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LACATON E VASSAL

“Concevoir un lieu de vie”

Un confronto tra il Palais de Tokyo e il FRAC Grand Large

Claudia Troisi
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1
Indice

Introduzione……………………………………………………………………………….…..3
Il freespace di Lacaton e Vassal………………………………………………………………4
Palais de Tokyo, Parigi: “tra dentro e fuori” …………………………………………………5
FRAC Grand Large, Dunkerque: “due per uno” ……………………………………………..6
Conclusione…………………………………………………………………………………...8
Bibliografia……………………………………………………………………………………9
Immagini……………………………………………………………………………………..11

2
Introduzione

“In Francia non c’è un rapporto naturale e spontaneo con l’esistente.


O si museifica, o si distrugge.”1

Le sfide della società contemporanea sembrano sostanzialmente rivolte ad una cultura


dell’interpretazione e della risistemazione di ciò che già esiste. L’obiettivo è di esaltare le capacità delle
preesistenze, fornendo un nuovo sguardo sulla città. Nell’ambito di questo contesto, Lacaton e Vassal
affrontano la crisi economica plasmando e rivisitando gli spazi preesistenti attraverso l’uso di tecnologie
e metodiche che mirano a rendere protagonista l’utente di ogni struttura.
La ricerca collettiva, nel quadro del Laboratorio di Architettura Contemporanea “La Fabbrica
dell’Immagine”, parte da un’osservazione dei progetti di Lacaton e Vassal per la realizzazione di spazi
di arte e di cultura. Nel corso della ricerca sono emersi quattro punti cruciali ai quali tutti progetti si
legano e che in seguito, hanno condotto la nostra indagine. Essi sono: generosità dello spazio, un sistema
efficiente di costruzione a pianta libera, economia (spendere meno e meglio), dialogo con passato e
presente (l’importanza e il valore dell’esistente) e infine, continua attenzione al benessere del fruitore.
L’intento di questa relazione è di approfondire la questione del ‘luogo di vita’ in edifici pubblici,
facendo un’analisi del Palais de Tokyo e il FRAC Grand Large, preceduta da un capitolo introduttivo
sul concetto dello spazio libero affinché risulti chiara la strategia di intervento degli architetti. Tema
dominante sarà quello dell’economia: risulterà evidente la volontà di costruire spazi sempre più grandi,
trasparenti e percorribili realizzati con materiali semplici e industriali che al contrario, non ne
impediscono l’alta qualità architettonica. Successivamente si cerca di indicare l’evoluzione del museo
e del luogo espositivo di arte contemporanea, riflettendo sul metodo che gli architetti hanno adottato
per rendere la struttura indipendente dal contenuto per lasciare evolvere quest’ultimo. L’obiettivo
principale della loro architettura è la flessibilità e la reversibilità dello spazio, cioè di consentire una
molteplicità degli usi. Il filo conduttore è rappresentato dalla volontà di ricavare uno spazio per creare,
conservare e rendere fruibile l’arte contemporanea in due luoghi che hanno conosciuto un diverso
utilizzo nel passato. Quali soluzioni offrono Lacaton e Vassal per dare nuova vita a queste aree
dismesse?

1
Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal, L'économie, vecteur de libertés, in “Constructif”, 2011, n.28, p. 6.

3
Il freespace di Lacaton e Vassal

Anne Lacaton (Saint-Pardoux-la-Rivière, 1955) e Jean-Philippe Vassal (Casablanca, 1954) sono i


fondatori dell’omonimo studio d’architettura “Lacaton e Vassal” con sede a Parigi dal 1987. 2 Entrambi
diplomati all’École Nationale Supérieure d’Architecture di Bordeaux nel 1980, iniziano una
collaborazione dopo aver percorso strade molto diverse. Anne si laureò in Urbanistica all’Università di
Bordeaux, mentre Jean-Philippe lavorò per cinque anni in Nigeria in progettazione urbanistica.3 I suoi
interventi inizieranno sempre da un sopralluogo del sito in presenza di personaggi che conoscevano
molto bene la zona e il suo clima.4 L’esperienza in Africa condizionerà fortemente il loro pensiero
sull’architettura, portandoli a ragionare su un nuovo modo di percepire l’atto architettonico, nel quale
la questione fondamentale diventa il rapporto tra uomo e spazio, e non la scelta dei materiali.5 A tal
proposito, i due architetti portano avanti un’architettura sociale, pragmatica e, allo stesso tempo,
mettono in discussione sia le basi economiche che quelle ecologiche dell’edilizia.
La dimensione di “abitare” fonda il presupposto per tutti i progetti di Lacaton e Vassal, che sia per
una scuola, uno spazio dedicato all’arte, o una casa. In occasione della Biennale di Architettura 2018, i
due architetti espongono i loro progetti sotto il titolo “freedom of use”. Per loro il freespace è “il ricordo
del deserto, la ricerca della linea d’orizzonte, non certo muri né barriere, il sentimento di libertà, lo
spazio che sfugge, lascia uscire l’aria, la luce, la vista, e l’immaginario...”6
In un intervista con David Cascaro, Lacaton e Vassal esprimono la loro preferenza per il termine
habiter rispetto a réhabiliter. “Stare bene, sentirsi a suo agio, prendersi il tempo, restare sul posto” 7;
sono per loro valori che caratterizzano uno spazio pubblico, un luogo o una casa. Per ciò che concerne
i progetti di abitazioni, il loft ha attivato nell’ottica di Lacaton e Vassal una trasformazione nel modo di
guardare: “l’invenzione del loft segnò un’importante interruzione culturale nel modo di vivere e di
abitare la città, perché contiene esistenza, precisione, possibilità di libertà.” 8 L’idea del loft porta,
secondo Anne, una nozione importante del distacco tra programma e spazio, condizione necessaria per
generare un sentimento di libertà nel fruitore. Introduce la possibilità del ‘doppio’: per alterare la
relazione tra spazio e attività, fare altra cosa, passare da una dimensione all’altra, inventare un’altra
realtà. L’idea del ‘lusso’ è inseparabile dalla generosità dello spazio, è correlato con l’ambizione di
costruire almeno due volte tanto lo spazio programmato, di aggiungere volumi indeterminati e di
inventare nuove capacità di utilizzo. La Maison Latapie, il primo progetto che gli architetti
svilupparono a seguito dell’esperienza in Africa, ne è un notevole esempio.9
Nel 2007 pubblicano uno studio intitolato “Plus” insieme all’architetto Frédéric Druot, attraverso il
quale sostengono una teoria di trasformazione delle case popolari.10 Il procedimento consiste nel notare
i valori già presenti nelle strutture esistenti, per poi riusarle, trasformarle e reinventarle. Di conseguenza
si ottiene una grande opportunità per lo sviluppo sostenibile della città.

2
Lacaton & Vassal, Curriculum Vitae https://www.lacatonvassal.com/data/documents/20181212-
153830lv_cvv_chrono_v4FR_bd.pdf, visitato il 30 ottobre 2018.
3
Ibidem.
4
Ante Nikša Bilić, Saša Bradić, Vera Grimmer, We don’t much believe in form, in “Oris”, 2004, n.24, p. 111.
5
Laura Milan e Massimo Crotti, Anne Lacaton: bisogna fare molto con poco, intelligenza e sensibilità, 26
aprile 2016, http://www.architetto.info/news/protagonisti/anne-lacaton-bisogna-fare-molto-con-poco-
intelligenza-e-sensibilita/, visitato il 30 ottobre 2018.
6
Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal, Freespace, Biennale Architettura, Venezia, 2018, p.1.
7
David Cascaro, le musée décontracté, 2006, p.11.
8
Karine Dana, Vingt ans après, Lacaton & Vassal, Archicréé, S.E.P. 9, 2014, n.364, p.3.
9
Nikša Bilić, Bradić, Grimmer, We don’t much believe in form, in “Oris”, 2004, n.24, p. 114.
10
Angela Rui, Rivoluzione soft, in “Abitare”, 2012, n.520, p.153.

4
Palais de Tokyo, Parigi: “tra dentro e fuori”

L’ambiguità di questo posto si esplicita da un lato nel dover svolgere un programma contemporaneo
entro un accademico edificio anni Trenta, dall’altro “il trasformismo della sperimentazione artistica da
mandare in scena in un contesto adatto ai linguaggi e alla pratiche della contemporaneità”.11
L’intervento di Lacaton e Vassal al Palais de Tokyo dimostra che un’architettura incompleta, fatta di
demolizioni e sottrazioni, è quella più consona al linguaggio dell’arte contemporanea. L’edificio
ereditato dall’Esposizione Universale del 1937 diventa la sede di uno dei centri per l’arte
contemporanea più vitali d’Europa, che porterà sempre con sé le impronti del suo passato. Nel 1947
viene chiuso e diviso in due parti, da un lato cresce l’odierno Musée d’Art de la Ville de Paris, mentre
l’altro rimane chiuso.12 A partire dalla sua riscoperta nel 2001, la particolarità di Palais de Tokyo e la
sua notorietà derivano dalla grande libertà che il luogo proponeva alle opere d’arte ed ai visitatori. Il
gesto architetturale da parte di Lacaton e Vassal è stato quello di riconoscere il potenziale di questo
luogo con un intervento che si può definire una ricerca sull’economia dell’architettura.
Laddove le pareti sono lasciate grezze, con graffi, buchi e altre ‘cicatrici’ che evidenziano la loro
lunga e mutevole vita, l’intento non era quello di mostrare un’estetica di ‘povertà’, né di voler
risparmiare sui costi di ristrutturazione. Bensì c’entrano con il concetto di armonia, nel senso che la
ruvidezza della superficie rende lo spazio più neutro di quanto lo possano fare i muri bianchi, che al
contrario avrebbero trasformato lo spazio in una banale galleria d’arte. Una cosa che i creatori di questo
luogo e gli architetti volevano assolutamente evitare. L’architettura era già lì e non c’era bisogno di
abbellirla, ma soltanto intervenire nei punti poco stabili della struttura. Tutto il resto dello spazio
espositivo invece è rimasto così come l’hanno trovato: colonne fatiscenti, soffitti lisci, scale di marmo.
Il Palais de Tokyo è stato fortemente criticato per aver evocato nel cuore di Parigi lo squallore di un
centro abusivo, la scioccante decostruzione fa pensare piuttosto ad un cantiere che ad un museo/galleria.
Le varie fasi di “decostruzione architetturale” erano iniziate già negli anni 1990 durante il progetto del
cinema e avevano permesso di rivelare l’ossatura in calcestruzzo armato e di rimuovere il rivestimento
in pietra che contribuiva a dare un carattere monumentale e neoclassico all’architettura, oscurando
l'illuminazione naturale.13
Liberato del suo rivestimento decorativo, rimane un interno in calcestruzzo armato che agli occhi
degli architetti sembrava essere già molto contemporaneo. Lacaton e Vassal dicono di aver ragionato
come per un paesaggio, nel senso che vogliono ritrovare qualcosa dell’esterno all’interno.14 Tale
osservazione diventò centrale per il progetto, in quanto sembrava superare la categoria di edificio e
affrontare le condizioni di una piazza pubblica o di un mercato, dove l’argomento centrale è la
circolazione delle persone. Avendo preso come referenza la piazza vivace e dinamica, Jemaa El-Fna, a
Marrakech, l’intento era quello di creare uno spazio libero esterno che non possedeva limiti e che poteva
essere in un continuo stato di improvvisazione. Per questo motivo si sono concentrati sulla questione
della trasparenza e del luogo pubblico senza chiare separazioni tra il dentro e il fuori. La vita che c’è
all’esterno doveva essere portata all’interno.15
Con la seconda fase della costruzione, avvenuta nel 2012, il progetto vuole offrire la massima
disponibilità dello spazio alla fruizione del pubblico. Quest’espansione interna consente all’istituzione
di sfruttare appieno l’impressionante altezza, profondità e adattabilità dei suoi vasti spazi. Nella visione

11
Paola Nicolin, Palais de Tokyo, in “Abitare”, 2006, n.467, p.128.
12
Ibidem.
13
Carole Boulbès, Le Palais de Tokyo: hybridation et mondialisation, in “Rue Descartes”, 2002, n.37, p. 98.
14
David Cascaro, Musée décontracté, 2006, p.12.
15
Ivi, p. 56.

5
di Lacaton e Vassal, ‘costruire duplice’ ha da un lato la funzione di trasformare e ingrandire quello che
già esiste, anziché demolire; da un altro lato serve per emanciparsi dal programma, dallo standard, dalle
regole per ottenere più libertà.16 Si può dire che la dimensione pubblica forma l’obiettivo principale di
questa struttura: i tempi di apertura sono eccezionalmente lunghi, c’è una grande varietà nelle cose da
fare e vedere per cui si crea un’atmosfera familiare e rilassata. È possibile percorrerlo dall’alto al basso,
muovendosi da una attività all’altra, per fare in modo che il pubblico abbia qualcosa da vedere ad ogni
piano. Agli architetti interessa molto l’incrocio tra flussi e movimenti e poiché tutta la forza dell’edificio
sta nella sua verticalità, l’ispirazione per la seconda fase del progetto è il Fun Palace di Cedric Price,
architetto utopista, esemplare per il suo movimento in senso verticale e orizzontale.
Nell’intervista con David Cascaro, Lacaton e Vassal spiegano il legame che c’è con il cinema. Usano
il lessico cinematografico per indicare che per loro l’architettura opera allo stesso modo, con una
strategia simile al montaggio cinematografico.17 Il cinema è un immaginario fatto con la realtà e se ci
allontaniamo dai sistemi di pensiero tradizionali, anche l’architettura consiste nell’immaginare lo spazio
intorno ai movimenti di una persona. Si tratta di guardare e sommare diversi frammenti di spazio per
cui si crea una serie di spazi che confluiscono l’uno dentro l’altro.
Da un punto di vista museologico il Palais de Tokyo lo si vuole esplicitamente “sito di creazione
contemporanea” e non museo. Il rifiuto del termine museo non solo conferma la vocazione di ricerca e
sperimentazione museografica, ma mostra la necessità di pensare il museo “come un sistema reticolare
di pensieri e di creazioni in costante metamorfosi.”18 Alla capitale mancava proprio un posto che offrisse
uno spazio d’iniziativa, aperto e flessibile, che instaurasse relazioni amichevoli con gli artisti, ovvero
“un laboratorio delle culture emergenti, un campo di base francese per le differenti tribù della cultura
mondiale”.19 Di conseguenza, le mostre non cambieranno stagionalmente alla maniera delle gallerie
convenzionali, ma saranno in continuo cambiamento, come già accennato in riferimento alla piazza di
Marrakech. A quanto dice Nathalie Leleu, ricercatrice nel campo museologico francese, il Palais de
Tokyo mette a disposizione una via di mezzo tra l’obiettivo prospettivo delle gallerie e quello più
conservatorio dei musei, propone infatti un’interfaccia tra l’arte en-train-de-se-faire e il suo stato
patrimoniale.20 Lo spazio è aperto in tutti sensi della parola, vuol far convivere istanze contradditorie,
convenzionali e non. Non vuole accogliere soltanto opere ma anche le fasi del processo, proponendo
esperienze nelle quali artisti, curatori, visitatori possano trovare occasioni di confronto e di scambio
simbolico.

FRAC Grand Large, Dunkerque: ‘Due per uno’

I FRAC ospitano le collezioni pubbliche di arte contemporanea gestite dalle Regioni che sono
conservate, repertoriate ed esposte.21 Il progetto per il FRAC della Regione Hauts-de-France, all’epoca
ancora Nord-Pas-de-Calais, prevede di inserire il programma in un’architettura esistente: un antico
deposito per imbarcazioni, denominato Magazzino AP222, il solo edificio superstite degli immensi
cantieri navali ormai smantellati. Il magazzino situato sul sito del porto di Dunkerque, nel quartiere

16
Lacaton e Vassal, Freespace, 2018.
17
David Cascaro, Claire Staebler, Comme un paysage sans limite, in “Palais”, 2012, n.15, p.108.
18
Paola Nicolin, Palais de Tokyo. Sito di creazione contemporanea, p.19.
19
Dé-frichage pour l’art, in “Techniques & Architecture”, 2012, n. 458, p.71.
20
Nathalie Leleu, L’art vivant, le musée et leurs petites économies, in “L’art Même”, 2002, n.17, p.6.
21
Lacaton e Vassal, Freespace, cit., p.123.
22
L’Atelier de Préfabrication n°2, soprannominato “la cathédrale”, è un vero luogo di memoria, un punto di
riferimento geografico che ha segnato la storia sociale e comunitaria della città e della regione, e continua
ancora oggi a segnare il territorio. Venne chiuso definitivamente nel 1988.

6
Grand Large, è un oggetto singolare ed emblematico che appare agli architetti immenso, luminoso e
impressionante per le sue dimensioni. Essendo l’unico landmark emergente sulla linea d’orizzonte, si
sono resi conto del suo potenziale d’uso eccezionale e decidono di conservarlo intatto nella sua
integralità. Anziché stipare il programma nel Magazzino AP2, gli architetti propongono di lasciarlo
come spazio supplementare, non programmato. Al contrario, costruiscono un gemello del deposito
barche, della stessa dimensione che conterrà il vero e proprio programma e avrà la sua inaugurazione
in novembre 2013. Era più interessante creare un edificio perfettamente adeguato alle esigenze che
adattare l’esistente a discapito delle sue qualità. Questa clonazione, inoltre, instaura “un dialogo tra il
concreto e il leggero, il permanente e l'impermanente, tra conservazione e riciclaggio, e tra le certezze
di un'epoca industriale passata e i dilemmi della nostra era climatica”.23 Il concetto di leggerezza in
architettura interessa molto i due architetti. Riguarda sostanzialmente una combinazione di tre elementi
che andremo ad esplicitare nei prossimi paragrafi: il modo di collocarsi su un sito senza stravolgerlo,
l’economia del gesto e della materia, e infine, le sottili sensazioni percepite dall’abitante.
Lacaton e Vassal cercano costantemente di prolungare delle situazioni esistenti, senza appunto
dimenticare il legame che c’è con il passato. L’edificio nuovo si accosta delicatamente, senza
predominare rispetto all’esistente. In sintesi mostra la loro idea di lusso, che viene ridefinita in termini
di generosità, libertà di utilizzo e piacere. Raddoppiando lo spazio, si moltiplicano gli usi, suscitando
una sensazione vitale di libertà. Entrambi gli edifici possono funzionare in maniera separata o combinata
a seconda degli eventi; il Magazzino può collegarsi al FRAC ma può anche essere indipendente e
accogliere eventi pubblici, mostre temporanee, concerti, e così via. In altre parole, la soluzione che
Lacaton e Vassal offrono permette di fare di più con lo stesso budget.
L’approccio all’economia favorisce un interesse da parte degli architetti verso il costo della materia,
piuttosto che la materia stessa. L’economia diventa lo strumento critico, l’indicatore con il quale
valutano le necessità durante le fasi di costruzione. Contemporaneamente, viene anche considerata un
‘vettore di libertà’ perché concede, in prima istanza, di aumentare l’esperienza del luogo.24 Per il
magazzino erano sufficienti minimi interventi, mentre per il nuovo edificio l’opzione più economica
era di collocare una facciata vetrata davanti ad un’ossatura prefabbricata. Vale a dire che la finestra
diventa muro. L’intenzione non era quella di farne un museo, ma una ‘casa di vetro’ con spazi luminosi
che proponessero una passeggiata rilassante tra le opere, attraverso un percorso inventato dal visitatore
stesso. Non restava che installare ciò che consente di modulare il clima e di partizionare i volumi. L’idea
radicale ma allo stesso tempo poetica di creare un involucro leggero, costituito da pannelli in
policarbonato, offre la possibilità di trarre il più alto beneficio dal sole e di avere uno sguardo sul
paesaggio del mare del Nord. Fra le superfici del FRAC e l’involucro, persistono quindi questi spazi
liberi supplementari, aperti e luminosi. L’organizzazione bioclimatica rende però impossibile la
promenade architecturale per muoversi attorno all’edificio e rompe in un certo senso la continuità:
bisogna sempre entrare ed uscire dall’area bioclimatica per andare al piano successivo. Tuttavia,
pensano ad un ponte per collegare il lungomare Malo-les-Bains con il primo piano della struttura, “una
sorta di cordone ombelicale delle due sorelle siamesi”.25 La passerella pubblica porta il visitatore
all’istituzione offrendogli da un lato la vista sul Magazzino AP2, dall’altro la veduta sulla sala espositiva
completamente vetrata.
Tornando al discorso museologico, le istituzioni per l’arte contemporanea, attualmente, tendono
sempre di più a coinvolgere il pubblico, ma nel caso del FRAC è una missione seguita da oltre

23
Margaux Darrieus, Lacaton Vassal, Frac Nord-pas-de-Calais, Dunkerque, in “AMC”, 2013, n. 228, p.
54.
24
Anne Lacaton, Jean-Philippe Vassal, L’économie, vecteur de libertés, in “Costructif”, 2011, n.28, p. 63.
25
Margot Guislain, Deux halles nées sous le signe des Gémeaux, in “Le Moniteur”, 2014, n.5753, p.27.

7
trent’anni. La Regione Hauts-de-France possiede uno dei pochi FRAC a beneficiare di una dimensione
internazionale espressa sia nella ricchezza della sua collezione, che conta quasi 1500 opere
contemporanee, sia nelle azioni che nelle collaborazioni che conducono da allora alla sua creazione.26
Il programma ribadisce la volontà di innovare nelle sue attività di mediazione. Al suo interno si
sviluppano esperienze pedagogiche e didattiche che mettono il pubblico al centro del progetto,
facendolo partecipare attivamente attraverso piattaforme interattive di scambio e ascolto. La trasparenza
della struttura di certo enuncia un’apertura al pubblico, ma è lo stile semplice e audace di Lacaton e
Vassal a provocare sentimenti di piacere in noi.

Conclusione

Analizzando i due progetti, è chiaro che gli architetti mirano a progettare un’architettura non
standardizzata ma creativa, che sfida le risposte convenzionali per liberare gli usi degli edifici da vincoli
artificiali. L’architettura, in sostanza, è quindi la libertà di usare uno spazio, di essere in grado di creare
e innovare uno spazio, e di consentire una molteplicità di funzionalità. In entrambi gli edifici
l’operazione principale è stata quella di raddoppiare lo spazio, integrando in questo modo la nozione di
circolazione libera. Tutto viene studiato dal punto di vista del fruitore, che all’interno della struttura
deve sentirsi autonomo nei movimenti e nel percorso che esso vuole seguire.
Per il Palais de Tokyo c’è stata la volontà di reinventare l’istituzione artistica in relazione a nuove
modalità e pratiche della ricerca contemporanea. La coincidenza tra mostra e museo rendeva
impossibile costruire uno spazio per l’arte contemporanea secondo le strategie museografiche
tradizionali. La forte determinazione di Lacaton e Vassal nel voler ritrovare l’esterno all’interno lo
rende un museo moderno che cerca di soddisfare le aspettative del pubblico. Ne consegue
l'appropriazione da parte del fruitore, che trova qui un equilibrio tra luogo di vita e luogo di
presentazione dell’arte in uno spazio pubblico. Gli architetti evidenziano spesso il concetto di “abitare”
nei loro progetti, il che significa che la distinzione tra case private ed edifici pubblici sembra quasi
sparire, creando forme intermedie che sostengono sia la qualità della vita, che la privacy e il senso di
comfort.
L’ approccio innovativo alla sostenibilità si basa non solo su un’economia di materiali ed energia,
ma anche sulla qualità superiore dello spazio. Il lavoro che i due architetti hanno portato avanti da tanti
anni sul “fare il doppio allo stesso costo” trova a Dunkerque una soluzione iconica. L’idea di creare un
ombra gemella dell’edificio ha permesso non solo di duplicare lo spazio, ma anche di tenere le due cose
separate. Il FRAC di Grand Large conosce oggi una grande forza mediatica e analogamente al Palais
de Tokyo, diventa un luogo privilegiato per progetti partecipativi e ambisce soprattutto ad uno scambio
culturale tra artista e pubblico. Questo progetto ha offerto anche una nuova visione alla riqualificazione
di aree industriali dismesse, fungendo come catalizzatore per l’intera area circostante. Ciò che sorprende
è proprio la continuità della vita degli edifici, che vengono appunto rivitalizzati e attualizzati rispettando
sempre il loro passato e il dialogo con il paesaggio che li circonda. Tutto ciò viene realizzato con molta
delicatezza, semplicità ed intelligenza.

26
http://www.hautsdefrance.fr/fonds-regional-dart-contemporain/ visitato il 7 dicembre 2018.

8
Bibliografia

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9
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10
Immagini

Fig. 1 Lacaton & Vassal: “Freedom of Use”, Biennale Architettura 2018. Foto: Italo Rondinella, courtesy La Biennale di
Venezia.

Fig. 2 Lacaton & Vassal: Maison Latapie, 1993 (Floriac) Foto: Philippe Ruault.

11
Fig. 3 Lacaton & Vassal: ala ovest del Palais de Tokyo (Parigi) Foto: https://www.parigi.it/palais-de-tokyo visitato il 2
dicembre 2018.

Fig. 4 Lacaton & Vassal: vista sul 'saut du loup' dal piano terra del Palais de Tokyo (Parigi) Foto: Lacaton & Vassal,
Comme un paysage sans limite, in “Palais” (numéro spécial histoire du Palais de Tokyo), n.15, p.106.

12
Fig. 5 Lacaton & Vassal: interno del Palais de Tokyo (Parigi). Foto: Philippe Ruault.

Fig. 6 Lacaton & Vassal: Mostra al Palais de Tokyo (Parigi). Foto: Philippe Ruault.

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Fig. 7 Lacaton & Vassal: Piano terra con ossatura in calcestruzzo armato, Palais de Tokyo (Parigi). Foto: Philippe Ruault.

Fig. 8 Piazza Jemaa El-Fna, Marrakech. Ispirazione per Palais de Tokyo (Parigi). Foto: http://www.jemaa-el-fna.com/it/
visitato il 2 dicembre 2018.

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Fig. 9 Lacaton & Vassal: Magazzino AP2, cantiere navale di Dunkerque. Foto: http://www.fracnpdc.fr visitato il 7
dicembre 2018.

Fig. 10 Lacaton & Vassal: FRAC Grand Large (Dunkerque). Foto: Philippe Ruault.

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Fig. 11 Lacaton & Vassal: vista panoramica dal FRAC Grand Large (Dunkerque). Foto: Philippe Ruault.

Fig. 12 Lacaton & Vassal: Ponte che collega il FRAC Grand Large alla passeggiata Malo-les-Bains (Dunkerque). Foto:
Jean-Louis Burnod, in "La Voix du Nord, France", 2016.

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