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25 marzo 2019 - 18:46 > Versione online

L’addio ad Andrea Emiliani. Il ricordo nelle


parole del fratello giornalista Vittorio

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Si è spento a 88 anni, dopo qualche settimana di ricovero seguita all’insorgere di una grave
malattia, Andrea Emiliani, notissimo storico dell’arte bolognese che a Ferrara ha lavorato come
Soprintendente ai Beni artistici e culturali. Appena tre giorni fa la nostra città ha pianto la
scomparsa di un altro apprezzatissimo ex Soprintendente, Andrea Alberti, 61 anni, le cui esequie
ci celebrano domattina alle 10,30 alla chiesa di San Giorgio, anch’egli come Emiliani deceduto al
Sant’Orsola di Bologna.
Andrea Emiliani era nato a Forlì nel 1931. Lo ricordiamo attraverso le parole del fratello Vittorio,
giornalista, per molti anni direttore del Messaggero di Roma.
di Vittorio Emiliani
“Nostro fratello Andrea si è spento stanotte all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna dove era
ricoverato da oltre due mesi per una grave malattia. Era nato il 5 marzo 1931 a Predappio Nuova
(Forlì), ma aveva trascorso a Urbino l’adolescenza e la prima giovinezza appassionandosi all’arte.
Abbiamo avuto la fortuna di abitare per oltre dieci anni di fronte al Palazzo Ducale, retto da
Pasquale Rotondi, che, durante la guerra, era anche il nostro rifugio antiaereo. Ha terminato il
Liceo Classico a Urbino per poi iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna dove
il suo primo vero amico e maestro è stato lo storico dell’arte Francesco Arcangeli. In quell’ambito
ha conosciuto il soprintendente alle Gallerie Cesare Gnudi che lo ha assunto, ventenne o poco più,
quale “salariato di Soprintendenza” facendolo partecipare subito alle grandi biennali di arte
antica. Politicamente si è sempre mosso, come i suoi maestri, nell’ambito del socialismo
riformatore.
Laureatosi poi a Firenze con Roberto Longhi con una tesi su Simone Cantarini il Pesarese, grande
incisore, allievo di Guido Reni, i suoi pittori sono stato per sempre gli urbinati Raffaello e Barocci
e i bolognesi. Successivamente è diventato ispettore della Soprintendenza e quindi direttore della
Pinacoteca Nazionale di Bologna, il più giovane d’Italia, che ha concorso a raddoppiare negli
spazi e negli allestimenti.
Sulla scia di Cesare Gnudi e di altri grandi intellettuali quali Ezio Raimondi e Lucio Gambi, ha
intrapreso i censimenti integrali dei beni culturali e ambientali di intere vallate appenniniche in
Emilia-Romagna dando quindi un contributo anche antropologico alla storia dell’arte e del

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25 marzo 2019 - 18:46 > Versione online

territorio. Uno dei suoi libri più significativi resta “Dal Museo al territorio”, una concezione che
lo ha fatto giudicare nel modo più negativo la recente riforma Franceschini che ha tagliato al
contrario il rapporto fra Museo e territorio separando assurdamente la tutela (lasciata, indebolita,
alle Soprintendenze) e la valorizzazione (affidata ai Poli Museali). Ha partecipato a vari convegni
firmando documenti decisamente polemici in materia.
Oltre a riprendere e a proseguire con grande slancio le Biennali di Arte antica a Bologna,
organizzate quasi sempre (Guido Reni, Lodovico Carracci, Guercino, Crespi. ecc.) in
collaborazione con un Museo europeo e uno statunitense, ha sviluppato la ricerca sulla storia della
tutela inquadrando storicamente con Antonio Pinelli la figura di Quatremère de Quincy e la lettera
programmatica di Raffaello e Baldassar Castiglione a Leone X e recuperando i primi testi di legge
dei Granduchi di Toscana, dello Stato Pontificio (Pio VII soprattutto) e Lombardo-Veneto. Uno
dei suoi temi prediletti è stato il neoclassicismo così vivo nella sua Romagna fra Faenza, Forlì e
altre città, nei teatri, negli edifici pubblici, nei mercati pubblici, ecc. Fra i suoi amici più cari
restauratori quali Ottorino Nonfarmale, col quale aveva impostato un centro studi sulla pietra, e
Carlo Giantomassi.
In ottimi rapporti col mondo dell’arte e dei musei di tutto il mondo, ha coordinato e pubblicato di
recente con Michel Laclotte, creatore del Grand Louvre, le ricerche di una équipe di storiche
francesi sul recupero delle opere d’arte portate a Parigi da Napoleone e in parte recuperate colà da
Antonio Canova erede della Soprintendenza pontificia alle Antichità, con l’aiuto anche
finanziario del duca di Wellington, il vincitore di Waterloo: “Opere d’arte prese di Italia nel corso
della campagna napoleonica 1796-1814 e riprese da Antonio Canova nel 1815”, Cartabianca
Editore, Faenza.
Ha curato per l’Alfa diversi volumi di ricostruzione storica e politica sulla Romagna, su Bologna,
su Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico di Faenza da lui acquistato per il patrimonio statale,
restaurato e arredato. Ma fondamentale resta il suo libro “Una una politica per i beni culturali”,
uscito da Einaudi nel 1974 e ripubblicato di recente dalla Bononia University Press.
Medaglia d’oro della cultura, Légion d’honneur, accademico dei Lincei, ha presieduto per anni,
dopo aver lasciato a 67 anni per limiti di età la carica di Soprintendente ai beni storici e artistici di
Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’Accademia
Clementina e l’Isia di Faenza. E’ stato fra i fondatori, con Lucio Gambi e Ezio Raimondi,
dell’IBC Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna. Innumerevoli i saggi scritti
anche sul patrimonio paesaggistico, sul censimento dei beni della Chiesa, sui centri storici. Col
grande fotografo Paolo Monti predispose la campagna di censimento fotografico del centro
storico di Bologna (10.000 scatti i n due anni), premessa fondamentale al piano Cervellati per il
restauro e il recupero a fini residenziali e sociali della città entro le mura. Con Paolo Monti e Pier
Luigi Cervellati ha tenuto un corso di lezioni interdisciplinari al DAMS allora nato da poco.
Lascia in tutti noi grande dolore, affetto e rimpianto, ma anche la sollecitazione a servire, senza
retorica di sorta, nei fatti, il bene pubblico, lo Stato, con una passione civile, possiamo ben dirlo,
senza cedimenti”.
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