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Eric J.

Leed

Terra di nessuno
Esperienza bellica e identità personale
nella prim a guerra m ondiale
In memoria di mia madre,
Alice A. Le ed
1908-1972
Eric J. Leed

Terra di nessuno
Esperienza bellica e identità personale
nella prim a gu erra m ondiale

il Mulino
ISBN 88-15-00859-4
Edizione originale: No Man’s Land. Combat & Identity in World
War I, Cambridge, Cambridge University Press, 1979. Copyright
© 1979 by Cambridge University Press, Cambridge. Copyright ©
1985 by Società editrice il Mulino, Bologna. Traduzione di Rinal­
do Falcioni.
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo
effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didatti­
co, non autorizzata.
Prefazione

Ci sono molte cose che questo libro non è e non può


pretendere di essere. Non è una storia militare, per
q u an to io ab b ia tro v ato n elle sto rie militari il materiale
necessario a farmi un’idea puntuale degli eventi della
prima guerra mondiale. E non si tratta neppure di un’a­
nalisi della letteratura di guerra: per quanto abbia stu­
diato a fondo la memorialistica, l’ho fatto essenzialmente
sperando di comprendere meglio esperienze che deborda­
no dai limiti della parola e del testo scritto. Infine, que­
sto libro non è una psicostoria della prima guerra mon­
diale. Potrebbe sembrare che il suo oggetto — la tra­
sformazione della personalità in guerra — rientri nel­
l’ambito di competenza della psicostoria ma, come ho
tentato di spiegare nel primo capitolo, trasformazioni del
carattere che appaiono fortemente soggettive sono invece
sovente derivate da simboli tradizionali e convenzioni
ben introiettate. Dunque in questo libro non tratto di
psicostoria, bensì di quei repertori culturali significanti in
base ai quali i partecipanti al conflitto trassero spiegazio­
ne dei mutamenti percepiti nel proprio essere. In questa
ricerca l’«io» non appare come scopo ultimo d’analisi, ma
come elemento fondamentale di quella rappresentazione
immaginaria le cui figure servirono ai partecipanti al con­
flitto per definire la natura della loro esperienza.
Ho concepito questo libro come analisi di un’espe­
rienza storica ben definita, e con lo scopo di individuare
e precisare il modo in cui un evento storico di prima
grandezza possa aver contribuito alla definizione peculiare
del «moderno». La guerra intervenne sul carattere dell’e-/
poca alterando lo status, le aspettative, e la personalità
dei partecipanti al conflitto. Anche adesso — dopo tutto'
il tempo speso a studiare la guerra, pensarla, e talvolta

5
Prefazione

anche sognarla di notte — sono convinto che, a lungo


andare, la guerra possa veramente continuare a interessa­
re soltanto un aficionado di cose militari oppure un
membro della generazione di guerra. Dal punto di vista
puramente militare la guerra è d ’interesse strettamente
circoscritto; ma essa conquista, e in modo travolgente,
qualora la si veda nell’ottica di mobilitazione, articolazio­
ne, e modificazione delle risorse significanti a disposizio­
ne degli individui che esperirono personalmente la sua
inedita e terrificante realtà. L ’esperienza di guerra è la
conferma definitiva della capacità umana di ascrivere si­
gnificato a un mondo, anche quando quel mondo paia
impermeabile ad ogni significazione. La guerra mobilitò
tutte le risorse culturali significanti a disposizione degli
europei nei primi decenni del ventesimo secolo: essa ci
permette di comprendere cos’erano esattamente quelle ri­
sorse, non tanto cioè un astratto sistema di pensiero,
bensì qualcosa che permettesse di rendere coerente e
comprensibile l’esperienza stessa.
In senso stretto, questo libro tratta del modo in cui
la guerja_m utò^li uomini che vi presero parte. Ciò mi
Ha indotto a considerare soprattutto le testimonianze più
introspettive e analitiche, e a preferire di soffermarmi
sulle memorie di pochi combattenti anziché indulgere in
una più ampia rassegna della letteratura di guerra. Non
posso dunque pretendere di essere stato esaustivo nel­
l ’indagine sulla letteratura di guerra: per la maggior par­
te i miei esempi sono tratti da materiale tedesco, pur
avendo usato opere francesi, americane e inglesi — non­
ché materiali espunti da altre guerre — come fonte di
comparazione e contraddittorio. Dal momento poi che è
arduo per qualsiasi storia della guerra «provare» che gli
eventi bellici abbiano cambiato il carattere dei combat­
tenti, ho tentato di definire queste trasformazioni mu­
tuando da numerosi campi diversi dalla storia, in partico­
lare l ’antropologia culturale, la sociologia, e la psicologia.
A volte ho preferito la strategia dell'«inquadramento»
per casi singoli del fenomeno di trasformazione del carat­
tere, anziché attaccare questo fenomeno complessivamen­

6
Prefazione

te. È questa strategia d ’aggiramento che, più di ogni altra


cosa, si è evoluta nella struttura e nelle finalità di questo
libro, nello sforzo di presentare una storia culturale. della
prima guerra mondiale attraverso glTuomìni che vi prese-
ro_^rte,~ncòsfruèndo le lóro scoperte e disillusioni che
— in tempi passati — avrebbero costituito il soggetto di
un’opera tragica piuttosto che di un’analisi storica.
La mia dimostrazione segue il modello canonico im­
plicante un inizio, un percorso, e una fine. Nell’analisi
dell’inizio della guerra, mi sono preoccupato soprattutto
di definire i modi in cui la guerra fu vista come soluzio­
ne di contraddizioni culturali di fondo. Nel bel mezzo
della mia argomentazione — l’esperienza di guerra vera e
propria — ho quindi prestato particolare attenzione alle
forme in cui queste contraddizioni riapparvero sotto altre
spoglie, tramite realtà inedite, e nelle fantasie, nei miti,
nelle psicopatologie causate dalla guerra stessa. Ma con la
fine della guerra finisce la mia dimostrazione, poiché la
cessazione delle ostilità, lungi dal significare la fine del­
l’esperienza di guerra, segnò piuttosto l ’inizio di un pro­
cesso in cui quell’esperienza fu estesa, istituzionalizzata,
ricevette un marchio ideologico, e rivisse nell’azione e
nell’immaginario politici. Il capitolo finale non può quin­
di essere considerato una conclusione, quanto piuttosto
un tentativo di spiegare perché l ’esperienza di guerra fu
qualcosa che non potè essere risolto, reintegrato, o rias­
sorbito nei modi della convivenza civile.

Questo studio prese le mosse qualche tempo fa da un


desiderio, in parte latente, di ancorare uno sforzo intel­
lettuale personale alla concreta realtà degli eventi storici.
Sono grato alle molte persone che mi hanno aiutato a
tenere i piedi per terra, insegnandomi la differenza fra
scrivere storia e studiarla, fra ciò che si può dire e ciò
che si può solo pensare. In primo luogo, e soprattutto,
ringrazio Lavina Leed, che ha lottato con questo mano­
scritto, lo ha curato, criticato, e spesso a spese del pro­
prio lavoro: il manoscritto ha acquistato chiarezza nei
punti dove maggiormente ne aveva bisogno proprio gra-

7
Prefazione

zie alla sua intelligenza critica e alla sua capacità organiz­


zativa. Sidney Monas, della University of Texas, ha e-
normemente contribuito fin dall’inizio con la sua atten­
zione, la sua sensibilità per tutto ciò che ha a che fare
con la complessità delle motivazioni umane. Ho anche il
piacete di ringraziare Hayden White, della Wesleyan U-
niversity, per il suo appoggio e la sua generosità intellet­
tu ale. I m iei collegh i presso lo H isto ry D ep artm en t d ella
Florida International University hanno garantito il loro
indefesso sostegno a questo progetto. Ho ampiamente
beneficiato dell’esaustiva conoscenza in storia tedesca di
Brian Peterson, e delle critiche di Howard Kaminsky su
certi punti del lav o ro . T u tto q u an to di b u o n o p o ssa es­
serci in questo libro trae origine da conversazioni con
Roger Abrahams, della University of Texas, e con Phin
Capron, che mi hanno messo a conoscenza di ima messe
di materiale di cui ignoravo l’esistenza. Sono molto grato
ad entrambi.

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C apitolo prim o

La struttura dell’esperienza di guerra

Le discontinuità della guerra

Sarebbe diffìcile trovare una guerra i cui partecipanti


non abbiano sostenuto che la realtà del combattimento
fosse responsabile di alterazioni riscontrate nei loro carat­
teri individuali. Ciò che sbalordisce riguardo alla prima
guerra mondiale è la persistenza di questa constatazione,
perfino nella disillusione generazionale e personale so­
pravvenuta. Nell’agosto del 1914 le aspettative di una ma­
turazione rapida e profonda indussero moltissimi giovani
a presentarsi agli uffici di reclutamento. Di fatto, questa
trasformazione del carattere fu citata in tante lettere dal
fronte, come nel caso di un volontario tedesco che scri­
ve: «Nessuno uscirà da questa guerra senza essere diven­
tato una persona diversa» *; oppure, in un altro caso:
«Sono convinto che, pur tornando a casa tutt’intero,
chiunque sarà diverso sotto ogni aspetto»2. Alla fine del­
la guerra si svolsero innumerevoli dibattiti in merito al
problema se i soldati fossero stati brutalizzati o nobilita­
ti, regrediti o maturati dall’esperienza di guerra; ma non
ebbe luogo dibattito alcuno sul problema se si fosse veri­
ficata una profonda ed essenziale modificazione dell’iden­
tità personale.
Questo cambiamento dell’identità nel corso dell’espe­
rienza di guerra — caratteristica dell’esperienza della
prima guerra mondiale nelle sue varie fasi — è appunto
l’oggetto del presente studio. Nei capitoli che seguono
tenterò di definire i modi in cui l’esperienza del combat­
timento alterò lo status, la percezione di sé, le attitudini,
l’immaginario dei partecipanti. In questo capitolo invece
discuterò di alcuni problemi connessi al nostro soggetto
in rapporto all’approccio di tipo storico scelto, ed esporrò

9
La struttura dell’esperienza di guerra

le ragioni che mi hanno indotto a scegliere certi criteri di


analisi. La mia argomentazione seguirà un tema unico,
precisamente ciò che definisco come struttura dell’espe­
rienza di guerra: una struttura che sottende a tutte le
differenze di grado, nazionalità, carattere, che garantisce
un’esperienza bellica analoga per tutti i combattenti, e che
fissa, definendolo, il rapporto di questi ultimi con la loro
società d ’origine.
Nell'accostare il problema di fondo — di che natura
fu il mutamento che i soldati sentirono dentro se stessi?
__mi è parso evidente che si trattasse di un mutamento
di identità, o personalità, da affrontare con gli stormenti
della psicoanalisi. Ma in questo tentativo di esordio psi-
costorico sulla guerra mi sono imbattuto subito in ditti-
coltà concrete radicate sia nelle caratteristiche dell espe­
rienza di guerra in sé, sia nei limiti imposti da certi
modelli del «cambiamento» soggettivo comunemente a-
dottati. Ben pochi, o addirittura nessuno, fra i veterani
considerarono la loro esperienza di guerra minimamente
comparabile alla vita condotta prima e/o dopo la guerra
stessa. La maggior parte di essi sostenne di avere abitato
due mondi diversi, di avere vissuto dentro due persone
completamente distinte: Stuart Cloete, un veterano ingle­
se, descrive in quali termini il combattente percepisse
durante la guerra quella che era stata la sua vita civile:
Difficile a crederlo? Impossibile! QueU’altra vita, così vicina
nel tempo e nello spazio, era vissuta da uomini differenti. Due
vite che non potevano avere tra loro nessuna relazione. Ecco ciò
die sentivamo tutti, quasi senza eccezione3.

La personalità plasmata dalle vicissitudini belliche


parve totalmente incommensurabile con l’individuo cre­
sciuto nella vita civile e dal quale ci si attendeva, una
volta conclusa la guerra, riprendesse i propri status e
occupazioni civili abituali. I problemi psichici causati
dall’esperienza di guerra comportarono sovente una pro­
fonda dissociazione, una discontinuità vera e propria a
livello individuale.
Troviamo ovunque segnate «fra virgolette» l’espe-

10
La struttura dell’esperienza di guerra

rienza di guerra e l’identità da essa forgiata; David Jones


percepì tanto intensamente la profonda distinzione fra la
propria esperienza di guerra e quella di pace che intitolò
le sue memorie di guerra In Parenthesis. Coloro che con­
tinuarono ad essere psichicamente disturbati dalla espe­
rienza di guerra personale, erano disturbati proprio dal­
l’ossessione di avere vissuto due vite distinte e dal fatto
di sentirsi incapaci di risolvere le contraddizioni fra di
esse. In particolare coloro che erano entrati in guerra
prima dei vent’anni, e che avevano considerato la loro
esperienza alla stregua di ima forma di educazione supe­
riore, si accorsero di avere appreso un mestiere che non
poteva servire nella società civile. Essi avevano acquistato
una sensibilità a pericoli che non esistevano in tempo di
pace, come ebbe ad accorgersi sbigottito Robert Graves
quando, nel 1919, non potè fare a meno di gettarsi den­
tro a un fosso spaventato dal rumore del tubo di scap­
pamento di un autocarro. Una delle più significative ri­
sposte a questo senso di estraneazione psicologica e socia­
le dalla vita civile è rappresentata dalla ritualizzazione e
dalla memorizzazione dell’esperienza di guerra nell’ambi­
to delle associazioni di veterani, nelle loro riunioni pe­
riodiche per ricordare fra canti e libagioni i camerati ca­
duti e la peculiarità della loro comune identità.
Quella di guerra altro non fu che un’esperienza di
radicale discontinuità ad ogni livello della coscienza.
Questa discontinuità fu la fonte dei più seri problemi
psichici fra i combattenti, ed è la stessa che pose e pone
serie difficoltà intellettuali a chiunque desideri compren­
dere gli effetti psichici della guerra adottando un modello
analitico che invece presuma la continuità come caratte­
ristica essenziale dell’io e dell’identità. La continuità è
sovente vista come condizione sine qua non dell’identità.
Un’esperienza che incrini il massiccio «tessuto connetti­
vo» 4 che lega nell’io eventi distinti è più spesso vista
come una perdita di identità. La concezione dell’identità
modellata su di un processo di maturazione e di svilup­
po cognitivo spesso presume qualcosa che la guerra inve­
ce pone in discussione: la nozione che esistano un io

11
La struttura dell’esperienza di guerra

unico c indiviso e una sola sfera dell’esistenza individua­


le.
Molti storici hanno trovato particolarmente utile, nel­
la stesura di approfondite biografie, teorie dello sviluppo
dell’io come quella di Erik Erikson. È significativo che
uno dei concetti-chiave di Erikson, precisamente quello
d ’identità dell’io, fu proprio coniato in tempo di guer­
ra, osservando uomini provati dalla guerra. Erikson svi­
luppò questo concetto nel corso del trattamento di casi
di «stress da combattimento» sul teatro operativo del
Pacifico durante la seconda guerra mondiale. Sostanzial­
mente, l’identità dell’io è la descrizione di ciò che era
venuto meno in questi uomini «fiaccati» dal combatti­
mento.

Essi avevano la sensazione che le loro vite mancassero di


unità e che non ne avrebbero più avuta. Si trattava di un distur­
bo centrale di quella che, da allora, cominciai a chiamare identità
dell’io. A proposito della quale basti per ora dire che essa mette
in grado di avere esperienza di se stessi come di un alcunché di
dotato di continuità e di unità e della capacità di agire di conse­
guenza3.

In questo modo gli effetti della guerra sulla persona­


lità sono colti esclusivamente sotto l ’aspetto negativo del­
la disintegrazione di quella identità formatasi nel corso
dei più cruciali e significativi rapporti con altri: genitori,
amanti, figli. Erikson costruisce un modello dell’io in
specifico rapporto con la guerra, vale a dire un modello
die permetta di definire clinicamente ciò che gli uomini
psichicamente feriti in guerra non sono più in grado di
cogliere in se stessi — e precisamente proprio di essere
«gli stessi».
In ultima analisi dunque, qualsiasi trattazione dell’e­
sperienza di guerra deve tentare di individuare e definire
le fonti di quella discontinuità intervenuta a sconvolgere
il senso d’identità, generalmente considerato come base
della vita psichica. In guerra gli uomini furono «estrania­
ti» dalle loro società, e in senso letterale: essi furono
doè «resi» estranei rispetto alle persone e alle cose del

12
La struttura dell’esperienza di guerra

loro passato e anche rispetto a se stessi. Ecco le parole di


Gorch Jachs, che cadde nell’offensiva del marzo 1918:
Io, con i miei nervi d’acciaio, posso fissare immobile la morte
negli occhi, posso stare ad udire senza venir meno camerati or-
rendamente feriti che gemono, e posso compiere azioni che non
oso dire. Per tanti versi sono diventato un enigma nei confronti
di me stesso; sovente mi faccio paura e sono terrorizzato da me
stesso. E tuttavia, riesco ancora a sentire di possedere il cuore più
buono e l ’anim o più nobile di questa terra*.

Un’analisi dell’esperienza di guerra deve confrontarsi


direttamente con questo sentirsi «resi» estranei. Un esa­
me delle identità plasmate dalla guerra deve fare i conti
con il fatto che queste identità furono plasmate al di là
dei limiti della normale esperienza sociale: fu precisa-
mente questa caratteristica di fondo che le rese tanto
durature, tanto immuni all’erosione da parte delle con­
venzioni della vita economica e sociale post-bellica, e tan­
to difficili da aggredire con gli strumenti tradizionali del­
l’analisi sociologica e psicologica.
I combattenti percepirono sempre più distintamente
che i mutamenti osservati nel proprio io non avevano
origine dall’esperienza di eventi bellici particolarmente
terrificanti, bensì dal fatto di avere vissuto in due mondi
assolutamente incommensurabili fra loro — quello di pa­
ce e quello di guerra. Il senso di diversità e di estranea­
zione che segnò i rapporti dei veterani con il loro mondo
d ’origine derivò da una sorta di disgiunzione strutturale,
ima frattura imprecisata fra forme distinte di esperienza
sociale, qualcosa die instillò nel combattente una perce­
zione contraddittoria del proprio status e delle proprie
capadtà. Così il problema di un «mutamento» del carat­
tere diventa necessariamente un problema di come la
frattura fra esperienza di guerra ed esperienza civile fu
definita, rappresentata, assimilata.
Una delle difficoltà nel tentativo di definire cosa ac­
cadde agli uomini in guerra è data dal fatto che la mag­
gior parte dei modelli impiegati nello studio delle espe­
rienze di gruppo nasce dallo sforzo di comprendere iden­
tità acculturate e sviluppi sociali convenzionali. La parti-

13
La struttura dell’esperienza di guerra

colare coscienza di se e i limiti evanescenti generati da


guerre, rivoluzioni, sommosse, carnevali, e feste di Capo­
danno, sono spesso invisibili storicamente: essi vengono
forzatamente fatti rientrare nello stesso campo d’indagine
riguardante lo sviluppo delle entità psichiche e sociali
convenzionali. L analisi della guerra come esperienza so­
ciale e fenomeno umano non è mai stata considerata da­
gli storici come degna dell'«autonomia significante» da
essi attribuita quasi per definizione solo ad eventi, per­
sone, e fatti che concorrano alla stabilizzazione o alla
destabilizzazione di strutture sociali ben precise e defini­
te: generalmente si presume che la guerra abbia significa­
to solo in quanto contributo alla stabilità o instabilità di
uomini e società che la fanno. Sarebbe sciocco sostenere
che questa posizione non abbia un senso, e non sarò
certamente io a farlo; voglio solo dire che insistendo tan­
to sui problemi della stabilità sociale, della struttura di
classe e dei valori che assicurano la coesione sociale, inevi­
tabilmente influenziamo la nostra percezione di esperienze
che invece hanno luogo al di là di istituzioni e strutture di
classe stabili, normali. Alla fine queste esperienze diventa­
no riconoscibili e valutabili esclusivamente in termini di
funzione della struttura sociale.
Di fatto i due modelli abitualmente usati per definire
il rapporto fra esperienza di guerra e normale vita sociale
— il modello «scarica pulsionale» e il modello «continui­
tà culturale»7 — trovano entrambi origine nella convin­
zione e nell’assunzione del primato dell’ordinamento so­
ciale, per quanto definiscano in modo molto differente il
rapporto fra guerra e normale vita sociale. Vale la pena
soffermarsi un attimo su entrambi i modelli, poiché essi
effettivamente informano la maggior parte delle nostre
concezioni circa il rapporto fra guerra e pace e circa le
nuove identità create dalla guerra; essi articolano un in­
sieme di ipotesi, profondamente radicate nella cultura eu­
ropea, riguardanti sia le aspettative sia le delusioni di
coloro che combatterono nel corso della prima guerra
mondiale; infine, la tesi che sviluppo in questo libro va
precisamente contro questi due modelli.

14
La struttura dell’esperienza di guerra

Il modello «scarica pulsionale» è quello più comune­


mente impiegato nelle teorie psicoanalitiche della guer­
ra 8; esso è anche implicito nella concezione di Amo Ma-
yer secondo cui una guerra o una rivoluzione liberano le
tensioni accumulate nelle società in fase di modernizza­
zione9. Essenzialmente, questo modello ipotizza che le
sfere di conflitto organizzato — guerra, rivoluzione,
competizioni sportive violente ' — assolvano il molo di
scaricare spinte pulsionali la cui espressione deve restare
inibita nella vita sociale normale. La guerra, in un’imma­
gine che sembra figlia di una macchina a vapore, provve­
de una «valvola di sicurezza» per lo sfogo di aggressività,
pulsioni, bisogni, che non possono rientrare nel normale
meccanismo sociale; implicitamente, la distinzione fra pa­
ce e guerra è una distinzione fra necessità e libertà, re­
pressione e trasgressione, fra il blocco della forza vitale
allignante fra individui e classi e l’«espressione» di quella
stessa forza in atti normalmente tabù. Da qui ad una
teoria «funzionale» del rapporto fra pace e guerra, il pas­
so è molto breve: se la guerra permette uno sfogo per
un’aggressività repressa che non può essere scaricata sen­
za mettere a repentaglio la stabilità dell’intero assetto
sociale, allora la guerra si presenta come un deplorevole
ma necessario modo di conservazione di quella stessa
stabilità sociale.
A ll’interno di questo schema la guerra diventa un
mondo di libertà istintuale in palese contrasto con il
mondo sociale, contrassegnato dalla rinuncia e dallo spo­
stamento della gratificazione pulsionale. Ne segue che le
personalità modellate in questo ambito trasgressivo deb­
bano necessariamente soffrire se costrette, con il metro
del cosiddetto comportamento civile, ad accettare la
frustrazione della propria istintualità. I combattenti sono
stati «primitivizzati», sono regrediti, ovvero non hanno
mai ricevuto l’opportunità adeguata per diventare esseri
civili, per maturare: sia come sia, i combattenti sono
manifestamente impreparati a quella rinuncia istintuale
che è la caratteristica di ogni adulto civile.
Il modello «scarica pulsionale» è qualcosa di più di

15
La struttura dell’esperienza di guerra

una spiega2Ìone della guerra e di ciò che la guerra com­


porta (o non comporta) per gli uomini: esso racchiude
una caratteristica culturale profondamente radicata e in­
trinseca al senso di liberazione che tanti provarono in
quell’agosto 1914. Infatti, uno dei problemi che mag­
giormente ricorrono nelle trattazioni dell’esperienza della
prima guerra mondiale sta nella comprensione dell’inten­
so e in d iscu tib ilm en te spontaneo entusiasmo per la guer­
ra. È chiaro che la guerra mobilitò una visione romanti­
ca, tradizionalista, e irrazionale, di ciò che la guerra po­
tesse essere e significare. Nel secondo capitolo ho preso
in esame le radici di questa immagine tradizionalista per
capire come e quanto fosse riflessa nelle aspettative dei
singoli individui; nel 1914, coloro che si avviarono alla
guerra attinsero ad un immaginario collettivo che fissò il
significato e permise la comprensione di un evento non
ancora vissuto, e che fornì la giustificazione della cele­
brazione della guerra come «liberazione» dalle costrizioni
e dalle limitazioni della vita civile. Le conferme e le vio­
lazioni in merito a questo copione prefissato furono alla
base rispettivamente deU’«illuminazione» e della disillu­
sione dei combattenti.
Nel modello «scarica pulsionale» rientrano pure le
convinzioni di coloro che, alla fine della guerra, paventa­
rono il ritorno dei veterani come individui resi criminali,
rivoluzionari, o comunque imbarbariti dalla propria espe­
rienza. Essendo vissuto tanto a lungo in un clima di co­
siddetta libertà istintuale, il soldato di linea avrebbe po­
tuto dimostrarsi incapace di riacquisire le abitudini e le
regole della convivenza civile. Questo timore era espresso
da molti degli stessi combattenti. Ludwig Lewinsohn,
presidente del Consiglio dei Soldati della 4a armata du­
rante la ritirata del novembre 1918, era convinto che il
ritorno in patria di una tribù di primitivi potesse solo
aggravare i problemi della ricostruzione: egli temeva che
la guerra avesse sfornato un tipo umano assolutamente
incapace di adattarsi al lavoro produttivo e, nel migliore
dei casi, un individuo «spoliticizzato».

16
La struttura d ell esperienza di guerra

Dopo quattro anni e mezzo di separazione dalla madrepatria,


la maggior parte dei soldati era incapace di comprensione politica,
nutrendo un unico desiderio: pace e lavoro. A fianco di questa
stava poi la massa imbarbarita, formata da uomini ormai inetti a
qualsiasi tipo di lavoro: in particolare i soldati più giovani, passa­
ti in prima linea direttamente dai banchi di scuola, o dai primis­
simi anni di apprendistato, e quindi impermeabili ad una sana
concezione del lavoro, erano rovinati dai lunghi periodi di stolida
inattività passata in divisa. Immagini fantastiche di un comuniSmo
distorto ossessionavano le loro m enti10.

È chiaramente impossibile ignorare il modello «scari­


ca pulsionale», poiché prende le mosse da qualcosa di
strettamente connesso alle aspettative in base alle quali
milioni di uomini entrarono in guerra. L ’idea che la
guerra rappresentasse l’occasione per una liberazione i-
stintuale potrebbe benissimo essere accettata come una
«causa» della guerra o dell’entusiasmo per la guerra: tan­
ti diedero il benvenuto al conflitto perché era comune­
mente diffusa la convinzione che esso permettesse l’e­
spressione di scariche altrimenti inibite e proibite nella
vita sociale normale. Ora, il vero problema è perché gli
europei vedessero la guerra sotto questa luce e, inoltre,
come essi specificarono questa convinzione in termini di
aspettative concrete. Del pari, con la fine della guerra,
l’idea che il campo di battaglia fosse il luogo dell’insu­
bordinazione libidinale rappresentò la caratteristica fon­
damentale dei problemi che accompagnarono la figura del
reduce combattente.
La principale incongnienza di questo modello sta nel­
la sua irrealistica rappresentazione della guerra. Esso po­
stula la guerra esclusivamente come espressione di istinti
aggressivi, e non è precisamente questa la guerra vissuta
dall’uomo
. . . infinitamente misero, saltellante — povero coniglio spaurito
dall’esplosione delle granate, coi nervi a pezzi, attonito; l’uomo
che striscia nel fango, con gli occhi sbarrati, sussurrando, «Oh,
Dio!» 11.

Piuttosto la guerra significò un nuovo e totale sistema


repressione a cui milioni di uomini, per lunghi anni, fu-

17
ha struttura dell’esperienza di guerra

rono abituati. Ai regolamenti e alla disciplina tipici del­


l ’istituzione militare si aggiunsero le inedite e insormon­
tabili restrizioni del movimento imposte dalle realtà tec­
nologiche, realtà che fecero della guerra un conflitto es­
senzialmente difensivo. Il modello «scarica pulsionale»
definisce la guerra alla stregua di un’attività aggressiva,
offensiva, e in base a questo si possono spiegare, in ter­
mini di introiezione di «colpa», i numerosi collassi ner­
vosi sofferti nella guerra moderna da uomini che uccido­
no, violando così le regole che governano la concezione
di se stessi in tempo di pace u. Ma con questo si ignora
il fatto che durante la prima guerra mondiale almeno
metà del pensiero tattico, e ben più della metà dell’atti­
vità militare effettiva, furono impegnati nel tentativo di
frustrare l’aggressione del nemico: nel corso della prima
guerra mondiale la difesa dominò incontrastata. La realtà
della guerra costrinse a imbrigliare la spinta aggressiva, a
ritualizzare la violenza, e a frustrare l’impulso ostile.

L ’attuale guerra di trincea è, come la sentii definire un gior­


no, «così maledettamente impersonale» che l’individuo ben rara­
mente ha il privilegio di dare uno sfogo fisico alla sua rabbia . . .
Non si possono odiare — almeno non odiare con soddisfazione —
nemici che non si vedono, cannoni che bombardano da miglia e
miglia di distanza13.

Secondo William M axwell14 fu la frustrazione del­


l’aggressività in guerra, dovuta alla scom parsa del nemico
dalla visuale del soldato e alle necessità del trinceramen­
to, che spinse il combattente a rivolgere la sua ostilità su
obiettivi «impropri»: gli ufficiali, lo stato maggiore, la
«patria». Questa situazione, e non la fin troppo rara sca­
rica d’aggressività sul nemico, fu sovente responsabile di
un profondo senso di colpa nel combattente: in guerra
gli uomini si trovarono di fronte a istanze repressive a
cui non erano stati preparati né dalla loro precedente
esperienza sociale nella comunità civile, né dall’immagine
della guerra che si erano fatti. È dunque nelle descrizioni
delle nuove difese psichiche imposte dalla guerra e nella
constatazione delle immobilizzanti, frustranti realtà del

18
La struttura dell’esperienza di guerra

combattimento, che si può scorgere la nascita di un nuo-


vo «carattere» così come di un nuovo universo sociale.
In alternativa all’idea della guerra come scarica di
istinti aggressivi abbiamo il modello di «continuità cultu­
rale». Anche questo modello definisce l’esperienza di
guerra come un’esperienza di aggressività; ma si tratta di
una definizione molto più idonea a comprendere le diver­
sità culturali e la varietà di esperienze emotive riscontra­
bili in guerra. Il modello di continuità culturale sottoli­
nea qualcosa die dovrebbe essere evidente di per sé: e
cioè che la repressione dell’aggressività acquisita nel pro­
cesso di socializzazione non è costituita da regole e inibi­
zioni puramente esteriori che possano essere smesse con
gli abiti civili. Posto che la rimozione dell’aggressività sia
un fatto realmente acquisito, diventa elemento costitutivo
della personalità del dttadino-soldato; così, nel modello
di continuità culturale l’aggressività individuale in guerra
non è che una funzione dei valori e delle regole che
governano l’aggressività nella vita civile. L ’individuo che
va alla guerra — ammesso che sia un membro «normale»
della società — paventa la propria aggressività tanto
quella del nemico, per quanto possa allentare i freni delle
inibizioni culturali che porta dentro di sé.
Questo quadro delle caratteristiche morali e psichiche
del cittadino-soldato divenne dottrina dell’esercito ameri­
cano dopo la seconda guerra mondiale grazie soprattutto
al lavoro di S.L.A. Marshall, il quale intervistò migliaia
di reduci dai teatri di guerra del Pacifico e d ’Europa.
Marshall scoprì che anche i più duri e stagionati veterani
delle formazioni d ’assalto — perfino nelle situazioni più
critiche — ben di rado avevano sparato direttamente
contro il nemico. Soltanto un quarto dei soldati di prima
linea aveva effettivamente impiegato le armi individuali
in combattimento.

L ’esercito non può riplasmare l ’uomo occidentale . . . Bisogna


rendersi ^conto del fatto che egli proviene da una civiltà in cui
l ’aggressività, rivolta alla soppressione della vita, è respinta e
proibita. L ’educazione e gli ideali impartiti da questa civiltà van­
no direttamente contro l ’omicidio, contro l’abuso. Il timore del-

19
La struttura dell’esperienza di guerra

l’aggressività è stato così potentemente inculcato, così profonda­


mente e completamente assorbito — si può dire insieme al latte
materno — che è parte costitutiva del corredo psichico ed emoti­
vo dell’uomo normale. E questo è il suo maggiore handicap quan­
do entra in combattimento: questo gli blocca il dito sul grilletto,
magari nel momento meno opportuno 15.

L ’analisi di Marshall circa le motivazioni e il compor­


tamento dei combattenti della seconda guerra mondiale è
valida pure per coloro che combatterono la prima guerra
mondiale. È ben noto che gli attacchi nemici non veniva­
no spezzati da compagnie intere e neanche da squadre di
soldati, bensì dai pochi sopravvissuti al fuoco di sbarra­
mento che riuscivano a sparare sugli attaccanti. La lette­
ratura di guerra contiene molti esempi di ufficiali rilut­
tanti a bersagliare un nemico inavvertitamente espostosi,
preferendo comandare l ’incarico ad uno della truppa16.
È semplicemente incontestabile che coloro che com­
batterono da entrambe le parti della Terra di nessuno
altro non fossero, almeno inizialmente, che i prodotti del­
le loro rispettive culture; e che in trincea i valori cultu­
rali che normalmente inibiscono l’aggressività furono
messi alla prova con una severità raramente riscontrabile
in tempo di pace. Il modello di continuità culturale rap­
presenta un correttivo all’opposizione eccessivamente ra­
dicale fra guerra e pace asserita da coloro che vedono la
guerra come momento di scarica dell’aggressività repres­
sa. Tuttavia, per definizione, il modello suddetto pone
l’accento sulla continuità morale e culturale che sottende
sia l’esperienza di pace sia l’esperienza di guerra: non è
in grado di spiegare qualcosa che pure era molto eviden­
te ai veterani della prima guerra mondiale, precisamente
che l’esperienza di guerra fosse radicalmente «differente»
dalla vita sociale normale, e che di conseguenza anch’essi
fossero diventati radicalmente «diversi».
La teoria che considera alla base delle inibizioni del­
l’aggressività in guerra le normali forme sociali di repres­
sione istintuale, preserva all’esperienza di guerra una
matrice sociale, salvo poi non essere in grado di spiegare
le discontinuità che si manifestano ai combattenti. Le i-

20
La struttura dell’esperienza di guerra

nibizioni culturali della violenza possono forse spiegare le


azioni di quel settantacinque per cento dei soldati desti­
nato ad essere passivo in combattimento, ma non certo il
comportamento del restante venticinque per cento su cui
poggiavano i destini della battaglia. Questi ultimi po­
trebbero essere considerati solo alla stregua di individui
dall’armatura psichica malriuscita, uomini insensibili alle
convenzioni della civiltà. Eppure, sono proprio questi
soldati che rappresentano la difficoltà maggiore per colo­
ro che si sforzano di vedere la vita di individui e gruppi
come attuazione di norme sociali basate sull’ordine e sul­
l’inibizione istintuale: molti veterani della prima guerra
mondiale riconobbero di essere attratti dal rischio, dallo
spettacolo della distruzione, e dall’assoluto disordine che
accompagnava la guerra. Per alcuni veterani tedeschi la
guerra divenne fonte di un nichilismo grossolano, di ben
scarso valore filosofico.
Noi siamo soldati e il fucile è lo strumento che ci contraddi­
stingue. Uccidere è il nostro mestiere, ed è nostro vanto e dovere
svolgere questo lavoro bene e accuratamente, a regola d ’arte . . .
D i fatto ogni epoca si esprime non solo nella vita costruttiva,
nell’amore, nella scienza e nelle arti, ma anche nell’orrore. Compi­
to del soldato deve essere la cura dell’orrore 17.

È fin troppa la tentazione di cogliere in questa cita­


zione da Ernst Jiinger — autore dei contributi più signi­
ficativi nell’ambito della letteratura di guerra tedesca —
la prova di qualcos’altro: l’affermazione cioè di un’ag­
gressività liberata, il segno di una struttura psichica difet­
tosa, malriuscita. Ma furono molti gli uomini che, come
Jiinger, sortirono dalla Grande Guerra celebrandone l’«or-
rore»; la loro identificazione con la violenza e il disordi­
ne deve essere vista come modalità culturale in senso
stretto, come qualcosa radicato in una particolare struttu­
ra che si articola in convenzioni, regole, codici ben defi­
niti. Così come Roger Abrahams acutamente sottolinea
nel suo studio sui rituali sociali, non tutti i rituali hanno
per oggetto l ’attuazione delle regole e dell’ordinamento
sociale convenzionali. Infatti questa attuazione è

21
La struttura dell’esperienza di guerra

affiancata in ogni tipo di società da espressioni di disordine —


che devono essere pienamente comprese tanto quanto quelle d ’or­
dine nella formazione dell 'ethos del gruppo sociale. Il rituale, da
questo punto di vista, può benissimo comprendere la raffigurazio­
ne e la celebrazione sia dell’ordine sociale sia delle potenze del
disordine residenti al centro della vita del gruppo stesso. Assegna­
re il primato a uno dei due motivi è fuorviarne, e in ultima
analisi negativo per chi voglia pervenire ad una piena compren­
sione antropologica della vita reale18.

Sia il modello di scarica pulsionale sia quello di con­


tinuità culturale scontano le conseguenze del postulato
secondo cui per operare con successo in una situazione di
disordine, gli uomini debbono lasciarsi alle spalle la loro
cultura, ovvero che la loro cultura — sotto forma di
inibizioni e limitazioni — allenti la presa sul comporta­
mento e non riesca più a definire l’identità sociale del­
l ’attore. Ma gli uomini non cessano di attribuire signifi­
cato, di dare un senso a ciò che li circonda, anche dopo
avere abbandonato i recinti della vita civile. Nell’agone
della guerra sono proiettate le immagini di ciò che sta
oltre, sopra, e sotto la norma; nella letteratura di guerra
sono chiaramente distinguibili quei modelli che permet­
tono di classificare e comprendere il disordine circostan­
te, modelli che consentono al combattente di determinare
esattamente ciò che è anomalo, inconsueto, strano, biz­
zarro, nell’universo di uomini e cose che si trova dinanzi.
L ’esperienza di una guerra molto particolare come la
prima guerra mondiale incrementa, incentiva, attualizza
l’impatto emotivo rispetto a figure, azioni, situazioni che
la società bolla come inaccettabili alternative allo status
quo, come «cose che non possono essere fatte» o che
«non devono ripetersi», per quanto vi si debba essere
preparati.
Comprendere perché gli uomini si precipitarono in
guerra nel 1914, e come essi furono segnati dagli eventi
della guerra, non può che essere utile al chiarimento del­
le alternative disponibili per gli uomini che vivono nella
società industrializzata contemporanea. Se vogliamo vede­
re nella guerra il sintomo di qualcosa d ’altro — tensioni
di classe, rottura di equilibri sociopolitici, o istintualità

22
La struttura dell'esperienza di guerra

represse — dovremo in primo luogo rispondere alla se­


guente domanda: perché e in che modo la guerra viene
essenzialmente vista come un’alternativa alla normale vita
sociale?

La liminarità della guerra

A dispetto della manifesta stupidità della prima guer­


ra mondiale, della sua ihterminabilità, e del mostruoso
numero di perdite umane, molti veterani insistettero a
considerare la loro esperienza alla stregua di un’iniziazio­
ne. Charles Edmund Carrington scrive di se stesso e della
propria generazione: «Rimaniamo una generazione di ini­
ziati, in possesso di un segreto che non può essere co­
municato» 19. In quanto esperienza d ’iniziazione, la guerra
produsse uomini che avrebbero condiviso una nuova, co­
mune identità. Cinquantanni dopo la fine della guerra
Carrington poteva scrivere:
Uomini di mezza età, per quanto strenuamente possano sfor­
zarsi di negarlo, sono uniti da un vincolo segreto che li separa dai
loro amici troppo anziani o troppo giovani per aver potuto com­
battere nella Grande Guerra. Particolarmente la generazione dei
giovani che scesero in trincea prima che il loro carattere fosse ben
formato, coloro che avevano meno di venticinque anni nel 1914, è
consapevole di quella distinzione, poiché la guerra la plasmò così
come è. In generale, questo esercito segreto presenta al mondo un
fronte di silenzio e di amarezza che si usa definire disincanto20.

Carrington coglie la diversità e la coesione della sua


generazione originate da un’esperienza che ad altro non è
paragonabile se non ad u n ’iniziazione, a un rito d i p as­
saggio. A prima vista il termine «rituale di passaggio»
potrebbe sembrare inappropriato per descrivere ciò che
accade agli uomini nella guerra moderna; di fatto sarebbe
necessario fare certi distinguo prima di potere adottare il
rituale come categoria utile alla comprensione della guer­
ra d ’oggi. Comunque la comparazione fra l ’esperienza di
guerra e il rituale di passaggio ci permette due cose: in
primo luogo, di accantonare un attimo la nozione che la

23
La struttura dell’esperienza di guerra

guerra sia esclusivamente aggressione e violenza, e in se­


condo luogo ci consente di vedere la natura convenziona­
le delle discon tin uità fra la v ita in tem po d i pace e la
vita in tempo di guerra.
Molti veterani della prima guerra mondiale vollero
vedere nella loro vicenda una catena di esperienze as­
solutamente peculiari alle contingenze che avevano appe­
na vissuto. Tuttavia, nell’interessarci alle trasformazioni
degli uomini in guerra ci imbattiamo in un tema assolu­
tamente tradizionale vecchio almeno tanto quanto la let­
teratura scritta. Q u an d o gli u o m in i ab b an d o n an o la v ita
civile per prendere le armi contro altri uomini, essi evo­
cano tradizionalmente un mondo di simboli per rappre­
sentare la loro mutata condizione: gli uomini paiono
trascendere le categorie puramente sociali, oppure spro­
fondare al di sotto di esse; essi si mescolano con figure
sacre o animali, assumono sembianze divine o zoomorfe,
indossando sovente teste di animali feroci, pelli di lupo,
d'orso, e così via. In combattimento, il mutamento del
loro essere è stato sempre tradizionalmente rappresentato
alla stregua di un’alterazione febbrile, di un’ebbrezza e di
una violenza di sapore orgiastico21: dopo il suo rientro
in società, l ’uomo che ha ucciso in combattimento è so­
vente considerato pericoloso, contaminato, diverso, alme­
no fino a quando non si sottoponga a un processo rituale
di purificazione22.
Nella letteratura indo-europea il carattere del guerrie­
ro è anomalo, e questa anomalia è radicata nella natura
stessa della sua funzione23. Allo scopo di difendere la
sicurezza e la stabilità del gruppo, o di aumentarne la
ricchezza, il guerriero deve essere in grado di violare re­
gole e norme dello stesso genere di quelle che stanno alla
base della stabilità del gruppo: il maggior pericolo per
una qualsiasi società sta proprio nella possibilità che il
guerriero possa indirizzare contro «amici» e parenti le
attività che da lui propriamente ci si attende solo contro
nemici e stranieri. Questo pericolo, così come il carattere
anomalo della battaglia, riceve un correttivo nella defini­
zione rituale del guerriero come uomo che venga momen-

24
La struttura dell’esperienza di guerra

taneamente separato dalle sue radici sociali, e tuffato in­


sieme con il nemico, con lo straniero, in una sorta di
intervallo, di vuoto della morale convenzionale. Al mo­
mento di rientrare nella quotidianità della vita sociale
egli deve essere riadottato, proprio come viene adottato
uno straniero in una famiglia o in un clan tribale.
L ’uomo che va in guerra deve sottostare a rituali di
passaggio, quei riti che per primo descrisse Arnold Van
Gennep. Van Gennep divide i riti di passaggio in tre
fasi: i riti di separazione (o riti preliminari) che trasfe­
riscono un individuo — o un gruppo di individui — dal
suo, o dal loro, luogo di vita abituale; i riti di margine
(o riti liminari) che simbolicamente fissano l’identità del
«passeggero» come dimorante fra due stati, luoghi, con­
dizioni; e infine i riti di aggregazione (o riti post-limina-
ri) con i quali l ’individuo è riaccolto nel gruppo di origi­
ne. I riti di separazione assegnano un’identità peculiare a
un gruppo.
I riti di separazione comprendono qui la dichiarazione di
guerra, avvenga essa fra tribù o tra famiglie . . . La fazione incari­
cata dell’operazione si separa prima di tutto dalla società generale
per acquisire una sua propria individualità e non vi rientra di
nuovo se non dopo avere eseguito i riti che ne rimuovono la
individualità temporanea e la reintegrino nella società generale . ..
La cessazione della vendetta, proprio come quella della guerra
(riti di pace) si conclude con riti identici a quelli dell’affratella­
mento, dell’adozione di gruppi prima estranei24.

L ’identità che connota C arrington e la sua generazio­


ne può essere vista come una funzione del passaggio dal­
la sicurezza della vita sociale alla guerra, e come defini­
zione di un tipo di vita condotto su di un limite: il più
vivo ricordo della guerra, per Carrington e per molti al-
. tri, è proprio l’immagine del bordo, del confine, di ciò
iche «sta fra» — l’immagine, cioè, della Terra di nes-
jsuno.

In dnquant’anni non sono mai stato capace di liberarmi del­


l ’ossessione della Terra di nessuno e del mondo ignoto al di là di
essa. Al di qua del reticolato ogni cosa è familiare, ogni uomo è

25
La struttura dell’esperienza di guerra

un amico; al di là, oltre il reticolato c’è solo l’ignoto, il pertur­


bante 25.

Un numero incredibile di coloro che scrissero della


propria esperienza di guerra designa la Terra di nessuno
come l’immagine più incombente e ossessionante. Il ter­
mine «Terra di nessuno» riesce a catturare l ’essenza del­
l’esperienza di essere stati inviati oltre i limiti della vita
sociale, posti fra il noto e l’ignoto, fra il familiare e il
perturbante. L ’esperienza di guerra fu un’esperienza di
margine, e il «mutamento d ’identità» vissuto dal com­
battente potrebbe essere adeguatamente definito proprio
come marginalizzazione.
I riti di passaggio, e in particolare le prime due fasi
del passaggio — separazione e transizione (o «liminari-
tà», dal latino lime», soglia) — forniscono una griglia
per l’analisi dell’esperienza di guerra e in particolare di
quei mutamenti che furono sia di carattere soggettivo sia
di status sociale. Rimane comunque da vedere esattamen­
te cosa significhino «separazione» e «liminarità», e come
questi concetti possano permetterci di far luce sulle di­
scontinuità che stanno al centro dell’esperienza di guerra.
I riti di separazione funzionano, secondo Van Gen-
nep, sia per segnare coloro che abbandonano il loro pre­
cedente stato, la loro condizione di normalità, sia per
rendere meno brusco questo distacco dal noto, dal fami­
liare. Victor Tumer, che in modo molto brillante estende
le implicazioni dell’opera di Van Gennep, rileva come i
riti di separazione e i loro simboli peculiari possano esse­
re attuati per rappresentare il movimento di ima società
intera da una condizione o stato precedenti. I riti stagio­
nali, ad esempio, segnano il momento di transizione da
uno stato ormai abituale a una condizione «nuova».
Per i membri di una società questi riti implicano la transizio­
ne collettiva da tutto d ò che è socialmente e culturalmente legato
ad una stagione agricola, oppure da un periodo di pace ad uno di
guerra, da una pestilenza al suo allontanamento, da un precedente
stato sodo-culturale ad una nuova condizione26.

I momenti di transizione collettiva, come la mobilita­


26
La struttura dell'esperienza di guerra

zione di una nazione per la guerra, aprono nel tempo


storico una lacuna nella quale l’immaginario collettivo
coglie «potenziali novità». Nella mobilitazione per la
guerra del 1914 si possono scorgere due processi di sepa­
razione distinti eppure chiaramente correlati; il primo al­
lontana la società nel suo complesso dalle abituali condi­
zioni di vita sociale; il secondo allontana il cittadino-sol­
dato dal suo normale stato civile. Nel secondo capitolo,
relativo alle aspettative di guerra, ho tentato di precisare
i modi con cui i contemporanei definirono questa rottura.
In generale, e in particolare in Germania, molti insistet­
tero convinti che la dichiarazione di guerra avesse attua­
lizzato valori, se non proprio sacri, almeno venerabili: i
valori della «comunità» opposti a quelli della «società»,
dell’unità nazionale opposti al conflitto di classe, dello
altruismo opposti all’egoismo del puro interesse economi­
co. Molti insistettero convinti che la guerra significasse
una trasformazione strutturale della società, l’abbandono
di un vecchio ordine e la realizzazione di uno nuovo.
Gertrude Bàumer, donna molto attiva nel movimento
femminista tedesco nel 1914, scrisse che il primo anno di
guerra aveva gettato la nazione

. . . sotto la giurisdizione di un ordine altro da quello tecnico-ma­


terialistico del diciannovesimo secolo. Le coordinate di questo
nuovo ordine non sarebbero state la produzione, il denaro, i
profitti e le perdite, i costi e i guadagni, bensì la vita e la morte,
il sangue e la potenza27.

Un secondo, più familiare, processo cerimoniale sepa­


ra quelli che vanno in guerra da chi rimane a casa. Inizia
con il classico «due passi avanti» e procede con la vesti­
zione dell’uniforme, l’addestramento, la sottomissione alla
disciplina, le «strigliate» da parte dei sergenti, e, infine,
l ’effettiva partenza per il teatro di guerra. La sensazione
di vivere una sconvolgente «rivoluzione morale» mutò
l ’attitudine di moltissimi giovani nei confronti dell’eserci­
to: ciò che un tempo appariva come massima subordina­
zione e perdita d’identità personale, con la ristrutturazio­
ne collettiva della vita sociale diventò una liberazione e

27
La struttura dell’esperienza di guerra

addirittura un veicolo di auto-realizzazione. Cari Zuckm a-


yer, scrittore e commediografo tedesco che ha scritto uno
fra i più acuti e onesti libri di memorie dell’esperienza di
guerra, fu vivamente colpito dal modo in cui «la rivolu­
zione dell’agosto 1914» riuscì a cambiare la sua attitudi­
ne personale nei confronti del servizio militare.

Diventare soldato, dover servire per un anno, era un’idea che


mi aveva sempre terrorizzato per tutti gli anni del ginnasio. Il
servizio militare mi appariva come sinonimo di ordini bruschi,
disagi, obbedienza e subordinazione, in breve, di perdita della
libertà personale. Ora invece mi appariva sotto luce opposta:
come una liberazione. Liberazione dalla ristrettezza mentale e dal­
la mollezza borghesi, dall’istruzione forzata e nozionistica, dal-
l ’ambagia connessa alla scelta di una professione, e soprattutto da
ciò che noi tutti — consciamente o meno — percepivamo come
saturazione, aria pesante, fossilizzazione del nostro mondo28.

Tanti, come Zuckmayer, pensarono che la guerra li


avrebbe liberati dalle costrizioni della vita borghese, a-
prendo un arco di attività normalmente considerate in
antitesi ai valori della vita economica e dello status socia­
le di pace. Il polo bellico avrebbe schiuso le porte a
molti dei valori che la società capitalistica aveva relegato
in un museo: nell’entrare in guerra Zuckmayer sentì di
procedere verso questo «nuovo» sistema di comportamenti.
Eppure, ad un esame ravvicinato, questo «nuovo» ordine
appare come una sintesi di valori tradizionali.
Sovente l’esperienza di guerra è vista come collasso
delle aspettative iniziali, aspettative trasformate ben pre­
sto in delusioni. Ma certe aspettative non vennero mai
meno: particolarmente l ’aspettativa secondo cui la guerra
potesse modellare una profonda trasformazione personale
e collettiva, continuò a caratterizzare il rapporto fra il
combattente e le realtà concrete della guerra. Questa
trasformazione fu oggettivata in fenomeni che — come il
fuoco di sbarramento, il sistema di trincee, le necessità
della guerra difensiva — non erano stati previsti dalla
stragrande maggioranza di coloro che si presentarono vo­
lontari nel 1914.
Il secondo stadio del passaggio iniziatico, quello della
28
La struttura dell’esperienza di guerra

liminarità, definisce una situazione formale strettamente


analoga a quella del soldato in guerra. I simboli che tra­
dizionalmente definiscono la condizione ambigua dell’in­
dividuo in fase di passaggio come persona che «sta fra»
classificazioni e categorie culturali, appaiono con frequen­
za sbalorditiva in tutta la letteratura memorialistica di
guerra. Un giovane che affronti l’iniziazione non è più
quello che era, ma neppure quello che deve diventare:
egli è «strutturalmente, se non fisicamente, “ invisibi­
le” » 29; di lui si parla come di un «morto» rispetto alle
cose del suo passato, e può essere trattato proprio come
la sua società abitualmente tratta un cadavere — può
essere coperto di terra, oppure costretto a giacere immo­
bile in una fossa. L ’iniziando è identificato con la terra,
con la decomposizione, la contaminazione.
Ai neofiti viene spesso applicata la metafora del disfacimen­
to; possono andare sporchi e identificati con la terra, l ’elemento
al quale ciascuno sarà restituito. La forma particolare qui diviene
materia generale; spesso ad essi viene tolto anche il nome30.

I simboli di invisibilità, morte, sepoltura e contami­


nazione sono utilizzati particolarmente nella descrizione
di individui in fase di transizione fra due categorie sociali
— per esempio, dall’infanzia all’età adulta — o fra di­
verse aree di insediamento. In guerra questi non sono
più simboli ma diventano esperienze ben più problemati­
che di qualsiasi «orrore» o privazione cerimoniali.
Mary Douglas nel suo studio sul concetto di conta­
minazione nelle società primitive sottolinea che «sporco»
è attributo di qualcosa fuori posto, e che «contaminazio­
ne» è il risultato di un qualsiasi contatto fra sostanze,
luoghi, o categorie, che normalmente sono tenuti separati
e distinti da regole e tabù.
In breve, il comportamento che noi teniamo riguardo alla
contaminazione consiste nella reazione che condanna ogni oggetto
o idea che può confondere o contraddire le classificazioni a cui
siamo legati31.

Le scarpe in se stesse non sono sporche, ma sulla

29
La struttura dell’esperienza di guerra

tavola da pranzo sì; la terra del giardino non è «sporca»,


ma sulle lenzuola di un letto è generalmente considerata
tale. Per la m aggior parte dei combattenti una delle ca­
ratteristiche più inedite dell’universo bellico fu la costan­
te trasgressione delle regole e delle distinzioni che pre­
servano l’ordine e la pulizia. Nelle trincee gli uomini vi­
vevano insieme a topi che ingrassavano nutrendosi di ca­
daveri umani e carogne animali; il tanfo della decomposi­
zione pervadeva il fronte intero, penetrando anche negli
acquartieramenti più profondi e isolati. La letteratura di
guerra trabocca d i incontri con cadaveri, d i lagnanze per
l ’impossibilità di mantenere puliti gli spazi personali, im­
pedendo allo sporco, al fango, ai parassiti, di invaderli; la
contaminazione e il senso di non potere impedire che il
proprio corpo fosse continuamente esposto a sostanze,
animali, e al contatto con altri uomini furono causa prin­
cipale del «modo d’essere» tipico dei veterani della trin­
cea. «Si dice che i soldati soggetti per molto tempo a
questa routine acquistino un’inconfondibile espressione,
un misto di sarcasmo, disgusto e rassegnazione»32.
Uno dei più eclatanti esempi della capacità contami­
nante della guerra, l’alterazione da parte di essa delle
norme fondamentali, d è offerto da W .H.R. Rivers, imo
psicologo e neurologo che fu direttore durante la guerra
dello Craiglockart Hospital specializzato in casi di shock
da esplosione. Uno dei suoi pazienti era stato violente­
mente sbalzato dall’esplosione di una granata cosicché,
cadendo, si ritrovò con il volto immerso nelle interiora di
un soldato tedesco morto da parecchi giorni. Il giovane
ufficiale riconobbe, prima di svenire, «che la sostanza che
gli riempiva la bocca producendo la più rivoltante sensa­
zione di disgusto era costituita dalle budella in decompo­
sizione di un nem ico»°. Sarebbe diffidle trovare ima più
completa violazione di ciò che distingue la vita dalla
morte, l ’amico dal nemico, il putrescente dal commestibi­
le, di questa esperienza che lasciò un indelebile marchio
di contaminazione nel giovane ufficiale — tanto che Ri­
vers lo considerò pressoché incurabile. Ma la trasgressio­
ne di quei limiti fra la vita e la morte, l’umano e l’ani­

30
La struttura dell’esperienza di guerra

male, o l’uomo e la macchina, era così comune in guerra


da divenire fonte tanto di ironia e humour noir quanto
di orrore e disgusti^/
Al pari della contaminazione, l’invisibilità non era un
simbolo in guerra, quanto piuttosto una realtà che molti
consideravano insopportabile. Le caratteristiche della
guerra di trincea imposero al soldato di cercare rifugio
nella e sotto la terra, e questo trincerarsi significò la fine
della guerra tradizionale. Robert Michaels, un capitano di
cavalleria austriaco, scrisse a suo figlio che né la guerra
né il combattente erano così come venivano raffigurati.
Il combattimento moderno si svolge quasi interamente nell’in-
visibilità; i nuovi metodi bellici richiedono al soldato che egli
s i . . . sottragga alla vista del nemico. Egli non può battersi espo­
sto sulla superficie della terra, bensì deve strisciare fra e sotto di
essa; in mare egli combatte con maggior sicurezza se nascosto
dalla superficie dell’acqua, e in cielo quando vola così alto da non
costituire più un bersaglio utile34.

L ’invisibilità del nemico e il riparo delle truppe sot­


toterra distrussero la vecchia nozione di guerra come
spettacolo di un’umanità duellante: il combattente poteva
sentire il «pericolo, ma non c’era niente là fuori, nulla di
visibile contro cui scagliarsi» 3S. L ’invisibilità del nemico
esasperò l’importanza del senso acustico e ciò parve ren­
dere l ’esperienza di guerra particolarmente soggettiva e
impalpabile: «Tutto si svolge interiormente, sottoterra,
nell’uom o»36. La combinazione di fattori che portarono a
ciò che i tedeschi chiamarono Menschenleere («vuoto di
soldati») [letteralmente, «deserto». N .d.T.]. in riferimento
al campo di battaglia, mutò profondamente i termini del­
l’esperienza di guerra: «La guerra ci appare innanzitutto
come un’atroce rassegnazione, una rinuncia, un’umiliazio­
ne» 37.
La guerra di trincea, il rintanarsi del combattente fra
e sotto la terra, produsse un paesaggio dominato da una
ambivalenza: la terra era al tempo stesso rifugio e mi­
naccia permanente. Il campo di battaglia era «vuoto di
soldati» e nello stesso tempo saturo di soldati.

31
La struttura dell’esperienza di guerra

I grigi parapetti delle trincee si innalzano tre o quattro piedi


da terra. Tranne che per uno o due soldati — cecchini semi-na­
scosti — il paesaggio è deserto. Nessun segno di vita: una terra
morta. Eppure sotto questa terra vivono nascosti migliaia di sol­
dati, come conigli38.

Fu precisamente il ricordo di aver vissuto tanto a


lungo in una terra piena di uomini invisibili, e sovrastata
da un’onnipotente tecnologia, che si impresse nel modo
più vivido nella mente di tanti combattenti. L ’improvvisa
apparizione del nemico da dietro il muro della violenza
tecnologica generava la sensazione dello unheimlich (im­
ponderabile, perturbante). Emilio Lussu, tenente dell’e­
sercito italiano sull’Altipiano d’Asiago, ricorda l’enorme
impressione che gli fece il riuscire finalmente a vedere
quel nemico che combatteva da mesi.
Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri
occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte
inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi
finito con Tapparmi inanimate, come cose lugubri, inabitate da
viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostrava­
no a noi, nella loro vera vita . . . Il nemico, il nemico, gli
austriaci, gli austriaci! . . . Ecco il nemico ed ecco gli austriaci.
Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come
n o i . . . 39.

: L ’invisibilità privò il nemico di ogni sembianza uma­


na, diffondendone la minacciosa imponderabilità attraver­
so tutta la superficie deserta e butterata del fronte. Im-
i battersi, faccia a faccia, in uomini che erano stati resi
] completamente estranei dalla propaganda e da reiterati e
' infruttuosi attacchi, e scoprire che «erano come noi», fu
| un’esperienza sconvolgente, che rivelò a tanti ciò che a-
vevano ormai dimenticato: la sostanziale somiglianza fra
gli uomini. La rottura del diaframma che separava il noto
dall’ignoto provocò il brivido dell’identificazione in chi la
sperimento. Freud, nella sua analisi del perturbante, ri­
tiene che questa esperienza sia essenzialmente il ritorno
di qualcosa di già noto e familiare (heimlich) che era
divenuto estraneo (unheimlich) attraverso un processo di
rimozione * In un certo senso Freud non fa che aggiun-
32
La struttura dell’esperienza di guerra

gere il concetto di rimozione, come attività categoriale,


alla nozione di Jentsch secondo cui l’esperienza di stupo­
re viene generalmente provocata dall’incontro con qualco­
sa che esula da categorie considerate definitive. Un uomo
che ritorna alla vita dopo la morte, un uomo che si tra­
sformi in una macchina, un uomo in parte animale:
quest’uomo è reputato impossibile nella misura in cui si
considerino assolute le distinzioni fra vita e morte, uomo
e macchina, umano ed animale. Quando invece tale im­
possibilità si esperisce, il risultato è la sensazione di stu­
pore, di sconvolgimento.
Ebbene, l’esperienza di guerra non è nient'altro che
la continua trasgressione di categorie. Nel congiungere i
confini che normalmente separano il visibile dall’invisibi­
le, il noto dall’ignoto, l ’umano dal non-umano, la guerra
offre tante occasioni per il rovesciamento di distinzioni
centrali per il pensiero razionale, l ’esperienza comunicabi­
le e le normali relazioni umane. Molto dello smarrimen­
to, dello stupore, o del senso di crescente estraneazione
che i combattenti provano, può essere attribuito a quelle
realtà di guerra die infrangono d ò che Mary Douglas
chiama «le classificazioni a cui siamo legati».
Nulla evidenzia questa situazione meglio del tema che
pervade la letteratura di guerra: quello della morte, del
giacere, del vivere a fianco della morte. Il fronte è il
luogo che dissolve la distinzione netta fra vita e morte.
La morte, abitualmente considerata come passaggio velo­
ce fra vita e non-vita, diventò per tanti in guerra un’e­
sperienza continua che escludeva ogni altra possibilità
d ’esperienza. Molti usarono la morte come metafora per
descrivere la loro distanza da «uomini e cose del p assa­
to»; coloro che entrarono in guerra volontari nel 1914
sovente percepirono la loro «morte civile» come una li­
berazione, un allentamento delle costrizioni della vita ci­
vile. Ma la lunga permanenza al fronte trasformò quella
che Franz Schauwecker ebbe a definire «una vacanza dal­
la vita» in un’estraneazione permanente. Gotthold von
Rhoden, già studente, e volontario che cadde nel corso
della guerra, percepì dopo un certo periodo di tempo di
33
La struttura dell’esperienza di guerra

essersi impegnato in un processo di esclusione dal mon­


do, in una progressiva rottura dei legami con il noto, il
familiare, che poteva avere termine solo con la sua pro­
pria estinzione fisica. Egli percepiva questa separazione
dal suo passato alla stregua di liberazione fatale, esiziale.
Mi sembra di fronteggiare il nemico come fossimo sciolti da
qualsiasi legame che ci abbia vincolato in passato; siamo comple­
tamente liberi, la morte non incute più paura. Il nostro pensare e
il nostro sentire sono del tutto trasformati; se non avessi timore
di essere frainteso, potrei dire che ci sentiamo «staccati» da
persone e cose della nostra vita passata41.

Von Rhoden parla qui di quella che Turner definisce


«morte strutturale». Le persone e le cose del passato
sono morte per il soldato così come lui lo è per loro.
Molti riconobbero che i legami con casa si affievolivano
progressivamente man mano la guerra continuava. Sieg­
fried Sassoon arrivò a convincersi che la sua patria fosse
talmente cambiata a causa della guerra al punto da sem­
brargli che non esistesse più alcun luogo sicuro dove po­
tere ritornare: «Per quanto mi riguarda, mi ero abituato
all’idea di dover morire; era un’idea che rendeva ogni
cosa più facile, e nelle circostanze in cui mi trovavo mi
pareva di non avere altra scelta» 42. F. C. Bartlett, nella
sua analisi sugli effetti psicologici della guerra di trincea,
osservò come ogni prolungata permanenza al fronte cau­
sasse nei combattenti l’associazione mentale fra patria e
morte: e una volta che il desiderio di morte si fosse
fissato nella mente del soldato, era imminente il suo col­
lasso nervoso.
La morte divenne simbolo della discontinuità e della
distanza che caratterizzavano il rapporto fra fronte e pa­
tria. Ma parimenti, la morte simboleggiava un’esperienza
di impedimento, di impossibilità di movimento, il senso
del finire chiusi e immobilizzati in uno spazio minimo. Il
sogno più comune del soldato fu quello di rimanere se­
polto vivo in un rifugio a causa dell’esplosione di una
granata. Zuckmayer ammette che questo sogno disturbò le
sue notti per ben dieci anni dopo la conclusione della guer­
34
La struttura dell'esperienza di guerra

ra: il sogno di rimanere sepolto, di restare senza la pos­


sibilità di movimento a causa del peso della terra «men­
tre un obice pesante, dapprima con lentezza inesorabile
poi con un sibilo terrificante, mi si schiantava addos­
so . . .» 43, non variava mai.
L ’incubo tipicamente vittoriano dell’essere sepolto vi­
vo divenne fin troppo spesso realtà durante la guerra.
Ernst Simmel verificò che «il rimanere sepolto a causa di
un’esplosione con la perdita totale delle proprie facoltà
sensoriali. . . [ fu ] . . . la causa più frequente delle nevro­
si di guerra» **. Si‘ trattò di un fenomeno così comune
che durante la guerra la paralisi isterica risultante da se­
poltura forzata rientrò nella patologia come «nevrosi del
sepolto vivo». Quello che è più significativo circa questa
esperienza è che essa fu sovente vissuta come un’espe­
rienza di morte da cui la vittima lentamente ritornava
alla vita. Un certo dr. P. Grasset descrisse la successione
degli eventi quale più comunemente si verificava:
La vittima perde coscienza, e al risveglio. . . si accorge di non
poter vedere, sentire, né parlare. Egli è completamente isolato dal
mondo esterno, assolutamente incapace di comunicare o ricevere
impressioni. Il mio collega Foucault. . . sostiene che questi soldati
verosimilmente pensano di essere m orti45.

In guerra la morte perde quel connotato chiaro e


immediato, che normalmente la caratterizza, come brevis­
simo istante fra vita e non-vita. La morte cessa di essere
un’astrazione per diventare un termine di definizione del­
la sempre crescente lontanarizàTcòn cui il combattente
percepisce la sua patria. Così essa descrive il senso di
toTàIe*Tsòlàmento dal «mondo esterno», un senso che
viene esasperato precisamente nell’esperienza della sepol­
tura forzata. In generale, questo senso di morte comincia
con la definizione di un arco di eventi che allontanano
sempre maggiormente il soldato di linea dai valori, dalle
certezze sensoriali, dalle gerarchie categoriali che un tem­
po rendevano non ambigua la sua esperienza e bene iden­
tificabile il suo «io». In guerra, la morte era esperita non
solo da coloro che effettivamente morivano, ma anche da

35
La struttura dell’esperienza di guerra

coloro che finivano costretti nel lasso temporale - anche


molto lungo — compreso fra la scomparsa di ogni possi­
bilità di scelta, o di movimento, e la perdita della vita.
L ’abitudine a prestare esclusiva attenzione a tutto ciò che
poteva essere foriero di morte finiva per dilatare le cate­
gorie temporali di ognuno: così nel sogno di Zuckmayer
le granate piovevano con «fatale lentezza», per altri,
«dolcemente» o pigramente, come palloncini, o palle da
football.
L ’idea della morte era ormai diventata una fissazione: mi
trovavo in questo stato mentale quando, nel pomeriggio del 27,
piovvero due bombe. Vidi la prima die arrivava e urlai un
avvertimento. Subito appresso vidi la seconda: entrambe scende­
vano piuttosto dolcemente, adagio. Da questo momento fino a
quando avvenne l’esplosione pensai di essere perduto, pensai che
sarei stato scaraventato lontano e fatto a pezzi46.

C’è una sbalorditiva attinenza fra i simboli della li-


minarità e le realtà effettive dell’esperienza di guerra, e
questa attinenza non è casuale. Probabilmente nessun
conflitto prima della Grande Guerra, o dopo, ha sfidato
così radicalmente il significato e lo status del combatten­
te. La prima guerra mondiale eclissò ogni tipo di dignità
je valore e precipitò il soldato in un mondo senza possibi­
li uscite che non fossero le ferite, la morte, o la nevrosi;
abituarsi a quella guerra significò acquistare familiarità
con un mondo definibile solo in termini di paradosso.
Victor Tumer sostiene che i simboli che caratterizzano la
situazione liminare iniziatica sono sovente quelli della
sparizione e dell’ambiguità: gli iniziandi «sono spesso
considerati oscurati, invisibili come un pianeta in eclis­
s i . . . ; essi vengono privati del nome e delle vesti, e
cosparsi di terra per non essere distinguibili dagli animali
q u a lsia si» 47.
Ma le ambiguità, i paradossi della guerra, e l’eclissi
dell’io, rappresentarono solo una parte, e la più negativa,
dell’esperienza di guerra. Molti veterani individuarono
nella loro esperienza la presenza di elementi fortemente
positivi e intrinsecamente compensatori: per esempio, il
36
La struttura d e ll esperienza di guerra

cameratismo, che cancellava barriere sociali «artificiali»,


il condividere un destino comune, e le condizioni egalita­
rie di vita, che trascendevano il rango e perfino l’ostilità
nei confronti del nemico — sentimenti che in particolari
settori del fronte riuscirono a valicare la stessa Terra di
nessuno. Queste esperienze positive, tanto quanto i
traumi da contaminazione e di perdita dell’io, dovettero
molto alla lunga durata dell’esperienza di guerra. Il senso
di cameratismo e di eguaglianza furono percepiti come
qualcosa da preservare e istituzionalizzare; Simone de
Beauvoir descrive l ’importanza dell’esperienza comunita­
ria di guerra per uno dei suoi insegnanti.

A vent’anni, d disse, in trincea, aveva scoperto le gioie di un


cameratismo che eliminava le barriere sodali; quando l ’armistizio
l ’aveva restituito ai suoi studi, non aveva voluto rinundarvi; la
segregazione che separa i giovani borghesi dai giovani operai, nella
vita dvile, egli la sentiva come una mutilazione48.

John Kcegan aggiunge che l ’esperienza socializzante


della guerra proseguì nell’Inghilterra post-bellica. In trin­
cea, giovani gentiluomini del West Country o della South
Coast incontrarono minatori di Durham, operai metallur­
gici dello Yorkshire, o dei cantieri navali del Clydeside, e

in questo processo di scoperta e sodalizzazione molti dei giovani


aspiranti uffidali finirono per provare simpatia ed affetto per i
camerati proletari, sentimenti dbe contribuirono a trasformare le
attitudini della borghesia n d confronti dei non abbienti in quella
che fu una delle fasi sodali più importanti della storia britannica
del ventesimo secolo49.

Dopo la fine della guerra il vivo ricordo del camera­


tismo e della sorte comune fu tenuto ben distinto dagli
orrori della guerra, e il fatto di privilegiare un aspetto a
scapito dell’altro divise sovente i veterani in opposte fa­
zioni contendenti. La controversia che dilagò in Germa­
nia alla pubblicazione di Im Westeri Nichts Neues di
Remarque, nel 1928, circa la natura dell’esperienza di
guerra, mise in risalto due opposte concezioni: la prima,
di stampo liberale, che vedeva nella guerra la perdita

37
La struttura d e ll esperienza di guerra

della giovinezza, la morte, l’orrore, la contaminazione, e


la seconda, di stampo conservatore e reazionario, che po­
neva l’accento sull’esperienza di cameratismo e socializza­
zione. Un’adeguata comprensione dell’esperienza di guerra
non sta tanto nell’accurato soppesare i suoi lati positivi e
negativi, quanto nel dimostrare come sia gli aspetti posi­
tivi sia quelli negativi traggano origine dallo stesso fe­
nomeno: l’esperienza comunitaria della guerra, la sua
Gemeinschaft, così come gli orrori della guerra, sono
prodotti della fondamentale liminarità della guerra stessa.
Certi gruppi di veterani tentarono di ritualizzare e
preservare la condizione del soldato, del soldato come
uomo vissuto al di là delle categorie sociali e delle di­
stinzioni di status. L ’esperienza dell’aver vissuto fuori da
ogni classe, come un declassato o non-ancora-classificato,
produce un senso di cameratismo in tutti coloro che con­
dividono quella situazione: e la mancanza di status del
soldato di linea, analogamente alla vacanza di classifica­
zione per un gruppo iniziando in fase liminare, può ap­
parire sia come sconvolgente perdita di identità sia come
positiva liberazione da quelle distinzioni sociali che nor­
malmente impediscono la formazione di solidi legami per­
sonali al di là della diversità di classe. Andando in guerra
il soldato viene privato dei segni visibili del suo status
— vestiti, abitazione, proprietà, titoli sociali — che abi­
tualmente connotano il suo posto nella società civile. Ma
la vera potenza egalizzatrice dell’esercito non era il came­
ratismo, come ebbero a rendersi conto molti giovani vo­
lontari borghesi: il cameratismo veniva solo dopo che gli
invisibili segni dello status individuale — comportamen­
to, istruzione, modi di fare e di parlare — furono cancel­
lati, sovente in maniera dolorosa, dalla «società degli sca­
ricatori di porto». Molti volontari parlano delle prove
penose cui furono costretti a causa del loro eccessivo en­
tusiasmo per la guerra, della loro istruzione superiore, e
dei loro modi raffinati.
Abbandonare i confini della normale vita sociale non
significò per il soldato entrare in un’arena di assoluta
mancanza di freni; al contrario, egli si vide costretto ad
38
La struttura dell’esperienza di guerra

adattarsi ad un peculiare tipo di struttura sociale analogo


a quello in cui secondo Turner operano i gruppi di ini­
ziandi.

Fra i neofiti e i loro istruttori. . . e fra un neofita e l ’altro,


vige un insieme di relazioni che caratterizza una struttura sociale
di tipo molto particolare. È una struttura molto semplice: fra
istruttori e neofiti vigono in generale l ’autorità e la sottomissione
più complete; e fra gli stessi neofiti vige la più completa egua­
glianza 50.

Il cameratismo tanto sacro alla memoria dei gruppi di


veterani dopo la fine della guerra fu il prodotto dell’uni­
formità e della parificazione di condizioni a cui costrinse­
ro l’autorità e le realtà concrete della guerra. John Ma-
sters, che durante la guerra prestò servizio in un reggi­
mento di truppe indiane, racconta come egli continua-
mente proibisse ai soldati di indossare simboli di casta,
salvo poi vederli riapparire non appena avesse allentato
la sorveglianza51. La miglior descrizione del connubio fra
eguaglianza ed autorità ci è data da T. E. Lawrence, che
si arruolò nelle forze aeree britanniche come semplice
recluta nel 1922. Egli era ormai stanco della notorietà
che i suoi successi in Medio Oriente gli avevano procura­
to, ed agognava a quell’anonimato che sapeva di poter
trovare nel fondo di una camerata immersa nel sonno.

Qui d avvolgeva l ’immediato cameratismo di truppa — una


simpatia che nasceva per metà dalla nostra comune impotenza nei
confronti dell’autorità . . . e per metà dalla nostra eguaglianza di
fatto; si, poiché tranne che sotto costrizione non esiste vera
eguaglianza a questo mondo s2.

Al pari di Lawrence, F. H. Keeling — giornalista so­


cialista prima della guerra — si arruolò nell’esercito nel
1914 con aspettative monacali. La vestizione della divisa
fu un rituale che egli celebrò come una sorta di religione
civile, maggiormente apprezzabile proprio perché in anti­
tesi con il privato, con l’individualismo di una vita civile
tutta incentrata sui valori della famiglia. L ’unità dell’e­
sercito di Kitchener in cui entrò era «comunistica, nel
39
La struttura d e ll esperienza di guerra

senso di tutto ciò che di buono e stimolante c’è nel co­


muniSmo» s , ed egli si chiedeva se avrebbe «mai potuto
trovare in una famiglia un adeguato sostituto del reggi­
mento»
L ’attenzione dei socialisti per il potenziale rivoluzio­
nario costituito dai reduci dal fronte nel 1919 teneva
ben conto del fatto che l ’esperienza di vita ai margini
della vita sociale avesse instillato nel soldato di linea un
insieme di motivazioni politiche contraddittorie. L ’egua­
glianza della truppa, l ’uniformità di condizioni, la prole­
tarizzazione assoluta del soldato non nascevano certo da
una presa di coscienza di classe, bensì dalla marginalità
del soldato stesso e dalla sua totale impotenza nei con­
fronti dell’autorità e della tecnologia. Il cameratismo del
fronte non era separabile da precise attitudini nei con­
fronti dell’autorità: «tranne che sotto costrizione non e-
siste vera eguaglianza a questo mondo». Per quanto e-
straniato dalla società borghese e dai valori connessi ad
una stratificazione di classe fondata su un’ineguale distri­
buzione della ricchezza, il soldato di linea era marcato da
un concetto dell’autorità essenzialmente tradizionale —
se non addirittura «reazionario» in un’ottica liberal-de-
mocratica. L ’ufficiale aristocratico fu preso a modello dai
giovani borghesi aspiranti ufficiali inglesi e tedeschi. Do­
nald Hankney, che cadde sulla Somme nell’ottobre del
1916, tratteggia l’ideale dell’ufficiale cristiano, epitome
della caritas.
Se si trattava di incidere una vescica purulenta, egli si offriva
sempre per primo. . . C’era qualcosa di religioso in questa sua
attenzione per i nostri piedi. Sembrava un gesto circonfuso dal­
l ’aureola del Cristo ss.

Nello sforzo di adempiere al proprio ruolo, più di un


ufficiale riesumò vetusti concetti di paternalismo e desue­
te attitudini di deferenza: queste concezioni acquistarono
in guerra una nuova importanza che avrebbe sortito con­
seguenze fatali nella società post-bellica. Molte descrizioni
di questo tipo di rapporto fra truppa e ufficiali potrebbe­
ro tranquillamente valere per il rapporto fra un genti­
40
La struttura dell’esperienza di guerra

luomo di campagna (squire) e il personale alle sue dipen­


denze, o fra un nuovo maestro e i suoi scolaretti:
«Questo tipo di rapporto fu reso possibile solo per l’ar­
dente desiderio da parte dell’ufficiale di insegnare, di in­
coraggiare, e di essere accettato, e da parte della truppa
di essere istruita e comandata»56. L ’eguaglianza nelle
condizioni di vita che caratterizzava l’identità del grup­
po al fronte non aveva nulla a che fare con la libertà o
la possibilità di scelta; al contrario, questa eguaglianza
era una funzione, da un lato, della subordinazione milita­
re che — nel migliore dei casi — acquisiva una forza
etica e morale, e, dall’altro, un prodotto della comune
soggezione di tutti, soldati ed ufficiali, alla schiacciante
potenza del fuoco.
Ogni esperienza liminare è un’esperienza d’apprendi­
mento, e questo è implicito nell’affermazione di Carrin-
gton secondo cui in guerra la sua generazione apprese
«un segreto che non può essere comunicato». Ma altret­
tanto implicito nella nozione di guerra come iniziazione è
la consapevolezza che questo apprendimento sia qualitati­
vamente diverso da ogni altro acquisito presso «scuole»
tradizionali. Di fatto, trattando dell’esperienza di guerra,
è necessario comprendere il mito dell’esperienza stessa, e
quanto il livello di conoscenza raggiunto nell’esperienza
sia inseparabile dalla persona che apprende e incomuni­
cabile a coloro che non hanno condiviso l ’esperienza. Cari
Zuckmayer definì la sua esperienza di guerra come «un
pezzo di me stesso», come una parte del suo proprio
corpo, una profonda cicatrice, un connotato organico. Ma
questa esperienza non è comunicabile:

Posso dire che . . . l’esperienza di guerra e del suo grande caos


rigeneratore faccia parte di me stesso, per quanto senta che non
sarò mai in grado di rappresentarla o parlarne in modo chiaro e
comprensibile S7.

Il disordine, il caos, la frammentazione dei «più sicu­


ri schemi» e la sovrapposizione fra cose e modi di fare o
sentire abitualmente separati, vengono sempre posti alla
base sia della conoscenza che esperirono i soldati in

41
La struttura dell’esperienza di guerra

guerra sia dell’incomunicabilità di questa stessa conoscen­


za. Gli uomini che escono dal nero baratro della guerra
sono generalmente definiti «silenziosi», e questo silenzio
potrebbe essere una maschera per nascondere amarezza,
oppure «segreti». David Jones individua nella caratteri­
stica sovrapposizione dei contrari l’esperienza che più
profondamente impressionò i soldati in guerra.

Penso che il vivere quotidiano nella desolazione, l’improvvisa


violenza e l ’estenuante silenzio, i bruschi contorni e i vuoti senza
fine di quella misteriosa esistenza, colpissero profondamente l’im­
maginazione di coloro che li esperivano. Era come vivere un lungo
incantesimo 58.

Ai soldati in guerra la realtà non viene insegnata,


bensì mostrata: e viene appresa non tramite categorie
convenzionali, ma attraverso la radicale sovrapposizione
di violen za e q u iete, trem en da p au ra e in fin ita n oia. M a
il vero problema è: Che cosa apprese, cosa imparò in
guerra questa generazione? Ci torna ancora utile la de­
scrizione di Turner del processo educativo nei riti limina-
li. In questi riti,

Il bizzarro diventa normale, e tramite l’allentamento delle


connessioni fra elementi normalmente tenuti insieme secondo certe
combinazioni, il loro rivolgimento e la loro ri-combinazione in
forme mostruose, fantastiche e innaturali, i novizi sono costretti a
riflettere (e a riflettere duramente) sulle esperienze culturali che
essi avevano dato finora per scontate. I novizi apprendono dun­
que di non conoscere affatto ciò che pensavano di sapere: al di là
della superficie dell’abitudine si apre una profonda struttura le
cui regole devono essere imparate tramite paradosso e violente
emozioni99.

Turner non ascrive tanto la prevalenza del mostruoso,


del bizzarro e dello stupefacente nelle cerimonie d’inizia­
zione al desiderio di spaventare gli iniziandi, bensì a
quello di insegnar loro a distinguere chiaramente le forze
che connotano la realtà così come è concepita nella loro
cultura. Nelle zone liminari il neofita è costretto a pensa­
re come l ’esistenza di esseri mostruosi dia senso ai co­
stumi convalidati e necessità alle leggi vigenti nella socie­
42
La struttura dell’esperienza di guerra

tà; le tecniche che costringono al confronto con fattori


culturali tanto familiari da essere diventati pressoché in­
consci sono, in primo luogo, la dissociazione degli ele­
menti culturali dalle loro relazioni normali, e quindi la
loro ricombinazione «in fattezze fantastiche o mostruo­
se». Il processo di dissociazione e ricombinazione rivela
ciò che soggiace all’edificio culturale e «insegna al neofita
come pensare con un certo grado di astrazione al proprio
ambiente culturale»; nello stesso tempo, la rivelazione
delle forze che soggiacciono alla realtà culturale «ha il
compito di mutare la natura del neofita, permettendogli
di effettuare il passaggio previsto all’interno della scala
culturale» 60.
Ma c’è una chiara e ovvia differenza fra i riti di
iniziazione nelle colture tradizionali, agrarie, premoderne,
e questa esperienza della guerra moderna, per quanto al­
to possa essere il valore iniziatico della guerra stessa. Ciò
che generalmente viene rivelato nei riti tradizionali è il
fondamento sacro del gruppo; ciò che si rivela in guerra
non ha nulla a che fare con il «sacro», per quanto possa
assumere parvenza di forza demoniaca. Nella Grande
Guerra il combattente imparò a riconoscere realtà che
erano definibili piuttosto come «materiali», «tecnologi­
che», o «meccaniche»: «In generale la cosa più terribile
di questa guerra è che tutto diventa macchinico: si po­
trebbe quasi definire la guerra come un’industria per il
macello umano specializzato» 61.
Ma la sorpresa dei combattenti nell’essere coinvolti in
un evento rivelatore non del potere degli uomini ma del
potere dei mezzi, è a sua volta sorprendente. Infatti il
potere della moderna tecnologia non doveva essere poi
così inedito e apparire totalmente inatteso ad uomini che
erano cresciuti in una delle epoche tecnologicamente più
fertili della storia — un’epoca che produsse, fra le altre co­
se, il telefono, l’automobile, l’aeroplano, che vide notevoli
progressi nel settore chimico ed elettrico, e la scoperta del­
le radiazioni. La sorpresa con la quale molti combattenti si
accorsero di trovarsi nel bel mezzo della prima guerra
completamente industrializzata deve essere ascritta a due

43
La struttura dell’esperienza di guerra

fattori: le aspettative modellate su di un’immagine tradi­


zionale della guerra come attività gratuita, del tutto an­
ti-economica; e, fatto ancor più importante, quella che
potrebbe essere definita una «sottovalutazione» della tec­
nologia, seguita dalla prepotente «reimposizione» della
stessa.
Molti accolsero la guerra come via d ’uscita dalla so­
cietà industriale: ma in guerra appresero che la tecnolo­
gia dominava l’organizzazione di soldati, macchine e armi
proprio come in tempo di pace. Ernst Toller, un vetera­
no scampato grazie alla nevrosi, esprime nel miglior mo­
do possibile questa consapevolezza.
Invece di essere riusciti a sottrarsi al disumano meccanismo
della moderna società tecnologica, i soldati s’awidero che la tecno­
logia dominava in maniera ancor più tirannica d ie in tempo di
pace. Uomini che avevano creduto di poter riscattare attraverso
gesta cavalleresche la loro spiritualità dall’onnipotenza delle forze
materiali e tecnologiche, scoprirono che nella moderna guerra di
materiali il trionfo della macchina sull’individuo raggiunge la sua
: forma assoluta62.

^ Le terrificanti dimensioni assunte dalla guerra, l’asso-


lutamente inatteso volume di fuoco necessario sul campo
di battaglia, ribadirono una incontestabile verità, una ve­
rità che tanti si accorsero di «conoscere già»: la guerra
non avrebbe potuto essere vissuta e valutata come espe­
rienza personale bensì, attraverso il fuoco di sbarramento
e i reticolati, avrebbe finito per apparire come creatura
di potenze sovrapersonali e tecnologiche padrone delle
azioni e dei sentimenti degli individui. Jean Galtier-Bois-
sier descrive il suo primo impatto con la guerra di trin­
cea e con l ’attitudine di completa rassegnazione dei suoi
camerati.
Essi avevano l’aria di condannati che offrono la nuca al
b o ia . . . Le salve d ’artiglieria, nella loro potenza e fragore inani,
rivelavano la tremenda sproporzione fra gli strumenti di morte e
il misero fante, il cui sistema nervoso non poteva essere all’altezza
di così formidabili colpi63.

Ma ciò che realmente rendeva la tecnologia abnorme,


44
La struttura dell'esperienza di guerra

terrorizzante, demoniaca, era il suo distacco dalle associa­


zioni più abituali, più convenzionali. La tecnologia era
rimossa da un contesto in cui poteva essere comprensibile
come strumento di produzione e distribuzione — le fun­
zioni cioè che rendevano possibili e dominanti la vita e la
cultura europea: essa fu dislocata da quel contesto e
«reimposta» in un contesto di distruzione, lavoro, e ter­
rore, nell’ambito del quale rese inconcepibile la dignità
umana e molto problematica la sopravvivenza. In questo
processo di «reimposizione», la tecnologia perse la sua
patina di neutralità, e certe caratteristiche — prima di
allora insospettate — dei mezzi che la civiltà industriale
aveva sviluppato per ottenere il controllo della natura e
trascendere le limitazioni umane, apparvero in tutta la
loro evidenza. La dissociazione della tecnologia dalle sue
funzioni normali e la sua imposizione in un contesto di
pura distruzione rese strano e mostruoso ciò che prima
era familiare, oggetto d’orgoglio e strumento di progres­
so. David Jones rimase impressionato precisamente dal
sinistro, per quanto «affascinante e coinvolgente», carat­
tere che la tecnologia assunse in guerra.
Non è piacevole — per quanto possa essere spettacolare —
subire un fuoco intenso di mortai da trincea sapendo poi che
precede un lancio di gas e agenti chimici. . . [D obbiam o]. . .
tenerci addestrati alle misure anti-gas, abituarci a nuove e bizzarre
tecniche, essere sempre più veloci ed efficienti a rispondere alle
crescenti esigenze tecnologiche: alcune affascinanti e coinvolgenti,
altre estremamente lugubri; e tutte richiedenti una nuova e parti­
colare attitudine mentale, una nuova sensibilità, ad un costo altis­
simo M.

In guerra la tecnologia fu riconosciuta in tutta la sua


autonoma concretezza: una realtà che dettava legge in
maniera totale, e non soltanto per quanto riguardava ar­
mi e strumenti, ma anche nell’organizzazione di uomini e
materiali. Questa organizzazione — svincolata da quel
nesso di utilità e necessità che l’aveva resa ideologica­
mente accettabile, prima del 1914, come veicolo di pro­
gresso e sistema idoneo al miglioramento della condizione
umana generale — assurse a livello di astrazione, di un

45
La struttura dell’esperienza di guerra

coeso e massiccio sistema di forza. Dopo la guerra gli


uomini parlarono di tecnologia in un modo completamen­
te differente di quanto non facessero nelle discussioni
relative alla meccanizzazione prima del 1914. Friedrich
Dessauer, nello sforzo di rilevare questa differenza, sotto-
linea che prima della guerra
La tecnologia non era ancora tema universale d ’attenzione e
discussione. La consapevolezza che avremmo avuto a che fare con
qualcosa di enorme, globale, con una potenza in grado di trasfi­
gurare il mondo, non faceva parte ancora della coscienza colletti­
v a . . . Si potevano scorgere solo particolari elementi, ma non tutto
Tinsieme: era necessario un evento che indirizzasse l’attenzione
dei più sulla tecnologia, e questo evento precipitò nel 1914, con
la prima guerra mondiale65.

L ’esperienza di guerra costrinse il combattente ad os­


servare, da una posizione «scomoda», le realtà materiali
che soggiacciono alla vita sociale. Solo in guerra queste
realtà poterono assumere la loro forma più manifesta ed
eclatante: strappata dai suoi fini produttivi, la tecnolo­
gia poteva essere vista solo come qualcosa di «enorme e
totale», qualcosa che di fatto organizzava e modellava un
mondo e gli uomini che lo abitavano, indipendentemente
dalle loro volontà od esigenze.
I simboli della « stru ttu ra so ciale» e il tip o di cono­
scenza che caratterizzano i riti liminari sono sorprenden­
temente congruenti all’esperienza della guerra moderna, e
ciò solleva alcuni problemi essenziali. Come deve essere
considerata questa congruenza? E cosa significa? Chiara­
mente la Grande Guerra non fu un evento rituale, bensì
un evento storico. I rituali d ’iniziazione non uccidono gli
iniziandi, per quanto molti simboli di morte possano es­
sere impiegati per significare la situazione anomala, e per
quanto gli iniziandi possano essere segnati o mutilati nel­
le operazioni r^ ua^- Ma, anche ignorando queste ovvie
differenze, sarebbe comunque impossibile vedere la guer­
ra aliai stregua di un’iniziazione. Il fine dell’iniziazione è
la traduzione dell’iniziando in una nuova posizione nella
scala sociale: senza i riti di riaggregazione, in cui l’ini­
46
La struttura dell1esperienza ài guerra

ziando assume il suo nuovo posto all’interno della strut­


tura sociale, la fase liminare perderebbe ogni scopo, si­
gnificato, non sarebbe giustificata. E proprio nella fase
finale dell’iniziazione che lo scopo del rito diviene emi­
nentemente chiaro:

Nella terza fase, il passaggio viene consumato. Il soggetto del


rito, individuo o_ gruppo, perviene di nuovo ad uno stato stabile,
e in virtù di questo ha diritti e obblighi di tipo «strutturale» e
chiaramente definito, e da lui ci si attende un comportamento in
accordo con certe norme e principi etici66.

L ’iniziando è strappato al suo precedente stato e ri­


dotto a materia «generica» allo scopo di essere poi eleva­
to ad un nuovo status; egli non si pone, come il vetera­
no della prima guerra mondiale, di fronte alla sua società
con un'«attitudine di silenzio e amarezza». Se l’esperienza
della Grande Guerra fosse stata un’iniziazione, sarebbe
p ro b lem atico stab ilire a qu ale condizione o sta tu s fu ini­
ziato il soldato: le sue relazioni con la società d ’origine
rimasero fondamentalmente problematiche. I riti e i sim­
boli dei gruppi di veterani della Grande Guerra conti­
nuarono a celebrare in modo reiterato la liminarità, e
l’esperienza di guerra altro non fu che una riduzione del­
l ’io che costrinse il veterano in una posizione difensiva
nei confronti della società. Forse la natura di quella
guerra e il carattere industriale della società impedirono
la consumazione del passaggio, la riaggregazione del sol­
dato con il suo vecchio ambiente civile di provenienza.
Se la natura del soldato di linea mutò, lo stesso fu per la
società, e il veterano sovente si rese conto che non esi­
steva un «posto» in cui potesse tornare.
Il veterano era un uomo bloccato nella fase di pas­
saggio, un individuo la cui caratteristica divenne l’«essere
senza patria». La fortuna post-bellica del veterano sarà
argomento del sesto capitolo, ma qui è importante sotto-
lineare che nel rapporto fra il reduce dal fronte e la sua
patria, la liminarità di guerra non fu risolta, bensì inces­
santemente riprodotta. Il fallimento di una qualsivoglia
riaggregazione continuò a rendere problematica agli occhi

47
La struttura dell’esperienza di guerra

del veterano l’esperienza di guerra, e fece del reduce una


figura ambigua e potenzialmente pericolosa per la società.
Ma persiste H problema iniziale: come è possibile
spiegare la stupefacente congruenza fra simboli liminari
ed esperienza di guerra quando la realtà concreta, lo
scopo, lo status della guerra e del rito sono tanto diffe­
renti fra loro? Questa congruenza non è certo casuale, e
credo possa essere spiegata prestando una maggiore at­
tenzione al modo in cui i combattenti percepirono se
stessi e il loro rapporto con gli eventi di cui divennero
parte.

L ’evento come testo

Nell’affrontare la «letteratura di guerra» ci si accorge


di avere a che fare con la testimonianza di uomini che
ebbero un controllo scarso o nullo sugli eventi che mi­
nacciarono direttamente le loro esistenze: la prospettiva
d el so ld ato d i linea, che non aveva nulla a che fare con
le motivazioni e i piani degli stati maggiori, si dissolse
molto presto in sconcerto e confusione. Ma ciò solleva il
problema di come i partecipanti al conflitto si sforzassero
di rendere le proprie azioni comprensibili a se stessi, e di
come definissero il loro rapporto con una realtà concreta
sulla quale non avevano nessun potere di controllo.
Più di ogni altra cosa, il soldato semplice della prima
guerra mondiale percepì quanto la guerra fosse sempre
più distinta e lontana dai suoi propositi e motivazioni
personali. La pur minima esperienza di combattimento
era sufficiente a raffigurare la «guerra» come una se­
quenza di eventi di dimensioni talmente esorbitanti ri­
spetto agli esseri umani che vi partecipavano, da vanifica­
re immediatamente qualsiasi prospettiva personale. Molti
fra i combattenti percepirono il distacco e la mancanza
di significato delle proprie azioni come spogliazione per­
sonale, come una mutilazione. È precisamente questa au­
tonomia degli eventi bellici che sovente traspare dalle
descrizioni della guerra come macchina, come automa.
48
La struttura dell’esperienza di guerra

Henri de Man, per esempio, descrive la guerra come un


meccanismo che avanza «per inerzia e per la capacità del­
la massa posta in moto di perseverare in questo stato» 67.
Egli crede che la guerra sia «infine diventata Fincubo
segreto di coloro che l ’hanno creata» 66: come evento, la
guerra pare dunque perfino sottrarsi alle volontà dei di­
retti responsabili della sua condotta. Questa sensazione di
vivere un automa, un evento non voluto dai suoi attori
umani, è altrettanto implicita nella descrizione che Ru­
dolf Binding dà della guerra come un ghiacciaio.
Che altro è l ’umanità se non una morena sotto il peso di un
mostruoso ghiacciaio? Questo ghiacciaio scivola lentamente verso
valle, e nulla sembra in grado di alleggerirne il peso. Quando
finalmente si scioglie, quando cessa la pressione sulla morena,
rimane solo una vasta e desolata distesa di sassi, che non sanno
proprio nulla del ghiacciaio. Tale è questa guerra. Sbaglia chi la
paragona ad un’antica campagna in cui le volontà degli avversari
si fronteggiavano apertamente: in questa guerra entrambi gli av­
versari giacciono sul terreno e solo la guerra ha una propria
volontà 69.

'i- Molti combattenti compresero che le dimensioni della


guerra — la sua inaudita violenza e Fincredibile numero
di perdite — furono diretta funzione dell’industrializza­
zione e delle dimensioni raggiunte dalla organizzazione
produttiva. Marx, nel considerare il fenomeno dell’Inghil­
terra industrializzata, si rese conto che da allora la spie­
gazione della vita sociale e delle relazioni economiche a-
vrebbe dovuto essere qualitativamente differente da quel­
la relativa alla produzione pre-industriale, quando braccia,
strum enti, m anufatti, erano im m ediatam ente percepibili
al senso comune. Con l’industrializzazione emerse un si­
stema produttivo che — al pari del sistema della natura
nel diciottesimo secolo — richiese per essere descritto
leggi scientifiche completamente nuove. La struttura pro­
duttiva che sta alla base della moderna vita sociale è un
sistema senza centro né periferia che pone in crisi fin
dall’inizio qualsiasi lettura centrata sull’individuo: «Solo
nella grande industria l ’uom o im para a fare operare su
larga scala, come una forza naturale, gratuitamente, il

49
La struttura dell'esperienza di guerra

prodotto del suo lavoro passato e già oggettivato»70. Nel­


la produzione moderna, tecnologia, lavoro, e capitale,
crearono un sistema manifestamente autonomo dai sin­
goli individui, il cui rendimento, le cui dimensioni, la cui
potenza, non potevano essere comparati altro che alla
natura.
La guerra industrializzata fu vista esattamente sotto
questo aspetto. Fu facile scorgere negli ottusi meccanismi
di distruzione della guerra il lato oscuro del moderno
IIIIIdo di produzione capitalistico descritto da Marx.

Quivi alla singola macchina subentra un mostro meccanico,


che riempie del suo corpo interi edifici di fabbriche, e la cui forza
demoniaca, dapprima nascosta dal movimento quasi solennemente
misurato delle sue membra gigantesche, esplode poi nella folle e
febbrile danza turbinosa dei suoi innumerevoli organi di lavoro in
senso proprio71.

Si può dire che proprio questa sensazione di parteci­


pare ad un evento senza singolo autore, eccetto forse una
volontà divina, caratterizzi la coscienza dei partecipanti a
qualsiasi fatto storico di primaria importanza e grandezza.
Ma questa nozione dell’autonomia dell’evento, della man­
canza di un autore preciso, è il dato essenziale in base al
quale il combattente della Grande Guerra sviluppò la vi­
sione di se stesso e del proprio rapporto con le realtà che
lo circondavano.
La consapevolezza che l’evento avesse ormai raggiun­
to una paurosa autonomia da qualsiasi ambito di autorità
umana segna il punto preciso in cui l’evento stesso si
trasformò nell’unico rilevante oggetto di riflessione per
chi vi partecipava. Usando il termine di Paul Ricoeur,
per chi vi ebbe a che fare l’evento divenne un «testo», la
corretta lettura del quale era questione di vita o di mor­
te.
Sostengo che l’azione di per sé, l’azione come significante,
possa diventare oggetto di indagine scientifica . . . in virtù di ima
sorta di oggettivazione simile a quella autonomia che verifichiamo
nella scrittura. Grazie a questa oggettivazione, l’azione diventa
qualcosa di diverso da una semplice operazione . . . Essa costitui-

50
La struttura d e ll esperienza di guerra

sce un modello ben definito che deve essere interpretato sulla


base delle sue specifiche connessioni interne72.
Merita seguire questa analogia fra un testo che, una
volta steso, acquista una certa autonomia dai moventi,
dalle intenzioni, dai propositi di un autore, e un evento
storico che, per i partecipanti, acquista un’autonomia e
una dinamica distinta dalle intenzioni di coloro che vi
concorrono. Anche qualora si siano pienamente comprese
le motivazioni dell’autore di un libro, non significa che si
sia pienamente compreso il significato del testo. Nel pro­
cesso di stesura, come scrittura, il testo crea un universo
di connotazioni, associazioni, rimandi e traslazioni di cui
l’autore può rimanere del tutto ignaro e inconsapevole.
Parimenti, l’esperienza di guerra è composta di coerenze
interne, quotidianità, e un’impressionante successione di
fenomeni normalmente non correlati fra loro, e comun­
que ben lontani dalle intenzioni di qualsivoglia stato
maggiore, alto comando, o compagine governativa. Non si
può dire di essere riu sc iti a « le g g e r e » la g u e rra so lo p e r ­
ché si siano comprese le motivazioni dell’alto comando,
non più di quanto si possa dire di essere riusciti a «leg­
gere» un testo solo perché si abbia pienamente risposto
alle domande: quali erano i propositi dell’autore? Sono
stati realizzati?
Nello scrivere «Guerra» con la maiuscola e nel sentir­
la come una struttura oggettiva ben distinta da loro stes­
si, i combattenti vedevano nella guerra un m o n d o ch e li
avvolgeva ormai completamente con la sua propria logica,
le sue connessioni, le sue incongruenze. Il loro essere
immersi in questo universo, il loro abituarvisi, li rendeva
distinti, e distingueva la loro conoscenza e la loro identi­
tà da quelle di coloro che ne rimanevano al di fuori.
Proprio come il significato di un testo può non collimare
con i propositi dell’autore, bensì con l’immaginario di chi
ne penetra la scrittura, il significato profondo della guer­
ra era percepito nell’auto-consapevolezza, nella coscienza,
nelle paure e nelle fantasie che essa generava in coloro
che erano costretti a vivere in un universo di inaudita
violenza di cui non erano artefici.

51
La struttura dell’esperienza di guerra

Questa rappresentazione del proprio rapporto con la


guerra dettava sempre più il senso di ciò che si acquisiva
per esperienza personale: i combattenti riuscivano a ve­
dere sempre meno le proprie gesta come effettuazione di
piani preordinati che avrebbero dovuto produrre precisi
risultati. Le dimensioni assunte dalla guerra spiazzarono
il contributo individuale del soldato dal nesso razionale
di causa ed effetto. Vedere la guerra come una macchina
autonoma vivente di moto proprio, e con il potere di
dettare e imporre le azioni (o l ’immobilità) degli umani
suoi partecipanti, significò che Pevento era ormai steso,
fissato, e non nero su bianco, bensì nel carattere e nella
personalità dei soldati. L ’autonomia dell’evento costrinse
chi vi partecipava a leggere dentro di sé i segni distintivi
dell’evento stesso: durante la guerra Pio si trasformò in
strumento di registrazione, e la conoscenza acquisita nel­
l’esperienza venne codificata secondo i «tipi» di carattere
che la guerra produceva.
Si può quindi trovare nella letteratura di guerra una
sequenza di tipi connotati dalla realtà bellica nelle sue
varie fasi: il volontario del 1914, ovvero la quintessenza
delle aspettative ideali; il chiuso, inavvicinabile soldato
della fase difensiva, passivamente determinato dalla ti­
rannia della guerra di materiali: le truppe d’assalto (gli
«arditi» italiani), attori dell’offensiva tecnologica. Ciascu­
no di questi tipi incarna un differente aspetto, un diffe­
rente carattere degli eventi bellici: il volontario è la per­
sonificazione della guerra come progetto nazionale e co­
munitario; l ’esausto, rassegnato attore della Materialkrieg
è immediatamente identificabile come prodotto del modo
di guerra industrializzato in tutte le sue dimensioni e la
sua enorme potenza; le truppe d’assalto sono la personi­
ficazione di una realtà e di un desiderio d ’aggressione
radicati nella massiccia frustrazione degli impulsi d’ag­
gressività vissuta nella quotidianità della guerra di trin­
cea.
A questo punto, si possono chiaramente scorgere al­
meno tre livelli significativi nelle trasformazioni del ca­
rattere individuale citate dai combattenti e attestate da

52
La struttura dell’esperienza di guerra

coloro che ebbero ad osservare il comportamento dei sol­


dati reduci dalla guerra. Ad un primo livello, la differen­
za che segna ridentità del soldato di linea può e sse re
vista come Ite ra z io n e più comune ed ovvia nelle vitti­
me della nevrosi di guerra, osservabile però anche in
molti casi che non rientravano nell’ambito specifico dei
traumi da esplosione. Ferenczi definì questo livello come
un tipo di narcisismo incentivato dall’ambiente costante-
mente minaccioso della guerra: «La libido si ritira dal­
l’oggetto all’interno dell’io, stimola l’egoismo e riduce
l’amore oggettuale fino al punto di indifferenza» 73.
Ad un secondo livello le alterazioni nell’identità del
soldato di linea possono essere viste come funzione della
liminarità dell’esperienza di guerra, come il calco dell’al­
terazione nel rapporto fra il soldato e la sua società d’o­
rigine nonché le categorie che definiscono la struttura
dell’esperienza e dello status sociali convenzionali. In una
guerra che durò tanto a lungo, il soldato di linea divenne
«enigmatico nei confronti di se stesso» e straniero ad
«uomini e cose» della sua precedente esistenza; l’adatta­
mento a vivere nella Terra di nessuno, al di là delle
categorie e dei valori consueti della vita sociale, familia­
rizzò il fante al disordine e alle potenze altre che si
celano dietro la rispettabile esistenza civile. I timori di­
retti sul reduce dal fronte non furono di natura molto
diversa da quelli diretti a qualsiasi figura proveniente
dalla periferia della vita sociale; ma in questo caso il
soldato era un cittadino del tutto estraniato a causa del­
l ’esperienza vissuta.
Infine, il mutamento di identità nel soldato di linea
appare come una chiave per interpretare l’esperienza di
guerra, la chiave appropriata per coloro che si trovarono
a vivere in un universo in cui la normale relazione fra
attore ed azione era completamente rovesciata. La guerra
era diventata un evento autonomo comprensibile solo
nella misura in cui coloro che essa coinvolgeva non si rico­
n o sc e v a n o p iù , n e p p u re c o lle ttiv a m e n te , c o m e re sp o n sa b i-
li delle proprie azioni. Analogamente agli eventi rituali,
la guerra assunse un’oggettività spettacolare, uno status

53
La struttura dell’esperienza di guerra

programmatico, attraverso i quali dettava il necessario


comportamento ai partecipanti. Il soldato di linea rappre­
senta un tipo — di fatto, più tipi: resistenza di questi
tipi testimonia del peso psicologico e sociale con cui la
guerra gravò sulle spalle di coloro che la vissero. In sen­
so figurato, ma anche letterale, la guerra divenne un te­
sto: «La monotonia quotidiana della Stellungskrieg go­
verna tutto con le sue migliaia di regole che, generate
dall’esperienza, riempiono ora cospicui tomi di regola­
menti di servizio» 74.
L ’evento fu ben impresso nella personalità, e in que­
sto senso la guerra fu senza dubbio simile ad un’inizia­
zione e rappresentabile nei simboli della liminarità: gli
effetti della guerra sui partecipanti non poterono essere
rovesciati più di quanto non possa essere dissolta nelle
sue componenti fondamentali l’identità assegnata agli ini­
ziati nei riti di passaggio. Non si può sottovalutare que­
sto rendersi autonomo dell’evento rispetto alle azioni e
alle volontà dei partecipanti, soprattutto per le sue con­
seguenze: infatti questo processo alterò in maniera fon­
damentale il repertorio d ’identificazione per tutti coloro
che lo vissero come qualcosa completamente al di fuori
del proprio controllo. Il partecipante poteva esperire la
nuova realtà in un duplice modo: egli poteva mettersi al
servizio di queste forze ed energie che lo dominavano,
acquisendo a sua volta, in cambio della propria sensibili­
tà, un maggior potere su uomini e cose; oppure poteva
rimanere «il cuore più buono e l’animo più nobile di
questa terra», il cui io, continuamente minacciato, finiva
per rannicchiarsi sempre di più nella nevrosi.

Note
1 Ph. Witkop (a cura di), Kriegsbriefe gefallener Studenten, Miin-
chen, 1936, p. 3.
2 Ibidem, p. 88.
3 Citato in P. Fussell, The Great War and Modem Memory, Lon­
don, Oxford-New York, 1975, p. 64; trad. it., La Grande Guerra e

54
La struttura dell'esperienza di guerra

la memoria moderna, Bologna, Il Mulino, 1984, p. 80.


4 H o m utuato questo termine da Jerom e Kagan, che con la sua
opera sfida il dominio del concetto di «continuità» nella psicologia
cognitiva: vedi il suo Emergent Tbem es in Hum an Development, in
«American Sdentist», LXIV (1976), n. 2, pp. 186-196.
5 E. Erikson, ChHdhood and Society, London, 1967, p. 37; trad. it.,
Infanzia e società, Roma, Armando, 19725, p. 33.
6 Citato in L. Scholz, Seelenleben des Soldaten an der Front.
Hinterlassene Aufzeichnungen des im Kriege gefallenen Nervenartzes,
Tiibingen, 1920, p. 184.
7 Per un’esauriente descrizione, e una comparazione di questi due
modelli, vedi R. Sipes, War, Sports and Aggressioni An Empirical Test
of Rivai Tbeories, in «American Anthropologist», LXXV (1973), n. 1,
pp. 64-86.
8 Vedi, per esempio, P. Loewenberg, Arno Mayer’s «Internai Cau-
ses and Purposes of War in Europe», an Inadequate Model of Human
Behavior, National Conflict and Historical Change, in «Journal of
Modem History», XLII (1970), pp. 628-636. Vedi anche F. Fomari, La
psicoanalisi della guerra, Milano, Feltrinelli, 1966.
9 A. Mayer, Internai Causes and Purposes of War in Europe,
1870-1955: A Research Assignment, in «Journal of Modem History»,
XLI (1969), n. 3, p. 291. Anche M. Gordon, Domestic Conflict and thè
Origin of thè First World War: The British and German Cases, in
«Journal of Modem History», XLVI (1974), n. 2, p. 191.
10 L. Lewinsohn, Die Revolution an der Westfront, Charlottensbur-
gh, 1919, p. 63.
11 L. Housman, War Letters of Falien Englishmen, London, 1930,
p. 60.
12 Per uno sviluppo di questo tema, vedi R .J. Lifton, Home from
thè War. Vietnam Veterans: Neither Victims nor Executioners, New
York, 1972. Il difetto principale di quest’opera sta nell’insufficiente
valutazione delToggettiva frustrazione dell’aggressività in guerra, e nella
guerra di guerriglia in particolare.
13 C. L. Nichols, War and Civil Neuroses — a Comparison, in
«Long Island Medicai Journal», X III (1919), p. 259.
14 W. M. Maxwell, A Psychological Retrospect of thè Great War,
London, 1923, p. 85.
15 S. L. A. Marshall, Men Against Fire, New York, 1966, p. 78.
16 Vedi cap. I l i, La personalità difensiva.
17 E. Jiinger, Feuer und Blut, Magdeburg, 1925, p. 18.
18 R. Abrahams, R ituals in Culture, inedito, p. 19, Austin, Univer­
sity of Texas.
19 C. E. Carrington, Some Soldiers, in G. A. Panichas (a cura di),
Promise of Greatness. The War of 1914-18, New York, 1968, p. 157.
20 C. Edmunds (speudonimo di C. E. Carrington), Soldiers from thè
Wars Returning, London, 1965, p. 250.
21 M. Eliade, Rites and Symhols of Initiation, New York-Evanston-
San Francisco-London, 1958, cap. V: Heroic and Shamanic Initiations;

55
La struttura dell’esperienza di guerra

traci, it., Nascita mistica. Riti e simboli d1iniziazione, Brescia, Morcellia­


na, 19802, cap. V: Iniziazioni militari e iniziazioni sciamaniche.
_ i 22 -S* Turney-High, Primitive War: Its Fradice and Concepts,
Columbia (S.C.), 1949.
23 G. Dumézil, The Destiny of thè Warrior, Chicago-London,
1969, p. 40; trad. it., Ventura e sventura del guerriero, Torino, Rosem-
berg & Sellier, 1974, pp. 29-30.
34 A. Van Gennep, Les rites de passage, Paris, 1909; trad. it., I riti
di passaggio, Torino, Boringhieri, 1981, pp. 33-34.
25 C. Edmunds (C. E. Carrington), Soldiers from thè Wars Retur-
ning, cit., p. 87.
26 V. Tumer, From Uminal to Liminoid in Play, Flow and Ritual:
An Essay in Comparative Symbology, in The Anthropological Study of
Human Play, «R ice University Studies», L X (1974), n. 31, p. 57.
27 G. Baumer, Lebensweg durch eine Zeitwende, Tùbingen, 1933,
p. 280.
28 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, Wien, 1936, p. 221.
29 V. Tumer, Betwixt and Between: The Uminal Period in Rites de
Passage, Warner Modular Publication, Reprint 772; vedi anche V.
Turner, Forest of Symhols, Ithaca-London, 1973, cap. IV, p. 99; trad.
it., La foresta dei simboli, Brescia, Morcelliana, 1976, p. 126.
30 Ibidem, p. 7; trad. it. dt., p. 127.
31 M. Douglas, Purity and Pianger. Art Analysis of Concepts of
Pollution and Tahoo, New York-Washington, 1963, p. 36; trad. it.,
Purezza e pericolo, Bologna, Il Mulino, 1975, p. 66.
32 F. C. Bartlett, Psychology and thè Soldier, Cambridge, 1927,
p. 176.
33 W .H. R. Rivers, The Repression of War Experience, in «Lancet»,
I (1918), n. 1, p. 173.
34 R. Michaels, Briefe eine Hauptmanns an seinen Sohn, Berlin,
1916, p. 69.
35 S. L. A. Marshall, op. cit., p. 45.
36 H. Massis, in G .A . Panichas, (a cura di), op. cit., p. 282.
37 Ibidem.
38 L. Housman (a cura di), op. cit., p. 60.
39 E. Lussu, Un anno sull’Altipiano, Torino, Einaudi, 1966, p. 157.
40 S. Freud, Il perturbante (1919), in Opere, voi. IX: 1917-1923.
L ’io e l’es e altri scritti, Torino, Boringhieri, 1977, pp. 76-118. [Il termine
tedesco unheimlich viene tradotto in inglese da Leed con uncanny. Noi
abbiamo scelto la traduzione italiana adottata relativamente al celebre
saggio di Freud nelle Opere edite da Boringhieri. Il termine perturbante
non è certamente esaustivo, e riteniamo opportuno citare la constatazione
dello stesso Freud secondo il quale, rispetto alla tradudbilità dal tedesco,
«Pitaliano sembra accontentarsi di parole che definiremmo piuttosto
circonlocuzioni», nonché la nota relativa a questo passo dell’editore italia­
no (ibidem, p. 83): «In effetti traducendo con perturbante l’aggettivo
tedesco unheimlich d rendiamo conto che il termine italiano non
corrisponde perfettamente a quello tedesco, in larga misura intraducibile

56
La struttura dell'esperienza di guerra

nella nostra lingua. Unheimlich potrebbe essere reso volta a volta con
inquietante, lugubre, sinistro, non confortevole, sospetto, ambiguo, infi­
do, e designa comunque ima sensazione di insicurezza, inquietudine,
turbamento o disagio, suscitato da cose, eventi, situazioni o persone».
N.d.T.l.
41 Ph. Witkop (a cura di), op. cit., p. 210.
42 S. Sassoon, Memoirs of George Sherston (contenente Memoirs of
a Fox-Hunting Man, Memoirs of an Infantry Officer e Sherstoris
Progress), New York, 1937, p. 373.
43 C. Zuckmayer, op. cit., p. 213.
44 E. Simmel, Kriegsneurosen und Psycbisches Trauma, Mùnchen,
1918, p. 10.
45 P. Grasset, The Psychoneuroses of War, in «Medicai Press and
Circular», CL (1915), p. 562.
46 E. E. Southard, Shell-Shock and Other Neuro-Psychiatric Pro-
blems Presented in Five Hundred and Eighty-nine Case-Histories, Bo­
ston, 1919, p. 250.
47 V. Tumer, From Liminal to Liminoid. . dt., p. 57.
48 S. de Beauvoir, Mémoires d’une jeune fille rangée, Paris, 1958;
trad. it., Memorie di una ragazza perbene, Torino, Einaudi, 19697,
p. 186.
49 J. Keegan, The Face of thè Battle, New York, 1976, p. 221; trad.
it., Il volto della battaglia, Milano, Mondadori, 1981.
50 V. Tumer, Betwixt and Between. dt., p. 9.
51 J. Masters, The Ravi Lancers, New York, 1973.
52 T. E. Lawrence, The Mint, New York, 1963, p. 32.
53 Citato in I. Willis, England's Holy War, New York, 1928,
p. 145.
54 Ibidem, p. 148.
55 Citato in J. Keegan, op. cit., p. 276.
56 Ibidem, p. 221.
57 C. Zuckmayer, Pro Domo, Stockholm, 1938, p. 42.
58 D. Jones, In Parenthesis, New York, 1961, p. x.
59 V. Tumer, From Liminal to Liminoid . .. , dt., p. 73.
60 V. T u m er, Betwxit and Between . . d t., p. 17.
61 Ph. Witkop (a cura di), op. cit., p. 100.
62 Citato in H. Hafkesbrink, Unknown Germany. An Inner Chroni-
cle of thè First World War Based on Letters and Diaries, New Haven,
1948, pp. 65-66.
63 Cfr. J.N . Cru, Temoins. Essai d’Analyse et de Critique des
Souvenirs de Combattants Edités en Franqais de 1915 à 1928, Paris,
1928, p. 140.
64 D. Jones, op. cit., p. x.
65 F. Dessauer, Streit um der Technik, Frankfurt a/M., 1956 (rist.),
p. 26; trad. it., La filosofia della tecnica, Brescia, Morcelliana, 1933,
p. 53.

57
La struttura dell’esperienza di guerra

66 V. Turner, Betwixt and Between. . . , dt., p. 5.


67 H. de Man, The Remaking of a Mind. A Soldier’s Thoughts on
War and Reconstruction, London, 1919, p. 178.
68 Ibidem.
69 R. Bdnding, A Fatalist at War, Boston-New York, 1929, p. 61.
70 K. Marx, Das Kapital, Erstes Band, in K. Marx, F. Engels, Werke,
Berlin, Dieta Verlag, 1956 ss., 44 voli., voi. XXIII; trad. it., Il capitale,
Roma, Editori Riuniti, 1970, 3 voli., voi. I, p. 424.
71 Ibidem; trad it. dt., p. 402.
72 P. Ricoeur, The Model of thè Text: Meaningful Action Conside-
red as a Text, in «New Literary History», V (1973), n. 1, p. 98.
73 S. Ferenczi, Vber zwei Typen der Kriegsneurosen, in «Int. Zeit-
schrift f. àrtztliche Psychoanalyse», IV (1916-1917), pp. 131-145.
74 W. Beumelberg, Sperrfeuer uber Deutschland, Oldenberg, 1929,
p. 171.

58
Capitolo secondo

La comunità d’agosto
e la fuga dal m od ern o

La logica comunitaria nel 1914

Per tantissimi, l’agosto del 1914 rappresentò l ’ultima


grande incarnazione del «popolo» come entità morale uni­
taria. I giorni d’agosto sarebbero stati universalmente ri­
c o rd a ti co m e q u e lli « v is s u t i p iù p ro fo n d a m e n te » n elle v i­
te individuali dei partecipanti alla guerra, e comunque
della generazione di guerra: giorni che non sarebbero mai
stati dimenticati, né che si sarebbero più ripetuti. Il senso
comunitario che spinse le folle nelle strade delle città
d ’Europa e legò gente fino allora completamente estranea
con una sorta di magica coesione, ben di rado aveva un
movente intellettuale. Per molti, come per Cari Zuck-
mayer, questa comunità era una presenza fisica e mora­
le nell’ambito della quale ogni individualità si trovava a
confrontarsi con la propria appartenenza ad una moltitudine
umana: «Io ho fatto esperienza di una tale condizione
fisica e morale di euforia e luminosità due o tre volte da
allora . . . Ma mai con la stessa intensità, o con uguale
impressione» \ In modo incredibilmente unanime presso­
ché tutte le descrizioni dell’agosto 1914 cominciano con
«Non potrò mai dimenticare . . . » e terminano con «non
potrà mai più accadere . . .».
Non potremo mai, noi, generazione che ha vissuto il 1914,
dimenticare quegli ultimi giorni di lu g lio . . . Qualcuno potrà forse
dimenticare ciò che avvenne in segu ito. . . ma quegli ultimi giorni
e quelle ultime notti, la gioia sfrenata che traboccava dal succe­
dersi accelerato degli eventi, sono indimenticabili2.

Era difficile per i contemporanei scorgere la logica, i


presupposti, e il sostrato culturale che stavano dietro a
quell’entusiasmo per la guerra: l ’estrema intensità e Pu-

59
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

niversalità del sentimento parevano dissolvere qualsiasi


possibilità di comprensione. Agosto fu una celebrazione
della comunità, una festa, e non qualcosa da comprendersi
razionalmente. E di fatto molti insistettero che agosto
1914 fosse essenzialmente un’esplosione di irrazionalità,
una follia, o una illusione di massa. Magnus Hirschfeld
scrisse:

Fu un’esplosione di follia che infuriò per le strade, un’esplo­


sione che non era del tutto senza precedenti, ma che non era
comunque mai divampata in dimensioni e violenza del genere3.

L ’unica logica che Hirschfeld colse nell’esplosione di


entusiasmo per la guerra fu la logica della compressione e
della liberazione istintuale: «Fu la scarica di tensioni ac­
cumulate per anni e anni. Ognuno soffriva sotto un in­
sopportabile fardello . . . di cui riuscì a sbarazzarsi allo
scoppio della guerra» 4. Per quanto si mostri più benevo­
lo di Hirschfeld nei confronti dell’entusiasmo per la guer­
ra, W. M. Maxwell concorda che sarebbe futile cercare di
spiegare l’entusiasmo degli inglesi in agosto: «Anche
quando tentiamo di razionalizzare la questione, ci rimane
l’impressione che il raziocinio abbia avuto ben poco a che
fare con essa» 5. Gertrude Bàumer sentì che sia lei stessa
sia la n azio n e eran o co m e trasfigurate dalla dichiarazione
di guerra, e che questa trasfigurazione sfidava ogni possi­
bilità espressiva del linguaggio. Era insomma qualcosa che
poteva essere sentito e vissuto ma non compreso o de­
scritto.

Il truffo da un mondo noto in uno completamente diverso non


può essere descritto. Semplicemente non esistono parole o imma­
gini adeguate a rappresentare la sensazione di avere debordato dal
canale solcato per decenni, la coscienza di essere catapultati verso
un destino imponderabile. Non esistono espressioni idonee a signi­
ficare questa pausa fra due ordinamenti diversi — lo sfumare di
qualsiasi cosa importante fino a ieri, e l ’imporsi di nuove forze
storiche. In quelle chiare notti d ’estate divenimmo «terreno di
battaglia fra due epoche»6.

Ma è significativo che, pur nel negare qualsiasi razio­

60
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

nalità o anche descrivibilità all’esperienza di agosto, sia


Hirschfeld sia la Bàumer individuano il tema che diede
coerenza a quei giorni: la guerra fu vista in opposizione
assoluta alla vita sociale e come antipodo alla normale
esistenza nella moderna società industriale. L ’assunzione
di questa polarità fra guerra e pace permise ai contempo­
ranei di sentire la dichiarazione di guerra come il momen­
to di passaggio da una vita normale, familiare, ad un’esi­
stenza alternativa, differente in modo essenziale dalla so­
cietà borghese. In generale si percepiva che, con la di­
chiarazione di guerra, i popoli delle nazioni europee a-
vrebbero lasciato alle spalle la civiltà industriale con i
suoi problemi e conflitti per entrare in un universo d ’a­
zione dominato dall’autorità, dalla disciplina, dal camera­
tismo, e da fini comuni. Questa polarità fra guerra e vita
sociale strutturò l ’esperienza d ’agosto, dando al passaggio
fra pace e guerra il suo caratteristico significato: fu una
polarità destinata ad influire nel modo più intenso sul
sentimento di esperienza comunitaria, e attraverso la qua­
le si formò l’immagine di ciò che la guerra dovette essere
e significare per i partecipanti.
Non è esagerato affermare che questa polarità avesse
profonde radici culturali nella stessa società moderna eu­
ropea. Molti antropologi europei constatarono con una
certa sorpresa che l ’antitesi suddetta fra guerra e vita
sociale non è universale nella cultura umana: l ’in tegrazio-
ne di guerra, commercio, e normale vita sociale nelle so­
cietà «primitive» era da tempo fonte di osservazione da
parte degli europei, e in contrasto aperto con le loro idee
i loro presupposti in proposito. Roger Caillois non fa che
ricapitolare quello che era ormai un contrasto assodato,
quando nota che
le guerre nella società primitiva . . . mancano di eccezionalità
e grandezza. Le guerre sono semplici intermezzi, spedizioni di
caccia, razzia o vendetta. Esse rappresentano uno stato permanente
strutturale: senza dubbio costituiscono un’occupazione pericolosa,
ma la continuità le priva di qualsiasi connotato di eccezionalità7.

Endemica, la guerra primitiva, con il suo basso livello

61
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

di violenza, non poteva essere vista come un’attività al di


fuori del normale. Sovente, le convenzioni che tramite il
commercio e la guerra regolavano le relazioni fra gruppi
sociali diversi apparivano intercambiabili, e talvolta iden­
tiche 8. L ’annoso assedio degli antichi russi su Costanti­
nopoli, forse la città meglio fortificata del mondo nei
se c o li n o n o e d e c im o , n o n fe c e che c o n fe rm a re , n e i te r­
mini di pace, i privilegi russi nel commercio di pellicce,
miele, e schiavi per l’economia bizantina. In questo caso
le forme di guerra e tributo dissimulavano convenzional­
mente il fatto concreto dello scambio economico9. Que­
sta integrazione di guerra e scambio economico, di guerra
e normale vita sociale nelle società pre-industriali, con­
trastava con il quadro che gli antropologi europei delinea­
rono della propria cultura, una cultura in cui l’antitesi fra
guerra e vita sociale era sostanzialmente implicita.
Questa antitesi fu alla base dei temi dominanti della
esperienza d’agosto: l’esperienza della comunità e la fuga
da tutto ciò che era connesso alla nozione di moderna
società industriale. L ’esperienza comunitaria fu dominata
dalla sensazione che la guerra alterasse le relazioni fra
uomini e classi sociali; e, lo g ic a m e n te , n e ll’ac c a n to n a te il
mondo sociale strutturato in base alla ricchezza, allo sta­
tus, alla professione, all’età, al sesso, si diede per scontato
che anche i singoli individui fossero mutati. Come scrisse
Walter Scheller, teologo ed umanista che partecipò di
cuore all’entusiasmo generale per la guerra: «La mia pri­
ma impressione fu che la guerra cambiasse gli uomini,
tanto quanto le relazioni fra di essi» 10. La folla che Ste-
fa n Z w e ig o sse rv a v a n e lle str a d e d i V ie n n a n o n e ra p iù
una minacciosa «plebaglia» antisemita, né una non meglio
identificata «massa» pronta a scaricare i propri irrazionali
e violenti impulsi contro i «diversi», o gli «stranieri».
Con la guerra la moltitudine era diventata una presenza
morale, l’incarnazione della solidarietà nazionale. La spes­
so citata descrizione di Zweig delle folle mobilitate dalla
guerra riunisce molti particolari del senso comunitario
d e ll’a g o sto 1 9 1 4 .

62
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

C e n tin aia d i m ig liaia di persone sentivano allora come non


mai quel che esse avrebbero dovuto sentire in pace, di appartene­
re cioè ad una grande unità. Una città di due milioni di abitanti,
un paese di quasi cinquanta milioni, capirono in quell’ora di
partecipare alla storia del mondo, di vivere un istante unico, nel
quale ciascun individuo era chiamato a gettare nella grande massa
ardente il suo io piccolo e meschino per purificarsi da ogni
egoismo. Tutte le differenze di classe, di lingua, di religione erano
in quel momento g ran d io so som m erse d alla gran d e corren te d e lla
fraternità. Estranei si rivolgevano amichevolmente la parola per
strada, gente che si era evitata per anni si porgeva la mano,
dovunque non si vedevano che volti fe rv id am e n te animati. Cia­
scun individuo assisteva ad un ampliamento del proprio io, non
era cioè più una persona isolata, ma si sapeva inserito in una
massa, faceva parte del popolo, e la sua persona trascurabile aveva
acquisito una ragion d ’essere11.

Due particolari della descrizione di Zweig meritano di


essere sottolineati. Primo, tutte le «differenze di classe, di
lingua, di religione», non furono né superate né abolite
ma semplicemente messe a lato, poste momentaneamente
in sottordine dal dirompente sentimento di fratellanza e
dal dilagante nazionalismo. Nessuno, e tanto meno Stefan
Zweig, credeva che la struttura di classe fosse in qualsiasi
modo ridefinita grazie alla esplosione di sentimento che
colpì gli abitanti di Vienna, permettendo loro di dimenti­
care i reciproci difetti e colpe e di stringersi la mano
dopo anni di silenzio e indifferenza. Il povero non diven­
tava più ricco, né il ricco più povero, grazie alla dichiara­
zione di guerra, anche se il sentimento comunitario fu
nondimeno reale: quella struttura di differenti posizioni
di classe che normalmente avrebbe indotto qualsiasi os­
servatore ad interpretare il dilagare delle folle come una
minaccia all’ordine costituito, o ad una determinata mino­
ranza, ora era semplicemente messa da parte. Secondo, il
momentaneo accantonamento delle differenze di classe
permette a Zweig di abbandonare le proprie difese, il
proprio ego, e il senso di isolamento sociale; a Berlino
Marianne Weber prova la stessa sensazione: «Non siamo
più ciò che siamo stati per tanto tempo: individui so­
li» 12. È ovvio che il senso comunitario che Zweig esperì a
Vienna e Marianne Weber constatò a Berlino non aveva
63
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

nulla a che fare con una nuova solidarietà, con il rove­


sciamento dell’ordine stabilito, o con una ridefinizione di
status: esso rappresentava piuttosto il prodotto dell’appa­
rente rimozione di distinzioni di classe e coscienza che si
pensava avessero impedito fino allora la libera espressione
di qualcosa di «naturale», di originario. La rigidità dello
status e della collocazione sociale di ognuno, anche se non
lo status in sé, parve sostituita da rapporti completamente
diversi. Sarebbe erroneo sostenere che sostanzialmente
la cosiddetta eguaglianza sociale dell’agosto 1914 fosse
un’«impostura» e che nulla mutò realmente: la dichiara­
zione di guerra mutò l’angolo prospettico dal quale gli
individui erano soliti guardarsi, e ciò produsse sentimenti
d ’eguaglianza che è impossibile disconoscere. Binding in­
siste che nell’agosto gli uomini
. .. erano eguali. Nessuno desiderava essere considerato più di
un altro. Nelle strade e per i viali gli uomini si guardavano l’un
l'altro negli occhi leggendovi il reciproco sentimento di comunita-
rietà. Il dottore, il giudice, l ’operaio, l ’artig ian o . . . co n d iv id ev an o
gli stessi ob bligh i. . . Nessuno brontolava. Gli uomini più scostan­
ti erano diventati amichevoli e ben disposti. Nessuno si sentiva
inutile o superfluo: era come nascere una seconda v o lta 13.

La comunità d’agosto fu esperita come comunità nel


senso che attribuisce Martin Buber ad una nuova, sponta­
nea relazione fra l’«io» e il «tu». È una questione di
feeling piuttosto che una riorganizzazione di un nuovo
orientamento delle istituzioni pubbliche, è il sentimento
di vivere non più
fianco a fianco (e, si potrebbe aggiungere, sopra e sotto) di una
moltitudine di persone, ma Tessere Timo con l'altro. E questa
moltitudine, pur muovendosi verso un obiettivo, tuttavia speri­
menta dappertutto un volgersi a, un dinamico star di fronte degli
altri, un fluire dall'Io al Tu. L a comunità è là dove si fa evento
la comunità 14.

La comunità di agosto può essere identificata con quel


tipo di comunità che Victor Turner ha definito communi -

tas «esistenziale» o «spontanea», un tipo peculiare degli


stati di transizione e di passaggio 15.

64
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

Le descrizioni deiregualitarismo che caratterizzarono le


relazioni sociali durante le giornate d ’agosto rafforzarono
Pimpressione che quella comunità fosse il prodotto di un
movimento strutturale, un ampliarsi delPorizzonte delle
aspettative, ma non un mutamento di condizioni psichiche
o sociali. La comunità dell’agosto 1914 fu un prodotto
secondario di sommovimenti nell’ambito degli ingranaggi i-
stituzionali: e in questo sommovimento divennero perce­
pibili e si palesarono certe aspirazioni e desideri abitual­
mente soffocati nella monotonia della vita quotidiana.
Soprattutto divenne manifesto un intenso malcontento di
fondo — particolarmente in Germania — nei confronti
delle istituzioni che organizzavano, incasellavano, frazio­
navano gli individui in classi e condizioni disparate.
In tutti i paesi belligeranti venne generalmente perce­
pito che agosto ponesse termine ai conflitti sociali e can­
cellasse la repulsione morale alla promiscuità sociale, fra
classi diverse. Edith Wharton parla con profondo sollievo
del mescolarsi fra borghesia e «classi pericolose» a Parigi
negli ultimi giorni di luglio 1914.
Solo due giorni orsono i parigini stavano conducendo migliaia
di esistenze diverse nella più completa indifferenza o in pieno
antagonismo gli uni con gli altri, estranei tanto quanto nemici al
di là della fron tiera. . . Ora si affollano abbracciandosi in un
istintivo anelito di comunità nazionale 16.

La dichiarazione di guerra istituì un’unanimità di de­


stino e un’anonimità d’obbligazione in cui parve che le
convenzioni di classe sociale non dovessero più identifica­
re i singoli individui. Era comunemente percepito che la
guerra superasse i limiti dell’individualità e del privato
rendendo così possibile una socievolezza più intensa e
immediata. Un articolo che apparve sulla stampa unghere­
se metteva in guardia le donne di Budapest contro i peri­
coli dell’eccessiva socialità.
Durante le settimane della grande eccitazione collettiva, e nei
mesi seguenti, le donne sono precipitate in un febbrile entusiasmo
passionale . . . come se il peso dei legami e delle responsabilità
sociali ed economiche fosse improvvisamente rovesciato. . . In

65
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

nessun’altra epoca le donne sono incorse in tanti errori e peccati


quanto in questo autunno di febbre di massa 17.

Le minacce poste dalla guerra alla castità delle donne


rispettabili e il potere d ’attrazione sessuale dell’uniforme
furono temi affrontati e sfruttati in continuazione dalla
stampa del tempo di guerra. L ’uniforme rendeva gli uo­
mini anonimi e pubblici, e si temeva che le donne nel
cedere al loro fascino fossero convinte di adempiere ad un
dovere patriottico, e comunque di non commettere il pec­
cato connesso al concedersi sessualmente ad un «indivi­
duo privato» 18. I servizi di infermeria, le possibilità d ’oc­
cupazione prima inconsuete che ora si aprivano alle don­
ne, le organizzazioni paramilitari di soccorso, e altre atti­
vità create dalle contingenze di guerra per le donne, per­
misero al sesso femminile una vasta gamma di vie d’uscita
dalle limitazioni della vita familiare privata. Le donne, al
pari degli uomini, esperirono con l’apertura delle ostilità
il collasso delle collaudate e tradizionali distinzioni fra il
mondo «economico» pubblico e il mondo privato dei sen­
timenti; la percezione di questo collasso permise un arco
di contatti ed esperienze personali che sarebbe stato im­
pensabile nella loro precedente vita sociale dominata dalla
rigida gerarchia di status.
L ’analogia più calzante con l’agosto del 1914 non sta
nel rovesciamento rivoluzionario dell’ordine costituito,
bensì nel disordine o rovesciamento momentaneo di sta­
tus sociale che ha luogo nelle feste. Quando equipara la
guerra moderna alle feste pre-moderne, Roger Caillois ha
forse in mente proprio l’esperienza dell’agosto 1914. La
festa sradica il singolo individuo dal «suo privato e dal
suo mondo personale o familiare»; sia la guerra sia le
antiche feste
. . . inaugurano un periodo di vigorosa socializzazione, un periodo
in cui strumenti di lavoro, risorse e poteri vengono messi in
comune. Esse spezzano l’abituale divisione degli individui nei più
svariati campi di occupazione . . . Per questa ragione, nella società
moderna la guerra rappresenta un momento unico di concentra­
zione e di intenso assorbimento nel gruppo di qualsiasi cosa tenda
ordinariamente ad assumere una sua specifica indipendenza19.

66
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

Ci sono ovvie differenze fra l ’imprevedibile evento di


una guerra e le feste periodiche, previste: eppure l’equi­
parazione di Caillois è basata sull’osservazione che sia la
guerra sia le feste siano paradigmi d ’esperienza collettiva
che si attua al di fuori, o fra, i distinti livelli di status
sociale nei quali gli individui generalmente vivono. Sia la
guerra sia le feste organizzano un consumo di risorse su
scala «non-economica», entrambe sono «orge del dispen­
dio» che scavalcano i canali legali convenzionali tramite i
quali i beni e gli affetti vengono distribuiti. Entrambe
sono bene accolte come vie d ’uscita dal privato e possibi­
lità di tuffo in una sfera di rapporti umani non mediati.
È facile cogliere le analogie fra l’entusiasmo dell’agosto
1914 e la festa degli indiani Holi, la «festa dell’amore»
di cui fu spettatore il professor McKim Marriott.
A questo punto i tanti e diversi costumi sessuali di villaggio
si confusero . . . debordando all’improvviso dai loro usuali e ben
definiti limiti con un simultaneo incremento d'intensità. Senza
limite alcuno, pratiche sessuali d ’ogni tipo presero il posto delle
abituali compartimentazioni e differenze fra caste e famiglie sepa­
rate; una libido sfrenata inondò tutte le gerarchie consolidate per
età, sesso, casta, ricchezza e potere20.

Molti descrissero l’inizio della guerra negli stessi ter­


mini, e molti assunsero un atteggiamento ambivalente nei
confronti di questa «incomprensibile esplosione d’amore»
che legava gente dapprima tanto estranea. Certo, si pote­
va esultare, se ne poteva godere, e tuttavia il debordare
della intimità oltre le istituzioni conviviali, familiari, pri­
vate, appariva — alla seconda coscienza, che rimaneva
«rispettabile» — una mancanza di buon gusto, una com­
promettente promiscuità. Zuckmayer ammise di riconosce­
re in questa epifania del sentimento comunitario qualcosa
di «patologico, come in tutto ciò che caratterizza le più
profonde crisi dell’anima o dell’esperienza, prime fra tutte
quelle dell’amore e dell’arte» 21.
Per quanto li consideri più alla stregua di patologie
individuali che come revival di convenzioni tradizionali,
Magnus Hirschfeld cita molti esempi dell’uso dell’unifor­
67
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

me come travestimento, come oggetto sessuale, come e-


spediente per il rovesciamento dei ruoli22. Le donne che,
cucitasi un’uniforme su misura, se ne partivano per il
fronte comportandovisi valorosamente, rappresentarono
un tema usuale per la stampa del tempo di guerra; Hir-
schfeld cita il caso di una donna di estrazione aristocratica
che appariva regolarmente in pubblico in uniforme da
ufficiale confezionata su misura. Le donne, in particolare,
«reagirono all’esperienza di guerra con un potente incre­
mento della libido» a , per quanto questa libido si fissasse
su simboli significanti l’uniformazione dei ruoli: le bande
colorate sui pantaloni da ufficiale, le uniformi da marina,
gli scarponi chiodati da marcia, bastoni, pistole, e così
via. Hirschfeld riporta che alcune delle sue pazienti so­
stenevano come la loro passione per i mariti diminuisse
bruscamente quando essi apparivano in abiti civili, di
nuovo abbigliati cioè in quei panni che significavano il
ripristino dei consueti ruoli domestici.
William Maxwell riconosce che la celebrazione delPa-
gosto ruppe gli argini dell’ordine: «C ’era una grande dose
di follia in tutto ciò» 24. Ma sarebbe un errore considera­
re la celebrazione del disordine come un’esplosione di
«sfrenata libido», dal momento che quella stessa celebra­
zione si fissò di fatto su rappresentazioni di Gleichgestalt-
ung\ le uniformi, e altri simboli di un ordine assoluta-
mente formale e convenzionale. Non si può quindi evitare
la conclusione secondo cui l’entusiasmo per la guerra fu
in gran parte alimentato dalla ricerca di vie d ’uscita dal
privato; questo appare evidente dal resoconto di Zweig
dei propri sentimenti, in quel suo percepire di non essere
più «la persona isolata, sola, del passato», e in quella sua
intensa gioia nel sentire di partecipare come «infinitesima
parte» della grande massa. Ciò che spinse tanti nelle stra­
de e negli uffici di reclutamento, sulle piazze d ’armi e nei
c o rtili d e lle c ase rm e , fu p re c isa m e n te il desiderio di sba­
razzarsi di una troppo angusta e soffocante identità.
Per quanto dunque la trasfigurazione della società e
degli individui risultasse effimera, per quanto velocemen­
te si dissolvessero le emozioni dell’agosto nella terrifican­

68
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

te normalità della guerra tecnologizzata, non si può dubi­


tare che agosto permise ai partecipanti di percepire se
stessi, e gli uni rispetto agli altri, in un modo irripetibile.
Nel tentare di spiegare questa esperienza inedita, i con­
temporanei attinsero a tutto un repertorio di opposizioni:
tempo storico e temporalità astorica; società e comunità;
esperienza differenziata, mediata, ed esperienza totale, di­
retta; vita «tecnologicizzata» e vita bucolica. Queste op­
posizioni erano profondamente tradizionali e convenziona­
li. In base ad esse pareva inopportuno e ingiusto misurare
il significato dell’esperienza d ’agosto con il metro della
durata storica, e così la guerra, al pari della rivoluzione,
diventava un evento che proiettava i partecipanti al di là
del tempo strutturato cronologicamente; nelle parole di
Rilke, entrando in guerra i popoli delle nazioni europee
erano usciti dal tempo e vivevano in un momento in cui
«il passato rimane indietro, il futuro esita, il presente
poggia sul nulla» 25.
La sensazione di vivere un processo, di vivere in un
interregnum senza una precisa struttura, anziché in un luo­
go definito, fu una costante dell’esperienza d’agosto.
Proprio il carattere amorfo di questo momento intensificò
aspettative e curiosità, così come permise contatti senza
precedenti fra diversi livelli sociali e classi distinte. Nel
dicembre del 1914, Thomas Mann scriveva all’amico Ri­
chard Dehmel che combatteva sul fronte orientale: «Ci si
chiede cosa accadrà quando tutto sarà finito. L ’ansia e la
curiosità sono tremende, eppure si tratta di un’eccitante
curiosità, non è forse vero? È come percepire che tutto
uscirà rinnovato da questa profonda, possente visitazio­
ne . . . » 2Ó. Mann dunque condivideva la pressoché univer­
sale convinzione che la guerra avrebbe portato enormi
cambiamenti, che avrebbe generato qualcosa di «nuovo».
Raramente veniva specificato questo cambiamento, e si
può notare come ciò sia caratteristico dell’esperienza di
occupazione cosciente di un momento di transizione, un
periodo «liminare» fra un passato concreto e un futuro
che ancora non si è rivelato in alcun particolare. Friedrich
Meinecke, in un suo passo spesso citato, connette l’ef­
69
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

fimero del momento alle sperarne per un «mutamento»


generalizzato.

L ’entusiasmo dei giorni d ’agosto 1914 costituisce per tutti


coloro che li hanno vissuti un elemento di altissimo valore, degno
di perenne ricordo, e ciò malgrado fosse cosa effim era. . . Oltre a
ciò si sentiva in ogni campo che non era più sufficiente quel
tanto d ’unità che derivava da un’unione coatta, ma che invece si
aveva bisogno per la vita culturale e politica nel suo insieme di
un rinnovamento interiore. Da varie parti anzi si pensava che esso
già avesse avuto inizio e che sarebbe progredito nella comune
esperienza della guerra27.

La percezione di stare vivendo un momento di transi­


zione prevale nell’anelito comunitario dell’agosto. Non sa­
rebbe corretto parlare della guerra come spartiacque di un
subitaneo passaggio da uno stato, o condizione, di vita a
un altro; come sottolineano Rilke, Mann, e altri, ciò che
apparve talmente liberatorio e, in ultima analisi, paraliz­
zante, circa la guerra, fu la sensazione di «precarietà», la
sensazione di vivere un momento indefinibile, uno stato
indecifrabile. Con Papertura delle ostilità parve come se
le strutture della vita sociale si dissolvessero, si fluidifi­
cassero: e questo permise la mescolanza di ruoli, carriere,
esistenze distinte, una confusione che, prima della guerra,
sarebbe stata considerata un’intollerabile promiscuità.
Una metafora ricorrente, e significativa, nelle descri­
zioni dell’agosto è quella di fluidità e flusso. La Bàumer
e altri parlano di «torrenzialità» degli eventi, di «corren­
ti» di sentimento, di «straripamento» dei canali istituzio­
nali e della «dissoluzione» nel comune processo di transi­
zio n e. « Q u a n d o la p re ssio n e d e l la v o ro p ra tic o , o rg a n iz za­
tivo diminuiva, ci rendevamo conto della grande corrente
in cui noi — semplici gocce — confluivamo insieme» 28.
Questa metafora idrodinamica viene impiegata con grande
efficacia da Cari Zuckmayer nella descrizione del suo ar­
rivo in Germania dopo che la crisi di luglio ebbe interrot­
to le sue vacanze sulla costa olandese. Qui la corrente che
unifica i più disparati frammenti d ’umanità — i viaggia­
tori nella stazione d i Colonia — è una vera e propria

70
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

scarica elettrica che dissipa la paura di Zuckmayer per la


guerra.
Allora, sotto renorme stazione di Colonia rimbombante di
canzoni, passi di marcia, grida dei viaggiatori accalcati nella fredda
e tersa luce del mattino, fui attraversato da qualcosa, non proprio
come un’alterazione, ma come rirradiazione di una corrente di elet­
tricità cosmica che dissipò quel vago senso di nausea che avevo in
gola e nello stomaco, salì al cervello e comunicò bagliori accecanti
dalla testa al cuore. Essa traspose tanto il mio corpo quanto la mia
anima in uno stato di trance, intensificando enormemente il mio
amore per la vita, in una gioia di partecipazione, di vivere-insie-
me-con, una sensazione addirittura di grazia29.

Treni e stazioni ferroviarie furono luogo di moltissime


conversioni all’entusiasmo d ’agosto, conversioni invaria­
bilmente definite come una «resa» al flusso di sentimento
quasi palpabile. Questo luogo, al pari delle strade, simbo­
leggiava per definizione la separazione dei viaggiatori, tut­
ti presi nella fretta delle loro ben diverse destinazioni;
ma ora proprio i treni, le stazioni, le strade, rappresenta­
vano i canali del movimento di tante esistenze individuali
separate verso un’unica, unificata direzione, verso la guer­
ra. La conversione di Ernst Glàser all’entusiasmo genera­
le fu subitanea quanto quella di Zuckmayer. Egli fu ini­
zialmente infastidito dalla minaccia di guerra, in quanto
ciò lo c o strin se ad in te rro m p e re u n a v a ca n za in S v izze ra e
un’interessante amicizia che stava germogliando con un
ragazzo francese. Ma Glàser, ventenne nel 1914, si vide
costretto ad aderire all’entusiasmo generale, abbandonan­
do ogni resistenza e partecipando a quella che Rilke
chiamò l’improvvisa apertura di un «cuore universale»:
«Fui stordito da questa incomprensibile ondata d ’amo­
re . . . Il mondo era trasfigurato. La guerra aveva reso
tutto stupendo» 30. Il suo treno attraversò la frontiera
entrando in Germania, e i passeggeri sperimentarono
quell’intima coesione che faceva sembrare tutto «comple­
tamente nuovo».
Questa sequenza di iniziale resistenza e successiva ca­
pitolazione nei confronti dello straripante flusso emotivo
può essere rilevata in moltissime esperienze dell’agosto
71
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

1914. Una descrizione particolarmente significativa di re­


sistenza e resa è quella di Conrad Haenisch — un so­
cialdemocratico che aveva modellato la propria identità in
opposizione alla società capitalistica — per il costo emo­
tivo particolarmente elevato che comportò per lui. Hae­
nisch visse consapevolmente le tensioni fra «Pardente de­
siderio di tuffarsi nella possente corrente del nazionalismo
montante» 31 e l’orrore di tradire la propria posizione eti­
ca contraria ad ogni compromesso con la classe dominan­
te. La minaccia di guerra sollevò questo tipo di conflitto
in modo tormentoso; ma significativamente, la dichiara­
zione di guerra risolse la contraddizione fra cuore e cer­
vello relegando irrevocabilmente il dilemma morale della
partecipazione nello «stato» che ci si era lasciati alle spal­
le.
Improvvisamente — non potrò mai dimenticare quel giorno e
quelTora — la terribile tensione fu risolta: finalmente si osava
essere ciò che si era; finalmente — in barba a tutti i più fermi
principi e legnose, rigide teorie — si poteva, per la prima volta
in quasi un quarto di secolo, riunirsi di cuore, con la coscienza
alleggerita e senza tema di passar per traditori, tutti insieme a
cantare il travolgente e commovente inno: « Deutscbland, Deutsch-
land, iiber alles» 32.

1 Nella sua resa alla corrente emotiva nazionalistica,


Haenisch non pare molto consapevole di stare adeguando­
si a quello che era un fait accompli — la dichiarazione di
guerra: il dilemma politico e morale fu si messo da parte,
ma non per il fatto di abbandonare dei principi, bensì
per lo stesso arrendersi ad una situazione in cui quei
principi erano percepiti ormai come irrilevanti, come
«legnose» teorie. Qualcosa di più del senso di innocenza
0 di colpevolezza permise a Haenisch di credere, votando
1 crediti di guerra con gli altri socialdemocratici, che la
guerra avesse ormai accantonato la struttura di classe,
identificabile nell’ineguaglianza, ingiustizia e sfruttamento
sociali. Infatti ora l’interesse materiale — autentico mo­
tore del comportamento individuale nella società capitali­
stica — non parve più stare alla base delle motivazioni
individuali, e i maggiori ostacoli alla resa dell’io furono
72
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

vanificati, dissolti, dalla dichiarazione di comunità. Dalla


conversione di Haenisch all’entusiasmo per la guerra si
desume che, nonostante il suo cosciente antagonismo nei
confronti della società borghese, egli condivideva uno
degli essenziali presupposti di quel mondo: l ’antitesi fra
guerra e vita sociale. Forse proprio il fatto che questo
presupposto fosse condiviso da gruppi politici e sociali
antagonisti rese possibile la mobilitazione della nazione, e
fa sì che si possa parlare dell’Europa del 1914 come di
una cultura.
Con una diffusa ironia, ma in termini comunque analo­
ghi, Jules Romains descrive l’entusiasmo per la guerra in
Francia. Uno dei personaggi dell’opera di Romains, Les
hommes de bonne volonté, riconosce come la dichiarazio­
ne di guerra imponesse di cessare di prendere posizione
contro la guerra in generale, e di arrendersi alla corrente
emotiva che pervadeva le strade di Parigi, una resa che
avrebbe risolto tutti i dubbi.

Egli si sentiva partecipe della ebbrezza collettiva. La gioia


febbrile della manifestazione pubblica, Tim prowisa straordinaria
carica emotiva di tutti. Era così semplice: bastava non opporre
resistenze; bastava dire sì; bastava sostituire la difficile riflessio­
ne sugli even ti. . . con la cieca accettazione dell’immediato fu­
turo . . . Che sollievo poter prendere a calci la coscienza!33

La resa all’«ebbrezza collettiva» non solo prometteva


la liberazione dall’ansia di dover compiere delle scelte, ma
anche dalla noia della quotidianità. La guerra sarebbe sta­
ta «vita infine! Nessuna minaccia di noia, neanche per un
momento . . . Via, dietro alle mie spalle i giorni di tedio,
il vuoto senza fine dell’ingloriosa pace. La storia comincia
oggi» M.
Non c’è da sorprendersi che molti sentissero l’im­
provvisa riunione di energie che erano state divise, fram­
mentate, e sovente poste l’una contro le altre nel corso
dell’esistenza normale, alla stregua di un’euforica esplo­
sione di vitalità; era comune definire ciò come una «libe­
razione» nonché vedere questa liberazione piuttosto come
causa che come funzione del movimento dalla pace alla

73
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

guerra. Così, dall’angolo prospettico del 1941, Stefen


Zweig vede la «liberazione di energie», che fu invece un
effetto del movimento di transizione, come causa della
guerra.
Riflettendo sul passato, qualora ci si chieda perché l ’Europa sce­
se in guerra nel 1914, non si possono addurre né argomenti razionali
né fattori di provocazione: non ebbe nulla a che fare con le idee
e nemmeno con banali questioni di frontiera. La prima guerra
mondiale non si può spiegare altrimenti che con un surplus di
forza, una tragica conseguenza di dinamiche interne del Continen­
te le cui energie accumulate per quarantanni cercavano uno sboc­
co violento35.

Ma l’entusiasmo era prodotto dalla consapevolezza che


una società altamente segmentata, funzionalmente struttu­
rata, e finalizzata alla soddisfazione di molteplici esigenze
materiali veniva accantonata e rimpiazzata non da una
serie di funzioni, status, ruoli, bensì da un progetto co­
m u n e o , co m e p re fe riv a n o d ire i c o n te m p o ra n e i, da u n
comune «destino»: «Una grande fede pervase gli uomini,
e perfino la madrepatria divenne oggetto di minor entu­
siasmo che non la fiducia in un comune destino, tale da
trasfigurare gli uomini rendendoli tutti eguali» 36. Il pro­
getto della guerra permise, nelle parole di Rilke, a «un
intero popolo di sintonizzare le proprie emozioni», e rea­
lizzò un’inedita armonia dal «concerto di centinaia di voci
c o n tr a d d itto r ie » 37.
Mi sono soffermato parecchio sul linguaggio usato
dai contemporanei nel descrivere la loro esperienza dell’a­
gosto 1914 perché le metafore più comunemente impiega­
te — flusso, movimento, incanalamento in una direzione
comune, liberazione dalle contraddizioni e dai vincoli po­
litici, sociali, emotivi — suggeriscono che questa espe­
rienza, per quanto «mistica», primitiva, emotiva, si mani­
fe s tò co m e fu n z io n e d i u n in sie m e d i p o stu la ti c u ltu ra li ch e
definirono e fissarono il rapporto fra pace e guerra, pre­
figurando la valenza e il significato di questa ultima. Si è
parlato fin troppo dell’innegabile intensità nonché della
soggettività dei sentimenti che si liberarono in quell’ago­
sto, ma non abbastanza dei meccanismi, delle strutture, e

74
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

dei modelli culturali che presiedettero a quella stessa libe­


razione.
In questo modo, la «resa dell’io», così comunemente
esperita in quell’agosto, può essere vista come predicato
del postulato culturale secondo cui la guerra significasse la
traduzione degli individui da uno stato definibile in ter­
mini di conflitto sociale, sessuale, politico, uno stato cioè
in cui l’ego era un meccanismo essenziale di autodifesa,
l ’agente mediatore fra esigenze e ruoli contraddittori; la
«mobilitazione» avrebbe poi precipitato gli individui in
una condizione di moto, di flusso, in cui classi, età, sessi
normalmente mantenuti distinti, venivano riuniti, non da
una «nuova condizione» ma da una comune direzione. La
guerra venne prefigurata come una sfera d’azione in cui il
comportamento collettivo organizzato non fosse più con­
traddittorio o conflittuale, presentando una serie di nuove
esigenze che stornavano gli egoismi e la cura individuale
per il proprio io. La dichiarazione di guerra annunciò il
perseguimento di uno scopo che rendesse la vita collettiva
coerente e unidirezionale.
Ci sono molte esperienze che, pur non essendo stori­
camente collocabili, sono strettamente analoghe all’espe­
rienza d ’agosto e possono illuminare molti dei lineamenti
centrali di quest’ultima. Nella sua analisi delle «esperien­
ze intrinsecamente compensatorie», musica, recitazione,
giochi sportivi, Milhalyi Csikszentmihalyi nota che molti
dei suoi campioni impiegano la metafora del flusso per
cercare di spiegare cosa trovino di piacevole nell’escursio­
ne alpinistica, nel gioco degli scacchi, nella danza. Egli
definisce queste esperienze «stati di fluttuazione» e ipo­
tizza che siano create da situazioni in cui
. . . l ’azione segue all’azione secondo una logica interna che sembra
non necessiti di intervento cosciente da parte dell’attore. Questi la
esperisce come flusso unificato da un momento all’altro, in cui
egli è sotto il controllo delle proprie azioni, in cui non c’è una
chiara distinzione fra di lui e l’ambiente circostante, fra lo stimolo
e la risposta, o fra passato, presente, e fu tu ro38.

Lo stato di fluttuazione è precipitato dall’ingresso in

75
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

una situazione in cui decade Pimportanza della «logica»


dell’agire, in cui non c’è necessità di riflessione. Viene
esperito quando le capacità individuali si fondono armo­
niosamente con le specifiche condizioni per l’azione. A
maggior ragione, uno «stato di fluttuazione» non è una
liberazione da regole, procedure, o da un ordine: esso
presume l’esistenza di una struttura, un «copione» che
metta alla prova il potenziale attore e ne restringa l’arco
di possibilità, rendendo nel contempo coerenti, non con­
traddittori, e perseguibili i suoi obiettivi.
L ’esperienza della fluttuazione differisce dalla pratica cosciente
della realtà quotidiana perché contiene regole ordinanti che ren­
dono automatiche, e perciò non problematiche, l’azione e la valu­
tazione della azione stessa. Quando ridiventano possibili azioni
contraddittorie . . . l ’io riappare negoziando fra le definizioni con­
flittuali di ciò che deve essere fatto, e il flusso viene interrotto39.

Gli «stati di fluttuazione» nel gioco, ampiamente


descritti come stati emotivi, mistici, e così via, sono il
prodotto di sistemi di regole, codici di comportamento, o
sequenze di fasi, tali da rendere l’azione, anziché contrad­
dittoria, non problematica, addirittura automatica. La ben
nota definizione del gioco data da Johan Huizinga dice la
stessa cosa in modo diverso. Le regole del gioco e il fatto
del dilettantismo escludono le motivazioni egoistiche e
materialistiche che incombono nella vita quotidiana, co­
stringendo l’ego a calcolare i guadagni e le perdite impli­
cite in ogni azione significativa. Per Huizinga il gioco è
un’attività slegata «dall’ambito di interessi immediata­
mente materiali o di soddisfacimento individuale di bi­
sogni . . . Il gioco . . . si svolge entro certi limiti di tempo
e di spazio. Ha uno svolgimento proprio e un senso in
/ 40
se» .
Per coloro che celebrarono lo scoppio della guerra era
comune descrivere la propria esperienza nei termini più
mistici, religiosi, ed elevati. Per Thomas Mann la guerra
fu una «visitazione»; per Binding il «tocco di un dio»;
per Zuckmayer la guerra induceva in uno stato di trance,
uno stato di «grazia», una trasfigurazione personale e col­

76
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

lettiva. In altre situazioni, il passaggio in uno stato di


trance è un evento strettamente regolamentato. Morton
Marks, per esempio, nella sua analisi delle strutture che
presiedono al passaggio nello stato di trance nella musica
afro-americana, sostiene che questi passaggi avvengano so­
lo in fasi musicali e ritmiche altamente complesse; il mo­
vimento dallo stato di normalità al trasporto è scandito
da mutamenti velocemente recepibili a livello di codice
culturale, mutamenti nella tonalità, nel volume, nel ritmo
e nel tipo di strumenti musicali 41. Analogamente, l ’entu­
siasmo per la guerra non deve essere letto come l’appari­
zione di energie preesistenti, represse nella vita normale e
liberate con la dichiarazione d ’emergenza, bensì come
prodotto di una «variazione ritmica» fra modalità cultu­
rali ben definite e assolutamente tradizionali.
La sensazione di trasfigurazione altro non è che il
prodotto spettacolare dell’impressione di muoversi da un
complesso familiare di istituzioni sovente caratterizzate
come materialistiche, tecnologiche, e altamente differen­
ziate in termini di età, classe, sesso, e professione, verso
un’ideale d’azione la cui specificità stia nell’offrire «regole
che rendano l’azione . . . automatica e quindi non proble­
matica».
La fuga dal privato fu la motivazione recondita per
tanti che si tuffarono nelle istituzioni militari. La vita
militare viene spesso esaltata precisamente negli stessi
termini della comunità di agosto: essa fu bene accetta
come esistenza rigidamente strutturata, standardizzata, che
semplificasse sistematicamente la miriade di scelte con­
traddittorie di fronte alle quali l’individuo era costretto a
misurarsi quotidianamente. Schauwecker fu uno dei tanti
che celebrarono la perdita della paralizzante «libertà» ci­
vile.
È finita la noiosa, insipida, inutile vita di pace. La vita è
improvvisamente regredita ai suoi termini più semplici: ogni mo­
vimento è scrupolosamente preciso, ogni gesto è determinato, ogni
azione è consapevolmente diretta al suo fine. Tutto segue una
linea retta, tutto ha un chiaro, percepibile significato . . . La strut­
tura di questa nostra esistenza è trasparente e comprensibile anche

77
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

al più semplice di noi. Noi vediamo un organismo che lavora


velocemente e armonicamente, un corpo con tutti i vantaggi di
una macchina: l ’esercito42.

L ’esercito forniva l’antidoto alle insoddisfazioni della


vita civile: inazione, mancanza di scopi, solitudine. L ’eser­
cito veniva esaltato come luogo di rigida istituzionalizza­
zione di una comunità organizzata in modo tale da prov­
vedere un insieme di condizioni specifiche per l ’azione: la
«noiosa, abulica» vita del tempo di pace venne rimpiazza­
ta da una vita dal significato bene evidente, dai chiari e
precisi scopi, e i cui problemi non fossero conflittuali per
l’individuo.
I valori che i volontari tedeschi come Schauwecker
trovarono nell’esercito furono analogamente esaltati in
Inghilterra. F. H. Keeling arrivò a comparare i rituali ca­
merateschi ad una religione civile, ritenendo il proprio
reggimento una comunità più soddisfacente dal punto di
vista emotivo di qualsiasi famiglia privata. In questa co­
munità il senso dell’io come qualcosa che media fra la
molteplicità di fini ed esigenze contraddittori è sostituito
dal senso di ciò che T. E. Lawrence definì «eguaglianza
sotto costrizione». Robert Graves, che nessuno potrebbe
definire un militarista, difendeva i valori dell’addestramen­
to formale proprio con motivazioni del genere: secondo
lui Paddestramento formale esprimeva in forma attiva e
tangibile i valori comunitari inerenti all’esercito, per
quanto egli stesso si rendesse conto di quanto ormai fosse
superato dal punto di vista tattico.

L ’addestramento formale come va fatto . . . è qualcosa di mera­


viglioso, specialmente quando la compagnia marcia all’unisono come
un unico essere, ed ogni movimento non ha più nulla di indivi­
duale, ma è il movimento singolo di una grande creatura43.

Chiaramente, i vari Graves, Lawrence, Keeling e


Schauwecker non apprezzano l’irrazionale, caotico dispen­
dio di sangue e ricchezza, oppure il caos e il pericolo
connaturati alla guerra. Proprio il contrario: nel celebrare
la vita militare essi intendono esaltare tutto ciò che in
78
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

fatto di struttura, significanza e coesione vedevano man­


care nella vita civile. Si ha la sensazione che questi uomi­
ni — per usare un termine di Victor Turner — stiano
«giocando al gioco della struttura». Infatti in questo caso
la struttura assolve il compito di incorporare e significare
certi valori e desideri, anziché fornire i mezzi concreti per
realizzarli: Tesercito, essenzialmente uno strumento per il
perseguimento di fini precisi, non è valutato sotto questo
aspetto, bensì per la presunta capacità ad esso inerente di
dare forma ai valori comunitari e di fornire una via d’u­
scita dal privato. Si potrebbe dire dei tanti che esaltarono
la propria fuga dall’inazione del tempo di pace ciò che
Victor Turner dice delle bande di adolescenti e delle as­
sociazioni motociclistiche:

Questi gruppi fanno il gioco della struttura, invece di impe­


gnarsi seriamente e direttamente nella struttura socioeconomica.
L a loro struttura è principalmente «espressiva», pur avendo degli
aspetti strumentali 44.

L ’euforia d’agosto si protrasse nelle piacevolezze del­


l ’addestramento pratico e formale e per il periodo della
guerra di movimento, nella tarda estate-autunno 1914. La
guerra fu bene accolta ed esaltata precisamente per i suoi
lineamenti militaristici.
A questo punto torna utile ricordare la distinzione
operata da Alfred Vagts fra «militarismo» e «modo mili­
tare». Nel «modo militare» rientrano tutte le tecniche
d’organizzazione, mobilitazione, e direzione — tutte le
cose insomma che abitualmente gli eserciti fanno. Il modo
militare consta semplicemente dello spirito razionale, effi-
cientistico, tecnologico, traslato in termini militari: esso
definisce il problema della guerra come perseguimento di
scopi geografici, tattici, e strategici specifici sulla base del
costo minimo in energia, sangue, materiale. Per contro, il
«militarismo» è un sistema di immagini, simboli e rituali
designato ad esprimere il personaggio del «guerriero» e il
carattere della comunità di cui fa parte.
Il m ilitarism o. . . offre una vasta panoramica di abitudini,

79
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

interessi, prestigio, azione . . . correlati con gli eserciti e le guerre,


eppure trascendenti il puro e semplice ambito militare. D i fatto, il
militarismo è costituito in modo tale da potere addirittura vanifi­
care lo sforzo militare in sé, lo scopo del modo m ilitare. . .
Mettendo in sottordine, fino a respingere, il carattere scientifico
dello sforzo militare, il militarismo privilegia, esaltandole, le qua­
lità di casta, culto, autorità e fe d e 45.

Furono proprio queste qualità di «casta, culto, autori­


tà e fede», an2iché il «modo militare», che spronarono
l’entusiasmo di tanta gente. Se le vicissitudini della vita
vissuta in un ordinamento economico altamente differen­
ziato e frammentato provvide la spinta che catapultò tanti
verso la guerra, i simboli e i valori che venivano associati
alla vita militare fornirono la trazione finale. Questi sim­
boli non erano affatto arcaici o feudali come sostiene
Vagts: per quanto buona parte dei simboli del militari­
smo e dell’ascetismo che definivano l’ufficiale aristocrati­
co potessero avere una matrice feudale, è impossibile i-
gnorare la natura intrinsecamente moderna e borghese dei
valori incorporati nel militarismo ed espressi attraverso la
struttura della macchina militare. La guerra fu accolta nel
1914 come arena d ’azione e di movimento, come un pro­
cesso piuttosto che come un luogo o una posizione defini­
ti. La guerra era una comunità strutturata in maniera
autoritaria anziché una società in cui lo status fosse as­
segnato in base a proprietà, famiglia, sesso, istruzione;
essa era il luogo in cui l ’individuo poteva trovare anoni­
mato nell’uniforme, doveri comuni, e la via d’uscita dalla
pressione costante della famiglia, un luogo di semplicità e
povertà formale in stridente contrasto con l ’universo ple­
torico di oggetti privi di significato che «saturavano
l’atmosfera» di casa.

La fuga dal moderno

L ’entusiasmo per la guerra nel 1914 deve essere com­


preso all’interno del più ampio universo storico ed ideolo­
gico della critica della modernizzazione, e, in Germania, in

80
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

termini di decennale reazione contro la società guglielmina.


C ’è un rapporto evidente fra lo spirito del 1914 e i movi­
menti giovanili tedeschi in termini di anelito comunita­
rio, comuni ideali, e nemici comuni. Per Cari Zuckma-
yer la dichiarazione di guerra significò che l ’orientamento
«verso la liberazione dalla scioccheria e dalla pochezza»
della famiglia borghese, esigenza già espressa dai movi­
menti giovanili, non sarebbe più stata «confinata alle u-
scite e alle competizioni sportive domenicali»46. Infatti
ora il grandioso sport della guerra avrebbe visto la parte­
cipazione della società intera — una società improvvisa­
mente trasformata in una comunità mobile. Nel progetto
bellico le romantiche aspirazioni di gioventù erano diven­
tate
. . . serie, di una serietà sacra e bagnata nel sangue, e noi non
esitammo a riconoscere precisamente in questo e non tanto negli
scopi di conquista il significato essenziale della guerra e del no­
stro entusiasmo per e ssa 47.

Particolarmente nei romanzi di guerra di Walter Flex,


e ancor più precisamente in Wanderer zivischen beiden
Welten, la guerra costituiva lo scenario per lo sviluppo
dei temi che avevano caratterizzato il movimento del
Wandervogel. L ’opera di Flex celebra la comunità maschi­
le di individui liberati dalla necessità economica, immersi
in un bagno di purificazione collettiva, che vivono alter­
nando una luminosa esistenza bucolica con l’oscura realtà
della guerra. I vincoli erotici che cementano la comunità
maschile — l’incondizionata fedeltà al capo, l’esaltazione
della vita bucolica, anti-urbana — dominano compieta-
mente la visione della guerra di Walter Flex, proprio
come dominano la poesia di Wilfred Owen48. Per molti
intellettuali tedeschi la guerra significò una rottura asso­
luta con il mondo borghese degli agi, del profitto, della
sicurezza. Nel loro sostegno allo sforzo bellico tedesco,
Max Weber, Thomas Mann, e Georg Simmel mobilitaro­
no le stesse armi forgiate dai movimenti giovanili nella
loro lotta contro la società guglielmina. Solo con la guerra
la difesa della Germania divenne veramente una difesa

81
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

contro la Bùrgerlichkeit — la parcellizzazione sociale, l’e-


tica affaristica, la ragione analitica, e le relazioni sociali
contrattuali e di sfruttamento — che caratterizzava l’In­
ghilterra. Il nemico — la società borghese — fu indivi­
duato e stigmatizzato nella perfida e mercantile Albione.
La diffusa convinzione che la guerra avesse liberato la
società intera dalla normalità borghese portò ad un’in­
tensa identificazione con la nazione. Nell’ambito dei mo­
vimenti giovanili, le escursioni festive, le manifestazioni
sportive, e le riunioni di massa allentavano le costrizioni
della vita domestica sulla gioventù borghese e picco­
lo-borghese: nel 1914 la guerra fu accolta come una libe­
razione totale, definitiva, dalla società moderna. Come
nota chiunque commenti l’entusiasmo dell’agosto, la sen­
sazione di liberazione e di allentamento delle tensioni era
dominante in quei giorni. Hannah Hafkesbrink sostiene
che «ciò che impressionava all’inizio della guerra era
il senso di liberazione ad essa connesso»49. Gertrude
Bàumer parla di questo senso di liberazione come della
chiave dei propri sentimenti in quell’agosto: «Ma fin dal­
l ’inizio ci fu quell’inedito senso di liberazione» 50. Rudolf
Binding generalizza, trasponendo sulla nazione la propria
personale sensazione di liberazione dalle limitazioni della
quotidianità civile: «Era l’ora della Germania. Fu un gri­
do unico: un grido di sollievo e liberazione» 51. Zuckma-
yer, Schauwecker, Ernst Jùnger, e altri, appena usciti dai
banchi di scuola e posti di fronte alle incertezze del loro
ruolo futuro nella società borghese, videro questo loro
futuro dissolversi improvvisamente sullo sfondo del tragi­
co scenario bellico. Zuckmayer aveva l’impressione che il
mondo borghese gravasse di peso sulla sua testa, mentre
l’esercito — già a suo tempo percepito come affine al
mondo borghese, con la costrizione, la subordinazione,
l’obbedienza caratteristiche sue proprie — « o r a sig n ific a ­
va precisamente l’opposto: liberazione» 52. Visto in una
prospettiva appena un poco allargata, questo senso di li­
berazione personale spiega l’intera percezione della guer­
ra: nella guerra, una Germania giovane e straripante
d ’entusiasmo metteva alla prova, contestandole, tutte le
82
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

restrizioni convenzionali che la borghese e fatiscente In­


ghilterra le aveva imposto a livello internazionale. Zu-
ckmayer, che non era certamente uno sciovinista, pure fu
in grado di identificarsi anima e corpo con la Germania,
che rifiutava di piegarsi «alle pressioni di un’opposizione
mondiale tesa ad impedirle di spiegare liberamente le
proprie energie»S3. Questa liberazione nazionale dalla
«cospirazione del commercio», capeggiata dalla Gran Bre­
tagna, trovava le sue radici nel senso di liberazione per­
sonale dalle «pressanti incombenze del tempo e della vi­
ta» 54 provato da tanti giovani.
È impossibile sottovalutare l ’intensità e la concretezza
della percezione secondo cui l’intera società borghese ap­
partenesse ora al ciarpame «lasciato dietro alle spalle», a
quel mondo di dilemmi e problemi di identità da cui la
guerra aveva liberato gli individui. E queste emozioni
erano più intense ancora nei gruppi più isolati e alienati
nell’ambito della società guglielmina: ebrei, giovani, mar­
xisti, o intellettuali. Queste emozioni, questo senso di
liberazione, furono il fondamento di un’identificazione
estremamente solida e duratura con la nazione: una na­
zione che, in agosto, fu percepita come un’entità che a-
vesse finalmente compiuto il primo passo della propria
liberazione da ogni tipo di restrizione artificiale ed ester­
na. È chiaro che l’entusiasmo per la guerra nasceva so­
vente da dilemmi personali molto sofferti. Thomas Mann,
cercando dopo la seconda guerra mondiale una giustifica­
zione per il suo patriottismo durante la prima, ammette
che nel 1914 egli vedeva «nella Germania un paese che
viveva in circostanze interne ed intemazionali molto seve­
re nei suoi confronti, un paese che soffriva di ristrettezze
proprio come ne soffre un artista. Io mi identificai con
quel paese, e ciò diede forma e contenuto al mio patriot­
tismo del tempo di guerra»55. Il 7 agosto 1914, in una
lettera al fratello Heinrich, la nazione appariva ancora
come enigmatica incarnazione dell’artista, un’identità che
sarebbe divenuta chiara a se stessa con lo sviluppo della
guerra: «Il mio primo sentimento è di tremenda curiosi­
tà e, lo ammetto, della più profonda simpatia nei con-

83
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

fronti di questa esecrata, indecifrabile, fatale Germa­


nia» 56.
La stretta affinità fra la liberazione d’agosto e l’aneli­
to alla liberazione dalla società urbana, moderna, nell’am­
bito dei movimenti giovanili del periodo pre-bellico, è
ormai universalmente riconosciuta. Essa è spiegata da Chri­
stian Graf von Krockow in termini psicologici. Il mo­
vimento giovanile, che prese le mosse in primo luogo dai
v a s ti a g g lo m e ra ti u rb a n i di B e rlin o ed Amburgo, nell’am-
bito sia della borghesia agiata sia della meno agiata e più
instabile piccola borghesia, fu essenzialmente un momento
particolare della storica «fuga da se stessa» della borghe­
sia tedesca. L ’entusiasmo per la guerra, e la propaganda
bellica contro l’Inghilterra, furono «fondamentalmente u-
n’espressione della fuga della borghesia da se stessa, la
proiezione verso l’esterno di una frustrazione recondita
m a tu ra ta verso se stessa» Dunque la guerra esternò il di­
lemma interiore, la schizofrenia ideologica che aveva impe­
dito alla borghesia tedesca di assumere quei ruoli, valori,
e carattere politico, generalmente assunti dalla borghesia
nelle società industriali avanzate. La guerra parve quindi
poter risolvere quell’ambivalenza della borghesia nei con­
fronti di se stessa e del proprio ruolo di cui cercavano la
soluzione i movimenti giovanili.
Ma questa spiegazione presuppone come dato ciò che
invece era maggiormente problematico per tanti giovani
borghesi e intellettuali, i quali vedevano il moderno e la
società borghese non tanto limitati in sé, quanto limitanti
nei loro confronti. L ’entusiasmo dell’agosto sollevò per
intera la questione della presa di posizione di individui
classificabili, presumibilmente, come borghesi, proprio
contro il loro ruolo e i valori politici e sociali che defini­
vano tradizionalmente la statura morale della borghesia.
L ’«entusiasmo» di agosto ci permette di scorgere chiara­
mente ciò da cui tanti individui credettero di essere «li­
berati» grazie alla guerra; nel concetto negativo di ciò che
si pensava lasciato alle spalle, si può leggere l’immagine
positiva che rappresentò la guerra per milioni di volonta­
ri.
84
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

Hannah Hafkesbrink sostiene che tanti della genera­


zione di guerra sentirono di essersi sbarazzati di un ordi­
ne di esistenza economico, materialistico e tecnologico:
implicitamente essi marciarono alla guerra concependola
come un campo d ’attività anti-economica per definizione.
Fu questo che fece della guerra un progetto «morale», in
diretto contrasto con l ’amoralità del mercato.
Cresciuti in una società ad economia di mercato che forniva
scarse opportunità per l’investimento creativo delle loro energie
morali, essi salutarono con spontanea soddisfazione la prospettiva
che la guerra, con la sua domanda di sacrificio incondizionato,
avrebbe sostituito le leggi del profitto individuale, del vantaggio
egoistico. E questo sollievo per la distruzione di un ordinamento
economico di vita non era limitato alla generazione più giova­
ne 58.

La guerra fu dunque accolta e salutata come una libe­


razione perché si pensava significasse la distruzione di un
ordinamento economico. Il presupposto che la guerra fos­
se essenzialmente un conflitto di tipo pre-economico e
anti-economico informò le aspettative in maniera essenzia­
le. Molti si precipitarono negli uffici di reclutamento te­
mendo che la guerra terminasse prima che fossero potuti
scendere in campo; questo timore fu fomentato dalla
convinzione che la guerra non sarebbe potuta durare più
di sei mesi, per Pimpossibilità supposta delle nazioni bel­
ligeranti di sostenere per un periodo più lungo il tre­
mendo sforzo in uomini e materiali richiesto dalla guerra
moderna. Joseph Conrad, in Polonia allo scoppio delle
ostilità, chiarisce ciò che sottendeva a questo timore: «La
guerra sembrava materialmente impossibile, precisamente
perché avrebbe rovinato ogni interesse materiale» 59. Nel
1914 ciò era ritenuto ovvio: la distruttività della guerra
contrastava in maniera assoluta con la produttività della
vita economica industrializzata. Ma molto più significativo
e di maggior peso fu l’assunto che la guerra fosse di
natura intrinsecamente anti-economica: poiché la guerra
comportava la cessazione delle normali relazioni economi­
che, poteva anche essere bene accolta come soluzione dei
conflitti endemici a quelle stesse relazioni. La dichiarazio-

85
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

ne di guerra potè dunque essere salutata come l’elevazio­


ne del conflitto dalla sfera della vita economica, in cui
risultava dannoso alla comunità, a livello di un contesto
che implicava un’inedita solidarietà nazionale e, allo
stesso tempo, forniva agli individui l’opportunità di svi­
lupparsi nell’ambito di una umanità virtuosa e morale,
sv in c o la ta d a lle le g g i d i m e rca to . P r o p r io p e rc h è p a re v a
significare la distruzione di un preciso ordinamento eco­
nomico, la guerra divenne il punto collettore per ideali di
un ordinamento puramente morale e per valori non utili­
taristici: il ridondante, manifesto idealismo della genera­
zione di guerra è diretta funzione di questo presupposto.
Rappresentando un campo agonistico radicalmente distin­
to dall’interesse materiale, la guerra potè diventare vessil­
lo di tutto ciò che era maggiormente minacciato dalla
massiccia industrializzazione e modernizzazione affrontate
dalla società tedesca nei quarantanni precedenti. La guer­
ra fu bene accolta perché apparve come soluzione di real­
tà altrimenti ineludibili: essa rappresentò la possibilità di
riattualizzare quei valori che la vita moderna rendeva
sempre più anacronistici, e che pure erano generalmente
sentiti come degni di essere ancora difesi e sostenuti.
Nei resoconti dell’esperienza d’agosto si possono tro­
vare numerosissime variazioni sul tema dell’apertura delle
ostilità come momento di rimozione delle più angosciose
realtà della vita industriale. La guerra fu vista come la
soluzione delle complessità dell’«era della macchina».

Nella misura in cui la loro coscienza era asservita alle inedite


possibilità di potere e benessere, la gente dell’età della macchina
sentiva crescere la propria armatura interiore, nonché quelle co­
strizioni che l ’avrebbero sempre più strettamente vincolata fino a
soffocare completamente l ’esperienza diretta di vita. In pochi in­
dividui, in certi circoli — particolarmente nel movimento giovani­
le — si fece avanti inconsciamente il desiderio, l’anelito di sot­
trarsi alla morsa dell’esperienza indiretta per ritornare all’organico,
al naturale, passando dal sociale al fraterno, dal politico al legame
di sangue, dal collegiale al cameratesco. Tutte queste tensioni
confluirono nel diretto e dirompente sentimento di partecipare ad
una nuova esistenza nazionale e com unitaria60.

86
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

Per la Bàumer l ’età della macchina produce enormi


«possibilità di potere», agio, e sicurezza, ma la tecnologia
impermeabilizza gli uomini moderni nei confronti dell’e­
sperienza «diretta», separandoli gli uni dagli altri e confi­
nandoli entro ristretti confini percettivi. L ’anelito all’e­
sperienza diretta, non mediata a livello di comunicazione
dalla tecnologia, fu un tema prebellico dominante nelle
discussioni circa l ’impatto delle macchine sulla civiltà de­
gli uomini. Ne The Machine Stops di E. M. Forster si
coglie precisamente lo stesso senso di perdita dell’espe­
rienza diretta in un mondo meccanizzato che si può rile­
vare nella descrizione della Bàumer dell’era della mac­
china: la tecnologia « d ha derubati del senso dello spa­
zio, del senso del tatto, ha inquinato ogni relazione uma­
na . . . ha paralizzato i nostri corpi e le nostre volontà» 61.
La tecnologia, fonte del potere, è parimenti fonte di in­
sensibilità e indifferenza nei romanzi di H. G. Wells, do­
ve i marziani, per esempio, che ne The War of thè
Worlds simboleggiano lo sviluppo futuro della razza u-
mana, appaiono racchiusi in gusci corazzati mobili e so­
no «inumanamente» integrati ai loro veicoli meccanici.
In pressoché tutte le descrizioni contemporanee del­
ibera della macchina» si può leggere lo stesso ripudio
dellbordine economico e tecnologico» espresso dalla
Bàumer nel suo entusiasmo per la guerra. Mentre con i tra­
sporti e le comunicazioni rendevano possibile godere di una
varietà sempre crescente di contatti ed esperienze, la tec­
nologia erigeva nel contempo ostacoli sempre più concre­
ti alle possibilità di «esperienza diretta» dei singoli indi­
vidui. «Esperienza diretta» sta per «esperienza autenti­
ca»: l’insaziabile desiderio di autenticità, l’anelito al con­
fronto diretto delle volontà umane, dominarono l’entu­
siasmo per la guerra modellando le aspettative di coloro
che si precipitarono a combattere nell’enorme appetito
epocale per qualsiasi vestigia di vita autentica (cioè
preindustriale), ovvero per qualsiasi cosa avesse le sem­
bianze di forme organiche, armoniose.
Così furono in tanti nell’agosto del 1914 a pensare di
essersi finalmente liberati dal «materiale», dal «materia-

87
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

lismo». È facile considerare il materialismo in senso a-


stratto come spirito dell’epoca; ma qualora si desideri
comprendere le aspettative modellate in base alla presun­
ta polarità fra guerra e vita civile, è meglio considerare
questo termine concretamente e in senso letterale. Il ma­
terialismo da cui Zuckmayer, la Bàumer, Binding e una
folla di altri pensavano di stare fuggendo non era un’idea
astratta, bensì un mondo di cose concrete divenuto e-
stremamente problematico. Essi fuggivano verso una
guerra concepita in senso assolutamente bucolico, una
guerra che assumeva in sé tanto la semplicità quanto il
disagio, l’insicurezza, l’avventura; la guerra era affrontata
da tanti come un ritorno ad un disciplinato ordinamento
di bisogni e costumi, un salubre tuffo nel passato. Nelle
parole del violinista Fritz Kreisler, che servì sotto le ban­
diere austro-ungariche prima di essere ferito e rimanere
invalido,

Al fronte tutti i sintomi nevrotici sembrano sparire per incan-


to, e il sistema nervoso di ogni singolo individuo si carica di
energia e vitalità. Forse questo è dovuto alla vita all'aria aperta
con le sue abitudini semplificate, liberate da tutte le complesse
esigenze delle leggi sociali, e non oberate da convenzioni62.

v Sono davvero stupefacenti la potenza e la ricchezza


delle immagini bucoliche contenute nelle lettere dal fron­
te e nella letteratura di guerra63; e ciò che sosteneva
queste immagini era la diffusa convinzione che la libera­
zione della guerra fosse liberazione da abitazioni civili
affollate di cose ormai prive di funzione o significato.
L ’agosto liberò tanta gioventù borghese da una quotidia­
nità fatta di noci di cocco intagliate, porcellane classi­
cheggiami, decorazioni floreali in gesso, stanze foderate
con pesanti tappezzerie e drappi damascati, nonché ri­
colme di ninnoli sovraccarichi di polvere.
L ’industrializzazione non fu nient’altro che una rivo­
luzione delle «cose». In Inghilterra, Francia, Spagna, e
Germania, gli antimodernisti accusarono la soverchiante,
infinita duplicazione degli oggetti, nell’ambito della pro­
duzione di massa, di svalutare il significato simbolico de­

88
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

gli oggetti stessi, un significato che questi invece posse­


devano nell’economia pre-industriale. Basta dare un’oc­
chiata a pitture di interni Biedermeier o edoardiani, op­
pure sfogliare le pagine di romanzi farciti di lunghi elen­
chi di oggetti preziosi — calici lavorati, tavoli intarsiati,
sofisticate rilegature di libri, vetro soffiato in mille forme
bizzarre, candelabri o calamai riccamente arabescati e/o
dorati — per apprezzare lo sforzo che sottendeva la ri-
costruzione di un mondo domestico, «privato», fatto dei
prodotti dell’artigianato pre-industriale. La sovrabbondan­
za di oggetti nell’era della macchina poteva essere bilan­
ciata solo riunendo il massimo numero di oggetti pre-in-
dustriali, pezzi unici, ostentatamente individualizzati; ep­
pure questo ammasso di oggetti del tempo che fu finì
per svalutare il valore individuale dei pezzi, tanto quanto
l ’uniformità della produzione industriale64.
Se l’«oggetto» fu reso problematico dalla produzione
industriale, lo fu a maggior ragione perché la stessa in­
dustrializzazione veniva percepita come un prodotto d’im­
portazione; Thorstein Veblen sostiene che l’importazione
di tecnologia contribuì in modo determinante alla «crisi
di valori» che accompagnò l’industrializzazione in Germa­
nia. Infatti, la tecnologia che permise alla capacità pro­
duttiva dell’economia tedesca di raggiungere livelli inauditi,
. . . non fu prodotta in Germania ma fu mutuata, direttamente o
in seconda istanza, dai popoli di lingua inglese . . . Si è insistito
sopra il fatto che gli usi e costumi britannici in materie diverse
da quelle tecniche non furono contemporaneamente assimilati dal­
la società tedesca; con il risultato che la Germania presenta, in
confronto all’Inghilterra, un’anomalia, nel senso che essa mostra il
funzionamento dello stadio moderno della tecnica, elaborato dagli
inglesi, privo della gamma caratteristica di istituzioni e principi
che si sono sviluppati fra i popoli di lingua inglese in concomi­
tanza di quello sviluppo . . . tó.

Secondo Veblen la crisi dei valori in Germania fu più


intensa e più sofferta in virtù del fatto che l’industrializ­
zazione pretese di riunire tecnologia moderna e «modi di
pensare pre-industriali». I tedeschi si dimostravano inca­
paci di rimuovere ciò che era necessario rimuovere nel
89
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

processo di modernizzazione. E la produzione industriale


di per sé era vista come meno problematica di ciò che
Pindustrializzazione comportava: lotta di classe, oggetti
d’uso replicati senza limite, nuovi livelli di consumo e
nuovi valori.
Il caso tedesco è senza precedenti tra le nazioni occidentali
sia sotto l ’aspetto della subitaneità, compiutezza e ampiezza del
suo impadronirsi della tecnica, sia sotto quello dell’arcaicità delle
sue sovrastrutture culturali al momento dell’appropriazione66.

È risaputo che l ’industrializzazione produsse nuove


classi sociali e conflitti fra di esse; ma produsse pure
sulle classi benestanti, possidenti, pressioni che devono
essere seriamente considerate alla base del diffuso disagio
«morale». È da conflitti del genere che l’immagine anti-e­
conomica della guerra assunse una rilevanza incontrastata.
Infatti, per quei gruppi che avevano fatto del lavoro, del
commercio, del risparmio e del consumo inferiore al red­
dito l’etica a fondamento del proprio stile di vita, l’in­
dustrializzazione provocò una crisi in quelli che Veblen
chiama «livelli morali di vita»; essi non erano più im­
pegnati nella lotta per strappare maggior valore possibile
da un universo minimo di beni, bensì a consumare l’ecce­
denza generata dalPenorme crescita del potenziale produt­
tivo. Pur mantenendo la struttura sociale tradizionale, le
famiglie benestanti dovettero sostituire all’etica del ri­
sparmio un’estetica del consumo; e fu proprio questo
mondo materiale di merci, e non la tecnologia in se stes­
sa, a divenire fonte di disagio morale. In Germania fu il
bottegaio e non l’industriale, lo Spiessbùrger e non lo
Stadtsburger, a divenire rappresentante della moralità
immorale del consumo. Ernst Jiinger godeva dell’ironia
connessa all’entusiasmo popolare per la guerra. Infatti la
guerra, l’incarnazione stessa delle virtù antibottegaie —
l’onore, il coraggio, l’abnegazione, il sacrificio, tutti valori
reputati preindustriali — fu acclamata proprio da coloro
i quali garantivano la disponibilità delle merci e dei pro­
dotti che saturavano la vita quotidiana: i bottegai.

90
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

Non era più un sogno, ci stavamo in mezzo: e non era


qualcosa di cui i bottegai potessero farsi beffa. Era bensì un
dovere necessario e un sommo onore: l’ardore eroico che l’era
commerciale aveva relegato in un museo, era di nuovo vivo e
divampava in tutta la sua lu ce *7.

Fu con un'immagine di questo genere — un'immagine


della guerra come antitesi della comoda, materiale e tec­
nicizzata vita di ogni giorno — sostenuta anche e pro­
prio da coloro che incarnavano i valori «commerciali»
dell'epoca, che numerosissimi figli della borghesia, cre­
sciuti nei movimenti giovanili, si precipitarono nella pri­
ma guerra completamente industrializzata.
Ma l'immagine anti-economica della guerra, rafforzata­
si durante il periodo dell'industrializzazione, non trovò
affatto riscontro nel conflitto che si inaugurò nel 1914.
L'antitesi fra guerra e società, la polarità basilare delle
aspettative d ’agosto, è presente come elemento intrinseco
nell'opera divenuta dottrina classica per gli uomini del­
l'Ottocento, sia militari che civili: Della guerra di Clau­
sewitz. In quest’opera l'immagine romantica della guerra
poggia sulla polarità fra guerra e vita politica ed econo­
mica, vero fulcro della celebre formula di Clausewitz:
«La guerra non è che la prosecuzione della politica con
altri mezzi». È la stessa «alterità» della guerra che le
permette di assurgere a mezzo alternativo della politica e
della diplomazia. Da Clausewitz in poi «guerra» divenne
sinonimo di un universo libero da peculiari specificazioni:
arte di governo, potenziale industriale, risorse naturali,
popolazione, morale delle truppe, coesione nazionale —
tutte variabili che definiscono al massimo le caratteristi­
che delle singole campagne, giammai l'essenza della guerra
stessa. La guerra è un «secondo universo», un’«esistenza
alternativa», un distinto mezzo d’azione, segnato, dilatato,
solcato dalle realtà della vita sociale, politica ed economi­
ca, ma mai penetrato dalle stesse.
Questa «alterità», essenziale nella visione di Clause­
witz così come nell’entusiasmo dell'agosto, modellò lo
stereotipo di personalità che si presumeva emergesse e si
sviluppasse con la guerra. Per Clausewitz la guerra è una

91
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

«libera attività dello spirito umano», di tutte le branche


dell’attività umana quella che «più assomiglia a una parti­
ta con le carte da giuoco» 68; la libertà d ’azione, l’impon-
derabilità, il caso, che fanno della guerra un gioco molto
serio, la rendono anche sfera delPattività creativa di un
tipo peculiare di «genio». Il genio della guerra è l’uomo
che riesce a mantenere il proprio equilibrio e la propria
capacità di scelta, di «coup d’oeil», nel bel mezzo della
violenza, del caos, della mancanza di informazioni corrette.
Nell’ambito di questo universo caotico, mutevole per defi­
nizione, egli è l’uomo in grado di «vedere» le caratteristi­
che della battaglia imminente, di formulare un piano, e di
concretizzarlo nell’efficace disposizione delle truppe. La
guerra come elemento mette alla prova e definisce il ca­
rattere morale di coloro che vi operano. Lo stesso ele­
mento garantisce che l’uomo di guerra operi non al servi­
zio di potenze distruttive, bensì creative: l’uomo di guer­
ra è una figura sufficientemente flessibile per alterare il
proprio piano di fronte a un repentino mutare degli even­
ti, e sufficientemente coraggioso da resistere all’assalto
dei dubbi fino a trasformare la propria visione in sto­
ria.
È incontestabile che il «genio della g u e r r a » c lau se w i-
tziano debba essere un ufficiale, un generale di taglio
napoleonico. Eppure, tramite innumerevoli edizioni, sunti,
d iv u lg a z io n i p o p o la r i, P im m ag in e ro m an tic a d e lla p e r s o n a ­
lità emergente dalla guerra fu democratizzata e generaliz­
zata alla nazione intera nel 1914.

In questa profonda liberazione della nazione dalle sue morte


convenzioni, questo catapultarci nell’ignoto, nel rischio inane,
completamente indifferenti al fatto che ci avrebbe potuto inghiot­
tire, vedevamo il significato della guerra e la fonte del nostro
entusiasm o69.

Ma è chiaro che ciò che liberò la gioventù del 1914


dalle «morte convenzioni» dell’esistenza borghese fu un’im­
magine della guerra altrettanto tradizionale e conven­
zionale — che a sua volta morì sui campi del fronte
occidentale.

92
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

È facile scorgere come Pidealismo di quella generazio­


ne, la peculiare innocenza con cui i volontari del 1914 si
precipitarono in guerra, non fosse funzione d ’inesperien­
za, bensì una convinzione che attingeva all’arcaico: esi­
stevano due mondi di esperienza, e due livelli su cui la
vita poteva essere vissuta. Agli stessi giovani, le aspetta­
tive iniziali parvero più tardi come caratteristiche di un
mondo «perduto», un mondo che aveva permesso loro di
coltivare l’idea di guerra come alternativa alla vita eco­
nomica e sociale «normale». L ’entusiasmo e il senso di
liberazione dell’agosto poggiano su di una biforcazione
completa di valori, a sua volta radicata nella polarizzazio­
ne fra pace e guerra. Fu questa polarità che prospettò
culturalmente l’entrata in guerra come entrata in un’arena
di libertà, di incertezza e rischio, un campo in cui sareb­
bero stati forgiati un carattere e un’identità antitetici a
quelli dell’«uomo economico».
Scorgere questi presupposti, fondanti l’entusiasmo per
la guerra in agosto, significa cogliere immediatamente le
loro radici nella cultura europea e nell’esperienza storica
del diciannovesimo secolo — in particolare quell’espe­
rienza di industrializzazione che rivoluzionò le condizioni
di vita economica e sociale. L ’immagine romantica della
guerra rappresentava il contrappeso alle forze d e in d u ­
strializzazione e della modernizzazione. Naturalmente la
potenza di questa immagine della guerra non stava nella
sua attinenza con la realtà, bensì nel modo in cui articolò
e preservò alternative presunte possibili alla vita e ai
valori moderni. Ma se, come sostiene Ernst Gombrich, «I
concetti, come le immagini, non possono essere veri o
falsi; possono semplicemente essere più o meno utili alla
formazione delle descrizioni»70 questa immagine della
guerra fu tutt’altro che efficace nel contesto della Mate-
rialkrieg: sulla base di questa idea, l’esperienza di guerra
sarebbe ben presto apparsa come «disillusione» in tutti
coloro che vi avevano creduto come possibilità di fuga dal
«meccanismo schiaccia-anima della moderna società tecno­
logica». Al contrario, in questa guerra essi avrebbero tro­
vato conferma, rassegnandovicisi, dell’ineluttabilità della

93
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

realtà moderna. Anche in patria molti patirono la stessa


disillusione. I più esagitati nell’acclamare la guerra come
alternativa alT«era della macchina» ammisero con Ger­
trude Bàumer che:

. . . i fatti ci misero di fronte alla contraddizione fondamentale


della nostra situazione: la contraddizione cioè della sopravvivenza,
e del progresso, di un’economia individualistica, capitalistica, fina­
lizzata al profitto, nel bel mezzo dell’incondizionata solidarietà
generale della gen te71.

La guerra finì per esprimere con accuratezza letale


precisamente quegli stessi problemi del moderno che tanti
avevano creduto risolti in agosto.

Conclusione: il persistere delle aspettative

In questo capitolo ho sostenuto, implicitamente ed


esplicitamente, degli argomenti contrari alla concezione
che ha pervaso gli studi sulle cause della guerra in genera­
le, e sull’entusiasmo per la guerra nell’agosto del 1914 in
particolare. Quest’ottica, sviluppata in maniera partico­
larmente sofisticata negli studi psicoanalitici delle cause
della guerra, ma reperibile anche in lavori di storia eco­
nomica e sociale, individua le cause della guerra nelle
tensioni endemiche inerenti alla società in fase di mo­
dernizzazione. E questo è corretto. Ma il considerare
Pentusiasmo per la guerra come espressione della libe­
razione di pulsioni generate da strutture psichiche e
sociali chiuse, altamente differenziate, e produttrici di
conflitto, va a braccetto con un corollario latente, ine­
spresso: e cioè che la guerra sia di per sé un vacuum di
valore, uno spazio libero per lo sfogo di energie primarie
ingorgate nella vita sociale. È precisamente questo assun­
to che non regge ad uno stretto esame della logica con­
nessa all’entusiasmo di coloro che si tuffarono in guerra
nel 1914: costoro possedevano un’immagine molto speci­
fica e concreta di ciò che poteva significare la guerra, una
immagine profondamente radicata nel passato e nella loro

94
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

cultura. Nella maggior parte dei casi, la guerra non era


sentita come «spazio libero» per lo sfogo istintuale, bensì
come elemento di violenza ben strutturato, tale da rendere
Tazione, la vita in comune, e Pio, non problematici e
restituiti alla loro «interezza». In quanto tale, la guerra
potè essere acclamata come cura, sollievo, o liberazione
dalle patologie dell’esperienza, dell’interagire umano, e
dello squilibrio psichico, che erano visti come sempre più
endemici nella società tecnologica moderna.
Il modello «scarica pulsionale», che ha dominato il
dibattito circa le cause «interiori», della guerra è forse
uno strumento valido ed accurato nell’analisi di ciò da cui
pensavano di sottrarsi coloro che acclamavano la guerra;
ma senza un’analisi di ciò verso cui pensavano di fuggire
coloro che si presentarono volontari nel 1914, non è pos­
sibile comprendere Pattrazione e il significato delPespe-
rie n za di guerra. Risulta particolarmente difficile per
chiunque non sia vissuto nel bel mezzo della realtà di
guerra, o sia nato dopo il 1918, capire ciò che appariva
tanto ovvio a chiunque nel 1914: l’entusiasmo per la
guerra non era semplicemente la negazione della società
moderna, con i suoi limiti e le sue costrizioni, ma signifi­
cò pure Paffermazione della guerra attraverso le sue par­
ticolari costrizioni. E questa affermazione non era centra­
ta sul potere distruttivo della guerra o sull’«insubordina-
zione libidinale» che essa prospettava, bensì proprio sui
valori culturali e morali, nonché l’immagine della comuni­
tà e dell’identità individuale, che finirono per essere
proiettati e investiti nella guerra.
Nella mia analisi delle aspettative e dell’entusiasmo
per la guerra ho inteso mettere in luce, come elemento
fondamentale del 1914, la volontà d’affermazione di valo­
ri culturali sovente considerati anomali od obsoleti rispet­
to a ciò che siamo abituati a definire «mentalità euro­
pea», cultura borghese, o civiltà industriale. Il gioioso
abbandono dell’individualismo, la ricerca di una via d’u­
scita dal privato, l’accettazione di una vita di obbedienza
ed eguaglianza sotto comando e costrizione, non significa­
vano certo una fuga nella libertà, bensì dalla contraddi-

95
La comunità d’agosto e la fuga dal moderno

zione. L ’attrattiva dell’immagine tradizionale della guerra


stava nel prospettare la possibilità d’azione non contrad­
dittoria, che cioè non richiedesse un «io», e la possibilità
di contatto non mediato, di contatto , fra volon­
tà umane.
Un approccio strutturalista alla guerra ci consente di
vedere con maggior chiarezza le polarità culturali che sot­
tesero l’entusiasmo dell’agosto, e che continuarono a go­
vernare l’esperienza di guerra anche una volta sopraggiun­
ta la d isillu sio n e . I n fa tti l ’e sp e rie n z a di fo n d o d e ll’a g o sto
consistette nel vivere la transizione fra due modi di vita
sociale generalmente reputati in antitesi fra di loro. La
sensazione di vivere la transizione dalla «società» alla
comunità generò, nel 1914, la più disparata gamma di
aspettative di cambiamento, aspettative che permasero,
continuando a definire la coscienza dei combattenti e dei
veterani ben oltre la fine delle ostilità.
Un’ultima giustificazione per guardare con tanta insi­
stenza alle aspettative di guerra sta nel fatto che esse non
furono semplicemente la somma di immagini di alternati­
ve all’ordine economico — immagini derivate cultural­
mente — ma rappresentarono motivi di fondo, persistenti
nell’esperienza di guerra. Le aspettative di mutamento, di
comunità, di abbandono del privato, non furono scartate
come «illusioni» di fronte alla tremenda realtà di guerra;
si potrebbe dire che queste aspettative, in senso letterale
e figurato, continuarono a circolare sottoterra. La comuni­
tà del fronte, o, come ebbe a definirla Ernst Jùnger, la
collettività «tecnologica», viveva in un mondo costruito
dal soldato non allo scopo di preservare valori, bensì per
proteggere se stesso e i propri camerati dal minaccioso
universo tecnologico che pareva trascendere le sue vittime
umane. Si possono reperire, nella descrizione di soldati in
un rifugio sotterraneo fatta da Jùnger, tutte le aspettati­
ve dell’agosto, materializzate e concretizzate. Questa co­
munità è tenuta insieme dalla stessa spaventosa potenza
di fuoco diretta contro di essa: è un gruppo inseparabile
dallo spazio strettamente delimitato, minimale, del rifu­
gio.
96
La comunità d ’agosto e la fuga dal moderno

Come era possibile respirare in questi buchi dalle pareti di


legno fradicio, mangiate da fanghiglia giallastra, in cui poche
candele emanavano luci asfittiche, illuminando pesanti cappotti
invernali pendenti da grosse travi macilente? Era questo il ricove­
ro di uomini sporchi e accalcati, un buco saturo di umidità,
miasmi, fumo e tabacco. A intervalli un soldato si alzava, impu­
gnava il fucile e spariva; subito dopo un altro scivolava dentro,
esausto, instupidito dal turno di guardia, e occupava il posto
libero — un cambiamento che raramente veniva notato. Le parole
uscivano di bocca con lo stesso secco impatto delle granate che
esplodevano di fuori, attaccate Luna alle altre in monotone con­
versazioni. I soldati erano talmente legati insieme, così aggrovi­
gliati nello stesso comune destino, che riuscivano a comprendersi
anche senza parlare. Ciascuno di essi strisciava nello stesso pae­
saggio notturno; un gesto, una bestemmia, una battuta erano le
deboli luci che per un attimo rischiaravano Poscurità del precipi­
z io 72.

Da questa descrizione risalta chiaramente come l’anti­


tesi fra il mondo tecnologico, differenziato, strutturato
sulla base di esigenze materiali ed esteriori, e il mondo
della comunità, acquisti una valenza completamente diver­
sa. Il «rifugio umano» dalla violenza tecnologica è ridotto
a proporzioni microcosmiche, nell’informe materialità del­
la terra. Lo spazio interno è saturo di uomini, dei loro
odori, delle loro esalazioni; sembra quasi come se questo
spazio fosse aperto per iniezione di esseri umani nel cor­
po della terra. I soldati stessi sono interscambiabilmente
«legati insieme», anonimi e silenziosi come le «grosse
travi» che sostengono le pareti: essi sopravvivono in uno
spazio minimale, ed estremamente precario, meramente
caratterizzato dalla loro pura densità fisica umana contro
la pressione del fuoco esterno. Questi uomini non sono
legati da sentimenti — da molto tempo svaniti — bensì
dai vincoli imposti dallo spazio che condividono e dalle
esigenze di sopravvivenza e lavoro in un mondo oscuro,
di distruzione. L ’integrazione formale dell’io nella massa,
che fu celebrato nell’agosto del 1914, e nei centri di
raccolta e d ’addestramento, è rimpiazzata dall’unione fun­
zionale degli individui, ciascuno dei quali dissimulato nel­
l’impermeabilità dell’uniforme e del silenzio.
È forse vero, come sostiene Edmund Leach, che le

97
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

polarità che una cultura edifica per mediare le proprie


contraddizioni principali sono fatte per essere ridimensio­
nate dalPesperienza. Ma è anche vero che l’esperienza
fornisce il materiale in cui le polarità culturali resuscitano
e vengono ridefinite. Al fronte Pantitesi fra società e
comunità si trasformò in antitesi fra «patria» e «fronte»;
Pantitesi fra mondo tecnologico e mondo umano venne
proiettata sull’orizzonte di guerra fino a definire la ten­
sione fra il mondo «esterno» di forze fisiche minacciose,
e un mondo «interno» fatto di solidarietà e immagini
immediate, automatiche.

Note

1 C. Zuckmayer, Pro Domo, Stockholm, 1938, p. 33.


2 G. Baumer, Lebensweg durch eine Zeitwende, Tubingen, 1933,
p. 264.
3 M. Hirschfeld, A. Gaspar, Sittengeschichte des Ersten Weltkriegs,
Hanau am Main, 1929, p. 30.
4 Ìbidem.
5 W. M. Maxwell, A Psychological Retrospect of thè Great War,
London, 1923, p. 37.
6 G. Baumer, op. cit.f p. 2 6 3 .
7 R. CaiUois, L ’homme et le sacri, Paris, 1930; ed. ingl. Man and
thè Sacred, Glencoe (N.Y.), 1930, p. i l i .
8 Per un’antologia di studi sul rapporto intercorrente fra guerra
primitiva e valori sodali e politid in varie sodetà pre-modeme, si veda
P. Bohannon (a cura d i), Lato and Warfare. Stadies in thè Anthropology
of Conflict, Garden City, New York, 1969. Nonostante le sue lacune a
livello teoretico, Primitive War di Tumey-High resta la monografia
standard in inglese.
^9 Vedi M . M auss, Essai sur le don, in Sociologie et anthropologie,
Paris, PUF, 1930; trad. it., Saggio sul dono, in M. Mauss, Teoria
generale della magia ed altri saggi, Torino, Einaudi, 1963. Contiene un
denso dibattito sul rapporto fra scambio e usanze di guerra.
10 W. Scheller, Als die Seele Starb, 1914-1918, Berlin, 1930, p. 2.
11 S. Zweig, Die Welt von gestern, Stockholm, 1942; trad. it., Il
mondo di ieri, in S. Zweig, Opere scelte, a cura di L. Mazzucchetti, 2
voli., Milano, Mondadori, 1961, voi. II, p. 806.
12 Citato in H. Hafkesbrink, Unknown Germany. An Inner Chroni-
cle of thè First World War Based on Letters and Diariesy New Haven,
1948, dt., p. 37.

98
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

13 R. Binding, Erlebtes Leben, Frankfurt a/M., 1928, p. 237.


14 Qtato in V. Tumer, Ritual Process, Chicago, 1969, p. 126; trad.
it., Il processo rituale, Brescia, Morcelliana, 1972, pp. 142-143.
15 Ìbidem ; trad. it. dt., p. 148.
16 In E. Loehrke (a cura di), Armageddon, The World War in
Literature, New York, 1930, pp. 44-45.
17 Citato in M. Hirschfeld e A. Gaspar, op. cit., p. 57.
18 Vedi Hirschfeld. Sebbene i dati clinid di Hirschfeld siano inaffi­
dabili — pare che se li sia in parte inventati — il suo libro è una
miniera di informazioni sulla stampa popolare nel corso della guerra.
Vedi anche il «sogno dei servizi d’amore» riportato da Freud nella sua
Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), in S. Freud, Opere, a cura
di C. L. Musatti, 11 voli., Torino, Boringhieri, 1967-1979, voi. V ili,
1976, p. 310.
19 R. Caillois, Uhomme et le sacré, dt.; ed. ingl. dt., p. 166.
20 M. Marriott, The Feasts of Love, in Krishna: Myths, Rites and
Attitudes, a cura di M. Singer, Honolulu, 1966, p. 212.
21 C. Zuckmayer, Pro Domo, dt., p. 130.
22 Per un’analisi di questo tema nella letteratura e nelle feste
popolari europee, vedi Natalie Z. Davis, Women on Top, in Society and
Culture in Early Modern Trance, Stanford (Calif.), 1975, pp. 124-151;
trad. it., Le culture del popolo. Sapere, rituali e resistenza nella Francia
del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1980.
23 M. Hirschfeld e A. Gaspar, op. cit., p. 53.
24 W. M. Maxwell, op. cit., p. 57.
25 R. M. Rilke, Wartime Letters, 1914-21 , N ew Y ork, 1940, p. 22.
26 Richard & Clara Winston (a cura di), The Letters of Thomas
Mann, 1889-1955, New York, 1975, p. 67 (in traduzione italiana si veda
YEpistolarioy Milano, Mondadori, 1963).
27 F. Meinecke, Die deutsche Katastrophe: Betrachtungen und Erin-
nerungen, 3 voli., Wiesbaden, 1947; ed. it. ridotta, La catastrofe della
Germania, Firenze, La Nuova Italia, 1948, p. 47.
28 G. Baumer, op. cit., p. 280.
29 C. Zuckmayer, Pro Domo, dt., pp. 34-35.
30 E. Glaser, Class of 1902, New York, 1929, p. 94.
31 Citato in C. Schorske, German Social Democracy, 1905-17, Cam­
bridge (Mass.), 1955, p. 390.
32 Ibidem.
33 J. Romains, Les hommes de bonne volontà, Paris, 1932-46, 27
voli.; ed. ingl., Men of Good Willy voi. V II: Death of a World, New
York, 1938, p. 533.
34 Ibidem.
35 S. Zweig, Il mondo di ieri, dt., p. 806.
36 R. Binding, Erlebtes Leben, dt., p. 237.
37 R. M. Rilke, Wartime Letters, cit., p. 21.
38 M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Expe-

99
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

rience of Play, Work and Games, San Francisco, Washington-London,


1975, p. 36.
39 Ibidem, p. 47.
40 J. Huizinga, Homo Ludens. Das Spielelement der Kultur, Am­
sterdam, 1939; trad. it., Homo Ludens, Torino, Einaudi, 1973, p. 13.
41 M. Marcks, Ritual Structure in Afro-American Music, in Religious
Movements in Contemporary Americay a cura di I .I . Zaretsky e M. P.
Leone, Princeton (N. J.), 1974, pp. 60-134. Vedi anche K. Bùcher, Arbeit
und Rhythmus, Leipzig, 1902, p. 397.
42 F. Schauwecker, The Fiery Way, London-Toronto, 1921, p. 29.
43 R. Graves, Goodbye to All That, London, 1929, p. 239.
44 V. Tumer, Il processo rituale, cit., p. 208.
45 A. Vagts, The History of Militarism, New York, 1959, p. 13.
46 C. Zuckmayer, Pro Domo, cit., p. 37.
47 Ibidem.
48 Su Wilfred Owen vedi P. Fussell, Soldier Boys, in Great War
and Modem Memory, London, Oxford-New York, 1975, cap. V ili;
trad. it., La G rande G uerra e la memoria moderna, Bologna, Il Mulino,
1984, p. 345.
49 H. Hafkesbrink, op. cit., p. 43.
50 G. Baumer, op. cit., p. 280.
51 R. Binding, Erlebtes Leben, dt., p. 263.
52 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, Wien, 1966, p. 221.
53 Ibidem, p. 199.
54 C. Zuckmayer, Pro Domo, dt., p. 34.
55 Th. Mann, In My Defense, in «Atlantic Monthly», CLXXIV
(1949), n. 4, p. 101.
56 R. & C. Winston (a cura di), op. cit., p. 67.
51 C. Graf von Krockow, Die Entscbeidung. Eine Untersuchung
ùber Ernst Jùnger, Cari Schmitt, Martin Heidegger, Stuttgart, 1958,
p. 42.
58 H. Hafkesbrink, op. cit., p. 43.
59 In E. Loehrke (a cura di), op. cit., p. 56.
60 G. Baumer, op. cit., p. 281.
61 E. M. Forster, The Machine Stops, in A .O . Lewis jr., Of Men
and Machines, New York, 1963, p. 274.
62 F. Kreisler, Tour Weeks in thè Trenches, Boston-New York,
1915, p. 63.
63 Vedi P. Fussell, The Great War and Modem Memory, cit., cap.
V II: Arcadian Recourses; trad. it., La Grande Guerra e la memoria
moderna, Bologna, Il Mulino, 1984, cit., p. 297.
64 Per testi che trattino dell’impatto dell’industrializzazione sulla
decorazione d’interni, la letteratura e lo stile* vedi: L. Litvak, A Dream
of Arcadia. Anti-Industrialism in Spanish Literature, 1895-1905, Austin
(Texas) e London, 1975; H. Sussman, Victorians and thè Machines,

100
La comunità d'agosto e la fuga dal moderno

Cambridge (Mass.), 1975. Ancor più notevoli sono i lavori di Giedion,


Mechanization Takes Command, e L. Mumford, Technics and Civiliza-
tion} New York, 1934; trad. it., Tecnica e cultura, Milano, Il Saggiatore,
19683.
65 T. Veblen, Imperiai Germany and thè Industriai Revolution
(1915), New York, 1946, p. 85; trad. it., La Germ ania imperiale e la
rivoluzione industriale, in T. Veblen, Opere, a cura di F. De Domenico,
Torino, U tet , 1969, pp. 419-420. Le opere standard che trattano dell’im­
patto dell’industrializzazione sulla Germania guglielmina riguardano
cronologicamente il periodo immediatamente precedente il 1914, op­
pure lo scavalcano. Vedi a questo proposito: K. Barkin, The Controversy
over German Industrialization, 1890-1902 , Chicago-London, 1970; R.
Dahrendorf, Gesellschaft und Demokratie in Deutschland, Mùnchen,
1965; trad. it., Sociologia della Germania contemporanea, Milano, Il
Saggiatore, 1968; e F. Stem, The Politics of Cultural Despair. A Study
in thè Rise of thè German Ideology, Berkeley, 1961. L ’opera di
Alexander Gerschenkron è inestimabile; vedi il suo Bread and Demo-
cracy in Germany, New York, 1966, e in particolare il suo Economie
Backwardness in Historical Perspective, Cambridge (Mass.), 1962; trad.
it., Il problema storico dell'arretratezza economica, Torino, Einaudi,
1965.
66 T. Veblen, La Germania imperiale, cit., p. 420.
67 E. Jùnger, Krieg als àusseres Erlebnis, in «Standarte» (supplemen­
to a «Der Stahlhelm»), I (1925), n. 1, 27 settembre.
68 C. von Clausewitz, Vom Kriege (1832), Bonn, 198019; trad. it.,
Della guerra, Milano, Mondadori, 1970, p. 35.
69 C. Zuckmayer, Als wàr ein Stiick von M.ir, cit., p. 199.
70 E. Gombrich, Art and Illusion, Washington (D. C.), 1959, p. 110;
trad. it., Arte e illusione, Torino, Einaudi, 1965, p. 109.
71 G. Bàumer, op. cit., p. 281.
72 E. Tùnger, Der Kampf als inneres Erlebnis, Berlin, 1922, pp.
25-26.

101
Capitolo terzo

Il labirinto della guerra e le sue realtà

Esperienza, rito, metafora

Come riescono gli uomini ad acquisire conoscenza di­


rettamente dal loro ambiente fisico, e come traducono
questa loro conoscenza in linguaggio? È questo il pro­
blema di cui d occuperemo nel presente capitolo. Forse il
modo migliore di inquadrare il problema consiste nel
tornare all’equazione convenzionale fra esperienza di
guerra e rituali di passaggio. È comune reperire questa
equazione nella maggior parte della letteratura di guerra,
tanto comune che la sua assurdità quasi sfugge: infatti,
come abbiamo già rilevato più sopra, i riti d’iniziazione
non storpiano, gasano, uccidono, o distruggono fisicamen­
te i novizi. La guerra non è fatta per istruire i combat­
tenti o per fornire i segni distintivi della loro maturazio­
ne. I riti di iniziazione hanno lo scopo di inserire i singo­
li individui in caselle sociali ben definite: la guerra, e
certamente la prima guerra mondiale, non rappresenta
nulla di tutto ciò. Al contrario, coloro che tornarono dal
fronte erano sovente terrorizzati al pensiero del reinseri­
mento nella loro società d ’origine, o addirittura erano
convinti che non avrebbero mai più potuto trovare una
collocazione sociale.
A dispetto delle loro palesi differenze, guerre e riti di
iniziazione sono stati equiparati spesso e volentieri. Cre­
do che questa equazione poggi sulle analogie della cono­
scenza acquisita nell’ambito di scenari pur tanto differen­
ti fra loro, così come sul contrasto fra questo tipo di
conoscenza e le normali esperienze d’apprendimento. In
guerra, così come nel rituale, gli individui non appren­
dono semplicemente attraverso lo strumento linguisti­
co bensì attraverso la loro immersione nella struttura

103
Il labirinto della guerra e le sue realtà

drammatica dell’evento fisico; Pesperienza di guerra, al


pari dell’esperienza iniziatica, è essenzialmente un’espe­
rienza d’apprendimento non verbale, concreta, molteplice,
che non può assolutamente essere resa in meri termini
linguistici. È questo che Rudolf Binding intendeva osser­
vando che «la guerra è una maestra silenziosa che inse­
gna a divenire silenziosi» \ In guerra all’individuo è ri­
chiesto di imparare a riconoscere le frequenze, i modelli,
le probabilità degli eventi che lo minacciano: acquisire
familiarità con la struttura degli eventi che determinano
le probabilità di sopravvivenza è questione della massima
importanza.
Ma c’è un altro significativo parallelo fra il tipo di
conoscenza acquisita nell’esperienza di guerra e quella a-
cquisita nei rituali di passaggio. La conoscenza ottenuta in
guerra raramente è ritenuta alienabile, qualcosa cioè che
possa essere insegnato, uno strumento o un metodo:
piuttosto era più sovente descritta come qualcosa di in­
tegrato al corpo del combattente, come una sostanza chi­
mica nelle vene, una tacca, una cicatrice, una parte dei
riflessi, una parte della stessa capacità fisica dell’indivi­
duo. L ’analogia migliore della conoscenza acquisita in
guerra è forse quella sessuale, una conoscenza che tra­
sforma il carattere e la condizione di un soggetto da una
fase di innocenza a una fase di amministrazione delle
proprie potenzialità. Questo solleva un’altra questione
che deve essere esaminata alla luce delle realtà di guerra:
e cioè come queste realtà diventino «io», come questa
conoscenza acquisita per esperienza divenga elemento de­
finito della personalità. Questo problema sarà esaminato
nella discussione circa la «personalità difensiva» originata
dalla guerra di trincea.
Per finire, la questione forse più importante: l’espe­
rienza d’apprendimento in guerra, al pari di quella d’ini­
ziazione, fornisce all’individuo un tipo di conoscenza che
potrebbe essere definito «disgiuntivo», piuttosto che in­
tegrativo. Vale a dire che ciò che gli uomini apprendono
in guerra li separa in maniera irrevocabile da tutti coloro
che ne rimangono fuori: l’esperienza di guerra infatti i-

104
Il labirinto della guerra e le sue realtà

stituisce confini generazionali ben precisi fra coloro che


hanno combattuto e coloro che erano «troppo anziani o
troppo giovani» per avere potuto combattere nella Gran­
de Guerra. Ma la conoscenza acquisita sul campo di bat­
taglia è disgiuntiva anche in un altro senso, e cioè nel
suo segmentare la vita dei combattenti in un «prima» e
in un «dopo». La conoscenza e l’identità acquisite in
guerra potevano essere integrate solo con estrema diffi­
coltà in un «io» continuo; è significativo che in guerra i
soldati apprendessero elementi non cumulativi, cose che
non confermavano bensì invalidavano il loro precedente ba­
gaglio di conoscenze, cose che trasformavano le iniziali
attitudini, verità e convinzioni, in menzogne, illusioni,
falsità. Questo tipo di conoscenza è riflesso nell’immagine
del veterano, convenzionalmente «cinico», sospettoso nei
confronti di verità generali, restìo ad accettare termini
impegnativi come «onore», «gloria», «verità», poiché la
sua esperienza diretta gli ha insegnato il valore relativo
di tutto ciò che un tempo reputava vero.
Sottolineare la natura disgiuntiva della conoscenza
acquisita in guerra significa nientemeno evidenziare come
questa conoscenza sia il prodotto di un mutamento irre­
versibile, tanto irreversibile quanto il tracollo di un
mondo amato, familiare, tanto irreversibile quanto una
mutilazione. I temi di fondo in Niente di nuovo sul
fronte occidentale di Erich Maria Remarque — i temi
della perdita della giovinezza, dell’invecchiamento pre­
coce, della disillusione — indicano come la conoscenza di
guerra sia conoscenza viva, parte fisica del singolo indi­
viduo che impone un confine ben preciso fra il suo pre­
sente e il suo passato, fra se stesso e tutti gli altri.
Chiunque esamini l’esperienza della prima guerra
mondiale deve trattare della «disillusione». Nella tesi che
segue sostengo che la disillusione fu nella maggior parte
dei casi funzione dello status sociale del combattente o,
più esattamente, del suo modo di percepire la contraddi­
zione sociale impostagli dal suo status. Senza eccezioni la
disillusione del soldato istruito, proveniente dalla borghe­
sia medio-alta — spesso volontario — sopraggiunse con

105
Il labirinto della guerra e le sue realtà

la constatazione del carattere industriale della guerra in


atto. Coloro che si tuffarono in guerra attendendosi sol­
lievo dalle costrizioni e dai vincoli della società borghese
si accorsero quanto fossero permeabili le membrane divi­
sorie fra pace e guerra: esse lasciavano filtrare le stesse
realtà di fondo che caratterizzavano la vita civile. In
guerra queste realtà tecnologiche definirono una struttura
fisica — il sistema di trincea — che assunse le sembian­
ze di un mondo labirintico, in grado di dettare il com­
portamento, le relazioni sociali, la coscienza di sé del
combattente. In altri termini, la disillusione patita da
tanti volontari è identica alla sensazione di proletarizza­
zione da parte di chi, nella vita civile, non era né avreb­
be mai pensato di diventare proletario. La disillusione è
un processo in base al quale gli individui si sentono
spogliati dalle loro precedenti dignità, dignità che sovente
ignoravano di possedere; inoltre, si tratta di un processo
irreversibile, il cui risultato è un’interiorizzazione, un
tentativo da parte del combattente di derivare la propria
identità dalle realtà di guerra, dalle proprie relazioni con
i camerati e con il nemico che diventa — in ultima ana­
lisi — più familiare e degno di rispetto di tutti coloro
che, in patria, rimangono estranei alla struttura tragica
della guerra.
Un’analisi delle realtà di guerra, del modo in cui i
soldati le interiorizzavano, e riuscivano a rappresentarle a
se stessi e agli altri, può risultare illuminante a fini epi­
stemologici. Una volta affrontata seriamente questa pro­
blematica, si può cominciare ad avanzare una risposta al
problema storico di come e perché l’esperienza di guerra
divenne realtà paradigmatica per i combattenti, un mo­
dello che fu assunto anche in ambito civile dopo la fine
della guerra. Paul Fussell ha mostrato come le metafore e
il linguaggio di guerra venissero proiettati sulle realtà po­
litiche, sessuali, familiari e pedagogiche degli anni Venti.
Sia che gli uomini vedessero o meno il loro mondo poli­
tico e sociale in un’ottica effettivamente diversa, il lin­
guaggio della contesa e della lotta divenne pressoché ob­
bligatorio per convincere della serietà di un argomento.
106
Il labirinto della guerra e le sue realtà

A questo punto dobbiamo fare i conti con il problema di


come le realtà di guerra venissero arrangiate in un orga­
nigramma comprendente le basi della metafora, una strut­
tura ermeneutica in grado di essere adattata a una grande
varietà di scenari.
Non è esagerato affermare che molti combattenti si
abituarono a rapportarsi ad ogni cosa nei termini della
loro esperienza di guerra; e poterono farlo perché l’espe­
rienza di guerra, attraverso le metafore derivate da essa,
divenne qualcosa capace di comprendere tutto. È facile
riportare esempi di come Pesperienza di guerra fu proiet­
tata in ambito politico, familiare, sessuale. Forse l’esem­
pio migliore è fornito ancora da Ernst Junger che, men­
tre era all’opera per la mobilitazione politica dei veterani
nel 1925, scriveva:
Per noi la politica è la prosecuzione della guerra con altri
mezzi. Ma questa guerra politica è condotta sempre più sotto
forma di guerra di trincea, in una situazione di confusione tattica
nella quale le energie sono inibite dalla mancanza di uno spazio
chiaro, libero, dove scatenarsi. Non c’è da meravigliarsi che il
desiderio per la grande azione, e per la grande figura politica
nazionale cresca con sempre maggior inquietudine ed intensi­
t à 2.

Si può qui notare tutta la caratteristica reversibilità


delle metafore mutuate dall’esperienza di guerra. Da un
lato la politica è equiparata alla guerra — un’equazione
non inedita. Ma nella misura in cui il parallelo attinge
alla realtà specifica della prima guerra mondiale, la guer­
ra di trincea, impone una visione politica peculiare: la
politica è identificata come frustrante stasi, caos, costri­
zione e frammentazione delle energie; la situazione poli­
tica è, al pari della realtà della guerra di trincea, una
situazione di contraddizioni profondamente interconnesse
e irrisolvibili da coloro che vi sono immersi. D ’altro can­
to, qualsiasi situazione claustrofobica, politica, sessuale, o
psichica che sia, può richiamare l ’immagine del sistema
labirintico di trincea; attraverso questa immagine l ’ex-
combattente ripiomba nella realtà bellica, ritorna all’e­
sperienza vissuta di profonda costrizione e frustrazione,
107
Il labirinto della guerra e le sue realtà

alla memoria di ciò che sarebbe stato meglio dimenticare


per sempre.
Forse è questo il momento più appropriato per defi­
nire l'accezione del termine «metafora» che sto impie­
gando, e per prendere le distanze da una qualsiasi analisi
letteraria dell'esperienza di guerra. Non mi interessa mol­
to in che misura l'esperienza di guerra fosse integrata,
attraverso strutture culturali o letterarie pre-esistenti, con
una tradizione; né sono particolarmente interessato al-
Pambito da cui possano essere attinte le metafore che
ordinano l'esperienza di guerra. Mi interessa molto di più
come queste metafore vengano impiegate, verificate, in­
tegrate in un'esperienza storica, fino ad acquisire signifi­
cati che prima non possedevano. Quella che io considero
metafora essenziale della guerra di trincea — quella del
labirinto — ha una propria lunga e ricca storia risalente
almeno al Palazzo di Minosse; ma una rassegna di questa
storia non ci direbbe nulla su come l’immagine del labi­
rinto venne sincronizzata, attraverso l'esperienza vissuta
dai combattenti, con le caratteristiche costanti del loro
ambiente fisico. Nessuna delle immagini, convenzionalità,
metafore che ridondano nella letteratura della prima
guerra mondiale, è nuova: ma questo non ha importanza,
e dimostrare con precisione che non si tratta di novità
ci direbbe molto poco dell'esperienza di guerra o di ciò
che questo instillò nei combattenti. È importante invece
dimostrare come queste metafore divennero veicolo di
spiegazione delle esperienze e dei sentimenti più profondi
di uomini invischiati in un groviglio inestricabile di con­
traddizioni fisiche e psichiche, create e riprodotte dalla
potenza della tecnologia industriale.
Nell'unione fra mondo simbolico del linguaggio e
mondo non simbolico dell'esperienza fisica le realtà di
guerra diventano «fatti con cui pensare», con cui fanta­
sticare, da applicare all'azione anche nell'ambito di con­
testi politico-sociali. Ma questa unione è ben di rado una
«libera» scelta, le metafore scelte ben raramente sono il
prodotto di una decisione estetica. L'immagine del labi­
rinto appare tanto frequentemente nei resoconti dei com-
108
Il labirinto della guerra e le sue realtà

battenti non per una sua intrinseca eleganza, bensì per la


sua ovvietà. È una metafora idonea a simboleggiare la
natura frammentata, disintegrata e disgiuntiva del pae­
saggio in cui erano inseriti i combattenti della guerra di
trincea.

Quando, muovendosi in trincea, si incontra un angolo ogni


pochi metri, sembra proprio di vagare in un labirinto. È impossi­
bile mantenere il senso dell’orientamento ed ogni passo costa una
fatica immensa. Quando poi il sistema di trincee è stato squassato
dalla battaglia, la confusione raggiunge il suo grado massimo. Al
posto di una linea di trincee parallele, ben definite, si è costretti
a fare il miglior uso possibile dei tronconi che restano, e che
possono condurre in qualsiasi direzione, magari opposta a quella
che si desidererebbe: un vecchio e tormentato campo di battaglia,
come quello della Somme, diventa infine un labirinto di trincea
senza criterio alcuno3.

Qui Charles Carrington elenca tutte le proprietà del


labirinto di trincee. Il soldato che si sposta avendo in
mente una destinazione ben precisa, si trova dinanzi una
sconcertante profusione di possibilità, tutte potenzialmen­
te fuorvianti, tutte impercettibilmente erronee. Il movi­
mento all’interno del sistema di trincea crea ansia circa la
direzione corretta, ansia che culmina nella sensazione di
essersi perduti. Carrington sottolinea gli effetti della
«storicità» del complesso che sta illustrando: un sistema
che, sebbene costruito inizialmente secondo un progetto,
è stato sconvolto, riparato, di nuovo cancellato dal fuoco
d ’artiglieria e ancora una volta ricostruito. Dopo un certo
periodo di tempo, e dopo riparazioni senza fine, non esi­
ste più percorso alcuno diretto ad una determinata desti­
nazione, bensì solo una sequenza di tronconi disorientanti;
l ’effetto finale della complessità e della storicità stratigra­
fiche del sistema è la sensazione di vivere in un’alluci­
nante precarietà che produce confusione ed esaurimento
psichico.
Franz Schauwecker impiega la metafora del labirinto
in modo diverso: la guerra di trincea è un universo che
non potrà mai essere conosciuto in maniera astratta o
dall’esterno. Semplici spettatori non saranno mai in grado
109
Il labirinto della guerra e le sue realtà

di comprendere una realtà che deve essere attraversata e


vissuta di persona. Questo tipo di esistenza instilla in chi
la vive una conoscenza difficile da spiegare o generalizza­
re: «La posizione diventa una sorta di labirinto attraver­
so il quale si possono destreggiare salvando la pelle solo
coloro che ne hanno acquisito la massima familiarità» 4.
Come nel caso di ogni altra metafora, quella del labi­
rinto utilizza il familiare per dipingere l’ineffabile. È dif­
ficile individuare il punto esatto in cui Pimmagine del
labirinto cessa di essere una mera descrizione delle carat­
teristiche fisiche del sistema di trincea per divenire il
simbolo del destino degli uomini in guerra. Comunque
Pimmagine fu impiegata con insistenza per esprimere la
sensazione che la guerra, iniziata per realizzare i destini
delle nazioni coinvolte, fosse ormai divenuta un enigma,
un mistero. La guerra era un nodo, un groviglio di dire­
zioni incrociate che esauriva le energie di coloro che vi
incappavano. Il mistero di un destino individuale è del
tutto connesso con la «misteriosità» della guerra; Henri
Massis, tramite Pimmagine del labirinto, evoca il mistero
rappresentato dalla guerra:

Ecco infine la trincea che dobbiamo occupare: una banalissi­


ma postazione, resa però misteriosa dal suo sistema di cunicoli
intersecantesi, un labirinto pieno di pericoli ed incognite5.

Ad un altro livello Pimmagine del labirinto rappre­


senta la sensazione — necessaria affinché un qualsiasi
insieme di condizioni possa essere veramente definito una
realtà — dell’ineluttabilità dell’universo di guerra. Nella
misura in cui l’idea di una via d ’uscita diventa sempre
più vaga e remota, il labirinto di trincee diviene sempre
più sommatoria di qualsiasi cosa possa inibire il desiderio
di liberazione da quella situazione. Carrington ha sottoli­
neato le caratteristiche del labirinto di trincee che pone­
vano di fronte ad una apparente libertà di scelta, in real­
tà paralizzante; ma, nella descrizione del labirinto resa da
Henri Barbusse, anche l’illusione della scelta svanisce.
Qui la totalità dell’universo-trincea è rafforzata dalla
110
Il labirinto della guerra e le sue realtà

massiccia fisicità della terra e dall'assenza di mura ester­


ne: la trincea è un sistema privo d'esteriorità.
Poco oltre, lungo la trincea vera e propria, si apre un lungo
cunicolo . . . Penetrare in questo pozzo senza fine significa immer­
gersi nella oscura fisicità del sottosuolo, sentirsi tagliati fuori dal
mondo e prossimi al terribile cuore di tutte le cose. Un angolo
dopo Taltro, si procede lentamente strisciando lungo pareti rigon­
fie, prigionieri di coordinate geografiche, inscritti nell’antitesi sen­
za forma della terra; e il respiro stesso è strappato dalla pressio­
ne di queste p areti6.

Il labirinto di trincee annulla dunque ogni speranza


di uscita. Nel sottolineare la totalità di questo universo,
Barbusse attinge probabilmente al più profondo livello
significante connesso all’immagine del labirinto. Nella sua
descrizione infatti, il labirinto — un mondo compieta-
mente chiuso, sotterraneo — appare come struttura ini­
ziatica che conduce il combattente in prossimità del «ter­
ribile cuore di tutte le cose». Per raggiungere questo
centro, il combattente deve superare una serie di prove,
la sopravvivenza alle quali apporta un mutamento irre­
versibile al suo status esistenziale.
La metafora del labirinto opera su di una serie di
livelli diversi. È una rappresentazione della realtà in cui
si inquadra l’esperienza dei combattenti; ma è una rap­
presentazione che può essere impiegata per definire una
guerra in cui Tintelligibilità dell’agire umano sia stata
sconvolta o profondamente interiorizzata. Nello stesso
tempo essa definisce la struttura in cui hanno luogo le
trasformazioni psicologiche ed esistenziali che fanno dei
soldati di linea «ciò che essi sono». Ma prima che le
realtà di guerra e la personalità-tipo da queste modellata
possano essere esaminate, è essenziale vedere come gli
uomini furono strappati dalle loro condizioni precedenti
per poi trovarsi nel bel mezzo di una guerra che violò le
loro aspettative più importanti.

Ili
Il labirinto della guerra e le sue realtà

Classe sociale e disillusione: il volontario e l'operaio

Quello della disillusione è sempre stato un tema impor­


tante nelPambito della letteratura europea, ed è solo natu­
rale quindi che i combattenti più versatili dal punto di vi­
sta letterario abbiano impiegato questo tema per illustrare
la sequenza dello scadimento delle loro attitudini e aspetta­
tive iniziali. Ma, almeno per la dottrina cristiana, la disil­
lusione è sempre stata considerata un’esperienza positiva,
una dolorosa ma necessaria presa di coscienza, un risve­
glio dall incantesimo esercitato dalle realtà sensuali e ma­
teriali, un rifiuto del mondo delle mere apparenze. At­
traverso questo disinganno, coloro che seguono il sentiero
del Cristo acquistano saggezza e fede nell’esistenza di un
supremo bene, nella propria mortalità, e nel proprio po­
sto in un mondo creato e disposto secondo i fini im­
perscrutabili di Dio. Ma nella prima guerra mondiale di­
sillusione non sta per ravvedimento e ascesa verso la gra­
zia, bensì per avvilimento sociale e spirituale. È univer­
salmente noto che in questa guerra i soldati persero i
loro ideali, il loro senso morale, i loro più nobili e alti
propositi: essi si videro costretti a rassegnarsi alPonnipo-
tenza di quelle realtà materiali che erano già note alla
classe operaia industriale — realtà concrete che venivano
descritte come «industriali» e «tecnologiche». In guerra
disillusione significò perdita di status sociale ed esisten­
ziale ovvero, più precisamente, un processo di auto-ride-
finizione attraverso realtà che possedevano una valenza
morale ed esistenziale notevolmente inferiore alle aspetta­
tive iniziali. Nella descrizione data da Stefan Zweig della
disillusione della sua generazione, la pratica di guerra as­
sume un aspetto piuttosto detestabile nei confronti della
grandezza e della nobiltà degli ideali iniziali: «La guerra
del 1914 . . . era staccata dalla realtà, serviva ancora un’il­
lusione, il sogno di un mondo migliore, più giusto e
pacifico» 7.
Coloro che si presentarono come volontari prove­
nendo da classi medio-alte trascorsero non più di un
anno nei ranghi, quindi ebbero accesso alle scuole allievi

112
Il labirinto della guerra e le sue realtà

ufficiali per tornare al livello della loro classe d ’origine.


Nel loro incontro con le classi inferiori in uniforme,
questi volontari appresero essenzialmente due cose: pri­
ma di tutto, che la loro attitudine verso la portata sociale
della guerra, verso la nazione, verso il significato intrin­
seco del combattimento, ben di rado era condivisa dai
portuali, contadini, operai, minatori, braccianti che com­
ponevano le loro compagnie. E, fatto ancor più impor­
tante, essi conclusero che la loro concezione della guerra
come comunità di destino in cui si sarebbero dovute ri­
conoscere tutte le differenti classi sociali, altro non era
che un’«illusione», una funzione del loro idealismo e in­
nocenza iniziali. Essi compresero che la prima guerra
mondiale era un tipo molto peculiare di guerra in cui le
realtà del combattimento rendevano le loro aspettative
completamente assurde e vane, e invece del tutto realisti­
ci, efficaci, e addirittura esemplari, i comportamenti e le
attitudini dei soldati semplici, degli «uomini».
È importante capire come questo non sia un effetto
necessario della guerra in generale, bensì del particolare
tipo di guerra che si combatte fra il 1914 e il 1918. Fu
questa una guerra in cui Don Chisciotte assunse le sem­
bianze di Sancho Panza, e non il contrario, come ci si
sarebbe attesi. In una guerra di tipo opposto, in una
guerra cioè in cui le ideologie dominanti della guerra
fossero realmente riuscite ad integrare il soldato semplice
nell’ambito di un progetto comunitario e nazionale, c’è
da dubitare che il soldato semplice avrebbe avuto il pote­
re di incrinare a tal punto il comportamento e la coscien­
za di sé dei volontari delle classi borghesi medio-alte. Le
tensioni di classe, l’antisemitismo, il razzismo, sono repe­
ribili in ogni esercito nazionale in guerra: ciò che di
inedito si verifica nella prima guerra mondiale è lo scon­
tro di queste tensioni, un urto che fece crollare l’intero
«significato» della guerra nella sua valenza ideologica.
Questo fu particolarmente vero per l’esercito tedesco,
dove la rottura fra il Kriegsfreiwilliger (il volontario) e il
«soldato semplice» fu molto più traumatica che negli e-
serciti britannico, francese o americano. Nell’esercito te-

113
Il labirinto della guerra e le sue realtà

desco anche il fenomeno della disillusione fu più accen­


tuato, poiché la guerra era stata concepita come possibili­
tà di sfogo per le tensioni accumulate nel processo di
modernizzazione estremamente rapido. L ’immagine della
guerra come impresa al di là di una valenza di classe
ebbe molto più peso in Germania, e fu di conseguenza
più vulnerabile alle realtà di una guerra che espresse,
addirittura amplificandoli, gli odi di classe endemici nella
società borghese.
I tempi e i modi in cui fu acquisita coscienza di
questa realtà nel contesto di guerra risaltano particolar­
mente nell’esperienza di Cari Zuckmayer e Franz Schau­
wecker. Entrambi entrarono volontari in una guerra che
appariva loro come realizzazione del sogno di una comu­
nità naturale. Fu sulla base di questa aspettativa che en­
trambi furono costretti a confrontarsi, in guerra, con il
retaggio della propria estrazione sociale. Zuckmayer indi­
viduò immediatamente il motivo degli scherzi «incredi­
bilmente volgari» di cui era fatto oggetto da parte dei
camerati. Infatti, per grado d’istruzione e classe di pro­
venienza egli era uno Einjahriger, una categoria di volon­
tari che in virtù dello Abitar, corrispondente al diploma
di maturità, potevano diventare ufficiali della riserva do­
po avere trascorso un anno nella truppa semplice. «I ci­
vili benestanti che formavano la riserva ufficiali erano
odiati dai soldati. Noi eravamo destinati ad appartenere a
quella categoria, e i soldati, cui ora stavamo in mezzo a
pari grado, facevano di tutto per prendersi rivincite anzi­
tempo» 8. Dopo la fine della guerra, Zuckmayer divenne
scrittore e drammaturgo, Schauwecker fervente naziona­
lista e uno dei principali «letterati d ’assalto» in Germa­
nia. È abbastanza paradossale che il nazionalismo post­
bellico di Schauwecker fosse imperniato sulla Gemein-
schaft, la comunità del fronte di cui in realtà era stato
bersaglio, vittima designata. Entrambi i letterati divenne­
ro dunque ben presto consci delle implicazioni del loro
precedente status in una guerra che li denudava di tutte
le dignità a quello connesse.
Zuckmayer era figlio di un agiato fabbricante di tappi

114
Il labirinto della guerra e le sue realtà

renano. Nel luglio del 1914 era stato spedito dal padre
sulla riviera olandese allo scopo di allontanarlo dalla sua
prima fiamma — una giovinetta di «buona» famiglia. In
Olanda il ragazzo scrisse poesie, ingaggiando in versi «u-
na lotta disperata contro le miserie dell’educazione re­
pressiva, non più a lungo tollerabile per le .. . [sue]
. . . prorompenti energie intellettuali e morali»9, ed ebbe
una tresca con una servetta. Quando la minaccia della
guerra si fece più acuta, rientrò in Germania presentan­
dosi volontario. Egli andò contro i propri interessi per
sottolineare in questo modo il significato della decisione
volontaria di «andare»: fu la gratuità di questo atto che
fissò la psicologia del volontario, assegnando alla guerra
una dimensione morale ben oltre il semplice stato d’e­
mergenza.
Era evidente di per sé, non c'erano dubbi, non più problemi:
volevamo marciare insieme, tutti quanti, e senza secondi fini —
posso assicurarlo. Non era come se qualcuno si unisse per tema di
sfigurare di fronte agli altri: si può dire che fosse una sorta di
ipnosi collettiva, una decisione di massa, ma senza pressioni, o
riflessioni di coscienza 10.

Questa libera decisione di migliaia di uomini, presa


senza pressioni, anche se ambiguamente vincolata ad una
«ipnosi collettiva», fece della guerra nel suo complesso
qualcosa di più di un atto di difesa della nazione, trasfor­
mandola in movimento popolare, nell’espressione sponta­
nea di un senso comunitario di sacrificio di sé. L ’atto del
volontariato fece dell’entrata in guerra una scelta liberato­
ria, anziché una mera acquiescenza o una necessità imposta.
Zuckmayer insiste sul fatto che questa decisione persona­
le e di tanti suoi contemporanei, condizionò tutta la sua
esperienza di guerra, distinguendolo da coloro che giun­
sero al fronte anche solo un anno più tardi. Infatti per
quelli della classe di Erich Maria Remarque, che indossa­
rono l’uniforme alla fine del 1915 dopo avere subito tut­
to lo sciovinismo dei propri insegnanti, e che si immerse­
ro direttamente in una guerra completamente immobiliz­
zata, il combattimento aveva significato solo come di-

115
Il labirinto della guerra e le sue realtà

mostrazione della schiacciante superiorità dei mezzi sugli


uomini11.
Ma l’entrata volontaria in guerra, tanto importante
per la comprensione dell’agosto 1914, fu pure un atto
che aprì una durissima contrapposizione fra il volontario
e il soldato semplice. Agli occhi di quest’ultimo, richia­
mato con la propria unità di riserva, il volontario rappre­
sentava «un giocatore, un irresponsabile, una personalità
dubbia», preoccupato come era a sbarazzarsi della tran­
quillità e della sicurezza che erano i massimi beni della
vita. La differenza di attitudine fra il volontario e il sol­
dato comune era sovente un riflesso di classe, e sovente
sfociava nella vittimizzazione e nell’umiliazione del volon­
tario.

Per questa «gente del popolo» che noi desideravamo arden­


temente conoscere e comprendere, la vita era il massimo bene.
Chiunque avesse gratuitamente scelto di metterla a repentaglio,
nel senso di essersi «volontariamente» tuffato nel pericolo, anziché
esservi costretto, appariva loro, come minimo, alla stregua di un
giocatore d’azzardo, un irresponsabile, una personalità dubbia . . .
La nostra mentalità era loro estranea e incomprensibile tanto
quanto per noi poteva esserlo, a quel tempo, quella di un minato­
re della Ruhr o di un bracciante polacco. E sebbene non vi
fossero fra loro molti socialisti organizzati, essi provavano nei
nostri confronti una sorta di istintiva ostilità di classe, o quanto­
meno una barriera di classe 12.

Le differenze di classe sociale stavano dunque a signi­


ficare i diversi modi di accesso all’esperienza di guer­
ra, volontariato oppure coscrizione: ma questa diversità
comportava pure differenze d’attitudine nei confronti del­
la guerra. Per il soldato-operaio la guerra significò un
nuovo insieme di mansioni contrassegnate da fatica,
sporco, costrizione; al soldato-giocatore invece, offriva u-
na gamma di ruoli comprendente la possibilità di realiz­
zare virtù ormai obsolete nella moderna società industria­
le. La barriera di classe che divideva il volontario dal
«popolo» appariva evidente sia agli «uomini» sia allo Ein-
jahriger. Karl Jannack, figlio illegittimo di un ferroviere
e membro della Spd di Brema prima dello scoppio della

116
Il labirinto della guerra e le sue realtà

guerra, trovò molto familiare la struttura sociale della


trincea.
Bisogna capire che agli accantonamenti si presentavano due
differenti gruppi di riservisti: i rimpiazzi di linea e gli aspiranti
ufficiali. Della prima categoria c’è ben poco da dire: i suoi
componenti sparivano nelle trincee con noi. Gli altri erano quasi
tutti volontari, per la maggior parte licenziati delle scuole superio­
ri e figli di industriali, alti ufficiali, o senatori. Erano accompa­
gnati dai padri su grosse automobili sempre ricolme di pacchi e
pacchetti n .

Ma in guerra, a differenza che in tempo di pace, gli


«uomini» potevano colpire direttamente il «volontario»,
demolendone le aspettative. Il rude benvenuto riservato
nelle trincee al «giocatore d’azzardo» non è privo di iro­
nia, comunque. Zuckmayer si rendeva conto che il so­
spetto e il risentimento diretti nei suoi confronti avevano
come bersaglio i rappresentanti di una particolare condi­
zione di vita, ovvero quei giovani che beneficiavano di
ricchezze, vantaggi e possibilità di consumo fuori della
portata del soldato semplice: eppure erano precisamente
queste cose che egli aveva voluto ripudiare all’atto d’ar­
ruolarsi volontario!
Era la sensazione di venire punito per ciò che aveva
ripudiato di propria spontanea volontà, e di essere ingiu­
riato per la leggerezza del proprio sacrificio volontario,
che più di ogni altra cosa dava a Zuckmayer l’impressio-
ne di essere finito «in un mondo di nemici peggiori di
quelli che dall’altra parte mi sparavano contro», individui
che erano, ad eccezione del caporale, «tutti demoni sadi­
ci . . .» 14. Zuckmayer percepiva di essere umiliato per il
suo status sociale di provenienza, e canzonato proprio per
avere ripudiato quello status. Questa duplice condanna si
manifestava in tutta evidenza nella posizione veramente
insostenibile in cui Zuckmayer era indotto dalla valanga
di pacchi che sua madre spediva senza tregua. Si trattava
di ricordi concreti proprio di quel mondo «ammuffito,
fossilizzato» che egli si era lasciato alle spalle. Se egli
non avesse diviso il contenuto di quei pacchi-dono con la
propria squadra sarebbe stato un cattivo camerata, ostra-

117
Il labirinto della guerra e le sue realtà

rizzato, isolato; dividendoli, era considerato come un in­


dividuo privilegiato che accondiscendeva a spartire un
poco della propria ricchezza, irritato comunque per que­
sto suo rapporto con il «popolo». Queste tensioni si ri­
solsero solo con l’accesso alla scuola ufficiali, dove final­
mente si trovò in mezzo a giovani della propria estrazio­
ne sociale.
Zuckmayer si rendeva conto della penosa ironia con­
nessa alla sua breve permanenza fra il popolo: come vo­
lontario aveva visto nella guerra un sollievo, una libera­
zione, ma ciò fu recepito dai suoi camerati come una
conferma della libertà dalla necessità goduta dalla gente
della sua classe. Anche Franz Schauwecker si aspettava di
trovare in guerra una comunità maschile legata da vincoli
d’onore e disciplina, aliena da calcoli d’interesse materia­
le. E anch’egli divenne bersaglio dei suoi camerati preci­
samente per avere scelto di ripudiare i vantaggi della sua
posizione, e venendo in ogni caso bollato come portatore
di ciò che egli aveva inteso lasciarsi alle spalle all’atto
dell’arruolamento volontario. Ma Schauwecker patì la
Gemeinschaft delle trincee per tre anni e mezzo, un pe­
riodo di tempo veramente inconsueto per un individuo
della sua estrazione sociale.
Negli anni Venti e Trenta, Schauwecker fu uno di
quei portavoce del nazionalismo dei veterani che tentaro­
no di tradurre l’esperienza di guerra in esperienza nazio­
nale. La fissazione quasi ossessiva sulla Gemeinschaft del
fronte, così come la natura peculiare di quel tipo di co­
munità, induce a sospettare che il nazionalismo post-bel­
lico di Schauwecker fosse un tentativo di rimarginare le
profonde ferite inferte dalla concreta realtà di guerra. I
libri di Schauwecker insistono infatti sull’unità dell’uni­
verso maschile accalcato nelle trincee: i soldati sono uo­
mini isolati dalla patria, che sopportano l’indicibile, che
rappresentano la speranza di una «Germania futura». Ma
non appena si guardi con maggiore attenzione alla sua
stessa esperienza di guerra, si scopre come nulla fosse più
problematico di quel complesso di collaborazione, unità
di volere, e superamento dell’io individuale, che si pen-

118
Il labirinto della guerra e le sue realtà

sava caratterizzasse la Frontgemeinschaft.


Schauwecker entrò in guerra all’età di ventiquattr'an-
ni, laureato (Berlino, Monaco, Gottinga), e con una car­
riera accademica in prospettiva. Come figlio di un ufficia­
le daziario di Amburgo, trascorse una giovinezza in rigo­
roso isolamento dal «popolo». Nell’agosto del 1914 egli
aggiunse lo svantaggio dell'arruolamento volontario ai già
seri inconvenienti connessi al suo status di membro i-
struito, anche se insoddisfatto e inquieto, delPalta bor­
ghesia. La sua estrazione sociale, la sua istruzione, e il
suo idealismo, lo resero bersaglio dell’odio espresso dagli
scaricatori di porto che formavano la maggioranza della
sua compagnia.
* Il fuoco nemico, le ferite, i tormenti della guerra non erano
risparmiati a nessuno; ma io trascorsi sei mesi interi sotto un
ulteriore sconfortante giogo di disprezzo e umiliazione . . . Nel­
l’ambito della mia compagnia i miei stessi camerati — per la
maggior parte portuali di Stettino — non perdevano l’occasione
per giuocarmi scherzi con genuina perfidia, addirittura anche dopo
la prima grossa battaglia cui prendemmo parte, poiché essi, uomi­
ni d'azione, vedevano in me un rachitico, inferiore fisicamente e,
inoltre, lo stolido volontario di guerra, il bambino che intendeva
giocare con la vita e la morte; e perché essi, operai socialisti,
subodoravano in me l’individuo viziato, il privilegiato di buona
famiglia, il laureato. Ero l’unico soldato con istruzione superiore
nella mia compagnia . .. Ciò significa: stavo da solo, vale a dire,
ero isolato, emarginato. Questa sensazione non mi abbandonava
mai15.

Gli veniva rifiutato il rancio mentre tutti i suoi ca­


merati riempivano due volte la gavetta; il suo fucile me­
ticolosamente oliato e pulito veniva regolarmente sosti­
tuito con uno sporco poco prima di una ispezione. Dopo
il battesimo del fuoco, che avrebbe dovuto rendere tutti
eguali e solidali, gli furono rubate le razioni di riserva e,
accusato di averle mangiate, fu punito: legato a un albe­
ro per tre lunghe ore sotto la sferza dell'inverno polacco,
subì i frizzi e i lazzi dei camerati, compreso quello che
aveva rubato e divorato le sue razioni.
L'esperienza di Schauwecker della Gemeinschaft del
fronte fu quella di una vittima. Le forme manifeste di

119
I l labirinto della guerra e le sue realtà

persecuzione ebbero termine solo dopo una mischia in


cui Schauwecker si guadagnò un certo rispetto nella cer­
chia degli «scaricatori di porto». Eppure, per tutto il
periodo di tre anni e mezzo che trascorse nella truppa,
Schauwecker continuò a patire un senso di emarginazione
dovuto alla sua provenienza di classe.
Lunghi anni trascorsi su di un’isola abitata ma arida, fra
uomini che ti passano accanto velocemente, cui si parla per caso,
con cui si ha a che fare per caso, cui si rivolge parola senza
ottenere risposta, che stanno al sole senza fare ombra: tutto ciò
non solo deprime e sconcerta, ma rende indifferenti e abulici16.

Si viene delineando sempre più nettamente il quadro


dell’esclusione, dell’isolamento. Schauwecker apprese a
starsene in disparte, silenzioso, ad ascoltare, e a difender­
si fisicamente contro i suoi stessi camerati; egli fu capace
di reprimere la propria animosità verbale che gli guada­
gnava sospetto, ed acquisì invece la durezza e Pimpene-
trabilità caratteristiche del veterano. Le fatiche, i dolori,
le esperienze comuni cementarono un minimo di camera­
tismo nella sua compagnia, da cui egli non era escluso:
ma non era certo questa la realizzazione delle sue aspet­
tative iniziali. È difficile non notare il calo d’entusiasmo
nella sua descrizione della «trasformazione» operata dalla
guerra nell’«anima» del soldato di linea.

Pian piano, gradualmente, cominciava la trasformazione inte­


riore, nell’anima stessa: per l ’individuo istruito e sensibile, questo
processo assumeva i toni di un’estenuante tortura, in una scuola
dura fino alla crudeltà, che educava secondo i canoni di vita più
primitivi, terribile proprio per la ragione che sviluppava e model­
lava solo ciò che di fisico e istintuale c’è nell’uomo 17.

Schauwecker riuscì ad instaurare un rapporto con gli


«operai socialisti» della sua compagnia non tanto sul pia­
no etico della Gemeinschaft, come si era aspettato, quan­
to sul livello veramente minimale delle comuni fatiche e
privazioni fisiche, rispetto alle quali la sua educazione
non gli era che di ulteriore impaccio. L ’interdipendenza
organica della comunità maschile, il superamento dell’in-
120
Il labirinto della guerra e le sue realtà

dividuali tà, l ’abolizione delle differenze di classe — tutte


le sue aspettative — non erano nulla di fronte a quella
realtà schiacciante.
La storia dell’umiliante apprendistato dei volontari è
narrata da molti altri. Generalmente l’umiliazione aveva
termine non con l’integrazione del volontario nel «popo­
lo», bensì con la sua promozione al grado consono alla
sua classe d ’estrazione, o con il progressivo rimpiazzo dei
«vecchi» con nuovi coscritti. Eppure, questo scontro ini­
ziale fra i volontari e gli uomini del «popolo» non fu
questione di classe, quanto d’aspettative. Il volontario,
secondo Schauwecker, era la «creatura più disprezzata e
odiata dell’intero fronte»: la sua disillusione non veniva
compresa perché era basata su aspettative completamente
estranee alla maggior parte della truppa. «I soldati ride­
vano della sua disillusione, sghignazzavano delle sue gof­
faggini, schernivano la sua maldestra attitudine al servi­
zio e alle marce» 18; nel loro maggior senso pratico, nella
ricerca di evitare i compiti più scomodi e pericolosi, di
trarre maggior profitto personale dalle situazioni e, in
particolare, in ciò che pensavano del sacrificio di sé, essi
differivano in modo essenziale dalla maggior parte dei
volontari.
Per il «popolo» la guerra era qualcosa a cui bisogna­
va cercare di sopravvivere; per Schauwecker era una sin­
golare occasione per sottrarsi ad una carriera che non
aveva scelto, era un’opportunità di auto-realizzazione nel
corpo collettivo della nazione. Ma la differenza fonda-
mentale fra lo «spirito ludico» del volontario e gli altri
soldati, che invece consideravano la guerra alla stregua di
lavoro forzato, stava nelle attitudini contrapposte riguar­
do la vita al fronte. Per il volontario la vita era qualcosa
che acquistava valore tramite il sacrificio; per il lavorato­
re era qualcosa da preservare ad ogni costo. Questa atti­
tudine contribuì enormemente a caratterizzare il tipo di
guerra in cui Schauwecker visse per tre anni. Il fronte
era mantenuto dal tacito accordo fra «nemici» che tende­
vano a ridurre le ostilità a quel minimo che permettesse
la sopravvivenza.
121
Il labirinto della guerra e le sue realtà

Nei momenti di quiete viene fatto di tutto per mantenerla. Se


si cannoneggiano i bunkers e i ricoveri degli avversari, questi
fanno lo stesso, entrambe le parti restano senza ripari, ma nessu­
no v in ce. . . Per la stessa ragione gli ordini alle pattuglie di
catturare prigionieri incontrano scarsa approvazione e ancor meno
volontari. Le possibilità di successo sono troppo scarse, e la vita è
considerata troppo preziosa per essere rischiata a questo modo.
Ogni ostilità gratuita, ogni ricerca d ’ostilità fine a se stessa, appa­
re al soldato di linea come qualcosa di frivolo, un gioco immorale
su quel sommo bene che è la vita; e un gioco del genere viene
intrapreso solo per odio, ambizione, o desiderio di decorazio­
n i 19.

La lezione del fronte era abbastanza semplice: il sol­


dato di linea preferiva serbare la vita anziché sacrificarsi.
Il volontario era odiato e disprezzato non solo perché
sovente rappresentava una classe sociale più elevata, ma
anche perché la sua etica del sacrificio e la sua abnega­
zione potevano scatenare reazioni che avrebbero messo in
pericolo Pesile tre g u a su cui si b a sa v a la possibilità di
sopravvivenza dei più. La realtà fisica e sociale della
guerra vanificava Pideologia di cui il volontario era por­
tatore. A Schauwecker e ad altri parve che fosse proprio
questo a privare la guerra di ogni significato, rendendola
un macello insensato, un enorme «insaziabile ventre» a-
limentato con vite umane.
* Nel 1929, dieci anni dopo la fine del conflitto,
Schauwecker era ormai sufficientemente distante da que­
ste realtà agghiaccianti da potere sostenere di nuovo che
la guerra fosse esperienza comunitaria e nazionale, co­
niando il motto del Soldatisches Nationalismus: «Nel
1914 il popolo tedesco si mise in marcia. Nel novembre
del 1918, la nazione tedesca rientrò in patria. Fra le due
date dimora la penetrazione del nazionalismo nella realtà
politica»20. L ’indeterminatezza di quel «fra» diventa
comprensibile tenendo presente Pidealizzazione della co­
munità del fronte. Schauwecker modellò il suo naziona­
lismo sulla propria devastante esperienza di guerra: la
comunità del fronte altro non era infatti che la proiezio­
ne delP«isolamento», della «solitudine» di Schauwecker,
della sua sensazione di essere tagliato fuori dalla vita.
122
Il labirinto della guerra e le sue realtà

Così, egli proiettò questa sua sensazione di essere abban­


donato sul soldato di linea in generale, come caratteristi­
ca essenziale: «E dunque tornammo in patria senza ban­
diere spiegate al vento, senza fanfara, senza alone di glo­
ria, senz’altra ricompensa oltre a ciò che portavamo den­
tro noi stessi — abbandonati dal mondo intero»21. Il
fronte era un mondo isolato, tagliato fuori, di uomini
emarginati che avevano rovesciato e interiorizzato tutti i
correlati della propria identità. Era questo fronte che ri­
vendicava quel titolo di «nazione» che il resto del pae­
se aveva ormai abbandonato: «Ci è stato martellato
dentro per quattro anni con sangue, sudore e lacrime: noi
non siamo soli, siamo un corpo compatto, completo, sia­
mo una nazione» 2 .
Sembra dunque che nell’impatto di Zuckmayer e
Schauwecker con il «popolo» in guerra, la loro attesa di
un’esperienza nazionale e anti-classista si sia mostrata in
tutta la sua illusorietà. Entrambi riconobbero di essere
entrati in guerra con «leggerezza», come dilettanti che
non potevano essere presi seriamente dai soldati comuni,
i cui stivali erano incrostati di realismo. Le loro aspetta­
tive si erano formate nel sogno di un tempo passato, un
tempo in cui sembrava ancora possibile costruire un’anti­
tesi etica al mondo borghese. Essi avevano creduto che la
guerra fosse negazione dell’interesse materiale, e si ritro­
varono immersi nientemeno che nella Materialkrieg. In
agosto avevano creduto che la guerra avrebbe scosso tut­
te le artificiali distinzioni sociali e fuso ogni frammento
di coscienza nazionale in un tutt’uno cristallino. Si accor­
sero che poteva anche essere vero: ma questa unità del
fronte si realizzò nell’abbandono di ideali e nobili scopi,
e si concretizzò in proletarizzazione forzata, in una guerra
che non era gioco, bensì lavoro.
L ’accorgersi che la guerra fosse lavoro e che il came­
ratismo dei soldati poco avesse di diverso dalla comune
soggezione quotidiana alle necessità del lavoro manuale,
costituì l’essenza della disillusione del volontario. I parti­
colari della disillusione di Zuckmayer sono gli stessi re­
peribili nelle lettere e nei ricordi di tanti altri volontari.

123
Il labirinto della guerra e le sue realtà

E fui sconvolto dalla disillusione. La durissima scuola di


guerra era cominciata, ed era Finfemo — ma non perché piena di
pericoli ed orrori. Tutto era completamente diverso da come Fa-
vevo immaginato, e soprattutto il «cameratismo»! Si trattava di
imparare ad essere un «individuo qualsiasi», da cui nessuno si
attendeva altro che non fosse il suo grigio, anonimo, sporco
lavoro. Altro che «gesta eroiche»! Ci si doveva sottoporre alle
prove più ardue, sempre più difficili da sopportare man mano
passava il tempo: la noia mostruosa, lo sfinimento, la banale,
meccanica quotidianità di una guerra in cui terrore, paura, e
morte scandivano i tempi come in un processo industriale senza
fine

La guerra non era dunque il luogo dell'eroismo, l'e­


lemento di violetta che avrebbe favorito soldati di pron­
tezza e coraggio eccezionali. Il mutamento d'identità e-
sperito in guerra è sinonimo di declassamento, delF«im­
parare a diventare uno qualsiasi». Il cameratismo nasce
dal comune destino di proletarizzazione, di comune sog­
gezione alle fatiche di un lavoro fisico senza fine. In
questa guerra i soldati non sono altro che compagni di
sventura in un «processo industriale senza fine»; ma il
peggio è che la guerra si rivelò una «noia mostruosa»,
segnata solo da paure e ansie improvvise. Rendendosi
conto di ciò, Zuckmayer abbandonò l'aspettativa che sta­
va alla base del suo iniziale entusiasmo per la guerra, e
che non trovò mai riscontro nella realtà concreta — e
cioè che la guerra avrebbe permesso gratificazioni, piaceri
e soddisfazioni che erano vietati o proscritti in una vita
finalizzata all'adempimento dei doveri sociali. La guerra
si era rivelata al volontario in tutta la sua mostruosità,
ma questa mostruosità altro non era che una versione
distorta e concentrata della «meccanica quotidianità» di
una vita industrializzata: e, nella guerra industrializzata,
la vita dell'operaio rappresentò il modello per quella del
soldato.
La disillusione di tanti volontari precipitò nell'accor-
gersi che la guerra era lavoro fisico, manuale. Come am­
mise Ernst Jùnger, un individuo la cui visione della
guerra era quella di un universo di avventura ed eroi­
smo: «Cambiammo ben presto il mantello luminoso del-

124
Il labirinto della guerra e le sue realtà

l’eroismo con la sporca tuta dell’operaio» 24. Questa guer­


ra era questione di tane, di cunicoli scavati nella terra,
una guerra in cui si trovavano a loro agio contadini, mi­
natori, scavafossi. Il «guerriero eroico» era più alienato
dalla realtà di questa guerra di quanto non fosse mai
stato dalle realtà della vita civile nella Germania pre­
bellica.
La romantica, mobile immagine della battaglia fu sostituita da
quella di un lavoro monotono, pericoloso, che non concedeva
soste, notte e giorno. L ’eroismo divenne un banale, cupo susse­
guirsi di turni di guardia, trinceramenti, corvées, fame e impoten­
te permanenza nel costante pericolo25.

Pochi volontari avevano avuto quello stesso forte in­


vestimento emotivo nella guerra come antitesi alla mo­
derna società industriale che contrassegnò le aspettative
di Jiìnger e Zuckmayer. Altri volontari si accontentarono
di descrivere il loro «lavoro di guerra» lamentandosene,
in toni tristi o ironici: «Gli operai attendono la notte, il
nemico attende la notte. Infatti egli ragiona: con il favo­
re delle tenebre potremo rafforzare i nostri capisaldi più
avanzati. Così il senso della vita sta nell’oscurità» 26. La
testimonianza di un altro volontario è particolarmente i-
ronica riguardo al contrasto fra l’immagine della guerra
prima dell’arruolamento e quello che essa si rivelò effet­
tivamente: «Ti scrivo che la pausa di mezzogiorno è pas­
sata e dobbiamo rimetterci al lavoro. Lavoro? Sì, dovre­
sti proprio vederci: siamo talpe perfette» 27.
L ’ironia è implicita: quelli a casa potevano capire le
realtà di guerra solo vedendole in termini di turni di
notte, inconvenienti di cantiere, stacchi per colazione e
caffè, esaurimento fisico e psichico degli uomini al termi­
ne del loro turno di otto-dieci ore di lavoro. Molti di
coloro che patirono questa disillusione non vollero toglie­
re a quelli in patria un tipo di immagine che rendeva
loro intellegibile l’attività di guerra. Proprio l’analogia
fra guerra e produzione industriale, fra combattimento e
manodopera, scavò un solco fra il fronte e il paese, gene­
rando quel distaccato silenzio che avrebbe caratterizzato

125
Il labirinto della guerra e le sue realtà

coloro che non intendevano rivivere nelle parole e nei


discorsi la loro umiliazione.
Dietro le peculiari disillusioni dei volontari, si può
cominciare a intravvedere il paradosso della guerra come
esperienza sociale produttrice di una particolare specie di
conoscenza sociale: essa fu esperienza di vita formalmen­
te «senza classi» in cui però le differenze e le tensioni di
classe erano acutamente sentite da e fra gli individui.
Non si può ignorare quanto il termine «cameratismo»
cambiasse di significato nel contesto della guerra di trin­
cea: una cosa era l’entusiasmo dell’agosto, e un’altra il
«processo industriale» senza fine che si rivelò essere la
guerra. In agosto l’entusiasmo per la guerra poggiava sul­
l ’assunzione che la comunità fosse questione di volontà,
impegno, sentimento, coscienza; una volta che la dichia­
razione dell’alternativa morale, la dichiarazione di guerra,
avesse cancellato le basi materiali del sentimento di clas-
se, più nulla avrebbe impedito il coagulo del sentimento
d ’amicizia, qualcosa di naturale, organico, latente dietro
la artificiosa impalcatura della vita economica e sociale.
L ’esperienza di tanti volontari rivelò completamente illu­
sorio questo sentimento comunitario. Le loro stesse a-
spettative, il loro stesso entusiasmo, li segnarono, agli
occhi dei portuali e dei muratori che riempivano i ranghi,
come «loro», cioè come membri di una società che gode­
va di una peculiare libertà dalla necessità28: il volontario
vedeva la guerra come funzione della sua libertà di scel­
ta, l ’«individuo qualsiasi» come imposizione di quelle ne­
cessità che lo vincolavano al lavoro. Il ruolo che le ne­
cessità materiali e fisiche — mangiare, bere, lavorare,
defecare, bestemmiare, comportarsi in maniera dura e
volgare — ebbero nella disillusione dei volontari è signi­
ficativo; infatti, mentre queste cose erano molto impor­
tanti e abituali per la maggior parte della truppa, per i
volontari avevano sempre avuto un significato irrilevante.
Il cameratismo che Zuckmayer, Schauwecker e molti
altri volontari trovarono e furono costretti ad accettare
non era il prodotto di un sentimento, bensì delle condi­
zioni materiali di vita nelle trincee — un cameratismo

126
Il labirinto della guerra e le sue realtà

molto meno esaltante, luminoso e altruistico di quanto si


fossero aspettati. Le verità della guerra erano luoghi co­
muni, anziché quelle rivelazioni inedite che ci si attende­
va dalla magia del campo di battaglia. Henry de Man,
socialista belga prima della guerra, raggiunse il contingen­
te belga delle forze alleate, chiedendosi perché mai gli
uomini continuassero a combattere dopo avere perso i-
deali, principi, fede negli scopi della guerra. Egli com­
prendeva la costrizione fisica che inchiodava i soldati nel­
le trincee — il fuoco del nemico di fronte, la pistola
dell’ufficiale alle spalle — ma reputava che questi motivi
non avessero nulla a che fare con l’«etica» e il senso del
dovere da cui si trovava circondato: si trattava di un’eti­
ca che aveva ben poco in comune con l ’alto onore dell’a-
gire in difesa della patria, essendo piuttosto radicata nel
più comune «desiderio di non deludere chi si attende
qualcosa da te. È questo istinto che rende normale sfor­
zarsi di fare bene il proprio lavoro, anche per il meno
istruito degli operai» 29. I valori che cementavano l’eserci­
to erano identici all’«orgoglio dell’uomo sul suo lavoro»,
perché in questa guerra, come sottolinea de Man, com­
battere non era solo analogo al lavorare: «la maggior
parte del dovere di un soldato è lavorare» 30. Questa era
la base del cameratismo bellico, un cameratismo radicato
in quelle minimali connessioni umane permesse, e anche
richieste, in un universo in cui ciascuno era potenziale
vittima dell’anonima forza dell’acciaio e degli agenti chi­
mici.
La scoperta che la guerra era lavoro e il guerriero
un operaio non rappresentava una disillusione per i sol­
dati della compagnia di Schauwecker, o per i minatori
gallesi sotto il comando di Robert Graves. Essi continua­
vano, come in tempo di pace, a scavare pozzi e gallerie:
il lavoro era simile, solo che i crolli e le esplosioni erano
più frequenti, e i capisquadra indossavano uniformi. Ma
questa guerra era deludente per coloro che si aspettavano
di trovarvi una sfera morale d’azione, una comunità lega­
ta dai vincoli organici della nazionalità, un mondo che
avrebbe dovuto assumere significato proprio in antitesi

127
Il labirinto della guerra e le sue realtà

alla routine quotidiana del tempo di pace. In questa


guerra, quei figli della borghesia inizialmente imbevuti di
attese ideali si familiarizzarono con attività e rapporti u-
mani che erano loro completamente sconosciuti, e che
sarebbero rimasti tali se essi avessero seguito le loro
normali carriere civili.
È difficile vedere nella disillusione dei volontari
qualcosa di diverso da una proletarizzazione militarizzata,
un processo in cui essi persero un «io» sociale che igno­
ravano di possedere. Come sperimentarono Zuckmayer,
Schauwecker, Robert Graves, Siegfried Sassoon e tanti
altri, fu decisamente peggio essere privati di quei valori
positivi, e del tutto interiorizzati, della cultura borghese
— i valori di eguaglianza nella libertà dalla necessità, la
visione di un'individualità collettiva, di una comunità
fondata su di una volontà comune — di quanto non
fosse stato abbandonare i caratteri negativi di quella stes­
sa cultura, codificati come «materialismo», «egoismo»,
«era della macchina», «conflitto di classe». Nella loro
disillusione si può vedere la perdita di un sentimento
positivo interiorizzato e idealizzato che sarebbe stato dif­
ficile rimpiazzare; nella loro reazione alla guerra-lavoro,
nella rassegnazione alle occupazioni noiose, stupide, in­
terminabili e pericolose, molti borghesi in uniforme as­
sunsero quelPamarezza e quel risentimento che fino allora
avevano contraddistinto gli appartenenti alle classi infe­
riori. L'amarezza fu diretta contro i managers della guer­
ra, lo stato maggiore, così come contro coloro che, a
casa, godevano di «sicurezza e comodità» e non potevano
comprendere le sofferenze dei soldati al fronte. Questa
traduzione in termini militari del risentimento sociale, del
senso di essere vittime di un'ingiustizia, trovò seguito nei
gruppi di veterani del dopoguerra.
Ma forse l'aspetto più significativo dell'esperienza so­
ciale di guerra fu l'attenuarsi sia del senso di colpa sia
del romanticismo con cui i figli della borghesia, etica­
mente insoddisfatti, avevano sempre considerato gli ap­
partenenti alle classi inferiori, ^ bruciante disillusione

128
Il labirinto della guerra e le sue realtà

senso di colpa sociale da tempo accumulatosi; e anche la


guerra in generale potrebbe essere considerata sotto que­
sto aspetto. Jiinger finì per vedere le proprie aspettative
iniziali, che la guerra cioè potesse significare liberazione
dal materialismo, con grande ironia alla luce di ciò che
poi effettivamente accadde — una guerra in cui il solda­
to era vittima di «orgie di materiale», della liberazione
sulla sua testa di milioni di ore di lavoro di operai in­
dustriali «oggettivate» in milioni di tonnellate di bombe.
Jiinger vedeva la Materialkrieg come espiazione di peccati
che, analogamente al peccato originale, i suoi penitenti
non sapevano di avere commesso. La guerra industrializ­
zata puniva i figli per i peccati dei padri.

Qui una generazione intera espia le colpe da tempo accumula­


te, qui essa esperisce dentro di sé il collasso di un’intera epoca e
le sue prospettive. Certamente la maggioranza prova tutto ciò in
modo animale, soffrendo senza sapere perché . . . Qui di fatto
un'età che vide il proprio supremo ideale nella materia subisce un
tremendo castigo dalla materia ste ssa31.

Questa guerra non fu semplicemente lavoro, bensì la­


voro alienato, una guerra che invalidò Posservazione di
Marx secondo cui la società capitalistica avrebbe compor­
tato la distruzione di uomini ai fini della produzione di
merci: qui, nelle trincee, Punico scopo della guerra
sembrava la distruzione di uomini e di merci. Nel con­
tempo, la realtà di guerra sollevò con intensità e concre­
tezza n u o v e i problemi che si erano creduti «risolti» con
la sua dichiarazione: il rapporto fra classi sociali sfrutta­
trici e sfruttate, i rapporti degli uomini con i mezzi di
produzione, che in guerra divennero mezzi di distruzione,
il rapporto fra padroni, managers, e operai della guerra.
Tutti questi problemi sono cristallizzati nella presa di
coscienza della guerra come lavoro; di certo la realtà di
guerra cancellò ogni residua illusione che potesse esserci
un ordine di esistenza separato e distinto dalPordinamen-
to economico di «produzione, salario e profitto». Se il
volontario entrò in guerra come «giocatore», divenne ben
presto un «uno qualsiasi», vincolato al proprio massa-

129
Il labirinto della guerra e le sue realtà

orante lavoro. In modo inatteso, la guerra fu un’esperien­


za modernizzante per milioni di uomini, di tutte le classi
sociali, che non avevano ancora conosciuto la totalità in­
dustriale. Essa annientò ogni convinzione che esistessero
due distinte sfere di valori ed azioni, un mondo pre-in-
dustriale e uno industriale.
L ’universo di guerra non si rivelò universo di libertà.
Al soldato schiacciato dalla potenza dei materiali era ne­
gata ogni «libertà d’azione» eccetto che nella fantasia, e
anche le sue fantasie furono comunque prodotto delle
costrizioni, pressioni, e privazioni che caratterizzarono la
sua sopravvivenza. Negli angusti spazi della trincea la
guerra si rivelò lavoro, e non nel senso etico, bensì nella
più antica accezione del termine. Essa non era una voca­
zione, non un processo in cui l ’individuo modellasse la
propria identità e arricchisse il mondo con il valore del
proprio prodotto: era lavoro come sofferenza necessaria,
come continuo travaglio, e, al limite, come espiazione di
una «colpa accumulata da tempo», come espiazione som-
ministrata da un mondo di macchine che era diventato
ribelle e nemico, alieno e onnipotente allo stesso tempo.

La realtà tattica del caos

Fra il 1914 e il 1918 molti milioni di uomini esperi­


rono sulla propria pelle la realtà dell’industrializzazione
in termini militari. È importante capire cosa fossero
queste realtà di guerra, e quanto fossero percepite come
cristallizzazioni dello sviluppo economico e tecnologico; è
importante capire anche come i combattenti percepissero
l ’«ordine» sottostante a queste realtà. Questo ordine fu
dapprima visto come quadro «tattico», ma lentamente la
guerra di trincea trasformò l’esigenza tattica, imponendo
una tipica mentalità difensiva.
All’apice di queste condizioni di guerra stava la con­
statazione di quanto la potenza della tecnologia p a ra liz ­
zasse le possibilità di movimento umano: la superiorità
della potenza di fuoco difensiva sulle truppe attaccanti
130
Il labirinto della guerra e le sue realtà

era il primo, ovvio, indiscutibile dato di fatto della guer­


ra — sia per gli stati maggiori che per le truppe. Questa
superiorità convinse Ernst Toller di essere partecipe di
un mostruoso paradosso, in cui i combattenti erano co­
stretti ad apprendere «che la tirannia della tecnologia re­
gnava in modo ancor più onnipotente in guerra che in tem­
po di pace» 32. La confusione dei c o m a n d a n ti era g ra n d e
tanto quanto la disillusione di quei soldati che erano scesi
in campo con ima concezione «offensiva» del loro compito.
Nel primo anno di guerra si fece lentamente strada la
consapevolezza che la guerra di trincea altro non fosse se
non il prodotto diretto di un secolo di sviluppo tecnolo­
gico.
J. F. C. Fuller ricorda che il moschetto napoleonico
aveva una portata di neanche cento metri. L ’invenzione
del bossolo d’ottone migliorò la prestazione del fucile al
punto che il soldato della guerra civile americana aveva
la possibilità di colpire un bersaglio a mezzo chilometro;
e nel 1900 i soldati europei disponevano ormai di fucili
a ripetizione in grado di far centro a un paio di chilo­
metri. Questo incremento di venti volte nella portata di
fuoco nell’arco di un secolo significò che le truppe attac­
canti subivano il fuoco difensivo molto più a lungo, in­
correndo in perdite molto più pesanti. Fuller calcolò che
un fuciliere prono dietro un riparo in terra offrisse ri­
spetto all’attaccante semi-eretto solo un ottavo di superfi­
cie esposta; in termini di contabilità tattica, ciò significa
che mille difensori proni che avessero aperto il fuoco su
duemila assalitori potevano godere di un vantaggio di
7.500 colpi.
Il significato tattico dell’incremento nella portata e
nel volume di fuoco del fucile moderno risaltò nella
guerra anglo-boera. Grazie alla rapidità di tiro fu possibi­
le «impiegare estensioni della linea difensiva inconcepibili
nelle battaglie del passato, e di conseguenza vanificare
ogni attacco frontale» 33. Nonostante la sua esilità, questa
linea difensiva enormemente allungata resse e, con rag­
giunta di mitragliatrici e barriere di filo spinato, la sicu-

131
Il labirinto della guerra e le sue realtà

rezza della linea di difesa e l’efficacia del difensore furo­


no ulteriormente accresciute.
Ma fu lo sviluppo del pezzo d ’artiglieria a tiro rapido
a dettare l’ultima parola sull’assetto definitivo del fronte.
Il cannone a tiro rapido costrinse il nemico a trincerarsi,
e il trinceramento costrinse l’artiglieria a posizionarsi
fuori dal campo visivo, dietro la linea dell’orizzonte, e ad
adottare il tiro indiretto. Il tiro indiretto complicò ulte­
riormente il sistema difensivo, che da allora necessitò di
osservatori, comunicazioni telefoniche, segnali luminosi,
staffette, e della specializzazione del fuoco d’artiglieria.
Nel trarre le sue conclusioni dall’esperienza della
guerra russo-giapponese, J. M. Homes, maggiore dell’e­
sercito britannico aggregato come osservatore presso lo
stato maggiore giapponese, rimase acutamente impressio­
nato dalla preponderanza dell’artiglieria moderna: «H o
capito che l’artiglieria è divenuta l’arma decisiva, e che
tutte le altre sono ad essa s u b o r d in a t e » F u sempre
nella guerra russo-giapponese che si ebbe un drastico in­
cremento nel numero di vittime di traumi psichici. R. L.
R ic h a rd s a ttrib u isc e q u e sto in cre m e n to alle co n d izio n i
specifiche della guerra moderna e, in particolare, alla
schiacciante potenza dell’artiglieria.

La tensione tremenda, fisica e mentale, richiesta per combat­


tere giorni e giorni su aree sempre più vaste, senza tregua, e gli
allucinanti, distruttivi effetti del fuoco dell’artiglieria moderna,
metteranno alla prova i soldati come non mai. Da questo punto
di vista possiamo sicuramente aspettarci una maggiore percentuale
di traumi psichici . . . in una prossima guerra35.

Anche I. S. Block trasse conclusioni in questo senso


sulla base dello studio dello sviluppo economico pre-bel-
lico. Nel 1895 predisse che «tutti si trincereranno nella
prossima guerra. Sarà una grande guerra di trincea» 36.
Eppure, queste previsioni e premonizioni non attenuaro­
no la sorpresa dei generali alleati quando l’esercito tede­
sco si trincerò in seguito alla ritirata della Marna, nel
settembre del 1914: « I generali alleati rimasero comple­
tamente sconcertati dalla decisione dei tedeschi di trince-
132
Il labirinto della guerra e le sue realtà

rarsi» 37. Nella misura in cui la «temporanea» stabilizza­


zione del fronte cominciò ad apparire sempre più perma­
nente, le alte sfere ammisero la propria frustrazione.
Sembrava loro di combattere una guerra che non era il
risultato di alcun piano strategico, o addirittura la vanifi­
cazione di ogni concezione strategica. Lord Kitchener
confessava: «Non so più cosa fare, questa non è guer­
ra» 38. La frustrazione fu patita con maggiore intensità nel­
le trincee, poiché nelle trincee la posizione di stallo non
era semplicemente un problema tattico, bensì un proble­
ma di mantenersi all'asciutto, di cibarsi, di sopravvivere.
Ciò che allo stato maggiore appariva come uno sconcer­
tante problema tattico era una realtà quotidiana per il
fante.
Quando le regole della guerra di trincea cominciarono
ad essere riassunte nei manuali di tattica, si diffuse la
convinzione che rartiglieria fosse sia la causa sia la solu­
zione dello stallo sul campo. Con artiglieria sufficiente
potevano essere sconvolte anche le posizioni difensive più
forti; si pensò quindi che raddoppiando e triplicando il
fuoco offensivo potessero essere spazzate la seconda e la
terza linea di resistenza, e di conseguenza la penetrazione
avrebbe potuto trasformarsi in sfondamento. Invariabil­
mente, il problema della immobilità sul campo fu affron­
tato in termini puramente quantitativi: si trattava di
ammassare un sufficiente numero di cannoni, granate, as­
saltatori e riserve in punti prescelti lungo il fronte e
quindi, scatenando gas e masse umane, soverchiare la
tremenda efficacia del fuoco difensivo. Questa logica tro­
vò fedele applicazione nella terza battaglia di Ypres
(Passchendaele) dove, dopo un fuoco di sbarramento di
quattro milioni e mezzo di bombe sparate da tremila me­
di calibri e mille pesanti (un cannone ogni cinque metri e
mezzo del fronte, quattro tonnellate e tre quarti di grana­
te tirate su ogni metro lineare del fronte), e al costo di
110.000.000 di dollari, un intero esercito britannico spa­
rì nelle paludi delle Fiandre. Questa battaglia, che causò
agli inglesi circa 300.000 vittime, fu per R. C. Sherriff la
prova di come lo stato maggiore dell'esercito avesse

133
Il labirinto della guerra e le sue realtà

completamente perso contatto con le realtà di quella


guerra che invece era supposto dirigere: «Non ho biso­
gno di sforzi particolari per ricordare la mostruosa di­
sgrazia di Passchendaele. Fu la prova, posto che ve ne
fosse bisogno, che i generali avevano perso ogni contatto
con la realtà» 39.
Ma la disfatta di Passchendaele, al pari di analoghe,
sanguinosissime e completamente futili battaglie sulla
Somme, nella Champagne e sotto Arras e Mons, non di­
mostrò una differenza di opinione fra i soldati e lo stato
maggiore circa la natura della realtà tattica della guerra,
quanto piuttosto una differenza nel rapportarsi a quelle
realtà. Infatti, per il soldato di linea la superiorità del
fuoco difensivo dettava di per sé ciò che era possibile o
meno fare in quell’universo; per lo stato maggiore inve­
ce, questa superiorità era un problema tattico che andava
risolto prima di «cominciare con la guerra vera». Fu ben
presto evidente che la soluzione avrebbe comportato un
numero intollerabile di vite umane.
In termini tattici è facile descrivere quello che si ri­
petè tante volte sul fronte occidentale. Generalmente gli
attacchi si spegnevano sul filo spinato, sotto il fuoco di
una mitragliatrice e di pochi fucilieri sopravvissuti al tiro
preparatorio d ’artiglieria. Ma anche quando un attacco
iniziale aveva successo, non era seguito da una offensiva
generale: più pesante era il bombardamento impiegato
per creare una breccia nelle linee avversarie, e più diffici­
le risultava muovere le masse di fanteria e gli equipag­
giamenti necessari allo sfondamento sul terreno sconvolto
e pieno di crateri. Nello spianamento delle difese avver­
sarie l’artiglieria rendeva impercorribile il terreno, e nel
te m p o in c u i v e n iv a n o a rra n g ia te stra d e per permettere ai
rifornimenti, ai cannoni, e alle riserve di proseguire per
consolidare il risultato ottenuto nell’attacco, il nemico era
g ià riu sc ito a trin c e ra rsi su di una nuova linea difensiva.
Ma anche qualora tutte queste difficoltà fossero state su­
perate, posto cioè che una penetrazione si trasformasse in
rottura del fronte, si presentavano ulteriori limitazioni e
impedimenti di carattere tecnico all’offensiva. Erich von

134
Il labirinto della guerra e le sue realtà

Ludendorff apprese nel 1915 che un’offensiva non pote­


va generalmente superare i 150 chilometri, la distanza
massima percorribile da soldati e carriaggi per spostare
da un terminale ferroviario le enormi quantità di mate­
riali necessarie ad un esercito moderno.

Questa guerra fu sovente considerata alla stregua di una guer­


ra d ’assedio. Ma in realtà differiva da un normale assedio perché
nuove «m ura» potevano essere create più facilmente di quanto le
vecchie potessero venire abbattute. Dietro ogni breccia praticata
nel sistema difensivo in questa guerra di trincea potevano essere
scavate e fortificate nuove linee, prima che la forza attaccante
riuscisse a spostare in avanti la propria artiglieria su quel deserto
di fango e rovine che essa stessa aveva creato 40.

Il fucile, il cannone, la mitragliatrice, il filo spinato e


la vanga immobilizzarono il fronte. A meno di non tro­
vare nuovi mezzi meccanici che garantissero la mobilità
— come più tardi avvenne con i primi carri armati — la
tattica di avanzata e penetrazione era destinata ad essere
un esercizio di futilità. Nelle trincee la guerra parve as­
sumere i caratteri non tanto di una lotta fra forze di
difesa e forze offensive, quanto fra meccanismi implacabi­
li e zappatori. La macchina di guerra poteva stritolare il
risultato di mesi di lavoro di scavo, ma «vanghe e zappe
finivano per ristabilire l’equilibrio, e tutto ricominciava
daccapo» 41.
La contraddizione centrale della guerra di trincea, una
contraddizione che permeò le reazioni emotive di coloro
che vivevano all’interno del sistema difensivo, sorse da
problemi inerenti la tecnologia di guerra. In questa guer­
ra i mezzi per ottenere specifici obiettivi militari appar­
vero non funzionali: causavano cioè più problemi di
quanti non ne risolvessero. Non c’è da sorprendersi che
il fuoco di sbarramento e di preparazione fosse sovente
descritto in termini estetici, e apprezzato come uno spet­
tacolo, un’alba, un tramonto, una manifestazione di fuo­
chi artificiali: era infatti privo di qualsiasi utilità. Quale
che fosse la quantità di bombe rovesciate sul fronte, non
bastava mai a risolvere l ’immobilità della guerra.

135
Il labirinto della guerra e le sue realtà

I soldati della Grande Guerra non erano comunque


privi di una precisa concezione della guerra reale, concre­
ta. E, forse, la più adeguata concezione della realtà della
guerra in sé rimaneva quella di Clausewitz. Seguendo il
metodo kantiano, Clausewitz individua le realtà fisiche
della guerra in tutto ciò che qualifica, distorce, frustra,
minimizza il concetto astratto di guerra e il suo movi­
mento verso un estremo di violenza. Egli definisce la
realtà di guerra come «attrito», qualcosa che non può
essere raffigurato perché sta alla base di ogni raffigura­
zione della guerra: «Tutto è molto semplice, in guerra:
ma ciò che è semplicissimo non è facile. Le difficoltà si
accumulano e producono, nel loro complesso, un attrito
che non ci si può raffigurare esattamente senza aver ve­
duto la guerra»42. Tutti questi attriti che frustrano la
realizzazione di un piano — maltempo, incidenti, affati­
camento, insufficienza delle comunicazioni — sono defi­
nibili come «realtà» di guerra. Clausewitz si raffigura la
guerra autentica come «movimento in un mezzo resisten­
te. Come non si è in grado di compiere nell'acqua con
facilità e precisione anche il più semplice movimento,
quale è lo spostarsi, tanto meno è possibile in guerra,
disponendo di energie normali, mantenersi sia pure sulla
linea della mediocrità» 43.
Nella prima guerra mondiale il «mezzo resistente»
non era tanto l'acqua quanto il fuoco. In una delle sue
formule più suggestive, Jùnger descrive l'esistenza del
soldato di linea come «attrazione gravitazionale nel regno
del fuoco» 44. La matematica della guerra di trincea era
calcolabile in termini di proporzione inversa fra l'intensi­
tà del fuoco e la mobilità della forza attaccante. Man
mano che aumentava l'intensità del fuoco, decresceva la
mobilità dell'attaccante; man mano che cresceva il vol­
taggio nel campo di forza del sistema di trincea, altret­
tanto era per la forza necessaria a spingere in avanti co­
loro che tentavano di sfondare le linee del fronte, fino al
punto in cui gli sforzi umani più inauditi potevano riu­
scire a produrre sì e no uno o due passi in avanti.
I termini impiegati da Jùnger danno l'idea di quanto
136
Il labirinto della guerra e le sue realtà

il movimento umano fosse diventato un problema di fisi­


ca in cui il singolo soldato operava in condizioni estre­
mamente svantaggiose; dà pure Pidea di quanto fossero
diventate soverchiami quelle forze ritardanti che Clause­
witz definiva come costitutive della realtà di guerra. In
questa guerra la realtà era immobilità imposta dal domi­
nio tecnologico del fuoco difensivo; questo dato di fatto
fu importantissimo per la ridefinizione dell’identità del
soldato, il quale in questa guerra potè manifestare ben
poco in comune con Pimmagine offensiva, aggressiva, che
tradizionalmente definiva il suo ruolo.
Le condizioni della guerra di trincea affrettarono una
trasformazione nell'ambito della tattica difensiva. Fin dal­
l’inizio del periodo della guerra di trincea si pensò che
difesa significasse tenere la prima linea di trincee; la se­
conda e la terza linea del sistema trincerato avrebbero
funzionato come rifugio in cui i difensori battuti potesse­
ro ritirarsi, e come punto di concentramento delle riserve
che avrebbero dovuto rimpiazzare le perdite subite.
Questa enfasi posta sulla prima linea di difesa si rivelò
irrazionale e omicida, come fu chiaramente dimostrato
sulla Somme, dove battaglioni su battaglioni di truppe
tedesche vennero concentrati sulla prima linea per essere
disfatti dall’artiglieria britannica. La rigida concentrazione
sulla prima linea si rivelò un macello in una guerra in
cui l’ultima parola spettava sempre ai cannoni a lunga
gittata posizionati in batteria al di là della visuale dei
difensori.
L ’ostinata fissazione sul mantenimento di una linea
rigida e impenetrabile era incomprensibile in termini pu­
ramente tattici, ed è necessario cercare nei meandri della
tradizione militare per spiegare la presa che il concetto
ebbe sulla concezione tattica difensiva. La linea era la più
chiara rappresentazione della posizione difensiva intatta,
la perfetta rappresentazione di un confine, della delimita­
zione del proprio territorio. In un certo senso la linea
riassumeva l’elemento agonale della guerra: la penetra­
zione della linea difensiva da parte del nemico e l’occu­
pazione dello spazio da essa delimitato significava la per-

137
Il labirinto della guerra e le sue realtà

dita della battaglia. Anche dopo la rivoluzione napoleoni­


ca nell'arte della guerra, la vittoria o la sconfitta in un
fatto d'armi potevano essere questione dell'integrità man­
tenuta dalla linea di schieramento, della conservazione
del terreno che si era giurato di tenere ad ogni costo,
ovvero della permanenza residua di forze difensive sul
territorio occupato.
Nel 1916, in alternativa al concentramento sulla pri­
ma linea difensiva nacque la «difesa elastica», un sistema
difensivo che puntava su di una maggiore flessibilità del­
la guerra di trincea. La prima linea doveva essere tenuta
con meno ostinazione, e abbandonata nel caso il nemico
fosse riuscito a raggiungerla; la posizione sarebbe poi sta­
ta riconquistata mediante contrattacco di forze fresche
dalla seconda e dalla terza linea di trincee. Ernst Jiinger
paragonò la difesa elastica a un nerbo d'acciaio che si
sarebbe teso all'indietro sotto l'urto dell'attacco nemico,
per poi schioccare in avanti spazzando gli avversari —
esausti ed impigliati nella difficoltà di ricevere riforni­
menti attraverso il terreno sconvolto dai loro stessi bom­
bardamenti — fuori dalle trincee occupate, fino alle loro
originarie posizioni di partenza. La difesa elastica aveva
l’ulteriore vantaggio di disperdere il fuoco d'artiglieria
avversario che ora doveva concentrarsi non più su di una
sola, bensì su due, tre, o addirittura quattro linee di
resistenza. Ma questo vantaggio rimase solo fino a quan­
do i parchi d’artiglieria nemica non furono triplicati o
quadruplicati.
Jiinger, che nel 1921 contribuì alla stesura dei nuovi
manuali di tattica tedeschi, trovava la difesa elastica tat­
ticamente ingegnosa ma psicologicamente debilitante. A
parte l'effetto deleterio sul morale dei difensori causato
dal ritirarsi dalle posizioni avanzate, lo «scansare» l'at­
tacco del nemico era profondamente contrario alla natura
della guerra così come la concepiva Jiinger: «Lo “ scansa­
re” {Austueichung) come fu propriamente definito, non
era consono alla mentalità del soldato tedesco: egli non
sarebbe mai stato in grado di adeguarvisi» 4S. È nella na­
tura della guerra cercare «una decisione, e non scansare
138
Il labirinto della guerra e le sue realtà

una decisione»; la guerra è forse l’unica attività umana


che non possa tollerare compromesso di sorta: «essa tol­
lera solo l’incondizionato» 46. La difesa elastica, la molti­
plicazione delle linee di resistenza, il fare della prima
linea un oggetto di contesa anziché uno spazio da tenere
incondizionatamente, altro non erano che la combinazione
di quella miriade di compromessi già connaturati alla
pratica della guerra di trincea.
Verso la fine della guerra cominciò a delinearsi una
più adeguata concezione della difesa, la «difesa in pro­
fondità». È significativo come questa concezione rinun-
ziasse ad ogni teorizzazione della linea, singola o multipla
che fosse: difesa in profondità significava infatti la
frammentazione della coerenza di qualsiasi struttura geo­
metrica, e la dissoluzione della compagnia in piccole
squadre indipendenti di difensori. Data la realtà della
guerra di trincea, la difesa poteva essere pensata solo
come una rete, un labirinto che confondesse e intrappo­
lasse, disgregandola, la forza dell’attacco avversario.
Dobbiamo rompere in modo irreversibile la concezione della
linea, dalla quale, per ragioni storiche e disciplinari, non fummo
mai veramente in grado di distaccarci nel corso della guerra intera.
Per questo motivo, il paragone con il «nerbo d ’acciaio» che io
proponevo è sbagliato: Timmagine corretta è piuttosto quella di
una rete, in cui il nemico sia in grado di penetrare qui e là per
poi essere immediatamente avvolto dalla resistenza delle maglie
su tutti i la t i47.

Junger propose per le guerre future una difesa basata


su di un sistema punteggiato di capisaldi distaccati, nidi
di mitragliatrici, fortini e casamatte, un tipo di difesa che
di fatto avrebbe istituzionalizzato la realtà della guerra di
trincea. Werner Beumelberg nota come la difesa in pro­
fondità apparve per la prima volta — e accidentalmente
— nel corso del doppio attacco alleato su Béthume e
Arras nella Champagne, nel maggio del 1915. Dopo una
preparazione d’artiglieria di mezzo milione di bombe, che
a quel tempo parve come un’«orribile stravaganza», l’at­
tacco sprofondò nel mezzo di una moltitudine di punti di
resistenza generatisi in seguito alla frammentazione della

139
Il labirinto della guerra e le sue realtà

bombardatissima prima linea di trincee tedesche: «Da


questi frammenti trassero origine quei “ signori della
guerra difensiva” sui quali avrebbe poggiato tutta la tat­
tica più tardi, quando le battaglie difensive assunsero la
loro grandiosa e terribile forma» 48.
Questo quadro difensivo è osservabile in tutte le
maggiori battaglie sul fronte occidentale. Per chi vi par­
tecipò, la battaglia di Verdun fu un’esperienza di caos
assoluto. Si trattò, secondo un combattente francese, di
«una battaglia di unità ridottissime, ciascuna con un
proprio destino finché il fuoco nemico non le distruggeva
completamente» 49. A Verdun il soldato combattè da un
cratere di granata all’altro, in un terreno sfigurato dai
bombardamenti, dove non esistevano più trincee e dove
non era possibile distinguere i tedeschi dai francesi, poi­
ché tutti erano coperti di fango. Muoversi di giorno era
fuori questione, di notte rischioso e terrificante: «Le u-
nità smarrivano ogni direzione nota nel labirinto». In
questo spazio non strutturato, anche il tempo perdeva la
sua forma, la sua coerenza: «Il tempo si fermava per far
correre la violenza, e i periodi di alternanza fra violenza
e silenzio, fra bombardamenti furibondi e subitanea cal­
ma, contribuivano a rendere il tempo privo di dimensio­
ne, indistinto» 50.
Da tutte le descrizioni delle maggiori battaglie della
guerra emerge sempre la stessa percezione: la battaglia
moderna è la frammentazione delle unità spaziali e tem­
porali; è un sistema senza centro né periferia in cui i
soldati, sia gli attaccanti che i difensori, sono smarriti.
Jiinger sovrappone a questa realtà del caos l’immagine del­
la rete, dei corridoi di un labirinto; Schauwecker deifica
coloro che sopravvivono alle battaglie di materiali, ve­
d e n d o li, in te rm in i d a rw in ia n i, c o m e u o m in i p a s s a ti a t­
traverso la selezione della bufera d ’esplosivi e quindi su­
periori nella loro resistenza, nella loro impenetrabilità, ai
caduti. «Questi soldati non erano più considerati “ carne
da cannone,,) o guardati come bovini sul banco del ma­
cellaio» 51: la guerra di macchine parve rigenerare, attra­
verso la tecnologia della battaglia, la visione romantica
140
Il labirinto della guerra e le sue realtà

della guerra, incarnandola in quegli individui che erano


scampati al «mostruoso cozzo dei materiali»52. Furono
questi individui a meritarsi il titolo di «signori della
guerra difensiva».
Dunque Terne di questa guerra non incarnava una
personalità «offensiva», bensì «difensiva». Ciò impose la
trasvalutazione radicale di tanti valori, tante aspettative e
immagini della guerra: il sistema istituito dalla superiori­
tà del fuoco difensivo sulla mobilità delle truppe rimo­
d e llò , in m an ie ra fo n d a m e n ta le , P id e a d i v ir tù m ilita re , la
personalità del soldato, e il modo in cui il soldato di
linea vedeva il suo nemico. Questo cambiamento nel ruo­
lo e nella concezione di sé del soldato fu la necessaria
risposta al nuovo universo di guerra dominato dalle mac­
chine sfornate dall’industria tecnologica delle nazioni eu­
ropee.

La personalità difensiva

Nel suo studio sociologico sulla guerra di trincea,


A. E. Ashworth sostiene che la guerra non sia necessa­
riamente un’esperienza «alienante». Se validamente pro­
pagandata dallo Stato, forte dell’appoggio della società, e
diretta ad un oggetto — il nemico — che rimane estra­
neo ed odioso, la violenza è «in una certa misura una
significativa espressione della personalità individuale; la
sua esecuzione non comporta auto-estraneazione e non e-
siste disgiunzione fra sfera emotiva e attività pratica» 53.
Il fine dell’addestramento è che il soldato si cali nella
parte dell’aggressore e accetti questa identificazione; il
fine della propaganda consta nel situare Patto di violenza
all'interno di un orizzonte morale, tramite l’identificazio­
ne del nemico come ciò che sta fra l’umano e il disuma­
no, come qualcosa privo d ’«anima», e quindi oggetto i-
doneo a ricevere Patto ostile. Nella misura in cui adde­
stramento e propaganda ottengono successo, il soldato o-
pera nell’ambito di una struttura etica e morale, e i suoi
atti sono percepiti come conferma del suo identificarsi,

141
Il labirinto della guerra e le sue realtà

della sua identità personale testé modellata. Come rileva


il dottor Chaim Shatan nella sua analisi dei veterani del
Viet Nam, lo sc o p o delPaddestramento consiste nel «mo­
dellare il soldato alla maniera dei suoi persecutori (gli
ufficiali)»; in caso di successo, il procedimento indurrà la
recluta ad una «regressione psicologica durante la quale il
suo carattere viene ristrutturato in personalità offensi­
va» M. Il comportamento in guerra riflette l ’addestramento
subito; Puffidale addestratore infatti tratta la recluta nel­
lo s te s s o modo in cu i e g li p re te n d e ch e il s o ld a to tr a tti il
nemico in battaglia. Allo scopo di sottrarsi allo spiacevo­
le status d ’inferiorità connesso al ruolo di vittima, cioè di
bersaglio dell’aggressione, viene assunto — con maggiore
o minore senso di colpa — l’abito dell’aggressore: nella
misura in cui questa identificazione con l’aggressore rie­
sce ed è mantenuta, la «personalità offensiva» si accorda
alle modalità del combattere, vale a dire all’attività del
so ld a to in g u e rra — sp a ra re , ferire, u c c id e re — e d è
quindi percepita come morale, legittima, significativa. Ma
l’erosione di queste identificazioni nella retorica esplosiva
della battaglia, la perdita della percezione di sé come ese­
cutore della volontà nazionale contro un nemico semi­
umano, ha conseguenze incalcolabili per la concezione di
sé del soldato, per la sua esperienza soggettiva della
guerra, per il suo rapporto con il nemico, e per il suo
g iu d iz io verso il p r o p r io p a e se e c o lo ro che a m m in istra n o
la sua guerra.
Ebbene, la guerra di trincea, forse più di qualsiasi
altro tipo di guerra prima e dopo, erose le concezioni
universalmente diffuse del soldato come aggressore: piut­
tosto, essa produsse un tipo di personalità, la personalità
difensiva, modellata sull’identificazione con le vittime di
una guerra dominata da aggressori «impersonali», come
l’acciaio e i gas. Chiunque soggiornasse un certo periodo
di tempo in trincea riconosceva immediatamente la diffe­
renza fra la sua attitudine nei confronti del nemico e la
stessa che caratterizzava coloro che rimanevano a casa.
Jean Norton Cru è in grado di distinguere, sulla base di
questa differente attitudine verso il nemico, i testi di chi
142
Il labirinto della guerra e le sue realtà

abbia realmente fatto esperienza di guerra da quelli di


gente che si limitò a visitare le trincee o, peggio, scrisse
della guerra direttamente dalle retrovie. Nel descrivere
l’opera dell'abate Bessières, che prestò servizio come me­
dico al fronte per Pintera guerra, egli sottolinea l’impar-
zialità dell’abate, «imparzialità che era sempre molto rara
fra coloro che non vissero direttamente nelle trincee» 55.
Bessières attribuiva l ’odore particolare dei tedeschi al­
l ’impermeabilità delle loro uniformi, anziché alla loro in­
trinseca bestialità, come invece scrivevano i cronisti civili.
F. H. Keeling era colpito e disgustato quando si imbatte­
va nella ferocia dei civili, specialmente delle donne: «In ­
contrai una dama — un’infermiera di guerra all’ospedale
dove fui ricoverato dopo Hooge — la cui ferocia ferina
nei confronti dei tedeschi e della Germania contribuì ad
aggravare le mie condizioni di salute. Una buona razione
di fuoco di sbarramento non avrebbe che potuto gio­
varle» 56. Keeling sentiva che la guerra lo aveva demilita­
rizzato, mettendolo di fronte a realtà al cospetto delle
quali era impossibile conservare la tipica aggressività fo­
mentata dalla propaganda. Egli considerava sia il milita­
rismo che il pacifismo di «quelli a casa» come attitudini
basate su di una visione della realtà falsa e deliberata-
mente sostenuta. Solo coloro che sapevano cosa signifi­
casse essere vittime del fuoco di sbarramento rappresen­
tavano la migliore speranza per un «effettivo pacifismo»:
«Solo i soldati saranno buoni pacifisti» 57.
In una guerra in cui tutti i combattenti erano vittime
indiscriminate della violenza dei materiali, in cui la tec­
nologia industriale era Inautentico» aggressore, l’identi­
ficazione con il nemico e la sua motivazione dominante
— la sopravvivenza — erano logiche, addirittura neces­
sarie. Basti solo citare i tanti casi di fraternizzazione, il
tacito accordo fra nemici, ufficialmente tali, che stabili­
vano e mantenevano «settori tranquilli» lungo il fronte,
per capire come questa fu una guerra che alterò dramma­
ticamente l’identità e la personalità dei combattenti. E
sovente questa alterazione fu portata all’attenzione delle
autorità, soprattutto quando assumeva forme patologiche:

143
Il labirinto della guerra e le sue realtà

infatti, per quanto ammirevole e umana fosse l’«identifi-


cazione con il nemico», era anche fonte di un conflitto
radicale, profondamente sentito, attraverso il quale il
combattente arrivava a ripudiare la concezione di sé esal­
tata dalla società e spesso da egli stesso condivisa. Sicu­
ramente la rottura della «personalità offensiva» nella
realtà della guerra difensiva fu una delle maggiori cause
delle nevrosi di guerra: non a caso per le forme estreme
di dissociazione dalle norme ufficiali era stata coniata una
definizione patologica: «simpatia nevrotica con il nemi­
co». Un neurologo tedesco, il dottor R. Steiner, trattò
per questa sindrome un sottufficiale ventiseienne — bot­
tegaio nella vita civile: il sergente aveva ordinato ai suoi
uomini di non sparare sul nemico perché aveva visto in
sogno che i soldati francesi erano esseri umani, uomini
con moglie e figli58. Forse la migliore illustrazione del
conflitto psichico generato dalla rottura dell’identificazio­
ne con l’aggressore è offerta da un caso di «identificazio­
ne nevrotica» trattato da Otto Biswanger. Sotto ipnosi il
soldato gridava: «Vedete il nemico laggiù? Ha un padre
e una madre? Ha una moglie? Io non l’uccido!»; nel
contempo urlava forte e muoveva in continuazione il dito
indice della mano destra come se premesse un grilletto 59.
x Ma questi casi sono individuali, e forse la migliore
indicazione di quanto fosse generalizzata l ’estraneazione
dalle «norme offensive» del soldato in guerra sta nei tan­
tissimi taciti accordi che limitavano l’ostilità al fronte. Le
restrizioni al comportamento ostile imposte al fronte,
restrizioni che ritualizzarono la violenza, non nacquero da
tradizioni umanitarie o da attitudini di rispetto profes­
sionale militare: nacquero piuttosto dalle stesse condizio­
ni di quella guerra. Lo «spirito offensivo», che era sup­
posto caratterizzare i rapporti fra belligeranti, risultava
chiaramente suicida in una guerra in cui il contatto con il
nemico rimaneva pressoché costante, e non per ore, ma
per giorni e anni.
La comune ostilità e l’odio aggressivo che avrebbero
dovuto definire il carattere del soldato non potevano
reggere in una situazione in cui la guerra difensiva era

144
Il labirinto della guerra e le sue realtà

ormai diventata un modus vivendi. Un colpo di mortaio


sparato sulle trincee opposte ne richiamava due o più
ancora in risposta: le squadre mortai non erano dunque
molto popolari fra i Frontschwein, i poilus, i tommies.
Ogni raffica di mitragliatrice, ogni scarica di fucileria,
sarebbe stata ripagata con gli interessi; queste erano le
realtà di guerra, realtà che potevano saltuariamente sti­
molare uno spirito di vendetta, ma che più spesso indu­
cevano a ridurre l’ostilità e a prolungare la tranquillità
nelle trincee.
Gli accordi arrivavano, attraverso la limitazione del
fuoco, a coprire molte necessità di vita quotidiana nei
settori dove non erano in corso offensive. Era cortesia
diffusa non interrompere il rancio nemico con un cecchi-
naggio indiscriminato; venivano regolarmente colpiti solo
certi punti delle trincee, noti ad entrambe le parti; il
cannoneggiamento mattutino era limitato a cinque o sei
colpi cannonici, dopo di che riprendeva la normale vita di
trincea. In certi settori si avevano accordi straordinari
che riguardavano lo sgombero indisturbato dei feriti, la
riparazione delle trincee e dei reticolati, la cura del sole
fin dai primi giorni di primavera, e addirittura la fiena­
gione e la raccolta della frutta nella Terra di nessuno. Un
caso di rottura di un accordo del genere è riportato da
Weygand. Egli racconta di un soldato che sortì dalla
trincea per raccogliere mele nella Terra di nessuno; ma
quando cominciò a bersagliare le linee francesi con la
frutta anziché — come consentito — raccoglierle per se
stesso e i suoi camerati, gli fu sparato, e potè rientrare
solo sotto intenso fuoco di copertura60. Quando Basii
Liddell-Hart raggiunse il fronte, nel settembre del 1915,
il suo battaglione occupò un settore dove i francesi ave­
vano precedentemente stabilito una coesistenza pacifica
co n i te d e sc h i, a ta l p u n to ch e d iv id e v a n o il rip a ro o ffe r ­
to dalle case ancora in piedi nella Terra di nessuno, e un
battaglione poteva schierarsi in piena vista del nemico
senza essere fatto segno di colpi. L ’accordo fu rotto dalla
politica inglese di «molestia permanente» 61.
Anche durante le battaglie più grosse non erano rari

145
Il labirinto della guerra e le sue realtà

gli accordi fra belligeranti ufficialmente nemici. A Ver­


dun, in uno dei settori meno infuocati di quella battaglia,
un volontario riportò che «in questa posizione c’è stata
c a lm a p e r p are c c h i g io rn i; i fra n c e si av e v a n o l ’o rd in e d i
bersagliarci di bombe a mano anche di notte, e di fatto
le lanciavano ma, come da accordi presi con “ camerati
tedeschi” , solo sulla destra e sulla sinistra della trin­
cea» 62.Quanto questa ritualizzazione e limitazione dell’at­
tività ostile fosse il prodotto non di un’etica pre-bellica,
bensì della semplice prossimità con il nemico, è chiara­
mente dimostrato nella descrizione di Fritz Kreisler rela­
tiva al periodo di guerra di trincea che sopravvenne nel
corso della ritirata austriaca del 1914. In questo breve
periodo, l’indiscutibile ostilità manifestatasi negli scontri
in aperta campagna si ridusse improvvisamente: «La ca­
ratteristica peculiare di questi tre giorni di combattimen­
to fu la straordinaria mancanza d’odio» M. La cessazione
delle ostilità iniziò con l ’osservazione dell’andirivieni e
dell’affaccendarsi dei «russi dalle barbe rosse» nelle trin­
cee opposte, e Kreisler riconobbe la trasformazione del
«nemico» in «individui umani che potevano essere rico­
nosciuti come ta li» M. Dopo di ciò, la fraternizzazione
progredì a passi da gigante finché soldati russi e austriaci
non si trovarono a mangiare insieme nel bel mezzo della
Terra di nessuno.
Questi e altri esempi di identificazione con il nemico,
di temporanea cessazione delle ostilità, di ritualizzazione
della violenza, di limitazione sulla progressione della vio­
lenza, indicano il tipo di risposta data dal combattente
alle realtà di guerra sulla base delle condizioni fisiche
della propria vita di trincea. Una risposta del genere po­
trebbe essere considerata come un ammirevole esempio di
solidarietà umana in una situazione pericolosa, ma può
anche essere vista come base dell’alienazione, della perce­
zione di mancanza di scopo, di insignificanza della guerra,
cioè dei sentimenti più generalizzati in trincea. Fatto an­
cor più importante, l’identificazione con il nemico può
essere considerata come principale base della separazione
fra coloro che marcivano nelle trincee e quelli che chie-
146
I l labirinto della guerra e le sue realtà

devano ad ogni costo al soldato l’attività offensiva che da


lui ci si aspettava per la consacrazione della sua immagi­
ne tradizionale — gli stati maggiori e la «patria».
L ’abbassarsi della soglia ostile nella guerra di trincea
ebbe per effetto l’intensificazione dell’odio delle truppe
di linea per lo stato maggiore: «I soldati odiano lo stato
maggiore e lo stato maggiore lo sa. Il principale punto
d’attrito pare riguardi il modo in cui la vita di trincea
modificherebbe la disciplina» 65. Qui per disciplina non si
intende tanto il comportamento formale dei militari,
quanto i rapporti con il nemico; in molti settori e unità
infatti, «lo spirito nelle trincee era ampiamente difensi­
vo; non c’era intenzione alcuna di provocare i tedeschi
oltre il loro normale livello d ’ostilità» 66. Ciononostante,
gli stati maggiori continuavano a pretendere un compor­
tamento offensivo, pattuglie, cecchinaggio, incremento nel
fuoco di disturbo, e altre misure designate ad alterare il
delicato equilibrio che permetteva la sopravvivenza. Nella
misura in cui le unità venivano maggiormente assorbite
dalla routine della realtà di trincea, cresceva la loro di­
stanza dallo stato maggiore e dall’attitudine militarista
che questo si sforzava di preservare. In termini ufficiali,
il morale delle truppe diminuiva, e la loro disciplina si
allentava.
Se le realtà della guerra e le necessità della vita di
trincea distanziavano le truppe combattenti dai dirigenti
della guerra, frapponevano una distanza ancor maggiore
fra il fronte e la «patria». Come sottolinea Ashworth,
l’estraneazione dalle norme offensive di combattimento
implica estraneazione dai valori e dalle convinzioni che
dovrebbero sostenere una nazione in guerra: «Il risenti­
mento mostrato da tanti combattenti nei confronti del
cosiddetto “ fronte interno” , propagandatore di un belli­
cismo radicale, può essere interpretato come sintomatico
del d ista c c o degli stessi combattenti dagli scopi e dalle
normali aspettative della società in guerra» 67. Infatti, la
lagnanza più generalizzata al fronte era ch e la v io le n z a
richiesta ai fanti non fosse espressione genuina del loro
«io» bensì delle loro società, che parlavano con la voce

147
Il labirinto della guerra e le sue realtà

di una «macchina spietata, senza cuore». Il ritorno in


patria era sovente come l ’arrivo in una terra straniera,
mentre il ritorno al fronte poteva anche risultare un sol­
lievo. Come molti altri, Robert Graves ammise che
«1 Inghilterra appariva estranea a noi provenienti dal
fronte. Non riuscivamo a capire la follia bellicistica che
correva ovunque, cercando sfoghi para-militari. I civili
parlavano una lingua straniera, il linguaggio dei gior­
nali» 68.
Ma Pestraneazione del militare dal ruolo e dall’imma­
gine del soldato-guerriero sortì un effetto importantissi­
mo soprattutto sullo stato psicologico delle truppe al
fronte; infatti, con questa estraneazione il soldato smarrì
g ra n p a r te d e lle fo n ti d i le g ittim a z io n e d e lla p r o p r ia a tti­
vità, e soprattutto della propria morte in battaglia. «Co­
raggio», «onore», «sacrificio di sé», «eroismo», apparte­
nevano ormai al mondo delle illusioni, distante, esterno
al sistema di trincea. Wilhelm von Schramm sostiene che
Pinvisibilità del nemico, la Menschenleere del campo di
battaglia, e la quotidianità della guerra di trincea comple­
tarono la decadenza della virtù e dello stile militari inau­
g u r a ta si con la riv o lu z io n e fra n c e se e la c o sc riz io n e u n i­
versale: «In questa informità, in questa dispersione asso­
luta, ogni azione del capo, ogni arte connessa alla vittoria
o alla sconfitta, ogni onore militare, finirono per essere
visti come assurdità»69. Fu smarrita tutta la sgargiante
messinscena che nei tempi passati aveva accompagnato il
soldato in guerra. Anche Henri Massis si trovò a riflette­
re sul fatto che fossero ormai scomparse le esteriorità
g ra tific a n ti, tra d iz io n a li in tu tti g li e se rc iti; tu tto c iò che
aveva a che fare con la guerra di trincea era dimesso,
riguardava « l’interiorità della terra, del soldato» 70. La ri­
mozione di tutti i simboli esteriori del carattere offensi­
vo, con il rintanarsi nella terra, comportò una trasforma­
zione di base del soldato-tipo. Il soldato della guerra di
trincea era umile, paziente, tenace, un individuo il cui
fine era di sopravvivere ad una guerra vista come «tre­
menda rassegnazione, una privazione, un’umiliazione».
Dato il carattere della guerra, la personalità del sol-

148
Il labirinto della guerra e le sue realtà

dato fu necessariamente permeata dal suo ruolo di ogget­


to passivo, di succube dello strapotere dei materiali. Il sol­
dato non era più un agente della violenza, non era più psi­
cologicamente corazzato contro tutto ciò che potesse invali­
dare la sua percezione del bersaglio come oggetto d’offe­
sa: Henri Massis vede invece questa guerra come luogo
di morte stocastica, un luogo che sviluppò nel soldato
una virtù ben più banale, la capacità d ’attesa.

Soldati privi del piacere di combattere, essi aspettano. Aspet­


tano cosa? Tutto e niente, poiché la morte può seppellirli in un
qualsiasi momento senza che essi possano dar prova del loro
valore contro di essa. Una morte casuale e stolida, che non
pretende il loro coraggio . . . infatti, questa guerra richiede una
virtù diversa: vuole che si impari ad attenderla, a qualsiasi ora,
con pazienza. Non è affatto l’avventura di un solo eroico momen­
to, resaltante passaggio dell’eroe di qui all’eternità, la sublime
vocazione del guerriero. È molto meno solenne: coglie chi vuole,
quando vuole, nelle più umili pose, però sempre imponendosi con
la sua presenza continua, richiedendoci di essere sempre pron­
t i 71.

Qui Massis vede, in termini cristiani, la stessa figura


che Zuckmayer aveva definito «uno qualsiasi», cioè l’uo­
mo che aveva raggiunto la consapevolezza della propria
assoluta sostituibilità all’interno di un processo industria­
le senza fine. In generale, la realtà di guerra abbassò
radicalmente la percezione individuale delle capacità e del
valore personali, richiedendo allo stesso tempo l’erezione
di massicce difese contro un universo di fuoco ostile,
indifferente, impersonale.
Ma questo solleva il problema di come le realtà di
guerra furono introiettate, consciamente e inconsciamen­
te. L ’io cosciente del soldato di linea potrebbe essere
visto come interiorizzazione degli elementi del suo «lavo­
ro», un lavoro che gli testimonia direttamente del suo
status immiserito. Nel penetrare il labirinto della guerra,
il volontario s’accorse anzitutto, e spesso molto doloro­
samente, del carattere illusorio della concezione di sé e
dei propri camerati come attori di una causa nazionale,
difensori armati della comunità riunificata; nella sua di-

149
Il labirinto della guerra e le sue realtà

sillusione iniziale, egli smarrì la concezione trascendente


di se stesso e del proprio ruolo, e perse il contatto ideo­
logico che lo legava alla patria e a tutto ciò che questa
rappresentava. Ma nel contesto della guerra di trincea
ebbe luogo un’estraneazione ben più radicale. Il soldato
di linea si sentì sempre più avulso da ogni fonte profes­
sionale, militare, della propria percezione di sé come sol­
dato; nelPerosione del «carattere offensivo» operata dalla
realtà della guerra difensiva, il soldato di linea fu privato
di tutti i simboli di «casta, fede e convinzione» che ce­
mentavano il «militarismo», permettendo di identificare
il tipo e la comunità militari. Certo non si può sostenere
che la concezione militarista del ruolo del soldato venisse
ripudiata in massa: se così fosse stato, la guerra avrebbe
ceduto il passo alla rivoluzione su tutti i fronti. Soprav­
venne piuttosto un’intensa e deleteria tensione fra la
concezione ufficiale dell’essere soldato e la consapevolezza
del soldato di linea di ciò che egli fosse di fatto, e di
cosa gli fosse possibile essere e fare all'interno del siste­
ma difensivo. È nei meandri di questa tensione che dob­
biamo inquadrare la nevrosi di guerra come tentativo,
tramite il sintomo nevrotico, di ripudiare un ruolo che,
oggettivamente, era auto-distruttivo. Le terapie sommi­
nistrate a soldati che avevano ceduto psichicamente de­
vono essere inquadrate nel tentativo di reintegrare in lo­
ro la concezione, sostenuta ufficialmente, della personali­
tà aggressiva, rafforzando l’universo morale da cui quel
tipo di personalità attingeva linfa vitale.
Sostanzialmente, la superiorità assoluta del fuoco di­
fensivo instillò nel soldato di linea una serie di motiva­
zioni che non potevano essere riconosciute come legitti­
me, proprie, soprattutto da parte dei responsabili della
conduzione di quella guerra. Il suo sforzo per ottenere
un minimo di sicurezza in un mondo e sse n z ialm e n te m i­
naccioso e distruttivo portava ad un legame con il «ne­
mico», quegli «altri» abitanti-vittime della stessa tragica
struttura bellica. Queste motivazioni portarono anche a
legami con i camerati, coloro che condividevano con lui
la realtà di trincea e sapevano che l’abbassamento della

150
Il labirinto della guerra e le sue realtà

soglia d'ostilità rappresentava la loro unica possibilità di


sopravvivenza. Questa estraneazione collettiva dal ruolo
militarista, diede alle truppe del fronte la sensazione di
possedere un io «clandestino», collettivo, che non poteva
essere colto da coloro che stavano «fuori» dalla guerra:
non Pavrebbero riconosciuto, né compreso. Questa sensa­
zione di possedere una personalità nascosta contribuì sen­
za dubbio alla vitalità e alla coesione dei gruppi di vete­
rani nel dopo-guerra. Pochi comunque si resero conto,
come Charles Carrington, che il loro spirito cameratesco,
la loro coscienza di veterani, erano radicati in una com­
plessa patologia: « L ’esperienza del 1916 mi aveva avvol­
to, bloccando la mia crescita mentale, cosicché anche die­
ci anni più tardi ero sempre un adolescente. Il camera­
tismo delle trincee mi perseguitava, ed era divenuto or­
mai un campo di concentramento mentale» 72.
Se il carattere è, come lo ha definito Wilhelm Reich,
la somma totale delle strategie che un individuo evolve
per difendersi contro minacciose ridefinizioni della pro­
pria personalità da parte del mondo «esterno», da un
lato, e contro paure ed ansie essenzialmente interne, dal­
l ’altro, allora bisogna riconoscere che il soldato di linea
acquisì in guerra un carattere ben distinto. Per difendersi
daU’imposizione di una definizione di sé come agente
aggressivo, latore d’offesa, per conto di una volontà na­
zionale, il soldato si vide costretto ad assumere, interio­
rizzando in un senso decisamente sminuito il proprio sta­
tus bellico, l’abito di anonimo operaio in un mondo
truce e minaccioso. Se la guerra di trincea altro non era
che una serie di compromessi che assumevano forma fisi­
ca, materiale, la personalità del soldato di linea fu avvol­
ta in un ancor più cospicuo insieme di contraddizioni fra
le motivazioni ufficiali, connesse al ruolo dei militari in
guerra, e i motivi «ufficiosi», propri di uomini che cer­
cavano di salvare ad ogni costo la pelle.
Ma la realtà di guerra non generò nel soldato soltan­
to una concezione cosciente di sé come proletario in uni­
forme: essa liberò anche un inconscio che si espresse in
fantasie e sogni caratteristici, nonché in sintomi nevrotici.

151
I l labirinto della guerra e le sue realtà

Nei capitoli IV e V ci occuperemo dell’analisi di questo


inconscio, ma qui è già possibile indicare le caratteristi­
che del nostro approccio. Il mutamento di carattere da
molti atteso al momento dell'entrata in guerra poggiava
su un’iniziale visione di se stessi come individui aggressi­
vi, ma giustificati nel proprio spirito offensivo, non-col-
pevoli: date le condizioni della guerra di trincea, queste
aspettative iniziali divennero un sogno, una fantasia, ad­
dirittura un’ossessione per coloro che vi erano più coin­
volti. Infatti la guerra di trincea si rivelò un paradigma
del compromesso, dell'inibizione di ogni energia aggressi­
va; per questo, l’idea d ’aggressione assunse un connotato
particolare, che nella fantasia d ’offensiva di Junger è
chiaramente d ’origine sessuale: «Sfonderemo la porta
sbarrata e penetreremo con la forza nella terra proibita.
E per noi che abbiamo atteso tanto a lungo su desolati
terreni di crateri di bombe, l’idea di questa irruzione ha
un fascino irresistibile» 73. Il sogno di violare con la forza
un territorio vergine, di sfondare violentemente e pro­
fondamente uno «spazio non striato», il sogno di un 'élite
di specialisti in penetrazione, corazzati sia contro la sof­
ferenza sia contro il piacere: sono questi i sogni nutriti
nella realtà della difesa, nelle condizioni concrete di una
guerra in cui ciascuno è un «uno qualsiasi». Nel contesto
della realtà della guerra di trincea, le speranze, gli ideali
abbandonati, le illusioni iniziali, assunsero un’energia
imprevista e una forma fantastica: queste «illusioni» si
trasformarono in sogno per tutti gli uomini «ammucchiati
su terreni desolati di crateri di bombe», o sperduti nei
meandri labirintici delle trincee.
È in q u e sto c o n te sto ch e b iso g n a in q u a d ra re la d if f u ­
sissima convinzione post-bellica che la guerra fosse stata
per milioni di uomini scuola nell’arte della violenza. Il
timore proiettato sul reduce e il sospetto che i veterani
fossero alla base dell’«ondata criminale» che spazzò l’Eu­
ropa post-bellica, erano prodotto di immagini preesistenti
circa il tipo di personalità generabile al di fuori dei con­
fini della civiltà: ben pochi sospettarono che le realtà di
q u e sta g u e rra a v e sse ro fr u str a to l'a g g r e ssiv ita al p u n to di

152
Il labirinto della guerra e le sue realtà

trasformarla in ostilità interiorizzata. Le condizioni di


guerra generarono nel soldato una repressione dell'io ag­
gressivo che spesso assunse forme fantastiche, forme che
non poterono trovare sfogo nel contesto bellico: ma, do­
po la fine del conflitto, ebbero ben modo di manifestarsi
nella relativa sicurezza della vita politica e sociale.

Note
1 R. Binding, A Fatalist at War, Boston-New York, 1929, p. 60.
2 E. Jùnger, Unsere Politiker, in «Standarte», I (1925).
3 C. Edmunds (C. E. Carrington), Subalterni War, London, 1929,
pp. 217-218.
4 F. Schauwecker, So war der Krieg, Berlin, 1927, p. 17.
5 H. Massis, in G. A. Panichas (a cura di), Promise of Greatness.
The War of 1914-1918 , New York, 1968, p. 277.
6 H. Barbusse, Paroles d'un combattant, Paris, 1920.
7 S. Zweig, Die Welt von gestern, Stockholm, 1942; trad. it., Il
mondo di ieri, in Opere scelte, a cura di L. Mazzucchetti, 2 voli.,
Milano, Mondadori, 1961, voi. II, p. 808.
8 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, Wien, 1966, p. 21.
9 C. Zuckmayer, Pro Domo, Stockholm, 1938, p. 33.
10 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, cit., p. 195.
11 Ibidem, p. 207.
12 Ibidem, p. 221.
13 K. Jannack, Wir mit der roten Nelke, Boutzen, 1959, p. 57.
14 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, dt., p. 208.
15 F. Schauwecker, The Fiery Way, London-Toronto, 1921, p. 217.
16 F. Schauwecker, Im Todesrachen. Die Deutsche Seele im Welt-
krieg, Halle, 1921, p. 22.
17 Ibidem, p. 4.
18 Ibidem , p. 39.
19 Ibidem, p. 264.
20 Questa formula fu ideata da F. Wilhelm Heinz. Vedi il suo Die
Nation greift an. Geschichte und Kritik des soldatischen Nationalismus,
Berlin, 1933, p. 16.
21 F. Schauwecker, The Fiery Way, dt., p. 152.
22 F. Schauwecker, Aufbruch der Nation, Berlin, 1930, p. 395.
23 C. Zuckmayer, Als war ein Stùck von Mir, cit., p. 217.
24 E. Jùnger, Werke, Stuttgart, 1965, voi. V, p. 38.

153
Il labirinto della guerra e le sue realtà

25 E. Jiinger, Der Krieg als àusseres Erlebnis, in «Standarte», suppl.


a «Der Stahlhelm», I (27 settembre 1925), n. 4.
26 P. Witkop (a cura di), Kriegsbriefe gefallener Studenten, dt.,
p. 3.
27 Ibidem, p. 12.
28 Questo punto è sottolineato in K. Jannack, op. cit., p. 59.
29 H. de Man, The Remaking of a Mind; A Soldie/s Thougbts on
War and Peace, London, 1919, p. 161.
30 Ibidem, p. 162.
31 E. Jiinger, Der Krieg als ìnneres Erlebnis, in «Standarte», I (12
ottobre 1925), n. 6.
32 Citato in H. Hafkesbrink, Unknown Germany. A Inner Chronicle
of thè First World War Based on Letters and Diaries, New Haven,
1948, p. 66.
33 J. F.C . Fuller, The Conduct of War, 1789-1961, New Brunswick
(N .J.), 1961, p. 140.
34 Ibidem, p. 137.
35 R. L. Richards, Mental and Nervous Diseases During thè Rus­
so-]apanese War, in «Military Surgeon», XXVI (1910), pp. 178-179.
36 Citato in J .F .C . Fuller, The Conduct of Wary dt., p. 130.
37 D. Lloyd-George, War Memoirs, London, 1933, p. 365.
38 J .F .C . Fuller, The Conduct of War, dt., p. 161.
39 G .A . Panichas (a cura di), op. cit., p. 150.
40 F. Winteringham, The Story of Weapons, Boston, 1943, p. 164.
41 J.N . Cru, Temoins. Essai d’Analyse et de Critique des Souvenirs
de Combattants Edités en Franqais de 1915 à 1928, Paris, 1928, p. 439.
42 C. von Clausewitz, Vom Kriege, (1832), Bonn, 198019; trad. it.,
Della guerra, Milano, Mondadori, 1970, p. 86.
43 Ibidem, p. 88.
44 E. Jiinger, Werke, dt., voi. I, p. 252.
45 E. Jiinger, Das Wàldchen 125. Etne Chronik aus den Graben
Kampf 1918, Berlin, 1925, p. 21.
46 Ibidem.
47 Ibidem.
48 W. Beumelberg, Sperrfeuer ùber Deutschland, Oldenberg, 1929,
p. 136.
49 J. Mayer, Verdun 1916, in G .A . Panichas (a cura di), op. cit.,
p. 58.
50 G .A . Panichas (a cura di), op cit., p. xxi.
51 F. Schauwecker, Im Todesrachen, dt., p. 275.
32 Ibidem.
53 A. E. Ashworth, The Sociology of Trench Warfare, in «British
Journal of Sodology», XIX (1968), n. 4, p. 417.
54 C. F. Shatan, Through thè Membrane of Reality: «Impacted

154
Il labirinto della guerra e le sue realtà

Grief» and P ereeptuoi Dissonanee in Vietnam Combat Veterans, in


«Psychiatric Opinion», XI (1974), n. 6, p. 10.
55 J .N . Gru, Temoins, dt., p. 92.
56 I. Willis, Engfand’s Holy War, New York, 1928, p. 153.
57 Ibidem.
58 E. E. Southard. Sbell-Sbock and Otber Neuro-Psychiatric Pro-
blems Presented in Five Hundred and Eigbty-Nine Case-Histories,
Boston, 1919, p. 211.
59 Ibidem, p. 319.
60 Ibidem, p. 224.
61 B. Liddell-Hart, Memoirs, London, 1962, voi. I, p. 13; trad. it.,
L'arte della guerra nel X X secolo, Milano, Mondadori, 1971, p. 20.
62 P. Witkop (a cura di), op. dt., p. 144.
63 F. Kreisler, Four Weeks in tbe Trencbes. The War Story of a
Violinist, Boston e New York, 1915, p. 69.
64 Ibidem.
65 R. Graves, Goodbye to AH Tbat, London, 1929, p. 107.
66 Ibidem, p. 119.
67 A. E. Ashworth, The Sodology of Trencb Warfare, in «British
Journal of Sodology», XIX (1968), n. 4, p. 418.
68 R. Graves, op. dt., p. 228.
69 W. von Schramm, In Krieg und Krieger, a cura di E. Jùnger,
Berlin, 1930, p. 41.
70 H. Massis, in G. A. Panichas (a cura di), op. dt., p. 283.
71 Ibidem, p. 277.
72 C. Edmunds (C. E. Carrington), Soldiers from thè Wars Return-
ing, London, 1965, p. 252.
73 E. Jiinger, Feuer und Blut. Ein kleiner Ausscbnitt aus einer
grossen Schlacht, Magdeburg, 1925, pp. 46-47.

155
C apitolo quarto

Mito e guerra moderna

Mito e realtà

Nella sua ricca e autorevole analisi della letteratura


inglese di guerra, Paul Fussell nota il paradosso fra
la realtà di questa guerra e il tipo di coscienza che
generò. Si trattò della prima guerra moderna, industrializ­
zata, tecnicizzata, eppure essa produsse miti, fantasie e
leggende che sono riconducibili a mentalità più arcaiche:
«Che un mondo così dominato dal mito potesse materia­
lizzarsi nel mezzo di una guerra che rappresentava il
trionfo dell’industrializzazione moderna, del materialismo
e della meccanica è un'anomalia degna di essere presa in
considerazione» \ In questo capitolo ci occuperemo di
tale anomalia. La produzione immaginaria dei combatten­
ti, i miti, le fantasie, e i rituali originati dalla guerra di
trincea sembrano in stridente contrasto con la modernità
della guerra stessa: eppure, ad un'analisi più puntuale,
quei miti e fantasie appaiono come lineamenti caratteristi­
ci, addirittura necessarie emanazioni della guerra tecnolo­
gica.
Spesso le fantasie e le leggende che furono generate al
fronte sono citate apposta per essere poi accantonate:
Jean Norton C ru2, per esempio, dedica il primo capitolo
della sua rassegna sulla letteratura di guerra francese alla
minimizzazione delle leggende propagatesi nelle trincee e
dietro la linea del fronte. In realtà il folklore di guerra
— inglese, francese, e tedesco — forniva materiale copio­
so per chi avesse desiderato porre sotto luce infamante il
nemico, oppure proiettare le proprie ansie e speranze sul­
lo spazio liscio della Terra di nessuno. I miti e le leggen­
de di guerra sono spesso considerati falsità, o quantome­
no impressioni distorte che interferiscono con la com-

157
Mito e guerra moderna

prensione chiara e netta delPesperienza concreta. I reso­


conti dell’esistenza delT«ufficiale spia», del pastore che
tradiva la posizione di una certa batteria disponendo ad
arte le proprie pecore, dello spostamento delle trincee in
un fiume rosso di sangue, di tedeschi, francesi e canadesi
crocifissi, dell’angelo di Mons, delle opere difensive te­
desche «imbottite di cadaveri», e dell’esercito di disertori
prosperante sulla Terra di nessuno, erano tutte descrizio­
ni, leggende, e im m ag in i p o p o la r i: m a n o n e ran o vere, e
quindi si è potuto credere che servissero soltanto ad oscu­
rare le reali condizioni della guerra.
Mentre da un lato è necessario rispettare la distinzio­
ne fra leggende sciocche e leggende significative propagate
in guerra, ci sembra che, in generale, i miti e le fantasie
di guerra non possano essere considerati come ricezioni
false di realtà fenomeniche; piuttosto, furono la necessa­
r ia artic o la z io n e d i q u e lle re a ltà d a p a r te d e l c o m b a tte n te .
Nei miti più significativi si può infatti intrawedere una
«lettura» delle costrizioni che immobilizzarono la vita dei
fanti nelle trincee, una lettura che, a livello immaginario,
spiegava lo stallo del fronte e la stasi del singolo indivi­
duo; le stesse condizioni tecnologiche che immobilizzava­
no il fronte suscitarono concezioni desuete della guerra e
del combattente. I miti e le fantasie di guerra tentarono
di far riv iv e re q u e ste c o n cezio n i in n u o v o o rd in e d i re a l­
tà: in sostanza, tentarono di colmare il gap fra le aspetta­
tive iniziali e la sconcertante realtà di fatto.
Non ci può essere dubbio che, per esempio, il mito
dell’esercito di disertori che si diceva abitasse la Terra di
nessuno e vivesse nutrendosi di cadaveri, fosse un’imma­
ginazione. Ma coloro che propagarono e condivisero illu­
sioni del genere non cercavano una falsificazione della
realtà, bensì una proiezione valida che ristrutturasse in
qualche modo il caos di impressioni ed eventi del loro
spazio vitale. I miti e le fantasie di guerra sono saldamen­
te ancorati alle realtà di guerra, per quanto essi possano
coinvolgere temi, immagini, e formule tradizionali.
È necessario vedere l’immaginazione in generale, e i
miti e le fantasie in particolare, come un tentativo di
158
Mito e guerra moderna

dissolvere e risolvere le coazioni spaziali e ideali imposte


dalla realtà di guerra. Bisogna innanzitutto vedere cosa
fossero queste coazioni. Viene abbondantemente citato, e
lamentato, che la guerra imponesse al combattente una
coscienza sensoriale ristretta e frammentata che gli rende­
va molto più difficile distinguere il vero dal falso, nonché
ciò che fosse giusto temere. L ’impatto della guerra sul­
l ’apparato sensorio dei combattenti è il punto da cui è
necessario prendere le mosse per comprendere la necessità
dell’immaginazione, delle fantasie, del mito. L ’invisibilità
rese l’udito dei combattenti più utile della loro vista nel-
l’individuare le fonti di pericolo; l’immobilismo fece del
movimento una potenzialità fantastica, magica, qualcosa
cui dar forma in sogni, leggende, miti (l’ufficiale spia, per
esempio, è essenzialmente ubiquo e «occhio di falco»).
Le priorità della nostra analisi sono scandite da que­
sto rapporto fra realtà e fantasie di guerra. In primo
luogo bisogna definire i modi in cui le condizioni di guer­
ra imposero un nuovo tipo di coscienza generale; solo
così diventerà chiaro come le fantasie che appaiono nella
letteratura di guerra altro non siano che costruzioni de­
signate a risolvere una realtà problematica. Raramente le
fantasie di guerra sono presentate in maniera coerente;
piuttosto risultano isolate, come frammenti dell’esperienza
individuale. Per questa ragione è utile seguire la lettura
lineare che Ernst Junger dà della propria esperienza inse­
rendo i vari spezzoni di vissuto in una visione coerente;
ma prima di procedere in questa analisi bisogna chiarire
l’anomalia notata da Paul Fussell e osservare più da vici­
no il rapporto fra realtà e fantasie di guerra. Fussell
sostiene che la guerra costringesse i suoi partecipanti ad
orientarsi «verso il mito, verso una rinascita del culto, del
misticismo, del sacrificio, della profezia, della sacralità, e
della significazione universale»3. Ma dunque è giusto
dedurre, dal momento che i combattenti riesumarono pa­
role e immagini di una tradizione rituale e letteraria che
pareva loro più adeguata a significare l’esperienza quoti­
diana, che la guerra effettuò un tipo di regressione verso
una mentalità più arcaica? Molti psicologi l’hanno dedot-

159
Mito e guerra moderna

to, sebbene raramente i loro riferimenti siano letterari: la


guerra «barbarizzò», «primitivizzò», o provocò «regres­
sioni infantili» nelle sue vittime.
L ’assunto che sta alla base di molte teorie sulla pro­
duzione immaginaria di guerra è che credenze, miti, ritua­
li, e leggende, siano caratteristici di una fase particolare
dello sviluppo psichico e culturale: quindi se gli indivi­
dui, in massa, si orientano in questa direzione, può solo
significare una regressione ad una fase culturale e psichica
anteriore, ampiamente superata dagli adulti civilizzati.
Questa tesi cela un’ipotesi ben precisa sul rapporto fra
realtà e mito. Secondo questa ipotesi, la guerra effettue­
rebbe una regressione psichica verso un luogo ove non
operino realtà coattive; i miti e le fantasie di guerra sa­
rebbero così una fuga, una via d’uscita dalle realtà coatti­
ve moderne che in guerra sono tradotte in termini milita­
ri. Le condizioni di guerra, in definitiva, imporrebbero un
movimento verso la fantasia e il mito i quali a loro volta
sono collocabili culturalmente e fisicamente nel conti­
nuum che conduce dal primitivo al civilizzato, ovvero dal­
l’infantile all’adulto.
Questo tentativo di assegnare un grado spazio-tempo­
rale alla produzione simbolica ha generato molta confu­
sione: è una semplificazione vedere le fantasie peculiari
dei combattenti — anche la più ovvia fantasia di fuga,
quella di volare — puramente e semplicemente come
v o lo n tà d ’a llo n ta n a m e n to d a lle o p p r e ssiv e condizioni di
vita della guerra di trincea. Forse, per evitare questo tipo
di semplificazione è utile sbarazzarci immediatamente del
termine «fantasia», che ha troppe connotazioni di fuga
dal reale e dal problematico nell’irreale, per impiegare
invece il termine «mito» — per quanto discutibile possa
essere la sua accezione. Le ricerche sul mito, stimolate
essenzialmente dagli strutturalisti francesi, si incentrano
p re c isa m e n te su l rapporto intrattenuto dal mito con le
realtà di un contesto sociale e culturale. Nel corso di
queste ricerche il termine è stato modernizzato, e merita
passare in rassegna il dibattito ad esso relativo per vedere
alcune delle alternative al concetto «regressivo» di mito.
160
Mito e guerra moderna

Inizialmente il mito era visto nient’altro che come


racconto sacro, una narrazione che definiva realtà sacre in
termini di fenomeni percettibili4. Ciò rendeva però diffi­
cile parlare di mito nel contesto di società desacralizzate,
secolari. Ma con Malinowski e la scuola funzionalista
d ’antropologia, il mito fu visto come funzionale a certe
esigenze caratteristiche di ogni società: i miti rappresen­
tano i «documenti anagrafici» delle istituzioni sociali e
delle usanze religiose, documenti che spiegano da dove
siano originate queste istituzioni e usanze e perché si
debbano rispettare. Malinowski inquadrò i termini di o-
gni futuro dibattito sul rapporto fra mito e realtà sociale:
si sarebbe ormai trattato di vedere come i miti funzionino
in un contesto sociale e culturale. Il ruolo del mito viene
poi sempre meno definito come «documento anagrafico»
della realtà sociale, quanto piuttosto come mediazione di
contraddizioni, tensioni, e conflitti inerenti al mondo rea­
le delle relazioni sociali. Ammesso che ci possa essere
accordo su ciò che significhi il mito, esso sta nella con­
vinzione che il mito serva a mediare le contraddizioni
culturali di fondo; ma il problema di come questa media­
zione abbia luogo è ancora oggetto di dibattito.
Si possono cogliere i termini di questo dibattito nelle
differenze fra Roland Barthes e Claude Lévi-Strauss nella
precisa funzione della mediazione realizzata dal mito. Se­
condo Barthes, il mito allevia le contraddizioni fornendo
un «meta-linguaggio» che sposta i segni nel contesto della
significazione. Il mito svolge Poperazione di trasformazio­
ne del segno in simbolo, in un processo che vede lo
spostamento del segno dal suo rapporto diretto con le
contraddizioni che costituiscono la realtà storica: «Siamo
di fronte al principio stesso del mito: il mito trasforma la
storia in natura» 5. Il mito svolge la funzione di semplifi­
care le contraddizioni sociali perché è un tipo di linguag­
gio che sottrae alle forme (significanti) il loro contenuto
originario (significato) e le ricombina in nuovi messaggi,
immagini, rappresentazioni che permettono alluditorio di
trarre piacere proprio da ciò che nella vita quotidiana
risulta maggiormente problematico.

161
Mito e guerra moderna

Passando dalla storia alla natura, il mito fa un’economia:


abolisce la complessità degli atti umani, dà loro la semplicità delle
essenze, sopprime ogni dialettica . . . organizza un mondo senza
contraddizioni perché senza profondità, un mondo dispiegato nel­
l ’evidenza, istituisce una chiarezza felice: le cose sembrano signifi­
care da so le6.

I l mito realizza, in questo caso linguisticamente, una


fuga dalla contraddizione. Tuttavia, è difficile vedere nel­
l ’esposizione di Barthes differenze reali fra mito, fantasia,
leggenda, melodramma, o romanzo: tutte queste forme
realizzano una depoliticizzazione del reale, e sono tutte
forme di falsa coscienza.
La concezione del mito in Lévi-Strauss presenta certi
lineamenti che risultano utili per Panalisi dell’esperienza
di guerra. Egli non vede il mito né come documento
anagrafico della realtà sociale né come fuga dalle contrad­
dizioni inerenti questa realtà; piuttosto, il mito è una
«speculazione» inconscia che intrattiene una relazione
complessa con la cultura che lo genera. Nel contesto della
sua analisi delle gesta di Asdiwal, un mito degli indiani
Tsimshian della costa nord-occidentale dell’America set­
tentrionale, Lévi-Strauss insiste che la rappresentazione
d e i m o d i di residenza puramente patrilocali o matrilocali,
che appaiono nella storia, debba essere letta con cautela
nel contesto di una società che, in realtà, non manifesta
nessuno dei suddetti modi di residenza nella loro forma
pura.
Le speculazioni mitiche intorno a modi di residenza integral­
mente patrilocali o matrilocali, non concernono dunque la realtà
tsimshian, ma le possibilità inerenti alla sua struttura, le sue
late n ti virtualità. Esse cercano, in ultima analisi, non di dipingere
il reale, ma di giustificare la soluzione di compromesso in cui esso
consiste, poiché le posizioni estreme sono in esso immaginate, solo
per dimostrarle inaccettabili; tale procedimento tipico della rifles­
sione mitica, implica l ’ammissione (ma nel linguaggio dissimulato
del mito) che la pratica sociale, così approfondita, è contaminata
da un’insormontabile contraddizione. Contraddizione che la società
tsimshian — come l ’eroe del mito — non può comprendere, e
preferisce dim enticare7.

Qui il mito svolge la funzione di isolare, focalizzare, e


162
Mito e guerra moderna

inquadrare uno o più dei tanti aspetti del contesto sociale


per mostrarne le «virtualità latenti», così come per rico­
noscere, d ’altro canto, l’impossibilità e l’irrealtà di quello
stesso aspetto se spinto agli estremi. Nella descrizione di
Lévi-Strauss, il pensiero mitico opera assumendo che la
verità non stia in una meticolosa descrizione delle realtà
qualificanti di status, autorità, lignaggio, festa, carestia,
età, sesso, che caratterizzano l’edificio sociale, bensì che
risieda nella selezione di certi elementi di quelle realtà e
nella loro spinta agli estremi.
I miti alleviano le contraddizioni ristrutturando gli
elementi di conflitto della realtà. Nel farlo non cambiano
nulla e «non spiegano nulla, si limitano a spostare la
difficoltà, ma, con il far ciò, sembrano per lo meno atte­
nuarne lo scandalo logico» 8. Fra le concezioni del mito
di Barthes e Lévi-Strauss dimora una differenza sottile
ma reale, e precisamente fra 1’alleviamento delle contrad­
dizioni per mezzo di uno spostamento a livello linguistico,
una sorta di Aufhebung linguistica da una parte, e l ’insi­
stenza sul potere speculativo, creativo e chiarificatore del
mito dall’altra. Per Lévi-Strauss i miti presentano la
struttura di un processo di selezione, categorizzazione e
ricombinazione che rende effettivamente possibile inserire
in un ordine discorsivo i fatti della vita economica, tecno­
logica, sociale. Gli elementi tratti dall’ambiente circostan­
te sono ristrutturati secondo un certo numero di schemi:
lo schema geografico (nord/sud), cosmologico (cielo, ter­
ra, mondo del sottosuolo), o gustativo (commestibi­
le/ non-commestibile).
Analogamente, nel contesto di guerra certi elementi
dell’esperienza sono privilegiati nella significazione, non
perché siano irreali, ma perché d ’importanza fondamenta­
le per l’esperienza umana della guerra. Si può leggere
nella letteratura di guerra la ristrutturazione dei fenomeni
bellici all’interno di una nuova topografia immaginaria; in
particolare, le dimensioni d ’altezza e profondità sono se­
tacciate per porre in rilievo virtualità altrimenti inestrica­
bili, confuse nella realtà del labirinto-trincea. Il cielo e i
suoi abitanti — gli aviatori — ricevettero qualificazioni

163
Mito e guerra moderna

di valore che solo gli abitanti delle trincee potevano at­


tribuire; il sottosuolo — teatro reale della guerra di mine
e contromine che si svolse sotto il sistema di trincea —
portò le realtà di guerra ad un estremo immaginario, fino
a modellare un nuovo tipo d’eroe. In breve, le dimensioni
aeree e sotterranee della guerra — aspetti dei fenomeni
concreti di guerra — fornirono i particolari di uno sche­
ma che permise ai combattenti di selezionare la loro espe­
rienza, evidenziarne certi aspetti, e ricombinarle in se­
quenze in grado di effettuare la modificazione delle aspet­
tative imposta dalla guerra-lavoro, dairorganizzazione in­
dustriale del macello umano.
Accanto allo schema verticale in cui si situano i pro­
blemi della mobilità, della visibilità, e dell’informazione, è
presente l’articolazione orizzontale del fronte in zone di
pericolo: una formula del tutto tradizionale, e basta ri­
cordare la celebre descrizione clausewitziana della batta­
glia per individuarne l’origine. Le retrovie, le trincee di
riserva, la prima linea, la Terra di nessuno, la prima linea
del nemico, le trincee di riserva del nemico, le retrovie
del nemico: è questa descrizione di due sistemi contrap­
posti, faccia a faccia, che definisce le possibilità di vita e
di movimento. Infatti il ritmo di tre o quattro giorni in
prima linea, tre giorni nelle riserve, e quattro o più di
riposo dietro il fronte fu osservato da tutti gli eserciti
belligeranti, e produsse quella tipica oscillazione pendola­
re reperibile in ogni testimonianza dalle trincee.
- In particolare, le retrovie fornivano numerosi spunti
per lo sviluppo di temi bucolici, e le linee avanzate invece
per revocazione del carattere demoniaco del mondo tec­
nologico. La letteratura di guerra trabocca di scene farci­
te di ornamenti floreali, delicate sfumature di colori, soste
oziose e contemplative nei caldi giorni d ’estate, accanto a
descrizioni di «alberi sradicati e uomini storpiati», campi
butterati di crateri, un paesaggio lunare dominato dalla
presenza disumana della tecnologia. Tenta molto vedere il
contrasto fra temi tecnologici e bucolici in termini di
opposizione fra tecnica e giardinaggio, come è ormai di­
venuta consuetudine nel dibattito su industrializzazione e

164
Mito e guerra moderna

miti — soprattutto nell’ambito storiografico culturale a-


mericano 9. Ma qui esaminerò piuttosto l’interazione fra
le dimensioni tecnologiche e «naturali» della guerra ri­
guardo a ciò che era veramente diventata Possessione del­
le truppe, degli stati maggiori, di chiunque avesse in un
modo o nell’altro a che fare con le realtà della guerra: il
problema della mobilità. Focalizzare il problema della
mobilità, e del modo in cui questo problema trovò solu­
zione mitica, cambia la valenza significante attribuita ge­
neralmente ai temi tecnologici e pastorali. Infatti, sia il
mondo bucolico sia il mondo tecnologico forniscono stru­
menti idonei al passaggio mitologico, fissando differenti
immagini della mobilità. Il soldato che trascorre il pro­
prio turno di riposo nelle retrovie si trova immerso in un
universo non problematico, non resistente, che si offre lui
solo attraverso il pittoresco; qui la mobilità del soldato è
forzatamente oziosa e rappresenta un’occasione per riflet­
tere sulla propria esperienza; il paesaggio è d’aiuto alla
contemplazione ed al ricordo. Il ritorno nell’universo do­
minato dalla tecnologia, anche sotto forma di fantasie, è
un movimento diretto, propulsore, che può compiersi solo
con un enorme investimento d ’energia; è un movimento
che non evoca immagini bucoliche bensì incubi di pene-
trazione e violenza. Il movimento meccanico è un moto
essenzialmente inevitabile, sovente visualizzato in termini
d ’aggressione sadica nei confronti di un oggetto pas­
sivo.
Se i motivi tecnologici e bucolici di guerra forniscono
il contesto in cui è possibile la soluzione di ciò che è
diventato troppo problematico, provvedono pure i termini
per la riproposizione e l’articolazione del problema stesso.
È necessario riconoscere che la relazione fra pastorale e
tecnologico non è di antitesi pura e semplice. Nella lette­
ratura di guerra esiste un’immagine bucolica positiva e
una negativa, proprio come esistono visioni positive e
negative dell’universo tecnologico. I poli positivo e nega­
tivo nell’ambito del pastorale sono stati spesso oscurati
dalla tendenza a vederlo come uno stato o un luogo coin­
cidente con il naturale, piuttosto che come uno scenario

165
Mito e guerra moderna

d ’azione. Infatti, l’eroe del bucolico non è il giardiniere


legato alle fatiche del proprio mestiere, bensì il pastore
che gode della propria vita nomade, semi-povera, senza
fini assillanti: l’universo naturale che immobilizza, la ter­
ra, e le attività tipiche di quello scenario, zappare, scava­
re, rappresentano precisamente ciò da cui il soldato di
linea desiderava essere liberato. Il soldato che marcisce
nelle trincee vede se stesso ed è visto dagli altri in termi­
ni di visione bucolica negativa, come un bruto, un villico,
un individuo instupidito dalla fatica del proprio lavoro.
Analogamente, la «macchina» rappresenta un’immagi­
ne negativa nella misura in cui appare come fattore alie­
nante, immobilizzante, e positiva invece nella misura in
cui accelera, rafforza il movimento, e rappresenta un si­
stema omogeneizzante. Sotto entrambi gli aspetti, sia cioè
come autorità totale che detta le condizioni dell’immobili­
tà, sia come veicolo di mobilità, le possibilità inerenti alla
realtà tecnologica sono spinte all’estremo. La macchina è
un termine che acquista preminenza nella letteratura di
guerra sia come descrizione del problema sia come veicolo
della sua soluzione; la macchina è al contempo «forza
legislativa» autonoma e articolazione delle potenzialità e
delle energie umane.
Entrambi i motivi, quello tecnologico e quello pasto­
rale, emergono nella letteratura di guerra come biforca­
zioni e ridefinizioni dei problemi che le realtà di guerra
presentano ai combattenti: problemi di potenza, di mobi­
lità, e di visibilità. Ciò appare evidente qualora si affronti
il tipo di coscienza generatosi dalla trincea.

La frammentazione della coscienza visiva e la fantasia del


volo

Le condizioni di combattimento nell’ambito del siste­


ma di trincea produssero un profondo disorientamento
nella maggior parte di coloro che vi presero parte. Questa
vera e propria crisi d’orientamento generò a sua volta il
bisogno di una visuale complessiva coerente, il tipo di

166
Mito e guerra moderna

visuale attribuito all’aviatore, al pilota che fruiva di una


vasta prospettiva aerea. La sensazione di essere smarriti
nel labirinto delle trincee — spesso in senso letterale —
è anche una metafora per gli effetti che la guerra di
trincea sortì sull’apparato sensoriale dei combattenti. La
limitazione visiva, la perdita di ogni sicuro orientamento
spazio-temporale, sono le strutture percettive che forniro­
no le basi per reminiscenze e sensazioni di déjà-vu come
quelle riportate da J. R. Ackerley ad anni dalla fine del
conflitto. Girovagando per le strade di una città d ’india,
gli parve come di essere tornato in trincea: «Le strade si
facevano sempre più strette, finché pensai di essere di
nuovo in trincea . . . » 10.
Le realtà di trincea posero seri problemi a coloro che
avessero desiderato memorizzare la propria esperienza. In
uno scritto di non più di sei mesi successivo al suo rien­
tro dal fronte orientale, Fritz Kreisler si scusa per l ’incoe-
renza della sua memoria. Egli si trovava incapace di orga­
nizzare il ricordo in un ordine sequenziale, dicendosi i-
noltre convinto di non essere l ’unico a soffrire di questa
incapacità: infatti, quella «singolare indifferenza della
memoria riguardo ai valori spazio-temporali» era «caratte­
ristica della maggior parte delle persone che io abbia in­
contrato in guerra . . . » 11.
Si fin isce in u n o stran o sta to p sic o lo g ic o , q u a si ip n o tico , che
verosimilmente impedisce di osservare e registrare le cose in modo
normale 12.

L ’invisibilità del nemico e la necessità di trovare ripa­


ro nella terra, l’intrico senza fine del sistema difensivo, lo
squassante frastuono del fuoco di sbarramento, e la fatica
degli spostamenti diuturni, concorsero a sconvolgere quel­
le strutture stabili che normalmente sono impiegate nella
definizione della sequenzialità. L ’udito assunse molta più
importanza della vista per distinguere il reale, e soprat­
tutto ciò che poteva rappresentare minaccia. Kreisler so­
stiene che la sua educazione musicale contribuì alla sua
sopravvivenza, poiché egli si dimostrò capace, con il
semplice udito, di valutare la traiettoria delle bombe in

167
Mito e guerra moderna

arrivo, il loro calibro, la loro velocità; racconta anche con


un certo orgoglio che il suo orecchio bene addestrato fu
pure impiegato come strumento bellico, quando egli aiutò
la propria artiglieria a individuare la postazione di una
batteria nemica perticolarmente fastidiosa.
Molti ricordano che lo scenario fisico della guerra im­
pose una restrizione della coscienza visiva, una perdita
del senso di superficie, una fissazione su di una stretta e
insignificante striscia di terreno. Questa radicale decurta­
zione visuale rafforzò la capacità di proiezione. Nel visita­
re dieci anni circa dopo la conclusione della guerra una
trincea a lui nota, Ernst Jiinger non ricorda alcuno speci­
fico fatto concreto, bensì una serie di proiezioni indotte
dalPimpossibile angustia di quel luogo.
Quante volte mi sono trovato come ora, in luoghi come
questo! Davanti a me sta un breve tratto di trincea, una piccola
parte deH’immenso fronte. Eppure questo nero buco d’entrata del
ricovero, un occhio morto soffuso di penombre e segreti, questo
posto di sentinella, questi tre o quattro fili di reticolato tesi sopra
la mia testa che rigano il pallido cielo, sono ancora un universo
intero che mi avvolge in maniera tanto semplice quanto significa­
tiva come lo scenario di un potente dramma 13.

Molti veterani che ritornarono sui luoghi dove aveva­


no combattuto allo scopo di rinverdire i propri ricordi
furono colti da una impressionante sensazione d’incon­
gruità spaziale: le trincee apparivano ora più piccole,
strette, sacrificate, di quanto non fosse loro sembrato du­
rante la guerra. I veterani, al pari di coloro che rivisitano
i luoghi della propria infanzia, furono impressionati dal­
l’abisso fra come le cose apparivano ora e come ne aveva­
no fatto esperienza un tempo. C ’era una significativa di­
scontinuità fra il campo visivo e lo spazio come era stato
immaginato e vissuto; nell’efficace metafora di Jùnger, la
differenza fra la vista delle trincee dopo la fine del con­
flitto e ciò che egli sentiva quando ci viveva dentro, era
come la differenza fra vedere una carie in un dente e
sentirla con la lingua. In guerra i ristretti spazi di vita
erano stati ampliati dalla fantasia; ora invece erano visti
da fuori, nelle loro dimensioni reali.
168
Mito e guerra moderna

La nuda superficie del paesaggio circostante rifletteva nella


fantasia di ciascuno una serie di incubi che la coscienza si sforza­
va in continuazione di respingere come non credibili. A lungo
andare questo era uno sforzo maggiore di quanto si possa crede­
re 14.
È significativo, riguardo agli effetti duraturi dell’e­
sperienza di guerra, che ciò che veniva più sovente ricor­
dato non fosse un’impressione, uno stimolo concreto,
bensì una prospettiva spaziale, una proiezione sovrapposta
alla realtà di guerra. I frammenti d’esperienza che ap­
paiono sui memoriali, su riviste e giornali, possono essere
riconosciuti dalla loro curvatura come cocci di un unico
vaso, come schegge di una struttura conscia, cognitiva,
nettamente contrastante con tutto ciò che era considerato
normale prima e dopo la guerra. Nel tentativo di definire
le differenze fra la visuale dei genitori e la sua, un volon­
tario scriveva a casa: «Dovete comprendere come possa
restringersi un orizzonte individuale; non si può cogliere
la situazione generale, e la si giudica interamente dal
proprio punto di vista» 15. Il richiamo della guerra aveva
evocato immagini un tempo servite a definire il luogo e la
posizione del combattente nel suo campo d’esperienza,
immagini che invece ora illuminavano la discontinuità di
dimensioni e coscienza spaziali fra i luoghi abituali della
vita civile e il campo d ’azione radicalmente delimitato dal
combattente. Il decurtamento di questo campo incoraggiò
la proiezione immaginaria sulla guerra, nonché la dilata­
zione dei sensi — soprattutto l’udito.
In un’intervista con Leslie Smith, Robert Graves ha
recentemente discusso della difficoltà attinente qualsiasi
tentativo di descrizione dell’esperienza di guerra a gente
che ne fosse rimasta estranea. Il problema deH’incom-
prensione doveva molto alle impressioni auricolari ricevu­
te dai combattenti, impressioni che non potevano essere
rese in parole.
graves: Il fatto più singolare è che, si ottenesse una licenza
di sei settimane oppure di sei giorni, l’idea di trovarsi a casa
spaventava perché si sarebbe piombati in mezzo a gente che non
era in grado di capire quello che provavamo.

169
Mito e guerra moderna

smith : Ma voi non tentavate di spiegarlo?


graves: Non era possibile: non si può comunicare un fra­
stuono, un frastuono che non cessa mai, neppure per un istan­
te 16.

Infatti, «le menti erano incrinate dal rombo conti­


nuo». La superiorità delle macchine sugli uomini era an­
nunciata con un «fragore di tuono» che squassava la
terra e portava coloro che vi si erano rifugiati molto
prossimi al collasso. I combattenti erano unanimamente
d'accordo che le condizioni della nevrosi fossero poste
non tanto da viste come quella, già terrificante, dell’e­
splosione di ordigni a gas, quanto dall’assordante rumore
e dalle vibrazioni dei bombardamenti di preparazione,
sotto cui i difensori erano costretti a rimanere per ore e
anche per giorni interi.
Nella sua analisi delle organizzazioni sensoriali che
pare distinguano la cultura moderna da quella pre-moder-
na, J. C. Carothers sostiene che suono e magia siano pecu­
liarmente compatibili, così come vista, coscienza visiva, e
demistificazione lo sono fra loro. Egli sostiene, con im­
magini reseci familiari da Marshall McLuhan e Walter
Ong, che nelle culture alfabetizzate l’orecchio diventi or­
gano puramente secondario.

Per vivere nel mondo occidentale contemporaneo è richiesto


un senso ben sviluppato delle relazioni spazio-temporali e dei
rapporti causali su basi meccanicistiche, e tutto ciò dipende essen­
zialmente dalla sintesi visiva, anziché da quella auricolare. Il
mondo magico retto da potenze animistiche potè essere superato
solo quando l’attenzione dell’uomo cominciò a focalizzarsi princi­
palmente sul mondo visibile, relativamente oggettivo 17.

Per quanto si possa obiettare a questa definizione di


culture sulla base del sensorio individuale, ci interessa
l’ipotesi che lo sconvolgimento della possibilità di «sintesi
visiva» crei quel clima di ansia e paura che introduce alla
pratica magica. Molti reduci ricorderanno che, anche con­
tro il loro temperamento, divennero superstiziosi sotto il
bombardamento continuo, e cominciarono a vedere il loro
mondo e se stessi come vittime di forze malefiche che
170
Mito e guerra moderna

avrebbero potuto essere propiziate tramite formule e ri­


tuali magici. Robert Graves ammette «di essere diventato
addirittura superstizioso: mi trovai a credere in segni del­
la più triviale natura» 18. Le circostanze di questa guerra,
il dominio acustico, e l’impossibilità di una difesa attiva,
efficace, produssero un concetto del rapporto fra indivi­
dui e forze che li sovrastavano molto più vicino allo
spirito magico che a quello tecnologico. Charles Carrin-
gton descrive come le proprie facoltà intellettive si pie­
gassero sotto il peso del bombardamento. Il suo ricorso a
formule scaramantiche, rituali, e fantasie, aveva lo scopo
di permettergli un minimo di controllo, per quanto spu­
rio, sulle forze che lo dominavano.
La giornata trascorreva in uno stato completamente nevroti­
co . .. Pensavi assurdi scongiuri per sviare la granata che sentivi
sopraggiungere. Una coazione ormai potentemente interiorizzata
portava a sedersi in un certo modo e non in un altro, a toccare
oggetti particolari, a biascicare silenziosamente fra i denti ritornel­
li. Se questo rituale era completato, si era salvi. . . fino alla
bomba successiva. Questa assurdità aveva assunto i toni oscuri del
fatalismo: ci si accorgeva con orrore di essere scivolati nella
superstizione, ovvero che i segni che tu stesso creavi ti si rivol­
gevano contro, e si finiva per attribuire alle granate in arrivo una
deliberazione e un’accuratezza che di fatto non avevano. Così
trascorrevi tutto il giorno, ascoltando, calcolando, sperando o di­
sperando, cercando compromessi con il destino e scommettendo
con te stesso sulle possibilità di questi orrori vari19.

Qui è evidenziata l’anomalia di cui parla Fussell.


L ’impressionante scala di violenza tecnologica costrinse i
combattenti ad una regressione verso forme di pensiero e
di comportamento magiche, irrazionali, mitiche. Non è
necessario arrivare al punto di sostenere, come hanno fat­
to molti ufficiali medici e psicoterapeuti, che questa
regressione ripercorra all’indietro i gradi della moderniz­
zazione; anche facendo a meno dell’idea di regressione, si
è al cospetto di abbondanti prove che il tipo di coscienza
generatosi in trincea fosse in stridente contrasto con il
modo di affrontare e risolvere problemi generalmente de­
finito razionale, scientifico, o tecnologico.
Gli uomini divennero superstiziosi in guerra. Il loro

171
Mito e guerra moderna

uso di rituali scaramantici e formule propiziatorie pare


l ’inevitabile risposta alla perdita totale del controllo indi­
viduale sulle condizioni di vita e di morte. La pratica
magica riferita da Carrington non ha nulla di comunita­
rio: attività individuale e solitaria, è un comportamento
che rientra in una situazione prossima a quell'impotenza
tecnologica che Malinowski considera alla base della fede
magica. La magia rappresenterebbe infatti la risorsa ap­
propriata in situazioni in cui le basi della sopravvivenza
non possano essere garantite da alcuna delle tecnologie
disponibili; la magia è comportamento funzionale nella
misura in cui lo scongiuro riesce ad alleviare ansie che
altrimenti paralizzerebbero qualsiasi capacità d’azione.
L ’affidamento a difese di tipo magico e fantasie d ’invul­
nerabilità può dunque essere visto come risultato di quel
profondo senso di impotenza individuale di fronte alla
violenza governata dalla tecnologia che trapela da tutte le
descrizioni di guerra. Carothers sostiene inoltre che la
coscienza magica sia pure un risultato della preclusione di
ogni sintesi visiva e dell’affidamento sempre crescente alla
percezione auricolare. I suoni rivelavano movimenti peri­
colosi: il fruscio delPerba nella Terra di nessuno, il tin­
tinnio del reticolato, il fischio di una granata in arrivo, il
tonfo sordo di un colpo di mortaio — tutti annunci di
una morte potenziale contro cui le uniche difese erano la
terra e il rituale.
Vorrei avanzare l’ipotesi di un altro possibile legame
fra i suoni di guerra e il mutamento della percezione
cosciente dei combattenti. Graves, Carrington, e molti
altri notarono che il frastuono terrificante dello sbarra­
mento d’artiglieria generava una sorta di condizione
ipnotica che sconvolgeva ogni modello razionale di causa
ed effetto, permettendo, e addirittura richiedendo, il ri­
corso alla pratica scaramantica. Questo stato fu sovente
descritto in termini di perdita di coerenza logica e di
scomparsa del senso di sequenzialità temporale; in questo
modo venne a crearsi un terreno fertile per un pensiero
irrazionale e per associazioni di tipo spontaneo. In tutta
la storia della psicologia, gli studiosi dell’attività cognitiva

172
Mito e guerra moderna

hanno insistito sulla distinzione fra due diverse, e spesso


dicotomiche, forme di organizzazione del pensiero. Queste
dicotomie, chiamate in vario modo — come differenza fra
irrazionale e razionale, processi primari e processi secon­
dari di pensiero, intuitivo e analitico, magico e scientifico
— definiscono strutture diverse dell’organizzazione cogni­
tiva. Ulrich Neisser preferisce chiamare queste due forme
organizzative «parallela» e «sequenziale». I processi se­
quenziali «operano soltanto quelle verifiche che risultano
non contraddittorie alla luce dei risultati delle preceden­
ti» 20; ogni idea, ogni immagine, segue dalla precedente,
necessaria idea o immagine. In contrasto con il procedi­
mento sequenziale, in cui le idee sono ordinate una per
volta, il processo parallelo svolge «molte attività simul­
taneamente, o almeno indipendentemente l’una dall’al­
tra» 21; visti nel loro complesso, i processi paralleli manca­
no di qualsiasi sequenzialità coerente. Neisser suggerisce
che «pandemonio» possa essere il termine più appropriato
per i processi paralleli, così come per i «processi primari»
di Freud: «Freud non avrebbe trovato nulla da obiettare
di fronte a una descrizione dei processi primari come
un’orda di demoni scatenati»22. Questa distinzione fra
processi paralleli di pensiero, multilivello, diffusi, mani­
festamente caotici, e processi sequenziali, che si incentra­
no su un’ordinata, successiva soluzione di problemi, offre
la griglia interpretativa del mutamento nella coscienza
percettiva di coloro che furono succubi di bombardamenti
senza tregua.
Nell’anomalia sottolineata da Fussell — cioè nel con­
trasto fra la guerra industrializzata e il comportamento
rituale, magico, generatosi in seno ad essa — è implicito
che si tratti di contrasti fra mentalità diverse, fra uno
spirito tecnologico e un insieme arcaico di credenze. La
magia è qualcosa di più di una deficienza scientifica: essa
infatti lavora sulla base di corrispondenze, analogie e as­
sociazioni che presumono un universo significante poliva­
lente. La tecnologia, così come è stata definita nel mondo
occidentale, si incentra invece su di un rapporto verifica-
bile fra mezzi e fini, fra causa ed effetto. Francesco Baco-

173
Mito e guerra moderna

ne distingueva la scienza dalla magia in base al fatto che


la prima produce risultati che possono essere riconducibi­
li a cause necessarie rigorosamente delimitabili. Questi
risultati possono poi essere descritti in un linguaggio
scevro da «fantasie», immaginazioni, o pregiudizi cultura­
li. È anche significativo che le primissime definizioni di
scienza moderna — quelle di Bacone, Galilei, e Cartesio
— poggiassero, in misura inedita rispetto al passato, sulla
metafora visiva e sulla nozione di osservazione oggettiva e
induttiva. Il campo visuale d'osservazione sperimentale,
lo spirito tecnologico, e i processi sequenziali di pensiero,
nelTaccettare solo le prove conseguenti dal risultato di
verifiche precedenti rimandano l’uno all’altro ratificando­
si reciprocamente: la sintesi visuale tronca la miriade di
corrispondenze soggiacenti ad ogni pratica magica.
Si può dire che il deteriorarsi del campo visivo patito
da tanti nel corso della guerra di trincea inceppò quel
codice che permette all’osservatore di distinguere la suc­
cessione degli eventi. Certe situazioni, analogamente a
quella della guerra di trincea, sembrano molto idonee a
disorganizzare il pensiero sequenziale e a disorientare il
partecipante; nella cultura africana in particolare, il fra­
casso, oppure il rapido oscillare fra note musicali ordinate
secondo una certa sequenza e ritmi sincopati e sfiancanti,
sono impiegati per guidare lo stato di trance, la posses­
sione spiritica, o altri stati di alterazione della coscienza.
Rodney Needham, per esempio, ipotizza che gli strumenti
a percussione dominino gli scenari rituali per il loro forte
effetto di disorientamento psico-fisico: come il tuono e la
cannonata, i tamburi «sconvolgono la normalità ambienta­
le» 23. Il tamburo è la figura centrale della cerimonia
Voodoo haitiana: «È il tamburo» sostiene Frances Hux­
ley, «che fa precipitare la dissociazione; chi lo batte è
abilissimo nel cogliere il momento, e incrementando, alte­
rando, o spezzando il ritmo, accelera la crisi nei parteci­
panti al rito» 24. Morton Marks descrive con dovizia di
particolari come la rottura fra ordine (parlare o suonare
uno per volta) e la confusione (parlare tutti insieme) sia
caratteristica centrale delle esibizioni rituali africane o a-

174
Mito e guerra moderna

fro-americane. L'oscillazione fra ordine e frammentazione


dell'ordine conferma la plausibilità dell'interpretazione, in
altri contesti, di certi tipi di comportamento generalmente
associati agli stati di trance25.
Questa digressione nei campi della psicologia cogniti­
va e dell'etnomusicologia suggerisce dunque, io credo, al­
cune possibili connessioni fra il frastuono del bombarda­
mento e l’alterazione del proprio stato di coscienza de­
scritta dai combattenti, ovvero la mentalità magica, miti­
ca, vista da Fussell come effetto della guerra. La limita­
zione visiva eliminò la maggior parte di quei segni che
permettono agli individui di collazionare la loro esperien­
za in termini di problemi risolubili in una sequenza ra­
zionale. Il frastuono pazzesco che dominava il fronte sor­
tì effetti di disorientamento assoluto: il sottofondo di
esplosioni continue limitava il tipo di informazione acqui­
sibile dall'ambiente, e costringeva i soldati ammassati nei
rifugi sotterranei ad escogitare nuovi modelli per decifra­
re la diversa gamma di detonazioni sulle loro teste. Ebbe­
ne, questa decrittazione di universo caotico poggiò com­
pletamente sull’angolazione prospettica del singolo indivi­
duo, un angolo ristretto che forzò il riemergere di ansie
profondamente rimosse, immagini animistiche, associazio­
ni spontanee e imprevedibili.
La maggior parte degli europei che combatterono la
Grande Guerra esperì il frastuono di guerra come caos
puro e semplice: qualcosa che provocava paura, stordi­
mento, muta rassegnazione. Proprio perché non esisteva
alcun paradigma convenzionale, culturale, che garantisse
un'adeguata preservazione dell'«interiorità» del soldato
nel corso del passaggio da uno stato d'ordine al frastor­
nante disordine di guerra, fu il fuoco di sbarramento, il
tambureggiante fuoco d'immensi parchi d’artiglieria, che
più sovente realizzò il passaggio alla nevrosi, nel collasso
psichico, nell'alterazione mentale: la difesa ultima contro
le brutalizzanti e omicide realtà di guerra stava in para­
dossi, proiezioni, fantasie lugubri e deprimenti, oppure
nell'assunzione di sintomi nevrotici.
La limitazione visiva non solo portò all'incidenza della

175
Mito e guerra moderna

nevrosi, ma contribuì pure alla «testualizzazione» degli


eventi di guerra, testualizzazione di cui abbiamo parlato
più sopra. La guerra assunse una terrificante autonomia
dalle motivazioni e dai propositi degli uomini che vi par­
teciparono, venendo sempre più descritta in termini an­
tropomorfici, o come un automa — un organismo che
attuava e autorizzava azioni non più attribuibili a scopi
individuali. La razionalità, gli scopi, i fini della guerra,
erano sempre più reconditi agli occhi dei combattenti;
eppure, il loro ruolo, la loro stessa sicurezza, sembravano
dipendere, in modo crescente, dalla corretta lettura delle
misteriose intenzioni dell’organismo che dettava le condi­
zioni di vita e di morte.
Merita di essere seguito il percorso attraverso cui la
guerra divenne completamente priva di significato, agli
occhi della maggior parte dei combattenti. Infatti, questo
processo non comportò un semplice mutamento attitudi­
nale, ma rappresentò una funzione della trasformazione
vera e propria imposta dalla guerra sulla prospettiva e la
coscienza individuali. La prima vera impressione della
guerra fu, per tanti, un riconoscimento della peculiare
discrepanza fra il suo significato e la sua realtà di fatto.
Lo spazio in cui fu combattuta era troppo limitato per
poter apparire come recipiente di un significato stori­
co-mondiale: questa angustia dello scenario su cui si esi­
bivano i combattenti apriva un gap fra l’azione e il suo
significato. Herbert Weisser, un volontario tedesco, fu
sorpreso da questa incongruenza al momento del suo pri­
mo approccio con la guerra di trincea.
Ieri giunsi in trincea, dove potei vedere per la prima volta la
vera guerra. Tutto trova posto in una striscia di terra molto
stretta (anche se, certamente, molto lunga) che appare davvero
troppo stretta per il significato gigantesco di questa guerra26.

L ’iniziale portata ideale della guerra mal s’accordava


con le sue reali dimensioni spaziali. Una maggiore familia­
rità con le condizioni reali di questa guerra convinse
Weisser come essa altro non fosse che uno spreco di uo­
mini e di energie assurdo, privo di significato, un’assoluta

176
Mito e guerra moderna

smentita della «spinta al rendimento». Gli rimase la spe­


ranza che la grandezza della guerra, così radicata nelle sue
aspettative iniziali, potesse riapparire dopo la fine del
conflitto — sotto forma di ricordo: «Credo che potrò
riconoscere e apprezzare la grandezza di questi momenti
solo fra qualche anno» 71.
L ’effettiva esperienza di guerra non portò i combat­
tenti, come loro avevano sperato, più prossimi al suo
significato. Al contrario, la maggior familiarità con quel
tipo di combattimento distanziò l’individuo dal fine e dal
senso del progetto in cui si era trovato coinvolto. Lo
sforzo per riuscire ad inquadrare le proprie aspettative
nelle reali condizioni della guerra, uno sforzo che termi­
nava nell’incapacità di comprendere e nello sviluppo di
un particolare tipo di animismo, è bene illustrato nelle
lettere di guerra del tenente Edward F. Graham, di Ro­
chester, New York. Come corrispondente del «Times» di
Brooklin, Graham aveva sostenuto la proposta di pace di
Henry Ford all’Europa nel 1916, ed era convinto di co­
noscere il segreto della guerra e di aver saldamente affer­
rato il suo significato ideologico.

Il mondo è spaccato in due. La disperata contesa fra giustizia


e tirannide ... è ai ferri corti. Dovreste essere orgogliosi che io
partecipi alla lotta . .. come parte del muro umano innalzatosi
contro il secondo medioevo28.

Ma al fronte, la chiarezza del confronto fra le forze


del bene e quelle del male fu progressivamente oscurata
dalla spaventosa dimensione dell’evento. Vista dall’inter­
no, l’enormità di quella guerra sconvolse ogni prospettiva
personale: quale che fosse il grado del singolo individuo,
la sua autorità nella catena gerarchica del comando, qual­
siasi comprensione razionale dell’evento in termini di pia­
no, ordine, ed esecuzione dell’ordine, risultava impos­
sibile.

Questo sforzo angoscioso, continuato, inchioda le facoltà e


rimpicciolisce le aspettative. La realtà qui è talmente particola­
re. . . che i civili e il loro affaccendarsi ci appaiono come mero

177
Mito e guerra moderna

spettacolo cinematografico. Si tratta di uno sforzo talmente smisu­


ra to e c o m p licato che n essu n cervello è in g rad o d i co m p ren d erlo ,
né il fante che scaglia una bomba a mano contro un Boche, né il
generale che manovra un intero esercito: il risultato c ’è, è concre­
to, ma in nessun caso permette all’attore di cogliere i sottili
processi che lo sottendono29.
La guerra era dunque ancora progetto umano, per
quanto avesse superato la capacità di comprensione del
singolo individuo, fantaccino o generale che fosse. Ma dal
rendersi conto che la guerra non sia soggetta ad alcuna
volontà individuale, alla convinzione che la stessa sia go­
vernata, retta, da una volontà sovrapersonale e disumana,
il passo è breve. Si può cogliere il passaggio all’animismo
nell’ultima lettera di Graham — in cui la guerra appare
come una bestia gigantesca, incomprensibile, malefica, e
in cui gli uomini appaiono rimpiccioliti, riconoscibili solo
per la loro miseria e la loro abiezione. Il 21 agosto del
1918 — meno di tre mesi prima dell’armistizio —
Graham fu ucciso da una granata d ’artiglieria che esplose
davanti all’entrata del ricovero in cui egli e la sua squa­
dra avevano cercato scampo da un furibondo bombarda­
mento tedesco. La madre più tardi ricevette i suoi appun­
ti e il brogliaccio di una lettera datata 20 agosto.
È questa ima guerra di miserabile infrattarsi — uomini-pigmei
che si im b u can o so tto te rra p re gan d o di scam p are ai co lp i di
maglio del gigante che scuote la terra con cieco furore30.

Dunque la guerra conservò la sua magnitudine agli


occhi di Graham, anche se evoluta da evento storico mo­
ralmente comprensibile, a sistema che dava scacco ad ogni
interpretazione personale e, infine, ad automa caratteriz­
zato dall’indifferenza per le sofferenze umane che «esso»
infliggeva. Graham conclude ponendosi la domanda che
tanti si posero, una domanda appropriata al paradigma
moderno della sofferenza di massa: perché uomini total­
mente sviliti dall’atroce realtà, le cui convinzioni si sono
mostrate illusioni, e che hanno smarrito ogni senso di ciò
che fanno, continuano a soffrire senza fine?
Molti invece preferirono non porsi questa domanda,

178
Mito e guerra moderna

spostando lo scopo e il significato perduti ad una prospet­


tiva futura oppure attribuendoli ad una creatura fantasti­
ca collocata in qualche punto «sopra» il fronte e capace
di cogliere il disegno del caos esperito dal soldato di
linea. Franz Schauwecker fu uno di quelli che ascrissero la
coerenza da loro persa ad un essere fantastico che aleg­
giava sulle trincee, sul labirinto del fronte.

Tutti i raziocini dei soldati vagano senza coerenza, ognuno


per conto proprio, ma dietro e sopra di essi sta, in qualche parte
del fronte, un senso ordinatore dei milioni di passaggi, angoli e
trabocchetti, in un tutto organico . .. E solo un occhio che possa
godere di una prospettiva superiore può tenere tutto sotto con­
trollo 31.

Per Schauwecker, e per tanti altri, la guerra era dive­


nuta un fato misterioso, un indecifrabile destino. Incapa­
ce di abbandonare una volta per tutte le possibilità di
capire il perché della propria sofferenza, egli proiettò quel
significato per lui ormai inattingibile in un luogo sovra­
stante il fronte: la capacità di prospettiva negata al solda­
to di linea, smarrito in mezzo ai «milioni di passaggi e
trabocchetti» della sua quotidianità, fu delegata a un «oc­
chio» libero da impedimenti e limitazioni di sorta.
Uno dei miti più significativi della guerra fu la pro­
spettiva aerea — quella che veniva attribuita all’aviatore.
La necessità di questo mito risiede precisamente nella
frammentazione delle percezioni e delle finalità del solda­
to di linea; il mito del volo, dell’avventura aerea come
ultima sponda del comportamento cavalleresco, è chiara­
mente un concetto compensatorio. Esso serviva infatti a
mantenere aperto in qualche modo lo spazio di significato
e finalità attraverso il quale tanti erano entrati in guerra,
essendo l’aviatore una figura reputata ancora in grado di
destreggiarsi fra le aspettative annientate dalle condizioni
della guerra di trincea: assumendo la prospettiva dell’a­
viatore, il fante avrebbe potuto distanziarsi psichicamente
dalle schiaccianti condizioni di guerra. Una veduta aerea
avrebbe ordinato gli angoli e le giravolte del labirinto di
trincee in un tutto organico, e reinvestito delle aspettati-

179
Mito e guerra moderna

ve iniziali le condizioni concrete di guerra. Volare, in


teoria e in pratica, teneva aperta la possibilità di fuga; e
molti si avvantaggiarono di questa possibilità. Erich von
Ludendorff consigliò ai suoi figli di raggiungere «Parma
militarmente decisiva, la fanteria». Essi lo fecero ma, finì
per lamentarsi Ludendorff, «come accadde a tanti nostri
giovani, la libertà dei cieli li attrasse fuori dalle trin­
cee» e i suoi figli divennero piloti.
La mistica delPaviazione e del volare fu uno dei con­
tributi più comuni della guerra alPimmaginario degli anni
Venti e Trenta. L ’aviatore poteva impegnare un combat­
timento individuale, anziché necessariamente collettivo; e-
ra bene identificabile, anziché anonimo. L ’aviatore, al pari
di eroi come T. E. Lawrence, combatteva una guerra
pre-industriale con armi della tecnologia più moderna, ere­
ditando i valori — mobilità, onore, visibilità personale e
capacità visiva complessiva — che caratterizzarono un
tempo la cavalleria corazzata medievale, e che erano stati
completamente smarriti dalla fanteria. Il più brillante
poeta del volo, Saint-Exupéry, era troppo giovane per
avere potuto combattere in guerra, eppure nei suoi rac­
conti egli ha sfruttato temi e immagini sviluppati origina­
riamente riguardo alla guerra aerea sui cieli del fronte. Le
metafore di guerra risaltano nell’opera di Saint-Exupéry
soprattutto quando egli riesuma il concetto di eroismo,
che aveva ben presto perso ogni significato in fondo alle
trincee: la felicità dell’eroe non sta nella sicurezza, ma nel
rischio, nell’avventura e nella trascendenza di sé. In Voi
de Nuit l’eroe nicciano di fondo è reincarnato in Rivière,
il direttore di un servizio aereo di posta attraverso le
Ande, che giustifica il licenziamento in tronco di un mec­
canico nei seguenti termini: «Perché si può comandare
agli avvenimenti ed essi obbediscono; e si crea. E anche
gli uomini poveri sono delle cose; e si creano anch’essi.
Oppure si mettono da parte quando il male passa attra­
verso a loro» 33.
In quella guerra la prospettiva di volare rappresenta­
va una liberazione. L ’esistenza d ’aviatore permetteva il
recupero di quelle aspettative d ’avventura, distinzione
180
Mito e guerra moderna

personale, e liberazione, con cui molti erano entrati in


guerra. Ernst Jùnger visitò un aerodromo dietro le linee
nel marzo del 1918, e la sua descrizione dei piloti è
l’occasione per il recupero di aspettative quasi del tutto
abbandonate. Gli aviatori apparivano come antichi cava­
lieri che, attraverso il loro rapporto privilegiato con le
macchine, avevano riguadagnato Tantico status elitario e
la loro superiorità sulla massa pidocchiosa delle trincee. I
piloti d’aeroplano erano al contempo reincarnazioni del­
l’antico spirito cavalleresco e iniziati ai segreti dell’acciaio
e degli esplosivi ad alto potenziale. Le loro macchine li
mettevano in grado di volare ad altezze da dove, final­
mente, la guerra tornava ad apparire come un progetto
umano conchiuso: l’aviatore possedeva gli occhi di cui era
stato privato il fante.
Quando essi si librano a quelle altezze da cui il fronte appare
come una rete sottile, lo stesso che il fante vede come groviglio
di linee, si consumano nella loro rischiosa impresa le fiere nozze
fra lo spirito dell’antica cavalleria e la fredda austerità dei prodot­
ti d ella nostra industria 34.

Paul Fussell nota la predominanza del cielo nella let­


teratura di guerra britannica. È lo stesso motivo ricorren­
te della letteratura del diciannovesimo secolo in generale,
e lo stesso che appare sovente in descrizioni di guerra —
la più memorabile delle quali forse è quella di Guerra e
pace di Tolstoi, quando Andrei, ferito sul campo di Au-
sterlitz, contempla fissando il «cielo eterno» la propria
condizione mortale. Dunque la guerra di trincea intensificò
un già considerevole interesse nelle aperture di cielo, nel­
le albe, nei tramonti, e nei fenomeni atmosferici che era­
no divenuti in Ruskin temi preferiti di rappresentazione
pittorica. Alcuni combattenti riuscivano perfettamente a
spiegarsi l’appropriatezza del cielo come motivo dominan­
te della guerra industriale. Max Plowman si chiedeva:
È stato Ruskin a dire che la metà superiore e più gloriosa
dello spettacolo della natura viene ignorata dalla maggioranza del­
la gente? .. . Bene, le trincee hanno cambiato tutto. Escludendo il
paesaggio, ci costringevano ad osservare il cielo; e quando esso è

181
Mito e guerra moderna

un baldacchino azzurro solcato da nuvole bianche . .. e quando la


terra al di so tto è u n a d iste sa scon volta d a i p ro ie ttili, u n o gu ard a
beato verso Paltò, ricordando forse i giorni in cui, bambino,
sdraiato sul prato del giardino contava le nuvole che passava­
no35.

La metafora del cielo era spesso impiegata per sotto-


lineare il grottesco implicito nell'avventura umana della
guerra: «Per chi è stato in guerra la via convenzionale da
seguire per conseguire effetti ironici è semplicemente
quella di giustapporre un tramonto e un’alba agli sgrade­
voli particolari materiali della guerra vissuta» 36. Terra e
cielo hanno sempre offerto un repertorio pressoché ine­
sauribile alla contrapposizione, ironica o patetica, fra agi­
tazione e impassibilità, condizione mortale e condizione
eterna, materiale e ineffabile; e l'attenzione al cielo e ai
suoi abitanti può solo risultare intensificata in un mondo
terrestre in cui la morte è la prospettiva più immediata
dei suoi viventi. F. C. Bartlett, nella sua analisi sugli ef­
fetti psicologici della guerra di trincea, s'accorse come la
morte e il desiderio di morte, in qualità di «onorevole via
d ’uscita dalla guerra», rappresentassero il chiodo fisso
particolarmente per quei soldati che avevano un «alto
senso ideale del dovere». Egli concordava con l’opinione
di MacCurdy secondo cui il desiderio di morte era una
fissazione ricorrente in tutti coloro che sarebbero poi an­
dati incontro a un collasso psichico al fronte.
Si può capire come, nelle circostanze di guerra, qual­
cosa che era servito come metafora letteraria, cioè la
contrapposizione fra cielo e terra, assumesse una valenza
psichica. Nella sua analisi dei sogni, Freud interpreta il
sogno di morte del sognatore come rappresentazione di
una dissociazione della coscienza. Il sognatore osserva
sempre la propria morte come uno spettacolo, sopravvi­
vendo come osservatore; e la stessa facoltà di immaginare
una prospettiva esterna alla scena della propria morte
agisce come garanzia di sopravvivenza, assicurando che la
propria morte non è altro che un sogno.
Le realtà di guerra imposero ai combattenti di assu­
mere un rapporto introspettivo nei confronti di se stessi.

182
A[ito e guerra moderna

Questa facoltà generò un tipo di prospettiva che Jùnger


denominò visuale «stereoscopica», una visuale che per­
metteva all’individuo, come persecutore, di osservare se
stesso come vittima. Il cielo viene così caricato di un
intenso significato: esso deve essere la residenza dell’os­
servatore che assiste alla propria lotta nell’incubo della
guerra, perché solo in queste condizioni l’occhio può so­
pravvivere allo smembramento del corpo; e, dunque, la
creatura fantastica che sovrasta il fronte ordinando i mi­
lioni di passaggi, angoli e trabocchetti in un coerente
modello di senso e scopi, è un io ricostituito, un’identità
proiettata, una persona mitica chiamata «la Guerra».
Se esistesse una creatura in grado di poter abbracciare con un
colpo d'occhio dalle Alpi al mare, tutta questa attività le appari­
rebbe nient’altro che una guerra di formiche, il martellio distante
di un’intera fabbrica. Ma a noi, che ne viviamo una sola minusco­
la sezione, il nostro infimo destino pare schiacciarci e la morte ci
appare sotto forma terribile. Noi possiamo soltanto supporre che
tutto ciò che accade qui formi una parte di un ordine più ampio,
e le fila che ci sforziamo di tirare e allineare, apparentemente
senza scopo e tanto faticosamente, siano qualcosa tenuto insieme
in una fabbrica di significato, l’unità della quale ci sfugge37.

Le dimensioni rituali, religiose, mitiche, della guerra


si svilupparono direttamente dallo scenario di «macello
industrializzato» che fu la prima guerra mondiale. Così
molti si convinsero dell'esistenza di un occhio semi-divino
che superasse la loro limitatissima prospettiva, un leviata­
no che non soffrisse nulla di ciò che essi pativano, una
creatura con volontà e scopi precisi in contrasto con la
loro impotenza, con l’insensatezza delle loro azioni. Pur
riconoscendo l’irrazionalità inerente all’atto di proiettare
su una creatura fantastica tutto ciò che essi avevano per­
duto, la possibilità stessa della sua esistenza garantiva ai
soldati proprio ciò che era divenuto più difficile e pro­
blematico per loro: la sopravvivenza e la continuità di
significato.

183
Mito e guerra moderna

Guerra sottoterra

Se la dimensione aerea della guerra forniva una possi­


bilità di auto-estraneazione, auto-trascendenza, e introspe­
zione, la guerra combattuta nel sottosuolo, la guerra di
gallerie e di mine, rappresentò il condensato di quanto di
più oppressivo offrisse la guerra di trincea. La guerra di
trincea fu in generale guerra di scavo, ma il teatro di
guerra dominato in maniera veramente esclusiva dal genio
zappatori fu la guerra di mine e contro-mine sotto la
Terra di nessuno. Il silenzio, il buio, la mancanza d’orien­
tamento, e la pressoché insopportabile tensione psichica
sofferti dai soldati del genio, costituirono l’intensifica­
zione dell’esperienza ordinaria di guerra di trincea. Di
fronte al lavoro di mina, il trinceramento — cioè la tatti­
ca difensiva che immobilizzava la guerra — divenne quasi
un atto offensivo: il soldato del sottosuolo avanzava si­
lenziosamente fra terra, calcare, e argilla, che il sistema di
trincee in superficie si era appena limitato a scalfire. Se la
terra era prigione del Frontschwein, era pure l’elemento
d’azione e combattimento del genio pionieri.
È di gran lunga più semplice svolgere il rapporto fra
superficie e spazio aereo, e vedere in che modo potesse
rappresentare una dissociazione dall’esperienza, di quanto
non sia definire le distinzioni fra dimensione di superficie
e dimensione sotterranea. La fanteria di linea e il genio
zappatori hanno in comune l’elemento «terra». Sono an­
che figure interscambiabili, poiché lo zappatore è un mi­
natore in divisa, un minatore armato, e il soldato di linea
è un fante che è stato trasformato in uno zappatore.
L ’unica distinzione chiara sta nei differenti termini usati
dal fante e dallo zappatore per definire il loro rapporto
con la terra, e per sviluppare le implicazioni dell’elemento
terragno riguardo alla percezione di se stessi e del proprio
status.
I fanti definirono se stessi come moderni cavernicoli.
L ’esperienza che era stata inizialmente acclamata come
liberazione dalle convinzioni sociali e come inizio di una
vita più semplice, più naturale, e più sana, era divenuta,
184
Mito e guerra moderna

con la guerra di trincea, un’esistenza in «una dimensione


inedita di follia, una vita sotterranea vissuta in un regno
di gnomi, in cui l’immobilità non aveva mai pace, e l’atti­
vità quasi mai era mobile» 38. L ’imbarbarimento cui tanti
percepirono di sottostare in guerra è sempre posto in
relazione all’ambiente-trincea, un ambiente descritto da
Barbusse come «mondo di trogloditi». Le caverne, i caver­
nicoli, l’umidità e lo sporco della guerra, nonché la sensa­
zione di essere smarriti in una palude senza fine, davano
ai combattenti l’impressione di vivere in un universo
pre-civilizzato che aveva ben poco in comune con il mon­
do tecnologico, industrializzato. Henri Barbusse impiega il
termine «troglodita» in tutti i suoi romanzi di guerra; e
solo chi non abbia conosciuto questa guerra può stupirsi
quando un poilus, nel romanzo II fuoco, scopre un’ascia
dell’età della pietra mentre lavora ad una trincea di colle­
gamento, e la adotta come arma bianca supplementare. La
clava infatti era un’arma molto più popolare della baio­
netta nelle trincee, e basta andarsi a vedere le terrificanti
mazze chiodate esposte in un qualsiasi museo della Gran­
de Guerra per capire come fosse automatico, per coloro
che scrissero delle proprie esperienze belliche, equiparare
la guerra moderna al combattimento primitivo.
Sulla superficie del sistema di trincea il concetto di
barbarie, implicito nell’immagine del soldato come troglo­
dita, codificò la sensazione che la trincea rimpicciolisse gli
uomini, li contaminasse, e li proiettasse fuori dai confini
spazio-temporali della civiltà. Questo diviene esplicito nel­
le allusioni talvolta ironiche e talvolta patetiche, che tanti
soldati indirizzavano nei confronti di se stessi, parago­
nandosi a vermi, topi, talpe, conigli: i «pigmei» ammas­
sati in piccole tane e caverne non sono certo gli uomini
che camminano sulla faccia della terra, sotto il sole, bensì
le creature che vivono nella terra e la scavano.
Quali peccati dobbiamo dunque scontare, da essere trattati
peggio di animali? Braccati da un buco all'altro, infreddoliti,
inzuppati, coperti di stracci... finiamo schiacciati come vermi.
Ma non la faranno mai, questa pace39?

185
Mito e guerra moderna

La caverna e i suoi abitanti fornirono le immagini di


riferimento appropriate alla superficie della guerra di
trincea. Ma sotto la superficie, proprio nel sottosuolo,
erano sovente impiegate formule diverse; in questo caso
infatti, l’elemento terregno rafforzava la statura umana e
le virtù militari, anziché svilirle. H. D. Trounce, un te­
nente dei Royal Engineers, sosteneva che «in nessun tipo
di guerra di superficie vengono richiesti tanto sangue
freddo e lucidità mentale, combinati con un’energica ca­
pacità d ’azione e coraggio, come nella condotta di queste
operazioni militari di scavo» 40. La tensione estrema con­
nessa al lavoro di mina sotto il fronte nemico, all’ascolto
delle conversazioni del nemico attraverso sottili diaframmi
di terra, deve essere assolutamente dominata. Lo scopo
della guerra di mine consiste nel portarsi sotto al nemico,
interrompere le gallerie che egli sta sviluppando contro
Pavversario, e cercare di fare saltare le sue stesse trincee;
la guerra sotterranea è guerra di piccole squadre — al
riparo dall’inesorabile minaccia del bombardamento che
regna sulla superficie — che avanzano attraverso terra
e roccia sulle linee nemiche. Proprio come l’aviatore po­
teva sorvolare il regno del fuoco, lo zappatore poteva
scivolarci sotto: questo fatto fece dello zappatore, analo­
gamente al pilota d ’aereo, una figura di alternativa imma­
ginaria per coloro che popolavano la superficie.
La guerra sottoterra solleva un complesso di simboli
convenzionali, antichi e moderni, che sono stati connessi
ai concetti di cambiamento e trasformazione più come
ricombinazione di elementi che come loro trascendenza. La
funzione della mina, sia come simbolo che come realtà, è
di annullare ogni speranza di fuga, liberazione, o trascen­
denza, attirando l’attenzione piuttosto sulle reazioni orga­
niche, chimiche, interiori. Il lavoro di miniera, al pari di
quello di fucina o anche d’officina, è luogo di operazioni
meccaniche e tecniche che conferiscono uno statuto socia­
le ambiguo a chi le pratica. La loro occupazione rende i
minatori da un lato padroni di un universo materiale, e
dall’altro li imbruttisce, li storpia, o comunque li segna
come creature estranee alla superficie e alle sue maniere,

186
Mito e guerra moderna

consuetudini, e gerarchie sociali.


Merita di essere brevemente passato in rassegna il
complesso di simboli che definiscono Fattività e lo status
dei lavoratori del sottosuolo, prima di passare all'esame
delle narrazioni della guerra sotterranea. In uno dei po­
chissimi studi sui miti, i misteri, e i tabù che hanno
accompagnato le fasi dello sviluppo della tecnologia, Mir-
cea Eliade sottolinea come minatori, fabbri, fonditori, e
alchimisti, siano sempre stati considerati praticanti profes­
sionisti delle trasformazioni della materia, attività viste
come ambigue, potenzialmente pericolose, e in certi casi
sconfinanti nell'eresia. Non si possono leggere i materiali
raccolti da Eliade senza giungere alla conclusione che an­
che le primissime descrizioni del proprio lavoro, e parti­
colarmente quelle degli alchimisti, servissero tanto come
difesa contro le ambiguità della loro posizione riguardo
alle strutture ufficiali di autorità e fede, quanto come
spiegazione dei processi che praticavano. Così i minatori
vedono se stessi non come violatori della terra materna,
bensì come assistenti delle trasformazioni materiali ogget­
tive: il minatore semplicemente collabora alla nascita dei
metalli, ritirandosi periodicamente onde permettere ai
giacimenti embrionali di rigenerarsi. Analogamente, i can­
ti, le formule e i rituali dei fonditori e dei fabbri, identi­
ficano la fornace come grembo artificiale che affretta con
il suo fuoco la gestazione dei metalli puri. E gli alchimisti
fanno un ulteriore passo avanti, vedendo nelle proprie
operazioni il perfezionamento sia della materia che di se
stessi.

L’alchimia continua e consuma un antichissimo sogno del-


Yhomo faber : collaborare al perfezionamento della materia e nello
stesso tempo perseguire la propria perfezione . .. Assumendosi la
responsabilità di cambiare la Natura, l’uomo si è sostituito al
Tempo 41.

Eliade nota che i simboli che accompagnano il lavoro


di minatori e fonditori sono uguali a quelli che accom­
pagnano i riti di passaggio in generale — simboli di mor­
te, di sessualità, di rinascita. In realtà, sarebbe piuttosto

187
Mito e guerra moderna

il caso di sorprendersi se i procedimenti tecnologici non


fossero compresi e giustificati nei termini di quegli stessi
simboli che definiscono mutamenti di condizione, di posi­
zione, di status. Ma il punto che emerge con maggior
chiarezza nello studio di Eliade è la posizione anomala del
fabbro, del minatore, dell’alchimista, nell’ambito della so­
cietà d ’appartenenza: molto spesso cioè, sono accostati
agli stregoni. Un proverbio Yakut identifica il primo
fabbro, il primo vasaio, e il primo sciamano come fratelli
di sangue; in Africa, i fabbri nomadi sono considerati alla
stregua di paria dai Boris del Nilo Bianco, mentre i Bolo-
lo del Congo li vedono come eroi culturali. Nell'Africa
settentrionale e orientale, nelle culture pastorizie camiti­
che, i fabbri sono una casta inferiore; nelle civilizzazioni
africane del ferro, godono invece il prestigio di un’ari­
stocrazia. In entrambe le accezioni, chi pratica l ’arte della
trasformazione dei metalli appartiene a una razza a parte,
e la loro abilità professionale li dota di un potere enorme
che è rispettato e temuto.
I tecnici appartenevano tradizionalmente alla categoria
degli individui classificati come stregoni precisamente
perché venivano identificati con le stesse trasformazioni
di cui erano artefici. Essi erano raggruppati come stregoni
a fianco di altre professioni — barbieri, attori, becchini,
pastori — che godevano di un analogo ambiguo statuto
sociale42. Come sottolinea Marcel Mauss, la categoria de­
gli stregoni, ovvero di coloro a cui erano ascritti poteri
magici, era sovente molto ampia: i membri delle religioni
inglobate o delle razze conquistate erano spesso temuti
come fattucchieri; nell’Europa occidentale gli ebrei erano
generalmente reputati capaci di esercitare influssi malefici
attraverso pratiche occulte, proprio come finnici e lapponi
erano considerati stregoni dagli scandinavi. Nella sua ras­
segna della posizione sociale di coloro cui venivano attri­
buiti poteri magici, Mauss conclude che mago era chiun­
que godesse di uno status sociale superiore, inferiore, o
esterno alla norma.
Questa ambiguità di status, nonché l’attribuzione di
poteri straordinari agli individui dediti alle trasformazioni

188
Mito e guerra moderna

della materia, non è scomparsa con l’industrializzazione.


La mistica che circondava l’inventore di successo negli
Stati Uniti del diciannovesimo secolo svela il suo status di
eroe culturale; così, l’ambiguità di status, o l’inferiorità di
status, dell’ingegnere in Europa fu un potente stimolo per
l’auto-promozione degli ingegneri stessi. Friedrich Des-
sauer infatti, ingegnere lui stesso, divenne divulgatore di
tecnologia nel 1906 perché sentiva che la sua professione
era guardata dall’alto in basso, e snobbata, da uomini di
cultura ed intelletto. Il tono della sua difesa e la sua
asserzione del potere tecnologico richiamano gli argomenti
più antichi sull’ambiguità connessa agli uomini che hanno
a che fare con le trasformazioni della materia.
Voi ci accusate di mancare di alti e nobili ideali, dei moti più
sublimi dell’animo umano. Noi vi rispondiamo: — Voi ci disprez­
zate, molto bene: ma noi aiutiamo gli uomini molto più di voi,
molto più delle epoche passate a cui voi siete attaccati e a cui
solete appellarvi; noi li aiutiamo praticamente, non con voi, per­
ché voi non lo volete, ma nonostante voi43.

La condizione tradizionale del fabbro così come la


giustificazione ideologica dei procedimenti tecnologici fu­
rono generalizzate in maniera nuova con l’avvento della
produzione industriale. Le scienze sperimentali e l’idea di
progresso «recuperarono e fecero proprio — nonostante
la sua radicale secolarizzazione — il sogno millenario del­
l’alchimista» * .
Lewis Mumford indica la maniera e l’attività del mi­
natore molto prossime al contesto della guerra; e la mi­
niera è il simbolo perfetto dell’età «paleotecnica» dell’in­
dustrializzazione. Mumford impiega il termine «paleotec­
nica» come peggiorativo per descrivere il periodo di svi­
luppo delLindustria pesante, un’epoca che vide lo sfrut­
tamento di quantità, massa, e potenza, al di là di ogni
proporzione funzionale. L ’orgoglio della seconda metà del
diciannovesimo secolo risiede nella sua enorme produ­
zione d’acciaio, carbone, e kilowattore, e questo orgoglio
si riflette negli edifici pubblici concepiti per dare l’im­
pressione di solidità, peso, e potere. La stessa materialità

189
Mito e guerra moderna

del luogo, l'artificialità dell'insieme, la sua poderosa


complessità, fanno della miniera una realtà e un simbolo
significativi.

La miniera, per cominciare, è il primo ambiente completamen­


te inorganico creato e abitato daH’uomo . . . Nello scavare e nel-
l’estrarre il contenuto della terra, il minatore non volge rocchio
alla forma delle cose: quel che egli vede è materia bruta, che fino
a quando non raggiunga il filone è solo un ostacolo che deve
rompere ostinatamente. .. Se il minatore vede delle forme sulle
pareti della caverna, mentre la luce della lanterna oscilla, esse
sono solo le distorte e mostruose ombre del suo braccio e del suo
piccone: immagini di terrore. Il giorno è stato abolito e il ritmo
della natura infranto: il primo turno continuo di produzione,
notte e giorno, è comparso qui. Il minatore deve lavorare con
luce artificiale anche se fuori il sole risplende45.

Ammessa l’analogia di questa descrizione con un am­


biente puramente tecnologico, si noti che l'enfasi scivola
dal tradizionale potere di trasformazione attribuito al mi­
natore, e dal suo ruolo complementare ai processi natura­
li, all'evocazione del potere di trasformazione dell'ambien­
te sugli uomini stessi che lo creano. Non c'è dunque da
sorprendersi che Mumford colga la relazione che intercor­
re fra lavoro di miniera e guerra di trincea: «Fra le
occupazioni più dure e brutali dell'umanità, la sola che si
può confrontare con il lavoro di miniera secondo i vecchi
metodi, è la moderna guerra di trincea» 46. I paralleli
sono abbastanza espliciti: infatti nelle trincee i lavori più
pesanti vengono svolti di notte; di giorno si dorme o si
monta di guardia, e molti soldati lamentano di essere
costretti a vivere nell'oscurità. L'equipaggiamento di
guerra spesso non è che una variante di quello di miniera.
La più terrificante — anche se, oggettivamente, la più
umana — arma di questa guerra è il gas asfissiante, così
come è gas quello in cui i minatori hanno spesso la sfor­
tuna di imbattersi: la maschera anti-gas usata in guerra
non è che una leggera variante delle maschere impiegate
per le prime volte nei bacini carboniferi del Galles e della
Ruhr. Quando Robert Graves raggiunse al fronte il 1°
battaglione del Galles, si trovò in compagnia di minatori

190
Mito e guerra moderna

che non avevano faticato per nulla ad adattarsi alle condi-


zioni della guerra di trincea.
Il parallelo fra l’età paleotecnica e la guerra di trincea
trova massima realizzazione nel caso della guerra di mine
al di sotto delle trincee. Le descrizioni di questo tipo di
guerra rievocano tutti i temi di proiezione, mancanza di
spazio, e perdita d’orientamento richiamati da Mumford
nella sua descrizione della miniera. Vignes Rouges, che
combattè per un anno in un battaglione del genio zappa­
tori francese, descrive l’alterazione sensoriale causata dal­
l’ambiente del sottosuolo.
L ’o sc u rità è u n a m a ssa sm isu ra ta ; ti se m b ra d i m u o v erti in
una sostanza morbida. La vista è del tutto superflua: tutto il tuo
essere è concentrato sulla facoltà auricolare47.

È facile, ammette Rouges, provare in questa totalità


materiale «immagini di terrore», di paure che sono per la
maggior parte superstizioni profondamente arcaiche.
A lla fine, q u a ra n ta metri più sotto, ci ritroviamo — piccoli
esseri mobili sperduti nell’immensità della materia inerte — nella
sezione superiore dello strato giurassico. Una vaga superstizione
incrina anche le menti più scettiche. Cosa accadrebbe se questa
materia il cui eterno silenzio stiamo violando, fosse vivente ...?
La nostra presenza potrebbe forse infastidire forze misteriose qua
so tto . . . È v e ro , le pareti della galleria sono ben rinforzate . . . ma
quale miserabile baluardo contro queste masse possenti, che pre­
mono costantemente verso il centro della terra48!

La paura di stare violando un essere vivente, che la


terra possa rivelarsi un corpo animato, una madre o un
mostro, è stimolata dalla totale preclusione visiva e dal
comprendere di trovarsi immersi nella «immensità della
materia inerte». È un ambiente che rende difficile impe­
dire a coloro che vi lavorano di proiettare sulla loro con­
dizione i peggiori timori di violazione e contaminazio­
ne.
Gaston Bachelard suggerisce un’altra impressione che
incombe su minatori, zappatori, palombari, nonché sul
«sognatore di cantina»: la natura essenzialmente interna

191
Mito e guerra moderna

del loro ambiente. La galleria, al pari della cantina, è uno


spazio privo di esterno.

Il sognatore di cantina sa che i muri della cantina sono muri


interrati, muri ad una sola parete, muri che hanno tutta la terra
dietro. Il dramma si accresce e la paura si esagera . .. La cantina
è allora follia sotterrata, drammi murati49.

In miniera, come in una cantina, la caratteristica es­


senziale dell’ambiente sconnette un elemento chiave della
percezione: la distinzione fra il dentro e il fuori, fra
forma e terreno. Questa caratteristica fa della miniera un
sinonimo di chiusura totale che fa rimbalzare tutte le
domande su chi le pone: ed è precisamente questa chiu­
sura totale e materiale dello spazio che fa della guerra di
mine lo scenario perfetto delle trasformazioni interiori,
della ristrutturazione della psiche e, infine, lo scenario del
guerriero trasformato e perfezionato.
Ernst Junger ha tratto il massimo dalle formule tradi­
zionalmente associate al lavoro di miniera e ai processi
tecnologici di trasformazione. Egli, molto più di altri, fu
coinvolto nelle aspettative dell’agosto, per cui la guerra
avrebbe dovuto essere un’iniziazione, un «mutamento a-
bissale» della personalità. Con la stasi del fronte e la
vanificazione degli scopi offensivi, questi ideali finirono
sottoterra. Infatti, i Frontschioein di superficie non
. .. potrebbero mai trovare una soluzione, poiché il loro angolo
prospettico è troppo problematico, ed essi cercano all’esterno ciò
che è invece solo interiore. Di fatto per loro solo la superficie ha
sig n ific ato . . . N o n ap p e n a cred on o d i av er tro v a to il filo che li
possa guidare fuori dal labirinto della guerra, ovvero tagliare
disperatamente il nodo gordiano che li sovrasta, essi hanno realiz­
zato il loro massimo desiderio50.

Junger cerca invece una soluzione per la sua esperien­


za della guerra, e questa soluzione non sta né sulla super­
ficie del fronte, né nella sua trascendenza — la quasi
mistica libertà dell’aviatore. La soluzione sta nel sottosuo­
lo. Il sottosuolo è un luogo fisico preciso — le miniere
di carbone abbandonate sotto i trinceramenti di Lens —

192
Mito e guerra moderna

e uno spazio psichico — una dimensione di profondità, di


interiorità, in cui quei pochi ancora capaci di una soluzio­
ne sarebbero riusciti a trovarla. È il luogo in cui si forgia
un nuovo uomo, colui che sarebbe diventato il tipo rivo­
luzionario nella politica post-bellica — un personaggio
che è già in se stesso «continuazione della guerra con altri
mezzi».
Il mito jungeriano della nuova Gestalt formata in
guerra è una rappresentazione estremamente importante:
importante non solo per Junger stesso, ma per tutti quei
giovani che avevano combattuto la guerra, o anche ne
erano stati ai margini, e comunque erano convinti che la
guerra non fosse stata meramente un’orgia di distruzione
priva di significato, bensì un evento creatore di personali­
tà, una rinascita, una rigenerazione della nazione. Il mito
jungeriano del soldato fu fatto proprio e utilizzato in
continuazione negli anni Venti da chiunque, per qualsiasi
ragione, non fosse disposto ad accettare il fatto di essere
stato strumentalizzato, sfruttato, mutilato, e sacrificato in
guerra senza alcun fine nazionale o personale. Nel suo
mito della personalità nuova forgiatasi nel sottosuolo,
Junger modellò uno strumento essenziale che «risparmias­
se le apparenze» e razionalizzasse le delusioni di coloro
che avevano trovato nel mondo post-bellico un «vuoto
informe», un complesso di limitazioni immobilizzanti —
qualcosa di più severo e confuso di quanto non fosse mai
stata la guerra stessa.
In Sturm e Wàldchen 125, Junger descrive questo
carattere forgiato dalla guerra nel sottosuolo, una guerra
in cui le condizioni caratteristiche della superficie vengo­
no di fatto intensificate, ingrandite, totalizzate. Il primo e
peggiore romanzo di guerra di Junger, pubblicato a pun­
tate sullo «Hannoverscher Kurier» nel 1923, racconta la
storia di un ufficiale del genio pionieri comandante, nel
1918, di una fetta del contesissimo saliente di Lens.
Successivamente, nel 1925, Junger ampliò questo fram­
mento nel suo migliore romanzo di guerra, Wàldchen
125. Qui Junger descrive l’ufficiale del genio, più tardi chia­
mato Vorbeck, come esempio del soldato del fronte cre-

193
Mito e guerra moderna

sciuto e sviluppato sotto P«attrazione gravitazionale del


fuoco» che preme uomini e cose «incessantemente verso
il centro della terra». In Sturni, l’ufficiale del genio
presenta le proprie credenziali:
So cosa significhi un assalto, e conosco tutto della guerra di
trincea: ma vi assicuro che è un gioco da ragazzi paragonata alla
lotta nei pozzi carboniferi. Qui uno ha l’impressione di essere già
nella tomba, o di stare arrostendo all’inferno. Le inani masse di
terra che ci sovrastano danno la sensazione dell’isolamento totale
e ti fanno pensare che se tu morissi qui nessuno veramente ti
troverebbe più51.

In Sturm, Jùnger sottolinea il sottrarsi del soldato,


nel sottosuolo, a qualsiasi prospettiva trascendente, spro­
fondato nelPimmensità della materia inerte, nell incubo
della solitudine e della morte fra pareti che sono già una
«grande tomba»; ma in Wàldcheti 123, l’enfasi si sposta
sul potere rigeneratore di questo ambiente totalmente
repressivo e isolante. L ’autore descrive, nei particolari, la
lotta nei «pozzi di carbone», e traccia i termini di con­
fronto: Paria, la superficie, e il sottosuolo. Nel raccontare
la storia del pioniere in Minenkrieg, Jiinger espone final­
mente tutte le implicazioni psichiche di questo tipo di
guerra.
Il pioniere, ora di nome Vorbeck, è ancora il toll
Daraufgànger della guerra di trincea, ma ora diventa mo­
dello delle truppe d’assalto — quei soldati che in virtù
della loro concentrazione esclusiva sulle tattiche di pene-
trazione, detengono la chiave che sblocca la guerra di
trincea. Vorbeck conosce il labirinto delle trincee dalle
«Alpi al mare», ma con la minuta precisione di una son­
da: egli è infatti, esplicitamente, un uomo delle profondi­
tà. Nel suo racconto della guerra nel sottosuolo, egli tocca
i temi plutonici e labirintici che diventano immagini por­
tanti della convalidazione jùngeriana della guerra.
Fu a Lens che appresi a conoscere così bene la guerra di
miniera: giorno e notte eravamo letteralmente su di un vulcano.
Sotto la campagna si estendeva un intricatissimo labirinto di mi­
niere di carbone, lungo molti chilometri e che congiungeva en­
trambi i fronti molto al di sotto della superficie52.

194
Mito e guerra moderna

Per i tedeschi le miniere erano un autentico labirinto.


I francesi, che le avevano scavate originariamente, ne
possedevano mappe dettagliate, mappe a cui i tedeschi
non avevano ovviamente accesso. La squadra del tenente
Vorbeck era dunque costretta ad aprirsi pazientemente la
strada nel groviglio sotterraneo di pozzi e gallerie, sco­
prendone le dimensioni ignote, e incontrando in continua­
zione il nemico lungo il percorso. Questi incontri faccia a
faccia, queste imboscate mortali favorite dall’oscurità,
continuarono per settimane, finché Vorbeck non fu colto
dall’idea di liberare gas asfissianti nelle gallerie occupate
dal nemico: «Li asfissiammo come topi, e avvelenammo
l ’intero sistema di gallerie per m esi»53. Il gas rimase
nelle gallerie in concentrazione talmente alta da rendere
impossibile il lavoro anche con le maschere, e così le
miniere furono abbandonate da ambo le parti.
La storia di Vorbeck è raccontata in modo prosaico,
la portata tremenda di questa esperienza accettata con
disinvoltura; in compenso Jiinger esalta l’ambiente, così
stolidamente avvelenato, come incubatrice dell’«uomo
nuovo». Questo racconto contiene in embrione i più si­
gnificativi temi jungeriani: la concezione della guerra co­
me gioco mortale; l’ambiente totalmente delimitato in cui
torna ad essere possibile prendere decisioni; e, ancor più
importante, il perfezionamento dei sensi, in particolare
l’udito, che contribuisce alla formazione del nuovo tipo di
guerriero. La visuale limitata e confusa, e però ancora
possibile in superficie, è del tutto vanificata nelle galle­
rie: è il sottosuolo che porta la materialità, la parziale
cecità e la solitudine, caratteristiche della superficie, ai
loro limiti estremi, ed è in questa esasperazione che si
concentra la forza generatrice del nuovo tipo umano. La
storia di Vorbeck

. . . aveva reso coscienti del fatto che la volontà di combattere


spingeva gli uomini gli uni contro gli altri non solo sulla terra,
sopra o sotto il mare, e nei cieli, ma addirittura in profondità,
negli abissi del sottosuolo. Ma non siamo forse noi in generale
una specie plutonica — esclusa dalle gioie dell’esisten 2 a — che
forgia il futuro in una fucina sotterranea? Ciò che noi creiamo e

195
Mito e guerra moderna

per che cosa noi stessi siamo creati diventerà evidente molto più
tardi di quanto possiamo attenderci. E forse noi stessi saremo i
più stupiti

* La guerra negli spazi sotterranei creati dalTuomo por­


ta a un mutamento in cui viene alla luce un uomo nuovo:
ma questo uomo nuovo non ha scopo alcuno, né imme­
diato né futuro. Ciò che lo distingue è la durezza, l’invul-
nerabilità ai territori della sua immaginazione temprata
nel sottosuolo. L ’uomo nuovo forgiatosi nel sottosuolo
v iv e sp e ra n d o ch e p o s s a u n g io rn o m a n ife sta rsi u n o sc o p o
e un significato intrinseco di quel grande macello che è
stata la guerra. Il sottosuolo non è solo il labirinto in cui
si è persa un’intera generazione, ma anche la fucina in cui
è temprata una nuova personalità; il terrore e la frustra­
zione connessi al deambulare senza fine in un mondo
completamente materiale, immerso nell’oscurità, viene ora
riqualificato sulla base del ruolo creativo svolto sotto la
superficie del fronte, e sotto il piano dell’esperienza con­
scia.
L ’importanza politica di questa figura apparve ovvia a
Jiinger. Proprio come l’uomo nuovo venne generato dalla
pressione della guerra sotto la superficie del fronte, così
Vélite rivoluzionaria degli anni Venti trovava collocazione
sotto la superficie della vita politica. La dinamite che
avrebbe fatto saltare i miti liberali fu congegnata da Jùn-
ger nella metà degli anni Venti; egli ne discusse per la
prima volta nel 1927 con i membri
. . . di quella cerchia ristretta, che io trovai pronti, e in mezzo ai
quali mi capitava come al minatore che scorga il volto annerito di
carbone del suo compagno che emerge dall’apertura del pozzo55.

La soluzione alle contraddizioni che immobilizzano la


su p e rfic ie d e lla p o litic a risie d e n el so tto s u o lo d e lla p o liti­
ca, proprio come la spada che avrebbe potuto tagliare la
rete di difficoltà tecniche che avvolgeva il soldato di linea
venne temprata nella fonderia del labirinto sotterraneo.
Uomo ossessionato dall’offensiva, Jiinger percepiva
più intensamente queste contraddizioni, poiché attaccava-

196
Mito e guerra moderna

no direttamente le radici della sua concezione di se stesso.


Il suo problematico nazionalismo estetico, viene intensifi­
cato dall’enigma dell’esperienza di guerra, un enigma ini­
zialmente tattico, ma che rapidamente assume toni pro­
fondamente personali — un problema di fiducia in se
stesso, della funzione e dell’efficacia della repressione e-
strema del singolo, e della formulazione della relazione
intercorrente fra l’individuo e i suoi strumenti alienati.
La sua soluzione a questo enigma sta nella formazione
di una personalità speciale e di un’élite speciale in grado
di operare sia a livello militare sia, in un secondo tempo,
a livello politico.

È stato qui dimostrato che l’uomo può rafforzarsi più di


quanto si potesse supporre, che egli cresce con i suoi strumenti, e
che i suoi poteri di resistenza aumentano a livello esponenziale in
questo contesto. Diventa anche più difficile avvicinarlo; ciò ri­
chiede un tipo di preparazione che confina con la magia. Si può
dire che in questa arena, in cui gli eserciti nazionali di massa e le
gigantesche concentrazioni d ’artiglieria bloccano il fronte, comincia
a delinearsi una seconda e più alta forma di conduzione della
guerra: la guerra di venti uomini che, soli fra le decine di
migliaia, sono stati cambiati dalla spinta gravitazionale della terra
e del fuoco, sono ancora capaci di far breccia nell’elementare e, in
senso ancor più profondo, decisivo stratum in cui è possibile
vedere il nemico negli occhi56.

A coloro che sono in grado di orientarsi nel campo


gravitazionale del fronte, sia in guerra sia in tempo di
pace, si scioglie l’enigmatico groviglio, l’incrocio di scopi:
il soldato di linea penetra nel profondo dello spazio ostile
in cui il confronto con il nemico e, forse, la vittoria, sono
ancora possibili. L ’uscita consapevole dal labirinto delle
trincee è concessa solo 2$ élite che ha riconquistato il
potere di decisione; forti di questo potere, i membri della
«ventina» hanno ancora la speranza di assemblare un’i­
dentità, di ritrovare se stessi, e di perseguire la propria
direzione e i propri scopi con una libertà ignota alla mas­
sa. Per Jiinger, l’enigma del labirinto di trincea è risolto
nelle profondità, a un tempo spaziali e psichiche — nel
sottosuolo della miniera e nella mente — da quegli uo-

197
Mito e guerra moderna

mini che sono padroni della magia del movimento in un


universo tecnologico.

Ernst Jiinger e il mito della macchina

P u ò g e n e ra re m o lta c o n fu sio n e cre d e re ch e q u a n d o si


parli della «macchina» o della «rappresentazione sim­
bolica della macchina», si voglia parlare di tecnologia.
Il simbolismo della macchina, qualora non sia puramen­
te descrittivo, non si riferisce tanto alla tecnologia, quan­
to all'autonomia individuale e umana — come viene
conquistata, perduta, limitata, e definita. La tecnolo­
gia vera e propria, si limita a fornire il materiale e
l’occasione per la verifica di questioni impalpabili, ma
altamente significative: in che misura cioè l’«uomo» stia
guadagnando o perdendo controllo su se stesso, sul suo
ambiente. È vero, l’uso abituale di prodotti tecnolo­
gici — automobili, televisori, elaboratori elettronici —
come base di metafore per la descrizione del grado di
autonomia individuale o collettiva, può ripercuotersi sul­
la n o stra comprensione degli oggetti concreti. Possiamo
utilizzare questi oggetti come prova e dimostrazione del­
la misura in cui abbiamo perso controllo su noi stessi,
guadagnandone nei confronti di tempo e spazio; qui l’im­
magine della macchina comincia a racchiudere gli oggetti
concreti su cui è basata, impiegando questi stessi oggetti
per «pensare», come modo di prevedere il destino ultimo
dell’umanità nell’ambito della civiltà industriale.
È difficile c o g lie re il significato culturale dell’idea di
una tecnologia autonoma a meno di non riconoscerne le
radici individuali. In fondo questa immagine è, ed è stata
tradizionalmente, una proiezione e una rappresentazione
delle strutture di regolamentazione pulsionale della psi­
che, strutture concepite come «interne» all’individuo. Nei
secoli diciassettesimo e diciottesimo era comune conside­
rare l’animale uomo alla stregua di un automa, e già
q u e sto c o n c e tto implicava positive connotazioni di «auto­
regolamentazione» e di «auto-determinazione»: l’uomo-

198
Mito e guerra moderna

automa, al pari della macchina celeste, era qualcosa di


integrale e chiuso alle sanzioni dall’esterno, un sistema di
auto-regolamentazione a pesi e contrappesi che — se libe­
ro da interferenze esterne — avrebbe teso all’equilibrio.
È significativo che la definizione di macchina mutasse nel
corso del diciannovesimo secolo secondo la nuova concet­
tualizzazione di uomo «civilizzato». Ora la macchina era
vista come rapporto fra parti «opposte» arrangiate in
modo da sfruttare l’energia pura trasformandola in lavoro
e valore; qui l’immagine della macchina appare come la
rappresentazione più oggettiva della concezione borghese
della psiche come un sistema chiuso, integrale, di parti
psichiche in conflitto bilanciato, operanti in modo da
trasformare gli istinti «primitivi» in valori etici. La coin­
cidenza dell’immagine della macchina con le moderne
concezioni dell’io è sufficiente per suggerire che si tratti
di qualcosa di più di un’immagine fra le tante. Questa
idea della macchina è privilegiata in quanto rappresenta­
zione di modi peculiarmente «moderni» di auto-regola­
mentazione, ma l ’ideale di auto-controllo totale, oggettiva-
to nella figura del robot, contiene il messaggio che una
tale perfezione sia fondamentalmente «inumana», di­
struttrice delle energie e dell’emotività tipicamente umane.
L ’immagine di un meccanismo autonomo non è solo il
modo in cui gli uomini moderni rappresentano l’«au-
to-controllo»; è anche un modo con cui essi mettono alla
prova e spiegano il proprio «essere».
È noto il rapporto di amore-odio che i figli delle
società industrializzate intrattengono con le macchine.
Tuttavia sarebbe un errore vedere questa ambivalenza pu­
ramente come conseguenza del fatto che la tecnologia ab­
bia distrutto culture tradizionali, pre-industriali. Vorrei
dimostrare che proprio per il suo statuto di «oggetto»,
qualcosa cioè di esterno e impersonale, l’immagine del
meccanismo autonomo fornisce gli strumenti basilari per
l’espressione più diretta, e sovente più risentita, di quel­
l’ambivalenza che gli uomini moderni provano verso le
strutture di inibizione, rimozione e auto-limitazione che
sono condizione della loro autonomia e individualità so-

199
Alito e guerra moderna

ciali. C ’è un modo meno complicato per dire tutto ciò.


L ’immagine della macchina è un elemento chiave del co­
dice che gli uomini delle culture industriali impiegano per
parlare della loro regolamentazione interiore come se fos­
se una proprietà del mondo esterno. Una volta appreso
questo codice, la loro auto-regolamentazione può essere
concepita come qualcosa imposto su di essi dall’ambiente
esterno, acquisendo tutta la forza di una «necessità». È
così che l ’immagine della macchina può essere definita
come autentico «mito», poiché diventa matrice di au­
to-regolamentazione individuale, l’ingrediente basilare del­
l’ordine sociale. Naturalmente l’immagine di meccanismo
autonomo raramente è considerata un mito: piuttosto è
vista come qualcosa cui si deve sottostare, o che deve
essere vinto e superato in futuro. Forse proprio questo,
più di ogni altra cosa, spiega la vitalità e la fortuna
dell’immagine. Infatti tramite essa gli «uomini moderniz­
zati» possono indirizzare al mondo esterno domande sul
loro stato interiore; essi possono vedere se stessi come
prodotti legittimi di un mondo creato dagli uomini ma
stranamente «inumano», che li tiranneggia o li «libera»,
sacrifica o estende i loro poteri individuali.
Non crè dunque da sorprendersi constatando come
l’immagine di meccanismo autonomo occupi un posto di
rilievo nella letteratura della prima guerra mondiale. Nel­
la maggior parte dei casi questa immagine è impiegata per
rappresentare le forze della repressione, quegli strumenti
r e sp o n sa b ili d e lla m ise ria d e i fa n ta c c in i rin ta n a ti n el s i­
stema di trincea. Man mano gli uomini esperivano la
guerra come estraneazione dal proprio «agire», come per­
dita di controllo, come svilimento delle loro potenzialità,
la loro autonomia smarrita e le loro energie represse furo­
no investite in un’astrazione: «la Guerra», il meccanismo
autonomo di macello. Ma alcuni combattenti, e in prima
fila Ernst Jùnger, non poterono rassegnarsi allo statuto di
in d iv id u i q u a lsia si, so ffe r e n ti p a ssiv i d e llo stra p o te re d e l
materiale. Essi tentarono dunque di recuperare la loro
potenza perduta tramite un’identificazione proprio con
quel meccanismo autonomo della «Guerra» che tiranneg-
200
Mito e guerra moderna

giava le «masse». Nel caso di Jiinger l ’identificazione per­


sonale con la tecnologia autonoma divenne fonte di pote­
re e autorità personali; tramite questa identificazione egli
fu in grado di acquisire lo statuto di esecutore di un
potere sovrapersonale, un potere che concedeva a coloro
che si identificavano in esso una rinnovata, anche se «a-
morale», capacità d ’azione. È in quest’ottica che bisogna
leggere Tafformazione di Jùnger secondo cui la prima
guerra mondiale produsse una nuova Gestalt, un «uomo
tecnologico» che era tanto «duro», «insensibile», e «im­
perturbabile» quanto la stessa macchina di guerra.
In base a queste identificazioni la guerra in generale,
e in particolare l’immagine della guerra come realtà in­
dustriale, «tecnologica», acquista sovente un profondo
significato soggettivo. Nei libri di guerra di Jiinger è evi­
dente che la «macchina» assomma tutte le caratteristiche
di ogni altra figura d ’«autorità» in grado di impartire
sofferenze e punizioni, rimanendo ad esse impermeabile
— la figura del padre, lo stato, la divinità. La posizione
politica post-bellica di Jiinger, il suo «conservatorismo
radicale», trae le mosse da un’esperienza di guerra in cui
egli apprese, una volta di più, che l ’individuo non acqui­
sisce la sua capacità d ’azione e la sua autonomia tramite
la ribellione contro quelle figure, bensì tramite l’identifi­
cazione con esse.
Si può cominciare a capire la natura del significato
personale che Pimmagine di «meccanismo autonomo» do­
veva assumere per Jùnger rileggendo attentamente il pas­
saggio pluri-citato in cui egli evoca l ’immagine della guer­
ra come padre suo e della sua generazione.
Mai prima d ’ora una generazione è sortita alla luce da una
porta buia e profonda come questa guerra. E non possiamo negar­
lo, per quanto desideriamo farlo: la guerra, padre di tutte le cose,
è anche nostro padre. Essa ci ha battuto, forgiato e temprato in
ciò che ora siamo. E sempre la guerra sarà l ’asse attorno al quale
girerà la ruota della vita che è in noi57.

Le implicazioni di questo passaggio sono chiare. Nella


misura in cui il combattente si identifica con i meccanismi
201
Mito e guerra moderna

della guerra, gli è concessa autonomia dalle sue origini


naturali: è la guerra che ora fornisce un surrogato di
progenitura, un grembo materno, e addirittura un patriar­
ca che «batte, forgia, e tempra» una generazione intera.
Questa trasposizione d ’identità dai genitori naturali alla
«Guerra» è gravida di implicazioni politiche, come risulta
chiaro da un passaggio scritto nel 1925: «Noi siamo gli
autentici, genuini, spietati nemici della borghesia . . . Noi
non siamo borghesi, ma figli della guerra e della guerra
civile»58.
Jiinger non fu né il primo né Punico combattente a in­
sistere sul potere generatore, iniziatico, della guerra, ma
la sua opera ci permette di vedere come questa vecchia
concezione venga personalizzata, come acquisti forza sog­
gettiva e potere ermeneutico. Il suo impiego dell’immagi­
ne di tecnologia autonoma ci consente pure di vedere in
che modo l ’esperienza di guerra assorbì e articolò, espan­
dendoli, conflitti pre-esistenti: l’esperienza di guerra in­
fatti, nell’immagine della macchina, assorbe tutta una va­
rietà di conflitti edipici. Attraverso l’immagine della mac­
china questi conflitti sono generalizzati: essi diventano
strumenti di critica politica e sociale.
Per Jiinger la guerra fu un’esperienza che liberò i figli
della borghesia dalle loro origini sociali, rivoltandoli con­
tro i loro genitori borghesi. Non c’è da meravigliarsi che
lo stesso Jiinger nascesse, nel 1895, in una solida famiglia
borghese. Poco tempo dopo la sua nascita a Heidelberg,
suo padre, il dottor Ernst Jiinger, trasferì la sua famiglia
a Hannover, dove aprì un laboratorio di ricerca in pro­
dotti chimici commerciali. Nel 1901 aprì quindi una far­
macia a Schwarzenberg, in Sassonia, che vendette quattro
anni dopo per fare ritorno in Bassa Sassonia. Dopo la
guerra, fu con lo scienziato che il giovane Ernst si identi­
ficò, e non con il bottegaio — lo sciropposo e borghese
Spiessbiirger. L ’infanzia descritta da Jiinger nella prima
versione de Abenteuerliche Herz era occupata da dimo­
strazioni anatomiche e sogni d’eroismo; e il suo desiderio
di fuga dalle comodità differisce poco dalle aspirazioni

202
Mito e guerra moderna

descritte da altri suoi coetanei della stessa estrazione so­


ciale.

Era la condizione nota a tanti giovani cuori, privi di vera


patria nel mezzo di un mondo stretto, artificialmente puntellato
da educazione e abitudini borghesi. . . Non erano certo le soddi­
sfazioni materiali che mancavano nel seducente mondo dell’età
liberale. Eppure qualcosa doveva essere desiderato, e questi desi­
deri, rimanendo troppo a lungo senza una precisa definizione,
inconsciamente penetravano nel sangue, avvelenandolo59.

Jiinger, a differenza di molti suoi coetanei, seguì le


proprie fantasie. Nel 1913, a diciassette anni d'età, scap­
pò da casa e si arruolò per un periodo di servizio quin­
quennale nella legione straniera francese a Verdun. Fu
rimpatriato da Algeri per via ufficiale, dietro richiesta dei
genitori; ma Pagosto 1914 lo liberò dall'impegno preso
con il padre, l'accordo cioè di superare gli esami di matu­
rità prima di tornare per il mondo.
r. Egli mancò la fase iniziale della guerra, quella di mo­
vimento, arrivando al fronte nel gennaio del 1915 dopo
un periodo d ’addestramento. Passò solo un mese fra la
truppa e quindi fu inviato alla scuola allievi ufficiali; qui
trovò il cameratismo che si era aspettato inizialmente —
«perché venivamo tutti dalla stessa classe sociale»60.
L'esperienza di guerra di Jùnger è la parte meglio docu­
mentata della sua vita, ma i suoi diari di guerra, editi
come In Stahlgewittern, non rendono tutto il dovuto al
suo successo di soldato. Egli fu infatti decorato con la
Pour le Ménte, la massima decorazione tedesca, e fu feri­
to quattordici volte — cinque volte da pallottole, due
volte da schegge di granata, una da shrapnel, quattro da
bombe a mano, e due volte da frammenti di pallottola. In
quattro di queste occasioni rimase seriamente ferito, e
alla fine della guerra poteva contarsi addosso ben ventun
cicatrici. Egli fu uno dei pochi ufficiali non di carriera cui
fu concesso di rimanere nella Reichswher, così drastica­
mente ridotta in base al trattato di Versailles. Jùnger
lasciò l'esercito nel 1922, vi rientrò nel 1938 — con il
grado di capitano — e, ad eccezione di un breve periodo

203
Mito e guerra moderna

sul fronte orientale, passò la seconda guerra mondiale


come vice-comandante d’occupazione tedesca a Parigi.
La disillusione di Junger riguardo alla prima guerra
mondiale differì poco da quella che tanti altri patirono.
Egli aveva portato in guerra due cose con sé: l’attesa di
avventure, e un sottile block-notes da riempire con osser­
vazioni quotidiane. Junger riconosceva la sua inclinazione
e il suo talento innati per l’osservazione: «Ho sempre
avuto un’inclinazione naturale per l’osservazione. Fin dal­
l ’in fan z ia h o n u trito u n a p a ssio n e p e r te le sc o p i e m ic ro ­
scopi con cui è possibile osservare Timmenso e il minu­
scolo» 61.
Suo fratello, Friedrich Georg Junger, descrisse Ernst
come Augenmensch: «Egli vedeva con occhi di lince . . .
dal più insignificante . . . egli traeva . . . conclusioni che
mi lasciavano stupefatto»62. Ma la prima esperienza di
guerra fu tale da confondere sia le aspettative sia il talen­
to d ’osservatore di Junger. Una granata piovve dal nulla
esplodendo nel mezzo della sua compagnia e provocando
un morto e numerosi feriti: questa non era un’esperienza
d’avventura, bensì di macello amministrato da un nemico
tecnicizzato e invisibile.

Cos’era avvenuto? La guerra aveva mostrato gli artigli e get­


tato via di colpo la sua maschera di bonomia. Come era misterio­
so e irreale tutto ciò! Si pensava appena al nemico, a quell’essere
enigmatico e malvagio in agguato da qualche parte, dietro l’oriz­
zonte. L ’episodio, del tutto inaspettato, ebbe un tale effetto su di
noi da richiedere un certo sforzo per poterne afferrare l’esatto
significato. Era stato come l ’apparizione di un fantasma in pieno
mezzogiorno 63.

Al pari di tutti gli altri, Junger esperì la guerra au­


tentica come umiliazione, come tremenda rassegnazione; il
nemico era scomparso dietro una maschera macchinica che
impediva ogni confronto od osservazione. I successivi an­
ni di guerra avrebbero solo intensificato le contraddizioni
implicite in questa esperienza iniziale: la guerra non era
la prova delle capacità e delle volontà individuali, bensì la
soppressione di ogni valore connesso all’individuo.

204
Mito e guerra moderna

In guerra, quando gli obici pesanti fischiano veloci verso i


nostri corpi, noi sentiamo che nessun livello di intelligenza, capa­
cità, o coraggio, potrebbe permetterci di schivarli neppure di un
millimetro. Man mano la minaccia s ’avvicina, l ’atroce senso della
nostra impotenza ci schiaccia64.

Jùnger comprendeva perfettamente che «la guerra era


un brutale urto di masse, un tremendo, sanguinoso spreco
di produzione e materiali»65. Egli ripercorre passo per
passo tutto ritinerario di Edward Graham e mille altri,
un itinerario che condusse da una visione della guerra
come progetto individuale, ideologicamente significante,
alla convinzione che il mondo di guerra non potesse esse­
re altro che la creazione di una forza inumana, malefica,
un gigante cieco, una potenza cosmica. Lo stesso paesag­
gio circostante, che si impose in modo indelebile nelle
menti della generazione combattente come essenza della
desolazione tecnologica, confermava come questa fosse u-
na guerra «vuota di uomini».
Non si poteva scorgere altro che gli effetti del lavoro macchi-
nico. Per quanto spaziasse l ’occhio, si vedevano solo buche di
granate, una accanto all’altra, e il soldato si trovava come immer­
so nel mare di crateri di una stella morta. E quando, senza
tregua, come se ogni metro quadrato non fosse già stato sarchiato
e sarchiato di nuovo, la cortina d ’acciaio calava ancora, allora
questi eventi manifestavano i lineamenti di una forza cosmica,
senz’anima, di fronte alla quale l’uomo pressoché scom pare66.

Ora la mobilità divenne una fantasia, l ’offensiva di­


venne un sogno, e la guerra assunse il suo carattere di
interiorità. E qui le speranze di risoluzione acquistano
una peculiare intensità sessuale che è molto evidente nei
romanzi di Jùnger. Secondo Jùnger, il suo primo lavoro,
Sturni, dovrebbe descrivere le immagini che si sviluppa­
no naturalmente nel rapporto fra l’individuo e l’ambiente
circostante. Sturm ritrae cioè la contraddizione fra «la
tensione al movimento (Bewegungsdrang) del singolo in­
dividuo e la limitazione di questo impulso dettata dalle
forze che lo circondavano» 67.
M a Feuer und Blut, u n ro m an z o e d ito n el 1 9 2 5 , è
e sse n z ia lm e n te u n ’in d a g in e su l m o v im e n to , su lla m o b ilità ,

205
Mito e guerra moderna

in cui sono evidenziati i vari livelli di significato connessi


al concetto di mobilità. Nella sua analisi di questo roman­
zo, Gerhard Loose, scopre cinque diversi tipi di movi­
mento che appaiono nella struttura dell'opera: il movi­
m e n to v e lo c e e d e sp lo siv o , l ’a ssu n z io n e d i u n m o v im e n to
psichico (regressione), la sospensione del movimento in
meditazioni e fantasticherie filosofiche, la ripresa del mo­
vimento, Poffensiva. Ma Loose non fa menzione di qual­
cosa che appare molto chiaramente in questo lavoro: sia
il movimento bucolico che quello macchinico sono raffi­
gurati come un’espansione dell’io da un centro a una pe­
riferia. C ’è ben poco movimento nell’accezione comune
d e l te rm in e , n e l se n so c io è d e ll’a ttra v e rsa m e n to d i u n o
spazio fra due punti fissati: movimento qui significa l’at­
to di infrangere l’io difensivo, minimale, corazzato e de­
bordare in un «campo libero». L ’immobilità è ritratta
come contrazione dell’io, come un ansioso processo d’in­
troiezione. Per tutta l ’opera sovviene in continuazione la
definizione reichiana della sessualità come espansione, del­
l’ansietà come contrazione: «La sessualità e l’ansia appar­
tengono a un unico processo d'eccitazione, ma con segno
opposto»68. Con questo concetto di sessualità, Wilhelm
Reich definisce il masochismo e il sadismo. Il masochista
non cerca il dolore ma è disposto a tollerarlo pur di
liberarsi di un fondo di tensione sessuale che non riesce a
scaricare altrimenti: egli «desidera l’orgasmo e immagina
che la tortura possa permetterglielo. Solo in questo modo
egli spera di trovare sollievo» 69. La fantasia più comune
del masochista è quella di essere tormentato al punto di
ottenere «una liberazione dall’esterno, provocata da qual­
cun altro» 70. Per contro, la fantasia del sadico è di tor­
mentare qualcun altro, ovvero di trovare soddisfazione
nel ribadire la propria volontà su di un oggetto sessuale
passivo.
Nel quadro di movimento e mobilità offerto da Feuer
und Blut, l’elemento sadico è particolarmente evidente. Il
romanzo si apre su di una scena bucolica. Il protagonista,
notando i primi segni della primavera, si incammina per
una passeggiata in una foresta dietro il fronte. La passeg-
206
Mito e guerra moderna

giata nei boschi è motivata da un «desiderio di solitudine


in cui a volte sprofonda chi sia stato legato per anni alla
massa, al corpo dell’esercito» 71. Questo vagare senza meta
n ei b o sc h i è l ’o c c asio n e p e r rio rd in a re le im p re ssio n i d i
guerra e tracciare paragoni fra paesaggio bucolico e pae­
saggio tecnologico; il rigoglio della primavera rende evi­
dente che «noi siamo come fiori che sbocciano e come
frutti che maturano e cadono» 72. Qui J u n g e r a ttin g e allo
stesso repertorio pastorale sottolineato da Paul Fussell ri­
guardo alla letteratura inglese di guerra. L ’equazione co­
mune fr a fio r i e fe r ite , fr a il r o sso d e i fio r i e il r o s s o d e l
sangue, lentamente emerge dalla memoria delle battaglie;
Junger ricorda che se la primavera significa il rinnovo
della vita, è pure il tempo delle offensive, e ciò la riporta
all’immagine dello stretto, sacrificato mondo delle trin­
cee.
Talvolta noi meditiamo su noi stessi durante la snervante
attesa dietro i parapetti e le massicce barriere di filo spinato:
meglio un possente vortice, meglio trovarsi ancora in campo aper­
to, fosse pure il diavolo che ci aspetta là fuori; meglio mostrare
Ì denti al nemico che . . . (rimanere) . . . qui nell’oscurità, vermi
striscianti nelle loro nere tan e73.

L ’imponenza del fuoco di preparazione dice a Junger


che questa volta non si tratta di un attacco locale ma del
tentativo di un ampio sfondamento del fronte avversario.
Questo desta la speranza di uno «sfondamento, che ci
permetta di penetrare per chilometri le posizioni nemi­
che» 74; il concentramento di uomini e materiali dietro le
linee, le frustrazioni di un inverno trascorso in trincea,
destano immagini di «uno sfondamento decisivo e un
movimento articolato nello spazio aperto, senza limi­
ti .. . » 75. Junger sviluppa in un paragrafo i particolari di
questo sfondamento, di ciò che significa e di ciò che ci si
deve aspettare da esso. Il nemico è ridotto a un puro
concetto nella guerra di trincea, un’entità dissimulata nel
sistema trincerato e nascosta dallo strapotere del fuoco.
Ma noi ora strapperemo questo velo, anziché avvicinarci ad
esso sollevandone un lembo guardinghi. Avanzeremo come con-

207
Mito e guerra moderna

quistatori, e, armati di tutto punto, forzeremo il catenaccio e


penetreremo di slancio nella terra proibita. E per chi come noi
sia stato costretto, così a lungo, a marcire in campi desolati e
butterati da mille crateri di bombe, l ’idea di questo sfondamento
in profondità assume un fascino irresistibile. Romperemo gli argi­
ni e dilagheremo come un fiume in piena nell’ampia, vergine
regione: ogni giorno appariranno alla nostra vista nuove città e
nuovi paesi, e ricche prede cadranno nelle nostre m an i76.

Qui l’offensiva è l ’atto che risolve tutte le inibizioni:


essa permette a coloro che marciscono nelle trincee e
nelle buche di granata di comportarsi finalmente come
pirati e tagliaborse svincolati da ogni morale o coscienza.
L ’immagine di violenza sistematica nei confronti di un
paese pingue e pacifico in compagnia di altri «armati di
tutto punto» è necessariamente legata allo strapotere ini­
bitore del fuoco d ’artiglieria, al sistema di trincea, alle
condizioni di immobilismo della guerra: sono proprio
queste realtà, queste condizioni che creano le condizioni
immaginarie dello straripamento di una feroce soldatesca
in territori vergini.
In Sturm è svelata l’anima sociale di quella che sem­
brerebbe una fantasia puramente militaristica. Anche in
questo romanzo si scatena una personalità d ’assalto, un
individuo forgiato dalla guerra e armato di tutto punto:
ma l’obiettivo del suo assalto è questa volta il borghese.
Tronck, il personaggio di uno dei molti episodi che com­
pongono il romanzo, passa il suo tempo a vagabondare
per le strade di una pacifica cittadina, aggredendo con il
suo sguardo penetrante i tranquilli abitanti. L ’occhio, lo
strumento di contemplazione, è ora diventato un’arma of­
fensiva: esso strappa il velo della rispettabilità che cir­
conda i cittadini e altera l’equilibrio della «tranquilli­
tà».
I borghesi erano visibilmente e spiacevolmente colpiti, e cer­
cavano di mantenere l ’auto-controllo tastando il portafoglio o
pensando al proprio conto in banca e ai titoli recentemente ac­
quistati 77.

Nei primi lavori di Junger si può chiaramente cogliere


— nell’idea dell’assalto di tipo militare e sociale — la

208
Mito e guerra moderna

sovrapposizione fra mondo sociale e mondo militare. È


evidente che Pesperienza di guerra non è, almeno non a
livello mentale, un’esperienza discreta, creatrice di nuove
strategie psichiche; piuttosto, con i materiali dell’espe­
rienza di guerra, Jiinger semplifica e intensifica un tipo di
conflitto psichico prettamente tradizionale. Da un lato
stanno tutte le realtà restrittive e inibitorie — la tecnolo­
gia, la borghesia, la figura del padre — che servono a
proteggere e a difendere un territorio amico e pacifico;
dall’altro stanno le creazioni della realtà e della fantasia
— il pirata predone, le truppe d ’assalto, gli assassini se­
greti della coscienza borghese, giovani che erano a un
tempo «costretti a sacrificare se stessi» e armati «dei
massimi strumenti di potenza».
Jiinger esplicitamente tratteggia il personaggio di
Tronck come simbolo di una situazione ovvia in guerra
ma caratteristica pure della realtà sociale.

Noi siamo stati incorporati nel movimento di un grande e


necessario evento. Spesso però il nostro personale movimento, ciò
che chiamiamo libertà della personalità, sta in contraddizione con
questi eventi grandiosi. E in Tronck ho voluto esprimere nel
modo più limpido quello che ci agita su questa terra desolata —
il libero esprimersi della personalità dentro i limiti più insupera­
bili che si riescano ad immaginare78.

La situazione vale anche per l’esperienza di vita socia­


le pre-bellica di Jiinger. In uno degli episodi di Sturm, la
dimensione erotica di questa fantasia è sviluppata esplici­
tamente: il personaggio principale, il caporale Kiel, è un
uomo con un’esperienza passata di guerra che conduce la
ricerca di una prostituta per le strade di una metropoli
come potrebbe farlo una pattuglia di polizia. Egli frappo­
ne alla ricerca dell’oggetto sessuale immagini di passate
avventure nella Terra di nessuno.

Proprio come, un tempo, queste ore d ’avventura lo avevano


spinto oltre i reticolati neH’incognito della Terra di Nessuno, così
pure, ora, l ’abitudine a quell’esperienza lo proiettava nella fra­
stornante notte della metropoli. Il suo sguardo acuto, abituato a
cogliere l ’essenziale, squadrava i passanti, li penetrava, li disorien-

209
Mito e guerra moderna

tava come un colpo di pistola in risposta ad una dom anda79.


Kiel è il soldato di professione, e la sua professionali­
tà è evidente nella freddezza e nella precisione con cui
egli persegue il suo obiettivo. L'equipaggiamento che ac­
compagna costantemente la descrizione del personaggio
jungeriano — elmetto d'acciaio, pistole, e bombe a mano
— sono gli strumenti con cui questi frappone una distan­
za fra se stesso e il sentimento. Kiel sceglie una prostitu­
ta, la segue nella sua stanza, e nel bel mezzo della notte si
sveglia per contemplare il volto di lei, il «volto di una
maschera», segnato dal lenocinio. Contemporaneamente,
egli ricorda la propria innocenza, i giorni dell'agosto
1914, e «una ragazza che egli aveva amato prima della
guerra con un'intensità ora inconcepibile, per quanto, nel
suo imbarazzo adolescenziale, egli non avesse mai scam­
biato una parola con lei» 80.
In questa sovrapposizione di innocenza ed esperienza,
una sola cosa non cambia: né con l'oggetto d'amore inno­
cente né con quello professionista viene scambiata una
parola. Entrambi gli approcci non producono gratificazio­
ne alcuna, il primo per l'«imbarazzo adolescenziale», il
secondo perché il veterano di guerra, addestrato alla scuo­
la della violenza, è divenuto incapace di qualsiasi espres­
sione di tenerezza. L'incontro con la prostituta è un in­
contro fra maschere che permette uno scambio sessuale
senza piacere, colpa, né conoscenza dell'altro; ne deriva
non un senso di gratificazione, bensì un senso di perdita,
e il sospetto che l'oggetto della sua ricerca abbia eluso
Kiel. Ma il motivo della sua «pattuglia notturna» non era
il contatto; piuttosto, era la ricerca di una possibilità di
scarica.
Egli sentiva rimpellente desiderio di liberare le proprie ener­
gie ingorgate scaricandole in un ricettacolo di sorta, di infrangere
le proprie onde montanti su una donna q ualsiasi81.

Caporale Kiel non è che uno dei tanti nomi che Jiin-
ger dà al personaggio-tipo formatosi in guerra; in altri
punti questo personaggio viene chiamato soldato di linea,

210
Mito e guerra moderna

ardito, operaio, lanzichenecco, o pirata. In questo perso­


naggio possono trovarsi impressi molti paradossi della
guerra, poiché si tratta di un personaggio doppiamente
corazzato: contro la sofferenza e, paradossalmente, contro
la gratificazione. In campo sessuale, il caporale Kiel fa il
paio con la prostituta: in qualità di professionista egli
ottiene soddisfazione senza piacere e persegue il suo assal­
to sessual-militare senza alcuna autentica risoluzione del
conflitto che lo induce a intraprenderlo. In campo politi­
co il soldato del fronte è caratterizzato da un rapporto di
singolare impotenza nei confronti del potere: egli è defi­
nito per la sua prontezza (Bereitschaft), la sua durezza, la
sua dimestichezza con le tecniche della violenza, ma anche
per la sua incapacità di consumare uno scambio politico
qualsiasi senza Pautorizzazione di un capo. In campo so­
ciale luomo che emerge dalla «porta oscura» della guerra
è nemico acerrimo della borghesia. Eppure egli assale
questa borghesia solo con lo sguardo, e la penetra solo
con parole «come colpi di pistola»: egli non Pattacca
fisicamente, né sfoga su di essa la sua rabbia. Tutte que­
ste situazioni mostrano la stessa struttura di energie
compresse a tal punto che Pindividuo è pronto per la
scarica: ma è una scarica che non si realizza mai di fatto
— disperdendosi piuttosto sotto le mentite spoglie della
fantasia.
In tutti questi frangenti, il personaggio del soldato è
contrassegnato da un’elevata tensione ormai abituale: in
termini patologici, questo carattere è basato su di una
stasi, un equilibrio teso, che fomenta in continuazione
fantasie di scarica, di liberazione. Qualora si voglia rico­
struire il percorso che nell’opera di Jiinger lega l’espe­
rienza di guerra ad un’ideologia del tutto ambivalente,
che combina totalitarismo e rivoluzione, si deve partire
dalla situazione di fatto della guerra di trincea. Proprio
da questa situazione in cui le scariche pulsionali e la
mobilità dei singoli combattenti erano inibite dalla tecno­
logia, risultò una mostruosa stasi fisica; ma nel particola­
re caso di Jiinger, questa stasi assunse il carattere di una
fissazione sulla tecnologia, approdando quest’ultima allo

211
Mito e guerra moderna

statuto di genitrice di una generazione intera. Questo


punto segna il confine fra le condizioni di guerra e Pim-
maginario ad esse improntato, le cui fantasie possono es­
sere riconosciute a un tempo sadiche come struttura e
incestuose come contenuto. Assumendo Pabito della tec­
nologia repressiva e identificandola con il «padre di tutte
le cose», individui selezionati divennero maestri nell’arte
della penetrazione, liberi da inibizioni morali, conquista-
tori di un succoso e cospicuo territorio. A livello di fan­
tasia, almeno, la gratificazione è ottenuta nello sfonda­
mento offensivo e nella penetrazione di «posizioni per
molti chilometri in profondità»; e l’ansia è ridotta pro­
prio nell’assumere la maschera di quelle stesse potenze
che immobilizzano il singolo individuo. Il «miserabile
succube» è così diventato amministratore di quello stesso
destino di cui egli è, in realtà, la prima vittima.

Note
1 P. Fussell, The Great War and Modem Memory, London, Oxford
e New York, 1975, p. 115; trad. it., La Grande Guerra e la memoria
moderna , Bologna, Il Mulino, 1984, p. 146.
2 J. N. Cru, Temoins. Essai d’Analyse et de Critique des Souvenirs
de Combattants Edités en Franqais de 1915 à 1928, Paris, 1928, p. 4.
3 P. Fussell, op. cit.y p. 131; trad. it. dt., p. 166.
4 R. Benedict, Mythy in Encyclopedia of thè Social Sciences, a cura
di E. R. A. Seligman, voi. XI, New York, 1933, pp. 178-181.
5 R. Barthes, Mythologies, Paris, 1957; trad. it., Miti d'oggi,
Torino, Einaudi, 1974, p. 210.
6 Ibidem, trad. it. dt., pp. 223-224.
7 C. Lévi-Strauss, La gesta di Asditoal, in C. Lévi-Strauss, Razza e
storia e altri studi di antropologia, a cura di P. Caruso, Torino, Einaudi,
1967, p. 229.
8 C. Lévi-Strauss, Le cru et le cult, Paris, 1964; trad. it., Il crudo e
il cotto (Mitologica I), Milano, Il Saggiatore, 1966, p. 18.
9 Vedi L. Marx, The Machine in thè Garden, New York, 1964; e
H. Nash Smith, Virgin Land: The American West as Symbol and Mythy
New York, 1950.
10 Citato in P. Fussell, op. cit.y p. 51; trad. it. dt., p. 63.
11 F. Kreisler, Tour Weeks in thè Trenches. The War Story of a
Violinistf Boston e New York, 1915, p. 2.

212
Mito e guerra moderna

12 Ibidem, p. 12.
13 E. Jiinger, Werke, Stuttgart, 1965, voi. V, pp. 80-81.
14 Ibidemy voi. I, p. 302.
15 P. Witkop (a cura di), Kriegsbriefe gefallener Studenten, Miin-
chen, 1936, p. 34.
16 Cfr. The Great Years of Tbeir Lives, in «Listener», LXXXVI
(1971), n. 2207, p. 74.
17 J. C. Carothers, Culture, Psychiatry and thè Written Word, in
«Psychiatry», novembre 1964, p. 313.
18 R. Graves, Goodbye ot All Tbat, London, 1929, p. 160.
19 C. Edmunds (C. E. Carrington), A Subalterni War, London,
1929, p. 67.
20 U. Neisser, Cognitive Psychology, New York, 1967, p. 297; trad.
it., Psicologia cognitivista, Firenze, Giunti-Barbera, 1975.
21 Ibidem.
22 Ibidem, p. 298.
23 R. Needbam, Percussion and Transition, in «Man», II (1967), n.
4, p. 606.
24 Citato ibidem, p. 608.
25 M. Marks, Ritual Structure in Afro-American Music, in Religious
Movements in Contemporary America, a cura di 1.1. Zaretsky e M. P.
Leone, Princeton (N. J.), 1947, p. 64.
26 P. Witkop, op. cit.9 p. 82.
27 Ibidem, p. 83.
28 E. F. Graham, in War Letters of Rochester's Veterans, voi. II,
Rochester, New York, 1929, p. 241.
29 Ibidem, p. 243.
30 Ibidem, p. 245.
31 F. Schauwecker, Im Todesrachen. Die deutsche Seele im Welt-
krieg, Halle (Salle), 1921, p. 148.
32 E. von Ludendorff, Der Totale Krieg, Miinchen, 1936, p. 52.
33 A. Saint-Exupéry, Voi de Nuit (1931); trad. it., Volo di notte,
Milano, Mondadori, 1967, p. 53.
34 E. Jiinger, Werke, cit., voi. I, p. 368.
35 Citato in P. Fussell, op. cit., p. 54; trad. it. cit., p. 67.
36 Ibidem, p. 55; trad. it. cit., pp. 68-69.
37 E. Jiinger, Werke, cit., voi. I, p. 361.
38 A. Marwick, The Deluge, London, 1961, p. 84.
39 A. F. Wedd, German Studenti War Letters, London, 1965, p. 201.
40 H. D. Trounce, Fighting thè Foche Underground, New York,
1918, p. 2.
41 M. Eliade, Forgerons et alchimistes, Paris, 1977, p. 169; trad.
it., Arti del metallo e alchimia, Torino, Boringhieri, 1980, p. 152.

213
Mito e guerra moderna

42 M. Mauss, Esquisse d’une théorie générale de la magie


(1902-1903), in Sociologie et anthropologie, Paris, P uf , 1950; trad. it.,
Saggio di una teoria generale della magia, in Teoria generale della magia
e altri saggi, Torino, Einaudi, 1965, pp. 20-90.
43 F. Dessaiier, Streit um der Technik, Frankfurt a/M., 1956, (rist.),
p. 23; trad it., La filosofia della tecnica, Brescia, Morcelliana, 1933. Vedi
anche H. Arendt, The Human Condition, Chicago, 1970 (in corso di
pubblicazione presso II Mulino).
44 M. Eliade, Forgerons et alchimistes, cit.; trad. it. cit., p. 159.
45 L. Mumford, Technics and Civilization, New York, 1934, pp.
69-70; trad. it., Tecnica e cultura, Milano, Il Saggiatore, 19683, pp.
87-88.
46 Ib id em ; trad. it. cit., p. 87.
47 V. Rouges, Bourru, in E. Loehrke (a cura di), Armageddon: thè
World War in Literature, New York, 1930, p. 399.
48 Ibidem, p. 398.
49 G. Bachelard, La poétique de Vespace, Paris, P uf , 1957; trad. it.,
La poetica dello spazio, Bari, Dedalo, 1975, pp. 47-48.
50 E. Jiinger, Werke, dt., voi. V, pp. 85-86.
51 E. Jiinger, Sturmy in «Hannoverscher Kurier», 11-27 aprile 1923,
Installm ent 9.
52 E . Jiinger, Wàldchen 125. Eine Chronik aus den Grabenkampf
1918, Berlin, 1925, p. 58.
53 Ibidem, p. 60.
54 E . Jiinger, Werke, d t., voi. I , pp. 381-382.
55 E. Jiinger, Schlusswort zu einem Aufsatz, in «Widerstand», V
(1930), n. 1, p. 10.
56 E. Jiinger, Werke, cit., voi. I, p. 352.
57 E. Jiinger, Kampf als inneres Erlebnis, ibidem, voi. V, p. 13
[Il sostantivo tedesco der Krieg ( = la guerra) è maschile. N.d.T.].
58 E. Jiinger, Wesen des Frontsoldatentumsy in «Standarte», I (6
settembre 1925), n. 1.
59 E. Jiinger, Werke, cit., voi. V II, p. 51.
60 E . Jiinger, In Stahlgewittern, Berlin, 1920; trad. it., Tempeste
d'acciaio, Roma, Ciarrapico, 1983.
61 A. Mohler (a cura di), Die Schleife: Dokumente zum Weg von
Ernst Jiingers, Ziirich, 1955, p. 55.
62 F. G. Jiinger, Spiegel der Jahre. Erinnerungen, Miinchen, 1958,
p. 11.
63 E. Jiinger, In Stahlgewittern, dt.; trad. it. cit., p. 13.
64 E. Jiinger, Sturmy dt., Installment 2.
65 Ibidem.
66 E. Jiinger, Materialschlacht, in «Standarte», I (4 settembre 1925),
n. 5, 4 ott.
67 E. Jiinger, Sturmy dt., Installment 2.

214
Mito e guerra moderna

68 W. Reich, Selected Writings, New York, 1961, p. 116.


69 Ibidem, pp. 117-118.
70 Ibidem, p. 105.
71 E. Jiinger, F^«er « « J Blut, dt., p. 11.
72 Ibidem, p. 33.
73 Ibidem, p. 18.
74 E. Jiinger, Werke, dt., voi. I, p. 470.
75 Ibidem.
76 E. Jiinger, B to , dt., pp. 46-47.
77 E. Jiinger, Sturm, dt., Installment 5.
78 Ib id em , Installment 6.
79 Ibidem, Installment 10.
80 Ibidem, Installment 11.
81 Ibidem.

215
Capitolo quinto

Un’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Guerra industrializzata e nevrosi

È più significativo vedere la nevrosi, nell’ambito della


Grande Guerra, alla stregua di un complesso fenomeno
psico-sociologico piuttosto che come un mero evento nel­
la storia della psicologia: infatti, oltre alla quantità, alla
varietà, e all’insistenza dei sintomi nevrotici, le autorità
mediche trovarono ben poco di nuovo o inedito nelle
nevrosi di guerra. I sintomi dei traumi da esplosione e-
rano precisamente gli stessi delle più comuni affezioni
isteriche del tempo di pace, sebbene ora assumessero una
nuova, drammatica terminologia: «nevrosi del sepolto vi­
vo», «nevrosi da gas», «il cuore del soldato», «simpatia
isterica con il nemico». È vero, quelli che erano disturbi
generalmente interessanti le donne prima della guerra,
divennero caratteristici dei soldati in combattimento *;
ma i medici in uniforme non tardarono ad accorgersi del­
l ’affinità fra i sintomi definiti nell’ambito del trauma da
esplosione con le affezioni isteriche pre-belliche conse­
guenti a disastri ferroviari o industriali2. Perfino la di­
stribuzione sociale dei sintomi era in guerra la stessa del
tempo di pace: la nevrastenia, una sindrome ansiosa ge­
neralizzata i cui affetti popolavano case di cura esclusive
e stanze di cliniche private, era più comune fra gli uffi­
ciali; le nevrosi isteriche invece, con tutta l ’evidenza
fisica dei sintomi di paralisi, spasmi, mutismo, cecità, e
analoghi — i cui malati riempivano, prima della guerra,
le corsie degli ospedali pubblici o dei manicomi — pre­
dominavano nella truppa3. In guerra, così come in pace,
il fatto che la malattia psichica non si accompagnasse a
traumi fisiologici, ma fosse semplicemente un’alterazione

217
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

a livello comportamentale, fu appannaggio esclusivo delle


classi sociali superiori.
Neppure il flusso sempre crescente di ricoveri neu­
ro-psichiatrici nelle retrovie, a cominciare dall’inverno
1915, stimolò lo sviluppo di nuove teorie terapeutiche.
La guerra fornì un illimitato terreno di prova e collaudo
per principi teorici e ricette terapeutiche già pronti, e il
consenso fra gli ufficiali medici dopo la guerra giustificò
la soddisfazione di Freud secondo cui la guerra, se non
altro, aveva offerto abbondante conferma della teoria psi­
coanalitica della nevrosi4: la nevrosi di guerra, al pari
della nevrosi in tempo di pace, era la fuga, attraverso la
malattia, da una realtà percepita come intollerabile e
distruttiva.
Ma se la nevrosi di guerra ha poche sorprese da of­
frire agli psichiatri, per tutta una serie di motivi non può
che destare la più viva attenzione degli storici sociali e
culturali. La nevrosi fu un effetto psichico non tanto del­
la guerra in generale, quanto della guerra industrializzata
in particolare. Prima della completa meccanizzazione della
guerra il più comune disagio psicologico era la cosiddetta
nostalgia di casa, un’intensa forma ansiosa di separazio­
n e 5. L ’arco di sintomi isterici, manifestatosi su scala e-
n o rm e n el c o rso d e lla p rim a g u e rra m o n d ia le , fu sen za
precedenti. Nel 1916, M. D. Eder, un neuropsichiatra
inglese, sentenziò: «Dal punto di vista del combattente
questa è stata definita guerra industriale; dal punto di
vista medico potrebbe essere chiamata guerra dei ner­
v i » 6. Questa definizione era ampiamente condivisa: gli
psichiatri nelle retrovie e le truppe al fronte avevano
colto immediatamente il rapporto fra le caratteristiche
industriali della guerra e l’incidenza della nevrosi. Il do­
minio assoluto dell’artiglieria a lunga portata, della mi­
tragliatrice e del filo spinato, aveva immobilizzato la
guerra, e l’immobilità imponeva un atteggiamento passivo
del soldato di fronte alle forze del massacro tecnicizzato.
La causa della nevrosi stava nel dominio dei materiali
sulle possibilità di movimento del soldato; concretamen­
te, le nevrosi di guerra furono un prodotto diretto del
218
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

rapporto sempre più alienato del combattente rispetto ai


mezzi di distruzione.
Il rapporto fra l ’industrializzazione della guerra e le
nevrosi di guerra era g ià sta to c o lto n e lla g u e rra r u s ­
so-giapponese da R. L. Richards, che rimase stupito dal­
l’alto numero di ricoveri per traumi psichici presso gli
ospedali militari di Harbin. Egli attribuì la crescita delle
nevrosi di guerra agli effetti delT«artiglieria a lunga git­
tata» e all’ampiamente del teatro bellico. Ma sarebbe un
errore considerare Pincremento nell’incidenza delle nevro­
si soltanto come un effetto di realtà e condizioni pura­
mente tecnologiche. È vero, le tecnologie e gli sviluppi
industriali immediatamente precedenti alla guerra produs­
sero un insieme di realtà tattiche nell’ambito delle quali i
combattenti furono costretti ad erigere difese più spesse
e più complesse contro la loro stessa paura. Eppure,
Pincremento nell’incidenza della nevrosi non deve essere
vista semplicemente come una risposta ai mutamenti nel­
la «struttura della guerra» bensì anche come risposta alle
trasformazioni della «sovrastruttura», come risposta alle
nuove tecniche di disciplina, controllo, dominio. La stessa
accettazione della nevrosi come condizione «tipica» delle
truppe combattenti rappresenta un problema. Infatti la
maggior parte degli ufficiali opponeva resistenza al rico­
noscimento del trauma da esplosione come legittima feri­
ta di guerra: sembrava loro che un riconoscimento del
genere avrebbe comportato un mutamento di fondo nei
presupposti che informavano la disciplina militare, un
mutamento nei valori e nell’immagine stereotipa della
personalità militare, un mutamento nell’etica d ’aggressivi­
tà che sottendeva a q u e s t ’im m ag in e . Il numero enorme di
ferite psichiche in questa guerra solleva il problema del
perché la nevrosi fosse ufficialmente riconosciuta come
una categoria di comportamento tipica del combattente:
in che modo cioè la nevrosi non fu funzionale semplice-
mente alla fuga del combattente dalla guerra attraverso la
malattia, bensì risultò tale pure agli sforzi delle autorità,
il cui interesse era di mantenere il combattente in prima
linea? Si può rispondere in parte a questa domanda os-

219
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

servando più da vicino lo scenario terapeutico, perché, se


la nevrosi divenne un’uscita «legittima» dalla guerra, fu
in sede terapeutica che veniva giudicata la legittimità del
sintomo. L ’uscita dalla guerra venne regolamentata ed
amministrata in questa sede: in fase terapeutica il ruolo
tradizionalmente «offensivo» del soldato venne chiarito e
ric ic la to su c o lo ro che d isp e ra ta m e n te te n ta v a n o d i r ip u ­
diarlo. Nel peggiore dei casi, le terapie somministrate ai
nevrotici di guerra furono atti di pura prevaricazione; nel
migliore dei casi, fu momento di mediazione fra le ri­
chieste dell’autorità e i bisogni delle vittime della guerra.

La politica della nevrosi


La maggior parte degli ufficiali all’interno e all’ester­
no del corpo medico considerò il riconoscimento della
nevrosi, come condizione propria del soldato in combat­
timento, alla stregua di una soluzione politica. Molti in­
sistettero che il concedere alla nevrosi lo statuto e i pri­
vilegi di «malattia» avrebbe aperto una breccia nelle
maglie della disciplina che inchiodava i soldati in prima
linea; essi pretendevano che la nevrosi non fosse conside­
rata come condizione particolare del soldato, quanto una
ridefinizione del comportamento tradizionalmente scheda­
to sotto il titolo di «codardìa», di «mancanza di discipli­
na», oppure di disturbi neurologici di causa ignota. Nel
1922 alcuni testimoni deposero dinnanzi al War Office
Commitee on Shell-Shock (Commissione del ministero
della guerra sui traumi da esplosione) sottolineando che
il riconoscimento ufficiale della nevrosi di guerra fu un
vero disastro. Per P«opinione pubblica» qualsiasi patolo­
gia, uscita dalle trincee, fosse definibile come incapacità
da parte dell’individuo di controllare il proprio compor­
tamento, cominciò ad essere descritta come «trauma da
esplosione» 7; con il riconoscimento pubblico del termine
«trauma da esplosione», alle vittime della nevrosi venne­
ro accordate la considerazione e la comprensione gene­
ralmente e legittimamente riservate ai mutilati e ai feriti
fisici.

220
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

I testi si lamentarono che, al fronte, quel termine


avesse finito per creare un alone di presunta inadeguatez­
za psichica nei confronti dell’evento bellico, e che fossero
in molti nella truppa a cercare di trarre vantaggio da ciò.
Non poterono però non prendere atto che un grosso ca­
libro caduto particolarmente vicino, o un fuoco di sbar­
ramento prolungato, producessero trasformazioni miste­
riose nel sistema nervoso del soldato, tanto da danneg­
giare il suo auto-controllo: scatti improvvisi, pianti iste­
rici, il rifiuto di avanzare, l’incapacità di «udire» un or­
dine impartito potevano essere, e furono, ascritti agli ef­
fetti del bombardamento precedente. Stretti fra il rico­
noscimento della legittimità della nevrosi sia nelle retro­
vie sia al fronte, gli ufficiali di mentalità tradizionale che
desideravano preservare le categorie morali di coraggio,
onore, e dovere, sovente non ebbero altra scelta che ri­
co n o sce re e ssi ste ssi la n e v ro si co m e le g ittim a m a la ttia di
guerra. Il tenente colonnello Scott-Jackson depose orgo­
gliosamente dinnanzi alla Commissione di non aver ripor­
tato un solo caso di trauma da esplosione nel suo batta­
glione per tutto il 1915: egli non l’avrebbe mai «per­
messo». Ma quando i segni e i sintomi del trauma da
esplosione divennero ben noti anche alle truppe fresche
di rincalzo, e quando le vittime psichiche della guerra
ricevettero sostegno e comprensione una volta rientrate
in patria, egli sentì di non essere più in grado di «resi­
stere» 8: un numero sempre maggiore dei suoi uomini
finì negli smistamenti sanitari delle retrovie — ciechi,
muti, sordi, con blocchi psicomotori e spasmi facciali e
agli arti.
Fu immediatamente chiaro che la nevrosi di guerra
era un disturbo «funzionale» per i soldati: essa li toglie­
va dal fronte e proprio questo era lo «scopo» conscio o
inconscio del sintomo.

La base psicologica delle nevrosi di guerra (come delle nevro­


si in tempo di pace) è l ’elaborazione di variazioni infinite su di
un unico tema centrale: fuggire da una situazione reale intollera­
bile ad una situazione resa tollerabile dalla nevrosi9.

221
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Ma, continuando la guerra, fu sempre più evidente


che le nevrosi erano funzionali alle autorità militari tanto
quanto ai soldati. W. M. Maxwell osservò che, a dispetto
dell’accanita propaganda dei sergenti nei centri d ’adde­
stramento, questa era una guerra in grado di offrire ben
pochi sbocchi reali all’aggressività e all’ostilità delle trup­
pe combattenti. Le condizioni reali di questa guerra con­
tribuirono a decantare un enorme fondo di ostilità re­
pressa che era destinata a trovare sfogo su obiettivi im­
propri: le autorità, l ’«interno», lo «stato maggiore», i
politici in «patria». «La rabbia che non poteva rovesciar­
si contro il nemico . . . era proiettata contro lo stato
maggiore e le sue presunte colpe» 10. Molti, come Phillip
Gibbs, corrispondente di guerra britannico, notava l’odio
crescente nelle trincee verso l’ufficiale di stato maggiore:
«I soldati desideravano la sua morte . . . Questo odio nei
confronti dello stato maggiore era attizzato dal fuoco del­
la passione e della disperazione» 11. Anche in Germania la
repressione indotta dalle condizioni di guerra produsse
inevitabili ostilità nei confronti dell’autorità. Ernst Sim-
mel ha insistito sul fatto che questo fondo di aggressività
repressa trovasse espressione nel sintomo nevrotico, par­
ticolarmente nel sintomo di mutismo. Mutismo e disturbi
vari del linguaggio furono i più comuni sintomi della
nevrosi di guerra, e Simmel sostiene che fu così perché
al soldato veniva imposto il silenzio e l’accettazione di
ordini sovente suicidi, e perché gli era impedita severa­
mente qualsiasi espressione di ostilità nei confronti di
coloro che lo mantenevano in una situazione di pericolo
mortale n. Piuttosto quindi che offendere, colpire o ucci­
dere i suoi ufficiali, egli mutilava il proprio linguaggio o
addirittura perdeva completamente la facoltà di parola.
Questa tesi trovò sostegno, indipendentemente, in Frede­
rick W. Mott, capo-neurologo all’ospedale di retrovia di
Maudsley durante la guerra. Mott osservava che «mentre
il mutismo è comune fra soldati semplici e sottufficiali, è
relativamente raro negli ufficiali» B.
Era dunque pienamente riconosciuto il carattere di
compromesso del sintomo nevrotico. Tramite il sintomo

222
U n ’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

il soldato incapace di tollerare ulteriormente i disagi della


guerra si spostava dalla sfera dell’obbedienza militare per
passare alla sfera, più clemente, dell’obbedienza medi­
co-terapeutica. Riconoscere alla nevrosi il carattere di le­
gittima ferita di guerra significò riconoscere tacitamente
la natura di compromesso implicita nel sintomo. Simmel
infatti, al pari di molti altri psicoanalisti, sostenne che la
nevrosi dovette essere riconosciuta, e per motivi profon­
damente politici, nel suo carattere di fuga dalla guerra:
era meglio conservare il potere di gestire sintomi indivi­
duali piuttosto che trovarsi di fronte a casi di ammuti­
namento. Dietro il sintomo nevrotico stavano sicuramente
possibilità ben più pericolose, vuoi una psicosi permanen­
te, vuoi la sfida diretta alla guerra e a chi voleva prose­
guirla.
La nevrosi fu funzionale alle autorità precisamente
perché rappresentava una categoria di comportamento
fondamentalmente ambigua in termini etici e legali. Al­
l’interno di questa categoria, i desideri inconsci del solda­
to e gli imperativi del dovere poterono essere negoziati
con minor rispetto per la statura morale del paziente e
— fatto ancor più importante — senza rimettere in di­
scussione la legittimità della guerra. Georg Stertz, come
tanti altri neuroioghi tedeschi, era perfettamente consa­
pevole del valore di questa ambigua categoria ai fini di
rimozione di potenziali fonti di dissenso dalla prima li­
nea. Egli trattò numerosi casi di coloro che definiva «fa­
natici eccentrici», pazienti le cui eccentricità tendevano
ad assumere forma politica. Un caso tipico fu quello di
K.K., un sottufficiale e volontario del 1914, che scrisse
una lettera al suo ufficiale comandante esprimendo sen­
timenti contrari alla guerra: il fatto gli valse una puni­
zione sul campo, che però fu revocata a causa della sua
«debolezza di nervi». Così Stertz riassunse le lamentele
di K. K.: «il subordinato è uno schiavo in Germania . . .
ingiustizia senza fine . . . troppo stanco per odiare e cer­
care vendetta»14: Stertz sentenziò «tratti di fanatismo
paranoico» e raccomandò un periodo di trattamento e
congedo dall'esercito per cure. Potrebbe sembrare che qui

223
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Stertz tratti illegittimamente il «dissenso politico» come


malattia mentale. Ma è meglio assumere un’ottica più
ampia. La nevrosi era una categoria funzionale alle auto­
rità perché comprendeva un arco molto vasto di compor­
tamento deviante, i cui sintomi erano passibili di cura.
Lo stesso respiro e le ambiguità della categoria (che po­
tenzialmente comprendeva indisciplina e ribellione tanto
quanto disturbi psicosomatici) ne fecero un mezzo effica­
ce per la definizione di problemi morali e disciplinari,
per Tisolamento del deviante, e per il suo trattamento su
base individuale in un contesto medico anziché giudizia­
rio.
C ’era la consapevolezza generale da parte degli uffi­
ciali medici che nelPamministrare le ambiguità della ne­
vrosi e nel giudicare la «legittimità» del sintomo, essi
assumessero certe funzioni politiche e giudiziarie. Essi in­
somma non erano semplicemente dottori che curavano
malattie, ma portavoce ed esecutori dell’autorità e della
concezione militarista ufficialmente propagandata. Ciò
non poteva non sollevare problemi di coscienza. William
Bailey, uno psichiatra britannico, non fu il solo che, inca­
ricato dell’igiene mentale delle truppe, finisse per chie­
dersi se fosse giusto per un medico — votato all’allevia­
mento della sofferenza umana — tormentare un paziente
fino a che questi non abbandonasse il sintomo e ritornas­
se al dovere. Egli rispose alla sua stessa domanda soste­
nendo che, nelle circostanze speciali di una guerra per la
civiltà, il dottore aveva un simile diritto: «In molti pa­
zienti le misure di persuasione sono sufficienti. Ma
quando queste falliscono, si rendono indispensabili misu­
re disciplinari» 15. E Bailey non fu l’unico psichiatra in
uniforme che misurasse questa prescrizione con il metro
della condizione sociale, riconoscendo, ad esempio, gli uf­
ficiali come soggetti non idonei ai trattamenti disciplinari
o «elettrici» perché «il trattamento della nevrosi è gene­
ralmente più complesso nel caso di ufficiali» 16.
L ’ambiguità morale della nevrosi rendeva necessaria­
mente ambiguo il ruolo del terapeuta. Egli doveva som­
ministrare una «cura» che, se fallimentare, diventava una

224
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

«punizione». Inoltre, era riconosciuto che la cura della


nevrosi fosse una questione ben differente dalla cura del­
le ferite fisiche: il compito del terapeuta era di indurre il
paziente a recuperare il suo ruolo militare ufficiale, so­
cialmente ratificato, e la terapia poneva il paziente din­
nanzi alla concezione ufficiale di ciò che avrebbe dovuto
tornare ad essere, imponendogli tremende sanzioni nel
caso avesse rifiutato di accettare quella concezione. So­
vente le terapie non comprendevano alcuna parte pro­
priamente «medica»: Lortat-Jacobs riferì di avere ottenu­
to buoni risultati a Parigi con soldati portatori di trauma
da esplosione semplicemente appellandosi «al senso indi­
viduale dell'onore e organizzando pubblicamente il giu­
ramento» 17.
Ma c'era un alto grado di disaccordo su come il sol­
dato che avesse scelto la fuga nella nevrosi dovesse essere
riacculturato in un ruolo che il buon senso, e l'esperienza
delle condizioni di guerra, gli a v e v a n o im p o sto d i re sp in ­
gere. Nel trattamento delle nevrosi di guerra è possibile
distinguere fra due scenari terapeutici, due differenti tec­
niche di dominio radicate in due diverse concezioni della
natura umana. Nei trattamenti «disciplinari» la terapia
serviva a drammatizzare e chiarire le questioni morali
connesse al conflitto fra dovere pubblico e intenzioni
private del paziente; i terapeuti disciplinari operavano
con uno schema tradizionalmente morale — si potrebbe
quasi dire «retorico» — delle motivazioni umane, basato
sulle collaudate categorie di virtù e vizio.
L ’inquadramento morale della nevrosi che caratteriz­
zava i trattamenti disciplinari contrasta nettamente con
l'approccio «analitico», che pur non identificandovisi
completamente, trova nel metodo psicoanalitico un suo
punto di riferimento. Coloro che adottavano l'approccio
analitico vedevano il terapeuta nel ruolo di «medium»
dei conflitti inconsci manifestatisi nel sintomo. In que­
st’ottica, la mente si presenta come un meccanismo di
parti opposte in cui sono vagliate — spesso al di sotto
del livello cosciente — le esigenze dell'individuo, e in cui
le stesse esigenze vengono conseguentemente adattate

225
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

agli imperativi della realtà. Chiaramente il dibattito fra


terapeuti analitici e disciplinari non cominciò né finì con
la prima guerra mondiale; ma le circostanze di quella
guerra so lle v a ro n o co n p a rtic o la re u rg en z a la q u e stio n e
dell’adeguatezza, dell’efficacia, e anche della moralità del­
le varie tecniche tramite le quali gli uomini venivano
riadattati a compiti che, oggettivamente, erano auto-di­
struttivi. In fase terapeutica gli analisti erano costretti a
rapportare le esigenze individuali sul metro dei costi so­
ciali; in molti casi questa valutazione condusse ad una
straziante coscienza dei costi umani della guerra.

La terapia disciplinare e Vinquadramento morale della


nevrosi

I medici che privilegiarono le terapie disciplinari agi­


vano istituendo scenari terapeutici molto simili a situa­
zioni giudiziarie, processuali. «Moralisti», come André
Leri furono particolarmente attenti nel mantenere la di­
stinzione fra le nevrosi che avessero una causa fisica, una
caduta o l’esplosione di una granata (turbe commozionali)
e quelle che avessero un fondamento puramente psichico
(turbe emotive). Solo alle turbe commozionali erano ri­
servati i diritti e le prerogative della malattia: le turbe
emotive avrebbero dovuto invece essere affrontate con il
sistema disciplinare, in quanto radicate nella volontà del
paziente piuttosto che nel suo soma.
In seguito a un duro trauma emotivo, accompagnato o meno
da commozione o ferite fisiche, il soldato più coraggioso diventa
un codardo. Egli smarrisce il suo coraggio di guerriero; quando
ode il cannone ha paura, trema, e non riesce a vincere né a
nascondere la sua agitazione 18.

Al pari di tanti altri che prestavano servizio nei cen­


tri sanitari direttamente dietro il fronte, Leri considerava
il nevrotico di guerra come un «invalido morale». In
virtù di qualche tara ereditaria, o degenerazione persona­
le, manifestatesi in guerra, il nevrotico era divenuto in-

226
Uriuscita dal labirinto: guerra e nevrosi

capace di controllare la propria paura: egli «non può più


validamente sopportare la tensione del campo di batta­
glia: è un invalido morale, difettoso in coraggio»19.
Questa stessa concezione fu espressa dinnanzi alla com­
missione del Ministero della Guerra da E. MacPather, il
quale testimoniò asserendo di non cogliere differenza al­
cuna fra trauma da esplosione e codardìa: «Per codardìa
intendo Pagire sotto l’influsso della paura, e il tipo co­
mune di trauma da esplosione comporta, a mio modo di
vedere, una cronica e persistente paura» 20.
I terapeuti disciplinari annullarono ogni distinzione
fra nevrosi legittima e simulazione. La legittimità della
nevrosi doveva essere dimostrata in sede di terapia: qui
il terapeuta avrebbe determinato il quantum di volontà
che il paziente aveva messo a disposizione del proprio
desiderio di sopravvivenza. Il compito del terapeuta con­
sisteva nel rendere angoscianti le conseguenze del sinto­
mo, e nel persuadere il paziente a recedere dal sintomo
stesso e riacquisire il proprio ruolo maschile, ufficiale, di
soldato.
Inoltre, coloro che privilegiavano l’inquadramento
morale della nevrosi di guerra erano inclini a leggere il
sintomo alla stregua di degenerazione biologica o tara e-
reditaria. Il sintomo nevrotico, che la guerra si limitava a
rendere manifesto, era insomma radicato in anomalie ere­
ditarie. Quest’ottica trovava una duplice funzione: mar­
cava il soldato nevrotico con un segno d ’inferiorità mora­
le; e permetteva di rimuovere il sintomo dal contesto
della guerra, dal momento che ora questo contesto appa­
riva come una prova radicale che semplicemente faceva
emergere anomalie già latenti. Questa impostazione si ac­
cordava bene con l’ideologia darwiniana dominante, se­
condo cui la guerra altro non era che la prova dell’«ido­
neità» alla sopravvivenza delle nazioni così come dei sin­
goli individui. Naturalmente, la tara «latente» era sempre
scoperta dopo che si fosse manifestata nel sintomo nevro­
tico. Laurent notò la frequenza di «strani nomi di batte­
simo» in seno a famiglie degenerate; ma giunse a questa
correlazione solo dopo che un soldato semplice, dal tanto
227
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

straordinario nome di Agapito, era uscito allo scoperto e


si era arreso ai tedeschi gridando: «Camerati, che diffe­
renza c'è ad essere francese o tedesco? I miei ufficiali
sono imbecilli che bevono il sangue di noi miseri sfortu­
nati» 21. Rimpatriato e ospedalizzato il poveretto, fu pos­
sibile isolare e identificare la tara ereditaria che covava
dietro il suo nome.
Ma perfino i moralisti furono costretti a riconoscere
che le condizioni di combattimento nella guerra industria-
lizzata non tenevano conto degli adattamenti o disadat­
tamenti precedenti: soldati con una storia precedente di
instabilità emotiva a volte si trovavano a loro agio in
clima bellico, mentre quelli che non avevano alcun pre­
cedente di malattia o disturbi mentali collassavano, e col­
lassavano in gran numero. E anche quando poteva essere
dimostrata una predisposizione ereditaria, le condizioni di
guerra sembravano in ogni caso le cause veramente de­
terminanti della nevrosi. Southard riferisce il caso di un
soldato nella cui famiglia scorreva una vena d'epilessia:
ma ci vollero due anni di servizio attivo al fronte, quat­
tro ferite, la morte del padre e di cinque fratelli e, infi­
ne, l'esperienza di rimanere sepolto tre volte nello stesso
giorno, perché la sua epilessia si manifestasse. Nell'unico
studio su questo problema, Douglas Thom verificò che il
retaggio ereditario fra le vittime dei traumi da esplosione
era insignificante: «Non c'è una grande differenza di
condizioni fra quelli che collassano e quelli che resisto­
no». Egli verificò che il 5% di un campione di vittime
di traumi da esplosione aveva casi di nevrosi in famiglia,
mentre dal tre al cinque per cento di un campione di
soldati «normali» presentava un'analoga «eredità disgra­
ziata» 72.
La differenza fra l'impostazione analitica e quella mo­
rale può essere colta più chiaramente in merito alla simu­
lazione. Dal punto di vista dei moralisti, la nevrosi non
era altro che un'evasione dal dovere manifestantesi con
sintomi fisici. Fondamentalmente non era qualcosa di dif­
ferente dal fingersi «malato», o dal tentare di circuire le
commissioni mediche simulando i sintomi di affezioni ve-

228
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

neree: la sola differenza fra il volgare simulatore e il


nevrotico stava nella capacità di quest’ultimo di conser­
vare il proprio sintomo anche sotto il trattamento più
duro e doloroso — in breve, una differenza nella forza
di volontà che il «vero» nevrotico investiva nel progetto
di fuggire la guerra. J. A. Secard distinse in pratica due
tipi di simulatori: il simulateur de création che fingeva
un sintomo per scampare alla morte, e il simulateur de
fixation che assumeva e manteneva il sintomo nevrotico
iniziale anche dopo che le condizioni di pericolo erano
superate. Qualsiasi autentica vittima di trauma da esplo­
sione era dunque un simulateur de fixation potenziale
che, se accolto con comprensione, attenzione, e ricono­
sciuto nel suo statuto di malato, sarebbe divenuto incu­
rabile 23. A. F. Hurst notava come la simulazione in senso
stretto fosse molto rara fra i soldati, mentre la fissazione,
l’esagerazione, e il prolungamento dei sintomi fossero
molto comuni24. Nell’esercito britannico fu ben presto
riconosciuto come un errore l’invio a casa di coloro che
soffrivano di trauma da esplosione, poiché così il pericolo
della fissazione dei sintomi sarebbe stato molto maggiore
che se fossero rimasti in Francia.
La linea di demarcazione fra simulazione e nevrosi,
cioè il grado di simulazione connesso alla nevrosi, veniva
di fatto determinato nel corso del trattamento disciplina-
re. I metodi della terapia disciplinare erano molti ed es­
senzialmente gli stessi in tutti gli eserciti belligeranti. La
manière forte e il torpillage nell’esercito francese, la
quick cure e la queen square in quello britannico, la
tecnica Kaufmann in Austria, e la tecnica Xìberrumplung
[cogliere di sorpresa] in Germania, erano tutte tecniche
che utilizzavano principi derivati dall’addestramento degli
animali: dolore somministrato generalmente con apparati
elettrici, comandi urlati, isolamento, restrizioni alimentari
con la promessa di un alleviamento della pena in cambio
dell’abbandono del sintomo. Bellin e Vernet riferiscono del
trattamento disciplinare inferto a un poilu colpito da
sordità e afonia isteriche. Dopo la degenza in diversi o-
spedali fu tentata la «cura del fronte»: il paziente fu

229
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

portato in un rifugio presso il fronte in un settore parti­


colarmente bombardato. Gli fu fatta un’iniezione sottocu­
tanea di etere: «Pazienti del genere erano sempre stati
guariti, e una sostanza iniettata sotto la pelle — non
pericolosa, ma estremamente dolorosa — li poteva aiuta­
re». Il paziente riacquistò l ’udito per perderlo di nuovo
il giorno seguente. «Gli fu data mezz’ora per esercitare la
voce e gli fu detto che sarebbe stato considerato un si­
mulatore se non fosse riuscito»25; dopo di che la sua
sordità guarì, an ch e se n o n v ien e rife rito p e r q u a n to
tempo.
Il metodo Kaufmann, che fu trattato dalla stampa
alleata come ulteriore dimostrazione della bestialità ger­
manica, era praticamente identico alla «cura rapida» im­
piegata da francesi e britannici. Esso combinava potenti
scariche elettriche con comandi urlati per l’esecuzione di
determinati esercizi. Kaufmann insisteva nel trattamento
fin c h é il p a z ie n te n o n fo s s e g u a rito , an ch e se c iò p o te v a
comportare ore di applicazione con scariche elettriche
sempre più intense. Così come nel caso di tutte le altre
terapie disciplinari, il metodo Kaufmann ottenne moltis­
sime guarigioni, sebbene alcuni critici tedeschi insistesse­
ro sulla frequenza di ricadute, sul numero dei pazienti
che si suicidavano dopo la cura, e sulla morte di due
pazienti in sede di terapia, come prova della non validità
d i q u e sti m e to d i.
Secondo Lewis Yealland, il più fervido propugnatore
britannico di terapie disciplinari, « l’elettricità è la vera
ancora di salvezza del trattamento in questi casi . . . » 26.
Yealland andava fiero del fatto di essere riuscito a guari­
re casi di mutismo isterico che duravano da mesi nel giro
di pochi minuti. Uno dei casi tipici di Yealland fu quello
di un soldato semplice di ventiquattro anni che era ri­
m a sto c o m p le ta m e n te m u to p e r n o v e m e si. I l so ld a to a-
veva preso parte alla ritirata di Mons, alla battaglia della
Marna, a quella dello Aisne, alla prima e seconda batta­
glia di Ypres; aveva anche combattuto a Quota 60, Neu-
ve Chapelle, Loos, e Armentières. Inviato a Salonicco per
partecipare alla spedizione su Gallipoli, fu stroncato dal

230
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

caldo e divenne muto. La sua sindrome, particolarmente


tenace, aveva resistito a molte terapie, compresa la se­
g u e n te :

Egli veniva legato ad una sedia per periodi di venti minuti


ricevendo una forte applicazione elettrica al collo e alla gola: nel
contempo gli venivano applicate sulla punta della lingua mozzico­
ni di sigaretta accesi e molle arroventate27.

Yealland insisteva che queste tecniche avessero fallito


per non essere state accompagnate da un atteggiamento
propriamente autoritario da parte del terapeuta. Egli se­
gregò il soldato nel buio della camera elettrica, sbarrando
le finestre e intimandogli che non gli avrebbe permesso
di uscire finché non fosse tornato normale. Fu sommi­
nistrata elettricità per un’ora, al termine della quale il
paziente emise un «ah». Dopo due ore il paziente tentò
di scappare ma non vi riuscì: fece intendere che non
sarebbe riuscito a sopportare ulteriori e più potenti scari­
che elettriche, al che Yealland rispose: «Non sono graditi
suggerimenti da parte tua. Se deciderò per scariche più
potenti, ti verranno somministrate, che ti piaccia o me­
no» 28. Quindi alzò il voltaggio a livelli molto alti, e con­
tinuò per mezz’ora finché gli spasmi del collo non scom­
parvero e il paziente non riuscì ad esprimersi con un filo
di voce senza spasmi o balbettìi. Dopo avere guarito i
sintomi primari, Yealland dava un po’ di tregua al pa­
ziente, come a quello cui disse: «Non sei ancora guarito;
il tuo ghigno mi risulta offensivo; non mi piace per nien­
te e quindi . . . cerca di assumere un aspetto più raziona­
le». Lasciava la stanza per cinque minuti e ritornava tro­
vando il paziente «sobrio e razionale» 29.
La somministrazione della terapia disciplinare non era
inconsueta da parte di Yealland, né egli la considerava
sproporzionatamente crudele30. In un’ottica moralista la
scena terapeutica poteva solo essere un luogo di giudizio
e di ordalia. L ’obiettivo della terapia non era tanto il
sintomo in sé quanto la volontà che il paziente aveva
investito nel presunto ripudio del suo ruolo pubblico.
L ’apparato elettrico altro non era che lo strumento ido-

231
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

neo a verificare il grado di fissità del sintomo e a deter­


minare in che misura il paziente fosse irrimediabilmente
arroccato nella difesa della propria sopravvivenza: esso
serviva a determinare se il paziente potesse tornare a
p e r su a d e r si che la so p ra v v iv e n z a d e ll’in te re sse p u b b lic o ,
della nazione, fosse un’obbligazione prioritaria sulla so­
pravvivenza del proprio essere individuale. In questa te­
rapia il conflitto di base era concepito come conflitto
morale fra Pio privato e Pio pubblico, conflitto su cui il
terapeuta agiva come responsabile della totale e incondi­
zionata affermazione delle richieste del dovere.
Il trattamento disciplinare era basato su di un’etica
tradizionale dell’onore, del dovere, una concezione della
personalità umana come direttrice di una volontà che po­
teva essere indifferentemente posta al servizio di fini mo­
rali o immorali. Questa concezione era generalizzata a
livello culturale e permeava anche la pratica medica. C ’e­
rano molti tipi di trattamento disciplinare «non-medica-
li», e gli stessi neuropsichiatri riconoscevano che ci fosse
m o lto di g iu d iz ia rio e p u n itiv o n ella lo ro p ra tic a ; m a q u i,
ancora, le circostanze della guerra soverchiavano qualsiasi
etica puramente professionale. Lo stesso successo delle
terapie disciplinari offrì a molti neuropsichiatri professio­
nali l ’occasione per alcune riflessioni. Come ebbe a nota­
re il dottor Emil Redlich:

Il successo terapeutico che abbiamo sovente ottenuto in casi


del genere dà molto da pensare, perché può esser spiegato non
tanto sulla base di sofisticate teorie quanto sulla base dell’ener­
gia, direi della spietatezza (le speciali circostanze di tempo e
luogo lo imponevano) con cui fu perseguito31.

Il trattamento analitico

La critica rivolta dagli analisti al trattamento discipli­


nare e ra c e n tra ta n o n ta n to s u ll’e ffic a c ia q u a n to su lla di­
sumanità dei suoi procedimenti. La guarigione conseguita
dai moralisti sortiva un effetto distruttore sul paziente
stesso. Ernst Simmel sosteneva che i dottori che ricorre-
232
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

v a n o alle to r tu re p e r c o strin g e re il p a z ie n te a d ab b an d o -
nare il suo sintomo riconoscevano inconsciamente la vali­
dità della teoria freudiana: «Essi fanno del trattamento
u n a to r tu ra allo sc o p o d i p e rm e tte re al p a z ie n te d i tro­
var sc a m p o nella salute» 32.
Lo scopo centrale della terapia analitica, in guerra
come in tempo di pace, consisteva nel rimuovere il sin­
tomo dall’ambito morale. La nevrosi non era il risultato
di una decisione conscia presa dal paziente: al contrario,
il soldato nevrotico era incapace di prendere decisioni,
non era cioè più in grado di rinunciare né al suo deside­
rio di sopravvivenza né agli ideali e agli imperativi mora­
li che lo inchiodavano al fronte. Secondo Simmel, sia
l’«eroe» sia il «lavativo»

. . . sono personalità . . . profondamente coese generate dalla guer­


ra. Fra di loro sta la vittima della nevrosi di guerra, che possiede
sia l’egocentrica valutazione della propria esistenza tipica del si­
mulatore, sia l ’altruistico senso del dovere tipico dell’eroe. Inca­
pace di accettare le con segu en ze di una presa di p o sizio n e per
l ’una o l ’altra parte di sé, il soldato si «rifugia» nella malat­
t ia 33.

Dunque il nevrotico era colui che stava in mezzo,


l’uomo comune. Dove i terapeuti disciplinari individua­
vano una debolezza nell’attaccamento al dovere del ne­
vrotico, gli analisti tendevano invece a sottolineare la
forza di questo attaccamento, e l’intensità del conflitto
che esso imponeva su chi desiderasse fuggire la guerra.
Alcuni studi su veterani psiconevrotici tendono a soste­
nere la tesi analitica.
Nel suo studio sull’estrazione sociale dei veterani de­
genti nel padiglione psichiatrico dello U.S. Public Health
Hospital N. 38, Grace Massonneu fu colpita dal fatto che
essi non avessero nulla in comune tranne una cosa: la
stragrande maggioranza era composta da volontari2A. Ella
trovò logico che fra i «feriti senza ferite» predominassero
uomini di forte attaccamento all’onore nazionale e soven­
te caratterizzati da aspettative idealistiche rispetto alla
guerra.

233
Un’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Se la concezione morale della nevrosi annullava qual­


siasi distinzione fra simulazione e turbe emotive istituen­
do una situazione terapeutica fondamentalmente giudizia­
ria, l’ottica analitica rimuoveva il postulato che informava
il trattamento disciplinare, vedendo cioè il sintomo non
come espressione della volontà del paziente bensì come
u n se g n o d i c o n flitti ch e rim a n e v a n o in co n sci. B e rn a rd
Glueck arrivò al punto di negare che la simulazione stes­
sa fosse una forma di condotta scelta coscientemente, as­
serendo che «nella maggior parte dei c as i . . . [la simula­
zione] . . . è interamente determinata da motivazioni in­
conscie, da forze istintuali, biologiche, sulle quali l’indi-
viduo ha poco o nessun controllo» 35. Nel sostenere che
le motivazioni cristallizzate nel sintomo fossero inconsce,
gli analisti eliminarono il fattore di scelta sul quale era
basata la concezione giudiziaria della terapia.
Il trattamento del sintomo come espressione di moti­
vazioni pulsionali ed esperienze fuori dal controllo del
paziente, richiedeva necessariamente uno scenario tera­
peutico radicalmente diverso. Il sintomo era visto come il
simbolo-chiave di un dramma interiore la cui storia pre­
c e d e v a g li e v e n ti p a rtic o la rm e n te tra u m a tic i d i g u e rra . I l
terapeuta non agiva come un protagonista sostenitore di
quegli imperativi morali cui il paziente intendeva sottrar­
si, bensì come «operatore» di un paziente che era l’oraco-
lo di se stesso.
Nella terapia analitica l’ipnosi prendeva il posto del­
l ’apparato elettrico. È chiaro che nelle mani di terapeuti
psicoanalitici come Ernst Simmel l’ipnosi assumeva certe
«finalità» caratteristiche; essa era uno strumento di con­
trollo comportamentale tanto autoritario e irresistibile
quanto i sistemi di tortura impiegati dai moralisti36. La
finalità tipica dell’ipnosi stava nello stesso presupposto
con cui veniva impiegata: permettere al paziente di «re­
gredire» sotto ipnosi fino all’evento o all’insieme di e-
venti che avevano fatto precipitare il sintomo. L ’evento
sarebbe stato reinscenato alla presenza del terapeuta in
tutta la potenza della scena originaria; questa ripetizione
avrebbe chiarito al paziente quelle motivazioni che gli e-

234
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

rano divenute inaccessibili attraverso la rimozione della


sua esperienza.
Questo tipo di terapia aveva lo scopo di individuare
e rappresentare il movente conflittuale inerente al sinto­
mo, ed è illustrato nel migliore dei modi da due casi
trattati da Ernst Simmel. Uno di questi casi era quello di
uno Landsturmann [territoriale] affetto da tremori al
braccio destro e da un tic pronunciato nella parte sinistra
del volto. Sotto ipnosi Simmel lo «riportò» al fronte,
chiedendogli se gli sarebbe piaciuto tornare a casa. Il
Landsturmann rispose: «No, non sono un lavativo».
Simmel quindi lo portò in battaglia chiedendogli se desi­
derasse ancora combattere.
Un « s ì!» immediato. Allora io: «un corno, tu non puoi com­
battere. La tua mano destra trema troppo. Perché?». Con voce
tormentata mi rispose: «M i piacerebbe salvare la pelle». Allora
io dissi, «m a sei salvo, sei a casa, a casa». Il tremore e il tic
scomparvero 37.

L ’inquadramento da parte di Simmel del sintomo co­


me simbolo di un evento, un evento del passato che era
inconscio e quindi al di là di intenzioni morali o immora­
li, risalta bene nel suo trattamento del soldato B., affetto
da tremori alle mani e da attacchi periodici di epilessia. I
due sintomi sembravano del tutto distinti, e Simmel pen­
sò che potesse trattarsi di imitazioni di eventi e investi­
menti pulsionali differenti. Sotto ipnosi a B. fu chiesto di
rivivere il fatto precipitatore del secondo sintomo, la
completa rigidità dell’intero corpo. B. rievocò un attacco
russo in seguito al quale egli rimase tagliato fuori. Il suo
tenente era fuggito. Egli allora pensò: «Non può succe­
dermi nulla se mi fingo morto. I russi mi crederanno», e
quindi assunse la tipica posizione rigida del morto.
Quando gli venne chiesto di reinscenare l’evento del
primo sintomo, il tremore alla mano destra, B. disse di
vedere un dottore in un ospedale e di desiderare di ucci­
derlo. Simmel chiese, «Perché il tremore?», e B. replicò,
«Perché io non possa farlo» 38.
Gli analisti interpretavano il sintomo come un fram-

235
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

mento mimetico, come limitazione di un’azione di grande


significato emotivo per Fattore; ma esisteva tutta una
gradualità d ’approccio per la localizzazione della realtà
nascosta dal simbolo. Non era inconsueto impostare u-
n’equazione semplice, biunivoca, fra il sintomo e la sua
causa.

Così un soldato che colpisce con la baionetta il nemico al


viso sviluppa un tic isterico sui propri muscoli facciali; e contra­
zioni addominali sono riscontrabili in soldati che abbiano infilzato
nemici all’addome; la cecità isterica segue la visione di spettacoli
particolarmente orribili, così come la sordità isterica colpisce uo­
mini che abbiano udito i lamenti dei feriti non soccom bili; e i
soldati estratti da rifugi crollati sviluppavano asm a39.

Ferenczi e altri obiettarono nei confronti di questo


tipo di equazione semplificatrice fra sintomo ed evento,
nei confronti della sua tendenza fondamentalmente natu­
ralistica: vedere il sintomo come cristallizzazione di un
evento particolarmente traumatico significava non coglie­
re l’importanza della quotidianità della situazione bellica.
Ferenczi insiste che raramente il sintomo possa essere
ricondotto ad una singola istanza traumatica: esso è piut­
tosto la rappresentazione di un conflitto permanente ine­
rente alle condizioni di vita, alle condizioni ambientali
del nevrotico. Così lo strascicare i piedi, un sintomo co­
mune della nevrosi di guerra, poteva non essere affatto
interpretato come la rappresentazione di quando l’indivi­
duo fosse rimasto piantato nel fango o simili: era piut­
tosto la rappresentazione dello stato psichico fondamenta­
le del combattente che era incitato ad avanzare dal senso
del dovere, dall’obbligo, o dalla paura di sanzioni da par­
te dell’autorità, e nello stesso tempo era inchiodato dalla
difficilmente controllabile paura della morte40. Il passo
claudicante era la rappresentazione fisica della situazione
psichica delTincubo, la sensazione di essere «immobilizza­
to» da desideri opposti e contrastanti. Secondo Freud, le
nevrosi d ’ansia appaiono sovente all’approssimarsi di si­
tuazioni in cui l’individuo esperisca stati ansiosi molto
intensi; questi stati possono dunque essere formalizzati in

236
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

fobie, oppure possono essere evitati semplicemente bloc­


cando il movimento o le funzioni di organi specifici. Er-
ben racconta di pazienti impediti ad avanzare da violenti
attacchi di tremito, ma che potevano eseguire il molto
più impegnativo compito di camminare alTindietro con
scarsa o nulla difficoltà.
In fondo sia gli analisti che i moralisti tentarono,
tramite la terapia, di riportare il soldato alla consapevo­
lezza delle sue responsabilità come cittadino e come mili­
tare, pur con l'impiego di metodi molto diversi. Sia gli
uni che gli altri furono impegnati a rendere manifeste le
aspettative, connesse al ruolo ufficiale del militare in
guerra, che rimanevano latenti nei loro pazienti. I tera­
peuti, sia quelli di indirizzo analitico che disciplinare,
impiegarono la coercizione per costringere il soldato a
rendersi conto delle priorità fra desiderio individuale e
imperativo pubblico. Lunica differenza — ed era fonda-
mentale — fra disciplinari e analisti fu che questi ultimi
impiegarono un approccio alla devianza scevro da impera­
tivi morali: così il problema morale cessava di essere
l'elemento centrale in fase terapeutica, per essere proiet­
tato, in quanto tale, sul contesto di guerra in generale.
Nella terapia analitica sia il paziente che il terapeuta era­
no indotti a riflettere sulle implicazioni morali e psichi­
che del massacro continuato; gli analisti erano dunque
molto più consci dei costi umani della guerra e tendeva­
no a sollevare, implicitamente, la questione di chi sop­
portasse questi costi, la società o l'individuo.
Dietro il trattamento della vittima psichica di guerra
stava il problema della sopportabilità della guerra stessa:
questa guerra industrializzata e il suo livello di violenza
tecnologica dovevano essere considerate oltre ogni umana
possibilità di resistenza? Se la risposta era «sì», allora la
nevrosi era l'inevitabile, addirittura normale conseguenza
dell'enorme, invisibile potenza che schiacciava gli uomini
costretti nel sistema di trincea. Oppure questa guerra
doveva essere considerata come qualsiasi altra, su scala
più grande, e il soldato traumatizzato semplicemente co­
me un individuo che avesse fallito la prova superata in-
237
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

vece dai suoi camerati e dai soldati delle guerre prece­


denti? La natura della guerra divenne dunque uno degli
elementi-chiave nella valutazione della legittimità della
nevrosi come uscita dal labirinto delle trincee.

Immobilismo, nevrosi, regressione

Furono in molti, sia fra i terapeuti che fra i soldati


di linea, ad essere convinti che la guerra meccanizzata
spingesse gli uomini oltre i limiti della loro resistenza.
Diventava dunque difficile ritenere il paziente responsabi­
le della propria malattia: la nevrosi era, in breve, il logi­
co e necessario risultato delle inaudite condizioni di com­
battimento. Le difese psichiche dei combattenti erano
quindi demolite essenzialmente dai livelli inediti di vio­
lenza impersonale, tecnologica. Ma altrettanto demolitrice
era la consapevolezza che la guerra non fosse un feno­
meno «naturale», bensì una «creazione umana», e che
erano uomini quelli che stavano dietro ai «meccanismi
implacabili» che immobilizzavano il soldato, lo rendevano
passivo e vulnerabile alPimpatto delle granate. La guerra
era matrice di interazioni umane, nonostante l’apparenza
delle cose: la morte del soldato, la sua mutilazione, il
suo storpiamento, erano il risultato di questo interagire,
e non della volontà divina o della natura. La casualità
della morte al fronte, il carattere impersonale della vio­
lenza, erano accompagnate dal riconoscimento che ci fos­
sero uomini dietro queste macchine, uomini che avevano
scatenato e continuavano questa guerra, uomini che per­
seguivano la morte dei soldati immobilizzati nelle trincee.
Questa combinazione di casualità, impersonalità, e volon­
tà umana dietro la violenza tecnologizzata della guerra,
rappresentava il fattore demolitore delle difese psichiche
dei combattenti. Robert Graves sostenne che chiunque
avesse trascorso più di tre mesi sotto il fuoco di prima
linea poteva essere legittimamente considerato nevrasteni­
co. E i medici di professione sovente erano d ’accordo:
un dottor Hurst, ufficiale medico durante la campagna di
238
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Gallipoli, asserì che «ogni soldato che rientrava dalla pe­


nisola era nevrastenico, sia che lo si continuasse a repu­
tare abile o meno . . . tutti erano in una condizione di
profonda nevrastenia» 41. Un teste depose tranquillamente
di fronte alla Commissione del ministero della guerra:
«In condizioni analoghe a quelle che esistevano in Fran­
cia, è inevitabile che un soldato collassi, prima o poi» 42.
La variabile più significativa nell’incidenza della ne­
vrosi non era dunque il carattere del soldato, bensì il
carattere della guerra. Quando, con le offensive tedesche
del 1918, la guerra tornò ad essere guerra di movimento,
per quanto il fuoco fosse sempre intenso e soverchiante,
l’incidenza della nevrosi di guerra crollò clamorosamente.
Venne universalmente riconosciuto come la nevrosi fosse
sorella della guerra di trincea e dei peculiari stati emotivi
generati dalla guerra di posizione, d ’assedio; fu precisa-
mente l’immobilismo della guerra ad essere assunto come
realtà di base sottesa al sintomo nevrotico.
L ’esperienza ha dimostrato che un alto grado di tensione
nervosa è più comune fra i soldati che devono . . . rimanere inat­
tivi sotto un bombardamento. Per l ’uomo di auto-controllo medio
questa diviene presto una situazione di forzata attesa della grana­
ta, del momento e del luogo in cui ogni granata cadrà esploden­
do; e dietro questo pensiero ne alligna un altro, e precisamente
quanti secondi gli possano restare prima di essere fatto a pezzi.
U n’ora o due di una tensione del genere è più di quanto la
maggior parte degli uomini possa sopportare43.

Al pari della nevrosi che, se esaminata nei particolari,


appariva come il risultato dell’immobilismo della guerra,
venivano erette altre difese psichiche contro le realtà e
condizioni specifiche della guerra industrializzata; l’im-
mobilità della guerra era dunque causa non solo di pato­
logie manifeste, ma pure di una latente regressione psi­
chica osservabile anche nei soldati «normali». Le connes­
sioni fra l’immobilismo di una guerra che rappresentava
il «trionfo dell’industrializzazione moderna», la nevrosi, e
la regressione, sono illustrate nel migliore dei modi in
uno studio di W. H. R. Rivers. Nell’esame dell’incidenza
della nevrosi in aviazione, Rivers trovò che la maggior
239
U n ’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

parte dei sintomi nevrotici non erano correlati all’intensi­


tà della battaglia, alla lunghezza del tempo di servizio del
singolo individuo, o alla sua predisposizione emotiva,
bensì al grado d ’immobilità della guerra. In aviazione,
così come nelle trincee, la nevrosi era funzione della fis­
sità e non dell’intensità della battaglia. Ri ver s scoprì che
i piloti, uomini che potevano gestire almeno in parte at­
tivamente il proprio destino, annoveravano il tasso mino­
re di crolli mentali. Ma gli osservatori erano molto più
vulnerabili alla nevrosi: nel servizio sui palloni, appesi ai
quali gli osservatori offrivano un eccellente bersaglio fis­
so all’artiglieria e agli aerei nemici, le ferite psichiche
superavano di gran lunga le perdite fisiche. Questa era
Tunica branca di servizio in cui ciò accadesse
Rivers dimostra che l’antidoto più razionale agli stati
ansiosi sta in un qualsiasi tipo di attività manipolatoria:
è attraverso questa attività che l’uomo acquista il senso
della propria autonomia in un mondo di mezzi meccanici.
Questo senso della manipolabilità delle cose, lo «spirito
tecnologico», e la «salute mentale» dell’individuo che ha
la percezione di se stesso come autore dei propri atti,
sono strettamente correlati; se la sua facoltà di interveni­
re sul mondo delle cose è ostacolata, il senso d’autonomia
dell’individuo diminuisce radicalmente e «si ha la condi­
zione ottimale per Pincidenza della nevrosi sotto forma
qualsiasi» 45. È un paradosso che proprio la «guerra tecnolo­
gica» creasse condizioni in cui gli uomini si trovarono di
fatto privi delle difese più razionali e manipolatone contro
la paura; e fu una perdita che comportò necessariamente
una regressione nella magia, nell’animismo, nella nevrosi.
Fatto ancor più significativo, in questa guerra la regres­
sione di cui sopra deve essere vista come un processo
«normale» esperito da moltissimi combattenti, anche sen­
za che una nevrosi paralizzante li costringesse al ricovero
in un padiglione ospedaliero.
L ’immobilismo della Grande Guerra creò le condizio­
ni in cui i soldati furono costretti a fare i conti con le
proprie paure. Come riconobbe la maggior parte degli
analisti, alla radice del sintomo nevrotico stava la rimo-
240
X5ri uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

zione della paura: ma la nevrosi non era il mero riemer­


gere della paura semplice, «naturale», quel tipo di «co­
dardìa» trattato in terapia disciplinare, bensì di una pau­
ra modellata, «istruita» dalle condizioni di guerra. Forse
la migliore descrizione, data da un civile, degli stadi evo­
lutivi dell’ansia dei combattenti è quella di J. F. C. Ful-
ler. Deponendo di fronte alla Commissione del ministero
della Guerra, Fuller disse di avere notato tre fasi succes­
sive della paura nei combattenti.
H o avuto modo di notare che il soldato psichicamente sano
proveniente dall’Inghilterra mostrava precisi segni di paura fisica
al battesimo del fuoco. Questa paura scemava rapidamente ve­
nendo rimpiazzata da un’insensibilità che talvolta cresceva fino a
che il soldato sentisse poco o per nulla la necessità di protegger­
si. H o notato in parecchi casi che una situazione del genere in
stato avanzato rendeva il soldato suscettibile di collasso mentale,
o lo esponeva a crisi nervose che possono essere meglio definite
come terrore mentale, anziché come paura fisica. La successione
che ho notato è la seguente: in primo luogo il soldato è nor­
malmente spaventato per ciò che gli accade intorno, poi diventa
insensibile, e infine talvolta la paura riemerge sotto forma d ’os­
sessione 46.

Ma ciò che precipitava questo processo non era un


trauma «improvviso», bensì «il pericolo prolungato in u-
na posizione statica, da cui il soldato non avrebbe potuto
far nulla per evitarlo» 47. Lo stesso processo venne indi­
viduato, in termini completamente diversi, da Sandor Fe-
renczi nel corso del suo lavoro su soldati psico-nevrotici
presso l’ospedale della Caserma «Maria Valeria» di Bu­
dapest, nel 1915. Egli ipotizzò che l’incontro del combat­
tente con le sovrastanti forze tecnologiche della guerra
provocasse un disastroso decremento dell’amor proprio
del soldato. La risposta più normale all’indiscutibile su­
periorità delle forze dell’acciaio e dei gas, forze che im­
pedivano al soldato di linea qualsiasi difesa attiva, era la
regressione e la ritirata psichica: «La libido regredisce
dall’oggetto all’io, sovrainvestendo narcisisticamente, e
riducendo l’investimento oggettuale al punto d’indifferen­
za» 48. L ’indifferenza nei confronti della propria incolumi­
tà che Fuller notava nei veterani della guerra di trincea,
241
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

la «durezza» dei veterani in generale, Ferenczi la consta­


tò n e ll’im p o te n z a se ssu a le o n el fo r te ra lle n ta m e n to s e s ­
suale dei suoi pazienti. Quasi tutti i pazienti della sezio­
ne neuro del suo ospedale si lamentavano «della caduta,
o del notevole rallentamento, della loro libido, della loro
potenza sessuale»49. Altrove, sul fronte occidentale,
Lissman ebbe modo di constatare lo stesso fenomeno. La
guerra, con la sua combinazione di terrore ed astinenza,
la sua disciplina industriale non mitigata da svaghi o da
re g o la re a ttiv ità se ssu a le , p ro d u c e v a su la rg a sc a la im p o ­
tenza, anche nei soldati normali: «Non erano certo pochi
gli ufficiali e i soldati dai nervi generalmente saldi che
nei primi tempi del congedo lamentarono o l’assenza o la
riduzione estrema di erezioni» 50. Ferenczi considerò que­
sta impotenza, che in alcuni casi perdurò nel dopoguerra,
come il segno più evidente del fatto che la guerra co­
stringesse il ritiro della libido dal mondo oggettuale, la
«interiorizzazione» dell’io, e P in c rem en to in «libido nar­
cisistica».
La durezza del veterano, la sua «indifferenza», parve­
ro a molti tipiche delle patologie acquisite in guerra,
patologie riconosciute dai combattenti stessi. Esse sono
descritte da Ernst Simmel come una «limitazione e una
soppressione della coscienza», cioè preliminari alla nevro­
si di guerra. Simmel considera la soppressione delle fun­
zioni consce, Peliminazione dei legami libidinali con il
mondo, come un’inevitabile risposta alle condizioni di
guerra; ma l’effetto di questa regressione è di rendere
l ’ambiente di guerra «irreale» e magico, popolato da for­
ze che non possono essere manipolate e gestite ma solo
propiziate per mezzo di «formule e scongiuri», gli stessi
che impiegava Carrington. La perdita del senso di ciò che
sia corretto temere, la perdita di ciò che Platone definiva
«il coraggio», portò all’ingrandimento e alla proiezione
generalizzata delle paure sul fronte come universo magi­
co. È un errore considerare la decantata «durezza» del
veterano come invulnerabilità alla paura: essa deve es­
sere invece compresa come la descrivono Fuller e Fe­
renczi, come uno stadio nel processo di traslazione del-
242
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

la paura «razionale» in terrore totale, senza fine, iden­


tificabile solo in quel malefico «gigante che scuote la
terra con cieco furore». Il legame fra la durezza, o indif­
ferenza, nei confronti del mondo e l’incremento dell’e-
goismo, ovvero del narcisismo, è sintetizzato nella descri­
zione che Gorch Jachs dà di se stesso come di una com­
binazione di «nervi d ’acciaio» e del «cuore più buono e
Tanimo più nobile di questa terra». William Maxwell
riassume le sue conclusioni sugli effetti psichici della
guerra in termini che ricordano quelli impiegati da Fuller
e Ferenczi.

Una coscienza di sé negativa. . . era lo stato emotivo più


comune in circostanze che rendevano il soldato conscio della
propria impotenza personale e della propria irrilevanza come in­
dividuo singolo. N ell’uomo in cui venisse pecepito come «incapa­
cità di reazione», tale sentimento non si organizza in una religio­
ne . . . bensì in un fatalismo che tende alla completa indiffe­
renza 51.

L ’incremento narcisistico, l’espansione dell’egoismo,


che Ferenczi notò nelle vittime psichiche di guerra e con­
siderò come risultato della ritirata dal minaccioso univer­
so tecnologico, comportò uno dei più forti e «positivi»
vincoli che la guerra lasciò in retaggio, il vincolo del singo­
lo individuo con gli uomini della sua unità. Così, questa re­
gressione produsse uomini con un enorme bisogno di at­
tenzioni e sicurezza, un bisogno combinato alla rabbia e al­
l’ostilità verso la società che li aveva posti nel ruolo di
vittime. Questa combinazione spiegò a molti osservatori
il fatto più sorprendente delle nevrosi di guerra: la loro
longevità. Dal 1916 al 1920 il quattro per cento del
1.043.653 di vittime britanniche fu costituito da casi psi­
chiatrici52; a poco più di dieci anni dalla fine della guer­
ra, nel 1932, un buon trentasei per cento dei veterani
che ricevettero la pensione d’invalidità dal governo ingle­
se fu iscritto come caso psichiatrico di guerra53. È piut­
tosto paradossale che la nevrosi di «guerra» incidesse an­
cor più in «pace» che in guerra. Un fenomeno analogo fu
notato in altri paesi già belligeranti. Nel 1942, venti-

243
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

quattro anni dopo la fine della Grande Guerra, Douglas


Thom notava che il cinquantotto per cento di tutti i
degenti negli ospedali per veterani degli Stati Uniti
(68.000) era rappresentato da vittime neuropsichiatriche
della prima guerra mondiale54. Critici malevoli osserva­
ro n o ch e, u n a v o lta c o n se g u ito il su o sc o p o p rim a rio ,
sottrarre il soldato alla guerra, la nevrosi ne perseguiva
un altro — che la rendeva «funzionale» anche in tempo
di pace: la ricerca di attenzioni e compensazioni affetti­
ve. Alcuni critici più obiettivi riconobbero invece che il
«disadattamento» nella guerra industriale potesse molto
facilmente divenire «disadattamento» degli individui nella
società industriale.
Le nevrosi di guerra contengono numerose lezioni per
gli psichiatri. I terapeuti d’orientamento psicoanalitico
furono costretti ad abbandonare, temporaneamente, molti
dei loro più cari postulati e riconoscere che le condizioni
esclusive di guerra potessero scavalcare le predisposizioni
dell’infanzia, che la rimozione della paura potesse costi­
tuire per la nevrosi uno strumento più potente che non
la rimozione della sessualità. Ma forse la più significativa
delle lezioni inerenti allo studio delle nevrosi di guerra
fu che queste non apparvero come esclusive dell’ambiente
di guerra, né apparvero come «espressione» di pulsioni
individuali: al contrario, le più tenaci fra le patologie di
guerra furono quelle che mostrarono le conseguenze ri­
sultanti dalla perdita, da parte dell’individuo, della co­
scienza di sé come attore autonomo in un mondo mani­
p o la b ile .

La nevrosi di guerra nella società post-bellica

Durante la guerra i terapeuti giunsero alla conclusio­


ne che la nevrosi di guerra fosse una nevrosi funzionale
con uno scopo «limitato» — l ’allontanamento del soldato
d a u n a re a ltà in to lle ra b ile . A v o lte i te ra p e u ti an a litic i
diagnosticarono che il paziente soffrisse «esclusivamente
di guerra», sostenendo che con la fine delle ostilità il
244
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

sintomo sarebbe scomparso poiché il suo scopo esplicito


non sarebbe più stato funzionale. Kurt Singer, un diret­
tore del reparto neuropsichiatrico di un ospedale di Ber­
lino, vide le sue corsie svuotarsi nel novembre del 1918.
Quando, nel 1920, gli fu chiesto dagli ufficiali sanitari di
Berlino perché le guarigioni dalla nevrosi di guerra fosse­
ro diminuite cosi radicalmente, Singer rispose che le gua­
rig io n i « s o n o m en o fre q u e n ti, e non molto riuscite, per­
ché non ci sono più nevrotici» 55. Esagerava, ma solo in
parte: allo scoppio della rivoluzione venti pazienti ab­
bandonarono il reparto senza permesso, sei fecero richie­
sta di essere dimessi immediatamente, e i restanti dieci
rimasero, ma, sospettò Singer, solo perché aspettavano la
primavera. La rivoluzione aveva manifestamente elimina­
to quelle condizioni in cui le turbe psichiche risultavano
funzionali.
La rivoluzione in se stessa vanificò l ’esigenza del complesso
nevrotico come protesta da parte dell’inferiore, del subordinato,
precisamente da parte della classe che infoltiva il contingente dei
nevrotici — il proletariato in divisa. Quelle compensazioni per il
senso di inferiorità, le difese contro i responsi medici, la fuga
nella malattia . . . improvvisamente non furono più necessarie, dal
momento che i rapporti di potere furono così radicalmente tra­
sformati 56.

Il passaggio dalla guerra alla rivoluzione comportò


due cose. In primo luogo, privò il medico dei suoi
straordinari poteri, dell’autorità tramite la quale era riu­
scito a volte a rendere la malattia più dolorosa della mi­
naccia di morte in trincea: «La terapia attiva era di fatto
una forma malcelata di impartizione di ordini ed esecu­
zione di ordini» 57. In secondo luogo, la fine della guerra
p o s e te rm in e an ch e alle condizioni in cui il compromesso
della nevrosi era necessario e funzionale. Nella rivoluzio­
ne, il nevrotico poteva impugnare le armi contro coloro
che lo avevano schiacciato in guerra: adesso non era più
il soldato ad essere vulnerabile, bensì l’apparato di co­
mando che aveva precipitato il conflitto fra il desiderio
di sopravvivenza del soldato e l’adempimento dei suoi
obblighi morali. Nel 1921 Freud enunciò di nuovo la

245
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

convinzione diffusa: «Con la cessazione delle condizioni


determinate dalla guerra scomparve anche la maggior par­
te dei disturbi nevrotici che la guerra aveva provoca­
to» 58.
Ma nei successivi otto anni le autorità mediche s’ac­
corsero d'essere state troppo frettolose nel dichiarare la
fine delle nevrosi di guerra. Le turbe psiconevrotiche di
guerra si dimostrarono ben più tenaci, e di ben più diffi­
cile e costoso trattamento, che non i disturbi fisici. Le
patologie generate dalla guerra continuarono a riempire
le corsie degli ospedali per veterani; ma ben più spesso
queste patologie non apparivano nelle statistiche mediche
e per il motivo che allignavano sui posti di lavoro, nelle
case, nelle osterie, e in campo politico. Phillip Gibbs,
che aveva sperato che i reduci dal fronte potessero gui­
dare un movimento di rinascita nazionale in Inghilter­
ra, fu costretto a riconoscere che la caratteristica inclina­
zione alla violenza del veterano era fondamentalmente si-
politica, qualcosa che traeva la propria origine in una
ferita psichica molto profonda.
C e ra qualcosa di storto. Essi vestivano di nuovo abiti civili
e guardavano le loro madri e le loro spose più o meno allo
stesso modo dei giovani che uscivano per andare al lavoro nei
giorni di pace precedenti Pagosto del 1914. Ma non erano più gli
stessi uomini: qualcosa s’era alterato in loro. Essi erano soggetti
ad attitudini e scatti bizzarri, a momenti di profonda depressione
alternati a uno smodato desiderio di divertimento. Molti erano
facilmente spinti dalla passione fino a perdere il controllo di se
stessi, molti erano a9pri nei loro discorsi, violenti nei loro ragio­
namenti, tanto da spaventare59.

Robert Graves fu molto più esplicito. Ciò che soffocò


la minaccia rivoluzionaria costituita dalle «forze combat­
tenti» nel 1919 non fu né la repressione governativa né
la cooptazione politica, bensì l’«instabilità di nervi» sof­
ferta da chiunque avesse trascorso più di sei mesi in
prima linea: «Nella maggior parte dei casi l ’alterazione
durava per quattro o cinque anni ancora; e furono nume­
rosi i casi di soldati che, sforzatisi per evitare il collasso
nervoso durante la guerra, cedettero malamente nel 1921
246
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

o 1922» 60. Mentre la rabbia, l ’amarezza, la coscienza di


essere stato una vittima, e la familiarità con le armi face­
vano delTex-soldato una figura dal destino politico appa­
rentemente irresistibile, la sua nevrosi caratteristica lo
rendeva di fatto — come intuì Graves — un rivoluzio­
nario molto scadente. Era chiaro che il retaggio di aber­
razioni del tempo di guerra avrebbe continuato a lavorare
in tempo di pace, spesso in maniera invisibile, al di fuori
della sfera pubblica. Howland era convinto che l ’aggres-
sività compressa in guerra avrebbe inevitabilmente trova­
to altri bersagli: «Non penso che sarà necessario ricorda­
re al reduce che ‘a forza di tirare, il tappo salta: piutto­
sto farà saltare anche la bottiglia’» 61. Di fatto, tramite il
retaggio d ’aggressività, la nevrosi di guerra potè essere
trasmessa di padre in figlio, come scoprì Lidz quando
apprese che uno dei suoi pazienti nei Mari del Sud, nel
1943, aveva un padre che era stato traumatizzato da e-
splosione durante la prima guerra mondiale. Il padre in
questione era tornato dal fronte «violento e lavativo», un
individuo che teneva in costante subbuglio la casa e che
era, a tratti, «completamente fuori di testa» 62.
Era prevedibile che i sintomi nevrotici originatisi nel­
le trincee potessero «conservarsi» anche in tempo di pa­
ce; ma fu del tutto inaspettato che numerosi soldati mai
ricoverati durante la guerra crollassero dopo la fine delle
ostilità. Un americano, Roy Grinker, scriveva dei vetera­
ni psiconevrotici della prima guerra mondiale:
Con nostro stupore, la maggioranza dei nevrotici ricoverati
oggi è rappresentata da persone che hanno sviluppato i primi
segni della nevrosi al ritorno nel loro paese, oppure che hanno
peggiorato le proprie condizioni una volta toccata la madrepa­
tria

La nevrosi di guerra che si manifestava in tempo di


pace era qualcosa di più che non una trasposizione di
scopi, dalla ricerca cioè di un’uscita dalla realtà di guerra
alla ricerca di compensazione affettiva e sicurezza. L ’im­
patto iniziale con l’ambiente in patria fu spesso deluden­
te per uomini che avevano partecipato alla guerra, e
247
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

questa disillusione poteva precipitare turbe nervose anche


gravi. In guerra il soldato aveva sovente idealizzato la
patria: questa patria ideale costituiva una difesa impor­
tante contro le dissonanze e le umiliazioni di guerra.
Come ebbe a notare Franz Schauwecker, la sentimentaliz-
zazione della patria era un p r o c e sso in e v ita b ile n elle trin ­
cee: «Il Fronte e la Patria: fra di essi si stendeva l’arco­
baleno del desiderio, un arco che assorbiva ogni altra
cosa e tollerava solo pensieri, non parole» 64. L ’idealizza­
zione delle «persone e cose del passato», quei fatti e
quelle persone che sembravano ancor più distanti nelle
trincee, permisero al soldato di mantenere il senso di una
possibile continuità, qualche speranza di un’identità non
frammentata. Queste idealizzazioni a volte crollarono al­
l’impatto della smobilitazione, della disoccupazione, della
povertà, e dell’estraneità assoluta di tutto ciò che un
tempo era familiare. Quest’ultima delusione sovente sca­
tenava stati ansiosi tenuti sotto controllo durante la
guerra stessa, infrangendo il serbatoio di amarezza e rab­
bia represse e accumulate durante i lunghi anni trascorsi
nel siste m a di trincea. Con il crollo dell’ideale di patria
non se ne andava soltanto una visione piacevole, bensì
l’immagine stessa di un io sicuro e di un’identità solida:
se la patria rappresentava il rifugio di fantasie di sicurez­
za e stima di sé, una difesa contro le condizioni di guerra
e contro il senso d’inferiorità, la degradazione, e l’impo­
tenza imposte da quelle condizioni, allora il crollo del­
l’immagine di patria significava la rimozione dell’ultima
difesa contro la dolorosa consapevolezza di ciò che in
realtà era stato il soldato in quella guerra. La disillusione
nei confronti dell’ambiente di casa potè produrre quella
«fissazione da 1916» che Charles Carrington notò in se
stesso: l’impatto con l’ambiente in patria potè condurre,
abbastanza paradossalmente, ad una contro-idealizzazione
della guerra che si era appena finito di combattere, ad
un’idealizzazione del «cameratismo», della vita militare,
della «semplificazione» della realtà in guerra.
Un problema del tutto diverso fu sollevato dal fatto
che fra i veterani le psicosi incrementassero in termini
248
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

assoluti per tutti gli anni Venti. Il governo inglese con­


cesse più pensioni per turbe psichiche nel 1929 che nei
quattro anni immediatamente successivi alla fine delle o-
stilità65. Ad eccezione delle patologie cardiache, questa fu
Tunica categoria di malattia per cause di guerra che subì
un aumento iperbolico per tutto il decennio. Nel corso
della guerra Simmel ebbe modo di constatare che la ne­
vrosi non solo forniva una via d ’uscita dalla realtà di
trincea, ma proteggeva il soldato da forme di psicosi
permanenti. La nevrosi era un’area di parcheggio lungo la
strada di una rottura ben più radicale con la realtà.
Mentre la guerra era in corso, apparve chiaro come al
gran numero di nevrosi facesse riscontro un numero
sorpredentemente scarso di psicosi di guerra: ma nel do­
poguerra la proporzione si invertì.
Il rientro a casa poteva causare il crollo dell’ultima
àncora di salvezza. C i sono numerosi esempi di reduci
tornati «normali», o con leggeri segni d’isteria, che sa­
rebbero finiti, quattro anni più tardi, schizofrenici. Wal­
ter Riese trattò il caso di un ex-caporale dell’esercito te­
desco che aveva combattuto per tutti e quattro gli anni
di guerra ed era tornato a casa nel 1918 con una lieve,
generalizzata condizione nervosa. Nei tre anni su c c e ssiv i
le condizioni del caporale L. peggiorarono e il soggetto
fu ricoverato, diventando il terrore dei medici e dei pa­
zienti del suo ospedale. I suoi sintomi fisici spaziavano
da una parziale paralisi del braccio sinistro a difficoltà
linguistiche e concettuali, mancanza di spontaneità ed ini­
ziativa, irrigidimento della persona, uno spasmodico di­
grignare dei denti, ed improvvise esplosioni d’aggressività
— tutti i segni della schizofrenia. Riese non fu in grado
di rintracciare alcun segno di instabilità nervosa in L.
prima della sua esperienza di guerra e concluse che la
guerra stessa fosse responsabile della sua malattia, per
quanto il paziente non avesse esperito nulla di partico­
larmente traumatico al fronte66. Anche P. Reichardt si
convinse che la guerra fosse il fattore più significativo
nello sviluppo, subito dopo l’armistizio, di numerosi casi
di schizofrenia; le sue conclusioni, come quelle di Riese,
249
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

erano basate sulla pratica clinica personale.


Ma la rottura definitiva con la realtà non fu la nor­
male risposta di coloro che avevano visto scosso in guer­
ra il senso della propria identità: molto più comune fu
infatti la ricerca di forme di compensazione, o il puro e
semplice ripudio delPesperienza di guerra. Coloro che
rinnegarono la propria esperienza di guerra seguirono il
consiglio più comunemente impartito ai reduci, e cioè che
cercassero di «dimenticare». Questa fu la reazione di
Pierre Yan Paassen:
Avevo la percezione . . . di essere stato la vittima di un co­
lossale non-senso. Desideravo dimenticare l ’incubo, bruciare l’uni­
forme non appena mi fossi congedato, gettare lo zaino e tutto
quanto nel lago Ontario, e cancellare ogni traccia della mia ver­
gogna e della mia umiliazione67.

Questa fu anche la reazione di Siegfried Sassoon e di


molti altri le cui «menti e ran o an c o ra allu cin ate e i c u i
pensieri più profondi tentavano disordinatamente di riti­
rarsi dalla mugghiarne oscurità e dagli uomini sepolti nei
crateri delle granate» 68. W. H. R. Rivers si convinse che
i più penosi e resistenti sintomi della nevrosi di guerra
non fossero necessariamente il risultato di traumi partico­
larmente pesanti, quanto piuttosto dei tentativi di «can­
cellare dalla mente» i più dolorosi ricordi di guerra. Di
fatto la rimozione delPesperienza di guerra procrastinò il
ricordo della guerra stessa, conservandone tutto il peso, e
garantendo che i veterani, molto dopo che i cannoni a-
vessero smesso di tuonare, fossero costantemente occupa­
ti dallo sforzo di non «udirli» 69. La paura di ricordare
fissò le menti dei veterani sulla guerra, e fece sì che
Pesperienza di guerra venisse mantenuta come realtà sog­
gettiva anche dopo che alle trincee si furono sostituiti i
campi di casa. Siegfried Sassoon era ben consapevole che
il tentativo di ripudiare ad ogni costo Pesperienza di
guerra avrebbe finito per trasformare quella stessa espe­
rienza in un'ossessione.

È brutto pensare alla guerra / Quando i pensieri che hai


cercato di reprimere tutto il giorno tornano a tormentarti; / Ed

250
Un’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

è noto che i soldati non diventano pazzi / Finché non perdono il


controllo di quei pensieri / Che li portano a borbottare da
s o li70.

Ma Sassoon comprese anche che ben presto la guerra


sarebbe stata assimilata, ideologicamente integrata, e
mascherata sotto luoghi comuni che ne lenissero il ricor­
do:
Presto essi dimenticheranno le loro notti d ’orrore; la loro /
Tremebonda / Soggezione ai fantasmi degli amici caduti, — / I
loro sogni, che grondavano morte; e saranno / Fieri / di quella
guerra gloriosa che ha schiacciato tutto il loro valore . . . 71

I segni della rimozione dell’esperienza di guerra sono


riscontrabili nella fortuna della letteratura di guerra. Ne­
gli anni Venti furono pubblicati pochissimi libri sulla
guerra: questo periodo fu considerato da Wilhelm Karl
Pfeiler come un «periodo di latenza» in cui un’esperienza
troppo distruttrice a livello di io individuale e collettivo
viene «dimenticata» per poi riemergere sotto forma più
«accettabile»: «Durante i primi dieci anni della Repub­
blica, la guerra venne cancellata dalla coscienza della so­
cietà tedesca, e il trattato di Versailles ne prese il po­
sto» 71. La letteratura di guerra, pubblicata con il conta­
gocce nel primo decennio dopo la fine del conflitto di­
venne, a partire dal 1929, un diluvio che continuò per
tutti gli anni Trenta. Negli anni della Depressione i me­
moriali, i romanzi, i carteggi, i diari che avevano a che
fare con ^esperienza di guerra divennero un genere e-
stremamente popolare. Charles Carrington pensò di avere
capito perché la rimozione dell’esperienza di guerra e il
«silenzio» dei veterani fossero giunti a un termine. La
Depressione aveva colmato fra il civile e il reduce un
divario che era sembrato insuperabile per tutti gli anni
Venti: adesso la popolazione nel suo complesso era vit­
tima, ridotta a un livello di abiezione e miseria con cui
Tex-soldato poteva immediatamente identificarsi. D ’altra
parte, nel rapportare i particolari della propria «vergogna
e umiliazione» a una condizione civile, il reduce non fa­
ceva che ritornare a quelluniverso di guerra industriale

251
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

che aveva ridotto gli uomini a proporzioni microscopiche,


ad un livello inimmaginabile nella vita civile, seppure in
condizioni di collasso economico73; rimmagine del mas­
sacro meccanizzato era dunque una consolazione, ma an­
che un avvertimento per i civili testé disillusi da un
mondo industriale apparentemente sicuro.

Note

1 C. L. Nichols, War and Civil Neurosis — A Comparison, in


«Long Island Medicai Journal», X III (1919), n. 8, pp. 257-268.
2 F. X. Dercum, So-Called «Shell-Shock»: The Rernedy, in «Archi-
ves of Neurology and Psychiatry», I (1979), p. 66.
3 Ibidemy p. 68; e cfr. anche C. L. Nichols, op. cit.y p. 259.
4 S. Freud, Einleitung (1919) al libro di K. Abraham, E. Jones, S.
Ferenczi, Zur Psychoanalyse der Kriegsneurosen; trad. it., Introduzione
al libro «Psicoanalisi delle nevrosi di guerra», in S. Freud, Opere,
Milano, Boringhieri, 1977, voi. IX, p. 72.
5 G. Rosen, Nostalgia, a Forgotten Psychological Disorder, in
«Psychological Medicine», V (1974), n. 4, pp. 340-354.
6 M. D. Eder, Psychopathology of thè War Neurosis, in «Lancet»,
12 agosto 1916, p. 2.
7 Great Britain Army, Report of thè War Office Committee of
Enquiry into «Shell-Shock», London, 1922, p. 6. (D’ora in poi War
Office). Questo e i resoconti bibliografici pubblicati in Germania durante
la guerra da K. Bimbaum nella «Zeitschrift fiir die gesamte Neurologie
und Psychiatrie, Referate und Ergebnisse» (1914-19), sono le due princi­
pali fonti sulla nevrosi di guerra.
8 Ibidem, p. 38.
9 T. W. Salmon, The Care and Treatment of Mental Diseases and
War Neuroses («Shell-Shock») in thè British Army, New York, 1917, p.
30. Sullo stesso argomento vedi S. Schwab, The Mechanism of thè War
Neuroses, in «Journal of Abnormal Psychology», XIV (1919), p. 1.
10 W.M. Maxwell, A Psychological Retrospect of thè Great War,
London, 1923, p. 85.
11 Ph. Gibbs, Noto it Can Be Toldy New York, 1920, p. 4.
12 E. Simmel, in Zur Psychoanalyses der Kriegsneurosen, cit.; ed.
ingl., Psychoanalysis and thè War Neuroses, London-Wien-New York,
1921, p. 95.
13 F. W. Mott, War Neuroses and Shell-Shocky London, 1919, p.
95.
14 G. Stertz, Verschrobene Fanatiker, in «Berliner Klinische Wo-
chenschrift», LVI (1919), p. 586.

252
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

15 W. Bailey, War Neurosis, Shell-Sbock, and Nervousness in Sol-


diers, in «Journal of thè American Medicai Assorìation», LXXI (1918),
p. 215.
16 Ibidem.
17 F. X. Dercum, op. cit., p. 75.
18 A. Leri, Shell-Sbock, Commotional and Emotional Aspects, Lon­
don, 1919, p. 118.
19 Ibidem.
20 War Office, cit., p. 28.
21 E. E. Southard (a cura di), Shell-Sbock and Other Neuro-Psychia-
tric Problems Presented in Pive Hundred and Eighty-Nine Case-Histo-
ries, Boston, 1919, p. 60.
22 D. Thom, War Neurosis. Experiences of 1914-1918, in «Journal
of Laboratory and Clinical Medicine», XXVIII (1943), p. 499.
25 War Office, dt., p. 24.
24 Ibidem, p. 26.
25 E. E. Southard (a cura di), op. cit., p. 781.
26 L. Yealland, Hysterical Dtsorders of Warfare, London, 1918, p. 12.
27 Ibidem, pp. 8-9.
28 Ibidem, p. 23.
29 Ibidem, p. 22.
30 Vedi Southard per terapie identiche.
31 E. Redlich, Einzige allgemeine Bemerkungen ùber den Krieg und
unser Nervensystem, in «Medizinische Klinik», XI (1915), n. 17, p.
472.
32 E. Simmel, in Psychoanalysis and thè War Neuroses, cit., p. 43.
33 E. Simmel, Kriegsneurosen und psychisches Trauma, Miinchen,
1918, p. 33.
34 G. Massonneau, A Social Analysis of a Group of Psycboneurotic
Ex-servicemen, in «Mental Hygiene», VI (1922), p. 575-591.
35 B. Glueck, The Malingerer: A Clinical Study, in «International
dinics», III (1915), p. 201.
36 Sulla storia dell'ipnosi vedi le note di J. Jaynes nel suo The
Origins of Consciousness and thè Breakdown of thè Bicameral Mind,
Boston, 1977; trad. it., Il crollo della mente bicamerale e Vorigine della
coscienza, Milano, Adelphi, 1984. Parecchi medici impiegarono l’ipnosi
con gli stessi presupposti di Simmel. In Gran Bretagna i successi più
notevoli furono ottenuti da W. Brown che nel suo Hypnosis, Suggestion,
and Dissociation, in «British Medicai Journal», I (1919), pp. 734-736,
riporta la guarigione di centoventotto casi di mutismo in sedici mesi:
tutti questi pazienti «ritrovarono la parola una volta costretti a rivivere
le loro esperienze».
37 E. Simmel, Kriegsneurosen und psychisches Trauma, cit., p. 30.
38 Ibidem, p. 35.
39 T. W. Salmon, op. cit., p. 30.

253
Un’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

40 S. Ferenczi, Uber zivei Typen der Kriegsneurosen, cit., p. 135.


41 War Office, dt., p. 25.
42 Ibidem, p. 5.
43 W. M. Maxwell, op. cit., p. 66.
44 War Office, cit., p. 57.
45 Ibidem, p. 58.
46 Ibidem, p. 29.
47 Ibidem.
48 S. Ferenczi, tl&er der Kriegsneurosen, dt., p. 140.
49 Ibidem, p. 137.
50 Citato in H. Hirschfeld e A. Gaspar, Sittengescbichte der Ersten
Weltkriegs, 2 voli., Hanau a/M., 1929, p. 168. Vedi anche I. Block, Uber
Traumatische Impotenz, in «Zeitschrift fiir Sexualwissenschaft», V
(1918-19), pp. 135-141; F. Pick, Uber Sexulstòrungen im Kriege, in
«Wiener Klinische Wochenschrift», X X X (1917), n. 45, pp. 1418-1425; e
H. FehHnger, Krieg und Geschlecbtsleben, in «Zeitschrift fiir Sexualwis­
senschaft», III-IV (1916-18), pp. 124-127.
51 W. M. Maxwell, op. cit., p. 100.
52 Maggiore T .J . Mitchell, Officiai History of thè War. Medicai
Services, Casualties and Medicai Statistics, London, 1931, p. 255.
53 E. Miller (a cura di), The Neurosis in War, New York, 1942, p.
212 .
54 D. Thom, op. cit., p. 497.
55 K. Singer, Was ist’s mit dem Neurotiker vom lahre 1920?, in
«Medizinische KHnik», XVI (1920), n. 2, p. 951.
56 K. Singer, Das Kriegsende und die Neurosenfrage, in «Neurolo-
gisches Zentralblatt», XXXVIII (1919), p. 331.
57 K. Singer, Was ist’s mit dem Neurotiker vom Jahre 1920?, cit., p.
951.
58 S. Freud, Introduzione al libro «Psicoanalisi delle nevrosi di
guerra», trad. it. dt., voi. IX, p. 71.
59 Ph. Gibbs, op. cit., pp. 547-548.
60 R. Graves, A. Hodge, The Long Weekend: A Social History of
Great Britain 1919-1939, New York, 1963, p. 27.
61 G. W. Howland, Neuroses of Returned Soldiers, in «American
Medicine», XII (1917), p. 315.
62 T. Lidz, Nightmares and thè Combat Neuroses, in «Psychiatry»,
IX (1946), p. 44.
63 R. Grinker, The Medicai, Psychiatric and Social Problems of War
Neuroses, in «Cincinnati Journal of Medicine», XXVI (1945), p. 245.
64 F. Schauwecker, Im Todesrachen. Die deutsche Seele im Welt-
krieg, Halle (Salle), 1921.
65 T. V. Mitchell, Officiai History of thè Great War. Medicai
Services. Casualties and Medicai Statistics, London, 1931: vedi la tavola
a fronte di p. 328.
66 W. Riese, Krieg und Schizophrenie, in «Allgemeine Àrtzliche

254
Un'uscita dal labirinto: guerra e nevrosi

Zeitschrift f. Psychotherapie und Psychologische Hygiene», II (1929),


pp. 741-752.
67 P. Van Paassen, Days of our Years, New York, 1934, p. 91.
68 S. Sassoon, Memoirs of George Sherston, New York, 1937, p. 233.
69 W.H. R. Rivers, The Repression of War Experiencey in «Lancet»,
n. 1 (1918), p. 173.
70 S. Sassoon, Repression of War Experience, in Counter-Attack and
Other Foems, New York, 1919, p. 51.
71 S. Sasson, Survivorsy ibidem , p. 55.
72 W. K. Pfeiler, War and thè German Mindy New York, 1941,
p. 16.
73 C. Edmunds (C. E. Carrington), Soldiers from thè Wars Return-
ingy London, 1965, p. 252.

255
Capitolo sesto

Il veterano tra fronte e patria

Cameratismo e violenza

Nel corso di tutto il mio studio ho trattato della


prima guerra mondiale come di un’esperienza della condi­
zione moderna, un’esperienza in cui uomini, che già sa­
pevano di vivere in «epoca industriale», appresero cosa
ciò significasse in termini militari. Se la guerra fu un’e­
sperienza modernizzante lo fu perché alterò in modo
fondamentale le tradizionali fonti di identità, le vecchie
concezioni della guerra e degli uomini in guerra: la
Grande Guerra fu un punto nodale nella storia della ci­
viltà industriale perché essa fuse realtà materiali e menta­
lità «tradizionali» in un modo del tutto imprevisto e
spiazzante. Da un lato, la guerra merita il titolo di prima
guerra veramente moderna perché in essa e tramite essa
la natura e le dimensioni dell’industria moderna furono
ribadite nei termini più violenti e inappellabili; d ’altro
canto, fu una guerra che mobilitò una logica profonda­
mente radicata nella cultura europea, una logica che asse­
riva P«alterità» sociale ed esistenziale della guerra come,
appunto, alternativa benefica alla vita nella società civile.
La convinzione della polarità fra pace e guerra fu, nel ;
1914, il principale ingrediente della diffusa acclamazione
della guerra come mezzo per trascendere le contraddizioni
sociali ed economiche. Ma la disillusione che accompagnò
l’accorgersi dell’intima analogia fra le società industriali e
le guerre che queste conducono — qualcosa che è ormai
un luogo comune per noi — contorse, inaridì, e confuse
la logica su cui erano basati il significato morale della
guerra e la figura del guerriero. La «guerra totale» altro
non fu che la negazione dell’esistenza di due realtà diver­
se, due diversi insiemi di regole, due diversi livelli su cui

257
Il veterano tra fronte e patria

la vita potesse essere vissuta ed esperita: in guerra i


combattenti appresero che esiste soltanto un mondo in­
dustriale, la realtà del quale plasmava il loro essere in
guerra molto più che in tempo di pace. Nelle trincee i
soldati appresero che la distruzione tecnologica e la pro­
duzione industriale sono immagini speculari l’una del­
l’altra.
Questo scontro fra le tradizionali concezioni della
guerra e le condizioni reali di guerra continuò nel carat­
tere e nel comportamento dei veterani della prima guerra
mondiale. Il veterano è una figura tradizionale, un per­
sonaggio antico almeno tanto quanto la letteratura scrit­
ta; convenzionalmente egli è un iniziato che porta in sé
la conoscenza, esperita personalmente, della fragilità
propria e dell’umanità in generale. La figura del veterano
è una sotto-categoria di quello che potrebbe essere defini­
to il «tipo liminare»: egli deriva le sue caratteristiche dal
fatto di avere attraversato il confine fra due mondi socia­
li disgiuntivi, fra pace e guerra, ed essere riuscito a ri­
tornare. Egli ha assunto un nuovo carattere nel corso di
questo viaggio ai margini della civiltà, un viaggio in cui
ha incontrato meraviglie, bizzarrie, e mostri — tutte cose
che possono solo essere immaginate da quelli rimasti a
casa.
Tutte queste caratteristiche possono essere lette nella
descrizione che Ernst von Salomon offre delle truppe te­
desche reduci, una descrizione che — con tutti i suoi
tratti gotici — potrebbe essere assunta come ritratto di
qualsiasi truppa reduce, sconfitta, dai campi di batta­
glia.
G li occhi nascosti sotto l’elmetto, infossati in orbite grige,
scavate; occhi che non guardavano né a destra né a sinistra.
Sempre inchiodati in avanti, come a fissare un obiettivo trem en ­
do, come spaziassero dall’angolo di un rifugio o di ima trincea su
di un terreno sconvolto. E non aprivano bocca . . .
I volti emaciati, privi d ’espressione sotto gli elmetti d ’ac­
ciaio, le membra ossute, le uniformi sporche e stracciate! Marcia­
vano al passo e attorno ad essi si creava un vuoto infinito. Sì,
era come se essi tracciassero attorno a se stessi un cerchio magico

258
Il veterano tra fronte e patria

all’interno del quale aleggiassero — invisibili ai non iniziati


esseri segreti, potenze pericolose 1.

Salomon, giovane cadetto navale, non fece in tempo a


conoscere la battaglia. Egli non patì disillusioni e fu in
grado di attingere a piene mani a tutte le fonti di misti­
ficazione che circondano la figura del veterano, l’iniziato
alla morte, l’uomo dagli straordinari poteri. Il veterano è
un uomo definito e rifinito dalla guerra, privato di tutto
il superfluo sociale, ridotto all’essenza.
Queste qualità non ineriscono esclusivamente alla fi­
gura del veterano. I lineamenti che definiscono tradizio­
nalmente la persona del veterano sono gli stessi ascritti,
nella memoria popolare di tutto il mondo, a tutti i pro­
fessionisti nomadi: l’attore itinerante, il fabbro ambulan­
te, il prestigiatore e il saltimbanco, il mercante, il predi­
catore, il mendicante. Sono tutte figure che vivono negli
spazi di giunzione delle società, figure che praticano tra­
sformazioni su se stesse, su ruoli, metalli, valori, stati
spirituali e fisici: la gente teme il potere generato in
queste trasformazioni, e nello stesso tempo desidera at­
tingervi per beneficiarne. Il «tipo liminare» ha sempre
fornito il terreno su cui la gente comune proietta la
propria ambivalenza nei confronti dell’ordine sociale in
cui vive: la paura del disordine e la paura della fossiliz­
zazione. Il veterano, al pari delle altre figure liminari
formatesi ai margini della vita sociale, incorpora le ansie,
si carica delle colpe, e attenua la noia generate dalla quo­
tidianità nella gente comune.
In sostanza la figura del veterano è tradizionalmente
derivata da tutto ciò che si presume stia «al di là» dei
limiti dell’esistenza civile. Ciò che si pensa stia «al di là»
è generalmente funzione di come la gente esperisce la
struttura sociale in cui vive. Le diverse concezioni del
veterano e delle sue intenzioni politiche, successivamente
al 1919, non riflettevano vedute differenti della guerra,
bensì diverse concezioni dell’ordine sociale; coloro, socia­
listi o conservatori che fossero, che concepivano la socie­
tà moderna in termini di alienazione, privatizzazione, e-

259
Il veterano tra fronte e patria

goismo, e conflitto di classe, vedevano nel veterano un


compagno, un camerata, un uomo comunitario. Egli in­
fatti si era formato nell’agone della solidarietà «naturale»
che soggiace alle artificiali divisioni di classe e status,
rappresentando così la migliore speranza per una soluzio­
ne delle tensioni caratterizzanti la società capitalista.
D ’altra parte, quelli che concepivano la società in termini
di «civiltà», intesa come un insieme di limitazioni etiche
indispensabili, inibizioni, e coercizioni sugli istinti asociali
«primitivi», vedevano la guerra come arena di liberazione
istintuale. Quindi, la figura educata nell’ambito di questa
esperienza di guerra era necessariamente un individuo
primitivizzato, barbarizzato, regredito, arretrato sulla sca­
la di valori che definiscono e misurano lo stadio adulto
civilizzato. Il veterano, con i suoi pericolosi poteri e la
sua inclinazione alla violenza, costituiva una minaccia per
la società d ’origine: era qualcuno che doveva essere rein­
tegrato, riacculturato, rieducato.
Gli ex-soldati reduci dal fronte sfruttarono pienamen­
te queste tradizionali definizioni del veterano: ma le
sfruttarono non per acquisire di nuovo una dignità posi­
tiva nell’ambito sociale, bensì come modo per compensa­
re se stessi del proprio sfruttamento, del proprio ruolo di
vittime, del declassamento dallo statuto di «eroi» a quel­
lo di individui assolutamente superflui e strumentalizzati
dalla guerra industrializzata.
Entrambe le immagini — quella del camerata, del­
l’uomo comunitario, e quella dell’uomo violento — erano
funzionali. I reduci potevano usare l’immagine dell’uomo
comunitario per asserire la loro superiorità nei confronti
dei politici civili, i quali agivano come se gli ingranaggi
della vita collettiva fossero semplici mezzi per il perse­
guimento degli interessi di classe. Il veterano poteva ri­
vendicare di essere il miglior rappresentante della nazione
nel suo complesso, dal momento che egli si era «sacrifi­
cato» per la sopravvivenza della collettività; come indivi­
duo che aveva vissuto per anni nella Terra di nessuno,
egli conosceva la nazione e le sue patologie da un punto
di vista esterno. Il reduce poteva anche assumere l’im-

260
Il veterano tra fronte e patria

magine di uomo violento, l’immagine dell’individuo intol­


lerante nei confronti di qualsiasi restrizione sociale. Egli
poteva usare, e di fatto usò, questa immagine per estor­
cere attenzioni, stima, e appoggio normalmente tributati
a chi abbia sacrificato il proprio interesse personale, il
proprio io in difesa della collettività. Generalmente,
queste alternative furono spiegate da civili e veterani
come «effetti» che la guerra aveva sortito sui combatten­
ti, come modi in cui l ’esperienza di guerra avesse cambia­
to il carattere del soldato; in realtà è meglio vedere
queste immagini tradizionali del tipo liminare come mezzi
di comunicazione e di mediazione fra i civili e gli uomini
che erano stati socialmente, psicologicamente, e fisica-
mente calpestati e che, nel corso di questo processo, era­
no divenuti estranei a se stessi tanto quanto agli altri.
Nella descrizione di Ernst H. Posse di quei soldati reduci
che si unirono al Kampfbunde politico in Germania, è
possibile cogliere entrambe queste concezioni del veterano.

Come uomo sganciato dal suo passato sociale, come individuo


di una classe o ceto particolare, che era divenuto un camerata, il
soldato di linea costituiva un fenomeno sociologico unico. La sua
ideologia lo rendeva incline al concetto di armonia di classe
piuttosto che a quello di appartenenza a una classe . . . Ma egli
aveva alle spalle anni di lotte e battaglie che lo spingevano
all’azione e alla gratificazione dei suoi desideri... Una parte dei
reduci dal fronte era incline a congiungersi a qualsiasi movimento
che permettesse agli ex-soldati di continuare l’awenturosità della
loro vita precedente, vuoi per ragioni soggettive, vuoi per Firn-
possibilità del reduce di tornare a dedicarsi ad un’attività costrut­
tiva 2.
Al pari di altri che erano interessati al ruolo politico
dei soldati reduci dal fronte, Posse trovava difficoltà a
comprendere le loro reali motivazioni politiche. Essi era­
no «camerati», uomini comunitari, e quindi inclini alla
«pace di classe»: per questo ci si poteva attendere che
svolgessero un ruolo conservatore nella ricostruzione del­
la Germania. D ’altra parte essi erano abituati alla violen­
za e alla «gratificazione dei loro desideri», e quindi po­
tenzialmente arruolabili in qualsiasi tipo di avventura po­

261
Il veterano tra fronte e patria

litica, rivoluzionaria o reazionaria che fosse. Un’altra ver­


sione del veterano come «compagno» stava nella convin­
zione che i reduci dal fronte costituissero un «nuovo pro­
letariato» di socialisti «istintivi». Phillip Gibbs li vedeva
sotto questa luce: con la guerra i soldati di linea avevano
divorziato dalla società civile, mentre la smobilitazione li
aveva restituiti al fondo della stessa società. Rappresen­
tavano un gruppo il cui malcontento assumeva valore u-
niversale poiché le sue sofferenze erano state inimmagi­
nabili; si trattava di uomini che non godevano più di un
sicuro statuto civile e le cui convinzioni erano assoluta-
mente opposte a quelle degli statisti che li avevano getta­
ti nelle fauci della guerra. La guerra rappresentava, per il
reduce, una rottura fondamentale con il passato.
Morì qualcos’altro al fronte oltre al fiore della gioventù e
degli uomini tedeschi: morì il vecchio ordine del mondo, poiché
gli individui che uscirono vivi da quel conflitto erano cambiati e
votati a non tollerare un sistema di pensiero che aveva condotto
a un tale mostmoso massacro di vite umane, di esseri umani che
pure pregavano lo stesso Dio, amavano le stesse cose nella vita, e
non nutrivano odio alcuno gli uni per altri, eccetto quando que­
sto fu attizzato dai loro governanti3.

A differenza del proletariato tradizionale la truppa


reduce era «altamente organizzata, disciplinata. . . ad­
destrata a combattere»4. I reduci avevano perfino con­
servato le loro armi, almeno in Germania: Moritz Lie-
pmann, nel suo studio sul rapporto fra le statistiche cri­
minali di guerra e post-belliche, notò con preoccupazione
che Pesercito in ritirata aveva «perduto» 1.895.052 fuci­
li, 8.452 mitragliatrici, e 4.000 mortai da trincea5.
Era piuttosto comune imbattersi nella convinzione
che il soldato proletarizzato, legato ai suoi camerati ed
alienato nei confronti della società borghese, fosse un so­
cialista «istintivo». Secondo Hans Zehrer il soldato di
linea era socialista «non perché capisca Marx, ma perché
. . . sente più profondamente l’ingiustizia sociale e può
così comprendere la giustificazione del rancore sociale che
alligna nella classe operaia» 6. La truppa aveva appreso il

262
Il veterano tra fronte e patria

socialismo non dai libri, ma dalla tragica struttura della


guerra. La natura pratica della loro esperienza sociale da­
va all’opposizione dei soldati reduci nei confronti degli
ordinamenti politici costituiti un peso morale ben diverso
dalla critica degli intellettuali. Emilio Lussu, un socialista
italiano e veterano di guerra, espresse questo giudizio
verso i soldati italiani reduci: «I veterani erano filo-so­
cialisti non perché avessero familiarità con i classici del
socialismo, ma per il loro profondo internazionalismo e la
loro fame di terra»7. Anche Otto Braun, studente vo­
lontario, e poi allievo ufficiale, che cadde al fronte nel
1918, era convinto che gli uomini in trincea fossero di­
ventati socialisti. Ma egli — correttamente, penso —
sottolineò la natura negativa, «reazionaria», di questo so­
cialismo.

Qualsiasi inclinazione possa avere il soldato verso il sociali­


smo è, in ultima analisi, essenzialmente negativa. Egli è furibon­
do nei confronti della marcia società borghese, furibondo nei
confronti degli imboscati, di fatto furibondo con tutto ciò che
rimane in patria, dietro il fronte. Francamente non vedo alcun
segno di idee politiche costruttive . . . [Quando i soldati ritorne­
ranno] . .. porteranno con sé una grande carica di conoscenza e
consapevolezza di potere. Per guidare queste masse sui sentieri
dell’attività produttiva, sarà necessario conoscere ed essere in
grado di guidare la gigantesca massa di energia che li accompa­
gna 8.

Braun apporta importanti chiarimenti alla caratteriz­


zazione della truppa reduce come nuovo proletariato di
socialisti istintivi. È vero, la guerra aveva radicalmente
separato il soldato dalla sua società d ’origine, generando
in lui un profondo senso di rancore; questo rancore,
questa rabbia, questa violenza, nascevano dal senso di
essere vittima di una profonda ingiustizia. Ma l’esperien­
za di guerra non fornì a chi vi prese parte una nuova
visione della comunità, sulla base della quale potere tra­
sformare positivamente gli assetti politici e sociali esi­
stenti. Per molti versi l’«esperienza del cameratismo» era
identica all’atteggiamento anti-borghese del proletariato;
ma la guerra, una «maestra silenziosa», non aveva dato ai

263
I l veterano tra fronte e patria

combattenti un’ideologia che fornisse loro un terreno


comune, una base che fosse in grado d ’attrarre gruppi
sociali diversi. Il soldato di linea era privo di ideologie e
ciò lo rendeva «silenzioso», uomo d ’azione e non di paro­
le. Se, come sostiene Braun, la guerra aveva fornito al
soldato una consapevolezza del proprio potere, bisogna
riconoscere che questa consapevolezza aveva poco in co­
mune con un potere politico: al contrario, era la consa­
pevolezza adeguata agli esecutori, agli strumenti del co­
mando, a uomini sopravvissuti come oggetti passivi e
sofferenti della «volontà della guerra». Nel 1926 Ernst
Jiinger fu tra coloro che esortarono i veterani ad as­
sumere parte attiva in politica. Ma quando si cerca di
descrivere questo attivismo, esso appare poco più di
una trasposizione del ruolo del soldato in guerra: in pace,
così come in guerra, il soldato non era altro che lo stru­
mento di un destino misterioso, non specificato.
Il concetto di potere può essere oggettivato solo nell’idea di
un capo. Ma il grande leader non è ancora apparso. La sua
apparizione equivale ad un evento di natura: non può essere data
per scontata né influenzata da espediente alcuno. Preparare la
strada a questo evento è, comunque, il compito preciso dei vete­
rani. Il compito consiste nel rimuovere i nostri dissensi, nel
chiarire il nostro pensiero . .. e nel consolidarci in disciplinato
strumento di potere con cui si possa lavorare9.

Qui l’attivismo politico dei reduci è una sorta di in­


cantesimo politico, consistente in un processo di «au­
to-definizione» necessaria per attendere l’arrivo del re­
dentore. Il reduce dal fronte è un iniziato in un campo
di forza che non ha, manifestamente, nessun’altra esigen­
za che di essere impiegato come strumento di qualche
destino futuro: qui «potere» è un attributo d ’identità, e
non la capacità di manipolare altri nell’arena politica per
il perseguimento di un progetto preciso. Questa, insisteva
Leopold Schwarzschild, direttore del giornale socialdemo­
cratico «Das Tagebuch» non era politica nel normale
senso del termine.
È chiaro che le concezioni marxiste sia del proletaria-

264
Il veterano tra fronte e patria

to sia del socialismo dovettero essere distorte all’invero­


simile per abbracciare l ’arco di attitudini manifestate dai
veterani reduci. Coloro che speravano che i soldati di
linea sarebbero stati 1 avanguardia di un movimento rivo­
luzionario post-bellico si accorsero ben presto che la vita
condotta dal soldato ai margini della società gli aveva
impresso un insieme contraddittorio di motivazioni poli­
tiche. Le caratteristiche «socialistiche» convenzionali del­
l ’esperienza di guerra — l ’eguaglianza della truppa, il
cameratismo, la proletarizzazione del soldato, l’uniformità
delle condizioni di vita — furono prodotto dell’impoten­
za assoluta di fronte all’autorità e alla tecnologia. Il ca­
meratismo del fronte non era districabile dalla formula
coniata da T. E. Lawrence: «Tranne che sotto costrizione
non ci può essere eguaglianza fra gli uomini».
Il soldato era un uomo che aveva vissuto per un
periodo apparentemente senza fine al di là delle categorie
sociali civili, al di là di qualsiasi distinzione di status che
non fosse puramente formale e meccanica. L ’esperienza di
vivere al di là delle classi, ma nella truppa, produsse un
innegabile senso di cameratismo in coloro che la condivi­
sero; ma produsse anche l’incapacità di collegare l’espe­
rienza sociale della guerra con i problemi sociali e le
questioni politiche della società post-bellica. Non c’è da
sorprendersi che coloro che desideravano fare dell’espe­
rienza di guerra la base per un attacco contro l ’ordina­
mento borghese, liberale, ricorressero alle definizioni più
contraddittorie: «nazionalismo rivoluzionario», «radical-
conservatorismo», «nazional-socialismo». Queste auto-iden­
tificazioni non dovettero sembrare eccessivamente contrad­
dittorie ad uomini le cui identità erano state rimodellate
da un’esperienza che, pur dando nuovo rilievo a con­
cezioni formalistiche e arcaiche dell’autorità, potè anche
essere vissuta come una sorta di proletarizzazione milita­
rizzata, in cui gli uomini furono ridotti al ruolo di anonimi
esecutori di meccanismi impersonali di distruzione.
Ma il soldato di linea, subito dopo la fine della guer­
ra, si distinse molto di più nel ruolo di «uomo di violen­
za» che in quello di «camerata» e uomo comunitario.

265
Il veterano tra fronte e patria

Come ebbe a osservare Gibbs, molti ex-soldati erano


«aspri nei discorsi, violenti nei loro ragionamenti, tanto
da spaventare». Willard Waller si trovò a parlare con
alcuni reduci per le strade di Chicago nel 1919: egli
rimase sconvolto dalT«intensità del loro rancore. Essi
nutrivano rabbia verso qualcosa, anche se non era chiaro
che cosa . . . Tuttavia non era possibile sbagliarsi: essi
odiavano qualcuno per qualcosa» 10. Theodore Bartram,
che tentò di organizzare i reduci in un partito politico,
scoprì che ciò che essi avevano maggiormente in comune
non era un’ideologia politica, ma un odio viscerale per i
civili, un odio che egli condivideva: «Ti imbatti in came­
rati mutilati che mendicano sul Kurfurstendamm, e devi
sforzarti per ricacciarti in gola la rabbia che provi per
non potere rompere il muso al primo playboy che vedi» 11.
Molti consideravano «irrazionali» la rabbia, il ranco­
re, e la violenza dei veterani: era evidente che la guerra
avesse forzato una regressione dai livelli comportamentali
civili. Alcuni veterani concordarono con questa conside­
razione, e riconobbero che in guerra essi e i loro camera­
ti erano stati decivilizzati e disacculturali. Henri de Man
scrisse:

La pura verità è che se io dovessi ubbidire al mio istinto


animale — e c’era ben poco oltre a questo nelle trincee — mi
arruolerei di nuovo in qualsiasi guerra futura, oppure prenderei
parte a qualunque sorta di combattimento, semplicemente per
provare ancora la brutale voluttà connessa al potere di privare
della vita altri esseri umani che tentano di fare lo stesso nei
tuoi confronti. Ciò che fu innanzitutto accettato come un dovere
divenne un’abitudine, e Tabitudine . . . divenne una necessitàn.

Non c’era alcun dubbio che i veterani rientrassero in


patria violenti. Non è materia opinabile, congettura, o
idea personale, bensì dato di fatto: dal 6 al 10 gennaio
1919, si ebbero manifestazioni, tafferugli e incidenti di
massa che coinvolsero 10.000 reduci a Fokestone Camp,
nel Surrey, mentre altri duemila soldati furono coinvolti
in incidenti analoghi a Dover, e 8-9.000 a Bromley. Disor­
dini simili, sebbene meno gravi, si ebbero a Osterly e all’ae­

266
Il veterano tra fronte e patria

roporto di Ilford. Ancora in gennaio, 2.000 soldati —


scaglioni dei reggimenti scelti della guardia — si ammu­
tinarono a Shoreham Camp; e nello stesso periodo Lord
Byng fu inviato dal Ministero della Guerra per trattare
con un «soviet» costituitosi fra i reparti d’artiglieria e
circa 2.000 soldati di fanteria delle unità stanziate a Ca-
lais. Dal 7 al 10 marzo le truppe canadesi del Kinmel
Camp a Ryl si ribellarono contro i loro ufficiali. Cinque
uomini furono uccisi, ventitré feriti, e buona parte del­
l ’installazione incendiata: un ufficiale inviato dal Mini­
stero della Guerra per verificare la situazione si vide
costretto a ricordare alle truppe, appena rientrate dalle
Fiandre, una distinzione essenziale, e cioè che «è un omi­
cidio per canadesi uccidere canadesi» n. Il Times londine­
se definì gli scontri «i peggiori che si siano verificati in
Inghilterra», insinuando che non doveva sorprendere un
comportamento del genere da parte dei canadesi, che a-
vevano goduto di cattiva reputazione per tutta la guer­
ra 14. Durante la cerimonia ufficiale del rientro delle trup­
pe canadesi a Montreal, la rabbia dei soldati si scaricò
sui civili. Così Pierre Van Paassen descrive quegli avve­
nimenti:

Rotte le righe . .. Migliaia di soldati si riversarono per la


dttà, distruggendo tutti i cartelli o le insegne in lingua francese
che in co n trav an o , re q u ise n d o e d e v ian d o i tram . I cittad in i b lo c ­
cati su mezzi propri furono sbattuti fuori e costretti a cedere gli
stessi mezzi ai veterani. I bastoni da passeggio, dono delle asso­
ciazioni civili patriottiche del Quebec, furono usati per sfasciare
le vetrine dei negozi15.

Nel giugno del 1919, i «disordini kaki» raggiunsero


il loro apice in Inghilterra. Nel corso di quel mese 1.500
soldati del corpo di Allenby si ammutinarono a Plymou­
th; soldati canadesi spararono ancora sui loro ufficiali di
Kinmel Camp; da quattro a cinquecento soldati canadesi
incendiarono la stazione di polizia a Epsom, uccidendo
un poliziotto. Nel Surrey, a Sutton Camp, si ribellarono
tre reggimenti e fu necessario l’invio di due battaglioni e
una compagnia di mitraglieri per riportare l’ordine. In

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Il veterano tra fronte e patria

quest’ultimo caso furono arrestati 400 rivoltosi, e 1.800


furono aggregati ad altri depositi. La maggior parte di
questi disordini e ammutinamenti fu causata dall’impa­
zienza delle truppe di ottenere il congedo, un’impazienza
frustrata dalla politica governativa inglese di congedare
subito solo quei soldati che avessero sicure offerte d’im­
piego 16. Nell’inverno del 1919 questo progetto fu abban­
donato; ma in primavera e in estate la violenza dei vete­
rani si rovesciò sempre maggiormente su bersagli civili.
Carrington descrive la battaglia fra civili e soldati che si
svolse, quale spiacevole fuori programma, nel corso delle
parate del Giorno della Vittoria (19 luglio) a Glasgow,
Coventry, Epsom, e Lutton. A Lutton i reduci appicca­
rono fuoco al municipio, e dalle nove di sera fino all’alba
combatterono contro polizia e vigili del fuoco che tenta­
vano di spegnere l ’incendio: il Giorno della Vittoria co­
stò cento vittime a Lutton, e questi disordini rappresen­
tarono «una delle rotture più pericolose della storia in­
glese moderna, sebbene siano passati sotto silenzio» 17. Al
processo dei capi della rivolta, il pubblico ministero pas­
sò sotto silenzio nella sua arringa i quattro anni di guer­
ra, ascrivendo i disordini al «Bolscevismo, all’anarchia,
alla ubriachezza e all’animalità» 18. Anche gli Stati Uniti,
il paese meno colpito dalla guerra, non furono immuni
dalla violenza dei veterani: questi attaccarono comizi so­
cialisti a New York e furono in prima fila nei disordini
razziali di St. Louis nel 1919. Il 6 aprile del 1919 un
soviet di reduci affiliato all’I.W.W. si batté contro la
polizia per le strade di Tacoma, Washington, e pochi
giorni dopo incidenti analoghi scoppiarono a Seattle. A
cominciare dal 28 maggio, i veterani percorsero in «pat­
tuglie» il campus di Yale, ferendo un centinaio di stu­
denti e danneggiando pressoché tutti gli edifici; i disor­
dini, iniziati dopo che gli studenti ebbero dileggiato i
veterani che sfilavano davanti ai loro dormitori, termina­
rono solo con l’arrivo del 102° fanteria e della guardia
nazionale.
La violenza del veterano era comunemente considera­
ta come «espressione» della sua estraneazione dalle nor-

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Il veterano tra fronte e patria

me sociali, e della sua abitudine alla pratica della violen­


za: era cioè diretta conseguenza dell’avere vissuto in un
ambiente in cui assumevano valore soltanto «gli istinti
animali originari». Oppure, questa inclinazione alla vio­
lenza poteva essere vista in termini faustiani, e il vetera­
no veniva considerato un uomo d’«azione» più che di
parole; come insisteva Schauwecker, «chiunque ritorni
dal fronte è silenzioso. Egli passa da un universo domi­
nato dall’azione ad un universo in cui la parola è tut­
to» 19. In questo contesto la violenza del veterano potè
essere vista come ripudio della politica borghese effemi­
nata, e dell’«aria fritta» in cui la politica era normalmen­
te condotta. Di fatto, la tendenza generale fu di conside­
rare la violenza dei veterani come «espressione» di se
stessi ovvero come «manifestazione» di aggressività re­
pressa. Ma è meglio dare uno sguardo ai termini in cui
gli stessi veterani definivano le proprie azioni. Molti di
loro erano convinti di essere stati, come gruppo, vittime
di un’ingiustizia, e che con la loro violenza essi si «ven­
dicassero» contro la società civile per l’ingiustizia patita.
I governi e i civili avevano trasgredito le «regole non
scritte» che garantivano lo status del soldato in guerra e
mantenevano il suo ruolo sociale. La violenza dei vetera­
ni deve essere compresa nel contesto di questa mutualità
del sacrificio che definisce i rapporti fra il fronte e l’am­
biente civile in patria: fu l’infrazione di questa mutualità
che più di ogni altra cosa diede ai veterani la coscienza
di se stessi come gruppo sfruttato e umiliato.

L'economia del sacrificio e il suo collasso

Il cittadino-soldato è sempre stato una figura centrale


in quella che potrebbe essere chiamata un’«economia del­
la colpa sociale» e del sacrificio pubblico. Egli è creditore
di un «debito di sangue» nei confronti della società che
ha difeso, e può legittimamente chiedere il saldo sia per i
il «sacrificio di se stesso» sia per quello dei suoi camerati
caduti. Oggettivamente la guerra può essere vista alla

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Il veterano tra fronte e patria

maniera di Gaston Bouthoul — un modo per risolvere


problemi demografici generati dall’eccedenza di giovani
— e tuttavia questo non spiega, chiaramente, perché i
giovani vadano in guerra. Anche lo scambio dei ruoli
richiesto al cittadino-soldato è comunemente compreso
nel linguaggio del sacrificio; qui il sacrificio è essenzial­
mente lo scambio, forse il paradigma stesso dello scam­
bio. Nell’ambito delle ideologie nazionali che dominavano
nel 1914, il civile scambiava il suo io privato e il proprio
interesse personale per un’identità pubblica e comunitaria
rappresentata dall’uniforme; per questa temporanea per­
dita della propria identità, il soldato poteva chiedere un
compenso sotto forma di onori, prestigio, o ricompense
monetarie. È facile vedere come il linguaggio che impone
l ’onere del «sacrificio di sé» a carico dei figli, in nome
della salvezza della patria, sia in sintonia con il normale
esito della situazione edipica, in cui il bambino è costret­
to ad accettare il fallimento delle proprie ambizioni ses­
suali allo scopo di mantenere la struttura della fami­
glia.
Ma non è tanto l’economia del sacrificio quanto la
sua infrazione che crea la rabbia, il senso d ’ingiustizia, e
l ’ambiguità di status che caratterizzarono i veterani della
prima guerra mondiale. L ’infrazione fu esperita come la
frammentazione del nesso morale fra fronte e patria, il
nesso che rendeva la sofferenza e la morte al fronte
comprensibili in termini di preservazione di un’entità su­
periore, la «nazione», la patria. L ’«estraneazione» fra
fronte e patria fu il fattore più significativo nell’intensifi-
carsi dell’identificazione con il «fronte» da parte del sol­
dato, nell’effettuazione del passaggio dal «cameratismo»
del fronte a quel campo d ’«internamento mentale» da cui
uomini come Charles Carrington non poterono sortire fi­
no agli anni Trenta.
Nel 1914, l ’ideologia nazionalistica fornì il paradigma
che fece dello scambio del ruolo privato con quello pub­
blico qualcosa di intelligibile in termini di «liberazione»
dalle contraddizioni sociali. Nell’agosto 1914 era convin­
zione comune che la «società» — un coacervo di interes-

270
Il veterano tra fronte e patria

si in competizione — fosse divenuta una «comunità» in


grado di unificare i differenti interessi privati in un de­
stino comune. Il volontario era colui che impersonificava
questa trasformazione, poiché era Pindividuo che fondeva
volontariamente il proprio io privato nella persona collet­
tiva nazionale. Nel linguaggio d'epoca il volontario era
motivato dal suo Opferbereitschaft, il suo spirito di sa­
crificio per la realizzazione del destino immediato, comu­
nitario, della nazione. Questo era più che un semplice
modo di dire: furono in molti ad esperire l’inizio della
guerra come dissoluzione della propria identità personale,
come trascendenza del privato, come rottura delle barrie­
re che preservavano il loro egoismo sociale.
In agosto, la morte civile del soldato, la sua «estra­
neazione» dalla società, furono suffragate dal senso che la
società e il mercato dei ruoli fossero rimpiazzati dai valo­
ri della comunità. Ma Patteggiamento del soldato verso la
nazione e verso il proprio status pubblico mutò significa­
tivamente dopo che egli fu penetrato nel labirinto delle
trincee: qui la liberazione dalla società borghese cominciò
ad essere vista come morte, abbandono, come un distacco
dalla vita. Gotthold von Roden, un giovane volontario
tedesco, sentiva che egli e i suoi camerati erano come
estraniati dalla «gente e dalle cose del passato», e che
questa estraneazione creava una situazione in cui «la
morte non era più vista come doloroso distacco dal no­
stro passato»: ciò che all'inizio fu provato come libera­
zione dall'ambiente domestico, cominciava ad essere espe­
rita come perdita dei legami con la patria.
Ma il fattore più significativo che concorse alla rab­
bia e all'amarezza dei veterani, fu l'accorgersi che in
quattro anni di guerra la «nazione» del 1914 era tornata
ad essere un mercato di ruoli e status. La patria, ove si
conducevano «affari come al solito», non era più una
comunità: con questa percezione — data a molti soldati
in licenza o in convalescenza per ferite — l'esperienza di
guerra finì per essere comprensibile solo nei termini clas­
sici di ingiustizia sociale. Quelli a casa non mancavano di
perseguire «ogni piacere possibile», giustificando le loro

271
Il veterano tra fronte e patria

comodità e la loro sicurezza sulla base della loro indi­


spensabilità economica o sociale. Questo poteva solo si­
gnificare che gli «eroi al fronte» fossero fondamental­
mente superflui in patria, e il declassamento del loro sta­
to era regolarmente confermato dalle condizioni effettive
di quella guerra — gli assalti inutili, senza fine, la co­
stante attesa di una morte casuale e priva di significato.
Ma più sovente era l ’incontro con il «pescecane» che
recideva in maniera definitiva il legame morale fra fronte
e patria, facendo crollare quell’economia del sacrificio che
avrebbe dovuto definire il rapporto fra combattente e
non-combattente. Il pescecane era il simbolo di coloro
che incrementavano il mezzo di scambio — il sangue —
per il loro personale profitto. Ma, fatto ancor più impor­
tante, era una figura che grazie alla guerra saliva pure di
status: e questa ascesa rendeva impossibile per il soldato
al fronte ignorare la possibilità che il proprio «auto-sacri­
ficio» fosse una reale, forse irrecuperabile, perdita sociale
ed economica. Franz Schauwecker incontrò un pescecane
in un ristorante, nel corso della sua ultima licenza prima
della fine della guerra. Egli descrive l’arricchito come un
uomo dal «volto grossolano e dall’espressione indifferente
senza segno alcuno d’attività mentale, la carnagione flac­
cida, le mani grassocce» e indossante vestiti alla moda,
nonché gioielli. Dopo avere individuato il tipo, Schau­
wecker coglie molti dei «ricchi di guerra» che dirigono le
loro attenzioni su «giovani donne raffinate», e in tono
estremamente laconico conclude: «Ci si sente estranei al
proprio paese. Meglio andarsene. Andarsene, vale a dire,
tornare al fronte» 20. Anche Siegfried Sassoon incontra il
pescecane in un ristorante; lo incontra a Liverpool anzi­
ché a Berlino, ma l’impressione che ne riporta è presso­
ché identica a quella di Schauwecker: «Nella sala da
pranzo cominciai ad osservare alcuni non-combattenti che
sembravano usciti molto bene dalla guerra. Era gente il
cui volto mancava di nobiltà, benché ordinasse aragoste e
sigari colossali» 21.
Sia per Sassoon che per Schauwecker, il primo
membro della gentry inglese, il secondo figlio di un alto-

272
Il veterano tra fronte e patria

locato funzionario dell’amministrazione imperiale tedesca,


rincontro con il pescecane genera la scansione della loro
esperienza di guerra in una nuova ottica morale ed ideo­
logica. Non solo la guerra al fronte ingrassa chi sta a
casa, non solo il combattente soffre di una verticale di­
minuzione di status da «rappresentante armato della na­
zione» a «manovale della morte», ma può anche succede­
re che non esista più alcuna collocazione in cui il soldato
possa essere reinserito una volta terminata la guerra. I-
nequivocabilmente il pescecane testimonia della conver­
sione delPeconomia del sacrificio a un mercato in cui lo
status sociale viene negoziato insieme con le cambiali.
Questo incontro precipita la protesta di Sassoon contro la
guerra, una protesta che, di fatto, è contro l’ambiente
civile, contro la patria.
A nome di tutti coloro che in questo momento stanno sof­
frendo, elevo questa protesta contro l’inganno ordito nei loro
confronti; inoltre, io penso di poter così concorrere a distruggere
la stolida compiacenza con cui la maggior parte della gente in
patria guarda al proseguimento di questa agonia cui non parteci­
pa, e di cui non riesce a immaginare neppure lontanamente l’a­
trocità 22.

Dopo quattro anni di guerra era divenuto abbondan­


temente chiaro che, nello scendere in campo, il soldato
non si era sottratto alle contraddizioni della società capi­
talistica. Al fronte, e anche a casa, molti si resero conto
che la guerra sintetizzava la contraddizione di un’«eco-
nomia individualistica, finalizzata al profitto», che sussi­
steva, pur nell’ambito dell’«incondizionata solidarietà del­
la gente». La società capitalistica non aveva cessato di
essere tale per virtù della guerra, nonostante l’iniziale
soverchiarne senso comunitario che l ’accompagnò: fu
questa la massima delusione per tanti che avevano credu­
to che la guerra potesse condurre ad una trasformazione
spirituale collettiva. Nelle trincee, e nelle numerose occa­
sioni d ’incontro con l’ambiente di casa, apparve evidente
come l’economia di sacrificio e di sangue fosse stata as­
sorbita nel mercato di merci, capitali, e lavoro.

273
Il veterano tra fronte e patria

L ’avventura del soldato oltre i confini della sua pa­


tria portava a un luogo dove le contraddizioni della so­
cietà capitalistica, industriale, erano maggiormente con­
centrate. Era l’avventura nel luogo dove le ineguaglianze
di ricchezza e status si trasformavano in ineguaglianze di
sacrificio e sofferenza. Nel corso dei lunghi anni di guer­
ra la differenza fra fronte e patria divenne la differenza
fra coloro che continuavano a vivere, e a vivere bene, e
coloro che quotidianamente vivevano la condizione di og­
getti di una morte casuale e priva di significato. Le dure
sofferenze dei civili, particolarmente in Germania durante
l’«inverno delle rape», non poterono cancellare l’immagi­
ne del pescecane, del playboy, di coloro che non avevano
sacrificato nulla.
Non c’è dunque da sorprendersi che dopo la fine del­
la guerra i gruppi di veterani si organizzassero attorno a
richieste di risarcimento, e che la violenza dei veterani
fosse uno degli argomenti più convincenti perché la so­
cietà si decidesse a ricompensare il soldato delle sue per­
dite. Sulla prima copia del Bulletin della «Federazione
nazionale marinai e soldati congedati e smobilitati», le
ingiustizie sociali della guerra apparivano tradotte nei
classici termini di sfruttamento. Il reduce guarda la
Gran Bretagna, il paese che egli ha «salvato»,
. . . e vi trova molto che non merita di essere salvato... La
ricchezza è ancora sottratta ad ogni controllo . . . Così, egli pensa,
se la mia pelle fu coscritta per salvare questa ricchezza, perché
non dovrebbe essere coscritta di nuovo per salvare la mia vita e
quella dei familiari di coloro che sono caduti per salvarla? Natu­
ralmente questo è molto rivoluzionario. Suona indelicato alle o-
recchie di chi non ha perso nulla in questa guerra: e così questa
gente cerca di imbonire il reduce — in questo caso, spendendo
un milione di sterline in circoli, ciambelle e biliardi23.

Le organizzazioni post-belliche dei veterani tentarono


di coniugare la consapevolezza dell’ingiustizia subita con
richieste d’ordine politico ed economico: la richiesta di
ricompensa fu il terreno su cui gli ex-soldati e i civili
negoziarono le loro differenze. E comunque ciò non ba­
stava a coprire la profondità e la soggettività dell’ingiu-

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Il veterano tra fronte e patria

stizia che tanti patirono in guerra, e che si manifestava


anche nelle più innocenti richieste dei reduci. Così Ralph
Perry, un veterano americano, giustificava la richiesta del
premio di servizio nei termini più soggettivi: questo
premio non era richiesto perché il veterano se lo fosse
«guadagnato», ma perché era innanzitutto una «rivalsa»
contro la patria, e quindi una «prova» dell’amore e del-
Paffetto della patria per coloro che erano usciti umiliati
dalla guerra.

È importante tenere presente che agli occhi del veterano il


premio di servizio è un riconoscimento per l’ingiustizia patita. Il
veterano considera il premio come una questione morale, un ban­
co di prova per determinare il sentimento della nazione nei con­
fronti di coloro che abbandonarono le loro occupazioni private
per accorrere all’emergenza nazionale24.

La questione del premio di servizio rappresentò per


la società la scappatoia per risolvere le ambiguità sociali
e psicologiche della figura del reduce nella realtà post­
bellica. Questo senso di ambiguità di status può essere
visto anche in quella che venne considerata come la ca­
ratteristica dominante del veterano della prima guerra
mondiale: il silenzio. Walter Benjamin osservò: «Non è
degno di nota che alla fine della guerra i soldati tornas­
sero dai campi di battaglia in silenzio — non arricchiti,
ma impoveriti nella facoltà di comunicare l ’esperienza
vissuta? Ciò che dieci anni più tardi sarebbe apparso in
fiumi di libri sulla guerra non era nient’altro che espe­
rienza che si tentava di comunicare» 25. Benjamin attri­
buiva il silenzio del veterano alla contraddittorietà della
sua esperienza, perché «mai esperienza fu contraddetta
più completamente di quanto sia stata la pratica strategi­
ca dalla guerra di posizione . . . o la mobilità fisica dalla
guerra di materiali»26. Hemingway riconobbe che l’espe­
rienza di guerra aveva vanificato tutti i termini che ave­
vano fino allora definito lo statuto superiore del soldato.
Forse il significato più doloroso era assunto ora dal ter­
mine «sacrificio».

275
Il veterano tra fronte e patria

Da un pezzo ormai... non avevo più visto niente di sacro, e


le cose gloriose non avevano gloria e i sacrifici erano come i
macelli a Chicago se con la carne non si faceva altro che seppel­
lirla. C'erano molte parole che non si riusciva ad ascoltare e si
finiva che soltanto i nomi dei luoghi avevano dignità27.

Particolarmente sulle labbra dei civili, parole come


«onore», «sacrificio», «dovere», divennero insopportabili
conferme del fatto che nulla fosse cambiato. Queste paro­
le illuminavano di luce fin troppo vivida la condizione di
vittime di quelli al fronte: e un amaro silenzio fu Punico
espediente per uomini che non desideravano ratificare la
propria mortificazione, né sollevare quelli in patria dalla
loro colpa putativa.
Il carattere tradizionale del guerriero come uomo che
abbia vissuto ai margini della società, come essere ex­
tra-sociale, mezzo uomo, mezza bestia, ha un preciso si­
gnificato nelle società tradizionali dove lo status è fissato
da legge, consuetudine, e rituale; ma la marginalizzazione
«temporanea» di milioni di uomini significa tutt’altra co­
sa nelle società industriali dove lo status non è fisso, ma
è premio per il successo conseguito nella competizione
per la ricchezza. In una società in cui ciascuno conduce
«affari, come al solito» coloro che sono esterni al merca­
to dello status patiscono una perdita netta del loro po­
sto: diventa quindi impossibile per il soldato reintegrare
se stesso in società senza esperire quotidianamente la
realtà della perdita subita.
Ho sostenuto nel corso di tutto questo studio resi­
stenza di una particolare struttura per mezzo della quale
gli europei lessero il rapporto fra pace e guerra. Questa
struttura, che si manifesta nelle ideologie della guerra
nazionale, possiede anche un livello soggettivo, nel senso
che fornisce ai combattenti una particolare concezione di
se stessi e un senso specifico del valore della loro soffe­
renza e della loro morte. Possiamo vedere questa struttu­
ra con massima chiarezza nel suo collasso sul fronte occi­
dentale, e possiamo considerarne la realtà soggettiva nelle
conseguenze psichiche di questo collasso.

276
Il veterano tra fronte e patria

L ’interiorizzazione della guerra

L ’«alterità» della guerra si estinse nelle battaglie di


materiali, e con essa tutto ciò che fino allora aveva defi­
nito il significato del sacrificio di sé del soldato. Ora la
guerra poteva essere esperita solo come proletarizzazione,
Tunico valore positivo della quale era il «cameratismo»:
ma nella maggior parte dei casi questo cameratismo altro
non era che il senso di dover condividere, in comune, lo
status di vittime impotenti. Gli effetti psichici del crollo
dell’economia del sacrificio possono essere visti nei tenta­
tivi dei soldati di sviluppare un’identità dalla guerra stes­
sa e di trovare una «patria» al fronte.
Questa fu la risposta di Franz Schauwecker. Era me­
glio «tornarsene là», nel mondo isolato, abbandonato,
tagliato fuori: al fronte. Dopo avere inoltrato la sua pro­
testa contro l’ambiente civile in patria, dopo avere tra­
scorso un periodo di terapia presso il Craiglockhart Ho­
spital per vittime di traumi da esplosione, ed avere di
nuovo raggiunto la propria unità, Sassoon prese a cercare
in questa, con sempre maggiore intensità, il proprio so­
stegno affettivo. Deluso dalla «stolida compiacenza» della
maggior parte dei civili in patria, il battaglione divenne
l’unico luogo dove potesse trovare un valido riscontro
morale.
Eppure questo rivolgersi al fronte e ai propri camera­
ti in sostituzione della patria perduta doveva avere con­
seguenze psicologiche disastrose. L ’unità era un’entità
instabile, continuamente decimata dal fuoco; le vecchie
facce familiari erano rimpiazzate in continuazione da
nuove, estranee. Identificarsi con il battaglione in guerra
e con la ristretta cerchia dei propri camerati doveva apri­
re un’ampia e vertiginosa spirale emotiva, e cominciare
ad assumere le sembianze di un lutto senza fine. Sassoon
trascorse il suo ultimo anno di guerra nello sforzo di
mantenere legami costantemente spezzati con amici e ca­
merati.

Avevo perso la mia fede nella guerra... e non restava altro

277
Il veterano tra fronte e patria

che credere nello «spirito di battaglione». Spirito di battaglione


significava vivere trovandosi a proprio agio con ufficiali e sottuf­
ficiali . . . Ma nei meandri della guerra ebbi modo di scoprire la
labilità di questi legami. Una sera potevamo trovarci tutti insieme
a far baldoria a Corbie. .. e nel giro di una settimana una sola
mitragliatrice o qualche granata potevano avere spazzato via del
tutto questo quadretto . .. E ora, una cortina d’acciaio scendeva
fra aprile e maggio; una volta dissipatasi, se mi fosse andata
fatta bene, mi sarei incontrato con i soprawissud, e avremmo
ricominciato a unire le nostre misere umanità ancora una vol­
ta28.

In guerra sono ovvi i rischi psichici connessi all’iden­


tificazione con gli uomini della propria unità, eppure era
questa una reazione pressoché necessaria data la cesura
effettiva rispetto alPambiente in patria. Questa identifi­
cazione permetteva di leggere la morte di ogni camerata
come perdita di una parte di se stessi. La morte di un
amico non poteva più essere giustificata con la consola­
zione che questa perdita preservasse la vita della società
intera: ogni scomparsa poteva essere compensata ormai
solo dall’intensificazione dei legami con chi rimaneva, e
ciò assicurava che la successiva, inevitabile perdita avreb­
be significato un'ancor più dura, ancor meno sopportabi­
le estinzione di se stessi. Alla fine di questo processo la
propria stessa morte poteva essere bene accolta come so­
luzione di un intollerabile, continuo stato di perdita lut­
tuosa. Come sottolineava Freud nell'analisi del lutto che
stese durante la guerra: «Il lutto è invariabilmente la
reazione alla perdita di una persona amata o di un’astra­
zione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la
libertà, o un ideale o così via» 29. La perdita della patria
fu la perdita di uno di tali «sostituti» d’amore, e indusse
alla ricerca di un rimpiazzo fra le «labili individualità»
del fronte. Come insisteva Schauwecker, «il fronte è di­
ventato la nostra patria», e nel 1918 ciò era vero in due
sensi. Il fronte era l'unico rifugio disponibile per uomini
costantemente al cospetto delle conseguenze della loro
perdita di status: e questa patria psichica, defraudata na­
zione di vittime, si trovava ora di fronte a una Germania
che, con la rivoluzione, aveva pagato per il proprio tra-
278
Il veterano tra fronte e patria

dimento morale nei confronti dei soldati.


L ’interiorizzazione della guerra comincia con la perdi­
ta dell’astrazione che «ha preso il posto» dell’oggetto
d ’amore. Il sostituto di questa astrazione, la «patria», la
«nazione», divenne il fronte, divennero i propri camerati.
Ma questa reazione narcisistica alla perdita della patria,
una reazione che consistette nell’assumere a livello dell’io
la ristretta cerchia dei propri camerati, causò immanca­
bilmente una «fissazione» sul morto e il vivente, un in­
sieme di identificazioni che perdurarono in tempo di pa­
ce. Il cordoglio dei soldati per i morti, la «timorosa sog­
gezione» dei sopravvissuti nei confronti dei fantasmi dei
«camerati caduti», fu ribadito e rafforzato nelle parate,
nelle commemorazioni, nelle cerimonie, e nelle canzoni
delle associazioni dei veterani. La funzione non meno
importante di questi gruppi era quella di associazione fu­
nebre che organizzava sia la celebrazione dei morti sia il
movimento di rivendicazione nei confronti della patria.
Le vittime di guerra divennero le figure centrali del culto
della sofferenza e del sacrificio di sé. I morti divennero
simbolo obbligato per i sopravvissuti, un simbolo che
rappresentava perfettamente quella che già era stata la
situazione di totale insicurezza e vulnerabilità del soldato 30.
Questo cordoglio organizzato, al pari della rimozione
della esperienza di guerra, rappresentò il modo più co­
mune in cui la guerra continuò a definire l’identità dei
combattenti. Molto più pericolosa fu la reazione di coloro
che aderirono alle leghe combattentistiche di destra in
Germania, Italia, e Francia: era dunque possibile per il
veterano prendere atto dell’offesa psichica e morale rice­
vuta, accettarla come segno distintivo, affermare la pro­
pria precarietà sociale come stato permanente, e organiz­
zare questa ambiguità di status in un gioco di estorsione
politica e sociale. Questa era la reazione che più spaven­
tava Erich Weniger, il quale disperava di coloro che
«rimangono ancora, seppure giovani, come veterani, dal­
l’altra parte della vita quotidiana»31. Molti reduci ritua­
lizzarono il loro status liminare, la loro posizione a metà
fra il fronte e la patria. Nel Anderson trovò un gran

279
Il veterano tra fronte e patria

numero di veterani fra i «senza-patria» di Chicago, uo­


mini che «sfruttavano» la propria esperienza di guerra
per mantenersi alla periferia della società. Friedrich Sie-
burg — uno dei molti giovani ufficiali che lasciarono
l ’esercito per unirsi al corpo di irregolari che combatteva
nelle regioni baltiche — ammise di avere abbracciato il
proprio status di individuo marginalizzato per sfruttare le
libertà che questo gli permetteva.
Non voglio più tornare a casa; mi piacerebbe vivere la vita
lungo questa strada, scrutando il cielo, misurando il mondo per
coordinate geometriche e settori di combattimento divisionali, va­
lutando le ore del giorno sull’intensità del fuoco d’artiglieria . . .
La mia Germania comincia dove balenano le fiamme deila batta­
glia e termina al capolinea del treno per Colonia. Non posso
tornare a casa e riprendere la vecchia vita32.

La prima guerra mondiale fu il primo olocausto, de­


stinato a ripetersi ancora nel corso del ventesimo secolo,
ancora su scala di massa, ancora senza scopo o significato
evidenti. Coloro che avevano interiorizzato la guerra, la
sua peculiare relazione fra vittima e carnefice, la liminari-
tà che essa imponeva ai combattenti, furono destinati a
svolgere un ruolo importante in questa sua ripetizione.
Furono infatti tanti quelli che non riuscirono a risolvere
Fambiguità connessa alla loro identità di guerra, né a
riprendere il loro posto nella società civile senza ricono­
scere nel contempo il proprio statuto di vittime. Friedri­
ch Wilhelm Heinz, un veterano che sarebbe poi divenuto
Gruppenfuhrer delle S. A., sosteneva che la guerra non
fosse terminata nel 1918.
Quella gente ci raccontava che la guerra era finita. Ci scap­
pava da ridere. Noi stessi siamo la guerra: la sua fiamma arde
forte in noi. Essa avviluppa tutto il nostro essere e ci affascina
con l’impellente richiamo alla distruzione. Noi obbedimmo ... e
prendemmo a marciare sui campi di battaglia del mondo post-bel­
lico proprio come eravamo scesi in battaglia sul fronte occidenta­
le33.

La comunità del fronte era formata da questi indivi­


dui, sradicati dalla loro matrice sociale per servire come

280
Il veterano tra fronte e patria

strumenti nella difesa dell’ordine stabilito. Nel corso di


questa difesa molti scoprirono la non difendibilità di
quest’ordine: nell’esperienza di guerra la «patria» diven­
ne più estranea di qualsiasi nemico, e l’ipocrisia di coloro
che strumentalizzarono il soldato si manifestò ripetuta-
mente, durante e dopo l’adempimento del proprio dovere
da parte di quest’ultimo. Nessun «rito di riaggregazione»
potè cancellare la memoria della totale impotenza di
fronte all’autorità e alla tecnologia; nessuna conclusione
cerimoniale della guerra potè restaurare le continuità cui
essa aveva posto fine, o ridare vita a quegli «ideali» che
erano andati smarriti nel labirinto di trincee.

Note
1 E . von Salomon, Heimkebr, in Die Front kehrt Heim. Das Reich
im Werden, voi. V, Frankfurt a/M., 1933, p. 34.
2 E. H. Posse, Die politiscbe Kampfbunde Deutschlands, nella col­
lana Fachschriften zur Politik und Staatsbùrgerlichen Erziehung, a cura
di E. von Hippel, Berlin, 1931, p. 5.
3 Ph. Gibbs, Now It Can Be Told, New York, 1920, p. 44.
4 Ibidem, p. 515.
5 M. Liepmann, Krieg und Kriminalitàt in Deutschland, voi. V:
Wirtscbafts- und Soziaigeschichte des Weltkrieges. Deutsche Serie. Came-
gie Foundation for World Peace, a cura di J. Shottwell, Stuttgart, 1930,
p. 38.
6 Gtato in H.-P. Schwarz, Der Konservative Anarchisty Frie-
burg-im-Breisgau, 1962, p. 77.
7 Gtato in M. A. Ledeen, Italy: War as a Style of Life, in The
War Generation, a cura di S. Ward, Port Washington, New York-
London, 1975, p. 108.
8 O. Braun, Diaryy a cura di J. Braun, London, 1924, p. 171.
9 E. Jiinger, Wesen des Frontsoldatentums, in «Standarte».
10 W. Waller, The Veteran Comes Back, New York, 1944, p. 95.
11 Th. Bartram, Der Frontsoldat. Ein Deutsches Kultur und Lebens-
ideal, Berlin-Tempelhof, 1934, pp. 5-6. Si tratta di una ristampa di
discorsi tenuti nel 1919.
12 H. de Man, European Unrest and thè Returned Soldier, in
«Scribners Magazine», LXVI (1919), p. 437.
13 «Times» (London), 8 marzo 1919, p. llb .
14 Ibidem.

281
Il veterano tra fronte e patria

15 P. Van Paassen, Days of Our Years, New York, 1934, p. 98.


16 Vedi Ministry of Reconstruction. Committee on thè Demobiliza-
tion of thè Army, lst and 2nd Interim Reporty London, 1917.
17 C. Edmunds (C. E. Carrington), Soldiers from thè War Return-
ing, London, 1965, p. 276.
18 «Times» (London), 31 luglio 1919, p. llb .
19 F. Schauwecker, Im Todesrache. Die deutsche Seele in Weltkrieg,
Halle (Salle), 1921, p. 52.
20 Ibidem, p. 123.
21 S. Sassoon, Memoirs of George Sherston, New York, 1937, p. 150.
22 Citato in R. Graves, Goodbye to All That, London, 1929, p. 260.
23 National Federation of Discharged and Demobilized Sailors and
Soldiers, Leaflet Series, n. 1.
24 R. R. Perry, The Bonus. A Veterani Opinion, in «Outlook»
CXXVIII (1921), pp. 512-513.
25 W. Benjamin, Illuminatonen, Frankfurt a/M., 1961, p. 410.
26 Ibidem.
27 E. Hemingway, A Farewell to Armsy New York, 1929; trad. it.,
Addio alle armi, Milano, Mondadori, p. 195.
28 S. Sassoon, Memoirs of George Sherston, dt., pp. 195-196.
29 S. Freud, Trauer und Melancholie (1917); trad. it., Lutto e
melanconia, in S. Freud, Opere, voi. V ili, Milano, Boringhieri, 1976,
pp. 102-103.
30 Per un’eccellente analisi delle cerimonie commemorative in Fran-
da, vedi A. Prost, Les Anciens Combattants et la Société Frangaise,
1914-1939, voi. I l i: Mentalités et Ideologies, Paris, 1977, capp. I e IL
31 E. Weniger, Das Bild des Krieges. Erlebnis, Erinnerungen, Uberlie-
ferung, in «Die Erziehung. Monatschrift fiir den Zusammenhang von
Kultur u. Erziehung», V (1929), n. 1, p. 5.
32 Citato in H. Schulze, Freikorps und Republik, Boppard-am-Rhein,
1969, p. 56.
33 Citato in R.D.L. Waite, Vanguard of Nazism, Cambridge (Mass.),
1952, p. 41.

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301
Indice
Indice

Prefazione p 5

I. La struttura dell'esperienza di guerra 9


Le discontinuità della guerra. - La liminarità della
guerra. - L'evento come testo.

IL La comunità d'agosto e la fuga dal moderno 59


La logica comunitaria nel 1914. - La fuga dal mo­
derno. - Conclusione: il persistere delle aspettative.

III. Il labirinto della guerra e le sue realtà 103


Esperienza, rito, metafora. - Classe socialee disil­
lusione: il volontario e l'operaio. - La realtà tat­
tica del caos. - La personalità difensiva.

IV. Mito e guerra moderna 157


Mito e realtà. - La frammentazione della coscienza
visiva e la fantasia del volo. - Guerra sottoterra. -
Ernst Jiinger e il mito della macchina.

V. Un’uscita dal labirinto: guerra e nevrosi 217


Guerra industrializzata e nevrosi. - La politica
della nevrosi. - La terapia disciplinare e l'inqua­
dramento morale della nevrosi. - Il trattamento ana­
litico. - Immobilismo, nevrosi, regressione. - La
nevrosi di guerra nella società post-bellica.

VI. Il veterano tra fronte e patria 257


Cameratismo e violenza. - L'economia del sacrificio
e il suo collasso. - L'interiorizzazione della guerra.
Bibliografia 285

305
Finito di stampare nel giugno 1985
per i tipi delle Arti Grafiche Editoriali S.r.l., Urbino
Fra il 1914 e il 1918 la «grande guerra» ha prodotto mutamenti
profondi su ogni piano: politico, economico, sociale, culturale, il
mondo è uscito dalla grande guerra profondamente mutato, il
mondo, e la gente: a cominciare da chi ha vissuto più diretta-
mente l’esperienza bellica. li soldato della grande guerra, costret­
to per la prima volta del predominio della tecnologia a una guerra
prolungata e statica, ch'uso in opposte trincee divise da quella
che proprio al'ora inizia ao essere chiamata «Terra di nessuno»,
vede frantumarsi l’identità del proprio io nelle ombre di un imma­
ginario destinato ad avere pesanti ripercussioni mi dopoguerra.
All’interno cella premia personalità si viene a formare un vuote,
una sorta di «Terra di nessuno» psicologica e le urighe ore tra­
scorse in tr’ncea fanno nascere nevrosi, sentimenti di claustrofo­
bia e fantasie di «voto» che ridanno forza al mito di Icaro: per il
soldato recluso nei sottosuolo l’aviatore diviene proprio colui che
può dominare il teatro di guerra, facendosene spettatore privile­
giato. !l volume di Leed oropone una storia diversa deiia grande
guerra, studiata attra' orso gli uomini che vi presero parte; a tale
scopo fautore si è servito degli apporti dell’antropologia, della
sociologia e della psicologia, accentrando l’attenzione suile testi­
monianze più introspettive e analitiche, sulle memorie dei com ­
battenti. Viene così a costituirsi una sorte di contrappunto ai vo­
lume di Fussoll «La grande guerra e .a memoria moderna», che iì
Mulino ha pubblicato di recente. S e si era pensato alla guerra
come risolutrice di contraddizioni, secondo Leed queste ultime
continuarono invece a sopravvivere in altre feerie rei miti, nelle
fantasie, nella psicologia del combattente, e in una misura tale da
influenzare la storia europea degli anni Venti e Trenta.

Eric J. Leed è docente di storia nella Florida International University.


. . •