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LINGUISTICA E REPERTORIO

FONDAMENTI DI SOCIOLINGUISTICA – BERRUTO

1 – COLLOCAZIONE DELLA SOCIOLINGUISTICA TRA LE SCIENZE DEL LINGUAGGIO


1.1 – CONSIDERAZIONI INIZIALI
La SL (sociolinguistica) si presenta come una sorta di linguistica dal volto più umano, più realistica, più concreta e più vicina
all’esperienza quotidiana, insomma una linguistica più impegnata nella società  agli inizi degli anni 80’ vi fu una crisi della SL
causata dalla caduta dei sogni illusori che attribuivano a questa disciplina un valore taumaturgico: la speranza che l’analisi
sociolinguistica potesse aiutare a risolvere i problemi cruciali della comunicazione riguardanti l’uso sociale dei codici e sottocodici
del linguaggio; ma la SL non è atta risolvere i problemi del quotidiano, la SL si occupa di “come parla la gente”
1.2 – DEFINIZIONE DI SL
Innanzitutto si può dire che la definizione di SL non è una questione semplice dato che i suoi confini non sono bene delimitati (le
opinioni maggioritarie la vedono come un campo della linguistica); esistono dunque diverse definizioni per la SL, e la questione è
complicata dal fatto che le varie concezioni giocano su 3 parametri principali tra loro disomogenei: 1) rapporto tra SL e linguistica
(con accento sui metodi e sul significato dei fatti sociolinguistici); 2) quantità e genere dei fenomeni pertinenti (con accento
sull’oggetto di studio); 3) relativa interdisciplinarità o pluridisciplinarità (con accento sull’impostazione e sull’angolatura di studio)
Passiamo ora alle varie definizioni di SL (in ordine di importanza), per poi elaborare una definizione generale (di Berruto)
- Fishman: è una sociologia del linguaggio incentrata sui rapporti tra uso del linguaggio e organizzazione sociale del comportamento
- Hudson: è lo studio della lingua in rapporto con la società
- Hymes: è un campo pluridisciplinare che tiene conto di linguistica, sociologia, antropologia sociale, etnografia, poetica e psicologia
- Cardona: è il ramo della linguistica che studia in senso lato i rapporti tra società e attività linguistica
- Labov: è lo studio del linguaggio nel suo contesto sociale (altre definizioni di Downes, Mioni, Giglioli e Trudgill sul libro pagg. 6-9)
- Berruto: è un settore delle scienze del linguaggio che studia le dimensioni sociali della lingua e del comportamento linguistico,
ovvero quei fatti e fenomeni linguistici che hanno rilevanza o significato sociale
1.3 – AMBITO DELLA SL. AREE E DISCIPLINE CONFINANTI
Si possono definire un nucleo e una periferia della SL
NUCLEO 1) SL in senso stretto: ha come ambiti lo studio della natura e delle manifestazioni della varietà linguistica (concetto
centrale), del rapporto tra lingua e stratificazione sociale, della covarianza tra fatti linguistici e variabili sociali; 2) sociologia del
linguaggio: studio della distribuzione, collocazione, vita e status dei sistemi linguistici nella società
PERIFERIA 1) LINGUISTICA: a sua volta divisa in: A) dialettologia: studio dei dialetti come varietà sociali; B) creolistica: studio
delle lingue pidgin (lingue con drastici fenomeni di semplificazione strutturale e di mescolanza nate dal contatto linguistico tra
lingue straniere e indigene) e delle lingue creole (pidgin che è diventato lingua materna di una comunità di parlanti, con una
grammatica incrementata e un lessico sviluppato); C) varietaten-linguistik (linguistica della varietà): studio delle varietà di una
lingua nelle loro caratteristiche linguistiche e nella loro architettura; D) linguistica pragmatica (studio della lingua e delle produzioni
verbali come e in quanto modo d’azione; E) analisi della conversazione  2)ANTROPOLOGIA: a sua volta divisa in: A)
etnometodologia: analizza come i partecipanti ad un evento di interazione categorizzano, costruiscono e intrepretano l’evento
stesso; B) etnografia della comunicazione: si occupa dell’attività linguistica come parte dei valori simbolici di una cultura e di una
società, come mezzo con cui una società costruisce, mantiene e modifica i rapporti sociali; C) etnolinguistica: studio del ruolo del
linguaggio e del comportamento comunicativo in diverse culture, per lo più esotiche  3) PSICOLOGIA (psicologia sociale del
linguaggio): studio dell’impiego della lingua nelle interazioni comunicative dal punto di vista psicologico e dei rapporti tra
comportamento linguistico, reazioni e atteggiamenti dei parlanti
N.B.: la SL non è un aggregato di sociologia e linguistica ma una linguistica che tiene conto dei fatti sociali; la linguistica ha come
oggetto la lingua in sé e per sé, come materia la totalità delle manifestazioni del linguaggio umano e come dati i giudizi dei parlanti
sulla buona formazione degli enunciati prodotti (dati linguistici secondari); la SL lavora su dati linguistici primari (testi, produzioni
linguistiche concrete) per indagare il comportamento linguistico dei parlanti in relazione con le principali variabili sociali; la
sociologia del linguaggio lavora su dati linguistici primari e secondari, indaga la struttura complessiva del comportamento
linguistico della società
1.4 – RAPPORTI TRA SL E LINGUISTICA
Sul problema dei rapporti tra SL e linguistica e sulla rilevanza della SL esistono due orientamenti contrapposti: 1) una posizione
debole, che vede la SL come un settore di studio subordinato e complementare allo studio della struttura linguistica e alle teorie
della grammatica; 2) e una posizione forte, che nega la validità di una linguistica interna “pura” e insiste sulla necessità di
considerare la linguistica in modo da includere nell’analisi della lingua dati e fatti sociali  esistono inoltre due variazioni estreme
di queste due posizioni: 1) quella della posizione debole, che nega alla SL qualunque validità teorica e disciplinare sostenendo che
essa non reca alcun contributo significativo alla conoscenza del funzionamento del linguaggio, ma si limita nel migliore dei casi ad
un banale collezionismo di dati; 2) e quella della posizione forte, rappresentante l’ “ethnography of speaking”, la quale
(all’opposto) ritiene che i fatti sociali e culturali permeino ogni aspetto del linguaggio e sia dunque impossibile o errato pensare di
capire il funzionamento del linguaggio senza fare continuo riferimento a suo contesto socio-culturale, e che appunto il compito
della SL è quello di riformulare da capo a fondo l’approccio ai fatti sociolinguistici infine ci sono due posizioni intermedie: 1)
quella di Hudson, il quale sostiene che sia rischioso pensare di studiare la lingua senza riferirsi alla società e che i risultati della SL
sono di considerevole importanza per la teoria della struttura del linguaggio rispetto (per esempio) alla natura del significato; 2) e
quella di Ramat, il quale sostiene che la SL porti contributi illuminanti alla conoscenza di più di un aspetto del sistema linguistico e
all’avanzamento teorico della linguistica, dando dignità scientifica a numerosi problemi importanti dell’interazione di linguaggio e
vita sociale
Diventa dunque di cruciale importanza il problema che interessa il “peso” relativo del punto di contatto tra lingua e società, fra
strutture linguistiche e strutture sociali (“Dov’è che lingua e società si fondono?”):
-Labov (formalista) afferma che la zona di contatto tra linguistica e società è molto piccola, e la gran parte delle regole astratte e
delle strutture della lingua è insensibile ai fattori sociali; questa posizione viene sviluppata dalla linguistica generativa, secondo la
quale non vi sarebbe addirittura nessuna zona di contatto: tutta la struttura della lingua è indipendente rispetto alla sua funzione
socio-comunicativa ed è governata da principi puramente cognitivi e mentali che non hanno nulla a che vedere con tale funzione
-Hymes e le scuole funzionaliste sostengono al contrario che tutto nella struttura della lingua è da vedere almeno in qualche
misura connesso con la sua funzione socio-comunicativa: la forma del linguaggio è determinata dalla sua funzione, come l’uso
determina la struttura
-Fasold sostiene che una parte dei fenomeni linguistici sia guidata da principi che implicano relazioni di struttura non assoggettabili
a influenze del contesto comunicativo, un’altra parte invece ha qualcosa (o molto) a che fare col contesto comunicativo
Sviluppando considerazioni del genere possiamo pensare che esistano 3 piani diversi della struttura della lingua e della
grammatica: 1) una parte immune dal contesto sociale, da esso indipendente e ad esso insensibile nella sua organizzazione :
reggenze e dipendenze, ruoli sintattici (es: soggetto e oggetto), e opposizioni morfologiche e fonematiche; 2) una parte
condizionata dal contesto extralinguistico ma indipendente da quello sociale: le manifestazioni della deissi (ricorso del parlante a
particolari elementi linguistici come i pronomi personali, gli aggettivi dimostrativi o gli avverbi di tempo e luogo, necessari per
precisare chi sia il soggetto parlante e chi il suo interlocutore e per situare l’enunciato nello spazio e nel tempo) presuppongono per
definizione il riferimento alla situazione; 3) e una parte condizionata dal contesto sociale e in sovrapposizione (o non) con la
dipendenza dal contesto extralinguistico non sociale: la presenza di tratti di questo tipo, cioè fatti interni della grammatica che
codificano significati sociali, è minima e in stretta relazione a singole lingue o culture
riassumendo: vi sono due oggetti specifici della SL: 1) da un lato i tratti del sistema sensibili al contesto sociale (dove la parte
spettante alla SL è scarsa in confronto a quella della linguistica teorica, ma dove le due lavorano allo stesso piano); 2) dall’altro
l’uso sociale e il valore sociale presso i parlanti di ogni elemento realizzato dalla lingua (dove la parte di ambito della SL può
consistere in tutta la lingua, ma dove la SL lavora dopo la linguistica teorica)possiamo affermare che il miglior modo di porre la
relazione tra SL e linguistica sia quello di costatarne la parziale autonomia e complementarietà: la SL presuppone la linguistica, di
cui utilizza larga parte dell’apparato terminologico e nozionale e di cui condivide largamente l’impostazione dei problemi, ma
rimane un’area di studio con propri compiti, obiettivi e criteri di lavoro
1.5 – SOCIOLINGUISTICA IN SENSO STRETTO E SOCIOLOGIA DEL LINGUAGGIO
Abbiamo definito la SL in senso stretto (1) e la sociologia del linguaggio (2) come due ambiti fondamentali della SL in senso lato
(il nucleo); in realtà vi sono fattori importanti che differenziano le due aree e che giustificano la loro separazione:
DATI SU CUI OPERANO(1) lavora su produzioni linguistiche concrete, realizzazioni del sistema linguistico prodotte dai parlanti,
quindi su dati linguistici primari (testi e produzioni linguistiche concrete, appunto) per indagare il comportamento linguistico dei
parlanti in relazione con le principali variabili sociali(2) lavora sia su dati linguistici primari sia sui giudizi dei parlanti (dati
linguistici secondari soggetti ai limiti dell’autovalutazione, non del tutto veritieri perché le risposte non sono sempre attendibili)
per indagare la struttura complessiva del comportamento sociale
DISTANZA DALLA SOCIOLOGIA(1) secondo Hudson “ la SL è lo studio della lingua in rapporto con la società, e la sociologia del
linguaggio è lo studio della società in rapporto con la lingua”(2) è più vicina alla sociologia e agli interessi dei sociologi, i suoi
metodi di indagine sono più ispirati a quelli tipici della ricerca sociologica, e i suoi risultati sono più rilevanti per i problemi di cui si
occupano i sociologi
LIVELLO DI LAVORO(1) tende a lavorare a livello micro-linguistico, ovvero a un livello che riguarda l’analisi degli eventi
dell’interazione comunicativa, le produzioni verbali e le realizzazioni di parlanti viste nei loro dettagli, singoli fenomeni linguistici,
con grande attenzione alla descrizione minuta di fatti linguistici(2) tende a lavorare a livello macro-linguistico, ovvero a un livello
che riguarda studi su larga scala, l’analisi della distribuzione e dell’impiego dei sistemi linguistici in una comunità parlante,
studiando i rapporti fra ampie strutture linguistiche e ampie strutture sociali, nel comportamento di vasti gruppi e non di singoli
parlanti
1.6 – DUE TIPI DI SOCIOLOGIA: SOCIOLINGUISTICA CORRELAZIONALE E SOCIOLINGUISTICA INTERPRETATIVA
Fin dagli albori della SL si è assistito ad una biforcazione tra due tipi fondamentali di approccio scientifico ai rapporti tra lingua e
società e di orientamento alla ricerca:
1)SL CORRELAZIONALE rappresentata emblematicamente dai lavori di Labov, è caratterizzata dal fatto che i valori e le variabili
sociali sono assunti come indipendenti e non costituiscono oggetto di studio; tale prospettiva pone l’accento sulle strutture
linguistiche e il comportamento linguistico cercando quali sono gli aspetti della società che sono in correlazione, influenzano o
addirittura determinano i fenomeni linguistici (in poche parole, il comportamento linguistico riflette aspetti della società); la
prospettiva correlazionale lavora in maniera quantitativa (osservazione nascosta, analisi più obiettiva rispetto a quella
interpretativa, e utilizzo di numeri come ausilio)
2)SL INTERPRETATIVA (o FUNZIONALE) rappresentata emblematicamente dai lavori di Gumperz, assume invece che il
comportamento linguistico e i fatti sociali sono, almeno in parte, co-determinatisi, dunque non è possibile apprendere bene cosa
succede se si separano i due aspetti, e l’attività verbale va studiata come una forma di comportamento socio-culturale,
determinato in maniera essenziale dalle intenzioni del parlante e dal rapporto che questo instaura fra la prassi comportamentale e
la rappresentazione che se ne fa; tale prospettiva pone dunque l’accento sul comportamento linguistico e sul comportamento
sociale, considerandoli strettamente interconnessi e riflettenti entrambi aspetti della struttura sociale e di quella linguistica; la
prospettiva interpretativa lavora in maniera qualitativa (indaga in modo approfondito un singolo aspetto producendone una
descrizione dettagliata, senza l’ausilio di numeri)
Per comprendere meglio questi due tipi di approccio sarà utile lo schema (ideato da Grimshaw) che riguarda le possibili relazioni
tra società e lingua, o più precisamente tra struttura sociale e struttura linguistica (linea tratteggiata=influenza debole/indiretta,
linea normale=chiara influenza, doppia linea=influenza più forte/diretta):
STRUTTURA -- -- -- -- -- -- -- > STRUTTURA
SOCIALE <-- -- -- -- -- -- -- LINGUISTICA
Possiamo notare, oltre alle ovvie influenze causali forti della struttura
sociale sul comportamento sociale da un lato, e della struttura linguistica
sul comportamento linguistico dall’altro, che vi è una chiara influenza
della struttura sociale sul comportamento linguistico, e un’influenza
COMPORTAMENTO -- -- -- -- > COMPORTAMENTO bidirezionale debole tra struttura sociale e struttura linguistica, e tra
SOCIALE < -- -- -- -- -- LINGUISTICO comportamento sociale e comportamento linguistico

2 – PROBLEMI E PRESUPPOSTI TEORICI DELLA SOCIOLINGUISTICA


2.1 – STATUTO TEORICO DELLA SOCIOLINGUISTICA
Lo statuto teorico della SL è tuttora controverso; innanzitutto è necessario dire che non esiste una “teoria sociolinguistica
unificata” del linguaggio, e, secondo Fasold, ci sono buone ragioni perché non ci debba nemmeno essere, proprio alla luce del fatto
che il linguaggio non può essere globalmente spiegato finché si fa riferimento ad una delle sue funzioni (sia pure forse la più
importante); non esistono ancora né una SL generale né una SL teorica, e ciò si spiega con le peculiarità e le differenziazioni delle
singole società e culture; manca inoltre anche un corpo consistente e coerente di dottrine, tesi e ipotesi concernenti la
dimensione sociale del linguaggio e facenti da base sistematica a una sequenza organizzata di indagini empiriche, ma esistono
numerosi frammenti di teoria e speculazione astratta che mostrano se non altro una notevole vitalità della disciplina; è però
significativo che le riflessioni teoriche generali più ambizione e i tentativi di costruzione di un modello globale circa i rapporti tra
lingua e società e la dimensione sociale della lingua non siano sviluppati all’interno della SL in senso stretto, bensì nelle zone di
confine tra SL e linguistica strutturale-funzionale e tra SL e linguistica antropologica, riconducibili rispettivamente ai nomi di
Halliday(1) e Hymes(2): (1) la sua concezione del linguaggio come semiotica sociale è basata sulla considerazione della lingua in
termini di potenziale semantico che risponde a una gamma diversificata di funzioni, e potrebbe rappresentare un interessante
candidato a un modello teorico globale del linguaggio in prospettiva sociolinguistica, ma in realtà viene sviluppato dallo stesso
Halliday non tanto in chiave sociolinguistica ma piuttosto in chiave di linguistica teorica; (2) la sua etnografia della comunicazione
è certamente un tentativo ricco e complesso di fondare un modello globale dell’interazione tra linguaggio e vita sociale, che però
ha avuto difficoltà a trovare una realizzazione esplicita in un corpo significativo di applicazioni empiriche su differenti situazioni,
rimanendo su un livello ampiamente programmatico
Un ostacolo ovvio alla costruzione di modelli teorici rigorosi in SL dipende dal suo stesso oggetto e sta nella vastità, eterogeneità
e potenziale indeterminatezza dei fenomeni a cui dare conto; un altro ostacolo sta nella duplice natura contemporanea dei fatti
da spiegare, che andrebbero considerati sul doppio versante linguistico e sociale e chiamano in causa costrutti non della stessa
natura; a causa di questi ostacoli la SL viene considerata una disciplina più “molle” (cioè che non riesce ad aspirare d un rigore
assoluto di teorizzazione) rispetto alla linguisticatenuto conto di queste difficoltà, gli obiettivi teorici che la SL deve porsi sono
essenzialmente due: 1) trovare e formulare principi generali della correlazione tra fatti linguistici e fatti sociali (necessità di porre in
relazione le teorie della società e le teorie della lingua); 2) elaborare modelli di descrizione e analisi della variabilità sociolinguistica,
dato che il carattere fondamentale delle lingue dal punto di vista della SL è la variazione (necessità di integrare la variazione
all’interno della teoria della lingua)
2.2 – IL CARATTERE DELLE DESCRIZIONI E SPIEGAZIONI IN SOCIOLINGUISTICA
Nelle scienze esistono due classi di spiegazioni: 1) causali (basate sul rapporto di causa e effetto, dipendenti da leggi naturali e
tipiche delle scienze della natura, delle cosiddette “scienze esatte”); 2) teleologiche (basate sulle intenzioni, dipendenti dalla
razionalità e dall’azione umana e tipiche delle scienze umane e sociali, delle cosiddette 2scienze dello spirito e della
cultura)mentre la linguistica generativa è arrivata nel tempo ad avvicinarsi più al primo versante, collocandosi tra le scienze
esatte, la SL deve cercare la propria identità tra le scienze umane e sociali, dato che il suo oggetto va posto quasi completamente
nell’ambito dei fatti di cultura; secondo questa classificazione, solo le scienze esatte possono dire di fornire spiegazioni a pieno
titolo, predittive e dotate di vero potere esplicativo sempre valido, dunque la SL avrebbe preclusa la possibilità di fornire vere
spiegazioni; per comprendere meglio occorrerà dunque stilare un’altra classificazione riguardante i tipi di spiegazione possibili:
1)SPIEGAZIONE DEDUTTIVA (massima adeguatezza esplicativa): dato un certo fenomeno da spiegare (explanandum) lo derivano in
maniera necessaria da una premessa (una legge, detta explanans) e dalle condizioni antecedenti verificate; il compito della scienza
è di analizzare le considerazioni iniziali e scoprire le leggi che, date queste condizioni, causano l’effetto osservato; l’oggetto è
dunque una conseguenza logicamente necessaria delle premesse che, trovata la legge, forniscono una previsione sicura del
manifestarsi dell’oggetto; la grammatica generativa mira a questo tipo di adeguatezza esplicativa che invece pare difficilmente
praticabile in SL (dato X ne consegue necessariamente Y) 2)SPIEGAZIONE PROBABILISTICA: colgono generalizzazioni senza poter
porre relazioni necessarie ed esaustive di causa ed effetto tra i dati da spiegare, ma sono invece basate sulla statistica e
permettono di fare induzioni fondate sull’aspettativa, avendo così un valore debolmente predittivo; la pecca di tale spiegazione è la
sua impossibilità di essere falsificata: il verificarsi di un controesempio non invalida l’affermazione teorica ma al massimo corregge
il suo grado di probabilità; le spiegazioni probabilistiche sono molto utilizzate in SL (dato X è probabile che ne consegua Y)
3)SPIEGAZIONE FUNZIONALE: in esse il collegamento tra explanandum e explanans non è necessario e nemmeno
probabilisticamente quantificabile, ma solo probabile in termini qualitativi; queste spiegazioni hanno un valore predittivo molto
debole: prevedono che un certo fenomeno sia favorito ad altri ma non forniscono nessuna quantificazione attendibile del suo
verificarsi, che risulta spiegato solo a posteriori; tali spiegazioni sono anch’esse molto utilizzate in SL4)SPIEGAZIONI GENETICHE:
chiariscono un fenomeno facendo riferimento alla sua origine nel tempo, nella diacronia; si tratta di pseudo-spiegazioni perché non
spiegano la natura profonda del fenomeno ma rimandano ad un oggetto dello stesso genere che produce a sua volta una catena di
rimandi in diacronia; tuttavia esse hanno un carattere parzialmente predittivo e permettono un considerevole grado di certezza ed
esattezza descrittiva; tali spiegazioni sono molto diffuse in linguistica (Y è tale perché è riportabile sull’asse temporale ad un suo
antecedente X, da cui deriva o discende)
2.3 – EXCURSUS SUL FUNZIONALISMO IN LINGUISTICA
Nella linguistica recente è divenuta sempre più chiara la contrapposizione di due diversi orientamenti teorici: 1) il filone
formalista (rappresentato dalla linguistica generativa); 2) e il filone funzionalista il funzionalismo in linguistica è il fatto di
ritenere più importante l’uso rispetto alla struttura nel determinare i fenomeni linguistici e il modo in cui sono fatte le lingue; in
altre parole, tale filone condivide il presupposto che ciò a cui le lingue servono determini caratteri specifici del modo in cui le lingue
sono fatte; nelle impostazioni funzionaliste, dunque, la funzione comunicativa viene considerata essenziale e caratterizzante; nella
linguistica recente l’esempio più lampante di modello rigorosamente funzionalista è dato dalla grammatica funzionale di Dik: il
sistema linguistico è visto non come un insieme autonomo di regole, strutture e principi indipendentemente validi, bensì come un
complesso di regole, strutture e principi motivati dalle condizioni di uso, la cui descrizione va fatta nei termini di specifiche funzioni
che la lingua assolve; Labov sostiene che c’è tendenza a sovrastimare la portata dei fattori funzionali nella spiegazione della
variazione e del mutamento linguistico: egli si riferisce ad un tipo particolare di funzionalità, l’efficienza ai fini della preservazione
del messaggio, la quale è un genere di funzionalità “poco funzionale” dato che fa pur sempre riferimento alle caratteristiche interne
del sistema ed è in scarsa correlazione con il contesto extralinguistico (concetto chiave per poter parlare di concezione funzionale in
senso propriorisulta evidente che l’appello all’extralinguistico per spiegare, o meglio interpretare, i fatti di lingua (tratto
fondante di ogni concezione funzionalista)è fortemente rappresentato in tutti i settori della linguistica; anche in SL è inevitabile,
poiché intrinseco nella materia, che la prospettiva funzionalista abbia un grande peso (un sociolinguista non può non essere
funzionalista)in conclusione, possiamo affermare che il linguaggio è plurifattoriale: certi aspetti sono presumibilmente spiegabili
in termini funzionali mentre altri in termini formali, autonomi e arbitrari
2.4 – UNA LISTA DI ASSIOMI E POSTULATI DELLA SL
Qui di seguito riportiamo una lista minima di affermazioni fondanti, una sorta di assiomi, postulati e relativi corollari, da porre
alla base delle ricerche sociolinguistiche:
1) I sistemi e le strutture linguistiche non sono direttamente osservabili, l’attività linguistica è direttamente osservabile: i dati
della SL sono dunque sia oggettivi (empiricamente verificabili) sia soggettivi (non sperimentabili concretamente)
2) La lingua è sia individuale che collettiva: ogni individuo impara e mette in opera la lingua nelle interazioni con gli altri individui
della comunità sfruttando un potenziale mentale individuale
3) Ogni lingua al suo interno è varia e si articola in tante varietà di lingue
4) Ogni parlante normale è capace di usare più di una varietà di lingua: nessun parlante reale normale parla allo stesso modo in
tutte le situazioni
5) Ogni persona parla in modo un po’ diverso da tutte le altre persone: il “parlante ideale” è colui che parla e padroneggia più o
meno bene più di una varietà di lingua in una comunità parlante eterogenea
6) Differenti varietà di lingua hanno differente status e prestigio
7) La quantità di conoscenze e capacità implicate dal padroneggiare e usare una lingua è grandissima
8) La lingua è plurifunzionale: gli scopi dell’attività linguistica sono plurimi
9) Non tutti i livelli di analisi del sistema linguistico sono suscettibili allo stesso modo di essere toccati dall’influsso esterno,
sociale, extralinguistico (dal meno esposto al più esposto: morfologia-sintassi-fonologia-lessico-semantica-pragmatica)
10) Non tutte le unità di tutti i livelli di analisi sono suscettibili di variare nella stessa misura: la variabilità potenziale è massima
per il lessico, alta per fonetica e grammatica, e ridotta per sintassi e morfologia
11) Possono avere rilevanza/valore/significato sociale fatti ed aspetti di tutti i livelli di analisi della lingua
12) L’attività linguistica può costituire un atto di identità: il parlante si riconosce come appartenete ad un certo gruppo
13) Lo spazio sociolinguistico in cui ogni parlante è collocato è pluridimensionale, sia dal punto di vista sociale che linguistico
14) La SL è per natura molto legata ad uno specifico paese/società/comunità e alle differenze tra essi, e il suo contenuto può
variare di molto da società a società
15) L’oggetto di spiegazione in SL deve essere l’insieme dei fatti sociolinguistici in cui si fondono lingua e società
16) In una stessa società possono coesistere più sistemi linguistici, dando luogo a repertori verbali plurilingui

3 – NOZIONI FONDAMENTALI E UNITA’ DI ANALISI


3.1 – ALCUNI CONCETTI SOCIOLINGUISTICI
3.1.1 – COMUNITA’ LINGUISTICA
Fra le categorie basilari sta forse al livello più alto la nozione di comunità linguistica (o comunità parlante): essa mostra bene il
cambiamento di prospettiva della SL rispetto alla linguistica teorica poiché ciò che viene focalizzato non è la lingua, bensì la lingua e
i parlanti contemporaneamente, e non una comunità linguistica ideale o astratta, ma comunità linguistiche reali le definizioni di
comunità linguistica in SL fanno perno alternativamente su diversi criteri 1) il primo criterio è basato soltanto sulla comunanza
di lingua: Bloomfield e gli strutturalisti americani la definiscono come l’insieme di tutte le persone che utilizzano una determinata
lingua, Hockett come il complesso delle persone che hanno in comune come lingua materna un determinato sistema linguistico
nelle sue diverse varietà dialettali, socio-dialettali ecc., e Fishman la definisce come quella comunità in cui i membri hanno tutti in
comune almeno una varietà di lingua e le norme per il suo uso appropriato (aggiungendo così al criterio di condivisione della lingua
quello delle norme di uso)2) un secondo criterio molto elementare è a base socio-geografica e implica, insieme alla comunanza di
lingua, una comunanza di stanziamento: comunità linguistica sarà dunque un gruppo di persone che appartengono a una
determinata entità geografico-politica e condividono la stessa lingua; Ferguson addirittura la definisce come la comunità formata
da tutti quelli entro i confini di un paese che parlano la stessa lingua 3) un terzo criterio è rappresentato dall’interazione:
Gumperz in questo senso la definisce come ogni aggregato umano caratterizzato da un’interazione regolare e frequente per mezzo
di un insieme condiviso di segni verbali e distinto da altri aggregati simili a causa di differenze significative nell’uso del linguaggio
4) un altro criterio è quello degli atteggiamenti, sviluppato da Labov, che la definisce come un gruppo di parlanti che condivide un
insieme di atteggiamenti sociali nei confronti di una lingua 5) quinto ed ultimo criterio è quello della partecipazione a norme
condivise, sviluppato da Hymes,il quale la definisce come una comunità che condivide una conoscenza di regole per produrre e
interpretare il parlare, cioè che condivide sia norme linguistiche che risorse verbali
Tirando le somme, è chiaro come la determinazione della nozione di comunità linguistica diventi via via meno semplice,
accavallandosi con quella di gruppo sociale (3.2.3) man mano che si passa da criteri più o meno oggettivabili (spazio geografico-
politico, lingua) a criteri poco osservabili (atteggiamenti, condivisioni, partecipazioni a norme condivise); in questo modo
l’identificazione di una comunità linguistica diventa un risultato della stessa analisi sociolinguistica e si può stabilire solo a
posteriori; tuttavia, trattandosi di un concetto molto importante, si può dare una definizione mantenendo un certo grado di
genericità operativa: una comunità linguistica è un insieme di persone, di estensione indeterminata, che condividano l’accesso a
un insieme di varietà di lingua e che siano unite da una qualche forma di aggregazione socio-politica
3.1.2 – REPERTORIO LINGUISTICO
In prima ipotesi, si può definire come repertorio linguistico l’insieme delle risorse linguistiche possedute dai membri di una
comunità linguistica, ossia la somma di varietà di una lingua o di più lingue impiegate presso una certa comunità socialeda notare
è come la presenza di più lingue non disturba la nozione di repertorio: possiamo avere repertori monolingui, bilingui, o multilingui,
ciò che conta non sono le lingue diverse bensì l’aggregato di varietà a disposizione della lingua parlante; introdotto in particolare da
Gumperz, il repertorio linguistico non va semplicemente inteso come una mera somma lineare di varietà di lingua, ma comprende
anche, e in maniera significativa, i rapporti fra di esse i modi in cui esse si atteggiano, la loro gerarchia e le norme di impiego
Quando viene largamente praticata un’alternanza tra una varietà di lingua e un’altra del repertorio dello stesso evento
comunicativo, cioè una commutazione di codice, e costituisce di fatto una delle risorse comunicative utilizzate dai membri della
comunità, allora tale commutazione di codice sarà membro del repertorio di quella comunitàper alcuni autori (come Gumperz e
Cardona) la nozione di repertorio linguistico è considerata indipendente dalla comunità linguistica e può rifarsi al singolo individuo
parlante: pur essendo questa una concezione del tutto lecita, si riserverà il concetto di repertorio linguistico solo alla comunità (è
ovvio comunque che l’eventuale repertorio linguistico individuale è una sotto parte del repertorio della comunità cui l’individuo
appartiene)
il repertorio linguistico costituisce l’unità massima di analisi della SL, il tutto a cui l’analisi fa riferimento, contrapponendosi alla
nozione di varietà di lingua che costituisce invece “ogni parte” che forma il tutto; all’oggetto di riferimento della linguistica, che è
ovviamente la lingua, corrisponde dunque in SL uno sdoppiamento in due entità, dotate di un correlato sociale di cui la nozione di
lingua è priva: la comunità linguistica per il repertorio, e le caratteristiche dei parlanti per la varietà di lingua
3.1.3 – VARIETA’ DI LINGUA
Ogni membro riconoscibile di un repertorio linguistico costituisce una varietà di lingua, ovvero la realizzazione del sistema
linguistico presso classi di utenti e di usi: più tecnicamente, potremmo definirle “forme convenzionalizzate di realizzazione del
sistema”, che rappresentano un modello ricorrente di concretizzazione di alcune delle possibilità insite nel sistema; Hudson le
definisce come l’insieme di item linguistici (elementi e tratti della lingua) con distribuzione sociale simile (duplice focalizzazione:
tratti sociali e tratti linguistici)quindi, una varietà di lingua è un insieme di tratti congruenti di un sistema linguistico che co-
occorrono con un certo insieme di tratti sociali, caratterizzanti i parlanti o le situazioni d’uso (la quantità di tratti linguistici che
caratterizzano una varietà di lingua non è predeterminata, e può essere molto alta come molto piccola)
Per isolare una varietà di lingua, per prima cosa si riscontra una lista di tratti linguistici che si presentano assieme, e si verifica
poi se questo insieme di tratti tende a co-occorrere con parlanti aventi certe caratteristiche sociali in comune oppure con situazioni
d’uso della lingua aventi proprietà in comune; i tratti linguistici tipici di una varietà di lingua devono inoltre essere congruenti, vale
a dire dotati di un certo grado di omogeneità strutturale che fa sì che obbediscano a specifiche regole di co-occorrenza: la scelta di
un elemento di una certa varietà implica la scelta di altri elementi della stessa varietà o con essa compatibilida notare che sono
riconosciute come lingue autonome varietà di lingua con una grado di distanza strutturale minore di quella che vi sia tra altre
varietà che sono invece considerate varietà della stessa lingua: un esempio dei due casi possono essere da un lato il tedesco e il
neerlandese, con una divergenza strutturale non rilevantissima e con un certo grado di intercomprensibilità), e dall’altro l’italiano e
i suoi numerosi dialetti (con un grado di distanza strutturale non inferiore a quello fra tedesco e neerlandese e con una bassissima o
nulla intercomprensibilità)
La lingua per il sociolinguista è vista come la somma logica di varietà di lingua, data dalla parte comune a tutte le varietà (il
nucleo invariabile del sistema linguistico) più le parti specifiche di ogni singola varietà o di gruppi di varietà; a questo costrutto si
può attribuire il nome di diasistema, introdotto da Weinreich, che indica appunto un sistema di livello superiore, costituito da un
sottosistema comune e da sottosistemi parziali, che riunisce in un unico sistema più sistemi vicini e somiglianti
Il limite inferiore a cui si può riconoscere una varietà di lingua, cioè la minima entità sociale a cui può corrispondere una
determinata varietà, è rappresentato dal singolo individuo in una singola classe omogenea di situazioni; per designare l’insieme
delle abitudini linguistiche di un singolo parlante, è stato introdotto da Bloch il termine di idoletto, il quale però nel tempo si è
prestato a diverse interpretazioni: nel senso originario che voleva dargli Bloch, l’idoletto sarebbe stato la vera e propria varietà
linguistica minima, cioè l’insieme delle possibili realizzazioni linguistiche di un parlante, e in questo senso egli avrebbe ammesso
che un singolo individuo possa avere più idoletti, ciascuno relativo alle eventuali lingue che egli conosce; interpretazioni successive
lo configurano come l’intero complesso delle particolarità linguistiche di un parlante, facendolo coincidere col concetto di
repertorio linguistico individuale; infine Cardona lo definì come la somma delle variazioni personali rispetto ad uno standard
linguistico
3.1.4 – COMPETENZA COMUNICATIVA
 il termine competenza comunicativa è stato teorizzato da Hymes nella seconda metà degli anni ’60 in contrapposizione con
quello di “competenza linguistica” di Chomsky (intesa come la conoscenza interiorizzata che un parlante ha della propria lingua
materna, indipendentemente dal contesto), e si riferisce al padroneggiamento linguistico da parte di un singolo parlante; si
configura quindi come la risposta che la SL dà alla domanda “Cosa vuol dire sapere una lingua?”: avere la capacità di riprodurre
frasi grammaticalmente bene formate, ma anche essere in grado di utilizzare frasi in maniera appropriata alle situazioni
In Berruto sono distinguibili almeno 7 competenze che concorrerebbero a formare la globale competenza comunicativa: 1)
linguistica (divisa in fonologica, semantica, sintattica e testuale); 2) paralinguistica (riguardante gli elementi fonici che
accompagnano la produzione verbale); 3) cinesica (riguardante gesti o movimenti corporei che accompagnano la produzione
verbale); 4) prossemica (riguardante posture, atteggiamenti spaziali e distanze interpersonali nell’interazione comunicativa); 5)
performativa (riguardante la capacità di agire mediante la lingua ottenendo risultati corrispondenti ai fini); 6) pragmatica
(riguardante la capacità di adeguare i messaggi a ogni singola situazione); 7) scoio-culturale (riguardante la capacità di muoversi
secondo le categorie, le consuetudini e le norme di certe culture e società)
Data la vastità di questo concetto occorre specificare che a differenza della competenza linguistica per la linguistica teorica, la
competenza comunicativa non è l’oggetto finale di descrizione della SL, ma un concetto programmatico che indica una prospettiva
di ricerca e vi fornisce un quadro di orientamento globaleriguardo ai rapporti tra competenza comunicativa e competenza
linguistica ci sono 3 interpretazioni: 1) secondo Berruto, la competenza linguistica è una parte specifica della competenza
comunicativa; 2) una seconda interpretazione, minoritaria in SL, pone la competenza comunicativa e quella linguistica sullo stesso
piano, come due competenze parallele, autonome, riguardanti sfere diverse delle capacità umane; 3) secondo Hymes, la
competenza linguistica chomskyana semplicemente non esiste, è una mera astrazione inoperante: la competenza comunicativa
assorbe la competenza linguistica, che si stempera completamente in essa
un problema tuttora aperto della nozione di competenza comunicativa, comunque la intendiamo, rimane quello del concetto di
appropriatezza situazionale: da un lato, per valutare l’adeguatezza delle produzioni linguistiche alle situazioni, il linguista dovrebbe
tenere conto di una serie di innumerevoli fatti che riguardano la generale conoscenza del mondo, rischiando di trasformare ogni
generalizzazione in una descrizione minuta di una miriade di fatti circostanziati; dall’altro, l’appropriatezza può essere confusa col
conformismo socio-culturale, con l’obbedienza ad una aspettativa governativa data dalle consuetudini sociali stabilite, ma non
sempre ciò che è dato è anche appropriato; la valutazione di appropriatezza sembra dunque decidibile solamente a posteriori, una
volta avvenuta la realizzazione
3.2 – ALCUNI CONCETTI SOCIALI
Non si tratta di concetti interni alla SL, bensì di concetti che colgono aspetti della realtà sociale particolarmente pertinenti per
l’analisi della dimensione sociale del linguaggio; sono, in altre parole, costrutti mediatori fra società e comportamento linguistico
3.2.1 – SITUAZIONE COMUNICATIVA
Il concetto di situazione comunicativa è in SL un concetto di scarso rilievo per la teoria ma descrittivamente importante; si
configura come l’insieme delle circostanze (concrete o astratte) in cui avviene un evento di comunicazione linguistica, è quindi il
luogo specifico in cui l’attività linguistica si esplica
La situazione comunicativa è tipicamente data da una costellazione di componenti che si realizzano in simultaneità, che
influenzano per qualche aspetto o in qualche maniera il comportamento linguistico messo in opera dai parlantiHymes classifica
queste componenti dell’evento linguistico, ampliando e specificando la nota lista dei fattori della comunicazione di Jakobson:
1)contesto ambientale (definizione spazio-temporale della situazione); 2)scena (definizione culturale della situazione); 3)parlante;
4)emittente (che non coincide col parlante perché è più propriamente la fonte del messaggio); 5)ascoltatore (eventualmente il
ricevente o l’uditorio, non sempre chi ascolta è colui a cui il messaggio è destinato, che è invece il destinatario; 6)destinatario;
7)scopi-risultati (che obbediscono al punto di vista della società); 8)scopi-fini (che obbediscono alle strategie degli individui);
9)forma del messaggio; 10)contenuto del messaggio; 11)chiave (tono, modo e spirito con un atto viene compiuto); 12)canali di
comunicazione; 13)forme di parlata; 14)norme di interazione; 15) norme di interpretazione; 16)generi (tipi di testo messi in
opera); queste 16 componenti sono riassumibili nel modello che lo stesso Hymes ha chiamato con l’acronimo SPEAKING:
Situations, Partecipants, Ends, Act sequences, Key, Instrumentalities, Norms, Genres Berruto invece riassume tutti i diversi
fattori della situazione comunicativa sotto 4 componenti fondamentali: 1)mezzo; 2)partecipanti; 3)intenzione comunicativa;
4)argomentoinfine Halliday riconduce tutta quella che egli chiama variazione diatipica (attraverso la situazione) a 3 moduli di
selezione: 1)campo (argomento, sfere di esperienza e sfere di attività); 2)tenore (rapporti personali e funzionali tra i partecipanti);
3)modo (mezzo)
Due nozioni che vanno in questo contesto rapidamente illustrate sono quelle di status e ruolo sociale dei parlanti, tra loro
interdipendenti: 1) lo status è la posizione di una certa persona (o di un gruppo o di una lingua) all’interno di una struttura sociale,
ed è, insieme agli altri status sociali, inserito in una piramide gerarchica che corrisponde alla disuguaglianza sociale; 2) il ruolo
sociale è l’insieme delle cose che ci si aspettano dato un certo status, la configurazione di comportamenti esibiti o comunque attesi
da parte dei membri di una comunità in base al loro status (esempio: padre=status, educatore=ruolo)il ruolo comunicativo è
invece semplicemente la funzione assunta da uno dei partecipanti nel corso dell’interazione verbale
Due distinzioni importanti relative al carattere della situazione sono quelle tra personale e transazionale, e quella, analoga ma
non coincidente, tra formale e informale: 1) una situazione ha carattere transazionale quando l’accento è posto sulle relazioni di
status e ruolo tra i partecipanti e l’interazione che vi avviene mira allo scambio di “merci” culturali, ha invece carattere personale
quando l’accento è posto sulla relazione interpersonale dei partecipanti, che non sono visti in base al loro status bensì per se stessi;
2) una situazione ha carattere formale quando è focalizzata sul rispetto e sulla messa in opera delle norme sociali, comunicative e
linguistiche vigenti nella comunità e l’attenzione dei partecipanti è posta sull’accuratezza del comportamento, ha invece carattere
informale quando tutto questo non avvieneFishman tratteggia un ulteriore distinzione: una situazione è incongruente quando
uno dei tre fattori principali che la costituiscono (la messa in atto dei diritti e dei doveri di una certa relazione di ruolo nel luogo più
appropriato o normale per quella relazione e al momento socialmente definiti come appropriato per quella relazione) non è
omogeneo con gli altri, ed è invece congruente quando tutti e tre gli ingredienti vanno di pari passo
La SL recente tende a non considerare più la situazione come data, bensì costituita, almeno in parte, dall’attività linguistica: in
questo modo lingua, contesto situazionale e cooperazione dei partecipanti sono analizzati come mutuamente interagenti nel
determinare forma, contenuti e risultati dell’evento comunicativo
3.2.2 – DOMINIO
Nella realtà effettiva, ogni singola situazione sembra presentarsi come irripetibile e unica, per questo in SL si opera spesso con la
nozione di classe di situazioni (a meno che non si faccia riferimento ad una situazione specifica); fu Fishman ad introdurre il
concetto di dominio: classe di situazioni facenti parte dello stesso tipo di esperienza e legate da un fascio condiviso di fini e
obblighi (famiglia, lavoro, religione ecc.)la nozione di dominio ha un valore più descrittivo e quindi poco rilevante per la SL, ma si
inserisce comunque bene in una scala gerarchica di costrutti che si possono tracciare per legare il livello macro-sociolinguistico a
quello micro-sociolinguistico; possiamo rappresentare questa scala con il seguente schema:
all’estremo più alto sta la società (o sistema s
società dominio situazione evento ling. atto ling. sociale) la quale si può considerare articolata
in domini, costituiti a loro volta da (classi di)
SOCIALE LINGUISTICO situazioni ricorrenti, che hanno come componente
(estremo macro-linguistico) (estremo micro-linguistico) fondamentale gli eventi linguistici, costituiti a loro
volta da (una sequenza di) atti linguistici; il punto di
sutura tra SOCIALE e LINGUISTICO è la situazione
3.2.3 – STRATO SOCIALE, GRUPPO SOCIALE, CLASSE GENERAZIONALE
Per evitare un’analisi microscopica con scarsa generalizzabilità e pressoché interminabile, si ricorre ad una serie di categorie di
alto livello (ciascuna scindibile in più componenti), le quali rappresentano confini che si pongono sul versante della
caratterizzazione sociale dei parlanti per comprenderne meglio la caratterizzazione linguistica e il funzionamento della lingua nel
contesto sociale; vi sono due grandi famiglie di tali categorie:
1)VARIABILI SOCIALI, relative alla diversificazione sociale vera e propria, suddivisibili in: a)STRATO SOCIALE, il quale indica i
raggruppamenti gerarchici di individui in cui si articola, in modo più o meno spiccato, qualunque società (ha un valore storico per la
SL in quanto è la prima variabile sociale di cui siano state studiate, da Berstein, le correlazioni con differenze semantiche nel
comportamento linguistico); b)GRUPPO SOCIALE, non implica gerarchia (in senso verticale) ma si limita a designare
compartimentazioni, è un concetto socialmente più denso poiché implica una componente geografica, la condivisione dello
stanziamento in un determinato territorio, l’esistenza di collegamenti diretti tra i membri (e quindi la condivisione di reti
comunicative), solidarietà e coesione al suo interno e comunanza di aspettative ed esperienze, utilizzando la lingua come
importante simbolo d’identità del gruppo stessostrati e gruppi sociali si intersecano nella struttura della società: ad uno strato
corrispondono tipicamente più gruppi, e in un gruppo possono essere compresi più strati
2)VARIABILI DEMOGRAFICHE, ricavate dalla semplice distribuzione naturale della popolazione, di cui le più trattate sono: a)ETA’
DEI PARLANTI, la quale è riconosciuta avere un ruolo evidente nella differenziazione sociolinguistica, non solo nell’importante fase
di trasmissione della lingua da una generazione all’altra e nell’acquisizione infantile del linguaggio, ma anche nel comportamento
linguistico dei parlanti non più nell’età evolutiva e appartenenti a generazioni o classi d’età differenti (un possibile candidato a
costituire una varietà generazionale di lingua è il cosiddetto linguaggio giovanile, il quale rimane però un concetto lontani
dall’essere chiarito; b)SESSO DEI PARLANTI, la cui correlazione con la lingua dei parlanti è un argomento molto discusso in SL
nonostante si tratti di una variabile che può cambiare sensibilmente da comunità a comunità; sono state fatte due importanti
generalizzazioni circa l’effetto della variabile sesso: in primo luogo, Fasold, col suo schema sociolinguistico del genere
(“sociolinguistic gender pattern”), mostra che gli uomini tendono ad usare le varianti linguistiche socialmente sfavorite, mentre le
donne tendono ad evitarle preferendo varianti socialmente favorite; in secondo luogo, alcune indagini mostrano che, a livello di
strutturazione del discorso, le donne sono meno propense degli uomini a prendere iniziativa mostrando maggiori esitazioni e
tendendo ad esprimersi con maggiore cortesia rispetto agli uomini
3.2.4 – RETE SOCIALE
Detta anche “social network”, la nozione di rete sociale rappresenta un affinamento e sviluppo di gruppo sociale, e si identifica
come un insieme di persone che si conoscono e che hanno contatti periodici più o meno frequenti, o più precisamente l’insieme
con cui un ego di riferimento intrattiene rapporti comunicativi
Una rete sociale è definita da una serie di proprietà interne, tra le quali: 1)molteplicità (dipendente dalla quantità di relazioni
plurime tra membri del network); 2)densità (dipendente dal grado in cui i membri della rete relativa a un individuo sono a loro
volta in contatto tra loro); 3)frequenza e durata dell’interazione (fra coppie di individui all’interno della rete); 4)centralità dell’ego
di riferimento (vale a dire la sua posizione in termini di accessibilità dei membri della rete)
Anche se non è facile determinare l’estensione esatta di una rete, essa è generalmente costituita da più strati “a cipolla”:1) una
prima zona, detta cella personale, è quella al centro del network (parenti stretti e amici intimi della persona di riferimento); 2) una
zona confidenziale (parenti e amici a cui si è comunque legati emozionalmente); 3) una zona utilitaristica (persone con cui si
intrattengono legami perché utili); 4) una zona nominale (persone che si conoscono ma che hanno poca importanza sia affettiva
che strumentale); 5) una zona allargata (persone solo parzialmente conosciute)tutti questi strati di decrescente rilevanza per
l’ego ma sempre costituiti da punti di contatto diretti formano quella che viene detta rete di primo ordine, accanto alla quale si
possono spesso rintracciare varie reti di secondo ordine, costituite da persone che sono conosciute dai membri della rete di primo
ordine ma non dall’ego (amici di amici)
Vari lavori, specialmente quelli dei fratelli Milroy, hanno evidenziato l’importanza della natura e struttura delle reti sociali nel
comportamento linguistico, soprattutto per comprendere la dinamica tra tendenze innovative e lealtà linguistica nei parlanti,
mostrando che se una rete ha struttura densa, a maglie fitte, agisce come meccanismo i rinforzo delle norme interne al gruppo e
quindi in senso linguisticamente conservativo, mentre se è poco densa, a maglie larghe, favorisce la diffusione delle innovazioni
la rete sociale risulta avere anche una notevole influenza per quello che riguarda la scelta di lingua in situazioni plurilingui, e per i
comportamenti di imitazione di pronuncia dei parlanti che hanno prestigio all’interno del gruppo e della rete comunicativa
3.2.5 – PRESTIGIO
Per prestigio si intende una valutazione sociale positiva, ovvero la proprietà (attribuibile a oggetti di natura diversa: persone,
gruppi, professioni, insieme di comportamenti, modelli culturali ecc.) di essere degno di imitazione, perché positivamente
valutato sulla base di caratteri favorevoli che gli sono riconosciuti; non è dunque una proprietà oggettiva ma dipende dalla
valutazione di certi tratti personali o sociali che i membri di una comunità ritengono particolarmente desiderabili (in genere il
prestigio è attribuito ad uno status alto)più o meno il contrario di prestigio è lo stigma, cioè il marchio sociale che si attribuisce a
proprietà sfavorevoli o socialmente non accettate
In SL il prestigio è un concetto plurifattoriale; il prestigio di una (varietà di ) lingua è un fatto complesso che comprende per lo
meno: 1) gli atteggiamenti linguistici favorevoli dei parlanti membri della comunità; 2) il valore di simbolo della comunità attribuito
alla (varietà di) lingua; 3) l’essere veicolo di ampia e apprezzata tradizione letteraria; 4) l’essere parlata dai gruppi sociali dominanti
(prestigio sociale)
3.2.6 – ATTEGGIAMENTI
Gli atteggiamenti linguistici sono tutti quelli che riguardano le lingue, le varietà di lingua e i comportamenti linguistici, o che
comunque hanno a che fare con la comunità parlante; la definizione più tecnica di atteggiamento si rifà ad Allport, il quale lo
descrive come uno stato mentale di predisposizione, organizzato attraverso l’esperienza, che esercita un influenza dinamica,
polarizzata in senso favorevole o sfavorevole, sulla risposta di un individuo agli oggetti e alle situazioni in cui si trova ad aver a
che fare gli atteggiamenti non sono direttamente accessibili all’osservazione e sono sempre relativi a un oggetto di riferimento,
sono dunque l’insieme delle posizioni concettuali assunte da una persona circa un determinato oggetto, e in quanto posizioni
concettuali, sono costituiti sia da componenti cognitive, razionali (fondate sull’osservazione e sull’esperienza), sia da componenti
affettive, emozionali
Gli atteggiamenti non vanno innanzitutto confusi con le opinioni, le quali sono formulazioni esplicite, espressioni verbali
contestualizzate in risposta ad uno stimolo specifico, e sono pertanto più mutevoli e superficiali degli atteggiamenti, anche se
sono pur sempre il canale più immediato tra i canali di accesso agli atteggiamenti da parte del ricercatore risulta problematico il
rapporto tra atteggiamenti e comportamenti: l’atteggiamento è una predisposizione ad agire in una certa direzione, ma è solo uno
dei fattori che intervengono a determinare il comportamento effettivo, accanto alle circostanze della situazione da un lato e alle
norme, ai valori e alle consuetudini della comunità sociale dall’altro
Gli atteggiamenti sono suscettibili a mutare nel corso del tempo, anche se tendenzialmente rimangono stabili; particolarmente
resistenti risultano gli atteggiamenti acquisisti durante il periodo della socializzazione, i quali hanno molteplici funzioni: 1) una
funzione utilitaristica (possono servire a guadagnare privilegi di varia natura); 2) una funzione di orientamento cognitivo
(impongono un certo ordine concettuale al mondo che li circonda); 3) una funzione di manifestazione di valori; 4) una funzione di
difesa dell’ego e dell’identità personale
Un particolare tipo di atteggiamenti sono i pregiudizi: si tratta degli atteggiamenti che ci formiamo prima o indipendentemente
dall’aver avuto contatto e conoscenza diretta con un oggetto; il pregiudizio è basato su quelle categorie prestabilite che chiamiamo
stereotipi, cioè caratteristiche rigide e tendenzialmente irreversibili, per lo più implicite, che vengono attribuite ad un oggetto in
base a un’infondata o errata generalizzazione; il pregiudizio è dunque uno stato mentale che fonde assieme stereotipi in un
atteggiamento generale per lo più negativo, che tende ad essere stabile e resistente persino ad esperienze che lo contraddicono
Lo studio degli atteggiamenti linguistici pone numerosi problemi metodologici in ragione del fatto che l’oggetto di analisi sfugge
all’osservazione diretta e il suo rilevamento deve essere affidato a indicatori più o meno mediati che permettano di dedurli; tra i
metodi di rilevamento degli atteggiamenti linguistici più utilizzati troviamo innanzitutto l’inchiesta con questionario e l’intervista
con domande, alle quali però sono state preferibilmente impiegate tecniche indirette come il cosiddetto differenziale semantico,
tecnica nata e usata generalmente in psicologia, che consiste ne chiedere ai soggetti intervistati di collocare un oggetto di
valutazione in un punto in una serie di scale a sette valori compresi tra due aggettivi polari (es: caldo/freddo, bello/brutto); ma il
metodo per eccellenza per lo studio degli atteggiamenti linguistici è la tecnica del matched guise (“travestimenti di voci a
confronto”), una sorta di test consistente nel far sentire diverse voci a dei valutatori e nel chiedere a questi di esprimere la propria
opinione sulle persone che parlano collocandole nella posizione che sembra loro adatta secondo diverse categorie prestabilite
(carattere, status socio-economico ecc.), suscitando opinioni più spontanee e facendo emergere gli stereotipi vigenti nella
comunità

4 – LINGUA E STRATIFICAZIONE SOCIALE


4.1 – LA NOZIONE DI CLASSE SOCIALE
Per stratificazione sociale si intende ogni ordinamento gerarchico (implicante rapporti verticali tra strato e strato) di insiemi di
persone diversi in una società; strato o classe sociale è dunque ogni insieme di persone i cui membri occupano all’incirca la stessa
posizione nella gerarchia sociale
In sociologia esistono due fondamentali prospettive secondo cui si definisce la stratificazione in classi: 1)la prospettiva
marxiana, basata sul conflitto di interessi e di potere, che accentua le divisioni della società e le barriere sociali, e sottolinea il
carattere compatto e collettivo delle classi: la classe è il perno della struttura sociale, la società è un insieme di classi distinte,
raggruppamenti compatti e collettivi definiti dalla diversa collocazione rispetto al controllo dei mezzi di produzione economica;
2) la prospettiva funzionalista, basata sullo status e sul consenso che accentua l’unitarietà sociale, implicando una comunanza di
valutazioni e aspirazioni in tutti gli strati della comunità e favorendo la competizione individuale per la mobilità sociale: la società è
il prius (ciò che viene prima), le classi non hanno confini ben definiti e i loro membri condividono comunque gli orientamenti di
base all’interno del corpo sociale
Due caratteri importanti connessi alla nozione di classe sociale sono la continuità, relativa all’assunto di Hudson secondo il quale
le classi sono costrutti ideali mentre la società reale è distribuita su una curva continua senza interruzioni tra strati differenti, e la
pluridimensionalità, riferita al fatto che si fa parte di una certa classe in base ad una serie di dimensioni, alcune oggettive altre
soggettive, e una conseguenza di ciò è che la collocazione sociale di una persona può essere tutt’altro che unitaria (si può ad
esempio appartenere ad un certo strato sociale in base alle dimensioni oggettive ma non condividerne gli aspetti soggettivi)
Riguardo al rapporto tra strato sociale e altre variabili socio-demografiche (età, sesso ecc.) si può dire che esse non sono
separate ma interagiscono e si combinano in vari modi, sia in maniera congruente, esaltando la nettezza di una certa correlazione
tra lingua e società, sia in maniera conflittuale, dando luogo a configurazioni ambigue e a valori contrastanti che possono offuscare
le relazioni; lo strato è la variabile più potente, mentre le altre variabili (salvo alcune specifiche situazioni) si innestano solitamente
sulle fondamentali opposizioni stabilite in base ad esso o ne risultano assorbite
4.2 – LA STRATIFICAZIONE SOCIALE NELLE INDAGINI SOCIOLINGUISTICHE
Una volta accertata la nozione di stratificazione sociale in classi, in SL per operare con la nozione di classe sociale si deve fare
conto con alcuni quesiti: 1)quali sono i fattori che stabiliscono la stratificazione? 2)quanti e quali starti esistono in una società?
3)come assegnare singoli individui a un determinato strato?; i 3 problemi sono interrelati e si possono quindi discutere assieme
Per quanto riguarda le soluzioni fornite dai sociologi troviamo: 1) una suddivisione in 3 strati fondamentali (frequente negli
anni ’60 e ’70), suddivisi a loro volta in due sottostrati in base alla distribuzione della quantità dei mezzi a disposizione,
dell’influenza e del potere relativo connessi al tipo di attività svolta: un alto ceto alto, un basso ceto alto, un alto ceto medio, un
basso ceto medio, un alto ceto basso, e un basso ceto basso; 2) Labini propone per la società italiana degli anni ’80 una
suddivisione in 5 classi sociali, in base al modo in cui si ottiene un certo reddito: borghesia, classi medie urbane, coltivatori diretti,
classe operaia, e sottoproletariato (persone con attività precarie o illecite)
Per quanto invece riguarda le soluzioni proposte dai sociolinguisti abbiamo: 1)Labov, il quale afferma che basarsi sulla
produzione per stabilire il rango sociale è più pertinente che basarsi sui consumi e accetta come indici di classe sociale 3 fattori:
reddito, grado di istruzione, e occupazione; 2)Trudgill, secondo il quale la ricchezza è il principale fattore di stratificazione sociale,
riprende i 3 fattori proposti la Labov come indici di classe sociale ma ne impiega altri 3 (per un totale di 6), aggiungendo tipo di
abitazione, luogo di abitazione, e occupazione del padre, e ottenendo così una società suddivisa in 5 strati: media classe media,
bassa classe media, alta classe operaia, media classe operaia, e bassa classe operaia; 3)Milroy vede invece una suddivisione in 3
raggruppamenti stabiliti in base ai modi di vita (life-modes) diversi: il primo, proprio dei lavoratori autonomi orientati sulla loro
attività produttiva, si basa sulla solidarietà e si esplica in reti sociali con legami forti e fitti, il secondo, proprio dei salariati che non
hanno controllo sul processo di produzione in cui sono inseriti, vede il lavoro in funzione della famiglia e si esplica anch’esso in reti
sociali a maglie fitte, e il terzo, proprio dei professionisti e dei lavoratori dipendenti di alto livello, fa prevalere il lavoro sulla
famiglia e si esplica in reti sociali a trama larga con legami deboli; 4)Berruto, il quale considera 3 strati: borghesia (ceto medio-alto)
, piccola borghesia (ceto medio-basso), e ceto operaio
Dunque, circa il problema della definizione degli strati sociali, la prima considerazione da fare in proposito è che in SL è
sufficiente prendere come variabile una stratificazione non molto dettagliata e con pochi strati; inoltre per le differenze
linguisticamente interessanti, si potrebbe operare unicamente con il grado di istruzione preso come variabile, il quale suddivide la
società in due grandi classi: parlanti istruiti (colti) e parlanti non istruiti (incolti)
4.3 – MODELLI DEL RAPPORTO FRA LINGUA E STRATIFICAZIONE SOCIALE
La stratificazione sociale in SL è utilizzata come un’importante nozione descrittiva ed eventualmente come costrutto teorico
volto all’interpretazione dei rapporti fra lingua e società; negli anni ci sono stati però tentativi di elaborare modelli teorici globali
volti a mettere in correlazione l’appartenenza ad una classe sociale con tipi di varietà linguistiche
4.3.1 – UN MODELLO SOCIOLOGICO
Il più noto di questi modelli è senza dubbio la teoria dei due codici del sociologo Berstein (1970), il quale si sviluppa attraverso
diverse fasi: 1) nella prima fase del suo lavoro egli sembra partire dal problema dell’insuccesso dei bambini problema
dell’insuccesso dei bambini dal basso ceto operaio nell’Inghilterra degli anni ’60 e spiegarlo in termini di linguaggio: i bambini
provenienti dalle classi inferiori avrebbero per lo più a loro disposizione solo un codice ristretto non adeguato alle richieste della
scuola, mentre quelli provenienti dalla classe media avrebbero a disposizione sia un codice ristretto che un codice elaborato, e tale
accesso ai due tipi di codice sarebbe mediato dai ruoli all’interno della famiglia che porterebbero i bambini a tipi diversi di
socializzazione; 2) nella seconda fase (anni ’70) i due codici vengono definiti secondo criteri meno linguistici e più internazionali-
cognitivi, non più come modi di esprimersi ma come di organizzazione e formulazione verbale dell’esperienza: dunque il principio
che li genera non viene più visto nell’appartenenza di classe, bensì nella divisione sociale del lavoro; 3) nella terza ed ultima fase
(anni ’80) la sua teoria si allontana dai meri fatti linguistici, e anche se al centro di essa c’è sempre la divisione sociale del lavoro,
viene introdotto il concetto di relazione con la base materiale (le situazioni concrete, i contesti specifici a cui si fa riferimento)
come criterio importante per stabilire il carattere del codice: tanto più è complessa la relazione fra un agente e la sua base
materiale, tanto più indiretto sarà il rapporto tra significati e una base materiale specifica e maggiore sarà la probabilità di un
codice elaborato; i codici vengono quindi ora caratterizzati da due fattori tra loro indipendenti che l’autore chiama classificazione
(basata sulla distribuzione del potere nella società, fornisce regole di riconoscimento) e inquadramento (riguarda il controllo della
comunicazione, fornisce regole di produzione)
Nel complesso il modello bersteiniano non sembra affatto adatto a costruire una teoria sociolinguisticamente idonea dei rapporti
tra stratificazione sociale e linguaggio, poiché, oltre a soffrire troppo di cattiva o allusiva definizione delle nozioni linguistiche
impiegate, sembra anche criticabile dal mero punto di vista sociologico dato che adotta generalizzazioni troppo impegnative da
poter essere applicate ad altre società; a Berstein va comunque va comunque riconosciuto l’innegabile merito di aver impostato in
maniera tutt’altro che banale i rapporti tra stratificazione sociale, socializzazione e linguaggio, e di aver portato nel mondo della
scuola l’attenzione alle disuguaglianze linguistiche, le loro ragioni e le loro conseguenze
4.3.2 – UN MODELLO MATERIALISTA
Facciamo ora riferimento al modello elaborato in Italia negli anni ’70 da Sanga, riguardo al rapporto tra stratificazione e lingua
presupposto di Sanga era che in SL mancasse una fondazione teorica che secondo egli era da ricercare nella teoria filosofica e
sociologica del marxismo, il materialismo storico: egli intende dunque le classi sociali come gruppi distinti per il posto che
occupano e la funzione che assolvono nel sistema dei rapporti di produzione; è noto che un concetto fondamentale nella sociologia
marxiana era la distinzione tra struttura e sovrastruttura: la prima è data dai rapporti economici legati al modo al modo di
produzione ed è la base che determina la sovrastruttura, la quale è il complesso di atteggiamenti, istituzioni, idee etico-politiche,
religiose, culturali ecc. che, prodotte appunto dalla struttura socio-economica, portano la classe dominante ad impegnarsi per
conservarla contro gli interessi della classe subalternaora, secondo Sanga, la lingua, in quanto istituzione o parte della cultura,
non può non far parte della sovrastruttura, mentre la struttura linguistica è una nostra astrazione dell’uso linguistico, ed è dunque
anch’essa determinata da cause socioeconomiche; affermare il legame tra lingua e stratificazione sociale significa quindi
riconoscere che la lingua dipende dalla classe sociale: è attraverso la mediazione della classe sociale che la lingua entra in rapporto
con la società, e la differenza di classe diventa differenza linguistica attraverso la diversità degli usi linguistici, raggruppati in
“registri” prodotti dalle (e propri delle) stesse classi sociali
Nella situazione italiana Sanga distingue 6 classi, a ciascuna delle quali corrisponde originariamente un registro sociolinguistico:
borghesia (alla quale corrisponde il registro dell’italiano standard), piccola borghesia del terziario (italiano burocratico), classe
operaia (italiano popolare unitario), artigiani e ceti medi preindustriali (dialetto urbano), contadini (dialetto rustico), e classi di
emarginati (gergo)da notare come per Sanga il dialetto, nella configurazione socio-economica attuale, rappresenti il residuo di
un modo di produzione precapitalistico, e per questo è sentito come arcaico
Fra le ragioni che rendono inaccettabile dal punto di vista sociolinguistico la teoria di Sanga abbiamo: 1) l’instaurazione di un
rapporto meccanico e deterministico tra stratificazione sociale e lingua (un rapporto uno-a-uno diretto e casuale che appare poco
utile); 2) il fatto che, pur ammesso (e non concesso) che si accettino le categorie materialistiche di struttura e sovrastruttura e che
essi siano pertinenti al contesto sociolinguistico, non si riesce a vedere come si possa davvero sostenere la natura di sovrastruttura
dei fenomeni sociolinguistici
4.4 – EFFETTI DELLA POSIZIONE SOCIALE SULL’INDIVIDUO PARLANTE
La lingua, come sistema articolato in varietà, e il comportamento linguistico, come attuazione concreta del sistema, non sono
affatto insensibili alla stratificazione sociale: da come una persona usa la lingua si hanno molte indicazioni sullo strato sociale cui
essa appartienele interrelazioni tra linguaggio e stratificazione sociale si possono generalizzare secondo 3 ordini diversi di
fenomeni: 1) il primo concerne le interrelazioni a livello del sistema linguistico stesso, vale a dire le differenziazioni che
riscontriamo nelle lingue in relazione alla classe sociale dei parlanti; 2) il secondo concerne le interrelazioni a livello del
comportamento linguistico individuale, nell’uso che i parlanti fanno di ciascuna delle varietà di lingua che hanno a disposizione;
3) il terzo concerne le interrelazioni a livello del repertorio linguistico, delle varietà di lingua a disposizione del parlante
(PAGINE 120-121-122 + SCHEMA 7 = ???)

5 – ANALISI DELLA VARIAZIONE INTERNA ALLA LINGUA


5.1 – DIMENSIONI DI VARIAZIONE
Le variazioni di lingua si riconoscono nella sincronia lungo 3 fondamentali dimensioni (o assi di variazione) comunemente
chiamati: 1)variazione diatopica, relativa alla diversa origine e distribuzione geografica dei parlanti, cioè il mutare della lingua nello
spazio: la lingua osservata sincronicamente non appare uniforme in tutto il territorio; 2)variazione diastratica, relativa ai diversi
strati socio-culturali, cioè il mutare della lingua nei diversi strati sociali (riferimento sia alle classi sociali che a tutti i parametri
extralinguistici quantificabili quali reddito, istruzione, sesso, età ecc.; spesso per indicare tale variazione viene utilizzato il termine
“socioletto”); 3)variazione diafasica, relativa alle diverse situazioni comunicative (infatti viene anche detta “variazione situazionale)
e quindi ai diversi stili, registri, sottocodici usati dai parlantic’è poi una quarta dimensione recentemente proposta, la variazione
diamesica, relativa al mezzo, al modo parlato o scritto di comunicazione, poco pertinente alla SL (e che infatti non tratteremo)
Una differenza molto importante tra le varietà diastratiche e quelle diafasiche sta nel fatto che le prime sono legate
univocamente al parlante (ogni parlante esibisce la varietà diastratica propria della sua classe sociale, della sua generazione, del
suo sesso ecc.) mentre le seconde non lo sono (come detto, ogni parlante ha a sua disposizione un certo numero di varietà
diafasiche)
Partendo da una gerarchia delle dimensioni analoga a quella presentata da Berruto (che vede cioè prima la variazione diatopica,
poi quella diastratica e infine quella diafasica), Wunderli propone un modello più complesso delle dimensioni di variazione,
distinguendo 2 moduli autonomi: 1) il primo modulo è relativo all’organizzazione primaria in rapporto a gruppo di utilizzatori, cioè
ai due assi primari, orizzontale (diatopia) e verticale (diastratia); 2) il secondo modulo, che entra in azione dopo il precedente, è
relativo all’organizzazione secondaria in rapporto ai dati della situazione comunicativa, cioè a quella che noi abbiamo definito
diafasia: questo secondo modulo è articolato a sua volta in 3 dimensioni: una relativa all’argomento, una al modo (diamesia), e
una allo stile
5.2 – LA NOZIONE DI CONTINUUM
Per designare la natura di una lingua come gamma di varietà e la natura delle dimensioni di variazione e della loro combinazione
si utilizza il termine di continuum, nozione che mette in evidenza la continuità dei fenomeni e la non separabilità delle categorie: si
ritiene infatti che, per cogliere la complessità del reale, siano meglio adatte categorie continue, costituite da punti focali con una
vasta periferia che sfuma senza limiti precisi nelle categorie vicine, che non categorie discrete, basate sulla presenza o assenza di
una lista finita di proprietà
Con il termine specifico di continuum in SL ci si riferisce in primo luogo al carattere dello spazio di variazione di una lingua (o di
un repertorio linguistico) che non conosce compartimentazioni rigide e ben separate, ma appare costituito da una serie senza
interruzioni di elementi varianti e, conseguentemente, al fatto che le varietà di una lingua sono in sovrapposizione e si sciolgono
impercettibilmente l’una nell’altra senza che sia possibile stabilire limiti rigorosi, confini certi di dove finisce una varietà e ne
inizia un’altra
Del continuum sappiamo già quindi che: 1) con uno sfumare impercettibile tra le diverse varietà, non è possibile tracciare un
punto preciso tra queste; 2) esso è orientato e ordinato da un estremo sociolinguisticamente alto (tipico dei parlanti colti in
situazioni formali) a un estremo sociolinguisticamente basso (tipico dei parlanti non colti in situazioni informali); 3) esso è
pluridimensionale in quanto intervengono in esso più dimensioni di variazione (diatopica, diastratica e diafasica)
5.3 – VARIABILI SOCIOLINGUISTICHE
5.3.1 – LA NOZIONE DI VARIABILE SOCIOLINGUISTICA
Secondo Labov, per variabile sociolinguistica si intende ogni insieme di modi alternativi di dire la stessa cosa o, più
tecnicamente, qualunque variabile linguistica che vari in concomitanza con variabili sociali, relative al contesto extralinguistico:
ogni valore che può assumere la variabile è una variante sociolinguisticacome si arriva a determinare e classificare le variabili
sociolinguistiche? In un dato corpus di dati (di produzioni linguistiche) troviamo sempre elementi linguistici di due tipi: costanti e
variabili; come trattare gli elementi variabili? Ci sono due casi: o le variabili variano del tutto indipendentemente da contesto
(variabili libere), oppure sono sensibili al contesto linguistico, o a quello sociale, o a entrambi (variabili sociolinguistiche,
appunto)ora, dopo averle individuate, bisogna trattare statisticamente tali variabili e le loro realizzazioni (varianti): il modo
laboviano classico di analizzare le variabili sociolinguistiche è la costruzione di strutture sociolinguistiche, , le quali rappresentano il
comportamento di una variabile sociolinguistica in un certo corpus e sono costituite da un diagramma cartesiano
Nel libro sono presenti alcuni esempi riguardanti la rappresentazione su diagrammi cartesiani del comportamento di variabili
sociolinguistiche (diagramma 8 di Galli de’ Pratesi pag.134=indagine sulla pronuncia della [r] nella parola “birra” su un campione di
90 giovani romani suddivisi nelle 3 classi di studenti di liceo classico, studenti delle magistrali, e operai; diagramma 9 di Labov pag.
135=indagine sulla pronuncia di [th], iniziale di parole come “thing” o “third”, in relazione ai diversi strati sociali di New York), ma
possiamo generalizzare descrivendo il comportamento ricorrente di alcune variabili sociolinguistiche (ricordiamo: variabili
linguistiche che variano in concomitanza con variabili sociali, relative al contesto extralinguistico): 1)contrassegno (o markers o
variabile laboviana) è una variabile che varia sia in relazione allo strato sociale (variazione diastratica) sia in relazione allo stile
contestuale (variazione diafasica); in questo caso la nelle classi situate più in alto nella scala sociale è molto più frequente la
variante standard, mentre le varianti non standard (o substandard) aumentano via via in proporzione con lo scendere nella classe
sociale, e questo è ciò che si chiama distribuzione di prestigio (diagramma 10 pag. 136); 2)indicatore è una variabile che varia in
relazione allo strato sociale ma non in relazione allo stile contestuale; in questo caso i diversi strati sociali si comportano in maniera
diversa tra loro, ma ciascuno in maniera più o meno uguale nei diversi stili contestuali (diagramma 11 pag. 137); 3)stereotipo è una
variabile che varia in relazione allo stile contestuale ma non in relazione allo strato sociale; in questo caso i diversi strati sociali si
differenziano poco o nulla tra loro ma tutti cambiano parecchio passando da uno stile all’altro (diagramma 12 pag. 137);
4)ipercorrezione della classe media inferiore è infine quel fenomeno che causa l’accavallamento fra le linee delle due classi sociali
più alte, ovvero il fenomeno per cui lo strato sociale della classe media inferiore tende a essere più corretto del suo stesso modello
là dove c’è maggior controllo conscio della produzione linguistica (diagramma 13 pag. 138)
5.3.2 – VARIABILI SOCIOLINGUISTICHE E LIVELLI DI ANALISI
La nozione di variabile sociolinguistica si regge sul postulato del mantenimento di uguaglianza del significato (principio
dell’equivalenza semantica), che implica che i diversi valori assunti da una variabile non tocchino il significato o la funzione
dell’unità interessata; la cosa non pone problemi per il livello fonologico, dove si lavora solamente con allofoni di un fonema che
per definizione non mutano in nulla il significato del messaggio che il parlante intende produrre, ma salendo di livello di analisi le
cose si complicano: ancora abbastanza pacifico può risultare il livello morfologico , dove le varianti che realizzano una variabile
possono essere equiparate ad allomorfi di uno stesso morfema, ed essendo questo la minima unità dotata di significato, anche qui
per definizione ciò che non provoca mutamenti di morfema non provoca mutamenti di significato; ai livelli superiori di analisi si
incontrano certamente problemi, dato che in sintassi e in lessico, e a maggior ragione ancora in testualità e in pragmatica, da un
lato le singole varianti sono già esse stesse dotate di significato, dall’altro la loro alternanza può rendere molto difficile stabilire se si
tratta di forme che abbiano lo stesso significatoalcuni autori, come Sankoff, sostengono l’estensione della nozione di variabile
sociolinguistica anche ai livelli più alti di analisi, purché si assuma che possibili nel valore referenziale o nella stessa funzione
grammaticale si considerino neutralizzate nel discorso in atto, mentre altri, come Gadet e Godard, gli si oppongonoa detta di
Berruto, sembra ragionevole accettare l’applicabilità della nozione di variabile sociolinguistica anche ai livelli di analisi alti,
prendendo come proprietà fondamentale il fatto che si tratti di un punto determinato del sistema linguistico in cui una categoria
ben definibile ha diverse realizzazioni formali caratterizzate da un’ampia sostituibilità reciproca in numerosi contesti (ovviamente
correlanti con fattori del contesto sociale)
Si può inoltre assumere che i tratti linguistici suscettibili di recare significato sociale, di svolgere funzione socio-simbolica e
quindi di funzionare da variabili sociolinguistiche siano del tutto arbitrari, e non sia possibili quindi prevedere quali elementi di una
data lingua siano deputati a essere variabili sociolinguistiche; questo avviene perché la marcatezza sociale è mediata dal gruppo
sociale che realizza tali manifestazioni: in altre parole, non vi è alcuna ragione linguistica per cui un certo elemento debba portare
marcatezza sociale, dipende solo dalle persone che lo usano e dalle connotazioni che nella comunità vi si sono associate
5.4 – MODELLI DI DESCRIZIONE E ANALISI DELLA VARIABILITA’
5.4.1 – REGOLE VARIABILI E SL QUANTITATIVA
La metodologia delle regole variabili si propone di elaborare delle grammatiche (descrizioni formali della lingua) che incorporino
le variabilità; per regola variabile si intende una regola nella cui formulazione si tiene conto non solo delle categorie dei tratti
linguistici, ma anche dei fattori che influiscono sulla sua applicazione; la forma generale di una regola variabile è: X<Y>/Z
(“X è realizzato variabilmente come Y nel contesto Z”), dove Z indica la specificazione sia del contesto linguistico sia del contesto
linguistico sia di quello extralinguistico, e tutto ciò che è compreso tra le parentesi uncinate <> ha un peso variabile
La formulazione delle regole variabili è diventata un espediente molto utilizzato nelle descrizioni sociolinguistiche per esprimere
in maniera formalizzata l’influsso del contesto (linguistico ed extralinguistico) sulla realizzazione di determinate varianti: il libro ne
presenta alcuni esempi (schema 14 di Giannelli/Savoia pag. 146=descrizione della cancellazione della fricativa labiodentale [v] in
posizione intervocalica nel fiorentino rustico e urbano conservativo; schema 15 di Labov pag. 147=descrizione della contrazione
della copula nell’inglese dei neri americani)
Per i variabilisti a questo punto il problema diventa elaborare la probabilità a partire da un corpus che permetta di calcolare
occorrenze date, e quindi frequenze attuate; sulla base dei dati del corpus si può assegnare a ciascun fattore contestuale un certo
grado di probabilità nell’influenzare il tratto esaminato in relazione a ciascuno dei fattori contestuali (linguistici o extralinguistici)
presi in considerazione; essi potranno dunque avere un valore compreso tra 0 (nessuna realizzazione del tratto considerato per
quel fattore) e 1 (sicura realizzazione); il calcolo statistico relativo è stato sviluppato soprattutto dal matematico Sankoff, il quale ha
elaborato versioni successive sempre più raffinate del programma informatico VARBRUL che è in grado di ricavare, secondo principi
di modelli statistici, i valori probabilistici che meglio permettono di prevedere i valori ritrovati nel corpus, cioè che generano
frequenze con la migliore approssimazione alle frequenze effettive del corpus; il risultato è l’indice di probabilità che si trova ad
essere associato alla regola variabile per definirne la probabilità di applicazioneda quanto appena detto possiamo assumere che,
allo stesso modo dei contesti linguistici, si possono calcolare i valori dei contesti extralinguistici quali per esempio classe sociale,
età, sesso, etnia ecc.
Il punto critico della metodologia delle regole variabili si ha quando, una volta stabilita una regola con i suoi coefficienti di
probabilità, ad essa è fatto assumere un valore predittivo; in questo modo si rischia di vedere le regole variabili come parte
integrante della grammatica, operazione lecita secondo Labov e Sankoff, ma criticata da molti altri teorici che giustamente
attribuiscono alla grammatica generativa il compito di occuparsi di strutture astratte, generando classi di frasi (types) e non frasi
effettivamente occorrenti (tokens); oltre a rischiare di essere inglobate nella grammatica, le regole variabili rischiano di cadere nel
riduzionismo consistente nelle applicazioni di metodi delle scienze esatte per misurare fenomeni del comportamento umano;
infine, possiamo dire che le regole variabili quantificano i rapporti tra i diversi fattori e i tratti contestuali, ma non spiegano la
natura e la causa di quei rapporti, e per questo hanno perso importanza anche in SL, limitandosi a rendersi utili solo per la
descrizione di fenomeni
5.4.2 – GRAMMATICA DI VARIETA’
Un modo (o modello) alternativo, in contrapposizione alle regole variabili, di descrivere la variazione linguistica è quello noto
come Varietatengrammatik (grammatica di varietà), proposto intorno alla metà degli anni ’70 dai tedeschi Klein e Dittmarcon
un intento puramente descrittivo, la grammatica di varietà è una grammatica a struttura sintagmatica, indipendente dal contesto,
costituita da una lista ordinata di regole di riscrittura che descrivono le derivazioni possibili delle diverse unità linguistiche; ogni
regola appare come un blocco di regole aventi la medesima entrata e diverse uscite, ciascuna con un diverso indice di probabilità di
occorrenza, il quale è calcolato partendo da un corpus di dati empirici nel quale le diverse uscite attestate della regola compaiono
con una determinata frequenzaanche se l’utilizzo delle probabilità nella formazione della grammatica fa assomigliare questa
tecnica a quella delle regole variabili, la differenza sostanziale sta nel fatto che la grammatica di varietà non considera i contesti e
quindi le variabili sociali, ma, in compenso, si può applicare senza problemi a qualunque livello di analisi
Di seguito riportiamo un esempio di grammatica di varietà, ripreso dagli stessi Klein e Dittmar, relativo all’uso dei determinanti,
quantificatori e numerali nel sintagma nominale nella varietà d’apprendimento del tedesco degli immigrati:
Il blocco di regole è costituito da 5 regole alternative, che rappresentano le forme
I II III IV HD che può assumere il sintagma nominale nel corpus delle produzioni linguistiche: SN sta
SN(Att) per sintagma nominale, Att sta per attributo (in genere un aggettivo, è sempre
N 0,59 0,52 0,48 0,34 0,34 facoltativo e in questo caso non pertinente per la regola), Det sta per determinanti (gli
SNDet articoli), Num sta per numerali, e Quant sta per quantificatori (“tutto”, “qualche” ecc.);
(Att) N 0,19 0,30 0,32 0,50 0,55 le colonne indicano i gruppi di parlanti (o meglio, le relative varietà di lingua): le cifre
SNQuant romane da I a IV indicano 4 diverse varietà di apprendimento via via sempre più
(Att) N 0,07 0,08 0,08 0,06 0,05 sviluppate e vicine alla lingua obiettivo, rappresentata dalla varietà HD (Heidelberg); i
SNNum valori numerici rappresentano la frequenza percentuale, fra 0 e 1, di ciascuna regola
(Att) N 0,14 0,10 0,11 0,09 0,04 presso quel determinato gruppo di parlanti, e valgono quindi come indici della
SNAltre probabilità di trovare quella determinata struttura in quella varietà (il valore globale del
strutt. 0,00 0,00 0,01 0,01 0,02 blocco di regole per ogni varietà è 1, quindi un blocco di regole costituito da una sola
regola corrisponderà ad una regola categorica)
5.4.3 – SCALE D’IMPLICAZIONE
Negli anni ’70 nella SL americana al modello delle regole variabili è stato contrapposto il modello delle scale d’implicazione; in
realtà i due modelli sono difficilmente contrapponibili, in quanto le scale d’implicazione non rappresentano variabili, bensì
rapporti tra variabili: il loro scopo non è quello di contare le occorrenze e vagliare le probabilità delle varianti in base a indici di
frequenza, ma è invece quello di scoprire eventuali implicazioni fra le variabili e fra le varianti che le realizzano la tecnica delle
scale d’implicazione (dette anche scalogrammi) è un procedimento approssimativo consistente nel partire da una certa
distribuzione di tratti e vedere se la scelta o attuazione di un determinato tratto implica la scelta o attuazione di uno o più altri
tratti: il risultato è la costruzione di una matrice a doppia entrata (tratti linguistici/parlanti o varietà di lingua) tale che un valore +
(o 1) in una casella dello schema abbia sopra di sé e a sinistra solo valori +, e dalla parte opposta valori – (o 0) abbiano sotto di sé e
a destra solo valori – T1 T2 T3 T4 T5
Nel libro sono presenti alcuni esempi di scale s’implicazione (tabella 19 di + + + + + V1
Mioni/Tumper pag. 157=descrizione comportamento della consonante nasale + + + + - V2
preconsonantica nell’italiano del Veneto centrale; tabella 20 pag.158=descrizione + + + - - V3
dell’acquisizione delle forme imperativali dell’italiano in nove apprendenti stranieri), + + - - - V4
ma nello schema qui di seguito riportiamo la forma ideale di una scala d’implicazione + - - - - V5
(T=tratti, V=varietà) - - - - - V6
La scala d’implicazione e l’ordine dei tratti sono riconosciuti a posteriori come il
risultato dell’esame dei dati: la difficoltà dell’indagine sta proprio nello scoprire se ci sono scale d’implicazione data una certa
distribuzione di trattiquando la scalabilità non è perfetta, cioè quando il valore di alcune caselle non rispetta la distribuzione
normale, la presenza di tali valori incongruenti non è tale da invalidare da sola la rilevanza della scala e si accetta infatti un margine
di errore del 10% un altro problema tecnico può risiedere nel fatto che una scala d’implicazione ammette solo tre delle quattro
combinazioni possibili tra + e – (++, + -, - - ma non - +): dunque, oltre che mettere ordine nella variabilità, la scala pone significative
restrizioni alla gamma di possibile variazione riducendo drasticamente il numero delle diverse variabili presentiinfine, un
ulteriore problema è costituito dai tratti non binari (a più valori invece che a due valori): in questo caso, oltre alle due uscite
categoriche + e – (rispettivamente 1 e 0) si aggiunge l’uscita variabile v (tabella 22 di Dittmar/Scholobinski pag.160), alla quale si
possono sostituire i valori effettivi di frequenza o probabilità che vanno da 0,1 a 0,9; questo problema si potrebbe teoricamente
risolvere arrotondando rispettivamente a 1 o 0 i valori di v)le scale d’implicazione sono applicabili a qualsiasi livello di analisi e,
pur trattandosi di un tipo di analisi molto più linguistica che sociale, nel tempo si sono rilevate adatte allo studio
dell’apprendimento delle seconde lingue
5.4.4 – ALTRI MODELLI (??? Da pag. 163 a pag. 168)

6 – LA DIFFERENZIAZIONE NEL REPERTORIO: APPUNTI DI SOCIOLOGIA DEL LINGUAGGIO


6.1 – “STATUS” E FUNZIONE DELLE LINGUE E VARIETA’ DI LINGUA