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Il «Viaggio in Dalmazia»

Verso la metà del 1770 un anonimo opuscolo di otto fitte


paginette richia mava, a Venezia, l'attenzione dei «buoni e
cortesi Cittadini» cui era specificatamente diretto su uno dei
più antichi e nel contempo dimenticati possedimenti della
Repubblica: le isole e la fascia costiera estese dall'Istria
all'Albania, territori dopo tre secoli ancora quasi sconosciuti
per la Dominante, come conseguenza di un'atavica situazione
di abbandono e di endemica povertà che, tolto il regolare
prelievo di soldati, ne decretava lo scarso interesse
economico e commerciale, rendendole viceversa terre di
brigantaggio e di pirateria, con pochissime città degne di nota
e miseri villaggi scarsamente popolati da abitanti dediti a una
pesca per nulla remunerativa o ad arcaiche forme di
agricoltura, e falcidiati ancora, in pieno Settecento, da
epidemie di peste e di vaiolo.
Manifesto e questionario allo stesso tempo, le Notizie
preliminari credute necessarie per servire di direzione a
viaggi tendenti ad illustrare la storia naturale e la geografia
dette provincie aggiacenti all'Adriatico, e particolarmente
dell'l-stria, Morlacchia, Dalmazia, Albania ed isole contigue
intendevano divulgare e propagandare i metodi e le finalità di
una spedizione scientifica che nel maggio dello stesso anno si
dirigeva verso l'isola di Cherso e Osero (ora Lussino) allo
scopo - si dirà in seguito nel Saggio di osservazioni, puntuale
resoconto dei risultati conseguiti - di «andar riconoscendo
quanto vi fosse di vero nelle meraviglie, che si dicevano
dell'estensione delle ossa fossili pell'isole della Liburnia, e
pelle coste della Dalmazia...». Mente ispiratrice e attivo
organizzatore dell'impresa, destinata ad allargare ben presto i
propri obiettivi, era Alberto Fortis, un ex-agostiniano da poco
ricondotto alla condizione di abate, conosciuto a Venezia
principalmente per essere uno dei redattori, insieme alla
giovanissima Elisabetta Caminer e a suo padre Domenico, de
«L'Europa letteraria», il periodico nel quale Gianfranco
Torcellan riscontra giustamente «la prima nota d'inquietudine
illuministica nella cultura pubblicistica veneta della metà del
secolo», in virtù del suo tono «spregiudicato e fiero
nell'annun-ciare le novità più importanti della cultura
francese, nel discutere quelle della nuova scienza italiana,
nell'attaccare senza remissione i rigurgiti o le espressioni
della retorica letteraria, della pedanteria accademica,
dell'oscurantismo ecclesiastico». Di quegli articoli
polemicamente pungenti era responsabileproprio il trentenne
Fortis, giunto all'attività giornalistica dopo un intenso
periodo di studi imperniati prevalentemente sulla geologia e
le scienze naturali, discipline nelle quali godeva pure di
considerevole fama, estesa anche oltralpe.
Nel viaggio a Cherso lo accompagnavano due studiosi di
prestigio, come il medico Domenico Cirillo, suo coetaneo,
già da qualche tempo professore di botanica nell'Università
di Napoli, in seguito sostenitore della Repubblica partenopea
e suo martire, nel 1799, a fianco di Mario Pagano; e l'inglese
John Symonds, storico delle età moderne, successore l'anno
dopo di Thomas Gray alla cattedra di Cambridge, ma qui
coinvolto piuttosto per la sua viva passione, e conseguente
competenza, in fatto di agricoltura. Assieme a lui un altro
inglese che, seppur costretto all'ultimo momento a rinunciare
all'impresa per motivi di salute, non abdicava al suo ruolo di
mecenate e di avido ricercatore di notizie su quel paese
pressoché ignoto, richiedendo imperiosamente ai partenti
dettagliate risposte su varie questioni specifiche.
Era costui il famoso John Stuart, conte di Bute, precettore e
poi per un triennio, dal 1760 al '63, primo ministro di Giorgio
m, successivamente caduto in disgrazia per il suo presunto
filofrancesismo e costretto a ritirarsi nei propri possedimenti,
dove aveva ripreso con energia i giovanili studi letterati e
scientifici, occupandosi in eguai misura di architettura,
agricoltura e botanica, e soprattutto finanziando di continuo
con larghezza di mezzi le ricerche e le spedizioni di numerosi
amici. La piccola comitiva mostrava dunque al momento
della partenza una gamma di curiosità sufficientemente
variegate, ma tuttavia complementari e orientate
prevalentemente in senso naturalistico, anche se non va
dimenticata la ricerca antiquaria ed epigrafica, pur essa
intensamente attuata, non senza risvolti interessatamente
collezionistici che vedevano l'attiva partecipazione del
Nostro, più tardi sostenitore della teoria di lasciare lapidi e
oggetti archeologici nel luogo stesso del ritrovamento. Agli
aspetti folclorico-letterari era inoltre particolarmente attento
il mecenate Stuart, entusiasta sostenitore dell'Ossian di
Macpherson e del suo traduttore italiano, Melchiorre
Cesarotti, e oltremodo interessato a ottenere dal Fortis la
trascrizione di genuini esempi della «poesia popolare»
dalmata, cosa puntualmente realizzata con il Canto di Milos
Cobilich e di Vuko Brancovich, un testo che ripropone pari
pari le aberrazioni ossianiche, visto che anche qui siamo di
fronte a un rifacimento letterario ricalcato su temi popolari.
La spedizione si trattenne a Cherso un paio di settimane,
impiegate a compiere ricerche sui fossili e sui minerali, e per
quanto riguarda il Fortis, a stringere rapporti con i locali che
del resto egli, unico del gruppo, aveva già avuto occasione di
incontrare in precedenza, visitando fugacemente nel '65 Pola
e i dintorni. Successivamente i viaggiatori percorsero la costa
occidentale dell'lstria, passarono per Cittanova e per le grotte
di Bertoniglie, dove restarono impressionati dallo spettacolo
delle poderose stalattiti, simili a pilastri di cattedrali gotiche,
e fecero infine ritorno per mare a Venezia. La doverosa
descrizione delle esperienze compiute toccò ovviamente
all'abate padovano, non solo per una maggior confidenza con
le belle lettere, ma anche per essere il più interessato a
divulgare i risultati conseguiti, come colui che in più ampia
prospettiva guardava alla storia naturale e civile e alle
condizioni attuali delle terre dalmate. Nel Saggio
d'osservazioni sopra l'isola di Cherso ed Osero, uscito verso
la fine del 1771 e dedicato allo Stuart, troveremo infatti,
secondo un'acquisita consuetudine dei libri di viaggio,
capitoli riguardanti la toponomastica e la storia dell'isola e
delle sue città e paesi, dall'antichità più remota in poi, con
gran spiegamento di fonti e di etimologie, ma poi, invece di
passare alla peregrina esposizione di «curiosità» locali, si
esplorano con metodo scientifico la qualità del terreno, le
coltivazioni praticate e i relativi prodotti, la flora, la fauna, la
pesca, le caverne e le voragini, i fossili, i marmi e gli strati
geologici, per concludere con un paragrafo sulle antiche
iscrizioni presenti nell'isola e con il «canto popolare» sopra
accennato. Si manteneva in tal modo fede, e in maniera
«enciclopedicamente» esaustiva, alla promessa formulata
nelle Notizie preliminari di non mettere per iscritto alcuna
informazione «prima di aver visitato ciascun paese, per
verificare tutto ciò che riguarda la fisica costituzione della
terra, dell'acqua, e de' viventi...»; dunque informazioni volte
in prevalenza a soddisfare gli interrogativi posti dalle scienze
naturali, ma accanto ad esse altrettante rispondenti a esigenze
d'indagine storica, letteraria e antiquaria, le stesse ribadite
qualche decennio prima dalla precedente generazione di
intellettuali, quella dell'Arcadia erudita, impersonata a
Venezia da Apostolo Zeno.
Quest'ultimo tipo d'interessi veniva soddisfatto specialmente
nella parte dedicata alle epigrafi romane e bizantine, capitolo
tormentato che il Fortis, non sentendosi all'altezza del
compito, ma non volendo allo stesso tempo deflettere da
rigorosi criteri di scientificità, richiese a lungo al latinista
padovano Giuseppe Gennari, decidendosi a scriverlo in prima
persona solo dopo ripetuti rifiuti, per non tardare oltre la
stampa dell'intero Saggio. D'altra parte storia e scienza non
gli apparivano in termini oppositivi, ma, secondo una visione
tipica del pieno illuminismo e insieme raccordata con un
recente passato arcadico, come le facce di una medesima
medaglia, dove le due vicende, quella civile e culturale e
quella geologico-naturalistica, finivano per congiungersi:
penetrare negli strati del terreno o percorrere a ritroso le
tappe del progressivo incivilimento di un paese erano
insomma due modi complementari per ricostruire
integralmente la «storia» passata, gradino indispensabile sul
quale appoggiare l'analisi e la comprensione dello stato
presente. Nel suo articolato comporsi il Saggio non
rappresenta allora il frutto occasionale di impressioni di
viaggio particolarmente suggestive, bensì delinea i percorsi
di un «progetto» che il Fortis andrà arricchendo e
intensificando negli anni, e che già qui appare
sufficientemente strutturato. Non è un caso che le pagine del
libro siano organizzate esattamente secondo le schede
proposte nelle Notizie preliminari, a conferma della unitarietà
che lega insieme le varie fasi del suo lavoro, congiungendo lo
scienziato allo scrittore e al riformatore.
All'inizio sta il convincimento - già acquisito, a questa
altezza cronologica, nella coscienza europea, assai meno in
quella italiana - dell'importanza delle scienze naturali,
accanto alle discipline storico-filologiche, non solo quale
elemento caratterizzante del nuovo sapere, ma anche come
presupposto necessario per attuare innovazioni utili
all'avanzamento sociale ed economico di una nazione;
insieme la necessità di una loro divulgazione attraverso nuovi
strumenti; i giornali e i periodici, ad esempio, forse i più
adatti per agilità di dettato e rapidità di diffusione a
raggiungere un vasto uditorio. Il passo successivo porta dal
piano culturale generale a quello dell'applicazione pratica,
identificato per Venezia con la grande ipotesi riformistica
riguardante la Dalmazia, presentata nei suoi risvolti
metodologici nelle Notizie preliminari, e nelle conclusioni,
dedotte dai dati raccolti, nelle pagine del Saggio, del Viaggio
in Dalmazia, e infine della memoria Della coltura del
castagno. Testi sempre più ricchi di proposte concrete e
insieme accorata richiesta di necessario e doveroso intervento
da parte dello Stato, che ci si aspettava sostenuto in questa
azione da un'opinione pubblica resa istruita del problema e
favorevole, avendo compreso il comune vantaggio, alle
soluzioni delineate in quegli studi, accessibili per scrittura e
per linearità d'analisi a chiunque, mediamente acculturato, si
riconoscesse nella parte progressista.
Primo atto di una duratura passione, il viaggio a Cherso
prelude a una esplorazione più impegnativa, che verrà attuata
a partire dal luglio del 1771 e che fornirà i materiali per il
Viaggio in Dalmazia. La sostenevano ancora degli inglesi, a
ribadire da una parte il rapporto privilegiato, ai limiti della
fascinazione, che per buona parte del secolo intrecciano con
Venezia consoli, mecenati, collezionisti e uomini di cultura
anglosassoni, con alla testa Joseph Smith e John Strange, e
dall'altra le difficoltà viceversa incontrate dal Fortis nel far
convergere sulla Dalmazia l'attenzione della classe politica e
dei «buoni e cortesi Cittadini» veneziani. Nella circostanza il
protettore e compagno di viaggio più illustre era Lord
Frederick Augustus Hervey, vescovo anglicano di
Londonderry, appassionato naturalista noto per la sua
eccentricità e per le aperte simpatie verso i cattolici irlandesi,
insufficienti tuttavia a fugare i malevoli sospetti avanzati da
ambienti ecclesiastici circa l'ortodossia religiosa del suo
accompagnatore e amico italiano. I viaggiatori si
incontrarono a Pola e da lì proseguirono per Rovigno; quindi,
dopo un'interruzione dovuta al precipitoso accorrere a Napoli
alla notizia dell'eruzione del Vesuvio, si recarono a Spalato e
Traù percorrendo l'entroterra costiero, per poi risalire
attraverso Scardona e Zara, e approdare infine a Venezia.
Questa volta l'eco suscitata dalla spedizione parve agli inizi
confortante. Mentre ancora il Fortis stava riordinando e
rielaborando i suoi disparati appunti, alcuni patrizi tra i più
aperti alla ventata innovatrice - Giovanni Ruzzini, Filippo
Farsetti e Carlo Zenobio, gli stessi ricordati con grande onore
nella prefazione al Viaggio — lo incitavano a completare gli
studi intrapresi, finanziando nell'autunno del '72 un nuovo
viaggio - dagli esiti assai modesti per la cattiva scelta del
periodo - al ritorno dal quale giungeva, gratificante, un
incarico ufficiale dalla Serenissima, tramite la Deputazione
straordinaria alle Arti. Andrea Memmo, divenutone
presidente agli inizi del '73 e dato sollecito avvio, tra gli altri,
a un progetto di sviluppo della pesca, convinceva il Senato ad
affidare all'abate un incarico di studio per l'area dalmata, per
cui nel maggio dello stesso anno lo troviamo di nuovo sul
piede di partenza, col preciso compito di individuare i modi
per razionalizzare l'esercizio di questa attività e smuovere gli
ostacoli che avevano fino ad allora impedito il libero
commercio del pesce fresco con la capitale, costringendo i
pescatori a un povero, asfittico, mercato di contrabbando e la
Repubblica alla onerosa importazione di prodotto conservato
dai paesi nordici. Il lavoro del Fortis, nonostante l'irregolarità
degli aiuti fornitigli, fu al solito puntuale ed entusiasta, e
lucide e precise le conclusioni che ne risultarono, affidate ad
apposite relazioni per il Senato dove però, al pari di altre
importanti proposte avanzate nello stesso arco di tempo, tutto
si arenò e rimase lettera morta.
Non era servito che egli si fosse concentrato totalmente sul
problema, rinunciando per esplicito patto ad eseguire
commissioni per conto di altri - il che irritò molto i suoi
abituali finanziatori inglesi - e limitando la sua esuberanza
conoscitiva a pochi incontri con gli amici dalmati: la stagione
del riformismo, appena cominciata dopo anni di
preparazione, mostrava già preoccupanti incrinature, né
bastava a vivificarla l'energico operare di Andrea Memmo,
colui che tra entusiasmi e delusioni meglio riflette a livello
politico la parabola dell'illuminismo a Venezia. Verso la
metà del secolo si erano infittiti i richiami alla necessità di un
rinnovamento intellettuale, di un dibattito più spregiudicato e
aperto ai valori laici e razionalisti che proponesse
prioritariamente una nuova moralità civile, ritenuta
sufficiente da sola a smuovere, ammodernandole, le rigide e
invecchiate strutture della società veneziana. Su questa linea
si erano mossi, pur con diversità di esperienze e di
linguaggio, Gasparo Gozzi e Carlo Goldoni; ora, a metà degli
anni Sessanta, dopo un premonitore momento di pausa,
pareva che il cammino potesse essere ripreso, compiendo il
decisivo aggancio con la classe politica, da parte di una
generazione educata a principi illuministici dal magistero di
Carlo Lodoli e sul punto di accedere, se non altro per ragioni
di età, alle più alte cariche di governo.
Con maggior decisione di altri Andrea Memmo, fidando nel
tacito consenso di Andrea Tron - il più potente in quel
momento dei patrizi veneziani, suo maestro e protettore - si
impegnava nel tentativo, partendo da settori apparentemente
marginali quali la revisione dei cerimoniali e la
riorganizzazione della posta, per toccare subito dopo,
all'aprirsi del nuovo decennio, uno dei punti nevralgici dello
Stato, ossia la riforma delle Corporazioni d'arti e mestieri,
chiave di volta per sanare la cattiva situazione economica, da
lui perfettamente diagnosticata nel 1772 in quattro
memorabili scritture al Senato. L'entusiasmo e le speranze di
successo furono però di breve durata: la tenace, sorda
resistenza della parte più conservatrice dell'oligarchia
veneziana finì per prevalere, e mentre il deluso Memmo
riversava nell'edificazione del Prato della Valle a Padova le
sue utopie illuministiche e inseguiva inutilmente fino al
fatidico '89 il miraggio del dogado, si andava vanificando il
patrimonio di idee e di suggerimenti messo assieme negli
stessi anni da un economista come Giammaria Ortes - gli
Errori popolari sopra l'economia nazionale escono nel '71,
Della economia nazionale, il suo capolavoro, nel '74 - o da
un tenace propugnatore delle nuove tecniche come Francesco
Griselini - il «Giornale d'Italia spettante alla scienza naturale,
e principalmente all'agricoltura alle arti ed al commercio» è
avviato nel '64, il Dizionario delle arti e de' mestieri nel '68,
II gentiluomo coltivatore nel '69 — o, forse più
modestamente, dall'agronomo Antonio Zanon o dall'avvocato
Giovanni Scola o dal medico Pietro Orteschi con la loro
intensa e variegata attività pubblicistica, sempre rivolta però
a temi concreti del progresso civile. Intellettuali di diversa
levatura, legati dalla comune provenienza piccolo nobiliare o
borghese, com'è per la gran parte degli illuministi italiani, ma
principalmente dal convincimento, esteso ai milanesi, ai
toscani, ai napoletani, di dover utilmente affiancare e
indirizzare, senza cortigianerie, con la forza dei loro studi
elevati ormai al rango di professioni, i rispettivi monarchi
verso la rapida realizzazione della mitica «pubblica felicità».
In questo quadro di precarie aspettative, si inseriva
perfettamente il Viaggio in Dalmazia, con quel suo
sommesso richiamo a Venezia perché non abdicasse ai propri
doveri di buon governo che affiora in ogni capitolo.
L'accurato scandaglio compiuto sul filo della storia
confermava al Fortis l'esistenza di un secolare vincolo con la
Dalmazia e lo convinceva del giudizio negativo con cui
andava valutato l'atteggiamento fino ad allora tenuto dalla
Repubblica, pronta a spremere il poco che si poteva da quelle
contrade, per poi abbandonarle a se stesse e alla loro atavica
miseria. Ora occorreva cambiare ottica, valutare i domini al
di là dell'Adriatico e i loro abitanti senza alcuna tentazione
colonialistica, e puntare invece a un loro riscatto, fiduciosi
che questo si sarebbe presto tradotto in un vantaggio per
l'intero Stato, come dimostravano i dati ambientali ed
economici da lui raccolti: terre suscettibili di nuove e
soddisfacienti produzioni purché coltivate con moderno
raziocinio, e genti arretrate eppure nient'affatto incivili,
dotate invece di generosa sensibilità e con le quali si poteva
instaurare appunto un rapporto di collaborazione e reciproco
rispetto. Tutto questo nel Viaggio in Dalmazia si coglie per
sottili trame e per allusive esemplificazioni; il libro non vuole
essere \mpamphlet, né il suo autore, anche volendo, avrebbe
potuto usufruire a Venezia di libertà di penna volteriane, ma
il lettore attento poteva cogliere tra le righe questo spirito
nuovo che si voleva suscitare, e valgano a illustrarlo due
passi, quello, nella prima lettera, relativo al lago della Vrana,
bilanciato tra la denuncia di secolari errori e abbandoni e un
preciso progetto di risanamento; e quello, nel penultimo
capitolo, in cui si rende omaggio alla generosa, semplice
ospitalità del voivoda di Coccorich, l'«onorato vecchio»
Pervan, che senza essere mai stato nelle città aveva tuttavia
sviluppato dei suoi talenti, compositore in gioventù di poesie
amorose ed eroiche, e saggio signore del luogo negli anni
successivi.
Quando finalmente, nei primi mesi del 1774, lo stampatore
Milocco pubblicava l'opera, ripartita in due eleganti tomi, le
aspettative di esiti rapidi e concreti stavano dunque
affievolendosi e se questo non indurrà né ora né poi il Fortis
a rinunciare alla sua fede riformistica, un'ombra di incertezza
traspare dal tono eauto della stessa lettera dedicatoria:
Sicuro di non avere risparmiato insistenza o sfuggito disagio
per corrispondere all'oggetto della mia missione, io mi sento
animato dalla speranza che l'Eccellenze Vostre sieno per
accogliere begninamente l'omaggio d'un divoto suddito,
quantunque la debolezza dell'ingegno e la scarsezza delle
cognizioni possano perawentura averlo reso meno perfetto di
quello che sarebbe d'uopo egli fosse per comparire
degnamente dinanzi a Loro. Se dalla pubblicazione di questa
fatica mia non altro vantaggio presentaneo si ottenesse che la
sostituzione de' marmi dalmatini (de' quali servivansi,
pell'architettura non meno che pegli usi più nobili della
statuaria, i Romani), a quelli che a caro ed oggimai indiscreto
prezzo annualmente ci vendono i forastieri, io stimerei che i
miei nobilissimi mecenati potessero sentire la compiacenza
d'aver reso, nella scoperta di quelle antiche lapicidine, un
servigio non lieve alla nazione. Che se poi dagli esami
diligenti intorno all'indole e allo stato attuale de' laghi, delle
paludi, de' fiumi; dalle notizie de' prodotti naturali di quel
vasto paese e dalle indicazioni tendenti ad aumentarli, a
migliorarli, a renderli più utili allo Stato; dalla scoperta di
qualche nuova cosa che sfuggì finora alle ricerche de'
naturalisti, ne derivassero de' vantaggi sensibili al pubblico
patrimonio, al commercio nazionale ed alle arti, allora i
generosi promotori della mia spedizione goderebbero con
incontrastabile titolo la qualificazione d'ottimi patrioti, ed io
gusterei pienamente della interna contentezza che inonda
l'anima del suddito utile, a cui ben più che alla fama d'erudito
e scienziato deve ogni bennato uomo aspirare.
Arricchito dalle incisioni di Giacomo Leonardi tratte dai
disegni che Angelo Donati, accompagnando il Fortis, aveva
schizzato dal vero, il libro registrava le esperienze del
viaggio compiuto con Lord Hervey e trattava, ripartendoli
equamente tra i due volumi, dei Contadi di Zara e Sebenico,
e di Traù e Spalato, indagando in maniera sistematica su
territori assai più vasti di quello esplorato nella spedizione a
Cherso. L'organizzazione dei materiali risultava comunque
analoga a quella attuata per il Saggio, e, una volta ripartita la
regione in porzioni più piccole, riproponeva quasi
modularmente il «questionario» del 70, applicato però con
maggiore elasticità, fondendo meglio tra di loro i vari piani
della ricerca. Superato ogni schema di tipo antiquario-
classificatorio, il discorso fortisiano, memore dell'esperienza
giornalistica, procede così con vivacità e scioltezza, senza per
questo rinunciare alla precisione e alla serietà scientifica,
certificate da una robusta serie di riferimenti bibliografici,
che dimostrano altresì il livello di aggiornamento rispetto alla
più recente produzione europea.
E, come s'era rilevato per il Saggio, pure qui lo spazio
riservato alle discipline umanistiche è considerevole, con un
peculiare interesse alla locale storia letteraria, agevolato dalla
possibilità di rintracciare a Sebenico, tra Quattro e
Cinquecento, alcuni ragguardevoli scrittori, le cui vite e
opere venivano delineate in un apposito paragrafo,
punteggiato di riferimenti ai fitti rapporti intrattenuti da
costoro con Venezia. Anche la Dalmazia aveva quindi avuto
momenti di vivace fioritura culturale, purtroppo trascorsi ma
ripetibili in una situazione diversa dall'attuale, e quale
esempio di quel sapere umanistico l'abate pubblicava, in
appendice al primo tomo, l'inedito Iter Buda Hadriano-polim
di Antun Vrancic, racconto in latino del viaggio compiuto nel
1503 attraverso il mondo slavo e balcanico dal più illustre di
questi letterati, al quale nel suo breve profilo era stato
riservato il posto di gran lunga più ragguardevole.
Tra passato e presente, tra scienza e letteratura, si articola
parimenti la problematica linguistica, affrontata nel Viaggio
in Dalmazia in termini sincro-nicamente e diacronicamente
diffusi. Quasi ad ogni città, o villaggio o rudere scatta
l'indagine toponomastica o etimologica; di ogni oggetto
d'uso, abito, cerimonia o reperto naturalistico vengono forniti
il nome slavo e quello italiano, a costruire una ragnatela che,
nonostante le etimologie esibite non reggano più a un
riesame critico, va apprezzata per lo sforzo sotteso di voler
eliminare diaframmi spaziali e temporali e riconoscere
piuttosto elementi di identità tra due popoli, all'interno di una
secolare unità culturale romano-adriatica. Su altro piano,
sensibilità a questioni di lingua significava operare delle
scelte relativamente alla veste stilistica da dare al libro. La
lezione galileiana, o se si preferisce, per restare a Venezia,
sarpiana, rappresenta un evidente punto di riferimento e la
lingua del Fortis procede rapida ed essenziale, come si
conveniva al tema scientifico, priva di quegli orpelli da lui
stesso criticati sulle pagine dell'«Europa letteraria» e in
sintonia con l'idea emergente di una letteratura di cose e non
di parole, basata non tanto sull'osservanza delle forme
retoriche quanto sui contenuti, che pochi anni prima da
Milano il gruppo del «Caffè» - i Verri, Beccaria, Frisi,
Longo, la punta più avanzata dell'illuminismo italiano —
aveva sostenuto con maggior forza e chiarezza di altri.
Riguardo all'architettura interna del libro, ovvia la forma
della lettera, allusiva alla «memoria» scientifica venata di
implicazioni pratiche, di gradevole lettura e offerta al vasto
pubblico, piuttosto che al ponderoso trattato specialistico a
destinazione accademica: in testa ad ogni lettera nomi di
destinatari illustri, accuratamente scelti a rappresentare nel
loro insieme l'universo scientifico e politico cui l'abate
intendeva rivolgersi, quello dove riteneva di trovare miglior
udienza e plauso, e magari un prestigioso riconoscimento,
puntualmente deluso nei fatti. Invano, a partire dal 74,
premette ripetutamen-te per ottenere la cattedra di biologia
presso l'Ateneo patavino, senza però riuscire a sconfiggere
l'ostilità della parte ecclesiastica dello Studio, che continuò a
ritenerlo in odore di eresia e che nel '79 per voce di Pietro
Barbarigo, e sorda alle raccomandazioni di Andrea Tron,
poneva fine a queste aspirazioni. Il massimo risultato
conseguito in tale ambito restò alla fine l'ascrizione
all'Accademia patavina, propiziata dal Cesarotti che vi
vedeva, errando nelle conclusioni, il primo passo per entrare
nella cittadella universitaria. Al di là delle attese deluse,
l'opera sulla quale si fondavano principalmente le speranze
del Fortis - il Viaggio in Dalmazia appunto — si colloca tra
gli esempi più significativi del viaggiare scientifico
settecentesco, grazie al suo procedere originalmente
interdisciplinare e alla preoccupazione di accompagnare
sempre la descrizione di un habitat naturale con quella degli
uomini che lo popolano, avvicinati con generosa
disponibilità, senza alcuna iattanza.
Sono queste peculiarità a diversificarla dal modello proposto
da Giovanni Targioni Tozzetti nelle monumentali Relazioni
d'alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per
osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di
essa (1768-792, in 12 tomi), dove una massiccia esibizione
libresca si sovrapponeva ai dati dell'osservazione
naturalistica, relegando sullo sfondo gli spunti riformistici
che pure vi erano diffusi; per altro verso si discosta anche dal
celeberrimo Viaggio alle due Sicilie e in alcune parti
dell'Appennino di Lazzaro Spallanzani (1792),
corrispondente e amico del Fortis, ma di lui più severamente
«scienziato», così assorto nello studio dei fenomeni della
terra da intravedere solo di rado gli uomini che la abitano.
Una certa parentela si può invece instaurare con le Lettere
odeporiche di Francesco Griselini ( 1780), simili per gamma
di interessi al Viaggio, e però dettate da uno spirito diverso,
ai limiti dell'avventuroso e dell'esotico, mirate a ingraziarsi,
anche dilettandoli, nuovi potenziali protettori austriaci, con i
quali intrattenere un rapporto che, ancora nutrito agli inizi di
idealità riformistiche, sconfinerà presto nella dipendenza del
funzionario dal monarca. Manca insomma alle Lettere quella
cornice di «pubblica utilità» patriottica tipica del Fortis:
assenza comprensibile se si pensa alla loro data di
composizione, avvenuta dopo la partenza da Venezia del
Griselini, un altro illuminista spinto a ricercare altrove
rispondenza concreta a proposte rimaste inascoltate in patria.
Tramontata la troppo breve stagione dei lumi, questa
«cornice» verrà subito dimenticata, mentre cresce
rapidamente l'apprezzamento per un altro aspetto del
Viaggia, da parte di un pubblico pronto a scorgervi, sull'onda
del recupero sensistico tardo settecentesco, l'archetipo di un
diverso modo di intendere il viaggiare: quello pittoresco del
Giornale del viaggio d'Inghilterra negli anni 1787-88 di
Carlo Castone della Torre di Rezzonico o quello patetico e
pittoresco del Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni di Aurelio
de' Giorgi Bertola (1795). Accadde così che il libro venisse
letto negli anni successivi quasi soltanto per la componente
roussoviana che indubbiamente presentava e che il
romanticismo recepì volentieri, alimentando un fenomeno di
«morlacchismo» ispirato appunto dalla lettera «De' costumi
de' Morlacchi», conclusa dalla trascrizione e traduzione della
«Canzone dolente della nobile sposa d'Asan Agà»,
espressione allo stesso tempo del forte sentire di popoli
rimasti allo stato primitivo e delle loro capacità poetiche, a
comprovare anche per quella sperduta contrada la
consistenza del teorema ossianico.
In virtù di questo capitolo, significativamente dedicato al
conte di Bute, il Viaggio in Dalmazia, in un contesto
culturale che andava mutando in dirczione preromantica,
conobbe un rapido successo in tutta Europa, superiore a
quello registrato a Venezia, e fu subito tradotto in tedesco,
francese e inglese. La parte sui Morlacchi, agevolata dalle
indubbie compiacenze letterarie cui il Fortis, pur resistendo
alle pressioni estremizzanti dello Stuart — il quale avrebbe
voluto vedervi un patente parallelismo con la natia Scozia e
con la poesia di Macpherson - aveva accondisceso, godette
inoltre di una fortuna particolare, che si diparte dalla
traduzione della ballata procurata da Goethe e accolta da
Herder nei suoi Volkslieders, per inoltrarsi successivamente
nell'Ottocento con una serie di derivazioni collocabili nella
scia di quell'ideale ritorno alla natura delineato da Young e
Rousseau, e proseguito dal Bernardin de Saint-Pierre di Paul
et Virginie (1784) e dallo Chateaubriand di Atala (1805).
Si può cominciare, nel 1788, da Les Morlaques di
Giustiniana Wynne contessa di Rosenberg, compagna ad
Altichiero dell'irrequieto Angelo Querini, un romanzo
tradotto prima in tedesco (1790) che in italiano (1798) dove
l'ispirazione fortisiana traspare chiaramente, pur optando poi
l'autrice proprio per la celebrazione insistita dell'autenticità
primordiale. Cesarotti lodò il libro e Goethe lo lesse, così
come lo conobbe con tutta probabilità Madame de Staél, viste
le suggestioni misteriosamente barbariche e selvagge ispirate
alla protagonista di Corintie (1807) dalla visione della
lontana Dalmazia, intravista con buona dose di
immaginazione dal Campanile di S. Marco. Attorno ai
Morlacchi si aggirò variamente anche Charles Nodier, sia
con la figura del generoso Jean Shogar (1818) - anch'egli
parte di un mito che corre per l'Europa primottocentesca,
quello del brigante buono e giusto - sia con Smarra ou les
démons de la nuit, un racconto del 1821, spacciato per
traduzione dallo slavo, con cui si apriva la strada al filone del
vampirismo. Sempre a metà tra finzione letteraria e squarci di
documentazione folclorica, il morlacchismo troverà il suo
epigono in Mérimée, che nel 1827 proponeva con Guzla una
raccolta apocrifa di canzoni dalmate, bosniache e croate:
ibrido ponte lanciato verso un altro modo, ugualmente
intessuto di idealità popolareggianti ma scientificamente
assai più probante, di affrontare il tema, qual è quello storico-
filologico impersonato da Nicolo Tommaseo con i Canti
toscani, corsi, greci, illirici, editi a Venezia tra il 1841 e il
'42.
Nel capitolo dedicato ai Morlacchi il Fortis si era mosso in
realtà in una dirczione riconducibile più a quest'ultima che
non ad altre, e se vi sentiamo circolare una partecipazione
passionale e personale nel descriverne le tradizioni e i
costumi di vita, ciò accade non tanto perché qui prenda
letterariamente il sopravvento l'amico e ammiratore del
Cesarotti ossianico, che pure vi ha buona parte, ma piuttosto
perché è questo il punto dove lo scrittore esprime con
sincerità il suo affetto per una terra e delle genti che nel corso
degli anni aveva imparato a conoscere a fondo, lingua
compresa. Si tolgano pure dal conto i legami sentimentali
intrecciati a un certo punto a Ragusa o l'indubbia enfasi con
cui riferisce, inorgogliendosi, l'epifonema rivoltagli da un
morlacco mentre salta agilmente e pieno di entusiasmo tra i
macigni della Cettina alla cascata di Duare («Gospodine, ti
nissi Lanzmanin, tissi Vlàh!» «Signore, tu non se' un
Italiano-poltrone, tu se' un Morlacco! ») restano sempre la
stima e la duratura amicizia che fin dal primo viaggio
l'avevano legato a intellettuali e studiosi dalmati, dal letterato
Matija Sovic, prezioso informatore sulla lingua e la cultura
chersine durante la spedizione all'isola, al medico raguseo
Giulio Bajamonti, l'autore del curioso Morlacchismo di
Omero, più volte suo accompagnatore nelle esplorazioni e
fonte inesauribile di indicazioni relative alla storia, abitudini,
credenze e canti popolari, dei quali fu tra i primi raccoglitori.
Ottimi rapporti personali, ai quali si contrappongono le
reazioni «ufficiali» all'immagine che il Fortis aveva dato
della Dalmazia, nel complesso nient'affat-to favorevoli,
spesso per una mancata comprensione anche da parte slava
delle sue argomentazioni e degli insormontabili limiti entro
cui si era mosso. Si innescò anzi una serrata polemica - alla
quale Venezia si mostra totalmente indifferente ed estranea -
originata dalle Osservazioni sopra diversi pezzi del «Viaggio
in Dalmazia» (1776) di Ivan Lovric, ventiduenne letterato e
studente di medicina a Padova che puntigliosamente
confutava i dati forniti sul corso della Cettina e sulle
consuetudini dei Morlacchi, criticando le scelte fortisiane in
fatto di poesia popolare, e si impegnava con il capitolo sulla
«Vita di Stanislav Socivica» ad approfondire il fenomeno del
brigantaggio, oltre a stigmatizzare in termini assai più aspri
di quelli usati nel Viaggio l'attività del clero cattolico e di
quello ortodosso, e ad additare nell'assegnazione della terra
in proprietà ai contadini l'unica via per un miglioramento,
che però ai suoi occhi nessuno dei cattivi governi insediati
nell'area slava - Austria, Venezia e Impero ottomano - voleva
perseguire. A contrastare l'opuscolo si mossero, con lo stesso
disordine e animosità dell'accusatore, alcuni dalmati, e
soprattutto, con un Sermone parenetico al signor Giovanni
Lovrich (1777) uno sconosciuto Pietro Sklamer chersino,
nome sotto il quale potrebbe celarsi lo stesso abate, ma che
potrebbe parimenti riferirsi a un suo amico. Di fronte al
frammentismo pedante del Lovric, ben più meditate e
incisive dovettero però apparire le Riflessioni sopra lo stato
presente della Dalmazia, che Pietro Nutri-zio Grisogono, di
Traù, aveva pubblicato a Firenze nel '75, segnando un
momento decisivo per la nuova classe politica e intellettuale
dalmata — Baja-monti, Michiel Vitturi e, nell'opposto campo
conservatore, Gian Luca Gara-gnin, l'arcivescovo di Spalato -
in merito al grado di consapevolezza delle disperate
condizioni di vita in cui versava la regione.
Anche il Fortis, come s'è visto, aveva insistito su questo
aspetto, ma qui il problema, rifiutata ogni tentazione
letterario-roussoviana era esposto nella sua crudezza,
«spogliato - nota ancora il Torcellan - d'ogni spirito di
sorpresa o di convenzionale stupore, nudamente visto e
sofferto dall'interno di quella terrificante realtà di miseria e di
abbandono sociale e politico». Questa volta la risposta, aspra,
risentita e un po' incerta, venne data in prima persona, con la
Lettera al nobil signor conte Kados Antonio Michieli Vitturi
(1776) e ancora il Nostro polemizzava col Grisogono a
proposito dei successivi attacchi contenuti nelle Notizie per
servire alla storia naturale della Dalmazia (1780),
mostrando però alla fine, con il discorso Della coltura del
castagno, di aver utilmente recepito quelle obiezioni. Ad
ogni modo era stato il Viaggio in Dalmazia a richiamare
l'attenzione della nascente «scuola» fisiocratica dalmata
sull'urgenza della questione, e questo resta nel concreto il
risultato più importante raggiunto dal libro, dato che
nemmeno le decise prese di posizione di costoro riuscirono a
innescare interventi riformistici da parte di qualcuno dei tre
Stati che si dividevano la regione.
Le polemiche e le critiche non affievolirono però l'amore e
l'interesse del Fortis per la Dalmazia, e nel '79 egli si
spingeva ancora fino al confine turco, sostando a Ragusa.
L'impressione che ne ricavò, per quanto ne sappiamo dalle
lettere scambiate con gli amici del luogo e dalle notizie
giunteci intorno a un perduto capitolo sulla città scritto, in
francese, per una mancata seconda edizione del Viaggio, fu
del tutto diversa da quella riportata nel resto del paese. Qui,
grazie a una situazione ambientale più favorevole e a
un'agricoltura assai meno arretrata, la vita scorreva con una
certa agiatezza e il livello culturale della locale aristocrazia
era senz'altro soddisfacente, tale da indurlo a ricercare le
conversazioni nei salotti delle famiglie eminenti: i Sorgo, i
Bassegli, i Giorgi-Bona. Nell'ultimo caso si giunse anche a
un risvolto amoroso seriamente imbarazzante con Maria
Giorgi-Bona, gentildonna maritata alla quale indirizzò
ardenti omaggi poetici e la cui presenza alimentò certe
propensioni del maturo abate a trasferirsi definitivamente in
quella città.
Non se ne fece nulla e anzi, dopo il 1783, deluso dal
raffreddarsi di questa relazione, nonostante l'intervenuta
vedovanza di lei, non tornò più a Ragusa, così come, dopo il
'91, non tornò più in Dalmazia, dove nell'arco di un
ventennio aveva finito per recarsi dodici volte. Nel frattempo
Spalato aveva tributato uno dei più sinceri riconoscimenti
alla sua attività, affidandogli nel 1780 il discorso inaugurale
della Società economica, per il quale il Fortis scelse di
parlare Della coltura del castagno da introdursi nella
Dalmazia marittima e mediterranea, occasione per ribadire il
proprio convincimento sulla necessità di collegare
strettamente ricerca naturalistica e sviluppo civile.
Considerato Pinaridimento del terreno dovuto alla sua natura
carsica, suggeriva l'incentivazione del castagno, l'albero più
adatto, a suo avviso, per arginare la grave erosione e
recuperare vasti terreni a bosco; i prodotti ricavati sarebbero
stati di grande utilità, sia per l'alimentazione che per l'utilizzo
del legname, e da queste nuove risorse agricole sarebbe
derivato un sicuro benessere per le nuove generazioni.
Nei confronti della Dalmazia era una sorta di ultimo
messaggio, mentre già era impegnato su un altro fronte,
quello napoletano e calabrese che lo avrebbe assorbito per il
successivo decennio, con lo stesso alternarsi di speranze, con
ancor più aspre battaglie e in fondo con un identico bilancio
di delusioni, le stesse patite dal riformismo illuministico un
po' dappertutto in Italia, dalla Milano di Giuseppe n alla
Toscana post-leopoldina, alla immobile Napoli dei Borboni,
a Venezia, arroccata in un sistema oligarchico nel quale non
si poteva più riconoscere, com'era stato fatto nei secoli
precedenti, la forma perfetta di governo.
Restando al Fortis, la prova più evidente
dell'incomprensione che aveva circondato il suo progetto
dalmata resta affidata a una pagina delle Memorie inutili
(1797-98), dove Carlo Gozzi, partendo dai dati di una
modesta esperienza personale, giungeva a conclusioni
diametralmente opposte, ironizzando tra le righe sulle analisi
dell'abate e riportando la questione tutt'al più sul piano
morale. Forse inconsapevolmente, egli finiva così per
confermare non tanto le ragioni della predominante parte
conservatrice, di cui si fa portavoce, quanto l'ampiezza del
solco che la divideva dal minoritario, ma ai nostri occhi
genialmente innovativo, gruppo degli illuministi:
Molti avranno già scritte e stampate relazioni di maggior
conseguenza, e l'abate Alberto Fortis, uomo di vasto
intelletto, d'ardire eguale ed instancabile nelle osservazioni e
scoperte dette solide ed utili, ha fatte negli abitanti, ne' mari,
ne' monti, ne' laghi, ne' fiumi e nelle campagne di quelle
provincie delle scoperte utilissime e considerabilissime. Sono
stampate e ognuno può leggerle e crederle, come l'hanno lette
e credute degli altri.
Mi fu detto ch'egli abbia inventariate delle gran maraviglie e
progettate delle maniere di prodotti e di barili di merci, che si
possono trarre da quel pezzo di mondo, ch'egli giudica
abbandonato in una stomachevole trascuratezza.
Tali progetti hanno un'effigie vezzosa, che piace a parecchi
innamorati della novità delle scoperte, e non importa che
sieno in gran parte falsi e in gran parte non eseguibili,
perocché in ogni età v'è una scienza dettata da un fantasma
detto «moda», il quale si è sempre divertito sull'umana
volubilità, sull'umana avidità, sull'umano capriccio.
I viventi dell'età nostra si persuadono e s'allegrano
facilmente, ad un semplice fantastico disegno dell'opulenza,
del lucro e degli agi de' nostri corpi, passando sopravia a
tutto ciò che giova agli spiriti e a' cuori per fermarli ne' limiti
della temperanza, della moderazione, della verità e del
dovere.
È una tavoletta il dire che, senza il balsamo della educazione
morale, l'opulenza e gli agi sono soltanto veduti da chi non li
possiede in chi li possiede e guardati con occhio d'invidia, di
rancore e coll'animo di pirata; e che chi gli ha in possesso
non vede e non crede giammai di possederli, facendo un
vergognoso abuso di quelli.
Non credo che l'abate Fortis, del di cui intelletto si deve
avere molta stima, si sia degnato di ricordare, che per indurre
la Dalmazia e l'Albania veneta a tutto quel bene che
potrebbero dare coll'industria, sarebbe necessario
incominciare dallo spargere poco a poco con insistenza sul
costume e sul pensare un'efficace buona morale, che
apparecchiasse i cervelli, gli animi e i cuori alla ragione e
all'obbedienza.
Con questo studio preliminare e indefesso, dopo il corso d'un
secolo e mezzo, si potrebbe forse verificare la decima parte
de' lusinghieri progetti. (Memorie inutili, p. i, cap. ix).

Vita e opere di Alberto Fortis

Se il momento più intensamente «dalmata» di Alberto Fortis,


incastrato esattamente al centro della sua vita, è quello che,
grazie al Viaggio in Dalmazia, ne consacra la fama di
naturalista e di etnologo, non esaurisce però il panorama di
un'attività di studio e di esperienze letterarie
straordinariamente intensa. Nato nel novembre del 1741 a
Padova e battezzato col nome di Giovanbattista, il Fortis
apparteneva a una famiglia di piccola nobiltà, decaduta a
modeste condizioni di vita. Mortogli prematuramente il
padre, il secondo matrimonio della madre, donna intelligente
e colta, gli apriva ancor bambino ben maggiori possibilità,
essendosi ella accasata con il conte Capodilista, membro di
una delle più ricche casate della città, e in contatto con
prestigiosi esponenti della scienza universitaria, frequentatori
nella sua casa di un vero e proprio salotto culturale, dove
attorno al Cesarotti era facile ritrovare i vari Toaldo,
Sibiliato, Strafico e Antonio Vallisnieri junior.
In questo ambiente l'indirizzarsi del giovane agli studi, e a
quelli naturalistici in particolare, pare quasi un esito scontato,
contraddistinto però sin dall'inizio dalla spontaneità di una
forte passione, quasi una vocazione si potrebbe dire visto
l'entusiasmo col quale, sotto la guida di Giovanni Arduino -
colui che in area veneta orienterà le propensioni
collezionistiche del primo Settecento verso la scientificità
sistematica di metà secolo - percorre i colli del Vicentino e
del Padovano, studiando i misteri della terra e progettando un
poema geologico «De' cataclismi sofferti dal nostro pianeta»
su cui ritornerà più volte, senza mai stenderlo e limitandosi
poi a descriverne il disegno complessivo e a pubblicarne
alcune ottave nell'«Europa letteraria». Nel frattempo la
posizione di agiatezza raggiunta dalla madre stentava a
tradursi in benefici effetti per il figlio, che anzi veniva
avviato al Seminario e vestiva a sedici anni l'abito
agostiniano, assumendo il nome di Alberto. Ma la mancanza
in lui di una reale vocazione si manifestò quasi subito,
creando le premesse per anni di tormentoso conflitto
intcriore: lungo le tappe che da Padova lo porteranno a
Verona, a Bologna e infine a Roma il polo d'attrazione del
Fortis rimarranno sempre le scienze naturali, avidamente
apprese in crescente contrasto con il senso di fastidio provato
di fronte ai doveri impostigli dallo stato regolare.
La Roma di Clemente xm diverrà ben presto il punto di
scontro di queste tensioni, destinate ad accentuarsi
visibilmente non appena il ventenne frate fu preso sotto la
propria protezione dal padre Antonio Agostino Giorgi,
illustre esponente della Congregazione De propaganda fide e
sinceramente disposto ad assecondare la sua sete
enciclopedica di sapere. Fu il Giorgi, celebrato studioso di
lingue orientali, a permettergli lunghe ore di studio nella
Biblioteca Angelica, della quale era Prefetto, ma
congiuntamente altri pedagoghi meno accorti premevano
perché l'indubbia, vivace, intelligenza del padovano fosse
messa a disposizione dell'Ordine, ed egli con opportuna
preparazione ne divenisse il teologo ufficiale, dedito a
difenderne l'ortodossia. Agli stessi anni, mentre venivano
radicandosi nel Fortis un severo spirito critico nei confronti
della decadenza della Chiesa e l'avversione per il dilagante
fanatismo religioso, risalgono anche i primi contatti, sempre
a Roma, con studiosi slavi come Benedikt Stay e Rajmund
Kunic, cui va aggiunta la grande ammirazione per il geografo
dalmatino Ruggero Boscovich, maestro sommo di quel
poetare scientifico che per il momento pareva catalizzare
ogni sua ambizione letteraria. A.d eccezione di un breve
periodo vicentino, ricco di esplorazioni mineralogiche quasi
un anticipo delle repentine fughe che compenseranno nelle
terre di Arzignano le delusioni, sempre più frequenti, della
maturità - l'inquieto soggiorno romano durerà quasi
ininterrottamente fino al 1767, quando finalmente, con la
promessa di un posto di bibliotecario prospettatagli dal
Vescovo di Vicenza, poteva tornare nel Veneto: l'acquisto di
una nuova libertà gli costava un'insanabile frattura con gli
agostiniani e lo avviava verso un futuro incerto, tanto più
precario quando, vanificatesi le prospettive vicentine, se ne
veniva a Venezia nel settembre dello stesso anno.
Seguirono mesi di affannose e disparate occupazioni, quelle
tipiche degli abati sparsi per l'Italia settecentesca. Per un
breve periodo fu censore librario al servizio dei Revisori alle
stampe, per dedicarsi poi alla traduzione, volgarizzando
svogliatamente il iv libro dell'Eneide, e approdare infine
all'effervescente mondo giornalistico, collaborando tra il '67
e il '68 con Francesco Griselini alla compilazione del
«Giornale d'Italia», il periodico che aveva accolto nel '65 i
suoi esordi saggistici, quei Pensieri geologici scaturiti dal
primissimo viaggio in Istria e già animati dagli entusiasmi
dell'esploratore, naturalista e antiquario assieme, di fronte a
un paese nuovo, ricco di suggestioni per il progettato poema
scientifico. Un dissidio redazionale poneva bruscamente fine
a questa collaborazione e segnava il passaggio al «Magazzino
italiano», titolo quanto mai emblematico per un giornale
eterogeneo e diseguale, dove tuttavia non mancavano spiragli
illuministici e, per quanto riguarda il Fortis — e sempre che
siano davvero suoi gli articoli attribuiti con felice intuizione
da Berengo e Venturi - occasione per ripetuti, significativi
interventi sull'avventura corsa di Pasquale Paoli.
Affermazione di libertà alimentata dalla coscienza popolare,
prodigioso progredire da uno stato primitivo a una struttura
civile in grado di gareggiare in modernità con quella inglese,
avvisaglie di una prossima fioritura delle scienze e delle arti:
tutto questo l'abate vedeva nell'eroica insurrezione della
Corsica, entusiasmandosi al punto di avviare nel '68 contatti
in vista di un suo trasferimento nell'isola a collaborare col
nuovo Governo, presto sfumato di fronte al precipitare della
situazione e a nuovi impegni giornalistici assunti a Venezia.
Questo stesso anno registra infatti la cessazione del
«Magazzino italiano» e il decisivo incontro del Nostro con
Domenico Caminer, gazzettiere di lunga esperienza prima
con gli Albrizzi, quindi come prosecutore nel '62, insieme a
Girolamo Zanetti, della «Gazzetta veneta» avviata da
Gasparo Gozzi, ed ora pronto a dar vita a un periodico tutto
suo col quale si apriva, come s'è detto, una nuova fase della
vivace pubblicistica veneziana, nel suo insieme una delle
voci più nuove e moderne dell'intero Settecento italiano. In
effetti «L'Europa letteraria» - tale il titolo della nuova testata
- pur restando fedele ai canoni consolidati dei giornali di
informazione bibliografica, prendeva in esame con recensioni
e brevi estratti tradotti opere di Voltaire, Rousseau,
Helvetius, D'Alembert, Bayle, segno tangibile di apertura al
pensiero illuministico e di volontà di dialogare con i
maggiori intellettuali europei, diffondendone il pensiero e
discutendone le opere. Il merito di questo taglio innovatore
non andava di certo al Caminer, abile e scaltro giornalista
sollecito a fornire al suo pubblico un'ampia messe di notizie
letterarie, antologizzando pezzi tratti da diversi giornali
italiani ed esteri, ma parimenti attento a evitare ogni
polemica e dibattito approfondito, convinto, come dichiarava
nell'«Europa letteraria» del febbraio 1769 (pp. 83-84), che
«un giornalista deve con una spezie d'analisi dare un'idea del
libro su cui ragiona, e lasciare a' leggitori il formarne giù-,
dizio».
Degli articoli più battaglieri era invece responsabile proprio
il Fortis, e insieme a lui la giovanissima figlia di Domenico,
Elisabetta Caminer, appena diciassettenne eppur pronta a
proporsi nell'arco di un trentennio quale simbolo del
giornalismo «illuministico» tra Venezia e Vicenza, redattrice
abituale delle note relative alle novità letterarie francesi, con
particolare riguardo al teatro. L'abate si riservò ovviamente
gli interventi su temi scientifici, pur non disdegnando puntate
su argomenti letterari e qualche volta anche filosofici e
artistici. La riproduzione animale, le acque minerali, le marne
e la fertilità della terra, il possesso dei terreni e la loro
redditività, l'emblematica crociata a favore dell'innesto del
vaiolo, sono oggetto di altrettanti «estratti», ma ad essi vanno
accostati quelli, parimenti incisivi, nei quali, prendendo
spunto da opere storiche o teologiche, scaglia decise frecciate
antimonastiche o dileggia acremente ogni sorta di
superstizione. Nel complesso i due redattori, tra i quali si
intrecciò presto un legame sentimentale sfociato alla lunga in
una salda amicizia, si facevano promotori di uno spirito
critico tutto volteriano e le lodi a Voltaire, come segnala
opportunamente Marino Berengo, risuonano dappertutto,
accompagnate da una propaganda sempre più convinta a
favore dell'Enciclopedia, specie delle varie ristampe e
traduzioni che entrando in quegli anni massicciamente nel
Veneto, sembravano in grado di soppiantare in maniera
definitiva le vecchie forme del sapere.
Viceversa queste scelte attiravano però ironici commenti da
parte degli spiriti moderati, rafforzando le diffidenze di
Domenico Caminer e convincendolo in breve dell'avvenuto
stravolgimento del suo giornale. La rottura col Fortis avviene
già a metà del '69, poco prima della definitiva restituzione di
quest'ultimo al secolo a seguito di una bolla di Benedetto xiv,
e porta a un suo rapido disinteresse nella gestione
dell'impresa, ove sulla sola Elisabetta gravava ora il peso di
sostenere la bandiera illuministica, cosa peraltro che ella fece
con sufficiente energia, per consegnarla agli inizi del '74 al
«Giornale enciclopedico», diretta prosecuzione dell'«Europa
letteraria». Attorno alla nuova testata troveremo una Caminer
fatta più esperta, la corroborante novità di Giovanni Scola,
dedito ad articoli giuridici ed economici, e ancora l'abate, con
il suo Viaggio in Dalmazia fresco di stampa e tuttavia alla
vigilia di definitive delusioni riguardo alle aspettative
dalmate; pronto comunque a riprendere puntigliosamente la
penna, facilitato in questo dalla ridotta ostilità manifestata
ora dall'anziano Domenico, il quale finirà per cedere anche
ufficialmente ad Elisabetta, nel '77, una dirczione che nei
fatti ella aveva tenuto fin dall'inizio insieme allo Scola. Su
loro iniziativa il periodico aveva subito assunto una diversa
fisionomia: le recensioni dell'«Europa letteraria» erano
diventate veri e propri articoli originali di critica militante,
s'era ampliata la rosa degli argomenti trattati e accresciuto
l'elenco degli scrittori illuministi presi in esame, grazie agli
sguardi attenti rivolti dal Fortis e dallo Scola alla schiera
degli intellettuali riformisti italiani, che in varie parti della
penisola s'era da qualche tempo messa in moto con gli scritti
e, dove possibile, con iniziative pratiche. Al primo spettano
gli articoli a favore dei Saggi politici di Francesco Mario
Pagano, del Discorso sulla maremma di Siena di Sallustio
Antonio Bandini e degli scritti di Francesco Longano; al
secondo quelli, parimenti decisi, a sostegno di Pietro Verri e
Antonio Genovesi.
Nel frattempo le condizioni economiche del Fortis mutavano
radicalmente a seguito della concessione da parte della madre
dei poderi di Arzignano, nel Vicentino, che lo liberava
finalmente da congenite ristrettezze, permettendogli di
trattare con maggiore libertà i consueti protettori e di
intraprendere con rinnovato entusiasmo altri progetti. Così,
mentre con lo stampatore Milocco rilevava nel 76 dal
Griselini il «Giornale d'Italia», organizzava diversamente il
proprio lavoro di ricerca e riprendeva vigore in lui
l'aspirazione a dare agli studi uno sbocco pratico in dirczione
riformistica, magari ampliando la visuale al di là dei
disattenti confini Veneti. Deluso in patria, compiva l'anno
dopo un viaggio in Svizzera insieme ad Angelo Querini, al
pari di lui irriducibile illuminista, a visitare il geologo De
Saussure, il botanico Haller, il fisiognomia) Lavater e il
grande Voltaire; con l'appoggio del conte di Firmian tentava
una mappa mineralogica della Lombardia, e analoghe
iniziative promuoveva in Toscana, nell'isola d'Elba e nel
Lazio. Alla fine Napoli sembrò l'ambiente più adatto per
condurre a esiti positivi questi propositi, e a metà del 1780,
partendo emblematicamente dalla Dalmazia, si diresse nella
città partenopea, invitato dai docenti dell'Università, tra i
quali quel Domenico Cirillo che gli era stato compagno nel
viaggio a Cherso e Osero.
L'iniziale indeterminatezza in cui era avvolta questa
ennesima avventura svanì ben presto, non appena conobbe
Melchiorre Delfico, che gli divenne presto fedele amico,
procurandogli la carica di mineralogista di Corte: con il suo
determinante apporto l'abate procedeva a un censimento
sistematico delle risorse minerali del Napoletano, allo scopo
di utilizzarle per migliorare l'economia di uno Stato povero
ed arretrato, e individuava rapidamente una grossa nitriera
naturale nei pressi di Molfetta, sufficiente da sola a
soddisfare l'intero fabbisogno del Regno. Il clamoroso
risultato innescava però una violenta reazione da parte di un
ristretto gruppo di appaltatori del nitro artificiale, che
vedevano nella scoperta, trionfalmente comunicata al
sovrano nel 1780, la fine di cospicue rendite lucrate sulle
spalle degli affamati contadini. Il contrasto fu duro, senza
esclusione di colpi, e annoverò tentativi di corruzione operati
nei confronti del Fortis, dispute scientifiche fondate su
pretestuose perizie a lui sfavorevoli e ripetute accuse di
millanteria. Il battagliero naturalista non si tirò indietro e
ribattè colpo su colpo, ma dovette soccombere davanti alle
esasperanti eccezioni e lungaggini dei suoi awersari, ben più
astuti nel condurre una lotta dai toni nettamente conservatori
e oscurantisti.
Dopo aver invano sperato anche a Napoli, come a Padova, in
una cattedra universitaria che il sincero appoggio del Delfico
e di Gaetano Filangeri non riuscirono a ottenergli, tornava al
Nord nell'83 e, sempre accanto a Elisabetta Caminer e al
marito di lei Antonio Turra, subentrava allo Scola nella
dirczione del «Giornale enciclopedico», ora «Nuovo giornale
enciclopedico», per riprendere però abbastanza presto la
strada del Sud, verso la Puglia e la Calabria, ad osservare e
studiare quei desolati territori. Frutto del viaggio saranno
appunto, nell'84, le Lettere geografico-fisiche sopra la
Calabria e la Puglia, uscite in poche copie a Napoli e diffuse
solo in seguito, con la ristampa viennese del 1786. Il libro è
quasi il pendant del Viaggio in Dalmazia e d'altronde le
regioni che vi erano descritte, seppur eredi di una civiltà
millenaria, si presentavano in condizioni poco diverse da
quelle della costiera slava, e bisognose pur esse di energici
interventi da parte di un Governo centrale anche qui latitante.
I continui richiami del Fortis a queste urgenze, le ripetute
fiammeggianti polemiche e i frequenti scoramenti con
relativo ritirarsi nella sua casa di Arzignano, sui colli Berici,
o in quella della madre a Galzignano, sugli Euganei, saranno
il motivo conduttore di tutto il decennio 1780-90, durante il
quale lo vediamo alternare periodi di studio nel Veneto con
caparbie incursioni nel regno di Napoli, a inseguire ancora
l'abolizione degli appalti del salnitro con una fitta serie di
scritti, riassunti magistralmente nella conclusiva memoria
Del nitro minerale, che l'amico Delfico pubblicava, nell'87 a
Napoli, quale amaro epilogo dell'annosa questione.
Le sconfitte patite nel Meridione d'Italia ad opera di una
struttura statica nei suoi privilegi e refrattaria alle riforme,
lasciavano un vivo segno anche nelle pagine del «Nuovo
giornale enciclopedico», dove nell'aprile del 1789, l'anno
della rivoluzione francese, in una corrispondenza alla
Caminer scriveva:
Che orribile stato di cose sotto principi e ministri di stato per
ogni titolo rispettabili ed eccellenti! Che predominanza nella
sciagura nazionale d'una legislazione informe e
contradditoria, d'una costituzione mostruosa, sopra le loro
buone intenzioni! Ed è forza di sciagura, non di mala indole,
come alcuno volle far credere: bisogna vivere anni nel regno
di Napoli, e viaggiarvi, per ben conoscere la nazione.
Prammatiche e paglietti: ecco le due fonti del male, ecco i
due vasi di Pandora, da' quali escono tutti i guai di queste
belle contrade.
Il ritorno definitivo nel Veneto avverrà nel '91, e da qui in poi
la vita del Fortis scorrerà in una rinnovata stagione di intensi
studi, inframezzata da bagliori di impegni pubblici, spesso
connessi ai tumultuosi anni di fine secolo Gran parte del suo
tempo era dedicata ora al serrato dibattito, intavolato con
Domenico Testa, Vincenzo Bozza e Giovanni Volta, sulla
natura dei fossili di Bolca, oppure alla confutazione delle
presunte scoperte di Basile Terzi - un rozzo abate che
pretendeva di aver trovato sui colli Veneti cave di marmo e
carbone - condotta come sempre col rigore scientifico del
geologo «professionista». Contemporaneamente guardava
però con attenzione agli avvenimenti di Francia, respirando
di riflesso le speranze di libertà e rinnovamento che parevano
scaturire di là, e ne discuteva con l'amico Dolomieu in una
fitta corrispondenza, animata dalla speranza che anche a
Venezia ci si potesse finalmente incamminare su quella
strada.
In questo senso tra il '93 e il '94 faceva uscire per un anno e
mezzo «II genio letterario d'Europa», un nuovo periodico col
quale intendeva contrapporsi alle «Memorie per servire
all'istoria letteraria e civile» del conservatore Francesco
Aglietti. Vi collaborarono eminenti rappresentanti della
cultura di fine secolo, dal Toaldo all'Amoretti, al Barbieri,
con la probabile aggiunta del piemontese Giambattista
Vasco: da parte sua il Fortis vi prospettava ancora una volta
l'opportunità di riformare il quadro politico, piuttosto che
stravolgerlo, e inneggiando alla rivoluzione americana,
rimeditava con maggior cautela su quella francese, additando
in un'intelligente redistribuzione delle ricchezze e nella
diffusione delle nuove conoscenze tecnico-scientifiche la via
più adatta per realizzare una società migliore. Nel frattempo
confortava anche nel privato la sua battaglia di idee col gesto,
e quando ebbe individuato ad Arzignano una ricca torbiera,
non si limitò a darne un'accurata descrizione in un opuscolo
Della torba che trovasi appiè de' Colli Euganei (1795)
indirizzato all'Accademia di Padova, ma regalò quel suo
appczzamento allo Stato perché ne traesse vantaggio.
La risposta dell'agonizzante Repubblica fu quanto mai ottusa
quando si pensi che invece di organizzare il razionale
sfruttamento del giacimento, si preferì indagare sulle attività
dell'abate e sospettarlo di giacobinismo. Nei febbrili mesi che
seguirono i sospetti parvero confermati dai suoi se-ambi
epistolari, e il Fortis, fiutato il pericolo, si sottrasse appena in
tempo agli Inquisitori di Stato riparando in Francia, insieme
all'amico raguseo Michele Sorgo, nel 1796, l'anno in cui
moriva Elisabetta Caminer.
Il mondo del Direttorio e l'immagine reale del dopo
rivoluzione lo lasciarono presto deluso e mentre a Parigi
perdeva per errati investimenti i suoi averi, tornava a
vagheggiare in uno scritto De la toscane, apparso anonimo
nel '98 ma certamente da attribuirgli, il riformismo
leopoldino e le ipotesi politiche ed economiche del
dispotismo illuminato. I contatti con un ambiente circostante
segnato da continui, rapidi cambiamenti venivano fatalmente
sfilacciandosi e se sul piano personale gli anni francesi sono
contraddistinti per lui da attestazioni di stima decretategli da
Accademie e circoli culturali, dall'altra parte non ritrovava
più interlocutori disposti a consentire con i suoi schemi
illuministici.
Tra opposti fronti di restaurazione conservatrice e di
giacobinismo rivoluzionario, guardati entrambi con forte
sospetto, il Fortis parve ritrovare per un attimo il filo di un
discorso interrotto con l'affermarsi del sistema napoleonico. I
ponderosi tomi dei Mémoires pour servir a l'histoire
naturelle et principalement a l'oryctographie de l'Italie et
des pays adjacents, editi nel 1802 a coronamento di tanti anni
di appassionata ricerca, gli valsero infatti l'incarico di
prefetto della Biblioteca dell'Istituto di Bologna, e la nomina
poi a segretario dell'Istituto Nazionale Italiano. Trasferitesi
conscguentemente a Bologna, vi trascorse però gli ultimi
mesi di vita dedicandosi a minute occupazioni di biblioteca:
giunte troppo tardi, queste cariche non potevano più servirgli
per avviare progetti di pubblica utilità; erano solo il
riconoscimento di una vita spesa coerentemente nella
devozione alle scienze naturali e nel profondo credo del loro
ruolo determinante per il progresso umano. Proprio a
Bologna il Fortis moriva nell'ottobre del 1803.

GILBERTO PIZZAMIGLIO