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Redatta scheda per il casellario N. 39911/07 R.GN.R. N. 17/09 del Reg. Gen.

addi N. 12139/08 R.G.G.1.P N. 1/11 dei Registro


inserz. Senten.

CORTE Di ASSISE DI ROMA


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

L'anno duemilaundici, il giorno 26 del mese di gennaio, in Roma

LA III CORTE DI ASSISE DI ROMA


composta dai Signori:
1. EVELINA CANALE Presidente
2. PAOLO COLELLA Giudice a latere
3. SANDRO RECC3310NI
4. FRANCESCA ANILE
5. AMALO MARUCCI
6. ANTONIA FIORONI Giudici
7. ANGELA MINARDI popolari
8. AUGUSTO GRAMICCIONI

con l'Arderveli-o del Pubblico Ministero, rappresentato dal dott.ssa Ilaria Calò.
e con l'assistenza del Cancelliere. Sig.ra Maria Augusta Paoletti, ha pronunciato la seguente

SENTENZA
nella causa penale con rito ordinario

CONTRO
1) BUSCO Raniero nato a Roma il 17.10.1965.
Res.te a Roma in vicolo Anagnino, 35.

LIBERO – PRESENTE – IMPUTATO

Del reato di cui agli artt. 575-577 e 61 n, 4 c.p. perché dopo aver morso e leso il
capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni ed averla stordita con un forte
colpo sferrato all'ernivolto destro, la colpiva 29 volte con uno strumento da punta e
da taglio, attingendola agli occhi, al collo, al seno, ai torace ed all'addome e alla zona
genitale, in tal modo cagionandone la morte per collasso cardiorespiratorio insorto in
via postemorragica, commettendo il fatto con sevizie' e crudeltà verso la vittima.
In Roma il '1.08.1990.

PARTI CIVILI
1) Anna Di Giambattista nata a Roma il 6.01.39, elett.te dom.ta presso il difensore
Avv. Lucio Molinaro con studio in Roma, via San Tommaso d'Aquino, 80
2) Paola Cesaroni nata a Roma il 13.09.63 elett.te doro. in Roma, via Ludovisi, 35,
presso i difensori Avv.ti Massimo Lauro e Federica Mondani
3) Comune di Roma, ora Roma Capitale nella persona del Sindaco On. Giovanni
Alemanno rappresentato e difeso dall'Avv. Andrea Magnanelli, elett.te dom. presso
l'Avvocatura del Comune di Roma, via del Tempio di Giove 21, Roma.

CONCLUSIONI
P.M.: Dott.ssa Ilaria Calò: riconosciuta la penale responsabilità dell'imputato,
considerata l'aggravante contestata voglia la Corte condannarlo alla pena dell'ergastolo.
P.C.: Avv. Molinaro per Anna Di Giambattista: affermata la penale
responsabilità dell'imputato chiede che la Corte lo condanni alla pena di giustizia, al
risarcimento dei danni materiali, morali e -biologici da accertarsi in separata sede che
quantifica indicativamente in una somma non inferiore a € 1.000.000/00, con
provvisionale di € 50.000/00; rifusione delle spese.

P.C.: Avv.Magnandli per il Comune dl Roma, ora Roma Capitale: affermata la


penale responsabilità dell'imputato chiede che la Corte lo condanni alla pena dì
giustizia, al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede; provvisionale
immediatamente esecutiva di E 100.000/00; rifusione delle spese.

P.C.: Avv. Lauro per Cesaroni Paola: affermata la penale responsabilità


dell'imputato chiede che la Corte lo condanni alla pena di giustizia;

P.C.: Avv. Mondani per Cesaroni Paola: affermata la penale responsabilità


dell'imputato chiede che la Corte lo condanni alla pena di giustizia, al risarcimento per
C 2 milioni o da quantificarsi in separata sede, con provvisionale immediatamente
esecutiva, pari ad E.200.000,00 chiede altresì sequestro conservativo sui beni del
Busco; rifusione delle spese.

Per l'imputato: Avv. Loria: voglia la Corte assolvere l'imputato perché innocente.
FATTO E DIRITTO

BUSCO Raniero è stato tratto a giudizio dinanzi a questa Corte per


rispondere del reato in rubrica indicato.

Sulla base delle prove acquisite nel corso del dibattimento deve
pervenirsi alla affermazione della sua penale responsabilità.

I DUE PRECEDENTI PROCEDIMENTI

Alle h. 23,30 circa di martedì 7 agosto 1990 Paola Cesaroni rinveniva il


corpo della sorella Simonetta sul pavimento di una stanza dell'appartamento-
ufficio di via Poma n. 2 dove la ragazza lavorava. La giovane, trafitta da
29 coltellate, giaceva supina con il capo riverso, le braccia e le gambe
divaricate; era vestita del solo reggiseno abbassato sui capezzoli ed
indossava dei calzini bianchi; aveva un corpetto appoggiato di traverso sul
ventre; del sangue le si era raccolto in una gora sotto il corpo; in prossimità
del capo e dei capelli scomposti il pavimento recava impronte rosacee
semicircolari, come per parziale detersione; l'ambiente circostante si
presentava in ordine, in un angolo una accanto all'altra erano allineate le sue
scarpe da tennis slacciate.

Insieme a Paola si trovavano il suo fidanzato Antonello Barone, il datore di


lavoro di Simonetta Salvatore Volponi, (che per primo era entrato nella
stanza), e suo figlio Luca, la portiera dello stabile Giuseppa De Luca e il
figliastro Mario Vanacore. Poco dopo sopraggiungeva anche il portiere,
Pietro Vanacore che si era trattenuto presso l'unico inquilino in quel momento
presente nel palazzo, l'ottantanovenne architetto Cesare Valle con cui avrebbe
dovuto trascorrere la notte per assisterlo.

Immediatamente arrivavano le Volanti della Polizia che, verificato quanto


era accaduto, conducevano tutti i presenti in Questura e davano inizio ai
sopralluoghi e ai rilievi di rito. Dalle prime indagini emergeva che Simonetta
dall'ottobre del 1989 lavorava come segretaria contabile presso la Reli sas, uno
studio commerciale sito in zona Casilina a Roma; il luogo di lavoro della
ragazza era ubicato in un ufficio in via Maggi. La Reli sas, di cui erano soci
Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi, aveva tra i suoi clienti la
A.I.A.G. Associazione Italiana Alberghi della Gioventù. Nel giugno del
1990 Volponi aveva proposto a Simonetta di lavorare due pomeriggi a
settimana, il martedì e il giovedì, anche presso gli uffici dell'A.I.A.G. che
si trovavano appunto in via Poma n. 2, alla scala B, terzo piano, interno 7.

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Responsabile della A.I.A.G. era l'avvocato Francesco Caracciolo di Sarno,
con studio in via Brofferio, non lontano da via Poma, amico del
Bizzocchi, al quale appunto il primo aveva chiesto di procurargli un
contabile per i mesi di giugno-luglio al fine di sopperire temporaneamente
alla assenza del ragionier Riccardo Sensi. La mattina del 7 agosto 1900 in
via Maggi, nella sede della Reli sas, Volponi Simonetta avevano, tra
l'altro, parlato dell'organizzazione delle ferie: restava un ultimo impegno:
il pomeriggio all'A.I.A.G. per completare alcune pratiche prima della
sospensione estiva. Simonetta aveva insistito con Volponi che non era
necessario che anch'egli si recasse quel pomeriggio in via Poma, ma che sarebbe
stato sufficiente che ella gli telefonasse verso le 18.00/18.30, (all'utenza della sua
tabaccheria di via Giolitti, dove quel pomeriggio Volponi lavorava), per riferirgli a
che punto era con l'inserimento della contabilità. Quella telefonata non era mai
arrivata.

Calcolando i tempi del tragitto, Simonetta era arrivata in via Poma presumibilmente
intorno alle 15,45. L'ufficio quel pomeriggio era chiuso al pubblico; per accedervi la
ragazza aveva usato il mazzo di chiavi in suo possesso, mai più rinvenuto.
Intorno alle 17.15/17.35 risale l'ultimo indizio che la giovane era ancora in vita: le
aveva infatti telefonato la collega Luigia Berrettini dell'A.I.A.G. cui la ragazza
aveva chiesto delucidazioni sulle modalità di inserimento di alcuni dati al computer.
I familiari la attendevano a casa per le h. 20.00/20.30: trascorso quell'orario senza
avere notizie della giovane, la madre, Di Giambattista Anna, (16/2/2010), aveva
iniziato a preoccuparsi, (cfr. p. 6: "Simonetta se tardava ci avvertiva sempre, era
proprio il suo carattere così", "io avevo già preparato la cena per noi e niente,
abbiamo aspettato, stavamo a casa. Quando erano verso un quarto alle nove, così
all 'incirca, quasi le nove, non si vedeva, stavo affacciata alla finestra, Paola torna
con il motorino, con Antonella, allora ho detto – Paola – dalla finestra dico –
Simonetta ancora non si vede – anche perché doveva andare a salutare gli amici,
però stava senza macchina, andava con i mezzi. Paola è andata fino alla metro poi
è ritornata, io stavo affacciata alla finestra e lei mi ha detto – mamma è tornata? –
dico – ancora no").
Alle 21.30 la sorella Paola, insieme al fidanzato Barone, si mettevano in movimento
per dare inizio alle ricerche, dopo avere vanamente tentato di telefonare a Volponi la
cui utenza risultava sempre occupata. I due si recavano proprio presso l'abitazione
del datore di lavoro di Simonetta, situata non molto distante dalla loro, e qui giunti
gli chiedevano subito il numero di telefono degli uffici dell'A.I.A.G. Infatti la madre
della ragazza lo aveva a suo tempo trascritto su di un bigliettino che però sul
momento non riusciva a trovare. Senonchè Volponi non aveva il numero di
telefono, né sapeva con precisione dove fosse ubicato l'ufficio degli Ostelli della
Gioventù dove la ragazza prestava la sua attività pomeridiana. A giustificazione di
ciò precisava che il "contatto" con la Reli sas era stato opera del suo socio Bizzocchi
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che si occupava dell'aspetto commerciale dell'attività ed era amico dell'avvocato
Caracciolo di Sarno, mentre lui si interessava del versante più propriamente tecnico-
contabile del lavoro.

Dopo alcuni tentativi e grazie all'intuizione di Paola di cercare la parola "Ostelli"


negli elenchi telefonici, erano riusciti insieme a recuperare l'indirizzo di via Poma
dove si erano recati, come detto, la sorella Paola, accompagnata dal fidanzato,
nonché Volponi e il figlio. Una volta arrivati, si facevano aprire la porta
dell'appartamento, chiusa con quattro mandate, dalla moglie del portiere della quale
avevano dovuto vincere le iniziali resistenze.

Si era accertato che dalle 16.00 alle 20.00 i portieri degli stabili di via Poma, (oltre a
De Luca e Vanacore, anche l'altro portiere, Nicolino Grimaldi), si erano trattenuti
nel cortile davanti alla fontana condominiale a parlare; non avevano visto entrare
nessuno dall'ingresso principale in quell'orario.

Nel primo procedimento per i fatti di via Poma, svoltosi nei confronti di Vanacore
che era allora accusato di omicidio aggravato, era emerso che costui non si trovava,
contrariamente a quanto da lui asserito, con gli altri portieri nel cortile condominiale
nell'orario che andava dalle 17.30 alle 18.30, (cioè in orario compatibile con quello
in cui Simonetta era stata verosimilmente uccisa, secondo le risultanze della
consulenza tecnica sul cadavere, svolta nell'agosto del 1990 dal prof. Ozrem Carrella
Prada su incarico dell'allora PM). Egli si era infatti dapprima assentato insieme
all'altro portiere Grimaldi per acquistare dal ferramenta un "frullino" e al ritorno si
era recato, da solo, ad annaffiare i fiori di alcuni inquilini in ferie. Inoltre aveva
dichiarato di essere uscito di casa alle h. 22.30 per andare nell'appartamento
dell'anziano architetto Cesare Valle, che si trovava all'ultimo piano del palazzo per
prestargli assistenza per la notte; ma il Valle lo aveva smentito, in quanto aveva
riferito che il portiere era arrivato a casa sua alle 23.00. Considerato che Vanacore,
per la sua frequentazione dei luoghi, era in condizioni di muoversi agevolmente
all'interno dell'edificio; che avrebbe avuto tempo e modo non solo di uccidere la
ragazza tra le h. 17.30 e le h. 18.30, ma anche di tornare sul luogo del delitto, dalle
h. 22.30 alle h. 23.00, per asciugare la maggior parte del sangue, (stimati in alcuni
litri) e disfarsi dell'arma del delitto, degli oggetti usati per detergere il pavimento,
nonché degli abiti e delle altre cose sottratte alla vittima; che agli investigatori era
parso molto sospetto il tardivo riferimento che egli aveva fatto, in perfetta
coincidenza con le dichiarazioni della moglie, ad uno sconosciuto asseritamente visto
uscire la sera dei fatti dal condominio, gli veniva applicata la misura della custodia
cautelare in carcere. Senonchè il Tribunale, in sede di riesame, pur riconoscendo che
il Vanacore si era trovato, la sera del 7 agosto nelle condizioni di uccidere la
Cesaroni: perché disponeva delle chiavi dell'appartamento; perché nessun estraneo
era stato visto transitare nel complesso condominiale quel pomeriggio, (se non dalla
De Luca che aveva fatto riferimento ad un uomo in atteggiamento sospetto con un
qualcosa sotto al braccio, che forse poteva identificarsi nell'inquilino Forza Fabio
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risultato però già assente da Roma e all'estero per le vacanze); perché il suo alibi,
(consistente nell'essersi recato a innaffiare le piante di alcuni condomini), era
sostanzialmente rimasto privo di riscontri, non riteneva altamente probabile che egli
avesse effettivamente ucciso la ragazza. Contro questa tesi infatti riteneva il
Tribunale: che non vi era alcun legame tra lui e la vittima; che si conoscevano
superficialmente, "di vista", "di sfuggita"; che il movente sessuale contrastava con
il buon senso dato che Vanacore non poteva avere la certezza che la ragazza fosse
sola nell'appartamento e quindi particolarmente vulnerabile, posto che nei giorni
precedenti era sempre stata in compagnia di qualche collega; che comunque le
uniche persone che si trovavano nel condominio, oltre Grimaldi e Valle, erano
praticamente tutti i suoi parenti; che non vi era la certezza che l'aggressore fosse
entrato nell'ufficio usando le chiavi del portiere dal momento che la porta era stata sì
richiusa con quattro mandate, ma non erano state ritrovate le chiavi di cui la vittima
era in possesso; tutto ciò considerato così argomentava il Tribunale: "nulla esclude,
in ipotesi che gli aggressori dopo essere riusciti con qualche stratagemma a farsi
aprire dalla vittima e a compiere il misfatto, poi uscirono dall'ufficio chiudendo a
chiave proprio con le chiavi sottratte alla giovane"; osservava poi che chiunque
avesse ucciso la giovane e poi pulito il suo sangue, si sarebbe imbrattato gli abiti
dello stesso, mentre le uniche tracce di sangue rinvenute sui pantaloni del Vanacore
gli appartenevano con certezza, essendo rimasto accertato che soffriva di emorroidi.
Vanacore veniva pertanto scarcerato e in data 23 aprile 1991 la sua posizione era
oggetto di provvedimento di archiviazione, richiesto dallo stesso PM a seguito
dell'esito negativo dell'espletato incidente probatorio, (perizia sulle tracce di sangue
rinvenute sulla porta della stanza dove Simonetta era stata rinvenuta).

Così aveva termine il primo procedimento per il delitto di via Poma.

Dopo circa un anno Vanacore veniva nuovamente sottoposto ad indagini, questa


volta per favoreggiamento del presunto autore dell'omicidio, individuato in Federico
Valle, il giovane nipote dell'architetto Cesare presso cui il portiere era andato a
trascorrere la notte tra il 7 e 1'8 agosto. Questa la nuova imputazione a suo carico:

"Imputato del delitto p. e p. dagli artt. 81 e 378 cp per avere, con più azioni
esecutive del medesimo disegno criminoso, dopo che fu commesso il delitto sub A)
aiutato l'autore dello stesso ad eludere le investigazioni dell'Autorità e
segnatamente:

il 7/8/1990 si introduceva nell'appartamento in cui era stato commesso il delitto,


puliva il sangue dal pavimento della stanza in cui giaceva la vittima, asportava
alcuni suoi indumenti mai più trovati, si impossessava dei suoi monili e di una
piccola somma di denaro al fine di simulare lo scopo di rapina;

il 9/8/1991 sentito quale persona informata sui fatti da Ufficiali di PG della Squadra
Mobile riferiva circostanze false e ne taceva delle vere in guisa tale da sviare le
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indagini.
Dichiarava infatti che il giorno 7/8/1990 dalle h. 17,10 alle h. 17,30 aveva innaffiato
delle aiuole e successivamente si era trattenuto nel cortile del palazzo di via Poma
nei pressi di una vasca vuota di una fontana dalle h. 18,00 alle h. 20,00 escludendo
che qualcuno fosse entrato o uscito dalla scala B).

Aggiungeva inoltre che in serata dopo essersi recato verso le h. 22,30 nell'abitazione
ubicata due piani sopra all'interno 7 di proprietà dell'ottantanovenne Valle Cesare
al solo fine di prestare assistenza notturna a quest'ultimo, raggiunto poco dopo da
sua moglie Giuseppa De Luca ed avvisato della scoperta del cadavere, scendeva
immediatamente ed a seguito di agenti della Polizia di Stato visitava l'interno 7,
scorgendo il corpo di Simonetta Cesaroni.

Taceva invece di essersi assentato senza che nessuno lo vedesse dalle h. 18,00 alle h.
19,00 e successivamente di essere apparso nel cortile del palazzo circa 40 minuti
dopo il rinvenimento del cadavere.

Circostanza mai ritrattata nel corso dei successivi interrogatori.

Fatti commessi in Roma alle date sopraindicate"

Alla base delle nuove accuse vi erano le dichiarazioni di un tale Roland


Voller. Costui nel febbraio 1992, inizialmente in qualità di "fonte non meglio
qualificata", aveva fatto pervenire alla Squadra Mobile l'informazione di
sapere chi aveva ucciso Simonetta Cesaroni.

Si accertava successivamente che la "fonte" era appunto il Voller,


''cittadino austriaco nato a Innsbruck nel 1947, da molti anni in Italia,
commerciante di autovetture che risultava avere precedenti penali per emissione di
assegni a vuoto e procedimenti giudiziari per bancarotta fraudolenta e
semplice ed era in attesa di essere estradato in Austria per truffa aggravata",
(cfr. la sentenza ex art. 425 cpp in data 16/6/1993 acquisita all'udienza del
3/2/2010). Questi, le cui dichiarazioni risulteranno smentite da tutte le
risultanze processuali, aveva raccontato che nel maggio 1990, durante una
telefonata in una cabina telefonica, a causa di un'interferenza, era stato messo
accidentalmente in contano con una donna, Giuliana Ferrara, ex moglie di
Raniero Valle, il figlio dell'anziano architetto Cesare Valle. I due erano
diventati amici e Giuliana aveva confidato a Voller di essere preoccupata
poiché suo figlio Federico che soffriva per la separazione dei genitori si era
ammalato di anoressia; in particolare, il 7 agosto 1990 Voller e Giuliana
Ferrara si erano parlati al telefono e lei si era mostrata molto agitata per il
figlio che, recatosi a fare visita al nonno Cesare in via Poma, non era ancora
rincasato. La sera dello stesso giorno – sempre a dire dell'uomo – i due si
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erano parlati di nuovo: lei era sconvolta perché Federico era tornato sporco
di sangue e aveva un taglio alla mano. Secondo l'uomo, l'avvocato
Raniero, (che il figlio Federico avversava perché gli attribuiva la colpa
delle sofferenze della madre), aveva una relazione con una ventenne
impiegata degli Ostelli e il figlio aveva ucciso Simonetta per una sorta di
intento punitivo nei riguardi della più giovane rivale della madre. Le
dichiarazioni di Voller erano state smentite dalla Ferrara che ammetteva di
conoscerlo ma negava di essersi mai confidata con lui e soprattutto di avergli
parlato al telefono il 7 agosto 1990, e da tutte le altre emergenze investigative,
tra l'altro era subito risultato che l'avvocato Raniero aveva sì una relazione, ma
con un'altra donna.

Di particolare interesse, nell'ambito del secondo procedimento, erano stati


gli accertamenti sul DNA presente sulle tracce di sangue rinvenute sui
lati esterno e interno della porta della stanza e sulla maniglia della porta,
(accertamenti di cui si dirà anche inseguito in quanto ripresi nel presente
procedimento).
I periti (tra cui il prof. Angelo Fiori), avevano accertato che le tracce di
sangue erano di gruppo A, Gm a+, DQ alfa 1.1/4 appartenenti ad un
individuo di sesso maschile. Il sangue della ragazza era di gruppo 0, Gm
a+ b+ DQ alfa 4/4. Il sangue del Valle era di gruppo A DQ alfa 1.1/1.1
per cui era stato dichiarato incompatibile per la traccia ematica rinvenuta
sulla porta secondo il sistema 1-ILA DQ alfa.

I consulenti tecnici del PM avevano tuttavia avanzato dei rilievi critici sui
risultati della perizia prospettando l'ipotesi che la traccia di sangue rinvenuta
sulla porta oltre a poter appartenere ad un individuo di sesso maschile con quelle
caratteristiche genetiche, (gruppo A, Gm a + DQ alfa 1.1/4), poteva anche
derivare dalla commistione di sangue di un individuo di sangue di gruppo A DQ alfa
1.1/1.1 (come quello del Valle) con quello di altro individuo di gruppo O DQ alfa 4/4
(come quello della Cesaroni). Esperimenti di laboratorio con sangue con
caratteristiche genetiche di quel tipo avevano infatti dato risultati concordanti con la
tesi da loro sostenuta.

Al riguardo però il GUP osservava che si trattava di mera ipotesi, come tale
riconosciuta dagli stessi consulenti del PM e riportava delle affermazioni da costoro
rese ad organi di stampa secondo cui "le prove biologiche non sono conclusive.
Avranno un peso soltanto col supporto di altri elementi" e "il giallo di via Poma non
potrà essere risolto solo in base agli accertamenti ematici".

In particolare, il GUP argomentava:

"quello che il Giudicante ha ritenuto porre a sostegno del non luogo a procedere
non è che le tesi del PM sulla commistione siano scientificamente infondate ma che
8
questa conoscenza scientifica non potesse equivalere alla prova della presenza del
Valle sul luogo del delitto" (...) "non si potrà mai dimostrare che la traccia sulla
porta fosse del sangue commisto del Valle e della Cesaroni. Nella migliore delle
ipotesi si potrà dimostrare che quella traccia conteneva sangue DQ alfa 1.1/1.1,
come quello del Valle, ma non del Valle, e sangue DQ alfa 4/4. della Cesaroni"
(...) "il Valle non è il solo portatore di un allele DQ alfa 1.1/1.1 per cui questo
elemento poteva fornire automaticamente il nome dell'omicida. Non è un elemento
univoco e indiscutibile come un'impronta dattiloscopica che appartiene solo a chi
l'ha lasciata".

Ispirate da buon senso erano poi le osservazioni svolte dal GUP in sentenza riguardo
alla posizione di Vanacore.

Secondo il GUP, "le accuse nei suoi confronti si fondano su deduzioni ma sono
prive di ogni mezzo di prova". In particolare, poiché il PM "ha richiesto il rinvio
a giudizio del Valle per il reato di omicidio di cui sopra, ne consegue che il
Vanacore dovrebbe rispondere del reato di favoreggiamento del Valle stesso. Allo
stato non vi sono altri imputati di omicidio e non è tecnicamente possibile ritenere la
coesistenza - salvo il caso di un concorso che, allo stato, non esiste perchè non
contestato - di un autore identificato - il VALLE - e, contemporaneamente, di un
autore non identificato ma identificabile successivamente. Nè è lecito il
ragionamento di imputare comunque al Vanacore il reato di favoreggiamento, anche
nel caso di proscioglimento del VALLE - come è accaduto - ritenendo che comunque
un omicida deve esistere. In altre parole l'imputazione deve avere ad oggetto fatti
concreti ai quali ancorarsi per motivi probatori e non può avere, invece, solo ipotesi
che difettano di riscontro.

Non esiste un favoreggiamento anonimo o gratuito in quanto anche questo reato ha


un suo movente o tornaconto, qualunque esso sia: parentela, amicizia, difesa,
interesse, denaro. Senza un movente o tornaconto è assurdo ritenere che una
persona aiuti un ignoto ad eludere le investigazioni della polizia o dell'A. G.

In ogni caso è opportuno iniziare l'esame degli elementi a carico del Vanacore quale
favoreggiatore del Valle, ritenuto dal P.M. autore del reato di omicidio di cui al capo
A) della rubrica.

Il comportamento dell'imputato certamente non è esente da critiche in quanto le sue


dichiarazioni, rese successivamente nel tempo e alle autorità succedutesi, non sono
lineari, offrono il destro a critiche e a periodi di tempo privi di copertura.

In linea teorica non si può nemmeno escludere che il Vanacore abbia visto o sappia
qualcosa di più, di quello che ha detto. Lo stesso Tribunale, in sede di riesame
dell'ordinanza di custodia cautelare che gli addebitava l'omicidio della CESARONI,
ha rinvenuto indizi e sospetti nel suo comportamento anche se non tali da

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giustificare lo stato di detenzione.

Nei capitoli precedenti si è già esaminato, se pure indirettamente, l'improbabilità


dell'intromissione del Vanacore nell'esecuzione del reato di omicidio addebitato al
Valle. In effetti il Vanacore, se avesse commesso il reato addebitato, lo avrebbe
fatto: a) per il rapporto esistente con il nonno del Valle e, quindi, spontaneamente; b)
perchè cercato dal nonno o dai genitori del Valle o dal Valle medesimo dopo il fatto.

Entrambe le ipotesi prevedono: c) che l'omicida sia il Valle; d) che il Vanacore sia
venuto a conoscenza di questa circostanza direttamente (ipotesi a) o indirettamente
(ipotesi b).

Ipotesi principale ed essenziale è quella sub c): si è visto che, allo stato, manca del
tutto la prova che il Valle sia l'autore dell'omicidio. Ergo, per la contraddizione che
non lo consente, tutte le altre tre ipotesi decadono. Il fatto addebitato al Vanacore
non sussiste per mancanza di prova.

Per amore di discussione si può prendere in esame l'ipotesi di un terzo, autore del
reato ma ignoto, conosciuto o sconosciuto dal Vanacore.

La prima ipotesi è assurda: si chiede il rinvio a giudizio del Valle per omicidio ma si
suppone che possa essere stato anche un altro che ha agito, individualmente e non in
concorso con il Valle.

Lo scrivente ha troppo rispetto per il P.M. per ritenere che abbia potuto anche solo
pensare un'ipotesi del genere. La stessa cosa vale anche per l'ignoto sconosciuto ma
in pejus. II Vanacore avrebbe agito al solo scopo di far sfuggire alla giustizia uno
sconosciuto per un crimine odioso. E' incredibile il solo pensarlo.

Ma lo scrivente ritiene necessario andare ancora più a fondo: sempre per amore di
discussione si può considerare l'imputazione del Vanacore avulsa da quella del
Valle, al fine di accertare la sua reale consistenza.

Il P. M ha articolato il reato di favoreggiamento.

Orbene, quello di cui al n. 1 del capo B) è del tutto privo di prove e basato solo su
deduzioni. Il Vanacore avrebbe commesso il reato solo perchè era l'unico che poteva
porre in essere le attività indicate. E' lo stesso ragionamento che ha portato alla sua
incriminazione per omicidio.

Ed è in virtù dello stesso procedimento che il Vanacore deve essere prosciolto: come
non vi erano prove a suo carico per il reato di omicidio altrettanto non vi sono prove
per il comportamento descritto. Si tratta di mere presunzioni prive di ogni riscontro.

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Nè tali si possono definire gli ulteriori comportamenti indicati analiticamente nel n. 2
del capo B): è vero, le dichiarazioni del Vanacore sono lacunose, contradditorie e
danno adito a sospetti e a dubbi: lo ha rilevato, come si è detto, già il Tribunale in sede
di riesame. Tuttavia queste stesse dichiarazioni, prive di ulteriori riscontri non
possono, costituire, di per sè sole, elementi di prova a carico del Vanacore.

Infatti, deve essere tenuta nel debito conto l'emozione derivata dalla scoperta del
cadavere e dell'omicidio avvenuto in uno stabile affidato alla sua custodia. La sua
responsabilità, nei confronti dei condomini, è rilevante in tema di inefficienza.

Come è stato commesso un omicidio così potevano essere commessi, per


l'inefficienza della custodia, innumerevoli furti sui beni affidati fiduciariamente al
portiere dagl'inquilini assenti.

Consciamente o inconsciamente il VANACORE deve aver avvertito questa sua colpa e


ne deve aver tenuto conto nelle dichiarazioni rese alla polizia allo scopo di tutelare la
sua professionalità. Successivamente, come avviene quando le dichiarazioni non sono
univoche ( ), per tentare di riparare il malfatto, si complicano sempre di più le
cose fino a ingarbugliarle del tutto.

A ciò va aggiunta la particolare situazione psicologica della persona arrestata per


un grave fatto di sangue. A questa imprecisione del Vanacore fa riscontro, però,
anche la mancata precisione dell'ora del delitto. L'unico dato certo è che alle 17,35
circa la povera Simonetta telefonò alla Berrettini e, quindi, era ancora viva. Il cadavere
fu scoperto alle ore 23 circa e l'autopsia non ha accertato, con verosimile precisione,
l'ora della morte facendola risalire dalle 7 alle 12 ore prima dell'intervento
del medico-legale (p. 25 della consulenza autoptica) e, tenendo conto della temperatura
estiva, " ... più intorno alle 7 ore che alle 12 ore prima del sopralluogo" (così p. 26)
avvenuto alle ore 2 dell '8 agosto 1990. E' possibile quindi che tra le h. 18 e le h. 19 la
Cesaroni fosse ancora viva per cui quel "buco" nelle dichiarazioni del Vanacore
sarebbe del tutto inconferente.

Altrettanto inconferente è l'assenza del Vanacore tra la scoperta del cadavere e la


sua comparsa sulla scena del delitto: si può ipotizzare tutto, come ad esempio
l'eliminazione delle ultime tracce del delitto, ma non si può provare nulla.

In conclusione si deve serenamente affermare, non solo per gli addetti ai lavori, cui
la sentenza dovrà essere sottoposta, ma anche per quelli che comunque leggeranno
questo elaborato, che lo scrivente non ritiene il Valle e il Vanacore "innocenti" per
non aver commesso i fatti loro addebitati, ma ritiene che agli stessi, allo stato, non
possono essere addebitati i reati loro imputati per mancanza assoluta di prova sia in
ordine alla commissione del reato (Valle) sia in ordine alla sussistenza del reato di
favoreggiamento (Vanacore)".

11
E così si chiudeva anche il secondo procedimento per l'omicidio di via Poma.
Quanto al presente procedimento è opportuno, innanzitutto, dare conto della sua
genesi.

12
IL PRESENTE PROCEDIMENTO E LA CONSULENZA BIOLOGICA
DEL 3/9/2007

Nella relazione di consulenza medico-legale del 1990, il prof. Carella Prada Ozrem
che aveva proceduto al sopralluogo nell'appartamento di via Poma nelle prime ore
dell'8/8/1990, così descriveva gli indumenti indossati dal cadavere di Simonetta
Cesaroni:

"Indossava un reggiseno "a balconcino" in pizzo rosa, con coppe semiabbassate


parzialmente scoprenti e comprimenti i seni i cui capezzoli erano in vista; la spallina
sinistra di detto reggiseno era in situ mentre la contro laterale appariva discesa e
tesa al di sotto della regione deltoidea. Disposto per traverso sul ventre si osservava
un "top" in cotone bianco operato a giorno. Il cadavere recava altresì calzini corti
in cotone bianco il cui versante piantare appariva sostanzialmente deterso".

Detti indumenti non erano stati oggetto di interesse investigativo in nessuno dei due
precedenti procedimenti.

In data 26/10/2004, in esito a notizie giornalistiche e televisive sul delitto di via


Poma, il prof. Carella Prada aveva consegnato alla Procura della Repubblica di
Roma detti indumenti che erano rimasti per tutto quel tempo in possesso
dell'Istituto di Medicina Legale.

Si riportano, al riguardo, alcuni stralci delle dichiarazioni dibattimentali, (19/7/2010


pp. 29), del professore:

"AVV. P. C. MOLINARO: vuole dire lei che cosa rispose quando le chiesi come mai
sul giornale era scritto che Simonetta era nuda?

CONSULENTE CARELLA PRADA: dissi che non era vero e che io avevo alcuni
indumenti, ma il fatto ... il fatto che io avessi questi indumenti e che ero ... ero
disponibile a ... a consegnarli al titolare della... della... del procedimento, all'epoca
Dottor Ormanni, era una intenzione che io avevo proprio in quei giorni, perché in
quei giorni appunto, era uscito fuori che Simonetta Cesaroni era... che... che i vestiti
di Simonetta Cesaroni non si trovavano più, e dissi che non era vero, non era vero
anche per il semplice fatto che io ho sempre... ho descritto i vestiti che lei aveva al
momento del sopralluogo, no, così come ho descritto tutto il resto ecco. Comunque
io ricordo di essermi anche un po' ... un pochettino agitato per questa cosa, no,
perché io sapevo benissimo che ... che ... di averli, no, e sapevo benissimo di aver
scritto anche in perizia che c'erano, quindi perché dire non c'erano. E proprio in
occasione, poi probabilmente in una stretta colleganza cronologica ci fu quel
rapporto tra noi e. .. e proprio in quei giorni poi io consegnai ... consegnai questi
reperti al Dottor Ormanni".

Le nuove conoscenze e metodiche tecnico-scientifiche nel frattempo resesi


disponibili consentivano un approccio completamente diverso al caso rimasto
irrisolto con i tradizionali strumenti di indagine.
Il PM disponeva pertanto consulenza tecnica collegiale sui reperti al fine di
individuare le tracce di natura biologica sugli stessi eventualmente presenti e
successivamente di procedere a confronto tra i profili genetici emersi dalle
analisi, con i profili genetici di trenta soggetti, tra cui l'allora fidanzato
Raniero BUSCO, che in vario modo e a vario titolo si erano relazionati con la
ragazza (dal portiere Vanacore all'avvocato Caracciolo, dal Volponi agli
amici della ragazza). Dall'analisi di tali reperti era risultato che il DNA sui
medesimi presente apparteneva alla vittima (in grande quantità), e
all'allora fidanzato BUSCO (in minima quantità).

Detti reperti risultano descritti, fotografati e comparati rispetto allo stato in cui si
trovavano secondo le foto dell'epoca, nella relazione depositata in data
3/9/2007 e svolta dal. T. Col. Garofano Luciano, dal Magg. Pizzamiglio Marco,
appartenenti al Ragg ruppamento Investigazioni Scientifiche di Parma, e dal dr.
Moriani Stefano.

Si riportano di seguito le pp. 15/27 della relazione:

reperti oggetto della presente indagine

I reperti in sequestro sono stati classificati secondo una numerazione progressiva


adottata dagli scriventi in base agli incarichi ricevuti ed ai quesiti di volta in
volta formulati dal P.M. Riguardo i reperti più direttamente connessi
all'omicidio, vengono di seguito indicati anche tutti i prelievi che sono stati
effettuati su ciascun reperto e che sono stati successivamente avviati agli
accertamenti analitici.

Primo gruppo di reperti confezionatidall' Istituto di Medicina Legale di Roma,


contenenti : un reggiseno di pizzo, un corpetto di cotone e due calzini.

- Fronte busta carta.


- Retro busta carta.
- La busta di plastica all'interno 'interno della quale erano conservati insieme : un
reggiseno di pizzo un corpetto di cotone e due calzini.
- La busta nterna di plastica annodata.
- Gli stessi reperti una volta apertala busta.
- Particolare del reggiseno : esso risulta vistosamente ossidato e imbrattato di
verosimile materiale ematico.
(nota mia: foto illeggibili)
Il reggiseno in reperto messo
addosso ad un manichino per
individuare le aree di tessuto
reticolato indenni da materiale
ematico

Aree prelevate per le analisi


3 ' c a m p i o n e effettuato
s ulla coppa del seno destro.
2' prelievo inferiore

Particolare del corpetto una volta


aperto completamente per
favorirne le visione d'assieme. Si
notino le evidenti imbrattature di
materiale ematico nell'area
corrispondente all'appoggio sulla
schiena, sulle bretelle e in un
angolo della chiusura.

i3
14
18
1 19
Visione del corpetto messo addosso ad un manichino, dopo la seconda serie di
nove prelievi effettuati (i precedenti campionamenti sono stati bordati in rosso ed i
successivi in verde), per valutare la sovrapposizione di ulteriori aree
luminescenti all'esame con la lampada Crimescope e le corrispondenti parti
corporee femminili.
• 11 °campione : prelievo effettuato nell'area del capezzolo sinistro ;
• 12°campione : prelievo effettuato nell'area del capezzolo sinistro ;
• 13°campione : prelievo effettuato nell'area del capezzolo sinistro ;
• 14°campione : prelievo effettuato in prossimità del bordo superiore con
bottoni della porzione sinistra ;
• 15°campione : prelievo effettuato nell'area del capezzolo sinistro ;
• 16°campione : prelievo effettuato in prossimità del bordo superiore con
asole, della porzione destra ;
• 17° campione : prelievo effettuato in prossimità del bordo superiore della
porzione destra ;
• 18° campione : prelievo effettuato in prossimità del bordo superiore della
porzione destra ;
• 19° campione : prelievo effettuato nell'area del capezzolo della coppa
destra.

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