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L’IMPATTO DELLA PRIMAVERA ARABA NELLA CRISI LIBICA

Il mondo occidentale ha osservato sorpreso e con favore l’avvio di una stagione – poi
giornalisticamente denominata «primavera araba» – che ha visto le dimostrazioni estendersi a
macchia d’olio dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria e all’Iraq, e che ha colpito molti altri
paesi. Quelle rivolte, che hanno infiammato un intero quadrante geopolitico e preconizzato
l’affermazione di legittime istanze nonché favorito dei cambiamenti anche significativi in alcuni stati,
non hanno rappresentato una vera rivoluzione, almeno per due ragioni fondamentali: l’assenza di un
progetto politico vero e proprio e la capacità della religione di orientare, gestire o reprimere qualsiasi
richiesta di cambiamento. O meglio, utilizzare la religione quale strumento politico unificatore.
Seppure le primavere arabe siano state generalmente dettate da cause comuni, quali il malcontento
generale, l'assenza di libertà individuali, la violazione di diritti umani, in Libia hanno avuto una
connotazione meno giovanile e meno dettata da problemi economici e corruzione quanto piuttosto da
dispute tra gruppi di potere dell'area della Cirenaica. In fondo la Libia economicamente aveva
indicatori migliori degli altri paesi. Per questo si è trattato di rivolte di imprinting tribale e localistico.
L’esplosione del fenomeno nasce principalmente dalle insostenibili privazioni materiali che i popoli
arabi hanno subito e dallo scarso valore attribuito in quei paesi alla vita umana; il che rende per loro
appetibile l’approccio integralista come scorciatoia per un paradiso altrimenti impossibile.
In conclusione, si deve rilevare come, nei confronti delle manifestazioni della primavera araba, in
Occidente vi sia stata un’informazione ufficiale non sempre imparziale. In un primo momento si è
registrata un’esaltazione massmediale che ha distorto il significato di quegli eventi, preferendo la
prospettiva tesa a interpretarli come una presa di coscienza di massa, diretta alla rivendicazione e
all’affermazione dei diritti universali dell’uomo. Le ribellioni, in tal modo, sono state vissute come
episodi che denotavano un sostanziale avvicinamento del mondo arabo alla nostra cultura politica,
che usciva vittorioso sulle tendenze integraliste islamiche. In seguito, si è cercato di anestetizzare il
fenomeno e di ridimensionarne il valore poiché, alla luce delle eterogenee evoluzioni politiche, la
precedente interpretazione dei fatti è apparsa insostenibile. L’Occidente aveva inoltre la convenienza,
da un lato, a non evidenziare la propria incapacità previsionale e gestionale di quegli eventi, dall’altro,
di sottrarsi alla responsabilità storica di aver quantomeno contribuito a determinare talune situazioni
paradossali, dalla cui assunzione di paternità tutti si sono in seguito affrancati.

IMPATTO ECONOMICO
Nonostante le forti performance di crescita trainate dal settore petrolifero, l'economia libica continua
a soffrire di conflitti politici che impediscono di raggiungere il suo potenziale. Dopo quattro anni di
recessione, l'economia libica si è ripresa nel 2017, grazie alla risalita della produzione di idrocarburi
dopo il riacquisto da parte delle milizie dei principali giacimenti petroliferi lo scorso anno. I settori
non idrocarburi sono rimasti fermi, inibiti dalla mancanza di fondi e sicurezza. Il PIL è aumentato e
dovrebbe raggiungere il 25,6% nel 2018, consentendo al reddito pro capite di migliorare
sostanzialmente al 65% del livello del 2010 dopo aver perso più della metà del suo valore.
I prezzi di quasi tutte le materie prime hanno continuato ad aumentare nella prima metà del 2017, il
che ha ulteriormente ridotto il potere d'acquisto della popolazione. L'inflazione ha toccato un livello
record del 28,5%, dopo il 25,9% registrato lo scorso anno. L'inflazione è principalmente determinata
da una grave penuria nelle catene di approvvigionamento di materie prime di base, dalla speculazione
nei mercati neri in espansione, dall'eliminazione di fatto dei sussidi alimentari a causa della mancanza
di fondi e dalla forte svalutazione del LYD nei mercati paralleli. Inoltre l'inflazione elevata associata
a una debole performance dei settori non idrocarburici probabilmente aumenterà la povertà e
aggraverà l'esclusione socioeconomica.
Nonostante miglioramenti limitati, l'economia libica rimane ancora molto al di sotto del suo
potenziale, ostacolata soprattutto dal persistere di violenti conflitti politici e civili. I deficit economici
rimangono ampi e mancano di strutture per applicare misure correttive, aggravando l'instabilità del
quadro macroeconomico. La crescita dell’inflazione sta erodendo ulteriormente il potere d'acquisto
della popolazione. Volgendo lo sguardo al medio termine, le sfide vanno oltre la ricostruzione per
affrontare i divari di sviluppo pre-2011, si deve incentivare la diversificazione dell'economia e
promuovere lo sviluppo del settore privato.

IMPATTO MIGRATORIO
A distanza di 7 anni, la situazione in Libia continua ad essere catastrofica. L'11% delle scuole sono
state distrutte, i medicinali salvavita non sono disponibili; blackout giornalieri e scarsità d’acqua
pulita sono all’ordine del giorno. L'ONU stima che circa 1,1 milioni di persone necessitano
urgentemente di assistenza umanitaria.
In Libia infuria una crisi umanitaria senza sosta, i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti affrontano
importanti problemi di protezione e bisogni umanitari, compreso l'accesso negato o molto limitato
all'assistenza sanitaria, all'istruzione e ad altri servizi di base. Nel piano di risposta umanitaria (HRP)
2016 per la Libia, il numero totale di persone bisognose nella categoria di migranti è 250.000, di cui
100.000 sono rifugiati e richiedenti asilo. Inoltre, i dati più recenti registrati dallo IOM parlano di
417.123 sfollati interni (IDP).
I conflitti protratti in Libia non solo hanno aumentato il rischio di default economico del Paese, ma
hanno anche aumentato i problemi di emigrazione, sempre più sotto controllo ormai dai vari gruppi
terroristici. Aiutare la popolazione richiede un'azione collettiva. Il benessere dei rifugiati è un bene
pubblico globale, in quanto promuove la stabilità globale. Oltre al cibo e al riparo, i rifugiati hanno
bisogno di accedere all'istruzione, ai servizi sanitari e ai posti di lavoro per preservare la loro dignità
e il loro sostentamento. I governi e la comunità globale dovranno monitorare il benessere dei rifugiati
e sviluppare politiche di transizione dagli aiuti umanitari agli aiuti allo sviluppo.
Come bene pubblico globale, la comunità internazionale deve rafforzare il proprio sostegno ai paesi
ospitanti per far fronte a queste sfide di sviluppo. La Banca Mondiale ha iniziato a parlare del
problema aumentando il suo budget allo sviluppo della regione e mettendo a disposizione il Global
Concessional Financing Facility per fornire ai paesi ospitanti finanziamenti in concessione per
rispondere alle immediate esigenze di sviluppo.
Nonostante l’urgenza di rispondere a questi bisogni, la pianificazione delle risorse umane rimane
scarsamente finanziata e pertanto non consente un'adeguata risposta umanitaria ai bisogni delle
persone colpite.

CONCLUSIONE
Se davvero si vorrà dare vita a una nuova Libia sarà, dunque, importante proseguire su un cammino
difficile, ma necessario. Bisognerà disarmare definitivamente i gruppi combattenti, fornire una
adeguata rappresentatività a tutte le fazioni, costruire praticamente da zero delle istituzioni unitarie
che sappiano tenere conto delle richieste delle varie componenti regionali e tribali, senza però
scendere a troppi compromessi per evitare un’involuzione in senso localistico del potere e, infine,
garantire un’equa spartizione e redistribuzione dei proventi del petrolio. In altre parole si dovranno
non solo creare da zero delle istituzioni e dunque uno Stato, ma prima ancora dare vita a una Nazione
con uno spirito unitario, operazione affatto semplice ma assolutamente indispensabile.
A conclusione del discorso riporto le parole dello studioso John Esposito, che proiettano la crisi libica
in una dimensione bisognosa di ascolto e comprensione:
“Oggi, quando vediamo problemi di unità, stabilità, autoritarismo e mancanza di democrazia,
dobbiamo ricordarci che questa è l’eredità di secoli di imperialismo europeo durante i quali le potenze
coloniali si preoccupavano di perpetuare il loro dominio e la loro influenza piuttosto che costruire
forti società democratiche. Questa già pesante autorità è stata aggravata dall’emergere di governi
autoritari, i cui governanti ed élites si preoccupavano di prolungare la loro potenza e i loro privilegi,
non la separazione dei poteri, la libertà di riunione, di parola e di stampa. Divisioni etniche, tribali e
religiose devono essere comprese nell’ambito del contesto di fragilità di quelle che sono forme
relativamente nuove di moderno nazionalismo che combattono per soppiantare secoli di fedeltà
etnica, religiosa, tribale e familiare”.

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