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Nel primo capitolo, Luca Lombroso presenta il pianeta Terra in tutte le sue caratteristiche e

presenta quelli che sono i suoi problemi. Il problema principale a cui si possono ricollegare tutti gli
altri è il processo di riscaldamento che la Terra sta subendo dovuto prevalentemente alle attività
umane, o meglio, a causa delle emissioni di gas serra causate da esse. Questo progressivo
riscaldamento globale può avere impatti negativi sulla salute, sull’acqua, sulle aree naturali (tra cui
foreste e boschi) e ripercuotersi sul settore agricolo.
In questo capitolo Lombroso tratta la differenza di concetto tra clima e tempo, i quali vengono
spesso confusi e scambiati. Lombroso afferma che il tempo rappresenta le condizioni atmosferiche
in atto in un certo giorno, ciò che si prevede accadrà domani o nel futuro prossimo, ciò che è
accaduto in passato ma in un arco temporale definito; mentre il clima rappresenta le condizioni
generali del tempo su un lungo arco temporale.
Viene trattato anche il problema della combustione del petrolio e tutto ciò che ne deriva. Lombroso
cerca di farci notare, con interessanti esempi, che nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si
trasforma, e quindi anche la benzina non svanisce nel nulla, ma una volta bruciata si trasforma in
anidride carbonica e in altri gas inquinanti. Il loro effetto va a sommarsi all’effetto serra naturale (si
parla quindi di effetto serra aggiuntivo) che andrà a ricadere sul clima, causando quindi
cambiamenti climatici negativi, ovvero climi più estremi che in un futuro non troppo lontano
causeranno l’estinzione della specie umana. Con l’eccessiva combustione di petrolio stiamo quindi
producendo carbonio più velocemente di quanto la vegetazione ne possa assorbire.
Anche noi, nel nostro piccolo dobbiamo fare la nostra parte, ad esempio mettere nel carrello della
spesa solo ciò che ha una minore impronta carbonica (ovvero con una minore quantità di CO2
emessa per unità di prodotto).

Nel secondo capitolo, Lombroso presenta il rapporto fra clima e biodiversità. La biodiversità
rappresenta la natura vivente in tutte le sue varietà, e al giorno d’oggi essa è a rischio a causa dei
nostri consumi e stili di vita. Eppure, come dice Lombroso, non ci preoccupiamo di ciò sebbene “la
natura e l’ambiente, ed anche il clima, ci accolgono da sempre, da quando esiste l’uomo, senza
chiederci denaro e senza presentarci il conto delle spese”. Cosa centra il clima con la biodiversità?
Intervenendo sul clima con la riduzione delle emissioni si ottengono benefici per molti problemi, tra
cui anche la perdita della biodiversità.
In questo capitolo viene trattato il problema dei rifiuti e di conseguenza dell’inquinamento urbano.
Nel ciclo della Terra, che è un ciclo chiuso, i rifiuti non dovrebbero esistere, ma ovviamente così
non è, di conseguenza anch’essi sono responsabili dell’emissione di gas serra e della produzione di
polveri fini, le quali sono responsabili dell’inquinamento urbano.
Sia che i rifiuti vengano messi in una discarica, sia che vangano bruciati all’interno di un
inceneritore, essi interagiscono con l’atmosfera inquinandola in entrambi i casi.
Parlando di inquinamento urbano vi è un mito da sfatare, ovvero che le misure antismog hanno fatto
sì che l’inquinamento urbano diminuisse, ciò non è vero perché dobbiamo ringraziare un’altra volta
il clima e la biodiversità, in particolare la pioggia, il vento e in parte anche la neve.
Un altro mito da sfatare è sicuramente quello del recupero di energia grazie agli inceneritori, così
non è per due semplici motivi: per far funzionare un inceneritore occorre più energia di quanta ne
produce bruciando e l’energia che si produce bruciando un qualsiasi oggetto è inferiore a quella
necessaria per produrlo considerando il suo zaino ecologico, ovvero la quantità di materiali sotto
forma di scarti di lavorazione che vengono prodotti durante la sua produzione.
Fare la raccolta differenziata e riciclare tutto quanto è riciclabile è quindi un’operazione
indispensabile.

Nel terzo capitolo, Luca Lombroso parla delle reazioni dei potenti riguardo ai cambiamenti
climatici e delle grandi conferenze del clima, in particolare in questo capitolo quelle di Rio e di
Copenaghen.
Lombroso afferma che sui cambiamenti climatici i politici sono stati messi in guardia da tempo, ma
le azioni concrete per arginare il problema sono state insufficienti, la loro è una reazione lenta e
tardiva seppur non agire economicamente costa ben più che agire (cit. Stern).
Un primo passo verso l’accordo globale del clima fu la conferenza tenutasi a Rio nel 1992, dove
venne approvata la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, il cui fine era quello di
stabilizzare la concentrazione dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso (riducendo le
emissioni del 50% globalmente), il quale però non è stato definito.
Il primo accordo politicamente vincolante fu il Protocollo di Kyoto, il primo impegno formale di
riduzione delle emissioni. La riduzione prevista da Kyoto era però insufficiente, ma sarebbe stato un
primo passo per prepararci alle vere riduzioni necessarie se l’impegno che era stato preso fosse stato
rispettato.
Così nel 2008 il Collegio dei Commissari dell’UE ha dato il via libera al pacchetto clima-energia
“20 20 20 2020”, ovvero portare al 20% l’impiego di fonti energetiche rinnovabili, avere il 20% di
miglioramento dell’efficienza e avere il 20% di taglio delle emissioni, tutti obiettivi da raggiungere
entro il 2020.
Dopo il pacchetto clima-energia, nel 2009 fu la volta di Copenaghen, un evento che venne
considerato da molti come l’ultima spiaggia per salvarsi dalla catastrofe climatica, ma che in realtà
fu un evento circondato da troppe aspettative. Questo perché dopo due settimane di negoziazione
venne stilato un accordo di sole 4 pagine da un gruppo ristretto di nazioni, che non venne
approvato, ma solo preso in considerazione.
Una nota positiva è che l’accordo riconosce l’urgenza del problema climatico.

Nel quarto capitolo, Luca Lombroso continua il discorso del capitolo precedente e fa un resoconto
delle due conferenze climatiche successive, ovvero Cancùn (2009) e Durban (2010).
Dopo le aspettative deluse da Copenaghen vi fu un disinteresse totale da parte dei media riguardo al
problema climatico, fino all’anno successivo, quando vi fu un’altra conferenza a Cancùn.
A Cancùn uno dei problemi principali che furono discussi fu l’impatto marcato che i cambiamenti
climatici hanno sui paesi in via di sviluppo. Una possibile soluzione a questo e a molti altri
problemi correlati, sarebbe dissociare la crescita economica dalla crescita dei consumi energetici e
di conseguenza dall’incremento delle emissioni di gas serra.
Un altro problema che venne affrontato furono le conseguenze dei cambiamenti climatici sui
bambini, sulla nuova generazione. In quell’occasione si svolse un side event della ONG Save The
Children dal titolo “Diritto al futuro: i negoziati sul cambiamento climatico devono tenere conto
dei bambini”. Il problema dovrebbe essere tenuto a mente nei negoziati e incluso negli accordi, ma
nella realtà pratica nel documento finale di Cancùn esso è accennato ma non sufficientemente.
Un’altra punto non stilato adeguatamente nel documento fu proprio la riduzione delle emissioni,
anche questa volta non vi era un limite preciso ma generico.
Una nota positiva fu che nell’accordo i paesi industrializzati si impegnavano per creare un fondo
climatico verde destinato ai paesi in via di sviluppo.
Anche a Durban, l’anno successivo, non si arrivò alle conclusioni. Il fine della conferenza era
quello di rinnovare il Protocollo di Kyoto, ma esso venne rimandato, così come la riduzione delle
emissioni.
Con queste quattro grandi conferenze non vi sono stati benefici climatici siccome non vi è stato
l’accordo forte e politicamente vincolante e chi ha creato il problema si ostina a voler trovare
soluzioni quando non è in grado di farlo.

Nel quinto capitolo, Luca Lombroso parla delle buone pratiche ambientali e delle possibili
soluzioni ai problemi climatici.
Secondo ciò che scrive, le buone pratiche ambientali sono utili e vanno divulgate, ma le azioni
individuali sono solo un punto di partenza, serve molto di più.
Come la campagna di sensibilizzazione dell’Unione Europea, anche Lombroso ha il suo slogan:
compra bene, usa meno energia muoviti senza inquinare, dai il buon esempio.
L’ultimo punto è anche quello più importante, eppure è quello preso meno in considerazione anche
e soprattutto dai potenti. Un esempio di ipocrisia da parte dei potenti è il cosiddetto green washing,
ovvero la pratica di far credere che la propria azione, un prodotto, o qualsiasi cosa siano “amici
dell’ambiente” quando in realtà non lo sono o lo sono molto meno di quanto si vorrebbe far credere.
Lombroso affronta i seguenti problemi: caldo, acqua e deforestazione analizzandoli e proponendo
possibili soluzioni.
In questo capitolo presenta anche il movimento di transizione che da qualche anno a questa parte si
propone di prepararsi ai cambiamenti climatici e all’era post petrolio adottando un modo di vivere
più sano per se stessi e per il pianeta.
Per concludere il capitolo, Lombroso parla di soluzioni dicendo che qualsiasi soluzione deve tener
conto di tre aspetti importantissimi, ovvero l’economia, l’ecologia e l’energia. C’è il bisogno di
trovare un’altra strada più sostenibile da percorrere, e bisogna trovarla al più presto, prima del
collasso.

Nel sesto capitolo, Luca Lombroso parla dei cambiamenti climatici e dedica gran parte del suo
capitolo al fenomeno terremoto.
Sappiamo che i cambiamenti climatici arriveranno o sono già qui ma li ignoriamo quasi totalmente
se non del tutto.
Pensiamo di vivere al sicuro da essi e riteniamo che non ci riguardano, ma essi arrivano subdoli e
graduali, perciò bisogna agire e reagire prima che sia una catastrofe a svegliarci, dalla quale non è
evento estremo, possibile risollevarsi e porvi rimedio.
Cosa c’entrano i cambiamenti climatici con il terremoto?
Le somiglianze vi sono nel modo di affrontarli, e nel modo in cui in realtà li affrontiamo.
Il terremoto, come i cambiamenti climatici, colpisce tutti sebbene non ci si senta coinvolti
parlandone.
Siamo troppo abituati a ragionare in termini di medie, ma ciò che ci mette in ginocchio è l’evento
estremo, quello che non ci si aspetta mai.
Anche in questo caso, vi sono due diverse percezioni: quella scientifica e quella politica.
Quest’ultima anche in questo caso, non ha tempo di aspettare e non accetta limiti.
Bisogna prevenire e subito, bisogna trovare una strada alternativa, che non ci porti al baratro, perché
il clima ed il pianeta stanno cambiando più velocemente di quanto il mondo delle politica stia
attuando leggi e normative tecniche.

Nel settimo capitolo, Luca Lombroso parla degli anni 2011 e 2012 e propone alcune situazioni
future in cui potremo ritrovarci.
Gli anni 2011 e 2012 sono stati sue anni pieni di catastrofi ambientali, con numeri e massime
impressionanti. Con l’aumento delle temperature potrebbero sparire cose e leccornie ormai a noi
care, forse potrebbe essere uno dei buoni motivi per cominciare ad agire.
Ciò ci permette di dedurre che ormai non siamo molto lontani dalla fine del mondo di primo tipo.
Si, primo tipo, perché secondo Lombroso ce ne sono tre:
-la fine della civiltà industriale e dell’era del petrolio causa cambiamenti climatici ed esaurimento
delle risorse,
-estinzione della specie umana dovuta alle nostre azioni, a un virus, a un cataclisma o
semplicemente all’evoluzione della nostra specie,
-la fine della vita sulla terra o la distruzione del pianeta a causa di un asteroide o del Sole nel suo
processo di autocombustione.
Sono tre anche le cose da fare per causare la fine del mondo, ovvero bruciare tutti i combustibili
fossili disponibili nel sottosuolo, scatenare una guerra atomica o biologico-chimica e scontrarci con
un asteroide.
La stessa cosa vale per le cose da fare per sopravvivere alla fine del mondo, ovvero organizzarsi
nella propria comunità e aumentare la resilienza, auto produrre cibo o prodotti con metodi bioligici
o permacolutura e vivere in un luogo che produce più energia di quanta ne consuma.
Abbiamo decisamente imboccato la strada sbagliata, ma possiamo salvare il mondo se vogliamo,
ora.