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Universale Economica PèltrinelH

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HERMANN BROCH LA MORTE DI VIRGILIO

Prefazione di Ladislao Mittner Traduzione di Aurelio Ciacchi

"Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto

di non poter uscire vivo, uno scrittore più che cinquantenne,

già favorevolmente noto al pubblico degli intenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver saputo creare ancora

il proprio capolavoro, fa il suo esame di coscienza: si scopre colpevole di essersi troppo occupato della propria età, del 'romanzo', cioè dello studio psicologico-sociale della propria generazione e della generazione precedente, trascurando

di ascoltare la voce più pura dell'anima, l"inno' che prorompe

da profondità non ancora esplorate; e si riconosce in Virgilio che

in

punto di morte credette di dover dare alle fiamme la sua

Eneide

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più esattamente, si prepara ad affrontare con raccolta, ferma

consapevolezza l'esperienza della morte, narrando a se stesso l'ultima giornata terrena di Virgilio. Il poeta romano, che pur aveva ascoltato, come il suo eroe, la voce della Sibilla, mancò secondo Broch alla propria missione, perché compose un poema politico invece del poema del mistico trasumanamento che era chiamato a comporre; perciò almeno la sua morte, come Broch immagina di doverla narrare, dovrà essere un capolavoro compiuto e definitivo, quel supremo rito di purificazione al cui ideale tutta la sua vita e tutta la sua opera poetica si sarebbero dovute conformare."

Ladislao Mittner

Viennese di orione ebraica, Hermann Broch (1886-1951), figlio di un industriale tessile, si occupò fino ai quarant'anni dell'azienda di famiglia. Nel 1928 tornò all'università per riprendere gli studi di matematica,

filosofia e psicologia. Visse nell'ambiente di Musil, Rilke, Kafka; frequentò

il Circolo di Vienna. Dopo aver pubblicato alcimi importanti romanzi filosofici,

nel 1937 lesse alla radio di Vienna un racconto, intitolato II ritorno di Virgilio. Nel 1938 le truppe hitleriane occuparono l'Austria e Broch, arrestato

e provvisoriamente rilasciato, fuggì a Londra e di qui negli Stati Uniti,

dove portò a termine La morte di Virgilio. Delle sue opere ricordiamo anche la trilogia I sonnambuli (Einaudi 1960).

In copertina: Publio Virgilio Marone in un mosaico conservato al Museo del Bardo di Tunisi.

euro 13,00

'SBN 978-88-07-81733-5

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HERMANN BROCH LA MORTE DI VIRGILIO

Prefazione di Ladislao Mittner Traduzione di Aurelio Ciacchi

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Titolo dell'opera originale DER TOD DES VIRGIL Gesammelte Werke, 3 Rhein-Verlag AG, Zùrich, 1958

Traduzione dal tedesco di AURELIO CIACCHI

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione nei "Narratori Feltrinelli" novembre 1962 Prima edizione nella "Biblioteca di Narratori Feltrinelli" aprile 1982 Prima edizione neir"Universale Economica" febbraio 2003 Terza edizione febbraio 2010

Stampa Nuovo Istituto Italiano d'Arti Grafiche - BG

ISBN 978-88-07-81733-5

www.feltrinellieditore.it Libri in uscita, interviste, reading, commenti e percorsi di lettura. Aggiornamenti quotidiani

razzismobruttastoria.net

Prefazione

Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è con- vinto di non poter uscire vivo, uno scrittore più che cin- quantenne, già favorevolmente noto al pubblico degli in- tenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver sa- puto creare ancora il proprio capolavoro, fa il suo esame di coscienza: si scopre colpevole di essersi troppo occupato della propria età, del " romanzo," cioè dello studio psico- logico-sociale della propria generazione e della generazione precedente, trascurando di ascoltare la voce più pura del- l'anima, V " inno " che prorompe da profondità non an- cora esplorate; e si riconosce in Virgilio che in punto di morte credette di dover dare die fiamme la sua Eneide o, più esattamente, si prepara ad afrontare con raccolta, fer- ma consapevolezza l'esperienza della morte, narrando a se stesso l'ultima giornata terrena di Virgilio. Il poeta ro- mano, che pur aveva ascoltato, come il suo eroe, la voce della Sibilla, mancò secondo Broch alla propria missione, perché compose un poema politico invece del poema del mistico trasumanamento che era chiamato a comporre; perciò almeno la sua morte, come Broch immagina di doverla narrare, dovrà essere un capolavoro compiuto e definitivo, quel supremo rito di purificazione al cui ideale tutta la sua vita e tutta la sua opera poetica si sarebbero dovute conformare. Se dobbiamo credere a testimonianze dei conoscenti e ad informazioni di seconda mano, Broch condusse a termine il suo romanzo, iniziato nella prigio-

nia, soltanto per debito di gratitudine verso i generosi ammiratori ed amici trovati in America} Per debito di gratitudine e soprattutto per uno spontaneo moto di uma- nità — per ottenere da Augusto la liberazione dei propri

schiavi — Virgilio rinunzia a distruggere il poema, seb- bene lo consideri opera fallita, e ne consegna il manoscritto all'imperatore; Broch distrusse invece il suo romanzo, , lo distrusse però non gettandolo nel fuoco, ma conducendolo

a termine. Il senso del romanzo è infatti la dimostrazione

della necessità di distruggere il romanzo vero e proprio, quel romanzo che è necessariamente narrazione realistica, onde attuare il " romanzo " della conquista di una supe- riore realtà ultraterrena e pur sempre terrena, quell'inno religioso ed insieme cosmico con cui l'anima rappresenta e crea ad un tempo, crea e ad un tempo distrugge, la realtà esteriore.

" Dopo Thomas Mann, Musil " si disse a ragione nel 1952, quando si riscoperse /'Uomo senza qualità; " dopo

Musil, Broch " si potè dire a più forte ragione, quando di

li a poco si riscoperse o si conobbe meglio Broch. Cronisti,

interpreti e ricostruttori dell'ultimo Ottocento e del primo

Novecento, e nello stesso tempo arditi sperimentatori di

tutte le possibilità insite nel moderno romanzo psicologico

e saggistico, Thomas Mann, Musil e Broch costituiscono

quasi un'ideale famiglia, degnissima d'inserirsi nella fa- miglia di Proust e Joyce, di Virginia Woolfe e di Aldous Huxley. Mann segui da vicino, da decennio a decennio, talora quasi da anno ad anno, la storia della sua età, dalla lenta e graduale dissoluzione della borghesia del secondo Ottocento ed in particolare del fin de siècle (I Budden- broock, 1901 e Le confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull pubblicate nel 1955, ma iniziate prima ancora del 1914) allo sfacelo dell'Europa dell'estetismo decaden- tistico negli anni immediatamente precedenti la prima

 

'

Il

romanzo, a cui Broch lavorò dal

1938

al

1941, usci

a Nuova

York

nel

1945

insieme

alla

traduzione

inglese.

guerra mondiale (La montagna dell'incanto, iniziata nel

1917 e pubblicata nel 1924), al primo dopoguerra fDisor-

dine e dolore precoce, 1926), alla seconda guerra fl l dot- tor Faustus, 1947) ed al secondo dopoguerra (nel quale

si svolge, a ben guardare, la storia di quella Ingannata

che finge di svolgersi negli anni dopo il 1918). Da cronaca,

il romanzo di Mann divenne sempre più sostanzialmente

romanzo del romanzo stesso, storia della composizione ideale ed anche materiale del romanzo. Nei Buddenbrook l'autore segue ancora con scrupolosa precisione cronologica

le vicende di una famiglia attraverso quattro generazioni;

nel Faustus la biografia di LeverkUhn (come parallela

alla biografìa di Zeitbloom) che redige la biografia di Le- verkUhn inserendovi episodi della vita di Nietzsche e fatti

di

cronaca realmente accaduti nel primo anteguerra; e nel-

lo

stesso tempo registra e commenta quasi giorno per gior-

no le vicende della seconda guerra già perduta per i tede-

schi; non per nulla il Faustus fu seguito da un volume di commento autobiografico, dal diario personale La genesi del dottor Faustus. Romanzo di un romanzo (1949) che

in vari suoi capitoli non è inferiore al romanzo stesso e

potrebbe esservi benissimo inserito come sua parte inte- grante. Musil affronta in pieno il problema della deca-

denza politica, morale e culturale, centrandolo nel breve periodo di pochi mesi, i mesi a cavaliere fra il 1913 ed

il 1914, e centrandolo in quella Vienna che era il punto

nevralgico della monarchia danubiana in crisi, come la monarchia danubiana era il punto neuralgico dell'Europa

in crisi. Vi è anche in Musil, come in Mann, una sostan-

ziale, appena velata identità, da una parte, fra il narratore ed il protagonista, dall'altra, fra il protagonista e l'epoca

in cui questi vive. Unità critico-lirica, unità in cui lo spi-

rito critico da una parte distrugge il lirismo, dall'altra si sforza di potenziarlo. "Anima e precisione," dice Musil; identità o intercommutabilità nietzschiana dell'arco e della lira, aveva detto Mann; intorno agli stessi anni A. Huxley fu definito " tanto intelligente da essere quasi umano," col che si poneva implicitamente quella discordia concors che

è

l'anima stessa del moderno romanzo introspettivo più

o

meno consapevolmente saggistico. Thomas Mann e Musil

tentano una suprema, proustiana, identificazione del pro- tagonista e del suo ambiente che è o dovrebbe essere nello stesso tempo l'identificazione del romanziere e del roman-

zo. Proust riesce a far rivivere il proprio passato, tutto il passato, l'unità intima del passato, collocando il suo tem- po perduto nella sfera magica del tempo ritrovato; Musil

si sforza di scoprire quell'irreperibile centro che era Vani-

ma del passato e nello stesso tempo l'anima del protago- nista. Se l'uomo senza qualità, Ulrico Anders, riuscisse a comporre in unità per mezzo dell' " Azione parallela " le forze culturali e politiche dell'Austria prossima al suo sfacelo, comporrebbe in unità anche la propria anima irri- mediabilmente scissa. Egli passa, come il protagonista della Montagna dell'incanto^ Hans Castorp, da uno sperimento

psicologico, morale o ideologico all'altro, finché il " colpo

di fulmine " previsto e pur inatteso, l'agosto 1914, tronca

bruscamente, e per sempre, gli sforzi chiarificatori e rico- struttori dell'uno e dell'altro. Non riuscendo a trovare un vero centro, Musil lascia precipitare nel vuoto, nel nulla

il suo sosia ed il suo mondo solo in parte ricostruiti, come

Mann fa sparire nel vortice della guerra il suo Castorp; ma dal nulla e dal caos il romanzo stesso si solleva, come romanzo del tempo perduto, con legittime pretese di esem- plarità, di eternità. Broch, terzo in ordine di partenza, è vicinissimo a Musil; austriaco anche lui, indagò la crisi della sua età soprattutto attraverso la propria esperienza personale della crisi che portò, prima che alla distruzione dell'Austria, al suo assorbimento da parte del nazismo. Ge- niali anticipatori, l'uno e l'altro non furono compresi dalla propria generazione o furono compresi soltanto da pochi; l'esattezza della loro inesorabile diagnosi paté essere ve- rificata soltanto dalla generazione successiva.

Broch ritorna in apparenza al procedimento cronachi- stico o pseudo-cronachistico del primo Mann. Vi è mezzo secolo di storia tedesca nel romanzo ciclico I sonnambuli (1928-31) che in tre romanzi apparentemente quasi stac-

cati trattano tre momenti successivi della storia tedesca,

il 1888, il 1903 ed il 1918: anni che rappresenterebbero il

romanticismo, l'anarchia e la (cosiddetta " nuova ") og- gettività? Broch che ama troppo le simmetrie simholico- geometriche, pone esattamente quindici anni fra la prima

e

la seconda età, fra questa e la terza. L'ultimo romanzo

di

Broch, Gli innocenti (1950), è quasi la continuazione

dei Sonnambuli, in quanto rappresenta la storia tedesca del primo anteguerra fino all'avvento del nazismo; anche questo romanzo si svolge in tre anni scelti con evidente preoccupazione della simmetria: il prologo nel 1913, il romanzo stesso nel 1923, l'epilogo nel 1933. Il tentatore

(iniziato sin dal 1934, pubblicato postumo nel 1953), riprendendo idealmente il filo degli Innocenti, studia il fascino funesto che Hitler esercitava sulla folla, narrando

la storia di un suggestionatore psicopatico che diventa

profeta e dittatore in un villaggio austriaco sperduto in mezzo ai monti, perché è capace di far risorgere nell'anima dei contadini gli oscuri miti ancestrali apparentemente di- menticati e pur sempre vivi ed operanti nella coscienza collettiva più profonda. La Morte di Virgilio sembra tra- scendere l'età in cui fu scritta; ma alla sua età essa appar- tiene per la condanna intransigente non solo di ogni op- pressione politica, ma anche della letteratura di propagan- da, e per l'appello rivolto alle forze più pure dell'anima individuale che sole possono salvare l'umanità in età tragi- che di trapasso, in età di " sfacelo di valori."

Ora ognuno di questi quattro romanzi ha una struttura completamente — e troppo volutamente — diversa. Sem- bra quasi che Broch, partendo dal romanzo sperimentale dell'ultimo Ottocento, abbia voluto studiare sperimental- mente non più la realtà da rappresentare, ma le possibilità insite nel romanzo medesimo, facendo coincidere la strut- tura del romanzo con la struttura dell'anima, individuale o

^ Per l'analisi di questo e degli altri romanzi di Broch mi sia lecito rimandare al mio saggio Hermann Broch e la mistica del sacrificio gra- tuito pubblicato nel volume La letteratura tedesca del Novecento, Einaudi, 1960.

collettiva che essa sia. Thomas Mann véhritzò molto abil- mente la psicologia del profondo nella sua letralo^ia bi- blica; Broch ne fa la sostanza insieme e la forma della sua opera. Giunti alla rappresentazione del caos della prima guerra, i Sonnambuli si svincolano dal procedimento crona- chistico; l'unità della narrazione si dissolve in una serie volutamente caotica di terrificanti scene illuminate al lam- po di magnesio, intramezzate da frammenti innodici, da

visioni apocalittiche, da confessioni liriche, ma anche da veri e propri saggi psicologici e sociologici; allo " sfacelo dei valori " corrisponde lo sfacelo intimo dei personaggi

e lo sfacelo della forma narrativa. Gli Innocenti, più che

un romanzo, sono un mosaico di novelle in parte indi- pendenti le une dalle altre; mosaico originalissimo, ma anche troppo consapevolmente costruito. Tre delle undici novelle furono composte fra il 1930 ed il 1934; una, la più originale. Costruito metodicamente, risale addirittura al 1917; e non si può osservare senza stupore la geniale

abilità con cui Broch riusci a chiudere ed a saldare orga- nicamente il suo ciclo con la parabola del convitato di pietra che fu concepita soltanto nel 1941 e che pure sem- bra creata insieme alle prime novelle. Nel Tentatore il romanzo e l'inno procedono quasi parallelamente e spesso

si fondono senza residuo; alla corruzione che il tentatore

compie in mezzo alla natura Broch contrappone ampi qua- dri della natura vergine delle Alpi, quadri maestosi ed inni cosmici ad un tempo. Rimane però in definitiva uno screzio quasi sempre insuperato fra due tendenze egual- mente forti in Broch: la minuziosa, lucida ed ostinata

analisi psicologica ed il fervido slancio dell'anima che anela

a trasfigurarsi in canto. In tale dualismo sono impliciti t

due principali difetti dell'arte di Broch.

Il primo è l'alternarsi — poeticamente arbitrario — del piano realistico e di quello mistico-simbolico. In Joyce l'agente commerciale Bloom, alias Viràg, è Ulisse, è anche Ulisse, ma l'autore fa coincidere con un originalissimo procedimento soprattutto linguistico i due piani del rac- conto, creando un senso di assoluta simultaneità. Anche

Broch cerca di scoprire i valori di eternità che vi sono nella realtà, in tutta la realtà, anche nella realtà quotidiana,

di

cui ama approfondire, alla maniera di Joyce, soprattut-

to

gli aspetti più banali e volgari. Il primo ed indubbia-

mente più originale di tali tentativi è il racconto Co-

struito metodicamente che si propone di ricostruire con uno sperimentalismo combinatorio quell'attimo mistico

di cui anche l'anima più gretta ed insensibile {la cavia,

nella fattispecie, è un insignificantissimo professore di matematica) è o dovrebbe essere capace almeno una vol-

ta nella sua vita. Il professore Zaccaria e la sua fidanza-

ta, che credono di doversi uccidere, poiché non soppor- tano la tortura dell'incapacità di comprendere la loro (ine-

sistente 0 quasi inesistente) anima, provano veramente,

in punto di morte, un attimo di ebrezza cosmica, in cui il

mistero più profondo della vita universale si manifestò loro in tutta la sua beatificante, illimitata pienezza? " Si, cosi era possibile questo mistero, cosi era costruibile o ricostruibile; ma avrebbe potuto essere anche diversamen- te." È probabile, anzi, che l'ebrezza del martirio, la quale

e per

giunta una eccezione " innaturale," si sia spontaneamente interrotta, " come si suol dire, nel momento opportuno." È probabile, in altre parole, che i due fidanzati, una volta

sdraiatisi sotto i cespugli del bosco solitario, si siano pos- seduti " nel modo più conforme alle goffe leggi della na- tura," per ritornare poi a casa, fidanzati felici, privi ormai

" negli uomini più comuni

costituisce

un'eccezione,"

di

complessi morali, col consueto treno della sera, prenden-

do

però eccezionalmente la prima classe. Cosi dunque an-

darono " realmente " le cose; ma andarono " veramente " cosi, soltanto cosi? Per Broch è indubbio che il momento

mistico, seppure subito rientrato, non è mancato del tutto;

un abisso divide, comunque, il professore Zaccaria da Vir-

gilio e dal medico condotto del Tentatore che sono veri eroi del sacrificio mistico. Come giungere dall'analisi scien- tifica del fatto mìstico alla sua rappresentazione imme- diata? È questo il difficile problema ed il pericoloso sco- glio di Broch, come di A. Huxley e di Musil. Broch vi

giunge soltanto con l'inno. E qui sì profila il sccnndn peri- colo che minaccia sempre l'arte brochiana. L'inno vero, l'inno che sappia dire l'indicibile, si attua in lui psico- logo assai più che poeta lirico — soltanto in rari momenti. Egli avverte spesso dolorosamente l'impossibilità di espri- mere ciò che trascende ogni parola umana; riesce ad ana- lizzare magistralmente gli attimi che precedono le grandi rivelazioni mistiche, ma fallisce poi quasi sempre nei troppo lunghi e faticosi capitoli lirici. Si può ammirare l'ampio respiro delle parti innodiche della Morte di Virgilio, in cui il periodare stesso sembra voler creare un senso di

infinito, allargandosi all'infinito nella sequenza di anafore, parallelismi, amplificazioni; ma tale estrema valorizzazione

di certi aspetti stilistici dei salmi dell'Antico Testamento

non crea una nuova e grande poesia. Questo pericolo insito nell'arte di Broch è permanente, ineliminabile, perché de- riva dal più profondo impulso dello scrittore che, teso sem- pre verso l'estremo sacrificio, anela a distruggere la realtà concreta e, con essa, la parola umana, la parola della poesia.

A parte queste due sostanziali riserve, Broch è roman- ziere di altissima classe, ammirevole per la fantasia fervida, multiforme e, si direbbe quasi, inesauribile con cui compone

la sua galleria di sonnambuli ed ossessi, figure che sono il

più spesso di sorprendente, concretissima corposità e pure si muovono ed agiscono come marionette, settanta per ef-

fetto di forze segrete destinate a restare tali. E qui, nella psicologia dei personaggi, assai più che nella troppo studia-

ta architettura narrativa, Broch riesce a far combaciare il

realismo documentario con un più profondo simbolismo mitico o mistico. I suoi personaggi più originali sono rigidi fantocci che si muovono a scatti meccanici, perché non sono vivi, perché sono morti nell'anima e si forzano di nascon- dere a sé questa loro verità. Ecco un signore correttamente vestito, la cui bombetta è " vera e propria continuazione della colonna vertebrale," un ufficiale che riesce a stare

in piedi soltanto perché " sorretto " dalla divisa, ferrea

corazza protettiva e strumento di tortura ad un tempo; una vedova che regge faticosamente sul corpo il segno della

propria rispettabilità, la piramide della crocchia sempre traballante. È una sfilata di sonnambuli che non vivono più 0 non vivono ancora, che non si sono destati ancora,

o non si sono più ridestati, alla vera vita, alla vita del-

l'anima; ed anelano, oscuramente o lucidamente, al sacri- ficio supremo, perché soltanto dal sacrificio potrà nascere

la loro vita vera. Suicidi sono ognuno a modo suo, real-

mente o in potenza, Bertrand ed Esch nei Sonnambuli, An-

drea e Hildegard negli Innocenti, Irmgard nel Tentatore.

È già un suicida, senza saperlo, chi è capace di uccidere il

prossimo; e suicida deve diventare chi vuole espiare le colpe

proprie o altrui: vero suicida, suicida consapevole. Questa

la nascosta morale dei personaggi di Broch, i quali intanto

sono tratteggiati il più spesso a linee sicure e vigorose, come figure terrestrissime, concepibili unicamente nella sfera di una compiuta terrestrità, e soltanto a grado a gra- do, e quasi con riluttanza, permettono al lettore di pene- trare nella loro anima che esse medesime non conoscono 0 non vogliono conoscere veramente. Si scopre cosi lenta- mente, e spesso faticosamente, che tutti i romanzi di Broch hanno la stessa struttura fondamentale. Il loro schema- base non è l'irresolubilità degli opposti e l'equilibrio fra gli opposti, come in Thomas Mann, né la ricerca del centro irreperibile, come in Musil, bensì la via mistica nelle sue tre tappe tradizionali, immutabili: discesa, ascesa e sacri- ficio, sacrificio transumanante, il cui premio è l'insediarsi, sia pure soltanto momentaneo, dell'anima. Questo sche- ma è attuato nella maniera più scoperta, e del resto anche più consequenziale, nella Morte di Virgilio.

Giunti a questo romanzo, che ci sembra portare tanto lontano dalla nostra età, dobbiamo premettere anzitutto che esso non è il romanzo di un'evasione in un'antichità scrupolosamente ricostruita e conseguentemente mitizzata, come ad esempio Salambò. Broch non si è mai sottratto ai dovéri che la vita sociale ed il momento politico gli im- ponevano; prima di rappresentare da artista la crisi, la visse molto concretamente e la combatté attivamente, parteci-

pando a varie esperienze sociali, dàlie quali fu indotto ad occuparsi dello studio della sociologia. Nato a Vienna nel 1886, Broch lavorò fino al 1927 in un importante trust

tessile austriaca che dipendeva da suo padre;

dell'industria

svolse in particolare attività molto proficua come giudice conciliatore nella sezione del tribunde che si occupava del- le vertenze industriali ed anche come membro di un uffi-

cio statale per combattere la disoccupazione. Uscito dal- l'azienda paterna, studiò all'università matematica, filoso-

fia e psicologia; più tardi si orientò sempre più decisa-

mente verso l'antropologia e la sociologia che — unite —

gli permettevano di affrontare i problemi più ardui ed

affascinanti della disciplina che in fondo più delle altre lo appassionava: la psicologia delle masse. Dal 1928 in poi visse soltanto come scrittore; pubblicò il suo primo ro- manzo a 45 anni. Non fu certo un esteta affetto di narci- sismo, né uno scienziato avulso dalla vita. " Chi lo incon- trava," scrive E. Kahler, " per le vie della metropoli, men- tre, carico di pesanti cartelle, correva da. un autobus alla metropolitana, da un amico ad un altro amico, ora per fare una raccomandazione, ora per portare una parola di con- forto; chi lo visitava a casa, durante una pausa del suo lavoro quotidiano di diciotto ore, svolto di giorno e di notte, in mezzo alla sua sterminata corrispondenza sempre scrupolosamente sbrigata, poteva percepire, dietro alla sua seria ed intensa attenzione, come un alito che giungesse dagli abissi della sua anima, ma anche la consolazione e la felicità che gli dava la sua fraterna partecipazione al destino di tanti uomini." Ebreo, fu arrestato nel 1938 dalla Gestapo, ma riusci ad ottenere nello stesso anno lo scarceramento per interessamento di vari influenti amici stranieri, fra cui Joyce. In America ottenne diversi premi, fra l'altro uno della fondazione Rockefeller per un saggio sulla psicologia delle masse; ebbe un posto di ricercatore all'università di Vrinceton e dal 1950 al 1951, anno della

sua

morte, fu professore di letteratura tedesca all'università

di

Yale.

La grande revisione delle scienze teoriche e sperimentali

progettata da Broch si fonda su una teoria trascendentale

dei valori che sembra derivare soprattutto da Fiatone, ma

può essere forse più propriamente definita cristiana. Vi è

un valore supremo, assoluto, che non è terreno e conferisce

" valore," cioè senso, all'azione dell'uomo entro una ge-

rarchia ben ordinata di valori. Tale principio gerarchico dei valori Broch lo vede attuato concretamente nell'ordina-

mento religioso, politico e sociale del Medioevo; è indub- bio che la sua predilezione per la rigorosa unità — anche stilistica — creata dall'otòo medioevale è influenzata dal romanticismo, ed in particolare dal saggio di Novalis Eu- ropa ovvero il Cristianesimo. Conviene inserire qui che

Broch passò dall'ebraismo al cristianesimo e del cristiane- simo si fece ideale annunciatore nella Morte di Virgilio; la sua ultima opera, gli Innocenti, rappresenta però un evi- dente ritorno alle tradizioni giudaiche, in particolare, del chassidismo? L'ideale dell'otào medioevale era stato, co- munque, evocato da Broch soprattutto per, opposizione al disordine moderno, definito Wertzerfall, crollo o sfacelo

di valori. Il pensiero, scioltosi dal vincolo teologico o,

comunque, da ogni principio trascendente, trova di fronte

a sé il vuoto, si trova anzi, inconsapevolmente o semicon-

sapevolmente, immerso nel vuoto e vive quindi in com- pleta indifferenza di fronte al problema del valore della propria umanità: il WertzerfaU genera il Wertvakuum.

Il senso del valore può sorgere soltanto se all'idea del va- lore si contrappone l'idea del non-valore; ora la morte è

ciò che può essere definito soltanto come il non-valore in

sé. L'uomo moderno non pensa più alla morte, dal che deriva anche la sua incapacità di comprendere il proprio vero rapporto con gli altri uomini. " Egli non sa più nulla del proprio fratello Abele," può diventare assassino del prossimo e di sé, anzi è sempre un virtuale assassino, per- ché è incapace di conferire un senso alla vita altrui ed alla propria. Da tale vuoto di valori emerge d'improvviso,

'

Per

l'esatta

caronologia

delle

opere

si

veda

il

nostro

saggio

già

citato, p. 334; per il ritorno finale al chassidismo le pp. 341-42.

sema che ce n'accorgiamo subito, il mostro: l'uomo che non conferisce valore a nulla, può uccidere senza alcuna

esitazione, anzi quasi senza accorgersene, il prossimo, tutti

i prossimi; egli è infatti potenziale assassino di tutta l'u-

manità, perché ha perduto il principio dell'umano. Il vuoto moderno è rappresentato da Broch come stato crepusco- lare della coscienza, stato suhumano in cui l'incosciente collettivo scoperto da Jung domina sulle forze dell'indi- viduo. Quasi tutti i titoli dei romanzi di Broch indicano in un modo o nell'altro tale stato crepuscolare: I son- nambuli, L'incantesimo (titolo primitivo del " romanzo della montagna " che ebbe poi dall'editore il titolo II ten- tatore), Gli innocenti (in cui tutti sono colpevoli ed in- nocenti ad un tempo, perché tutti vivono in uno stato d'incoscienza e d'irresponsabilità morale generata dall'o- scurità del " vuoto di valori " che è soltanto a tratti e in parte illuminata da sprazzi di vigile consapevolezza).

La storia della crisi moderna è per l'austriaco Broch soprattutto storia della crisi dell'Austria.^ (" Intorno al 1880 a Vienna non si pensò più alla morte.") Il vuoto morale era intimamente collegato col vuoto politico: l'im- peratore non rappresentava il popolo, né la borghesia e neppure l'aristocrazia, come il re d'Inghilterra: rappre- sentava soltanto se stesso, rappresentava il principio mo- narchico scisso da ogni vera realtà della monarchia danu- biana; viveva quindi, alienandosi sempre più dal mondo nuovo, in un isolamento completo, ben più radicale di

quello del Vaticano, viveva nel " vuoto di valori. " Intorno

a lui si svolgeva intanto l' " allegra apocalisse " di Vienna,

capitale europea, secondo Broch, del Kitsch, di quell'abile imitazione hanalizzatrice dell'arte che è una pseudo-arte priva di ogni vero valore. Vienna è per Broch la capitale del decorativismo eclettico di Makart, capitale soprattutto dell'operetta nel cui assoluto " vuoto di valori " i gran- duchi possono comportarsi impunemente come fiaccherai

 

'

Si veda

in

particolare

il notevolissimo

saggio Hofmanmthal

und

seine

Zeit.

ed i fiaccherai come granduchi. Ora i produttori del Kitsch sono per Broch semplici e puri delinquenti e nella cate- goria del Kitsch egli pone anche l'arte per l'arte. Bai prin- cipio dell'arte per l'arte non vi è che un passo al principio " gli afari sono affari," con cui si giustificano le imprese economiche più immorali, ed al principio " la guerra è guerra," che giustifica l'assassinio in massa degli inermi. L'estetismo amoralistico di Nerone preannunzia l'attivismo (sempre estetizzante) di Hitler.^ La psicologia delle masse reinterpretata con l'ausilio dell'inconscio collettivo è invo- cata da Broch come rimedio alle suggestioni pseudoesteti- che ed immorali che nascono dal vuoto di valori quasi per partenogenesi e si diffondono con spaventosa rapidità. Acu- to analizzatore degli stili, Broch (in alcuni capitoli teorici inseriti nell'ultima parte dei Sonnambuli) contrappone al gotico ed al barocco, che fu l'tdtimo vero stile europeo, quella carenza di omogeneità stilistica che si manifesta nel- l'eclettismo del fin de siècle e quelVesplìcito e program- matico ripudio del principio stesso di stile che caratteriz- za l'architettura funzionale. Senonché a questo punto, con- statata l'identificazione hrochiana del funzionalismo arti- stico e del male radicale, il critico non può non rilevare che Broch stesso, analizzatore di tutti i mali della sua epoca, è figlio legittimo della sua epoca. Pur condannando con tanta durezza ogni forma del moderno sfacelo di valori, egli non sembra aver compreso che di una specie di sfa- celo di valori è indice anche la sua mistica che, pur re- stando profondamente ancorata nelle sue origini chassi- diche, si sforza di attuare una grande conciliazione di tutte le cifre simboliche dell'anima di tutti i tempi: dalla ca- verna di platonica memoria all'architettura gotica, dalla " via " del tao alla psicologia del profondo. " Creare una forma e quindi porre un valore umano significa ottenere una posizione di equilibrio " e tale posizione ci dà " l'illu- sione di aver abolito il tempo e la morte. " ^ Senonché la

' im

Das Bose

Wertsystem

der

Kunst.

' zum Problem

Gedanken

der Erkenntnis

in der

Musik.

sempre rinnovata ricerca brochiana di forme strutturali e stilistiche inedite — ricerca in cui consiste una delle at- trattive principali dei suoi romanzi — non rivela di per sé una mancanza di forma o di stile, la mancanza quindi di un vero e saldo centro psichico? Ché Broch non tanto

crea forme organiche nuove, quanto alterna e combina variamente — con un procedimento spesso meccanico — le forme del passato. La sua mistica del sacrificio gratuito deriva da una fede senza dubbio saldissima che non cono-

sce però né il proprio oggetto né la propria via; e la troppo

compiaciuta multiformità dei simboli e delle strutture non riesce a creare l'immediata evidenza dell'ineffabilità divi- na. Il Deus absconditus dev'essere però affermato anche

in età che non hanno più la forza di credere in Lui, perché

hanno conosciuto troppo dolorosamente la Sua inavvici- nabilità e Lo conoscono soltanto nella Sua inavvicinabi- lità. A motto della mistica e dell'arte brochiana potrebbero essere posti i seguenti versi, fra i pochi veramente belli:

Ma a Me non si rivolga nessuna prece; Io non l'odo. Sii devoto per amor Mio, anche se senza adito verso di Me; sia questo il tuo decoro, l'orgogliosa umiltà che di te fa un uomo. Ed ecco, vedi: questo è sufficiente.

Queste parole messe in bocca a Jahvé hanno il tono fermo, potente e trionfale dei salmi; ma non potrebbero essere

forse anche parole dell'inavvicinabile angelo rilkiano? Allo sfacelo dei valori Broch contrappone, fondendo i più vari procedimenti offerti dalla logica, dalla psicologia e dalla fisica, l'esigenza di una nuova " conoscenza universale " che dev'essere però tutta empirica, dev'essere cioè una teoria di ogni possibile conoscenza, che anticipi " in forma

di similitudine tutte le conoscenze del futuro." Da tale

conoscenza universale deve nascere la concreta simulta- neità che annulla il tempo e, con ciò, annulla la morte. La distruzione del tempo può essere compiuta con la Io-

gìca 0 col mito: " questa distruzione è lo spazio." Prescin- dendo dalla funzionalità mistica dello spazio, limitiamoci ad osservare la sua funzionalità logica. Lo spazio è dato all'uomo immediatamente, in quanto esso è contenuto nel " nocciolo gnoseologico " dell'io. Tale nocciolo si con- trappone infatti al fluire del tempo, e prova che l'uomo è destinato a vivere neWassoluto dello spazio; affermazione che Broch si studia di dimostrare con vari procedimenti scientifici. Il linguaggio stesso pone l'assolutezza dello spa- zio (il soggetto ed il predicato sono uniti in ogni proposi- zione da un necessario legame di simultaneità) ; la musica che sembra l'arte più legata al tempo, in realtà trasforma il tempo in spazio (in quanto costruisce un'architettura so- nora che " accresce," come dice Rilke, lo spazio illimitato). Mossosi verso la scoperta di un valore trascendentale, Broch scopre un valore assoluto terrestre, il nocciolo conoscitivo dell'uomo che è " la sorgente terrestre di ogni possibile conoscenza." Ciò non significa per lui che l'uomo, cast come è nei suoi caratteri psicologici, sia divenuto la mi- sura di tutte le cose; significa che egli è sorgente dell'as- soluto, in quanto è soggetto gnoseologico, portatore di atti conoscitivi. Le ricerche di Broch sui rapporti fra la matematica e la fisica tendono a scoprire l'origine dell'as- soluto in un " assoluto terrestre " che tende verso la tra- scendenza platonica, ma nasce con spontanea necessità dalle " esigenze della conoscenza concreta che sono date concretamente nella realtà terrestre dell'uomo. " Alcune dì queste idee ' sono riprese e versate negli oscuri inni della seconda parte del Virgilio; oltre alla " scienza che ora non sa " vi è nell'uomo una " divina pre-scienza," la quale " non sa, poiché domanda e deve domandare " e pure " sa, poiché precede ogni domanda " (p. 98); il " vero accre- scimento," l'accrescimento del sapere dell'uomo che com- prende, si sviluppa non limitato dalla durata e libero da ogni ripetizione nel tempo, sicché trasforma il tempo in

Idee

VSber syntaktische

'

espresse

specialmente

unì

kognitive

negli

Einheiten.

studi

Ver

Zerfall

der

Werte

e

atemporalità. La memoria stessa diventa con ciò spazio; Virgilio, poco prima di morire, contrapporrà alla realtà del ricordo lo " spazio del non-ricordo " accogliendo in sé regioni sempre più ampie dello " spazio del ricordo," ep- pure resterà sempre in questo spazio del ricordo: " Anzi, i due spazi si unirono sempre più intimamente in un se- condo spazio del ricordo posto entro il primo, in uno spa- zio di più alta trasparenza della memoria." Abbiamo rife- rito brevemente queste idee ed intuizioni, anche perché esse rispecchiano fedelmente il procedimento artistico se- guito da Broch specialmente nel Virgilio. Egli non ci offre un'analisi del tempo come Thomas Mann e Joyce, ma col- loca tutta la realtà del suo mondo in un rapporto di si- multaneità, operando arditi tagli trasversali e longitudi- nali, sfruttando al massim.o le proposizioni nominali che, con un procedimento analogo a quello della musica poli- fonica, gli permettono di porre uno accanto all'altro vari filoni paralleli che non tanto si snodano nel tempo, quanto coesistono nello spazio. Di qui le due caratteristiche prin- cipali delle sue pagine liriche più felici: la trasparenza dello spazio e l'immobilità nello spazio. Trasparenza che ,è anzitutto linguistica. Mentre Joyce reinterpreta il lin- guaggio conglobando nella parola singola i più vari signi- ficati possibili ed unendo con un sempre diverso procedi- mento riplasmatore i vocaboli dei più vari gerghi e lin- guaggi, Broch rispetta sempre il valore tradizionale delle parole e ad ogni parola dà un solo, univoco significato, salvo ad unire le parole in arditi e spesso assai astrusi composti nominali che hanno l'evidente funzione di sosti- tuire al flusso della proposizione l'immobilità del sostan- tivo. La stessa trasparenza ed immobilità vi è nel tipico paesaggio brochiano che acquista valore dalla propria ter- sezza e dà un senso d'incantata e grave immobilità. Poiché tale tersezza brochiana culmina appunto nella Morte di Vir- gilio, inseriamo qui almeno una delle più riuscite liriche di Broch, una poesia che s'ispira, essa pure, all'ideale Pae- saggio di Virgilio. È la poesia intitolata Paesaggio Vir- gi iano (1945):

Poiché austera è la linea della verità. Non credere alla [letizia.

A sera impallidiscono i colori del paesaggio, anche i più [lieti,

ed esso mostra i suoi contorni austeri, quando l'ulivo che incupisce si erge di fronte al grigio [crepuscolo del cielo,

avvolto in immobilità.

Immobile e non mai mosso è quanto è vero;

le vele delle barche dei pescatori, là fuori,

brune e nere, triangoli accanto a triangoli, si rispecchiano appena nei flutti placati, nei flutti dell'anima e non oscilla la bilancia della verità. O, ciò che è stato, come cala a sera, presagio di ciò che è eterno. Ed ecco la pietra diventa cristallo, ma l'opera umana grave [riposa

e

si fa vera

durata.

Né meno importante per cogliere la sostanza poetica della Morte di Virgilio è il procedimento di " positivismo logico " che porta Broch alla già ricordata scoperta del " nocciolo gnoseologico " dell'uomo e dell'assoluto terre- stre. Secondo questa concezione, difiicilmente conciliabile con Platone e con la teologia cristiana, l'assoluto sboccia dalla condizione terrena di ogni vita e da essa si sviluppa oggettivamente. A meglio guardare, l'assoluto di Broch non s'incarna cristianamente nel Verbo, ma l'uomo stesso si fa Verbo animando e riplasmando per proprio conto la materia. Mosso dalla fede nella potenza demiurgica del- l'uomo soggetto conoscitivo, Broch è un creazionista per

il suo intenso amore della vita non disgiunto da una cu- riosità scientifica sostanzialmente blasfema. Nell'ultima par- te del Virgilio il poeta romano in punto di morte riper- corre non soltanto la propria esistenza terrena, ma anche

— in ordine inverso — i sei giorni della creazione: la co-

noscenza, poi la personalità individuale, infine l'uomo stes-

so si dissolvono nella sfera animale, vegetale e minerale

per perdersi alla fine nell'ambito del " cosmico-materiale." La scienza e in particolare la psicoanalisi dovrebbero di- ventare qui puro misticismo, l'Ich dovrebbe trascendere sé, sfociando nell'Es, sfociando anzi in uno strato più prò- fondo dell'Es, innestandosi nelle sue sorgenti cosmiche. Nell'ultimo capoverso il processo di dissoluzione e di sem- plificazione dovrebbe arrestarsi ed invertirsi: " Allora gli

fu permesso di voltarsi, gli giunse l'ordine di voltarsi, al-

Il Nulla riempi il vuoto e divenne

Tutto." Si leggono con meraviglia e spesso col fiato sospeso alcune delle lunghe pagine del " descensus " di Virgilio; non si può certo affermare che il " descensus " sia stato realizzato poeticamente. Anche Novalis avrebbe voluto tra- sformare il suo Ofterdingen in animale e pietra per farlo ridiventare uomo, uomo cosmico; ma era lontano dal ri- solvere il problema tecnico-stilistico della rappresentazio- ne di tali metamorfosi. Goethe si avvicinò alla stessa mèta nel secondo atto della seconda parte del Faust, in cui il mago ed Homunculus, attraversando la Grecia mitica e preistorica, ripercorrono a rovescio l'evoluzione organica dell'uomo alle forme di vita più mostruose e più elementari. Broch evoca e nomina le più diverse forme di vita, le evoca inserendole in un amplissimo inno: ma se possiede il senso della labilità delle forme, non possiede il senso delle sfu- mature psicologiche. Il suo tono solenne, sospeso ed im- mobile stacca ogni cosa da ogni altra cosa e raramente stabilisce un vero contatto fra le cose e l'anima. Manca insomma quell'intima fusione delle più diverse forme di vita che fa del capitolo più denso e ricco J^W'Ulysses — la scena del postribolo — una vera e propria apocalisse alle- gra e sinistra ad un tempo, in cui le più diverse esperienze reali e virtuali del protagonista e di tutti gli altri uomini, le esperienze e le possibilità dell'uomo in sé, si fondono in modo veramente compiuto in un solo spaventoso delirio personale e transpersonale. Qui vi è veramente la brochiana " conoscenza universale " che in Broch stesso rimane po- stulato teorico.

lora fu

voltato

(

).

Fallimento, dunque? Il vero e grande Broch non è

l'aspirante demiurgo, ma l'uomo che, conscio del proprio valore e della propria responsabilità, si sente moralmente obbligato ad aiutare il prossimo. Quest'obbligo è per Broch categorico: " Lo scopo dell'istanza etica è nell'assoluto e

nell'infinito," il che per lui implica fra l'altro che l'obbligo

" infinito

"

del

reciproco

aiuto

è inesauribile

e

dev'essere

assunto a scopo unico, più che principale, dell'esistenza

tera. Significativa è a tal riguardo la figura del medico nel Virgilio; più significativo il fatto che nel romanzo succes-

sivo, nel Tentatore, il protagonista stesso è medico e che negli Innocenti il convitato di pietra si rivela un mitico chassid, che percorre, austero e dolce, la terra, compiendo miracoli, compiendo cioè opere di bene. Questo mago del- l'amore attivo, e non il mago demiurgo che Virgilio sta per diventare in punto di morte, rappresenta il vero culmine del travaglio speculativo e poetico di Broch.

in-

Da uno schizzo radiofonico improvvisato nel 1936 sul tema, scelto apparentemente a caso, della morte di Virgi- lio, Broch ricavò, dopo le esperienze della prigionia, il motivo principale del suo ampio romanzo. Il quale non è altro che un solo grande dialogo interno, svolto nella for- ma della terza persona che permette all'autore di attuare innumerevoli passaggi dall'Er all'Es, senza i bruschi strap- pi che sono inevitabili nel passaggio dall'Ich all'Es. L'am- bizione brochiana di gareggiare con Joyce è evidente: il Virgilio si svolge esattamente in 18 ore, quasi come /'Ulys- ses, che si svolge in 16 ore. ("16 ore in 1200 pagine," constata con ammirazione Broch. " Più di una pagina per ogni minuto, quasi una riga per ogni secondo! ") Ma con Joyce l'epos moderno era concepibile soltanto nella forma parodistica, come disperato divertimento apocalittico con- sistente nella fusione dei più vari piani, narrativi; il piano omerico, che egli pur teneva sempre presente, resta un sottinteso; i titoli mitici dei singoli capitoli, comunicati soltanto agli amici, non dovevano comparire nell'edizione a stampa; i significati transpersonali e quelli atemporali ci sono dunque, ma traspariscono appena e vogliono essere

intuiti più di quel che non possano essere compresi. Broch non si diverte mai come Joyce, ma resta sempre serio, molto serio; non solo è pieno di significati, ma prende molto sul serio i significati e li mette ben in risalto, donde

quel suo stile fra ermetico ed ieratico, quella sua incantata, ma troppo insistita aura di staticità. Il suo consapevole sforzo costruttivo è evidente ed è stato del resto analiz- zato da lui stesso.^ Egli si oppone al caos stilistico della sua età che è conseguenza del moderno sfacelo dei valori, prescrivendosi un particolare rigore di stile; in realtà, più che cercare un nuovo stile, ordina secondo un piano pre- stabilito vari stili e non riesce ad evitare sempre un senso

di eterogeneità e di compositezza. " Sinfonia in quattro

tempi " ben distinti, che sono per giunta contrassegnati con i nomi dei quattro elementi, il romanzo, pur tanto ar- ditamente innovatore, appartiene per più di un verso al passato, all'ideale passato austriaco: fa pensare per il suo troppo complesso e troppo elaborato tessuto simbolistico- allusivo ed anche per la sua eccessiva ampiezza alle masto- dontiche sinfonie di Bruckner e di Mahler infarcite a bella posta dei più eterogenei significati e ricordi. " Morte e trasfigurazione," naturalismo cioè e simbolismo anche in questo romanzo, come nel poema sinfonico di Ricardo

Strauss che può essere assunto ad espressione paradigmatica del " mondo di ieri " per lo sforzo di scrutare naturalisti- camente la propria decadenza indivisibile dall'opposto sfor-

zo di sublimare la decadenza. estatiche visioni trasfigu-

ratrici. Ma Broch, se pure è attratto dalla tradizione del

passato, interpreta il binomio " morte e trasfigurazione "

in moderna chiave junghiana. Due scene realistiche ed

anche naturalistiche si alternano nel romanzo con due sce-

ne surrealistiche o subrealistiche: il porto di Brindisi e la

plebaglia avvinazzata visti di notte da un moribondo, i sogni e le fantasie del poeta febbricitante semiassopito; i colloqui, l'indomani, con gli amici, col medico e con Cesare Augusto; l'agonia infine, lo spegnersi della fiamma

'

Bemerkungen

zum

Tod

des. Vergii,

in Essays,

voi.

II.

vitale e la rivelazione dell'ineffabile. La rappresentazione della realtà concreta è naturalistica talora oltre al limite del sopportabile; ma naturalistico è a tratti anche il piano mitico-simbolico, quando il moribondo, prima di sprofon- darsi nel grande Tutto, è travolto dall'irruzione delle forme più strane e mostruose della vita animale primitiva e poi ancora dalle forme di vita più elementari: forme che sem- brano osservate sotto il microscopio e che pure sono tipiche delle mitologie preumane, teriomorfe. Il soggetto del romanzo permette finalmente a Broch dì alternare i due opposti piani ed anche di fonderli con piena verità; ma specialmente il secondo, lunghissimo " tempo," che narra l'ultima notte di Virgilio, impone al lettore una fatica eccessiva ed in complesso non abbastanza rimune- rata, nonostante l'ammirevole varietà ed il sapientissimo intreccio dei temi e dei toni. Più di questi significati e pro- cedimenti ci interessano singole spontanee e concrete rea- lizzazioni artistiche: lo scenario magico della nave che al- l'inizio entra nel porto di Brindisi al calare della sera, che ne rende nitide e ben rilevate le linee, nell'ultima parte diventa quasi la barca di Caronte; la stanza del moribondo sulla tolda della nave assurge a centro di tutto il mondo antico, per rappresentare poi il punto metafìsico in cui s'intersecano l'umana pietas e la brutale realtà. Le scene più felici, di una misteriosa, incantevole ariosità, sono quelle in cui Virgilio rivive con struggente malinconia le illusioni e delusioni della sua esistenza, e prova un con- forto inspiegabile contemplando un contadinello scono- sciuto che lo segue con amorosa devozione, indovina su- bito ogni suo desiderio e non sembra voler mai abban- donarlo. È Virgilio bambino che si ripresenta a Virgilio moribondo? è un dio infero che si accinge ad accompa- gnarlo, che già lo sta accompagnando verso il periglioso varco? ' Tratti di mite, bonario realismo e significati mi- steriosi vagamente adombrati si conciliano perfettamente

'

In

questa

originale

variazione

del

tipo

junghiano

del

" divino

fanciullo " si

vedano

le

pp.

113-132

del

volume

citato

nella

nota

2.

nel ragazzo Lisania che è una delle creature più compiuta- mente gentili ed umane uscite dalla fantasia di Broch. Al lato opposto vi è la plebe ubbriacata dai favorì dell'imperatore, desiderosa di prostrarsi davanti a lui, de- siderosa però nello stesso tempo di trarlo in basso, nel fango, perché nell'imperatore ogni suddito dall'anima ser- vile crede di dover riconoscere se stesso con i propri più bassi, più bestiali istinti. È questo in concreto l'inconscio collettivo, la massa che non ha una propria anima ed è perciò aperta a tutte le suggestioni, è destinata a diventare vittima del primo uomo brutale che sappia dominarla. Questa massa rappresenta dunque tutta la realtà dell'im- pero per la cui glorificazione Virgilio aveva composto l'E- neide? I selvaggi heil della folla riecheggiano sinistramente nell'anima di Virgilio: ben diverso Heil, ben diversa sal- vazione e redenzione avrebbe dovuto predicare e attuare il suo poema. Bove aveva sbagliato Enea, dove il suo can- tore? Orfeo non aveva ottenuto l'agognato premio, seb- bene fosse guidato dal " ricordo amoroso," quando scese nei regni dell'oltretomba; evidentemente Enea non pos- sedeva neppure tale guida amorosa: non giunse neppure alle prime profondità dell'Averno, era lontanissimo dal- l'aver intraveduto i Padri legislatori e non sospettava nem- meno l'esistenza del regno più profondo del Nulla che crea

" il mondo, il ricordo e la salvazione." Questi temi intuiti da Virgilio nel lucido delirio notturno riaffiorano inces- santemente nel colloquio fra il poeta e l'imperatore. Col-

loquio denso, seppure spesso apparentemente svagato, in cui sono riproposti e discussi i più alti problemi della poli- tica, dell'arte, della religione. La Morte di Virgilio in que- sta parte si avvicina a quel tipo di romanzo in cut eccelle Thornton Wilder, specialmente in The Ides of Marche salvo che Broch, " creazionista " anche in ciò, tende a conglobare in un solo dialogo idealmente ininterrotto i vari dialoghi sostenuti da Virgilio e per giunta li fonde col nascosto dialogo che si svolge nell'anima di Virgilio fra una battuta

e l'altra dei dialoghi reali. Ver Augusto, consapevole ed

ostinato realista, non privo d'intima nobiltà, la somma

realtà è lo stato; e l'arte ha il compito di esaltare lo stato che assicura pace e benessere a tutti i cittadini. Virgilio deve invece confessargli di aver mentito esaltando uno stato la cui potenza è illusoria di fronte a quella del Regno dello Spirito di là da venire; egli cita con ciò davanti al tribunale della realtà non solo l'operato di Augusto, ma anche l'opera d'arte. Se alla fine, sopraffatto da mortale stanchezza, si lascia strappare dall'inesorabile imperatore il permesso della pubblicazione deWErieìàc, lo fa per un moto di affetto verso un uomo di cui conosce il valore ed i limiti; ma lo fa anche e soprattutto per ottenere una con- tropartita: la promessa che i suoi schiavi di Andes saranno liberati. Egli che aveva finora soltanto poetato, potrà, sep- pure soltanto dopo la morte, agire, compiere un'opera di umana carità. Intanto, nel delirio, l'immagine dello schia- vo — presente nella stanza si confonde con quella di Lisania —; si preannunzia nel torpido travaglio crepusco- lare dell'anima un'alba radiosa. Alba cristiana: lo spirito

di sacrifìcio e di carità distruggono ogni parete divisoria

fra lo schiavo ed il padrone. È questa l'ultima parola di Broch? Alla morale cristiana adombrata nella Morte di

Virgilio l'autore sovrapporrà negli Innocenti, come abbia- mo detto, una morale specificamente ebraica; a parte ciò, già nel Virgilio lo sforzo di conquista morale si dissolve

in uno sforzo di conquista cosmica. Qual è lo scopo, quale

il premio del sacrificio? Broch non lo dice e forse non lo sa. Sa soltanto che il sacrificio, per essere perfetto, deve essere gratuito, Certo ci sembra che Broch, come Musil e Huxley, si è nutrito di troppa scienza, è troppo appassio- nato ed ostinato sperimentatore di tutti i segreti della psiche. Conosce, per esperienze interposte e certo anche per diretta esperienza personale, il fatto mistico, ma l'ha troppo studiato in tutte le sue concrete manifestazioni sto- riche per avere una fede vera, univoca. Figlio esemplare — senza che lo riconosca e lo sappia — dell'età dello sfacelo dei valori, Broch è sospeso fra lo studio scientifico dei

valori della psiche e lo sforzo, talora veramente titanico, di fondere tutti i valori in una sola, sufìreinu rappresenta- zione del Tutto; e fra queste due estreme possibilità oscilla con un moto di spesso paurosa rapidità e violenza.

Ladislao Mittner

Guida bibliografica

Opere di Hermann

Broch

Kommentierte Werkausgabe. Herausgegeben von Paul Michael Lùtzeler, Francoforte s-M 1974-1981

Band 1 Die Schlafwandler. Etne Romantrilogie (1978) Band 2 Die unbekannte Grdjie, Roman (1979) Band 3 Die Verzauberung, Roman (1976) Band 4 Der Tod des Vergil, Roman (1975) Band 5 Die Schuldlosen. Roman in elf Erzàhlungen (1974) Band 6 Novellen, Prosa, Fragmente (1980) Band 7 Dramen (1979) Band 8 Gedichte (1980) Band 9/1 Schriften zur Literatur: Kritik (1975) Band 9/2 Schriften zur Literatur: Theorie (1975) Band 10/1 Philosophische Schriften: Kritik (1977) Band 10/2 Philosophische Schriften: Theorie (1977) Band 11 Politische Schriften (1978) Band 12 Massenpsychologie (1979) Band 13/1 Briefe 1-3 (1913-1938). Dokumente und Kommentare zu Leben und Werk

(1981)

opere tradotte in italiano

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La

morte di

Virgilio

fato profugus

VIRGILIO:

AENEIS

1,

2

Da iungere dextram, da, genitor, teque amplexu ne substrahe nostro. Sic memorans, largo fletu simul ora rigabat. Ter conatus ibi collo dare bracchia circum, ter frustra comprensa manus efiugit imago, par levibus ventis volucrique simillima sommo.

VIRGILIO:

AENEIS

IV ,

697-70 2

Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entrammo a ritornar nel chiaro mondo; E, senza cura aver d'alcun riposo. Salimmo su, ei primo ed io secondo. Tanto ch'io vidi delle cose belle Che porta il ciel, per uri pertugio tondo; E quindi uscimmo a riveder le stelle.

DANTE:

DIVINA

COMMEDIA,

INFERNO

XXXIV ,

133-13 9

I

I

In

memoriam

Stephen

Hudson

Azzurre e leggere, mosse da un lieve, appena perce- pibile vento contrario, le onde dell'Adriatico erano corse incontro alla squadra imperiale, quando essa, avvicinandosi lentamente alle piatte colline della costa calabra, veleggia- va verso il porto di Brindisi, ed ora che la solitudine del mare, così piena di sole e pur così piena di morte, si mu- tava nella serena allegrezza dell'opera umana ed i flutti, dolcemente irraggiati dalla vicinanza di uomini e case, si popolavano di ogni specie di navi, di quelle che egual- mente tendevano al porto e di altre che né erano uscite, ora che le barche dalle vele rossastre già d'ogni parte uscivano per la pesca serale abbandonando i piccoli moli dei molti paesi e villaggi lungo la riva lambita dalle candide onde, ecco che l'acqua si era fatta come uno specchio; e in alto si era dischiusa la perlacea conchiglia del cielo, scen- deva la sera, e si sentiva l'odore del fuoco di legna dei focolari, ogni qual volta le voci della vita, un picchiar di martello o un richiamo, giungevano portati dal vento.

Dei sette navigli d'alto bordo che procedevano l'uno dopo l'altro in linea di fila, soltanto il primo e l'ultimo — snelli, rostrati, a cinque file di remi — appartenevano alla flotta militare; gli altri cinque — più massicci e imponenti, a dieci, a dodici file di remi — erano di fastosa costru- zione, come si addiceva al tono della corte augustea, e quello centrale, il più splendido, rilucente d'oro la bronzea prora, rilucenti d'oro sotto il parapetto le teste leonine

inanellate, pavesate le sartie di variopinti vessilli, portava sotto vele di porpora, grande e maestosa, la tenda dell'im- peratore. Ma sulla nave che immediatamente seguiva, gia- ceva il poeta dell'Eneide, e il segno della morte era scritto sulla sua fronte.

Oppresso dal mal di mare, che minacciando costante-

mente di insorgere lo teneva in continua tensione, per tutto il giorno non aveva osato muoversi, per quanto ora, anche

se legato al giaciglio che gli avevano eretto in mezzo alla

nave, egli avvertisse se stesso o più precisamente il suo corpo e la vita del suo corpo che già da molti anni a stento riusciva a riconoscere come sua propria, come una sola cieca ricerca e un solo assaporar la memoria di quel sollievo che, improvvisamente, come in un fiotto, gli aveva per- corso le membra, allorché la nave aveva raggiunto il tratto

di mare più calmo vicino alla costa; e questa fluente, quieta

ed acquietante stanchezza lo avrebbe forse colmato di una felicità addirittura perfetta se, nonostante l'aria salubre e corroborante del mare, non fosse ritornato il tormento

della tosse, lo spossamento della febbre d'ogni sera, l'affan- no di ogni sera. Così giaceva, lui, il poeta dell'Eneide, lui, Publio Virgilio Marone, giaceva con diminuita coscienza, quasi umiliato per la sua impotenza, quasi esasperato per

il suo destino, fissando la ricurva, perlacea conchiglia del

cielo: ma perché aveva ceduto alle pressioni di Augusto?

Perché aveva lasciato Atene? svanita era ormai la speranza che il sacro e ridente cielo di Omero^ potesse, propizio, favorire il compimento dell'Eneide, svanita ogni speranza

di quella vita immensamente nuova che sarebbe dovuta

seguire, una vita distaccata dall'arte, libera dalla poesia, rivolta al pensiero e alla scienza nella città di Platone, sva- nita la speranza di poter mai riporre piede sulla terra di Ionia, svanita, ahimè, svanita la speranza di poter essere partecipe del miracolo della conoscenza, di poter risanare nella conoscenza. Perché vi aveva rinunciato? Di sua vo- lontà? No! era stato come un comando delle ineluttabili forze della vita, delle ineluttabili forze del destino, che mai compiutamente dileguano, anche se per qualche tempo

sprofondano nel mondo sotterraneo, invisibile e inscan- dagliabile, e sono pur tuttavia ancora e sempre presenti, imperscrutabile minaccia delle potenze, alle quali non è dato sottrarsi e alle quali è necessario piegarsi; era il de- stino. Egli si era lasciato sospingere dal destino, e il de- stino lo spingeva ora verso la fine. Non era stata questa, sempre, la forma della sua vita? aveva mai vissuto diver- samente? la perlacea conchiglia del cielo, il mare primave- rile, il canto dei monti, d ò che dolorando gli cantava nel cuore ed il flauto del dio, erano stati forse per lui qualcosa d'altro se non un accadimento, che pari ad un vaso delle sfere celesti, stesse per accoglierlo in sé e immetterlo nel- l'infinito? Egli era nato agricoltore, un uomo cui conve- niva la semplice, sicura vita della comunità agreste, desti- nato, per le sue stesse origini, a poter restare, a dover re- stare; e pur tuttavia, in obbedienza a un più alto destino, non gli era stato concesso di dimenticare la patria e nella patria non gli era stato concesso restare; egli era stato esiliato, scacciato dalla sua comunità, spinto nella nuda, maligna, folle solitudine dell'umano tumulto, era stato cacciato lontano dalla semplicità della sua origine, cacciato nella vastità del mondo in una molteplicità sempre cre- scente, e se mai qualcosa in quel mondo era divenuto più grande e più vasto, ciò era unicamente la distanza che lo separava dalla vera vita, poiché in verità solo questa di- stanza era cresciuta: egli aveva camminato soltanto al margine dei suoi campi, era vissuto soltanto al margine della sua vita, ed era diventato un uomo senza pace, che fug- giva la morte, cercava la morte, cercava la sua opera, fug- giva la sua opera, un uomo capace d'amore e pur tuttavia un perseguitato, errante per le passioni del mondo interiore e del mondo esteriore, un ospite della sua stessa vita. Ed oggi, quasi alla fine delle sue forze, alla fine della sua fuga, alla fine della sua ricerca, oggi che aveva vinto ed era pronto al congedo, che aveva conquistato la sua libertà ed era pronto ad accettare l'ultima solitudine, a ripercor- rere l'interno cammino verso di essa, proprio oggi il de- stino si era, ancora una volta, con tutte le sue forze impos-

sessato di lui, gli aveva ancor una volta rifiutato la sem-

plicità e l'origine, di nuovo gli aveva sbarrato la via del ritorno, l'aveva piegata e distorta, ne aveva fatto una via della molteplicità dello spazio esteriore, lo aveva costretto

a retrocedere verso quel male che era stata l'ombra di

tutta la sua vita, anzi, sembrava che il destino gli riser- basse ormai una sola semplicità — la semplicità del mo- rire. In alto, sopra di lui, cigolavano i pennoni nelle go- mene, e di tanto in tanto si sentiva il morbido rimbombo

delle vele ed egli udiva trascorrere le spume della scia e lo spruzzo argentino dei remi emergenti dal mare, li udiva stridere pesantemente negli scalmi e di nuovo tuffarsi nel- l'acqua con una tagliente percossa, sentiva la spinta morbida

e uguale della nave che avanzava nella battuta ritmica delle

centinaia di rematori, vedeva la linea della costa, orlata di bianco, scorrere davanti ai suoi occhi e pensava ai corpi muti e incatenati degli schiavi dentro lo scafo soffocante, fetido e rimbombante della nave. La' stessa brusca bat- tuta dei remi, nel suo alternarsi di cupa percossa e di spruzzo argentino, risuonava dalle due navi vicine, dalla prossima e dalla successiva, simile a un'eco, che si pro- pagasse su tutti i mari e da tutti i mari ricevesse risposta, poiché dappertutto così navigavano, cariche d'uomini, ca-

riche d'armi, cariche di frumento e di grano, cariche di marmi, d'olio, di vino, di spezie, di sete, cariche di schiavi, dappertutto la marineria, che scambia e commercia, è, tra

le molte perdizioni del mondo, una delle più tristi. Queste

navi, certo, non trasportavano merci, ma pance ingorde,

i cortigiani del seguito: tutta la parte posteriore della

nave dalla poppa al cassero era riservata alla nutrizione

di questa gente, e fin dal primo mattino risuonavano colà

i rumori del pasto, e ancora in quel momento schiere di

crapuloni assediavano la sala da pranzo, in attesa che vi si rendesse libero un triclinio, pronti a piombarvi sopra in lotta con gli altri competitori, avidi di distendervisi per cominciare, o ricominciare, alfine, essi stessi il banchetto; gli inservienti, giovani dall'agile piede, eleganti e agghin- dati — non pochi fra essi i ganimedi — ora tuttavia sudati

e disfatti, non avevano un attimo di respiro, e il loro capo con un eterno sorriso sulle labbra, ma con un freddo sguardo nella coda dell'occhio e le mani affabilmente aperte a ricevere le mance, li spediva da una parte e dall'altra, correva egli stesso su e giù per il ponte, perché oltre a servire gli ospiti del banchetto, bisognava occuparsi anche

di quelli che — strano abbastanza — parevan già sazi ed

ora si dilettavano in altro modo, alcuni passeggiando, le mani intrecciate sul ventre o dietro il sedere, altri invece discutendo con ampi gesti delle braccia, altri assopiti o ronfanti, il volto coperto dalla toga, altri infine seduti al tavolo da gioco; tutti costoro dovevano incessantemente essere colmati d'ogni sorta di attenzioni e di cure, come i piccoli pasti, che venivano loro recati ed offerti in ogni parte del ponte su grandi piatti d'argento, per non trascu- rare una fame che poteva annunciarsi rinvigorita ad ogni istante, una voracità, stampata in modo chiarissimo e in- cancellabile sulle facce di tutti — dei ben nutriti come degli smunti, dei tardi come degli spediti, dei passeggianti come dei seduti, dei desti come dei dormienti — voracità che era a volte scolpita, a volte impastata su quelle facce, con un'espressione dura o fiacca, maligna o bonaria, e con

tratti di lupo, di volpe, di gatto, di pappagallo, di cavallo,

di pescecane, e sempre rivolta a un piacere mostruoso, in

qualche modo chiuso in se stesso, teso a un possesso insa- ziabile, smanioso di trafficare merci, denaro, posti ed onori, smanioso di godere l'affaccendata inerzia del possesso. C'era ovunque qualcuno che si metteva in bocca qualcosa, ovunque ardeva la cupidigia, ardeva l'avidità, priva di radici, ma pronta ad avviluppare e ad inghiottire tutto, era come un miasma che si effondeva per tutto il ponte, e veniva trasportato dalla stessa nave, nel ritmico batter di remi, inevitabile, inarrestabile. Oh, se lo meritavano di venir rappresentati una volta quali essi erano! Un canto

della sfrenata bramosia gli si sarebbe dovuto dedicare! Pure, a che sarebbe servito?! nulla può il poeta, a nessun

male egli può porre rimedio; gli si presta ascolto soltanto

se magnifica il mondo, non lo si ascolta se lo rappresenta

nella sua realtà. Soltanto dalla menzogna nasce la fama, non dalla conoscenza! Ed era ora pensabile che all'Eneide dovesse venir concesso un risultato diverso, migliore? Ahi- mé, essa sarebbe stata elogiata, poiché era stato elogiato tutto quanto aveva scritto, perché vi avrebbero inteso sol- tanto ciò che a loro piaceva, e perché non c'era né la spe- ranza né il pericolo che potessero ascoltare i suoi ammoni- menti; non gli era concesso illudersi o farsi illudere, ahimè, troppo bene egli conosceva questo pubblico, che della dura fatica del poeta e del travaglio della sua ricerca così poco conto teneva come dell'amara, aspra fatica dei re- matori, e all'uno e all'altro lavoro dava lo stesso valore:

un tributo per chi ne aveva il beneficio e come un tributo accettato e goduto! Eppure non erano tutti parassiti coloro che poltrivano e bagordavano intorno a lui; anche se Au- gusto doveva tollerare nel suo seguito più d'uno di questa specie, molti di èssi tuttavia si erano già resi diversamente utili e meritori, ma di ciò che normalmente essi erano, durante l'inattività del viaggio, si erano quasi del tutto spogliati, con un piacere addirittura perverso di mettersi a nudo, sicché solo la loro cieca albagia era rimasta intatta, la loro squallida cupidità, il loro torpore colmo di cupidi- gia. Sotto, nella caligine del Disotto, lavorava, domata, la moltitudine degli schiavi, colpo su colpo, grandiosa, sel- vaggia, bestiale, subumana. Questi che stavano in basso non Ip capivano e non si curavano di lui, quelli che sta- vano in alto pretendevano di venerarlo, ne erano anzi per- sino convinti, e tuttavia, non importa se per una qualche mendacia del gusto credessero di amar le sue opere o se, non meno mendaci, gli manifestassero la loro devozione perché amico dell'imperatore, lui, Publio Virgilio Marone, non aveva nulla in comune con loro, ed anche se il de- stino lo aveva sospinto nella loro cerchia, egli ne provava disgusto e se la brezza della costa, salutando il tramonto del sole, non avesse preso a spirare spazzando via dalla nave il fetore del banchetto e delle cucine, il mal di mare lo avrebbe aggredito di nuovo. Volle accertarsi che il baule contenente il manoscritto dell'Eneide si trovasse intatto

accanto a lui, e guardando con gli occhi socchiusi l'astro che tramontava nel mare d'occidente, si tirò il mantello fin sotto il mento; gelava. Di tanto in tanto gli veniva tuttavia voglia di voltarsi

e di dare uno sguardo alla schiamazzante orda umana là dietro, quasi curioso di quanto essa stesse ancora per fare; ma non lo fece, ed era meglio cosi, anzi, gli pareva, sempre più chiaramente, che gli fosse addirittura proibito voltarsi. Così giaceva tranquillo. Il primo velo del nascente crepuscolo si tendeva chiaro nel cielo, si tendeva delicato sul mondo, quando fu raggiunta l'imboccatura del porto di Brindisi, stretta, simile a un fiume. L'aria si era fatta più fresca, ma anche più mite, la lieve brezza salmastra

si mescolava con l'aria più carica e intensa della terra, nel

cui canale le navi, rallentando una dopo l'altra il loro corso, stavano ora entrando. Grigio e plumbeo si fece l'ele- mento di Posidone, non più increspato dall'onde. Sui merli

dei castelli, a destra e a sinistra del canale, s'erano schie- rate le truppe del presidio per render gli onori all'impera- tore e rivolgergli forse anche il primo saluto per il suo compleanno, perché Ottaviano Augusto ritornava in patria appunto per celebrare il giorno della sua nascita; tra due giorni, infatti, tra due giorni soltanto, doveva esserci festa a Roma e lo stesso Ottaviano che navigava sulla prima nave avrebbe compiuto quarantatré anni. Dalle voci roche delle truppe sulle due rive si levarono gli evviva, i vessillari alle ali dei manipoli inalzavano ad ogni grido di saluto i loro rossi stendardi con gesti abili e destri per abbassarli poi al passaggo del loro signore ponendo l'asta obliqua incontro al suolo; ciò che stava svolgendosi era insoipma

la marziale, sobria cerimonia del saluto, com'era prescritta

dal regolamento, regolamentare nella sua asprezza milita- resca e pur tuttavia singolarmente dolce, singolarmente crepuscolare, quasi la si sarebbe potuta definire trasognata, tanto lievi si perdevano le voci nella vastità della luce, tanto autunnale appassiva il rosso dei vessilli nell'ombra del firmamento che andava spegnendosi nel grigio della

sera. Più grande della terra è la luce, più grande dell'uomo è la terra, e mai l'uomo potrà dire di essere, se il suo re- spiro non sia rivolto alla patria, se non ritorni alla terra

e attraverso la terra non ritorni alla luce, e sulla terra,

terrenamente, non riceva la luce, e solo attraverso la terra dalla luce sia accolto, attraverso la terra che si fa luce.

E

mai la terra è più intimamente vicina alla luce, né mai

la

luce più vicina alla terra, che nell'incipiente crepuscolo

dell'uno e dell'altro confine della notte. La notte era ancor assopita nella profondità dell'acque, ma con mute, minu- scole onde incominciava d'ogni parte a filtrare attraverso

10

specchio del mare, indistinguibili il Disopra e il Disotto,

le

mute onde del fondo della notte emergevano morbide

come un velluto, onde della feconda infinità, della feconda, germogliante, più alta infinità, e sommessamente presero

ad alitare sullo sfavillio e a coprirlo di silenzio. La luce

non cadeva più dall'alto, ma era come sospesa in se stessa,

e così sospesa in se stessa riluceva ancora senza tuttavia

dare più luce, cosicché anche la campagna sopra la quale era sospesa, sembrava stranamente risplendere di luce pro- pria. Il canto dei grilli, sorgente da una miriade di voci, eppur assiduamente tenuto su un'unica nota, penetrante

ed

immobile nella sua monotonia, riempiva del suo ronzio

la

campagna già piena di ombre; senza fine. Sotto le opere

di

fortificazione, giù fino alla sponda rocciosa, cresceva

un'erba rada sui pendii, e benché fosse una magra vegeta- zione, quel germogliare era pace, era notturno silenzio,

era oscurità delle radici, oscurità della terra, distesa sotto

la dileguante luce della sera. Poi la vegetazione si fece

più eguale e continua, più ricca di piante e più viva di colori, e presto comparvero qua e là i ciuffi delle macchie, mentre sui dòrsi delle colline, lassù, tra i recinti di pietre eretti dai contadini, si mostravano i primi olivi, grigi come

11 tenuissimo svaporar della nebbia nel crepuscolo che si

faceva man mano più scuro. Oh, senza limiti si fece in lui

il desiderio di tender la mano verso quelle rive, ahimé

tanto lontane, di immergerla nell'oscurità della boscaglia,

di sentire tra le dita la fronda germogliata dalla terra e di

tenerla stretta per sempre — questo desiderio palpitava nelle sue mani, le sue dita palpitavano di brama irrefre- nabile per quelle foglie verdi, dal picciolo flessibile, dal margine tenero ed affilato, dal sodo, vivo tessuto, lo sentiva quando chiudeva gli occhi come un desiderio addirittura sensuale, di una sensualità semplice e vigorosa, come l'os- satura grossa e virile del suo pugno di contadino, di una sensualità ricchissima e assaporante come le innervature sensibilissime della sua mano dai polsi sottili e quasi fem- minei; o erba, o fronde, o politezza, o ruvidezza della corteccia, vitalità del germoglio, oscurità della terra, mol- teplice, ramificata in se stessa, divenuta corporea! o mano che sente, che tocca, che prende, che stringe, o dita, punte delle dita, ruvide e delicate e morbide, pelle viva, ultima superficie dell'oscurità dell'anima, dischiusa nelle mani al- zate! Sempre aveva avvertito questo strano, quasi vulca- nico pulsare nelle proprie mani, sempre l'aveva accompa- gnato l'intuizione di una loro vita segreta, una intuizione alla quale, una volta per sempre, era stato vietato di varcare la soglia della conoscenza, quasi in essa vi fosse un pericolo o una torbida insidia, ed ogni qual volta egli, come era sua abitudine e come stava facendo in quel momento, girava l'anello col sigillo che portava al dito della mano destra, anello di fine fattura e quasi un poco femmineo nella sua delicatezza, gli pareva di poter scongiurare in tal modo un oscuro pericolo, di poter placare il desiderio delle sue ma- ni, di poter in qualche modo indurle a dominarsi, atte- nuando la loro angoscia, il loro ansioso desiderio di rusti- che mani, che non dovevano afferrare mai più l'aratro, mai )iù le sementa e che perciò avevano appreso ad afferrare 'inafferrabile, la presaga angoscia di mani, alla cui volontà jlasmatrice, strappata alla terra, null'altro era rimasto che a loro propria vita nell'universo inafferrabile, insidiate e insieme insidiose, così protese nel nulla e così prese dalla insidia del nulla, che l'intuizione di questa angoscia, per così dire rivolta oltre se stessa, si trasformava nello sforzo supremo di cogliere l'unità della vita, di preservare l'unità dell'umano desiderio, per evitare in tal modo che questo si

dissolvesse in una molteplicità di singole vite particolari, piccole nel loro desiderio e vive solo di piccoli desideri,

perché insufficiente è il desiderio delle mani, il desiderio dell'occhio, il desiderio dell'udito, sufficiente è soltanto la comunione del desiderio del cuore e della mente, la desiosa interezza dell'infinito spazio interiore ed esteriore, che guarda ed ascolta ed afferra e respira nell'unità di un dop- pio respiro, poiché ad essa soltanto è concesso di vincere

la disperata cecità dell'isolamento angoscioso, poiché in

essa soltanto ha luogo il duplice sviluppo che parte dalle radici dell'essere; questo egli sentiva, aveva sempre sen- tito — o nostalgia di colui che è sempre soltanto un ospi-

te, può essere soltanto un ospite, o nostalgia dell'uomo, —

questo era stato sempre il presagio del suo orecchio, il pre-

sagio del suo respiro, il presagio della sua mente, proteso col suo orecchio, col suo respiro e con la sua mente nella fluttuante luce dell'universo, nell'irraggiungibile conoscen-

za dell'universo, nel mai compiuto avvicinamento all'in-

finità dell'universo, irraggiungibile persino il suo lembo

più esterno, tanto che la mano anelante non osa nemmeno toccarlo. Pure, ciò nonostante, era un contatto, restava un contatto e il suo pensiero era come il respiro di un

orecchio in attesa, proteso nel duplice abisso delle sfere

di Posidone e di Vulcano, entrambe unite perché ad en-

trambe sovrasta la volta del cielo di Giove. La luce, l'aria del crepuscolo erano dischiuse e fluenti, come il fluido in cui erano immerse le chiglie, fluido bagno del mondo inte- riore e del mondo esteriore, fluido bagno dell'anima, e questo afflato fluiva da questo mondo nell'altro mondo, dall'altro mondo in questo mondo, svelata porta della co- noscenza, non la conoscenza medesima, ma già intuizione della conoscenza, intuizione dell'entrata, intuizione della via, nascente intuizione di un viaggio nella penombra. Uno schiavo cantore più avanti, verso la prua, cantava; proba- bilmente. coloro che ivi si erano radunati — il loro cla- more era stato come assorbito dal silenzio della sera — avevano fatto venire il fanciullo anelando pur essi al ri- torno, e dopo la breve pausa degli accordi e la battuta di

attesa conforme ai principi dell'arte, era cominciata la canzone senza nome del fanciullo senza nome, e giungeva ora al suo orecchio portata dal vento, la canzone radiosa e

soave, un alito che si librava come i colori di un arcoba- leno nel cielo della notte, radioso e soave, di una delicatezza eburnea, il suono delle corde, opera umana il canto, opera umana il suono dello strumento, ma al di là di questa origi- ne umana, l'uno e l'altro lontani dall'uomo, disciolti dal- l'uomo, disciolti dal dolore, aura delle sfere celesti che canta se stessa. Scese una oscurità più profonda, i volti si fecero confusi, impallidirono le rive e più non si distinse la nave, restò unicamente la voce che divenne più chiara, dominante, quasi volesse guidare la nave e la battuta dei remi, obliata l'origine della voce e tuttavia voce di uno schiavo e di un fanciullo che era la guida; la canzone addi- tava la via, riposava in se medesima e appunto perciò indi- cava il cammino e si schiudeva all'eternità, poiché solo ciò che riposa può indicare il cammino, solo ciò che è unico

e inconfondibile, strappato e salvato dal flusso delle cose, si apre all'infinito, soltanto ciò che è immobile — ahimè,

era mai riuscito, lui, ad attingere questa vera immobilità che addita la via? — solo ciò che è veramente immòbile,

e fosse anche soltanto un unico istante nel mare dei milioni

d'anni, si fa durata fuori del tempo, si fa canto che mostra

il cammino, si fa guida; oh, un unico istante di vita, dilatato

sino a comprendere il tutto, sino a colmare il cerchio della

conoscenza del tutto, un cerchio dischiuso all'infinito; alto sopra il canto radioso, alto sopra il radioso crepuscolo respirava il cielo, e la sua dolcezza autunnale, chiara ed acerba, da migliaia di secoli si era ripetuta immutabilmente

e ancora per migliaia di secoli immutabilmente si sarebbe

ripetuta, e tuttavia inconfondibile nel luogo e nel tempo, ed il serico splendore della sua cupola era come soflEuso del silenzio della notte incipiente.

La canzone li guidava, ma non più a lungo; il viaggio tra le rive del canale d'entrata volse presto alla fine e la canzone si spense nella generale animazione che nacque a bordo, quando si aprì l'insenatura interna del porto, già

nereggiante il suo plumbeo specchio, e fu visibile la città,

disposta a ventaglio intorno al bacino, con la moltitudine delle sue luci, sfavillante nei vapori del crepuscolo come un cielo stellato. L'aria d'improvviso si era fatta più calda. La squadra si arrestò per lasciare alla testa la nave dell'im- peratore, ed ora — anche questo accadimento, nell'immu- tabilità del mite cielo autunnale, avrebbe dovuto essere colto, come infinita irripetibilità — s'iniziò una serie di caute manovre, per pilotare le navi in mezzo alle barche,

ai velieri, ai pescherecci, alle tartane e alle navi da carico

d'ogni parte ancorate; quanto più innanzi si procedeva, tanto più stretto si faceva il canale di rotta, tanto più ser- rata la massa degli scafi all'intorno, tanto più denso il gro- viglio degli alberi, delle vele raccolte e dei cordami, morti

nella loro rigidità, vivi nella loro quiete, uno strano, oscuro viluppo di radici, incrociate e aggrovigliate, che dalla lu- cente superfìcie dell'acqua scura e oleosa cresceva fosco verso l'immoto chiarore del vespro, una nera tela di ragno

di legno e di canapa, che sotto si specchiava spettrale nelle

acque e sopra era attraversata in modo altrettanto spettrale dal caotico baluginar delle fiaccole che da ogni parte tra grida di saluto si agitavan sui ponti, e illuminata dallo sfarzo di luci sulla piazza del porto: nella fila di case alli-

neate intorno al bacino tutte le finestre erano illuminate fin su nelle sofiìtte e così le osterie, una dopo l'altra, sotto i colonnati; attraverso la piazza si snodava una doppia spalliera di soldati armati di fiaccole, scintillanti gli elmi, l'uno a fianco dell'altro, i quali manifestamente avevano il compito di tenere sgombro il passaggio dal posto di sbarco alla città; illuminati di fiaccole erano anche le tettoie e gli uffici della dogana sui moli, era un gigantesco, scintillante spazio, stipato di corpi umani, un gigantesco scintillante serbatoio per un'attesa enorme quanto brutale, riempito da un fremito che centomila piedi producevano strisciando, strascicando, pestando, scalpitando sul lastrico di pietra, una gigantesca arena che ribolliva, riempita da un ronzio

or crescente or decrescente, da un mugghiare di impazienza,

che però improvvisamente si tacque e si irrigidì nell'attesa

quando la nave imperiale, sospinta ancor solo da una doz-

zina di rematori, dolcemente virando, raggiunse la banchina

e accostò quasi senza rumore al punto prestabilito, attesa

dai dignitari della città in mezzo alle fiaccole del quadrato militare; era quello il momento che la massa bestiale, nella sua sorda aspettazione, aveva atteso per cacciar fuori

il suo urlo di giubilo, ed ecco che quell'urlo proruppe, senza

pausa e senza fine, vittorioso, vibrante, irrefrenabile, pau- roso, immane, servile, se stesso adorando nella persona dell'Uno. Questa era dunque la massa per la quale viveva l'im- peratore, per la quale l'impero era stato creato, per la quale si era dovuto depredare la Gallia, piegare il regno dei Parti, combattere la Germania, questa era la massa per la quale era stata creata la grande pace augustea, la massa che attraverso questa opera di pace si sarebbe do- vuta riportare alla disciplina e all'ordine dello Stato, alla fede negli dèi e alla moralità umana ,e divina. E questa era la massa senza la quale nessuna politica sarebbe stata pos- sibile e sul favore della quale anche Augusto doveva con- tare, se voleva restare al potere; e naturalmente Augusto non nutriva altro desiderio. Sì, e questo era il popolo, il popolo romano, la cui anima e il cui onore lui, Publio Vir- gilio Marone, lui, schietta prole contadina di Andes presso Mantova, se non aveva ritratto, certo aveva tentato di glo- rificare! Glorificato e non ritratto: era stato questo l'er- rore! costoro erano gli Italici dell'Eneide! Empietà, un groviglio di empietà, un mostruoso groviglio di empietà, ineffabile, indicibile, incomprensibile, ribolliva nel serba- toio della piazza, cinquanta, centomila bocche esprimevano nel loro ruggito l'empietà, se la ruggivano gli uni agli altri, senza udirla, senza conoscerla, ma con la volontà tuttavia di soffocarla e di stordirla in un infernale ruggito, nello schiamazzo e nelle grida; quale saluto augurale per un compleanno! ma era il solo a rendersene conto? La terra aveva una pesantezza di pietra, il mare una pesantezza di piombo, e questo era il diabolico cratere dell'empietà, spalancato dallo stesso Vulcano, uno strepitante cratere al

margine del regno di Posidone. E non sapeva, Augusto, che questo non era un saluto augurale, ma qualcosa di pro- fondamente diverso? Un senso di straziante compassione emerse in lui, una compassione destinata così ad Ottaviano Augusto come alle masse umane, cosi al dominatore come ai dominati, e che si accompagnava a un senso di respon- sabilità non meno straziante e addirittura insopportabile, del quale a stento egli riusciva a rendersi conto poiché solo questo sapeva: che somigliava poco a quell'onere che l'imperatore si era addossato, che era piuttosto una re- sponsabilità di natura del tutto diversa, perché irraggiun- gibile ad ogni misura statale e ad ogni potenza di questa terra per quanto grande essa fosse, irraggiungibile forse agli stessi dèi era questa empietà che ribolliva cupa, ignota, segreta, e nessun grido della massa riusciva a coprirla, sì invece la debole voce dell'anima, che si chiama canto e che annuncia, insieme al presagio del male anche il risveglio della salvezza, perché ogni vero canto è presago di cono- scenza, è gravido di conoscenza, indica la via della cono- scenza. La responsabilità del cantore, quel suo dovere di conoscere che egli mai riesce interamente ad aìfrontare e ad assolvere — oh, perché non gli era stato concesso di spingersi oltre il presagio fino al vero sapere dal quale soltanto si dovrà attender calvezza ?! Perché il destino lo aveva costretto a ritornare indietro fin qui ? ! Qui non c'era che morte e null'altro che morte!

Con gli occhi spalancati d'orrore, egli si era mezzo sol- levato; ora però ricadde sul giaciglio, vinto dal ribrezzo, dalla pietà, dalla responsabilità che voleva assumersi, dal- l'impotenza, dalla stanchezza; non era odio ciò che egli sentiva per la massa e nemmeno ripugnanza o disprezzo, né ora né mai egli intendeva separarsi dal popolo né tanto meno inalzarsi al di sopra di esso, ma era accaduto qual- cosa di nuovo, qualcosa che egli non aveva mai voluto riconoscere nonostante tutti i suoi contatti con il popolo, nonostante che egli, ovunque si fosse trovato, sia a Napoli che a Roma o ad Atene, ne avesse avuto abbondanti occa- sioni — qualcosa che ora, qui a Brindisi, lo sorprendeva

per la sua insopprimibile urgenza, e cioè l'abissale empietà del popolo in tutta la sua ampiezza, la decadenza dell'uomo che si fa plebe di grande città, e con ciò il pervertimento dell'uomo, in qualcosa che è contrario all'umano per uno svuotamento, per una metamorfosi dell'essere ridotto ai

meri appetiti della superfìcie, recise le radici della sua ori- gine e da questa esso stesso reciso, sicché null'altro restava che la vita sradicata di una torbida, mera esteriorità, gra- vida di male, gravida di morte, oh, gravida d'una fine misteriosa e infernale. Era questo ciò che il destino aveva voluto insegnargli quando lo aveva nuovamente ricacciato nella molteplicità, nel pozzo della crudele, tumultuosa ter- restrità? era questa la vendetta per la sua passata cecità? mai egli aveva conosciuto l'empietà della massa con tale immediatezza; ora egli era costretto a guardarla, ad udirla,

a sentirla fin nelle estreme e più profonde radici del pro-

prio essere, poiché la cecità stessa è parte del male. Ancora

echeggiava il non lieto ruggito di giubilo di coloro che stordivano se stessi; si agitarono fiaccole, comandi risuo- narono attraverso la nave, una gomena, lanciata da terra, cadde sorda sul ponte e si udì il clamore della perdizione

e

il clamore del tormento e il clamore della morte, si udì

il

clamore del mistero gravido di male, segreto e tuttavia

palese ed ovunque presente. In mezzo al calpestio di molti

piedi precipitosi, egli giaceva immobile, la sua mano teneva stretta in pugno una maniglia del baule di cuoio che conte- neva i suoi manoscritti, perché non glielo strappassero via, eppure, stanco di quel clamore, stanco della febbre e della tosse, stanco del viaggio e di ciò che sarebbe venuto, egli

si immaginava che quest'ora dell'arrivo facilmente avrebbe

potuto mutarsi nell'ora della sua morte, e quasi arrivava a desiderarlo benché egli sentisse, o proprio perché chiara- mente sentiva, che il momento della sua morte non era an- cor giunto, — sì, quasi lo desiderava, anche se sarebbe stata, o proprio perché sarebbe stata, una morte strana- mente abbrutita, stranamente rumorosa, ma non gli pareva inaccettabile, gli sembrava anzi quasi desiderabile, perché il suo cuore, costretto a guardare nell'inferno di fuoco.

costretto ad udirlo, sarebbe stato costretto a conoscere anche il fuoco segreto del subumano. Ora, sarebbe stato certo allettante lasciarsi portar via COSI coi sensi intorpiditi e sottrarsi in tal modo al frastuono, chiudersi al vociar della folla, vulcanico, sotterraneo, che fluttuava inerte verso di lui attraverso la piazza, quasi non volesse aver fine; ma questa evasione gli era proibita, soprattutto poi se essa avesse dovuto condurre alla morte, poiché troppo forte era ora l'imperativo di cogliere ogni più piccola particella del tempo, ogni più piccola particella degli avvenimenti e incorporarla nel ricordo, come se po- tesse in questo modo venir conservata oltre tutte le morti e per tutti i tempi; egli si aggrappò alla coscienza, vi si aggrappò con la forza di colui che sente avvicinarsi il momento più pregnante della sua vita terrena ed è colmo d'angoscia, temendo di sciuparlo, e la coscienza, tenuta vi- gile dalla vigile angoscia, obbediva alla sua volontà: nulla gli sfuggiva, né i gesti premurosi e le vuote parole di con- forto dell'aiuto medico, un giovane dal viso glabro, azzi- mato con estrema cura, che ora si trovava al suo fianco per ordine di Augusto, né le facce ottuse e sorprese dei portatori che avevano recato a bordo una lettiga, per por- tare via lui, malato e privo di forze, come una merce fra- gilè e preziosa; egli notava tutto, egli doveva fissare tutto nella coscienza, egli notò lo sguardo incarcerato dei loro occhi, il ringhioso brontolio con cui i quattro uomini si intesero nell'atto di alzare il peso sulle loro spalle, il for^ tore aggressivo e maligno dei loro corpi sudati, né gli sfuggi che il suo mantello era rimasto presso il suo gia- ciglio e che un giovanetto dall'aspetto assai infantile e dai capelli neri e ricciuti lo aveva raccolto con un agile balzo ed ora glielo portava seguendo la lettiga. Certo, il mantello era meno importante dei manoscritti; egli aveva dato or- dine ai due servi adibiti al loro trasporto di tenersi sempre vicino alla lettiga; ciò nondimeno una piccola parte di quella vigilanza che egli si sentiva obbligato e si obbligava ad osservare contro l'insidioso torpore della stanchezza poteva certo essere dedicata al mantello, ed egli si chie-

deva da dove mai fosse uscito il fanciullo, che gli pareva stranamente noto e familiare benché non l'avesse mai notato durante il viaggio. Era un ragazzo in certo modo poco avvenente, di una goffaggine un po' campagnola, sicuramente non uno schiavo né uno degli inservienti, e mentre egli, molto fanciullesco, con gli occhi chiari nel volto abbronzato, sostava in attesa presso il parapetto, dato che ad ogni passo c'era un ingorgo di gente, gettava

di tanto in tanto una furtiva occhiata alla lettiga, disto-

gliendone subito lo sguardo, timido e dolcemente divertito,

non appena si sentisse osservato. Un gioco degli occhi? Un gioco d'amore? Doveva lui, malato, essere trascinato ancora una volta nel doloroso gioco dell'amorosa follia, lui, infermo e giacente, essere ancora una volta travolto nel gioco di coloro che incedono eretti? oh, nel loro ince- dere essi non sanno quanto la morte sia loro intessuta nel volto e negli occhi, e si rifiutano di saperlo e vogliono soltanto continuare il gioco delle loro lusinghe e del loro reciproco inganno, il gioco ingenuo ed amabile del bacio ancora non dato, gli occhi negli occhi, e non sanno che ogni abbandono d'amore è sempre un abbandono alla mor- te; lo sa invece colui che irrevocabilmente giace disteso e quasi prova vergogna d'aver un giorno camminato egli stesso, di avere egli stésso — ma quand'era stato? in tempi

immemorabili o solo pochi mesi prima? — preso parte al dolce e vago, dolce e cieco gioco della vita, e il disprezzo con cui lo guardano coloro che sono irretiti nel gioco, perché ne è escluso per sempre e giace nell'abbandono,

gli sembra quasi una lode. Perché la verità dell'occhio non

è dolce lusinga; solo con le sue lacrime l'occhio diviene veggente, nel dolore soltanto diventa occhio che vede, solo

per le sue lacrime si colma di quelle del mondo, colmato di verità dall'oblioso, immemore licore dell'essere! Oh, sol- tanto nel risveglio tra le lacrime la morte di questo mon- do, nella quale vivono gli amanti, diventa vita che vede

la morte, che vede il tutto. E proprio perciò anche il

fanciullo doveva — ma quali lineamenti recava sul volto? quelli di un passato immemorabile o di un passato recente?

— proprio perciò il fanciullo avrebbe dovuto' distogliere

lo sguardo e non continuare un gioco, che come svago e diletto aveva finito il suo tempo; era troppo innaturale che questo sguardo potesse dimenticare quanto fosse vi- cino alla morte, che fosse inviato ad un uomo prostrato, il cui occhio non poteva e, ahimé, non voleva più dare risposta, e troppo innaturale ormai era la follia, la dol- cezza, il dolore in mezzo a un inferno di frastuono e di fuoco, immoto nel suo cieco tumulto, popolato da un'uma- nità fiaccata ed afflitta. Tre ponticelli erano stati gettati dalla nave alla banchina, quello di poppa riservato ai pas- seggeri, ben lontano dal poter accogliere la folla fattasi d'improvviso impaziente, gli altri due invece destinati allo sbarco delle merci e dei bagagli, e mentre gli schiavi a ciò comandati, in una lunga fila tortuosa, spesso appaiati come coppie di cani l'uno a fianco dell'altro con collari e catene, folla di razze diverse, dallo sguardo abbrutito, ancor uma- na e non più umana, mera creaturalità incalzata e battuta, figure lacere o seminude, lucide di sudore nella cruda luce delle fiaccole, oh, scena terribile e atroce, mentre essi così s'aflFrettavano a salire a bordo su per il ponticello centrale, per ridiscendere poi da quello di prua, il corpo curvato quasi ad angolo retto sotto il fardello delle casse, dei sacchi e dei bauli, mentre tutto ciò accadeva, i sorve- glianti, uno per ciascuna estremità dei due ponti, con upa corta sferza vibravano colpi alla cieca sui còrpi che gli pas- savano dinanzi, senza discriminazione e a più non posso, con la crudeltà insensata e quasi più nemmeno crudele di un potere assoluto e del tutto gratuito, dal momento che quella gente già s'affannava con tutto quanto aveva in corpo, a mala pena rendendosi conto di ciò che gli capitava e senza più nemmeno piegarsi quando la cinghia schioccava sopra di loro e rispondendo piuttosto con un ghigno bef- fardo; un piccolo schiavo nero di Siria, che proprio al suo arrivo in coperta era stato colpito da una sferzata, si ag- giustò imperturbabile, senza preoccuparsi della striscia li- vida sulla sua schiena, i cenci che aveva sistemati sotto il collare, allo scopo di scorticarsi il meno possibile le clavi-

cole, e si limitò a sogghignare, rivolto alla lettiga sollevata:

" Vieni un po' giù, grande re, vieni giù, assaggia anche tu

piace a noialtri! " — , la sferza si alzò di nuovo

come risposta, ma intanto il piccolo schiavo, che se l'aspet- tava, era prontamente scattato, la catena si era tesa repen- tinamente sicché il colpo sibilò sulla spalla del compagno che era stato strappato in avanti dal suo balzo improvviso; era un Parto d'alto fusto, dai capelli fulvi e dalla barba ispida, che, quasi stupito, girò il capo e sulla metà del viso rivolta da quella parte, in mezzo a un groviglio di cicatrici scolorite — era evidentemente un prigioniero di guerra — mostrò rosso, sanguinante, sbarrato, un occhio sbrindellato e disvelto, che, nonostante la sua cecità, era

realmente sorpreso, perché, prima che lo schiavo venisse ri- sospinto in avanti dalla fila incalzante degli uomini incate- nati, ancora una volta la sferza, che continuava a colpire senza posa, gli era fischiata intorno al capo e gli aveva spaccato l'orecchio con un taglio sanguinante. Tutto ciò era durato un solo battito del cuore, ma fu sufficiente per- ché il cuore cessasse di battere; era un'infamia essere li

a guardare senza nemmeno tentare di intervenire, senza la

capacità e forse anche senza la volontà di intervenire, come pure una infamia era voler fissare quell'avvenimento nella memoria, infame la stessa memoria dove persino questo doveva essere inciso per sempre! Senza memoria aveva sogghignato il piccolo schiavo di Siria, come se null'altro esistesse se non questo devastato e violentato presente, senza futuro e perciò senza passato, senza un poi e perciò senza un prima, come se i due uomini incatenati non fos- sero mai stati fanciulli, non avessero mai giocato nei campi della giovinezza, e nella loro terra non vi fossero stati né monti, né prati, né fiori e nemmeno un ruscello che la sera mormora e ascolta nella valle lontana, — oh, era un'infa- mia vivere nella memoria, curarsene e darsene pena! Oh, memoria, incancellabile, memoria colma dell'ondeggiare del grano, colma dei campi e della foresta crosciante dalle fresche pareti, colma dei boschetti della giovinezza, ebbri gli occhi al mattino, ebbro il cuore la sera, brivido verde che

ciò che

nasce, brivido grigio che muore, oh, conoscenza dell'ori- gine è del ritorno, splendore della memoria! E tuttavia,

sferzato il vinto, nel giubilo urla il vincitore, di pietra è lo spazio in cui ciò accade, bruciante l'occhio, bruciante la cecità, — per quale irreperibile essere valeva ancora ve- gliare? per quale futuro valeva l'indicibile pena della memoria? verso quale futuro doveva ancora addentrarsi?

futuro?

e c'era,

poi,

ancora

un

Il ponticello oscillò rigido e duro, quando vi passò sopra la lettiga portata dagli uomini con passo misurato

ed eguale; sotto, lentamente, fluttuava l'acqua nera, stretta fra il nero e pesante scafo e la nera e pesante muraglia della banchina, il liscio elemento che pesantemente fluiva, esalando se stesso, esalando immondezze e rifiuti, foglie

di

verdura e meloni imputriditi e tutto ciò che galleggiava

in

quella brodaglia, pigre onde di un greve, dolciastro alito

di

morte, onde di una vita putrescente, dell'unica vita che

può vivere fra le pietre e che vive solo nella speranza di rinascere dalla sua dissoluzione. Cosi era lì sotto; qui sopra invece le stanghe della lettiga, dorate e adornate e di im- macolata fattura, poggiavano sulle spalle di bestie da soma

in figura umana, bestie umanamente nutrite, umanamente

parlanti, umanamente dormienti e pensanti; e sul sedile

della lettiga, intagliato e cesellato, un lavoro di immacolata fattura, la cui spalliera ed i cui bracciali erano decorati da stelle di lamine d'oro, riposava un uomo infermo ed im- puro, nel quale era già in agguato la dissoluzione. Tutto ciò era d'un'estrema dissonanza, in tutto ciò si celava la nascosta empietà, l'immota fissità di un accadimento che è più perfetto dell'uomo, anche se è l'uomo stesso che co- struisce le muraglie, che intaglia e martella, che intreccia

le cinghie della sferza e foggia le catene. Era impossibile

chiuder gli occhi a questa realtà, impossibile dimenticarla.

E qualunque cosa volesse dimenticare, questo, perpetua-

mente, tornava a presentarsi sotto diverso aspetto, come

nuovi occhi, nuovo clamore, nuove frastate, nuova fissità

e nuova empietà e ciascuno di questi aspetti esigeva un

suo spazio particolare, l'uno serrando e soggiogando l'altro

in un terribile urto e pur l'uno stranamente intessuto nel-

l'altro in una singolare, indissolubile dissonanza. Disso- nante come il reciproco contatto delle cose s'era fatto anche lo scorrer del tempo; le singole parti del tempo non volevano più ricomporsi: mai il presente era stato cosi nettamente reciso dal passato; una profonda, incolmabile frattura, aveva trasformato il presente in qualcosa di auto- nomo e lo aveva del tutto diviso dal passato, dal viaggio

per mare e da tutto ciò che prima era accaduto, lo aveva distaccato da tutta la sua vita precedente; eppure, nel lieve dondolio della lettiga, difficilmente avrebbe potuto dire

se ancora fosse sulla nave o non si trovasse invece già a

terra. Egli spingeva lo sguardo sopra un mare di teste, si

librava sopra un mare di teste, circondato da una marea

di uomini, anche se ora ne era ancora ai margini essendo

falliti i primi tentativi di vincere la resistenza di quelle

ondate. E qui, al punto di attracco delle navi di scorta, l'ordine assicurato dai pretoriani era molto meno rigido che poco più in là, dove era sbarcato Augusto, ed anche se taluni passeggeri erano riusciti ad aprirsi un varco in quel-

la direzione ed unirsi al solenne corteo che stava forman-

dosi all'interno dello sbarramento per accompagnare l'im-

peratore al palazzo, ciò non sarebbe stato assolutamente possibile per il trasporto della lettiga; il familiare dell'im- peratore che era stato assegnato alla piccola scorta per accompagnarla, per guidarla e per così dire vigilarla, era troppo anziano, troppo corpulento, troppo fiacco e fors'an- che troppo bonaccione per riuscire ad aprirsi un varco tra

la folla, egli era impotente e poiché era impotente doveva

limitarsi a brontolare contro la polizia, che permetteva questi assembramenti plebei e che avrebbe dovuto garan-

tirgli almeno una conveniente protezione, sicché alla fine

si fu sbattuti e risospinti qua e là per la piazza e in certi

momenti bloccati senza possibilità di muoversi, incalzati ed urtati or da una parte or dall'altra in uno stagnante zig-zag.

Il fatto che il fanciullo fosse venuto con loro, si rivelò di maggior aiuto di quel ch'era lecito sperare; come se in qualche modo si fosse reso conto — e ciò era molto strano — dell'importanza del baule dei manoscritti, sorvegliava

i portatori perché lo tenessero sempre molto vicino alla

lettiga, e mentre così gli camminava accanto col suo mantel-

lo gettato sulla spalla badando a non farsi trascinar dalla

ressa, alzava di quando in quando lo sguardo verso la lettiga

e con aria divertita ma rispettosa ammiccava con quei suoi

occhi limpidi e chiari. Dal fronte delle case e dalle vie giungevano folate soffocanti di calura in larghe onde tra- sversali che si infrangevano, pur rimanendo immobili, nel caos senza fine delle voci e delle grida, nel brusìo e nel fremito del respiro di quella massa bestiale; respiro del- l'acqua, delle piante, della città: una sola greve esalazione

della vita costretta entro lastre di pietra e della sua putre- scente parvenza di vitalità, humus dell'essere, prossimo a] disfacimento, che dai pozzi di pietra rovente saliva im- mane verso la fredda pietra delle stelle di cui già si co- priva la sfera più interna del cielo, sempre più scura, d'un nero morbido e profondo. Da profondità inaccessibili ger- moglia e s'innalza la vita aprendosi un varco attraverso la pietra e muore e si corrompe e si raffredda già in questo suo crescere e già in questo suo crescere si vanifica; ma da altezze inaccessibili discende, freddo come la pietra, immutabile, un soffio cupo e luminoso, che tocca e sog- gioga, e si fa rigida pietra della profondità, in alto ed

in

basso la pietra, come se la pietra fosse l'ultima realtà

di

questo mondo, — e tra questa corrente e la corrente

contraria, tra questa notte e l'altra notte, accesa di rosso nel basso, sfavillante di chiarità nell'alto, in quest'atmo- sfera doppiamente notturna egli era sospeso nella sua lettiga, come se questa fosse una barca che solcasse le onde della vita vegetale e della vita animale, inalzata nell'alito freddo dell'immutabile, sospinta verso mari co-

si oscuri e così ignoti, che il viaggio era come un ritorno;

perché di onda in onda, le grandi distese solcate dalla sua chiglia, onde della memoria, onde del mare, non si erano

fatte più chiare, nulla in loro si era rivelato alla cono- scenza, era rimasto soltanto l'enigma, il passato colmo d'enigma giungeva oltre le proprie sponde fin nel presente, sicché in mezzo al denso vapore resinoso delle fiaccole, in mezzo al soffocante miasma della città, in mezzo alla ferina esalazione cupa ed ansante dei corpi, in mezzo alla piazza

e alla sua estraneità, egli sentiva, incancellabile e inconfon-

dibile, l'odore del mare e la sua grande e imperitura pre- senza: dietro di lui riposavano ferme le navi, gli strani uccelli dell'ignoto; ancora risuonano le voci di comando e giungono di lontano al suo orecchio, poi lo stridente, sus- sultante cigolio di un argano di legno, poi un colpo di timpano sonoro e profondo, che si propaga come un'ultima eco dell'astro del giorno tramontato nel mare, e là dietro c'è il vento delle grandi distese marine, c'è la loro inquie- tudine incoronata dal bianco di milioni e milioni di spume, il sorriso di Posidone, sempre pronto a mutarsi in un mugghiante scoppio di risa quando il dio sollecita i suoi cavalli, e di là dalle distese marine ci sono le terre che cingono il mare, tutte le terre che egli ha attraversate, cam- minando sulle loro pietre, sul loro humus, partecipando delle loro piante, dei loro uomini e dei loro animali, intes- suto in questo mondo, senza più forze dinanzi alla vastità

dell'ignoto, incapace di violare l'ignoto, irretito e smarrito nelle vicende e nelle cose, nelle terre e nelle città; quant'era lontano e sommerso tutto questo, e pur così vicino; cose, terre, città, come giacciono tutte dietro di lui, intorno a lui, dentro di lui, come sono sue, veramente sue, assolate ed avvolte d'ombra profonda, sussurranti e notturne, cono- sciute ed enigmatiche: Atene, Mantova, Napoli, Cremona, Milano, Brindisi e, ahimè, Andes, — tutto gli veniva por- tato ed era vicino, lì, sulla piazza del porto, mentre intorno

a lui confusamente ondeggiavano le luci, alitava un fiato

irrespirabile e un incomprensibile canto squarciava le gole;

tutto si riuniva in una singolare unità, dove senza sforzo

il lontano si faceva vicino, il vicino lontano, e lui, che vi

era sopra sospeso, circondato da un mare di ferinità, poteva

senza sforzo librarsi in uno stato di vigile attesa; ciò che

sotterra, ignoto, lentamente riarde, era dinanzi ai suoi occhi e nella sua coscienza, ed egli così sapeva la sua vita, la sapeva portata dalla doppia corrente della notte, dove si incrociano passato e futuro, la sapeva lì nella piazza sulla riva del mare, in quel punto d'incrocio, in quel presente immerso nel fuoco e lambito dal fuoco, tra passato e fu- turo, tra mare e terra, e lui era proprio in mezzo alla piazza, come se per volere del destino lo si fosse portato nel centro della sua vita, nel punto d'incrocio dei suoi mondi, nel centro del suo universo. Ed era solo la piazza del porto di Brindisi. Ma quand'anche fosse stato il centro del mondo, qui meno che mai si sarebbe potuto restare; dalle strade che sfociavano sotto la volta gioiosa e fiammeggiante delle luminarie la moltitudine, sempre più grande, si riversava sulla piazza respingendo i portatori sempre più lontano dal centro, sicché era ormai assolutamente impossibile raggiun- gere da questa parte la spalliera dei soldati, e il corteo im- periale, che fra squilli di fanfare s'era già tìiesso in movi- mento. E non s'era meno ingrossato il frastuono, ora che le grida, le urla ed i fischi dovevano assordare anche la mu- sica, e col crescente frastuono cresceva in proporzione an- che la furia e l'impudenza di coloro che premevano e spin- gevano col solo scopo e per il puro piacere di premere e spingere; solo che, nonostante questa continua violenza, pareva che la facilità e la leggerezza di quello stato di vigile attesa che si era impossessato di lui, si fosse comunicato a tutta la piazza, come una seconda luce che si fosse ag- giunta all'altra visibile agli occhi e che senza nuUa mutare della sua dura, inquieta crudezza, l'avesse addirittura ap- profondita, scoprendo tuttavia un secondo rapporto nella presenza delle cose visibili, quel rapporto allucinante che rende lontane ed inafferrabili persino le cose più imme- diate e vicine. E come se l'evidente e pur straniante natu- rdezza di questo secondo rapporto avesse avuto bisogno di una dimostrazione, il fanciiillo si trovò d'improvviso alla testa della scórta senza che ci si fosse avveduti di quando ciò fosse accaduto, e, quasi come per gioco, agitando con

leggerezza una fiaccola che aveva evidentemente strappato al primo che gli era capitato, se ne serviva come di una arma per aprirsi una via tra la folla: " Largo a Virgilio! " gridava gaiamente in faccia alla gente, " largo al vostro poeta! " ed anche se la folla faceva largo, forse solo perché si trasportava un personaggio al seguito dell'imperatore,

o forse perché quegli occhi lucidi di febbre nel cupo viso

giallo del malato le ispiravano timore e inquietudine, c'era

tuttavia da esser grati alla piccola guida, per essere riuscita

a destare la loro attenzione ed aver, bene o male, resa

possibile la marcia. Naturalmente vi erano degli agglome- ramenti di fronte ai quali il piccolo portatore del mantello con la sua disinvoltura di piccolo birbante e col fuoco della sua fiaccola nulla poteva, e in questi momenti non serviva nemmeno l'inquietante aspetto del malato, al contrario:

ogni volta la gente, che da principio, come per difesa, si limitava a distogliere con indifferenza lo sguardo, passava poi a una manifesta avversione per quella vista inquie- tante e a un bisbiglio di paura e insieme di lepidezza aggressiva per giungere infine a un umore pressoché minac- cioso, per il quale un burlone altrettanto bonario quanto maligno trovò la calzante espressione nel grido: "U n mago, il mago dell'imperatcjref " — " Si capisce, balordo," gli gridò di rimando il ragazzo, " un simile mago non l'hai ancora visto, tu, nella tua stupida vita; è il nostro mago più grande, il più grande di tutti!/' Si alzarono alcune mani con le dita aperte in segrio di 'scongiuro, e una prosti- tuta dal viso impiastricciato di bianco e con la parrucca messa di sbieco sul cranio strillò verso la lettiga: " Dammi un filtro d'amore! " " Sì, tra le gambe e gagliardo," ag. giunse imitando la voce chioccia un giovanotto bruciato dal sole che pareva un galletto — era evidentemente un mari- naio — e che tendendo le braccia tatuate d'azzurro l'ac- chiappò di dietro con ambedue le mani, mentre la donna squittiva teneramente soddisfatta, " te lo do io il filtro d'amore, io sì che te lo do! " — " Largo al mago, largo! " comandò il ragazzo, che col gomito spinse risolutamente da parte il galletto, e si volse a destra con decisione rapida

e in certo modo sorprendente, allontanandosi verso il

margine delia piazza; di buon grado lo seguirono i porta- tori col baule dei manoscritti, un po' meno volentieri il familiare di guardia, lo segui poi la lettiga con gli altri schiavi, quasi tirati dietro al fanciullo da un'invisibile catena. Dove li conduceva il fanciullo? da quale lontanan-

za, da quali profondità della memoria era egli emerso? per volere di quale passato, di quale futuro? di quale misteriosa necessità? e, lui stesso, da quale passato mistero, verso quale futuro mistero veniva portato? o non era piuttosto un continuo, immoto librarsi nell'immensità del presente? Intorno a lui c'erano le bocche bestiali aperte al pasto bestiale, al ruggito, allo stupore ed al canto, le bocche aperte nei volti impenetrabili, le bocche spalancate, armate

di lingua, munite di denti dietro a labbra rosse, pallide e

brune, egli guardava dall'alto le rotonde teste dei portatori

coperte d'un muschio lanoso, guardava di profilo le loro mascelle e la pelle pustolosa delle loro guance, conosceva

il sangue che pulsava nelle loro vene, la saliva che dove-

vano inghiottire, e conosceva non poco dei pensieri che s'erano perduti in queste voraci macchine di carne, goffe,

maldestre e sfrenate, pensieri perduti e tuttavia per sem- pre incancellabili, teneri e ottusi, limpidi e oscuri, stillanti goccia su goccia, cadono e trascorrono le gocce dell'anima; egli conosceva la nostalgia che nemmeno nella più stra- ziante concupiscenza e nella più dissoluta carnalità riesce ad appagarsi, quella nostalgia inestirpabile, innata in tutti loro, tanto nel galletto che nella prostituta, una nostalgia indistruttibile che si può tutt'al più deformare e sviare

in un sentimento malvagio ed ostile. Remoto e tuttavia

indicibilmente vicino, sospeso nella sua vigile attesa e tut- tavia mescolato a tutto Ù torpore d'intorno, egli vedeva l'ottusità di quei corpi senza volto che sprizzavano e assor- bivano il seme, vedeva i loro irrigidimenti ed i loro tur- gori, vedeva ed udiva gli occulti atti della loro casuale concupiscenza, il giubilo selvaggio e ottusamente guerresco dei loro accoppiamenti, la rimbambita saggezza della loro vecchiaia, e gli pareva quasi che la. conoscenza di tutto ciò

gli fosse stata comunicata attraverso il naso, come se

l'avesse inspirata insieme con l'esalazione che lo stordiva

e in cui erano inalveate le impressioni della vista e del-

l'udito e con la molteplice esalazione delle bestie umane e del loro cibo quotidiano, ogni giorno raccolto, ogni giorno masticato e ingerito; ora però che finalmente ci si era aperta una via in mezzo a quei corpi e che la folla, come

le luci al margine della piazza, s'andava facendo sempre

più rada per dissolversi infine del tutto nel buio, l'odore

di quelle bestie umane fu sostituito dal fetore liscio e rilu-

cente delle baracche della pescheria che, abbandonate nel silenzio del vespro, delimitavano la piazza del porto. Dol- ciastro, e non meno putrido, s'aggiungeva ancora l'odore

del mercato delle frutta, saturo di fermenti, indistinguibile

il profumo dell'uva rossa, delle prugne lucide e gialle,

delle mele dorate e dei fichi neri d'inverno dall'odore della loro comune putrefazione, e le pietre del selciato avevano l'aspetto rilucente e lubrico dell'umido sudiciume dei frutti calpestati.

sue

spalle, molto lontane le navi alla banchina, molto lontano

il mare, anche se non definitivamente perduto; l'urlo della

folla era in quel punto ancora soltanto un lontano rimbom-

bo e del tutto spento era il suono delle fanfare.

Con grande sicurezza, come se fosse guidato da una precisa conoscenza del luogo, il fanciullo aveva pilotato

il suo seguito attraverso l'intrico delle baracche, per pene-

trare nel settore dei magazzini e dei cantieri, che con i suoi edifici tetri e senza luci seguiva immediatamente la zona del mercato e da lì si estendeva nel buio, come si poteva intuire, non certo vedere con gli occhi. E qui, ancora una volta, l'odore cambiò: si sentiva l'odore di tutto il lavoro della regione, dell'enorme quantità di viveri che vi erano preparati, preparati per il commercio interno nel territorio dell'impero, ma sempre destinati, di qua o di là, dopo la compra e la vendita, ad attraversare con le loro scorie i corpi umani e i meandri delle loro viscere; si sentiva la asciutta dolcezza dei cereali ammucchiati dinanzi ai neri

Il centro della piazza era ora molto lontano, alle

silos in attesa di venirvi introdotti dalle pale, la polverosa asciuttezza dei sacchi di grano, di frumento, di avena e di farro, l'acidula morbidezza dell'olio nei barili e nei tini e così pure la frizzante asprezza dei depositi di vino che si estendevano lungo la riva, si sentiva l'odore delle officine dei carpentieri, dei fusti di quercia accatastati nel buio, del loro legno indistruttibile, della loro corteccia e dell'anima del loro tronco duttile e forte, si sentivano i ceppi squadrati nei quali l'ascia è rimasta infissa, come il legnaiuolo l'ha abbandonata al termine del suo lavoro, e accanto all'odore delle assi nuove e ben piallate, accanto a quello dei tru- cioli e della segatura si sentiva l'odore stanco del legno delle vecchie navi, rotto, verde biancastro, lubrico, am- muffito, disseminato di conchiglie, che raccolto in grandi cataste aspettava d'esser bruciato. Era questo il ciclo della vita operosa. Un'infinita pace spirava dall'atmosfera not- turna del lavoro, gravida di profumi, la pace di un paese operoso, la pace dei campi, dei vigneti, dei boschi, degli uliveti, la pace del mondo contadino dalla quale era uscito lui stesso, figlio di contadini, la pace della sua perenne nostalgia della patria e della sua nostalgia legata alla terra, rivolta alla terra, ferma e costante come la terra, alla quale da sempre aveva dedicato il suo canto, oh, la pace, l'irrag- giungibile pace della sua nostalgia. E come se dovesse rispecchiarsi anche qui questa irraggiungibilità, come se tutto dovesse trasformarsi nell'immagine del suo destino, anche questa pace era, qui, costretta fra le pietre, impri- gionata e profanata per l'ambizione, il lucro, la venalità, l'avidità, l'esteriorità, la schiavitù, la discordia. L'interno e l'esterno sono la medesima cosa, sono l'immagine e il ri- flesso dell'immagine, ma non sono ancora quell'unità che è la conoscenza. Ovunque egli scopriva se stesso, e se egli doveva, e poteva, fissare ogni cosa nella propria coscienza, se riusciva a ghermire la molteplicità del mondo — il compito al quale si era sentito chiamato e verso il quale si sentiva incalzato — quella molteplicità a cui si era ab- bandonato tra il sogno e la veglia, appartenendole e pos- sedendola senza sforzo, ciò soltanto perché fin dall'inizio,

anzi, ancor prima di ogni indagine della vista, dell'udito e del tatto, essa era stata sua, perché ricordare e cogliere il mondo altro non è che ricordare se stessi, è il proprio io che ricorda se stesso, è ricordare il proprio passato, un pas- sato in cui egli doveva aver bevuto il vino, toccato il legno,

assaporato l'olio, ancor prima che ci fossero stati olio, vino

e legno, e riconosciuto l'inconosciuto, perché l'insieme

delle creature umane coi loro volti umani e bestiali, con

la loro concupiscenza, con la loro bramosia, con la loro

carnalità, con la loro avida freddezza, con la loro anima-

lesca corporeità, ma anche con la loro grande notturna nostalgia, tutte queste creature e tutte queste cose — le avesse o non le avesse vedute, fossero o non fossero mai

esistite — erano incorporate dentro di lui fin dal primo principio, erano il caotico, originario humus del suo essere, erano la sua carnalità, la sua concupiscenza, la sua bramo- sia, la bestialità del suo volto, ma anche la sua nostalgia:

e benché la sua nostalgia nel corso del suo viaggio terreno

si fosse profondamente mutata e si fosse rivolta alla cono-

scenza, a tal punto che essa, fattasi sempre più dolorosa,

poteva dirsi ancora a stento nostalgia, anzi nostalgia della nostalgia, e benché ciò, fin dal principio, fosse stato presta- bilito dal destino come espulsione e come solitudine — gra- vida di sventura la prima, apportatrice di felicità e di salvezza la seconda, ma entrambe quasi insopportabili a una creatura umana, — incancellabile tuttavia era rimasto l'innato, originario humus dell'essere, il terreno del cono- scere e del riconoscere da cui la memoria trae il suo ali- mento e a cui essa ritorna, scudo contro la fortuna e la sventura, scudo contro l'insopportabile; una così estrema

e così struggente nostalgia, che, in ogni sua ricerca della

più pura profondità del ricordo, vibrava quasi corporea. E

in verità, era una nostalgia corporea e incancellabile. Egli

teneva le dita spasmodicamente intrecciate, sentiva l'anello che premeva duro contro la pelle e il tessuto della sua carne, sentiva le ossa della sua mano dure come la pietra, sentiva il suo sangue, la profonda memoria del suo corpo, profonda delle ombre del lontano passato e della viva

luce del presente, e si ricordava della sua infanzia ad An- des, si ricordava della casa, delle stalle, del granaio, degli

alberi, si ricordava dei chiari occhi di sua madre, del suo volto sempre pronto al sorriso e sempre un po' bruciato dal sole, e la rivedeva con i suoi riccioli bruni attendere ai lavori domestici — oh, si chiamava Maia, e nessun nome avrebbe potuto essere più maturo e più estivo, nessuno le si sarebbe meglio adattato, — e ricordava com'essa, con

la sua lieta operosità, diffondesse all'intorno un senso di ca-

lore, infaticabile e costantemente serena anche quando doveva stare agli ordini del nonno'che, seduto in casa, la chiamava continuamente per qualche servizio, o quando, non meno frequentemente, aveva il compito di placare il

vecchio e le sue grida infuriate, che scuotevano fin l'anima

e spaventavano i bambini, quelle grida che aspettavano di

essere placate e che il vecchio non tralasciava mai di into- nare ad ogni occasione, particolarmente quando si discu- teva sul prezzo del bestiame e del grano, e lui immanca- bilmente, sia nella compera che nella vendita, lui, il canuto Magus Polla, metà generoso e metà spilorcio, si credeva abbindolato dai mercanti; ah, com'era forte questo strepito nella memoria, com'era soave, nella memoria, la quiete che la madre restituiva alla casa quasi con divertita letizia, ed egli si ricordava del padre, che solo col matrimonio era potuto diventare un vero contadino e il cui precedente me- stiere di vasaio gli era parso meschino, sebbene fosse molto bello sentir raccontare la sera del lavoro intorno alle panciute botti di vino e agli orci dell'olio di nobile linea che il padre aveva fabbricati, sentir raccontare del pollice che plasma l'argilla, delle spatole e del tornio ronzante e dell'arte della cottura, bei racconti, interrotti da qualche antica canzone di vasaio. Oh, visi del tempo, che riman- gono nel tempo, oh, viso della madre, che ricordava come viso giovanile e che s'era fatto poi sempre più vago e pro- fondo, così che nella morte era parso al di là di ogni umana sembianza, quasi una eterna natura, oh, viso del padre, non ricordato al principio e poi via via cresciuto e trasfor- matosi in pura immagine umana così che nella morte era

l'indelebile volto dell'uomo, foggiato di bruna creta, solida

e dura, volto benigno e forte nell'ultimo sorriso, indimen-

ticabile. Oh, nulla può maturare e farsi realtà, che non sia radicato nella memoria, oh, nulla è comprensibile al- l'uomo, che non gli sia stato dato fin dal principio, adom- brato dai volti della sua giovinezza. Perché l'anima è sempre vicina al suo principio, vicina al grande risveglio del suo principio e persino la fine ha per essa la dignità del principio; non va perduto alcun canto che abbia toccato una volta le corde de la sua lira, ed essa, sempre pronta a ririnovarsi, conserva in sé ogni suono che sia risuonato dentro di lei, melodia imperitura, che sempre ritorna e

che era presente anche qui; ed egli s'imbeveva di quell'aria per cogliere ed inspirare nei propri polmoni malati il fresco odóre degli orci di terracotta e dei barili accatastati che usciva talvolta leggero e scuro dalle porte aperte dei ca- pannoni. Certo poi dovette tossire, come se avesse com- messo qualcosa di proibito o di pregiudizievole per il suo stato. Le scarpe chiodate dei portatori continuavano intanto a trottare, picchiavano sul lastricato, scricchiola- vano sulla ghiaia, mentre la fiaccola della giovane guida, che di quando in quando si voltava a sorridere alzando gli occhi verso la lettiga, li precedeva con la sua luce; si acquistò così un buon ritmo di marcia, abbastanza rapido, troppo rapido per l'anziano familiare che s'era incanutito

e ingrassato nel comodo servizio di corte e che arrancava

ora in coda al piccolo corteo con sonori sospiri; il labirin- to dei multiformi tetti dei magazzini e dei silos, taluni a punta, altri piatti, altri infine appena inclinati, si profilava contro un cielo già fitto di stelle, anche se non del tutto notturno; le gru e le armature di legno gettavano ombre minacciose nella luce che andava dileguando, passarono dinanzi a carri vuoti e carichi, alcuni ratti attraversarono la strada, una falena si posò smarrita sulla spalliera della lettiga; sommessamente tornarono ad annunciarsi la stan- chezza ed il sonno, sei gambe aveva la falena e assai nu- merose, e forse incalcolabili, la muta dei portatori ai quali era affidata la lettiga e, con la falena, egli stesso, fragile

e nobile merce, e pensò di voltarsi a contare il numero dei

portatori che camminavano dietro di lui e il numero delle oro gambe, solo che, prima che egli potesse realizzare il suo proposito, erano giunti in uno stretto passaggio tra due capannoni, e subito dopo si trovarono, in modo davvero sorprendente, ancora una volta dinanzi alle case della città, fermi all'imbocco di un vicolo che, abbastanza erto, saliva tra grandi case d'affitto, molto stretto, roso dalle intem- perie, tra file e file di panni appesi ad asciugare: effettiva- mente si erano fermati, poiché il fanciullo, senza esitare, aveva arrestato la marcia dei portatori che altrimenti avreb- bero verosimilmente continuato a trottare — ed effettiva- mente ora erano, come prima, quattro soltanto, — e proprio quest'improvvisa interruzione, unita all'inatteso spettacolo, produsse l'effetto come d'una gioia del rivedersi, un effetto così sorprendente e sconcertante che tutti insie- me — signore, familiare, schiavo — scoppiarono a ridere, tanto più allorquando il fanciullo, infervorato dalle loro risate, s'inchinò leggermente e con un gesto superbo li invitò ad entrare nel vicolo.

Ma in verità non c'era ragione d'essere allegri: special-

mente nell'abisso di questo vicolo. La via saliva oscura,

a scalini bassi, popolata d'ogni sorta di ombre e soprattutto di branchi di bambini, che nonostante l'ora avanzata face- vano un chiasso diabolico su e giù per la gradinata, bipedi ombre, alle quali — guardando più da vicino — s'accompa- gnavano ombre quadrupedi, poiché dappertutto, lungo i muri, legate a una corda più o meno lunga, erano attaccate

le capre; le finestre nere, senza vetri e per lo più prive di

imposte, guardavano dentro quella voragine e così le bot- teghe simili a cantine o ad oscure caverne, dalle quali usciva lo schiamazzo della folla che contrattava oggetti d'ogni specie e di infimo prezzo, mercato della miseria e dei bisogni delle prossime ore o appena del prossimo giorno, nel mentre, accanto, il lavoro dell'artigiano batteva, cigo-

lava, rattoppava, si nutriva di piccoli affanni, lavoro com- piuto da ombre e destinato ad ombre che proseguiva col suo tenue strepito e, manifestamente, non aveva più alcun bisogno di luce, perché anche là, dove il chiarore d'una povera lucerna o di un mozzicone di candela s'arrischiava d'uscire dal buio, gli uomini restavano appiattati nell'om- bra. Vita quotidiana nella vicenda della miseria più nera, indipendente da ogni avvenimento esterno, si viveva in quel luogo, quasi al di fuori del tempo, come se la festa imperiale fosse lontanissima da questo vicolo ed i suoi abitanti non sapessero nulla di ciò che accadeva nelle altre parti della città, sicché l'apparir del corteo non significava nulla di stupefacente, bensì piuttosto un fastidio estrema- mente spiacevole o, per meglio dire, estremamente ostile. Cominciò con una baraonda da spiriti folletti, e cioè coi bambini, e persino con le capre, poiché tanto gli uni quanto le altre ruzzavano tra le gambe dei portatori senza trarsi da parte, belanti i quadrupedi, trillanti i piccoli bipedi che erompevano da tutti gH angoli per tornare poi a na- scondersi; cominciò che volevano strappar di mano la fiaccola alla giovane guida, certo senza successo a causa della sua selvaggia bellicosità, ma questo non sarebbe stato il peggio, poiché, se pur lentamente, si procedeva tuttavia gradino per gradino su per il vicolo della miseria, no, il peggio non erano questi atti di molestia, il peggio erano invece le donne, erano loro il peggio, erano queste donne che si sporgevano dalle finestre, col seno schiacciato sul davanzale, ciondolando all'ingiù come serpi le braccia nude con le mani guizzanti, e se erano ancor solo deliranti e liti- giose parole d'insulto quelle in cui traboccava il loro cica- leccio avvedendosi del passaggio della lettiga, era anche ad un tempo un litigioso delirio, grande come ogni delirio, che si faceva accusa e verità, poiché era contumelia. E qui ora, dove le case l'una dopo l'altra emanavano dalle fauci dei portoni spalancati un bestiale puzzo di feci, qui, in questo canale di case corrose dalla pioggia e dal vento, attraverso il quale egli veniva portato sull'alta lettiga, cosi che poteva e doveva anzi guardare nelle misere stanze, col-

pito dalle maledizioni folli e furenti che le donne gli sca- gliavano in faccia, colpito dal frignare lamentoso dei pop- panti malati che si vedevano ovunque avvolti nei bran-

delli e nei cenci, colpito dal fumo denso delle tede resinose fissate alle crepe delle pareti, colpito dalle esalazioni stantie delle cucine e delle padelle di ferro bruciacchiate e sporche

di grasso d'antica data, colpito dall'orrido quadro dei vecchi

brontolanti e quasi ignudi, che dovunque se ne stavano

rannicchiati nei buchi neri delle loro dimore, egli cominciò

a sentirsi sopraflEatto dalla disperazione, e qui, tra queste

tane di vermi, dinanzi a questa estrema depravazione e a tanto miserabile disfacimento, dinanzi a questo profondo carcere terreno, in questo luogo dove la nascita altro non era che un parto doloroso e perverso e la morte che un perverso crepare, dove l'inizio e la fine della vita si intes- sevano nella più stretta fraternità — oscuro presagio il nascere, oscuro presagio il morire, entrambi senza nome nel regno tenebroso di un male senza tempo, — qui, in questa innominabile atmosfera notturna e impudica, qui egli dovette per la prima volta coprirsi il viso, tra le urlanti risa delle donne, dovette farlo per rendersi cieco egli stesso, mentre lo portavano avanti, gradino per gradino, su per la scalinata del vicolo della miseria —

— : " O moscio, tu, moscio della lettiga! " — " Crede

d'essere qualcosa di meglio che noialtri! " — " Sacco di

Se non avessi denari, potresti Si fa portare al lavoro! " gridavano

le donne

— — : insensata era la gragnuola dei vituperi che dal-

l'alto crosciavano su di lui, insensata, insensata, insensata,

e tuttavia giustificata, e tuttavia ammonimento, e tuttavia

verità, e tuttavia delirio che s'era fatto verità, ed ogni invettiva strappava un pezzo di superbia dalla sua anima, che restò nuda come i lattanti, nuda come i vecchi nei loro stracci, nuda per le tenebre, nuda per l'assenza di ogni memoria, nuda per la colpa, smarrita nella fluttuante nudità dell'indistinguibile —

— gradino per gradino si attraversava il vicolo della

soldi sul suo trono! andar a piedi! " —

miseria, arrestandosi ad ogni ripiano della gradinata —

— : flutto della più nuda creaturalità distesa sopra il

respiro della terra, distesa sotto il respiro del cielo nella vicenda del giorno e della notte, rinchiusa tra le immutabili rive degli evi, il nudo gregge della vita, simile all'ampia corrente di un fiume, a stilla a stilla salendo dall'humus dell'essere, a stilla a stilla sempre ridiscendendo nell'humus dell'essere, l'ineluttabile unione di tutte le creature —

" Quando sei crepato, puzzi come gli altri! " —

" Becchini, buttatelo giù, lasciatelo cadere, il morto! " —

— : monti e valli del tempo, oh, miriadi di creature,

che dagli evi infiniti erano state portate per quelle valli e quei monti, creature che incessantemente vengono ancora portate per quelle valli e quei monti nella torpida corrente, nella corrente infinita della loro totalità, e non c'è singola creatura che non abbia pensato e non pensi di potersi librare in eterno come anima eterna al di fuori del tempo, libera nella libertà dell'eterno, disciolta dalla corrente, re- denta dal terreno tumulto, sicura di non più cadere, non più creatura, ma solo fiore ormai, cresciuto solitario fino a toccare le stelle, diafano fiore libero e solo, il cuore treman- te come un diafano fiore di un tralcio divenuto invisibile.

— : portato avanti, gradino per gradino, attraverso gli oltraggi del vicolo della miseria —

— : oh, era sempre quest'illusione dell'eternità, ed

anche la sua vita, germogliata dal caotico humus della notte senza nome, cresciuta dalla sterpaglia di tutto ciò che è creato arrampicandosi in volute infinite, abbarbican- dosi or da una parte or dall'altra, all'impurità e alla pu- rezza, al perituro e all'eterno, alle cose, al possesso, agli uomini e ancora agli uomini, alle parole e ai paesaggi, questa vita sempre sprezzata e sempre vissuta, egli l'aveva profanata, ne aveva abusato per superare se stesso, per in- nalzarsi al di sopra di se stesso, al di là di ogni limite e di ogni temporalità, come se non fosse potuto cadere, come se non dovesse ritornare nel tempo, tra le creature e nel carcere della terrestrità, come se dinnanzi a lui non si spalancasise l'abisso.

Poppante! " Bagna-pannolini! Ca-

cone! " Hai fatto il cattivo, e ti portano a casa! " — " Ti buschi un clistere, ti mettono sul vasetto! " le risate piovevano d'ogni parte giù dalle finestre il vicolo echeggiava dei sarcasmi delle donne, ma non era possibile sfuggirvi; solo assai lentamente, gradino per gradino, si procedeva — — : eppure, erano proprio le voci delle donne che qui

lo insultavano con giustificato sarcasmo e scoprivano la

sua vana illusione? ciò che qui risuonava, non era più forte che le voci di donne di questa terra, che le voci umane di questa terra, che le voci di deliranti creature di questa terra? oh, non era invece il tempo, che lo apostrofava coi suoi sarcasmi, il tempo che fluisce immutabile con tutta la varietà delle sue voci e con tutta la suggente forza che in esso e solo in esso dimora, il tempo si era incarnato nelle voci delle donne, perché attraverso i loro insulti venisse cancellato il suo nome, e perché lui, spogliato del nome, spogliato della sua anima, spogliato d'ogni canto, spogliato della canora eternità del suo cuore, ricadesse nella notte ineffabile e nell'humus dell'essere, umiliato a quell'ama- rissima vergogna, che è l'ultimo resto d'una spenta me- moria — : voci del tempo, voci che sapevano dell'inelutta- bilità, degli ineluttabili artigli del destino! Esse sapevano che anche lui non si era potuto sottrarre all'irrevocabile, che c'era una nave sulla quale, nonostante ogni illusione,

egli era dovuto salire e che lo aveva riportato all'indietro, in

un fatale ritorno; oh, esse conoscevano il nudo fiume della

creaturalità, che scorre lento tra nude sponde di originaria argilla, deserto di navi, spoglio d'ogni vegetazione, palese

illusione il fiume e la nave e tuttavia realtà che è destino, invisibile realtà dell'illusione, e sapevano che ognuno per volere del destino deve immergersi ancora una volta nella corrente e che il punto della sua nuova immersione non può esser distinto da quello in cui un tempo s'era illuso

di emergere, perché il ritorno deve chiudere il cerchio del

destino —

:

"

O,

ti

pigliamo,

sai,

coda,

coda

penzolante!

"

risuonavano le voci litigiose

— :

eppur

erano

solo

voci

di donne, voci piene di

scherno, proprio come se egli non fosse stato che un bam- bino disobbediente che avesse cercato una sua illusoria libertà ed ora volesse ritornarsene a casa di soppiatto, anzi, di più, un bambino che si fosse dovuto riportare in- dietro per vie tortuose e piene persino di pericoli e che dovesse essere rimproverato soltanto per aver preso quello sciagurato cammino; ma anche se erano soltanto litigiose le voci grevi delle madri, colme dell'oscurità del tempo, esse tuttavia sapevano che il cerchio della via del destino circonda l'abisso del nulla, e che i disperati, gli smarriti, gli spossati infallibilmente precipitano nell'abisso del cen- tro non appena sono costretti ad interrompere prematura- mente il loro cammino — oh, non era forse ognuno co- stretto a una simile fine? era mai riuscito qualcuno a com- piere coi suoi passi l'intero cammino? — , e insieme pieno d'ansia vibrava, nei furiosi rimproveri, l'eterno, indicibile desiderio della madre, che ogni bambino possa per sempre restar nudo cosi com'è nato, nudo e incarcerato nella sua prima sicurezza, immerso nel flusso degli evi della terra, nella corrente della creaturalità, da esso dolcemente innal- zato, in essa dolcemente naufragando, quasi senza de- stino —

— — : inevitabile la madre — che cosa aveva indotto il fanciullo che era la sua guida a scegliere questa via? e sé ora non avesse più saputo guidarlo? la lettiga si fermò; come per un divieto espresso dal grido delle madri, come se non dovesse mai più rimettersi in moto, si fermò in un'attesa spaventosa, ma, poi, liberatasi ancora una volta, riprese di nuovo a salire, gradino per gradino, inerpicandosi su per il vicolo della miseria — non era dunque sufficiente la forza materna delle voci per stabilire un vincolo perenne? era cosi imperfetta la loro sapienza e così lacunosa che ancora una volta dove- vano concedere la libertà all'incatenato? oh, debolezza

— :

" Tu, nudo, nudo, tutto nudo! "

della madre, che è nascita essa medesima e perciò nulla sa della rinascita e nulla vuole sapere, incapace di compren-

dere che la nascita, per esser vera, anela alla rinascita, ma che entrambe, la nascita e la rinascita, non potrebbero mai accadere se accanto a loro non accadesse il nulla, se dietro

a loro non vi fosse, eterno e immutabile, ultima genesi, i]

nulla, e che soltanto da questo rapporto indissolubile di

essere e di non essere incomincia a risplendere, in tacita, divinante unione, la grande luce dell'atemporalità, la li- bertà dell'anima umana, il cui canto eterno non è inganno

o illusione o superbia, ma, al di là d'ogni scherno, destino dell'uomo, la terribile magnificenza dell'umano destino — — : oh, è il destino divino dell'uomo ed è l'aspetto

visibile dell'uomo nel destino degli dèi, è l'immutabile sorte

di entrambi di venire sempre ricondotti sulla via della

rinascita, è l'incancellabile speranza di entrambi d'essere

destinati ancora una volta a ripercorrere il cerchio, perché

il poi diventi il prima e perché ogni punto del cammino

riunisca in sé tutto il passato e tutto il futuro, fermandosi

nel canto di una presenza irripetibile, portando nel proprio

grembo l'istante della perfetta libertà, l'istante dell'india- zione, questo nulla-tempo di un attimo, nel quale tuttavia

l'universo viene compreso come un unico ricordo al di fuori del tempo — — : vicolo della furente empietà, che non voleva finire, che non poteva forse finire, prima che si fosse giunti al

fondo del vituperio, del peccato, della maledizione, e sem- pre più lentamente in esso, gradino per gradino, si pro- cedeva —

la scoperta della nuda colpa, il delirio della nuda

venta — — : oh, immutabile destino umano del dio, di dover discendere nel carcere della terra, nel male e nel peccato, affinché prima sulla terra si esaurisca il male, perché il cerchio si compia prima sulla terra e sempre più stretto si chiuda intorno all'inesplorabilità del nulla, intorno all'ine- splorabile fondo della nascita che un giorno si trasformerà

— :

nella rinascita di tutto il creato, non appena il dio e l'uo- mo avranno assolto la loro missione — oh, immutabile dovere dell'umano destino, di es- sere pronto a spianare il cammino del dio, il cammino su cui non potranno scender gli insulti, il cammino della rina- scita fuori dal tempo, un'aspirazione in cui dio e uomo si uniscono, sottraendosi al vincolo materno —

— : ma qui c'era il vicolo della miseria, per il quale si andava salendo gradino per gradino, qui c'era il terrore della maledizione, il terrore del giustificato sarcasmo, spu- tato fuori dalla miseria, oh, e lui, accecato dalla miseria, accecato dalla maledizione, sì lui, che aveva il capo coperto

e nascosto, era tuttavia costretto a udire. Perché era stato condotto in quel luogo? gli si voleva mostrare che a lui non era stato concesso di concludere il cerchio? che aveva

teso l'arco della sua vita, sempre di più, fino all'estremo, col risultato di render più grande, invece che più piccolo,

il nulla del centro? che con questa apparente infinitezza,

con questa apparente eternità, con questa apparente soli- tudine egli si era soltanto allontanato, sempre più allon- tanato dalla mèta della rinascita, e che in crescente misura era aumentato il pericolo della sua caduta? era questo un avvertimento, o già una minaccia? o era già realmente la definitiva caduta? Ed il punto più alto del suo troppo

lungo cammino, solo in. apparenza aveva attinto la divinità, era stato un cammino folle e smisurato verso il giubilo

e l'ebbrezza, verso la grande esperienza della potenza e

della fama, e reso ancora più lungo da ciò che nella sua illusione egli aveva chiamato poesia e conoscenza, pensando che bastasse soltanto ricordare tutto per carpire la forza di un presente senza fine, l'infinita fissità dell'infanzia di- vina, ed ora tutto ciò si rivelava puerile parvenza di divi- nità, impudica presunzione di divinità, esposta al riso di tutti, al nudo riso delle donne — delle ingannate e tutta- via non ingannabili madri — per sottrarsi alla cui prote- zione egli era stato troppo debole, sommamente debole poi in quella sua ambizione infantile di volersi innalzare fino agli dèi. Oh, nulla si può contrapporre alla nudità del

riso, nessuna reazione può far fronte al sarcasmo, non resta che velare la propria nudità, la nudità del proprio volto, e col volto velato egli giaceva sul suo sedile, velato anche quando alla fine, nonostante tutte le soste, spingen- dosi innanzi gradino per gradino, e in verità contro ogni attesa, si potè uscire dall'infernale abisso del vicolo, dal- l'infernale selva del riso, e un dondolìo più calmo della lettiga lasciò capire che nuovamente si procedeva su una strada piana.

Certo, non si procedeva per questo sensibilmente più rapidi; ancora una volta si avanzava lentamente passo a passo, forse addirittura più lentamente di prima, anche se qui, com'era evidente, non c'era più l'ostacolo opposto da una gente maligna, bensì di nuovo la calca, che anzi era aumentata e manifestamente andava ancora aumentando, come s'avvertiva dal mormorio di uomini, dall'odore di uomini, dal calore di uomini, che si spandeva sempre più denso. Egli era evaso dal vicolo della miseria ed era ormai lontano dalle sue voci e tuttavia egli credeva di sentire ancora nel suo orecchio l'assordante vituperio di quelle parole, gli pareva anzi che quelle parole lo inseguissero simili a Erinni, in una caccia infernale, per tormentarlo e straziarlo, unendosi allo strepito della folla che tutto in- torno pullulava e andava rapidamente crescendo — segno che si era di nuovo in prossimità della festa imperiale — cosicché la caccia tormentosa degli insulti, congiungendosi allo strepito dell'entusiasmo, del potere e dell'ebbrezza, continuava a farsi sentire con non diminuita intensità, e mentre egli, rendendosene conto, non riusciva a difen- dersi dalla folla delle voci incalzanti di dentro e di fuori — un tormento così straziante che si sentiva quasi mo- rire — anche la luce gli si trasformò in un clamore insop- portabile, ineluttabile, in una luce così insopportabilmente cruda, che penetrò tagliente attraverso le palpebre e le costrinse ad aprirsi, dapprima riluttanti e a spalancarsi poi

in uno sguardo d'orrore: un fuoco infernale investì i suoi occhi giungendo dalla fine di quella strada abbastanza larga, lungo la quale si vedevano le fitte teste degli uomini spin- gersi avanti, gli fiammeggiò nello sguardo, crudo ed orri- bile, come una magica sorgente di luce che trasformava tutto, il movimento della folla in un flusso quasi automa- tico, tanto che si sarebbe potuto pensare che persino la lettiga non venisse sorretta, ma nuotasse invece in quella corrente che la trascinava con sé, e ad ogni passo, ad ogni spinta, la potenza di quella segreta, empia, insensata ed enorme forza d'attrazione si faceva più chiara, più tre- menda, più pressante, più penetrante, sempre più vicina al cuore, sempre più crescente, fin che d'un tratto si svelò nella sua interezza, si svelò nell'istante in cui la lettiga sospinta, tirata, portata, librata e sospesa in quel mare, si trovò allo sbocco della strada, perché qui subitamente, in mezzo al fuoco ed al clamore privo di ogni ombra visibile, privo di ogni ombra sonora, apparve in un com- pleto abbacinamento di luci e clamori il palazzo imperiale, radioso e splendente, per metà dimora e per metà foftezza, che si ergeva entro un chiarore infernale e vulcanico al centro d'una piazza quasi circolare, incurvata a forma di scudo, e questa piazza era un unico flutto di creaturalità, un humus umano ribollente dal quale emergevano forme e figure umane, un'ondata di occhi e di sguardi scintillanti, che, quasi avessero perduto ogni altro contenuto, fissavano tutti la stessa mèta di fuoco e senz'ombra, un'umana ondata di fuoco, cupida di lambire quella sponda di fuoco. Così tra una marea di fiaccole, si innalzava il castello, la mèta irresistibile che dava una direzione e un significato alla massa del gregge che irresistibilmente attratto incal- zava, fremeva e scalpitava, coscienza della sua sfrenata vo- lontà, mèta a cui il gregge cupidamente tendeva per il bisogno di sentirsi guidato, ma che proprio per questo era anche l'immagine di un'enigmatica potenza, orribile, cu- pa, irreperibile, incomprensibile al singolo animale, incom- prensibile al singolo uomo e così impenetrabile che il pro- blema del significato e dell'origine di quella strapotente

forza di attrazione che era rinchiusa all'interno del palazzo di fiamme e si sprigionava all'esterno, certo frugava dentro ciascuno di loro, e attendeva ansiosamente una risposta, sperava ansiosamente in una risposta, e benché nessuno fosse in grado di trovarne una vera, la stessa risposta più umile e più insufHciente sembrava appagare quella spe- ranza ed essere salvezza della coscienza, salvezza dell'uma- nità e dell'anima, salvezza dell'essere, una risposta che metteva conto di annunciare superbamente — ; " Vino " era la risposta, " Vino gratis " e " I pretoriani " era la risposta, e " Parlerà l'imperatore " era la risposta, e al- l'improvviso uno annunciò con voce ansante: " Distribui- scono già il denaro! " Così il castello irraggiava su di loro la seduzione, così pungolavano se stessi e si pungo- lavano a vicenda, perché non nascessero dubbi sulla grande seduzione e perché la paura di una sicura delusione che li

attendeva alla misteriosa muraglia tanto desiderata, non lasciasse mai affievolire il loro selvaggio desiderio, la grande nostalgia della compartecipazione: risposta ben misera per una così grande speranza, grida e incitamenti ben miseri, eppure ogni volta una scossa attraversava la foUa, i corpi

e le anime, una scossa taurina, impudica, irresistìbile, sorda, che li spingeva verso la mèta comune, in un unico mucchio, spinta su spinta, sempre in avanti, dentro un vampeggiante nulla. E denso, fitto, quasi compresso, fumigava sopra le

teste l'odore del gregge, coperto dalla caligine delle fiaccole, un fumo ardente, irrespirabile, soffocante; densi vapori oscuri, che posandosi inerti l'uno sull'altro, strato su strato, restavano sospesi nell'aria immota, oh, strati pesanti, indi- visibili, impenetrabili della nebbia infernale! Non c'era più via d'uscita? non c'era più possibilità di fuga? oh, indietro, indietro alla nave, per potervi morire tranquillo! Dov'era il fanciullo?! suo era l'obbligo, suo era il compito di addi- tare la via del ritorno! A chi spettava la decisione?! Ahi- mè, immobilizzato dalla folla, non c'era nulla da decidere,

e la voce, che avrebbe voluto sollecitare una decisione, più non si sciolse dal suo respiro; la voce rimase cieca! E intanto il fanciullo, come se avesse udito il suo muto ri-

chiamo, gli mandò un sorriso, un sorriso degli occhi che gaiamente chiedevano scusa e gaiamente esprimevano con- fidenza e conforto, nella consapevolezza che da tempo,

ormai, si era dispensati da qualsiasi decisione, che la deci- sione presa si sarebbe rivelata la giusta, e questo gli infuse conforto nonostante la terribilità di ciò che li attendeva. Intorno a lui c'erano fitte le teste con i loro volti quoti- diani che esprimevano la loro quotidiana, per l'occasione esasperata ingordigia di cibo e bevanda, e tale esaspera- zione, superando se stessa, era giunta a un ardore addirit- tura trascendente, s'era fatta un brutale Al-di-là che aveva lasciato dietro di sé ad immensa distanza ogni quotidianità

e conosceva soltanto quel presente dell'irresistibile, fiam-

meggiante mèta, desiderata con ardore, bramata con ardore, pretesa con ardore, perché questo presente gettasse una ombra sul cerchio della loro vita e li portasse a partecipare della potenza, dell'apoteosi, della grandezza della libertà, dell'infinitezza dell'Uno, che risiedeva li nel palazzo. A spinte, a ondate, a sussulti, a scosse, a scoppi, ad aneliti

e gemiti la compagine si muoveva in avanti, urtando

per così dire contro una resistenza elastica che indubi- tabilmente esisteva, poiché si manifestava in forma di on- date eguali e contrarie, ed in questo poderoso e violento ondeggiare si percepivano d'ogni parte le grida di coloro che incespicavano e restavano calpestati e feriti e forse

persino morivano, trascurati senza pietà se non addirittura derisi, grida tuttavia ricoperte dai giubilanti evviva, soffo- cate dal furioso frastuono, lacerate dal crepitìo del fuoco. Un mostruoso presente era in gioco, un presente bestiale

e moltiplicato all'infinito, sollevato dal ruggito del branco,

un presente precipitato nel frastuono e in pari tempo espulso dal frastuono, sollevato dalla follia, dalla demenza, dal delirio, spogliato d'ogni senso nella sua ferinità e tuttavia così straordinariamente significante nella sua tota- lità che tutto il passato e tutto il futuro vi erano dentro inviluppati, in sé accogliendo il clamore di tutte le pro- fondità della memoria, celando nel proprio rombo il più lontano passato e il più lontano futuro! Oh, grandezza

dell'umana molteplicità, vastità dell'umana nostalgia! E librandosi nella propria veglia, sospeso sulle teste rug-

genti, innalzato sull'incendio di giubilo della città in tu- multo, sostenuto e sospeso negli istanti sospesi di quel- l'istante, egli viveva l'esperienza dell'infinita concentrazione del corso del tempo nel cerchio della necessità: tutto era suo, tutto era incorporato in lui e gli apparteneva così intensamente, come se gli fosse appartenuto fin dal prin- cipio in una contemporaneità perenne, ed era Troia che bruciava intorno a lui, era l'inestinguibile incendio del mondo, ma lui, che si librava sopra l'incendio, era Anchise, cieco e insieme veggente, fanciullo e vecchio ad un tempo

in forza d'una memoria indicibile, portato sulle spalle del

figlio, egli stesso presente, del mondo, portato sulle spalle

di Atlante. E così si avvicinava, passo per passo, al palazzo.

Il perimetro più stretto del palazzo era protetto da un cordone di polizia: gli uomini armati, l'uno a fianco del- l'altro, con le lance inclinate sostenevano l'assalto della folla fluttuante opponendole quella stessa resistenza ela- stica che si manifestava in ondate successive e ricorrenti, come si era potuto osservare già ai margini della piazza. Ma dietro al cordone della polizia, la coorte pretoriana, il cui arrivo da Roma significava palesemente un avvenimento eccezionale, montava la guardia d'onore, e la sua presenza era un presuntuoso, alto, terribile ozio in assetto di guerra con pattuglie e fuochi di bivacco e grandi tende erette per la distribuzione delle vivande, dalle quali saliva la spe- ranza e l'odore del vino gratuito, probabilmente illusorio, ma volentieri creduto. Fino a questo limite potevano spin- gersi i curiosi; non oltre. E qui era il punto in cui speranza e delusione si tenevano in equilibrio, in una inquietante, sinistra tensione, come ogni decisione tra la vita e la morte, come ogni istante di vita, perché ogni istante le racchiude entrambe, e quando l'alito ardènte del fuoco sfiorava la folla agitata gonfiando gli alti pennacchi degli elmi e fa- cendo risplendere le armature dorate, quando il rauco e imperioso " Indietro! " della polizia si scagliava contro l'assalto vociante della moltitudine, l'ossessione saliva co-

me una lingua di fuoco, mozzando il respiro, e i volti, con

le labbra asciutte e le lingue guizzanti, fissavano istupi-

diti ed avidi il fuoco d'artificio dell'immortalità, perché

il tempo stava sul filo del rasoio. Naturalmente la confu-

sione più terribile si aveva davanti all'entrata del palazzo, soprattutto perché, dopo l'ingresso dell'imperatore, le dop- pie spalliere di soldati che gli avevano protetto il pas- saggio erano state imprudentemente disciolte, e nulla più

poteva contenere la folla scatenata; il disordine era tale che dinanzi al portone d'ingresso il fluido viscoso della folla pareva fosse succhiato da una tromba d'aria che lo facesse turbinare; il portone, con le due fitte file di fiac- cole ai due lati, assomigliava a una gola infuocata, e la

folla vi turbinava, vi si ingorgava e ne veniva respinta, strepitante, rabbiosa, brutale, scalpitante, resa frenetica dal desiderio: il tutto faceva pensare assai più all'entrata di un circo che ad una dimora imperiale, tanto era il furore con cui la gente spingeva e altercava investendo coloro che controllavano l'ingresso, e così impensate e diverse erano

le

astuzie a cui ricorrevano i non autorizzati nel taitativo

di

abbindolare e di superare la sorveglianza dei funzionari,

così furioso era il grido insistente di coloro che avendo diritto di entrare non si vedevano riconosciuti o erano costretti a una lunga e indébita attesa, e quando la scorta — a una parola del vecchio servitore del palazzo, la'cui utilità si rivelò solo in questa circostanza ^— ottenne subito il permesso di entrare, l'ira di quelli che venivano sotto- posti indiscriminatamente a tutte le formalità di controllo, raggiunse d'improvviso il grado di ebollizione; si sentivano avviliti e disprezzati per essere stati posposti, sentivano il disprezzo che pesa su tutta l'umanità e su tutte Je, istitu- zioni umane, e ne prendevano coscienza d'improvviso, perché era stata fatta eccezione per un singolo, perché si era potuto fare questa eccezione, e non aveva importanza che si trattasse soltanto dell'eccezione che spetta a un moribondo, dell'eccezione che spetta alla morte. Non c'è uomo che non sia incline a disprezzare il prossimo, e nella baraonda dell'abbiezione indicibile e senza nome che sem-

pre rinnovata si spalanca e si chiude, vi è l'oscura consa- pevolezza dell'uomo che si sente impotente a raggiungere a vera umanità, l'angoscia che egli soffre per una dignità che gli è stata concessa senza che egli sia in grado di dive- nirne partecipe. Disprezzo lottava contro disprezzo nell'an- gusto e ribollente imbuto del portone d'entrata. Nessuna meraviglia, dunque, che egli, nell'interno del cortile, sot- tratto a quell'avida lotta e a quella luce dal crudo bagliore di inferno, immaginasse d'essersi liberato da tutti i vituperi che lo avevano perseguitato per le vie e nella piazza, e quasi sentiva il medesimo senso di sollievo che aveva pro- vato quando era scomparso il mal di mare, il medesimo senso di acquietamento, benché il luogo dove ora appro- dava, non si rivelasse davvero un luogo di quiete, anzi, il cortile pareva addirittura schiantarsi per il disordine. E tuttavia era un disordine soltanto apparente; la servitù dell'imperatore, abituata ad eventi di questo genere, man- teneva una rigorosa disciplina, e tosto si avvicinò alla lettiga anche uno dei funzionari di corte, munito di una lista degli ospiti, per ricevere l'arrivato; imperturbabile costui si rivolse al servitore, da cui si fece sussurrare il no- me dell'ospite, imperturbabile ascoltò il nome e tracciò un segno sulla lista, così imperturbabile e indifferente, che un famoso poeta doveva sentirsi veramente offeso, tanto offeso, che egli sentì la necessità di confermare ed accen- tuare la dichiarazione del servitore: " Sì, Publio VirgiHo Marone, questo è il mio nome," disse e si incollerì assai quando ne ebbe solo un piccolo inchino cortese, ma non meno indifferente, e persino il fanciullo da cui aveva spe- rato un appoggio, non pronunziò parola, ma si limitò ad accodarsi docilmente alla lettiga, che ora ad un cenno del funzionario si era mossa in direzione del secondo peristilio. Certo, l'irritazione non durò a lungo, ma svanì di fronte alla quiete che realmente lo circondò ora che la lettiga fu portata nel giardino silenzioso dove s'udiva soltanto il lieve mormorio della fontana, ed ivi fu deposto davanti al me- gaton che l'imperatore aveva assegnato come dimora per i suoi ospiti; dinanzi all'entrata stavano gli schiavi del

palazzo ad attendere il nuovo arrivato, sicché furono con- gedati i portatori estranei alla casa. Anche il fanciullo non ebbe diversa accoglienza; gli presero il mantello, e poiché non accennava a muoversi e si limitava a sorridere, il fun- zionario di corte gli ordinò recisamente: " Che fai tu an- cora qui? procura di filar via! " Il fanciullo rimase in piedi, fermo, col viso ilare da piccolo birbante, e continuava similmente a sorridere, forse per la forma brutale con cui 10 si ringraziava per aver fatto da guida, ma fors'anche per l'inutilità di ogni sforzo tendente a farlo allontanare. Ciò non di meno — questa sua attesa aveva un qualche signi ficato? doveva desiderare che egli restasse? Che cosa avreb

be dovuto fare di questo ragazzo, lui, un malato, stanco

bisognoso di solitudine?! Eppure, che strano senso di an goscia, dover restare solo! che strano senso d'angoscia dover rinunziare, ormai, alla giovane guida! — : " È il mio scrivano," disse, e gli era venuto di dirlo quasi contro la sua volontà, era come se qualcosa di estraneo avesse par- lato in lui, per la sua bocca, qualcosa di estraneo e ad un tempo di familiare, una volontà che era più grande della propria, una volontà priva di volontà, e tuttavia incal- zante, superiore: la notte. Un sommesso possente volere, sbocciato dalla notte. Sommesso era il giardino, sommesso 11 respiro dei fiori, sommesse gorgogliavano le due fontane, un profumo oscuro e delicato, sommesso ed umido, che nell'autunno ridava il senso d'una notte primaverile, alitava sopra le aiuole come un fresco e fine tessuto in cui si intrecciava il respiro della musica, or vicina or lontana, che proveniva dalla parte anteriore del palazzo e pareva uno sfiorare di veli; a im velo di suoni seguiva un altro velo di suoni, trapunto di colpi di cembalo, immerso nella nebbia grigia delle voci che trapelavano dalla festa lontana: laggiù uno strepito di luci e di suoni squillanti, qui solo una morbida nebbia di suoni, soltanto un mor- morio che si spegneva nell'immenso spazio della notte;

il riquadro di cielo teso sopra U cortile lasciava ora vedere

di nuovo le stelle, era di nuovo visibile la luce del loro

respiro, benché qua e là coperta dalle migranti nubi di

denso vapore; queste stesse nubi erano come attraversate dalla nebbia dei suoni morbidi e mormoranti, partecipa- vano di quella mormorante nebbia che spirava e svaniva

e

impregnava il cortile velando ogni cosa — sì che le cose

e

i profumi ed i suoni si fondevano insieme — salendo

alta nel notturno silenzio del cielo; e dall'altra parte una palma cresceva lungo il muro, giungendo fino all'altezza

del tetto, ed il suo tronco, dalla dura scorza, era fasciato d'un chiarore indistinto: solida palma dal nero ventaglio, aspra e ritrosa, anch'essa portava la notte. Oh, stelle, oh notte! oh, era la notte, finalmente la notte! Ed egli aspirava profondamente nel petto dolorante

l'alito oscuro, umido e profondo della musica notturna. Pure, egli indugiava già da troppo tempo, doveva prepa- rarsi ad alzarsi dalla lettiga, ed era un po' irritato, perché

la

premura dell'imperatore che gli aveva inviato a bordo

il

fastidioso medico, non l'aveva seguito fin lì nel palazzo,

e

perché evidentemente nessuno si rendeva conto di quanto

egli fosse debole; oltre a ciò, avevano già portato in casa

il baule coll'Eneide e conveniva affrettarsi e seguirlo. " Vie-

ni, aiutami," ordinò al fanciullo che gli venne vicino; in- tanto si era sollevato e, appoggiandosi alla spalla del fan- ciullo, tentò di superare i primi gradini della scala, col risultato però di accorgersi subito che il cuore, il petto,

le ginocchia si rifiutavano di salire e che egli aveva so-

pravvalutato le proprie forze; fu costretto a farsi traspor-

tare su da due schiavi. Salirono tre piani di scale, preceduti dall'indifferente funzionario di corte, che teneva puntato sull'anca il rotolo con la lista degli ospiti, quasi fosse un bastone da maresciallo; dietro egli sentiva i passi degli altri schiavi che lo seguivano col bagaglio; così si arrivò

di sopra nell'arioso appartamento che era stato preparato

per lui e gli fu facile capire che si trovava nell'angolo sud-ovest del palazzo, a forma di torrione; dalle finestre aperte ad arco rotondo, che sovrastavano di un buon tratto i tetti della città, spirava una fresca bava di vento, una fre- sca memoria di campagna dimenticata, di mare dimentica- to, spirava dal mare e dalla terra l'alito notturno e riempiva

la stanza; le fiamme delle candele ardevano, inclinate dal soffio, sul candelabro infiorato al centro della stanza; ad una parete la fresca fontanella lasciava cadere un delicato velo d'acqua sui gradini di marmo della base, c'era il letto munito di zanzariera, e sulla tavola presso il giaciglio erano approntati dei cibi e del vino. Non mancava nulla:

una sedia a spalliera stava presso al balcone invitando alla meditazione, e nell'angolo c'era la seggetta; i bagagli fu- rono collocati gli uni sugli altri a portata di mano, il baule dei manoscritti, dietro speciale ordine, fu avvicinato al letto, ogni cosa insomma veniva sistemata così appropria- tamente e in modo così silenzioso, come meglio nessun malato avrebbe potuto desiderare, ma certo questo non era più merito di Augusto, questa era solo la mera pre- murosità dell'ineccepibile gestione di corte, organizzata in grande stile, ma priva di calore e d'affetto. Si doveva su- birla, si doveva accettarla, la malattia ve lo costringeva, era ima necessità della malattìa, una fastidiosa ed amara necessità, e tuttavia quest'amarezza non si indirizzava tanto contro la sua infermità, quanto piuttosto contro lo stesso Augusto, il quale, evidentemente, aveva il dono di vanifi- care irrefutabilmente ogni senso di gratitudine. Questo risentimento nei confronti di Augusto — non era esistito fin da principio? in verità, tutto si doveva ad Augusto, la pace, l'ordine, la sicurezza personale, nessun altro avrebbe potuto realizzare tanto, e se al posto suo fosse salito al potere Antonio, Roma non avrebbe ritrovato più la pace, tutto questo era vero, eppure! sì, eppure! eppure ancor sem- pre diffidenza nei confronti di quest'uomo, che aveva già oltrepassato la quarantina, senza per altro invecchiare, nient'affatto cambiato da venticinque anni, quest'uomo che con la medesima tattica, liscia ed astuta, di cui aveva dato prove così precoci, continuava ancor oggi a tenere con abile mano le file della politica — non era pienamente giustificata l'astiosa diffidenza nei confronti di questo ado- lescente invecchiato, a cui si doveva tutto? Tutta la sua fisionomia aveva le caratteristiche del liscio: liscia la sua bellezza, liscio il suo spirito, liscia la sua gentilezza che

tanto volentieri si voleva interpretare come amicizia, men- tre amicizia non era e invece serviva sempre e soltanto a fini egoistici, sì che ognuno Cadeva nella sua rete, nella sua rete così liscia! Ed ora si era di nuovo a questo punto, a questa simu- lazione di amicizia, — ma perché ora, l'ipocrita, aveva insistito per trascinare nel proprio treno un malato, e riportarlo in Italia? Ah, meglio sarebbe stato morire sulla nave, meglio che dover giacere qui, in quest'ambiente viscido della corte dove tutto era troppo, troppo imma- colato, mentre di là, alla festa dell'imperatore, tra gli squilli delle luci e della musica, l'imperiale non-adolescente si faceva festeggiare con tanto clamore. E lo strepito gli giungeva impudico agli orecchi, ora tenue ora forte, come un fremito lontano ed estraneo che contaminava l'alito della notte.

Ma nell'alito della notte tutto era congiunto, il cla- more della festa ed il silenzio dei monti e lo sfavillio del mare, il passato e il presente e di nuovo il passato, e l'uno fluiva nell'altro, l'uno svaniva nell'altro. — Gli sarebbe sta- to concesso di ritornare ancora una volta ad Andes? Qui c'era Brindisi, ricca di tetti e di vie illuminate, distesa sotto il balcone, dove si era fatto trasportare, e dinnanzi al quale stava ora seduto nella sedia a spalliera, qui c'era soltanto Brindisi, ed egli ascoltava, con l'orecchio teso nella notte, tendeva l'orecchio nella lontananza del pas- sato, là dove la morte doveva essere un bene; no, egli non sarebbe dovuto venir qui, tanto meno poi in questo appar- tamento per gli ospiti ben arredato, ma nient'affatto ami- chevole. Sulle candele che ardevano inclinate si formava — di fianco a ciascuna, goccia su goccia — come un im- pervio sentiero di cera che andava sempre crescendo.

Il funzionario di corte stava davanti a lui.

"

Signore

"

" Non desidero più nuUa."

Il funzionario accennò al fanciullo: " Dobbiamo allog- "

giare il tuo schiavo? non era previsto

Veramente quell'uomo importuno aveva ragione; non era stato previsto.

" Tuttavia, se tu desideri averlo alloggiato qui, vicino

a

darci

te, possiamo subito — ne puoi esser certo, signore — "

la pena di accontentarti

" Non è necessario

egli andrà in città."

" A parte ciò, quest'uomo," il funzionario accennò

ad uno degli schiavi, " resterà tutta la notte ai tuoi ordini

nella

stanza

vicina."

" spero di non averne bisogno."-

Bene

" allontanarmi

Allora

posso

" Va'."

"

Ne aveva ormai abbastanza di tutti quei preparativi;

intrecciando le mani con impazienza, girando l'anello col sigillo, egli aspettava che quest'uomo così freddamente premuroso lasciasse finalmente la stanza insieme con la sua gente, ma quando ciò avvenne, ecco che, contro ogni attesa, lo schiavo designato dal funzionario, un uomo dal grosso naso orientale in un compunto viso di servo, non

se ne era andato con gli altri, ma, come se così gli fosse

stato ordinato, era rimasto

porta.

" Mandalo via/' pregò il fanciullo.

alla

Lo schiavo domandò: " Dài l'ordine di venire sve- gliato all'alba? "

" All'alba? perché? "

Per un momento fu come se il sole, nonostante l'ora notturna, non fosse scomparso dal cielo, e pur essendo nascosto nelle plaghe d'Occidente, fosse tuttavia presente, Helios, che supera e vince la notte, più possente della stessa madre, dal cui grembo egli è nato.

Ciò non di meno, bisognò dare una risposta allo schiavo che attendeva la sua decisione: " Non è necessario che tu "

mi chiami; sarò certamente

Si sarebbe potuto pensare che l'uomo non avesse udito

la risposta; egli rimase immobile in piedi. Che cosa signi,

fìcava questo? che intendeva dire con ciò quell'uomo?

sveglio

forse che per colui che non viene svegliato, non avrebbe potuto esserci un nuovo giorno? Era notte, notte quieta

e materna, dolce il suo alito, e dolce era immaginare che

sarebbe potuta durare per sempre; no, non desiderava lo schiavo, come gli era ingrata l'idea di venir destato da lui:

" Puoi recarti a riposare

" Finalmente," commentò il fanciullo, quando lo schia- vo ebbe chiuso la porta dietro di sé.

ma veniamo a te, ora, pic-

cola guida

esprimermi? ti esaudirò volentieri

La piccola guida stava in piedi sulle gambe divaricate;

che fai tu ancora qui? hai un desiderio da "

"

" Finalmente, sì, tuttavia

il suo volto di giovane contadino, rotondo, un po' duro e,

bisognava ammetterlo, non propriamente bello, era un po' chino, con espressione, certo, un po' offesa, priva di grazia, col labbro inferiore sporgente: " Anche tu vuoi mandarmi "

via

"

fanciullo

quasi

leggermente

paesano nel suo singolare fondo campagnolo. La voce era

nella

memoria, una intesa che affondava le sue radici in un pas-

quale

come una intesa lontana

" Gli altri ho mandati via, non te

" Non

devi

mandarmi

via

arrochita

aveva

un

"

La

a te solo chiedo

voce

del

familiare,

appena

suono

che viveva

ancora

sato materno, lontano e inesplorabile, un'idea del riluceva nei chiari occhi del fanciullo.

"

Io non ho l'intenzione di sbarazzarmi di te, ma sup-

pongo

che

anche

a te, come

agli altri, prema

di

parteci-

pare

alla

festa

dell'imperatore

"

"

La festa mi è indifferente."

 

"

Tutti i giovani vogliono partecipare alla festa; non è

il

caso che tu ne provi vergogna, e la mia gratitudine per

tua opera di guida non ne verrebbe diminuita

la

"

Le mani dietro alla schiena, il fanciullo si girava or da una parte or dall'altra:

" Non voglio andare alla festa."

" Alla tua età io ci sarei andato sicuramente, e persino

oggi lo farei se fossi un po' più in salute, ma se tu ci andassi al mio posto, per me sarebbe quasi come se io

stesso vi partecipassi

figura

tresti piacere ad Augusto."

per gioco, mascherato sotto un'altra

vedi, qui ci sono dei fiori, fatti una corona, po-

" Non

voglio."

" che cosa vuoi?

Peccato

"

 

" qui con

Restare

te."

L'immagine

della

festa,

nella

quale

il ragazzo si sa-

rebbe

restare

presso

" Sempre."

Notte sempiterna in cui regna la madre, e il fanciullo

è assopita nell'immutabile, e dorme nell'oscurità e respira

tato

dovuto

ad

introdurre

di

soppiatto per essere presen-

svanì:

" Vuoi

Augusto,

di

me

"

quell'immagine

nel buio, oh, dolce, perenne

immutabilità.

" Chi cerchi? "

" Te."

Sbagliava,

il fanciullo. Ciò che noi cerchiamo è som-

sua irre-

merso, e noi non dobbiamo peribilità ci irride.

cercarlo, perché

la

" No,

mia piccola

mi hai

cercato."

guida,

tu

mi

hai

guidato,

ma

non

" La tua strada è la mia."

" Da dove vieni? "

" Tu ti sei imbarcato in

" E sei venuto con me? "

Un sorriso diede la risposta, affermando.

Epiro."

" Dall'Epiro, dalla Grecia di Mantova."

però,

tu

parli

la

lingua

Di nuovo sorrise il fanciullo:

" La lingua di mia madre."

" La lingua, nella tua bocca, si è fatta canto."

"

È

la tua

lingua."

Canto — aura delle sfere celesti, che se stessa canta, e si innalza di là da ogni limite umano: " Eri tu, che can- tavi sulla nave? "

" Io ascoltavo."

Oh, canto materno della notte, che risuona nella notte, che è risuonato da sempre, sempre cercato, ad ogni inizio

del giorno:

"Avevo la tua età, sì, forse ero ancora un po' più giovane, quando scrissi i miei primi versi, versi d'ogni

specie, alla rinfusa

me stesso

sua voce era rimasto

che

lo fai tu."

" Son io, dunque, al tuo posto, anche se tu non vuoi

andare alla festa in vece mia? e anche tu, forse, scrivi versi come ho fatto io? "

Un'espressione divertita, che negava questa domanda,

si disegnò sul volto familiare del ragazzo; anche le lentig-

gini alla radice del naso erano in perfetta armonia col suo aspetto familiare.

già pensavo tu fossi uno di

quelli che si sono proposti di farmi sentire le loro poesie

o le loro tragedie

Il fanciullo sembrò non aver capito o non avervi fatto caso: " La tua strada è poesia, la tua mèta è al di là "

della poesia

La mèta era al di là dell'oscurità, era al di là dei campi del passato custoditi dalle madri; anche se il fanciullo parlava d'una mèta, non ne sapeva nulla, era troppo gio- vane per saperne qualcosa, egli lo aveva guidato, ma non per la mèta:

sono

un poeta

sf, così ero allora; io dovevo trovare

mia madre era morta allora, solo il suono della

ancora una volta: tu, chi cerchi? "

" Io non ho bisogno di cercare, dal momento

" Dunque non scrivi versi

"

" Comunque

sia, tu sei venuto da me perché io

oppure no? "

« Tu

sei

Virgilio."

a parte ciò, l'hai gridato abbastanza chiaro

nelle orecchie della gente, laggiù, sulla piazza del porto."

" Ma non è servito molto." L'aria divertita del suo

giovane viso si concentrò in un ammiccate degli occhi, in un comico arricciarsi del naso, cosicché quella striscia di

lentiggini alla radice si contrasse in tante piccole pieghe,

e i suoi denti bianchi, regolari, molto forti, splendettero

alla luce delle candele; era la medesima espressióne diver- tita, con cui laggiù nella piazza aveva tentato di sgom- berare la strada al poeta Virgilio, ed era la stessa espres-

" Lo

so

sione che aveva la sua origine in un passato molto lontano. Qualcosa lo costringeva a parlare, nonostante il peri- colo che un fanciullo non potesse comprendere: " Il nome è come una veste che non ci appartiene; noi siamo nudi sotto il nostro nome, più nudi ancora del bambino che il padre ha sollevato da terra e tiene nelle sue braccia per dargli un nome. E quanto più riempiamo d'essere quel nome, tanto più ci diventa estraneo, tanto più diventa indipendente da noi, tanto più abbandonati restiamo noi stessi. Un prestito è il nome che portiamo, un prestito è il pane che mangiamo, un prestito siamo noi stessi, che siamo nudi e immessi in un mondo estraneo, e solo colui che ha deposto ogni prestito e ogni vano ornamento, può vedere la mèta, è chiamato alla mèta, per unirsi definiti- vamente col proprio nome."

" Tu sei Virgilio."

" Lo ero un tempo; forse tornerò ad esserlo."

" Non ancora, e tuttavia di già," confermarono le lab-

bra del fanciullo. Era un conforto, certo solo il conforto che può donare un fanciullo, e questo era un conforto che non bastava.

perché mi ci

hai condotto? è una casa di ospiti." Ancora una volta apparve quel sorriso di intesa, in- fantile e quasi impertinente, eppure immerso in una fami- liarità così profonda e come fuori del tempo: " Sono ve- nuto da te." E, cosa strana, ora la risposta bastò, quasi fosse un sufficiente conforto, addirittura bastò anche per la doman- da seguente, che — ancora più strana, se ciò era possibile — si pose a questo proposito, strana per la sua perento- rietà: " Vieni da Andes? conduci ad Andes? " Non sapeva se avesse pronunciato realmente la domanda a voce alta, sapeva soltanto che non voleva udire nessuna risposta, né affermativa, né negativa, perché il fanciullo non doveva essere originario di Andes, né doveva non esserlo, sarebbe stata troppo terribile la prima risposta, troppo assurda la seconda. Non doveva, no, seguire una risposta, ed era

" Questa è una casa di nomi prestati

giusto che non seguisse; ma straordinariamente forte era

il desiderio di poter tenere qui il fanciullo, di poter respi-

rare, e respirando abbandonarsi alla quiete e al presagio, oh, il desiderio era esso stesso un presagio. Le candele

ardevano inclinate nel soffio di un'aria dolce che fluiva

e rifluiva come una fresca, delicata ed intensa nostalgia,

che veniva dalla notte e tornava a riversarsi nella notte; la lampada d'argento presso il giaciglio oscillava lieve- mente, sospesa alla sua lunga catena, e fuori dalla finestra egli vedeva il vapore della città rifluire tremolante al di sopra dei tetti, dissolversi in un colore purpureo, violetto nell'azzurro profondo, nel nero, nell'incomprensibile, nel fluttuante.

Respiro, quiete, attesa, silenzio. Venendo dalla notte, tornando a riversarsi nella notte, il silenzio fluiva, e passò molto tempo prima che egli lo interrompesse: " Vieni, siediti presso di me," disse al ragazzo, perché venisse al suo fianco, ma anche quando questi gli si fu rannicchiato vicino, il silenzio continuò, ed essi ne furono travolti, ab- bandonati alla notte silente. Lontano s'udiva un frastuono; era lo strepito della folla percorsa da una folle brama di spettacolo, era il frastuono della festa, un ribollire di creature umane, sordo, infernale, ineluttabile, impudico, irresistibile, sfrenato e sazio ad un tempo, cieco e avido di guardare, il ribollire del gregge scalpitante che nella luce illusoria e senz'ombra delle fiaccole e dei fuochi s'accal- cava verso l'abisso del nulla quasi senza salvezza e senza scampo, se in quel suo clamore non vi fosse stato — e quanto più a lungo si tendeva l'orecchio, tanto più chiara- mente lo si avvertiva — se anche in quel suo clamore non fosse stato racchiuso il canto del silenzio, racchiuso da sempre e per sempre, lo scampanio del silenzio che cre- sceva per farsi bronzeo suono della notte, suono d'ogni umano gregge, sommessamente cantando la notte del greg- ge, sospirando il gregge nel suo grande sonno: la notte

dimora profonda sotto l'humus dell'essere, sussurra nel- l'ombra e si cela nella propria infanzia, ed è sciolta da ogni destino, da ogni casualità, da ogni impudicizia; da lei germogliano le creature, percorse dal sussurro degli umori notturni, gravide di sonno, eternamente fecondate dalla sorgente d'ogni interiorità, e piante, animali, uomini da lei germ,ogliano, ineffabilmente intessendosi e incorporandosi gli uni negli altri, coprendosi d'ombra gli uni con gli altri, perché la maledizione del ritorno è nascosta nella bene- dizione del sonno, e il nulla di un sogno si stende su] nulla, come dolce riparo dell'essere. Oh, la vita segreta della terra! Il mondo del cielo e il mondo della notte in un incessante inspirare ed espirare, sospeso tra la doppia seduzione della grande ombra e del- l'assenza dell'ombra, e non mutano mai le maree del corso

del tempo, teso tra i poli della sua abolizione: l'eternità ferina e l'eternità divina — oh, in tutte le vene della vita terrestre, in tutte le creature germogliate dalla terra, scorre

e

sale la notte, ininterrottamente trasformandosi in veglia

e

coscienza, interiorità e esteriorità, da elementi informi

creando figure che in sé contengono l'oscurità e in sé nascondono l'ombra, e librandosi in tale equilibrio, tra il

nulla e l'essere, il mondo oscilla tra l'oscurità e la luce e si rende conoscibile nella sua opacità e nella sua luminosità. Sempre echeggia nell'anima lo scampanìo della notte, or sommesso or vibrante e sempre indimenticabile, sempre echeggia lo scampanìo delle greggi e il ruggito leonino del giorno, terrificante nella luce e nella conoscenza, aurea tempesta che inghiotte le creature — oh, conoscenza del- l'uomo, che non è ancor conoscenza e non è più sapienza, conoscenza che sale dall'humus dell'essere, dalla vita pri- migenia e dalla sapienza delle madri verso la mortale chia- rezza della luce e della vita suprema, verso la bruciante conoscenza del padre, verso la freddezza, oh, conoscenza dell'uomo, sradicata e in perpetuo movimento, che non è

in alto e non è in basso, ma incessantemente è sospesa sulla

soglia della penombra tra il giorno e la notte, ed è come un respiro nell'interregno del crepuscolo degli astri, tra la

vita del gregge notturno e la morte dell'individuazione inondata di luce, tra il silenzio e la parola che ritorna sem- pre al silenzio. Non vi è creatura della terra che possa real- mente liberarsi dal sonno, e soltanto colui che non si scorda mai della notte che è in lui, può concludere il cerchio, può far ritorno dall'eternità del principio all'eter- nità della fine, può sempre ricominciare a percorrere il cerchio, un astro egli stesso nell'immutabile corso dei tempi che emerge dal crepuscolo e scompare nel crepu- scolo, che nasce e rinasce entrando nella notte e uscendo dalla notte, accolto dal giorno la cui luce si è dissolta nell'oscurità, dal giorno che in sé cela la notte: sì, così erano state le notti, tutte le notti della sua vita, tutte le notti che aveva attraversato e che aveva trascorso ve- gliando, colmo d'angoscia per la minaccia del torpore che giace sotto le notti, colmo d'angoscia per l'assenza d'ombra che le sovrasta, colmo d'angoscia per la paura

di abbandonare Pan, colmo di un'angoscia che sapeva

del pericolo della duplice eternità, sì, così erano state quelle notti, relegate sulla soglia del doppio congedo, notti

del sonno uguale ed immutabile del mondo, benché nelle

piazze, nei vicoli, nelle bettole e in tutte le città si udisse

il clamore della vita umana, invariabile e uguale fin dal principio, e ne giungeva un'eco, inudibile e appunto perciò tanto più penetrante, da tutte le lontananze dei tempi — sonno anche questo — benché in tutti i luoghi delle loro feste i despoti del mondo si facessero osannare entro una marea di fanfare e di fiaccole, in mezzo ai sorrisi delle tante e tante facce, in mezzo al corteggiamento dei tanti e tanti

corpi, sorridenti essi stessi, corteggiatori essi stessi — sonno anche questo — benché ardessero i fuochi di guardia, non solo dinanzi ai castelli, ma anche fuori, dove c'era la guerra, ai confini, ai fiumi che neri fluiscono nella notte e ai margini dei boschi che sussurrano nella notte e sotto il folgorante urlo d'assalto dei barbari erompenti dal buio — sonno anche questo — sonno e ancora sonno, come quello

dei vecchi ignudi, che nelle tane fetenti si liberavano dor-

mendo dell'ultimo resto della loro veglia, come quello dei

lattanti, che dalla miseria della loro nascita entravano, senza sogni, a sognare nella cupa veglia della vita futura, come quello della masnada degli schiavi incatenati nei

ventri delle navi, che come vermi intorpiditi giacevano distesi sulle panche, sui ponti, sui rotoli dei cordami, sonno

e ancora sonno, gregge e ancora gregge, che si solleva

dal suo fondo originario e indistinto come catene di col- line notturne dormienti sulla pianura e affonda nell'im- mutabile grembo materno in un ritorno perpetuo che non

è ancora eternità e tuttavia la rigenera in ogni notte ter-

restre; sì, così erano state quelle notti e così erano ancora, così era ancor questa, forse per sempre, notte in bilico tra l'eternità e il tempo, tra il congedo e il ritorno, tra la comunità del gregge e la più sola solitudine, tra l'angoscia

e la salvezza, ed egli, relegato sulla soglia, notte per notte ad attendere sulla soglia nell'incerta luce della penombra

ai margini della notte, nel crepuscolo ai margini del mon-

do, egli, che conosceva l'atto del sonno, era stato sollevato

nell'immutabile, e facendosi forma egli stesso, ne veniva respinto e ricacciato nel mondo dei versi, nell'interregno

della conoscen2a terrena, nell'interregno delle madri, della sapienza e della poesia, nel sogno che è al di là del sogno

e che sfiora la rinascita, mèta della nostra evasione, la poesia.

Evasione, oh, evasione! o notte, l'ora della poesia. Perché poesia è veggente attesa nella penombra, poesia è abisso che sa della penombra, è attesa sulla soglia, è comu- nione e insieme solitudine, è promiscuità e paura della promiscuità, casta nella promiscuità, così casta come il sogno del gregge dormiente, e tuttavia paura dell'impudi- cizia: oh, poesia è attesa, non è ancora partenza, ma pe- renne congedo. Egli sentiva contro il suo ginocchio la pressione, quasi impercettibile, della spalla del fanciullo rannicchiato, non ne vedeva il viso, solamente sentiva che era immerso nella sua ombra, e intanto vedeva i capelli scuri e arruffati nella luce delle candele, e ricordava quella terribile notte felice e infelice in cui, sospinto dal destino, amante e perseguitato anche allora, era venuto da Plozia

Hieria e a lei, rannicchiata, in un'ansiosa attesa invernale, come un boccio invernale non ancora dischiuso, aveva soltanto letto dei versi, — era stata l'egloga dell'incanta- trice, l'egloga scritta per desiderio e incarico di Asinio

Pollione, ma che non gli sarebbe mai riuscita così bene, se egli non fosse stato assistito dal pensiero di Plozia, dalla nostalgia e dal desiderio per la donna, perché fin da prin- cipio aveva capito che non gli sarebbe mai stato concesso

di abbandonare la soglia e di entrare nella notte di una

compiuta comunione; ahimè, poiché la volontà di evasione

gli era stata imposta da sempre, aveva dovuto leggere l'e-

gloga, e si erano adempiute così la paura come la speranza, era giunta la necessità del congedo. Ed era stato proprio il medesimo congedo che, in misura più grande, doveva più tardi essere vissuto da Enea, quando — per le miste- riose, imperscrutabili ragioni che la poesia assegna alle pro- prie vicende — aveva abbandonato Didone ed era migrato con le fuggenti navi verso l'irrevocabile, rinunciando per sempre a giacere presso di lei, a cacciare insieme con lei, 3er sempre diviso da una creatura che per lui era stata 'ombra dolce della realtà, la dolce ombra del piacere, per sempre distaccato dall'antro notturno dell'amore sotto le tempeste. Sì, Enea e lui, lui ed Enea, erano fuggiti ih una reale partenza, non solo nell' indugiante congedo della poesia, erano fuggiti dal suo interregno, come se questo interregno, benché sia anche quello dell'amore, non po- tesse nulla per il vivente — dov'era diretta, quest'evasio- ne? da quale profondità nasceva il timore del materno comando di Giunone? Ahimè, l'amore è già un inabissarsi sotto lo specchio della notte, è un inabissarsi verso l'ori- ginario fondo notturno, dove il sogno si fa eternità oltre- passando la soglia di se medesimo, è una discesa nell'origi- nario fondo dell'informe e dell'impenetrabile, che è sem- pre in agguato, pronto ad erompere con la furia devasta- trice d'una tempesta: soltanto i giorni si mutano, soltanto nei giorni scorre il tempo, e nel moto delle cose alla luce del giorno è il tempo che l'occhio contempla; ma immo- bile e grande è l'occhio della notte in fondo al quale riposa

l'amore, l'occhio che, vuoto, ardente e immoto nella luce delle stelle, incessante e immutabile, notte per notte, in sé rinnova, al di là di tutti i tempi, l'eternità terrestre —

e il mondo viene creato e inghiottito dall'occhio della

notte che dal suo fondo più segreto nulla più guarda se non l'abbagliante e fulminea profondità del nulla, e in sé accoglie tutti gli occhi, gli occhi dell'uomo nell'amore, nel risveglio, nella morte: e nell'amore e nella morte l'occhio dell'uomo si spegne, si spegne perché guarda nell'eternità.

Evasione, oh, evasione! Mutevole nelle sue forme è il giorno, quieta nelle sue forme la notte, ma l'uno e l'altra rivolti alla quiete dell'eternità! A poco a poco le candele consumandosi s'incrostavano di cera, e intorno sciamavano senza soste le zanzare in un ronzìo maligno, monotono, duro e informe ad un tempo, senza sosta mormorava l'ac- qua della fontanella alla parete, e quel mormorio era come una parte del suo ineffabile, immoto, oceanico flut- tuare fuori dal tempo; immoti giocavano gli amorini nel fregio della parete, irrigiditi in una pacatezza e in una quiete così immensa, che quasi non era più forma e figura

e partecipava piuttosto della sconfinata quiete notturna

degli spazi dell'universo e dell'immutabilità dei loro evi infiniti, una quiete che — generando l'ombra ed imbe-

vendosi d'ombra — s'innalzava tutt'intorno come una ca- verna vista in sogno, innalzata dalle maree del sogno, una caverna dai muri di respiro, informe silenzio su cui si

librasse il volo zenza voci degli uccelli del tuono, le lucide stelle. Perché chiunque riposi nella notte bevendo la pace,

il cuore percorso da un battito d'ombra, l'uno e l'altro

uniti nella stessa sete, l'uno perduto nell'ombra dell'altro,

l'anima stretta all'anima, lo sposo unito alla sposa, la fanciulla raccolta nelle braccia del giovane amante, il fan- ciullo in braccio all'amico, qualunque cosa accada nella notte, è un oscuro riflesso che partecipa della sua ancor più grande oscurità, è immagine del suo fulmine oscuro

e

guizzante, è caduta nell'abisso della sua bufera, strappato

il

velo del sogno; e se pure nel grido invochiamo la madre

perché ci protegga dalla bufera notturna, essa è così Ion-

ici

tana e così perduta nella memoria, che ormai soltanto un raro, freddo soffio dell'infanzia può giungere sino a noi, non più consolazione, non più protezione, ma solo soffio — familiare ed estraneo a un tempo — della patria da lungo tempo perduta, soffio della quiete che precede la bufera: certo, era così, e ancorché la brezza notturna entrando dalla finestra li sfiorasse tiepida e mite e, fluendo

e rifluendo, abbracciasse ogni cosa e avvolgesse del suo alito

gli

oliveti e le messi e le vigne e le spiagge dei pescatori

in

un unico ondeggiante respiro notturno delle terre e

dei mari, portando e mescolando i loro raccolti nella soave mano del vento; e ancorché questa mano scendesse

cosi lieve sfiorando le vie e le piazze, rinfrescando i volti, dissipando il fumo e placando ogni voglia, ancorché anzi questo respiro di cui era colma la figura della notte, fosse cresciuto al di là della notte stessa, trasformato nella mon- tagna della rintronante caverna, che, inafferrabile e quasi non più esteriorità, riposa sul suo fondo più segreto, dentro nel cuore e più profonda del cuore, dentro nell'anima e più profonda dell'anima, nel nostro io più profondo che

s'è fatto esso stesso una notte — ancorché tutto questo

esistesse e accadesse, era inutile, non serviva più a nulla, era ormai troppo tardi; gravido di dannazione resta il sonno del gregge, implacabile resta la furia terrena, inestin- guibile il fuoco, l'amore preda del fragoroso fulmine del nulla, e la bufera sovrasta eternamente la caverna della notte.

Evasione, oh, evasione! La madre resta irrevocabile.

Noi siamo derelitti alla sorgente del gregge, nessun nome possiamo invocare nel sogno, perché nessuno conta nel- .'oscurità della completa comunione — e tu, piccolo com- pagno del mio viaggio notturno, che ti sei accompagnato a me per guidarmi, potrò io ancora veramente invocarti?

Mi sei stato inviato dal tuo o dal mio destino perché io ti

parli? senti anche tu la minaccia dell'eternità? è nascosta anche sotto la tua notte — e vieni a me per questo? oh, appoggiati a me, mio piccolo fratello gemello, oh, appòg- giati a me; io distolgo i miei occhi dalla minaccia e li ri-

volgo a te, e spero, spero ancora una volta, di poter

ritornare dalla solitudine alla mia casa, di poter ritornare con te nell'oscura sede che è innalzata dentro di me come un focolare e che non conosco più, oh, ritorna, entra con me in questa domestica sicurezza, che, dopo essermi stata così estranea, riprende a pulsare così familiare nelle mie vene: forse ciò che mi è stato così estraneo, non mi sarà più tale, io forse sarò più estraneo a me stesso; oh, stringiti a me, mio piccolo fratello gemello, stringiti

a me, e se rimpiangi la perduta fanciullezza, se rimpiangi la madre perduta, potrai ritrovarle presso di me, poiché

ti prendo nelle mie braccia e sotto la mia protezione. Fer-

miamoci ancor una volta nell'antro sospeso della notte, an- cora un'unica volta, e insieme porgiamo l'orecchio alla

notte e al suo sogno, all'assurda, dolce realtà del suo in- terregno — tu non sai ancora, mio piccolo fratello, poiché

sei così giovane, da quale profonda interiorità del nostro essere emerge la speranza della notte che nella sua immu- tabilità abbraccia il tutto ed è animata dal tutto, ed è pro- messa tanto lieve e tanto dolce nella sua pena, che ab- biamo bisogno di un tempo assai lungo prima di poterla udire, la speranza e la sua inquietudine, che si innalza in- torno a noi come una montagna di echi, eco dopo eco, come un paesaggio sconosciuto e ciò nonostante come un richiamo del nostro stesso cuore, sì, ciò nonostante — e ciò nonostante così imperiosa, come se ancor una volta tutto lo splendore di un remoto passato tornasse di nuovo

a risplendere, ciò nonostante così fiduciosa, come se in

lei fosse rinchiusa tutta la promessa delle ultime cose — oh, mio piccolo fratello, io lo so, perché sono vecchio, più vecchio della mia età e perché sento in me ogni fra- gilità, ogni corruttibilità, io lo so, perché sono vicino alla fine; ahimé, soltanto nel desiderio della morte noi desi- deriamo la vita, e per quanto io possa risalire nella me- moria, picchia e lavora in me, continuo, incessante, un estremo desiderio di morte che mina e disgrega la mia vita; così l'ho sempre sentita, la paura della vita e a un tempo la paura della morte, in tutte le molte notti alla

cui

soglia io mi sono fermato, alle rive di tutte le notti che

mi

sono passate dinanzi, e quanto più esse fluivano, tanto

più sapevo del loro segreto^ tanto più sapevo del distacco

e del congedo che ha inizio con il crepuscolo; ed era il

morire che mi fluiva dinanzi, che mi lambiva con il suo saliente flutto, che mi bagnava e mi prendeva, era la mia

morte, che veniva dal di fuori, benché fosse nata dentro

di me: soltanto il morente conosce veramente la comu-

nione, conosce l'amore, conosce l'interregno, soltanto nel crepuscolo e nel congedo noi conosciamo il sonno, la cui più oscura comunione è senza impudicizia, riconosciamo che alla nostra partenza non potrà mai più seguire un ritorno, conosciamo il germe dell'impudicizia che è nel ritorno e soltanto nel ritorno; ahimé, piccolo compagno del mio viaggio notturno, anche tu un giorno conoscerai tutto ciò, anche tu un giorno siederai sulla soglia, alla

riva del tuo interregno, alla riva del congedo e del cre- puscolo, ed anche la tua nave sarà allestita per la fuga, per quella fuga superba che si chiama risveglio e dalla quale non esiste ritorno. Sogno, oh, sogno! Finché coltiviamo la poesia, non c'è partenza, finché indugiamo nell'interregno del nostro giorno notturno, ci doniamo l'un l'altro tutta

la speranza del sogno, tutta la comunione della nostalgia,

tutta la speranza dell'amore, e perciò, mio piccolo fratello,

per questa speranza, per questa nostalgia, non andar più

via da me; non voglio sapere il tuo nome, l'ombroso tuo

nome, non voglio chiamarti né per partire né per ritornare,

e tuttavia, senza ch'io ti chiami, poiché non posso chia-

marti, resta presso di me, perché l'amore resti nella pro-

messa di essere l'ultima cosa, resta presso di me nel cre- puscolo, resta presso di me sulla riva del fiume, guardia- molo senza affidarci alla sua corrente, lontani dalla sor- gente, lontani dalla foce, protetti contro l'oscura unione

del principio, protetti contro la solitudine luminosa e senza

ombra di Apollo, oh, resta presso di me, protettore e protetto, così com'io per sempre voglio restare presso di

te; ancora una volta, l'amore: mi ascolti? ascolti la mia

preghiera? può ancora la mia preghiera ascoltarsi, esaudire

se stessa, sottrarsi al destino, sciogliersi da ogni dolore? Immobile giaceva la notte, irrigidita nelle sue forme vicine e lontane, rinchiusa in questo spazio, rinchiusa en- tro spazi sempre più vasti, protesa dall'immediatezza del mondo sensibile verso altre, successive immediatezze, al

di là dei monti e dei mari, distesa in un fluttuare perenne

fino alle irraggiungibili cupole del sogno; ma questo flut- tuare che scaturiva dal cuore e si perdeva come una marea sino ai confini della cupola per ritornare nella dimora del cuore, in sé accoglieva, onda per onda, la nostalgia, dissolvendo la stessa nostalgia della nostalgia, fermando

la materna cuna del suo originario principio, la materna

cuna delle stelle che oscillava nel crepuscolo; e intorno

alla notte guizzavano gli oscuri fulmini del basso, i chiari fulmini dell'alto, dividendola in luce e tenebre, in nerezza

e biancore, due colori la nube, due forme l'origine, afosa, soffocante, senza suono, senza spazio, senza tempo — oh, spalancato antro del didentro e del difuori, oh, grande

migrare della terra! — così si fendeva la notte e si schian- tava il sonno dell'essere; travolti il crepuscolo e la poesia, travolto il loro regno, infrante le pareti dell'eco del sogno,

e

derisa dalle mute voci del ricordo, gravata dalla colpa

e

infranta nelle sue speranze, sommersa dalla rapina dei

flutti, si inabissava la vita, si inabissava con la sua troppo

grande attesa, nel mero nulla. Era ormai troppo tardi, c'era ancor solo la fuga, la nave era pronta, l'àncora era stata salpata; era troppo tardi.

Egh attendeva ancora, attendeva che si annunciasse ancora una volta la notte, che gli sussurrasse parole ulti- me, parole di conforto, che ancora una volta ridestasse in lui con il suo bisbiglio la nostalgia. A stento si poteva

ancora chiamare speranza, ma piuttosto speranza della spe- ranza, a stento si poteva chiamare fuga dinanzi all'eterno, ma piuttosto fuga dinanzi alla fuga. Non c'era più tempo

o desiderio o speranza, né per la vita né per la morte;

non c'era più notte. Né c'era più un'attesa, forse impa- zienza che attendeva impazienza. Egli teneva le mani in- trecciate, ed il pollice della sinistra toccava la pietra del-

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l'anello. Cosi stava seduto, sentiva sul suo ginocchio il tepore della spalla del fanciullo, tanto vicina da potersi appoggiare e tuttavia discosta; ed egli desiderava ardente- mente di liberare le dita intrecciate dal loro spasimo cre- scente, per accarezzare lievissimamente i capelli notturni, scuri, arruffati, infantili, su cui si chinava il suo sguardo, per lasciar scivolare tra le dita il crespo frusciante dei ca- pelli morbidi come la notte, germoglio notturno, notturna umanità, e abbandonarsi alla notturna nostalgia della no- stalgia; tuttavia non si mosse, e infine, benché gli riuscisse

difficile interrompere la fissità dell'attesa, disse: " È troppo tardi." Il fanciullo alzò lentamente il viso verso di lui, con un' espressione così intelligente e interrogante che sembrò che gli si fosse detto qualcosa a cui dovesse ora seguire una continuazione, e obbedendo a questa doman- da, avvicinato soavemente il proprio viso a quello del fan- ciullo, ripete con voce molto sommessa; " È troppo tardi." Era ancora un'attesa? Era deluso perché la notte non si muoveva più, perché non si muoveva il fanciullo e solo il suo sguardo, grigio, infantile, immobile, interrogante, re- stava fisso su di lui? l'impazienza, di cui aveva desiderato

l'insorgere, si

va' alla festa." D'un tratto si sentì vecchio, oltre misura; l'immediatezza terrestre si annunciò in un senso di son-

nolenza e di incipiente torpore, e lo assalì il desiderio di inabissarsi nell'inconscio e dimenticare il " mai più," si annunciò in una sorta di debolezza alla mascella inferiore

e in un bisogno così forte di tossire, che il desiderio di

restare solo e inosservato si fece prepotente: " Va'

va'

alla festa," proruppe con voce ancora arrochita, mentre la sua mano supina, anche se solo in un gesto allusivo e da

una distanza crescente, sollecitava con brevi cenni il fan-

ciullo che arretrava esitante verso la porta. " Va'

il suono rauco che usci ''lUa sua bocca, mentre il respiro

già gli mancava, e quando poi fu effettivamente solo, fu come se un nero fulmine gli attraversasse il petto, dal qua^e eruppe la tosse, una tosse informe, mista a sangue not- turno, che lo scuoteva e lo irrigidiva, lo fendeva e lo schian-

manifestò improvvisa: " Sì, è troppo tardi

va

tava, togliendogli i sensi in una stretta soffocante ai mar- gini dell'abisso, e gli parve poi come un miracolo quando fu tutto passato e ancora una volta potè udire il mormo- rio della fontana e il crepitìo delle candele. Assai fatico- samente si era trascinato dalla sedia fino al letto, vi si era lasciato cadere ed era rimasto a giacere immobile. Intrec- ciate nuovamente le mani, sentì ancora la pietra dell'anello, sentì l'alata figura del genio incisa nella pietra di cornalina, e attese, ascoltando se fosse una svolta verso la vita o verso la morte. Ma lentamente cominciò a sentirsi meglio — molto lentamente e con molta fatica e oppressione — tornò ancora al respiro, alla quiete, al silenzio.

I

107

Fuoco - La

discesa

Egli giaceva e ascoltava. Di tanto in tanto lo ripren- deva l'impeto della tosse, seppure a intervalli sempre più lunghi e senza che tornasse a manifestarsi l'emottisi, e da principio aveva creduto addirittura di dover chiamare lo schiavo dalla stanza vicina, perché facesse venire il me- dico; ma chiamare sarebbe costato troppa fatica, e il fa- stidio procurato dal medico sarebbe stato insopportabile:

voleva restare solo, — nulla era più necessario che restar solo, per raccogliere in sé ancora e ancora una volta tutto l'essere, per poter ascoltare; era questa la cosa più ur- gente. Sollevando un poco le gambe, si era girato sul fian- co, la sua testa riposava sul guanciale, l'anca si imprimeva nel materasso, un ginocchio era sovrapposto all'altro e pa- revano due esseri estranei, e i malleoli, come pure i calca- gni, erano molto lontani. Quante volte, oh, quante volte non aveva pensato al fenomeno del giacere! Sì, c'era ad- dirittura da arrossire al pensiero di non essere riuscito a liberarsi da questa puerile abitudine! Egli si ricordava bene di quella notte, fJè'r lui memorabile, in cui — aveva allora otto anni — si era accorto per la prima volta che c'era qualcosa da osservare nello stare distesi: era a Cre- mona, d'inverno; egli giaceva nella sua stanza, la porta che dava sul tranquillo giardino del peristilio, era piena di fes- sure, chiudeva male e sbatteva e ciò gli metteva paura; fuori si udiva il fruscio del vento che passava sulle aiuole ricoperte di paglia secondo l'uso invernale, e da qualche

parte, probabilmente dalla lanterna ciondolante sotto il portico, giungeva, ritmico e pendolare, il debole riflesso di una luce che scivolava dentro la stanza, ritornava e spa- riva, come l'ultima eco d'un fluttuante infinito, come la ultima eco dell'infinito corso del tempo, come l'ultima eco di un occhio infinitamente lontano, così perduto, così spento, così minaccioso e così gravido di lontananza che era quasi un invito a chiedersi se mai la sua propria per- sona veramente esistesse, — e proprio come allora, seppur con maggior chiarezza e consapevolezza, essendosi tali os- servazioni ripetute da allora ogni notte, anche oggi, po- nendosi il problema dell'esistenza o dell'inesistenza della propria corporeità, egli distingueva ciascuno dei singoli

punti su cui riposava il suo corpo disteso sopra il giaciglio,

e proprio come allora, essi erano creste d'onda sopra le

quali filava la sua nave con lieve immersione, menare tra un'onda e l'altra si aprivano immense pianure. Non si trattava di questo, naturalmente, e se adesso aveva voluto restar solo, in verità non era stato per continuare osser- vazioni infantili, per le quali avrebbe potuto senz'altro

tenere presso di sé il piccolo compagno del viaggio not- turno, no, si trattava di qualcosa di più essenziale e defi- nitivo, di qualcosa che doveva avere una realtà molto grande, così grande da superare perfino quella della poesia

e del suo interregno, si trattava di qualcosa che doveva

essere più reale della notte e del crepuscolo, e non sol-

tanto più reale ma perfino più terrena, si trattava di qual- cosa per cui valeva la pena di radunare in sé tutto l'essere,

e strano era soltanto che in tutto ciò non fosse possibile

eliminare del tutto la puerilità e la futilità, che le loro infinite immagini continuassero ad esistere come prima e come sempre, che nella catena della memoria, da cui siamo avvinti, i primi anelli dovessero essere i più importanti, come se fossero essi, proprio essi, la più reale realtà. Sem- brava quasi impossibile, anzi di più, sembrava quasi inam- missibile che la nostra ultima, che la nostra più reale realtà si limitasse ad essere una mera immagine della memoria! Ciò nondimeno, l'immagine è la benedizione e la danna-

zione della vita umana; solo in immagini essa può com-

prendere se medesima, e insopprimibili sono le immagini, esistono in noi fin dall'inizio dell'umano gregge, procedono

e superano la forza del nostro pensiero, sono fuori del

tempo, racchiudono in sé passato e futuro, sono un doppio ricordo del sogno, e sono più forti di noi: egli era im-

magine a se medesimo, egli, che qui giaceva, e puntando

la prora verso la più reale realtà, sospinto e bagnato da

onde invisibili, l'immagine della nave era la sua imma- gine: veniva dall'oscurità, viaggiava verso l'oscurità, affon- dava nell'oscurità, egli stesso era l'immensa nave, che al

tempo stesso è l'immensità, ed egli stesso era la fuga, che

in questa immensità trova il suo fine, egli stesso la fuggente

nave, egli stesso la mèta, immenso egli stesso, immenso, a perdita d'occhio, inimmaginabile, un infinito paesaggio cor- poreo, il paesaggio del suo corpo, un'immagine possente, distesa, infernale, della notte, tanto che da lungo tempo ormai, smarrita l'unità della vita umana, perduta l'unità dell'umano desiderio, non si riteneva più capace di gover- nar se medesimo, conoscendo tutte le diverse regioni e province, nelle quali il suo io benché unico e disteso sopra l'infinito, si era dovuto suddividere, conoscendo tutte le demoniache istanze che in vece sua ne avevano assunto il governo, distinte l'una dall'altra nella loro mol- teplicità e secondo i loro diversi territori; ahimè, erano le regioni dissodate e sconvolte dei suoi polmoni doloranti, erano le inquietanti regioni della sua febbre che dalle più remote e infuocate profondità saliva bruciando alla pelle, erano le regioni degli abissi delle sue viscere e quelle ancor più terribili del sesso, le une e le altre ricolme e fitte di serpi, erano le regioni delle singole membra, dotate di vita autonoma e irrefrenabile, non ultime quelle delle dita; e tutte queste regioni demoniache, a lui più lontane o vicine, più amichevoli o ostili e nei rapporti reciproci e nei rap- porti con lui — e le regioni più sue erano gli organi della sensibilità, erano gli occhi e gli orecchi — tutti c^esti luoghi della sfera corporea e sovracorporea, dura realta del suo scheletro di pietra, egli li conosceva nella loro estra-

neità, nella loro dissolta fralezza, nella loro lontananza, nel-

la

loro ostilità, nella loro inafferrabile infinitezza, sensibili

e

sovrasensibili, perché essi tutti insieme, e lui con essi,

erano come una reciproca conoscenza, inalveati in quella grande corrente che si estende oltre i confini dell'uomo e dell'oceano, nella grande corrente delle maree, che ondeggia

ed oscilla nella vicenda del flusso e del riflusso e si infrange sulla costa del cuore, facendolo palpitar senza posa, realtà dell'immagine e al tempo stesso immagine della realtà, con onde così profonde che nella sua profondità si aduna ciò che

è più diviso, ancor disunito, eppure raccolto per una futura

rinascita; oh, marea della riva della conoscenza, il suo flutto sale perenne, saturo del germoglio d'ogni consolazione e d'ogni speranza, oh, flutto primaverile, greve di notte, di germogho e di spazio; ed egli, conoscendo questa grandiosa immagine del proprio io, sapeva ch'era possibile vincere l'elemento demoniaco appigliandosi ad una realtà sicura, la cui immagine dimora nell'indescrivibile e tuttavia abbraccia l'unità del mondo. Perché turgide di realtà sono le immagi- ni, perché una realtà può essere simboleggiata sempre e sol- tanto da un'altra realtà: immagini e ancora immagini, realtà

e ancora realtà, nessuna veramente reale finché resta iso-

lata, ma ciascuna simbolo di una realtà ultima e incono- scibile, che è la loro totalità. E se nei molti anni trascorsi egli aveva seguito con sempre maggiore interesse e curio-

sità il decadimento e la debolezza che sentiva avanzar nel suo corpo, se per amore di questa curiosità, stupefacente e stupita, si era volentieri addossato il disagio della malattia

e della sofferenza, se anzi — qualunque cosa l'uomo faccia, gli si trasforma in un simbolo, chiaro od oscuro — egli

aveva incessantemente nutrito in sé Ìl desiderio di rado con- sapevole e tuttavia sempre impaziente, che si dissolvesse alfine quell'unità corporea che ai suoi occhi era divenuta sempre di più una unità soltanto apparente, e quanto più presto tanto meglio, affinché accadesse il mirabile evento

e la dissoluzione si mutasse in redenzione, in nuova unità,

in senso ultimo, se tutto ciò l'aveva accompagnato e inse- guito fin dalla prima fanciullezza, per lo meno fin da quella

notte a Cremona, ma presumibilmente già dalla sua in- fanzia ad Andes, fosse nei primi tempi il giuoco di un'in- fantile, leggera inquietudine, o un'angosciosa paura che spegne ogni memoria — oggi non ricordava più né questo né quello — tuttavia egli non aveva mai mancato di chie- dersi quale fosse il senso di tali fenomeni, e questa do- manda era stata tutte le notti in quel suo incessante ascol- tare, in quella sua continua ricerca, e proprio come allora, il bimbo di Andes, il fanciullo di Cremona, era giaciuto nel suo letto, stringendo i ginocchi, lo spirito assorto nel pre- ludio del sogno, assorto lo spirito, come il corpo, nella nave del suo essere, disteso sulle ampie superfici della terra, egli stesso monte e campo e terra, egli stesso la nave e l'oceano, ascoltando nella notte dell'interiorità e dell'esteriorità, presagendo da sempre che questo ascoltare tendeva al compimento di una conoscenza, per la quale l'in- tera sua vita doveva essere vissuta, tutto ciò gli accadeva ancora una volta in quell'istante, in quel luogo, in quel giorno; gli accadeva ciò che da sempre gli era sempre acca- duto, rinnovandosi perpetuamente, facendosi sempre più chiaro, egli faceva ciò che aveva fatto per l'intera sua vita, solo che ora conosceva la risposta: egli ascoltava la morte.

Poteva essere diversamente? l'uomo, soltanto l'uomo, sta in posizione eretta, ma si distende nel sonno, nell'amore, nella morte, — anche in questa triplice proprietà dal suo giacere egli si distingue da tutti gli altri esseri. Eretta, destinata a crescere, l'anima dell'uomo si estende dagli oscuri abissi delle sue radici immerse nell'humus dell'essere fino al cerchio delle stelle inondato di soli, portando in alto la sua tenebrosa origine posidonia e vulcanica, recando

in basso la trasparenza della sua mèta apollinea, e quanto

più essa, per questo suo crescere, diventa forma intrisa di

luce, quanto più essa nel prendere forma si arricchisce

di ombre come un albero che s'apre e ramifica, tanto più

essa è in grado di unire nell'ombrosa fronda dei suoi rami l'oscuro col luminoso; ma quando essa si è distesa nel sonno, nell'amore, nella morte, ed è essa stessa diven- tata disteso paesaggio, allora non è più suo compito fon-

dere gli elementi contrari, perché dormendo, amando e mo- rendo essa chiude gli occhi, e non è più buona o cattiva, ma ancora soltanto un unico, infinito ascoltare: anima infinitamente distesa, infinitamente cinta dall'anello dei tempi, infinita nel suo riposo, e così, sottratta ad ogni sviluppo e senza sviluppo come il paesaggio che è, essa forma con questo il dominio immutato ed immutabile di Saturno attraverso il corso dei tempi, estendendosi dall'età dell'oro all'età del bronzo e, ancora, di là da questa, fino al ritorno nell'età dell'oro; e in forza di questa sua comu- nione col paesaggio, in forza della sua prigionia nell'ele- mento terrestre e nei campi terrestri, alla cui superficie si dividono le sfere della luce celeste e dell'oscurità della terra, l'anima è parimenti limite che divide le sfere e che unisce le sfere, limite tra le regioni superiori e le regioni inferiori, è, come Giano, bifronte perché appartiene alla sfera in cui si libran le stelle come alla sfera