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Mario Isnenghi - Giorgio Rochat.

LA GRANDE GUERRA 1914-1918.

Il Mulino 2004

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«Questo libro osa scommettere ancora sulla storia e sulla
storiografia, cioè sui fatti, il senso dei fatti, la conoscibilità
dei fatti. Sberleffa idealmente la cosiddetta fine della storia;
non sottintende l'altra giaculatoria che le ideologie sono
morte; non retrodata il disincanto snobbando e castigando
i sentimenti e le emozioni collettive che c'erano, quando
c'erano, e chi ne viveva e giungeva anche a morirne; non
ricusa di comprendere quel trapassato remoto, anzi, si
studia di rientrarci e di rimetterlo a fuoco.» Con queste
parole, Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, presentano la
nuova edizione del loro libro che intreccia due filoni
solitamente divisi: vicende e passioni politiche, culturali e
operazioni militari rilette insieme alle ideologie, ai sogni e
alle cifre del primo evento bellico mondiale. "La Grande
Guerra" racconta il ruolo delle forze politiche e degli
intellettuali, ma anche ciò che fanno e pensano i generali, i
soldati, la società civile. Un esercizio di memoria che
privilegia i fatti, materiali e immateriali, quantitativi e
simbolici, e che prosegue fino ai giorni nostri, perché «la
Grande Guerra - apocalissi del moderno - fu un memorabile
accumulo di vissuto collettivo. Correre subito, come oggi si
usa fare, a dichiararne l'assurdo e il nonsenso - clamorosi,
sino allo scandalo, agli occhi disillusi e stanchi dei posteri,
quasi cent'anni dopo - appare inconcludente e comunque
assai più facile che ristabilirne, contemporaneamente, il
senso, o i significati, quali apparvero agli uomini e alle
donne mobilitati sulle illusioni, e i valori e disvalori di
allora».

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MARIO ISNENGHI (Venezia, 1938) è professore di Storia
contemporanea all'Università di Venezia Cà Foscari, dopo
aver insegnato nelle Università di Padova e Torino. Ha
dedicato vari saggi alla prima guerra mondiale, fra i quali:
"Il mito della Grande Guerra" (1970, oggi alla quinta
edizione) e "La tragedia necessaria. Da Caporetto all'Otto
settembre" (1999).

GIORGIO ROCHAT (Pavia, 1936) è stato professore di


Storia contemporanea nelle Università di Milano, Ferrara e
Torino e di Storia delle istituzioni militari a Torino e presso
la Scuola di applicazione dell'esercito. Presidente dal 1996
al 2000 dell'Istituto nazionale per la storia del movimento
di liberazione in Italia di Milano, tra i suoi studi sulla
Grande Guerra ricordiamo i volumi: "L'Italia nella prima
guerra mondiale. Problemi di interpretazione e prospettive
di ricerca" (1976) e "Gli arditi della Grande Guerra" (1980).

Questa nuova edizione riproduce quella del 2000 senza


sostanziali cambiamenti. Sono stati corretti alcuni errori,
introdotti vari aggiornamenti bibliografici, riscritte alcune
pagine.
I due autori si sono divisi la stesura di capitoli e paragrafi
secondo competenze e interessi, ma si assumono entrambi
la responsabilità complessiva dell'opera.

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INDICE GENERALE.

PRIMO VOLUME.

Prefazione alla nuova edizione.

1. DALLA PACE ALLA GUERRA.


La Grande Guerra come apogeo e crisi della società
liberale.
La lotta per l'egemonia europea.
La corsa verso la guerra.
L'estate del 1914.

Note al cap. 1.

2. L'INTERVENTO ITALIANO.
La guerra non breve. Le operazioni sugli altri fronti nel
1914 e nel 1915.
L'Italia dalla neutralità all'intervento.
L'intervento.
Una guerra offensiva.

Note al cap. 2.

3. LA GUERRA DI CADORNA.
Le operazioni del 1915. Le prime battaglie dell'Isonzo.
Le operazioni del 1916. La "Strafexpedition" e Gorizia.
Le operazioni del 1917 fino all'autunno.
La guerra italiana nei mari e nei cieli.
La guerra italiana fuori d'Italia.
Appendice. La forza dell'esercito.

Note al cap. 3.

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4. GLI UOMINI IN GUERRA.
La trincea.
La guerra senz'armi.
Gli studi sui soldati.

Note al cap. 4.

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PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE.

Tempi remoti, quelli in cui gli autori del volume muovevano


i primi passi in quella che si sarebbe poi rivelata, per tutta
la vita, una vera e propria milizia storiografica
"grandeguerresca". E non solo tempi, ma interlocutori,
bersagli e punti di riferimento critici totalmente altri da
quelli recenti e attuali. Nella seconda metà degli anni
Sessanta - in un paesaggio di rovine perpetuatosi a ormai
vent'anni dalla caduta del fascismo, che aveva reso
inservibili le chiavi d'accesso al "15-18", a partire da questa
emblematica diminuzione non solo temporale della guerra
mondiale a "guerra del 15" e "guerra nostra" - una sola
visione aveva ancora corso; ma residuale e scolastico, nei
manuali, appunto, e nelle scarne oleografie da anniversario:
la "quarta guerra di indipendenza", la guerra per liberare
"Trento e Trieste". Non fu difficile andare oltre, tanti erano
rimasti gli interrogativi e i campi aperti, lasciati da
esplorare dalle concorrenti mitizzazioni nazional-fasciste e
nazional-democratiche.
E' tutto cambiato. Era già tutto cambiato nella seconda
metà degli anni Novanta, quando i due autori dell'opera
oggi riedita decisero di far convergere e rendere
complementari le rispettive sensibilità ed esperienze per far
sfociare finalmente in una sintesi generale tanti anni di
lavoro e approcci più particolari, propri ed altrui. Una
sintesi, nelle intenzioni, solida, sfaccettata e destinata a
durare, sfidando l'eccezionale capacità di questo tema - si
può dire come nessun altro - di calamitare l'attenzione di
sempre rinnovate generazioni di studiosi, appassionati e
lettori.
La guerra "per Trento e Trieste" - che appariva allora a tal
punto un'angolatura riduttiva e una retorica sgualcita da
libro "Cuore" - appare ai disincantati modi di vedere
preminenti oggi tanto irricevibile e remota da suscitare per
converso in noi, quasi, un moto di tenerezza e di difesa.
Prevale infatti - e fa sentire i propri effetti anche negli studi,
italiani e non, sulla Grande Guerra - un coacervo di
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atteggiamenti mentali, di pregiudizi e di attese che, con le
semplificazioni rese inevitabili dalle circostanze, si
potrebbero definire improntate all' "individualismo", al
"relativismo" e al "pensiero debole". E al pacifismo, con le
sue buone ragioni attuali portate a retroagire
invasivamente sulle situazioni di ieri e l'altro ieri. S'intende
che la centralità e i diritti del soggetto possono declinarsi
in differenti maniere e assumere colori anche politicamente
diversi, dal liberalismo all'anarchismo. Comune rimane
l'estraneità, l'irrilevanza dello Stato, di quello nazionale in
ispecie, massime se imputabile di essere autoritario,
dirigista e "giacobino", come in tempo di guerra avviene agli
apparati pubblici di diventare. Contro cui, poi, di nuovo, si
può nutrire, in un "mix" fra vetero e moderno, indifferenza
o anche ostilità in chiave mondialista - cioè sovranazionale
- o comunitarista - cioè sub-nazionale e localista. O anche -
è accaduto in particolare nella recente storiografia francese
- si può rivendicare il nostro essere e dover essere neo-
cittadini dell'Europa unita, nel coltivare un pedagogico,
negligente orrore verso quelle antiche e sanguinose
espressioni di primordiali cittadinanze nazionali: la "guerra
dei trent'anni" ovvero una lunga e devastante "guerra
civile" europea.
Questo è il quadro generale in cui il nostro lavoro è sorto e
si muove. I quadri sociali della concettualizzazione e della
memoria del nostro oggetto di ricerca. Sarebbe insulso dire
che vi sia sorto in opposizione, per negarli. Anzi, tutt'al
contrario. Per quanto almeno riguarda gli approcci
innovatori e le ricadute applicative nel modo di guardare
alla Grande Guerra - a come fu voluta e non voluta, condotta
e contestata, maledetta e ricordata -abbiamo fatto tutta la
nostra parte. Se non che - per dirla senza falsa modestia - ci
viene da pensare di essere stati altrettanto precoci e
riequilibratori sia quando indirizzavamo l'agenda dei lavori
verso la protesta, il dissenso, la repressione, sia quando,
anni dopo, ci siamo posti il problema di come si affermino
forme di disciplinamento delle masse e di governo delle
istituzioni, con tutti i processi organizzativi e mentali che vi
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corrispondono, tra coercizione e partecipazione: questioni
nevralgiche del Novecento, debordanti dalla guerra al
dopoguerra e oltre. E infine - terzo capitolo e fase attuale,
culminante in questo libro uscito la prima volta nell'anno
2000 - quando abbiamo pensato e scritto in termini di
dialettica sintesi di interventisti e neutralisti, generali e
soldati, entusiasmi e disperazione. Potrebbe apparire
un'ovvietà: i pro e i contro, tener conto di tutto, equilibrio...
Non è solo questo. Parafrasando l'audace ossimoro di
Berlinguer, potremmo riassumere spingendoci a dire che
questo è un libro riuscito... "di lotta e di governo". Al di sotto
di una nobile patina di buon costume scientifico, il nostro
rimane infatti un libro di battaglia e intrinsecamente
controcorrente. A partire dalla determinazione
apparentemente più scontata di parlare del 1914-18 e non
più solo del 1915-18, ma ciò significa, anche, restituire la
possibilità della comparazione, cessare di isolare l'Italia
dagli altri Paesi ed eserciti in lotta; smetterla di
immaginarsi sempre i "nostri", a seconda del vento che tira,
o come i più bravi o come i più inetti e criminali,
squilibrando sempre la visione complessiva, che deve
invece tener conto di "standard" d'epoca, senza
assolutizzare una storia nazionale, nel bene o nel male.
Proseguendo: questo libro osa scommettere ancora sulla
storia e sulla storiografia, cioè sui fatti, il senso dei fatti, la
conoscibilità dei fatti. Sberleffa idealmente la cosiddetta
"fine della storia"; non sottintende l'altra giaculatoria che
"le ideologie sono morte"; non retrodata il "disincanto"
snobbando e castigando i sentimenti e le emozioni collettive
che c'erano, quando c'erano, e chi ne viveva e giungeva
anche a morirne; non ricusa di comprendere quel
trapassato remoto, anzi, si studia di rientrarci e di
rimetterlo a fuoco; anche per le "grandi narrazioni" - in
attesa che i nostri tempi ne sappiano e vogliano fabbricarne
e viverne di nuove - non sente intanto il bisogno di
vendicarsi deprimendo o tacendo quelle altrui. E la Grande
Guerra - apocalissi del moderno - fu anche questo, un
memorabile accumulo di vissuto collettivo. Correre subito,
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come oggi si usa fare, a dichiararne l'assurdo e il nonsenso
- clamorosi, sino allo scandalo, agli occhi disillusi e stanchi
dei posteri, quasi cent'anni dopo - appare inconcludente; e
comunque assai più facile che ristabilirne,
contemporaneamente, il senso, o i significati, quali
apparvero agli uomini e alle donne mobilitati sulle illusioni,
e i valori e disvalori di allora. Comprendiamo bene che
l'operazione che abbiamo inteso condurre possa apparire a
qualcuno una sorta di pensosa e malinconica filologia - di
fatti o di sentimenti, di moventi o di scopi obsoleti -,
superflua rispetto all'incombere dell'oggi: sia l'oggi
"relativista", che azzera i fatti e riduce tutto a
interpretazione; sia l'oggi impegnato nello scandalo dei
conflitti che ritornano e nell'assolutizzazione dei valori della
pace.
Abbiamo detto sopra: i fatti, la conoscibilità dei fatti. Ma
"fatti" in senso plurimo e lato: materiali e immateriali,
quantitativi e simbolici. Di qui, e a questo fine, la strana
coppia che ha pensato e scritto: uno storico militare, con le
attenzioni e gli strumenti per ricostruire la prosa del
combattimento e di tutto ciò che lo prepara e rende
possibile, e poi il suo svolgersi, nel concreto delle dottrine
che si misurano sul campo, con tutte le variabili
dell'inveramento e del singolare, del coraggio e della paura:
quegli uomini, su quella quota, quel giorno. E un altro e
meno definibile autore, abituato a privilegiare come fonti le
parole e le immagini, i sogni e le memorie. Metteteli insieme
e, se la miscela funziona, se ne copre di terreno, nel
moltiplicarsi delle sonde e dei punti di visione.

C'è un altro crinale, più sottile, che contribuisce a


distinguerci, senza forse altrettanto dividerci da altri
addetti ai lavori. Il cosiddetto, e giustamente tenuto in
sospetto, "uso pubblico della storia"; o anche - non è lo
stesso, suona ancora più crudo - "uso politico del passato".
E' una formula che accade di rinfacciarsi vicendevolmente
nelle contese pubblicistiche che, anche nella stampa
quotidiana, caratterizzano i nostri anni universalmente
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"revisionisti". Si può deprecare l'uso, avviene però di
scorgerlo in azione, nel passato e nel presente, specie nelle
fasi costituenti, come motore del "fare storia" di un presente
che si sia appena allontanato da noi e stia diventando il
nostro passato; e anche di ricondurvisi, in nome delle più
diverse opzioni e rilevanze, ogni volta che associazioni,
istituzioni, epoche prendano a dar forma a una memoria
degli eventi e a divulgarne il racconto. Quando, più
direttamente e in maniera più ravvicinata, "de re nostra
agitur". Non possiamo dire, perché non è vero, che - dopo il
Risorgimento, dopo la Grande Guerra, dopo il Fascismo, per
citare i grandi capitoli della storia dell'Italia unitaria -
l'organizzazione della memoria, il discorso pubblico, la
ricerca storica, abbiano viaggiato su binari paralleli e
distinti, privi di incontri e complicazioni. Con tecniche e
doveri aggiuntivi e specifici, a cui è cruciale che si ricordi
sempre di dover rispetto, lo storico è cittadino e uomo del
suo tempo. La storia della storiografia, ma anche storie
settoriali - dell'Università, dei musei, dell'editoria eccetera
- ci mettono continuamente di fronte alle spinte politiche
della "Storia del Risorgimento" e della "Storia
contemporanea": nel loro stesso costituirsi come discipline
di studio così denominate. Questo, all'Università e fuori: in
un passato più lontano la prima disciplina, più recente la
seconda, si può anzi riconoscere che la più forte e intrinseca
connotazione ideologica e politica le ha tenuto a lungo fuori
del novero delle materie "scientifiche", entrando infine
all'Università, come per aggiramento, anche su
sollecitazione di istituzioni esterne meno timorose di
compromettersi con le passioni ancor vive e, anzi, intese a
raccoglierne e diffonderne una propria interpretazione.
Ebbene, anche se ai due autori di questo volume è sembrato
di veder trasparire - nei modi di volgersi a questo loro
oggetto di studio: la guerra europea del 1914-18 - una
propensione, cui personalmente si sottraggono, a farne in
sostanza l'occasione per innescare riflessioni attualizzanti e
ripugnanze morali, magari condividibili, ma più da
educazione civica che da storia, non per questo intendono
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requisire per sé tutta l'attitudine scientifica e una ipotetica
"oggettività". Essi si sanno benissimo parte di un conflitto
interpretativo, che ogni volta ricomincia e continua, almeno
finché il tema - la guerra, nel nostro caso -smuove dentro di
noi qualcosa. E qui - come tante volte è avvenuto, e non ce
ne scandalizziamo - la storia, cioè la storiografia, si alimenta
dei bisogni del presente; e il confine si fa sdrucciolevole fra
storiografia e politica, noi, ora, e quegli altri personaggi
chiamati a fare da specchio e testimoni, con le loro passioni
e i loro conflitti, delle nostre passioni e dei nostri conflitti
d'ora. Studiamo la Grande Guerra, dunque, ma in realtà
stiamo anche parlando dello Stato, di uno spazio pubblico
chiamato Italia, dei rapporti fra società e Stato, governanti
e governati, di idee e forme differenti di cittadinanza. Non
per niente - lo abbiamo ricordato - la storia del Risorgimento
è nata come prosecuzione della politica a ridosso delle
biografie di Vittorio Emanuele e Garibaldi, ha preso forma
a fine Ottocento nelle Società di Storia Patria; e più tardi
mito e antimito della prima guerra mondiale hanno
funzionato come meccanismi identitari, per socialisti e
fascisti, cattolici e "Giellisti". E via seguitando. E -
seguitando, appunto - arriviamo anche a Ferruccio Parri, il
"Maurizio" della Resistenza, il presidente del Consiglio del
'45, il quale, nel '49, fonda a Milano, nella capitale della
Resistenza antifascista, l'Istituto Nazionale per la storia del
movimento di Liberazione in Italia. Come dire: costruita la
Repubblica, scritta la Costituzione, ma poi almeno in parte
sconfitti in sede politica, ritiriamoci sotto la tenda, salviamo
la memoria, prepariamo la storia. Come avvenne anche a
molti democratici - non rifluiti a destra, ma rimasti tali -
dopo il Risorgimento: il "primo" Risorgimento, essendo da
un certo punto di vista la Resistenza - altrettanto illusa e
delusa - il "secondo". Ebbene, dopo la lunga Presidenza
Parri, l'Istituto - intanto cresciuto, divenuto una capillare
rete di centri di studio infra ed extra-universitari, non più
solo intenti a riflettere e misurarsi con l'Antifascismo e il
Fascismo, ma con le trasformazioni e gli svincoli dell'Italia
del Novecento - vede arrivare al vertice Guido Quazza:
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contemporaneamente, uno storico di professione e un
partigiano; piemontese e, in quanto studioso, specialista di
prìncipi sabaudi e di riforme illuminate; in quanto uomo e
cittadino, teorico e pratico della banda partigiana come
microcosmo di democrazia diretta. Anche negli Istituti
provinciali, via via cresciuti a decine, sino a costituire una
rete di oltre sessanta, si attraversano intanto diverse
stagioni e equilibri fra i portatori e garanti della memoria -
i protagonisti, gli ex-partigiani, statutariamente e
fattualmente ben presenti - e le successive generazioni di
studiosi, con le loro categorie e le loro tecniche di addetti
alla documentazione e all'interpretazione storiche.
Frequente, a tutt'oggi, anche se per forza di cose
decrescente, la doppia legittimazione riunita in una stessa
persona: l'essere stato partigiano e l'esserne diventato non
solo un memorialista, ma uno storico, con la professionalità
dello storico. Di Quazza basti ricordare "Resistenza e storia
d'Italia" (Milano, Feltrinelli, 1976). Di Claudio Pavone, "Una
guerra civile" (Torino, Bollati Boringhieri, 1991), pensato e
scritto quando l'autore era il vicepresidente nazionale
dell'Istituto. Il che - sin dal titolo - dice la libertà di vedute
sua personale e dell'Istituto in generale: fatto nonostante
questo segno a interessate accuse di essere la centrale
diffusionale di una cosiddetta "vulgata antifascista", che
certamente vi fu, come vi furono altre "vulgate", ma che
andava posizionata in sedi più proprie.
Ebbene, è anche a seguito di questi tentativi di
delegittimazione della "Repubblica nata dalla Resistenza" e
dei suoi miti di fondazione (qualunque Paese o movimento
che si rispetti ha i suoi "miti di fondazione", il problema
insorge quando è troppo scettico e incredulo per averne)
che, nel corso degli anni Novanta, venne in discussione e
cominciò via via a prender forma la "Storia d'Italia nel
secolo ventesimo (SISV). L'idea era di mettere al lavoro tutti
i migliori specialismi gravitanti nell'area degli Istituti della
Resistenza, proprio per mostrarne la vitalità e la forza
interpretativa, tali cioè da consentire un orientamento
generale e una rilettura globale della storia d'Italia nel
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Novecento. Una scommessa, una sfida. E una forma di
impegno civile, s'intende. Perciò i due autori, rinunciando a
priori alla possibilità di proporre la loro opera conclusiva ai
propri abituali editori, entrarono a far parte di questo
orgoglioso progetto di riscrittura della storia d'Italia nel
Novecento; né sarebbe stato logico scegliere diversamente,
essendo tutt'e due dirigenti nazionali dell'Istituto
promotore, e anzi, uno dei due, Giorgio Rochat, il
successore di Quazza. Dei volumi previsti ne sono usciti
diversi nel corso ormai di un decennio; altri usciranno;
alcuni si sono persi, la morte ha portato via curatori e autori
(Quazza, Massimo Legnani, Nicola Gallerano). Agli occhi di
molti - non vogliamo tacerlo, anche all'interno del mondo
degli Istituti della Resistenza, compositi per definizione - si
è ulteriormente assottigliato il senso della possibilità di una
rilettura unitaria. E' scomparsa la stessa casa editrice - o
marchio editoriale: La Nuova Italia - con cui questo libro era
uscito; ora esso continua con un altro marchio, autonomo,
a questo punto, rispetto al progetto complessivo. Se il
contesto istituzionale, l'Istituto nazionale per la storia del
movimento di liberazione in Italia - con la sua fisionomia
pregnante e caratterizzante - e il progetto d'assieme
risultano adesso più defilati, il testo in sé rimane quasi lo
stesso, con qualche ritocco, soprattutto di natura
bibliografica. Il nesso forte con i grovigli spesso irrisolti
della storia del nostro Paese è tutto interno al modo di
essere e di lavorare dei due autori.

Venezia, Torre Pellice, luglio 2004


Mario Isnenghi e Giorgio Rochat
***

14
LA GRANDE GUERRA.

1.
DALLA PACE ALLA GUERRA.

LA GRANDE GUERRA COME APOGEO E CRISI DELLA


SOCIETA" LIBERALE.

- "Mezzo secolo di progresso".

Pareva che il dono della pace dovesse durare in eterno. La


"Belle Epoque": tale il suo nome riassuntivo, ancor oggi
associato nel ricordo alla "Ville Lumière" - Parigi - e al ritmo,
tra frivolo e frenetico, del ballo alla moda, il can can, e del
più trionfalistico e pretenzioso "Ballo Excelsior". Sviluppo
economico e culturale, benessere sempre più diffuso,
aspettative crescenti di agi per tutti, in un'Europa
innamorata di se stessa e della propria grandezza, forza e
civiltà. Il culmine del mondo, il punto di arrivo e di
confluenza di tutte le virtù, le invenzioni, la tecnica, l'arte.
Il "progresso", divinità laica unificante di tutti gli europei,
portati a rispecchiarsi nel mito di se stessi come frutto
esaltante di secoli di lavoro e di incivilimento umano.
Favole. Incantesimi dell'animo, come noi oggi sappiamo. E
lo seppero ben presto, di persona e per primi, quegli stessi
europei che, sul filo di poche settimane, si ritrovarono
sgomenti in un buco scavato nella terra, intenti a sparare o
a ripararsi dai tiri del tedesco - o del francese - incontrato
magari inconsapevolmente qualche mese prima a passeggio
sotto la Tour Eiffel. La nostalgia, lo splendore,
l'accarezzamento di quel felice anteguerra viene - molto -
da quel dolorante e sbigottito confronto. Si vagheggia e
mitizza ciò che si è perduto. Il mondo di ieri sembra
bellissimo. E altrettanto fragile, se così in fretta si è dissolto
(1).

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E però, un giusto riequilibrio della visione di quegli anni
d'anteguerra porta a riconoscere che non tutto si riduce a
un gioco di prospettive. In quei decenni a cavallo fra i due
secoli, il positivismo e la scienza alimentano la ricerca,
moltiplicano le scoperte e le applicazioni tecniche;
progrediscono la medicina, la chimica, le scienze della
natura, ma non rimangono indietro le scienze sociali e i
metodi d'analisi dell'anima - o del cervello, della psiche, del
comportamento, sia individuale sia collettivo (psicologia,
psichiatria, psicoanalisi, e sociologia, scienza della politica
eccetera). Dai laboratori dei ricercatori scientifici ai
macchinari delle grandi fabbriche, dal crescere vorticoso
delle città industriali al moltiplicarsi dei giornali, delle
scuole, delle università popolari, delle iniziative sociali e
umanitarie, tutto appare dinamizzato e in crescita, lungo
traiettorie fiduciose e sicure: l'uomo, il mondo sono
conoscibili, trasformabili e dominabili con criteri razionali e
benefici. La pace stessa - quella lunghissima pace fra le
potenze che sembra relegare in un oscuro passato le forme
primitive di regolazione dei contrasti con la violenza - viene
vissuta come il nuovo e naturale quadro dei rapporti fra
popoli evoluti e civili. In realtà, la pace non è veramente
universale; e le guerre sono state semplicemente esportate
ai confini dell'impero dell'uomo bianco, nel mondo giudicato
incivile o antiquato dei neri (guerra anglo-boera) e dei gialli
(guerra dei boxer e guerra russo-giapponese). Ed è vero
pure che non l'intero mondo, ma una manciata di paesi
europei - le cosiddette grandi potenze - che vedevano
eurocentricamente se stessi come "il mondo" e "la civiltà"
avevano raggiunto quel grado di benessere e di sicurezza
dell'oggi e del domani, stabilità di ordinamenti, diritti civili,
un soddisfacente grado di istruzione e libertà. Ed anzi,
all'interno di ciascuno di questi paesi preminenti, non
propriamente e ugualmente tutti i cittadini (o sudditi:
differenza concettuale e politica non da poco, e tuttavia
ancor proponibile persino all'interno di quel mondo
apparentemente unificato dal privilegio), ma - in atto -
alcune classi superiori, e in potenza - cioè come speranza e
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sogno socialmente lecito e diffuso - le classi inferiori:
organizzate e incoraggiate, nella loro fiducia in un sempre
migliore futuro, dai movimenti sindacali e politici della
sinistra.
Sono i socialisti della Seconda Internazionale, forti e bene
organizzati in Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna e
anche, in diversa misura, in Russia e in Italia, per citare solo
i maggiori fra i paesi di lì a poco coinvolti nella bufera
devastatrice di quel conflitto europeo che - proprio per quel
senso di carneficina fraterna - qualcuno finirà per
considerare una sorta di "guerra civile". «Vorwärts»,
proclama fiducioso e sicuro il giornale portavoce del più
grande dei partiti che hanno accolto e trasformato in
movimenti di milioni di uomini le teorie di Karl Marx e
Friedrich Engels; e «Avanti!» - traducendo il nome del
confratello e dandogli ancora maggior slancio con il punto
esclamativo - ripete l'organo quotidiano stampato dal 1892
dai socialisti italiani (2). La socialdemocrazia, che è riuscita
a impiantarsi solidamente nel mondo operaio, frutto
necessario e temibile dello stesso sviluppo capitalistico, è
assai più che un animale parassitario incistato nel corpo
altrui; e tuttavia anch'essa è vincolata ai processi e alle sorti
dell'organismo nazionale di riferimento e condivide con i
suoi antagonisti sociali e politici la fiducia nella illimitatezza
dello sviluppo: al termine del quale - in un futuro
indeterminato, ma ugualmente gratificante - si intravvede
quel vago salto di qualità che la dottrina e le attese del
movimento proletario chiamano "rivoluzione".
Questo ottimismo storico e questa fiducia nelle «magnifiche
sorti e progressive» dell'umanità - borghese o proletaria che
sia: l'organo della sinistra francese si denomina, "tout
court", l'«Humanité» - costituisce un marchio d'epoca, un
orizzonte di attese diffuso. Lo è soprattutto fra i gradualisti
del progresso, come ve ne sono sia fra i conservatori
illuminati sia fra i riformisti del socialismo. Né gli uni né gli
altri, peraltro, esauriscono le attese del proprio campo. Il
liberalismo non soddisfa più parte delle destre (3), così
come il riformismo, e quella rivoluzione procrastinata a
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tempi imperscrutabili, non convincono e non nutrono più a
sufficienza entusiasmi e passione del nuovo dei più giovani.
La guerra è luogo di elezione di energie ed eccessi giovanili,
ma non per questo dobbiamo pensare che essa sia stata
voluta e resa possibile in funzione del malessere dei giovani,
comunque collocati nello schieramento ideologico e
politico. Accontentiamoci, per ora, di cogliere questi segni
di malumore e di ribrezzo, qualche cosa di più di semplici
increspature generazionali, indicatori piuttosto dei limiti e
delle contraddizioni di quella miscela di ottimismo in cui
sembra galleggiare l'autorappresentazione luminosa
dell'Europa d'anteguerra.
Parafrasando l'espressione di un politico, qualche anno fa,
di successo, il quale attribuiva al suo partito la capacità di
guidare il paese in un «progresso senza avventure»,
potremmo dire che, in quell'Europa spintasi, relativamente
ignara, sulle soglie del baratro, il progresso
indubitabilmente c'era stato e c'era, quelle che a qualcuno
mancavano erano le avventure (4). E questo - come si vedrà
- nelle attese e nel giudizio di molti, entro un variatissimo
spettro di travestimenti ed opzioni politiche. Ne avranno
assai più del bisogno, in misura imprevedibile e distruttiva.

- "La disfatta dell'internazionalismo socialista".

C'è una sorta di "internazionale" del sangue - l'aristocrazia


e in particolare i monarchi, questi ultimi, tutti, più o meno
strettamente imparentati fra loro - che sopravvive a
qualunque contrapposizione militare. Più antichi dei loro
sudditi, si direbbe che coloro che detengono la più alta
somma di poteri materiali e simbolici siano i primi a non
credere - o per lo meno a passarvi con disinvoltura
attraverso e oltre - nelle passioni, nelle scelte di
schieramento, nelle prevenzioni ideologiche e negli
stereotipi mentali che invece gonfiano d'ira e di
commozione le folle patriottiche. Un quindicennio dopo che
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l'Austria ha recitato per la nascitura Italia la parte del
nemico e mentre le oleografie popolari caratterizzano
ancora, come faranno a lungo, l'imperatore Francesco
Giuseppe - Cecco Beppe - come l'impiccatore, il re d'Italia e
l'imperatore passano tranquillamente in rassegna le truppe,
l'uno a fianco dell'altro, nei prati del Padovano da poco
"redento" e annesso al Regno. Pochi anni ancora, e gli sforzi
dei diplomatici partoriranno la Triplice - che dal 1882
perpetua, sino al 1914, un'alleanza che, Germania a parte,
fra Italia e Austria non poggia certo su un'amicizia fra le
nazioni e i popoli.
Sulla scacchiera internazionale, sia i grandi disegni sia le
contingenze della diplomazia sono studiati e posti in atto da
un pugno di aristocratici, rampolli delle più distinte e
longeve prosapie, eredi di molte generazioni di ministri,
generali e vescovi abituati al possesso e al comando, i quali
- ancora al termine del secolo della borghesia -
amministrano come uno dei loro ultimi luoghi di
competenza questa professionalità "sui generis": nella
quale giovano i titoli, l'esperienza di uomini e di cose, la
conoscenza delle lingue straniere, l'arte di viaggiare, la
conoscenza del bel mondo, i modi garbati, i buoni patrimoni
e matrimoni. Anche nei vertici militari si concentra in
diversi paesi - quasi tutti, del resto, ancora monarchici - una
piccola folla di nobili di alto o buon lignaggio. Non occorre
sposare "in toto" le idee di Arno Mayer sulla persistenza
dell'Ancien Régime sino alle soglie della prima guerra
mondiale (5), per riconoscere il rilievo non solo residuale
dell'aristocrazia in tali settori: un contrappeso, variabile da
paese a paese, di spiriti sovranazionali, rispetto agli spiriti
nazionali che accompagnano l'autocoscienza e la crescita
della borghesia come nuova classe dirigente.
Eppure, è dall'interno stesso del capitalismo - inteso come
forma storica dell'economia borghese - e della sua
imperiosa ascesa lungo il corso dell'Ottocento, che si
sprigionano altri anticorpi rispetto alle identità e ai
perimetri delimitanti delle nazioni e degli stati nazionali. In
sé, per propria spinta interna, il capitalismo non conosce
19
frontiere. Poi, la realtà delle cose può imbrigliarlo in vincoli
di varia natura: giuridica, politica, economica o anche, nei
singoli capitalisti, in forme di coinvolgimento nazionale di
natura etica e culturale. Si può essere capitalisti e patrioti,
capitalisti e nazionalisti, ma ciò non toglie l'intimo carattere
prevaricatore e sovranazionale dei meccanismi interni della
produzione e del mercato.
Sono già due forme di "internazionale", quella aristocratica,
di ascendenza legittimista, che rimanda alla forza del
passato, e quella capitalistica, che rimanda alla modernità
e alla forza del presente. Meno dichiarate, ma non meno
reali e attive - in un quadro complesso di spinte e
controspinte - dell'unica che aspiri a riconoscersi e a farsi
riconoscere con questo nome: l'Internazionale socialista, la
sola apparentemente a chiamarsi sinistramente fuori e a
fare appello ad altri valori e orizzonti rispetto a quello della
coesione interclassista nell'unità dello Stato e della patria.
S'intende, lo sfondo teorico, la mistica, la pratica
congressuale, la pubblicistica che, dal 1864, punta a
superare idealmente le frontiere nazionali, assumendo a
postulato che i proletari non abbiano patria. «Nostra patria
è il mondo intero», proclama fieramente un canto
rivoluzionario del tempo, lacerante contro-inno di
dissociazione rispetto alle emozioni corali degli inni patri.
E, dietro a un tale sradicamento dalla nascita territoriale e
a questa ricollocazione negli spazi illimitati dell'umanità (6)
traspaiono, assieme ai fumi delle teorie e alla baldanza degli
ideali, la dura lotta per la vita, i riadattamenti e le forme di
cittadinanza precaria o multipla e di cosmopolitismo
obbligato propri, per generazioni, di milioni di lavoratori
partiti dai paesi della vecchia Europa per il Nuovo Mondo
(7): America del Sud e del Nord ma anche Australia. O
anche di lavoratori temprati alle diversità di ambiente e di
lingua e alla varietà di costumi e di leggi da quell'altro
grande fenomeno di rieducazione permanente e di
trasformazione delle idee che è l'emigrazione temporanea:
quella che, di generazione in generazione e talvolta da
secoli, porta gli abitanti di una certa vallata o territorio ad
20
andare e tornare da lontane contrade, a partire verso le
miniere dell'Europa centrale o dove si costruiscono
ferrovie, o verso le fiere del Nord, a vendere stampe,
seggiole, pentolame, vetri e quant'altro (8).
Quando, in vista della guerra europea, parliamo di
internazionale alludiamo alla Seconda, che ha superato
almeno in parte i caratteri ideologicamente aperti, sino alla
babele delle lingue politiche, propri della Prima (1864),
trovando nella seconda e terza generazione dei marxisti
l'ancoraggio teorico e nei sindacati e partiti
socialdemocratici la dimensione fattuale e organizzata del
movimento di riscatto del proletariato (9), soprattutto -
secondo la dottrina - quello operaio. Anche se poi, nel
concreto degli specifici processi di sviluppo nazionali, può
avvenire (come nel caso italiano) che il movimento operaio
veda fra le sue precoci punte avanzate i braccianti, i quali
sono, è vero, gli operai della terra, possiedono solo le
proprie braccia e vendono a chi la compra la propria forza
lavoro, ma non corrispondono certo alla figura classica
dell'operaio di fabbrica, cosciente e organizzato (10). Si
tratta di un imponente processo di alfabetizzazione politica
delle masse popolari, che risveglia interessi e tesori di
partecipazione e di energia (11). Paradossalmente, si
potrebbe sostenere che la divulgazione delle teorie e la
costruzione delle strutture materiali del movimento
applichi in proprio l'ipotesi liberista e liberale secondo la
quale l'individuo, operando per il proprio bene, innesca
anche sviluppo e benessere per tutti: nel senso che la molla
dell'interesse - individuale e "di classe" invece che
individuale e "d'azienda" - alimenta bisogni e sogni, strappa
alle chiusure misoneiste, fa studiare, leggere, scrivere,
imparare a parlare in pubblico e a organizzarsi, costruire
reti associative e forme di solidarietà, fondare ed
amministrare cooperative, giornali, case del popolo. Il
proletario socialista impara non solo a pensare, ma a
pensare diversamente, in grande e sentendosi parte
responsabile di un insieme (12). Anche le chiese sono un
insieme di fedeli e anche gli stati - specialmente gli stati-
21
patria verso cui si è avviato il mondo dopo la crisi degli stati
assoluti e dinastici - reclamano immedesimazione, si
pongono cioè come un'insieme di cui l'individuo è e si sente
(o dovrebbe sentirsi) parte. Ne escono, da paese a paese, da
classe a classe, da generazione a generazione, incroci assai
vari. Le forme di civismo, i luoghi di appartenenza, i
riferimenti di valore, gli obblighi di fedeltà raggiungono o
non raggiungono ciascuno: il quale - poniamo - è un suddito
del Secondo Reich, ma poi è nato e vive in questo o quel
Land, è uomo di monti o di pianura, è ricco o povero,
operaio sindacalizzato o Junker prussiano, protestante,
cattolico o membro di una lega del libero pensiero.
Numerose sono le identità multiple che ciascuno, in teoria,
potrebbe variegare e assemblare per se stesso: ovviamente,
nella realtà le cose non vanno come in laboratorio e
ciascuno, più che comporre consapevolmente il proprio
modo di essere e di stare nel mondo, viene attraversato da
stimoli e obbligazioni che lo raggiungono dall'esterno. Gli
ultimi trent'anni dell'Ottocento vedono entrare in
competizione nuovi soggetti politici antagonisti, accanto a
quelli che tradizionalmente producono forme e contenuti di
identificazione per singoli e gruppi. Il più importante è
appunto il partito politico, intrecciato all'organizzazione
sindacale. Aristocratici e borghesi hanno da tempo casini,
circoli, club, caffè, gabinetti di lettura, salotti, per
esprimere la propria sociabilità e far circolare interessi e
idee (13). Dopo le osterie, la piazza e i luoghi tradizionali di
acculturazione innovativa (14), il proletario di fine secolo
comincia ad avere la lega, la camera del lavoro, la sezione
di partito per sottrarsi all'autorità del parroco, uscire dalle
conversazioni che si fanno alla domenica sul sagrato della
chiesa, e, appunto, imparare prima di tutto a sentirsi un
"proletario", il membro di una "classe" in lotta per il potere,
abilitato a giudicare e a ricostruire in maniera diversa il
paese e, addirittura, il mondo (15). «Guerra ai palazzi / pace
alle capanne» proclama fieramente l'inno
dell'Internazionale che, dalla fine del secolo, riempie di
squilli entusiasmanti e minacciosi i giorni di sciopero e i
22
cortei del Primo maggio (16). Lo svolgimento reale dei fatti
dimostrerà che sono di gran lunga più concreti e operanti i
singoli partiti e sindacati di sinistra radicati nei diversi
territori nazionali, che non l'organo di collegamento che
pretende di coordinarli su un piano sovranazionale, ma
finisce per rivelarsi più una cornice ideologica e una
lusinghiera favola bella che un'effettiva arma di lotta.
Guardando a tanti sforzi inani in senso internazionalista
dalla prospettiva dell'Europa del 1914, un cinico o un
rassegnato potrebbe affermare che la stessa
socialdemocrazia tedesca - cioè il partito guida della
Seconda Internazionale, nel paese di Marx - abbia finito per
lavorare "per il re di Prussia", cioè per l'imperatore,
insegnando per anni ordine, disciplina e spirito di unione
alle falangi socialiste in nome di una trasformazione
epocale dei rapporti fra le classi e fra i popoli e poi, al
momento buono, schierandole politicamente e militarmente
dalla parte del Kaiser, le cui armate - a differenza di quelle
di altri paesi economicamente e politicamente meno
sviluppati - potranno perciò valersi non solo della disciplina
tradizionale del contadino, ma anche di quella più moderna
del lavoratore di fabbrica, consapevole e organizzato (17).
Così vanno a finire l'Internazionale e l'internazionalismo.
Una ingloriosa disfatta, subita quasi senza impegnare
battaglia, dalla Germania alla Francia: quasi che il primo
rombo del cannone avesse il potere di ripristinare il
principio di realtà e di richiamare repentinamente dalle
utopie della fratellanza al crudo scontro di interessi
incomponibili; e dalla scomposizione nazionale e
ricomposizione internazionale lungo linee di classe alla
contrapposizione internazionale lungo vie nazionali. Il
trionfo delle patrie - non solo come ordinamento politico,
ma come referente di valore per la moralità dei
comportamenti dei gruppi e dei singoli - sembra
delegittimare il pacifismo, provocare l'annichilimento di
una prospettiva semisecolare di pace imposta dai popoli alle
classi dirigenti: le stesse popolazioni si rivelano in notevole
misura conniventi, partecipi di una volontà di guerra che, in
23
tutt'e due i blocchi, fende trasversalmente, sommuove e
trasforma gli schieramenti politici. La realtà visibile,
nell'immediato del 1914 e per l'Italia del 1914-1915, è
proprio questa. La classe, le classi si ricompongono
nell'universo interclassista della nazione; l'autonomia di
classe del soggetto sociale intrinsecamente e
volontariamente antagonista non regge, viene risucchiata
all'interno di un soggetto egemonico, di una volontà politica
più vasta. «Né aderire, né sabotare», suggeriscono a mezza
voce i dirigenti centristi del Partito socialista italiano; ma è
quasi un'espressione testamentaria e un altro modo per
alzare bandiera bianca davanti al rullo compressore dello
Stato che si riprende il controllo della violenza legittima e
l'unicità del comando, spegnendo il contraddittorio,
sbarrando i parlamenti o rendendoli mere camere di
risonanza di decisioni elitarie (18). Disancorato dal suo
"contro-mondo" rosso, entro cui aveva trovato senso e
possibilità di comunicazione la sua ipotetica identità, o
quanto meno autorappresentazione di proletario
idealmente unito a tutti gli altri proletari coscienti del
mondo, il soldato socialista veste la divisa del proprio paese
e va al fronte, esternamente, come tutti gli altri. Il suo
partito lo lascia tutt'al più libero, eventualmente, di «non
aderire» intimamente alle ragioni e alle emozioni del
massacro che si va preparando. Magra consolazione, e
tuttavia altri partiti socialisti si piegano assai più di quello
italiano alla forza travolgente dell'ondata unanimista (19).
Non si arriva all'"union sacrée" e, a differenza che in
Francia, l'unico socialista che fa il ministro nei governi di
guerra è Leonida Bissolati, espulso dal partito come
filogovernativo già nel 1912 (20). La citata escogitazione
verbale del segretario del partito Costantino Lazzari lascia
aperta la possibilità della dissociazione mentale, di una
qualche secessione privata, rispetto alla ricomposizione
coatta dei comportamenti esteriori. Vedremo più avanti che
cosa ne possa uscire, tra follie vere e simulate e altre forme
di soluzione individuale, più che collettiva, alla guerra
(automutilazioni, diserzioni eccetera).
24
Dobbiamo dunque pensare che nulla resti di tutta una
pluridecennale educazione alla pace, che l'Internazionale
abbia predicato e fatto congressi per decenni solamente per
il gusto inane di proferire parole e imbrattare carte?
Sarebbe troppo. Intanto, perché è umano che, nell'ora delle
scelte supreme, individui e gruppi facciano entrare in
campo per intero la somma e il viluppo dei propri fattori
costitutivi, che potevano comprendere sia le radici nazionali
sia le aspirazioni internazionali, la cui coesistenza,
consentita in tempo di pace, diventava esplosiva in tempo
di guerra. La crisi vertiginosa delle istanze di principio non
si spiega solo con la debolezza e il tradimento, ma con il
sopraggiungere di una drammatica verifica delle priorità,
che chiama in campo intelletto e sentimenti, libertà e
necessità. La vicenda stessa di Benito Mussolini o di
Gustave Hervé e di tanti altri celebri o meno celebri
socialisti passati ai regimi, ai valori e agli uomini contro cui
avevano speso anni di militanza potrebbe essere più
utilmente letta nel segno del dramma storico, piuttosto che
in quello di una opportunistica farsa. E comunque,
all'entrata e all'uscita del conflitto, sia in Francia sia in
Germania, si stagliano figure di indubitabile fedeltà ai
princìpi della pace e dell'Internazionale, nonché alla prassi
di una rivoluzione maturata dal rifiuto attivo della guerra.
In Francia, l'"union sacrée" è anche un portato della
eliminazione fisica del capo dell'opposizione socialista, Jean
Jaurès (21) - additato con esecrazione dalle destre come un
vero "tedesco" dell'interno - il 31 luglio 1914, cioè,
significativamente, il giorno prima della mobilitazione
generale (22). In Germania, la durata e l'andamento stesso
della guerra maturano spaccature in seno alla
socialdemocrazia, la nascita di una corrente di aspra
opposizione intitolata alla Lega di Spartaco, l'insurrezione
spartachista del gennaio 1919 e la brutale eliminazione dei
suoi capi, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Tutto ciò va
ricordato anche per non rendere la rientrata nei ranghi
degli aspiranti superatori della nazione più facile e
indiscriminata di quanto non sia. Va da sé che anche il
25
processo di disgregamento dello stato zarista, culminante
nell'ottobre del 1917, rilancia l'opzione eversiva
dell'internazionalismo in versione russa e sovietica,
incardinando i sogni politici dei popoli europei in un
territorio che è, insieme, uno stato determinato e la terra
dell'utopia realizzata.

- "Le Chiese dinanzi alla guerra".

Gli stati europei del 1914 sono cristiani e la loro guerra sarà
sorretta dalle rispettive Chiese nazionali. Quattro delle sei
maggiori potenze europee conoscono ancora la tradizionale
alleanza tra trono e altare: sono Chiese di Stato l'anglicana
in Gran Bretagna, la luterana in Germania, l'ortodossa in
Russia, la cattolica in Austria-Ungheria. La separazione tra
Chiesa e Stato vige soltanto in due paesi fortemente
cattolici come la Francia e l'Italia, i cui eserciti
reintroducono i cappellani soltanto per la guerra. Certo il
periodo delle persecuzioni e discriminazioni religiose è
concluso e in ognuno di questi stati ci sono minoranze
religiose rispettate: in Gran Bretagna i cattolici e le Chiese
evangeliche del "risvegliò (metodisti, battisti e altre
confessioni sorte con un programma di rinnovamento
fortemente centrato sulla conversione e l'impegno
personale), in Francia la Chiesa riformata di lunga
tradizione, in Austria-Ungheria minoranze protestanti e
ortodosse (nonché i musulmani bosniaci). In Germania
quasi un terzo della popolazione è cattolica. In Italia le
piccole Chiese evangeliche godono di una piena
eguaglianza, anche se nel Mezzogiorno sono spesso
contrastate. Anche le secolari discriminazioni contro gli
ebrei sono cadute nel corso dell'Ottocento, sebbene nei loro
confronti permangano spesso chiusure di fatto; in
Germania, Russia e Austria-Ungheria l'antisemitismo
conserva forti radici (in Russia i "pogrom" contro le
26
comunità ebraiche non hanno termine con l'Ottocento),
tanto che l'accesso alla vita politica è consentito agli
israeliti soltanto nei partiti di sinistra. L'esercito italiano è
l'unico che non discrimina gli ufficiali ebrei (che danno un
buon numero di generali e nel 1902 un ministro della
Guerra), mentre nella Francia di fine Ottocento l'"affaire
Dreyfus" dimostra la persistenza dell'antisemitismo nella
destra clericale e militare.
Le Chiese conservano un ruolo di rilievo negli stati europei,
sebbene le forze liberali, democratiche e socialiste ne
combattano l'influenza nella vita pubblica, sviluppando un
anticlericalismo diffuso e aggressivo. La decristianizzazione
portata dalla rivoluzione industriale, dallo sviluppo delle
città e dall'evoluzione dei costumi non ha ancora raggiunto
dimensioni di massa. L'appoggio delle Chiese alla guerra
sarà quindi di grande importanza; e sarà un appoggio pieno
e convinto, perché, pur nella varietà di rapporti con le forze
politiche, le Chiese europee sono accomunate (e quindi
contrapposte) da un elemento: un pieno inserimento nelle
rispettive realtà nazionali.
La cultura protestante nei confronti dello Stato era di piena
adesione. La predicazione dell'obbedienza alle autorità
costituite, tradizionale nelle Chiese di massa luterana e
anglicana, si saldava con il riconoscimento della legittimità
dello stato liberaldemocratico e della sua "moralità" come
strumento di organizzazione della società. Anche le
confessioni minoritarie e quelle del "risveglio", che
rivendicavano una netta separazione dallo Stato, non ne
mettevano in discussione l'autorità, anzi gli chiedevano di
farsi fattore di progresso civile. L'internazionalismo
protestante del tempo delle guerre di religione aveva
ceduto il passo a una forte identificazione con la patria e lo
Stato, che poteva arrivare fino all'oltranzismo nazionalista.
Allo scoppio della guerra, le Chiese protestanti di Stato,
come quelle minoritarie e del "risvegliò, non avranno dubbi
nell'accettare la guerra "difensiva" proclamata dai loro
governi e nel sostenerla fino in fondo negli anni seguenti

27
con piena convinzione, anche se logicamente con accenti
diversi a seconda delle situazioni e degli uomini.
La posizione cattolica era più complessa. Il Vaticano
continuava a condannare l'evoluzione politico- sociale dalla
Rivoluzione francese ai governi liberali, che aveva
provocato la riduzione della sua autorità; una condanna
solennizzata nel "Sillabo" del 1864. E quindi aveva
sviluppato rapporti conflittuali sia con il governo italiano,
che tentava di negare e destabilizzare con il "non expedit"
(ossia il divieto per i cattolici di partecipare alle elezioni e
alla vita politica), sia con il governo repubblicano francese,
contro il quale appoggiava le destre conservatrici. Per
contro il Vaticano proponeva come modello l'alleanza tra
trono e altare ancora vigente nell'Austria-Ungheria (che
pure si era aperta al suffragio universale e al regime
parlamentare). Dinanzi allo scoppio della guerra il papa
Benedetto Quindicesimo non avrà dubbi: il conflitto (di cui
coglieva pienamente la tragicità) era la condanna divina su
un'Europa che si era sottratta all'autorità della Chiesa
romana. Questa posizione non era di fatto condivisa dai
cattolici europei che non potevano (né volevano) estraniarsi
dal processo di consolidamento delle rispettive realtà
nazionali, anche dove mantenevano atteggiamenti di
distacco verso i rispettivi governi. In Italia la lunga battaglia
contro lo stato liberale (battaglia che una consistente
minoranza di cattolici praticanti non aveva mai condiviso:
basti pensare alla lealtà verso lo Stato degli ufficiali
cattolici, da Raffaele a Luigi Cadorna) si era praticamente
esaurita alla vigilia della guerra mondiale. Nel 1914 i
cattolici, fossero maggioranza come in Francia e in Austria-
Ungheria o minoranza come in Germania, si identificarono
totalmente con le rispettive guerre nazionali, con
l'approvazione delle loro gerarchie, non soltanto per la
tradizione di obbedienza alle autorità costituite, ma per una
diffusa accettazione dei valori patriottici, in non pochi casi
fino all'estremismo nazionalista. E nel maggio 1915 i
cattolici italiani passarono dal neutralismo alla
rivendicazione di un patriottismo convinto e talora
28
ostentato. Il papa Benedetto Quindicesimo, chiuso in una
difficile quanto obbligata neutralità dinanzi a un conflitto
che vedeva paesi cattolici schierati da entrambe le parti,
arriverà a sviluppare la condanna della guerra con
impegnative dichiarazioni ufficiali, come la nota del primo
agosto 1917 ai capi degli stati belligeranti che deplorava
«l'inutile strage» e auspicava una pace di compromesso.
Questa posizione era rifiutata dai cattolici di entrambe le
parti, i quali si riconoscevano piuttosto nel cardinale belga
Mercier, che denunciava con efficacia gli orrori
dell'occupazione tedesca, o nei vescovi austriaci e tedeschi,
altrettanto fermi nel sostenere le posizioni dei loro governi.
Un'ultima nota. Valori come il pacifismo, il rifiuto della
violenza, l'obiezione di coscienza non facevano parte della
cultura cattolica né di quella protestante del tempo. La
piena adesione delle Chiese alla guerra lasciava spazio a
posizioni articolate, dall'oltranzismo nazionalista a un
patriottismo che nel nemico rispettava l'uomo, ma
escludeva scelte motivate di rifiuto. La partecipazione alla
guerra non comportava problemi di coscienza; preti come
Primo Mazzolari e Angelo Roncalli, destinati a diventare in
seguito protagonisti di una profonda revisione di valori, nel
1915-1918 prestarono servizio l'uno come cappellano,
l'altro come sergente di sanità. Soltanto alcuni gruppi
evangelici inglesi e statunitensi si posero il problema
dell'obiezione di coscienza, senza grande risonanza in un
mondo cristiano che partecipava alla guerra con assoluta
convinzione.

- "La guerra medicina del mondo".

Se guardiamo alle autorappresentazioni che fanno


dell'anteguerra la "belle époque", parrebbe gratuito parlare
contemporaneamente di guerra- farmaco. Ha bisogno di
cure chi è malato, non chi gode di rigogliosa salute. E non
era appunto questo - la florida salute, il benessere
psicofisico - lo stato permanente di quell'Europa del tempo
di pace?
29
Nuovo incitamento a non fermarsi alle apparenze
oleografiche. Non si può traguardare al mondo da Place
Pigalle, dal Lido o dall'Opéra di Parigi e neppure dal Ring
di Vienna, né da tutti gli altri luoghi simbolici delle
mitologie turistiche internazionali e - alla lettera - della
vacanza delle élites. E del resto - visionata sulle tavole dei
pittori impressionisti francesi o ascoltata sulle note della
grande musica sinfonica e operistica del decadentismo
mitteleuropeo - quell'immagine lusinghiera si intride di
malinconie e interrogativi irrisolti e suona ben più
enigmatica. La cronologia delle opere di drammaturghi
come Henrik Ibsen, pittori come Edgar Munch (il suo
tragico e simbolico "Grido", assurto a emblema dell'arte
espressionista che precede, accompagna e chiosa l'avvento
del conflitto europeo), il sinfonismo drammatico degli ultimi
grandi romantici alla maniera di Anton Bruckner e di
Gustav Mahler, le malattie fisiche e morali che insidiano la
nostalgia dell'ordine in "La morte a Venezia" (1912) di un
olimpico e goethiano mancato quale Thomas Mann, valgono
a incrinare quell'immagine fissa.

"Non bisogna essere grati per la sorte, del tutto inaspettata,


di poter assistere a così grandi cose? Il mio sentimento
fondamentale è un'enorme curiosità e, lo confesso, la più
profonda simpatia per questa odiata Germania, così gravida
di enigmi e di destino, che, se finora non ha considerato la
"civilizzazione" il più alto di tutti i beni, adesso comunque si
accinge a infrangere il più abietto stato poliziesco del
mondo" (23).

E le grandi narrazioni del dopo - che collocano il punto di


vista nell'anteguerra, cogliendone appunto quei caratteri di
precipite attesa nel gorgo dell'autodistruzione europea -
ribadiscono a maggior titolo quei sentimenti di crisi. Si
pensi a costruzioni narrative potenti come "La montagna
incantata" di Mann, uscito a stampa nel 1924, dove il
grande scrittore tedesco - lui stesso tutt'altro che immune
dai giuramenti in nome della "Kultur" germanica avverso i
30
"lumi" della "civilisation", e dai trascinamenti guerreschi
del 1914 - stipa idealmente nei successivi piani del
sanatorio di Davos le malattie sospette, veridiche o
presunte di tanti giovani e meno giovani europei, fra
corruzioni del fisico e della volontà, e fra simulazioni di
salute e di malattia che già rassomigliano alle tante
simulazioni cui saranno condotti fra breve i componenti di
tutti gli eserciti. Fra queste divinazioni postume dei nessi
fra guerra e anteguerra si pone anche un altro grande
romanzo europeo, "La coscienza di Zeno" (1928), del
triestino di famiglia ebrea Ettore Schmitz, risoluto a
ostentare anche col suo nome di penna, Italo Svevo, il
carattere plurimo e perplesso della sua identità di uomo di
frontiera. E si potrebbero moltiplicare i riferimenti alle
grandi architetture romanzesche in cui gli scrittori danno
forma alle nevrosi e ai disadattamenti di quell'"Uomo senza
qualità" che abita la civiltà europea in transito dalla pace
alla guerra: come appunto Robert Musil, per citare almeno
uno dei grandi nomi che rimandano a Vienna, alla
Mitteleuropa e alla cultura della crisi. Quel crinale del 1914
è subito sentito e si fissa nella memoria - grazie anche
all'autocoscienza letteraria (24) - coi caratteri di una
rivelazione (25).
Quali mali, dunque, per l'anima dei popoli europei affranta
anche da un eccesso di raffinatezze? O suona in partenza
grottesco preoccuparsi dei mali dell'anima o della psiche,
quasi a voler presupporre che la salute e il benessere fisico
siano ormai traguardi assicurati?
Naturalmente, non è affatto così: anche nei paesi
economicamente più evoluti, la giornata di lavoro del
contadino si allunga ancora infinita da luce a luce, e quella
dell'operaio, di poco più breve, conosce le inedite asprezze
del regime di fabbrica e i problemi del vivere urbano. E'
certo, comunque, che non possiamo chiamare a consulto
solo artisti e uomini di lettere, per quanto le loro sonde nelle
viscere dell'io e della società siano fra le più sensibili. Che
si stia male, in molti paesi, perché si è cresciuti di numero
e si è ormai in troppi, lo asseriscono anche scienziati sociali
31
ed empiristi della salute pubblica lontanissimi da
intendimenti d'arte, quali demografi e statistici: e fra loro
non manca chi addita la guerra di espansione, cioè la
ridistribuzione violenta dello spazio vitale, come l'antico e
sempre valido rimedio escogitato dagli individui e dagli
agglomerati più sani della specie. La Germania, nel
predicare come "difensivà la sua guerra, anche quando
invade il Belgio neutrale, può richiamarsi a teorie intonate
a questa sorta di darwinismo sociale. Che la lotta per la vita
possa vestire panni umanitari, quando entrano in gioco i
destini delle collettività, lo dimostra da noi anche un poeta
mite e affettuoso quale Giovanni Pascoli in occasione della
guerra di Libia: "la grande proletaria si è mossa", constata
con soddisfazione l'antico autore di un' "Ode a
Passannante", benedicendo quella "lotta di classé fra
nazioni povere e ricche che l'ex socialista che è in lui legge
colorata di rosso; intanto Enrico Corradini, il Giovanni
Battista del neonazionalismo italiano, non teme di aizzarla
come riscatto nazional- corporativo delle plebi attraverso la
guerra conquistatrice e la lotta imperialista. E parlano,
tutt'e due, di malattia e salute, di inedia e di stracci -
materiali e simbolici -, di plebe contadina e di miserabilismo
da centomestieri da sottrarre alla diaspora cosmopolitica e
snazionalizzatrice grazie appunto al richiamo, dalle
lontananze delle Americhe, alla "Patria lontana" (è il titolo
di un romanzo-manifesto del fondatore dell'Associazione
nazionalista italiana) (26). Il populismo schiettamente
strumentale della nuova destra delinea un'integrazione
delle masse che, mantenendone la subalternità, ne spenga
e ne inalvei le spinte classiste. Sono posizioni
d'avanguardia, il grosso delle destre staziona ancora là dove
le ha rispecchiate a caval di secolo un Gustave Le Bon, lo
studioso francese della "Psychologie de la Foule" che ha
dato dignità di scienza alle più sinistre percezioni della
minaccia sociale oggettivamente insita nei grandi
assembramenti umani favoriti dalla rivoluzione industriale,
dalla proletarizzazione e soprattutto dalle arti malefiche di
un nuovo soggetto eversivo, i "meneurs", i terribili agitatori,
32
"déclassés" o "spostati" che turbano i sonni delle classi
proprietarie. Le folle sovversive e scioperanti, detentrici
dell'esplosivo contropotere della piazza, esplicitano i timori
di un popolo materialmente ed anche mentalmente armato,
che la stessa coscrizione obbligatoria pone in essere e
stenta poi a comprimere dietro le spesse mura delle
caserme: questo oscuro concentrato di violenza -
potenzialmente ambivalente - piantato nel mezzo della città
moderna da una "democratizzazione" della vita militare
che, agli occhi della destra più diffidente e nostalgica,
rimane pur sempre fortemente sospetta.
All'appuntamento con la mobilitazione generale e con la
guerra di massa tutta l'Europa monarchica - moderata,
conservatrice o reazionaria, degli stati maggiori e delle
Chiese - arriva con questo pregiudizio nei confronti del
popolo armato. Anzitutto, perché armato; se poi, anche,
cosciente o voluto tale, le prevenzioni raddoppiano: come,
in Italia, fanno capire le pagine di un autore antimoderno,
antidemocratico e triplicista della «Voce» quale Giovanni
Boine, i cui "Discorsi militari" piacciono nel 1914 a più di un
alto ufficiale e hanno successo nelle biblioteche di presidio.
Nessun testo è così scoperto nel definire un cancro
devastatore la lotta di classe e la guerra come il solo rimedio
eroico (27). Per contro, buona parte delle sinistre riesce a
riaccendersi d'entusiasmo per il cittadino-soldato e a vivere
il proprio interventismo come prosecuzione della grande
Rivoluzione: saldando l'amore dei francesi per la Francia
all'amore dei democratici per la patria universale dei
"Diritti dell'uomo e del cittadino" (28). Proprio in Francia,
la guerra riunifica la generazione dei "dreyfusards" e degli
"antidreyfusards" che un quindicennio prima si era
spaccata pro e contro il capitano ebreo e le accuse dello
stato maggiore. Il poeta e saggista "dreyfusard" Charles
Péguy è una delle prime vittime di questo ritorno in forze
delle contrapposte famiglie intellettuali alla religione civica
di "Notre Patrie" (29). In Italia, è proprio questa visione dei
"princìpi dell'89" come tavole atemporali di una religione
civile che - fra il dileggio dei nazionalisti e gli ammonimenti
33
a moderare almeno i toni di critici delle ideologie quali
Benedetto Croce (30) - risospinge verso la «nazione
armata» e trasforma in fautori della guerra non pochi di
coloro che, ancora nella Settimana rossa del giugno 1914,
appaiono come i manovratori delle folle sovversive.
Manovratori lo rimangono, i sindacalisti rivoluzionari
pressoché in blocco, un certo numero di socialisti e persino
diversi anarchici; ma la loro professionale conoscenza delle
folle si volge ora ad altri fini, compatibili con lo Stato e con
alleanze di ferro agli uomini d'ordine. In quella che -
piegandovisi con realismo come a un'esigenza dei tempi - il
nazionalista Alfredo Rocco saluta come la nuova piazza
tricolore (31).
Fra i taumaturghi al capezzale dell'Italia malata gioca le
prime parti Gabriele D'Annunzio. A quali virus intende
reagire la sua cura d'urto? Il male è dentro l'Italia, anzi
nell'"Italietta" che ne intisichisce le membra e corrompe
l'anima. Politicamente, il suo nome riassuntivo è Giolitti, il
nemico interno che assurge a fantoccio miserabile contro
cui si appunta il dovizioso vocabolario del poeta vate
all'insegna della rivitalizzazione del corpo della nazione. I
passati che da troppo tempo ristagnano, la grandezza di
Roma, l'impero navale di Venezia, gli stessi conflitti fra
Comuni e Signorie - segno comunque di fierezza e vigoria
del sangue italiano - e da ultimo la grande avventura
garibaldina del 1860 debbono tornare a fluire con impeto
nelle arterie. In tale maniera, il "passatismo" di un uomo di
lettere così spesso volutamente arcaicizzante quale
D'Annunzio va a far cumulo - nel nome di un presente
immediato da vivere con pienezza gettandovisi senza
risparmio (32) - con le ansie e le voglie estremiste dei
"futuristi". Anche per Filippo Tommaso Marinetti - l'uomo
che, da Parigi, nel 1909 ha internazionalmente lanciato il
movimentismo artistico e mentale di questa nuova corrente
di avanguardia - la guerra è natura e storia, istinto genetico
e progetto politico, vocazione dell'Italia attuale e oscuro
bisogno della specie, che travalica la politica e si alimenta
di pretesti. Una tale irruenza prevede la dissipazione del
34
sangue e, quasi, un'ecatombe benefica che rigeneri la
foresta potando i rami e abbattendo i tronchi (33). Gli
antropologi e gli studiosi di polemologia (34) ci
ragguagliano su come sia ricorrente, fra le visioni e gli usi
della guerra nelle vicende umane, questo tripudiante senso
della "guerra festà, che capovolge vitalisticamente in
positivo persino l'incombere della morte di massa. Non solo
nei giorni ancora ignari e relativamente innocenti
dell'attesa, ma persino guerra durante e in un dopoguerra
ormai consapevole delle proporzioni del massacro,
Marinetti resta il "poeta" della mitragliatrice, continua a
coniugare l'ebbrezza della tecnologia e quella del sangue,
l'eccesso consumistico di vita e di morte. Alle soglie della
guerra i più vicini a queste forme di "salutismo" esistenziale
dell'io e della società si possono considerare i Papini e i
Soffici che riempiono la loro nuova rivista, «Lacerba», di
grida di giubilo alla guerra che ritorna e al salasso benefico
che ne verrà (35).
Non è facile mettere ordine fra spinte e motivazioni così
contrastanti, senza dare il senso di un caleidoscopio di
bisogni e adattamenti irriducibilmente individuali. Il
minimo comune denominatore è comunque l'accettazione o
meglio la presa di possesso della guerra - più o meno
estatica o razionalizzata, politica o impolitica - da parte
dell'intellettualità italiana ed europea. Le opzioni vanno più
nel senso dell'ordine e della disciplina delle classi da
restaurare per i più tradizionalisti (prototipo: Boine) ovvero
nel senso di una ricorrente e rigenerante implosione
dell'ordine dato non appena divenga costrittivo e limitante
rispetto ai bisogni di ampliamento dei territori di un "io" o
di un "noi" (prototipo: Marinetti). Inutile rilevare che tanto
l'economia quanto la politica in senso stretto possono
trovare espressione vuoi nelle richieste di ascetismo,
rigorismo e abnegazione coatta di coloro che aspirano a
rimettere in riga una società troppo lassista, invertendo il
corso degenerativo della storia, vuoi al contrario in un'idea
della guerra come motore, proprio per la forza propulsiva
insita nella spirale distruttiva e ricostruttiva che avvia.
35
Occorre tornare indietro di un decennio per individuare un
discorso e un cervello capaci di tenere insieme e dare senso
e forza progettuale a questo ventaglio di immagini ed usi
della guerra. Penso a Vilfredo Pareto. E' lui che, sul far del
secolo, descrive con maggiore pregnanza analitica e con
visione anticipatrice i meccanismi di funzionamento della
macchina sociale e i suoi sviluppi prevedibili. Ragionando
in termini di "miti" di classe e di partito come terreno su cui
si è ormai spostato il conflitto per il potere, l'autore del
"Trattato di sociologia" (36) mette in circolo con i suoi
scritti, apparsi anche nelle riviste dei futuri interventisti,
idee guida che costituiscono validi criteri di lettura di
quanto avviene e avverrà. Anzitutto, la fertilità e ormai anzi
la necessità dei miti per far politica e governare i sentimenti
e le opinioni delle masse, approdate alla scena della politica
e bisognose di linguaggi adeguati; poi, l'idea che, al grande
mito mobilitante della lotta di classe e della rivoluzione con
cui le nuove forze d'opposizione agitano le folle, inventando
e divulgando la coscienza proletaria fra "chi non ha", coloro
che detengono il potere - la borghesia, "chi ha" - non
possano che rispondere anch'essi, se intendono resistere ai
tentativi di esproprio economico e politico, sul terreno dei
grandi miti aggreganti e mobilitanti. La scienza della
politica e le tecniche del potere portano a ritenere che,
contro la rivoluzione che sorge dal basso, chi sta in alto non
possa alla fin fine rinunciare a schierare l'antidoto supremo,
l'arma più collaudata per il ripristino d'autorità del diritto-
dovere al comando: la guerra.

- "L'esplosione dei nazionalismi".

Le pulsioni descritte percorrono le viscere della società


europea sotto la superficie ottimistica del progresso
inesauribile, ma non bastano a spiegare come si arrivi alla
guerra né i meccanismi di adattamento che vi entrano in
gioco. Il grande contenitore degli impulsi differenziati è la
nazione. Le nazioni. Gli stati nazionali l'un contro l'altro

36
armati e, dal di dentro, le nazioni compresse o aspiranti tali
che urgono dentro gli stati plurinazionali.
Ai nostri giorni la sensibilità si è acuita a vantaggio delle
regioni e parecchi parlano di un'Europa delle regioni,
assicurando che gli stati nazionali sarebbero
definitivamente in crisi. In vista e anche per mezzo della
prima guerra mondiale gli stati nazionali sono invece
ancora in fase di formazione. Questo processo si coglie
soprattutto all'interno del plurinazionale Impero
austroungarico, baluardo degli ordinamenti tradizionali
costruiti su un diverso senso della origine e della legittimità
del potere. La cosa interessa anche l'Italia, dove in nome
del principio nazionale e del completamento del processo di
unificazione si reclamano Trento e Trieste; ma con varia
energia avanzano processi di disgregazione dell'impero e di
riaggregazione in una pluralità di potenziali stati nazionali
anche fra i popoli slavi soggetti agli Asburgo. Nell'impero
tedesco degli Hohenzollern la seconda metà dell'Ottocento
ha visto sormontare il Regno di Prussia come fattore di
unificazione territoriale e politica delle varie realtà storiche
dell'area germanica e gli elementi e i sentimenti di coesione
etnica, culturale, politica e militare appaiono dominanti, a
differenza che nel vecchio impero alleato dove gli elementi
di destrutturazione e di reidentificazione interne, lungo
faglie e linee di confine in fase di accentuazione,
risulteranno decisivi ai fini della sconfitta militare. In altri
termini, i due Imperi centrali perdono la guerra per ragioni
diverse: quello tedesco - non battuto militarmente - perché
strozzato dal blocco economico; quello austriaco, anche,
perché eroso e battuto dall'interno nei suoi stessi
fondamenti politici, per l'esplodere di parallele e
contrapposte aspirazioni nazionali. Sono organizzazioni
imperiali variegate e complesse anche il Regno Unito, la
Repubblica francese, l'Impero russo e l'Impero ottomano, e
nel pieno della guerra gli inglesi devono in effetti tenere a
bada rivolte indipendentiste degli irlandesi; ma i tempi della
decolonizzazione appaiono ancora lontani, nei rispettivi
territori imperiali le genti asiatiche e africane non hanno
37
ancora maturato coscienza nazionale e rivendicazioni di
indipendenza, per cui sia inglesi che francesi possono
attingervi riserve di beni e di uomini. Quanto ai vasti spazi
dell'impero degli Zar, le contrapposizioni sociali e politiche
maturano prima e, in parte, intrecciate, rispetto alla pur
effettiva pluralità delle identità etniche.
Il possesso di regioni di confine come l'Alsazia e la Lorena -
che da tanto tempo costituiscono il campo di espressione e
il simbolo dell'antagonismo tra Francia e Germania -, così
come quello di Trento, Trieste, Bolzano, l'Istria, la Dalmazia
- anch'essi luoghi di contiguità e di incrocio fra civiltà e
interessi non univoci e non facilmente componibili -
diventano anche il punto di incontro e scontro più
appariscente fra diversi concetti della nazione.
Sotto la spinta della guerra, le idee di popolo, di nazione, di
patria, che cosa ciascuno possa o debba fare o non fare per
il "suò popolo, o per la patria, o in quanto suddito o cittadino
di uno Stato, tutto è moralmente e politicamente rimesso in
discussione. Anche perché la caratteristica della situazione
è che, per milioni di persone abitanti in aree contese, non è
facile - o è impossibile - essere contemporanemente fedeli
alla nazione e allo Stato. Cesare Battisti - patriota e
traditore - è solo un caso più tragico e illustre di
appartenenze multiple e di lealtà non compatibili (37).
Ora, fra le motivazioni che - soprattutto nel campo
dell'Intesa - si divulgano della propria guerra, si evidenzia
proprio quella di un'Europa delle libere nazioni e dei popoli
reintegrati nella propria indipendenza e autonomia. A
milioni combattono con questo ideale internazionalista
democratico, che lascia sperare, al termine di una guerra
necessaria, una pace giusta e un mondo nuovo. E' questo,
in Italia, il senso dichiarato dell'interventismo democratico.
Senonché, questa presunzione di una giustizia e fraternità
possibili nei rapporti fra i popoli appare risibile ad altri che
coltivano ben altra idea del benessere della nazione e dei
rapporti fra gli stati. Sono in particolare i nazionalisti, che
si vogliono però, più semplicemente, realisti e involgono
molti che non si riconoscerebbero come nazionalisti, ma che
38
si sentono e si dichiarano pragmatici. Per costoro il senso
ottocentesco e mazziniano della nazionalità, che rivive
nell'ideologia dell'Intesa, appare un inganno arcaico e
nobilmente polveroso. Esso sembra supporre che le nazioni
esistano in natura e non costituiscano invece il portato di
un faticoso processo storico, di uno spostamento dei confini
che è stato e può tornare ad essere atto di imperio.
L'intrinseco, sanguigno darwinismo delle correnti
neonazionaliste e imperialiste applica ai rapporti fra grandi
agglomerati umani i concetti positivisti della lotta per la
sopravvivenza e della selezione naturale della specie. I
buoni sentimenti di chi parla di libertà dei popoli e per
esempio contrappone i "princìpi dell'89" al militarismo
prussiano si riducono, nella cruda "Realpolitik" che questi
disegnano come quadro necessario dell'operare degli stati,
a una mera autorappresentazione ideologica, forse
psicologicamente gratificante per chi combatte, ma niente
di più che una droga allucinogena atta a confondere, magari
utilmente, le idee a se stessi, agli antagonisti e ai paesi
neutri. Prendendosi beffe dei loro stessi alleati -
interventisti quanto loro, ma per motivazioni umanitarie e
libertarie - gli interventisti della nuova destra in gestazione
parlano in Italia con soddisfazione del «fecondo inganno»
(38) in cui quegli uomini di centrosinistra e di sinistra sono
caduti e provvidenzialmente trascinano i loro seguaci. Il
crudo disvelamento del carattere mistificatorio delle
rivestiture democratiche di uno scontro per l'ampliamento
o la difesa delle rispettive aree di influenza commerciale,
militare e politica, e cioè fra opposti imperialismi, trova
motivazioni di sinistra, oltre che di destra. E' di Lenin - il
rivoluzionario che nel 1917 guiderà le masse popolari russe
all'uscita unilaterale e anticipata dal conflitto militare e alla
presa del potere nel nome di un riaffermato primato della
classe sulla nazione - il saggio "L'imperialismo come fase
suprema del capitalismo" (39): che è una chiave di lettura e
una parola d'ordine.
Le tre posizioni politiche esplicitamente formulate attorno
all'affermazione della nazione - liberaldemocratica, cioè nel
39
concerto delle altre nazioni, ovvero autoritaria ed
espansionista, cioè ai danni e con le spoglie dei concorrenti
- e al suo superamento internazionalista, non bastano certo
a esaurire i moventi e gli stimoli che mandano in campo
milioni di maschi europei delle classi giovani, o meno
anziane, e ve li tengono a dissanguarsi per un quadriennio.
La temperatura normale dei popoli in guerra è sicuramente
più alta che in tempo di pace; non raggiunge tuttavia, in
molti, i livelli di accaloramento febbricitante che
caratterizza le pur cospicue minoranze idealmente
mobilitate in vista di questa o quella idea della guerra. Si
pone quindi un problema, ma si pone in maniera diversa da
paese a paese: se e quanto l'esplosione dei nazionalismi
coinvolga l'uomo comune, se e come il civile (l'uomo e la
donna, il cittadino e l'abitante delle campagne e così via),
se e come il combattente, in quell'esercito in cui - almeno
potenzialmente, ma, anche qui, non senza limiti e
contraddizioni - si compie l'unità del paese. Più che di
nazione, gli si parla e si cerca di fargli sentire la patria. E'
più affettuoso, reciprocamente protettivo e anche meno
impegnativo sul piano politico. Può valere a unificare i più,
ad assicurare un minimo comun denominatore, sfumando le
divisioni fra i meno, quelli che si intendono di politica. C'è
un motto inglese che si può tradurre come espressivo dei
modi di pensare diffusi - o per lo meno suggeriti come
normali - in ogni paese: che abbia ragione o torto, è la mia
patria.

LA LOTTA PER L'EGEMONIA EUROPEA.

- "La natura della guerra".

La prima guerra mondiale nacque per decidere quale


nazione o gruppo di nazioni avrebbe avuto il ruolo
dominante in Europa e, in prospettiva, nel mondo, data la
supremazia che gli stati europei allora esercitavano su gran
40
parte del globo. Gli equilibri che avevano retto il continente
dopo la fine delle guerre napoleoniche (1815) si erano
venuti alterando in seguito agli sviluppi della rivoluzione
industriale nei diversi paesi. Una loro ridefinizione, nella
cultura del tempo, era possibile soltanto con un conflitto, di
cui nessuno poteva prevedere la tragicità, l'intensità e la
durata.
La prima guerra mondiale è quindi una guerra per
l'egemonia politico- economica in Europa e nel mondo che
assunse anche una dimensione culturale, perché tutte le
nazioni ritenevano di dover difendere e imporre i loro valori
e la loro visione della società e dello Stato. Con il distacco
concesso ai posteri, possiamo dire che questi valori non
erano così lontani tra loro come pareva ai belligeranti, i
quali erano tutti partecipi della stessa civiltà liberale,
avevano strutture politiche di tipo parlamentare simili
(salvo la Russia zarista) e differivano invece per sviluppo e
interessi economici, nell'ambito però di una comune realtà
capitalistica.
La seconda guerra mondiale vedrà la contrapposizione
articolata tra regimi politici ed economici profondamente
diversi: le democrazie occidentali con un'economia
capitalistica basata sulla concorrenza e sulla libertà di
mercato (non senza monopoli e protezionismi nazionali), le
dittature nazifasciste con un forte intervento statale in
un'economia capitalistica, la dittatura sovietica con
un'economia pubblica pianificata. Sarà un conflitto tra stati
nazionali, tra regimi politici e ideologie radicalmente
contrapposti, tra sistemi economici diversi per impianto e
obiettivi; e si svilupperà con grandi movimenti e battaglie,
occupazioni di interi paesi e creazione di stati-fantoccio,
bombardamenti a tappeto e un pesante coinvolgimento
della popolazione civile, guerre partigiane di riscatto
nazionale e di rivoluzione sociale, atrocità terrificanti su
scala mai vista.
La prima guerra mondiale è invece una guerra tra stati
nazionali che hanno strutture e cultura simili. La sua
dimensione è la patria, un valore fondante della civiltà
41
liberale, che viene esasperato e assolutizzato, fino a
diventare elemento di sopraffazione delle altre patrie. La
demonizzazione del nemico, necessaria per ottenere la
mobilitazione delle energie nazionali, porta alla
esasperazione delle diversità e alla negazione degli
elementi di civiltà comuni a tutti i belligeranti. La
dimensione della patria è poi l'elemento unificante del
conflitto, perché vale per i grandi stati industrializzati e
moderni come per quelli minori arretrati sotto il profilo
politico e economico.
La prima guerra mondiale è innanzi tutto lo scontro tra gli
eserciti nazionali; ma poiché dai cruenti campi di battaglia
non viene quella rapida soluzione che tutti si attendevano,
il conflitto diventa di logoramento e, prolungandosi negli
anni, richiede la mobilitazione di tutte le forze militari,
economiche, sociali, culturali. La guerra totale assume
l'aspetto di una brutale verifica della capacità di sacrificio
e di durata a tutti i livelli dei belligeranti.
Il quadro che passiamo a tracciare delle cause di fondo della
guerra mondiale e delle ragioni delle sue dimensioni e della
sua durata non ha pretese di originalità. Su questi temi sono
stati scritti centinaia di volumi. Ci limitiamo a riassumerne
le linee principali.

- "La rivoluzione industriale".

Le innovazioni tecnologiche e le loro conseguenze


sull'economia, dopo secoli di stagnazione e un lento
progresso dal Quattrocento al Settecento, conobbero
un'accelerazione decisiva dalla fine del Settecento in
Inghilterra e dalla metà dell'Ottocento nel continente
europeo (e negli Stati Uniti), dando origine alla cosiddetta
rivoluzione industriale. L'elemento basilare fu l'invenzione
e lo sviluppo delle macchine (a partire dalla macchina a
vapore, 1769), che permisero il passaggio dalla produzione
artigianale decentrata in botteghe a quella industriale
concentrata in grandi stabilimenti, con un rapido aumento
dei manufatti tessili, poi metalmeccanici, fino al sorgere di
42
settori nuovi come la chimica e l'elettromeccanica. Le
ferrovie e la navigazione a vapore diedero uno straordinario
impulso alla circolazione di uomini e mezzi con maggiore
velocità e a costi ridotti. E i nuovi macchinari moltiplicarono
le possibilità di sfruttamento delle miniere, a cominciare da
quelle fondamentali di ferro e carbone, mettendo a
disposizione dell'industria le materie prime necessarie, poi
moltiplicate dal progresso scientifico. Tutto ciò fu permesso
dallo sviluppo parallelo dell'organizzazione finanziaria,
attraverso la forte crescita del sistema bancario, la
diffusione delle società per azioni, la formazione di grandi
concentrazioni capitalistiche orientate ora alla sfrenata
concorrenza, ora alla costituzione di giganteschi monopoli
e cartelli, e sempre più in grado di condizionare il potere
politico.
Gli effetti della rivoluzione industriale furono in un primo
tempo il rafforzamento della superiorità economica, in tutti
i settori, dell'Inghilterra, che intorno al 1850 deteneva da
metà a due terzi della produzione mondiale di ferro,
carbone e tessuti. La sterlina, la borsa e le banche di Londra
dominavano i mercati finanziari, e la flotta inglese i mari,
mentre l'impero coloniale britannico si estendeva in tutti i
continenti. Nella seconda metà dell'Ottocento miniere,
fabbriche, banche e ferrovie ebbero un grande sviluppo in
Belgio, in Francia e poi in Germania (unificata nel 1871) e
in misura minore, ma crescente, negli altri stati europei. Tra
gli ultimi decenni dell'Ottocento e l'inizio del Novecento fu
soprattutto straordinaria la crescita tedesca in tutti i campi,
dalla estrazione di ferro e carbone alla produzione delle
industrie pesanti, metalmeccaniche, chimiche,
elettrotecniche, dalle scoperte scientifiche e tecnologiche
all'incremento delle esportazioni, dall'espansione delle
banche a quella delle ferrovie. Le cifre non bastano a
evidenziare il ruolo dominante che l'economia tedesca
aveva acquistato in Europa, fino a raggiungere, e in molti
settori a sopravanzare, quella britannica, il cui tasso di
sviluppo era ormai decisamente inferiore.

43
La rivoluzione industriale ebbe effetti devastanti sulle
popolazioni europee. Il primo fu ovunque un peggioramento
delle condizioni di vita: i salari delle masse operaie in rapido
aumento erano bassi, i ritmi di lavoro massacranti, le
abitazioni e le condizioni igieniche disastrose. E l'unico
rimedio alla miseria delle campagne fu, a lungo,
l'emigrazione: milioni e milioni di inglesi e tedeschi, poi di
irlandesi, polacchi, italiani e spagnoli partirono nel corso
dei decenni verso gli Stati Uniti e il Sudamerica. Poi
molteplici fattori produssero un miglioramento. I sindacati
e i partiti operai, a prezzo di dure lotte, ottennero salari e
condizioni di lavoro più accettabili. Lo sviluppo economico
portò un aumento dei consumi interni, in primo luogo
alimentari, e un decisivo progresso della situazione igienica
e sanitaria, con un lento aumento della durata media della
vita. I governi liberali introdussero una legislazione sociale,
la scolarizzazione di massa e il suffragio universale
(maschile, s'intende). Il processo di urbanizzazione (nel
1800 le città europee con più di 100 mila abitanti erano 23
con il 2 per cento della popolazione complessiva, nel 1900
erano 135 con il 15 per cento di una popolazione
raddoppiata) fu accompagnato dal parziale risanamento dei
quartieri operai, dalla diffusione di nuove forme di
socializzazione e di organizzazione del tempo libero, come
lo sport, dalla generalizzazione di nuovi costumi e valori
collettivi. Il miglioramento complessivo delle condizioni di
vita si può misurare in base a due elementi: il primo è il
raddoppio della popolazione europea, dai 200 milioni del
1800 ai 400 del 1900, malgrado l'emigrazione oltreoceano.
In particolare l'Inghilterra passò da 15 milioni di abitanti
nel 1800 a 46 nel 1914, la Germania da 24 a 67, l'Italia da
18 a 38. Il secondo elemento è l'adesione che i partiti
socialisti di Gran Bretagna, Francia, Germania e Austria-
Ungheria diedero nel 1914 alla guerra, percepita come
difensiva, che dimostrava come il proletariato industriale
fosse ormai largamente integrato negli stati nazionali.
Fin quasi al termine dell'Ottocento questa gigantesca
trasformazione degli stati europei non aveva messo in
44
discussione gli equilibri internazionali stabiliti nel 1815.
Nel corso del secolo le guerre e le rivoluzioni furono
relativamente poche; l'unica che ebbe effetti rilevanti fu la
guerra franco- prussiana del 1870-1871 che ridimensionò il
ruolo della Francia come prima potenza continentale a
favore della Germania unificata. Nel complesso il sistema di
equilibri europeo dimostrò una notevole elasticità e
resistenza: la supremazia britannica era accettata perché
gli altri stati non potevano contrastarla sul piano economico
e perché l'Inghilterra non mirava a un dominio politico-
militare diretto sul continente, ma si limitava a impedire
che una singola potenza assumesse un ruolo predominante
(e difatti la Francia fu la sua prima avversaria dal Seicento
alla fine dell'Ottocento). La situazione cambiò con lo
straordinario sviluppo della Germania, che nel 1900 era
diventata la prima potenza continentale per la forza della
sua economia e del suo esercito, con ambizioni di
espansione politico-economica a livello europeo e oltre, che
entravano in diretta collisione con le posizioni britanniche.
Abbiamo finora lasciato da parte gli Stati Uniti d'America,
protagonisti dello sviluppo più straordinario. La loro
popolazione ammontava a 4 milioni al momento
dell'indipendenza, a 31 milioni nel 1861 (inizio della guerra
di secessione), a 96 milioni nel 1914, un incremento
permesso dalla forte immigrazione europea. Lo sviluppo
industriale fu spettacoloso: all'inizio del Novecento gli Stati
Uniti erano ormai la prima potenza industriale del mondo,
con una produzione superiore in tutti i settori a quella dei
maggiori stati europei, un livello tecnologico pari a quello
tedesco, un'agricoltura meccanizzata che copriva il
fabbisogno interno ed esportava notevoli quantità di
cereali. Avevano tuttavia un ruolo internazionale ridotto,
perché l'eccezionale espansione del mercato interno aveva
assorbito l'altrettanto eccezionale sviluppo dell'industria
(grazie anche a una forte protezione doganale). E
l'imperialismo statunitense si andava sviluppando verso
l'America centrale e il Pacifico, senza entrare in contrasto
diretto con quello delle potenze europee (salvo la debole
45
Spagna, cui nel 1898 gli americani tolsero con una breve
guerra Cuba e le Filippine). Gli Stati Uniti ostentavano
disinteresse nei riguardi dei problemi europei e l'Europa
guardava agli Stati Uniti con sufficienza e altrettanto scarso
interesse, sottovalutandone la potenza economica, la
cultura e la crescente espansione imperialistica. Un senso
di superiorità, non privo di elementi di disprezzo verso un
«popolo di banchieri e di bottegai» ritenuto privo di
capacità guerriere, che ritroveremo ancora in Hitler e
Mussolini.

- "Gli imperi coloniali".

La dimostrazione più evidente del ruolo dominante


dell'Europa erano gli imperi coloniali dei suoi stati, che
ricoprivano buona parte del mondo. Il primo impero
coloniale dell'età moderna, quello spagnolo nelle Americhe,
era stato fondato sul saccheggio e la distruzione degli stati
preesistenti e sullo sfruttamento illimitato delle genti e
delle risorse locali, tanto che aveva perso man mano
importanza e territori. Portoghesi e olandesi puntarono
invece sul monopolio del commercio di merci pregiate con
le regioni asiatiche. L'impero coloniale inglese, che nacque
nel Seicento per raggiungere straordinarie dimensioni
nell'Ottocento (circa un quinto della superficie terrestre), fu
invece molto più articolato, venendo a occupare sia regioni
di alta civiltà seppure povere di tecnologia e forze militari
come l'India, cui fu concesso un limitato sviluppo in
funzione degli interessi industriali britannici, sia regioni di
cui l'immigrazione europea cancellò le arretrate civiltà
come l'America settentrionale (dove però gli inglesi
incassarono la loro maggiore sconfitta, l'indipendenza degli
Stati Uniti) e l'Australia, sia regioni la cui agricoltura
primitiva venne riorganizzata per produrre ciò che
interessava al mercato europeo, come buona parte
dell'Africa. La tenuta di questo impero era garantita dal
dominio inglese dei mari, militare e mercantile, e dalla
superiorità economica e tecnologica della Gran Bretagna.
46
Tra le colonie inglesi deve essere annoverata anche
l'Irlanda, sottomessa nel Seicento, ma non mai assimilata
né condotta a un qualche sviluppo economico, semisvuotata
dall'emigrazione verso gli Stati Uniti nella seconda metà
dell'Ottocento, percorsa da movimenti di rivolta nazionale
che nel 1916 porteranno all'insurrezione di Dublino con una
richiesta di aiuto ai tedeschi e in seguito finalmente
riconosciuta come stato indipendente salvo che per la parte
settentrionale, ancor oggi legata all'Inghilterra a prezzo di
una lunga guerra civile che soltanto nel 1998 ha imboccato
la via delle trattative.
Minori dimensioni avevano i possedimenti coloniali olandesi
(l'attuale Indonesia) e quello che a fine Ottocento restava
degli imperi spagnolo e portoghese, soprattutto in Africa.
Nel 1830 la Francia diede inizio alla conquista dell'Algeria
(ci vollero quasi vent'anni per stroncare la resistenza
araba), che divenne una colonia atipica per la forte
immigrazione francese in una regione che, in relazione alle
risorse, era già densamente abitata. Nel 1954, quando avrà
inizio la guerra di liberazione d'Algeria, i francesi d'Algeria
saranno oltre un milione, con in mano tutto il potere e le
ricchezze, rispetto a nove milioni di arabi. In sostanza, fino
agli anni 1870-1880, l'unico impero coloniale di
considerevole importanza e ricchezza era quello britannico.
Poi di colpo gli altri stati europei scoprirono i vantaggi del
colonialismo, dando vita a una frenetica ricerca di territori
da occupare. La Francia, che fu la prima a partire, nel giro
di pochi anni mise le mani sull'Indocina e su vaste regioni
africane. Il Belgio si assicurò il ricco Congo, sfruttato con
cinica efficienza. La Germania, che si mosse qualche anno
più tardi, occupò notevoli possedimenti in Africa e posizioni
strategiche nel Pacifico, nettamente inferiori però a quelli
francesi. Alla corsa alle colonie non parteciparono l'Austria-
Ungheria, potenza essenzialmente terrestre che puntava a
un ampliamento dei suoi territori nei Balcani, e la Russia,
assorbita da una forte espansione in Asia centrale, dalla
valorizzazione della Siberia e da ambizioni verso l'Asia
nordorientale che la portarono allo scontro con il Giappone,
47
potenza emergente di teatro, che nel 1904-1905 inflisse ai
russi una dura sconfitta. L'Italia, come è noto, tentò una
penetrazione in Africa orientale (sbarco a Massaua, 1885),
che la portò a scontrarsi con l'Etiopia, l'unico stato africano
in possesso di una ragguardevole forza militare. Nel 1896
la sconfitta di Adua segnò un punto di arresto nelle
ambizioni italiane, che non potevano ritenersi soddisfatte
dalle piccole colonie d'Eritrea e di Somalia. Nel 1911 l'Italia
iniziò quindi l'occupazione della Libia (conclusa soltanto nel
1931), regione che per la sua povertà era rimasta fuori dei
possedimenti inglesi e francesi nell'Africa mediterranea.
All'espansione statunitense in America centrale e nel
Pacifico abbiamo già accennato.
La corsa alle colonie dell'ultimo quarto dell'Ottocento aveva
motivazioni immediate di natura politica piuttosto che
economica. Non è dubbio che il vero movente del
colonialismo sia lo sfruttamento delle regioni conquistate
attraverso il controllo del commercio e della produzione
agricola e mineraria. Ciò però richiede un certo livello di
capacità economiche, la disponibilità di regioni non prive di
risorse, tempi non brevi per la valorizzazione delle miniere
e la trasformazione dell'agricoltura; nell'ampliamento del
loro impero gli inglesi, che pure disponevano di mezzi e di
esperienza, avevano sempre privilegiato i tempi medio-
lunghi. Gli stati europei invece si avventarono sull'Africa, su
una parte dell'Asia meridionale e del Pacifico pensando
soltanto ad accaparrarsi i territori ancora liberi, di cui
avrebbero in seguito esplorato le possibilità di
sfruttamento. Non tutte le colonie erano ricche come il
Congo belga o l'Indocina francese; non fu soltanto l'Italia a
mettere le mani su regioni di assoluta povertà. Dietro
all'improvvisa esplosione della corsa alle colonie c'erano
ragioni di prestigio e speranze di arricchimento tutte da
verificare. Le colonie erano diventate uno "status symbol"
una dimostrazione di prestigio e di potenza prima che un
affare economico. Questo valeva soprattutto per la
Germania: nella competizione apertasi con la Gran
Bretagna e nella ricerca di nuovi mercati per le esportazioni
48
nazionali, l'acquisizione di possedimenti coloniali era vista
come un passo necessario per un'affermazione di potenza a
livello mondiale e come un attacco indiretto alla superiorità
britannica.
In sostanza, la corsa alle colonie dell'ultimo Ottocento era
la proiezione su scala mondiale delle rivalità e delle
ambizioni degli stati continentali e un modo indiretto di
contestare la supremazia britannica. Ciò non attenua il
carattere di sopraffazione e di razzismo proprio di tutto il
colonialismo: la conquista di nuovi possedimenti
comportava in ogni caso la destabilizzazione delle società e
la crisi delle economie tradizionali africane e asiatiche.

- "Un'Europa nuova e pronta per la guerra".

Nei decenni che precedono la prima guerra mondiale


l'Europa conosce una serie di profonde trasformazioni.
Interpretarle univocamente come una marcia verso la
guerra sarebbe una forzatura, non soltanto per le
contraddizioni e le resistenze che i processi di
modernizzazione provocavano, ma perché civiltà liberale e
rivoluzione industriale esprimevano una straordinaria
vitalità e una ricchezza di aperture e conquiste che non si
possono racchiudere in uno schema costruito a posteriori.
Tuttavia le dimensioni, l'intensità e la durata della prima
guerra mondiale furono rese possibili dalle grandi
trasformazioni dei decenni precedenti.
La più evidente è ovviamente il ruolo assunto dall'industria
nei maggiori paesi. Cambia anche il paesaggio: città sempre
più grandi, ferrovie e porti, miniere e zone industriali
altamente inquinanti. Cambiano i rapporti politici: il peso
crescente dell'industria nella prosperità di una nazione e la
concentrazione del suo controllo in un numero ristretto di
grandi imprenditori e di banchieri danno a costoro
un'influenza sulle decisioni dei governi che controbilancia e
talora sopravanza le conquiste delle democrazie
parlamentari e dei partiti di massa. Un'altra contraddizione
deriva dal contrasto tra le dimensioni e tendenze nazionali
49
e internazionali dell'industria, divisa tra l'utilità di un pieno
controllo del mercato interno, quindi di una politica
protezionistica, e la necessità di vendere e comprare sui
mercati mondiali. La disponibilità di carbone e di ferro non
bastava a garantire l'autosufficienza neppure agli stati più
fortunati, perché quantitativi minori, ma essenziali, di
minerali dovevano essere importati; ad esempio la difficoltà
di procurarsi rame, zinco, nichel fu un notevole aggravio
per la Germania durante il conflitto mondiale. Il possesso di
un secolare e articolato impero coloniale costituiva per gli
inglesi un grosso vantaggio, che la corsa alle colonie degli
altri paesi iniziava appena a scalfire.
La difficoltà di cogliere la profondità delle trasformazioni in
corso è attestata dal fatto che nessuno aveva previsto il
ruolo determinante che l'industria avrebbe avuto nel
conflitto. Era convinzione generale che la guerra sarebbe
stata breve (su ciò ritorneremo) e quindi condotta con le
armi e le munizioni immagazzinate in tempo di pace. In
realtà le dimensioni della prima guerra mondiale furono
rese possibili dalla capacità dell'industria di moltiplicare e
convertire la sua produzione per far fronte alle crescenti
richieste degli eserciti, fino a tenere alle armi per anni
milioni di uomini e a rifornirli di migliaia di cannoni e di
decine di milioni di granate. Uno sviluppo superiore a ogni
aspettativa, favorito dal superamento dei problemi di costo
e di concorrenza, poiché lo Stato diventava l'acquirente
unico, preoccupato soltanto della quantità e rapidità delle
forniture.
Un'altra conseguenza della rivoluzione industriale fu la
trasformazione dell'agricoltura. Nei secoli precedenti la
difficoltà e il costo dei trasporti avevano costretto gli stati a
contare per la loro alimentazione essenzialmente sulla
produzione agricola interna, che imponeva crudeli limiti
all'aumento della popolazione. Con la rivoluzione
industriale si verificarono processi complessi: la
diminuzione delle superfici coltivate e del numero dei
lavoratori agricoli, l'incremento della resa dei terreni grazie
alle nuove tecniche, soprattutto la riduzione del costo dei
50
trasporti: navigazione a vapore e ferrovie resero possibile e
conveniente per gli stati industrializzati europei
l'importazione di cereali, carne e foraggi dalle grandi
pianure russe, argentine e nordamericane. Fu così possibile
l'incremento della popolazione grazie al miglioramento
delle condizioni igienico- sanitarie e dell'alimentazione. Alla
vigilia del conflitto mondiale, gli addetti all'agricoltura
erano scesi al 12 per cento in Inghilterra e al 18 per cento
in Belgio, la cui alimentazione dipendeva ormai dalle
importazioni; erano ancora il 38 per cento in Germania (ma
non bastavano per l'autosufficienza alimentare), il 56 per
cento in Francia e il 75 per cento in Russia. Sono indici dei
diversi livelli di sviluppo agricolo, da interpretare tenendo
conto anche delle situazioni nazionali: con una percentuale
simile di contadini, la Francia era un paese piuttosto ricco
e sviluppato, l'Italia in gran parte povero e
semindustrializzato.
La rivoluzione industriale portò trasformazioni decisive
anche nel settore dei trasporti. Le navi con scafo metallico
e motore a vapore ridussero le distanze tra i continenti, le
ferrovie diedero uno sviluppo mai visto alle comunicazioni
interne, ridimensionando il contributo della navigazione
fluviale, che per secoli era stata l'unico mezzo di trasporto
conveniente sulle medie distanze. Anche il trasporto su
strada perse importanza, salvo sulle piccole distanze: i
cavalli non erano competitivi con il treno e nel 1914 gli
automezzi erano ancora nella fase iniziale di sviluppo.
Le operazioni militari danno un'idea della rivoluzione dei
trasporti. Il treno conobbe la prima applicazione militare
nella guerra piemontese del 1859, quando 120 mila francesi
furono trasportati da Genova ad Alessandria in un sesto del
tempo necessario per il trasferimento a piedi. Pochi anni
dopo le ferrovie sostenevano il peso della guerra di
secessione nordamericana. Nel 1870, poi, il treno permise
ai prussiani di concentrare sul Reno 740 mila uomini
provenienti da tutto il loro territorio prima che fossero
pronte le truppe francesi già stanziate vicino alla frontiera.
In seguito tutti gli eserciti pianificarono l'impiego delle
51
ferrovie per la mobilitazione e l'avvio alla frontiera delle
truppe; si trattava di organizzare i movimenti di milioni di
uomini e dei loro mezzi (cavalli, cannoni, viveri) e poi di
procurare loro l'afflusso di rifornimenti necessari per vivere
e combattere. Possiamo anticipare che causa non ultima
della staticità dei fronti della prima guerra mondiale fu la
necessità di un volume di approvvigionamenti quotidiani
(migliaia di tonnellate) che soltanto le ferrovie potevano
garantire, dati i limiti dei trasporti su strada.
Le trasformazioni provocate dalla rivoluzione industriale
sono immediatamente percepibili. Meno evidenti, ma
altrettanto importanti sono altre trasformazioni, che si
possono sintetizzare nello sviluppo dello Stato e delle sue
strutture. Facciamo ancora riferimento ai problemi militari.
Fu la Rivoluzione francese a introdurre il principio della
coscrizione generale, ossia l'obbligo del servizio militare
per tutti i cittadini; ma per tradurlo in pratica mancavano
gli strumenti necessari, a cominciare dagli elenchi dei
soggetti alla leva (erano le parrocchie che tenevano i
registri delle nascite e dei morti) e dalla capacità di un
controllo effettivo della popolazione. Lo Stato doveva in
sostanza limitarsi a chiedere ai comuni di fornire
annualmente un dato numero di reclute sulla base di criteri
generali per arruolamenti ed esenzioni. Per arrivare alla
piena utilizzazione delle risorse umane che fu propria della
prima guerra mondiale occorrevano la creazione di
un'anagrafe pubblica, lo sviluppo di una burocrazia militare
in grado di gestire direttamente visite di leva ed esenzioni,
nonché di corpi di polizia capaci di un controllo capillare dei
cittadini e della ricerca efficace di renitenti e disertori.
Occorreva anche un'evoluzione della cultura di massa, tale
che il servizio militare non fosse più sentito come
un'imposizione arbitraria del sovrano per fini estranei o
incomprensibili alla popolazione, bensì come un dovere
verso lo Stato, gravoso, ma socialmente accettato
(malgrado la diffusione dell'antimilitarismo popolare) e
comunque obbligato, non fosse altro che per il costo di un
rifiuto.
52
Tutto ciò richiedeva uno sviluppo complessivo del ruolo
dello Stato e dei suoi apparati, che (con ritmi e
caratteristiche variabili a seconda dei paesi) conobbero un
incremento crescente, destinato a protrarsi nel Novecento.
Ci limitiamo ad alcuni esempi, come l'intervento nel settore
sanitario con le vaccinazioni di massa, le condotte mediche,
una prima normativa igienica; poi la legislazione sociale e i
primi controlli sull'industria, o ancora la diffusione della
scuola elementare e poi di quella tecnica. Su un altro
versante, continuò a crescere la partecipazione dello Stato
e degli enti locali all'economia e alla vita dei paesi con la
creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo,
l'introduzione di un sistema fiscale articolato, la
regolamentazione del commercio, dell'urbanistica,
dell'istruzione universitaria. Insieme cresceva la
partecipazione dei cittadini alla vita pubblica attraverso
partiti e sindacati, parlamenti e amministrazioni locali,
associazioni politiche, culturali e assistenziali.
La mobilitazione delle energie nazionali per la guerra, che
si verificò in proporzioni mai viste per sostenere sacrifici e
perdite incalcolabili, fu dunque possibile perché gli stati
avevano assunto compiti sempre più vasti e creato le
necessarie strutture amministrative. Durante il conflitto il
ruolo degli stati crebbe a dismisura; la situazione di
emergenza e la necessità di fornire agli eserciti uomini e
mezzi in quantità sempre maggiore portarono dovunque a
concedere ai governi e alle strutture statali poteri crescenti
e quasi dittatoriali. Con differenze minori tra i paesi, i
parlamenti vennero largamente esautorati, la democrazia
interna drasticamente ridotta, i diritti politici dei cittadini
sospesi di fatto. Tutti i belligeranti sottoposero le
opposizioni costituite e le forme spontanee di dissenso e
protesta a un duro regime poliziesco ed esercitarono un
forte controllo sugli strumenti di informazione e
propaganda. Il grado di partecipazione della cultura
liberale alla guerra si misura anche dal fatto che
l'instaurazione di questi regimi dittatoriali avvenne con un

53
consenso diffuso, perché era avvertita come necessaria per
la vittoria.
Un'altra grande trasformazione si può indicare in sintesi
come "nazionalizzazione delle masse". Era naturale che la
classe dirigente si identificasse in stati che aveva voluto e
creato e facesse del patriottismo la sua bandiera; e che
riuscisse a influenzare in questo senso la piccola borghesia.
Il problema era l'estraneità allo Stato dei contadini, quasi
dovunque la maggioranza della popolazione, e l'opposizione
del proletariato organizzato. Qui il discorso si complica,
perché le differenze nazionali sono rilevanti (in Italia le
campagne meridionali così come la pianura padana erano
fonte di instabilità, mentre negli altri stati le masse
contadine erano generalmente inquadrate e obbedienti) e
gli studi offrono un notevole divario di interpretazioni e
valutazioni. Possiamo quindi soltanto indicare le linee di
tendenza di uno sviluppo assai articolato e non privo di
contraddizioni, di cui misuriamo soprattutto gli esiti, ossia
l'obbedienza e la capacità di sacrificio di cui diedero prova
in guerra i soldati di tutti gli eserciti. Alla base del consenso
dei contadini stava una radicata educazione all'obbedienza
e al dovere, rafforzata dall'opera delle Chiese, che si
traduceva in una accettazione rassegnata di ciò che non si
poteva controllare, come la valanga e la grandine,
l'emigrazione e la guerra. Valori nazionali penetravano nel
mondo contadino in primo luogo attraverso la scuola
elementare e il servizio militare obbligatorio, veicoli
entrambi di un patriottismo che si aggiungeva senza
contraddizioni ai valori tradizionali, con vicende appunto
diverse e difficili da misurare: la campagna francese è
spesso vivacemente patriottica, quella tedesca è più
inquadrata e subordinata, quella italiana assai
disomogenea. Il movimento socialista sviluppa invece
un'aggressiva contestazione della cultura dominante, con
una denuncia del ruolo di classe degli eserciti e la
contrapposizione di un internazionalismo proletario; i
congressi dell'Internazionale socialista comprendono di
regola la richiesta di un forte impegno contro i conflitti tra
54
stati, fino alla minaccia di uno sciopero generale
internazionale in caso di guerra. Con il consolidamento
delle organizzazioni socialiste e il miglioramento delle
condizioni di vita degli operai (quindi con ritmi diversi da
paese a paese) si manifesta anche una loro progressiva
integrazione nello stato liberale, un'accettazione delle
regole della vita politica (quando non sono più indirizzate
contro scioperi e lotte sindacali) e della democrazia
borghese. Antimilitarismo e internazionalismo diventano
temi di bandiera più che obiettivi prioritari e il patriottismo
(mai rinnegato) viene man mano vissuto in una prospettiva
nazionale. La realtà è più complessa di questo schema
generale, l'integrazione del movimento socialista si svolge
in tempi e modi diversi (con maggiori difficoltà in un'Italia
più povera e arretrata) e trova opposizione in minoranze
agguerrite. Ancora una volta possiamo misurarne
soprattutto l'esito, ossia l'accettazione nel 1914 della
guerra nazionale "difensivà da parte dei maggiori partiti
socialisti europei.
La nazionalizzazione delle masse operaie e contadine
troverà compimento durante il conflitto, sotto la pressione
di circostanze eccezionali. Il suo sviluppo fino al 1914 è uno
degli elementi di una trasformazione complessiva
dell'Europa che, torniamo a ripetere, non porta
necessariamente alla guerra mondiale, ma è premessa
necessaria perché questa guerra possa nascere e
raggiungere dimensioni e intensità straordinarie.

- "La guerra come frattura nella storia europea".

Nell'estate 1914 tutti i belligeranti dichiararono di essere


costretti a scendere in campo perché minacciati e aggrediti;
e la guerra fu presentata e sentita come difensiva da
entrambe le parti. La propaganda bellica insisté su questo
tema: la colpa del conflitto era tutta del nemico,
debitamente demonizzato come barbaro e traditore. Nel
1919, al momento della firma del trattato di pace di
Versailles, i vincitori obbligarono la Germania sconfitta a
55
riconoscere di avere voluto e provocato la guerra, di cui
perciò doveva pagare tutte le spese. Il verdetto dei vincitori
non poteva logicamente risolvere la questione: nei vent'anni
seguenti infuriò un aspro dibattito sulle responsabilità del
conflitto e la ricerca storica si diede, con evidenti obiettivi
e condizionamenti politici, alla ricostruzione dettagliata,
ora per ora, delle intenzioni e delle mosse dei governi e
degli stati maggiori nei giorni delle dichiarazioni di guerra,
assolvendoli o condannandoli di volta in volta.
Con il distacco dei decenni intercorsi possiamo dire che
queste ricostruzioni minute hanno un'importanza relativa,
perché la responsabilità del conflitto non si può addossare
a un solo stato (e tanto meno a uno statista più che agli
altri). Germania e Austria-Ungheria tennero certamente un
contegno più aggressivo nell'estate 1914, ma la corsa verso
la guerra era un atteggiamento comune a tutte le maggiori
potenze, ognuna delle quali era stata protagonista di una
serie di provocazioni negli anni precedenti.
La prima guerra mondiale fu una guerra per l'egemonia in
Europa. Anche a costo di un conflitto, la Gran Bretagna e i
suoi alleati intendevano difendere le posizioni acquisite
contro l'aggressiva espansione tedesca e la Germania
affermare la sua superiorità e assicurarsi gli spazi per
un'ulteriore crescita. Decidere chi avesse ragione, le
potenze affermate nel sostenere con le armi un vantaggio
che avevano cominciato a perdere sul piano economico,
oppure la potenza emergente che non accettava limiti al suo
sviluppo, è un problema che non intendiamo risolvere. Tutte
le nazioni in lotta si muovevano nella stessa logica di
potenza, piegando i valori della civiltà liberale ai loro
interessi e alle loro ambizioni: quindi vanno collocate tutte
sullo stesso piano. Se proprio si vuole stilare una
graduatoria, le responsabilità vanno ripartite a seconda del
peso dei singoli stati, attribuendone una parte maggiore
alle grandi potenze (e quindi in primo luogo a Germania e
Inghilterra) rispetto a quelle medie e piccole, la cui
aggressività non era in grado di scatenare un conflitto così
grande.
56
Il ragionamento può anche essere rovesciato: la rivalità
anglotedesca non avrebbe determinato un conflitto tanto
vasto, se alla corsa alla guerra non avesse partecipato una
serie di altri stati. La Francia sognava la rivincita contro la
Germania che nel 1870-1871 le aveva tolto l'Alsazia e la
Lorena e il primato sul continente, ma, ormai troppo
inferiore rispetto alla rivale, doveva ricercare alleati come
la Russia (patti militari del 1893) e la Gran Bretagna
("Entente cordiale", intesa del 1904). La Russia si sentiva
minacciata dalle mire tedesche sulle grandi pianure
orientali e a sua volta puntava al controllo dei Balcani e
degli stretti turchi del Bosforo e dei Dardanelli, che la
chiudevano nel Mar Nero; inoltre vedeva nella guerra un
mezzo per superare le crescenti difficoltà interne. Anche
l'Austria-Ungheria sperava che una guerra vittoriosa
avrebbe rinsaldato la sua unità plurinazionale e permesso
una sua ulteriore espansione nei Balcani, una regione su cui
pure l'Italia nutriva confuse aspirazioni. La crisi dell'Impero
turco aveva lasciato un vuoto di potere nella penisola
balcanica, in cui si affrontavano le ambizioni delle grandi
potenze e quelle degli stati nazionali di recente
costituzione, divisi da aspre rivalità e con frontiere ancora
da definire.
Fuori d'Europa bisogna ricordare la vicina Turchia, che
dalla difesa di un impero in disfacimento passa
all'affermazione di uno stato nazionale, e il lontano
Giappone, che si limitò a impadronirsi dei possedimenti
tedeschi tra Cina e Pacifico. E naturalmente gli imperi
coloniali delle potenze europee, particolarmente quello
britannico, che garantì alla madrepatria un flusso costante
di rifornimenti e anche di truppe.
Molti stati europei si dichiararono neutrali: Belgio e
Lussemburgo furono ciononostante invasi dalle truppe
tedesche, mentre Olanda, Svizzera, i paesi scandinavi,
Spagna e Grecia riuscirono a restare fuori del conflitto, in
cui invece entrarono in tempi diversi Italia, Bulgaria e
Romania.

57
Come abbiamo detto, fu una guerra tra patrie, una
dimensione che accomunava gli stati industrializzati e quelli
più poveri e arretrati. In Austria-Ungheria però patria e
nazione non per tutti coincidevano; e anche altri stati
avevano al loro interno minoranze di altre nazionalità. Il
caso più evidente era la Polonia, cancellata come stato alla
fine del Settecento e divisa tra Russia, Germania e Austria-
Ungheria; ma bisogna anche ricordare cechi, slovacchi,
finlandesi, sloveni, croati, bosniaci, nonché le regioni di
frontiera sottratte ai vicini stati nazionali, come l'Alsazia e
la Lorena, Trieste e il Trentino e non pochi territori
balcanici. La forza degli stati moderni era tale che nel 1914
le minoranze nazionali marciarono inquadrate negli eserciti
dei rispettivi stati. Le crepe e poi le fratture nazionali
sarebbero emerse nel prosieguo del conflitto.
Scoppiata per l'egemonia in Europa, affrontata da stati
nazionali simili per strutture politiche ed economiche e per
l'adesione ai valori liberali, la prima guerra mondiale si
presentava come un evento interno alla crescita
dell'Europa, che avrebbe dovuto ridefinire le gerarchie
nazionali senza però arrestarne la marcia verso il progresso
e il dominio mondiale. E invece il conflitto assunse sin dalle
prime battute un'intensità che comportava lacerazioni
irreversibili dei rapporti preesistenti e, subito dopo, una
dimensione totale e un carattere di logoramento e di
distruzione di risorse che non potevano non minare alle basi
la crescita e il ruolo stesso dell'Europa. Lungi dal rimanere
un fatto interno allo sviluppo europeo, la prima guerra
mondiale divenne una frattura epocale a tutti i livelli. Le
serene certezze della civiltà liberale naufragarono
nell'orrore delle trincee. E le democrazie parlamentari di
Francia e Inghilterra, emerse vittoriose e dominanti dal
conflitto, dovettero subire l'assalto dei partiti e regimi
nazifascisti e comunisti, che da opposti versanti negavano
radicalmente quella civiltà, mentre gli equilibri raggiunti
nel 1919 venivano messi in discussione dalla riscossa
tedesca, dall'avvento dell'Unione Sovietica e infine dalla

58
nuova egemonia degli Stati Uniti e dalla crisi degli imperi
coloniali.
«Guerra dei trent'anni»: con questa definizione una
corrente di pensiero storico- politico intende evidenziare la
sostanziale continuità della storia europea sotto il segno
della competizione per l'egemonia tra stati nazionali
attraverso due guerre mondiali e vent'anni di pace. Questa
interpretazione ha il pregio di sottolineare la precarietà
dell'assetto europeo definito nel 1919: la politica
anglofrancese di ridimensionamento della Germania
(attraverso una serie di limitazioni di sovranità e
pesantissime riparazioni di guerra) e di "cancellazione"
della Russia comunista (isolata con un "cordone sanitario"
che bloccava traffici e rapporti internazionali e accerchiata
da una corona di stati ostili) si sarebbe rivelata efficace
soltanto sul breve periodo e attestava la difficoltà che
Francia e Inghilterra incontravano nell'esercitare una
duratura egemonia, che fosse garanzia di stabilità. Il
concetto di «guerra dei trent'anni» implica inoltre una
giusta sottolineatura della continuità della dimensione
nazionale e dei suoi valori dalla prima alla seconda guerra
mondiale: la patria rimane nell'uno e nell'altro conflitto un
elemento fondante di identificazione per gli stati e i
combattenti. E la continuità delle ambizioni
espansionistiche passa attraverso antiche democrazie e
nuovi regimi totalitari, come dimostrano le mire di Hitler
sulle pianure dell'Europa orientale, le preoccupazioni di
Stalin per la sicurezza dei confini occidentali russi e per il
controllo dei Balcani, la politica imperiale di Churchill.
Riteniamo tuttavia che il concetto di «guerra dei
trent'anni», pur stimolante, sia da respingere come
interpretazione complessiva per più ragioni. La prima è il
suo carattere eurocentrico: si può considerare la prima
guerra mondiale come un conflitto essenzialmente europeo,
anche se il contributo degli imperi coloniali e soprattutto
degli Stati Uniti non fu secondario. La seconda guerra
mondiale è però davvero mondiale, non soltanto perché
combattuta nel Pacifico, in Asia, in Africa, con la
59
partecipazione del Giappone, della Cina e di altri paesi, ma
perché ebbe come posta l'egemonia non solo a livello
europeo ma appunto mondiale. Un'ulteriore ragione è che
la seconda guerra mondiale ebbe carattere più complesso:
guerra tra stati nazionali, ma anche tra regimi quanto mai
diversi come ideologia, strutture politiche e organizzazione
economica. Per fare un solo esempio, l'impero tedesco del
1914 e il Terzo Reich di Hitler sono comparabili come
ambizioni di potenza, ma non certo come civiltà; la politica
nazista di terrore e genocidio, con metodi industriali e
dimensioni di massa, rappresenta un tragico salto di qualità
rispetto alla guerra del 1914-1918. Inoltre la seconda
guerra mondiale non fu condotta soltanto tra stati, ma
conobbe pure lo sviluppo di conflitti civili, di classe e di
liberazione nazionale, di dimensioni e conseguenze
tutt'altro che trascurabili.
Infine, ridurre la prima guerra mondiale a prima fase della
guerra dei trent'anni porta a sottovalutare la sua natura di
rottura epocale. All'inizio del Novecento l'Europa era in
crescita sotto ogni profilo, dall'economia alle scienze, dalla
democrazia interna allo sviluppo civile, dalla cultura alle
condizioni di vita. Questa straordinaria ricchezza di energie
fu bruscamente distorta dalle esigenze di una guerra
mortale e fratricida, condotta in nome dei più alti valori
della civiltà liberale. Una svolta disastrosa per il ruolo
dell'Europa, che uscì dal conflitto logorata e diminuita, e
ancor più per la grande civiltà liberale, che alle prospettive
di progresso preferì le trincee di Verdun e del Carso.

LA CORSA VERSO LA GUERRA.

- "La pace armata".

Dopo la guerra franco- prussiana del 1870-1871 l'Europa


conobbe un mezzo secolo di pace quasi assoluta, salvo
conflitti limitati nei Balcani e fuori del continente. Era però
60
una pace armata: tutti gli stati europei continuarono a
spendere per le loro forze di terra e di mare somme ingenti,
motivate con la necessità di tener testa alla crescita delle
forze degli altri stati. Gli eserciti, che nel periodo
precedente avevano dato la priorità alla difesa dell'ordine
interno, furono sempre più orientati alla prospettiva di una
guerra europea, con incrementi ripetuti di uomini, cavalli e
cannoni. In ogni paese il dibattito sull'entità delle spese
militari e sull'organizzazione delle forze armate fu ripreso
più volte con intensità e asprezza, con schieramenti che non
si possono ricondurre schematicamente alla
contrapposizione tra destra e sinistra liberale e
democratica (in Italia l'esercito ebbe i bilanci più bassi negli
anni di fine secolo, sotto i governi autoritari di Francesco
Crispi, Antonio Di Rudinì e Luigi Pelloux, mentre tali bilanci
conobbero gli incrementi più forti sotto uomini della sinistra
liberale come Agostino Depretis e poi Giovanni Giolitti).
Tale dibattito si concluse quasi sempre con la concessione
degli stanziamenti richiesti dai militari, perché tutte le forze
politiche (tranne i socialisti) erano sensibili all'appello di
garantire una difesa nazionale più efficace.
Sarebbe una forzatura presentare questo mezzo secolo
come dominato dalla corsa alla guerra, che divenne una
minaccia incombente soltanto negli anni immediatamente
precedenti il 1914. L'intensificarsi dei sentimenti nazionali
contrapposti e lo sviluppo delle rivalità di potenza si
tradussero, a lungo, soprattutto in una richiesta di
sicurezza. I continui incrementi degli apparati militari
potevano tuttavia garantire pace e sicurezza sul breve
periodo, ma diventavano a loro volta un fattore di rivalità e
insicurezza, rilanciando la competizione tra stati. Con
l'inizio del Novecento governi, stati maggiori e opinione
pubblica furono presi in una spirale incalzante: il
deteriorarsi degli equilibri europei era fronteggiato con
l'aumento delle spese militari, che aggravava la crisi dei
rapporti internazionali e le spinte aggressive, e quindi
richiedeva ulteriori incrementi di eserciti e flotte da guerra.

61
Al trionfale sviluppo della civiltà liberale e dell'economia
industriale nel corso del mezzo secolo si accompagnò perciò
quello delle forze armate; e la richiesta crescente di
sicurezza si tradusse in un fattore di competizione che
generava nuove insicurezze e paure. Non era scritto che
tutto ciò dovesse portare automaticamente alla
conflagrazione europea, ma certo ne fu una delle cause
principali.

- "Gli eserciti europei".

Nel 1914 gli eserciti delle potenze europee erano simili per
strutture e armamenti, perché avevano tutti assunto come
modello, pur con adattamenti, quello prussiano affermatosi
con le vittorie del 1866 e del 1870. Faceva eccezione
l'esercito britannico, di cui diremo dopo.
Alla base vi era la coscrizione obbligatoria, ossia l'obbligo
di prestare servizio militare per tutti i maschi riconosciuti
fisicamente idonei alla visita di leva. L'esonero a
pagamento, che aveva contraddistinto il periodo
precedente, era stato soppresso dovunque; soltanto per gli
ufficiali di complemento restava il vantaggio di una ferma
più breve. Chiamare alle armi tutti gli uomini disponibili
avrebbe però comportato una spesa troppo alta; una parte
del contingente di leva era quindi esentata dal servizio per
il tempo di pace secondo criteri oggettivi, essenzialmente le
condizioni di famiglia (venivano esonerati il primogenito di
madre vedova, il secondo o terzo fratello nelle famiglie
numerose, talora i figli unici, eccetera) e più raramente di
"status" (il clero, non però dovunque: ad esempio in Italia
l'esenzione era stata ritirata a seguito della guerra mossa
dalla Chiesa romana allo Stato unitario). Ovviamente la
percentuale degli arruolati variava a seconda dei paesi e dei
momenti: nel primo Novecento la Francia, per poter
disporre di una forza alle armi non troppo inferiore a quella
62
della più popolosa Germania, eliminò ogni forma di esonero
sin dal tempo di pace. In Italia gli esentati per ragioni di
famiglia erano assegnati alla terza categoria; un sorteggio
pubblico ripartiva gli altri tra la seconda, (che doveva
trattenersi per un massimo di sei mesi sotto le armi, ma
finiva quasi sempre col restare a casa per mancanza di
fondi), e la prima categoria, che compiva la ferma regolare
(e con gli anni passò da 60000 a 150 mila uomini circa,
grazie all'aumento dei bilanci e delle nascite e alla riduzione
della ferma).
La ferma (il servizio in tempo di pace) andava da due a tre
anni a seconda dei paesi (tre anni in Italia, poi due anni poco
prima del conflitto), generalmente con un anno in più per le
armi a cavallo (a causa dell'addestramento più lungo e
costoso) e per la marina. La ferma di due- tre anni era
considerata breve, sebbene sufficiente per l'addestramento
militare: governi e stati maggiori avrebbero preferito la
ferma di cinque-sei anni del periodo precedente, che meglio
garantiva l'educazione dei soldati all'obbedienza e alla
lealtà verso l'istituzione, però consentiva di chiamare alle
armi un numero inferiore di uomini. Terminata la ferma, il
soldato poteva essere richiamato per brevi periodi di
addestramento (o per emergenze, come una crisi
dell'ordine pubblico) e poi per completare l'esercito in caso
di mobilitazione generale per guerra.
Chiariamo il sistema con un esempio. In Italia un
reggimento di fanteria disponeva di una forza media di pace
di circa 1000 uomini (di meno in inverno con due sole classi
alle armi, di più in estate con tre classi), più una sessantina
di ufficiali di carriera. Per raggiungere la forza di guerra di
3000 uomini era indispensabile la mobilitazione generale,
che permetteva di completare il reggimento con le classi più
giovani di riservisti (gli uomini congedati dopo la ferma
costituivano appunto la riserva). Le unità di pace e i servizi
necessari per i loro rifornimenti avevano una forza
sufficiente per l'addestramento e i compiti normali di
presidio, di tutela dell'ordine pubblico e di intervento in
caso di calamità naturali; ma non erano in grado di
63
affrontare una guerra senza l'afflusso dei riservisti,
permesso soltanto dalla mobilitazione generale. L'esercito
italiano, che contava allora una forza di pace di circa 250
mila uomini (aumentata per l'occasione con il richiamo di
una classe) per riuscire a inviarne 100 mila in Libia nel
1911-1913 dovette sconvolgere tutta la sua organizzazione.
La mobilitazione generale comportava anche il richiamo
delle classi meno giovani di riservisti e poi la chiamata di
coloro che erano stati esonerati dalla ferma (e di chi fruiva
del rinvio del servizio per motivi di studio). Questi uomini
erano destinati alla formazione di nuove unità di rincalzo
(dette, in Italia, di milizia mobile), il cui approntamento
avrebbe però richiesto non pochi mesi (soltanto in
Germania le unità della Landwehr avevano già
un'organizzazione tale da permettere loro di entrare in
campo insieme a quelle dell'esercito permanente). Le classi
più anziane dovevano costituire reparti detti di milizia
territoriale, con compiti di presidio interno e solo
eccezionalmente di combattimento.
Gli eserciti europei presentavano nel 1914 strutture simili:
i reggimenti di fanteria mobilitati avevano dovunque circa
3000 uomini (divisi in tre battaglioni e dodici compagnie), e
16-18000 le divisioni, dette quaternarie perché contavano 4
reggimenti di fanteria (riuniti in 2 brigate), più un
reggimento di artiglieria leggera (da campagna) e reparti
del genio e dei servizi (sanità e rifornimenti). La differenza
più sensibile riguardava l'artiglieria: le divisioni tedesche
erano meglio provviste di quelle francesi e queste di quelle
italiane. Oltre alle divisioni si contavano poi un numero
variabile di unità di fanteria scelta o specializzata (come i
bersaglieri e gli alpini italiani), di cavalleria e di artiglieria
media, poi parchi d'assedio di artiglieria pesante poco
mobile, reparti delle varie specialità del genio (zappatori,
telegrafisti, ferrovieri, pontieri, minatori) e naturalmente il
gran numero di unità dei servizi necessarie per il
rifornimento delle truppe, soprattutto carri e cavalli (gli
automezzi cresceranno con la guerra) per il trasporto dalle
ferrovie ai campi di battaglia.
64
Tutti gli eserciti contavano su un corpo di ufficiali di
carriera formati nelle apposite scuole, con avanzamenti per
anzianità e merito, sovrabbondanti in pace perché
proporzionati alle esigenze della mobilitazione. Era una
corporazione chiusa (per usare un termine sociologico), che
ostentava generalmente distacco se non disprezzo verso la
classe politica, anche se di reclutamento ormai
prevalentemente borghese. Godevano dovunque di un
prestigio assai minore gli ufficiali di complemento, che
prestavano un servizio di leva abbreviato, e i sottufficiali,
arruolati con una ferma volontaria di almeno cinque anni,
rinnovabile. Soltanto la guerra ne avrebbe riconosciuto
l'importanza.
La forza degli eserciti si misurava tradizionalmente sul
numero di divisioni di fanteria permanenti e sugli uomini
alle armi in tempo di pace. La Germania nel 1914 contava
50 divisioni e 850 mila uomini (più 31 divisioni di Landwehr
di mobilitazione immediata). L'Austria-Ungheria 48
divisioni e 475 mila uomini. La Francia 47 divisioni e 800
mila uomini (più 25 divisioni di riserva semipronte). L'Italia
25 divisioni e 250 mila uomini. E' più difficile fornire cifre
attendibili per la Russia: l'esercito contava 70 divisioni (più
24 di cavalleria) e poco meno di un milione di uomini, con
altre decine di divisioni da approntare in tempi diversi. Si
tenga comunque presente che queste cifre sono orientative,
perché la forza degli eserciti poteva variare secondo le
stagioni (era dovunque maggiore in estate), i bilanci annuali
e i programmi di sviluppo.
Faceva eccezione l'esercito britannico, l'unico che avesse
rifiutato la coscrizione obbligatoria e continuasse a contare
su truppe composte da volontari a lunga ferma. Le ragioni
sono evidenti: da una parte per difendere l'Inghilterra non
erano necessarie le grandi masse che soltanto la leva
obbligatoria poteva dare, perché il suo schiacciante
predominio navale escludeva ogni possibilità di invasione.
Secondo una tradizione secolare, il concorso britannico alla
guerra europea avrebbe dovuto limitarsi a un corpo di
spedizione di ridotte dimensioni e trovare invece efficacia
65
in campo navale ed economico. Dall'altra, il compito
principale dell'esercito inglese era la difesa di un potere
imperiale che si estendeva su tutti i continenti: per
fronteggiare guerre, guerriglie e occupazioni in territori
così lontani erano necessari professionisti a lunga ferma, il
cui reclutamento era garantito da un decisivo
miglioramento delle loro condizioni di vita e di carriera. Ne
conseguiva che nell'agosto 1914 sbarcarono in Francia 5
divisioni inglesi, in tutto 160 mila uomini bene addestrati,
pochi dinanzi ai milioni di soldati messi in campo da francesi
e tedeschi.

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Tabella 1. Spese militari nel 1910 (in franchi- oro).

[B] bilanci militari (milioni) - [P] popolazione (milioni) - [S]


spese militari per abitante.
Russia: B 1370 - P 150 - S 9,1
Germania: B 1011 - P 64,6 - S 15,6
Francia: B 872 - P 39,5 - S 22,1
Stati Uniti: B 844 - P 92 - S 9,1
Gran Bretagna: B 681 - P 48 - S 14,2
Austria-Ungheria: B 559 - P 52,6 - S 10,6
Italia: B 364 - P 34,4 - S 10,6
Giappone: B 219 - P 50,5 - S 4,3

La comparazione delle spese militari è sempre complessa,


per la diversa impostazione dei bilanci nazionali e il diverso
costo di molte voci (ad esempio un soldato di mestiere costa
più di uno di leva). Alcune cifre della tabella sono discutibili,
la popolazione della Russia e dell'Italia è sottostimata.
Queste cifre, che comprendono anche le spese per la
marina, hanno quindi un valore orientativo (40).
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- "Lo sviluppo degli armamenti.

66
All'inizio dell'Ottocento la fanteria era armata di lunghi
fucili ad avancarica, con accensione a pietra focaia, un tiro
utile inferiore ai cento metri e la possibilità di un massimo
di tre colpi al minuto. L'artiglieria sparava palle piene fino
a mille metri, con una cadenza di tiro rallentata dalla
necessità di rimettere in posizione i cannoni dopo ogni colpo
perché il rinculo li faceva balzare indietro. La bassa velocità
iniziale di palle e pallottole ne limitava la precisione e la
polvere da sparo provocava nuvole di fumo e residui nelle
canne. Le perdite in una giornata di battaglia campale
potevano arrivare a un terzo degli uomini impegnati; le
strutture sanitarie erano rudimentali e i feriti destinati in
buona parte a morire prima delle cure o per gli effetti della
cancrena. Erano ancora più gravi le perdite per malattia,
dovute agli strapazzi delle lunghe marce, alle notti
all'addiaccio, alla mancanza di igiene che favoriva le
epidemie. Le guerre napoleoniche di grandi movimenti e
grandi battaglie avevano costi umani altissimi, anche se la
forza degli eserciti era limitata dalla difficoltà dei
rifornimenti basati sui carriaggi.
Nella prima metà dell'Ottocento i cambiamenti furono
scarsi. Poi la rivoluzione industriale arrivò anche per gli
eserciti. Nella guerra civile nordamericana e in quella
franco- prussiana del 1870 la fanteria era già in grado di
sviluppare un volume di fuoco tale da provocare grosse
perdite agli attaccanti. Poi il progresso tecnologico conobbe
un'accelerazione crescente. Ci limitiamo a sintetizzarne gli
esiti al momento dello scoppio della guerra mondiale, con
una precisazione importante: nel 1914 tutti gli eserciti delle
potenze europee erano allo stesso livello tecnologico, ossia
i loro fucili e cannoni avevano le stesse caratteristiche e
prestazioni, con differenze minime. Abbiamo già rilevato
come fossero simili le strutture degli eserciti, dal
reclutamento alla composizione delle divisioni; erano simili
anche armamenti ed equipaggiamenti, dai cannoni ai
telefoni, dai fucili alle gavette. C'erano naturalmente
differenze a livello quantitativo o di scelte di priorità; per
esempio le divisioni tedesche avevano in dotazione cannoni
67
da 77 e obici da 105, quelle francesi soltanto cannoni da 75
(41), ma ciò era dovuto a una differente valutazione dei
compiti dell'artiglieria, non a problemi di produzione. Nel
1939 gli eserciti saranno diversi per organizzazione e
armamenti, ma nel 1914 si affrontavano senza sorprese né
grosse differenze. Possiamo anticipare una seconda
osservazione: lo sviluppo tecnologico nel corso della prima
guerra mondiale riguardò settori relativamente secondari
come l'aviazione, i gas, i carri armati, non però gli
armamenti fondamentali: cannoni, fucili, mitragliatrici e
munizioni del 1918 sono gli stessi del 1914, è
straordinariamente aumentata la loro produzione, ma non
sono cambiate qualità e prestazioni.
Dalla fine dell'Ottocento la fanteria ha in dotazione fucili a
retrocarica e canna rigata, a ripetizione manuale (il soldato
inserisce nell'arma un caricatore di 6 colpi, ma per far fuoco
deve agire ogni volta su una leva). Questi fucili (il Lebel
francese, il Mauser tedesco, il 91 italiano) sparano fino a
3000 metri pallottole piccole, ma con una notevole velocità
iniziale e forza d'impatto, con una cadenza fino a 20 colpi al
minuto. Particolare importante, i soldati possono azionarli
stando sdraiati a terra. Tutti gli esperti concordano sul fatto
che la fanteria è ormai in grado di sviluppare un fuoco così
intenso da stroncare ogni assalto della fanteria nemica o
della cavalleria. Perché un attacco abbia successo, bisogna
accompagnarlo con il fuoco dell'artiglieria da campagna,
abbastanza mobile da poter intervenire su qualsiasi terreno
pianeggiante.
Lo sviluppo dell'artiglieria nella seconda metà
dell'Ottocento fu travolgente. I cannoni divennero a
retrocarica, in acciaio, con canna rigata (la rotazione del
proietto migliorava gittata e precisione) e polveri senza
fumo e assai più efficaci per il lancio. I proietti (il linguaggio
tecnico distingue i proiettili delle armi portatili e i proietti
dell'artiglieria) contenevano una carica esplosiva, che per
le granate scoppiava all'impatto col terreno con una mortale
rosa di schegge e per gli shrapnel (granate a tempo) quando
passavano sopra le truppe nemiche per meglio offenderle.
68
Alla fine del secolo furono inventati gli affusti a
deformazione: il rinculo agiva soltanto sulla bocca da fuoco,
che a ogni colpo retrocedeva sull'affusto per tornare
automaticamente in posizione grazie a un sistema di molle
e freni idraulici, mentre il pezzo restava fermo sul terreno.
Il tiro diventava così molto più preciso e rapido (fino a 20
colpi al minuto per il cannone francese da 75) perché non
era più necessario riportare ogni volta in posizione il
cannone.
Al di là dei dettagli tecnici, il fuoco dell'artiglieria era
migliorato in precisione, ritmo, gittata (circa 7 chilometri
per i cannoni leggeri, fino a 20-30 chilometri per quelli
pesanti) ed effetti distruttivi, senza perdere molto in
mobilità: i pezzi dell'artiglieria leggera, trainati da tre
pariglie di cavalli, potevano seguire da presso la fanteria
(non così i pezzi medi e ancor meno quelli pesanti, nel cui
traino i trattori stavano sostituendo i buoi). Secondo la
dottrina militare del tempo, ciò avrebbe consentito una
guerra di movimento come ai tempi napoleonici, alimentata
fin dove possibile dalle ferrovie, poi condotta da colonne di
uomini a piedi con artiglieria e rifornimenti ippotrainati.
Alla luce delle esperienze della prima guerra mondiale,
possiamo dire che questa dottrina militare si basava su una
sorta di autoinganno, perché sottovalutava le conseguenze
dello sviluppo tecnologico per non dover rinunciare alla
prospettiva di una guerra di movimento. La nuova efficacia
del fuoco d'artiglieria era infatti vista soltanto come
sostegno agli attacchi della fanteria, senza pensare che
avrebbe avuto un effetto ancora maggiore in appoggio alla
difesa, opponendo un muro invalicabile alla fanteria
attaccante allo scoperto. E' poi significativa la generale
sottovalutazione della mitragliatrice, un'arma nota da
decenni e perfezionata nei primi anni del secolo, capace di
sparare centinaia di colpi al minuto con grande precisione
(il soldato tende a far fuoco senza mirare, mentre la
mitragliatrice può essere bloccata in modo da poter ruotare
soltanto sul piano orizzontale, con un tiro falciante ad
altezza d'uomo). L'impiego di quest'arma complicava però
69
le previsioni del combattimento, perché era troppo pesante
per poter essere spostata dalla fanteria (con il treppiede
pesava intorno ai 50 chili e più o meno lo stesso le cassette
di munizioni necessarie per un fuoco continuato); valeva
soprattutto nella difesa statica e quindi non sembrava di
grande utilità, tanto che nel 1914 ce n'erano generalmente
da due a sei per ogni reggimento di fanteria.
La fiducia nell'offensiva a oltranza, in campo sia tattico sia
strategico, costituiva la base della dottrina prebellica di
tutti gli eserciti, anche contro l'evidenza del rafforzamento
che la difensiva traeva dall'aumento della potenza di fuoco.
Il caso più clamoroso era quello francese: nei primi anni del
Novecento l'offensiva a qualsiasi costo divenne un dogma
che ispirava anche il piano di guerra, basato su un attacco
in massa sul fronte del Reno attraverso le fortificazioni
tedesche: lo slancio delle truppe, sostenute dall'eccellente
cannone da 75, avrebbe superato ogni ostacolo senza
badare alle perdite. Una dottrina che esaltava le forze
morali e la volontà di vittoria contro il positivismo troppo
attento ai valori quantitativi e materiali (i militari francesi
richiamavano esplicitamente lo spiritualismo di Henri
Bergson), giungendo fino a difendere i tradizionali calzoni
rossi della fanteria francese come simbolo di aggressività e
di superiorità morale contro chi chiedeva una tenuta meno
appariscente sul campo di battaglia.
I tedeschi erano più attenti allo sviluppo degli armamenti
(disponevano di un'artiglieria mobile più potente e davano
più importanza alle mitragliatrici), ma ugualmente convinti
sostenitori della necessità dell'offensiva e del movimento. Il
piano Schlieffen, messo a punto per la guerra contro la
Francia, mirava a cogliere alle spalle lo schieramento
nemico con una manovra aggirante a largo raggio
attraverso il Belgio, sulle cui motivazioni e conseguenze
ritorneremo. Qui ci interessa segnalare le difficoltà
tecniche della manovra. Cinque armate tedesche, ognuna di
centinaia di migliaia di uomini, dovevano avanzare a piedi
per una ventina di giorni alimentate da lunghe colonne di
carri. Ciò comportava una notevole rigidità di mosse; al
70
momento della battaglia decisiva sulla Marna i tedeschi non
erano più in grado di manovrare le loro divisioni, dipendenti
da un sistema di rifornimenti legato alle strade e ormai ai
limiti del collasso per le lunghe distanze percorse, tanto che
la scarsezza di munizioni impedì loro di far valere la
superiorità dell'artiglieria. Tra la straordinaria efficienza
della rete ferroviaria e gli enormi bisogni delle masse di
combattenti c'era un anello debole, i trasporti con carri e
cavalli. La guerra statica di trincea sarà dovuta alla forza
della difensiva, ma anche alla discontinuità dei progressi
tecnologici; la guerra di movimento tornerà a essere
possibile con la motorizzazione su larga scala del 1939.

- "Le flotte".

La rivoluzione industriale cambiò volto anche alla guerra


sui mari. Intorno alla metà dell'Ottocento gli scafi di legno
furono sostituiti da quelli di ferro e le vele dalle caldaie a
vapore (che cinquant'anni più tardi passeranno dal carbone
alla nafta), con un rapido aumento delle dimensioni delle
navi. Poi lo sviluppo delle artiglierie portò un'altra
trasformazione radicale: il combattimento ravvicinato tra
navi affiancate divenne impensabile dinanzi alla potenza e
alla portata dei nuovi cannoni e agli effetti devastanti delle
loro granate. Le battaglie navali dovevano ormai svolgersi
a distanze crescenti, fino a 20 chilometri; e le navi maggiori
si coprivano di corazze. Il quadro fu complicato
dall'invenzione delle mine subacquee e poi dei siluri che
rilanciarono il ruolo delle navi minori, le torpediniere nate
per attaccare le grandi navi col siluro e i cacciatorpediniere
per difenderle. Per ultimo apparve il sommergibile, la cui
importanza però fu colta soltanto durante il conflitto.
Le flotte da guerra divennero quindi sempre più grandi,
complesse e costose; ma per un secolo intero non ebbero
praticamente occasione di affrontarsi (una delle poche
eccezioni è la battaglia di Lissa del 1866). Il fatto centrale
rimase lo schiacciante predominio britannico: la flotta
inglese poteva proporsi e superare il "two powers
71
standard", ossia una forza che le consentisse di fronteggiare
contemporaneamente la seconda e la terza potenza navale.
Nel 1897 i sessant'anni di regno della regina Vittoria furono
celebrati con la più grande parata navale della storia, 165
navi da guerra moderne che componevano la flotta
stanziata nelle acque britanniche, senza toccare le forze
navali dislocate nelle colonie.
Negli anni seguenti la superiorità inglese fu accentuata
dalla distruzione della flotta spagnola operata dagli
statunitensi a Cuba nel 1898 e di quella russa nella guerra
contro il Giappone del 1904-1905; e fu consolidata nel 1902
dall'alleanza con il Giappone e nel 1904 dall'accordo con la
Francia, l'unica potenza che nei decenni precedenti avesse
tentato di contrapporsi alla flotta britannica. Negli stessi
anni si ebbe però lo sviluppo eccezionale di due marine fino
a quel momento di dimensioni limitate. Le nuove ambizioni
imperialistiche degli Stati Uniti portarono alla rapida
creazione di una grande flotta da guerra, che nel corso della
guerra mondiale avrebbe raggiunto la parità con quella
inglese; era però orientata al dominio dell'America centrale
e del Pacifico e quindi la sua crescita non influì sulle
tensioni europee. Il discorso è diverso per quanto riguarda
il riarmo navale tedesco.
Dopo il 1871 la Germania possedeva una marina di medie
dimensioni, adeguata al suo ruolo di potenza
essenzialmente terrestre. Poi nel 1898 fu approvata una
«legge navale» che programmava la creazione di una
grande flotta con un preciso piano pluriennale di
costruzioni di corazzate. L'obiettivo dell'ammiraglio Alfred
von Tirpitz, il padre di questa grande flotta, non era di
portarsi alla pari della Gran Bretagna, ma di limitarne il
vantaggio con un solido deterrente navale che permettesse
alla Germania di condurre una politica di potenza adeguata
alla sua crescita in tutti i campi. Gli ingenti stanziamenti
necessari furono resi possibili dalla concomitanza di due
fattori, in primo luogo gli interessi della grande industria.
Le spese per gli eserciti di terra andavano a vantaggio di
questa industria soltanto in parte minore (essenzialmente
72
le artiglierie), perché gli acquisti per il mantenimento della
forza alle armi, per le caserme e le fortificazioni favorivano
settori meno moderni e non concentrati. La costruzione di
navi da guerra era invece un colossale affare per l'industria
metallurgica, cantieristica e meccanica, che la richiedeva e
sosteneva con tutto il suo peso, in Germania come negli altri
paesi. In secondo luogo il programma di una grande marina
godeva di una straordinaria popolarità presso l'opinione
pubblica tedesca grazie all'attività di numerose
associazioni, tra cui ricordiamo i 270 "Flotten-Professoren",
docenti universitari (tra cui i più bei nomi di tutte le facoltà)
che si impegnavano direttamente nella propaganda navale.
La nuova classe media vedeva nelle grandi corazzate,
gioiello della scienza e della tecnica tedesca, la
dimostrazione più evidente dei grandi progressi compiuti
dal paese e del ruolo acquisito dinanzi al mondo.
Nel 1906 i rapporti di forza in campo navale furono messi
in crisi dal varo di una corazzata di nuovo tipo, l'inglese
"Dreadnought", che d'un colpo fece apparire superate le
precedenti navi da battaglia. La "Dreadnought" aveva
18000 tonnellate di dislocamento, 10 cannoni da 305,
corazze sui fianchi fino a 280 millimetri e 21 nodi di velocità
(poco meno di 40 chilometri all'ora), mentre i modelli
precedenti (più o meno equivalenti in tutte le flotte)
arrivavano a 14000 tonnellate, 4 cannoni da 305, corazze
fino a 180 millimetri e 19 nodi. Naturalmente le flotte
esistenti conservavano validità e possibilità di impiego; ma
il ruolo decisivo passava alle corazzate di nuovo tipo, che
tutte le marine si affrettarono a costruire sul modello della
"Dreadnought", anzi con ulteriori miglioramenti (le
corazzate inglesi entrate in servizio nel 1915 avevano
33000 tonnellate, 8 cannoni da 381, corazze fino a 330
millimetri e 25 nodi). Era un'occasione unica per la
Germania per mettere in discussione la supremazia inglese
proprio al livello decisivo: mobilitando tutti i suoi appoggi e
l'opinione pubblica e manovrando con disinvoltura i bilanci
parlamentari (ossia assumendo impegni per lavori non
ancora autorizzati), Tirpitz varò un programma che
73
prevedeva la costruzione in pochi anni di 16 corazzate di
nuovo tipo, con una spesa più che doppia. Un limite ai suoi
piani venne soltanto dalle richieste dell'esercito tedesco di
un sostanzioso aumento dei suoi bilanci.
L'Inghilterra ovviamente non era rimasta a guardare. Stava
perdendo terreno rispetto alla Germania in molti campi, ma
la difesa della superiorità navale restava la base del suo
ruolo mondiale e della sua prosperità. Come in Germania,
l'industria interessata alle costruzioni navali era in grado di
influenzare la classe politica e l'opinione pubblica, per suo
conto già estremamente sensibile su questi temi. Il bilancio
della marina britannica, che era di 10,7 milioni di sterline
nel 1884, salì a 24,1 milioni nel 1899, a 32,3 nel 1909, fino
a 48,8 milioni nel 1914 (ministro era Winston Churchill),
mentre quello dell'esercito passava da 16 milioni nel 1884
a 28 nel 1914. L'obiettivo proclamato di mettere in cantiere
2 corazzate per ognuna di quelle tedesche non fu raggiunto,
ma allo scoppio della guerra l'Inghilterra ne contava 24
contro le 16 tedesche, in parte più potenti. Vantava poi una
superiorità ancora maggiore in tutti gli altri tipi di navi,
dagli incrociatori da battaglia (armati come le corazzate,
ma più veloci e meno protetti) agli incrociatori leggeri e ai
cacciatorpediniere.
Alla battaglia dello Jutland (31 maggio-1° giugno 1916) la
flotta inglese schierava 37 grandi navi tra corazzate e
incrociatori da battaglia, per un totale di 272 cannoni da
305, 343 e 381, più 34 incrociatori leggeri e 80
cacciatorpediniere. La flotta tedesca aveva 23 tra corazzate
e incrociatori da battaglia, per un totale di 176 cannoni da
305, più 11 incrociatori leggeri e 67 cacciatorpediniere. Gli
inglesi erano quindi riusciti a mantenere una forte
superiorità, tanto più notevole se si pensa che, a differenza
dei tedeschi, avevano forze navali in tutti i mari a protezione
del traffico mercantile e delle colonie. In sostanza, la
costruzione della grande flotta tedesca non aveva
compromesso il dominio inglese dei mari, anche se aveva
dato un forte contributo allo scatenamento delle tensioni e
passioni che portarono al conflitto mondiale.
74
Le altre marine non potevano rivendicare che ruoli
secondari. La flotta russa era destinata a rimanere bloccata
nel Baltico e nel Mar Nero e quella austroungarica nel porto
di Pola. La flotta francese poteva soltanto rinforzare la
superiorità inglese nel Mediterraneo, che la marina italiana
avrebbe dovuto subire in caso di guerra contro l'Intesa,
senza poter impedire il blocco del traffico mercantile (un
fatto che pesò nelle decisioni italiane del 1914-1915).

- "L'illusione della guerra breve".

La guerra europea sarebbe stata breve: non era una


previsione, bensì una certezza generale. Ambienti militari,
economici e politici, stati maggiori e governi, studiosi di
guerra e scienziati, l'opinione pubblica bene informata di
tutti i paesi concordavano su questo punto con un'unanimità
priva di dubbi. Soltanto alcune personalità isolate
sostennero che la guerra sarebbe stata lunga, con costi e
perdite immense, senza una vittoria decisiva; ma vennero
considerati eccentrici visionari (42).
La fiducia nella guerra breve era motivata con
l'impossibilità per i belligeranti di sostenere a lungo il peso
di un conflitto che chiamando alle armi milioni di uomini
avrebbe provocato l'arresto della produzione agricola e
industriale. E infatti nessun governo aveva preparato la
mobilitazione civile ed economica necessaria per sostenere
una guerra che si prolungasse oltre qualche mese; e gli
eserciti accumulavano nei loro depositi il materiale e le
munizioni per le operazioni come se le fabbriche si
dovessero fermare con l'inizio delle ostilità (non era
previsto l'esonero dei tecnici e degli operai specializzati
indispensabili per la produzione bellica). Questa
sottovalutazione della capacità di mobilitazione delle
risorse nazionali degli stati moderni è sorprendente, così
come la convinzione generale che la guerra sarebbe stata
di movimento (con eserciti di milioni di uomini alimentati da
interminabili colonne di carri trainati da cavalli) e che
l'offensiva sarebbe riuscita a penetrare in profondità.
75
L'illusione della guerra breve è un caso manifesto di
autoinganno: i militari conoscevano l'effetto distruttivo
delle singole armi, ma si rifiutavano di trarne tutte le
conseguenze, ossia la difficoltà dell'offensiva. L'unica
innovazione utilizzata in tutta la sua potenzialità era il
sistema ferroviario, che permetteva di organizzare enormi
eserciti e portarli alla frontiera in pochi giorni. Ma per
quanto riguarda le previsioni sulle operazioni, il modello cui
tutti gli stati maggiori si rifacevano era la guerra franco-
prussiana del 1870, decisa in poche settimane da grandi
battaglie che avevano portato alla distruzione dell'esercito
francese, senza che le truppe improvvisate della successiva
mobilitazione di massa potessero raddrizzare la situazione.
Gli uomini di governo e di cultura accettavano pienamente
questa impostazione, appellandosi alla competenza tecnica
dei militari.
In realtà se governi e stati maggiori avessero sviluppato fino
in fondo l'analisi della guerra futura (non era impossibile,
come ricordano i profeti isolati), avrebbero dovuto
misurarne i costi terrificanti e la mancanza di garanzie di
vittoria. Parliamo perciò di un autoinganno generale o forse
meglio di una incapacità culturale di cogliere appieno le
trasformazioni in corso della società e degli stati, degli
armamenti e dell'industria. Arrivare a cogliere tutta la
portata di queste trasformazioni voleva dire mettere in
discussione la stessa civiltà liberale e la sua fiducia nel
progresso, riconoscendo che questo progresso poteva
portare a lutti spaventosi. Da qui l'irrigidimento sulla
illusione di una guerra abbastanza breve da non turbare
l'ordine e le certezze della civiltà liberale. E invece questa
civiltà veniva messa in discussione nel decennio prebellico
anche dall'affermazione di movimenti irrazionalisti, che alla
fiducia nel progresso comune contrapponevano
l'esaltazione di valori assoluti come il nazionalismo
aggressivo, la guerra come dimensione etica e risolutrice e
in campo militare l'offensiva a oltranza.

76
- "Mobilitazioni e piani di guerra".

La fiducia nella brevità della guerra era gravida di


conseguenze sotto un altro aspetto. Se tutto doveva essere
deciso in poche grandi battaglie senza appello, i primi
giorni del conflitto diventavano essenziali: arrivare in
ritardo sul campo di battaglia poteva significare la sconfitta
definitiva. Quindi il delicato meccanismo della
mobilitazione e della radunata acquistava un'importanza
eccezionale.
Abbiamo già detto che in pace i reparti e i servizi di un
esercito avevano una forza ridotta. Per metterli in grado di
affrontare la guerra occorreva mobilitarli, ossia completarli
con gli uomini richiamati alle armi; si pensi allo sviluppo
necessario del sistema di rifornimenti, che doveva
alimentare non più le caserme, ma le armate in marcia. Non
bastava però completare le unità, bisognava poi portarle
alla frontiera; per guadagnare tempo era anche possibile
che un'unità partisse sul piede di pace e fosse completata
sul luogo di radunata. Poiché tutti i movimenti avvenivano
per ferrovia, era necessario predisporre sin dal tempo di
pace il movimento di migliaia di treni fin nei minimi
particolari (come le stazioni in cui le truppe dovevano
ricevere il rancio e i cavalli il foraggio). E naturalmente
finalizzare il tutto al completamento dei movimenti nel
minor numero di giorni possibile.
Grazie alle loro eccellenti reti ferroviarie, Francia e
Germania contavano di concludere le operazioni di
mobilitazione e radunata in 15 giorni, durante i quali le
truppe non sarebbero state impiegabili perché in
movimento e trasformazione (salvo alcune unità alla
frontiera preventivamente rinforzate). Ciò presupponeva
che la pianificazione ferrea dei movimenti ferroviari non
poteva essere in alcun caso modificata. Di conseguenza, le
possibilità di manovra dei governi nei momenti di crisi
venivano notevolmente ridotte: gli stati maggiori non
potevano non chiedere la mobilitazione immediata, perché
77
anche un solo giorno di ritardo sui 15 previsti diventava
importante; e la proclamazione della mobilitazione
equivaleva alla dichiarazione di guerra, perché metteva in
moto un meccanismo gigantesco e inarrestabile, che aveva
come sbocco un piano di guerra predisposto da tempo
anche nei dettagli. Naturalmente uno stato maggiore
poteva mettere a punto due o tre programmi di
mobilitazione per diverse ipotesi di conflitto (quello italiano
ne aveva due: radunata verso le Alpi occidentali per una
guerra alla Francia, oppure dietro il Piave per fronteggiare
un'aggressione austriaca); ma il governo doveva limitarsi a
scegliere tra i piani predisposti, senza poterli adattare a
situazioni non previste. E una neutralità era rischiosa, come
Cadorna ricorderà con forza nell'agosto 1914, perché
lasciava un esercito praticamente disarmato contro nemici
già pronti.
La rigidità dei piani di mobilitazione e radunata fu
indubbiamente uno degli elementi che facilitarono lo
scoppio del conflitto, radicalizzando e accelerando le scelte
dei governi. Non bisogna però drammatizzarne
l'importanza; nel 1914 le pressioni degli stati maggiori per
una decisione rapida furono soprattutto uno stimolo e un
alibi in un momento in cui tutti correvano alla guerra. Il
ruolo dei militari fu invece decisivo nell'impostazione dei
piani di guerra, di cui è superfluo sottolineare l'importanza.
La cultura dell'epoca credeva infatti in una netta
separazione di responsabilità tra politici e militari: questi
ultimi erano chiaramente subordinati ai politici in tempo di
pace, fino al momento delle dichiarazioni di guerra, ma poi
la direzione delle operazioni spettava soltanto agli stati
maggiori. Una separazione che presupponeva una guerra
breve e tradizionale, e che quindi fu subito superata dal
protrarsi di un conflitto sempre più vasto, con laceranti
contrasti di potere che illustreremo per l'Italia. Ne
discendeva comunque che la definizione dei piani di guerra
spettava agli stati maggiori al di fuori del controllo dei
governi, anche se logicamente non poteva non essere
profondamente condizionata dalla situazione politica.
78
In Francia, abbiamo accennato, si ebbe una piena saldatura
tra i generali e le correnti più entusiaste della guerra. Il
famoso "Plan XVII" [17] preparava un'unica, grande
offensiva per la via più breve, la fascia fortificata di confine
con la Germania, confidando nello slancio aggressivo delle
truppe per superare ogni ostacolo. Un piano che si risolse
in un rapido fallimento. Anche l'alto comando austriaco era
animato da uno spirito aggressivo non privo di collegamenti
con le forze politiche oltranziste. Gli accordi con l'alleata
Germania, che avrebbe inizialmente sguarnito il fronte
orientale per concentrare il suo sforzo contro la Francia,
assegnavano agli austriaci un ruolo difensivo contro le
preponderanti forze russe. E invece il loro stato maggiore
programmò una decisa offensiva contro l'esercito serbo, per
eliminarlo rapidamente e così raggiungere le conquiste
balcaniche che erano il primo obiettivo dell'Impero
asburgico. Quanto ai russi, non potevano passare subito
all'offensiva perché la loro mobilitazione richiedeva tempi
assai lunghi a causa delle grandi distanze, della scarsa
efficienza dell'apparato statale e dell'insufficienza della
rete ferroviaria (malgrado i miglioramenti finanziati dalla
Francia). Intendevano comunque attaccare subito la
Prussia orientale con le forze disponibili per venire incontro
alle richieste dell'alleato francese; e poi, ultimata la
mobilitazione, schiacciare austriaci e tedeschi con le loro
grandi masse.
Le scelte più gravi per l'impostazione del conflitto furono
quelle dello stato maggiore tedesco. Il suo esercito era
indubbiamente il più forte per addestramento dei soldati,
qualità del corpo ufficiali, abbondanza di materiali e per
numero; soltanto su quest'ultimo aspetto cedeva ai russi,
ma li surclassava su tutti gli altri. Era però inferiore alla
somma degli eserciti francese e russo, malgrado l'apporto
austriaco, e quindi temeva una guerra su due fronti. Per
evitarla doveva sfruttare i circa tre mesi necessari ai russi
per completare la loro mobilitazione, e cioè concentrare
subito le sue forze contro i francesi, batterli decisamente,
poi lasciare a ovest le truppe necessarie per completare la
79
vittoria e spostare le altre a est per liquidare i russi.
Senonché i 250 chilometri di confine franco- tedesco erano
stati fortificati da entrambe le parti; era perciò difficile che
l'offensiva tedesca riuscisse a conseguire in breve tempo i
risultati decisivi che erano indispensabili. I francesi, che si
illudevano di riuscire a sfondare oltre il Reno, si dovettero
ben presto ricredere.
Il generale Alfred von Schlieffen, capo di stato maggiore
dell'esercito tedesco nell'anteguerra (43), giunse nel 1905
alla conclusione che la grande e rapida vittoria era possibile
a due condizioni: l'invasione del Belgio e del Lussemburgo,
che avrebbe permesso di aggirare da nord la zona
fortificata e di cogliere di sorpresa i francesi, e la
concentrazione di quasi tutte le sue divisioni nella manovra
di aggiramento, per darle un'ampiezza e una forza
irresistibili. Schlieffen destinò pertanto 53 divisioni all'ala
destra che doveva marciare attraverso il Belgio, 8 soltanto
alla difesa della frontiera fortificata sul Reno e 10 a quella
della Prussia orientale minacciata dai russi. Il piano rimase
in vigore anche con il suo successore Helmuth von Moltke
("junior" per distinguerlo dallo zio, il vincitore della guerra
franco- prussiana del 1870), anche se costui, meno
propenso a giocare tutto su una carta sola, destinò le
divisioni di nuova creazione a rafforzare la difesa della
frontiera fortificata e non l'ala marciante.
C'era però un problema: la neutralità del Belgio in una
guerra continentale era riconosciuta da accordi
internazionali firmati anche dalla Germania. E'
caratteristico del sistema tedesco il fatto che l'invasione del
Belgio venisse pianificata dallo stato maggiore per motivi
militari senza riguardo alle conseguenze politiche, con
l'autorizzazione dell'imperatore, ma senza coinvolgere il
governo. Anche negli altri paesi europei gli stati maggiori
definivano i piani di guerra senza consultare i governi, ma
non giungevano fino a programmare autonomamente
decisioni politiche gravi come l'aggressione di uno stato
neutrale; il generale Joffre, comandante in capo francese,
aveva prospettato l'invasione preventiva del Belgio, ma
80
aveva incontrato il preciso divieto del suo governo. In
Germania invece il prestigio dei generali e l'appoggio che
assicurava loro l'imperatore erano tali che il capo del
governo non sollevò obiezioni quando fu informato, a titolo
personale e con il vincolo di segretezza, della possibilità di
una violazione della neutralità belga. Del resto l'invasione
fu poi largamente approvata dall'opinione pubblica tedesca.
Ebbe peraltro un alto costo politico per la Germania, che la
propaganda franco- britannica poté efficacemente
raffigurare come aggressore cinico e barbaro di un piccolo
popolo neutrale.
Ai limiti militari del piano Schlieffen abbiamo già
accennato: una manovra aggirante di centinaia di
chilometri condotta da 50 divisioni a piedi rifornite da carri
e cavalli presentava notevoli elementi di rigidità e di
debolezza logistica che Joffre poté sfruttare per bloccarla
sulla Marna. Non bisogna tuttavia dimenticare che il piano
per poco non ebbe successo, e in definitiva fallì perché i
generali tedeschi avevano sopravvalutato la loro capacità di
tenere in pugno le enormi e lente masse di armati e invece
sottovalutato le possibilità di una contromanovra francese.
Col senno di poi, si può dire che il piano Schlieffen fu il
capolavoro della cultura militare prebellica per l'audacia
strategica, l'eccezionale preparazione, la tenuta delle
truppe, e nello stesso tempo la dimostrazione del suo
fallimento, perché le gambe degli uomini e dei cavalli non
potevano contrapporsi allo sviluppo tecnologico in molti
settori decisivi, dalle ferrovie agli armamenti.

L'ESTATE DEL 1914.

- "Le dichiarazioni di guerra".

Tutto incomincia il 28 giugno 1914. Il mondo antico - di


prima della guerra - sprofonda nel giro di un pugno di giorni
a partire dal luogo e dal gesto fatidico: Serajevo,
81
l'irredentista serbo Gavrilo Princip, l'attentato riuscito
contro l'arciduca Francesco Ferdinando, erede di
Francesco Giuseppe. La lunga pace europea muore nei
Balcani, nella «polveriera d'Europa», proprio là dove coloro
che meno si erano illusi sulla sua immortalità avevano colto
i primi tuoni in lontananza. Anche le modalità sono
caratteristiche: piccoli contro grandi, affermazione
nazionale contro tradizione imperiale, violenza innovatrice
delle nuove idee e nuove forme della politica contro
immutabilità materiale e simbolica dell'ordine.
Quello che non era prevedibile è il repentino concatenarsi
di situazioni che rispondono l'una all'altra, di colpi e
contraccolpi, che sembrano rendere automatico,
inarrestabile e pressoché fatale lo svolgersi della vicenda
diplomatico-militare, bruciando le mediazioni e dando
all'entrata in campo di ogni paese quasi l'aspetto di una
scelta obbligata. Fa eccezione l'Italia, che - una volta presa
la difficile decisione di non seguire immediatamente i suoi
vecchi alleati della Triplice nella spirale delle dichiarazioni
di guerra - ha la possibilità di scegliere a poco a poco se,
con chi, quando, come e persino perché entrare in guerra.
Dieci mesi di interrogativi e di ipotesi che confliggono e si
bilanciano.
Niente di simile avviene per la maggior parte delle altre
nazioni. Il massimo di decisioni si concentra nelle due o tre
settimane fra luglio e agosto. La durissima risposta
all'attentato che ha colpito al vertice, politico e simbolico,
dell'Impero porta all'ultimatum dell'Austria alla Serbia il 23
luglio. Non esistono margini di trattativa e il 28 la minaccia
ultimativa si trasforma in dichiarazione di guerra. Il 29 e il
30 la Russia - alta protettrice dei popoli slavi e garante della
piccola Serbia - risponde con la mobilitazione. Vani inviti
della Germania a interromperla (30 luglio) e pronta
contromobilitazione dell'Austria nei confronti della Russia
(31 luglio). Il primo agosto è già pronta la dichiarazione di
guerra allo Zar anche da parte della Germania, che intanto,
a occidente, avanza verso il Lussemburgo, lo invade e (2
agosto) ingiunge al Belgio neutrale di lasciar passare le sue
82
truppe. La risposta della Francia, che le vede avvicinare e
già nei pressi dei confini, è - il primo giorno di agosto - la
mobilitazione. Mentre la manovra aggressiva dei due
Imperi centrali prende velocemente forma sia a oriente che
a occidente, la terza alleata della Triplice si dissocia e si
sgancia, con la dichiarazione di neutralità del governo
italiano. Il giorno dopo (3 agosto) siamo già all'invasione del
Belgio e alla dichiarazione di guerra della Germania alla
Francia, con immediata replica della Gran Bretagna a
quella sempre più esplicita concorrente e antagonista per il
predominio continentale (4 agosto). Dall'altra parte
dell'Europa, l'Austria fa lo stesso con la Russia il giorno 6.
Il 9 e il 13 la Repubblica francese e il Regno Unito sono
ufficialmente in guerra anche con l'Impero austroungarico
e gli schieramenti sono fissati. Dal 7, i tedeschi hanno
occupato Liegi, il 20 prendono Bruxelles e il 3 settembre -
appena 30 giorni dopo la dichiarazione di guerra alla
Francia - la velocità dell'avanzata li porta a prendere Reims
e a raggiungere Senlis, a soli 35 chilometri da Parigi. Già
dal giorno prima il governo francese ha lasciato la capitale
per Bordeaux.
Non proseguiamo. Bastano questi elementi a mostrare la
straordinarietà dei mutamenti accelerati in corso. Il mondo
non era mai cambiato tanto in fretta.

- "La «comunità di agosto»".

Il cambiamento non investe solo gli schieramenti


diplomatici e i rapporti militari. Tutto - nei paesi sull'orlo
del precipizio - appare messo in discussione. Benché
nessuno possa allora immaginare quanto lunga,
devastatrice e diversa da tutte le precedenti sarà la guerra
in cui si appresta ad entrare, già tutto vacilla, frana e
rinasce diverso: sentimenti, ideologie,
autorappresentazioni collettive e di singoli, collocazioni
politiche. Questo avviene dentro e fuori dei confini. Ciò che
lo stato di guerra ridefinisce sono anzitutto i confini: delle
amicizie e inimicizie internazionali, naturalmente, con
83
smottamenti cruenti dell'opinione pubblica, orientata da
governi, partiti e giornali, che trasfigurano o sfigurano le
identità di interi popoli; ma anche i confini del giusto e
dell'ingiusto, del bene e del male, del lecito e dell'illecito.
L'odio per il nemico viene incrementato, gli istinti omicidi
legittimati e aizzati. Chiese e stati, filosofi e vescovi,
scrittori e consiglieri spirituali d'ogni sorta e levatura
gareggiano in ciascun paese per garantire la salute mentale
dei civili prossimi a vestire la divisa, sancendo che l'entrata
nel mondo della guerra sospende le regole e i
comandamenti della legge divina e umana trasformando in
sacro dovere il morire e l'uccidere per la propria patria. Da
ogni parte si esibiscono i propri diritti e buona fede, e
pochissimi - nessun paese o governo, solo qualche forza o
personalità di arroganza particolare - appaiono disposti ad
ammettere che la propria guerra non sia difensiva, ma
offensiva. Travolte resistenze interne e messi da canto
princìpi che erano apparsi indubitabili, si può capire che
non reggano e vengano meno i perimetri di partito e che
tutte le forme di identità collettiva e organizzazione politica
siano esposte a mutamenti, intrecci e rifusioni. Qui ogni
paese ha la sua storia e la rielabora più o meno
profondamente nell'aderire all'evento; gli osservatori
d'epoca e i memorialisti successivi hanno tuttavia
consegnato alla memoria e alla storia un'immagine di quelle
poche settimane dai tratti fortemente comuni, che si
ripetono all'incirca simili nei vari paesi: quella di una
stagione irripetibile e breve, la cosiddetta «comunità di
agosto», da cui resta fuori l'Italia, che rimanda quell'estasi
di autoriconoscimento e la mistica emozionata dell'unione
al successivo maggio 1915 (44). Il fatto di sapere bene che
il «maggio radioso» non è per tutti e dovunque altrettanto
«radioso» come apparve a D'Annunzio e ai più trepidi
fautori dell'intervento, ci potrebbe suggerire prudenza nel
far nostra quell'immagine plebiscitaria anche in riferimento
agli altri paesi. L'accompagna sicuramente un velo di
favola. E' vero però che nessun altro paese, da una parte e
dall'altra, risulta spaccato a tal punto fra interventisti e
84
neutralisti; ed è un fatto anche che sono profondamente
diverse le condizioni temporali, poiché il dibattito
prolungatosi per quasi un anno nei giornali, nelle piazze e
in ogni altra sede toglie subitaneità, concentrazione e,
almeno in parte, intensità alle emozioni che travolgono
invece le collettività parigine o berlinesi. Tutti gli altri
hanno molto meno tempo per interrogarsi, razionalizzare,
soppesare pro e contro.
Le burrasche emozionali invadono i cuori e indirizzano le
menti con altra forza di trascinamento. La restrizione dei
tempi di reazione e l'inesistenza o rarità di voci alternative
favoriscono l'unificazione degli animi e le semplificazioni
sentimentali. In Francia il capo socialista Jean Jaurès è
contro la guerra, si sottrae a quest'ebbrezza unitaria. Un
nazionalista lo elimina e non ne sortisce la rivolta o la
dissociazione del movimento operaio, ma solo la sparizione
di quella voce discorde, l'"union sacrée" andrà avanti
comunque. Fotografie, film, servizi giornalistici,
testimonianze e racconti ribadiscono la visione di folle in
tripudio che accompagnano i soldati verso le stazioni
ferroviarie, dove li attendono i treni che li porteranno sulla
linea del fuoco. Da una parte e dall'altra, sembrano
profilarsi altrettanto forti e partecipati gli stessi
meccanismi contrapposti del noi- loro, le stesse procedure
di inclusione-esclusione; e sembrano valere ugualmente
bene - a saldare quel nuovo "noi" che fa giustizia delle usuali
differenze di età, di condizione, di cultura, di partito - l'epica
della guerra lampo che inorgoglisce i figli della grande
Germania e l'ansia della resistenza sino all'estremo, "pour
la France", che anima i blu e i bianchi, i vessilliferi dello
spirito repubblicano e i nostalgici dei gigli di Borbone.
Analogo appare questo cedere il passo, da parte dei civili ai
militari, da parte dei vecchi ai giovani e da parte delle donne
agli uomini. E' un mondo di giovani maschi armati, o in
procinto di armarsi, quello che conquista in quei giorni il
proscenio: classica e dovunque diffusa l'immagine delle
lunghe file dei volontari, dei coscritti e dei richiamati avviati
alle caserme e ai luoghi di riunione. Ma il luogo centrale
85
dell'immaginario dell'Europa che entra in guerra è sempre,
logicamente, la stazione ferroviaria: dove i due mondi si
toccano, si salutano e si lasciano; militari e civili prendono
congedo gli uni dagli altri: le madri, i padri, le fidanzate, le
mogli, i figli - per le classi anziane che ne hanno già. E' il
luogo e il momento degli addii, dove i sentimenti privati si
moltiplicano per milioni di nuclei familiari e amicali e lo
stesso ripetersi uguale dei sentimenti e dei gesti rende
misteriosamente unanime, solenne e indimenticabile,
quell'ora. Difficile per tutti - mentre si levano le note degli
inni nazionali e dei canti tradizionali di caserma, le bande
suonano, la gente applaude e grida, i furieri tracciano
scritte eroiche sulle pareti dei vagoni - preservare zone di
silenzio e di rispetto, dove il privato non sia invaso e
coinvolto dalle urgenze del pubblico. Forse è proprio questo
la storia e il sentirsi parte di una storia. In questo
consentimento. In questa improvvisa unione di sconosciuti
e di lontani. Dove i vent'anni di oggi restaurano e fanno
ritrovare quelli di una volta e le generazioni si riconoscono
e si ritrovano. E' la storia ed è anche la patria, magari per
la prima volta avvertita come tale. Molti giovani uomini che
uscivano allora per la prima volta dalle mura di casa
poterono sentirsene coinvolti e attirati: d'un tratto
battezzati all'età adulta, promossi a difensori di quel mondo
di disarmati che si lasciavano alle spalle. E molti fra gli
uomini di mezza età e gli anziani che - come familiari o come
spettatori - li accompagnavano alla partenza sentivano
risuonare in se stessi gli echi e si commovevano al ricordo
di una loro lontana partenza. Magari contro lo stesso
nemico, quaranta o cinquant'anni prima. Passaggi del
testimone. Tanto più vero e spontaneo - questo
consentimento - quanto meno frutto contingente di
quell'ebbrezza al limitare fra mondo della pace e della
guerra, fra la routine quotidiana e la gloriosa e autorizzata
effrazione delle regole; e invece esito di lunghe convivenze
e secolari orgogli e sensi di sé, dentro cui i singoli possano
istintivamente trovare appoggio: come in Inghilterra, in
Francia, nelle componenti dinastiche dell'Impero
86
asburgico, non conquistate da idee centrifughe di
autonomia nazionale, nel nocciolo duro di una Germania
antica e nuova.

- "La neutralità dell'Italia".

Il senno di poi ha fissato l'intervento dell'Italia a fianco


dell'Intesa e contro gli Imperi centrali come un portato
naturale della storia nazionale. Nella realtà fu una scelta
opinabile e contrastata (45), maturata sul filo dei mesi, non
senza dubbi e ripensamenti, anche all'interno della parte
che non è pregiudizialmente contraria ad entrare in guerra,
ma soppesa i pro e i contro, le circostanze e i «fini di
guerra» collegabili alle diverse ipotesi di schieramento (46).
Nelle sue "Memorie" Vittorio Emanuele Orlando - che,
essendo stato membro in posizione sempre più autorevole
dei tre governi di guerra, ne rappresenta assieme a Sidney
Sonnino la continuità - si dissocia da quanto nella
rappresentazione che ne fa Antonio Salandra gli appare
viziato da un eccesso di programmazione consapevole e di
finalismo:

"il libro del Salandra [...] tenderebbe, d'altra parte, a


mettere in evidenza una specie di sua decisione anticipata,
cui avrebbe fatto convergere tutta la sua azione. Ci si rende
conto del sentimento da cui egli è indotto; ma, per la verità
storica, io credo che sul grande evento abbiano avuto
un'influenza, forse decisiva, alcune circostanze
apparentemente accidentali, certo al di fuori dell'assoluto
dominio di una volontà preordinata" (47).

A parte il richiamo di Orlando a "Le forze occulte che


influirono sulla dichiarazione di guerra" - il titolo a chiave
con cui apre il suo ripensamento - bisogna dire che oltre un
trentennio nell'ambito di una Triplice Alleanza (48) via via
rinnovata dal 1882 non erano passati invano. Non sono
riducibili a estrinseca contingenza diplomatica, sia perché
il periodo è troppo lungo per ridurlo a contingenza, sia
87
perché i legami - in particolare con la Germania - vanno
molto più in profondità, investono ambiti che dalle
dinamiche finanziarie, bancarie ed economiche, dalla
proprietà di industrie e controllo di giornali, si allargano
alla ricerca scientifica e alle tecniche, spaziano dalla
filologia alla filosofia, dall'arte al turismo. Il grido di dolore
di Croce - di fronte alla criminalizzazione della "Kultur"
tedesca da parte degli zelatori di una "civilisation" francese,
presupposta, a differenza della prima, come umana e
razionale - ha motivazioni che vanno ben oltre le personali
propensioni di studio di un pensatore formatosi sulle pagine
della grande filosofia idealista tedesca (49). Gli studenti
fautori dell'interventismo più rumoroso e vociante avranno
il loro da fare nel colpire, con dimostrazioni e contestazioni
nelle aule universitarie, almeno alcuni prototipi di
professore cresciuto nel culto del rigore intellettuale della
ricerca scientifica tedesca e sentito perciò, adesso, come
nazionalmente infido e poco allineato. Ammiratori della
Germania ne esistono, nel 1914, in ogni settore della
società. Chi ne addita la forza militare e chi la disciplina
sociale, ma il paese di Bismarck è anche quello di Marx e -
al polo opposto delle destre che riconoscono come proprio
o idealmente affine il modello autoritario dello stato
prussiano - le sinistre possono scorgervi il paese guida delle
socialdemocrazie e il cuore pulsante della Seconda
Internazionale. E' il paese che ha dato all'umanità genii
della portata di Beethoven, Goethe, Hegel, personaggi che
ogni europeo colto sente come parte della sua stessa
composizione mentale. E v'è anche chi, fra i frequentatori
dei teatri, lascerebbe la musica di Verdi per quella di
Wagner, come chi ritiene che l'ordine - di cui il Reich viene
ritenuto da molti, prima della guerra, il depositario
simbolico insieme più solido e moderno - debba molto al
lavorio inesausto e fedele dei suoi maestri elementari.
L'errore di prospettiva - accentuato dalle semplificazioni
tipiche della propaganda di guerra - è stato quello di
confondere i tedeschi con gli austriaci: tutti "tedeschi" e
"crucchi", militaristi prussiani dall'elmo chiodato. Già dire
88
"austriaci" è impreciso e i ben diversi comportamenti
militari dei vari popoli dell'Impero si incaricheranno di
mostrarlo durante gli anni di guerra, sino appunto alla
destrutturazione dell'Impero stesso per linee e spinte
interne, e non solo sotto i colpi del nemico esterno. Gli stessi
legami storici con il Risorgimento italiano sono del tutto
diversi. E' appena il caso di ricordare che il "nemico storico"
sono gli austriaci. I tedeschi, invece, sono gli alleati
dell'Italia nella terza guerra di indipendenza, la aiutano,
sono anzi decisivi nell'annessione del Veneto nel 1866.
Rimettere a fuoco questa diversità di rapporti all'interno
della Triplice giova sia a dar valore alla scelta della
neutralità compiuta dal governo Salandra il 2 agosto del
1914 - tutt'altro che facile e indolore, posto che non si
trattava solo di deludere le attese dell'Austria, ma anche
quelle di una Germania assai ricca di estimatori, nella
società, in parlamento e persino al governo - sia a
inquadrare il senso del gioco diplomatico che si sviluppa nei
mesi successivi, con la Germania che interpone i suoi buoni
uffici perché Austria e Italia trovino un accordo, inteso, se
non più a fare entrare in guerra al loro fianco l'Italia, per lo
meno a tenerla fuori dal conflitto assicurandone la
neutralità (50). Giova, infine, a comprendere il fatto che il
«sacro egoismo» della guerra di Salandra si limiti
all'Austria e che la stessa dichiarazione di guerra contro la
Germania si configuri come un corollario, resosi necessario
un anno dopo l'entrata in guerra contro il "vero" nemico.
Del resto, anche questa visione dell'Austria come vero
nemico, il nemico storico ritrovato, è espressione e
strumentalizzazione di lasciti della memoria e di scale di
valore a cui non tutti ugualmente partecipano,
specialmente in quella destra liberale che detiene le leve
del comando. A maggior ragione non risulta congeniale alla
nuova destra, costituita dal piccolo ma agguerrito gruppo
dei neonazionalisti antimazziniani e antiliberali di Corradini
e Rocco, rinunciare a far blocco con i paesi d'ordine. Ci
mettono poco a comprendere da che parte spiri il vento e
come non sia possibile, per chi come loro auspichi una
89
politica di potenza e quindi la guerra, puntare su una sola
carta: quella appunto dell'ormai pericolante Triplice
Alleanza. La quale comunque non ripugnerebbe loro per
nulla, mentre risulta loro estraneo e risibile il canto delle
sirene - libertà, giustizia internazionale, fratellanza fra i
popoli, autodifesa dei popoli liberi da quelli sopraffattori -
cui prestano invece devoto orecchio quei pezzi di società
civile e politica che fra centro, centrosinistra ed estrema
sinistra si apprestano ad entrare in campo. E' dal bilanciarsi
e come provvisoria risultante di queste tutt'altro che
univoche linee di tendenza che prende forma la scelta di
Salandra e del suo primo ministro degli Esteri, Antonino di
San Giuliano, di sottrarsi alle pressioni alleate e prendere
tempo. La decisione di dichiararsi neutrali è un atto
pragmatico, che non pregiudica il futuro, ma cui non è il
caso di attribuire sin d'ora il senso di un passaggio
intermedio necessariamente finalizzato al rovesciamento
delle alleanze e all'entrata in guerra a fianco dell'Intesa
(51). Come per ridislocare militarmente un esercito e fargli
assumere posizioni opposte a quelle che aveva, così ci vuole
tempo per ridislocare gli orientamenti diplomatici, politici e
mentali della stessa classe dirigente (52), oltre che per
raccogliere e costruire un certo supporto nell'opinione
pubblica. Lungi dal manifestarsi come un frivolo e rapido
«giro di valzer» - così vorranno crederlo gli interessati - il
distacco dell'Italia dalla Triplice è immediato solo dove non
poteva non esserlo: in quelle roventi settimane d'estate del
1914, quando pace e guerra si decidono sul filo delle ore.
Tutto quanto segue, fra il 1914 e il 1915, è un lungo,
faticoso processo di riorientamento, contrastato mentre
avviene e tutt'altro che scontato nei suoi esiti.

NOTE AL CAPITOLO 1.

1. Nino Valeri, "Dalla "belle époquè al fascismo", Roma-


Bari, Laterza, 1975.

90
2. Ernesto Ragionieri, "Socialdemocrazia tedesca e
socialisti italiani (1875-1895). L'influenza della
socialdemocrazia tedesca sulla formazione del P. S.I.",
Milano, Feltrinelli, 1961; Gaetano Arfé (a cura di), "Storia
dell'Avanti! (1896-1926)", Milano, Edizioni Avanti!, 1956.

3. Richard A. Webster, "L'imperialismo industriale italiano.


Studi sul prefascismo (1908-1915)", Torino, Einaudi, 1975.

4. Mario Isnenghi, "Il mito della grande guerra da Marinetti


a Malaparte", Bari, Laterza, 1970 [ristampa con postfazione
dell'autore Bologna, Il Mulino, 1997].

5. Arno J. Mayer, "Il potere dell'Ancien Régime fino alla


prima guerra mondiale", Roma- Bari, Laterza, 1982 [prima
ed. 1981].

6. Emilio Franzina, "La grande emigrazione. L'esodo dei


rurali dal Veneto durante il secolo XIX", Venezia, Marsilio,
1976; Id., "L'immaginario degli emigranti. Miti e
raffigurazioni dell'esperienza italiana all'estero fra i due
secoli", Treviso, Pagus, 1992.

7. Emilio Franzina, "Gli italiani al Nuovo Mondo.


L'emigrazione italiana in America (1492-1942)", Milano,
Mondadori, 1995.

8. Orlando Tonelli, "Colibrì. Una strada per la Cajenna",


Firenze, Giunti, 1991; Antonio De Piero, "L'isola della
quarantina", Firenze, Giunti, 1991; Mario Rigoni Stern,
"Storia di Tönle", Torino, Einaudi, 1978.

9. Leo Valiani, "Questioni di storia del socialismo", Torino,


Einaudi, 1975.

10. Guido Crainz, "Padania", Roma, Donzelli, 1994.

91
11. Ernesto Ragionieri, "Un comune socialista: Sesto
Fiorentino", Roma, Rinascita, 1953; Andreina Bergonzoni (a
cura di), "Arturo Frizzi. Vita e opere di un ciarlatano",
Milano, Silvana, 1979; Gianni Bosio, "Il trattore ad
Acquanegra. Piccola e grande storia in una comunità
contadina", a cura di Cesare Ber- mani, Bari, De Donato,
1981.

12. Gastone Manacorda, "Il socialismo nella storia d'Italia",


Bari, Laterza, 1966; Luigi Cortesi, "Il socialismo italiano fra
riforme e rivoluzione 1892-1921", Bari, Laterza, 1969;
Idomeneo Barbadoro, "Storia del sindacalismo italiano dalla
nascita al fascismo", 2 voli., Firenze, La Nuova Italia, 1973,
vol. 1, "La Federterra", vol. 2, "La Confederazione generale
del lavoro"; Gastone Manacorda, "Il movimento operaio
italiano attraverso i suoi congressi", Roma, Editori Riuniti,
1974; Renato Zangheri, Giuseppe Galasso, Valerio
Castronovo, "Storia del movimento cooperativo in Italia
(1886-1986)", Torino, Einaudi, 1987; Maurizio Ridolfi, "Il P.
S.I. e la nascita del partito di massa (1892-1922)", Roma-
Bari, Laterza, 1992.

13. Maurice Agulhon, "Il salotto, il circolo e il caffè. I luoghi


della sociabilità nella Francia borghese (1810-1848)",
Roma, Donzelli, 1993; Marco Meriggi, "Milano borghese.
Circoli ed élites nell'Ottocento", Venezia, Marsilio, 1992;
Ute Frevert, "Il salotto", in Heinz- Gerhard Haupt (a cura
di), "Luoghi quotidiani nella storia d'Europa", Roma- Bari,
Laterza, 1993; Mariuccia Salvati, "Il salotto", in Mario
Isnenghi (a cura di), "I luoghi della memoria. Simboli e miti
dell'Italia unita", Roma- Bari, Laterza, 1996.

14. Mario Isnenghi, "L'Italia in piazza. I luoghi della vita


pubblica dal 1848 ai giorni nostri", Milano, Mondadori,
1994.

15. Heinz- Gerhard Haupt, "L'Internazionale socialista dalla


Comune a Lenin", Torino, Einaudi, 1978.
92
16. Marco Fincardi, "Il 1° Maggio", in Mario Isnenghi (a
cura di), "I luoghi della memoria. Personaggi e date
dell'Italia unita", Roma- Bari, Laterza, 1997.

17. Fritz Fischer, "Assalto al potere mondiale. La Germania


nella guerra 1914-1918", Torino, Einaudi, 1965.

18. Leo Valiani, "Il Partito socialista italiano nel periodo


della neutralità 1914-1915", Milano, «Annali Feltrinelli»,
1962.

19. Agostino Lanzillo, "La disfatta del socialismo", Firenze,


Libreria della Voce, 1918; "Il P. S.I. e la grande guerra",
numero speciale della «Rivista storica del socialismo», 32
(1967).

20. Raffaele Colapietra, "Leonida Bissolati", Milano,


Feltrinelli, 1958; Ugoberto Alfassio Grimaldi, Gherardo
Bozzetti, "Bissolati", Milano, Rizzoli, 1983; Fernando
Manzotti, "Il socialismo riformista in Italia", Firenze, Le
Monnier, 1965; Gaetano Arfé, "Storia del socialismo italiano
(1892-1926)", Torino, Einaudi, 1966.

21. Carlo Pinzani, "Jean Jaurès, l'Internazionale e la


guerra", Bari, Laterza, 1970.

22. Jean- Jacques Becker, "Le Carnet B. Les pouvoirs


publics et l'antimilitarisme avant la guerre de 1914", Paris,
Klincsieck, 1973; Id., "La France en guerre. La grande
mutation", Bruxelles, Complexe, 1988.

23. Thomas Mann, "Lettera a Heinrich Mann, 7.8.1914", in


Id., "Epistolario 1889-1936", a cura di Erika Mann, Milano,
Mondadori, 1963; conf. anche Id., "Federico e la grande
coalizione (Pensieri in guerra)", in "Tutte le opere di
Thomas Mann", a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. 3,
"Scritti storici e politici", Milano, Mondadori, 1957.
93
24. Stefan Zweig, "Il mondo di ieri", Milano, Mondadori,
1946.

25. Claudio Magris, "Il mito absburgico nella letteratura


austriaca moderna", Torino, Einaudi, 1963; M. Isnenghi, "Il
mito della grande guerra", cit.; Paul Fussell, "La Grande
Guerra e la memoria moderna", Bologna, Il Mulino, 1984
[ed. orig. "The Great War and Modern Memory", Oxford,
Oxford University Press, 1975]; Eric J. Leed, "Terra di
nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima
guerra mondiale", Bologna, Il Mulino, 1985 [ed. orig. 1979];
Silvio Lanaro, "Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura
borghese in Italia (1870-1925)", Venezia, Marsilio, 1979.

26. Enrico Corradini, "La Patria lontana", Milano, Treves,


1910, immediatamente seguito dall'affine "La guerra
lontana", Milano, Treves, 1911.

27. Giovanni Boine, "Discorsi militari", Firenze, Libreria


della Voce, 1914.

28. Christophe Prochasson, "Les intellectuels, le socialisme


et la guerre (1900-1938)", Paris, Seuil, 1993; Silvio Lanaro,
"Patria. Circumnavigazione di un'idea controversa",
Venezia, Marsilio, 1996.

29. Charles Péguy, "Notre Patrie", Paris, Gallimard, 1905


(nel 1915, morto in guerra l'autore, il volume è già alla 36a
edizione).

30. Benedetto Croce, "L'Italia dal 1914 al 1918: pagine sulla


guerra", Bari, Laterza, 1965 [1a ed. Napoli, Ricciardi,
1919].

31. Mario Isnenghi, "Il «Dovere nazionale»", in Id., "L'Italia


del fascio", Firenze, Giunti, 1996, p. p. 63-76.

94
32. Mario Isnenghi, "Il poetavate e la rianimazione dei
passati", in Id., "L'Italia del fascio", cit, p. p. 47-62.

33. Filippo Tommaso Marinetti, "Teoria e invenzione


futurista", a cura di Luciano De Maria, Milano, Mondadori,
1968; Id., Taccuini 1915-1921, a cura di Alberto Bertoni,
Bologna, Il Mulino, 1987.

34. Gaston Bouthoul, "Le guerre. Elementi di polemologia",


Milano, Longanesi, 1951.

35. Con articoli, nel loro genere, classici: La vita non è


sacra, Il dovere dell'Italia, Amiamo la guerra!, Abbiamo
vinto!, tutti di Giovanni Papini, dall'ottobre 1913 in avanti;
Per la guerra, Sulla soglia, di Ardengo Soffici; Per la guerra,
Ultimo appello, Programma politico, a firma di «Lacerba»,
leggibili tutti in "La cultura italiana del '900 attraverso le
riviste", vol. 4, «Lacerba», «La Voce» (1914-1916), a cura di
Gianni Scalia, Torino, Einaudi, 1961.

36. Vilfredo Pareto, "I sistemi socialisti", Torino, Utet, 1954


[ed. orig. "Les systèmes socialistes", 1902]; Id., "Trattato di
sociologia generale", 2 voli., Firenze, Barbera, 1916.

37. Claus Gatterer, "Cesare Battisti: ritratto di un'alto


traditore", Firenze, La Nuova Italia, 1975.

38. Espressioni come questa sono correnti negli articoli di


Francesco Coppola ed Enrico Corradini, Roberto Forges
Davanzati e Maffeo Pantaleoni e degli altri redattori e
collaboratori dell'«Idea nazionale» del 1915.

39. Scritto in Svizzera nel 1916.

40. André Corvisier (a cura di), "Dictionnaire d'art et


d'histoire militaires", Paris, Puf, 1988, p. 308.

95
41. I pezzi d'artiglieria sono indicati in primo luogo con il
calibro, ossia il diametro della bocca da fuoco espresso in
millimetri, che dà un'idea abbastanza precisa delle loro
dimensioni complessive. A seconda della lunghezza della
canna si dividono in cannoni (canna più lunga, maggiore
gittata e traiettoria più tesa), mortai (canna molto corta,
traiettoria molto arcuata, quindi gittata ridotta e proietti più
pesanti) e obici (una via di mezzo). Si dividono in artiglieria
leggera o da campagna (i pezzi più piccoli e mobili), media
o pesante campale (più potenti e meno mobili) e pesante o
da assedio (i pezzi più grossi e lenti). Ad esempio il 75/27
(pezzo base dell'artiglieria italiana nel 1915, costruito su
licenza francese) è un cannone da campagna, che ha un
diametro di 75 millimetri (e una lunghezza di 75 x 27 = 2
metri) e spara proietti relativamente leggeri a 7 chilometri,
con un'elevata mobilità e cadenza di tiro.

N. 42. Il più noto e interessante di questi profeti inascoltati


fu Ivan Bloch, un ricco finanziere e industriale della Polonia
russa. Costui predisse che il fuoco di fucili e cannoni
avrebbe spezzato ogni offensiva, la guerra sarebbe stata
lunga e terribile, con milioni di uomini in trincea, e
dominata dalle innovazioni tecnologiche. La sua opera "La
guerre future" del 1898 fu pubblicata in russo, francese,
tedesco e inglese, apprezzata e discussa, ma non riuscì a
intaccare la certezza assoluta nella guerra breve. Conf.
Nicola Labanca, "Il pacifismo tecnologico di Ivan Bloch",
«Rivista di storia contemporanea», 1991, n. 4.

43. In tutti gli eserciti lo stato maggiore era l'alto comando


dell'esercito e il capo di stato maggiore il comandante in
capo designato in tempo di pace ed effettivo in guerra. Il
termine derivava dal fatto che il titolo di comandante
dell'esercito spettava al sovrano, che però non ne esercitava
più le funzioni; il capo di stato maggiore era nominalmente
il primo collaboratore del sovrano e di fatto il comandante
effettivo. In tempo di guerra lo stato maggiore di ogni
esercito si divise; una parte rimase nella capitale
96
collaborando con il ministro della Guerra, un'altra parte si
trasferì al fronte per dirigere le operazioni, assumendo per
lo più la denominazione di Quartiere generale (e di
Comando supremo in Italia). Ogni grande unità aveva poi
un suo stato maggiore, ossia un gruppo di collaboratori e di
uffici diretto da un capo di questo stato maggiore, agli
ordini del comandante della grande unità. Gli ufficiali di
stato maggiore erano poi ufficiali selezionati e addestrati
per il servizio nei comandi, con vantaggi di carriera poco
apprezzati dai colleghi. Questi cenni sintetici valgono per
tutti gli eserciti, con differenze minori. S'intende che
quando parliamo di stato maggiore senza altra
specificazione ci riferiamo all'alto comando.

44. Robert Wohl, "Storia di una generazione", Milano, Jaca


Book, 1984 [prima ed. 1979].

45. Brunello Vigezzi, "Da Giolitti a Salandra", Firenze,


Vallecchi, 1969.

46. Gioacchino Volpe, "Il popolo italiano tra la pace e la


guerra (1914-1915)", Milano, Ispi, 1940; Brunello Vigezzi,
"L'Italia di fronte alla prima guerra mondiale", vol. 1,
"L'Italia neutrale", Milano- Napoli, Ricciardi, 1966.

47. Vittorio Emanuele Orlando, "Memorie 1915-1919", a


cura di Rodolfo Mosca, Milano, Rizzoli, 1960, p. 27; Antonio
Salandra dedica a questo periodo storico due libri di
memorie: "La neutralità italiana", Milano, Mondadori, 1928;
e "L'intervento", Milano, Mondadori, 1930.

48. Gioacchino Volpe, "L'Italia nella Triplice Alleanza (1882-


1915)", Milano, Ispi, 1939; Alberto Monticone, "La
Germania e la neutralità italiana (1914-1915)", Bologna, Il
Mulino, 1971.

49. B. Croce, "L'Italia dal 1914 al 1918", cit.; Id., "Storia


d'Italia dal 1875 al 1915", Bari, Laterza, 1927.
97
50. Giovanni Giolitti, "Memorie della mia vita", 2 voli.,
Milano, Treves, 1922; A. Salandra, "La neutralità italiana",
cit.; Luigi Albertini, "Vent'anni di vita politica", 5 voli.,
Bologna, Zanichelli, 1951-1953, vol. 2, "L'Italia nella Prima
guerra mondiale"; V. E. Orlando, "Memorie 1915-1919",
cit.; Sidney Sonnino, "Diario 1914-1916", a cura di Pietro
Pastorelli, Bari, Laterza, 1972; Id., "Carteggio 1914-1916",
a cura di Pietro Pastorelli, Bari, Laterza, 1974.
51. Mario Toscano, "Pagine di storia diplomatica
contemporanea", vol. 1, "Origini e vicende della prima
guerra mondiale", Milano, Giuffrè, 1963.

52. Una testimonianza d'epoca assai ravvicinata e informata


in Ferdinando Martini - il più interventista fra i ministri -
"Diario 1914-1918", a cura di Gabriele De Rosa, Milano,
Mondadori, 1966; importanti anche le confidenze a futura
memoria dei maggiorenti politici e militari al giornalista
Olindo Malagodi, "Conversazioni della guerra 1914-1919",
rese pubbliche solo nel 1960, morti ormai tutti gli
interessati (2 voli., a cura di Brunello Vigezzi, Milano-
Napoli, Ricciardi).

***

98
2.
L'INTERVENTO ITALIANO.

LA GUERRA NON BREVE. LE OPERAZIONI SUGLI ALTRI


FRONTI NEL 1914 E NEL 1915.

- "Il fallimento delle grandi offensive del 1914".

Il 3 agosto 1914 le truppe tedesche violarono la neutralità


del Belgio con un attacco di sorpresa alla posizione chiave
di Liegi, seguito dall'occupazione del paese. L'esercito
belga si ritirò combattendo verso il mare, difese a lungo
Anversa (caduta il 9 ottobre), poi continuò la guerra nelle
Fiandre a fianco degli inglesi. In agosto le armate tedesche
si concentrarono alla frontiera franco-belga, poi iniziarono
la marcia aggirante verso Parigi prevista dal piano
Schlieffen, che doveva prendere alle spalle lo schieramento
nemico e schiacciarlo rapidamente. Nel frattempo anche i
francesi avevano scatenato la loro grande offensiva verso il
Reno; ma lo spirito aggressivo delle truppe non bastò a
superare il fuoco dell'artiglieria tedesca, che stroncò in
pochi giorni le loro ambizioni.
All'inizio di settembre le armate tedesche che avanzavano
dal Belgio, dopo aver respinto il corpo di spedizione
britannico e le forze di copertura francesi, giunsero tra
Parigi e Verdun, sulla Marna, sul rovescio del grosso delle
forze nemiche. La situazione era così grave che il 2
settembre il governo francese abbandonò Parigi in pericolo.
Centinaia di chilometri di marcia avevano però logorato le
truppe tedesche e messo in crisi i loro rifornimenti e
collegamenti. Il comandante in capo francese Joffre riuscì a
manovrare per linee interne, spostando per ferrovia grossi
rinforzi dalla Lorena, e contrattaccò le armate tedesche
disunite, arrestandole e costringendole a retrocedere. La
battaglia della Marna, 5-9 settembre, divenne famosa
perché segnava il fallimento del tentativo tedesco di
risolvere la guerra con una grande e rapida vittoria. Il 14
settembre il capo di stato maggiore tedesco Moltke,
99
criticato perché non aveva saputo tenere in pugno le sue
armate con l'energia necessaria, fu sostituito con il
generale Erich von Falkenhayn.
La ritirata tedesca si arrestò sul fiume Aisne, poche decine
di chilometri a nord della Marna. Poi l'andamento delle
operazioni cambiò: il fronte dall'Aisne al Reno rimase
statico, mentre entrambi gli eserciti riversavano nuove
truppe a nord per aggirare lo schieramento nemico e
rovesciarlo. La cosiddetta «corsa al mare», dopo una
successione incalzante di movimenti, attacchi e furiosi
combattimenti, si concluse tra novembre e dicembre con la
creazione di un fronte continuo dall'Aisne alla Manica.
Anche i combattimenti cambiavano forma: nelle prime
settimane gli eserciti si erano affrontati in campo aperto,
con le truppe che manovravano e andavano all'attacco
secondo le previsioni subendo peraltro perdite tremende,
ora invece chi doveva difendersi cominciava a scavare
buche e poi trincee sempre più estese e profonde;
aumentava il consumo di munizioni e comparivano i
reticolati. Nel dicembre 1914 il fronte occidentale era
diventato continuo e statico per i 700 chilometri dalla
Manica alla frontiera svizzera (lasciando in mano ai
tedeschi le regioni settentrionali francesi e il Belgio); e si
sarebbe spostato di ben poco fino al 1918.
Sul fronte orientale, i russi attaccarono subito con le truppe
schierate ai confini già in tempo di pace, senza attendere il
completamento della loro lenta mobilitazione. La loro
invasione della Prussia orientale fu però respinta da forze
tedesche assai inferiori per numero, ma meglio armate e
appoggiate dalla rete ferroviaria; la vittoria di Tannenberg,
27-30 agosto, portò alla ribalta due generali tedeschi,
l'anziano Paul von Hindenburg e il suo capo di stato
maggiore, il giovane e brillante Erich Ludendorff, che aveva
un peso decisivo nel comando. I russi ebbero maggiore
fortuna nelle prime battaglie contro gli austro- ungarici,
anche perché costoro avevano distolto parte delle loro
truppe per liquidare la Serbia (ma tre diverse offensive da
agosto a dicembre furono respinte dal piccolo esercito
100
serbo). In autunno il completamento della loro
mobilitazione permise ai russi di attaccare con grandi forze
su tutto l'immenso fronte, dalla Prussia orientale alla
Galizia, e di schiacciare gli austriaci con grosse perdite da
entrambe le parti fino ai Carpazi, minacciando l'invasione
dell'Ungheria. L'arrivo di rinforzi tedeschi dal fronte
occidentale permise a Hindenburg e a Ludendorff di
riequilibrare provvisoriamente la situazione. In dicembre
anche il fronte orientale aveva assunto un andamento
continuo, sebbene presidiato con una minore densità di
uomini e cannoni rispetto al fronte occidentale.

- "La guerra continua".

La fiducia nella guerra breve fu lenta a morire. Quando fu


evidente che le operazioni si sarebbero protratte
nell'inverno e oltre, si diffuse la convinzione che la
decisione del conflitto sarebbe venuta nell'estate 1915, al
più tardi in autunno. Col passare delle stagioni le illusioni
caddero, la fine della guerra si allontanò sempre più e per i
soldati la trincea diventò una condizione senza sbocco e
senza tempo.
I primi a rendersi conto che la guerra si sarebbe protratta
furono coloro che dovevano alimentarla. Tutti gli eserciti
erano scesi in campo convinti che i depositi di armi e
munizioni predisposti in pace dovessero bastare per tutto il
conflitto; ma nella battaglia della Marna l'artiglieria tedesca
aveva sparato più colpi che nella guerra 1870-1871 e in
ottobre aveva esaurito le scorte. Per affrontare la
continuazione della guerra bisognava organizzare la
produzione di armi e munizioni, pianificare i rifornimenti
alimentari per le truppe e il paese, chiamare nuovi soldati
per colmare i paurosi vuoti (i francesi avevano perso 300
mila uomini in agosto e settembre, quasi mezzo milione
entro la fine dell'anno, gli austriaci oltre un milione). Le
difficoltà organizzative erano grandi, le spese straordinarie,
ma le necessità impellenti e crescenti. Con ritardi e
contrasti, governi, industriali e stati maggiori si misero
101
dovunque all'opera, in primo luogo per la produzione di
munizioni e mitragliatrici, poi per potenziare l'artiglieria
portando al fronte i cannoni, anche antiquati, disponibili
nelle retrovie e nei forti; sembrava infatti che non ci fosse
tempo per la fabbricazione di nuovi pezzi, che venne
affrontata su larga scala nel secondo inverno del conflitto.
La Germania, che doveva subire le conseguenze del blocco
del suo commercio navale, fu la prima a impostare
programmi di respiro per il controllo delle materie prime,
poi per la produzione di armi e munizioni, infine per il
reperimento e la distribuzione delle derrate alimentari.
Francia e Gran Bretagna, più ricche di risorse, si mossero
più lentamente, con una produzione per le truppe
inadeguata fino al 1916. La Russia invece non riuscì a
tenersi al passo a causa dei limiti della sua industria e della
cronica inefficienza della sua amministrazione; l'inferiorità
in materiali delle sue truppe era destinata a aggravarsi
sempre più, né gli alleati occidentali potevano inviare
rifornimenti perché l'accesso ai porti russi del Baltico era
bloccato dai tedeschi e quello ai porti del Mar Nero dai
turchi. Restavano i porti dell'estremo nord, ma erano
lontani, bloccati dai ghiacci per molti mesi e con ferrovie
insufficienti.
Era più facile affrontare il problema dei soldati, perché tutti
gli stati avevano mobilitato soltanto una parte del loro
potenziale umano. I giovani che non avevano prestato
servizio militare, gli uomini tra i 30 e i 40 anni furono
chiamati alle armi per ripianare le perdite e creare nuove
divisioni. Merita attenzione il caso della Gran Bretagna, che
poteva contare su un esercito di mestiere di dimensioni
limitate (al primo gennaio 1915 gli inglesi tenevano 50
chilometri del fronte occidentale, i belgi 20, i francesi i
restanti 650 chilometri); ma quando il governo lanciò
nell'autunno 1914 un appello per l'arruolamento di
volontari per la durata del conflitto, se ne presentarono 1
milione 900 mila (una bella dimostrazione del consenso
popolare alla guerra). Questi uomini dovevano essere

102
addestrati, equipaggiati, armati, organizzati e inquadrati,
quindi il loro impiego in combattimento fu lento e graduale.
Intanto il conflitto si ampliava. Nel novembre 1914 la
Turchia scese in guerra a fianco di Germania e Austria,
lanciando una grossa offensiva verso il Caucaso
(sanguinosamente respinta dai russi) e una minore verso il
canale di Suez controllato dagli inglesi (pure fallita). Gli
anglofrancesi decisero allora di forzare lo stretto dei
Dardanelli per arrivare a Costantinopoli, in modo da potere
rifornire la Russia e minacciare gli austro- tedeschi nei
Balcani; era la strategia di aggiramento (caldeggiata in
particolare dal ministro britannico della marina Churchill)
in contrapposizione alla concentrazione di tutte le risorse
sul fronte francese richiesta dai generali che vi
combattevano. L'impresa fu però condotta nel peggiore dei
modi per le incertezze dei governi e l'insipienza dei
comandanti. Nel marzo 1915 la flotta anglofrancese non
riuscì a forzare le deboli difese dello stretto; in aprile le
truppe sbarcarono sulla penisola dei Dardanelli, ma non
riuscirono a progredire dinanzi all'improvvisata e tenace
resistenza turca (appoggiata dai tedeschi con ufficiali e
materiali), malgrado le forze impegnate salissero in luglio a
12 divisioni. Tra il dicembre 1915 e il gennaio 1916 gli
anglofrancesi si ritirarono: dei 500 mila soldati impiegati
(tra cui molti australiani e neozelandesi) ne avevano perduti
250 mila tra morti, feriti e malati sgombrati.

- "La guerra sui mari".

La guerra sui mari fu essenzialmente una questione


anglotedesca, perché la flotta francese (e poi quella
italiana) era presente soltanto nel Mediterraneo, la marina
austriaca era bloccata nei porti adriatici già prima
dell'intervento italiano e quella russa non poteva uscire dal
Baltico e dal Mar Nero.
L'obiettivo immediato della flotta inglese era il dominio
assoluto della Manica, che fu sempre mantenuto dall'azione
combinata di vecchie corazzate e navi leggere. L'obiettivo
103
maggiore era la neutralizzazione della flotta tedesca da
battaglia. Gli inglesi rinunciarono sin dall'inizio ad
attaccarla nelle sue basi del Mare del Nord, protette da
grosse artiglierie costiere e da estesi sbarramenti di mine,
e misero in atto un blocco a distanza. Il nerbo della flotta da
battaglia, ossia le corazzate moderne e la loro scorta di
cacciatorpediniere, fu basato a Scapa Flow, nelle isole
Orcadi a nord della Gran Bretagna, gli incrociatori più
veloci più a sud nei porti scozzesi, mentre navi leggere
controllavano il mare tra le isole britanniche e la Norvegia
e il traffico mercantile (1). Gli inglesi non intendevano
mettere a rischio la loro superiorità in corazzate (netta, ma
non schiacciante) cercando a tutti i costi una grande
battaglia con i suoi imprevisti; a loro bastava tenere la flotta
nemica chiusa nei suoi porti. I tedeschi dal canto loro
sapevano che in uno scontro diretto erano destinati a
soccombere, quindi potevano soltanto sperare che la
superiorità britannica fosse logorata dai sommergibili, dalle
mine e da scontri fortunati. Di conseguenza la guerra navale
nel Mare del Nord vide una sola grossa battaglia senza
effetti risolutivi (detta dello Jutland, 31 maggio-1° giugno
1916); e invece diverse azioni minori, come le puntate di
incrociatori veloci di entrambe le parti e i bombardamenti
sulla costa inglese di dirigibili e aeroplani tedeschi, i quali
produssero più allarme nell'opinione pubblica che non
risultati concreti. In sostanza la prudente condotta inglese
conseguì il suo obiettivo e la flotta da battaglia tedesca
rimase bloccata nei suoi porti fino al termine del conflitto.
Ciò lasciava agli inglesi il dominio degli oceani e la
continuità del traffico mercantile, che permetteva di
utilizzare le risorse delle colonie e degli stati neutrali,
fattore assolutamente fondamentale per l'alimentazione
della loro guerra. Le navi tedesche che nell'agosto 1914
stazionavano in mari lontani furono eliminate in pochi mesi
(8 dicembre 1914, affondamento alle isole Falkland degli
incrociatori "Scharnhorst" e "Gneisenau"). L'unico
insuccesso si ebbe nel Mediterraneo, dove nell'agosto 1914
gli incrociatori "Goeben" e "Breslau" sfuggirono agli
104
anglofrancesi rifugiandosi a Costantinopoli e andando a
rinforzare la flotta turca. Le colonie tedesche in Africa e nel
Pacifico vennero occupate con relativa facilità; soltanto le
forze dell'Africa orientale tedesca (l'odierna Tanzania)
riuscirono a resistere per oltre tre anni con una brillante
guerriglia, cedendo soltanto alla fine del 1917.
Il dominio dei mari permise alla Gran Bretagna di decretare
il blocco navale nei confronti della Germania, eliminando
subito il suo traffico mercantile. Il problema era più
complesso per gli stati neutrali, quelli che intendevano
continuare a vendere le loro merci alla Germania, ma
soprattutto quelli confinanti o vicini, come l'Olanda, la
Svizzera, i paesi scandinavi, che esportavano normalmente
in Germania parte notevole della loro produzione, nonché
merci che ricevevano via mare. Le esportazioni degli Stati
Uniti e dell'America latina vennero man mano deviate verso
il mercato inglese, con un misto di pressioni economiche e
di accordi con governi amici. E con una faticosa e complessa
serie di accordi, facendo pesare con crescente durezza il
loro dominio dei mari, gli inglesi ottennero
progressivamente di limitare le importazioni degli stati
neutrali europei al loro fabbisogno interno e, con minor
successo, di ridurre l'esportazione verso la Germania della
loro produzione agricola e industriale (la Svezia, meno
ricattabile, continuò a vendere ai tedeschi ferro, legname,
pesce). In definitiva nel 1915-1916 la Germania, che già
aveva perso i rifornimenti dalla Russia, vide crollare la sue
importazioni di materie prime e di prodotti agricoli e
industriali, con gravi e crescenti ripercussioni sulla
produzione bellica e sull'alimentazione della popolazione,
anche se qualcosa riusciva comunque a filtrare attraverso il
blocco. Dietro alle operazioni austro- tedesche nei Balcani
e contro la Russia nel 1915-1916 c'era anche l'esigenza di
controllare regioni divenute essenziali per i rifornimenti
alimentari.
La risposta tedesca al dominio inglese dei mari poteva
venire soltanto dai sommergibili. Le loro capacità offensive
furono dimostrate nei primi mesi del conflitto dai numerosi
105
affondamenti di navi da guerra, poi diventati più difficili
perché le grandi navi venivano protette da una scorta di
cacciatorpediniere. L'impiego dei sommergibili contro il
traffico mercantile britannico fu inizialmente limitato,
perché quelli disponibili erano pochi e rispettavano gli
accordi internazionali, ossia siluravano senza preavviso le
navi da guerra, ma dovevano ispezionare quelle mercantili
prima di affondarle per accertarsi che fossero nemiche o
con un carico destinato al nemico, lasciando agli equipaggi
il tempo di scendere nelle scialuppe. Poi nel febbraio 1915
la Germania proclamò le acque intorno alle isole
britanniche zona di guerra, in cui tutte le navi, nemiche o
neutrali, potevano essere affondate senza controlli né
preavviso. Ciò provocò le proteste dei paesi neutrali, in
particolare degli Stati Uniti, tanto più dinanzi al
siluramento di navi per passeggeri con grosse perdite di
vite (il caso più noto è quello del transatlantico "Lusitania",
colato a picco in maggio con oltre un migliaio di morti). La
Germania cercava di giustificare l'inasprimento della
guerra sottomarina con lo strangolamento delle sue
importazioni navali da parte degli inglesi; ma logicamente
l'opinione pubblica si commuoveva più per l'affondamento
di un transatlantico che per il sequestro di un mercantile. Il
tonnellaggio affondato (ossia la somma della stazza delle
navi affondate) rimaneva però basso, 116 mila tonnellate
mensili dal marzo all'agosto 1915, perché i sommergibili
tedeschi erano pochi e di prestazioni limitate. Il governo
tedesco, che cercava di mantenere buoni rapporti con gli
Stati Uniti, impose quindi in settembre la rinuncia agli
attacchi senza preavviso. La marina tedesca li riprese nel
febbraio 1916, ma dovette nuovamente rinunciarvi in
maggio. Il tonnellaggio affondato comunque cresceva (300
mila tonnellate mensili nell'autunno 1916) perché
aumentavano i sommergibili disponibili e le loro
prestazioni. Tuttavia fino al termine del 1916 le perdite non
avevano messo in crisi il traffico britannico.

- "Le operazioni del 1915".


106
La stabilizzazione del fronte occidentale poneva il problema
di come continuare la guerra. Joffre e John French, il
comandante britannico in Francia (poi sostituito da Douglas
Haig), non avevano dubbi: reclamavano tutte le risorse
disponibili in uomini, munizioni e cannoni per sferrare
un'offensiva dopo l'altra fino al collasso tedesco, che davano
per imminente. Offensiva nell'Artois nel dicembre 1914,
offensiva nella Champagne tra dicembre e gennaio 1915,
rinnovata in febbraio e poi in marzo, seconda offensiva
nell'Artois in maggio- giugno, nuova offensiva nella
Champagne in settembre- ottobre e contemporaneamente
terza offensiva nell'Artois, tutte battaglie con lo stesso
andamento: bombardamento iniziale d'artiglieria che
sconvolge le trincee nemiche, attacchi della fanteria che
occupa la prima linea, ma è decimata dall'artiglieria,
contrattacchi tedeschi che riconquistano parte del terreno,
nuovi bombardamenti, attacchi e contrattacchi, accorrere
di truppe fresche da entrambe le parti, ancora
bombardamenti, attacchi e contrattacchi fino
all'esaurimento delle energie delle truppe. I risultati sono la
conquista di qualche chilometro di trincea e perdite sempre
maggiori, 100 mila attaccanti in maggio-giugno, 300 mila in
settembre-ottobre. Oltre a queste battaglie maggiori Joffre
lancia anche diverse offensive secondarie e incoraggia le
truppe a un atteggiamento aggressivo con attacchi locali e
colpi di mano. La sua fiducia è incrollabile, ogni volta
prepara le divisioni di cavalleria per l'avanzata in profondità
dopo lo sfondamento del fronte e reagisce agli insuccessi
proclamando: «Je les grignote», li rosicchio, li consumo. In
realtà le perdite tedesche sono inferiori della metà e il
logorio dell'esercito francese è terrificante: 400 mila morti
nel 1915, l'anno più sanguinoso. Tenendo conto di feriti,
malati e prigionieri, ciò significa la perdita della metà dei 2
milioni 600 mila uomini al fronte.
La condotta tedesca è più cauta. Falkenhayn ordina una
difesa rigida e aggressiva per mantenere le posizioni, lancia
soltanto offensive minori e cura l'organizzazione e
107
l'armamento: un sistema di trincee molto curato, con
ricoveri in profondità, molte mitragliatrici, molte munizioni
e lo sviluppo dell'artiglieria media. Nei suoi piani il fronte
occidentale deve cedere la massima quantità di forze
compatibile con la difesa a oltranza del terreno per
rinforzare il fronte orientale e liquidare la minaccia russa.
L'esercito russo andava infatti sviluppando una forte
pressione su un arco amplissimo (come un inarrestabile
rullo compressore, si diceva allora). Tra gennaio e aprile
1915, in condizioni climatiche durissime, attaccò sui
Carpazi, fermato a stento dagli austriaci sorretti dai
tedeschi. A nord fu invece respinto da una controffensiva di
Ludendorff. Poi il 2 maggio 1915 gli austro- tedeschi agli
ordini di August von Mackensen lanciarono una grande
offensiva con mezzi potenti (1500 cannoni e i gas) tra
Gorlice e Tarnow, nella Polonia meridionale. Troppo
inferiore in materiale e male comandato, l'esercito russo
crollò; entro metà agosto Mackensen aveva fatto 750 mila
prigionieri e occupato tutta la Polonia. In agosto e poi
ancora in settembre Ludendorff tornò all'offensiva da nord
respingendo i russi più a est, su una linea che andava da
Riga al confine romeno. Hindenburg e Ludendorff
chiedevano nuove truppe per proseguire l'offensiva fino a
costringere la Russia alla resa, ma Falkenhayn rifiutò,
perché temeva che ciò avrebbe richiesto troppo tempo e
troppe divisioni, mettendo in pericolo il fronte occidentale.
La forza offensiva dell'esercito zarista era stata comunque
spezzata, le sue perdite di mezzi e cannoni non erano
rimpiazzabili; era possibile formare nuove divisioni, ma non
equipaggiarle. La Russia sembrava ridotta ormai a un ruolo
secondario.
Restava da liquidare la Serbia, rimasta sulla difensiva dopo
le vittorie del 1914 sugli austriaci. Nell'ottobre 1915 le
truppe austro- tedesche di Mackensen l'attaccarono da
nord, mentre la Bulgaria (decisasi allora all'intervento) la
invadeva da sud. Dopo una breve resistenza l'esercito serbo
crollò; i suoi resti si salvarono con una durissima marcia
attraverso i monti verso il porto albanese di Durazzo, allora
108
in mano agli italiani. Lo sbarco in ottobre di truppe
anglofrancesi a Salonicco avvenne troppo tardi per dare
sostegno ai serbi e si ridusse alla difesa di un'ampia testa di
ponte di scarso rilievo strategico fino al 1918. Falkenhayn
aveva raggiunto i suoi obiettivi, il controllo di gran parte dei
Balcani e la riapertura della via più diretta verso la Turchia;
ritirò quindi parte delle sue truppe e rivolse il suo interesse
al fronte francese, preparando l'offensiva di Verdun.

L'ITALIA DALLA NEUTRALITA" ALL'INTERVENTO.

- "Le forze in campo".

Al centro e a destra, i liberali e - come si continua a


chiamarli in assenza di un partito politico vero e proprio - i
cattolici (2). Con tutto ciò che ancora li divide, costituiscono
nell'insieme un blocco moderato, che ha già fatto le sue
prove nelle elezioni amministrative e in quelle politiche del
1913, e il grosso del paese e del parlamento. Insieme,
coprono uno spazio sociale e politico larghissimo e non
molto si può fare senza o contro di loro. L'asse di questo
complesso agglomerato di forze non è comunque fisso e
indiscutibile: all'interno vi è chi guarda a destra - uomini
come Salandra o Sonnino - e chi guarda a sinistra, primo fra
tutti Giolitti. All'ala estrema si va profilando una nuova
destra, che è per ora una pattuglia di teste pensanti, con
agganci nell'economia e nella cultura, tanto universitaria
che militante.
Spostiamoci sull'altro versante. Tenendo conto sia delle
posizioni nelle istituzioni rappresentative sia
dell'insediamento politico nel paese, incontriamo anzitutto
la piccola e media borghesia radicale, uomini delle
professioni, abbastanza fluttuanti come collocazione e
comunque non lontani dai giolittiani e orbitanti nell'area di
influenza dello statista piemontese. Seguono i repubblicani,
non più numerosi dei radicali, ma con una grande storia alle
109
spalle e una identità più pronunciata; poi, dopo qualche
gruppo isolato di riformisti ormai fuori dal Partito socialista,
quello che si è ormai affermato come il partito della sinistra,
sia nelle istituzioni parlamentari e locali, sia per i suoi
collegamenti con il mondo sindacale e con le masse. Più a
sinistra del Partito socialista, in parlamento non c'è
nessuno, ma in certe aree e settori del paese sì: gruppi di
estrema, spesso composti da fuoriusciti dal Partito
socialista stesso, frutto di una continua diaspora, come i
sindacalisti rivoluzionari; e - ancora più in disparte e isolati
nella protesta - i gruppi anarchici (3).
Questa piccola mappa politica lascia a desiderare quanto a
efficacia nel delineare lo spazio pubblico, già prima che lo
investano le burrasche politiche scatenate dalla necessità
di prendere posizione rispetto alla guerra. Soddisfa solo in
parte anche perché è dubbio che alla variegata geografia
economica, sociale e politica della penisola corrisponda
prima della guerra uno spazio politico unitario,
riconducibile a parametri, forme e linguaggi politici
omogenei. Nord e Sud, città e campagna, Roma e Milano,
governanti e governati: i segni della diversità di situazioni
si potrebbero moltiplicare. Neanche del partito politico più
vicino a una forma di partito moderna e di massa - quello
socialista - si può dire che disponga di un insediamento
realmente omogeneo e nazionale; se poi diciamo «cattolici»
- costretti dalle circostanze a utilizzare un soggetto
politicamente improprio - copriamo anche in questo caso
diversità profonde. La parrocchia e il prete veneto ben poco
assomigliano a quelli siciliani e neppure il tessuto cattolico
ha ovunque maglie altrettanto fitte e analoga forza di
penetrazione e rappresentatività sociale.
Se è difficile per noi ricostruire una plausibile mappa
unitaria dei comportamenti politici, ovviamente fu ancor più
difficile per i politici stessi unificare linguaggi e
comportamenti, agire all'interno di queste discrasie e
governare orientamenti e scelte in vista di una decisione
(4). Li aiutarono non solo il dibattito, la volontà e capacità
di persuadere, le procedure democratiche, ma gli stessi
110
vuoti di partecipazione che tenevano vaste masse lontane
dall'azione politica, le pratiche e le abitudini di esclusione e
autoesclusione, gli atti di imperio. Né si può dire che il
parlamento sia il luogo vero e proprio del processo
decisionale, di formazione della scelta di entrare in guerra.
Lo sono molto di più la corte, il governo - in particolare la
presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri -, le
ambasciate che contano a Berlino, a Vienna, a Londra, e -
relativamente meno - a Mosca e a Parigi. L'esercito, tutto
sommato, sta al suo posto, accetta il suo ruolo tecnico, in
attesa di ordini che tarderanno, complicando i problemi di
ridislocazione di uomini, armi e fortificazioni, dalla frontiera
occidentale a quella nordorientale. Come luoghi di
elaborazione e diffusione delle scelte si affermano piuttosto
sedi e strumenti extraistituzionali: entrano attivamente in
gioco la stampa (5) ed anche, in certo modo, la piazza.
I primi a schierarsi sono i repubblicani, da una parte, e i
nazionalisti dall'altra. Questi ultimi, come si è detto,
trasformano presto in scelta netta a favore della guerra gli
iniziali riflessi d'ordine, filogermanici e triplicisti. I
dichiarati eredi di Mazzini e di Garibaldi, dal canto loro,
hanno tenuto vivo per mezzo secolo l'irredentismo e adesso
colgono al balzo l'occasione che rinverdisce il loro ruolo,
storico e attuale. Pretendono Trento e Trieste italiane, in
una guerra di libertà dei popoli, e sono pronti ad andare a
liberare le città-simbolo - se l'Italia monarchica tarda a
marciare - anticipando i tempi in una guerra di ardimento e
volontariato: oggi in Francia, domani in Italia. La Francia
repubblicana, erede della Rivoluzione e interprete deputata
dei "princìpi dell'89", accoglie già nel 1914 alcune migliaia
di volontari capeggiati da Peppino Garibaldi e dagli altri
quattro nipoti dell'eroe, ma non è molto più disposta del
Regno d'Italia ad apprezzare le inflessioni politiche eversive
delle loro Camicie rosse. La galassia irredentista è
comunque vogliosa di menare le mani, esige la guerra
all'Austria e si mostra pronta a creare il "casus belli", con
sconfinamenti, scontri di frontiera, per forzare la mano al
governo Salandra che agisce con tutt'altro animo e tempi.
111
Valichiamo le posizioni del Partito socialista per rilevare
che, sul terreno della «fratellanza latina» e della
fascinazione accettata del paese guida della Rivoluzione, il
neogaribaldinismo dei repubblicani più ardenti incontra e si
intreccia con la diaspora dell'estrema sinistra: ex
comunardi, qualche anarchico in libera uscita, soprattutto
gli energici e appassionati leader sindacalisti rivoluzionari,
Filippo Corridoni a Milano, Alceste De Ambris a Parma, alla
testa di gruppi più o meno consistenti di proletariato
organizzato. La frantumazione dello scenario politico
abituale è già prefigurata in questi emuli di Georges Sorel,
scissionisti e polemici, già da anni, rispetto alle strutture,
agli spiriti e agli uomini della C. G.L. e del partito. Fra
ottobre e novembre, a questo pullulante mondo politico in
via di ridefinizione a sinistra verrà ad aggiungersi il carisma
di Mussolini, come diremo più avanti.
I neutralisti, all'inizio e poi anche nel corso di quei dieci
mesi, appaiono più numerosi degli interventisti, se misurati
guardando ai loro referenti politici. Originariamente
quattro, tali referenti durante la crisi di governo del maggio
1915 si riducono quantomeno a due (socialisti e liberali
giolittiani, dei cattolici diventa sempre più difficile dire);
infine a uno (i socialisti) quando la crisi rientra, Salandra si
presenta alla Camera e vengono votati i crediti di guerra
(20 maggio). Il quarto referente politico dei neutralisti - il
primo a diluirsi in un atteggiamento d'ordine, man mano
che il governo rende decifrabili le sue propensioni - è il
variegato mondo dei conservatori: il notabilato, la destra
liberale, gli agrari, gli uomini d'ordine, coloro che - come il
ministro degli Esteri marchese di San Giuliano e poi lo
stesso barone Sonnino, suo successore dall'ottobre - non
avrebbero visto male il rispetto della Triplice, se ne sono
allontanati con rammarico e a fatica e, certo, non si sono
scaldati la testa con i richiami alla fratellanza latina e con
le poesie sulla libertà e la giustizia violate. Il "sacro
egoismo" nasce da qui, e Salandra, in fondo, è un loro uomo.
La loro neutralità non è neutralismo e non vuole avere nulla
di ideale. Come il governo, stanno semplicemente a
112
guardare, ragionando in termini di calcolo e di convenienze,
di bilanciamento delle forze in campo e di ipotesi
antitetiche: starne fuori o entrarvi, e sulla base di quali
compensi.
Il 4 dicembre il direttore del quotidiano romano «La
Tribuna», Olindo Malagodi - che sta discretamente
promuovendo, a futura memoria, una preziosa serie di
colloqui confidenziali con i protagonisti - appunta una
previsione di Giolitti e la franca confessione dei criteri che
definiscono il senso e i limiti di questo vasto settore del
neutralismo borghese: «se la guerra si conclude senza
vantaggio per noi, saranno guai. Anche i neutralisti odierni
tireranno pietre». Ma l'ex ministro è indotto dai rapporti
personali con il giornalista amico a scoprirsi ancor più e a
confermare la peggiore immagine che i traccheggiamenti
fra un blocco e l'altro vanno diffondendo dell'Italia:
«Bisogna trovare modo d'intervenire quando l'Austria sia
caduta; intervenire pel testamento» (6). Il pur discreto
cronista non riesce a trattenere una perplessità che non è
solo sua, ma anzi esemplifica le preoccupazioni di molti
moderati, prosaicamente sospesi - superato ormai il «con
chi» - fra il «se» e il «quando»: «E se troviamo un
testamento già suggellato?». Quando, qualche mese dopo, i
buoni uffici di Bernhard von Bulow - l'ex cancelliere tedesco
sceso come ambasciatore d'eccezione a Roma per sfruttare
i suoi buoni rapporti con l'Italia (ha persino sposato la figlia
di un padre della patria quale Marco Minghetti) - e gli
sviluppi generali della situazione avranno reso sempre più
appetibile la non ostilità dell'Italia, Giolitti si farà interprete
della disponibilità dell'Austria a concedere «parecchio»,
pur di tenerla fuori dal conflitto. In sostanza, Giolitti non ha
cambiato idea (7). Ma otto giorni dopo la sua dichiarazione
a «La Tribuna», il 12 dicembre, il neo ministro degli Esteri
Sonnino aveva detto a Malagodi cose molto simili: «La
guerra sarà lunga - ripete - bisognerebbe entrarci il più
tardi possibile; ma che però non sia troppo tardi» (8).
Realismo spinto sino al cinismo, dunque, nei due campi - a
questo punto solo tatticamente e personalmente
113
contrapposti - in cui si è suddiviso il tradizionale partito di
governo. Oggi, un tale pragmatismo potrebbe forse essere
promosso a scienza della politica, e ribattezzarsi
"geopolitica".
Passiamo ai cattolici. Una mitologia a uso non solo interno
vuole che il vecchio Pio Decimo muoia di crepacuore, il 20
agosto 1914, alle prime battute della strage fratricida. Il 5
settembre gli succede, con il nome di Benedetto
Quindicesimo, l'arcivescovo di Bologna Giacomo Della
Costa, che ribadisce in documenti e dichiarazioni
orientamenti favorevoli alla pace nei quali sono rinvenibili
sia afflati universalistici e spiriti umanitari, sia una più
concreta e tradizionale simpatia per l'Austria, baluardo
della conservazione e «paese cattolico». In un movimento
così intimamente gerarchico e autoritario quale quello che
fa capo a papa, vescovi e parroci, e in cui non difettano certo
le propensioni per i paesi dell'ordine, cioè per gli Imperi
centrali, le scelte ufficiali non possono che ripetere questi
atteggiamenti: lo conferma la riunione nazionale del 24
settembre a Milano, dove le organizzazioni cattoliche si
dichiarano per la neutralità in una fase in cui questa presa
di posizione implica in sostanza la non disponibilità a fare
la guerra contro i vecchi alleati e a fianco dei repubblicani,
massoni, anticlericali e protestanti di Francia e Inghilterra.
Il più noto fra i deputati "cattolici", il prossimo ministro nel
governo Boselli Filippo Meda (9), si spinge a dire che
l'Austria promuovendo la guerra alla Serbia non ha violato
i patti di alleanza con l'Italia e che quindi la Triplice può
benissimo restare in vigore: interpretazione rivelatrice e
compromettente, in una fase in cui l'immagine
internazionale dell'Italia è a rischio e altri fanno invece di
tutto per dimostrare che, viceversa, fra luglio e agosto essa
aveva tutto il diritto, oltre che la convenienza, a tirarsi
indietro.
Ma il neutralismo cattolico assume anche altre forme. Una
è quella rappresentata da Guido Miglioli, l'organizzatore di
punta dei contadini nel Cremonese, in diretta e ardente
contrapposizione con l'altro "genius loci" Bissolati. E'
114
questo un pacifismo assoluto, a sfondo sociale e politico,
testimonianza simbolica di una estraneità dei contadini alla
guerra che si prepara, ma a cui non corrisponde ad
un'azione organizzata su un piano generale. Un'altra
rilevante espressione del mondo cattolico è Alcide De
Gasperi, deputato cattolico del Trentino a Vienna come lo è
Battisti per i socialisti. Al pari di Battisti, anche De Gasperi
lascia il Trentino e scende nel Regno, ma - lungi dall'incitare
all'intervento - lavora a Roma come uomo di collegamento
della diplomazia vaticana tesa a fare da sponda a von
Bulow. Preso atto, nel marzo del 1915, dell'impossibilità di
tenere l'Italia fuori dal conflitto, De Gasperi compie ancora
una volta la scelta opposta a quella di Battisti: torna nel
Trentino e in Austria dove resterà per l'intera durata della
guerra (10), in rappresentanza della maggioranza dei
trentini "normali", come diranno i suoi difensori; ma contro
l'Italia, continueranno a pensare, e talora anche a dire, i
suoi detrattori. Vite parallele di uomini simbolo e figure di
un dramma storico.
Né gli atteggiamenti del supremo pastore di una religione
ecumenica né quelli più direttamente politici sopra ricordati
rispecchiano tuttavia pienamente le posizioni dei cattolici.
De Gasperi ha i problemi particolari del rappresentante di
un territorio di confine ed è il confronto con Battisti,
l'"Apostolo" e il "Martire", che schiaccia e fa apparire
tiepida la sua normalità, la quale invero lo accomuna ai più,
in Trentino come in Italia. Miglioli è un "outsider", farà
storia a sé per tutta la vita. La via maestra è Meda,
triplicista come tanti altri, cattolici e laici, ma che poi finisce
per rappresentare la sua parte all'interno delle
compatibilità reali, quali si vengono definendo nei dieci
mesi di discussione e durante gli anni di guerra. Certo, degli
ostacoli, delle freddezze e dei ritardi dei cattolici in questa
conversione alla guerra si ricorderanno gli ex interventisti
e gli uomini del fronte interno, additandoli come "disfattisti"
in potenza, accanto alle altre due grandi famiglie politiche
del neutralismo. Ma i cattolici - glissando magari su qualche
ostentazione di triplicismo - potranno ricordare di avere
115
ripetutamente detto di considerare a loro avviso auspicabile
la pace, ma relativa e non assoluta la neutralità,
condizionata sempre alle decisioni del governo, solo
legittimo detentore del potere, rispetto a cui i cattolici
avrebbero saputo dimostrare di essere buoni cittadini: anzi,
per definizione, i più ubbidienti di tutti. Queste
assicurazioni di ortodossia civica e di legalitarismo non
costituiscono solo una affermazione ideologica: i tempi del
"Sillabo", del «né eletti né elettori», della minaccia sociale
costituita dal movimento clerico- intransigente sono ormai
trascorsi e i cattolici - salvo rari apocalittici e frange
reazionarie - si vogliono ormai italiani come e più degli altri.
Entrati in lizza come elettori, se non ufficialmente come
eletti, hanno interessi e uomini propri nel sistema bancario,
nei giornali, nei centri di potere; la guerra di Libia ha
rivelato un montante "nazionalismo cattolico" (11). I
cattolici sono pronti, insomma, a giocarsi le proprie carte di
soggetto sociale e culturale forte e di soggetto politico in
via di costituzione propendendo - sinché la partita appare
aperta - per uno dei contendenti o per la pace, piuttosto che
per la guerra; ma - come avviene per altre forze, quali i
nazionalisti - badando a non farsi tagliar fuori dagli
avvenimenti nel momento in cui questi si avviano in
direzione della guerra, e della guerra contro gli Imperi
centrali. Staranno nella guerra come gli altri e
diversamente dagli altri, con il loro patriottismo di moderati
e uomini d'ordine, non ignari, a differenza di altri, dei veri
sentimenti delle masse popolari.
Spostiamoci fra coloro che costituiscono la terza
componente del composito mondo dei renitenti alla guerra:
i socialisti, del partito e del sindacato. Già il 27 luglio -
quando la linea del governo non ha ancora preso forma
ufficiale - dicono no alla guerra, rispettivamente, la
direzione della minuscola formazione riformista e il gruppo
parlamentare del Partito socialista. Ma per i primi è solo un
passaggio tattico per scongiurare l'ipotesi triplicista: già il
2 agosto, in contemporanea con la dichiarazione di
neutralità, Bissolati scrive al suo vice Ivanoe Bonomi che
116
«bisogna preparare l'anima del proletariato italiano alla
guerra» (12). «Neutralità dunque oggi e domani», prende
invece atto e rilancia l'«Avanti!», mentre la direzione del
partito, riunita con i dirigenti sia della C.G.L. sia - per il
momento - dell'Unione sindacale italiana (USI), prospetta,
in caso di sconfitta dell'ipotesi neutralista, l'indisponibilità
proletaria a marciare e lo sciopero generale. E' un'arma,
questa, che verrà via via spuntandosi: con la spaccatura
dell'USI - dove già a fine agosto il sindacalista rivoluzionario
De Ambris si orienta all'intervento, mentre l'anarchico
Armando Borghi continua ad opporsi (13) -, con
l'ammorbidimento progressivo della C.G.L. e soprattutto
con il passaggio di Mussolini dall'una all'altra sponda. Ma
per questo c'è tempo: il suo famoso pronunciamento "Dalla
neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante" uscirà
sull'«Avanti!» del 18 ottobre. Intanto vanno segnalate le
visite propiziatorie di dirigenti socialisti, prima austriaci e
poi tedeschi, che vorrebbero spiegare le proprie posizioni
ai compagni italiani. L'incontro, rifiutato ai primi, concesso
ai secondi, non ha esito, poiché viene loro chiarito che le
sinistre italiane si dividono fra neutralismo e simpatia per
la Francia, mentre non ne raccolgono alcuna né la
Germania né l'Austria. Nonostante questo, fra gli
interventisti, anche di sinistra, si alzano deprecazioni per
contatti che già vengono percepiti come compromettenti e
antinazionali (14). E' un segno della velocità e
imprevedibilità dei processi in corso. A metà agosto il
cinquantasettenne Bissolati ha già fatto domanda di essere
riammesso nel quinto alpini. Il 9 settembre Mussolini, in
una assemblea degli iscritti alla sezione milanese del partito
- luogo chiave della sua evoluzione e una delle scene
privilegiate delle trasformazioni e degli accessi
all'intervento da sinistra - precisa che i socialisti sono pur
sempre italiani e che non patrocineranno la guerra, ma
potrebbero in determinate condizioni accettarla (15).
L'«Avanti!» continua comunque la sua vigorosa campagna
neutralista e il 21 settembre Mussolini firma accanto a
Filippo Turati e a Camillo Prampolini un manifesto unitario
117
che ribadisce l'ostilità di principio alla guerra e le classiche
linee dell'Internazionale. Il plebiscito di adesioni che esso
suscita nel paese sembra assegnare al Partito socialista -
come non mai - un ruolo di riferimento nazionale più vasto
del suo bacino elettorale. E anche, in qualche misura,
internazionale, se non altro in veste di supplente, poiché
diversi dei partiti fratelli maggiori hanno già abbandonato
il terreno dell'Internazionale rifluendo all'interno delle
rispettive compatibilità nazionali. Il 3 ottobre il pedagogista
Giuseppe Lombardo Radice, annunciando le proprie
dimissioni dal P.S.I. in nome delle divergenze sull'adesione
dell'Italia alla guerra, fa filtrare sulla stampa di
informazione l'annuncio che uno dei capi della sinistra
neutrale attraversa una salutare crisi di ripensamento. Ne
tace il nome, ma esso viene presto fuori: è quello di
Mussolini. La grande stampa ci si butta (16), l'uomo non si
tira indietro e con una serie di interventi, lettere aperte,
interviste, si consuma una scelta destinata a non rimanere
solo personale. Perché è vero che il grosso dei militanti non
lo segue, ma quella pubblica rappresentazione di una
radicale crisi di princìpi e di orientamenti pesa nel discorso
pubblico sulla guerra e, indirettamente, anche su chi resta
nel partito. I "giovanì - o, meglio, le riviste dei "giovani" - ne
sono affascinati. «Politica, azione: ma si fanno meglio
altrove. Ora c'è il "Popolò. E io sono a Roma per aiutar
Mussolini»: così l'ex direttore della «Voce», nella pagina
che si è riservata sul primo numero della nuova «Voce»
letteraria di Giuseppe De Robertis. Poi, preoccupato che la
sua possa riduttivamente apparire una soluzione attivistica
al tedio ricorrente che gli ha fatto abbandonare la sua
creatura:

"Dunque, parola d'ordine, con Mussolini. Vorrei che tanti


amici della «Voce», dalle provincie, dai paesi lavorassero
con lui. Perché non informare? Essi hanno, qui dalla
«Voce», avuto certi indirizzi ed illuminazioni. Ora si tratta
di applicare" (17).

118
All'interno del suo partito l'inversione di marcia del leader
della giovane sinistra non raccoglie i consensi prodigatigli
fuori. Il 20 ottobre l'ordine del giorno presentato da
Mussolini in direzione non riceve neanche un voto oltre al
suo ed egli si dimette da direttore del quotidiano, che torna
nelle mani della direzione del partito. Nuovo manifesto di
riconferma della scelta di pace, che riconosce solo i
socialisti russi e serbi come compagni sulle disertate
trincee dell'internazionalismo (21 ottobre). Il vento però è
mutato, ora l'attenzione del mondo politico è tutta per le
divisioni in casa socialista. Mussolini non è solo, come prova
la solidarietà di buona parte della sezione milanese (18)
riunita il 22, alla presenza del sindaco socialista della città
e di parecchi assessori. In una nuova riunione (10
novembre) il trentunenne leader dissidente dichiara che «il
vecchio antipatriottismo è tramontato» e preannuncia la
nascita del suo nuovo organo personale. Chi paga? -
chiedono coloro che non hanno cambiato idea. Il giorno 15
novembre il primo numero del «Popolo d'Italia» è pronto,
con un altro pezzo mussoliniano destinato alla celebrità,
"Audacia", chiuso da un'espressione a suo modo rivelatrice:

"Il grido è una parola che io non avrei mai pronunciato in


tempi normali, e che innalzo invece forte, a voce spiegata,
senza infingimenti, con sicura fede, oggi: una parola
paurosa e fascinatrice: "guerrà!" (19).

Mussolini dice anche di sentirsi e di voler restare socialista


(20) e il suo giornale si proclama tale in testata; ma
l'ambiguità ormai va risolta e la stessa sua sezione accetta
la proposta della direzione di espellerlo. Con parole
destinate a restare memorabili nel mito fascista delle
origini, il reietto «non si acquieta, ma grida, non si piega ma
insorge» (21).
Intanto il 31 ottobre il governo Salandra si dimette, ma per
risorgere immediatamente più forte: l'«Avanti!» del 5
novembre lo battezza «ministero della Guerra». Le cose
andranno per le lunghe - come aveva preannunciato
119
Giuseppe Prezzolini (22) -, ma così effettivamente sarà. Si è
comunque entrati in una nuova fase e lo si vede anche dalle
pressioni che ricevono i socialisti dai visitatori esteri: i quali
non sono più i socialisti dei paesi della ex Triplice,
impegnati a trattenerli, ma quelli dell'Intesa desiderosi di
sospingerli. Intervenendo alla Camera, riaperta il 3
dicembre, alcuni dei massimi esponenti del riformismo,
Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani e Turati,
mostrano tuttavia che pressioni e lacerazioni non hanno
finora modificato la linea ufficiale: «né vincitori, né vinti».
Tocca al segretario del partito, il vecchio Lazzari, enunciare
sull'«Avanti!» l'11 gennaio 1915 i propositi operativi dei
socialisti nel caso di una mobilitazione che gli sviluppi della
situazione rendono sempre meno improbabile: nessuna
opposizione se sarà per difesa, resistenza invece in caso
contrario. Neanche per i socialisti, a questo punto, tutte le
guerre e tutti i nemici si assomigliano e sono equiparabili.
Riformisti e massimalisti si trovano comunque d'accordo nel
raccomandare alla borghesia di non assumersi la
responsabilità di una guerra, esponendosi a «immediate,
incoercibili esplosioni dell'esasperazione popolare» (23) e
nell'indire per il 21 febbraio, in occasione della riapertura
del parlamento, manifestazioni in tutte le città d'Italia. Assai
meno netta, ormai, la posizione teorica e pratica della C.
G.L. Di sciopero generale, comunque, si parla meno e lo
stesso Turati lo esclude come una forma di vera e propria
rivolta, impossibile in tempo di guerra (24).
L'apparizione sulla «Tribuna» della lettera di Giolitti a un
suo fedele, l'onorevole Luigi Peano («Potrebbe essere che
[...] "parecchio" possa ottenersi senza una guerra») riapre
speranze di pace che sembravano ormai quasi
compromesse, restituendo una sponda politica ai socialisti.
Qualcuno di loro gli promette a priori il voto, se il vecchio
condottiero andrà al governo per riprendere in pugno la
situazione e salvare "in extremis" la pace. La giornata
dimostrativa del 21 febbraio riesce, poiché le masse
rispondono positivamente e si mobilitane in tutto il paese al
richiamo pacifista del partito; si evidenzia, nel contempo,
120
che gli interventisti sono meno numerosi, ma più risoluti,
pronti anche ad usare le maniere forti, spostando la contesa
su un piano diverso da quello delle semplici dimostrazioni.
Dovremo riparlarne.
Il 4 marzo le autorità politiche operano una forzatura nel
governo dell'ordine pubblico, proibendo i pubblici comizi.
La disposizione ai prefetti non avrà però alcun seguito
effettivo. Tant'è che il 31 marzo, a Milano, si confrontano
due opposti cortei di interventisti e di neutralisti,
rispettivamente capeggiati da Mussolini e da Giacinto
Menotti Serrati, il vecchio e il nuovo direttore
dell'«Avanti!». Che tipo di ordini abbia ricevuto la polizia lo
dimostra il fatto che più di duecento socialisti vengono
arrestati, mentre il direttore del «Popolo d'Italia» e i fautori
della guerra rimangono padroni del campo. La direzione
reagisce chiamando i compagni a «contrapporre subito
dimostrazione a dimostrazione» (25). Così avviene l'11
aprile, sia a Roma che a Milano, ed entrambe le volte i cortei
socialisti vengono dispersi dalla forza pubblica e molti
dimostranti posti in stato di arresto. A Milano l'uccisione di
un operaio da parte della polizia provoca un ultimo sussulto
unitario, lo sciopero generale paralizza la città, una folla
enorme segue i funerali, sono presenti e parlano ancora
insieme personaggi ormai profondamente divisi dalla
guerra. Ma siamo ben lontani dalla pretesa avanzata da
Lenin, il quale, criticando la politica di mediazione
perseguita dai socialisti italiani, incita a trasformare la
guerra imperialista in guerra civile, senza cedere al ricatto
della sconfitta nazionale (26). Quando lo sciopero generale
proclamato il 17 maggio dalle organizzazioni operaie
torinesi - dove la sinistra interna è più forte - si scontra con
il passaggio dei poteri alle autorità militari e con
l'occupazione della Camera del lavoro, che provoca un
morto e diversi feriti, la circostanza vale da sinistro esempio
dissuasivo di quanto, in proporzioni ben più gravi e
incontrollabili, potrebbe avvenire decidendo di mettere in
pratica la parola d'ordine della resistenza attiva alla
mobilitazione. Quel giorno di sciopero - al termine della
121
breve crisi del «ministero della Guerra» - chiude dunque,
lungi dall'aprirle, la possibilità e volontà di gettare in campo
tutte le forze del movimento operaio contro una
dichiarazione di guerra ormai imminente. Il 20 maggio il
gruppo socialista si ritrova solo alla Camera a votare contro
la guerra, mentre giolittiani e cattolici neutralisti sembrano
essersi volatilizzati. Spetta a Turati, in un commosso
intervento che è anche una confessione di impotenza,
dichiarare a nome degli altri il «noi restiamo socialisti [...]
Faccia la borghesia italiana la sua guerra [...] nessuno sarà
vincitore, tutti saranno vinti». Ed anche - a prova e a
preannuncio di un radicamento nazionale cui i socialisti
italiani non intendono rinunciare, pur mentre si dissociano
dalla scelta militare - «quando voi ci invitaste a gridare un
"Viva l'Italia!" che non sia l'involucro insidioso di un "Viva
la guerra!" nessuno vi risponderebbe con più profonda
convinzione e con più schietto entusiasmo di noi» (27).

- "La rottura delle sinistre".

Il 4 agosto 1914 la socialdemocrazia tedesca - guida teorica


e modello organizzativo della Seconda Internazionale - vota
compatta a favore dei crediti di guerra con una motivazione
che non lascia margini ad ambiguità: «Noi non
abbandoniamo la nostra patria nel momento del pericolo».
Nell'Impero austroungarico alla pluralità delle nazionalità
corrisponde una pluralità di partiti socialdemocratici
federati, ma all'impatto con la guerra le risposte sono solo
tre: una forte componente nutre sentimenti e adotta
comportamenti simili a quelli della S. P.D., solidali con il
proprio paese impegnato a difendersi dal pericolo zarista e
dall'imperialismo britannico; una minoranza di sinistra,
ispirata da Friedrich Adler e di cui fa parte un gruppo di
intellettuali marxisti, si schiera contro la guerra; il centro,
guidato dal vecchio capo del partito Victor Adler, cerca di
mediare fra spinte contrapposte. Nella Sezione francese
dell'internazionale operaia - la SFIO - si sono fuse nel 1905
cinque organizzazioni di sinistra, variamente collocate
122
rispetto al nesso riforme- rivoluzione, e anche qui lo scoppio
della guerra semplifica le posizioni. In quel primo decennio
il partito è cresciuto elettoralmente sulla base di una
pratica riformista incorniciata tuttavia da una teoria
marxistica più avanzata, sedicente rivoluzionaria. Il suo
uomo guida è Jaurès, i cui punti di riferimento - di fatto -
appaiono assai più il 1789 e il 1848 che non il marxismo;
eppure è proprio Jaurès, alle prime battute della guerra
europea, il bersaglio di un attentato nazionalista. Il gruppo
dirigente del partito, passato sotto la guida di Paul Faure e
Léon Blum, condivide l'idea della guerra difensiva, fa
proprio il clima dell'"union sacrée" e - spingendosi oltre ciò
che fanno altri - va al governo con suoi ministri.
Questa somiglianza di situazioni nei due blocchi
contrapposti attesta l'enorme difficoltà dei socialisti di
assumere uniformemente atteggiamenti mentali e operativi
di segno antinazionale nel momento in cui le sorti del paese
di cui si è parte sono concretamente in gioco. L'estraneità
proletaria alla guerra borghese si dimostra, in questi
frangenti politici ed emozionali, assai meno reale di quanto
non apparisse nei congressi dell'Internazionale, nelle
affermazioni di principio e nella pubblicistica corrente. Le
categorie dell'opportunismo e del tradimento, la denuncia
dei rinnegati, non riescono a esaurire la drammatica
complessità delle appartenenze multiple e delle dinamiche
interclassiste e interstatuali. La prova del fuoco della
mobilitazione generale, se non arriva dovunque a mostrare
l'infondatezza del celebre assunto che «i proletari non
hanno patria», lo mette però sicuramente in dubbio per
quanto riguarda i gruppi dirigenti. Rimane aperto il
problema - che non si può affrontare in generale, ma solo
paese per paese e lungo l'intero corso della guerra - del
grado di effettiva rappresentatività di tali gruppi, la cui
presa su militanti ed elettori è rimessa completamente in
gioco. Come si è accennato, i gruppi dirigenti infatti si
frantumano, subendo un duplice ordine di modificazioni, sia
all'inizio delle ostilità, quando il movimento operaio è
costretto a prendere posizione a tutti i livelli, sia nel vivo
123
della guerra, allorché l'imprevedibile durata e sanguinosità
del conflitto sottopongono a trasformazioni profonde, in
maniera diversa, sia i combattenti che i civili, dalle trincee
alle fabbriche. Due sono i grandi fattori di polarizzazione e
di stimolo alla rifondazione dei partiti socialisti: la
rivoluzione del 1917 - evento esplosivo per tutti, anche per
chi è lontano dalla Russia e poco o nulla sa di certo su
avvenimenti che comunque pesano per le loro componenti
immaginifiche e virtuali - e la sconfitta militare, il collasso
economico e la disgregazione istituzionale. Prima in Russia,
nel 1917, poi in Germania e nelle terre soggette all'Austria,
l'intreccio dei due fattori delinea un contesto in cui i
rapporti di forza fra le correnti del movimento operaio
possono rovesciarsi e le minoranze ostili alla guerra
ritrovarsi meglio capaci di interpretare e guidare le masse
esasperate verso nuovi assetti politici e sociali.
In Italia, come si è anticipato, la situazione è diversa in
quanto i rapporti di forza sono sin da principio opposti, per
lo meno all'interno del Partito socialista, dove sono più
numerosi e restano alla direzione gli elementi ostili alla
guerra. C'è però, verso destra e verso sinistra, la diaspora
vecchia e recentissima, che non può insidiare l'egemonia
del partito sulle masse, ma ridistribuisce le opinioni e
propaga insicurezza nel tradizionale "habitat" politico-
culturale, nell'"humus" storico del socialismo italiano,
recidendone i legami con la democrazia radicale che
gremisce le file dell'interventismo di matrice
risorgimentale. Chi rimane all'interno del partito, peraltro,
non è sempre insensibile ai richiami della nazione e alle
differenze ideologiche fra i blocchi contendenti. Non
occorrerà aspettare le reazioni di un Turati o dei sindaci
socialisti a Caporetto per rendersi conto che il «né aderire
né sabotare» è una coperta che si può tirare in due sensi.

- "Una guerra che viene da lontano".

La guerra viene da lontano. L'abbiamo vista serpeggiare sin


nelle viscere della "belle époque", con quel suo senso
124
illusorio della pace inesauribile. In Italia, per carenza di
forze economiche impegnate strutturalmente e in proprio
nella rottura degli equilibri giolittiani e nel mutamento del
quadro politico in chiave espansiva, sono gli intellettuali a
fungere da apripista e araldi di processi di rottura non
ancora giunti a maturazione sul piano economico e politico.
La filosofia idealista - che con Benedetto Croce e Giovanni
Gentile logora e surroga nell'anteguerra la precedente
egemonia del positivismo (28) - può trovare nelle teorie
elitiste di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto spinte e
conferme nella direzione di un potenziamento degli spiriti
volitivi del "soggettò che pone il mondo e gli dà indirizzo e
forma. Gli intellettuali delle riviste primonovecentesche,
che si sentono abilitati a ripensare l'Italia e a vedere se
stessi come guide della società, concepiscono le proprie
riviste di poche migliaia di copie come il laboratorio in cui
si agita il futuro (29). Fungono da "prepartitò, il prepartito
degli intellettuali (30) della generazione nata intorno agli
anni ottanta: grazie a costoro, Firenze diviene la capitale di
un malessere che individua spesso in Giolitti (31)
l'espressione di un'Italia che «così com'è, non [gli] piace»
(32) e che induce alla fuga. Una fuga in avanti che - come
ha loro insegnato Pareto, collaboratore e mentore delle loro
pagine inquiete - intravvede presto nella guerra uno sbocco
in cui le urgenze dell'io e le tensioni della società possono
trovare un luogo di incontro. Fra il 1914 e il 1915, Croce
tiene a distanziarsi dalle conseguenze dell'attivismo di quei
"giovanì che sono però cresciuti per anni in relazione con
lui e sotto il suo sguardo benevolo.
Nel giro di un quindicennio - fra l'uscita di un romanzo e
programma politico come "Il fuoco" di D'Annunzio (1900) e
le lucide autoascultazioni dell'"Esame di coscienza di un
letterato" consegnate da Renato Serra (33) alla «Voce»
poche settimane prima di cadere sul Podgora (1915), ovvero
fra la nascita del «Regno» (1903) e quella di «Lacerba»
(1913) - narratori e saggisti, poeti e oratori lanciano una
impressionante serie di segnali di disamoramento all'«Italia
com'è» (34). Il protonazionalismo del corradiniano «Il
125
Regno»; il manifesto del futurismo che il genio
promozionale di Marinetti colloca sulle paludate pagine di
uno dei più austeri quotidiani borghesi d'Europa, «Le
Figaro» di Parigi, perché abbia carattere più esplosivo e
sovranazionale; le fratture generazionali e il disincanto
rispetto alla mistica risorgimentale che Luigi Pirandello
rappresenta nel suo romanzo dualisticamente dedicato a "I
vecchi e i giovani"; i due romanzi sull'Italia fuori d'Italia e
sui lavoratori emigrati all'estero "La patria lontana" e "La
guerra lontana" (1910 e 1911), macchine narrative e
autoritratti collettivi concepiti da Corradini insieme con il
lancio dell'Associazione nazionalista, espressione
dell'attivismo dello scrittore, sono tutti segni di questa
intenzione militante della cultura. Fra i quali va annoverato
anche il discorso libico sui contadini- soldati tenuto da
Pascoli nel teatro di Barga, ove il poeta lancia il grido
eloquente "L'Italia proletaria si è mossa", rendendo
nazionale il suo antico socialismo nello stesso momento in
cui Corradini si sforza di rendere sociale il suo
nazionalismo. Sono incroci e sinergie che già
preannunciano gli ormai non lontani "fasci interventisti".
Se l'autoelezione, dopo la morte di Carducci, a poeta vate
della nazione costringe Pascoli ad accenti e a luoghi che non
gli sono consueti, assai più propensi e intonati a debordare
dai libri e a reinventarsi le forme di presenza e di azione
dell'intellettuale appaiono due figure - per altro verso
antitetiche - destinate a marcare quegli anni: Marinetti e
D'Annunzio. Il futurista aspira a essere innovatore nelle
forme e negli strumenti non meno che nei contenuti: libri e
riviste vanno bene, ma occorrono ormai alla milizia del
nuovo intellettuale gesti di secessione e affermazione
iconoclasta, nonché tutte le moderne forme di annuncio e
di promozione. La polverosa didattica dei catechismi e dei
decaloghi si trasforma così in propaganda gestuale:
manifesti e proclami che occupano a pagamento le pagine
dei quotidiani, ma vengono anche stampati a sé stanti e
lanciati in piazza dalle torri; teatri affittati per esaltare i
proseliti, sfidare gli avversari, provocare il pubblico dei
126
neutri, mostrarsi e competere in quelle recite tumultuose,
microsommosse mimate e messe in scena, che diventano
ben presto le "serate futuriste", camera di risonanza - anche
grazie alle risse che ne seguono davanti ai teatri e alle
successive polemiche giornalistiche - dei messaggi militari
che fanno parte integrante del «dinamismo futurista». Tutto
il quinquennio fra la pubblicazione parigina del loro
manifesto e la deflagrazione mondiale è speso dai futuristi
per diffondere la bellezza della violenza, rinnovatrice di
tutto il vecchiume e capace di spazzar via le piattezze del
mondo. Nel 1911 e 1912 due fra i più significativi esponenti
della generazione della «Voce», Papini e Soffici, pubblicano
due libri desiderosi e capaci di farsi leggere ambedue come
gli squillanti manifesti della inquieta generazione degli anni
ottanta: "Lemmonio Boreo" e "Un uomo finito" (35). E in
quello stesso anno 1912, generoso di segnali e di gesti non
solo d'ordine letterario, un terzo vociano, l'"irredentò e
prossimo volontario e caduto di guerra Scipio Slataper,
lancia in campo le immagini liriche e drammatiche di
Trieste e del Carso, destinate fra breve a fare da palio e da
orizzonte di vita e di morte di milioni di italiani, di austriaci
e di slavi. Intanto, la guerra di Libia ha riattivato la vena
epica di D'Annunzio, risospingendolo con testi di largo
impatto quali le "Canzoni delle gesta d'Oltremare" - grazie
anche alla tribuna offerta al poeta vate dal «Corriere della
Sera» di Luigi Albertini - sulle vie del mare; Adriatico e
Mediterraneo: idealmente "nostrum" comunque, perché già
di Venezia e ancor prima di Roma (36).

- "Il ruolo degli intellettuali".

E" una guerra di idee. Per tale, almeno, la si vuole vivere e


far vivere. Non da tutti. Non dagli uomini di governo,
impegnati anzi a raffreddare una temperatura mentale ed
emozionale che essi giudicano poco appropriata a un
realistico calcolo delle forze e delle opportunità. Sono gli
"intellettuali"- anzi, alcune "famiglie" di intellettuali - a
voler entrare in campo, per moralizzare e idealizzare una
127
situazione che essi non ammettono possa restringersi a
mere dinamiche di potenza. Riformisti e rivoluzionari - di
questi ultimi, s'intende, coloro che scelgono di dilazionare
la rivoluzione o di coniugarla alla patria - dicono sì alla
guerra in nome di assoluti e di valori che asseriscono
vilipesi da neutralisti e pacifisti vari, in combutta oggettiva
con gli avversari dell'Intesa.
Di questi riattualizzatori dei "princìpi dell'89", un portavoce
intellettuale di alto prestigio è Gaetano Salvemini (37). In
lui la cultura liberaldemocratica, l'ispirazione mazziniana, il
riferimento alla Francia e ai diritti dell'uomo e del cittadino
non hanno nulla del vessillo contingente, precipitosamente
e strumentalmente impugnato. Storico della Rivoluzione
francese, studioso di Mazzini, indipendente di sinistra
critico intransigente di Giolitti - «ministro della mala vita» -
e delle capacità riformatrici del Partito socialista, il
direttore dell'«Unità» non può dirsi un convertito
dell'ultima ora; e àncora, inoltre, le sue idealità di
interventista democratico, di patriota italiano e di cittadino
di un'Europa delle nazioni a una riconosciuta vena
pragmatica e concretista. Nell'imminenza della guerra e nel
corso del conflitto Salvemini accentua il suo attivismo di
aspirante moralizzatore della nazione e di stimolatore di
coscienze, specie in campo giovanile, con assidui commenti
alla cronaca e ai comportamenti delle autorità. La
moltitudine di pagine da lui prodotte - pubbliche sin da
allora o rese note più tardi - disegna il profilo di una sorta
di ministro degli Esteri della democrazia, indaffarato a
giudicare e a pretendere dagli altri comportamenti adeguati
ma non sostenuto da alcuna forza politica e che quindi parla
per se stesso. Certo, quando propone come parola d'ordine
nazionale e internazionale il suo "Delenda Austria!" (38)
non è il solo a scorgere nell'Impero asburgico l'antagonista
decrepito e irriformabile dei liberi popoli d'Europa. La sua
voce esprime un'opinione diffusa che - facendosi largo fra
triplicisti, austrofili, antislavi e semplici difensori delle
ragioni di equilibrio fra le potenze e delle funzioni di
antemurale dell'Impero rispetto all'Europa centrale e
128
orientale - contribuirà a rendere possibile il mutamento
nella politica estera del governo durante l'ultimo anno di
guerra.
Non bisogna tuttavia pensare che Salvemini sia
l'espressione di uno spirito pubblico prevalente e non
insidiato da opposte correnti di opinione. La voce di Croce
non è certo meno rappresentativa e in grado di farsi sentire
di quella, quasi compiaciutamente minoritaria, dello storico
pugliese. «La Critica» ha anzi un'autorità, guadagnata sul
campo, di tribunale dei dotti non scalfita dal successo delle
riviste fiorentine che hanno visto Salvemini in posizione
eminente, dalla «Voce» all'«Unità». Voci indipendenti e
libere, l'una e l'altra, con più udienza quella di Croce nel
mondo dell'alta cultura, delle istituzioni e - volendo
indicarne il segno politico - maggioritaria nell'area della
classe dirigente liberale, nel centrodestra; più polemica,
nutrita di echi di battaglie minoritarie, intellettuali e
politiche, e meglio capace di muoversi in sintonia con le
giovani generazioni e gli orientamenti innovativi di
un"«altra Italia», quella di Salvemini. Interventista e amico
dell'Intesa e di un'Italia coordinata ai fini e ai valori di
progresso nella libertà da lui attribuiti agli antagonisti degli
Imperi centrali, Salvemini si fa mallevadore di tempi nuovi
agendo in sinergia critica con il movimento e con i processi
in corso; mentre a Croce - triplicista all'origine, poi
neutralista condizionato e aideologico, sempre governativo
- spetta un ruolo in controtendenza rispetto agli
orientamenti più rumorosi e visibili della mobilitazione
interventista di sinistra come di destra. Le "Pagine sulla
guerra" uscite in volume nel 1919 costituiscono un
monumento alla compostezza e al distanziamento, qualche
volta ironico, dalla piazza interventista, ma anche dagli
spiriti piazzaioli penetrati sin nelle aule d'università
assumendo a bersaglio questo o quel professore
«germanofilo» (39) o addirittura gonfiando d'eloquenza
faziosa la voce di qualche «cattivo maestro». Una presa di
distanza, insomma, dai rissosi e petulanti frutti di una
ideologizzazione del conflitto che l'ottica distaccata del
129
filosofo è propensa a razionalizzare come espressione
dell'involgarimento dei tempi e anche a comprendere quale
espressione di emozioni collettive e amplificazioni
propagandistiche, mai però ad accettare come buon
costume nella sfera della cultura (40). Uno dei suoi lettori
più rigorosi e più fini fra i giovani, Serra, lamenterà in lui
proprio un eccesso di spirito olimpico rispetto alle contese
del mondo, una frigidezza inconcussa di giudice bene
attento a non lasciarsi contaminare dalla visceralità degli
schieramenti, ma che proprio per questo rischia di perdere
contatto con i sentimenti del tempo (41). Certo è che, nel
quadro dei comportamenti intellettuali circostanti - nei
quali lo stesso suo ex luogotenente Gentile risulta più
compromesso e coinvolto - la figura di Croce si staglia. E
non solo se commisurata all'orgia voluttuosa di sangue
reclamata dalla nuova estetica della violenza, ultima
scoperta di Papini (42) il quale si associa a Soffici e ai
futuristi nel dare "Sulla soglia" della guerra un'impronta
ridondante e omicida a «Lacerba» interventista:

"La vile canizza giolittiana, l'ignobile, losco, vomitativo


Giolitti; gli analfabeti dell'«Avanti», i preti, i giornalisti
venduti, i generali bulowiani, la melma fetente
universitaria, professorale, filosofica; la ciurmaglia
cancrenosa, bavosa, laida del senato; i Lollis, i Barzellotti, i
Chiappelli, i Croce, i Carafa d'Andria, i Santini, tutti questi
sbirri, e cortigiani e ambiziosi e interessati - con che moneta
pagheranno prossimamente, quando l'Italia, raggiunti a
dispetto della loro vigliaccheria e infamia, i suoi fini di
nazione civile e fatta per l'avvenire, troverà il momento di
fare i conti con essi?" (43).

Questi giovani immoralisti, dai quali «La Critica» si è per


anni lasciata fiancheggiare utilizzandoli come arieti
polemici nella battaglia di logoramento dell'idealismo
contro il positivismo, appaiono ormai al filosofo napoletano
prigionieri di un attivismo irrazionalista, moralmente guasti
e politicamente irresponsabili in quei loro inni alla guerra e
130
all'imminente bagno di sangue malthusiano.
L'ideologizzazione del conflitto contro cui si indirizzano le
reprimende e le messe a punto della «Critica» - divenuta
militante, a suo modo, quasi non meno di «Lacerba» - è però
anche quella condensabile nel richiamo ai "princìpi dell'89".
Dal punto di vista di una visione ortodossa e morigerata
della politica, le posizioni di Salvemini e degli altri
interpreti del cacofonico coro interventista non appaiono a
Croce meno censurabili degli eccessi dei nazionalisti o dei
futuristi. Molto più assennati degli intellettuali e di tutti
coloro che pretenderebbero di rifare il mondo e di
governare il paese in luogo del governo, giudicando di pace
e di guerra, di diritto e barbarie, appaiono al filosofo quei
semplici uomini e donne del popolo che gli accade di
incontrare nei vicoli della sua Napoli: i quali deprecano
l'avvento della guerra, come farebbero di fronte all'eruzione
del Vesuvio o a un qualunque cataclisma naturale, ma poi si
rassegnano a conviverci e assumono un atteggiamento
fatalista, aspettando che passi.
Nel mondo cattolico, forse anche a causa del già descritto
orientamento moderato e pragmatico di fronte alla guerra,
teso a perfezionare il processo di rilegittimazione civica dei
cattolici nello stato liberale, è assai difficile distinguere
qualcuno che parli e riesca a farsi sentire, in questo
frangente, con un'alta voce cristiana (di ciò che pensano e
fanno i cattolici italiani come massa diremo altrove). Non
costituiscono una voce capace di inserirsi incisivamente nel
dibattito né vescovi e parroci o uomini di Azione cattolica,
più o meno esitanti o disponibili nel metter d'accordo i
Vangeli e la vita quotidiana, il comandamento del «non
uccidere» e la normalità, né le pagine segrete di diario, le
lettere o i versi di qualche isolato scrittore, come il clericale
apocalittico di Greve in Chianti, Domenico Giuliotti, o - fra
breve - l'incupito pentito dell'interventismo, Papini, o,
ancora, un temperamento tragico e diviso come Boine, il
quale in pubblico fa scuola di ubbidienza cieca e assegna
alla caserma e alla guerra straordinarie virtù rieducatrici
delle plebi traviate dalla democrazia e dal socialismo (44),
131
e in privato si dissocia da quella guerra di massoni e di
rivoltosi che insidiano nei due grandi imperi i baluardi
militari e simbolici dell'autorità e dell'ordine.
Latitando una cultura cattolica capace di muoversi e
interloquire con rigore ed energia comunicativa nel
dibattito su cause e fini della guerra (le note dei gesuiti di
«Civiltà cattolica» sembrano scritte in una lingua morta, di
nobiltà residuale), le masse confessionali sono aperte alle
incursioni e ai tentativi di strumentalizzazione interni ed
esterni al proprio campo. Niente di simile comunque, per
intensità e impatto, all'«inutile strage» di papa Benedetto
nell'agosto 1917 - un grido del resto sopravvalutato, e per
lo più assunto isolandolo dal contesto - si leva fra il 1914 e
il 1915 nelle file del cattolicesimo italiano, neppure in senso
contrario, nel senso cioè di un'adesione al conflitto
autonomamente motivata da parte dei cattolici. Le apostrofi
o le concioni di un cardinale Maffi sono altra cosa. Quelli
che non mancano sono invece i progetti e le pratiche di
annessione subordinata agli altrui discorsi di pace o di
guerra.
Si distingue, fra coloro che si rivolgono ai cattolici e fanno
espressamente conto su di essi, Alfredo Rocco. La testa
pensante del nazionalismo italiano supera presto la
delusione per il mancato scatto automatico della Triplice e
adopera scientemente la guerra per disegnare non solo una
politica estera di espansione territoriale, commerciale e
militare che può portare l'Italia a scontrarsi con l'Austria
per motivi di concorrenza e di egemonia sull'Adriatico e nei
Balcani che nulla hanno a che fare con le ideologie
intesofile, ma anche in una prospettiva, più strategica, di
ricomposizione di un vasto blocco sociale e politico
impensabile senza le masse confessionali e il potenziale di
disciplinamento insito nella storia, nei simboli e nella
cultura della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli. Il discorso
per l'oggi e per il domani che il professore dell'università di
Padova porta avanti nel secondo semestre del 1914
sull'organo del nazionalismo Veneto da lui ispirato, il
«Dovere nazionale» (45), è innovativo sul piano dei princìpi
132
e dei comportamenti anche perché teorizza la conquista
della piazza tramite l'apprendimento delle tecniche della
mobilitazione di massa da parte di una nuova destra che si
è portata all'altezza dello scontro superando le idiosincrasie
delle élites tradizionali della destra salandrina (46). Fino a
che punto sia penetrato il discorso di questa incipiente
nuova destra lo provano i contenuti e la forma dell'«Idea
nazionale», il quotidiano nazionalista romano che nella
primavera del 1915, inasprito e protervo nella faziosità
antineutralista, dà voce ai clamori liberticidi con cui gli
intellettuali militanti del nazionalismo - Corradini,
Francesco Coppola, Luigi Federzoni, Maffeo Pantaleoni -
offrono una sponda politica al patriottismo sovversivo di
D'Annunzio nel «maggio radioso».

- "Forme di mobilitazione".

Ma in quei dieci mesi di passione - cui riandranno


instancabilmente con la memoria le diverse «Italie in
cammino» contrapposte o riunite dal dopoguerra e dal
fascismo - non si discute solo una scelta di pace o di guerra.
Mutano anche le forme della politica. La politica va in
scena, si teatralizza, si sottrae o affetta di sottrarsi agli
"arcana imperii", nomina e chiama in causa di continuo il
popolo e l'Italia, forzando o surrogando le istituzioni, le
figure e i luoghi canonici della rappresentanza. Che questa
effrazione delle regole notabilari avvenga mentre sono al
potere uomini che appaiono in realtà i meno predisposti a
un tale mutamento, fa parte delle contraddizioni dell'ora. In
effetti le considerazioni coeve e le memorie successive di
alcuni dei protagonisti di parte liberalconservatrice - a
partire dallo stesso presidente del Consiglio - danno
l'impressione che il nuovo sia loro scivolato addosso senza
che se ne rendessero ben conto. Sarà qualche anno dopo un
intellettuale liberale. Luigi Salvatorelli, a cogliere e a
divulgare quante implicazioni eversive e persino
protofasciste racchiudesse, nelle sue punte più aspre, quel
movimento transpartitico che è l'interventismo. Non
133
vorremmo però qui ancorare quel prima a quel dopo,
riecheggiare le preoccupazioni di quell'osservatore
controcorrente, fra guerra e dopoguerra, del
"Nazionalfascismo" incipiente, secondo il concetto e il titolo
della sua raccolta di articoli nel volume delle edizioni di
Piero Gobetti nel 1923. Nel crogiolo interventista del 1914-
1915 non sono infatti ravvisabili solo i prodromi dello
squadrismo e dell'autoritarismo fascista. Vi si miscelano
componenti diverse, alcune delle quali portatrici di
un'istanza di democraticità sostanziale superiore a quella
insita nella cultura e nelle pratiche formali dell'oligarchia
liberale. Parafrasando Prezzolini, il quale si vantava che
nella «Voce» avessero scritto e fossero cresciuti sia i futuri
fascisti che i futuri antifascisti, potremmo estendere alle
giornate e alle folle interventiste questo riconoscimento di
luogo di raccolta di diversi. Fra questi, il futuro duce dei
fasci ma anche il comandante dei legionari fiumani, suo
alleato- concorrente come possibile capo della rivoluzione
nazionale; poi - in diverse e meno visibili posizioni,
determinate anche dall'età - il capo dell'Aventino, Giovanni
Amendola, il sindacalista rivoluzionario De Ambris, in
seguito luogotenente di D'Annunzio a Fiume e più avanti
fuoriuscito ed esponente della Concentrazione antifascista;
infine i futuri dirigenti di Giustizia e libertà e del Partito
d'azione, Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Ferruccio Parri.
Nemmeno Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, da giovani
socialisti non insensibili al carisma mussoliniano, risultano
estranei a quel clima di rifondazione della politica. Più che
sugli incontri fra uomini poi divisi e contrapposti dalle
vicende nazionali, ci preme però focalizzare l'attenzione
sull'interventismo come stimolo al rinnovamento delle
forme di espressione e rappresentanza.
L'urgenza delle scelte da compiere trasforma i giornali: non
solo una rivista come «Lacerba», che si fa tutta "politicà
perché giudica ogni altro argomento irrilevante in questa
fase, ma anche l'organo di informazione quotidiana più
espressivo e togato dalla borghesia del costume e delle
imprese, il milanese «Corriere della Sera», che il
134
liberalconservatore Albertini, co-proprietario e direttore,
rende più che mai aderente al suo ruolo di braccio e mente
del partito liberale interpretando, blandendo e
accompagnando il blocco moderato e governativo dalla
decisione per la neutralità a quella per l'intervento nel
campo opposto. La fittissima corrispondenza intrattenuta
da Albertini, dal ponte di comando di via Solferino, con i
suoi inviati e collaboratori d'eccezione (D'Annunzio, Luigi
Barzini, Ugo Ojetti eccetera) e con le massime autorità
politiche mostra quanto sia decaduta l'idea di una
informazione neutra; e quanto il senso di responsabilità
nazionale complichi e orienti il rapporto con le notizie da
parte di un giornale che si vuole autorevole direttore di
coscienza collettivo della classe dirigente borghese. Più che
mai per essere organo di battaglia e giornale- partito nasce
«Il Popolo d'Italia», con la pattuglia di eretici della
rivoluzione chiamata a raccolta da Mussolini, dall'interno e
dalla diaspora del P. S.I. Ma il rinnovato peso della stampa
quotidiana come luogo di formazione e di scontro di
un'opinione pubblica sempre più perturbata e bisognosa di
chiarificarsi duellando in pubblico, si manifesta anche nel
suo offrire una tribuna a uomini di cultura solitamente
legati a sedi più riservate e pubblici più selettivi. Lo stesso
Croce, in quel frangente di smottamento e ridefinizione dei
giudizi di valore e degli orientamenti generali, accetta di
trasferire nell'arena pubblica i suoi pacati distinguo e i suoi
fermi altolà, intervenendo assiduamente con messe a punto
e chiose alla cronaca, oltre che sulla «Critica», su «Italia
nostra» - una rivista sospetta di propensioni tripliciste - e
concedendo diverse interviste alla stampa quotidiana.
Una forma di mobilitazione ancor più caratterizzante è
quella che dal dibattito pubblicistico e dall'agitazione
verbale nella carta stampata si sposta nei teatri, nelle sale
di conferenza e nelle pubbliche piazze. Gli itinerari di
marcia - tendenzialmente incrociati - di interventisti e
neutralisti sono qui chiaramente visibili. Certo, niente può
equiparare l'impatto provocatorio e catastrofistico che può
avere avuto il voltafaccia di un uomo di confine come
135
Mussolini, passato da voce del neutralismo a voce
dell'interventismo. Meno concentrata in un personaggio
emblematico, ma altrettanto e più diffusamente visibile è la
trasformazione della piazza da "rossa" a "tricolore".
Teorizzata fin dalle prime settimane dal cervello più lucido
della nuova destra, Rocco, questa trasformazione si
concretizza sul filo dei mesi in una progressione di discorsi,
cortei, dimostrazioni, scritte, acclamazioni, inni e canzoni,
incontri e scontri con la polizia e con i socialisti, che alla
fine portano al rovesciamento delle parti: alla
espropriazione politica dei luoghi pubblici di riunione, alla
riduzione in periferia dei neutralisti ancora disposti a
rischiare la manifestazione pubblica, e alla conquista della
piazza da parte di masse e folle composte in larga misura di
giovani e giovanissimi delle università e delle scuole. Una
alfabetizzazione politica accelerata e quindi inevitabilmente
condizionata dalla componente generazionale, dalla
geografia politica dei luoghi, dal carattere eclettico e
promiscuo delle culture politiche e dei percorsi umani che
in quella piazza si rifondono. Non per niente la piazza si
vuole, è sentita come una piazza ancora per tanti versi
"contro" e non sempre e solo "per". Le sue pressioni vanno
oltre l'incitamento e il plauso, promettono obbedienza, ma
non escludono le minacce e tengono di riserva il ricatto (47).
Oltre ai rappresentanti del patriottismo di matrice
irredentista - la cui lunga vigilia viene finalmente
legittimata sul campo e anzi acquisisce essa stessa poteri di
legittimazione della guerra - compongono quelle folle
rigenerate anche non pochi fra coloro che, appena a giugno,
dalle Romagne alle Marche, alzavano gli alberi della libertà
e proclamavano le microrepubbliche della Settimana rossa.
Un altro caratterizzante capitolo della messa in scena della
politica e del mutamento di referenti e di fini, in particolare
per il "popolo di sinistra", è quello rappresentato
dall'attività inesausta di Battisti. Percorrendo
sistematicamente, con decine di discorsi pubblici, teatri e
sale di conferenza in tutta la penisola, il deputato socialista
di Trento accorre, dovunque lo chiami un comitato e lo
136
attenda il suo composito e trepidante pubblico di compagni
in bilico, di patrioti e di curiosi, per ragionare e convincere
che «l'ora di Trento» è suonata e che un socialismo bene
inteso non può ignorare le radici nazionali e le ragioni
dell'appartenenza (48). Quello che compie Battisti è una
riedizione e attualizzazione di quel «viaggio in Italia» che
già in età risorgimentale aveva assunto valenze politiche e
che - con atti e con parole, dai fratelli Bandiera a Garibaldi
- fra gli anni quaranta e sessanta del secolo scorso aveva
operato una occupazione e una segnatura del territorio
nella, chiave di un riconoscimento e autoriconoscimento
nazionale. Nell'autunno- inverno del 1914-1915 il socialista
riconciliato con la patria annuncia con la sua persona, prima
ancora che con la sua appassionata parola, che non solo
l'Italia va ridefinita secondo perimetri territoriali più estesi,
che includano le regioni di frontiera rimaste sin qui escluse,
ma che vanno ridefiniti i rapporti interni, sociali e politici,
fra la classe e la nazione, fra il popolo e la patria, fra la pace
e la guerra.
C'è molto anche di Battisti in quelle piazze spaccate e
ricomposte lungo linee diverse dalle consuete. Ma benché
le occasioni della propaganda e le ragioni del fronte unico
delle forze interventiste lo portino in qualche caso a
imbarazzanti vicinanze oratorie con i nazionalisti, il suo
discorso appare tuttavia più pertinente al luogo di incontro
chiuso che non alla piazza. E infatti ragionando, e non solo
commuovendo, che egli vorrebbe portare gli astanti a
ripercorrere il suo stesso cammino di ritorno alla nazione.
Il suo tempo non è perciò quello estremo, quando al suo
discorso subentrano la parola desemantizzata, il gesto
apodittico e l'invettiva ultimativa del D'Annunzio romano
(49), ma i mesi intermedi, quando ancora si può e si deve
fare appello alle coscienze. Buona parte dei suoi
ragionamenti finiscono comunque per avere anch'essi una
prosecuzione all'aperto, per inserirsi nel conflitto per il
possesso della piazza. Ci scappa, talvolta, anche il morto
(50).

137
Tratto comune a tutte queste nuove modalità di espressione
della politica è il fatto che l'esercito degli attori che
manifestano in pubblico l'ansia e la volontà dell'entrata in
guerra, nel nuovo mondo della guerra, non è composto solo
dagli "ufficiali" del movimento, cioè da coloro -
repubblicani, socialisti riformisti, sindacalisti rivoluzionari,
nazionalisti - che divengono ora protagonisti o raccolgono
fra il 1914 e il 1915 i frutti di uno strappo precedente, ma
da giovani e giovanissimi, quelli che non hanno bisogno di
cambiare, poiché rappresentano essi stessi la primavera
della politica. Le università, ma anche e non meno le scuole
medie, rappresentano non solo la camera di risonanza, ma
il luogo stesso di gestazione e di agitazione della prassi e
della retorica del mutamento. Ce ne dà la prova la
composizione sociale e per fasce d'età - nelle città in cui è
stata ricostruita in dettaglio attraverso documenti di polizia
e cronache giornalistiche - delle manifestazioni di piazza
interventiste (51). Nell'ambito di questa generazione nuova
e nuovissima, ancora adolescente e alla ricerca di se stessa,
gli usuali bisogni di distacco dalla routine familiare e
scolastica lucrano dalle circostanze orizzonti di
autoaffermazione inusitati e grandiosi. Nascono in quei
mesi di vigilia - esistenziali e generazionali, oltre che politici
e nazionali - solidarietà, comunanze di destino, gratitudini
e fedeltà spesso destinate a durare e a marcare le vite di
molti giovanissimi di allora, che il caso aveva fatto trovare
insieme al momento giusto nell'età dei grandi entusiasmi
(52). Gratitudine e fedeltà della giovinezza si indirizzano, in
particolare, a quei rappresentanti degli adulti che hanno il
coraggio di rompere e di differenziarsi dal proprio mondo,
cioè dai Giolitti, dai Croce, da tutti i mentori e i padri che,
a lezione e a casa, ammoniscono a esser prudenti, a
calcolare, a non lasciarsi trasportare dalle emozioni e dai
gesti, dal fascino delle scelte estreme. Corridoni, Battisti,
D'Annunzio, Mussolini sono i leader allo stato nascente di
questo movimento aurorale che tende a far coincidere il
pubblico e il privato, l'impeto della propria giovinezza con
quello attribuito alla nazione. Un gran numero di biografie
138
di personaggi che negli anni venti e trenta saranno uomini
fatti rimanda a quegli indimenticabili esordi.

- "Trentini e triestini".

Trento e Trieste si fissano nella memoria come la ragione


stessa della guerra, la forma di legittimazione più esibita
allora, ma anche più elastica e meglio capace, poi, di
sopravvivere al naufragio della cultura nazionalfascista. E
tuttavia, niente di meno conosciuto nei suoi contorni reali.
Piuttosto, un campo di affabulazioni e di forzature
ideologiche a lungo indisponibili al confronto con fatti e
comportamenti riscontrabili. Un migliaio circa di fuoriusciti
nel Regno e, per contro, 60000 trentini che vestono la divisa
austroungarica (53). Questi i dati minimi, lo scandalo di un
divario lungamente rimosso - diciamo pure, accettando il
parametro della guerra di liberazione nazionale, fra dover
essere ed essere - che bastano a delineare un paesaggio
reale alquanto diverso dalla "vulgata" patriottica. Né i
contemporanei, né il fascismo, né il postfascismo avranno
interesse a esplicitarli.
Il disincanto postumo e l'ansia di uscire dalla retorica
unanimista di un irredentismo stampato dall'esterno
addosso ai territori- simbolo dell'idea nazionale italiana
hanno perciò investito negli ultimi trent'anni con
particolare intensità i protagonisti di una storiografia locale
che si può considerare - in entrambi i casi, e cioè sia nel
Trentino che a Trieste, - fra le più attrezzate e
metodologicamente aggiornate dell'intera penisola (54). La
situazione risulta quindi ora rovesciata rispetto a qualche
anno fa. Sia della città di Trieste (55), sia dei centri urbani
e delle campagne del Trentino conosciamo più
analiticamente che di qualsiasi altra area la storia sociale,
intesa come psicologia collettiva e vita della gente comune
in tempo di guerra (56): la mentalità, la quotidianità
militare, le comunità paesane, le donne, le soggettività, la
scrittura popolare, in forma epistolare, diaristica,
memorialistica. Assai più sullo sfondo, lo Stato - anzi, gli
139
Stati - che si contendono la fedeltà o l'obbedienza di quei
sudditi di frontiera.
Non torneremo qui a contrapporre a questi assunti l'alta e
tragica figura di Battisti. Una storia politica all'altezza dei
tempi non può non farsi carico anche della storiografia della
gente comune, con tutte le sue lontananze ed estraneità
rispetto alle dinamiche complessive e statuali. Anche a chi,
in questa riluttanza delle maggioranze a incarnare i ruoli
simbolici loro attribuiti, ritenga di trovare conferma della
capacità decisionale delle élites, non è più possibile
privilegiare univocamente le attese e gli uomini
dell'irredentismo e riassumere il rapporto fra gli abitanti
delle terre contese, il Regno d'Italia e l'Impero
austroungarico, nella edificante triade scolastica degli
impiccati trentini - Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano
Chiesa - più Nazario Sauro sullo sfondo per la parte
giuliana. E questo, non certo perché quei simboli ci
appaiano oggi errati o remoti: il nostro intento è infatti
ricostruire quel che appariva giusto e vero allora, non dopo
e a noi. Ma proprio perché neanche allora la chiave
irredentista e italofila -in qualunque gradazione declinata,
nazionalista, liberal- nazionale, repubblicana, socialista
battistiana - deteneva il monopolio dei comportamenti e
delle coscienze, come appare chiaro se si allarga lo sguardo
dagli strati dirigenti e dall'opinione pubblica urbana alle
propensioni dei più (57). Le valli del Trentino rurale
esprimono voti di cattolici, conservatori e moderati, assai
più ansiosi di pace che di guerra, e paghi di contenuti e
forme di autonomia nell'ambito delle istituzioni dell'Impero,
quando ormai il deputato socialista del collegio di Trento ha
deposto ogni speranza di mediazione e si è risolto a gridare
venuta «l'ora di Trento» e a puntare tutto sulla guerra e
sull'annessione al Regno d'Italia (58). Uno strappo
lacerante che, aggiungendosi al suo socialismo, ne fa, se
non un corpo estraneo, certo una presenza e poi una
memoria imbarazzanti cui si oppongono molteplici
resistenze: gli "austriacanti" veri e propri, ma anche coloro
che si riconoscono anzitutto come "trentini", diffidano dello
140
Stato in quanto istituzione al tempo stesso invadente e
lontana, si sentono membri di una piccola patria territoriale
con usi e identità propri e affidano tutt'al più alla Chiesa
cattolica l'interpretazione e la tutela di valori e orizzonti più
vasti; infine gli esponenti, ostili a qualunque guerra, della
società rurale. Se fosse possibile risolvere questioni di
orientamento e stratificazioni mentali così complesse in un
gioco emblematico di nomi, potremmo dire che - di là dalla
retorica nazionalitaria - si tratta di restituire il Trentino a
De Gasperi, o piuttosto al vescovo Endrici.
Fatta la tara alla memoria ufficiale e ristabilite le
proporzioni, il fenomeno dell'irredentismo e del
fuoriuscitismo e volontarismo che ne derivano risultano
comunque tutt'altro che irrilevanti. Né si può sostenere che
i 60000 che non sconfinano in Italia e partono con le
"insegne giallo-nere" siano per ciò stesso, tutti, cittadini di
sentimenti austriaci e affidabili combattenti dell'Impero.
Anzi, alle ragioni consuete di lontananza della comunità
contadina dallo Stato si viene qui a sommare - anche se non
raggiunge le temperature ardenti dell'irredentismo
intellettuale e urbano - un più o meno avvertito senso di
diversità etnico- linguistica che funge da ulteriore spinta
centrifuga. Nei campi di Galizia i reparti austro- ungarici
con una forte componente italiana vengono perciò
considerati a rischio e tenuti sotto particolare controllo:
costituiscono infatti il naturale terreno di cultura per forme
di dissidenza che possono spingersi sino alla dedizione
volontaria al nemico (59). Si manifesta infatti anche sul
fronte orientale - dove appunto coinvolge, fra gli altri, gli
italiani soggetti all'Austria - la complessa fenomenologia
della diserzione, cui la composizione plurietnica dell'Impero
asburgico e la politica nazionale dell'Intesa offrono forme di
incoraggiamento e di legittimazione politica. Sul fronte
italiano, i militari che si distaccano dall'esercito imperiale
consegnandosi volontariamente al nemico sono slavi e,
soprattutto, boemi; sul variegato e vastissimo fronte
orientale - nella Russia essa stessa plurietnica, dove tutte le
identità e le gerarchie fra nazioni e popoli appaiono in
141
ebollizione e dove poi la rivoluzione instaura nuove variabili
di classe e opzioni di partito - tra i fuggiaschi sono
riconoscibili gli italiani, specialmente quelli di Trieste e del
Litorale.
La recente inchiesta storiografica fra "I prigionieri dello
Zar" mostra il processo di accelerazione nella formazione
delle identità nazionali, favorita dalla non sempre pacifica
convivenza etnica all'interno dell'esercito austroungarico.
Una ridda di lingue, immagini collettive e profili di popoli
che l'incontro con l'altrettanto variegata composizione della
società zarista non può che accentuare nei campi di
prigionia dove si vale, si mangia, si lavora e si sopravvive
non solo in base alla buona sorte e alle doti individuali, ma
anche alla nazionalità in cui si viene incardinati e a
gerarchie non scritte, di valore e di trattamento, nei
rapporti fra i popoli (60). La lontananza dai luoghi di
partenza - come avviene per gli emigrati, che partono
ignorando l'Italia e la scoprono quando ne sono privi (61) -
e la lotta per la sopravvivenza nella babele europea della
guerra e della prigionia potranno rendere un pò"meno
paesani e un pò più italiani" anche questi contadini partiti
senza opporre resistenza per fare il soldato nelle armate
dell'imperatore, "nemico storico" della loro nazione, e che
magari, nel maggio 1915, hanno condiviso la rabbia e il
rancore per il "tradimento" e l'entrata in guerra dell'Italia
contro l'Austria. Per tutti costoro l'italianità può essere, se
del caso, un divenire. E' invece un dato di partenza,
un'opzione originaria, nella componente nazionale dei
disertori verso la Russia (i cui sviluppi rivoluzionari
consentiranno a un certo punto diserzioni altrettanto
politiche ma motivate in chiave internazionale e di sinistra,
invece che nazionale e patriottica). Si dà volontariamente ai
russi - dopo avere progettato ad arte questa estrema via
d'uscita - anche Giuseppe Bresciani, quel barbiere di Riva
del Garda autore di corrispondenza e di memorie di
intonazione irredentista di singolare efficacia, perché
offrono uno spaccato sugli ambienti piccoloborghesi e
microintellettuali (62). Per Bresciani disertare verso i russi
142
rappresenta l'ultima possibilità per non continuare a
combattere da una parte che non sente come la sua, dopo
che, all'inizio del conflitto, lo hanno avvistato e catturato
all'ultimo metro mentre stava sconfinando nel Regno
passando per la Val di Fassa. Interrogatori, processo,
partenza con la divisa non voluta, e poi la difficile vita
quotidiana del militare nazionalmente sospetto: tutto ciò
costituisce il racconto ritrovato di questo modesto, ma
risoluto esponente di un'italianità volontaria, come
tendenzialmente "volontarie" - non però prive di vincoli e
condizionamenti, non affermate nel vuoto - sono un pò tutte
queste identità di frontiera frantumate e a rischio, tanto più
durante una guerra che si nobilita dichiarandosi mossa dal
principio di autodeterminazione.
Come membri dell'Intesa, i russi offrono un trattamento
diverso agli italiani d'Austria, radunati nel campo di
Kirsanov, che si pronuncino concretamente a favore
dell'Italia scambiando la liberazione dal campo di prigionia
con la disponibilità a ripartire come soldato in grigioverde.
Sembra un modo efficace per discernere, tra le varie forme
di diserzione, quelle effettivamente motivate da spinte
patriottiche. In realtà, conosciamo itinerari del ritorno resi
estremamente lenti e complessi, oltre che dalla vastità della
Russia e dalle difficoltà di trasporto, anche da resipiscenze
e incertezze, sia da parte russa che italiana. Lo stesso
Bresciani e diversi fra i suoi coetanei che hanno avuto sorti
simili alla sua, una volta riusciti a tornare in Italia con viaggi
che possono durare mesi, lamentano che l'Italia sembra non
sapersene che fare di loro e l'esercito volerli tenere quasi a
distanza. Preme ai più sinceri e motivati scrollarsi di dosso
il sospetto - che non ignorano diffuso nelle comunità di
partenza messe in crisi e in qualche modo lacerate dal loro
gesto di dissociazione - che più d'un "viva l'Italia!' e più di
un passaggio nel Regno celino in realtà semplicemente il
desiderio di scampare alla chiamata alle armi. L'unica
risposta concreta ai sospetti è l'arruolamento. Qualcuno
non riuscirà nemmeno a partire o partirà tardi e ciò per un
convergere di motivi, fra i quali - particolarmente dolorosi
143
e insultanti per gli irredenti in buona fede - la diffidenza di
militari e uomini d'ordine per chi, dopo tutto, ha "tradito",
violato la legalità dello Stato di cui era cittadino,
contrapposto l'anarchia volitiva del proprio "io" alla maestà
della legge e, se ha tradito una volta, potrebbe tradire
ancora. E poi: quel sedicente patriota e aspirante volontario
non potrebbe, alla fin fine, celare un possibile
doppiogiochista, una spia austriaca?
Le motivazioni opposte agli irredenti sono naturalmente
diverse. Alcuni, ancora negli ultimi mesi di guerra, premono
per andare in linea e non vedere umiliata la propria
devozione alla patria in qualche caserma di retrovia, con la
prospettiva di tornare ai luoghi di origine portandosi
addosso il marchio dei mezzi imboscati, di quelli che a conti
fatti hanno combattuto meno del grosso dei militari i quali
invece la guerra non la volevano e si sono limitati a
obbedire. A questi irredenti si fa capire che si preferisce
tenerli indietro per non esporli al pericolo di essere
catturati, magari riconosciuti nonostante i falsi nomi,
processati e condannati a morte come traditori. E non sono
pericoli inventati. L'ombra di Battisti - e di altri meno illustri
di lui - incombe. Anche Trieste ha testimoniato, in tal senso,
con il caso dei tre giovani intellettuali della «Voce»,
volontari e combattenti: Slataper, ucciso sul Podgora nel
1915, Carlo Stuparich, che sceglie il suicidio sul Cengio,
nelle azioni di resistenza alla "Strafexpedition", nell'attimo
in cui, circondato dagli austriaci, sta per essere preso
prigioniero, e suo fratello Giani, il quale nella medesima
circostanza decide di rischiare, viene catturato e vive poi
due anni in campo di prigionia nell'incubo continuo di un
possibile riconoscimento, magari per un incontro fortuito
con un concittadino fedele all'Austria che potrebbe svelarne
la vera identità e portarlo al capestro. Giani si salva e
dedicherà poi la vita a fissare il ricordo della sua
generazione e della sua guerra (63). Non si salva invece
Battisti, che nel 1916 è riconosciuto da alcuni trentini e che
gli austriaci si divertono a far sfilare nelle strade di Trento,
esposto alle grida e ai gesti ostili dei «fedeloni», cioè di chi
144
esecra in lui l'Italia, la guerra, il socialismo o anche - come
in certi strati sociali può avvenire - le tre cose insieme (64).
Sono gli angosciosi incastri e le truci forme di
incomunicabilità fra uomini e classi di una stessa comunità,
le cui regole sono state messe in mora e travolte dallo stato
di guerra.
Trentino e Venezia Giulia - entrambi poste in palio e simboli
di identità - esaltano l'italianità di molti nel Regno e al
tempo stesso la rendono più ardua e contrastata nei luoghi
contesi. Si può esemplificare quello che fu per qualche
generazione un sentire comune ricordando due memorie,
datate e però sempre intense, di personaggi e testimoni
dall'interno dell'irredentismo triestino: il "Diario di un
sepolto vivo (1915-1918)" del professor Ferdinando Pasini
(65) e "Attendiamo le navi", di Carmela Timeus, sorella del
giovane volontario nazionalista Ruggero Timeus, caduto in
guerra (66). Di recente - utile a sfaccettare un'immagine di
Trieste altrimenti troppo univoca e lucente - è stata resa
nota una fonte di natura scolastica: i temi d'attualità di una
classe elementare femminile scritti il 27 maggio del 1915, a
immediato commento dei celebri, favoleggiati ma in
definitiva scarsamente conosciuti giorni del 23 e 24 maggio,
quando - nella "vulgata" nazionale - la teppa austriacante
sobillata dalla polizia e dai servizi dà l'assalto e saccheggia
i luoghi e i simboli di italianità, dal «Piccolo» alla statua di
Verdi e ai caffè frequentati dagli irredentisti (67). La
maestra risulta di sentimenti italiani, la scuola è controllata
dal Comune, dietro le venticinque ragazzine di quella quinta
B di via dell'Istria ci sono famiglie e quartieri popolari dai
nomi sia italiani sia sloveni; ma non vi è traccia, in questi
temi, della lettura scandalizzata di parte liberal-nazionale
(che, almeno in parte, diventerà poi nazional-fascista) che
consegnerà alla memoria quei giorni dell'entrata in guerra.
Non ne trapelano solidarietà e tanto meno
immedesimazione con gli attaccati, né giudizi
particolarmente negativi per gli aggressori. Il comune
sentire sembra semmai la curiosità per quella strana libertà
di spaccare tutto senza che nessuno dica nulla, per tutte
145
quelle belle cose - oggetti di pregio, altrimenti inarrivabili -
di cui qualcuno riesce a impadronirsi, non escluso - par di
intuire - qualcuno che questa o quella scolara sa bene chi
sia.
Questa piccola spia di una visione depoliticizzata, che
manifesta priorità e rilevanze differenti rispetto a quelle
che appaiono ovvie alla storia politica e, a maggior ragione,
alla "storia sacrà della Grande Guerra, ci rinvia all'insieme
delle fonti popolari, riportate alla luce e valorizzate dalla
storiografia recente. Se Bepi Bresciani e gli interlocutori
della sua cerchia gardesana di piccolo leader giovanile ci
permettono di scendere di qualche gradino nella scala
sociale e di verificare che sinceri irredentisti e italiani
volontari erano presenti non solo fra gli intellettuali o gli
studenti di buona famiglia, ma anche nella più modesta
microborghesia dei barbieri e dei cartolai, la questione che
invece sollevano le nuove fonti di scrittura popolare è quella
relativa alle opinioni, al modo di vivere, alle reazioni di
fronte alla guerra di quei "fuori- storià - veri o presunti - che
sono i contadini, in certo senso violentati dalla storia altrui.
Grazie al più alto grado di alfabetizzazione dei contadini
italiani dell'Impero rispetto ai "regnicolì e a una più
spiccata propensione della ricerca locale a esplorare
quest'ambito, disponiamo oggi di una migliore conoscenza
della soggettività popolare in area trentina e giuliana.
Accurate indagini specialistiche sono state dedicate a
queste umili reti parentali di uomini e donne, voci di soldati
semplici sbalestrati via da casa e dai campi: una sorta di
"zona grigia" - per trasferire alla situazione del 1914-1918
una categoria che ha contribuito a ridisegnare il quadro
delle forze in campo nel 1943-1945 - rispetto alle alte
temperature dei convincimenti pro o contro la guerra
maggiormente diffusi in altri strati sociali. E' la vita
quotidiana nelle sue nuove condizioni sotto le armi quella
che campeggia nelle lettere, nei diari o nelle successive
memorie di quei loro giorni diversi e scombinati, alla mercé
di circostanze e poteri sovrastanti. Politica in senso stretto
e dichiarato, poca. Anche negli scritti di chi porta un nome
146
e un cognome riconoscibili come italiani, rari sono i
riferimenti alla lingua "altà e, tutto sommato, "stranierà,
dell'irredentismo: opzione difficile già nel nome. Si vive di
altre cose. L'angoscia che sembra largamente prevalere fra
gli italiani d'Austria è quella comune al contadino- soldato
di altri fronti: essere costretto da forze superiori ad
arrischiare la propria vita di figlio, di marito e di padre,
sottraendola forzosamente a obblighi sentiti come ben più
naturali e prioritari. E le risorse che ciascuno mette in
campo per resistere sono il santuario interiore delle
memorie domestiche e delle credenze religiose (68).

L'INTERVENTO.

- "La rottura della classe liberale".

La guerra rompe la classe dirigente alternativa, rende


opinabile il significato della parola "rivoluzione", sconvolge
i confini fra culture, classi sociali, partiti politici e -
all'interno di questi - fra correnti e tendenze. La prima
vittima dello stato di guerra, sin da quando essa si presenta
solo come imminente, è - come detto - l'Internazionale; e,
all'interno dei diversi paesi, appunto l'opposizione e la
classe dirigente cresciuta e orientata nel senso di un
ricambio sostitutivo, più o meno traumatico, di quella di
governo. Risultano tuttavia traumatiche anche le divisioni
all'interno della classe dirigente liberale. Il fatto stesso che
il "dittatore" della vita parlamentare italiana per oltre un
decennio, colui che dà il proprio nome a un'intera epoca -
"l'età giolittiana" - si trovi fuori dal governo nel momento in
cui l'imminenza e radicalità ultimativa delle decisioni ne
potenziano grandemente compiti e responsabilità,
contribuisce a squilibrare la situazione. Non è la prima volta
147
che un altro esponente del partito liberale sostituisce
Giolitti come presidente del Consiglio, in governi di più o
meno labile durata e in rapporto ad assestamenti tattici e
contingenze parlamentari. Sonnino e Salandra erano da
tempo alternative potenziali alla "leadership" giolittiana, e
al primo dei due - l'aristocratico e colto possidente toscano
- era per due volte avvenuto di poter guidare il governo,
mentre il giurista pugliese era sulla breccia come ministro
già dai tempi della sua partecipazione al governo Pelloux:
un precedente autoritario cui rimarrà tendenzialmente
fedele per tutta la sua lunga carriera politica, terminata da
filofascista e senatore del Regno. Nel periodo attorno alle
elezioni politiche del 1913, le mutate condizioni della
contesa politica ed elettorale gli suggeriscono di prendere
le distanze dal leader di riferimento dei liberal-
conservatori, Sonnino - dei cui governi era stato membro -
e di avvicinarsi a Giolitti. Grazie a questo riposizionamento
tattico all'interno della galassia liberale, il 21 marzo 1914
viene indicato come capo di un esecutivo interpretato al
momento come un'ulteriore successione interinale a
Giolitti, il quale conserva nel frattempo tutte le sue posizioni
di potere sia in parlamento, sia nella burocrazia ministeriale
e negli apparati centrali e periferici dello Stato. Salandra,
del resto, mantiene nel governo da lui costituito alcuni
ministri del precedente esecutivo Giolitti, fra i quali la
figura chiave del ministro degli Esteri, di San Giuliano.
E" soprattutto a questi due uomini politici che tocca la
responsabilità di gestire sul filo dei giorni e persino delle
ore la situazione fattasi improvvisamente drammatica e
ultimativa fra giugno e luglio: la decisione di mantenere
l'Italia fuori del conflitto, resistendo alle pretese austriache
e alle sollecitazioni tedesche, cioè di due antiche alleate alle
quali nulla, in sostanza, del loro personale passato politico
li predispone a dire di no, strappa il loro ruolo ai limiti
dell'amministrazione dell'esistente e impone di misurarsi
con scelte da statisti, di quelle che impegnano
durevolmente e coinvolgono alla radice i destini di un
paese. Pace o guerra? Con chi e contro chi?
148
E in vista di quali scopi? A questo punto Salandra non è e
non può più sentirsi un mero sostituto di altri. Fra le
molteplici variabili che, assommandosi, condurranno
all'entrata in guerra, va annoverata anche questa:
l'ambizione di Salandra di stabilire nuovi equilibri
all'interno del partito liberale e di spostare a destra l'asse
del potere che Giolitti aveva tendenzialmente orientato a
sinistra. Naturalmente, il decisionismo di cui si mostra
capace, e che la dichiarazione di neutralità dell'Italia in
questo momento implica, non significa che l'intero sistema
di potere costruito da Giolitti nel corso di lunghi anni si
sposti e si riorienti altrettanto rapidamente. E non ce n'è
neppure bisogno, almeno fino a quando, rotti gli indugi, le
posizioni di Salandra e Giolitti non finiscono per risultare
divaricate. Ma, per diversi mesi, non si può dire che al
conclamato neutralismo del vecchio presidente del
Consiglio si contrapponga l'interventismo del nuovo. Si
tasta il terreno in più direzioni, si lavora coperti, si tratta.
Prima attraverso di San Giuliano, poi - quando questi, già
ammalato, muore sulla breccia - attraverso il nuovo
ministro degli Esteri prescelto da Salandra, il suo vecchio
capocorrente e presidente Sonnino, con il quale c'è intesa a
parti rovesciate (del resto Sonnino era stato interpellato
prima di Salandra per la composizione del governo, e vi
aveva rinunciato). Tali rapporti personali, il carattere forte
di Sonnino e le circostanze del momento si assommano nel
rendere il ministero degli Esteri un vero centro di potere
dotato di larga autonomia all'interno del governo. Quando,
nel maggio 1916, il governo Salandra cade, Sonnino non
cade con lui ma politicamente gli sopravvive e rimane
ministro degli Esteri in tutti e tre i governi di guerra -
Salandra, Boselli e Orlando - imprimendo la sua impronta
tradizionalista e autoritaria a tutta la politica di guerra della
classe dirigente liberale.

- "Il governo e la piazza".

149
Tutto il vecchio mondo del notabilato liberale ha scarsi o
nulli rapporti con la piazza: "hic sunt leones". Ciarlatani,
arruffapopoli, venditori di specifici e presunti medicamenti
per le piaghe dell'anima e del corpo, individuale e sociale.
All'incirca questo era, per la repulsione conservatrice e
moderata, quel domestico "altrove" animato da figure
dubbie e zingaresche, di irregolari e di spostati. Inutile dire
che i contatti fra il mondo della piazza e il mondo dei
"normalì era nella realtà, e da sempre, assai più mosso e
sfumato di quanto non mostrassero di ritenerlo i timorosi
lettori della "Psychologie de la foule" di Gustave Le Bon
(69). Ma in personaggi della formazione di quelli che
reggono il governo fra il 1914 e il 1915 si indovina un vero
deficit di cultura politica, una secca retrodatazione rispetto
al peso e al ruolo che le manifestazioni di piazza sono
destinate ad assumere come moderna forma di
rappresentazione degli avvenimenti e - nella circostanza -
di ratifica popolare delle scelte di vertice. Rispetto al
montare delle emozioni collettive e alla loro pubblica messa
in scena questi esponenti della vecchia politica e della
diplomazia segreta sono degli increduli, il che li estrania dal
movimento che va crescendo. Ovviamente, non sono gli
ultimi borghesi rimasti a nutrire le prevenzioni della
vecchia destra rispetto a certi riti e assembramenti plebei,
nei quali non riescono a cogliere che provocazione
manovrata ad arte dalla polizia o da essa repressa. Che
siano ancora in molti a confidare di poter governare senza
e contro le masse e senza e contro la piazza, lo dimostra il
fatto che, ancora alle fine dell'ottobre 1922 mentre la
Marcia su Roma esplicita le nuove forme della politica, un
Salandra non molto diverso dal Salandra del 1914-1915
possa rimanere in lizza sino all'ultimo, sia come possibile
partner che come alternativa estrema all'uomo nuovo della
politica e della destra italiana, Mussolini. Le due destre,
quella tradizionale dei notabili che prescinde dalle masse e
quella nuova, risoluta a servirsene, dunque convivono, in
una coesistenza non sempre capace di comunicare, né
sempre pacifica.
150
Questi mesi decisivi, in cui si ricapitola tutta la storia
d'Italia, ci mettono di fronte a una molteplicità di piani
d'azione tendenzialmente distinti. Anzitutto il percorso
parallelo, quasi privo di zone di contatto, delle tre correnti
neutraliste: socialisti, cattolici e liberali giolittiani.
Ciascuno dei tre non ignora, ovviamente, l'esistenza delle
altre due e può anche far conto su di esse; mancano tuttavia
progetti comuni e punti d'incontro. Il fronte interventista
può crescere e prevalere anche perché il parallelismo fra le
varie motivazioni e spinte dei fautori della guerra - che pure
esiste ed è distinguibile nelle sue linee di frattura - viene
almeno in parte superato nel momento in cui si accettano
luoghi e forme di ricomposizione. Quanto ai rapporti
reciproci fra neutralisti e interventisti, non arriveremo a
dire che i due movimenti viaggino in parallelo senza mai
incontrarsi, perché anzi è proprio una miriade di scontri e
scaramucce locali a portare nel giro di qualche mese alla
conquista della piazza da parte interventista, alla nascita di
una inedita piazza tricolore e all'emarginazione o
all'autoesclusione degli altri. Non si giunge tuttavia a uno
scontro risolutivo, a un momento e a un luogo di
contrapposizione di rilievo nazionale: i neutralisti si
consumano e si ritirano dal campo prima ancora di avere
tentato di agire come blocco unificato, al di là delle
differenti provenienze. A questo punto, mentre la piazza
tende ormai a svuotarsi di renitenti alla guerra, giunge l'ora
del chiarimento fra movimento interventista e governo.
Procedere in parallelo non basta e a questo punto - fra
marzo e maggio 1915 - non si può più. Il movimento non si
è mai interamente riconosciuto in quel governo troppo
equidistante, prudente e calcolatore. Ha accettato una
divisione di compiti "pro tempore": tenere la piazza e
scaldare gli animi nell'attesa, nella fiducia che la diplomazia
crei nel frattempo le condizioni adatte e il governo decida.
Quando l'iniziativa giolittiana passata alla storia con la
formula del «parecchio» minaccia di richiamare in campo il
parlamento e la sua maggioranza e di riconfermare
l'egemonia del vecchio leader della sinistra liberale,
151
rimettendo in discussione una scelta di guerra che su altri
piani appare ormai matura, quella divisione dei ruoli salta.
La piazza interventista, dove s'incontrano sovversivi di
sinistra e di destra unificati dallo scopo immediato, si
arroga la funzione di stimolo decisivo nei confronti delle più
alte istituzioni statali e governative e si propone quasi come
un possibile governo di riserva, autoinvestito di diretta
rappresentanza popolare. Qui gioca le sue carte Salandra.
Il 13 maggio si dimette. Il re sente Giolitti, sente Salandra,
mentre D'Annunzio, Mussolini, «Il Popolo d'Italia» e «L'Idea
nazionale» elettrizzano il clima e minacciano la guerra
civile. La guerra divide, la monarchia unifica i due statisti.
Il liberale neutralista arretra, rinuncia a fare appello alla
"suà piazza che anch'essa, del resto, tace. Il liberale
conservatore, "bon gré mal gré" associato alla piazza del
popolo patriottico, prevale. E la Camera dei deputati, il 20
maggio, si piega.

- "Il Patto di Londra".

Doveva finire necessariamente così? Questo interrogativo


rimane sospeso da allora. Certo, l'Austria - nonostante i
buoni uffici della Germania - sembra far di tutto, nei mesi in
cui diverse vie d'uscita rimangono aperte, per sospingere
l'Italia nelle braccia dell'Intesa. L'Italia finirà per
rifugiarvisi, spinta sì da fervidi sostenitori e della guerra e
dell'Intesa, e con un grado di partecipazione e di sostegno
comunque inusitati, ma dovendo, strada facendo, superare
forti resistenze sia alla guerra in sé, sia al rovesciamento
delle alleanze. A cavallo tra la fine del 1914 e l'inizio del
1915, la classe dirigente italiana appare ancora in
condizione di riunificarsi e di trovare nel paese un vasto
consenso sociale all'eventualità di acquisti territoriali a
spese degli Asburgo che gli uni poi - cioè gli interventisti
democratici - potrebbero colorire in chiave irredentista, e
gli altri - i salandrini del «sacro egoismo», i giolittiani del
«parecchio», ma anche i nazionalisti intenzionati
all'espansione nonché coloro che preferiscono comunque
152
mantenere l'Italia fuori della guerra - di tinte più neutre e
tradizionali. Il fatto è che l'Austria - man mano che
l'andamento della guerra tanto sul fronte orientale quanto
su quello occidentale rialza il peso del non intervento
italiano - può recalcitrare sempre meno e deve infine
rassegnarsi a perdere il Trentino, ma stenta assai di più ad
accettare la rinuncia a una città ricca e operosa come
Trieste, sia per il peso strategico assai maggiore, sul piano
commerciale non meno che su quello militare, della città e
del suo porto, sia perché la situazione etnica del territorio
giuliano, caratterizzata dalla difficile coesistenza di diverse
minoranze e dei relativi referenti nazionali esterni, è più
complessa di quella trentina. Darla vinta all'Italia
significherebbe perciò dare inizio a una catena di
ripercussioni e di contrasti, non solo rispetto all'elemento
tedesco, ma anche a quello slavo.
Il dualismo fra la destra liberale - che detiene le leve del
governo in una situazione di guerra dove l'autorità, la
riservatezza e l'insindacabilità del potere risultano
notevolmente ampliate - e una costituzione materiale del
potere che fa capo a Giolitti e al capitale di uomini e di
relazioni, nazionali e internazionali, accumulate
dall'anziano statista nel corso dei decenni, fa sì che questi
divenga il polo extragovernativo di molteplici attese e
pressioni. In Italia sperano in lui, se si potrà metterlo a capo
di un rovesciamento degli equilibri interni al partito
liberale, coloro per i quali l'obiettivo prioritario è in ogni
caso evitare all'Italia la guerra. Sia che non la ritengano
giusta e augurabile, sia che, più semplicemente, non ne
ritengano l'Italia all'altezza, Giolitti è comunque il loro
uomo. Fuori d'Italia, e in particolare da parte degli Imperi
centrali, finiscono oggettivamente per riferirsi al suo
contropotere coloro che sperano di scongiurare l'entrata in
campo di un avversario in più. Il capo presunto
dell'opposizione neutralista - un Turati più che mai fiacco e
affetto da sentimenti di incredulità e impotenza (70), come
rivelano le sue quotidiane lettere confidenziali da Roma alla
sua compagna Anna Kuliscioff (71) - continua a sperare e a
153
dirsi certo, ancora ai primi di marzo, che «in guerra non si
va [...] Ma la guerra nessuno la vuole, come non si vuole il
colera - semplicemente» (72). Il 10 marzo, Turati non teme
di designare così il ruolo effettivo e l'immagine
internazionale del vecchio e del nuovo capo del governo:

"Non ti conto tutte le storielle che corrono qui, perché non


posso distinguere le probabili verità (ce ne sono?) dalle
frottole certe. Oggi si dava per sicuro il contratto con Bulow
e coll'Austria: Trentino, rettifica confine all'Isonzo, Trieste
neutralizzata. Non me ne intendo, ma mi sembrano bubbole
solenni. Di positivo c'è la visita di Salandra a Giolitti, pare
per consiglio del re, perché Giolitti essendo il vero capo
della maggioranza gli ambasciatori con Salandra e con
Sonnino non trattano affatto non credendoli responsabili"
(73).

Questo gioco delle parti assicura senz'altro a Giolitti, agli


occhi degli interventisti, il ruolo di "uomo dei tedeschi".
Il punto di arrivo di un'iniziativa politica che appare
irrituale - cioè extragovernativa, dal momento che Giolitti è
fuori dal governo, ed extraparlamentare, giacché Salandra
tiene chiusa la Camera - è la celebre lettera del
«parecchio». La pubblica, il 2 febbraio, il quotidiano liberale
giolittiano di Roma «La Tribuna» quando del testo, negli
ambienti politici, si vocifera da giorni. Esso guadagna
dall'essere conosciuto in modo più esteso e circostanziato,
non inchiodato a quel termine prosaico che la mistica
dell'intervento ebbe buon gioco a incriminare come spia di
un atteggiamento irriducibilmente mediocre e bottegaio.

"Certo io non considero la guerra come una fortuna, come i


nazionalisti, ma come una disgrazia, la quale si deve
affrontare solo quando è necessario per l'onore e per grandi
interessi del paese.
Non credo sia lecito portare il paese alla guerra per un
sentimentalismo verso gli altri popoli. Per sentimento
ognuno può gettare la propria vita, non quella del paese.
154
Ma quando fosse necessario non esiterei nell'affrontare la
guerra, e l'ho provato.
Credo parecchio, nelle attuali condizioni dell'Europa
potersi ottenere senza guerra" (74).

Ovvietà, a mente fredda. Eresie antinazionali allora, in un


clima surriscaldato in cui quell'invito alla ragione sembra
gettare invece benzina sul fuoco. Da una parte, infatti,
l'Austria non si risolve con tempestività a utilizzare la
possibile sponda che quest'iniziativa giolittiana riapre in
Italia al partito della pace e continua, con i suoi
atteggiamenti negligenti o dilatori nei confronti delle
esigenze italiane, a scoraggiare coloro che ormai da diversi
mesi perseguono le vie della trattativa, favorendo così sia il
partito della guerra, sia quello della doppia trattativa.
Dall'altra Salandra e Sonnino - proprio perché non pensano
a una guerra di princìpi, ma di interessi e di potenza - non
sono del tutto sordi ad altre ipotesi diplomatiche, né
possono a loro volta rimandare a lungo la verifica di
un'ipotesi di accordo con l'Intesa. Già in precedenza non
erano ovviamente mancati contatti fra ambasciatori, ma a
partire da marzo i rapporti, in particolare con l'Inghilterra,
si stringono e da questo momento procedono con ben altra
velocità e concretezza. Nonostante gli sforzi della Germania
per porsi quale mediatrice fra l'Italia e gli Asburgo, i molti
mesi di sondaggi più o meno discreti e coperti dalle regole
della diplomazia segreta - mentre fuori urge l'altro,
demagogico linguaggio della politica che mette tutto in
piazza - pongono i massimi dirigenti italiani di fronte al fatto
che le potenze dell'Intesa, per avere l'Italia in guerra dalla
propria parte, garantiscono maggiori vantaggi di quanto
siano disposti a riconoscerle gli Imperi centrali per
mantenerla al di fuori del conflitto. Col senno di poi,
conoscendo il prezzo finanziario ed umano della guerra,
quel confronto e la scelta che ne deriva appaiono opinabili.
A quanti chilometri quadrati corrispondono 600 mila morti?
La questione diventa irrisolubile. Anche perché nessuno
allora immaginava quanto sarebbe stata lunga e sanguinosa
155
la prova. I termini del ragionamento e del calcolo appaiono
inoltre sfasati anche a causa dell'ottica datata e tradizionale
con la quale allora si affrontò una guerra che si sarebbe poi
configurata in modalità del tutto inedite.
Il 26 aprile 1915 viene così stipulato il Patto di Londra -
segreto - che impegna l'Italia a entrare in guerra entro un
mese a fianco della Gran Bretagna, della Francia e della
Russia. La vittoria le garantirà il Trentino e il Sud Tirolo,
con il confine al Brennero, Trieste e l'Istria sino al Quarnaro
- ma senza Fiume -; inoltre la Dalmazia, una specie di
protettorato sull'Albania e compensi indefiniti in caso di
disgregazione dell'Impero ottomano e di guadagni coloniali
da parte inglese e francese. Come si vede, un coacervo in
cui le motivazioni risorgimentali e libertarie di alcuni sono
costrette a confondersi con il «sacro egoismo» della vecchia
destra e con le propensioni imperialistiche della nuova. Le
divisioni in politica estera, sia nel periodo bellico sia in
quello successivo, affondano le radici in queste motivazioni
e finalizzazioni divaricate e mistilingui.

- "Il «maggio radioso»".

Quanti, e a partire da quando, sapevano del Patto di Londra


e ne conoscevano il contenuto? E" difficile dirlo. L'impegno
assunto il 26 aprile di entrare in guerra entro un mese -
come infatti avverrà - porterebbe a ritenere che almeno la
sostanza dell'accordo, se non i particolari, fosse di pubblico
dominio, dato che un esercito non può prendere posizione
in forma clandestina. Eppure, quando il 5 maggio viene
inaugurato a Quarto il monumento ai Mille, la speranza
coltivata negli ambienti interventisti che il re sia presente
viene delusa. Né il capo dello Stato né il governo intendono
ancora scoprire del tutto le carte. Alla coralità del rito, cui
la parola alata dell'oratore ufficiale D'Annunzio si ingegna
di attribuire il valore di una dichiarazione di guerra
all'Austria a nome dell'intero popolo italiano - vivi e morti -
manca quindi la sanzione ufficiale. Addirittura, ai colloqui
ufficiali seguiti alle dimissioni del governo Salandra il
156
giorno 13, il suo antagonista Giolitti dirà di essersi
presentato disponendo solo di notizie sommarie sugli
accordi intercorsi con l'Intesa. Giolitti rinuncia "in
extremis" a prendere personalmente in pugno la situazione
allorché ne viene informato e apprende che essi
coinvolgono le istituzioni al massimo livello, nella persona
del re.
Mentre al vertice si consumano le ultime scelte, si accentua
nelle piazze il fervore oratorio degli interventisti e le loro
parole si fanno più incendiarie e virulente. Fra il 5, quando
sembra si sia a un passo dall'entrata in guerra, e il 13,
quando tutta la situazione sembra poter ritornare al punto
di partenza, si verificano due contro- gesti significativi: la
venuta di Giolitti a Roma, a Camere chiuse, e la
dimostrazione di persistente fedeltà dei parlamentari
giolittiani, con il celebre espediente dei 250-300 biglietti da
visita recapitati allo statista nella sua abitazione romana. Il
fantasma del «parecchio» torna ad aleggiare, i neutralisti
mettono in giro la voce che «l'Austria ci farebbe - adesso -
delle concessioni tali da accontentare il più frenetico degli
imperialisti italiani» e «nuove speranze risorgono nei cuori
dei più incarogniti triplicisti», come ironizza il giorno il
Mussolini sul «Popolo d'Italia» nella feroce invettiva
"Abbasso il Parlamento!" (75). Il giorno dopo, 12 maggio, in
un pezzo più argomentato, Mussolini addita "Il delitto" di
Giolitti (è il titolo del pezzo) nell'avere, con la sua pervicace
iniziativa parallela a quella del governo in carica spinta sino
all'ultimissima ora, «diviso il Paese mentre stava
unificandosi»: dalla metà di aprile, infatti, «si era venuto
formando uno stato d'animo di fiduciosa attesa negli
elementi interventisti e di passiva rassegnazione fra quelli
neutralisti».
Come in tutto il «maggio radioso», il protagonista della
oralità bellicista è il poeta vate, mentre la parola scritta
lancia grida d'allarme e drammatizza in modo ultimativo la
scena soprattutto sul «Popolo d'Italia» e sull'«Idea
nazionale». Ma, come asserisce il poeta nella sua "Arringa

157
al popolo di Roma in tumulto, la sera del XIII Maggio
MCMXV":

"Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più


tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se
considerato è come crimine l'incitare alla violenza i
cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò
sopra me solo.
Se invece di allarmi io potessi armi gettare ai risoluti, non
esiterei; né mi parrebbe di averne rimordimento.
Ogni eccesso della forza è lecito, se vale a impedire che la
Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani
e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l'Italia" (76).

Il seguito dei suoi discorsi romani sarà in stile, spingendosi


sino all'invocazione squadrista ai giovani seguaci di non
permettere ai parlamentari sospetti l'accesso alla Camera
(17 maggio) e - sempre nel discorso del 17 dalla ringhiera
del Campidoglio, prodromo della ringhiera di Fiume nel
1919 e 1920 -all'asserzione conclusiva che «questo è il vero
parlamento» (77). Gli stessi toni prescrittivi e preclusivi in
"Nell'andare al parlamento, per la grande assemblea del XX
Maggio": «"Basta! Basta!' è oggi la parola d'ordine».

"Basta l'indugio, basta il sotterfugio, basta il cavillo, basta


la reticenza, basta la furberia, basta ogni forma di viltà, ogni
forma di vergogna. Basta, in fine, tutto quel che non è
italiano.
Questo è il vostro volere, anzi il vostro comando.
Ci rivedremo, prima che il sole tramonti.
Viva il popolo di Roma, padre della Patria!" (78).

Non sono libertà poetiche. Un quotidiano politico portatore


di interessi finanziari e industriali molto concreti quale
«L'Idea nazionale» adotta in quei giorni uno stile
ugualmente intimidatorio, potenzialmente omicida. E'
l'economista Maffeo Pantaleoni - non un letterato - a
ricordare a tutti, il 15 maggio, la «"fortunata disgrazia"
158
[che] liberò il paese dal Jaurès» (79) in Francia, dieci mesi
prima. La massima concentrazione di fuoco dei gruppi
interventisti si manifesta fra il 13 e il 16, cioè fra le
dimissioni di Salandra e la decisione del re di respingerle.
In quei quattro giorni persino un organo di estrema destra
come questo si permette di premere sul sovrano, con toni
che passano dall'affettazione di fiducia ad appena velate
accuse di tradimento. Aperta è invece la sfida al «binomio
della nostra vergogna», Giolitti e il parlamento. Per gli
uomini di Corradini e di Rocco non si tratta solo di strappare
la scelta di guerra, ma di invertire tutta una linea politica,
infangando e mettendo stabilmente in mora le istituzioni
parlamentari in quanto inadatte a rappresentare la nazione.
Così recita uno dei pezzi pubblicati il 15, quando la tensione
dell'attesa è al diapason:

"Nell'ora decisiva del suo destino, la nuova Italia, la


Nazione, aveva scelta la sua strada, la strada dello sforzo,
del sacrificio della vita, della grandezza: la guerra. Al
cimento aveva preparato le armi ed il cuore. La sua volontà
sfolgorava come una spada, la sua sete di vita e di avvenire
le infiammava il sangue per il nuovo meriggio; l'animo,
proteso verso la speranza ed il dovere, chiedeva di
immolarsi e di vincere. Sacro, il nome di Italia risorgeva
dalle memorie circonfuso di luce eroica da troppo tempo
spenta.
Ed ecco, che attraverso il suo balzo si è improvvisamente
gittato il Parlamento. L'urto, che era fatale, è avvenuto.
L'urto è mortale. O il Parlamento abbatterà la Nazione, e
riprenderà sul santo corpo palpitante di Lei il suo mestiere
di lenone per prostituirla ancora allo straniero, o la Nazione
rovescerà il Parlamento, spezzerà i banchi dei barattieri,
purificherà col ferro e col fuoco le alcove dei ruffiani" (80).

Lo stesso linguaggio politico del «maggio radioso»


meriterebbe qualche indugio descrittivo. Certo Battisti e
Salvemini parlavano diversamente, ma non è già più il loro
momento.
159
*

UNA GUERRA OFFENSIVA.

- "L'esercito italiano alla vigilia del conflitto".

Il livello di preparazione e di efficienza dell'esercito italiano


nel 1914 fu oggetto di dure accuse dopo la guerra. Salandra
lo definì «imperfettissimo organismo militare» con
«stridenti deficienze» che ne sconsigliavano l'impiego; e il
capo di stato maggiore Cadorna giunse a scrivere che
«all'aprirsi del conflitto europeo l'esercito italiano si
trovava in uno stato di vera disgregazione». Giudizi come
questi risentono fortemente di polemiche personali
(Salandra e Cadorna dovevano difendere il loro operato) e
soprattutto politiche: negli anni venti, tanto più dopo
l'avvento del regime fascista, si faceva carico all'Italia
liberale e giolittiana di non aver saputo né voluto perseguire
una politica di potenza adeguata alle aspirazioni
nazionaliste e quindi di non aver apprestato lo strumento
militare necessario. In realtà dietro alle critiche all'esercito
prebellico stavano soprattutto le amare delusioni della
guerra di trincea, che veniva naturale imputare da una
parte a Cadorna, dall'altra ai governi liberali. Queste
critiche sono state poi riprese da non pochi studiosi italiani
e stranieri, senza verifiche né il necessario confronto con
quanto avveniva all'estero (81).
Un giudizio più equilibrato deve tenere conto delle prove di
saldezza date dall'esercito nel corso del conflitto; tuttavia
alcuni elementi specifici di debolezza devono essere
ricordati, sebbene siano generalmente trascurati proprio
dai suoi critici. Le strutture dell'esercito italiano erano
simili a quelle, già descritte, degli altri eserciti continentali:
coscrizione obbligatoria, ferma di tre, poi di due anni, larga
intelaiatura di reparti con forza insufficiente in pace che si
completavano con la mobilitazione. Il sistema di
reclutamento differiva però in modo significativo. In
160
Germania i reggimenti di fanteria traevano i loro soldati
dalla regione in cui avevano sede stabile. Ciò garantiva la
semplificazione delle operazioni di reclutamento e la
coesione dei reparti, costituiti da uomini vicini per origine,
vita e dialetto, nonché l'efficienza della mobilitazione: i
richiamati dovevano fare poco cammino fino al loro
reggimento, in cui ritrovavano ufficiali e sottufficiali che
avevano conosciuto durante la ferma e i loro compaesani.
Gli ufficiali poi venivano formati in scuole centrali, ma
svolgevano gran parte della loro carriera nello stesso
reggimento. Questo sistema di reclutamento (detto
territoriale o regionale) era considerato il migliore dal
punto di vista militare, perché garantiva una coesione di
base ai reparti, un alleggerimento della struttura
amministrativa e una rapida mobilitazione. Il suo limite era
la difficoltà di impiegare le truppe nella repressione di
eventuali disordini, a causa degli stretti legami tra soldati e
popolazione; si tenga presente che in tutta Europa le forze
di polizia erano allora assai meno sviluppate di oggi e che il
ricorso alle truppe per mantenere l'ordine pubblico era
normale. La Germania non aveva timori di rivolte e
sommosse, quindi poteva permettersi il reclutamento
territoriale, con qualche adattamento.
I problemi erano maggiori in Francia e in Austria-Ungheria.
Il carattere plurinazionale dell'Impero asburgico e le spinte
centrifughe latenti facevano sì che i reggimenti composti da
uomini della stessa regione potessero essere stanziati in
un'altra lontana. Le minoranze considerate difficili erano
poi destinate a reggimenti misti; i soldati trentini, ad
esempio, avevano ufficiali e sottufficiali austriaci o
ungheresi. In Francia poi il ricordo dell'insurrezione della
Comune di Parigi obbligava a disperdere le reclute delle
grandi città operaie, anche se si cercava di dare un
reclutamento territoriale alle divisioni tratte dalle
campagne.
La situazione italiana era più complessa. Negli anni 1871-
1876, quando l'esercito venne riorganizzato sul modello
prussiano con la ferma di tre anni, il reclutamento
161
territoriale era impensabile nel Mezzogiorno, dove la rivolta
detta del brigantaggio era stata appena schiacciata (si pensi
anche all'insurrezione di Palermo nel 1866), ma non meno
nella pianura padana, dopo i moti di massa del 1869 contro
l'imposta sul macinato. Fu quindi adottato il reclutamento
nazionale: ogni reggimento riceveva le sue reclute da sei o
più province di regioni diverse e lontane dalla sua sede.
Secondo la versione ufficiale, ciò doveva servire alla
conoscenza reciproca degli italiani, che in generale
parlavano soltanto il loro dialetto. In realtà il provvedimento
mirava a rescindere i legami dei soldati con la popolazione
e a favorire obbedienza e identificazione con l'istituzione
militare. Ne derivavano una minore coesione dei reparti e
un incremento dell'apparato burocratico. Era un prezzo da
pagare alla difficile formazione dello stato unitario. Per lo
stesso motivo, ossia per garantire il carattere nazionale del
corpo ufficiali contro la forza dei regionalismi e delle
tradizioni preunitarie, i reggimenti di fanteria, cavalleria e
artiglieria da campagna furono sottoposti a un regime di
frequenti trasferimenti da un capo all'altro d'Italia (in media
uno ogni tre anni nei primi decenni, uno ogni cinque anni
nell'età giolittiana), con disagi e inconvenienti facilmente
intuibili, ma con il risultato di avere ufficiali e reggimenti
uguali e intercambiabili, senza legami col territorio,
appunto nazionali. Fu fatta un'eccezione soltanto per gli
alpini e l'artiglieria da montagna, a reclutamento
rigorosamente territoriale per ragioni militari (rapidità
della mobilitazione per il presidio delle frontiere) e
politiche, la tradizionale fedeltà e obbedienza delle genti
alpine.
E" difficile calcolare gli effetti negativi di questa
nazionalizzazione forzata. A parte l'aumento delle spese e
della burocrazia e la complicazione della mobilitazione, i
reggimenti avevano minore tradizione e coesione e pochi
rapporti con la popolazione; i battaglioni alpini, basati sul
reclutamento territoriale, erano più solidi e popolari. In
ogni caso si trattava di una scelta obbligata, come ben
sapevano le autorità militari, che rimpiangevano
162
apertamente il reclutamento territoriale, ma lo dicevano
inapplicabile per ragioni politiche.
Un altro elemento di debolezza consisteva nella tendenza
dei governi italiani ad avere un esercito più grande di
quanto permettessero i fondi disponibili. Non che le spese
militari fossero basse (come ripetono i critici dell'Italia
liberale): la loro incidenza era anzi fortissima. Tutti i dati
disponibili (bilanci ufficiali e rielaborazioni di autorevoli
studiosi) giungono alle stesse conclusioni: nel primo mezzo
secolo di vita unitaria, le spese obbligate dello Stato (il
pesante debito pubblico, l'amministrazione generale e
l'apparato fiscale) assorbirono poco più della metà delle
disponibilità finanziarie. Tutto il resto della spesa pubblica
si può dividere in due parti, una lievemente maggiore per i
ministeri militari, l'altra di poco minore per l'insieme delle
spese civili (istruzione e cultura, giustizia, sviluppo
economico, assistenza e altro ancora). In complesso le
spese militari assorbirono nel cinquantennio il 23,7 per
cento di quelle statali, già schiacciate dal debito pubblico.
Il dato non si presta a facili confronti con gli altri stati, né
con la situazione odierna, per le differenze di impostazione
dei bilanci; basta però a indicare la priorità assoluta delle
spese militari in uno stato ancora in via di consolidamento
e tutt'altro che ricco.
Pur gravosissime per il bilancio statale, queste spese non
erano sufficienti per la politica di potenza che la classe
dirigente perseguiva. Il numero delle unità esistenti in pace
fu quindi fissato tenendo d'occhio i rapporti internazionali
più che le disponibilità finanziarie; e nel 1882, al momento
della nascita della Triplice Alleanza, l'esercito ebbe 12 corpi
d'armata rispetto ai 16 austriaci e ai 18 francesi e tedeschi
del momento, malgrado il suo bilancio fosse nettamente
inferiore. Quando poi i governi di destra di fine secolo
dovettero ridurre drasticamente le spese militari, il numero
delle unità di pace, per ragioni di prestigio, non fu diminuito
anche se mancavano i mezzi per la loro normale attività.
Questa politica comportava economie obbligate sulla forza
alle armi, l'addestramento, gli armamenti, l'abitabilità delle
163
caserme, le retribuzioni degli ufficiali. Dal 1907 il governo
Giolitti poté concedere grossi aumenti delle spese
dell'esercito e della marina; ma restava una certa tendenza
a privilegiare l'apparenza e a ricorrere a espedienti.
Durante la costosa guerra di Libia, ad esempio, gli
intangibili magazzini di mobilitazione furono intaccati
senza un immediato reintegro.
Questi elementi di debolezza (così come altri derivanti dal
ritardo dello sviluppo italiano, ad esempio l'elevata
percentuale di soldati analfabeti, circa un terzo, e
l'insufficienza della rete ferroviaria) non vanno però
drammatizzati (e non soltanto perché nessun esercito è mai
perfetto), né isolati dal contesto europeo. Tutti gli eserciti
del tempo avevano anche un ruolo di difesa degli assetti
politico- sociali interni e quindi compiti repressivi,
denunciati con aspre polemiche dai socialisti europei, da
Jaurès al più profondo Liebknecht; e nel 1907 il 17esimo
reggimento francese si ammutinò per non intervenire
contro le agitazioni dei vignaioli del Languedoc in cui era
reclutato. In tutti gli eserciti le ambizioni di potenza
avevano portato a squilibri di crescita e la modernizzazione
degli armamenti presentava lacune e ritardi. Dire che
l'esercito italiano del 1914 non aveva l'efficienza di quello
tedesco è certamente giusto, ma non basta, perché
l'efficienza di un esercito non si misura in termini astratti,
bensì in relazione al ruolo che ha nella politica nazionale e
internazionale e nel confronto con gli avversari. In sostanza,
la preparazione dell'esercito prebellico può essere valutata
empiricamente in rapporto a due elementi: il ruolo decisivo
che governi, comandi e opinione pubblica gli affidavano
nelle scelte del 1914-1915 e la sua capacità di condurre la
guerra di trincea, di cui discorreremo più avanti.
Diamo qualche cifra. Intorno al 1910 l'esercito contava 96
reggimenti di fanteria, 12 di bersaglieri, 8 di alpini (in tutto
362 battaglioni di fanteria), più 29 di cavalleria, 36 di
artiglieria da campagna (258 batterie leggere su 6 pezzi,
compresa l'artiglieria da montagna); inoltre un parco
d'assedio di artiglierie medie e pesanti, 84 compagnie delle
164
varie specialità del genio, servizi di sanità e una complessa
organizzazione per i rifornimenti. In totale 25 divisioni
permanenti su 12 corpi d'armata (le truppe alpine
costituivano poi l'equivalente di altri due corpi). Prima della
spedizione di Libia la forza media alle armi era intorno ai
240 mila uomini (di cui 30000 carabinieri) e 14-15000
ufficiali effettivi. Con la mobilitazione e la prevista
costituzione di 10 nuove divisioni l'esercito sarebbe sceso
in campo con circa 900 mila uomini più 350 mila di milizia
territoriale nel paese. Era - per avere un riferimento
orientativo - una forza pari alla metà di quella francese. Il
ritardo qualitativo rispetto ai maggiori eserciti europei era
evidenziato dal minor sviluppo della costosa cavalleria (ma
ciò non avrebbe avuto peso nel conflitto) e soprattutto
dell'artiglieria media e pesante. Rare le mitragliatrici (solo
2 per reggimento nel 1914-1915), sottovalutate però anche
all'estero.
A partire dal 1907 l'aumento degli stanziamenti permise di
affrontare le lacune maggiori (aumento del contingente
incorporato, adozione dell'ottimo cannone francese da 75,
sviluppo delle fortificazioni al confine austriaco). La
campagna di Libia rilanciò la popolarità dell'esercito (anche
perché propaganda e censura ne nascosero le incertezze, le
brutalità e gli insuccessi del 1914-1915), ma ne sconvolse
le strutture. Nel 1911-1912 fu infatti necessario inviare
oltremare 100 mila uomini, il triplo delle previsioni, tratti
dai reparti in patria; poi la situazione si normalizzò con la
creazione di nuove unità (equivalenti a 2 nuovi corpi
d'armata), anche se tenere in Libia 50-60000 uomini era
uno sforzo pesante.
Per la marina ricordiamo soltanto che, nella scala delle
flotte del tempo, era meglio piazzata dell'esercito. Era una
marina secondaria rispetto a quelle di Gran Bretagna,
Germania e Stati Uniti; ma non era troppo inferiore a quella
francese e decisamente superiore a quella austroungarica.

- "Le scelte dell'estate 1914".

165
Nel 1888 era stata firmata una convenzione militare italo-
tedesca che prevedeva, nel caso di una guerra contro la
Francia, il trasporto di 5 corpi d'armata italiani sul Reno, in
Alsazia. Il terreno e le fortificazioni delle Alpi le rendevano
di fatto insuperabili da entrambe le parti; era quindi logico
impiegare sul fronte decisivo le forze non necessarie al
presidio della frontiera e delle coste. La convenzione aveva
un carattere puramente tecnico, non era firmata dai
governi, ma dagli stati maggiori, quindi la sua attuazione
era subordinata alle decisioni politiche; ma costituiva un
rafforzamento della Triplice Alleanza (in cui i rapporti dei
militari italiani con quelli tedeschi furono sempre buoni,
quanto freddi quelli con gli austriaci) e forniva una chiara
indicazione per i piani di guerra. Nel primo decennio del
secolo il riavvicinamento italofrancese e il peggioramento
delle relazioni con l'Austria-Ungheria cambiarono il quadro
politico; ma la convenzione del 1888 rimase in vigore fino
al novembre 1912, quando Alberto Pollio, il capo di stato
maggiore italiano, ne sospese l'efficacia per il peso degli
impegni in Libia. Nel giugno 1913 fu però firmata una
convenzione navale tra le marine italiana, austriaca e
tedesca, che ipotizzava una guerra comune contro gli
anglofrancesi. E nell'inverno 1913-1914 Pollio tornò a
promettere l'invio di truppe sul Reno; gli accordi firmati nel
marzo 1914 stabilivano che 3 corpi d'armata italiani
sarebbero giunti in Alsazia a quattro settimane dall'inizio
del conflitto, sempre che l'Italia fosse scesa in guerra a
fianco di Germania e Austria-Ungheria.
Nel 1914 l'esercito italiano disponeva di due opposti piani
di mobilitazione e radunata che rispondevano alle difficoltà
della politica estera nazionale, il primo all'eventualità di
una guerra contro la Francia con l'invio citato di truppe sul
Reno, il secondo per fronteggiare un'aggressione
dell'alleato austriaco, con il grosso dell'esercito schierato
sul Piave in 23 giorni e forze avanzate nella pianura veneta.
Non c'era un piano per una guerra offensiva contro
l'Austria-Ungheria, né a questa ipotesi si prestava il piano
difensivo perché non proiettava abbastanza avanti il grosso
166
dell'esercito. Come abbiamo detto, questi piani erano
talmente complessi da non poter essere modificati:
occorrevano 2500 convogli ferroviari per la mobilitazione
dell'esercito e 4600 per la sua radunata. Per di più le due
serie di movimenti, che dovevano compiersi in tre
settimane, erano intrecciate per guadagnare tempo.
La decisione della neutralità fu comunque presa dal
governo il 2 agosto 1914 senza tener conto dell'esercito
(Cadorna, appena nominato capo di stato maggiore, non fu
consultato) e non prevedeva la mobilitazione; come scrisse
più tardi Salandra, «mobilitazione e neutralità erano, nel
sentimento generale, termini contraddittori. Mobilitazione
significava guerra». Ciò poneva Cadorna in una situazione
precaria: un esercito non mobilitato nell'Europa in guerra
era come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, perché
prima di essere impiegabile doveva traversare alcune
settimane di crisi dinanzi a nemici già pronti, in grado di
attaccarlo subito (ma gli austriaci erano già pienamente
impegnati contro russi e serbi). Cadorna chiese quindi
l'immediata mobilitazione a scopo cautelativo, Salandra la
rifiutò e concesse soltanto provvedimenti parziali (come il
richiamo di due classi) che miravano a dare all'opinione
pubblica un'impressione di fermezza, ma non cambiavano
la sostanza. Cadorna affermava inoltre che un immediato
intervento italiano avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo
nel conflitto europeo ancora incerto, mentre Salandra non
intendeva correre rischi, bensì attendere che una delle due
parti prendesse il sopravvento sui campi di battaglia prima
di impegnare l'Italia. Il fallimento della guerra breve mise
tutti d'accordo e a fine settembre ogni decisione fu rinviata
alla primavera 1915.
Nelle memorie scritte dopo la guerra, di non grande livello,
Salandra sostenne di essere stato costretto a rinunciare
all'intervento nell'autunno 1914 a causa
dell'impreparazione dell'esercito. In realtà i tempi erano
tanto stretti (era necessario dichiarare la mobilitazione in
settembre per cominciare le operazioni in ottobre, prima
che le Alpi diventassero intransitabili) che decidere di
167
entrare in guerra poche settimane dopo aver proclamato la
neutralità era praticamente impossibile, tanto più
considerata la debole base parlamentare di Salandra e la
mancanza di movimenti a favore dell'intervento. Anche le
pressioni di Cadorna ci sembra mirassero soprattutto a
rilanciare l'esercito come fattore determinante nella
politica italiana e infatti non furono sorrette
dall'enunciazione degli obiettivi concreti che
un'aggressione all'Austria avrebbe potuto offrire (82).

- "La preparazione dell'esercito nell'inverno 1914-1915".

Abbiamo già detto che la cultura europea del tempo


tracciava una netta separazione tra il tempo di pace, in cui
potere e responsabilità spettavano ai governi, e il tempo di
guerra, in cui gli stati maggiori avevano un ruolo
dominante; una separazione resa credibile dalla fiducia
nella guerra breve e quindi subito superata dagli
avvenimenti. In Italia il capo di stato maggiore dell'esercito
era la massima autorità dottrinale, il responsabile della
preparazione della mobilitazione e dei piani di guerra e di
fatto il comandante in capo designato per una guerra, ma in
tempo di pace era subordinato al ministro della Guerra (di
regola un generale autorevole, ma non al vertice della
gerarchia), che gestiva il bilancio, gli uomini e gli
armamenti. A ben vedere la responsabilità della difesa era
divisa tra il sovrano (Vittorio Emanuele però interveniva
raramente in modo diretto), il presidente del Consiglio, il
ministro della Guerra e il capo di stato maggiore, con
un'evoluzione graduale che rafforzava la posizione di
quest'ultimo. I contrasti erano inevitabili (come all'estero),
ma fino al 1914 furono contenuti. La dichiarazione di
neutralità aveva però creato un'imprevista situazione di
transizione: l'organo decisionale restava il governo (che
Salandra e Sonnino andavano esautorando a loro esclusivo
profitto) con il ministro della Guerra Domenico Grandi come
responsabile dell'esercito, ma Cadorna non poteva più
essere relegato a un ruolo consultivo e subordinato, poiché
168
doveva curare la preparazione per una guerra ormai
probabile e quindi poteva chiedere decisioni politiche come
la mobilitazione in agosto e l'intervento in settembre, grossi
stanziamenti e provvedimenti alla frontiera. Si creava una
sovrapposizione di responsabilità che avrebbe dovuto
essere affrontata da un organo collegiale di collegamento o
per lo meno attraverso consultazioni regolari e frequenti,
visto che il sovrano non assumeva iniziative. Si ebbero
invece soltanto rari contatti bilaterali in cui emergevano
soprattutto contrasti e incompatibilità personali.
Questa mancanza di coordinamento, già negativa in agosto
e settembre, assunse aspetti paradossali nei mesi seguenti.
Salandra non discusse la sua linea d'azione con Cadorna,
non si fece spiegare quali risultati l'esercito avrebbe potuto
conseguire contro gli austriaci, non gli diede mai direttive
precise. Era ossessionato dalla necessità del segreto, anche
per la debolezza della sua base parlamentare e politica, e
intendeva riservarsi fino all'ultimo libertà di movimento nei
confronti dei suoi avversari interni così come verso
l'Austria-Ungheria. Cadorna quindi preparava la guerra
offensiva contro l'Austria sulla base di un accordo implicito
(era l'unica ipotesi di guerra rimasta sul tappeto), senza
l'indicazione di tempi meno generici della primavera 1915,
né di obiettivi politico-strategici. A partire dall'ottobre ebbe
gli stanziamenti e il potere che chiedeva per la preparazione
dell'esercito, ma senza essere sicuro che la guerra ci
sarebbe stata. In sostanza Salandra e Cadorna si
muovevano secondo linee parallele, ma non comunicanti né
coordinate; ci andò di mezzo il ministro Grandi, che aveva
tentato di mantenere un collegamento tra azione politica e
militare, e invece fu sostituito in ottobre dal generale
Vittorio Zuppelli, che accettò il ruolo di collaboratore di
Cadorna (nominalmente suo subordinato) perdendo
contatto con Salandra.
Si suole indicare come caso limite della mancanza di
rapporti tra governo e Cadorna il fatto che costui stese il
piano di guerra contro l'Austria senza consultare il governo,
dandone visione soltanto al re. Ci sembra più grave un altro
169
punto. Il Patto di Londra già citato venne preparato da
Salandra e Sonnino senza consultare l'esercito né la
marina; a fine aprile Cadorna fu messo al corrente
dell'impegno assunto per l'intervento, ma non ebbe in
visione il testo del trattato. Tra le acquisizioni territoriali
assicurate all'Italia c'era buona parte della Dalmazia, che
anche nel dopoguerra sarà un punto fermo delle aspirazioni
dei nazionalisti e della marina. Nessuno però aveva chiesto
il parere dell'esercito, che avrebbe avuto il carico della
difesa di questi territori. Eppure il parere c'era, e negativo:
un promemoria del febbraio 1915 dello stato maggiore di
Cadorna, che sottolineava come il possesso della Dalmazia
non interessasse all'esercito, che invece avrebbe dovuto
assumersi un costo elevatissimo per la difesa di questa
lunga fascia costiera. Non sappiamo se il promemoria fu
passato o riassunto a Salandra; resta il dato di fatto che
costui e Sonnino impostavano la politica balcanica
dell'Italia senza assicurarsi che fosse militarmente
sostenibile (83).
Veniamo all'opera di preparazione svolta durante la fase di
neutralità. Cadorna si preoccupò di portare l'esercito al
massimo dell'efficienza contemplata dai piani prebellici,
senza novità di qualche consistenza. Le unità di cui era
prevista la costituzione al momento della mobilitazione (10
divisioni) vennero impiantate in anticipo affinché
garantissero la stessa formazione ed efficienza di quelle
permanenti; furono creati nuovi reparti in sostituzione di
quelli in Libia e pochi altri. L'attenzione di Cadorna si volse
soprattutto agli ufficiali e all'artiglieria. Ricorrendo a corsi
accelerati e a promozioni straordinarie, a metà luglio 1915
erano disponibili 17000 ufficiali di carriera e 22000 di
complemento, su cui sarebbe ricaduto il peso dei
combattimenti (84). Cadorna stabilì il principio che per
«ragioni tecnico- morali» tutti costoro dovessero avere il
grado corrispondente all'incarico ricoperto, dando il via a
una grandinata di promozioni destinata a continuare per
tutta la guerra. Il provvedimento era discutibile perché
pensava al morale degli ufficiali e non all'interesse
170
dell'esercito, perché le molte promozioni provocavano
un'eccessiva rotazione di ufficiali ai reparti (85).
Fu poi migliorata l'organizzazione dell'artiglieria e
accelerata l'introduzione dei nuovi materiali (cannoni da 75
e obici da 149). Da notare che Cadorna volle che le batterie
di artiglieria leggera passassero da 6 a 4 pezzi per
guadagnare mobilità (utile nella guerra di movimento, non
certo in quella di trincea) e si adoperò per l'aumento del
numero dei fucili e del loro munizionamento, anche con
commesse all'industria privata, ma non colse la necessità di
analoghe commesse per il munizionamento dell'artiglieria.
Pure insufficienti le cure per mitragliatrici e bombe a mano.
Quanto all'artiglieria media e pesante, non molto si poteva
fare con il materiale disponibile, scarso sotto tutti gli
aspetti.
Un ultimo aspetto della preparazione va ricordato: il
completo fallimento dei tentativi di accelerare i tempi
dell'offensiva iniziale. I rigidi piani di mobilitazione del 1914
erano superati sia dalla costituzione anticipata di unità e
servizi, sia dall'esigenza di spostare in avanti la radunata
prevista sul Piave. Si decise perciò di mobilitare le unità sul
posto, richiamando buona parte degli uomini con cartoline-
precetto, ma anche di cominciare i trasporti verso la
frontiera di unità incomplete, nella speranza che potessero
entrare in azione anticipatamente. Il risultato fu che tutti i
piani saltarono e sia la mobilitazione che la radunata furono
condotte in notevole confusione. L'esercito fu pronto alla
frontiera nella prima metà di luglio, un mese e mezzo dopo
la dichiarazione di guerra e molto di più dall'inizio dei
movimenti. I piani del 1914 promettevano lo stesso risultato
in ventitré giorni.

----------------------------------------------------
"Quadro riassuntivo della forza dell'esercito a metà luglio
1915, ossia a mobilitazione completata".

"Grandi unità mobilitate": 4 armate, 14 corpi d'armata, 35


divisioni di fanteria (forza media: 430 ufficiali, 16000
171
uomini, 2.700 quadrupedi, 36 cannoni da 75), 4 divisioni di
cavalleria.
"Fanteria": 146 reggimenti e 438 battaglioni di fanteria, più
58 battaglioni bersaglieri e 52 battaglioni alpini, in tutto
548 battaglioni. Fucili e moschetti mod. 91 erano disponibili
in quantità appena sufficiente, ma erano in corso commesse
adeguate, anche per il munizionamento. Le mitragliatrici
erano soltanto 618 (in distribuzione 2 per reggimento)
perché la ditta inglese Wickers non aveva ultimato le
consegne; nel novembre 1914 era stata adottata la
mitragliatrice Fiat, ma la sua produzione era agli inizi.
Infine esisteva un solo tipo di bomba a mano, definita nel
gennaio 1915, ma fabbricata in quantitativi irrilevanti per
mancanza di fondi (ossia di interesse).

"Cavalleria": 30 reggimenti con 171 squadroni.

"Artiglieria leggera": 49 reggimenti di artiglieria da


campagna ippotrainata con 363 batterie da 75, più 76
batterie a cavallo, someggiate o da montagna, in tutto 439
batterie di artiglieria leggera su 4 pezzi per un totale di
1.797. Il materiale da 75 era ottimo (pezzi Déport costruiti
su licenza) o buono (pezzi Krupp acquistati una diecina
d'anni prima), i pezzi da 65 dell'artiglieria da montagna
buoni (ma inferiori a quelli austriaci da 75, che dopo la
guerra verranno acquisiti dall'artiglieria italiana e faranno
tutto il secondo conflitto mondiale). Munizionamento: 1500
colpi per pezzo.

"Artiglieria pesante campale" (ossia pezzi medi mobili): 28


batterie di obici ippotrainati da 149 Krupp moderni (192 in
tutto, pochi in confronto alle necessità) con 800 colpi per
pezzo.

"Parco d'assedio" (ossia pezzi medi e pesanti poco mobili):


48 mortai da 240, 8 obici da 210, 48 cannoni da 149A, 28
cannoni da 149G, in tutto 132 pezzi con un munizionamento
da 600 a 1500 colpi per pezzo. Naturalmente c'erano altri
172
pezzi medi e pesanti, nelle fortificazioni, nelle retrovie o in
corso di allestimento, che verranno portati al fronte nei
mesi successivi (e quindi altre fonti danno cifre lievemente
diverse). Mancavano le bocche da fuoco moderne previste
dai programmi prebellici, l'unico miglioramento era
l'introduzione del traino meccanico per i pezzi pesanti.
Genio: un'articolazione complessa in battaglioni, parchi e
compagnie zappatori, telegrafisti, minatori, pontieri,
ferrovieri, nonché sezioni radiotelegrafisti, fotoelettriche e
fotografiche, che non è possibile riassumere.

"Elementi non combattenti": 207 battaglioni di milizia


territoriale e 113 compagnie presidiarle per il servizio
all'interno del paese.

"Servizi": colonne, salmerie e parchi munizioni e viveri,


ospedali e ospedaletti, sezioni sussistenza, sanità e
panettieri, parchi automobilistici e infermerie cavalli, che
rinunciamo a dettagliare.

"Aeronautica": 10 sezioni aerostatiche, 15 squadriglie


d'aeroplani, 5 dirigibili.

"Forza complessiva dell'esercito mobilitato all'inizio di


luglio": 31000 ufficiali, 1.058.000 uomini di truppa, 11000
civili e 216.000 quadrupedi. Tenendo conto delle forze
dislocate all'interno del paese, la forza delle armi sale a
1.556.000 uomini (86).
----------------------------------------------------

Secondo il parere pressoché unanime degli studiosi, il


rafforzamento condotto da Cadorna era insufficiente per
quantità e qualità: l'esercito scese in campo nel 1915
sostanzialmente con le forze previste nel 1914, meglio
organizzate, ma senza quei progressi per l'artiglieria e il
munizionamento che i combattimenti in corso indicavano
come necessario. Le critiche sono esatte: nei dieci mesi di
neutralità si era accentuato il divario tra l'esercito italiano
173
e quello austriaco, pur così duramente provato. Si pensi che
gli austriaci avevano subìto perdite non molto inferiori alla
forza combattente iniziale: un milione e mezzo di
combattenti nell'agosto 1914, 1 milione 250 mila tra morti,
dispersi, feriti e malati entro l'anno; ma erano riusciti a
sostituire questi uomini e nell'estate 1915 schieravano
ancora un milione e mezzo di soldati, forse dotati di minor
spirito aggressivo, ma addestrati alla guerra di trincea, con
più mitragliatrici e cannoni medi e pesanti e una adeguata
produzione di munizioni. Uno sforzo così grande era stato
possibile grazie alla mobilitazione di tutte le energie
nazionali sotto la minaccia del crollo dell'Impero, e
un'analoga prestazione non era assolutamente
immaginabile per un paese ancora fuori dal conflitto.
Cadorna aveva chiesto e ottenuto tutto quello che gli
sembrava necessario in base alla cultura prebellica; ci
voleva la drammatica esperienza delle battaglie sull'Isonzo
perché lui, i suoi ufficiali, il governo e il paese si
convincessero che la guerra richiedeva molto di più e che
era possibile fornirlo. In sostanza, durante la neutralità tutti
ragionavano ancora con il metro del tempo di pace: soltanto
la condizione di guerra poteva produrre le straordinarie
accelerazioni della mobilitazione bellica che vedremo
verificarsi in tutti i campi.

- "Il piano di guerra di Cadorna".

Il teatro della guerra italiana si può dividere in tre parti: il


saliente trentino, Cadore e Carnia, la valle dell'Isonzo. Il
Trentino (allora austriaco) si protendeva come un cuneo tra
la Lombardia e il Veneto. Costituiva una minaccia
permanente per un'offensiva italiana in direzione di Trieste,
che si trovava esposta a un attacco austriaco alle spalle.
Eliminare questa minaccia era però quanto mai difficile: il
confine lungo il saliente era tutto montuoso, su posizioni
174
favorevoli agli austriaci e ben fortificate. Un'offensiva
italiana su Trento si presentava perciò ardua, non risolutiva
sul piano militare (per togliere agli austriaci la possibilità di
una controffensiva bisognava arrivare a Bolzano o
addirittura al Brennero) e di scarso peso nell'economia del
conflitto, perché la perdita di una regione periferica non
avrebbe intaccato la capacità di resistenza dell'Austria-
Ungheria.
Anche in Cadore e in Carnia il fronte, che correva lungo la
displuviale delle Alpi, era montuoso e quasi sempre ben
fortificato. Uno sfondamento avrebbe aperto prospettive
strategiche migliori, anche se pur sempre in direzioni
secondarie, ma non era certo facile, tanto più data la
scarsezza di artiglierie adeguate.
Era la geografia a indirizzare lo sforzo offensivo italiano sul
fronte dell'Isonzo. Da Tolmino al mare la catena delle Alpi
cedeva il passo a una serie di bassi altopiani, che favorivano
la difesa, ma permettevano anche un attacco in forze. Vicino
al mare, il Carso presentava un terreno aspro e mosso, ma
privo di rilievi importanti, tradizionale via di tutti gli eserciti
in entrambe le direzioni. Al di là si aprivano obiettivi
politico- strategici di assoluto rilievo: Trieste, poi la pianura
di Lubiana e, in prospettiva, Vienna.
Che il piano di guerra di Cadorna concentrasse il grosso
delle forze sul fronte dell'Isonzo era perciò logico. Delle 35
divisioni disponibili, 6 erano destinate alla prima armata
disposta intorno al saliente trentino, 5 alla quarta armata in
Cadore, 2 al corpo d'armata autonomo della Carnia e 15 alle
armate seconda e terza, che dovevano sferrare l'attacco
decisivo da Tolmino al mare. Queste 15 divisioni furono
presto rinforzate dalle 7 lasciate inizialmente in riserva.
Non si può quindi rimproverare a Cadorna di non aver colto
subito la necessità di concentrare la maggior parte delle sue
forze sul fronte dell'Isonzo. Il suo piano è invece criticabile
sotto un altro aspetto. La prima armata ebbe il compito di
assicurare le spalle allo schieramento italiano montando la
guardia intorno al saliente trentino, con un atteggiamento
difensivo che prevedeva attacchi locali soltanto in
175
condizioni favorevoli. La quarta armata e le truppe della
Carnia avevano invece compiti offensivi di rilievo: dovevano
conquistare valichi importanti (verso Dobbiaco e verso
Tarvisio) e poi penetrare nelle vallate austriache. Questi
attacchi erano destinati a un sanguinoso fallimento, per la
mancanza di un adeguato appoggio d'artiglieria e la forza
delle posizioni austriache. Il fatto che Cadorna li avesse
richiesti dimostra come non avesse ancora capito quanto
fosse difficile condurre un'offensiva, tanto più su un terreno
montuoso.
Una riprova di questa difficoltà è costituita dalla diffusione
in decine di migliaia di copie della circolare «Attacco
frontale e ammaestramento tattico» del 25 febbraio 1915,
nota come «libretta rossa» dal colore della copertina. La
dottrina tattica elaborata dal predecessore di Cadorna, il
generale Pollio, seguiva quella tedesca e austriaca nel
raccomandare l'attacco sul fianco del nemico come più
redditizio, ogni qual volta possibile. Per contro i francesi
avevano rilanciato l'attacco frontale come il più idoneo a
conseguire la superiorità morale sul nemico. Cadorna era
giunto alle stesse conclusioni molto tempo prima: la
«libretta rossa» riproduceva nella sostanza un suo opuscolo
steso all'inizio del secolo e dedicato alla preparazione ed
esecuzione dell'attacco frontale. Una manovra di
aggiramento sul fianco, egli spiegava, si poteva realizzare
in campo strategico; ma in campo tattico, sul campo di
battaglia, l'attacco non poteva essere che frontale, perché
anche un attacco sul fianco tornava a essere frontale non
appena il nemico avesse spostato le sue truppe per
fronteggiarlo. A Cadorna interessava soprattutto sostenere
che il grande aumento della potenza di fuoco non aveva
cambiato le regole della guerra e che un attacco frontale
poteva essere condotto con successo, purché
adeguatamente preparato dall'artiglieria e condotto con
determinazione da linee successive di fucilieri decisi a
giungere al combattimento alla baionetta.
Cadorna non era particolarmente originale, tutta la dottrina
tattica prebellica, come abbiamo visto, sosteneva che
176
l'aumento della potenza di fuoco del difensore avrebbe
aumentato le perdite dell'attaccante, ma non impedito il suo
successo. Il fatto che mantenesse la sua convinzione anche
dopo sei mesi di guerra europea è da ricondurre alla già
accennata difficoltà di cogliere le straordinarie novità della
guerra. «L'offensiva dunque presenta oggi più favorevoli
condizioni di riuscita che in passato. Questo fatto non è che
apparentemente contraddetto da quanto va verificandosi
nell'attuale conflitto», scriveva nella citata circolare del 25
febbraio. «L'esperienza della guerra in corso dimostra che
la conquista di posizioni nemiche anche fortemente
rafforzate non offre difficoltà insormontabili» agli attacchi
frontali, ormai obbligati poiché l'estensione dei fronti
rendeva illusoria ogni manovra di aggiramento. L'attacco
doveva essere preparato e appoggiato dall'artiglieria,
concludeva Cadorna, ma soprattutto condotto con grande
energia e rinnovato con incrollabile fiducia fino al successo.
Per gli ufficiali in trincea la «libretta rossa» divenne presto
oggetto di odio e simbolo dell'incapacità e insensibilità di
Cadorna (poi venne accantonata e dimenticata). In realtà
Cadorna non diceva cose diverse da Joffre, che pure aveva
diretta esperienza della guerra combattuta; e la
responsabilità del fallimento degli attacchi frontali del 1915
non è della «libretta rossa», ma delle concrete situazioni
che delineeremo. La «libretta» non contò per le indicazioni
tattiche che dava, ormai superate, ma per il forte appello
alla superiorità delle forze morali, perché ribadiva che
erano l'energia degli ufficiali e la loro fiducia a determinare
il successo e quindi giustificava la ripetizione di attacchi
sempre uguali e falliti. Lo stesso avveniva sugli altri fronti,
perché in tutti gli eserciti la spietata energia nel comando
e la fiducia assoluta nel successo erano dogmi vissuti e
incrollabili.
Prima di concludere, bisogna ricordare quanto fosse
difficile la guerra che l'esercito italiano intraprendeva.
Nella prima guerra mondiale lo sviluppo degli armamenti
dava alla difensiva un grosso vantaggio sull'offensiva. La
guerra italiana doveva però essere offensiva, senza badare
177
ai costi, per evidenti ragioni politiche. Inoltre il terreno
favoriva grandemente gli austriaci, soprattutto sull'ampio
fronte montuoso, dove avevano sempre posizioni dominanti,
ma anche sul fronte dell'Isonzo, dove i rilievi in loro
possesso erano minori, ma pur importanti. Pesava anche la
minaccia latente di un attacco alle spalle dal Trentino. Il
terreno concedeva agli italiani un solo vantaggio: le
comunicazioni tra i diversi settori del loro fronte erano
abbastanza rapide, malgrado l'insufficiente sviluppo delle
ferrovie venete, mentre lo spostamento delle truppe
austriache dal Trentino all'Isonzo richiedeva parecchi
giorni.

NOTE AL CAPITOLO 2.

1. In sintesi, le corazzate erano le navi più grosse (fino a


30000 tonnellate di dislocamento), con i cannoni più potenti
(da 305 a 381 millimetri di calibro) e lo scafo protetto da
corazze (fino a 350 millimetri nei settori vitali). I vari tipi di
incrociatori erano più veloci, ma meno armati e meno
protetti; agivano insieme alle corazzate con compiti di
esplorazione, oppure erano utilizzati per il controllo degli
oceani. Sotto il termine di navi leggere comprendiamo i
cacciatorpediniere (intorno a 1000 tonnellate di
dislocamento, cannoni da 100 a 150 millimetri), veloci e di
grande autonomia, ma poco protetti, impiegati soprattutto
per difendere le corazzate dai sommergibili e per attacchi
col siluro; le torpediniere e vari tipi di navi minori (anche
mercantili armati), destinati soprattutto alla difesa dai
sommergibili. Le mine potevano essere sganciate da quasi
tutti i tipi di nave e ancorate su fondali non troppo profondi
in modo da costituire sbarramenti quasi intransitabili; la
loro eliminazione spettava ai piccoli dragamine.

178
2. Giuseppe Rossini (a cura di), "Benedetto Quindicesimo, i
cattolici e la prima guerra mondiale", atti del Convegno di
studio, Spoleto, 7-8-9 settembre 1962, Roma, Cinque Lune,
1963.

3. Piero Melograni, "Storia politica della Grande Guerra


1915-1918", Bari, Laterza, 1969; Giorgio Rochat, "L'Italia
nella prima guerra mondiale. Problemi di interpretazione e
prospettive di ricerca", Milano, Feltrinelli, 1976; Nicola
Tranfaglia, "La prima guerra mondiale e il fascismo",
Torino, Utet, 1995.

4. Alberto Caracciolo e al., "Il trauma dell'intervento (1914-


1919)", Firenze, Vallecchi, 1968.

5. Uno sguardo dall'interno è nell'"Epistolario 1911-1926"


del coproprietario e direttore del «Corriere della Sera»
Luigi Albertini, 2 voli., a cura di Ottavio Bariè, Milano,
Mondadori, 1968, vol. 2, "La grande guerra".

6. In O. Malagodi, "Conversazioni della guerra", cit., vol. 1,


p. 37.

7. Conf. "Quarant'anni di politica italiana. Dalle carte di


Giovanni Giolitti", 3 voli., Milano, Feltrinelli, 1962, vol. 3,
"Dai prodromi della grande guerra al fascismo (1910-
1928)".

8. In O. Malagodi, "Conversazioni della guerra", cit., vol. 1,


p. 32.

9. Anche Filippo Meda aggiungerà nel dopoguerra la sua


voce alla importante «Collezione italiana di diari, memorie,
studi e documenti per servire alla storia della guerra del
mondo diretta da Angelo Gatti» con il volume "I cattolici
italiani nella guerra", Milano, Mondadori, 1928.

179
10. Alcide De Gasperi, "I cattolici trentini sotto l'Austria.
Antologia degli scritti dal 1902 al 1915 con i discorsi al
Parlamento austriaco", 2 voli., Roma, Edizioni di storia e
letteratura, 1964.

11. Luigi Ganapini, "Il nazionalismo cattolico. I cattolici e la


politica estera in Italia dal 1871 al 1914", Bari, Laterza,
1971.

12. Luigi Ambrosoli, "Né aderire né sabotare. 1915-1918",


Milano, Edizioni Avanti!, 1961, p. 22.
13. Maurizio Antonioli, "Armando Borghi e l'Unione
sindacale italiana", Manduria, Lacaita, 1990.

14. Le raccoglie fra gli altri il giornalista socialista


mussoliniano Francesco Paoloni, ideatore della trilogia "I
nostri Boches (giolittiani, socialisti, cattolici)", nel secondo
volume dedicato a "I sudekumizzati del socialismo", Milano,
Edizione del Popolo d'Italia, 1917.

15. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit.; Renzo De


Felice, "Mussolini il rivoluzionario (1883-1920)", Torino,
Einaudi, 1965.

16. Oltre che nel «Resto del Carlino» di Bologna, nel


«Giornale d'Italia» di Roma, nell'«Avanti!» di Milano, la
provocazione nominativa a Mussolini perché rompa gli
indugi si svolge, ad opera di Giuseppe Prezzolini, sugli
ultimi numeri della «Voce», quasi a coronamento di una
lunga milizia intellettuale. Conf. "I socialisti non sono
neutrali", firmato «La Voce», nel n. 19 del 13 ottobre 1914
e "Mussolini fonda un giornale a Milano", non firmato, nel
n. 21 del 13 novembre.

17. L'articolo di Prezzolini reca la data del 15 dicembre


1914.

180
18. Viene da quegli scontri milanesi anche Alberto
Malatesta, nel dopoguerra autore del volume "I socialisti
italiani durante la guerra", nella «Collezione italiana di
diari, memorie, studi e documenti per servire alla storia
della guerra del mondo diretta da Angelo Gatti», Milano,
Mondadori, 1926.

19. "Audacia" è il primo articolo del vol. 1, "Dall'Intervento


al fascismo (15 novembre 1914-23 marzo 1919)" di Benito
Mussolini, "Scritti e discorsi", 12 voli., Milano, Hoepli,
1934-1939, uscito nel 1934 e destinato a visualizzare, per il
pubblico fra le due guerre, quella sua seconda nascita e
vita.

20. Benito Mussolini, "Il distacco dai compagni ciechi",


discorso pronunciato il 25 novembre all'assemblea della
sezione socialista di Milano che ne decreta l'espulsione, in
Id., "Scritti e discorsi", cit, vol. 1, p. 13.

21. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit., p. 50.

22. Giuseppe Prezzolini, "La guerra tradita"; «La Voce», n.


18, 28 settembre 1914. Sembra quasi una sconfortata
chiusura, e tuttavia l'autore è costretto ad aggiungere "in
extremis" un poscritto perché la situazione sembra di nuovo
essersi rovesciata, stavolta verso l'entrata in guerra.

23. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit., p. 59.

24. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit., p. 61.

25. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit., p. 69.

26. Vladimir Il'ic Lenin, "L'opportunismo e il crac della


Seconda Internazionale" (1916), in "Opere scelte in due
volumi", Mosca, Edizioni in lingue estere, 1947.

181
27. L. Ambrosoli, "Né aderire né sabotare", cit., p. p. 91, 90,
89.

28. Eugenio Garin, "La cultura italiana tra '800 e '900",


Bari, Laterza, 1962; Id., "Cronache di filosofia italiana
(1900-1943)", Bari, Laterza, 1959.

29. Ricordiamo in particolare, a inizio secolo, «Leonardo»


di Giovanni Papini, «Il Regno» di Enrico Corradini,
«Hermes» di Giuseppe Antonio Borgese; e dal 1908 «La
Voce» di Giuseppe Prezzolini, tutte con interscambi
continui di problemi e di uomini.

30. Il prototipo è «L'Unità», la rivista animata da Gaetano


Salvemini dopo la rottura con «La Voce»; ma il cenacolo più
autorevole rimane, da Napoli, «La Critica», rivista d'autore
di Benedetto Croce e, finché regge la loro alleanza, di
Giovanni Gentile.

31. Salvemini indirizza contro questo emblema, a suo


avviso, di mediocrità e corruzione il famoso libello "Il
ministro della mala vita", ora in Gaetano Salvemini, "Il
ministro della mala vita e altri scritti sull'Italia giolittiana",
a cura di Elio Apih, Milano, Feltrinelli, 1962.

32. Come, in particolare, negli articoli di Giovanni


Amendola sulla «Voce».

33. Renato Serra, "Scritti letterari, morali e politici", a cura


di Mario Isnenghi, Torino, Einaudi, 1974.

34. "La cultura italiana del '900 attraverso le riviste", vol. 1,


"«Leonardo», «Hermes», «Il Regno»", a cura di Delia
Castelnuovo Frigessi, Torino, Einaudi, 1960; vol. 3, "«La
Voce» (1908-1914)", a cura di Angelo Romano, Torino,
Einaudi, 1960; vol. 4, "«Lacerba», «La Voce» (1914-1916)",
cit.; vol. 5, "«L'unità», «La Voce politica»", a cura di
Francesco Golzio e Augusto Guerra, Torino, Einaudi, 1962.
182
Conf. anche Giuseppe Prezzolini, "La Voce (1908-1913).
Cronaca, antologia e fortuna di una rivista", con la
collaborazione di Emilio Gentile e di Vanni Scheiwiller,
Milano, Rusconi, 1974; per l'indotto librario, Carlo Maria
Simonetti (a cura di), "Le edizioni della «Voce». Catalogo",
Firenze, La Nuova Italia, 1981; per le imitazioni o
emulazioni in provincia Umberto Carpi, "Giornali vociani",
Roma, Bonacci, 1979.

35. Del 1911 il "Lemmonio Boreo", del 1912 "Un uomo


finito", ambedue Firenze, Vallecchi.

36. Per un'analisi più ampia, rimando a M. Isnenghi, "Il mito


della grande guerra", cit, e a Id., "L'Italia del fascio", cit.

37. Gaetano Salvemini, "Come siamo andati in Libia e altri


scritti dal 1900 al 1915", a cura di Augusto Torre, Milano,
Feltrinelli, 1963; Id., "Dalla guerra mondiale alla dittatura
(1916-1925"), a cura di Carlo Pischedda, Milano, Feltrinelli,
1964.

38. Gaetano Salvemini, "Finis Austriae?", «L'Unità», 12


marzo 1915. Tema ricorrente e linea politica presto non più
ipotetica e interrogativa. Conf. Beniamino Finocchiaro (a
cura di), "L'Unità di Gaetano Salvemini", Vicenza, Neri
Pozza, 1958.

39. Benedetto Croce, "Il caso De Lollis", lettera al direttore


del «Giornale d'Italia», 25 aprile 1915, in difesa dell'illustre
studioso, Cesare De Lollis, direttore del giornale «Italia
nostra». Ora in Id., "L'Italia dal 1914 al 1918", cit, p. p. 42-
43.

40. Benedetto Croce, "L'entrata dell'Italia in guerra e i


doveri degli studiosi" (1915), in Id., "L'Italia dal 1914 al
1918", cit., p. p. 53-56; "Germanofilia" (intervista al «Roma»
di Napoli, 1° ottobre 1915), in Id., "L'Italia dal 1914 al
1918", cit., p. p.71-76.
183
41. R. Serra, "Scritti letterari, morali e politici", cit.

42. Mario Isnenghi, "Papini", Firenze, La Nuova Italia,


1972.

43. Ardengo Soffici, "Sulla soglia", «Lacerba», n. 20, 15


maggio 1915.

44. G. Boine, "Discorsi militari", cit.

45. M. Isnenghi, "Il «Dovere nazionale»", cit.

46. M. Isnenghi, "L'Italia in piazza", cit.; Luciano Pomoni,


"Il dovere nazionale", Padova, Il Poligrafo, 1998.

47. Franco Gaeta (a cura di), "La stampa nazionalista",


Bologna, Cappelli, 1965.

48. Ernesta Bittanti, "Con Cesare Battisti attraverso l'Italia.


Agosto 1914-maggio 1915", Milano, Garzanti, 1945.

49. Gabriele D'Annunzio, "Per la più grande Italia. Orazioni


e messaggi", Milano, Treves, 1915.

50. Mario Isnenghi, "Le guerre degli italiani. Parole,


immagini, ricordi 1848-1945", Milano, Mondadori, 1989.

51. Come nel volume di L. Pomoni sui casi veneziano e


padovano, "Il dovere nazionale", cit. Conf. inoltre
Alessandra Staderini, "Combattenti senza divisa. Roma
nella grande guerra", Bologna, Il Mulino, 1995.

52. Conf. Livio Vanzetto (a cura di), "L'anomalia laica.


Biografia e autobiografia di Mario e Guido Bergamo", con
un saggio di Mario Isnenghi, Verona, Cierre, 1994, dove i
due fratelli repubblicani sono affiancati, fra gli altri, da
Ottavio Dinale.
184
53. Miria Manzana, "Lettere di volontari trentini
nell'esercito italiano (1915-1918)", «Venetica. Rivista di
storia delle Venezie», luglio- dicembre 1985, n. 4.

54. Conf. rispettivamente le riviste «Materiali di storia»,


«Archivio trentino di storia contemporanea», pubblicato dal
Museo del Risorgimento di Trento, e «Qualestoria»,
pubblicato dall'Istituto regionale per la storia del
movimento di liberazione in Friuli Venezia Giulia, nonché i
materiali dei convegni e le pubblicazioni sull'argomento ivi
segnalati.

55. Lucio Fabi, "Trieste 1914-1918: una città in guerra",


Trieste, Mgs Press, 1996.

56. Luciana Palla, "Fra realtà e mito. La grande guerra nelle


valli ladine", Milano, Franco Angeli, 1991.

57. Per un ripensamento della "Erbfeindschaft" in


prospettiva sovranazionale, si veda il volume di Claus
Gatterer - autore di Sesto Pusteria, in equilibrio fra i due
mondi - ""Italiani maledetti, maledetti austriacì. L'inimicizia
ereditaria", Bolzano, Praxis, 1986, traduzione dell'originale
tedesco del 1972.

58. E. Bittanti, "Con Cesare Battisti attraverso l'Italia", cit.

59. Marina Rossi, "I prigionieri dello Zar. Soldati italiani


dell'esercito austroungarico nei lager della Russia 1914-
1918", Milano, Mursia, 1997.

60. L'evidenziarsi accelerato delle distinte nazionalità fra i


prigionieri dell'Impero ha trovato conferma, da ultimo, in
Alessandro Tonato, "La prigionia di guerra in Italia 1915-
1919", con una "Prefazione" di Mario Isnenghi, Milano,
Mursia, 2004.

185
61. E. Franzina, "Gli italiani al Nuovo Mondo", cit.

62. Giuseppe Bresciani, "Una generazione di confine.


Cultura nazionale e Grande Guerra negli scritti di un
barbiere rivano", a cura di Gianluigi Fait, prefazione di
Mario Isnenghi, Trento, Museo del Risorgimento e della
lotta per la libertà, 1991.

63. Giani Stuparich, "Colloqui con mio fratello, Milano",


Treves, 1925; Id., "Guerra del '15. Dal taccuino di un
volontario", Milano, Treves, 1931; Id., "Ritorneranno",
Milano, Garzanti, 1941.

64. Una narrazione d'epoca appassionata e partecipe è in


"Per l'Italia immortale. Cesare Battisti: la sua terra e la sua
gente", a cura di Oreste Ferrari, edito dalla Legione
Trentina, Trento, 1935.

65. Le memorie di Pasini, di intonazione risorgimentale,


escono una prima volta in tiratura limitata nel 1921, poi di
nuovo in una edizione rielaborata, Milano, Mondadori,
1934.

66. Il "Diario di una giovinetta triestina 1914-1918",


risentita interprete - come lei dice - delle "aspettantì, anzi
di tutto un "popolo di donne in ansiosa attesà, esce a
Bologna presso Cappelli, nel 1934.

67. L. Fabi, "Trieste 1914-1918", cit.

68. Le raccolte più organiche di testi fanno capo alle collane


«Scritture di guerra», a cura di Quinto Antonelli, Gianluigi
Fait e Diego Leoni, edita dal Museo storico in Trento e dal
Museo storico italiano della guerra in Rovereto, e «Fiori
secchi. Testi e studi di scrittura popolare», diretta da
Antonio Gibelli, promossa dalla Federazione degli archivi di
scrittura popolare e pubblicata dalle edizioni Marietti di
Genova e Paravia- Scriptorium di Torino.
186
69. Dello stesso Gustave Le Bon conf. anche "La
Psychologie politique et la Défense sociale", Paris,
Flammarion, 1910.

70. Renato Monteleone, "Filippo Turati", Torino, Utet, 1987.

71. Filippo Turati, Anna Kuliscioff, "Carteggio", 9 voli.,


raccolto da Alessandro Schiavi, a cura di Franco Pedone,
vol. 4, "1915-1918 La grande guerra e la rivoluzione", t. 1,
Torino, Einaudi, 1977.

72. F. Turati, A. Kuliscioff, "Carteggio", vol. 4, 1.1, cit., p.


52.

73. F. Turati, A. Kuliscioff, "Carteggio", vol. 4, 1.1, cit., p.


56.

74. G. Giolitti, "Memorie della mia vita", cit., vol. 2, p. p.


529-530. Nella sua lettera Giolitti aveva usato la parola
«molto», che chi in quel momento la pubblica preferisce
attenuare in «parecchio».

75. B. Mussolini, "Scritti e discorsi", cit., vol. 1, p. p. 35-36.

76. G. D'Annunzio, "Per la più grande Italia", cit., p. p. 73-


74.

77. G. D'Annunzio, "Per la più grande Italia", cit., p. 101.

78. G. D'Annunzio, "Per la più grande Italia", cit., p. 105.

79. Maffeo Pantaleoni, "Avanti", ripubblicato con il titolo


"La logica degli schiaffi", in F. Gaeta (a cura di), "La stampa
nazionalista", cit., p. 106.

80. "Il Parlamento contro l'Italia", in F. Gaeta (a cura di),


"La stampa nazionalista", cit., p. 105.
187
81. Per i problemi della preparazione nel 1914-1915
rinviamo a Giorgio Rochat, "L'esercito italiano nell'estate
1914", ora in Id., "L'esercito italiano in pace e in guerra",
Milano, Rara, 1991. Si veda poi dello stesso autore "La
preparazione dell'esercito italiano nell'inverno 1914-1915
in relazione alle informazioni disponibili sulla guerra di
posizione", «Il Risorgimento», 1961, n. 1.

82. Nel dicembre 1914 per dare una base ai calcoli sul
fabbisogno di complementi, Cadorna abbozzava le possibili
linee di una guerra contro l'Austria-Ungheria: immediata
offensiva oltre Trieste con una prima grande battaglia dopo
15 giorni a due- tre tappe dalla frontiera, una seconda
battaglia dopo 45 giorni e sei- sette tappe, quindi avanzata
da Lubiana su Vienna. Non ci risulta che Cadorna avesse
fatto balenare questi possibili risultati al governo nei mesi
precedenti: una giusta prudenza sui risultati possibili, o
forse meglio la sua convinzione che il governo non dovesse
avere parte alcuna nei piani di guerra, neppure a livello di
informazione sommaria.

83. Il promemoria del 17 febbraio 1915 è conservato


nell'archivio privato di Cadorna e firmato dal tenente
colonnello Alberico Albricci. «L'importanza di
un'occupazione puramente territoriale della Dalmazia
senza altri obiettivi, è più politica che militare», scriveva
Albricci. «E" il caso di domandarci: una volta occupata la
Dalmazia, può essa tenersi? Non si considera il caso della
occupazione delle isole, che ha valore marinaro
indiscutibile, e della città di Zara, punto isolato, privo
d'importanza militare che non occorrerebbe difendere. La
domanda riguarda il possesso stabile dell'intera regione.
Un'occupazione stabile dovrebbe essere spinta sino a linee
assolutamente ben difendibili, cioè fino ai confini
geografici, Velebit, Alpi dinariche e monti che cadono sulla
Narenta inferiore. Queste linee formano una barriera
realmente fortissima a motivo della sua forma a muraglia e
188
della povertà e dell'asprezza del suolo. Ma essa è lunga ben
250 chilometri e avvolge un paese estesissimo nel senso
della fronte e scarsissimo in profondità». Conf. Giorgio
Rochat, "Alcuni dati sulle occupazioni militari adriatiche
durante il governo Nitti", «Il Risorgimento», 1966, n. 1, p.
43. Anche nel dopoguerra l'opposizione dell'alto comando
dell'esercito all'acquisizione dei territori dalmati sarà
chiara, sebbene non pubblicizzata.

84. A costoro andavano aggiunti 8200 ufficiali di milizia


territoriale destinati all'interno e una parte imprecisata dei
9000 ufficiali di carriera richiamati dal congedo e destinati
prevalentemente alle retrovie. In tutto circa 50000 ufficiali
alle armi.

85. Gli altri eserciti erano meno generosi di promozioni. Per


i tedeschi divenne abituale attribuire agli ufficiali un
comando superiore al loro grado (le compagnie erano
generalmente affidate a tenenti e non a capitani), mentre
gli inglesi e poi gli statunitensi preferirono dare promozioni
provvisorie, valide per la durata del conflitto (un ufficiale
poteva guadagnare tre gradi in guerra e perderne due con
la pace).

86. Ufficio storico dell'esercito, "L'esercito italiano nella


Grande Guerra 1915-1918", vol. 1, "Le forze belligeranti.
Narrazione", Roma, 1927. L'opera è nota come "Relazione
ufficiale" e così la citeremo in seguito.

***

189
3.
LA GUERRA DI CADORNA.

LE OPERAZIONI DEL 1915. LE PRIME BATTAGLIE


DELL'ISONZO.

- "Lo sbalzo iniziale".

La guerra italiana iniziava con ambizioni grandi quanto


vaghe: Trento e Trieste, la marcia su Lubiana e magari
Vienna. Più degli obiettivi territoriali, che il governo e
Cadorna non precisavano (sulle promesse del Patto di
Londra si ebbero soltanto notizie indirette fino al 1917,
quando il governo rivoluzionario russo pubblicò i patti
segreti dell'Intesa), contava l'attesa dei successi delle armi
italiane e di una rapida conclusione del conflitto. La fiducia
nella guerra breve era ancora diffusa nei paesi belligeranti
e negli eserciti inchiodati nelle trincee, non c'è quindi da
stupirsi che le autorità italiane e l'opinione pubblica
ritenessero che il conflitto sarebbe stato deciso entro il
1915.
Queste aspettative furono presto deluse. A metà luglio,
quando l'esercito fu finalmente pronto, era già fallito il
cosiddetto sbalzo iniziale, ossia il tentativo di raggiungere
posizioni importanti oltre confine prima dell'afflusso delle
forze austriache. L'insuccesso fu più bruciante sul basso
Isonzo, dove i reparti di cavalleria e bersaglieri che
avrebbero dovuto penetrare in profondità si mossero con
prudente lentezza, pur avendo dinanzi a sé soltanto
pattuglie di gendarmeria e truppe territoriali. Gli austriaci
poterono ritirarsi senza difficoltà sul "confine militarè, ossia
sulle posizioni migliori per la difensiva su cui intendevano
resistere a oltranza, dopo aver fatto saltare i ponti e
allagato la zona del basso Isonzo. Antonio Sema ha messo
in rilievo l'impreparazione del servizio informazioni italiano,
che rimase vittima dell'attività di disinformazione condotta
dagli austriaci con la diffusione di voci allarmistiche
sull'afflusso di rinforzi e sull'ostilità della popolazione; i
190
comandi italiani videro dovunque spie e trappole che non
c'erano e reagirono con il prelievo di ostaggi, l'arresto di
parroci e la fucilazione di civili sospetti. In realtà la
popolazione slovena dei paesi occupati, pur filoaustriaca,
aveva mantenuto un contegno passivo; verrà poi internata
in massa (70000 persone). L'eco della resistenza belga
all'invasione tedesca (amplificata dalla propaganda
dell'Intesa) alimentava la diffidenza dei comandi verso le
popolazioni.
La lentezza della preparazione italiana fu comunque la
causa principale del fallimento dello sbalzo iniziale oltre
l'Isonzo; nell'unico tratto in cui le posizioni austriache
furono intaccate, nella zona del Monte Nero a nord di
Tolmino, i battaglioni alpini furono fermati dalla mancanza
di ordini e di rifornimenti. Era il prezzo da pagare per la
messa a punto del più grande esercito mai allestito sul suolo
italiano, che a metà luglio schierava un milione di
combattenti.

- "Gli austro-ungarici".

L'intervento italiano sembrava presentarsi come il colpo di


grazia per un'Austria-Ungheria vicina al collasso: la
pressione russa aveva provocato perdite gravissime e
procedeva inarrestabile; tre offensive non erano bastate a
mettere fuori gioco la Serbia. Se non che, il 2 maggio,
l'offensiva austro- tedesca di Gorlice- Tarnow rovesciava le
sorti della guerra sul fronte orientale: l'esercito zarista
veniva duramente battuto e costretto a un'interminabile
ritirata. Sul tempo breve, l'offensiva giocò a favore
dell'Italia, perché l'esigenza di sfruttarne in profondità il
successo assorbì le truppe austriache disponibili,
ritardando il rafforzamento del fronte italiano; ma sul piano
generale la crisi dell'esercito zarista indeboliva il
presupposto fondamentale della guerra italiana, cioè la
sicurezza che l'Austria-Ungheria fosse fortemente
impegnata a est. Quanto all'esercito serbo, le campagne pur
vittoriose del 1914 ne avevano consumato le forze, tanto
191
che non era in grado di uscire da una posizione difensiva e
pochi mesi dopo sarebbe crollato dinanzi a un'offensiva ben
congegnata. In sostanza l'intervento italiano trovava
un'Austria-Ungheria in ripresa e con una crescente
disponibilità di truppe.
Che il fronte austriaco fosse "ideale per la difensiva" è un
fatto noto e riconosciuto. Su tutto l'arco alpino,
dall'Adamello a Tolmino, il confine militare (mediamente
arretrato di alcuni chilometri rispetto a quello politico)
correva su posizioni aspre e dominanti, con una serie di
fortificazioni permanenti nei punti cruciali e una rete di
comunicazioni alle spalle. Posizioni che potevano essere
mantenute con forze ridotte, anche perché gli italiani non
disponevano delle necessarie artiglierie. La difesa fu
dapprima improvvisata reclutando milizie locali di anziani e
giovanissimi, poi gradualmente rafforzata con l'afflusso di
truppe regolari; nell'estate vi fu anche destinato
provvisoriamente un corpo tedesco da montagna,
l'"Alpenkorps", che doveva intervenire in caso di
penetrazioni italiane e fu poi ritirato quando arrivarono i
rinforzi austriaci.
Da Tolmino al mare il fronte si appoggiava prima ai rilievi
che dominavano il difficile corso dell'Isonzo, poi alle alture
della testa di ponte di Gorizia, infine al ciglione del Carso
che sovrastava un terreno allagato. Gli austriaci
compensarono la loro inferiorità numerica con tre fattori di
superiorità. Il primo era appunto il terreno favorevole alla
difensiva: gli attacchi italiani dovevano essere condotti in
salita, sotto il fuoco d'artiglieria ben diretto da osservatori
che dominavano tutta la zona dei combattimenti, mentre le
riserve e i movimenti austriaci erano sottratti al fuoco
italiano. Il secondo era la disponibilità di un armamento
migliore: l'esperienza di dieci mesi di guerra aveva portato
gli austriaci a sviluppare mitragliatrici, bombe a mano,
artiglieria media e munizionamento, nonché la tecnica dei
contrattacchi locali. Nel 1916 gli italiani avrebbero
ricuperato questo svantaggio, ma nel 1915 scontavano

192
un'inferiorità netta, che potevano fronteggiare soltanto con
il sacrificio delle fanterie.
Il terzo fattore di superiorità degli austriaci era il ricorso
alla fortificazione campale, ossia la creazione di un sistema
di trincee e di reticolati. Si trattava spesso di fortificazioni
improvvisate: sul roccioso Carso molte trincee non erano
più profonde di un metro e mancavano ricoveri e depositi
interrati e protetti. Un vero sistema di fortificazioni campali
fu creato in seguito. Ma l'efficacia di un sistema difensivo
dipende dai mezzi di cui dispone l'attaccante per batterlo.
Le improvvisate trincee austriache diventavano insuperabili
perché gli italiani non avevano l'artiglieria necessaria per
eliminare l'ostacolo dei reticolati; le pinze tagliafili
distribuite ai fanti servivano soltanto a aumentare le
perdite, i tubi di gelatina (1) da introdurre sotto i reticolati
intatti aprivano brecce ristrette che incanalavano l'assalto
dinanzi al fuoco nemico.
Nell'esercito austroungarico del 1914 su 1000 soldati 267
erano tedeschi, 223 ungheresi, 135 cechi, 85 polacchi, 81
ruteni, 67 serbi e croati, 64 rumeni, 38 slovacchi, 26 sloveni
e 14 italiani. Gli ufficiali effettivi erano prevalentemente
tedeschi, poi ungheresi; le altre nazionalità fornirono
soprattutto quadri inferiori di complemento durante il
conflitto. La tradizione esalta il valore delle truppe tedesche
e ungheresi e la combattività di croati e sloveni, che
difendevano la loro terra dall'espansionismo italiano
fortemente denunciato dalla propaganda. In realtà sul
fronte italiano, particolarmente sull'Isonzo e sul Carso, si
avvicendarono truppe di tutte le nazionalità dell'Impero,
con un rendimento garantito dalla sperimentata macchina
bellica asburgica e un morale buono nel 1915, poi logorato
dalla durezza della guerra di trincea.
Le forze austriache impegnate sul fronte italiano
aumentarono rapidamente; nell'autunno 1915
ammontavano a 15 divisioni, 7 schierate sull'arco alpino e 8
sull'Isonzo e sul Carso. Le divisioni austriache contavano
nel 1915 più battaglioni di quelle italiane, quindi si può
calcolare che la loro forza totale fosse di poco inferiore alla
193
metà di quella italiana. Un'inferiorità compensata dai
vantaggi citati e dal maggior costo della battaglia offensiva
che gli italiani dovevano condurre.

- "L'insufficienza dell'artiglieria".

Nell'estate-autunno 1915 l'esercito italiano contava 35


divisioni di fanteria, ognuna su 12 battaglioni, più un buon
numero di battaglioni bersaglieri e alpini. In tutto 548
battaglioni di fanteria di circa 1000 uomini (2). Le
differenze tra le unità già esistenti in tempo di pace e quelle
costituite nei primi mesi del 1915 erano lievi e presto
scomparvero, tanto che possiamo non tenerne conto. In
complesso le unità erano inquadrate da ufficiali di carriera
fino al grado di capitano, mentre tenenti e sottotenenti
erano quasi tutti di complemento; i soldati erano uomini
sotto i trent'anni, che stavano prestando il servizio di leva o
lo avevano terminato da poco, con un addestramento
omogeneo e un elevato livello di disciplina e di
partecipazione.
La fanteria era buona. Il problema era la scarsezza di
mitragliatrici e di artiglieria. Su questo punto l'esercito
italiano era ancora sui livelli prebellici; per esempio aveva
due mitragliatrici per reggimento, mentre gli austriaci ne
avevano ormai due per battaglione e le aumentavano più in
fretta, perché la produzione in serie della Fiat 1914 (la
mitragliatrice della guerra italiana) era appena agli inizi (50
pezzi al mese) e avrebbe dato risultati soddisfacenti
soltanto nel 1916.
L'insufficienza più grave riguardava però l'artiglieria. Il
pezzo base era il cannone da 75 millimetri e, come abbiamo
già detto, ce n'erano 1800 di buone prestazioni. Si trattava
di un pezzo concepito per la guerra di movimento, che le
pariglie di cavalli potevano trainare anche su terreno rotto,
con un'elevata rapidità di tiro; le sue granate esplodevano
in aria (grazie a una spoletta a tempo) o al momento
dell'impatto col terreno, con una rosa di schegge mortali
per la fanteria alla scoperto. Il pezzo era invece
194
scarsamente efficace contro fortificazioni, trincee e
reticolati perché l'insufficiente carica esplosiva delle sue
granate aveva effetti distruttivi limitati. Nella guerra di
trincea era più utile al difensore, il quale poteva bersagliare
il nemico che avanzava allo scoperto, che non all'attaccante,
perché non riusciva a neutralizzare le posizioni fortificate.
La relativa disponibilità di questi pezzi (pur con problemi di
munizionamento) non bastava a garantire alla fanteria
l'appoggio necessario; per spianare la via agli assalti ci
volevano calibri maggiori, ma c'erano in tutto 200 pezzi
medi e 132 pezzi pesanti. Nel corso del 1915 si aggiunsero
grossi calibri tolti dalle fortificazioni lontane dal fronte,
troppo pochi comunque per cambiare il quadro, anche per
la scarsezza di munizioni.
Si è fatto carico a Cadorna di avere disperso i pochi pezzi
medi e pesanti in troppe direzioni, per appoggiare le mosse
offensive sulle Alpi, invece di concentrarli subito sul fronte
principale. L'osservazione è esatta, ma una distribuzione
più razionale dei grossi calibri non avrebbe cambiato molto,
perché erano comunque scarsi.
Non erano problemi soltanto italiani, tutti gli eserciti in
campo avevano sperimentato le grandi difficoltà incontrate
nell'azione offensiva e chiedevano a gran voce grosse
artiglierie e abbondanti munizioni. Lo avevano segnalato
con diligenza gli ufficiali italiani distaccati come osservatori
presso gli alti comandi francesi e (prima del maggio 1915)
tedeschi; ma è interessante notare come la loro attenta
descrizione della novità e della durezza della guerra di
trincea si arrestasse dinanzi al dogma che l'offensiva
restava necessaria e lo sfondamento possibile. Non era
soltanto la rigidità della cultura militare, ma la decisione
assoluta con cui tutti i belligeranti (governi, stati maggiori,
opinione pubblica) affrontavano il conflitto a impedire loro
di rinunciare alla fiducia in una vittoria a breve termine, alla
certezza che la loro superiorità morale e lo slancio delle
truppe avrebbero avuto ragione di ogni ostacolo. Anche in
Italia tutti chiedevano a Cadorna di attaccare e poi

195
attaccare di nuovo fino a riuscire a sfondare. E Cadorna non
era uomo da avere dubbi o esitazioni.

- "La guerra in montagna".

Gran parte del fronte italiano correva in montagna,


attraverso regioni troppo diverse e articolate per poterle
descrivere in dettaglio, generalmente tra i 1000 e i 2000
metri di quota. La guerra su un fronte montuoso di così
grande estensione costituiva un'assoluta novità: nei secoli
precedenti si era sempre combattuto in pianura e le catene
montuose avevano rappresentato un grosso ostacolo ai
movimenti, ma erano state forzate quando necessario. Basti
pensare che fino al 1880 circa i piani di guerra dell'esercito
italiano non prevedevano di arrestare il nemico francese o
austriaco sulle Alpi, ma di affrontarlo nella pianura padana.
Un'inversione di tendenza si era avuta con la creazione dei
battaglioni alpini, destinati a difendere ognuno la valle in
cui era reclutato e stanziato; e a partire dalla fine del secolo
la frontiera con la Francia e poi quella con l'Austria erano
state dotate di una rete di forti e di strade. Tuttavia nel 1914
l'organizzazione di tutti gli eserciti e la loro dottrina
continuavano a dare per scontato che la guerra si sarebbe
combattuta essenzialmente in pianura. E così avvenne,
soltanto sulle montagne italiane si combatté per tre anni e
mezzo.
La prima conseguenza fu che i battaglioni alpini furono
raddoppiati: ai 26 permanenti, con nomi di località, nel
1915 se ne aggiunsero 26 nuovi con nomi di valli, con 50
batterie di artiglieria da montagna su 4 obici da 65/17. Nel
gennaio 1916 vennero creati altri 26 battaglioni con nomi
di monti, nel 1917 si arrivò a 85 battaglioni alpini con 75
batterie di artiglieria da montagna e 75 someggiate (3).
Molti di questi battaglioni andarono persi nel disastro di
Caporetto e non poterono essere ricostituiti perché le zone
di reclutamento alpino erano già state sfruttate fino
all'osso, mandando al fronte anche le classi anziane. Nel
1918 i battaglioni alpini erano 58, più 3 sciatori. Nel corso
196
del conflitto questi battaglioni furono composti ugualmente
di giovani e anziani, ma conservarono il reclutamento
territoriale che dava loro coesione e morale. Presentavano
alcuni vantaggi rispetto alla fanteria: un equipaggiamento
migliore, un certo numero di muli, uomini abituati alla
montagna, un alto spirito di corpo grazie appunto al
reclutamento territoriale, ufficiali di complemento tratti
dalla élite cittadina che praticava gli sport alpini. Erano
però troppi per essere impiegati come reparti di alta
specializzazione alpinistica e troppo pochi per un fronte
montuoso così ampio. Furono quindi utilizzati secondo
criteri diversi e in parte discutibili, ora in alta montagna,
ora insieme alla fanteria, isolati oppure riuniti in gruppi e
raggruppamenti, sempre senza risparmio, come
testimoniano ancora oggi i lunghi elenchi di nomi dei
monumenti ai caduti nei comuni alpini. Buona parte del
peso della guerra in montagna ricadde sulla normale
fanteria, ossia su uomini che generalmente vedevano le Alpi
per la prima volta nella loro vita. In complesso si
comportarono bene, anche perché troppo spesso i comandi
italiani impostavano la guerra in montagna come quella sul
Carso, con trincee che non tenevano conto del terreno e
attacchi frontali votati al fallimento, in condizioni cioè che
richiedevano disciplina e sacrificio più che adattamento
all'ambiente particolare.
Si può rilevare che l'esercito italiano seppe risolvere le
particolari difficoltà della guerra in montagna più sul piano
logistico che su quello operativo. Nel 1915 le brigate di
fanteria furono inviate a combattere in quota senza un
addestramento né un equipaggiamento adeguato, con
grossi problemi di rifornimenti; ma negli anni seguenti le
strutture logistiche ebbero uno sviluppo straordinario con
la costruzione di strade e teleferiche, postazioni e ricoveri
in galleria, e con miglioramenti nell'equipaggiamento e nel
vitto tali da garantire condizioni di vita accettabili (per il
tempo di guerra). Soltanto lo studio della buona produzione
storiografica sulla guerra in montagna nei diversi settori

197
può dare un'idea delle straordinarie opere realizzate per
mettere le truppe in grado di vivere e combattere in quota.
A livello operativo registriamo brillanti successi in attacchi
locali preparati con grande cura e uno sviluppo interessante
della guerra di mine, con lo scavo di gallerie di centinaia di
metri per minare e distruggere posizioni austriache
altrimenti imprendibili. Tutte le offensive italiane sulle Alpi
invece fallirono o diedero risultati minimi in relazione ai
sacrifici (mentre dall'altra parte si ebbero gli sfondamenti
della "Strafexpedition" e di Caporetto). La ragione
principale sembra la difficoltà degli alti comandi italiani a
comprendere le particolari esigenze della guerra in
montagna, che deve tenere gran conto del terreno (tutti i
maggiori attacchi italiani vennero sferrati contro posizioni
già forti per natura) e contare su una preparazione
accuratissima. L'impiego dell'artiglieria in montagna è
ancora più importante che in pianura, ma molto più difficile
perché deve essere di assoluta precisione; l'artiglieria
italiana non era invece abbastanza addestrata e
l'osservazione dei suoi tiri non sufficientemente curata.
Facevano eccezione le batterie da montagna, ma i loro
precisi pezzi da 65/17 erano troppo leggeri per una guerra
di posizione.
Non sorprende perciò che tutti gli attacchi lanciati sulle Alpi
nel 1915 fallissero. La prima armata che copriva i due
versanti del saliente trentino conseguì vantaggi iniziali di
rilievo tra il Garda e Rovereto e in Valsugana, ma soltanto
perché gli austriaci si erano ritirati su posizioni più forti.
Negli altri settori i progressi furono scarsi o nulli. Secondo
i piani di Cadorna, la quarta armata del Cadore e il corpo
d'armata della Carnia avrebbero dovuto forzare le Alpi; gli
attacchi vennero sferrati con debole appoggio d'artiglieria
e più volte rinnovati con largo spargimento di sangue, ma
senza risultati apprezzabili. Quando la neve venne a
bloccare le operazioni, dall'Adamello all'Isonzo correva una
linea ininterrotta di trincee (spesso spinte così in avanti da
renderle pericolose), ma erano state conquistate soltanto
alcune posizioni e vette che non mettevano in pericolo la
198
difesa austriaca. Il fallimento dei piani di Cadorna fu
nascosto dal rilievo dato a singole azioni brillanti e
soprattutto dal ruolo dominante assunto dal fronte
dell'Isonzo.

- "Le quattro battaglie dell'Isonzo".

Dopo la fine del conflitto l'Ufficio storico dell'esercito fu


potenziato perché potesse riordinare la straordinaria mole
di documenti prodotti dai comandi di tutti i livelli e stendere
una ricostruzione delle operazioni. Negli anni venti
pubblicò tredici volumi con i dati essenziali sulla
composizione, le vicende e le perdite dei comandi e delle
unità dell'esercito e avviò l'edizione di una "Relazione
ufficiale" (4) di grande ampiezza, che ricostruiva con serietà
e minuzia la guerra combattuta. I volumi dell'Ufficio storico
costituiscono la base di una produzione sulla guerra
combattuta di straordinaria ricchezza e articolazione: studi
generali e settoriali, memorie di protagonisti grandi e
piccoli, pubblicazioni documentarie - e naturalmente
agiografia e propaganda per tutti i palati. Chi volesse
condurre approfondimenti non ha che l'imbarazzo della
scelta: basti citare gli 11200 raccoglitori di "Diari storici"
dei comandi e dei reggimenti conservati dall'Ufficio storico
e gli imponenti fondi di vario tipo raccolti presso archivi e
musei civili e militari.
Le fonti non mancano. Eppure la ricostruzione delle
battaglie dell'Isonzo rimane difficile e ancora più difficile è
riassumerla in termini comprensibili. Si possono enumerare
i corpi d'armata impegnati, citare le divisioni e le brigate
che andarono all'attacco, fornire il totale dei pezzi
d'artiglieria, dei colpi sparati, delle perdite, si possono
riprodurre sulle carte geografiche le linee contrapposte e i
loro spostamenti. Se però si vuole andare oltre questo
quadro generale e ricostruire le fasi della battaglia, le sue
vicende concrete, ci si imbatte in difficoltà insuperabili:
mancano le grandi decisioni dei comandanti, i rapidi
movimenti di truppe, gli attacchi decisivi, i momenti chiave
199
da raccontare per presentare e illustrare l'andamento dei
combattimenti. In parte si tratta di una caratteristica di
tutta la guerra di trincea, ma nelle maggiori battaglie degli
anni successivi si possono individuare momenti e azioni
decisive. E invece le offensive del 1915 sembrano
consistere soltanto in una successione di attacchi frontali,
settore per settore, ripetuti fin quando le truppe non
crollano. Il piano di Cadorna nelle cosiddette quattro
battaglie dell'Isonzo 1915 è sempre lo stesso: a fine giugno,
a metà luglio, poi in ottobre e ancora in novembre Cadorna
attacca su un fronte ristretto, poi estende l'offensiva su un
fronte più ampio e l'alimenta con le riserve disponibili senza
riuscire a dirigerla. In realtà non ha i mezzi per sfondare
dove vorrebbe, quindi può soltanto ampliare il fronte
offensivo e reiterare gli attacchi sperando di esaurire le
forze austriache fino a trovare una falla nelle loro difese.
Ci limitiamo ai dati essenziali. Il fronte dell'Isonzo andava
da Tolmino al mare. La testa di ponte di Tolmino sbarrava
l'Isonzo all'uscita dalle montagne; era ben fortificata e resse
agli attacchi diretti e ai tentativi di avvolgimento, reiterati
nel 1915 e negli anni seguenti, fino al 24 ottobre 1917,
quando da Tolmino partì l'offensiva di Caporetto. A sud il
fiume scorre incassato tra due alti ciglioni, separando i due
schieramenti; gli italiani lo avevano varcato in giugno a
Piava, costituendo una piccola testa di ponte dominata dal
nemico, che tra mille difficoltà e sacrifici riuscì a
mantenersi, ma non a svilupparsi. Poco più a sud si
stendeva sulla sponda destra la testa di ponte che copriva
Gorizia, una striscia di terreno poco profonda di una decina
di chilometri, che dai 600 metri del Sabotino a nord
scendeva attraverso i villaggi di Oslavia e Peuma fino alle
colline sui 200 metri del Podgora e del Calvario. Fu uno dei
due grandi obiettivi delle offensive del 1915, che malgrado
ogni sforzo non riuscirono a penetrare nel solido sistema di
trincee ben protette dal fuoco dell'artiglieria piazzata
sull'altra sponda. Dopo il Calvario la linea austriaca
traversava il fiume a nord di Savogna e poi correva lungo il
ciglione del Carso, che sovrastava la pianura inondata del
200
basso Isonzo dai 275 metri del San Michele (l'altro obiettivo
principale delle truppe italiane) fino a Monfalcone, con
un'altezza media intorno ai 100 metri.
Dopo una serie di attacchi settoriali, il 23 giugno Cadorna
sferrò la "prima battaglia" su tutto il fronte, dando come
obiettivi principali la testa di ponte di Gorizia alla seconda
armata e il San Michele alla terza armata. Il 7 luglio
l'offensiva fu sospesa, il 20 luglio ebbe inizio la "seconda
battaglia", protrattasi fino al 3 agosto. I guadagni
territoriali furono minimi, dovunque le trincee italiane
furono spinte fin sotto i reticolati austriaci, in condizioni
estremamente precarie. Gli italiani persero circa 67000
uomini, gli austriaci non molti di meno, perché difendevano
il terreno metro per metro, con ripetuti contrattacchi che li
esponevano al tiro dell'artiglieria italiana.
Nei due mesi seguenti gli attacchi continuarono su scala
ridotta. Intanto Cadorna portava in linea le sue riserve e
tutti i cannoni medi e pesanti disponibili. La "terza
battaglia" fu iniziata il 18 ottobre e interrotta il 4 novembre,
ripresa il 10 come "quarta battaglia" e chiusa il 2 dicembre
per l'esaurimento delle truppe. Anche questa volta gli
attacchi andarono da Tolmino al mare, furono protratti
soprattutto contro la testa di ponte di Gorizia e il San
Michele, non conseguirono guadagni territoriali
significativi. Il cambiamento più evidente fu il tempo: in
estate le truppe avevano sofferto il caldo e la sete, in
autunno patirono la pioggia, il fango, il freddo. Le perdite
italiane ammontarono a 67000 uomini nella terza battaglia
e a 49000 nella quarta, quelle austriache a 42000 e a 25000.
Il fatto che le perdite austriache fossero inferiori, ma
comunque elevate, era l'unico risultato positivo nella triste
logica della guerra di logoramento, perché gli austriaci
avevano meno riserve umane degli italiani.

- "Assalti e perdite".

Raccontare la battaglia è impossibile, abbiamo detto,


perché si frantuma in cento assalti settoriali, uguali nelle
201
linee generali e sempre diversi nei particolari concreti. Ogni
volta l'attacco è preceduto da una preparazione
d'artiglieria, affidata soprattutto ai pezzi da 75, perché
quelli medi e grossi sono rari e con poche munizioni.
Reticolati e trincee austriache hanno quindi pochi danni. La
fanteria italiana va all'attacco in formazioni compatte,
subisce il fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni, si arresta
dinanzi ai reticolati, rifluisce indietro, ritorna all'attacco.
Talora riesce a superare il reticolato e a raggiungere la
trincea austriaca, dove però deve sostenere ripetuti
contrattacchi; altre volte si aggrappa al terreno costituendo
una linea precaria di mucchietti di pietre e sacchetti di terra
sotto i reticolati come base per nuovi attacchi; oppure
ripiega sulla trincea di partenza. L'azione prosegue fino
all'esaurimento delle forze dei reparti, viene ripresa con
nuove truppe e continuata con la rimozione dei comandanti
che non mostrano sufficiente durezza (5).
Seguiamo le vicende di una tra le tante brigate di fanteria,
la Casale. Nella primavera 1915 è stanziata a Forlì e Cesena
e composta da uomini di tutte le parti d'Italia (6). In maggio
viene portata alla forza standard di 130 ufficiali e 6000
soldati e inviata al fronte, dinanzi alle posizioni austriache
del Pogdora e del Calvario, dove resterà per oltre un anno,
fino alla presa di Gorizia. In giugno primi attacchi e prime
perdite, circa 440 uomini. A fine mese falliscono una serie
di attacchi in forze, poi si passa all'«attacco metodico», che
significa una costante pressione sul nemico fatta di azioni
di pattuglie, assalti locali, trincee spinte sempre più avanti.
Nuovi attacchi in forze a luglio, che si esauriscono dinanzi
ai reticolati quasi intatti; in un settore le truppe mettono
piede nella trincea austriaca, ma sono respinte da un
contrattacco. Altre 800 perdite. Seguono tre mesi di minore
attività, che la brigata trascorre sempre in trincea; i suoi
battaglioni si alternano tra la prima e la seconda linea. A
fine ottobre ricominciano gli attacchi in forze, la cresta del
Podgora è presa e persa più volte. Il "Diario storico" della
brigata registra sotto la data del 3 novembre:

202
"I soldati che per l'intera giornata hanno combattuto esposti
al tiro violento e continuo della fanteria e dell'artiglieria
avversaria, avendo avuto numerose perdite, sotto pioggia
incessante ed immersi nel fango, nel rigore della notte si
trovano in triste condizione che si ripercuote sul loro
morale. Si ricorre a tutta l'energia richiesta per tenerli a
posto. I comandanti hanno fatto presente la grave difficoltà
di far fronte a questa situazione, ma sempre vien loro dato
e ripetuto l'ordine tassativo di mantenere a ogni costo e con
tutti i mezzi la posizione conquistata".

Non è l'unico caso in cui gli ufficiali in trincea fanno


presente ai comandi superiori l'estrema stanchezza delle
truppe, anzi ciò accade più spesso di quanto tramandi la
memoria della guerra sull'Isonzo; e qualche volta gli alti
comandi accettano di porre termine agli attacchi. Ma in
questo caso hanno l'impressione che il nemico stia cedendo,
quindi la Casale riceve ordini draconiani. In un mese e
mezzo la brigata registra 2822 perdite, circa metà della sua
forza (tra cui 86 ufficiali, i due terzi); e mancano i dati sugli
ammalati, che si contano certamente a centinaia. In
dicembre si torna all'attacco «metodico» (7). A fine anno la
brigata va a riposo nelle retrovie, con l'ordine di impedire
ai soldati di rilassarsi. In tutto il 1915 ha fatto 7 mesi di
trincea e 9 giorni di riposo e ha perso 154 ufficiali (più della
forza iniziale) e 4276 soldati, più gli ammalati.
La Casale è una tra le decine di brigate massacrate negli
attacchi del 1915. Altre hanno vicende ancora più
drammatiche, come la Lombardia, impegnata poco più a
nord contro le trincee di Peuma e Oslavia. Primi attacchi a
fine giugno, poi l'attacco «metodico», benché i comandanti
di reggimento facciano presente ripetutamente
l'impossibilità di continuare ad affrontare i reticolati intatti;
200 uomini afflitti da pediculosi (pidocchi), epidemia di
febbri intestinali in un battaglione. In agosto i reparti della
brigata godono a turno di 6 giorni di riposo, saranno gli
unici fino a metà dicembre. Un battaglione in isolamento
per un'epidemia di enterite: si tratta in realtà di colera,
203
passato dalle trincee austriache a quelle italiane; seguono
vaccinazioni di massa in tutto l'esercito. Le perdite
ammontano a 942 morti e feriti in giugno- luglio, 292 in
agosto- settembre, cui sono da aggiungere 540
ospedalizzati al 31 luglio per un reggimento, 795
ospedalizzati e 478 colerosi inviati in lazzaretto per l'altro
reggimento al 30 settembre. Il 18 ottobre la brigata torna
all'attacco su Oslavia, seguono settimane di mischia furiosa
(un reggimento cambia in un mese cinque comandanti per
ferite, crolli psicofisici e siluramenti). Il "Diario storico"
della brigata segnala la perdita di quasi tutti gli ufficiali,
sostituiti da sottotenenti appena usciti dalle scuole; il 15
novembre 300 uomini del 74esimo reggimento, dopo
«rigorosa visita», sono ospedalizzati per assideramento,
«piedi maceri e sfaldati», sintomi di colera. Il 26 novembre
«lo stato delle truppe, a parere unanime dei comandanti,
lascia molto a desiderare». A fine mese le perdite sono salite
a 97 ufficiali e 2.841 uomini, tra cui, per la prima volta, un
forte numero di dispersi (un indice della durezza della
mischia: il succedersi di attacchi e contrattacchi lasciava
oltre le linee morti, feriti e prigionieri). Mancano cifre totali
sugli ammalati. La brigata è ridotta a poche centinaia di
uomini, ma rimane in trincea fino al 10 dicembre, poi
scende a riposo con una nuova epidemia di colera, meno
grave, ma non quantificata. Tornerà in trincea il 20 gennaio;
nel 1916 subirà ancora 2000 perdite sull'altopiano di Asiago
e 3000 nella battaglia di Gorizia.
Una vicenda particolare è quella della Sassari. La brigata
viene costituita "ex novo" in Sardegna nella primavera 1915
e, probabilmente per le difficoltà dei trasporti, conta una
grossa maggioranza di sardi tra i soldati e gli ufficiali.
Arriva al fronte per la seconda battaglia, è impegnata sul
San Michele con perdite fortissime, 2416 uomini in due
settimane, poi affronta con grande determinazione anche
l'attacco «metodico» («Ogni giorno deve segnare per ogni
corpo d'armata un passo avanti verso le posizioni nemiche
ed ogni conquista una volta fatta deve essere mantenuta»,
ordine del 3 agosto del comando della terza armata) e infatti
204
registra 1191 ulteriori perdite in agosto. La brigata è così
mal ridotta che deve essere mandata a riposo per
ricostituirla, torna sul San Michele in novembre e conquista
una serie di posizioni austriache con grande slancio e 1732
perdite, più 817 ammalati per le dure condizioni climatiche.
La sua aggressività ottiene un riconoscimento, sarà
composta soltanto da sardi, unica brigata a reclutamento
regionale; e la sua fama, confermata negli anni successivi,
le garantirà un trattamento di riguardo. Una vigorosa
protesta dei soldati per il ritardo delle licenze invernali, il
17 gennaio 1916, con spari in aria e giovani ufficiali buttati
nei fossi (8), viene composta senza provvedimenti
disciplinari e dopo un mese arrivano le licenze.
Questi rapidi cenni danno un'idea del costo della guerra del
1915 per le truppe italiane; abbiamo già detto che tutte le
brigate impegnate sull'Isonzo conobbero le stesse vicende
e perdite simili. Si può notare come la staticità del fronte
avesse comportato una riorganizzazione della battaglia, che
non aveva come protagonista la divisione, ossia la grande
unità che riuniva fanteria e artiglieria, ma vedeva una
separazione tra l'artiglieria, impiegata tutta su posizioni
statiche e senza avvicendamenti (perché ogni pezzo era
necessario al fronte e perché gli artiglieri avevano perdite
limitate e condizioni di vita meno dure), e le brigate di
fanteria, che si alternavano in trincea. La necessità di
utilizzare al meglio un'artiglieria sempre al di sotto delle
esigenze faceva passare in secondo piano il vantaggio
dell'affiatamento tra batterie e battaglioni che si poteva
ottenere nell'ambito di una divisione bene addestrata.

Perdite elevatissime si ebbero anche nelle offensive del


1916-1917, tuttavia, secondo molti protagonisti, la guerra
del 1915 sull'Isonzo fu la più dura, perché alle fatiche e al
sangue degli assalti si aggiungevano le tragiche condizioni
di vita anche nei momenti di pausa: posizioni avanzate
troppo pericolose, trincee esposte a ogni offesa del nemico
e del clima (caldo e sete nell'estate, pioggia, fango e gelo in
autunno), vitto insufficiente e irregolare, epidemie di tifo e
205
colera, scarse possibilità di riposo autentico nelle retrovie.
Inoltre pesava la consapevolezza di un'impreparazione
generale: era troppo evidente la superiorità austriaca in
fatto di mitragliatrici e fuoco d'artiglieria, i reticolati erano
un incubo senza scampo, la mancanza di addestramento
alla guerra di trincea aumentava le perdite, gli alti comandi
non ispiravano fiducia. Anche l'alto morale iniziale
(attestato da tutte le fonti) non poteva reggere se i soldati
si convincevano di non essere che carne da cannone.
Secondo Piero Pieri, «l'esercito italiano dopo il grande
sforzo dell'ottobre-novembre 1915 venne a trovarsi per due
o tre mesi in uno stato di vero collasso, di cui per fortuna
gli austriaci e il paese stesso non ebbero esatta
sensazione». Anche gli alti comandi non si rendevano conto
dell'esaurimento delle truppe, tanto che in dicembre
pretendevano la ripresa dell'attacco «metodico». Di fatto la
preoccupazione dominante divenne la sistemazione delle
trincee per l'inverno, mentre agli uomini che avevano fatto
tre mesi al fronte veniva finalmente concessa una breve
licenza. Furono gli austriaci a prendere l'iniziativa con
azioni locali ben condotte: il 14 gennaio attaccarono con
pochi battaglioni nella zona tra San Floriano e Oslavia, dove
la loro linea era stata intaccata in novembre. Vennero
respinti con grande fatica, tornarono all'attacco il 24
gennaio e ripresero più o meno il terreno che avevano
perso.

Non è sempre facile avere cifre precise sugli uomini in


guerra, per tutti gli eserciti e per tutte le guerre. Quelle che
diamo sulle perdite sono spesso orientative, in opere
autorevoli se ne possono trovare altre maggiori o minori. Il
fatto può sorprendere, perché gli eserciti della prima
guerra mondiale hanno fame di cifre (quante razioni,
quante scarpe, quante munizioni, quanti feriti) e una grossa
organizzazione burocratico- amministrativa (tutti i reduci si
lamentano per le troppe carte da riempire). In tempo di
pace uomini e materiali sono effettivamente sotto controllo;
ma poi intervengono lo sviluppo straordinario dell'apparato
206
bellico e le variabili legate allo stato di guerra. I dati sugli
uomini chiamati alle armi sono sicuri, perché provengono
dai distretti; e le cifre sulle unità schierate al fronte sono
generalmente complete e dettagliate, anche se oltre alle
truppe schierate in linea comprendono le riserve e una
congerie di servizi logistici. Mancano invece notizie sugli
uomini rimasti in paese, dispersi in una grande quantità di
reparti, enti e servizi; anche per i dispensati e gli esonerati
non abbiamo altri dati che il numero degli operai addetti
all'industria.
Il calcolo delle perdite è poi straordinariamente complesso.
I reggimenti compilavano quotidianamente gli elenchi di
morti, feriti e dispersi, i comandi superiori riepilogavano
queste cifre, ma i totali diffusi potevano variare a seconda
dei giorni di battaglia considerati o del calcolo delle truppe
impegnate. I dati sui dispersi erano generici,
comprendevano i morti di cui non si aveva certezza (si tenga
presente che la dichiarazione di morte aveva effetti civili
immediati, quindi doveva essere corroborata da
testimonianze indubbie, mentre non pochi corpi
rimanevano nelle linee nemiche o erano irriconoscibili), i
prigionieri, i disertori e gli sbandati (anche soldati che si
perdevano nel corso della battaglia e rientravano al loro
reparto dopo un paio di giorni). Non è poi possibile sapere
quanti dei feriti soccombevano in seguito, perché gli
ospedali avevano un'altra dipendenza amministrativa, e
quanti erano recuperabili (circa la metà). Infine i dati sulle
perdite in combattimento generalmente non tengono conto
degli ammalati ospedalizzati, che potevano raggiungere
livelli altissimi per il logorio psicofisico della vita in trincea,
le epidemie, la scarsa igiene. Ne consegue che i dati sulle
perdite hanno un margine non trascurabile di
approssimazione.
E" difficile anche avere numeri precisi sui cannoni e le altre
armi, perché le cifre possono variare se si tiene conto
soltanto di quelli impegnati all'inizio della battaglia o anche
di quelli affluiti in un secondo tempo oppure assegnati ad
azioni diversive. I dati che diamo non coincidono sempre
207
con quelli di altre opere autorevoli. Del resto basti pensare
che mancano cifre sicure sul totale dei cannoni consegnati
all'esercito durante il conflitto, come vedremo più avanti.
Diamo queste precisazioni per ricordare che la guerra non
è una scienza esatta che si possa tradurre in statistiche e
tabelle sempre precise. La mobilitazione di milioni di
uomini, la produzione di migliaia di cannoni e di milioni di
granate mettevano a durissima prova le strutture dello
Stato e dell'esercito; errori e scompensi erano frequenti.
Ciò che chiediamo alle cifre sulla forza dell'esercito e sulle
perdite non è una perfezione contabile, ma l'indicazione
delle dimensioni dello sforzo straordinario e dei grandi
sacrifici richiesti dalla guerra.

LE OPERAZIONI DEL 1916. LA STRAFEXPEDITION E


GORIZIA.

- "La guerra sugli altri fronti nel 1916: Verdun e la Somme".

Nel 1916 i tedeschi tornarono all'offensiva sul fronte


francese. Il loro comandante Falkenhayn non credeva alla
possibilità di uno sfondamento decisivo, ma intendeva
infliggere ai francesi perdite così gravi, in aggiunta a quelle
dei 18 mesi precedenti, da portarli al limite di rottura.
Scelse di attaccare dove i francesi non potevano cedere
posizioni per motivi di prestigio, anche se il terreno favoriva
i tedeschi: la città di Verdun, a ridosso della prima linea (9).
L'offensiva iniziò il 21 febbraio con un terrificante
bombardamento e la rapida occupazione della prima linea
francese (10); ma la ripetizione di questo schema,
bombardamento d'artiglieria e avanzata della fanteria con
poche perdite, si rivelò presto impossibile per la tenace
reazione francese. La battaglia divenne una mischia
confusa di attacchi e contrattacchi, con perdite crescenti da
entrambe le parti, una battaglia di logoramento come tante
del conflitto, ma di estrema violenza e destinata a durare
208
per mesi, più a lungo di ogni altra. Falkenhayn, sperando
nel collasso francese, continuò infatti ad attaccare fino a
tutto giugno, mentre il generale Philippe Pétain (il cui nome
rimase legato a quello di Verdun) riorganizzava la difesa
francese, assicurava la rotazione delle truppe in trincea,
riusciva a garantire i rifornimenti con l'impiego di migliaia
di automezzi. La fine dell'offensiva fu imposta ai tedeschi
dalla necessità di distogliere truppe per fronteggiare
l'offensiva russa di giugno e poi la battaglia della Somme.
Verdun fu la più grande battaglia della guerra, con circa
270 mila morti francesi e 240 mila tedeschi (contando feriti,
malati e prigionieri ci si avvicina al milione di perdite da
entrambe le parti); divenne il simbolo della resistenza e
della vittoria della Francia, ma anche dei suoi spaventosi
sacrifici.
Subito dopo iniziò la battaglia della Somme. L'esercito
britannico aveva conosciuto una crescita spettacolosa, nel
1916 contava 36 divisioni bene armate e altre erano in corso
di costituzione (per avere gli uomini necessari il governo
arrivò per gradi, nel corso dell'anno, alla coscrizione
obbligatoria) (11). Nell'estate 1916 era pronto a condurre
la sua prima grande offensiva. L'attacco sferrato il primo
luglio sul fiume Somme, dopo una settimana di
bombardamenti, si rivelò un disastro, fino a raggiungere il
triste record di 20000 caduti in un solo giorno, con risultati
minimi. Anche il generale Haig, comandante delle forze
britanniche in Francia, e i suoi ufficiali non mancavano di
energia e fiducia; quindi l'offensiva riprese, divenne un
susseguirsi di attacchi settoriali, contrattacchi, nuovi
attacchi, con perdite gravi da entrambe le parti (i tedeschi
difendevano a oltranza ogni palmo di terreno). A metà
novembre, quando Haig rinunciò a proseguire gli attacchi,
aveva conquistato pochi chilometri di trincee piene di
fango. Nel corso della battaglia, il 15 settembre, gli inglesi
avevano impiegato per la prima volta i carri armati, ma in
modo così sconsiderato (per la sfiducia degli alti comandi)
da portarli a un pieno insuccesso; ci sarebbero voluti altri

209
14 mesi perché i "tanks" potessero tornare in azione in
circostanze migliori.
Sul fronte orientale, l'esercito russo disponeva ancora di
130, poi 160 divisioni male addestrate e armate (contro 46
tedesche e 40 austro- ungariche passate sulla difensiva).
L'alto comando zarista preparava una ripresa offensiva per
l'estate; ma in marzo cedette alle richieste francesi di
soccorso e lanciò a nord un'offensiva presto arrestata.
Furono poi gli italiani a chiedere una pressione russa che
richiamasse le divisioni impegnate nella Strafexpedition; il
generale Brusilov, comandante del fronte sudovest, lanciò
quindi il 4 giugno un'offensiva a obiettivi limitati, che
incontrò un successo insperato (anche perché alcune buone
divisioni austriache erano partite per il Trentino): due
armate austriache crollarono (lasciando 200 mila
prigionieri in tre giorni) e i russi poterono avanzare in
Bucovina e in Galizia fino ad avvicinarsi nuovamente ai
Carpazi. Nei tre mesi seguenti le armate zariste
continuarono a premere con crescenti perdite e problemi di
rifornimenti, mentre i tedeschi riorganizzavano il fronte con
rinforzi affluiti dalla Francia, tamponavano i progressi russi
e poi riprendevano l'iniziativa. In autunno la situazione era
ristabilita, i russi avevano perso un milione di uomini ed
erano in piena crisi per mancanza di rifornimenti. Non
furono perciò in grado di appoggiare la Romania, che entrò
in guerra il 27 agosto, invadendo la Transilvania e
l'Ungheria; forze tedesche minori, ma bene equipaggiate e
dirette, con l'aiuto di austriaci e bulgari in tre mesi fecero a
pezzi le armate romene e occuparono il paese. Anche in
questa occasione il corpo di spedizione alleato di Salonicco
non riuscì a intervenire in modo efficace.
Due righe per le operazioni in Medio Oriente. Per
proteggere i pozzi petroliferi del Golfo Persico gli inglesi
occuparono Bassora nel novembre 1914, poi avanzarono in
Mesopotamia, l'attuale Iraq; nell'inverno 1915-1916
mossero su Baghdad, ma furono ricacciati dai turchi;
ritentarono alla fine del 1916 e questa volta arrivarono a
Baghdad l'11 marzo 1917. L'altro punto nevralgico della
210
regione era il canale di Suez, fortemente presidiato dagli
inglesi. Dopo aver respinto un nuovo attacco turco nella
primavera 1916, gli inglesi tentarono di invadere la
Palestina e furono a loro volta respinti. Li vedremo
nuovamente all'offensiva nel 1917, con operazioni che non
influivano sull'esito del conflitto, ma miravano a stabilire un
duraturo predominio britannico nel Medio Oriente.

- "L'ampliamento dell'esercito italiano".

L'esito deludente delle offensive del 1915 non poteva che


peggiorare i rapporti già tesi tra il governo e Cadorna. Il
fatto che anche sugli altri fronti la guerra fosse diventata di
logoramento non impediva che Salandra e gli ambienti
politici, più o meno apertamente, facessero carico a
Cadorna di non essere riuscito a conseguire successi di
qualche rilievo. Costui insisteva in una concezione
unilaterale della collaborazione con il governo: non
ammetteva ingerenze nella sua opera di comando, né
forniva informazioni sui suoi piani, ma pretendeva che le
sue crescenti richieste di uomini e materiali venissero
accolte senza alcun riguardo per le difficoltà che il governo
doveva affrontare. Problemi analoghi si ponevano anche
negli altri paesi in guerra; in Germania erano stati risolti
affidando ai militari il controllo della mobilitazione
economica, in Francia e in Gran Bretagna il governo aveva
mantenuto la direzione dello sforzo bellico nazionale.
La reazione dei generali dinanzi al prolungamento della
guerra era semplice e univoca: per continuare a farla
occorrevano più uomini e più cannoni, spettava ai governi
procurarli. Per quanto ingenti fossero queste richieste, non
erano mai adeguate alle necessità del tremendo logorio
della guerra e quindi venivano man mano aumentate. I
governi erano altrettanto consapevoli che la guerra doveva
essere continuata e vinta a qualsiasi prezzo, ma la
riorganizzazione dell'economia e della vita nazionale in
funzione del conflitto non poteva essere realizzata in breve
211
tempo; e quindi le richieste dei generali non potevano
essere soddisfatte integralmente, il che provocava tensioni
e accuse reciproche. Ciò nonostante i risultati conseguiti
furono grandiosi (e terrificanti, se si hanno presenti le
devastazioni prodotte dal conflitto).
I contrasti tra Cadorna e Salandra vanno visti in questa
prospettiva, al di là dei dissensi personali. Le richieste di
uomini e materiali vennero in gran parte accolte non perché
il governo aveva una base politica precaria mentre il
«generalissimo» era sostenuto ed esaltato dalla stampa e
dalla propaganda, ma perché questa era la logica della
guerra. Ci andò di mezzo il ministro della Guerra Zuppelli
perché era il responsabile del collegamento tra governo e
Comando supremo: Cadorna, che lo aveva imposto
nell'ottobre 1914, ne ottenne la sostituzione con il più docile
generale Paolo Morrone nel marzo 1916. In sostanza venne
riaffermata una separazione di poteri: Cadorna avrebbe
continuato a gestire le operazioni senza controlli politici,
ma la mobilitazione dell'industria e del paese sarebbe
rimasta di competenza del governo. Dei gravi contrasti tra
Cadorna e il governo per quanto riguarda le truppe in Libia,
Albania e Salonicco diremo più avanti, così come degli
accordi con gli alleati.
Nei primi mesi del 1916 furono costituiti 24 nuovi
reggimenti di fanteria, 2 di bersaglieri e 26 battaglioni
alpini, il nuovo corpo dei bombardieri con 200 mila uomini
e tutte le batterie medie e pesanti per cui si reperivano i
materiali. Le divisioni erano 35 nel 1915, 48 alla fine del
1916. Anche i servizi ebbero uno sviluppo crescente, basti
ricordare che i medici militari passarono in 18 mesi da 1000
a 14000. In cifra tonda, gli uomini al fronte salirono dal
milione del 1915 a un milione e mezzo nel 1916 e poi a due
milioni nel 1917.
Trovare gli uomini per le nuove unità non costituiva un
problema. Nell'inverno fu chiamata alle armi la classe 1896,
mentre procedeva il richiamo di aliquote delle classi
anziane (fino ai quarantenni delle classi 1876 e poi 1874) e
la revisione degli esoneri accordati in tempo di pace per
212
inidoneità fisica. L'addestramento delle reclute era breve e
non molto curato: ordine chiuso, marce, qualche caricatore
sparato in poligono; poi venivano mandate al fronte. Era un
grave difetto non recuperabile, che attesta i limiti
professionali degli alti comandi: un addestramento
adeguato avrebbe dato ai soldati un morale più solido e una
maggiore capacità di adattamento alle esigenze belliche,
che non si riassumevano nell'assalto frontale di masse
inquadrate.
Il discorso è più complesso per gli ufficiali, anche perché i
dati disponibili sono insoddisfacenti. Le necessità erano
enormemente superiori alle previsioni, quindi divenne
indispensabile creare un gran numero di nuovi ufficiali di
complemento e di milizia territoriale (12), ben 147 mila tra
l'agosto 1914 e la fine del 1918; quando nel 1917 i volontari
cominciarono a scarseggiare, le spalline di sottotenente
furono rese obbligatorie per chi aveva compiuto le scuole
superiori. Anche questi nuovi ufficiali ricevevano un
addestramento sommario, due o tre mesi di corso, portati a
quattro nell'ultima fase del conflitto. All'incirca metà furono
destinati al fronte, gli altri all'interno per le necessità della
macchina bellica. Al fronte tutti i subalterni erano di
complemento, poi anche i capitani e nel 1918 una parte dei
maggiori, i comandanti dei battaglioni, con una selezione
ridotta, poiché quasi tutte le promozioni avvenivano per
anzianità. Gli ufficiali di complemento inviati al fronte
diedero prova di grande coraggio e dedizione (specialmente
quelli destinati ai reparti di fanteria, dove morivano in
proporzione maggiore dei loro soldati), ma non tutti
avevano le doti per supplire ai limiti di addestramento,
specialmente quando salivano di grado. Gli ufficiali effettivi,
che avevano una preparazione più completa, vennero
progressivamente sostituiti da quelli di complemento nei
gradi inferiori e destinati ai comandi di maggiore
responsabilità (13).

- "La Strafexpedition".

213
Alla fine del 1915 la situazione dell'Impero austroungarico
era migliorata: le terribili perdite dell'inverno 1914-1915
erano state ripianate, l'esercito serbo era stato eliminato, la
capacità offensiva dell'esercito zarista sembrava spezzata
(e comunque il fronte orientale era stato portato ben
all'interno del territorio russo), l'offensiva italiana era stata
contenuta con arretramenti minimi, anche se con perdite
rilevanti, la produzione di armi e munizioni era
notevolmente aumentata. Tuttavia il logoramento era stato
fortissimo, i rifornimenti alimentari cominciavano a
scarseggiare e la continuazione della guerra su due fronti
sembrava insostenibile. Per uscire da questa situazione il
capo di stato maggiore Conrad von Hoetzendorff riteneva
indispensabile passare all'offensiva. Se non che la Russia
era difesa dalle sue grandi distanze; per eliminarla
occorreva avanzare di centinaia di chilometri, quindi forze
ingenti e molto tempo. Un'offensiva contro l'Italia dal
Trentino richiedeva forze minori e lasciava sperare di
riuscire a prendere alle spalle il grosso dell'esercito italiano
sull'Isonzo e di obbligarlo a una ritirata disastrosa (una
Caporetto anticipata), che avrebbe potuto aprire agli
austriaci la pianura veneta e, nel caso più favorevole,
mettere addirittura l'Italia fuori combattimento. Sembra
probabile che la decisione di Conrad di scatenare la
"Strafexpedition" (spedizione punitiva, il nome è
significativo) fosse influenzata dalla sua comprovata ostilità
verso l'Italia, che lo portava a considerare il suo passaggio
dalla Triplice Alleanza all'Intesa un tradimento da
vendicare; ma aveva anche solide ragioni strategiche.
Conrad però non aveva tutte le 16 buone divisioni che
riteneva necessarie per l'offensiva; nel dicembre 1915
chiese quindi all'alleato Falkenhayn 8 divisioni tedesche, da
impiegare nell'offensiva o da destinare al fronte russo in
sostituzione di altrettante austriache. Falkenhayn rifiutò
con ottimi ragionamenti: l'attacco a Verdun che stava
preparando richiedeva tutte le sue forze e comunque 16
divisioni erano sufficienti per un successo locale, non per
raggiungere la pianura e mettere fuori combattimento
214
l'Italia, l'unico obiettivo significativo. Conrad decise di
attaccare da solo con 14 divisioni prelevate in parte dal
fronte russo, in parte da quello dell'Isonzo, più le forze
mobili disponibili in Trentino, con l'appoggio di 1200 pezzi
d'artiglieria, di cui 100 grossi calibri e 500 medi (nell'estate
1915 la quarta armata italiana aveva condotto i suoi
attacchi con soltanto 12 grossi calibri e 48 medi). Per un
grande obiettivo valeva la pena di correre qualche rischio
indebolendo gli altri fronti. L'offensiva principale doveva
avere luogo il 20 marzo per la valle dell'Astico, la via più
diretta per la pianura veneta; ma la preparazione fu più
lunga del previsto e poi fu necessario attendere lo
scioglimento delle grandi nevicate invernali. L'attacco fu
quindi sferrato il 15 maggio 1916.
Da parte italiana la difesa fu impostata nel peggiore dei
modi. La prima armata del generale Roberto Brusati, che
cingeva sulle due parti il saliente trentino, aveva avuto da
Cadorna nel 1915 compiti strettamente difensivi ben
comprensibili, data la forza delle difese austriache e la
mancanza di obiettivi strategici. Invece Brusati aveva
impresso alle operazioni della sua armata un orientamento
spiccatamente offensivo, con difficili e sanguinosi attacchi
locali che avevano dovunque portato le truppe fin sotto le
fortificazioni austriache, su posizioni costose da mantenere
che erano le meno favorevoli alla difensiva. Brusati aveva
inoltre trascurato la preparazione di posizioni di resistenza
più arretrate e la costituzione di riserve: si era in sostanza
comportato come i comandanti italiani sull'Isonzo, che però
avevano compiti offensivi e non difensivi.
Si aggiungeva il cattivo funzionamento del Comando
supremo (14), su cui concordano tutti gli studiosi. Cadorna
era un accentratore che non tollerava collaboratori troppo
autorevoli; quindi volle mantenere il controllo diretto di
tutte le armate, anche se non poteva occuparsi del fronte
alpino perché la sua attenzione era assorbita da quello
dell'Isonzo. Non si accorse quindi fino all'ultimo che Brusati
aveva disobbedito alle sue direttive. Inoltre il Comando
supremo era male organizzato: Cadorna aveva relegato a
215
compiti secondari il generale Carlo Porro, sottocapo di stato
maggiore, esautorato l'Ufficio operazioni e dato
insufficiente sviluppo (e credito) all'Ufficio informazioni. Si
fidava soltanto della sua piccola segreteria, che nel 1916
era retta dal colonnello Roberto Bencivenga, un ufficiale di
valore, che poteva tradurre le direttive di Cadorna in ordini
da trasmettere alle armate, ma non aveva i necessari
strumenti di informazione e di collegamento, né l'autorità
per imporsi ai comandanti più elevati.
Nei primi mesi del 1916 non si ebbero grossi combattimenti
sull'Isonzo, bensì la continuazione dell'attacco «metodico»
per migliorare le basi di partenza delle prossime offensive
e mantenere alta l'aggressività delle truppe. La cosiddetta
"quinta battaglia dell'Isonzo" (1-15 marzo) fu una battaglia
dimostrativa, una serie di azioni settoriali senza risultati
sferrate da Cadorna per venire incontro alle richieste dei
francesi, che temevano il trasferimento di truppe austriache
sul fronte di Verdun. Contemporaneamente anche gli
austriaci lanciavano diversi attacchi locali per distogliere
l'attenzione dalla preparazione della Strafexpedition. Le
perdite italiane complessive, circa 13000 uomini,
rientravano nella "normalità" di una guerra di logoramento.
L'attenzione di Cadorna era tutta rivolta alla preparazione
di una grande offensiva su Gorizia, programmata per l'inizio
dell'estate. Ragionando a tavolino, si era convinto che
Conrad non avesse forze sufficienti per attaccare dal
Trentino; non diede quindi molto credito alle notizie
sull'imminente offensiva austriaca provenienti dall'Ufficio
informazioni della prima armata, più efficiente di quello del
Comando supremo. Concesse tuttavia grossi rinforzi, pari a
circa 5 divisioni, che Brusati continuò a spingere troppo
avanti, ribadendo ancora il 14 aprile che la difesa a oltranza
andava condotta sulla prima linea. Soltanto ai primi di
maggio Cadorna si rese conto che Brusati aveva
sistematicamente trasgredito i suoi ordini e lo esonerò dal
comando. Era troppo tardi perché il nuovo comandante
della prima armata, il generale Guglielmo Pecori Giraldi,
potesse modificare lo schieramento delle truppe,
216
arretrandole su posizioni più forti e costituendosi una
riserva (15).
L'offensiva austriaca, scattata il 15 maggio, ebbe un
successo iniziale travolgente: le truppe italiane, addensate
sulle trincee precarie della prima linea, furono massacrate
dal grosso concentramento d'artiglieria e sopraffatte, le
poche riserve disponibili vennero buttate nella mischia
senza risultati e per di più alcuni comandanti italiani
persero la testa, cedendo posizioni importanti senza
combattere. All'inizio di giugno gli austriaci erano avanzati
a nord in Valsugana, al centro sull'altopiano di Asiago, a
sudovest in val d'Astico, Vallarsa e val Lagarina fino a una
ventina di chilometri; e si affacciavano alla pianura.
Tuttavia Conrad aveva impegnato e logorato tutte le sue
truppe (e non bastavano a dare nuovo slancio le 3 divisioni
che faceva affluire dall'Isonzo e da altri settori), che non
avevano più l'appoggio delle artiglierie medie e pesanti
rimaste sulle posizioni di partenza, né rifornimenti
adeguati; e il terreno montuoso (nonché i contrasti tra i
generali) portava a disperdere le forze in più direzioni. E
invece Cadorna aveva costituito nella pianura veneta
un'armata di 10 divisioni tratte dalle riserve (e in parte dalle
trincee) del fronte dell'Isonzo.
Il 4 giugno ebbe inizio sul fronte russo l'offensiva del
generale Brusilov, che riportò insperati successi sulle
assottigliate armate austriache. Conrad tentò un ultimo
sforzo, ma i suoi attacchi si esaurirono su una linea che
andava dal Coni Zugna e dal Pasubio all'estremo lembo
dell'altopiano di Asiago, rincalzata dall'afflusso delle riserve
italiane. Il 16 giugno Conrad rinunciò a proseguire
l'offensiva e, poiché doveva togliere truppe dal Trentino per
fronteggiare l'avanzata russa, il 24 ripiegò su una linea più
idonea alla difensiva, all'incirca intermedia tra le sue
posizioni iniziali e quelle raggiunte il 16 giugno; gli austriaci
mantennero le posizioni acquistate alle due estremità del
fronte, sul massiccio del Pasubio e in Valsugana, e
sgombrarono l'alta Vallarsa e la conca di Asiago.

217
I comandi italiani non seppero resistere alla tentazione di
impiegare le molte divisioni fatte affluire per riconquistare
le posizioni perdute. La cosiddetta controffensiva italiana
non fu una grande battaglia organizzata con i mezzi
necessari, ma una serie di attacchi condotti dai comandi
settoriali senza la necessaria preparazione e soprattutto
senza un adeguato supporto d'artiglieria media e pesante.
In sostanza le truppe furono dissanguate in attacchi locali
contro le posizioni austriache dominanti, in parte
improvvisate, ma forti per natura, come se l'esperienza del
1915 nulla avesse insegnato. Gli attacchi continuarono per
gran parte di luglio con guadagni territoriali minori, in
complesso trascurabili, e perdite crescenti (16). Averli
autorizzati senza adeguata preparazione, cedendo
all'offensivismo dei suoi generali, fu senz'altro un errore di
Cadorna.
La Strafexpedition era fallita perché, come sempre nella
guerra di posizione, il grosso successo iniziale di
un'offensiva ben preparata si esauriva rapidamente per il
logoramento delle fanterie attaccanti e per l'impossibilità di
spostare in avanti le artiglierie medie e pesanti, mentre la
difesa avversaria si rafforzava con l'afflusso delle riserve. Il
terreno montuoso aveva irrigidito i movimenti di entrambi i
contendenti, prima facilitando l'avanzata delle truppe
austriache (anche per i grossi errori di Brusati), poi
impedendo loro di concentrare gli sforzi per lo sfondamento
verso la pianura; si deve comunque riconoscere che gli
austriaci ne avevano sfruttato le caratteristiche meglio
degli italiani. In definitiva Conrad aveva sottovalutato gli
italiani, intraprendendo un'offensiva senza le truppe per
condurla a fondo contro un avversario che disponeva di
grosse riserve e poteva utilizzare le buone comunicazioni
della pianura. La sua ostinazione nello sferrare comunque
la Strafexpedition fu duramente pagata con i successi di
Brusilov e poi di Cadorna su Gorizia, entrambi facilitati dal
concentramento di forze austriache nel Trentino. Conrad
aveva sperato che un grosso successo contro l'Italia
rilanciasse il ruolo dell'esercito austroungarico e invece
218
doveva riconoscere che la continuazione della guerra
austriaca dipendeva più che mai dall'aiuto tedesco.
Il bilancio italiano non era più positivo. La Strafexpedition
era stata contenuta e bloccata (e dati i rapporti di forza era
difficile pensare a un esito diverso), ma a caro prezzo, e non
soltanto per le perdite, 76000 uomini contro 30000
austriaci (è interessante notare che i morti e feriti austriaci
pareggiarono quasi quelli italiani, un indice dell'asprezza
dei combattimenti, mentre la differenza sta nei 41000
dispersi italiani, in gran parte caduti prigionieri nella
ritirata). Grave fu la perdita di prestigio causata dai
successi austriaci, che fecero temere un crollo rovinoso;
meno evidente, ma altrettanto pesante l'incapacità di
impostare una difesa efficace contro un'offensiva attesa
(un'incapacità che non si può addossare soltanto a Brusati
e a Cadorna, perché troppi generali si lasciarono dominare
dal terreno e dagli austriaci, come avverrà pure a
Caporetto). Positiva invece la reazione di Cadorna, che
seppe muovere rapidamente le grosse riserve che aveva
(ma non avrà a Caporetto), fino a impegnare nella battaglia
21 divisioni in aggiunta alle 6 iniziali della prima armata.
Decisamente negativo il bilancio della controffensiva
successiva, che costò agli italiani oltre 70000 uomini;
elevate anche le perdite austriache, 53000 uomini (17).
Infine, gli austriaci avevano arrestato il loro ripiegamento
su posizioni forti e dominanti, mentre quelle italiane
vennero nuovamente spinte troppo avanti nel corso della
controffensiva. Inoltre la linea italiana aveva adesso poco
spazio alle spalle prima della pianura e quindi doveva
essere presidiata con grosse forze, il triplo di quelle
precedenti l'offensiva di Conrad.
A pagare la Strafexpedition fu il governo Salandra,
costretto alle dimissioni; la posizione di Cadorna era stata
vivacemente discussa, ma un suo esonero avrebbe
rappresentato un salto nel buio, poiché nessuno dei suoi
generali era abbastanza conosciuto. La vittoria di Gorizia
sarebbe presto giunta a rialzare il prestigio del
«generalissimo».
219
- "La presa di Gorizia".

La conquista di Gorizia nella "sesta battaglia" dell'Isonzo fu


il primo autentico successo della guerra italiana, dovuto
soprattutto a due nuovi elementi: la realizzazione di una
piena sorpresa sugli austriaci e una preparazione
finalmente adeguata degli attacchi principali. Cadorna
aveva dovuto rinviare la grande offensiva in preparazione
per fronteggiare la Strafexpedition, ma intendeva lanciarla
non appena possibile, anche se con obiettivi ridimensionati
perché aveva logorato le sue riserve sul fronte della prima
armata. Per contro l'"Isonzo- Armee" del generale
Boroevich era stata indebolita dalla sottrazione di truppe
per il Trentino; gli austriaci ritenevano impossibile che gli
italiani potessero riprendere l'iniziativa così presto e quindi
aspettavano a ricostituire le loro riserve. In sostanza
sottovalutavano gli italiani; e il loro efficiente servizio
informazioni questa volta non diede un allarme tempestivo.
Si limitarono a tenere gli italiani sotto pressione
impiegando per la prima volta i gas asfissianti il 29 giugno
in un attacco sul San Michele e il vicino San Martino: una
nuvola venefica emessa da centinaia di bombole. Le perdite
italiane furono gravi, ma l'attacco fu respinto.
Per ingannare gli austriaci, Cadorna rimase fino all'ultimo
sul fronte alpino. Affidò quindi la direzione dell'offensiva al
duca d'Aosta, comandante della terza armata dislocata
lungo il ciglione del Carso, che aveva anche la
responsabilità del sesto corpo d'armata del generale Luigi
Capello dinanzi alla testa di ponte di Gorizia. Le 6 divisioni
di questo corpo dovevano attaccare l'obiettivo principale,
appunto la testa di ponte dal Sabotino al Podgora; l'altro
grosso obiettivo era il San Michele. Le forze necessarie
vennero fatte affluire dal fronte trentino tra la fine di luglio
e i primi di agosto con un movimento ferroviario ben
congegnato e tenuto celato. La carta vincente era
comunque la disponibilità di una massa d'artiglieria

220
finalmente notevole, 1200 cannoni (di cui 400 medi e 50
grossi calibri) e quasi 800 bombarde (18).
Gli attacchi sugli obiettivi principali erano stati preparati
con molta cura. In primo luogo le trincee italiane furono
spinte quanto più avanti possibile per accorciare il balzo
che gli attaccanti dovevano compiere allo scoperto, in modo
che potessero irrompere nelle trincee nemiche prima che
fossero guarnite dal grosso dei difensori che restavano fino
all'ultimo nei ricoveri. Abbiamo criticato l'offensivismo dei
comandi italiani che costringeva le truppe ad aggrapparsi a
trincee precarie sotto i reticolati nemici, con alte perdite e
sofferenze; ma questa volta lo scavo di posizioni avanzate
non avveniva a detrimento delle condizioni di vita e di
sicurezza delle truppe. I lavori ebbero uno sviluppo
esemplare sulle pendici del Sabotino, su cui si erano infranti
tanti assalti nel 1915; facendo brillare fino a 2500 cariche
da mina per notte, fu costruita un'estesa rete di trincee,
camminamenti e ricoveri nella roccia, fino a 20 metri dai
reticolati austriaci. Il colonnello Pietro Badoglio, che aveva
diretto i lavori, riuscì il 6 agosto a conquistare la vetta del
Sabotino in 38 minuti (e fu l'inizio di una folgorante
carriera).
Il ruolo decisivo spettava comunque all'artiglieria. Non
bastava aumentare numero e calibro dei pezzi, bisognava
organizzarne l'impiego, in primo luogo migliorando
l'osservazione del tiro con il ricorso a palloni frenati (ossia
trattenuti da un cavo, che permetteva anche il collegamento
telefonico dell'osservatore) e all'aviazione. Non era però
possibile proteggere la fanteria dal fuoco dell'artiglieria
nemica scaglionata in profondità, fuori della gittata dei
cannoni italiani, ma in grado di colpire le trincee (una
costante questa di tutta la guerra). Fu comunque
predisposto il bombardamento degli osservatori e dei
comandi austriaci, anche con l'impiego di proietti a gas, per
ostacolare le reazioni nemiche; e poi il tiro sui passaggi
obbligati dei rinforzi (ma i ponti sull'Isonzo non furono
interrotti). Il compito principale dell'artiglieria era
comunque la distruzione delle trincee e dei reticolati, e fu
221
assolto con notevole successo, anche perché gli austriaci
non si attendevano un bombardamento così massiccio e
quindi non sempre si erano interrati a sufficienza. Quanto
ai reticolati, nei settori cruciali furono letteralmente
spazzati via dal fuoco dei pezzi medi e delle bombarde.
La bombarda (19) era un'arma nuova, caratteristica della
guerra di trincea. Consisteva in un tubo metallico di
diametro da 30 a 200 e più millimetri, che poggiava su una
piastra metallica per i pezzi più piccoli, su una base di travi
in legno per quelli più grossi. Era più facile da costruire dei
cannoni, perché impiegava cariche di lancio ridotte (quindi
il tubo era sottoposto a minori tensioni); e sparava grosse
bombe con una traiettoria molto curva e una portata
limitata, anche poche centinaia di metri. In sostanza era
un'arma economica e rustica, non troppo precisa, ma molto
efficace contro trincee e reticolati, perché le sue bombe
contenevano più esplosivo dei proietti d'artiglieria. I primi
esemplari arrivarono dalla Francia alla fine del 1915, poi le
bombarde furono prodotte in grande quantità. Per il loro
impiego fu costituito nel febbraio 1916 il corpo dei
bombardieri, sciolto al termine del conflitto. La bombarda
aveva il difetto di non essere facilmente spostabile,
soprattutto se di grosso calibro, ma era un limite di tutta
l'artiglieria.
L'offensiva ebbe inizio il 6 agosto con un massiccio
bombardamento, poi l'attacco delle fanterie. Il Sabotino fu
conquistato con straordinaria rapidità, ma nel settore del
Podgora lo sfondamento fu contenuto dai contrattacchi
austriaci. Anche il San Michele cadde subito, ma la
penetrazione fu bloccata. Gli attacchi italiani furono
rinnovati senza sosta, con faticosi progressi; l'elemento
decisivo fu la scarsezza delle riserve austriache. La notte
sull'8 agosto Boroevich non aveva più truppe per sostenere
una resistenza rigida, fu quindi costretto a ordinare lo
sgombero della testa di ponte (soltanto 5000 austriaci su
18000 riuscirono a passare il fiume) e poi del Vallone, la
prima fascia del Carso dal San Michele a Monfalcone. L'8
agosto le truppe italiane entrarono in Gorizia e dilagarono
222
oltre il San Michele, mentre Capello chiedeva truppe celeri
per incalzare il nemico che credeva in piena rotta. Invece
gli austriaci, pur provati, si stavano attestando sulle
posizioni predisposte delle colline intorno a Gorizia. Dal 10
al 16 agosto i comandi italiani tentarono di sfruttare il
successo attaccando la nuova linea austriaca; ma
l'artiglieria era rimasta dietro l'Isonzo e quindi gli assalti
fallirono con grosse perdite, mentre il fronte austriaco si
rafforzava grazie all'arrivo di truppe fresche. Il 16 Cadorna
arrestò l'offensiva. Gli italiani avevano perso 51200 uomini,
più 12300 malati, gli austriaci 37500 uomini, più 4300
malati.
La battaglia fu soltanto una fase della guerra di
logoramento: al di là di Gorizia c'erano soltanto nuove
trincee, su cui la guerra di posizione continuava con tutti i
suoi orrori e sacrifici. Ciò nonostante la vittoria italiana era
indubbia. Come scrive Piero Pieri, «per la prima volta, dopo
quindici secoli di storia, un esercito tutto italiano
sconfiggeva in una grande battaglia un esercito tutto
straniero; e per la prima volta dopo più di tredici mesi di
guerra nostra, e dopo ventiquattro di guerra mondiale, si
cominciò a condurre la guerra secondo i dettami della
sanguinosa esperienza». Particolare non secondario, la
conquista del Sabotino dava finalmente agli italiani buoni
osservatori per l'artiglieria, mentre sul Carso gli austriaci
avevano perso le posizioni dominanti.

- "Le "spallate autunnali sul Carso".

Cadorna non aveva le forze per una nuova grande offensiva,


ma non intendeva né poteva restare passivo fino all'inverno.
Era ormai consapevole dell'impossibilità di realizzare uno
sfondamento così ampio e profondo da avere importanza
strategica e, come i comandanti del fronte occidentale,
aveva accettato la logica della guerra di logoramento. Si
proponeva perciò di attaccare su un settore delimitato, con
un bombardamento così forte da distruggere le difese
austriache e permettere alle fanterie di occuparle con
223
poche perdite, respingendo poi i contrattacchi austriaci
ancora con il contributo determinante dell'artiglieria. Era il
tipo di battaglia che il generale Robert Nivelle riuscì a
realizzare a Verdun il 24-25 ottobre e poi il 15-16 dicembre
1916: l'artiglieria conquista, la fanteria occupa, dicevano i
francesi. Una serie di "spallate" (il nome ne indicava gli
obiettivi limitati) con perdite contenute ("accettabili", nella
logica della guerra di logoramento) avrebbe mantenuto la
pressione sull'esercito austroungarico, che dopo le grandi
perdite sul fronte orientale sembrava giunto al limite di
rottura, e dato soddisfazione al governo e all'opinione
pubblica, che continuavano a sperare in successi
significativi. Il terreno scelto per le offensive autunnali fu il
Carso, non per ragioni strategiche (solo i giornalisti
pensavano all'obiettivo di Trieste), ma perché
l'arretramento del fronte aveva portato gli austriaci su
posizioni nuove, verosimilmente meno fortificate e su un
terreno pianeggiante, che non offriva grandi vantaggi ai
difensori.
Dobbiamo tornare sul meccanismo della guerra di trincea,
caratterizzato da due costanti. In primo luogo, la striscia di
pochi chilometri di trincee su cui si affrontavano le fanterie
era sottoposta al fuoco delle artiglierie di entrambe le parti,
che non era facile controbattere. Anche quando l'artiglieria
italiana era superiore, non poteva raggiungere i pezzi medi
e pesanti austriaci collocati a distanza di sicurezza (e quindi
sempre in grado di battere le trincee). Poteva invece tirare
sui pezzi leggeri e sulle bombarde collocate più avanti e lo
faceva nella fase di bombardamento preliminare (nella
misura in cui era stato possibile individuarli con
precisione); ma quando iniziava il combattimento delle
fanterie, da entrambe le parti era più redditizio tirare sulla
fanteria nemica che sui cannoni. Ciò spiega perché anche
un'artiglieria inferiore fosse in grado di infliggere grosse
perdite alla fanteria nemica uscita dai ricoveri, tanto che in
tutte le battaglie la gran parte delle perdite toccava ai fanti.
L'altra costante era l'impossibilità di spostare l'artiglieria
durante la battaglia. Per i grossi pezzi occorrevano tempo e
224
strade, ma anche l'artiglieria leggera non era in grado di
procedere sui campi di battaglia sconvolti da scavi,
reticolati e crateri di granate (a prescindere dalla
vulnerabilità dei suoi cavalli). Ne derivava che l'artiglieria
poteva spianare le difese nemiche e proteggere l'avanzata
delle fanterie per il primo balzo; ma il suo fuoco perdeva
efficacia man mano che la fanteria progrediva, non fosse
che per la difficoltà di seguirne il movimento senza mezzi di
collegamento, mentre il fuoco dell'artiglieria nemica
continuava con immutata efficacia. Un battaglione che
trovava le linee nemiche realmente devastate dal
bombardamento iniziale poteva avanzare per qualche
centinaio di metri, ma perdeva il collegamento con la sua
artiglieria (non c'erano radio da campo, non era possibile
stendere un filo telefonico senza che fosse interrotto dagli
scoppi, i segnali ottici scomparivano nella polvere sollevata
dalle granate); era invece esposto al fuoco nemico e
costretto a sostenere i contrattacchi austriaci con i fucili e
le bombe a mano che aveva con sé, poiché rinforzi e
rifornimenti dovevano attraversare un terreno battuto
dall'artiglieria (per portare avanti una mitragliatrice con
treppiede e munizioni ci volevano quattro uomini e molta
fortuna). E quindi la penetrazione si arrestava presto.
La presenza di queste due costanti e il fatto che tutti gli
eserciti impiegassero armi simili, con differenze
quantitative, ma non qualitative, non devono far credere
che le battaglie avessero tutte lo stesso sviluppo. Non era
soltanto l'incremento dell'artiglieria a cambiare i termini
dello scontro, ma una continua ricerca di miglioramenti a
tutti i livelli. Nel 1916 l'esercito italiano ebbe in dotazione
le bombarde, gli elmetti in acciaio, i gas per l'artiglieria, un
numero crescente di mitragliatrici e di bombe a mano; e
abbiamo visto come gli attacchi di agosto fossero preparati
con grandi lavori e lo studio minuzioso delle difese nemiche.
Anche gli austriaci non stavano fermi: se in agosto erano
stati sorpresi dalla potenza dell'artiglieria italiana e dalla
nuova cura posta nella preparazione dell'offensiva, si
diedero subito a rafforzare le loro difese, aumentandone la
225
profondità fino a quattro ordini di trincee, curando la
protezione delle truppe con ricoveri e gallerie scavate nella
roccia (venivano utilizzate le numerose caverne del Carso)
e predisponendo adeguate riserve per i contrattacchi.
Restava l'ordine di non cedere un palmo di terreno, soltanto
Boroevich poteva autorizzare ripiegamenti settoriali.
Le "spallate" dell'autunno si svolsero in tre riprese,
denominate "settima", "ottava" e "nona battaglia
dell'Isonzo", il 14-17 settembre, il 10-13 ottobre e l'1-4
novembre, sempre negli stessi settori del Carso e con
andamento simile. Offensiva sul fronte di due corpi
d'armata, con una forte superiorità d'artiglieria;
bombardamento iniziale con risultati ineguali, attacco delle
fanterie con scarsi risultati, contrattacchi austriaci, nuovi
attacchi, Cadorna che ordina l'arresto delle operazioni e i
comandi in subordine che ottengono di prolungarle ancora
per uno- due giorni, perché hanno l'impressione che la
resistenza nemica stia cedendo. In realtà la difesa rigida
degli austriaci procurò loro perdite molto forti, tanto che
Boroevich dovette chiedere cospicui rinforzi; ma in
complesso tennero bene. Nelle tre battaglie gli italiani
persero 77300 uomini e gli austriaci 74300; certamente i
malati furono numerosi perché il tempo era pessimo. Il fatto
che le perdite fossero quasi uguali è una dimostrazione
dell'efficienza dell'artiglieria italiana e dei costi della difesa
a oltranza delle trincee austriache.
Le offensive limitate di Cadorna erano state più costose del
previsto e i guadagni territoriali inferiori alle aspettative.
Nell'arida contabilità di una guerra di logoramento si può
parlare di un relativo successo italiano, dato che per gli
austriaci era sempre più difficile sostituire morti e dispersi,
ma era difficile spiegarlo ai soldati italiani nel gelido fango
delle trincee e all'opinione pubblica che misurava le
avanzate sulla carta geografica.
Nella seconda metà del 1916 si combatté duramente anche
sulla catena dei Lagorai con brillanti e costosi successi che
non bastavano però ad aprire la via di Predazzo (da fine
agosto a ottobre); sul Pasubio, dove fallirono tutti gli sforzi
226
italiani di dare maggiore respiro a una linea che aveva la
pianura alle spalle (10 settembre, 9-20 ottobre, poi cadde la
neve); e senza successo sul Rombon e sul Monte Nero sulle
montagne tra Plezzo e Tolmino, negli stessi giorni
dell'ottava battaglia dell'Isonzo.

LE OPERAZIONI DEL 1917 FINO ALL'AUTUNNO.

- "Cadorna, il generalissimo".

Negli anni del conflitto Cadorna il «generalissimo»


(appellativo di origine giornalistica) fu esaltato senza limiti
in pubblico e spesso criticato a mezza voce oppure
vituperato dai combattenti come il responsabile dei
sanguinosi attacchi frontali. Anche nei decenni seguenti
l'esaltazione ufficiale della sua figura si è generalmente
accompagnata a critiche pesanti, più emotive che
documentate. Oggi ha preso il sopravvento un
atteggiamento critico che ha sovente il limite di isolare la
figura di Cadorna dal contesto della guerra europea, fino a
ingigantire le sue responsabilità, come se la guerra di
trincea fosse frutto dei suoi errori. Riteniamo invece che
soltanto il confronto con quanto avveniva sui campi di
battaglia di Francia possa consentire di individuare quanto
nell'azione di Cadorna era dettato dalla logica ferrea della
guerra di trincea e di logoramento, cui anch'egli doveva
soggiacere, e quanto sia da ricondurre alla sua personalità
e alla specificità della situazione italiana.
Cadorna (20) aveva in alto grado le qualità tipiche dei
grandi comandanti del 1914: forte carattere e grande
fiducia in sé, buona cultura militare senza molti altri
interessi, notevoli capacità organizzative, disprezzo
malcelato per il mondo politico che non conosceva affatto,
per forza di cose nessuna esperienza di guerra combattuta.
La sua mancanza di autocritica e la sua incapacità di
accettare un contraddittorio erano aggravate dall'età: un
227
uomo di 65 anni, già rigido di suo, non poteva comprendere
appieno le esigenze straordinariamente complesse di una
guerra così diversa da quella che aveva studiato. L'età era
un problema inevitabile e comune a tutti gli alti comandanti
del 1914, perché in tempo di pace l'avanzamento
logicamente si basava sull'anzianità; la drastica selezione
dei quadri dell'esercito operata dallo stesso Cadorna
(esonero di 206 generali, più di quanti ce n'erano in pace, e
di 255 colonnelli, con ingiustizie gravi quanto inevitabili)
ebbe il merito di portare ai vertici uomini sui 50 anni che
avevano appreso dall'esperienza come gestire un esercito
di massa.
Dinanzi al fallimento della guerra breve la reazione degli
alti comandanti, abbiamo già detto, fu dovunque priva di
dubbi: la guerra doveva continuare, l'offensiva era
doverosa, il successo possibile se ben preparato, quindi
occorrevano più uomini, più cannoni, più munizioni. Da
questo punto di vista Cadorna fu certamente all'altezza
della situazione e seppe condurre la guerra italiana con
fermezza e ampiezza di vedute. Non ci pare lecito criticarlo
per le sue scelte strategiche di fondo, bisognava attaccare
(lo chiedevano il governo, le forze politiche, gli alleati) e non
si poteva attaccare in forze che sull'Isonzo e sul Carso. Si
può discutere se Cadorna avrebbe fatto meglio a mantenere
un atteggiamento strettamente difensivo su tutti gli altri
fronti, evitando di lanciare una serie di attacchi medi e
piccoli, costosi e di scarsi risultati; è però difficile
immaginare che tutto il fronte alpino potesse restare
passivo. Rimane comunque l'impressione che i comandi
italiani non riuscissero mai a gestire bene la guerra
offensiva in montagna, anche se in questo Cadorna non
aveva colpe dirette.
Non ha senso addebitare a Cadorna (come pure fanno non
pochi storici) la tragedia della guerra di trincea e
l'impossibilità di sfondamenti decisivi. Le offensive inglesi e
francesi non sono molto diverse dalle "spallate" sul Carso.
Tuttavia la sua condotta delle operazioni merita due rilievi
di fondo. Va certamente addebitato al carattere
228
accentratore e sospettoso del generalissimo il cattivo
funzionamento (già accennato) del Comando supremo: con
un servizio informazioni mediocre e poco ascoltato, un
Ufficio operazioni ridotto all'osso, nessuna struttura di
collegamento e di controllo con le armate, Cadorna si
condannava a incidere poco sulle battaglie in corso; ogni
volta finiva col cedere alle pressioni dei comandanti in
subordine, preoccupati soltanto del loro settore e sempre
convinti che un'altra brigata e un ultimo attacco avrebbero
messo in ginocchio gli austriaci. Era una caratteristica delle
grandi battaglie di trincea, in cui l'intervento dell'alto
comando si riassumeva nella gestione delle riserve; ma da
questo punto di vista il confronto con Diaz è tutto a
vantaggio di quest'ultimo. Si può poi osservare che Cadorna
non dimostrava interesse per l'organizzazione tattica della
battaglia, ma si limitava ad accumulare sempre più uomini
e mezzi senza preoccuparsi che fossero impiegati al meglio.
Era un compito che toccava soprattutto ai comandi in
trincea, ma al comandante supremo spettava comunque un
ruolo essenziale di impulso. Generali come Ludendorff e
Pétain dedicarono molta attenzione all'organizzazione della
battaglia e all'addestramento di uomini e unità: anche Diaz
se ne occupò più di Cadorna. A costui si deve pure
addebitare, in ultima analisi, se l'addestramento delle
reclute e dei nuovi ufficiali fu sempre condotto in modo
troppo sbrigativo.
Gli studiosi hanno generalmente sottovalutato questi limiti
"tecnici" di Cadorna (21) e hanno invece sottolineato
fortemente quelli più evidenti nel governo del personale.
L'obbedienza assoluta dei soldati era un dogma della
cultura militare. Un uomo rigido come Cadorna, che non si
preoccupò mai di assumere informazioni dirette e concrete
sulla realtà della vita in trincea, non poteva capire che nei
combattimenti sul Carso era inevitabile e normale un certo
livello di cedimenti individuali e collettivi, di gesti di
insubordinazione e protesta, di fughe e diserzioni. Invece di
nutrire ammirazione e riconoscenza per l'incredibile
capacità di obbedienza e sacrificio dei soldati, Cadorna
229
drammatizzava ogni deviazione dal suo ideale di
obbedienza (un ideale cui personalmente era poco fedele,
come vedremo nei suoi rapporti con il governo), l'attribuiva
alla viltà dei soldati o all'azione disgregatrice proveniente
dal paese e indicava come unico rimedio una repressione
rapida e severa. La lettura delle numerose circolari di
Cadorna sulla disciplina è mortificante, così come l'elenco
dei provvedimenti che prescriveva in termini ultimativi:
azione immediata ed esemplare di tribunali regolari e
straordinari, decimazioni di reparti, abbattimento dei vili
per mano degli ufficiali, insomma fucilazioni e galera (22).
Da rilevare la sua convinzione assoluta che fosse il
disfattismo del paese a inquinare le truppe: un modo per
evitare di mettere in discussione le condizioni reali dei
combattenti e la sua azione di comando. Né si può
dimenticare il disinteresse di Cadorna per la vita dei soldati
(vitto, alloggiamenti, turni di riposo, licenze); non che il
comandante in capo dovesse occuparsi del funzionamento
delle cucine (come faceva Pétain, non senza successo), ma
a lui spettava dare direttive generali e la sensazione
dell'importanza di questi problemi. Per l'introduzione dei
cappellani Cadorna si era mosso di persona; ma questo fu il
suo unico intervento a favore dei soldati. C'è da credere che
nei cappellani vedesse soltanto uno strumento di controllo
e non di conforto.
Non che tali problemi fossero affrontati in modo diverso
negli altri eserciti; la disciplina presso tedeschi e austro-
ungarici era durissima e pure Joffre chiedeva e praticava
una severa repressione (ma in Francia il governo era
intervenuto con un'azione moderatrice e le condizioni dei
soldati erano oggetto di maggiore attenzione). Le direttive
repressive di Cadorna, poi, erano largamente condivise dai
generali e da gran parte degli ufficiali, anche se costoro non
sempre le applicavano ai loro uomini con il rigore ordinato.
In sostanza l'atteggiamento di Cadorna rientrava nella
logica brutale del conflitto. La sua incapacità di
comprendere (o tentare di comprendere) la realtà della
guerra e i sacrifici dei soldati rimase comunque immutata
230
dal 1915 al 1917, si aggravarono soltanto la sua
indignazione e le disposizioni repressive.
Anche sui cattivi rapporti tra Cadorna e il governo si è
spesso scritto senza tenere conto che lo stesso accadeva
negli altri paesi. Dovunque gli alti comandi chiedevano
molto e si indignavano per la lentezza con cui si veniva
incontro alle loro esigenze. Nessun altro comandante però
assunse un atteggiamento così polemico verso il proprio
governo quanto Cadorna. L'esercito italiano aveva una
tradizione di subordinazione al potere politico, ma Cadorna
aveva a che fare con presidenti del Consiglio deboli come
Salandra e Boselli, incapaci di porre un freno alla sua
autorità e invadenza. Non era il potere militare che si
imponeva a quello politico, come avveniva in Germania (e
infatti nelle decisioni di politica estera Cadorna dovette
sempre cedere a Sonnino), bensì il generalissimo che
acquisiva un ruolo politico crescente senza fruire
dell'appoggio della tradizione e dell'"establishment"
militare, ma soltanto di quello della stampa oltranzista. In
sostanza Cadorna negò al governo (e allo stesso sovrano)
qualsiasi ingerenza nella sua sfera di comando (fino a
vietare l'accesso alla zona di guerra al ministro Bissolati,
incaricato dei rapporti tra governo ed esercito), mentre dal
canto suo si intromise pesantemente nell'attività di
governo, chiedendo (in particolare con quattro lettere a
Boselli dell'estate 1917) una politica interna repressiva,
stringendo rapporti con gli oppositori del ministro
dell'Interno Orlando e utilizzando i carabinieri ai suoi ordini
per spiare gli stessi ministri. Cadorna aveva torto su tutta
la linea e il confronto con il diverso atteggiamento di Diaz è
ancora una volta a suo sfavore.
In conclusione, una valutazione del generalissimo va
riportata al contesto nazionale e internazionale. Non ha
senso addebitargli la strategia offensiva, gli orrori della
trincea, gli esiti deludenti delle grandi battaglie: se si
doveva fare la guerra, non era possibile farla diversamente.
Gli si deve riconoscere la fermezza nella condotta della
guerra e nello sviluppo dell'esercito; ma, se seppe cogliere
231
le dimensioni quantitative assunte dal conflitto, non ne
afferrò mai la complessità. La fiducia in sé, necessaria per
comandare, divenne chiusura e disprezzo verso l'esterno.
Un comportamento permesso e facilitato dalla debolezza
dei governi Salandra e Boselli. L'aspetto più negativo (e più
triste) della personalità di Cadorna e della sua opera di
comando fu l'incapacità di rispettare i soldati, oggetto
soltanto di repressione e di denunce, non mai di interesse e
di riconoscimenti.

- "La decima battaglia dell'Isonzo".

L'ampliamento dell'esercito proseguì senza soste tra il 1916


e il 1917. La classe 1897 fu chiamata alle armi nell'autunno
1916, la classe 1898 nella primavera 1917, la classe 1899
nell'estate. Furono anche richiamate aliquote delle classi
anziane fino a quella del 1873 e rivisti gli esoneri concessi
in tempo di pace, per esempio abbassando il minimo di
statura. Fu così possibile fronteggiare le perdite (occorreva
una media di 100 mila uomini al mese, di cui un terzo tratti
da feriti e malati ricuperabili) (23) e creare nuove unità. La
fanteria giunse a contare su 860 battaglioni (compresi
bersaglieri e alpini), organizzati in 65 divisioni, con un
aumento fortissimo delle mitragliatrici, 600 nel maggio
1915, 3000 a fine 1916, 12000 nell'ottobre 1917 (24).
Maggiore l'incremento dell'artiglieria, che nella primavera
1917 contava poco meno di 4000 pezzi leggeri, 3000 pezzi
medi (i più necessari), 157 pesanti, oltre alle bombarde.
Finalmente soddisfacente la disponibilità di munizioni per
l'artiglieria. Notevole anche lo sviluppo delle diverse
specialità del genio, zappatori e minatori, telegrafisti e
telefonisti, pontieri e ferrovieri, reparti per il servizio
teleferiche, fotoelettrico, idrico, poi anche radiotelegrafisti
e lanciafiamme. Dell'aviazione e dei reparti d'assalto
diciamo a parte. Soltanto la cavalleria non trovava spazio
nella guerra di trincea. In cifra tonda, l'esercito al fronte
232
venne a contare oltre due milioni di uomini. Per quanto
riguarda l'Austria-Ungheria, le ingentissime perdite del
1916 (1 milione 700 mila uomini) erano state fronteggiate
mobilitando ogni uomo disponibile; non c'erano più riserve,
ma il progressivo disfacimento dell'esercito zarista avrebbe
permesso di spostare truppe dal fronte orientale a quello
italiano.
Dove impiegare queste grandi forze? Cadorna scelse di
porre un freno all'offensivismo dei comandi subordinati: sul
lungo fronte alpino (dove l'inverno era stato di eccezionale
durezza) gli attacchi locali vennero limitati in numero e
proporzioni, tanto che possiamo rinunciare a ricordarli
(anche se in alcuni casi si tratta di imprese davvero
pregevoli). Vennero addirittura autorizzati alcuni
arretramenti là dove le posizioni italiane erano troppo
esposte. La guerra italiana del 1917 si riassume quindi in
tre grandi offensive, la decima e l'undicesima sull'Isonzo e
l'Ortigara. E poi naturalmente la dodicesima battaglia
dell'Isonzo: Caporetto.
La ripresa dell'offensiva si ebbe in maggio con la "decima
battaglia dell'Isonzo" (l'appellativo di battaglia del Kuk-
Vodice indica uno soltanto dei settori in cui si combatté). Il
piano di Cadorna cercava di combinare la battaglia di
materiale con un tentativo di manovra. Intendeva anche
questa volta utilizzare la superiorità in artiglierie per
spianare la via alla fanteria per un primo balzo e poi
arrestare l'attacco quando diventava troppo costoso,
consumando proietti d'artiglieria per risparmiare le truppe.
La manovra doveva venire da un'offensiva in due tempi: la
«zona Gorizia» (il comando creato per la battaglia) doveva
attaccare verso l'altopiano della Bainsizza, poi cedere parte
dei suoi cannoni alla terza armata per un'offensiva sul
Carso, con l'obiettivo di forzare le posizioni dell'Ermada (o
Hermada) in direzione di Trieste. Il piano fallì per due
ragioni. In primo luogo il potenziamento dell'artiglieria
italiana rispetto all'anno precedente era controbilanciato
dal parallelo incremento dell'artiglieria austriaca e dal
rafforzamento delle posizioni nemiche, con grossi lavori e
233
ricoveri in caverna per la protezione delle truppe in trincea
e dei rincalzi. Il bombardamento italiano (dal 12 al 14
maggio a nord di Gorizia) aprì quindi delle grosse brecce
nel sistema difensivo austriaco, senza riuscire a
distruggerlo; l'avanzata delle fanterie fu lenta e presto
arrestata dal fuoco dell'artiglieria e dai contrattacchi. Si
può osservare che nessun progresso era stato fatto
nell'addestramento della fanteria, che attaccava ancora in
formazioni compatte come nel 1915; quando non trovava la
via spianata dall'artiglieria, poteva soltanto rinnovare
assalti frontali sanguinosi quanto scarsamente efficaci. Gli
austriaci invece davano un addestramento più curato a una
parte della fanteria, le "Sturmtruppen" (truppe d'assalto),
utilizzate specialmente per i contrattacchi. I francesi
contavano soprattutto su un bombardamento d'artiglieria
minuziosamente organizzato, ma il 16 aprile la grande
offensiva del generale Nivelle era andata incontro a un
clamoroso fallimento.
L'altro elemento di crisi fu l'insufficiente controllo della
battaglia da parte di Cadorna. La «zona Gorizia» era
affidata al generale Capello, già comandante del sesto
corpo d'armata che nove mesi prima aveva preso Gorizia
(25). Uomo di forte personalità e vivace intelligenza,
interessato a ogni possibile progresso dell'efficienza delle
truppe, ma inflessibile nel mandarle all'attacco, Capello era
considerato da molti il miglior comandante italiano e il
possibile successore di Cadorna; questi lo aveva osteggiato
per la sua popolarità (26), ma gli aveva poi affidato il
comando dell'offensiva a nord di Gorizia. Il 14 maggio le
truppe di Capello attaccarono il margine della Bainsizza
partendo dalla piccola testa di ponte di Piava e da Gorizia,
con risultati inferiori alle aspettative. Due giorni dopo
Cadorna avrebbe voluto arrestare l'offensiva divenuta
troppo costosa, ma Capello, sicuro del successo, ottenne di
continuarla (tenendosi le artiglierie destinate al Carso);
riuscì a intaccare le posizioni austriache (conquista delle
alture del Kuk e del Vodice), ma non a sfondarle, pur
proseguendo gli assalti fino al 28 maggio. L'offensiva della
234
terza armata sul Carso, scattata il 23 senza i cannoni
trattenuti da Capello, ebbe un andamento analogo:
progressi iniziali ridotti, continuazione degli attacchi a
oltranza, conquista di una striscia di territorio, ma non delle
posizioni austriache più importanti. La decima battaglia
terminò il 31 maggio.
In sostanza, era stata una nuova battaglia di logoramento,
con molti più uomini e mezzi, ma lo stesso andamento delle
battaglie del 1915 e dell'autunno del 1916. Ancora una volta
le brigate di fanteria dovettero rinnovare gli attacchi fino al
dissanguamento, fermate non più dai reticolati, ma
dall'artiglieria austriaca molto rafforzata. L'intenzione di
Cadorna di arrestare l'offensiva quando diventava troppo
costosa non resse alla prova, per l'ostinazione offensiva di
Capello e del duca d'Aosta comandante della terza armata,
ma anche perché lo stesso generalissimo non riusciva a
sottrarsi alla logica della guerra di logoramento. Le perdite
furono pesanti: 112 mila tra morti, feriti e dispersi, contro
76000 austriaci, più gli ammalati (27).
In realtà gli austriaci erano andati vicini alla crisi, ma erano
riusciti a resistere per l'arrivo di rinforzi dal fronte russo.
Poi il 4 giugno sferrarono un contrattacco limitato nella
zona di Flondar, per ridare spazio alle posizioni chiave
dell'Ermada; colte di sorpresa, le precarie linee italiane
furono travolte con perdite notevoli, 22000 uomini, di cui
10000 prigionieri. La voce subito corsa che tre reggimenti
avessero ceduto senza combattere era infondata, le truppe
si erano battute bene come in tutta l'offensiva, ma lo stesso
Cadorna tendeva a scaricare su di esse e sulla propaganda
disfattista la responsabilità degli insuccessi.

- "La battaglia dell'Ortigara".

Se c'è una battaglia che non avrebbe dovuto essere


combattuta, è quella dell'Ortigara, per la quale non possono
essere addotte le motivazioni politico- militari che
dettavano le offensive sull'Isonzo. Dopo la Strafexpedition
Cadorna desiderava una rivincita con la riconquista di
235
posizioni più forti di quelle lasciategli dal ripiegamento
austriaco del giugno 1916. La preparazione di un'offensiva
sul monte Ortigara, che chiudeva a nord il fronte austriaco
sull'altopiano d'Asiago prima dello strapiombo sulla
Valsugana, fu sospesa alla fine del 1916 per le nevicate e
ripresa nella primavera 1917. La direzione era ben scelta,
perché la conquista della cresta dell'Ortigara avrebbe
aggirato da nord l'intero dispositivo austriaco
sull'altopiano, ma prescindeva dalla difficoltà del terreno e
dalla forza delle difese austriache. Cadorna non lesinò i
mezzi, mettendo a disposizione del generale Ettore
Mambretti, comandante della sesta armata dell'altopiano,
ben 12 divisioni (circa 300 mila uomini), 500 pezzi medi,
450 leggeri e 550 bombarde, per un fronte d'attacco di 14
chilometri.
Qui emerse l'incapacità dei comandi italiani di organizzare
una battaglia in montagna, su quote tra i 1000 e i 2000
metri. Una massa d'artiglieria aveva senso sul Carso, dove
rovesciava i suoi proietti su una fascia di trincee; ma in
montagna il tiro doveva essere mirato e preciso per ogni
singolo pezzo, bastava un piccolo scarto perché i proietti
cadessero nella valle retrostante. Soltanto il fuoco
d'artiglieria poteva distruggere i reticolati, le strette
trincee, le molte posizioni in caverna; ma erano necessari
un'eccellente organizzazione e un tempo perfetto per
l'osservazione e l'aggiustamento dei tiri. L'artiglieria
austriaca sparava invece su bersagli prestabiliti, il terreno
dinanzi alle linee o le sue stesse posizioni quando cadevano
in mano agli italiani, quindi poteva operare anche con la
nebbia o di notte. Probabilmente la linea dell'Ortigara era
imprendibile, ma per avere qualche speranza di successo
occorreva la sorpresa, un'organizzazione minuziosa, poche
truppe bene orientate. I comandi italiani invece si
limitarono a accumulare truppe e cannoni con tale
abbondanza, che dovettero estendere il fronte d'attacco
verso sud, fino al monte Rasta a breve distanza da Asiago.
L'attacco fu sferrato il 10 giugno con un tempo che volse
rapidamente al brutto. Malgrado un grosso
236
bombardamento, le truppe trovarono quasi dappertutto i
reticolati intatti e un intenso fuoco di mitragliatrici e
artiglieria; i pochi reparti che riuscirono a raggiungere le
trincee nemiche furono sopraffatti e respinti. A sera
l'offensiva era fallita su quasi tutto il fronte con la perdita
di 6750 uomini; soltanto all'estremo nord gli alpini avevano
raggiunto la cresta dell'Ortigara. Ai comandi italiani mancò
il coraggio morale di riconoscere l'insuccesso e porre fine
alle operazioni; le posizioni sulla cresta dell'Ortigara
vennero mantenute (e il 15 respinsero un forte contrattacco
austriaco), benché fosse caduta la possibilità di una
penetrazione in profondità. Poi il 19 giugno fu lanciato un
nuovo attacco su tutto il fronte, con risultati nulli, salvo che
sull'Ortigara, la cui vetta venne raggiunta dagli alpini. Era
una posizione insostenibile, pietrosa e senza ripari, esposta
al fuoco dell'artiglieria austriaca, che raggiungeva anche il
vallone tra la cresta dell'Ortigara e le linee italiane,
attraverso il quale dovevano passare rincalzi e rifornimenti.
Inoltre il fallimento dell'offensiva lasciava agli austriaci la
possibilità di concentrare le loro forze contro il presidio
italiano sull'Ortigara. E infatti il 25 un attacco ben
preparato e condotto travolse questo presidio, mentre il 29
cadde l'ultima posizione italiana poco sotto la vetta.
La battaglia si chiudeva con un completo insuccesso e
25000 perdite (28000 secondo altri calcoli). Le truppe si
erano battute con grande slancio in condizioni avverse,
soprattutto i battaglioni alpini che persero metà dei loro
uomini; ma i comandi italiani non erano stati all'altezza
della situazione. Il Comando supremo ebbe un ruolo
passivo: Cadorna concesse truppe, cannoni e fiducia a
Mambretti, non ne controllò l'operato, lo silurò dopo la
battaglia e, cosa peggiore, trasse l'impressione che, come
già sul fronte dell'Isonzo, «la principale causa
dell'insuccesso» fosse «il diminuito spirito combattivo di
una parte delle truppe per effetto della propaganda
sovversiva». Il che dimostra quanto poco conoscesse della
guerra che dirigeva.

237
- "L'undicesima battaglia: la Bainsizza".

L'undicesima battaglia fu impostata subito dopo la fine della


decima. Il problema era sempre lo stesso: non c'erano
posizioni decisive da conquistare, dietro una linea di colline
ce n'era un'altra, tutto si riduceva a infliggere grandi
perdite agli austriaci contenendo le proprie. Per questo era
utile realizzare una sorpresa tattica attaccando dove gli
austriaci meno se l'aspettavano, perché ciò consentiva un
progresso iniziale con perdite limitate. Una sorpresa non
era possibile sul Carso, quindi l'attenzione di Cadorna tornò
a posarsi sul terreno a nord di Gorizia, in particolare
sull'altopiano della Bainsizza. L'altopiano, sui 600-700
metri di altezza, si stende sulla riva sinistra dell'Isonzo, con
un terreno ondulato, senza strade né acqua; a nord ha
l'altopiano dei Lom, alle spalle di Tolmino, a sud l'altopiano
di Tarnova, alle spalle di Gorizia. Nella decima battaglia gli
italiani ne avevano conquistato l'accesso a sudovest con il
Kuk e il Vodice, dove però li attendevano gli austriaci; per
realizzare la sorpresa fu preparato il passaggio a forza
dell'Isonzo più a nord. La Bainsizza in sé non costituiva un
obiettivo degno di interesse, ma la sua conquista avrebbe
permesso di proseguire l'offensiva a nord per far cadere la
testa di ponte di Tolmino, oppure a sud, oltre Gorizia,
aggirando le posizioni austriache sul Carso.
Per l'offensiva Cadorna riunì gran parte delle forze di cui
disponeva: 600 battaglioni, 5650 mitragliatrici, 3750 pezzi
d'artiglieria, 1900 bombarde, in cifre tonde 1 milione 200
mila uomini. Gli austriaci contrapponevano 250 battaglioni,
2000 mitragliatrici, 1500 pezzi, con la possibilità di ricevere
rinforzi da altri fronti. La superiorità italiana in fanterie era
quella abituale, all'incirca 10 a 4 dal 1915, non altrettanto
forte, ma netta per le mitragliatrici e l'artiglieria.
L'undicesima fu una battaglia di logoramento come la
decima e quindi non la seguiamo in dettaglio. Vi trovarono
conferma sia l'incapacità di Cadorna di tenere in pugno le
operazioni, sia l'insufficiente organizzazione della battaglia
offensiva. Cadorna intendeva occupare la Bainsizza e poi
238
muovere verso sud, ma Capello, ora alla testa della seconda
armata, riteneva più importante la conquista di Tolmino e,
approfittando della difficoltà che Cadorna aveva a
controllarlo (privo com'era di un comando bene
organizzato), non esitò a modificare gli ordini ricevuti,
concentrando i suoi sforzi a nord. Il bombardamento delle
posizioni austriache iniziò il 17 agosto, il 19 le truppe
passarono all'offensiva da Tolmino al mare. Gli attacchi sul
Carso avevano lo scopo principale di impedire lo
spostamento a nord delle riserve austriache, ma
continuarono anche dopo l'ordine di Cadorna di
sospenderli, con successi di scarso peso. Sul fronte della
seconda armata, il passaggio a forza dell'Isonzo incontrò
molte difficoltà, ma al centro il ventiquattresimo corpo del
generale Enrico Caviglia raggiunse l'altopiano della
Bainsizza e progredì rapidamente; invece di sostenerlo,
Capello reiterò gli attacchi verso Tolmino, tutti
sanguinosamente falliti. Il 24 gli austriaci ristabilivano una
nuova linea di resistenza sul margine meridionale della
Bainsizza e fermavano le esauste truppe di Caviglia, mentre
Capello si intestardiva ancora contro Tolmino. Poi
finalmente vi rinunciava e tentava di riprendere l'offensiva
a sud, quando ormai gli austriaci si erano rafforzati. Mentre
la battaglia cessava negli altri settori, Capello lanciava una
brigata dopo l'altra contro il monte San Gabriele, perno
della nuova linea austriaca, fino al 12 settembre, ma
otteneva soltanto una nuova serie di pesanti perdite.
Il brillante successo ottenuto sulla Bainsizza restava così
fine a se stesso, perché l'arretramento della linea austriaca
non si estendeva alle posizioni da Gorizia al mare. Non è
dato sapere fin dove Caviglia avrebbe potuto spingersi se
fosse stato sostenuto a tempo; ma tutto il comportamento
di Capello appare negativo, dall'aperta disobbedienza alla
ripetizione degli attacchi verso Tolmino e poi sul San
Gabriele, tutti falliti. Negativa anche l'azione di Cadorna,
incapace di imporre una gestione unitaria della battaglia e
di farsi obbedire dai suoi generali; né il generalissimo osava
far pagare a Capello la sua disobbedienza, temendo la sua
239
popolarità. Cadorna non poteva attendersi sostegno dal
governo che aveva così duramente attaccato, quindi era
costretto a subire la crisi della sua autorità, coprendo la
disobbedienza di Capello per salvare il posto. Un governo
più forte e attento avrebbe dovuto sostituirlo allora, se non
prima.
La guerra di trincea, abbiamo già detto, rispondeva a una
ferrea logica che lasciava poco spazio a miglioramenti. Si
deve comunque rilevare come l'esercito italiano nelle
battaglie del 1917 puntasse essenzialmente sulla quantità -
più cannoni e più uomini - senza cercare progressi
qualitativi. Nell'undicesima battaglia i cannoni italiani
spararono quattro milioni di proietti e le bombarde un altro
milione e mezzo: una tempesta di fuoco che inflisse gravi
perdite agli austriaci, ma non riuscì a distruggere le loro
posizioni fortificate. Per venirne a capo le brigate di fanteria
furono mandate all'assalto ancora in formazioni compatte,
un'ondata dopo l'altra, sotto il fuoco dell'artiglieria
austriaca scaglionata in profondità, con risultati deludenti
e gravissime perdite. Se non era possibile ottenere la
vittoria di forza, ragionavano i comandi, la si sarebbe
ottenuta per logoramento, quando gli austriaci sarebbero
stati costretti a cedere non avendo più riserve per
prolungare il massacro. Gli altri eserciti stavano cercando
nuovi metodi di combattimento con esiti alterni, gli
anglofrancesi con una più stretta collaborazione tra
artiglieria e fanteria, gli austriaci con una nuova
organizzazione dei contrattacchi settoriali (un
bombardamento breve e violentissimo, poi l'irruzione di
truppe appositamente addestrate), i tedeschi con una
riorganizzazione della battaglia difensiva e offensiva su cui
torneremo. Sotto questo aspetto l'esercito italiano era in
ritardo, i soldati continuavano a ricevere un addestramento
insufficiente, i comandi a privilegiare gli attacchi in massa.
Non che mancasse l'iniziativa ai minori livelli: abbiamo
numerosi esempi di attacchi locali bene organizzati quando
i comandi in trincea ne avevano la possibilità; e proprio
nell'undicesima battaglia fecero le prime prove i reparti
240
d'assalto, creati nell'ambito della seconda armata. Quando
però gli alti comandi decidevano un attacco in forze, come
Capello verso Tolmino o sul San Gabriele, tornavano a
lanciare una brigata dopo l'altra in assalti poco preparati,
senza curarsi delle perdite. Salvo poi dare la colpa dei
mancati successi all'insufficiente ardore combattivo delle
truppe, da rianimare con repressioni esemplari.
Le perdite italiane nell'undicesima battaglia salirono a circa
160 mila uomini, più i malati, quelle austriache a 85000
uomini, più 28000 malati. Era soprattutto la fanteria a
essere colpita: con un calcolo approssimativo, 400 dei 600
battaglioni sull'Isonzo persero in pochi giorni da metà a due
terzi della loro forza. Analoga sorte toccò alle unità
austriache.

- "I gas asfissianti".

Il 22 aprile 1915 i tedeschi lanciarono a Ypres, nelle


Fiandre, il primo attacco di gas: una nuvola di 168
tonnellate di cloro emessa da 6000 bombole e spinta dal
vento. Due divisioni francesi fuggirono in disordine,
lasciando nelle trincee migliaia di agonizzanti, ma i tedeschi
sfruttarono solo parzialmente il successo perché avevano
sottovalutato l'effetto del cloro. Nei mesi seguenti i gas
asfissianti divennero una componente essenziale della
guerra sul fronte occidentale, con la ricerca di tipi sempre
più letali; in quantitativi meno ingenti vennero impiegati
anche sul fronte italiano e su quello orientale.
I gas asfissianti (28) della prima guerra mondiale erano
sottoprodotti dell'industria chimica, che in molte
lavorazioni disperde nell'aria gas nocivi. Produrre gas
asfissianti era quindi abbastanza semplice e rapido; gli
scienziati non ebbero difficoltà a metterne a punto tipi
diversi per composizione e effetti, né l'industria a fornire i
quantitativi richiesti. Senza entrare in dettagli tecnici,
citiamo il gruppo dei gas asfissianti veri e propri, che
bruciano i polmoni, quello dei lacrimogeni, che attaccano le
mucose delle vie respiratorie, e quello dei vescicanti, che
241
producono lesioni sul corpo. Il loro impiego poneva vari
problemi, in primo luogo perché soltanto un'alta
concentrazione di gas produce effetti mortali (i gas
lacrimogeni in piccole dosi sono impiegati da tutte le polizie
senza gravi conseguenze); e un'alta concentrazione è
difficile da ottenere e mantenere all'aperto. In secondo
luogo la difesa contro i gas è relativamente facile, la
maschera antigas assicurava una protezione adeguata
(anche se era necessario adeguare i filtri ai tipi sempre
nuovi di gas) (29). In terzo luogo l'uso delle bombole è molto
aleatorio, perché la propagazione dei gas viene a dipendere
dalle correnti d'aria, mentre le granate a gas sparate
dall'artiglieria ne contengono una quantità limitata e quindi
ne occorrono centinaia per saturare una zona.
Tutto ciò spiega come l'impiego dei gas avesse effetti
terrificanti contro un nemico colto di sorpresa (come il 22
aprile 1915 a Ypres, con il 40 per cento di morti tra i
francesi in trincea, e sul fronte italiano il 29 giugno 1916
sul San Michele e il 24 ottobre 1917 nella conca di Plezzo);
ma quando l'uso della maschera antigas si generalizza (e la
scatola in tela o lamiera con la maschera diventa presto
compagna inseparabile di ogni soldato in trincea), le perdite
diminuiscono drasticamente (il 2,5 per cento delle truppe
attaccate con i gas sul fronte occidentale nel 1918). Si
calcola che la Germania impiegò nel conflitto 55000
tonnellate di gas, 26000 la Francia, 14000 la Gran
Bretagna, 8000 l'Austria, 6000 l'Italia, con perdite
complessive di circa 200 mila intossicati e 10000 morti per
i tedeschi, gli inglesi e i francesi, 60000 intossicati e 5000
morti per gli italiani. La Russia invece, che non disponeva
di maschere moderne in numero sufficiente, ebbe circa 500
mila intossicati e 56000 morti, benché i tedeschi
impiegassero a est assai meno gas che a ovest.
Gli effetti dei gas tuttavia non si possono misurare soltanto
contando i morti. Nessuna altra arma impiegata nel
conflitto suscitò altrettanta paura e angoscia nelle truppe.
Le folate di gas arrivavano di sorpresa, con una lieve brezza
o in mezzo agli scoppi delle granate, e i tipi più perfezionati
242
erano inodori; respirarne alcune boccate significava la
morte o la perdita di pezzi di polmone. Non era possibile
indossare la maschera come difesa preventiva, perché la
respirazione era così faticosa che dopo mezz'ora diventava
insostenibile. I soldati dovevano aspettare il grido di
allarme "GAS!" accompagnato dal clangore di ferri battuti,
il segnale più usato perché percepibile anche nel fragore
della battaglia, e poi indossare la maschera sperando che
fosse in buone condizioni e che il nemico non impiegasse un
nuovo gas capace di superare i filtri protettivi; e poi
continuare a combattere in condizioni menomate, perché la
maschera limitava la vista e l'udito, impediva di parlare,
costringeva a una respirazione affannosa. Nell'ultima fase
del conflitto il tiro a gas dell'artiglieria sulle batterie e sui
comandi nemici mirava appunto a seminare terrore e
confusione più che a uccidere.
I gas come arma atroce, subdola, sleale. Una fama
certamente superiore alla loro reale efficacia (non saranno
impiegati nella seconda guerra mondiale, benché tutti gli
eserciti ne avessero grossi depositi), che risponde a reazioni
emotive dei combattenti e dell'opinione pubblica. In una
guerra in cui si uccide in molti modi, ora brutali ora
sofisticati, i gas non sono più sleali o atroci di altre armi.
Tuttavia nel dopoguerra saranno proibiti da accordi
internazionali (30), anche se i teorici del bombardamento
aereo ne prevederanno l'impiego terroristico sulle città
nemiche. E ancora oggi i gas, gli aggressivi chimici sono
considerati mezzi micidiali, atroci e sleali, ben al di là dei
nuovi perfezionamenti tecnici. Si può pensare che verso
questa arma nuova si riversasse la reazione di ripulsa
istintiva che non era possibile verso mezzi di guerra
legittimati dalla tradizione e dalla diffusione, come l'assai
più efficace artiglieria o le baionette (31).

LA GUERRA ITALIANA NEI MARI E NEI CIELI.

243
- "Gli oceani e l'Adriatico".

Nei volumi dedicati alla guerra italiana non c'è spazio per
la guerra sui mari: poche pagine quasi in appendice o il
silenzio. Le grandi offensive e le centinaia di migliaia di
morti della guerra di trincea suscitano logicamente più
interesse e commozione delle operazioni navali, che
appaiono meno drammatiche e meno importanti. In realtà
la guerra nei grandi mari ebbe un peso straordinario (anzi
determinante, secondo non pochi studiosi) nelle sorti del
conflitto, permettendo l'alimentazione della guerra
dell'Intesa in viveri, materiali e uomini e sottraendo risorse
essenziali alla Germania e all'Austria. Nell'Adriatico si
combatté invece una guerra diversa, senza traffico
mercantile, con un ruolo certamente minore nelle sorti del
conflitto, ma interessante per più aspetti.
Negli anni precedenti il conflitto la crescente ostilità tra la
Triplice Alleanza e la Gran Bretagna aveva posto la marina
italiana in una situazione difficile: le flotte italiane e
austriache riunite potevano fronteggiare quella francese,
ma non l'alleanza franco- britannica. La convenzione navale
firmata il 23 giugno 1913 nell'ambito della Triplice Alleanza
garantiva all'Italia l'appoggio della flotta austriaca; ma ciò
poteva forse servire a difendere le coste italiane, non certo
il traffico mercantile. La consapevolezza che la continuità
di questo traffico vitale era nelle mani degli inglesi fu causa
non ultima della scelta della neutralità nell'estate 1914. Da
questo momento la marina italiana poté dedicarsi a
rivendicare il dominio dell'Adriatico. Nel 1914-1915 assisté
con molta preoccupazione all'ingresso in questo mare della
flotta francese, che per bloccare nei porti quella austriaca
vi perse una corazzata e un incrociatore. La decisione
dell'intervento fu quindi accolta con sollievo perché faceva
della marina italiana la protagonista della guerra
nell'Adriatico.
Il dominio di questo mare divenne non soltanto il primo
obiettivo delle operazioni, ma anche il punto di riferimento
della politica e delle aspirazioni della marina italiana, che
244
non ebbe parte diretta nella stipulazione del Patto di Londra
del 26 aprile 1915, ma ne approvava pienamente il
programma di acquisizioni di territori istriani e dalmati (e
lo avrebbe difeso a oltranza nel dopoguerra e poi fino alla
seconda guerra mondiale). Non deve sorprendere che
questa politica fosse portata avanti senza collegamento con
l'esercito, che non aveva interesse per l'acquisizione della
Dalmazia di cui avrebbe dovuto assicurare la difesa in
condizioni molto difficili, perché marina ed esercito si
ignoravano a vicenda e condussero ognuno la sua guerra
(come del resto accadeva negli altri paesi). La marina aveva
tradizionalmente un ruolo politico più dinamico
dell'esercito (non fosse che per i suoi stretti rapporti con
l'industria pesante) e legato alla destra nazionalista; e lo
spese tutto per assicurarsi il dominio militare e politico,
immediato e futuro dell'Adriatico, in piena sintonia con la
politica estera di Sonnino. Un attento studioso della guerra
navale, Ezio Ferrante, ha notato come ne derivasse uno
scarso interesse della marina per una politica mediterranea
e coloniale di maggiori e più difficili ambizioni: la
partecipazione alla guerra fuori dell'Adriatico si ridusse alla
difesa del traffico mercantile nelle acque nazionali e libiche
contro i sommergibili, con la rinuncia a intervenire accanto
a inglesi e francesi in operazioni di più ampio raggio (32). Il
retroterra politico della strategia navale è stato comunque
poco studiato, forse perché il «partito adriatico» del
dopoguerra non amava ricordare quanto dovesse a Sonnino,
che nel nuovo clima dannunziano e poi fascista appariva
superato.
Con la convenzione navale di Londra del 10 maggio 1915,
che impostava la collaborazione tra la flotta italiana e quelle
dell'Intesa, la marina italiana chiese e ottenne la piena
responsabilità delle operazioni nell'Adriatico e il comando
delle unità alleate che vi penetrassero e di quelle non
trascurabili che collaboravano al blocco dello stretto
d'Otranto. Era il successo politico che chiedeva. Vale la
pena di ricordare che la concessione non era grave per gli
anglofrancesi, per i quali l'Adriatico era un mare
245
secondario. Questo successo fu difeso con fermezza per
tutto il conflitto, anche con il rifiuto italiano di accettare un
comando navale unico per il Mediterraneo nel 1918.

- "Le operazioni nell'Adriatico".

Condurre la guerra nell'Adriatico non era facile. La costa


italiana, dalla foce dell'Isonzo al canale d'Otranto, era bassa
e uniforme, senza porti naturali; le uniche basi della marina
erano Venezia e Brindisi, idonee soltanto per il naviglio
leggero, mentre le corazzate dovevano restare a Taranto.
La costa austriaca, dall'Istria alle bocche di Cattaro, era
invece rocciosa, ricca di porti naturali e protetta da una
catena di isole, dietro le quali le navi potevano muovere
senza essere avvistate. La flotta austriaca aveva la sua base
principale nel munito porto di Pola, ma disponeva di una
serie di altri porti sicuri, da cui le navi veloci potevano
traversare l'Adriatico in tre ore, bombardare la costa
italiana e rientrare prima di essere intercettate. La
geografia tornava a vantaggio dell'Italia soltanto allo
sbocco del mare: dalle basi pugliesi e dal porto di Valona,
occupato già durante la neutralità, si poteva chiudere il
canale d'Otranto al traffico di superficie.
I problemi che si ponevano all'alto comando della marina
(33) si possono riassumere in tre punti: la flotta austriaca
da battaglia, la difesa delle coste, lo sbarramento del canale
d'Otranto. Abbiamo già detto come le 387 miglia di coste
adriatiche italiane fossero esposte agli attacchi austriaci di
sorpresa, gravi per le ripercussioni sull'opinione pubblica e
il prestigio prima che per gli effetti militari (l'unico obiettivo
era la linea ferroviaria, relativamente facile da ripristinare).
Fu gradatamente messa a punto una complessa
organizzazione con batterie costiere, treni armati di
cannoni ogni 60 chilometri, sorveglianza aerea, pattuglie di
mas, che rese le incursioni nemiche più difficili e poi
impossibili.
La flotta austriaca disponeva di 3, poi 4 corazzate moderne,
ma non intendeva rischiarle contro la superiorità navale
246
dell'Intesa e quindi già prima dell'intervento italiano le
teneva chiuse nel porto di Pola, lasciando al naviglio
leggero le azioni di disturbo. Gli italiani disponevano di 4,
poi 6 corazzate moderne (durante il conflitto vennero
completate quelle già in allestimento, mentre le nuove
costruzioni riguardarono il naviglio leggero e i
sommergibili), con cui avrebbero volentieri affrontato una
battaglia decisiva, ma nulla potevano fare per obbligare gli
austriaci a uscire dal porto. Per un anno e mezzo la ricerca
della grande battaglia fu l'obiettivo principale del
comandante delle forze navali, Luigi di Savoia duca degli
Abruzzi, con perdite in mare (due incrociatori e una
corazzata di seconda classe) (34) senza risultati concreti,
poi nel febbraio 1917 il comando della marina passò
all'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, sostenitore di una
condotta della guerra più articolata. L'Adriatico era troppo
piccolo per l'azione delle corazzate, che correvano grossi
rischi contro i sommergibili e gli sbarramenti di mine
subacquee senza avere obiettivi degni, visto che le
corazzate austriache restavano in porto; si prestava invece
all'azione di mezzi piccoli e nuovi. Thaon di Revel diede
quindi impulso alla cosiddetta «guerriglia navale»,
impiegando mas, sommergibili, aviazione, mezzi d'assalto.
I mas (motoscafi antisommergibili) erano piccole
imbarcazioni veloci, adatte per la navigazione vicino alle
coste, armate di due siluri e di bombe di profondità. Ne
entrarono in servizio 244, impiegati nel pattugliamento
antisommergibili, in agguati dinanzi ai porti nemici, in
attacchi di sorpresa. Devono molta della loro fama a
D'Annunzio, che li guidò in azioni di sicuro effetto
propagandistico come la cosiddetta «beffa di Buccari», ma
svolsero soprattutto un grosso lavoro oscuro. Conseguirono
anche successi eclatanti come il siluramento della corazzata
"Wien" di seconda classe nel porto di Trieste il 10 dicembre
1917 e della corazzata moderna "Szent Istvàn" il 10 giugno
1918 al largo dell'isola Premuda. Il forzamento dei porti
austriaci fu perseguito anche con speciali mezzi d'assalto in
grado di superare le ostruzioni che ne sbarravano
247
l'ingresso; ricordiamo l'affondamento il primo novembre
1918 nel porto di Pola della corazzata moderna "Viribus
Unitis" (ormai passata alla nuova marina iugoslava).
Thaon di Revel dedicò molta attenzione anche all'aviazione.
Per dare un'idea del suo sviluppo citiamo le missioni
effettuate: 261 nel 1915, 858 nel 1916, 4687 nel 1917,
11284 nel 1918. In quest'ultimo anno l'aviazione della
marina arrivò a contare 640 aerei (in grande maggioranza
idrovolanti) e 19 dirigibili. Dal dettaglio delle missioni del
1918 risulta che aerei e dirigibili erano impiegati
soprattutto per la difesa del traffico mercantile (quasi tre
quarti dei voli) e per l'esplorazione marittima e soltanto in
via subordinata per il bombardamento, la caccia e la scorta.
Lo sbarramento del canale d'Otranto, volto inizialmente a
impedire l'uscita delle navi mercantili e militari, acquistò
crescente importanza con lo sviluppo della guerra
sottomarina nel Mediterraneo, condotta soprattutto da
sommergibili tedeschi basati a Cattaro (con picchi come
l'affondamento di 56 navi nell'aprile 1917 e poi di nuovo nel
maggio 1918). Per chiudere il canale ai sommergibili si
contava sulle crociere di cacciatorpediniere e la
ricognizione di idrovolanti, sugli sbarramenti fissi di mine e
reti sorrette da boe, sulla vigilanza di piccole unità munite
di idrofoni; nel 1918 partecipavano allo sbarramento navi
italiane, francesi, inglesi, statunitensi, giapponesi,
australiane. I suoi risultati non furono comunque decisivi,
la sconfitta dei sommergibili tedeschi venne
dall'organizzazione del traffico mercantile in convogli
scortati.
Ricordiamo rapidamente altre attività della marina, come il
concorso determinante nel trasporto dei resti dell'esercito
serbo da Durazzo a Corfù nell'inverno 1915-1916 (e di
23000 prigionieri austriaci alle isole di Lipari e Asinara); la
partecipazione alle battaglie di terra con uomini e
artiglieria schierati prima nella zona di Monfalcone, poi alla
foce del Piave; i trasporti per le forze in Albania e in
Macedonia; la protezione contro i sommergibili del traffico
costiero nel mare Ligure e nel Tirreno. E il sacrificio della
248
marina mercantile, con 950 mila tonnellate di navi
affondate. La marina militare perse 108 mila tonnellate di
navi (35), con 3169 morti e 2936 feriti su una forza
mobilitata di 68000 uomini.
In complesso, la marina italiana fece tutta la sua parte. Non
aveva avuto la battaglia di corazzate che sognava, ma aveva
reagito bene alla situazione difficile in cui la ponevano la
geografia e la passività austriaca, sviluppando con molta
inventiva mezzi nuovi e leggeri, adatti alla situazione. Era
una scelta imposta dalle circostanze, che sarà rinnegata nel
dopoguerra, quando Thaon di Revel, con tutto il prestigio
del vincitore, ritornerà a imporre le grandi corazzate come
arma decisiva e rinuncerà all'aviazione navale.

- "La guerra nei cieli".

Ci sono tre chiavi di lettura per le vicende dell'aviazione


nella grande guerra: il mito del volo e del pilota, lo sviluppo
delle macchine, la ricerca di un'efficacia e di un ruolo
bellico della nuova arma.
Le macchine volanti erano una novità assoluta, che
suscitava stupore ed entusiasmo, che affascinava. Il volo
era la realizzazione di un sogno, l'esaltazione della fantasia
più sfrenata, il superamento delle leggi della natura; era
anche un prodotto straordinario della modernità, del
progresso, della tecnologia. Le capacità di suggestione
dell'aviazione sono attestate dal suo eccezionale successo
nei vent'anni successivi al conflitto quando i grandi raid, la
trasvolata di Lindbergh, le crociere di Balbo susciteranno
mobilitazioni di massa. Durante la guerra non erano i
primati e le grandi imprese a interessare, bastava il
semplice volo degli apparecchi. Il soldato del Carso non
vedeva per settimane che le pareti della trincea, qualche
pezzo di reticolato, qualche metro di fango dinanzi al
parapetto; e poi uno spicchio di cielo e un aereo in volo, così
leggero ed elegante, così lontano dalla sordida realtà
quotidiana. Anche i combattimenti aerei non sembravano

249
guerra, ma mosse di danza; e la scia di fumo di un aereo che
cadeva era troppo elegante per far pensare alla morte.
L'aviazione fu quindi mito e leggenda, i piloti cavalieri del
cielo che conducevano una guerra individuale e fascinosa,
dove valevano ancora l'uomo solo e la bravura personale, i
codici dell'onore e della generosità. E il simbolo della nuova
arma non fu Giulio Douhet (36), che predicava inascoltato
le terrificanti capacità distruttive dei bombardamenti aerei,
ma D'Annunzio, il poeta che dell'aviazione coglieva e
propagandava genialmente gli aspetti di modernità, di
coraggio, di cavalleria. I piloti erano combattenti così fuori
della norma, che la stampa poteva attribuire loro donne,
cavalli e champagne senza suscitare la reazione della massa
di combattenti tanto meno fortunati. Nei romanzi
d'avventure come in quelli rosa del dopoguerra l'ufficiale
pilota prenderà il posto del tenente di cavalleria come
simbolo di virilità, fascino e successo mondano. La realtà
era meno romantica, il volo comportava rischi altissimi, gli
apparecchi erano poco sicuri e i piloti senza paracadute
(37), il combattimento aereo crudele, ma anche ben
remunerato grazie ai premi corrisposti per ogni
abbattimento dai comandi, dai giornali e dalle industrie
costruttrici.
Il fatto che le industrie distribuissero premi in denaro ai
piloti che portavano i loro apparecchi al successo apre uno
spiraglio su una realtà contraddittoria. La progettazione
degli aerei era affidata a tecnici improvvisati, senza un
retroterra di studi ed esperienze scientifiche; e la loro
costruzione era condotta con metodi artigianali da ditte
spesso senza esperienza (come mobilifici convertiti a una
produzione più lucrosa). Le esigenze belliche erano però
drammatiche, nel corso del conflitto la produzione passò da
pochi esemplari a 540 al mese, quindi grandi commesse e
grandi anticipi venivano assegnati senza controlli né
garanzie, con risultati quanto mai diversi. I primi Caproni
da bombardamento vennero commissionati nel dicembre
1914 a una ditta non ancora costituita che non disponeva di
fabbriche, i primi idrovolanti nazionali furono copiati da un
250
apparecchio austriaco catturato intatto; e nel 1917 il
ricognitore SIA 7b-1 (Fiat) fu costruito in 500 esemplari e
poi radiato perché sottoposto alle sollecitazioni del
combattimento aveva la sgradevole tendenza a perdere le
ali. La dimostrazione più clamorosa delle incertezze della
politica di costruzioni aeronautiche è la vicenda del Caproni
600. Nel 1917 l'aeronautica disponeva di un buon
apparecchio da bombardamento, il Caproni 450; ma sotto la
spinta di incontrollate ambizioni e illusioni tecniche,
politiche e industriali, nel novembre 1917 fu varato un
gigantesco programma per la costruzione di un'imponente
flotta da bombardamento imperniata su un nuovo e più
grande apparecchio, il Caproni 600, ordinato in ben 3500
esemplari da consegnare entro dicembre 1918 benché non
fosse ancora collaudato. Il piano fu un fallimento totale,
prima dell'armistizio furono costruiti solo 190 Caproni 600,
che all'atto pratico rivelarono deficienze così gravi da
limitarne l'impiego. La costruzione dei collaudati Caproni
450 era stata sospesa, così nelle battaglie del 1918
l'aeronautica poté contare su una massa da
bombardamento ridotta.
La produzione di armamenti per l'esercito, abbiamo già
notato, presentò un forte sviluppo quantitativo, ma non
novità tecniche di rilievo, i cannoni erano gli stessi nel 1914
e nel 1918. Nel campo aeronautico invece tutto doveva
essere improvvisato in una situazione di sviluppo
tecnologico accelerato, quindi errori e incertezze furono
frequenti e gravi, così come gli scandali e le ruberie. Il dato
di fondo fu comunque uno straordinario aumento della
produzione italiana: 382 apparecchi nel 1915, 1255 nel
1916, 3861 nel 1917, 6488 nel 1918, in totale 12000
apparecchi con 24400 motori (38). Non è possibile calcolare
quanti di questi aerei fossero impiegati al fronte, perché
una parte rivelava caratteristiche insufficienti e molti erano
necessari per le scuole, ma soprattutto perché la vita media
di un aereo era di pochi mesi per l'elevata incidenza di
guasti e incidenti sufficienti a mettere fuori uso
l'apparecchio anche quando non avevano conseguenze per
251
i piloti (si tenga comunque presente che gli aviatori caduti
furono 1000 in voli bellici e 750 in addestramento). In
termini approssimativi, nell'ultimo anno di guerra
l'aviazione dell'esercito disponeva di 1000-1100 apparecchi
e quella della marina di 600-700; una valutazione più
concreta viene dalla forza effettivamente presente nei
giorni della battaglia di Vittorio Veneto, una media di 200
caccia, 200 ricognitori e 50 bombardieri.
Che ruolo avevano questi aerei? Il mito esalta soprattutto i
piloti da caccia, in realtà il compito essenziale dell'aviazione
fu sempre l'esplorazione e l'osservazione del tiro
d'artiglieria. La guerra era statica, ma il controllo dei
movimenti del nemico era importante e fondamentale la
conoscenza del terreno della battaglia attraverso la
fotografia aerea, che permetteva di riconoscere posizioni,
batterie, distruzioni e progressi (39). La regolazione del tiro
d'artiglieria era la base della battaglia di trincea;
l'osservazione da punti dominanti era il metodo tradizionale
(anche i modesti rilievi del Carso diventavano importanti),
ma andava integrata con l'impiego dei palloni frenati
(peraltro facile preda dei caccia) e degli aerei, attraverso
segnalazioni in volo, lancio di messaggi, fotografie da
sviluppare d'urgenza, anche le prime trasmissioni radio.
L'efficacia di questa attività non si può misurare, ma i
comandi dell'esercito la ritenevano di primaria importanza.
Gli apparecchi da ricognizione furono in un primo tempo
tipi francesi costruiti su licenza, con una velocità sui 100
chilometri orari o di poco superiore, due- tre ore di
autonomia, un equipaggio di due persone (l'osservatore era
un ufficiale, il pilota poteva essere un sottufficiale o un
soldato), una mitragliatrice e un piccolo carico di bombe.
Poi furono adottati apparecchi italiani di prestazioni
migliori seppur mai del tutto soddisfacenti, fino al celebre
SVA (Ansaldo) dell'ultima fase del conflitto, poco
maneggevole, ma veloce e di buona autonomia,
protagonista il 9 agosto 1918 del noto volo su Vienna con
D'Annunzio.

252
La necessità di impedire l'esplorazione nemica portò
rapidamente allo sviluppo degli aerei da caccia, concepiti
unicamente per ottenere il dominio dell'aria. L'armamento
iniziale era disparato (i primi abbattimenti furono ottenuti
con pistole e carabine), poi fu risolto il problema di
utilizzare una mitragliatrice che sparava attraverso il disco
dell'elica senza colpirla, sincronizzando i due meccanismi.
Sul fronte francese la supremazia passò più volte dai
tedeschi agli anglofrancesi e viceversa, man mano che
entravano in campo aerei di prestazioni più sofisticate. Sul
fronte italiano al predominio iniziale austriaco seguì una
lunga situazione di sostanziale equilibrio, poi un netto
vantaggio italiano nel 1918. I caccia impiegati erano
costruiti su licenza francese, il "Bebé" Nieuport, poi gli
Spad. VII [7] e XIII [13] e l'Hanriot H. D.1, con motori sui
150 cavalli, velocità di poco inferiore ai 200 chilometri,
grande maneggevolezza e una mitragliatrice. Potevano
essere impiegati anche per mitragliare le trincee nemiche,
ma il loro compito essenziale era appunto la conquista del
dominio del cielo sopra il fronte.
Il bombardamento italiano ebbe come protagonista il
Caproni 450, con tre motori da 150 cavalli, velocità
massima di 140 chilometri orari, 4 ore di autonomia e un
carico massimo di 450 chili di bombe. In realtà l'efficacia
era limitata, perché il volo era soggetto a molte incognite e
il lancio delle bombe impreciso. I risultati maggiori in
questo campo furono conseguiti dagli austriaci, che
sottoposero a ripetuti bombardamenti le città venete e del
litorale adriatico, con puntate su Milano (l'11 marzo 1918
un dirigibile tedesco raggiunse Napoli), con un bilancio di
alcune centinaia di incursioni e oltre un migliaio di morti.
Erano azioni terroristiche che miravano a suscitare paura e
insicurezza e obbligarono i comandi italiani a mettere a
punto una costosa difesa con punti di avvistamento, batterie
antiaeree, mitragliatrici, squadriglie di caccia. Gli italiani
non avevano altrettanti obiettivi; bombardarono
pesantemente Trieste e Pola con risultati nulli sulle
installazioni militari e invece danni alla popolazione. Non
253
più efficace l'azione degli idrovolanti della marina e dei
pochi dirigibili, che portavano maggior carico di bombe, ma
erano troppo vulnerabili. L'impiego del bombardamento a
diretto sostegno delle operazioni fu concentrato sui nodi
ferroviari e le retrovie, meno frequentemente sulle linee
austriache, con scarsi risultati pratici.
In sostanza l'aviazione ebbe una parte secondaria nel
conflitto, pur avendo un ruolo brillante e suscitando sia miti
fascinosi, sia paura e commozione maggiori dei suoi
risultati. L'industria italiana rivelò limiti netti nella
progettazione e nella tecnologia, ma riuscì a produrre le
migliaia di aerei necessari. Nel dopoguerra i comandi
dell'esercito e della marina dimostrarono scarso interesse
per lo sviluppo della nuova arma, che invece seppe attirare
l'attenzione crescente dell'opinione pubblica e poi imporsi
come forza armata con il miglioramento delle sue capacità
belliche.

LA GUERRA ITALIANA FUORI D'ITALIA.

- "Una guerra di coalizione".

Il conflitto mondiale ebbe una duplice natura: le guerre


nazionali condotte dagli eserciti contrapposti con milioni di
soldati e di morti e lo scontro tra due coalizioni di stati. La
dimensione nazionale fu quella dominante per i
combattenti, le forze politiche, l'opinione pubblica, i miti e
gli obiettivi. Condizionò poi gli assetti postbellici e gli studi
- in Italia ancor più che nelle altre nazioni, perché la
partecipazione degli alleati alla nostra guerra fu poco
evidente e per l'impostazione angusta della nostra politica
estera, dal Patto di Londra alle rivendicazioni adriatiche. E
tuttavia sarebbe un errore dimenticare o sottovalutare la
dimensione internazionale, che fu determinante per la
vittoria dell'Intesa.

254
Ne ricordiamo brevemente quattro componenti molto
diverse. In primo luogo la mobilitazione ideologica e la
propaganda. Come abbiamo già detto, da entrambe le parti
la grande guerra fu presentata come uno scontro di civiltà,
un conflitto per l'affermazione degli autentici valori
liberalnazionali, con la denigrazione sistematica e la
demonizzazione del nemico (senza troppi imbarazzi per la
presenza della Russia zarista nella coalizione dell'Intesa).
Che la dimensione nazionale restasse vincente sui grandi
obiettivi di civiltà e pace duratura lo avrebbero dimostrato
il trattato di Versailles e le vicende successive.
Un aspetto molto più concreto della dimensione
internazionale fu il dominio dei mari, che per l'Intesa era
strumento essenziale per l'alimentazione della guerra e
delle economie nazionali, nonché per il blocco del
commercio tedesco. Ne trattiamo in uno dei prossimi
capitoli.
La dimensione internazionale è poi evidente nel
finanziamento della guerra dell'Intesa. Alla vigilia del
conflitto le esportazioni italiane, circa 2,2 miliardi di lire,
erano inferiori alle importazioni, circa 3,5 miliardi, con un
saldo negativo di 1,2 miliardi. Negli anni di guerra le
esportazioni aumentarono fino a 3,3 miliardi di lire, ma le
importazioni necessarie per la produzione bellica e i
consumi interni balzarono a 8,4 miliardi nel 1916,14,0 nel
1917,16,0 nel 1918, con un saldo negativo di 12,7 miliardi
in quest'ultimo anno. Lo stesso accadeva per la Francia, che
nel 1918 registrava esportazioni per 4,7 miliardi di franchi
e importazioni per 22,3, con un saldo negativo di 17,6
miliardi, undici volte maggiore di quello prebellico; e per la
Gran Bretagna, che nel 1918 vedeva 501 milioni di sterline
di esportazioni e 1285 di importazioni, con un saldo
negativo di 784 milioni, circa sei volte maggiore di quello
prebellico. In sostanza la guerra dell'Intesa fu resa possibile
da uno straordinario aumento delle importazioni, finanziate
da un altrettanto straordinario sistema di prestiti
internazionali. Nei primi anni il grande banchiere
dell'Intesa fu la Gran Bretagna, che prestò circa 7 miliardi
255
di dollari alla Francia, alla Russia, all'Italia, agli altri alleati
minori; poi furono gli Stati Uniti a finanziare la guerra
dell'Intesa con altri 7 miliardi. Alla fine del conflitto l'Italia
era debitrice di quasi 3 miliardi di dollari, per due terzi alla
Gran Bretagna e per un terzo agli Stati Uniti (40). Per
quanto sommarie, queste cifre bastano a indicare che la
guerra era davvero mondiale.
Veniamo al quarto e ancora diverso aspetto di questa
dimensione mondiale del conflitto: la ricerca di teatri di
guerra alternativi a quelli europei. I comandanti degli
eserciti impegnati sui tre grandi fronti, occidentale, italo-
austriaco e orientale, non avevano dubbi: tutte le risorse
disponibili in uomini e mezzi dovevano essere messe a loro
disposizione, perché era su questi fronti che si decideva il
conflitto. I generali tedeschi e austriaci dovettero
distogliere forze minori per coprire il fianco balcanico (nel
1914-1915 contro la Serbia, nel 1916 contro la Romania, poi
contro la testa di ponte di Salonicco), anche per
l'importanza delle importazioni alimentari da queste
regioni. Però poterono sempre concentrare gran parte delle
loro forze sui fronti principali, non senza contrasti perché il
peso della guerra contro la Russia venne a ricadere sempre
più sui tedeschi. E' significativo che costoro accettassero di
inviare truppe sul fronte italiano nell'autunno 1917 soltanto
per evitare il crollo austriaco e per pochi mesi; la priorità
sempre riconosciuta al fronte occidentale impediva loro di
pensare a conseguire un più ampio successo sull'Italia.
La situazione dell'Intesa era più complessa. Nella seconda
guerra mondiale Gran Bretagna e Stati Uniti strinsero una
vera alleanza politico-militare, con contatti regolari e
consultazioni continue tra i governi, grandi conferenze per
la pianificazione strategica, stati maggiori e comandi
integrati. Nella prima guerra mondiale invece l'Intesa
rimase un'alleanza di tipo ottocentesco, una coalizione di
stati che conducevano guerre parallele, unificate dalle
esigenze di un conflitto mortale contro lo stesso nemico, ma
senza strutture di concertazione. Le conferenze periodiche
dei capi di governo e dei comandanti in capo erano
256
consultazioni non impegnative, gli organi di collegamento
ebbero sviluppo limitato; il rappresentante di Cadorna
presso l'alto comando francese era un generale di brigata
con pochi collaboratori, che era tenuto informato delle
decisioni strategiche, ma non dei piani operativi e delle
difficoltà degli alleati, e a sua volta poteva dare soltanto
notizie generali sui piani di Cadorna. Sul fronte occidentale,
dove inglesi e francesi combattevano fianco a fianco, non ci
furono mai comandi integrati; un comando unico fu creato
soltanto nel 1918 e con poteri definiti.
Se la guerra sui grandi fronti europei fu in sostanza la
somma di guerre parallele, si può capire come l'Intesa non
fosse in grado di condurre una guerra comune sugli altri
teatri minori. In realtà soltanto la Gran Bretagna condusse
una guerra di respiro mondiale per le tradizioni e le
esigenze del suo grande impero e perché la guerra sui mari
non aveva frontiere. Negli oceani Indiano e Pacifico forze
britanniche rimasero a fronteggiare gli sporadici attacchi
tedeschi al traffico mercantile e i progressi dell'alleato
giapponese, che aveva esteso la sua area di influenza a
danno dei possedimenti tedeschi. Forze britanniche furono
poi impegnate in Africa contro le colonie tedesche e
soprattutto in Medio Oriente con una serie di spedizioni di
alterne vicende, al fine di subentrare ai turchi nel controllo
di regioni ricche di petrolio.
Queste operazioni periferiche avrebbero avuto un peso
nello scenario del dopoguerra, ma non incidevano sulla
guerra in Europa. Un gruppo ristretto di politici e militari,
soprattutto inglesi, sostenevano la necessità di aprire un
fronte alternativo, sfruttando il dominio del mare, per
colpire gli austro- tedeschi dove erano più deboli; ma l'unico
tentativo promettente fu lo sbarco nei Dardanelli nel 1915,
il cui successo avrebbe potuto modificare le sorti del
conflitto assicurando un flusso regolare di rifornimenti via
mare alla Russia. Se non che il forzamento dei Dardanelli
naufragò per le rivalità e l'insipienza dei comandanti alleati;
ebbero così buon gioco i generali francesi e inglesi che
difendevano la priorità del fronte occidentale contro ogni
257
diversione. Il secondo tentativo, la testa di ponte di
Salonicco costituita nell'ottobre 1915, non poteva che
confermare i limiti di una strategia periferica: il fronte fu
aperto senza tener conto della difficoltà di un'avanzata sul
terreno montuoso e non fu mai alimentato con convinzione,
dato che il suo obiettivo era più la difesa degli interessi
balcanici dei franco- britannici che lo sviluppo di una
minaccia autentica per gli austro- tedeschi. Nel 1918
contava su 200 mila francesi, 140 mila britannici, 52000
italiani, 120 mila serbi e 135 mila greci, che avevano di
fronte quasi mezzo milione di bulgari e poche migliaia di
tedeschi e austriaci; la grande offensiva lanciata in
settembre giungeva troppo tardi per incidere sulle sorti del
conflitto.

- "I teatri minori della guerra italiana".

Anche la guerra italiana contro l'Austria-Ungheria fu


impostata e condotta come parallela alle altre guerre
dell'Intesa e ottenne risultati altrettanto deludenti sui teatri
minori. Negli incontri periodici di Cadorna o dei suoi
rappresentanti con i comandanti anglofrancesi (41), le parti
si limitavano a illustrare le loro forze, i maggiori problemi,
le deficienze (come l'insufficienza delle artiglierie e delle
munizioni) e le offensive in preparazione; ogni volta veniva
auspicato un coordinamento di queste offensive che
impedisse gli spostamenti delle riserve nemiche, senza che
ciò vincolasse realmente le operazioni nazionali. Quando un
esercito in difficoltà (come i francesi a Verdun o gli italiani
dinanzi alla Strafexpedition) chiedeva agli alleati di lanciare
una loro offensiva, la richiesta veniva accolta nella misura
che pareva possibile ai comandanti nazionali. Nel gennaio
1917 il primo ministro inglese David Lloyd George suggerì
l'invio di grosse forze franco-britanniche in Italia per
eliminare l'Austria, ma i suoi stessi generali non presero in
considerazione la proposta troppo lontana dalla loro
concezione del conflitto; né del resto Cadorna e il governo
italiano avrebbero accettato un aiuto così massiccio da
258
mettere in discussione il loro controllo della guerra in Italia.
Ci volle il disastro di Caporetto perché arrivasse in Italia
un'armata anglofrancese, non così forte comunque da
intaccare l'autonomia della guerra italiana.
In questo quadro, la presenza di truppe italiane su teatri
fuori del territorio nazionale non dipendeva da decisioni
interalleate, ma da decisioni puramente nazionali,
soprattutto dalla politica estera di Sonnino. Si può notare
che Cadorna era contrario a queste presenze, o avrebbe
voluto ridurle fortemente, ma il governo, in altre occasioni
così debole dinanzi al generalissimo, non ebbe esitazioni
nell'imporsi. I teatri in questione sono tre: Libia, Albania,
Salonicco (42).
L'invasione italiana della Tripolitania e della Cirenaica, poi
unificate come Libia (43), fu condotta nel 1911 con grande
successo di propaganda e un'assoluta ignoranza
dell'ambiente, quindi con una sottovalutazione della
resistenza delle popolazioni. La forza di occupazione salì a
100 mila uomini nel 1912-1913 e ne contava circa 60000 nel
1914; non bastava però ad assicurare il controllo
dell'interno, perché mancavano truppe, mezzi e metodi
adeguati al deserto. Nell'inverno 1914-1915 le truppe
italiane e i battaglioni di ascari eritrei che avevano occupato
gran parte della Tripolitania, fino al Fezzan, furono travolti
dalla riscossa delle tribù seminomadi con una serie di
sanguinosi insuccessi, che costarono 2500 morti italiani e
1000 eritrei, oltre a 1500 prigionieri. Il disastro fu tenuto
nascosto dalla censura e dai clamori della guerra europea.
Autorità politiche e militari convennero che una ripresa
offensiva era per il momento esclusa; l'occupazione italiana
fu quindi limitata ai porti di Tripoli e Homs in Tripolitania e
di Bengasi, Merg, Derna, Cirene e Tobruk in Cirenaica. Il
governo riteneva necessaria per questi presìdi circa 60000
uomini; Cadorna (che già nel 1914 aveva chiesto invano il
ripiegamento alla costa) si batté energicamente, ma senza
successo, per ridurre queste forze, in effetti superiori alle
esigenze (le tribù libiche non avevano i mezzi per attaccare
posizioni fortificate). Fino al termine del conflitto non si
259
ebbero in Libia combattimenti di qualche rilievo (44). Le
operazioni offensive vennero poi riprese alla fine del 1921
e condotte con notevole efficienza e alti costi, fino al
completo schiacciamento della resistenza nel 1931 (45).
Più complesse le vicende dell'Albania, che era da tempo un
obiettivo dell'imperialismo italiano per la sua vicinanza alle
coste pugliesi e perché la sua povertà la rendeva poco
appetita dalle altre potenze. L'occupazione del porto di
Valona a fine dicembre 1914 con un reggimento di
bersaglieri rispondeva in primo luogo alle esigenze della
marina per lo sbarramento del canale d'Otranto, ma per i
sostenitori di una penetrazione nei Balcani si trattava
soltanto di un inizio. L'occasione propizia sembrò giungere
nell'autunno 1915, quando i resti dell'esercito serbo, con
masse di profughi e di prigionieri austriaci, cercarono
scampo nell'Albania settentrionale. Cadorna rifiutò
energicamente di fornire nuove truppe, ma Sonnino si
impose: le forze in Albania furono poste alle dipendenze
dirette del governo e aumentate. Fu così possibile
procedere all'occupazione del porto di Durazzo e portare in
salvo 270 mila serbi e 23000 prigionieri austriaci; ma
l'ostilità della popolazione e l'arrivo di truppe austriache
provocarono nel febbraio 1916 il ripiegamento italiano e il
precipitoso sgombero di Durazzo sotto il fuoco nemico.
Nella primavera 1916 l'occupazione italiana (circa un corpo
d'armata) era nuovamente limitata alla regione di Valona,
poi tornò a espandersi con una serie di piccoli scontri con
le forze austriache che presidiavano l'Albania
centrosettentrionale, anche per frenare la penetrazione di
truppe greche e francesi da Salonicco. L'occupazione
italiana rimaneva precaria per la mancanza di saldi appoggi
tra la popolazione, la difficoltà del terreno, l'imperversare
della malaria. Poi la fine del conflitto, il vuoto di potere
apertosi nei Balcani e la politica italiana di espansione
adriatica rilanciarono le aspirazioni sull'Albania. Nel 1919
l'occupazione venne estesa a quasi tutto il paese, senza però
trovare un sostegno efficace tra le diverse forze albanesi,
dilaniate da aspre rivalità, ma concordi nell'ostilità all'Italia.
260
La precarietà della situazione, lo stillicidio di perdite dovute
alla guerriglia e soprattutto alla malaria, il mutato clima
nazionale, nonché la difficoltà di trovare truppe per
operazioni impopolari e sempre più difficili (46), indussero
nell'agosto 1920 il governo Giolitti a rinunciare all'Albania.
Terminava così un'occupazione ampiamente discutibile
sotto tutti i punti di vista (47).
Anche la presenza italiana sul fronte di Salonicco portò più
delusioni che successi. L'invio di un contingente italiano di
30000 uomini (la 35esima divisione rinforzata) nell'agosto
1916 intendeva soprattutto ricordare che anche l'Italia
aveva ambizioni nella regione balcanica. Questa volta
Cadorna era favorevole all'invio per difendere il principio
della collaborazione interalleata e perché si illudeva sulle
possibilità di sviluppo del fronte, mentre Sonnino vedeva
con diffidenza un'operazione che avrebbe contribuito a
sconvolgere gli equilibri balcanici a danno delle sue
ambizioni adriatiche. Nei due anni successivi le truppe
italiane si comportarono dignitosamente, ma il fronte non
costituì mai una minaccia autentica per l'occupazione
austro- tedesca dei Balcani, né la partecipazione italiana
ebbe i riconoscimenti che cercava, anche se nel 1918 era
salita a 52000 uomini. In complesso una vicenda deludente
dal punto di vista politico, che costò 8000 tra morti e feriti
sul campo e perdite maggiori per le malattie (ancora la
malaria) e i congelamenti (48). In definitiva, i teatri minori
della guerra italiana assorbirono forze cospicue (ma difficili
da calcolare: alcune centinaia di migliaia di uomini se si
tiene conto della loro rotazione) senza incidere affatto
sull'esito del conflitto; e non fruttarono guadagni territoriali
o altri vantaggi. Sono una riprova della debolezza
dell'imperialismo italiano, costretto a puntare su regioni
marginali e povere come la Libia e l'Albania, senza la
possibilità di competere per altri più ricchi bottini.

APPENDICE. LA FORZA DELL'ESERCITO.


261
Nel corso della guerra furono mobilitati circa sei milioni di
italiani su una popolazione di 36 milioni, mentre i francesi
chiamati alle armi furono otto milioni su una popolazione di
poco superiore, 39/40 milioni. Il fatto è che tutti i dati sulla
popolazione italiana del tempo sono resi incerti dalla
fortissima emigrazione, circa 15 milioni di uomini e donne
nel ventennio che precede la guerra. Non mancano gli studi,
bensì statistiche affidabili, non sappiamo quanti di questi 15
milioni fossero emigrati definitivi o temporanei, tanto meno
che posizione militare avessero. L'esercito era in grado di
fronteggiare le emigrazioni stagionali diffuse in tutto l'arco
alpino (i giovani che non erano presenti alla chiamata di
leva perché all'estero per lavoro erano dichiarati renitenti,
ma subito ricuperati con amnistie quasi automatiche se si
presentavano con qualche mese di ritardo), ma non le
partenze verso le Americhe o altre destinazioni lontane. In
parte avvenivano senza autorizzazione (la Liguria fu per
decenni in testa alle statistiche sulla renitenza perché i
giovani si imbarcavano prima della visita di leva), ma anche
quando gli emigranti partivano con un regolare passaporto
ciò non veniva comunicato ai distretti militari. Ancora meno
questi erano in grado di sapere quanti degli emigrati
rinunciassero alla cittadinanza italiana per integrarsi nelle
nuove patrie (grosso modo la metà dei 15 milioni citati). Le
cifre allarmistiche su renitenti e disertori siciliani diffuse
durante la guerra, anche nelle denunce di Cadorna al
governo, erano dovute all'incapacità dei distretti militari di
tenere conto dell'emigrazione.
Nel 1914 gli italiani all'estero erano circa sei milioni,
secondo calcoli approssimativi. Ne rimpatriarono per la
guerra 304 mila (di cui 155 mila dalle Americhe) secondo le
fonti ufficiali, quelli che passarono attraverso i consolati per
avere il viaggio gratuito; sono da aggiungere quelli che
rientrarono per conto loro, soprattutto dai paesi europei. La
grande maggioranza non rientrò, ma non abbiamo elementi
per capirne le ragioni (piena integrazione nei nuovi stati o
comunque distacco definitivo dalla madrepatria, timore
262
della guerra o altro) né per calcolare quanti tra costoro
fossero maschi tra i 20 e i 45 anni, idonei al servizio militare
(due milioni, a titolo di ipotesi). Siamo dinanzi a dinamiche
complesse e troppo poco studiate per consentire
conclusioni, ci vorrebbero studi difficili, possibili
soprattutto su scala locale. Il fatto certo è una notevole
riduzione degli italiani mobilitabili (49). Da ricordare che
non pochi emigrati si arruolarono nell'esercito francese e in
quello statunitense, mentre quelli che nel 1915 erano in
Austria e Germania vennero trattenuti a forza.
L'altro elemento che incise sulla forza da chiamare alle armi
fu il ritardo dello sviluppo italiano, in termini brutali la fame
arretrata di gran parte della popolazione. Nei decenni
prima del conflitto, circa la metà dei giovani di leva
venivano esonerati per insufficienza fisica, da ricondurre
quasi sempre alle carenze dell'alimentazione (è
documentato che non pochi dei giovani arruolati
aumentavano di peso e statura perché nelle caserme si
mangiava pane bianco e carne). Durante la guerra le visite
mediche furono rifatte con dura severità, ma i riformati per
ragioni fisiche rimasero poco meno del 30 per cento.
In sostanza, abbiamo cifre dettagliate sugli uomini
mobilitati per il conflitto, ma non possiamo rapportarle con
precisione al totale della popolazione effettiva, che rimane
approssimativo. Non si sono però dubbi sulla severità con
cui gli uomini disponibili furono chiamati alle armi, non
inferiore a quanto accadeva negli altri stati in guerra.
Veniamo ora ai dati essenziali sulla forza dell'esercito, in
parte già indicati nelle pagine precedenti. La fonte
principale, che non citiamo ogni volta, è il volume "La forza
dell'esercito. Statistica dello sforzo militare italiano nella
Guerra Mondiale", curato dal col. Fulvio Zugaro per
l'Ufficio statistica del ministero Guerra, Roma, 1927.
Abbiamo arrotondato le cifre al migliaio.

------------------------------------------------------------
Tabella 2. "La forza dell'esercito in alcuni momenti del
conflitto".
263
[Armi] Forza totale alle armi: ufficiali (U) - truppa (T) -
[Esercito] Forza dell'esercito mobilitato: ufficiali (U) -
truppa (T).

1.7.1915: Armi: U ... - T 1.556.000 / Esercito: U 31.000 - T


1.058.000
1.1.1916: Armi: U 90.000 - T 2.059.000 / Esercito: U 38.000
- T 1.154.000
1.7.1916: Armi: U ... - 2.347.000 / Esercito: U 51.000 - T
1.585.000
1.1.1917: Armi: U 118.000 - T 3.042.000 / Esercito: U
60.000 - T 1.867.000
1.10.1917: Armi: U ... - T 3.103.000 / Esercito: U 79.000 - T
2.352.000
1.1.1918: Armi: U 147.000 - T 2.809.000 / Esercito: U
71.000 - T 1.989.000
1.7.1918: Armi: U ... - T 3.026.000 / Esercito: U 80.000 - T
2.237.000
1.10.1918: Armi: U 186.000 - T 2.941.000 / Esercito: U
84.000 - T 2.207.000

I dati sull'esercito mobilitato comprendono gli uomini al


fronte e quelli dislocati nei minori teatri di operazioni fuori
d'Italia.
I quadrupedi erano 228 mila nel luglio 1915, 374 mila
nell'ottobre 1917, 312 mila nell'ottobre 1918, di cui circa
70000 da sella, gli altri da tiro.
------------------------------------------------------------

Queste cifre sono dettagliatissime per la forza mobilitata,


ma lasciano aperti molti problemi. Non abbiamo
praticamente dati sugli uomini rimasti in paese (ossia sul
territorio nazionale che non era zona di guerra), oltre un
milione in alcuni momenti, che comprendevano le reclute in
addestramento e le nuove unità in formazione, i feriti e i
malati ospedalizzati, i reparti che tutelavano l'ordine
pubblico, l'enorme apparato logistico necessario per
264
alimentare il fronte. Anche le cifre sugli ufficiali sono
insufficienti, non sappiamo come fossero distribuiti i molti
(oltre la metà) che restavano in paese: alla fine del conflitto
c'era un ufficiale ogni 26 soldati al fronte, uno ogni 7 soldati
in paese (50).
Per chiamare alle armi circa sei milioni di uomini non
bastavano il richiamo di quanti avevano prestato il servizio
di leva (fino alla classe 1874 compresa) e il gettito delle
nuove classi (fino ai nati nel 1900). Le esenzioni concesse
in tempo di pace furono eliminate se dovute a motivi di
famiglia (ci furono 45000 nuclei famigliari con 4 o più
maschi in divisa) o ridotte con la revisione degli esoneri
concessi per insufficienza fisica (per esempio il minimo di
statura fu abbassato da 154 a 150 centimetri). Nel 1916
furono arruolati 565 mila già riformati delle classi anziane,
nel 1917 altri 226 mila.
E" difficile calcolare la renitenza. Dopo le vicende
tumultuose dell'unificazione nazionale i renitenti erano
scesi al 2 per cento (un dato "fisiologicò, dovuto più ai limiti
della burocrazia militare che a precisi rifiuti individuali,
ormai difficili e costosi), poi la percentuale era risalita
intorno al 10 come conseguenza dell'emigrazione. Nelle
classi chiamate durante il conflitto la renitenza si aggirò
intorno al 12 per cento; secondo Piero Del Negro la causa
principale era ancora l'emigrazione, la renitenza vera e
propria intesa come rifiuto della guerra si può stimare tra il
2 e il 4 per cento (51).
In totale gli uomini chiamati alle armi durante il conflitto
furono 5 milioni 903 mila, cui sono da aggiungere circa 200
mila ufficiali (52), che però la nostra fonte non comprende
in tutte le elaborazioni successive. Da questo totale vanno
tolti 145 mila uomini passati alla marina, 282 mila
dispensati per i servizi essenziali e la pubblica
amministrazione e 437 mila esonerati a titolo definitivo per
le esigenze dell'economia (sappiamo soltanto che 156 mila
erano operai, per gli altri mancano notizie precise: dirigenti
e quadri dell'industria e dei trasporti, imprenditori agricoli
e simili). In sostanza vestirono l'uniforme dell'esercito 5
265
milioni 39 mila uomini, così distinti per provenienza: 48,7
per cento dall'Italia settentrionale, 23,2 dall'Italia centrale,
17,4 dall'Italia meridionale, 10,7 dalle isole (una
ripartizione che penalizzava lievemente l'Italia
settentrionale e centrale, probabilmente per la maggiore
incidenza dell'emigrazione nel sud). Il 32,5 per cento
apparteneva alle classi 1874-1885 (rendimento medio 130
mila uomini per le classi 1874-1881, 151 mila per quelle
1882-1885), il 40,7 per cento alle classi 1886-1895
(rendimento medio 205 mila) e il 26,7 per cento alle classi
1896-1900 (rendimento medio 269 mila).
Dei 5 milioni 39 mila soldati (circa la metà dei maschi delle
classi 1874-1900), 839 mila rimasero in paese (i più anziani,
più 166 mila operai assegnati temporaneamente
all'industria bellica e un numero imprecisato di imboscati)
e 4 milioni 200 mila andarono al fronte (a quelli già al fronte
nel maggio 1915 se ne aggiunsero 439 mila entro la fine
dello stesso anno, 872 mila nel 1916, 1 milione 239 mila nel
1917 e 461 mila nel 1918). Le perdite gravarono tutte su
costoro: con qualche approssimazione, i caduti fino a tutto
il 1918 furono 500 mila (compresi circa 100 mila deceduti
per malattia), altri 100 mila perirono in prigionia, 50000
morirono nel dopoguerra in conseguenza di ferite e malattie
dovute alla guerra. Il totale di 650 mila morti è
ragionevolmente sicuro, cifre più alte sembrano gonfiate
per ragioni propagandistiche. Mancano invece dati precisi
sui feriti (oltre un milione, forse la metà ricuperati per il
fronte) e sui congedati per malattia (alcune centinaia di
migliaia). Gli invalidi riconosciuti furono 452 mila, la cifra
dovrebbe essere esatta perché costoro ricevevano modiche
pensioni.

266
NOTE AL CAPITOLO 3.

1. Tubi metallici di circa 2 metri, pieni di esplosivo, che


venivano trascinati nottetempo fino alle trincee austriache,
infilati sotto il filo spinato e fatti esplodere con una miccia.
Aprivano una breccia nei reticolati, ma la fanteria poteva
attaccare soltanto molte ore dopo, all'alba. Portare avanti i
tubi era molto rischioso, i volontari ricevevano piccoli premi
in denaro o giorni di licenza. Le pinze tagliafili erano
altrettanto pericolose e davano scarsissimi risultati. Dopo il
1915 tubi e pinze furono impiegati sempre meno.

2. I dati si riferiscono alle truppe mobilitate e inviate al


fronte e non comprendono le truppe lasciate nelle retrovie
e nel paese per il controllo del territorio e dell'ordine
pubblico (battaglioni di milizia territoriale composti con
classi anziane), nonché la massa crescente di servizi
necessari per alimentare il fronte.

3. Le batterie someggiate furono costituite nel 1915 con i


vecchi obici da 70 ad affusto rigido e in gran parte destinate
al fronte dell'Isonzo per il sostegno ravvicinato delle
fanterie. Nel 1916 ebbero in dotazione i pezzi da 65/17, nel
1917 furono trasformate in batterie da montagna (la
differenza era soltanto nel numero dei muli).

4. A metà degli anni trenta l'opera era giunta agli


avvenimenti dell'estate 1917 e qui si arrestò per oltre
trent'anni, perché le responsabilità della sconfitta di
Caporetto sollevavano ancora troppe polemiche tra i
generali. La pubblicazione della "Relazione ufficiale" fu
ripresa alla fine degli anni sessanta. Gli interessanti volumi
sulle operazioni del 1918 sono usciti negli anni ottanta per
mano del generale Alberto Rovighi. In complesso l'opera
conta 37 volumi. Di particolare valore l'apparato
cartografico, supporto indispensabile per tutti gli studiosi.

267
5. Una buona e articolata analisi in Giorgio Longo, "Le
battaglie dimenticate. La fanteria italiana nell'inferno
carsico del S. Michele", Bassano del Grappa, Itinera, 2002,
con il merito di rivalutare le capacità professionali e morali
di non pochi ufficiali superiori, che cercavano di impostare
le azioni offensive con elasticità, aderenza al terreno e
rispetto delle truppe, spesso senza riuscire a farsi ascoltare
dai generali più lontani dal fronte.

6. Nella primavera 1915 i soldati della Casale provengono


dai distretti di Novara, Como, Pavia, Ferrara, Massa,
Arezzo, Macerata, Campobasso, Benevento, Barletta,
Siracusa e Trapani. Al momento della mobilitazione la
brigata è completata con richiamati della zona in cui è
stanziata, ossia emiliani, ma costoro non bastano a darle
una connotazione regionale, perché i complementi che
riceverà in seguito saranno tratti dalle più diverse regioni.
Lo stesso si può dire per le altre unità dell'esercito, tutte a
reclutamento nazionale (tranne gli alpini).

7. Si veda l'ordine di operazioni sul «procedimento


metodico» del 6 dicembre della terza armata: «Le
operazioni saranno condotte con procedimento metodico,
informato cioè ai principi che regolano la guerra d'assedio
[...]. L'avanzata metodica dovrà tendere a conseguire
risultati che costituiscano naturale preparazione ed
avviamento alla futura, vigorosa ripresa offensiva [...]. La
pressione sul nemico, per quanto esercitata col minimo
indispensabile logorio di forze, deve tendere a mantenere il
nemico in continua tensione, essendo di vitale importanza
conservare il conseguito predominio morale su di esso [...].
Raccomando infine nuovamente che, nei limiti concessi
dalle operazioni, si provveda perché le truppe soffrano il
meno possibile per i disagi dipendenti dalla rigidezza della
stagione, assicurando loro, nei ricoveri, il modo di ristorare
efficacemente le forze».

268
8. Non è la prima protesta collettiva di cui abbiamo notizia.
L'11 dicembre 1915 il 48esimo reggimento della brigata
Ferrara (ridotto a 700 uomini in quattro mesi di trincea) si
era ammutinato in modi e per cause simili. In questo caso
intervennero i comandanti di divisione e di corpo d'armata,
fu convocato un tribunale straordinario e il giorno dopo
furono fucilati due soldati. Conf. G. Longo, op. cit., p. 165
segg.

9. Il fronte francese correva da ovest a est attraverso la


Champagne, poi a Verdun piegava verso sud. I tedeschi
potevano quindi schierare le loro artiglierie su un arco
concentrico attorno al saliente di Verdun e dominarne le vie
di accesso, tanto che ai francesi rimase una sola strada per
l'afflusso dei rifornimenti e delle truppe.

10. I francesi ebbero 4000 tra morti e feriti e 16400


prigionieri. Riportiamo questa cifra perché anche nella
prima fase della Strafexpedition austriaca troveremo un
alto numero di prigionieri, che non è un indice di cattivo
comportamento delle truppe, ma il frutto di un'offensiva
ben preparata, ben sostenuta dall'artiglieria e inattesa o
sottovalutata.

11. Benché sia difficile riassumere le forze in campo in una


sola cifra, nella primavera 1916 i britannici schieravano in
Francia un milione di combattenti (due milioni l'anno dopo),
mentre i francesi ne avevano in tutto 2 milioni 250 mila, i
tedeschi 3 milioni 600 mila, gli italiani stavano
raggiungendo il milione e mezzo, gli austriaci avevano poco
meno di due milioni di uomini prima dell'offensiva di
Brusilov, mentre non disponiamo di un dato sicuro per i
russi, che non potevano mettere in campo tutte le loro
riserve di uomini per mancanza di armi e materiali. Si tratta
di cifre orientative, perché le forze in campo variavano a
seconda delle perdite e dell'afflusso di reclute e perché non
è facile separare nettamente le forze al fronte da quelle alle
loro spalle.
269
12. Gli ufficiali di complemento acquisivano i gradi con un
corso di pochi mesi, quelli della milizia territoriale
(destinati di massima ai servizi e all'interno del paese)
potevano essere nominati anche in base ai titoli di studio e
al rango sociale. Poi anche per loro si generalizzò l'obbligo
di un breve corso.

13. Il corpo di sanità fu quello che diede più spazio agli


ufficiali di complemento, tanto che nel 1918 tra gli ufficiali
superiori medici quelli di complemento erano più numerosi
di quelli di carriera; tutti i generali del corpo erano però
effettivi.

14. La denominazione tradizionale dell'alto comando


dell'esercito mobilitato per la guerra era Quartier generale
o Gran Quartiere generale, nelle guerre del Risorgimento
come negli eserciti della guerra mondiale. Fu Cadorna a
volere il termine di Comando supremo per sottolineare la
pienezza della sua autorità contro il governo e lo stesso re,
che pure era il comandante supremo dell'esercito e della
marina.

15. La sostituzione di Brusati, l'8 maggio, era giustificata


anche se tardiva. Se non che il governo annunciò il 25
maggio il collocamento a riposo d'autorità di Brusati, senza
dire che era stato esonerato prima dell'attacco austriaco, in
modo da indicarlo all'opinione pubblica come il
responsabile della sconfitta al di là delle sue già gravi
responsabilità.

16. In uno di questi attacchi, il 10 luglio sul Monte Corno in


Vallarsa, furono catturati Cesare Battisti e Fabio Filzi,
trentini che avevano scelto l'Italia, impiccati due giorni
dopo come disertori.

17. Perdite durante l'offensiva di Conrad: morti e feriti


italiani 34700, austriaci 28000; dispersi italiani 41400,
270
austriaci 2000. Durante la controffensiva successiva: morti
e feriti italiani 57400, austriaci 27900; dispersi italiani
14200, austriaci 25000. Da queste cifre traspare sia il
grosso successo iniziale dell'offensiva austriaca, con molte
unità italiane sopraffatte o sbandate, sia la durezza con cui
furono condotti da entrambe le partì i successivi
combattimenti. Per la seconda fase, i molti morti e feriti
italiani attestano il costo degli attacchi frontali, ma anche
della ostinazione con cui gli austriaci difendevano le
posizioni; l'alto numero di dispersi austriaci dovrebbe
indicare che il ripiegamento di fine giugno non fu sempre
condotto in buon ordine, a causa della stanchezza delle
truppe e dell'inseguimento pur improvvisato degli italiani.
In totale si ebbero 147700 perdite italiane e 82800
austriache, più gli ammalati.

18. Si tratta di dati orientativi, come sempre, perché le varie


fonti danno cifre spesso diverse, anche se non di molto, a
seconda che tengano conto dei pezzi impegnati sugli
obiettivi principali, su tutto il fronte o tenuti in riserva.

19. Nota anche come lanciagranate, lanciamine,


lanciatorpedini (traduzioni dei termini stranieri). Da non
confondere con i mortai della prima guerra mondiale, grossi
pezzi d'artiglieria a tiro curvo molto preciso, da impiegare
contro forti e opere blindate. La bombarda ha dato origine
ai mortai della seconda guerra mondiale, che hanno lo
stesso tubo, ma calibro inferiore (il tipo più diffuso è di 80
millimetri) e come base una piastra metallica facilmente
trasportabile. Il ruolo delle bombarde fu decisivo nel 1916-
1917, poi calò con l'incremento delle artiglierie medie, più
costose, ma più precise ed efficaci.

20. Luigi Cadorna nacque a Pallanza nel 1850; il padre


Raffaele era ufficiale dell'esercito piemontese e poi italiano,
noto come comandante delle truppe che presero Roma nel
1870. Ufficiale d'artiglieria, poi di stato maggiore, Cadorna
ebbe una carriera regolare e veloce, senza comandi
271
coloniali né incarichi presso il ministero o lo stato maggiore
romano. Comandante di divisione nel 1905, nel luglio 1914,
quando successe al generale Pollio come capo di stato
maggiore dell'esercito, era il primo per grado e anzianità
tra i generali italiani. Maresciallo d'Italia nel 1924, morì nel
1928.

21. Per essere precisi, i due maggiori studiosi della guerra


italiana, Piero Pieri e Roberto Bencivenga, hanno analizzato
con molta cura la difficoltà di Cadorna nel dirigere la
battaglia e controllare i suoi generali. Entrambi dedicano
invece poca attenzione all'organizzazione tattica della
battaglia di trincea, su cui disponiamo di studi settoriali, ma
non di un'opera complessiva. Quasi tutti gli studiosi, anche
i militari di professione, dedicano più attenzione alla
strategia o alle fucilazioni che agli aspetti tattici della
guerra.

22. Il lettore può trovare esempi adeguati in opere reperibili


come P. Melograni, "Storia politica della Grande Guerra",
cit., e Gianni Rocca, "Cadorna", Milano, Mondadori, 1985.
Lo studio più serio è di Enzo Forcella, Alberto Monticone,
"Plotone d'esecuzione. I processi della prima guerra
mondiale", Bari, Laterza, 1968.

23. Il fabbisogno di 100 mila uomini al mese è


evidentemente una media che tiene conto delle perdite
delle grandi battaglie, dello stillicidio di morti e feriti che le
truppe al fronte subivano nelle azioni locali e negli stessi
periodi tranquilli, dei malati e convalescenti che le
statistiche ufficiali trascurano, degli invalidi che l'esercito
era costretto a congedare (soltanto la metà degli
ospedalizzati per ferita o malattia tornavano al fronte).

24. In ogni battaglione una delle 4 compagnie fucilieri fu


trasformata in compagnia mitragliatrici. Nel 1917 si
diffusero anche le pistole mitragliatrici, armi automatiche
abbastanza leggere per essere maneggiate e portate da un
272
solo uomo, in modo da aumentare la potenza di fuoco della
fanteria negli assalti. Erano però troppo imprecise e
consumavano troppo in fretta le munizioni per ottenere la
piena fiducia delle truppe. I battaglioni ebbero in dotazione
anche 6 lanciatorpedini Bettica, potremmo dire piccole
bombarde relativamente mobili.

25. Luigi Capello, nato a Intra nel 1859, ufficiale di fanteria,


poi di stato maggiore, comandante di divisione nel 1914, poi
del sesto corpo d'armata nel settembre 1915, ebbe il
comando della «zona Gorizia» nel marzo 1917, poi della
seconda armata nel giugno. Dopo Caporetto tenne per due
mesi il comando della quinta armata, poi fu messo a
disposizione della Commissione d'inchiesta su Caporetto e
nel settembre 1919 collocato a riposo. Nel dopoguerra
aderì al movimento fascista, che passò a combattere quando
Mussolini ruppe con la massoneria. Coinvolto in precari
tentativi di opposizione attiva, fu arrestato nel 1925 e
condannato dal Tribunale speciale a 30 anni di prigione e
alla radiazione dall'esercito. Morì nel 1941.

26. Secondo vari studiosi, il contrasto sarebbe stato


accentuato dal fatto che Capello era notoriamente massone
e Cadorna cattolico praticante. In realtà nell'esercito
italiano la divisione tra ufficiali massoni e cattolici rimase
un fatto privato senza implicazioni politiche; per gli ufficiali
cattolici la lealtà verso il sovrano e lo stato unitario veniva
prima della fedeltà al papa. Cadorna sceglieva i comandanti
senza preoccuparsi se fossero massoni o cattolici; ciò che lo
disturbava erano la popolarità di Capello e i suoi buoni
rapporti con la stampa e gli ambienti interventisti.

27. Sul Carso erano schierate anche 10 batterie inglesi di


obici da 152. Alla battaglia dell'Ortigara parteciparono 8
cannoni francesi da 320 e 6 da 190. L'undicesima battaglia
vide lo schieramento di 64 obici inglesi da 152, 24 cannoni
francesi da 155 e 10 grossi mortai francesi.

273
28. Il termine tecnico corretto è aggressivi chimici, perché
alcuni sono in realtà liquidi. Però nella prima guerra
mondiale si parla sempre di gas e il termine continua a
essere largamente usato ancora oggi.

29. Nel 1917 venne introdotta l'iprite, un liquido oleoso


altamente tossico che l'esplosione della granata sparata
dall'artiglieria trasformava in una nube di goccioline letali,
le quali provocavano la morte se respirate, gravi lesioni se
penetravano nei corpi, con la capacità di impregnare il
terreno per alcuni giorni rendendolo impraticabile. Contro
l'iprite non è possibile una difesa, come protezione è
necessaria una tuta in gomma completa; l'unico deterrente
è il suo forte odore di mostarda.

30. Un trattato internazionale del 1925 proibisce l'uso di


armi chimiche e batteriologiche. Firmato subito da 26 stati,
tra cui l'Italia, poi in tempi diversi da quasi tutti gli stati (nel
1975 anche dagli Stati Uniti), il trattato è ancora in vigore.
E' stato violato a più riprese nelle guerre contro stati
arretrati o nella repressione di insurrezioni popolari che
non potevano effettuare ritorsioni; il caso più noto sono i
bombardamenti all'iprite effettuati dall'aviazione italiana
sull'Etiopia nel 1935-1940.

31. In molti musei della guerra italiana erano conservate


come prova della barbarie degli austriaci le mazze ferrate
che usavano negli assalti, benché sia difficile considerarle
più atroci o immorali di una baionetta. Per parte loro gli
austriaci condannarono il pugnale degli arditi come arma
da rissa tra delinquenti.

32. Conf. Ezio Ferrante, "La grande guerra in Adriatico",


Roma, Ufficio storico della marina, 1987; Id., "Il grande
ammiraglio Paolo Thaon di Revel', Roma, Rivista marittima,
1989; Id., "Il pensiero strategico navale in Italia", Roma,
Rivista marittima, 1988.

274
33. La direzione della marina era divisa tra il ministro, il
capo di stato maggiore e il comandante in capo delle forze
navali. L'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato
maggiore dal 1913, diede le dimissioni nell'ottobre 1915
perché non riusciva a imporre la sua politica al comandante
delle forze navali, il duca degli Abruzzi; poi nel febbraio
1917 ottenne di cumulare le cariche di capo di stato
maggiore e di comandante delle forze navali, divenendo il
capo incontrastato della marina. I rapporti tra gli ammiragli
e il governo furono sostanzialmente buoni durante tutto il
conflitto.

34. Per brevità indichiamo come corazzate di seconda


classe quelle costruite nei primi anni del Novecento,
inferiori per stazza e armamento alle corazzate più
moderne, ma pur sempre temibili.

35. Le perdite maggiori si ebbero nel porto di Taranto, dove


saltarono in aria il 27 settembre 1915 la corazzata di
seconda classe "Benedetto Brin" e il 2 agosto 1916 la
moderna corazzata "Leonardo da Vinci". Le inchieste
attribuirono le esplosioni a incendi spontanei nel deposito
delle polveri; le voci diffuse che si trattasse di azioni
austriache di sabotaggio hanno poi trovato conferma,
seppure con una documentazione insufficiente.

36. Giulio Douhet (1869-1930), ufficiale d'artiglieria, sin dal


1910 seppe cogliere le grandi potenzialità dell'aviazione
militare, sostenendo l'importanza del dominio dell'aria, la
necessità dell'autonomia dell'aeronautica, il ruolo decisivo
dei bombardamenti aerei. Viene considerato il maggiore
teorico della guerra aerea a livello mondiale, oltre che lo
studioso italiano di guerra più noto dopo Machiavelli. Le sue
doti profetiche e la brillante vena di polemista non gli
facilitarono la carriera; durante la guerra mondiale fu
tenuto lontano dall'aviazione combattente. Non abbiamo
una sua biografia soddisfacente; si veda Giulio Douhet,
"Scritti 1901-1915", a cura di Andrea Curami e Giorgio
275
Rochat, Roma, Ufficio storico dell'aeronautica, 1993, e
Patrick Facon, "Le bombardement stratégique", Monaco,
Ed. du Rocher, 1995.

37. Il paracadute era in dotazione al personale dei palloni


frenati, ma non era usato dai piloti perché era ingombrante
e di funzionamento precario e perché un guasto al motore
lasciava ragionevoli speranze di un atterraggio di fortuna.

38. E' difficile ripartire questa produzione tra le industrie,


perché era pratica diffusa il decentramento delle commesse
presso ditte minori. Quattro società (Fiat, Caproni, Macchi,
Ansaldo) costruirono quasi metà degli aerei, la Fiat da sola
un pò"più di metà dei motori.

39. Le fotocamere erano 22 nel 1915, 391 nel 1918, le lastre


utilizzate nel conflitto 120 mila. Nella primavera 1916 fu
realizzato il primo rilievo aerofotografico del fronte
goriziano, dal Pogdora al San Michele.

40. Gerd Hardach, "La prima guerra mondiale 1914-1918",


Milano, Etas libri, 1982, pp. 170 e 176.

41. Cadorna si fece rappresentare dal generale Porro alle


conferenze militari che si tennero a Chantilly, presso il
quartier generale francese, in luglio e dicembre 1915, in
marzo e in novembre 1916. Partecipò invece ai convegni di
Parigi, marzo 1916, Roma, gennaio 1917, e Parigi, giugno
1917, che riunivano capi di governo e capi militari.

42. Non ci occupiamo di casi minori, come la presenza di


ridotte guarnigioni italiane nel Dodecaneso, in Eritrea e in
Somalia. Un caso a parte è l'invio di un corpo d'armata in
Francia nel 1918, che tratteremo a tempo debito.

43. Con il nome di Libia i romani indicavano l'Africa


settentrionale non egiziana. Il termine fu ripreso dagli
italiani per unificare due regioni tradizionalmente distinte,
276
anche se contigue e simili per ambiente e cultura; è stato
mantenuto al momento dell'indipendenza del nuovo Stato.

44. L'invio di truppe eritree e libiche sul fronte italiano fu


preso in considerazione e subito concordemente escluso. Ci
si limitò ad arruolare lavoratori libici per le fabbriche
italiane, con un sostanziale fallimento.

45. Per tutte queste vicende si veda Angelo Del Boca, "Gli
italiani in Libia. Tripoli bel suol d'amore 1860-1922", Roma-
Bari, Laterza, 1986; Id., "La disfatta di Gasr bu Hàdi. 1915:
il colonnello Miani e il più grande disastro dell'Italia
coloniale", Milano, Mondadori, 2004.

46. A fine giugno 1920 si ebbero ammutinamenti in un


reggimento di bersaglieri che doveva imbarcarsi ad Ancona
e in reparti di arditi in navigazione. Per le operazioni del
1920 si veda Mario Montanari, "Le truppe italiane in
Albania (anni 1914-1920 e 1939"), Roma, Ufficio storico
dell'esercito, 1978.

47. La forza presente in Albania variò considerevolmente


nei diversi periodi, fino al culmine di 120 mila uomini alla
fine del 1918. I morti e feriti in combattimento fino al 1920
furono circa 3000, molti di più gli ammalati, tra cui ben
85000 malarici.

48. Si veda Ufficio storico dell'esercito, "Relazione


ufficiale", cit., vol. 8, "Le operazioni fuori del territorio
nazionale. Albania, Macedonia, Medio Oriente", Roma,
1983.

49. Per una prima esplorazione degli archivi dei distretti,


una fonte di straordinaria ricchezza e di faticosa
consultazione, conf. Giorgio Rochat, Stefania Tormena,
"Primi dati sui soldati valdostani nella prima guerra
mondiale", Istituto storico della resistenza in valle d'Aosta,
2000. Per la situazione francese, conf. Caroline Douki, "Les
277
émigrés face à la mobilisation militaire de l'Italie", in '14-18
aujourd'hui, today, heutè (Historial de la Grande Guerre de
Péronne), n. 5, 2002.

50. Conf. Giorgio Rochat, "Gli ufficiali italiani nella I. G.M.",


in Id., "L'esercito italiano in pace e in guerra", Milano, Rara,
1991.

51. Piero Del Negro, "La leva militare in Italia dall'unità alla
Grande Guerra", in Id., "Esercito, stato, societa", Bologna,
Cappelli, 1979. Distretti militari e carabinieri controllavano
saldamente la popolazione sedentaria, ossia la grande
maggioranza, ma avevano difficoltà a seguire i processi di
inurbamento e l'emigrazione.

52. Non sappiamo quanti degli ufficiali siano già compresi


nei totali della truppa; per una parte minore ciò è sicuro,
visto che nel 1917 i soldati e sottufficiali che avevano i titoli
di studio richiesti per la nomina a ufficiale furono obbligati
a conseguirla.

***

278
4.
GLI UOMINI IN GUERRA.

LA TRINCEA.

- "Miti e interpretazioni del tempo".

"Quando gli ufficiali ci spiegavano le ragioni ideali della


nostra guerra e la necessità di schiacciare la barbarie e il
militarismo degli Imperi centrali, i soldati ascoltavano con
profonda attenzione, ammirando la cultura e l'intelligenza
dei superiori: ma non ne capivano niente. [...] Il voler
insistere sarebbe stata fatica sprecata: che importava ai
soldati saper per quale ragione si faceva la guerra?
L'essenziale era questo: bisognava farla, se no... [...]
Una volta il Comandante del Nono Corpo d'Armata, che io
non nomino per "scaramanzia", domandò a un soldato della
mia squadra:
- Chi sono gli austriaci?
- Eccellenza sì - rispose il soldato.
Questa risposta è la definizione di uno stato d'animo" (1).

L'espressione dell'"enfant terrible" Kurt Suckert - non


ancora Curzio Malaparte - è provocatoria, ma veritiera e
senza dubbio efficace. Per la collocazione militare (il
testimone stesso è nella rara condizione del soldato
semplice, sino all'estate 1917) e per il retroterra politico
dell'autore, la sua cronaca romanzata ha poi il pregio di
coprire uno spettro assai ampio e solitamente disgiunto di
posizioni. Il giovane pratese è infatti entrato come
repubblicano, appena diciassettenne, e da volontario in una
guerra di cui non ha voluto aspettare l'inizio in Italia,
anticipandolo personalmente nella campagna garibaldina in
Francia. Proviene dunque dal più minoritario dei partiti
popolari, quello che da sempre è abituato a coniugare
l'altezza della rappresentanza simbolica con la pochezza dei
numeri. L'agonismo e l'antagonismo in cui si intrecciano le
tendenze del gruppo politico di riferimento e il suo
279
temperamento personale hanno meno bisogno d'altri di
illusioni e correttivi edificanti circa i sentimenti
maggioritari dei contadini- soldati, gregge predisposto a
seguire la corrente per inclinazione e abitudine alla
passività: quella passività che il suo famoso libello del
dopoguerra - "Viva Caporetto!" - celebra lacerata per un
solo momento e quasi immediatamente ricomposta, per il
sormontare vittorioso di pratiche di obbedienza antiche e in
assenza di un gruppo di comando alternativo a quello
tradizionale momentaneamente impedito. L'ambivalenza
precipua dell'autore e di questo suo testo giovanile di rara
pregnanza - rispetto alle divaricazioni e agli sviluppi che il
primo dopoguerra reca in se stesso in potenza - prospetta
gli inveramenti politici opposti a cui potrebbero prestarsi
sia la rottura che il ricupero delle attitudini gregarie delle
masse rispetto alle élites dominanti.
Niente di questo era rintracciabile negli elogi dello spirito
gregario o nelle invocazioni al suo ripristino "manu
militari", che costellano pochissimi anni prima, in
prossimità o già dall'interno degli anni di guerra, le
riflessioni sulla vita militare di Boine, o di Agostino Gemelli,
o, indirettamente, anche di Croce, oltre a costituire il
corredo ideologico di base di tante allocuzioni scritte e
parlate di taglio moderato o conservatore. La passività, la
disciplina cieca, i benefici automatismi di caserma e di
trincea descritti e plauditi come codice comportamentale
nei "Discorsi militari" di Boine - autore - e di Prezzolini -
editore (1914) - o nei "Saggi di psicologia militare" raccolti
da Gemelli nel volume del 1917 intitolato a "Il nostro
soldato" (2), si collocano e permangono in auge e su
itinerari ben più statici e conservatori: dove non ci si pone
neppure in via di ipotesi in positivo, e si continua invece a
deprecare qualunque forma di attivizzazione delle masse.
Ciò che appare inaudito e deprecabile agli uni, cioè che il
«proletariato delle trincee» - come lo chiama - accenni a
volontà, reazioni, comportamenti attivi e propri, può
attrarre invece il giovane Malaparte sia in ciò che nelle sue
ambivalenze, fra il 1917 e il 1921, si può dire
280
potenzialmente "fascista", sia in ciò che si può dire
potenzialmente "comunista": e comunque "sovversivo"
rispetto ai circostanti elogi della passività, della eteronomia
e della rassegnazione sociale.
E" proprio la rassegnazione, comunque, il concetto che va
per la maggiore nel 1915-1918, la griglia interpretativa che
matura da lontano, in cui tendono a comporsi le differenze
fra triplicisti e intesofili e fra interventisti e neutralisti.
L'immagine collettiva che si divulga è quella di un laborioso
e paziente esercito "contadino", reso capace di tollerare la
fatica della guerra, senza sapere e senza chiedere "perché",
anche in rapporto con il primato, asserito e invocato, della
subordinazione dei più ai meno. Altre immagini - meno
disciplinate dalla cattolica religione del sacrificio e del
lavoro, condanna e riscatto a un tempo - vengono sospinte
ai bordi: come l'immagine, ancor più animalesca e destituita
di razionalità, del bruto eroico, che pure ha una certa
circolazione nell'opinione d'anteguerra; o quelle
sanguinarie e teppistiche di cui si gloriano gli articoli più
esibizionisti di «Lacerba» interventista; o le geometrie
avveniristiche di uomini- macchina e di battaglie chimiche,
elettriche e di robot pregustate dal modernismo tecnologico
dei futuristi. Quella che campeggia come valore centrale e
comportamento di massa è la passività; e la rassegnazione
alla passività. E nessuno, su questo terreno, ha più titoli di
credito dei cattolici, agli occhi delle autorità militari e, "bon
gré, mal gré", politiche (si veda il paragrafo "I cappellani").
All'etica della rassegnazione e alle forme minimali e
apatiche di "consensò finiscono per piegarsi gli stessi
interventisti democratici, ancorché urtino con le loro, più o
meno pronunciate, teorie della cittadinanza attiva e
consapevole, rimandando alle aporie genetiche del
processo di unificazione nazionale e ai nessi arretrati e
difettosi fra società e Stato. Salvemini, come gli altri
esponenti della sua famiglia culturale e politica, si avvolge
in queste contraddizioni, da cui non si può uscire se non in
forma "elitista"; e Piero Jahier - il meno lontano fra gli
scrittori delle riviste dalla guerra di partecipazione e di
281
valori auspicata da questo settore dell'interventismo -
scrive le pagine più scadenti di "Con me e con gli alpini" (3)
proprio quando è costretto a non mimetizzare il ricorso
all'etica della rassegnazione: che viene recuperata - anche
dai populisti e contadinisti come lui - quale espediente
insostituibile rispetto a una «disciplina di coercizione»
(Cadorna) non ancora trasposta in «disciplina di
persuasione» (come, secondo il direttore dell'«Astico» e del
«Nuovo contadino», avverrà ai tempi di Diaz e del servizio
P) (4). In altri termini, la guerra di massa - rivelando la
distanza e l'incomunicabilità fra lo stato liberale e le masse
contadine - riconferma il mandato sociale della Chiesa e
apre la strada, anche in tema di obbedienza, a quella che si
può chiamare la supplenza cattolica.
Questo trionfo di un concetto d'ordine così minimale com'è
una gregaria passività non è fatto per compiacere tutti; e
se, a sinistra, coloro che considerano giusta la guerra vi si
possono adeguare per realismo - come unico modo per
rappresentarsi gli "umili" così come a tutt'oggi in Italia
sono, e per stabilire qualche forma di comunicazione con
loro - può accadere di imbattersi in dimostrazioni di
malumore a destra, fra uomini d'ordine che amerebbero un
patriottismo più franco e agguerrito, e una disciplina meno
parassitaria. E' di questi Carlo Emilio Gadda, che ha scatti
di furore verso l'ideologia e la pratica della passività
rassegnata (5).

- "La quotidianità".

Inestricabilmente connessi, la trincea e l'assalto - lo stare e


l'andare, il dentro e il fuori, il luogo di riparo e il luogo senza
riparo - sono le forme specifiche della guerra del 1914-
1918, destinate ad affermarsi come strutture permanenti
della memoria collettiva fra i popoli e le classi di età
coinvolti in quel modo nuovo di fare la guerra.
L'Ottocento conosce quelle particolari trincee del popolo
che sono le barricate, dietro cui gli insorti cittadini si
difendono dagli assalti della cavalleria e dai colpi della
282
polizia. Le avvolge, nel ricordo - con tutte quelle cose di
casa e della vita quotidiana sacrificate per erigerle:
materassi, mobili, botti, sacchi, carri - un alone di
partecipazione corale e di epica civile. Nulla di così colorito
e domestico nelle trincee della prima guerra mondiale. Solo
i disegni di Achille Beltrame nelle celebri copertine della
«Domenica del Corriere» ne generalizzano la profondità, la
sicurezza, la costruzione a regola d'arte, che furono solo di
alcune e non di prima linea; mentre le altrettanto note
tavole di Antonio Rubino - nel più diffuso e curato dei
giornali di trincea, «La Tradotta» - le dipingono come
microcosmi giocosi, completi di ogni rustico comfort,
popolati di una giovane umanità maschile di pupazzetti
intenti ai mille compiti e mestieri della vita quotidiana:
lavare, lustrare, cucinare, cantare, chiacchierare, scrivere,
leggere, suonare, tutto, fuor che ammazzare e farsi
ammazzare. Non mancheranno nei decenni successivi - e
giungono sino a noi - gli studiosi delle forme di
comunicazione di massa che ispirano il proprio giudizio
sulla stampa illustrata, il cinema e tutto quell'immaginario
d'epoca, oltre che all'intrinseca qualità, al postulato che chi
vive una situazione di morte non per questo desidera che gli
venga rammentata in un puntuale rispecchiamento; e che,
anzi, più gli echi della violenza giungono smorzati, più la
favola di un mondo virtuale e parallelo surroga l'esperienza
di ogni giorno, e meglio quelle rappresentazioni riescono a
svagare e divertire. Si tratta anche di distinguere la natura
del mezzo, il genere di pertinenza e l'effettivo destinatario.
Una visione edulcorata della condizione dell'uomo in
trincea - pensata magari per un destinatario civile - irrita e
risulta controproducente se va in mano a coloro che sono
personalmente in grado di misurare il divario fra reale e
virtuale. All'epoca, infatti, la reazione degli interessati
appare improntata a un senso di radicale incomprensione.

"Leva un giornale accartocciato, mi s'avvicina, mi dice tutto


peritoso:
- Signor tenente, ho portato questo per lei.
283
Mentre gli altri continuano a confabulare, do un'occhiata: è
un giornale illustrato, pieno di notizie e di fotografie di
guerra. C'è una illustrazione in prima pagina che mostra un
ricovero da trincea ammobigliato come un salotto, pieno di
soldati azzimati che brindano e suonano dei mandolini e
delle chitarre attorno ad una tavola pingue. Leggo qua e là
chiacchiere ampollose, le allegorie iperboliche con cui
qualche fegataccio alla Camera e qualche propagandista
nei salotti delle belle signore, rappresenta questa legione di
straccioni e di martiri.
Butto il giornale con disprezzo.
E il foglio passa di mano in mano, tra i pidocchiosi che
vegetano con me; osservano, leggono, commentano questo
lirismo, che deforma e invilisce il nostro sacrificio. Parlano
in crocchio:
- Dite su, perché i signori che fanno i giornali non vengono
a dare un'occhiata?" (6).

La realtà è più grigia e fangosa. Gran parte delle trincee


non assomiglia ai prototipi ideali che se ne divulgano, sono
molto più approssimative come materiali e come tecnica di
costruzione, scavate meno a fondo, più provvisorie e
precarie. Dipende dal terreno, roccioso o di terriccio più
tenero; da chi, quando e in che condizione le ha scavate,
prima dell'inizio delle operazioni o sotto il rischio del fuoco
nemico, come parte di un sistema di fortificazioni
preordinato in tempo di pace o come punto d'appoggio e
riparo in un territorio nuovo, più avanzato o più arretrato
rispetto alla linea che il reparto occupava prima dell'ultima
azione. Le circostanze portano spesso i contendenti a
scambiarsi le parti, prendendo possesso gli italiani di
trincee, camminamenti, postazioni e gallerie allestiti dagli
austriaci o viceversa. Su questo fronte, più che mai, sono le
circostanze della diplomazia e della politica a influire sui
tempi e la qualità della preparazione militare. Italia e
Austria erano unite da decenni in un'alleanza difensiva. Il
sordo sussistere di un contenzioso ideale e territoriale di
matrice risorgimentale aveva certo precauzionalmente
284
portato gli uni e gli altri - pur all'interno della Triplice - a
costellare di forti in cemento armato, muniti di cannoni di
grosso calibro, quote di montagna e sbocchi di valle. La
maggior parte delle trincee sono invece il frutto
relativamente tardivo e accelerato dell'andamento negativo
delle trattative e del peggioramento dei rapporti fra i due
paesi fra il 1914 e il 1915, che inducono i comandi austro-
ungarici, negli ultimi mesi prima del maggio 1915, per
difendere Gorizia e Trieste, a far scavare a tappe forzate
trincee a una manodopera mista di militari e di civili fatti
affluire anche da lontano (7). I caratteri fisici dei luoghi, la
collocazione della linea del confine, il difetto di uomini -
poiché il grosso dell'esercito è già impegnato sul fronte
orientale - e il fatto che spetterà alla controparte italiana
l'onere dell'attacco si sommano nell'assegnare una
particolare importanza alle trincee - luogo di attesa e di
resistenza - per l'esercito che programma una guerra di
difesa. Forse non tutte le trincee austro- ungariche erano
così profonde e attrezzate come le fa apparire la
propaganda italiana, ma è vero che l'intervento dell'uomo si
salda da quella parte alla barriera naturale del Carso e ai
bastioni rocciosi delle Dolomiti. E sono gli italiani a dovere
avanzare contro la muraglia difensiva eretta dalla natura e
dall'uomo. Ben presto i due piani militari e le due condizioni
di guerra - quella di attacco e quella di difesa - si
riavvicinano sino ad assomigliarsi e, deposte le speranze di
una veloce avanzata, anche l'esercito di Cadorna deve
attrezzarsi per quella nuova e opaca forma di guerra che è
la guerra di posizione, che caratterizza e fa ristagnare i
combattimenti su tutti i fronti. E' la guerra di trincea, fatta
di immobilità, di posizioni che si fronteggiano e rimangono
fisse per settimane o per mesi, da cui i contrapposti reparti
si scrutano, alla distanza di poche decine o centinaia di
metri, con una "terra di nessuno" in mezzo (8), tenuta sotto
controllo dalle vedette appostate alle feritoie e sempre a
rischio di essere spazzata dalle mitragliatrici. E' in questo
spazio neutro, fra reticolato e reticolato, che gemono a

285
lungo i feriti e rimangono esposti i cadaveri dei precedenti
scontri, memento ai vivi.
Quando non è giorno di assalto, di che cosa è fatta la vita
quotidiana del fante? Anzitutto di costruzione o di
manutenzione di quella sua provvisoria dimora a cielo
aperto, che le intemperie e il fuoco del nemico non
permettono mai di considerare finita:

"Quando fu chiaro il carattere sostanzialmente statico delle


operazioni belliche, così come l'estrema pericolosità dello
stazionamento pressoché all'aperto delle truppe, le
posizioni raggiunte nei primi assalti estivi vennero unite e
consolidate mediante piccoli scavi, pietrame e cemento,
sacchi di terra e altro materiale racimolato nelle vicinanze,
come tavole di costruzione, traversine della vicina ferrovia,
imposte strappate alle case, ma anche armadi, tavoli e
persino i marmi delle chiese e dei cimiteri, fino a costituire
un sistema trincerato articolato e profondo, capace di
rivaleggiare con (ed a volte superare) il vallo nemico. Uno
dei tanti ufficiali memorialisti del conflitto, Leo Pollini,
descrive in maniera sinteticamente efficace, nel suo "Le
veglie del Carso", la progressiva evoluzione delle trincee
italiane:
«Da principio furono i sassi e le sporgenze naturali del
terreno dietro a cui, dopo la breve follia dell'assalto, gli
uomini schiacciarono la testa, schiacciando in bocca la terra
rossa [...] Poi arrivò il sacchetto a terra. Chi ha inventato
questo amico fedele del combattente, questo alleato sicuro,
che sostituisce la pietra e che non lascia vani e che, dove è
messo, non si muove più? Le trincee si alzarono e furono più
solide. Si tracciarono i camminamenti, prima diritti e
senz'arte, da passarci solo la notte, poi defilati e coperti [...]
Poi vennero le caverne»" (9).

Oltre al lavoro comandato, vivere in trincea richiede anche


cure e interventi individuali. Pur sapendo che niente è più
provvisorio della vita del soldato e che in qualunque
momento un ordine venuto da chissà dove può sbalzarlo
286
altrove, sopravvivere significa anche scavarsi una nicchia,
rendere meno estranei e più riconoscibili i luoghi. La
memorialistica è fitta di questa microcasistica, fatta di
particolari e di modeste forme di ambientazione: un
ricovero meno scomodo per dormire, un sasso dietro cui si
vede e non si è veduti, una caverna vicina, opportunamente
scavata e orientata rispetto al tiro dei cannoni, una
ubicazione e dei collegamenti rispetto alle retrovie che
favoriscano il regolare arrivo del rancio e della posta: due
momenti essenziali della giornata del militare in trincea,
che viene scandita, e che prende significato proprio da
questi appuntamenti attesi: routine e al tempo stesso
interruzione della routine (10). Quando il tiro nemico
impedisce l'arrivo dei vivandieri o lo ritarda, facendo
arrivare i "tubi" di pasta ancora più gelati e immangiabili,
la giornata è ancora più lunga, tediosa e difficile da
superare; e diviene tristissima tutte le volte - e sono molte -
che il mancato arrivo della posta priva il soldato di ciò di cui
ha maggiormente bisogno: qualcuno che, scrivendogli, gli
dia un nome, lo tenga in collegamento con la vita normale,
gli parli del paese e delle cose di casa (11). L'inesausto
bisogno di leggere e scrivere lettere - testimoniato dai
numerosi reperti di "scrittura popolare" che sono, in anni
recenti, diventati una delle fonti privilegiate per la storia
sociale della guerra - è il frutto precipuo della guerra come
«evento separatore» (12); e - come l'altro storico evento
separatore, l'emigrazione, che è anch'essa partenza per un
nuovo mondo - costringe una massa illetterata a
industriarsi. Chi è troppo irrimediabilmente analfabeta per
raspare i suoi insicuri caratteri su un foglio di carta o su una
cartolina in franchigia ricorrerà a un compagno meno
incolto, al suo tenente o al cappellano.
Ma la giornata procede lenta - se è di ordinaria
amministrazione e non succede nulla: ma cos'altro deve
augurarsi il soldato, se non appunto che non succeda nulla?
- ed è lunga da trascinare verso la fine: cioè verso i
turbamenti e i rumori sinistri della notte, con il lavorio
segreto delle pattuglie, l'ansia dei possibili colpi di mano,
287
l'orrore del sonno traditore e dell'assalto improvviso: per
approdare, se tutto va bene, all'alba di un nuovo giorno,
destinato a ripetersi uguale. Salvo il mutare delle stagioni.
La neve, la pioggia e - non meno terribili da valicare - certe
infinite giornate, che non finiscono mai, nella calura di
agosto, accanto ai cadaveri sconosciuti e persino troppo
noti che si decompongono al sole.
La noia, dunque, la monotonia e il non senso, la
deprivazione psicologica, l'ottundimento e l'atrofizzarsi
dell'"io", sono fra i nemici con cui l'uomo in trincea deve
rassegnarsi a convivere.

"Da settimane non leggo un giornale. Quassù non si sa


nulla, non arriva nulla. Niente notizie, niente posta. Viviamo
soltanto della tragica vicenda della guerra che ci
seppellisce nello spazio breve di questa putrida trincea".

Questa è la voce disperata di Mario Muccini, un ufficiale


che nella guerra ci crede (13). Come continua nonostante
tutto a crederci Carlo Salsa, il diarista che ha posto le
"Trincee" al centro del suo rovello di ufficiale, cui il
patriottismo e l'adesione alla guerra non tolgono lucidità di
sguardo sulla desolata abiezione di questa vita retrocessa e
umiliata. Ecco il suo primo incontro con la trincea che, a un
cambio, gli è stata assegnata:

"- Tutto il primo plotone insalsicciato in questo budello


profondo un metro: guai a chi, durante il giorno, si permetta
di allungare uno stinco. Qua, spazio netto, battuto da fucili
puntati durante la notte. Poi, buca del comando di
compagnia. A destra, altra zona scoperta, trattata come
l'altra. Di là fino a noi tane d'appostamento e qualche breve
tratto di scavo, protetto da pochi sacchetti di sabbia a terra
e da molti morti che ci fanno da riparo. Bisogna farci lo
stomaco, ai morti: vedrai, domani, alla luce del sole. Senti
che tanfo? (Oh, alla sera - io non so il perché cominci a salire
alla sera - questo lezzo ci ammorba e ci sgomenta. Orribile!
Oh! Orribile!) Ebbene, anche qui, sotto questi sacchetti, c'è
288
una carcassa di ungherese, conficcata nel fango. Che devo
fare? Toglierla? Impossibile. Ci dormo su" (14).

Ma padre Gemelli non ci sta. Forte dei suoi studi di


professionista della medicina e della psicologia, sovrapposti
al suo zelo sacerdotale, l'immagine della trincea e della vita
dell'uomo in trincea che egli consegna ai già ricordati
"Saggi di psicologia militare" è tutt'affatto diversa.
L'"apatia" e l'"anestesia mentale" di cui mostrano di soffrire
ufficiali come quelli citati si capovolgono per lui in bene:
sono appunto il benefico indotto della trincea, lo
spossessamento, l'alienazione, il sentirsi e l'agire come
automi, incapaci di autogoverno e disponibili al comando di
chi sappia e voglia anche per loro. Per il frate- psicologo -
nelle grazie del generale Cadorna anche perché questo suo
discorso legittima su un piano scientifico ciò che il generale
già pensa e auspica di suo - di questa atonia e processo di
passivizzazione potranno forse soffrire gli intellettuali,
coloro che sono andati alla guerra sulla base di scelte e di
valori ora messi in mora dalla scoperta della realtà; ma non
i soldati illetterati, non i contadini, che formano il nerbo
dell'esercito e non hanno, per fortuna loro e della patria,
tutte le attese o i grilli per il capo dei giovani allievi dei licei,
né di interventisti, volontari e aspiranti eroi. Sono, dalla
vita, predisposti a lasciarsi dirigere dagli altri e a vivere alla
giornata. L'oggetto delle sue brame, sentendosi -
semplicemente - "carne da cannone", non andava dunque
lontano dal vero, alla luce degli stessi criteri scientifici.

- "L'assalto".

Viene, comunque, il giorno che da quelle sordide tane è


forza uscire fuori. E' in quelle ultime ore e in quegli estremi
momenti di attesa che la trincea - coi suoi modesti ripari di
pietra, sacchetti di sabbia e tavole di legno - finisce per
assomigliare a un'abitazione, qualche cosa che è diventato
a suo modo noto e protettivo e da cui non ci si vorrebbe
strappare, compiendo quel gesto innaturale di rizzarsi in
289
piedi, rinunciare a quell'ultima precaria difesa, uscir fuori
all'aperto ed esporre il proprio corpo, nudo, ai colpi,
avanzando nella terra di nessuno: quella che, nei lunghi
giorni di routine delimitava il campo visivo, esponendo i
resti terrificanti e pietosi degli assalti precedenti, con l'una
o l'altra divisa.
Trincea e assalto sono i due poli in tensione dell'esperienza
di ogni fante. A quanti assalti si può sopravvivere? Ogni
provvisorio abitante di una trincea vive circondato dai
morti, cioè dai suoi diretti predecessori, che hanno vissuto
e concluso qui una vita esposta e misera come la sua,
qualche giorno, settimana o mese prima; e passa parte del
suo tempo a interrogarsi se nel suo caso arriverà prima il
cambio o l'assalto, il quale - ogni volta che si partecipa a
uno - riduce le probabilità di farcela a sopravvivere anche
al successivo.
La centralità dell'assalto è assoluta nella memorialistica. Si
possono pescare situazioni a piene mani, anche se, al solito,
i testi editi sono quasi tutti di ufficiali di complemento (15).
A distanza di anni e di decenni quei momenti rimangono
lucidi e presenti, come fissati in una immobile atemporalità:

"Cinque e trenta; una sorsata di cognac.


Osservo sul quadrante dell'orologio, la lancetta che procede
a una velocità tremenda. [...]
- Fuori, ragazzi!
Come i primi si scagliano oltre i varchi aperti, il cielo
esplode d'improvviso come per lo scatenarsi di una
conflagrazione atmosferica. [...]
I soldati si buttano sul fondo della trincea, la testa fra le
mani. [...] Vedo, alla nostra sinistra, i granatieri che fiottano
dai loro ripari come un'emersione d'insetti.
Bisogna uscire anche noi, per non lasciare lungo l'ondata
d'assalto una lacerazione.
- Fuori, fuori!
Afferro un soldato, come un fardello.
- Signor tenente, mi spari, ma fuori no..." (16).

290
Il tenente Salsa ricorre a mezzi di coercizione meno
radicali, lo issa sul bordo della trincea e lo spinge fuori;
subito dopo, però, urta dietro il muto rifiuto di uscire
all'assalto del reparto delle pistole mitragliatrici, che
«rimane abbarbicato alla roccia e non riesce a svellersi»
(17). Si rassegna a lasciarcelo e a farne senza, ma, in questo
modo, sarebbe lui stesso già passibile per questo di gravi
sanzioni. E' importante rilevare che l'autore di "Trincee" è
a quel punto un ufficiale ormai esperto, maturato da mesi e
mesi di Carso, e certamente un critico aspro della maniera
dei comandi di fare e far fare la guerra, ma niente affatto
un sordo o un indifferente alle ragioni della guerra.
All'inizio della sua iniziazione un altro giovane ufficiale di
complemento, il tenente a cui da il cambio nella già citata
scena di presentazione della trincea sul San Michele, gli
aveva detto di aver provato ad affrontare a tu per tu il
maggiore comandante di battaglione che insisteva a
ordinare il quarto assalto alla sua compagnia ridotta ormai
a cinquanta uomini, dopo altri tre consecutivi e micidiali:

"Non ci vedo più: mi precipito, tra un fottìo di pallottole, al


comando di battaglione: mi metto a gridare che sarebbe una
pazzia, mi sfogo una volta a cantar chiaro. Il maggiore mi
lascia terminare, poi mi spiana sotto il naso la sua rivoltella
e mi dice tranquillamente: - O lei va all'attacco o io ho il
dovere di sparare. E avevo già questa medaglia d'argento
sul petto, allora. Che c'era da fare? Uscimmo" (18).

Quello che le confidenze fra questi giovani comandanti di


compagnia e di plotone, sul Carso, nel 1915, mettono a
fuoco, non è la mancanza di buon senso di un singolo
comandante, ma la natura sanguinosa e spietata della
tattica offensiva di Cadorna, che, dal Comando supremo,
discende per gradi sino ai reparti minori: uomini contro
macchine, avendo ancora abbondanza di uomini e penuria
di macchine, come avviene in particolare nei primi mesi, e
andando a urtare contro posizioni munite, sovrastanti e
predisposte alla difesa. Di assalti continueranno a
291
essercene anche più avanti; e la situazione riportata da un
altro valorosissimo tenente e capitano può confermarne - in
altro momento e zona - il carattere di luogo tipico,
negazione e rottura inevitabile della guerra statica:

"«Pronti per l'assalto», ripeté ancora il capitano. Di tutti i


momenti della guerra, quello precedente l'assalto era il più
terribile.
L'assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si
usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre
imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto
quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.
Le parole del capitano caddero come un colpo di scure. [...]
Due soldati si mossero ed io li vidi, uno a fianco dell'altro,
aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire
il colpo e s'accovacciò su se stesso. L'altro l'imitò e
stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia?
Il primo era un veterano del Carso" (19).

Le battaglie dell'Isonzo - sino alla dodicesima, Caporetto -


continuano, di "spallata in spallata", nella convinzione
strategica che gli assalti in velocità, che non sono riusciti
come sperato all'inizio del conflitto, possano essere
sostituiti e raggiungere infine l'esito dello sfondamento
delle linee austriache con una serie ripetuta e metodica di
pressioni in forza. Ma fin da quei sanguinosissimi assalti del
1915 si scava nelle trincee - non solo fra i soldati semplici,
ma fra i migliori degli ufficiali di complemento - un senso
profondo di diversità e di rancore fra combattenti e
comandi, alti e intermedi, che, minando la fiducia e la stima,
serpeggerà sino a esplodere in varie forme:

"Il reticolato! Il coraggio non può nulla contro questa


misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo
sprovvisti di tutto: e le ondate s'impigliarono in queste
ragnatele di ferro, vi s'infransero come contro scogliere di
granito. [...] Carne umana contro la materia bruta [...] quasi
tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si
292
poteva più andare oltre, senza artiglieria sufficiente, senza
bombarde, senza nulla. Ma i comandi sembravano
impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso.
Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si
sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era
un'ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li
spedivano da lontano. Nessun alto ufficiale fu visto mai
salire tra noi per rendersi conto, per giudicare. Qualche
colonnello, sgomentato dalla strage, cominciò ad opporsi
agli ordini che ripetevano come un ritornello: Avanti ad ogni
costo! Fu silurato, col motivo che, non nutrendo fiducia
nell'esito dell'attacco, non poteva infonderla nei dipendenti.
Gli altri, per non deragliare dai binari della carriera che
s'annunziava promettente, tacquero, o, peggio, affettarono
una fede incrollabile. E facevano proseguire fino a noi, con
aggiunte draconiane, ordini pazzeschi di uscire in pieno
giorno, all'assalto, contro le difese intatte" (20).

A segnalare l'incomunicabilità e radicalizzare il divario fra


combattenti e non, valgono anche gli entusiasmi militanti di
uomini della cultura come quelli che, con attrezzatura
scientifica e in sedi tecniche, riescono a scrivere
dell'«entusiasmo lirico per la bellezza dell'assalto» parole di
questa fatta:

"La vendetta, però, meglio la rappresaglia è possibile


soltanto con l'assalto allo scoperto (il grande sogno di tutti
i nostri soldati) o con le imprese azzardate. L'annuncio di
prepararsi per l'assalto è accolto sempre con gioia anche se
si sa che è in quei momenti che le mitragliatrici fanno
strage.
Che debba essere una pienezza di tutto l'essere, un senso
di liberazione piena, anche per l'eventuale sacrifizio che
serva ad affermare la conquista, l'arguisco dalla grande
passione con cui tutti ne parlano. E' soprattutto per balzare
all'assalto che tutti i feriti anelano a ritornare al fronte"
(21).

293
Non è un pezzo di colore sulla «Domenica del Corriere» a
proposito di soldati particolarissimi quali saranno gli arditi
(22). Siamo appena nel 1915, quando si tratta ancora di
dare fondamento sperimentale e concettuale alla
comprensione di quella inaudita dimensione esistenziale
che ha avuto inizio per milioni di uomini in tutta Europa; e
chi si dimostra tanto incapace di confrontarsi con la realtà
è qualcuno fra i teoricamente meglio piazzati per coglierla,
poiché si tratta di un addetto ai lavori quale il direttore del
manicomio di Imola, dove cominciano a venir convogliati
anche i militari toccati dalla "follià di guerra" (23).

- "Disciplina e tribunali militari".

Il Codice militare con cui l'Italia entra in guerra è vecchio


di oltre mezzo secolo poiché è quello varato nel 1859 per
l'esercito del Regno di Sardegna, non dissimile a sua volta
da quello -precostituzionale - del 1840. Coevi o appena
meno antichi sono del resto i codici in vigore negli eserciti
alleati e avversari. Mentre in altri settori la
modernizzazione è il frutto obbligato del nuovo tipo di
guerra, questo è lungi dall'avvenire in campo giudiziario;
anzi, la guerra di massa rende la normativa obsoleta per
difetto, e non per eccesso, di apparati e spiriti repressivi.
Cadorna usa sino in fondo delle proprie prerogative per
irrigidire ulteriormente la già dura normativa, moltiplicare
le figure di reato, aggravare le pene. Incalza i giudici dei
tribunali militari perché non siano indulgenti e si guardino
dall'invocare attenuanti, impone agli ufficiali in linea e ai
comandi di reparto forme di giustizia sommaria, sparge fra
i sottoposti il terrore di poter apparire lassisti e venire per
questo "silurati". L'aspra pedagogia dell'intervento
esemplare - che si espanderà sino alla dottrina e alla prassi
spietata della decimazione - si ispira al criterio che in
guerra l'essenziale non sia individuare e colpire, in un
singolo, il colpevole effettivo e provato, ma sanzionare
immediatamente agli occhi dei responsabili e di tutti un
crimine sociale. Più che mai, in tempo di guerra, preservare
294
l'organismo conta più dei diritti della persona. E' il
ragionamento sottinteso alla mancata tutela dei prigionieri
di guerra caduti - si sospetta volontariamente o senza aver
opposto sufficiente resistenza - nelle mani del nemico, i
quali - siano o non siano individualmente colpevoli di essersi
arresi - vengono chiamati da Cadorna, così come da
Sonnino, a ricoprire comunque un ruolo di dissuasione nei
confronti dei loro potenziali imitatori (24). Il nome del
ministro degli Esteri vale anche a chiarire come - nei
rapporti fra governanti e governati - si sia in presenza di
una cultura diffusa, di una politica di intransigenza
autoritaria e di una analisi pessimistica del grado di
convincimento e di tenuta della società italiana, e non alle
inclinazioni di un singolo personaggio. Come confermano il
decreto emergenzialista del ministro di Grazia e Giustizia
Ettore Sacchi, politicamente un radicale, contro l'indefinita
galassia di ciò che appare "disfattismo", firmato il 4 ottobre
1917; e, più ancora, il fatto che l'esercito di Diaz, fra
Caporetto e Vittorio Veneto, veda innovazioni in altri
settori, ma non in quello della giustizia militare (25).
Proprio uno dei suoi due vice, del resto, il generale Gaetano
Giardino, quando era ancora ministro della Guerra, si era
fatto latore presso il presidente del Consiglio Paolo Boselli
dei durissimi "Provvedimenti contro i disertori" prefigurati
dal Comando supremo (giugno 1917) (26).
La tipologia di reati militari prefigurata all'inizio della
guerra dal Codice, e poi infittita e appesantita dagli
interventi del Cadorna "legislatorè tramite norme
aggiuntive e interventi ammonitori - che fanno anch'essi, in
certo modo, "giurisprudenza" - comprende anzitutto il
tradimento; la codardia, che prevede la pena di morte per il
militare che «in faccia al nemico si sbandi, abbandoni il
posto o non faccia la possibile difesa»; l'abbandono di posto
e la violata consegna; la diserzione, con tutta una
molteplicità di gradi e condizioni tesi al rialzo della gravita
del reato e della pena (sino a quando Caporetto, con le
proporzioni stesse del fenomeno, costringe anche a
relativizzarlo); le diverse varianti dell'insubordinazione
295
individuale e collettiva, fra cui la rivolta armata (che scatta
a partire dal numero di quattro militari) o non armata; e
l'ammutinamento. La memorialistica - come in un piccolo
classico del genere quale il "Diario di un imboscato" di
Attilio Frescura - prova quanto sia inesauribile e fantasiosa
la casistica dell'uomo in fuga dal rischio quotidiano di
morte. L'automutilazione - spararsi su una mano o su un
piede, rendersi comunque inabili alle fatiche di guerra - vi
appare quasi routine, la forma individuale di rivolta,
minimale e apolitica: come la follia, che anch'essa si può
sperare di fingere; e come può avvenire per la stessa
diserzione, realizzata aspettando l'occasione buona da un
numero imprecisabile di prigionieri e di dispersi.

"Il Tribunale di guerra ha recentemente condannato a


cinque anni di reclusione militare un soldato che è andato
per le spicce: si è forato senz'altro il timpano dell'orecchio
destro con un chiodo di ferro da cavallo; ed a vent'anni ha
condannato un altro che si è spalmato in un occhio la
secrezione blenorragica di un compagno. [...] Ma non basta:
«[...] le bronchiti sono procurate con protratte inalazioni di
fumo, bruciando paglia, fieno, stracci [...]».
E ancora: «[...] gli ascessi vengono specialmente prodotti
con iniezioni sottocutanee di benzina, petrolio e perfino di
materie luride [...]».
La legge vigila, scruta, colpisce; il soldato la elude con
metodi sempre nuovi, sottili, ingegnosi ed eroici; è una
sorda lotta per l'esistenza fra chi vuol costringere l'uomo a
morire e l'uomo che si mutila per non morire" (27).

Se già fra i contemporanei si mormorava - o si gridava - di


imboscati, disertori, sbandati, ammutinati, e di tutte le altre
figure e forme di dissociazione dalla guerra, non è poi stato
facile ricostruire le cifre della complessa fenomenologia
della protesta e della non meno complessa replica operativa
delle autorità. Non tutto appare ancora certo (si pensi alla
difficoltosa documentazione delle forme di giustizia
sommaria, che certo erano contemplate, ma è più difficile
296
affermare in quali circostanze e misura siano state
applicate) (28). Gli ordini di grandezza sono stati però
determinati. Dalla dichiarazione di guerra all'amnistia
concessa dal governo Nitti il 2 settembre 1919, le denunce
all'autorità militare assommano a 870 mila, su poco più di 5
milioni di mobilitati. Ben 470 mila di queste corrispondono
peraltro a una particolarissima figura di renitenti alla leva,
cioè a quella larga parte degli emigrati che non rispondono
alla chiamata alle armi (anche se pompato dalla
propaganda, è però significativo anche il numero di coloro
che tornano in Italia e fanno il militare). La percentuale di
denunziati ascende dunque al 6 per cento, cifra
sicuramente impressionante, ma suscettibile di
interpretazioni diverse (29). Si è calcolato che uno su
dodici, fra soldati e ufficiali, venga incriminato per una
qualche forma di reato nel corso del 1915-1918. Il 60 per
cento di quelle denunce si traduce in condanna (30). Frutto
dell'esperienza concreta è la decisione di rimandare a dopo
la guerra l'effettiva espiazione delle pene detentive di
qualche anno: troppo chiaro parlavano le esplosioni di gioia
di certi condannati, all'idea di poter scambiare la sicurezza
della vita con pochi anni di carcere (31).
Seguendo la parabola di uno dei reati più gravi, la
diserzione, si può inoltre registrarne la netta curva
ascensionale: 8000 casi fra il 1915 e il 1916, nel primo anno
di guerra, che salgono a 25000 nel secondo, mentre il 1917
- anno cruciale della protesta sociale nei paesi e negli
eserciti di tutta Europa - vede già raggiunta la cifra di
22000 nei mesi che precedono Caporetto (32). Quanto alla
natura di tali diserzioni essa appare assai varia: intanto,
solo un'esigua minoranza conduce il militare verso le file
del nemico, non è il caso dunque di generalizzare in quel
gesto di separazione forme di simpatia all'Austria o di
internazionalismo. Dalle carte processuali risulta che ai
circa 3000 disertori verso le linee nemiche si affiancano gli
oltre 150 mila che si avviano, semplicemente, verso casa o
che, ancora più spesso, vengono dichiarati disertori perché
- facendolo apposta o no - ritardano di qualche giorno o di
297
qualche ora il loro rientro ai reparti al ritorno da una
licenza. In questi casi, che costituiscono a quanto risulta la
maggioranza, più che di dissenso dei soldati è forse il caso
di parlare di scarsa elasticità o di sordità sociale dei
comandi ai bisogni e ai tempi di un esercito contadino. Non
per niente una delle novità introdotte dalla gestione Diaz
riguarderà proprio le licenze, in particolare quelle agricole,
che restituiscono il contadino-soldato al suo mondo nei
momenti cruciali del ciclo lavorativo; mentre Cadorna le
aborriva, proprio in quanto ricucivano i legami fra due
mondi differenti, uno dei quali - quello della guerra, della
cui integrità e assolutezza intendeva essere lui il solo e
geloso custode - basato su una drastica separazione
dall'altro.
Fra i punti più rappresentativi della drammatizzazione del
rapporto militare in chiave di aggravamento repressivo
della normativa, si ricordano due circolari del Comando
supremo: la n. 3525, del 28 settembre 1915, quando la
guerra è ancor giovane, ma si vanno già spegnendo le
illusioni di una rapida avanzata su Vienna; e un'altra, del
primo novembre 1916.

"Deve ogni soldato esser certo di trovare, all'occorrenza,


nel superiore il fratello o il padre, ma anche deve esser
convinto che il superiore ha il sacro potere di passare
immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi [...]
Ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di
arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si
infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee
retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare
alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato
freddato da quello dell'ufficiale" (33).

Ed eccone lo svolgimento ulteriore tredici mesi dopo, a


interpretazione e rilancio sul piano dei princìpi di un
episodio concreto di due fucilazioni per sorteggio e di altre
fucilazioni sommarie avvenute il 30 e il 31 ottobre:

298
"ricordo che non vi è altro mezzo per reprimere reati
collettivi che quello di fucilare immediatamente i maggiori
colpevoli, e allorché accertamento identità personali dei
responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto
e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari
e punirli con la pena di morte. A codesto dovere nessuno,
che sia conscio della necessità di una ferrea disciplina in
guerra può sottrarsi e io ne faccio obbligo assoluto e
indeclinabile a tutti i comandanti" (34).

Il numero di condanne a morte comminate e di quelle poi


effettivamente eseguite che esce dalla somma del codice e
di circolari come queste, dei tribunali militari e della
giustizia sommaria, non si può dire certo. Si sono calcolate
circa 4000 condanne a morte comminate dai tribunali, quasi
3000 delle quali in contumacia, e - delle rimanenti - 750
eseguite, 311 non eseguite (35). Vanno aggiunte le
decimazioni e fucilazioni sul campo, circa 300 (36).

- "La fuga individuale".

L'ideologia della rassegnazione non domina incontrastata


come codice d'epoca della condizione militare. Anzitutto
urta nelle resistenze di tutti coloro che in chiave politica -
da sinistra o da destra - tenderebbero a non accontentarsi
di mutuare i comportamenti della società militare dai
presunti comportamenti di una società contadina a sua
volta riassunta e schematizzata in un modello statico e
tradizionalista. Non mancano poi gli elementi di
contraddizione che scaturiscono dall'esperienza reale.
Contro l'ottimismo di chi attribuisce alla vita di trincea la
capacità di rigenerarsi, producendo essa stessa meccanismi
di assuefazione e di adattamento, stanno le cifre altissime
del disadattamento che spingono moltitudini di malati e di
folli sotto le cure dei medici militari. Proprio questo - gli
uomini in fuga dalla guerra attraverso la via stretta del
rifugio in qualche forma di anomalia - è diventato in anni
recenti uno dei temi che maggiormente attirano la storia
299
sociale della Grande Guerra (37). In un libro nato a ridosso
della guerra russo- giapponese, ma che la guerra europea
rilancia facendone un caso internazionale - "Il riso rosso",
dello scrittore russo Leonid Andreev (tradotto in italiano nel
1915) (38), il personaggio di un medico, lui stesso pazzo, si
propone di andare in giro proclamando «pazza la nostra
patria; pazzi i nostri nemici; pazzi tutti coloro che non
hanno ancora perduta la ragione» (39). Anche questa - il
successo del volume sembra dimostrarlo - può essere una
maniera per inquadrare e per reagire alla incomparabilità
dell'evento, in una guerra trasformata dalla mitragliatrice:
rispondere alla caduta dei significati, rifugiandosi nel non
senso. Rinunciare a inseguire l'assurdo della guerra
disindividualizzata, tentando ancora di sottometterla ai
valori, e ripiegare senz'altro nell'assurdo. E' il contrario di
quanto ancora si affannano a fare gli addetti ai valori,
religiosi o laici, compresi quei minimalisti che sono i
nostalgici cantori della rassegnazione contadina.
Ma che cosa vuol dire, esattamente, esser "folli"? Gli
studiosi odierni - accanto alle cifre presuntive delle diverse
fattispecie medico-psichiatriche - si sono trovati di fronte a
un vero e proprio conflitto interpretativo, perdurante lungo
l'intera guerra, nella definizione teorica di una tanto
sfuggente e particolare "malattià, sul quale pesano più che
mai, per un verso, inframmettenze, eccessi, gesti e
comportamenti recitati, simulazioni vere e proprie, e per
l'altro verso le diverse scuole mediche. Dietro ciascun
operatore medico c'è questa o quella formazione e questo o
quell'itinerario tecnico- scientifico, che comportano,
all'epoca, una grande divaricazione di linguaggi, diagnosi,
terapie. Si aggiungono il sospetto diffuso della simulazione
e le pressioni dei comandi - sui medici, come sui giudici -
perché non si lascino abbindolare da questa forma di
diserzione mascherata di chi "e" o forse "fà" il "matto".
Vi sono alienisti - come un capitano medico che lavora e
scrive un saggio nel 1917 sopra un campione di trenta
imputati di diserzione ricoverati nell'ospedale psichiatrico
di Mombello - che danno chiaramente il senso di
300
considerare un territorio di frontiera di ardua distinzione
quello che comprende folli e disertori; non è evidentemente
la sua personale specializzazione, ma tutta una concezione
culturale del "normale" e dell'"anormale", che lo porta ad
affermare la necessità che «ogni caso di diserzione venga
studiato alla stregua dei moderni concetti psicopatologici»
(40). «La diserzione, dunque, come malattia» (41): c'è forse
altrettanta chiusura politica che umana pietà in questa
medicalizzazione della diserzione, tesa a escluderne in linea
di massima una matrice politica volitiva. Al di là dei
pregiudizi e dei quadri concettuali in cui vengono accolti e
trovano spiegazione gli inediti dati sui comportamenti
militari di massa:

"Le testimonianze medico-psichiatriche sono piene di


riferimenti a figure ai limiti dell'umano, colte a vagabondare
senza sapere perché, attonite, sudicie, con l'abbigliamento
lacero o nude: sono i reduci o meglio i transfughi della terra
di nessuno, coloro che hanno cercato una fuga senza
scampo dal territorio della guerra, vagando per ore, spesso
per giorni" (42).

Lo studioso della follia di guerra che è anche studioso


dell'emigrazione ha buon gioco nel cogliere la doppia
analogia che si profila sia nella figura del marginale,
vagabondo e migrante che esce dai ranghi della società
stabile in tempo di pace e in quella similare che sfugge ai
vincoli della trincea; sia nella diffidenza e ostilità dei
normali o normalizzati - di fronte a quelle varianti di
nomadismo - tanto in pace che in guerra (43).
I nuovi studi sulla prima guerra mondiale come laboratorio
del moderno, in cui per milioni di uomini si ripete l'impatto
traumatico con la meccanizzazione e la serializzazione della
vita e della morte militari, sono popolati dal ripetersi,
anch'esso in serie, di questo nuovo, penoso manifesto del
disadattamento che è «la figura del soldato impazzito,
smemorato, ammutolito, che non riconosce gli altri ed è
divenuto irriconoscibile, travolto da una radicale
301
metamorfosi» (44). E' un fenomeno che investe tutti gli
eserciti. In quello italiano si possono calcolare in circa
40000 i militari che entrano, con ritmo crescente, negli
ospedali psichiatrici della zona di guerra (45). I sondaggi
sin qui svolti indicano che - al di là di come poi si evolvono
i singoli casi - i contadini "impazziscono" meno degli operai
e gli ufficiali un po’ più dei soldati (46). Le manifestazioni di
"follia" che si ripropongono negli ufficiali - «depressi,
ansiosi, insonni, deliranti» (47) - suggeriscono che esse
possano anche essere ricondotte al loro ruolo specifico, che
fa loro obbligo di condurre al fuoco i sottoposti, caricandoli
così di inusitate responsabilità di vita e di morte (48).
Tenendo conto dei due dati - chi si dimostra più e chi,
relativamente, meno sensibile ai traumi della trincea - si
potrebbe riandare a ciò che costituisce uno degli assiomi
degli esperimenti di quella complessa figura che è Gemelli
(medico, psicologo, frate, consigliere del Comando
supremo): e cioè che la misura dell'adattamento alle
restrizioni della vita in trincea sia inversamente
proporzionale alla raffinatezza dell'individuo. Il giovane
intellettuale, pieno di motivazioni e di attese, soffre di
quell'inevitabile ottundimento e processo di brutalizzazione
maggiormente di chi sia in partenza meno sensibile e più
rozzo o, diciamolo pure, più vicino al bruto, per conto suo
(49).
Per quanto gli studi vadano evidenziando all'epoca - come
si è detto - un ventaglio di posizioni alquanto differenziato
nel trattamento della follia di guerra, almeno alcuni punti
appaiono comuni. Anzitutto è molto forte, a priori, il
sospetto della simulazione, che, se scoperta, viene
perseguita come un reato, alla maniera in cui sono
simulazioni e reati le varie forme di automutilazione, alle
mani, ai piedi, agli occhi eccetera, che colpiscono il fisico in
luogo del comportamento. Il simulatore, comunque, viene
restituito a quella vita esposta ai pericoli da cui aveva
cercato di fuggire. Ma anche chi simulatore non è e viene
riconosciuto come un ammalato, subisce sì un altro
trattamento, non viene sottoposto a processo, ma alle
302
dovute cure, e tuttavia l'obiettivo perseguito dagli apparati
di potere è analogo: operare un rapido intervento di
manutenzione su quel materiale umano logoro o scadente e
rimandarlo appena possibile al fronte. Con tutta la labilità
di confini fra salute e malattia che è propria delle malattie
mentali, come d'altra parte avviene spesso che si accelerino
oltremodo le "guarigioni" e la restituzione alle fatiche di
guerra anche in caso di più concrete e riconoscibili ferite e
malattie del corpo.

LA GUERRA SENZ'ARMI.

- "I cappellani".

Il Regno d'Italia, diversamente dal Regno di Sardegna, non


prevede cappellani militari. Questa orgogliosa scelta ormai
semisecolare di laicità viene con repentino pragmatismo
messa da parte nelle immediate prossimità della guerra.
L'iniziativa - in questa inversione di politica culturale e delle
strategie di approccio alle masse popolari - è dei vertici
militari, e affidata al basso profilo di una circolare di
Cadorna del 12 aprile che sia il governo, sia il Vaticano non
tardano ad assecondare. Il piano del capo dell'esercito -
uomo di cultura cattolica, che aprirà il Comando supremo
all'invadenza di personaggi come il barnabita Giovanni
Semeria e il francescano Gemelli - è di dotare ogni
reggimento delle varie armi e corpi di un cappellano (50).
E' una ripresa in grande dell'esperienza già fatta durante la
guerra di Libia, quando una ventina di cappellani seguono
le truppe in Africa e assai di più avevano fatto domanda per
farlo, fra il tripudio delle gerarchie ecclesiastiche che
misurano la differenza dalle arcigne separatezze
anticlericali della prima guerra d'Africa. Da quei tempi di
contrapposizione fra Stato e Chiesa, il clerico-moderatismo
e il "nazionalismo cattolico" (51) hanno fatto lunghi passi
avanti. Il conflitto europeo è l'occasione per farne altri
303
decisivi, nel ritorno della Chiesa all'Italia e dell'Italia alla
Chiesa, esaltando la reciproca convenienza e volontà di
incontro. La barocca, grandeggiante pretesa gemelliana,
attuata ai primi del 1917, previa autorizzazione del papa, di
consacrare massivamente divisioni e brigate al Sacro Cuore
di Gesù - consegnando milioni di bandierine tricolori con al
centro l'immagine del Sacro Cuore - sarà meno di due anni
dopo il segnale più esteriore e vistoso di una riconquista a
lungo sognata (52).
Le tappe principali sono queste. Un decreto del 27 giugno
1915 istituisce la figura del vescovo di campo,
equiparandolo come grado a un maggiore generale, mentre
ai cappellani spetta quello di tenente. Monsignor Angelo
Bartolomasi - coadiuvato da tre vicari con il grado di
maggiori - eserciterà questo specialissimo ruolo di comando
e di cerniera nell'ambito di una duplice catena gerarchica,
per l'intero arco del conflitto. Il motto d'ordine che riassume
la dedizione patriottica con cui lo esercita - testimoniato da
coloro che assistono alle sue omelie tenute di fronte a
migliaia e migliaia di militari in armi - è riassumibile nel non
ancora fascista «Dio- Patria- Famiglia»; questo non gli
impedisce di allontanare non pochi dei circa 700 cappellani
già assunti per scelta e con i criteri delle autorità militari
nel periodo precedente la sua nomina, a seguito della quale
spetta unicamente a lui, come vescovo da campo,
selezionare le sovrabbondanti richieste ed effettuare le
nomine. Si tratta di dare un cappellano a ogni reggimento
di fanti, granatieri, bersaglieri, artiglieri da campagna e a
ogni battaglione di alpini (53). Molti dei quasi 25000
ecclesiastici arruolati ambivano a essere fra i prescelti, per
un cumulo di motivazioni fra le quali non mancano certo la
sollecitudine religiosa, l'orrore cristiano per l'obbligo di
portare le armi e di uccidere, l'imbarazzo per certe forzate
convivenze, ma trapela talvolta anche l'umana speranza di
nobilmente "imboscarsi". Secondo le stime della Santa Sede
il numero dei cappellani nominati durante il 1915-1918
ascende a 2400. Oltre a quelli cattolici, esistono i nove
pastori valdesi destinati a prestare assistenza religiosa ai 3-
304
4000 confratelli, un cappellano metodista e diversi rabbini.
Se dunque lo stato liberale non è più così laico e
autosufficiente come ha cercato di esserlo nel primo
cinquantennio di vita, il riconoscimento e
l'istituzionalizzazione di un pluralismo confessionale
indicano come esso non si sia però clericalizzato e meno
ancora cattolicizzato con la decisione di far ricorso alla
presenza dei religiosi come unica forma pianificata di
presidio e conforto ideologico e psicologico ai soldati:
almeno finché dura Cadorna, poco amante delle baionette
intelligenti e di tutto ciò che ecceda una disciplinata
ubbidienza. Dopo Caporetto e sotto Diaz, l'ultimo anno di
guerra vedrà esaurirsi sul fronte morale quella sorta di
supplenza cattolica in regime di semimonopolio e
organizzarsi - in parallelo alla rete dei cappellani e al
tessuto delle Case del soldato - il servizio P (la propaganda).
Le due reti un pò"si ignorano, un pò"collaborano, nel clima
consociativo che caratterizza la guerra di resistenza.
Intanto, però, finché sono le idee di Cadorna a determinare
le scelte, l'unica figura di intellettuale compatibile con la
sua visione della condizione militare è quella di un
sacerdote doppiamente inquadrato in un sistema
gerarchico. Per affermare una tale ortodossia sostanziale
egli aveva dovuto, del resto, forzare una ortodossia
istituzionale che escludeva il prete da ogni rango
differenziato e lo equiparava a un qualunque fantaccino. Il
tradizionalismo di Cadorna non esclude dunque capacità di
critica e superamento dell'esistente.
Ci si è chiesti, naturalmente, quali doti facciano preferire i
prescelti fra gli aspiranti e su quali punti di equilibrio si
assestino - in quel sacerdote in divisa - le non facili sinergie
fra gli spiriti di pace e di guerra, l'uomo di Dio e quella
variante particolarissima di cittadino-soldato. Si è calcolato
che in circa due terzi dei cappellani il compromesso
privilegi il ruolo civico e l'adesione a una particolare forma
di incombenza patriottica dell'ora, lasciando alla minoranza
atteggiamenti più distaccati e l'ansia di un servizio più
radicalmente spirituale (54). Si può spingersi a ritenere che
305
siano più vicini alla condizione sacrificata ed esposta
dell'uomo comune, e perciò credibili, i preti- soldati che non
hanno il privilegio di salire al grado di cappellano: quei
10000 fra seminaristi, conversi eccetera che fanno i soldati
mescolati agli altri e gli almeno altrettanti, più anziani, che
svolgono servizi di assistenza in reparti di sanità (55).
Dalle relazioni, lettere e memorie disponibili risultano in
effetti le non poche difficoltà e qualche volta le miserie del
doppio ruolo del cappellano militare: necessità di
ingraziarsi gli ufficiali per svolgere i propri compiti presso i
soldati; imbarazzanti rapporti imposti dalla contiguità nella
vita quotidiana; pericolosità del servizio svolto senza
risparmio e d'altra parte sospetti di imboscamento per il
prete che frequenti più i comandi che le trincee; fulmineità
seriale di certe confessioni realizzate in maniera
burocratica concedendo pochi momenti a ciascun soldato;
irrigidimento militaresco dei riti (dei quali, naturalmente,
riescono a soffrire solo i più rigorosi). Non mancano i
fiduciosi, che scorgono un popolo restituito alla fede dal
sacrificio; altri temono di scorgere, nelle pratiche di
devozione che d'altra parte i cappellani incentivano
(immagini sacre, medagliette, giaculatorie, rosari collettivi
in trincea e così via), dei segni esteriori, piuttosto di
superstizione che di genuina religiosità; i più apprensivi
indovinano l'inquietudine degli assistiti, quando il
cappellano si presenta in qualche tratto del fronte, e la fama
di iettatori che li accompagna presso chi associa la loro
visita alla morte o a un assalto imminente; e qualcuno
confessa di sentirsi bene accetto solo per motivi utilitari,
quando porta qualcosa in dono. Quest'ultima constatazione,
elaborata in forme pratiche, aprirà ai religiosi il grande
campo dell'assistenza materiale, oltre che morale, ai
soldati, dove eccelle il sacerdote abruzzese don Giovanni
Minozzi, l'inventore e propagatore inesausto delle Case del
soldato: una figura particolare di cappellano, dipendente
dall'Ordine dei Cavalieri di Malta e quindi autonomo
rispetto al vescovo castrense, ex modernista, come lo era -
e va segnalato - anche il principe dei cappellani e
306
dell'oratoria clerico-patriottica, il celebre e tonante
Semeria, mentre Gemelli, medico e scienziato, è addirittura
un convertito, tornato alla fede cattolica in età adulta. Il
talento di questi imprenditori confessionali si sposa alla
disponibilità all'attivismo partecipativo, senza troppa paura
di sporcarsi le mani, nelle contingenze e nei compromessi
istituzionali. Anche se lo stesso cappellano del Comando
supremo, quel Semeria apparentemente spavaldo e
impermeabile ai dubbi, non andrà neppur lui esente da
affanni e da nevrosi (56). Un prezioso carteggio reso noto
di recente permette di cogliere il dilatarsi dei compiti dei
più caritatevoli e zelanti fra i cappellani; quello in
particolare - volto alla cura non dell'anima, ma del corpo -
che li elegge a terminale ricercato e autorevole di una
inesauribile serie di lettere di familiari in disperazione, da
ogni parte d'Italia. Sono le "Lettere a un cappellano militare
della Grande Guerra", ricevute da Don Giovanni Rossi,
cappellano di un Reggimento sfruttatissimo, il primo
Granatieri, che ha insanguinato durante la Strafexpedition
monte Cengio e, prima e dopo, il Carso. Gli scrivono
centinaia di lettere i familiari, amici e patroni di militari che
non danno più notizia di sé e che si può quindi temere che
siano feriti, prigionieri, dispersi: timori che possono anche
trasformarsi in speranza, nel momento in cui si realizza
invece la probabilità che siano morti. Cominciano a questo
punto le dolorose e pietose cure - epistolari per chi scrive,
fattuali e tutt'altro che facili e lievi per il destinatario - per
ritrovare se possibile quel caro e "unicò corpo, dargli
sepoltura e riconoscibilità, subito e, soprattutto, dopo: dopo
la guerra, quando la famiglia spera di poter rientrare in
possesso di quei resti, riportarli al paese, restituirli alla
normalità delle cure e degli onori rituali del tempo di pace
(57).

- "Nelle retrovie".

L'ipotesi massima dei dottrinari del fronte come mondo


separato e a sé stante urta contro la realtà delle cose, ma
307
due in particolare sono i nodi che i comandi non possono,
alla fin fine, ignorare: sessualità e "tempo liberò dei soldati.
E si tratta, evidentemente, di questioni intrecciate. Milioni
di giovani maschi, generalmente fra i 20 e i 35 anni, relegati
per tre anni in un lembo di Italia, in quel luogo di
contenzione che sono le trincee nei turni di servizio e poi
nei paesi e nelle cittadine friulane e venete durante i turni
di riposo, non possono non determinare squilibri e
trasformazioni dei comportamenti collettivi - sia maschili
sia femminili e sia fra i giovani militari venuti da lontano sia
fra gli abitanti e, in particolare, fra le abitanti del posto -
che la storia sociale è ancor oggi lontana dall'avere
convenientemente esplorato. Fra l'erotismo esplicito e
compiaciuto di un eversore dei costumi tradizionali quale
Marinetti, che investe provocatoriamente la componente
femminile del dovere patriottico di saziare senza tante
storie le voglie sessuali del maschio combattente, e le
rimozioni, fra reticenti e pietose, che hanno a lungo
circondato questi temi - a maggior ragione dopo che un
anno di occupazione austroungarica ha aggiunto
implicazioni ulteriori d'ordine nazionale e patriottico - c'è
tutta una vasta zona di silenzio pudico, rotto da episodi e
allusioni disseminati nella memorialistica.
Il "tempo liberò del soldato nella breve parentesi di relativo
riposo fra due turni di servizio vuol dire, in essenza, poter
operare uno stacco, dimenticare la trincea? Non è questa la
posizione di Cadorna. Il soldato deve anzi restare soldato. E
avere una vita quotidiana, anche qui, istituzionalizzata e
sotto controllo, fatta di saluti d'ordinanza, divisa in ordine,
presenza, diversità e distacco dai civili; e fatica fisica,
lavoro, esercizi militari. Noia, anche. Di questa volontà
pervicace dei comandi di contrastare il distacco mentale
dalla condizione militare e di come questo sia sofferto come
incomprensione assoluta dei bisogni umani dei soldati,
abbiamo continue testimonianze. Il riposo tanto agognato
mentre si è in trincea conferma, sì, quando giunge, la sua
motivazione suprema - almeno per un po’ si è al sicuro e non
si muore -, ma per il resto delude molti. Quel precario
308
"altrove" ridiventerà prezioso e caro quando si tratterà di
"tornar su". E' come per l'ancor più lungamente
vagheggiata e rara licenza: anch'essa - con il contingente
ritorno degli esclusi al mondo normale e alla vita che
continua intanto senza di loro - provoca sentimenti
contraddittori, rimescolii d'anima, disadattamenti e furori,
alla vista degli "imboscati" e, talvolta, alla scoperta dolorosa
di quante ragazze e mogli non hanno saputo resistere alla
lontananza del marito o dell'innamorato. Molti reati militari
- ne tiene ben conto Cadorna, che lesina anche per questo
le licenze, e che non cessa di farne carico al governo e più
in generale al paese - avvengono al ritorno, come
espressione di malessere sulle tradotte che attraversano il
confine fra i due mondi (58).
Postriboli militari e Case del soldato sono le due principali
risposte organizzate che vengono avviate nel 1915 per
venire incontro al viluppo di situazioni nuove posto dalla
mobilitazione di queste grandi masse. Il tradizionalismo di
Cadorna gli consente, tutt'al più, di tollerare e inalveare le
eventuali iniziative volte a umanizzare la vita del soldato
nelle retrovie, agendo sui suoi bisogni materiali, affettivi e
intellettuali. Lascia perciò tutto questo grande campo
dell'assistenza materiale e morale a un'azione parallela e
distinta, che si configura spesso come una sorta di
supplenza cattolica in assenza dello Stato. Quello stesso
tradizionalismo non gli vieta invece di dare forma
istituzionale a una sfera particolarissima dei bisogni primari
del soldato- massa, cioè quelli d'ordine sessuale (59). Gli
interventi normativi e regolatori del Comando supremo in
tema di «Vigilanza e disciplina del meretricio» si collocano
subito all'inizio delle ostilità.

"Qualora la guerra dovesse prolungarsi si potrà nei luoghi


ove siano forti concentramenti di truppe, e dove se ne
riconosca l'opportunità, raccogliere, d'intesa con l'Autorità
Politica e civile del luogo, le femmine che consentano a
sottoporsi a speciale sorveglianza e disciplina in appositi
locali posti sotto la vigilanza dell'Autorità Sanitaria
309
Militare. Ciò anche a scongiurare [...] che i militari si
affidino alle prostitute clandestine che pullulano un pò
dappertutto sotto le apparenze più diverse (60).

Le ultime battute lasciano forse indovinare una pluralità di


rapporti in zona di guerra cui però ci si affretta a negare
natura sentimentale, restituendoli a una fisicità minimale e
a quella natura spersonalizzata e mercenaria che è l'unica
concepibile nell'idea concentrazionaria dell'universo di
guerra. Del resto, proprio questo carattere dei rapporti,
spalancando il rischio della sifilide e di ogni altra possibile
infezione, suggerisce la necessità di "militarizzare" le
prostitute, tenendo con ciò sotto controllo sia queste donne
di utilità pubblica sia gli uomini in divisa destinati a
monopolizzarle (decine e decine di rapporti al giorno per
ciascuna di queste estreme rappresentanti della
differenza).
Il pragmatismo dei comandi in tema di pianificazione
istituzionale dei bisogni e delle risorse sessuali porta alla
localizzazione di una ragnatela di postriboli militari nei
centri compresi in zona di guerra che non può non
allarmare - per la novità degli insediamenti e la visibilità
della frequentazione - i difensori di uno "status quo"
peraltro ormai terremotato dalla contiguità con la guerra.
Di tutto l'indotto economico paramilitare che anima e
riattiva tanta parte della sonnolenta provincia veneto-
friulana, questa legittimazione del commercio di sesso -
inedita per proporzioni e ufficialità - non può non ferire, in
particolare, gli interpreti deputati dell'etica tradizionale. Ed
è anche per la necessità maggiormente avvertita di dare
un'alternativa in positivo, moralmente più commendevole,
alle continue ondate di fanti che scendono dalle trincee alle
località di riposo, che troviamo la Chiesa cattolica in prima
linea - con tutta la collaudata articolazione delle sue
strutture e dei suoi militanti, ecclesiastici e laici -
nell'organizzare i divertimenti e l'educazione del soldato nel
tempo libero delle retrovie. Case del soldato se ne
conoscono anche prima, in tempo di pace, sin dall'inizio del
310
secolo, per iniziative diverse e d'avanguardia maturate ai
bordi delle caserme, nel non nascosto intento di contendere
i soldati al vino e al socialismo: due pericoli sociali che
spesso, com'è noto, si riunivano nell'osteria, luogo topico
della sociabilità proletaria (61). Il movimento cattolico in
ispecie vi aggiunge, in età giolittiana, la pratica di
intervento delle Case dell'operaio, e in particolare sugli
emigranti, maturata nell'ambito dell'Opera Bonomelli, vale
a dire in uno dei settori più precocemente e cordialmente
patriottici del movimento cattolico (62). Tutta l'attività dei
settori non apocalittici e intransigenti, ma conciliatoristi,
del mondo cattolico, configura qui come altrove, in pace e
in guerra, dei rapporti fra Chiesa e Stato che riescono
contemporaneamente a essere e a essere vissuti come
alleanza e come concorrenza. Non meraviglia che una delle
più tempestive e frequentate Case del soldato nasca nel
giugno 1915 a Vicenza, sotto l'ala protettiva del vescovo
Ferdinando Rodolfi, che dell'Opera Bonomelli è il
presidente nazionale e che nel dicembre 1918 rivendica una
primazia che l'ultimo anno di guerra - con una maggiore
presenza in proprio dello Stato - e la ripresa della lotta
politica nel dopoguerra rimettono in discussione. A tre anni
dalla nascita una relazione dell'opera compiuta dalla sola
Casa del soldato di Vicenza fa ascendere a un 1 milione 200
mila le presenze complessive di militari transitati per i suoi
locali, con un movimento di 800 mila lettere e cartoline (le
sale di scrittura sono sempre fra le più frequentate in tutte
le Case conosciute), 1800 consulenze legali, 300 spettacoli
teatrali, cinematografici e musicali (63).
Dove la Casa del soldato non nasce naturalmente dal
tessuto preesistente del movimento cattolico e c'è invece
bisogno di far sorgere dal nulla una prima base di ritrovo,
ci si incontra con la capacità di pensare e agire in grande di
don Minozzi che la condizione di cappellano dell'Ordine di
Malta lascia relativamente libero di dedicarsi alla sua
particolarissima attività di imprenditore, coltivando
sapientemente tutte le relazioni sociali e militari utili al
reperimento di autorizzazioni, sedi, attrezzature e fondi. Su
311
sua stimolazione diretta o per contagio imitativo
sorgeranno centinaia di Case del soldato, su tutto l'arco del
fronte, a partire dalle prime nate sulle montagne del
Cadore. Le sue memorie (64) hanno toni persino epici nel
tracciare la parabola del fenomeno, trionfale, anche se non
priva di incomprensioni e di contrasti. Alle origini
dell'impresa il dato di fatto che «il paese non sentiva la
guerra, purtroppo» e non la sentiva neppure il governo «di
pieno accordo in questo, purtroppo, con la maggioranza del
paese», mentre «il socialismo ufficiale sabotava
apertamente lo sforzo bellico senza mezzi termini». Si
dicono queste cose, con un interlocutore indicativo che è il
nazionalista Corradini, a Milano, nell'ottobre 1916 (65),
quando comunque il suo progetto è già avviato. All'insegna
dichiarata del fare, non parlare.

"Discussioni dialettiche su la guerra giusta o ingiusta, su le


responsabilità ultime e lontane, ridicole: perditempo da
mentecatti" (66).

Minozzi tratta con insofferenza gli oratori, anzi «i tromboni


della guerra», imboscati nei comandi, che sperano di
indorare la pillola ai soldati. Non risparmia neppure il più
celebre di tutti, padre Semeria, con i suoi «quattro o cinque
discorsi che invariabilmente ripeteva» dovunque andasse,
senza variare una virgola o un passaggio retorico. In realtà,
anche nelle Case da lui ispirate non si rinuncia alla parola,
parlata e scritta, e - oltre che giovarsi di una serie di servizi
materiali e di svaghi - i soldati possono anche istruirsi o
educarsi ascoltando conferenze e letture dello stesso
Semeria, del poeta- professore Giovanni Bertacchi, del
commediografo Giannino Antona- Traversi, di Renato
Simoni - uomo di teatro, redattore del giornale della terza
armata «La Tradotta» e collaboratore del Teatro al fronte -
, di parlamentari come Luigi Gasparotto, Giulio Alessio,
Nino Tamassia e anche di padre Gemelli. Le parole
appaiono tuttavia una forma di nobilitazione ideologica di
iniziative che ripongono la loro ragion d'essere,
312
essenzialmente, nei servizi pratici che riescono a offrire,
all'interno delle capanne, fabbriche abbandonate, ville o
patronati che ospitano le Case. Al termine del 1918, la zona
di guerra arriverà ad ospitarne 489 (67). Un'altra iniziativa
destinata a corroborare il morale delle truppe non in prima
linea - anch'essa, di per sé, d'ordine privato e solo in
seconda battuta concordata con le autorità militari - è
quella del Teatro al fronte. Se non all'inizio della guerra -
come con le Case del soldato nel paese e nelle retrovie -
siamo comunque anche qui prima di Caporetto; e cioè prima
che la riflessione sull'avvenuto porti a intervenire
sistematicamente sul terreno sin qui lasciato pressoché
sgombro dalle pubbliche autorità (salvo, come si è visto, la
scelta dell'erotismo di Stato) e delegato ai privati. La prima
spinta viene dalla Società italiana degli autori, vi si
impegnano numerosi attori e critici richiamati, fra cui il già
citato critico del «Corriere della Sera» Simoni, e i comandi
decidono di autorizzare e appoggiare il progetto mettendo
a disposizione strutture e mezzi di trasporto. Le spese,
compresi gli stipendi dei 138 attori coinvolti, vengono
coperte con sottoscrizioni private cui concorrono le
cittadinanze di Milano, Torino e Genova. Tre teatri al fronte
vengono inaugurati contemporaneamente il 12 agosto
1917, con due commedie umoristiche (il genere prevalente
nei 149 spettacoli susseguitisi nelle settimane successive) e
con l'emozionante dramma patriottico di Girolamo Rovetta
"Romanticismo" rilanciato già nel maggio del 1915 per
dotare di uno sfondo risorgimentale, noto e condiviso, il
conflitto con l'Austria. Diversi fra i più affermati fra gli
attori e le attrici italiane - da Ermete Novelli a Ermete
Zacconi, da Tina di Lorenzo a Bella e Alfredo Sainati, da
Ettore Petrolini a Ruggero Ruggeri - non fanno mancare la
propria presenza nel Teatro al fronte (68).

- "Feriti e medici".

Nel giugno 1915 l'esercito italiano disponeva di 24000 posti


letto al fronte (ospedaletti someggiati da 50 letti, ospedali
313
da campo da 100 e 200 letti) e di oltre 100 mila nelle
retrovie e nel paese, con un migliaio di medici, in gran parte
in servizio effettivo. Questa organizzazione si rivelò subito
tragicamente insufficiente, ma venne sviluppata con
larghezza; alla fine del 1916 i posti letto al fronte erano 100
mila, compresi quelli predisposti dalla Croce Rossa e
dall'Ordine di Malta. L'incremento maggiore riguardò
l'organizzazione dello sgombero di feriti e malati verso il
paese, dove venne creata un'imponente rete di ospedali e di
convalescenziari, oltre un migliaio, in parte utilizzando le
strutture sanitarie civili, in parte maggiore con la
requisizione di caserme, scuole, collegi, seminari, alberghi.
Alla fine del 1916 gli ufficiali medici erano saliti a 8000 al
fronte più 6000 all'interno, nel 1918 erano 17000, grazie
alla mobilitazione dei medici civili e degli studenti di
medicina (che ebbero corsi accelerati presso l'università
castrense di San Giorgio di Nogara, poi furono riuniti in un
battaglione apposito presso l'università di Padova). Si
aggiungevano ufficiali farmacisti, automobilisti,
d'amministrazione, cappellani, personale civile e 8200
infermiere volontarie della Croce Rossa; agli ospedali
vennero poi assegnati gran parte degli ecclesiastici
mobilitati come soldati. Alla fine del conflitto c'erano al
fronte 96 sezioni sanità, 234 ospedali da 50 letti, 167 da 100
letti, 46 da 200 letti, 9 ambulanze chirurgiche e 17
radiologiche, 38 sezioni di disinfezione. Il trasporto di feriti
e ammalati era assicurato da 59 treni ospedale, più 24 della
Croce Rossa e 4 dell'Ordine di Malta; il totale degli
sgomberati dalla zona di guerra verso il paese salì da 81000
nel 1915 a 305 mila nel 1917 e 334 mila nel 1918 quando i
posti letto erano 140 mila in zona di guerra, 272 mila in
paese più 56.000 dei servizi specializzati, 25000 in Albania
e Macedonia, mezzo milione in totale (69).
Questo notevole sviluppo non deve far dimenticare che il
vero e mai risolto problema rimaneva il fronte. Il primo
dramma era la sorte dei feriti rimasti al di là delle linee, che
dovevano attendere la notte per strisciare verso la trincea
amica o sperare in una di quelle tregue informali, non così
314
rare, che permettevano di ricuperare i feriti più gravi.
Quelli che restavano nelle linee nemiche venivano raccolti
e curati da entrambe le parti, anche se italiani e austriaci
pensavano prima ai loro feriti non dimenticavano quelli
nemici. Il dramma continuava nel posto di medicazione in
trincea, una buca ancora sotto il fuoco nemico dove i feriti
ricevevano le prime cure, poi, dopo un penoso trasporto a
spalle o in barella, nell'ospedaletto avanzato, dove medici
stravolti dalla fatica praticavano gli interventi più urgenti e
facevano una selezione tra i feriti leggeri che potevano
attendere, quelli che dovevano essere operati subito in
ospedali più attrezzati e quelli per cui non c'erano speranze,
lasciati morire con un cappellano e una fiala di morfina
(quando c'erano). La memorialistica ci ha lasciato tragiche
testimonianze sull'orrore di questi posti avanzati nei giorni
di battaglia, dove in spazi angusti si accumulavano feriti di
ogni tipo, medici e infermieri resi insensibili dal troppo
lavoro, bende e seghe, secchi di sangue e rifiuti.
La scienza medica anteguerra si aspettava soprattutto
ferite da arma bianca (lance, sciabole e baionette) e da palla
di fucile, relativamente semplici e pulite. La realtà della
guerra di trincea fu molto più dura: le ferite da arma bianca
erano rare (meno dell'1 per cento), mentre la maggior parte
(oltre il 75 per cento) erano provocate dall'artiglieria,
quindi molto più difficili da curare perché le schegge
provocavano vaste lacerazioni e inoltre le sporcavano con i
detriti del campo di battaglia, aprendo la via alla «gangrena
gassosa» allora incurabile (l'unica terapia era
l'amputazione degli arti) (70). In questi casi la tempestività
delle cure diventava di importanza essenziale; l'unico
mezzo per prevenire la gangrena era pulire quanto prima
possibile le ferite asportando i lembi macerati più soggetti
a favorire l'infezione. Si cercò quindi di potenziare i posti
avanzati, dove era possibile intervenire prima; ma erano
troppo vicini al fronte per poterli dotare delle strutture
necessarie per sostenere lo straordinario afflusso di feriti
nei giorni di battaglia. Anche i tentativi di accelerare i
trasporti verso gli ospedali più attrezzati non ebbero grande
315
successo, perché le strade erano intasate dai rifornimenti
per il fronte che avevano la precedenza sulle
autoambulanze e sui carri carichi di feriti.
In sostanza l'assistenza immediata ai feriti fece progressi
importanti, ma rimase sempre insufficiente durante le
grandi offensive (71). Non vanno comunque sottovalutati i
notevoli sviluppi della tecnica chirurgica (una ferita al
ginocchio comportava quasi sempre l'amputazione all'inizio
del conflitto, due anni più tardi il ginocchio veniva salvato);
furono create le prime ambulanze radiologiche e nelle
retrovie una serie di servizi specializzati: oftalmico,
otorinolaringoiatrico, stomatologico, neurologico,
neuropsichiatrico, dermoceltico, per i colpiti da gas e da
assideramento. La guerra provocò indubbiamente
un'accelerazione del progresso scientifico in campo
sanitario, pur condizionandolo pesantemente con le sue
esigenze: la guarigione dei feriti doveva essere perseguita
soprattutto per fare fronte alle esigenze di uomini
dell'esercito, quindi i medici dovevano occuparsi anche di
combattere l'autolesionismo e le simulazioni.

- "L'incidenza delle malattie".

La guerra 1914-1918 fu la prima in cui il numero dei morti


per ferita sopravanzò nettamente quelli per malattia. Nei
secoli precedenti i soldati morivano in primo luogo per le
fatiche delle marce, le notti all'addiaccio, le avversità
climatiche, la scarsa igiene delle caserme, il vitto
irregolare, oltre che per le epidemie e le malattie veneree;
le armate si assottigliavano prima ancora di arrivare alla
battaglia. Nella guerra di secessione nordamericana
l'esercito dell'Unione perse 96000 morti in battaglia e 183
mila per malattia. Nella prima guerra mondiale invece i
morti per malattia dell'esercito francese furono 135 mila, il
10 per cento sul totale di 1 milione 350 mila caduti (72). Le
condizioni di vita dei soldati al fronte erano, se possibile,
peggiori che nei conflitti precedenti: non dovevano più
compiere marce forzate, ma i prolungati soggiorni in
316
trincea provocavano uno straordinario logorio psicofisico.
D'inverno si diffondevano malattie polmonari e reumatismi,
d'estate infezioni intestinali, in ogni stagione epidemie e
malattie veneree. La mortalità tuttavia diminuiva per
l'efficienza dell'organizzazione sanitaria (si pensi agli effetti
delle vaccinazioni di massa contro il tifo, il colera, la peste)
e per il miglioramento della situazione alimentare e
sanitaria della popolazione nel corso dell'Ottocento, che
dava soldati più robusti e resistenti (e meglio nutriti, il vitto
in trincea era scadente come qualità, ma garantito e
abbondante).
I dati sui soldati italiani ricoverati in ospedale per malattia
sono impressionanti: 1.057.300 (di cui 25500 ufficiali) nel
1917, 1.310.300 (34300 ufficiali) nel 1918 (73). Dopo di che
non stupisce che i morti per malattia fossero circa 100 mila
sui 500 mila caduti entro il 1918, ossia il 20 per cento, più
del doppio in percentuale rispetto all'esercito francese (e
non teniamo conto dei morti in prigionia e nel dopoguerra)
(74). Per spiegare cifre così alte possiamo soltanto avanzare
ipotesi. Una prima spiegazione è certamente il ritardo dello
sviluppo italiano: nei cinquant'anni tra l'unità e la prima
guerra mondiale la situazione alimentare e sanitaria
nazionale aveva registrato notevoli progressi, ma era
ancora lontana dal livello dei paesi industrializzati. La vita
media degli italiani era di 35 anni nel 1882, di 43 anni nel
1901 (75). In tempo di pace l'esercito eliminava per
inidoneità fisica circa il 50 per cento dei giovani di leva,
negli anni di guerra lo scarto fu ridotto intorno al 30 per
cento per le nuove classi chiamate alle armi, mentre quelle
anziane furono sottoposte a una severa revisione degli
esoneri. Ciò comportava l'arruolamento di uomini minati da
tubercolosi, tracoma, malaria, per citare le più frequenti
malattie caratteristiche di un paese semisviluppato. Si
giunse ad arruolare 10000 uomini ufficialmente definiti
tracomatosi (76).
Si può inoltre ricordare che soltanto nell'inverno 1915-1916
si procede alla vaccinazione delle truppe contro il colera,
diffuso sul fronte dell'Isonzo, e il tifo. Poco si poteva fare
317
per altre malattie caratteristiche della vita in trincea, come
la dissenteria batterica, le affezioni reumatiche, la
meningite, per le malattie veneree e per la malaria che
decimò le truppe nei Balcani.
Ci chiediamo poi se la maggiore incidenza di morti per
malattia rispetto all'esercito francese non sia una
conseguenza dell'eccessivo sfruttamento delle truppe
attuato da Cadorna. Le unità francesi furono massacrate in
battaglia assai più di quelle italiane (le perdite francesi
furono il doppio di quelle italiane, con una popolazione più
o meno equivalente), ma ebbero condizioni di vita
decisamente migliori. Nel 1915-1916 avevano già quello
che i soldati italiani ottennero soltanto nel 1918: turni
regolari di riposo, vitto abbondante, licenze garantite,
propaganda efficace, regime disciplinare senza eccessi
terroristici (e ciò nonostante si ammutinarono in massa nel
maggio- giugno 1917). Le truppe italiane fruirono di minori
riguardi. Per fare un solo esempio, la razione viveri contava
4082 calorie nel maggio 1915, ma fu ridotta a 3850 nel
dicembre 1916 e a 3067 calorie nei giorni di Caporetto: una
diminuzione che non teneva conto degli sprechi inevitabili
in trincea, ma più ancora della scarsezza di generi di
conforto e di vino o alcolici della razione italiana rispetto a
quella francese o inglese (77). Una maggiore attenzione alle
condizioni di vita dei soldati avrebbe comportato una
minore incidenza di malattie dovute, direttamente o
indirettamente, al loro esaurimento psicofisico? Riteniamo
di sì, ma lasciamo aperto il discorso.
L'alta incidenza delle malattie al fronte trova spiegazione
anche nelle condizioni generali del paese. Bruna Bianchi
scrive che

"durante i tre anni di guerra le condizioni sanitarie del


paese regredirono a livelli ottocenteschi. La mortalità
generale, che dal 1888 al 1914 presentava valori
decrescenti nonostante il progressivo aumento della
popolazione, subì un brusco aumento a partire dal 1915. Un
promemoria per il Consiglio superiore di sanità nel 1919
318
valutava in 546.450 i casi di morte in più del normale
avvenuti tra le popolazioni civili" (78).

Nel corso della guerra si ebbero in Italia 6 milioni di casi di


malaria (con 10000 morti nel solo 1918) e 2 milioni di casi
di tubercolosi, nonché una ripresa di malattie che parevano
sotto controllo, come la pellagra, il morbillo, la difterite.
Infine, tra la fine del 1918 e l'inizio del 1919 la "spagnolà,
un'influenza di cui ancora oggi sappiamo ben poco, fece
milioni di morti in Europa e 600 mila in Italia, tra cui un
numero imprecisato di soldati. La "spagnolà non fa parte
della guerra, ma la sua diffusione fu facilitata dalle
conseguenze del conflitto sulla popolazione: i problemi di
alimentazione, i ritmi massacranti di lavoro, l'indebolimento
delle strutture sanitarie civili (79).

GLI STUDI SUI SOLDATI.

- "Cosa sappiamo dei soldati".

Negli ultimi decenni gli studiosi hanno dedicato una nuova


attenzione ai soldati. In cifre tonde, 4 milioni 200 mila
italiani (oltre il 10 per cento della popolazione, circa metà
dei maschi tra i 18 e i 40 anni) andarono al fronte: 500 mila
morirono di ferite o malattie prima della fine del conflitto,
600 mila caddero prigionieri (e 100 mila di costoro non
tornarono), quasi mezzo milione riportarono invalidità
permanenti più o meno gravi, 2 milioni erano al fronte
nell'estate del 1918. Cosa sappiamo di costoro? Come
abbiamo visto nelle pagine precedenti, siamo relativamente
bene informati per i circa 200 mila ufficiali. I volumi di
memorie si contano a centinaia, altrettanto numerosi i diari
e gli epistolari di ufficiali caduti curati dalle famiglie. A
scrivere sono soprattutto i giovani ufficiali di complemento,
pochi rispetto ai 200 mila citati, comunque abbastanza
numerosi e diversi per vicende e giudizi da potere essere
319
considerati rappresentativi della stragrande maggioranza
della categoria (80). Costoro documentano le diverse
posizioni degli ufficiali dinanzi al conflitto, che vanno dal
nazionalismo esasperato al patriottismo democratico, senza
che sia mai dubbia la loro adesione alla guerra e la capacità
di sacrificio. La loro descrizione viva e drammatica della
guerra di trincea è la base delle nostre conoscenze e analisi
anche per quanto riguarda i soldati. Verso costoro gli
ufficiali mantengono però l'atteggiamento paternalistico di
chi è avvezzo a decidere per tutti; non pochi hanno per i
loro soldati un forte affetto e li trattano con senso di
responsabilità, ma non si chiedono chi siano e cosa pensino.
Nel volume "I vinti di Caporetto" di Mario Isnenghi è bene
illustrato prima lo sgomento con cui gli ufficiali vedono le
masse dei soldati in rotta sottrarsi alla loro guida, poi il
senso di sollievo con cui accolgono il ritorno alla normalità,
pronti ad addebitare la crisi momentanea della loro
"leadership" a una "ubriacatura collettivà della truppa che
non criminalizza i soldati e permette agli ufficiali di non
spingere oltre l'analisi del comportamento dei loro uomini
(81).
Bisogna avere presente la netta distinzione di classe che
c'era tra ufficiali e soldati. Soltanto chi aveva frequentato le
scuole superiori poteva fare l'ufficiale; quando nel 1917 i
volontari non furono più sufficienti, fu fatto obbligo a tutti i
militari in possesso dei titoli di studio richiesti (che erano
stati abbassati all'iscrizione al penultimo anno delle scuole
superiori) di seguire i corsi per diventare aspiranti e
sottotenenti. Il sistema in sé non era sbagliato, era un
portato dei tempi che gli ufficiali dovessero avere un certo
livello di cultura; in un paese in cui l'istruzione secondaria
era ancora un privilegio di classe, ciò voleva dire
restringerne il reclutamento alla classe dirigente (intesa in
senso lato, la borghesia media e gruppi emergenti di quella
piccola). Si noti che l'esercito prebellico reclutava una parte
minore dei suoi ufficiali tra i sottufficiali migliori, senza
chiedere loro i titoli di studio normali; per quanto ci risulta
questa consuetudine fu abbandonata durante la guerra,
320
tanto che fu creato il nuovo grado di aiutante di battaglia
per premiare i sottufficiali che si erano distinti, senza
doverli promuovere sottotenenti. In una situazione in cui
era necessario creare decine e decine di migliaia di nuovi
ufficiali senza una selezione autentica né una preparazione
accurata, il titolo di studio e il livello sociale connesso
furono ritenuti l'unica discriminante possibile (82).
Il risultato fu che la distanza tra ufficiali e soldati, già
fortissima all'interno dell'istituzione militare come "status"
e come compiti, era rafforzata dalla loro provenienza da
ambienti socioculturali diversi. Ne veniva accresciuto il
ruolo di leader dell'ufficiale, ma anche la sua difficoltà a
capire mentalità e comportamenti dei soldati, ad avere con
loro un rapporto non mediato dal comando e dal grado (83).
Questo non era un danno in una guerra quasi sempre
combattuta da masse inquadrate, ma ci spiega perché la
memorialistica degli ufficiali, pur così ricca di notizie e
particolari sui soldati, sia di limitato aiuto per chi voglia
conoscerli meglio.
Gli studi tradizionali ci dicono ben poco sui soldati,
insistono soprattutto sul carattere di rottura radicale con la
vita, le esperienze e i valori precedenti provocata dalla
durezza, monotonia e brutalità della trincea. E poi sul
progressivo ottundimento dei combattenti. «Il soldato in
trincea - scrive Agostino Gemelli - pensa poco, perché vede
assai poco, pensa sempre le stesse cose. La sua vita mentale
è assai ridotta, niente la alimenta». Si arriva così a «una
specie di restringimento del campo della coscienza»,
necessario per sopravvivere alle tensioni, alla fatica, agli
orrori; da questo punto di vista il soldato contadino è
privilegiato rispetto al cittadino, perché gli riesce più facile
adattarsi al progressivo abbrutimento. Si noti che padre
Gemelli non era soltanto uno studioso affermato di
psicologia delle masse, ma anche consulente in materia del
Comando supremo; la sua analisi ha quindi un carattere
semiufficiale e certamente rappresenta l'interpretazione
dominante presso gli alti comandi. La consacrazione delle
truppe al Sacro Cuore di Gesù, che egli perseguì, era il
321
logico coronamento di questa posizione: si trattava di
santificare la guerra e i destini collettivi, non di raggiungere
i soldati con un discorso di conversione e impegno
personale ritenuto implicitamente troppo difficile o inutile
(84). Gli ufficiali che si impegnavano a migliorare
l'efficienza delle truppe, in particolare quelli che crearono i
reparti d'assalto, avevano una posizione più moderna: un
addestramento fatto bene doveva provocare un
automatismo negli atti del combattimento, in modo da dare
al soldato maggior fiducia e la possibilità di pensare e
decidere cosa fare durante l'azione.
Nella memorialistica e negli studi tradizionali la descrizione
dei soldati ripete stereotipi fissi. Il più diffuso è quello del
"soldatino" che non capisce le ragioni ideali della guerra, o
le intuisce appena, ma si batte per obbedienza e senso del
dovere, per devozione verso il suo tenente e per non
deludere la mamma. Il contraltare è l'alpino, che bestemmia
la guerra e Cadorna, cerca il vino e le ragazze, ma si rivela
combattente obbediente e devoto, forte come una roccia
delle sue montagne. Poi ci sono stereotipi particolari: l'eroe
purissimo che vive per la pugna e sogna la morte eroica
(figura cara ai giornalisti, non certo ai combattenti); l'ardito
che ama la guerra e la fa con una abilità e una ferocia che
suscitano brividi e qualche sospetto; infine il vile, capace di
ogni bassezza per salvare la pelle, che può scendere fino
alla cupa figura del disertore. Tutti stereotipi presenti nella
propaganda e nella memoria, ma che non sono di qualche
utilità per un'analisi seria.
Negli ultimi decenni una nuova leva di studiosi si è messa
con tenacia a ricercare fonti dirette sui sentimenti e
comportamenti dei soldati, che non siano passate attraverso
la mediazione degli ufficiali o della cultura tradizionale. Se
non che la straordinaria mole di lettere che i soldati
scrivevano e ricevevano è andata quasi completamente
distrutta, così come i diari che non pochi soldati tenevano e
i memoriali che altri avevano steso, generalmente al
momento del ritorno. Ritrovare in un archivio qualche
centinaio di lettere dimenticate o rintracciare qualche
322
diario o qualche memoriale di soldati è una fortuna poco
frequente; i materiali disponibili sono troppo pochi per
offrire più di spunti o interrogativi e sono comunque difficili
da inquadrare (un soldato può scrivere a casa la sua
protesta, ma continuare a servire con obbedienza) (85).
Un'altra fonte preziosa sono gli archivi della censura
militare e dei tribunali; ma pure in questo caso l'analisi è
difficile, perché testimonianze e avvenimenti sono mediati
dall'intervento inquisitorio degli ufficiali, da cui dipende la
scelta dei materiali da salvare e la loro presentazione. In
sostanza, i materiali recentemente acquisiti sono preziosi
perché documentano la presenza tra i soldati di sentimenti
di protesta e di rifiuto, che le fonti tradizionali avevano
cancellato (86). Non consentono però di misurare la
diffusione di questi sentimenti, né di inquadrarli
adeguatamente. Il che ci riporta al punto di partenza. Non
abbiamo elementi sufficienti per capire cosa pensassero i
soldati, né perché combattessero. Siamo costretti a
studiarli sulla base di dati ed elementi esterni, che ci dicono
a grandi linee (e raramente con la chiarezza necessaria)
cosa facevano, ma non perché lo facessero. Non è un caso
soltanto italiano, gli stessi problemi si presentano per gli
altri eserciti e la nostra storiografia non è più arretrata di
quelle straniere.

- "Il consenso".

Partiamo da una constatazione. In tre anni e mezzo di


guerra durissima sotto tutti gli aspetti l'esercito italiano
diede prova di solidità e compattezza e poté sempre contare
sull'obbedienza dei soldati. Ciò non vuol dire che la gestione
degli uomini non ponesse gravi problemi e che tra i soldati
non fossero diffusi sentimenti e comportamenti di protesta
e di rifiuto, che illustreremo in seguito. Tuttavia va rilevato
che l'esercito italiano non si comportò diversamente dagli
altri eserciti in campo, anzi non conobbe una crisi della
gravità degli ammutinamenti francesi del 1917. Riteniamo

323
quindi corretto parlare di consenso dei soldati, anche se nei
termini che cercheremo di precisare.
Per la grande maggioranza dei soldati questo consenso non
era dovuto a una motivazione patriottica forte. Dall'insieme
degli studi e della memorialistica emerge con sicurezza che
soltanto una minoranza piccola e non quantificabile dei
soldati faceva la guerra con la chiarezza di idee e
convinzioni che caratterizzava gli ufficiali (87); i più
facevano la guerra senza comprenderne le ragioni o senza
condividerle, al di là della ripetizione di slogan della
propaganda. Non è possibile approfondire questo giudizio
generale, ma neanche metterlo in dubbio sulla base delle
fonti disponibili, soprattutto della testimonianza degli
ufficiali. E' però necessaria un'osservazione.
Anche se valutazioni così generali hanno un grosso margine
di approssimazione, la maggioranza dei soldati francesi,
inglesi e tedeschi avevano certamente una motivazione
patriottica; non bisogna però dimenticare che ciò non era
soltanto il frutto di un più alto livello di acculturazione e di
integrazione delle masse, bensì anche del modo in cui la
guerra era stata impostata. Nell'agosto 1914 i cittadini
erano stati chiamati alle armi per difendere il loro paese da
un'aggressione ingiusta e pericolosa; e la difesa della patria
in pericolo continuò a essere il tema dominante della
propaganda dei belligeranti. Il soldato francese a Verdun
aveva chiaro perché combatteva; e non poteva sapere né
tanto meno capire che pure il nemico tedesco era convinto
di combattere per difendere la patria aggredita. Un
discorso del genere non poteva essere fatto al soldato
italiano, l'Italia non era stata aggredita né invasa, il soldato
doveva combattere per obiettivi astratti come l'onore, il
dovere, i destini nazionali, l'acquisizione di territori che
ignorava; in confronto erano più forti le motivazioni degli
austro- ungarici, una parte dei quali si batteva per difendere
la patria dalle ambizioni italiane di conquista. Non importa
che questi o altri pericoli drammatizzati dalla propaganda
fossero reali, importa che fossero credibili e creduti dalle
truppe.
324
Ne consegue che la mancanza di una motivazione
patriottica della massa dei soldati italiani non era dovuta
soltanto a una minore acculturazione nazionale, ma anche
all'impostazione della guerra italiana, che offriva obiettivi
validi per la borghesia, come lo slogan «Trento e Trieste»,
ma poco comprensibili o irrilevanti per le masse. E quindi
imponeva ai soldati uno sforzo maggiore, perché non era in
grado di dare una ragione chiara ed evidente ai loro
sacrifici. Il discorso iniziale va quindi in parte rovesciato: se
il soldato non aveva una motivazione forte, è perché la
classe dirigente non era in grado di fornirgliela e perché se
ne preoccupava così poco, che fino a Caporetto mancò
l'organizzazione di una propaganda efficiente per le truppe.
Anche la gestione dei soldati non teneva conto delle loro
esigenze: più che del miglioramento delle condizioni di vita
nelle trincee o dell'organizzazione di una propaganda per i
soldati, Cadorna si preoccupava di mantenere la disciplina
attraverso la repressione, già prima dell'inizio delle
operazioni. La poca fiducia che costui aveva nelle sue
truppe non si può ricondurre soltanto a fattori personali, ma
era il corrispettivo in campo militare della gestione politica
della destra autoritaria di Salandra e Sonnino, altrettanto
diffidenti verso le masse.
Non va infine dimenticato che l'esercito italiano continuò a
basarsi in guerra sul reclutamento nazionale (ogni reparto
era composto da uomini di tutte le regioni) che applicava in
pace per le esigenze di politica interna indicate nel capitolo
2. Ciò dava ai reparti una coesione di partenza minore di
quelli a reclutamento regionale, perché i soldati tendevano
a suddividersi in nuclei omogenei per origine e dialetto; la
riconosciuta solidità dei battaglioni alpini dipendeva in
primo luogo dal reclutamento strettamente territoriale che
li caratterizzava. Per le fanterie britanniche, tedesche e
austriache il reclutamento territoriale era la norma, il che
dava loro un vantaggio iniziale su quelle italiane.
In definitiva, possiamo dire con buona certezza che i soldati
non capivano le ragioni della guerra di Cadorna. Ciò non
vuol dire che non avessero altra motivazione per continuare
325
a combattere che la durezza della repressione o
l'ottundimento generale di cui parlava Gemelli. Accettare
gli orrori della guerra e la prospettiva della morte è un
comportamento così lontano dalla vita normale e dai suoi
valori consolidati che non può essere spiegato soltanto in
un'unica chiave, l'adesione ai valori ufficiali o la paura della
fucilazione. La guerra non avrebbe potuto essere condotta
senza il consenso dei soldati, questo è evidente per chi la
studia. Misurare e analizzare le ragioni di questo consenso
è impossibile, ci mancano gli strumenti, non possiamo dire
quanto fosse obbedienza passiva o partecipazione
consapevole, a prescindere dal fatto ovvio che il consenso
varia secondo le persone e i momenti. Possiamo soltanto
indicare i grandi fattori che furono alla sua base, lavorando
su ipotesi logiche, ma non documentabili e quindi da
discutere.
In primo luogo, gli uomini che vestivano la divisa erano stati
educati alla disciplina dall'ambiente familiare e di lavoro.
La società contadino-cattolica era una straordinaria scuola
all'obbedienza e all'accettazione del destino. E la cultura
contadino- cattolica era ancora forte nelle città, malgrado
le novità disgregatrici e la diffusione del socialismo. Le
tradizioni ed esperienze di lotta sociale erano poi legate
all'ambiente di lavoro, non erano riproponibili
nell'ambiente militare; e comunque non mettevano in
discussione l'etica del lavoro. In sostanza la recluta era
predisposta all'obbedienza e all'accettazione di una
gerarchia, della fatica, del sacrificio, del destino, che erano
i requisiti fondamentali del soldato della prima guerra
mondiale.
E" più difficile dire quale grado di acculturazione avessero
i soldati italiani, quale capacità di identificazione in una
collettività portassero nella vita militare; certamente
bisognerebbe potere distinguere tra i diversi ambienti di
provenienza. Sembra difficile sostenere l'assoluta
estraneità verso lo Stato e la guerra della maggioranza dei
soldati, la società italiana non era tutta così lontana da
quella francese o tedesca. Un contadino cattolico o un
326
operaio socialista, per esempio, non erano predisposti a
contribuire a una guerra di conquista imperialista, ma
avrebbero probabilmente accettato una guerra difensiva. Ci
chiediamo quindi se la divisione tradizionale tra una
minoranza di soldati partecipi e una maggioranza estranea
alla guerra non dovrebbe lasciare il posto a una visione più
articolata, in cui ci sia posto anche per una partecipazione
che non rientrava negli schemi cadorniani, ma non per
questo va negata o sottovalutata.
Per fare un caso specifico, la nutrita memorialistica, gli
studi, il mito (e le fredde cifre) non lasciano dubbi sul
valore, la dedizione, il sacrificio dei battaglioni alpini,
sempre annoverati tra le migliori truppe italiane. Eppure la
loro vita e la loro disciplina sono lontane dalle concezioni
cadorniane. Nei battaglioni alpini la disciplina non è
formale, ma di sostanza; non mancano rumorose proteste
nei trasporti verso il fronte, casi di insubordinazione e
diserzione verso casa, disordini nelle retrovie, proteste di
ubriachi contro la guerra. Le loro canzoni (un repertorio
straordinario, ancora poco studiato) non parlano mai di
patria, descrivono la guerra come lutto, dovere, sacrificio
("Monte Nero, Monte Rosso / traditore della vita mia... Per
venirti a conquistare / ho perduto tanti compagni / tutti
giovani sui vent'anni / la sua vita non torna più...'). Sono
elementi di grande interesse per capire la vita delle truppe,
la complessità e contraddittorietà dei loro comportamenti,
più conosciuti per gli alpini, certo presenti anche nei
reggimenti di fanteria, lo spirito di corpo non dipendeva
soltanto dalle penne nere (88).
L'impostazione data alla guerra italiana e la mancanza di
iniziative politiche adeguate fecero sì che l'organizzazione
del consenso dei soldati fosse scaricata tutta sull'istituzione
militare. Gli studi in materia ne hanno sottolineato
soprattutto la componente repressiva, e certamente le
circolari di Cadorna incoraggiano questa visione, così come
la documentazione drammatica dei processi e delle
fucilazioni. Dovrebbe però essere evidente che la
repressione è una componente essenziale di ogni società e
327
di ogni esercito (tanto più dura quanto più cruento è il
conflitto), ma da sola non ha efficacia, può valere soltanto
come elemento di un sistema complesso. In realtà
l'istituzione militare ha grandi capacità di coinvolgimento
che non vanno dimenticate e che cercheremo di accennare,
grazie anche ai contributi della sociologia militare (89).
Testimonianze e studi vecchi e nuovi insistono sulla rottura
totale con le esperienze prebelliche provocata dalla guerra
di trincea, che annulla i valori e i punti di riferimento
tradizionali. Il combattente non rimane però nudo e solo,
perché trova inquadramento nell'istituzione militare, così
come (in condizioni meno drammatiche) accade alla recluta
che entrando in caserma lascia alle spalle il mondo civile.
Valga l'esempio della depersonalizzazione del soldato, che
l'istituzione persegue con l'azzeramento delle sue
qualifiche e condizioni civili e con un'egualizzazione coatta
(dalla divisa all'imposizione di regole e ritmi rigidi e talora
privi di senso), per non lasciargli altra identità che quella
militare e altra collocazione che quella all'interno
dell'istituzione. In condizioni più drammatiche, lo stesso
processo si riproduce in trincea, il soldato non ha
alternativa all'identificazione con l'istituzione e
all'accettazione della sue regole e gerarchie, a cui lo
spingono anche l'educazione all'obbedienza ricevuta e i
sentimenti di dovere e patriottismo che può nutrire.
L'ufficiale diventa un punto di riferimento obbligato, la
disciplina un elemento di organizzazione necessario nella
società chiusa della trincea, che non ha rapporti con
l'esterno, anzi guarda con rancore e distacco tutto quanto
sta alle sue spalle. Il battaglione è certamente una società
provvisoria, nata dalla violenza che la guerra esercita sui
soldati a tutti i livelli, ma è pure una società concreta, che
garantisce al soldato un inquadramento adeguato alla
realtà della guerra e gli fornisce valori e regole di vita
sostitutive di quelle civili che ha perso.
Questo nuovo mondo non si presenta soltanto come
coercizione, ma anche come una realtà di rapporti forti con
i compagni e di identificazione con il reparto (90). La
328
tradizione parla a questo proposito di spirito di corpo, la
sociologia più laicamente di dinamica dei piccoli gruppi
all'interno di un'istituzione chiusa. La grande ricerca
sociologica sulle forze armate statunitensi nella seconda
guerra mondiale, "American Soldier", giunge a sostenere
che la lealtà verso il piccolo gruppo è l'elemento essenziale
di coesione; i soldati rifiutano tutto quanto esce dalla loro
esperienza diretta, si identificano nel gruppo di cui fanno
parte, affrontano i rischi del combattimento per solidarietà
verso i compagni. Senza arrivare a conclusioni così
perentorie, riteniamo che le dinamiche di coesione interne
ai reparti (che garantiscono al soldato legami affettivi
alternativi a quelli civili) siano determinanti a livello
orizzontale, per così dire, in combinazione con il livello
verticale dell'inquadramento gerarchico che garantisce una
guida.
L'istituzione militare ha capacità di coinvolgimento e di
acculturazione che è impossibile calcolare, anche perché
ovviamente variano con le situazioni e i momenti, ma che
non bisogna sottovalutare se si cerca di capire perché i
soldati continuassero a obbedire e combattere. Non va
inoltre dimenticato che la trincea non lasciava alternative,
era generalmente una guerra di reparti inquadrati, in cui le
possibilità di fuga individuale erano rare e costose. Ci
sembra poi fuorviante parlare di una guerra "stupidà",
anche se così la definiscono non pochi reduci e studiosi. Il
conflitto mondiale può essere definito ingiusto o criminale,
esempio della follia umana; e naturalmente comporta un
elevato numero di scelte e comportamenti stupidi o
insensati, più evidenti che nelle attività civili perché
fuoriescono dai canoni normali e mettono in gioco migliaia
di vite. Perché un esercito di milioni di uomini viva e
combatta occorrono però tesori di intelligenza e dedizione
a tutti i livelli, a cominciare dagli alti comandi che
gestiscono molti più uomini di qualsiasi industria; anche la
ripetizione di attacchi sanguinosi risponde alla cultura del
tempo e si accompagna a una continua ricerca di
miglioramenti tecnici. Considerare i soldati in trincea come
329
schiavi tenuti insieme dal terrore non è realistico, ma
offensivo verso questi uomini travolti da una tragedia
collettiva, eppur sempre capaci di reazioni e sentimenti e
che nel loro adattamento alla trincea non erano affatto
passivi.

- "Il rifiuto".

Certo, il consenso coesiste col rifiuto. Secondo non pochi


studiosi, il rifiuto è assai più significativo, mina e riduce il
consenso, testimonia una condizione latente di scontento e
rivolta. Cerchiamo di chiarire i termini del problema, con
l'avvertenza che in materia gran parte delle valutazioni
rimangono soggettive.
Un primo punto è però sicuro: non esiste un rifiuto
organizzato con una motivazione forte. Né le occhiute
indagini dei carabinieri, né le ricerche archivistiche hanno
trovato traccia di tentativi di penetrazione tra i soldati da
parte di socialisti e anarchici, tanto meno di complotti e
sedizioni. Nei riguardi dell'esercito mobilitato i dirigenti
socialisti applicarono alla lettera la formula «né aderire, né
sabotare», ossia se ne disinteressarono, senza chiedere ai
loro militanti in divisa di prendere posizione contro la
guerra. E costoro non si comportarono diversamente dagli
altri soldati. Su un altro versante, il mondo cattolico non
aveva tentazioni pacifiste e non accettò mai la condanna del
conflitto espressa dal papa Benedetto Quindicesimo. Il
rifiuto dei soldati non dipende dal disfattismo socialista o
cattolico denunciato da Cadorna, ma va ricondotto ai
problemi interni all'esercito (91).
Distinguiamo gli atti di rifiuto individuali da quelli collettivi.
I primi sono così numerosi che non possono essere censiti
neppure in modo approssimativo. Gli unici dati riguardano
i procedimenti giudiziari aperti, 100 mila per renitenza e
340 mila verso militari alle armi, e le condanne di questi
ultimi, 101700 per diserzione, 24500 per indisciplina,
10000 per autolesionismo e 5300 per resa o sbandamento,
per citare i reati più significativi. Queste cifre non bastano
330
per misurare la frequenza delle infrazioni, perché non tutte
erano rilevate e perseguite (e comunque la maggior parte
veniva risolta senza la denuncia ai tribunali) e molte
denunce erano infondate, visto che i procedimenti conclusi
registrano il 40 per cento di assoluzioni (92). Risulta
incontrovertibile che tra i soldati esisteva un margine ampio
(seppure non quantificabile) di insofferenza e di rifiuto,
articolato tra vie di fuga diverse, sia studiate, sia prese
d'impulso, e tra gesti di insubordinazione (oltre ai desideri
di fuga e protesta che risultano dalle lettere, che possono
essere più un sogno che un programma d'azione).
Un altro tipo di rifiuto sono le nevrosi provocate dalla
guerra, che per i soldati si traducono in invalidità parziali
dovute allo stress psicofisico, come sordità, mutismo,
perdita del controllo di un braccio, oppure uno stato
confusionale generale. Gli alti comandi tendono a
considerare queste nevrosi come casi di autolesionismo o di
finzione, soltanto per gli ufficiali si parla generalmente di
esaurimento nervoso. Non è possibile quantificare questi
casi, certo più numerosi delle 10000 condanne per
autolesionismo; sono abbastanza frequenti da allarmare le
autorità e provocare ricerche e dibattiti tra i medici. Si
verificano naturalmente in tutti gli eserciti; gli inglesi li
classificano come "Shell-shock", traumi da esplosione, con
riferimento agli effetti dello scoppio di una granata
d'artiglieria che squassa e sconvolge anche quando non
ferisce con le schegge (93).
Il problema è come interpretare questo margine di rifiuto,
dovuto alle straordinarie tensioni e durezze della guerra; e
infatti è più alto nei reparti di fanteria al fronte e diminuisce
quando ci si allontana dalle trincee. Per non pochi studiosi
è la dimostrazione dei limiti di solidità e consenso
dell'esercito; una conclusione che richiede alcune
precisazioni. In primo luogo, per quanto ampio sia questo
margine di rifiuto, non tocca la maggioranza dei soldati, che
rimangono a combattere con obbedienza ed efficienza. In
secondo luogo, un certo livello di rifiuto e di repressione è
presente in ogni esercito, tanto più in un esercito di massa.
331
Tutti gli eserciti della prima guerra mondiale ebbero gli
stessi problemi di quello italiano, anche se la mancanza di
studi comparativi non permette un confronto articolato
(94). In terzo luogo, una parte minore di questi rifiuti hanno
un carattere definitivo, sono cioè espressione della
decisione di uscire dalla guerra a qualsiasi costo, come
l'autolesionismo, mentre altri sono gesti di protesta o
insofferenza dovuti alla straordinaria tensione della trincea,
ma recuperabili (a cominciare da quelli che furono liquidati
senza una denuncia ai tribunali). Si ricordi che le pene fino
a sette anni venivano sospese e i condannati rispediti in
trincea, dove non si comportavano diversamente dagli altri
soldati. Infine viene da chiedersi fino a che punto questi
rifiuti non fossero dovuti alla scelta dei comandi di
anteporre la repressione alla ricerca di un miglioramento
delle condizioni di vita dei soldati. Se analizziamo le 101
mila 700 condanne per diserzione, vediamo che solo 3000
riguardano la diserzione con passaggio al nemico, ossia una
scelta definitiva (si tratta però di processi contro prigionieri
che non possono difendersi, in una parte dei casi non hanno
disertato, ma sono stati catturati dal nemico), e 6300 la fuga
dal reparto in trincea; nella stragrande maggioranza delle
condanne sono compresi sia i soldati che scappavano dalle
retrovie nell'illusione di nascondersi fino al termine della
guerra, sia quelli che si prendevano arbitrariamente una
licenza, sia quelli che prolungavano di qualche giorno una
licenza legittima. Tutte queste diserzioni si sarebbero
verificate se il soldato italiano avesse avuto il regime di
licenze più intelligente e generoso garantito al soldato
francese?

Passiamo ora ai rifiuti collettivi, più gravi come indice di


crisi. Non ci occupiamo dei reati di resa e sbandamento, che
pure danno 5300 condanne su 8500 denunce, perché la
documentazione non consente un'analisi dettagliata e
perché è sempre difficile e molto soggettivo stabilire nelle
fasi del combattimento se un reparto che si ritira o viene
disperso lo fa per cedimento interno o perché costretto
332
dalla superiorità del nemico. La ripartizione per anno di
queste condanne (1800 nel 1915, 2300 nel 1916, poi un
rapido calo nel 1917 fin quasi alla scomparsa nel 1918) ci
dice come fossero dovute a una politica di repressione dei
comandi più che alle vicende reali del fronte. Ci
soffermiamo invece sui rifiuti collettivi di obbedienza, in
sostanza le manifestazioni di protesta delle truppe, su cui
abbiamo una documentazione incompleta, ma interessante.
Non conosciamo fenomeni collettivi di insubordinazione di
reparti in trincea, in Italia come sugli altri fronti; dinanzi al
nemico si hanno soltanto fughe o gesti di ribellione
individuali. La protesta collettiva nasce sempre in reparti di
fanteria a riposo nelle immediate retrovie del fronte; gli
undici casi documentati (tre del 1916, otto del 1917)
riguardano tutti reparti che ricevono l'ordine di tornare in
prima linea e, col favore delle tenebre, protestano
vivacemente all'interno dell'accampamento sparando in
aria. Con una sola eccezione, la protesta si ferma qui,
all'alba i reparti si ricompongono e prendono la via della
trincea. Anche se la memorialistica narra di una serie di casi
analoghi, è lecito presumere che questi undici fossero i più
gravi, perché la loro repressione comportò una serie di
esecuzioni sommarie (una quarantina, più i ventotto della
Catanzaro) con il ricorso alla decimazione (il sorteggio dei
soldati da fucilare) in almeno quattro casi (95). In un solo
caso si può parlare di rivolta: nella notte tra il 15 e il 16
luglio 1917 nell'accampamento della brigata Catanzaro ci
furono confuse sparatorie, fuoco di mitragliatrici e propositi
di resistenza, con un totale di 2 ufficiali uccisi e 2 feriti, 9
soldati uccisi e 25 feriti. All'alba la rivolta cessò dinanzi allo
spiegamento delle truppe accorse. Furono subito fucilati 16
indiziati e 12 sorteggiati, poi la brigata tornò in linea. Una
successiva inchiesta della magistratura portò all'arresto di
123 soldati, numerose condanne e altre 4 fucilazioni, senza
che fosse trovato alcun indizio di organizzazione o
premeditazione della protesta, come in tutti i casi analoghi
(96).

333
Come valutare queste proteste collettive? La prima cosa da
dire è che scoppiano senza una logica, in brigate provate
dalla trincea, ma non diverse dalle altre. L'elemento forse
più interessante è che, lasciando da parte il caso della
Catanzaro, la protesta rimase sempre in limiti precisi: gli
ufficiali non vengono presi di mira, le nutrite sparatorie in
aria provocano un solo ferito nei dieci casi documentati, i
soldati si rimettono in ordine all'alba senza bisogno di
interventi, i reparti tornati in trincea si comportano come
gli altri. Gli episodi di protesta analoghi che non sono
compresi nella nostra documentazione non furono
certamente più gravi, tanto che furono risolti senza
esecuzioni sommarie; secondo più testimonianze, gli
ufficiali dei reparti coinvolti tendevano generalmente a
proteggere i loro uomini. Oltrepassare i limiti citati era
facile, come dimostra il caso della Catanzaro, il fatto che in
tutti gli altri casi fossero rispettati ci sembra degno di nota:
che ogni volta centinaia di soldati scaricassero in aria il
fucile senza rivolgerlo contro gli ufficiali (di notte si poteva
sperare nell'impunità), vuol dire che conoscevano la
differenza tra una protesta e una rivolta (piccola soltanto
per i codici militari) e che la loro protesta si collocava
all'interno della guerra, non era un'illusoria fuga dal
conflitto. Abbiamo una possibilità di confronto specifica, gli
ammutinamenti dell'esercito francese del 1917. Li
presenteremo appresso, per ora ci limitiamo a dire che si
svolgono più o meno nei limiti delle proteste collettive
italiane, ma su scala molto più vasta e con conseguenze ben
più gravi. I comandi francesi non accusarono i soldati di
tradimento o di viltà, bensì arrivarono alla conclusione che
la protesta era dovuta alla stanchezza delle truppe, alle
perdite spaventose, ai troppi assalti mal condotti, alle
pessime condizioni di vita nelle trincee; e accettarono di
modificare la condotta della guerra. Per gli studiosi francesi
questi ammutinamenti sono uno degli aspetti della guerra,
da studiare senza arrivare a mettere in discussione
l'obbedienza e il rendimento complessivo dei soldati. Non si
capisce perché le proteste collettive italiane, di tanto più
334
limitate, dovrebbero rappresentare un rifiuto più grave, tale
da compromettere l'efficienza dell'esercito. Così non furono
considerate dagli alti comandi, che non le ritennero tanto
preoccupanti da dover modificare la loro gestione della
guerra; Cadorna ne scaricò la responsabilità sul disfattismo
socialista e cattolico, sul governo, sul paese, ma per quanto
era di sua competenza si limitò a ordinare repressioni
draconiane, senza mai pensare di dover rivedere la sua
strategia offensiva o più semplicemente di doversi
impegnare nel miglioramento delle condizioni di vita delle
truppe in trincea. In sostanza, fece il possibile per
alimentare lo scontento delle truppe.

Veniamo a una conclusione. Consenso e rifiuto dei soldati


vanno misurati all'interno di quella tragedia collettiva che
furono il primo conflitto mondiale a livello culturale e
politico e la guerra di trincea a livello militare. Milioni di
soldati portati al fronte avevano logicamente sentimenti
diversi nei confronti della guerra, dall'adesione al rifiuto,
passando attraverso gradi di partecipazione diversi,
comunque sempre mediati da un'educazione
all'obbedienza. E la macchina militare aveva una collaudata
capacità di creare e imporre consenso. Il buon rendimento
dell'esercito italiano in tre anni e mezzo di operazioni, pur
con tutti i limiti di mezzi e di cultura, gli insuccessi e le
sconfitte che abbiamo indicato (e indicheremo per l'ultimo
anno di guerra) è la prova migliore che un consenso dei
soldati c'era, anche se beninteso è impossibile sapere in
quale misura fosse attivo o passivo, adesione politica o
semplice obbedienza (e naturalmente c'era anche una
percentuale di estraneità alla guerra). Questo consenso
coesiste con un margine di rifiuto articolato, non
quantificabile, ma diffuso, che è soprattutto la reazione alla
durezza della guerra, alle perdite altissime, alle condizioni
di vita in trincea, alla mancanza di attenzione per i soldati.
E si traduce sia in tentativi di fuga definitiva (come
l'autolesionismo o la diserzione senza ritorno all'interno o
verso il nemico), sia in gesti di rivolta individuale, sia in
335
fughe temporanee, spesso ricuperabili alla trincea. Sono
comportamenti comuni a tutti gli eserciti, ancora da
studiare in termini comparati, forse più gravi in Italia sia
per la minore acculturazione di parte delle masse, sia per
l'impostazione data alla guerra, di aggressione e non di
difesa, sia per la scarsa attenzione che gli alti comandi
dedicano alle esigenze morali e materiali dei soldati. Non
autorizzano comunque a presentare l'esercito italiano come
dominato dall'insubordinazione individuale e collettiva, la
realtà dominante è l'obbedienza e il consenso dei soldati.
Lo studio della guerra di trincea non consente conclusioni
perentorie, il comportamento di milioni di uomini non può
essere rinchiuso in formule rigide, nessuno potrà mai
spiegare in termini esaustivi perché costoro abbiano
affrontato gli orrori della trincea e la morte. La ricerca
storica può arrivare fino a un certo punto, oltre rimane
soltanto il rispetto per questi uomini e il loro sacrificio.

336
NOTE. AL CAPITOLO 4.

1. Kurt Suckert (Curzio Malaparte), "Viva Caporetto! La


rivolta dei santi maledetti", Milano, Mondadori, 1981, p. p.
60-61.

2. Agostino Gemelli, "Il nostro soldato. Saggi di psicologia


militare", Milano, Treves, 1917.

3. Piero Jahier, "Con me e con gli alpini", Firenze, La Voce,


1919.

4. Mario Isnenghi, "Giornali di trincea 1915-1918", Torino,


Einaudi, 1977.

5. Carlo Emilio Gadda, "Il castello di Udine", Torino,


Einaudi, 1961; Id., "Giornale di guerra e di prigionia",
Torino, Einaudi, 1965, ripubblicato con l'aggiunta di un
"Taccuino di Caporetto. Diario di guerra e di prigionia
(ottobre 1917-aprile 1918)", a cura di Sandra e Giorgio
Bonsanti, note di Dante Isella, Milano, Garzanti, 1991.

6. Carlo Salsa, "Trincee", Milano, Sonzogno, 1924, p. 125.

7. Lucio Fabi, "Gente di trincea", Milano, Mursia, 1994, p.


p. 29-35.

8. E' la condizione umana al centro dell'omonima opera di


E. J. Leed, cit.

9. L. Fabi, "Gente di trincea", cit., p. p. 35-36.

10. La quotidianità dell'uomo comune in guerra e le reazioni


e adattamenti del soldato semplice vengono più
direttamente scandagliati - dopo l'azione pionieristica della
rivista trentina «Materiali di lavoro» - dalle collane
specificamente dedicate alla raccolta, edizione e studio dei

337
testi della "scrittura popolarè: corrispondenza, diari,
memorie, citate alla nota 64 del capitolo 2.

11. Federico Croci, "Scrivere per non morire. Lettere dalla


Grande Guerra del soldato bresciano Francesco Ferrari",
prefazione di Antonio Gibelli, Genova, Marietti, 1992;
Rosalba Dondeynaz, "Selma e Guerrino. Un epistolario
amoroso (1914-1920)", introduzione di Luisa Passerini,
Genova, Marietti, 1992.

12. Ne ha ripetutamente ragionato Emilio Franzina,


utilizzando come fonte le lettere popolari dall'emigrazione
e dalla guerra, che sono gli «eventi separatori» per
eccellenza all'origine del bisogno di scrivere e leggere degli
illetterati. Conf. anche "I luoghi della scrittura
autobiografica popolare", atti del terzo seminario nazionale,
Rovereto, 1-3 dicembre 1989, «Materiali di lavoro», 1990,
n. 1-2; e ancor prima "La scrittura popolare della guerra.
Diari di combattenti trentini", relazione presentata da
Gianluigi Fait, Diego Leoni, Fabrizio Raserà e Camillo Zadra
al convegno di Rovereto del 1985, i cui atti sono stati
pubblicati con il medesimo titolo del convegno: Diego Leoni,
Camillo Zadra (a cura di), "La Grande Guerra. Esperienza,
memoria, immagini", Bologna, Il Mulino, 1986.

13. Mario Muccini, "Ed ora, andiamo. Il romanzo di uno


scalcinato", Milano, Garzanti, 1939.

14. C. Salsa, "Trincee", cit., p. 70.

15. Fra le eccezioni da segnalare, in aggiunta alle raccolte


di testi popolari già menzionate, il "Diario di guerra di un
contadino toscano", di Giuseppe Capacci - mezzadro
dell'aretino -, uscito a cura di Dante Priore e con note
introduttive di Mario Isnenghi e di Pietro Clemente,
Firenze, Cultura, 1982.

16. C. Salsa, "Trincee", cit, p. p. 292-294.


338
17. C. Salsa, "Trincee", cit., p. 294.

18. C. Salsa, "Trincee", cit., p. 76.

19. Emilio Lussu, "Un anno sull'Altipiano", Torino, Einaudi,


1964, p. 105 [1a ed. Parigi, Edizioni italiane di cultura,
1938].

20. C. Salsa, "Trincee", cit., p. p. 75-76.

21. Giulio Cesare Ferrari, "Osservazioni psicologiche sui


feriti della nostra guerra", «Rivista di psicologia», 1915, p.
p. 171-172.

22. Giorgio Rochat, "Gli arditi della grande guerra. Origini,


battaglie e miti", Milano, Feltrinelli, 1980 [2a ed. Gorizia,
Editrice goriziana, 1990].

23. Antonio Gibelli, "L'esperienza di guerra. Fonti medico-


psichiatriche e antropologiche", in D. Leoni, C. Zadra (a
cura di), "La Grande Guerra", cit.; e nello stesso volume
Bruna Bianchi, "Delirio, smemoratezza e fuga. Il soldato e
la patologia della paura"; di Antonio Gibelli si veda poi il
volume "L'officina della guerra", Torino, Bollati Boringhieri,
1991, pure impegnato sulla fenomenologia della "follià di
guerra.

24. Giovanna Procacci, "Soldati e prigionieri italiani nella


Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite", Roma,
Editori Riuniti, 1993.

25. La parabola del diritto e delle sue applicazioni militari


nel saggio di Alberto Monticone che apre il volume di E.
Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.

26. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. p. 464-465.
339
27. Attilio Frescura, "Diario di un imboscato", Bologna,
Cappelli, 1921, p. p. 170-172. La prima edizione, non
depurata come le successive, esce a Vicenza nel 1919,
presso la Tipografia editrice Galla.

28. Irene Guerrini, Marco Pluviano, "Le fucilazioni


sommarie nella prima guerra mondiale", Udine, Gaspari,
2004.

29. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. 435.

30. Giovanna Procacci, "Dalla rassegnazione alla rivolta.


Osservazioni sul comportamento popolare in Italia negli
anni della prima guerra mondiale", «Ricerche storiche»,
1989, n. 1.

31. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. p. 460-461.

32. Bruna Bianchi, "Le ragioni della diserzione. Soldati e


ufficiali di fronte a giudici e psichiatri (1915-1918)", «Storia
e problemi contemporanei», 10 (1992).

33. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. 450.

34. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. 451.

35. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit.,


p. p. 442-443.

36. Irene Guerrini, Marco Pluviano, "Le fucilazioni


sommarie nella prima guerra mondiale", cit.

340
37. Conf. i saggi già citati di B. Bianchi e A. Gibelli in D.
Leoni, C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit.; e dello
stesso A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., il cui
sottotitolo recita appunto "La Grande Guerra e le
trasformazioni del mondo mentale".

38 Leonid Andreev, "Il riso rosso", Milano, Sonzogno, s. d.


(ma 1915).

39. L. Andreev, "Il riso rosso", cit., p. 40.

40. Giuseppe Sacchini, "Il reato "diserzioné nei soldati


ricoverati nell'Ospedale militare psichiatrico di Mombello",
citato da A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. 133.

41. A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. 133.

42. A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. 134.

43. A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. p. 123-131.

44. A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. 122.

45. A. Gibelli, "L'officina della guerra", cit., p. 122.

46. B. Bianchi, "Delirio, smemoratezza e fuga", in D. Leoni,


C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit., p. 98.

47. B. Bianchi, "Delirio, smemoratezza e fuga", in D. Leoni,


C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit., p. 78.

48. B. Bianchi, "Delirio, smemoratezza e fuga", in D. Leoni,


C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit., p. 78.

49. A. Gemelli, "Il nostro soldato", cit.

341
50. Roberto Morozzo della Rocca, "La fede e la guerra.
Cappellani militari e preti- soldati (1915-1919)", prefazione
di Alberto Monticone, Roma, Studium, 1980, p. 8.

51. E' il titolo dell'opera di L. Ganapini, cit.

52. R. Morozzo della Rocca, "La fede e la guerra", cit., p. p.


207-208.

53. R. Morozzo della Rocca, "La fede e la guerra", cit, p. 10.

54. R. Morozzo della Rocca, "La fede e la guerra", cit., p. p.


79-84.

55. R. Morozzo della Rocca, "La fede e la guerra", cit., p. p.


126-127.

56. Giovanni Semeria, "Memorie di guerra offerte per gli


orfani a tutti i buoni Italiani", Roma- Milano, Amatrix, s. d.
Si tratta di scritti del 1920 e 1921, in parte usciti in una
prima edizione in Sudamerica, poi più volte negli anni venti
e aperti da una dedica a Cadorna. Conf. inoltre Id., "Nuove
memorie di guerra", Milano, Amatrix, s. d.; Id., "I miei
ricordi oratori", Milano- Roma, Amatrix, 1927-1929; Id., "I
miei tempi. Volume II de I miei ricordi oratori", Milano,
Amatrix, 1929. La Amatrix è l'editrice dell'Opera nazionale
orfani di guerra di Semeria e Minozzi, sorta nel 1921 e che
vanta decine di orfanotrofi, asili infantili, laboratori e
colonie alpine sparsi in tutta Italia.

57. Girolama Borella, Daniele Borgato, Roberto Marcato,


"Chiedo notizie di vita o di morte. Lettere a un, cappellano
militare della Grande Guerra", con una "Introduzione" di
Mario Isnenghi e una antologia di lettere, Rovereto, Museo
Italiano della guerra, 2004.

58. Si vedano il saggio di Alberto Monticone, "Il regime


penale nell'esercito italiano durante la prima guerra
342
mondiale", e la raccolta di imputazioni e di sentenze dei
tribunali militari in E. Forcella, A. Monticone, "Plotone
d'esecuzione", cit.

59. Emilio Franzina, "Il tempo libero dalla guerra. Case del
soldato e postriboli militari", in D. Leoni, C. Zadra (a cura
di), "La Grande Guerra", cit., ora ampliato in volume,
"Casini di guerra. Il tempo libero dalla trincea e ipostriboli
militari", Udine, Gaspari, 1999.

60. Si tratta della circolare Cadorna n. 268, 11 giugno 1915,


«Vigilanza e disciplina del meretricio», cit. da E. Franzina,
"Il tempo libero dalla guerra", in D. Leoni, C. Zadra (a cura
di), "La Grande Guerra", cit.

61. Marco Pluviano, "Le case del soldato", «Notiziario


dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia»,
36 (dicembre 1989), p. 8.

62. E. Franzina, "Il tempo libero dalla guerra", in D. Leoni,


C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit, p. 183.

63 E. Franzina, "Il tempo libero dalla guerra", in D. Leoni,


C. Zadra (a cura di), "La Grande Guerra", cit., p. 174.

64. Giovanni Minozzi, "Ricordi di guerra", 2 voli., Amatrice,


Tipografia dell'Orfanotrofio maschile, 1956.

65. G. Minozzi, "Ricordi di guerra", cit., vol. 1, p. 14.

66. G. Minozzi, "Ricordi di guerra", cit., vol. 1, p. 198.

67. M. Pluviano, "Le case del soldato", cit., p. 21.

68. Desumo i dati da Emanuela Scarpellini, "Teatro e


guerra", in Alceo Riosa (a cura di), "Milano in guerra (1914-
1918). Opinione pubblica e immagini delle nazioni nel primo
conflitto mondiale", Milano, Unicopli, 1997, p. p. 153-179.
343
69. Anche se provenienti da fonti ufficiali, queste cifre
presentano qualche margine di approssimazione perché
manca uno studio esaustivo sullo sviluppo del servizio
sanitario.

70. Conf. Philippe Masson, "L'homme en guerre 1901-


2001", Paris, Ed. du Rocher, 1997, p. p. 103 seg. Sono dati
validi per l'esercito francese: quelli che abbiamo per
l'esercito italiano sono simili, ma meno sicuri.

71. Gino Frontali, un medico poi illustre, ragiona sulla sua


esperienza di ufficiale medico pubblicando durante la
guerra, nel 1916, il saggio di natura tecnica "Il medico di
battaglione", mentre solo ottant'anni dopo verranno
stampate le sue note diaristiche, con il titolo "La prima
estate di guerra", e una "Introduzione" di Mario Isnenghi,
Bologna, Il Mulino, 1998.

72. P. Masson, "L'homme en guerre", cit., p. 107.

73. Ministero della Guerra, "I rifornimenti dell'esercito


mobilitato durante la guerra alla fronte italiana 1915-1918",
Roma, 1924, p. 248. Mancano i dati per gli anni precedenti.
Quelli riportati comprendono gli ospedalizzati per malattia
provenienti sia dal fronte che dal paese. Nel 1917 gli
ospedalizzati per ferita furono 302 mila 400, e 120 mila 600
nel 1918; non sono cifre confrontabili con quelle degli
ammalati, perché un buon numero di feriti morivano prima
di arrivare agli ospedali.

74. Secondo i calcoli di Corrado Gini, presidente


dell'Istituto centrale di statistica, i caduti fino al dicembre
1918 erano 402 mila per ferita e 169 mila per malattia. Nel
settembre 1925 i morti erano saliti a 652 mila (F. Zugaro,
"La forza dell'esercito", cit., p. XIV). Sono i dati più
attendibili, anche se da integrare. Tenendo conto che dei
100 mila morti in prigionia soltanto una piccola percentuale
344
decedette per le ferite riportate prima della cattura (e la
grande maggioranza per le conseguenze della fame
disperata), si può calcolare che dei 500 mila caduti al fronte
e nelle retrovie entro dicembre 1918 i morti per ferita
furono circa 400 mila e quelli per malattia 100 mila. Non
sappiamo invece come ripartire i 50000 deceduti dopo il
1918 per le conseguenze delle ferite e delle malattie di
guerra.

75. Giorgio Cosmacini, "Storia della medicina e della sanità


in Italia", Roma- Bari, Laterza, 1987, p. 407. Nei reggimenti
italiani intorno al 1880 era considerato normale perdere per
malattia una decina di soldati all'anno su una forza media
di 1000 giovani fatti abili alla visita di leva, che morivano
d'inverno per le malattie polmonari e la tubercolosi,
d'estate per il tifo e le infezioni intestinali, in ogni stagione
per le epidemie, compreso il morbillo. Intorno al 1910
queste morti erano calate a una o due per reggimento, in
seguito alle vaccinazioni di massa, al miglioramento
dell'igiene nelle caserme, allo sviluppo delle condizioni di
vita e alimentazione nel paese. Conf. Giorgio Rochat,
"Strutture dell'esercito nell'Italia liberale", in Id.,
"L'esercito italiano in pace e in guerra", cit.

76. Purtroppo gli studi non hanno fatto molti progressi


dall'opera fondamentale di Giorgio Mortara, "La salute
pubblica in Italia durante e dopo la guerra", Bari, Laterza,
1925. Si veda Giuliano Lenci, "Caduti dimenticati. I morti
per malattie", in D. Leoni, C. Zadra (a cura di), "La Grande
Guerra", cit. Soltanto l'incidenza della tubercolosi è stata
studiata: conf. Tommaso Detti, "Stato, guerra e tubercolosi,
in Storia d'Italia. Annali 7: Malattia e medicina", Torino,
Einaudi, 1984.

77. La razione viveri nel 1915 comprendeva 750 grammi di


pane, 375 di carne fresca (calcolata sull'animale vivo,
compreso tutto lo scarto), 150 di pasta o di riso, 350 di
patate (o legumi o verdura), 15 di caffè tostato, 20 di
345
zucchero, un quarto di litro di vino e i condimenti. Le
riduzioni successive gravarono soprattutto sulla carne, le
patate e il vino. I generi di conforto si riducevano al caffè
mattutino e un quartino di vino tre volte alla settimana,
salvo distribuzioni straordinarie di alcool e cioccolato prima
degli assalti. Nel 1918 veniva distribuito un sigaro al giorno.
In sostanza il soldato veniva nutrito, ma con ben poca
attenzione ai particolari. Per fare un esempio, in Francia il
"pinard", il vino scadente, ma abbondante della razione
quotidiana, era considerato un diritto intoccabile del
soldato. In Italia la razione di vino fu sempre scarsa per
ragioni di gretta economia da parte di comandi troppo
lontani, che non riuscivano a capire che in trincea un mezzo
litro di vino forniva calorie, aiutava a digerire un rancio
spesso ridotto a un pastone freddo e dava al soldato una
mezz'ora di preziosa distensione.

78. Bruna Bianchi, "Salute e intervento pubblico nella


industria di guerra", in Giovanna Procacci (a cura di), "Stato
e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale",
Milano, Franco Angeli, 1983.

79. Giorgio Cosmacini, "Medicina e sanità in Italia nel


Ventesimo secolo", Roma- Bari, Laterza, 1989, p. p. 3 seg.

80. Sono rare le testimonianze degli ufficiali dei servizi e di


quelli che non andarono al fronte. Poche anche le memorie
degli ufficiali superiori e generali, cioè degli ufficiali di
carriera, di cui abbiamo soprattutto interventi di tipo
tecnico; la loro adesione alla guerra non è comunque
dubbia, anche se con differenze che possiamo intuire più
che documentare. Non conosciamo scritti di ufficiali contro
la guerra: i numerosi interventi polemici, particolarmente
violenti nell'immediato dopoguerra, sono rivolti contro la
condotta delle operazioni e gli alti comandi, ma non
mettono in discussione la necessità del conflitto.

346
81. Mario Isnenghi, "I vinti di Caporetto nella letteratura di
guerra, Padova, Marsilio, 1967.

82. In Germania era tassativamente escluso che un ufficiale


potesse provenire dalla truppa; in Francia invece una parte
non piccola degli ufficiali creati nel corso del conflitto erano
sottufficiali che si erano distinti sul campo. Oltralpe il livello
di scolarità era più alto che in Italia, quindi non era raro che
giovani che avevano fatto le scuole superiori servissero
come soldati, come risulta da una memorialistica più
articolata di quella italiana.

83. Roberto Morozzo della Rocca ha messo bene in rilievo


la profonda differenza di reazioni tra i preti nominati
cappellani, che con l'acquisizione dello "status" di ufficiale
maturavano un atteggiamento di adesione alla guerra, e
quelli rimasti soldati semplici, in cui l'obbedienza non
impediva un giudizio spesso molto più critico. Nell'ultima
fase del conflitto costoro erano probabilmente gli unici
soldati semplici con un'istruzione superiore, sebbene non
valida per la nomina a ufficiale. Conf. R. Morozzo della
Rocca, "La fede e la guerra", cit.

84. Conf. A. Gemelli, "Il nostro soldato", cit.; sulla figura di


Gemelli si vedano M. Isnenghi, "Il mito della grande
guerra", cit., e Mimmo Franzinelli, "Padre Gemelli per la
guerra", Ragusa, La fiaccola, 1989.

85. In un unico caso la ricerca di fonti dirette ha dato


risultati tali da permettere un'analisi scientifica. Il gruppo
di studiosi di Rovereto che editava la rivista «Materiali di
lavoro» con una ricerca capillare più che decennale ha
rinvenuto un centinaio tra diari e memoriali di soldati
trentini di straordinaria ricchezza, che documentano i vari
gradi di consenso, obbedienza, scontento e rifiuto.
Purtroppo questi risultati non sono estensibili ad altre
situazioni, perché risentono dei problemi particolari del
Trentino austriaco, diviso tra la fedeltà all'imperatore e le
347
aspirazioni irredentistiche. I soldati trentini erano
inquadrati da ufficiali e sottufficiali austriaci e ungheresi,
quindi la loro coesione non può essere messa a confronto
con quella dei battaglioni alpini trentini della seconda
guerra mondiale.

86. Si vedano le recenti analisi, eccellenti per ricchezza e


capacità di andare oltre gli stereotipi tradizionali, di L. Fabi,
"Gente di trincea", cit.; Antonio Gibelli, "La grande guerra
degli italiani", Milano, Sansoni, 1998; Frédéric Rousseau,
"La guerre censurée. Une histoire des combattants
européens de '14-18", Paris, Ed. du Seuil, 1999.

87. Il basso numero dei volontari, 8171 al primo luglio 1915,


non ha alcun significato, perché l'esercito classificava come
tali soltanto chi chiedeva di arruolarsi senza averne obbligo
legale, ossia i giovanissimi e gli anziani, oppure gli
irredenti. E' quindi inesatta la qualifica di volontari che
molti reduci si attribuiscono per indicare il loro
interventismo ed entusiasmo. Per l'esercito anche chi
rientrava dalle Americhe per fare la guerra, mentre avrebbe
potuto restare all'estero senza rischi, non era un volontario,
ma soltanto un militare in congedo che rispondeva alla
chiamata come era suo dovere.

88. Per le canzoni, non soltanto degli alpini, e le loro infinite


varianti e successive manipolazioni conf. A. Virgilio Savona,
Michele L. Straniero, "Canti della Grande Guerra", Milano,
Garzanti, 1981. Poi Claudia De Marco, "Il mito degli alpini",
Udine, Gaspari, 2004.

89. La sociologia militare è nata con la seconda guerra


mondiale e per il suo stesso modo di procedere a partire da
inchieste sul campo non può essere applicata ai conflitti
precedenti. Tuttavia offre una serie di stimoli e di concetti
cui siamo grandemente debitori. Per una sintesi degli studi
rinviamo a Enrico Pozzi, "Introduzione alla sociologia
militare", Napoli, Liguori, 1979 (anche per la discussione
348
dell'opera "American Soldier" appresso citata); Fabrizio
Battistelli, "Marte e Mercurio. Sociologia
dell'organizzazione militare", Milano, Franco Angeli, 1990;
Marina Nuciari, "Efficienza e forze armate. La ricerca
sociologica sull'istituzione militare", Milano, Franco Angeli,
1990; Giuseppe Caforio, "Sociologia e forze armate", Lucca,
Pacini Fazzi, 1987.

90. Rinviamo all'ottima analisi di F. Rousseau, "La guerre


censurée", cit.

91. I rarissimi pacifisti di cui è rimasta traccia non ebbero


influenza sulle truppe. Giacomo Matteotti, uno dei pochi
esponenti socialisti rimasto fermo su posizioni pacifiste
intransigenti, fu richiamato alle armi e relegato in uno
sperduto paesino siciliano.

92. La fonte è il fondamentale volume di E. Forcella, A.


Monticone, "Plotone d'esecuzione", cit. L'elaborazione dei
dati è di Monticone. Ne risulta che circa il 6 per cento dei
militari al fronte venne denunciato ai tribunali e circa il 3
per cento condannato (tenendo conto delle assoluzioni e dei
processi non conclusi per il sopravvenire dell'amnistia del
1919).

93. Conf. E. J. Leed, "Terra di nessuno", cit.; A. Gibelli,


"L'officina della guerra", cit. Per il dibattito sul rifiuto dei
soldati rinviamo alle rassegne di Bruna Bianchi, "La grande
guerra nella storiografia italiana dell'ultimo decennio",
«Ricerche storiche», 1991, n. 1, e Angelo D'Orsi, "La grande
guerra. Ricerca storica e dibattito negli ultimi vent'anni",
«Giano», 1989, n. 3, e 1990, n. 4.

94. Per esempio l'esercito francese ha una proporzione di


diserzioni decisamente inferiore, anche perché il reato di
diserzione scattava dopo tre giorni di assenza, mentre in
Italia bastava mancare a due appelli consecutivi, cioè
un'assenza di dodici ore per essere proclamati disertori.
349
Rinviamo allo studio di Jules Maurin, "Armée, guerre,
société. Soldats languedociens 1889-1918", Paris,
Publications de la Sorbonne, 1982. Le fucilazioni dopo un
regolare processo furono comunque molto più numerose
nell'esercito italiano: 750 contro le circa 600 dell'esercito
francese (che aveva due volte più soldati) e le 300
dell'esercito britannico. Mancano dati sulle fucilazioni
nell'esercito tedesco, che sembra fossero poche decine
(anticipazione sulle ricerche in corso del professor Gert
Krumeich), a riprova del fatto che la saldezza delle truppe
dipende in primo luogo dall'efficacia dell'inquadramento e
dell'addestramento. Molte invece le esecuzioni nell'esercito
austroungarico. Nella seconda guerra mondiale l'esercito
tedesco condannò a morte 50000 dei suoi soldati e ne fucilò
20000.

95. La fucilazione sul campo degli indiziati dei reati più


gravi (senza attendere la convocazione di un tribunale
straordinario) o di un certo numero di estratti a sorte
quando non fosse possibile individuare singoli responsabili
(la cosiddetta decimazione, anche se i fucilati non
raggiungevano il 10 per cento dei coinvolti) fu non solo
autorizzata, ma tassativamente prescritta da Cadorna a più
riprese, con la clausola che le esecuzioni sommarie
dovessero avere luogo a caldo e dinanzi alle truppe per
servire da ammonimento. Cadorna aveva anche ordinato
agli ufficiali di abbattere sul campo i vili che
indietreggiassero nell'assalto. Non sappiamo se e in che
misura quest'ultimo ordine venisse applicato; le esecuzioni
accertate furono circa 300, da aggiungere alle 750
fucilazioni dopo regolare processo.

96. Conf. E. Forcella, A. Monticone, "Plotone d'esecuzione",


cit. I dati sulle proteste collettive provengono da
un'inchiesta del 1919 sulle esecuzioni sommarie, conf.
Irene Guerrini, Marco Pluviano, op. cit.
Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione
in Italia.
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