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8 NOVEMBRE 2017

La necessità della giustizia


amministrativa

di Carlo Deodato
Consigliere di Stato
La necessità della giustizia amministrativa *
di Carlo Deodato
Consigliere di Stato

Sommario: 1. Le ragioni genetiche della giustizia amministrativa; 2. L’attualità della giustificazione


storica; 3. Il difficile rapporto con l’economia; 4. Le vere criticità del sistema di giustizia amministrativa;
5. Considerazioni conclusive.

1. Le ragioni genetiche della giustizia amministrativa


Difendere la giustizia amministrativa è divenuta un’impresa (quasi) temeraria. Eppure è una sfida che va
raccolta. A fronte di sempre più pressanti, aspre e, a volte, radicali critiche (Prodi, Panebianco), formulate
da più parti all’indirizzo della stessa ragion d’essere della giustizia amministrativa, sembra indispensabile
la ricerca delle motivazioni originarie della sua esistenza e una verifica della loro persistente attualità.
E l’indagine non può che muovere dalle parole di Silvio Spaventa, che, nel celebre discorso del 7 maggio
1880 all’Assemblea costituzionale di Bergamo, ammoniva che “le nostre amministrazioni, per difetto di vera
giurisdizione del nostro diritto pubblico, minacciano di corrompersi irrimediabilmente a cagione di studio e interesse di parte”,
avvertiva, al contempo, che la legge 20 marzo 1965 “abolendo radicalmente la giurisdizione (amministrativa
NDR), privò molti interessi di qualsiasi guarentia di giustizia, e lasciò molti diritti senza più giudice in balìa
dell’amministrazione ” in quanto “i tribunali si limiteranno a conoscere degli effetti dell’atto in relazione all’oggetto dedotto
in giudizio, ma non possono né revocarlo né modificarlo”, segnalava, quindi, “la necessità di avere veri giudici e veri
giudizi di diritto pubblico in tutte le sfere della nostra amministrazione” mediante “una semplice riforma delle attribuzioni
del Consiglio di Stato” e col “perfezionamento di altri organi della giurisdizione amministrativa” concludendo che
“finché noi non avremo fatto ciò, il nostro diritto pubblico rimarrà, per una gran parte, senza nessuna garanzia”.
Così come non può trascurarsi che lo stesso Spaventa, una volta ripristinata la giurisdizione
amministrativa (come da lui stesso auspicato pochi anni prima), nel discorso per l’inaugurazione della IV
Sezione del Consiglio di Stato, osservava che “la libertà e indipendenza dell’amministrazione dall’autorità
giudiziaria non è quella di un’attività irrazionale e irresponsabile, senza scopo o con scopi egoistici e personali; ma ha norme
proprie e connaturali ai fini, che essa è obbligata a osservare”, che nella nuova giurisdizione amministrativa “non si
tratta di definire controversie nascenti dalla collisione di diritti individuali e omogenei, ma di conoscere solamente se il diritto

*Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Il presente scritto si colloca in una linea di continuità con precedenti contributi
già apparsi su questa rivista, quali, in particolare, quelli di Maria Alessandra Sandulli, Profili soggettivi e oggettivi della
giustizia amministrativa: il confronto, in Federalismi.it, 2017; Nuovi limiti alla tutela giurisdizionale in materia di
contratti pubblici, in Federalsimi.it, 2016; Poteri del giudice e poteri delle parti nei processi sull’attività amministrativa.
Dall’unificazione al codice, in Federalismi.it, 2015

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obiettivo sia stato osservato” e si sviluppa “con tali forme processuali e con tale efficacia d’imperio sopra qualunque arbitrio
amministrativo”, quando, in particolare, gli atti amministrativi producono “restrizioni maggiori di quello chè è
richiesto necessariamente dall’interesse generale” e tradiscono il “dovere di procurare il pubblico bene”.
L’origine della giustizia amministrativa, come si vede, è essenzialmente liberale, tanto che Spaventa la
connette alla regola generale, per come mirabilmente descritta da Romagnosi, di “far prevalere la cosa pubblica
alla privata co ‘l minimo possibile sacrificio della privata proprietà e libertà”; sicchè le funzioni pubbliche dovrebbero
essere regolate (e il loro corretto esercizio dovrebbe essere giudicato) in modo da perseguire l’interesse
generale con il minor danno possibile dei diritti e degli interessi dei consociati.
Si tratta del più immediato corollario del principio di legalità, su cui si reggono le democrazie liberali
occidentali, nella misura in cui postula che la legge debba stabilire le condizioni che autorizzano la
limitazione dei diritti e delle libertà dei cittadini da parte della pubblica autorità (M. Weber).
A sua volta l’anzidetta regola costituisce l’architrave dello Stato di diritto che, secondo quanto osservava
Santi Romano già nel 1909, “dotato di un potere, che non ripete se non dalla sua stessa natura e dalla sua forza, che è
la forza del diritto…si eleva al di sopra degli interessi non generali, contemperandoli e armonizzandoli”.
Le ragioni della giustizia amministrativa venivano, quindi, identificate nell’esigenza di affidare a un giudice
diverso da quello ordinario, ontologicamente e funzionalmente incapace di provvedervi, la tutela delle
posizioni soggettive (per lo più di libertà) incise dal potere pubblico.
Secondo Spaventa, in sintesi, solo la giustizia amministrativa è in grado di assicurare ai cittadini
un’adeguata protezione dalle deviazioni e dalle distorsioni nell’amministrazione delle funzioni pubbliche,
che egli collega a una loro gestione di parte e politicamente inquinata (ma che trova più frequentemente
cause meno sviate, ancorchè parimenti lesive).
In definitiva, né la giurisdizione ordinaria, strutturalmente concepita per giudicare dei diritti nascenti da
relazioni giuridiche paritetiche, né, tantomeno, la stessa e sola amministrazione (in quanto naturalmente
e inevitabilmente incline a difendere sé stessa) sono in grado di assicurare quella tutela delle libertà e degli
interessi che, inevitabilmente coinvolti nell’amministrazione delle potestà pubbliche, ne vengono
illegittimamente sacrificati.
E’ stata, successivamente, indicata anche un’altra ragione costituiva della giustizia amministrativa: la
funzione di presidio dell’attuazione dell’imperium consacrato nella norma attributiva del potere.
Secondo questa lettura (L. Torchia) la giustizia amministrativa si atteggia come un Giano bifronte: allo
stesso tempo garante dei diritti e degli interessi degli amministrati e custode della realizzazione della
volontà trasfusa dal legislatore nella funzione assegnata all’autorità pubblica.
Si tratta di una ricostruzione vera, ma, al contempo, fallace: vera, in quanto rivela un carattere senz’altro
autentico della funzione del giudice amministrativo (il controllo della compiuta realizzazione dell’interesse

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generale, per come implicato dal legittimo esercizio della funzione alla cui soddisfazione risulta
preordinata); fallace, se intesa come dicotomica rispetto al suo compito di garanzia della sfera giuridica
dei privati da indebite e illegali ingerenze dell’autorità amministrativa.
Non si tratta, infatti, di una duplice funzione, intrinsecamente antinomica o schizofrenica.
Al contrario, il giudizio sulla coerenza della declinazione provvedimentale del potere con il paradigma
normativo di riferimento serve a verificare, al contempo, il più compiuto e legittimo espletamento della
potestà pubblica finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale e la tutela della sfera giuridica dei
privati da un esercizio distorto, sviato o, comunque, illegale della funzione.
Il prodotto di un corretto giudizio amministrativo dovrebbe, in sintesi, condurre, in ogni caso, alla
contestuale realizzazione dell’interesse pubblico e alla protezione di quello privato: sia se si risolva in un
giudizio di illegittimità (giacché rivelerebbe un tradimento del corretto esercizio del potere e, quindi, anche
della realizzazione legale dell’interesse generale); sia se si risolva nella conferma della correttezza
dell’attività amministrativa contestata (in quanto riscontrerebbe che la lamentata lesione degli interessi
privati resta giustificata da un’attuazione del potere rispettosa del principio di legalità).
La funzione, in definitiva, è unitaria: il controllo del corretto esercizio del potere, nella duplice e
inscindibile prospettiva del presidio della realizzazione della volontà pubblica e della garanzia delle
situazioni soggettive dei privati in essa coinvolte.
L’ottica della custodia dell’attuazione dell’auctoritas compendiata nella norma attributiva del potere, in ogni
caso, non sminuisce in alcun modo la consistenza della “causa” più profonda dell’istituzione della giustizia
amministrativa: la protezione degli amministrati da abusi o violazioni commessi in loro danno dall’autorità
pubblica.

2. L’attualità della giustificazione storica


Ma queste (primigenie) ragioni hanno resistito ai mutamenti radicali prodotti, sull’assetto giuridico ed
economico ottocentesco delle relazioni tra il cittadino e lo Stato, dall’approvazione della Costituzione
Repubblicana, dalla moltiplicazione delle fonti di produzione del diritto, dalla destrutturazione delle
autorità amministrative, dalla multilevel governance, dalla forza degli ordinamenti sovranazionali (diritto
dell’UE e CEDU, innanzitutto), dalla globalizzazione delle transazioni commerciali, dalla prevalenza della
tecnica e della scienza in molti ambiti dei pubblici poteri, dalla regolazione dei mercati, dal governo del
diritto pubblico dell’economia?
Sì: vi hanno resistito. E restano attuali.
Deve premettersi che un’adeguata tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive incise dall’autorità
amministrativa deve intendersi indefettibile, sia per la Costituzione, sia per il diritto europeo, sia, ancora,

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per la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
(ovviamente per la protezione dei diritti e degli interessi generati dalle citate fonti sovranazionali); sicché
l’abolizione o il ridimensionamento del perimetro della giustizia amministrativa produrrebbero l’unico
effetto di trasferire all’autorità giudiziaria ordinaria il controllo del corretto espletamento delle funzioni
pubbliche (con tutti i limiti e gli inconvenienti già segnalati da Spaventa), ma non certo di eliminarlo.
Ma, anche prescindendo da tale dirimente rilievo, non appare convincente l’obiezione secondo cui le
ragioni originarie della giustizia amministrativa valevano a giustificarla in un assetto ordinamentale più
semplice, quale quello di fine Ottocento, in cui le relazioni tra il cittadino e lo Stato si esaurivano in ambiti
circoscritti e puramente individuali, ma non più in un contesto nel quale le esigenze di sistema connesse
a un’economia globale e complessa esigono una giustizia più dinamica o, addirittura, non tollerano
l’intralcio dei processi (sempre più percepiti come un peso, se non come un costo superfluo).
Le ragioni che hanno giustificato e originato la giustizia amministrativa rimangono valide anche nel
contemporaneo contesto socio-economico.
Il fatto che il potere sia diversamente dislocato, che sia condizionato da presupposti afferenti a scienze
esatte e che obbedisca a paradigmi nomativi strutturalmente e funzionalmente diversi da quelli
ottocenteschi non priva, infatti, di fondatezza le ragioni genetiche di controllo del corretto espletamento
delle potestà pubbliche. Anzi: le accresce.
La motivazione più profonda della giustizia amministrativa si riconnette, infatti, a un’esigenza immutabile
e insensibile ai cambiamenti strutturali della società e delle istituzioni: l’affidamento della tutela del privato
a un giudice capace di sindacare il corretto esercizio del potere pubblico, di correggerne le deviazioni,
mediante l’eliminazione degli atti sviati e lesivi e la conformazione alla legge dell’attività successiva, e di
garantire al cittadino la protezione della sua sfera giuridica dagli indebiti sconfinamenti dell’autorità
amministrativa (e, al contempo, la realizzazione dell’interesse pubblico, nel rispetto del principio di
legalità).
Così intesa, la giurisdizione amministrativa rimane non surrogabile da altre autorità giurisdizionali e non
tollera opzioni riduttive o limitative.
Venendo alla disamina delle più frequenti (e, spesso, poco meditate) critiche rivolte all’indirizzo della
giustizia amministrativa, vale osservare che: il potere pubblico, da qualsiasi autorità venga esercitato, esige
una verifica giurisdizionale della sua correttezza da parte di un giudice provvisto di poteri, di competenze
e di cultura diversi da quelli del giudice ordinario; qualunque esso sia e comunque risulti strutturato, il
parametro regolativo dell’azione amministrativa impone un riscontro giudiziario della sua osservanza; il
carattere tecnico della regola d’azione non esclude il controllo della sua esatta declinazione
provvedimentale; la complessità del sistema normativo di riferimento non vale in alcun modo a ridurre

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le esigenze di tutela delle posizioni soggettive incise dalle potestà pubbliche che a esso obbediscono (ma,
al contrario, accresce la necessità di un serio vaglio giudiziario della loro coerente e proporzionata
attuazione); le implicazioni macroeconomiche del sindacato di talune funzioni amministrative non
possono giustificare la loro sottrazione al controllo giurisdizionale.
Come si vede, dunque, la complessità del sistema contemporaneo non solo non permette di negare o
ridurre la tutela delle posizioni soggettive incise da atti amministrativi, ma, paradossalmente, accresce le
relative esigenze di giustizia.
Più, infatti, l’assetto ordinamentale si complica e si stratifica e più gli interessi degli amministrati si rivelano
deboli ed esposti alla conformazione operata da un potere pubblico sempre più destrutturato, tecnico e
difficile da decifrare e da prevedere (e che esige, come tale, un serio e affidabile scrutinio giudiziario del
suo corretto e proporzionato esercizio).

3. Il difficile rapporto con l’economia


Merita, invece, alcune considerazioni più diffuse l’analisi della critica relativa alle interferenze (ovviamente
negative) della giustizia amministrativa sulle dinamiche fisiologiche dello sviluppo economico.
Secondo questa prospettazione, il concreto esercizio della giurisdizione amministrativa sul potere
pubblico afferente alla programmazione, autorizzazione, incentivazione o regolazione delle attività
economiche produce un nefasto effetto di blocco e di intralcio alla crescita dell’economia e, come tale,
va ridimensionato o, secondo le argomentazioni più critiche e severe, eliminato.
Si tratta di una censura, per più versi, errata e che trascura, innanzitutto, di considerare che le lamentate
interferenze costituiscono un effetto afferente alla fisiologia del controllo giurisdizionale del potere
pubblico.
La giustizia amministrativa, infatti, influisce, per il suo stesso carattere ontologico e funzionale, sul
dispiegarsi dell’azione amministrativa afferente alle politiche economiche, correggendola ed
emendandola, ove scorretta.
Si tratta, a ben vedere, di un effetto ineliminabile della tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive
incise da funzioni pubbliche che condizionano l’esercizio di attività economiche, con la conseguenza che,
in ragione della già rilevata necessità di una forma di protezione giudiziaria delle situazioni considerate,
l’eliminazione della giurisdizione amministrativa non potrebbe che implicare l’attribuzione della relativa
competenza a quella ordinaria.
Sennonchè, l’intreccio e la sovrapposizione dei processi giurisdizionali e di quelli economici resta un dato
ineliminabile e fisiologico, sicché l’inconveniente lamentato rimarrebbe integro (anzi, probabilmente, si

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aggreverebbe) con la traslazione della competenza giurisdizionale a un’autorità diversa dal giudice
amministrativo.
E’ la stessa incidenza del giudizio amministrativo sull’esercizio del potere a scontare, inevitabilmente, una
strutturale capacità di delusione: del cittadino, che dovrà spesso attendere la riedizione del potere
giudicato illegittimamente esercitato, e della stessa amministrazione, che dovrà farsi carico di conformare
la sua attività al dictum, non sempre stringente, del giudice (R. Villata).
L’insofferenza dimostrata da taluni verso il problema esaminato si appalesa, quindi, (spiace dirlo) carente
di un’adeguata meditazione sulle sue cause, ma anche sulle soluzioni ipotizzabili (e sulla loro concreta
utilità), oltre che contraddittoria, nella misura in cui sovente reclama, al contempo, un arretramento del
sindacato giudiziario amministrativo, decisioni rapide e soluzioni pronte.
Ma, a prescindere dal rilievo del carattere ineludibile di una qualche forma di interferenza della giustizia
sull’economia, merita osservare che le pressanti istanze connesse a uno sviluppo economico più libero e
dinamico non valgono certo a limitare (o, peggio, a escludere) la tutela delle posizioni soggettive dinanzi
al giudice amministrativo.
La crescita economica è, infatti, sì un valore, ma dev’essere, nondimeno, realizzata in conformità alle
regole che governano le potestà pubbliche che incidono sul mercato.
La globalizzazione del capitalismo finanziario rivendica istintivamente maggiore libertà e, forse, anche
irresponsabilità (G. Rossi), ma impone di essere governata e controllata in un quadro di certezza e di
legalità.
Non si possono certo sacrificare sull’altare dello sviluppo economico del Paese le (sacrosante e
ineliminabili) istanze di tutela degli interessi dei cittadini e delle imprese dall’esercizio sviato delle potestà
pubbliche.
Se l’ordinamento condiziona l’assegnazione di un appalto pubblico al rispetto di determinate regole
procedurali, se un’iniziativa produttiva necessita, per legge, di un’approvazione amministrativa, se
l’allocazione di risorse pubbliche postula la legittima incentivazione delle pertinenti iniziative private, se
un’attività d’impresa resta governata, per scelta legislativa, dalla preliminare pianificazione o
programmazione della funzione pubblica cui accede, se le dimensioni del settore di mercato contendibile
sono presidiate dal valido esercizio di competenze regolatorie, è la stessa garanzia dei diritti individuali,
per come protetta dal principio di legalità, a esigere una verifica giurisdizionale del corretto espletamento
delle funzioni alle quali il legislatore, nella sua autonoma sovranità politica, ha affidato il governo della
peculiare attività economica di cui si reclama la tutela.
Mai come nelle fattispecie passate in rassegna, peraltro, la coincidenza dell’interesse generale con quello
particolare appare così evidente.

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Là dove, infatti, la scelta discrezionale del legislatore ha conformato l’esercizio delle libertà economiche,
configurandole come condizionate da una presupposta attività provvedimentale (pianificatoria,
autorizzatoria, regolatoria che sia), la più compiuta realizzazione dell’interesse pubblico non potrà che
comprendere ed esaurire, in sé, anche quello particolare all’esercizio dei diritti d’impresa in un contesto
di rispetto della regola d’azione pubblica, che si presume confezionata per assicurare uno sviluppo
economico equilibrato, regolato e coerente con tutti i valori protetti dall’ordinamento.
Secondo questa prospettiva, la giustizia amministrativa non solo appare ineliminabile e non nuoce alla
crescita economica, ma si rivela anche funzionale a uno sviluppo delle attività d’impresa in un quadro di
certezza e di legalità.
Le libertà economiche trovano, cioè, proprio nel processo amministrativo la loro naturale protezione
dall’uso improprio degli strumenti regolatori o autorizzatori che l’ordinamento ha concepito per
permetterne un esercizio equilibrato (A. Pajno).
Tanto più che è stato dimostrato che il processo amministrativo funziona bene, nella misura in cui viene
definito in tempi assolutamente ragionevoli, inferiori a quelli dei giudizi civili e, in ogni caso, del tutto
coerenti con le istanze di celerità reclamate dal mondo produttivo e dalle stesse politiche economiche di
sviluppo.
La qualità della giustizia amministrativa resta, peraltro, confermata dal fatto che è stata addirittura, e con
molte ragioni, qualificata come un fattore competitivo (G. Napolitano).

4. Le vere criticità del sistema di giustizia amministrativa


E allora, forse, le ragioni della “crisi” della giustizia amministrativa (e, a monte, della famigerata
“burocrazia”) vanno ricercate altrove.
Si è detto che la funzione precipua e unica del giudizio amministrativo è quella del controllo del corretto
esercizio della funzione e, cioè, della verifica della sua coerenza con la norma attributiva del potere,
nell’ottica della tutela del duplice interesse in esso coinvolto (sia pubblico, sia privato).
Il compito del giudice amministrativo si esaurisce nello scrutinio del rispetto della legge e non può
spingersi oltre.
E’ vero che, spesso, le norme sono confezionate con la fissazione di presupposti afferenti a concetti
indeterminati, sicchè il giudizio amministrativo deve necessariamente concentrarsi sulla verifica del
corretto e proporzionato esercizio della discrezionalità, ma è anche vero che il parametro legale resta
quello fissato nella legge e che l’efficacia e l’impatto della tutela giurisdizionale amministrativa restano
(inevitabilmente) condizionati dalla qualità del parametro normativo alla cui stregua dev’essere esaminata
la correttezza dell’attività provvedimentale.

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Senza estendere la presente analisi oltre i tracciati confini dell’esame delle ragioni della giustizia
amministrativa, non si può, nondimeno, omettere di rilevare che la cattiva qualità della normazione
relativa alle funzioni pubbliche genera, come corollari ineludibili, una cattiva amministrazione e una,
altrettanto inadeguata (se non negativa), tutela giurisdizionale (M.A. Sandulli identifica una delle principali
cause della rilevanza del contenzioso amministrativo nelle “deficienze del nostro sistema legislativo”).
Quando è la norma attributiva del potere a essere equivoca, incerta, complicata, inefficace, sproporzionata
non ne soffrirà solo l’Amministrazione, ma, a valle, ne sopporteranno gli effetti negativi gli amministrati
e, in ultima istanza, anche il giudice amministrativo, che, chiamato a verificarne la corretta attuazione,
resterà prigioniero di uno schema normativo inadeguato e non potrà che produrre decisioni incapaci di
correggere utilmente l’azione amministrativa (che deve, comunque, restare guidata da una regola
normativa chiara ed efficace).
L’assenza di un’adeguata programmazione dell’attività normativa del Governo, il deficit di istruttoria nella
progettazione regolativa, la carenza di effettive verifiche di impatto dell’intervento, la mancata stima
(viceversa necessaria) della capacità amministrativa implicata dalla nuova disposizione e la “bulimia”
legislativa producono, spesso, l’approvazione di norme confuse, inefficaci, disarmoniche, asistematiche
e, sovente, inapplicabili, con l’effetto di scaricare sul giudice amministrativo l’inefficienza della
produzione normativa (M. De Benedetto; A. Pajno).
Se si vuole, davvero, migliorare il sistema amministrativo, si deve iniziare, in definitiva, da una regolazione
più chiara e certa.
Seguirà una giustizia amministrativa più efficace e utile.
Così come si deve investire sulla formazione (universitaria e post-universitaria) dei funzionari pubblici, la
cui, spesso inadeguata, preparazione giuridica produce l’effetto di un’attività provvedimentale di scarsa
qualità e, per ciò stesso, foriera di incertezze e di contenzioso (M.A. Sandulli).

5. Considerazioni conclusive
In definitiva, nessuna delle obiezioni formulate all’indirizzo della giustizia amministrativa vale a scalfire
le ragioni della sua originaria istituzione.
L’analisi del vigente assetto istituzionale e sociale, al contrario, conferma la necessità di un controllo
giurisdizionale, che non può che restare affidato al giudice amministrativo, in quanto culturalmente privo
di deference verso l’autorità, del corretto esercizio del potere pubblico, in tutte le sue multiformi declinazioni
contemporanee e nella prospettiva della salvaguardia di tutti gli interessi coinvolti.
La stessa giustificazione genetica della giustizia amministrativa non trascura, infatti, le esigenze di tutela
dell’interesse generale, tanto che lo stesso Spaventa ammoniva che “non è già per indebolire l’autorità dello

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Stato che io propongo di sottoporre tutte le pubbliche amministrazioni ai freni più severi della giustizia (amministrativa
NDR), ma bensì con lo scopo di accrescerla, impedendo che si corrompano le nostre istituzioni, nelle quali solamente il
popolo italiano, colla libertà, può raggiungere il suo maggiore benessere”.
La ricerca delle cause originarie dell’istituzione della giurisdizione amministrativa permette, quindi, di
confermarne l’attualità e la necessità, in una declinazione operativa che coniughi le indefettibili esigenze
di tutela dei privati con le istanze pubbliche a un sindacato equilibrato, efficiente e virtuoso dell’esercizio
del potere.
Si tratta, semmai, di accrescere la funzionalità e l’efficacia della giustizia amministrativa, garantendo tempi
rapidi di definizione dei processi e meccanismi efficienti di attuazione delle decisioni.
Un notevole incremento dell’effettività della tutela erogabile dal giudice amministrativo è, nondimeno,
già stato prodotto dalla codificazione delle regole processuali, dalla perimetrazione di nuovi spazi di
giurisdizione esclusiva, dalla previsione di riti speciali, dall’accelerazione dei termini per le controversie
che involgono interessi generali particolarmente preganti, dalla configurazione di tecniche di protezione
riparatoria flessibili, differenziate e, al contempo, effettive, dalla definizione di modalità esecutive
preordinate ad assicurare la più computa attuazione delle sentenze.
Si possono senz’altro perfezionare i meccanismi processuali preordinati a garantire una tutela più effettiva
e sollecita, ma vanno, allo stesso tempo, respinti i tentativi di “ridurre la portata del compito di assicurare la
giustizia nell’amministrazione” (M.A. Sandulli) mediante l’introduzione di ostacoli sproporzionati (all’accesso
alla giustizia) o di regole procedurali lesive del diritto di difesa (come quelle afferenti alla fissazione di
termini incompatibili con le esigenze di un serio studio delle questioni).
Così come si deve assicurare, per quanto possibile, la prevedibilità delle decisioni, secondo una più
efficace amministrazione della funzione nomofilattica e del dialogo tra le Corti (come recentemente e
lucidamente osservato da F. Patroni Griffi).
Ma il controllo delle pubbliche funzioni non può essere in alcun modo ridotto o, addirittura, soppresso.
Senza la giurisdizione amministrativa, infatti, non solo il cittadino e le imprese rimarrebbero più deboli e
indifesi, ma le stesse amministrazioni rischierebbero di restare prigioniere di logiche deviate e (forse)
arbitrarie.
Con quanto nocumento per il bene comune è superfluo evidenziare.

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