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AURELIO SAFFI E

IL MAZZINIANESIMO GENOVESE
TRA LA LEGA E IL FASCIO DELLA DEMOCRAZIA

BIANCA MONTALE

Sulle vicende del movimento repubblicano dalla morte di Mazzini sino alla costituzione di un
partito moderno le ricerche si sono allargate e approfondite in modo considerevole negli ultimi
anni1[1].
Rimane tuttavia da svolgere un non modesto lavoro su molte situazioni locali ancora scarsamente
esplorate, per consentire il completamento di un quadro assai articolato e complesso. Se per l'Emilia
Romagna, le Marche, il Lazio, e in parte la Lombardia i contributi hanno già offerto notevoli
risultati, per altre regioni rimangono vaste zone d'ombra. Un caso importante per la consistenza del
movimento mazziniano almeno sino alla metà degli anni '80 è Genova, città che rappresenta un
ambiente particolare, assai diverso rispetto a quello in cui ha un ruolo di assoluto rilievo Aurelio
Saffi.
Attraverso il mio ormai antico studio sulla Confederazione Operaia Genovese, le fonti a stampa e
la rilettura degli atti dei congressi del "Patto"e di quelli della Consociazione Ligure è possibile
ricostruire nelle linee generali le vicende di un repubblicanesimo diviso, composito, influenzato
largamente da scontri personali e da antichi rancori che risalgono ai violenti contrasti addirittura
preunitari tra mazziniani e garibaldini2[2].

1[1])
A partire dalla pubblicazione della Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di Alberto M. Ghisalberti - della quale
è apparso il primo volume nel 1971 - sino ad oggi, gli studi sul mazzinianesimo e il movimento repubblicano sono stati
numerosi, e l'indagine sul tema è stata allargata ed approfondita. Non è possibile in questa sede, anche perché questa ricerca
riguarda un aspetto particolare e locale, trattarne diffusamente. Per quanto riguarda il quadro generale in questi anni, vanno
ricordati tra i molti altri nomi di Giovanni Spadolini, Luigi Lotti, Alfonso Scirocco, Augusto Comba. Sul repubblicanesimo in
Emilia Romagna, oltre a quelli di Lotti, sono di grande utilità i lavori di Maurizio Ridolfi e Roberto Balzani; della Liguria mi
sono occupata io stessa. Tra i convegni dedicati all'argomento, importanti quelli di Ostia e di Livorno: L'associazionismo
mazziniano, Roma, 1979; Sinistra costituzionale correnti democratiche e società italiana dal 1870 al 1892, Firenze, 1988. È
inoltre essenziale la consultazione della raccolta completa della rivista "Archivio Trimestrale", dedicata alla storia del
repubblicanesimo.
2[2])
BIANCA MONTALE, La Confederazione Operaia Genovese e il movimento mazziniano in Genova, Pisa, 1960; ID., La
crisi repubblicana da Porta Pia alla caduta della Destra: I repubblicani in Liguria, "Bollettino della Domus
Mazziniana",1965/2, pp. 57-79; ID., Antonio Mosto, Pisa, 1966; ID., Profilo della stampa repubblicana e radicale in Genova
tra il 1870 e il 1900, "Bollettino della Domus Mazziniana", 1968/1, pp. 79-95; ID., L'ultimo Quadrio, in Atti del secondo
convegno su Mazzini e i mazziniani dedicato a Maurizio Quadrio, Pisa, 1978, pp. 293-316; ID., Il movimento operaio ligure
tra Mazzini e Garibaldi, in Giuseppe Garibaldi e le origini del movimento operaio italiano, Mantova, 1984, pp. 133-147; ID.,
I democratici in Liguria (1876-1892), in Sinistra costituzionale cit., pp. 109-121.

1
Una realtà locale, quella del capoluogo ligure, profondamente diversa, all'interno e all'esterno
delle file democratiche, da quella di Emilia e Romagna, e quindi da analizzare più attentamente per
comprendere meglio alcune scelte, e il ruolo di Saffi in alcuni momenti nodali.
Ho già rilevato in altra sede come la città, in cui il mazzinianesimo ha notevole consistenza a
livello artigiano ed operaio, sia di fatto su piano amministrativo e politico essenzialmente
moderata3[3].
Il paese legale, al di là di certe etichette improprie che non sempre chiariscono le situazioni, è
rappresentato a Palazzo Tursi e in Parlamento da figure su posizioni quasi sempre caute, attente agli
interessi economici e allo sviluppo commerciale della città. Destra e sinistra non sono in questo
fortemente differenziate. Nell'amministrazione municipale c'è quasi costantemente il prevalere di
correnti e uomini che si possono forse impropriamente definire clerico moderati, o liberali cattolici.
Un'alternativa di sinistra autentica non esiste.
I repubblicani - che negli anni '80 hanno nella Confederazione una forza, composta per altro
prevalentemente da non aventi diritto di voto - non potrebbero comunque modificare equilibri
consolidati. Partecipare alle elezioni comunali significherebbe accettare il male minore appoggiando
una lista anticlericale, che comprende monarchici ed esponenti del mondo degli affari, spesso
discutibili e discussi, intimamente moderati e inclini al compromesso; cercare tra loro qualche
candidatura radicale, che non necessariamente riporta il successo. Ma anche coloro che si
definiscono progressisti non possono non suscitare riserve e avversione in chi, partecipe o erede dei
moti risorgimentali - è ancora viva la memoria del '57 - rimane ancorato ad aspirazioni
rivoluzionarie certo utopistiche, con uno spirito più di setta che di partito.
Ma al di là di una situazione che non dà spazio a soluzioni concrete soddisfacenti e renderebbe
molto sofferta qualsiasi scelta di intervento, esiste un'insanabile frattura tra gli uomini del
repubblicanesimo genovese. Il dissidio tra Mazzini e Garibaldi è soltanto una delle componenti.
Molti tra gli esponenti della Confederazione Operaia - che è poi, tra soci ordinari ed onorari, il
"partito" stesso - hanno personalmente conosciuto Mazzini e gli sono stati vicini con inalterata
fedeltà. Dopo il '72 la maggior parte del mazzinianesimo della città, pur riconoscendo ufficialmente
al proprio vertice il triumvirato Quadrio - Campanella - Saffi, è legata, tramite Felice Dagnino, alle
posizioni del valtellinese, dichiarando di accettare tutto il Maestro, religione compresa. Le
polemiche con Campanella e con Garibaldi, dei quali si onorano i meriti patriottici ma si rifiutano
molte scelte politiche, sono frequenti ed aspre, e momentanee riconciliazioni sono soltanto di
facciata4[4]. L'influenza di Saffi, di cui non si disconosce l'autorità né la fedeltà ai principî, è meno

3[3])
B. MONTALE, La Liguria nel Risorgimento. Problemi e prospettive storiografiche, "Nuova Rivista Storica", 1979,
LXIII, fasc. III-IV, pp. 444-452.
4[4])
B. MONTALE, Il movimento operaio ligure cit., pp. 142-143; ID., L'ultimo Quadrio cit., pp. 305 e 310-313.

2
rilevante e soprattutto meno diretta. Vivo Quadrio, che non si reca a Villa Ruffi per ragioni di salute
e di mezzi, ma non escluderebbe un accordo con gli internazionalisti per una ipotetica rivoluzione,
Dagnino ne rimane il luogotenente ed il portavoce più autorevole. Il caffettiere genovese si trova a
Villa Ruffi con Saffi, e poi il carcere sofferto al suo fianco consolida un rapporto personale che è
certo fatto di stima e considerazione, ma non di adesione a determinate scelte sul piano dell'azione.
Dopo il '76 il patriota forlivese diviene senz'altro il punto di riferimento più accettabile per il
mazzinianesimo genovese che ne condivide le idee: ma la particolare situazione del capoluogo ligure
rende quanto mai difficile l'accettare, nella quotidiana pratica politica, il discorso di Saffi.
La spaccatura all'interno delle diverse frazioni della democrazia si aggrava con gli anni,
riallacciando a vicende antiche motivi di contrasto più recenti. La Società dei Reduci è divisa a metà,
tra mazziniani e "garibaldini puri". Stefano Canzio, di cui al di là delle manifestazioni esteriori è
nota l'antipatia per i seguaci di Mazzini, è considerato con diffidenza e spesso con avversione dagli
intransigenti della Confederazione. Il suo nome è segno di divisione, al punto che molti anni più
tardi Canzio si presenterà candidato alle elezioni politiche a Ferrara, e non nella sua città5[5].
Urti di estrema violenza, che non escludono querele per diffamazione e duelli, avvengono tra il
'76 e il '78 tra Achille Bizzoni, garibaldino su posizioni radicali e razionaliste, e Dagnino, il massimo
esponente dell'organizzazione operaia. Anche se un giudizio finale riconosce la piena onorabilità del
mazziniano, infondatamente calunniato, la tensione rimane. Tutte le periodiche dichiarazioni di
pacificazione e di unità sono episodi per lo più di facciata, che non eliminano i motivi del dissidio.
Dopo la morte di "Unità Italiana e Dovere" i repubblicani ortodossi dispongono a Genova
soltanto di fogli periodici, come "Pensiero e Azione", "Lo Squillo", "Il Popolano Ligure"; con il '79
rimarrà solo punto di riferimento il quotidiano "Il Dovere" di Roma, che interpreta gli orientamenti
della maggioranza delle società consociate.
Nello stesso periodo esce invece a Genova un quotidiano repubblicano radicaleggiante, "Il
Popolo", che sino al '79 è diretto dal contestato Bizzoni: colui che sin dai tempi del "Gazzettino
Rosa" ha suscitato le violenti reazioni di Quadrio. Il foglio si dichiara ateo, ed ha vaghe simpatie
socialiste. Totale è l'assenza del Dio mazziniano, e provocatorio il rifiuto di pubblicazione degli atti
della Confederazione6[6].
Bizzoni è in urto con Canzio, ed è invece abbastanza vicino a Campanella: ospita, tuttavia,
qualche volta anche scritti di Saffi, che ritiene accettabili, perché "evoluzionista". Questo basta per
destare il sospetto dei fedeli di Quadrio.

5[5])
Su Stefano Canzio, appare incompleta e da aggiornare la voce di BRUNO ANATRA in Dizionario Biografico degli
Italiani, vol. 18, Roma, 1975, pp. 360-365. Vedi anche MONTALE, I democratici in Liguria cit., p. 113.
6[6])
Su "Il Popolo", vedi B. MONTALE, Profilo della stampa cit., p. 83 e MARINA MILAN, La stampa periodica a Genova
dal 1871 al 1900, Milano, 1989, pp. 64-65.

3
C'è poi dal '77 un quotidiano con prima pagina illustrata dichiaratamente radicale, "L'Epoca", che
si definisce democratico ma non è sempre rigorosamente repubblicano, accettando il sistema e
scrivendo, nel '78, pagine di elogio per Vittorio Emanuele II in occasione della sua scomparsa.
Come si vede, l'ambiente della sinistra democratica è composito, diviso sulle ideologie e più sulle
persone: il dialogo interno è difficile e in qualche caso impossibile.
Si aggiunge, all'interno di questa confusione, il contrasto tra massoni e non massoni, tra
Confederazione e circoli anticlericali e atei. I mazziniani alla Quadrio sono talora polemici nei
riguardi di Campanella e Saffi, che nella loro qualità di massoni sono più sensibili ad ipotesi di
blocchi anticlericali eterogenei, ma unica via per conseguire qualche risultato concreto.
Non è forse un caso che fra le carte Dagnino, che ha conservato gelosamente tutte le lettere di
Mazzini e di Quadrio, e di altri esponenti repubblicani, esista una sola lettera di Saffi. Il che starebbe
a significare che al di là di un grande rispetto e di giusta considerazione nei confronti di uno dei capi
storici del repubblicanesimo non vi sono particolari motivi di convergenza pratica. È noto che il
compare di Dagnino, Quadrio appunto, nella sua corrispondenza definisce Saffi "debole", "pauroso e
transigente", ed anche con termini peggiori; troppo disposto a "giustificare le autorità"7[7].
Per gli uomini della Confederazione il sistema non va accettato ma rovesciato, anche se non si
conoscono modi, tempi e mezzi. Dichiararsi inseriti nella legalità dello stato monarchico apparirebbe
una resa. Saffi nella sua Romagna - sulla cui storia non mancano studi importanti, di Lotti, Ridolfi e
Balzani - vive una realtà ben diversa. Gruppi internazionalisti e socialisti scarsamente rilevanti e
consistenti presenze radicali pongono il problema di rapporti e alleanze tra le forze della sinistra. È
qui possibile trovare motivi di convergenza per conquistare le amministrazioni locali, ed anche su
determinate questioni politiche. A Genova eventuali blocchi democratici sono improponibili perché
troppo deboli.
Si può in linea di massima accettare su Saffi il giudizio di "realismo" e di "concretismo", di uomo
in posizione intermedia tra mazziniani puri e repubblicani federalisti espressa da Balzani. Il forlivese
non "radicaleggia" se col termine si vuole indicare una deviazione dai principî; sul piano pratico,
tuttavia, il tener conto dell'evolversi del mondo politico e della democrazia italiana può destare
sospetti in questo senso negli "isolazionisti". Già nel '76 Saffi ritiene il voto, specie quello
amministrativo, come un male necessario che può consentire una penetrazione nel governo degli enti
locali, e quindi una svolta riformista. Fermo nei principî, è possibilista quando le circostanze
sembrano richiederlo.

7[7])
B. MONTALE, L'ultimo Quadrio cit., p. 306.

4
Per Quadrio le elezioni sono invece "buchi nell'acqua"; anche quelle comunali: "Sai benissimo
che quando un Municipio non fa come vuole il governo lo sciolgono"8[8].
Saffi mantiene a Genova rapporti cordiali con esponenti della Confederazione: con Cesare
Rostagno, con Lorenzo Cevasco e naturalmente con Dagnino, tra gli arrestati di Villa Ruffi. Ma è la
moglie Giorgina che si pone in contatto più spesso, anche dopo la morte del marito, col caffettiere
genovese. I rapporti tra Saffi e Dagnino si intrecciano con le vicende della Banca Popolare di
Genova in difficoltà, che il dirigente mazziniano riesce in qualche modo a salvare9[9].
Il forlivese mostra particolare amicizia per Francesco Devoto, capitano marittimo repubblicano
che comanda negli anni '70 una nave, il Mazzini, in servizio sulla linea delle Americhe. L'ex
triumviro affida addirittura a Devoto il figlio Balilla per una esperienza marinara: per questo scrive
all'amico genovese confidandogli per anni preoccupazioni e speranze. Le prime lettere a Devoto
sono pessimiste e critiche: "tutti i Parlamenti [...] non rappresentano il paese ma gli interessi
personali di pochi privilegiati". Nel '73 Saffi denuncia la crisi politica ed economica del paese e il
"triste stato" dei lavoratori. Pone l'accento sull'importanza dell'organizzazione operaia repubblicana,
ed esprime dubbi sulla durata della repubblica in Spagna. Ma riafferma la sua fede nei principî
mazziniani, e la speranza in un futuro migliore.
Nello stesso anno trascorre due mesi a Genova ospite di Felice Dagnino, alla Villa Giuseppina;
nel 1874 ritrova il dirigente degli operai genovesi a Villa Ruffi, ed è detenuto con lui nelle carceri di
Spoleto. Secondo Saffi, la riunione incriminata non sarebbe stata che un pacifico convivio: le ipotesi
di azione di Quadrio, invece, porrebbero la vicenda in luce diversa10[10].
Nel '76 l'ex triumviro esprime gioia per il successo della sinistra parlamentare, che potrebbe
aprire una fase di riforme; le valutazioni favorevoli sono però di breve durata. Scrive a Devoto il 28
maggio: "Una larga estensione del voto, tanto amministrativo che politico" è nei programmi e nelle
speranze; ma "il voto conta poco, finché il privilegio sta alla testa dello stato". E prosegue: "Ma
dall'estensione suddetta uscirà di certo questo buon effetto, che i vecchi consorti e i clericali
rimarranno in minoranza irreparabile tanto nelle elezioni comunali e provinciali quanto nelle elezioni
politiche, e sarà un guadagno per quei parziali progressi che si possono sperare nella legislazione
civile e penale, nel sistema amministrativo e tributario, nelle garanzie di libertà individuale, di
stampa, di associazione etc. sotto i presenti ordini di governo". Una previsione che per certi aspetti
nasce dalla considerazione della realtà emiliano-romagnola, e non valida ovunque. Certo

8[8])
Ibidem, pp. 308 e 309.
9[9])
Sulle vicende della Banca Popolare, B. MONTALE, Antonio Mosto cit., pp. 192-195; sulla crisi bancaria a Genova,
GIULIO GIACCHERO, Genova e Liguria nell'età contemporanea, Genova, 1970, I, pp. 478-479.
10[10])
Archvio Autografi Istituto Mazziniano, cart. 87; lettere di Saffi del 5 aprile 1873, n. 19907 e del 28 ottobre 1873, n.
19908. Su Villa Ruffi vedi anche B. MONTALE, L'ultimo Quadrio cit., p. 307 e MAURIZIO RIDOLFI,Il partito della
Repubblica, Milano, 1989, p. 49.

5
l'ampliamento del voto amministrativo non penalizzerà a Genova i cattolici, che avranno un ruolo
importante in municipio sia prima delle leggi Crispi, sia dopo la loro promulgazione.
La svolta parlamentare aveva dunque creato in Saffi molte illusioni: "Una forza ineluttabile di
progresso muove la grande maggioranza della nazione verso un più giusto e più largo ordinamento
delle istituzioni politiche, amministrative, giudiziarie ed economiche del paese [...]; l'idea
repubblicana, come termine del moto, si presenta insistente anche a quelli che non ci credevano".
Nel '77 l'ottimismo è crollato: parla di "illusioni che vanno dissipandosi", di crisi, nello stesso
modo in cui denunciano la situazione i radicali. I mazziniani genovesi vedono invece confermate le
loro previsioni negative. Saffi tuttavia vede spiragli di ripresa: "non di meno la terra si muove"11[11].
Nello stesso anno confida a Devoto la sua preoccupazione per le vicende della "Banca Popolare"
di Genova, in grave crisi, che verrà salvata dal fallimento da Dagnino: ha investito nelle azioni una
parte considerevole del suo capitale, e teme di perderlo12[12].
Alla vigilia dell'iniziativa politica di Garibaldi per una grande riunione democratica che deve dar
vita alla "Lega", a Genova le profonde divisioni nell'ambito della sinistra non sono sanate. La
Confederazione Operaia è ideologicamente più vicina a Saffi che al genovese Campanella, molto
criticato per le sue frequenti prese di posizione, nella polemica, a fianco di Garibaldi. Questo non
significa però un'accettazione delle scelte pratiche dell'ex triumviro.
Il quotidiano "Il Popolo", ancora bizzoniano, inneggia nel '79 a Garibaldi e all'unione delle forze
repubblicane e socialiste. Ma nel giro di pochi mesi, allontanatosi Bizzoni, il foglio diverrà prima
voce non astensionista di tutte le frazioni del partito, e quindi mazziniano intransigente, schierato
contro le "cicalate" e l'evoluzionismo di Mario.
Alfonso Scirocco ha sottolineato con grande chiarezza e compiutezza le fasi della nascita della
"Lega", sorta "nell'orbita giuridica" per contemperare e coordinare13[13]. La risposta di Bertani e
Mario a Cadenazzi, se può tranquillizzare monarchici e legalitari, non piace alla Confederazione. Il
collegamento con i deputati della sinistra, l'abbandono di antiche istanze rivoluzionarie appare come
involuzione e sostanziale confusione, in nome di un suffragio universale chiesto alla monarchia con
l'accantonamento della pericolosa parola Costituente.
La posizione di Sara Nathan, risentita, scettica, astensionista è quella dei mazziniani genovesi: si
tratta di opportunismo contraddittorio e pericoloso. O ci sono sottintesi, o si vuole legare il
repubblicanesimo alle scelte di una sinistra composita e legalitaria: "Garibaldi è sempre stato fatale

11[11])
Saffi a Devoto, 28 maggio 1876; Arch. Ist. Mazz., cart. 87, n. 19911; 26 aprile 1876, n. 19913; 17 febbraio 1877,
n.19914; 25 settembre 1877, n. 19918.
12[12])
Saffi a Devoto, 3 marzo 1877, ibidem, n. 19915.
13[13])
ALFONSO SCIROCCO, Garibaldi politico e la Lega della Democrazia, "Clio", 1983, XIX, n. 1, pp. 65-68.

6
al lavoro del Maestro"14[14]. Il fatto che "Il Popolo" sia con Garibaldi15[15] rappresenta una ragione di
più per diffidare.
Dagnino, allorquando viene convocato da Saffi per la riunione a Roma - la chiamata ufficiale
giunge però personalmente da Garibaldi - si scusa di non poter intervenire perché ha impegni come
giurato, e chiude il telegramma di scusa con un "sempre agli ordini vostri". Ma forse l'impedimento
gli è gradito, perché gli evita una scelta sulla quale non può non avere riserve16[16].
Com'è noto, Campanella e Saffi partecipano alla riunione con molte perplessità; il repubblicano
forlivese pur favorevole all'idea teme che l'iniziativa rimanga poco più che un'affermazione teorica
("se, come, prevedo, le cose rimangono come sono") e prevede lo scarso entusiasmo degli amici di
Roma e "probabilmente" di Milano e della Liguria: è possibile che si astengano, o si accontentino "di
vaghe adesioni in ispirito". Previsioni più che fondate17[17].
Interprete della posizione della maggioranza dei genovesi è "Il Dovere", che scrive il 4 maggio:
"dobbiamo e vogliamo combattere il parlamentarismo che da taluni si vorrebbe inculcare nelle forti
fibre della nostra classe operaia", dichiarandosi "non partecipe delle illusioni di alcuni degli illustri
patrioti che fanno parte del Comitato".
L'11 dello stesso mese il quotidiano romano pubblica il testo dell'ordine del giorno del Consiglio
Regionale delle Società Operaie della Liguria, in cui figurano anche uomini su posizioni possibiliste:
l'assemblea "deliberava che stando ferma nelle sue anteriori manifestazioni fatte in ogni congresso
ed in ogni occasione riguardo ai principî che le furono mai sempre guida del suo operare, essa si
terrà come sempre stretta al programma repubblicano mazziniano, ma sarà lieta ed aiuterà di buon
grado, per quel lavoro che può essere comune, l'opera della Lega pel conseguimento del fine che ci
proponiamo, augurando che il lavoro della Lega possa riuscire proficuo per il nostro paese". I
firmatari sono Dagnino, Armirotti, futuro deputato operaio di Sampierdarena, Vernazza, Lorenzo
Costaguta presidente della società di Voltri. Quindi non adesione totale ed esplicita, ma quella vaga
"adesione in ispirito" temuta da Saffi; un distinguo che denota riserve e diffidenze, e che porterà
pochi mesi più tardi ad una presa di distanza.
A Genova, come si è detto, "Il Popolo" plaude alla "gran battaglia, quella vinta dal generale
Garibaldi"; sull'opposto versante moderato, "Il Commercio" non crede ai propositi pacifici e
legalitari dei democratici, che pure giudica deboli e divisi: "Si può pronosticare che le teorie
suaccennate rimarranno uno sterile voto, dando così una prova novella dell'impotenza assoluta dei
partiti estremi, ed in ispecie del nessun favore che trovano nel paese gli sforzi ripetuti della piccola

14[14])
Ibidem, p. 75.
15[15])
"Il Popolo", 1 maggio 1879.
16[16])
"Mi rimetto a quanto farà collega Canzio" conclude il telegramma di Dagnino. Arch. Ist. Mazz., cart. 35, n. 6756.
17[17])
Ricordi e scritti di Aurelio Saffi, Forlì , 1905, vol. XIII, p. 249.

7
falange repubblicana". Consiglia di sorvegliare attentamente perché la "Lega" non esca dai limiti
legali. Il legalismo sarebbe "polvere negli occhi ai governanti". Comunque "nulla di preciso, nulla di
chiaro negli scopi"; il programma "come è vuoto di idee, così è meschino nella forma"18[18].
Sulla "Lega" il giudizio della storiografia più autorevole è vario e discordante: taluni giudicano
l'iniziativa di Garibaldi importante e piena di significato; altri sottolineano la scarsa omogeneità, il
possibilismo vago e confusionario, gli esigui risultati pratici. Alessandro Galante Garrone rileva
come i radicali siano in prevalenza numerica e politica sui repubblicani, e come il programma sia
quello dei primi. Ciò che affermano, in sostanza, i mazziniani genovesi. Massimo S. Ganci, che
insiste sui profondi contrasti tra i mazziniani e Garibaldi, sembra attribuire maggior peso e valore al
"Fascio" del 1883. Alfonso Scirocco, che incentra il suo studio sulla figura di Garibaldi, traccia della
"Lega" un bilancio positivo, poiché tende ad inserire concretamente i democratici nella vita dello
Stato; collega le forze sparse imponendo una scelta di obiettivi possibili. Galante Garrone non la
definisce "una pura combinazione elettorale e parlamentare" ma "una forza realmente
propulsiva"19[19].
Nell'ottica dell'utilità di un inserimento di una parte della sinistra fino a quel momento ai margini
nella lotta politica all'interno del sistema i giudizi sono motivati. Resta da valutare compiutamente -
anche se molto si è fatto in questa direzione - il peso reale dell'azione, al di là dei programmi.
Il dibattito acceso tra i mazziniani e Garibaldi continua. A Genova il generale resta un mito ma
solo come "veterano di cento battaglie", e non è certo un punto di orientamento politico per la
Confederazione. Com'è noto, nella primavera del 1880 Campanella e Saffi si dimettono dalla
Commissione esecutiva della "Lega". Il rifiuto, nella ricerca di un denominatore comune, della
Costituente non ha certo contribuito a legare i repubblicani intransigenti alla maggioranza radicale.
Ufficialmente, il motivo della presa di distanza dei mazziniani genovesi è l'atteggiamento della
"Lega" nei riguardi delle elezioni del 1880: propugnando la partecipazione alla consultazione
elettorale ed assumendo un atteggiamento giudicato di compromesso nei riguardi della monarchia,
l'organizzazione conferma i dubbi sorti al suo costituirsi. Un'assemblea riunita il 17 maggio
smentisce le affermazioni del giornale di Mario e Socci secondo le quali tra le società aderenti che
approverebbero l'intervento sarebbe anche la Confederazione.
"La Confederazione Operaia Genovese composta di 48 società - suona l'ordine del giorno - in
questo caos di fanatismo elettorale, visto come qualche giornale democratico tenta con le sue
pubblicazioni di farla derogare da quel programma che da ben trent'anni le è guida, afferma per la

18[18])
"Il Commercio - Gazzetta di Genova", 25 e 29 aprile, e 1 maggio 1879. "Il Caffaro", autorevole quotidiano diretto dal
garibaldino Anton Giulio Barrili, non fa cenno della "Lega".
19[19])
ALESSANDRO GALANTE GARRONE, I radicali in Italia, Milano, 1973, p. 195; MASSIMO SEBASTIANO
GANCI, L'Italia antimoderata, Parma, 1965, p. 124; ALFONSO SCIROCCO, Garibaldi cit., p. 88. Di "egemonia radicale"
parla anche NAZARIO GALASSI, Vita di Andrea Costa, Milano, 1989, pp. 313-314.

8
centesima volta i suoi principî nelle idee di Giuseppe Mazzini, principî dai quali non deroga e non
derogherà mai".
E nel VII congresso regionale ligure dell'agosto successivo si ribadisce il rifiuto della "Lega" che
"ha rimesso fuori l'idea di un'Italia in pillole, di una costituente monarchica"; tutte le società meno
una approvano la rottura20[20].
Saffi, com'è noto, aveva più volte ribadito le proprie convinzioni, contrarie ad un irrigidimento
sterile. Prima delle sue dimissioni dalla commissione esecutiva della "Lega" aveva chiarito a Luigi
Minuti la sua proposta: le società repubblicane non devono "appartarsi in tutto da quella parte del
paese e da quelle frazioni della democrazia che incerte e divise sulla questione dell'ordinamento
dello stato nell'avvenire si ridestano, anche fuori del nostro campo, alla coscienza della sovranità
nazionale. Il collegamento non esclude l'autonomia e il rispetto dei principî; l'astensionismo va
soggetto "a giusti e necessari temperamenti"; bisogna lasciare facoltà di candidarsi a coloro che
"stimino di giovare col loro voto ad un progresso qualsiasi del paese"21[21]. Sottolinea con amarezza
la "grande discordia", giudica negativo l'isolazionismo.
Ma il gruppo genovese è in grande maggioranza con Brusco e Fratti, che insistono sul "tutto o
nulla", sulla Costituente, ritenendo un'alleanza con i radicali un tradimento di Mazzini e di Quadrio.
Per Brusco il suffragio universale è "nulla, se gli sovrasta un potere che può limitarne l'azione".
Saffi in questa fase mantiene i contatti a Genova con Luigi Dell'Isola che aveva fatto parte del
comitato promotore della "Lega".
La situazione, nel capoluogo ligure, al di là dei numeri, è di notevole apatia dal punto di vista
organizzativo. Partecipa ai congressi operai regionali una minoranza, saldamente guidata dai
mazziniani. Nell'80 G. B. Vernazza, rappresentante dei materassai, è nominato nella nuova direzione
con 27 voti, contro i 24 di Dagnino. Se i soci non partecipano alla vita interna della Confederazione,
tanto meno sarebbero attivi e avrebbero un peso nelle consultazioni politiche (quelli che, e sono
pochi, hanno diritto di voto). Per questo l'astensionismo appare qualche volta anche come scelta di
un male minore, che evita di contarsi. E si accusano Saffi e Campanella di connivenza con
faccendieri ed affaristi22[22].
Tra il 1880 e il 1882 la Confederazione Operaia Genovese attraversa comunque un momento di
crescita, passando da 48 a 70 società aderenti: le quali sono autonome nei loro atteggiamenti politici,
"purché repubblicani". Ci sono anche esponenti - di solito aderenti alla Massoneria - che mostrano
propensione per la "Lega", come per alleanze delle sinistre in sede locale, e più tardi a livello

20[20])
B. MONTALE, La Confederazione Operaia cit., p. 122; Atti della Consociazione Regionale delle Associazioni Operaie
e Popolari della Liguria, Genova, 1881, p. 20.
21[21])
Ricordi e scritti di Aurelio Saffi cit., pp. 165-167.
22[22])
Atti della Consociazione cit., p. 35.

9
nazionale. Ma si tratta ancora di una componente minoritaria, nella quale figurano prevalentemente
soci onorari di estrazione borghese: gli artigiani e gli operai non sembrano avere, per il momento,
propensione di questo tipo.
La posizione di sterile intransigenza che Saffi disapprova nasce in un ambiente profondamente
diverso da quello romagnolo. Proprio per l'antica presenza di un organismo operaio che consocia a
partire dal 1853 molte società di mestiere, a Genova negli anni tra la "Lega" e il "Fascio della
democrazia" i nuclei che si definiscono socialisti o internazionalisti sono pochi e di scarso peso. Le
ricerche svolte in questo campo, i cui risultati sono apparsi su di una rivista dedicata appunto al
movimento operaio in Liguria, confermano questa affermazione23[23]. La "chiesuola mazziniana" -
così la definisce Malon - è di ostacolo al diffondersi della propaganda socialista. Qualcosa di più si
avverte nelle delegazioni operaie del ponente, dove infatti i repubblicani hanno atteggiamenti più
possibilisti. È un momento comunque di grande confusione, in cui schemi e posizioni appaiono
tutt'altro che netti: periodici che si definiscono socialisti pubblicano atti e notizie delle diverse
società democratiche e mazziniane, mentre gli esponenti confederali professano rispetto e
considerazione per una certa tendenza repubblicano-socialista che è ancora sul nascere. Ma almeno
sino alla fine dell'83 - anno in cui la Confederazione conterebbe complessivamente circa 6000
aderenti - i mazziniani da posizioni di forza vedono con sospetto alleanze che potrebbero
condizionare o snaturare. Ciò non impedisce, con l'allargamento del suffragio e le elezioni politiche
del 1882, che l'ala "partecipazionista" in un collegamento delle sinistre ottenga i primi successi24[24].
L'82 è l'anno della morte di Garibaldi, unanimamente celebrato come mito e come soldato, anche
se discusso dagli intransigenti come politico. A Genova si svolge, con un'imponente manifestazione
popolare in occasione dell'inaugurazione del monumento a Mazzini nel decennale della morte, il XV
Congresso Nazionale delle Società aderenti al Patto. La Commissione relatrice, le cui tesi sono
condivise da Saffi e Campanella, e, tra i genovesi, da Eleonora Burelli, L. D. Canessa e il massone
Giacomo Dall'Orso, propone la partecipazione alla consultazione elettorale. Ma per l'ultima volta
prevale la scelta astensionista sostenuta dalla Confederazione.
Questo non significa che i singoli siano strettamente tenuti a seguire le indicazioni della
maggioranza. Soprattutto a Sampierdarena, Sestri, Voltri con la base dei votanti allargata e lo
scrutinio di lista c'è una crescita di consensi per la lista radical repubblicana, che tuttavia non vede

23[23])
La rivista "Movimento Operaio e Contadino il Liguria", divenuta poi " Movimento Operaio e Socialista", ha dedicato
particolare attenzione allo sviluppo del movimento internazionalista a Genova negli anni 1870-1890 con risultati modesti.
"Sebbene la Liguria non fosse un terreno molto propizio allo sviluppo dell'Internazionale" scrive GAETANO PERILLO,
Internazionale e società operaie nel Genovesato dal 1870 al 1880, "Movimento Operaio e Socialista in Liguria", anno V, n.
4, 1959, p. 126.
24[24])
Valentino Armirotti, operaio repubblicano di Sampierdarena, ottiene il 19 ottobre 1882 3910 voti di preferenza, a fronte
dei 5362 di Baccarini e i 5301 di Lazzaro Gagliardo eletti deputati. Solo nel 1886 nel collegio di Genova avranno successo
due candidati "radicali": soltanto uno - Armirotti - verrà riconfermato nel 1890.

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eletto alcuno candidato; Armirotti ottiene 3910 voti, Pellegrini 3210. Solo nell'86, con la definitiva
rinuncia all'astensionismo sancita nel congresso del "Patto", i due repubblicani verranno eletti.
Un quadro preciso della situazione genovese nel 1883 in campo democratico è offerto da "Il
Mare", quotidiano repubblicano. Figura di maggior rilievo nella redazione, finanziatore e dal luglio
1883 direttore è l'ingegnere Cesare Gamba, massone radicaleggiante e al tempo stesso repubblicano
intransigente. Il giornale come voce di varie frazioni della sinistra riflette contrasti e contraddittorietà
di un ambiente profondamente diviso25[25].
Il foglio - che è di buona qualità ed ha redattori e collaboratori validi - si oppone, ovviamente, al
trasformismo; vicino al Circolo Mazzini e quindi a Dall'Orso, è per la partecipazione alle elezioni,
sia politiche che amministrative, e a blocchi anticlericali. Tuttavia la sua intransigenza sul piano
istituzionale lo pone in atteggiamento fortemente critico, come vedremo, nei riguardi del "Fascio
della Democrazia".
Nel 1883 è tra gli elementi di maggiore spicco del Consolato operaio a Genova G. B. Vernazza,
mazziniano-garibaldino che nel contrasto che aveva spaccato i "Reduci "si era schierato sulle
posizioni di Quadrio.
È su di lui che Saffi vuole premere, per convincerlo della necessità di una svolta che tenga conto
di esigenze concrete di azione.
Sul programma del "Fascio" Saffi appare molto ottimista e pieno di illusioni, ritenendolo
mazziniano, e giudicando la commissione come composta in prevalenza di uomini della sua parte
politica.
È opportuno ricordare come da storici autorevoli l'iniziativa sia fondatamente attribuita ai radicali
che hanno in essa un ruolo prevalente (Galante Garrone), o addirittura al socialista Andrea Costa (è
la tesi di Giampiero Carocci). Il Comitato centrale di Bologna - Bovio, Cavallotti, Costa - non
rappresenta certo i mazziniani, dato che Bovio è su posizioni di repubblicanesimo radicale, e
comunque deputato al parlamento regio.
È notissima la lettera che Saffi il 2 agosto indirizza a Vernazza, in risposta ad una presa di
posizione dell'esponente operaio genovese del 30 luglio26[26]. Saffi ritiene erronei i giudizi negativi
sugli intendimenti della disciolta "Lega", e sulle probabili conclusioni della Commissione che in-
tende dar vita al Fascio. Approva personalmente quella parte di società repubblicane "che hanno
creduto di non dovere tenersi fuori di un campo nel quale, bene o male, una porzione considerevole
di società popolari, più o meno aliene un tempo dalla politica, s'accostano oggi a noi, e seguendo
istintivamente i consigli di Mazzini, aspirano a corrispondenza di idee e cooperazione di forze. Non

25[25])
Su "Il Mare" vedi B. MONTALE, Profilo della stampa cit., pp. 90-92 e M. MILAN, La stampa periodica cit., pp. 132-
133.
26[26])
Saffi a G. B. Vernazza, 2 agosto 1883, Arch. Ist. Mazz., cart. 12, n. 1364.

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si tratta - prosegue Saffi - di "ricostituzione della Lega della Democrazia" sulla base equivoca del
Programma e degli Statuti della vecchia Lega. Il nostro Programma, concordato in una Commissione
nella quale erano in maggioranza uomini di parte nostra, non ha niente a che fare col Programma di
Garibaldi. Esso fu un vero trionfo de' principî mazziniani, accolti, nel Congresso, da rappresentanti
di Società già dissidenti o ignare, e dalla parte più razionale e più pratica degli stessi socialisti".
Un'interpretazione, come si vede, difficilmente accettabile perché poco rispondente a realtà. In
questo senso Saffi non vede, o finge di non vedere, la preponderanza nell'operazione di radicali e
socialisti, sottolineata anche, tra gli storici, da Giovanni Spadolini27[27].
Saffi insiste: non si tratta di confusione, né di patto che imponga una regola comune; ognuno
resta autonomo e indipendente, ma deve studiare "se non sia possibile un nesso federale, o meglio un
meccanismo esteriore di regolari relazioni per mutue intelligenze e per azione solidale" per questioni
di interesse generale del paese, per battaglie di importanza nazionale, che "possano eventualmente
pesare sulla bilancia delle sorti d'Italia".
Più attuale e degno di meditazione è il dilemma che Saffi pone: "deve il Partito Mazziniano
rimaner chiuso in se stesso dinanzi al resto della Democrazia italiana, che 'pur si move'? - deve esso
limitarsi a predicare la verità ai convertiti nel seno delle proprie società, o non è suo compito invece
- conforme alle proprie tradizioni e al metodo usato da Mazzini stesso - entrare, come lievito, nella
massa informe degli elementi fluttuanti del Popolo italiano, facendo di tale contatto un mezzo
efficace - il più efficace forse - di apostolato de' propri principî e di possibile indirizzo, date le
opportunità, del moto generale della Nazione"?
Le vicende di questa operazione per l'accentramento delle correnti politiche dell'estrema sono
note. Saffi è dimissionario da membro del Comitato direttivo, che deve rappresentare le tre correnti
di radicali, repubblicani e socialisti; poi la direzione di Bovio, Costa e Cavallotti denota chiaramente
un indirizzo non certamente mazziniano. Ganci sottolinea "l'atteggiamento sostanzialmente
legalitario" su due problemi fondamentali: quello elettorale e quello operaio28[28].
La posizione critica di gran parte della Confederazione genovese è per questo prevedibile: Saffi si
forza, con scarso successo, di convincere i "ringhiosi" che non sono disposti a mutare parere.
Quadro della situazione è, come si è detto, il quotidiano "Il Mare", che dedica molto spazio alla
questione, con toni sostanzialmente equilibrati che nascono dalla necessità di non dividere
ulteriormente la democrazia genovese. Già a maggio il giornale aveva dato notizia dell'incontro
preliminare di Bologna presieduto da Saffi, mirante a stabilire "un principio cardine su cui siano
d'accordo tutte le forze democratiche, a qualunque frazione e a qualunque scuola appartengano".

27[27])
Per un quadro generale delle correnti repubblicana e radicale in questi anni, vedi GIOVANNI SPADOLINI,
L'opposizione laica nell'Italia moderna (1861-1922), Firenze, 1988.
28[28])
S. M. GANCI, L'Italia antimoderata cit., pp. 127-128.

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Aveva pubblicato integralmente il programma politico ed economico nato dalla riunione senza alcun
commento29[29].
In agosto "Il Mare" riporta gli atti del Congresso Democratico - in cui Saffi viene inizialmente
eletto a far parte del Comitato con 77 voti, assai più di Cavallotti e Costa, Ceneri, Campanella - e
sottolinea il contenuto dell'art. 10 del Regolamento del "Fascio" che rispetta l'autonomia dei sodalizi,
e non interferisce nel loro ordinamento interno e nei loro programmi sociali30[30].
Il 15 agosto, in un fondo a firma La Direzione, dal titolo Il Congresso di Bologna, il giornale
esprime pesanti riserve sull'iniziativa. Già a maggio - afferma - la via tracciata dai congressisti non
appariva la migliore, ma per un giudizio si era attesa la conclusione dell'agosto. "Temiamo, forte-
mente temiamo, che di un altro equivoco colossale si siano poste le fondamenta [...]. E parliamoci
chiaro: quando si dice Democrazia, non è ancora detto nulla. È parola vaga, indefinita, che si
acconcia a qualunque forma, compresa la chiesastica. Chi vuole definire nettamente un programma
deve dire: Repubblica. Il Popolo ama le idee semplici, le rapide intuizioni. Parlategli di Repubblica,
ed intenderà subito che si combatte per lui [...]. Esponetegli una serie di riforme, più o meno
compatibili con la Monarchia, e rimarrà incredulo, indifferente, se pure non si adagerà nel quietismo
muto dei servi. Già troppi ostentano di credere che tra Repubblica e Monarchia non sia questione che
di forma: bisognava davvero che un Congresso, ove risposero i nomi più chiari dei combattenti delle
nostre file, venisse a ribadire il sospetto che decima miseramente il partito?" "Mazzini non è più che
una memoria, buona ad invocarsi per riscuotere un facile applauso. Si vuole avvincere la
Democrazia al Parlamentarismo". L'articolo spiega l'apparente posizione contraddittoria di un
giornale che combatte l'astensionismo elettorale, e prende le distanze dal "Fascio". Qualcuno deve
bandire l'idea repubblicana dovunque si appresti una tribuna; bisogna combattere la corruzione e il
privilegio mascherati dall'eloquenza dei discorsi parlamentari, ma come sentinelle avanzate, non
come esercito. Una tesi certo discutibile, se si accompagna al rifiuto di adesione al programma di
Bologna. "Non ci sviano le numerose e autorevoli adesioni [...] come non ci arresta il timore di
gettare una nota discordante nel concerto delle aspirazioni comuni" - prosegue il fondo, concludendo
che era necessario render noto questo "schietto parere"; "Il Mare" si definisce "gregario ovunque lo
chiami la sua fede, ovunque sventoli la bandiera repubblicana"31[31].
I numeri successivi riportano comunicazioni e appelli di quello che viene definito una volta
"l'ottimo" "Fascio della Democrazia", e al tempo stesso si pone in evidenza come i socialisti,
inappagati, abbiano già chiesto la revisione del programma comune al prossimo Congresso

29[29])
"Il Mare", 5 e 9 maggio 1883.
30[30])
"Il Mare", 11 e 12 agosto 1883.
31[31])
"Il Mare", 15 agosto 1883. Il foglio repubblicano giudica negativamente gli "sforzi" con i quali il privilegio si industria
di parere sollecito della redenzione delle plebi.

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Democratico32[32]. Più di un sequestro, nel frattempo, colpisce il foglio repubblicano troppo esplicito
sulla questione istituzionale.
Le posizioni di coloro che aderiscono al "Fascio" e di coloro che lo rifiutano sono imparzialmente
pubblicate: lettere di Bovio, di Cavallotti, di Saffi; ma anche la circolare della Società Maurizio
Quadrio di Roma che, preventivamente aveva dichiarato di non accedere al Congresso di Bologna.
Ora il Triumvirato rappresenta una frazione sola della Democrazia, e non la massima: quella
evoluzionista, ed è composta da deputati che hanno giurato. I suoi membri sono stati votati con poco
più di 50 voti, e sono scarsamente rappresentativi. Per il giornale "dirittamente operarono le
associazioni le quali come il Circolo Maurizio Quadrio rimisero in discussione quanto venne
deliberato" perché con il "Fascio" "la Democrazia diventava parlamentare". Ma rispondendo
all'"Opinione" che si rallegra per la discordia in campo nemico, facendo al "Fascio" "l'onore di un
articolo di fondo", ribatte che tutti i democratici torneranno uniti "se suoni l'ora"33[33].
Negli articoli dedicati al problema ritorna costante la preoccupazione che i limiti legali
apertamente dichiarati pongano ostacoli alla battaglia contro la monarchia. Ma i pareri opposti sono
correttamente riportati. In commento a due lettere di Bovio, trova contraddittori i concetti in esse
affermati di "natura sperimentale e transitoria" dell'iniziativa, e di "permanente organizzazione
fondata sulla gerarchia". "Il Mare" critica Campanella, che pur definisce "venerato", che predica agli
operai giornalieri del porto di Genova "accentramento e dedizione", fede nel Triumvirato,
"necessaria l'unione di tutte le forze": "e vorrebbe insegnarci Federico Campanella, il cospiratore per
oltre cinquant'anni, l'amico di Mazzini, che repubblicani sarebbero quelli che non professassero
indiscutibilmente la pura e schietta sovranità popolare? [...] la monarchia è inconciliabile con le
istituzioni che vagheggiamo"34[34].
Il 7 settembre il giornale polemizza con le affermazioni contenute in una lettera di Saffi sul centro
direttivo del "Fascio". Le diverse frazioni e scuole, pur autonome, devono legarsi ad un'azione
collettiva, e "tale contatto risponde alle più antiche e più nobili tradizioni della parte che da Mazzini
prende il nome e s'informa ai suoi insegnamenti ed esempi". "Rimescolare e fondere idee ed
elementi incongrui - ribatte "Il Mare" - ad unità di partito non è concordia ma confusione".
Viene pubblicato il manifesto del "Fascio" del 30 agosto - cosa che altrove, non a Genova,
provoca sequestri di giornali - in cui si ribadisce che il collegamento non impone limiti a nessuna
scuola, non sopprime alcuna iniziativa, vuole armonia e chiarezza; l'appello termina con un cenno
alle "tombe di Staglieno e di Caprera". Il foglio genovese trova "autorevole e onesta" la

32[32])
"Il Mare", 18 e 21 agosto 1883.
33[33])
"Il Mare", 25,27 e 28 agosto 1883. Il giornale, con l'esaltazione del sacrificio di Barsanti e i frequenti voti di distruzione
del sistema e della monarchia è sovente oggetto dei rigori della censura.
34[34])
"Il Mare", 30 agosto 1883.

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dichiarazione, senza per questo mutare parere35[35]. Inizia qui una lunga polemica, con la
pubblicazione di una lettera di Campanella che lamenta il mancato inserimento nel testo del
manifesto della frase, da lui suggerita, che definisce "Mazzini duce nel pensiero, Garibaldi
nell'azione". Chiarimenti e scuse giungono, unitamente ad uno scarico di responsabilità sul tipografo,
da Cavallotti e Bovio, e il caso è chiuso36[36].
Il 7 ottobre Campanella invita le società genovesi ad associarsi al "Fascio", del quale sono
pubblicate puntualmente le circolari; il Circolo Mazzini aderisce37[37].
Del "Fascio della Democrazia" si discute il 9 novembre 1883 nell'assemblea delle società
consociate alla Confederazione Operaia. Il console Ottone descrive dettagliatamente le diverse fasi
di formazione dell'organizzazione. Rende noto quali sono le associazioni delle diverse parti d'Italia
che hanno fatto adesione condizionata o assoluta e quali hanno preso le distanze; conclude che il
Consolato non intende che la Confederazione faccia adesione incondizionata poiché non vuole che
sia tratta a rimorchio dall'estrema sinistra; restando fedele al Patto di Fratellanza per certe questioni e
manifestazioni potrà se necessario unirsi a tutte le forze repubblicane. Potrà insomma assecondare
l'azione del "Fascio" quando sia consentanea ai suoi principî. Esame, quindi, delle circostanze, caso
per caso.
La levata di scudi contro tale conclusione è generale. Galletto dice che è impossibile aderire ad
un'istituzione diretta da deputati che hanno giurato alla monarchia. Ronco ritiene il "Fascio"
un'alzata di scudi degli evoluzionisti contro il Congresso di Genova e il "Patto", che compendia ogni
aspirazione degli operai genovesi. Massardo crede che il "Fascio" non farà nulla di veramente utile
per la causa del popolo: non è che una mistificazione. Ad Ottone che obietta essere tra gli aderenti
anche Saffi, Campanella e la Consociazione Repubblicana Romagnola, risponde che quei pochi
rivoluzionari che sono stati travolti nel lavoro del "Fascio" sono volenti o nolenti complici delle
mistificazioni che al popolo si preparano. Vernazza aggiunge che del "Fascio" molti si serviranno
per andare alla Camera o nei consigli municipali, e colà dimenticheranno il popolo come sempre
hanno fatto. Solo Casaccia chiede l'adesione condizionata. Poli definisce l'organizzazione del
"Fascio" "accentratrice, pericolosa, antidemocratica" e propone di favorire la confederazione delle
professioni operaie in Italia in una forte organizzazione comune38[38].
L'ordine del giorno conclusivo afferma che l'assemblea, fedele al Patto di Fratellanza del 1871,
"non crede necessario aderire al "Fascio della Democrazia" perché secondo essa non rappresenta
quella garanzia di repubblica, per cui gli operai italiani dal 1821 a quest'epoca hanno lavorato". Solo

35[35])
ID., 15 settembre 1883.
36[36])
ID;, 21 settembre e 7 ottobre 1883.
37[37])
ID., 7 e 22 ottobre 1883.
38[38])
B. MONTALE, La Confederazione Operaia cit., pp. 135-136.

15
la Fratellanza Artigiana Generale, di cui è esponente Ottone, aderirà al "Fascio", e verrà posta sotto
inchiesta per avere trasgredito alla delibera dell'Assemblea39[39].
Come si vede, i ripetuti interventi di Saffi, che rimane punto di riferimento e "nume tutelare", non
hanno avuto risultato.
La situazione a Genova non è comunque statica, e le tesi del forlivese avranno negli anni
successivi, lentamente e con fatica, maggior consenso.
A questo punto, per chiarire in termini reali quali siano dimensioni e peso delle forze
democratiche su piano elettorale nel collegio del capoluogo ligure, è opportuno un cenno alle
vicende del 1882-83.
Nell'ottobre 1882 - data della prima consultazione politica con suffragio allargato e scrutinio di lista
- la sinistra repubblicana-radicale non ottiene alcun seggio: il rappresentante operaio di
Sampierdarena Valentino Armirotti riportava tuttavia 3910 suffragi. Cifra notevole, che supera
quella dei più noti esponenti della sua lista, l'avvocato Antonio Pellegrini e Federico Campanella,
che ne ottengono rispettivamente 3201 e 2775. In elezioni suppletive del gennaio e del luglio 1883,
nelle votazioni di ballottaggio Armirotti arriva a 4993 e 4475 preferenze. Il risultato lascia
intravedere le possibilità di successo: nell'86, infatti, il repubblicano sarà eletto. Ma in altre elezioni
suppletive del 16 dicembre 1883 Federico Campanella, candidato contro il parere della
Confederazione astensionista, riporta soltanto 1572 voti contro i 5888 del moderato Andrea Del
Santo40[40]. La spiegazione del clamoroso insuccesso non va spiegata soltanto con la presa di distanza
dell'organismo operaio. Hanno possibilità di affermazione, in campo democratico, soltanto uomini in
posizione intermedia tra repubblicani puri e radicali, decisamente inclini ad ogni compromesso tra
forze laiche, e naturalmente appoggiati dalla Massoneria. I candidati giudicati più intransigenti su
piano istituzionale e più avanzati su quello politico non sono graditi all'elettorato radicale41[41].
Del contrasto sul "Fascio" fa le spese "Il Mare", che il 6 febbraio 1884 sospende le pubblicazioni.
Campanella lo aveva definito "uno dei migliori organi del nostro partito", e il giudizio appare
fondato. Il direttore ingegner Cesare Gamba spiega le ragioni della fine di un foglio, sempre in prima
linea "dovunque si leva la bandiera repubblicana": "allorquando costituivasi in Bologna il Fascio
della Democrazia ci ristammo dal fare adesione al nuovo ordinamento. Ci astenemmo, né sentiamo
disposizione a pentircene". Gamba ribadisce il sospetto "che il Fascio della Democrazia possa
invilupparsi nei lacci delle istituzioni monarchiche, che le tradizioni rivoluzionarie, vanto e forza del
popolo, possano convertirsi in platonici conati evolutivi". Questo atteggiamento ha diviso i

39[39])
Ibidem, p. 136. Il rappresentante Poli, che diverrà nel 1884 membro del Consolato, è tra gli uomini più a sinistra, che
rimproverano alla Confederazione un'eccessiva attenzione a temi politici, a scapito di quelli sociali. È voce di quel
"repubblicanesimo socialista" che si andrà affermando negli anni successivi.
40[40])
B. MONTALE, La Confederazione Operaia cit., p. 137.
41[41])
B. MONTALE, I democratici in Liguria cit., pp. 118-119.

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repubblicani, e sono mancati al foglio i consensi unanimi che ne avrebbero consentito la
sopravvivenza.
Tra le carte di Dagnino, figura una sola lettera di Saffi, del giugno 1882, che invita alla concordia
e approva l'invito a Campanella per le celebrazioni genovesi. Più numerose sono le lettere dei
Giorgina Saffi, che terminano con il 1905: interessanti per i giudizi sovente impietosi su Garibaldi,
Canzio, Nathan motivati spesso da casi personali. Giorgina è legata a Dagnino da affetto e
riconoscenza, anche perché il dirigente repubblicano genovese le è vicino con il suo aiuto finanziario
in circostanze non facili42[42].
Con la tardiva deliberazione del Congresso del "Patto" del 1886 le tesi partecipazioniste
ottengono la maggioranza, e cade ogni motivo di contrasto tra la Confederazione Operaia e Aurelio
Saffi. Che rimane, sino alla morte, un punto di riferimento indiscusso per i repubblicani liguri, che
onorano in lui l'interprete più fedele delle dottrine di Mazzini.

42[42])
Le lettere di Giorgina Saffi a Felice Dagnino si trovano presso l'Archivio Istituto Mazziniano di Genova, Carte Dagnino,
cart. 35, dal n. 6696 al n. 6752. Garibaldi, nel 1882, viene definito dalla Saffi "quel vecchio" (n. 6696). Di Nathan è criticata
la "vanità", di Canzio la scortesia (n. 6722 e 6752).

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