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Pnolo Valonn
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Covtn cosrRUIRE oNToLoGIE su rEoRIE.
Puxu PRINCIPALI DI UN,ONTOLOGIA ANALITICA

Awertenza

Qui di seguito viene presentato un esempio di "progetto di lavoro" in onto-


logia con gli strumenti analitici, necessariamente sintetico e pogrammatico.
Più che concentrarmi sulle coordinate storiche (che vengono soltanto accenna-
te al punto 1) ho preferito esporre i nessi concettuali di un progetto del geng-
re, scèlta questa che, oltre a sembrarmi più interessante in sé, meglio riflette lo
stile di lavoro in filosofìa analitica.
I seguenti punti 1 e 2 rappresentano un chiarimento dell'espressione "afia-
litica", i punti 3-5 chiosano, invece, "ontologia".

l. Ridefinizione del senso di una costruzione di ontologia: da pseudopro-


blema (empirismo logico) e logica della parvenza (kantismo) od autentico
problema filosofico.
1

Per procedere alla costruzione di un'ontologia analitica è necessario, innan-


zi tutto, ridefinire il senso di ontologia cui ci richiamiamo e le procedure che
adottiamo per elaborarla. È chiaro che, già irnpostando il nostro progetto,
rigettiamo il veto carnapiano che condannava ogni riflessione in questa dire-
ziofie. La fìlosofia analitica viene ritenuta molto vicina al noempirismo logico
(soprattutto a Carnap); eppure su questo punto c'è un evidente contrasto. Non
è un caso che Carnap non comprendesse alcune espressione di Quine che giu-
dicava fuorvianti. Nell'Appendice a Meaning ond lr{ecessity, ad esempio, pur
apprezzando l'idea di Quine di saldare l'ontologia alle variabili vincolate,
Carnap si chiedeva se fosse il caso di parlare ancora di "ontologia"l. Ma I'in-
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Paolo Valore

comprensione era più grave di quel che Carnap sospettasse: non si trattava sol-
tanto di una scelta terminologica. In questo rifiuto egli si msstrava fedele al
manifesto dell'empirismo logico, che condannava come pseudoproblema ogni
problema non risolvibile in una questione di logica o in una questione empiri-
cà, secondo la nota distinzione tra analitico e sintetico. Tornava, ancora una
volta a farsi valere l'idea kantiana dell'ontologia come manifestazione della
"logica della parvenza". Banalmente, tutto ciò che non può essere risolto in un
progetto di chiarifi cazione analitica (per quanto grandiosa e complessa) o in
lrv un'indagine che possa legittimamente essere collocata all'interno dei confini
dell'esperietza, finisce per rappresentare soltanto "Metafisica", intendendo
0i 'l r con ciò un catalogo di proposizioniprive di senso. Per Carnap le uniche que-
stioni che possiamo legittimamente porre, quando parliamo di esistenza, sono
le questioni interne, vale a dire le questioni in relazione con la struttura lingui-
stica (linguistic framework), che è definita come un insieme di "convenzioni
linguistiche" che determinano il modo in cui noi poniamo i problemi di esi-
stenza di un certo ambito di entità. Un esempio di struttura linguistica potreb-
be essere un sistema matematico assiomatizzato, in cui il problema dell'esi-
stenza è posto solo dalla deduzione a partire dagli assiomi del sistema. Le que-
stioni interne sono agli occhi di Carnap filosoficamente irrilevanti, in quanto
si basano su convenzioni: mi posso chiedere se nel sistema Sr si danno nume-
fi furazionali, se nel sistema Sz si danno numeri immaginari. Chiedere invece
perché porre certe restrizioni o perché ammettere I'esistenza, poniamo, di
numeri in generale piuttosto di una serie limitata di certi numeri ("esistono i
numeri?"), è una questione filosofica generale, che esce dalla convenzione lin-
guistica, che viene sempre presupposta. Porre una domanda del genere, l'uni-
ca interessante per l'ontologia, è illegittimo. Le questioni esterne sono, per
Carnap, letteralmente senza senso. Un esempio che va proprio in direzione
contraria è l'articolo a quattro mani di Quine e Goodman, Steps Tbward a
Constructive l{ominalismZ, in cui si difende la sostituzione di certe variabili
quantificate piuttosto che altre, rifiutando l'esistenza,anche in senso lato o con
virgolette, alle entità astratte. L'articolo ben si presta ad evidenziarc che ciò di
cui si tratta è un piano di entità (che nel caso specifico viene rifiutato), non un
linguaggio più o meno efficace. Le osservazioni di Quine e Goodman sull'e-
sistenza delle entità astratte erano squisitamente filosofiche, e nient'affatto
logiche o matematiche. (Gli autori lo dichiarano fin dal principio: "any system
that countenances abstract entities we deem unsatisfactory as a final philo-
soplty" ) e ancora: "Fundamentally this refusal is based on a philosophical
intuition that cannot be justified by appeal to anything more ultimate"). Una
necessità ontologica, filosofìca, non riducibile, dunque. Ancora in Empiricism,
Semantics and Ontology, Carnap, invece, scriveva: "sostituiamo [...] le tesi
ontologiche circa la realtà o l'irrealtà di certe entità, tesi che consideriamo
come pseudo-tesi, con proposte o decisioni concernenti I'uso di certi linguag-

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Come costruire ontologie su teorie.
Punti principali di otn'ontologia analitica

gi"3.L'idea di "costruire ontologie su teorie" intende svincolarsi dai limiti,


troppo ristretti, assegnati da Carnap. Il presupposto teorico di questo supera-
mento è rappresentato anche dalla negazione della distinzione rigida di Carnap
tr4t- qgeStioni
tl rru
logico-linguistiche e questioni di fatto, che ha come espressione
palailigniatica là britica di Quine alla distinzione tra analitico e sintetico4.

' 2.i Oggatto e metodo nella filosofia analitica


Un'ulteriore presupposto, oltre alf idea che le asseruioni metafisiche non
siano in linea di principio insensate, è il chiarimento della restrizione "anali-
nfilosofica
tica" nell'espressione analitica" . La filosofia analitica non è solo
analitica del liruguaggio, nonostante quell'area, soltanto relativamente omo-
genea, che viene definita "filosofia analitica" abbia generato ricerche assai
sofisticate sul linguaggio, raccolte in una disciplina, abbastanza tecnica, chia-
mata "filosofia del linguaggio". E nonostante abbia anche generato, alcuni
decenni fa, alcune tesi filosofiche che identificavano la filosofia analitica con
laoofilosofia linguistica"s. Oggi abbiamo una filosofia analitica della religio-
ne, una filosofia analitica del diritto, ricerche analitiche di etica e di metaeti-
ca, e, tra le altre cose, un' ontologia analitica. Più che definita sulla base del-
l'oggetto della ricerca filosofica (il linguaggio,piuttosto che la logica), la
filosofìa analitica può essere identificata con un certo metodo d'indagine, che
preferisce affidarsi agli strumenti dell'argomentazione logicamente ordinata,
del ricorso esplicito alla formalizzazione, del controesempio, del confronto
con i risultati delle scienze fisico-matematiche, e così via. Quanto al privile-
gio del linguaggio, esso significa piuttosto la constatazione che il pensiero
espresso non può non presentarsi in veste verbale (unitamente alla tesi per cui
non possiamo che partire da ciò che abbiamo, così come ci si manifesta, cioè
nelle sue espressioni, che non possono che essere espressioni di un linguag-
Sio). Del resto, del linguaggio si è occupata un po' tutta la filosofia contem-
poranea, si è parlato addirittura di "svolta linguistica" del Novecento (penso
agli esiti cassireriani del neokantismo marburghese, alle tesi di Heideggel,
all'ermeneutica e cosi via); l'appello al linguaggio non può quindi essere suf-
ficiente a ritagliare il concetto di filosofia analitica dal concetto pitr generale
di filosofia contemporanea. Inoltre, se superiamo la rigida distinzione di
Carnap tra questioni logico-linguistiche e questioni di fatto, è chiaro che non
possiamo più pretendere di occuparci di questioni puramente linguistiche
senza occuparci anche di questioni di fatto.

3. Ontologia e metafisicaÙ.

L'accezione più diffusa di ontologia tende a sovrapporre la ricerca ontolo-


gica a quella metafisica (nel senso piil ampio), coinvolgendo entrambi gli
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Paolo Valore

lfa .,ambiti nella nozione di Essere. Tra le diverse distinzioni possibili introdotte
per circoscrivere l'ontologia all'interno della più generica "metafisica dell'es-
(ri ,! sere", una soprattutto si piesta come la più conveniente per tracciare confini di
r
ambito nel caso che qui ci interessa. Quella che chiamiamo "ontolo gia" può
essere considerata una ricerca sull'essere e sull'esistenza in generale, mentte
la natura (l'essenza) ditale essere (il suo significato ultimo, le sue note carat-
teristiche, ammesso che ve ne siano) restano oggetto d'indagine per la metafi-
sica. Così, chiedersi se dobbiamo riconoscere i pensieri tra gli oggetti che chia-
miamo "reali", è una domanda ontologica (amplia o riduce l'ambito che rico-
nosciamo come "realtà", che può coincidere o meno con gli oggetti "materia-
li"); chiedersi quale sia la natura del pensiero, se spirituale, fisiologico-cere-
brale o di qual§iasi altro genere, è una domanda che si pone già al di 1à del-
l'ontologia. Non possiamo, in altre parole, interrogarci sull'essenza del "pel_
siero", senza abbandonare l'ontologia per la metafisica. In alcuni casi, del
resto, il confine tra i due ambiti non può essere tracciato in maniera cosi niti-
da, sia per ragioni estrinseche (per la diffusa sovrapposizione di ontologia e
metafisica tradizionale) sia per ragioni intrinseche (di nesso effettivo tra i due
piani). LJn esempio è costituito dall'esistenza dei numeri: sembra che non si
possa discutere dall'ammissione di numeri nella nostra ontologia senza solle-
vare anche interrogativi sulla natura del numero.

4. Esistenza ordinaria ed esistenza reale

Ammessa questa accezione generale di "ontolo gia", resta ancora qualche


consid eruzione da fare. Il campo della ricerca ontologica è stato rintracciato in
relazione all'esistenza e all'essere, ma ciò può essere inteso in almeno due
sensi: sia in rcLazione all'esistenza e all'essere in quanto tali, sia all'esistenza
e all'essere reali (in opposizione all'esistenza ordinaria, o fenomenica).
a. Nel primo caso, possono essere percorse due vie:
al. il plivilegio detsenso comune, quale comun denominatore delle diffe-
renti teoiie e come criterio ultimo della verità fattuale dei vari piani di ogget-
tualità, oppure
a2. ilriòonoscimento di diverse ontologie, in rapporto ad ambiti o teorie dif-
ferenti, spesso con estrema tolleranza, anche della coesistenzadi ambiti ogget-
tuali in aperto contrasto gli uni con gli altri.
b. Nel secondo caso, si intende l'ontologia come ricostruzione del dominio
di realtain sé, o anche solo di realtà autentica, al di là e spesso a fondamento
del piano di oggettività dell'esperienza. Questa seconda sfumatura della ricer-
ca ontologica difficilmente parla di ontologie al plurale e intende il lavoro in
ontologia in modo molto simile ai tentativi di " fondazione" della fìlosofia tra-
dizionàle. È chiaro che, nella prospettiva che si cercherà qui di analizzare,
l'ontologia assume per lo piir il primo significato sia nel senso del privilegio

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Come costruire ontologie su teorie.
Punti principali di un'ontologia analitica

del piano di oggetti del senso comune, sia come ricostruzione degli oggetti che
appartengono alle differenti sfere culturali o alle diverse teorie scientifiche e ai
rispettivi linguaggi. Non è però assente neppure la seconda accezione, anche
se ricorre soltanto occasionalmente e spesso in modo implicito: se è vero che
,rhod cUfchiamo 'oggetti speciali, nascosti al piano di oggetti riconosciuto dai
diversi saperi o dal senso comune, è anche vero che rimane il compito di chie-
derpi cq§,a sjgnifìca essere un oggetto, essere reale, in definitiva "essere" qual-
cosa. Là'stessa metafìsica "descrittiva" di Strawson non si ferma alla superfi-
cie delle espressioni quotidiane, ma intende mettere in chiaro le trame concet-
tuali che di tali espressioni sono alla base. In questo senso, l'ontologia è anche
la ricostruzione del dominio autentico di realtà7 .

5. Assunzione oggettuale di una teoria. Ontologia e metaontologia.

Ma è soprattutto l'idea dell'ontologia come assunzione oggettuale di una


teoriail senso di "ontologia" più diffuso in area analitica. Si tratta del signifi-
cato che si può trovare, ad esempio, in Quine e che consiste nel chiedersi "che
cosa c'è". In questa accezione, l'ontologia si risolve in un catalogo di ciò che
ammettiamo nelle nostre assunzioni oggettuali. Non si tratta, naturalmente, di
un catalogo empirico, che consisterebbe nel rintracciare e registrare gli ogget-
ti che via via si presentano, bensì nel chiarimento di principio di ciò che conta
come oggetto. Si deve soprattutto a Van Inwagen aver chiarito che questa acce-
zione nasconde in realtà almeno due piani, uno che potremmo chiamare pro-
priamente ontologico e un altro che andrebbe definito metaontologico.
Chiarendo che cosa assumiamo come oggetto e perché, forniamo delle indica-
zionianche su cosa signifìca essere un oggetto in generale. In sintesi, la distin-
zione è tra un approccio che si chiede "che cosa c'è" e un altro che si chiede
"che cosa signifìca domandarsi'che cosa c'è"', mettendo a fuoco la nozione
di metaontologiaS.
Assumere o rigettare un oggetto o un tipo di oggetto nella nostra ontologia
signifìca esserc realisti o antirealisti nei confronti dell'entità in questione. Il
termine "realismo" può essere assunto in senso innocuo, come semplice
ammissione di un oggetto nel nostro catalogo del mondo, oppure in senso filo-
soficamente più impegnativo; in questo secondo caso, essere realisti nei con-
fronti di un'entità significa riconoscere che tale oggetto esiste indipendente-
mente, può cioè essere carattefizzato come oggetto reale, indipendentemente
dal nostra conoscenza del mondo e dal modo in cui lo organizziamÒ. In que-
sto punto l'accezione di teoria dell'oggettualità si intreccia con l'accezione cui
si èTatto riferimento al precedente pùnto 4;l'ontologia si occuperebbe dell'es-
sere in sé, non dell'essere conosciuto (le categorie ontologiche non corrispon-
dono, in altre parole, alle categorie gnoseologiche)e. Del resto, il signifìcato di
ontologia come assunzione di oggetti indipendenti e quello di teoria dell'og-

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Paolo Valore

gettualità sono intimamente connessi, anche se non del tutto sovrapponibili. E


, -$iaro,
infatti, che assumere un catalogo fiscalista del mondo, per cui esistono
5'l '.solo oggbtti quadridimensionali nello spazio-tempo, significa assegnare ad
oggetti d'altro tipo, come i numeri o le classi, lo statuto di entitàfittizie o men-
tftli,, rnentre extra mentem esisterebbero solo gli oggetti fisici. Bisogna però
prestare attenzione a non confondere questi due signifìcati di ontologia, anche
perché per gran parte del dibattito contemporaneo non si può riconoscere che
qualcosa "esiste" se non all'interno di uno schema concettuale per il quale ha
senso un certo oggettolO. Da parte mia credo che sia ancora possibite un'onto-
logia come teoria dell'oggettualità in generale, mentre l'idea dell'ontologia
come piano di entità indipendenti ha senso solo se ripensata tenendo conto
degli apporti oramai irrinunciabili del trascendentalismo e della dottrina della
relatività ontologica
Viene, in altri termini, stabilito un chiaro riferimento alle nostre teorie cono-
scitive, cioè al tipo di conoscenza del mondo di cui siamo capaci, e alle "impli-
cazioni oggettuali" che la conoscenza e i sistemi concettuali comportano. Con
ontologia si intenderà quindi soprattutto l'assunzione di esistenza (di realtà) di
certi ambiti di oggettività, in relazione a una determinata teoria o a un carnpo
specifico del sapere, o del sapere nella sua globalità (a seconda che si opti per
un'ontologia relativizzatao per una monocàtegoriale). È chiaro che, in (uesto
modo, si rigetta una speciale indagine sull'essenza delLe cose, grazie ad un tipo
particolare di intuizione, che consenta di "saltare" il nostro sapere o la rappre-
sentazione del mondo che costruiamo con il nostro sapere, per agganciarsi
direttamente alle cose in sé mediante qualcosa come un "raggio noetico". Non
si vuole sostenere che I'ontologia coincida con le nostre teorie del mondo,per-
ché in questo modo l'ontologia diverrebbe soltanto un epifenomeno della
conoscenzascientifica; ma se c'è un modo per dire qualcosa in ontologia que-
sto non può prescindere dalla conoscenzascientifica, cioè da quello che effet-
tivamente sappiamo del mondo.

6. Il punto di partenzt per il lavoro in ontologia. l{uove acquisizioni della


logica di fronte al soggetto-predicato in Aristotele e implicazioni ontologiche
della teoria della quantificazione.

Nelle Categnrie, Aristotele analizzando "le cose che sono dette secondo
connessione" (Cat. la -lb 9), vale a dire le proposizioni del tipo soggetto-
predicato, rintracciava una fondamentale distinzione ontologica che fià rap-
presentato il criterio fondamentale di ogni indagine successiva in ontologiarl.
Gran parte dell'ontologia occidentale si basa sulla distinzione, di ascendenza
aristotelica, tra sos tanza e attributo, dimenticando il luogo di origine di quel-
la distinzione, che era l'analisi aristotelica del "giudizi-o" (che noi chiàme-
remmo oggi "proposizione" o, meglio ancora, "enunciato"). In un'asserzione

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Come costruire ontologie su teorie.
Punti principali di un'ontologia analitica

del tipo "Aè Bo', &d esempioooil tavolo è marrone" dovremmo distinguere un
rinviò ad un supporto, il tavolo, che è qualcosa di diverso dal marrone, che è
piutto§td§upportato. Purtroppo, l'ontologia delle sostanze ha infatti perduto
l'appoggio che l'analisi delle forme del giudizio, inteso come "A è 8", sem-
brava;garq{ippucon tutta evidenza, una volta che è stata completata la rifor-
ma della lbgica in età contemporanea. Questa riforma non può essere consi-
derata una faccenda che riguarda solo i logici e certamente non è priva di con-
seguenze. Quel che si intende qui fare è prendere sul serio l'affermazione di
Hintikka, secondo cui "buona parte del recente lavoro nelle parti più esoteri-
che della logica matematica ha [. . .] una grande rilev anza per f indagine filo-
sofica" t2. L' idea base dell'ontologia analitica è che l'approfondimento dell'a-
nalisi "del giudizio", che era alla base della distinzione ontologica sostanza-
attributo, comporti delle conseguenze ontologiche che non possono essere
ignorate. A partire da Frege, infatti, si è fatto notare che i "nomi", qu*lli che
réndiamo in linguaggio ordinario con sostantivi (come "tavolo") non posso-
no avere un peso ontologico differente rispetto agli aggettivi e ai predicati. La
teoria della quantifi cazione, infatti, non individua nel sostantivo f indice del-
l'oggetto, dato che un sostantivo può essere sempre banalmente reso con un
predicato del tipo: "il tavolo è marrone" = esiste qualcosa che è un tavolo ed
*Tx' e *Mr" sono assolutamente equivalen-
è marrone - Ix(Tx Mx). Ora,
^
ti, quindi se si vuole dawero difendere la distinzione aristotelica bisogna ren-
der conto di questa complicazione nel suo luogo d'origine. L'idea della teo-
ria della quantificazione è che, con "il tavolo è marrone", noi stiamo dicendo
oomarro-
che c'è qualcosa, e questo qualcosa è "tavolo", e questo qualcosa è
ne", cioè Jr appartiene alf insieme "essere tavolo" e x appartiene alf insieme
"essere marrone". Che l'idea che il nome ci impegni dal punto di vista onto-
logico sia assai problematica è stato mostrato in modo molto efficace da
Quine in On What There 1s13. Per usare qui un celebre esempio di Russell, se
assumiamo l'idea che il nome sia indice di un riferimento oppure l'espressio-
ne sia privo di senso, non riusciamo a rendere conto di espressioni molto sem-
plici come "L'attuale Re di Francia è calvo". Se l'attuale Re di Francia non
esiste, il riferimento dell'espressione "L'attuale Re di Francia" è nullo e, per
iI principio di composizione, l'intera asserzione è priva di significato, priva di
valore di verità. Noi possiaffio, invece, parlare sensatamente dell'attuale Re
di Francia, esprimendo la precedente come "Esiste x tale che x è l'attuale Re
di Francia ed è calvo", ufl'asserzione falsa ma pienamente comprensibile, e
negarla per ottenere un'asserzione vera che parla dell'attuale Re di Francia:
"Non esiste,r tale chex è l'attuale Re di Francia ed è calvo" {in simboli: "Yx
t-R"r v1y (Ry xy*x)v -Cxl", dove'oRr" rende la proprietà di "essere attua-
le re di Francia" ,*1y (Ry xy*x)" nega l'unicità espressa da*Vy (Ry ày-x)"
eo'Cx" rende "essere calvo").In questo modo, ogni mistero relativo ad un'en-
tità di qualche tipo descritta dal nome "l'attuale Re di Francia" scompare.

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Paolo Valore

7. La deduzione metafisica dell'ontologia.

rl ttr?

supporre che l'ontologia si basi sulla logica, trovi cioè la propria giustificazio-
ne nella logica. Con "deduzione metafisica" intendo proprio l'espressione kan-
tiana della Critica della ragion pura: noi ci basiamo sulla solidità della logica
per costruire un'ontologia, la logica offre una garurniaformale che giustifìca
le pretese di validità dell'ontologia.
Il presupposto di questa deduzione è che passare attraverso la logica non sia
un passag§iò superflùo. È chiaro che se si in^tende la tradu zione in términi logi-
ci del linguaggio naturale come un doppione inutile, se non ai fÌni della como-
dità, il progetto collassa. Di recente, Vattimo, ad esempio, ha scritto: "di fatto
su di me l'effetto di un discorso formalizzato è che salto tutta la formalizza-
zione e vado a vedere la conclusione per sapere che cosa mi si vuol dire. E se
non capisco la dimostrazione nei termini non formali, l'argomento mi convin-
ce poco, cioè la formalizzazione mi sembra utile come la stenografia o come
farmi uno schema sulla lavagna, come un grafico, questo sì, però resta ausilia-
ria rispetto al discorso comune"L4. L'idea base di gran parte della produzione
in fìlosofia analitica è che la "forma logica" non sia un'abbreviazione di como-
do o una specie di schema. La forma apparente di un enunciato (come nel caso
di "L'attuàle Re di Francia è calvo" nel § 6) può essere molto diversa, e diver-
sa anche in modo essenziale, dalla sua forma logica. La traduzione in un lin-
guaggio logicamente perspicuo, che metta in luce la "forma logica", rappre-
senta allora non uno strumento ausiliario di un discorso che possa essere
comunque affrontato anche sulla base del linguaggio naturale, ma una condi-
tio sine qua non per la costtuziane di un'ontologials.

8. L'interpretazione semantica del trascendentale. Rapporti tra ontologia


ed epistemologia

L'idea della deduzione metafisica dell'ontologia, dove si è sostituita la


"logica generale" di cui parla Kant con la logica che conosciamo noi oggi, ha
come correlato l'interprctazione semantica del trascendentale. Owero, se la
logica non è piir scienZa del pensiero e si colloca piuttosto sul piano linguisti-
co, la deduzione metafisica non "aggancia" il piano trascendentale alla garan-
zia formale rappresentata dalla scienza del pensiero bensì alla scienza clie stu-
dia le strutture formali del linguaggio. Ogni sapere o ogni teoria mette capo,
mediante la struttura logica del proprio linguaggio, ad un universo "locale" che
costituisce il piano di esisten za pff quel sapere e per quella teoria.
Questa rilettura del trascendentale ha importanti conseguenze nel rapporto
tra ontologia ed epistemologia. Una distinzione preliminarè allo studio dei rap-
porti tra epistemologia e ontologia è quella tra atto del conoscere (del fare

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,,,,,fi,Ti,ilf,:x'r"';;i:Lr;r"'h'i,'i'f;
,., esperienza) e esito del conoscere (la conoscenza o l'esperienza data): da una
} ,t ' parte si tratta della costruzione deipiani del sapere, dall'altra delle implicazio-
ni oggettuali di questi piani. L'epistemologia indaga la costruzione, l'ontolo-
r pgra lÉ implicazioni oggettuali. È chiaro quindi che l'ontologia non si identifi-
ca con l'epistemologia. D'altra parte, come risulta dall'ideaìell'interprctazio-
ne semantica del trascendentale, vi è w evidente nesso tra ontologia ed episte-
mologia. La prospettiva tradizionale però risulta rovesciata: noi pòssiamo rico-
struire l'ontologia solo se abbiamo già delle teorie conoscitive, iu cui lavoria-
mo con gli strumenti della teoria della quantificazione.In uno slogan, potrem-
mo dire che abbiamo prima il sapere e poila realtà: la realtà acquista signifi-
cato solo all'interno delle strutture logiche del sapere con cui parliamo del
mondo. In altri termini, l'idea della deduzione metafìsica dell'ontologia (cfr.
punto 7) si sposa conla viq qnalitica dei Prolegomeni ad ogni futura metafi-
sica di Kant: il punto di partenza è un'esperienza già data e un sapere già
acquisito, per procedere alla ricostruzione della logica di questo sapere o di
questi saperi (che possono anche esistere l'uno accanto all'altro); una volta
ricostruita questa struttura logica possiamo individuare le variabili su cui
quantifichiamo, e le variabili.su cui quantifichiamo ci dicono che cosa assu-
miamo come esistente. L'idea della priorità dell'epistemologia sull'ontologia
consente quindi una pluralità di piani oggettuali (esisteranno gli oggetti della
matematica all'interno della matematica, gli oggetti fisici all'interno della fisi-
ca...), e rende incomprensibile qualunque pretesa di oggetto assoluto.

9. Problemi. L'esempio dell'ontologia del senso comune.

Che la riduzione dell'essere a essere il valore di una variabile possa essere


percorsa per le diverse teorie (cioè per le diverse discipline scientifiche) non
sembra sollevare problemi. Il problema può sorgere, invece, quando si cerchi
di rendere l'assunzione di esistenza del senso comune, mediante questa "tra-
duzione". Il senso comune può essere infatti inteso come una certa serie di pre-
sunti "atteggiamenti naturali". Ma può essere anche compreso come una sorta
di sistema di credenze. Ogni tentativo di interpretazione del senso comune
come sistema corre certo il rischio di riproporre tesi ingiustificate assunte in
maniera grossolana e acritica, spacciandole come "metafisica naturale".
D'altra parte, è sempre possibile prendere in considerazione il linguaggio del
senso comune, che parla di tavoli, sedie, persone, e domandarsi dell'impegno
ontologico di tale linguaggio. In questo modo potremmo tentare di ricostruire
il piano di oggettualità anche per la particolare lteoria" che è il senso comune,
prescindendo da una interpretazione metafisica dei suoi presupposti. Il proce-
dimento dovrebbe essere analogo alla ricostruzione dell'ontologia per teorie.
Una delle caratteristiche del senso comune è, però, l'immediatezza delle sue
assunzioni, immediatezza che dovrebbe essere preservata e resa senza mani-

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Paolo Valore

polazioni. Eppure, non c'è nulla di immediato nel passaggio da "l'attuale re di


Francia è biondo" a1x tRn xYy (Ry
"I'impegno
+y
- *) n Cxl. Si può dunque rendere
5 'l ltr' ontologico del senso comune, soltanto attraverso una ricostrtzione
logica del suo linguaggio: rivedere la struttura logica del discorso del senso
ÉIi'lr comune non implica però una manipolazione dello stesso significato di questo
linguaggio nel suo aspetto essenziale? A questa obiezione è possibile dare una
risposta abbastanza semplice, se è vero che da sempre la filosofia, in quanto
tale, ripensa le asserzioni del senso comune, cercando di spiegarle nel loro
senso "fondamentale" e quindi tradendole nella loro immediatezza. Se la filo-
sofia è riflessione è inevitabile che l'ontologia, anche quella del senso comu-
ne, debba in qualche modo distanziarsi dal senso comune. In ciò non vi può
essere nulla di male. Al limite, si può anche sostenere che non è possibile
un'ontologia del senso comune, cioè che già nel momento dell'introduzione
del quantifìcatore abbandoniamo il senso comune per preferire una teoria. Se
ciò fosse un probleffia, si consideri il significato di fx soltanto per teorie (per
quanto questa precisazione mi sembri ridondante). Rimane, certo, il problema
della parafrasi, che può sollevare delle difficoltà se si cercano di definire dei
criteri standard che stabiliscano quali parafrasi del senso comune sono "ade-
guate" 16. Inoltre, sembra che in questa idea della parafrasi del linguaggio del
mondo comune si nasconda una specie di dilemma: la parafrasi infatti è, dal
punto di vista dell'ontologia, del tutto equivalente al senso comune, così come
si mostra nel suo linguaggio ordinario, oppure non lo è. Se l'impegno ontolo-
gico è del tutto equivalente al linguaggi ordinario, non è chiaro perché mai si
o'manipolata"
dovrebbe privitregiare la versione a quella originale: la manipo-
lazione, infatti, non è intervenuta sulle assunzioni di esistenza, che è tutto ciò
che ci interessa per la ricostruzione dell'ontologia del senso comune. Se, inve-
ce, l'impegno ontologico del linguaggio ricostruito differisce in qualche punto
da quello della versione ordinaria del senso comune, come possiamo ancora
sostenere che l'ontologia cosi rintracciata sia quella del senso comune? La
verità dell'ontologia del senso comune verrebbe negata, a vantaggio di una
nuovaversione che, percosi dire, "si ispira" all'originale, ma che, di certo, non
è ad esso equivalentel7.

Norp
1. "Ma, anzitutto, desidero formulare un dubbio riguardo allaformulazione di Quine; non sono
del tutto certo se il punto posto in causa non sia forse di natura puramente terminologica.
Preferirei non usare la parola 'ontologia' per l'accettazione di entità mediante l'ammissione di
variabili. Mi sembra che questo uso sia per 1o meno ingannevole; se ne potrebbe arguire che la
decisione di servirsi di certi tipi di variabili debba essere basata su convinziani ontologiche,
metafisiche". Cfr. R. Cnnrunp , Meaning and l{ecessity. A Study in Semantics and Modal Logic,
University of Chicago Press, Chicago 1956; trad. it. Significato e necessità, a cura di A.

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Come costruire ontologie su teorie.
Punti principali di un'ontologia analitica
Pasquinelli, La Nuova ltalia, Firenze 1976, pp. Ta-TS.
-
2. N. Goool,lRru W.V.O. Qunvr, Steps Tbward a Constructive Nominalism, "Journal of
§Xnhtip^-Logic","12 (1947), pp. 105-122. Ristampato in N. GoonuRru, Problems and
Proiects, Bobbs-Merrill , t972, pp. 173-198; trad. it. in A. Cellucci, Lafilosofia della mate-
matica, Laterua, Bari 1967 .
3. InP.A. §gHrpne (ed.) , The Philosophy of Rudolf Carnap, Open Court, LaSalle 1963, pp.
846-847
4. Su questo, cfr. W.VO. QUINE, Two Dogmas of Empiricism, "Philosophical Review", 60 (1951),
pp. 20-43; ripubblicato in W.V.O. QuINp; From a Logical Point of View, Harvard University
Press, Cambridge (Mass.) 1953, pp. 20-46
5. Sulle differenze tra filosofia linguistica, filosofia del linguaggio e filosofia analitica, si può
ricorrere a A. Pacrvurtt , Filosofia analitica, in P. RossI (a cura di), La filosofia, vol. IY: Stili e
modelli teorici del l{ovecento, Garzanti, Milano 1996, pp. J47-150.
6. I punti 3 e 4 sono una rielaborazione di quanto ho scritto inAlcune note sull'attualità dell'on-
tologia nella filosofia contemporanea più recente, in Forma dat esse rei. Studi su razionalità e
ontologia, a ctnra di P. Valore, Led, Milano 2003.
7. Strawson ha inaugurato la rinascita della metafisica in area analitica, proponendo la cosiddet-
ta "metafisica descrittiva" .In Individuals egli argomenta per la centralità della nozione di ogget-
to materiale. Gli oggetti sono dei particolari, a differenza delle proprietà che sono universati. Cfr.
P. F. SrnnwsoN, Individuals. Methuen, London 1959; trad. i. ùairidui. Saggio di metafisica
descrittiva, trad. it. di Ermanno Bencivenga, Feltrinelli-Bocca, Milano 1978.
8. Cfr. P. Vnrrl IruwaceN, Metq-Ontolog,t,'"Erkenntnis", XL-VIU (1998), pp. 233-250. Lo stesso
Van Inwagen si impegna a fornire un'esposizione della metaontologia qùineara, distinguendo
quattro tesi, l'ultima delle quali è il noto criterio dell'impegno ontologico che riduce il significa-
to dell'essere alla quantificazione esistenziale della logica formale.
9. Un esempio paradigmatico di ontologia tradizionale, in cui il piano ontologico rinvia ad un
essere in sé, le cui categorie non coincidono con le categorie gnoseologiche, lo si può trova-
re in Nicolai Hartmann, del quale si può vedere lt{uove vie della ontologia, a cura di G. Penati,
La Scuola, Brescia 1 97 5. Se si sottolinea questa seconda sfumatura di ontologia, il termine
"realista" più che ad "antirealista", viene contrapposto a "idealista", anche nel senso di idea-
lista trascendentale.
10. Sul rapporto tra oggettualità e schemi concettuali cfr. M. MRRSoNBT, Ontolog,, and
Conceptual Schemes, in M. SanvsBuRy (ed.) , Thought and Ontology, Franco Angeli, Milano
1997. Il riferimento di Marsonet è allo stesso Quine e al realismo interno di Hilary Putnam.
11. Cfr. AnIsrorELE, Le Categorie, acura di M. Zanatta,Rizzoli,Milano, pp. 30t-gtg.
12. I.HINrmrA, Logic, Language-Games and Information, Oxford University Press, Oxford
L973; trad. it. Logica, gioclti linguistici e informazione. kmi kantiani nella filosofia della logi-
ca, a cura di M. Mondadori e P. Parlavecchia, Il Saggiatore, Milano 1975, p. 11.
13. W.V.O. Qutttlu, On What There Is, "Review of Metaphysics" ,2 (1948),pp. 2L-38, ristam-
pato in From a Logical Point of View, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1953,
pp. 1-19.
14. G. VATrtN4o, Vocazione e responsabilitò delfilosofo, a cura di F. D'Agostini, Il Melangolo,
Genova 2000, pp. 87-88.
15. Le cose non sono, in realtà, cosi semplici. In On Referring, ad esempio, Strawson complica
questa distinzione, a prima vista relativamente chiara, tra "forma grammaticale" e "forma iogi-
ca". In particolare, proprio a proposito dell'ontologia, Strawson contesta la teoria russelliana del
riferimento, mettendo in questione la necessità di una parafrasi logica di ciò che diciamo quan-
do parliamo di oggetti che non esistono. Cfr. P.F. SrnawsoN, On Referring, "Mind", Og (t§OS);

t7t
Paoto Valore

trad. it. Sulriferimento,inA. BoNorvrr (acura di),Lastrutturalogicadellinguaggio, Bompiani,


Milano 1973, pp. 197-224.
h rl lr 161 Si pensi, ad esempio, all'espressione inglese "it is raining" o al tedesco "es regnet": in
questo caso, naturalmente, l"'it" o l"'es" di cui si parla non va inteso nel senso di un impegno
ontologico nei confronti di una misteriosa entità non nominata. Non ci si sta impegnando al
gi rl Iriconoscimento di alcun oggetto particolare, dichiarando che piove. L'idea che alcuni usi lin-
guistici del senso comune vadano parafrasati e interpretati, distinguendo enunciati come " it is
a cat" da "it is raining", creano qualche complicazione sulla riduzione a quantificazione su
variabili per il linguaggio del senso comune. Perché non potremmo, ad esempio, costruire tutte
le nostre espressioni sul modello di "it is raining"? Potremmo considerare espressioni chiara-
mente oggettuali come "there is a cat on the couch" come se ciò signifìcasse "it's cat-on-
couching" o qualcosa del genere:. Se però ammettiamo questa ipotesi, finiamo nell'elimi-
nazione di qualsiasi impegno ontologico per il linguaggio del senso comune. Arriveremmo, in
altri termini, all'annientamento del piano di oggettualità del linguaggio ordinario. Fino a che
punto possiamo spingerci nella riorgani zzazione di un linguaggio così diverso da quello di una
disciplina facilmente formalizzabile, come la matematica? Cfr. F. Acxnnu AN, How Does
Ontology Supervene on Wat There Is?, inE. Snvnllos-Ù. Ya4IN (eds.) , Supervenience: New
Essays, Cambridge University Press, Cambridge 1995.
17. Per qualche esempio di soluzione, cfr. Cfr. F. Jackson , Ontological Commitment and
Paraphrase, "Philosophy", 55 (1980),pp. 303-315; Cfr. G. Hirst, Existence Assumptions in
Knowledge Representation, " Arlifìcial Intelligence", 49 (1991), pp. lgg-242.

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