo.

Alcune videocassette sono per quelli che studiano storia, ci sono i porno vecchissimi, es. una che
ho visto si chiamava Sex Total Anno 1919 e c’erano delle tipe che facevano una pompa a uno che
sembrava Hitler nudo, le tipe muovevano il culo alla velocità di Ridolini e quella videocassetta non
mi è piaciuta nulla.

I video migliori sono quelli a episodi con le tipe bellissime che alla fine si fanno sborrare in
bocca e bevono tutto come Private Magazine Berth Milton Production, che esce ogni mese e ha un
grande successo, la gente è felice di comperarla, di vederla bene, prima di andare a dormire.

Siamo sempre in tanti dentro l’edicola e vediamo tutti questi magici film, decidiamo quale è
meglio prendere per farci una sega coi controfiocchi. So che molti poveri cristi si devono fare le
seghe così: a pura immaginazione, senza vedere nulla perché non hanno i soldi per comperare le
videocassette, e non li invidio.

Quando uno ha scelto la videocassetta che più gli piace restituisce le vecchie e paga solo
ventimila lire la nuova, questo è illegale ma non me ne frega niente perché in questo modo vedo le
cose più belle che ci sono, es. Draghixa che si fa due uomini o Lydia Chanel che si fa rompere il
culo.

Una volta che ho preso le mie due o tre cassette fumo una Ms blu dietro l’altra e vado a prendere il
metrò per tornare a casa. La gente non sa che nella borsa ho decine di ragazze giovani che scopano
molto bene, e io le guardo.

Poi salgo sul treno e mi prende un po’ la paura che mi succeda come a marzo, quando ho preso un
video da 180 000, Magic Orgies 4 hours che non si vedeva nulla, era inutile toccare il televisore,
solo ogni tanto si vedeva una cosa deformata che non capivi se era una figa o un ginocchio, 180 000 è
un sesto del mio stipendio, quando succedono queste cose uno non sa cosa deve fare, allora quella
sera ho bevuto mezza bottiglia di Martini e sono andato a letto.

Pure, mi è successo il fatto stupendo che adesso voglio raccontarvi, la storia che c’è in questo
racconto, state attenti perché ne vale la pena, è una storia bellissima e l’ho pagata solo 20 000 lire.

***

Ero nell’edicola di corso Buenos Aires e sul terzo scaffale di destra ho visto una videocassetta
con scritto sul dorsale Videocatalogo 1995, era molto semplice, non aveva foto di cazzi nel culo o
altro, era colorata di verde.

L’ho estratta e ho visto scritto sopra Videocatalogo 1995 oltre cento titoli Rabbit Home Video
Rocco Siffredi Production Preziosa Lolita 180 minuti.

Ho restituito all’edicolante con la maglietta di Private la videocassetta Euro Porno Anal Blomm
(starring Tabatha Cash), ho pagato 20 000 lire, sono andato a casa con il Videocatalogo 1995 e l’ho
messo nel mio videoregistratore.

Il mio videoregistratore è un Mitsubishi HS-MX11!


È stupendo perché ha il telecomando con il replay a due velocità, più il fermo immagine!
Quando ci sono le sborrate, all’inizio metto alla prima velocità, rallentato, poi quando la tipa
lecca passo alla seconda, rallentatissimo, e se si vedono le gocce che entrano dentro la bocca scelgo
il fermo immagine, ma devo stare attento perché dopo trenta secondi di fermo immagine va via il
video, compare il canale che c’è sotto.
Una volta stavo vedendo con il fermo immagine una sborrata in faccia a Kay Nobel, la svedese
rossa che è stupenda, quando è andato via il video e si è visto il papa che parlava della Jugoslavia,
che deve finire ecc., io non riuscivo più a trattenermi e sono venuto guardando la faccia assurda del
papa, tutto questo vorrei non accade mai più.
Marta Russo

Io sono una ragazza che per un anno ero sempre sui giornali. Sono una fotografia che avete visto
tutti. Sono la notizia che aspettavate. Sono stata meritoria della vostra attenzione. Sono stata la
notizia che avete consumato.
Sono stata un giallo irresolubile.

Ho abitato nei vostri pensieri un poco al giorno. Un poco ogni tanto. Vi siete interessati a me. Vi
siete interessati alla mia testa. Vi siete occupati di quello che avevo dentro. Di chi ce l’avesse
messo. Dell’esplosione che a un certo punto ha messo nella mia testa quello che è entrato, che dentro
la mia testa è entrato. Che spezzato in più frammenti ha sbriciolato un pezzo del mio cervello.

Camminavo, e dopo basta.


Dopo rumore metallico di sangue la mia vita nella cronaca la leggete, la mia morte. Come un fiore
fragile mi sono accasciata senza un gemito.

Mi chiamo Marta Russo.


Sono una studentessa di giurisprudenza e cammino. Sono un caso chiuso dal procuratore aggiunto.
Sono la fidanzata di Luca.
Sono un corpo sull’asfalto.
Sono una folla che si raduna.
Sono il rumore di uno sparo.
Sono ancora viva.
Sono trasportata in ospedale.

Sono l’oggetto di un’intervista a Laura Grimaldi. Sono un ronzio che non finisce. Sono quello che
nessuno ha visto. Sono chiusa nel box. Sono nella sezione nell’occhiello nel palinsesto nell’intervista
nell’intervento nella didascalia. Sono un caso irresolubile. Sono l’impiego di ottanta poliziotti 70
telefoni sotto controllo decine di intercettazioni ambientali sono la richiesta del Sisde di collaborare
al caso. Sono assimilabile, dal punto di vista giornalistico, a Simonetta Cesaroni. Sono l’oggetto di
una discussione sul garantismo. Sono queste parole che state leggendo. Sono un vocabolo che si trova
con il motore di ricerca digitando marta+russo. Sono nella Rete. Sono un caso. Sono stata ricostruita
da Corrado Augias. Sono stata soccorsa da un impiegato della ditta di pulizie. Sono delle grida
nell’androne. Sono sul piano emotivo meno coinvolgente di Alfredino Rampi. Sono nove pagine
prima dello sport. Sono impaginata sopra l’impiego dei militari a Napoli. Sono 128 interviste
122.000.000 di battute. Sono ricoverata al Policlinico. Sono lo sconforto di Luca che rompe il
silenzio che dice che potevamo fare tante cose insieme e invece non le abbiamo fatte, che con me ha
passato due anni bellissimi. Sono sorella di Tiziana Russo che intervistata dal settimanale «Oggi» ha
detto che a cinque anni nostro padre che era maestro di fioretto mi aveva iscritta a un corso di
scherma. Sono figlia di un maestro di scherma.

Sono stata l’oggetto delle dichiarazioni di una donna sui trent’anni, meridionale, già laureata ma
che continua a studiare Statistica in Università. Sono la morte silenziosa che ha fatto incriminare i
due assistenti di Filosofia del diritto Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone. Sono la condanna dei
media a Salvatore Ferraro e a Giovanni Scattone. Sono l’intervista a Jolanda Ricci sul «Corriere
della Sera» dell’11 luglio 1997. Sono uno strascinato momento di riflessione collettiva. Sono
l’insidia mentale di una motivazione che sfugge. Sono una rassegna stampa. Sono due ragazzi che
dopo l’attentato sono usciti dalla parte di Scienze politiche correndo via. Sono un via vai di
risoluzioni e riaperture.
Sono morta dopo quattro ore di coma il 12 maggio dell’anno scorso alle ore 22.

Sono la causa dell’arresto del direttore dell’Istituto di Filosofia del diritto Bruno Romano,
accusato dall’assistente Maria Chiara Lipari di aver coperto i colpevoli del mio delitto. Sono la
causa dell’arresto per reticenza dei dipendenti dell’università in cui mi hanno uccisa Maria Urilli e
Maurizio Basciu. Sono la protagonista di una canzoncina scritta sulla sua agenda da Salvatore
Ferraro, allegata alle prove giudiziarie. Sono l’elemento che ha fatto cadere l’attenzione sull’elenco
di donne con accanto particolari sulla loro biancheria intima ritrovato in casa di Giovanni Scattone.
Sono la perizia balistica ripetuta dai periti.

Sono un vuoto incolmabile.


Sono la fame di mostri dei lettori.
Sono la vostra fame.
Sono una nota in cronaca sempre più esile.
Sono il movente della dichiarata volontà di suicidio di Salvatore Ferraro. Sono il possibile
soggetto per un film. Sono il trambusto nella redazione dei giornali le due colonne che stanno per
arrivare. Sono un indagato messo in prigione con la speranza che confessi. Sono l’ombra inquieta di
un paese civile. Sono un caso giudiziario risolto in quattro e quattr’otto rivelato poi sbagliato sono
una sequenza di innocenti messi alla gogna sono la riabilitazione che non trova spazio.

Se avessi vissuto di più mi sarei dedicata al Telefono azzurro.


Se avessi vissuto di più avrei continuato a studiare.
Se avessi vissuto avrei continuato a frequentare Luca. Se avessi vissuto di più non mi sarei
occupata di politica.
Se avessi vissuto di più avrei continuato a praticare lo scherma.
Se avessi vissuto di più avrei progettato delle gite insieme a Francesca Zurlo, accompagnatrice del
Club scherma di Roma e mia amica intervistata da «Repubblica».

Sono Marta Russo.


Sono l’ombra inquieta di un paese civile.
Sono la ragazza innocente uccisa da un folle forse da qualcuno esaltato dalla vittoria delle destre,
un individuo dissennato che ha agito da solo un fantasma forse qualcuno che mi amava perché ero una
bella ragazza per fare qualcosa per provare il brivido di un’azione inconsulta per vedere scorrere il
sangue per vedere la folla accorrere attorno al mio corpo per vedere un corpo crollare per vedere la
scena la concitazione per sentire parlare al telegiornale per studiare l’effetto dei giornali per
continuare a suscitare la tensione degli inquirenti per stimolare i giornalisti a scrivere articoli
interessanti per spingere i giallisti di fama nazionale a intervenire sul caso per fare piangere i lettori
per commuovere i lettori per intrattenere i lettori per far passare il tempo ai lettori per tenere
aggiornati gli ascoltatori per fare intervenire i sociologi per fare intervistare i sociologi per
continuare a parlare per considerare per occupare spazio.

Sono Marta Russo.


Sono morta il 12 maggio del 1997.
Protezione solare diciannove

Io sono da solo qua sulla spiaggia sono sdraiato sullo sdraio ho un leggero mal di testa ho la
settimana enigmistica cerco di risolvere le parole crociate facilitate c’è qualcosa che non va non
riesco a dire a pensare ad affermare tra me stesso che io sono perfettamente felice adesso.

Ormai da una settimana sono qua nei Caraibi sono a Santo Domingo la Repubblica Dominicana è
la località turistica dove le persone di successo come me vanno a passare le vacanze a superare le
difficoltà che la vita di tutti i giorni in Italia in Europa ci presenta inevitabilmente per chiunque è
necessario un periodo di relax un modo di tornare a contatto con la natura per fortuna sono una
persona che socializza che conosce gente e che comunque è capace di ottenere il meglio dalla vita.

La sera sto bene vado nei locali che ci sono lungo il mare mi diverto qua fanno musiche che io
apprezzo che ascolto in continuazione ci sono locali tedeschi americani domenicani più di tutto mi
piace un locale che si chiama Ode, all’Ode ci sono le luci basse incontri ragazze di colore gente di
qua persone che apprezzi per la loro naturalezza per il modo che hanno di essere naturalmente vivaci,
spontanei, felici.

Allora la notte ti diverti stai bene bevi batida apprezzi la piña colada senti la notte che scorre
liscia apprezzabile non pensi che al pomeriggio oggi pomeriggio appena alzato ci sono questi
momenti, qui, di vuoto.

Tu vedi in alto in cielo il sole è come se nulla che praticamente non ti ricordi cosa hai fatto il
giorno prima, cosa ho fatto io il giorno dopo è solo adesso, qui, nei Tropici e cammino sono sceso
sulla spiaggia di Cost’Ambar sono venuto a riposarmi, sono un italiano in ferie vicino a Puerto Plata,
sono sceso qui in spiaggia a prendere il sole tropicale mi sento bene o almeno abbastanza.

Ho la bottiglietta dell’acqua Santa Clara Gasificada 0,5 per quando ho sete ho la macchina
fotografica Fun Kodak usa e getta per riprendere gli haitiani con la frutta, mi piace fotografarli ritrarli
insieme a me che sorridono per fare una fotografia da portare a casa da fare vedere ai colleghi
quando torno vedono che ho socializzato con la gente del luogo.

Ho il costume nuovo di Moschino nero con la foglia di fico davanti verde cucita ho l’asciugamano
la settimana enigmistica mi sdraio e cerco di pensare a cose che non mi distraggono molto per
esempio al campionato di calcio che adesso sta finendo, e intanto che penso ogni volta vedo il mare.
Io da piccolo immaginavo il mare sempre e me lo sognavo lungo, diritto, disteso, per sempre, era
azzurro, era il mare una cosa che mi suggestionava molto.

A volte, penso continuamente a delle cose che pensavo da bambino. Fino a un certo punto era il
mare immaginavo e disteso non c’è nulla dopo ma soltanto il cielo come ad esempio un catino che lo
raccoglie dello stesso colore dell’acqua che cade ed insomma altre mille stronzate che tu pensi
quando sei bambino e mi sembrava allora una specie di sogno io ero tutto emozionato come anche
adesso le emozioni queste che ti danno uscire nei locali con le troie di Sosua Sosua è l’inferno del
sesso per i turisti oppure qua a Puerto Plata c’è il Tutti frutti il Tutti frutti è il locale di Santo
Domingo dove fanno i massaggi per così dire per esempio è come quando da bambino andavi alle
giostre è più bello è maturo è così.
Tu quando sei in vacanza devi cercare le emozioni, altre emozioni diverse, interessanti, cose che
si possono riportare agli altri questo è il fatto della vita sono sostanzialmente fattori esistenziali di
tipo diverso adesso la mia vita fa caldo dappertutto qui ai Caraibi e io sono in spiaggia oggi è
domani, è lunedì, io sono da solo.

Eh, la cosa più tremenda della vita di chiunque è rimanere da solo, per molto tempo, qui di
pomeriggio oggi mi sembra di impazzire quel modo di stare come fanno tutte le famiglie a Riccione o
anche a Lignano Sabbiadoro a andare al mare con il pretesto di andarci, è solo una scusa nessuno
vuole andarci veramente sulla spiaggia perché è tutto sempre pieno sulla spiaggia, è come se nessuno
ci fosse mai andato davvero tranne io adesso qui da solo.

Una spiaggia, una vacanza è un luogo qualunque per essere da soli per finta e tutti assieme
veramente dentro l’acqua, o sulla sabbia, qui e nel centro di New York a parte il panorama la
bellezza dei tropici se vogliamo guardare è sempre la stessa cosa che si ripete.

Comunque io mi metto qua mi abbronzo intanto aspetto che è più tardi che ritorna la sera per
divertirmi metto la protezione diciannove.

La crema che io uso costa settantacinquemila lire è la migliore che ho trovato garantisce una
protezione costante posso rimanere sulla spiaggia anche quattro cinque ore posso fare il bagno quante
volte voglio mi trovo bene.

Qui il sole è molto forte spalmo la crema sulla schiena sulle gambe la spalmo uniformemente tutta
questa mattina anzi è pomeriggio sulla spiaggia ci sono questi quattro tedeschi con la pancia qui la
pancia si dice la barrica prominente molle würstel patate orizzonti da fiaba sono muti, i tedeschi, due
con le mogli tedesche con le tette alemanne strizzate afflosciate come palloncini vuoti per le feste le
tette tipiche da tedesche oppure tette sode, belle nere, delle tipe di Santo Domingo che i tedeschi gli
altri due si sono sposate qui del luogo e tutti assieme, qui, sono seduti lontani rispetto a me sotto il
sole con la crema da settantacinquemila lire io li vedo sono lontani io sdraiato a cento duecento metri
da loro sono solo.

Sono solo anche perché mettermi insieme a una domenicana il mio stato civile è tranquillo se
volessi se lo volessi davvero insomma potrei cambiarlo in un pomeriggio potrei sposarmi e via
considerando cosa vuol dire avere sempre la stessa dominicana, la stessa moglie, la stessa tipa anche
se ha vent’anni se non cambi ogni volta tu sei un pirla sei un poveraccio hai la moglie dominicana te
la porti sulla spiaggia la tipa te la porti a letto come questi tedeschi se è tua moglie anche se l’hai
comprata non ne vale proprio per niente la pena se rimane tutto uguale anche la figa di colore è una
cosa esotica va bene per le fotografie per una notte.

Tutte le cose in effetti cambiano io sono un commercialista mi diverto come posso mi piace
rimanere a guardare quello che vedo rimanendo sdraiato le onde del mare ma soprattutto una cosa
che vedo questa che continuamente continua a ritornare anche quando ho gli occhi chiusi vedo tutto
giallo questa cosa potete immaginarvi voi cosa è.

Il sole, se lo fissi per più di dieci secondi all’improvviso dopo ti sembra che ogni cosa è luminosa
talmente che perde tutto il suo colore è tutto uguale non è più nulla ho il mal di testa io non sto bene,
qua, sulla spiaggia, più passa il tempo più sento che c’è qualcosa che non va anche se ho la crema da
settantacinquemila lire io sono solo ci sono le haitiane senza denti vendono continuano a vendere ce
n’è una un’haitiana che dice si avvicina dice di chiamarsi Isabelle mi chiede se voglio la piña colada
non ha i denti ne ha soltanto uno che pende è lì in mezzo è uno spettacolo osceno le dico di lasciarmi
in pace che devo prendere il sole meditare.

L’haitiana ha una caverna in mezzo alla faccia un’apertura rossa e nera spezzata da questo
quadrato dentale che sarebbe un dente l’unico un quadrato no un rettangolo è un muro bianchissimo,
da solo, una muraglia dentale con la lingua che si muove attorno mi chiede se io voglio bere una piña
colada e voglio comperare la banana il mango le faccio segno di no con la mano le dico di andare via
di lasciarmi in pace rispolvero le poche parole che mi hanno insegnato al residence di spagnolo le
dico no quiero nada da comir o più o meno le dico io qui mi abbronzo le dico di lasciarmi in pace.

Questa l’haitiana rimane qui mi dice italiano bello comperare io la mando a cagare lei ride io
rimango da solo mi dice mi chiamo Isabelle rimane a guardarmi con la gonna verde con il dente in
mezzo alla caverna della bocca della faccia è la pubblicità scassata della povertà.

Io penso che alla fine è meglio morire, da poveri, immediatamente, che rimanere a pensare alla
vita che va, brillante, a tutte le cose belle che ci sono nella vita, che ogni cosa è stupenda. Così la
vita se sei povero la guardi che va via, sembra un film su Italia 1 molto bello già incominciato ma
non per te, è un’altra se tu non hai soldi, se tu sei povero la vita rimane a guardarti proprio come un
film dalla televisione e ti spia morire fermo sulla spiaggia a vendere, anche se magari quello sei tu.
È lunedì.
Mi piacerebbe, addormentarmi qui.
Adesso, sotto il sole sarebbe piacevole se mi passa il mal di testa me ne sto zitto, mi abbronzo, mi
viene come si dice da noi il bronzo l’abbronzatura quando torno questo fatto di abbronzarmi, di
vedermi di piacermi se mi specchio con il bronzo intanto il caldo mi fa stare intontito.

Mi viene in mente quando da bambino andavo a Cesenatico e mi addormentavo era come se


scivolavo se entravo pianissimo dentro la sabbia uguale a quei cosi i granchi che spariscono sotto la
sabbia fanno una cosa come un buco e vanno via sotto la sabbia si perdono in queste cazzate si
divertono come i bambini anche se per loro è una questione di vita o di morte, catturano altri insetti,
continuano a decidere strategie per vivere nello stesso modo meccanico come gli haitiani qui con la
canna da zucchero il machete pensano alla canna da zucchero a vivere sembrano questi granchi di
Cesenatico sono ossessivi sono dei granchi umani io no perché ho i soldi la Visa io vado tranquillo
io sto male.

Veramente quello che io non capisco è perché mi sento così continuamente questa mattina male
come se mi viene da piangere se sono triste oppure questo fatto del sole adesso in spiaggia sono solo
è meglio che vado da Silverio Messon.
Più tardi vado da Silverio Messon Silverio Messon è il più grande supermercato che c’è qui a
Puerto Plata si possono trovare tutti i prodotti che ci sono anche da noi ci sono tutti i tipi di Pasta
Barilla c’è il sugo pronto Star ci sono le lattine di Coca-cola c’è il cioccolato svizzero soffiato il
Toblerone la «Gazzetta dello sport» a venticinque pesos anche se vecchia di qualche settimana ti
sembra di essere a casa ti trovi perfettamente bene.
A un certo punto sono qui sdraiato ho gli occhi chiusi sento che arrivano questi due tipi li sento
parlare da lontano sono due di Lissago una coppia di fidanzati li avevo già conosciuti al Residence
vengono a sdraiarsi vicino a me.

Lei deve avere venticinque ventisei anni è carina in topless ha le tette piccole ben dimensionate lui
qualche anno di più è basso assomiglia leggermente a David Bowie prima che facesse la svolta
commerciale degli anni Novanta dopo Let’s Dance se vogliamo intenderci.

Lei è una tipa piuttosto taciturna lui continua a parlare in continuazione mi dice cosa ne penso dei
motochoncisti i motochisti qui a Santo Domingo sono i tipi che fanno servizio taxi con la moto sono il
vero problema dell’isola schizzano via dappertutto con le loro moto intasano il traffico.

Io sono stanco più che altro io vorrei solamente il mio desiderio sarebbe riuscire a dormire intanto
ho anche mal di testa vorrei che mi passasse un pochino se c’è una cosa che io non riesco a
sopportare è questo fatto di dover parlare con qualcuno quando non hai voglia sei su un’altra parte
della terra essere qua non è come in ufficio.

Lui si chiama Michele mi dice che gli piace fare il sub gli piace fare immersioni solitarie è stato a
Punta Cana nel sud dell’isola si è divertito molto. Io gli rispondo per favore se mi lasciano un
pochino in pace ma educatamente gli dico se è possibile rimanere un poco in silenzio intanto che io
mi prendo il sole.

Non so se vi è capitato anche a voi la bellezza di prendere il sole quando resti tutto piuttosto
intorpidito alla fine ti senti strano diverso assapori quello che ti sta succedendo ti senti diverso è
come se qualcosa ti sta succedendo a un certo punto questi due tirano fuori la loro crema per il sole
protezione due figuratevi degli incoscienti arrivano al mare nei tropici da Lissago usano la
protezione due.

Io li guardo dico che anch’io ho la crema protezione diciannove quelli mi guardano si guardano tra
loro sorridono dicono con la crema protezione diciannove dove credo di andare cosa voglio fare con
la crema protezione diciannove.

Il tipo Michele mi dice guarda cosa pensi di fare cosa vuoi fare con una crema di questo tipo tu
praticamente ritorni a casa nella stessa identica situazione in cui sei venuto non cambia niente con la
protezione diciannove resti identico a prima e in ufficio dopo non ti riconosce nessuno.

Io gli dico a te non ti riconosce nessuno perché se usi sempre costantemente la crema protezione
due è come se non la usi ti ustioni ti vengono gli eritemi solari tu e la tua fidanzata siete bell’e fritti
siete ridotti esattamente a due polli arrosto siete spacciati lasciate perdere.

Quello mi dice che dipende anche dal latte solare che usi dopo se è un latte solare di buona qualità
poi dopo fai quello che vuoi stai tranquillo non ti bruci il latte solare è una garanzia per tutti.

Figuriamoci gli dico il latte solare innanzitutto mi piacerebbe sapere quanto lo hanno pagato il
latte quanto è costato quelli mi dicono che il latte solare da solo l’hanno pagato solamente
diciottomila lire ma questo non vuol dire spesso la qualità la paghi di meno come se non sapessi che
quello che ha qualche valore si paga come se venire in vacanza a Santo Domingo non costasse dieci
volte di Cesenatico.
Figuriamoci gli dico io la qualità vorrei sapere allora quanto hanno pagato invece questa crema
solare protezione due cioè protezione niente zero nulla vorrei che mi dicessero almeno il prezzo di
quella crema mi dicono che l’hanno pagata soltanto quattordicimila lire al negozio dell’aereoporto di
Malpensa.

Quattordicimila lire è praticamente il prezzo di un menù grande da Burghy più il dolce e il caffè
gli dico figuriamoci che protezione ti può dare una crema con quel prezzo voi minimo vi ustionate, gli
dico, vi ustionate voi due figuriamoci poi dopo con la protezione solare due cosa volete fare voi due
poveracci.

Allora tu quanto hai pagato la tua crema quelli mi dicono.


Io gli rispondo state attenti non parlate così facilmente se io compro una crema vuole dire che sono
soddisfatto di averlo fatto io ho soldi sono un commercialista mi posso permettere quello che voglio
la mia crema mi è costata settantacinquemila lire è un prodotto di qualità.

Ah ah ah fanno quelli si mettono a dire quelli mi dicono tu hai speso settantacinquemila lire per
una crema non so se tu ti rendi conto settacinquemila lire per una crema tu sei davvero scemo
continuano con quella cifra se stai attento ci fai una spesa all’Ipercoop tu se c’è il tre per due fai
quello che vuoi con settantacinquemila lire qua poi a Santo Domingo ci mangi per tre giorni aragosta
e non le patatine.

Allora io penso qua c’è il sole qua io sto bene anzi sto male ho il mal di testa questi vengono qua a
tirarmi storie da morti di fame io non capisco cosa vuole dire tutto questo io sono disgustato non
capisco cosa vogliono questi due perché siamo qui nei Tropici lontani dalla città dall’Italia mi devo
ritrovare con queste persone che non hanno altro da fare che disturbare una persona come me
consapevole di se stessa io vorrei restarmene qui a prendere il sole vorrei restare in pace glielo dico
e stanno muti.

Intanto il sole è sempre più forte con il mio mal di testa diventa pesante diventa sempre più
pesante rimanere qua io non capisco quello che mi succede quello che capita a chi come me ha una
protezione diciannove è qualche cosa di strano di intollerabile che mi scorre nelle vene mi
aggredisce dentro come un senso di insoddisfazione assoluta fin da bambino non ho mai sopportato di
non essere capito. Allora io mi alzo vado da quei due ma chi cazzo sono mi chiedo questi due da
dove vengono da dove viene tutta questa gente e il sole mi batte forte sulla testa nella mia testa
diventa sempre più irresistibile la voglia come quando quella volta quando ero bambino quando mia
nonna mi ha sgridato.

Quei due adesso sono lì che dormono che prendono il sole sulla spiaggia sono rimasti zitti muti
finalmente tacciono finalmente possono capire cosa vuole dire offendere chi più di loro può fare
comperare invece di offendere sarebbe meglio imparare a capire che nessuno può criticare chi
essendo sempre superiore può comprare qualità e prodotti giusti.

Allora è proprio il sole questo caldo il mio pensiero quello che mi spinge a affondare dentro le
loro pancie italiane normali abbrustolite queste solite pancie screpolate dal sole dalla protezione due
il mio coltello multiuso svizzero fino a quando questi due non spruzzano da tutte le parti sangue che
almeno la prossima volta imparano a parlare con cognizione di causa a informarsi dal profumiere
dall’estetista da chi cazzo vogliono cosa vuole dire andare in spiaggia con la crema giusta la
protezione solare progressiva inizialmente è sempre meglio una buona protezione, la qualità.
Il gusto di tutti i pianeti che ci sono

Meteor Man

L’anno che D.D. Jackson si è fatta intervistare da Jocelyn su Telemontecarlo è stato praticamente
l’anno più bello della mia vita.
Io, quell’anno, ci sono andato a letto, con D.D. Jackson!
Era il 1981.
Erano anni completamente bui, quelli.
A me piaceva sempre attraversarli con quell’ansia meccanica, tipo orologio digitale che c’è nelle
patatine, che dei miei amici di Varese avevano comperato. Guardi l’orologio e non sai dove cazzo.
Tu, comunque, dietro a quel tempo veloce.
Erano anni in cui si limonava di continuo. Oppure no. Erano anni così. Quegli anni, se li ricordo è
perché cantanti come i Rockets li hanno fatti diventare un sogno immortale, e non solo i fantastici
ragazzi della mia compagnia li conoscevano, ma chiunque, comperava i dischi dei Rockets. I Rockets
erano la versione maschile di D.D. Jackson; lei, è la bellissima cantante spaziale del mio amore
eterno.
E tu mettevi il disco di vinile di D.D. Jackson, si chiamava Cosmic Curver. Eh, era un disco nero,
sul giradischi antico, quello con il braccio meccanico, che adesso non usa più, è preistorico, sono
passati milioni di secoli da quando quelle canzoni erano più vere di tutte le stronzate che ci sono
adesso.
Mettevi le cuffie. Facevi uscire dalla stanza il telegiornale.
Ascoltavi. Erano gli anni Ottanta.
Rockets, o D.D. Jackson. Mai più facevi caso a quel Craxone; non ti veniva in mente che era
dappertutto, quegli anni lui li riempiva con la faccia e tu lo vedevi alla tele sempre, era sui giornali
ogni momento, come adesso le pubblicità della Telecom e dell’Omnitel si vedevano dappertutto
Craxi e De Mita. A te però non fregava un cazzo perché eri giovane e pensavi alla figa, alla musica.
La musica, quel tempo, ti prendeva come nelle fiabe, fiabe che da piccolo ti raccontava l’azzurrina
televisione mondiale, come Vacanze all’isola dei gabbiani . Era quella la vita che non può finire di
essere felice.
Ricordo. Dieci giorni prima che D.D. Jackson andasse a Telemontecarlo ero andato a una festa,
organizzata dalla più figa di Varese, la figliola di un importante allenatore degli anni Sessanta, che
aveva una Abarth 130 TC.
Ero triste.
Era novembre. Avevo una camicia di tipo scozzese, Ritzino, con i gemelli con l’elefantino che
avevo comperato a Milano, di avorio marrone, vecchio, e il resto di oro. Li avevo comperati con un
centone rubato a mia nonna per essere felice di averli, chiunque non era padrone di quei gemelli
tranne me che, comunque, avrei potuto rivenderli quando avrei voluto, anche se poi li ho conservati
fino a dicembre, perché erano la cosa più bella che una ragazza poteva notare di me, se le parlavo. Io
li toglievo sempre per tenerli in mano, come un sortilegio li muovevo nell’aria.
E poi, avevo i boxer Armani. I pantaloni anche Armani, coordinati ai boxer. Calze Burlington. Di
scarpe, le Worker’s. Poi avevo il Moncler arancione, e sono andato alla festa. Era buio, nella casa
della tipa bionda con la Ritmo Abarth 130 TC quando sono entrato guardando le tipe.
C’erano Gianni, il mio migliore amico, Davide e quelle troione della seconda C in Naj Oleary
tirato, ventoso se ballavano, e la borsetta Mandarina Duck. Io mi ero messo il profumo Capucci della
pubblicità «Capucci pour homme. La tua firma» che si sentiva bene mischiato a Gucci numero 3 di
Gianni che non stava limonando ma era lì, vicino a me.
Appoggiato al muro sbatteva la testa al muro ascoltando, come me, come tutti, la bellissima
Meteor Man. Gianni muoveva le mani come se c’era una batteria meccanica mentale come quella che
si vede in un video dei Depeche Mode e continuava a fare finta di rompere oggetti nel buio della
sala, e io sono andato avanti.
Mi sono acceso una More verde. Ho salutato un po’ tutti ed ero felice, la musica andava su e giù e
quella della Abarth aveva messo le luci psichedeliche in sala, i suoi genitori erano usciti per andare
nella casa di montagna, una casa in multiproprietà a Madonna di Campiglio. C’era anche quella che
vedevo sempre nel venire in pullman a Varese. Era una figa con la voce acida, ripetente. Aveva la
camicia con il colletto di pizzo ed era figa.
Vicino al muro c’era un tavolo con la tovaglia bianca, le patatine, le olivolì, le olivolà, il Martini
bianco. E c’erano le nostre gioie di avere quindici anni, tutta la vita per dimostrare di essere una
generazione che può vincere quella grande scommessa che è la vita che c’è attorno.
Allora, ho preso a ballare e mi è venuta l’angoscia. Quel giorno avevo il cazzo duro da tutto il
giorno e pensavo a quel video di David Bowie dove tutti sono felici e aspettano che lui arrivi
battendo le mani, e io battevo forte le mani, con la sigaretta in bocca aspettavo. Nel buio della sala
riconoscevo i capelli biondi muoversi stupendi ogni tanto passare della padrona di casa.
Però io avevo fatto casino con il mangiare e con delle medicine. Per questo, ballando ballando, mi
è venuta subito quella voglia di cagare. Specie se non stavi limonando, ti sembra di essere in un
labirinto, ti muovi quello che basta per essere migliore, la musica pulsa veloce nelle tempie, è
bellissimo stare lì e uscire dopo per cagare, a sentire i suoni di un disco che si avventurano a
gruppetti verso i lontani e immensi anni Ottanta.
Era un giorno che non avrei immaginato, così. Prima di arrivare al cesso, ho sentito che arrivava
l’effetto di quel puttanaio tremendo che avevo fatto per arrivare alla festa meno anfetaminico che
mai. Avevo preso delle roipnol, io, e stavo tranquillo. Ne avevo prese due da Gianni almeno due ore
prima, ogni volta che le prendevo mi sembrava come quelle volte che da ragazzino passavo le notti
d’estate a guardare quel tipo che vendeva gli stereo Rossini su Rete A e su Telereporter, e c’era
assolutamente estate dappertutto, come un film di profondo rosso tutto si ripeteva uguale, era quella
sensazione che hai quando replicano i programmi completamente uguali, quando sembra che debbano
finire e invece io andavo sul balcone, erano le quattro, a vedere le altre case e tutti dormivano, quasi
tutte le finestre del mondo erano spente e tornavo a guardare la tele. Lei non finiva mai di vendere.
Era un’asta degli stereo colorati, con il disegno della bandiera americana sopra le casse. Il tipo
che li presentava si chiamava Giò Denti. Credo fosse il 1979.
Così io cercavo di capire la direzione del cesso, per andarci di corsa a cagare e vomitare. Ma mi
girava la testa! Mi muovevo metà come John Travolta metà come Provolino. Mi muovevo a scatti
pazzeschi. Finalmente sono arrivato al cesso.
Quasi quasi quella sera era come se ero un cartone animato di quindici magici anni.
Vvvrrrrrr! Tutte le cose erano come nel video degli Jello, quegli svizzeri, li ricordate? Era bello
vomitare elettrico compiuto. Ti esce fuori dappertutto. Sei una forza della natura, in quel momento
esce fuori il liquido. Li senti, i pezzettini di olivolì. I pezzettini di olivolà e l’anima, uscire fluidi.
La musica, era più lontana, di quella schifezza della morte. Così mi ero fatto un macello di
macchie sulla Ritzino. Così, mi sono addormentato a fianco del cesso. Sognando sognando, ho visto
tantissime cose che adesso non ci sono quasi completamente più.
Quello che io vedevo era un catalogo infinito delle immaginette che tutti i giorni vanno via
stupende. Persone storie e canzoni, che veloci e belle si sovrapponevano, per finire accavallate
dentro il sognare che era vero. Quello era il mio passato e il mio presente, era la mia vita interamente
che vedevo.

La vita è una cosa meravigliosa

Vi ricordate Maria Giovanna Elmi e Il dirigibile? Vi ricordate Mal? Vi ricordate Sammy Barbot?
Vi ricordate Stefania Rotolo? Vi ricordate quello con la bocca storta, Enrico Beruschi? Vi ricordate
la Guapa? Vi ricordate Tiziana Pini? Vi ricordate il programma Buonasera con...? Vi ricordate
l’amore infinito?
Vi ricordate Plastic Bertrand? Vi ricordate Liò? Vi ricordate Patrick Hernandez? Vi ricordate gli
Alunni del Sole? Vi ricordate i Collages? Vi ricordate il video di I Wanna Be Your Lover dei La
bionda? Vi ricordate l’amore infinito?
Vi ricordate il primo Gazebo? Vi ricordate i Visage? Vi ricordate Filipponio? Vi ricordate i Latte
& Miele? Vi ricordate Albert One? Vi ricordate Dan Harrow?
Vi ricordate Zaccagnini? Vi ricordate Spadolini? Vi ricordate Khomeini? Vi ricordate quando
eravate bambini? Vi ricordate Bjorn Borg? Vi ricordate l’amore infinito?
Vi ricordate Fanfani? Vi ricordate Zambeletti? Vi ricordate De Michelis? Vi ricordate Pietro
Longo? Vi ricordate Mork & Mindy? Vi ricordate l’amore infinito?
Vi ricordate Enzo Tortora? Vi ricordate il cono Atomic? Vi ricordate Daniele Formica? Vi
ricordate il formaggio Dover? Vi ricordate Nicolae Ceausescu? Vi ricordate Ronald Reagan? Vi
ricordate Franco Nicolazzi? Vi ricordate Claudio Martelli? Vi ricordate Antonio Gava? Vi ricordate
Furio? Vi ricordate Mario e Pippo Santonastaso? Vi ricordate Carlo Donat Cattin?
Vi ricordate Mennea? Vi ricordate Franca Falcucci? Vi ricordate il mondo di Roberta di
Camerino? Vi ricordate Zanna Bianca? Vi ricordate Autogatto e Mototopo? Vi ricordate Goran
Kuzminach? Vi ricordate Video Killed the Radio Stars? Vi ricordate Barazzutti? Vi ricordate Tre
nipoti e un maggiordomo? Vi ricordate Elisabetta Virgili? Vi ricordate l’amore infinito?

In the Galaxy of Love

Quando mi sono svegliato dal coma vomitoso c’era lì D.D. Jackson. Proprio D.D. Jackson, il mito
della mia generazione. Davvero D.D. Jackson, la cantante spaziale bellissima orientale che dieci
giorni dopo andava a Telemontecarlo!
Tommaso Labranca, che è il più importante filosofo italiano vivente, sostiene di essere riuscito a
toccarla durante una registrazione televisiva.
Lo scrittore Arturo Bertoldi, ne Il piccolo consumatore, dice di averla vista in televisione, e che
«voleva trasformarsi a tutti i costi nel suo microfono».
Io, invece, ero lì insieme a lei, nel bagno vomitato della tipa della Abarth la guardavo, ne sentivo
la pelle calda vicino.
Quanto era bella D.D. Jackson. Lei era bellissima.
Essere lì insieme a lei voleva dire superare senza paura l’angoscia di essere sperduti
nell’universo, quell’angoscia che hai da ragazzo, che è come diceva Venditti, nella canzone Ciao
uomo: «Ciao uomo, dove vai | balli nel cuore dell’universo | ma alla fine della tua storia | piangi
d’angoscia dentro di te».
Se c’era lì D.D. Jackson, ma bastava anche soltanto un suo disco, tu avevi la dimostrazione che
l’universo non era un oscuro meccanicismo che segue leggi fredde e materiali, bensì un pezzo di figa
bellissimo.
D.D. si avvicinò a me e mi baciò in bocca. Aveva un sapore spaziale, aveva il gusto di tutti i
pianeti che ci sono, ero infilato dentro una specie di tunnel di luci colorate, miele e amore che ti
spacca in due la testa, il cuore. – D.D. Jackson, – le dissi sfilandomi Worker’s e Burlington, – solo
un sogno infinito può averi fatta arrivare qua. Tu che conosci l’uomo meteorite, tu che canti
l’efficienza della polizia spaziale, nella galassia dell’amore!!!
D.D. Jackson mi guardò con i suoi occhi immortali, gli stessi che avevo visto su un vecchio «Ciao
2001» (c’era lei in una specie di astronave), che mi avevano fatto capire la bellezza della sessualità
e dello spazio, io che allora ero ancora un bambinetto, incapace di intendere e volere, inadatto a
scrivere racconti scollacciati, a vivere vicende erotiche, a percepire nell’integra sua soavità il gusto
dell’unione con una donna, la bellezza del passaggio di una stella cometa, il significato di una guerra
tra mondi, l’evoluzione continua dei robot, l’alternarsi dei cicli planetari, e la metempsicosi.
D.D. si sdraiò per terra, leggermente sporcando la sua tutina aderente nera, mi abbassò il boxer,
sollevò leggermente la Ritzino, prese in bocca il mio adolescenziale membro e io chiusi gli occhi
mentre il bagno si trasformava in quella specie di galassia di plastica che vedevo diventare calda e
stupenda quando un ragazzo chiude gli occhi ascoltando una nuova canzone di D.D. Jackson.
Carre

C’era una bellissima fotomodella che si chiamava Carre. Lei viveva sempre nuda, e stava spesso
seduta in riva al mare a guardare l’acqua completamente nuda. In quell’occasione, il vento le
sollevava i lunghi capelli biondi, e chi le stava dietro le poteva vedere metà sedere e la schiena, chi
le stava davanti poteva vedere le tette, un po’ molli ma eccezionali, e qualcosa di pelo. Altre volte
Carre stava sempre lì, ma un po’ prima, nella posizione di una pubblicità di qualcosa, seduta con una
gamba un po’ sollevata e l’altra sotto, e con le mani incrociate sulle gamba sollevata. Chi le stava
davanti poteva vedere: un cazzo, nada. Chi le stava dietro poteva vedere metà sedere e la schiena.
Certe volte, sempre in quel posto Carre si metteva di sghimbescio su una poltrona di legno tutta
storta, con la gamba destra sollevata per nascondere l’importante natura. In quell’occasione, chi le
stava davanti poteva vedere benissimo le tette, un po’ molli ma eccezionali, e un tatuaggio sul piede
destro, una specie di sole boh. Quando era incazzata, Carre andava via da quel posto, si metteva una
specie di maglia di rete bianca, una cosa, e stava appoggiata a una parete di legno a pensare male.
Chi le stava davanti vedeva: è impossibile, davanti c’è il legno! Chi le stava dietro vedeva:
pezzettini a forma tipo rombo di schiena e boh (nelle foto che mi ha mandato Max non si capisce se
ha le mutande, o no. Io spero che no! A me piacciono i sederi delle attrici bellissime!)

Carre, che era schopenaueriana, tipo buddista, aveva tutti i dischi di Carmelo Bene, guardava
sempre il video di Salomé di Carmelo Bene, e non gliene fregava un cazzo di nulla. Quando qualcuno
le chiedeva come stava, lei rispondeva: – Bene, Carmelo Bene –, e rideva da sola quattro o cinque
giorni. Carre viveva vendendo bottigliette delle sue mestruazioni a un feticista coprofilo di Hong
Kong, che le pagava 18 milioni l’una. Siccome Carre aveva le mestruazioni una volte al mese, e ogni
mese riempiva tre bottigliette, calcolate quanto Carre guadagnava in un anno.

Con tutti quei soldi Carre si comprava un sacco di puttanate, e non gliene fregava nulla dei poveri,
cavolo gliene fregava a lei dei poveri? Una volta, Carre si era comperata una statua di diamanti di
Berlusconi di 100 000 chili, poi non le interessava più e l’ha regalata alla mafia. Un’altra volta,
Carre si è comprata un reggiseno di titanio spaziale del valore di 600.000 miliardi, ma siccome stava
sempre nuda l’ha disintegrato con un coso chimico.

Carre, stava sulle scatole a tutti. Ognuno voleva fare l’amore con lei, ognuno voleva prenderla a
sberle per questo suo disinteresse, per questa sua mancanza di spirito sociale. Una volta, uno della
Cisl le ha sputato in faccia, ma lei, buddista, non gliene fregava nulla, stava lì a guardare il mare e
pensava che ancora una ventina d’anni di mestruazioni e si sarebbe potuto comperare qualunque cosa,
perché Carre era una ragazza di un consumismo e di un’avidità che non hanno confini. Carre, era una
vera figlia dei nostri tempi.

Per non fare niente tutto il giorno, Carre si era presa un maggiordomo, uno scemo cinese. Questo
maggiordomo si chiamava Alessio, ed era uno zoofilo omosessuale, cioè se l’intendeva con i cani di
sesso maschile, aveva con loro storie di genere prevalentemente platonico.
Un giorno, Carre fu trovata sgozzata su quel cazzo di coso di legno dove stava sempre,
orribilmente mutilata nell’importante natura. Carre, infatti, al posto della figa aveva un casino, un
milk-shake di carne, schifezze, sangue, pulp (ancora?! Basta!)
La gente del luogo non rimpianse affatto la morte di Carre, ma alcuni tipi del luogo che volevano
fare l’amore con lei ci rimasero un po’ male. Tra questi, tre maniaci sessuali. Ermanno, 42 anni, detto
«Formaggino»; Sebastiano, 16 anni, detto «Brufolo iraniano» e Gianni, detto «mangiafiga» per la sua
abitudine di dire a tutti, mostrando il poster della ragazza del mese di un giornale per uomini soli: «Io
a questa le mangerei la figa».

La morte di Carre era un vero e proprio giallo.


Il commissario Montanari, incaricato dell’indagine, fumava nervosamente. Passeggiava
nervosamente nel suo ufficio, cercando di pensare a chi era stato a uccidere Carre. Beveva un caffè
dietro l’altro, stava male. Poi a un certo punto si era ricordato che nei gialli è sempre il
maggiordomo a uccidere la vittima in modo imprevedibile. Il commissario Montanari sorrise
soddisfatto.

Nella sua casa di ringhiera, Gianni guardava una foto di Eleonoire Casalegno, e sudava come un
maiale. Pensava che avrebbe pagato qualunque cosa per essere Sgarbi, che ci è andato. Poi
mestamente metteva su il pentolino dell’acqua, e si bolliva due würstel «Giò», quelli con il
formaggio grana dentro. In fondo al cuore, Gianni era soddisfatto.

Il commissario Montanari suonò al campanello della casa di Alessio. Alessio, inebetito, stava
avendo una sessione di sesso orale con un pastore maremmano di sei mesi, tale «Pucci».
– Chi è? – chiese Alessio abbandonando le gambe dell’animale che, infastidito da quella
situazione inaspettata, iniziò a abbaiare.
– Amici! – gridò Montanari.
– Io no amici, – replicò Alessio, nel suo italiano disastroso. Rivestitosi alla bell’e meglio, Alessio
corse a prendere la pistola Ochklaoma a aria compressa che aveva comprato a rate due anni prima.
Avvicinandosi alla porta, con tutta la forza che aveva nei polmoni urlò ancora:
– Chi è?
– Amici! – gridò di nuovo il commissario Montanari.

Finiti i würstel, Gianni aprì la credenza della cucina e ne estrasse due brandelli della natura di
Carre, resi gialli dalla decomposizione. – Ma che cazzo di giallo è questo? – urlò allora Gianni
inconsapevole del grave delitto di cui si era macchiato uccidendo Carre per asportarle i genitali.
Gianni non aveva colpa dei suoi comportamenti. Suo padre era un fanatico della Sampdoria, e ogni
volta che la sua squadra perdeva lo sodomizzava con la Pizzamatic, obbligandolo poi a mangiare la
solita pizza Catarì bruciata che il sabato sera, per festeggiare, lui e i suoi parenti cercavano di fare.
Tutto questo negli anni accrebbe in Gianni un senso di violenza repressa, a sfondo sessuale. Gianni,
attraverso il sesso, sfogava il suo tremendo vissuto infantile.

Al funerale di Carre non c’era nessuno perché su Raidue davano uno speciale di Augias sulla
morte di Carre, con le immagini del commissario Montanari che, tra la folla inferocita, portava via in
manette il povero Alessio che gridava: – Io no colpevole, io alibi cane! – Alessio aveva infatti
passato la sera del delitto con Pucci.

Sebastiano, il famoso «brufolo iraniano» (brufolo perché era pieno di brufoli, iraniano perché una
volta, durante un’interrogazione in geografia, aveva detto che l’Iran era la capitale dell’Irak), si
rodeva dentro. Aveva assistito alla scena del delitto e guardavo alla tele il povero Alessio entrare
nella macchina della polizia scortato da due poliziotti, mentre invano supplicava di chiedere a Pucci
dov’era lui la sera del delitto. Alessio ebbe l’aggravante di maltrattamento di animali, anche se Pucci
non venne, ovviamente, mai ascoltato.
Pucci, era davvero un cane gay.

Ascoltando Augias, Gianni se la rideva. Osservava la ricostruzione del delitto, degustava con
talento da intenditore le interviste alle vicine di casa risentite: – Eh sì, – dicevano in coro, – povera
Carre, un maggiordomo così terribile –. Gianni si aperse una scatola di datteri sciroppati, non molto
buoni, e ne mangiò una dozzina.

Il commissario Montanari si sentiva Dio.


Il caso era stato risolto in un battibaleno, e poteva quindi sperare in una promozione. Lucidava
commosso il suo distintivo, pensando a quando sarebbe salito di grado.

Sebastiano varcò la soglia del commissariato. Attese mezz’ora e fu ricevuto. Durante a quella
mezz’ora ripensò alla sua infanzia, a quando giocava con le cavallette. Spezzava loro le gambe e poi
le infilava nel sedere di suo fratello minore, che aveva allora due anni. – So chi è l’assassino, – disse
Gianni all’appuntato Paccagnini, un tipo assurdo, un ciccione mentecatto che diligentemente annotava
ogni parola del suo interlocutore. – Si tratta di Gianni La Porta, detto «mangiafiga». È stato lui a
uccidere Carre per realizzare i suoi malsani propositi. Quindi dovete liberare il maggiordomo.

La sera dopo, Augias intervistava in diretta dal carcere di San Vittore Gianni, che accondiscese
all’intervista dietro il compenso di un abbonamento gratis a Internet e l’iscrizione per un anno al sito
«real pussy», oltre 8000 foto di organi genitali femminili scomponibili con il taglia e incolla di
Windows. In un angolo triste della città, il commissario Montanari piangeva le sue amare lacrime.
Un sogno che ho fatto

Che l’Einaudi mi doveva mandare a vincere il Tour di Francia 1997 a piedi, per vendere meglio il
mio nuovo romanzo Puerto Plata Market. E io ero a letto quando mi ha telefonato Einaudi. Mi ha
detto: – Parti per Parigi. Vinci il Tour, perché ormai non basta andare al Costanzo, stracciare
l’immagine del papa mentre canti da Baudo, o farsi riprendere da Canale 5 mentre sei a letto con
Sgarbi! Oggi, per fare buona letteratura, ci vuole un marketing differenziato, una strategia che poggia
sul nuovo, e questo sei tu –. Era il solito progetto di Aldo Nove come ottimizzazione di qualcosa che
continua a essere speciale nel processo di circolazione delle merci! Ma io ero appena sveglio, ho
detto di sì per obbedire a una casa editrice. E mi sono fatto un caffè pensando a molte altre cose che
nella vita continuano.

Pensavo a questi nuovi dischi di Moby, che mi ha fatto ascoltare Isabella. Pensavo che la techno
del futuro è l’unica musica classica che può vendere bene, amavo fortissimo Dj Shadow e
l’assomiglianza che hanno i Daft Punk con i Kraftwerk di quando io ero piccolino quando è suonato il
campanello e mi hanno consegnato una valigetta con il kit Einaudi per vincere il Tour de France 1997
a piedi.

Esso conteneva un vestito dell’Uomo Ragno, un biglietto di andata per Parigi, una bicicletta
smontabile già smontata e polvere da sparo Einaudi per i piedi. Poi, improvvisamente, mi sono
ritrovato in un albergo di Parigi dove erano già arrivate molte pornostar e Tommaso Labranca.
Tommaso Labranca gareggiava per la Feltrinelli perché, durante quel sogno, la Feltrinelli gli
pubblicava Chaltron Hescon. Niccolò Ammaniti e Tiziano Scarpa non c’erano, ma non me ne
importava nulla perché c’erano un casino di pornostar che io guardavo dall’ascensore dell’albergo in
cui ero arrivato. Tommaso Labranca era vestito da Mazinga Z e aveva scritto, sulla schiena,
«Feltrinelli».

Ogni cosa era più grande di tutte le altre, come succede sempre nei sogni cambiava insieme ai
posti che, guardandoli, erano già diventati un’altra cosa. Labranca mi aveva aiutato a cucire sulla
schiena la scritta «Einaudi» in quell’albergo che era uguale a un albergo di Reggio Emilia dove sono
andato l’anno scorso per leggere delle cose con Caliceti, il mitico. Poi l’albergo si è trasformato
nella partenza del Tour, evitavo i giornalisti che volevano interrogarmi sul futuro della letteratura
italiana, e mi sentivo Hinault.

Ero completamente solo, come nella vita in quel sogno non ero completamente felice, guardavo
Parigi che mi circondava come un abbraccio che mi stritolava pieno di case e campanili, e sembrava
di essere alla Bovisa.

Quando è iniziato il Tour Labranca ha subito seminato tutti, era in testa alla gara e io sono rimasto
al punto di partenza confuso, non mi riusciva di vincere anche perché non ho mai studiato il francese
ed ero distratto da delle pornostar che ballavano vicino a un distributore di panini, ho chiesto delle
indicazioni a un signore e ho iniziato a gareggiare cercando di ricordarmi delle cose che mi aveva
detto Repetti sulla respirazione per vincere il Tour. Praticamente si trattava di tecniche di
visualizzazione positiva sulla respirazione. Io volevo tornare a casa a guardare un cd-rom interattivo
sulla storia del cinema fantastico che avevo comperato in Galleria alla Ricordi a 99 000 lire,
standomene comodamente seduto, invece ero già in ritardo di cinque minuti sul gruppone, e sono
schizzato via tipo Gonzales!

Arrivato in prossimità della curva, in un posto che era Parigi ma uguale alla piazza principale di
Tradate (VA), dove abita il mio amico Simonelli, ho chiesto informazioni a un signore su dove andare
perché avevo sempre l’ansia di essermi perso, di non riuscire a vincere il Tour.

Andando avanti, c’era una casa che era una struttura del Tour d’alta montagna. In essa, bisognava
entrare correndo, seminare il corridoio d’ingresso e la cucina prima di arrampicarsi su una scala che
portava alla montagna della cultura importante.

La montagna della cultura importante era una cosa che c’era nel sogno, faceva parte del Tour. Era
costituita di libri schiacciati come io mi immaginavo che fossero schiacciati i giornali che aveva una
vecchia di Viggiù, la madre del preside delle scuole medie, che è morta a 96 anni una decina di anni
fa. Questa vecchietta aveva dei vasi da notte pieni di piscia vecchia e semievaporata, e anche dei
«Corrieri della sera» anni ’20, appoggiati uno sull’altro.

Io, mi sono arrampicato sulla montagna, e ero da solo. Vedevo gli altri che parlavano gareggiando,
ma in francese. Tommaso Labranca chissà dove cazzo era. Arrampicandomi guardavo i libri. Tra di
loro, ce n’era uno che mi aveva convinto. Era l’opera giovanile di Sanguineti. Saggi di ogni tipo,
poesie con i versi lunghi un metro e mezzo e delle cose contro Pasolini. C’era anche altro, ma mi
interessava quello.

Come tutti gli altri libri, l’opera giovanile di Sanguineti era incastrata tra le rocce della montagna,
e ho cercato di prenderla.

Quando facevo l’università, per mantenermi, accudivo un vecchio nazista di Camogli, controllavo
che non cagasse assurdamente in mezzo alla cucina, sua moglie aveva dieci anni meno di lui, era
lucida e mi dava 100.000 lire al giorno. Mi sembra che in questo sogno, alla base della montagna, ci
fosse anche lui, e mi guardasse in controluce.

Allora, cercando di disincagliare Sanguineti dalla montagna, ho fatto crollare tutto, si è creata una
valanga di libri, tra i quali c’erano anche Rabelais e dei libri di Bifo, e distruggevano il sogno, mi
sono quasi svegliato ma no, ho continuato a gareggiare per «Stile libero», ho cercato di riprendere la
gara per non tradire un discorso di pianificazione della mia immagine editoriale, e con moltissima
fatica mi sono ripreso, avevo il vestito di Uomo ragno tutto lacerato ma dovevo vincere, era come se
c’era Einaudi dappertutto, che controllava se vincevo.
In generale, ero molto sudato, avevo nelle scarpe polvere da sparo Einaudi e delle cose al
carbonio per non puzzare i piedi. Il Tour de France 1997 era strutturato in circuiti concentrici, che si
assottigliavano splendidamente. Per questo motivo speravo che Labranca, doppiandomi, spuntasse
all’orizzonte. Ma questo non è accaduto, non avevo nessuno con cui parlare un poco.

Intanto, apprendevo dalla televisione che Castelvecchi aveva ristampato Woobinda di nascosto, ed
ero a 26 000 copie, terzo in classifica dei tascabili dopo Baricco e la Vinci, ma ultimo al Tour de
France.

Così mi sono fatto coraggio e ho dato fuoco ai miei piedi pieni di polvere da sparo Einaudi, ho
recuperato terreno nei confronti di un migliaio di partecipanti, e mi sono sentito meglio. Con le
tecniche di visualizzazione che mi aveva spiegato Repetti visualizzavo un palloncino nell’addome,
che si gonfiava e sgonfiava correndo.

Così sono arrivato a un punto difficile del sogno, c’era da superare un ostacolo, una gabbietta di
metallo attraverso la quale passare.
Io, mi sono guardato attorno.
Vedevo che non c’era nessuno e ho fatto l’aquila.
Sono passato a fianco della gabbietta invece di attraversarla come c’era scritto sul regolamento
del Tour di quest’anno. Io correvo forte, pensavo che Brizzi non è costretto a fare queste cose.

Brizzi per me è Dio, lui è superiore.


Brizzi non è mai pulp, è un discorso diverso, è stato pianificato meglio, è molto giovane, è amico
di Vasco Rossi pensavo correndo lontano dalla gabbietta.
Poi mi sono svegliato un attimo, e sono andato a pisciare.

Io non so se voi durante il sonno vi capita di svegliarvi per andare in bagno, e poi di riprendere il
sogno.
Io sì ma non sempre.

La volta che ho sognato di partecipare al Tour de France 1997 sì, ho pisciato e sono ritornato a
Parigi a correre, come un forsennato, ma improvvisamente un vigile ha fischiato contro di me, aveva
scoperto che avevo superato la gabbietta. Era un vigile francese che assomigliava a Gabriel Pontello,
l’eroe delle mie seghe di quando avevo 17 anni, e comperavo Supersex.

Gabriel Pontello aveva sempre la lingua dentro il culo di una pornostar. Marilyn Jess Holinka
Hardiman Charlotte Deladier erano le più famose. Spesso Pontello era in divisa militare francese,
sparava. Quel vigile di Parigi gli assomigliava specialmente nella forma del cranio, un po’ quadrata
come avevano spesso gli attori porno maschili negli anni Ottanta.
Gli anni Ottanta sono stati i migliori di tutti, ma di questo, ne parlo in un altro sogno. Spaventato
dal fischio sono impazzito dal terrore, ho capito che per me il Tour de France era finito.

Mi sono buttato giù da una collina, c’erano dappertutto elicotteri con le mitragliatrici, sembrava
Apocalypse now, sembrava che morivo.

Un colpo mi ha raggiunto in mezzo alla fronte mentre un giornalista della «Provincia» di Como mi
intervistava su cosa ne pensavo della violenza sessuale sui minorenni. Il cellulare suonava. Mi
usciva il sangue dalla bocca e ho risposto al telefono. Era Repetti che mi diceva come andava, e che
aveva già parlato con Mughini per fare un servizio su «Panorama» sulla mia vincita al Tour. Il
giornalista si sbracciava faceva segno agli elicotteri che mitragliavano di fargli finire l’intervista.
In quel momento sono morto.

Quando sono morto mi sono svegliato, mi sono vestito e sono andato al Centro Bonola a
comperare il cdrom sul cinema che fa ridere. Poi mi ha telefonato Marina Spada e le ho raccontato il
sogno.
Un mondo bello come le Spice che ballano

Sono un fan delle Spice, mi chiamo Giorgio, ho trent’anni e la mia ragazza è meno bella di Emma.
Questa, è la storia di tutte le cose che ho delle Spice, più la cronaca del loro trionfale concerto al
Forum di Assago ( MI), il 9 marzo 1998. Tutt’attorno al Forum d’Assago, il giorno del trionfo delle
bellissime Spice Girls c’era un vento pazzesco, primordiale. Direttamente mandato dalle gelosissime
All Saints, che si rodono dall’invidia perché le Spice sono le Spice, e le All Saints, anche se sono
state a San Remo, praticamente non valgono uno zero al quoto, non sono nulla.
Quando sono arrivato ad Assago ho subito capito che sarebbe stato il giorno più bello delle mia
vita, perché lì fuori dei tipi anni Settanta vendevano: magliette delle Spice nere e bianche; sciarpe
delle Spice; bandane bianche delle Spice; poster delle Spice; adesivi delle Spice. E alle cinque del
pomeriggio c’era già questo fiume pazzesco di bambini, che speravano in un mondo migliore. Un
mondo bello come le Spice che ballano.
Io, avendo trent’anni, ero più felice dei bambini perché per comprarmi gadgets non ho bisogno di
fare scenette con i genitori, e come adulto se ho soldi posso acquistare tutte le stupidaggini che ho
intenzione di avere. Per cui, uno dei motivi per cui è bello essere adulti è questo (oltre al sesso ecc.).
Noi adulti abbiamo anche dei sogni inconfessabili, protagoniste dei quali sono le Spice. Le Spice
hanno successo perché sono normali, esse sono «chiunque». Tutti, però, non sono le Spice, e al
mondo c’è ingiustizia, persone che soffrono insoddisfatte in quanto la vita, se guardiamo bene, non è
un concerto delle Spice. La vita, è praticamente un concerto delle All Saints. Qualcosa di brutto. Le
Spice, sono qualcosa di superiore.
La più superiore di tutte è Geri, che sembra una cinquantenne, è una bomba del sesso, è
truccatissima, è eccezionale. Lei è la filosofa del gruppo, e io ho l’autografo (me l’ha fatto). Un’altra
grande Spice è Emma, Baby Spice, il sogno di tutti i terribili pedofili del mondo. Baby Spice, su
fotografia, sembra che ha 15 anni. Baby Spice, vista dal vivo, sembra che ne ha 45. Media: Baby
Spice ha 30 anni. Durante il concerto, Baby Spice è stata una delle più acclamate. Anche di Emma ho
l’autografo (me l’ha fatto).
Una Spice abbastanza eccezionale è senz’altro Mel B., la Sporty Spice, che vista dal vivo è più
bella che in televisione. Lei, è timida. È sempre in prima linea, salta, fa capriole, balla in modo
interessante e ne possiedo l’autografo su carta intestata Spice. Un’altra Spice è Mel C., ed è un gran
casino questo fatto di Mel B., Mel C. ecc., perché i bambini si confondono e fanno caos (anche Mel
C. mi ha fatto l’autografo), i bambini non sanno più bene chi è la loro prediletta e così devono amare
tutto il gruppo assieme, si arrangiano in questo modo. Di Mel C., che è nera, bellissima e con il
piercing sulla lingua (in un’intervista ha detto a cosa le serve, ma io sono una persona educata, e non
lo scrivo). Questo fatto che Mel C. ha il percing sulla lingua per fare meglio i pompini la rende di
gran lunga la più eccitante di tutte, e, grazie a ciò, la amo. Mel C., mi ha fatto l’autografo. L’ultimo
autografo che ho è quello di Victoria, che se la tira, veste anni Ottanta, veste firmato. C’è una scena
nel film Spice Girls – The Film dove le Spice vanno al militare e sono tutte in tuta mimetica normale
tranne Victoria che ha la tuta mimetica griffata. Victoria ha delle belle gambe ma, sul palco, si sbatte
poco, e non la inquadrano praticamente mai.
Oltre all’autografo, io come tanti altri fan ho:
1) La Spice Cam della Polaroid. 2) La tazza ufficiale dello Spice World Tour, con stampata la foto
delle 5 ragazze a colori (L. 14 000). 3) La maglietta nera del Tour (20 000). 4) Il berretto viola delle
Spice (20 000). 5) Il pass colorato delle Spice (15 000). 6) Il book del Tour (15 000), con tantissime
fotografie. 7) Due spillette (10 000), tutt’e due vere. 8) Un poster delle Spice (5000). Il concerto,
iniziato alle 20.30, è stato accolto da un boato cento volte superiore a quello che si è sentito quando,
sul palco delle personalità, è arrivato Ronaldo con la sua fidanzata bionda.
Ronaldo, tra gli applausi ha limonato per mezz’ora, e poi se n’è andato.
Un’altra personalità che ho visto al concerto è indubbiamente Jovanotti, che è passato vicino a me
ma non gli ho chiesto l’autografo, perché ce l’ho già. Altre personalità che ho visto sono: poche, e
comunque meno importanti di quelle che ho già detto (tra cui una di Radio Popolare). Una star che
non c’era è Monica Bellucci, e si sentiva che per questo motivo il livello di bellezza del concerto era
un po’ più basso, tutti eravamo d’accordo che lo Spice World Tour era meno entusiasmante per
davvero.
La scena che più ho stimato è stata a metà concerto, quando le Spice appaiono sedute con una
sedia con lo schienale al contrario appoggiate. Lì le Spice può darsi che sono nude!
Tutto il pubblico eravamo migliaia e migliaia di bambini genitori intellettuali e giornalisti a
cercare di capire se le Spice erano nude o no, e tutti guardavamo bene osservando se le 5 ragazze
avevano reggiseno, mutandine ecc. ma, essendo che queste stavano ferme immobili non lo si è capito,
e ci porteremo tutti noi spettatori questo mistero nella tomba, moriremo senza averlo saputo mai!, e
comunque, su Internet, anche se sono finte ci sono, le foto delle Spice nude, basta cercarle sul Web e
le trovi, non costa molto guardare un sito così o farne una copia da mettere sulla scrivania da segarti
ogni tanto, accontentiamoci in questo modo, è sufficiente!
Il pezzo più bello del concerto è stato Wannabe, quello del loro primo video, dove si vedono loro
che fanno del casino a una festa davvero seria, la ribaltano, ma è stato anche bellissimo quando quasi
alla fine le Spice hanno cantato Mama con il video dove praticamente ci sono le Spice da piccole
con le loro mamme nelle foto, e questo fatto sottolinea che comunque la cosa più importante della
vita è sempre la mamma, che bisogna apprezzarla in quanto è lei che ci ha dato la vita, è lei che ci ha
fatto nascere per venire in questo mondo dove è bello andare al Forum di Assago per vedere un
concerto delle Spice.

P.S.:Le All Saints devono sparire! Sono un’imitazione che non avrà nessun successo! Esse cercano
di parassitare sulle Spice!
Indice

Woobinda
Lotto numero uno
Il bagnoschiuma
Complotto di famiglia
A letto con Magalli
Woobinda
Lotto numero due
Vermicino
Pensieri
La strage di via Palestro
Cuffie a raggi infrarossi
Lettera commerciale
Lotto numero tre
La macchina spaccabaci
I Programmi dell’Accesso
Argentina Brasile Africa
Senna
You Can Dance
Lotto numero quattro
Mia nonna
Gesù che balla
Ruanda
La musica
Amore
Lotto numero cinque
La merda
Un attimino bella
Moltissima acqua e un po’ di sangue
Drammatico caso nel mondo dello sci
Pam
Lotto numero sei
C’era mio padre sul divano
Lo yogurt
Il sosia
Non ho paura dei miei sentimenti
Cip e Ciop
Senna
Lotto numero sette
Noi
Gesù Cristo
Carla Bruni
Jasmine
Quando si spaventano sono fortissimo
Lotto numero otto
Neocibalgina
La frigidità dell’aria del mondo
Hamburger lady fa la raccolta dei punti
Baghdad
Protagonisti
Il fantasma della f*** azzurra
e altre storie moderne
Fuffi
Ditta
Tre racconti sulla televisione
Il fantasma della f*** azzurra
Il Sol dell’Avvenir
Il mondo bello come le Spice che
ballano e altre storie mitomoderniste
Videocatalogo Italia
Marta Russo
Protezione solare diciannove
Il gusto di tutti i pianeti che ci sono
Carre
Un sogno che ho fatto
Un mondo bello come le Spice che ballano