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LA SOCIETA' PUNITIVA

Corso al Collège de France


(1972-1973)

Michel Foucault
Edizione stabilita da Bernard E. Harcourt
sotto la direzione di Francois Ewald e Alessandro Fontana
Edizione italiana a cura di Deborah Borca e Pier Aldo Rovatti

Feltrinelli, 2016
Avvertenza

Foucault ha insegnato al Collège de France dal dicembre 1970 fino


alla morte, avvenuta nel giugno 1984 – a eccezione del 1977, in cui egli
poté beneficiare di un anno sabbatico. Il titolo della sua cattedra era:
“Storia dei sistemi di pensiero”.
Tale cattedra fu istituita il 30 novembre 1969, su proposta di Jules
Vuillemin, dall'assemblea generale dei professori del Collège de France,
in sostituzione della cattedra di Storia del pensiero filosofico, tenuta fino
alla sua morte da Jean Hyppolite. La stessa assemblea elesse Michel Fou-
cault, il 12 aprile 1970, come titolare della nuova cattedra 1. Aveva qua-
rantatré anni.
Michel Foucault vi pronunciò la sua lezione inaugurale il 2 dicembre
1970.2.

L'insegnamento al Collège de France obbedisce a regole particolari. I


professori hanno l'obbligo di impartire ventisei ore di insegnamento al-

1 Foucault aveva concluso l'opuscolo redatto in occasione della sua candidatura con que-
sta formula: “Sarebbe necessario intraprendere la storia dei sistemi di pensiero” (“Titres
et travaux”, in Dits et écrits, 1954-1988, a cura di D. Defert e F. Ewald in collaborazione
con J. Lagrange, Gallimard, Paris 1994, n. 71, vol. I, p. 846; ed. 2001, vol. I, p. 874; trad.
it. di M. Bertani, “Titoli e lavori”, in L'ordine del discorso e altri interventi , Einaudi,
Torino 2004).
2 Verrà pubblicata dalle edizioni Gallimard nel marzo 1971 col titolo L'ordre du discours
(trad. it. L'ordine del discorso, cit.).
l'anno (possono essere svolte in forma di seminari di tredici ore al massi-
mo)3. I docenti devono presentare ogni anno una ricerca originale, e ciò li
costringe a rinnovare ogni volta il contenuto del loro insegnamento. La
partecipazione ai corsi e ai seminari è del tutto libera; non richiede né
iscrizione né titoli di studio. Ma nemmeno gli insegnanti ne rilasciano al-
cuno4. Nel vocabolario del Collège de France si dice che i professori non
hanno studenti ma solo uditori.
I corsi di Michel Foucault si svolgevano ogni mercoledì dall'inizio di
gennaio alla fine di marzo. Il pubblico, assai numeroso, composto da stu-
denti, insegnanti, ricercatori, curiosi, molti dei quali stranieri, impegnava
due anfiteatri del Collège de France. Michel Foucault si è spesso dispia-
ciuto della distanza tra lui e il suo “pubblico” e del ridotto scambio che
la forma del corso rendeva possibile5. Avrebbe desiderato un seminario
che fosse il luogo di un vero lavoro collettivo, e fece al riguardo numerosi
tentativi. Negli ultimi anni, alla conclusione di ogni corso, si dedicava
per un po' di tempo a rispondere alle domande degli uditori.

Ecco come, nel 1975, un giornalista del “Nouvel Observateur”, Gé-


rard Petitjean, cercava di descrivere l'atmosfera che regnava ai suoi corsi:
“Quando Foucault entra nell'arena, rapido, quasi scagliandosi, come
qualcuno che si stia gettando in acqua, scavalca dei corpi per raggiungere
la sedia, allontana i registratori per depositare le sue carte, toglie la giac-
ca, accende una lampada e inizia, a cento all'ora. Voce forte, efficace,
amplificata dagli altoparlanti, sola concessione alla modernità di una
sala appena illuminata da una luce diffusa da coppe di stucco. Sono di-
sponibili trecento posti e ci sono cinquecento persone incollate, che occu-
pano anche il più piccolo spazio libero […]. Nessun effetto oratorio, ma
3 Cosa che Foucault fece sino agli inizi degli anni ottanta.
4 Nell'ambito del Collège de France.
5 Nel 1976, nella (vana) speranza di ridurre l'uditorio, Foucault modificò l'ora del corso,
che passò così dalle 17.45 pomeridiane alle 9 del mattino. Si veda l'inizio della prima le-
zione (7 gennaio 1976) di “Il faut défendre la société”. Cours au Collège de France,
1976, a cura di M. Bertani e A. Fontana, Gallimard-Seuil, Paris 1997; trad. it. di M. Ber-
tani e A. Fontana, “Bisogna difendere la società”, Feltrinelli, Milano 1998.
tutto è limpido e terribilmente efficace. Neanche la più piccola conces-
sione all'improvvisazione. Foucault ha a disposizione dodici ore all'anno
per spiegare, in un corso pubblico, il senso della ricerca che ha condotto
durante l'anno precedente. È per questo che concentra al massimo e
riempe i margini come quei corrispondenti che hanno ancora troppo da
dire e sono già arrivati al termine dello spazio a loro disposizione. 19.15:
Foucault si ferma. Gli studenti si precipitano verso la sua cattedra. Ma
non per parlargli, bensì per spegnere i loro registratori. Nessuna doman-
da. Nella calca, Foucault è solo”. E Foucault commenta: “Si dovrebbe
poter discutere quel che ho proposto. Talvolta, quando il corso non è sta-
to soddisfacente, basterebbe poco, anche solo una domanda, per rimette-
re tutto a posto. Ma questa domanda non arriva mai. In Francia, l'effetto
di gruppo rende impossibile ogni discussione reale. E dato che non c'è
nessuna risposta di ritorno, il corso si teatralizza. Con quelli che sono
presenti ho allora un rapporto quasi da attore o da acrobata. E quando
ho finito di parlare, un sentimento di solitudine totale...”6.
Michel Foucault affrontava il proprio insegnamento come un ricerca-
tore: esplorazioni per un libro a venire, ma anche dissodamento di campi
di problematizzazione, che tuttavia risultavano formulati come un invito
lanciato a eventuali ricercatori futuri. È per questo che i corsi al Collège
de France non reduplicano i libri pubblicati. Non ne sono l'abbozzo, an-
che se taluni temi possono risultare comuni ai libri e ai corsi. Hanno il
loro proprio statuto. Procedono da un regime discorsivo specifico nell'in-
sieme degli “atti filosofici” effettuati da Michel Foucault. In particolare,
nei corsi egli tenterà di mettere in opera il programma di una genealogia
dei rapporti sapere/potere in funzione del quale, a partire dagli inizi degli
anni settanta, orienterà il proprio lavoro – in opposizione a quello di una
archeologia delle formazioni discorsive che lo aveva fino ad allora orien-
tato7.
6 G. Petitjean, Les grands prêtes de l'Université française , in “Le Nouvel Observateur”, 7
aprile 1975.
7 Cfr., in particolare, “Nietzsche, la généalogie, l'histoire”, in Dits et écrits, cit., n. 84, ed.
1994, vol. II, p. 137; ed. 2001, vol. I, p. 1005 (trad. it. di A. Fontana, P. Pasquino, G. Pro-
I corsi avevano anche una funzione nell'attualità. Il pubblico che si
recava a seguirli non era solamente avvinto dal racconto che veniva co-
struito settimana dopo settimana; non era soltanto sedotto dal rigore
dell'esposizione; vi trovava anche un tentativo di messa in luce dell'attua-
lità. L'arte di Michel Foucault consisteva nel “diagonalizzare” l'attualità
attraverso la storia. Poteva parlare di Nietzsche o di Aristotele, della peri-
zia psichiatrica nel XIX secolo o della pastorale cristiana, ma il pubblico
ne traeva sempre un lume sul presente e sugli avvenimenti che gli erano
contemporanei. La potenza particolare di Foucault nei suoi corsi dipen-
deva proprio da questo sottile incrocio tra erudizione profonda, impegno
personale e lavoro sull'avvenimento.

Durante gli anni settanta abbiamo assistito allo sviluppo e al perfe-


zionamento dei registratori. La cattedra di Michel Foucault ne fu ben
presto invasa. Ciò ha così consentito di conservare i corsi (e taluni semi-
nari).
Questa edizione ha assunto come riferimento la parola pubblica-
mente proferita da Michel Foucault nella misura in cui si sono conservate
le registrazioni. Essa ne fornisce la trascrizione più letterale possibile 8.
Avremmo voluto consentire la diffusione tale e quale, ma il passaggio
dall'orale allo scritto impone un intervento editoriale: è necessario, come
minimo, introdurre una punteggiatura e stabilire dei paragrafi. Il princi-
pio che ci ha guidati è sempre stato quello di restare il più possibile fedeli
al corso effettivamente pronunciato.
Quando ci è parso indispensabile, le riprese e le ripetizioni sono state
soppresse; le frasi interrotte sono state ristabilite e le costruzioni scorret-
te rettificate.

cacci, “Nietzsche, la genealogia, la storia”, in Il discorso, la storia, la verità. Interventi


1969-1984, Einaudi, Torino 2001, pp. 30-31).
8 Sono state in particolare utilizzate le registrazioni effettuate da Gilbert Burlet e da Jac-
ques Lagrange, oggi depositate presso il Collège de France e l'Imec.
I punti di sospensione segnalano che la registrazione non è udibile.
Quando la frase è oscura compare, tra parentesi quadre, una integrazio-
ne congetturale o un'aggiunta.
Una nota a piè di pagina indica le varianti più significative, rispetto a
ciò che è stato effettivamente detto, tra quelle contenute nelle note utiliz-
zate da Foucault.
Le citazioni sono state verificate e i riferimenti ai testi utilizzati sono
stati indicati. L'apparato critico si limita a delucidare i punti oscuri, a
esplicitare talune allusioni e a precisare i punti problematici.
Per facilitare la lettura, ogni lezione è stata preceduta da un breve
sommario che ne indica le principali articolazioni.

Per l'anno 1972-1973 non disponiamo più delle registrazioni del cor-
so di Foucault realizzate da Gilbert Burlet, ma possediamo un dattilo-
scritto realizzato da Jacqueline Germé. Questo dattiloscritto, insieme al
manoscritto preparatorio al corso, è servito come base per stabilire il te-
sto. Bernard E. Harcourt, nella “Nota del curatore”, precisa le regole
adottate a questo fine9.
Il testo del corso è seguito dal riassunto pubblicato nell' Annuaire du
Collège de France. Michel Foucault lo redigeva generalmente nel mese di
giugno, qualche tempo dopo la fine del corso. Quella era per lui l'occa-
sione per circoscriverne, retrospettivamente, l'intenzione e gli obiettivi. E
tali riepiloghi rappresentano la miglior presentazione di ciascun corso.
Ogni volume si conclude con una “nota dei curatori” di cui sono re-
sponsabili unicamente gli editori di ogni corso: in essa si cerca di fornire
al lettore alcuni elementi al contesto di ordine biografico, ideologico e
politico, situando il corso all'interno dell'opera pubblicata e indicandone
la collocazione all'interno del corpus utilizzato, allo scopo di facilitarne
la comprensione e di evitare i controsensi che potrebbero sorgere dall'o-
blio delle circostanze nelle quali ciascun corso è stato elaborato ed enun-
ciato.
9 Cfr. infra […].
La società punitiva, corso tenuto nel 1973, è stato curato da Bernard
E. Harcourt.
Con questa edizione dei corsi al Collège de France, una nuova di-
mensione dell'“opera” di Michel Foucault risulta pubblicata.
Non si tratta, in senso proprio, di inediti, dal momento che questa
edizione riproduce la parola proferita pubblicamente da Michel Fou-
cault. Il supporto scritto che egli utilizzava poteva essere anche molto ela-
borato, come attesta questo volume.
Questa edizione dei corsi al Collège de France è stata autorizzata da-
gli eredi di Michel Foucault che hanno voluto così soddisfare la forte
pressione esercitata su di loro, tanto in Francia quanto all'estero. E ciò
entro incontestabili condizioni di serietà. I curatori hanno cercato di es-
sere all'altezza della fiducia che è stata loro accordata.

François Ewald e Alessandro Fontana

Alessandro Fontana è scomparso il 17 febbraio 2013, prima di poter vedere compiuta l'e-
dizione dei Corsi di Michel Foucault al Collège de France, di cui è stato uno dei promoto-
ri. Questa edizione, poiché manterrà lo stile e il rigore che lui aveva saputo imprimerle,
continuerà a risultare fino alla fine sotto il suo nome. – F.E.
Lezione del 3 gennaio 1973

Classificazione delle società: incineranti e inumanti; assimilanti ed


escludenti. Insufficienza della nozione di esclusione. L'ospedale psichia-
trico. Insufficienza della nozione di trasgressione. – Oggetto del corso:
critica delle nozioni di esclusione e trasgressione, e analisi delle sottili
tattiche della sanzione.(I) Le quattro tattiche penali: 1. escludere; 2. im-
porre una compensazione; 3. marchiare; 4. rinchiudere. – Ipotesi di par-
tenza: classificazione delle società dell'esclusione, del riscatto, del mar-
chio o dell'internamento. – Possibili obiezioni e risposta: pene costanti
con funzioni diverse nelle quattro tattiche penali. Il caso dell'ammenda. Il
caso della pena di morte. Damiens e il potere del sovrano. La pena di
morte ai giorni nostri come raddoppiamento della reclusione. (II) Rende-
re autonomo il livello delle tattiche penali: 1. porle all'interno della sfera
del potere; 2. esaminare le lotte e le contestazioni politiche intorno al po-
tere. – La guerra civile come matrice delle lotte di potere: tattiche di lotta
e penalità; strategia della reclusione.

Inizierei da un'ipotesi in qualche modo ludica. Sapete che nel XIX e


XX secolo ci si è dilettati a classificare le società in due tipi, a seconda di
come venivano trattati i loro morti. Si sono così distinte società incine-
ranti e società inumanti1. Mi chiedo se sia possibile tentare di classificare
1 La classificazione delle società secondo il modo di trattare i morti è frequente nelle ope-
le società in base alla sorte riservata, non ai defunti, ma ai vivi di cui esse
vogliono sbarazzarsi, a seconda di come trattano coloro che cercano di
sfuggire al potere, di come reagiscono rispetto a coloro che, in un modo o
nell'altro, trasgrediscono, infrangono o aggirano le leggia.
C'è un passo dei Tristi Tropici in cui Lévi-Strauss dice che, per sba-
razzarsi di un individuo pericoloso, portatore di una forza minacciosa e
ostile, le società hanno trovato in definitiva soltanto due modi 2: uno con-

re storiche, antropologiche e archeologiche che vanno dagli anni trenta dell'Ottocento


agli anni sessanta del Novecento, in particolare nell'archeologia della preistoria euro-
pea. Per maggiori dettagli sugli incroci tra società inumanti e società incineranti in Eu-
ropa (“inhumationists” e “cremationists”, secondo la sua terminologia), ci si può riferi-
re in particolare all'articolo di Vere Gordon Childe uscito nel 1945, Directional Chan-
ges in Funerary Practices during 50.000 Years, in “Man”, vol. 45, pp. 13-19. Foucault
aveva già fatto allusione alla classificazione delle società in incineranti e inumanti in
Naissance de la clinique, Puf, Paris 1963; trad. it. di A. Fontana, Nascita della clinica,
Einaudi, Torino 1998, p. 180 (descrivendo una trasformazione importante della civiltà
che è “dello stesso ordine […] della trasformazione da una cultura incinerante in cultu-
ra inumante”). Nel 1963 questo riferimento serviva a mostrare l'ampiezza della trasfor-
mazione sociale prodotta dall'invenzione dell'anatomia patologica e dello sguardo me-
dico per quanto riguarda, da una parte, il modo in cui i medici comunicano con la mor-
te (“il grande mito dell'immortalità” in passato, lo sguardo medico al giorno d'oggi) e
dall'altra, il modo in cui le culture trattano i loro morti (cfr. ibid.).
a Manoscritto (fol. 1): “le regole”.
2 Cfr. C. Lévi-Strauss, Tristes tropiques, Plon, Paris 1955, p. 448; trad. it. di B. Garufi,
Tristi tropici, il Saggiatore, Milano 1960, p. 376: “Penso ai nostri usi giudiziari e peni-
tenziari. A studiarli dal di fuori, si sarebbe tentati di opporre due tipi di società: quelle
che praticano l'antropofagia, cioè che vedono nell'assorbimento di certi individui, dota-
ti di pericolose forze, il solo modo di neutralizzare queste ultime e anche di metterle a
profitto; e quelle che, come la nostra, adottano ciò che potrebbe chiamarsi anthropoé-
mia (dal greco émein, vomitare); poste di fronte allo stesso problema, esse hanno scelto
la soluzione inversa, consistente nell'espellere questi esseri pericolosi dal corpo sociale,
tenendoli temporaneamente o definitivamente isolati, fuori di ogni contatto con l'uma-
nità, in stabilimenti destinati a questo scopo. Alla maggior parte delle comunità da noi
chiamate primitive, quest'uso ispirerebbe un orrore profondo; esse ci giudicherebbero
barbari, come noi siamo tentati di fare a loro riguardo, in ragione dei loro costumi sim-
metrici”.
L'analisi antropologica dell'antropofagia, legata alla classificazione delle società in assi-
milanti ed escludenti, è stata elaborata da Alfred Métraux (1902-1963), in particolare in
La religion des Tupinamba et ses rapports avec celle des autres tribus Tupi-Guarani , Li-
brairie Ernest Leroux, Paris 1928, pp. 124-169: “L'anthropophagie rituelle des Tupinam-
ba”; Id., Religions et magies indiennes d'Amérique du Sud, ed. postuma stabilita da S.
Dreyfus, Gallimard, Paris 1967, pp. 45-78; trad. it. di R. Vigevani, Religioni e riti magici
indiani nell'America meridionale, il Saggiatore, Milano 1971, pp. 54-91. I racconti che
siste nell'assimilare la sostanza stessa di questa energia neutralizzando
tutto ciò che può esserci di pericoloso e di ostile; è la soluzione dell'antro-
pofagia, dove l'assorbimento permette allo stesso tempo l'assimilazione e
la neutralizzazione di questa forzaa. L'altro consiste nel cercare di vincere
l'ostilità di tale forza neutralizzando l'energia che ci può essere in essa;
soluzione opposta, quindi, in cui si tratta non di assimilare la forza, ma
di neutralizzarla, non di neutralizzare l'ostilità ma di vincerla e [di assicu-
rarsene] il controllo. [Si tratta di] “espellere questi esseri pericolosi dal
corpo sociale, tenendoli temporaneamente o definitivamente isolati, fuori
di ogni contatto con l'umanità, in stabilimenti destinati a questo scopo” 3.
Questa pratica di esclusione, [Lévi-Strauss] la chiama “ anthropoémia

menzionano pratiche antropofagiche – sulle quali si basa Métraux – sono sicuramente


molto più antichi. Si può citare la Histoire d'un voyage fait en la terre du Brésil (1578) di
Jean de Léry (1534-1611), calvinista riformato del XVI secolo, che porta la sua testimo-
nianza sull'antropofagia presso i tupinamba (riedito da Livre de poche nel 1994, cap.
XV: “Comment les Ameriquains traittent leurs prisonniers en guerre, et les ceremonies
qu'ils observent tant à tuer qu'à les manger”, pp. 354-377; trad. it. di O. Alemani, Un
viaggio al Brasile: 1556-1558, Abc, Torino 1933); e il racconto di André Thevet (1516-
1590), esploratore e geografo, che viaggiò in Brasile nel 1555-1556: Histoire d'André
Thevet, Angoumoisin, cosmographe du Roy, de deux voyages par luy faits aux Indes au-
strales et occidentales, Bibliothèque nationale de France, Fond français, ms. n. 15454 (ri-
prodotto nella collana “Les classiques de la colonisation”, a cura di S. Lussagnet, vol. II:
Les Français en Amérique pendant la deuxième moitiédu XVI e siècle, Puf, Paris 1953).
Cfr. I. Combès, La tragédie cannibale chez les anciens Tupi-Guarani, prefazione di Pier-
re Chaunu, Puf, Paris 1992; F. Lestringant, Le cannibale: grandeur et décadence, Perrin,
Paris 1994. Foucault riprenderà la nozione di antropofagia nella sua analisi della figura
del mostro, in Les anormaux. Cours au Collège de France, 1974-1975 , a cura di V. Mar-
chetti e A. Salomoni, Gallimard-Seuil, Paris 1999; trad. it. di V. Marchetti e A. Salomo-
ni, Gli anormali, Feltrinelli, Milano 2000, lezione del 29 gennaio 1975, pp. 96-99, in cui
svilupperà la doppia immagine della mostruosità cannibale del popolo e della mostruo-
sità incestuosa del re; una discussione che sarà quindi legata alle grandi figure del crimi-
nale e della criminalità nel XIX secolo, all'incrocio tra la psichiatria e la penalità.
a Il manoscritto (fol. 2) aggiunge “i.e.: mangiarlo”.
3 C. Lévi-Strauss, Tristi Tropici, cit., p. 376. Due anni dopo, nella lezione del 29 gennaio
1975, in Gli anormali, cit., p. 98, Foucault sosterrà che l'approccio dello strutturalismo
linguistico di Lévi-Strauss, per quanto si distingua dagli approcci precedenti come quel-
lo di Lucien Lévy-Bruhl (cfr. La mentalité primitive, F. Alcan, Paris 1922; trad. it. di C.
Cignetti, La mentalità primitiva, Einaudi, Torino 1971) e permetta una “riqualificazio-
ne del cosiddetto selvaggio”, ricade in fondo nello stesso dualismo cannibalismo-ince-
sto che ritroviamo nel XVIII secolo, nelle varie figure del mostro.
(dal greco émein, vomitare)4: controllare le forze pericolose della nostra
società non significa assimilarle, ma escluderlea.
Non voglio discutere questa ipotesi, anch'essa un po' ludica. È possi-
bile che un'opposizione del genere abbia un valore descrittivo quando si
tratta di individuare o di analizzare qualcosa come l'antropofagia o il rito
del capro espiatorio5. Ma non credo la si possa considerare efficace nel
caso in cui si voglia fare un'analisi di tipo storico. Per diverse ragioni.
Questa nozione di esclusione mi sembra in primo luogo troppo am-
pia e soprattutto composita e artificiale. Tanto più lo dico perché io stes-
so ne ho fatto uso, e forse ne ho abusato 6. È servita infatti a caratterizza-
4 C. Lévi-Strauss, Tristi Tropici, cit., p. 376.
a Il manoscritto (fol. 2) aggiunge:
“La nostra società apparterrebbe al secondo tipo, quelle che escludono le forze perico-
lose come la follia o il crimine. E che le escludono per mezzo della morte, dell'esilio, o
dell'internamento”.
5 Foucault fa qui probabilmente allusione ai lavori di René Girard, che aveva appena pub-
blicato La violence et le sacré (Grasset, Paris 1972; trad. it. di O. Fatica e E. Czerkl, La
violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980), in cui sviluppava la nozione di “capro espia-
torio” sia nel contesto edipico, a cui Foucault era interessato (cfr. infra, nota 12), sia nel
caso del prigioniero vittima dell'antropofagia. Su questi due punti, cfr. R. Girard, La
violenza e il sacro, cit., pp. 132-133, e p. 132, nota 1: “Anche in Francia numerosi studio-
si hanno identificato nell'Edipo del mito, e in quello di Sofocle, […] un 'capro espiato-
rio'. Secondo Marie Delcourt, l'usanza del capro espiatorio permette di spiegare il desti-
no di Edipo bambino, l'abbandono cui è oggetto da parte dei genitori”; allo stesso
modo, riguardo al trattamento del prigioniero nei popoli tupinamba del Brasile: “Lo
scopo dell'impresa è la metamorfosi del prigioniero in 'capro espiatorio'” ( ivi, p. 358).
René Girard svilupperà questi temi in Le bouc émissaire, pubblicato dieci anni più tardi
(Grasset & Fasquelle, Paris 1982; trad. it. di C. Leverd e F. Bovoli, Il capro espiatorio,
Adelphi, Milano 1987). All'inizio degli anni settanta, Girard insegnava alla State Uni-
versity di New York a Buffalo; fece da intermediario tra John Simon e Foucault all'epo-
ca della visita di quest'ultimo a Buffalo. Foucault vi tenne dei corsi nel marzo 1970; cfr.
D. Defert, “Chronologie”, in Dits et écrits, 1954-1988, a cura di D. Defert e F. Ewald, in
collaborazione con J. Lagrange, Gallimard, Paris 1994, 4 voll. [citato infra come DE]:
vol. I, p. 35; ried. in 2 voll. nel 2001, vol. I, p. 47. Foucault userà questa allusione in Sur-
veiller et punir. Naissance de la prison (Gallimard, Paris 1975; trad. it. di A. Tarchetti,
Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993, p. 284) descrivendo
la catena dei galeotti all'inizio del XIX secolo.
6 Foucault aveva già usato la nozione di esclusione; cfr. il suo corso al Collège de France
del 1972, “Théories et institutions pénales”, nona lezione, fol. 23 (comparazione tra le
pratiche penali medievali dello scambio e del riscatto, e le pratiche penali moderne del-
l'esclusione); cfr. Id., “Je perçois l'intolérable” (intervista con G. Armleder, “Journal de
Genève: Samedi littéraire” (Cahier 135), n. 170, 24-25 luglio 1971), DE, n. 94, ed. 1994,
re, a designare molto alla lontana lo statuto che in una società come la
nostra viene dato ai delinquenti, alle minoranze, etniche, religiose, ses-
suali, ai malati di mente, agli individui che non rientrano nei circuiti di
produzione o di consumo, insomma a tutti coloro che possono essere
considerati anormali o devianti. Non penso sia stata una nozione inutile;
a un certo punto, ha potuto esercitare un'utile funzione critica nella mi-
sura in cui si trattava di rovesciare le nozioni psicologiche, sociologiche o

vol. II, p. 204; ed. 2001, vol. I, p. 1072; trad. it. di R. Nencini, “Io scorgo l'intollerabile”,
in L'emergenza delle prigioni, La Casa Usher, Firenze 2011, pp. 51-52: “La nostra socie-
tà ha cominciato a praticare un sistema di esclusione e di reclusione – l'internamento o
l'imprigionamento – contro ogni individuo che non corrispondesse a queste norme. Da
allora, degli uomini sono stati esclusi dal circuito della popolazione e allo stesso tempo
reclusi nelle prigioni”; Id., “Le grand enfermement” (intervista con N. Meienberg, in
“Tages Anzeiger Magazin”, n. 12, 15 marzo 1972, trad. fr. di J. Chavy), in DE, n. 105,
ed. 1994, vol. II, p. 306; ed. 2001, vol. I, p. 1174; trad. it. di R. Nencini, “La grande re-
clusione”, in L'emergenza delle prigioni, cit., p. 85: “Il problema è il seguente: offrire
una critica del sistema che spieghi il processo attraverso il quale la società attuale spinge
ai margini una parte della popolazione”. Nella sua lezione inaugurale al Collège de
France, pronunciata il 2 dicembre 1970 e pubblicata con il titolo L'ordre du discours
(Gallimard-NRF, Paris 1971; trad. it. di A. Fontana, L'ordine del discorso e altri inter-
venti, Einaudi, Torino 2004), Foucault usa estensivamente la nozione di esclusione, a
partire dalla quinta pagina per designare le “procedure che hanno la funzione di scon-
giurare i poteri e i pericoli [del discorso], di padroneggiarne l'evento aleatorio, di schi-
varne la pesante, temibile materialità”. Foucault prosegue la lezione identificando tre
“procedure d'esclusione” (corsivo nel testo, p. 5), alternativamente definite come “prin-
cipio d'esclusione” (p. 5) o “sistema d'esclusione” (p. 7), a proposito dell'interdetto (p.
5), dell'opposizione tra follia e ragione (pp. 5-6) e della partizione tra vero e falso (p. 7).
Si potrebbe anche pensare che l'idea di esclusione – o almeno delle “espulsioni” secondo
Foucault (cfr. “Lettre de M. Michel foucault”, in DE, n. 96, ed. 1994, vol. II, p. 210; ed.
2001, vol. I, p. 1078) – sottenda la sua analisi della follia nel XV e XVI secolo; cfr. Folie
et déraison. Histoire de la folie à l'âge classique, Plon, Paris 1961, pp. 10-13; trad. it. di
F. Ferrucci, Storia della follia nell'età classica , a cura di M. Galzigna, Rizzoli, Milano
2011, pp. 59-61.
La nozione di esclusione è contigua anche al concetto di “repressione” che Foucault ave-
va sviluppato l'anno precedente nel suo corso sulle “Teorie e istituzioni penali” (vedi,
per esempio, l'inizio della prima lezione in cui espone il suo metodo: sostituire le teorie
e le istituzioni penali “nel loro funzionamento d'insieme, cioè all'interno di sistemi di
repressione” [fol. 1]; la quinta lezione, a proposito dell'apparato fiscale di stato, che
“non è più in grado di funzionare senza essere protetto, raddoppiato da un apparato re-
pressivo” [fol. 10bis]; o ancora la sesta lezione, che descrive la messa in atto di un appa-
rato repressivo di stato [foll. 18-20]). In modo analogo, Foucault si sarebbe allontanato
anche dalla nozione di “repressione” negli anni seguenti (cfr. Sorvegliare e punire, cit.,
p. 26).
psicosociologiche che avevano invaso il campo delle scienze umane, come
quelle di devianza, di disadattamento, di anomalia, il cui contenuto psi-
cologico, nascondeva una funzione ben precisa: mascherare le tecniche, le
procedure, gli apparati con cui la società escludeva un certo numero di
individui, per ripresentarli in seguito come anormali, devianti. In questa
misura, la funzione di inversione critica della nozione di esclusione ri-
spetto alle nozioni psicosociologiche di devianza o di disadattamento è
stata importante. Ma mi sembra ormai insufficiente se si vuole approfon-
dire l'analisi, nella misura in cui la nozione di esclusione, in fondo, ci dà
lo statuto dell'individuoa escluso nel campo delle rappresentazioni sociali.
È all'interno di questo campo che l'escluso appare come tale: non comu-
nica più con gli altri al livello del sistema delle rappresentazioni ed è per
questo che appare appunto come deviante. Mi sembra quindi che questa
nozione di esclusione rimanga all'interno del campo delle rappresentazio-
ni senza tenere conto – senza essere in grado, dunque, di tenere conto –,
senza analizzare le [lotte], i rapporti, le operazioni specifiche del potere a
partire da cui l'esclusione ha luogo. L'esclusione b sarebbe l'effetto rappre-
sentativo generale di un certo numero di strategie e di tattiche di potere,
che la nozione stessa di esclusione non riesce in quanto tale a cogliere.
Inoltre, questa nozione attribuisce alla società in generale la responsabili-
tà del meccanismo grazie al quale l'escluso risulta escluso. In altre parole,
si perde non solo il meccanismo storico, politico, di potere, ma si rischia
di essere indotti in errore per quanto concerne l'istanza che esclude, poi-
ché l'esclusione [sembra] riferirsi a qualcosa come a un consenso sociale
che respinge, mentre dietro a esso c'è forse un certo numero di istanze di
potere del tutto specifiche, di conseguenza definibili, che sono responsa-
bili del meccanismo di esclusione.
La seconda ragione per cui non posso concordare con l'ipotesi di Lé-
vi-Strauss è la seguente: lui, in fondo, contrappone due tecniche che sa-
rebbero del tutto diverse, una di rigetto, l'altra di assimilazione. Mi chie-
a Manoscritto (fol. 3): “degli individui (o dei gruppi) […]”.
b Manoscritto (fol. 4): “L'esclusione è l'effetto rappresentativo generale di strategie e tatti-
che molto più sottili. Sono queste che bisogna determinare”.
do se non sia stato vittima della metafora digestiva indotta dalla stessa
nozione di antropofagia, perché, se si osserva da vicino come avvengono
le procedure di esclusione, ci si accorge che non sono affatto opposte alle
tecniche di assimilazione. Non esiste esilio, reclusionea che non comporti,
oltre a ciò che in generale si caratterizza come espulsione, un transfert,
una riattivazione dello stesso potere che impone, costringe, espelle.
Così, l'ospedale psichiatrico è sì il luogo istituzionale in cui e attra-
verso cui avviene l'espulsione del folle; ma, al contempo e mediante il gio-
co stesso di questa espulsione, è un luogo di costituzione e ricostituzione b
di una razionalità che si instaura autoritariamente nel quadro dei rappor-
ti di potere all'interno dell'ospedale e che sarà riassorbita all'esterno del-
l'ospedale sotto forma di discorso scientifico. Esso circolerà all'esterno
come sapere sulla follia, e la sua condizione di possibilità affinché sia
davvero razionale è l'ospedalec. All'interno dell'ospedale, il folle è il bersa-
glio di un certo rapporto di autorità che si articolerà in decisioni, ordini,
discipline ecc. Questo rapporto di autorità si fonda su un certo potere,
che è politico nella sua trama ultima, ma si giustifica e si articolare anche
a partire da una serie di cosiddette condizioni di razionalità. Tale rappor-
to, che si esercita in permanenza sul folle all'interno dell'ospedale, per il
modo stesso in cui il discorso e il personaggio del medico funzionano nel-
la comunità scientifica e nella società, è riconvertito in elementi di infor-
mazione razionale che saranno reinvestiti nei rapporti di potere caratteri-
stici della società. Ciò che è sorveglianza, in termini di rapporti di potere
all'interno dell'ospedale, diventerà osservazione scientifica nel discorso
del medico, proprio perché il medico da una parte occupa una posizione
di potere all'interno dell'ospedale e, dall'altra, funziona come colui che fa
e ha diritto di fare un discorso scientifico all'esterno dell'ospedale. Ciò
a Il manoscritto (fol. 4) aggiunge: “o messa a morte”.
b Il manoscritto (fol. 4) aggiunge: “permanente”.
c Manoscritto (foll. 4-5):
“Il rapporto di potere (ragione-follia) che regna nell'internamento si sposta e si capovol-
ge – fuori dall'internamento – in un rapporto di oggetto: la malattia mentale si costitui-
sce come oggetto di un sapere razionale. E a partire da questo rapporto, la non-follia
può rafforzare il suo potere sulla follia”.
che era classificazione, consegna, in termini di rapporto di autorità den-
tro l'ospedale, sarà riconvertito in diagnosi o in prognosi, in nosografia,
nel linguaggio del medico che, una volta all'esterno dell'ospedale, funzio-
nerà come soggetto di un discorso scientifico.
In questo modo si vede come un rapporto politico che struttura tutta
la vita di un ospedale psichiatrico viene riconvertito in discorso di razio-
nalità, a partire da cui, appunto, l'autorità politica – che rende possibile il
funzionamento dell'ospedale – si troverà rafforzata. Si ha al tempo stesso
un transfert dall'interno dell'ospedale verso l'esterno e il rovesciamento di
un rapporto di potere in una relazione di sapere. Il malato all'interno del-
l'ospedale appare sì come il bersaglio del rapporto di potere politico, ma
poi diventa l'oggetto di un sapere, di un discorso scientifico in un sistema
di razionalità generale, che viene rafforzato da questo stesso fatto: infatti
la razionalità ha così acquisito il potere di conoscere non solo ciò che ac-
cade in natura, nell'uomo, ma anche che cosa accade nei folli. Vi è una
sorta di transfert e di ingestione che fa pensare proprio a ciò che Lévi-
Strauss chiama antropofagia: un processo di ingestione a scopo di rinfor-
zoa.
L'oggetto laterale e costante del corso sarà quindi una critica a que-
sta nozione di esclusione o, più precisamente, la sua elaborazione secon-
do delle dimensioni che permettono al tempo stesso di scomporla nei
suoi elementi costitutivi e di ritrovare i rapporti di potere che la sottendo-
no e la rendono possibile.
Allo stesso modo, forse, bisognerebbe fare la critica di una nozione
che ha avuto una fortuna collegata: la nozione di trasgressione7. Per un
a Il manoscritto (fol. 5) aggiunge:
“Ma questa antropofagia appare solo a condizione di spostare l'analisi; di non restare al
livello generale dell'esclusione; e di individuare le tattiche di potere sottostanti”.
7 Cfr. M. Foucault, “Préface à la transgression” (in “Critique”, n. 195-196: Hommage à
G. Bataille, agosto-settembre 1963, pp. 751-769), in DE, n. 13, ed. 1994, vol. I, pp. 233-
250; ed. 2001, vol. I, pp. 261-278; trad. it. di C. Milanese, “Prefazione alla
trasgressione”, in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 55-72. La “trasgressione”
è una nozione di cui Foucault aveva già fatto ampio uso; cfr. “Un problème m'intéresse
depuis longtemps, c'est celui du système penal” (intervista con J. Hafsia, in “La Presse
de Tunisie”, 12 agosto 1971, p. 5), in DE, n. 95, ed. 1994, vol. II, p. 206; ed. 2001, vol. I,
certo periodo, essa ha giocato [un ruolo] più o meno comparabile a
[quello della nozione] di esclusione. Anch'essa ha consentito una sorta di
inversione critica, importante nella misura in cui ha permesso di disegna-
re nozioni come quella di anomalia, di colpa, di legge. Ha autorizzato un
rovesciamento dal negativo al positivo, dal positivo al negativo. Ha per-
messo di ordinare tutte queste nozioni non più a partire da quella, mag-
giore, di legge, ma da quella di limitea 8.
Tuttavia credo che le nozioni di esclusione e di trasgressione devono
essere considerate ora come degli strumenti che hanno avuto una loro im-
portanza storica: per un certo periodo sono state degli operatori di inver-
sione critica nel campo della rappresentazione giuridica, politica e mora-
le; ma questi operatori continuano a essere ordinati a partire dal sistema
generale delle rappresentazioni contro le quali erano rivolti. Mi sembra
p. 1074; trad. it. di R. Nencini, “Un problema mi interessa da molto tempo, quello del
sistema penale”, in L'emergenza delle prigioni, cit., p. 54: “E allora la mia preoccupa-
zione è il problema della trasgressione della legge e della repressione dell'illegalità”.
a Il manoscritto (fol. 6) aggiunge:
“Parlare di trasgressione non significa designare il passaggio dal lecito all'illecito (al di
là dell'interdetto): significa designare il passaggio al limite, oltre il limite, il passaggio a
ciò che è senza regola, e quindi senza rappresentazione”
8 Questa nozione di “limite” si rifà al lavoro di Georges Bataille sull'esperienza limite; cfr.
“Prefazione alla trasgressione”, cit., pp. 58-61 (commentando l'opera di Bataille, Fou-
cault scrive che “il limite e la trasgressione devono l'uno all'altra la densità del loro esse-
re”, ivi, p. 59). D'altronde, ha scritto che la Somme athéologique di Bataille “ha fatto
entrare il pensiero nel gioco – nel gioco arrischiato – del limite, dell'estremo, della som-
mità, del trasgressivo” (M. Foucault, “Présentation” [in Georges Bataille, Œuvres com-
plètes, Gallimard-NRF, Paris 1970, vol. I: Premiers écrits, 1922-1940, pp. 5-6, qui p. 5],
in DE, n. 74, ed. 1994, vol. II, p. 25; ed. 2001, vol. I, p. 893). Foucault riconosceva aper -
tamente l'influenza di Bataille: “punto di riferimento del mio cammino”; “penso a scrit-
tori come Blanchot, come Artaud, come Bataille, che per molti della mia generazione
sono stati, credo, importantissimi” e che sollevavano, “in fondo, la questione dell'espe-
rienza limite. Si tratta di quelle forme di esperienza che, anziché essere considerate
come centrali ed essere valorizzate positivamente in una società, vengono considerate
come le esperienze limite, le esperienze frontiera a partire dalle quali è rimesso in que-
stione ciò che di solito è ritenuto accettabile” (“Entretien avec André Berten”, in M.
Foucault, Mal faire, dire vrai. Fonction de l'aveu en justice, a cura di F. Brion e B.E. Har-
court, Presses universitaires de Louvain, Louvain 2012, p. 238; trad. it. di V. Zini, “Inter-
vista di André Berten”, in Mal fare, dir vero. Funzione della confessione nella giustizia,
Einaudi, Torino 2013, p. 230). Già nel 1970 Foucault afferma: “Oggi lo sappiamo: Ba-
taille è uno degli scrittori più importanti del suo secolo” (“Présentation”, in G. Bataille,
Œuvres complètes, cit.).
che le direzioni che si ricavano dalle analisi condotte in termini di esclu-
sione e di trasgressione debbano essere percorse in dimensioni nuove, in
cui la questione non sarà più quella della legge, della regola, della rappre-
sentazione, ma del potere più che della legge, del sapere più che della rap-
presentazione.

***

Voglio giustificare il titolo del corso e parlare della nozione di puni-


zione9. Se mi rifaccio proprio a questa nozione piatta, ingenua, debole,
puerile, è perché volevo riprendere le cose al livello del loro sviluppo sto-
rico, cominciando con l'analisi di quelle che si potrebbero chiamare “le
sottili tattiche della sanzione”. Inizierò indicandone alcune. Mi sembra
infatti che sia possibile individuare quattro grandi forme di tattiche puni-
tive10, che preferirei definire con dei verbi piuttosto che con dei sostantivi.
1) Escludere. È un termine qui impiegato in senso stretto e non, come
nel testo di Lévi-Strauss, anche nel senso di rinchiudere, ma nel senso di
esiliare, cacciare, far passare all'esterno. Attraverso questa tattica puniti-
va, si vuole interdire la presenza di un individuo nei luoghi comunitari o
sacri, sospendere o proibire nei suoi confronti tutte le regole dell'ospitali-
tà. Si tratta di privarlo della casa, di cancellare anche la realtà del suo fo-
colare, come quando si brucia la casa di chi è stato messo al bando 11, o
ancora – secondo un diritto medievale che ha resistito a lungo, fino alle

9 Secondo Daniel Defert, molte persone tra il pubblico avevano capito male il titolo del
corso e inteso “La società primitiva” invece che “punitiva”.
10 Qualche mese dopo, Foucault proporrà una versione leggermente diversa dei “quattro
tipi possibili di punizione” nelle conferenze all'Università pontificia di Rio de Janeiro,
nel maggio 1973, intitolate “La vérité et les formes juridiques”, in DE, n. 139, ed. 1994,
vol. II, pp. 538-623, in particolare pp. 590-591; ed. 2001, vol. I, pp. 1406-1491, in parti-
colare pp. 1458-1459; trad. it. di A. Petrillo, “La verità e le forme giuridiche”, in Archi-
vio Foucault 2. 1971-1977. Poteri, saperi, strategie, a cura di A. Dal Lago, Feltrinelli,
Milano 1997, pp. 83-165, in particolare pp. 132-134 (esilio; esclusione sul posto; risarci-
mento attraverso lavori forzati; legge del taglione).
11 Cfr. C. Lévi-Strauss, Tristi Tropici, cit., p. 376: “Se un indigeno contravveniva alle leggi
della tribù era punito con la distruzione di tutti i suoi beni: tenda e cavalli”.
pratiche rivoluzionarie – [quando si] incendi[a] il tetto della casa di chi si
vuole mettere al bandoa. Era una tattica usata soprattutto nella penalità
greca arcaicab 12.
2) Organizzare un riscatto, imporre una compensazione 13. In questa
tattica, la rottura della regola, l'infrazione provocheranno due effetti: [da
una parte,] emergerà qualcuno, un individuo o un gruppo, che si costitui-
rà come vittima del danno e, di conseguenza, potrà chiedere un risarci-
mento; [dall'altra,] la colpa creerà un certo numero di obblighi [per] colui
a Il manoscritto (fol. 8) aggiunge:
“in modo che non sia altro che una rovina visibile: si tratta di ricondurlo o di inseguirlo
fino alle frontiere; può anche significare esporlo o affidarlo al destino di un'imbarcazio-
ne (come qualcuno che non ha più una terra che gli appartenga, un luogo dove riparar-
si, un nutrimento o un sostegno a cui abbia diritto)”.
b Il manoscritto (fol. 8) aggiunge: “e fino all'età classica”.
12 Il riferimento all'esilio nella penalità greca arcaica rimanda alla tragedia di Sofocle,
Edipo re, che Foucault aveva già analizzato nelle sue prime lezioni al Collège de France
(cfr. Leçons sur la volonté de savoir. Cours au Collège de France, 1970-1971 , a cura di D.
Defert, Gallimard-Seuil, Paris 2011, pp. 177-192; trad. it. di M. Nicoli e C. Troilo, Le-
zioni sulla volontà di sapere. Corso al Collège de France, 1970-1971 , Feltrinelli, Milano
2015, pp. 199-216), come pure in una conferenza pronunciata alla State University of
New York di Buffalo nel marzo 1972 e poi alla Cornell University nell'ottobre 1972 (cfr.
“Il sapere di Edipo”, ivi, pp. 247-280). Nella sua “Nota del curatore” (ivi, pp. 300-302),
Daniel Defert osserva che nell'archivio di Foucault si possono ritrovare in totale sette di-
verse versioni dell'analisi dell'Edipo re. Foucault svilupperà una di queste sette versioni
quattro mesi dopo, nelle conferenze su “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 97-113;
ne riparlerà anche nel 1980, 1981 e 1983. Cfr M. Foucault, Mal fare, dir vero, cit., p. 74,
nota 1.
13 Le nozioni di riscatto e compensazione – nella fattispecie: di “risarcimento” – erano
state sviluppate nel corso del 1970-1971, nel contesto della pratica giudiziaria greca: cfr.
Lezioni sulla volontà di sapere, cit., lezione del 3 febbraio 1971, pp. 107-109. Temi ripre-
si in “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 115-116.
Riguardo il “diritto medievale” menzionato poco più avanti, il lettore ritroverà nelle
conferenze di Joseph Strayer la nozione di una giustizia penale che lega strettamente
l'ammenda e il prelievo delle imposte; cfr. J.R. Strayer, On the Medieval Origins of the
Modern State, Princeton University Press, Princeton (N.J.) 1970; trad. fr. di M. Clé-
ment, Les origines médiévales de l'État moderne, Payot, Paris 1979; trad. it. di A. Porro,
Le origini dello stato moderno, Celuc, Milano 1975, p. 79: “La connessione fra l'ammi-
nistrazione della giustizia e la riscossione delle rendite rimase stretta durante tutto il
Medio Evo. Anche quando apparvero nuclei specializzati di giudici, questi furono spes-
so utilizzati come esattori di rendite e gli antichi esattori di rendite […] continuarono a
tenere delle corti per trasgressioni di scarsa entità”. Cfr. anche, per quanto riguarda il
XVII secolo, “Théorie et institutions pénales”, quinta lezione (a proposito dell'apparato
fiscale come apparato di stato, fol. 10).
che è considerato l'autore dell'infrazione. Intorno all'infrazione, quindi,
non ci sarà un fenomeno di vuoto come nel primo caso, ma la costituzio-
ne di tutta una rete specifica di obblighi, comparabile a un debito da rim-
borsare o a un danno da ripararea. Chi ha contravvenuto alle regole si tro-
va forzatamente preso in un insieme di impegni che lo costringonob 14. È
una tattica diversa dalla precedente: nella prima, bisogna rompere tutti i
legami con l'individuo, tutti i legami con cui è trattenuto all'interno del
potere; qui, al contrario, si tratta di mettere chi infrange la regola all'in-
terno di una rete di obblighi moltiplicati, incrementati rispetto alla rete
tradizionale in cui si trova.
3) Marchiare: fare una cicatrice, lasciare un segno sul corpo, in bre-
ve, imporre a questo corpo una diminuzione virtuale o visibile, oppure,
se non si ha accesso al corpo reale dell'individuo, infliggere una ferita
simbolica a suo nome, umiliare la sua figura, intaccare il suo statuto. In
ogni caso, si tratta di lasciare sul corpo visibile o simbolico, fisico o so-
ciale, anatomico o statutario, qualcosa come una traccia. L'individuo che
avrà commesso l'infrazione sarà così marchiato da un elemento di memo-
ria o di riconoscimento. In questo sistema, l'infrazione non è più qualco-
sa che deve essere riscattato, compensato, riequilibrato e quindi, entro
certi limiti, cancellato; è al contrario ciò che deve essere sottolineato, che
deve sottrarsi all'oblio, che deve fissarsi in una specie di monumento, an-
che quando si tratta di una cicatrice, di un'amputazione, di qualcosa che

a Il manoscritto (fol. 9) aggiunge: “a volte a una vendetta da fermare, altre volte a una
guerra da prevenire attraverso una specie di riscatto, o a una libertà da riscuotere attra-
verso una compensazione”.
b Il manoscritto (foll. 9-10) aggiunge: “a meno che non fugga o non commetta un'altra in-
frazione. Questo sistema della compensazione e del riscatto sembra essere stato domi-
nante nelle società germaniche antiche”.
14 Cfr. C. Lévi-Strauss, Tristi Tropici, cit., p. 376: “Questa riparazione [da parte del colpe-
vole] faceva di quest'ultimo il debitore del gruppo, al quale egli doveva dimostrare la
sua riconoscenza con dei regali”.
È interessante notare il fatto che Foucault, nella sua esposizione orale, non sembra aver
utilizzato i passi del manoscritto che fanno riferimento alle società, ai costumi e alle
leggi germaniche antiche. Il corso tenuto nel 1972, “Théorie et institutions pénales”, era
incentrato sul diritto germanico.
riguarda la vergogna o l'infamia c; sono tutti i volti esposti alla gogna, le
mani mozzate dei ladri. In questo sistema, il corpo visibile o sociale deve
essere il blasone delle pene, e questo blasone rimanda a due cose: [da una
parte,] alla colpa, di cui deve costituire la traccia visibile e immediata-
mente riconoscibile: so che sei un ladro perché non hai più le mani; [dal-
l'altra,] al potere che ha imposto la pena e che attraverso questa pena ha
deposto sul corpo del suppliziato il marchio della sua sovranità. Nella ci-
catrice o nell'amputazione, non è visibile soltanto la colpa, ma il sovrano
stesso. Questa tattica della marchiatura è stata predominante in Occiden-
te dalla fine dell'alto Medioevo fino al XVIII secolo.
4) Rinchiudere. Tattica che pratichiamo qui da noi, la cui applicazio-
ne definitiva si situa a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Parleremo delle
condizioni politiche della reclusione intesa nella sua forma più generale e
degli effetti di sapere di questa reclusione.

Così, l'ipotesi di partenza sarebbe qualcosa del genere: ci sono socie-


tà o penalità dell'esclusione, del riscatto, della marchiatura o della reclu-
sione15. Questo primo approccio è valido? Confesso di non saperlo anco-
ra. Emergono, comunque, delle immediate obiezioni, di cui vorrei parla-
re. Per esempio: abbiamo proposto una critica un po' generale, astratta,
della nozione di esclusione, accusandola di essere in qualche modo una
nozione con un livello troppo alto di genericità, non operativa a livello
storico, ma ecco che ci mettiamo a definire delle tattiche penali che, do-
potutto, rischiano di ricadere nella stessa critica. Infatti, che si tratti di
marchiatura, di reclusione ecc., sono in ogni caso schemi del tutto astratti
rispetto al corpus perfettamente definito e peraltro molto costante delle
pene reali. Se ci si attiene al piano storico, sappiamo bene che l'alfabeto
c Il manoscritto (fol. 11) associa “cicatrice e vergogna”, e “amputazione e infamia”.
15 Foucault aveva già proposto alcune classificazioni più rudimentali delle società, a se-
conda dei vari tipi di pena. Nel luglio 1971 propone di distinguerle in società dell'esilio,
società dell'assassinio (o della tortura, o della purificazione) e società della reclusione;
cfr. “Io scorgo l'intollerabile”, cit., p. 51. Nel marzo 1982 Foucault propone diversi “tipi
di civiltà”: “Le civiltà che esiliano”, quelle “che massacrano” o “che torturano”, e infine
“le società che rinchiudono”; cfr. “La grande reclusione”, cit., p. 76.
delle pene è relativamente limitato e chiuso, e forse sarebbe molto più ra-
gionevole, invece che introdurre delle nozioni come quella di reclusione,
di marchiatura ecc., parlare delle pene reali, che sono state effettivamente
applicate nelle società: per esempio l'ammenda o la messa a morte.
Ora, quel che vorrei far vedere è che delle pene insieme statutarie e
apparentemente costanti non svolgono affatto lo stesso ruolo, in realtà
non rispondono alla stessa economia del potere in un sistema o nell'altro.
[Prendiamo innanzitutto il caso dell']ammenda. Che l'esclusione, la mar-
chiatura, la reclusione siano dominanti o meno, il prelievo dei beni è una
penalità costante in tutti i sistemi penali. Ora, credo sia possibile vedere
in che modo la funzione tattica di questa punizione varia nei diversi siste-
mi.
Che cosa significa confiscare dei beni nella tattica di esclusione? È un
certo modo di revocare o di compromettere il diritto di residenza, di so-
spendere così i privilegi politici, i diritti civili afferenti alle proprietà sop-
presse. È un certo modo di cancellare la cittadinanza di chi compie l'in-
frazione. Costringerlo ad andare a cercare altrove un luogo dove stare.
Impedirgli di lasciare dietro di sé, dopo la sua partenza o la sua morte,
dei benia. All'interno di un sistema di esclusione, la tattica dell'ammenda
svolge il ruolo di un esilio sul posto o di un esilio indiretto.
In una tattica di riscatto si ritrova l'ammenda, ma ha una funzione
del tutto diversa; in questo caso si tratta di ottenere da chi compie l'infra-
zione una compensazione per il danno causato, di ottenere che versi una
sorta di pagamento per la vittima b, ma che inoltre lo versi come una sorta
di indennità o di pegno nelle mani di colui che giudica, [che] svolge il
ruolo di arbitroc, e che mette a rischio così il potere che gli viene ricono-
sciuto16. L'ammenda ha quindi due funzioni in questo sistema: compensa-
a Il manoscritto (fol. 13) dice: “una casa, dei beni, un nome”.
b Il manoscritto (fol. 13) aggiunge: “affinché la vittima non dia inizio a una guerra priva-
ta troppo pericolosa per chi ha compiuto l'infrazione”.
c Il manoscritto (fol. 13) aggiunge: “e il cui verdetto permetterà di interrompere il ciclo
delle vendette”.
16 Il tema della rottura del ciclo delle vendette, più esplicito nel manoscritto, era stato in-
trodotto due anni prima, nelle Lezioni sulla volontà di sapere , cit., lezione del 3 febbra-
zione nei confronti di colui che si suppone leso e, al tempo stesso, pegno
consegnato all'arbitro17.
Nel sistema della marchiatura, l'ammenda ha un ruolo diverso dalla
compensazione; molto spesso, infatti, in questo sistema è simbolica e non
costituisce una vera e propria diminuzione dello status economico dell'in-
dividuo. Non compromette i suoi diritti di cittadinanza. Ha piuttosto la
funzione simbolica di designare il colpevole, di marchiarlo come tale e so-
prattutto di imporgli il marchio visibile della sovranità del potere. Pagare
un'ammenda nel sistema della marchiatura vuol dire piegarsi davanti a
questo rapporto di potere che fa in modo che qualcuno, un'autorità, pos-
sa effettivamente costringere a versare una somma di denaro, per quanto a
simbolica rispetto alla ricchezza posseduta. L'ammenda non è dunque
io 1971, pp. 107-109 e sarà ripreso in questo corso: cfr. infra, lezione del 10 gennaio
1973 […]; lezione del 7 febbraio 1973, […] (annesso). Cfr. anche, sul placare gli spiriti
di vendetta, A. Métraux, Religioni e riti magici indiani nell'America meridionale, cit., p.
69: “La vittima aveva così l'occasione di placare la sua collera e di vendicarsi in una cer-
ta misura dei suoi carnefici. Questo vantaggio concesso al prigioniero 'veniva forse dal
desiderio di pacificare lo spirito della vittima'”; p. 81: l'esecuzione di un prigioniero ave-
va l'obiettivo “di pacificare l'anima di un parente 'preso o mangiato dal nemico'”; e pp.
85-91: tutte le precauzioni prese per evitare la vendetta e per “proteggersi contro l'ani-
ma irritata della sua vittima”.
17 Foucault aveva affrontato la pratica del riscatto e dell'ammenda nel diritto germanico
l'anno precedente; cfr. “Théorie et institutions pénales”, ottava e nona lezione; vedi la
nona lezione, fol. 12 (su Wehrgeld e Fr[edus]). Nell'antico diritto di ispirazione germa-
nica, il “wergeld” (Wehrgeld), in uso presso i franchi, costituisce la compensazione pe-
cuniaria legale dovuta alla vittima o alla famiglia della vittima in caso di ferimento o di
assassinio, allo scopo di evitare la vendetta privata. L'ammontare del wergeld varia a se-
conda dello statuto sociale della vittima; cfr. F. Olivier-Martin, Histoire du droit fra-
nçais des origines à la Révolution, Éditions du Cnrs, Paris 1984 [1950], p. 68. Il “fre-
dus”, che rappresenta un terzo del wergeld, è versato al sovrano per ristabilire la pace;
cfr. C. Debuyst, F. Digneffe, A.P. Pires, Histoire des savoirs sur le crime et la peine , Lar-
cier, Bruxelles 2008, vol. II, p. 44.
a La frase manoscritta (fol. 14) riporta: “Anche senza un'incidenza pecuniaria sul condan-
nato, essa ha un ruolo di marchiatura in cui si manifesta il potere esercitato su colui che
compie l'infrazione”.
Un ulteriore paragrafo (fol. 14) sulla reclusione dice:
“Infine, nel sistema della reclusione, l'ammenda gioca il ruolo di un equivalente o di una
forma attenuata di reclusione. La reclusione equivale a un certo numero di giorni di la-
voro forzato o di lavoro senza salario. L'ammenda è anche un certo numero di giorni di
lavoro, o una frazione di questo tempo. In un caso come nell'altro si tratta di una 'priva-
zione'”.
una [sorta] di pena che si ritrova sempre uguale in tutti i sistemi. È una
procedura il cui ruolo tattico è del tutto diverso a seconda dei regimi pu-
nitivi all'interno dei quali figura.
Si potrebbe dire la stessa cosa della pena di morte, anche se, dopotut-
to, non sembrano esserci modi diversi di morire. Eppure, nel quadro delle
procedure con cui un potere reagisce a qualcosa che lo contesta, ci sono
effettivamente diversi modi di morire. In una tattica di esclusione come
quella della Grecia arcaica, l'esecuzione pura e semplice, la morte diretta,
in fondo era rara e riservata a colpe molto particolari. Vi erano infatti
procedure speciali che consistevano, non nel mettere a morte, ma semmai
nell'esporre qualcuno alla morte, spingendolo fuori dal territorio, abban-
donandolo senza beni, lasciandolo esposto alla reazione pubblica, ponen-
dolo per così dire fuori dalla legge in modo che non avesse importanza
chi lo uccidesse, sebbene nessuno venisse effettivamente designato per
compiere l'esecuzione18. C'era ancora un altro modo di uccidere, che con-
sisteva nel gettare qualcuno in mare dall'alto di una scogliera, facendolo
cioè cadere fuori dai limiti del territorio, privandolo in senso stretto del
“suolo materno” ed esponendolo così, brutalmente, senza vie d'uscita,
senza appigli, soltanto al potere degli dèi. Era la forma immediata dell'e-
silio.

18 La figura dell'homo sacer nel diritto arcaico, “questa figura di uomo che chiunque po-
teva uccidere senza commettere omicidio, ma che non poteva essere messo a morte nelle
forme prescritte dal rito”, sarà studiata da Giorgio Agamben nel suo Homo sacer. Il
potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 1995. Questo testo di Agamben prende
come punto di partenza l'analisi del potere elaborata da Foucault negli anni ottanta e,
più precisamente, l'intersezione tra lo studio di come l'individuo si rende soggetto di un
controllo esteriore (lo studio delle tecnologie del sé) e lo studio delle tecniche di Stato
attraverso le quali la vita ea la popolazione diventano bersaglio e preoccupazione – al-
l'intersezione tra “tecniche di individualizzazione soggettive e procedure di totalizzazio-
ne oggettive” (ivi, p. 8), esattamente in “questo nascosto punto d'incrocio fra il modello
giuridico-istituzionale e il modello biopolitico del potere” (p. 9); punto d'incrocio che,
secondo Agamben, sarebbe rimasto in Foucault “singolarmente in ombra”, “un punto
cieco nel campo visivo” (pp. 8 e 9). In questo corso di Foucault, ed esattamente in que-
sto passo della lezione del 3 gennaio 1973 – cioè l'analisi del modo in cui le tattiche pu-
nitive (come la figura dell'homo sacer) funzionano nelle relazioni di potere, o attraverso
cui, come dirà Agamben, “il potere penetra nel corpo stesso dei soggetti e nelle loro for-
me di vita” (p. 7) – si potrebbe vedere un testo precursore dei lavori di quest'ultimo.
In un sistema di riscattoa la morte-castigo era in fondo la remissione
del debito: era il modo in cui un assassinio doveva essere ripagato. E la
prova migliore che fosse proprio questo consiste nel fatto che l'assassinio
poteva essere punito non con la morte del colpevole, ma di uno dei suoi
parenti. L'esecuzione doveva equivalere al rimborso del debito, e non al
castigo dell'individuo considerato colpevole19.
Nella pratica della marchiatura è facile vedere quanto la morte sia
un'operazione fisica specifica, un lavoro sul corpo, una maniera ritualiz-
zata di inscrivere i marchi del potere sul corpo dell'individuo, il suo statu-
to di colpevole, o di inscrivere perlomeno nel terrore dello spettatore la
memoria della colpa. Se dalla fine del Medioevo al XVIII secolo si vede
una varietà così abbondante di supplizi, è perché bisognerebbe tenere
conto di un'ampia serie di variabili: dello statuto del colpevole, per esem-
pio, per cui si ha la decapitazione, che è la morte marchiata dal sigillo del
nobile, e l'impiccagione, che è la morte che marchierà il contadino. C'è il
rogo per l'eretico, lo squartamento per i traditori, l'amputazione per i la-
dri, la lingua trafitta per i blasfemi ecc.20.
Si può ricordare una delle più straordinarie scene di morte per mar-
chiatura: la messa a morte di Damiens nel 1757 21. Damiens è condannato
prima di tutto a fare confessione pubblica, poi viene messo sulla ruota,
gli vengono rotti gli arti con una barra di ferro, è tanagliato al petto, sulle
piaghe si versa certa bollente, poi è squartato e gli vengono spezzate le
articolazioni, viene bruciato e le sue ceneri infine sono gettate al vento.
Tutto ciò ha funzionato, perfino nell'immaginazione del tempo, come la
definitiva messa in scena di questo alfabeto dei supplizi. Il sovrano era
stato offeso da un illuminato uscito dalla folla. A questo gesto, il potere
politico ha risposto con l'ostentazione più completa del suo blasone pe-
nale. Ha esibito le tracce più atroci e al tempo stesso più rituali del suo

a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “del vecchio diritto germanico”.


19 Cfr. M. Foucault, “Théorie et institutions pénales”, lezione ottava e nona.
20 Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, cit., p. 110. Proprio contro questa differenzia-
zione, Le Peletier de Saint-Fargeau proporrà l'uguglianza tramite la ghigliottina, ovvero:
diritto di giustizia. Il sovrano ha mostrato che cosa poteva fare del corpo
di un uomoa.
Si ritroviamo la morte nella nostra penalità, che è essenzialmente una
penalità di reclusione, è perché il ruolo che vi svolge la morte non è più
una sorta di ostentazione dei marchi del potere sul corpo umano, ma la
forma estrema e finale, la forma perfetta e insuperabile della reclusione: a
questa forma di reclusione raddoppiata vengono sottoposti coloro che bi-
sogna essere sicuri di aver rinchiuso una volta per tutte. La morte b non è
più il supplizio, è la chiusura definitiva, l'assoluta sicurezza22.
“Una morte uguale per tutti” (ivi, p. 15).
21 Sorvegliare e punire si aprirà con questa scena, pp. 5-7.
a Il manoscritto (fol. 17) aggiunge:
“quando lasciava su di lui i marchi del suo passaggio. Il supplizio di Damiens fu l'ultimo
grande scontro fra il re e il popolo 'in persona' sulla scena del patibolo, prima del 21
gennaio [1793], in cui lo scontro avviene in senso opposto: quel giorno il re, spogliato di
tutta la sua sovranità, fu sottoposto al marchio di una penalità egualitaria, la decapita-
zione – un tempo pena dei nobili, che era diventata la pena per tutti”.
b Il manoscritto ((fol. 17) aggiunge: “non è l'alternativa alla prigione”.
22 Nel 1972, reagendo al rifiuto delle richieste di grazia inviate dai condannati a morte
Buffet e Bontems al presidente Pompidou, Foucault aveva già messo in evidenza la con-
tinuità tra pena detentiva e pena di morte: “La ghigliottina in realtà non è che l'apice vi-
sibile e trionfante, il vertice rosso e nero di un'alta piramide. Tutto il sistema penale è in
fondo orientato verso la morte e retto da quella” (M. Foucault, “Les deux morts de
Pompidou” [in “Le Nouvel Observateur”, n. 421, 4-10 dicembre 1972, pp. 56-57], in DE,
n. 114, ed. 1994, vol. II, pp. 386-389; ed. 2001, vol. I, pp. 1254-1257; trad. it. di R. Nenci-
ni, “I due morti di Pompidou”, in L'emergenza delle prigioni, cit., p. 112). Dirà lo stesso
in occasione dell'abolizione della pena di morte in Francia nel 1981, per sottolineare la
necessità di ripensare il sistema penale nel suo insieme, al di là della celebrazione della
scomparsa della “pena più vecchia del mondo”; cfr. Id., “Le dossier 'peine de mort'. Ils
ont écrit contre” (in “Les Nouvelles littéraires”, n. 2783, 16-23 aprile 1981, p. 17), in
DE, n. 294, ed. 1994, vol. IV, p. 168; ed. 2001, vol. II, p. 987; e Id., “Contre les peines de
substitution” (in “Libération”, n. 108, 18 settembre 1981, p. 5), in DE, n. 300, ed. 1994,
vol. IV, p. 206; ed. 2001, vol. II, p. 1025; trad. it. di R. Nencini, “Contro le pene di sosti-
tuzione”, in L'emergenza delle prigioni, cit., pp. 260-261. Foucault sottolineerà più volte
l'importanza della pena di morte come marchio di sovranità della giustizia, soprattutto
in “Le citron et le lait” (in “Le Monde”, n. 10490, 21-22 ottobre 1978, p. 14), in DE, n.
246, ed. 1994, vol. III, pp. 295-298; ed. 2001, vol. II, pp. 695-698; trad. it. di R. Nencini,
“Il limone e il latte”, in L'emergenza delle prigioni, cit., pp. 226-229; e in “Manières de
justice” (in “Le Nouvel Observateur”, n. 743, -11 febbraio 1979, pp. 20-21), in DE, n.
260, ed. 1994, vol. III, pp. 755-759; ed. 2001, vol. II, pp. 755-759; trad. it. di A.L. Carbo-
ne e A. Inzerillo, “Maniere di giustizia”, La strategia dell'accerchiamento. Conversazio-
ni e interventi, 1975-1984, duepunti edizioni, Palermo 2009, pp. 105-112. Cfr. anche, su
questo argomento: Id., “L'angoisse de juger” (intervista di R. Badinter e J. Laplache, in
Se ho voluto mostrare come variano la morte o l'ammenda secondo
le quattro grandi tattiche punitive, è perché cercavo di rendere autonomo
questo livello a cui vorrei prestare attenzione; questo livello non è né
quello delle grandi funzioni come l'esclusione o l'antropofagia, né quello
delle pene quali sono definite dai codici o dai costumi, e la sua perma-
nenza maschera, mi pare, la differenza dei ruoli. Tra queste funzioni ge-
nerali e questi ruoli diversi svolti dalle pene, vi è un livello da esplorare:
quello delle tattiche penalia.
A proposito delle tattiche penali vorrei far notare alcune cose. In pri-
mo luogo, ho parlato di operazioni, ho cercato di caratterizzarle con dei
termini come escludere, rinchiudere, vale a dire [come] delle operazioni
che trovano posto tra il potere e ciò su cui il potere si esercita – sono ope-
razioni che si svolgono interamente dentro la sfera del potere. Prendendo
questo come primo livello di analisi, non ho voluto dedurre i sistemi pe-
nali da un certo numero di rappresentazioni giuridiche o etiche della col-
pa o del crimine. Quindi non porrei il problema nei seguenti termini, e
cioè che idea ci si è fatti del male o della colpa perché si reagisca in un
modo o nell'altro, con l'esilio o la reclusione? Preferirei porre la questione
in maniera diversa. Se ho parlato in primo luogo di queste tattiche, è per-
ché vorrei chiarire quali forme di potere sono effettivamente messe in gio-
co affinché alle infrazioni che mettono in causa le leggi, le sue regole, il
suo esercizio, esso risponda con delle tattiche come l'esclusione, il mar-
chio, il riscatto o la reclusione. Se mi soffermo su queste tattiche, e so-
prattutto sulla reclusione, non lo faccio per cercare di ricostruire l'insie-

“Le Nouvel Observateur”, n. 655, 30 maggio-6 giugno 1977, pp. 92-96, 101, 104, 112,
120, 125-126), in DE, n. 205, ed. 1994, vol. III, pp. 282-297; ed. 2001, vol. II, pp. 282-297;
trad. it. di R. Nencini, “L'angoscia di giudicare”, in L'emergenza delle prigioni, cit., pp.
195-210; Id., “Du bon usage du criminel” (in “Le Nouvel Observateur”, n. 722, 11 set-
tembre 1978, pp. 40-42), in DE, n. 240, ed. 1994, vol. III, pp. 657-662; ed. 2001, vol. II,
pp. 657-662; trad. it. di R. Nencini, “Sul buon uso del criminale”, in L'emergenza delle
prigioni, cit., pp. 221-225; Id., “Punir est la chose la plus difficile qui soit” (intervista di
A. Spire, in “Témoignage chrétien”, n. 1942, 28 settembre 1981, p. 30), in DE, n. 301,
ed. 1994, vol. IV, pp. 208-210; ed. 2001, vol. II, pp. 1027-1029; trad. it. di R. Nencini,
“Punire è la cosa più difficile che ci sia”, in L'emergenza delle prigioni, cit., pp. 262-264.
a Manoscritto (fol. 18): “quello delle operazioni, delle tattiche, delle strategie penali”.
me delle rappresentazioni giuridiche e morali che si ritiene supportino e
giustifichino tali pratiche penali; ma perché a partire da qui vorrei defini-
re i rapporti di potere effettivamente messi in atto attraverso queste tatti-
chea. In altre parole, vorrei affrontarle come strumenti di analisi dei rap-
porti di potere, e non come rivelatrici di un'ideologia. La penalità come
strumento di analisi del potere, ecco il tema di questo corso.
Questo vuol dire, in secondo luogo, che se è vero che il sistema delle
tattiche penali può essere pensato come strumento di analisi dei rapporti
di potere, l'elemento considerato come centrale sarà l'elemento della lotta
politica intorno al potere e contro di esso. Sta qui tutto il gioco di conflit-
ti, di lotte che ci sono tra il potere quale si esercita in una società e gli in-
dividui o i gruppi che in un modo o nell'altro cercano di sfuggire a questo
potere, che lo contestano localmente o globalmente, che contravvengono
ai suoi ordini e ai suoi regolamenti. Non voglio dire che considero assolu-
tamente equivalenti la cosiddetta delinquenza comune e la delinquenza
politica. Voglio dire che, per fare l'analisi di un sistema penale, ciò che
dev'essere subito messo in risalto è la natura delle lotte che, in una socie-
tà, si svolgono intorno al potere.
Di conseguenza, al centro di tutte queste analisi della penalità dovrà
essere collocata la nozione di guerra civile23. La guerra civile, mi pare, è
una nozione filosoficamente, politicamente, storicamente molto mal ela-
borata. E lo è per svariate ragioni. Mi sembra che nascondere, negare la
guerra civile, affermare che la guerra civile non esiste sia uno dei primi
a Manoscritto (foll. 19-20):
“Vale a dire che in questa analisi saranno messe in primo piano le forme di lotta tra il
potere politico, quale si esercita in una società, e coloro – individui o gruppi – che cer-
cano di sfuggire a questo potere, che lo contestano localmente o globalmente, che con-
travvengono al suo ordine o ai suoi regolamenti.
Il testo che segue non figura nel manoscritto, che però contiene quattro pagine di ap-
punti (trascritte infra, […]) riguardanti le conseguenze metodologiche che implica que-
sta scelta teorica, e le diverse impasse del funzionalismo sociologico.
23 Foucault proseguirà questa analisi negli anni seguenti, in particolare nel suo corso del
1976, “Il faut défendre la société”. Cours au Collège de France , a cura di M. Bertani e
A. Fontana, Gallimard-Seuil, Paris 1997; trad. it. a cura di M. Bertani e A. Fontana,
“Bisogna difendere la società”, Feltrinelli, Milano 1998, [lezione] del 4 febbraio 1976, p.
80.
assiomi dell'esercizio del potere. Questo assioma ha avuto immense riper-
cussioni teoriche perché, che ci riferiamo a Hobbes o a Rousseau, in ogni
caso vediamo che la guerra civile non è mai considerata come qualcosa di
positivo, di centrale, in grado di servire [in sé] da punto di partenza per
un'analisi. O si parla della guerra di tutti contro tutti come ciò che esiste
prima del patto sociale, e allora non è più guerra civile ma guerra natura-
le; quindi, a partire dal momento in cui c'è un contratto, la guerra civile
non può che essere il prolungamento mostruoso della guerra di tutti con-
tro tutti in una struttura sociale che normalmente dovrebbe essere co-
mandata dal patto. Oppure, al contrario, si concepisce la guerra civile
come nient'altro che l'effetto in qualche modo retroattivo di una guerra
esterna sulla città stessa, il riflusso della guerra al di qua delle frontiere: si
tratta quindi della proiezione mostruosa della guerra esterna sullo Stato.
Nella prima come nella seconda analisi, la guerra civile è l'accidente, l'a-
nomalia, quel che bisogna evitare nella misura stessa in cui è una mo-
struosità teoretico-pratica.
Ora vorrei proseguire l'analisi considerando invece che la guerra civi-
le è la condizione permanente a partire dalla quale si possono e si devono
comprendere un certo numero di tattiche di lotta, tra cui la penalità è ap-
punto un esempio privilegiato. La guerra civile è la matrice di tutte le lot-
te di potere, di tutte le strategie di potere e, di conseguenza, anche la ma-
trice di tutte le lotte intorno e contro il potere. È la matrice generale che
permetterà di comprendere la messa in atto e il funzionamento di una
strategia particolare della penalità: la reclusione. Ciò che vorrei cercare di
mostrare è questo gioco, nella società del XIX secolo, tra una guerra civi-
le permanente e le tattiche opposte del poterea 24.

a Quattro pagine di appunti in fondo al manoscritto (foll. 20-23), non utilizzati nella le-
zione, riportano:
“Sarà dunque messa in primo piano la lotta contro, o con, o per il potere. Ciò implica,
come conseguenza metodologica, che bisogna togliere via il funzionalismo sociologico.
Affrancarsi dall'idea
– che è la società intera, massicciamente, in un consenso oscuro che reagisce al crimine
o alla colpa;
– che questa reazione prende forma nelle regole, nelle leggi, nelle consuetudini che defi-
niscono la penalità; e
– che il potere mette in atto in maniera più o meno regolare (e al prezzo di un certo nu-
mero di distorsioni, di abusi, o di favoritismi) questa penalità.
Raschiare via questo funzionalismo significa porsi al centro della pratica penale, non
delle reazioni sociali, ma delle lotte di potere.
Raschiare via questo funzionalismo sociologico significa anche far vedere come si è for-
mato; come, all'inizio del XIX secolo, è avvenuto un trasferimento molto curioso di re-
sponsabilità al termine del quale
– la società è apparsa come ciò che produceva il crimine (secondo un certo numero di
costanti statistiche e di leggi sociologiche);
– la società è apparsa come ciò che veniva ferito, leso, danneggiato dall'infrazione. La
società produce il suo stesso male, suscita il suo stesso nemico;
– la società è apparsa come ciò che esigeva dal potere il castigo dei crimini in ragione di
grandi opzioni morali.
Questo trasferimento di responsabilità ha mascherato il fatto che non era la società a
essere in questione nel crimine, o in gioco nella sua repressione, bensì il potere.
Al livello della teoria penale, ciò si è tradotto nell'idea che è la società a essere interessa-
ta per prima alla punizione, la quale deve avere una funzione di protezione per la socie-
tà (Beccaria, Bentham).
Al livello della pratica, ciò si è tradotto nella generalizzazione della giuria: non è il pote-
re, non sono i rappresentanti del potere che devono dire se la società è stata lesa, ma
essa stessa.
Al livello della speculazione, ciò si è tradotto nella costituzione di una sociologia della
criminalità o della delinquenza, cioè nella ricerca dei meccanismi sociali che sottendono
sia la criminalità che le esigenze della sua repressione.
Questo mascheramento dei rapporti di potere sotto i meccanismi sociali è uno dei feno-
meni caratteristici del modo in cui si è esercitato il potere nel capitalismo industriale.
Prendiamo due scene, come simbolo di questo mascheramento:
– quella in cui la folla assiste all'esecuzione di un colpevole: alla manifestazione, cioè,
dei segni del potere. Essa si accalca intorno al patibolo per vedere l'esposizione e il sup-
plizio;
– quella in cui l'esecuzione avviene di notte, di nascosto, ma in cui l'esercizio del potere
si maschera sotto un'indagine di opinione.
Si potrebbe far vedere allo stesso modo come il passaggio dal supplizio alla reclusione
corrisponda a questo scivolamento del rapporto di potere al meccanismo sociale”.
24 Sul funzionalismo sociologico, cfr. anche Sorvegliare e punire, cit., in particolare la cri-
tica a Durkheim a p. 26.
Lezione del 10 gennaio 1973

I quattro elementi di un'analisi: 1) la guerra costante, universale, in-


terna alla società; 2) un sistema penale né universale né univoco, ma fatto
dagli uni per gli altri; 3) la struttura della sorveglianza universale; 4) un
sistema di reclusione. (I) Il tenore della nozione di guerra civile. (A) La
guerra civile come riapparizione della guerra di tutti contro tutti, secon-
do Hobbes. (B) Distinzione tra guerra civile e guerra di tutti contro tutti.
Le nuove collettività; esempio dei Piedi scalzi e del movimento luddista.
(C) La politica come continuazione della guerra civile. (II) Lo statuto del
criminale come nemico sociale. – La pratica giudiziaria come dichiara-
zione di guerra pubblica. – Effetti di sapere: presa psicopatologica o psi-
chiatrica sul criminale e sulla devianza. – Effetti epistemici: sociologia
della criminalità come patologia sociale. Il criminale come connettore,
trascrittore, scambiatore.
Vorrei precisare gli elementi di questa analisia. In primo luogo, du-
rante il periodo di cui mi occuperò, dal 1825 al 1848, all'epoca della mes-
sa in atto e del funzionamento del grande sistema penale di cui il Codice
di istruzione criminale del 1808 e il Codice penale del 1810 avevano indi-
cato le linee principali, una cosa è chiara: siamo nella guerra sociale, non
nella guerra di tutti contro tutti, nella guerra dei ricchi contro i poveri,
dei proprietari contro coloro che n on possiedono nulla, dei padroni con-
tro i proletari.
Secondo elemento: la coscienza chiara, e perfettamente formulata nel
discorso dell'epoca, che le leggi sociali non sono fatte da persone alle
quali sono destinate, ma per essere applicate a coloro che non le hanno
fatte. La legge penale, anche nella mente di chi la fa o la discute, ha sol-
tanto un'apparente universalità. Così, [nel suo] intervento alla Camera
del 23 novembre 1831, proprio nel momento in cui si discute della messa
a punto del Codice penale e della creazione delle circostanze attenuanti,
un deputato del Var afferma: “Le leggi penali, destinate in gran parte a
una classe della società, sono fatte da un'altra. Esse interessano la società
intera, ne convengo; nessun uomo può vivere certo di sfuggire sempre al
loro rigore; tuttavia è vero che la quasi totalità dei delitti, e in particolare
di alcuni delitti, è commessa da quella parte di società a cui il legislatore
non appartiene. Ora, questa parte differisce quasi interamente dall'altra,
per mentalità, abitudini e per tutto il suo modo di essere. Per fare dunque
delle leggi che lo convincano, il legislatore dovrebbe innanzitutto, mi

a Il manoscritto della lezione inizia (foll. 1-2) in questo modo:


“Il punto:
analizzare la penalità al livello delle sue tattiche, cioè non:
– che cosa punisce, in nome di quale principio e secondo quale scala di valori, ma:
– in che modo punisce; chi punisce, chi è punito, attraverso quali strumenti.
Quindi:
– non prendere come punto di partenza le grandi concezioni etico-religiose della colpa,
del peccato, dell'impurità;
– né tanto meno le grandi funzioni sociali come quelle di esclusione, espulsione, rigetto,
ma:
– prendere come punto di partenza la guerra civile, come matrice generale delle tattiche
penali”.
sembra, tentare di dimenticare quel che lui stesso è, […] ricercare con
cura non l'effetto di una certa disposizione della legge su se stesso, ma
sullo spirito così diversamente disposto del popolo per il quale egli lavo-
ra”1. Nella letteratura di parte operaia si potrebbe trovare l'affermazione
corrispondente ma opposta, secondo cui la legge penale non è fatta per
avere una funzione universale.
Terzo punto: l'apparato giudiziario, penale, applicato in quest'epoca
è interamente comandato dal principio della sorveglianza universale e co-
stante. Si può fare riferimento a Julius, professore di diritto criminale del-
l'Università di Berlino, che [nel 1827] nelle sue “Lezioni sulle prigioni”
[dice]: “È un fatto degno del più grande interesse, non solo nella storia
dell'architettura, ma in quella dello spirito umano in generale: fin dai
tempi più remoti, non dico dell'antichità classica, ma addirittura dell'O-
riente, il genio ha concepito e si è compiaciuto di decorare con tutti i te-
sori della magnificenza umana degli edifici che avevano lo scopo di rende-
re accessibil[i] a una grande moltitudine di uomini lo spettacolo e l'ispe-
zione di un piccolo numero di oggetti, come i templi, i teatri, gli anfitea-
tri, in cui si osservava colare il sangue degli uomini e degli animali” 2. In

1 M. Bernard, Discours à la Chambre des députés, 23 novembre 1831, in “Archives parla-


mentaires de 1787 à 1860. Recueil complet des débats législatifs et politiques des Cham-
bres françaises”, seconda serie, Paul Dupont, Paris 1889, vol. LXXII (dal 23 novembre
1831), p. 5. Questo passaggio riflette un principio importante per Foucault, vale a dire
che non c'è un'ideologia nascosta, è sempre tutto detto dagli attori stessi; cfr. infra, […].
Foucault ritornerà su questo tema nella lezione del 28 febbraio, quando critica le nozio-
ni di “non-detto” e di “fuori-testo”; cfr. infra, […].
2 N.H. Julius, Vorlesungen über die Gefängnisskunde..., Stuhr, Berlin 1828, 2 voll.; trad.
fr. di H. Lagarmitte, Leçcons sur les prisons, présentées en forme de cours au public de
Berlin, en l'année 1827, F.G. Levrault, Paris 1831, vol. I, p. 384. Nicolaus Heinrich Julius
(1783-1862), dottore in medicina, fu un riformatore delle prigioni e preparò i progetti
del penitenziario di Insterburg, costruito nel 1830 in Prussia. Nel 1827 condusse delle
missioni di studio in Inghilterra, nel Galles e in Scozia, e successivamente nel 1834-1836
negli Stati Uniti, dove divenne un grande ammiratore del sistema di Filadelfia, cioè, per
usare le sue stesse parole, del “principio della solitudine non interrotta durante tutto il
periodo della reclusione” (N.H. Julius, Nord-amerikas sittiliche Zustände, nach eige-
nen Anschauungen in der Jahren 1834, 1835 und 1836, F.A. Brockhaus, Leipzig 1839;
trad. fr. di V. Foucher, Du système pénitentiaire américain en 1836 , Joubert, Paris 1837,
p. 6; corsivo nel testo). Julius è colui che ha tradotto in tedesco l'opera di G. de Beau-
mont e A. de Tocqueville, Du système pénitentiaire aux États-Unis et de son applica-
altre parole, un'architettura, una civiltà dello spettacolo in cui tutti insie-
me, disposti in circolo, dovevano rivolgere lo sguardo verso qualcosa che
stava al centro, una cosa, uno spettacolo. E Julius prosegue: “Al contra-
rio, invece, l'immaginazione umana non sembra essersi mai impegnata a
permettere a pochi uomini, o perfino a un uomo solo, la vista simultanea
di una grande moltitudine di uomini o di oggetti”3.

tion en France, suivi d'un appendice sur les colonies pénales et de notes statistiques , H.
Fournier Jeune, Paris 1833, terza edizione comprendente il “Rapport de M. de Tocque-
ville sur le projet de loi de Réforme des prisons...”, Librairie de Charles Gosselin, Paris
1845. Cfr. A. Krebs, “Julius, Nikolaus Heinrich”, in Neue Deutsche Biographie, vol. X,
1974, pp. 656-658.
Foucault riprenderà questo estratto del testo di Julius e lo svilupperà in Sorvegliare e
punire, nel capitolo “Il panoptismo”, dove scriverà: “Pochi anni dopo Bentham, Julius
redigeva il certificato di nascita di questa società [disciplinare]” ( ivi, p. 235). A questo
proposito, Foucault aggiungerà: “Bentham nella sua prima versione del Panopticon ave-
va immaginato anche una sorveglianza acustica, per mezzo di tubi conducenti dalle cel-
le alla torre centrale. […] Julius tentò di mettere a punto un sistema d'ascolto dissimme-
trico (Leçons sur les prisons, trad. fr. 1831, p. 18)” (ivi, p. 220, nota 2); cfr. anche “La ve-
rità e le forme giuridiche”, cit., pp. 149-150.
3 N.H. Julius, Leçons sur les prisons, cit., pp. 384-385. È interessante rintracciare una del-
le due fonti (Julius e Bentham) di una delle due origini (la prigione e l'ospedale) dell'in-
teresse di Foucault verso il panoptismo e la sorveglianza generalizzata. Avrebbe scoper-
to l'idea del panoptismo all'epoca dei suoi lavori sull'origine della medicina clinica e sul-
lo sguardo medico; cfr. M. Foucault, “L'œil du pouvoir”, (intervista con J.-P. Barou e
M. Perrot, in Le Panoptique, a cura di J.-P. Barou, Pierre Belfond, Paris 1977, p. 9), in
DE, n. 195, ed. 1994, vol. III, pp. 190-207; ed. 2001, vol. II, pp. 190-207, in particolare p.
190; trad. it. “L'occhio del potere. Conservazione con Michel Foucault”, in J. Bentham,
Panopticon ovvero la casa d'ispezione, Marsilio, Venezia 1983, in particolare pp. 7-8.
Bruno Fortier, architetto, insegnante e responsabile della Biblioteca di architettura, gli
avrebbe fatto avere i progetti architettonici e le piante per un ospedale circolare all'Hô-
tel-Dieu risalente agli anni intorno 1770 – piante a stella che saranno studiate nel semi-
nario di Foucault al Collège de France nel 1973-1974 sulla “storia dell'istituzione e del-
l'architettura ospedaliere nel XVIII secolo” (Le pouvoir psychiatrique. Cours au Collège
de France, 1973-1974, a cura di J. Lagrange, Gallimard-Seuil, Paris 2003, “Résumé du
cours”, p. 352; trad. it. di M. Bertani, Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France,
1973-1974, Feltrinelli, Milano 2004, “Riassunto del corso”; p. 296); il seminario darà
luogo a una pubblicazione: B. Barret-Kriegel, A. Thalamy, F. Beguin, B. Fortier, Les ma-
chines à guérir. Aux origines de l'hôpital moderne, Pierre Mardaga, Bruxelles 1979.
Come dimostrano i documenti di Fortier, i progetti per un “immenso ospedale a raggi”
che permetterebbe “una sorveglianza costante e assoluta” erano assai precedenti al Pa-
nopticon di Bentham (cfr. ivi, p. 48). Su Bentham e il Panopticon, cfr. infra, […]. Fou-
cault di fatto rintraccerà i primi modelli di “questa visibilità isolante” nei dormitori
della Scuola militare di Parigi nel 1751 (cfr. “L'occhio del potere”, cit., p. 8). Qui, con
Ora, è precisamente questo che avviene nell'epoca moderna: il rove-
sciamento dello spettacolo in sorveglianza4. Si sta inventando, dice Julius,
non solo un'architettura, un urbanesimo, ma tutta una disposizione dello
spirito in generale, per cui ormai gli uomini saranno offerti in spettacolo
a un piccolo numero di persone, al limite a un unico uomo destinato a
sorvegliarli. Lo spettacolo viene rovesciato in sorveglianza, il cerchio che i
cittadini facevano intorno a uno spettacolo, tutto viene capovolto. Ci
sarà una scrittura completamente diversa in cui gli uomini disposti gli uni
accanto agli altri in uno spazio piatto saranno sorvegliati dall'alto da
qualcuno che sarà una specie di occhio universale: “Ai tempi moderni
[…], all'influenza sempre crescente dello Stato, e al suo intervento di
giorno in giorno più profondo, in tutti i dettagli e in tutte le relazioni del-
la vita sociale, viene riservato l'aumento e il perfezionamento delle garan-
zie, utilizzando e dirigendo verso questo grande fine la costruzione e la
distribuzione di edifici destinati a sorvegliare nello stesso momento una
grande moltitudine di uomini”5.
Come si vede, Julius attribuisce questa specie di capovolgimento del-
lo spettacolo in sorveglianza alla costituzione e alla crescita dello Stato
come istanza di sorveglianza, che permette di controllare, di osservare e
di intervenire in tutti i dettagli delle relazioni della vita sociale. Dicendo
questo, Julius non fa altro che trascrivere nel registro che gli è proprio ciò

Julius, siamo nel contesto della penalità, di cui Foucault dirà: “In seguito, studiando i
problemi di penalità, mi sono accorto che tutti i grandi progetti di ristrutturazione delle
prigioni (di datazione più tarda, peraltro, dalla prima metà del XIX secolo) riprendeva-
no lo stesso tema [della totale visibilità dei corpi], ma, questa volta, sotto il segno quasi
sempre rievocato di Bentham. Non c'erano quasi testi, progetti concernenti le prigioni
in cui non si ritrovasse il 'marchingegno' di Bentham. Cioè il 'panopticon'” (ibid.).
4 Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, cit., p. 236. Per quanto riguarda i riferimenti di
Foucault allo “spettacolo”, cfr. G. Debord, La société du spectacle, Buchet/Castel, Paris
1967; trad. it. di P. Salvadori, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano
2001. Si potrebbe anche leggere qui una critica a Guy Debord, che aveva posto la nozio-
ne di spettacolo al centro del concetto di modernità: secondo Foucault, Julius sottolinea
che lo spettacolo proviene dall'antichità, mentre ciò che caratterizza il moderno non è
l'apparizione dello spettacolo, ma piuttosto l'eclissarsi dello spettacolo, il rovesciamento
in sorveglianza. Il passo di Julius citato prima articolerebbe precisamente questa critica.
5 N.H. Julius, Leçons sur les prisons, cit., p. 385.
che ha detto o fatto dire Napoleone stesso, dato che nell'introduzione al
Codice di istruzione criminale si può leggere: “Potete giudicare come nes-
suna parte dell'Impero sia priva di sorveglianza; come nessun crimine,
nessun delitto, nessuna infrazione resti senza un seguito e come l'occhio
del genio che sa tutto animare abbracci l'insieme di questa vasta macchi-
na, senza che neppure il minimo dettaglio possa sfuggirgli” 6. E, parlando
della precisa funzione del procuratore, il testo continua: il procuratore è
“l'occhio del procuratore generale, così come il procuratore generale è
l'occhio del governo. Attraverso il risultato di una comunicazione attiva e
fedele del procuratore imperiale con il procuratore generale, e del procu-
ratore generale con il ministro di Sua Maestà, si possono conoscere gli
abusi che si insinuano nelle istituzioni, la mollezza che si impadronisce
delle persone, la noncuranza che si può perdonare a un privato, ma che è
un vizio in un magistrato; e, se si supponesse che ci fosse un rilassamento,
una debolezza o uno sviamento nelle comunicazioni dei procuratori ge-
nerali e imperiali, il male farebbe immensi progressi prima di esplodere;
allora, senza che avvenisse alcuna crisi, ci si troverebbe di colpo in un for-

6 J.-B. Treilhard, “Motifs du livre Ier, chapitres I à VIII, du Code d'instruction criminelle,
présentés au corps législatif par MM. Treilhard, Réal et Faure, Conseillers d'tat. Séean-
ce du 7 novembre 1808”, in Code d'instruction criminelle, édition conforme à l'édition
originale du Bulletin de lois, Le Prieur, Paris 1811, pp. 5-32, qui p. 20. Foucault ripren-
derà questo passo nel suo ragionamento sul panoptismo, in Sorvegliare e punire, cit., p.
237; cfr. anche “La verità e le forme giuridiche”, cit., p. 150. La presentazione dei motivi
del Codice di istruzione criminale è generalmente attribuita a Jean-Baptiste, conte Trei-
lhard (1742-1810), che partecipò alla redazione del codice. Giurista e uomo politico,
Treilhard fu anche presidente degli Stati generali, presidente dell'Assemblea nazionale
costituente, presidente della Convenzione nazionale (all'epoca del processo a Luigi
XVI), membro del Comitato di salute pubblica, presidente del Consiglio dei Cinquecen-
to e membro del Direttorio. Cfr. Jean Treilhard, Jean-Baptiste Treilhard, ministre pléni-
potentiaire de la République au Congrès de Rastadt, Éd. Gaillon, Paris 1939. Foucault
riparlerà di Treilhard in alcune interviste; cfr. “À propos de l'enfermement pénitentiaire”
(intervista con A. Krywin e F. Ringelheim, “Pro Justitia. Revue politique de droit”, vol.
I, n. 3-4: La prison, ottobre 1973, pp. 5-14), in DE, n. 127, ed. 1994, vol. II, p. 437; ed.
2001, vol. I, p. 1305; trad. it. di R. Nencini, “A proposito della reclusione penitenziaria”,
in L'emergenza delle prigioni, cit., p. 130 (dove ha un ruolo importante: Treilhard sim-
bolizza l'espansione del panoptismo da una forma architettonica a una forma di gover-
no: “Treilhard presenta il potere politico come una specie di Panopticon realizzato nelle
istituzioni”); cfr. anche Sorvegliare e punire, cit., pp. 153, 237, 254.
te stato di languore e prossimi alla decrepitezza” 7. La teoria della sorve-
glianza generale che Julius elabora riflette quindi esattamente ciò che
l'amministrazione imperiale formulò nel 1808.
Il quarto elemento è quello della reclusione, della carcerazione, di cui
Julius parla verso la fine del suo testo sulla sorveglianza: “L'utilità di que-
sto pensiero fondamentale”, cioè la sorveglianza, “è ancora più grande
nel caso delle prigioni”8.
Abbiamo dunque quattro punti per orientare la nostra analisi: la
guerra costante, universale, all'interno della società; un sistema penale
che non è né universale né univoco, ma è fatto dagli uni per gli altri; la
struttura della sorveglianza universale; e il sistema della reclusione.

***

Vorrei ritornare sul primo punto, il problema della guerra civile, e


sulla mancanza di rapporti tra essa e la guerra di tutti contro tutti. Se in-
fatti si ammette questa ipotesi, si vede che l'elemento principale è la guer-
ra. Vorrei chiarire un po' questo problema della guerra di tutti contro tut-
ti e della guerra civile, e vedere in che maniera la criminalità, perlomeno a
un certo punto, è stata concepita nel suo rapporto con queste nozioni.
[Inizierò analizzando più da vicino il tenore] della nozione di guerra civi-
le.

In primo luogo, mi sembra ci sia una certa tradizione della teoria po-
litica che rende equivalenti, fa comunicare in maniera diretta, organica,
la guerra civile e la guerra di tutti contro tutti. Questa tradizione trova in
Hobbes una delle figure più caratteristichea. Sia nel caso in cui ci si riferi-

7 J.-B. Treilhard, “Motifs” del Code d'instruction criminelle, cit., p. 23.


8 N.H. Julius, Leçons sur les prisons, cit., p. 385. Julius osserva: “Ma per nessun altro ge-
nere di edifici l'utilità di questo pensiero fondamentale e il suo più elevato grado di per-
fezionamento hanno avuto dei risultati più rapidi e fecondi che le prigioni” (pp. 385-
386).
a Manoscritto (fol. 2): “Tradizione se non fondata, quanto meno formulata da Hobbes”.
sca al testo in cui dice che la guerra civile è un certo modo di ritornare
alla guerra di tutti contro tutti o se in ogni caso ci si vuole fare un'idea
della guerra di tutti contro tutti bisogna prendere come esempio la guerra
civile. Così, dopo aver descritto il rapporto di guerra generalizzata degli
individui tra loro, Hobbes dice: “Si può pensare per avventura che non ci
sia mai stato un tempo simile e neppure una condizione di guerra come
questa” (di cui ho appena parlato). “Credo che non ci sia mai stata in ge-
nerale in tutto il mondo”9. Dunque, lo stato di guerra di tutti contro tutti
non è una sorta di stato assolutamente primitivo attraverso cui sarebbe
passata tutta l'umanità e che essa avrebbe vissuto in una [fase] arcaica
della sua storia; questa guerra non ha uno statuto di universalità storica,
ciononostante per [Hobbes esistono] degli esempi spazialmente limitati e
storicamente determinati: “Ci sono molti luoghi in cui oggi si vive così”,
in questo stato di guerra; come fa, “in molti luoghi dell'America, il popo-
lo selvaggio […]. Comunque, si può avere la percezione di quale maniera
di vita ci sarebbe, se non ci fosse un potere comune da temere, guardando
alla maniera di vita in cui sono soliti degenerare, durante la guerra civile,
quegli uomini che hanno precedentemente vissuto sotto un governo paci-
fico”10.
La guerra civile è dunque un caso, storicamente determinato, di ri-
comparsa della guerra di tutti contro tutti. È una sorta di modello episte-
mologico a partire dal quale bisogna essere in grado di decifrare lo stato
di guerra di tutti contro tutti, necessario per comprendere la fondazione e
il funzionamento del sovrano. In Hobbes c'è dunque un esempio della
prossimità di queste due nozioni ed è peraltro indicativo vedere come gli
stessi che nel secolo successivo criticheranno la nozione di guerra di tutti

9 T. Hobbes, Le Léviathan. Traité de la matière, de la forme et du pouvoir de la républi-


que ecclésiastique et civile, trad. fr. di F. Tricaud, Sirey, Paris 1971 (ed. orig. Leviathan,
printed for Andrew Crooke, at the Green Dragon in St. Paul's Churchyard, 1651), cap.
XIII, p. 125; trad. it. a cura di R. Santi, Leviatano, con testo inglese e latino, Bompiani,
Milano 2001, p. 209. L'edizione francese è quella utilizzata e annotata da Foucault, che
svilupperà un'analisi di Hobbes in “Bisogna difendere la società”, cit., [lezione] del 14
gennaio 1976, pp. 32-33, e soprattutto [lezione] del 4 febbraio 1976, pp. 80 sgg.
10 T. Hobbes, Leviatano, cit., cap. XIII, p. 209.
contro tutti non criticheranno l'assimilazione della guerra civile alla guer-
ra di tutti contro tutti. Si negherà l'esistenza di qualcosa come una guerra
di tutti contro tutti in quanto stato originario o arcaico. Si rimprovererà a
Hobbes di aver fatto della guerra una sorta di modello dello stato di na-
turaa.
Ora, vorrei invece far vedere che questa assimilazione non è fondata,
quali conseguenze ha avuto e in che senso è avvenuta. L'impossibilità di
creare una continuità, di confondere la guerra civile e la guerra di tutti
contro tutti, mi sembra [evidente]b se consideriamo l'idea che Hobbes si
fa della guerra di tutti contro tutti.
È innanzitutto una dimensione naturale, universale dei rapporti tra
gli individui in quanto individui – l'individuo in quanto [egli stesso], nel
suo rapporto con gli altri, portatore c di questa possibilità permanente
della guerra di tutti contro tutti. Se infatti vi è guerra di tutti contro tutti,
è essenzialmente e innanzitutto perché gli uomini sono uguali negli og-
getti e negli scopi a cui mirano, e sono equivalenti nei mezzi con cui si
procurano quel che cercano. Sono, in certo modo, sostituibili gli uni agli
altri, ed è appunto per questo che cercano di sostituirsi gli uni agli altri e
che, quando qualcosa si offre al desiderio dell'uno, l'altro può sempre so-
stituirsi a lui, voler prendere il suo posto e appropriarsi di ciò che il pri-
mo desidera11. Questa sostituibilità degli uomini tra loro e questa conver-
genza di desideri caratterizzeranno la rivalità originaria 12. Se anche que-
sta rivalità non si desse, se anche ci fossero abbastanza cose nel mondo
per soddisfare tutti, se anche qualcuno si fosse impadronito di qualcosa
prima degli altri, non si può mai essere sicuri che qualcun altro non si so-
a Il manoscritto (fol. 3) aggiunge: “Qualche critica all'assimilazione: guerra civile = guer-
ra di tutti contro tutti”.
b Dattiloscritto (p. 24): “esplodere”.
c Manoscritto (fol. 3): “della possibilità di guerra civile”.
11 Cfr. ivi, pp. 201-203: “La natura ha fatto gli uomini così uguali nelle facoltà del corpo e
della mente […]. Da questa uguaglianza di abilità nasce l'uguaglianza della speranza di
ottenere i nostri scopi. Quindi, se due uomini qualsiasi desiderano la stessa cosa, che
però non può essere posseduta da entrambi, diventano nemici”.
12 Cfr. ivi, p. 205: “Nella natura umana troviamo tre cause principali di contesa. Per pri-
ma cosa, la competizione; secondariamente, la diffidenza; in terzo luogo, la gloria”.
stituirà a lui: ogni godimento, ogni possedimento resta quindi precario
proprio in funzione di questa quasi-uguaglianza. Perciò non ci può mai
essere proprietà o godimento che non comporti questa dimensione di dif-
fidenza, per cui ognuno sa bene che qualcun altro può sostituirsi a lui.
Se la diffidenza si aggiunge alla rivalità, abbiamo una seconda di-
mensione della guerra di tutti contro tutti13. Improvvisamente, non c'è
che un modo per riuscire a far tacere questa diffidenza e fermare questa
rivalità: quando uno di questi combattenti perpetui vince sugli altri gra-
zie a qualcosa come un sovrappiù di potenza, vale a dire che si appropria
non solo di un oggetto di godimento, ma anche di uno strumento per
conquistare questo oggetto, aumentando così la sua potenza rispetto agli
altri e uscendo dallo statuto schematico di un'uguaglianza data inizial-
mente agli uomini; sovrappiù di potenza da cui egli si aspetto un preciso
effetto, e cioè che nessuno cercherà più di sostituirsi a lui e potrà godere
tranquillamente di quel che ha, vale a dire che sarà rispettato.
L'aumento di potenza fa entrare gli uomini nel sistema dei segni, dei
marchi e il sovrappiù di potenza è essenzialmente destinato a instaurare
nei rapporti tra gli uomini questo marchio visibile [del] potere [di uno su-
gli altri]a. Questa volontà di imporre il rispetto è ciò che Hobbes chiama
“la gloria”: questa capacità di rispettare attraverso dei segni esteriori tutti
coloro che pretenderebbero di sostituirsi a lui14.
Gloria, diffidenza, rivalità sono le tre dimensioni, prettamente indivi-
duali, che costituiscono la guerra universale di tutti gli individui contro
tutti gli individui. Hobbes lo dice chiaramente: la guerra di tutti contro
tutti è “la conseguenza necessaria delle passioni naturali degli uomini” 15.
Lo stato di guerra è dunque essenziale all'individuo b e, se le cose stanno

13 Hobbes attribuisce la seconda causa della guerra di tutti contro tutti alla “diffidenza”
(ibid.), dopo aver discusso della “diffidenza reciproca” ( ibid.). Nel manoscritto, Fou-
cault aveva inizialmente scritto méfiance, ma poi cambia l'espressione in défiance (fol.
4).
a Dattiloscritto (p. 25): “del suo potere”.
14 T. Hobbes, Leviatano, cit., p. 205.
15 Ivi, cap. XVII, p. 275 (trad. modificata).
b Manoscritto (fol. 4): “Questo stato di guerra essenziale all'individuo è in un rapporto di
così, vuol dire che gli individui non scamperanno alla guerra solo per il
fatto di essere uniti in gruppo; sarebbe necessario ben più di un gruppo.
Hobbes dice che le famiglie non contano, la famiglia non impedisce che
all'interno della sua cerchia continui a infuriare la guerra di tutti contro
tutti: “In tutti i luoghi in cui gli uomini hanno vissuto in piccole famiglie,
rubare e saccheggiarsi l'un l'altro è stato un mestiere” 16. E non sarebbe
sufficiente passare da un piccolo gruppo a uno grande per scongiurare la
guerra: anche quando gli uomini si riuniscono in un gruppo numeroso,
“tuttavia, se le sue azioni sono dirette dai giudizi particolari e dagli appe-
titi particolari di ognuno dei suoi appartenenti, [esso] non può aspettarsi
con questo nessuna difesa e nessuna protezione, né contro un nemico co-
mune né contro i torti degli altri appartenenti” 17. Non è quindi dall'effet-
to di gruppo, da una sorta di interesse transitorio e reciproco che gli uo-
mini possono giungere a qualcosa come la fine della guerra”a.
Soltanto l'ordine civile, cioè la comparsa di un sovrano, farà cessare
la guerra di tutti contro tutti. È necessario che sia avvenuto il processo
per cui tutti i poteri di tutti gli individui sono trasferiti a uno solo o a
un'assemblea, e tutte le volontà ridotte a una sola 18. La guerra di tutti
contro tutti cessa solo nel momento in cui il sovrano è effettivamente co-
stituito grazie a questo transfert di potere. Se invece il potere si attenua, o
si disgrega, allora a poco a poco si ritorna allo stato di guerra: “Non esi-
ste più protezione per i sudditi che rimangono leali, allora lo stato è DIS-
SOLTO e ognuno è libero di proteggere se stesso a propria totale discre-
zione”19.

esclusione reciproca con la società civile. Dovunque non ci sia società civile, c'è guerra
di tutti contro tutti. I piccoli gruppi non si comportano in maniera diversa dagli indivi-
dui […]”.
16 Ivi, p. 277.
17 Ibid.
a Il manoscritto (fol. 5) aggiunge: “ma all'instaurazione di un ordine di tipo nuovo”.
18 Foucault, nel manoscritto (fol. 5), cita questo passaggio: “E questo ordine civile può es-
sere stabilito e insieme mantenuto soltanto da un potere, cioè trasferendo il potere degli
individui, 'tutto il loro potere e la loro forza a un solo uomo o a una assemblea di uomi-
ni, che possa ridurre tutte le loro volontà […] a un'unica volontà'” (ivi, pp. 281-283).
19 Ivi, cap. XXIX, p. 543.
Quindi la guerra civile è, in certo modo, lo stato terminale della dis-
soluzione del sovrano, così come la guerra di tutti contro tutti è lo stato
iniziale a partire da cui il sovrano può costituirsi. Finché esiste un sovra-
no, non c'è la guerra di tutti contro tutti e la guerra civile non può che
riapparire a fine corsa, quando il sovrano sparisce.

In secondo luogo, a questa concezione di guerra civile che sarebbe


una riapparizione della guerra di tutti contro tutti, credo vada contrap-
posta una concezione di guerra civile molto diversa dalla guerra di tutti
contro tutti, e per varie ragioni. Innanzitutto, credo che la guerra civile n
on metta in alcun modo in atto, a differenza di quanto possiamo trovare
in Hobbes, una virtualità che sarebbe essenziale ai rapporti tra gli indivi-
dui. Di fatto, non esiste guerra civile che non sia uno scontro fra elementi
collettivi: parentado, clientele, religioni, etnie, comunità linguistiche,
classi ecc. È sempre attraverso le masse, attraverso elementi collettivi e
plurali, che la guerra civile al tempo stesso nasce, si dispiega e si esercita.
Di conseguenza, essa non è affatto la dimensione naturale dei rapporti
tra individui in quanto individui: gli attori della guerra civile sono sempre
dei gruppi in quanto gruppi. A maggior ragione, la guerra civile non solo
mette in scena degli elementi collettivi, ma li costituisce. Lungi dall'essere
il processo con cui si ridiscende dalla repubblica all'individualità, dal so-
vrano allo stato di natura, dall'ordine collettivo alla guerra di tutti contro
tutti, la guerra civile è il processo attraverso cui e grazie a cui si costitui-
scono nuove collettività, che fino a quel momento non erano ancora ve-
nute alla luce. Come si sarebbe costituiti alla fine del Medioevo i contadi-
ni in quanto comunità ideologica, di interessi e classe sociale, se non at-
traverso i processi di guerra civile, di insurrezione popolare che, dal XV
secolo fino alla metà del XVIII, hanno scosso l'Europa e hanno [formato]
questa classe contadina che ha acquisito unità proprio col processo della
guerra civile? Allo stesso modo, da una parte la molteplicità e dall'altra
l'evoluzione politica ed economica di queste sommosse di piazza che han-
no infiammato il XVIII secolo – e che a poco a poco si sono trasformate
in sommosse per il salario e poi in sedizioni politiche –, tutto ciò ha dato
coesione, ha fatto apparire come una forza unitaria e collettiva questo
popoloa che sarà uno dei personaggi essenziali della Rivoluzione: ciò che
si è effettivamente costituito attraverso i processi di guerra civile è il san-
culottismo.
Quindi non bisogna affatto vedere la guerra civile come qualcosa che
dissolverebbe l'elemento collettivo dalla vita degli individui e li riporte-
rebbe a qualcosa come una loro individualità originaria. La guerra civile,
al contrario, è un processo i cui personaggi sono collettivi e il cui effetto è
un'ulteriore apparizione di nuovi personaggi collettivi. Inoltre, a differen-
za di quanto ammetta normalmente la teoria politica, la guerra civile non
è anteriore alla costituzione del potere; e non è nemmeno ciò che ne se-
gna per forza la sparizione o l'indebolimento. La guerra civile non è una
sorta di antitesi del potere, che esisterebbe prima o che riapparirebbe in
seguito. Non è un rapporto di esclusione con il potere. La guerra civile si
dà soltanto nell'elemento del potere politico costituito; essa si svolge per
preservare o per conquistare il potere, per confiscarlo o trasformarlo.
Non è ciò che in maniera pura e semplice ignora o distrugge il potere, al
contrario si appoggia sempre su degli elementi del potereb.
D'altra parte, si potrebbe cercare di descrivere una serie di procedure
specifiche della guerra civile, proprio in funzione del gioco che essa in-
trattiene con il potere. Primo puntoc, allora: si impadronisce di alcuni
frammenti di potere, non per abolirli e ritornare a qualcosa come la guer-

a Manoscritto (fol. 6): “il 'popolo minuto': quelli che saranno i sanculotti”.
b Manoscritto (fol. 7):
“su degli elementi, dei segni, degli strumenti di potere; essa ricostituisce o fa nascere un
potere nella misura stessa in cui ne intacca un altro. Moltiplica il potere: dà al potere un
doppio, un riflesso (in una sorta di simmetria pericolosa) o al contrario dà origine a un
potere completamente diverso”.
c Manoscritto (fol. 7), note a margine:
“1. Si appropria di questi frammenti (sommosse di piazza)
2. Ne inverte il meccanismo (giustizia)
3. Ne riattiva le forme antiche
4. Ne attiva i simboli
5. Ne realizza il mito”.
ra di tutti contro tutti, ma al contrario per riattivarli. Prendiamo [per
esempio] le sommosse di piazza del XVIII secolo 20: quando si scatena
un'insurrezione a causa della scarsità dei cereali e quindi per l'aumento
del loro prezzo e di quello del pane, ciò che avviene non è il ritorno a
un'appropriazione indistinta e violenta da parte degli individui di tutto
quanto potevano effettivamente prendersi. Queste sommosse obbedisco-
no a uno schema quasi costante. Si tratta dell'appropriazione, da parte di
un certo numero di persone, non direttamente del grano, ma delle forme,
dei processi, dei riti del potere. In Inghilterra, i rivoltosi riattivano i vecchi
regolamenti della fine del XVI secolo, in base ai quali il grano non poteva
essere venduto al mercato ai grossi acquirenti prima di essere stato offer-
to ai piccoli acquirenti, che compravano al loro prezzo la quantità di cui
avevano bisogno per vivere. Questa priorità data ai piccoli acquirenti era
una forma normale stabilita dalla monarchia inglese alla fine del XVI se-
colo21. La sommossa consisteva nel riprendersi questo potere e riattivarlo.
20 Il dattiloscritto (p. 29) indica questo riferimento: “(cfr. Thompson, su 'Past and
Present', 1971)”. Foucault allude qui al celebre articolo dello storico marxista inglese,
Edward P. Thompson, che era appena stato pubblicato: The Moral Economy of the En-
glish Crowd in the Eighteenth Century, in “Past and Present”, n. 50, febbraio 1971, pp.
76-136. Secondo Daniel Defert, Foucault aveva una conoscenza approfondita dei lavori
di Thompson, in particolare di The Making of the English Working Class , Victor Gol-
lancz, London 1963; trad. it. di B. Maffi, Rivoluzione industriale e classe operaia in In-
ghilterra, il Saggiatore, Milano 1969 (sugli artigiani e la classe operaia inglese tra il
1780 e il 1832). Riguardo a questi temi, Foucault si basava anche sul lavoro di Paul Bois,
in particolare: Paysans de l'Ouest. Des structures économiques et sociales aux options
politiques depuis l'époque révolutionnaire dans la Sarthe, Mouton, Le Mans 1960; trad.
it. di L. Accati, Contadini dell'ovest. Le radici sociali della mentalità controrivoluziona-
ria, Rosenberg & Sellier, Torino 1975.
21 Foucault svilupperà la questione della polizia dei cereali come prototipo della discipli-
na nel contesto francese: cfr. Sécurité, territoire, population. Cours au Collège de Fran-
ce, 1977-1978, a cura di M. Senellart, Gallimard-Seuil, Paris 2004; trad. it. di P. Napoli,
Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978) , Feltrinelli,
Milano 2005, lezione del 18 gennaio 1978, pp. 32-48; lezione del 29 marzo 1978, in par-
ticolare pp. 229-239; lezione del 5 aprile 1978, in particolare pp. 242-249. La polizia dei
cereali descritta da Foucault (ivi, pp. 34-35), “questa grande polizia sovra-regolamenta-
tiva” (ivi, p. 257), diverrà sinonimo o illustrazione della disciplina e antonimo della “si-
curezza”. Descrivendo i regolamenti della polizia dei cereali raccolti da Delamare e Fré-
minville, Foucault dirà: “Siamo nel mondo del regolamento, nel mondo della
disciplina” (ivi, p. 247), e nel manoscritto del corso aggiungerà: “E infatti i grandi trat-
tati pratici di polizia sono delle raccolte di regolamenti” (ivi, p. 247, nota *).
Allo stesso modo, le ispezioni sui cereali effettuate presso i fornai, i mu-
gnai e nelle fattorie, che avrebbero dovuto essere compito degli agenti del
potere, ma che essi non garantivano per una serie di ragioni legate ai rap-
porti tra potere politico e interessi economici, venivano fatte dalla gente
stessa durante le sommosse. Un movimento rivoltoso, quindi, non consi-
ste soltanto nel distruggere gli elementi del potere, quanto nell'impadro-
nirsene e nel farli funzionare.
Si potrebbe anche dire – secondo punto – che, nelle insurrezioni, que-
sti rapporti di potere non vengono solo riattivati, ma rovesciati, vale a
dire che si esercitano in un'altra direzione. I massacri di settembre duran-
te la Rivoluzione francese sono stati, infatti, una specie di giustizia rove-
sciata, vale a dire la ricostituzione di un tribunale.
Terzo punto: vi è lo schema della riattivazione, poiché si protestava
contro l'inerzia del supposto tribunale rivoluzionario che si era stabilito
poche settimane prima. Lo si rovescia, perché davanti a questo tribunale
popolare si fanno passare coloro che, per determinazione politica, erano
destinati a sfuggire al tribunale. Quindi, si faranno passare a giudizio tut-
ti coloro che erano in prigione proprio per sfuggire al tribunale rivoluzio-
nario: aristocratici, preti. Vi è dunque uno schema di appropriazione, di
riattivazione e di inversione del rapporto di potere.
Quarto punto: in questi fenomeni di insurrezione si potrebbe trovare
anche qualcosa che potremmo chiamare l'effettuazione, l'attivazione dei
simboli stessi del potere. Come nel caso della rivolta contadina dei Piedi
scalzi22, che ha coinvolto tutta la Normandia e si è data i segni espliciti

22 La rivolta dei “Piedi scalzi” (“Nu-pieds”, o a volte “Va-nu-pieds”) scoppiò durante l'e-
state del 1639 in Normandia. Foucault aveva dedicato a questa rivolta sei lezioni del
corso sulle “teorie e istituzioni penali”. Essa fu una rivolta contro il sistema fiscale e
amministrativo, innescata dall'instaurazione della gabella – tassa sul sale – sotto Luigi
XIII in diverse regioni della provincia, e fu duramente repressa nel 1640; cfr. B. Porch-
nev, Les soulèvements populaires en France de 1623 à 1648 , SEVPEN, Paris 1963, pp.
303-502 (ried. Flammarion, Paris 1972); trad. it. di Rigotti (dell'ed. Flammarion), Lotte
contadine e urbane nel grand siècle, Jaca Book, Milano 1998, pp. 55-147. Foucault af-
fronterà la delinquenza contadina e l'illegalismo popolare in Sorvegliare e punire, cit.,
p. 92, dove indicherà come testi di riferimento: Q. Festy, Les délits ruraux et leur répres-
sion sous la Révolution et le Consulat. Étude d'histoire économique, Librairie M. Riviè-
del potere più legittimo, con un sigillo, uno stendardo, dei simboli propri,
rifacendosi addirittura alla monarchia legittima.
In certi casi – quinto punto – vi era perfino la realizzazione di un
mito del potere. In alcune occasioni, infatti, la guerra civile si svolge in
modo essenzialmente collettivo, senza centralizzazione, senza l'organizza-
zione di un potere unico. Spesso vediamo questi movimenti che effettua-
no [la loro stessa] centralizzazione politica al livello del mito a. Così, i Pie-
di scalzi, movimento senza un comando unico, spontaneo, pur essendosi
trasmesso di villaggio in villaggio, si erano inventati un capo, un'organiz-
zazione puramente miticab, che però, in quanto mito, ha funzionato al-
l'interno del movimento popolare: Jean Nu-pieds, circondato dai suoi
consiglieri, questo capo mitico di cui gli iniziatori reali del movimento si
facevano passare per rappresentanti23. Possiamo osservare uno schema
identico nel movimento luddistac, all'inizio del XIX secolo, in cui si ritro-
va la stessa realizzazione del mito del potere 24. È un movimento sviluppa-
re, Paris 1956; M. Agulhon, La vie sociale en Provence intérieure au lendemain de la Re-
volution, Société des études robespierristes, Paris 1970; Y.-M. Bercé, Croquants et Nu-
pieds. Les soulèvements paysans en France du XVIe au XIXe siècle, Gallimard, Paris
1974, p. 161. Per una pubblicazione più recente, cfr. J.-L. Ménard, La révolte des Nu-
pieds en Normandie au XVIIe siècle, Éd. Dittmar, Paris 2005.
a Dattiloscritto (p. 31): “la centralizzazione politica del loro stesso movimento”.
b Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “che si dà un 'quasi-re' con stendardo, sigillo, generali,
decreti:
– sia altro Re,
– sia servitore del Re”.
23 L'esistenza del “generale Jean Nu-Pieds”, nome con cui venivano firmati numerosi or-
dini inviati in Normandia, è stata oggetto di numerosi dibattiti sull'affidabilità di fonti
contraddittorie. Boris Porchnev, passando in rassegna diverse ipotesi, conclude: “Non
abbiamo prove sufficienti per affermare che Jean Nu-Pieds fosse un personaggio imma-
ginario”. Reale o immaginario che fosse, è associato a un timbro – due piedi scalzi so-
pra una falce – e a un luogo di residenza, accanto alle mura della città di Avranches.
Cfr. B. Porchnev, Les soulévements populaires en France de 1623 à 1648 , cit., pp. 320-
327.
c Manoscritto (fol. 7): “Es[empio] dei luddisti: due operai travestiti da donna che si pre-
sentano come le due spose del 'mitico' John Ludd”.
24 La rivolta “luddista” ha preso la forma di un movimento che tra il 1811 e il 1813 di-
struggeva i macchinari dell'industria tessile – soprattutto i telai – nelle Midlands, nello
Yorkshire e nel Lancashire. Cfr. E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe opera-
ia in Inghilterra, cit.,; E.J. Hobsbawm, Les briseurs de machine, in “Revue d'histoire
moderne et contemporaine”, vol. LIII-LIV bis, supplemento 2006, pp. 13-28. Sugli scrit-
tosi nella congiunzione tra il mondo operaio e il mondo contadino, nel
momento in cui si stava costituendo una classe operaia. Ora, lungo tutto
questo movimento si ritrova il mito di un personaggio, Ludd, che sarebbe
stato il capo, il potere centralizzato del movimento, mito che ha avuto
una funzione organizzatrice molto precisa25. Vi è come la messa in scena
di un potere vacante, di un potere mitico che ha attraversato e al tempo
stesso ha lavorato tutto questo discorso.
Quindi la guerra civile non può essere considerata in nessun caso
come qualcosa di esterno al poterea, che sarebbe interrotto da esso, ma
come una matrice all'interno della quale operano gli elementi del potere,
si riattivano, si dissociano, ma nel senso in cui delle parti si staccano le
une dalle altre, senza tuttavia perdere la loro funzione, in cui il potere si
rielabora, riprende in forma mitica delle forme antiche. Non si dà guerra
civile senza lavoro del potere, lavoro sul potere.
In terzo luogo, si potrebbe dire che c'è almeno una zona in cui è pos-
sibile riconoscere un'antitesi tra il potere e la guerra civile: è il livello del
potere stabilito, che è appunto ciò che rigetta al di fuori di sé ogni guerra
civile. La guerra civile è proprio ciò che lo minaccia dall'esterno b. In real-
tà, si potrebbe far vedere al contrario che la guerra civile è ciò che osses-
siona il potere, lo ossessiona non nel senso di una paura, ma nella misura
in cui la guerra civile abita, attraversa, anima, investe il potere da ogni

ti del movimento luddista, cfr. K. Binfield (a cura di), Writings of the Luddities, Johns
Hopkins University Press, Baltimore (Md.) 2004.
25 L'unità del movimento luddista si è definita in gran parte con la rivendicazione comu-
ne, in regioni differenti, della figura del “generale Ludd” – a volte qualificato anche
come re o capitano –, verosimilmente ispirata a un'espressione regionale per designare
un distruttore di macchine, in riferimento a un uomo di nome Ned Ludd che nel 1779
avrebbe sfasciato un telaio del suo datore di lavoro a Leicester. Cfr. K. Navickas, The
Search for “General Ludd”: The Mythology of Luddism, in “Social History”, n. 3, vol.
XXX, 2005, pp. 281-295; P. Minard, Le retour de Ned Ludd. Le luddisme et ses inter-
prétations, in “Revue d'histoire moderne et contemporaine”, n. 1, vol. LIV, gennaio-
marzo 2007, pp. 242-257.
a Manoscritto (fol. 7): “La guerra civile non è né anteriore né esteriore al potere”.
b Il manoscritto (fol. 8) inizia il paragrafo in questo modo: “Non è antitetica a ogni pote-
re stabilito? Ciò che lo minaccia? Il suo pauroso antagonista? Ciò che rischia di capitar-
gli dall'esterno come un pericolo assoluto?”.
parte. Ne abbiamo i segni precisi sotto forma di questa sorveglianza, di
questa minaccia, di questo possesso della forza armata, insomma di tutti
gli strumenti di coercizione che il potere effettivamente stabilito detiene
per esercitarla. L'esercizio quotidiano del potere deve poter essere consi-
derato come una guerra civile: esercitare il potere è in certo modo prati-
care la guerra civile, e tutti questi strumenti, queste tattiche che si posso-
no individuare, queste alleanze devono essere analizzabili in termini di
guerra civilea.
Per un'analisi della penalità è importante rendersi conto che il potere
non è ciò che sopprime la guerra civile, ma ciò che la pratica e la conti-
nua. E se è vero che la guerra esterna è il prolungamento della politica,
bisogna dire, viceversa, che la politica è la continuazione della guerra ci-
vile26. Di conseguenza, bisogna rifiutare l'immagine [proposta da] Hob-
bes che, con l'apparizione dell'esercizio del [potere] sovrano, espelleva la
guerra dallo spazio di [quest'ultimo]b.

***

[Ora vorrei passare dal tenore della nozione di guerra civile allo] sta-
tuto del criminale. A partire dal XVIII secolo, si formula l'idea che il cri-

a Il manoscritto (fol. 8) aggiunge: “anche sotto forma di alleanze tra gruppi al potere, o
tra beneficiari del potere”.
26 Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, cit., p. 184; Id., “Bisogna difendere la società”,
cit., [lezione] del 7 gennaio 1976, p. 22 e [lezione] del 21 gennaio 1976, p. 54.
b Foucault riassume qui un lungo passaggio del manoscritto (foll. 8-9) che dice:
L'immagine di Hobbes (la guerra, espulsa dalla società civile, regna soltanto alle fron-
tiere come una spada rivolta contro i nemici dello Stato) va rifiutata.
Anche la guerra civile è condotta intorno al potere (e ai suoi strumenti), contro di esso,
per sfuggirgli o rovesciarlo o confiscarlo; per servirsi di esso, per assoggettarlo meglio e
renderlo più utilizzabile, per stabilire così un dominio il cui potere politico non è altro
che un aspetto o uno strumento.
Per il momento lasciare da parte due problemi:
– potere/Stato;
– guerra civile/l[otta] di classe.
Cosa significa il progetto: analizzare la penalità, non
– sotto il segno della guerra di tutti contro tutti, ma
– sotto il segno della guerra civile”.
mine non sia semplicemente una colpa, questa categoria di colpe che im-
plicano un danno per l'altro, e sia invece ciò che nuoce alla società, vale a
dire un gesto con cui l'individuo, rompendo il patto sociale che lo lega
agli altri, entra in guerra contro la sua stessa società. Il crimine è un atto
che riattiva in modo senz'altro provvisorio e istantaneo la guerra di tutti
contro tutti, cioè di uno contro tutti. Il criminale è il nemico sociale a e di
colpo la punizione non più essere né il risarcimento del danno causato al-
l'altro, né il castigo della colpa, ma una misura di protezione, di contro-
guerra che la società assume nei suoi confronti27. Si può fare riferimento
ai teorici del XVIII secolo nei quali vediamo effettuarsi il riequilibrio del-
la nozione di crimine intorno a quella di ostilità sociale. Da cui la nozio-
ne di una pena che va misurata non sull'importanza della colpa o del
danno, ma su quel che è utile per la società. Per essa è importante che i
suoi nemici siano padroneggiati, che non si moltiplichino. Bisogna quindi
impadronirsene, impedire loro di nuocere. È quanto si trova in Beccaria 28,
ma anche in Paley, in Inghilterra, che scriveva: “Se l'impunità del delin-
quente non fosse pericolosa per la società, non ci sarebbe ragione di puni-

a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge: “(nemico, 'straniero' ma non esterno)”.


27 Cfr. M. Foucault, “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 132-133.
28 Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, Livorno 1764; trad. fr. dell'abate A. Morellet,
Traité des délits et des peines, traduit de l'italien, d'après la troisième édition, revué,
corrigée et augmentée par l'Auteur, Lausanne 1766; ried. Des délits et des peines, trad.
fr. di M. Chevallier; prefazione di R. Badinter, Flammarion, Paris 1991 [Droz, Genève
1965]. La prima traduzione, dell'abate Morellet, cambia molto liberamente l'ordine dei
capitoli e la distribuzione dei paragrafi; la riedizione del 1991 è fedele all'ordine della
quinta e ultima edizione, curata personalmente da Beccaria. Cfr. B.E. Harcourt, “Bec-
caria, Dei delitti e delle pene ”, in O. Cayla e J.-L. Halpérin (a cura di), Dictionnaire des
grandes œuvres juridiques, Dalloz, Paris 2008, pp. 39-46. Nel manoscritto (fol. 10), Fou-
cault aggiunge: “Beccaria: la pena deve essere misurata a quel che è utile per la società
(utile per la sua difesa), // – affinché il suo nemico non ricominci, sia dominato; // – af-
finché non si risveglino altri nemici”. Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, a cura di
F. Venturi, Einaudi, Torino 2007, “A chi legge”, p. 6 (definizione del giusto e dell'ingiu-
sto nei termini “dell'utile o del danno della società”); cap. II, p. 12: “Il diritto del sovra-
no di punire i delitti [è fondato] sulla necessità di difendere il deposito della salute pub-
blica dalle usurpazioni particolari”; cap. XII, p. 31: “Il fine delle pene […] non è altro
che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal far-
ne uguali”.
re”29. La punizione, dunque, si stabilisce a partire da una definizione del
criminale come colui che fa la guerra alla societàa.
Ora, questo tema teorico risulta in correlazione con tutta una pratica
giudiziaria che, a dire il vero, è molto più antica rispetto a esso.
Sebbene i teorici del XVIII secolo facciano derivare infatti questa de-
finizione di criminale come colui che nuoce alla società da un discorso
teorico-politico coerente, si era vista nascere già nel Medioevo, attraverso
le istituzioni, una pratica che in certo modo anticipava questo tema teori-
co: l'azione pubblica – cioè il fatto che un crimine potesse essere persegui-
to dai rappresentanti dell'autorità, anche a prescindere dalla denuncia
sporta dalla vittima – aveva finito per raddoppiare, rilevare, in alcuni casi
sostituire l'azione privata di vendetta o di risarcimento che la vittima po-
teva aspettarsi, e che nel Medioevo, per esempio, era prevalente nel siste-
ma germanico30. Questa azione pubblica è effettuata dal personaggio isti-
tuzionale del procuratore o dall'avvocato del re, i quali reclamavano un

29 W. Paley, “Of Crimes and Punishments”, libro VI, cap. IX, in The Principles of Moral
and Political Philosophy, R. Faulder, London 1785, p. 526: “What would it be to the ma-
gistrate that offences went altogether unpunished, if the impunity of the offenders were
followed by no danger or prejudice to the commonwealth?”. William Paley (1743-1805),
teologo britannico, era un pensatore utilitarista della penalità, molto vicino alle tesi di
Beccaria e precursore di Bentham in ambito penale. Paley era noto soprattutto come
autore delle “prove storiche a favore della cristianità” (A View of the Evidence of Chri-
stianity, London 1794), e di una Teologia naturale / Natural Theology (London 1802;
trad. it. Roma 1808), che sviluppa un'analogia del mondo come orologio, necessaria-
mente regolato da un orologiaio (watchmaker). Nel manoscritto (fol. 11), accanto al
nome di Paley, Foucault aggiunge: “(rigorista); probabile allusione all'inflessibile esigen-
za che la pena sia misurata secondo il metro della sua utilità per la società, dottrina che
Leon Radzinowicz ha chiamato “dottrina della massima severità”; cfr. L. Radzinowicz,
A History of English Criminal Law and its Administration from 1750 , vol. I: The Mo-
vement for Reform, Stevens & Sons, London 1948, p. 231: “The Doctrine of Maximum
Severity”.
a Il manoscritto (fol. 11) aggiunge:
“Tema che si ritrova modellato in tutta la teoria penale [fino al] XX secolo. È vero che
questo tema del crimine come rottura del patto, del criminale come [colui che è] in
guerra con la società, nemico sociale, è stato trascritto nel vocabolario di una teoria po-
litica più o meno derivata da Hobbes. Diciamo comunque che l'enunciato del crimine
come attacco contro la società civile nella sua interezza è derivabile da una certa teoria
politica del patto sociale”.
30 Cfr. supra […].
castigo in nome del sovrano, perché a partire dal Medioevo il sovrano
non appare più semplicemente sulla scena della giustizia come il giusti-
ziere supremo, colui al quale, in ultima istanza, si può fare appello, ma
come il responsabile dell'ordine, la cui autorità è stata lesa dal disordine
o dal crimine e che, in quanto sovrano leso, può costituirsi come accusa-
tore31. Così, nella pratica penale, per molto tempo il sovrano, sostituen-
dosi al singolo avversario del criminale, si metteva di fronte a lui. E in
nome dell'ordine e della pace che si supponeva facesse regnare, dichiara
che il criminale l'ha offeso proprio perché si è posto in uno stato di guer-
ra “selvaggia” con un individuo attaccandolo indipendentemente dalle
leggia.
Vi sono quindi due processi che, a un certo livello dell'analisi, posso-
no essere intesi come indipendenti l'uno dall'altro: in primo luogo, un
processo di derivazione teorica, che conduce da una concezione à la Hob-
bes della guerra di tutti contro tutti, dal patto sociale alla guerra civile e
infine al crimine; in secondo luogo, un processo di derivazione istituzio-
nale, più antico (dal XVI al XVIII secolo), che parte dal controllo del po-
tere monarchico sulle controversie giudiziarie e porta all'istituzionalizza-
zione di alcuni personaggi e di un certo numero di regole di diritto che fa-
ranno risultare il criminale come il nemico del sovrano della societàb.
C'è inoltre una [sorta] di “elemento” – il crimine-ostilità sociale, il
criminale-nemico pubblico – che non è né un elemento teorico né un ele-
mento istituzionale o pratico, bensì l'elemento che scambia, che connette
queste due serie, una delle quali conduce all'idea che il criminale è in

31 Cfr. J.R. Strayer, Le origini dello stato moderno, cit., pp. 78-81. Nel manoscritto (fol.
12) Foucault aggiunge: “il fatto che l'imposizione e l'esecuzione della pena non siano
più assicurate o controllate dalla parte lesa, ma soltanto dall'autorità statale”. Sulla no-
zione di sovranità che in quest'epoca appare strettamente associata all'esecuzione della
giustizia, cfr. J.R. Strayer, Le origini dello stato moderno, cit., pp. 85-92 e 99-101.
a Il manoscritto (fol. 12) aggiunge: “Dichiarerà quindi una guerra pubblica e insieme giu-
diziaria, sotto forma di un'azione pubblica di giustizia”.
b Il manoscritto (fol. 13) aggiunge:
“Due derivazioni che finiscono per incontrarsi in un punto significativo. E la loro con-
giunzione definisce un 'elemento' che non è né puramente istituzionale né puramente
teorico”.
guerra con la società, l'altra che conduce alla confisca della giustizia pe-
nale da parte del potere monarchico. Questo elemento svolge la funzione
di scambiatore tra le due serie e sarà la chiave di volta di numerosi effetti,
alcuni dei quali teorici, altri pratici, altri epistemologici, per l'intero arco
del XIX secolo. Dalla fine del XVIII secolo, infatti, viene impiantata tut-
ta una serie di istituzioni che per l'appunto istituiranno il personaggio del
criminale come nemico sociale e lo definiranno come tale nella pratica a:
le istituzioni della procura, dell'istruzione, del procedimento, l'organizza-
zione di una polizia giudiziaria, che permetteranno all'azione pubblica di
mettersi in moto a buon diritto; la giuria, per esempio, esisteva già in In-
ghilterra, ma inizialmente era il diritto di essere giudicati dai propri pari,
mentre la giuria che vediamo funzionare nel XIX secolo è l'istituzione che
contraddistingue il diritto che ha la società di giudicare da sé (o attraver-
so i suoi rappresentanti) chi si è messo in posizione di conflitto con essa.
Essere giudicati da una giuria non vuole più dire essere giudicati dai pro-
pri parib, ma essere giudicati in nome della società dai suoi rappresentan-
ti.
C'è anche tutta una serie di effetti di sapere concentrati intorno al-
l'apparizione del criminale come individuo “in rottura con la società” c, ir-
riducibile alle leggi e alle norme generali. A partire da questa connessio-
ne, quindi, vediamo costituirsi la possibilitàd di una presa psicopatologi-

a Il manoscritto (foll. 13-14) precisa:


“– la predisposizione di strumenti che permetteranno l'avvio dell'azione pubblica e so-
sterranno il suo svolgimento
affinché l'azione pubblica non si limiti a proseguire l'azione privata,
affinché possa essere efficace;
da cui essenzialmente l'organizzazione di una polizia, o ancora
– la creazione di istituzioni come la giuria”.
b Il manoscritto (fol. 14) aggiunge: “o da alcuni arbitri”.
c Manoscritto (fol. 14): “'individuo in rottura con la società', 'in guerra con la società',
'nemico della società'”.
d Manoscritto (fol. 14):
“la possibilità di analizzare l'individuo criminale in termini di disadattamento sociale;
di inferiorità o di esteriorità rispetto alle esigenze della razionalità sociale e collettiva. Il
criminale come straniero rispetto alla società, alle sue norme, ai suoi valori, ai suoi si-
stemi”.
ca o psichiatrica sul criminale. Egli è infatti qualcuno che è irriducibile
alla società, incapace di adattamento sociale, in un rapporto di aggressi-
vità costante verso la società, estraneo alle sue norme e ai suoi valori. In-
torno al fenomeno della criminalità potranno allora nascere discorsi e
istituzioni come quelli che si organizzano sotto il nome di “psicopatolo-
gia della devianza”a.
In questi effetti epistemici, ci sarà [inoltre] la possibilità di un'analisi
da parte della società stessa della produzione dei suoi nemici b: come può
essere che una società giunga a un tale livello di crimine e di scomposizio-
ne da produrre una quantità così elevata di nemici? Si vede qui come si si-
tua, come si fissa la possibilità di una sociologia della criminalità come
patologia socialec 32.
Questa specie di connettore che costituisce il criminale come nemico
sociale è in realtà uno strumento con cui la classe al potere trasferisce alla
società sotto forma di giuria, o alla coscienza sociale con l'intermediazio-
ne di tutti questi relais epistemici, la funzione di rigettare il criminale.
Questa esclusione, che io non considero una funzione fondamentale,

a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “Così si disegna la possibile presa sulla penalità di di-
scorsi come quelli della psicopatologia, psichiatria, psicologia della devianza”.
b Manoscritto (fol. 15): “Inversamente (e in correlazione a questo), analisi della produzio-
ne da parte di una società di individui che per essa sono al tempo stesso stranieri e ne-
mici”.
c Il manoscritto (fol. 15) aggiunge:
“Il crimine malattia sociale, attraverso cui la società si scompone, crea proprio ciò che
si oppone a essa, che l'attaccherà. O al contrario il livello della criminalità può essere
analizzato come ciò che indica una soglia molto bassa dell'intollerabile: una sensibilità
molto acuta.
E, a partire da questi effetti epistemici, altri effetti pratici:
– terapia del reinserimento sociale;
– sorveglianza della delinquenza virtuale.
In breve, la costituzione di un intero campo epistemologico e pratico della
delinquenza”.
32 La menzione di una “soglia molto bassa dell'intollerabile” riecheggia le indagini riunite
sotto il titolo Intolerable del Groupe d'information sur les prisons, di cui Foucault nel
1971 fu uno dei cofondatori. Cfr. P. Artières, L. Quéro, M. Zancarini-Fournel (a cura
di), Le Groupe d'information sur les prisons. Archives d'une lutte, 1970-1972 , Institut
Mémoires de l'édition contemporaine/IMEC, Paris 2003; M. Foucault, “Io scorgo l'in-
tollerabile”, cit., pp. 51-52.
come dicevo, è ciò che la classe al potere vuole che proprio coloro ai quali
ha apparentemente trasferito la funzione di giudicare o di castigare met-
tano in atto, nei loro gesti o nella loro coscienza. Voglio fare l'analisi cri-
tica di questa sociologizzazione del criminale come nemico sociale, i cui
effetti comandano a tutt'oggi la pratica penale, la psicopatologia della
delinquenza e la sociologia della criminalitàa.

a Il dattiloscritto termina qui. Il manoscritto contiene cinque fogli supplementari (foll.


16-20) con il seguente contenuto:
“Non si tratta di far vedere che in principio ci sarebbe stata una teoria del criminale
come nemico sociale, come individuo che ritorna spontaneamente alla guerra di tutti
contro tutti, a cui sarebbero seguite, come conseguenze, nuove istituzioni, nuove leggi,
nuovi codici, nuovi temi scientifici o epistemici.
a – Il criminale-nemico non è un principio teorico, un assioma formulato da un discor-
so, o presupposto da una pratica.
È un elemento che non possiamo localizzare esattamente né da una parte né dal-
l'altra.
Ma che circola dall'una all'altra, che passa da una all'altra.
Non è né un assioma teorico, né un principio pratico.
È un trascrittore, uno scambiatore.
Prova: È lui che permette che un'istituzione come l'azione pubblica (messa in atto per
ragioni politiche e fiscali) sia trasposta nella teoria penale sotto forma di principio: il
crimine non lede soltanto la vittima ma la società; l'interesse della società è di essere
rappresentata nell'azione del procedimento; e di assumersene l'iniziativa.
È questo scambiatore che nella teoria penale fa del procuratore (agente della fi-
scalità regia) il rappresentante della società.
È ancora lui che fa della pena definita dai codici una misura di protezione della
società (nei termini della teoria penale).
È sempre lo scambiatore a permettere che il criminale (perseguito dal rappresen-
tante della società e condannato a suo nome) divenga descrivibile in termini (psicologi-
ci, psichiatrici) di individuo a-sociale.
È ciò che permette di passare da un registro all'altro, da un sistema all'altro; non
il codice di traduzione, ma l'elemento che permette l'applicazione di un codice a un al-
tro (dal codice pratico al codice teorico, al codice epistemico). È ciò che permette tutti
gli effetti di ritorno di questi passaggi e di queste trasposizioni. È l'intermediario univer-
sale.
b – Osservazioni riguardo allo scambiatore.
È ciò che viene sempre detto.
– Sempre detto: è detto esplicitamente nei testi, nelle leggi, nelle teorie. È presup-
posto nelle pratiche, nelle decisioni, nelle istituzioni. È connotato in alcune immagini
letterarie. Non è il non-detto; è il più-che-detto. L'eccessivamente detto.
– Ma in questo eccesso, non è mai fissato: non è un principio da cui deriva il re-
sto; non è una conclusione. Gioca entrambi i ruoli: è sia rappresentazione, sia un princi-
pio pratico.
È un'affermazione permanente.
Non è un'asserzione collocabile in un punto preciso di un discorso.
Lo scambiatore è ciò che assicura la coerenza e la relativa sistematicità di elemen-
ti eterogenei (per esempio:
• la pratica penale
• la teoria del diritto criminale
• i codici
• il discorso psichiatrico, sociologico).
Ma questi effetti di rinforzo, di stabilizzazione sono legati a meccanismi di limi-
tazione e di chiusura.
Così: nella misura in cui il personaggio del procuratore potrà essere trascritto
(nei termini della teoria penale) come rappresentante della società, non è più possibile
leggere in lui l'agente di un potere centralizzato che cerca di fiscalizzare a suo vantaggio
le controversie.
Non è nemmeno più possibile leggerlo come l'agente di una classe che detiene il
potere.
Allo stesso modo: nella misura in cui la sociologia della delinquenza descrive, nel
suo vocabolario, la pratica dell'azione pubblica a partire dallo scambiatore (criminale-
nemico), è chiaro che la teoria psicologica non potrà mai rivalutare da cima a fondo la
pratica penale, qualunque siano le critiche che le vengono mosse.
Lo scambiatore è dunque
– la forma che prende l'oscurità intrinseca di una pratica, la sua stessa impermea-
bilità ai discorsi che pretendono sia di fondarla in una teoria sia di chiarirla scientifica-
mente;
– la forma che prende l'impotenza, l'inefficacia, l'inapplicabilità, insomma il non-
potere del sapere e della teoria. Il loro stato di rottura e di inerzia speculativa”.
Lezione del 17 gennaio 1973

L'apparizione del criminale come nemico sociale. Individuazione


delle prime manifestazioni nella storia. (I) L'analisi economica della de-
linquenza nel XVIII secolo sviluppata dai fisiocrati. Le Trosne, Mémoire
sur les vagabonds (1764): più che una propensione psicologica come l'o-
zio o un fenomeno sociale come la mendicità, il vagabondaggio è la ma-
trice del crimine e un flagello per l'economia; produce mancanza di ma-
nodopera, aumento dei salari e diminuzione della produzione. – Le leggi
inadeguate; le misure raccomandate da Le Trosne: 1) la riduzione in
schiavitù; 2) la messa fuori legge; 3) l'autodifesa dei contadini; 4) la cac-
ciata in massa. – Similitudini tra i vagabondi e i nobili. (II) Il criminale-
nemico sociale come tema letterario. Gil Blas e l'inizio del XVIII secolo:
il continuum e l'onnipresenza della delinquenza. I romanzi del terrore e
la fine del XVIII secolo: delinquenza localizzata ed extrasociale. Com-
parsa delle dualità crimine-innocenza, male-bene.

Ho voluto spiegare quella sorta di scollamento dal sistema di obbli-


ghi o controversie private in cui il criminale si era trovato invischiato nelle
pratiche medievali, e la sua comparsa come nemico sociale, come indivi-
duo contrapposto alla totalità della società in quanto tale. Questa tra-
sformazione può essere simboleggiata da un testo che, dal punto di vista
istituzionale e politico, ha un'estrema importanza. Si tratta di un discorso
pronunciato all'Assemblea costituente nell'ottobre 1789, nel momento in
cui in Francia viene rimessa in cantiere l'organizzazione penale, e più pre-
cisamente di una modifica dell'istruzione criminale, in cui Beaumetz 1, il
relatore del progetto, descrive quelli che considera il meccanismo e la giu-
stificazione della procedura criminale nell'Ancien régime. In questo
modo egli si limita a ritrascrivere le pratiche del diritto penale dell'Ancien
régime nel nuovo vocabolario, che è in definitiva quello di Beccaria e, a
partire da questa ritrascrizione in termini di nemico pubblico, propone
una serie di modifiche della procedura criminale: “È stato commesso un
delitto: l'intera società è ferita in uno dei suoi membri; l'odio verso il cri-
mine o l'interesse privato determinano una denuncia, o motivano una
querela; il pubblico ministero ne riceve notizia da chi è stato offeso, o vie-
ne avvertito dal clamore generale; si constata il delitto, si raccolgono gli
indizi; si verificano le tracce. L'ordine pubblico deve essere vendicato” 2.
Beaumetz riprende dunque gli elementi della procedura dell'azione priva-
ta e pubblica secondo le vecchie regole della procedura criminale, che po-
teva innescarsi sia tramite la querela di un individuo in difesa di un inte-
resse privato, sia tramite una denuncia, cioè da parte di qualcuno che non
era coinvolto in una controversia privata con chi aveva commesso la col-
pa, ma che, in nome dell'interesse pubblico, depositava presso il procura-
tore l'esposto del delitto. Il magistrato dell'interesse comune si rivolge al-
lora al giudice e chiede di presentare i suoi testimoni, di addurre le prove.

1 Bon-Albert Briois de Beaumetz (1759-1801) viene eletto deputato agli Stati generali nel
1789 dalla nobiltà di Artois. È di centro-sinistra e reclama l'abolizione della tortura an-
teriore al procedimento giudiziario. È noto per aver tentato di frenare la violenza rivolu-
zionaria; cfr. J. Tulard, J.-F. Fayard, A. Fierro, Histoire et Dictionnaire de la Révolution
française, 1789-1799, Robert Laffont, Paris 1987, p. 571; trad. it. di F. Vasarri e S. Blasio,
Dizionario storico della Rivoluzione francese, Ponte alle Grazie, Firenze 1989, pp. 400-
401. Beaumetz fa parte del comitato incaricato dall'Assemblea costituente di proporre
“un progetto di dichiarazione su alcuni cambiamenti provvisori nell'ordinanza crimina-
le”, e sottopone un rapporto alla Costituente il 29 settembre 1789. Cfr. “Archives parla-
mentaires de 1787 à 1860. Recueil complet des débats législatifs et politiques des Cham-
bres françaises”, prima serie (1789-1799), Librairie administrative de Paul Dupont, Paris
1877, vol. IX (dal 16 settembre 1789 all'11 novembre 1789), pp. 213-217.
2 B.-A. Briois de Beaumetz, in “Archives parlamentaires 1787-1860”, cit., vol. IX, p. 214,
col. 2.
Viene quindi designato il procuratore in quanto magistrato dell'interesse
comune. L'antica pratica penale viene così reinterpretata secondo i termi-
ni di Beccaria.
Come è avvenuta questa “apparizione” del criminale in quanto nemi-
co sociale? Vorrei cominciare individuano le prime manifestazioni di que-
sto tema per poi vedere qual è stato l'insieme dei processi politici ed eco-
nomici che hanno finito per fissare a un certo livello il criminale come ne-
mico sociale, e cosa nasconde questa operazione che consiste nel descri-
vere, nel giudicare e anche nell'escludere il criminale come nemico pubbli-
coa.

***

[Comincerei dunque con] l'analisi delle derivazioni. Una delle mani-


festazioni più interessanti di questa apparizione è fornita dalle prime ana-
lisi economiche della delinquenza nel XVIII secolo. Certo, esistevano già
alcune descrizioni della popolazione dei “ladri” ecc., e anche un'analisi
della povertà e della mendicità, come pure una critica dei mezzi di assi-
stenza impiegati fin dal Medioevo per mitigare la povertà e ridurre la
mendicità: mezzi privati, ecclesiastici o misure legislative. Ma tutto ciò
non costituiva quella che si potrebbe chiamare un'analisi in termini di
economia politica in senso stretto. Ora, invece, [nella seconda metà] del
XVIII secolo vediamo apparire per la prima volta, mi pare, un'analisi del-
la delinquenza condotta [nei termini di] un'analisi dei processi economi-

a Il manoscritto della lezione (fol. 1) esordisce così:


“Un fenomeno massiccio:
– il distacco del crimine dalla colpa, dal peccato;
– il distacco del criminale dal gioco di obblighi e controversie private; il suo emergere
come nemico sociale, come individuo contrapposto alla totalità della società, in un rap-
porto di contestazione, di ostilità con la totalità della società.
Simbolizzare attraverso → Beaumetz
Studiare:
– qualche manifestazione di questa comparsa,
– la natura di questa 'apparizione'”.
ci, avviata dai fisiocrati3. Questa analisi ha una particolarità, cioè il fatto
che fissa la posizione, il ruolo e la funzione della delinquenza non rispet-
to al consumo, alla massa dei beni disponibili, ma rispetto ai meccanismi
e ai processi di produzione; d'altronde, nel momento stesso in cui i fisio-
crati definiscono il delinquente [in base alla prospettiva] della produzio-
ne, lo caratterizzano di conseguenza come nemico della società: è proprio

3 Foucault aveva analizzato il pensiero fisiocratico in Les mots et les choses, Gallimard,
Paris 1966; trad. it. di E. Panaitescu, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1967, pp. 209-
211 (paragrafo “La formazione del valore”) e pp. 276-277 (sulla nozione di scarsità).
Aveva anche studiato, nel pensiero fisiocratico, il ruolo della popolazione come fattore
di ricchezza, cfr. Storia della follia, cit., pp. 579-584. In Sicurezza, territorio, popolazio-
ne, cit., in particolare pp. 36-48, 60-69, 247-262, Foucault si soffermerà nuovamente sui
fisiocrati, le cui idee si imporranno nella predisposizione dei dispositivi di “sicurezza”;
cfr. ivi, p. 36: “Le vicende che hanno dato luogo ai grandi editti e alle dichiarazioni uffi-
ciali degli anni 1754-1764 trovano sì un sostegno nei fisiocrati e nella loro teoria, ma ri-
flettono più in profondità una fase di grande cambiamento nelle tecniche di governo, e
sono in particolare un aspetto della predisposizione di quelli che chiamerò i dispositivi
di sicurezza”. Vedi anche l'analisi del neoliberalismo in Naissance de la biopolitique.
Cours au Collège de France, 1978-1979, a cura di M. Senellart, Gallimard-Seuil, Paris
2004; trad. it. di M. Bertani e V. Zini, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de
France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005, pp. 56-58, 63-68, 238-242. I fisiocrati, co-
nosciuti anche come primi “economisti”, formavano un gruppo di pensatori a favore del
libero scambio, della libertà di commercio dei cereali e più in generale del liberalismo
economico. Il loro nome, simbolo del loro fondamento ideologico, è un neologismo che
esprime l'idea di un regno (-crate) dell'ordine naturale (fisio). Proviene dalla raccolta cu-
rata da Pierre-Samuel du Pont de Nemours nel 1786, Physiocratie ou Constitution natu-
relle du gouvernement le plus avantageux au genre humain, Merlin, Leyde-Paris 1768.
François Quesnay (1694-1774), chirurgo di corte e medico di Madame de Pompadour,
diede vita al movimento nel 1756, con i suoi primi scritti sull'economia – due voci nel-
l'ENcyclopédie (“Fittavoli” nel 1756 e “Grani” nel 1757) – e scrisse sulle questioni di
economia politica fino al 1767, anno in cui pubblicò Dispotismo della Cina. Cfr. F.
Quesnay, Œuvres économiques complètes et autres textes, a cura di C. Théré, L. Char-
les e J.-C. Perrot, Institut national d'études démographiques/INED, Paris 2005, 2 voll.;
trad. it. a cura di R. Zangheri, Scritti economici, Forni, Bologna 1966, 2 voll., e più re-
centemente L'economia politica scienza delle società , trad. it. di G. Longhitano, Liguo-
ri, Napoli 2010, 2 voll. Il gruppo comprendeva altri membri illustri, in particolare: Vic-
tor Riqueti, marchese di Mirabeau (1715-1789), autore di L'ami des hommes, ou traité
de la population, [s.e.], Avignon 1756; trad. it. di G. Ramirez, L'amico degli uomini ov-
vero Trattato della popolazione, G.A. Pezzana, Venezia 1784; Guillaume-François Le
Trosne (1728-1780), giurista e autore, come si vedrà, del Mémoire sur les vagabonds et
sur les mendiants, P.G. Simon, Paris 1764; Pierre-Paul Le Mercier de La Rivière (1719-
1801), intendente della Martinica e autore di L'ordre naturel et essentiel des sociétés po-
litiques, Desaint, Paris 1767; e Pierre-Samuel du Pont de Nemours (1739-1817), uomo
la posizione del delinquente rispetto alla produzione che lo definisce
come nemico pubblico.
Un modello di questo genere di analisi è fornito dal testo di Le Tro-
sne, Mémoire sur les vagabonds et sur les mendiants, [pubblicato nel]
17644. Il vagabondaggio risulta essere la categoria fondamentale della de-
linquenza, il punto di partenza, per così dire psicologico, della delinquen-
za – Le Trosne non intende dire che si comincia a girovagare e che questo
vagabondaggio conduce a poco a poco al furto, poi al crimine, ma che il
vagabondaggio è l'elemento a partire dal quale gli altri crimini si specifi-
cheranno. È la matrice generale del crimine, che contiene in sostanza tut-
te le altre forme di delinquenza, non a titolo di virtualità, ma come ele-
menti che la costituiscono e la compongono. Ora, questa tesi si oppone a
due tipi di analisi tradizionalmente rintracciabili in quell'epoca.
In primo luogo a un'analisi che pretende che l'ozio sia il padre di tutti
i vizi e quindi di tutti i crimini 5. L'ozio è il tratto psicologico o la colpa da
d'affari, economista e successivamente diplomatico americano, curatore di diverse opere
di fisiocrati e curatore della loro rivista, “Éphémérides du citoyen, ou Bibliothèque rai-
sonnée des sciences morales et politiques”. Du Pont de Nemours illustra con chiarezza
il pensiero fisiocratico nella sua prefazione “Sur les économistes”, in Œuvres de Mr.
Turgot, Ministre d'État, Précédées et accompagnées de Mémoires et de Notes sur sa
Vie, son Administration et ses Ouvrages, a cura di P.-S. du Pont de Nemours, impr. De-
lance, Paris 1808, 3 voll. L'opera di riferimento sui fisiocrati è quella di G. Weulersse, Le
mouvement physiocratique en France de 1756 à 1770, Félix Alcan, Paris 1910, 2 voll. Per
un'analisi più recente, cfr. B.E. Harcourt, The Illusion of Free Markets, Harvard Univer-
sity Press, Cambridge (Mass.) 2011, pp. 78-102.
4 G.-F. Le Trosne, Mémoire sur les vagabonds et sur les mendiants, cit. Nel 1753 Le Tro-
sne si installa come avvocato del re presso il tribunale di presidio di Orléans. Dal 1763
al 1767 scrive numerosi opuscoli sull'agricoltura e sul commercio, soprattutto per la ri-
vista già citata “Éphémérides du citoyen”. Nel 1764, insieme alla pubblicazione del suo
Mémoire, pubblica il Discours sur l'état actuel de la magistrature et sur les causes de sa
décadence, [s.e., s.l.] 1764, in cui sostiene con forza la libertà di esportazione; l'anno se-
guente redige un testo a sostegno di La liberté du commerce des grains toujours utile &
jamais nuisible, [s.e.], Paris 1765. In Sorvegliare e punire (cit., p. 96) Foucault lo identifi-
ca come “questo fisiocrate che fu consigliere al tribunale di presidio di Orléans”, e nella
stessa opera (pp. 84, 89, 92, 96), dove menziona, oltre al Mémoire, anche un'altra pub-
blicazione di Le Trosne, Vues sur la justice criminelle (Debure Frères, Paris 1777), scrive
“In Le Trosne, come in tanti altri dello stesso periodo, la lotta per la delimitazione del
potere di punire si articola direttamente sull'esigenza di sottomettere l'illegalismo popo-
lare a un controllo più stretto e più costante (Sorvegliare e punire, cit., p. 96).
5 Questo tema era già stato stabilito, e perfino consacrato in un proverbio dell'epoca. Cfr.
cui derivano tutte le altre forme di deviazione o di crimine. Mentre qui il
vagabondaggio non è qualcosa come una colpa o una propensione psico-
logica, in realtà è l'insieme dei vagabondi, cioè un tipo di esistenza comu-
ne, un gruppo sociale che si presenta come una contro-società, a differen-
za dell'ozio che, nella psicologia degli individui, era qualcosa di simile a
un peccato individualea.
In secondo luogo, presentando il vagabondaggio come matrice gene-
rale della delinquenza, Le Trosne si oppone a tutte quelle analisi che fan-
no della mendicità l'elemento essenziale che era opportuno punire. Nella
legislazione francese, il vagabondaggio non era punito come tale; il vaga-
bondo competeva al sistema penale solo per il gesto con cui chiedeva la
propria sussistenza ad altri senza lavorare. Ora, per Le Trosne, a essere
essenzialmente punibile è il vagabondaggio; si entrava nel mondo della
delinquenza già solo per il fatto di spostarsi, di non essere fissati a un ter-
ritorio, di non essere riconducibili a un lavoro. Il crimine ha inizio quan-
do si è senza uno stato civile, cioè una localizzazione geografica b all'inter-
no di una determinata comunità, quando si è “senza investitura”, secon-
do il termine che riprende l'autore cambiandone il senso 6. Prima, infatti,
nel vecchio diritto non avere un'“investitura” non significava essere senza
legami con una comunità fissa e stabilita, come in Le Trosne, ma il fatto
di non avere nessuno che potesse fornire una garanzia, fare da garante da-
vanti alla giustizia. In che modo, dunque, il fatto di girovagare, di non
avere un'investitura territoriale può costituire un crimine contro l'econo-
mia?
Le Trosne analizza proprio le conseguenze economiche di questi per-
petui spostamenti. [Innanzitutto,] quando ci si sposta, si provoca nelle re-
gioni più povere una mancanza di manodopera che avrà come effetto
Dictionnaire de l'Académie française, L-Z, Paris 1765, vol. II, p. 171 (“L'ozio è il padre
di tutti i vizi”).
a Manoscritto (fol. 3): “Non è più un peccato che scatena tutti gli altri, è una micro-so-
cietà”.
b Il manoscritto (fol. 3) aggiunge l'espressione: “ancoraggio geografico”.
6 Cfr. G.-F. Le Trosne, Mémoire sur les vagabonds et sur les mendiants, cit., p. 18 (“crimi-
ni commessi da Vagabondi & Persone senza investitura”) e p. 42, nota 1.
l'aumento dei salari, al punto che una regione già poco produttiva si tro-
verà ulteriormente gravata per i produttori dai salari elevati; alla povertà
si aggiungeranno [l'aumento] dei prezzi e la non-concorrenza e, di conse-
guenza, un impoverimento ancora maggiore. [In secondo luogo,] i vaga-
bondi, lasciando il luogo in cui erano una forza lavoro virtuale, fanno di-
minuire la produzione e impediscono una certa produttività. [Inoltre,] a
partire dal momento in cui si spostano evitano tutte le imposte personali
(tributi, corvée), che all'improvviso dovranno essere ripartite su un nume-
ro più esiguo di persone, dato che bisogna raggiungere comunque un to-
tale fisso; l'aumento delle imposte personali farà ulteriormente diminuire
la parte di reddito che di norma potrebbe essere capitalizzata per far frut-
tare la terra. [Infine, poiché sono] persone che non si sposano e abbando-
nano i loro figli naturali alla sorte, dove passano fanno proliferare una
popolazione oziosa – la quale preleverà la sua parte sul consumo globale.
Se si considerano i primi tre effetti del vagabondaggio, si vede che il vaga-
bondo non è più, come nel Medioevo, colui che preleva una parte dei
consumi senza lavorare. Non è tanto colui che incide sulla massa globale
dei beni di consumo, quanto sui meccanismi della produzione e lo fa a li-
velli diversi: sul numero di lavoratori, sulla quantità di lavoro fornito e
sulla quantità di denaro che ritorna alla terra per farla fruttare. Il vaga-
bondo è dunque qualcuno che perturba la produzione, non è solo un
consumatore sterile. E viene perciò a trovarsi in una posizione di ostilità
costitutiva rispetto ai normali meccanismi della produzione.
In questa funzione anti-produttiva, come mai i vagabondi non sono
semplicemente eliminati o reimmessi di forza nel processo produttivo? A
questo riguardo, Le Trosne scarta la tesi secondo cui dove non c'è lavoro
ci sono poveri che mendicano e sono costretti a cambiare luogo; secondo
lui, infatti, non si diventa vagabondi perché manca il lavoro. Se è vero che
in un certo numero di casi non ci sono abbastanza mezzi di sussistenza,
per contro ciò che non manca mai è la possibilità di lavorare: c'è sempre
lavoro a sufficienza per ognuno, anche quando non c'è abbastanza sussi-
stenza per tutti. Per i fisiocrati, la generosità della terra è quella del lavoro
che essa fornisce, perché solo quando sarà stata lavorata produrrà a suffi-
cienza; la prima offerta della terra è il lavoro. Il vagabondo, quindi, non è
tanto colui che non arriva alla sussistenza e che per questo motivo viene
sospinto via, ma colui che di sua spontanea volontà rifiuta l'offerta di la-
voro che la terra ci fa così generosamente. Non è il disoccupato costretto
a esserlo suo malgrado che, poco a poco, mendica e si sposta, è colui che
si rifiuta di lavorare. C'è dunque un'identità primaria e fondamentale tra
lo spostamento e il rifiuto del lavoro: è in questo che consiste il crimine
del vagabondo per i fisiocrati.
Ma allora come mai la società non lo costringe? Per spiegarlo, Le
Trosne prende le distanze dalla critica mossa, tra il XVII secolo e l'inizio
del XVIII, ai ricchi e alle persone caritatevoli, [a coloro] che fanno dona-
zioni; all'epoca l'incremento del vagabondi era imputato a questa specie
di colpa economica che consiste nel donare una parte del consumo possi-
bile senza esigere in cambio una parte di lavoro necessario; adesso, inve-
ce, se i vagabondi sussistono e si moltiplicano, non è perché a loro si
dona qualcosa, ma perché se ne impadroniscono. Stabiliscono un rappor-
to di potere selvaggio, esterno alla legge, con le persone della società civi-
le in mezzo alle quali vivono. Le Trosne allora analizza le modalità con
cui si stabiliscono questi rapporti violenti, a cui corrispondono forme
specifiche di crimine, di delinquenza. Quando arrivano in un villaggio,
per prima cosa [i vagabondi] si installano e si appropriano dei raccolti,
degli animali, dando luogo a quella forma di delinquenza che è il furto;
[una volta] esaurite queste risorse spontanee, entrano nelle case e si fan-
no dare dell'altro minacciando di incendiare, di uccidere; con queste ri-
sorse possono perfino commerciare, mettersi a girare di villaggio in vil-
laggio per rivendere quel che si sono accaparrati; con questo surplus fan-
no festa; si procurano anche del denaro su indicazione di donne e bambi-
ni, se necessario persino con la violenza. In questo modo dalla prima ra-
pina passano all'incendio o al criminea.
a Manoscritto (foll. 5-6):
“Analisi del comportamento vagabondo:
1. appropriarsi spontaneamente;
Per caratterizzare la posizione del delinquente rispetto alla società vi
è qui una sorta di accoppiamento rifiuto del lavoro-violenza che, per la
verità, non deve più essere occultato dalla coppia disoccupazione-doman-
da. Nelle analisi del XVII secolo si partiva dalla disoccupazione per spie-
gare la mendicità e la delinquenza; per i fisiocrati, non è più questa cop-
pia che organizza l'insieme. Se i criminali appaiono come nemici sociali, è
per il potere violento che esercitano sulla popolazione per la loro posizio-
ne nel processo di produzione come rifiuto del lavoro. Le Trosne scrive:
“Essi sono insetti voraci che infestano [la campagna] e la impestano, che
divorano giornalmente la sussistenza dei Coltivatori. Fuor di metafora,
sono truppe nemiche disseminate sulla superficie del territorio, dove vivo-
no a loro discrezione come in un paese conquistato, e che prelevano veri e
propri contributi a titolo di elemosina. Nei paesi più poveri questi contri-
buti eguagliano o superano le imposte”7. “Vivono in mezzo alla società
senza esserne membri; ci vivono nella condizione in cui sarebbero gli uo-
mini se non ci fosse né legge, né polizia, né autorità; nella condizione che
si suppone esistesse prima che si stabilissero le Società civili, ma che, pur
senza essere mai esistita per un popolo intero, per una singolare contrad-
dizione si trova realizzata in mezzo a una Società civilizzata” 8. Il modello
della guerra di tutti contro tutti serve qui da principio per l'analisi della
delinquenza.
Perché la società civilea appare disarmata davanti a questa popolazio-
ne nemica? Se in mezzo alla legge ci sono uomini al di fuori della legge,
come mai la società civile non reagisce? Le Trosne spiega che, se gli uomi-
ni sono disarmati davanti a questa popolazione allo stato di natura, è
proprio perché appartengono alla società civile; le persone che hanno

2. minacciare per farsi dare;


3. per cominciare si fanno dare (pane piuttosto che soldi), rivendono nelle taverne;
4. fanno bisboccia e festa nei boschi;
5. si fanno dare denaro sotto minaccia;
6. puniscono con l'incendio, l'assassinio”.
7 Ivi, p. 4 (Foucault riprende questo passaggio in Sorvegliare e punire, cit., p. 84).
8 Ivi, p. 8.
a Invece di “società civile”, il manoscritto (fol. 6) riporta: “gli uomini che lavorano”.
un'investitura, che hanno cioè una localizzazione, uno stato civile, un im-
piego, hanno rinunciato all'uso selvaggio, libero delle armi proprio in ra-
gione del patto sociale; essere in società significa appunto accettare di ri-
nunciare a fare uso delle armi per difendersi immediatamente, perché si è
delegato al sovrano il diritto di difendersi. Ma questo sovrano difende le
persone con leggi inadeguate, e ciò avviene per diverse ragioni. Innanzi-
tutto, la legislazione del regno, attraverso un controsenso fondamentale,
prende di mira non il vagabondaggio, ma il fatto di mendicare. Le leggi
permettono alle persone di muoversi e le fermano solo quando tendono
la mano, mentre tendere la mano nel proprio villaggio non è grave. È gra-
ve il fatto di andarsene. Inoltre, le leggi colpiscono con troppo ritardo:
hanno effetto sulla mendicità, non sul vagabondaggio; e oltretutto [que-
ste leggi] sono troppo indulgenti, poiché la pena contro i mendicanti è es-
senzialmente il bando, che consiste nell'inviare in un'altra provincia le
persone che vivono proprio lì – cioè vengono trasformate in vagabondi.
Per cui, invece di essere l'obiettivo della penalità, il vagabondaggio ne è
l'effetto. Infine, la legislazione è sbagliata poiché parte sempre dal postu-
lato secondo cui, se ci sono dei vagabondi, è perché non c'è lavoro, e il va-
gabondo è qualcuno a cui è mancata l'occasione di lavorare; da cui è deri-
vata la pratica di collocarli in istituti di lavoro forzato dove si sperava ac-
quisisse l'abitudine al lavoro. Ma, di fatto, il vagabondo è fondamental-
mente colui che rifiuta il lavoro.
Anche Le Trosne propone quattro tipi di misure:
1) La riduzione in schiavitù. Non bisogna restituire al vagabondo
l'occasione del lavoro, né correggerlo; bisogna soltanto costringerlo al la-
voro più forzato possibile: “È una bestia feroce impossibile da addome-
sticare […]; si riesce a domarla solo riducendola in catene” 9, vale a dire
costringerlo a lavori da eseguire sotto la massima sorveglianza: i lavori
forzati, per esempio, che però dovranno essere a vita, poiché il suo rifiuto
del lavoro è sostanziale. “Bisogna considerarli come se attraverso la loro
condanna fossero acquisiti dallo Stato e gli appartenessero come gli
9 Ivi, pp. 46-47.
Schiavi appartengono a un Padrone. Non ci fu mai titolo più legittimo
per stabilire la servitù. Lo Stato può dunque occuparli per qualunque
opera giudicherà adeguata allo scopo, e disporne come fossero cosa
sua”10. E quando le galere saranno piene, si riempiranno le miniere 11. E
quando ce ne saranno troppi in Francia, “li si potrà pure spedire nelle
Colonie”a.
2) Questa riduzione in schiavitù, per essere perseguita fino alle sue
estreme conseguenze, deve accompagnarsi a una fuoriuscita dalla legge
giuridica. Essere condannati come vagabondi vorrà dire cadere fuori da
ogni protezione legale, ed è a questo titolo che si diventa schiavi. E sicco-
me non bisogna sfuggire alla schiavitù, si marchierà la fronte o la guancia
del vagabondo con la lettera G, in modo che chiunque abbandoni il suo
posto di schiavo potrà essere arrestato e giustiziato in qualsiasi luogo.
Dal momento che i vagabondi sono confiscati a beneficio del re, non fan-
no più parte dell'ordine dei cittadini; non hanno più uno stato civile, le
leggi non hanno più niente da deliberare nei loro riguardi e le pene che
possono essere decretate per impedire la diserzione o la rivolta non rien-
trano più nell'ordine giudiziario, bensì nell'ordine delle pene militari12.
3) L'autodifesa della comunità cittadina. Bisogna assicurare queste
procedure e disporre di una forza armata sufficiente. Quindi bisogna so-
stituire alle forze insufficienti della gendarmeria e della polizia di Stato la
10 Ivi, p. 54.
11 Cfr. anche ivi, p. 56: “Questo mezzo tanto semplice quanto legittimo assicura l'esecu-
zione delle sentenze nel modo più preciso e permette di impiegare i Galeotti fuori dai
Dipartimenti della Marina, ovunque si vorrà e senza temere diserzioni. Sarà possibile
servirsene per sfruttare miniere, scavare porti, costruire canali per portare la circolazio-
ne e la vita in determinate Province”.
a Il manoscritto (fol. 6), citando Le Trosne, riporta: “E quando ce ne saranno troppi in
Francia, 'li si venderanno in Africa del Nord e in cambio si compreranno degli schiavi
cristiani'”.
12 Ivi, p. 54: “L'essenziale è impedire loro di evadere, e per questo c'è un mezzo sicuro che
eviterà di sorvegliarli con tanto dispendio. Sarà sufficiente marchiarli sulla fronte o sulla
guancia con la lettera G; invece di marchiarli sulla spalla, ordinare la pena di morte
contro chiunque sarà trovato lontano dalla sua postazione, permettendo a tutti di arre-
starli, e prescrivere la procedura da rispettare per constatare la diserzione e applicare la
pena. L'istruzione deve essere molto breve e molto semplice, come quella per condanna-
re a morte i Disertori”.
volontà di tutti: “Le Genti della campagna possono supplire [alla gendar-
meria]; sono talmente vessate e tormentate dai Vagabondi da poter assi-
curare al Governo che sono pronte a fare di tutto per liberarsene” 13. Basta
autorizzarle ad armarsi.
4) La battuta e la cacciata in massa14. Questo testo propone una sor-
ta di procedura utopica: quella di una società interamente al lavoro, che
avrebbe il diritto di abbattere a vista ogni persona che si sposta a. In real-
tà, in una [sorta] di rêverie furiosa, di anticipazione fittiziab, viene rac-
contato ciò che, con altri mezzi e con altre sottili astuzie, ha fatto il pote-
re vigente nella società capitalistica per riuscire a fissare al loro lavoro
tutti coloro che avevano la tendenza a spostarsi. Un grande internamento
sul luogo di lavoro, è questo che Le Trosne ha sognato, non ha visto altro
che questa specie di grande massacro in cui si poteva uccidere chiunque
rifiutasse di fissarsi, questa scena di caccia feudale, ma già capitalista.
Nella sua brutalità e nel suo onirismo, questo testo ci racconta che cosa
accade in dettaglio quando le istituzioni e le misure capitaliste di coerci-
zione saranno in funzione. Il passaggio da questa caccia a questa coerci-
zione, che trasforma la forza lavoro in forza produttiva, è la condizione di
funzionamento del sistema penale nella nostra società.
Ma forse questo testo è come un cruciverba. Se si riprendono in esa-
me alcuni dei suoi elementi – la descrizione dei vagabondi, la posizione
che è loro assegnata in rapporto alla produzione ecc. – si può intravedere
un'altra cosa. Perché, in fondo, questi personaggi che si rifiutano di lavo-
rare, che sfuggono alle imposte e che dunque spostano su una massa di
persone sempre più ridotta la totalità del peso fiscale, che hanno dei figli

13 Ivi, p. 59.
14 Cfr. ivi, p. 63: “SI chiameranno a raccolta gli Abitanti di una o più parrocchie, ciascuna
delle quali sarà tenuta a fornire un uomo, e si circonderanno i boschi per fare una bat-
tuta e una ricerca accurata. Per il Governo sarebbe facile ripulire in pochi giorni la cam-
pagna dai Vagabondi”. Cfr. ivi, p. 2: “In terzo luogo, stabiliremo l'unico mezzo per sop-
primere i Vagabondi”. Nel manoscritto (fol. 7) l'espressione “l'unico mezzo” è ripetuta
due volte e sottolineata.
a Il manoscritto (fol. 7) sintetizza: “Uccidere tutto ciò che si muove”.
b Il manoscritto (fol. 7) sintetizza: “Utopia. Politica-finzione”.
naturali, che prelevano con la forza i beni di sussistenza, che puniscono,
che fanno festa, sono anche i monaci itineranti, i nobili, gli agenti fiscali.
Voglio dire che questo testo è sorprendente: vi si trova al tempo stesso
una totale esattezza storica riguardo ai costumi dei vagabondi e di altri
personaggi, ma è anche la descrizione di una controsocietà, quella della
società feudale, di cui la borghesia voleva sbarazzarsi. Se lo si legge in
questo modo, il testo si tinge di una violenza inaudita: cos'altro è questa
regola di autodifesa contadina se non una sorta di appello all'insurrezio-
ne? Quindi il testo da una parte dice che cosa effettivamente accadrà nel
XIX secolo, e dall'altra, in forma cifrata, fa una critica reale dei residui
della feudalità nella società del XVIII secolo: tutti devono appartenere
allo Statoa.
Questo testo mette quindi in simmetria rispetto al sistema produttivo
costituito dalla terra, i lavoratori, i proprietari e i vagabondi, da una par-
te, e i resti della feudalità, dall'altra. Ci sono quindi due maniere di op-
porsi alla società: esercitare un certo potere che ostacola la produzione e
rifiutarsi di produrre, esercitando così un contropotere che si oppone alla
produzione ma in altra forma. Il vagabondo e il feudale costituiscono due
istanze di antiproduzione, nemiche della società. Vediamo qui attuarsi
un'assimilazione che sarà fondamentale. Infatti, a partire dal momento in
cui la società si definisce come il sistema dei rapporti degli individui che
rendono possibile la produzione, permettendo di massimizzarla, si dispo-
ne di un criterio che consente di designare il nemico della società: ogni

a Manoscritto (fol. 8): “Bisogna prenderlo come un pamphlet in codice il cui deciframen-
to farebbe svanire il significato apparente?”.
persona ostile o contraria alla regola di massimalizzazione della produ-
zioneb 15 16.

***

b Il manoscritto contiene diverse pagine (foll. 10-14) che Foucault pare non aver ripreso a
lezione:
“Qualche segnale di questo affioramento nella teoria giuridica;
• M[uyart] de Vouglans (Institutes au droit criminel, 1757) [vedi infra nota 15]
Definizione tradizionale del crimine: 'Il crimine è un atto difeso dalla legge con cui si
causa un pregiudizio a un terzo attraverso il dolo o la colpa'.
– 'pregiudizio', 'danno': nozioni centrali (e non per infrazione, rottura dell'autorità);
– 'terzo': specificato come privato o pubblico, ma pubblico entra nella categoria di terzo
[fol. 10] e vale in un certo numero di casi (scandalo, disordine), che esistono in quanto
tali o vanno ad aggiungersi come circostanze a un altro pregiudizio che colpisce un indi-
viduo.
Da cui l'idea che il crimine sia creatore di obbligo:
– mentre nell'ordine del diritto civile non c'è obbligo se non per consenso esplicito e for-
mulato.
– nell'ordine criminale è l'atto a essere creatore di obbligo.
[A margine:] Questo permette di ritrascriverlo in certa misura nel vocabolario del pec-
cato, del riscatto, della punizione.

Idea strana per noi o che ormai si ritrova soltanto nelle formulazioni morali: 'pagare il
proprio debito'; ma a cui si oppone tutta la problematica del XVIII secolo. Questa pra-
tica non stabilisce:
– qual è la natura e la forma dell'obbligo creato dal crimine,
– ma: in quale sistema di obblighi sono preso, quale contratto ho dovuto stipulare, af-
finché mi si possa legittimamente punire quando ho infranto una legge. [fol. 11]
Nel pensiero classico, il crimine è un quasi-contratto; ha comunque degli effetti analo-
ghi al contratto. Nel pensiero moderno, la punizione si fonda su un contratto ideale.

In ogni caso, la formulazione degli Institutes rappresenta la condizione antica del pen-
siero giuridico. Ora, nelle Leggi criminali nel loro ordine naturale (1780) [vedi infra,
nota 16] è possibile individuare un'altra trama discorsiva. Il crimine non è più definito
soltanto attraverso il pregiudizio ma attraverso l'infrazione. O ancora la legge sembra
operare a due livelli: da una parte, proibisce o ordina questa o quella cosa, e dall'altra
proibisce che le si rechi offesa.
Essa, in quanto legge, è sempre l'oggetto di un'interdizione: qualcosa che non deve esse-
re trasgredito, violato, disprezzato.
Essa implica al tempo stesso una coercizione riferita all'esterno e una coercizione auto-
riferita.
Si sarebbero potuti mostrare altri segni dell'emergere del criminale
come nemico sociale nella teoria giuridica, nella letteratura ecc. Mettia-
mo per esempio in serie con lo scritto di Le Trosne due testi letterari: Gil
Blas17 e Il castello dei Pirenei18. All'inizio del XVIII secolo, infatti, c'è tut-
ta una serie di romanzi sullo spostamento all'interno della società. Così,
Gil Blas è una specie di rappresentazione della mobilità sociale, dello

'Essa non tende soltanto a proibire, ma anche a vendicare il disprezzo fatto della sua au-
torità, mediante il castigo di coloro che ardiscono violare i suoi divieti' ([ Leggi criminali
nel loro ordine naturale,] p. LXXIII). [fol. 12]
La coercizione con riferimento esterno deriva dal pregiudizio. (Un'azione è difesa pro-
prio perché non deve essere pregiudizievole.)
La coercizione autoriferita alla legge stessa deriva dalla sovranità. Se la legge può puni-
re per il solo fatto di essere stata violata, è in virtù del diritto che possiede il Principe 'di
far eseguire la sua legge'.
L'Imperium, la sovranità che abita intrinsecamente la legge.
Abbiamo qui la formulazione teorica dell'azione civile che raddoppia l'azione privata.

Ma sempre nelle Leggi criminali c'è una terza formulazione che ricorda Beccaria:
Il crimine è ciò che provoca disordine nella società
– sia quando attacca la società soltanto,
– sia quando attacca la società e insieme uno dei suoi membri,
– sia quando attacca soltanto uno dei suoi membri senza attaccare la società in genera-
le.
Anche se non è attaccata, la società è in disordine. [fol. 13]
Con la conseguenza che la punizione ha due fini:
– risarcire per quanto possibile il privato;
– mettere il criminale (ma anche coloro che potrebbero imitarlo) in condizione di non
nuocere.
Rispetto alla prima formulazione, la società ha finito per occupare il posto del terzo
leso (di cui si dice che può essere un individuo o il pubblico). L'emergere del criminale
avversario della società si decifra in questi diversi testi che si sovrappongono e si aggro-
vigliano attraverso una stessa opera” (fol. 14).
15 Cfr. infra, […].
16 Cfr. [P.-F. Muyart de Vouglans], Les loix criminelles de France, dans leur ordre naturel.
Dédiées au Roi, par M. Muyart de Vouglans, Conseiller au Grand-Conseil , Merigot le
Jeune, Paris 1780; trad. it. Le leggi criminali nel loro ordine naturale, Buccinelli, Milano
1813, 4 voll.
17 A.-R. Lesage, L'histoire de Gil Blas de Santillane, 1715-1735, 12 voll.; trad. it. di E.
Timbaldi Abruzzese, Storia di Gil Blas di Santillana, Utet, Torino 1981, 2 voll. Il ro-
manzo di Lesage narra le avventure irregolari del giovane studente divenuto valletto e
domestico attraverso tutti gli strati della società, e secondo Jules Romains rappresenta
“l'ultimo capolavoro del cosiddetto romanzo 'picaresco'” (J. Romains, Lesage et le ro-
man moderne, in “The French Review”, n. 2, vol. XXI, dicembre 1947, pp. 97-99, qui p.
spostamento nella società e delle sue connessioni con la delinquenza. Gil
Blas è lo spostamento geografico ma anche [la mobilità] attraverso gli
strati della società19. Ora, nel corso di questi spostamenti, Gil Blas incon-
tra la delinquenza a ogni piè sospinto, ma una delinquenza del tutto par-
ticolare, perché è sempre graduale, va per piccoli aggiustamenti successivi
e senza soluzione di continuità dall'adulterio al furto, al guadagno illecito

97). La figura di Gil Blas simbolizzerà, per Foucault, un'antica forma di illegalismo e di
delinquenza più avventuriera, in contrasto con la professionalizzazione e la formazione
disciplinare più caratteristica della “filiera” delinquente nell'ambiente carcerario a par-
tire dal XIX secolo. In Sorvegliare e punire (cit., pp. 331-332), per esempio, Foucault de-
scriverà questo “spazio dell'avventura che Gil Blas, Sheppard o Mandrin percorrevano
minuziosamente, ciascuno a suo modo” come uno “spazio incerto che era per la crimi-
nalità un luogo di formazione e una regione di rifugio [in cui] si incontravano in andiri-
vieni rischiosi, la povertà, il vagabondaggio, l'innocenza perseguitata, l'astuzia, la lotta
contro i potenti, il rifiuto degli obblighi e delle leggi, il crimine organizzato”. Gil Blas
rappresenta “l'uomo dei vecchi illegalismi” (ivi, p. 312). Sulla “letteratura del crimine”
(“riscrittura estetica” e “letteratura poliziesca”), cfr. ivi, pp. 75 e 316.
18 A. Radcliffe, Les visions du château des Pyrénées, trad. fr. di G. Garnier e Mme Zim-
mermann [basata sull']edizione stampata a Londra presso G. & J. Robinson nel 1803,
Lecointe et Durey, Paris 1821, 4 voll.; nuova ed., trad. fr. di Y. Tessier, BIEN, Paris 1946;
trad. it. Le visioni del castello dei Pirenei, Salani, Firenze 1925. Ann Radcliffe (1764-
1823), scrittrice inglese, fu considerata una dei pionieri del romanzo gotico, genere let-
terario che utilizza il sovrannaturale e il macabro, di cui un esempio famoso e successi-
vo è Frankenstein (1818) di Mary Shelley. Le opere più note di Ann Radcliffe compren-
dono The Romance of the Forest, T. Hookham & Carpenter, London 1791, 3 voll.; The
Mysteries of Udolpho, G. & J. Robinson, London 1794, 4 voll; trad. it. di V. Sanna, I
misteri di Udolpho, Rizzoli, Milano 2013; e The Italian, or the Confessional of the
Black Penitents, printed for T. Cadell Jun, and W. Davies (Successors to Mr. Caddell) in
the Strand, London 1797, 3 voll.; trad. it. di A. Gallenzi, L'italiano, ovvero Il confessio-
nale dei penitenti neri, Frassinelli, Milano 1995. Le visioni del castello dei Pirenei, ro-
manzo apocrifo, secondo Foucault simbolizza una certa paura che “ha ossessionato la
seconda metà del XVIII secolo: lo spazio scuro, la cortina di oscurità che fa da ostacolo
all'intera visibilità delle cose, delle persone, delle verità” (M. Foucault, “L'occhio del
potere”, cit., p. 16).
Il pittore surrealista René Magritte condivideva con Foucault un certo fascino per Il ca-
stello dei Pirenei, che ha rappresentato in olio su tela nel 1959. A proposito di questo
quadro, Magritte scriverà che “Il castello dei Pirenei […] avrà il carattere di un'appari-
zione, che forse Ann Radcliffe avrebbe amato, se il suo libro Il castello dei Pirenei ci per-
mette di sapere davvero ciò che amava” (lettera di Magritte a Torczyner, 20 aprile 1959,
in H. Torczyner, L'ami Magritte. Correspondance et souvenirs, Fonds Mercador, Anvers
1992, p. 118). Foucault si rivolgerà a Harry Torczyner, avvocato internazionale e rappre-
sentante di Magritte negli Stati Uniti, per vedere la tela, che infine riuscirà ad ammirare
nel 1975 in una visita a Torczyner durante un viaggio a New York.
fino al brigantaggio su vasta scala – nei paesaggi che Gil Blas attraversa si
mescolano tuttia. Essa circonda con una sorta di cono d'ombra, di nebbia
di possibilità, ogni professione, ogni statuto sociale. Non esiste dignità
che non comporti il suo possibile margine di delinquenza: c'è la delin-
quenza relativa al locandiere, quella del medico, quella del nobile, quella
del magistrato ecc. Ognuno ha il suo margine di delinquenza in cui è pre-
so, intrappolato o che è al contrario la sua risorsa, la sua possibilità.
Ogni personaggio è quindi perfettamente reversibile: onestà da un certo
punto di vista, disonestà dall'altro, e in questo senso il personaggio del
domestico o del segretario è del tutto tipico di questa reversibilità del per-
sonaggio delinquente-non-delinquente. Il domestico che ruba al suo pa-
drone è un ladro encomiabile nella misura in cui, se in un certo senso
ruba, dà però del denaro, che sarebbe stato utilizzato per fini malvagi, a
persone che ne hanno bisogno. È l'uomo dai margini incerti, lo scambia-
tore tipo tra la delinquenza e la non-delinquenza, sia per quanto [riguar-
da] l'onestà finanziaria che per la sessualità. È questa la delinquenza che

È interessante notare qui che una delle maggiori mostre di Magritte a New York, presso
la galleria Sidney Janis nel 1954, aveva come titolo: “Le parole e le cose”. Dopo la pub-
blicazione del libro di Foucault nel 1966, Magritte gli rivolse “alcune riflessioni relative
alla lettura che sto facendo del suo libro Le parole e le cose” (lettera del 23 maggio
1966, in M. Foucault, Ceci n'est pas une pipe, Fata Morgana, Montpellier 1973, p. 83),
in DE, n. 53, ed. 1994, vol. I, pp. 635-650; ed. 2001, vol. I, pp. 663-678; trad. it. di R.
Rossi, Questo non è una pipa, SE, Milano 1988, p. 89.
19 Ritroviamo qui alcune riflessioni sviluppate da Louis Chevalier nella sua analisi dell'e-
voluzione della rappresentazione della criminalità nell'opera di Balzac: “Come per tutti
coloro che descrivono la delinquenza alla vecchia maniera, la società del delitto è una
società chiusa, col suo proletariato e la sua aristocrazia, la sua basse e haute pègre” (L.
Chevalier, Classes laborieuses et classes dangereuses à Paris pendant la première moitié
du XIXe siècle, Perrin, Paris 2002 [1a ed. Plon, Paris 1958], p. 55; trad. it. di S. Brilli Cat-
tarini, Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale , Laterza,
Roma-Bari 1976, p. 81). In ogni caso, aggiunge, in romanzi tardivi come La cugina Bet-
ta: “La criminalità […], anche se incidentalmente e spesso senza alcun nesso col resto
dell'opera, non è più descritta come esclusivo appannaggio di quei colossi del delitto cui
Balzac dedica tutta la sua attenzione, bensì come un'emanazione delle classi popolari
nel loro insieme; non più come un fatto eccezionale, insomma, ma come un fenomeno
generale e genuinamente sociale” (ivi, p. 96).
a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “Dal donnaiolo al galeotto; continuità, rapidità di
passaggio”.
corre lungo tutta la società, che ne segue in certo modo le nervature, che
scorre dall'alto in basso e ne è il gioco stessoa.
Passiamo alla fine del XVIII secolo, ai romanzi del terrore, [come
quelli di] Ann Radcliffe20. La criminalità, a quel punto, ha cambiato for-
ma e aspetto: non è più qualcosa di continuo, di graduale, di ambiguo;
non è più la virtualità che ognuno si porta con sé; non è intricata nei rap-

a Il manoscritto (foll. 16-17) aggiunge:


“Essa [la delinquenza] la anima
– la muove, perché è così che degli uomini da poco diventano potenti; e che i potenti
muoiono.
Ma allo stesso tempo
– la mantiene identica: gli attori che possono cambiare i ruoli rimangono; le maschere
cadono le identità restano.
La delinquenza è una specie di funzione sociale permanente.
Se ne è il rovescio, è, come si dice, l'altra faccia della medaglia, il retro di un foglio di
carta.
Essa è semmai il gioco della società:
– il fatto che ha un po' di gioco, uno spazio libero, delle zone inattive, delle regioni di
turbolenza.
– è anche il rischio, la buona e la cattiva sorte; l'opposizione essere preso/non essere pre-
so.
Il furto, l'appropriazione, la ridistribuzione (molto più che l'assassinio e la morte) sono
al centro di questi racconti o di queste narrazioni.
Ma quarant'anni dopo si vede apparire un tipo di racconto completamente diverso. Il
castello dei Pirenei”.
20 Foucault si era interessato ai romanzi del terrore e ritornò molto spesso sulle opere di
Ann Radcliffe. Nel 1963, in “Le langage à l'infini” (in “Tel Quel”, n. 15, autunno 1963,
pp. 44-53), in DE, ed. 1994, vol. I, pp. 250-261; ed. 2001, vol. I, pp. 278-289; trad. it. di
C. Milanese, “Il linguaggio all'infinito”, in Scritti letterari, cit., pp. 73-85, colloca i ro-
manzi del terrore, così come l'opera del marchese de Sade, all'origine della modernità
letteraria: “Forse quello che bisogna chiamare rigorosamente 'letteratura' ha la sua so-
glia di esistenza precisamente là, in questa fine del XVIII secolo, quando appare un lin-
guaggio che riprende e consuma nel suo fulmine ogni altro linguaggio, facendo nascere
una figura oscura ma dominatrice dove giocano la morte, lo specchio e il doppio e la
fluttuante proliferazione delle parole all'infinito” (ivi, p. 83); cfr. anche M. Foucault,
“Un 'nouveau roman' de terreur” (in “France-Observateur”, n. 710, a. XIV, 12 dicembre
1963, p. 14), in DE, n. 18, ed. 1994, vol. I, pp. 285-287; ed. 2001, vol. I, pp. 313-315.
In “Qu'est-ce qu'un auteur?” (in “Bulletin de la Société française de philosophie”, n. 3,
1969, pp. 73-104), in DE, n. 69, ed. 1994, vol. I, pp. 789-821; ed. 2001, vol. I, pp. 817-
837; trad. it. di C. Milanese, “Che cos'è un autore?”, in Scritti letterari, cit., pp. 1-21,
Foucault afferma che Ann Radcliffe “ha reso possibile i romanzi del terrore dell'inizio
del XIX secolo”: “I testi di Ann Radcliffe hanno aperto il campo a un certo numero di
somiglianze e analogie che hanno il loro modello o principe nella sua opera specifica.
porti sociali: è localizzata e al di fuori della società. Il crimine non si tro-
va più in mezzo alla società, ma nei luoghi extrasociali: i conventi, i ca-
stelli, i sotterranei, una montagna scavata come una fortezza. All'interno
di questa geografia specifica del crimine, c'è una sorta di società comple-
tamente chiusa su se stessa, con le sue iniziazioni, i suoi riti, i suoi valori,
la sua gerarchia; in questa società non si troverà nessun personaggio am-
biguo, perché il passaggio alla criminalità avviene in un colpo solo, in
blocco, una volta per tutte: o uno è malvagio per natura perché è nato
con un marchio negativo ed è l'incarnazione del male, o è passato alla cri-
minalità perché nel corso della sua vita ha commesso una colpa inespia-
bile (spergiuro, crimine) che l'ha fatto precipitare nel male. In relazione a
questa controsocietà perfettamente situata, isolata, non può che esserci il
mondo degli innocenti e delle vittime; fra gli uni e gli altri non ci può es-
sere che odio, guerra, ostilità fondamentale, dalla parte dei criminali, e
rapporti in forma di cattura, di prigionia, dall'altra.
Mentre in Gil Blas la figura centrale è il furto assieme alle forme del-
l'ambiguità onestà-disonestà, in questi romanzi la figura centrale è la
Questa contiene dei segni caratteristici, delle figure, dei rapporti, delle strutture, che
hanno potuto essere riutilizzati da altri. Dire che Ann Radcliffe ha fondato il romanzo
del terrore vuol dire in fin dei conti: nel romanzo del terrore del XIX secolo, si ritroverà,
come in Ann Radcliffe, il tema dell'eroina presa nella trappola della sua propria inno-
cenza, la figura del castello segreto che funziona come una contro-città, il personaggio
dell'eroe nero, maledetto, destinato a fare espiare al mondo il male che gli si è fatto,
ecc.” (ivi, p. 15). In un'intervista del 1977, “L'occhio del potere” (cit., p. 16), Foucault
suggerisce che i romanzi di Ann Radcliffe formano una “controfigura” rispetto alla tra-
sparenza panoptica di Bentham: “I romanzi di orrore, all'epoca della Rivoluzione, svi-
luppano tutto un immaginario fantastico della muraglia, dell'ombra, del nascondiglio e
della segreta, che danno rifugio, in una complicità che è significativa, ai briganti e agli
aristocratici, ai monaci e ai traditori: i paesaggi di Ann Radcliffe sono montagne, fore-
ste, caverne, castelli in rovina, conventi la cui oscurità e silenzio fanno paura. Ora, que-
sti spazi immaginari sono come 'controfigure' delle trasparenze e delle visibilità che si
cerca di imporre”. Sulle figure di mostri nei romanzi di Ann Radcliffe, cfr. Gli anormali,
cit., lezione del 29 gennaio 1975, pp. 95-99.
Per un'analisi approfondita e una lettura incrociata di Foucault, Ann Radcliffe e Jeremy
Bentham, cfr. C. Wrobel, “Gothique et Panoptique: lecture croisée des œuvres de Jere-
my Bentham (1748-1832) et Ann Radcliffe (1764-1823)”, tesi di dottorato in Lingue e
letterature inglesi e anglosassoni, Université Paris X, 2009,
http://www.theses.fr/2009PA100110; Id., Gothique, réforme et Panoptique, in “Revue
d'études benthamiennes”, n. 7, 2010, http://etudes-benthamiennes.revues.org/214.
guerra, la morte di cui questa controsocietà è la metafora: passare da
quella parte significa passare dalla parte della morte, attraversare questa
controsocietà e salvarsi, come accade a certi eroi privilegiati, significa re-
suscitare. Tutte le opposizioni massicce: vita/morte, innocenza/crimine,
bene/male, caratterizzano la forma di delinquenza che vediamo apparire
in questo genere di racconti. Tra Gil Blas e Il castello, il testo di Le Trosne
segna il punto in cui precipita la figura della delinquenzaa.

a Il manoscritto comprende altri due fogli (foll. 19 e 20) che Foucault tralascia nella lezio-
ne del 17 gennaio 1973.
“Molti altri fatti potrebbero dare testimonianza dell'apparizione – o della costituzione –
del criminale come nemico. Per esempio: nelle pratiche penali, il passaggio da una de-
portazione (che ha essenzialmente la forma del bando) alla colonia penitenziaria.
America ≠ Botany Bay
Ma dobbiamo interrogarci non tanto sull'insieme di elementi che segnala questa appari-
zione, quanto sul loro statuto. E nella misura in cui questa apparizione servirà da punto
di partenza, e [in cui] è essa stessa da analizzare.
– Sotto questa sociologizzazione del crimine, sotto questa presentazione del criminale
come nemico della società, dietro a questa reinterpretazione delle forme della penalità
nei termini di una meccanica o di una reazione sociale, sotto questo emergere della so-
cietà (e non più soltanto del sovrano o del potere politico) come personaggio essenziale
sulla scena giudiziaria, che cosa accade?
– Sotto la costituzione di un sapere della criminalità che non pone più la vecchia do-
manda dell'indagine “chi ha fatto cosa?” ma la nuova domanda: “cos'è necessario per
essere un criminale?”, “che cosa dev'essere una società affinché il crimine sia
possibile?”.
Domande che non si riferiscono più al fatto, ma alla natura e alla norma. Domande che
non dipendono più dalla pratica discorsiva dell' indagine, ma dalla pratica discorsiva
dell'esame.
Che cosa accade dietro a tutto ciò?
Che cos'è questo processo, o questo evento qualificato come “apparizione”, “emergen-
za”? Che cosa vuol dire affermare che il criminale appare come nemico pubblico, che il
crimine è definito come, funziona come, serve come rottura del legame sociale?
– Si tratta dell'allestimento di una rappresentazione dominante o di un sistema di rap-
presentazione dominante: il criminale sarebbe rappresentato come nemico?”.
Lezione del 24 gennaio 1973

(III) Altri indizi dell'emergere del criminale-nemico sociale. Dibattito


sulla pena di morte nel 1791. (IV) Rapporto degli effetti teorico-politici
di un discorso sulle tattiche punitive nella stessa epoca. Principale siste-
ma di castigo: predisposizione del sistema penitenziario in Inghilterra nel
1790-1800; in Francia tra il 1791 e il 1820. Eterogeneità tra il criminale-
nemico sociale e la prigione; una faglia tra il penale e il penitenziario. –
Secondo la teoria penale, la punizione come difesa sociale; da cui i prin-
cìpi: relatività; gradualità; sorveglianza, pubblica e infallibile; e tre mo-
delli di punizione: l'infamia, il taglione, la schiavitù. – Nella prigione: il
tempo, unica variabile di grado. La forma-prigione e la forma-salario:
due forme storicamente gemelle. Potere capitalista e sistema di penalità:
la presa del potere sul tempo.

Si potrebbero citare anche altri indizi dell'emergere del criminale


come nemico socialea, per esempio il dibattito sulla pena di morte svolto-

a Il manoscritto (fol. 1) inizia così:


“1. Il criminale 'appare' come 'nemico' della società.
La società 'appare' come lesa, ferita dal crimine.
La punizione 'appare' come protezione, difesa della società.
Fenomeno che si oppone
– all'antica concezione del crimine come danno. Modalità della controversia;
– alla concezione classica del crimine come oltraggio alla sovranità. Modalità del crimi-
ne di Stato.
si nel maggio 1791, nel momento in cui Le Peletier de Saint-Fargeau pre-
sentava il suo progetto di codice penale1. Le argomentazioni, infatti, sono
parti di un principio considerato da tutti come fondamentale: il crimine è
un attacco contro la società e il criminale è un nemico sociale 2. Quindi,
contro coloro che evocavano il principio formulato da Rousseau nel Con-
tratto sociale – ovvero che bisogna esiliare o uccidere il criminale in

Vedi in Muyart de Vouglans come si intrecciano queste tre concezioni.


Vedi la discussione sulla pena di morte nel 1791”.
1 Il dibattito all'Assemblea nazionale costituente “sull'insieme del progetto di Codice pe-
nale e in particolare sul problema di sapere se la pena di morte sarà o non sarà mante-
nuta” ha avuto luogo in maggio e giugno 1791. Cfr. “Archives parlamentaires 1787-
1860”, prima serie (dal 1787 al 1799), cit. […], vol. XXVI (dal 12 maggio al 5 giugno
1791), p. 618, col. 2. Louis-Michel Le Peletier de Saint-Fargeau (1760-1793) fu il relatore
del progetto di codice penale e presentò il suo progetto a nome dei comitati di Costitu-
zione e di legislazione criminale il 30 maggio 1791; cfr. ivi, p. 617. Le Peletier de Saint-
Fargeau compare spesso in queste lezioni, così come in Sorvegliare e punire, cit.; venne
eletto dalla nobiltà parigina agli Stati generali, poi alla Convenzione ed elaborò un pia-
no di pubblica istruzione, votato dalla Convenzione dopo il suo decesso – fu assassinato
alla vigilia dell'esecuzione di Luigi XVI, il 20 gennaio 1793, da un monarchico che lo
biasimava per aver votato a favore della morte del re. Cfr. J. Tulard, J.-F. Fayard, A. Fier-
ro, Dizionario storico della Rivoluzione francese, cit., pp. 735-736. I dibattiti completi
del 1791 all'Assemblea nazionale costituente sulla pena di morte, così come il “Rapport
sur le projet du Code pénal” presentato da Le Peletier de Saint-Fargeau, sono riprodotti
in extenso sul sito dell'Assemblea nazionale, http://www.assemblee-
nationale.fr/histoire/peinedemort/débat_1791.asp
2 Come indica il manoscritto (fol. 1), ,questa nuova concezione del criminale-nemico so-
ciale si oppone, da una parte, “alla vecchia concezione del crimine come danno” e alla
“modalità della controversia”, e dall'altra “alla concezione classica del crimine come at-
tentato alla sovranità” e alla “modalità del crimine di Stato” […]. In Pierre-François
Muyart de Vouglans (1713-1791), avvocato al Parlamento di Parigi, poi del Gran Consi-
glio, si ritrova questa nozione di criminale-nemico sociale; così, nella sua Réfutation
des principes hasardés dans le Traité des délits et peines, traduit de l'italien (Desaint,
Paris 1767, p. 7), Vouglans accusa Beccaria di aver scritto “un'apologia in favore di que-
sta disgraziata Porzione del genere umano, che è il suo flagello, che lo disonora, e che
talvolta ne è perfino la distruzione”. La concezione del crimine come danno è inoltre
presente nella definizione stessa che ne dà Vouglans nei suoi Institutes au droit criminel,
ou Principes généraux en ces matières (Le Breton, Paris 1757, p. 2): “È un Atto difeso
dalla Legge, con cui si causa un pregiudizio a un terzo attraverso il dolo o la colpa; fac-
tum jure prohibitum, quo quis dolo vel culpa facientis loeditur”. Cfr. anche la sua con-
cezione del crimine come “attacco” diretto alla “Sovranità del Re” o un “attacco singo-
lare alla Cosa pubblica” (ivi, p. 449). Nel “Riassunto del corso” […], Foucault si riferi-
sce agli Institutes di Vouglans come a uno dei “grandi monumenti del diritto criminale
classico”. Vouglans sarà frequentemente menzionato in Sorvegliare e punire (cfr. pp. 40,
quanto nemico della società3 – Robespierre, andando apparentemente in
direzione opposta a Rousseau, ma partendo dalle stesso nucleo teorico,
obiettava che nella misura in cui il criminale è un nemico della società,
essa non ha il diritto di ucciderlo, poiché nel momento in cui mette le
mani su un criminale, una volta finita la battaglia, essa si trova in certo
modo di fronte a un prigioniero nemico, e sarebbe altrettanto barbaro
per la società uccidere un nemico già vinto che per un guerriero uccidere
il suo prigioniero o per un adulto uccidere un bambino: la società che uc-
cide il criminale sottoposto a giudizio è come un adulto che uccide un
bambino4. Un dibattito come questo permette di studiare l'effetto teori-
co-politico del principio del criminale-nemico sociale. Inoltre, fornisce un
riferimento per l'analisi di una discussione teorico-politica. Questa anali-
si dovrebbe tenere conto, per esempio, di ciò che Marx scrisse in merito
alla discussione sui furti di legna5, e di ciò che scrisse Blanqui, quindici

52-53, 81, 330).


3 Cfr. J.-J. Rousseau, Du contrat social, ou Principes du droit politique, libro II, cap. 5:
“Du droit de vie et de mort”, in Œuvres complètes, Gallimard, Paris 1964, vol. III, pp.
376-377; trad. it. di V. Gerratana, Il contratto sociale, Einaudi, Torino 1994, libro II,
cap. 5, “Del diritto di vita e di morte”; p. 50: “Ogni malfattore, violando il diritto socia-
le, diventa per i suoi delitti ribelle e traditore della patria; egli cessa di esserne membro
violando le sue leggi; anzi le fa guerra. Allora la conservazione dello Stato è incompati-
bile con la sua; bisogna che uno dei due perisca; e, quando si fa morire il colpevole, lo si
uccide non tanto come cittadino, quanto come nemico. Le procedure, il giudizio, sono
le prove e la dichiarazione che egli ha rotto il patto sociale, e che per conseguenza egli
non è più membro dello Stato. Ora, siccome egli si è riconosciuto tale, perlomeno con il
suo domicilio, deve esserne separato o con l'esilio come violatore del patto o con la
morte come nemico pubblico; poiché un tale nemico non è una persona morale, ma
solo un uomo: ed è in questo caso che è diritto di guerra uccidere il vinto”. Foucault ri-
prende questa analisi della teoria generale del contratto in Sorvegliare e punire, cit., pp.
98-99.
4 Cfr. M. de Robespierre, Discours à l'Assemblée nationale, 30 maggio 1791, “Archives
parlamentaires 1787-1860”, prima serie, cit., vol. XXVI, p. 622, col. 1: “Un vincitore che
fa morire i suoi nemici catturati è chiamato barbaro! ( Mormorii.) Un uomo adulto che
sgozza un bambino che può disarmare e punire sembra un mostro! ( Mormorii.) Un ac-
cusato che la società condanna non è diverso per essa da un nemico vinto e impotente,
davanti a essa gli è più debole di un bambino davanti a un uomo adulto”.
5 Foucault si riferisce a una serie di cinque articoli pubblicati il 25, 27, 30 ottobre e il 1° e
3 novembre 1842 sulla “Gazzetta renana/Rheinische Zeitung”, di cui Marx era redatto-
re. Questi testi analizzano i dibattiti al IV Dieta renana sulla “legge contro i furti di le-
gna”. Foucault aveva annotato i testi di Marx riguardanti questa legge: cfr. K. Marx,
anni dopo, in un'altra discussione che riguardava i diritti sul vino 6. A par-
tire da questi modelli, si potrebbe forse vedere come analizzare le discus-
sioni politiche, le opposizioni e le lotte a livello di discorso, all'interno di
una situazione politica data.

***

Ritorniamo a questa messa in atto dell'apparizione del criminale


come nemico sociale. Il termine “apparizione” è di certo insoddisfacente.
Dove appare come tale? E a chi? Si tratta della formazione di un'ideolo-
gia, dell'organizzazione di un tipo di discorso, di uno schema di compor-
tamento? Questa nozione, che per ora lasciamo vuota, resta comunque
Œuvres complètes I: Œuvres philosophiques, trad. fr. di J. Molitor, Alfred Costes, Paris
1948 [1937], vol. V; trad. it. a cura di L. Firpo, “Dibattiti sulla legge contro i furti di le-
gna”, in Scritti politici giovanili, Einaudi, Torino 1950, pp. 177-225. La legge in merito
al furto di legna prevedeva di punire ogni “appropriazione di legna altrui”, che si trat-
tasse della raccolta di ramaglia o dell'abbattimento e del furto di legna verde; cfr. ivi,
pp. 179-181. Questi articoli denunciano la legge che era al servizio dell'interesse dei pro-
prietari di foreste e abbozzano quindi una definizione “dell'ideologia giuridica borghe-
se” (P. Lascoumes, H. Zander, Marx: du “vol de bois” à la critique du droit , PUF, Paris
1984, p. 241). Il testo di Marx comporta anche dei richiami a un “diritto consuetudina-
rio della povera gente in tutti i paesi”, che sono stati ampiamente commentati; anche
Edward P. Thompson analizzò questi scritti di Marx nella sua teorizzazione di “nuove
definizioni della proprietà”; cfr. E.P. Thompson, Modes de domination et révolutions
en Angleterre, in “Actes de la recherche en sciences sociales”, n. 2-3, vol. II, 1976, in par-
ticolare p. 139. Su questo tema, cfr. anche infra, Nota del curatore […].
6 Nonostante uno scarto di soli sette anni con i testi di Marx sul “furto di legna”, si trat-
ta probabilmente di L.-A. Blanqui, “Impôts des boissons”, in La critique sociale, 2 voll.,
Félix Alcan, Paris 1885, vol. II: “Fragments et notes”, pp. 188-224. Questo testo, redatto
nel dicembre 1849, presenta un commento acerbo e dettagliato delle discussioni parla-
mentari relative all'instaurazione di una tassa del genere, “imposta progressiva nel senso
inverso alle fortune” (p. 189). Blanqui denuncia “l'egoismo avido degli agenti della fi-
nanza e […] il carattere servile di tutti i governi di fronte a questa casta, i cui interessi,
le cui esigenze e la cui cupidigia sono il solo regolatore, l'unica bussola di tutti gli inte-
ressi del potere” (ibidem). Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) fu un teorico e politico
francese il cui infaticabile impegno a favore di una rivoluzione armata ha fatto sì che
passasse gran parte della vita in prigione. Nel dicembre 1848 viene incarcerato per aver
organizzato, il 15 maggio 1848, un colpo di mano popolare contro l'Assemblea a favore
della Polonia; cfr. M. Mourre, Dictionnaire encyclopédique d'histoire, Bordas, Paris
1978, 7 voll., vol. I, pp. 576-577; trad. it. Dizionario enciclopedico di storia, Mondadori,
Milano 1992, vol. I.
l'indice di un problema da porrea. Per adesso voglio analizzare l'evento
che si è prodotto in quel periodo e per farlo sposterò l'analisi e sposterò il
bersaglio dalla teoria e dalla pratica penali al rapporto tra queste e la tat-
tica effettiva della punizione in quell'epoca. Si può allora constatare un
fenomeno significativo: nell'epoca in cui, all'interno dell'istituzione pena-
le, si formula e si mette in pratica il principio del criminale-nemico socia-
le, appare una nuova tattica punitiva: la carcerazione.
Nuova tattica nonostante l'apparenza, perché la prigione non è un
castigo di vecchia data la cui fortuna non ha mai smesso di crescere nel
corso dei secoli. Per tutto il XVIII secolo, infatti, essa non è mai stata un
vero e proprio castigo all'interno del sistema penale. L'introduzione della
prigione [in questo sistema] risale alla fine del XVIII secolo, come testi-
monia il Code criminel redatto da Serpillon nel 1767: “La prigione non è
considerata come una pena, secondo il nostro diritto civile” 7, cioè laico in
opposizione a canonico; “benché i Principi, per ragioni di Stato, siano
talvolta indotti a infliggere questa pena, si tratta di eccessi di autorità,

a Manoscritto (fol. 2):


“2. Che cos'è questo processo o questo evento designato o mascherato dal termine 'ap-
parire'?
– La formazione di un'ideologia, o di un elemento ideologico? Il crimine 'rappresentato'
come ostilità, il criminale 'rappresentato' come nemico?
– In realtà, è qualcosa che accade a un altro livello. E i cui meccanismi sono altri.
Si tratta della costituzione effettiva di una condizione di ostilità tra i criminali e la tota-
lità del corpo politico; la designazione di un fronte di guerra; tutta un'operazione di se-
gregazione tramite cui i criminali da una parte e la società dall'altra si ritroveranno fac-
cia a faccia.
Ed è qui che incontriamo la reclusione”.
7 F. Serpillon, Code criminel, ou Commentaire sur l'ordonnance de 1670, Périsse, Lyon
1767, vol. II, parte terza, titolo XXV: “Des sentences, jugements et arrêts”, articolo
XIII, § 33, p. 1095. Questo passaggio sarà ripreso nel “Riassunto del corso”, infra […],
come pure in Sorvegliare e punire, cit., pp. 128-129. Il Traité des matières criminelles di
Serpillon, pubblicato nel 1767, rappresenta uno degli ultimi trattati di diritto penale
dell'Ancien régime. François Serpillon (1695-1772), giurista, fu luogotenente generale di
Autun; cfr. H. Richard, “Un criminaliste bourguignon: François Serpillon, 1695-1772”,
in Histoire et crminalité de l'Antiquité au Xxe siècle: nouvelles approches. Actes du col-
loque de Dijon-Chenove, 3-5 octobre 1991, Éditions universitaires de Dijon, Dijon 1992,
pp. 439-448. Serpillon ricompare in Sorvegliare e punire come figura della severità pena-
le: “Giuristi come Serpillon o Blackstone insistono, in pieno secolo XVIII, sul fatto che
lo scacco del boia non deve significare per il condannato la vita salva” (p. 57).
laddove la Giustizia ordinaria non fa uso di condanne di questo tipo” 8.
Ora, prendiamo i testi [elaborati] una cinquantina d'anni dopo a, come
quello del grande dibattito del 18319, che segna una pietra miliare perché
si tratta della prima grande revisione del sistema penale dopo il Code
d'instruction criminelle del 1808 e il Codice penale del 1810. All'inizio
della monarchia di Luglio, si rimette in cantiere una parte del Codice pe-
nale. Ecco, per esempio, quanto dichiara Rémusat il 1° dicembre 1831:
“Qual è il sistema penale ammesso dalla nuova legge? La carcerazione in
ogni sua forma. Confrontate, infatti, le quattro pene principali che per-
mangono nel Codice penale”10 – di cui curiosamente non fa parte la pena
di morte, come se fosse una pena al limite del sistema di punizione. “I la-
vori forzati a vita o a tempo sono una forma di carcerazione. Il bagno è
8 F. Serpillon, Code criminel, cit., vol. II, p. 1096. Serpillon parafrasa qui l'argomentazio-
ne di Jean Bouhier (1673-1746), giureconsulto, magistrato e storico, che si trova in [J.
Bouhier], Œuvres de jurisprudence de M. Bouhier, Louis-Frantin, Dijon 1788, vol. II,
cap. LV, § LXIV: “Condanna alla prigione a vita, se comporta confisca dei beni” (p.
451). Serpillon scrive: “Il presidente Bouhier, cap. 65, n. 66, tomo II, p. 149, propone la
questione di sapere se la condanna alla prigione a vita comporta la confisca: dice che
può apparire straordinaria” (Code criminel, cit.). Foucault precisa questo riferimento a
Bouhier nel manoscritto; cfr. anche Sorvegliare e punire, cit.: “E questa detenzione ex-
tragiudiziaria si trovava a essere respinta altrettanto decisamente sia dai giuristi classici
che dai riformatori. Prigione, fatto del principe, diceva un tradizionalista come Serpil-
lon che si riparava dietro l'autorità del presidente Bouhier: 'Benché i principi per ragioni
di Stato si determinino talvolta a infliggere questa pena, la giustizia ordinaria non fa
uso di questa sorta di condanna” (pp. 129-130).
a Manoscritto (fol. 3): “Ma circa sessant'anni più tardi la privazione della libertà e la re-
clusione sono considerate come la pena più naturale e più frequente”.
9 Cfr. Discussion du projet de loi tendant à introduire des réformes dans le Code pénal , in
“Archives parlamentaires 1787-1860”, seconda serie, cit. […], vol. LXXI (dal 21 ottobre
1831 al 22 novembre 1831), pp. 759 sgg.; e Suite de la discussion du projet de loi relatif
à des réformes à introduire dans les lois pénales , in “Archives parlamentaires 1787-
1860”, vol. LXXII, seconda serie, cit., pp. 2 sgg.
10 C. de Rémusat, Discussion du projet de loi relatif à des réformes dans la législation pé-
nale, Camera dei deputati, 1° dicembre 1831, in “Archives parlamentaires 1787-1860”,
seconda serie, cit., vol. LXXII, p. 185, col. 2. Charles de Rémusat (1797-1875), politico,
scrittore e filosofo, era un sodale di Adolphe Thiers e, nell'ottobre 1830, dopo la Rivolu-
zione di luglio, venne eletto alla Camera dei deputati. La citazione è ripresa in Sorve-
gliare e punire, cit., p. 125; cfr. anche infra, “Riassunto del corso” […], dove il testo è
arricchito da un discorso di Pierre-François Van Meenen (1772-1858), avvocato, filosofo
e professore all'Università libera di Bruxelles, all'apertura del Congresso internazionale
penitenziario di Bruxelles nel 1847 (cfr. anche Sorvegliare e punire, cit., p. 13).
una prigione all'aria aperta. La detenzione, la reclusione, l'imprigiona-
mento correzionale non sono in fondo che nomi diversi di un solo e me-
desimo castigo”11.
Tra questi due testi, dunque, la carcerazione si è insediata come siste-
ma di castigo. Qualche riferimento generale: nel 1779 l'Inghilterra, in se-
guito all'indipendenza americanaa, deve rivedere la sua tattica punitiva12.
Dopo l'inchiesta di Howard sulle case di reclusione europee 13, Howard e
Blackstone propongono un progetto di legge in cui la carcerazione appa-
re esplicitamente come una pena: “Molti degli individui giudicati colpe-
voli, che in altre occasioni erano puniti con la deportazione, se fossero as-
soggettati a una detenzione isolata, potrebbero non solo indurre terrore
in chi fosse tentato di imitarli, ma contrarre a loro volta l'abitudine al la-
voro e dunque correggersi”14. Di fatto bisogna attendere gli anni 1790-
11 C. de Rémusat, Discussion du projet de loi, cit. [nota precedente].
a Manoscritto (fol. 4): “1779: la guerra d'indipendenza impedisce la deportazione”.
12 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 134-135.
13 Cfr. J. Howard, L'État des prisons, des hôpitaux et des maisons de force en Europe au
XVIIIe siècle, trad. fr. di C. Cartier e J.-G. Petit, Éditions de l'Atelier (traduzione delle
edizioni inglesi del 1777 e 1784), Paris 1994. Tra il 1773 e il 1790 John Howard (1726-
1790) condusse diverse indagini sulle prigioni inglesi e continentali (in Germania, Bel-
gio, Danimarca, Spagna, Fiandre, Francia, Olanda, Italia, Polonia, Portogallo, Russia,
Siberia, Svezia, Svizzera ecc.) e pubblicò alcuni testi sulle prigioni tra il 1777 e il 1784.
Foucault si riferisce qui a Julius, Leçons sur les prisons, cit., pp. 299-301, in cui parla dei
fatti accaduti nel 1779 in Inghilterra e “degli ostacoli che si opponevano alla deporta-
zione in America” (ivi, p. 300), così come ai lavori di Howard e alla redazione da parte
di Sir William Blackstone (1723-1780) e di John Howard delle leggi relative agli istituti
penitenziari; sulle descrizioni dei luoghi di reclusione, cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp.
213-223. Per una ricerca più recente, cfr. J.-G. Petit, Obscurité des Lumières: les prisons
d'Europe, d'après John Howard, autour de 1780, in “Criminologie”, n. 1, vol. XXVIII,
1995, pp. 5-22.
14 Foucault cita qui un passo del preambolo di una legge promulgata nel 1779 e redatta
da Blackstone con l'aiuto di Howard. Cfr. Great Britain, The Statutes at Large, from
the Sixteenth Year of the Reign of King George the Third to the Twentieth Year of the
Reign of King George the Third, inclusive, Charles Eyre & William Strahan, London
1780 [19 Geo. III, c. 74], vol. XIII, sezione V, p. 487: “And wherea, if many Offenders,
convicted of Crimes for which Transportation hath been usually inflicted, were ordered
to solitary Imprisonment, accompanied by well-regulated Labour, and religious Instruc-
tion, it might be the Means, under Providence, not only of deterring others from the
Commission of the like Crimes, but also of reforming the Individuals, and inuring them
to Habits of Industry”. Passo citato da Julius in Leçons sur les prisons (cit., pp. 300-
301): “Se molti degli individui condannati per crimini puniti comunemente con la de-
1800 affinché in Inghilterra sia messo a punto il sistema penitenziario 15.
Nel 1793 Bentham elabora il suo progetto di Panopticon, che diverrà la
matrice architettonica delle prigioni europee, progetto ispirato dal fratel-
lo, ingegnere navale, che aveva costruito porti e docks per conto di Cate-
rina II di Russia e concepito a questo scopo un progetto di sorveglianza
generalizzata del porto16.

portazione fossero assoggettati a una detenzione isolata, a un lavoro regolare e all'in-


fluenza dell'istruzione religiosa, potrebbero, con l'aiuto di Dio, non solo ispirare terrore
in chi fosse tentato di imitarli, ma anche correggersi e contrarre l'abitudine del lavoro”.
Cfr. anche Sorvegliare e punire (cit., pp. 134-135) sulla “tripla funzione” della carcera-
zione – “terribile esempio, “strumento di conversione” e “condizione per un apprendi-
stato” – e sulla nascita del penitenziario in Inghilterra. Foucault menzionerà ancora il
Commentaire sur le Code criminel d'Angleterre (trad. fr. dell'abate Goyer, Knapen, Pa-
ris 1776; ed. orig. Commentaries on the Laws of England , Clarendon Press, Oxford
1758) di William Blackstone sul tema del criminale come nemico della società. Black-
stone figura, insieme ai grandi riformatori, come un araldo del nuovo principio per cui
il crimine costituisce un'offesa alla sovranità del re; cfr. infra, “Riassunto del corso”,
[…].
15 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., p. 17.
16 J. Bentham, The Panopticon Writings, a cura di M. Bozovic, Verso, London 1995 (ried.
di Panopticon, or the Inspection-House, in The Works of Jeremy Bentham, a cura di J.
Bowring, William Tait, Edimburg 1791, vol. IV, pp. 37-173; trad. fr. di M. Sissung, Le
Panoptique, preceduto da “L'œil du pouvoir: Entretien avec Michel Foucault”, Pierre
Belfond, Paris 1977; traduzione delle 21 lettere che compongono la prima parte dell'o-
pera; trad. it. Panopticon ovvero la casa d'ispezione, cit. […]). Tra il 1786 e il 1787 Jere-
my Bentham (1748-1832) viaggiò attraverso la Russia per restare accanto a suo fratello,
Samuel Bentham, incaricato della supervisione dei porti, delle fabbriche e delle officine
dal principe Potëmkin; cfr. A. Stanziani, The Traveling Panopticon: Labor Institutions
and Labor Practices in Russia and Britain in the Eighteenth and Nineteenth Centuries ,
in “Comparative Studies in Society and History”, n. 4, vol. LI, ottobre 2009, pp. 715-
741. Jeremy Bentham avviò le sue riflessioni sul principio panottico applicato al conte-
sto penitenziario, che comprendeva fabbriche, ricoveri, ospedali, prigioni e scuole, in
una serie di lettere inviate dalla Russia nel 1787 e pubblicate in francese per ordine del-
l'Assemblea nazionale nel 1791. La nozione di panottismo sociale, sorveglianza genera-
lizzata della società intera, influenzerà il pensiero di Foucault tra il 1973 e il 1976, e que-
sta lezione permette di seguirne i primi abbozzi. All'origine di questo interesse per il Pa-
nopticon, si trova l'ospedale e la prigione; cfr. supra […]. La centralità del panottismo
sociale sarà sviluppato nel corso dell'anno successivo, Il potere psichiatrico (cit.), in cui
Foucault dichiara subito che il Panopticon di Bentham, come simbolo, rappresenta “il
punto di definitivo compimento”, “allorché il potere disciplinare diventa una forma so-
ciale assolutamente generalizzata […] che fornisce esattamente la formula politica e
tecnica più generale del potere disciplinare” (p. 49; cfr. anche pp. 78-84). Su questo
tema, cfr. anche: “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 147-148: “[Il panottismo] è
In Francia c'è una sfasatura. Bisogna attendere il 1791 perché sia for-
mulato teoricamente il principio di carcerazione come schema generale
della punizione. Forse il primo testo che ne contiene la formulazione più
radicale è quello di Duport, il 31 maggio 1791, nell'ambito della discus-
sione sul codice penale17. Egli infatti dichiara: “Se ora chiediamo quale
sia il sentimento universale e costante su cui è possibile stabilire un siste-
ma di repressione e di pene, tutti gli esseri sensibili vi risponderanno di
concerto: è l'amore per la libertà, è la libertà il bene senza il quale la vita
stessa diventa un autentico supplizio; la libertà, il cui ardente desiderio
ha sviluppato così tanti sforzi coraggiosi tra gli uomini; la sua perdita, in-
sieme alla privazione di tutte le gioie della natura, può da sola diventare
una pena reale, repressiva e persistente, che non altera minimamente le
abitudini del popolo, che rende i cittadini più sensibili al valore di una
condotta conforme alle leggi; inoltre è una pena che può essere graduale
in modo da applicarsi ai diversi crimini, permettendo di rispettare quella
proporzione così importante che i diversi gradi di perversità e di nocività
esigono”18. Questo testo teorizza dunque la perdita di libertà come ciò
uno dei tratti caratteristici della nostra società […]. Noi viviamo oggi in una società
programmata fino in fondo da Bentham, in una società panottica, in cui regna il panot-
tismo”; “A proposito della reclusione penitenziaria”, cit., p. 130: “Ciò che mi sembra
ancora più importante [per spiegare i profondi cambiamenti nella pratica reale della pe-
nalità] è l'imposizione di un regime di sorveglianza nei confronti della popolazione ple-
bea, popolare, operaia, contadina. Una sorveglianza generale, continua, da parte delle
nuove forme di potere politico. Il vero problema è la polizia. Direi, se vuole, che ciò che
è stato inventato tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX è il panoptismo”; cfr. an-
che Sorvegliare e punire, cit., pp. 218-233.
17 A. Duport, Discours à l'Assemblée nationale constituante, 31 maggio 1791, in “Archi-
ves parlamentaires 1787-1860”, prima serie, cit., vol. XXVI, pp. 646-650. Adrien Duport
(1759-1798), avvocato eletto dalla nobiltà parigina agli Stati generali, fondò con Barna-
ve e Alexandre de Lamet, il Club dei foglianti ed ebbe una grande influenza sulla crea-
zione del nuovo sistema giudiziario durante la Rivoluzione; cfr. J. Tulard, J.-F. Fayard,
A. Fierro, Dizionario storico della Rivoluzione francese, cit., p. 602.
18 A. Duport, in “Archives parlamentaires 1787-1860”, cit., vol. XXVI; p. 648, col. 1; ri-
preso in Sorvegliare e punire, cit., p. 252 (“universale e costante”). Nel manoscritto Fou-
cault aggiunge (foll. 4-5): “Chabroud invece critica questa uniformazione della pena:
'[…] se ho tradito il mio paese mi si imprigiona; se ho ucciso mio padre mi si imprigio-
na; tutti i delitti immaginabili vengono puniti nel più uniforme dei modi […]. Mi sem-
bra di vedere un medico che per tutte le malattie usa lo stesso rimedio'”. Questo estratto
del discorso di Chabroud del 30 maggio 1791, pubblicato in “Archives parlamentaires
che deve servire da denominatore comune a tutto il sistema punitivo, ed è
appunto quel che propone il progetto di codice penale presentato da Le
Peletier19. Fino al codice del 1810 si mette a punto tutto questo sistema
della carcerazione ben presto, già dal 1791, si vedono nascere le case di
arresto per gli imputati, le case di giustizia per gli accusati, le prigioni per
i condannati. Sotto l'Impero si predispone tutta una gerarchia di prigioni:
le case di giustizia che si trovano nei cantoni, le case di arresto nei distret-
ti, le case di detenzione dipartimentali, le case centrali e i bagni militari
di Brest, Rochefort e Tolone. Dal punto di vista statistico ciò significa:
44.484 detenuti nel 1818, di cui 10.000 imputati e 9700 forzati, cioè su
29,5 milioni di abitanti, uno ogni 662 20; [mentre attualmente ci sono]
30.000 [detenuti su una popolazione di] 50 milioni [di abitanti], cioè uno
ogni 150022.
Il problema allora è il seguente: da una parte, alla fine del XVIII se-
colo, si assiste a tutta la riorganizzazione del sistema delle pene intorno
alla carcerazione e, dall'altra, questa riorganizzazione avviene contempo-
raneamente all'emergere23 del criminale-nemico sociale. Ora, se è verosi-
mile che i due fenomeni siano correlati, si può affermare tuttavia che il si-
stema della carcerazione non deriva dalla ridistribuzione della teoria e
1787-1860”, cit., vol. XXVI, p. 618, col. 1, sarà ripreso in Sorvegliare e punire, cit., p.
127. Charles Chabroud (1750-1816) era un deputato del Delfinato all'Assemblea nazio-
nale.
19 Cfr. L.-M. Le Peletier de Saint-Fargeau, discorso all'Assemblea nazionale “sul progetto
di Codice penale nel suo insieme”, in “Archives parlamentaires 1787-1860”, cit., vol.
XXVI, prima serie, p. 618, col. 2.
20 Foucault, nel manoscritto (fol. 5), dà questo riferimento: “Villermé (le prigioni come
sono)”. Cfr. L.-R. Villermé, Des prisons telles qu'elles sont et telles qu'elles devraient
être, Méquignon-Marvis, Paris 1820, p. 137: “Il 1° luglio 1818, […] 44.484 [prigionieri].
Il che vuol dire, se la popolazione del regno è supposta essere di 29.448.408 individui,
un prigioniero ogni 622”; di cui 9925 “nei bagni penali”.
22 Cfr. M.-D. Barré, 130 années de statistique pénitentiaire en France, in “Déviance et So-
ciété”, n. 2, vol. X, 1986, pp. 107-128, in particolare p. 115 (nel 1973, la popolazione
carceraria metropolitana ammontava a 30.306 persone, tra uomini e donne).
23 Qui e in numerosi altri punti, il manoscritto usa e mette tra virgolette i termini “appa-
rizione” o “appare” mentre il dattiloscritto usa la parola “emergenza”; cfr. supra […].
Sembrerebbe che Foucault abbia preso le distanze dalla nozione di “apparizione” quan-
do ha tenuto queste lezioni. Non sembra che ritorni sull'espressione “'apparizione' del
criminale-nemico”, e in Sorvegliare e punire non userà il termine “apparire”.
della pratica penali intorno al tema del criminale-nemico sociale. In altre
parole, l'inserimento della prigione nel sistema delle pene è un fenomeno
che le incrocia, ma non sono loro ad aver portato, come conseguenza lo-
gica, né tanto meno come conseguenza storica diretta, all'utilizzo quasi
esclusivo della prigione come strumento punitivo. Esiste un'eterogeneità
tra i due processi che sono, da una parte, quello della derivazione discor-
siva che induce a formulare il principio del criminale come nemico socia-
le e, dall'altra, quello della punizione. Cosicché tra il penale, organizzato
intorno al principio del criminale, e il penitenziario a, organizzato intorno
alla prigione, [si percepisce] una faglia di cui ora bisogna stabilire l'appa-
rizione storicab.
Ora, questa faglia non è il semplice risultato di una contraddizione
interna al sistema o di una eterogeneità di partenza, vale a dire qualcosa
come l'effetto di sedimentazioni storiche diverse, ma la si può analizzare
nei termini di una tattica d'insieme. Certo, ci sono dei conflitti, delle con-
traddizioni tra il penale e il penitenziario 24. Vediamo le istituzioni scon-
trarsi, dare luogo a discorsi che non si penetrano, che si incrociano: il di-
scorso del diritto penale e quello che a partire dagli anni 1820-1830 si
chiamerà della “scienza delle prigioni”, che si presenta come un discorso
autonomo rispetto al discorso del diritto e che in seguito, dopo alcune
trasformazioni, darà luogo alla criminologia 25. Ma questa opposizione al
a Il manoscritto (fol. 6) aggiunge: “tra il 'punire' e la punizione”.
b Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “e le cui conseguenze ed effetti arrivano fino a oggi”.
24 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 271-276.
25 La “scienza delle prigioni” risale alla fine del XIX secolo. È legata a Charles Lucas
(1803-1889), uno dei fondatori della Società generale delle prigioni stabilita nel 1877,
due anni dopo la legge sulla carcerazione in celle (1875), con l'incarico di sorvegliare
sulla sua applicazione. La Società, composta principalmente da giuristi, fra le altre cose
si pone la missione di promuovere la scienza penitenziaria in tutta Europa, attraverso il
sostegno di una rivista che pubblica a partire dal 1877. Charles Lucas, avvocato liberale
della Restaurazione e anche ispettore generale delle prigioni, si esprime quasi subito a
favore del miglioramento delle condizioni detentive e dell'abolizione della pena di mor-
te; cfr. C. Lucas, Du système pénitentiaire en Europe et aux États-Unis, Béchet, Paris
1834; Id., De la réforme des prisons, ou De la théorie de l'emprisonnement, de ses prin-
cipes, de ses moyens et de ses conditions pratiques, Legrand et Bergounioux, Paris 1836-
1838, 3 voll., (citato nel “Riassunto del corso”, infra […]). Lucas, nei suoi scritti e nella
sua pratica, preconizzerà una scienza razionalista delle prigioni. Foucault lo collocherà
livello dei discorsi, dei tipi di sapere autorizzati dalla pratica del diritto,
da una parte, e da quella della reclusione, dall'altra, non fa che riportare
questo gioco al livello stesso delle istituzioni: l'eterno tentativo del siste-
ma penitenziario di sfuggire alla penetrazione del giuridico e della legge,
e lo sforzo del sistema giudiziario per controllare il sistema penitenziario
che gli è eterogeneo. A questo riguardo si può fare riferimento a un testo
del duca Decazes, ministro degli Interni nel 1818, che scrive a Luigi
XVIII: “La disgrazia è che la legge non penetra nella prigione”a 26.
Non si può quindi far derivare la carcerazione come una conseguen-
za insieme pratica e discorsiva della teoria penale o della pratica giudizia-
ria. È vero che nella pratica giudiziaria esisteva già qualcosa di simile alla
prigione, benché la prigione penale in realtà non fosse utilizzata per puni-
re, ma per avere una garanzia sulla persona. Si trattava di una cauzione
fisica, era questo lo statuto dato ai prigionieri di guerra, a chi era impri-
gionato per prevenzione e per detenzionea. Le Trosne, nel 1768, diceva:
insieme a Julius come partigiano del “vecchio progetto” di “fondare una 'scienza delle
prigioni' capace di fornire i princìpi architettonici, amministrativi, pedagogici di un'isti-
tuzione che il compito di 'correggere'” (ivi, p. 268). Lucas avrà un ruolo centrale in Sor-
vegliare e punire, cit., soprattutto nella quarta parte: “Prigione”, pp. 257-277.
a Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “Ma quel che bisogna far vedere è che cosa accade, che
cosa passa in questa sfasatura, il gioco di potere che vi si trova realizzato”.
26 Élie Louis Decazes, conte e poi duca Decazes (1780-1860), era segretario di Stato nel di-
partimento degli Interni sotto Luigi XVIII nel 1819 e ha redatto un importante Rapport
au Roi sur les prisons et pièces à l'appui du rapport , [s.e., s.l.] 21 dicembre 1819; cfr. R.
Langeron, Decazes, ministre du Roi, Hachette, Paris 1960. In questo rapporto, Decazes
fa un'asserzione simile a quella appena letta: “Essa [la legge] deve quindi seguirlo nella
prigione dove l'ha condotto” (E.L. Decazes, Rapport au Roi, in “Le Moniteur
universel”, n. 100, Mme Vve Agasse, Paris, sabato 10 aprile 1819, p. 424). È interessante
notare qui l'affermazione di Vidocq (cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 312-313) in Sup-
plément aux Mémoires de Vidocq, Les Marchands de nouveautés, Paris 18312, vol. II, p.
10: “La legge non penetra nelle prigioni”. Decazes è menzionato più volte in Sorvegliare
e punire per la sua indagine svolta nel 1819 sui diversi luoghi della sicurezza (cfr. pp. 126
e 255); sul suo Rapport, cfr. ivi, p. 271: “La pena non deve essere niente di più della pri-
vazione della libertà. Come i nostri attuali governanti, già Decazes lo diceva, ma nello
splendore del suo linguaggio: 'La legge deve seguire il colpevole nella prigione dove lo
ha condotto'”. Tema ripreso dal Gip, che mette in luce l'articolazione tra il Gip e le ri-
cerche genealogiche di Foucault in Sorvegliare e punire.
a Il manoscritto (fol. 8) precisa:
“Esistevano certamente delle prigioni, già a partire dal M[edioevo]. Ma non era una pu-
nizione, era un pegno; una garanzia sulla persona; una cauzione fisica e corporea. Da
“La prigione in sé non è affatto una pena. La detenzione dell'accusato è
una precauzione necessaria per assicurarsi della sua persona e
disporne”27. Per cui, quando si mette in prigione qualcuno, non è per pu-
nirlo; ma per assicurarseneb.
Allo stesso modo, non possiamo far derivare il sistema di carcerazio-
ne da una sorta di modello teorico che sarebbe mutuato dalla teoria pe-
nale del criminale-nemico sociale. Ci si può riferire ai testi di Beccaria, di
Brissot, [Théorie] des lois criminelles (1781), o di Le Peletier de Saint-Far-
geau28. In che modo, infatti, essi deducono dal principio del criminale-ne-
mico un sistema di punizioni effettive? Se, come dice Brissot, è vero che
“il crimine non è che un attentato all'ordine, all'interesse sociale”29, quale
dovrà essere la punizione? La punizione, allora, non è qualcosa [che attie-
ne al] risarcimento o [alla] vendetta. E non ha nemmeno a che vedere con
il castigo o con la penitenza. È soltanto la difesa e la protezione della so-
cietà.
cui i suoi tre usi: guerra, debito, prevenzione”.
27 G.-F. Le Trosne, Vues sur la justice criminelle, cit., p. 41. Foucault comparerà questo te-
sto a quello del 1764 sul vagabondaggio, in Sorvegliare e punire, cit., p. 97: “Bisogna
concepire un sistema penale come un meccanismo per gestire gli illegalismi in modo
differenziato e non per sopprimerli tutti”.
b Manoscritto (fol. 8):
“La prigione-pena non deriva dalla prigione-pegno. Sforzo, al contrario, per separarle.
Si sarebbe anche pensato di fare delle case di arresto e di giustizia che non dovevano rin-
chiudere dei condannati”.
28 Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit.,; J.P. Brissot de Warville, Théorie des loix
criminelles, [s.e.], Berlin 1781, 2 voll.; L.-M. Le Peletier de Saint-Fargeau, Rapport sur
le projet du Code pénal all'Assemblea nazionale, 23 maggio 1791, in “Archives parla-
mentaires 1787-1860”, prima serie, cit., vol. XXVI, pp. 319-345.
29 J.P. Brissot de Warville, Théorie des loix criminelles, cit., vol. I, p. 101 (corsivo nel testo
originale). Jacques Pierre Brissot de Warville (1754-1793), poligrafo, imprigionato alla
Bastiglia, in seguito fece parte della Convenzione, fu membro e capofila dei girondini,
morì ghigliottinato il 31 ottobre 1793. La sua Théorie des loix criminelles è una delle
sue prime pubblicazioni, un'opera di gioventù, si potrebbe dire, e nella tradizione dei
philosophes, scritta in un'epoca in cui lavorava presso un procuratore e si preparava a
una carriera nel diritto. Brissot dedica la sua opera a Voltaire: “È per te, sublime Voltai-
re, che soffiando sul secolo il fuoco del tuo genio, l'hai creato e fatto vivere; a te l'univer-
so deve la luce pura che lo rischiara” ( ivi, p. 8). Foucault colloca Brissot vicino a Becca-
ria tra i grandi riformatori e lo cita frequentemente in Sorvegliare e punire (cit., pp. 98,
108-110, 114, 121), a titolo illustrativo del concepimento della riforma penale nel XVIII
secolo.
Da cui derivano quattro princìpi penali. Questo significa, in primo
luogo, che ogni società può modulare, in base ai suoi bisogni, la scala
delle pene, poiché la pena non deriva più intrinsecamente dall'importan-
za della colpa, ma unicamente dall'utilità sociale. Tanto più debole è una
società, tanto più facilmente è messa in pericolo da un crimine, quanto
più la penalità è pesante; una società ordinata non è colpita gravemente
da un crimine e può limitarsi a un sistema di pene relativamente lieve 30.
Come primo principio, ci sarà dunque quello della relatività delle pene,
relatività che non si riferisce all'individuo stesso, ma allo stato della so-
cietà. In base a queste condizioni non ci può essere un modello universale
di pena. D'altronde, se la pena è una penitenza, il fatto che sia eccessiva
in fondo non ha alcuna importanza, dal momento che si tratta di salvare
l'anima o di riconciliare l'individuo; ma se la pena è una reazione e una
difesa della società, e supera la misura, diventa abuso di potere. Ci vuole
quindi – ecco il secondo principio – una sottile gradazione dei contrattac-
chi in funzione degli attacchi verso la società. La punizione mira a disar-
mare il nemico, il che può assumere due forme: impedirgli di nuocere o
reintrodurlo nel patto sociale. Ne deriva il terzo principio di questo siste-
ma di penalità: il principio della sorveglianza dell'individuo per tutta la
durata della sua punizione e rieducazionea. Quarto principio: se la pena
deve essere una protezione della società, essa deve tendere a impedire che
si producano nuovi nemici; quindi è necessario che sia esemplare e sco-

30 Questo passaggio è da confrontare con la seconda dissertazione della Genealogia della


morale, § 10, dove Nietzsche scrive: “Sempre, con la crescita della potenza e dell'autoco-
scienza di una comunità, si mitiga anche il suo diritto penale […]. Non sarebbe impen-
sabile una coscienza della propria potenza, da parte della società, grazie alla quale essa
potesse concedersi il lusso più aristocratico che per lei possa esserci, quello di lasciare
impunito chi le ha recato offesa. 'Che cosa m'importa, dei miei parassiti?' potrebbe dire.
'Che vivano pure, e prosperino: io sono ancora abbastanza forte per questo'” (trad. it. di
U. Colla, La genealogia della morale. Uno scritto polemico, Einaudi, Torino 2012, p.
68).
a Manoscritto (fol. 10): “Quindi sia principio di sorveglianza, sia principio di rieducazio-
ne”.
raggi coloro che potrebbero presentarsi come nemici. Deve dunque avve-
nire in maniera pubblica e infallibileb.
Ora, questi princìpi generali conducono a tre modelli di punizione
effettiva, nessuno dei quali è la prigione, e che figurano in tutti i discorsi
dei giuristi che vogliono riformare il sistema penale.
1) Il modello dell'infamia, modello ideale di punizione31. L'onta che
marchia il colpevole è innanzitutto una reazione della società nella sua
interezza; in questo caso, inoltre, la società non ha bisogno di delegare il
suo diritto di giudicare a un'istanza qualsiasi; essa giudica immediata-
mente attraverso la sua stessa reazione. È una giustizia che non ha biso-
gno di passare per il potere giudiziario. Vi è qui un'utopia penale in cui il
giudizio nel senso giuridico del termine sarebbe interamente riassorbito
nel giudizio in senso psicologico; il giudizio non sarà altro che la totalità
dei giudizi individuali espressi dai cittadini. La dissoluzione del potere
giudiziario nel giudizio collettivo degli individui: è questo il giudizio idea-
le, modello che sarà riattivato in tema di giustizia popolare 32. È infine una

b Manoscritto (foll. 10-11):


“Essa deve quindi essere certa, temibile e pubblica […]. Questa penalità certa, visibile,
disarmante piuttosto che punitiva, graduata, quantitativamente e qualitativamente lega-
ta alle necessità della protezione sociale, verso quali punizioni reali e concrete si orien-
ta?”.
31 Foucault qui si riferisce soprattutto a Brissot, che in più occasioni elabora i vantaggi
degli effetti dell'opinione pubblica come tecnica punitiva (Théorie des loix criminelles,
cit., vol. I, pp. 187-190, 223, 242, 340); cfr. infra, “Riassunto del corso” […]. Beccaria si
interessò anche alla questione dell'infamia e gli consacrò un intero capitolo: “Infamia”
(Dei delitti e delle pene, cit., cap. XXIII, pp. 53-54).
32 Questo riferimento alla giustizia popolare rimanda a un dibattito più ampio nel qua-
dro dei fatti avvenuti tra il 1970 e il 1972, in cui Foucault si era opposto ai tribunali po-
polari; cfr. M. Foucault, “Sur la justice populaire. Débat avec le maos” (intervista con
[Benny Lévy] e [André Glucksmann], 5 febbraio 1972, in “Les Temps modernes”, n.
310bis, giugno 1972, pp. 355-366), in DE, n. 108, ed. 1994, vol. II, pp. 340-369; ed. 2001,
vol. I, pp. 1208-1237; trad. it. di G. Procacci e P. Pasquino, “Sulla giustizia popolare. Di-
battito con i maoisti”, in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1977, pp. 71-106; Id.,
“Les intellectuels et le pouvoir” (intervista con Gilles Deleuze, 4 marzo 1972, in
“L'Arc”, n. 49: Gilles Deleuze, 1972, pp. 3-10), in DE, n. 106, ed. 1994, vol. II, pp. 306-
315; ed. 2001, vol. I, pp. 1174-1183; trad. it. di A. Fontana, P. Pasquino, G. Procacci,
“Gli intellettuali e il potere”, in Il discorso, la storia, la verità, cit., pp. 119-128.
Nel dicembre 1970 Jean-Paul Sartre aveva presieduto, nel ruolo di procuratore, un tribu-
nale popolare sulla responsabilità dello Stato nella morte di numerosi minatori nelle
pena ideale nella misura in cui varia a seconda delle società; ogni società
stabilisce l'intensità dell'infamia con cui bisogna colpire ciascun crimine.
In questo modo non c'è bisogno né di tribunale né di codice. Non occorre
dire in anticipo che un certo atto sarà perseguito con una certa pena.
L'infamia risponde in ogni momento, punto per punto, a ogni crimine.
Infine essa è revocabile; lascia spazio alla conciliazione, perché conserva
soltanto un ricordo e non delle tracce, come le pene corporali. È dunque
la sola punizione in cui il sistema delle pene si ricongiunge esattamente al
principio penale del crimine-nemico sociale. È una punizione trasparente:
soltanto lo sguardo e il mormorio, il giudizio istantaneo e magari costan-
te di ciascuno e di tutti costituiscono questa specie di tribunale perma-
nente. [Brissot scriverà]: “Il trionfo di una buona legislazione si ha quan-
do l'opinione pubblica è così forte da punire da sola i delitti che colpisco-
no o i costumi pubblici o lo spirito nazionale o perfino chi attacca la pub-
blica sicurezza. […] Fortunato il popolo il cui senso d'onore può essere
l'unica legge! Non ha quasi bisogno di legislazione: il suo codice penale è
l'infamia”33.
2) Il modello del taglione34: la sua riapparizione nel XVIII secolo è
sulla linea di derivazione dei princìpi. È infatti una pena del tutto corri-

miniere di Fouquières-lez-Lens. In seguito a questo fatto, Daniel Defert propose a Fou-


cault di animare una commissione d'inchiesta sulle prigioni. Foucault si oppose al mo-
dello popolare, e invece diede vita al Gruppo di informazione sulle prigioni/Gip, movi-
mento sociale che aveva come obiettivo quello di dare la parola ai detenuti, di rendere
veri il discorso e l'esperienza del carcerato, di creare un campo in cui poteva emergere
una certa verità della prigione. Foucault, quindi, si allontanò dal modello e dalla perso-
nalizzazione della giustizia popolare, spiegando così la scelta: “Nel Gip, significa: nes-
suna organizzazione, nessun capo. Si fa veramente di tutto perché rimanga un movi-
mento anonimo che non esiste se non per le tre lettere del suo nome. Tutti possono par-
lare. Chiunque sia colui che parla, non parla perché ha un titolo o un nome, ma perché
ha qualcosa da dire. L'unica parola d'ordine del Gip è: 'La parola ai detenuti!'” (“La
grande reclusione”, cit., […] p. 83). Per un'approfondita analisi di questi eventi, cfr. F.
Brion, B.E. Harcourt, “Situazione del corso”, in M. Foucault, Mal fare, dir vero, cit.,
pp. 261-266.
33 J.P. Brissot de Warville, Théorie des loix criminelles, cit., vol. I, pp. 187-188.
34 Foucault qui si riferisce soprattutto al trattato Dei delitti e delle pene di Beccaria, e al
discorso di Le Peletier de Saint-Fargeau, Rapport sur le projet du Code pénal, cit.,; cfr.
infra, “Riassunto del corso” […].
spondente, nella sua natura e nella sua forza, all'offesa fatta; attraverso
questa, la società ritorce contro il criminale l'attacco mosso contro di
essa. In questo modo si è certi che la pena sia davvero graduata in funzio-
ne dell'atto e che non ci sarà alcun abuso di potere, poiché la società ri-
sponde proprio con ciò che le è stato effettivamente fatto: è un puro e
semplice contrattacco sociale. “Gli attentati contro la persona”, dice Bec-
caria, “debbono infallibilmente esser puniti con pene corporali” 35. “Le in-
giurie personali e contrarie all'onore […] debbono essere punite coll'infa-
mia”36. “I furti che non hanno unito violenza dovrebbero esser puniti con
pena pecuniaria”37. Allo stesso modo Brissot spiega come ogni crimine
debba avere la sua pena specificaa 38; e Le Peletier, il 23 maggio 1791, sta-
bilisce il principio del taglione: “I dolori fisici puniranno gli attentati il
cui principio è stato la ferocia; un lavoro spossante sarà imposto al colpe-
vole il cui crimine ha trovato origine nell'indolenza; l'infamia punirà le
azioni ispirate da un'anima abietta e degradata” 39. Ora, nel momento
stesso in cui Le Peletier pone il principio del taglione, le pene reali che sa-
ranno adottate non sono più fondate su questo principio, ma rese omoge-
nee intorno alla carcerazione.
3) Il modello della schiavitù40: cioè il lavoro forzato e pubblico. È una
pena non altrettanto pura come l'infamia o altrettanto controllata come

35 C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit., cap. XX, pp. 49-50.
36 Ivi, cap. XXIII, p. 53.
37 Ivi, cap. XXII, p. 52.
a Il manoscritto (fol. 12) aggiunge, per quel che riguarda il riferimento a Brissot:
“Delitti pubblici:
crimini civili, politici → pene civili, pecuniarie, fiscali, lavoro
crimini religiosi → pene religiose
Delitti particolari
contro la vita → castighi corporali
contro la proprietà → castighi pecuniari e corporali
contro l'onore → pene morali”.
38 Questo schema si trova in J.P. Brissot de Warville, Théorie des loix criminelles, cit., vol.
I, p. 127: “Duplice scala corrispondente ai delitti e alle pene contro l'interesse generale”.
39 L.M. Le Peletier de Saint-Fargeau, Rapport sur le projet du Code pénal, cit., p. 322, col.
1.
40 Foucault qui si riferisce soprattutto all'opera di Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit.,
cap. XXII, p. 52, e di Brissot, Théorie des loix criminelles, cit., vol. I, p. 147.
il taglione, ma che permetterà alla società di ricevere un risarcimento; [è]
il patto di ricostituzione dell'individuo in quanto appartenente alla socie-
tà; è la riedizione imposta del contratto sociale fra il criminale e la socie-
tà. Questa pena ha il vantaggio di essere graduale e di suscitare terrore
più che timore. Quando si pensa alla schiavitù, ci si rappresenta “tutti i
momenti infelici della schiavitù” in un istante41 e, sintetizzandoli così nel-
la propria immaginazione, è possibile rappresentarsi “tutta la somma dei
momenti infelici”42 della vita dello schiavo, mentre questo “è dall'infelici-
tà del momento presente distratto dalla futura”a 43.

41 C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit., cap. XXVIII, p. 65.


42 Ibid.
a Nel manoscritto (foll. 13-15), Foucault aggiunge tre riferimenti a: Beccaria, Brissot e
Brillat-Savarin.
43 Foucault cita i seguenti estratti:
(a) – [fol. 13] “Beccaria: in merito a un caso particolare (i poveri che rubano e che non
possono pagare) pone il principio generale secondo cui 'la pena più opportuna sarà
quell'unica sorta di schiavitù che si possa chiamar giusta, cioè la schiavitù per un tempo
delle opere e della persona alla comune società, per risarcirla colla propria e perfetta di-
pendenza dell'ingiusto dispotismo usurpato sul patto sociale'.
La si può graduare.
Essa è assoluta, terribile (nessun uomo al mondo può scegliere deliberatamente di per-
dere del tutto e in via definitiva la propria libertà).
Il suo esempio: attraverso il gioco della durata percepita dagli altri, sentita da se stessi”
(Dei delitti e delle pene, cit., cap. XXII, p. 52).
(b) – [fol. 14] “Brissot: 'Ma cosa sostituire alla pena di morte […]? La schiavitù che met-
te il colpevole fuori dalla condizione di nuocere alla società, il lavoro che lo rende utile,
il dolore prolungato e permanente che spaventa chi sarebbe tentato di imitarlo. Si chie-
dono dei supplizi utili! La Francia, l'Inghilterra non hanno le loro colonie? La Svezia, la
Polonia, le miniere di Coperberg e di Wieliska; la Russia, i deserti della Siberia; la Spa-
gna, le miniere del Potosi e della California; l'Italia, le paludi, i lavori forzati, e tutti i
paesi qualche deserto da popolare, delle lande da dissodare, delle fabbriche da perfezio-
nare, degli edifici, delle strade pubbliche da costruire? Sostituite questi disgraziati negri
che sono colpevoli soltanto di avere la testa lanuginosa […] con i colpevoli che avrete
giudicato degni di essere privati di una libertà funesta per il genere umano'” (J.P. Brissot
de Warville, Théorie des loix criminelles, cit., vol. I, pp. 147-148).
“Per gli assassini, schiavitù a vita: 'Non avrà nemmeno la terribile consolazione di posa-
re la testa sul patibolo'” (ivi, p. 149).
“Far fare ai giovani e agli adulti delle visite [alle miniere e ai lavori forzati]: 'Questi pel-
legrinaggi patriottici sarebbero molto più utili idi quelli che fanno i turchi alla Mecca'”
(ivi, p. 150).
“Niente taglione: 'Renderlo utile alla patria di cui ha violato le leggi'” (ivi, p. 154).
(g) – [fol. 15] “Brillat-Savarin (2 giugno '91) – Discussione del progetto di codice pena-
così, a partire dai princìpi teorici, si vede delinearsi un certo numero
di modelli di punizione, nessuno dei quali è omogeneo alla prigione. Ora,
la necessità della prigione si è imposta con una forza tale che persino co-
loro che nei propri progetti pretendevano di stabilire un sistema penale di
questo tipo hanno proposto di fatto un sistema di carcerazione 44. Che co-
s'è accaduto, allora, perché nel momento in cui la trama discorsiva con-
duceva del tutto naturalmente alla definizione di pene modellate sull'infa-
mia, sul taglione o sulla schiavitù, il discorso viene brutalmente interrot-
to e, lateralmente, si impone un modello del tutto diverso: quello della re-
clusione? La prigione, infatti, non è un sistema collettivo come l'infamia,
graduale nella sua stessa natura come il taglione, riformatore come il la-
voro forzato. È un sistema punitivo astratto, monotono, rigido a che ha fi-
nito per imporsi non solo nei fatti, nel passaggio alla realizzazione, ma
perfino all'interno del discorso. Nel momento in cui coloro che facevano
dei progetti erano obbligati a formulare la propria teoria penale in effetti-
vi progetti di leggi, la svolta era già avvenuta: ai modelli deducibili dalla
teoria penale si era sostituito questo sistema monotono.
Ora, in un modello simile, esiste un'unica variabile in grado di intro-
durre delle modulazioni così importanti per i teorici: il tempo. La prigio-
ne è il sistema che sostituisce a tutte le variabili previste dagli altri model-
li la variabile del tempo. Si vede qui apparire una forma del tutto diversa
da quanto lasciava prevedere la nuova teoria penale, e una forma che non

le): 'Mentre i porti vi presentano dei lavori che richiedono un gran numero di braccia,
mentre vi restano lande immense da dissodare, mentre avete canali da aprire e paludi da
bonificare'” (J.A. Brillat-Savarin, Suite de la discussion sur le Code pénal et adoption du
principe de la peine des travaux forcés, 2 giugno 1791, in “Archives parlamentaires 1787-
1860”, prima serie, cit., vol. XXVI, p. 712, col. 1).
44 Foucault, nel manoscritto (fol. 15), dà questo riferimento: “Cfr. il testo di Chabroud
[citato supra, nota 18] come critica al progetto di Le Peletier”. Cfr. “Archives parlamen-
taires 1787-1860”, prima serie, cit., vol. XXVI, p. 618, col. 1.
a Manoscritto (foll. 15-16):
“Rispetto al carattere immediato e collettivo dell'infamia, al carattere graduato e neces-
sariamente misurato del taglione, al carattere utilitaristico e riformatore dei L[avori]
P[ubblici] F[orzati], la prigione presenta un carattere astratto, generale, monotono, rigi-
do. 'Perdita della libertà' (come la perdita del bene a cui tutti tengono, e che tutti possie-
dono)”.
è affatto di ordine giuridico o punitivo: la forma salariale. Proprio come
il salario retribuisce il tempo durante il quale la forza lavoro è stata com-
prata da qualcuno, la pena risponde all'infrazione non in termini di risar-
cimento o di aggiustamento esatto, ma in termini di quantità di tempo di
libertà.
Il sistema delle punizioni fa apparire come sanzione del crimine la
forma-prigione che non è derivabile dalla teoria ed è imparentata con la
forma-salario: così come si eroga un salario per un tempo di lavoro, al-
l'opposto si preleva un tempo di libertà come prezzo per un'infrazione 45.
Essendo il tempo l'unico bene che si possiede, lo si compra per il lavoro o
lo si preleva per un'infrazione. Il salario serve a retribuire il tempo di la-
voro, il tempo di libertà servirà a pagare per l'infrazione.
C'è qualcosa qui che instrada verso una serie di problemi, senza che
ci sia la soluzione. Non voglio dire che il salario ha imposto la propria
forma, che è stato il modello socioeconomico ripreso nella pratica pena-
le. Nulla nella storia delle istituzioni o nei testi permette di dire che sia
stato questo modello a essere trasferito all'interno del sistema penale. Vo-
glio dire soltanto che la forma-prigione e la forma-salario sono due for-
me storicamente gemelle, anche se non è ancora possibile dire con esat-
tezza quali siano i loro rapporti.
Ma questo accostamento non è una semplice metafora, come indica-
no alcuni elementi. Innanzitutto, la continuità, [nei] sistemi penali del
XIX secolo, tra la pena dell'ammenda e la pena della prigione, e la loro
sovrapposizione: quando uno non è in grado di pagare un'ammenda, va
in prigione. Laddove l'ammenda appare per il surrogato della giornata di
lavoro, la prigione rappresenta l'equivalente di una certa quantità di de-
naro. [In secondo luogo,] si vede apparire tutta un'ideologia della pena
come debito, che riattiva le vecchie nozioni del diritto germanico che il
cristianesimo e il diritto classico avevano cancellato. Ora, nella teoria
non c'è niente di più lontano che questo principio della pena come debi-
to; tutto indica, invece, che la pena sia una precauzione e una difesa so-
45 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 234-235.
cialea. La riapparizione del pagamento del debito per cancellare il crimine
deriva in realtà dall'interpretazione delle forme salario e prigione.
[Infine], vi è una curiosa prossimità e allo stesso tempo un'opposizione
tra lavoro e prigioneb: in un certo senso, la prigione è molto simile a qual-
cosa come un salario, ma allo stesso tempo è il suo opposto. Da cui la
sensazione che la prigione debba essere come un lavoro gratuito che il
prigioniero offre alla società in sostituzione di un salario, e che essa dun-
que esclude il salario effettivo. Da cui la tendenza a organizzare la prigio-
ne come una fabbrica e al contempo l'impossibilità ideologica e istituzio-
nale di ammettere che il prigioniero possa ricevere un salario durante la
sua permanenza in prigione, in quanto essa fa le veci di un salario che
egli versa alla società.
Così, l'introduzione all'interno della prigione dei princìpi generali
che reggono l'economia e la politica del lavoro [all'esterno] è antinomica
rispetto a tutto ciò che è stato fino a quel momento il funzionamento del
sistema penale. Quel che vediamo apparire, attraversa queste due forme,
è l'introduzione del tempo nel sistema del potere capitalista e nel sistema
della penalità46. Nel sistema della penalità: per la prima volta nella storia
dei sistemi penali, non si punisce più tramite il corpo o i beni, ma tramite
il tempo di vita. Il tempo che resta da vivere: è di questo che si approprie-
rà la società per punire l'individuo. Il tempo si scambia con il potere. [E]
dietro la forma-salario, la forma di potere messa in atto dalla società ca-
pitalista ha essenzialmente l'obiettivo di esercitarsi sul tempo degli uomi-

a Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “ma la 'verità' è proprio in questi discorsi 'ideologici'”.
b Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “analogia e irriducibilità”.
46 Il ruolo centrale, nell'analisi del potere disciplinare, del controllo del tempo, della vita e
del corpo dell'individuo, sarà ripreso in “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 158-
159; in Il potere psichiatrico, cit., pp. 54-56; poi in Sorvegliare e punire, cit., terza parte,
cap. I: “I corpi docili”, pp. 148-185. La concezione del tempo, in Sorvegliare e punire,
sarà congiunta alle riflessioni relative alla “durata” delle pene, e in questo contesto Fou-
cault noterà che coloro che si erano opposti alla pena di morte – castigo di breve durata
– prevedevano molto spesso delle pene definitive; cfr. ivi, p. 117, nota 1, che rinvia a:
“J.P. Brissot de Warville, Théorie des loix criminelles, 1781, pp. 29-30; C.E. Dufriche de
Valazé, Des lois pénales, 1784, p. 344” (Foucault osserva: “prigione perpetua per coloro
che vengono giudicati 'irrimediabilmente cattivi'”).
ni: l'organizzazione del tempo operaio [nell']officina, la distribuzione e il
calcolo di questo tempo nel salario, il controllo del tempo libero, della
vita operaia, il risparmio, le pensioni, ecc 47. Il modo in cui il potere ha in-
quadrato il tempo per poterlo controllare da cima a fondo ha reso possi-
bile, storicamente e [in termini di] rapporti di potere, l'esistenza della for-
ma-salario. È stata necessaria questa presa di potere globale sul tempo a.
Così, ciò che ci permette di analizzare in un colpo solo il regime punitivo
dei delitti e il regime disciplinare del lavoro è il rapporto tra il tempo di
vita e il potere politico: la repressione del tempo e per mezzo del tempo è

47 La disciplina dell'officina e l'analogia officina-prigione sarà un tema importante non


solo in questo corso, cfr. infra, lezione del 21 marzo, ma anche in quello dell'anno se-
guente; cfr. Il potere psichiatrico, cit., lezione del 21 novembre 1973, pp. 60-61, e lezione
del 28 novembre, pp. 80-83 (sulla disciplina dell'officina e il regolamento dei Gobelins),
91.
a Il manoscritto (fol. 19) aggiunge:
“dall'orologio dell'officina fino alla cassa pensionistica, il potere capitalista fa presa sul
tempo, si impadronisce del tempo, lo rende acquistabile e utilizzabile”.
questa specie di continuità tra l'orologio dell'officina, il cronometro della
catena di montaggio e il calendario della prigioneb 48.

b Nel manoscritto seguono quattro fogli numerati da 20 a 23 (vedi i temi simili nella le-
zione seguente del 31 gennaio):
“Obiezioni – Il 'modello' religioso che collegherebbe la prigione al peccato
Distinguere
(a) La carcerazione ecclesiastica. La prigione come pena canonica. E che di fatto tende
a scomparire. (Per esempio in Francia, legge del 1629.)
La carcerazione canonica è scomparsa quando si stabilisce definitivamente la carcera-
zione penale.
(b) L'organizzazione monastica. È stata spesso evocata; […] qui si tratta della trasposi-
zione, nella vita monastica, di regole e forme di vita di una certa reclusione di lavoro, di
origine laica. [fol. 20]
Si potrebbe dire invece che il sistema monastico ha trasferito nelle sue pratiche punitive
una forma esogena.
– La disposizione in celle: chi ha permesso di utilizzare come tale l'architettura delle pri-
gioni? In realtà si tratta piuttosto dell'inserimento del modello protestante, quacchero,
organizzato intorno all'esame di coscienza, del ripiegamento su di sé, del dialogo con
Dio.
La cella del convento trasformata in cella di prigione non le ha imposto la sua forma di
vita, la sua etica, la sua concezione di penitenza. La cella del convento divenuta cella di
prigione si definisce nel punto di incrocio tra una morale di vita (di ispirazione essen-
zialmente protestante) e un nuovo spazio di reclusione.
La cella penitenziaria è il luogo della coscienza calvinista, quacchera, inserito in un'ar-
chitettura gotica attraverso la tattica dell'internamento. [fol. 21]
Con i quaccheri si trova la teoria della punizione tramite la reclusione coatta.
Storia che risale a W[illiam] Penn: il suo tentativo di costruire un codice penale senza
pena di morte. Gli inglesi lo impediscono.
– All'Indipendenza, attenuazione della pena di morte; e organizzazione di una penalità
in cui la morte è limitata (omicidio, incendio e tradimento), in cui la carcerazione figura
accanto ai lavori pubblici, alla flagellazione e alla mutilazione.
– Nel [17]90, soppressione dei lavori pubblici per lo scandalo.
Avvio di un sistema in cui la punizione è la reclusione: perdita della libertà, rottura dei
contatti con il mondo esterno; e isolamento, almeno per un periodo, in celle da otto
piedi per sei, alimentazione a base di mais; niente letture.
Si tratta, secondo L[a] R[ochefoucauld-]Liancourt:
– 'di indurre i prigionieri all'oblio di tutte le loro vecchie abitudini';
– di indurre 'un cambiamento […] di alimentazione' che, 'rinnovando interamente il
sangue, addolcendolo, rinfrescandolo, infiacchisca l'anima e la disponga alla dolcezza
che porta al pentimento'. [fol. 22]
'In questo abbandono […] dell'essere vivente, esso è [più] incline a scendere in se stesso,
a riflettere sulle colpe di cui sente così amaramente la pena'.
E dopo questo ritorno su di sé, in cui scopre la profondità della sua caduta, può ricevere
le parole di esortazione.
'Gli ispettori […] parlano con [i detenuti], cercano di conoscerli, li esortano, li consola-
no, infondono loro coraggio, li riconciliano con se stessi. Queste conversazioni non
sono frequenti, perché avrebbero meno effetto; i loro volti sono sempre sereni, mai ri-
denti'.
Rispetto, freddezza, tristezza e calma.
Se c'è un modello religioso della prigione, è proprio nella teologia o nella morale calvi-
nista, e non nell'istituzione monastica.
Insistere su questo perché permette di limitare in maniera molto circoscritta un'analisi
storica attraverso il modello, il suo trasferimento o la sua riattivazione.
Se questo modello con un'origine così lontana, così estranea nel suo spirito a gran parte
dell'Europa, ha potuto divenire universale nella società del XIX secolo, non è affatto
[per] la sua forza intrinseca” [fol. 23].
48 Cfr. infra, lezione del 31 gennaio, […], note 18 e 21.
Lezione del 31 gennaio 1973

La forma-prigione e la forma-salario (continuazione). La presa di


potere sul tempo: condizione di possibilità del sistema capitalista e della
reclusione. – Dall'archeologia alla genealogia. – Obiezioni del modello
religioso e risposte. (A) La cella monastica: escludere il mondo, non pu-
nire. (B) I quaccheri: rifiuto del codice penale inglese e della pena di mor-
te. – Opposizione a Beccaria in merito all'infrazione e alla colpa; la con-
cezione del peccato. (C) Organizzazione della prigione di Filadelfia e di
Walnut Street: prima menzione del “penitenziario”. (D) Conseguenze: 1)
l'innesto della morale cristiana sulla giustizia criminale; 2) la conoscenza
del prigioniero: un sapere diventa possibile; 3) la religione investe la pri-
gione. Progressiva ricristianizzazione del crimine.

A partire dalla rifocalizzazione della teoria e della pratica penali in-


torno al principio del criminale-nemico sociale, è derivabile un certo nu-
mero di modelli punitivia. Ora, questi modelli, perfettamente deducibili
dalla teoria e dalla pratica, non sono esattamente quelli messi in atto nel
momento in cui si passa dal progetto alla legislazione, dall'enunciato dei
princìpi alla messa in atto effettiva. A un certo punto, nel discorso e nella
pratica si sostituisce qualcos'altro rispetto a ciò che era derivabile, come

a Il manoscritto (fol. 1) riporta la lista già menzionata nella lezione precedente: “infamia;
taglione; schiavitù”.
si vede in Le Peletier de Saint-Fargeau a 1. quest'altra cosa è la forma-pri-
gione.
Avevo cercato di far vedere che la forma-prigione poteva essere acco-
stata alla forma-salario, come l'introduzione di una certa quantità di
tempo in un sistema di equivalenze: salario in cambio di un certo tempo
di lavoro, prigione in cambio di una certa colpa. Avevo sottolineato que-
sta parentela, ma senza dire che a essere trasferito nella penalità era il
modello del salario. Avevo detto soltanto che la stessa forma si ritrova nel
salario e nella prigione: da una parte, il tempo di vita diventa una mate-
ria scambiabile; dall'altra, è la misura del tempo che permette la quantifi-
cazione dello scambio, attraverso la relazione stabilita sia tra una quanti-
tà di lavoro e una quantità di moneta, sia tra una quantità di tempo e la
gravità della colpa. Questa forma rinvia a quel fenomeno essenziale che è
l'introduzione della quantità di tempo come misura, non solo come misu-
ra economica nel sistema capitalista, ma anche come misura morale. Die-
tro a questa introduzione, affinché la quantità di tempo possa diventare
materia e misura di scambio, ci vuole una presa di potere sul tempo, [non
come] astrazione ideologica, ma come estrazione reale del tempo a parti-
re dalla vita degli uomini: condizione reale di possibilità del funziona-
mento del sistema del salario e del sistema della reclusione.
Vi è qui un processo reale che bisogna analizzare a partire dai rap-
porti di potere che assicurano questa estrazione reale del tempo. È a que-
sto livello di potere che prigione e salario comunicano. Non perché il sa-
a Il manoscritto (foll. 1-2) precisa:
“Esempio: Le Peletier [de] Saint-Fargeau, nel 1791, pone il principio delle punizioni cen-
trate intorno al taglione (con interventi laterali da altri modelli). In realtà, propone una
reclusione.
Altro esempio: Howard, Blackstone, Fothergill verso il 1799 – e quel che di fatto è avve-
nuto in Inghilterra.
La derivabilità non si realizza. Intervento laterale. Qualcos'altro si sostituisce”.
1 Il discorso di Le Peletier de Saint-Fargeau a cui Foucault si riferisce è contenuto nel suo
Rapport sur le projet du Code pénal all'Assemblea nazionale, 23 maggio 1791, in “Ar-
chives parlamentaires 1787-1860”, prima serie, cit., vol. XXVI (dal 12 maggio al 5 giu-
gno 1791), pp. 319-345, qui p. 322, col. 1; passaggio menzionato nel “Riassunto del cor-
so”, infra, […]. Il riferimento a Blackstone, Howard e Fothergill rinvia al loro progetto
di legge, la quale venne promulgata nel 1779 (cfr. supra […]).
lario sarebbe servito alla prigione come modello rappresentativo, ma per-
ché prigione e salario si ricollegano, ciascuno al suo livello e a suo modo,
a questo apparato di potere che assicura l'estrazione reale del tempo e che
introduce quest'ultimo in un sistema di scambi e di misure. Il problema
sta proprio nel ritrovare questo apparato di potere, e nel vedere come la
forma-prigione abbia potuto effettivamente inscriversi e diventare uno
strumento nei rapporti di potere. Fino a oggi, si studiavano le trame delle
possibili derivazioni: per esempio, in che modo, all'interno del sistema
penale teorico e pratico, le idee e le istituzioni si innestano le une sulle al-
tre. Ora si tratta di ritrovare quali sono i rapporti di potere che hanno
reso possibile l'emergenza storica di qualcosa come la prigione. Dopo
un'analisi di tipo archeologico, si tratta di fare un'analisi di tipo dinasti-
co, genealogico, basata sulle filiazioni a partire dai rapporti di potere 2.
2 Questo brano offre una giustapposizione significativa del metodo archeologico rispetto
al metodo genealogico (studio delle filiazioni). Foucault qui usa ancora i termini “ge-
nealogico” e “dinastico” come equivalenti; cfr. “Théories et institutions pénales”, lezio-
ne tredicesima. Il metodo archeologico era stato elaborato qualche anno prima in L'ar-
chéologie du savoir (Gallimard, Paris 1969; trad. it. di G. Bogliolo, Archeologia del sa-
pere, Rizzoli, Milano 1969). Siamo a un punto di cerniera in cui Foucault sviluppa il
metodo genealogico che aveva già evocato e annunciato nella sua lezione inaugurale al
Collège de France nel 1970, L'ordine del discorso (cit.), e che applicherà due anni dopo
questo corso sulla “società punitiva” in Sorvegliare e punire (cit.). Il primo metodo si
fonda sullo studio delle derivazioni; si veda questo esempio: “L'insieme penale, caratte-
rizzato dall'interdetto e dalla sanzione, dalla legge [e che] […] porta con sé una certa
teoria dell'infrazione come atto di ostilità verso la società […] si deduce, in maniera ar-
cheologicamente corretta, dall'istituzionalizzazione statale della giustizia, che fa in
modo che a partire dal Medioevo ci sia una pratica della giustizia ordinata in base all'e-
sercizio del potere politico sovrano” (lezione del 7 febbraio, infra […]). Il secondo si
fonda su un'analisi degli effetti produttivi dei rapporti di potere. Qui la questione ge-
nealogica è chiaramente enunciata (supra […]): “Quali sono i rapporti di potere che
hanno reso possibile l'emergenza storica di qualcosa come la prigione?”.
Foucault riprende la distinzione tra “archeologia” e “dinastica” in un'intervista con S.
Hasumi nel settembre 1972, “De l'archéologie à la dynastique”, in DE, n. 119, ed. 1994,
vol. II, p. 406; ed. 2001, vol. I, p. 1274; trad. it. di A. Petrillo, “Dall'archeologia alla di-
nastica”, in Archivio Foucault 2, cit., p. 72: “Cambio di livello: dopo aver analizzato i
tipi di discorso, cerco di vedere come essi abbiano potuto formarsi storicamente e su
quali realtà storiche si articolano. Ciò che chiamo l''archeologia del sapere' è precisa-
mente il reperimento e la descrizione di questi tipi di discorso, e ciò che chiamo la 'dina-
stica del sapere' è il rapporto che esiste tra questi grandi tipi di discorso che si possono
osservare in una cultura e le condizioni storiche, le condizioni economiche, le condizio-
ni politiche della loro comparsa e della loro formazione. Così Le parole e le cose è di-
***

La prigione è dunque introdotta di traverso nella trama che deriva


dalle teorie e dalle pratiche, e un po' all'improvviso, in maniera forzata.
Da dove viene allora questa forma? Infatti, sebbene attraversi di sbieco la
trama di derivazione del sistema penale, non si [costituisce] nel preciso
momento in cui avviene questa interferenza.

ventato L'archeologia del sapere, e quello che sono ora in procinto di intraprendere si si-
tua al livello della dinastica del sapere”; analisi che prosegue in Sorvegliare e punire,
cit., p. 26: “Obiettivo di questo libro: […] una genealogia dell'attuale complesso scienti-
fico-giudiziario dove il potere di punire trova le sue basi, riceve le sue giustificazioni e le
sue regole, estende i suoi effetti e maschera la sua esorbitante singolarità”.
L'anno seguente Foucault continuerà a sviluppare questo contrasto nel corso del 1973-
1974, Il potere psichiatrico. Operando un ritorno critico sulla Storia della follia, Fou-
cault elabora qui ciò che si potrebbe chiamare una genealogia del sapere o del discorso
– uno studio del modo in cui le relazioni di potere danno origine a delle pratiche discor-
sive: “L'analisi discorsiva del potere, rispetto a quella che io chiamo l'archeologia, a un
livello – evitando il termine 'fondamentale', che non mi piace molto –, a un livello, si
può dire, che permetterebbe di cogliere la pratica discorsiva nel punto stesso in cui essa
[…] si forma” (Il potere psichiatrico, cit., lezione del 7 novembre 1973, p. 25). Cfr. an-
che: M. Foucault, “La verità e le forme giuridiche”, cit., p. 98 e Id., “La Vèrité et les for-
mes juridiques”, cit., ed. 1994, pp. 643-644; ed. 2001, pp. 1511-1512 (“Table ronde”);
Id., “Dialogue sur le pouvoir” (intervista con gli studenti di Los Angeles, registrazione:
maggio 1975, in S. Wade [a cura di], Chez Foucault, trad. ingl. di F. Durand-Bogaert,
Circabook, Los Angeles 1978, pp. 4-22), in DE, n. 221, ed. 1994, vol. III, pp. 468-469;
ed. 2001, vol. II, pp. 468-469; trad. it. di O. Marzocca, “Dialogo sul potere”, in Biopoli-
tica e liberalismo, Medusa, Milano 2001, pp. 48-49; Id., “Bisogna difendere la società”,
cit., [lezione] del 7 gennaio 1976, p. 18: “La genealogia sarebbe dunque, rispetto al pro-
getto di una iscrizione dei saperi nella gerarchia del potere proprio della scienza, una
specie di tentativo per liberare dall'assoggettamento i saperi storici e per renderli liberi”;
Id., “Structuralisme et post-structuralisme” (intervista con J. Raulet, in “Telus”, n. 55,
vol. XVI, primavera 1983, pp. 195-211), in DE, n. 330, ed. 1994, vol. IV, p. 443; ed. 2001,
vol. II, p. 1262; trad. it. di M. Bertani, “Strutturalismo e post-strutturalismo”, in Il di-
scorso, la storia, la verità, cit., p. 315.
Per una discussione più recente, cfr. A. Davidson, “On epistemology and archeology:
From Canguilhem to Foucault”, in The Emergence of Sexuality: Historical Epistemolo-
gy and the Formation of Concepts, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 2004,
pp. 192-206; trad. it. di G. Lucchesini e P. Savoia, “Epistemologia e archeologia: da Can-
guilhem a Foucault”, in L'emergenza della sessualità. Epistemologia storica e formazio-
ne dei concetti, Quodlibet, Macerata 2010, pp. 249-266.
Vorrei cominciare l'analisi a partire da un'obiezionea: non è azzarda-
to dire che la prigione sorge bruscamente all'interno del sistema penale
verso la fine del XVIII secolo, mentre si vive in una società che conosce la
clausura monastica, una forma-convento presente da secoli? Non sarebbe
più ragionevole vedere se fosse possibile rintracciare la genealogia della
forma-prigione a partire da una certa forma di comunità conventuale? In
Francia, infatti, le prigioni sono state collocate nei conventi: la detenzio-
ne carceraria in celle ha trovato nello spazio conventuale il suo punto di
fissazione.
Ma questa filiazione si scontra con un'obiezione di ordine generale:
non bisogna dimenticare qual è stata la funzione della clausura monasti-
ca. A che livello avviene, infatti, la permeabilità? In questo caso, non si
tratta di impedire a qualcuno di accedere al mondo esterno, di uscire, ma
di proteggere i luoghi, i corpi, le anime dal mondo esterno: la clausura
chiude l'interno di fronte a tutti i possibili assalti dall'esterno; fa parte di
quei luoghi sacri in cui non si può entrare in nessun modo. La clausura,
quindi, non rinchiude la libertà di qualcuno all'interno di un luogo da cui
non può uscire e rispetto a cui l'esterno sarebbe inaccessibile; essa defini-
sce un luogo interno protetto, che deve diventare inaccessibile dall'ester-
no. È il mondo che è tenuto all'esterno, non l'individuo all'interno. È il
mondo a essere chiuso fuori. C'è dunque un'eterogeneità essenziale tra la
reclusione punitiva e la clausura monastica3. Certo, il ritiro è legato al

a Manoscritto (fol. 3): “Il problema si chiarirà studiando due obiezioni: la reclusione reli-
giosa e la reclusione politica”.
3 Questa osservazione potrebbe essere letta come una critica all'opera di Erving Goffman
sulle cosiddette “istituzioni totali” (total institutions), tra cui Goffman aveva incluso i
monasteri, i conventi e i chiostri, insomma le istituzioni religiose, che qualificava come
“stabilimenti progettati come ritiri dal mondo” (E. Goffman, Asylums: Essays on the
Social Situation of Mental Patients and Other Inmates, Doubleday, New York 1961;
trad. fr. di L. e C. Lainé, Asiles. Études sur la condition sociale des malades mentaux et
autres reclus, presentazione di R. Castel, Minuit, Paris 1968, p. 47; trad. it. di F. Basaglia
e F. Ongaro Basaglia, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della
violenza, Einaudi, Torino 2003, p. 35, trad. modificata). Secondo Daniel Defert, la pra-
tica del Gip aveva portato a un rifiuto teorico delle analisi di Goffman all'interno del
gruppo. Qui l'analisi di Foucault sulla natura dei rapporti tra interno ed esterno – tema
centrale in Goffman – sembra indicare un dibattito intorno a questi temi; cfr. anche in-
peccato; ma anche quando è motivato dal peccato non è una punizione in
sé. Esso appare come la condizione della penitenza, del rimorso, come il
luogo adatto per la sua solitudine sacralizzata, che permette ai castighi
(digiuno, flagellazione ecc.) di diventare atti di penitenza e all'individuo
di riconciliarsi con Dio. Ciò che il ritiro assicura non è la penitenza in sé,
ma il fatto che i castighi autoimposti avranno effettivamente valore di pe-
nitenza per il riscatto dell'anima e la riconciliazione dell'uomo, per cui il
segno del vero pentimento risiede nell'amore stesso per il ritiro.
E se da un certo momento in poi diventa ricorrente il tema del ritiro
cristiano riguardo alle prigioni, ciò avviene molto più tardi, nel XIX se-
colo, quando il tema cristiano riappare sostenuto e codificato dal tema
medico dell'isolamento terapeutico e [dal tema] sociologico della rottura
con l'ambiente criminale4. Ma è un recupero successivo che si innesta su
fra, “Nota del curatore” […].
4 Riguardo al tema medico dell'isolamento terapeutico, in Storia della follia, cit., parte
III, cap. 4: “Nascita del manicomio”, Foucault rintraccia l'origine dell'internamento psi-
chiatrico nella teoria del “trattamento morale” degli alienati, sviluppata in Francia da
Philippe Pinel (1745-1826) e in seguito da Jean-Étienne Esquirol (1772-1840), e la colle-
ga alle pratiche quacchere. È sulla base di princìpi analoghi che nel 1796, nei pressi di
York in Inghilterra, il quacchero William Tuke (732-1822) fonda il Ritiro, dove gli alie-
nati vivono isolati dal mondo esterno e secondo princìpi religiosi. Come nota Foucault,
Tuke sosteneva che: “Incoraggiare l'influsso dei princìpi religiosi sullo spirito dell'insen-
sato ha una grande importanza come metodo di cura” (Samuel Tuke [1784-1857], De-
scription of the Retreat, an Institution near York for Insane Persons, York 1813, p. 121,
citato da Foucault nella Storia della follia, cit., p. 670). Foucault commenta nel dettaglio
il Ritiro (ivi, pp. 657-681), “aspetto complementare” (p. 681) delle pratiche di Pinel.
Riguardo al tema sociologico della rottura con l'ambiente criminale, si potrebbe far ri-
ferimento ai dibattiti relativi alla legge sulla reclusione in celle del 1875, in cui si ritrova
una sintesi della teoria sociologica dell'ambiente sociale (cfr. Gabriel Tarde, La crimi-
nalità comparata [1886]; Le leggi dell'imitazione [1890]) e della nozione cristiana di
espiazione attraverso il ritiro spirituale in cella. I dibattiti relativi alla legge sulla reclu-
sione in celle individuali nel 1875 presentano il cellularisme, sulla scia delle teorie socio-
logiche della degenerescenza sociale, come mezzo per ostacolare il contagio criminale.
All'Assemblea nazionale il visconte d'Haussonville difende la sua proposta di legge inse-
rendola nella prospettiva della correzione morale della Francia: “Il nostro progetto pro-
viene da una preoccupazione analoga. La commissione [la commissione d'inchiesta par-
lamentare relativa agli istituti penitenziari, presieduta dal visconte d'Haussonville] ha
tratto ispirazione da un pensiero elevato, morale e cristiano” (seduta del 20 maggio
1875, “Annales de l'Assemblée nationale”, citato in R. Badinter, La prison républicaine
(1871-1914), Fayard, Paris 1992, p. 68). Foucault riprenderà questo parallelo con la di-
mensione morale del ritiro cristiano: “Solo nella sua cella, il detenuto è messo di fronte
una codificazione medica e sociologica della prigione, perché in origine la
prigione non compare nella direttrice dell'istituzione monastica come suo
sbocco ultimoa. È vero che in certa misura la Chiesa ha praticato una re-
clusione punitiva – ma in che misura precisamente? In realtà soltanto in
tre casi particolari. In primo luogo, come tutto il sistema penale dell'epo-
ca, ha praticato la reclusione non punitiva, cioè come pegno, per esempio
prima di portare qualcuno a giudizio, durante la reclusione inquisitoriale
o prima di consegnarlo alla giustizia temporale 5. In secondo luogo, tro-
viamo una reclusione punitiva, ma solo quando bisogna sottrarre gli ec-
clesiastici alla giustizia temporale; quindi la reclusione è sì una pena ca-
nonica, che si trova nelle diverse versioni del diritto canonico, ma è una
pena che è regredita molto dalla fine del Medioevo, e in Francia la reclu-
sione canonica diventa proibita per la Chiesa nel 1629 6. Nel terzo caso,
a se stesso; nel silenzio delle sue passioni e del mondo che lo circonda, egli si inoltra
nella sua coscienza, la interroga e sente risvegliarsi il sentimento morale che non perisce
mai interamente nel cuore dell'uomo” (Sorvegliare e punire, cit., p. 260, dove cita il
“Journal des économistes”, n. 2, 1842).
a Il manoscritto (fol. 5) aggiunge: “Non parlare di un modello monastico della prigione”.
5 Utilizzata molto presto dalla Chiesa, la pratica della detenzione preventiva ha un forte
sviluppo con l'instaurazione dell'Inquisizione nel XII secolo, che funziona in stretto rap-
porto con il potere secolare. Oltre a essere una misura di sicurezza, essa diventa quindi
uno strumento di pressione privilegiato per ottenere le confessioni. Su questo tema, cfr.
J. Giraud, Histoire de l'Inquisition au Moyen Age, A. Picard, Paris 1935-1938, 2 voll.,;
J.-G. Petit, N. Castan, C. Faugeron, M. Pierre, A. Zysberg, Histoire des galères, bagnes
et prisons. Introduction à l'histoire pénale de la France , prefazione di M. Perrot, Privat,
Toulouse 1991, pp. 26-28; J.B. Given, Dans l'ombre de la prison. La prison de l'Inquisi-
tion dans la société languedocienne, in I. Heullant-Donat, J. Claustre, É. Lusset (a cura
di), Enfermements. Le cloître et la prison (Vie-XVIIIe siècle), Publications de la Sorbon-
ne, Paris 2011, pp. 305-320. Inoltre, dal momento che la Chiesa si rifiutava di versare
sangue, quando un tribunale ecclesiastico pronunciava una pena capitale, i condannati
venivano consegnati al braccio secolare: cfr. J.-G. Petit et al., Histoire des galères, cit., p.
27.
6 Il ruolo delle giurisdizioni cattoliche non smette di diminuire a partire dal XVI secolo,
man mano che la loro competenza è rivendicata dalla giustizia regia; cfr. B. Garnot, Ju-
stice et société en France aux XVIe, XVIIe et XVIIIe siècles, Éd. Ophrys, Gap-Paris 2000,
p. 120. Il 20 luglio 1629, con l'editto di grazia di Nîmes, detto “pace di Alès”, Luigi XIII
determina la fine delle rivolte confermando il rispetto della religione protestante, garan-
tito dall'editto di Nantes (1598). L'editto restaura anche la libertà del culto cattolico
nelle regioni in cui predominano i protestanti e regola l'organizzazione della Chiesa. In
particolare sembra escludere la presenza – e a fortiori la reclusione – di laici nei mona-
steri, così come dei religiosi che non si conformano ai princìpi che regolano la loro vita
troviamo una reclusione religiosa e punitiva quando degli ecclesiastici o
dei laici saranno rinchiusi a livello punitivo in istituti come i conventi 7. È
il caso delle lettres de cachet, per esempio8. Ma vediamo comunque che la
reclusione punitiva non può essere considerata come una pratica genera-
le; per gli ecclesiastici è esistita solo nel Medioevo e, a parte loro, i prigio-
nieri venivano rinchiusi dal potere laico. Quindi non penso che si possa

all'interno di un ordine: “Ordiniamo tuttavia che in tutti i monasteri delle città rimesse
alla nostra obbedienza non potranno essere inseriti o stabiliti altr[i] religiosi oltre a
quelli che vivono nell'esatta osservanza della loro Regola, secondo le lettere che otter-
ranno da noi” (C. Bergeal, A. Durrleman, Protestantisme et libertés en France au XVIIe
siècle. De l'édit de Nantes à sa révocation 1598-1685 , La Cause, Carrières-sous-Poissy
2001, p. 71). Cfr AA.VV., Journal de France et des Français. Chronologie politique, cul-
turelle et religieuse de Clovis à 2000, Gallimard, Paris 2001; F.-O. Touati (a cura di),
voce “Règle”, in Vocabulaire historique du Moyen Âge, La Boutique de l'Histoire, Paris
2000 (1995, 1997).
7 Attestata a partire dal IV secolo (cfr. É. Lusset, Entre les murs. L'enfermement punitif
des religieux criminels au sein du cloître (XIIe-XVe siècle), in I. Heullant-Donat, J. Clau-
stre, É. Lusset [a cura di], Enfermements, cit., pp. 153-167), la reclusione punitiva presso
gli istituti monastici si sviluppa a partire dal VI secolo (cfr. J. Hillner, L'enfermement
monastique au Vie siècle, ivi, pp. 39-56, in particolare pp. 40-42), sia per i laici sia per i
religiosi, e si generalizza nel XII secolo con la costituzione degli ordini religiosi. Questa
reclusione, che varia da pochi giorni all'ergastolo, sanziona offese diverse a seconda dei
periodi e delle regioni. Si possono citare i seguenti casi: mancata confessione dei peccati
(cfr. J.-G. Petit et al., Histoire des galères, bagnes et prisons, cit., p. 26), disobbedienza
al potere secolare (cfr. P. Hatlie, The Monks and Monasteries of Constantinople, ca.
350-850, Cambridge University Press, Cambridge 2007, p. 165, citato di J. Hillner, L'en-
fermement monastique, cit., p. 41) o la perpetrazione di “gravi crimini” (cfr. C. Vogel,
Les sanctions infligées aux laïques et aux clercs par les conciles gallo-romains et méro-
vingiens, in “Revue de droit canonique”, vol. II, 1952, pp. 186-188; A. Lefebvre-Teillard,
Les officialités à la veille du concile de Trente, “Revue internationale de droit comparé”,
n. 4, vol. XXV, 1973, p. 85, citato da V. Beaulande-Barraud, Prison pénale, prison péni-
tentielle dans les sentences d'officialité, in I. Heullant-Donat et al., Enfermements, cit.,
p. 290).
8 La reclusione di laici in comunità religiose, pratica eccezionale durante il Medioevo, è
stata utilizzata dal potere regio dalla fine del XVII secolo, soprattutto per la presenza di
istituti religiosi in tutto il regno. Secondo uno storico, “tra il 1778 e il 1784 queste
comunità [religiose] hanno rinchiuso il 30,9 per cento dei detenuti durante le lettres de
cachet” (C. Quétel, De par le Roy. Essai sur les lettres de cachet, Privat, Toulouse 1981,
pp. 174-175; cfr. Id., En maison de force au siècle des Lumières, in “Cahier des Annales
de Normandie”, n. 13, 1981, pp. 43-79). Studiando le lettres de cachet a Parigi, Frantz
Funck-Brentano stila una lista di “castelli, fortini, istituti religiosi e case private di
Parigi che ricevono dei pensionanti su ordine del re” nella seconda metà del XVIII
secolo; cfr. F. Funck-Brentano, Les lettres de cachet à Paris. Étude suivie d'une liste des
dire che la reclusione sia una laicizzazione di una pena cattolica. La pri-
gione non è il convento dell'era industriale9.
Detto questo, è comunque vero che la reclusione punitiva è nata ef-
fettivamente all'interno di ambienti religiosi, che però non sono solo
estranei alla forma monastica, ma anche del tutto opposti. La si trova in-
fatti, [in] forma nascente, in comunità non cattoliche come quelle dei dis-
senters protestanti anglosassoni, dal XVII secolo fino alla fine del
XVIII10. Prendo come esempio una di queste comunità che fu certamente
la più precoce, la più attenta nell'organizzazione di questa nuova forma
punitiva che è la prigione: la società dei quaccheri americani 11. Storica-
prisonniers de la Bastille (1659-1789), Imprimerie nationale, Paris 1903, pp. XXXVII-
XXXVIII. Tra i numerosi conventi, istituti religiosi e scuole cristiane, l'autore si
sofferma sul caso del convento dei Mathurines in rue des Postes: “Il regime dei
pensionanti era regolato dall'arcivescovo di Parigi. A lui competevano tutti i dettagli
dell'amministrazione interna. I detenuti vivevano in comune, uscivano in compagnia di
una suora portinaia, e la madre superiore riceveva in continuazione lettere scritte dai
mariti irritati per la libertà eccessiva concessa alle loro frivole spose” (ivi, p. XXXVII).
9 Sulla questione della laicizzazione della reclusione – dalla reclusione canonica alla re-
clusione penale – cfr. A. Porteau-Bitker, L'emprisonnement dans le droit laïque au
Moyen Âge, in “Revue historique de droit français et étranger”, n. 46, 1968, pp. 211-245
e 389-428; J. Leclercq, Le cloître est-il une prison?, in “Revue d'ascétique et de
mystique”, n. 188, vol. 47, ottobre-dicembre 1971, pp. 407-420.
10 Dissenters è un termine generico che designa i fedeli che operano una secessione da una
determinata Chiesa. Designa, più precisamente, le comunità protestanti formatesi in
opposizione alla dottrina e al potere della Chiesa anglicana. Cfr. B.R. White, The En-
glish Separatist Tradition: From the Marian Martyrs to the Pilgrim Fathers, Oxford
University Press, London 1971; M.R: Watts, The Dissenters, Clarendon Press, Oxford
1978, 2 voll.
11 La Società religiosa degli Amici (Society of Friends) si è formata tra il 1640 e il 1650,
soprattutto sotto l'influenza di George Fox (1624-1691); i suoi affiliati, i quaccheri, han-
no subìto diverse persecuzioni in Inghilterra durante la seconda metà del XVII secolo,
almeno fino al Toleration Act del 1689. Molti di loro, all'epoca, sono emigrati nella pro-
vincia di Pennsylvania, fondata nel 1681 dal quacchero William Penn. Cfr. W.C. Braith-
waite, The Beginnings of Quakerism, Macmillan and Col., London 1912; Id., The Se-
cond Period of Quakerism, Macmillan and Co., London 1919; H.H. Brinton, Friends
for 300 Years: The History and Beliefs of the Society of Friends since George Fox Star-
ted the Quaker Movement, Harper, New York 1952; P. Brodin, Les Quakers en Améri-
que du Nord: au XVIIe siècle et au début du XVIIIe, Dervy-Livres, Paris 1985. Foucault
aveva già studiato la storia dei quaccheri, il pensiero e gli scritti di Samuel Tuke, George
Fox e la Società degli Amici, nel contesto della nascita del manicomio; cfr. Storia della
follia, cit., pp. 657-681; tema ripreso in “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 128-
129 e sgg., e naturalmente in Sorvegliare e punire.
mente, le comunità dissidenti sono ostili al sistema penale inglese per di-
verse ragioni, e principalmente per ragioni di fatto: devono evitare che il
potere anglicano faccia presa sul loro sistema di moralità; ogni gruppo
deve darsi allora la propria legge e la relativa sanzione, cioè un sistema di
punizioni.
Per essere più precisi, a partire dal XVII secolo [fino alla fine del
XVIII], il Codice penale inglese è di un estremo rigore – in connessione
con i movimenti rivoluzionari che hanno luogo in quest'epoca –, al punto
che la pena di morte sanziona circa duecento casi di infrazione. Ora, al-
cune di queste comunità erano contrarie alla pena di morte. Inoltre,
quando i quaccheri si sono insediati in America, hanno voluto sfuggire al
sistema penale inglese ed elaborare un nuovo codice penale in cui la pena
di morte non doveva figurare. Si sono scontrati con il rifiuto degli ammi-
nistratori inglesi, conducendo una lotta sorda con l'amministrazione in-
glese fino all'Indipendenza. All'epoca dell'indipendenza della Pennsylva-
nia, la prima misura fu quella di limitare la pena di morte e di predispor-
re una nuova varietà punitiva in cui, oltre alle mutilazioni, alla flagella-
zione, ai lavori pubblici, rientrasse la prigione. Nel 1790 la pena di morte
è applicata soltanto in uno o due casi, mentre la pena fondamentale di-
venta la prigionea 12.

a Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “Poi, nel '90, soppressione dei lavori pubblici che sono
rimpiazzati dalla prigione”.
12 Nonostante il tentativo di Michel Le Peletier de Saint-Fargeau di abolire la pena di
morte, il Codice penale francese, adottato nel 1791 dall'Assemblea costituente, prevede
che essa possa essere comminata per sanzionare “trentaquattro crimini di natura politi-
ca oltre all'assassinio, l'avvelenamento, il parricidio e l'incendio” (J.-L. Halpérin, Hi-
stoire des droits en Europe de 1750 à nos jours, Flammarion, Paris 2004, p. 62). Contra-
riamente a quanto afferma Foucault, il Codice penale del 1791 prevede una “condanna
ai ferri”, disposizione centrale del suo arsenale repressivo, che secondo la definizione
dell'articolo 6 consisteva in: “Lavori forzati, a beneficio dello Stato, sia all'interno delle
case penali, sia nei porti e negli arsenali, sia per l'estrazione nelle miniere, sia per il risa-
namento delle paludi, sia infine per tutte le altre opere che richiedono fatica e che, su
domanda dei dipartimenti, potranno essere determinati dal corpo legislativo e sostituiti
con i lavori forzati nei bagni penali” (citato in P. Lascoumes, P. Poncela, P. Leonël, Au
nom de l'ordre. Une histoire politique du code pénal , Hachette, Paris 1989, p. 357). Dal
1792 questa condanna ai ferri è sostituita dai lavori forzati nei bagni penali; cfr. P. La-
scoumes et al., Au nom de l'ordre, cit., pp. 67-69; J.-L. Halpérin, Histoire des droits en
Così, se è vero che la forma-prigione non può essere derivata dalle
teorie penali di Beccaria, Brissot ecc., come istituzione e pratica, essa è
derivabile invece dalla concezione quacchera della religione, della morale
e del potere. Per i quaccheri, infatti, il potere politico nel suo funziona-
mento normale non dovrebbe avere altro fine né altra ragion d'essere se
non esercitare delle distinzioni morali: il potere è adeguato alla sua au-
tentica vocazione solo a patto di non essere altro che una forza coercitiva
e morale. Il potere deve essere morale ma, a eccezione di questa morale
del potere, ogni politica va bandita. Come dice Burroughs, il governo
deve “punire e sopprimere i malvagi”, deve essere grato e offrire delle ri-
compense “ a chi ha fatto del bene”; deve “proteggere la persona e i beni
degli uomini contro la violenza e i misfatti dei cattivi”13. La nozione fon-
damentale che giustifica il potere è quella di male a: soltanto perché c'è il
male e ci sono i malvagi, il potere si giustifica sopprimendoli e, al limite,
una volta soppressi i malvagi, deve sopprimersi anch'esso; resta così sol-
tanto la comunità dei giusti, che possono comunicare tra loro e fare
spontaneamente del bene insieme. Il carattere centrale del male b relativo
Europe, cit.
13 Nel manoscritto Foucault indica questo riferimento: “Burroughs (Works, pp. 247-
248)”. Cfr. E. Burroughs, The Memorable Works of a Son of Thunder and Consola-
tion: Namely That True Prophet, and Faithful Servant of God, and Sufferer for the Te-
stimony of Jesus, Edward Burroughs, Who Dyed a Prisoner for the Word of God in the
City of London, the Fourteenth of the Twelth Moneth, 1662, Ellis Hookes, London
1672, cap. X (“Concerning Governours, and Governments, and Subjection to them, this
testimony I give to the World [1657]”), p. 247: “Governours, Rulers, and Magistrates
[…] such as be a terrour to all evil in their Government, and that fears God and hates
covetousness, and delights in Equity, in Justice, and true Judgment, and gives diligent
heed to try the cause of the poor, and will judge justly, without respect of men, who ju-
stifies the good, and gives praise to the Well-doer; such Government and Governours we
reverence, where Sin and Iniquity is kept under, Drunkenness, Swearing, Murther,
Quarrelling, and all the ways and works of the flesh are terrified, and a Well-doer prai-
sed and justified; this Government of men reaches to the witness of God in every man,
and that answers to the justice and righteousness of all such Governours and Govern-
ment, and these witness that they are God”. Edward Burroughs (1634-1663) fu uno dei
fondatori del movimento quacchero; cfr. P. Brodin, Les Quaker en Amérique du Nord,
cit.
a Manoscritto (fol. 7): “Concezione morale del potere”. Nota a margine: “È l'esistenza
del male che fonda il potere”.
b Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “carattere essenziale della nozione di evil (evil men,
all'organizzazione politica è uno dei fondamenti della concezione quac-
chera della politica. Ora, abbiamo qui una definizione del crimine, del-
l'infrazione, che è opposta a quella che si può trovare in Beccaria o in
Brissot; nei riformatori, il problema era distinguere [chiaramente] l'infra-
zione dalla colpa e definire l'infrazione in rapporto alla società, qualun-
que fosse la legge della religione o la legge naturale imposta all'uomo;
l'infrazione, quindi, non può sovrapporsi alla colpa o al peccato, non è
un'infrazione morale ma un'infrazione contro la legge così come è formu-
lata dal sovrano e giustificata dall'utilità sociale 14. Per i quaccheri, invece,
punibile è innanzitutto il male così come è definito moralmente e religio-
samente.
Il problema che si pone quindi è questo: se è vero che il male esiste ed
è necessario un potere per tentare di riassorbirlo, con che diritto il potere
umano può ambire a un compito così smisurato come sopprimere il
male? Non è Dio stesso, che ha lasciato che il male si compisse, a doverlo
sopprimere? Se è vero che il male è universale, è ugualmente vero che le
vie della salvezza sono sempre, in ogni momento, aperte. Nessuno è dan-
nato a propri. Come dice Fox, “l'oceano di notte e di morte” è universale,
ma anche “l'oceano di luce e di amore” è universale e prevarrà 15; “ogni
uomo è illuminato [e] ho visto la luce divina brillare in ciascuno” 16. Per

evil doers)”.
14 M. Foucault, “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 131-133, in particolare p. 132:
“Una legge penale deve semplicemente rappresentare ciò che è utile alla società”.
15 George Fox (1624-1691, fondatore della Società degli Amici), An Autobiography, a cura
di R.M. Jones, Ferris and Leach, Philadelphia (Penn.) 1904, p. 87: “I saw, also, that there
was an ocean of darkness and death; but an infinite ocean of light and love, which flo-
wed over the ocean of darkness. In that also I saw the infinite love of God, and I had
great openings”; e p. 88: “For I had been brought through the very ocean of darkness
and death, and through and over the power of Satan, by the eternal, glorious power of
Christ”.
16 Ivi, p. 101: “Now the Lord God opened to me by His invisible power that every man
was enlightened by the divine Light of Christ, and I saw it shine through all”. Foucault
cita questo passaggio anche in Sorvegliare e punire, e lo collega direttamente alla com-
parsa della prigione nel New England: “'Ogni uomo – diceva Fox – è illuminato dalla
luce divina e io l'ho vista brillare attraverso ogni uomo'. È nella discendenza dei quac-
cheri e di Walnut Street che furono organizzate, a partire dal 1820, le prigioni di Penn-
sylvania, Pittsburg, poi Cherry Hill” (Sorvegliare e punire, cit., p. 260, nota 4).
cui Dio non si è allontanato da nessuno, ognuno può ritrovarlo; e, se il
bene è presente in ognuno, spetta a tutti assumersi il compito di far ri-
splendere e brillare questa luce. Il rapporto con Dio non ha quindi biso-
gno di essere mediato da oggetti e riti. La pietà non attiene a luoghi sa-
cralizzati o a momenti privilegiati; in ogni momento e in ogni luogo, im-
merso nella solitudine o in mezzo alla comunità, l'uomo può incontrare
Dio. Per cogliere questa luce in se stessi, ci vogliono due condizioni: la
rettitudine di uno spirito non turbato dalle passioni e dalle immagini del
mondo, e quindi il ritiro. Ma ognuno può essere aiutato a trovare la luce
che è in lui; da cui l'importanza della solitudine, del ritiro, ma anche del
dialogo, dell'insegnamento, della ricerca in comunea.
Si può far derivare allora da qui l'organizzazione della prigione di Fi-
ladelfia17, la cui descrizione si trova in un testo di La Rochefocauld-Lian-
court, Des prisons de Philadelphie (1796). È infatti una società di quac-
cheri che, dal 1780-1790, si fa [carico] dell'organizzazione e dell'ammini-
strazione della penalità in Pennsylvania. Ecco quali sono i princìpi, se-
condo La Rochefoucauld: bisogna “far dimenticare ai prigionieri tutte le
loro vecchie abitudini”18, cancellare in loro tutte le antiche passioni, le

a Il manoscritto (fol. 9) aggiunge:


“Ma se Dio è presente in ogni uomo, se ogni uomo porta con sé un po' di luce, è possi-
bile incontrare Dio in sé (a condizione che l'uomo non abbia oscurato la luce dentro di
sé): lo si può dunque aiutare a ritrovare la luce. Da cui l'importanza dell'insegnamento,
della testimonianza, della ricerca comune della luce”.
17 Foucault svilupperà questa analisi della prigione e del modello di Filadelfia in Sorve-
gliare e punire, cit., pp. 135-136. Il suo approccio si fonda su diversi testi: Visite à la pri-
son de Philadelphie, ou Énoncé exact de la sage administration qui a lieu dans les divers
départements de cette maison. Ouvrage où l'on trouve l'histoire successive de la réfor-
mation des loix pénales de la Pen[n]sylvanie, avec des observations sur l'impolitique et
l'injustice des peines capitales, en forme de lettre à un ami, par Robert J. Turnbull. Tra-
duit de l'anglais et augmenté d'un plan qui en offre les différentes parties, par le D. Peti-
t-Radel, Gabon, Paris 1799 (anno VIII); N.K. Teeters, The Cardle of the Penitentiary:
The Walnut Street Jail at Philadelphia, 1773-1835, sponsored by the Pennsylvania Pri-
son Society, 1955, [s.e.]; J.T. Sellin, Pioneering in Penology: The Amsterdam Houses of
Correction in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, University of Pennsylvania
Press, Philadelphia 1944.
18 F.-A.-F. de La Rochefoucauld-Liancourt, Des prisons de Philadelphie, par un Européen ,
Du Pont, Paris 1796 (“An IV de la République”), p. 11. François-Alexandre-Frédéric,
duca de La Rochefoucauld-Liancourt (1747-1827), educatore e riformatore sociale, fon-
immagini che si sono depositate nella mente. Bisogna che la mente ritorni
a essere vuota e pura affinché la luce divina che si trova al suo interno
fluisca di nuovo. Inoltre, bisogna provocare nel detenuto un “cambiamen-
to assoluto di alimentazione per qualità e specie”, che “rinnovando per
intero il sangue, addolcendolo, rinfrescandolo, intenerisca la sua anima e
la disponga alla dolcezza che porta al pentimento” 19. È la fase della reclu-
sione in cella; il detenuto è isolato, senza informazioni sul mondo esterno
e senza possibilità di comunicare. Allora, “in questo abbandono totale di
ogni essere vivente, ognuno è più incline a scendere in se stesso, a riflette-
re sulle colpe di cui sente così amaramente la pena” 20. Dopo questa ridi-
scesa in sé, può nuovamente ascoltare la parola: i detenuti non avranno il
diritto di ascoltare nessun altro a eccezione degli ispettori che vengono a
parlare “con loro, cercano di conoscerli, li esortano, li consolano, infon-
dono loro coraggio, li riconciliano con se stessi. Queste conversazioni
non sono frequenti, perché avrebbero meno effetto. I loro volti sono sem-
pre sereni, mai ridenti”21. Nelle prigioni devono regnare rispetto, freddez-
za, tristezza e calmaa.
È parlando di questa istituzione che viene usato il termine “peniten-
ziario [pénitentier]”. Termine incredibile. Come è possibile, infatti, parla-
re di penitenza in un'epoca in cui la teoria della società, l'insieme pratico-
teorico della penalità implicano che ci possa essere un crimine soltanto se
la società è ferita, e una pena soltanto nella misura in cui la società deve
difendersi, e dove non ci può essere rapporto fondamentale tra il peccato

dò la Scuola nazionale superiore delle arti e dei mestieri a Châlons. Monarchico, nel
1792 La Rochefoucauld-Liancourt emigra prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti
dove scrive questo libro sulle prigioni. Al ritorno in Francia, nel 1799, entra in politica,
diventa membro della Società della morale cristiana, a favore dell'abolizione della schia-
vitù, e partecipa a una commissione d'inchiesta sulle prigioni.
19 Ivi, p. 14. Cfr. anche supra […].
20 Ibid.
21 Ivi, p. 27.
a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge:
“A questo regime corrisponde la creazione della prigione di Walnut Street. [L'organizza-
zione prevede] celle che si aprono ognuna su un piccolo giardino; [una] corte centrale
che permette la sorveglianza; [e] lavoro individuale per ogni prigioniero”.
e il crimine, la pena e la penitenza? Come spiegare l'emergere del termine
penitenziario per designare un'istituzione che sarà utilizzata da un siste-
ma penale per le sue punizioni? Siamo di fronte a un'eterogeneità: da una
parte, abbiamo un principio giudiziario, che è quello di una pena come
conseguenza dell'infrazione e per proteggere la società e, dall'altra, il
principio morale di una pena che sarebbe il processo di penitenza deri-
vante da una colpa. Questo determina un certo numero di conseguenze.
Innanzitutto, si avrà il primo vero innesto della morale cristiana nel
sistema della giustizia criminale, perché finora la giustizia criminale nel
mondo cristiano non era stata cristianizzata. Mi sembra che il cristianesi-
mo e il sistema penale siano sempre stati impermeabili l'uno all'altro. Al-
l'epoca in cui il crimine si definisce tramite la controversia e il problema è
appunto la liquidazione della vertenza e il risarcimento dell'infrazione, si
tratta di un sistema penale che non è omogeneo in sé al sistema cristiano.
In un'epoca successiva, alla fine del Medioevo, in cui si vede apparire il
sovrano come colui che è sempre offeso assieme alla vittima del contra-
sto, c'è una pratica del diritto criminale che ritorna alla concezione roma-
na del crimen maiestatis e non una penetrazione del diritto da parte del
cristianesimo22. Il vero processo che ha portato dal diritto germanico del
risarcimento delle controversie al diritto del XVII secolo non è un proces-
so di cristianizzazione: è il problema del prelievo fiscale lungo l'intera

22 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 51-53. Il delitto di maestà, che diventerà delitto di
lesa maestà, nella Repubblica romana designa ogni attacco ai magistrati del popolo ro-
mano, poi, durante l'impero e soprattutto con lo sviluppo del culto imperiale sotto Ti-
berio, la nozione sanziona anche l'empietà contro l'imperatore. Caduta in disuso all'ini-
zio del Medioevo, la nozione di crimen maiestatis è reinvestita dal potere regio con la ri-
scoperta del diritto romano, ma mantiene una certa vaghezza. Alla fine del Medioevo
subisce un significativo ampliamento, caratterizzato dalla sua depersonalizzazione: “È
lo statuto del re a essere in causa e non la persona stessa del sovrano che bisogna pro-
teggere tramite una definizione estensiva di lesa maestà” (J. Hoareau-Dodineau, Dieu et
le Roi. La répression du blasphème et de l'injure au roi à la fin du Moyen Âge , Presses
universitaires de Limoges, Limoges 2002, pp. 169-211, in particolare p. 205). Cfr. Y.
Thomas, L'Institution de la Majesté, in “Revue du synthèse”, n. 3-4, 1991, pp. 331-386;
J. Chiffoleau, “Sur le crime de majesté médiéval”, in AA.VV., Genèse de l'État moderne
en Méditerranée. Approches historique et anthropologique des pratiques et des repré-
sentations, École française de Rome, Roma 1993, pp. 183-213.
procedura penale che ha determinato un certo numero di trasformazioni,
come la quasi-statalizzazione della giustizia in Francia, senza che il cri-
stianesimo abbia avuto nulla da dire in merito23. L'antico diritto germani-
co è stato fiscalizzatoa.
D'altronde, non si vede perché la Chiesa in quanto tale avrebbe dovu-
to cercare di confiscare per sé la giustizia laica, visto che aveva le proprie
istanze di controllo, i propri meccanismi di repressione e di punizione, le
proprie procedure fiscali. Il suo interesse, sia come istituzione sia come
unità ideologica, escludeva il tentativo di fondersi all'interno dei meccani-
smi della punizione laica, di confondere in una stessa punizione le pene
giudiziarie e le pene religiose. Questa confusione avviene invece nel XVIII
secolo, in un cosiddetto momento di decristianizzazione. E questo primo
innesto della morale cristiana sulla pratica giudiziaria non si attua a livel-
lo dei princìpi. Non è grazie a una penetrazione ideologica che la coscien-
za cristiana fa irruzione nel sistema penale. È b dal basso, all'ultimo stadio
del processo penale: la prigione, la punizione. Se la coscienza cristiana
penetrerà in esso, lo farà attraverso l'invasione del penitenziario nel pena-
le e nel giuridico nella sua interezza. La confusione, mai avvenuta, ma
sempre sul punto di realizzarsi, tra il crimine e il peccato ha il suo luogo
di possibilità nella prigionec. Si è prodotta così questa colpevolizzazione
del crimine i cui effetti si fanno sentire in altri ambiti: psichiatria, crimi-
nologia.
In secondo luogo, se è vero che la prigione funziona proprio a partire
dal modello della Pennsylvania, il problema della conoscenza del prigio-
niero in quanto tale diventa un problema centrale. In questo sistema, la
funzione della prigione, infatti, non è di assicurare in maniera pura e
semplice che la pena abbia avuto luogo e sia stata comminata fino in fon-

23 Cfr. J.R. Strayer, Le origini dello stato moderno, cit., pp. 79-80.
a Manoscritto (fol. 11), a margine: “Fiscalizzazione della giustizia criminale piuttosto che
una cristianizzazione del diritto germanico o romano”.
b Il manoscritto (fol. 11) aggiunge: “la sua strana localizzazione”. A margine: “La risalita
del penitenziario a partire dalla base”.
c Manoscritto (fol. 11): “Si spiega così la disposizione in celle della prigione”.
do, ma allo stesso tempo di raddoppiare tutto lo svolgimento della pena
con una sorveglianza che riguarda non solo il suo compimento, ma le tra-
sformazioni interiori del prigioniero lungo la durata della pena. La pena
non è più soltanto un atto che si compie, è un processo che si svolge e di
cui bisogna controllare gli effetti su colui che ne è l'oggetto: “Il constable
[poliziotto] che scorta il prigioniero, fa agli ispettori un breve resoconto
del crimine, delle circostanze aggravanti o attenuanti, del processo, degli
eventuali delitti o crimini di cui era stato accusato in passato, infine del
carattere di quest'uomo per com'era conosciuto nel periodo precedente
della sua vita. Questo resoconto, inviato dalla corte che ha emesso il giu-
dizio, pone gli ispettori nella condizione di farsi una prima opinione del
nuovo prigioniero, e della sorveglianza più o meno attenta che richiede24.
In questo programma della conoscenza che bisogna farsi del prigio-
niero, del criminale come oggetto di sapere, spicca un certo numero di
elementi che avranno una grande importanza storica: la necessità di un
casellario, di un dossier giudiziario, di una biografia, di un'osservazione
del carattere dell'uomo, di ispettori con compiti di sorveglianza, vale a
dire il controllo penale e la sorveglianza della trasformazione medica e
religiosa. Questa istituzione apre quindi tutto un campo di saperi possibi-
li. Ora, è proprio in quest'epoca che compare la struttura ospedaliera che
dà luogo allo spazio istituzionale in cui l'uomo sarà conosciuto in quanto
corpo. Ed è sempre in quest'epoca che nascono al tempo stesso i fonda-
menti di quella che diventerà la scienza anatomofisiologica dell'uomo e di
qualcosa come la psicopatologia, la criminologia e la sociologia: l'ospe-
dale è per il corpo quello che la prigione è per l'anima.
In terzo luogo, infine, vediamo come è possibile comprendere la pre-
senza rilevante dell'uomo religioso all'interno della prigione. Che la reli-
gione accompagni la pena è infatti un fenomeno nuovo. La pena diventa
penitenza e il sistema penale si va cristianizzando. È un fenomeno nuovo
perché non si tratta più della posizione del prete di fronte alla pena di

24 F.-A.-F. de La Rochefoucauld-Liancourt, Des prisons de Philadelphie, par un Européen ,


cit., pp. 15-16.
morte; è invece lì presente per giocare un duplice ruolo: assicurare all'ani-
ma del condannato la possibilità di una salvezza offrendogli il soccorso
della Chiesa, e risparmiare a colui che lo condanna la certezza di un pec-
cato mortale se mandasse a morte qualcuno che potrebbe essere salvato.
Ora, nel nuovo sistema penale ci sarà un prete che seguirà la pena lungo
tutto il suo svolgimento, dal momento che deve essere una penitenza. Il
prete deve essere il testimone, il garante e lo strumento della trasforma-
zione che la pena deve produrre. Quindi la [presenza] del prete [nella]
prigione è una componente assolutamente costitutiva del processo: la col-
pevolizzazione del crimine ha come luogo la prigione e come strumento il
prete. Mentre la prigione era essenzialmente estranea alla Chiesa, ora di-
venta il suo oggetto privilegiato; nel movimento [di cristianizzazione],
essa sarà, assieme al manicomio, un luogo privilegiato. La prigione sarà
lo spazio all'interno del quale un sapere diventa possibile e, allo stesso
tempo e per le stesse ragioni, un luogo investito dalla religione.
Si spiega così anche la sensazione che la prigione sia qualcosa di anti-
co, e da cui non si prende congedo facilmente: se sembra così radicata
nella nostra cultura è proprio perché essa è nata già appesantita da una
morale cristiana che le fornisce una profondità storica che non ha. Alla
confluenza tra questa morale cristiana dotata di uno spessore millenario
e un sapere nato in realtà soltanto con essa, ma che ha operato per giusti-
ficarla e razionalizzarla, la prigione non sembra sradicabile, presa in una
sorta di “evidenza”; essa, quindi, si rilancia indefinitamente.
Non possiamo dire allora che essa riproduce un vecchio modello reli-
gioso che sarebbe quello del convento, semmai attraverso di essa si stabi-
lisce una nuova forma di connessione giuridico-religiosa. La nozione di
penitenziario era davvero sorprendente all'epoca, anche se per noi ha per-
so questa vivacità. Ma nel 1830 coloro che come Julius 25 ci riflettono so-
pra dicono che la grande invenzione della penalità moderna è questo ele-
mento del “penitenziario”; e il loro problema è appunto di riconsiderare

25 Cfr. N.H. Julius, Leçons sur les prisons, cit. Nel manoscritto (fol. 13) Foucault fa riferi-
mento, oltre a Julius, anche a “Charles Lucas”; cfr. supra […].
tutte le istituzioni penali dal punto di vista [della] scienza penitenziaria.
Allora il problema è di sapere come questo piccolo modello, nato dall'al-
tra parte dell'Atlantico, abbia potuto ritrovarsi più o meno negli stessi
anni nel mondo europeo. Qual è lo sfondo economico, politico e sociale
che ha reso possibile l'emergenza del penitenziario e questa ricristianizza-
zione progressiva del criminea?

a Il manoscritto (fol. 13) include altri due paragrafi:


“Osservazioni.
(a) Oggi nelle prigioni moderne ritroviamo se non la forma architettonica, almeno il
modello penitenziario di Walnut Street. L'isolamento, l'intervista etico-psicologica, la
rottura con l'ambiente di provenienza, l'uso dei tranquillanti, la relativa individualizza-
zione della pena in funzione del comportamento penale, tutto deriva direttamente da
questo piccolo nucleo.
(b) La forma architettonica di Walnut Strutt dà luogo
– alle città operaie (alloggio individuale + piccolo giardino con funzioni individualiz-
zanti → inizibizione degli effetti di gruppo)
– alle grandi prigioni di cui Bentham fornisce il primo modello.
F[orma] M[onastica] + città operaia → Walnut Street”.
Lezione del 7 febbraio 1973

Il penitenziario, dimensione di tutti i controlli sociali contempora-


nei. (I) La generalizzazione e le condizioni di accettabilità della forma-
prigione. (A) L'Inghilterra. Gruppi spontanei per assicurare l'ordine: 1)
quaccheri e metodisti; 2) società per la soppressione del vizio; 3) gruppi
di autodifesa; 4) polizie private. – Nuovo sistema di controllo: inculcare
le condotte, moralizzare e contenere le lower classes. Colquhoun, A Trea-
tise on the Police of the Metropolis (1797). Tre princìpi: 1) la moralità
come fondamento del sistema penale; 2) necessità dello Stato-polizia; 3)
le classi inferiori bersaglio della polizia. – Conclusioni: 1) lo Stato come
agente della moralità; 2) legami con lo sviluppo del capitalismo; 3) la
coercizione come condizione di accettabilità della prigione. – I movimen-
ti attuali di dissidenza morale: dissolvere il legame penalità-moralità.

Ho insistito sul fatto che la prigione era nata nell'elemento del peni-
a

tenziario per la tendenza di alcuni storici a dire che la prigione esisteva


già da molto tempo come una forma vuota all'interno della quale veniva-
no parcheggiati alcuni individui, come se la prigione non avesse altra fun-

a Il manoscritto (fol. 1) riporta come titolo: “Generalizzazione della prigione”. La prima


frase dice: “Generalizzazione non è la parola giusta”.
Più avanti: “La carcerazione quacchera non è una pratica che sarebbe stata largamente
imitata […]. Walnut Street, più che essere il primo, è contemporaneo a una serie di
eventi dello stesso tipo”.
zione che quella di assorbire una certa popolazione di cui ci si voleva sba-
razzare, mentre solo dopo una serie di esperienze negative e di ricerche il
penitenziario sarebbe stato [annesso] alla prigione, per rettificarne gli ef-
fetti, per riformarla, in modo da adeguarla ad alcune esigenze sociali ap-
parse in un secondo tempo. Il penitenziario sarebbe quindi l'elemento
correttivo della prigione. Ma dietro a questa lettura ci sono due operazio-
ni: in primo luogo, far credere che l'elaborazione di un sistema peniten-
ziario e di qualcosa che non si esita a chiamare scienza penitenziaria cor-
regga la prigione; e poi che il sapere penitenziario costituisca un ambito
di esperienza abbastanza indipendente dalla prigione da riuscire a fare
presa su di essa e a rettificarla. Ora, nella misura in cui il penitenziario
non è un elemento aggiunto in un secondo momento, ma un elemento al-
l'interno del quale essa è nata, ogni elaborazione del sapere nato in que-
sta dimensione non può che rafforzarla. Tutto ciò che si formula nell'or-
dine dell'esperienza del sapere e della teoria penitenziaria appartiene già
all'elemento che ha dato luogo alla prigione. In secondo luogo, maschera-
re il fatto che il penitenziario sia in realtà un fenomeno molto più ampio
della carcerazione, che si tratti di una dimensione generale di tutti i con-
trolli sociali che caratterizzano le società come le nostre. La società intera
implica l'elemento del penitenziario, di cui la prigione non è che una for-
mulazione. Il penitenziario è quindi il campo associato alla prigione.
Vorrei mostrare come questa forma-prigione si sia generalizzata. A
dire il vero, generalizzazione non è un'espressione molto felice, perché
non penso che la prigione sia stata una forma nata oltreoceano e ampia-
mente imitata, perdendo i tratti della sua localizzazione originaria e della
sua origine religiosa. Credo piuttosto che la prigione quacchera sia con-
temporanea a una serie di eventi dello stesso tipo; ricordiamo tutta la rete
di scambi che hanno avuto luogo quasi subito tra l'America e l'Europa ri-
guardo alle prigionia 1. bisognerebbe anche vedere in che periodo, proba-
bilmente verso il [1780], la visita alla prigione è comparsa nei racconti di
viaggio (per esempio quelli di John Howard2), [nelle] indagini economi-
che, sociali, demografiche che si conducevano allora e che sono state uno
dei grandi strumenti di formazione del sapere sociale. È questa la rete che
è servita da supporto alla generalizzazione del modello.

a Il manoscritto (fol. 1) aggiunge:


“– tra l'Inghilterra e l'America, le sette e le società religiose sono state agenti di diffusio-
ne;
– tra la Francia e l'America, tutta una serie di scambi piuttosto politici prima e durante
la Rivoluzione. // L[a] R[ochefoucauld-]Liancourt (1796): Prisons de Philadelphie”.
1 Cfr. F.-A.-F. de La Rochefoucauld-Liancourt, Des prisons de Philadelphie, par un Euro-
péen, cit.; vedi anche J.-G. Petit et al., Histoire des galères, bagnes et prisons, cit., p.
134.
2 Filantropo inglese, John Howard (cfr. supra […]) nel 1773 diventa high sheriff della
contea di Bedford e, con tale incarico, scopre le condizioni delle prigioni locali; cfr. su-
pra […]. Howard constata che numerosi prigionieri, dichiarati innocenti dai giudici,
sono ancora incarcerati perché non sono in grado di pagare la somma dovuta ai loro
carcerieri. Tenta allora di convincere i giudici di pace della contea della necessità di ap-
plicare una tassa per ripagare i carcerieri, richiesta che viene rifiutata in mancanza di un
precedenze. Dal 1773 alla sua morte, avvenuta nel 1790, Howard intraprende numerosi
viaggi nelle isole britanniche e nel resto d'Europa per visitare le prigioni; cfr. J. Howard,
State of the Prisons in England and Wales, 1777, edizione ampliata nel 1784; L'état des
prisons, des hôpitaux et des maisons de force en Europe au XVIIIe siècle, nuova tradu-
zione e edizione critica di Christian Carlier e Jacques-Guy Petit, Les Éditions de l'Ate-
lier-Éditions ouvrières, Paris 1994. La sua opera ebbe una grande influenza nel Regno
Unito e in Europa, e Howard fu il promotore di numerose riforme adottate dal Parla-
mento britannico, tra cui il pagamento dei carcerieri con un'imposta. Cfr. C. Carlier, J.-
G. Petit, “Avant-propos” a J. Howard, in L'état des prisons, cit., pp. 9-66; J. Aikin, A
View of the Life. Travels and Philanthropic Labours of the Late John Howard, Esq. ,
LLD, FRS, Maning & Moring, Boston 1794; F.G. de La Rochefoucauld-Liancourt, Vie
de John Howard, Dondey-Dupré, Paris 1840; A. Rivière, Howard. Sa vie, son œuvres, in
“Révue pénitentiaire”, 1891, pp. 651-680; L. Baumgartner, John Howard (1726-1790),
Hostipal and Prison Reformer: A Bibliography, The Johns Hopkins Press, Baltimore
(Md.) 1939.
In Inghilterra, la pratica dei racconti di viaggio si inscrive più in generale nella “smania
del viaggio [che] si impossessa degli inglesi”, soprattutto con la pratica del grand tour,
viaggio educativo attraverso l'Europa – principalmente in Italia e Francia – intrapreso
da giovani e facoltosi aristocratici nel XVII e XVIII secolo: cfr. G. Macaulay Trevelyan,
Histoire sociale de l'Angleterre. Six siècles d'histoire de Chaucer à la reine Victoria , reso
più attuale dalle note di J.P. Poussou, Robert Laffont, Paris 1993, pp. 485-486. Tra il
1724 e il 1726, anche Daniel Defoe pubblica En explorant toute l'île de Grande-Bretagne
(presentazione di Jean Queval, Payot, Paris 1974), racconto dei suoi viaggi nelle isole
In un ambito come quello della storia delle idee, infatti, bisogna rico-
noscere che l'influenza non può mai essere considerata come una causa a.
Essa non è mai altro che un fenomeno determinato, vale a dire che il tra-
sferimento da un ambito all'altro, da un tempo all'altro, avviene soltanto
nella misura in cui c'è una rete di comunicazione, ma anche [nella misu-
ra] in cui è possibile un prelievo e, là dove il modello è recepito, qualcosa
che si potrebbe chiamare accettabilitàb. Come è possibile che qualcosa sia
effettivamente inserito e accettato all'interno di un campo? Significa che
tutti i problemi di influenza sono di fatto dipendenti dal problema, più
fondamentale, dell'accettabilità. Allora, che cosa ha reso accettabile [la
forma-prigione] in paesi come la Francia, l'Inghilterra e perfino in altri
del tutto estranei al pensiero quacchero come l'Austria, dove nel 1787
Giuseppe II pubblica un codice in cui la prigione è la forma generale della
punizione3? Come ha potuto realizzarsi questo innesto della prigione in
insiemi giuridici, religiosi, sociali, politici così estranei a essa? Vorrei
britanniche, che è centrato sull'economia ma descrive en passant le prigioni di Londra,
città in cui l'autore ha soggiornato per un breve periodo (cfr. pp. 143-144). Gli scritti di
John Howard si collocano a margine di questa tradizione, nella misura in cui il loro
contenuto è limitato alle questioni penitenziarie.
a Manoscritto (fol. 2): “Bisogna semmai capire a quali condizioni sono stati possibili que-
sti trasferimenti e scambi”.
b Il manoscritto (fol. 2) aggiunge: “L'influenza richiede che siano definiti a titolo di deter-
minazione preventiva:
– il veicolo e il percorso del trasferimento;
– gli elementi costanti che formano il modello;
– le condizioni che rendono possibili da una parte il prelievo del modello e, al punto
d'arrivo, la sua inserzione e accettazione.
Le influenze: sono gli effetti locali e puntuali di condizioni globali di prelievo e accetta-
bilità”.
3 Influenzato dall'opera di Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), il Codice penale au-
striaco, promulgato da Giuseppe II nel 1787, è caratterizzato da un addolcimento del-
l'arsenale repressivo. In esso sono affermati i princìpi di legalità e di proporzionalità
della pena. Il codice imperiale stabilisce una rigorosa distinzione tra i delitti criminali e
i delitti politici, e la pena di morte è limitata soltanto al “crimine di sedizione giudicato
da un consiglio di guerra” (J.-L. Halpérin, Histoire des droits en Europe de 1750 à nos
jours, cit., p. 62); cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire, cit., p. 127. La detenzione – da
sola, con le catene, o associata ai lavori pubblici – costituisce uno dei pilasti della san-
zione dei delitti criminali; cfr. Y. Cartuyvels, D'où vient le code pénal? Une approche gé-
néalogique des premiers codes pénaux absolutistes au XVIIIe siècle, De Boeck, Paris-
Bruxelles 1996, pp. 264-300.
prendere due riferimenti, l'Inghilterra e la Francia, per studiare le condi-
zioni di accettabilità che nel XVIII secolo hanno reso possibile la genera-
lizzazione della forma-prigione e dell'ambito penitenziarioa.

***

[Inizierò dall'Inghilterra.] Dalla fine del XVII secolo, oltre ai gruppi


quaccheri, esistevano altri gruppi che si ponevano come obiettivo esplici-
to la sorveglianza, il controllo e la punizione. Non erano gruppi b organiz-
zati dall'alto, e si davano come missione il mantenimento dell' ordine, o
comunque la definizione di nuovi tipi di ordine e la ricerca di strumenti
adatti per assicurarlo. Ne possiamo definire quattro tipi principali. In pri-
mo luogo, le comunità religiose dissidenti, tra cui al primo posto c'erano
i quaccheri e i metodisti4. Questi gruppi avevano una doppia funzione di

a Manoscritto (foll. 2-3):


“Nel caso della prigione e del sistema penitenziario, in che modo il prototipo punitivo,
formato in America in un ambiente quacchero, nel giro di pochi anni ha potuto essere
accettato
– in Inghilterra, malgrado una fortissima diffidenza nei confronti dei quaccheri;
– in Francia, estranea a queste forme religiose;
– e infine in tutta Europa. Il codice austriaco del 1787.
Due esempi di processi che hanno assicurato l'accettabilità del 'penitenziario' nella so-
cietà europea; il suo innesto in insiemi giuridici e religiosi che gli erano eterogenei; e i
suoi effetti di riorganizzazione di tutto il sistema penale.
L'invasione e tutta la redistribuzione del penale da parte del penitenziario.
Come questi piccoli uomini [in] nero, che non si toglievano mai il cappello, possano fi-
gurare come dei precursori della genealogia della nostra morale”.
b Manoscritto (fol. 4): “gruppi spontanei (comunque non organizzati dall'alto)”.
4 Le società metodiste, fondate sotto l'influsso di John Wesley (1703-1791), nel corso del
XVIII secolo costituiscono il più importante movimento non conformista. Alla morte
di Wesley, nel 1791, queste società contano 72.000 membri, e raggiungono il milione e
mezzo nel 1850; cfr. J. Cannon (a cura di), The Oxford Companion of British History,
Oxford University Press, Oxford 1997, p. 339. Teologicamente, il movimento metodista
si caratterizza per l'insistenza sulla conversione personale e la salvezza attraverso la
fede, come pure per una certa flessibilità dottrinale; cfr. E.P. Thompson, Rivoluzione in-
dustriale e classe operaia in Inghilterra, cit., vol. I, p. 40. Come movimento perlopiù po-
polare, le diverse chiese metodiste hanno giocato un ruolo sociale importante – anche se
a volte sovrastimato (cfr. ivi, pp. 43-47) – nella formazione del movimento operaio del
XVIII secolo, in particolare nell'educazione dei poveri e nella loro integrazione nell'or-
ganizzazione della Chiesa; cfr. S. Southey, Life of Wesley and the Rise and Progress of
ordine: da una parte, garantire un certo numero di compiti di repressione
e di sanzione morale all'interno del gruppo. I gruppi metodisti animati da
Wesley5 durante la seconda metà del XVIII secolo, per esempio, riceveva-
no la visita regolare di ispettori di moralità che esaminavano tutti i casi di
disordine – adulterio, rifiuto del lavoro, ubriachezza – e imponevano una
serie di sanzioni. Era un controllo collettivo endogeno della moralità de-
gli individui. Dall'altra parte, assicurare un controllo esterno, nella misu-
ra in cui si trattava di sovvenire ai bisogni di tutti gli elementi di disturbo,
mobili, che potevano circolare al confine tra un gruppo e l'altro: disoccu-
pati, miserabili, invalidi, folli (non dimentichiamo che la prima clinica in
Inghilterra venne aperta vicino a York dalla Società degli Amici 6).
In secondo luogo, società collegate in maniera più indiretta alle so-
cietà religiose. Per esempio, la “Società per la riforma dei costumi”, che
prima del suo declino nel 1737 aveva più di cento filiali, e che riprese le
sue attività nel 1760 sotto l'influsso di Wesley e dei metodisti a 7. Si era po-
Methodism, Harper and Brothers, London 1890 [1846], 3 voll.; W.E.H. Lecky, History
of the English People in the 18th Century, D. Appleton & Co., New York 1891, vol. III; J.
Kent, The Age of Disunity, Epworth Press, London 1966.
5 John Wesley (1703-1791) fu il fondatore del metodismo. Dopo aver preso gli ordini nella
Chiesa anglicana, a partire dal 1729 a Oxford raduna intorno a sé un gruppo di cristia-
ni, che per la loro stretta osservanza delle regole di vita e di studio fissate dalla Chiesa si
guadagnano il soprannome di “metodisti”. Nel 1738, dopo una breve attività di missio-
nario in Georgia, Wesley inizia a evangelizzare l'Inghilterra, predicando non solo nelle
chiese ma anche all'aperto e tra le società religiose locali. Fu sempre contrario all'indi-
pendenza del metodismo rispetto alla Chiesa anglicana, rottura che si verificò poco
dopo la sua morte, nel 1791. Cfr. R. Southey, Life of Wesley and the Rise of Methodi-
sm, cit.,; M. Lelièvre, John Wesley: sa vie, son œuvres, Chapelle Malesherbes, Paris
1922 [Librairie évangélique, 1883]; M.L. Edwards, John Wesley and the Eighteenth
Century, Abingdon, New York 1933; J.H. Whiteley, Wesley's England: A Survey of
XVIIIth Century Social and Cultural Conditions, Epworth Press, London 1938; J. Kent,
Wesley and the Wesleyans, Cambridge University Press, Cambridge 2002.
6 La Società degli Amici, o Società religiosa degli amici (Society of Friends), è l'appellati-
vo ufficiale dei movimenti quaccheri; cfr. supra […].
a Il manoscritto (fol. 5) fa riferimento alla “Society of the Reformation of Manners
(1692-1737)”. E aggiunge che aveva “100 filiali alla morte di Guglielmo III; di cui dieci a
Dublino” e che la società “riprende le attività verso il 1755”.
7 John Pollock indica che il progetto di Wilberforce di fondare la “Società della proclama-
zione” si ispira alle “Societies for the Reformation fo Manners”, create per riflesso dalla
proclamazione di William e Mary “for the Encouragement of Piety and Virtue; and for
the Preventing of Vice, Profaneness and Immorality” che risale al 1692 (la pubblicazione
sta una serie di obiettivi: far rispettare la domenica, cioè impedire alle
persone di distrarsi, di andare al pub, di riunirsi e sperperare il denaro;
impedire il gioco e l'ubriachezza, fonti di spreco del denaro e ostacolo al
lavoro; eliminare la prostituzione e tutto ciò che può minacciare la fami-
glia; reprimere il linguaggio scurrile. Nel 1763, davanti a una delle sue fi-
liali, Wesley sosteneva che il compito principale dell'associazione era di
impedire “alla classe più bassa e più vile della società di approfittarsi dei
giovani inesperti ed estorcere loro il denaro” 8. Alla fine del XVIII secolo
queste società si moltiplicano. Nel 1787 William Wilberforce9 convince il
era avvenuta con tre anni di ritardo dall'inizio del regno) – atto che per tradizione segna
l'ascesa al trono di un nuovo sovrano; cfr. J. Pollock, Wilberforce, Constable, London
1977, p. 59 (l'autore precisa che le proclamazioni sono disponibili in Handlist of Procla-
mations 1714-1810), Bibliotheca Lindesiana, 1913). Queste società si insediano in Irlan-
da a partire dal 1693, dove vengono usate soprattutto per consolidare il potere degli an-
glicani contro i cattolici. Cfr. D.W.R. Bahlman, The Moral Revolution of 1688, Yale
University Press, New Haven (Conn.) 1957; J. Innes, Politics and Morals: The Reforma-
tion of Manners Movement in Later Eighteenth-Century England , in E. Hellmuth (a
cura di), The Transformation of Political Culture: England and Germany in the Late
Eighteenth Century, Oxford University Press, Oxford 1990; T.C. Barnard, Reforming
Irish Manners: The Religious Societies in Dublin during the 1690s, in “The Historical
Journal”, n. 4, vol. XXXV, dicembre 1992, pp. 805-838; A. Hunt, Governing Morals: A
Society History of Moral Regulation, Cambridge University Press, Cambridge 1999; Su
Wilberforce, cfr. infra, nota 9.
8 [J. Wesley], The Works of the Reverend John Wesley, A.M., Sometime Fellow of Lin-
coln College, Oxford, 7 voll., J. Emory and B. Waugh, New York 1831, vol. I, Sermone
LII (preached before the Society of Reformation of Manners, on Sunday, January 30,
1763, at the Chapel in West Street, Seven Dials), p. 460: “Some of these were of the lo-
west and vilest class commonly called gamblers; who make a trade of seizing on young
and inexperienced men, and tricking them out of all their money: and after they have
beggared them, they frequently teach them the same mystery of iniquity”. Foucault ri-
tornerà su questo passaggio alcuni mesi dopo, nel maggio 1973, in “La verità e le forme
giuridiche”, cit., p. 139.
9 Evangelista protestante e uomo politico inglese, William Wilberforce (1759-1833) è noto
soprattutto per il suo impegno a favore dell'abolizione della schiavitù, di cui si era fatto
promotore come membro del Parlamento. Molto conservatore nelle sue posizioni in po-
litica interna, partecipò alla fondazione di diverse società evangeliste, tra cui la “Procla-
mation Society to Prosecute Blasphemy and Vice” (1787) e la “Society of Bettering the
Condition of the Poor” (1796). Cfr. R.I. Wilberforce, S. Wilberforce, The Life of Wil-
berforce, by his sons Robert Isaac Wilberforce and Samuel Wilberforce , Cambridge Uni-
versity Press, Cambridge 2011 [1838]; R. Coupland, Wilberforce: A Narrative, Claren-
don Press, Oxford 1923; più recentemente W. Hague, William Wilberforce: The Life of
the Great Anti-Slave Trade Campaigner, Harper Perennial, London-New York-Toronto
2008.
re a mettere il celebre “Proclama per l'incoraggiamento della pietà e della
virtù e per la prevenzione e la punizione del vizio, dell'empietà e dell'im-
moralità”. Su questa base, Wilberforce crea la “Società del proclama”,
che nel 1802 diventa “Società per la soppressione del vizio” e continua la
sua attività fino al 1820a 10. Essa intendeva imporre il rispetto della dome-
nica, impedire la pubblicazione di libri licenziosi, far chiudere le case da
gioco e di tolleranza. Non essendo religiose, queste società differiscono
dalle prime per il fatto che non devono imporre una disciplina endogena.
I suoi membri sono virtuosi per statuto. I controlli si esercitano esclusiva-
mente sugli elementi esterni, in due maniere: da una parte, attraverso una
serie di interventi, di pressioni, di minacce; dall'altra, se questi falliscono,
si passa a un altro genere di interventi presso i tribunali: denuncia, proce-
dimenti. È un intervento che si fonda essenzialmente sulla moralità, e la
cui forma primaria è dell'ordine del consiglio morale, dell'esortazione,
mentre quella secondaria è puramente giuridica, come se queste società
avessero lo scopo di forzare la mano al potere giudiziario per assicurare
la sutura tra l'ambito della moralità e quello della legalità.
In terzo luogo, sono gruppi di autodifesa a carattere paramilitare,
che compaiono piuttosto tardi, verso il 1779, quando l'Inghilterra inizia a
essere agitata da un certo numero di movimenti popolari b 11. Così, verso il

a Il manoscritto (fol. 5) fa riferimento alla “Proclamation Society” e alla “Society for the
Suppression of Vice (che arrivò a contare 600 membri)”.
10 Cfr. soprattutto: Society for the Suppression of Vice, The Constable's Assistant: Being
a Compendium of the Duties and Powers of Constables and Other Police Officers, 1808
(edizioni ampliate: 18183, 18314); cfr. M. Foucault, “La verità e le forme giuridiche”,
cit., pp. 139-140.
b Il manoscritto (fol. 6) aggiunge:
“– dopo le grandi sommosse economiche, religiose, politiche di fine secolo (Gordon
Riots)
– e per combattere l'influsso giacobino”.
11 Nel mese di giugno 1780, a Londra scoppiarono i Gordon Riots, dopo il rigetto da par -
te della Camera dei comuni di una petizione che si opponeva alle concessioni accordate
ai cattolici, e in particolare alla loro ammissione in Parlamento. Nei giorni successivi si
ebbero numerosi atti di violenza, diretti essenzialmente contro i ricchi cattolici e i rap-
presentanti del potere. Le autorità londinesi di Wilkes, in conflitto con il potere regio,
intervennero solo tardivamente, quando i rivoltosi attaccarono la Banca d'Inghilterra. Il
nome delle sommosse deriva da Lord George Gordon, presidente dell'Associazione pro-
1780 gli abitanti dei quartieri di Londra si organizzano in pattuglie e assi-
curano sorveglianza e ordine morale; il reclutamento avviene essenzial-
mente tra i notabili e l'alta borghesia a 12. In parallelo c'è tutta una lettera-
tura che incoraggia queste società. Va notato che, vent'anni dopo, questi
notabili troveranno una formula completamente diversa: utilizzare pro-
prio la gente più povera per svolgere questi compiti; avranno così inventa-
to la polizia.
Infine, in quarto luogo, gruppi a carattere essenzialmente economi-
co: una sorta di polizia privata incaricata di sorvegliare il patrimonio
borghese nelle forme nuove in cui esso si trova esposto in pieno periodo
di sviluppo economico (magazzini, docks, strade). Così, alla fine del
XVIII secolo, le compagnie di navigazione creano a Londra una specie di
polizia di sorveglianza del porto.
A cosa reagisce questa proliferazione di società di ordine morale? È
un periodo di sviluppo economico, quindi innanzitutto di spostamento
della popolazione. Lo sviluppo economico sconvolge le vecchie organiz-
zazioni territoriali – borghi, tribunali di pace, parrocchie – svuotandole
della loro popolazione. Mentre all'opposto, in alcune grandi città, gruppi
di individui non organizzati si riversano in centri urbani che non possono

testante, che rimise la petizione alla Camera, e alle cui arringhe è stata imputata una
grave responsabilità nell'esplosione di violenza. Cfr. E.P. Thompson, Rivoluzione indu-
striale e classe operaia in Inghilterra, cit., vol. I, pp. 71-72; G. Rudé, The Gordon Riots:
A Study of the Rioters and their Victims, in “Transactions of the Royal Historical So-
ciety”, quinta serie, n. 6, 1956, pp. 3-114; C. Hibbert, King Mob: The Story of Lord
George Gordon and the Riots of 1780, Sutton Publishing, Stroud 2004 [1958]. Foucault
menzionerà di nuovo i Gordon Riots in Sorvegliare e punire, cit., p. 15.
a Il manoscritto (fol. 6) indica alcuni esempi:
“– Dopo i Gordon Riots (1780) gli abitanti ['principals'] di St. Leonard si organizzano
in pattuglie di 10-14 persone. Chiedono di essere armati. Il governo incoraggia tutte le
'persons of note';
– City Association, Horse and Men. Light Horse Volunt[eer]s, London Military Foot
Association, London Artillery Company;
– Hanway (in un libro del 1775 riedito nel 1780) propone milizie di 23 persone, ' opulent
and of the community'”.
12 Cfr. J. Hanway, The Defects of Police. The Cause of Immorality and the Continual
Robberies Committed: Particularly in and about the Metropolis, J. Dodsley, London
1775 (citato in Sorvegliare e punire, cit., pp. 134 e 139).
inquadrarli all'interno delle proprie organizzazioni né assimilarli. Ma ol-
tre allo spostamento degli uomini, allo stesso tempo c'è anche il fatto che
la ricchezza si è fissata in altri modi: il capitale è stato investito sempre
più in macchine e in scorte. La divisone del lavoro fa sì che la circolazione
di grandi quantità di merci, in stadi successivi di elaborazione e trasfor-
mazione, porti a localizzarle in punti sempre più concentrati – depositi,
docks – e così, nel momento stesso in cui il modo di produzione capitali-
stico si sviluppa, il capitale si trova esposto a una serie di rischi molto
meno controllabili di prima. Il capitale, infatti, si espone non solo al bri-
gantaggio, al saccheggio, come in precedenza, ma al quotidiano depreda-
mento da parte di persone che vivono grazie a esso, in contatto con esso a.
Il depredamento da parte di chi manipola questa ricchezza esposta in
modi nuovi, a causa della divisione del lavoro e dell'ampliamento dei
mercati e delle scorte, è una delle ragioni per cui bisognerà instaurare un
altro ordine, un'altra maniera di controllare le popolazioni e di impedire
la pratica del trasferimento della proprietà. Il problema è quello dell'in-
quadramento morale delle popolazioni: bisogna riformare i loro costumi
in modo da ridurre i rischi assunti dal patrimonio borghese.
Il regime inglese, però, non sembra offrire tali garanzie. A causa del-
la debolezza del potere centrale, da una parte c'è una microterritorialità
degli organismi giudiziari e degli strumenti della penalità, che non posso-
no spostarsi per seguire i movimenti della ricchezza, e dall'altra un codice
penale di estremo rigoreb, istituito nel XVII secolo quando il potere regio
cerca di recuperare il proprio prestigio aumentando la severità delle leggi,
e che, funzionando secondo il principio del tutto o niente, è totalmente
inadatto e sfugge anche a coloro che vogliono servirsene 13. Così, le giuri-

a Il manoscritto (fol. 7) aggiunge:


“L'organizzazione di questi circuiti con importanti punti di stoccaggio e il trattamento
di grandi quantità implicano la predisposizione di un nuovo apparato di controllo”.
b Il manoscritto (fol. 8) aggiunge: “(un 'caos sanguinario')”.
13 Sulla severità della legge in Inghilterra nel XVIII secolo e i problemi che ne conseguiva-
no, cfr. D. Hay, Property, Authority and the Criminal Law, in D. Hay, P. Linebaugh, E.P.
Thompson, Albion's Fatal Tree: Crime and Society in Eighteenth Century England ,
Pantheon Books, New York 1975; J.H. Langbein, Albion's Fatal Flaws, in “Past and Pre-
sdizioni spesso rinunciano ad applicare la pena sottostimando il crimine,
secondo la tecnica del “pio spergiuro” 14. Inoltre, nel momento in cui la
ricchezza assume nuovi rischi capitalizzandosi, è necessaria tutta una se-
rie di organismi di recupero, che sono appunto queste associazioni.
In quest'epoca, quindi, c'è la ricerca e la messa a punto di un nuovo
sistema di controllo, i cui caratteri generali sono i seguenti. Innanzitutto,
è un sistema che si colloca ai confini tra la morale e la penalità. La fun-
zione principale di queste società non è tanto di individuare il crimine, di
punirlo, ma soprattutto di prendere di mira le colpe morali e, ancora pri-
ma, le propensioni psicologiche, le abitudini, le maniere, i comportamen-
ti come la pigrizia, il gioco, la dissolutezza. Si tratta [anche] di attaccare
le condizioni, gli strumenti che favoriscono la colpa, come gli spacci di
alcolici, i giochi, la lotteria, le case di tolleranza. Infine, si tratta di pro-
durre non solo qualcosa come una sanzione penale, ma qualcosa di mol-
to più positivo e continuo. Si tratta di insegnare, di inculcare delle con-
dotte, come dice Burke alla fine del XVIII secolo: “Si devono raccoman-
dare pazienza, laboriosità, fatica, frugalità e rispetto della religione” 15.
sent”, n. 1, vol. XCVIII, 1983, pp. 96-120, riedito in D. Sugarman (a cura di), Law in Hi-
story: Histories of Law and Society, New York University Press, New York 1996, vol. I.
14 L'espressione “pio spergiuro” (pious perjury) sembra venire da William Blackstone, che
la usa per descrivere la pratica delle giurie inglesi che consiste nel sottostimare, sotto
giuramento, il valore monetario di un furto allo scopo di non dover applicare una pena
ritenuta troppo severa; cfr. W. Blackstone, Commentaries on the Laws of England
(1765-1769), 4 voll., A. Strahan, London 1825, vol. IV, p. 237; trad. it. Commentario sul
codice criminale d'Inghilterra, Buccinelli, Milano 1813, vol. I, p. 335. Anche Bentham
racconta che, siccome la legge prevedeva di sanzionare con la pena di morte i furti di un
valore superiore a trentanove scellini, le giurie finivano per affermare sotto giuramento
che due monete d'oro valevano meno di quella somma: “Take two pieces of gold coins,
two guineas, each of full weight, and, under the eye of an approving judge, to change
the prisoner's doom from death to transportation, the two-and-forty-shillings'-worth of
gold coin be valued by twelve jurymen, speaking upon their oaths, at nine-and-thirty
shillings, and no more” (J. Bentham, Rationale of Judicial Evidence, Specially Applied
to English Practice from the Manuscripts of Jeremy Bentham, in Works, a cura di J.
Stuart Mill, 5 voll., Hunt and Clarke, London 1827, vol. V, p. 418).
15 E. Burke, Thoughts and Details on Scarcity, Originally Presented to the Right Hon.
William Pitt, in the Month of November, 1795 , in The Works of Edmund Burke, 9 voll.,
Charles C. Little and James Brown, Boston 1839, vol. IV, pp. 250-280, qui p. 253; trad.
it. a cura di A. Sezzi, Pensieri sulla scarsità, manifestolibri, Roma 1997, p. 28: “Si devo-
no raccomandare loro [ai lavoratori] pazienza, laboriosità, fatica, frugalità e rispetto
Allo stesso modo, in un saggio del 1804, Boadman scrive: “Come convin-
cere un popolo abituato a una vita di ozio, di stravaganza e di dissipazio-
ne a condurre con tenacia e perseveranza una vita di temperanza, di mo-
derazione e di virtù: tutto ciò è senza dubbio difficile, ma anche assoluta-
mente necessario”16.
Ora, quando si considerano gli obiettivi di queste società e il modo
in cui sono stati messi in atto, è interessante notare una specie di “rimo-
ralizzazione” nascere “dal basso”, tra gruppi della piccola borghesia a.
Questa operazione si effettua principalmente e a forte velocità nella se-
conda metà del XVIII secolo. Innanzitutto attraverso il reclutamento di
queste società, quindi al livello del loro inserimento sociale. All'inizio del
secolo, sono soprattutto membri della piccola borghesia; mentre alla fine,
come nella “Società del proclama” o in quella “per la soppressione del vi-
zio”, sono grandi notabili, lord e rappresentanti della Chiesa anglicana.
[È] come se queste società, attraverso l'aristocrazia, si avvicinassero sem-
pre più al potere stesso, all'apparato di Stato, e come se i detentori del
potere statale cominciassero ad affidare loro nuove responsabilità. E poi
anche attraverso il loro stesso modo di agire. All'inizio, infatti, se i gruppi
quaccheri e metodisti esercitano una sorta di controllo morale su di sé o
sui loro vicini più prossimi, lo fanno soprattutto e in primo luogo per
sfuggire all'applicazione di questa penalità così pesante. Se ci riflettiamo,
l'autodifesa di questi gruppi è molto ambigua: si tratta di reprimere le
colpe in maniera tale che il potere non abbia presa sul gruppo. Quella che
i quaccheri cercano di instaurare, quindi, non è soltanto una dissidenza

della religione: tutto il resto è un puro e semplice inganno. È orribile chiamarli 'lavora-
tori un tempo felici'” (corsivo nel testo).
16 A. Boadman, “On Population”, “Essay XXV”, in Georgical Essays, a cura di A. Hun-
ter, T. Wilson e R. Spence, York 1804, vol. V, pp. 394-404, qui p. 398: “The difficulty is,
how to prevail upon a people, who have been long accustomed to a life of idleness, ex-
travagance, and dissipation, to overcome its allurements, and to lead with steadiness
and perseverance a life of temperance, moderation, and virtue. This, indeed, is difficult,
but absolutely necessary”.
a Dattiloscritto (p. 89): “in gruppi come i quaccheri, i metodisti”. Visto il contesto, che si
riferisce alle associazioni di sicurezza in Inghilterra, e non solo ai gruppi religiosi prece-
denti, citiamo il manoscritto (fol. 9).
religiosa ma quasi una dissidenza penale, giudiziaria. Ora, alla fine del
XVIII secolo, l'obiettivo di queste società si modifica, nello stesso mo-
mento in cui cambia il loro reclutamento sociale: si attivano affinché ven-
gano sanciti nuovi decreti, nuove leggi, per far intervenire il potere giudi-
ziario come talea. Esse intervengono come gruppi di pressione sul potere,
e non più [in quanto] gruppi di autodifesa rispetto al potere.
Infine, al livello del loro oggetto: all'inizio del secolo, esse si propone-
vano fondamentalmente di controllare gli elementi emarginati, disturba-
ti, agitati, vagabondi ecc.; alla fine, l'oggetto designato su cui bisogna
esercitare il controllo morale sono le “classi inferiori” in quanto tali. Leg-
giamo per intero la frase di Burke: “Pazienza, laboriosità, fatica, frugalità
e rispetto della religione, ecco cosa bisogna insegnare”, è questo che “si
deve raccomandare ai poveri che faticano”17. All'inizio del secolo non si
parlava che di poveri, di coloro che non lavoravano (oziosi, disoccupati);
ora, si tratta della classe operaia che si sta formando. E nel 1804 il vesco-
vo Watson, predicando davanti alla “Società per la soppressione del vi-
zio”, diceva: “Le leggi sono buone; ma sono sempre eluse dalle lower
classes; mentre le higher classes le considerano meno di zero (for
nought)”18. Ora, tra queste classi c'è una differenza, nel senso che Watson
a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge due esempi: “ottenere una legge sulla domenica” e “ot-
tenere l'organizzazione di una polizia dei docks”.
17 E. Burke, Pensieri sulla scarsità, cit., p. 28. Foucault gioca sulle parole di Burke, che
aveva scritto questo passaggio precisamente contro il linguaggio “dei poveri che fatica-
no”. All'epoca, nel 1795, in un periodo di carestia, Burke era impegnato in un dibattito
con William Pitt sul ruolo del governo e degli intellettuali – e più precisamente sul lin-
guaggio degli intellettuali e degli uomini politici – nei confronti dei lavoratori. Il para-
grafo di Burke sulla pazienza, il lavoro e la frugalità comincia proprio con una confuta-
zione del linguaggio “dei poveri che faticano”: “Non c'è nulla di più basso e malvagio
dell'ipocrita linguaggio politico: 'i poveri che faticano'. Lasciamo che la compassione
venga dimostrata con i fatti – e più sono meglio è – e ciascuno lo faccia secondo le pro-
prie capacità, ma senza compiangere le condizioni dei poveri. Il compianto non arreca
sollievo alla loro situazione di miseria; è solo un insulto alla loro scarsa capacità di ca-
pire” (ivi, pp. 27-28; corsivo nel testo). Lo storico marxista inglese E.P. Thompson, nel
1963, ha messo a confronto le osservazioni di Burke con i lavori di Patrick Colquhoun,
in particolare quelli che riguardano l'analisi della questione della delinquenza e delle so-
cietà per la soppressione del vizio; cfr. E.P. Thompson, “Le roccaforti di Satana”, in La
classe operaia inglese, cit., vol. I, pp. 57-58.
18 R. Watson, “Sermon VII. Let us not be weary in well-doing”, in Miscellaneous Tracts
si augura che anche le classi superiori osservino le leggi; non perché le
leggi siano generali, ma perché, siccome le leggi sono rivolte essenzial-
mente alle classi inferiori, il fatto che le classi superiori le rispettino costi-
tuisce, attraverso l'esempio, lo strumento grazie a cui si potrà farle osser-
vare anche a quelle inferiori19. L'obbedienza dei Grandi non è un fine in se
stessoa; la loro immoralità non è un problema in sé – rischia di diventarlo
nella misura in cui il loro esempio finisce per essere un pretesto per le lo-
wer classes per non osservare le leggi20. E in un discorso pubblico della
“Società per la soppressione del vizio”, nel 1802, le cose sono ancora più
chiare: si tratta non solo di controllare moralmente le classi inferiori e la-
voratrici, ma di controllarle politicamente, in funzione dei rischi di rivol-
taa 21.
on Religious, Political, and Agricultural Subjects, 2 voll., T. Cadell and W. Davies, Lon-
don 1815, qui vol. I, p. 537: “The laws are good: but they are eluded by the lower clas-
ses, and set at nought by the higher”. Richard Watson (1737-1816), vescovo di Llandaff,
pronuncerà questo sermone rivolto alla “Società per la soppressione del vizio” presso la
chiesa parrocchiale; cfr. Id., “A sermon preached before the Society of the Suppression
of Vice, in the Parish Church of St. George, Hanover Square, on Thursday the 3 rd of
May 1804; to which are added the Plan of the society, a summary of its proceedings,
and a list of its members”, T. Woodfall, London 1804; cfr. anche M. Foucault, “La veri-
tà e le forme giuridiche”, cit., p. 142.
19 Cfr. R. Watson, “Sermon VII”, cit., pp. 537-538: “I would be ashamed to recommend
from this place the Suppression of Vice amongst some, if I did not recommend it's sup-
pression amongst all; being sensible that the good example of their superiors would be
of more efficacy in suppressing the Vices of the lower orders, than the very best execu-
tion of the very best laws even can be”.
a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge: “è uno strumento per far obbedire gli inferiori”.
20 Cfr. ivi, pp. 539-540: “The suppression of Vice, though it may through your perserve-
rance, when assisted by others who shall concur with you, be very extensive; yet it is not
the only good which will be derived from your Association. The very circumstances of
near a thousand persons becoming, 'in the midst of a crooked and perverse generation,
shining lights', to conduct men […] – to conduct such unhappy, comfortless, benighted
travellers into the narrow path which leads to Heaven; this is of itself a proof that Reli-
gion has not yet left the land”.
a Il manoscritto (foll. 10-11) sviluppa questo passaggio in forma di citazione: “In un di-
scorso pubblico della Società per la soppressione del vizio (1802): 'Tutti i problemi di se-
dizione, o tutte le questioni politiche dovrebbero essere scoperti dalla vigilanza della So-
cietà; essa ne informerà i magistrati o gli agenti del governo il cui ruolo è di prendere
atto delle offese contro lo Stato'”.
21 Society for the Suppression of Vice, “Part the first, of an address to the public, from
the Society for the Suppression of Vice, instituted, in London, 1802: setting forth, with
Abbiamo quindi un doppio movimento: da una parte, attraverso
questi gruppi di controllo e di sorveglianza, una congiunzione di morale
e penale. Ora, nella teoria del diritto criminale che appare alla fine del
XVIII secolo con Beccaria e Bentham, tra la colpa e l'infrazione si crea
una rottura. Tutti i teorici del diritto penale separano le due cose: secon-
do loro, le leggi non devono punire la condotta morale delle persone, esse
riguardano soltanto l'utilità della società e non la moralità degli indivi-
dui. Ma nella stessa epoca nasce tutta questa pratica di sorveglianza
spontanea organizzata da alcuni gruppi e, in definitiva, da una classe sul-
l'altra, tutta una sorveglianza che tenta di rimoralizzare la penalità inve-
stendola di una specie di atmosfera morale, e che cerca, in breve, di met-
tere in continuità il controllo e la repressione [di ordine] morale da una
parte, e la sanzione penale dall'altra. Si assiste, dunque, a una moralizza-
zione del sistema penale, a dispetto della sua pratica e del suo discorso.
Tutto questo movimento permette alla penalità di diffondersi ampiamen-
te nel quotidiano. Dall'altra parte, e allo stesso tempo, vi è un secondo
movimento, molto importante, attraverso cui l'esigenza di moralizzazio-
ne si sposta verso lo Stato: un movimento di statalizzazione. Sono le clas-
si più elevate, in quanto controllano il potere, a essere portatrici di tale
esigenza, mentre le classi lavoratrici e inferiori diventano il punto in cui si
applica questa moralizzazione della penalità. Allo Stato si richiede di di-
ventarea lo strumento di moralizzazione di queste classi.
In breve, avviene una moralizzazione della penalità; una distribuzio-
ne delle classi da una parte e dall'altra di questa moralità penale; e una
statalizzazione degli strumenti di quest'ultima. Un esempio di questo mo-
vimento è dato dal personaggio di Colquhoun22, perché attraverso la sua

a list of the members, the utility and necessity of such an institution, and its claim to
public support”, printed for the Society, London 1803, p. 58, nota *: “All cases of sedi-
tion, or others of a political nature, should such occasionally be disclosed by their vigi-
lance, tehy will transmit to the Magistrates, or to the officers of government, whose pe-
culiar duty it is, to take cognizance of offences committed against the state”.
a Il manoscritto (fol. 12) aggiunge: “(attraverso le leggi che delibera, o la polizia che fon-
da)”.
22 Patrick Colquhoun (1745-1820), in collaborazione con Jeremy Bentham, fondò la Tha-
opera vediamo inscriversi ciò che determinerà la morale occidentale –
purtroppo quando si insegna la morale, quando si fa la storia della mora-
le, si spiegano sempre i Fondamenti della metafisica dei costumi23 e non si
legge questo personaggio fondamentale per la nostra moralità. Inventore
della polizia inglese, questo mercante di Glasgow vi fa ritorno dopo un
soggiorno in Virginia, e diventa presidente della Camera di commercio;
poi si installa a Londra, dove nel 1792 alcune società di navigazione gli
chiedono di risolvere il problema della sorveglianza dei docks e della pro-
tezione del patrimonio borghese. [È un] problema essenziale, [come si
vede nel caso del] fratello di Bentham24; per comprendere il sistema di
moralità di una società, bisogna porre la domanda: dove sta la ricchezza?
La storia della morale deve ordinarsi interamente in base alla domanda
sulla localizzazione e lo spostamento della ricchezza.
Nel 1795 Colquhoun scrive A Treatise on the Police of the Metropo-
lis25, in cui si trovano teorizzati e sistematizzati i princìpi che guidano
queste societàa. Il primo principio è che il fondamento di un sistema pe-
nale debba essere la moralità. Nella stessa epoca in cui Beccaria, Brissot
ecc.b dicono che non c'è alcun rapporto tra la morale e la legge, Colqu-
houn scrive: “Nulla contribuisce di più a depravare lo spirito del popolo
che la poca considerazione che le leggi mostrano per la moralità; inflig-

mes River Police, la prima polizia regolare in Inghilterra, incaricata di proteggere i beni
dei commercianti del porto di Londra sul Tamigi. È considerato quindi come uno degli
inventori della polizia moderna in Inghilterra, per aver posto i fondamenti di quella che,
trent'anni dopo, sotto l'impulso di Robert Peel, diverrà la nuova polizia di Londra. Col-
quhoun è l'autore del testo del 1797 su cui Foucault si basa qui, A Treatise on the Police
of the Metropolis, H. Fry, London 1797.
23 I. Kant, Grundlegung zur Metaphysik der Sitten (1785).
24 Cfr. supra […].
25 P. Colquhoun, Traité sur la police de Londres, contenant le détail des crimes et délits
qui se commettent dans cette capitale, et indiquant les moyen de le prévenir, tradotto
dalla stessa edizione inglese da L.C.D.B. Léopold Collin, Paris 1807, 2 voll. Non sembra
che Foucault sia ritornato sull'aspetto morale dell'opera di Colquhoun in Sorvegliare e
punire, sebbene la citi in diversi punti (cfr. pp. 94, 128, 315).
a Il manoscritto (fol. 12) precisa che Colquhoun è “legato alle sette religiose” e “incarica-
to a titolo semiprivato della polizia dei docks, che egli riorganizza completamente”.
b Il manoscritto (fol. 13) aggiunge qui il nome di Bentham: “Opposizione diretta con Bec-
caria, Bentham”.
gendo pene più severe a coloro che commettono quelli che si possono
chiamare crimini politici e crimini contro la proprietà rispetto a coloro
che offendono la religione o la virtù” 26. E nel momento stesso in cui Col-
quhoun contraddice la teoria del diritto penale, ne rovescia le proposizio-
ni, perché aggiunge che la legge sarà utile alla società solo nella misura in
cui prenderà in considerazione la moralità c 27. Mentre Beccaria dice che la
legge non ha a che fare con la morale nella misura in cui essa non riguar-
da che l'interesse della società, Colquhoun afferma che la legge ha a che
fare con l'interesse sociale nella misura in cui sanziona la moralità:
“Quando si è rinunciato alle virtù particolari, si è facilmente portati a
violare la fedeltà verso il sovrano” 28; “Le leggi sono armate contro i pote-
ri della ribellione, ma non forniscono gli strumenti per opporsi ai suoi
princìpi”29.
Secondo principio: se la legge deve occuparsi innanzitutto della mo-
ralità e se questa è essenziale alla salvezza dello Stato e all'esercizio della
sua sovranità, ci vuole un'istanza che sorvegli non l'applicazione delle leg-
gi, ma in primo luogo la moralità dei cittadini. Le leggi sono allora ciò
che dà a tali organismi di sorveglianza la possibilità di intervenire e di
agire al livello della moralitàa: “Dovunque ci sarà una buona polizia, si
vedrà regnare l'ordine e la sicurezza; senza di essa, ci si deve aspettare sol-
tanto confusione, disordine, violenza e crimine” 30. È necessario “un prin-

26 P. Colquhoun, Traité sur la police de Londres, cit., vol. II, pp. 44-45.
c Il manoscritto (foll. 13-14) dice: “il principio secondo cui il controllo della moralità è
ancora la migliore protezione possibile per lo Stato”.
27 Cfr. ibid.: “L'unico mezzo, quindi, per assicurare la pace della società e prevenire crimi-
ni più gravi è di indurre, attraverso punizioni più leggere, all'osservanza dei doveri reli-
giosi e morali; in caso contrario, le leggi si limiteranno a essere deboli protettrici dello
stato, delle persone e delle proprietà”.
28 Ivi, p. 49. Nel manoscritto (fol. 13) Foucault menziona un'altra citazione, che non è poi
ripresa durante la lezione: “L'uomo la cui morale è pura è sempre un soggetto irrepren-
sibile in tutti i regimi, e raramente si sono visti criminali di stato che abbiano vissuto
per molto tempo senza essere puniti per delle offese particolari” (ivi, p. 47).
29 Ivi, p. 48.
a Manoscritto (fol. 14): “È necessario un organismo di Stato per controllare la moralità.
Ed è la polizia”.
30 Ivi, p. 300.
cipio attivo capace di concentrare e di riunire l'intera polizia b della capi-
tale e del regno, e di ridurne l'amministrazione generale a un sistema me-
ticoloso, attraverso l'istituzione di un'agenzia superiore composta da per-
sone capaci, intelligenti e infaticabili”31.
Terzo principio: questa agenzia avrà come bersaglio le lower classes.
“Ogni qual volta che gli operai si raduneranno in gran numero in uno
stesso luogo, ci saranno necessariamente molti cattivi soggetti, che con la
loro condotta turbolenta, essendo più facile tramare e complottare grazie
a questa adunanza in spazi ristretti […], potranno nuocere alla cosa pub-
blica”32. Complotti politici, concentrazione di operai nelle fabbriche, nel-
le città operaie: ci sono tutti i temi della polizia del XIX secolo. Come ag-
giunge Colquhoun, la polizia “è una scienza assolutamente nuova nell'e-
conomia politica”33.
Da ciò possiamo trarre una serie di [conclusioni]. In primo luogo,
siamo di fronte a un processo di sovracodificazione etico-penale che av-
viene nel corso del XVIII secolo. I suoi agenti sono gruppi più o meno
spontanei, che però, sviluppandosi poco alla volta e accostandosi alle
classi superiori, e quindi al potere, finiscono per trasmettere allo Stato
stesso e a un organismo specifico – la polizia – il compito di esercitare
tutto un insieme di controlli sulla vita quotidiana. Lo Stato diventa per-
ciò l'agente essenziale della moralità, della sorveglianza e del controllo
etico-giuridico. In secondo luogo, si possono intuire i legami tra questi
movimenti e lo sviluppo del capitalismoa; la progressiva applicazione di
questo controllo esclusivamente alle classi inferiori e, in definitiva, agli
operai; i legami tra questo processo e la lotta contro le nuove forme di de-
predamento collegate ai nuovi rischi assunti dalla ricchezza che si sta ca-

b Secondo il dattiloscritto (p. 94), Foucault dice: “la sorveglianza” invece che “la polizia”,
che è il termine usato nel manoscritto (fol. 14) e nella traduzione citata.
31 Ivi, p. 32 (corsivo nell'originale).
32 Ivi, p. 300 (seguito della nota 1 a p. 298).
33 Ivi, p. 299 (seguito della nota 1 a p. 298).
a Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “più precisamente la predisposizione degli strumenti
politici del capitalismo”.
pitalizzandob. In terzo luogo, bisogna inoltre osservare che, dietro alle in-
terdizioni propriamente legali, si assiste allo sviluppo di tutto un gioco di
costrizioni quotidiane che riguardano i comportamenti, i costumi, le abi-
tudini, e che hanno come effetto non di sanzionare qualcosa come un'in-
frazione, ma di agire positivamente sugli individui, di trasformarli moral-
mente, di ottenere una correzione. Quindi, ciò che si predispone non è
soltanto un controllo etico-giuridico, un controllo statalizzato a vantag-
gio di una classe, ma è qualcosa come l'elemento del coercitivo. Abbiamo
a che fare con una coercizione diversa dalla sanzione penale, è quotidia-
na, riguarda i modi d'essere e tenta di conseguire una certa correzione de-
gli individui. Il coercitivo è ciò che stabilisce una connessione tra morale
e penalità. Ha di mira non solo le infrazioni degli individui, ma la loro
natura, il loro carattere. E deve usare come strumento una sorveglianza
permanente e fondamentalec. Ora, il coercitivo è molto vicino e omoge-
neo a ciò che ho chiamato il penitenziario. Il penitenziario, che si costrui-
sce attraverso le prigioni, in fondo è come il prolungamento, la sanzione
“naturale” [tramite il] coercitivo. Quando questo incontra il suo limite e
deve passare dalla pedagogia alla punizione, produce il penitenziario che
riprende le funzioni del coercitivo, ma facendole agire all'interno di un si-
stema punitivo che è la prigioned. La prigione è il luogo in cui i princìpi
generali della coercizione, le forme, le tesi e le condizioni di quest'ultima
sono concentrati a uso di coloro che hanno cercato di sfuggire alla coerci-
zione. Essa è il raddoppiamento in forma penitenziaria del sistema della
coercizione.
Si può così iniziare a rispondere alla domanda: in che modo la pri-
gione, con il suo orizzonte penitenziario e nata in una comunità religiosa
così singolare e localizzata, ha potuto avere [una tale] diffusione e assu-
mere l'ampiezza istituzionale che le è riconosciuta? La condizione di ac-

b Il manoscritto aggiunge (fol. 16): “tutto ciò lo prova a sufficienza. Ma bisognerà analiz-
zarlo più da vicino”.
c Manoscritto (fol. 16): “permanente e totale”.
d Manoscritto (fol. 17): “Il passaggio dal coercitivo al suo regime di punizione produce il
penitenziario”.
cettabilità della prigionea è proprio il coercitivo. Se la prigione, con le sue
particolarità geografiche e religiose, ha potuto inserirsi nel sistema pena-
le, è perché il capitalismo, nel predisporre le sue forme specifiche di pote-
re politico, ha utilizzato la coercizione. Ci sono dunque due insiemi: l'in-
sieme penale, caratterizzato dall'interdetto e dalla sanzione, dalla legge; e
l'insieme punitivo, caratterizzato dal sistema coercitivo penitenziario. Il
primo insieme porta con sé una certa teoria dell'infrazione come atto di
ostilità verso la società; il secondo porta con sé la pratica della reclusio-
ne. Il primo insieme si deduce, in maniera archeologicamente corretta,
dall'istituzionalizzazione statale della giustizia, che fa in modo che a par-
tire dal Medioevo ci sia una pratica della giustizia ordinata secondo l'e-
sercizio del potere politico sovrano: ciò comporta delle procedure di in-
quisizione, l'intervento di un personaggio come il procuratore ecc. Da
tutto questo insieme pratico è derivata una teoria dell'infrazione come
atto di ostilità verso il sovrano. L'altro insieme si forma in un movimento
di sviluppo non dello Stato stesso, ma del modo di produzione capitalisti-
co; in questo secondo sistema, il modo di produzione si dà gli strumenti
di un potere politicob, ma anche di un potere morale. Il problema, genea-
logico quindi, è di sapere come questi due insiemi, di origine diversa, si
siano congiunti e abbiano funzionato all'interno di un'unica tattica34.
In quarto luogo, all'interno di alcuni gruppi si è realizzata la connes-
sione tra punitivo e penalea. Sono stati questi gruppib non conformisti e
religiosi ad aver imposto tale connessione allo Stato, dall'interno, esigen-
do che lo Stato la garantisse. Essi si proponevano di moralizzare la socie-
tà, senza far conto sullo Statoc, oppure con il suo aiuto qualora avesse ac-
cettato. Così, mentre cercavano di moralizzare la società, è successo che

a Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “(e del sistema penitenziario collegato a essa)”.
b Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “nuovo”.
34 Sulla giustapposizione dell'archeologia e della genealogia, cfr. supra […].
a Manoscritto (fol. 18): “Importanza di questi gruppi attraverso i quali si è operata la
connessione tra punitivo e penale, tra coercitivo e proibito, tra penitenza e sanzione”.
b Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “(perlomeno in Inghilterra)”.
c Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “o almeno sul sovrano”.
di fatto hanno statalizzato la morale, facendo diventare lo Stato l'agente
principale della moralizzazione.

***

Esiste una specie di simmetria storica tra la dissidenza del XVIII se-
colo e il movimento attuale di “dissidenza morale” in Europa e negli Stati
Uniti. In un certo senso, i [movimenti] che lottano per il diritto all'abor-
to, alla costituzione di gruppi sessuali diversi dalla famiglia, all'impro-
duttivitàd – cioè tutti quelli che lottano per la decolpevolizzazione delle
infrazioni penali e contro l'attuale funzionamento del sistema penale –
fanno un lavoro simmetrico a quello svolto nel XVIII secolo dagli agenti
della dissidenza religiosa, che si proponevano il compito di associare mo-
rale, produzione capitalista e apparato di Stato 35. I gruppi attuali hanno
la funzione di disfare tutto ciò. In questo si distinguono dai “non-confor-
misti”, cioè da coloro che, in nome della trasgressione, ignorano la legge
o preferiscono considerarla come inesistente. I primi hanno come punto
di attacco quel luogo che è l'intreccio tra una morale, una serie di rappor-
ti di potere specifici della società capitalista e gli strumenti di controllo
assicurato dallo Statoa. Lottare contro la coercizione non equivale a in-
frangere l'interdetto, una cosa non può sostituire l'altra. Praticare la tra-
sgressione significa rendere, per un istante, in un luogo, per una persona,

d Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “il diritto all'omosessualità” e “il diritto alla droga”.
35 In quanto membro del Gruppo di informazione sulla sanità, Foucault verrà coinvolto
nelle questioni del diritto all'aborto; cfr. “Convoqués à la PJ” (testo firmato da M. Fou-
cault, A. Landau e J.-Y. Petit, in “Le Nouvel Observateur”, n. 468, 29 ottobre-4 novem-
bre 1973, p. 53), in DE, n. 128, ed. 1994, vol. II, pp. 445-447; ed. 2001, vol. I, pp. 1313-
1315; trad. it. di M. Bertani e V. Zini, “Convocati alla polizia giudiziaria”, in Discipli-
ne, poteri, verità. Detti e scritti 1970-1984, Marietti, Genova-Milano 2008, pp. 17-20.
a Il manoscritto (fol. 19) aggiunge:
“Si tratta di disfare tutto ciò che i 'dissidenti' del XVIII secolo avevano annodato (mora-
le, difesa della produzione capitalista, controllo di Stato). Di sciogliere ciò attraverso
cui il modo di produzione capitalista si è organizzato in un sistema di potere”.
inesistente e impotente la legge36; entrare in dissidenzab significa attaccare
questa connessione, questa coercizione.
Pensiamo al manifesto dei medici che praticano l'aborto e alla rispo-
sta del ministro Foyer, che è stata quanto meno straordinaria: è del tutto
fuori luogo – ha detto – che il manifesto dei medici sia apparso in perio-
do elettorale, perché il problema dell'aborto è un problema di legislazione
e quindi deve essere affrontato con calma e ponderazione; dal momento
che è un problema di legislazione, non si può porlo in periodo elettora-
le37. Le cose stanno così, quindi: in un regime in cui i deputati non sono
altro che dei legislatori e vengono eletti, un ministro non vuole che il pro-
blema sia trattato da coloro che eleggono i legislatori. I deputati devono
essere eletti senza che i loro elettori abbiano posto loro questo problema.
Riguardo all'aborto, si mette in atto proprio una distanza morale: dicen-
do che potranno occuparsene soltanto i deputati eletti, ma non coloro
che li eleggono, il potere intende dire che l'aborto, in quanto problema
etico-giuridico, deve rimanere fuori dalla scelta esplicita degli individui,
fuori dalla stessa volontà della nazione. Mentre la Costituzione può esse-

36 Sulla nozione di trasgressione cfr. supra […].


b Manoscritto (fol. 19):
“Quindi 'entrare in dissidenza morale' non significa affatto 'praticare la trasgressione':
una cosa non può sostituire l'altra. Allo stesso modo 'lottare contro la coercizione' non
significa affatto 'trasgredire l'interdetto'. In un caso si tratta di rendere per un istante
inesistente e impotente la legge. Nell'altro (entrare in dissidenza) si tratta di attaccare,
di sciogliere la connessione morale-potere capitalista-Stato. L'illegalità deve essere uno
strumento della lotta anti-coercitiva”.
37 Foucault reagisce qui al discorso pronunciato il giorno prima, il 6 febbraio 1973, dal
ministro della Sanità Jean Foyer, fervente cattolico e avversario risoluto di ogni libera-
lizzazione dell'aborto. Rispondendo al manifesto di 330 medici, uscito il 5 febbraio su
“Le Nouvel Observateur” e ripreso da “Le Monde” il 6 febbraio, in cui si parlava di
“praticare aborti o contribuire con i propri mezzi affinché siano realizzati fuori da ogni
traffico finanziario”, Foyer aveva infatti dichiarato: “È deplorevole che un'operazione
politica su un problema così grave sia avviata in periodo elettorale” (citato da “L'Ex-
press” del 12 febbraio 1973). Georges Pompidou, il 9 gennaio 1973, aveva già adottato
una posizione del genere di fronte ai dibattiti sulla depenalizzazione dell'aborto ( ibid.).
Il manifesto dei “330” faceva eco a quello firmato da 343 donne, nell'aprile 1971, in cui
dichiaravano di aver abortito. Cfr. J.-Y. Le Naour, C. Valenti, Histoire de l'avortement,
XIXe-XXe siècle, Seuil, Paris 2003, pp. 240-242; cfr. anche “Convocati alla polizia giudi-
ziaria”, cit.
re modificata almeno tramite il referendum, la legge che vieta l'aborto è
una legge fondamentale che l'elettore non può toccare; quindi è come una
legge naturale visto che l'elettore non può toccarla, mentre non lo è per-
ché può essere cambiata, a condizione però che gli elettori non lo richie-
dano ai deputati. Dire che i deputati possono cambiarla senza che i loro
elettori vi esercitino un controllo vuol dire che il cambiamento non può
che essere un affare del potere e degli eletti, non in quanto rappresentanti
di una volontà effettiva della nazione, bensì come agenti di un potere che
eccede il loro mandato, poiché questo non può essere fissato per mandato
elettorale. Quindi è soltanto al livello dell'esercizio del potere che può es-
sere modificata una cosa come la legislazione sull'aborto.
Questo rivela il tipo di ancoraggio che dal XIX secolo esiste tra il si-
stema della morale e l'esercizio effettivo del potere. Bisogna trarre la con-
clusione che la morale non è nella testa della gente: è inscritta nei rappor-
ti di potere e soltanto la modificazione dei rapporti di potere può indurre
la modificazione della moralitàa.

a L'ultimo foglio del manoscritto (fol. 21) aggiunge:


“Nel complesso: tutto un sistema coercitivo-penitenziario ampiamente caratteristico
della nostra società, e dove la prigione figura come un elemento importante (al tempo
stesso strumento e modello storico). Modello accettato. Il coercitivo, condizione di ac-
cettabilità del penitenziario”.
*

ANNESSO

Il manoscritto della sesta lezione termina con cinque fogli non numerati, in cui si legge:

– Statalizzazione della giustizia penale.


– Costituzione di una società disciplinare che dà a sua volta luogo a certi tipi di
sapere.
Questa formazione si caratterizza per due fatti, apparentemente contradditto-
ri. O meglio un fatto: la riforma del sistema penale che ha due aspetti decisamente
contraddittori.
A. Una nuova teoria penale
Beccaria, Bentham, Brissot, Le Peletier [de] Saint-Fargeau
1. Tra il crimine e la colpa nessu rapporto
– vi è colpa in rapporto a una legge morale, naturale, religiosa;
– vi è crimine solo in rapporto a una legge civile, una volta formulata la leg-
ge. E questa legge civile definisce ciò che è utile alla società.
Il crimine, nocività sociale; disturbo, fastidio.
Il criminale è il nemico sociale. Rottura del patto sociale.
2. La legge che punisce in nessun caso deve instaurare:
• una vendetta.
• una redenzione.
3. La punizione deve quindi essere calcolata in modo che il torto fatto alla so-
cietà sia riparato oppure che nessuno abbia interesse a imporne uno simile.
Ne derivano quattro tipi di punizione:
• la deportazione
• il lavoro forzato
• il taglione
• la vergogna.
B. ma di fatto si vede apparire tutt'altro.
Un sistema di prigione che non corrisponde
– né assolutamente a un'esclusione,
– né alla riparazione sociale,
– né al taglione.
Una legislazione penale che è sempre più centrata
– non sull'utilità sociale,
– ma sull'individuo.
Una penalità che si propone sempre più e al tempo stesso
– il controllo degli individui
– e la loro riforma.
E che quindi, invece di limitarsi a sanzionare le infrazioni, sanziona gli indivi-
dui, le virtualità, le qualità.
Individuo pericoloso.
E quindi, invece di dipendere da un potere giudiziario autonomo, la penalità
[passa] per tutta una serie di istituzioni
– di sorveglianza-polizia;
– di correzione pedagogica, psicologica, psichiatrica, medica.
Ortopedia sociale.
Controlli sociali.
Il panoptismo: i diversi usi del Panopticon
– sorveglianza universale,
– correzione costante.
Il Panopticon come utopia.
Il panoptismo come forma di potere, ma anche
tipo di sapere
l'Esame
Indagine: conoscere gli eventi – in base ai testimoni, secondo i criteri di osser-
vazione.
Esame: conoscere gli individui in base all'osservazione dei detentori del potere
e dei criteri di normalità.
La ragione di questa ascesa e di questa statalizzazione dei controlli:
– una nuova condizione demografica, ma soprattutto
– una nuova forma di materialità della ricchezza
• industriale
• terriera.
Gli illegalismi.
Lezione del 14 febbraio 1973

(A) L'Inghilterra (continuazione). La grande ascesa delle virtù. (B)


La Francia. Comparsa di nuove tecniche di prelievo e di reclusione, e di
un nuovo apparato di polizia. Due meccanismi per rendere tollerabile la
repressione. In Francia, investimento dell'apparato di Stato attraverso
l'interesse sociale laterale: le lettres de cachet, mezzo di controllo sociale
che produce la moralizzazione e la psicologizzazione della pena nel XIX
secolo. Contro-investimento capillare delle associazioni, delle famiglie e
delle corporazioni. – Campo di sapere, archivi biografici: influenza sul
sapere psichiatrico, sociologico, criminologico nel XIX secolo. – Sostitu-
zione delle lettres de cachet con organismi statali centralizzati: i grandi
istituti di correzione.

Avevamo visto lo stabilirsi [in Inghilterra] di un processo di control-


a

lo divenuto necessario sia a causa dello spostamento degli individui sia a


causa del nuovo sistema di localizzazione delle ricchezze. Abbiamo osser-
vato che, con l'avvicinarsi del XIX secolo, i titolari di questo controllo
non erano più gruppi religiosi costituiti essenzialmente da piccolo-bor-
ghesi, ma da persone legate al potere: commercianti, aristocratici. Cam-
bia anche il bersaglio: non più e non tanto gli individui emarginati o irre-

a Il manoscritto (fol. 1) ha come titolo: “La grande ascesa delle virtù in Inghilterra”, che
si collega alla lezione precedente.
golari, ma la classe dei lavoratori, e così, alla fine del XVIII secolo, le
cose si dispongono in modo tale che il controllo si eserciti globalmente
da parte di una classe sociale sull'altraa.

***

In Francia, il processo segue altre modalità. Infatti, la grande depres-


sione economica del XVII secolo e le crisi sociali che l'hanno scandita
non hanno condotto la Francia a una rivoluzione borghese come in In-
ghilterra, ma a una monarchiab che ha dovuto affrontare specifici proble-
mi di controllo. Dinanzi all'ampiezza dei movimenti popolari della fine
del XVII secolo, il potere ha a disposizione soltanto due strumenti di
controllo e di repressione: l'esercito e la giustizia. Ma dalla fine del Me-
dioevo fino al XVII secolo, l'apparato giudiziario era diventato oggetto di
un processo di appropriazione privata, poiché le cariche giudiziarie erano
passate nel sistema della venalità e dunque si trasmettevano per via eredi-
taria. In questo modo, gli stessi che dovevano applicare la giustizia aveva-
no tutta una serie di interessi in comune con i proprietari fondiari, per
cui, di fronte all'aumento della fiscalità regia e alla depressione economi-
ca, il gruppo incaricato di amministrare la giustizia si era mostrato rilut-

a Il manoscritto (foll. 1-2) prosegue:


“Questi controlli sono stati:
– assicurati prima 'dal basso': da gruppi che, effettuando il loro controllo, sfuggivano al
sistema penale;
– trasferiti poco per volta alle stesse classi che esercitavano il potere; e sono avvenuti
sotto la pressione
• dei movimenti politici popolari
• della costituzione del proletariato.
Lo Stato come agente, o sostegno essenziale per la moralizzazione delle classi povere.
Siamo a questo punto:
– avevamo studiato il sistema delle sanzioni e scoperto l'eterogeneità del punitivo rispet-
to al penale;
– questo punitivo, studiato nel suo prototipo americano, manifestava tutta una mecca-
nica, non tanto della sanzione quanto della penitenza;
– e questo elemento penitenziario, studiato a sua volta, non si rivelava essere altro che
una componente in un gioco di coercizione, di costrizioni positive: obbligo del bene”.
b Manoscritto (fol. 4): “una monarchia assoluta”.
tante nei confronti del potere regio, come la maggior parte della popola-
zione. Il potere regio ha visto quindi la giustizia sottrarsi alle sue richieste
di repressione. Per quanto riguarda l'esercito, esso è entrato in scena a più
riprese; tuttavia è uno strumento pesante e costoso non solo per lo Stato
ma anche per le popolazioni [presso cui] si installava, al punto che coloro
che vi facevano appello lo subivano almeno tanto quanto i movimenti da
cui volevano difendersia.
Ne deriva la necessità di fare appello a un altro apparato: questa no-
vità consisteva nel sostituire la repressione con una tecnica di prelievo
sulla popolazione1. Invece di inviare un esercito, risultava economicamen-
te meno costoso e politicamente più avveduto prelevare in anticipo gli
elementi della popolazione che rischiavano di essere pericolosi; è così che
la reclusione ha sostituito la tecnica del controllo delle popolazioni attra-
verso la giustizia e l'esercito. Il potere si dà allo stesso tempo due apparati
che devono essere gli strumenti di questo incasellamento e controllo 2; da
una parte, un apparato amministrativo e insieme paragiudiziario: quello
degli intendenti di giustizia, polizia e finanza; dall'altra, un apparato po-
liziesco, direttamente nelle mani del re, che funziona attraverso i luogote-
nenti di poliziab. Ora, questi due apparati hanno di particolare il fatto di

a Il manoscritto (fol. 5) riporta la seguente lista relativa alla “situazione del XVIII
secolo”:
“a. feudalizzazione e appropriazione privata della giustizia attraverso la venalità delle
cariche;
b. alleanza tra questa giustizia feudalizzata e gli altri strati della popolazione contro la
fiscalità di Stato;
g. movimenti popolari, di fronte a cui questa giustizia è impotente quando non è in
parte complice;
d. intolleranza generale della popolazione; intervento armato; conseguenza reiterata di
questa 'giustizia armata';
e. messa a punto della tecnica: prelievo/reclusione”.
1 Cfr. M. Foucault, “Théorie et institutions pénales”, cit., sesta lezione, foll. 18-19 (nel
XVII secolo viene messo in atto “il prelievo sulla popolazione pericolosa”: “Sottrarre, o
minacciare di sottrarre una parte della popolazione non ha gli inconvenienti economici
dell'invasione”); settima lezione, fol. 2.
2 Cfr. M. Foucault, “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 142-143.
b Il manoscritto (fol. 4) aggiunge: “Con il luogotenente generale di polizia. Polizia a ca-
vallo. Capo della polizia a cavallo”. A margine: “sorveglianza generale; interventismo”.
stare a metà tra il giudiziario e il non-giudiziario; da una parte, i luogote-
nenti di polizia e gli intendenti hanno il diritto di intervenire, almeno su
alcune questioni, al posto dell'apparato giudiziario ordinario e di prende-
re un certo numero di decisioni propriamente giudiziarie per conto e al
posto del sistema giudiziario: per esempio, l'ufficiale, l'intendente di poli-
zia hanno il diritto di agire per vie giudiziarie nei casi di vagabondaggio.
Dall'altra parte, i luogotenenti, gli intendenti hanno poteri paragiudiziari
[perché], pur senza osservare alcuna forma di giustizia e senza prendere
vere e proprie decisioni giudiziarie, hanno il diritto di applicare delle mi-
sure amministrative: estradizione, bando, reclusione a. Questo sistema è
durato relativamente a lungo e ha avuto un accertato successo visto che
alcuni, tra cui Colquhoun, volevano venisse adottato in Inghilterra. Inol-
tre, questo sistema, malgrado la destrutturazione generale durante la Ri-
voluzione, è stato grosso modo rimesso in funzione molto presto, già dal
Termidoro. Meno costoso dell'intervento armato e più discreto, esso re-
sta comunque pesante. È infatti uno strumento di prelievo fiscale esteso a
tutte le classi sociali. Ed è inoltre un apparato che priva del loro potere
giudiziario, e dunque politico, tutta una serie di persone, in particolare
gli elementi della feudalità sopravvissuti e i parlamentarib.
Ma allora perché questo sistema è stato così tollerato? La sua forza e
la sua sottigliezza derivavano dal fatto che, a dispetto delle apparenze,
era un sistema a doppia entrata. Mi sembra infatti che, affinché un appa-
rato di Stato repressivo possa effettivamente funzionare, deve essere tolle-

a Il manoscritto (foll. 4-5) aggiunge:


“senza passare per nessuna forma di polizia. Il che avviene in due tipologie di casi molto
precise:
– o quando la condotta indesiderata non riguarda le leggi,
– o quando c'è stata un'infrazione, ma si dà all'autore dell'infrazione la possibilità di
sfuggire alla giustizia”.
b Il manoscritto (fol. 3) aggiunge:
“Di fatto il sistema ha resistito a lungo. Era inoltre fortemente voluto in Inghilterra. E
nonostante la Rivoluzione, è stato infine rimesso in funzione (o piuttosto integrato al
nuovo sistema) e non soppresso.
[aggiunta tra le righe] → precondizione di tolleranza di un apparato repressivo.
Se è riuscito a resistere, è perché era un sistema a doppia entrata”.
rato. Ora, due grandi meccanismi rendono possibile questa tolleranza.
Innanzitutto lo schema del Secondo impero o del fascismo a, in cui avvie-
ne un processo di trasferimento dell'apparato di Stato repressivo a strati
emarginati della popolazione. L'apparato poliziesco di Napoleone III
poggia su un certo numero di civili, quello del fascismo tedesco sulle ca-
micie nere o brune, le SAb, cioè sulle categorie sociali costituite dal Lum-
penproletariat, dai proletari disoccupati o dagli elementi in rovina della
piccola borghesia. È a questi elementi economicamente e politicamente
emarginati che vengono affidati i compiti di controllo e repressione. Il
vantaggio di questo sistema di trasferimento è di dare all'apparato un'aria
di spontaneità, di farlo sembrare autoctono. Questa polizia è infatti assi-
curata da un numero ingente di persone. Ha delle possibilità di interven-
to extraistituzionalic e una sorta di libertà controllata all'interno di un'i-
deologia ben precisa: il nazionalismo, il razzismo ecc. Così il controllo
sociale si esercita al tempo stesso dall'esterno, poiché uno strato emargi-
nato riceve per trasferimento un certo numero di funzioni che l'apparato
di Stato gli delega, e dall'interno, nella misura in cui questo controllo si
esercita per mezzo di un'ideologia supposta comuned.
L'altro schema consiste in questo: invece di trasferirlo, si mantiene
l'apparato di Statoe nelle mani di un numero limitato di persone, sottopo-
ste al potere centrale, ma si fa in modo che questo apparato, pur serven-
do gli interessi della classe dominante, possa servire allo stesso tempo, e
lateralmente, un certo numero di interessi locali e particolari. Si tratta di
creare delle specie di circuiti di derivazione in modo che, in diversi punti
di questo apparato di Stato, alcuni individui, che non appartengono ne-
cessariamente alla classe dirigente e non hanno nemmeno gli stessi inte-

a Manoscritto (fol. 6): “Esempio del fascismo e del nazismo”.


b Il manoscritto (fol. 6) aggiunge: “SS, addette alla repressione extragiudiziaria, immedia-
ta, violenta”.
c Manoscritto (fol. 6), a margine: “ed extra-legali”.
d Il manoscritto (fol. 6) aggiunge: “Accoppiata di: trasferimento di potere poliziesco e in-
stillazione, rinforzo di un'ideologia che assicura, guida l'uso di questo potere”.
e Il manoscritto (fol. 6) aggiunge: “(in certa misura, e soltanto per una parte del suo fun-
zionamento)”.
ressi, possano [dirottare] localmente una frazione del potere e utilizzarlo
per i propri scopi. Così facendo, alla fine questi gruppi rafforzano il pote-
re perché esercitano un potere, che viene loro trasmesso dalla classe do-
minante, nella direttrice di questo apparato di Stato – il quale permette
quindi di far aderire al potere un certo numero di individui che non han-
no un interesse diretto a sostenerloa. Nel funzionamento globale di uno
stesso apparato di Stato si intrecciano così, da una parte, l'interesse della
classe dominante che detiene il potere e, dall'altra, un “uso” laterale che
permette di mascherare questo apparatob, di renderlo tollerabile. Abbia-
mo qui un fenomeno di “investimento e di contro-investimento” dell'ap-
parato di Stato da parte dell'“interesse di classe” dominante e degli inte-
ressi lateralic, e non più un fenomeno di scissione e di traslazione dell'ap-
parato.
Ora, che cosa caratterizza il curioso apparato di Stato messo in piedi
dalla monarchia nel XVII-XVIII secolo? Se questo apparato paragiudi-
ziario, parastatale dell'Ancien régime è stato tollerato così a lungo, è per-
ché obbedisce al secondo schema. Che cosa assicura, allora, il contro-in-
vestimento di questo apparato? Che cosa permette di utilizzarlo social-
mente a livello capillared? Le lettres de cachet, elemento mobile che, ri-
spondendo a un globale interesse di classe, permette a questo apparato di

a Il manoscritto (foll. 6-7) aggiunge:


“Si tratta di permettere un uso marginale, o piuttosto un micro-uso, un uso capillare, al
livello più infimo, dal basso, di un apparato che peraltro è retto da un interesse di clas-
se”.
A margine (fol. 7):
“Utilità laterale”, poi: “anello sinaptico, circuito di derivazione, dare la possibilità a de-
gli individui, a dei gruppi, a degli interessi (diversi da quelli della classe dominante) di
avocare a sé una parte del potere. Aderire alla classe al potere – non per interesse di
classe – ma per l'omogeneità del potere”.
b Manoscritto (fol. 7): “mascherare questo interesse di classe”. Sotto l'espressione “'uso'
sociale”, è aggiunta la parola “capillare”.
c Al posto dell'opposizione: interesse di classe/interessi laterali, il manoscritto (fol. 7) ri-
porta: “interesse di classe/uso sociale”.
d Manoscritto (fol. 8):
“Come è stato assicurato questo uso, questo contro-investimento nel sistema 'polizie-
sco' o piuttosto paragiudiziario e statale dell'Ancien régime – rendendo accettabile tutto
l'insieme”.
essere utilizzato lateralmente da una quantità di individui che non hanno
di certo gli stessi interessi politici ed economici della classe al potere3.

***

Nella storiografia del XIX secolo, la lettre de cachet passa per essere
il simbolo di un potere autocratico, arbitrario 4: è la presenza stessa del re
e del suo potere fin dentro la vita quotidiana degli individui; attraverso di
essa i segni della monarchia penetrano l'esistenza quotidiana degli uomi-
ni. Ora, mi sembra che queste lettere abbiano una funzione del tutto di-
versa e non circolino dall'alto verso il basso. Qual è infatti il meccanismo
amministrativoa della lettre de cachet? Si tratta di una decisione del re che
riguarda un caso individuale, e dunque non può avere valore universale. E
3 Foucault si interessò molto presto alle lettres de cachet e, più in generale, agli archivi
dell'internamento dell'Ospedale generale e della Bastiglia, a partire dalla fine degli anni
cinquanta, mentre scriveva Storia della follia, cit., pp. 222-224 e 594. I temi ripresi in
questa lezione risalgono a quell'epoca: la lettre de cachet come “pratica popolare”, “ri-
chiesta dal basso”, che riflette quindi “un processo che va dal basso verso l'alto” e non è
un esercizio di potere monarchico arbitrario; nove anni dopo, descriverà “la straordina-
ria bellezza di questi testi” (estratto sonoro dai “Lundis de l'histoire” sulle lettres de ca-
chet con Arlette Farge, Michelle Perrot, André Béjin e Michel Foucault, 1982,
http://michel-foucault-archives.org/La-vie-des-hommes-infames). Cfr. Le désordre des
familles. Lettres de cachet des Archives de la Bastille , con una presentazione di A. Farge
e M. Foucault (Gallimard, Paris 1982), in cui questi temi saranno sviluppati e documen-
tati; cfr. p. 10: “Ora la lettura di questi incartamenti ci ha messo sulle tracce non tanto
della collera del sovrano, quanto delle passioni del popolo minuto, al centro delle quali
troviamo le relazioni familiari – mariti e mogli, genitori e figli”. Questo centro di inte-
resse si inscrive nel quadro più ampio del lavori d'archivio: la documentazione raccolta
su Pierre Rivière nel 1973; il progetto di un'“antologia dell'esistenza” su “La vie des
hommes infames” nel 1977 (in “Les Cahiers du chemin”, n. 29, 15 gennaio 1977, pp. 12-
29), in DE, n. 198, ed. 1994, vol. III, pp. 237-253; ed. 2001, vol. II, pp. 237-253; trad. it.
di A. Petrillo, “La vita degli uomini infami”, in Archivio Foucault 2, cit., pp. 245-262; la
collana “Les vies parallèles”, creata nel 1978 presso le edizioni Gallimard, in cui usci-
ranno le memorie di Herculine Barbin, personaggio all'epoca accusato di “ermafroditi-
smo maschile” (Herculine Barbin, dite Alexina B; trad. it. di B. Schisa, Herculine Bar-
bin detta Alexina B. Una strana confessione, Einaudi, Torino 2007); come pure, nel
1979, i manoscritti crittografici (BnF) di Henry Legrand, Le cercle amoureux, tradotto e
presentato da Jean-Paul Dumont e Paul-Ursin Dumont.
4 Foucault riprenderà questa analisi in Sorvegliare e punire, cit., pp. 233-234.
a Manoscritto (fol. 8): “il loro meccanismo se non 'giudiziario', perlomeno amministrati-
vo”.
se si tralascia un numero limitato di lettere inviate personalmente dal re e
per sua iniziativa allo scopo di sbarazzarsi di personaggi ritenuti perico-
losi, la maggior parte è sollecitata dagli individui, dalle famiglie, dai
gruppi religiosi, dai notabili, dagli uomini di legge (notai ecc.), dalle cor-
porazioni. Spesso, quindi, è da un livello basso della scala sociale che
partono alcune lettere: azzeccagarbugli, gente di campagna, commercian-
ti, artigiani. La si richiede all'intendente se si abita in provincia, al luogo-
tenente di polizia se si vive a Parigi. Viene inoltrata attraverso la media-
zione di vicedelegati. Senza bisogno di avvertire la Casa Reale, in genere
luogotenente e intendente avviano un'indagine sulla situazione di chi la
richiedea all'interno del suo ambiente. La decisione viene elaborata, quin-
di, al livello di una certa opinione popolare; una volta conclusa l'indagine
e se è confermata la legittimità della domanda, [allora] essi si rivolgono
alla Casa Reale che concede la sua firmab.
[In termini di] circuito amministrativo, quindi, la lettera è un proces-
so che nasce ed è autentificato dal basso. L'unica cosa che si richiede c è un
atto di potere, che in una monarchia così centralizzata non può che veni-
re dall'alto e portare il marchio del re. Si richiede l'intervento di un potere
sovrano per servirsene in via provvisoria, per ottenere che il potere arrivi
fino al richiedente e gli permetta, attraverso questa derivazione, di eserci-
tare, in nome del re, una specie di potere sovrano grazie al quale si può
[procedere all'] esilio, [alla] reclusione del vicino, del parente ecc. In certo
modo è un'appropriazione temporanea del potere regio con i suoi segni e
i suoi marchi al livello dei poteri locali, dei gruppi, degli individui. E l'in-
dizio che la lettre de cachet non sia qualcosa come l'espressione folgoran-
te del potere regio che attraversa la società e si abbatte su un individuo,
ma un processo circolare che va dal popolo al popolo, consiste nel fatto
a Il manoscritto (fol. 9) aggiunge: “dal vicedelegato che si informa presso le persone che
frequentano il supplicante (i suoi vicini, il curato, i notabili della zona, la
corporazione)”.
b Il manoscritto (fol. 9) aggiunge: “e la lettera (mai firmata davvero dal re in persona) è
inviata”.
c Manoscritto (fol. 10): “si chiede il marchio del re, come marchio di un potere, di una so-
vranità interamente presente nel re”.
che colui che richiede la lettera è generalmente lo stesso che paga il man-
tenimento di colui che è rinchiuso, quindi non il re; allo stesso modo, la
revoca di una lettera avviene raramente su iniziativa del re, ma grazie al-
l'intervento dell'intendente o del luogotenente che si preoccupano di con-
sultare chi l'ha richiesta. Così non c'è una decisione arbitraria del re per
rinchiudere e nemmeno per liberare.
Ora, a che riguardo si richiede una lettera, dal momento che essa
comporta una punizione? Essenzialmente nel caso di sanzioni laterali che
concernono determinati comportamenti che il Codice penale non defini-
sce come infrazioni, ma che i singoli, i micropoteri locali (parrocchie,
corporazioni ecc.) non possono ammettere: infedeltà coniugale, dissolu-
tezza, sperpero del patrimonio, vita irregolare, agitazione, vale a dire le
due grandi categorie del disordine e della violenza 5. Si tratta inoltre di
punire per vie paragiudiziarie dei casi che rientrano nella legge, ma ai
quali non è necessario applicare la pena: per esempio la stregoneria, che
pone così tanti problemi all'esercizio della giustizia, per cui la maggior
parte delle streghea è oggetto di lettres de cachet e rinchiusa. Ci sono infi-
ne dei casi che rientrano nelle lettere perché non esiste ancora una giuri-
sdizione o una giurisprudenza per regolarli. Così, anche i primi conflitti
di lavoro sono regolati dalle lettere. Appaiono verso il 1724-1725 con la
ripresa economica, e durante lo sciopero dei tipografi a Parigi: intorno al

5 Cfr. Storia della follia, cit., p. 222 (la famiglia, i vicini, l' entourage, il curato della par-
rocchia fanno domanda sulla base delle lagnanze o delle preoccupazioni per il disordi-
ne, lo scandalo, la follia, il crimine); “La vita degli uomini infami”, cit., p. 255 (le lettres
de cachet riguardano oscure storie di violenza e di disordine nelle famiglie): “Sposi bef-
fati o battuti, fortune dilapidate, conflitti d'interesse, giovani indocili, bricconate o be-
vute, e tutti i piccoli disordini della condotta”; l'inchiesta che seguiva “doveva stabilire
se una dissolutezza o un'ubriachezza, se una violenza o un libertinaggio meritassero
davvero l'internamento, e in quali condizioni, e per quanto tempo: compito della poli-
zia, che raccoglieva a questo fine testimonianze, spiate, e tutto quel mormorio dubbio
che si addensa attorno a ognuno”; A. Farge, M. Foucault, Le desordre des familles, cit.,
p. 9: “Abbiamo anche scoperto che, in molti casi, queste richieste erano formulate sulla
base di affari di famiglia e del tutto privati: conflitti minori tra genitori e figli, screzi
matrimoniali, cattiva condotta di un coniuge, disturbi in un ragazzo o in una ragazza”.
a Il manoscritto (fol. 10) precisa che la durezza della legge si applica tanto alle “strege”
quanto ai “sodomiti”.
1723 i mastri tipografi avevano preso l'abitudine di far venire dalla Ger-
mania degli operai pagati meno degli operai francesi, il che provocò uno
sciopero animato soprattutto da un giovane tipografo, Thouinet 6. Sono
gli stessi mastri tipografi che, violando le regole della giurisprudenza cor-
porativa, nel 1724 fanno appello al luogotenente di polizia per far rin-
chiudere Thouinet. Liberato piuttosto rapidamente, viene esiliato a qua-
ranta leghe da Parigi e allora domanda al luogotenente di ritornare a Pa-
rigi per poter esercitare il suo mestiere. Il luogotenente di polizia chiede il
parere dei mastri tipografi, che rifiutano di revocare la lettre de cachet.
Con le lettres vengono arrestati anche alcuni operai orologiai, catturati
all'estero, per impedire loro di espatriare.
La lettre de cachet, quindi, provenendo dal basso, serve ad assumere
il controllo di tutto ciò che il sistema penale tradizionale si lascia sfuggi-
re. Essa in pratica produce la reclusionea: otto lettere su dieci richiedono
questa punizione. Ora, la reclusione non avviene all'interno delle prigio-
ni, ma per metà negli istituti religiosi in gran parte destinati a questa fun-
zione, e in istituti laici, alcuni dei quali sono ospedali generali, case priva-
te o case di forza7. Vediamo qui la filiazione storica della clinica psichia-
trica. Infatti, le prime cliniche per malattie nervose, che si vedono compa-
rire alla fine del XVIII secolo, dal punto di vista geografico e istituzionale

6 In effetti Germain Martin, nel suo studio La grande industrie en France sous le règne de
Louis XV, Albert Fontemoing, Paris 1900, pp. 323-324, scrive: “Le lettres de cachet con-
tribuiranno a mantenere l'ordine. Qualche anno più tardi [dopo alcune suppliche analo-
ghe nel 1720], bisogna infierire contro Thouinet, garzone tipografo. Non è forse vero
che osa diminuire il salario? I padroni si rivolgono al Guardasigilli che chiede 'che que-
sto garzone stampatore sia arrestato, come esempio'. Viene incarcerato il 16 novembre,
e il 4 febbraio 1725 viene trasferito a quaranta leghe da Parigi, per sei mesi. Ma il rap-
presentante della libreria richiede che gli venga interdetto per sempre il soggiorno nella
capitale. Questo apprendista 'complottava' e 'distribuiva al pubblico libri molto
malvagi'”. Martin cita: “Arch. de la Bastille, 10858” e Franz Funck-Brentano, La que-
stion ouvrière sous l'Ancien Régime d'après les dossiers provenant des prisonniers par
lettres de cachet, Paris 1802, pp. 2 sgg. (il nome “Thouinet”, tuttavia, non compare in F.
Funck-Brentano, Les lettres de cachet à Paris. Étude suivie d'une liste des prisonniers de
la Bastille (1659-1789), Imprimerie nationale, Paris 1903).
a Il manoscritto (fol. 11) aggiunge: “(a volte anche il trasferimento, o l'interdizione di an-
dare in un luogo)”.
7 Cfr. supra […].
sono collegate a questi istituti. Inoltre, la reclusione qui non funziona
come una pena: non sanziona una colpa e la sua durata non è fissata in
anticipo; deve durare fino a quando non si produce un certo cambiamen-
to nell'individuo, finché egli non abbia manifestato il suo pentimento e
cambiato le proprie predisposizioni. D'altronde è questa la giustificazio-
ne fornita da chi richiede la lettera, e anche l'internato, nella richiesta di
revoca, invoca la correzione che è avvenuta in luia.
Si tratta dell'abbozzo di quello che sarà un cambiamento fondamen-
tale. La pena, infatti, nell'economia classica del sistema penale ha proprio
lo scopo di cambiare qualcosa, ma dove e in che cosa? Di cambiare qual-
cosa nelle predisposizioni degli altri, attraverso l'esempio. È su coloro che
non hanno ancora commesso il crimine che la pena, nel sistema classico,
deve produrre i suoi effetti. La funzione preventiva della pena si basa es-
senzialmente sugli altri, per mezzo dell'esempio. Qui, invece, nasce l'idea
di un internamento che deve agire fintanto che non saranno cambiate le
predisposizioni, non degli altri, ma di colui che ha commesso la colpa.
Questo nuovo orientamento del sistema punitivo si discosta dal meccani-
smo del sistema penale. Attraverso di esso passerà tutta la moralizzazio-
ne, la psicologizzazione della pena nel XIX secolo.
Quindi, con la lettre de cachet a esprimersi non è tanto l'intervento
di un potere assoluto, ma un certo consenso morale che risiede nelle fa-
miglie, nelle comunità locali. Da qui deriva il carattere polimorfo, ambi-
guo di ciò che è al tempo stesso rifiutato e condannato da questi consen-
si, che fanno in modo che le lettere designino e rigettino in una grande
confusione ed eterogeneità tutta una categoria di individui: gli agitati, i
malati, chi ha commesso una colpa. Ecco, per esempio, una lettera del
luogotenente di polizia indirizzata al ministro della Casa Reale, risalente
alla fine del XVIII secolo: “Ieri hanno condotto allo Châtelet la moglie di

a Manoscritto (foll. 11-12):


“È in generale la giustificazione fornita da chi la sollecita. Può capitare che egli indichi
quello che suppone sia il tempo di resipiscenza:
– quando il recluso reclama la libertà, bisogna valutare che si sia corretto;
– la libertà è accordata dopo un'indagine o un parere sul suo miglioramento”.
un procuratore della giurisdizione dei consoli, di nome Bertaud. Questa
donna, dopo essersi messa in mente di essere una santa, si comunicava
tutti i giorni da oltre sei mesi, senza alcuna preparazione e perfino dopo
aver mangiato. Secondo la disposizione delle leggi, tale procedimento po-
trebbe meritare un estremo supplizio, ma dal momento che si riscontra
più follia che cattiva intenzione, e che inoltre non si potrebbe rendere
pubblica la punizione di questo tipo di crimini senza offendere la religio-
ne e senza suscitare i pessimi discorsi dei libertini e dei protestanti mal
convertiti, mi sembra che la decisione più conveniente potrebbe essere
quella di obbligare il marito a pagare il ricovero di sua moglie” 8. In que-
sto caso è il luogotenente di polizia a suggerire che il marito richieda una
lettre de cachet, visto che il sistema penale è troppo greve per essere uti-
lizzabile, e anche per ragioni di convenienza (lo scandalo) e di congiuntu-
ra (i protestanti e i libertini). Bisogna trovare una sistemazione per questa
donna in un convento, perché, dice, “sono persuaso che i buoni esempi di
una comunità regolare, insieme a un'attenzione caritatevole, guariranno
in pochi mesi sia la sua mente sia la sua salute”9. Vi è quindi un riferi-
mento alla resipiscenza, che è tanto il rimorso in senso morale, quanto il
recupero della salute; inoltre, è un riferimento allo strumento della vita
regolare, una regolarità che è tanto quella della vita sociale quanto quella
di una regola monastica seguita all'interno di una comunitàa 10.
8 A margine, Foucault aggiunge a matita (fol. 12) questo riferimento: “p. 452, fotocopia”.
Cfr. la raccolta di lettere e di rapporti di polizia stabilita da Pierre Clément, La police
sous Louis XIV (Didier et Cie, Paris 1866), in cui questa citazione si ritrova uguale (pp.
452-453) in una lettera del ministro di Stato e luogotenente generale di polizia, Marc-
René d'Argenson, al conte di Pontchartrain, segretario di Stato della Casa reale, scritta
a Parigi il 20 giugno 1699 (documento n. 33 che all'epoca era conservato alla Biblioteca
imperiale con la segnatura: Ms. Fr. 8, 122, fol. 437”, ivi, p. 453).
9 Ibid.
a Il manoscritto (fol. 12) aggiunge:
“L'altro elemento essenziale non è l'arbitrio, ma la correzione. Anche con tutto ciò che
di ambiguo [può] implicare questa parola che designa una pedagogia, una guarigione,
un pentimento religioso, una conversione morale”.
10 A margine, Foucault aggiunge a matita (fol. 12) questo riferimento: “pp. 460-461”. An-
che in questo caso sembra aver consultato la raccolta di Pierre Clément in cui, a pp.
460-461, si ritrovano molte tematiche qui affrontate, che riguardano il caso di una certa
signorina Leviston che aveva cercato di strangolarsi. La signorina Leviston era stata tra-
Questo permette di vedere che la lettre de cachet, inscrivendosi all'in-
terno di una piramide che risale fino al re a, funziona in senso opposto a
quello dell'arbitrio regio. L'apparato di Stato “paragiudiziario” è intera-
mente ripercorso dalla lettera, che è lo strumento di una sorta di contro-
-investimento capillare e marginale. Bisogna notare che i punti in cui av-
vengono tali contro-investimenti della lettre de cachet sono, in certo
modo, luoghi socialmente importanti, perché diventano i relais e le deri-
vazioni del potere: queste lettere sono richieste e autenticate al livello del-
le comunità come la parrocchia – unità insieme amministrativa, fiscale e
religiosa, e luogo di formazione di una sorta di consenso che chiede al
potere di rispettare la sua morale, il suo ordine, la sua regolarità –, la fa-
miglia, la corporazione. Sono degli scambiatori tra il potere che viene
dall'alto e quello che viene dal basso.
Bisogna anche insistere sul fatto che attraverso questo sistema di
scambi tra la sollecitazione, l'indagine, la risposta, tra la denuncia e la
sorveglianza, si forma confusamente tutto un campo del sapere. Si costi-
tuisce così un vero e proprio archivio biografico. Prima delle lettres de ca-
chet, infatti, le persone non vengono notificate, entrano nell'archivio
scritto solo per i loro averi, quando pagano delle imposte, o per le loro
imprese, per la gloria della loro genealogia o l'infamia del loro crimine; la
ricchezza, il gesto eroico, il nome, il crimine sono gli elementi tramite cui
gli individui entrano nel sistema della scrittura. D'ora in poi, attraverso
queste lettere, si trova descritta al livello del quotidiano e dell'esistenza
una serie di banalità biografiche che iniziano a diventare l'oggetto di un
sapere, all'epoca ancora infraepistemologico, ma che costituirà lo zoccolo
sferita dal convento della Madeleine all'Ospedale generale e chiedeva di ritornare alla
Madeleine. Il tema della resipiscenza è presente in una lettera di d'Argenson a Pontchar-
train (n. 39): viene annotato che questa ragazza “promette di essere più saggia e più ri-
servata” (ivi, p. 461). Anche il consenso morale, attraverso i consigli delle sorelle, appa-
re molto importante (ibid.: “Le sorelle dell'ospedale, che sorvegliano la sua condotta,
sembrano molto contente di lei”), come pure la nozione di guarigione, poiché la salute
della ragazza risulta centrale (ibid.: “la sua salute è molto delicata, e dubito che l'ali-
mentazione dell'ospedale possa confarsi al suo temperamento”).
a Manoscritto (fol. 13): “pur facendo intrinsecamente parte dell'apparato di polizia 'para-
giudiziario'”.
a partire da cui potrà edificarsi tutta la grande clinica psichiatrica e so-
ciologica del XIX secolo. E, al tempo stessoa, questa banalità del quoti-
diano, che non ha lo splendore del gesto eroico, del nome, del crimine,
della ricchezza, tutto questo grigiore appena irregolare sarà descritto se-
condo un certo codice. Nelle lettres de cachet si ritrovano i segni social-
mente accettati e riconosciuti dell'irregolarità degli individui; c'è quindi
tutta una serie di categorie all'opera, di cui bisognerebbe studiare la ri-
partizione e l'evoluzione: dissolutezza, dissipazione, violenza, sperpero,
farsi delle illusioni, ordire dei complotti ecc. Ora, questi elementi non co-
stituiscono esattamente dei caratteri psicologici degli individui che per-
metterebbero di classificarli; non sono nemmeno sintomi di una malattia;
non sono segni. In realtà sono dei marchi, cioè dei tratti con cui un potere
che si esercita su un individuo lo inserisce in una situazione di assoggetta-
mento che potrà comportare una serie di misure: esclusione, reclusione
ecc.
Oltre a questo funzionamento del marchio, nelle lettere si trovano dei
procedimenti narrativi, dato che la vita viene raccontata con silenzi, con-
catenamenti di causalità ecc. Tutto ciò crea una sorta di biografia perpe-
tua dell'infamia, una sorta di anti-Plutarco: la vita degli uomini infami b
11
. Ecco, per esempio, una lettera di d'Argenson a Pontchartrain del 4
marzo 1709: “La suddetta Drouet, a cui si imputa, a ragione, la vita er-
rante e sregolata della damigella di Cavaus, è certamente un'avventuriera
molto pericolosa, che ha percorso le province e le armate del regno; si of-
a Manoscritto (fol. 14): “Allo stesso tempo una descrizione codificata della devianza”.
b Manoscritto (fol. 15), aggiunta tra le righe: “contro La Bruyère”.
11 Com'è evidente, si tratta di giochi di parole intorno ai titoli di opere famose: Plutarco,
La vita degli uomini illustri (ca. 100-110), trad. it. di G. Pompei, Sonzogno, Milano
1940; e Jean de La Bruyere, Les caractères, ou les mœurs de ce siècle, in Œuvres com-
plètes, Gallimard, Paris 1935 (1688). Quattro anni dopo, nel 1977, Foucault scriverà un
testo che ricalca questa esatta espressione: “La vita degli uomini infami”, cit. Foucault
presenta questo testo come una prefazione a un libro a venire, che sarà “un'antologia di
esistenze”, in cui saranno raccolti alcuni archivi dell'internamento dell'Ospedale gene-
rale e della Bastiglia: “Ho voluto insomma riunire alcuni rudimenti per una leggenda
degli uomini oscuri, a partire dai discorsi che nella disgrazia o nella rabbia essi scam-
biano con il potere” (ivi, p. 259). Nel progetto della collana “Les vies parallèles” si po-
trebbe ritrovare la stessa intenzione di questa raccolta.
friva di fare la spia ai generali; forniva loro puntualmente falsi pareri, e
forse ordiva inganni da ambo le parti. So che madame de Vendôme si è
trovata più volte a mal partito, e che essendo stata cacciata per suo ordi-
ne dall'armata delle Fiandre, ritornò a Parigi dove la damigella di Cavaus
si abbandonò totalmente alla propria condotta. Sono state insieme nel
Béarn e in Linguadoca, dove cercavano degli sprovveduti con cui dividere
le spese, senza curarsi troppo della scelta dei mezzi. Di ritorno a Parigi,
hanno gestito una locanda malfamata, una bettola che era il punto di in-
contro dei lacchè del quartiere. Ma la cosa più strana è che spesso questi
lacchè vi passavano le notti in conversazioni infami, e queste due persone
accrescevano ulteriormente i loro abomini, stando alle testimonianze
pubbliche, con una passione mostruosa che pare sussistere ancora. Penso
dunque che questa donna sventurata debba essere rinchiusa nell'Ospedale
generale, mentre la damigella di Cavaus sarà condotta al Rifugio, in ese-
cuzione dell'ordine del re a cui vi ha chiesto di indirizzarmi; la correzione
di una delle due non susciterebbe un grande effetto, se l'altra restasse in
libertà”12.
Questa integrazione sorda della biografia al sapere, per mezzo dell'ir-
regolarità, è verosimilmente uno dei fenomeni fondamentali del nostro
sapere, che avrà un'immensa importanza, non solo nel momento in cui il
sistema penale si riorganizzerà, ma quando si formeranno i saperi psi-
chiatrico, sociologico, criminologico. Essi si formeranno a partire da que-
sto lento e oscuro cumulo di sapere poliziesco che afferra le persone at-
traverso i marchi politici che sono stati loro imposti e che hanno delinea-
to così la loro irregolarità. Si potrebbe fare tutta una storia del sapere del-
la sessualità e mostrare come proprio a partire da questa indagine conti-
nua e secolare sulla sregolatezza delle persone si sia costituito un sapere
che all'inizio del XIX secolo sarà rilevato dalla psichiatria, quando questa
famosa dissolutezza diventerà in qualche modo il contesto naturale della
genesi della malattia mentale, e che sarà rilevato anche dalla medicina or-

12 Lettera di d'Argenson a Pontchartrain, n. 41, 4 marzo 1709, in P. Clément, La police


sous Louis XIV, cit., pp. 462-463.
ganica quando, intorno al 1824, farà la sua comparsa nel sapere la parali-
si generale, con la sua origine sifilitica e quindi dissoluta. Lo stesso filone
sarà codificato in maniera diversa, quando verso il 1840 farà il suo ingres-
so l'isteria. Sarà questo sapere della sregolatezza a produrre quello che
senza dubbio sarà un altro dei suoi episodi: la psicoanalisi e l'attuale teo-
ria del desiderio, che ne è la figura passeggera. È questo formidabile sape-
re della sregolatezza che in seguito ha prodotto tali diverse figure del sa-
pere.

***

Per quanto riguarda i rapporti tra il sistema inglese e quello francese,


si può dire che in Inghilterra a poco a poco si sia imposto allo Stato un
movimento di controllo sociale a partire da un irredentismo religioso,
mentre in Francia si ha la figura opposta, poiché il movimento si fonda su
un apparato di Stato fortemente centralizzato. Di conseguenza, in Inghil-
terra c'è un controllo sociale che ha come strumenti essenziali misure e
sanzioni come l'esortazione, l'esclusione dal gruppoa, mentre in Francia lo
strumento-chiave è la reclusioneb. Ma al di là delle differenze è possibile
cogliere un'analogia fondamentale: tramite dei supporti del tutto diversi,
di fatto si tratta dello stesso movimento di costrizione e degli stessi ele-
menti da controllare. Le denunce sono le stesse, qui e là c. Questo control-
lo, infine, ha gli stessi promotori e collegamenti: la famiglia, la comunità
religiosa o l'ambiente di lavoro. Inoltre, in entrambi i casi si può osservare
lo stesso movimento di spostamento verso lo Stato d. È vero che nel XVIII
a Il manoscritto (fol. 15), riferendosi all'Inghilterra, riporta anche: “l'isolamento” e “l'esi-
lio”.
b Il manoscritto (fol. 15), per il caso francese, riporta: “gli strumenti di controllo sono
meno morali e più 'fisici': la reclusione”.
c Il manoscritto (fol. 16) precisa che “ciò che viene denunciato al luogotenente di polizia e
che Wesley vuole criticare nel corso della sua ispezione, sono la stessa cosa”.
d Manoscritto (fol. 16):
“In Inghilterra, spostamento verso lo Stato e le classi superiori di un controllo che di-
venta sempre più chiaramente sociale. In Francia, tendenza a usare sempre meno le let-
tres de cachet; ostilità generale nei confronti della reclusione”.
secolo la lettre de cachet cade parzialmente in disuso; ma questo disuso
non significa affatto, come si potrebbe credere, una sorta di smantella-
mento del potere regio. Così, nel 1784, Breteuil la regolamenta 13 in modo
che non sia più utilizzabile troppo alla leggeraa 14; e si vedono apparire
degli organismi davvero statali, centralizzati: le grandi case di correzione
che hanno lo scopo di rinchiudere e correggere i mendicanti, i vagabondi,
i poveri che non possono lavorare. Al posto della lettre de cachet abbiamo
quindi un apparato fortemente centralizzato, con la classe al potere, da
una parte, e quella su cui essa poggia, dall'altra b 15. E questa integrazione
dell'ordine morale, dell'ordine pubblico all'interno dell'apparato di Stato,
13 Cfr. “Lettera circolare indirizzata dal Barone di Breteuil, Ministro di Stato, agli Inten-
denti delle Province del suo Dipartimento sulle Lettres de Cachet & Ordini di detenzio-
ne”, Versailles, 25 ottobre 1784, http://psychiatrie-
histoire.free.fr/psyhist/1780/breteuil.htm.
a Il manoscritto (fol. 16) aggiunge:
“– sorvegliare 'coloro la cui mente è alienata';
– sorvegliare soltanto uno dei due [di] coloro che si sono abbandonati agli eccessi: 'Le
famiglie a volte esagerano i torti dei soggetti di cui hanno sollecitato la detenzione'. Se
le si lasciasse fare, 'non sarebbe più una correzione ma una vera e propria pena'”.
14 Ibid.
b Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “Ma questa resistenza alle lettres de cachet che porte-
rà alla loro soppressione quasi unanime è accompagnata dalla predisposizione di un si-
stema effettivamente più centralizzatore e socialmente più polarizzato rispetto alle let-
tres de cachet:
– la fondazione di case di correzione alla fine dell'Ancien régime → prigione;
– e le decisioni della Costituente riguardanti la nazionalizzazione dei beni ospedalieri e
di tutti i fondi di assistenza;
– l'attribuzione ad alcuni prescelti di un compito di distribuzione degli aiuti e al con-
tempo di controllo morale.
Nel Terzo rapporto del Comitato di mendicità (15 gennaio 1791): bisognerebbe creare
un comitato 'per gestire meglio le case di correzione, gli ospizi, per conoscere le colpe o
la buona condotta di chi vi è detenuto; per pronunciarsi sulle punizioni o sulle grazie
[…] che essi hanno saputo meritarsi'.
– L'importanza centrale del lavoro. Il controllo principale sarà ottenuto facendo lavora-
re tutti. Il governo deve favorire non l'assistenza, ma i mezzi per lavorare: 'Iniziate dei la-
vori, aprite delle manifatture, facilitate gli sbocchi sul mercato per la manodopera […]'.
Bisogna 'incoraggiare' coloro 'che faranno lavorare a proprie spese il maggior numero di
operai: perché sarà proprio questa […] la cosa più utile per la patria' ( Terzo rapporto
del Comitato di mendicità)”.
15 Cfr. F.-A.-F. de La Rochefoucauld-Liancourt, Troisième rapport du Comité de Mendi-
cité. Bases constitutionnelles du Système général de la Législation et de l'administration
de Secours, Imprimerie nationale, Paris, 15 gennaio 1791, pp. 28 e 34.
è segnalata in un testo del 1790, scritto da Duport, il grande teorico giu-
diziario della Costituente: “Che l'ordine pubblico sia diverso dalla giusti-
zia è falso; è un segno di dispotismo” a 16. Egli ritiene che l'ordine pubblico
sia davvero assicurato arbitrariamente dal re, assieme alla giustizia; di
fatto, nel momento in cui denuncia il dispotismo, denuncia una dualità
esistente tra i due, e chiedendo l'integrazione dell'ordine pubblico nella
giustizia, mette nelle mani dell'apparato di Stato, e quindi della classe di-
rigente, la responsabilità del mantenimento dell'ordine pubblico che in
passato era assicurato da questi meccanismi dal bassob.
a “L'ordine pubblico non è di natura diversa dalla giustizia.
2. La polizia non dev'essere altro che l'inevitabilità della giustizia”.
16 Foucault ritornerà sull'importanza di questo tema nel pensiero di Duport. Sulla paren-
tela che Duport concepisce tra il criminale e il tiranno, cfr. Gli anormali, cit., lezione
del 29 gennaio 1975, p. 89: “Nel 1790, proprio all'epoca delle discussioni sul nuovo co-
dice penale, Duport (che, come sapete, non rappresentava di certo una posizione estre-
ma) dice che 'il despota e il malfattore disturbano l'uno e l'altro l'ordine pubblico. Un
ordine arbitrario e un assassinio sono infatti, ai nostri occhi, crimini eguali'”.
b Il manoscritto (foll. 18-20) si conclude in questo modo:
“La soppressione del luogotenente di polizia, delle lettres de cachet, delle pratiche della
reclusione corrisponde allo smantellamento del potere monarchico; ma di fatto si trat-
tava – con un altro punto di partenza e per altre vie – di un processo che (in Francia
come in Inghilterra) andava verso l'integrazione, nell'apparato di giustizia e nel sistema
penale, dei meccanismi della penitenza e della coercizione.
Va aggiunta un'ulteriore differenza:
– In Inghilterra: il depredamento del capitale finanziario ed economico (con lo sviluppo
industriale e la divisione del lavoro) era stato uno dei fattori di accelerazione del proces-
so.
– In Francia: è piuttosto la proprietà agricola, la ridistribuzione dei diritti nel quadro
della proprietà individuale, che hanno portato a un depredamento. [fol. 18]
Conclusione. Il confronto tra il processo inglese e il processo francese permette di vede-
re come l'istituzione della prigione (con l'elemento penitenziario, correttivo che l'accom-
pagna) abbia potuto essere integrata con una teoria e una pratica penali che fino a quel
momento la ignoravano, e le erano addirittura estranee.
Alcuni effetti di questa congiunzione si possono indicare fin da subito.
1. Una colpevolizzazione dell'infrazione penale, di cui è importante notare che non è un
effetto residuo del cristianesimo.
Colpevolizzazione laica dell'infrazione che in seguito, nel XIX secolo, ha permesso un
investimento della penalità e della prigione da parte del cristianesimo:
– filantropia cristiana;
– il prete come funzionario della prigione;
– la 'morale cristiana' come ideologia normativa;
– la codificazione di questa morale nel vocabolario della psicologia. [fol. 19]
2. Una ridefinizione del ruolo della pena.
Certo, già da molto tempo ci si rifiutava di vedere nella pena una sanzione pura e sem-
plice della colpa. La pena doveva soprattutto impedire nuovi crimini. In questo senso, la
si riteneva preventiva, ma si trattava soprattutto di impedirne degli altri.
La pena ha ora il ruolo di operare una trasformazione, interna, sulla persona stessa di
chi ha commesso una colpa.
3. Questo uso della prigione e questo nuovo ruolo della pena sono legati a meccanismi
di controllo “morale”: non si dà sistema penitenziario senza sorveglianza generale; non
si dà reclusione penale senza controllo sulla popolazione. Non si dà prigione senza poli-
zia. Prigione e polizia sono cronologicamente gemellate. Di fatto, l'istituzione giudizia-
ria e penale si è trovata inquadrata tra queste altre due istituzioni, che non sembrano
comunicare direttamente tra loro. [fol. 20]
Si può anche dire che è stata questa la grande preoccupazione del legislatore → 1808,
che non ci possa essere carcerazione senza intervento giudiziario.
Ma storicamente esse sono legate; e lungi dall'essere soltanto degli strumenti della giu-
stizia, vi si sono interamente sovrapposte e le hanno dato un modo di funzionamento
completamente diverso.
4. La costituzione di un doppio campo del sapere.
(a) Il sapere della sorveglianza permanente.
I dossier di sorveglianza.
Le statistiche.
(b) Il sapere individuale, clinico della trasformazione.
Bisogna conoscere gli individui.
Questo accoppiamento – sapere statistico-sapere dell'individuo – si ritrova nella stessa
epoca nella conoscenza medica (al momento della nascita della clinica) e poco dopo al
momento della nascita dell'evoluzionismo (con Lyell e Darwin). [fol. 21]
Ora bisogna notare:
(1) che il linguaggio che permetterà di trascrivere le osservazioni globali in termini di
analisi individuale e che inversamente permetterà di trascrivere il 'poliziesco nel teorico',
l'etico-religioso nello scientifico, è il linguaggio medico. Il linguaggio medico è il tra-
scrittore generale;
(2) che nella pratica giudiziaria prende posto un tipo di sapere radicalmente diverso dal-
l'indagine.
Vale a dire l'esame” (fol. 22).
Lezione del 21 febbraio 1973

(B) La Francia (continuazione). Riepilogo ed esito finale: la società


punitiva. Meccanismo: tenere sotto controllo l'illegalismo popolare. 1.
L'illegalismo popolare nel XVIII secolo. Il caso dei tessitori del Maine. I
commercianti e i tessitori aggirano i regolamenti. Il funzionamento posi-
tivo degli illegalismi. 2. Rovesciamento alla fine del XVIII secolo. La bor-
ghesia si impadronisce dell'apparato giudiziario per sbarazzarsi dell'ille-
galismo popolare diventato “depredamento”. Il depredamento operaio; il
brigantaggio degli operai del porto di Londra. 3. Predisposizione del si-
stema penale e penitenziario. Strumenti: la nozione di nemico sociale;
moralizzazione della classe operaia; prigione, colonia, esercito, polizia. –
Nel XIX secolo l'illegalismo operaio bersaglio di tutto il sistema repressi-
vo della borghesia.

Ho cercato di descrivere l'ascesa di un sistema coercitivo che per na-


tura e funzionamento era eterogeneo rispetto al sistema penale del XVIII
secolo. È il sistema che vediamo funzionare nelle società moralizzatrici e
nel gioco delle lettres de cachet. A poco a poco c'era stato uno sposta-
mento dei punti di applicazione e degli strumenti del sistema coercitivo,
fino al momento in cui esso venne preso in carico dall'apparato di Stato,
alla fine del XVIII secolo. Potremmo dire che dopo i primi vent'anni del
XIX secolo l'apparato di Stato si è essenzialmente fatto carico del sistema
coercitivo, il quale a sua volta si è innestato sul sistema penale, cosicché
viene a esserci un sistema penale che per la prima volta è un sistema peni-
tenziario. In breve, abbiamo a che fare con qualcosa che chiamo la socie-
tà punitiva, vale a dire una società in cui l'apparato di Stato giudiziario
svolge sempre più delle funzioni correttive e penitenziarie. È questo l'esito
finalea.
[La domanda] da porre allora è la seguente: perché questo lento pro-
cesso di spostamento verso l'apparato di Stato si è accelerato, e perché
alla fine si è arrivati a un sistema unificato? Questo problema, apparente-
mente molto semplice da risolvere, è in realtà un po' più complicato.
Semplice, perché per un periodo ho creduto che si potesse risolvere in po-
che parole: in questa fine XVIII secolo, dove lo sviluppo e il consolida-
mento del modo di produzione capitalista provocano una serie di crisi
politiche, la sorveglianza politica di una plebe che si vuole proletarizzare
implica la creazione di un nuovo apparato repressivo1. In breve, alla cre-
scita del capitalismo corrispondeva tutta una serie di movimenti di sedi-
zione popolare, ai quali il potere della borghesia avrebbe risposto con un
nuovo sistema giudiziario e penitenziario. Ma non sono sicuro di aver im-
piegato a ragione il termine “plebe sediziosa” 2. Mi sembra infatti che il
a Il manoscritto (fol. 1 bis) aggiunge:
“Ma non è una spiegazione. O piuttosto restano irrisolti:
– il problema di sapere perché questo lento processo di trasferimento. Perché non un si-
stema binario?
– il problema di sapere perché è finito bruscamente. Perché la giustizia si è penitenzia-
rizzata. Perché lo Stato stesso è divenuto il grande 'penitenziario' [pénitentier]?”.
A margine: “La società portatrice di tutti i valori morali sociali”.
1 Cfr. M. Foucault, “Théories et institutions pénales”, cit., settima lezione, fol. 2: “Tutte
le grandi fasi di evoluzione del sistema penale, del sistema repressivo, sono modi di ri-
spondere a forme di lotta popolari”; fol. 3: “La coppia sistema penale-delinquenza è un
effetto della coppia sistema repressivo-[sistema] sedizioso. Un effetto nel senso che è un
prodotto, una condizione di conservazione, uno spostamento e un occultamento”.
2 Foucault proporrà un'analisi degli illegalismi (cfr. la nota seguente e la “Nota al curato-
re”, infra […]) più precisa del riferimento alla nozione di “plebe sediziosa”, che sarà
usata e ampiamente discussa dagli storici inglesi dell'epoca. Cfr. E.P. Thompson, Rivo-
luzione industriale e classe operaia in Inghilterra, cit., vol. I, p. 64: “Gli storici hanno
troppo spesso usato questo termine [mobs] o con indolenza, per evitare analisi più ac-
curate, o con preconcetti”. Il sistema penale, per Foucault, non è il risultato della paura
suscitata dalla “plebe sediziosa”, ma piuttosto dell'industrializzazione del patrimonio
meccanismo che ha portato alla formazione di questo sistema punitivo è
in un certo senso più profondo e più grande di quello del semplice con-
trollo della plebe sediziosa. Ciò che ha dovuto padroneggiare, ciò che la
borghesia ha chiesto all'apparato di Stato di controllare tramite il sistema
penitenziarioa, è qualcosa di cui la sedizione rappresenta solo un caso
particolare, è un fenomeno più profondo e più costante: l' illegalismo po-
polare3. Mi sembra che, fino alla fine del XVIII secolo, un certo illegali-
smo popolare non solo era compatibile con, ma utile allo sviluppo dell'e-
conomia borghese; finché è arrivato un momento in cui questo illegali-
smo che funzionava in connessione con lo sviluppo dell'economia è di-
ventato incompatibile con essob.
borghese, che esibirà i suoi averi davanti alle classi popolari, e quindi li metterà a loro
disposizione (cfr. “Nota del curatore”, infra […]). In un'intervista rilasciata alcuni mesi
dopo, Foucault “corregge” il suo uso del termine “plebe sediziosa”: “In realtà, io non
credo che sia essenziale il problema della plebe sediziosa, ma il fatto che, a causa delle
necessità stesse dello sviluppo economico, la ricchezza borghese è stata impiegata in un
modo tale per cui si è ritrovata nelle mani degli stessi che erano incaricati di produrla.
Ogni lavoratore era un possibile predatore e ogni creazione di plus-valore offriva, al
tempo stesso, l'occasione o, in ogni caso, la possibilità di una sottrazione eventuale”
(M. Foucault, “A proposito della reclusione penitenziaria”, cit., p. 131).
a Manoscritto (fol. 2): “tramite il sistema poliziesco e penale, tramite questa specie di
sorveglianza, di moralizzazione, di coercizione”.
3 Questa analisi dell'illegalismo popolare – e dell'illegalismo più in generale – diverrà un
tema fondamentale nella riflessione di Foucault sul sistema penale e sarà sviluppata nei
mesi seguenti e in Sorvegliare e punire. Foucault elabora questo tema in diverse intervi-
ste rilasciate in quegli anni. Cfr. “A proposito della reclusione penitenziaria”, cit., pp.
128-129: “In ogni regime i diversi gruppi sociali, classi e caste, hanno ciascuno il pro-
prio illegalismo. Nell'ancien régime, questi illegalismi erano giunti a uno stato di relati-
vo aggiustamento […]. Tutti questi illegalismi, come è evidente, si scontravano gli uni
con gli altri […]. La borghesia aveva, in un certo senso, bisogno dell'illegalismo popola-
re. Si stabiliva, dunque, una specie di modus vivendi. Ciò che credo sia accaduto è che,
nel momento in cui la borghesia ha preso il potere politico e ha potuto adattare le strut-
ture d'esercizio del potere ai suoi interessi economici, l'illegalismo popolare che aveva
tollerato e che, in qualche modo, aveva trovato nell'ancien régime una specie di spazio
d'esistenza possibile, è diventato intollerabile per essa; è stato allora necessario imbava-
gliarlo. Ecco: io credo che il sistema penale e soprattutto il sistema generale di sorve-
glianza che è stato messo a punto tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX in tutti i
paesi europei sia la sanzione di questo fatto nuovo, che il vecchio illegalismo popolare,
in certe sue forme tollerato sotto l'ancien régime, era diventato letteralmente impossibi-
le; effettivamente è stato necessario sottoporre a un regime di sorveglianza tutti gli stra-
ti popolari”. Cfr. anche Sorvegliare e punire, cit., pp. 89-97 e 299-305.
b Manoscritto (fol. 2): “questo illegalismo popolare è stato un ostacolo; anzi un
***

Che cosa dobbiamo intendere con illegalismo popolare? Prendiamo


un esempio dal libro di [Paul] Bois, Contadini dell'ovest, sui tessitori del
Maine4. È un esempio interessante, perché si tratta di una professione che
entrerà molto presto nel sistema capitalista e che nel XVIII secolo si eser-
cita ancora al confine tra la città e la campagna, ma che per noi ha so-
prattutto il vantaggio di essere stata una delle professioni più libere: non
aveva una corporazione di riferimento né dei rappresentanti, ma soltanto
dei regolamenti emanati dal controllore generale delle finanze, il quale
aveva organizzato la professione nel XVII secolo, fino al grande regola-
mento del 17485. Questi tessitori sono quindi degli artigiani che possiedo-
no dei telai in proprio, fabbricano la tela che poi, a un altro livello, viene
messa sul mercato da commercianti in grado di distribuirla ed esportarla.
Il controllo si effettuava con delle ordinanze, come quella del 1748, la
quale, sebbene fosse relativamente meno rigida delle regole corporative,
era comunque vincolante: definiva la qualità delle varie tele, la lunghezza
delle pezze, il marchio dell'artigiano depositato presso un ufficio ecc. a.
Tutto questo avveniva sotto la sorveglianza di un certo numero di perso-
ne: guardie giurate che appartenevano allo stesso villaggio e ricevevano
pericolo”.
4 Il libro in questione è la tesi di dottorato in Lettere di Paul Bois, Contadini dell'ovest: le
radici sociali della mentalità controrivoluzionaria, cit. […]. Foucault si basa sull'analisi
svolta nel capitolo XI della seconda parte: “Gli artigiani: i tessitori e le nuove idee”, pp.
258-289.
5 Il regolamento generale del 1748 stabilisce in particolare le modalità di fabbricazione.
Cfr. R. Musset, Les Bas-Maine. Étude géographique, A. Colin, Paris 1917; H.E. Sée,
Les origines du capitalisme moderne, A. Colin, Paris 1926, pp. 102-114; trad. it. Origini
ed evoluzione del capitalismo moderno: schizzo storico, A. Corticelli, Milano 1933; F.
Dornic, L'industrie textile dans le Maine et ses débouchés internationaux (1650-1815) ,
Pierre-Belon, Le Mans 1955; P. Bois, Contadini dell'ovest, cit., pp. 260 sgg. Per una pub-
blicazione più recente, cfr. R. Plessix, Les tisserands du Haut-Maine à la fin du XVIII e
siècle, in “Annales de Bretagne et des pays de l'Ouest”, n. 3, vol. XCVII, 1990, pp. 193-
205: “Les industries textiles dans l'Ouest, XVIIIe-XXe siècles”.
a Il manoscritto (fol. 2) precisa che l'ordinanza del 1748 riguardava anche “il mercato, il
suo andamento [e] i prezzi”.
una retribuzione per questo e che avevano a che fare con circa la metà del
ricavato delle ammende. Inoltre, tutte queste operazioni – misura, marca-
tura, mercato – implicavano il prelievo di un certo numero di diritti a.
Quindi, per sfuggire a questi vincoli, che non sempre erano a sfavore de-
gli artigianib, perché proteggevano dalla concorrenza dei commercianti, si
era stabilita un'illegalità da entrambe le parti. Tanto il commerciante, che
doveva vendere, quanto il tessitore, che aveva fabbricato, si accordavano
direttamente al di fuori dei regolamenti per cercare di aggirarli. Stipula-
vano anzitutto un contratto fuori dal mercato ufficiale; grazie a questo
accordo diretto, le due parti si trovavano subito in contatto e stabilivano
tra loro rapporti commerciali, che erano in qualche modo le leggi del
mercatoc; inoltre, il commerciante potevano concedere un anticipo al tes-
sitore, che così poteva acquistare nuovi strumenti di produzione. Quindi,
a poco a poco il modo di produzione capitalista si introduce, si inserisce
in un sistema propriamente artigianale grazie alla pratica della doppia il-
legalità.
Ora, questa forma di illegalità è importante per diverse ragioni. In
primo luogo, è un illegalismo “funzionale”: invece di essere un ostacolo,
di costituire una deduzione dal profitto del capitale in corso di industria-
lizzazione, permette che nasca un rapporto di profitto che è proprio quel-
lo del capitalismo. Ciò a cui si oppone questo illegalismo non è affatto il
profitto commerciale, ma il prelievo feudale, sia il prelievo diretto del si-
gnore, sia quello indiretto e statalizzato. Tramite il gioco dei diritti e delle
ammende si oppone a tutta una serie di prelievi. Per cui non è un attacco
alla proprietà materiale, ma un attacco contro i diritti. Non è un furto, è
una frode antifeudale a vantaggio della borghesia. È una sorta di linea
avanzata della lotta della borghesia per una nuova legalità.

a Il manoscritto (fol. 3) aggiunge: “nel caso di una contestazione e se una delle due parti
richiede una verifica”.
b Il manoscritto (fol. 3) aggiunge: “i quali spesso non sapevano leggere e non avevano
strumenti di misura”.
c Il manoscritto (fol. 3) aggiunge: “evitavano la marcatura, valutavano insieme la qualità,
la quantità, il prezzo”.
In secondo luogo, è un illegalismo sistematico, nella misura in cui è
quasi un modo di funzionamento della società intera. L'illegalismo popo-
lare, infatti, va in coppia con quello dei commercianti, l'illegalismo degli
affari. Di fronte a esso c'è anche l'illegalismo dei privilegiati che sfuggono
alla legge per statuto, per tolleranza, per eccezione. Tra questo illegali-
smo privilegiato e l'illegalismo popolare esiste un certo numero di rap-
porti, alcuni dei quali sono in antagonismo. L'illegalismo popolare, infat-
ti, diminuisce in proporzione la rendita feudale o, indirettamente, i prelie-
vi dello Stato. Ma d'altra parte questo antagonismo non è radicale e trova
alcuni accomodamenti. Così, durante una parte del XVII secolo, né la
nobiltà né i grandi possidenti hanno fatto molte pressioni affinché i loro
diritti fossero effettivamente rispettati. Preferivano ottenere direttamente
dalla Corte determinati privilegi: esenzione dalle imposte, vitalizi, van-
taggi materiali ecc. Il loro illegalismo compensava e si adattava così all'il-
legalismo di coloro di cui erano i signori. Questo reintroduceva nuove
contraddizioni su un altro livello poiché, per far sì che lo Stato potesse
pagare queste rendite e accordare questi vantaggi, bisognava che i diritti
non entrassero in un cortocircuito eccessivo al livello delle entrate dello
Stato.
Nel XVII secolo ci sono dunque tre tipi di illegalismo che giocano gli
uni contro gli altri: popolare, affarista, privilegiato. A cui bisogna ag-
giungerne un quarto, che fa funzionare il sistema: quello del potere a. I
rappresentanti diretti del potere – intendenti, vicedelegati, luogotenenti
di polizia – sono stati spesso percepiti come gli agenti del potere arbitra-
rio, ma di fatto, più che gli agenti dell'arbitrio o della rigida legalità, era-
no gli arbitri dell'illegalismo. Così, nelle innumerevoli condanne di arti-
giani, spesso accadeva che i rappresentanti del potere regio intervenissero
per ridurre le ammendeb. Bois cita il caso di ammende di cento lire ridot-

a Il manoscritto (fol. 5) aggiunge: “sempre che questo termine abbia senso in una monar-
chia assoluta senza istanza legislativa in senso proprio”.
b Il manoscritto (fol. 5) aggiunge: “in funzione degli interessi, delle pressioni, dei rischi di
agitazioni”.
te a una lira o a qualche soldo6. Il potere, quindi, interveniva come rego-
latore di questi illegalismi, che giocavano gli uni con gli altria.
In terzo luogo [questo illegalismo] è al tempo stesso economico e po-
liticob. Certo, quando una legge viene aggirata, quando si stabilisce una
relazione di mercato che sfugge al sistema regolamentare, si potrebbe dire
che non vi è nulla di politico, che si tratta solo di un gioco di interessi
economici. Cionondimeno ogni volta che si cortocircuita una legge, che
si viola un regolamento, a essere attaccate non sono tanto le cose ma il
prelievo su di esse, l'operazione di potere che si esercita su di esse, l'istan-
za regolamentare. Per cui tra l'illegalismo propriamente economico e la
violazione quasi politica dell'autorità del potere c'è un continuum, e nel-
l'illegalismo popolare del XVIII secolo è difficile discernere tra i due c. Si
possono comunque vedere le due estremità. C'è un momento, infatti, in
cui questo illegalismo ricade in quella che è propriamente la delinquenza
comune: la carcerazione per ammenda conduce al contrabbando, al vaga-
bondaggio, alla mendicità ecc. Al polo opposto, questo illegalismo incli-
na verso la lotta più propriamente politica quando assume forme colletti-
ve contro misure nuove [legate] al danno economico: è il caso dello scio-
pero delle imposte, il saccheggio delle riscossioni, la sedizione 7. Dietro a
tutto questo, la borghesia occupa una posizione ambigua: sostiene queste
lotte anti-legali nella misura in cui la favoriscono, le scarica quando rica-
dono nella criminalità del diritto comune o quando prendono la forma di

6 Cfr. P. Bois, Contadini dell'ovest, cit., p. 263.


a Il manoscritto (fol. 5) aggiunge:
“Questo potere, che in seguito sarà denunciato come un arbitrio che sovverte la legalità,
era piuttosto un arbitraggio tra gli illegalismi. Illegalismi che funzionavano in maniera
positiva nello sviluppo della società e dell'economia”.
b Manoscritto (fol. 6): “Questo illegalismo, come si vede, non è né completamente del-
l'ordine del diritto comune, né completamente dell'ordine del politico”.
c Il manoscritto (fol. 6) aggiunge:
“È vero che nelle loro manifestazioni individuali o anche collettive (quando si trattava
di un rifiuto generale di applicare un regolamento, di pagare un diritto o un'imposta)
non c'era scontro politico (contro il regime, contro il re). Cionondimeno tutti questi at-
tacchi non prendevano di mira delle cose, ma dei poteri, delle istanze regolamentari”.
7 Cfr. E.P. Thompson, The Moral Economy of the English Crowd, cit. (supra […]).
lotte politiche. Accetta il contrabbando, ma rifiuta il brigantaggio; accet-
ta il rigetto delle imposte, ma rifiuta il saccheggio delle carrozze a 8.
In quarto luogo, [questo illegalismo] è oscillante. Non si tratta di
una decisione, presa una volta per tutte, di passare dall'altra parte della
legge e di praticare l'illegalità. Di fatto, c'è tutto un gioco tra l'illegalismo
popolare e la legge. Si potrebbe quasi dire che in questo gioco dell'illega-
lismo il rispetto della legalità non è altro che una strategia b. Quando in
questo illegalismo in parte doppio si produce un conflitto e gli strati po-
polari si rendono conto che la borghesia li sta sfruttando, essi abbando-
nano il terreno di questo illegalismo e chiedono protezione a coloro che
sono i garanti della legalità, cioè gli agenti del potere regio c. Ma mentre
la legalità non si nega alla borghesia o ai privilegiati, quando in caso di
bisogno essa si arrocca nella legalità e il gioco dell'illegalismo la induce a
chiedere l'intervento della legalità, al contrario l'apparato giudiziario –
non essendo controllato dagli strati popolari – per gran parte del tempo
resta muto di fronte alle loro richieste: ne deriva la necessità, per loro, di
riattivare queste forme di legalità con i propri mezzi. Nel XVIII secolo as-
sistiamo così a fenomeni come le sommosse di piazza 9. Quando i vecchi
regolamenti del mercato sono già stati abbandonati da anni, può succe-
dere che l'aumento dei prezzi impedisca ai piccoli compratori di acquista-
re e così essi chiedono che siano rimessi in vigore; saranno loro stessi, in
una sorta di commistione di teatro e violenza, a ricostituire questo appa-
rato giudiziario che viene meno proprio nel momento in cui ne hanno bi-
a Il manoscritto (foll. 6-7) fa riferimento a:
“[Louis] Mandrin. Questo illegalismo tiene fermamente i due capi della catena: dai bri-
gantaggi alla sedizione. Accompagna la lotta della borghesia superandola alle due estre-
mità”.
8 Questo riferimento al grande brigante nella tradizione di Robin Hood sarà ripresa in
Sorvegliare e punire, cit., p. 91, affrontando la questione degli illegalismi popolari.
b Manoscritto (fol. 7): “[L'illegalismo popolare] costituisce soprattutto un gioco comples-
so con gli altri illegalismi. In particolare con quello al quale è legato: l'illegalismo bor-
ghese o degli affari”.
c Il manoscritto (fol. 7) aggiunge: “[da questo punto di vista,] fanno la stessa cosa delle
altre classi sociali, le quali a loro volta fanno appello alla giustizia e si fanno dare il pro-
curatore o l'esenzione”.
9 Cfr. E.P. Thompson, The Moral Economy of the English Crowd, cit.
sogno. Ristabiliscono alcune leggi di mercato, alcune tassazioni. Al punto
più estremo di questa riattivazione si trova il tribunale popolare 10, un
modo di riattivare, proprio all'interno dell'illegalismo, la legalità di cui si
ha strategicamente bisognoa.
In generale, negli strati popolari c'è una pratica massiccia dell'illega-
lismo che corrisponde agli altri illegalismi; e non si può comprendere il
funzionamento di un sistema penale, di un sistema di leggi e divieti, se
non ci si interroga sul funzionamento positivo degli illegalismi. È un pre-
giudizio intellettualistico pensare che esistano prima i divieti e poi le tra-
sgressioni, [o] pensare che che ci sia prima il desiderio dell'incesto e poi il
divieto dell'incesto; di fatto, se bisogna comprendere e analizzare un di-
vieto in rapporto a ciò che vieta, è necessario anche analizzarlo in funzio-
ne di coloro che vietano e di coloro su cui l'interdetto si ripercuote. Ma
penso anche che non sia possibile analizzare qualcosa come una legge e
un divieto senza reimmetterli nel campo reale dell'illegalismo all'interno
del quale funzionano. Una legge funziona e si applica solo all'interno di
un campo di illegalismib che vengono effettivamente praticati e che, in
certo modo, la supportano. Prendete il caso dell'aborto, per esempio: è
evidente che la legge può funzionare soltanto nella misura in cui c'è un
campo di pratiche illegali che le permettono di essere applicata. Collega-
re il funzionamento positivo dell'illegalismo all'esistenza della legge è una

10 Sulla questione dei tribunali popolari, cfr. supra […].


a Il manoscritto (foll. 7-8) aggiunge:
“Questa riattivazione della giustizia da parte delle masse popolari non traduce un gusto
innato, un senso profondo delle masse per il corretto funzionamento delle istituzioni
giudiziarie. Le masse non aspirano al tribunale; non amano i giudici di un amore pre
troppo tempo disatteso. Il ricorso alla legalità fa parte del gioco dell'illegalismo che
conducono, in alleanza e in conflitto con le altre classi sociali”.
b Manoscritto (fol. 8):
“– da una parte, questo illegalismo ha prodotto le brecce, aperto i canali, sfondato le
porte grazie a cui i nuovi rapporti di produzione hanno potuto stabilirsi;
– dall'altra parte, è stato controllato, gestito, pianificato da tutto quell'apparato para-
giudiziario (intendenti, luogotenenti di polizia) che è l'apparato correzionale”.
A margine: “metodo: funzioni positive dell'illegalismo”.
delle condizioni, troppo spesso dimenticata, per comprenderne il funzio-
namento11.
In fondo, la borghesia, appoggiandosi sia su un illegalismo dei privi-
legiati, di cui tentava di farsi accordare i privilegi, sia su un illegalismo
popolare, che costituiva, per così dire, la sua avanguardia di lotta, è riu-
scita a sovvertire le forme giuridichea. Guardando le cose da un punto di
vista più elevato, si potrebbe dire questo: per controllare l'apparato giuri-
dico dello Stato, dal Medioevo in poi la borghesia ha utilizzato tre mezzi.
In primo luogo, appropriarsi dell'apparato giudiziario: vale a dire la ve-
nalità delle cariche12. In secondo luogo, introdursi nell'apparato di Stato e
amministrarlo. In terzo luogo, far praticare l'illegalismo: lasciare che lo
praticassero gli altri strati sociali, in modo da poterlo praticare a sua vol-
ta in un sistema funzionale degli illegalismi concertati e, grazie a ciò, sov-
vertire quella legalità che aveva potuto favorirla ma che aveva assunto un
peso eccessivo. La Rivoluzione del 1789 è l'esito di questo lungo processo
di illegalismi concertati grazie ai quali l'economia borghese ha potuto
farsi strada.
Possiamo allora individuare meglio il problema: alla fine del XVIII
secolo, questo apparato amministrativo, poliziesco, di sorveglianza extra-
giudiziaria, che risulta funzionare non tanto come rappresentante della
legalità ma come istanza di arbitraggio degli illegalismi, sarà trasformato
dalla borghesia in apparato giudiziario incaricato per l'appunto di libera-
la dall'illegalismo popolare. Quando prenderà il potere, la borghesia met-
terà mano a questo apparato amalgamato al sistema generale degli ille-
galismi, e lo incaricherà di far applicare la sua legalità. Così, questo ele-
mento del penitenziario, che a mio avviso funzionava nella rete del non-
legale, sarà preso in carico e integrato al sistema della giustizia, esatta-

11 Tema ripreso in Sorvegliare e punire, cit., pp. 20-21.


a Il manoscritto (fol. 9) aggiunge:
“che in altre occasioni avevano potuto proteggerla (e di cui aveva vissuto, appropriando-
si dei suoi servizi). Per controllare la legge, l'appropriazione individuale aveva fallito:
l'illegalismo concertato ce l'ha fatta → Rivoluzione”.
12 Cfr. ivi, pp. 87-88 e 238-239.
mente nel momento in cui la borghesia non potrà più tollerare l'illegali-
smo popolarea.
Da ciò nasce una domanda: perché, in questa complicità degli illega-
lismi, si è giunti a un punto in cui l'illegalismo borghese non ha più potu-
to sopportare il funzionamento dell'illegalismo popolare? Riprendiamo il
caso del tessitore, che a metà del XVIII secolo possedeva il telaio, l'attrez-
zatura, la materia prima, un alloggio b. Mettiamolo a confronto con l'ope-
raio del porto di Londra nella seconda metà del XVIII secolo, che non
possiede nulla, [ma] in compenso ha di fronte a sé, sulle navi, nei docks,
una ricchezza che Colquhoun stima intorno ai 70 milioni di lire l'anno c 13.
Questa fortuna è lì, prima di essere commercializzata e trasformata, a
contatto diretto con gli operai del porto. In queste condizioni, il depreda-
mento di una fortuna così ostentata diventa una necessità: tutto “è espo-
a Il manoscritto (foll. 9-10) qui riporta:
“Ma non basta dire: la borghesia, dopo aver stabilito la propria legalità, ha fatto in
modo che fosse rispettata.
Il depredamento operaio
Tutta questa serie di misure da Turgot all'inizio della Rivoluzione demolisce:
– l'insieme dei diritti che pesano sulla produzione;
– l'insieme dei regolamenti che limitano le forme, lo sviluppo della produzione.
L'illegalismo popolare non ha più presa.
Ma allo stesso tempo si stabiliscono
– da una parte, una forma giuridicamente semplificata di proprietà;
– dall'altra, un modo di produzione in cui tutti i mezzi di produzione sono concentrati
nelle mani di una classe sociale.
All'improvviso, le masse popolari non hanno più a che fare con l'ostilità delle leggi, del-
le regole, dei diritti che gravano su [di loro] (e contro le quali possono lottare con l'aiuto
degli altri): hanno a che fare con delle cose che non appartengono più a loro, ma agli al-
tri”.
b Il manoscritto (fol. 10) aggiunge: “Possedeva tutto ciò che toccava”.
c Il manoscritto (fol. 11) precisa:
“Colquhoun la stimava in 70.000.000. 13.500 navi caricano o scaricano; 31 milioni di
beni importati; 29 milioni di beni esportati; 9 milioni [di] cordame. A cui bisogna ag-
giungere i depredamenti nei magazzini della Marina reale”.
13 Cfr. P. Colquhoun, Traité sur la police de Londre, cit., vol. I, pp. 296-297: “valore delle
merci importate 30.957.421 l.”; “valore delle merci esportate 29.640.568”; “valore delle
strutture in legno, dei cordami, degli attrezzi e delle scorte […] 8.825.000”; “Totale ge-
nerale […] 70.267.989 l.”; “Commercio estero e di cabotaggio […] 13.268 [navi]”; ivi,
vol. II, p. 401: “Nel corso di un anno, nel porto di Londra entrano o escono 13.000 va-
scelli mercantili […] e il valore delle merci importate o esportate ammonta a più di set-
tanta milioni di sterline” (corsivo nel testo).
sto ai depredamenti, non solo per la depravazione di un'ingente quota di
operai di ogni genere impiegati sull'acqua, ma anche per le tentazioni of-
ferte dall'inevitabile confusione di un porto sovraccarico di mondo, e la
facilità di disfarsi degli effetti rubati”14.
Ora, a proposito del funzionamento di questo depredamento, biso-
gna notare che non avviene dall'esterno, vale a dire che non sono i disoc-
cupati, i vagabondi che, passando di là, si appropriano delle merci; que-
sto depredamento passa attraverso il canale degli stessi agenti incaricati
di maneggiare i beni. È un sistema di complicità interne, non un assalto
esterno. Delle nove categorie di brigantaggio nel porto che Colquhoun
distingue, sette implicano la complicità degli operai portuali 15. È un siste-
14 P. Colquhoun, Traité sur la police de Londre, cit., vol. I, p. 298. Nel manoscritto Fou-
cault aggiunge (foll. 11-12) altre due citazioni da Colquhoun: “Ora, dice Colquhoun, a
questa situazione come reagirà l'operaio: 'L'analogia che questi operai vedono tra il sac-
cheggio e il contrabbando, e l'abitudine presa da troppo tempo di esercitare il primo
senza trovare nessuna opposizione, hanno fatto sì che in migliaia si dedicassero a questa
specie di brigantaggio'” (ivi, vol. II, p. 19); e “'l'analogia con il contrabbando (almeno
nella mente di coloro che lo esercitano [il saccheggio]) li avevano familiarizzati con que-
sto tipo di delitti di cui non coglievano affatto tutta l'enormità'” ( ivi, vol. I, p. 289). Fou-
cault prosegue: “Quindi non c'è differenza tra attacco al regolamento e attacco alla pro-
prietà; tra violare la legge e rubare le cose. Ma non è soltanto una confusione a livello
percettivo. È il trasferimento di tutto un sistema di comportamento” (fol. 12).
15 Nel manoscritto Foucault cita due esempi di queste forme di brigantaggio che presup-
pongono la complicità o sono opera diretta dei marinai e dei lavoratori del porto. Il pri-
mo esempio è quello dei “setacciatori di fango (mudlarks), i quali, col pretesto di cerca-
re vecchi pezzi di ferro, si fanno lanciare i prodotti” (fol. 13). Colquhoun descrive que-
sto tipo di brigantaggio come il risultato di un accordo redditizio tra i lavoratori del
porto, soprattutto bottai, che si facevano consegnare “piccoli sacchi di zucchero, di caf-
fè, di peperoncino, di zenzero” da questi “setacciatori di fango (mudlarks)” che faceva-
no finta di passare al setaccio la melma alla ricerca di vecchio cordame e di ferro, e che
“facevano da intermediari in cambio di una parte del bottino” ( Traité sur la police de
Londre, cit., vol. I, pp. 315-316).
Il secondo esempio è quello dei “'cavalleggeri' [che] con il pretesto di rivendere i prodot-
ti del diritto di 'scarto' (zucchero), se ne fanno consegnare grandi quantità” (fol. 13). La
descrizione che Colquhoun (ivi, vol. I, pp. 306-309) propone del brigantaggio di questi
'cavalleggeri' (light horsemen) mette in evidenza la complicità delle due parti nella per-
petrazione di questo illegalismo, che deriva da “un accordo stipulato tra i capisquadra
dei vascelli delle Indie occidentali e i ricettatori che vivevano vicino al fiume, che li assa-
livano in continuazione, col pretesto di comprare quelli che chiamano scarti, cioè i resti
e granelli di zucchero che restavano nella stiva o negli interponti dopo che le merci veni-
vano scaricate. Una parte dei capisquadra reclamava questi scarti, come se appartenes-
sero loro, benché questa pretesa fosse contraria alle regole espresse e più volte stabilite
ma molto simile al contrabbando classico del XVII e XVIII secolo, che
implicava la complicità dei funzionari doganali. E ha anche i suoi circuiti
di ricettazione, di commercializzazione16. Questo sistema di furto, legato
alla presenza dei beni, è comparabile a quello del contrabbando. Più che
la quantità dei beni rubati, è forse la forma a essere significativa e inquie-
tante: vi è infatti tutta un'attività economica connessa, sotterranea, pa-
rassitaria. E si ha l'impressione che il vecchio illegalismo popolare, tolle-
rato dalla borghesia, invece di prendere di mira come in passato i diritti e
il potere che preserva i diritti, ora punti alla materialità stessa del patri-
monio borghese. Ed è pure obbligato a fissarsi a esso: rinunciando all'ar-
tigianato, l'operaio non è più in contatto con la legge, ma con delle cose
regolamentate da un unico principio: “Questo non è tuo”. Mentre nel si-
stema dell'artigianato l'operaio era in contatto con delle cose che in larga

dal comitato dei negozianti” (p. 306).


16 In merito ai circuiti di commercio del contrabbando, Foucault nel manoscritto dice che
avvengono a due livelli: “– i ricettatori al dettaglio. Comprano direttamente oggetti di-
versi. Un terzo del prezzo. // – i ricettatori all'ingrosso (specializzati) che rivendono sia
ai dettaglianti, sia agli imprenditori, sia allo Stato. // – carrette che raccolgono la merce
intorno a Londra. // – 3000 ricettatori a Londra” (fol. 13). Colquhoun descrive questa
“classe” di trafficanti ricettatori (Traité sur la police de Londres, cit., vol. I, p. 105) nel
terzo capitolo della sua opera (ivi, pp. 104 sgg.). Li divide in due classi, “ mercanti all'in-
grosso e mercanti al dettaglio” (ivi, p. 106), e afferma che “il numero di questi flagelli
della società è progressivamente aumentato da trecento a tremila soltanto nella capita-
le” (ivi, p. 16).
Foucault aggiunge: “Questo contrabbando ha il suo linguaggio ma soprattutto la sua
moneta. M[oneta] F[alsa] // da 40 a 50 fabbriche in Inghilterra // Uno dei fabbricanti ha
fatto 200.000 lire in sette anni. // Circuiti che interferiscono con quelli dei ricettatori
('gli ebrei'). // Colquhoun stima di 0,75% il valore dei depredamenti rispetto al valore
dei beni esposti. Questo significa che se il profitto è del 10% il depredamento è del
7,5%” (foll. 13-14). Colquhoun descrive i dettagli di “questo terribile flagello” e la pro-
duzione di moneta falsa nel capitolo VII del primo volume ( Traité sur la police de Lon-
dre, cit., vol. I, pp. 234 sgg.), dopo averne fornito una descrizione più generale nel capi-
tolo I (ivi, pp. 20-26). Colquhoun associa gli “ebrei” (e gli irlandesi) alla moneta falsa:
“Gli irlandesi delle classi inferiori e gli ebrei tedeschi sono i principali agenti di cui ci si
serve per diffondere la moneta falsa a Londra” (ivi, p. 261). Per quanto riguarda il valo-
re dei depredamenti, Colquhoun scrive: “Se inoltre si immagina che, qualunque sia il
danno generato dal brigantaggio, arriva quasi ai tre quarti per cento del valore totale
dei beni esposti, sarà difficile rifiutare di adottare una stima che, dopo i chiarimenti
contenuti in questo capitolo, non sembrerà affatto esagerata” ( ivi, p. 295, corsivo nel te-
sto).
misura gli appartenevano, e attraverso le quali aveva a che fare con un
mondo regolamentato di potere, da cui poteva cercare di sottrarsi prati-
cando appunto l'illegalismo, a partire dal momento in cui l'operaio ha di
fronte soltanto un patrimonio, l'unica maniera di praticare l'illegalismo è
il depredamento.
Per forza di cose, quindi, con l'installarsi dello zoccolo dell'economia
capitalista, questi strati popolari, muovendosi dall'artigianato al salaria-
to, sono al tempo stesso obbligati a spostarsi dalla frode al furto. Ora,
nella stessa epoca e per lo stesso meccanismo, anche i privilegiati passe-
ranno sistematicamente dalla riscossione (fiscale, giudiziaria, feudale)
alla frode. Saranno loro, ora, a reclamare il privilegio esclusivo di poter
aggirare la legge, di sfuggire al regolamento, dandosi questo diritto due
volte: in primo luogo mediante la possibilità di non cadere sotto la mi-
naccia della legge penale grazie a una serie di privilegi sociali; in secondo
luogo, dandosi il potere di fare e disfare la legge. Praticare la frode e sfug-
gire alla legge assumeranno quindi due forme nuove: fare la legge e sfug-
gire alla legge per statuto. Il potere legislativo è perciò profondamente le-
gato, nella borghesia, alla pratica dell'illegalismoa.
Abbiamo qui un processo che comanderà da lontano tutta l'organiz-
zazione e tutto il funzionamento del sistema penale e penitenziario, e
porterà alla separazione delle due giustizie. A partire da qui si produrran-
no alcuni fenomeni importanti per la predisposizione di questo sistema
penale. Si può dire che la plebe, proletarizzandosi, trasferisce alla pro-
prietà borghese le tecniche e le forme di illegalismo che aveva messo a
punto, in complicità con la borghesia, per tutto il XVIII secolo. Di conse-
guenza, quando la borghesia constaterà il trasferimento di questo illega-
lismo sulla sua proprietà e ne paventerà gli effetti, dovrà reprimerlob.
a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge:
“Vediamo delinearsi i due grandi tipi di delinquenza con statuti giudiziari ben diversi: il
furto, come illegalismo di colui che produce a partire da una materialità che non gli ap-
partiene; [e] la frode, come illegalismo di colui per il quale la ricchezza è legata alla leg-
ge. Non che sia sottomessa alla legge, ma dà accesso alla possibilità di fare e disfare, di
imporre e aggirare la legge. La politica ↔ truffa”.
b Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “La borghesia non era ancora sfuggita al prelievo feu-
Ne deriva una serie di conseguenze. In primo luogo, la denuncia di
tutte le forme socializzate di illegalismo [e la denuncia] come nemico so-
ciale di chiunque pratichi l'illegalità. Mentre il delinquente del XVIII se-
colo, che praticava la frode e il contrabbando, non era un nemico sociale
nella misura in cui permetteva al sistema di funzionare, il delinquente di
fine secolo è definito come nemico pubblico. La nozione teorica del cri-
minale come colui che rompe il contratto sociale viene quindi ridefinita
all'interno di questa tattica della borghesia. In secondo luogo, l'applica-
zione sistematica, all'inizio del XIX secolo, di mezzi quali l'infiltrato, l'in-
formatore, il delatorea 17 che miravano a spezzare il complesso di illegali-
tà. Certo, il delatore esisteva già nel XVII secolo e serviva essenzialmente
a sorvegliare; d'ora in poi la borghesia infiltrerà i suoi agenti all'interno
dei gruppi criminalib. In terzo luogo, la borghesia ha voluto che, tra l'ope-
raio e l'apparato di produzione che egli ha tra le mani, si inscriva qualco-
sa che non si limita a essere la legge negativa “questo non è tuo”. Ci vuo-
le un supplemento di codice che completi e faccia funzionare questa leg-
ge: bisogna che l'operaio stesso sia moralizzato. Nel momento in cui gli si
dice: “Non possiedi che la tua forza lavoro, che io acquisto a prezzo di
mercato”c e gli si mette in mano tanta ricchezza, nel rapporto tra l'opera-
io e ciò su cui lavora bisogna instillare tutta una serie di obblighi, di co-
strizioni che raddoppieranno la legge del salario, la quale è apparente-
mente la semplice legge del mercatod. Il contratto salariale deve essere ac-
compagnato da una coercizione che è come la sua clausola di validità: bi-
sogna “rigenerare”, “moralizzare” la classe operaia. In questo modo si

dale che aveva già incontrato il depredamento”.


a Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “(e che non è più la 'vecchia volpe' del XVIII secolo)”.
17 Foucault ritornerà sul ruolo dei delinquenti come delatori e provocatori nella sorve-
glianza della polizia nel XVIII e XIX secolo in Sorvegliare e punire, cit., p. 308 e nota 2.
b Il manoscritto (fol. 16) aggiunge:
“un'istituzione che risponde esattamente a queste forme ' contrabbandiere' del depreda-
mento […]. Così come il depredamento poggia su elementi interni dell'apparato di pro-
duzione, la repressione si appoggerà su elementi interni dell'apparato di depredamento.
La collusione polizia-ladri riprende sotto altra forma la collusione agenti-frodatori”.
c Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “anche se muori di fame”.
d Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “che ne è l'indispensabile complemento”.
compie il trasferimento del penitenziario, cosicché una classe sociale lo
applicherà a un'altra: si giocherà in questo rapporto di classe tra la bor-
ghesia e il proletariato il sistema penitenziario condensato e rimodellato;
sarà uno strumento politico di controllo e di conservazione dei rapporti
di produzione. In quarto luogo, affinché questo supplemento di codice
possa davvero funzionare e il delinquente possa apparire come un nemico
sociale, è necessario qualcos'altro: la separazione effettiva, all'interno de-
gli strati popolari che praticano l'illegalismo, tra delinquenti e non-delin-
quenti. Bisogna spezzare questa grande massa continua di illegalismo
economico-politico che andava dal crimine comune alla sedizione politi-
ca, in modo che ci fossero, da una parte, i delinquenti puri e, dall'altra,
coloro che sono affrancati dalla delinquenza, quelli che si potrebbero
chiamare i non-delinquenti.
Ciò che la borghesia vuole fare, quindi, non è tanto sopprimere la
delinquenza18. L'obiettivo essenziale del sistema penale è la rottura di
questo continuum tra l'illegalismo popolare e l'organizzazione di un
mondo della delinquenza. Per farlo ha due strumenti. Da una parte, uno
strumento ideologico: la teoria del delinquente come nemico sociale. Chi
vuole sfuggire al potere non è più colui che lotta contro la legge, ma colui
che è in guerra con ogni membro della società. E i tratti improvvisamente
mostruosi che assume il criminale alla fine del XVIII secolo, nella lettera-
tura e nei teorici della penalità, corrispondono a questo bisogno di ta-
gliare in due l'illegalismo popolare. Dall'altra parte, ci sono degli stru-
menti pratici. In che modo la borghesia darà sostanza alla delinquenza,
la isolerà?
Il primo mezzo è la prigione. La sua istituzione era appena stata defi-
nita, i primi stabilimenti appena stati aperti, che già si sapeva che una

18 Cfr. M. Foucault, “Bisogna difendere la società”, cit., [lezione] del 14 gennaio 1976, pp.
34-36, e in particolare p. 36: “La borghesia se ne infischia completamente dei delinquen-
ti, della loro punizione o del loro reinserimento, che economicamente non ha molta im-
portanza, ma si interessa invece all'insieme dei meccanismi con cui il delinquente è con-
trollato, seguito, punito, riformato. Un insieme da cui deriva, per la borghesia, un inte-
resse che funziona all'interno del sistema economico-politico generale”.
delle sue proprietà era quella di ricondurre in prigione chi ne fosse uscito.
Il grande circolo della recidività è stato immediatamente percepito e rico-
nosciuto; bisognava infatti stabilire un circuito chiuso della delinquenza
affinché essa si distaccasse dal grande substrato dell'illegalismo popolare.
Così, la reclusione di qualcuno deve essere intesa in due sensi: la prigione
è dove si rinchiudono i delinquenti, ma è anche il sistema con cui si rin-
chiuderà la delinquenza come una specie di fenomeno sociale autonomo,
preso in se stesso. L'altro mezzo consiste nel mettere in concorrenza tra
loro i delinquenti e coloro che non lo sono. Per questo motivo il lavoro
nelle prigioni è stato presentato come qualcosa che faceva concorrenza al
lavoro operaio. Nelle prigioni del XIX secolo, le condizioni materiali in
cui si trovavano i detenuti non erano peggiori delle condizioni abitative e
di sussistenza degli operai: anche questa specie di concorrenza nella mise-
ria è stata uno dei fattori della spaccatura. Infine, il mezzo principale è
stato sviluppare rapporti di ostilità reale tra delinquenti e non-delinquen-
ti. Da cui derivano il fatto di aver privilegiato i delinquenti nel recluta-
mento della polizia e il fatto che l'esercito, da Napoleone in poi, è stato
un mezzo per assorbire la delinquenza nella società e per servirsi di colo-
ro che avevano rifiutato l'etica del lavoro che si cercava di inculcare negli
operai, contro gli operai stessi durante gli scioperi e le rivolte politiche.
Prigione, colonie, esercito, poliziaa: sono stati altrettanti mezzi per
spezzare l'illegalismo popolare e impedire che le sue tecniche fossero ap-
plicate alla società borghese. Certo, questi mezzi non hanno assorbito
completamente l'illegalismo economico (distruzione delle macchine), so-
ciale (costituzione di associazioni), civile (rifiuto del matrimonio) b, politi-
co (sommosse). Ecco perché il problema dell'illegalismo resta comunque
all'ordine del giorno nella storia della classe operaia nel XIX secolo, ma
questa storia è diversa da quella del XVIII secolo. Nel XVIII secolo esso
funziona assieme all'illegalismo borghese in un rapporto complesso; nel
XIX secolo, invece, l'illegalismo operaio è il grande bersaglio di tutto il

a Manoscritto (fol. 17): “Prigione, colonie, esercito, polizia: rifiuto dell'etica del lavoro”.
b Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “illegalismo morale”.
sistema repressivo della borghesia. E si può dire che la forza dell'ideologia
anarchica è legata alla persistenza e al rigore di questa coscienza e di que-
sta pratica illegaliste nella classe operaia – persistenza e rigore che né la
legalità parlamentare né la legalità sindacale riusciranno a riassorbire.
Lezione del 28 febbraio 1973

(B) La Francia (continuazione). Innesto del morale sul penale. 4. Il


depredamento contadino: nel XVIII secolo, l'illegalismo come elemento
funzionale della vita contadina; a fine XVIII, abolizione dei diritti feuda-
li; nel XIX, sfruttamento più intenso. Il caso dello sfruttamento delle fo-
reste. Nuovo illegalismo contro il contratto; contestazione e controversia
civile. 5. Conseguenze: 1) l'esercito come nucleo e luogo di scambio degli
illegalismi; 2) l'illegalismo come posta in gioco della Rivoluzione; 3) una
risposta borghese massiccia e programmata: la “classe inferiore” come
“razza imbastardita”. Il nuovo personaggio del delinquente: selvaggio,
immorale, ma riformabile con la sorveglianza. – Riflessioni: l'intelligenza
della borghesia; la stupidità degli intellettuali; la serietà della lotta.

Avevo cercato di rispondere alla questione del trasferimento dell'ele-


mento penitenziario nell'apparato penale facendo vedere come la nozione
di “plebe sediziosa” non fosse sufficiente a risolvere i problemi. L'avevo
sostituita con una nozione più operativa, quella di illegalismo popolare.
Ora, mi sembra che sotto l'Ancien régime questo illegalismo abbia fatto
sistema con gli illegalismi delle altre classi sociali e, più precisamente,
operando in coppia e in connessione con l'illegalismo borghese, abbia fa-
vorito lo sviluppo della società capitalista. Infine, da un certo momento
in poi questo illegalismo non è più tollerabile per la classe appena giunta
al potere, perché la ricchezza, nella sua materialità, si trova ora spazializ-
zata in nuove forme1 e rischia di vedersi attaccata direttamente da un ille-
galismo popolare che, d'ora in poi, non avrebbe preso più di mira il siste-
ma delle leggi e i regolamenti del potere, ma i suoi stessi beni nella loro
materialitàa.
Gli strati popolari trasferiscono al corpo stesso della ricchezza le tec-
niche del vecchio illegalismo, e così possono rispondere alla borghesia:
non abbiamo violato insieme la legge e saccheggiato insieme le ricchezze?
A questo la borghesia ribatte che nell'Ancien régime essi agivano contro
regole, leggi e abusi ingiustificabili, e che in quel caso si trattava di pote-
re, quindi di politica; mentre ora si attaccano le cose, le proprietà, quindi
il diritto comune, il diritto naturale. In passato si colpivano gli abusi di
potere, mentre ora, violando il diritto, quel che emerge è una mancanza
di moraleb. È a questo punto che il sistema della correzione morale si in-
nesta sul sistema penale. Ecco cosa dice Colquhoun: “Possiamo comun-
que essere fieri che si sta avvicinando l'epoca […] in cui l'adozione delle
idee […] relative a un sistema di penitenza potrà contribuire ad accelerare
la rigenerazione di questa classe miserabile e smarrita, che possiamo con-
siderare come la feccia della società”2.
A questa analisi si può obiettare il carattere limitato dell'esempio
scelto e il fatto che l'unico legame che la popolazione urbana intrattiene

1 Cfr. M. Foucault, “A proposito della reclusione penitenziaria”, cit., p. 129: “Sotto l' an-
cien régime, la ricchezza era essenzialmente terriera e monetaria. […] Ma nel momento
in cui la ricchezza borghese è stata impiegata su così gran scala in un'economia di tipo
industriale, cioè direttamente impiegata in officine, utensili, macchinari, materie prime,
stock, e tutto questo è stato affidato alle mani della classe operaia, la borghesia ha lette-
ralmente messo la sua fortuna tra le mani dei ceti popolari”.
a Il manoscritto (fol. 2) aggiunge:
“e [perché] a questa ricchezza così distribuita nello spazio, gli operai hanno applicato
delle forme di illegalismo derivanti dall'illegalismo antico. Porto di Londra: le tecniche
del contrabbando che attaccavano i diritti, i canoni, le imposte, insomma i prelievi del
potere, ora attaccano la materialità del patrimonio borghese. Colquhoun, testi sul con-
trabbando”.
b Nel manoscritto (fol. 2), questo passaggio, presentato sotto forma di una replica della
borghesia, finisce con: “Andate e fate penitenza”.
2 P. Colquhoun, Traité sur la police de Londre, cit., vol. II, p. 165 (corsivo nell'originale).
con la fortuna borghese è la legge di proprietà: “Questo non è tuo”. A
dire il vero, questo strato di popolazione è molto circoscritto se compara-
to all'insieme demografico del XVIII secolo. Ora, è possibile spiegare un
fenomeno tanto generale come il costituirsi di una nuova penalità a parti-
re dal solo esempio di questo embrione di classe operaia? Non significa
attribuire a una “grande paura”, quella che in effetti si diffonderà nel
XIX secolo, un processo che in realtà è avvenuto nel XVIII secolo?
Farò allora riferimento a un esempio di illegalismo rurale e in esergo
a questa analisi metterò un testo che compare in un opuscolo anonimo:
“Il contadino è un animale cattivo, astuto, una bestia feroce, civilizzata
solo a metà; non ha né cuore, né probità, né onore; molto spesso si lasce-
rebbe trascinare dalla ferocia, se gli altri due stati non si abbattessero
spietatamente su di lui impedendogli di eseguire il crimine che vorrebbe
commettere”3.

***

a
Nella sua forma rurale, l'illegalismo popolare subisce la stessa tra-
sformazione dell'illegalismo urbano. Nel XVIII secolo era un elemento
funzionale della vita contadina. Tutta una serie di tolleranze permetteva-
no la sussistenza della frangia più povera: campi a maggese, terreni incol-
ti, beni comuni costituivano, dentro lo spazio contadino, delle sacche di
illegalità. Anche il contrabbando dei prodotti sotto monopolio (sale, ta-
bacco) aveva i suoi punti di appoggio all'interno della società contadina.

3 Nel manoscritto, Foucault si riferisce a un “opuscolo anonimo, seconda metà del XVIII
secolo. Francia del Sud” (fol. 4) che (il dattiloscritto lo menziona, p. 132) è “citato da
Agulhon, La vie sociale en Provence, 1970”. Maurice Agulhon, in La vie sociale en Pro-
vence intérieure au lendemain de la Révolution, (cit., […]), p. 180), cita questo passo; lo
attribuisce a “un anonimo [di Arles] […] nel 1752”, e ne precisa l'origine: “In un mano-
scritto della biblioteca di Arles, citato da G. Valran, Misère et charité en Provence au
XVIIIe siècle, p. 29”. In quest'opera, Misère et charité en Provence au XVIIIe siècle. Essai
d'histoire sociale, Arthur Rousseau, Paris 1899, Gaston Valran attribuisce questo passo
a “un testimone oculare e anonimo, un borghese (presumibilmente), perché è animato
da un forte risentimento contro la nobiltà e contro la classe contadina” (p. 28).
a Manoscritto (fol. 5), titolo della sezione: “Il depredamento contadino”.
L'illegalismo rurale, peraltro, comunicava e si appoggiava a quello dei
proprietari. Ora, nella seconda metà del XVIII secolo, si profila una sorta
di cambiamento di fronte, effetto di un lento processo che consiste innan-
zitutto in una pressione demografica crescente; poi, a partire dal 1730, in
un aumento delle rendite fondiarie che fa della terra un bene economica-
mente interessante; [e] infine in una forte richiesta di terre per investi-
mento. Con la Rivoluzione si arriva quindi all'abolizione dei diritti feuda-
li, ai grandi trasferimenti di proprietà. Alla fine del XVIII secolo la pro-
prietà terriera cade sotto il regime del contratto semplice. Ma proprio nel
momento in cui, con il trionfo del contratto, scompare tutta la vecchia
armatura dei diritti feudali e la terra rientra nel sistema puramente con-
trattuale della proprietà, essa diventa sempre meno accessibile alla massa
contadina, poiché è oggetto di compravendite più o meno massicce, e
questo nuovo sistema di appropriazione giuridica spoglia e pauperizza
ancora di più i giornalieri e piccoli proprietari che fino a quel momento
potevano vivere grazie a queste sacche di illegalità. Il nuovo regime di
proprietà, infatti, fa scomparire i diritti comunitari, i terreni incolti, e
tende a uno sfruttamento più intensivo delle terre.
L'esempioa più significativo è lo sfruttamento dei boschi, che d'ora in
poi procede a un ritmo più serrato. Il bosco, fin qui luogo di rifiuto e di
sopravvivenza, diventa proprietà coltivabile e quindi sorvegliata b. Certo, a
differenza della ricchezza industriale, la proprietà terriera non cambia lo-
calizzazione; tuttavia lo spazio rurale si modifica, poiché, man mano che
la proprietà entra nel regime del contratto, si moltiplicano gli strumenti

a Il manoscritto (fol. 6) menziona in primo luogo l'esempio della “scomparsa dei campi a
maggese”.
b Il manoscritto (foll. 6-7) sviluppa questo passaggio:
“Il nuovo metodo di sfruttamento dei boschi: più intensivo a causa dei nuovi bisogni; in-
stallazione di vetrerie e fucine al limitare o all'interno dei boschi. Il vecchio bosco (al rit-
mo dello sfruttamento secolare), luogo di rifugio, di tolleranza, di sopravvivenza non
solo per gli emarginati ma anche per gli abitanti più poveri (che lo usano come pascolo,
per prendere la legna, per cacciare), tende a diventare proprietà coltivabile e sorvegliata.
A cui vanno aggiunti i fenomeni più direttamente collegati alla Rivoluzione: l'aumento
dei prezzi dei prodotti agricoli (che favoriscono soltanto i contadini più agiati che li ven-
dono); la diffidenza verso la moneta svalutata (che provoca l'accaparramento)”.
che assicurano la sua protezione: divieto di passaggio, recinzioni ecc. In-
somma, tutto lo spazio di transito, di sopravvivenza precaria che era lo
spazio rurale viene sconvolto, il che rende tutti gli illegalismi rurali im-
possibili e intollerabili. Si comprende allora perché l'entrata della ricchez-
za borghese nel sistema giuridico del contratto provochi come una fortis-
sima impennata nell'illegalismo. Sono le grandi ondate del vagabondag-
gio di fine XVIII secolo, l'intensificazione dei vecchi illegalismi contadini,
le sommosse per il grano, le tassazioni spontanee a [beneficio] dei conta-
dini più poveri ecc. Sono anche le pratiche più vecchie dell'illegalismo po-
polare che negli anni precedenti la Rivoluzione vengono riattivate. Sono
inoltre i tentativi per continuare a sfruttare gli antichi diritti consuetudi-
nari, le vecchie tolleranze, nonostante la nuova legislazione. La Rivolu-
zione è stata agitata da queste microstorie. L'esplosione di illegalismo a 4
non era altro che la reazione spontanea a nuove forme giuridiche che ren-
devano impossibili i vecchi illegalismi e in certo modo, anche qui, mette-
vano la proprietà terriera in un corpo a corpo con chi ne era escluso e su
di essa non aveva più nemmeno i diritti tollerati della vita comunitaria o
dell'illegalismo accettato. Questa pratica dell'illegalismo contadino ha
animato la Rivoluzione (come dimostrano gli episodi della Vandea e del

a Il manoscritto menziona altri esempi di questa “incredibile esplosione di illegalismo


contadino”, alcuni dei quali “più violenti” come le sommosse, la “tassazione sponta-
nea” e il “saccheggio degli accaparratori”; altri sotto forma di “tentativi di continuare a
far valere diritti consuetudinari o vecchie tolleranze, sotto forma di depredamenti vo-
lontari (diritto di passaggio o di pedaggio; spigolatura)”; “attacchi diretti contro i nuovi
accaparratori di terra o contro i loro raccolti”; e “forme estreme di brigantaggio oltre
alla sedizione economico-politica dell'Ovest e del Midi (tra il [17]93 e il [17]99”.
4 Sul brigantaggio in generale, cfr. M. Agulhon, La vie sociale en Provence intérieure, cit.,
pp. 367-404.
Midi5) e l'ha provocata nella misura in cui essa è stata realizzata, in buo-
na parte, per padroneggiare questo movimento.
Prendiamo qualche esempio di questo rumore di fondo dell'illegali-
smo contadino. Nella primavera del 1789 l'intendente della Provenza scri-
ve a Necker: “Potrei citarvi diverse comunità in cui il contadino ha deva-
stato e saccheggiato tutto; attacca indistintamente il borghese, l'artigiano
e il nobile. È lui a regnare, sono i banditi che comandano e che sono a
capo della plebaglia”6. Nell'anno III, quando ci si rende conto che il Co-
dice rurale del 1791 non ha nessuna presa diretta su questo illegalismo, si
progetta di modificarlo; l'autore di uno di questi progetti così si esprime:
“È inconcepibile, dico, quanto poco rispetto abbiano gli abitanti dei vil-
laggi per le proprietà: le protezioni più formali non li fermano […] hanno
saccheggiato, devastato, rovinato senza che si sappia quasi mai con chi
prendersela”7. Nell'anno VI, nel primo volume delle “Annales d'agricultu-

5 Forse Foucault fa qui riferimento alla repressione militare del brigantaggio descritta da
Agulhon, (ibid.), ma la giustapposizione con la Vandea fa pensare di più all'insurrezio-
ne federalista. Dopo il colpo di forza giacobino contro i girondini alla Convenzione del
2 giugno 1793, numerose amministrazioni dipartimentali in cui i girondini erano ben
radicati si opposero a Parigi. In particolare nel Midi, Lione, Marsiglia, Bordeaux e To-
lone divennero i centri di un tentativo di riconquista del potere. I giacobini e i rappre-
sentanti della Convenzione furono scacciati e a volte messi a morte. Lione, Marsiglia e
successivamente Tolone saranno riprese dagli eserciti rivoluzionari, dando luogo a san-
guinose repressioni. L'articolo 3 del decreto del 12 ottobre 1793 afferma: “La città di
Lione sarà distrutta. Tutto ciò che fu abitato dal ricco sarà demolito”. Nell'assedio di
Tolone si assisterà per la prima volta al genio militare di Napoleone Bonaparte, all'epo-
ca giovane ufficiale di artiglieria. Cfr. H. Wallon, La Révolution du 31 mai et le fédera-
lisme en 1793, Hachette & C.ie, Paris 1886, 2 voll.; Riffaterre, Le Mouvement antijaco-
bin et antiparisien à Lyon et dans le Rhône-et-Loire en 1793, A. Rey, Lyon 1912 e 1928,
2 voll.
6 Questo passo è citato in La vie sociale en Provence intérieure, cit., p. 182. Maurice Agu-
lhon ne descrive il contesto: “Nella primavera del 1789 la lotta tra i diversi 'stati' è spes-
so segnalata nelle lettere dell'intendente a Villedeuil e a Necker – 27 e 30 marzo”. Agu-
lhon indica come fonte gli Archivi dipartimentali delle Bocche del Rodano, 4110. Cfr.
M. Cubells, Les horizons de la liberté. Naissance de la Révolution en Provence (1787-
1789), Édisud, Aix 1987, pp. 92-109.
7 Nel manoscritto (fol. 9), Foucault fa riferimento a un “opuscolo anonimo. Anno III
(poco prima del voto sul decreto del 20 messidoro, che completava il Codice rurale del
[17]91”. Questo testo è estratto da un opuscolo di 12 pagine di F.L. Lamartine, Mémoi-
re sur une question d'agriculture et d'économie politique, relative à la cotisation des
priairies artificielles et aux moyens de pourvoir à leur conservation (Desay, Dijon, mar-
re”, si dice: “Una volta troppa avidità rendeva di certo alcuni agricoltori
invisi alla classe meno agiata; oggi vediamo alcuni uomini di questa clas-
se meno agiata che cercano di appropriarsi di ciò che appartiene ai colti-
vatori. I torti del passato non giustificano quelli di oggi”8.
È evidente, quindi, che il contratto, come il salario, ridistribuisce il
gioco della legge, dell'illegalismo, dell'individuo e del corpo stesso della
ricchezza. Penso che l'analisi della penalità, se effettuata correttamente,
cioè se messa in rapporto con l'illegalismo, deve costantemente tenere
conto dei quattro elementi che sono davvero in gioco in questa parte del-
la lotta per l'illegalismo: la legge, la pratica illegale, l'individuo, il corpo
della ricchezza. Il contratto ridistribuisce il gioco tra questi elementi, ma
in maniera più ambigua del salario. Dopotutto, infatti, la plebe urbana è
stata costretta al salariato, in questo nuovo gioco che si instaura tra gli
individui e il corpo della ricchezza, essi vi sono stati costretti; al contra-
rio, il contratto come forma giuridica della proprietà rurale da una parte
provoca una serie di costrizioni, ma al tempo stesso è desiderabile, nella
misura in cui libera dalle gabelle e dagli obblighi antichi, spoglia la pro-
prietà da tutte le costrizioni feudali ed è per questo motivo che il contrat-
to come via d'accesso alla proprietà è desiderato dalla classe contadina.
Ma allo stesso tempo immette nel mondo rurale delle difficoltà, dei ri-
schi, delle reazioni di difesa, dei calcoli che richiamano un nuovo illegali-
smo contadino, il quale si svilupperà in questo nuovo mondo del contrat-
to. E assumerà due forme: un illegalismo contro il contratto, cioè contro
la proprietà, che praticherà il puro e semplice depredamento dei beni, dei
raccolti; [e] un illegalismo che investirà il contratto dall'interno e cerche-
rà di rovesciarlo: si entra così nel mondo della contestazione e della con-
troversia.

zo 1793), in L'esprit des journaux français et étrangers, Valade, Paris 1795, vol. V, set-
tembre-ottobre 1795, pp. 119-120.
8 Cfr. H.-A. Tessier, Annales de l'agriculture française, contenant des observations et des
mémoires sur l'agriculture en général, 4 voll., Huzard, Paris 1797, Anno VI, vol. I, p.
371.
Ciò comporta che, mentre l'illegalismo urbano cadrà inevitabilmente
sotto i colpi della penalità, l'illegalismo contadino sarà in larga parte in-
vestito all'interno del diritto civile, non senza provocare difficoltà e soffe-
renze. Balzac ha descritto le sofferenze derivanti dai contratti di matrimo-
nio e di commercio9. Bisognerebbe inoltre descrivere le sofferenze dovute
al contratto contadino che ricadono sulla proprietà contadina e la inve-
stono. In realtà ne abbiamo una descrizione, per esempio da Pierre Riviè-
re, che partendo dalla sua esperienza di piccolo contadino normanno, ha
raccontato le sofferenze [connesse a] questo contratto 10: per sfuggire alla
coscrizione, [suo padre] si è sposato ed è entrato nel contratto di matri-
monio, ma questo contratto, di per sé illegale perché era un modo per ag-
girare la legge, si è rivelato una trappolaa.

***

Si possono quindi desumere alcuni punti. In primo luogo, la ricchez-


za borghese, proprio mentre si sta costituendo sia nella sua forma indu-
striale e commerciale sia nella sua forma rurale, grazie alla Rivoluzione è
appena sfuggita al depredamento feudale che subito incontra il depreda-
mento popolare, i due illegalismi rurale e urbano. Questi ultimi comuni-

9 Cfr. H. de Balzac, Il contratto di matrimonio (1835), Eugénie Grandet (1834) e gli altri
testi raccolti nelle “Scene della vita in provincia” di La commedia umana. Nella lezione
del 7 marzo (infra […]), Foucault affronterà il tema delle classi pericolose e lavoratrici –
tema centrale nello storico Louis Chevalier, autore di Classi lavoratrici e classi pericolo-
se: Parigi nella rivoluzione industriale, cit. […]. È interessante notare il modo in cui
Chevalier tratta l'opera di Balzac e confrontarlo con questa analisi di Foucault; cfr. L.
Chevalier, Classi lavoratrici e classi pericolose, cit., pp. 85-99.
10 Cfr. Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère. Un cas de parri-
cide au XIXe siècle, presentato da M. Foucault, Gallimard, Paris 1973, pp. 73-148; trad.
it. di A. Fontana e P. Pasquino, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia so-
rella e mio fratello... Un caso di parricidio nel XIX secolo, Einaudi, Torino 1976, pp. 53-
114 (“La memoria”).
a Il manoscritto (fol. 13) aggiunge:
“Pierre Rivière: contratto-illegalità (per evitare l'esercito); contratto incastrato dall'in-
terno da un mucchio di illegalismi; contratto di cui non ci si può liberare, o che non si
può restituire tramite l'omicidio. Tutta una precipitazione di piccoli illegalismi contrat-
tuali, nel più grande dei crimini”.
cano tramite un altro illegalismo, quello dell'esercito. I grandi eserciti di
fine XVIII secolo sono un costante focolaio di rinnovo e di comunicazio-
ne degli illegalismi, sebbene servano comunque da freno perché assorbo-
no tutti coloro che si sono messi in condizioni di illegalità, o reprimono
le forme più estreme di illegalismo11. Ma giocano ancora di più un ruolo
di accelerazione, nella misura in cui assicurano l'impunità a chi diventa
soldato, instillano in coloro che sono passati dai loro ranghi una certa
abitudine al saccheggio e al vagabondaggio, e infine provocano una mol-
teplicità di illegalismi, come il rifiuto della coscrizione che si diffonde a
partire dall'anno II. Servono inoltre da luogo di scambio tra l'illegalismo
rurale e urbano, perché con i loro spostamenti di popolazione ridistribui-
scono i contadini nelle città e la plebe urbana nelle campagne, attraverso
il sistema delle diserzioni. È anche il problema dell'Inghilterra, come dice
Colquhoun nel suo Treatise on the Police: “È vero che nei primi tre anni
della guerra attuale molti criminali, nullafacenti, gente che vive nel disor-
dine, sono stati impiegati nel servizio di terra e di mare […] per quanto
non sia necessario prendere delle precauzioni prima del ritorno della
pace”12.
In secondo luogo, vorrei insistere su un punto da cui si possono cer-
care di capire i problemi che ho posto. Generalmente si considera l'illega-
lismo prerivoluzionario la conseguenza di una serie di crisi del potere,
delle istituzioni, della legalità: le vecchie legalità erano state superate dal-
la spinta economica e, prima di lasciare posto alla nuova legalità, ci sa-
rebbe stata questa grande esplosione di illegalismo. In realtà vorrei far ve-
dere che la nascita della società industriale non ha sovvertito solo l'ordine
delle legalità, ma tutto questo sistema di illegalismi al contempo tradizio-
nali e consolidati, grazie ai quali riuscivano a sopravvivere masse conside-
revoli di popolazione. Alla fine del XVIII secolo gli illegalismi minacciati
dalle nuove forme della società sono entrati in rivolta. L'illegalismo, quin-
di, non è soltanto la forma estrema e popolare della spinta rivoluzionaria,

11 Il manoscritto menziona: “Vandea, Midi”. Cfr. supra […].


12 P. Colquhoun, Traité sur la police de Londre, cit., vol. I, pp. 138-139.
ma ne è la posta in gioco. Tutti i grandi movimenti cercavano di conser-
vare l'illegalismo come pratica a cui si aveva diritto. Pensate a quel che è
successo in Vandea con il rifiuto della nuova legalità13. Si trattava della
letta contro un sistema di appropriazione incompatibile con l'antico gio-
co degli illegalismi, e se gli abitanti della Vandea si dichiaravano sosteni-
tori dell'Ancien régime, non era certo per un amore positivo per la legge,
per tutto questo sistema di regolamenti e questo gioco di riscossioni lega-
te al regime precedente, ma perché volevano ritornare a un regime che
permettesse il funzionamento di un certo numero di illegalismi necessari
all'esistenza della comunità contadinaa. Nelle città le tassazioni sponta-
nee, il saccheggio degli accaparratori, i tribunali popolari, erano tutti
modi di far valere nelle forme di una legittimità nuova le pratiche popola-
ri che erano le vecchie pratiche dell'illegalismo popolare.
Terza conseguenza: a questa spinta illegalista, non solo nella sua for-
ma ma soprattutto nelle sue finalità – poiché mira alla conservazione del-
l'illegalismo che, invece delle vecchie strutture della feudalità, ora minac-
ciano il corpo stesso della ricchezza sociale –, la borghesia reagisce con
un'imponente operazione che determina la reclusione penale e penitenzia-
ria dell'illegalismo popolare in generaleb. La reclusione è stata perfetta-
mente programmata. Ne troviamo le formule fondamentali nei testi di
fine XVIII secolo e inizio XIX. Si ha così una trama di teorie e di pratiche
penali che designano il trasgressore come nemico della società in genera-

13 Esiste una storiografia abbondante e contraddittoria sulle cause di questa rivolta, che
sembra dipendere dalle speranze deluse delle regioni povere, in cui i contadini, fatican-
do a sopportare il peso delle imposte, non disponevano dei mezzi necessari per benefi-
ciare della vendita dei beni nazionali; dall'arruolamento di volontari nell'esercito; così
come dalla sostituzione del clero renitente in una regione molto cattolica. Cfr. É. Gabo-
ry, Les guerres de Vandée, Robert Laffont, Paris 2009 [1912-1913]; L. Dubreuil, Histoire
des insurrections de l'Ouest, Rieder, Paris 1929-1930, 2 voll.; G. Walter, La guerre de
Vandée, Plon, Paris 1953; C. Tilly, La Vandée. Révolution et contre-révolution, Fayard,
Paris 1970; trad. it. di S. Lombardini, La Vandea, Rosenberg & Sellier, Torino 1976 (ed.
orig. The Vandée, Harvard University Press, Cambridge [Mass.] 1964).
a Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “L'esempio inverso:”.
b Il manoscritto (fol. 17) indica con un'aggiunta tra le righe che questa vasta operazione
della borghesia, che “andrà studiata”, “è programmata in un'operazione ideologica esi-
stente”.
le, e tutta una pratica di correzione che lo considera non tanto un nemico
quanto qualcuno su cui è possibile agire, che si può trasformare moral-
mente e correggere. La connessione tra la definizione giuridico-penale del
trasgressore come nemico sociale e la definizione del “correzionario”
come individuo da trasformare avviene in una serie di discorsi che rendo-
no accettabile a livello teorico e discorsivo la grande edificazione del si-
stema penitenziario del XIX secolo. Questa connessione consiste, in pri-
mo luogo, nell'affermare che ogni illegalismo riguarda in modo priorita-
rio, se non esclusivo, una sola classe sociale, quella dei lavoratori; nel di-
chiarare, inoltre, che questo illegalismo appartiene a questa classe nella
misura in cui essa non è davvero integrata nella società; e nel dire, infine,
che questo rifiuto del patto sociale specifico della classe inferiore è una
sorta di delinquenza primaria, selvaggia, tipica di uno strato di popola-
zione che non si è ancora distaccato dall'istinto e dalla vita naturale: sono
i nemici del corpo stesso della ricchezzaa.
Questa caratterizzazione della classe dei lavoratori come oggetto pri-
vilegiato della trasformazione penitenziaria per l'integrazione in un patto
sociale costituisce il giunto ideologico, pre-istituzionale, che renderà ac-
cettabile tutta l'organizzazione del sistema penale e penitenziario. Si può
fare riferimento a diversi testi. Il primo [risale al] 1772: un testo in cui gli
agenti della riscossione (Ferme générale) scrivono all'intendente dell'Al-
vernia per lamentarsi dell'indulgenza dei giudici di Clermont nei confron-
ti dei contrabbandieri: “Essi [i giudici di Clermont] devono considerare i
contrabbandieri di sale non tanto come degli intrusi che hanno cercato di
spartirsi una parte degli introiti della riscossione, ma come dei perturba-
tori della quiete pubblica”14. Vale a dire che i magistrati vedono in essi de-
gli intrusi che, nel sistema di prelievo feudale, si accaparravano una parte

a Il manoscritto (fol. 18) aggiunge: “Ci sono ancora dei selvaggi tra noi. Ribaltare l'illega-
lismo in delinquenza, la libertà sociale in pericolo sociale”.
14 Inventaire sommaire des Archives départementales antérieures à 1790, Puy-de-Dôme: C
1516 à C 2817, archivisti Michel Cohendy e Gilbert Joseph Rouchon, vol. II, Imprimerie
et lithographie G. Mont-Louis, Clermont-Ferrand 1898, serie C (Intendenza dell'Alver-
nia), C 1660 (Fascicolo), 769-779 (“Contrabbandieri”).
di quanto veniva prelevato sulla ricchezza, degli esattori supplementari
insomma, che in questo senso non sono da trattare come dei criminali:
sono soltanto dei riscuotitori illegali di imposte. Bisognerebbe trattarli,
invece, come dei perturbatori della quiete pubblica, vale a dire dei delin-
quenti che mettono in pericolo la società nel suo complesso. Il program-
ma è questo: trasformare l'intruso nel sistema di prelievo feudale in nemi-
co sociale. Nel 1768, per tagliare gli appoggi che il contrabbandiere Mon-
tagne aveva tra il popolo, gli agenti della riscossione dell'Alvernia si pro-
pongono di stampare un foglio volante falso dove raccontare i suoi pseu-
do-misfatti allo scopo di trasformare l'immagine del contrabbandiere, po-
sitiva tra i contadini, nell'immagine negativa del criminale: “Abbiamo
pubblicato queste notizie, gli abbiamo attribuito alcuni furti la cui verità,
a dire il vero, è alquanto incerta; abbiamo rappresentato Montagne come
una bestia feroce, a cui bisognerebbe dare la caccia. Dal momento che le
teste dell'Alvernia sono calde di natura, questa idea ha attecchito e in di-
versi hanno risposto che se Montagne dovesse passare sulle loro terre, lo
ucciderebbero come un animale selvaggio e pericoloso” a 15. Ancora una
volta siamo di fronte alla trasformazione del personaggio che è già il de-
linquente mostruoso con cui avranno a che fare la penalità, la criminolo-
gia, la psichiatria del XIX secolo. Questa conversione è il risultato di una
strategia perfettamente concordata.
Trent'anni più tardi, nel 1798, in un rapporto sul brigantaggio nel
Midi appaiono gli effetti di questa operazione: “Considerando gli assassi-
nî e i misfatti ai quali nessuna notte aveva ancora prestato le sue ombre,
misfatti la cui narrazione spaventerà tutti i paesi di ogni secolo; conside-
randoli come dei cannibali che la natura si vergogna di aver inserito nella
classe degli umani […]”16. [Compaiono anche in] un testo di Target,
a Manoscritto (fol. 18): “Nel 1768: Bollettino di propaganda contro Montagne”.
15 Foucault menzionerà questo episodio in Sorvegliare e punire, cit., p. 72, in cui darà
come riferimento: “Archivi del Puy-de-Dôme, citato in M. Juillard, Le brigandage et la
contrebande en Haute-Auvergne au XVIIIe siècle, Imprimerie moderne, Aurillac 1937, p.
24”.
16 Archivi dipartimentali, Decreto del 26 vendemmiaio anno VIII, serie L, foll. 49-51 sgg.,
citato in abate Maurel, Le brigandage dans le Basses-Alpes, P. Ruat, Marseille 1899,
uomo di legge nell'Ancien régime, incaricato di elaborare, tra il 1802 e il
1804, il primo progetto di codice penale, poi ripreso nel 1808 17. Nella sua
presentazione si trova esplicitamente formulata la maggior parte delle ef-
fettive operazioni che la legislazione penale metterà in atto successiva-
mente: “Supponete una grande regione la cui immensa popolazione è for-
mata, per così dire, da popoli diversi che hanno in comune soltanto l'au-
torità centrale, e che si suddivide in innumerevoli classi, alcune più illu-
minate, perfezionate dall'educazione, addolcite dalla socievolezza, nobili-
tate dai sentimenti morali; altre degradate dalla miseria, avvilite dal di-
sprezzo e invecchiate tra abitudini di vecchia data o crimini o colpe; ogni
giorno si vedrà il penoso contrasto tra le virtù più rispettabili e i vizi più
ignobili. Lì, accanto all'elevatezza del coraggio, della generosità, dell'eroi-
smo, si faranno notare con disgusto l'egoismo, l'insensibilità, l'abiezione e
l'atrocità stessa. Lì anime dure, rinsecchite, scontrose, prive di idee mora-
li, obbediranno soltanto alle loro rozze sensazioni; la pigrizia, la dissolu-
tezza, l'avidità, l'invidia appariranno come nemiche inconciliabili della
saggezza e del lavoro, dell'economia e della proprietà. Lì pulluleranno de-
litti e crimini di ogni specie, non tanto nella massa della nazione quanto
nella feccia di questa schiera estranea al carattere generale, che si è for-
mata accanto al vero popolo con la forza delle circostanze e delle abitudi-
ni accumulate nel corso dei secoli. Quasi sempre, per una nazione del ge-
nere, le pene devono essere commisurate alla natura di questa razza im-
bastardita, che è la fucina dei crimini, e la cui rigenerazione si lascia a
malapena intravedere anche dopo un lungo numero di anni del governo
più avveduto”18.
parte II, cap. II.
17 Foucault metterà Target nella categoria dei grandi “riformatori”, accanto a figure
come Beccaria, Servan e Duport. Nel manoscritto della lezione del 7 marzo ( infra […]),
descrive Target come “un giurista dell'Ancien régime, divenuto legislatore sotto l'impe-
ro” (fol. 1). Cfr. Sorvegliare e punire, cit., p. 81; cfr. anche pp. 87, 89, 101, 303.
18 Foucault ritornerà su alcune espressioni menzionate in questo passo su Target, e in
particolare sulla “razza imbastardita”, in Sorvegliare e punire, cit., p. 303 e come riferi-
mento (ivi, p. 101) indicherà: “G. Target, Observations sur le projet du Code pénal, in
J.-G. Locré, La législation de la France, tomo XXIX, pp. 7-8”. Cfr. M. Target, “Obser-
vations sur le Projet de Code criminel”, in J.-G. Locré, Législation civile, commerciale
In questo testo si nota innanzitutto l'assimilazione tra l'illegalista e il
nuovo personaggio del delinquente, che costituisce – con il suo seguito –
una popolazione straniera. In secondo luogo, una popolazione che è stra-
niera in quanto selvaggia: imbastardita e primitiva al tempo stesso, dege-
nerata e attaccata alla natura e agli istinti. Questo carattere di selvati-
chezza è determinato dall'immoralità: il selvaggio, portatore nella sua
primitività della morale allo stato puro, è scomparso, ora la selvatichezza
si manifesta con l'immoralità. In terzo luogo, rispetto a queste classi con-
trapposte, il potere politico è definito come un arbitro. La funzione del
potere si definisce in rapporto allo scontro fra le classi e per proteggere
una classe contro l'altra. Infine, l'idea di una rigenerazione di questa clas-
se primitiva e imbastardita tramite l'intervento del potere politico e la
sorveglianza costante permette di articolare la teoria del delinquente
come nemico sociale con la pratica della correzionea.
Se ho insistito su questo testo, sul carattere preliminare dell'operazio-
ne ideologica come condizione di accettabilità di alcune operazioni, è per
diverse ragionib. Innanzitutto è un testo di una straordinaria lucidità. Si è
sempre abituati a parlare della “stupidità” della borghesia, ma mi chiedo
se il tema della stupidità borghese non sia un tema per intellettuali c: quel-
li che si immaginano che i commercianti sono ottusi, gli uomini con i sol-
di siano cocciuti e gli uomini di potere ciechi. Contrariamente a questa
credenza, invece, la borghesia è di un'intelligenza notevole. La lucidità e
l'intelligenza di questa classe che ha conquistato e conservato il potere
nelle condizioni che sappiamo producono certo degli effetti di stupidità e
di accecamento, ma dove se non appunto nella massa degli intellettuali?
et criminelle, ou Commentaire et complément des Codes français, Société typographi-
que belge, Bruxelles 1837, vol. XV, pp. 2-16, in particolare p. 5; trad. it. a cura di G.
Cioffi, Legislazione civile, commerciale e criminale, ossia Commentario e compimento
dei codici francesi, Giuseppe Cioffi, Napoli 1843, vol. XV.
a Manoscritto (fol. 18), a margine: “L'articolazione nemico sociale-correzione”.
b Dopo l'ultima pagina numerata (fol. 18), il manoscritto contiene altri tre fogli non nu-
merati, il primo riporta l'indicazione: “App. l[ezione] n. 9”. La prima riga dice: “N.B.
Merita fermarsi su un testo come quello di Target: […]”.
c Senza la variazione di credenza presente nel dattiloscritto, il manoscritto riporta: “per
artisti, intellettuali, filosofi” (App. lezione n. 9, primo foglio).
Gli intellettuali si possono definire come coloro su cui l'intelligenza della
borghesia produce un effetto di accecamento e di stupidità a. Successiva-
mente, tutto ciò che accade in questa messa a punto del sistema penale è
stato detto: il principio di un'analisi in forma di ricerca del non-detto non
è forse la caratteristica di coloro che non sono capaci di vedere dove sta il
cinismo effettivo della classe al potere? Nessun bisogno del silenzio del
non-detto per farvi precipitare l'intelligenza, la profondità dell'interprete
che troverebbe quello che gli altri non hanno potuto dire. In realtà gli al-
tri hanno sempre detto [tutto]. Il problema, quindi, non è di andare a cer-
care nelle lacune di un testo la forza o l'effetto di un non-detto 19. Questo
implica, inoltre, che non si andrà mai a cercare questo detto, questo cini-
smo e questa intelligenza fra i testi di un autore, o dentro un'opera b. Se la
a Il manoscritto aggiunge:
“– Dal momento che [la borghesia] detiene il potere, può essere cinica.
– Lo sviluppo dello sfruttamento com[merciale] e dell'esercizio del potere crea sapere.
Chi lo nega è un buffone. Disconosce la serietà della lotta” (App. lezione n. 9, primo fo-
glio).
19 Può essere che, attraverso i suoi riferimenti al “non-detto”, Foucault alluda all'analisi
che, in “Du 'Capital' à la philosophie de Marx” (in L. Althusser, E. Balibar, R. Establet,
P. Macherey, J. Rancière, Lire le Capital, Maspero, Paris 1968 [1965], 2 voll.; trad. it. di
R. Rinaldi e V. Oskian, “Dal 'Capitale' alla Filosofia di Marx”, in A. Althusser, E. Bali-
bar, Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1968), Louis Althusser propone della lettura
fatta da Marx dell'opera di Adam Smith. Ispirata dalla psicoanalisi, la “lettura […]
'sintomale' […] scopre ciò che si cela nel testo che legge e contemporaneamente lo cor-
rela a un altro testo presente come assenza necessaria del primo” ( ivi, p. 29). “Solo dopo
Freud cominciamo a sospettare ciò che ascoltare, quindi parlare (e tacere), vuol dire; ciò
che questo 'vuol dire' del parlare e dell'ascoltare rivela sotto l'innocenza della parola e
dell'ascolto; la profondità di un secondo, del tutto diverso discorso, il discorso dell'in-
conscio” (ivi, p. 16; corsivo nel testo).
b Manoscritto:
“Non si tratta di un autore, di un'opera, di un testo. Al tema 'artistico' secondo cui la
borghesia è stupida, risponde il tema professorale per cui conta soltanto una cosa (cioè
l'autore, lo scrittore, l'opera, il testo), sono loro che ci dominano e fanno la nostra leg-
ge; sono loro che ci reclutano. Kant ci ha legati, Kierkegaard ci libererà. Queste nozioni
sono il prodotto di una 'scolarizzazione' del discorso; della fabbricazione di oggetti de-
stinati alla spiegazione scolastica. Non importa se ci si mette a un capo o all'altro della
serie, dalla parte dell'autore o dalla parte del testo, dalla parte dell'espressione o dell'e-
rudito, dalla parte della [psicologia] o dalla parte della retorica, in ogni caso la serie nel
suo complesso è un prodotto della scolarizzazione del discorso. Scolarizzazione che da
una parte permette di schivare tutti i discorsi esterni ai testi, e soprattutto di mascherare
il ruolo, la posizione, la funzione dei discorsi nelle strategie delle lotte” (App. lezione n.
borghesia sembra stupida, è perché cerchiamo le tracce della sua intelli-
genza o della sua stupidità in quella categoria di discorsi particolarmente
scolarizzati che si chiamano le opere degli autori, [i] testi. Tutte queste
categorie – autori, scrittori, opere, testi – sono ciò che la scolarizzazione
della società ha isolato rispetto alla massa attiva, strategica dei discorsi.
Un testo è un discorso che ha perso il suo contesto e la sua efficacia stra-
tegica. Un'opera è un discorso riconducibile da una parte a un autore e
dall'altra ai significati impliciti di un non-detto.
“La borghesia è stupida”, “le cose non vengono dette”, “l'importante
sono le opere” – queste tre proposizionia dominano l'analisi testuale che
bisogna abbandonare. Dire che le cose sono dette significa ammettere il
principio del cinismo della borghesia e misurare l'ampiezza del potere
contro cui si lotta. Ammettere che l'importante sono i discorsi vuol dire
ricollocare il discorso là dove effettivamente è possibile attaccarlo: non
nel suo senso, non per quello che non dice, ma a livello dell'operazione
che è avvenuta grazie a esso, vale a dire nella sua funzione strategica, allo
scopo di disfare quello che il discorso ha messo in piedi. Trascuriamo

9, primo e secondo foglio).


a Manoscritto:
“Le tre proposizioni sono legate:
– la borghesia non è stupida: principio di lotta;
– tutte le cose sono dette: principio di cinismo;
– l'importante non sono le opere” (App. lezione n. 9, secondo foglio).
quindi le opere, i testi, e studiamo piuttosto i discorsi nelle funzioni o nei
campi strategici in cui hanno prodotto i loro effettib 20.

b Il manoscritto si conclude così:


“Perché in effetti, dal punto di vista delle opere, da cui è assente, perlomeno in quanto
borghesia, e in prima analisi, essa è stupida, muta e ostinata. Ma se vogliamo vederla
all'opera, nel foro delle sue decisioni, nella sua agilità strategica, nella formazione inin-
terrotta del suo sapere, allora bisogna ricorrere al fuori-testo. È nel fuori-testo [che] tut-
to si gioca, si dice e si vede. Nel testo, dorme, si nasconde; non si dice. È normale che la
ricerca del non-detto sia in definitiva la grande modalità di analisi del testo. [Che diven-
ta] alla fine interpretazione. L'analisi del fuori-testo, invece, ha il compito di fissare la
funzione e il ruolo strategico dei discorsi nelle lotte. In che modo sono legati ad alcune
operazioni che essi permettono, o di cui fanno parte, o di cui sono una conseguenza.
Opporre la serie 'testo – non-detto – interpretazione' alla serie 'fuori-testo – atto discor-
sivo – strategia'. Ciò permette di individuare le posizioni, le alleanze, i blocchi, i punti di
forza e di debolezza. In breve di fare una critica che faccia immediatamente parte delle
lotte. Fare quindi una storia 'fuori-testo' della morale:
• documenti di processi
• [documenti] di perizie medico-legali
• casi di coscienza
• rapporti di polizia
• atti di tutte le società di moralizzazione
• processi-verbali di tutte le istanze [dirigenti].
• Non sarà né l'architettonica dei sistemi di morale; né la dossologia delle opinioni sulla
morale. Sarà la storia della morale come strategia” (App. lezione n. 9, secondo e terzo
foglio).
20 Questa analisi di Foucault in termini di “fuori-testo” è suscitata, molto probabilmente,
dall'opera di Jacques Derrida, De la grammatologie, Minuit, Paris 1967, p. 227; trad. it.
a cura di G. Dalmasso, Della grammatologia, Jaca Book, Milano 1998, p. 219; cfr. an-
che Id., Limited Inc., Galilée, Paris 1990, p. 273; trad. it. di N. Perullo, Limited Inc.,
Raffaello Cortina, Milano 1997, p. 220.
Lezione del 7 marzo 1973

Analogie tra Target e i quaccheri. (I) La paura all'inizio del XIX se-
colo: 1) legata ai nuovi modi di produzione; paura dell'operaio, del suo
desiderio, del suo corpo; 2) fondata nella realtà; 3) paura della classe la-
voratrice; 4) paura che “loro” non lavorino a sufficienza. Minaccia all'ap-
parato capitalista. Il sistema penale ha di mira il corpo, il desiderio, il bi-
sogno dell'operaio. Doppia esigenza: libero mercato e disciplina. Il libret-
to operaio. (II) Il dualismo penale: il doppio fronte della penalità. 1. Ri-
codificazione dei delitti e delle pene: omogenea, positiva, coercitiva, rap-
presentativa, efficace. 2. Integrazione di un condizionamento morale: cir-
costanze aggravanti e attenuanti; sorveglianza; case di correzione; riedu-
cazione. – Dualità diritto-correzione. La criminologia: discorso che assi-
cura la trascrizione di questa dualità. La monomania. – Simbiosi tra cri-
minologia e sistema penale.

Il testo di Target1 stabiliva il posto che aveva il potere politico tra due
classi, di cui una deteneva le virtù e i valori positivi, mentre l'altra era ca-
ratterizzata dai vizi che la animavano, dall'immoralità, dal fatto che era
considerata estranea al corpo stesso della società e formava, per così dire,
una sorta di nazione applicata dall'esterno sulla nazione reale. Ora, nel-
l'immagine del potere come arbitro abbiamo una specie di eco di ciò che
1 Cfr. supra, lezione del 28 febbraio, […].
si trovava nella teoria politica dei quaccheri, che presentavano lo Stato
come una sorta di istanza indispensabile per riassorbire e dominare il
male nella società, e metterlo al servizio del bene. In questo testo vedia-
mo delinearsi una suddivisione della società in due classi; un'imputazione
di dissidenza sociale per una delle due; un'accusa di debolezza morale nei
confronti della classe dissidente; e una paura sociale contro la quale l'au-
tore fa appello presso l'autorità statale, che dovrebbe controllare e correg-
gere questa immoralità.

***

Vorrei ritornare su questa paura, che mi sembra abbia giocato un


ruolo determinante nell'organizzazione del sistema penale del XIX seco-
lo. Di solito questa paura sociale è descritta innanzitutto come essenzial-
mente legata al processo di urbanizzazione, cioè all'arrivo nelle città di
tutta una popolazione in movimento, sospinta dalla povertà e dal nuovo
regime della proprietà, una popolazione disoccupata, pericolosa, emargi-
nata, in opposizione alla popolazione lavoratrice. Un'immagine di questa
popolazione, la ricaviamo dalla rivolta degli straccivendoli di Parigi nel
18322. Rintracciamo una sua immagine teorica nel libro di Frégier del
1840 sulle classi pericolose3 e in Sue, dove il gioco tra l'operaio virtuoso e
2 Nel quadro della lotta contro l'epidemia di colera che imperversava dal mese di aprile
1832 a Parigi (cfr. J. Tulard, La préfecture de police sous la monarchie de Juillet, Impri-
merie municipale, Paris 1964, pp. 102-103 e 132), le autorità riformarono radicalmente
le modalità di raccolta dei rifiuti, stravolgendo i mezzi di sussistenza degli straccivendoli
parigini, che in aprile si rivoltarono. Cfr. L. Chevalier (a cura di), Le choléra: la premiè-
re épidémie du XIXe siècle. Étude collective, Imprimerie de l'Ouest, La Roche-sur-Yon
1958; P. Delaunay, Le corps médical et le choléra de 1832, in “Médicine internationale
illustrée”, ottobre 1931-ottobre 1933, p. 43.
3 Cfr. H.-A. Frégier, Des classes dangereuses de la population dans les grandes villes, et
des moyens de les rendre meilleures, J.-B. Baillière, Paris 1840, 2 voll. Foucault ritornerà
su questo testo in Sorvegliare e punire, cit., pp. 288 e 310. L'opera di Frégier, ricompen-
sata dall'Accademia delle scienze morali e politiche nel 1838, propone uno studio quan-
titativo e qualitativo di quella “parte di società ritenuta pericolosa per i suoi vizi, la sua
ignoranza e miseria” (Des classes dangereuses, cit., p. 1). Nonostante egli ammetta che
“il vizio si veda in tutti i ranghi della società” (ivi, p. 7), questo funzionario della prefet-
tura della Senna precisa che “il vizioso ricco o agiato […] ispira pietà o disgusto, ma
le classi pericolose è costante ([per esempio, nel suo romanzo] L'ebreo er-
rante)4. Inoltre, questa paura è descritta come una paura fantasmatica,
per metà fisica e per metà politica a, più che come una paura determinata
da una percezione precisa dei processi sociali. Ne troviamo alcune espres-
sioni nel 1840, per esempio, nei sermoni dell'abate Le Dreuille; i ricchi
hanno da temere più di quanto pensino: “Laggiù [tra gli operai] le neces-

non paura” (ivi, p. 10). Al contrario, “le classi povere e viziose sono sempre state e sem-
pre saranno il vivaio più produttivo di ogni sorta di malfattori; sono loro in particolare
che designeremo con l'appellativo di classi pericolose; perché, quand'anche il vizio non
sia accompagnato dalla perversione, per il fatto che nello stesso individuo si allea alla
povertà, è un giusto oggetto di timore per la società, è pericoloso (ivi, p. 11).
Louis Chevalier, nella sua opera Classi lavoratrici e classi pericolose (cit., […] p. 183),
vede nell'opera di Frégier, così come nell'inchiesta di Eugène Buret, De la misère des
classe laborieuses en Angleterre et en France: de la nature de la misère, de son existence,
de ses effets, de ses causes, pubblicata sempre nel 1840 (Paulin, Paris, 2 voll), il compi-
mento del “complesso passaggio dalle classi pericolose alle classi lavoratrici”. Chevalier
sottolinea infatti “l'incapacità di Frégier di tirarsi fuori da questa confusione fra classi
pericolose e classi lavoratrici, nonostante che l'argomento prescelto siano le classi peri-
colose” (Classi lavoratrici e classi pericolose, cit., p. 184).
4 Foucault fa qui riferimento ai romanzi d'appendice di Eugène Sue (1804-1857), come
Les mystères de Paris, Gosselin, Paris 1843-1844, 4 voll.; trad. it. I misteri di Parigi, Riz-
zoli, Milano 2010, 2 voll.; Le juif errant, Paulin, Paris 1844-1845, 10 voll.; trad. it. L'e-
breo errante, Nerbini, Firenze 1950; Les mystères du peuple, ou Histoire d'une famille
de prolétaires à travers les âges, [s.e.], Paris 1849-1857, 16 voll.; trad. it. I misteri del po-
polo. Storia di una famiglia di proletari attraverso i secoli , Nerbini, Firenze 1927, 2 voll.
Su Eugène Sue e la sua opera I misteri del popolo, nel 1978 Foucault scriverà che i lettori
troveranno “tutto un côté Alexandre Dumas o Ponson du Terrail: oltre alle immagini
eclatanti e le scene immobili in piena luce, ci sono i percorsi sotterranei, gli episodi so-
bri, la morte e gli incontri, le avventure”, cfr. M. Foucault, “Eugène Sue que j'aime”
(“Les Nouvelles littéraires”, a. LVI, n. 2618, 12-19 gennaio 1978, p. 3), in DE, n. 224, ed.
1994, vol. III, pp. 500-502, qui p. 500; ed. 2001, vol. II, pp. 500-502, qui p. 500); cfr. an-
che Sorvegliare e punire, cit., p. 316. Sempre a proposito di quest'opera di Eugène Sue,
Foucault aggiungerà che le idee veicolate da questo testo “sono state essenziali per la
gestazione, a metà del XIX secolo, dei temi socialisti” (“Eugène Sue que j'aime”, cit., p.
502).
Anche qui, come nella lezione precedente (supra, lezione del 28 febbraio, […]) a propo-
sito di Balzac, ritroviamo un legame possibile con l'opera di Louis Chevalier, Classi la-
voratrici e classi pericolose, cit., in cui Chevalier ripercorre attraverso la letteratura, nel-
le opere di Balzac, Sue e Hugo, le trasformazioni e la metamorfosi del problema crimi-
nale in problema sociale. L'analisi dei Misteri di Parigi di Eugène Sue (ed. francese
1851, 2 voll.) è dunque centrale nel lavoro di Chevalier: a differenza delle descrizioni di
Balzac o di Hugo, “le opere di Sue non reggono altrettanto bene alla valutazione dello
storico dell'economia” (Classi lavoratrici e classi pericolose, cit., p. 39). Chevalier scrive:
sità sono illimitate e i progetti più numerosi ancora dei bisogni; nel fer-
mento, si discutono sogni di organizzazione; nelle tenebre si preparano
vendette […]. Ma, sappiatelo bene, ci si comincia a stancare di attendere,
e se non si sta in guardia, l'anno prossimo, forse domani, scalata la vora-
gine, comparendo terribile sul limitare dell'abisso ormai varcato, il popo-
lo spaventoso, scrollando la rassegnazione come polvere immonda […],
respirando la vendetta inesorabile apparirà come l'angelo sterminatore,
tra i vostri ricchi palazzi e nelle vostre sontuose dimore”5.
Ma se questa analisi può essere applicata agli anni 1840-1845, non
mi sembra si attagli per l'inizio del secolo. In quel periodo la paura, rin-
tracciabile in coloro che fanno la legge e che accompagna il discorso che
“Possiamo considerare I misteri di Parigi come uno dei più importanti documenti in no-
stro possesso di una mentalità popolare che altrimenti non avremmo alcun modo né oc-
casione di conoscere; e questo […] per il suo successo, per il consenso espresso dal po-
polo a una descrizione che non lo concerneva, ma in cui ha voluto riconoscersi e che ha
gradualmente influenzato, attraverso una vera e propria pressione collettiva, fino a far-
ne il suo più fedele ritratto, trasformando questo libro delle classi pericolose nel libro
delle classi lavoratrici” (ivi, p. 519).
a Manoscritto (fol. 3):
“Come una mescolanza di paura fisica e politica. Irruzione del proletariato irsuto in
grado di terrorizzare i borghesi. Un gioco, un avatar della letteratura del terrore: lo
spettro del Castello di Otranto, il maledetto di Lewis, è rimpiazzato dal proletario”.
5 Il sermone qui evocato appare in [F.-A. Le Dreuille], “Discours prononcés aux réunions
des ouvriers de la Société de saint François-Xavier, à Paris et en province, par M. l'abbé
François-Auguste Le Dreuille, recueillis et publiés par M. l'abbé Faudet”, Presbytère de
Saint-Roch, Paris 1861; ripreso in J.-B. Duroselle, Les débuts du catholicisme social en
France (1822-1870), Puf, Paris 1951, p. 269; trad. it. di D. Tabet, Le origini del cattolice-
simo sociale in Francia (1822-1870), Cinque lune, Roma 1974, pp. 327-328. Secondo una
citazione che fa riferimento a un articolo della “Gazette de France” del 1845, questo
sermone, detto “Discorso di san Rocco”, fu pronunciato il 25 maggio 1845. L'abate Le
Dreuille risulta tra i principali oratori della Società di san Francesco Saverio, organizza-
zione cattolica operaia fondata verso il 1837, dedicata al miglioramento delle condizio-
ni di vita degli operai. Le Dreuille, che operava prima in veste laica, si fece prete nel
1845. Direttore di rivista, fondatore di centri di aggregazione e uffici di collocamento
per gli operai, Le Dreuille è uno dei pionieri del cattolicesimo sociale. Le sue opere e i
suoi discorsi sono oggetto di dibattiti sui media e nel governo; cfr. J.-B. Duroselle, Le
origini del cattolicesimo sociale in Francia, cit., pp. 319-331.
Nel manoscritto (fol. 3) Foucault aggiunge un riferimento al romanzo d'appendice di
Pierre Alexis de Ponson du Terrail, Rocambole. Questo romanzo, che risale agli anni
1857-1871, racconta le avventure di Rocambole, dalla sua gioventù nella delinquenza
alla sua maturità di giustiziere. Foucault accosterà Ponson du Terrail a Eugène Sue e ad
Alexandre Dumas in “Eugène Sue que j'aime”, cit., p. 500.
decide, è di un altro tipo. In primo luogo, è una paura legata non tanto al
processo di urbanizzazione quanto al nuovo modo di produzione – vale a
dire all'accumulazione del capitale che ora si trova investito visibilmente,
sotto forma di una materialità tangibile e accessibile, nelle scorte, nelle
macchine, nelle materie prime, nelle merci – [e] al salariato che mette l'o-
peraio, spogliato di ogni proprietà, a contatto con la ricchezza. La paura
è legata alla presenza fisica del corpo dell'operaio, del suo desiderio, al
corpo stesso della ricchezza. In secondo luogo, questa paura non è fanta-
smatica, ma perfettamente fondata: esponendosi, la ricchezza borghese
assume nuovi rischi, che vanno dall'erosione quotidiana del furto fino alle
grandi distruzioni collettive delle macchine. Il pericolo rappresentato dal-
la classe operaia al limite della miseria non è fantasmatico. In terzo luo-
go, questa paura inizialmente non si rivolge alle categorie marginali, ai li-
miti della città e della legge: nei primi anni del XIX secolo non si temono
tanto gli sfaccendati e i mendicanti, ma coloro che lavorano e sono a con-
tato con questa ricchezza. Questa classe è pericolosa nella misura in cui
lavora6, ed è soltanto come effetto di tutta una procedura di selezione in
cui il sistema penale sarà un elemento dominante che verso il 1840 si ve-
drà comparire una serie di discorsi, che al tempo stesso sono l'effetto del-
la separazione e hanno la funzione di rilanciarla. Così, il testo-finzione di
Frégier elabora la categoria di classe pericolosa7. Prima di questa separa-
zione, la classe pericolosa è la classe lavoratrice 8. [Lo testimonia, per

6 Dopo questa frase, nel manoscritto (fol. 4) Foucault aggiunge la seguente indicazione:
“(Testo di Taxil)”. Léo Taxil (1854-1907) fu un libero pensatore anticlericale e antimas-
sonico. Dopo aver pubblicato numerosi libelli in cui il libero pensiero si mescolava con
il libertinaggio pornografico, nel 1885 divenne celebre per la sua falsa conversione al
cattolicesimo che ingannò perfino papa Leone XIII. Tutta la sua opera è rivolta alla de-
nuncia del clero e della massoneria.
7 H.-A. Frégier, Des classes dangereuses de la population dans les grandes villes , cit. La
designazione di questo come un “testo-finzione”, da parte di Foucault, sembra squalifi-
care il valore descrittivo del mémoire, che si presenta come “un'opera di amministrazio-
ne e di morale” (ivi, p. 2) e pretende di avere una grande ambizione empirica (cfr. la de-
scrizione delle fonti, ivi, pp. 4-5). Chevalier sottolinea anche le debolezze della docu-
mentazione quantitativa, ma annovera l'opera tra le “indagini sociali” ( Classi lavoratri-
ci e classi pericolose, cit., p. 176).
8 Con questa giustapposizione, Foucault sembra distaccarsi dalla tesi difesa dal suo colle-
esempio,] il testo di un medico che nel 1830 descrive le classi sociali di
Brest: quella che possiede “la delicatezza del pensiero e l'elevazione dell'a-
nima”; quella degli “operai intelligenti e abili, che sono calmi, pacifici,
concilianti”; quella dei proletari, “di un'estensione immensa in propor-
zione che, salvo qualche meritevole eccezione, possiede tutta la profonda
ignoranza, la superstizione, le abitudini ignobili, la depravazione dei co-
stumi dei figli delle foreste. La sua trivialità, la sua rozzezza, la sua im-
prevedibilità, il suo prodigarsi, tra gioie burlesche e orge, non si possono
esprimere. Le sue dimore sono vecchie catapecchie e soffitte esposte ai
quattro venti, sporche, in rovina, anguste, in cui giorno dopo giorno vive
ammassata e pullula in una vergognosa nudità, insultando il pudore col
proprio cinismo e condannando alla commiserazione pubblica o all'ospi-
zio civile migliaia di vittime della propria dissolutezza o corruzione” 9. In
ga al Collège de France Louis Chevalier (1911-2001), storico e demografo, nella sua
opera Classi lavoratrici e classi pericolose, cit. Chevalier infatti criticava il quadro dise-
gnato dai sociologi, di “una città e una società in cui tutti i problemi – compreso quello
del riposo – si riassumerebbero in un unico problema, quello del lavoro” ( ivi, p. 27). A
questo approccio, Chevalier oppone quelle che chiama le “basi biologiche della storia
sociale”, cioè “l'influenza delle caratteristiche fisiche delle popolazioni su quei diversi
aspetti della vita individuale e collettiva non conoscendo i quali è impossibile descrivere
una società” (ivi, p. 565). Mobilitando lo studio dei romanzi assieme a quello dei dati
statistici, Chevalier presenta le trasformazioni della realtà e delle rappresentazioni del
crimine e della povertà nella Parigi di inizio secolo come la conseguenza del “volume e
[del] ritmo dell'aumento della popolazione dei grandi agglomerati urbani” (ivi, p. 209).
In Chevalier ritroviamo tematiche e fonti simili a quelle di cui si avvale Foucault, ma os-
servate da un angolo teorico e con strumenti metodologici del tutto divergenti. La diver-
genza del percorso intellettuale dei due studiosi è raddoppiata anche dalla posizione
molto diversa in campo politico. Storico conservatore e vicino al potere, che consiglia –
in veste di consigliere del prefetto della Senna – e istruisce – in veste di professore del-
l'Institute politique di Parigi e dell'École nationale d'administration –, Chevalier ha a
lungo difeso delle politiche ispirate alla sua visione dell'unità necessaria tra territorio e
popolazione, facendosi promotore, ad esempio, di politiche di popolamento invece che
di apertura all'immigrazione per risolvere i problemi di manodopera.
9 Non è stato possibile ritrovare questo testo scritto da un medico di Brest nel 1830. Tut-
tavia si può consultare l'opera dei due medici Auge Guépin e Eugène Bonamy, Nantes
au XIXe siècle. Statistique topographique, industrielle et morale (riedizione preceduta
da De l'observation de la ville comme corps social di P. Le Pichon e A. Supiot, Universi-
té de Nantes, Nantes 1981, http://archive.org/details/nantesauxixesi00guuoft), che de-
scrive in particolare la popolazione di Nantes, classificandola in otto classi, tra cui quel-
la degli “operai agiati” e degli “operai poveri” (pp. 455-492), fornendo persino i dettagli
delle loro abitudini e della loro “igiene fisica e morale”.
quarto luogo, questa paura non è rivolta solo alle grandi mostruosità,
alle agitazioni politiche; il cuore del pericolo viene prima dell'illegalismo,
è qualcosa che non è nemmeno ancora un'infrazione. Pericoloso è l'ope-
raio che non lavora abbastanza, che è pigro, si ubriaca, ovvero tutto ciò
attraverso cui l'operaio pratica l'illegalismo, e questa volta non sul corpo
della ricchezza dei padroni, ma sul suo stesso corpo, su quella forza lavo-
ro di cui il padrone si considera il proprietario, perché l'ha acquistata con
il salario ed è un dovere dell'operaio offrirla sul libero mercato.
Di conseguenza, tutto ciò che può intaccare non solo il capitale accu-
mulato dalla ricchezza borghese, ma il corpo stesso dell'operaio in quan-
to forza lavoro, tutto ciò che può sottrarla all'uso da parte del capitale
sarà considerato un illegalismo infralegale, la grande immoralità su cui il
capitalismo cercherà di fare presa: un illegalismo che non è un'infrazione
della legge, ma un modo di derubare la condizione del profitto. Ed ecco
che tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX vediamo comparire alcu-
ne singolari formulazioni che consistono nel dire che un operaio pigro è
uno che “deruba”a. Deruba quel che deve al padrone, quel che potrebbe
guadagnare per la sua famiglia. L'immoralità operaia è costituita da tutto
ciò con cui l'operaio aggira la legge del mercato dell'impiego, che il capi-
talismo vuole costituire.
La paura borghese sociale e quotidiana come agisce all'inizio del
XIX secolo – all'epoca dell'organizzazione dei sistemi penali – ha il suo
punto di applicazione non tanto nelle classi emarginate e pericolose, ma
nella classe dei lavoratori in quanto focolaio permanente e quotidiano di
immoralità. Che sia sotto forma di rapporto tra il corpo dell'operaio e la

a Manoscritto (foll. 5-6):


“Ora, con il salariato e la scomparsa di tutto il tessuto regolamentare che circondava
l'attività artigianale, quel che fa paura non è l'infrazione della legge, ma il sottrarsi a ciò
che gli si presenta come obbligatorio; e che è semplicemente esigenza, bisogno del pa-
drone. La pigrizia, la mancanza di puntualità, l'abbandono del lavoro, è questa la forma
che fa più paura dell'illegalismo operaio. Un illegalismo che non è infrazione della leg-
ge, o una maniera per aggirarla. Un illegalismo che inizia al di sotto e prima della legge.
Un rifiuto di aderire, a livello prelegale. Insomma l'immoralità, la pigrizia, la mancanza
di puntualità, la disonestà”.
ricchezza, o per il modo in cui la forza lavoro è utilizzabile in massima
misura, alla fine è sempre il corpo dell'operaio nel suo rapporto con la
ricchezza, con il profitto, con la legge, a costituire il grande gioco intorno
a cui si organizzerà il sistema penale. Ne deriva la necessità della messa a
punto di un apparato che sia abbastanza sottile e profondo da raggiunge-
re il focolaio stesso di questo illegalismo: il corpo, il desiderio, il bisogno
dell'operaio.
Nel momento in cui la borghesia stabilisce il diritto civile che deve
sostenere il contratto fra proprietari, essa definisce un codice penale che
all'apparenza avrà la funzione di sanzionare le infrazioni del contratto,
ma sotto sotto avrà la funzione di raggiungere in ogni misura possibile
questo focolaio di immoralismo che chiama in causa il corpo dell'operaio
e il suo rapporto con la ricchezza, il profitto e la legge, e di costituire non
più un contratto, ma un'abitudine: al contratto del proprietario dovrà
corrispondere la buona abitudine dell'operaioa.
Ora, nel momento in cui questo progetto si delinea più chiaramente,
diventa visibile la difficoltà: da una parte, c'è un apparato produttivo che
corre un certo numero di rischi [a causa] b di coloro che sono in contatto
con esso, e dall'altra ci sono delle forze produttive, incluso il corpo dell'o-
peraio stesso, che corrono dei pericolo proprio [a causa] c dell'operaio. Per
proteggere questo apparato produttivo e permettere di svilupparlo, la

a Manoscritto (foll. 6-7):


“Alla fine c'è quindi un processo complicato:
– il riconoscimento di due classi e del loro scontro, intorno, da una parte e dall'altra
dell'apparato di produzione;
– l'impossibilità di tollerare, nel caso dell'illegalismo proletario, i margini concessi all'il-
legalismo popolare;
– la paura di questo illegalismo, una paura che all'inizio assume la forma di un'accusa
generale di incapacità morale;
– la necessità, infine, della creazione di un apparato necessariamente molto complesso,
con molteplici punti di applicazione, che deve assicurare al contempo:
• la protezione dell'apparato produttivo
• la repressione dell'illegalismo
• l'equipaggiamento morale del proletariato”.
b Dattiloscritto (p. 149): “dal lato”.
c Dattiloscritto (p. 149): “dal lato”.
borghesia si munisco di uno Stato forte. Nel momento in cui emerge il bi-
sogno di proteggere l'apparato di produzione, sia per farlo funzionare, sia
per creare e aumentare il profitto, la borghesia ha bisogno della concor-
renza tra gli operai, del libero mercato del lavoro, della possibilità di at-
tingere a piacimento a questo libero vivaio della manodopera. Ha biso-
gno che l'acquisto e l'uso che fa di questa forza lavoro, che vuole comun-
que proteggere, sottostiano alla legge della libera concorrenza. Da una
parte, è necessario smantellare l'inquadramento legislativo degli operai a,
bisogna che l'operaio sia al limite dell'indigenza affinché i salari siano i
più bassi possibile; dall'altra, bisogna che, nel momento in cui il lavorato-
re è ridotto alla miseria, la proprietà non sia esposta ai suoi bisogni. È
questo il problema posto al sistema penale: è necessaria una soluzione
che liberi le condizioni di utilizzo della forza lavoro da ogni intralcio e
protegga la materialità dell'apparato di produzione e il vigore delle forze
di produzione.
Esiste un testo di Regnard de Saint-Jean-d'Angély, legislatore del
Consolato e dell'Impero, che esamina i mezzi per tenere in pugno gli ope-

a Manoscritto (fol. 7):


“Lo smantellamento dell'inquadramento legislativo degli operai è necessario all'econo-
mia di mercato e alla costruzione del profitto capitalista nel momento in cui il suo ap-
parato di produzione si espone all'illegalismo e all'immoralità operaia”.
rai10. Da una parte, si può ricorrere alla forza militarea, sebbene non sia la
soluzione migliore; dall'altra, c'è il ritorno alle corporazioni, che è un
modo per ricodificare la vita dell'operaio fin nella sua trama più quoti-
diana, ma vorrebbe dire rimettere mano alla legge Le Chapelier 11, con il
rischio di perturbare il mercato del lavoro. La soluzione preconizzata è
allora il libretto12. Questo testo del 1803 definisce così i due grandi limiti

10 Michel-Louis-Étienne Regnaud de Saint-Jean-d'Angély (1761-1819) fu uno dei consi-


glieri più vicini a Napoleone, che si distinse nella campagna d'Egitto e lo assistette du-
rante il colpo di Stato del 18 brumaio. Deputato dal terzo stato agli Stati generali, di-
venne consigliere di Stato nel 1799, e durante l'Impero esercitò numerose funzioni poli-
tiche e, in misura minore, militari, al punto da essere considerato “l'eminenza grigia di
Napoleone” (O. Blanc, L'éminence grise de Napoléon, Regnaud de Saint-Jean-d'Angély,
Pygmalion, Paris 2003). Nel 1803 fu latore della legge che ristabiliva il libretto operaio
(cfr. infra, nota 12), giustificata con la necessità di “garantire le officine dal rischio di
diserzione e i contratti dal rischio di violazione” (É. Dolléans, G. Dehove, Histoire du
travail en France. Mouvement ouvrier et législation sociale, 2 voll., Dumat-Montchre-
stien, Paris 1953-1955, vol. I, p. 156). Eletto all'Académie française nel 1803, Regnaud
de Saint-Jean-d'Angély aveva collaborato con André Chénier al “Journal de Paris” e poi
con Bonaparte, durante la campagna d'Italia, alla pubblicazione di “La France vue de
l'armée d'Italie: 16 thermidor-16 brumaire an V. Journal de politique, d'administration
et de littérature française et étrangère” (18 numeri), n. 1, 16 termidoro anno V (3 agosto
1797). Ministro di Napoleone durante i Cento giorni, fu esiliato da Luigi XVIII e otten-
ne l'autorizzazione a fare ritorno in Francia soltanto nel 1819, anno della sua morte; cfr.
A. Fierro-Domenech, “Regnaud de Saint-Jean-d'Angély”, in J. Tulard (a cura di), Dic-
tionnaire Napoléon, Fayard, Paris 1987, p. 1449.
a Il manoscritto (fol. 8) aggiunge:
“: proteggere l'apparato di produzione lasciando che si sviluppi la disoccupazione; la-
sciando che le condizioni di utilizzo della forza lavoro siano le più favorevoli possibile
per i datori di lavoro”.
11 Votata il 14 giugno 1791, la legge Le Chapelier faceva seguito alla soppressione delle
corporazioni, tre mesi prima, e dichiarava illegali tutte le associazioni di operai o di pa-
droni. Il primo articolo dichiarava: “Essendo l'annullamento di ogni tipo di corporazio-
ne una delle basi fondamentali della Costituzione francese, è proibito ristabilirle di fat-
to, con qualunque pretesto e in qualunque forma” (citato da A. Soboul, “Le choc révo-
lutionnaire, 1789-1797”, in F. Braudel, E. Labrousse [a cura di], Histoire économique et
sociale de la France, Puf, Paris 1976, vol. III, tomo I, p. 12). Dal 20 luglio 1791 queste di-
sposizioni valgono anche per le campagne. Secondo Albert Soboul, “la proibizione della
colazione e dello sciopero operaio […] costituì una delle pietre miliari del capitalismo
della libera concorrenza: il liberalismo, fondato sull'astrazione di un individualismo so-
ciale egualitario, andava a vantaggio dei più forti” ( ibid.). Cfr. anche E. Soreau, La loi
Le Chapelier, in “Annales historiques de la Révolution française”, a. VIII, 1931, pp. 87-
314.
12 Secondo Jacques Lagrange (Il potere psichiatrico, cit., p. 324, nota 14), “a partire dal
della penalità del regime capitalista: l'uso della forza militare, che ha il
vantaggio di proteggere direttamente l'apparato di produzione, e il cor-
porativismo. (La soluzione fascista li usa entrambi.) Tra questi due limiti,
il XIX secolo ha definito un insieme di soluzioni che si possono caratte-
rizzare in più modia.

***

Il doppio fronte della penalitàb: qui non si tratta dell'ambiguità che


caratterizza tutti i sistemi penali, grazie alla quale coloro che stabiliscono
la legge la stabiliscono e la fanno rispettare in modo tale da potervisi sot-
trarre a livello della pratica, amministrando una sorta di sacca di illegali-
1781, l'operaio deve essere munito di un 'libretto' o 'quaderno' che deve sottoporre al vi-
sto delle autorità amministrative ogni volta che si sposta”. Questa pratica, le cui tracce
risalgono al XII secolo, scompare con la Rivoluzione, per poi essere parzialmente rein-
trodotta soltanto per gli operai della carta, la cui competenza sembra essere particolar-
mente critica con l'incremento degli assegnati; cfr. É. Dolléeans, G. Dehove, Histoire du
travail en France, cit., vol. I, p. 155. Esteso a tutti gli operai con la legge dell'aprile 1803
(22 germinale anno XI), il libretto operaio fu regolamentato con il decreto del 1° dicem-
bre 1803 (9 frimaio anno XII). “Ai datori di lavoro, infatti, era proibito assumere un
operaio che non possedesse un libretto con il certificato di quietanza rilasciato dal pre-
cedente padrone […]. È evidente che egli accettava di consegnarlo solo dopo essere sta-
to rimborsato degli anticipi che aveva concesso all'operaio” ( ivi, p. 156). Il libretto ope-
raio venne definitivamente abolito nel 1890. Cfr. M. Sauzet, Le livret obligatoire des ou-
vriers, F. Pichon, Paris 1890; A. Plantier, Le livret des ouvriers, tesi di Diritto, Jouve et
Boyer imprimeurs, Paris 1900; G. Bourgin, Contribution à l'histoire du placement et du
livret en France, in “Revue politique et parlamentaire”, vol. LXXI, gennaio-marzo 1912,
pp. 117-118; S. Kaplan, Réflexions sur la police du monde du travail (1700-1815) , in
“Revue historique”, a CIII, n. 529, gennaio-marzo 1979, pp. 17-77. Per alcuni studi più
recenti sulle pratiche relative al libretto operaio nel XIX secolo, cfr. anche: A. Cotte-
reau, Droit et bon droit. Un droit des ouvriers instauré, puis évincé par le droit du tra-
vail (France, XIXe siècle), in “Annales. Histoire, Sciences sociales”, a. LVII, 2002/6, pp.
1521-1557; J.-P. Le Crom, “Le livret ouvrier au XIXe siècle entre assujettissement et re-
connaissance de soi”, in Y. Le Gall, D. Gaurier, P.-Y. Legal (a cura di), Du droit du tra-
vail aux droits de l'humanité. Études offertes à Philippe-Jean Hesse , Presses universitai-
res de Rennes, Rennes 2003. La presentazione che Foucault fa di questa legge è molto si-
mile a quella di Édouard Dolléans e Gérard Dehove nella loro Histoire du travail en
France.
a Il manoscritto (fol. 8) aggiunge: “Tutto l'apparato penale è fatto per rispondere a questa
doppia esigenza”.
b Manoscritto (fol. 9), titolo della sezione: “Il dualismo penale”.
smo statutario. Nel Codice penale redatto nel 1810, infatti, le pene per
associazionismo non sono uguali per gli operai e per i padroni 13; così
come c'è tutto un gioco tra la prigione e l'ammenda 14. Quest'[ultimo] ter-
mine qui vuol dire che nella stesura stessa del Codice penale, e indipen-
dentemente dalla distinzione tra teoria e pratica, c'è un doppio fronte tat-
tico. Da una parte, una [sorta] di ricodificazione generale del sistema dei
delitti e delle pene, che ha la funzione di prosciugare tutti gli ambiti in cui
si manifestava l'illegalismo popolare. Essa presenta diversi caratteri: è un
insieme di leggi omogenee, che rifiuta esplicitamente ogni riferimento a
una qualche legge religiosa, naturale, morale. Non si tratta di sanzionare
una colpa. Il primo articolo definisce l'infrazione come ciò che è punito
dalla legge; e la differenza tra la trasgressione, il delitto e il crimine non
rinvia a una legge naturale: la trasgressione è qualcosa che viene punito
13 “Per quel che riguarda le coalizioni, gli articoli 6, 7 e 8 della legge di germinale anno XI
confermavano la loro proibizione generale, stabilita dalla legge Le Chapelier, ma intro-
ducevano una distinzione sottile, perché permettevano un trattamento più severo per le
coalizioni operaie rispetto a quelle padronali” (É. Dolléans, G. Dehove, Histoire du tra-
vail en France, cit., vol. I, p. 162). L'articolo 6 punisce con un'ammenda, e in alcuni casi
fino a un mese di prigione, la volontà di abbassare “abusivamente” e “ingiustamente” i
salari, mentre l'articolo 7 sanziona “ogni coalizione da parte degli operai” tesa a “so-
spendere, impedire o rincarare il lavoro” (citato ivi, pp. 162-163) e prevede delle pene
che possono arrivare fino a tre mesi di reclusione. Il Codice penale del 1810, articoli
414-416, aumenta questa disuguaglianza: “I padroni sono passibili di una pena detenti-
va che va da sei giorni a un mese e di un'ammenda da 200 a 3000 franchi, ma per gli
operai il minimo della pena detentiva è fissato a un mese” ( ivi, p. 163). Il Codice penale
del 1810 comprende anche delle disposizioni più severe per i capi dei movimenti operai.
Cfr. J. Godechot, Les institutions de la France sous la Révolution et l'Empire , Puf, Paris
1951, pp. 634-636; P. Lascoumes, P. Poncela, P. Lenoël, Au nom de l'ordre, cit. (supra
[…]); A. Damien, “Code pénal”, in J. Tulard (a cura di), Dictionnaire Napoléon, cit.,
19892 [1987], pp. 454-455; J.-M. Carbasse, “État autoritaire et justice répressive. L'évo-
lution de la législation pénale de 1789 au Code pénal de 1810”, in AA.VV., All'ombra
dell'aquila imperiale. Trasformazioni e continuità istituzionali nei territori sabaudi in
età napoleonica, ministero per i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni
archivistici, Roma 1994, pp. 313-333; Id., “Code pénal”, in D. Alland, S. Rials (a cura
di), Dictionnaire de la culture juridique, Puf, Paris 2003, pp. 210-216.
14 L'articolo 52 del Codice penale del 1810 infatti dichiara: “L'esecuzione delle condanne
che prevedono l'ammenda, la compensazione, il danno-interesse e le spese, potrà essere
perseguita avvalendosi della costrizione del corpo”. L'articolo 53, inoltre, prevede che il
condannato incarcerato potrà ottenere la libertà provvisoria, dopo un anno per i crimi-
ni e sei mesi per i delitti, se dimostrerà di essere insolvente “per la quietanza delle sue
condanne pecuniarie”, mentre la pena è in corso.
con una semplice pena di polizia; il delitto con una pena correzionale; e il
crimine con una pena infamante. È dunque la pena, l'esercizio stesso del-
la penalità, a definire la natura della colpa. È un codice in cui l'arbitrio,
la capacità di decisione del giudice è ridotta al minimo. Nel 1791 il giudi-
ce poteva fare un'unica cosa: dopo aver constatato la materialità e l'impu-
tabilità dell'infrazione, applicava la pena prevista per quel delitto. È un
codice in cui si fa appello alla partecipazione del cittadino in quanto
“rappresentante della società”15, perché si vuole che la giustizia non sia
un potere che affianca i poteri legislativo ed esecutivo, ma sia l'esercizio
stesso del diritto che la società ha di giudicare ogni suo membro; è un di-
ritto della società su se stessa. Infine, ciò che rende efficace questo codice
non dev'essere la severità della legge, ma il carattere inevitabile della pena
una volta commesso il delitto; al codice deve sommarsi l'esercizio di una
polizia giudiziaria. Da questo punto di vista, la legislazione del 1810 nei
suoi princìpi generali non è diversa da ciò che reclamavano i teorici del
XVIII secolo, quando volevano una legge a penale che non fosse fondata
su una legge naturale, ma sulla volontà della società.
[Dall'altra parte,] però, se è vero che il pericolo maggiore non è l'ille-
galismo, che può essere colpito direttamente con le leggi, ma l'immorali-
tà, che riguarda il corpo, il bisogno, il desiderio, l'abitudine, la volontà,
bisognerà cercare di integrare alla penalità un complessivo condiziona-
mento morale. Così, nel momento in cui il codice, nel testo, sembra par-
lare soltanto di legge positiva, si vedono apparire alcune misure che per-
metteranno il controllo e la coercizione morale. Non sono due apparati
differenti, ma uno solo, così congegnato; sono ad esempio gli articoli del
Codice penale sul vagabondaggiob, delitto che consiste nel non aver un

15 L'espressione “rappresentante della società”, che non compare nel Codice penale, con
ogni probabilità è un riferimento all'espressione dottrinale usata all'epoca (e ancora
oggi) nei trattati di diritto criminale per designare il procuratore.
a Manoscritto (fol. 11):
“[una] legge specifica a una società; inevitabilmente applicata con il minore intervento
da parte del giudice; la legge non rappresenta una legge naturale, religiosa o morale, ma
soltanto l'utilità sociale”.
b Il manoscritto (fol. 12) aggiunge: “[sull']ubriachezza”.
domicilio fisso e nello spostarsi senza documenti, senza che nessuno pos-
sa fare da garante. Ci sono oltre degli elementi che indicano la messa in
atto di un controllo morale, tutta una serie di misure che tengono conto
della moralità stessa dell'individuo.
Di conseguenza, se il Codice proibisce di punire in nome della legge
morale, lascia la possibilità di punire secondo la moralità, che è quindi
una modulazione legale della legge: la recidiva è una circostanza aggra-
vante. L'introduzione delle circostanze attenuanti funzionerà da modula-
zione moralizzatrice del sistema penale16. E, al di là del Codice penale, se
guardiamo il modo in cui devono funzionare le pene, ci accorgiamo che
hanno un obiettivo completamente diverso rispetto alle pene del XVIII
secolo, o da come i teorici del XVIII secolo volevano che fossero. Becca-
ria, per esempio, dice che il loro unico obiettivo è di impedire i crimini,
ovvero che la pena deve essere tale da impedire ad altri di commettere il
crimine: è il suo valore di esempio, il suo effetto dissuasivo che deve misu-
rare la pena17. Nel XIX secolo, [invece,] la pena si propone di agire sul-
l'individuo stesso e di correggerlo, il suo valore dissuasivo non è altro che
un corollario. Infine, il Codice di istruzione criminale prevede la creazio-
ne di istituzioni parapenali con funzione moralizzatrice: tutti i sistemi che
affiancano la sanzione, la sorveglianza che deve accompagnare una serie
di pene, le case di correzione, di rieducazione.
Vi è quindi una sorta di dualità, essenziale al sistema penale nel suo
insieme: da una parte, lo sviluppo della teoria di Beccaria, un discorso
della penalità pura che conosce soltanto la positività della legge e non
l'immoralità del crimine, l'universalità delle legge e non la moralizzazione
degli individui, l'inevitabilità della legge e non la correzione degli indivi-

16 Foucault ritornerà spesso sul funzionamento delle circostanze attenuanti, introdotte


nel 1832 nel Codice penale del 1810; cfr. Gli anormali, cit., lezione dell'8 gennaio 1975,
p. 19 (il vero obiettivo non era la mitigazione della pena, ma impedire i proscioglimenti,
“che troppo spesso erano decisi dalla giuria quando non voleva applicare la legge in tut-
to il suo rigore”); Sorvegliare e punire, cit., p. 20 (attraverso le circostanze attenuanti le
riforme giuridiche introducono tutto un gioco di sapere sul criminale che si aggiungerà
al crimine come oggetto di giudizio).
17 Cfr. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cit., cap. XII, p. 31.
dui; e, dall'altra parte, mescolata ai testi e alle istituzioni, una specie di
ricerca che pretende di correggere, di rigenerare l'individuo a. Questi due
elementi sono fondamentali nel sistema penale e il punto in cui si artico-
lano è anche il luogo in cui si produrrà il discorso della trascrizione di
uno nell'altro, una specie di discorso psico-giuridico b che ha la funzione
di ritrascrivere in termini di correzione, di rigenerazione, di guarigione,
gli elementi giuridici della penalità e, inversamente, di ricodificare le no-
zioni morali in categorie penali.
Questo strano discorso, che porta con sé il codice di questa trascri-
zione, è quello della criminologia: essa assicura la trascrizione giuridico-
medicac, la quale, grazie al codice del discorso criminologico, consiste nel
descrivere quello che la teoria penale ha definito come un nemico sociale,
un immaturo, un disadattato, un primitivo. Tale discorso permette inol-
tre di definire il trasgressore della legge come un aggressivo, di descrivere
la punizione come un processo di riadattamento e di reintegrazione so-
ciale. La criminologia ha anche una funzione inversa, di codificazione
medico-giudiziariad, che consiste nel rappresentare come socialmente pe-
ricoloso, e quindi se non da punire perlomeno da rinchiudere, l'individuo
che pur non avendo commesso infrazioni presenta, a causa di caratteri
psicologicamente o medicalmente definiti, un certo numero di pericoli 18.
La tendenza alla delinquenza, la cosiddetta “pericolosità sociale”, è un
modo di ricodificare in termini penali una specie di categoria psicologica
che non attiene ai tribunali. Questo stesso discorso chiederà che la puni-
zione non sia più misurata in funzione del delitto, né in funzione di quel

a Il manoscritto (fol. 13) aggiunge: “un quaccherismo rampante (una ricerca, una pretesa
di trasformare, di correggere, di migliorare, di rigenerare, di individualizzare)”.
b Manoscritto (fol. 13): “psico-sociologico”.
c Manoscritto (fol. 14), a margine: “giuridico-psicologica”.
d Manoscritto (fol. 14), a margine: “psicologico-giudiziaria”.
18 Foucault svilupperà questo tema in una conferenza del 1978, “L'évolution de la notion
d''individu dangereux' dans la psychiatrie légale du XIXe siècle” (in “Déviance et Socié-
té”, n. 4, vol. 5, 1981, pp. 403-422), in DE, n. 220, ed. 1994, vol. III, pp. 443-464; ed.
2001, vol. II, pp. 443-464; trad. it. di S. Loriga, “L'evoluzionel della nozione di 'indivi-
duo pericoloso' nella psichiatria legale del XIX secolo”, in Archivio Foucault 3, cit., pp.
43-63, e anche in Mal fare, dir vero, cit., lezione del 20 maggio 1981, pp. 191 sgg.
che era l'individuo al momento del crimine 19 – perché, se è vero che la pu-
nizione è una guarigione, può estinguersi soltanto con l'assicurazione che
si è raggiunta la guarigione, da cui l'idea della gradualità delle pene in
funzione del “progresso” dell'integrazione socialea.

***

Due osservazioni per concludere. In primo luogo, è curioso assistere


alla formazione storica di questo discorso criminologico, che non ha al-
tra funzione di esistenza se non il codice, con la comparsa della nozione
di monomania20. Oggetto di discussione di medici e giudici tra il 1815 e il
19 Nel manoscritto (fol. 14) Foucault menziona: “Jackson”. Si tratta di George Jackson
(1941-1971), membro del Black Panther Party, incarcerato a San Quentin (in
California), ucciso dalle pallottole dei tiratori scelti nel penitenziario durante una ribel-
lione il 21 agosto 1971. Jackson, che era stato incarcerato all'età di diciotto anni fino
alla sua morte, undici anni dopo, si era politicizzato in prigione e aveva fondato un
gruppo marxista-maoista, Black Guerrilla Family. Cfr. le sue lettere politiche in Les frè-
res de Soledad. Lettres de prison de George Jackson , trad. fr. di C. Roux, Gallimard,
Paris 1977; trad. it. di B. Oddera, I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere, Einaudi, Tori-
no 1976 (ed. orig. Soledad Brothers: The Prison Letters of George Jackson, Lawrence
Hill Books, Chicago 1970); cfr. anche le sue interviste raccolte in L'assassinat de George
Jackson, terzo fascicolo dei libretti del Gip: Intolérable: les prisons, prefazione di J. Ge-
net, Gallimard, Paris 1971; trad. it. di M. Gregorio, L'assassinio di George Jackson, Fel-
trinelli, Milano 1971. In questo libretto, pubblicato il 10 novembre 1971 e firmato da
Catherine von Bülow, Daniel Defert, Gilles Deleuze, Jean Genet e Michel Foucault, il
Gip scriverà che “la morte di George Jackson non è un incidente di prigione. È un as-
sassinio politico. In America l'assassinio è stato ed è tuttora un modo d'azione politica”
(quarta di copertina dell'edizione francese); vedi anche P. Artières, L. Quéro, M. Zanca-
rini-Fournel (a cura di), Le Groupe d'information sur les prisons. Archives d'une lutte,
1970-1972, cit. […], pp. 105 sgg.
a Il manoscritto (fol. 15) precisa, a proposito della “funzione di trascrizione […] che il di-
scorso criminologico assicura: è proprio essa che rende conto della sua esistenza”.
20 Foucault introduce qui la nozione di monomania, tema che riprenderà in molti suoi
scritti e soprattutto a partire dall'anno seguente in: Il potere psichiatrico, cit., lezione
del 9 gennaio 1974, p. 169 e del 23 gennaio, p. 224; Gli anormali, cit., lezione del 29 gen-
naio 1975, pp. 97-99, lezione del 5 febbraio 1975, pp. 104-124 e del 12 febbraio, pp. 129-
142; e in Io, Pierre Rivière, cit. […]. La nozione di monomania svolgerà un ruolo impor-
tante nella sesta lezione di Lovanio il 20 maggio 1981, in Mal fare, dir vero, cit., pp. 208-
213 […], come pure nella conferenza su “L'evoluzione della nozione di 'individuo peri-
coloso' nella psichiatria legale del XIX secolo”, cit. Robert Castel studierà questa no-
zione in “I medici e i giudici”, in Io, Pierre Rivière, cit., pp. 275-292. Cfr. anche il capito-
lo “Monomania”, in J. Goldstein, Console and Classify: The French Psychiatric Profes-
1850, è una nozione curiosa poiché i medici definiscono monomania omi-
cida una malattia che consiste nel presentare un unico sintomo: quello di
uccidere qualcuno. La sintomatologia si riduce a ciò che è codificato pe-
nalmente come omicidio. Abbiamo qui il grado più semplice della tra-
scrizione. Il crimine non è altro che la malattia. E inversamente, a condi-
zione che il crimine non sia determinato da alcuna ragione attribuibile,
con la nozione di monomaniaa inizia a elaborarsi la trascrizione del giuri-
dico nel medico, che darà luogo alla formidabile proliferazione del di-
scorso criminologico.
In secondo luogo, infine, non vi è antinomia tra la criminologia e il
sistema penale. Tradizionalmente la criminologia è presentata come una
sorta di scienza formatasi all'esterno del sistema penale, che, essendo ca-
rica di un sapere medico o sociologico, rielaborerebbe dunque il codice
penale permettendo di trasformarlo. Ora, se l'analisi che ho fatto è esatta,
non è possibile concepire il testo penale così com'è senza l'insieme di tutte
le procedure di moralizzazione che porta con sé, e senza che siano date
almeno la virtualità e quindi la necessità di un discorso come quello della
criminologia. Tale discorso fa parte dell'insieme del sistema penale [in vi-
gore] nel 1811. Non può quindi che ribadire il funzionamento del sistema
penale. [Il giuridico e il medico] si adattano quindi uno all'altro e, a se-
conda delle epoche, c'è la tendenza sia a ritornare a un funzionamento
puramente legislativo del Codice, sia ad adottare un funzionamento più
criminologico. In ogni caso, è lo stesso sistema penale a essere in funzio-
ne, ma con un'accentuazione diversa. Non bisogna quindi aspettare un ri-
facimento del sistema penale a partire dal discorso criminologico. Al
sion in the Nineteenth Century, Cambridge University Press, Cambridge 1987, pp. 152-
196, e i riferimenti proposti da Jacques Lagrange in Il potere psichiatrico, cit., p. 365,
nota 45: R. Fontanille, Aliénation mentale, et criminalité (Historique, expertise médi-
co-légale, internement), Allier Frères, Grenoble 1902; P. Dubuisson, A. Vigouroux, Re-
sponsabilité pénale et Folie. Étude médico-légale, Alcan, Paris 1911; A. Fontana, “Le in-
termittenze della ragione”, in Io, Pierre Rivière, cit., pp. 293-310.
a Manoscritto (fol. 15):
“La monomania: malattia che consiste nel fatto di commettere un crimine; malattia da
cui si guarisce con la reclusione. È esattamente la matrice di questo codice della trascri-
zione criminologica”.
contrario, la vera disfunzione di questo sistema si introduce, come tenta
di fare il Sindacato della magistratura21, sopprimendo la codificazione
criminologica e applicando la legge nella sua universalità e inevitabilità,
cioè facendo funzionare il sistema penale secondo l'impostazione di Bec-
caria, senza questa specie di correlato-correttivo costituito dalla moraliz-
zazione e dalla criminologiaa.

21 Il Sindacato della magistratura, creato nel giugno del 1968, pur non essendo una conse-
guenza diretta del Maggio '68 (la decisione di fondarlo risaliva infatti a gennaio), era
un'organizzazione insieme professionale e militante molto attenta al problema della cri-
minalità borghese e sostenne alcuni obiettivi del Gip e di Foucault. I “giudici rossi” del
Sindacato della magistratura, secondo l'espressione di “Paris Match” del 1975, coniuga-
vano la “preoccupazione per la rivalutazione e la difesa della professione con ambizioni
più militanti e meno direttamente corporativiste, di apertura e sostegno alle mobilita-
zioni sindacali, soprattutto nel mondo del lavoro”. Cfr. L. Israël, Un droit de gauche?
Rénovation des pratiques professionnelles et nouvelles formes de militantisme des juri-
stes engagés dans les années 1970, in “Sociétés contemporaines”, n. 73, 2009, p. 59; cfr.
anche L. Joinet, Critiques du jugement. Propos recueillis par Olivier Doubre et Stany
Grelet, in “Vacarme”, n. 29, 2004, http://www.vacarme.org/article1370.html. Louis Joi-
net, uno dei pionieri del Sindacato della magistratura, riferisce di aver partecipato alla
fondazione del Gip insieme a Foucault. Nel 1973 e poi nel 1977 lo invitò a intervenire al
seminario del Sindacato a Goutelas; cfr. M. Foucault, La redéfinition du judiciable. In-
tervention au séminaire du Syndacat de la Magistrature, 1977, in “Vacarme”, n. 29,
2004; trad. it. di A.L. Carbone e A. Inzerillo, “La ridefinizione del giudiziabile”, in La
strategia dell'accerchiamento, cit., pp. 37-50. Nel 1977 il Sindacato si impegnò soprat-
tutto contro l'estradizione di Klaus Croissant, ex avvocato della “banda Baader” –
un'altra lotta in cui Foucault avrà un ruolo di primo piano; cfr. M. Foucault, “Va-t-on
extrader Klaus Croissant?” (in “Le Nouvel Observateur”, n. 679, 14-20 novembre 1977),
in DE, n. 210, ed. 1994, vol. III, pp. 62-63; ed. 2001, vol. II, pp. 62-63; trad. it. di A.L.
Carbone e A. Inzerillo, “Klaus Croissant sarà estradato?”, in La strategia dell'accer-
chiamento, cit., pp. 51-59; cfr. anche L. Israël, Défendre le défenseur de l'ennemi public.
L'affaire Croissant, in “Le Mouvement social”, n. 240, 2012-13, pp. 67-84.
a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “Per quanto paradossale possa essere, l'applicazione
rigorosa del codice è più sovversiva della correzione da parte della criminologia”.
Lezione del 14 marzo 1973

(I) Nuovo illegalismo: dal depredamento alla dissipazione. Negare la


propria forza lavoro. Il corpo dell'operaio come fattore dominante: ozio;
rifiuto del lavoro; irregolarità; nomadismo; la festa; il rifiuto della
famiglia; la dissolutezza. (A) Storia della pigrizia. Ozio classico del
XVII-XVIII secolo; rifiuto collettivo e organizzato nel XIX secolo. (B)
Aspetti di questa dissipazione: rafforzamento reciproco degli illegalismi;
collettivo e facile da diffondere; infralegale; vantaggioso per la borghesia;
oggetto di biasimo. Le tre forme della dissipazione: festa, lotteria,
concubinato. (II) Dominare la dissipazione. Meccanismi parapenali;
libretto di risparmio; libretto di lavoro. Sistema graduale, continuo,
cumulativo. (III) Continuità e capillarizzazione della giustizia nella vita
quotidiana. Sorveglianza generale. Forma dell'esame. Coppia sorvegliare-
punire. La società disciplinare.

Parlando dell'illegalismo del depredamento, ho fatto riferimento alla


a

ricchezza accumulata come se fosse costituita da beni di consumo, da ele-


a Manoscritto (fol. 1), titolo della sezione: “ Piccola storia della pigrizia”. Nella lezione
Foucault non riprende la prima sezione del manoscritto (fol. 1), intitolata “ Piccola sto-
ria del furto”:
“– non connessa alle condotte delinquenti, ma a delle pratiche collettive, a un illegali-
smo del depredamento.
Illegalismo del depredamento
– che non è affatto nuovo nel XIX secolo, ma presenta forme nuove”.
menti di ricchezza da mettere in circolazione, che si potevano prelevare
sia per utilizzarli per sé, sia per distribuirli. Ma si tratta solo di un'astra-
zione. Questa ricchezza è innanzitutto un apparato di produzione, rispet-
to al quale il corpo dell'operaio – ora a diretto contatto con questa ric-
chezza che non gli appartiene – non è più semplice desiderio, ma forza la-
voro che deve diventare forza produttiva. È proprio a questo punto della
trasformazione della forza fisica in forza lavoro e dell'integrazione di que-
sta forza in un sistema di produzione teso a farne una forza produttiva,
che si costituisce un nuovo illegalismo, il quale, come il depredamento, ri-
guarda ancora il rapporto tra il corpo dell'operaio e il corpo della ric-
chezza, ma il cui punto di applicazione non è più il corpo della ricchezza
come oggetto di appropriazione possibile, bensì il corpo dell'operaio
come forza di produzione.
Questo illegalismo consiste essenzialmente nel rifiutarsi di applicare
all'apparato di produzione questo corpo, questa forza. E può prendere di-
verse forme: 1) la decisione di oziare: il rifiuto di offrire sul mercato del
lavoro queste braccia, questo corpo, questa forza; “ sottrarli” alla legge
della libera concorrenza del lavoro, al mercato; 2) l'irregolarità operaia a:
il rifiuto di applicare la propria forza dove è necessario e quando è richie-
sta; disperdere le proprie forze, decidere da sé per quanto tempo applicar-
le; 3) la festa: non salvaguardare tutto ciò che potrebbe rendere effettiva-
mente utilizzabile questa forza, sprecarla non prendendosi cura del pro-
prio corpo, vivendo nel disordineb; 4) il rifiuto della famiglia: non usare il
proprio corpo per la riproduzione delle forze lavoro in forma di famiglia
che alleva i propri figli e, attraverso le cure che vi dedica, garantisce il rin-
novamento delle forze lavoro; il rifiuto della famiglia per mezzo del con-
cubinato, della dissolutezza.
Questo insieme di pratiche è designato e denunciato da tutta una se-
rie di autori che presentano i loro discorsi come un'operazione di mora-
lizzazione della classe operaia. Per esempio, in De la moralisation des

a Il manoscritto (fol. 2) aggiunge: il “nomadismo”.


b Manoscritto (fol. 2): “(ubriachezza, disordine, cattiva salute)”.
classes laborieuses, pubblicato nel 1851, Grün indica le principali tare
della classe operaia1: 1) l'intemperanza; 2) l'imprevidenza e i matrimoni
precoci: bisogna sposarsi soltanto se si possiedono i mezzi per creare una
famiglia; bisogna inculcare la purezza dei costumi affidando l'educazione
“all'insegnamento religioso, alla sollecitudine dei padri e delle madri, alla
vigilanza dei padroni”2; 3) la turbolenza, le passioni anarchiche, il rifiuto
di sottomettersi alle leggi, di stare fissi; 4) la carenza di economia; 5) il ri-
fiuto di istruirsi e di perfezionare la propria forza lavoro; 6) la mancanza
di igiene: “Le classi lavoratrici spesso ignorano le regole di una buona
igiene, mantengono nel sudiciume la propria persona e le proprie abita-
zioni, e cadono in uno stato di degradazione fisica in cui perdono al tem-
po stesso la salute e la dignità” 3; 7) il cattivo uso degli svaghi; dovranno
quindi essere i padroni e l'amministrazione a occuparsi della loro orga-
nizzazione. Tutto questo è presentato come un'apologia a favore di ciò
che allontanerà le classi lavoratrici dalla miseria e le renderà più felici.
Ma questa letteratura dice anche in maniera esplicita che è interesse del
padrone che la forza lavoro operaia si applichi effettivamente all'apparato
di produzione. Così nel 1847, in La santé des populations dans les grands
centres manufacturiers, pubblicato nelle “Annales d'hygiène publique”,
Thouvenin scrive che l'operaio non dovrebbe cedere all'alcolismo e do-
vrebbe avere una famiglia da mantenere, perché “l'operaio dovrebbe pen-
sare anche al torto che fa ai produttori, i quali hanno stanziato un consi-
derevole capitale per la costruzione degli edifici, per l'acquisto delle mac-
chine e delle materie prime, e si esporrebbero a una grossa perdita se ci
fosse una cessazione non prevista del lavoro degli operai; durante questo
periodo, i proprietari sono comunque obbligati a pagare le imposte, per-
dendo l'interesse del denaro impegnato nelle loro fabbriche”4.
1 A. Grün, De la moralisation des classes laborieuses, Guillaumin, Paris 1851. Il libro di
Grün, che non supera le 91 pagine, ne consacra 70 (pp. 17-91) ai sette difetti morali del-
le classi lavoratrici descritti da Foucault nella sua lezione.
2 Ivi, p. 23.
3 Ivi, p. 76.
4 J.-P. Thouvenin, De l'influence que l'industrie exerce sur la santé des populations dans
les grands centres manufacturiers, in “Annales d'hygiène publique et de médecine
Appare così la figura di un illegalismo che non è più quello del de-
predamento, ma quello della dissipazione: in questione non è più un rap-
porto di desiderio verso la materialità della ricchezza, ma un rapporto di
fissazione all'apparato di produzione. Questo illegalismo avrà la forma
dell'assenteismo, dei ritardi, della pigrizia, delle feste, della dissolutezza,
del nomadismo, in breve di tutto ciò che è dell'ordine dell'irregolarità a,
della mobilità nello spazio. In un testo del 1840, Michel Chevalier dichia-
ra: “Da un'esistenza irregolare a una vita sregolata non c'è che un
passo”5. Attualmente l'esercito industriale ha la stessa forma di vita, le
stesse pratiche “delle orde barbariche, indisciplinate, cenciose, saccheg-
giatrici, di cui erano composti gli eserciti milleduecento anni fa” 6. Prima
o poi l'esercito industriale dovrà abbandonare questo vecchio modello
dell'armata cenciosa e assomigliare all'esercito di oggi, a questi “corpi re-
golari, ben equipaggiati, ben disciplinati, muniti di tutto il necessario
[…]. Qui, una infaticabile lungimiranza accompagna ognuno dal giorno
dell'arruolamento al momento della pensione, fino a quello della morte;
un vantaggio inapprezzabile dietro a cui oggi sospirano i nostri proletari,
gravati come sono dal fardello della loro indipendenza assoluta!”7.
Certamente non è stato il XIX secolo a inventare l'ozio, ma bisogne-
rebbe fare tutta una storia della pigrizia, vale a dire non degli svaghi –
come sono il modo in cui l'ozio è stato codificato, istituzionalizzato, una
certa maniera di suddividere il non-lavoro lungo i cicli di produzione, di
integrare l'ozio nell'economia reinserendolo e controllandolo all'interno
di un sistema di consumo –, ma una storia delle maniere di sfuggire al-
l'obbligo del lavoro, di sottrarre forza lavoro, di evitare di farsi trattenere

légale”, prima serie, n. 36, pp. 16-46, e n. 37, pp. 83-111, in particolare pp. 84-85, Jean-
Baptiste Baillière, Paris 1847.
a Manoscritto (fol. 3): “dell'irregolarità del tempo, della mobilità nello spazio, della fre-
nesia del corpo”.
5 M. Chevalier, De l'industrie manufacturière en France, Jules Renouard et C.ie, Paris
1841, p. 38. Louis Reybaud, nel suo libro Économistes modernes (Lévy Frères, Paris
1862), dedica un capitolo a Michel Chevalier (pp. 172-243).
6 Ivi, p. 39.
7 Ivi, pp. 39-40 (“indipendenza assoluta!” – secondo il testo originale).
e fissare dall'apparato di produzione. Ora, se ci può essere una storia del-
la pigrizia, è perché essa non è la posta in gioco delle medesime lotte se-
condo i diversi rapporti di produzione all'interno dei quali funziona come
forza perturbatrice. C'è una forma di pigrizia classica, nel XVII-XVIII se-
colo, che è definita dal termine ozio. Esso è riconosciuto e controllato a
due livelli: [da una parte,] subisce una pressione locale, quasi individuale
– quella del mastro-artigiano, che fa lavorare il più possibile il suo aiu-
tante. [Dall'altra parte,] a livello statale, in una forma di economia domi-
nata a lungo dai temi mercantilisti, con l'obbligo di mettere tutti al lavoro
per aumentare al massimo la produzione, avvalendosi della polizia e degli
intendenti. Tra queste due pressioni della cellula artigianale e della poli-
zia di Stato, l'ozio dispone di un'ampia area per manifestarsi. Nel XIX se-
colo la pigrizia avrà un'altra forma: innanzitutto perché ci sarà bisogno di
oziosi congiunturali: i disoccupati. Quindi vedremo presto scomparire
l'accusa di ozio rivolta alla classe lavoratrice. Mentre invece, al momento
della nascita dei centri industriali, delle fabbriche, l'oggetto del controllo
e della pressione sono tutti questi rifiuti del lavoro che prendono una for-
ma più o meno collettiva e organizzata, fino a quella degli scioperi.
Questo illegalismoa della dissipazione ha dunque una specificità che
ora bisogna precisare. In primo luogo, i rapporti tra l'illegalismo della
dissipazione e l'illegalismo del depredamento: uno dei grandi problemi
della morale, della polizia, di tutti gli strumenti di controllo del XIX se-
colo, sarà di separare questi illegalismi e fare del depredamento qualcosa
che riguarda una penalità severa, come nel caso di un delitto, da cui dis-
sociare l'illegalismo dolce, quotidiano, permanente, della dissipazione.
Ma, allo stesso tempo, questo apparato che tenta di opporre il ladro al
pigro mostra come si passa dall'uno all'altro. Di fatto, dietro a questo
a Manoscritto (fol. 5):
“Tali illegalismi che vertono sull'economia delle forze lavoro, e che possiamo mettere
sotto l'etichetta non più di ozio ma di dissipazione, sono dunque nuovi
• nella forma
• nella diffusione
• negli effetti
• nella lotta che si scatena intorno a essi”.
sforzo di rottura e di raccordo, c'è una realtà che è ben diversa e comples-
sa. Da una parte, un rafforzamento reciproco di questi illegalismi: più le
masse sono dissipate, mobili, meno sono fissate in punti precisi dell'appa-
rato di produzione, e più sono tentate di passare al depredamento. Al
contrario, più hanno la tendenza a depredare, più tenderanno a condurre
una vita irregolare, per sfuggire alle sanzioni, e a cadere nel nomadismo a.
Ma, dall'altra parte, nel momento in cui si cerca di dominare uno di que-
sti illegalismi, si finisce per rafforzare l'altro; infatti, tutti i pesanti con-
trolli con cui si cerca di sorvegliare le popolazione, di frenare il depreda-
mento, comportano un'accelerazione del processo di mobilità8. Viceversa,
i mezzi usati per controllare l'illegalismo della dissipazione portano a raf-
forzare il depredamento, soprattutto il mezzo usato per fissare gli operai
al loro luogo di lavoro, per fare in modo che lavorino quando e dove si
decide – cioè con un tasso salariale più basso possibile e una retribuzione
settimanale, in modo che l'operaio abbia in tasca meno denaro possibile.
Spingendolo verso l'indigenza, lo si fissa al suo lavoro, ma allo stesso
tempo gli si indica la possibilità di depredare come maniera per sfuggire
alla miseria. Quindi i due illegalismi si rafforzano a vicenda, fino al mo-
mento in cui, verso la metà del XIX secolo, si troverà un altro mezzo per
controllare l'illegalismo della dissipazioneb.

a Il manoscritto (fol. 6) aggiunge: “cfr. la criminalità nella popolazione migrante”.


8 A margine di un passaggio in cui sviluppa il rapporto tra il controllo e la mobilità: “tra-
slochi per evitare l'ufficiale giudiziario, il creditore, o il padrone presso cui non si è ter-
minato il lavoro”, Foucault nel manoscritto aggiunge: “visite domiciliari da parte dei
Consigli dei Probiviri” (fol. 7); cfr. supra […]. Questi consigli, composti “per metà da
padroni e per metà da operai eletti dai loro pari”, erano destinati a “giudica[re] le con-
troversie riguardanti le arti e i mestieri tra gli operai e i loro padroni” (Émile Littré,
Dictionnaire de la langue française, vol. V, p. 5074), come pure le vertenze intorno al di-
ritto del lavoro. La prima giurisdizione di probiviri è stata instaurata a Lione (legge del
18 marzo 1806), la seconda a Parigi (legge del 27 settembre 1844). Dopo diverse riforme,
le leggi del 18 gennaio 1979 e del 6 maggio 1982 hanno esteso questa giurisdizione a tut-
to il territorio francese e ai tutti i settori professionali.
b Il manoscritto (fol. 7) aggiunge:
“E questi due illegalismi che si rafforzano hanno il loro punto di raccordo nella distru-
zione delle macchine, nella distruzione della ricchezza accumulata; ma in quanto appa-
rato di produzione; in quanto esso riduce alla miseria; in quanto esso assoggetta a una
forma di produzione”.
In secondo luogo, ciò che rende l'illegalismo della dissipazione più
pericoloso del primo è che può assumere più facilmente forme collettive:
è innanzitutto un illegalismo che si diffonde con facilità. Mentre il depre-
damento, per avere una certa ampiezza, presuppone un'organizzazione di
ricettazione, di rivendita, e dei circuiti, la dissipazione non suppone lo
stesso sistema chiuso. Non è nemmeno un'organizzazione, è un modo di
esistenza che può rimandare a una scelta: il rifiuto del lavoro industriale.
Ci sono stati i rifiuti di massa e a volte collettivi del lavoro al lunedì, i cir-
cuiti di nomadismo organizzati in funzione dei mercati del lavoro, le so-
cietà di caffèa, forme di organizzazione spontanea della classe operaia.
Quindi, mentre l'illegalismo del depredamento era bloccato in una forma
“di contrabbando” che lo costringeva a un sistema chiuso e non trovava
altra via d'uscita se non nelle esplosioni, come i saccheggi, l'illegalismo
della dissipazione approda a possibilità di azioni concertate che faranno
sentire il loro peso sul mercato, contro i datori di lavoro 9. A lungo anda-
re, avrà un'incidenza economica e politica a partire da cui si svilupperan-
no le strategie perfettamente regolate di lotta contro il padronatob.
In terzo luogo, se nel corso del XIX secolo il primo [illegalismo] re-
gredisce, il secondo, che sembrava più mite, più quotidiano, avrà una sua
a Manoscritto (fol. 8): “infine rifiuti collettivi del lavoro per ottenere un aumento dei sa-
lari, o la lotta contro i ribassi”.
9 A margine del manoscritto, Foucault menziona: “Weitling” (fol. 9). Wilhelm Weitling
(1808-1871) è considerato un precursore di Marx, sebbene quest'ultimo l'abbia inserito
tra i “socialisti utopisti”. Di estrazione popolare, autodidatta, Weitling professava una
forma di “primitivo comunismo evangelico” (cfr. L. Kołakowski, Histoire du marxisme,
trad. fr. di O. Masson, Fayard, Paris 1987 [1976], 2 voll., vol. I: Les fondateurs. Marx,
Engels et leurs prédécesseurs, pp. 302-305, in particolare p. 304; trad. it. di R. Landau,
Nascita, sviluppo e dissoluzione del marxismo, 3 voll., SugarCo, Milano 1980, vol. I: I
fondatori, p. 226), invocando la rivolta violenta e collettiva degli oppressi contro i possi-
denti. Autore di opuscoli ampiamente diffusi in Europa, Weitling partecipò a numerose
organizzazioni comuniste illegali tra cui la “Lega dei giusti”; nel 1846 per un breve pe-
riodo collaborò con Marx per tentare di stabilire dei legami tra le diverse associazioni
comuniste europee.
b Il manoscritto (fol. 9) aggiunge:
“E immediatamente potrà moltiplicarsi a partire da se stesso. Dando luogo a tutta una
lotta politica. Legislazione anti-illegalismo, anti-concessione, anti-neoillegalismo.
Quando i padroni dicono: gli scioperanti sono degli scansafatiche, fanno un riassunto
storico”.
fortuna politica e farà correre alla ricchezza borghese i pericoli maggiori.
La difficoltà di controllare questo illegalismo è perfino più grande che nel
primo caso: tutte queste irregolarità non sono delle infrazioni e, vista la
necessità per l'economia borghese di avere un mercato del lavoro libero a, è
impossibile organizzare il sistema giuridico in modo che esse possano co-
stituire delle infrazioni; questo illegalismo si espande quindi a livello in-
fralegale. Inoltre, in certa misura la borghesia ha il suo interesse in que-
sto illegalismo: una manodopera mobile, priva di resistenza fisica e senza
risorse finanziarie, che non può permettersi il lusso di fare sciopero, in un
certo senso serve i suoi interessi. Infine, [essa] protegge così il suo stesso
illegalismo: quando un operaio non è in regola con il padrone che lascia,
nel periodo in cui c'erano i libretti non può chiedergli di restituirgli il suo
libretto; non potrà consegnarlo al suo nuovo padrone e, non essendo in
regola, non potrà avere le stesse pretese salariali. Così, la non-osservanza
delle disposizioni sui libretti è stata una pratica padronale abituale nel
XIX secolo10.
In quarto luogo, questo illegalismo non era tanto l'oggetto della
“paura” – perché non intaccava il corpo stesso della ricchezza ma rappre-
sentava semplicemente un mancato guadagno – quanto l'oggetto di una
riprovazione. Così, in Économie politique chrétienne, a proposito degli
operai del Nord, Villeneuve-Bargemont diceva: “Se la porzione indigente
della popolazione fiamminga ha dei vizi che contribuiscono a sprofon-
darla e a mantenerla in questo odioso stato di abiezione e miseria, la dol-
cezza, o, se si vuole, la mancanza di energia caratteriale degli indigenti, in
generale li preserva da eccessi nocivi per la società. Pur vivendo nella più
completa povertà, è raro che essi si rendano colpevoli di attentati gravi
contro le persone e le proprietà; soffrono senza ribellarsi e quasi senza la-
a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge: “e che per lasciare le mani libere al datore di lavoro,
gli si dà la forma (illusoria) del contratto libero”.
10 In merito al beneficio che la borghesia ricava dall'illegalismo della dissipazione, sul ma-
noscritto Foucault aggiunge: “Esempio del bistrot: interesse finanziario, interesse mora-
le e politico, tolleranza dei prestiti” (fol. 10), in riferimento al recupero dei risparmi
operai da parte dei gestori degli spacci di alcolici, i quali si erano moltiplicati per effet-
to della legge del 17 luglio 1880, nella Terza Repubblica.
mentarsi, e perciò sarebbero più un oggetto di pietà che un motivo di al-
larme e di diffidenza”11. Si potrebbero seguire gli oggetti, i meccanismi di
questa riprovazione; basterebbe studiare, per esempio, un termine come
dissipazione12. Lo si ritrova ogni volta che bisogna designare l'immoralità
operaia. Lo si trova nel XVII secolo nei registri di internamento o nelle
lettres de cachet: il dissipatore [all'epoca] era essenzialmente colui che si
opponeva o era irriducibile a una certa gestione ragionevole dei propri
beni. A partire dal XIX secolo, il dissipatore è colui che attacca non tanto
il capitale, la fortuna, ma la propria forza lavoro: è un cattivo modo di
gestire non più il proprio capitale, ma la propria vita, il proprio tempo, il
proprio corpo.
Perciò in queste analisi la dissipazione assume tre grandi forme: l'in-
temperanza, come spreco del corpo; l'imprevidenza, come dispersione del
tempo; e il disordine, come mobilità dell'individuo rispetto alla famiglia,
all'impiego13. Le tre grandi istituzioni in cui la dissipazione si è attualizza-
ta sono: la festa, la lotteria – che è appunto ciò con cui l'individuo cerca
di guadagnarsi da vivere senza lavorare, lotteria in cui il tempo occasio-
nale e la sorte si oppongono a quel che è il guadagno di denaro nel siste-
ma dell'economia razionale, vale a dire il lavoro continuo ricompensato
con una somma stabilita in anticipo –, il concubinato 14 come modalità di
soddisfazione sessuale al di fuori del vincolo familiare. Attraverso questi
termini viene preso di mira tutto ciò che potremmo chiamare il nomadi-
smo morale. Nell'epoca classica si temeva soprattutto il nomadismo fisi-

11 A. de Villeneuve-Bargemont, Économie politique chrétienne, ou Recherches sur la na-


ture et les causes du paupérisme, en France et Europe, et sur les moyens de le soulager
et de le prévenir, 3 voll., Paulin, Paris 1834 [ried. Hachette, Paris 1971], vol. II, p. 64.
12 Nel manoscritto Foucault aggiunge: “un esempio: Madre, Des ouvriers (1863)” (fol.
11). Cfr. A. de Madre, Des ouvriers et des moyens d'améliorer leur condition dans les
villes, Hachette, Paris 1863.
13 Nel manoscritto Foucault aggiunge questo riferimento: “Grün (Moralisation des clas-
ses laborieuses, 1851): il vero e il falso socialismo” (fol. 11). Cfr. A. Grün, De la morali-
sation des classes ouvrieres, cit.
14 Nel manoscritto Foucault aggiunge il termine “Primitivismo” e fa riferimento a “V.
Bargemont” (fol. 11). Cfr. A. de Villeneuve-Bargemont, Économie politique chrétienne,
cit.
co, che era legato al depredamento. Ora si continua a temere la circola-
zione degli individui intorno alla ricchezza, ma si teme in egual misura il
primo [nomadismo]: se la produzione industriale non ha più tanto biso-
gno della “qualifica” tecnica dell'operaio, ha comunque bisogno di un la-
voro energico, intenso, continuo – insomma, della qualità morale del la-
voratore.
In quinto luogo, il problema è di sapere come questa irregolarità po-
trà essere dominata. Un controllo del genere presuppone innanzitutto la
moralizzazione della penalità15; ma presuppone anche una macchina mol-
to più sottile, che arriva ben più lontano della macchina penale propria-
mente detta: un meccanismo di penalizzazione dell'esistenza. Bisognerà
inquadrare l'esistenza in una specie di penalità diffusa, quotidiana, intro-
durre nello stesso corpo sociale dei prolungamenti parapenali, al di qua
dello stesso apparato giudiziario. È tutto un gioco di ricompense e di pu-
nizioni in cui si è cercato di inquadrare la vita popolare; per esempio, le
misure decise a livello puramente regolamentare o fattuale per controlla-
re l'ubriachezza; a Sedan, per esempio, si stabilisce un sistema di punizio-
ni16: un operaio ubriaco per strada era stato allontanato dalla sua officine

15 Nel manoscritto (fol. 12) Foucault menziona: la “legge sull'ubriachezza” (legge del 23
gennaio 1873 che sanzionava l'ubriachezza in pubblico) e “il carattere delittuoso del no-
madismo” (articolo 270 del Codice penale del 1810).
16 Questa pratica è descritta da Louis-René Villermé nella sua opera Tableau de l'état
physique et moral des ouvriers employés dans les manufactures de coton, de laine et de
soie, Études et documentations internationales, Paris 1989 [ed. orig. Jules Renouard et
Cie Librairies, Paris 1840], p. 391. A proposito degli strumenti adottati per combattere
l'ubriachezza degli operai, Villermé scrive: “Ma ho visto di meglio a Sedan. In questa
città ho appreso, non senza sorpresa e soddisfazione, che i capi delle prime case, e la
maggior parte degli altri, si associavano e si accordavano tra loro per reprimere l'ubria-
chezza […], ed erano così abili e fortunati da riuscirci. Il mezzo che usavano consisteva
nel prevenire, nella misura del possibile, la disoccupazione, nel conservare gli impieghi
per i lavoratori che si ammalavano, insomma nel trattare bene coloro di cui erano sod-
disfati, nel tenerseli stretti, ma anche nel non ammettere mai un ubriaco nelle loro offi-
cine, nel mandare via e non riprendere più gli uomini visti ubriachi, e nel punire con la
stessa pena l'assenza dal lavoro il lunedì. […] Gli operai sanno molto bene quanto devo-
no ai loro capi per un servizio del genere, e si dimostrano riconoscenti. Sono stati pro-
prio loro a informarmi sulle buone azioni dei produttori, e ho potuto così convincermi
del buon influsso che hanno questi ultimi nella prevenzione delle cattive abitudini”
(ibid.). Anche Paul Leroy-Beaulieu, in État moral et intellectuel des populations ouvriè-
ed era stato riassunto solo col giuramento di non ubriacarsi più. Dal
1818 in poi, il controllo avviene anche attraverso il risparmio 17: il libretto
di risparmio funziona come un inquadramento morale, un gioco di ri-
compense e di punizioni perpetue per il modo di vivere degli individui.
Dal 1803 gli operai che non avevano un libretto di lavoro in cui venivano
segnati i nomi dei loro successivi datori di lavoro erano arrestati per va-
gabondaggio; ma dal 1810 un accordo di fatto con la polizia stabiliva che
un operaio senza libretto non dovesse essere arrestato se possedeva un li-
bretto di cassa di risparmio. In quanto garanzia di moralità, esso permet-
teva all'operaio di sfuggire ai vari controlli di polizia; allo stesso modo,
l'assunzione preferenziale degli operai con un libretto di cassa di rispar-
mio era una pratica padronale diffusa. All'interno dei meccanismi econo-
mici, si vede quindi insinuarsi tutta una serie di giochi di ricompense e di
punizioni, un gioco di penalità che è infragiudiziario.
Ora, questo sistema punitivo extragiudiziario ha come caratteristica
primaria il fatto di non dipendere dalla pesante macchina penale, con il
suo sistema binario; perché tutto questo gioco punitivo fa sì che nessuno

res (Guillaumin et Cie, Paris 1868), cita più volte Sedan come esempio di città in cui
sono messe in atto misure capaci di elevare lo stato morale degli operai: “Ovunque ve-
diamo gli operai sobri, a Sedan, a Guebwiller, troviamo l'iniziativa intelligente degli in-
dustriali” (p. 74). (Jacqueline Lalouette, alla fine del XX secolo, osserva che nessuna
statistica ha ancora permesso di stabilire il consumo di alcol in base alla classe sociale;
cfr. J. Lalouette, Alcoolisme et classe ouvrière en France aux alentours de 1900 , in “Ca-
hiers d'histoire”, n. 1, vol. XLII, 1997, http://ch.revues.org/index11.html.)
17 Nel manoscritto, dopo “risparmio” Foucault aggiunge: “Bruno” (fol. 13) probabilmen-
te in riferimento al personaggio fittizio inventato da Pierre Édouard Lemontey in
Moyen sûr et agréable de s'enrichir, ou, les Trois Visites de M. Bruno, Hacquart, Paris
1818, e ripreso in Suite à la brochure de M. P.-E. Lemontey, intitulée Moyen sûr et
agréable de s'enrichir, ou Quatre Nouvelles Visites de M. Bruno. Conseils aux hommes
de tous les rangs et de toutes les classes, et surtout aux pères de famille, aux capitali-
stes, aux propriétaires, aux rentiers, aux artistes, aux salariés, etc., Renard, Paris 1825.
Monsier Bruno, ebanista ritiratosi dal commercio, cerca di insegnare ad alcuni operai i
vantaggi del risparmio. Pierre Édouard Lemontey fu presidente dell'Assemblea legislati-
va nel 1791, e in seguito, di ritorno da Lione, prese parte all'insurrezione a favore dei gi-
rondini e si esiliò in Svizzera dopo la vittoria dei repubblicani. Tornato nelle grazie du-
rante l'Impero e la Restaurazione, nel 1819 fu eletto all'Académie française, e morì nel
1826; cfr. Dr Robinet, A. Robert, J. Le Chaplain, Dictionnaire historique et biographi-
que de la Révolution et de l'Empire 1789-1815, Charles Hérissey, Évreux 1898.
sia effettivamente condannato, non fa ricadere nessuno fuori dalla legge,
nella delinquenza. Si tratta di un gioco che avverte, minaccia, [esercita]
una sorta di pressione costante. È un sistema graduale, continuo, cumu-
lativo: tutti questi piccoli avvertimenti, tutte queste piccole punizioni alla
fine si sommano e vengono annotate, sia nella memoria dei datori di la-
voro sia sui libretti, e così, accumulandosi, tutto ciò tende a una soglia,
esercita sull'individuo una pressione crescente, fino al momento in cui, ri-
scontrando difficoltà sempre maggiori a trovare lavoro, egli cade nella de-
linquenza. La delinquenza diventerà la soglia, fissata in anticipo e in cer-
to modo naturale, di questa serie di piccole pressioni che si esercitano
lungo tutta l'esistenza individuale. Per esempio, questo meccanismo puni-
tivo extrapenale nel caso del libretto funziona così: a partire dal decreto
di applicazione risalente al vendemmiaio anno XI, un operaio deve la-
sciare il suo padrone con un libretto in cui egli abbia annotato il lavoro, il
salario, le date di inizio e fine18. Ora, ben presto i padroni avevano preso
l'abitudine di scrivere sui libretti il loro apprezzamento per l'operaio. Nel
1809, [con] una circolare, il ministro degli Interni, Montalivet, ricorda ai
prefetti che i padroni non hanno il diritto di scrivere annotazioni negati-
ve, ma soltanto le condizioni di impiego, e aggiunge: dal momento che è
comunque permesso inserire annotazioni elogiative, tutti capiranno che
l'assenza di annotazioni elogiative equivarrà a un'annotazione negativa 19.
Le condizioni di impiego sono quindi legate alla presenza o all'assenza di
tali annotazioni; inoltre l'indebitamento [dell']operaio lo obbliga a chie-

18 Cfr. supra […].


19 Cfr. [Jean-Pierre Bachasson (1766-1823), conte di Montalivet,] “Circulaire du Ministre
de l'intérieur (Comte de Montalivet) aux Préfets, Paris, Novembre 1809, sur les 'Livrets
des Ouvriers'”, in Circulaires, instructions et autres actes émanés du Ministère de l'inté-
rieur, ou, relatifs à ce département: de 1797 à 1821 inclusivement, Ministère de l'Inté-
rieur, Paris 18222, vol. II (dal 1807 al 1815 inclusi), p. 162: “Se anche non è permesso
scrivere sul libretto delle osservazioni negative, niente impedisce di annotare dei congedi
positivi. Il silenzio mantenuto dal produttore nel primo caso prova in maniera indiretta
se non un difetto di condotta, perlomeno una scarsa soddisfazione per i servizi dell'ope-
raio”. Sarà invece Marthe-Camille Bachasson, conte di Montelivet (1801-1880), a com-
parire in Sorvegliare e punire (cit., p. 255) a proposito dei questionari indirizzati ai di-
rettori di centrali sulla questione dell'isolamento dei detenuti.
dere un anticipo al momento dell'assunzione, che viene sempre [indicato]
sul libretto. L'operaio non aveva il diritto di lasciare il suo padrone senza
aver rimborsato l'anticipo, sia in denaro sia in forma di lavoro; se se ne
andava prima, non poteva recuperare il suo libretto, veniva arrestato per
vagabondaggio e così passava nelle mani della giustizia. Quindi si vede
come questo sistema di micropunizioni finisce per far cadere l'individuo
sotto i colpi dell'apparato giudiziario.

***

Credo che nei meccanismi propriamente punitivi che hanno penetra-


to l'intero corpo sociale ci sia una figura storicamente importante. Essa
implica innanzitutto, e per la prima volta nella storia della società occi-
dentale, la perfetta continuità tra il punitivo e il penale. Da allora in poi
ci sarà una trama ininterrotta che prolungherà la giustizia fin dentro la
vita quotidiana; come una capillarizzazione dell'istanza di giudizio, dei
costanti andate e ritorni tra il punitivo e il penale. Nell'epoca classica,
[esisteva] tutto un settore punitivo, assicurato in parte dalla Chiesa, dal
suo sistema di confessione-penitenza e in parte da un sistema poliziesco
che permetteva di punire al di fuori della legge. Tuttavia questo settore
punitivo era un ambito specifico. Aveva un certo numero di legami con il
settore penale, ma sia per effetto di un privilegio – quando per esempio
erano coinvolti nobili o ecclesiastici – sia per effetto di un minore con-
trollo – come nel caso delle lettres de cachet – il settore punitivo era rela-
tivamente indipendente dal sistema penale. Ora invece, [nel XIX secolo,]
abbiamo un sistema molto sottile, che comporta una continuità tra il pu-
nitivo e il penale e che fa presa su un certo numero di leggi, di misure, di
istituzioni. Il libretto, quindi, è al tempo stesso un atto contrattuale fra il
padrone e l'operaio, e una misura di polizia: bisogna avere un controllo
economico e morale sull'operaio. Il libretto è una di queste istituzioni
non esattamente penali, che permettono però di assicurare la continuità
tra il punitivo e il penale. I consigli dei probiviri giocano lo stesso ruolo:
destinati in principio a regolare il contenzioso tra padrone e operaio, pos-
sono assumere un certo numero di misure, [per esempio le] visite domici-
liari, e giocano così il ruolo di istanze di punizione che, da un certo punto
in avanti, emargineranno gli individui puniti e li faranno cadere dalla
parte della delinquenza. Tutte le istituzioni di sorveglianza – l'ospizio, il
ricovero degli indigenti ecc. – giocano questo ruolo di controllo quotidia-
no e marginalizzante.
Inoltre, questa continuità che caratterizza la società punitiva non è
possibile che a condizione di una sorta di sorveglianza generale, di orga-
nizzazione, non solo di un controllo, di una percezione, ma di un sapere
sugli individui, in modo che siano sottoposti a una prova permanente,
fino al momento in cui bisognerà farli passare dall'altra parte e sottoporli
effettivamente a un'istanza di giudizio. Ora, questa specie di giudizio per-
manente, questa istanza di ricompense e punizioni che segue l'individuo
lungo tutta la sua esistenza, non ha la forma della prova, così come la tro-
viamo nel sistema penale greco o medievale20; nel sistema della prova, [la
decisione di colpabilità si prende] nel corso di qualcosa che è scontro,
duello, e [determina] una volta per tutte se l'individuo è colpevole o meno
– atto unico, duello tra individui, tra potenze. E non ha nemmeno la for-
ma dell'indagine, che si costituisce alla fine del Medioevo [e perdura] fino
al XVIII secolo21; forma di sapere che permette, una volta commessa
20 La nozione di “prova” come forma di esercizio del potere e di produzione della verità,
in opposizione ad altre forme come l'indagine o l'esame, era stata introdotta fin dal
1970-1971 nel primo corso al Collège de France; cfr. Lezioni sulla volontà di sapere, cit.,
in merito al sistema greco (lezione del 3 febbraio 1971, pp. 98-99) e l'anno seguente,
“Teorie e istituzioni penali” (lezione nona, foll 3-9, e lezione tredicesima [bis], foll 1-6)
riguardo alla prova tramite giuramento, alle ordalie e al duello giudiziario nel Medioe-
vo, tra il X e il XIII secolo. Foucault continuerà a sviluppare la nozione di prova in “La
verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 99-100 (nel pre-diritto greco), pp. 115-120 (nell'an-
tico diritto germanico e nel diritto feudale). Cfr. anche Il potere psichiatrico, cit., lezio-
ne del 23 gennaio 1974, pp. 214-215; Sorvegliare e punire, cit., pp. 45-46; Mal fare, dir
vero, cit., lezione del 22 aprile 1981, pp. 21-22.
21 La nozione di “indagine” fu al centro dei corsi degli anni precedenti. Cfr. “Teorie e isti-
tuzioni penali”, “Riassunto del corso”, in DE, n. 115, ed. 1994, vol. II, p. 390; ed. 2001,
vol. I, p. 1258: “L'anno scorso era stata analizzata la misura, come forma di 'potere-sa-
pere' legata alla costituzione della città greca. Quest'anno allo stesso modo è stata stu-
diata l'indagine, nel suo rapporto con la formazione dello Stato medievale; l'anno pros-
un'azione e riconosciuto un delitto, di determinare chi ha fatto cosa e in
quali circostanze; dato un crimine, il problema è di sapere dove vanno ri-
cercati i colpevoli. Si aveva allora una forma di sapere e di controllo che è
la forma inquisitoria.
Ora, il sistema di controllo permanente degli individui non è né del-
l'ordine della prova, né dell'ordine dell'indagine. O meglio, è come una
prova permanente, senza sbocco finale. È un'indagine, che però viene pri-
ma di ogni delitto, al di fuori di ogni crimine. È un'indagine di sospetto
generale e a priori dell'individuo. Possiamo chiamare esame22 questa pro-
va ininterrotta, graduale, cumulativa, che permette un controllo e una
pressione in ogni istante, di seguire l'individuo in ogni suo passo, di veri-
ficare se è regolare o irregolare, allineato o dissipato, normale o anorma-
le. Effettuando questa costante ripartizione, l'esame autorizza una distri-
buzione graduata degli individui fino al limite del giudiziario a. Nel punto
preciso del rapporto tra corpo operaio e forza di produzione, nascerà
così una forma di sapere che è quella dell'esame. Questa società, che deve
risolvere i problemi di gestione, del controllo degli illegalismi nelle nuove
forme che si costituiscono, diventa una società che non è comandata dal
giudiziario – perché mai come in questa società il giudiziario ha avuto
meno potere – ma che diffonde il giudiziario in un sistema punitivo quo-

simo verrà affrontato l'esame come forma di potere-sapere legato ai sistemi di control-
lo, di esclusione e di punizione tipici delle società industriali”; “Teorie e istituzioni pe-
nali”, lezione tredicesima [bis], foll 4-10; Lezioni sulla volontà di sapere, cit., lezione del
3 febbraio 1971, pp. 100-106. Sarà ripresa e sviluppata anche negli anni successivi. Cfr.
“La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 99-113 (nell'Edipo re di Sofocle), pp. 120-131
(nell'alto Medioevo); Sorvegliare e punire, cit., pp. 22-23 e 244-247; Mal fare, dir vero,
cit., lezione del 28 aprile 1981, pp. 48 sgg. Per un'analisi molto simile del ruolo dell'inda-
gine nel diritto medievale, cfr. J.R. Strayer, Le origini dello stato moderno, cit. […], pp.
88-89 (descrizione dell'emergere del giurato come metodo di quasi-indagine – indagine
fondata non sulla testimonianza ma sulla conoscenza dei vicini in qualità di “buoni cit-
tadini”).
22 La nozione di “esame” gioca un ruolo importante nel pensiero di Foucault. Questa no-
zione sarà sviluppata in “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 136-138 (nel contesto
del panopticon); Il potere psichiatrico, cit., lezione del 21 novembre 1973, p. 61; e in
Sorvegliare e punire, cit., pp. 202-212 (“L'esame”) e pp. 245-247.
a Il manoscritto (fol 15) aggiunge: “(con l'indagine dell'istruzione e la prova
dell'udienza)”.
tidiano, complesso, profondo che moralizza il giudiziario come mai pri-
ma d'ora. In breve, è una società che a questa attività permanente di pu-
nizione collega un'attività connessa di sapere e di registrazionea.
La coppia sorvegliare-punire si instaura come rapporto di potere in-
dispensabile alla fissazione degli individui all'apparato di produzione,
alla costituzione delle forze produttive, e caratterizza la società che pos-
siamo chiamare disciplinare23. Abbiamo qui un mezzo di coercizione etica
e politica necessaria affinché il corpo, il tempo, la vita, gli uomini siano
integrati, in forma di lavoro, nel gioco delle forze produttive. Resterà an-

a Manoscritto (fol. 15): “lasciare da parte questa nuova forma di sapere. Ricordare che vi-
viamo in una società punitiva ed esaminatrice, disciplinare”.
23 Il concetto di potere disciplinare, che si distingue sia dal potere di sovranità, sia dal
bio-potere (il quale appare con La volonté de savoir, Gallimard, Paris 1976; trad. it. di P.
Pasquino e G. Procacci, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978, e “Bisogna difen-
dere la società”, cit., [lezione] del 17 marzo 1976), sia dai dispositivi di sicurezza (che
diverranno importanti nel 1978-1979 con Sicurezza, territorio e popolazione, cit., e Na-
scita della biopolitica, cit.), costituirà uno degli assi più importanti del pensiero di Fou-
cault tra il 1973 e il 1980.
L'ipotesi di un potere disciplinare, intimamente legato all'insieme delle pratiche di con-
trollo, di sorveglianza e di punizione, sarà sviluppata non solo nell'ultima lezione di
questo corso, il 28 marzo 1973, ma nelle conferenze e nelle lezioni dell'anno dopo; cfr.
“La verità e le forme giuridiche”, cit., p. 131 (descrizione della società disciplinare); Il
potere psichiatrico, cit., lezione del 21 novembre 1973, pp. 48-67, in particolare p. 48:
“L'ipotesi che vorrei avanzare è che esiste, nella nostra società, qualcosa che potremmo
definire un potere disciplinare. Con tale espressione mi riferisco, semplicemente, a una
certa forma, in qualche modo terminale, capillare, del potere, un ultimo snodo, una de-
terminata modalità attraverso la quale il potere politico – i poteri in generale – arriva-
no, come ultima soglia della loro azione, a toccare i corpi, a far presa su di essi, a regi-
strare i gesti, i comportamenti, le abitudini, le parole”; cfr. anche Gli anormali, cit., le-
zione del 15 gennaio 1975, pp. 47-52 (sviluppo del modello dell'incasellamento della cit-
tà appestata versus il modello dell'esclusione del lebbroso; nella nota 11 di p. 56 viene
indicato che Foucault mette in questione la sua analisi delle forme di tattica punitiva
sviluppata il 3 gennaio 1973, ma – come indica Foucault stesso nella lezione del 3 gen-
naio, alle pp. 14-18 – sembrerebbe piuttosto che critichi retrospettivamente il suo uso
precedente della nozione di esclusione); “Bisogna difendere la società”, [lezione] del 25
febbraio 1976, pp. 159-163 (ricapitolazione del potere disciplinare) e del 17 marzo 1976,
pp. 215-227 (confronto tra la disciplina e la sicurezza); Sicurezza, territorio e popola-
mento, cit., lezione dell'11 gennaio 1978, pp. 15-31 (confronto approfondito tra i poteri
giuridico, disciplinare e di sicurezza). La nozione di potere di sovranità è ben sviluppata
in Il potere psichiatrico, cit., pp. 50-54; i dispositivi di sicurezza, in Sicurezza, territorio,
popolazione, cit., lezione del 18 gennaio 1978, pp. 45-48, e lezione del 1° febbraio 1978,
pp. 87-89.
cora un passo da fare: come sarà possibile questa sorveglianza-
punizione? Con quali strumenti il sistema disciplinare che si mette in atto
ha potuto effettivamente essere assicuratoa?

a Il manoscritto (fol. 16) aggiunge:


“– Con molti mezzi: istruzione; associazione; consumo (dopo l'indigenza); alloggio; ma
– una forma generale: la reclusione”.
Lezione del 21 marzo 1973

La fabbrica-caserma-convento di Jujurieux. Regolamenti minuziosi,


Icaria dei padroni. (I) Le istituzioni di reclusione: pedagogiche, corretti-
ve, terapeutiche. Ricerca architettonica e microsociologica. (II) Analisi di
queste istituzioni. (A) Nuova forma di reclusione-sequestro. Tre differen-
ze rispetto all'età classica. 1. Forma di sovra-potere. 2. Normalizzazione.
3. Sistema intra-statale. (B) Le funzioni di sequestro. 1. Il sequestro del
tempo. Assoggettare il tempo della vita al tempo della produzione. 2.
Controllo diretto o indiretto dell'intera esistenza. La fabbricazione del
sociale. 3. Giudizio permanente e ininterrotto. 4. Produzione di un nuovo
tipo di discorsività: compatibilità morale quotidiana dell'esistenza totale;
indicizzata secondo il normale e l'anormale.

Immaginiamo una società di tre-quattrocento persone, celibi, che ri-


spettano il seguente impiego del tempo: sveglia alle 5, cinquanta minuti
per la toilette e la colazione; lavoro dalle 6.10 alle 20.15 di sera, con un'in-
terruzione di un'ora per il pasto; cena, preghiera e ritiro alle 21 1. Per la
1 Si tratta del regolamento della fabbrica di tessitura di seterie di Jujurieux nell'Ain, risa-
lente al 1840 (cfr. infra […]). È probabile che Foucault si sia basato sul modello del “Re-
gime e regolamento della tessitura della seta” presentato in L. Reybaud, Études sur le
régime des manufactures. Condition des ouvriers en soie (Michel Lévy Frères, Paris
1859, “Nota F” dei documenti giustificativi, pp. 334 sgg.), e anche sulla descrizione di
Jujurieux che Louis Reybaud propone nell'ambito dell'opera (ivi, pp. 198 sgg.). Reybaud
spiega che “a Jujurieux [si è stabilita] una regola che, per la sua severità, assomiglia a
domenica l'articolo 5 del regolamento precisa: “La domenica è un giorno
eccezionale; vogliamo che mantenga il carattere che deve sempre avere,
consacrandola all'adempimento dei doveri religiosi e al riposo. Tuttavia,
siccome la noia non tarderebbe a rendere la domenica più faticosa degli
altri giorni della settimana, bisognerà variare gli esercizi in modo da tra-
scorrere questa giornata in maniera cristiana e lieta”2. Al mattino esercizi
religiosi, seguiti da lettura e scrittura, e da una ricreazione; nel pomerig-
gio catechismo e vespri e, alle 4, se il tempo lo permette, passeggiata op-
pure lettura insieme; cena, preghiera, riposo. Gli esercizi religiosi non si
svolgono in chiesa, ma in una cappella all'interno degli edifici 3. Le pas-
seggiate si fanno sotto la costante sorveglianza del personale religioso, in-

quella delle congregazioni religiose” (p. 199). Sul regime e sui regolamenti di Jujurieux,
cfr. anche: J. Simon, L'ouvrière, Librairie de L. Hachette & Cie, Paris 18919 [1861], pp.
56 sgg.; M. Cristal, De l'éducation professionnelle des filles, in “Revue contemporaine”,
vol. XLVIII, a. XIV, seconda serie, tomo 48, 15 novembre 1865, Librairie Dentu, Paris
1865, pp. 32,62, in particolare pp. 42 sgg. Alcuni mesi dopo Foucault riprenderà lo stes-
so esempio nelle conferenze di Rio, “La verità e le forme giuridiche” (cit., p. 151), in
questa forma: “Vi proporrò un indovinello. Presenterò il regolamento di un'istituzione
che è realmente esistita negli anni tra il 1840 e il 1845 in Francia, all'inizio del periodo
che sto analizzando. Fornirò il regolamento senza dire se si tratta di una fabbrica, di
una prigione, di un ospedale psichiatrico, di un convento, di una scuola o di una caser-
ma: bisogna indovinare di quale istituzione si tratta” (p. 151); e anche in Sorvegliare e
punire (cit.), in cui lo presenta come un'estensione di questa “grande trama carceraria”
che si estende dalla prigione agli orfanotrofi, agli stabilimenti per apprendisti fino, “più
lontano ancora, [alle] officine-convento, come quelle della Sauvagère poi di Tarare e di
Jujurieux (dove gli operai entrano verso l'età di tredici anni, vivono rinchiusi per anni e
non escono che accompagnati; non ricevono salario, ma maturano delle somme, modi-
ficate da prime di buona condotta e di zelo, che ricevono all'uscita)” (p. 329). Per una
descrizione degli alloggi operai costruiti a Lille, Foucault cita ( ivi, p. 330, nota 1) un
passo da “Houzé de l'Aulnay, Des logements ouvriers à Lille, 1863, pp. 13-15”. Le nozio-
ni di regolarizzazione e di impiego del tempo, che saranno sviluppate in questa lezione,
emergeranno come temi principali nell'introduzione e nello sviluppo di Sorvegliare e
punire, cit., pp. 8-9 e 162-165.
2 Capitolo V del regolamento di Jujurieux, citato in J. Simon, L'ouvrière, cit., pp. 56-57, e
in “Revue contemporaine”, cit., p. 43. Lo stesso passo si trova anche nel modello anoni-
mo del “Regime e regolamento della tessitura della seta”, in L. Reybaud, Études sur le
régime des manufactures, cit., p. 344.
3 Nel manoscritto Foucault ritrascrive un passo che prende direttamente da Études sur le
régime des manufactures, cit., p. 201: “'La chiesa parrocchiale avrebbe potuto essere un
luogo di contatto col mondo; così all'interno dello stabilimento è stata consacrata una
cappella, in cui i fedeli che vivono all'esterno non sono ammessi'”.
caricato anche dell'intendenza della casa e della supervisione negli opifi-
ci4. Il denaro guadagnato viene trattenuto fino all'uscita 5. Nel caso in cui
qualcuno di sesso opposto a quello dei pensionanti per ragioni di servizio
dovesse essere chiamato all'interno dello stabilimento, il regolamento
dice che dovrà essere scelto “con estrema cura e dovrà restare soltanto per
un soggiorno brevissimo; è imposto loro il silenzio, pena l'espulsione” 6. I
princìpi generali dell'organizzazione sono che ciascun ospite non sia mai
solo, che bisogna evitare la mescolanza e che vi deve regnare costante-
mente lo stesso spirito7.
Non si tratta di un modello di regolamento di un istituto detentivo
del XVII secolo, ma del regolamento di una fabbrica di tessitura della
seta a Jujuriex nell'Ain nel 1840a. In un certo senso, è un'utopia, è l'istitu-
zionalizzazione della fabbrica-caserma-conventob: una fabbrica senza sa-
lario, in cui il tempo dell'operaio è acquistato dal padrone, senza nessun
resto, in cui il corpo dell'operaio è letteralmente incatenato all'apparato
di produzione. È l'Icaria dei padroni. Ora, queste utopie sono state relati-
vamente numerose e, se è vero che sono scomparse piuttosto rapidamen-
te, verso il 1860-1870, ne sono esistite in gran numero: verso il 1860, nel

4 Ibid.: “Quando le operaie escono, e solo in casi specifici, una sorella le accompagna;
esse vanno a passeggio soltanto con la guida delle sorelle”.
5 Nel manoscritto (fol. 2) Foucault osserva: “Niente salario. Soltanto delle somme (da 40
a 80 franchi all'anno) trattenute fino all'uscita; con un sistema di premi se il lavoro è fat-
to bene”. Cfr. L. Reybaud, Études sur le régime des manufactures, cit., p. 203: “Al posto
del salario, esse ricevono una somma che varia dagli 80 ai 150 franchi all'anno, a secon-
da della natura del lavoro e dei livelli di apprendistato. Alla buona confezione del lavoro
sono inoltre associati dei premi, che si distribuiscono in base a una classifica che viene
stilata ogni mese”; e p. 204 (riguardo allo stabilimento di Tarare, si dice che le somme
variano da 40 a 100 franchi all'anno; i premi, da 1 franco a 50 centesimi al mese).
6 Ivi, p. 201.
7 Cfr. ibid.: “Il sequestro è quindi tanto assoluto quanto possibile, e il tempo si divide tra
il lavoro e gli esercizi di pietà, accompagnati da qualche distrazione”.
a Manoscritto (foll. 3-4):
“Questo è il regolamento di quale istituzione? Non importa. Uomo o donna; prigione;
pensionato; scuola; istituto di correzione; ospedale psichiatrico; orfanotrofio; laborato-
rio per ragazze pentite. Casa chiusa. Caserma. E tuttavia non è né una ricostruzione né
un idealtipo. È uno stabilimento effettivamente esistito – la fabbrica di seterie di Juju-
rieux. Perché citare questo esempio che è un caso limite?”.
b Manoscritto (fol. 4): “La fabbrica-convento, la fabbrica-prigione”.
Midi, lavorano in queste stesse condizioni quarantamila operaie 8. Rey-
baud descrive anche una fabbrica di tessuti di lana di Villeneuvette, che
forniva soprattutto indumenti per l'esercito: “La municipalità è comple-
tamente rinchiusa nella fabbrica. La vita civile e la vita lavorativa vi si
confondono. La chiesa e il palazzo comunale, come le manifatture e gli
alloggi degli operai, costituiscono una proprietà privata che si fonda su
un regime quasi militare. Dei bastioni merlati fanno da mura di cinta; si
batte la diana e la sera il ponte levatoio viene alzato” 9. Il regolamento è
rigido: sono esclusi tutti i nomadi; i rientri devono avvenire a orari fissi;
tutto ciò che è in gioco ed ebbrezza è bandito. L'unica locanda della città
chiude alle 21; nel caso in cui una seduzione non venisse riparata col ma-
trimonio, l'operaio era subito considerato un delinquente e dequalificato,
e se rifiutava di sposarsi veniva costretto all'esilio 10. Il rapporto conclude-
va: “Queste classi lavoratrici, così indocili al giogo, come sono arrivate
qui? […] La causa sta in uno strumento di governo che agiva sugli operai
a loro insaputa, lusingava la loro vanità e disarmava il loro desiderio”11.
È quindi un fenomeno di grande ampiezza. Nella prima metà del
XIX secolo ha avuto luogo tutto un processo di reclusione, di incaserma-
mento della classe operaia e, per mezzo dell'apparato di produzione, in
tutta una serie di istituzioni non produttive, come ad esempio le istituzio-
ni pedagogiche: asili, collegi, orfanotrofi; le istituzioni terapeutiche: ospi-
8 Nel manoscritto Foucault fa i seguenti esempi: “Tarare, Séauve, Bourg-Argental e La
Sauvagère” (fol. 4), e aggiunge (foll. 4-5): “tessitura – In Svizzera 'L'operaia è una vera e
propria pensionante; è alloggiata, nutrita e vestita; entra in una grande famiglia, dove
non le mancano nemmeno le cure'; 'Le operaie hanno il diritto di uscire per visitare i pa-
renti che vivono nei dintorni. Somme da 50 a 100 franchi'. // L'episodio della giovane
con lo sguardo ardito (scheda Reybaud). // Esistono fabbriche simili per gli uomini. // In
Francia, Villeneuvette. In America, Lowell”. Le indicazioni riguardanti Tarare, gli altri
luoghi menzionati e la Svizzera provengono da L. Reybaud, Études sur le régime des
manufactures, cit., pp. 197 sgg. Louis Reybaud (1799-1879), membro dell'Institut de
France, aveva personalmente “visitato tre di questi stabilimenti: Jujurieux nell'Ain, Ta-
rare nel Rodano, La Séauve nell'Alta Loira” (ivi, p. 197) e aveva studiato gli altri: Bourg-
Argental, La Sauvagère ecc.
9 L. Reybaud, La laine. Nouvelle Série des études sur le régime des manufactures , Michel
Lévy Frères, Paris 1867, p. 111.
10 Ivi, p. 127.
11 Ivi, pp. 127-128.
zi, manicomi. In via provvisoria, si potrebbero mettere tutte queste istitu-
zioni sotto il segno della reclusione. A queste istituzioni reali si potrebbe-
ro aggiungere tutti i vari progetti e utopie di reclusione a: per esempio,
Marquet-Vasselot12, direttore della prigione di Loos, immaginò una città-
rifugio per i delinquenti e gli indigenti di un'intera regione della Francia b;
o il sogno di Villeneuve-Bargemont che, intorno al problema del matri-
monio e delle nascite nella classe operaia, diceva: “Verrà sicuramente un
giorno […] in cui i governi saranno spinti, per forza di cose e per un mag-
giore sviluppo dell'illuminismo e della libertà ad autorizzare” – sul mo-
dello dei monaci e dei preti – “la formazione di nuove associazioni di la-
voro e carità composte da celibi, che non cercheranno più l'opulenza ma
l'utilità, e il cui scopo, allo stato attuale della civiltà, si conformerà ai
nuovi bisogni della società13.
È tuttavia un'attività di ricerca che attraversa questa produzione di
utopie. Ricerche architettoniche: per risolvere il problema della costruzio-
ne di uno stabilimento che assicuri il massimo grado di sorveglianza; ar-
chitettura del teatro rovesciata14, in cui bisogna fare in modo che il mag-
a Il manoscritto (fol. 5) presenta questi esempi come “tutta una serie di istituzioni miste,
al tempo stesso produttive e repressive: 'colonie' agricole; produttive e pedagogiche: opi-
fici, ricoveri per bambini”.
12 Nel manoscritto (fol. 6) Foucault fa riferimento all'opera di L.-A.-A. Marquet-Vasselot,
La ville du refuge. Rêve philantropique, Ladvocat, Paris 1832. Marquet-Vasselot fu di-
rettore della centrale di detenzione di Loos a Lille. Foucault ritornerà su quest'opera in
Sorvegliare e punire (cit., p. 268) e anche sulla funzione di direttore penitenziario del
suo autore (pp. 255, 263, 277, 278).
b Riguardo a questa serie di sogni e di utopie, il manoscritto (fol. 6) aggiunge che “hanno
le seguenti caratteristiche.
1) rappresentare delle analogie rispetto alla società data; queste utopie devono assicura-
re delle funzioni esistenti nell'attuale società;
2) rappresentare dei sistemi di dominio. Memorizzare alcune categorie.
Utopie del servizio e della servitù. Si sogna la schiavitù – enclave di schiavi”.
13 A. de Villeneuve-Bargemont, Économie politique chrétienne, ou Recherches sur la na-
ture et les causes du paupérisme, en France ou en Europe, et sur les moyens de le soula-
ger et de le prévenir, cit., […] vol. I, p. 236.
14 Molto probabilmente è un'allusione al principio di sorveglianza universale elaborato
nelle Lezioni sulle prigioni di Julius (cfr. supra, lezione del 10 gennaio […]) e al Panop-
ticon di Bentham (cfr. supra, lezione del 24 gennaio […]). È interessante notare che il
sociologo americano Philip Smith, nella sua critica a Foucault (Punishment and Cultu-
re, University of Chicago Press, Chicago 2008, pp. 106-107), suggerisce che Bentham
gior numero possibile di individui possa trovarsi sotto lo sguardo e la sor-
veglianza del minor numero di persone (cfr. le ricerche di Baltard padre 15.
Ricerche “micro-sociologiche”a ante litteram: sugli schemi di dipendenza,
di autorità, di sorveglianza in un gruppo limitato. Così, la colonia agrico-
la di Mettray16, fondata verso il 1841, è un modello di questa ricerca: il
gruppo di coloni veniva diviso in piccole famiglie, con una doppia autori-
tà, una esterna, del sorvegliante, e l'altra, emanazione del proprio gruppo
e nelle mani di uno dei ragazzi considerato come il fratello maggiore.

***

a
Il problema è di sapere qual è lo statuto di queste curiose istituzioni,
alcune delle quali sono scomparse, come le fabbriche-conventi, mentre al-
tre si sono conservate e sono proliferate, come le prigioni. Ci si può in ef-
fetti domandare in che misura questa reclusione possa essere considerata
aveva forse preso ispirazione dal modello del teatro, piuttosto che dal maniero; trenta-
cinque anni prima, ritroviamo qui il possibile legame con il teatro. Cfr. anche infra […].
15 L.-P. Baltard, Architectonographie des prisons, ou Parallèle des divers systèmes de di-
stribution dont les prisons sont susceptibles, selon le nombre et la nature de leur popu-
lation, l'étendue et la forme des terrains, [l'autore,] Paris 1829. Baltard sarà citato in
Sorvegliare e punire a p. 256.
a Manoscritto (fol. 6): “ricerche 'micro-sociologiche': il massimo di autorità. Studio sulla
trasmissione degli ordini; le forme di raggruppamento e di isolamento degli individui”.
16 Foucault svilupperà un'analisi di Mettray in Il potere psichiatrico, cit., lezione del 28
novembre 1973, p. 90, e in Sorvegliare e punire, cit., pp. 324-328. La colonia di Mettray
fu fondata nei pressi di Tours dal magistrato Frédéric-Auguste Demetz (1796-1873). Per
alcuni riferimenti contemporanei: cfr. F.-A. Demetz, Fondation d'une colonie agricole
de jeunes détenus à Mettray, B. Duprat, Paris 1839; [É. Ducpetiaux,] Colonies agricoles,
écoles rurales et écoles de réforme pour les indigents, les mendiants et les vagabonds et
spécialement pour les enfants... en Suisse, en Allemagne, en France, en Angleterre, dans
les Pays-Bas et en Belgique. Rapport adressé à M. Tesch, Ministre de la Justice, par Ed.
Ducpetiaux, impr. T. Lesigne, Bruxelles 1851, pp. 50-65; F.-A. Demetz, La colonie de
Mettray, De Hennuyer, Batignolles 1856; Id., Notice sur la colonie agricole de Mettray,
Ladevèze, Tours 1861. Jean Genet descriverà la sua esperienza a Mettray tra il 1926 e il
1929 in Miracle de la rose, Marc Barbezat-L'Arbalète, Paris 1946; trad. it. di D. Gibelli,
Miracolo della rosa, il Saggiatore, Milano 2006. Per uno studio più recente, cfr. L. Forli-
vesi, G.-F. Pottier, S. Chassat, Éduquer et punir. La colonie agricole et pénitentiaire de
Mettray (1839-1937), Presses universitaires de Rennes, Rennes 2005.
a Manoscritto (fol. 7), titoli delle sezioni: “Analisi di queste istituzioni”. “A: Reclusione-
sequestro”.
come l'eredità dell'internamento del XVII-XVIII secolo, vale a dire dei
controlli più o meno diffusi, organizzati dallo Stato, e del grande interna-
mento classico17. Una cosa è certa: tutti hanno coscienza della prolifera-
zione di queste istituzioni. Così, in Habitations ouvrières et agricoles,
pubblicato nel 1855, Muller scrive: “Seguiamo il lavoratore dai suoi primi
giorni d'infanzia fino ai terribili anni della vecchiaia, quando la natura ri-
duce le sue braccia all'impotenza. Accanto a ciascuno dei suoi bisogni, è
stata creata un'istituzione che se ne fa carico […]. Per l'infanzia, ecco i
nidi e gli asili, che permettono alla madre di frequentare la manifattura
[…]. Per l'età matura, […] la beneficenza dello Stato ha sopperito con gli
ospedali alle vecchie risorse della carità monastica […]. [E recentemente,
è stata inventata] l'organizzazione del soccorso a domicilio […]. Il lavora-
tore poteva rischiare di dissipare, sulla spinta della speculazione, i pochi
fondi penosamente accumulati con la fatica e lo sforzo. Per proteggerlo
da questo pericolo, sono state immaginate le casse di risparmio. La soffe-
renza e la malattia minacciavano i giorni della sua vecchiaia; i nostri pa-
dri, tramite gli ospizi, hanno pensato di attenuare l'imprevisto: noi fac-
ciamo di più, facilitiamo la previdenza attraverso le casse pensionistiche
individuali. Infine bisognava migliorare le abitazioni dei lavoratori” 18 – ed
è per questo che si sono create le città operaie. Si è quindi consapevoli
dell'inquadramento costante dell'individuo, dalla nascita alla morte, da
parte delle istituzioni.
In questo testo è possibile rintracciare le differenze fondamentali tra
l'internamento dell'età classica e quello a cui assistiamo nel XIX secolo.
Nell'età classica, il controllo e la fissazione degli individui erano ottenuti
innanzitutto con la loro appartenenza a delle caste, a delle comunità, a
dei gruppi, come i comitati, le corporazioni, le compagnie, i corpi profes-
sionali. L'individuo, appartenendo a un determinato corpo sociale, era
quindi preso in un insieme di regole che comandavano ed eventualmente
sanzionavano il suo comportamento; e, dall'altra parte, attraverso il
17 Cfr. M. Foucault, Storia della follia, cit., pp. 113-157: “Il grande internamento”.
18 É. Muller, Habitations ouvrières et agricoles. Cités, bains et lavoirs, sociétés alimentai-
res, Librairie scientifique-industrielle et agricole de Lacroix-Comon, Paris 1856, pp. 6-7.
gruppo stesso, veniva catturato all'interno di un'istanza di sorveglianza
che non era diversa dal gruppo in questione. In altre parole, il gruppo con
le sue regole, con la sorveglianza che esercitava, era una sorta di istanza
endogena di controllo. A partire dal XIX secolo, invece, gli individui
sono per così dire controllati dall'esterno, attraverso degli apparati con
cui non fanno corpo. Alla nascita, sono sistemati in un asilo nido; duran-
te l'infanzia mandati a scuola; lavorano negli opifici; durante la loro vita
dipendono da un ufficio di beneficenza; possono depositare i loro guada-
gni in una cassa di risparmio; finiscono all'ospizio. In breve, per tutta la
vita le persone intrattengono una molteplicità di legami con una molte-
plicità di istituzioni, nessuna delle quali le rappresenta perfettamente,
nessuna delle quali le costituisce come gruppo: facendo dei depositi in
una cassa di risparmio, frequentando una scuola, non si costituisce un
gruppo, mentre nell'età classica il controllo e la sorveglianza erano orga-
nizzati proprio all'interno e in base all'appartenenza a un gruppo come
una corporazione ecc. Quindi gli individui ora sono fissati dall'esterno,
per così dire, a questi apparati che hanno una specificità istituzionale ri-
spetto a coloro per i quali sono approntati, che hanno una localizzazione
spaziale ecc.
In breve, ora si vedono emergere dei “corpi” assolutamente nuovi
nello spazio sociale, corpi diversi da come li si intendeva in passato quan-
do si parlava delle corporazioni e dei comitati. Non sono corpi sociali,
cioè corpi di appartenenza, quelli che compaiono assieme a istituzioni
come gli asili, le casse di risparmio o di previdenza, le prigioni. Non sono
nemmeno corpi che funzionano come una macchina, cioè corpi produt-
tori, benché ci siano dei legami tra lo sviluppo della meccanizzazione e
questi corpi nuovi. Sono corpi la cui funzione è di essere dei moltiplicato-
ri di potere, delle zone in cui il potere è più concentrato, più intenso. A
un certo livello, queste istituzioni non sono altro che semplici collega-
menti del potere esercitato da una classe sull'altra; ma se si osserva più da
vicino il loro funzionamento, ci si accorge che costituiscono una vera e
propria rottura, che nello spazio e nella sfera d'influenza di queste istitu-
zioni regna una sorta di potere concentrato, nuovo nella sua forza e quasi
autonomo: il potere del padrone sulla fabbrica, quello del capomastro
sulla manifattura. Questo potere non è soltanto derivato e agente nella
trama delle gerarchie di potere che vanno dal basso verso l'alto. Di fatto,
c'è un'istanza di potere più o meno controllata poiché il capomastro o il
padrone, con una serie di misure – basta un certo numero di licenziamen-
ti, di note negative –, possono far cadere l'operaio sotto i colpi della giu-
stizia penale.
L'esempio più evidente della discontinuità, della riconcentrazione,
della reintensificazione del potere all'interno di queste zone, è la prigione.
In origine, essa non doveva essere altro che un luogo in cui veniva appli-
cato solo ciò che è più legale delle istituzioni, vale a dire le decisioni di
giustizia. Di fatto, invece, la prigione è tutt'altro che un luogo in cui si ap-
plicano delle decisioni di giustizia prese altrove, dai tribunali. Funziona
come se detenesse non solo un proprio potere, ma anche una propria giu-
stizia. Nel 1819, quindi, Decazes poteva scrivere che “bisognerebbe pro-
prio che nelle prigioni regni la legge”19 e nel 1836 Béranger definiva così il
ruolo del direttore di prigione: “Il direttore di prigione è un vero e pro-
prio magistrato chiamato a regnare nell'istituto come un sovrano” 20.
Queste istanze di sovra-potere non sono quindi né corpi di apparte-
nenza né corpi macchinici, ma corpi dinastici. D'altronde, la percezione
19 Cfr. supra […].
20 Pierre Jean de Béranger (1780-1857), chansonnier e poeta francese molto popolare all'e-
poca, ebbe un ruolo politico nell'opposizione liberale alla Restaurazione, alleandosi an-
che con i bonapartisti. I suoi scritti gli costarono numerose condanne a pene detentive,
in particolare nella prigione di Sainte-Pélagie nel 1821 e a La Force nel 1829. Amico di
Adolphe Thiers, Béranger si mantenne comunque a distanza dal potere politico dopo la
Rivoluzione del 1830. Nella sua abbondante corrispondenza con molteplici personalità
politiche, letterarie e artistiche della prima metà del XIX secolo ( Correspondance de
Béranger, raccolta da P. Boiteau, Perrotin, Paris 1860, 4 voll.), Béranger si mostra parti-
colarmente sensibile alla sorte riservata ai prigionieri politici. Nel 1836, in particolare,
scrive diverse lettere a Adolphe Thiers sulle condizioni di detenzione di un prigioniero
politico, Ulysse Trélat; cfr. D. Halévy, Lettres inédites de Béranger et de Lamartine à
Thiers, in “Revue d'histoire littéraire de la France”, a. XXIV, n. 1, 1917, pp. 133-143.
Ma la frase citata da Foucault non si trova in questa corrispondenza. (Una ricerca per
parole-chiave nella quasi totalità dell'opera di Béranger non ha permesso di identificare
la fonte di questa citazione.)
che se ne aveva all'epoca andava proprio in questo senso. La reazione dei
lavoratori, per come la possiamo percepire attraverso la stampa operaia,
parla di un ritorno al feudalesimo: la fabbrica è designata come una roc-
caforte, l'operaio si percepisce come il servo di un signore-padrone, gli
istituti di correzione sono delle nuove Bastigliea. E questa percezione della
società non è semplicemente la trasposizione di un vecchio schema rima-
sto nella memoria popolare; è la percezione di un qualcosa di preciso:
nella società capitalista che si instaura, esattamente come nella società
feudale, esistono delle zone di potere non del tutto integrate all'apparato
di Stato, non del tutto controllate da esso, nella cui territorialità regna un
controllo molto lasco, ma un potere che è un'eccedenza di potere rispetto
a una società comandata soltanto su base gerarchica. La percezione del
potere capitalista come la rinascita di un seme feudale nella società era
così forte nella classe operaia che Reybaud stesso, in un rapporto del
1865 sulla condizione degli operai della lana, parlando della fabbrica fon-
data da Patrol, scrive: “Si è sviluppata una sorta di feudalesimo del tutto
arbitrario”21.
Questa è la prima differenza: le istanze di controllo, invece di essere
immanenti al corpo sociale, sono spostate in qualche modo verso l'ester-
no e sono assicurate da un certo numero di ambiti, di istituzioni di sovra-
potere22. Una seconda trasformazione rispetto rispetto al vecchio sistema
è, in un certo modo, l'opposto della prima. Nel XVIII secolo, accanto
alla sorveglianza endogena al gruppo stesso, abbiamo il grande sistema

a Manoscritto (fol. 9):


“Notare i modi in cui essi sono analizzati o percepiti:
– l'analisi 'istituzionale' che tenta di minimizzare il loro sovra-potere, e di ridurli a una
funzione, di integrarli a un insieme legislativo o regolamentare;
– dall'altra parte invece: una percezione molto netta di queste zone di sovra-potere. Una
percezione quasi mitica e ritrascritta in un vocabolario per metà politico e per metà sto-
rico. Vengono visti come una resurrezione del Medioevo, o dell'Ancien régime: fabbrica-
roccaforte; le nuove Bastiglie; liceo-convento”.
21 L. Reybaud, La laine, cit., p. 183.
22 Foucault riprenderà la nozione di “sovra-potere” in Il potere psichiatrico, definendo il
potere psichiatrico come un “sovra-potere della realtà” (lezione del 19 dicembre 1973, p.
136).
dell'internamento anch'esso marginale rispetto al corpo della società e
che si rivolge a chi è emarginato, sia a livello individuale, rispetto ai com-
portamenti, alle regole etiche del suo ambiente, sia a maggior ragione a
livello delle masse che sono emarginate attraverso la miseria, la disoccu-
pazione, il vagabondaggio. Si rinchiude chi è fuori dal gruppo e, in que-
sto modo, lo si colloca per un certo tempo fuori dalla legge. Questi istitu-
ti, quindi, sono soprattutto degli strumenti di sottrazione. Con gli appa-
rati che emergono nel XIX secolo, invece, l'internamento non si presenta
più come un modo diverso di emarginare gli individui o di sottrarre degli
individui già emarginati. Quando si manda un bambino in una colonia
agricola, quando si inserisce una giovane operaia in una fabbrica-conven-
to, quando si invia un individuo in un comprensorio dove ci sono delle
manifatture, in realtà, li si fissa su un apparato produttivo. Il bambino
che va a scuola è fissato su un apparato che trasmette sapere, che norma-
lizzaa.
In tutti questi casi, la funzione dell'apparato rispetto alla marginalità
è completamente diversa dal sistema uniforme dell'internamento classico:
non si tratta affatto di emarginare, ma di fissare all'interno di un certo si-
stema di trasmissione del sapere, di normalizzazione, di produzione.
Questi apparati hanno certamente una funzione di emarginazione, ma
emarginano chi oppone resistenzaa. Il collegio in cui si rinchiudono i
bambini è supposto connettersi con un certo apparato di trasmissione del
sapere, e soltanto coloro che resistono a questa trasmissione sono emar-
ginati. La macchina lavora per demarginalizzare e l'emarginazione non è
che un effetto laterale. L'esempio più evidente è certamente quello dei ri-
coveri per bambini abbandonati. Quello di Lille, intorno al 1840-1845,
funziona così: quando ha solo poche settimane il bambino viene manda-
to in campagna da una balia; a dodici anni ritorna al ricovero, dove riceve
un'uniforme e viene mandato in una classe all'esterno del ricovero con al-
tri bambini, ma anche alla manifattura. A partire da questa marginalità
a Il manoscritto (fol. 10) aggiunge: “o che corregge, guarisce, raddrizza”.
a Il manoscritto (fol. 11) aggiunge: “per esempio, coloro che non si adattano alla scuola,
alla manifattura”.
del bambino abbandonato – cioè illegittimo, frutto di una relazione con-
tro cui lottano i sistemi di controllo predisposti dalla borghesia –, margi-
nalità marcata dall'uniforme (da cui il nome di colletti gialli che viene
loro imposto), il ruolo del ricovero è di fare in modo che gli individui su-
perino questa stessa marginalità, integrandosi si all'apparato di produ-
zione sia all'apparato scolastico, facendo presa su un certo numero di ap-
parati sociali.
Si tratta dunque di un internamento di fissazioneb, di una ripartizio-
ne degli individui su tutta una gamma di apparati sociali. Queste istitu-
zioni di internamento funzionano per così dire in parallelo agli apparati
di produzione, di trasmissione del sapere, di repressione, e assicurano
una specie di supplemento di potere di cui hanno bisogno per funzionare.
Le istituzioni non sono più dello stesso tipo dell'internamento classico,
ma piuttosto di quello che si può chiamare il sequestro, in riferimento a
una specie di autorità arbitrale che si impadronisce di qualcosa, la ritira
dalla libera circolazione e la tiene bloccata in un certo punto, per un cer-
to tempo, fino a una decisione del tribunale. È interessante vedere la posi-
zione e il gioco di questi strumenti di sequestro rispetto a quello che nor-
malmente si chiama apparato di Stato. Avevo messo in rilievo come alla
fine del XVIII secolo ci fosse una sorta di tendenza alla centralizzazione,
alla statalizzazione dei mezzi di controllo in atto nella società. Mentre
ora, vedendo fiorire e proliferare tutti questi strumenti di sequestro, si ha
l'impressione che ci sia invece una disseminazione e che in un certo senso
essi sfuggano allo Stato. Sono spesso riconducibili all'iniziativa privata; e
in alcuni casi lo Stato in senso stretto non fa che seguire delle iniziative
che non partono da esso. Ma bisogna osservare che la maggior parte di
questi stabilimenti prende come modello la struttura statale: sono piccoli
Stati che vengono messi in funzione all'interno dello Stato stesso. Si ap-
poggiano sempre agli apparati statali attraverso tutto un sistema di rinvii
e di reciprocità: la manifattura non potrebbe funzionare secondo la strut-
tura del convento o della caserma se non ci fosse, lì accanto, la polizia o
b Il manoscritto (fol. 11) aggiunge: “di selezione, di distribuzione”.
l'esercito. Tutti questi stabilimenti, che dipendano direttamente dallo Sta-
to o meno, rinviano comunque sempre a degli apparati di Stato, sebbene
non siano degli apparati di Stato in sé, semmai dei relais-moltiplicatori di
potere all'interno di una società in cui la struttura statale resta la condi-
zione di funzionamento di queste istituzionia.

***

b
Bisognerebbe sapere a che cosa è servito precisamente questo seque-
stro, perché c'è stato bisogno di questi supplementi di potere per fissare
gli individui agli apparati sociali, pedagogici, produttivi ecc. La prima
cosa da sottolineare è che, tra questi apparati di sequestro, è vero che il
più visibile – la fabbrica-convento – è scomparso assai presto, verso il
1870c; ma nel momento stesso in cui scompare e, a dire il vero, per tutta
la sua esistenza, dal 1830 al 1870, questo apparato è preceduto, sostenuto
da forme duttili e diffuse di sequestro. Non credo che, per analizzare la
funzione di sequestro nella società capitalista, bisogna limitarsi alle for-
me spazialmente isolate del sequestro; le casse di risparmio, di previden-
za, per tornare all'esempio di Muller, sono istanze di controllo tanto
quanto gli asili e gli ospizi23. Questa funzione di sequestro va quindi rin-
tracciata non solo negli istituti isolati dal punto di vista geografico e ar-
chitettonico, ma anche in tutte quelle istanze diffuse che, intorno a essi o
al loro posto, assicurano il controllo. Erano tre le funzioni principali del
sequestro nella società capitalista.

a Manoscritto (fol. 12): “Non è un apparato di Stato, è un apparato preso nel nodo stata-
le. Un sistema intrastatale”.
b Manoscritto (fol. 13), titolo della sezione: “B: Le funzioni di sequestro”.
c Il manoscritto (fol. 13) aggiunge:
“per ragioni economiche (troppo rigide) [e] politiche. Ma in realtà molte delle sue fun-
zioni sono state riprese, ed erano state anticipate peraltro da tutta una serie di istituzio-
ni più diffuse, ma anche più sottili e più adatte: il libretto, la cassa di risparmio, le casse
di previdenza, le città operaie”.
23 É. Muller, Habitations ouvrières et agricoles, cit.
a
La prima funzione appare molto chiaramente nel regolamento di Ju-
jurieux: l'acquisizione totale del tempo da parte del datore di lavoro.
Quest'ultimo, infatti, non acquista soltanto degli individui, ma una mas-
sa di tempo che controlla da un capo all'altro. Ed è ciò che all'inizio del
XIX secolo caratterizza la politica del capitalismo, il quale ha bisogno di
una massa di disoccupati per influire sui salari, e non del pieno impiego
degli individui; ha invece bisogno del pieno impiego del tempo, in modo
da far sì che un certo numero di individui non sia impiegato – e infatti
non era inusuale un orario di lavoro di dodici o quindici ore. Ora si è sco-
perto il valore, non più del pieno impiego del tempo, ma del pieno impie-
go degli individui; il pieno controllo del tempo è assicurato per mezzo de-
gli svaghi, degli spettacoli, del consumo, il che finisce per ricostituire il
pieno impiego del tempo che nel XIX secolo è stata una delle prime pre-
occupazioni del capitalismo.
Tutte queste istituzioni di sequestro si caratterizzano per il fatto che
in esse gli individui sono costantemente occupati in attività sia produtti-
ve, sia puramente disciplinari, sia di svago. Il controllo del tempo è uno
dei punti fondamentali di questo sovra-potere che il capitalismo organiz-
za attraverso il sistema stataleb. Anche al di fuori delle istituzioni di se-
questro concentrato, collegio, fabbrica-prigione, casa di correzione –
dove l'impiego del tempo costituisce un elemento essenziale […] –, il con-
trollo, la gestione, l'organizzazione della vita degli individui [rappresen-
tano] una delle cose fondamentali istituite all'inizio del XIX secolo. Si è
dovuto controllare il ritmo con cui la gente voleva lavorare. Quando gli
individui erano pagati a giornata, si è dovuto fare in modo che non si
congedassero quando volevano. Si sono dovuti mettere al bando la festa,
l'assenteismo, il gioco e soprattutto la lotteria per il suo cattivo rapporto
con il tempo, perché era un modo di attendere il denaro, non quello della
continuità del lavoro, bensì quello della discontinuità della sorte. Si è do-
vuto indurre l'operaio ad arginare il caso nella sua esistenza: malattia, di-

a Manoscritto (fol. 14), titolo della sezione: “Il sequestro del tempo”.
b Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “ma senza localizzarlo in un apparato di Stato”.
soccupazionea. Si è dovuto insegnargli quella qualità chiamata previden-
za, renderlo responsabile di se stesso fino alla morte, mettendogli a di-
sposizione delle casse di risparmio. Ora, tutto questo, che nella letteratu-
ra dell'epoca è presentato come apprendimento di qualità morali, signifi-
ca in definitiva l'integrazione della vita operaia al tempo di produzione,
da una parte, e al tempo del risparmio, dall'altra. Il tempo della vita, che
poteva essere scandito dallo svago, dal piacere, dalla fortuna, dalla festa,
ha dovuto essere omogeneizzato per essere integrato a un tempo che non
è più quello dell'esistenza degli individui, dei loro piaceri, dei loro deside-
ri e del loro corpo, ma quello della continuità della produzione, del pro-
fittob 24. Si è dovuto gestire e assoggettare il tempo dell'esistenza degli uo-
mini a questo sistema temporale del ciclo di produzionec.
È questa la prima funzione del sequestro: assoggettare il tempo della
vita al tempo della produzione. Se il problema della società feudale era
quello di localizzare gli individui, di fissarli a una terra su cui poter eser-
citare la propria sovranità e prelevare una rendita, il problema della so-
cietà capitalista non è tanto di fissare localmente gli individui, ma di
prenderli in un ingranaggio temporale che faccia in modo che la loro vita

a Il manoscritto (fol. 15) aggiunge a margine: “cassa di previdenza”.


b Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “Ciò che a Jujurieux Bouvel aveva fatto ingenuamen-
te, a Mulhouse si fa con accortezza”.
24 A proposito delle città operaie costruite a Mulhouse verso il 1830-1835, Foucault ritor-
nerà su questo problema in Il potere psichiatrico (cit., lezione del 28 novembre 1973, p.
89) e in “L'occhio del potere” (in J. Bentham, Panopticon, cit. […], p. 10). Cfr. anche A.
Penot, Les cités ouvrières de Mulhouse et du département du Haut-Rhin, Eugène La-
croix, Paris 1867.
c Manoscritto (fol. 16):
“Insomma, si tratta dell'integrazione del tempo degli individui al tempo della capitaliz-
zazione, del profitto, della produzione. Integrazione che avviene in tre modi:
a – attraverso un modello che omogeneizza: sei sottoposto alle stesse leggi e agli stessi
vantaggi perché anche tu risparmi;
b – attraverso uno schema moralizzatore: devi ed è necessario. Sei in debito. Sei preso in
un sistema di obblighi;
g – attraverso un'operazione di assoggettamento. Perché di fatto il pieno impiego del
tempo permette al tempo della produzione e del profitto di stabilire le sue norme”.
sia effettivamente assoggettata al tempo della produzione e del profitto.
Si passa da una fissazione localea a un sequestro temporale.
b
La seconda funzione si collega ad alcuni paradossi che queste istitu-
zioni di sequestro presentano, che esso avvenga in forma concentrata o in
forma diffusa e labile all'interno della società. All'apparenza, queste isti-
tuzioni sono destinate a essere monofunzionali: il collegio istruisce, la
fabbrica produce, la prigione applica una pena, l'ospedale cura; e in linea
di principio non si capisce perché il collegio dovrebbe chiedere al bambi-
no qualcosa di diverso dall'apprendere, l'ospedale qualcosa di diverso dal
guarire ecc. Tuttavia esiste un supplemento di costrizione, indispensabile
all'esistenza di queste istituzioni. Il discorso che attraversa il regolamento
di una manifattura non è mai: “Lavorate e, fuori dal lavoro, fate quel che
volete”; il discorso della scuola non consiste mai nel dire: “Imparate a
leggere, a scrivere, a fare i calcoli, ma se preferite potete anche non lavar-
vi”c. In realtà queste istituzioni si fanno carico del controllo diretto o in-
diretto dell'esistenza. Esse prelevano nell'esistenza un certo numero di
punti che sono, in generale, il corpo, la sessualità e le relazioni interindi-
viduali25. Su questi tre punti esercitano un supplemento di controllo, che
a prima vista non è assolutamente implicato nella funzione principale, vi-
sibile, istituzionale dello stabilimento stesso. Si potrebbe dire che queste
istituzioni di sequestro siano “in-discrete” nella misura in cui si occupano
di ciò che non le [riguarda] direttamente. Fa parte della loro funzione il
fatto di essere indiscrete, sincretiche, cioè di mescolare a un controllo che
si fonda sull'apprendimento, sulla produzione o sulla sanità, dei controlli
che si fondano su un'altra cosa e, in particolare, sui tre punti menzionati.
Risulta evidente nell'esempioa di Jujurieux, in cui alle ragazze si chiede di

a Manoscritto (fol. 16): “da una reclusione locale”.


b Manoscritto (fol. 17), titolo della sezione: “Altro carattere delle istituzioni di seque-
stro”.
c Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “mi prendo cura di voi, e voi potete fare l'amore come
volete”.
25 Cfr. “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 158-159.
a Manoscritto (fol. 17): “l'esempio-principe di Jujurieux. È evidente anche nelle istituzio-
ni compatte”.
lavorare dalle 6 del mattino alle 8 di sera per fabbricare seterie e, inoltre,
di non uscire la domenica, di non parlare agli uomini all'interno dell'isti-
tuto ecc.
Ora, ciò che troviamo in forma concentrata in queste rigide istituzio-
ni di sequestro lo troviamo in forma diffusa in tutta una serie di misure
analoghe con cui il potere padronale ha quasi sempre cercato di control-
lare, anche fuori dalla fabbrica, nella vita quotidiana, alcuni elementi del-
l'esistenza che in fondo non avevano nulla a che vedere con l'attività pro-
duttivab. Così, nel 1821 un regolamento citato da Villermé ed [emanato]
dal comune di Amiens vuole prevenire, dice, “disordini divenuti troppo
scandalosi”26: “Dal momento che è stato osservato che [negli opifici] le
ragazze spesso prendevano dei ragazzi come aiutanti e viceversa i ragazzi
sceglievano delle ragazze per lo stesso scopo; e che è dunque essenziale e
nell'interesse dei buoni costumi prevenire gli inconvenienti che derivano
dalla vicinanza dei due sessi, soprattutto per i giovani ragazzi: Si decreta
quanto segue... È espressamente ordinato tanto agli uomini quanto alle
donne di prendere come aiutanti soltanto giovani del loro rispettivo ses-
so”27.

b Il manoscritto (fol. 17) riporta due esempi: “l'ubriachezza tra gli operai [e] la famiglia”.
I due fogli seguenti (foll. 18 e 19) sono mancanti. Il foglio 20 inizia così: “Impedire che
si costituisca un collettivo reale; sostituendovi con la forza un 'universale morale'. Una
'Normalità', qualcosa come un habitus e un consensus sociale. Apparato per fabbricare
la società come finzione, come norma, come realtà”. Il resto del foglio 20 e il seguente
(non numerato, tra il fol. 20 e il fol. 21) sono completamente barrati. Trattano della fa-
miglia e della sessualità nella classe operaia, e in particolare della costituzione “di grup-
pi monosessuali, imponendo la norma dell'eterosessualità”, dell' “atteggiamento della
classe operaia nei confronti della famiglia e dell'omosessualità”, e della “penetrazione
dell'ideologia borghese della famiglia” nella classe operaia.
26 L.-R. Villermé, Tableau de l'état physique et moral des ouvriers employés dans le ma-
nufactures de coton, de laine et de soie, cit., ed. 1840, vol. I, p. 292. Nel suggerire un in-
teressante parallelo tra la vita e l'opera, questa descrizione sarà ripresa alcuni anni dopo
da Édouard Ducpetiaux in un libro su un argomento analogo: De la condition physique
et morale des jeunes ouvriers et des moyens de l'améliorer, Meline, Cans et C.ie, Bruxel-
les 1843, vol. I, p. 326.
27 Estratto dell'ordinanza del comune di Amiens del 27 agosto 1821, riprodotto in L.-R.
Villermé, Tableau de l'état physique et moral des ouvrières, cit., pp. 292-293, nota 1
(l'aggiunta tra parentesi quadre è di Foucault).
La questione è sapere a che cosa serve questa specie di supplemento
di controllo esercitato a partire dall'istituzione di sequestro e indipenden-
temente dalla sua funzione principale e visibile. Di fatto un'istituzione di
sequestro isola alcuni individui dal resto della popolazione. In questo
modo si assume due rischi: da una parte, quello di formare una popola-
zione estranea, irriducibile agli altri, avvantaggiata o svantaggiata rispet-
to a essi; dall'altra, di costituire, all'interno del sequestro, un gruppo che
diventerà una [sorta] di forza collettiva facendo leva sulle forme di esi-
stenza specifiche che assume. Di conseguenza, bisogna trovare un espe-
diente affinché, da una parte, la popolazione sequestrata si ricongiunga
in un modo o nell'altro alle forme collettive di esistenza della società, e
dall'altra disporre di uno strumento di sorveglianza che impedisca il co-
stituirsi, all'interno del sequestro, di una specie di contro-forza, di con-
tro-collettività, che potrebbe minacciare l'istituzione stessa.
Prendiamo l'esempio della sessualità nei collegi. Si va in collegio per
imparare a leggere, a scrivere, a conoscere le buone maniere. Come mai,
allora, una delle basi essenziali di tutta la regolamentazione dei collegi
nel XIX secolo si fonda sulla “repressione” sessuale? In realtà, il termine
“repressione” mi sembra più scomodo che esatto, perché ci sono due ele-
menti in questa restrizione della sessualità all'interno del collegio. Innan-
zitutto impedire rigorosamente l'eterosessualità: la monosessualità dell'i-
stituzione rende materialmente impossibile i rapporti eterosessuali; ma,
in aggiunta a ciò, c'è qualcosa di tutt'altro tipo: l'interdizione dell'omo-
sessualità, che non è più dell'ordine dell'impedimento perché, al contra-
rio, l'interdizione presuppone e può davvero funzionare solo a condizione
che, in certa misura, un'omosessualità latente sia effettivamente pratica-
ta, e praticata in modo tale da essere il pretesto, in ogni istante, di un in-
tervento del potere, del giudizio, della sanzione. Questo pretesto deve
quindi permettere a un sovracontrollo di esercitarsi sugli individui, i qua-
li, fin nella loro vita corporea, affettiva, privata, possono essere sottopo-
sti a qualcosa come un controllo, una sorveglianza costante.
Ora, a partire da questo doppio sistema di impedimento dell'etero-
sessualità e di interdizione dell'omosessualità, che caratterizza i collegi, si
diffonde una certa immagine della società in cui l'eterosessualità è per-
messa come ricompensa e in cui si ritiene che l'omosessualità non esista o
costituisca un fenomeno marginale, così anormale da riguardare soltanto
un numero esiguo di individui. Alla fine, l'interdizione della sessualità nei
collegi serve, da una parte, a stabilire una norma interna, e dunque a per-
mettere a un potere di fare presa, e dall'altra a diffondere una norma
esterna: quest'ultima presenta un'immagine fittizia della società, un'im-
magine che ha la funzione di fornire, al tempo stesso, agli individui una
certa concezione della società in cui vivono e [ai collegiali] a un certo mo-
dello di comportamento che assumeranno [nella società in cui vivranno] b.
Così, a partire da questo doppio sistema, si crea una certa finzione socia-
le che serve da norma e permette l'esercizio dei poteri all'interno dell'isti-
tuzione e, alla fine, la proiezione di qualcosa che deve diventare la realtà
stessa della società, in cui l'eterosessualità è permessa e l'omosessualità
cesserà di esistere.
L'istituzione di sequestro, in un caso come questo, ha la funzione di
fabbricare il socialec. Tra le classi in cui funzionano questi sistemi di se-
questro e lo Stato a cui si appoggiano, questi sistemi hanno la funzione,
tra l'altro, di costituire un'immagine della società, una norma sociale. Le
istituzioni di sequestro fabbricano qualcosa che è al tempo stesso inter-
detto, norma, e che deve diventare realtà: sono istituzioni di normalizza-
zione28.

a Dattiloscritto (p. 189): “a essi”.


b Dattiloscritto (p. 189): “quando saranno nella società”.
c La penultima frase del foglio non numerato (tra il fol. 20 e il fol. 21) è cancellata. Si può
leggere: “Riassumendo: gli apparati di sequestro fabbricano normatività sociale”.
28 La nozione di “normalizzazione”, associata al potere disciplinare e già presente in M.
Foucault, Nascita della clinica (cit., pp. 69-75 e 88), sarà sviluppata nel corso degli anni
seguenti. Cfr. Il potere psichiatrico, cit., lezione del 21 novembre 1973, p. 63: “In breve,
il potere disciplinare ha questa […] proprietà […] di essere sempre normalizzatore, di
inventare sempre nuovi sistemi di recupero, di ristabilire ogni volta, di nuovo, la regola.
A caratterizzare i sistemi disciplinari, insomma, è un perpetuo lavoro della norma all'in-
terno dell'anomia”; Gli anormali, cit., lezione dell'8 gennaio 1975, p. 33. e del 15 genna-
Affinché si realizzino davvero questa fabbricazione di sociale e que-
sta instaurazione di un tempo di vita omogeneo al tempo della produzio-
ne, bisogna che ci sia, all'interno di queste istituzioni di sequestro, innan-
zitutto un'istanza di giudizioa ininterrotto, che faccia in modo che gli in-
dividui siano sempre sottoposti a qualcosa come a un'istanza giudiziaria
che valuta, impone delle punizioni o offre delle ricompense. Che sia il
collegio, la fabbrica, l'ospedale psichiatrico o la prigione, che siano forme
compatte di sequestro o forme diluite, come il sistema del libretto opera-
io e le città operaie, si vede funzionare in sordina e come supplemento
un'istanza giudiziaria.
[In secondo luogo, bisogna che ci sia] un certo tipo di discorsività,
perché chi dice giudizio dice sorveglianza, annotazioni, compatibilità ecc.
E all'improvviso il comportamento degli individui entrerà in una discorsi-
vità assolutamente nuova. Non è certo la prima volta che il comporta-
mento individuale entra nel discorso, e non è stato necessario aspettare
queste istituzioni di sequestro perché il quotidiano, l'esistenza nella sua
intimità, sia effettivamente ripreso all'interno di un sistema di discorsivi-
tà. Dopotutto, la confessione cattolicaa è una delle maniere di farlo entra-
re in un tipo di discorsività29. Ma essa è caratterizzata dal fatto che è il
io, pp. 52-55; Sorvegliare e punire, cit., pp. 194-202: “La sanzione normalizzatrice”; “Bi-
sogna difendere la società”, cit., [lezione] del 14 gennaio 1976, pp. 40-41, e del 17 mar-
zo, pp. 218-219. Foucault descrive il trattamento inflitto all'“individuo delinquente”
come derivante da una “tecnica di normalizzazione”, a partire dall'“emergere del potere
di normalizzazione, il modo in cui si è formato e si è installato, e […] ha esteso la sua
sovranità nella nostra società” (Gli anormali, cit., p. 33); interrogherà le relazioni che la
nozione di normalizzazione mantiene con le riflessioni proposte da Georges Cangui-
lhem nella seconda edizione dei suoi lavori su Le normal et le pathologique (Puf, Paris
1966; trad. it. di D. Buzzolan, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino 1998; cfr. Gli
anormali, cit., pp. 52-55); e svilupperà il tema del potere produttivo del sistema “disci-
plina-normalizzazione” (ivi, p. 54; cfr. anche Sorvegliare e punire, cit., pp. 201-202 e
212).
a Manoscritto (fol. 21):
“Queste istituzioni hanno sempre una terza, o meglio una terza e una quarta funzione.
Queste due funzioni accoppiate sono: 1) funzione di giudizio permanente”.
a Il manoscritto (fol. 22) caratterizza la confessione cattolica come: “la più nota, o meglio
la più incompresa e la più importante” delle “discorsività incaricate di recepire il com-
portamento degli individui”.
29 Già presente nelle lezioni dell'anno prima, “Teorie e istituzioni penali”, lezione terza
soggetto stesso a parlare; non lascia mai nessun archivio; e la discorsività
a cui la confessione dà luogo è inserita nel quadro di qualcosa come una
casisticab. Ora, ciò che vediamo comparire nel XIX secolo è tutt'altro: è
una discorsività che riprende il quotidiano, l'individuale, l'intimo, il cor-
poreo, il sessuale in un certo spazio definito da istanze di sequestro. È
sempre dal punto di vista della totalità del tempo che la vita degli indivi-
dui sarà percorsa e dominata. Mentre la confessione verte sempre su un
caso – cosa è successo in questa o quella circostanza –, la discorsività che
nasce all'interno di queste tecniche generali di sequestro seguirà l'indivi-
duo dalla nascita alla morte e sarà il discorso della sua intera esistenza.
Così, nella colonia penitenziaria di Mettray, i ragazzi arrivano con un
dossier che si suppone racconti la loro vita, le ragioni del loro arresto, il
giudizio, il loro atteggiamento durante l'istruttoria e il processo; a partire
da lì, sono presi in una specie di contabilità morale quotidiana. La totali-
tà del loro tempo è così recuperata all'interno di una discorsività.
[In terzo luogo,] questo discorso non solo prende gli individui dall'i-
nizio alla fine della loro esistenza, ma è formulato, invece che dall'indivi-
duo, da un'autorità gerarchicamente situata all'interno di questi sistemi
di sequestro. Tale discorso è indissociabile da una certa situazione di po-
tere e da una certa cattura degli individui negli ingranaggi degli apparati
di produzione e di trasmissione del sapere. Infine, questa discorsività or-
dina il discorso che rivolge alla normativitàa. L'individuo è sempre de-

[bis], foll. 1-6, Foucault svilupperà il tema della confessione come forma di discorsività
inerente alla soggettività in La volontà di sapere, cit., pp. 54 sgg. Cfr. anche: Du gouver-
nement des vivants. Cours au Collège de France, 1979-1980 , a cura di M. Senellart, Gal-
limard-Seuil, Paris 2012, p. 80 e passim; trad. it. di D. Borca e P.A. Rovatti, Del governo
dei viventi. Corso al Collège de France (1979-1980), Feltrinelli, Milano 2014, pp. 89-90 e
passim; Sorvegliare e punire, cit., pp. 47-48, 74-75, 104; e il suo studio sulla funzione
della confessione in giustizia, Mal fare, dir vero, cit.
b Il manoscritto (fol. 22) aggiunge: “Inoltre i rapporti di polizia: categorizzazione; aned-
doti”.
a Manoscritto (fol. 23):
“essa si ordina in base a una certa normatività che gioca un duplice ruolo
– di presentarsi come un fatto sociale collettivo, contro cui non si può fare nulla, e
– di funzionare come una regola in nome della quale si punisce e si ricompensa a secon-
da che essa sia, se non esaustivamente prodotta, almeno rilanciata e riattivata senza fine
scritto in funzione del suo scarto possibile o reale rispetto a qualcosa che
è definito non più come il bene, la perfezione, la virtù, ma come la nor-
malità. Questa norma, di cui all'epoca si sa bene che non è necessaria-
mente la media, è in qualche modo non una nozione, ma una condizione
di esercizio di questa discorsività all'interno della quale sono presi gli in-
dividui sotto sequestro. Essere sotto sequestro significa essere presi all'in-
terno di una discorsività che è insieme ininterrotta nel tempo, formulata
dall'esterno da un'autorità e ordinata necessariamente in base a ciò che è
normale e anormaleb.

attraverso l'incessante attività di sequestro”.


b Il manoscritto (foll. 23-24) termina in questo modo:
“• La costituzione – per ricoprire il rapporto ['la lotta' è cancellato] tra le classi e lo Sta-
to – di una trama di socialità normativa (al tempo stesso oggetto di studio e prescrizio-
ne di comportamento).
• La formazione di un'istanza o piuttosto di tutta una rete di istanze cognitivo-punitive
epistemologico-giudiziarie, la cui forma d'intervento generale è l'esame perpetuo, e i cui
diversi ambiti saranno la psicologia, la sociologia, la criminologia, la psichiatria ecc.
• L'organizzazione, ai confini degli apparati di Stato, ma spesso in posizione molto
avanzata rispetto a essi, di tutto un corpo di 'addetti al sequestro sociale' – lavoratori
sociali.
Ecco quattro fenomeni correlati, che hanno tutti come strumento comune il sequestro”.
*

ANNESSO

Il manoscritto della dodicesima lezione del corso contiene altri sei fogli non numerati, segui-
ti da altri tre intitolati “Conclusione”, anch'essi senza numero di pagina, che sono un abbozzo,
tratto da questa lezione, della seconda parte della quinta conferenza che Foucault pronuncerà a
Rio pochi mesi dopo (cfr. “La verità e le forme giuridiche”, cit., pp. 153-164). Questa è la trascri-
zione dei nove fogli:

In un certo senso è proprio


– l'eredità delle tecniche “francesi” di reclusione;
– l'eredità delle procedure “inglesi” di controllo morale.
Ma, in realtà, trasformazioni profonde.
1. Nel controllo inglese l'individuo era sorvegliato da un gruppo in quan-
to appartenente a questo gruppo: religioso, sociale, di lavoro.
Qui, l'individuo è esterno all'istituzione che lo sorveglia: la manifattura
dove lavora; la scuola in cui studia; l'ospedale dove va.
Una “sorveglianza” più che un “controllo”30.

2. Nella reclusione francese avveniva un'esclusione: o temporanea, a titolo


di punizione; o un'esclusione che si aggiungeva a un'altra, che sanzionava
un'emarginazione già acquisita (disoccupati, vagabondi, mendicanti).
Ora, invece, è una reclusione che fissa a un processo di produzione; o a un
processo di formazione, di normalizzazione dei produttori.
È un'inclusione più che un'esclusione.
Da cui la parola “sequestro”.
Opporre sequestro / internamento
inclusione / marginalità
normalizzazione / esclusione.

30 In seguito Gilles Deleuze ha voluto opporre alla “sorveglianza” secondo Foucault l'idea
di una “società di controllo” che sarebbe la nostra; cfr. G. Deleuze, “Post-scriptum sur
les sociétés de contrôle”, in Pourparlers 1972-1990, Minuit, Paris 1990, 20032, pp. 240-
247; trad. it. di S. Verdicchio, “Postscritto sulle società di controllo”, in Pourparler
1972-1990, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 234-241; Id., “Qu'est-ce qu'un dispositif?”, in
Deux régimes de fous, Minuit, Paris 2003, pp. 316-325, in particolare p. 323; trad. it. di
A. Grillo, “Che cos'è un dispositivo?”, in Due regimi di folli, Einaudi, Torino 2010, pp.
279-287, in particolare p. 285. Qui Foucault precisa chiaramente la differenza che intro-
duce fra i due concetti.
3. Situazione rispetto allo Stato
– in Inghilterra il controllo era extrastatale;
– in Francia era decisamente [statale]. Qui ci sarà una rete intrastatale.
A cosa servono queste istituzioni:
1a funzione: Il controllo del tempo
Nel sistema feudale, il controllo degli individui era legato alla loro loca-
lizzazione:
• si registra un certo luogo
un certo proprietario
un certo sovrano.
Nella società industriale, è il tempo degli individui a essere controllato:
– il tempo deve essere messo sul mercato;
– deve essere trasformato in tempo di lavoro.
Da cui deriva, nelle forme “compatte”, il tempo acquisito una volta per
tutte:
• il gruppo
• il modello monastico.
Nelle forme diffuse:
• la festa
• il risparmio (fare in modo che egli possa lavorare dopo la di
soccupazione; che non muoia di fame. Ma che non utilizzi i
suoi risparmi per non lavorare).
In breve, si tratta di trasformare il tempo in oggetto di salario. Farlo en-
trare nello scambio salariale.
2a funzione
Il sequestro non solo controlla il tempo degli individui, ma impone tutta
una serie di controlli annessi:
• pulizia
• ubriachezza
• sessualità.
Sono controlli del corpo. Andrebbe fatta tutta una storia dei controlli del
corpo:
– il corpo superficie di inscrizione dei supplizi;
– il corpo elemento di un addestramento.
Si tratta di trasformare il corpo in forza lavoro, così come si trattava di
trasformare la vita in forza lavoro.
3o carattere: istituire un particolare tipo di potere
– potere economico: dare un salario o chiederne uno;
– potere “politico” di dare ordini, di fare regolamenti;
– potere giudiziario di ricompensare, di punire, di portare
davanti a un'istanza di giudizio;
– potere di estrarre sapere: sia a partire dalla pratica
sia a partire dagli individui;
sapere che, ridistribuendosi nelle altre forme di potere, permette di razio-
nalizzarle: eco[nomico]; pol[itico]; giudiziario.
Potere moltiplicato, potere accumulato: “sovra-potere”.
Ma allo stesso tempo: “sotto-potere”,
al di sotto delle grandi strutture statali.
Ha la funzione globale di articolare il tempo, il corpo, la vita degli uomini
con il processo della produzione e con i meccanismi del sovra-profitto.
Sotto-potere che conduce al sovra-profitto; ma con margini di incertezza,
di sfasatura.

Conclusione.
1. La prigione: forma concentrata di questo sotto-potere isomorfo a tutto
il panoptismo sociale.
2. L'essenza concreta dell'uomo è il lavoro: di fatto l'uomo è legato al lavo-
ro, a livello della sua vita e del suo corpo, solo da un rapporto di potere.
3. Il potere non è una maniera di riaffermare i rapporti di produzione, ma
di costituirli.
4. Dei saperi normalizzanti, nella forma dell'esame, che funzionano
– non solo a livello dell'espressione dei rapporti di produzio-
ne,
– non solo a livello delle forze produttive,
ma a livello dell'organizzazione stessa dei rapporti di produ-
zione.
Si era visto un sapere che nasceva dallo spostamento delle forme di prelie-
vo feudale.
Si vede un sapere che nasce dai rapporti di potere inerenti alla costituzio-
ne dei rapporti di produzione.
Di questo panoptismo, alcuni [contemporanei erano coscienti].
Julius • lo spettacolo
• la comunità sociale
• il sacrificio
• la sorveglianza
• gli individui
•lo Stato.
Le sue diverse manifestazioni.
Storia di tutta l'istituzione giudiziaria.
Treilhard. Presentazione del Codice penale.
Analizzarlo dal basso, piuttosto, e nelle sue forme sorde, insidiose, quoti-
diane.
Lezione del 28 marzo 1973

Tematica della lezione: la forma-prigione come forma sociale; un sa-


pere-potere. (I) Analisi generale del potere. Quattro schemi da rifiutare.
1. L'appropriazione: il potere non si possiede, si esercita. Caso del rispar-
mio operaio. 2. La localizzazione: il potere non è strettamente localizzato
negli apparati di Stato, il suo ancoraggio è molto più profondo. Caso del-
la polizia nel XVIII secolo e del penale nel XIX. 3. La subordinazione: il
potere non garantisce, ma costituisce dei modi di produzione. Caso del
sequestro. 4. L'ideologia: l'esercizio del potere è luogo di formazione non
dell'ideologia ma del sapere; ogni sapere permette l'esercizio di un potere.
Caso della sorveglianza amministrativa. (II) Analisi del potere disciplina-
re: normalizzazione, abitudine, disciplina. – Confronto dell'uso del ter-
mine “abitudine” nella filosofia del XVIII secolo e nel XIX. Confronto
tra potere-sovranità nel XVIII secolo e potere-normalizzazione nel XIX.
– Il sequestro fabbrica la norma e produce i normali. Nuovo tipo di di-
scorso: le scienze umane.

Per concludere quanto ho detto quest'anno, cercherò di far passare in


primo piano ciò che ho lasciato alle mie spalle mentre parlavo. In fondo,
il punto di partenza era il seguente: perché questa strana istituzione che è
la prigione? Era una domanda che si giustificava in diversi modi. Innanzi-
tutto storicamente, col fatto che la prigione come strumento penale è sta-
ta comunque un'innovazione radicale all'inizio del XIX secolo. All'im-
provviso, tutte le forme antiche di punizione, tutto il folklore meraviglio-
so e variopinto delle punizioni classiche – gogna, squartamento, impicca-
gione, rogo ecc. –, spariscono a vantaggio della funzione monotona della
reclusione. È quindi un elemento storicamente nuovo. Dal punto di vista
teorico, inoltre, mi sembra che dalle teorie penali formulate nella seconda
metà del XVIII secolo non sia possibile dedurre la necessità della deten-
zione come sistema punitivo coerente con queste nuove teorie. Rispetto
alla teoria si tratta di un elemento estraneo. Infine, c'era una ragione fun-
zionalea: fin dall'inizio la prigione è stata disfunzionale. Ci si è subito resi
conto che questo nuovo sistema di penalità non faceva affatto diminuire
il numero dei criminali, inoltre li spingeva alla recidività e rafforzava sen-
sibilmente la coerenza del gruppo costituito dai delinquenti.
Il problema che avevo posto era quindi il seguente: perché da cento-
cinquant'anni esiste la prigione? Per rispondere, avevo seguito la pista in-
dicata dal testo di Julius, che parla dei suoi particolari tratti architettoni-
ci, dicendo che non sono caratteristiche esclusive della prigione, ma di
tutta una forma di società legata allo sviluppo dello Stato 1. In effetti, mi
sembra un punto di partenza importante. Esiste una certa forma spaziale
della prigione: quella a stellab 2, con al centro il punto di sorveglianza al
tempo stesso costante e complessivo, in tutte le direzioni e in ogni istante;

a Manoscritto (fol. 1): “economicamente o politicamente/funzionalmente”. Il manoscrit-


to di questa tredicesima lezione non è numerato e comprende 26 fogli.
1 N.H. Julius, Leçons sur les prisons, cit., […] pp. 384 sgg.
b Il manoscritto (fol. 2) aggiunge: “Bentham → Petite Roquette”.
2 L'allusione alla “Petite Roquette” nel manoscritto (fol. 2) è un riferimento alla prigione
costruita originariamente per i detenuti giovani nell'XI arrondissement di Parigi nel
1827, a partire dai progetti ispirati al PANOPTICON di Bentham; all'epoca del Gip, la
Petite Roquette era una prigione femminile. Fu distrutta alla fine degli anni sessanta.
Come indica Jacques Lagrange in Il potere psichiatrico (cit., p. 325, nota 18), il progetto
architettonico della prigione-modello, secondo i termini della circolare del 24 febbraio
1825, doveva proporre una disposizione “tale che grazie a un punto centrale o a una gal-
leria interna, la sorveglianza di tutte le parti della prigione possa essere esercitata da
una sola persona o al massimo da due”. Cfr. anche C. Lucas, Du système pénitentiaire
en Europe et aux États-Unis, cit. […], vol. I, p. CXIII; M. Foucault, Sorvegliare e puni-
re, cit., p. 299.
intorno a questo centro, dei bracci, all'interno dei quali si svolge la vita, il
lavoro dei prigionieri; e, costruita nel punto centrale, una torre che costi-
tuisce il cuore stesso dell'edificio, dove si stabilisce l'autorità, si trasmet-
tono gli ordini e dove affluiscono le informazioni che provengono da tut-
to l'insieme. Lì c'è una figura in cui si compone esattamente l'ordine come
comando e come regolarità; i problemi architettonici del teatro, ma inver-
titi: far vedere tutti a un unico individuo; i problemi della fortezza, ma in-
vertiti: essa infatti definisce un luogo che vi protegge e vi permette di ve-
dere ciò che avviene all'esterno, mentre con la prigione si tratta di vedere
tutto ciò che avviene all'interno senza che sia possibile vedere dall'ester-
no, e in modo che colui che detiene il potere all'interno della prigione sia
protetto da coloro che sono visti da lui.
Ora, questa forma-prigione è molto più una forma sociale che una
forma architettonica3. Al limite, proseguendo nella speculazione, si po-
trebbe dire che se la città greca ha inventato un certo spazio sociale che è
quello dell'agorà, che è stata la condizione di possibilità istituzionale del
logos, la forma a stella, del potere di sorveglianza, dà luogo a una forma
di sapere di tipo nuovo. Era questo il punto del mio discorso: la prigione
come forma sociale, cioè come forma secondo cui il potere si esercita al-
l'interno di una società; il modo in cui preleva il sapere di cui ha bisogno
per esercitarsi e in cui, a partire da questo sapere, distribuirà ordini e pre-
scrizionia. Si potrebbe cercare di determinare in quali immagini si è sim-
bolizzata la forma del potere; ci sarà l'immagine medievale del trono, luo-
go da cui si ascolta e si giudica: è la forma magistrale del potere. Poi c'è

3 Nel manoscritto, Foucault aggiunge questa frase (fol. 2): “Ora questa forma architetto-
nica è al tempo stesso una forma sociale generale, che supera ampiamente la prigione.
Bisogna dire: agorà-logos // prigione-sorveglianza?”. Tuttavia, il tema della sorveglianza
sociale e della società punitiva, tema centrale del corso, poi trattato in Sorvegliare e pu-
nire (vedi, per esempio, pp. 212, 226, 228), nella ricezione dell'opera ha attirata molto
poco l'attenzione dei lettori, focalizzata sul panoptismo come descrizione di una forma
penitenziaria più che di una forma sociale, in altre parole sul tema della prigione, piut-
tosto che su quello, più generale, della società punitiva. Come invece conferma Daniel
Defert, nella concezione di Foucault Sorvegliare e punire si inscriveva nella continuità di
questo corso intorno a una questione che riguarda la società.
a Il manoscritto (fol. 3) aggiunge: “Questa forma a stella è una forma del sapere-potere”.
l'immagine assolutista della testa che comanda al corpo che sovrasta: è la
forma capitale del potere così come figura sul frontespizio del Leviatano4.
Infine, ci sarà l'immagine moderna del centro da cui si irradia lo sguardo
che sorveglia e controlla, in cui sfocia una serie di flussi di sapere e da cui
parte tutto un flusso di decisioni: è la forma centrale del potere a. Mi è
sembrato che, per comprendere a fondo l'istituzione della prigione, si do-
vesse studiarla in questo scenario, cioè non tanto a partire dalle teorie pe-
nali o dalle concezioni del diritto, e nemmeno a partire da una sociologia
storica della delinquenza, ma ponendo la domanda: qual è il sistema di
potere in cui funziona la prigione?

***

È arrivato il momento di parlare di questo potere 5. Per inquadrare il


problema, vorrei tracciare quattro [tipi] di schemi teorici che mi sembra-
no guidare […] le analisi fatte sul potere – e da cui vorrei distaccarmi.
In primo luogo, lo schema teorico dell'appropriazione del potere,
cioè l'idea che il potere sia qualcosa che si possiede, qualcosa che in una
società alcuni possiedono e altri no. C'è una classe che possiede il potere:
la borghesia. Certo, la formula “quella classe ha il potere” ha il suo valo-
re politico, ma non può essere utilizzata per un'analisi storica. Il potere,
infatti, non si possiede, per varie ragioni. Innanzitutto il potere si esercita
in tutto lo spessore, su tutta la superficie del campo sociale, secondo un
intero sistema di relais, di connessioni, di punti d'appoggio, di cose più
rarefatte come la famiglia, i rapporti sessuali, l'abitazione ecc. Inoltran-
dosi nelle trame più sottili della rete sociale, si trova il potere non come

4 Allusione al celebre frontespizio del libro di Hobbes, Leviatano, cit., p. 3.


a Il manoscritto (fol. 4) aggiunge:
“Ora questa forma, sempre secondo Julius, era legata alla nascita di una società indu-
striale [e] allo sviluppo dello Stato. La necessità di sorveglianza è infatti legata alla mi-
naccia di una classe percepita subito come numerosa; estranea; ai limiti dell'indigenza;
pericolosa”.
5 Analisi che sarà sviluppata in Sorvegliare e punire, cit., pp. 29-32, come pure in “Biso-
gna difendere la società”, cit., [lezione] del 7 gennaio 1976, pp. 20-25.
qualcosa che qualcuno possiede, ma come qualcosa che accade, si effet-
tua, si esercita. Inoltre, il potere riesce a esercitarsi o meno: quindi si trat-
ta sempre di una certa forma di conflitti strategici istantanei e continua-
mente rinnovati tra una serie di individui. Non lo si possiede, lo si mette
in gioco, lo si rischia. Al cuore del potere c'è dunque un rapporto bellico-
so, non un rapporto di appropriazione. Infine, il potere non sta mai sol-
tanto da una parte. Non ci sono quelli che hanno il potere e lo applicano
brutalmente su quelli che non ne hanno affatto. Il rapporto di potere non
obbedisce allo schema monotono e dato una volta per tutte dell'oppres-
sione. Certo, in questa specie di guerra generale attraverso la quale si
esercita il potere, una classe sociale occupa un posto privilegiato, e in
questo modo può imporre la sua strategia, riportare una serie di vittorie,
accumularle e ottenere a suo vantaggio un effetto di sovra-potere, ma
questo effetto non è dell'ordine di un sovra-possesso. Il potere non è mo-
nolitico. Da un certo punto di vista non è mai interamente controllato da
un determinato numero di persone. In ogni istante si gioca in piccole par-
ti singolari, con rovesciamenti locali, sconfitte e vittorie regionali, rivinci-
te provvisorie.
Per fornire qualche esempio farò riferimento al problema del rispar-
mio operaio: come funziona? Nel corso del XIX secolo è il luogo di una
battaglia di poteri, con tutta una serie di strategie opposte, di vittorie e di
sconfitte che approfittano le une delle altre. Questo risparmio deriva dal
bisogno dei padroni di tentare di fissare la classe operaia a un apparato di
produzione, di evitare il nomadismo operaio; l'ha fissata nello spazio fis-
sandola nel tempo: depositando in quel luogo qualcosa che assicurasse
l'avvenire. Ma allo stesso tempo questo risparmio, imposto dalla strate-
gia padronale, produce come effetto di ritorno il fatto che l'operaio di-
sponga di un certo numero di mezzi che gli consentono alcune libertà, tra
cui la possibilità di scioperare. In questo modo lo sciopero come stru-
mento di ritorsione contro i padroni è inscritto nella misura stessa con
cui i padroni intendevano controllare la classe operaia. Ciò provoca una
nuova misura padronale: controllare questo risparmio e imporre la pre-
senza di rappresentanti padronali nelle casse di previdenza. A cui seguo-
no, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, le lotte intorno alla dire-
zione e al controllo di queste casse. Quindi vediamo come, all'interno di
una strategia generale di sequestro operaio da parte dei padroni, si giochi
tutta una serie di lotte, si produca tutta una serie di vittorie e di sconfitte
le une per effetto delle altre, le une sulle altre.
Il rapporto di potere quindi non è mai stabile, fissato una volta per
tutte; ma è sempre dentro questa specie di mobilità. Per cui non si può
dire potere e profitto, come se fossero due cose analoghe. Il potere non
deve essere assimilato a una ricchezza posseduta da alcuni; è una strate-
gia permanente che bisogna pensare sullo sfondo di una guerra civile.
Inoltre, bisogna abbandonare lo schema secondo cui il potere sarebbe
conferito ad alcuni per volontà di tutti con un contratto di tipo commer-
ciale – contratto che farebbe cadere al di fuori della società chiunque lo
violasse e farebbe ricominciare la guerra di tutti contro tutti. Il potere, la
legalità di cui si serve, gli illegalismi che pratica o quelli contro cui lotta,
tutto ciò deve essere pensato come una certa maniera di continuare la
guerra civile.
In secondo luogo, lo schema della localizzazione del potere: il potere
politico è sempre localizzato all'interno di una società in un certo numero
di elementi, essenzialmente negli apparati di Stato6. Vi è quindi una corri-
6 Come indica Jacques Lagrange in Il potere psichiatrico (p. 316, nota 21), questa critica
potrebbe essere rivolta a Louis Althusser, che tratta del concetto di “apparato di Stato”
nel suo articolo: Idéolgoie et appareils idéologiques d'État. (Note pour une recherche),
in “La Pensée. Revue du rationalisme moderne”, n. 151, giugno 1970, pp. 3-38 (ripreso
in L. Althusser, Positions, Éditions Sociales, Paris 1976, pp. 79-127; trad. it. a cura di C.
Mancina, “Ideologia e apparati ideologici di Stato”, in Freud e Lacan, Editori Riuniti,
Roma 1981, pp. 65-123); sull'argomentazione di Foucault, cfr. infra, “Nota del
curatore”, […]. In Il potere psichiatrico Foucault proporrà la seguente analisi: “Invece
di riferirmi al modello famigliare o all''apparato di Stato', proverò a individuare la stra-
tegia di questi rapporti di potere e degli scontri che si svolgono all'interno della pratica
psichiatrica” (lezione del 7 novembre 1973, p. 28); “Ciò che, da un punto di vista meto-
dologico, implica che si lasci da parte il problema dello Stato, degli apparati di Stato, e
che si faccia a meno della nozione psicosociologica di autorità” ( ivi, p. 48, nota *). È da
notare che il manoscritto di La società punitiva, in questo preciso passaggio e poco più
avanti (foll. 8 e 9) riporta “apparato di Stato” al singolare, mentre Foucault sembra l'a-
vesse pronunciato al plurale (dattiloscritto, pp. 197-199).
spondenza tra forme di potere e strutture politiche. Ora, non credo che il
potere possa essere descritto in maniera adeguata come qualcosa che sa-
rebbe localizzato negli apparati di Stato. E non basta nemmeno dire che
gli apparati di Stato sono la posta in gioco di una lotta, interna o esterna.
Mi sembra piuttosto che l'apparato di Stato sia una forma concentrata, o
comunque una struttura d'appoggio, di un sistema di potere che va ben
oltre e più in profondità. Questo fa sì che, in pratica, né il controllo né la
distruzione dell'apparato di Stato siano sufficienti a trasformare o a far
scomparire un certo tipo di potere, quello in cui ha funzionato.
Di questo rapporto tra gli apparati di Stato e il sistema di potere al-
l'interno del quale essi funzionano, ho cercato di fornire qualche esempio.
Prendiamo quell'apparato di Stato di nuovissimo tipo che è l'apparato di
polizia della monarchia francese del XVIII secolo. Questo apparato non
viene applicato dall'esterno sulla gente che lo subisce; è profondamente
annodato all'interno di un sistema di potere che attraversa la totalità del
corpo sociale. Poteva funzionare soltanto se inserito, legato a dei poteri
distribuiti tra famiglie (autorità paterna), comunità religiose, gruppi pro-
fessionali, ecc. Proprio perché c'erano queste micro-istanze di potere nella
società, qualcosa come un nuovo apparato di Stato ha potuto effettiva-
mente funzionare. Allo stesso modo, l'apparato penale del XIX secolo
non costituisce una specie di grande edificio isolato. Funziona in collega-
mentoa costante con qualcosa che è non solo un campo contiguo, ma la
sua condizione di possibilità: tutto questo sistema punitivo, i cui agenti
sono i datori di lavoro, gli affittacamere, i fornitori, costituisce altrettante
istanze di potere che permetteranno all'apparato penale di funzionare,
perché è in maniera progressiva, con l'accumulazione dei meccanismi pu-
nitivi, estranei all'apparato di Stato, che gli individui sono sospinti all'in-
terno del sistema penale e ne diventano gli effettivi oggetti.
Bisogna quindi distinguere non solo i sistemi di potere dagli apparati
di Stato, ma anche, più in generale, i sistemi di potere dalle strutture poli-
a Manoscritto (fol. 8): “in collegamento con un sistema disciplinare, un sistema punitivo
in cui il datore di lavoro, il capomastro, l'affittacamere, il fornitore costituiscono delle
istanze di potere”.
tiche. Infatti, il modo in cui il potere si esercita in una società non è de-
scritto adeguatamente dalle strutture politiche come il regime costituzio-
naleb o la rappresentazione degli interessi economici nell'apparato di Sta-
to. Esistono sistemi di potere molto più ampi del potere politico nel suo
funzionamento circoscritto: tutto un insieme di centri di potere che pos-
sono essere i rapporti sessuali, la famiglia, l'impiego, l'alloggio. E il pro-
blema non è tanto di sapere se queste altre istanze di potere reiterano la
struttura dello Stato. In fondo, non importa se è la famiglia a riprodurre
lo Stato o viceversa. La famiglia e lo Stato funzionano uno in rapporto
all'altra, facendo leva uno sull'altra, o magari in contrasto, in un sistema
di potere che, in una società come la nostra, può essere caratterizzato
come omogeneamente disciplinare, vale a dire [dove] il sistema discipli-
nare è la forma generale in cui il potere si inscrive, che sia localizzato in
un apparato di Stato o diffuso in un sistema generale.
In terzo luogo, lo schema della subordinazione secondo cui il potere
è una certa maniera di mantenere o di riprodurre un modo di produzio-
ne: il potere, allora, è sempre subordinato a un modo di produzione che
gli è, se non storicamente, almeno analiticamente, precedente. Se diamo
al potere l'estensione che ho appena detto, siamo sollecitati a rintracciar-
ne il funzionamento stesso a un livello molto profondo. Il potere, quindi,
non può più essere compreso soltanto come il garante di un modo di pro-
duzione, come ciò che permette di costituire un modo di produzione. Il
potere è di fatto uno degli elementi costitutivi del modo di produzione e
funziona nel cuore di quest'ultimo. È quello che volevo far vedere quando
ho parlato dei vari apparati di sequestro, che non sono tutti collegati a un
apparato di Stato, lungi dall'esserlo, ma giocano tutti – che siano le casse
di previdenza, le fabbriche-prigioni, le case di correzione – a un certo li-
vello: non quello della garanzia data al modo di produzione, ma quello
della sua costituzione.
In effetti, a che cosa serve questo sequestro? Il suo scopo principale è
l'assoggettamento del tempo individuale al sistema di produzione e, per
b Il manoscritto (fol. 9) aggiunge: “, il reclutamento della classe politica”.
la precisione, a tre dei suoi elementi. Bisogna assoggettare il tempo della
vita ai meccanismi, ai processi temporali della produzione. Gli individui
devono essere legati a un apparato di produzione secondo un certo im-
piego del tempo, che si sussegue di ora in ora e che fissa l'individuo allo
svolgimento cronologico stesso del meccanismo produttivo; il che esclude
tutte le irregolarità come l'assenza, la dissolutezza, la festa, ecc. Bisogna
che gli individui siano assoggettati non solo alla cronologia della produ-
zione, ma anche ai cicli dell'attività produttiva. Anche se non possiedono
i mezzi di produzione, devono essere in grado di sopportare la disoccupa-
zione, le crisi, il calo di attività. Questo implica che bisogna prescrivere
loro, in maniera coercitiva, il risparmio; risparmiare sarà quindi un mez-
zo per agganciarsi e assoggettarsi ai grandi cicli dell'attività produttiva.
Risparmio – che significa esclusione delle spesi inutili, del gioco, della
dissipazione. Bisogna che il tempo degli individui sia assoggettato al tem-
po del profitto, ovvero che la forza lavoro sia impiegata per il solo tempo
necessario affinché l'investimento risulti redditizio. A questo scopo, biso-
gna che gli individui siano fissati per un certo tempo a un determinato
apparato di produzione, il che implica tutti i controlli che fissano local-
mente gli operai, come ad esempio il sistema del debitoa.
Un sistema di potere come quello del sequestro va ben oltre la garan-
zia del modo di produzione; lo costituisce. Si potrebbe dire che il proble-
ma della società feudale era di assicurare il prelievo della rendita tramite
l'esercizio di una sovranità che era soprattutto territoriale; mentre il pro-
blema della società industriale è di fare in modo che il tempo degli indivi-
dui, che si acquista con il salario, possa essere integrato all'apparato di
produzione sotto forma di forza lavoro. Bisogna fare in modo che ciò che
il datore di lavoro acquista non sia un tempo vuoto, ma proprio forza la-
voro. In altre parole, si tratta di costituire il tempo della vita degli indivi-
dui in forza lavoro7. Il che porterebbe a questa conclusione: se è vero che
a Manoscritto (fol. 11): “la pressione dell'indigenza e un sistema di indebitamento”.
7 Su questo tema, cfr. Gli anormali, cit., lezione del 29 gennaio 1975, pp. 83-85 (riassunto
schematico), e Sorvegliare e punire, cit., p. 29. “Questo investimento politico del corpo
è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È
la struttura economica, caratterizzata dall'accumulazione del capitale, ha
la proprietà di trasformare la forza lavoro degli individui in forza produt-
tiva, la struttura di potere che prende la forma del sequestro ha lo scopo
di trasformare, prima di questo stadio, il tempo della vita in forza lavoro.
Bisogna che le persone siano in grado di mettere sul mercato qualcosa
che sia forza lavoro, ovvero ciò che viene ottenuto da quel sistema di po-
tere che è il sequestro, correlativo in termini di potere a ciò che in termini
economici è l'accumulazione del capitale. Il capitalismo, infatti, non in-
contra la forza lavoro in quanto talea.
È falso dire, come alcuni famosi post-hegeliani, che l'esistenza con-
creta dell'uomo è il lavoro8. Il tempo e la vita dell'uomo non sono lavoro
per naturaa, bensì piacere, discontinuità, festa, riposo, bisogno, attimi,
caso, violenza ecc. Ora, è proprio questa energia esplosiva che bisogna
trasformare in una forza lavoro continua e continuamente offerta sul
mercato. Bisogna sintetizzare la vita in forza lavoro, il che implica la coer-
cizione di questo sistema di sequestro. Lo stratagemma b adottato dalla
società industriale per esercitare la coercizione che trasforma il tempo
della vita in forza lavoro è stato quello di aver riesumato la vecchia tecni-
cac dell'internamento dei poveri, che nell'età classica era un modo di fissa-
re e al tempo stesso di sopprimere coloro che, con l'ozio, il vagabondag-
gio, la rivolta, erano sfuggiti a tutte le fissazioni geografiche con le quali
si effettuava l'esercizio della sovranità. Questa istituzione verrà generaliz-

in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere
e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se
esso viene preso in un sistema di assoggettamento (in cui il bisogno è anche uno stru-
mento politico accuratamente preordinato, calcolato e utilizzato): il corpo diviene forza
utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato”; cfr.
anche ivi, pp. 158, 240-241.
a Manoscritto (fol. 13): “come forma immediata e concreta dell'esistenza umana”.
8 Questione ripresa nel maggio 1973 in “La verità e le forme giuridiche”, cit., p. 162:
“Vorrei mostrare che il lavoro non è assolutamente l'essenza dell'uomo o l'esistenza del-
l'uomo nella sua forma concreta. […] È necessaria l'operazione o la sintesi operata da
un potere politico perché possa apparire che l'essenza dell'uomo è il lavoro”.
a Manoscritto (fol. 14): “lavoro continuo”.
b Manoscritto (fol. 14): “Il colpo di genio”.
c Il manoscritto (fol. 14) aggiunge: “apparentemente alquanto svalorizzata”.
zata e utilizzata, invece, per agganciare gli individui agli apparati sociali;
sarà specificata secondo tutta una serie di apparati che vanno dalla fab-
brica-prigione alla prigione, passando per i ricoveri, le scuole, le case di
correzione. Tutto questo vecchio sistema dell'internamento, riutilizzato a
tal fine, permetterà il sequestro, il quale costituisce effettivamente i modi
di produzioned.
In quarto luogo, lo schema dell'ideologiae secondo cui il potere può
produrre, nell'ordine della conoscenza, solo degli effetti ideologici, vale a
dire che il potere o funziona in maniera muta attraverso la violenza, o in
maniera discorsiva ed esplicita attraverso l'ideologia f. Ma il potere non è
preso in questa alternativa: o esercitarsi in maniera pura e semplice impo-
nendosi con la violenzag, o nascondersih, farsi accettare facendo il discor-
so esplicito dell'ideologia9. Di fatto, ogni punto in cui si esercita un pote-
re è al tempo stesso un luogo di formazione non di ideologia ma di sape-
re; e, viceversa, ogni sapere stabilito permette e assicura l'esercizio di un
potere. In altre parole, non bisogna opporre quel che si fa a quel che si
dice, il mutismo della forza alla loquacità a dell'ideologia. Bisogna far ve-
dere come il sapere e il potere siano effettivamente legati uno all'altro,
certamente non nella forma di un'identità – il sapere è il potere, o l'oppo-
sto –, ma in maniera assolutamente specifica e secondo un gioco com-
plesso.
Prendiamo l'esempio della sorveglianza amministrativa delle popola-
zioni, ovvero una delle necessità di ogni potere. Nel XVII-XVIII secolo la
sorveglianza amministrativa è una delle funzioni del potere, garantita da

d Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “Disfare o non disfare un tipo di potere è quindi es-
senziale all'esistenza stessa di un modo di produzione”.
e Manoscritto (fol. 15): “quello della produzione ideologica”.
f Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “Ha bisogno di un'ideologia. E fabbrica ideologia”.
g Manoscritto (fol. 15): “la minaccia, la violenza, il terrore”.
h Il manoscritto (fol. 15) aggiunge: “giustificarsi”.
9 Contrapponendo coercitivo a ideologico, è evidente che Foucault si sta rivolgendo ad
Althusser in merito al suo articolo del 1970 (cfr. supra, nota 6 e infra, “Nota del curato-
re” […]).
a Manoscritto (fol. 15): “e all'eloquenza (persino alla persuasione) del discorso ideologi-
co”.
una serie di persone: intendenti, apparato di polizia, ecc. Ora, questo po-
tere, con i suoi strumenti specifici, dà luogo a un certo numero di saperi.
1) Un sapere di gestione: coloro che gestiscono l'apparato di Stato,
sia direttamente per conto del potere politico, sia indirettamente attraver-
so un sistema di riscossioni, formano nello stesso momento un certo sa-
pere che essi accumulano e utilizzano. Per cui, dopo alcune indagini, san-
no come bisogna tassare, calcolare le imposte, chi può pagarle, su chi ap-
plicare una sorveglianza speciale perché paghi le tasse, su quali prodotti
applicare i dazi doganalib.
2) A margine di questo sapere di gestione, si vede comparire un sape-
re di indagine: ci sono delle persone che, in generale, non sono diretta-
mente legate all'apparato di Stato né incaricate di gestirlo, ma che fanno
delle indagini sulla ricchezza di una nazione, sul movimento demografico
di una regione, sulle tecniche artigianali impiegate in una certa zona, sul-
le condizioni di salute delle popolazioni. Di tali indagini, almeno in origi-
ne nate su iniziativa privata, dalla seconda metà del XVIII secolo rico-
mincia a occuparsi lo Stato. Così, la Società reale di medicina, fondata
nel 1776, codificherà e tornerà a farsi carico di queste indagini sulle con-
dizioni di salute10; analogamente le indagini sulle tecniche artigianali nel

b Il manoscritto (fol. 16) aggiunge: “presso quale popolazione reclutare i soldati”.


10 Nel 1776 Turgot creò una Commissione di medicina incaricata di studiare le epidemie,
che con Necker prese il nome di Società reale di medicina. I suoi membri, provenienti
perlopiù dall'Accademia delle scienze, avevano il compito di: “a) condurre indagini sulle
epidemie; b) discuterle e interpretarle; c) descrivere i metodi curativi più adatti (J.-P. Pe-
ter, Une enquête de la Société royale de médecine: malades et maladies à la fin du
XVIIIe siècle, in “Annales. Économies, Sociétés, Civilisations”, a. XXII, n. 4, 1967, p.
713). Sotto la dipendenza del ministero delle Finanze, la Società reale di medicina è am-
piamente considerata come il primo organismo statale della sanità. Cfr.: Histoire et
mémories de la Société Royale de Médecine et de Physique, tirés des registres de cette
société, Didot, Paris 1776-1779; C. Hannaway, The Société Royale de Médecine and
Epidemics in the Ancien Régime, in “Bulletin of the History of Medicine”, n. 46, 1972,
p. 257; J.-P. Desaive et al., Médecins, climat et épidémies à la fin du XVIIIe siècle, Édi-
tions de l'Ehess, Paris 1972. Per un'analisi più recente del ruolo svolto dalla Società reale
di medicina nella formazione di una scienza amministrativa della sanità, cfr. V. Tournay,
“Le concept de police médicale”. D'une aspiration militante à la production d'une ob-
jectivité administrative, in “Politix”, 2007/1, n. 77, pp. 173-199; cfr. anche M. Foucault,
Nascita della clinica, cit., […] cap. II, in particolare pp. 39-44.
XIX secolo ritorneranno sotto il controllo statale e nella forma di un ap-
parato di Stato11.
3) Una sapere di inquisizione poliziesca: l'invio di un individuo in un
luogo di detenzione è accompagnato da un rapporto sul suo comporta-
mento, sui suoi moventi. A partire dal XIX secolo, tutte le forme e le tec-
niche di questo sapere di sorveglianza saranno riprese e al tempo stesso
rifondate, in funzione di due grandi princìpi, fondamentali nella storia
del sapere.
In primo luogo, il principio che vediamo comparire con la Rivoluzio-
ne e che sarà sistematizzato, in particolare da Chaptal 12 e al momento del
Consolato13: d'ora in poi ogni agente del potere sarà al tempo stesso un

11 Potrebbe trattarsi delle Camere di commercio, come pure, a partire dal Consolato, del-
la Camera di consultazione delle arti e manifatture, “composta dai principali manifat-
turieri incaricati di comunicare al governo i bisogni dell'industria” (A. Chéruel, Dic-
tionnaire historique des institutions, mœurs et coutumes de la France, prima parte, Li-
braire Hachette et C.ie, Paris 1899, p. 123). Questo giustificherebbe l'uso del verbo “ri-
tornare”, dato che queste istituzioni, fondate ufficialmente nel 1701, furono soppresse
dalla Rivoluzione nel 191 e ristabilite nel 1802 con il compito di “presentare dei suggeri-
menti sui mezzi per aumentare la prosperità del commercio, far conoscere al governo le
cause che ne frenano il progresso, indicare le risorse che è possibile procurarsi” (Decreto
del 3 nevoso anno XI/24 dicembre 1802, citato da B. Magliulo, Les Chambres de com-
merce et d'industrie, Puf, Paris 1980, p. 31). Il ministro degli Interni Chaptal spiegò i
motivi della loro rifondazione in questi termini: “L'azione del governo sul commercio
può essere chiarita soltanto con la descrizione fedele della condizione e dei bisogni del
commercio in ogni luogo della Repubblica” (citato ivi, p. 32). Tuttavia la nozione di in-
dagine, e a a fortiori l'indagine sulle tecniche artigianali, non sembra essere tra le sue di-
rette competenze. Per una bibliografia estensiva sull'argomento, cfr. E. Pendleton Her-
ring, Chambres de Commerce: Their Legal Status and Political Significance , in “The
American Political Science Review”, n. 3, vol. XXV, agosto 1931, pp. 691-692; cfr. anche
A. Conquet, Napoléon [III] et les chambres de commerce, Apcci, [s.l.] 1978.
12 Foucault si riferisce all'indagine di Chaptal anche in Sorvegliare e punire, cit., p. 255:
“Già nel 1801 (quando si trattò di fare il prospetto di ciò che si poteva utilizzare per im-
piantare in Francia l'apparato carcerario)”.
13 Foucault nel manoscritto stila una lista che include: “Rivoluzione; Consolato; Impero”
(fol. 16). Cfr. la lista delle indagini in Sorvegliare e punire, cit., p. 255: “Quella di Deca-
zes, nel 1819, il libro di Villermé, pubblicato nel 1820, il rapporto sugli stabilimenti cen-
trali, redatto da Martignac nel 1829, le inchieste condotte negli Stati Uniti da Beaumont
de Tocqueville nel 1831, da Demetz e Blouet nel 1835, i questioniari indirizzati da Mon-
talivet ai direttori di centrali e ai consigli generali nel periodo in cui è al culmine il di-
battito sull'isolamento dei detenuti”.
agente di costituzione del sapere. Ogni agente a deve informare sugli effet-
ti dell'ordine dato dal potere, e quindi sulle correzioni da apportare a tale
azione. I prefetti, i procuratori generali, i funzionari di polizia, ecc., dalla
fine fine del XVIII secolo, legati all'obbligo fondamentale del rapporto.
Entriamo nell'era del rapporto come forma delle relazioni tra sapere e po-
tere. Certo, non è qualcosa che è stato inventato nel XVIII secolo, ma
quelle che nel XVII secolo erano soltanto azioni episodiche, per esempio
nelle relazioni tra intendenti e ministri, diventano sistematiche; l'invio di
un certo sapere da parte di ciascun agente del potere al proprio superiore
si istituzionalizza, diventa un fenomeno essenziale.
Collegata a questa instaurazione dell'invio del sapere al punto d'ori-
gine del potere, c'è l'applicazione di tutta una serie di strumenti specifici,
di astrazione, di generalizzazione, di valutazione quantitativa. È possibile
rendersene conto confrontando più strati di documenti. I rapporti fatti
da Sartine14, uno degli ultimi luogotenenti di polizia dell'Ancien régime: il
modo in cui sorveglia la popolazione, il genere di informazioni che passa
al ministro, che sono puntuali, individuali. I rapporti di Fouché 15, che
sono già una specie di sintesi e di integrazione non più soltanto di un cer-
to numero di eventi puntuali, ma di quella che è ritenuta essere la situa-

a Manoscritto (fol. 16):


“Ogni agente del potere deve rinviare un sapere correlato al potere che esercita (che per-
mette di determinarne le condizioni e gli effetti: le correzioni possibili): prefetti; procu-
ratori generali”.
A margine: “Si entra nell'era del rapporto. Tanto importante nella società [industriale]
quanto il feedback nella tecnologia moderna e la contabilità in partita doppia nell'eco-
nomia”.
14 Cfr. A. de Sartine, Journal des inspecteurs de M. de Sartine, 1re partie, 1761-1764, Erne-
st Parent, Bruxelles 1863. Antoine de Sartine, conte di Alby (1729-1801), uomo politico,
fu luogotenente penale allo Châtelet di Parigi, luogotenente generale di polizia (1759-
1774) e ministro della Marina sotto Luigi XVI.
15 Cfr. J. Fouché, Rapport fait aux consuls par le ministre de la Police sur l'infàme com-
plot tendant à assassiner les consuls, leurs familles, les ministres et les principaux mem-
bres du gouvernement, impr. Cornu, Paris [s.d.]; Rapport du ministre de la Police géné-
rale concernant l'attentat commis contre le 1re consul Bonaparte, le 3 nivôse [14 nevoso
anno IX]. Arrêté des consuls, qui ordonne la déportation de 131 individus. Arrêté du
Sénat conservateur, qui approuve cette mesure, impr. Marchant, Paris [s.d.]. Joseph
Fouché (1759-1820) fu ministro di Polizia durante il Direttorio e l'Impero.
zione dell'opposizione politica, della delinquenza, la loro costante condi-
zione in Francia. I rapporti annuali del ministero di Giustizia, pubblicati
a partire dal 182616, in cui le informazioni sono dello stesso tipo di quelle
iniziali, ma trattate, filtrate da una macchina del sapere e da un certo nu-
mero di tecniche di astrazione, di misurazione statistica. Bisognerebbe
fare la storia di questo sapere di Stato, cioè la storia dell'estrazione am-
ministrativa del sapere17.
In secondo luogo, l'altro fenomeno – inverso rispetto al precedente –
è l'apertura degli apparati del potere ai centri autonomi del sapere a. Il po-
16 Foucault fa qui riferimento al Compte général de l'administration de la justice crimi-
nelle, pubblicato per la prima volta nel 1827 e basato sui dati del 1825. “Il Compte cri-
minel ha una periodicità annuale (a eccezione degli anni di guerra) con volumi ricapito-
lativi nel 1850, 1880 e 1900. È realizzato sulla base delle tabelle statistiche inviate nei tri-
bunali […]. I dati numerici, abbondanti nel XIX secolo, tendono a ridursi a partire da-
gli anni 1920-1930. Le tabelle più numerose riguardano gli accusati, mentre i dati sullo
stato civile, la professione e il domicilio vengono raccolti solo dall'inizio del XX secolo”
(J.-C. Farcy, Guide des archives judiciaires et pénitentiaires 1800-1848, Cnrs Éditions,
Paris 1992, p. 228). Su questo stesso modello in seguito vengono creati un Compte géné-
ral de l'administration de la justice civile et commerciale (831), un Compte général de
l'administration de la justice militaire (1832) e un Compte général de l'administration
de la justice dans les colonies (1834). “Si presentano tutti come una serie di tabelle stati-
stiche precedute da un'introduzione più o meno ampia realizzata dal ministro incaricato
del calcolo statistico, un'introduzione che commenta ufficialmente i dati numerici”
(ibid.). Cfr. M. Perrot, “Premières mesures des faits sociaux: les débuts de la statistique
criminelle en France 17380-1830”, in AA.VV., Pour une histoire de la statistique, vol. I:
Contributions/Journées d'études sur l'histoire de la statistique (Vaucresson, 1976), Insee,
Paris 1977, pp. 125-177; Ministro della Giustizia, Compte général de l'administration de
la justice criminelle en France pendant l'année 1880 et Rapport relatif aux années 1826
à 1880, pubblicato e commentato da M. Perrot e P. Robert, Slatkine Reprints, Genève-
Paris 1989.
17 Nel manoscritto (fol. 16) Foucault aggiunge: “La statistica come scienza di Stato”, poi
scrive (fol. 17): “Abbiamo fatto migliaia di volte la critica filosofica dell'astrazione, del-
l'evoluzione del metodo sperimentale, [e invece] mai la storia del sapere di Stato, dell'e-
strazione amministrativa del sapere”. In “Bisogna difendere la società”, cit., [lezione]
dell'11 febbraio 1976, p. 121, scriverà: “Tra il sapere del principe e le conoscenze della
sua amministrazione è stato creato un ministero della storia che doveva fondare, in ma-
niera controllata, tra il re e la sua amministrazione, la tradizione ininterrotta della mo-
narchia”. Da confrontare con l'argomento della tesi di Daniel Defert sullo sviluppo del-
la statistica come sapere amministrativo dello Stato nelle università tedesche del XVIII
secolo, intitolata “Il sapere del principe e i segreti nobiliari” (sotto la direzione di Ray-
mond Aron).
a Il manoscritto (fol. 17) aggiunge: “Fino al XVIII secolo, si produceva sotto forma di
consiglio o di pedagogia dei re [che ascoltano] i filosofi, gli eruditi e i saggi”.
tere non ha certo aspettato il XIX secolo per avvalersi dei consigli e delle
conoscenze di una serie di persone, i cosiddetti competenti; ma a partire
dal XIX secolo il sapere in quanto tale è munito per statuto di un certo
potere. Il XIX secolo ha apportato qualcosa di nuovo: il fatto che il sape-
re deve funzionare nella società dotato di una certa quantità di potere. La
scuola, i titoli, il modo in cui i gradi del sapere sono effettivamente calco-
lati, misurati e autentificati dagli apparati di formazione, tutto ciò è in-
sieme un fattore e l'espressione di questo fenomeno fondamentale secon-
do cui il sapere ha il diritto di esercitare un potere. Così, il personaggio
del saggio che nella società non esercitava nessun altro potere eccetto
quello di dire la verità, di fornire dei consigli, scompare a vantaggio di un
personaggio, direttore di laboratorio, professore, il cui sapere è subito le-
gittimato dal potere che esercita. Questo vale per l'economista, ad esem-
pio: chi era l'economista del XVIII secolo? Vauban, un disgraziato che,
dopo aver perso il potere che aveva, si mette a fare economia 18. Quesnay,
che vuole il potere ma non riesce a ottenerlo 19. In questo momento c'è sol-

18 Sébastien Le Prestre de Vauban (1633-1707), noto soprattutto per il suo ruolo essenziale
di commissario generale delle fortificazioni, a partire dal 1695 mandò al re diversi me-
moriali che sviluppavano “l'idea di ridurre le numerose tasse allora esistenti e di sosti-
tuirle con la capitazione. La capitazione aveva lo scopo di prelevare un canone della
qundicesima parte sul clero, sulle retribuzioni, i salari e le pensioni di tutti gli ufficiali
civili e militari del regno, della Casa Reale, delle truppe di terra e di mare, 'senza trala-
sciare nessuno di coloro che potevano versarlo'” (G. Michel, A. Liesse, Vauban écono-
miste, E. Plon, Nourrit et Cie, Paris 1891, p. 17). Costretto dalla malattia a ritirarsi dalle
funzioni militari, Vauban venne nominato maresciallo di Francia nel 1703 e perse pro-
gressivamente il favore del re. L'opera in cui esponeva il suo progetto, La dîme royale, fu
pubblicata senza autorizzazione nel 1707 e fu presto oggetto di un'interdizione. Vauban
morì poche settimane dopo. Il libro si apre con una giustificazione delle intenzioni del-
l'autore: “In tutta fede affermo che non è stata la voglia di convincere, né di accrescere
la mia reputazione, che mi hanno fatto intraprendere quest'Opera. Non sono né un let-
terato, né un esperto di Finanze, e non mi esporrei cercando gloria e vantaggi con qual-
cosa che non rientra nella mia professione” (Vauban, La dîme royale, introduzione di E.
Le Roy Ladurie, Imprimerie nationale, Paris 1992 [1897], p. 57). Cfr. anche A. Rebel-
liau, Vauban [pubblicato da Jacques Lovie,] Club des libraires de France, Paris 1962.
19 François Quesnay (cfr. supra […]), per il suo statuto di chirurgo del re e medico di Ma-
dame de Pompadour, e la sua decisione di risiedere nel mezzanino del castello di Ver-
sailles allo scopo di incoraggiare le visite dei personaggi influenti, esercitava lui stesso
una certa influenza sulla corte. Molti lo accusarono di avere delle mire politiche; cfr. G.
Weulersse, Le mouvement physiocratique en France de 1756 à 1770, cit. [..], vol. II, pp.
tanto un sapere gestionale di chi è al potere. La teoria economica non na-
sce all'interno dell'apparato di potere. Il caso più evidente è quello del
medico che, a partire dal XIX secolo, in qualità di maestro del normale e
del patologico, esercita un certo potere non solo sul suo cliente, ma sui
gruppi, sulla società. Allo stesso modo, lo psichiatra ha, in quanto tale,
un potere istituzionalizzato dalla legge del 1838 che, facendo di lui un
esperto da consultare per ogni misura di internamento, dà al
[medico-]psichiatra e al sapere psichiatrico in quanto sapere un certo po-
tere20.
A questo punto bisogna rispondere a un'obiezione: parlare di strate-
gia, di calcolo, di sconfitta, di vittoria, non significa far sparire ogni opa-
cità dal campo sociale? In un certo senso sì. Credo, in effetti, che sia faci-
le conferire al campo sociale una certa opacità, se nel campo sociale
prendiamo in considerazione soltanto la produzione e il desiderio, l'eco-
nomia e l'inconscio; in realtà c'è tutto un margine trasparente all'analisi
che è possibile scoprire studiando le strategie di potere. Là dove i sociolo-
gi non vedono che un sistema muto o inconscio di regole, là dove gli epi-
stemologi non vedono che degli effetti ideologici malamente controllati,
mi pare sia possibile individuare delle strategie di potere perfettamente
calcolate e padroneggiate. Il sistema penale ne è un esempio privilegiato.
È chiaro che si pone il problema del sistema penale in termini di econo-
626-682.
20 Foucault descrive e analizza la legge del 1838 in: Il potere psichiatrico, cit., lezione del 5
dicembre 1973, pp. 94-97; Gli anormali, cit., lezione del 12 febbraio 1975, pp. 128-138.
A margine del manoscritto (fol. 17), Foucault sembra aver aggiunto “Castel”, sicura-
mente in riferimento ai lavori di Robert Castel sulla storia della psichiatria; cfr. R. Ca-
stel, Le traitement moral. Thérapeutique mentale et contrôle social au XIXe siècle, in
“Topique”, n. 2, 1970, pp. 109-129. In Il potere psichiatrico, cit., p. 92, nota * (che ri-
manda al manoscritto del corso), Foucault si riferisce esplicitamente al libro di Castel
uscito nel 1973, Le psychanalysme (Maspero, Paris; trad. it. di L. Fontana, Lo psicanali-
smo, Einaudi, Torino 1975), di cui dice: “È un libro radicale perché, per la prima volta,
la psicoanalisi viene specificata solo all'interno della pratica e del potere psichiatrico”
(ivi, p. 346, nota 41). E l'anno seguente, in Sorvegliare e punire, cit., p. 27, nota 1:
“Ugualmente, avrei dovuto anche citare, in molte pagine, Psychanalysme di R. Castel”.
Cfr. anche, dello stesso autore, il libro uscito nel 1976, L'ordre psychiatrique. L'âge d'or
de l'aliénisme, Minuit, Paris; trad. it. di G. Procacci, L'ordine psichiatrico. L'epoca d'oro
dell'alienismo, Feltrinelli, Milano 1980.
mia, sembra opaco e perfino oscuro, perché nessuna analisi del ruolo eco-
nomico della prigione, della popolazione emarginata da questo sistema
penale, può giustificare la sua esistenza 21. In termini di ideologia, non
solo è opaco, ma completamente confuso, talmente questo sistema è sta-
to ricoperto dai diversi temi ideologici a. Ponendo invece il problema in
termini di potere e di come il potere è stato effettivamente esercitato al-
l'interno di una società, mi sembra che il sistema penale in larga misura si
chiarisca. Questo non significa che il campo sociale sia trasparente nella
sua integralità, ma che non bisogna assumere delle opacità troppo facili.

***

Dove volevo arrivare? Voleva fare l'analisi di un certo sistema di pote-


re: il potere disciplinarea. Mi sembra, infatti, che viviamo in una società a
potere disciplinare, cioè dotata di apparati la cui forma è il sequestro, la
cui finalità è la costituzione di una forza lavoro e il cui strumento è l'ac-
quisizione di discipline o abitudini. Mi sembra che incessantemente, dal
XVIII secolo in poi, si siano moltiplicati, affinati, specificati sempre più
apparati per fabbricare discipline, imporre coercizioni, contrarre abitudi-
ni. Quest'anno ho voluto fare una primissima storia del potere delle abi-
tudini, l'archeologia degli apparati di potere che servono da zoccolo per
l'acquisizione delle abitudini come norme sociali.

21 Su questo argomento cfr. G. Rusche, O. Kirchheimer, Punishment and Social Structure,


Columbia University Press, New York 1939; trad. it. di D. Melossi e M. Pavarini, Pena e
struttura sociale, il Mulino, Bologna 1971. In Sorvegliare e punire, cit., Foucault osser-
verà che: “Dell'importante testo di Rusche e Kirchheimer, possiamo ricavare un certo
numero di reperti essenziali” (p. 27), e si avvarrà della loro nozione di economia politica
della pena per sviluppare la sua idea di una “'economia politica' del corpo” (ivi, p. 28).
a Il manoscritto (fol. 19) aggiunge:
“Li raccoglie tutti, dal nemico sociale al nevrotico della confessione, passando per il
dissoluto, il primitivo, il degenerato, il perverso. Se poniamo il problema in termini eco-
nomici, il sistema penale perde tutta la sua utilità. [Se poniamo il problema in termini]
ideologici, perde tutta la sua specificità. Si razionalizza se lo studiamo nella forma di
potere in cui opera.
a Manoscritto (fol. 20): “l'analisi di una forma di potere che avevo chiamato punitivo, ma
preferirei dire disciplinare”.
Prendiamo la nozione stessa di abitudine. Se la consideriamo nel
contesto della filosofia politica del XVIII secolo, ha un uso essenzialmen-
te critico. Questa nozione permette di analizzare la legge, le istituzioni,
l'autorità. Ci si serve della nozione di abitudine per sapere fino a che pun-
to possa essere fondato qualcosa che si presenta come un'istituzione,
un'autorità. A tutto ciò che si presenta fondato in questo modo, si pone
la domanda: tu pretendi di essere fondato sulla parola divina o dall'auto-
rità del sovrano, ma non sarai [semplicemente] un'abitudine? È così che
funziona la critica di Hume, che si serve della nozione di abitudine come
uno strumento critico che riduce, perché l'abitudine, da una parte, non è
mai altro che un risultato e non un dato originale – c'è qualcosa in essa di
irriducibilmente artificiale –, e dall'altra, pur senza pretendere di essere
originale, non è fondata da qualcosa come una trascendenza: l'abitudine
viene sempre dalla natura perché è nella natura umana l'abitudine a con-
trarre abitudini. L'abitudine è al tempo stesso natura e artificio 22. E se nel
22 Cfr. D. Hume, A Treatise of Human Nature, a cura di L.A. Sleby-Bigge, Clarendon
Press, Oxford 19782 [1739], libro I, parte III, sezione XVI, p. 179: “Nature may certainly
produce whatever can arise from habit: Nay, habit is nothing but one of the principles
of nature, and derives all its force from that origin”; Trattato sulla natura umana, trad.
it. di P. Guglielmoni, Bompiani, Milano 2001, p. 367: “La natura può certamente pro-
durre tutto quel che nasce dall'abitudine: anzi, l'abitudine non è altro che uno dei prin-
cìpi della natura, e da questa origine deriva tutta la sua forza”. Hume non solo colloca
il costume o l'abitudine al cuore della spiegazione del ragionamento probabile, ma li ca-
ratterizza al tempo stesso come naturali e artificiali. È l'abitudine che “ci determina a
fare del passato un modello per il futuro” / “determine[s] us to make the past a stan-
dard for the future” e “la presupposizione che il futuro assomigli al passato non si fon-
da su altri argomenti che quelli derivati interamente dall'abitudine” / “the supposition
that the future will resemble the past is not founded on arguments of any kind, but is
derived entirely from habit” (Trattato sulla natura umana, cit., pp. 133-134; corsivo nel-
l'originale). Quando l'abitudine è il prodotto di un'esperienza passata costante, essa è
“piena è perfetta” / “full and perfect” e “noi effettuiamo il passaggio senza alcuna rifles-
sione, e non ritardiamo nemmeno di un istante tra il vedere un oggetto e il credere esi-
stente l'oggetto che di solito l'accompagna” / “we make the transition without any re-
flection, and interpose not a moments delay betwixt the view of one object and the be-
lief of that which is often found to attend it” ( ivi, p. 281). In altre parole, è l'abitudine,
senza alcuna riflessione e senza alcun riferimento alla supposizione secondo cui il futu-
ro assomiglia al passato, che assicura il passaggio tra l'esperienza della percezione di un
oggetto e la credenza in ciò che è normalmente è associato a esso. Si tratta quindi di una
produzione piena e perfetta, a sua volta conseguenza di un'esperienza passata costante.
Per contro, nel caso più comune in cui l'esperienza passata è mista, i “ragionamenti di
XVIII secolo ci si serve di questa nozione nella filosofia politica e morale,
lo si fa per escludere ogni possibile obbligo tradizionale fondato su una
trascendenza, sostituendovi il puro e semplice obbligo del contratto; per
sostituire agli obblighi tradizionali, che si dimostrano essere soltanto ef-
fetti dell'abitudine, un gioco di obblighi in cui la volontà di ognuno sarà
volontariamente legata e attualizzata nel contratto. Criticare la tradizio-
ne per mezzo dell'abitudine per contrattualizzare i legami sociali: ecco
l'essenza di questo uso della nozione di abitudine.
Ora, mi sembra che nel XIX secolo l'uso del termine abitudine sia
differente. Nella letteratura politica, smette di essere di regola impiegato
in maniera critica, ed è invece utilizzato in maniera prescrittiva: l'abitudi-
ne è ciò a cui le persone devono sottomettersi. C'è tutta un'etica fondata
sull'abitudine. Invece di ridurre tramite l'abitudine qualcosa come la mo-
rale o l'etica, si costituisce una politica dell'abitudine, che viene trasmessa
attraverso scritti molti diversi – [una sorta di] scritti di moralizzazione
popolare o di trattati di economia sociale 23. In essi, l'abitudine è sempre

questo genere non sorgono direttamente dall'abitudine, bensì in modo obliquo” / “rea-
sonings of this kind arise not directly from the habit, but in an oblique manner” (ibid.;
corsivo nell'originale). In un altro punto, Hume parla anche di una “via obliqua e artifi-
ciale” / “oblique and artificial manner” (p. 227 / p. 104). In questi casi, consideriamo
consapevolmente la supposizione secondo cui il futuro assomiglierà al passato, ed è
questa considerazione a produrre la credenza. Essa è dunque prodotta come un artificio
umano, che è “sufficientemente giustificat[a] dall'abitudine” / “has establish'd itself by a
sufficient custom” (p. 227 / p. 105). Per maggiori precisazioni, cfr. D. Owen, Hume's
Reason, Oxford University Press, Oxford 1999, cap. 7, pp. 147-174.
23 Foucault fa due esempi nel manoscritto: “Intervista di [M.] Bruno; Traité d'économie
sociale” (fol. 22). Su Monsieur Bruno, cfr. supra […]. E fa inoltre riferimento qui all'o-
pera del dottor Ange Guépin (1805-1873), Traité d'économie sociale, De Lacombe, Paris
1833. Medico filantropo e teorico di un socialismo di ispirazione saintsimoniana e fou-
rierista, nel XIX secolo Ange Guépin ebbe un ruolo centrale nella vita politica di Nan-
tes. In particolare, si dedicò a sondare la miseria degli operai di Nantes, proponendo
delle soluzioni per combatterla; cfr. A. Guépin, E. Bonamy, Nantes au XIXe siècle, cit.,
[…]. Nel suo Traité d'économie politique (pp. 82-83), partendo dall'esempio degli ope-
rai stampatori, il dottor Guépin sviluppava l'idea di associazioni industriali che permet-
tessero, fra l'altro, di condividere i rischi di incidente o di inattività, come pure il costo
delle pensioni, allo scopo di consentire agli operai stessi di acquistare le stamperie; cfr.
J. Maitron (a cura di), Dictionnaire biographique du mouvement ouvrier français. Pre-
mière partie: 1789-1864. De la Révolution française à la fondation de la Première Inter-
nationale, 3 voll., Les Éditions ouvrières, Paris 1965, vol. II, pp. 309-311.
data come qualcosa di positivo, che va acquisito. Ora, in questa posizio-
ne, non ha affatto lo stesso rapporto con il contratto che aveva nel XVIII
secolo: nel XVIII secolo si decapita la tradizione attraverso la critica del-
l'abitudine, in modo da far posto al contratto che vi si sostituisce, [men-
tre] nel XIX secolo l'abitudine è concepita come complementare al con-
tratto. Nel pensiero politico del XIX secolo, il contratto è la forma giuri-
dica con cui i possidenti stringono dei legami tra loro. È la forma giuridi-
ca che garantisce la proprietà di ciascuno. È ciò che dà una forma giuridi-
ca allo scambio. Infine, è ciò con cui gli individui stringono delle alleanze
a partire dalla loro proprietà. In altre parole, è il legame tra gli individui
e la loro proprietà, o il legame degli individui tra loro attraverso la loro
proprietà. L'abitudine, invece, è ciò attraverso cui gli individui sono legati
non alla loro proprietà – perché questo è il ruolo del contratto –, ma al-
l'apparato di produzione. È ciò attraverso cui i non possidenti saranno le-
gati a un apparato che non possiedono; ciò attraverso cui sono legati gli
uni agli altri in un'appartenenza che si suppone non sia un'appartenenza
di classe, ma un'appartenenza alla società intera. L'abitudine non è quin-
di ciò attraverso cui si è legati a un partner al livello della proprietà, ma
ciò attraverso cui si è legati a un ordine delle cose, a un ordine del tempo
e a un ordine politico. L'abitudine è il complemento del contratto per co-
loro che non sono legati dalla proprietà.
Possiamo allora spiegare come l'apparato di sequestro riesce effetti-
vamente a fissare gli individui all'apparato di produzione: li fissa forman-
do delle abitudini tramite un gioco di coercizioni e punizioni, di appren-
dimenti e castighi. Fabbrica un tessuto di abitudini mediante il quale si
definisce l'appartenenza sociale degli individui a una società. Fabbrica
qualcosa come una norma; la norma è lo strumento con cui gli individui
sono legati agli apparati di produzione. Mentre l'internamento classico
gettava gli individui fuori dalle norme, perché rinchiudendo i poveri, i va-
gabondi, i folli, fabbricava, nascondeva e a volte faceva vedere dei mostri,
il sequestro moderno fabbrica una normaa e la sua funzione è quella di
a Il manoscritto (fol. 24) aggiunge: “Il suo medium è la normalizzazione”.
produrre dei normali24. La serie che caratterizza la società moderna è
dunque questa: costituzione della forza lavoro-apparato di sequestro-fun-
zione permanente di normalizzazioneb.

Per concludere, se vogliamo caratterizzare il sistema di potere all'in-


terno del quale funziona la prigione e di cui essa è al tempo stesso un
simbolo, un concentrato, ma anche un elemento funzionale strategico, si
potrebbe dire questo. Fino al XVIII secolo, c'era una società in cui il pote-
re prendeva la forma visibile, solenne, rituale della gerarchia e della so-
vranità. Questo potere effettuava le sue operazioni attraverso un insieme
di marchi, di cerimonie, che lo designavano come sovrano. A questa so-
vranità, resa così visibile nel rituale della cerimonia, corrispondeva un
certo tipo di racconto storico, e quindi ancora vicino al racconto eroico,
e perciò ancora molto vicino all'efficacia mitica; un racconto storico che
aveva la funzione di narrare il passato del sovrano, di riattualizzare il pas-
sato per rafforzare il potere. La storiografia, come forma di discorso col-
legato a questo potere in forma di sovranità, era una funzione annessa
del potere; e anche quando, nel XVIII secolo, si assiste al suo rovescia-
mento critico, con Voltaire, Saint-Simon, Dupin ecc., questo discorso si
costituisce sempre nelle vicinanze del potere, per rafforzarlo o minarlo 25.

24 Cfr. Sorvegliare e punire, cit., pp. 111-112.


b Il manoscritto (fol. 24) presenta la stessa serie in questo modo: “Apparato di sequestro.
Costituzione di una forza lavoro. Società disciplinare. Funzione permanente di norma-
lizzazione/normatività”.
25 Nel manoscritto Foucault osserva: “il suo rovesciamento critico (Saint-Simon o Voltai-
re) lo allontanavano solo in apparenza da questa funzione primaria” (fol. 25). Louis de
Rouvroy, duca di Saint-Simon (1675-1755), nelle sue Memorie, prende le distanze dall'a-
dulazione a Luigi XIV praticata dalla storia ufficiale del tempo, e descrive, in una serie
di ritratti e di racconti storici, una specie di rovescio della monarchia; cfr. M. Stefanov-
ska, Saint-Simon, un historien dans les marges, Honoré Champion, Paris 1998, p. 29.
Nelle “Considerazioni preliminari” alla sua opera, Saint-Simon scrive: “La narrazione
dei fatti deve scoprire le loro origini, le loro cause, le loro conseguenze e i loro reciproci
legami, e dunque può essere fatta solo con l'esposizione delle azioni dei personaggi che
hanno reso parte alle cose […], che cosa ha dato loro la parte che hanno avuto nei fatti
che si raccontano, e il rapporto di unione o di opposizione esistente tra loro”. Luigi
XIV occupa comunque una posizione simbolicamente centrale nell'esposizione dei fatti.
Sull'importanza della cerimonia nella storia saintsimoniana, cfr. M. Stefanovska, Saint-
Nel XIX secolo il potere non si esercita più attraverso la forma solen-
ne, visibile, rituale della sovranità, bensì attraverso l'abitudine imposta ad
alcuni, o a tutti, ma innanzitutto e fondamentalmente affinché alcuni vi
siano per forza costretti. A queste condizioni, il potere può abbandonare
del tutto la sontuosità dei rituali visibili, tutti i suoi drappeggi e i suoi
marchi. Prenderà la forma insidiosa, quotidiana, abituale della norma, ed
è così che si nasconderà come potere e si presenterà come società. Il ruolo
della cerimonia del potere nel XVII