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FRANZ JOSEPH HAYDN

CONCERTOS
MAURIZIO BAGLINI, SILVIA CHIESA, GUIDO RIMONDA
CAMERATA DUCALE

CD 4815395 / DIGITALE
STREET DATE: 26 MAGGIO 2017

Primo CD realizzato in collaborazione con l’Amiata Piano Festival, una splendida realtà
musicale risultato di un progetto condiviso da un'idea artistica di Maurizio Baglini e con il
supporto dalla Fondazione Bertarelli.

Dopo l’avvio in spazi diffusi all’interno dei poderi della Cantine Collemassari, nel 2015 il
Festival si è dotato di un Auditorium spettacolare dell’acustica perfetta.

E’ in questo contesto che nasce il CD, registrato dal vivo il 27 luglio 2015 per fissare una
delle serate più magiche della rassegna grazie alla bellezza del repertorio, i Concerti di
Haydn, e all’eccellenza dei sui interpreti: Maurizio Baglini, Silvia Chiesa, Guido
Rimonda e la Camerata Ducale.

Per informazioni: Universal Music Italia s.r.l.


Giovanni Mazzucchelli – giovanni.mazzucchelli@umusic.com – tel. 0280282106 – cell. 3351244468
FRANZ JOSEPH HAYDN (1732-1809)

Piano Concerto in D major, Hob. XVIII:11


1 1. Vivace 8.51
2 2. Un poco adagio 6.42
3 3. Rondo all’ungarese. Allegro assai 4.05
Maurizio Baglini pianoforte

Cello Concerto no. 1 in C major, Hob. VIIb:1


4 1. Moderato 11.00
5 2. Adagio 8.55
6 3. Allegro molto 6.56
Silvia Chiesa violoncello

Violin Concerto in G major, Hob. VIIa:4


7 1. Allegro moderato 9.08
8 2. Adagio 6.14
9 3. Allegro 3.34
Guido Rimonda violino

Camerata Ducale
Guido Rimonda

Recorded Live at Forum Bertarelli, Amiata Piano Festival, August, 27th, 2015
www.amiatapianofestival.com
Sound engineer and audio recording: Bartòk Studio di Raffaele Cacciola
Editing: Guido Rimonda.
Maurizio Baglini, Fazioli 278, F 2381
Tuner and technician: Riccardo Frola
Silvia Chiesa, Giovanni Grancino 1697
Guido Rimonda, Antonio Stradivari 1721, “Leclair – Le Noir“

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Mecenatismo ed arte: un connubio necessario, da sempre, per sviluppare il sublime, il meraviglioso, l'universo dell'arte,
con l'ambizione di farne una ragione etica e morale che si stratifichi nella storia.

Amiata Piano Festival é il risultato di un progetto condiviso da un'idea artistica e da una forma di finanziamento privato
finalizzato a sviluppare la bellezza e il dinamismo di un territorio, quello dell'Alta Maremma Toscana. Nato nel 2005 in
un garage di Castel del Piano, il festival cresce grazie ad un progetto a lungo termine, procedendo per gradi e senza mai
compiere scelte azzardate. La formula di festival itinerante lascia ben presto spazio all'inquadramento della
manifestazione nella sala musica di Podere San Giuseppe e nella splendida cornice della Cantina di Collemassari,
luoghi facenti entrambi parte dell'Azienda Agricola Collemassari, di proprietà della famiglia Bertarelli - Tipa, già attiva
dal 1998 sul territorio del Montecucco in qualità di promotrice di un vero e proprio fenomeno di rinascita di un'intera
comunità che potremmo definire un nuovo rinascimento del XXI secolo.

Nel 2015, poi, sempre grazie all'intervento della Fondazione Bertarelli, costituita di fatto da Maria Iris Bertarelli,
Claudio Tipa e Maria Tipa, il festival si é potuto dotare di uno splendido forum, ovvero un auditorium dall'acustica
naturale perfetta che si é inserito fra vigneti ed oliveti del Montecucco senza alcun impatto invasivo nell'economia del
paesaggio incontaminato circostante. Un'operazione coraggiosa volta a rendere l'ascolto della musica d'arte
un'esperienza irripetibile. L'auditorium permette oggi di spaziare dalla genesi cameristica del Festival al repertorio
sinfonico: anche tutte le precedenti edizioni venivano registrate in alta definizione audio, sia che i concerti avessero
luogo nella suggestiva cornice della Cantina di Collemassari, sia che si trattasse dei concerti tenuti nella Sala Musica del
Podere San Giuseppe. Tuttavia, é con l'esistenza dell'auditorium che si é avvertita la necessità di rendere accessibili ad
un pubblico sempre più numeroso e selezionato le preziose registrazioni, tutte rigorosamente dal vivo, che vengono
effettuate durante i concerti della manifestazione e trasmesse dall'emittente radiofonica di RadioTre. Con l'avvento del
Forum si alzano le asticelle dell'intero meccanismo del festival: si può finalmente pensare a produrre anche una serie
discografica celebrativa della dimensione musicale e culturale, in senso lato, del Festival.

Creare una produzione discografica vuol dire credere in un oggetto che possa sopravvivere senza limiti di tempo,
ovvero che possa tramandare la memoria di ciò che il mecenatismo é riuscito in questo caso specifico a rendere
tangibile e godibile da parte del pubblico. Al fine di rendere ancora più riconoscibile ed originale l'intera sostanza di
Amiata Piano Festival, si é deciso di dar vita ad una nuova linea di progettualità artistica complementare alla rassegna:
una nuova idea di discografia che testimoni le tematiche più significative ed emblematiche dell'intero festival, attraverso
appunto la pubblicazione e distribuzione di alcune registrazioni “ live “. L'esordio é quindi stato concepito come sintesi
ed amalgama perfette di alcuni tratti di fortissima caratterizzazione, ovvero : il contesto di un frangente reso possibile
esclusivamente dalla partecipazione di un forte sostegno privato focalizzato sullo spessore culturale; la presenze di tre
solisti nella stessa serata; il contenuto monografico del programma dedicato a Franz Joseph Haydn (1732-1809) . Perché
proprio Haydn? Perché, oltre che esser stato un musicista completo e genialmente precursore di tutto un mondo
classicista e iper - classicista, é per antonomasia il compositore legato alla figura di un grande mecenate del XVIII
secolo: Nicola I Giuseppe Esterházy di Galantha (1714-1790).

Esterházy fu per Haydn il riferimento di committenza esclusiva per molti anni, così come Ludwig II di Wittelsbach,
detto Ludwig di Baviera, sarebbe poi diventato analogamente il finanziatore dell'immenso progetto di arte totale proprio
a Richard Wagner (1813-1883). Il principe Esterházy quindi permise ad Haydn di vivere del proprio lavoro di
compositore, interagì in prima persona col musicista al fine di creare formazioni orchestrali indipendenti che potessero
lavorare a corte ed esprimersi in frangenti musicali del tutto nuovi per l'epoca: episodio emblematico, in tal senso, é la
creazione della Sinfonia n.45 (1772) , detta “ Sinfonia degli Addii “ perché durante la prima performance dell'adagio
finale i musicisti, a turno, smisero di suonare, spensero la candela del loro leggio e lasciarono la sala, lasciando
terminare l'esibizione solo da due violini con sordina, suonati dallo stesso Haydn e dal primo violino, l'italiano Luigi
Tomasini (1741-1808). Il soggiorno ad Eszterhaza era stato infatti più lungo del previsto, e con questo finale il
compositore indicò in maniera esplicita al principe il desiderio dei musicisti di ritornare a casa dalle rispettive famiglie.
A prescindere da questo episodio che ha suggellato la creazione di un capolavoro - per altro eseguito anch'esso nella
serata da cui sono stati scelti i tre concerti contenuti in questa registrazione - il concetto di mecenatismo delle arti e del

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rapporto fra Esterházy e Haydn é quanto mai attuale ed appropriato per raccontare la giovane ma significativa storia del
Festival.

Il 27 Agosto 2015, dunque, giunge finalmente una vera orchestra all'Amiata Piano Festival: si tratta della Camerata
Ducale di Vercelli, fondata e diretta da Guido Rimonda il quale ha intrapreso qualche anno fa, proprio con la Camerata
Ducale, la registrazione integrale delle opere di Giovanni Battista Viotti. Volendo conciliare le presenze solistiche del
fondatore di Amiata Piano Festival, Maurizio Baglini, pianista, della violoncellista Silvia Chiesa, artista residente nella
manifestazione toscana e del violinista Guido Rimonda, direttore e solista della serata in oggetto, e volendo celebrare
Haydn come protagonista della serata, si é scelto di isolare nella presente registrazione i tre concerti solistici eseguiti in
tale serata, rinunciando, anche per evidenti ragioni di minutaggio, alla Sinfonia " degli Addii ".

Il disco propone quindi:


- il concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore, Hob. XVIII:11, suddiviso nei movimenti Vivace, Un poco
adagio e Rondò all’ungarese (letteralmente rondò all'ungherese! );
- il concerto per violoncello e orchestra n. 1 in Do maggiore, Hob. VIIb:1, nei tempi Moderato, Adagio e Allegro
molto;
- il concerto per violino e orchestra in sol maggiore, Hob. VIIa: 4, nei tempi Allegro moderato, Adagio, Allegro.

I tre concerti sono pubblicati nella presente realizzazione discografica in ordine anacronologico: perché? Per favorire
una possibile ed auspicabile ricostruzione storico-filologica basata sulla documentazione epistolare di ognuno dei tre
concerti in questione e renderla godibile in un ascolto fluido e logico. Basti ricordare che la produzione di Haydn,
davvero immensa, ci é giunta integra soltanto in parte, visto che molto del materiale é scomparso nel corso dei secoli in
incendi e trafugamenti da varie biblioteche europee. Il concerto per pianoforte in Re Maggiore é il solo di cui abbiamo
una vera storicizzazione certa sin dall'anno di composizione: fu creato da Haydn a più riprese, fra il 1780 e il 1783, e
pubblicato nel 1784. Da allora non se ne é mai persa traccia, cosa che non può certo essere affermata per gli altri
concerti per pianoforte e orchestra composti da Haydn, eccezion fatta per quello in Sol maggiore Hob.: XVIII n. 4. Per
quanto riguarda gli altri nove concerti rimane il dubbio sulla veridicità dell'autore o quello relativo alla completezza del
materiale pervenutoci.

Il concerto in Re maggiore che apre questa registrazione ha convissuto con l'evoluzione rapida della costruzione dello
strumento a cui é destinato, ovvero il fortepiano: negli anni Ottanta del XVIII secolo, infatti, Johann Schantz (1762-
1828) sperimenta, fra le molte novità apportate da una progettazione in continua evoluzione, un primo allargamento
dell'estensione della tastiera a disposizione dello strumentista - poi “certificato “ da Conrad Graf ( 1782-1851) . Questa
metamorfosi del fortepiano a cui si assiste fra il 1780 e il 1840, lentamente proiettata a creare poi il pianoforte moderno,
offre all'interprete la possibilità di sentirsi sempre più a proprio agio nel seguire la prassi esecutiva tipica dell'epoca,
basata essenzialmente sull'iper-espressività del fraseggio, sull'ornamentazione e variazione estemporanea di alcuni
elementi della melodia esposta e sull'armonizzazione “riempitiva” del basso che arricchisce l'ossatura sonora che si
instaura fra orchestra e strumento solista.

Senza voler entrare nell'annosa tematica del rispetto della filologia – concetto avulso dal rispetto della tradizione
conclamata – e della relativa funzione di attualizzazione di un'opera, é opportuno ricordare che i veri elementi di novità
del concerto risiedono nella struttura formale intrinseca dei vari movimenti: un primo tempo bitematico ma non
ortodossamente in linea con la classica forma sonata, un secondo movimento liederistico in tre parti ed un Finale all'
Ungherese che costituisce la vera novità lessicale dell'opera. Infatti, la melodia dal carattere danzante che costituisce il
tema principale di questo rondò non é in realtà una danza ungherese di matrice folkloristica, bensì, come specificò lo
stesso Haydn, un Kiri Solo, danza popolare campestre – o rustica, per meglio dire – dalla genesi bosniaco/dalmata.
Nella stessa direzione evolutiva, si collocano le cadenze, episodi di improvvisazione pura lasciati al libero estro del
solista e punto di partenza della lettura poetica del Concerto. Le cadenze originali di Haydn sono giunte a noi in stato
autentico ed integro: come tutte le cadenze, anche queste si prestano ad ulteriori modifiche dettate dalla natura stessa
della cadenza come elemento cardine del concerto. Rapportando poi tutto il contesto esecutivo si giorni nostri, le
cadenze assumono una connotazione di presa di coscienza e responsabilità dell'interprete proprio perché in presenza di
un'esecuzione proposta su strumento a tastiera moderno.

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Volendo presentare la cadenza come punto di partenza di queste esecuzioni live quindi, possiamo introdurre qualche
elemento di guida all'ascolto del concerto per violoncello in do maggiore, seconda opera presente nella registrazione: il
concerto per violoncello fu riscoperto soltanto nel 1961, quando il musicologo ceco Oldrich Pulkert ne trovò al Museo
Nazionale di Praga una copia manoscritta settecentesca, appartenuta a Joseph Weigl, violoncellista dell'orchestra degli
Esterházy dal 1761 al 1769.

In questo caso, non esiste con certezza la cadenza originale di Haydn, nonostante la presenza, nella suddetta copia, di
una cadenza molto basilare, anonima o comunque non attribuibile ad Haydn: sorge quindi il dilemma del concetto di
cadenza di autore, preferibile rispetto ad un falso storico. Silvia Chiesa ha utilizzato l'incipit della cadenza di Benjamin
Britten, evidentemente scritta in uno stile non adiacente al periodo haydniano, sviluppandola però con alcune proprie
improvvisazioni: per quale motivo? Rileggere un concerto nella propria necessaria attualizzazione richiede comunque
un aggiornamento sonoro, espressivo e stilistico della poetica esecutiva, ragion per cui Britten diventa un nuovo punto
di partenza, o meglio uno spartiacque fra Haydn e l'attualità .

Il passato ulteriore sta nel considerare Britten compositore storico e non contemporaneo: di conseguenza, se l'interprete
solista dà alla cadenza la funzione creativa di partenza di una lettura interpretativa, tale cadenza necessita della
responsabilità di una scelta originale e non fatta come copia conforme di qualcosa già esistente: ecco la ragione di una
cadenza ulteriormente sviluppata dall'interprete.

Lo stesso procedimento avviene anche nel secondo movimento del concerto in do maggiore per violoncello, in cui
l'interprete solista, nel rispetto della concezione improvvisativa dell'esecuzione dal vivo, sceglie di non arrestarsi al
suggerimento "dubbio" dell'editore , bensì si spinge verso orizzonti di registri strumentali molto arditi con l'idea di
ricostituire lo stupore che la cadenza deve suscitare nella propria funzione formale ed estetica. Logicamente, tutta la
lettura del concerto va di pari passo con questo tipo di scelta che implica dinamiche molto diversificate ed estremizzate,
un fraseggio modernizzato e riportato all'impatto acustico odierno, un'espressività che considera anche i due secoli e
mezzo intercorsi fra il momento della creazione dell'opera e la puntualità dell'esecuzione dal vivo in un contesto a noi
contemporaneo.

Infine, il concetto di improvvisazione come riassunto di una faticosa e appassionante ricerca é il cardine del concerto
per violino in sol maggiore che chiude la registrazione, soprattutto nel movimento finale del concerto che risulta essere
il più prossimo alla tipicizzazione dello stile haydniano. Partendo quindi dalla consolidata esperienza propria a Carl
Philipp Emanuel Bach (1714-1788) in termini di utilizzo degli abbellimenti, Haydn sviluppa una sorta di
essenzializzazione dello stile barocco, portandolo a livelli molto più sofisticatamente moderni con il risultato di
consolidare definitivamente il passaggio alla dimensione classicista. Dei numerosi concerti per violino e orchestra scritti
da Haydn – ottimo violinista, oltre che cantante e pianista - , se ne contano soltanto tre giunti integralmente fino a noi.
Questo concerto fu scritto per il violinista italiano Luigi Tomasini, spalla dell'orchestra formata da Haydn per creare
musica al servizio degli Esterházy: é opportuno un parallelismo storico fra la figura di Tomasini e quella di Guido
Rimonda in quanto violinista solista e concertatore di tutta la serata registrata in questo cd. Guido Rimonda, poi,
rappresenta per la realtà della Camerata Ducale di Vercelli quello che Haydn ha rappresentato nella creazione
dell'orchestra Esterházy: fondatore, ideatore di progetti particolari, selezionatore della qualità che negli anni si stratifica
come unico denominatore comune all'interno di tale splendida realtà. Il ciclo che coniuga perfettamente mecenatismo e
musica, dunque, si chiude con un concerto per violino assolutamente sorprendente e troppo spesso dimenticato dai
cartelloni musicali, ma che sintetizza in maniera inequivocabile le funzioni sinergiche di un fondatore di progetti, di un
esecutore e di un finanziatore di bellezza. Un omaggio monografico all'arte Haydn attraverso un riferimento ideologico
fra la famiglia Esterházy e la Fondazione Bertarelli, entrambi, nei propri rispettivi contesti storici, creatori di bellezza.

“Nessuno quanto lui sa far ridere, piangere, divertire, commuovere”: così scrisse Wolfgang Amadeus Mozart (1756-
1791) a proposito della grandezza artistica del suo maestro Franz Joseph Haydn.

MAURIZIO BAGLINI

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