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Alfonso

Gatto
Il poeta
del canto
fioco
di Giuseppe Langella

L ’ uscita di Tutte le poesie di che sotto un profilo meramente nu- include, tra l’altro, Isola e Morto ai
Alfonso Gatto, rendendo merico, segnano un incremento dav- paesi; Poesie d’amore (1941-1949;
giustizia a una delle voci di vero massiccio. Ma soprattutto l’inte- 1960-1972), la cui prima parte inglo-
gran lunga più sicure e rap- ro corpus poetico di Alfonso Gatto, ba componimenti estratti dalle già
presentative del nostro No- per troppi anni rimasto sepolto nelle mondadoriane Nuove poesie del
vecento, è uno di quegli eventi edito- biblioteche, a disposizione, si può di- 1950, silloge costitutivamente diso-
riali che si vorrebbe salutare con ac- re, quasi soltanto degli specialisti, di- mogenea e destinata quindi a succes-
clamazioni di giubilo. Semmai, ci si venta finalmente accessibile a una sivi smembramenti; La storia delle
può solo stupire del fatto che, per ot- cerchia assai più vasta di lettori. vittime (1943-1947; 1963-1965), che
tenere un tributo tanto doveroso e Se poi desta qualche motivo di accorpa alle poesie della Resistenza
necessario, un autore di questo cali- rammarico la mancata inclusione di già confluite in Amor e della vita
bro abbia dovuto attendere quasi Gatto nel canone illustre dei ‘Meri- (1944) e nel Capo sulla neve (1947) i
trent’anni, avendo preso congedo diani’, l’impeccabile curatela di Silvio versi più recenti di una mai assopita
dalla vita nell’ormai lontanissimo Ramat ci fa quasi dimenticare la col- passione civile; quindi le più com-
1976. Ma tant’è: ancora ieri, chi vo- locazione di questo libro tra gli ‘O- patte La forza degli occhi (1950-
lesse accostarsi all’opera di Gatto, scar’. Il piano dell’opera, gli indici 1953), Osteria flegrea (1954-1961) e
non aveva a disposizione, in libreria, delle raccolte e la lezione dei testi ri- Rime di viaggio per la terra dipinta
che la meritoria ma fatalmente esigua spettano l’ultima volontà del poeta, (1968-1969), dove la parola poetica
antologia allestita da Francesco Na- quella che si venne assestando tra il gareggia con l’occhio e col pennello,
poli per Jaca Book, priva peraltro di 1966 e il 1973, in vista di una proget- per ‘illustrare’ le tempere eseguite
apparato filologico. A fronte dei 99 tata ne varietur in 6 volumi per la col- dallo stesso Gatto, notoriamente de-
testi di quell’edizione, i 736 allineati lana dello ‘Specchio’. Abbiamo così, dito anche all’arte dei colori. Seguo-
ora nel volume mondadoriano, an- nell’ordine: Poesie (1929-1941), che no le postume Desinenze, che assor-

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bono la produzione estrema del poe- al libretto d’esordio quale simbolo coltà di trasformazione”. Formatosi, a
ta (1974-1976), secondo l’impagina- stesso della poesia e della condizio- cavallo tra gli anni Venti e Trenta, al-
zione data ad essa dai suoi primi cu- ne psicologica e morale in cui essa si la scuola del secondo Ungaretti, che,
ratori a partire da appunti autografi. genera, torna circolarmente ad affac- rilanciando l’asse Petrarca-Leopardi,
I testi (parecchi: ben 71) che nella ciarsi, di raccolta in raccolta, fino aveva canonizzato la tradizione mo-
sistemazione definitiva approntata all’altro capo, in riferimento alla for- nodica per eccellenza della lirica ita-
da Gatto non trovarono posto in al- za semantica del ‘nome’, che sigilla e liana, Gatto appartiene a “quella spe-
cuna raccolta vengono integralmente fissa, contro la dispersione e lo smar- cie di poeti che non largheggiano
recuperati in Appendice, come Poe- rimento, il senso dell’esistenza. nella quantità, nel numero, esercitan-
sie disperse, unitamente ad altri 14 Del resto, come sottolinea Ramat, do l’estro di una rielaborazione com-
editi alla spicciolata e mai binatoria ininterrotta […]
ripresi in volume. Sempre su un vocabolario relati-
in Appendice compaio- vamente esiguo”.
no, inoltre, 6 imprescindi- Perciò, non è difficile
bili Scritti di accompa- individuare il filo rosso
gnamento alla poesia , che congiunge e stringe
che insieme alle postfa- in unità tutta la sua opera.
zioni e alle note esplicati- Ramat lo rinviene, non a
ve d’autore, puntualmen- torto, in un endecasillabo
te allegate a ciascuna del- di Amore della vita, così
le raccolte principali, for- mirabilmente ed esem-
niscono informazioni plarmente gattiano da po-
preziose e chiarificatrici ter essere assunto a cifra
intorno alla genesi, ai ri- memorabile del suo uni-
svolti, e ai contenuti delle verso poetico: “Tutto di
varie raccolte ovvero di noi gran tempo ebbe la
singoli testi. L’apparato morte”. La dimensione
filologico, poi, offerto al dell’oltre occupa, in effet-
lettore più esigente, rico- ti, ogni piega di questa
struisce la vicenda com- poesia, tanto che Anna
positiva e l’evoluzione Dolfi ha richiamato, per
strutturale delle raccolte, essa, l’immagine mitica di
segnalando altresì le va- Orfeo che si volta indietro
rianti a stampa di ogni per guardare Euridice e il
componimento. regno delle anime. Diver-
E tuttavia il sussidio più si tombeaux onorano la
importante per la deliba- memoria dei congiunti, a
zione di queste poesie re- cominciare dal fratello
sta senza dubbio l’intro- Gerardo, che aveva pre-
duzione di Ramat. Scorta maturamente inaugurato,
migliore per addentrarsi nel 1925, i lutti di fami-
nel mondo gattiano non glia. La perdita del padre
si saprebbe immaginare: alimenta più di un testo di
tappa dopo tappa si riper- Morto ai paesi, mentre al-
corre l’itinerario moltepli- la scomparsa della madre
ce ma a suo modo lineare l’autore consacra un’inte-
di un poeta che ha saputo serbarsi fe- nell’arco quasi cinquantennale della ra plaquette, in seguito posta a sigillo
dele alla vocazione originaria, sem- sua dedizione alla poesia Gatto non di Osteria flegrea, quasi a chiudere la
mai scavando nelle sue ragioni più si disfece mai del circoscritto baga- raccolta nel segno della morte, Sotto i
profonde, e pur mettendola ogni vol- glio di temi, di scenari e di parole- colpi della sepoltura. Ma di tombe, di
ta alla prova dei tempi e delle occa- chiave che assai precocemente era ceneri, di bare, di sepolcri, di marmi,
sioni. A voler riassumere in una for- venuto costituendo, con infallibile di lapidi, di ossari, è affollata tutta
mula suggestiva l’intima coerenza di istinto, fin dalle prime prove; anzi co- l’opera di Gatto: un “mondo sepolto”
questo svolgimento, basterebbe evo- me pochi altri seppe alimentarlo con- (“Notte”) di cui il poeta è l’officiante,
care l’immagine archetipica dell’iso- servandolo praticamente “intatto”, sopravvissuto – secondo la calzante
la, che non a caso, assunta in limine dando prova di “una prodigiosa fa- osservazione di Ramat – quasi “uni-

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camente per assolvere a compiti ri- nienza, e quindi all’estrema labilità, avrebbe lasciato un segno, se non al-
tuali”. La memoria stessa si piega, di quelle voci, assimilabili all’“om- tro, all’interno del Capo sulla neve, in
nella poetica di Gatto, a funzioni di bra” di Virgilio quale era apparsa a versi di un turgore assolutamente
urna mortuaria, raccogliendo le spo- Dante sulla soglia dei regni ultrater- inedito nella sua poesia, inclini come
glie di ciò che è stato e non è più, se reni, all’inizio del sacrato poema: “di- non mai all’eloquenza “epica” e “vi-
i morti non tornano, come non tor- nanzi a li occhi mi si fu offerto / chi sionaria”, “all’afflato drammatico e al
nano la fanciullezza spensierata e i per lungo silenzio parea fioco” (Inf. canto popolare”. Questa zona della
suoi luoghi di ‘paese’. I, 62-63). All’effetto concorre l’ado- produzione gattiana costituisce cer-
I giorni hanno per questo un sapo- zione preliminare di un’enorme di- tamente il tributo più vistoso a quella
re continuo di commiato, costellati stanza, quella che separa appunto la nozione di “poesia come fatto etico”
come sono di ‘saluti’ dati per sempre. vita dalla morte. Avendo scelto di che tornerà, a distanza di tempo, nel-
In questo senso, e solo in questo sen- spingere lo sguardo, da vivo, verso la Storia delle vittime, per una rilettu-
so, si attaglia a Gatto la ra degli eventi dal basso,
definizione di ‘poeta degli dalla parte dei ‘poveri’ e
addii’, all’imbocco di una degli ‘offesi’ di sempre; e
pista metafisica lungo la segnatamente nei versi la-
quale s’incontreranno, alle pidari di “Fummo l’erba”,
stazioni culminanti, il Con- testamento meritatamente
gedo del viaggiatore ceri- famoso di un’intera gene-
monioso di Caproni e il lu- razione animata dal-
ziano Frasi e incisi di un l’“ansia” di non pronuncia-
canto salutare. Il viaggio re mai una “parola” che
per cui si parte ha in Gatto fosse meno che “pura, se-
il senso, reale o simbolico, ria, vera”.
di un “passare ad altra vita” Gatto ci ha lasciato, di
(“Addio per un viaggio”). sé, un “Autoritratto” (1955)
Quello che egli getta, per- in chiave di ‘idiota’ do-
ciò, elegiaco e fugace, su stoevskiano, dotato di
luoghi e stagioni, equivale “quell’arma di identifica-
all’ultimo sguardo, a tratte- zione positiva che è la
nere, quasi, solo l’immagi- bontà quale forma supre-
ne del distacco, mentre tut- ma della ragione”. È in
to dilegua. virtù di questa seconda na-
In quanto contempla la tura che nella sua isola
morte, Gatto è spesso poe- ideale il girovago poeta as-
ta di silenzi. Poche altre pa- sume l’incombenza sal-
role, in effetti, saprebbero vifica, orientativa e illumi-
vantare, nella sua opera nante, di ‘guardiano del fa-
poetica, un indice di fre- ro’, come nell’omonimo
quenza alto quanto questo poemetto (altro impegna-
‘silenzio’ che convoca sulla tivo ‘esame di coscienza’)
pagina il mondo degli di Desinenze. Nell’“alta so-
estinti. Di conseguenza, le litudine” del luogo rompe
voci intercettabili hanno intermittente le tenebre il
l’“esilità” di un “susurro” che è una ciò che sta oltre la vita, Gatto ha do- bagliore remoto della sua “parola
grazia se “lambisce” l’orecchio più at- vuto restituirci, prima di tutto, il sen- vindice” e festosa, “rivendicando” –
tento (“Idillio del piccolo morto”). Si so stesso di un’incalcolabile lonta- per citare ancora, conclusivamente,
tratta, alla lettera, di flatus vocis , nanza dagli oggetti, che gli appaio- Ramat – l’“esercizio di quella ‘inno-
sull’orlo del silenzio di tomba in cui no, come i Carri d’autunno, “eterna- cenza’” che è appannaggio del prin-
svaniscono. Si attaglia, perciò, alla mente remoti”. cipe Myškin non più che di Gatto
poesia di Gatto la definizione di ‘can- Giusto la guerra ci sarebbe voluta, poeta.
to fioco’, con riferimento, da un lato, paradossalmente, per risvegliare in Giuseppe Langella
alla pratica frequente di una metrica Gatto l’amore per la vita: una stagio-
regolare incline alle misure brevi, ne fatalmente non duratura, essendo
Alfonso Gatto, Tutte le poesie, a cura di Silvio
d’impronta addirittura digiacomiana, legata all’eccitazione molto contin- Ramat, Mondadori (Oscar Grandi Classici), Mi-
ma soprattutto, dall’altro, alla prove- gente della lotta partigiana, ma che lano 2005, pp. LXXIV+794, E 14,80

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Corso Doloroso inesperto alla tua pena,


invaghito monotono di stento,
Al crepuscolo la città s’incava nel cielo vuoto, ha una sua t’illumini di te: notte serena
luce fredda ed incisiva in cui pesa reale e deserta: sembra spacca troni di roccia al firmamento.
che si affronti e si domini silenziosa. Ma repentinamente
si disarticola nelle sue luci, s’apre a gridi nelle strade: per- Puro del cielo, e nell’odore stretto
de la sua solitudine ed il cielo. al tuo respiro d’anima fiorita,
Si delude la speranza: al crepuscolo sentivo di divenire il mondo si rannicchia nel tuo petto
inanimato ed eterno, con la città giunto al silenzio, e li- nel desiderio caldo della vita.
berato nel mio profilo come le montagne.
Ora, ripreso dal movimento, vivo: e senza distacco non Così la strada addormentata sale
mi posso vedere ed escludere. Perdo lo spazio nei luoghi, odorosa di tombe incontro all’aria
ed il silenzio e il suo infinito nelle occasioni del tempo: io nuova del volto, al tuo dolore uguale
stesso casuale in brevi sguardi di cose vere, in ascolto di per ogni tempo che verrà. Non varia
voci. E sicuro di dubbi senza attenderli immanenti ed as-
soluti in un unico divieto. Sempre giungo al punto di ri- luna al silenzio che stupì la bara.
solvermi in un volto sereno e di temerlo: ricordo l’elezio- Traforata da ruderi celesti
ne perduta come una nascita in cui finalmente dovrò mo- la notte stacca serenata e chiara
rire. l’ora profonda: nel silenzio resti

come un’eco di foglie inquiete, rara.

Da Isola, 1929-1932

Idillio del piccolo morto


La villa silenziosa che raccoglie
dalla riviera docile i suoi lumi
scopre fluenti d’inquiete foglie Alba a Sorrento
viali argentei, siderali fiumi.
Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
In dolorosa esilità mi chiami, prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
piccolo morto intirizzito d’aria: Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
la notte calma con pazienti rami portava il vento uno slancio di polle rosate:
il sonno bianco della Solitaria. i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
Ma nello slancio rapido dei pini
culmina il cielo delle vette, azzurro, Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
ed incantati tremano ai vicini per strada le ruote dei primi carri, i fanali
boschi dell’aria gli alberi al susurro tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
fresco delle persiane; lungo i cancelli
che ti lambisce in una vana pace. il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.
Ora sei bianco e come inteso al vivo
della tua cieca trasparenza. Tace,
rannicchiato, l’erompere giulivo

d’una suprema volontà di spazio:


piccolo morto svincoli le forme Elegia
ora che s’è rinchiuso nel tuo strazio
in un silenzio intenso il mondo e dorme. Padre vinto nel sonno
oscuro e lontano,
Esorbiti: cautela del tuo volto il bambino ti sveglia con la mano.
l’aria trasale, illimpidita. Lento, Ancora nato nel tuo sogno chiede
ripiegato su te, quasi in ascolto ricordo dell’età che ti correva
del tuo silenzio, ti rassegni al vento. giovane agli occhi,
mesto al sollievo della sua sembianza

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

non vuole che tu creda


la morte buia nell’eternità. povertà come la sera
Era così soave il cielo intorno, per spogliarti sino al volto,
a respiro e a cadenza della sera sino agli occhi in cui dispera
tu mi portavi in braccio al sonno questa luce, se t’ascolto
fresco di primavera.
Forse è questo la morte, un ricordare vana ai limiti del cielo
l’ultima voce che ci spense il giorno. nel clamore aperta e rosa
come nube che al suo gelo
torna vaga e si riposa.

Resti povera d’oblio


lungo il prato che al suo muro
Morto ai paesi di celeste imbianca, addio,
nel lasciarti anche il futuro
Bambino festoso incontro alla strada
del giorno chiamato lungamente smemorata voce annotta.
sarò morto nel gioco dei paesi:
prima che la sera cada
porta a porta si sente
la quiete fresca del mare, stormire.

Il bambino festoso dove muore San Marco


nel suo grido fa sera
e nel silenzio trova bianco odore Firenze grande e morta
di madre, la leggera nella sera e nel fiume,
sembianza del suo volto. una lapide effimera sia vento
al dolce nome, al grigio della porta.
Resta vergogna calda sulla fronte, Come rapida polvere un alone
a rare fulvo di chiese brulica per l’agro
voci ritorna cielo serale e migra ove sia tomba
lungo le porte ad ascoltare lieta degli anni a ricordarmi il mare.
il paese cantato sui carri.

Da Morto ai paesi, 1933-1937

Sera di guerra
Quei giovani mortali
Povertà come la sera che tornano dal cielo
ora han deposto l’ali
Torna povera d’amore e coprono d’un velo
nel ricordo l’erba e a sera
reca solo quest’odore dolcissimo la sera.
della morta primavera, Era un sollievo chiaro
il mondo che s’annera
questi prati freschi al velo già docile nel raro
della corsa che negli occhi
dei bambini è quasi il cielo, notturno d’una stella.
questo sogno che non tocchi Era un respiro solo
la luce che cancella
liberandolo in segreto in sé l’orma del volo.
come l’aria dei tuoi colli.
Resti limpida se lieto Ed il paese al vento
di tristezza e d’aria volli notturno delle voci

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mai fu così contento: Il crepuscolo di Comacchio


lontano alle sue foci
Più della grande libertà ci attrista
di canne era la luna il cielo consumato ove la sera
palustre sopra il mare attira i remiganti dell’estuario.
e bianche ad una ad una Libertà di soffrire e d’aver luce
sembravano tornare impoverendo alla sua soglia, magri
nella magra dolente del crepuscolo
le case aperte al cielo, che finisce la terra sulle morte
ai giovani mortali acque del mare.
che sciamano nel velo Fredda, al suo freddo intonaco murata,
azzurro dei fanali. ogni casa s’esalta allo squallore
di cui poi resta all’orizzonte sola.
Nelle valli salate fugge l’ombra
dell’ombra che furtiva già s’invola
falcando sul barchetto, quei fantasmi
Lelio battono l’orologio della torre.
La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
d’intorno e l’incantata Seguendo l’erta di Conca
pace d’una zappetta.
Il mezzogiorno lastrica le mude
Era un dolce rumore di calce spenta, mi sostiene il vago
che tu lasciavi al giorno terrore di mancare, così nude
quel cernere la ghiaia le gambe irragionevoli che appago
azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno del ricordo del sole, così mio
la sera. Ora, che appaia l’inganno di seguirle al tremolìo
dell’universo vuoto.
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo, Nel precipizio del cadere immoto
ci sembrerà d’udire la mia paura a strèpito del cuore.
nell’aria il tuo lamento. Ad attrarmi così, nel lieve moto
Era un tuo grido a fondo di quegli aghi silenti, fu stupore
l’infanzia, un rifiorire…
di vita la sembianza dell’addio
Inventaci la morte, che a distinguere il volto mi trovavo.
o bambino, i tuoi segni Ero l’orma sparita nell’incavo
come d’un gioco infranto del segno, a rilevarmi dall’oblio
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni fu la musica torrida, la spera
di nuvole e di pianto. d’un riverbero alato, la Chimera.

Ogni giorno che passa


è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo, Gli occhi tristi
devastaci la vita
Le labbra inaridite, gli occhi tristi
un’altra volta e vivi. nel lume fioco della stanza, al vetro
della sera t’attendo. Vivi, esisti
Da Poesie 1929-1941 ma lontana, di freddo, eppure dietro

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

la tua nuca d’un soffio la mia mano dell’inferno paziente gremito di figure,
– io la ricordo, un soffio – a dirti amore delle lusinghe pure che accendono la mente.
quasi svaniva, nevicava piano È stanco dell’uscita, rientra nell’assetto
l’azzurro d’ogni cosa, sul tuo cuore della sua forma eguale, alla spiga del petto.

ascoltavo la terra farsi grande. Saranno al davanzale del giorno le domande,


Piuma di tenerezza dove sei? il chiedere “ove vai?” del non saper restare,
Ora il silenzio chiude le domande la gracile scrittura che lega le ghirlande,
e la voce all’accorrere dei miei e lo sfascio del mare, la ràpida ventata
che ti rivolta indietro, sino all’ultimo vetro
passi risponde nulla a chi mi chiede di luce che s’oscura.
di te, di me. Di spalle sulla porta
a fermarla per sempre, e col mio piede Perché tu sei creatura,
a battere, ripeto nulla, è morta. pianto creato, pianto che vive dei suoi occhi.
Da te non sai qual vento si leva, se ai rintocchi
del cielo il cielo è intento a mostrarti più sola.
Trova il freddo randagio, la timida parola,
la mano incerta, il fiore, il ridere di tutti
d’impaccio nelle prime schermaglie dell’amore.
Qualcosa da ricordare per l’oblio Difendimi dai lutti perché mi sia vicina
la gloria, questa brina che si scioglie nel sole.
Trova il freddo randagio, la strada d’ogni dove, Ricorda per l’oblio. Sarà ogni volta addio.
la pergola di foglie sotto il cielo che piove.
Trova i poveri neri che succhiano nel moccio Da Poesie d’amore, 1941-’49, 1960-’72
il pensiero degli occhi. Nella polvere dura
che làstrica i sentieri, cerca ai segni di coccio
la sabbia delle mura, il ricordo del sole,
i lustri scarabocchi dell’umido, le viole.

Trova il tempo perduto, il tempo che risuscita Apologo


dall’attimo, dai cenni: la frana del caduto
che s’alza dai millenni, il marmo dei ginocchi. I reclusi dipinti a ferro a ferro
Trova il silenzio, gli usci che fermano le soglie d’ombra e di luce scesero cantando
e le soffitte agresti, i vimini, le foglie nel mare, rinverdirono le case
dell’eterno raccolto, la foggia delle vesti alle finestre degli uccelli, ai fiori
che strinsero quel volto di donna senza sguardo. rossi, ai numeri vasti delle navi.

Trova il passo, il ritardo dell’ora che verrà Chi ricorda la vita mira in fondo
trova l’ansia dirotta che corre la città. ai vicoli la luce, il brulichìo
Trova l’odio, le stragi dell’eterno sterminio, delle vele nel porto, scende in lena
la funebre tradotta che lascia nei villaggi le gradinate dove batte l’onda.
i sassi delle croci, le svastiche di minio.

Trova le nostre voci,


il chiedere “che fai?” del non saper che fare,
quest’alito di piombo che aggriccia la salina
e sfanga contro i giunchi il nero dei vivai. Amore della vita
Trova la morte, il bombo rattratto di velina
e la gàrgia dei funghi, il brivido spettrale Io vedo i grandi alberi della sera
delle bave dei fili che ragnano nel male. che innalzano il cielo dei boulevards,
Scopri il terrore uguale ai vermi più sottili le carrozze di Roma che alle tombe
e nel freddo del cuore il nulla che l’agghiaccia. dell’Appia antica portano la luna.

Solo così l’amore avrà nelle tue braccia Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
la carità del buio. È stanco di vedere,
di battere il tripudio, il folle miserere Pure, lunga la vita fu alla sera

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo, abbozza la sua faccia: “questo” dice
alle luci sorgenti ai campanili del naso che si tocca “corre avanti
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore a fiutare il pericolo e la caccia”.
mai più risponderà?
Nella cucina splende brutto umano
Oh, tra i rami grondanti di case e cielo di tenerezza, alla sua lingua avvolge
il cielo dei boulevards, il dito di polenta che gli fuma.
cielo chiaro di rondini! “A casa mia” si ferma, gli occhi tristi
che riprendono il riso “si sta bene”.
O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà, Tornando all’alba per San Vittore


d’un balzo il cuore
desto Aspetti dai morti il consenso, la pietra che chiude la storia.
avrà parole? E nulla forse ha più senso, è solo un conto che torna
Chiamerà le cose, le luci, i vivi? la prima stretta del gelo. Il cielo tramonta, ma aggiorna
sui vetri della prigione. Sono passati trent’anni,
I morti, i vinti, chi li desterà? vivesti d’amore, di danni felici. Il torto che opprime
è l’ansia d’avere ragione, e tu non l’avesti, perdevi.
Torni per l’alba di San Vittore,
torni a quel cielo che è solo il cielo.
Non hai che te – puoi dirlo – e la notizia d’essere un uomo.
Per ogni ferita che piano si chiude al suo stesso sigillo,
Hanno sparato a mezzanotte uno sgomento tranquillo. E con pudore la mano
s’apre sul marmo, ha le vene, le vene di tutte le pene.
Hanno sparato a mezzanotte, ho udito
il ragazzo cadere sulla neve
e la neve coprirlo senza un nome.

Guardare i morti alla città rimane


e illividire sotto il cielo. All’alba, Fummo l’erba
con la neve cadente dai frontoni,
dai fili neri, sempre più rovina Certo, certo, la gloria ch’ebbe un fuoco
accasciata di schianto sulla madre di gioventù rimesta tra le ceneri
che carponi s’abbevera a quegli occhi il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
ghiacci del figlio, a quei capelli sciolti di noi non fummo, né prendemmo a gioco
nei fiumi azzurri della primavera.
la vita come un’ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all’azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa

Il compagno Invernizzi del giubilo scampati al nostro intento


d’essere sole e pietra, nelle mani
Nella casa di Giorgio a San Vittore segnammo la tenacia del domani
a notte ci troviamo per dormire. da scavare nel tempo. Nello stento
Nel togliersi le scarpe, il tappezziere
di Parigi, parlando al suo dolore, d’essere soli per vederci insieme
ai piedi stanchi tutto il giorno, dice: nell’eguale costrutto, fummo l’erba
“vi metto in libertà”, poi dal piacere che alla pietra nutrita si riserba
di vivere ricorda che morire il suo cespo bruciato. Dalle estreme
càpita qualche volta. Con le grosse
calze di lana per la stanza in giro radici, nell’impervio ogni parola

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

salì di quanto a trattenerla c’era Soldati


l’ansia d’averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola Al lampo delle ringhiere
fiammanti chicchirichì
vergogna d’esser detta. i soldati dicono di sì
con tutti i piedi.
Salvammo nell’asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato, La chiave giusta
la nostra sete che ci tenne uniti. d’ogni suo dente
Per un grido da rompere, il creato la chiave che gusta
il giro mordente
ancora è il suo costrutto ove s’ostina e terra ch’è terra
l’asino, il cardo, il segno della spina. vivaddio d’un comando.
Da La storia delle vittime, 1943-’47, 1963-’65 Solo una voce che non disse nulla
fu sola la voce, ma quando?

O voi che passate,


in ogni tempo una culla
porta un bambino innocente.
Alla finestra
O voi che morite per niente,
Nel largo delle nuvole e del mare fu sola la voce.
lo scalpito arioso d’un cavallo,
il bambino rigira la pianola E chiodi e galli e patrie levate
obliato negli occhi come gli angeli. e soldati di sì per una croce?
Morire è una stagione, un’aria, un cielo.

Sicilia 1948
Colpa I nostri paesi in guerra
si gemmano di sale.
Alle mani di freddo la ringhiera Il cavaliere del cielo
le scale in sogno, è un’ombra sulla terra
ci parve l’ultima sera. del grande piazzale.
Io mi dicevo ch’ero stato buono L’afa, una voce che s’è fermata:
tutta la vita la morte nera sboccata.
ma a chiedere perdono Il canto s’è visto tacere
salivo in sogno. il canto s’è visto cadere.
Qualcosa nel mondo accadrà Sola con sé povera cosa
per colpa dei nostri pensieri, la morte afosa,
qualcosa nel mondo è accaduto la morte che non riposa.
di quel che fummo ieri. Viva il re.
Nei secoli fedele
Credevo di portare in dono la mosca sul miele.
le mani a dirmi ch’ero buono.
Erano là i più forti Da La forza degli occhi, 1950-1953
forti dei nostri torti
i terribili morti.

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

Notturno per Mondrian Osteria flegrea


Più o meno, Come assidua di nulla al nulla assorta
croci armoniose la luce della polvere! La porta
dell’alfabeto che non parla mai. al verde oscilla, l’improvvisa vampa
Di sé solo perfetto del soffio è breve.
cimitero di segni
l’infinito. Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
Al mio bambino Leone
Vedere ogni parola
che tu provi coi denti
battendo sugli accenti
il passo di vittoria, Sotto i colpi della sepoltura
vederti nella storia
di tutti col tuo cuore Ora si muove il carro della frana
innocente che sa, e l’annuncia gridando senza voce
forse è chiamarti, amore, madre, piccola madre, la tua vana
mia breve eternità. figura

Alla rissa veloce alla giusta fermezza del muretto,


correndo ti si spezza alla sera di pietra, ad ogni cosa
l’occhio ridente, leggi lieta di sé nel porgere l’usura
la tua limpida voce del tetto.
ch’è scritta sulle cose:
parole vittoriose. È il saldo della croce
O ilare ai dispregi alla terra compata, alla scodella.
del tuo cadere, acconcio Ogni cosa dicevi si fa bella
nella piccola mano saldandosi al contento della cosa.
ch’è piena del tuo vólto,
tu fuggi la carezza Al vivido ruinosa
pietosa, godi il broncio scarica nell’abbaglio la sua frana
stretto a te solo, solo l’alpe silente.
a riprendere il volo. Tu sei lontana,
porta chiusa, niente.
Ed io ti guardo, ascolto
i tuoi pensieri, il nulla Morta senza voce.
sospetto che ti coglie È il saldo della croce.
in mezzo al gioco. È brulla
la tua vita anche a te Da Osteria flegrea, 1954-1961
nell’attimo che toglie
la certezza al tuo piede.
La vita come un fiato
sospeso ti richiama
al tuo breve passato,
ti dona ciò che chiede. Vecchie tombe al Verano
Non sei più solo, t’ama
chi ti porta con sé Tenere d’ocra e d’erbe vecchie tombe
parlando e rassicura – le dicono “a scogliera” – del Verano.
la tua lieta paura. Il mare è il tempo, s’odono le rombe
dei treni, qualche fischio da lontano.

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Alfonso Gatto / Il poeta del canto fioco

Il lume a petrolio Nel silenzio del Senese


Questo grigio d’opale d’ogni vuota Dalla somma dei giorni per sottrarne
bottiglia che rammemora la luce, un giorno solo chiaro d’infinito,
e la sera si dedica all’ignota cammino per le crete delle marne
che veglia la sua mano mentre cuce. pezzate d’ocra, strutte dall’attrito

L’appannato liquore, un taglio obliquo dei venti nel silenzio del Senese.
nel vetro, si consuma questa cera A San Quirico d’Orcia la frittata
d’impronte vane, resta un lume esiguo col pane, col biscotto delle chiese
di trasparenza per la notte nera. accostate sull’uscio, la giuncata

di latte tra le foglie, magra, sciocca:


un sapore di fresco, quanto basta
per avere alle labbra sulla cocca
Cratere marino del tovagliolo il riso che sovrasta
Il nulla consumato come il tutto l’aria, l’eterno fuso della spola
d’un ceppo che rapprende tempo e scorza, che trama e impaglia l’ora meridiana.
e la sabbia, la creta del costrutto Come all’acqua che goccia sulla mola
ch’è del deserto vivere la forza s’affila il lustro dei coltelli, sgrana
obliosa, il ricordo, la stesura:
questo, ti dissi, bolla di cratere la cascata di ghiaia le sue latte
e falcata marina, è l’occhio aperto splendenti, il rovinìo delle gelate.
dal profondo alla mèsse di paura Che sia fiero lo sguardo, forse batte
che pùllula flessuosa dalle nere il cavallo dei secoli le date
pupille d’ogni germe, nell’incerto
guizzo di traccia al tremolìo silente. delle lapidi incise nel baleno.
Il tutto consumato come il niente, Forse giunge notizia dal sereno
l’essere a voce l’attimo che desta di un grido che non s’ode e che ripete
il tonfo, la voragine del mare. di ghiaia in ghiaia il mormorio del Lete.
E l’uscire dal sòffoco di testa,
le mani tese quanto più sgomente.
Così la vita è sempre l’affermare
una salvezza disperata, urgente.
Isola
Avvicinarsi all’isola, a quel soffio
Chiesa veneziana marino ch’è nel lascito del cielo,
e scoprirla di pietra, di silenzio
Così, da sempre, come una memoria nell’agrore dell’erba, nel relitto
che mai giunge a sbiadirsi, che mai perde del làstrico squamato dai suoi scisti:
la traccia immaginosa, questa storia questo è rabbrividire sul mio nome
di pietra e d’acqua, di laguna verde, improvviso nel mònito del vento.
Più nessuno lo chiama, e l’esser solo
tratteggiata dai neri colombari a scala del mio sorgere, riemerso
delle mura, da lapidi di rosa, dal mio sparire all’avvistarmi, è spazio
s’è fatta chiesa aperta agli estuari, che l’aperto raggiunge per fermare,
all’incrocio dei venti. Non riposa per chiudere alla stretta del suo scoglio.
Il viaggio, l’amore, in quell’arrivo
mai tomba che non veda la sua morte fermano il conto e il tempo, nello spazio
frangersi ancora contro il nero eterno. il nome nel raggiungermi mi chiude.
E le gondole, battono alle porte
i lugubri mareggi dell’inverno. Da Desinenze, 1974-1976

Da Rime di viaggio per la terra dipinta, 1968-1969

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