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Per Mendes da Rocha come per Artigas, la casa unifamiliare non è né vuole essere un tema a

sé stante: tra casa e città sussiste una soglia porosa, allo stesso modo in cui tra architettura
pubblica e privata avviene un continuo e programmatico travaso di soluzioni. Eppure il
tema della casa, perlomeno per quel che riguarda i primi due decenni della carriera di Paulo
Mendes necessita di venire affrontato come un corpo organico: ne costituisce infatti un
campo di prova privilegiato, il cui, pars pro toto, si pongono i problemi dell'architettura tuot
court e si tenta di offrire loro una soluzione. Lo si può quindi impiegare come una cartina
tornasole, utile a rivelare le più profonde istanze dell'opera dell'architetto di Vitória, e come
un filo rosso utile a seguirla nella sua continuità e nelle sue trasformazioni: più ancora che
un percorso a sé stante e fitto di riprese e riferimenti interni, quella offerta dalle case
rappresenta una narrazione sintetica dei tratti e dello sviluppo dell'opera di Mendes da
Rocha1. Al contrario di Artigas, allungo attivo come professionista prima di trovare la
propria via, Mendes da Rocha inizia la propria carriera con piglio sicuro, mettendo a punto
non ancora trentenne il progetto per il Paulistano. Con la parziale eccezione del primo
progetto per casa Miani, i primi risultati ottenuti nel campo dell'architettura domestica
appaiono al confronto più incerti, attraversati da un’ansia che pare momentaneamente
pacificarsi solo quando nel 1964 Mendes da Rocha appronta un progetto che si può a tutti
gli effetti intendere come un manifesto. Si tratta della coppia di case gemelle - accostate e
pressoché identiche che egli realizza per sé e per sua sorella a Butanta2. Soprattutto la casa
che costruisce per sé va considerata alla stregua di una professione di fede. Non si tratta,
infatti, di una casa particolarmente complessa sotto il profilo spaziale, ma di un'opera in cui
il tratto programmatico dell'architettura residenziale di Mendes da Rocha, in mancanza
dell'opposizione del committente, trova la formulazione più intransigente. Secondo uno
schema per lui ricorrente, Mendes da Rocha organizza la casa - con l'eccezione del piccolo
blocco dei vani tecnici e di servizio - su un unico livello sopraelevato su pilotis. L'ombra che
ne avvolge i quattro sostegni la fa apparire sospesa. Il suolo su cui sorge la casa è stato
spianato e, se si viene a trovare a una quota solo di poco superiore a quella stradale, è
perché, una volta movimentata, la terra è stata accorpata in due terrapieni che si
interrompono solo per consentire l'accesso di persone e vetture. Evocando e mettendo in
atto la dimensione territoriale del fare architettura, la creazione dei due terrapieni
costituisce un primo gesto dimostrativo, casa e suolo che si avvicinano pericolosamente, a
un passo dalla collisione. Una volta oltrepassati i terrapieni, ci si trova in uno spazio buio e
compresso. Oltre al blocco dei servizi, compaiono solo i quattro pilastri, che non sono a filo
con la facciata perché il solaio della casa aggetta in tutte e quattro le direzioni; la copertura
aggetta ulteriormente rispetto alle due facciate principali, proteggendo su di un lato la scala
che conduce agli spazi abitativi. Questi sono a pianta quasi quadrata e articolati chiaramente
in tre fasce perpendicolari al senso di percorrenza. Tutte le "funzioni" sono collocate nella
fascia centrale: la cucina, le camere da letto e i bagni illuminati dall'alto. Totalmente priva di
arredamento, quella delle due fasce laterali che si trova dalla parte dell'ingresso è
caratterizzata dalla sola presenza di una finestra a nastro -abbinata, come in tante ville di Le
Corbusier, a un bancone, qui in cemento - che occupa quasi un quinto dello spazio
complessivo. Di uso appena più definito è la fascia situata sul lato opposto, che ospita in un
ambiente unico la sala da pranzo e il soggiorno, segnato dal camino, da alcuni arredi fissi in

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cemento armato è da una parete esterna che si apre, anch'essa, con una finestra a nastro
orientata in direzione di una importante testimonianza dell'architettura domestica paulista
quale la cosiddetta casa do Bandeirante. L’isolamento delle camere viene pressoché abolito
dal momento che i sottilissimi setti che le individuano non giungono fino al soffitto e quindi
le chiudono tutt'altro che ermeticamente. Riprendendo una soluzione tipica della
tradizionale casa paulista, gli spazi di intermediazione tra la dimensione privata e quella
pubblica della casa risultano aboliti; le camere si aprono sugli spazi in comune, su ciò che
uno dei più cari amici di Mendes da Rocha, Flávio Motta, ebbe modo di definire lo "spazio
senza nome"3. Quel che è certo e che la casa non si limita a fare da cornice, neutra e
accondiscendente, alla vita dei suoi inquilini. Li costringe, anzi, a compiere gran parte delle
loro attività non tra le quattro pareti di una camera ma sotto il segno della condivisione e
della compartecipazione4. Si tratta di una coercizione relativa, che Mendes da Rocha,
dimostrativamente, esercita su se stesso e sui propri familiari5. Questa architettura è un
documento straordinario di tali istanze. Il fatto che l'intero appartamento si organizzi su di
un unico livello contribuisce a imprimere un tratto unitario a tutti gli spazi. Le diverse forme
di illuminazione naturale articolano invece i diversi spazi e li caratterizzano sottilmente. Le
finestre a nastro presentano uno straordinario infisso, appositamente disegnato6.
Un'ulteriore forma di illuminazione proviene dalle pareti laterali. Nella zona giorno, ad
esempio, trovano spazio delle profonde cornici in cemento che convogliano la luce sui tavoli
da pranzo e da lavoro e sempre su queste facciate avviene lo scarto tra le pareti verticali
collegate alla copertura e al solaio del pavimento che permette la penetrazione della luce dal
basso. Ne deriva un sistema di illuminazione decisamente sofisticato che definisce uno
spazio omogeneo e ombroso suscettibile di una pluralità di declinazioni.
L'intento dell'architettura domestica di Paulo Mendes da Rocha è quello di eliminare ogni
dimensione di separatezza degli ambienti privati e delle pesanti idiosincrasie del decoro
borghese7. Riconoscendosi nelle parole di Walter Benjamin che dichiarava "nella segnatura
di questa svolta storica sta scritto che per l'abitare nel vecchio senso, dove intimità, la
sicurezza stava al primo posto, è suonata l'ultima ora8.

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