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Herman Hesse, “La città”, da Urbanistica informazioni, n 86 del

marzo-aprile 1986. È comparso per la prima volta nel 1945, in una


raccolta dal titolo Traumfarte (Viaggi nel sogno), edita da Fretz e
Wasmuth a Zurigo.
L’apologo di Hesse (un Autore più noto per i suoi romanzi meditativi
che per questo gioiello) illustra il rapporto tra città e natura in modo
drammatico. La città nasce e si sviluppa nel silenzio attonito della
natura, cui ruba lo spazio per cancellarne la vita preesistente. Poi,
dopo il trionfo del progresso, inevitabile subentra il degrado. Alla fine
della parabola, la natura ha ripreso il sopravvento cancellando
l’orgogliosa creazione dell’uomo: la città. Un rischio possibile: per
scongiurarlo occorre che le generazioni degli uomini lavorino
intensamente, con una consapevolezza ben diversa da quella che
hanno avuto i loro padri.

“Progredisce!”, esclamò l’ingegnere quando sul tronco ferroviario appena


inaugurato giunse il primo convoglio carico di persone, di carbone. di
attrezzi. di rifornim enti alimentari.
La prateria si andava gradatamente riscaldando alla luce dorata del sole,
mentre gli alti monti boscosi si ergevano all'orizzonte avvolti da vapori
azzurrini. Cani selvatici e sbalorditi bufali osservavano da lontano come il
deserto cedesse il posto al fervore di attività ed al trambusto e i cumuli di
carbone, di cenere, di latta e di lamiera si andassero formando sulla verde
distesa.
La prima pialla mandò per i campi attoniti un suono stridente, esplose come
un tuono il primo colpo di fucile rimbombando fra i monti, la prima incudine
emise suoni acuti e striduli sotto i colpi del martello. Sorse una casa di
lamiera e nei giorni successivi ne venne su un'altra di legno, e altre ancora, e
ogni giorno ne spuntavano di nuove, ben presto anche di pietra. L cani
selvatici e i bufali se ne rimasero discosti. Nel clima primaverile frusciavano i
campi ricolmi di frutti, spuntarono cortili, stalle e granai. Nuove strade
percorsero lande ancora vergini.
Si apprestò la stazione ed entrò in funzione, e nei paraggi sorsero edifici
pubblici. banche e, nel giro di qualche mese, altri centri. Giunsero lavoratori
da altre parti, contadini e borghesi, vennero commercianti e avvocati,
predicatori e insegnanti. Si fondarono una scuola. tre comunità. religiose e
due giornali.
Si aprirono nella parte occidentale alcuni pozzi petroliferi e un notevole
benessere sopraggiunse nella città di recente fondata. Nel giro di un anno
sarebbero inoltre saltati fuori anche ladri, lenoni, scassinatori, un emporio,
una lega antialcoolista, una sartoria parigina, una birreria bavarese. La
concorrenza delle città vicine accelerò i tempi.
Non mancava più nulla, dai discorsi elettorali agli scioperi, dal cinema alla
società spiritistica. Era possibile reperire in città vino francese, aringhe
norvegesi, salumi italiani, tessuti inglesi, caviale russo. Giunsero ben presto
sul posto in tournée cantanti, ballerini e musicisti di seconda categoria.
E piano piano arrivò anche la cultura. La città, che agli inizi altro non era che
un'istituzione, prese ad essere una patria vera e propria. Si era creato un
modo di salutarsi, di scambiarsi cenni del capo nell'incontrarsi che aveva
qualcosa di sottilmente diverso da quello di altre città. La gente che aveva
preso parte alla fondazione della città era stimata e venerata, avvolta in una
specie di aura di piccola nobiltà. Cresceva una gioventù piena di slancio, alla
quale la città appariva con l’aspetto di un'antica patria, ormai votata
all’eternità.
Il tempo in cui era risuonato il primo colpo di martello, si era assistito al
primo assassinio, si era celebrato il primo servizio divino, era stato
stampato il primo giornale era ormai relegato nel passato. Si era fatto
storia.
La città era assurta al rango di dominatrice delle altre vicine ed era diventata
capitale di un grande distretto. Su strade ampie e animate, dove un tempo
accanto a cumuli di cenere e a pozzanghere erano sorte le prime case di
assi e lamiera, si ergevano ormai uffici e banche. teatri e chiese. Studenti
frequentavano tranquillamente l’università o la biblioteca, ambulanze
trasportavano delicatamente i malati all'ospedale, si notava e salutava
l’automobile di qualche deputato. In una ventina di imponenti edifici scolastici
in pietra e ferro si celebrava regolarmente l’anniversario della fondazione
della gloriosa città con canti e conferenze. La prateria di un tempo era ormai
ricoperta da campi, fabbriche, villaggi e solcata da una ventina di linee
ferroviarie, la montagna era ormai raggiungibile fin nel cuore delle sue vallate
grazie a una linea ferroviaria montana. Lassù, o più lontano, al mare, i ricchi
possedevano le loro case di villeggiatura.
Dopo cento anni dalla fondazione, un terremoto distrusse completamente la
città. Ma fu rimessa di nuovo in piedi e tutto ciò che prima era di legno venne
ricostruito in pietra, quel che era piccolo fu fatto grande, senza risparmio di
mezzi. La stazione era la più grande della zona, la borsa la più importante
del continente, architetti e artisti adornarono la nuova città di edifici pubblici,
di parchi, fontane, monumenti. Nel giro di un altro secolo la città si procurò la
fama di essere la più bella e la più ricca della zona, una meraviglia da vedere.
Personalità politiche e architetti, tecnici e sindaci accorsero dall'estero per
studiare gli edifici, gli acquedotti. le trasformazioni e le nuove acquisizioni di
questa famosa città. In quel periodo cominciava la costruzione del nuovo
municipio, uno dei più grandi e magnifici palazzi del mondo, e poiché allora
l'incipiente ricchezza e l’orgoglio cittadino si combinavano con una generale
evoluzione del gusto, specie in architettura e in pittura, la città che stava
crescendo rappresentava un ardito e apprezzato portento. Il centro del
distretto, i cui edifici erano tutti indistintamente fatti di un marmo pregiato
grigio chiaro, era circondato da un'ampia cintura verde di giardini pubblici e.
aldilà di questa cerchia, si perdevano arterie stradali e case in espansione
continua verso le aree ancora disponibili e l’aperta campagna.
Molto frequentato e apprezzato era un enorme museo. nelle cui centinaia di
sale. cortili e atri era esposta la storia cittadina, dalla fondazione alla recente
espansione. Il primo, grandioso atrio di quest'istituzione mostrava la
prateria originaria, con piante e alberi ben ricostruiti e modelli fedeli dei
miserabili villaggi, delle viuzze anguste, degli oggetti di arredamento dei primi
tempi. Lì gironzolavano i giovani del posto e osservavano il percorso della
loro storia, a partire dalle tende e dalle capanne di legno per arrivare ai primi
rudimentali binari e al trionfo delle strade da grande metropoli. E così
imparavano, guidati dai loro maestri, e apprendevano quella che è la regola
aurea dello sviluppo e del progresso, come cioè si passi dal primitivo al
raffinato, dall'animale all'uomo, dall'ignoranza alla scienza, dalla povertà
all'opulenza, dalla natura alla civiltà.
Nel secolo seguente la città attinse l’apice del proprio splendore, dispiegando
notevole esuberanza e crescendo celermente, finché non sopraggiunse una
sanguinosa rivoluzione degli strati inferiori a porre termine a tutto questo.
La plebaglia prese allora a incendiare molti degli impianti petroliferi, a qualche
miglio di distanza dalla città. per cui gran parte delle terre occupate da
fabbriche, fattorie. villaggi in certi casi bruciarono, in altri si spopolarono. La
città stessa conobbe massacri e atrocità di ogni genere, pur riuscendo a
rimanere in piedi e a riprendersi gradatamente in qualche decennio, senza
però poter più recuperare i precedenti ritmi di vita e di attività.
In quel triste periodo era fiorita rapidamente al di là del mare una terra
remota, che forniva grano, ferro, argento e altri tesori, grazie alla fertilità di
terreni non sfruttati che producevano ancora generosamente. La nuova
terra attrasse a sé con forza le energie infrante, le aspirazioni e i desideri del
vecchio mondo, per cui all'improvviso spuntarono fuori nuove città,
sparirono boschi, si arginarono cascate.
La bella città cominciò lentamente a languire. Non rappresentava più il cuore
e la mente di un mondo. non era più mercato e polo finanziario di più centri
abitati. Doveva accontentarsi del fatto di sopravvivere e di non essere
pervasa dal terrore provocato dal frastuono della modernità. Le energie
inoperose, nella misura in cui sopravvivevano a confronto con il frenetico
nuovo mondo, non dovevano più darsi da fare a costruire e a espandersi, e
ancora meno a trafficare e ad arricchirsi. Al posto di tutto questo, sull'ormai
esausto suolo agricolo proruppe un nuovo rigoglio spirituale: scienziati e
artisti. pittori e insegnanti abbandonarono la città, ormai in preda alla
desolazione. I successori di coloro che un tempo avevano tirato su le prime
case trascorrevano serenamente in pace i propri giorni, coltivando
godimenti e aspirazioni spirituali, dipingendo i tristi fasti degli antichi giardini
muscosi con statue in rovina e acque fangose, cantando in versi struggenti il
frastuono dei vecchi tempi eroici o i sonni tranquilli della gente esausta negli
antichi palazzi. Con il che di nuovo il nome e la fama di questa città
risuonarono per il mondo.
Fuori le guerre potevano distruggere popoli e grandi attività li impegnavano.
mentre qui, in spaventosa solitudine, regnava la pace e lentamente
riaffiorava lo splendore dei tempi andati: strade tranquille, ricoperte di rami
fioriti. facciate colorate dal tempo di edifici grandiosi intorno a silenziose
piazze sognanti. fontane muscose inondate dal dolce suono del gioco delle
acque.
Nel giro di qualche secolo l’antica città di sogno divenne per il nuovo mondo
un luogo venerato e amato, cantato dai poeti e ricercato dagli innamorati.
Con sempre maggior forza, la vita della gente si proiettava verso altre parti
del globo. Nella stessa città gli eredi delle antiche famiglie locali cominciavano
a estinguersi o ad essere messi da parte.
Anche l’ultima fioritura spirituale si era progressivamente esaurita, non
lasciando dietro di sé altro che misere tracce. I centri minori dei dintorni
erano ormai scomparsi da molto tempo, trasformali in muti cumuli di
rovine, a volte rifugio di zingari o evasi. In seguito a un sisma, che tuttavia
risparmiò la città, il corso dei fiumi deviò e parte delle terre spopolate si
trasformarono in palude, parte divennero desertiche. E dai monti, dove si
andavano sbriciolando i resti degli antichi ponti di pietra e delle case di
campagna, avanzò il bosco, l’antico bosco. lentamente, giù giù verso il
basso; scorse l’ampio paesaggio ormai desolato e deserto e cominciò piano
piano a inglobarlo un passo dietro l’altro, nella sua verde cerchia, ricoprendo
col suo verde fruscìo qui una palude, là un ammasso di detriti pietrosi con le
sue giovani. fitte conifere.
Nella città, alla fine, non rimase neanche un borghese, solo gente indurita e
rude che viveva nei fatiscenti, sghimbesci edifici di un tempo lontano e
pascolava le sue misere capre lungo quelli che erano stati una volta viali e
giardini. Anche questa popolazione residua sparì a poco a poco, in preda
alle malattie o alla follia, imperversando in tutta la landa febbri malariche e
abbandono e desolazione.
I resti dell'antico municipio, un tempo orgoglio e vanto della sua epoca, si
ergevano ancora più alti e imponenti. erano celebrati nelle canzoni in tutte le
lingue del mondo. ispiravano innumerevoli leggende fra le popolazioni vicine,
le cui città erano anch'esse cadute in rovina e la cui cultura si era andata
estinguendo. nelle canzoni nostalgiche
Nelle storie per i ragazzi e nelle canzoni nostalgiche restavano, deformati e
distorti, i nomi delle città e di quelle che ormai altro non erano che metropoli
spettrali, e scienziati ed eruditi di popoli lontani, allora in pieno rigoglio,
compirono in gran numero avventurosi viaggi esplorativi alla volta della città
distrutte, dei cui portenti gli scolari di vari paesi parlavano avidamente fra
loro. Vi si sarebbero trovate porte d’oro fino e tombe piene di pietre
preziose, e le fiere tribù nomadi dei dintorni. superstiti degli antichi tempi
mitici, avrebbero ereditato il retaggio di una millenaria scienza magica
dispersa.
Intanto però il bosco continuava a venir giù dal monte fin nei paraggi; laghi e
fiumi nascevano e sparivano, mentre il bosco continuava ad avanzare e a
prendere piede, ricoprendo i resti delle antiche strade, dei palazzi, dei templi,
del museo; e volpi e martori, lupi ed orsi ripopolavano il paesaggio.
Su uno del palazzi distrutti, di cui non rimaneva più in piedi neanche una
pietra, spuntava un giovane pino selvatico, che appena l'anno prima era
stato il messaggero e l’antesignano del progresso de! borgo. Ora però si
vide circondato da altri giovani pini.
"Progredisce!", esclamò un picchio, che se ne stava martellando una
corteccia, ammirando il bosco circostante e il lieto. verde avanzare degli
alberi sul terreno.