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Le strade

379
I edizione digitale: gennaio 2019
© 1984 Rebecca West
© 2019 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
Titolo originale: This Real Night
Traduzione dall'inglese di Francesca Frigerio
per gentile concessione di Mattioli 1885
ISBN: 978-88-9325-542-4
www.fazieditore.it

fazieditore

@FaziEditore

FaziEditore
Rebecca West

Nel cuore della notte

traduzione di Francesca Frigerio


Indice

Prima parte
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Seconda parte
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
PRIMA PARTE
Capitolo I

Era una giornata così incantevole che desideravo si potesse vivere con la stessa lentezza con
cui si può suonare una musica. Sedevo con le mie due sorelle, Cordelia e Mary (la mia gemella),
e con nostra cugina, Rosamund, nel soggiorno di casa a Lovegrove, un sobborgo di Londra, in un
caldo sabato pomeriggio di fine maggio, quasi cinquant’anni fa. Faceva caldo come in piena
estate, e il sole tracciava sul pavimento delle strisce di luce color miele che riverberavano
nell’aria un tremolio di granelli di polvere; le api ronzavano pigre attorno a un ramo purpureo di
viburno in un vaso sul caminetto. Ci lasciavamo avvolgere da un senso di ozio che non avevamo
mai provato prima e che non avremmo provato mai più, perché con la fine del semestre avremmo
terminato la scuola e ci eravamo già lasciate alle spalle tutti gli esami che ci avrebbero aperto
l’accesso al mondo degli adulti. Eravamo felici come possono esserlo gli evasi, perché odiavamo
la condizione di bambine. Già a quei tempi, e ancora di più negli anni a venire, si fingeva che i
bambini appartenessero a una specie diversa da quella degli adulti, con un genere diverso di
percezioni e di capacità intellettive, che permetteva loro di vivere una vita del tutto distinta dal
resto del mondo e molto gratificante. A me questa sembrava, e sembra tutt’ora, una grande
sciocchezza. Un bambino è un adulto temporaneamente costretto a condizioni di vita che
escludono qualsiasi possibilità di essere felice. Quando si è piccoli ci si trova a dover lottare con
delle menomazioni simili a quelle inflitte da un qualche terribile incidente o da una malattia;
però, mentre le persone menomate o paralizzate vengono compatite perché non possono
camminare e devono essere portate in giro e non possono esprimere chiaramente i loro bisogni o
i loro pensieri, nessuno prova dispiacere per i bambini, nonostante di continuo piangano e urlino
la loro frustrazione e il loro orgoglio ferito. È vero che anno dopo anno la situazione migliora,
consentendo di raggiungere una maggiore padronanza di sé, ma tutto questo finisce per portare a
una nuova trappola. Nel mondo degli adulti si è costretti a vivere in una situazione di svantaggio,
come esponenti di una razza sottomessa che si trovano a dover ammettere che la loro
sottomissione è motivata. Perché gli adulti ne sanno più dei bambini, non si può negarlo; ma
questo non si deve a una loro reale superiorità, semplicemente a una migliore conoscenza dello
stato delle cose, e solo perché hanno vissuto più a lungo. È come se un certo numero di persone
venisse lasciato nel deserto, alcune con la bussola, altre no; e quelle con la bussola trattassero
quelle che non ce l’hanno come esseri inferiori, rimproverandole e prendendosi gioco di loro
senza alcun riguardo per l’ingiustizia di una tale condizione, e allo stesso tempo guidandole,
talvolta anche con cortesia, verso la salvezza. Ancora oggi credo che l’infanzia sia una
condizione terribilmente sbilanciata e sono convinta che non ci fosse niente di sciocco nel nostro
sentirci enormemente sollevate all’idea di aver raggiunto il confine del deserto.
Sedevamo nella stanza piena di sole, godendone come se fossimo fiori e non ragazze. I nostri
insegnanti ci assegnavano ancora dei compiti, ma i libri giacevano aperti sul tavolo. Li
sbirciavamo soltanto mentre ci vestivamo la domenica mattina, giusto per evitare situazioni
sgradevoli. Io me ne stavo allungata in una poltrona con i piedi su un’altra sedia. Non mi
stancavo mai di contemplare il tubo stretto disegnato dalla mia gonna. Mary si era raccolta i
capelli per la prima volta quel pomeriggio; negli ultimi mesi li aveva portati, come me, in una
cadogan, come veniva chiamata a quei tempi una treccia ripiegata su se stessa e fissata alla nuca
con un fiocco o un largo nastro in tessuto moiré, ma ora ci stavamo lanciando in veri e propri
chignon da adulte, che erano più difficili da fissare. Sedeva dunque con una manciata di forcine
nel grembiule, la spazzola in una mano e lo specchio nell’altra, scuotendo la testa di tanto in
tanto e girando il lungo collo bianco in modo da vedere nello specchio se i suoi capelli neri
fossero fissati abbastanza saldamente. Si vedono spesso i cigni muovere il capo allo stesso modo
e quindi scivolare sullo specchio d’acqua che ne riflette l’immagine. Rosamund era intenta a
cucire una sottogonna a balze per il negozio di Band Street che comprava i capi pregiati di
biancheria confezionati da lei e da sua madre; e anche Rosamund, che faceva tutto lentamente,
perfino parlare, per via della balbuzie, se la stava prendendo con calma. Di tanto in tanto lasciava
cadere l’ago, allungava il braccio sul tavolino – che nella nostra pigrizia non avevamo
sparecchiato – e prendeva una zolletta di zucchero. Mentre la sgranocchiava si appoggiava di
nuovo allo schienale della sedia, sceglieva uno dei riccioli dorati che fluivano sulle sue spalle e
lo arrotolava sull’indice, vuoi per rafforzarne ulteriormente la già ricca spirale, vuoi per
ammirarne la bellezza. Cordelia stava rammendando le sue calze, inclinando la testa di capelli
rosso-dorati con quel fare pio e altruista che infondeva in ogni sua attività: un estraneo avrebbe
persino pensato che quelle calze appartenessero a qualcun altro. In realtà non era così cattiva
come sembrava. Se glielo avessero chiesto avrebbe ammesso che le calze erano sue. Era
un’imbrogliona, ma si trattava di una caratteristica più fisica che mentale. Qualsiasi cosa facesse,
il suo corpo sembrava comunque intento a una faccenda di grande rilevanza morale.
Quel giorno noi quattro ragazze davamo l’impressione di essere così pigre da risultare
fastidiose. Rosamund e Mary erano belle, belle senza ombra di dubbio, come le donne di
Tennyson, con gli occhi più grandi e più luminosi della norma e i colori portati all’estremo. I
capelli di Rosamund erano dell’oro più ricco, la pelle di Mary praticamente avorio; e Cordelia,
con i suoi corti ricci rosso-dorati, era bella quanto è possibile esserlo. Riguardo a me, non ero
così male. Non ero affatto bella come le altre, ma il comportamento degli uomini in quel periodo
mi stava dando continue rassicurazioni sul fatto di essere abbastanza carina. Se andavo in banca
per conto della mamma con un assegno da incassare, gli impiegati avevano tutta l’aria di voler
far apparire la procedura per farmi avere il denaro più laboriosa di quanto non fosse, quasi
dovesse sembrarmi una testimonianza più forte della loro buona volontà nei miei confronti. A
volte tutto questo ci faceva piacere, a volte no. Ci auguravamo che crescendo ci saremmo
trasformate in qualcosa di diverso dall’essere donne. Era innegabile che lo sviluppo della nostra
figura ci aveva donato la bellezza delle statue, ma era qualcosa di cui non potevamo giovarci in
alcun modo, perché non esisteva un luogo al mondo dove potessimo andare in giro senza niente
addosso o con abiti alla greca. Per come stavano le cose, tutto ciò significava semplicemente che
facevamo più fatica a entrare nelle nostre bluse e nei corsetti. E quanto alle altre conseguenze del
nostro sesso, sciocco era la parola che usavamo più spesso. Eravamo tutte infuriate, tutte eccetto
Rosamund, che era in grado di sopportare qualsiasi condizione fisica. Di salute robusta, tali
conseguenze non erano niente più che un fastidio per noi, ma era sciocco, sì, sciocco, che
dovessimo soffrire regolarmente di questo disturbo per un certo periodo di tempo perché un bel
giorno, negli anni a venire, potessimo avere dei bambini, cosa di certo assai improbabile.
Pensavamo, tristemente, di sapere cosa fosse il matrimonio. Mio padre ci aveva lasciate da poco;
non era morto, ci aveva abbandonate, non perché fosse crudele, ne eravamo certe, ma perché la
sua presenza non ci avrebbe portato niente di buono. Era un giocatore, e mia madre aveva
sempre dovuto combattere, come un soldato di fanteria impegnato nel genere di battaglie che
venivano intraprese a quei tempi, per assicurarci un tetto sopra la testa e del cibo per le nostre
bocche. Il padre di Rosamund era un tipo eccentrico di indole malvagia, un uomo d’affari di
successo, ma così contrario a qualsiasi spesa che non fosse legata a ricerche sullo spiritismo e ai
medium da costringere sua figlia e sua moglie, Constance, la cugina della mamma, a cercare
rifugio in casa nostra. Ci rendevamo conto che la nostra condizione era inusuale, perché
certamente c’erano persone che sembravano avere dei padri affidabili. Le case delle nostre
compagne di scuola spesso ci sorprendevano e ci piacevano per la loro aria di stabilità,
ovviamente dovuta non solo alle madri ma anche a quegli uomini gentili e assennati che
rientravano a casa proprio quando noi avevamo finito di prendere il tè. Ci chiedevamo però se
questi bravi papà non fossero così semplicemente per mancanza d’altro. Nostro padre aveva
giocato d’azzardo, il padre di Rosamund buttava il suo tempo e il suo denaro sedendo al buio e
cercando di entrare in contatto con dei morti che in realtà non erano lì. Entrambi non amavano
questo nostro mondo e si protendevano verso quell’altro, nell’esistenza del quale ci viene detto
di credere in nome di vaghe e casuali allusioni al soprannaturale; ed entrambi conoscevano molte
cose del mondo, perché mio padre era uno scrittore geniale e il cugino Jock un bravissimo
musicista. Sembrava possibile che questi altri uomini fossero dei bravi padri solo perché
conoscevano troppo poco del mondo per avercela a morte con lui. Inoltre, per quanto
disprezzassimo il papà di Rosamund, amavamo profondamente il nostro e sapevamo che la
mamma, pur nelle sofferenze, si era guadagnata una felicità infelice che superava di gran lunga la
felicità nell’accezione comune del termine. Questo però ci rendeva ancora più determinate a non
sposarci. Lei si era impegnata in quel matrimonio senza sapere quanto le sarebbe costato. Se noi,
che l’avevamo vista pagare un prezzo così alto, ci fossimo condannate a nostra volta a quella
miseria, anche a fronte della medesima ricompensa, il nostro comportamento avrebbe avuto
qualcosa di suicida e sarebbe andato nella direzione opposta rispetto a quella volontà di vivere
che era la principale caratteristica della mamma.
In effetti, il matrimonio per noi era come la discesa in una cripta dove, alla luce tremolante di
torce fumanti, veniva celebrato un magnifico rito di natura sacrificale. Indubbiamente era bello,
questo lo capivamo. Ma noi volevamo fermamente restare alla luce del sole, e non riuscivamo a
concepire nessuno scopo utile per cui offrirci in sacrificio. Volevamo dunque continuare a
percorrere quelle linee dritte che sembravano estendersi dai nostri corpi fino all’orizzonte,
restando saldamente al di sopra della superficie terrestre. A me e a Mary le cose stavano andando
bene. Per tutta l’infanzia avevamo continuato a ripeterci che alla fine ce la saremmo cavata, e
così era stato. Eravamo state cresciute per diventare delle pianiste professioniste, e ora Mary
aveva ottenuto una borsa di studio al Prince Albert College di South Kensington e io una
all’Athenaeum in Marylebone Road. Anche Rosamund stava bene. Dopo le vacanze avrebbe
lavorato in prova come infermiera in un ospedale per bambini nei sobborghi dell’East End
londinese; desiderava diventare infermiera almeno quanto noi desideravamo diventare pianiste.
Stava seduta e pensava alle corsie e ai reparti per i pazienti esterni e ai bendaggi e alle uniformi
con una bramosia quieta, riflessiva, nello stesso modo in cui sgranocchiava le zollette di
zucchero. Non sapevamo esattamente come avrebbe fatto a cavarsela Cordelia, ma eravamo
sicure che ce l’avrebbe fatta. Aveva desiderato diventare una violinista fin da piccola, ma aveva
sempre suonato come un ambulante in un negozio di tè, da intrattenitrice; non capiva proprio
niente di musica. Non molto tempo addietro le era stato brutalmente rivelato che non aveva
talento, però aveva superato così bene quel trauma che ormai era chiaro che niente poteva
sconfiggerla. Mary e io eravamo sbalordite, per tutta la vita eravamo state inondate dalla melma
nauseante della sua musica, e ora ci rendevamo conto che lei si comportava ancora come se fosse
una musicista e dava prova dello stesso nostro vigore; e il vigore era la qualità che più
stimavamo. Il mondo era pieno di opportunità, ed era necessario essere vigorosi per afferrarle;
una volta afferrate, tutto sarebbe andato bene, davvero bene. Se mi volto a guardare, il nostro
modo di affrontare la vita era così naturale da non sembrarlo affatto. Probabilmente davamo
l’impressione di essere quattro automi dipinti a colori sgargianti.
Poi accadde qualcosa di molto piacevole. Richard Quin, il nostro fratellino che andava ancora
a scuola, entrò di corsa dal giardino per dirci che i tulipani che avevamo piantato erano
finalmente sbocciati e che stava andando a chiamare la mamma per farglieli vedere. Cordelia,
che non aveva alcuna fiducia nelle possibilità di successo della nostra famiglia, esclamò: «Cosa?
Sono sbocciati davvero?». Mary e io rispondemmo furibonde, come se in gioco ci fosse molto di
più dei tulipani, che non c’era proprio dubbio che sarebbero sbocciati, avevamo tenuto d’occhio i
boccioli per giorni. Rosamund ci seguì in giardino giù per i gradini di ferro, un po’ goffamente,
perché era davvero altissima. Poi uscirono la mamma e Richard Quin e rimanemmo tutti in piedi
sul prato, vicino all’aiuola rotonda, lo sguardo rivolto in basso verso i ventiquattro tulipani,
dodici rossi e dodici gialli, e verso le trentasei piante di violaciocca che li circondavano, ed
eravamo profondamente emozionati. Erano il segno che avevamo finalmente rotto un lungo
incantesimo. Per la prima volta avevamo la certezza di essere in grado di fare le cose che le altre
persone facevano normalmente. Il nostro giardino era sempre stato grazioso, perché i numerosi
lillà variopinti e il castagno al limitare del prato erano stati piantati da qualche vecchio
proprietario ormai morto come se fossero il fondale per un’opera teatrale; ma non c’erano mai
stati fiori nelle aiuole a parte qualche vecchio cespuglio di rose e di iris ormai ridotti a poco più
di un ciuffo di foglie. Era rimasto in quello stato per tutto il tempo in cui papà era stato a casa
con noi e aveva perso ogni centesimo al gioco. Piante e bulbi costavano pochissimo a quei tempi,
ma finché lui era rimasto con noi non avevamo potuto permetterci niente che non fosse
strettamente necessario. Nei momenti peggiori, mia madre aveva dovuto poter contare su ogni
singola moneta, e i momenti migliori non erano durati mai così a lungo da farci dimenticare la
paura di precipitare giù nel burrone. Qualsiasi somma di denaro riuscissimo a mettere da parte
veniva spesa per andare ai concerti, a teatro e nei posti che per noi avevano un valore analogo,
come Kew Gardens e Hampton Court. Quindi, il motivo per cui non avevamo fiori nel nostro
giardino era molto semplice: non avevamo i soldi per comprarli. Ma i poveri odiano dover
ammettere di essere schiavi della propria povertà e inventano spiegazioni incredibili per
giustificare la loro mancanza di libertà. Così ci ripetevamo che era una cosa strana, ma i fiori nel
nostro giardino proprio non crescevano.
Poi, quell’autunno, papà se n’era andato, e la mamma aveva venduto dei quadri che sapeva
essere di valore, pur avendo finto il contrario in modo da poter provvedere a noi in situazioni di
emergenza come quella, che, ovviamente, diceva di aver sempre presagito. Improvvisamente, per
quel che riguardava la nostra situazione finanziaria, tutto era a posto, o quasi. E un giorno
Cordelia, Mary, Richard Quin e io eravamo andati in un vivaio ai margini di Lovegrove, e io
avevo ordinato alcune piante da giardino con consegna il primo dell’anno e avevo preso anche
dei bulbi di giacinto e di tulipano da interrare immediatamente. Avevamo tenuto segreta la
faccenda con la mamma, ed era stata una buona idea, perché i giacinti non erano mai spuntati. Fu
una vera seccatura, perché gettava benzina sul fuoco di Cordelia. Gli altri fiori però spuntarono:
una vittoria piccola, ma assoluta. I tulipani scarlatti e dorati spiccavano sul cerchio di
violaciocche più di quanto non facciano oggi i loro discendenti, perché i coltivatori allora non vi
iniettavano dosi di rosso e di giallo e le violaciocche erano di un marrone tenero e scuro, il
marrone degli occhi marrone e noi ce ne stavamo lì, gongolanti di soddisfazione.
«Oh, il profumo, il profumo di queste violaciocche», diceva la mamma con voce da
ragazzina, anche se era tanto vecchia e gracile ed esausta. Non era più nostra madre ma nostra
sorella, come sempre quando provava un piacere intenso.
Le cinsi la vita con il braccio, e di nuovo mi meravigliai per quel che percepivamo di bizzarro
nel rapporto con lei. Ormai eravamo tutti più alti della mamma e abbassavamo il nostro sguardo
protettivo verso di lei, così come aveva fatto lei con noi fino a poco tempo prima. La cosa ci
divertiva, quasi non fosse mai accaduta in nessun’altra famiglia. Avrei potuto essere molto felice,
se non fosse stato che ogni volta la felicità portava con sé il suo contrario. Ora la mamma aveva
denaro a sufficienza, tutte noi ragazze avevamo delle certezze riguardo al nostro futuro e Richard
Quin sarebbe sempre stato in grado di provvedere a se stesso. Ora potevamo coltivare fiori come
chiunque altro e fare tutto quello che volevamo. Ma non era stato così fino a che papà non se ne
era andato, ed era come se avessimo ottenuto tutte queste cose in cambio della sua assenza. Avrei
voluto far capire chiaramente a Dio che ero pronta a fare a meno di tutto per sempre, se solo papà
fosse tornato da noi. Ma il mio dolore per la sua mancanza era già meno acuto di un tempo. Era
un dolore differente, però, perché mi rendeva più dura. Provai a trarre beneficio dalla mia
durezza: guardai i tulipani e ascoltai quello che gli altri stavano dicendo, sapendo che presto
avrei smesso di pensare a papà; e così fu.
«Dobbiamo regalarci bulbi e piante per Natale e per i compleanni», stava dicendo Mary,
«così potremo riempire le altre aiuole».
Cordelia disse: «Prima di riuscire ad accumulare abbastanza Natali e compleanni, saremo già
diventati molto vecchi», ma era felice anche lei e aveva pronunciato quelle parole amare senza
amarezza.
«No, cari», intervenne la mamma, «non dovete accollarvi questa incombenza; dobbiamo
assolutamente essere prudenti fino a che non sarete tutti sistemati, ma nel frattempo io posso
comunque mettere da parte qualcosa per il giardino».
Era stata povera così a lungo, che anche quando diceva di avere del denaro per qualcosa lo
diceva in un modo che suonava timoroso. Ci sembrò quasi che Richard Quin fosse un po’ brutale
quando disse: «Allora fai bastare quel denaro per correre a chiamare un giardiniere che lavori su
commessa una volta al mese, invece di aspettare ogni volta che i fornitori siano costretti a farsi
strada a colpi di ascia… di machete…».
«Di francesche», dissi io.
«Che stupidaggini state dicendo», disse la mamma. «Cosa sono le francesche, in nome del
cielo?».
«Pensaci, mamma, pensaci», la incalzai. «Non venite a scuola per farvi riempire la testa di
fatti, venite a scuola per imparare a pensare...».
«Quanto la odio questa», disse Richard Quin.
«Perché, si usa anche nelle scuole maschili?», chiese Mary.
«Certo, esiste una sorta di slang da ladruncoli di bassa lega – non usatelo in casa – comune
sia tra le insegnanti che tra gli insegnanti», disse Richard Quin.
«Una francesca è un’ascia da battaglia usata dai Franchi», spiegai. «Se solo ci avessi pensato
per un momento, cara mamma...».
«Dei barong», esclamò Mary. «Spero che i fornitori usino dei barong. Fanno un suono così
carino quando tagliano le erbacce, barongg, baronggg».
«I fornitori usano i machete, ve lo dico io», disse Richard Quin. «Portano una dozzina di
machete per macinare la balena». Questa frase veniva da un libro di viaggi di età elisabettiana
che ci era piaciuto molto. E continuò: «Sì, mamma, so che pensi che sia una buona cosa portare i
tuoi pallidi figli all’aria aperta...».
«Tutti gli adulti pensano che i bambini dovrebbero essere allevati come degli allegri
contadini», aggiunse Mary.
«Mi domando se sia stato Weber a inventare questa espressione», disse la mamma. «Mi piace
sempre quando la incontro nel Franco cacciatore».
«Mamma», disse Richard Quin, «non divaghiamo. Non posso falciare il prato regolarmente,
se devo giocare a cricket e a tennis e passare il mio esame di ammissione più o meno entro i
tempi stabiliti, e Cordelia non è ancora abbastanza forte dopo la malattia, e quando lo fanno
Mary e Rose non se ne ricava granché, se non l’opportunità di ammirare che aspetto abbia un
prato falciato da due giovani pianiste di talento che non pensano ad altro che alla propria arte.
Dovresti davvero cercare di guardare la questione dal punto di vista del prato».
«Povero prato», disse la mamma, «è come una donna che va da un parrucchiere
incompetente».
Ridemmo più di quanto la battuta meritasse. Ma eravamo davvero felici. Io stavo tra Mary e
Rosamund ora, avevamo le braccia intrecciate e oscillavamo con la leggerezza di rami mossi dal
vento.
«Povera me», sospirò la mamma, «sono così tanti anni che non vado da un parrucchiere».
«Vacci, allora», la incoraggiammo tutte, con la sicurezza di chi conosce l’argomento, perché
avevamo appena cominciato ad andare dal parrucchiere anziché lavarci i capelli in casa. «Non
c’è motivo per cui non dovresti. Mamma sciocchina, certo che dovresti farti fare i capelli come le
altre mamme».
«No, no, bambini», obiettò lei, di nuovo schiava delle pretese della povertà. «Sarebbe uno
spreco di denaro. Sono vecchia ora, e il mio aspetto non ha importanza, ed è così facile
raccoglierli...».
«Non è semplice nemmeno la metà di quanto pensi, mamma», disse Richard Quin.
«Vado a tagliarmi i capelli domani mattina», intervenne Cordelia. «Prenderò un
appuntamento per te».
«Perché non ci abbiamo mai pensato prima?», si meravigliò Mary.
«Tu e il prato», dissi io, «le persone giuste si occuperanno di voi e sarete entrambi
bellissimi».
«No, i prati si rinnovano», disse lei, «le mamme no».
«Non ti preoccupare, le altre mamme sono convinte di rinnovarsi andando dal parrucchiere, e
anche tu puoi farlo se ci provi», disse Richard. «E in ogni modo tu sei perfetta».
«Ponce de Leon, parrucchiere di corte», disse la mamma. «Oh, com’è dolce il profumo di
queste violaciocche, è un profumo meraviglioso, così intenso eppure così fresco».
«È proprio un peccato che i giacinti non siano sbocciati», osservai, «hanno un profumo anche
più intenso».
«Perché parlarne? Di sicuro li abbiamo piantati nel modo sbagliato», disse Cordelia. Ma di
nuovo la sua voce era priva di amarezza, semplicemente non riusciva a togliersi l’abitudine di
sminuire ogni cosa facessimo. Aveva la testa inclinata all’indietro e stava sorridendo al sole.
«Sabbia. Ho letto da qualche parte che bisognerebbe sempre mettere della sabbia sotto i bulbi».
«L’uomo al mercato dei fiori non ci ha detto niente riguardo alla sabbia», disse Mary, ma
senza infervorarsi. Quel giorno non volevamo litigare.
«È stato un acquisto così misero che non si è dato la pena di dircelo», continuò Cordelia, ma
stava ancora sorridendo.
«Io lo so perché i giacinti non sono sbocciati e i tulipani sì», disse Richard Quin. «I giacinti li
abbiamo piantati noi, e i tulipani Rosamund».
«Ma certo», esclamammo, «sarà per questo».
«No, no», balbettò Rosamund. «Non può essere così. Piantare un bulbo è davvero semplice.
Lo devi mettere nella terra e lui viene fuori da solo».
«Niente può essere tanto semplice», disse la mamma. «Oh, il profumo, il profumo, viene a
ondate».
Fu allora, ricordo, che la mia felicità divenne estasi, e mi sentii di nuovo insofferente per
l’impossibilità di vivere con la stessa lentezza con cui si può suonare una musica. Eppure quel
che stava accadendo era il più impalpabile degli eventi, una questione di sorrisi appena accennati
e di tenerezza dai toni sommessi. Una donna che aveva quasi superato la mezza età, quattro
giovani fanciulle e un ragazzino che guardavano due varietà molto comuni di fiori e intanto, più
che parlare, si scambiavano parole amabili, come bambini che si fanno passare di mano in mano
una scatola di cioccolatini. Non riuscivo a immaginare perché dovessi sentire il sangue cantarmi
nelle orecchie e avessi la sensazione che fosse proprio quel genere di cose di cui parla la musica.
Ma quel momento passò prima che io riuscissi a spiegare l’importanza che aveva per me, perché
qualcuno da dentro casa ci chiamò e noi ci voltammo seccati a guardare, infastiditi perché il
nostro circolo chiuso era stato spezzato.
Ma era il signor Morpurgo, la cui presenza ovviamente non era mai un disturbo. Era un
vecchio amico di papà, che aveva continuato a tenere a lui anche quando papà si era comportato
talmente male nei suoi confronti da rendere impossibile il proseguimento del loro rapporto e lo
aveva nominato direttore del giornale locale di Lovegrove. Non avevamo mai visto il signor
Morpurgo prima che papà se ne andasse, ma da quel momento in poi era venuto spesso a far
visita alla mamma e le era stato di grande aiuto nel rimettere in sesto la sua situazione
economica; la nostra infanzia di povertà aveva affinato una certa capacità di riconoscere e
apprezzare le premure che aveva per noi e che ci dimostravano la sua gentilezza, non perché
fosse dispiaciuto per la nostra sorte, ma perché gli piacevamo, soprattutto la mamma. Venne
verso di noi attraversando il prato con la titubanza che avevamo imparato ad aspettarci da lui.
Prima ci rivolse un sorriso radioso da lontano, poi si rabbuiò in volto e il suo passo divenne più
incerto, come se non potesse tollerare di offrire solo il suo corpo a persone che esercitavano un
tale fascino sulla sua mente. Era un uomo davvero brutto. Il viso sempre mesto era giallognolo,
le immense pupille nere galleggiavano liquide su uno sfondo bluastro, e le borse sotto gli occhi si
afflosciavano giù sulle guance, che cadevano molli sul mento flaccido; sotto gli abiti ben tagliati
il suo corpo minuto era un insieme confuso di linee pendule, come se un ombrello con tutte le
stecche rotte fosse stato richiuso a formare un fagotto informe. Noi però non pensavamo più al
suo aspetto fisico come a qualcosa di anormale, ma piuttosto lo prendevamo come il segno della
sua appartenenza a una specie più dolce e sensibile della razza umana: la dimostrazione che non
era il signor Morpurgo, ma un morpurgo, come dire un alce o un formichiere, ed essere un
morpurgo era una bella cosa.
La mamma esclamò: «Che bello che siete tornato! La vostra segretaria ci ha spaventati
quando ci ha scritto che non sapeva per quanto tempo sareste rimasto sul continente». Mentre le
prendeva la mano, lei lo guardava preoccupata, e in effetti il viso di lui era particolarmente giallo
e tetro, più del solito. «Ma sembrate malato! So io cos’è. Siete stato in un posto dove cuocevano
tutto nell’olio!».
«Dove cuocevano tutto nell’olio?», ripeté lui. Rimase per un istante in silenzio, intimidito.
«Curioso che siate riuscita a capirlo! Sì, proprio così, cuocevano i cibi nell’olio. Era un tratto di
costa aspra e le persone erano scortesi. Se anche avessero avuto tutto il burro del mondo, e pure
tutto il lardo, avrebbero mandato qualcuno a cercare l’olio, e se glielo avessero consegnato fresco
l’avrebbero conservato fino a che non fosse diventato rancido, proprio per ottenere quei fumi
disgustosi che si riversano dalle loro cucine disgustose nelle loro vie disgustose. Ma non sono
giusto. Erano persone semplici e le loro intenzioni erano buone. La colpa è degli affari che mi
hanno condotto da loro. Mi hanno fatto venire», disse, guardando la mamma in modo pietoso,
«l’orrore di quel posto. Ma almeno il tutto si è concluso prima del previsto, e non ci si dovrà
tornare sopra. Quindi potrò dimenticarmi della faccenda velocemente. Non c’è motivo perché
non debba cancellarla dalla mente», disse tra sé e sé con stizza. «Allora ho provato a distrarmi
portando dei fiori alla famiglia Aubrey, e vi ho trovati in contemplazione dei vostri, che sono più
belli di qualsiasi fiore avrei potuto portare io».
«Vi state prendendo gioco di noi», disse Cordelia.
«No, sto dicendo la pura e semplice verità», disse il signor Morpurgo. «Da me non sentirete
mai frottole, tipo che le croste di pane sono meglio del caviale, in nessuna occasione della vita.
Clare, i vostri figli non faranno altro che crearsi delle false illusioni se non si rendono conto che
le cose costose sono migliori, di gran lunga migliori, di quelle di poco prezzo. Vale per un
giardino come per qualsiasi altra cosa. La superiorità delle orchidee rispetto alla pianta del
tabacco è tale che svilireste la vostra intelligenza se non la percepiste. In ogni modo, è vero che
nessuno può portare agli amici fiori più belli di quelli del loro giardino, per il fatto che un fiore
piantato ha un’iridescenza che quello reciso perde nel giro di un’ora. I vostri tulipani hanno una
luce sui petali che quelli che vi ho portato io avranno sicuramente perso durante il tragitto, e se
guardate dentro la corolla vedrete una polverina sulle antere e sugli starni» – temevamo ne
raccogliesse uno per farcela vedere, ma naturalmente non lo fece – «che ha iniziato a cadere dai
miei mentre i giardinieri li portavano in casa. Quindi vi ho portato dei fiori che non sono belli
quanto quelli che avete già, e ho fatto anche un’altra cosa sbagliata. Ve ne ho portati troppi.
Guardate il mio autista, in piedi davanti alla finestra, che trasporta una quantità di gerani e
tulipani e orchidee che è il doppio del suo peso, cercando di controllare il suo volto gentile
perché non lasci trasparire quel che pensa dei miei eccessi. E ce ne sono altri nella macchina.
Esagero sempre», protestò, guardandosi intorno in cerca di solidarietà.
Non lo avevamo mai sentito fare un discorso tanto lungo, e il suo tono lamentoso dava
l’impressione che parlasse per impedirsi di fare una di quelle cose che gli uomini fanno invece di
scoppiare a piangere. Ci raccogliemmo più vicini a lui, e Mary disse: «Ma a noi piace l’eccesso.
L’idea che ci sia solo un esemplare di una cosa bella è insopportabile, e più ci si allontana da
quel numero misero più si ha soddisfazione».
«Questa volta però è davvero seccante», bofonchiò il signor Morpurgo. «La vostra povera
Kate dovrà procurarsi vasi a non finire. Andrò a comprarvene qualcuno io».
«Venite dentro a sedere tranquillo e a prendere un tè mentre i ragazzi mettono i fiori ovunque
possibile», disse la mamma. «Davvero, Edgar, sono preoccupata per voi. Essere in pena per
averci portato troppi fiori! È davvero assurdo. Secondo me siete malato. Ve lo dico io, è stata
tutta quella cucina con l’olio. Ma vi troveremo dei biscotti semplici per il tè».
Così il signor Morpurgo si rannicchiò nella poltrona più grande, con l’aria di chi è davvero
nel torto, mentre noi andavamo a prendere vasi, caraffe e brocche e le riempivamo con quei fiori
incredibili finché la mamma disse: «Ora sembra il paese delle fiabe», e lui sospirò.
«No, non è vero, sembra un’esibizione floreale». Poi prese una busta dalla tasca. «Vi prego,
leggete questa lettera di mia moglie», disse, e quando lei gliela prese dalla mano lui sorrise, come
se fosse felice di ricordarsi che sotto un certo aspetto il mondo stava andando proprio come
voleva lui.
Mia madre però lasciò cadere la lettera quasi subito e disse. «È molto gentile da parte di
vostra moglie dire che le piacerebbe conoscermi. Straordinariamente gentile, soprattutto in un
momento come questo, quando è appena rientrata da Pau e sicuramente avrà molto da fare. Ma
non vorrei mai imporre la mia presenza. Immagino abbia molti amici, ed è solo per pura
gentilezza che mi invita. Non credo possa davvero desiderare di conoscere qualcuno così poco
interessante come me».
«Sciocchezze», disse il signor Morpurgo, «voi eravate una famosa pianista e siete una donna
eccezionale. Inoltre», aggiunse, «siete la moglie di un mio vecchio e caro amico. È ovvio che
mia moglie voglia conoscervi. Se non lo volesse sarebbe una stupida, e molto diversa da me, e
invece non lo è. È molto intelligente e attraente, molto impulsiva e di buon cuore».
«È naturale che vostra moglie sia tutte queste cose», disse la mamma. «E tuttavia, è davvero
troppo gentile. Insomma, dice di volerci tutti insieme. Ma noi siamo un battaglione! E Richard
Quin è solo uno scolaretto, è ancora troppo giovane per pranzare fuori».
«No, no», disse il signor Morpurgo. «Oh, capisco cosa volete dire. Ma quella casa in Eaton
Place non è mia. Apparteneva a uno zio morto qualche anno fa, e i miei zii e cugini hanno
pensato che sarebbe stato più semplice continuare a tenerla. È molto comoda nel caso si voglia
chiudere la casa in città, come è successo a me quest’inverno, o quando si presenta un parente da
Parigi o Berlino o Tangeri. Anche se a questo proposito», disse, con lo sguardo solenne e
autocompiaciuto di un uomo che ha trovato un modo per risparmiare, «il nuovo Hotel Ritz è così
gradevole che una suite lì andrebbe altrettanto bene. Ma casa mia è tutta un’altra cosa. Guardate
l’intestazione della lettera. Vorrei che la guardaste tutti, e l’età di Richard Quin non è proprio un
problema. Voglio che la vostra famiglia al completo incontri la mia, e comunque credo che
Richard Quin abbia solo un mese o due meno della mia Stephanie. Se lei sarà presente al pranzo
non c’è motivo per cui non debba essere presente anche lui. Forse sarà un po’ noioso, ma spero
che Richard Quin possa adattarsi per questa volta, per fare piacere a me».
Richard Quin era accovacciato per terra, con dei tulipani gialli sparsi tutt’intorno, e gli fece
uno splendido sorriso: «Farei qualsiasi cosa per farvi felice». Non stava mentendo. Gli piaceva
esaudire le richieste altrui, almeno quanto dedicarsi ai suoi giochi.
«È importante che lui ci sia», disse il signor Morpurgo alla mamma parlandole da sopra la
testa di Richard Quin, con aria rapita. «Ci avete pensato, che lui è l’unico figlio maschio delle
nostre due famiglie? Oh, non fate quell’aria perplessa pensando a questa occasione. È tutto a
posto, altrimenti non vi avrei portato l’invito. Mia moglie e io ne abbiamo parlato l’altra sera.
Lei, le mie figlie e la governante sono state a Pau per sei mesi, per stare con la madre di mia
moglie, che ha l’asma e ora vive là. È tornata indietro solo per ventiquattr’ore, per dirmi che sua
madre stava meglio e che aveva intenzione di riportare a casa tutto il gruppo nel giro di dieci
giorni». Fece una risata. «Ve lo dicevo che è impulsiva. Non poteva aspettare a darmi la notizia,
e ha detto che improvvisamente le era venuta voglia di vedermi, che doveva vedermi, ed eccola
lì. E ora è partita di nuovo. Come sarò felice quando lei e le ragazze saranno di ritorno! Non c’è
niente di meglio che stare con la propria moglie e i propri figli e intrattenere gli amici. E voi
sarete i nostri primissimi ospiti. Be’, devo andare ora, ci vedremo tutti tra quindici giorni. Ho
scelto un sabato così non ci saranno impegni scolastici per nessuno dei vostri figli». Si alzò,
sorridente, come se avesse qualcosa di piacevole a cui pensare e avesse fretta di andare per
poterne godere appieno in solitudine. I suoi occhi neri, che brillavano del loro segreto,
guardarono un fascio di gerani rossi che Mary aveva posato su un vassoio, e le sue dita
grassottelle rovistarono nel mucchio finché non ne trovò uno tra i più splendidi, ne ruppe il
gambo succoso e se lo infilò all’occhiello. Poi però abbassò lo sguardo sulla corolla scura e si
intristì un’altra volta. «Quando le cose vanno bene», disse alla mamma come scusandosi, «non si
può fare a meno di sentirsi allegri».
«Perché non si dovrebbe?», disse lei.
Lui esitò. «È indubbiamente una forma di tradimento», disse, «nei confronti di tutte le cose
che non vanno bene».
«Non vi sarebbe venuta in mente un’idea tanto stupida», commentò la mamma, «se non fosse
stato per tutto quell’olio». Mary trovò presto una scusa per non venire con noi, a mio parere
senza farsi troppi scrupoli, facendo passare quella che era stata solo una proposta vaga per una
promessa solenne e quindi approfittando di uno dei punti deboli della mamma. Tutti sapevamo
perfettamente qual era il giorno in cui saremmo andati a casa del signor Morpurgo, ma la
mamma menzionò la data esatta solo dopo un po’ di tempo, al che Mary trasalì ed esclamò: «Il
dieci! Ecco, mamma, devi dire alla signora Bates che non posso suonare al concerto di
beneficenza di St Jude, quel pomeriggio». La mamma rispose subito, come Mary sapeva
benissimo che avrebbe fatto: «Cosa? È lo stesso giorno? Non riesci a rientrare in tempo? No,
immagino di no. Ebbene, non puoi venir meno a una promessa per un impegno mondano. Non
devi mai farlo, mai. Che peccato! Scriverò immediatamente ai Morpurgo».
Diedi un calcio a Mary sotto il tavolo con una certa violenza, perché da un po’ eravamo
impegnate in un dibattito acceso su questa cosa del fare il nostro ingresso nel mondo adulto.
Mary riteneva che la gente che vi avremmo incontrato sarebbe stata noiosa quanto le ragazze e le
insegnanti della scuola di Lovegrove, e avremmo dovuto cercare di non averci niente a che fare,
se non in occasione dei concerti. E se poi ci fossero state delle persone interessanti, così come a
scuola c’era Ida, che voleva diventare medico e aveva una madre che suonava Brahms piuttosto
bene, avremmo comunque trovato il modo di conoscerle, perché sarebbero rimaste in disparte
come noi. E comunque, diceva Mary, non dovevamo temere la solitudine, perché in casa
eravamo abbastanza da tenerci tutta la compagnia della quale avevamo bisogno. Dal punto di
vista numerico eravamo piuttosto forti. Ora che Rosamund e sua madre, la cugina Constance,
erano venute a vivere definitivamente con noi, eravamo otto, inclusa la nostra domestica Kate,
che era in tutto e per tutto una della famiglia; nove, se contavamo il signor Morpurgo, che in
effetti sembrava ormai parte del nostro nucleo; e se papà fosse tornato saremmo stati dieci. Per
quale motivo avremmo dovuto voler conoscere qualcun altro?, si chiedeva Mary. Ma io
rimanevo dell’idea che valesse la pena esplorare il territorio fuori da Lovegrove perché potevano
esserci persone simili ai protagonisti dei romanzi e delle commedie. Gli scrittori non se li erano
certo inventati dal nulla.
Questo ritrovo a pranzo aveva fatto crescere in me le aspettative più accattivanti. La signora
Morpurgo doveva certo essere gentile e nobile d’animo, perché suo marito aveva detto che era
bella, e nessuna donna attraente avrebbe mai sposato un uomo tanto brutto se non avesse ritenuto
la bontà una qualità superiore a qualsiasi altra. Ci eravamo molto appassionati ai romanzi di
George du Maurier, e in particolare a Peter Ibbetson, e io mi immaginavo la signora Morpurgo
come l’imponente Duchessa di Towers. Sarebbe stata solo un poco diversa; perché lei era ebrea e
i suoi capelli dovevano essere neri e non castano-ramati, come du Maurier descrive quelli della
duchessa. Ma come Marie, la Duchessa di Towers e tutte le grandi dame ritratte da du Maurier,
sarebbe stata molto alta e un poco curva in avanti, la fronte corrugata in un’espressione accigliata
che non era di irritazione ma di tenerezza, per paura che la sua altezza le facesse perdere
occasioni di mostrarsi gentile. Pensavo che Mary fosse una sciocca a gettare via la sua
opportunità d’incontrare una persona tanto splendida, e glielo dissi nel giorno fissato per il
pranzo mentre mi stava allacciando sulla schiena i bottoni della mia blusa preferita. Ma una volta
finito, mi girai verso di lei e vidi che il suo sguardo era freddo e furioso, e questo era sintomo di
paura. Aveva quello sguardo ogni volta che qualcuno di noi era malato. Perciò mi limitai a dirle
che era una stupida, per farle credere che non mi ero accorta di niente, e scesi al piano di sotto.
In soggiorno Cordelia era seduta sul divano, già vestita per uscire, con indosso anche i guanti,
che tutti noi mettevamo invece solo all’ultimo momento perché li disapprovavamo per principio;
stava osservando Richard Quin e Rosamund che giocavano a scacchi. Era accigliata, nonostante
Richard Quin fosse pronto per uscire quanto lei e Rosamund non sarebbe venuta con noi. La cosa
che preoccupava Cordelia era che Richard Quin fosse sempre impegnato in qualche gioco, e
indubbiamente, seduti alla scacchiera, lui e Rosamund avevano l’aria di chi si permette il lusso di
scialacquare, forse semplicemente perché erano entrambi belli e inondati dalla luce del sole.
Ormai anche Rosamund si raccoglieva i capelli quando doveva uscire, ma pur sembrando più
adulta di tutte noi non amava fare le cose da adulti che invece piacevano a noi, e non appena
metteva piede in casa si scioglieva i capelli, toglieva lentamente le forcine e li lasciava ricadere
sciolti, riccio dopo riccio, sulle spalle. Quando entrai in salotto, Richard Quin urtò la scacchiera
facendo sparpagliare i pezzi rossi e bianchi, si allungò sopra il tavolo e tirò forte uno di quei
riccioli sciolti.
«Mi hai battuto tre volte di fila», disse. «È contro natura. La regola è che una volta io batto te,
una volta tu batti me, ora e per sempre, amen».
«Sarebbe stato così», balbettò Rosamund, «se oggi tu non avessi avuto altro per la testa».
«Non ti concentri mai su niente», gli disse Cordelia. «Rosamund, non capirò mai questa
faccenda degli scacchi», intervenni. «Dici sempre di non essere intelligente, e non vinci mai
alcun premio a scuola se non per il cucito e per quell’orribile economia domestica, che non viene
ritenuta nemmeno materia degna di essere presentata all’esame d’ammissione. Ebbene, gli
scacchi sono un gioco difficilissimo, e papà è un genio, e Richard Quin sarebbe intelligente se si
applicasse un po’, eppure tu li batti entrambi. Come ci riesci se non sei intelligente?».
«È molto semplice», disse Richard Quin. Aveva continuato ad arrotolare sull’indice il
ricciolo color caramello. «Rosamund non ha un gran cervello. Ma riesce a far bene anche senza.
Pensa con la pelle. Le persone che presiedono gli esami d’ammissione non amano questo genere
di cose, non le approvano, come dice Kate, ma gli scacchi sono un’altra cosa. Nella misura in cui
sai quale mossa fare, agli scacchi non importa se, come Rosamund, hai semplicemente qualcosa
che luccica al posto del cervello».
Rosamund gli chiese, senza risentimento: «Visto che sono così, sarò in grado di essere una
brava infermiera?».
Ma Richard Quin rivolse lo sguardo oltre lei, alla porta. La mamma entrò, si diresse in
silenzio verso una poltrona e si sedette. Cordelia e io la ispezionammo per vedere se era vestita
in maniera appropriata per il nostro appuntamento, mentre Richard Quin le chiese brusco: «Cosa
c’è che non va?», e notammo che era bianca in viso e che stava rigirando un pezzo di carta tra le
mani. Era come se papà fosse ancora in casa con noi.
«Bambini», disse, «è accaduta una cosa orribile».
«Oh no, non oggi! Non oggi!», esclamò Cordelia. «Il signor Morpurgo sarà qui a momenti».
«C’è un uomo che si è presentato altre volte a chiedere del denaro», disse la mamma. «È il
suo lavoro, e di certo persone come lui non avrebbero ragione di esistere se tutti saldassero i
propri debiti. Oh, bambini, dovete sempre pagare i vostri debiti. Quell’uomo è venuto una prima
volta per riscuotere l’affitto, ma di questo non dovete incolpare il cugino Ralph, l’agente
immobiliare l’ha fatto senza che lui lo sapesse. Ho scritto a vostro cugino chiedendogli di non
fare mai più una cosa del genere, spiegandogli che non serviva, che avevamo il denaro. Ho
pagato l’affitto. Mi ha risposto in modo molto gentile, dicendo che non sapeva niente
dell’ufficiale giudiziario e che avrebbe provveduto affinché non venissimo più infastiditi in quel
modo. Poi quell’uomo è venuto un’altra volta a richiedere l’affitto per gli uffici che vostro padre
e il signor Langham avevano preso per quella società che non è mai decollata, qualcosa che
aveva a che fare con le piume di struzzo. È venuto anche altre volte, ma non me le ricordo».
«Be’, se è di nuovo qui non può essere per lo stesso motivo», disse Richard Quin, che era
andato a sedersi sul bracciolo della poltrona della mamma. «L’avvocato ha ricevuto tutte le
fatture».
«È in sala da pranzo ora», disse la mamma, «e dice che dobbiamo dieci sterline a uno
stampatore».
«Saldiamogli il conto allora», disse Cordelia, alzandosi. «Dieci sterline le abbiamo di sicuro,
no? Farò una corsa in banca se mi firmi l’assegno. Ma forse non abbiamo dieci sterline.
Suppongo che continuiamo ad avere pochi soldi».
«Rimettiti a sedere, cara, non è di alcun aiuto che tu stia in piedi, e mi rende nervosa», disse
la mamma. «Il problema è che io non gli devo dieci sterline, e nemmeno una. O almeno così
dovrebbe essere. Sono sicura che tutto è stato sistemato e che quest’uomo non ha in mano niente
per dimostrare l’esistenza del debito se non un pezzo di carta: “Marchant & Ices, stampatori,
Kingston. Ottobre, saldo a nuovo, dieci sterline”. Non li ho mai sentiti nominare, e penso che
vostro padre non facesse stampare più nulla già da molto tempo prima di andarsene. Questa era
una delle cose che mi aveva fatto capire che non stava bene, non scriveva più».
«Risale a ottobre», disse Richard Quin. «Papà allora se n’era già andato».
«Questo non significa niente, i mesi menzionati in relazione ai debiti di vostro padre possono
risalire a qualsiasi anno, passato o futuro; vostro padre era il debito fatto persona», disse la
mamma, senza amarezza, semplicemente come se stesse parlando di una tempesta. «Questa volta
però non ha senso. Quando quest’uomo è venuto qui la volta scorsa aveva dei documenti
ufficiali. Me li ha sempre mostrati, anche se io non li guardavo. Ma ora non ha niente se non
questo pezzo di carta sgualcito».
«Allora andremo a dirgli che manderemo a chiamare la polizia se non se ne va
immediatamente», dissi io, sedendomi sull’altro bracciolo della poltrona e dandole un bacio.
«Mi siete tutti di grande conforto», disse lei, «però alzatevi, non esiste mobile che sia stato
costruito in modo da sopportare un tale peso, e voi non capite qual è il punto. Vedete, è solo un
poveraccio. Ha una barba grigia: era una persona ordinata, e ora è trasandato e ha un cappotto
lurido. Me lo ricordo come una persona curata la volta scorsa. Cosa mai può essergli capitato?
Ma che domanda stupida. Possono essergli capitate migliaia di cose. In ogni caso, suppongo che
tra quella gente si sia sparsa la voce che stiamo saldando i nostri debiti e ha pensato che questo
potesse essere un modo per raggranellare anche lui qualche soldo».
«Cacciamolo via», dissi io, «e vorrei tanto che lo uccidessimo».
«Ma perché non pensi che sia possibile che papà gli dovesse del denaro?», chiese Cordelia.
«Aveva debiti ovunque, perché non avrebbe potuto essere in debito anche con questo stampatore
di Kingston?».
«Sono sicura che questo debito non esiste», disse la mamma. «Quando sono entrata nella
stanza da pranzo la prima volta ho visto che quell’uomo stava piangendo. Non solo sembra più
trasandato di una volta, ma sembra anche molto più vecchio. E mi guardava di sottecchi dopo
essere stato scortese con me, per capire se stavo per cedere, e i suoi occhi erano come quelli di un
vecchio cane. Cosa possiamo fare per quel povero disgraziato? Non possiamo fingere di dovergli
davvero dieci sterline, questo è eccessivo, e neanche cinque sterline, sono un mucchio di soldi».
«Com’è che ora ti è venuto in mente delle cinque sterline?».
«Ecco, non vedo come potremmo offrirgli meno di cinque sterline senza fargli capire che
sappiamo che è un imbroglione», disse la mamma. «E mi sento così in colpa, perché non ho mai
pensato che persone come lui potessero avere una vita loro; li vedevo materializzarsi solo per
tormentarmi e poi scomparire. Ma questo vecchietto deve avere per forza una vita propria, e
penso che sia una vita triste».
«Mamma, cerca di non divagare», la implorò Cordelia. «Come facciamo a sapere che non gli
dobbiamo quei soldi?».
«Oh, mia cara», rispose la mamma con impazienza, «se non fosse una mancanza di tatto nei
suoi confronti, ti direi di aprire la porta e dargli un’occhiata. È nella miseria più nera. Vorrei che
nella stanza ci fosse qualche oggettino di un qualche valore che lui potesse nascondere sotto il
cappotto e portare via».
«No, mamma», disse Richard Quin. «No, non possiamo ammassare nella nostra stanza
oggetti della misura giusta per essere nascosti sotto un cappotto così che i ladri li possano rubare
e non venire urtati dal fatto che tu sai che sono dei disonesti. Questa è veramente una pazzia».
«Va bene, ma cosa mai dobbiamo fare?», chiese la mamma. «Ve lo dico io, è in un tale stato
di prostrazione».
«Zia Clare», balbettò Rosamund. Stava ricollocando i pezzi rossi e bianchi al loro posto sulla
scacchiera.
«Ma cosa importa in quale stato è», dissi io, «dal momento che è stato scortese e ha tentato di
ingannarci?».
«La macchina sarà qui tra un secondo», disse Cordelia. «Dobbiamo fare qualcosa; qualcuno
vuole mostrare un po’ di senno?».
«Zia Clare», ripeté Rosamund. Con un gesto maldestro rovesciò gli scacchi sul pavimento.
«Oh, cielo», sospirò.
«Gli amati scacchi di papà!», esclamò Cordelia. «Rose, fai attenzione a non calpestarli. Oh,
non riesco a piegarmi per raccoglierli, la mia gonna è troppo stretta, si sgualcirà».
«Non c’è ragione per cui tu debba raccoglierli, lo farà Rosamund», disse la mamma. «È così
raro che lei faccia cadere qualcosa o che la rompa che possiamo anche lasciarle combinare un
pasticcio senza rimarcarlo. Vorrei riuscire a decidere cosa fare con quel pover’uomo».
Richard Quin mi fece l’occhiolino. Avevamo capito entrambi che Rosamund aveva messo
sottosopra la scacchiera per interrompere la discussione e ottenere la nostra attenzione e che la
mamma e Cordelia, per ragioni diverse, non riuscivano a capirlo.
«Zia Clare», balbettò Rosamund, «non dovresti cercare di occuparti di quell’uomo da sola.
Nessuno di noi dovrebbe farlo».
«Be’, e chi altro dovrebbe farlo?».
«C’è K-K-K-Kate», disse Rosamund, gli occhi spalancati come quelli di un bambino.
«Dammi un po’ di soldi: li porterò giù in cucina e chiederò a Kate di fare una tazza di tè per il
poveretto, e lei lo porterà di sopra e gli darà il denaro, e gli dirà qualcosa che gli farà capire che
sappiamo che è un impostore. Sarà capace di mettere le cose in modo da non urtare i suoi
sentimenti, o almeno non tanto quanto faremmo noi».
Si era alzata in piedi, e ora stava a un lato della poltrona della mamma, mentre Richard Quin
era dall’altro.
«Sì, mamma», disse lui, battendole la spalla gracile, «Rosamund ha ragione, questo è il modo
giusto di gestire la faccenda». Lei levò gli occhi spauriti a guardarli, infinitamente più minuta di
entrambi e più pallida. Loro si chinarono verso di lei, forti e radiosi, come ingranaggi di un
meccanismo perfettamente oliato.
«Se mi dai il denaro possiamo sistemare tutto prima che ve ne andiate», disse Rosamund, e
Richard Quin aggiunse: «La tua borsetta, cara».
Gli occhi della mamma frugavano lì attorno in cerca di una soluzione migliore. Era come
un’aquila tormentata da scrupoli di coscienza. «Mi chiedo se questo non sia aspettarsi troppo da
Kate», disse. «È davvero gentile, altrimenti ci avrebbe lasciati anni fa per lavorare in un posto
con meno cose da fare e un salario migliore. Ma non è detto che capisca la necessità di trattare
con delicatezza qualcuno che ha tentato di farci del male».
«Sei una fonte continua di agitazione, mamma», disse Richard Quin. «È chiaro che Cordelia
ha preso da te. Kate andrà benissimo. Non devi aver paura di quello che farà a quel pover’uomo.
Se un cane attaccasse qualcuno di noi lei lo picchierebbe, ma senza crudeltà. Eccoti la borsetta».
Non la diede alla mamma ma a Rosamund, che l’aprì con la solita lenta destrezza e trovò
immediatamente il portamonete in mezzo al disordine. «Quanto denaro devo prendere, zia
Clare?», chiese in tono remissivo.
«Ne ha chieste dieci», sospirò la mamma, «sarebbe un insulto offrirgliene meno di cinque...
oh, lo so che è assurdo. Diciamo tre».
«Non tre sovrane, una», disse Richard Quin a Rosamund, «e non farti convincere dal libro di
preghiere che è la stessa cosa che dire non una sovrana, tre1».
«Vi ho detto più e più volte, bambini, che non dovete prendervi gioco del Credo di
Atanasio», disse la mamma. «Ascoltate solo quello in chiesa? E poi è stupido ridere del Credo di
Atanasio, lo capirete quando sarete cresciuti. O forse così è eccessivo. Ma vi renderete conto che
è possibile che le cose stiano davvero così, più o meno. Ma sì, una sovrana per cominciare. Oh,
devo essere onesta, puzza di alcol. E Kate misericordiosamente troverà un modo per aiutarlo più
avanti, se c’è».
«Sì, zia Clare», disse Rosamund. Prese una moneta e restituì la borsetta alla mamma,
facendole notare che in alcuni punti la cucitura del borsellino era saltata e che l’avrebbe portato a
far riparare l’indomani mattina, poi sparì. La mamma guardò tutti noi che la circondavamo e
chiese, come se fossimo i suoi fratelli più grandi, se tutto si sarebbe sistemato. Poi sospirò e disse
che ormai i suoi capelli dovevano essere tutti in disordine e attraversò la stanza verso lo
specchio. Ma lottò con poca convinzione contro la sua mancanza di interesse per il proprio
aspetto fisico, e io andai a darle una mano. Anche se la sua voce era rimasta abbastanza ferma,
stava tremando; era come avere un uccellino tra le mani. Certo è che trovarsi un creditore
insistente di nuovo in casa ci aveva ricordato tutti gli affronti subiti a causa di papà, momenti che
eravamo riusciti a rimuovere ora che lui non c’era più. Era una benedizione che Rosamund e
Richard Quin fossero stati così svegli da trovare un modo con il quale la mamma potesse
sbarazzarsi del poveretto senza fare violenza alla propria natura negandogli un aiuto. Tuttavia, la
cosa non mi piaceva molto. Mentre quei due stavano in piedi, ciascuno a un lato della poltrona
della mamma, non sembravano affatto impreparati, come il resto di noi in quella stanza. Si erano
mossi in una sincronia così perfetta ed erano stati così pronti a cogliere i reciproci spunti che
avrebbero potuto benissimo essere attori in una commedia a lungo provata in segreto; e i loro
colori uniformi e brillanti li facevano sembrare commedianti truccati per il palcoscenico. Ma il
paragone non era appropriato, perché gli attori devono solo riuscire a parlare e muoversi in modo
che il senso della commedia divenga comprensibile per il pubblico. Richard Quin e Rosamund,
invece, erano più simili a un illusionista e alla sua assistente, capaci di muoversi con il falso
candore dei fiumi, che scorrono alla luce del sole ma senza mai rallentare abbastanza perché li si
possa scrutare con attenzione. Amavo Richard Quin e Rosamund più di chiunque altro a
eccezione di papà e mamma, perché non mi era possibile amare veramente Mary: eravamo
gemelle, entrambe pianiste, quasi una sola persona. Ero sicura che Richard Quin e Rosamund
ricambiassero il mio amore, ma c’era un’intesa tra loro dalla quale io ero esclusa, e mi riusciva
difficile capire come questo fosse compatibile con una qualsiasi forma di amore che loro
potessero provare per me.
Cordelia sbottò: «Oh, che figura da stupidi faremo tutti quando si scoprirà che quell’uomo ha
davvero un ordine scritto».
La mamma si girò su se stessa e disse irritata: «Sciocchezze, gli uomini che hanno delle
ordinanze scritte non piangono». Poi vide che Cordelia aveva gli occhi lucidi e allora esclamò
con tenerezza: «Oh, Cordelia, sono stata stupida. Pensavo che ti stessi comportando da sciocca
riguardo a quell’uomo, ma il problema vero è che sei nervosa perché andiamo per la prima volta
in una grande casa, a far visita a persone ricche. Per forza sei spaventata, è una cosa naturale. Ma
non devi essere minimamente in allarme. Non c’è motivo per il quale io non debba parlarti in
modo franco, non sei una persona presuntuosa. Sei una bella ragazza, eccezionalmente bella
direi, e la gente ama le ragazze giovani e belle».
«Sì, Cordy», disse Richard Quin. «Adesso ti dirò qualcosa che dovrebbe impedirti di agitarti,
ora o in futuro. Da quando sei venuta alla partita di cricket, non sono solo gli altri ragazzi a
chiedermi di te, ma anche gli insegnanti. Affrontano l’argomento prendendolo da lontano,
soprattutto quelli più grandi, ma alla fine ci arrivano. Be’, lo sai, questo è un buon esame. Se
riesci a suscitare l’interesse degli insegnanti puoi attirare quello di chiunque altro».
«Ricordi che tuo padre era solito dire quanto assomigliassi a sua zia Lucy?», continuò la
mamma. «Ecco, lei era considerata una vera bellezza. Quando vai in un posto nuovo e ti senti
nervosa, non devi fare altro che restare in piedi e farti guardare, e vedrai che tutti avranno voglia
di mostrarsi gentili. Io non ho mai goduto di questo vantaggio. Quando le persone mi vedevano
per la prima volta, anche quando ero molto giovane, mi trovavano bizzarra. Ma ho visto spesso
ragazze arrivare e piacere immediatamente a tutti. È una cosa gradevole da vedere», disse,
sorridendo a uno dei suoi ricordi.
Cordelia sorrise timidamente. «Vado davvero bene?», ci chiese. Si girò verso di me e sembrò
irrigidirsi, poi ripeté: «Vado davvero bene?».
Pensai tra me e me. “Ecco, è come se lei pensasse che io sono sempre stata così dura nei suoi
confronti che se dico che è carina deve esserlo davvero”, e mi domandai perché dovesse sentirsi
così nei miei riguardi.
Potevo mai essere stata tanto prepotente? Avevo l’impressione di essere mite, anche se spesso
gli altri erano aggressivi con me. Pensavo anche a quanto era strano che lei avesse bisogno di
rassicurazioni sul suo aspetto, considerato che quando aveva suonato male il violino ai concerti
aveva saputo sfruttare la sua bellezza con quella che a me era sembrata una piena consapevolezza
dei suoi effetti. O forse Cordelia era stata così disorientata una volta messa di fronte alla propria
mancanza di talento per la musica che ora dubitava persino dell’esistenza dei talenti che
possedeva veramente? Dissi: «Ma certo, Cordelia, sei deliziosa», e tuttavia non so se mi abbia
mai udita, perché in quel momento Kate entrò nella stanza, seguita da Rosamund, e aveva
quell’espressione di rigida importanza con cui lasciava intendere che la famiglia per la quale
lavorava si era spinta troppo oltre nel suo cammino sconsiderato e che stava per esortarla a darsi
una calmata.
Mia madre le disse: «Kate, devi essere gentile con quel poveretto». Non aveva mai imparato
a riconoscere l’avvertimento costituito da quello sguardo fisso.
«Quale poveretto?», chiese Kate. Prolungò la pausa come se un direttore d’orchestra
invisibile le stesse indicando il tempo. «Tom Partridge non è un pover’uomo. È il cognato del
lavandaio e una croce immensa per tutta la sua famiglia. Ma sono stata gentile con lui, per
compiacere voi».
«Cosa? Avevi già visto quell’uomo?», disse la mamma.
«Certamente. Non ho aspettato di preparargli il tè. Non è la sua bevanda preferita. Sono salita
e gli ho dato il denaro come avete ordinato voi, ma non tutto quello che avete dato alla signorina
Rosamund. Questo è il resto di cinque scellini».
«Come, gli hai dato quindici scellini?», esclamò la mamma. «Sono sicura che hai fatto bene,
ma è una cifra bizzarra. Uno non dice mai: “Poveretto, vorrei dargli quindici scellini”».
«Non gli ho dato quindici scellini. Quindici scellini per il vecchio Tom Partridge! Gli ho dato
cinque scellini», disse Kate, rigida come l’albero di una nave.
«Ho preso mezza sovrana, non una sovrana, dalla tua borsa», spiegò Rosamund. Lo disse con
voce monocorde. Avevo già notato prima che spesso parlava delle sue azioni come se stesse
riportando qualcosa che non la riguardava minimamente, ma a cui semplicemente aveva assistito
per caso».
«Oh, Rosamund! È stato meschino, e non è da te!», esclamò la mamma. «E Kate, sei stata
troppo dura. Quel pover’uomo può anche essere una brutta persona, ma era comunque nei guai.
Stava piangendo, Kate».
«Sì, signora», disse Kate. «È in un brutto guaio. Il suo guaio è che è una cattiva persona. Se
stava piangendo, probabilmente è perché ha bevuto troppo la scorsa notte, e dal momento che voi
siete così, così, così...», voleva dire “sconsiderata”, ma questo avrebbe distrutto il sistema di
relazioni al quale era abituata. «Così gentile», disse. «Se n’è andato felice. Quello che voleva era
estorcere del denaro a qualcuno con l’inganno, in modo da poterlo spendere in bevute e sentirsi
anche intelligente. Se non gli aveste dato niente, quello sì sarebbe stato essere duri con lui:
avrebbe tagliato la corda come un cane e avrebbe pensato che la sua giornata era finita lì. Invece
anche la più piccola somma ottenuta con i suoi trucchetti l’avrebbe fatto andar via di buon
umore. Per essere onesta, ha provato a elemosinare di più, ma io gli ho detto una cosa che ha
messo fine alla conversazione senza per questo risultare sgradevole».
«Oh, Kate, Kate, sei sicura di non essere stata sgradevole?», implorò la mamma.
«No, no, non era niente di crudele», la rassicurò lei. «Ho semplicemente detto che, se
continua ad andare in giro a provare a riscuotere debiti inesistenti, non passerà molto tempo
prima di finire di nuovo dentro».
«Dentro dove?», ripeté la mamma.
«In prigione», spiegò Kate.
«Quel poveretto è stato in prigione?», le domandò la mamma.
«Sei mesi a Wandsworth», rispose Kate, «non un giorno di meno».
«Ma si sarà offeso a morte quando glielo hai ricordato!», protestò la mamma.
«No, non si sarebbe offeso purché io continuassi ad alludere alla prigione dicendo soltanto
“finire dentro”», disse Kate spazientita, come se la mamma potesse anche non comprendere un
mucchio di cose, ma certo non quella.
«Perché è stato mandato in prigione?», chiese Cordelia, fremendo di disgusto.
«Si è messo nei guai perché non riesce a non immischiarsi in brutti affari», disse Kate. «Ha
questo buon lavoro come riscossore dei debiti, ma la tentazione di mettere le mani sul tetto di
una casa vuota è troppo forte per lui».
«Ma cosa mai può farci con il tetto di una casa vuota?», si meravigliò la mamma.
«Si mette in combutta con qualcuno della sua stessa risma, che probabilmente è ben contento
di dargli una mano», le disse Kate, senza alterare di una virgola il suo tono deferente, «penetrano
nella casa, salgono sul tetto, strappano il rivestimento di piombo e lo portano via per venderlo a
dei tizi, che danno loro poco più di niente perché sanno da dove proviene, e questa è la cosa che
più infastidisce il lavandaio, il suo nome trascinato nel fango per pochi scellini. Per di più è una
cosa crudele da fare. Quando un tetto viene privato del piombo, vi penetra la pioggia, e pensate
alle persone che entrano poi in quella casa e si trovano completamente fradicie mentre dormono
nei loro letti, e il povero padrone di casa che deve far rimettere il piombo! E non è come cedere a
una grande tentazione, come quando un poveretto passa davanti a un negozio e vede qualcosa di
cui solo i ricchi possono godere e se lo porta via. Per fare irruzione in una casa e strappare il
piombo dal tetto uno si deve portare degli strumenti e pianificare la cosa. Ed è stato davvero
meschino venire da voi e screditare il nome del povero signor Aubrey con un debito che non
aveva contratto, quando non c’è un uomo adulto in casa che possa dare ai mascalzoni quel che si
meritano. Non pensavo che quel disgraziato fosse tanto malvagio».
«Ma non può fare a meno di essere ciò che è», osservò la mamma.
«E se aveste mandato a chiamare la polizia, anche voi avreste agito nell’unico modo possibile
per voi», disse Kate.
«È quello che sto dicendo», ribatté la mamma. «Noi tutti agiamo secondo la nostra natura».
«Se tutti agiamo secondo la nostra natura, perché hai provato, anno dopo anno, con il sole e
con la pioggia, a rendere le ragazze più civili e posate e a costringere Padron Richard Quin a
sgobbare sui suoi libri?», chiese Richard Quin.
«Oh, ma la disciplina è un’altra cosa», disse la mamma. «E non credo che il vecchio Tom
Partridge ne abbia ricevuta molta».
«Ne ha avuta quanta il lavandaio e sua moglie», disse Kate, «e loro sono stufi di queste
ruberie, di questi modi subdoli».
«Il punto non è solo se le persone possano o non possano fare a meno di fare quello che
fanno», disse la mamma. «Bisogna essere gentili con chiunque a prescindere da quello che fa:
quando le cose vanno storte, è l’unico modo per raddrizzarle».
«Ma sarebbe di gran lunga preferibile che voi foste gentile con il lavandaio e con sua
moglie», osservò Kate.
«Sarò gentile se si presenterà l’occasione e se sarò in grado di dar loro quello di cui avranno
bisogno», disse la mamma. «Ma probabilmente loro non avranno bisogno del mio aiuto. Questa è
la cosa terribile riguardo agli uomini come Tom Partridge, dominati dal desiderio di compiere
azioni fatali e capaci di mettersi in situazioni che in mancanza di aiuto porterebbero alla rovina
totale».
«Ma queste persone potrebbero smettere di fare stupidaggini se solo lo volessero», disse
Kate. «Il vecchio Tom Partridge sceglie deliberatamente di rubare il piombo dai tetti, mentre il
lavandaio e sua moglie scelgono deliberatamente di essere onesti e rispettabili, e questo è quello
che fa la differenza tra loro, nient’altro».
«Oh, Kate, non credere che sia così semplice», osservò mia madre.
«Su cosa verte la disputa?», si informò il signor Morpurgo. Aveva suonato alla porta per un
po’, ma noi eravamo troppo assorbiti dalla discussione su Tom Partridge per sentirlo. Alla fine
Mary l’aveva fatto entrare, ed erano entrambi in piedi nell’ingresso. «Chi è il vecchio Tom
Partridge e che cosa c’entrano il lavandaio e sua moglie?». Spesso, quando entrava in casa
nostra, aveva l’aria di un bambino che vuole che gli venga raccontata una storia.
«Mamma sta dicendo che le persone sono buone o cattive perché sono nate così», spiegò
Richard Quin, «e Kate sta dicendo che se sono buone o cattive è perché scelgono di esserlo, e
pensa che se sono cattive lo fanno solo per creare problemi, sapendo bene i problemi che il loro
comportamento provoca agli altri».
«Ma tu guarda di cosa stanno discutendo!», esclamò il signor Morpurgo. «Per quel che mi
riguarda, posso dare solo un piccolo contributo a questa discussione. Vi dirò che è altamente
improbabile che riusciate a dirimere la questione prima di pranzo. È una discussione che va
avanti da tempo, in altre sedi. Forza, ora dobbiamo partire».

1 Si riferisce al Credo del vescovo Atanasio di Alessandria, cioè alla dottrina dell’Unità delle tre persone della Trinità divina. La
frase sfrutta il doppio significato di sovereign, come moneta (la sovrana) e come sovrano, quindi anche Dio. Il Prayer Book è il
Book of Common Prayer della Chiesa Anglicana.
Capitolo II

La grande macchina squadrata del signor Morpurgo scivolò lentamente lungo il Tamigi e
oltre il Parlamento fino a quella parte di Londra a sud di Hyde Park dove le facciate degli edifici
sono rivestite di stucco e le case imponenti sono come bianche scogliere che si affacciano sul
verde dei giardini; e il signor Morpurgo si rallegrò improvvisamente. «Ci siamo quasi», disse, «e
non vedo proprio l’ora di pranzare con mia moglie. Anche se è tornata da due giorni l’ho vista a
malapena. Sfortunatamente il viaggio le ha procurato uno di quei mal di testa lancinanti che sono
la maledizione della sua esistenza. Le rendono assolutamente impossibile parlare con chiunque, e
fino a che non passano non può fare altro che chiudersi nella sua camera al buio, ed è proprio
quello che ha fatto dal momento in cui è rientrata. Abbiamo avuto una lunga chiacchierata
appena è arrivata, e all’improvviso è ricominciato il solito dolore. No, no, rinviare l’incontro con
voi era fuori discussione. Se fosse stato necessario non avrei esitato un secondo a chiedervi di
venire un altro giorno. Ma gliel’ho domandato ieri sera e lei ha detto che, se avesse cenato a letto
e preso qualcosa per dormire, oggi si sarebbe sentita sufficientemente bene per incontrarvi».
«Viaggiare ultimamente non è stato particolarmente piacevole per voi due», disse la mamma.
«Avevate davvero un’aria malaticcia quando siete tornato da quel viaggio sul continente che a
vostro dire non vi siete goduto».
«Ah, sì», sospirò, incupendosi al ricordo. «Ma quello era dovuto, come avete indovinato voi,
a tutta quella cucina con l’olio. Ecco, io vivo lì, in quella grande casa, quella molto grande, che
fa angolo sulla piazza e che con la piazza non c’entra minimamente. Non c’è niente che si possa
fare al riguardo. Come Dio Onnipotente fece notare a Giobbe, non c’è niente che si possa fare
contro behemoth e il leviatano. Ferme, aspettate a uscire, il valletto vi aprirà la portiera».
Quelle ultime parole mi riempirono di terrore. Come tutte le persone cresciute in case prive di
personale di servizio maschile, noi ce lo immaginavamo come il nemico implacabile del genere
umano, in grado di accrescere il proprio malanimo grazie a poteri soprannaturali che
permettevano di guardare al di là di quello che gli ospiti volevano far vedere per svergognarli
davanti a tutti gli altri senza nemmeno bisogno di parlare. Superammo velocemente il valletto
tenendo gli occhi incollati a terra e così ci accorgemmo solo una volta entrati nell’atrio che la
casa non era semplicemente grande, come ci aspettavamo fosse la casa del signor Morpurgo, ma
aveva le dimensioni di un teatro o di una sala da concerto. Eravamo letteralmente inondati dalla
luce che si riversava dalla cupola di vetro sopra le nostre teste, in piedi su un pavimento di
piastrelle lucide decorate con un motivo di quadrati, cerchi e mezzelune bianchi e neri; una
scalinata si apriva a ventaglio su una curva simile a un’ampia e lenta cascata; i muri erano così
vasti che su uno era appeso un arazzo con rappresentati due eserciti contrapposti sul campo di
battaglia attorno a una città assediata, mentre sullo sfondo le marine nemiche guerreggiavano tra
le isole di un arcipelago che sorgeva nel punto di confluenza tra il mare e l’estuario di un fiume;
e sul muro del lato opposto un camino rinascimentale torreggiava enorme nel mezzo di una
foresta del colore della pietra pullulante di cacciatori. Una volta liberatosi di cappello e cappotto,
il signor Morpurgo si girò su se stesso per poterci guardare, con le braccia spalancate e le piccole
gambe divaricate.
«Certo», disse in tono grave, «non abbiamo bisogno di una casa così grande, siamo solo in
cinque. Ma un uomo deve avere una casa nella quale potersi rigirare a piacimento». Noi
rimanemmo in silenzio, e lui andò dalla mamma, le prese la mano e la baciò. «Clare, avete
allevato benissimo i vostri figli. Nessuno di loro ha riso. Perciò vi racconterò della casa e del
perché non dovete riderne».
Il maggiordomo e il valletto assunsero all’improvviso un’espressione completamente assente,
come se fossero sotto l’effetto di un farmaco, e spostarono il peso da un piede all’altro. Non
avevano l’aria demoniaca che mi ero aspettata; ricordavano piuttosto quei cortigiani di
Shakespeare alle prese con quelli che dovevano essere stati i problemi più seri della loro vita, e
cioè come riuscire a rimanere a portata di udito dei loro loquaci superiori senza dare
l’impressione di ascoltare, e come trovare una posizione che li facesse stare comodi durante tutti
quei discorsi. «La verità è», disse il signor Morpurgo, «che ho fin troppo spazio in casa, proprio
come sono portato ad avere troppo di tutto. Ma c’è un motivo per essere indulgente nei confronti
degli eccessi di questo luogo. L’ha costruita mio padre, perché era un ebreo, uno del popolo
perseguitato, e fu intrattenuto da re Edoardo in un’occasione che merita davvero di essere
ricordata. Nessuno ne ha parlato qualche giorno fa al suo funerale, suppongo sia stato per
mantenere la pace tra le nazioni. Ma questo episodio potrebbe essere ricordato come esempio di
una cosa che solo un re può fare, e che non ci si aspetterebbe da un Hannover, perché è stata una
trovata brillante. Come certamente sapete, lo zar di Russia odia gli ebrei che vivono nel suo
paese. È sempre stato un accesissimo antisemita, sin da quando, ancora giovane, era in viaggio in
Giappone e un cameriere in un accesso di follia lo colpì alla testa con un vassoio pesante; e oggi
i pogrom in Russia non accadono semplicemente per caso, sono incoraggiati dal governo, vale a
dire dallo zar. Bene, quando lo zar venne in Inghilterra nel 1894, il principe di Galles fece una
ramanzina al giovane sposo di sua nipote. Lo invitò a trascorrere il weekend a Sandringham, e
quando lo zar vi arrivò, scoprì che quasi tutti gli altri ospiti erano ebrei. Uno di loro era mio
padre, e ne fu profondamente colpito. È vero che molte persone non lo sono altrettanto, quando
sentono questa storia e mi fanno notare che il principe di Galles aveva preso a prestito una gran
quantità di denaro da quegli ebrei senza mai restituirlo. Ma si tratta pur sempre del commento di
gentili. Noi ebrei sappiamo che in molti prendono in prestito il nostro denaro e non ce lo rendono
più, e non capita spesso che questi nostri debitori compiano gesti nobili e cortesi in difesa della
nostra razza. Perciò mio padre, invitato a Sandringham in un’occasione tanto propizia, costruì
questa casa sull’onda dell’esaltazione e per erigere un simbolo concreto del fatto che la nostra
razza è onorata sulla terra almeno quanto riteniamo lo sia, forse con un po’ troppa sicurezza, nel
regno dei cieli. Perciò, ragazzi, siate magnanimi con questa casa e, come cerco di fare io, provate
a non pensare che mio padre avrebbe dovuto intuire quanto sia ridicolo costruire un edificio in
stile rinascimentale con della pietra tagliata a macchina…».
Tacque all’improvviso e il suo sorriso svanì. «Manning», disse, e il maggiordomo si fece
avanti. Il signor Morpurgo indicò un cappello Homburg sul tavolo all’ingresso e chiese: «Quello
significa che abbiamo un altro ospite a pranzo?».
«Sì signore», rispose il maggiordomo. «Il signor Weissbach è nel soggiorno».
Il signor Morpurgo ripeté: «Il signor Weissbach. Ma perché è venuto?». Si passò la mano
sulla fronte. «Ci dev’essere stato un errore. Probabilmente l’ho invitato per un altro giorno. Però
non ricordo di aver fatto niente del genere».
Il maggiordomo si umettò le labbra. «Il signor Weissbach ha chiamato questa mattina appena
siete uscito, signore, dicendo che era appena rientrato dall’estero ed era molto ansioso di vedervi,
e io gli ho passato la signora, che ha parlato con lui e poi mi ha detto che ci sarebbe stato un altro
ospite a pranzo».
Aveva riferito tutto con una discrezione gongolante. Il signor Morpurgo sembrava stupito da
quello che aveva udito. Era la stessa atmosfera che si creava a scuola quando c’erano problemi
tra gli insegnanti. Solo la mamma non si era resa conto che c’era qualcosa di storto. I suoi occhi
vagavano tra la bellezza valorosa delle lance e gli stemmi degli eserciti sugli arazzi, tra le chiese
e i palazzi in miniatura della città contesa in battaglia, mentre canticchiava sotto voce una musica
che le sembrava appropriata.
Il signor Morpurgo continuava a fissare il cappello Homburg. Alla fine disse, con la voce di
un uomo assennato e imperturbabile: «Sembra che mia moglie abbia voluto organizzare un
incontro tra voi e il signor Weissbach. Un commerciante d’arte, un famoso commerciante d’arte.
Non uno dei commercianti dai quali vi ho portata, Clare, quando dovevate vendere i vostri
quadri. Il Signore ha ritenuto giusto privare il mio popolo della sua terra, ma di recente ha fatto
molto per compensare questa perdita permettendo a qualcuno di noi di coltivare il Quattrocento
al suo posto. Andiamo, saliamo dalla scalinata, la mia enorme scalinata».
Ci fece fermare sul pianerottolo. C’era un unico quadro appeso tra due porte, presentato allo
sguardo in pompa magna, all’interno di un pannello dorato con colonnine intagliate e un arco:
era una Madonna con bambino dipinta in colori sgargianti e a due dimensioni, con molto oro. «Il
mio Simone Martini», disse il signor Morpurgo, teneramente. Lo guardava con lo sguardo di chi
sta succhiando del caramello. Aggiunse timidamente: «Lo si può definire a malapena un quadro,
così ho sempre pensato, piuttosto un mosaico fatto di tessere prelevate dal pavimento dei cieli.
Tessere nuove. Ho un altro dipinto, il mio Gentile da Fabriano, in cui il pittore ha creato la stessa
illusione usando tessere della stessa provenienza ma più logore. Non so decidere quale mi piace
di più».
«Bello, bello», mormorò la mamma, e cadde come in trance. Aprì la bocca e il signor
Morpurgo le si fece più vicino per sentire quali commenti il suo tesoro avesse suscitato. Lei
disse: «Avrei voluto che Piers fosse più appassionato di pittura. Sarebbe stato un piacevole
diversivo dalla politica, e la pittura gli sarebbe piaciuta, se solo vi avesse rivolto un po’ di
attenzione. Aveva una certa sensibilità per il disegno».
«Certo che l’aveva», disse Richard Quin. «Conserviamo un mucchio di suoi album da
disegno, sapete, con acquerelli che aveva fatto in Irlanda, a Ceylon e in Sud Africa».
«Dove sono ora quegli album?», chiese Cordelia, presa da un panico improvviso. «Non
dobbiamo perderli, perdiamo sempre tutto».
«Li ho io, cara», disse la mamma con dolcezza, e continuò: «Non aveva orecchio per la
musica, e in ogni caso la musica non sarebbe stata adatta per lui. Ma la pittura è un’arte che dà
serenità, e lui di serenità ne aveva bisogno».
«Be’, un uomo può raggiungere la pace in molti modi», disse il signor Morpurgo. «E che
famiglia!», bofonchiò. «Guardate un quadro e sapete apprezzarlo, lo vedo dal modo in cui i
vostri occhi si posano su questo, capisco che riuscite a coglierne le forme e i colori, eppure tutti
rivolgono i loro pensieri a Piers. Ma per voi tutto, assolutamente tutto, conduce a Piers, vero?».
«Dovete perdonarci», disse la mamma, «non possiamo evitarlo. È davvero...», aggiunse con
impazienza, poi si trattenne e sorrise. Per un istante aveva pensato che il signor Morpurgo fosse
un po’ sciocco, ma ovviamente lui era così gentile che confessarlo sarebbe stato un errore, anche
se era la verità. «E poi davvero non è una colpa. Anche se non fosse Piers l’argomento dei nostri
discorsi, e anche se è indubbio che lui si elevi almeno di una spanna sopra chiunque, non è
naturale per una moglie pensare al proprio marito e per dei figli al proprio padre?».
«Sì», concordò il signor Morpurgo, «è naturale. Si potrebbe andare oltre e dire che la nostra
natura consiste proprio in questo». L’idea sembrò piacergli. Gli ridiede calore per un istante, poi
disse gravemente: «E ora venite a conoscere le persone alle quali sono naturalmente portato a
pensare. Venite a conoscere mia moglie e le mie figlie».
Il maggiordomo, che aveva mantenuto il suo ruolo di cortigiano shakespeariano
allontanandosi da noi un paio di passi con l’aria di chi si ritrae in un’altra zona della foresta, si
fece avanti e aprì la porta al ritmo di un verso sciolto. Ci trovammo in un’ampia stanza che ci
appariva sfavillante e confusa. La luce che si riversava dalle alte finestre era rilanciata da quella
dei candelabri, dalle tende di broccato, dagli specchi nei quadri e dai mobili a vetrina, e da un
gran numero di oggetti di cristallo e d’argento; e in mezzo alle sedie e ai tavoli intarsiati si
ergevano muri di fiori, alti quattro o cinque piedi. A un capo della stanza si stagliava, scuro
contro la finestra, un gruppo di persone, dal quale, dopo una lunga pausa, ci venne incontro una
figura alta e arrotondata. Era la signora Morpurgo, e sembrava estremamente sorpresa. Indossava
il cappello; a quel tempo tutte le donne di un certo rango indossavano il cappello quando
avevano ospiti a pranzo. Era un cappello enorme, che nascondeva una folta capigliatura dorata
acconciata nella foggia di un berretto frigio; la testa assumeva così delle dimensioni
soprannaturali, e si era dunque visto chiaramente che si era ritratta, come fanno le persone di
fronte a qualcosa che semplicemente non riescono a capire. Tutto il suo corpo veniva enfatizzato
dalle maniche a sbuffo e dalla ricca gonna a balze, sorretta da stecche, per cui anche il
movimento interrogativo delle spalle e l’esitazione del passo risultavano più evidenti. Non era
qualcosa che ci riguardasse ad averla sorpresa; il suo sguardo non si era soffermato su di noi.
Sembrava che non si aspettasse affatto che qualcuno, chiunque fosse, potesse entrare proprio da
quella porta; e dal momento che c’erano altre due porte nella stanza, e le tre giovani fanciulle
stavano sorridendo come di fronte a una scena ridicolmente familiare, pensai che il signor
Morpurgo si ostinasse a entrare da una porta che per qualche motivo non doveva essere usata,
così come papà dimenticava sempre il gas aperto nel suo studio quando andava a dormire. Ma
era strano che la signora Morpurgo desse tanto peso a una cosa del genere in quel momento,
perché il marito era tutto preso da un’esaltazione solenne. Se i suoi occhi avessero incontrato i
miei non avrei avuto il coraggio di sorridere. Il signor Morpurgo disse: «Herminie, questa è la
mia vecchia amica, Clare Aubrey». La sua voce vacillò, e lui si schiarì la gola. «La moglie»,
spiegò, «di Piers Aubrey, che tanto ammiro. E queste sono la sua Cordelia, e Rose e Richard
Quin». Nel pronunciare lentamente i nostri nomi allargò le braccia in un gesto patriarcale che
dichiarava la speranza che la sua famiglia e la nostra potessero essere unite per sempre sotto il
tetto della sua protezione. Ma si frenò immediatamente. Se avesse terminato il suo gesto, avrebbe
dovuto includere nel suo raggio il signor Weissbach, che in quel momento si fece avanti da
dietro una piramide di gladioli e di rose prendendo posizione alle spalle delle ragazze.
Il modo in cui il signor Morpurgo esclamò: «Ah, Weissbach!», esprimeva con estrema
brutalità il motivo per il quale il suo palese progetto di adozione era stato abbandonato. Anche se
era evidente che il signor Weissbach non aveva bisogno di essere adottato, essendo un uomo di
mezza età vestito con eleganza, coi capelli color argento, una barba ben curata e un’evidente
somiglianza con re Edoardo , e avrebbe potuto benissimo offendersi. Il signor Morpurgo riprese:
«Ti ricordi, Herminie, ti ho parlato così spesso di questi giovani», ma la sua osservazione si
infranse contro la dura superficie dello sconcerto mostrato dalla moglie. Gli si incrinò la voce, le
mani cominciarono a ondeggiare delicatamente e poi si bloccarono. Sussurrò qualcosa di gentile
che si udì appena.
Mi ero sbagliata sul motivo della sorpresa della signora Morpurgo. Non eravamo entrati nella
stanza dalla porta sbagliata. Piuttosto, suo marito era entrato nella stanza e aveva portato noi con
sé, e lei era sorpresa di quello, perché tutto ciò che il marito faceva le sembrava inspiegabile. Lo
capii molto velocemente, perché la signora Morpurgo non aveva segreti. Riusciva a controllare
abbastanza bene le sue parole, dicendo le stesse cose che dicevano le madri dei nostri compagni
di scuola quando andavamo da loro per il tè, ma mentre parlava l’intonazione della sua voce
imperiosa e le espressioni che le si dipingevano in volto raccontavano la verità, chiara e leggibile
come le parole di un manifesto, e così i suoi movimenti vigorosi.
«Questa è Marguerite», disse a mia madre, «e questa è Marie Louise, che è quasi un’adulta, o
lo è appena diventata, non saprei come definirla. Proprio come la vostra Cordelia e la vostra
Rose. Oh, sì, sono così composte, vero tesori miei?». Ma i suoi occhi chiari, sporgenti,
sorprendentemente luminosi, in realtà stavano dicendo: «Ecco, sto facendo quello che lui mi
chiede, ma perché mai vuole che lo faccia? Chi saranno mai queste persone che mi sta mettendo
davanti a forza?». Proseguì: «Ah, dunque, ci sono solo tre mesi tra di loro, ma lui è più alto di
parecchio», e il suo tono esprimeva piuttosto: “Che cosa me ne potrà mai venire, se sono gentile
con loro come lui insiste che io sia? Non abbiamo niente in comune, come potrei portare avanti
un rapporto con questa gente, se anche lo cominciassi?”. Nel mezzo di un’osservazione carina
nei confronti miei e di Cordelia, si morse il labbro indispettita e sussultò: «È sempre la stessa
storia», ma avrebbe potuto benissimo dire a voce alta: “Fa di continuo cose di questo genere, è
insopportabile”.
Poi un lampo le attraversò gli occhi, e li distolse da noi. «Edgar, mio caro», disse, con l’aria
di sbrogliare almeno una delle matasse del mondo disordinato che le veniva costruito intorno
contro la sua volontà, e facendo in modo che il signor Morpurgo non le muovesse una di quelle
accuse assurde secondo cui era lei a pasticciare le cose: «Immagino tu sia sorpreso di vedere qui
il signor Weissbach, ma ha chiamato subito dopo la tua partenza, e aveva proprio voglia di
vederti, perché è appena rientrato dall’Italia, dove ha raccolto ogni genere di cose deliziose, e ho
pensato che dal momento che la signora Aubrey e la sua famiglia sarebbero stati nostri ospiti a
pranzo, saremmo stati felici di avere con noi anche il signor Weissbach».
Nel sorriso arguto che albergava luminoso e perenne tra i baffi dal taglio impeccabile e la
barba appuntita del signor Weissbach si insinuò un accenno di freddezza, e il signor Morpurgo
reclinò il capo come se il discorso di sua moglie avesse creato un’eco e lui la stesse ascoltando
con l’interesse di uno scienziato. La fatica con cui la signora Morpurgo aveva pronunciato
l’ultima frase non poteva lasciare intendere più chiaramente che, avendo suo marito insistito
perché lei perdesse il suo tempo con un pranzo, il signor Weissbach, altrettanto desideroso di
farle perdere minuti preziosi, potesse per lo meno accontentarsi di andare a occupare quello
stesso spazio nell’arco della giornata. La mamma la guardava con la stessa compassione che
riservava alle persone affette da una qualche menomazione, una delle figlie ridacchiava, il battito
dell’orologio in similoro sopra il camino risuonava forte. La signora Morpurgo osservava il
marito con un’espressione facilmente prevedibile. “Ti stai comportando di nuovo in maniera
incomprensibile”, rimuginava tra sé e sé, facendo scorrere con decisione l’indice sulle labbra e
fingendosi dubbiosa. “Perché mai ciò che ho appena detto dovrebbe dare fastidio a qualcuno?”.
Si rivolse con furia a mia madre: «Non volete sedervi?». e trascinò verso di lei una sedia
intagliata che stava accanto al camino, rimanendo in piedi alle sue spalle e dondolandosi sui
tacchi di tanto in tanto, come se la stranezza di quanto stava accadendo le avesse realmente fatto
perdere l’equilibrio, e intanto la intratteneva con chiacchiere brillanti. Era splendida nella luce
che si riversava su di lei dalle alte finestre. Il volto non aveva una ruga. La pelle era liscia e
luminosa come la superficie della porcellana fine. Il che forse aveva a che vedere con la sua
difficoltà nell’afferrare le cose.
A me toccarono le due figlie più grandi, alle quali sorrisi, perché si erano meritate il mio
rispetto. Erano sfuggite alla bruttezza del padre, ma non avevano eguagliato il fascino della
madre; perché lei era davvero bella. Anche se sembrava fare a pugni con la serenità a ogni parola
che diceva, la sua bellezza si annidava nella morbidezza della pelle soda, nella brillantezza della
carne, degli occhi, della carnagione e dei capelli. Ma le ragazze erano squisitamente eleganti
nelle loro bluse e nelle gonne rigonfie, anche più di Cordelia. Non mi venne da pensare che
questo fosse dovuto al fatto che si vestissero con l’aiuto di una cameriera, per cui me le
immaginai agili nei movimenti, pignole e precise. Me le raffiguravo mentre si preparavano per la
giornata in camere incredibilmente ordinate, purificate dalla fredda luce del mattino, in piedi di
fronte a specchi verticali a lisciarsi con la mano le pieghe perfette della gonna all’altezza della
vita, mentre alle loro spalle i piccoli letti erano accomodati in un ordine che la notte appena
trascorsa non era riuscita a turbare. I sorrisi misurati e forse anche canzonatori che mi rivolsero
in risposta mi sconcertarono. Cordelia stava incontrando maggiore fortuna, perché il signor
Weissbach stava chiacchierando con lei educatamente come fosse un’adulta; questo mi aspettavo
dalla casa del signor Morpurgo: avevo immaginato che quelle persone dessero per scontato di
doversi dedicare completamente a chiunque facesse loro visita. Richard Quin aveva chiesto
informazioni al signor Morpurgo riguardo a una miniatura su uno dei tavoli, e il signor Morpurgo
gli stava rispondendo: «È interessante che tu voglia sapere chi sia il soggetto. La mia piccola
Stephanie ne è affascinata da sempre. Era un maresciallo bavarese di origini irlandesi. Vieni qui,
Stephanie, e di’ a Richard Quin tutto quello che sai di quest’uomo». Anche questo mi ero
immaginata: la sua pedanteria felice, innocua, il suo godere di un sapere che era ornamentale
come lo sono i fiori, un tipo di conoscenza diversa da quella praticata da mio padre, che era una
riserva di combustibile per le crociate. Ma Marguerite e Marie Louise, che continuavano a
rimanere in silenzio come se mi trovassero divertente, non erano come mi aspettavo. Dovevo
confessare che Mary forse aveva ragione. Il mondo reale per certi aspetti poteva somigliare alla
scuola.
La signora Morpurgo improvvisamente interruppe la sua conversazione con la mamma per
osservare con un tono di disperazione nella voce: «Certo che oggi pranziamo davvero tardi!».
«Nient’affatto», ribatté il signor Morpurgo in tono gelido. «Mancano ancora tre minuti al
nostro solito orario».
«Non l’avrei mai detto», disse lei. «Ma è strano, a volte si ha la sensazione che il tempo passi
velocemente, altre volte sembra lentissimo. Bene, a tavola, allora», esortò, con l’aria di un
naufrago che si aggrappi a una tavola di legno. «Potremo ascoltare il signor Weissbach che ci
racconta di tutti i tesori che ha trovato in Italia. Tesori», spiegò a noi accennando una risata, «per
il signor Weissbach e per mio marito, non per me. Voi riuscite a sopportare quelle rigide
madonne dallo sguardo ottuso e quegli orribili piccoli infanti? E manca del tutto la prospettiva!
Cos’è mai un quadro», i suoi occhi rivolti verso l’alto lo chiedevano non solo alla sua famiglia e
agli ospiti, ma anche ai soffitti dorati e affrescati, «senza prospettiva? Lo dico sempre a mio
marito, che la mia Marie Louise è in grado di dipingere quadri più belli di tutti questi fiorentini e
senesi. Ma lui non vuole credermi. Lui segue la moda», disse alla mamma. «Io penso che alcune
cose siano belle e altre brutte e che niente possa modificare questa realtà. Usignoli e rose», disse
a suo marito, con un tono improvvisamente carico di odio, «tra breve, mi dirai che sono privi di
bellezza».
«Ecco Manning che viene ad annunciarci che il pranzo sarà servito con due minuti di anticipo
rispetto al solito», disse il signor Morpurgo, mesto e a bassa voce.
Una volta usciti dalla stanza fummo condotti lungo il ballatoio della scala verso una stanza
che si trovava sullo stesso piano, e la voce del signor Morpurgo si levò dietro di noi: «Non
pranziamo in soggiorno?».
Ci fermammo tutti. Di nuovo il maggiordomo mi fece pensare a un cortigiano di
Shakespeare. La signora Morpurgo replicò, mostrando ancora una volta grande sorpresa: «Non
mi è nemmeno venuto in mente che oggi potessi desiderare di pranzare al piano di sotto».
«Mi sarebbe piaciuto mostrare alla signora Aubrey e ai bambini la stanza, e il Claudes e il
Poussin», rispose il signor Morpurgo.
«Il Claudes e il Poussin, forse, ma perché la stanza? Cos’ha mai di speciale quella stanza, non
fosse per il fatto che è molto ampia?», chiese sua moglie, arricciando il naso. «Oh cielo, oh cielo!
Dobbiamo forse tornare tutti in soggiorno e aspettare fino a che non abbiano spostato ogni cosa
di sotto, nella sala da pranzo? Si può fare», disse, con il tono di chi sta invitando il boia a usare la
sua scure. «Ovviamente, solo a patto che non vi dispiaccia aspettare un po’».
«Nel nostro gruppo ci sono sei persone che hanno meno di diciannove anni», disse
affabilmente il signor Morpurgo, «e ci sarebbe di che preoccuparsi se non fossero così affamate
da rendere terribilmente crudele soffiare loro il cibo da sotto il naso». Stephanie era attaccata al
suo braccio, e lui improvvisamente la strinse a sé. Sembrava che la considerasse la sua figlia
migliore. Forse lo era davvero. Era stata carina con Richard Quin. «Anche questa creaturina
ossuta mangia come un lupo. E il signor Weissbach e io siamo arrivati a un’età nella quale si
diventa un po’ difficili col cibo e si preferirebbe evitare di mangiare qualcosa che è rimasto nel
piatto per venti minuti. Ma la prossima volta che gli Aubrey saranno nostri ospiti dobbiamo
apparecchiare nella sala da pranzo. Te lo ricorderai, Manning?».
La stanza nella quale si svolse il pranzo non era adatta. Era evidente che i signori Morpurgo
la usavano per pranzare con i figli quando non c’erano ospiti, ed era abbastanza carina; Cordelia,
Richard Quin e io trovammo interessante che i muri fossero ricoperti di foto e quadri che non
erano solo ritratti di persone. C’erano anche numerosi cavalli, tori, mucche e cani. La tavola però
era troppo piccola, perché ora eravamo in undici, dato che ci aveva raggiunto la governante
francese delle ragazze, una donna vestita di nero, che aveva lo stesso sguardo di gongolante
discrezione del maggiordomo.
Sedeva con la testa reclinata in avanti, e questo era in parte dovuto al peso del grande chignon
di capelli nocciola che la spingeva verso il basso; però aveva anche l’aria di chi spera di non
attirare l’attenzione per paura di essere coinvolto nella conversazione e parlare più del
necessario. Era un metodo per non attirare l’attenzione talmente ingenuo da dare l’idea che
potesse essere una donna poco intelligente. Ma in generale non era una famiglia intelligente. Era
evidente che la signora Morpurgo avesse scelto di pranzare in quel locale così angusto per
manifestare tutta la sua insofferenza all’idea di dover intrattenere il signor Weissbach e noi; e
allo stesso tempo era stupita per il disagio che aveva causato anche a se stessa. Si guardava
intorno infastidita e diceva: «Come siamo stretti! È davvero scomodo. Signora Aubrey, mi deve
scusare. Stephanie e vostro figlio avrebbero potuto pranzare insieme nello studiolo, ma non ci ho
pensato».
«No, davvero, non era proprio cosa da farsi», disse il signor Morpurgo. «Vedi, ho messo
Richard Quin invece di Cordelia alla mia sinistra, proprio perché Stephanie potesse stargli di
fronte e imparare quanto si può essere intelligenti alla sua età, così di tanto in tanto mi chinerò
verso di lei e le dirò quanto sono sbalordito della differenza che c’è tra loro».
La signora Morpurgo non ci fece caso e continuò: «Mi deve davvero scusare, mi è uscito
tutto di testa, ho avuto una tale emicrania». Improvvisamente parve immergersi nei propri
pensieri e rispondeva a monosillabi quando il signor Weissbach le parlava, e sarebbe rimasta
chiusa nella scortesia impenetrabile delle sue fantasticherie se non ne fosse stata risvegliata dalle
bizzarre conseguenze dell’interesse di lui per Cordelia. Il signor Weissbach sedeva alla destra
della signora Morpurgo e di fronte a Cordelia, e continuava a parlare alla padrona di casa dei
propri tesori e delle proprie passioni, spostando però lo sguardo da lei a Cordelia prima della fine
di ogni frase, così che tesori e passioni sembravano come essere offerti a mia sorella. «Sono
rimasto solo un giorno a Padova», diceva alla signora Morpurgo, «ma ho colto l’occasione di
fare visita alla vostra affascinante cugina, la marchesa Allegrini». I suoi occhi erano andati a
Cordelia molto prima di pronunciare il nome italiano, ed era come se mia sorella avesse
improvvisamente acquisito una marchesa come cugina. «State ancora allevando quei deliziosi
barboncini francesi?». Persino nel corso di una frase tanto breve la proprietà dei cani passava
dalla signora Morpurgo a Cordelia. La fascinazione del signor Weissbach per mia sorella era così
assoluta da essere ben presto notata da Marguerite e da Marie Louise, che si guardavano da un
lato all’altro del tavolo sollevando il sopracciglio ridacchiando; e la governante francese alzava
la testa e sibilava un rimprovero. Non era una donna delicata. La signora Morpurgo fu scossa
dalle sue fantasticherie sentendo quel suono, e si guardò attorno con un’espressione che rivelava
la paura di aver subito qualcosa di sgradevole mentre aveva abbassato le difese. Sollevò il capo,
sicura del fatto che le sarebbe bastato catturare l’attenzione di tutta la stanza per rimettere le cose
a posto. Parlò a voce così alta che tutti si zittirono: «Bene, sentiamo quali tesori il signor
Weissbach ha portato dall’Italia per deliziare mio marito e non me».
«Un pannello di Lorenzetti», disse il signor Weissbach al signor Morpurgo.
«Quale Lorenzetti?», chiese quest’ultimo.
«Ambrogio», rispose il signor Weissbach. «Non siete tipo da Piero».
«Mascalzone che non siete altro», disse il signor Morpurgo, «se aveste trovato un Piero
avreste detto che lo sono».
«Non pensate mai», osservò il signor Weissbach, «a quanto sia difficile per me fare affari con
qualcuno che se ne intende così tanto come voi? In ogni modo, è un Ambrogio, e l’attribuzione è
certa».
«Al diavolo le attribuzioni!», esclamò il signor Morpurgo. «Ha l’aria di essere un Ambrogio?
In realtà dovrebbe essere in tutto e per tutto uguale a un Ambrogio, ma con voi furfanti che
sguazzate nelle sottigliezze della critica non si sa mai. Un Ambrogio Lorenzetti! Be’, tanto sarà
troppo caro per me».
«Sono sicura che per me lo sarebbe», disse la signora Morpurgo a tutti i commensali. «Ma
mio marito può fare quello che vuole. La casa», disse con disgusto, «è sua. Tutta, tranne il mio
salotto. Quello dove eravamo prima», informò mia madre, come a indicare che le differenze di
status non avevano nessuna importanza, tra donne ci si capiva. «È mio, i quadri sono miei. Potrei
dire che l’intero secolo è mio, perché ogni cosa là dentro è settecentesca, e quella è l’epoca in
cui», disse, sollevando il bicchiere con un gesto troppo enfatico per essere anche solo vagamente
raffinato, «sarei dovuta nascere. A quel tempo tutto era perfetto, e i miei quadri sono
praticamente come dovrebbero essere tutti i quadri. Dovete assolutamente vederli, signora
Aubrey. Un paio di Chardin. Tre deliziosi Greuze. Un Oudry. Un Largillière. Un Fragonard. Un
Vigée Le Brun, graziosissimo, di mia nonna. E anche se, certo, è un po’ tardo, un Proudhomme.
Mio marito e il signor Weissbach riempiano pure il resto della casa con i loro santi dai visi rigidi
come il legno e i loro paesaggi artificiali in cui gli alberi che spuntano dal terreno sono dritti
come pali del telegrafo. Sembra che a loro non importi nulla del fatto che sbagliano nel rendere
questa casa, in tutto e per tutto, in stile rinascimentale».
«Più o meno», assentì il signor Morpurgo, con un sorriso.
«Direi più che meno», disse la signora Morpurgo, «non c’è niente di meno in questa casa;
ogni cosa qui dentro è più, e più, e più, in effetti troppo. Ma perché mai dovrei lamentarmi?
Posso sempre andare a chiudermi tra i quadri, quelli veri, del mio soggiorno, che conosco da una
vita. Perché ho trasferito l’intera stanza così com’era dalla mia casa di Francoforte, quando è
morto mio padre».
«Francoforte!», esclamò mia madre con gioia. «Siete della terra del Reno! Questo spiega
perché voi e le vostre affascinanti figliole avete nomi francesi. È ovvio, siete bilingui. Questa è
una delle cose che più mi colpiva quando ero a Francoforte, che fosse un punto d’incontro tra la
cultura francese e quella tedesca».
«Siete stata a Francoforte?», chiese la signora Morpurgo.
«Ho suonato lì varie volte», rispose la mamma.
«Suonato lì? Quale strumento?», chiese la signora Morpurgo in tono sorpreso, come se
sospettasse che la mamma potesse essere stata una calciatrice o qualcosa del genere2.
«Te l’ho detto cara», disse il signor Morpurgo, «la signora Aubrey è Clare Keith, la pianista».
«Vogliate perdonarmi», disse la signora Morpurgo. «Non ricordo mai i nomi dei musicisti a
eccezione di quelli come Paderewski. Ma dicevate che conoscete Francoforte?».
«Vi ho tenuto vari concerti di buon livello», disse la mamma, totalmente a suo agio,
supponendo che alla signora Morpurgo avrebbe fatto piacere sentire parlare bene della sua città
natale, «e un concerto privato davvero piacevole. Fui scritturata, in segreto, per suonare in un
quintetto in occasione delle nozze d’oro di un banchiere e della moglie, e il compositore del
pezzo era il banchiere stesso, che da giovane era stato un eccellente musicista e aveva
abbandonato la musica per la carriera in banca. I suoi figli avevano avuto la splendida idea di far
suonare la sua composizione da musicisti professionisti alla fine del banchetto, e lui ne fu
deliziato. Non ho mai dimenticato la bellezza di quella stanza: sì, era molto simile al vostro
soggiorno, tutta illuminata da candele in grandi coppe d’argento, con mille specchi che
riflettevano all’infinito ogni oggetto. Ed erano persone così gradevoli. Feci amicizia con una
delle figlie e fui sua ospite un’altra volta, quando suonai a Bonn. Oh, come vi invidio la vostra
provenienza da Francoforte! Era un mondo estremamente elegante, senza essere aristocratico».
Ripensandoci, ora capisco che mia madre parlava con assoluta semplicità di una società così
come l’avevano vista i suoi occhi; ma in fondo era comprensibile che quest’ultima osservazione
potesse risultare sgradevole alla signora Morpurgo. La mamma non se ne accorse e continuò
allegramente: «I miei figli possono ben dirvi quante volte abbia parlato loro di Francoforte.
Questo delizioso Settecento era ovunque, e non solo nelle case, mi sembra di ricordare una
bellissima banca, con una scala in ferro battuto straordinaria».
«La banca Bethman», disse il signor Morpurgo. «Il primo Rothschild cominciò da lì,
lavorando come fattorino. Anche la banca della famiglia di mia moglie era bella, era della
famiglia Krossmayer».
«Oh, ma conoscevo bene anche i Krossmayer», disse la mamma. «Facevo loro visita ogni
volta che passavo da Francoforte; vivevano in...».
«No», intervenne la signora Morpurgo.
«Erano cugini di mia moglie», disse il signor Morpurgo. «La casa nella quale ho incontrato
mia moglie era in...».
«Be’, allora ho sicuramente conosciuto anche i vostri genitori», osservò la mamma. «I
Krossmayer mi portarono a casa dei loro cugini per una festa. A bere quel delizioso tipo di punch
chiamato Maibowle. Che strano, sicuramente avrò già visto tutti quei begli oggetti che avete nel
vostro salotto. Cielo, ho suonato un duetto in mezzo a quei quadri e quelle porcellane con vostra
cugina, Ella Krossmayer. Si tratta dunque di vostra cugina, vero? Era più grande di voi, avrebbe
potuto essere una zia».
«Mia cugina, sì», disse la signora Morpurgo.
«L’ho conosciuta meglio di tutto il resto della famiglia», disse la mamma con la voce
intenerita dal ricordo. «Ci intendevamo in un modo speciale perché amava la musica. Anzi, per
un certo periodo di tempo coltivò la speranza di poter diventare una professionista».
«Oh no, di sicuro non una professionista», disse la signora Morpurgo sorridendo.
«Sì, anche se la cosa vi può sorprendere», ribatté la mamma, senza cogliere il punto. «È
molto facile per un amatore essere ingannato dalla gentilezza di parenti e amici». Cordelia ebbe
uno scatto della testa. «Ella era una ragazza affascinante e, come vi ho detto, ricordo sempre
Francoforte come uno dei luoghi più civili d’Europa».
«Può darsi che lo fosse», disse la signora Morpurgo. «Io me ne sono andata», aggiunse con
una nota di scontento nella voce, «molto giovane. Ma in ogni caso avevamo quadri che
sembravano quadri. Sono sicura», disse, rivolgendosi al signor Weissbach, «che nel profondo del
vostro cuore sapete che i quadri dovrebbero essere tutti come i miei e non come i vostri». Ma
egli non replicò. Aveva gli occhi fissi sui riccioli rosso-dorati di Cordelia, sul suo sguardo
candido del colore del mare, sul nasino dritto con quel triangolo di pelle proprio sotto la punta,
sulla bocca morbida ma risoluta, sul mento tondo, dalla linea pura come quella di una coppa. La
signora Morpurgo seguì la traiettoria di quegli occhi e si bloccò. Fino ad allora ci aveva rivolto
solo sguardi vaghi, persi nel vuoto, fuggevoli, ma ora fissò Cordelia intensamente e si fece triste;
era come se avesse dispiegato le carte intorno a sé per leggere la sua fortuna e fosse incappata
nell’asso di spade. Con improvvisa umiltà, si guardò attorno lungo il tavolo, come per implorare
che qualcuno dicesse qualcosa che potesse distrarla. La vista delle sue figlie la esasperò come
sempre, così guardò di nuovo la mia impeccabile e composta sorella, e mormorò alla governante:
«Non potete fare proprio niente per obbligare le ragazze a stare sedute dritte?». La governante
alzò la testa con un’aria di rassegnazione che non voleva passare inosservata. Cadde il silenzio e,
dal momento che diventava sempre più opprimente, la signora Morpurgo buttò lì a mia madre
una domanda: «Quindi avete viaggiato? E anche vostro marito è un grande viaggiatore, non è
vero? Se ben ricordo quel che mi ha detto Edgar, è partito per un viaggio...».
La mamma spalancò gli occhi, aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Io non riuscivo a
dire niente, per la veemenza con la quale desideravo uccidere la signora Morpurgo.
Parlò Cordelia, la fronte candida corrugata in un cruccio gentile: «Sì, papà è andato all’estero
per scrivere un libro».
«E dove è andato?», chiese la signora Morpurgo. «Dove si va a scrivere un libro?».
Cordelia non riuscì ad aggiungere altro. Fece un movimento con la manina e si guardò
intorno come per chiedere pietà. Richard Quin si sporse in avanti dal suo posto a un capo del
tavolo, e disse: «Mio padre è andato in Tartaria».
Il signor Morpurgo disse: «Sì, è andato in Tartaria», e posò la mano per un secondo sul polso
di mio fratello.
«In Tartaria», ripeté la signora Morpurgo, affaccendata con la sua costoletta d’agnello. «Ed
è», continuò, come se stesse dicendo qualcosa di intelligente, «un buon posto dove scrivere un
libro?».
Nessuno le rispose, così lei alzò lo sguardo e vide che suo marito la fissava pieno di rabbia. Si
ritrasse come se quell’odio potesse colpire solo entro un raggio limitato e lei volesse schivarlo;
sedeva voltando da una parte all’altra la sua testa enorme, fiera e affascinante. Si era spinta più in
là di quanto avrebbe desiderato; si era riproposta di essere quasi, ma non del tutto,
insopportabile. Di nuovo potevamo immaginarla mentre si ripeteva che proprio non aveva idea di
come avesse potuto passare il segno. Aveva davvero detto qualcosa di tanto indelicato? E se così
era, cosa mai poteva importare, dato che c’erano solo quell’oscura donna, quella sconosciuta
signora Aubrey, quelle ragazze noiose e quel ragazzino che potevano offendersi? Si trattava solo
dell’ennesima dimostrazione del comportamento insulso di suo marito. Il disprezzo per lui
ritrovò tutto il suo vigore. Scosse la testa per sbarazzarsi di quei pensieri assurdi e continuò a
mangiare. Però le tremavano le mani.
Il silenzio che era nuovamente calato sulla tavola fu interrotto da un tintinnare di campane a
festa, poi un altro e un altro ancora.
«Qualcuno si sta sposando», disse il signor Weissbach, con una giovialità baldanzosa, «e ne
sta facendo una gran questione».
«Non sapevo che ci fosse una chiesa così vicino a casa nostra», disse il signor Morpurgo.
«Non hai mai notato», chiese la signora Morpurgo, «che St James è proprio dietro l’angolo?».
Le campane continuavano a suonare. Alle labbra di Marguerite salì un’osservazione che si
ruppe in una risata. Alla fine non poté trattenersi e disse: «Devono essere le campane del
matrimonio del capitano Ware».
L’aveva detto. Le sue due sorelle si coprirono la bocca aperta in un sorriso. Sembravano in
tutto e per tutto le ragazze più orribili della scuola. «E perché mai dovrebbero?», chiese il signor
Morpurgo assente.
«Marguerite sta dicendo sciocchezze», disse la signora Morpurgo. «Sta parlando di qualcuno
che si sposa a Pau, non a Londra».
«Sì», disse Marguerite, «ma il giorno è proprio oggi, non è vero?».
«Chi è il capitano Ware?», chiese il signor Morpurgo. Era fatto così. Se sentiva un nome,
qualsiasi nome, voleva sapere tutto della persona che lo portava.
Marguerite esitò. Gli occhi scintillanti di sua sorella le diedero il coraggio di proseguire. I
suoi risposero: «Oh, cara, se credi che non lo farò, ti sbagli!». Continuò con la superficialità della
malizia: «Ecco, è quell’affascinante capitano che ci ha dato lezioni di equitazione per tutto il
tempo in cui siamo rimaste a Pau. Siamo diventate sue grandi amiche», aggiunse schietta, «e
siamo state così sorprese una quindicina di giorni fa, quando ci ha annunciato che avrebbe
sposato la figlia del ricco proprietario dell’albergo in cui soggiornavamo. Non aveva detto una
parola sull’argomento prima di allora, aveva aspettato che venissero spediti gli inviti. Siamo state
invitate anche noi», disse, come se fosse il tocco finale della sua arguzia.
La governante rialzò di scatto la testa. Non aveva più l’aria di un’imbrogliona; emise un
suono che non era “zitte”, ma un volgare grido di nobile disgusto, come quello che avevo sentito
una volta per strada da una donna che aveva visto un ubriacone barcollare e travolgere un
bambino terrorizzato. Le tre ragazze avevano tenuto lo sguardo fisso sul piatto, gli angoli della
bocca piegati in una smorfia, senza limitarsi a godere del dolore della loro vittima, ma
rivestendosi di quel godimento come fosse una maschera per ferire la vittima una seconda volta.
Assomigliavano in tutto e per tutto alle peggiori tra le nostre compagne di scuola. Ma
l’espressione di disprezzo della governante, che sembrava a malapena trattenersi dallo sputare, le
fece irrigidire dal terrore per un istante. Si voltarono verso il padre come se si aspettassero che
lui le proteggesse dalla rabbia di lei, ma i suoi occhi erano fissi sul volto di Stephanie. Credo che
fosse sbigottito perché lei non si era rivelata diversa dalle sorelle. Poi volse lo sguardo alla
signora Morpurgo, che in un attimo era passata dal ruolo di persecutrice a quello di vittima. Non
aveva più niente di terribile. Cercava di continuare a mangiare, ma le risultava impossibile
deglutire, e dopo qualche istante posò coltello e forchetta e rimase immobile, il mento sollevato e
le palpebre abbassate come fanno le persone quando cercano in tutti i modi di trattenere le
lacrime.
«Come vorrei», disse il signor Morpurgo a mia madre, «che vedeste mia moglie a cavallo.
Non ho mai visto una donna più attraente in abito da amazzone. Nemmeno l’imperatrice
d’Austria. Cara Herminie, sono così contento che tu sia tornata a casa, così quando mi vanto di te
le persone si rendono conto che non sto esagerando. Ora, Weissbach, dicci del tuo Lorenzetti».
Dopo pranzo l’atmosfera creatasi c’indusse a pensare che tutto sommato ci saremmo divertiti.
Attraversammo il pianerottolo e andammo in una biblioteca, la prima di una lunga fila di piccole
stanze che correvano lungo un lato della casa. Una volta lì il signor Morpurgo disse a Richard
Quin: «Immagino ti farebbe piacere stare qui e dare un’occhiata ai libri, vero?». Richard Quin
annuì. Era molto pallido, il che era strano, perché di solito quando capitava qualcosa di
spiacevole riusciva a farlo sparire dalla sua mente con una specie di gioco di prestigio. Certo
però era difficile far scomparire la signora Morpurgo e le sue figlie. «Su quello scaffale», disse il
signor Morpurgo, «c’è una Liturgia delle Ore con delle illustrazioni deliziose. Siediti pure su
quello sgabello e guardale. Oppure prendi quello che vuoi dagli scaffali, e suona se sono volumi
troppo pesanti per servirti da solo». Cinse con il braccio le spalle di mio fratello e per un
momento li vidi come due uomini che si tengono stretti in una famiglia con troppe donne per
trovare conforto reciproco. Noi proseguimmo attraverso un’altra stanza nella quale erano
allineate una dopo l’altra delle vetrinette piene di statuine di porcellana, e arrivammo in una
stanza d’angolo completamente inondata dalla luce che proveniva dalle finestre dei due muri
portanti e tappezzata con della seta di un colore tra il grigio e il blu. C’erano delle sedie molto
comode in quella stanza, e noi ci accomodammo a bere caffè nero – che non mi piacque affatto –
in piccole tazze rosso rubino incrostate d’oro che invece erano davvero bellissime. Le tre ragazze
Morpurgo sedevano dall’altro lato della stanza in un silenzio avvilito e irrequieto. La governante
non era con loro. Si era allontanata quando eravamo sul pianerottolo, e l’avevamo vista correre
su per le scale, i gomiti ben lontani dal corpo mentre sollevava la gonna per non essere
impacciata sugli scalini, con un vigore e una libertà nei movimenti che la facevano somigliare
alla moglie di un pescatore e che non aveva affatto lasciato trapelare quando era entrata
silenziosamente nel soggiorno. La signora Morpurgo prese la tazza e bevve il suo caffè vicino
alla finestra, sporgendo la testa come per guardare qualcosa in strada.
Il signor Morpurgo appoggiò la tazza e disse al domestico: «Per favore prepara il cavalletto,
ma prima chiedi al signor Kessel di essere così gentile da venire qui», e ci disse pieno di allegro
compiacimento: «Forse questa vi può sembrare una stanza noiosa, ma è stata progettata per uno
scopo speciale. Vi arriva aria fredda da nord e da est, e ha muri e tappeti di un colore indefinito,
in modo che un oggetto vi spicchi abbastanza chiaramente, senza che il riflesso di altri colori
interferisca con il suo. E vi ho portato qui perché volevo che vedeste alcuni pezzi della collezione
iniziata da mio padre e mia madre. Ma non sarò io a esporvi le cose che amo di più, perché
Herminie ne sa più di me al riguardo. Mia cara, dovresti mostrare loro la collezione di Chelsea e
Bow di mia madre, hai una sensibilità più raffinata per queste cose di quanta non ne abbia io».
La signora Morpurgo si voltò. «Spiacente, è fuori questione!», esclamò. Con mia grande
sorpresa, non era più degna di pietà ora, ma era tornata nuovamente a strepitare come un corno, e
non si era abbandonata al dolore mentre teneva il volto nascosto contro la finestra, stava solo
recuperando la capacità di sorprendere con la sua insolenza. «Assolutamente no! Vorrei proprio,
ma le ragazze e io dobbiamo andare a una festa di beneficenza a Gunnersbury Park. I Rothschild,
sa», spiegò alla mamma, dando così a intendere di essere sicura che la mamma non lo sapesse.
«È a favore di quei poveri cavalli da qualche parte nel mondo. I Rothschild sono grandi
appassionati di cavalli. Ho assicurato la mia presenza con così largo anticipo che ora non posso
rimangiarmi la parola». Poi fu come se non riuscisse a tenere nascosti i suoi pensieri più intimi,
nemmeno quando era evidente che avrebbero recato danno maggiore a se stessa piuttosto che
agli altri presenti. Dalla sua espressione era evidente che aveva mentito, sapeva che suo marito
l’avrebbe capito, e perciò ora stava improvvisando. «A dire il vero», disse, «questa è una
punizione perché sono stata disonesta. Ho scritto loro da Pau per dire che sarei andata a questa
maledetta festa, pensando che non ci fosse l’ombra di una possibilità che fossi di ritorno prima di
mesi, a causa della malattia della mamma. Confidavo che a tempo debito mi avrebbero
considerata una donna di buon cuore, e avrei avuto una scusa perfetta perché sarei stata laggiù
nei Pirenei, lontana centinaia o forse migliaia di miglia. E invece eccomi qui, e la signora
Rothschild ha telefonato due volte perché ha letto sul “Times” che sono di nuovo a Londra. Non
posso deluderla, non posso davvero». Fece una pausa, del tutto rilassata. Ma dal momento che il
signor Morpurgo non faceva niente per interrompere quel silenzio, i suoi bei lineamenti si
alterarono un’altra volta. «Spero che tu non abbia intenzione di affermare», disse con asprezza,
«che siamo nella posizione di snobbare i Rothschild! E dobbiamo partire presto, ci vogliono ore
per arrivare a Gunnersbury». Fece appello a mia madre in cerca di solidarietà: «Non è una
scocciatura quando gli amici non vivono né in campagna né in città? Bisogna prendere la
macchina per un viaggio che andrebbe fatto in treno, ma i treni non arrivano in quelle località dei
sobborghi. Bene, dobbiamo andare ora. Sono certa che capirete, signora Aubrey. E tu dovresti
fare lo stesso, Edgar». Di nuovo, si aveva come l’impressione che fosse impaurita dal prolungato
silenzio del marito. «Ti avevo già detto tutto. Tempo fa, ne sono certa. Ti avevo detto che mi ero
presa un impegno per il primo pomeriggio. Te l’avevo detto subito, fin dall’inizio, ti ho detto “il
pranzo, il pranzo sì, posso farcela, ma poi dovrò partire subito dopo”».
«Non me lo ricordo», rispose il signor Morpurgo in tono abbastanza affabile. «Ma va bene,
vai pure. Ce la caveremo anche da soli. Ho mandato a chiamare il signor Kessel, e lui si prenderà
cura di noi, e il signor Weissbach», disse sorridendo, «potrà colmare le lacune. Quindi tu e le
ragazze potete salutarci e andare da quei poveri cavalli, offrendo loro ciò che avreste potuto dare
a noi».
«Non è necessario che me ne vada subito», disse la signora Morpurgo, improvvisamente
timida.
«Oh no, è meglio che non aspetti un altro minuto», le disse il marito. «Gunnersbury Park di
sicuro è molto lontano, come dici tu, e se ritardi la partenza poi disturberesti gli Aubrey una volta
che si saranno accomodati per vedere la collezione».
Quando lei e le figlie se ne furono andate, il luogo e il momento si rivelarono per quello che
erano. Guardando dalle finestre ci rendemmo conto della bella giornata e di quella brutta grande
casa, così ben ripartita in spazi capienti che aveva pretese di essere un palazzo ma che risultava
qualcosa di meglio, un complesso di credenze stipate di barattoli di una confettura celestiale.
«Mio padre e mia madre collezionavano ogni sorta di oggetto, tranne i quadri, a eccezione di
quelli che portavano dal continente di ritorno dai loro viaggi; gli altri li ho scovati io», disse il
signor Morpurgo tutto soddisfatto. «Ma continuo a mantenere le collezioni originali, le
incremento persino, mi piace fare in modo che le cose continuino. È necessario», sospirò, «fare
in modo che le cose continuino. Ci sono i bronzi, io sono appassionato di bronzi. Sono un po’
ovunque in casa. Quando vedi un bronzo in giro, Rose, vai e guardalo da vicino, con ogni
probabilità si tratta di un bell’oggetto. C’è una copia di una Andromeda classica, fatta da un
uomo chiamato Bonacolsi detto l’Antico, che lavorava a Mantova, e ha qualcosa in più
dell’originale. E ho una stanza piena di stampe, ma non credo che quelle vi interessino, anche se
forse lo penso solo perché non interessano a me per primo. Mio padre le amava, ma lui della
stampa amava anche i procedimenti tecnici mentre io li odio. La prima impressione, la seconda
impressione, la terza impressione, tutto ti mette a contatto con le tribolazioni dell’artista. A me
piacciono gli oggetti che ti danno l’illusione di essere stati depositati belli e pronti come un uovo.
Non siete d’accordo, signor Weissbach?».
«Certo che lo sono», rispose lui. Ma era in uno stato tale da concordare su qualsiasi cosa. Non
appena gli era stata consegnata la sua tazza di caffè si era seduto vicino a Cordelia, e di minuto in
minuto era diventato sempre più allegro e roseo in viso, mentre lei aveva assunto il ruolo che era
stato suo sul palcoscenico, ed era diventata una bambina altera e sognante, inconsapevole della
sua bellezza e terrorizzata all’idea che qualcuno potesse essere scortese con lei dal momento che,
per quel che ne sapeva, non aveva fatto niente per meritarsi la cortesia. Si alzò e disse alla
mamma: «Col vostro permesso porterò la signorina Cordelia − che nome delizioso! − nella
stanza accanto per mostrarle alcune porcellane inglesi». La mamma acconsentì senza grande
entusiasmo, poi emise un debole gemito quando Weissbach si girò accompagnando Cordelia
oltre la soglia e dicendo in tono brillante: «Sento di fare qualcosa di davvero appropriato, ci sono
almeno due graziose porcellane che dovrebbero essere proprio nello stile della signorina
Cordelia».
In quel momento ritornò il valletto con il signor Kessel, un uomo piccolino vestito di nero,
che fece un inchino ossequioso al signor Morpurgo e poi lo fissò con i piccoli occhietti tirannici.
No, non aveva portato il Gentile da Fabriano, non era sicuro che quello fosse proprio il quadro
desiderato. Era imbronciato come un bambino al quale viene chiesto di condividere i suoi
giocattoli con qualcuno. Mentre si voltava per andare a prendere il quadro, il valletto cominciò a
montare il cavalletto e il signor Morpurgo chiese se fosse possibile metterlo più vicino alla
mamma in modo che lei non dovesse lasciare il divano per guardarlo. Il signor Kessel si fermò
sulla soglia per dire che il valletto aveva cominciato a montarlo nel punto esatto in cui – come
era stato stabilito dopo varie prove fatte nel corso dei primi cinque anni dalla fine dei lavori di
costruzione della casa – un quadro poteva essere visto nelle migliori condizioni possibili, e che
se il signor Morpurgo aveva una qualsiasi ragione per pensare che ci fosse un punto migliore, lui
sarebbe stato felice di saperlo. Il signor Morpurgo si affrettò a dire che non importava dove fosse
il cavalletto, e la mamma disse che non aveva problemi a spostarsi, ma il giovane valletto era
infastidito e non riuscì a trattenersi dal fare schioccare la lingua.
Appena il signor Kessel se ne fu andato, il signor Morpurgo disse a bassa voce al valletto:
«Ah, Lawrence, ricordati che un giorno sarai vecchio anche tu», e quando fummo soli disse:
«Cosa mai devo fare con Kessel? È una vera piaga per quel che riguarda la casa, e non so cosa
fare con lui. È una strana storia la sua. È un russo di ascendenza tedesca, il bisnipote di un
argentiere di Dresda partito per la Russia insieme a un gruppo di artigiani chiamati da Pietro il
Grande. Ma io non posso rimandarlo in Russia, perché ormai sono passati quarant’anni da
quando è partito e nessuno di quelli che conosceva sarà più vivo ormai. Ha lavorato nel ramo di
famiglia da Fabergé, e poi è stato spedito qui per consegnare all’ambasciata russa un nuovo
servizio da tavola in argento realizzato da Fabergé e per eseguire alcune riparazioni a un famoso
servizio da tavola di loro proprietà, una cosa splendida ornata di elefanti. L’Inghilterra gli è
piaciuta così tanto che ha deciso di restarci: ha lavorato per un po’ da Spink e si è interessato a
ogni genere di opera d’arte al di fuori del suo ramo, e a un certo punto si è presentato a mio padre
e mia madre per vedere le loro collezioni. Questo accadeva quando ancora avevamo la nostra
vecchia casa di Portman Square. Vorrei non l’avessimo mai lasciata. Vi ho detto perché mio
padre ha fatto costruire questo casermone, e che merita rispetto, tuttavia non sono mai stato del
tutto contento di stare qui. Ma quello che mi ha sempre divertito della storia di Kessel è che
abbia deciso di rimanere in Inghilterra dopo quindici giorni trascorsi a Stoke Newington, dove lo
aveva alloggiato l’ambasciata russa in modo che potesse stare vicino a un certo laboratorio
specializzato. Penso che questa sia la sola occasione in cui il fascino di Stoke Newington sia
riuscito a far perdere a qualcuno l’attaccamento alla terra natale. Ma che sciocco sono! Kessel
probabilmente è rimasto qui non perché amava Londra, ma perché gli è accaduto qualcosa che
gli ha fatto odiare San Pietroburgo. Clare, perché vi state dividendo in due fin quasi ad aprirvi a
metà per cercare di sentire quello che dico e allo stesso tempo prestare un’attenzione spasmodica
a quello che vedete nello specchio?».
«Edgar, dovete perdonarmi», disse la mamma con un filo di voce, «mi dispiace per quel
povero russo ed è meraviglioso sentire le attenzioni che riservate a tutte le persone che vi sono
vicine, ma la porta che dà sulla stanza accanto è aperta e posso vedere il riflesso di Cordelia e del
signor Weissbach, e sento che non dovrei staccare gli occhi da loro; può darsi che lui sia una
brava persona, sono sicura che lo è, ma assomiglia in modo così incredibile a re Edoardo».
«Clare, Clare», rise il signor Morpurgo, «voi non capite i vostri figli. Sapete che Cordelia è
una giovane fanciulla proprio a modo, ma non sospettate, credo, che è anche un pugile
professionista sotto mentite spoglie, e metterebbe di certo al tappeto il signor Weissbach se lui
dovesse offendere il suo senso del decoro, e avrebbe fatto lo stesso con re Edoardo se lui se lo
fosse meritato. Ma il signor Weissbach non farà niente che non dovrebbe perché spera di
vendermi un gran numero di quadri. La virtù di Cordelia è custodita non solo dalla sua stessa
ferocia, ma da una quantità di fiorentini e senesi morti tanto tempo fa, che se fossero vivi
probabilmente non militerebbero nel suo campo. Comunque mi siederò accanto a voi e li terrò
d’occhio, proprio nel caso in cui il povero Weissbach dovesse perdere la testa e farsi rompere
due costole e la clavicola».
Si versò un’altra tazza di caffè e si sedette sul divano, stava ancora ridendo. «Clare, è così
piacevole stare con voi, mi dimentico di tutte le mie tribolazioni. È proprio come il primo giorno
in cui incontrai tua madre, Rose. Mi rimise di buon umore in un momento in cui mi sentivo
proprio triste. Te l’ha mai raccontato?».
«No, vi prego, raccontatemelo ora», risposi curiosa, e la mamma si chinò in avanti con
interesse. Lui accennava spesso al loro primo incontro, e lei non se lo ricordava affatto. Ma
evidentemente eravamo destinati a non essere mai illuminati in proposito. La signora Morpurgo
era di nuovo con noi.
«Siedi, mia cara», disse il marito.
Lei rimase in piedi. «Volevo», disse esitante, «spiegarti una cosa che forse ti ha lasciato
perplesso a pranzo».
«Non ricordo niente di quanto accaduto a pranzo che io non abbia compreso perfettamente»,
disse il signor Morpurgo.
«Le ragazze ridacchiavano», disse la signora Morpurgo, mestamente.
«Ebbene, Herminie, non ti sarai data il disturbo di tornare per parlare di questo!». Alzò su di
lei uno sguardo tenero. Non poteva sopportare che lei fosse triste. «Sì, stavano ridacchiando, e
non mi è piaciuto. Era una qualche storiella segreta tra loro e ho il sospetto che non si tratti di
una bella cosa. Ma non c’era motivo perché tu ritornassi sull’argomento».
«Ma ci tenevo a spiegarti di cosa si tratta», disse sua moglie. «Sapevo che ne saresti stato
infastidito, chi non lo sarebbe? Ma era semplicemente una sciocchezza da scolarette. Marguerite
e Marie Louise hanno tormentato Stephanie per mesi perché dicevano che si era innamorata del
capitano Ware. Era un tipo affascinante. A modo suo. E volevano far credere che lei fosse
sconvolta quando lui all’improvviso ha annunciato che stava per sposarsi. Inutile dirti che è stata
una cosa da niente. Davvero».
Il signor Morpurgo non replicò, e la signora Morpurgo rimaneva lì in piedi in mezzo a noi,
ondeggiando avanti e indietro sui suoi tacchi alti. «Pensavo che sarebbe stato meglio dirti cosa
c’era dietro a questa storia», disse.
«Non vuoi sederti, Herminie, mia cara?», disse alla fine il signor Morpurgo. «Mi spiace che
tu ti sia tormentata per questa faccenda. Hai torto, davvero, se pensi che non avessi capito cos’è
accaduto. Gli insegnanti di equitazione fascinosi sono sempre esistiti e sempre esisteranno, e
hanno il diritto di esistere, perché raddrizzano la bilancia della natura, che pende troppo dall’altra
parte. Ti assicuro che non sono arrabbiato con Stephanie per il volo della sua fantasia. Mi spiace
solo che abbia dovuto soffrire. Perché so bene che non mi stai dicendo la verità».
La signora Morpurgo lo guardò strabuzzando gli occhi.
«Penso che Stephanie fosse innamorata del capitano Ware», disse lui.
«No, è stata una cosa da niente», ripeté lei.
«Lo penso anch’io», disse il signor Morpurgo, sorridendo. «È stata una cosa da niente. La
mia povera bambina era innamorata del suo insegnante di equitazione. E queste sono cose da
niente».
Lei continuava a guardarlo con espressione dubbiosa, oscillando avanti e indietro.
«Herminie», disse il signor Morpurgo parlando lentamente, con delle pause tra una parola e
l’altra, nello stesso modo in cui la nostra insegnante di matematica si rivolgeva ai suoi alunni
meno dotati, «te l’assicuro, non c’è alcun bisogno che tu ti dia pena oltre per questa faccenda, per
quel che mi riguarda. Ci sono cose così tristi che quando capitano alle persone che amiamo non è
possibile arrabbiarsi. Voglio dimenticare di avere udito anche solo il nome del capitano Ware, e
spero che anche Stephanie se lo dimentichi presto. Il mio unico dispiacere è che lei ci metterà più
tempo di me a dimenticarlo. Perché so che delusioni come queste richiedono tempo per guarire».
Sua moglie continuava a tacere, e lui sospirò e proseguì: «Ora vieni a sederti con noi.
Manderò Manning a chiedere a Mademoiselle di portare le ragazze a Gunnersbury Park senza di
te, e avrò il piacere della tua compagnia, che mi è mancata così tanto quando eri a Pau».
«Non posso farlo», disse la signora Morpurgo. Era perplessa. Di sicuro quello che lui voleva
dire realmente era un’altra cosa.
Avrebbe fatto meglio ad allontanarsi da lui il più velocemente possibile prima di restare
intrappolata nel suo comportamento incomprensibile. Ritornò di colpo nel ruolo della donna di
mondo. «Lady Rothschild mi starà aspettando, e non c’è gusto a offendere le persone, bisogna
pur sempre convivere con loro».
«Tutti mangeranno le fragole con la panna in piattini di vetro sotto un gazebo, con o senza di
te», disse il signor Morpurgo, «ma la signora Aubrey e Rose e io non saremo felici allo stesso
modo se tu non sarai seduta vicino a noi».
La signora Morpurgo ricorse di nuovo alla sua affettazione e si finse sorpresa. «Sono
lusingata», disse alla mamma, «che mio marito abbia una tale passione per la mia compagnia.
Ma mi chiedo perché debba bruciare proprio questo pomeriggio tra tutti i pomeriggi, quando i
miei amici mi stanno aspettando a qualche miglio da qui».
«Il punto è», disse seccamente il signor Morpurgo, «che è proprio un pomeriggio tra i
pomeriggi».
Lei era di nuovo l’allieva un po’ tarda che fissava la lavagna.
«Non che», proseguì lui ancora più seccamente, «sia capitato qualcosa mai capitato prima.
Ma noi ci comporteremo come se non fosse successo niente, come se Stephanie non fosse stata
più avventata di quanto io abbia il diritto di aspettarmi».
«Ti ho detto che non c’è stato niente», disse ancora una volta lei, perplessa.
«Sì, sì, lo prendo per vero», replicò lui. «E ora siediti, mia cara. Prima voglio mostrare agli
Aubrey alcune delle tue cose, e quindi sarebbe gentile da parte tua mostrare loro i tuoi quadri e il
tuo salotto, che non hanno avuto il tempo di ammirare prima di pranzo. Poi torneranno a
Lovegrove, e noi avremo l’ultimo scampolo del pomeriggio da passare insieme».
Un’espressione di terrore le attraversò il volto. «Ti ho detto», disse, «che Lady Rothschild mi
ha telefonato più di una volta. Vuole che io faccia qualcosa di speciale a quella maledetta festa».
«Le ultime ore del pomeriggio sono sempre le più incantevoli», disse il signor Morpurgo, «e
non parleremo di nulla che sia seccante. Saremo piacevolmente liberi, come due cavalli in un
campo».
«Due cavalli!», disse la signora Morpurgo. «Sarebbe delizioso, certo. E i Rothschild ci
amerebbero ancora di più per questo. Ma non siamo cavalli, mio caro Edgar, e abbiamo dei
doveri che i cavalli non hanno».
«Non resterai con me nonostante io lo desideri così tanto?», chiese suo marito.
«Se mi è possibile esporvi i miei programmi», disse la mamma, mentre la signora Morpurgo
scuoteva la testa, «penso che, per quanto bella sia la vostra casa, e per quanto siamo felici di
essere qui, non abuseremo così tanto del tempo di vostro marito, come lui propone». Le si
illuminò il volto dal divertimento. «Sotto un certo aspetto, uno solo, assomiglio a Lady
Rothschild. Anche io abito molto lontano. Penso che dovremmo partire immediatamente».
«No, non subito», disse il signor Morpurgo. «Casa vostra è piuttosto lontana, ma c’è ancora
tempo, Clare. È Herminie che sta esaurendo il suo».
«Sì, passo le mie giornate a correre avanti e indietro», disse la signora Morpurgo. «Questo è
il motivo per cui mi lamento in continuazione, e non migliorerò certo le cose venendo meno a
una promessa».
«Hai meno tempo a tua disposizione di quanto pensi», disse il signor Morpurgo. «Stai con me
questo pomeriggio o no?».
Fino a quel momento aveva parlato in tono calmo e monocorde, ma ora aveva una voce
stridula e tesa, che in un uomo così grasso suonava strana. Fu allora che la signora Morpurgo
sciolse le sue perplessità e si sentì saldamente padrona della situazione. Per lei, le richieste che
venivano dal profondo del cuore andavano rifiutate. «Ho già detto chiaramente, caro Edgar»,
rispose in tono trionfante, «che Gunnersbury House è il luogo in cui ho promesso di essere
questo pomeriggio, e come tutte le brave persone mantengo le mie promesse».
Si allontanò da noi come se il piacere che provava nel negare a suo marito ciò che lui
desiderava fosse così forte da non poter fare a meno di riconoscerne lei stessa la grossolanità e
desiderasse nasconderlo. Si diresse alla porta, proprio mentre il signor Kessel rientrava
trascinando i piedi, con un sorriso appena accennato e in mano un dipinto ricoperto da un panno,
con un’aria solenne. La signora Morpurgo indietreggiò, chiocciando maliziosa. «Cos’è questo?
Uno dei tesori di mio marito tirati fuori appositamente per il vostro diletto, signora Aubrey?
Spero che saprete commentarlo nel modo giusto, altrimenti la smetterà di adorarvi». “Come fa
ora per motivi inspiegabili”, sembrava voler aggiungere il tono della sua voce. «Ora, mi chiedo
di quale tesoro si tratti», sbottò. «Non posso resistere!». Ma la sua curiosità non poteva essere
soddisfatta immediatamente. Il vecchio Kessel si fermò e strinse ancora più a sé il dipinto, come
un bambino i cui giochi siano stati interrotti da un compagno più forte e più rude e che tema per
la sorte dei suoi giocattoli.
«Siete stato velocissimo, signor Kessel», disse il signor Morpurgo, e si alzò per prendere il
pannello, metterlo sul cavalletto e scoprirlo. Il signor Morpurgo era alto più o meno quanto il
cavalletto, e quando allungò le braccia per appoggiarvi il dipinto aveva un aspetto comico, come
di una tartaruga capovolta. La signora Morpurgo fu attraversata da un fremito di rabbia. «Oh, i
tuoi fiorentini, i tuoi senesi, i tuoi umbri!», esclamò. Aveva messo da parte ogni affettazione.
Questo era odio genuino, brama di distruggere qualunque cosa fosse vicina all’oggetto del suo
odio. Ma anche quel momento passò. Rimase in piedi, alzando e abbassando le sopracciglia
mentre il signor Morpurgo parlava del suo quadro. «Non un grande capolavoro, lo riconosco,
anche se il signor Weissbach non lo ammetterebbe mai. Non come il Simone Martini che vi ho
mostrato sulla scala. C’è un’aria come da finale allegro di una storia. Ma è delizioso. Vero,
Clare? Guardi l’oro pallido di cui parlavo. Questi uomini con le corone dorate, i cavalli che
ruminano alle loro spalle coi finimenti dorati, le donne e i bambini che siedono nella casa
diroccata con le aureole dorate intorno alla testa. E sopra le colline, sullo sfondo, c’è il cielo
notturno, e dietro ancora il firmamento, che ha un accenno di oro. È un modo squisito per
sottolineare gli elementi davvero importanti della storia: il potere, le trappole, ciò che è davvero
reale».
Fummo interrotti da un grido della signora Morpurgo. Agitava le mani in un movimento che
esprimeva una grazia violata, un gesto così ampio da includere nella sua protesta il quadro, suo
marito e la casa decorata intorno a noi. «Credo», disse a suo marito, «credo davvero che tu ami
questi quadri solo perché c’è così tanto oro».
«No, devi andare», disse il signor Morpurgo. «Devi veramente andare ora. Devi partire per
Gunnersbury Park».
«Per quale motivo?», chiese sua moglie. Questa volta era realmente sorpresa.
«In cerca della santa povertà, suppongo», rispose lui.
Non riusciva a capire cosa intendesse. «Come cambi rapidamente!», disse con tono di
rimprovero. «Un minuto fa sembravi sul punto di cadere in ginocchio davanti a me per il
desiderio di tenermi qui».
«Ma tu hai lasciato scadere il tuo tempo», disse lui. «Ora devi andare».
Ripeté quelle parole dentro di sé più volte; si poteva vedere il movimento delle sue labbra. A
dire il vero, lui non aveva detto di essere arrabbiato con lei; ma lei non poteva fare a meno di
sospettare che lui potesse non essere contento. Si fece tutta gentile con lui, assumendo un’aria
arrendevole che le fioriva dolce in viso come un bocciolo sul pesco. Ma lui teneva gli occhi fissi
sul quadro. Lei scosse la testa e scrollò le spalle, salutò di nuovo distrattamente mia madre e me
e se ne andò. Le porte delle stanze erano tutte aperte, e io la osservai mentre attraversava la
stanza delle porcellane, la biblioteca dove Richard Quin stava leggendo, l’anticamera più oltre.
Prima di uscire sulla scala, si fermò e volse uno sguardo indietro, piccola alla fine della lunga
striscia lucida di parquet. Tutto quello che si poteva distinguere di lei a quella distanza erano
l’enorme cappello, i capelli luminosi che vi si celavano sotto e le forme decisamente femminili;
ma anche così, la sua figura sembrava esprimere una promessa di tenera quiete e cure
disinteressate: era difficile credere che un’ora trascorsa con lei potesse essere meno piacevole di
una crociera sul mare calmo in un giorno di cielo sereno. Fece tuttavia un movimento leggero ma
sgraziato e stizzoso con la testa e le spalle, e si girò su se stessa, con la gonna ampia che si
muoveva più lenta dei suoi fianchi, e sparì oltre la soglia. Sapevo con certezza che non l’avrei
più rivista. Mia madre, il signor Morpurgo e il signor Kessel stavano contemplando in silenzio il
quadro italiano. Si sentivano le voci del signor Weissbach e di Cordelia nella stanza accanto: la
voce rapida di lui che mormorava domande e le sue risate piene, e i sì e no secchi con i quali lei
cominciava le sue risposte. Fuori, nelle strade, si udivano gli zoccoli dei cavalli sull’acciottolato,
lo stridere dei clacson delle macchine e, come un ronzio nell’orecchio, il rumore del traffico più
lontano. Ero triste come non avrei mai creduto di poter essere fuori da casa mia.
In quel momento fummo raggiunti dal signor Weissbach e da Cordelia. Con un inchino
ampio fino alla vita, disse alla mamma che pensava che la sua affascinante figliola avesse un
gusto sicuro in fatto di arte, mentre Cordelia stava in piedi accanto a lui e si metteva i guanti con
aria compassata. «E per quel Lorenzetti?», chiese al signor Morpurgo. «Ho tenuto aperta la
galleria, nella remota speranza che voleste mettervi piede questo pomeriggio».
«È stato gentile da parte vostra», gli rispose il signor Morpurgo. «Odio aspettare, quando
vengo a sapere di un quadro. Ma ora non posso venire a vederlo».
«Perché no, Edgar?», disse la mamma. «Potrebbe essere piacevole, e non deve pensare a noi.
Noi stiamo andando a casa».
«Non è questo», replicò lui. «Il fatto è che non mi sento molto bene».
«Va bene, va bene», disse il signor Weissbach, annuendo. «La prossima settimana, magari.
Non lo farò vedere a nessun altro», aggiunse, con l’ovvia intenzione di fargli una gentilezza
particolare.
«Mi trattate sempre bene, Weissbach», disse il signor Morpurgo, «e vi sono molto grato per
gli oggetti meravigliosi che mi portate. Ma oggi non mi sento bene, e ho davvero parecchie cose
di cui occuparmi». Si strinsero la mano, e il signor Weissbach disse qualcosa di carino in tedesco
al signor Kessel, quindi se ne andò.
«Sedetevi e guardate il mio Gentile ancora un minuto, Clare», disse il signor Morpurgo, e ci
sedemmo tutti di nuovo. Ma il signor Kessel disse in tono polemico: «È una persona cortese, il
signor Weissbach. È sempre cortese. E non tutti i commercianti d’arte si danno la briga di essere
cortesi con il povero vecchio Kessel. Mai una parola dal signor Merkowitz, mai una parola dal
signor Leyden».
Il signor Morpurgo borbottò qualcosa e poi disse: «Lo so, lo so. Ma sono molto occupati, e se
ne dimenticano, non lo fanno perché vogliono essere scortesi. Vi assicuro che non è loro
intenzione».
«Forse sì, forse no», bofonchiò il vecchio Kessel, e la mamma urlò in tedesco: «Suvvia,
signor Kessel, il signor Morpurgo ha un mal di testa terribile».
«Ach, so», sospirò il poveretto. «Sì, sono molto occupati», disse dopo un minuto, e poi
tacque. Stavamo tutti fissando il quadro, quelle persone esauste alla fine del viaggio ma così
eccitate per quello che avevano trovato da non sentire più la fatica. Anche il modo in cui era
dipinta la notte esprimeva un senso di veglia innaturale ed estatica. Poi il signor Morpurgo, con
tono gentile e affettuoso, disse al signor Kessel di portare via il dipinto, come annunciando a quel
vecchio bambinone che il momento ludico era terminato e che era ora di riporre i giocattoli. La
mamma si alzò e li ringraziò entrambi e disse che adesso dovevamo proprio andare. Tornammo
nella stanza dove i pastori e le pastorelle di porcellana, le ninfe e i fauni con le loro pelli di
leopardo, le teiere, i vasi e le zuppiere stavano sugli scaffali illuminati nel bianco lucore dei loro
abiti di vernice, e il signor Morpurgo disse: «Nessuno li guarderà più oggi», e spense
l’interruttore, e gli oggetti persero la loro gloria e ritornarono a essere opachi nell’oscurità. In
biblioteca scoprimmo che Richard Quin si era stancato della Liturgia delle Ore e si era portato
un altro librone sul davanzale interno della finestra, ma poi si era stancato anche di quello,
l’aveva appoggiato a terra e ora stava fissando le cime degli alberi nella piazza sottostante. Girò
il viso triste verso di noi e il signor Morpurgo disse: «Portate le ragazze di sotto, Clare, Richard
Quin e io vi raggiungeremo tra poco, dobbiamo chiudere le vetrinette». Era pomeriggio, ma
sembrava che stesse chiudendo la casa in vista della notte.
Quando arrivammo in cima alle scale guardammo in basso verso il valletto e il maggiordomo
che stavano all’ingresso, stretti in un capannello a bisbigliare. Si separarono e rimasero un po’
distanti l’uno dall’altro sulle mattonelle bianche e nere, come pedoni sulla scacchiera quando la
partita volge al termine. Mentre stavamo sedute su una panca rinascimentale, riccamente
decorata ma dura, in attesa degli altri, riuscivo a sentire il respiro rapido e corto del valletto, il
più giovane dei due, che era in piedi accanto a me. Mi chiedevo se fosse ancora arrabbiato con il
vecchio Kessel o se l’intera casa sapesse che il signor Morpurgo era arrabbiato con la signora
Morpurgo. Il personale di servizio ovviamente era presente al pranzo, e lei aveva reso noto a tutti
quello che era successo dopo con l’espressività della sua partenza, con l’incedere giù per la scala
mentre il cappello le saltellava sull’enorme testa sprezzante, con il suo sfiorare le porte bronzee
come se non fossero ampie a sufficienza per lasciar passare la sua figura gonfia di indignazione,
dell’idea di aver subito un grave torto. I due uomini dovevano avere intuito la crisi, perché la
comparsa del signor Morpurgo e di mio fratello in cima alla scala li mise improvvisamente in
uno stato di febbrile agitazione e poi si irrigidirono. Era terribile che quel povero piccolo uomo
dovesse sopportare una tale pena di fronte a così tante persone: almeno la mamma non aveva
dovuto affrontare le angosce per gli azzardi di mio padre di fronte a una folla di gente. Alzai gli
occhi verso di lui piena di compassione, ma subito dopo il mio cuore si contrasse in uno spasmo
di gelosia. A una svolta della scala il signor Morpurgo e mio fratello si erano fermati e avevano
scambiato qualche parola annuendo, col fare di chi conferma un accordo, sorridendo come se si
volessero ancora più bene per quel motivo, e poi i loro volti erano tornati a essere inespressivi
mentre scendevano la scala. Mi si strinse il cuore. Amavo Richard Quin, e amavo Rosamund, e
stavo cominciando ad amare il signor Morpurgo come non avevo mai pensato di poter amare
qualcuno che non fosse della famiglia, ed ero felice che loro tre si amassero tanto. Ma al pensiero
dell’intesa tra Richard Quin e Rosamund e tra lui e il signor Morpurgo, intesa dalla quale io ero
esclusa, mi sentivo come esiliata in un luogo lontano, dove non potevo essere raggiunta
dall’amore. Mia madre si lasciò sfuggire un’esclamazione di sorpresa. «Come, Richard Quin è
più alto del signor Morpurgo!», esclamò. «Che strano che un ragazzino sia più alto di un adulto.
Ma naturalmente», aggiunse, facendo un’osservazione davvero stupida, «è una cosa che capita
spesso». Pensai che la sua fosse una strana osservazione, resa ancora più bizzarra dal fatto che il
tratto peculiare delle sue conversazioni era proprio un’esclusione quasi sistematica di ogni
ovvietà. Attribuii quel cambiamento alla sua angoscia, che aumentò quando il signor Morpurgo
si avvicinò e il maggiordomo, evidentemente pensando che sarebbe tornato con noi a Lovegrove,
gli si fece incontro e disse a mezza voce: «Mademoiselle desidera parlare con lei appena
possibile». Lui alzò lo sguardo verso la scala, e gli occhi di tutti noi si levarono con i suoi. Lì si
era palesata una figura che se ne stava ritta, la testa inclinata in avanti e le mani giunte sull’ampia
gonna nera, e in ogni tratto la minaccia che l’emozione accumulatasi rompesse gli argini. «Oh,
no!», gemette il signor Morpurgo: «Oh no!». Poi, una volta ripreso il controllo, ci disse: «È
un’eccellente creatura».
Quando arrivammo nella piazza con la Daimler del signor Morpurgo, la mamma esclamò:
«Oh, ragazzi, pensavo davvero che per voi questa sarebbe stata una gran gioia», e si levò il
cappello. A quei tempi, per una donna rispettabile, era un gesto davvero fuori dal comune da fare
fuori casa e mi aspettavo che Cordelia avrebbe protestato, ma quando disse: «Mamma», lo disse
con l’aria di chi vuole fare un annuncio importante. «Non ora, cara, non ora», disse la mamma
quasi impercettibilmente, afferrando il tubo per la voce. Se ne servì in modo così maldestro che
l’autista fermò la macchina e chiese, sorridendo, cosa potesse fare per lei. Era Brown, il più
giovane dei due autisti del signor Morpurgo. Noi preferivamo il vecchio McIver, che in
precedenza aveva fatto il cocchiere ed era solito far schioccare la lingua per incoraggiare o
trattenere la Daimler, ma anche Brown era una brava persona. Aveva fitti ricci castani, gli occhi
blu e i denti bianchi e forti, e sarebbe stato un uomo affascinante se non fosse stato per il collo
tozzo e lo sguardo iniettato di sangue.
«Per favore non portateci a casa», lo implorò mia madre. «Lasciateci in un luogo qualunque.
Ovunque! St James’s Park non è da queste parti? Lasciateci a St James’s Park».
«Sì, signora», disse Brown. «Ma dove esattamente?».
«Vicino a un’aiuola fiorita», sospirò la mamma.
Ci portò con la macchina lungo Birdcage Walk, ma lo fermammo prima di raggiungere le
aiuole perché avevamo visto la distesa argentea del lago dietro gli alberi, e le sue acque fresche
sembravano la giusta risposta alla signora Morpurgo. Ringraziammo Brown, lo salutammo e ci
incamminammo per il viale, con la mamma che emetteva gridolini di sollievo o di orrore al
ricordo, fino a che non trovammo delle seggioline verdi vicino alle sponde del lago, proprio nel
momento in cui alcune persone le stavano lasciando libere. «Che fortuna, con tutta la gente che
c’è oggi», disse la mamma, sedendosi, «e che pace, che calma. Oh, ragazzi, non avrei mai voluto
mettervi in una situazione del genere! Ma non potevo immaginare che sarebbero accadute cose
così fuori dall’ordinario, e forse sono accadute per uno scopo. Suppongo che presto o tardi
avreste dovuto imparare che ci sono mariti e mogli che non vanno d’accordo».
Parlò con quella specie di compiacimento delle donne felicemente sposate che si soffermano
sul destino delle sorelle meno fortunate, e dall’esterno questo poteva sembrare strano, dal
momento che lei era appena stata abbandonata dal marito.
Ma io capivo cosa intendeva dire. Mio padre l’aveva abbandonata non perché non l’amasse,
ma perché non amava la vita; e anche se ero consapevole del fatto che a volte tra loro c’erano
state discussioni lunghe e dolorose, perché dai nostri letti avevamo sentito la marea delle loro
voci dai toni bassi che andava e veniva nella stanza sotto la nostra fino alle ore piccole, si trattava
solo di disaccordi su questioni specifiche. Mia madre aveva ragione, era stata comunque una
donna fortunata.
«Mamma», ricominciò Cordelia, ma Richard Quin la interruppe.
«Dimentichiamoci di questa visita orribile», disse. «Non parliamo più di quella donna odiosa
né pensiamo a lei, non più di quanto faremmo nei riguardi di un ubriacone incontrato per strada».
«Oh, Richard Quin», disse la mamma, «non devi parlare di lei in questo modo, sei stato suo
ospite».
«No, sono stato ospite del signor Morpurgo», replicò Richard Quin. Fui sorpresa di vedere
che tremava, che aveva un’ombra bluastra intorno alla bocca e che teneva gli occhi bassi a terra
come se non si sentisse bene. Non lo vedevo arrabbiato da quando, ancora piccolo, odiava il
momento in cui gli venivano strappati i giochi perché andasse a dormire. «Il modo in cui si è
comportata la priva di qualsiasi diritto. Il signor Morpurgo le ha detto che sei infelice perché
papà se n’è andato via, e le ha chiesto di fare tutto il possibile per farti sentire meglio, e lei era
troppo stupida e troppo indifferente per ricordarsene, o peggio era troppo ubriaca, ubriaca di
stupidità e di malanimo. Mamma, promettimi che non ti avvicinerai mai più a lei».
«Spero davvero di non doverlo fare. Era spaventoso stare seduti in quella stanza piccolina e
sentire tutto quell’odio soffiato a pieni polmoni verso un’unica persona. E voi non avete sentito
quello che il povero, povero signor Morpurgo ha detto quando siamo partiti. “Spero che tornerete
ancora e condurrete Mary con voi”. Come può pensare che vogliamo tornare e sopportare tutto
una seconda volta? E portare Mary, la più sensibile tra tutti voi». Cordelia alzò la testa di scatto e
spinse in fuori il suo piccolo mento volitivo: era furiosa all’idea che uno di noi potesse essere
considerato più sensibile di lei.
«La povera Mary ci avrebbe messo settimane a lasciarsi alle spalle una cosa del genere,
mentre voi comincerete a stare meglio già prima di essere arrivati a casa», continuò la mamma,
senza rendersi conto che le sue parole, con le quali credeva di farci un complimento, avrebbero
potuto offenderci. «Ma sono sicura che il povero Edgar era convinto di quello che diceva, e so
che lo ferirò quando rifiuterò il suo invito, e forse ne intuirà il motivo, e questa è l’ultima cosa
che si deve fare: portare un marito a pensare male della propria moglie, o una moglie del marito.
Ma davvero non mi sarà possibile tornarci».
«Bene, non cambiare idea», disse Richard Quin. Si appoggiò allo schienale della sedia e si
guardò le mani, chiudendo e aprendo i pugni. «Comunque, può anche darsi che ci stiamo
preoccupando per niente. Lei non era contenta di averci come ospiti, e ora che ci ha visti sarà
ancora meno contenta di riaverci a casa sua. Cordelia e Rose sono molto più carine delle sue
figlie, e molto più giovani di lei, e tu sei la briscola che batte il suo asso. Oh, dieci a uno che non
saremo invitati una seconda volta».
«Richard Quin», esclamò la mamma, «come puoi essere tanto volgare? Sono sicura che
quella donna, per quanto idiota sia, non potrebbe mai fare pensieri così meschini. Le persone non
sono così nella vita reale. Lo sono solo nelle vignette del “Punch”».
«Mamma», intervenni io, «come fai a dirlo? Richard Quin ha perfettamente ragione. Era
ovvio che la signora Morpurgo fosse gelosa. Non hai visto come fissava Cordelia?».
«Quell’orribile donna ordinaria non ha alcuna importanza per me», disse Cordelia. «Ma,
mamma...».
«In ogni modo la signora Morpurgo non sarà in casa se saremo invitati una seconda volta»,
dissi io. «Credo che il signor Morpurgo divorzierà da lei».
«Oh, Rose! Rose!», gridò la mamma. «Ma che cosa vi ha preso? Parlare di divorzio davanti a
questo magnifico lago! Divorzio? Siete troppo giovani per pronunciare questa parola, e non c’è
ragione perché lo facciate, perché non ne sapete niente voi di queste faccende. Non avete mai
conosciuto persone divorziate. Non penso di averne conosciute nemmeno io, a parte Cosima
Wagner ovviamente, né penso che vi capiterà mai di conoscerne. E oggi non è successo niente
che possa giustificare la parola orribile che avete appena pronunciato. La signora Morpurgo è
stata sgarbata con noi, si è comportata in modo spiacevole con il povero Edgar, e certo non
riuscire ad apprezzare un marito come lui è la condanna peggiore per una donna. Era così
strano», aggiunse, con aria sognante, «che non volesse fare quello che lui desiderava. È un tale
piacere quando le persone alle quali si è legati vogliono che facciamo qualcosa. Vostro padre era
così assorbito dalla scrittura che raramente mi faceva delle richieste specifiche. Ma Edgar oggi
ha chiesto a sua moglie di stare a casa invece di uscire, e avrebbe dovuto essere un grande
piacere per lei. Ma a parte questo, Rose, la signora Morpurgo non ha fatto niente di male. Non
c’è stata l’ombra di nessuna delle cose che devono capitare perché si arrivi a un divorzio».
«Ma, mamma», protestai, «c’è stato il maestro di equitazione».
«Sì, mamma», disse Richard Quin. «Non hai capito la faccenda del maestro di equitazione?».
Guardavamo alla sua innocenza con qualcosa di molto simile allo stupore che provava lei di
fronte a un adulto più basso di un ragazzo.
«Mamma, cara, ci sono un mucchio di cose che noi non conosciamo», disse Richard Quin.
«Non saprei nemmeno da che parte cominciare se venissi coinvolto in una faccenda di divorzio,
né credo che Cordelia e Rose abbiano la minima idea di come si faccia. Ma a tutti noi è stata fatta
leggere la Bibbia, e la nostra casa è sempre piena fino a scoppiare di giornali, e abbiamo un’idea
sommaria del perché le persone divorzino. Si comincia con un flirt e si passa a
quell’imbrattamento di musi che i miei compagni di scuola chiamano baciare; e, mamma, hai
mai sentito parlare di una cosa chiamata limerick?».
«Certo», disse la mamma. «Edward Lear».
«No, non c’entra niente», disse Richard Quin. «Ma andiamo avanti. Quelle loro figlie
terrificanti, quando parlavano del capitano Pinco Pallino a Pau che si stava sposando, stavano
solo parlando a vanvera. Stavano solo facendo quello che si chiama stanare il topo dal buco.
Stavano dicendo a loro padre che la madre aveva flirtato con quel maestro di equitazione.
Stavano facendo la spia. Stavano facendo la spia sulla propria madre, con il padre».
Mia madre scoppiò a ridere, e aveva il tono squillante di una fanciulla. «No», disse, come se
fosse una ragazza che metteva a segno una vittoria su un ragazzo. «Ti sbagli. Ho cercato di non
ascoltare, ma è stata Stephanie a fare la sciocca col maestro di equitazione. Stephanie, la più
giovane, povera bambina».
«Chi l’ha detto?», chiese meravigliato Richard Quin.
«La signora Morpurgo», dissi io sprezzante. «Oh, mamma, ma come! Vedi», gli spiegai,
«mentre eri in biblioteca lei è venuta a raccontare al signor Morpurgo una storiella su come
Stephanie si fosse invaghita di quel capitano, e il signor Morpurgo quasi le dice di stare zitta, e
lei va avanti, e allora lui le dice che non ha importanza, e lei è così stupida da non capire che lui
le sta facendo una gentilezza. Ma mamma, tu avresti dovuto capire, avresti proprio dovuto
capire».
«No, cara, no davvero», disse la mamma, «di sicuro ciò che lo ha sconvolto era che lei
insistesse così tanto per andare a quella stupida festa, ed è stata così brusca a proposito di quei
meravigliosi quadri. Ma forse... oh, sì, dev’esserci stato qualcosa di più. Il suo comportamento
spiacevole non è cominciato dal nulla questo pomeriggio, era troppo brava, è evidente che abbia
fatto pratica con tutte le scale e gli arpeggi della villania ogni giorno della sua vita, lui dev’essere
abituato a sentirsi rifiutare da lei qualsiasi cosa confessi di poter gradire, e quelle stupidaggini sui
quadri sono qualcosa che lei deve aver tirato fuori altre volte, proprio come alcuni musicisti
suonano sempre lo stesso bis. Ma Edgar dava l’idea di essere stato colpito duramente in un modo
che non si aspettava. O forse è come dite voi», disse, e la voce le si spense nuovamente.
«Povero, povero signor Morpurgo», disse Richard Quin, «lui è così...», le parole gli morirono
in gola, e si passò la mano sulla fronte.
Cordelia interruppe il silenzio. «Mamma», disse.
«Sì, cara?».
«Mamma, ho capito cosa voglio fare nella vita».
«Come?», chiese la mamma incredula. «Durante quel pranzo? In quella casa?».
«Sì, mamma. Il signor Weissbach mi ha dato l’idea. Voglio diventare la segretaria di un
commerciante d’arte. Non semplicemente una dattilografa. Una specie di assistente. So
esattamente cosa fare. Mi procurerò tutte le informazioni domani stesso».
«Be’, Cordelia», mormorò mia madre. «Come sei determinata!». Poi divenne feroce, come
un’aquila che spiega le ali per difendere il suo nido e la sua prole. «Ma non puoi diventare la
segretaria del signor Weissbach. Te lo proibisco».
«Oh, no», disse Cordelia, con aria risoluta. «Non funzionerebbe. Ma lui spera che io lo
diventi, perciò mi ha spiegato esattamente che tipo di formazione devo avere, così potrò
servirmene per ottenere il posto presso qualcun altro».
Richard Quin scoppiò a ridere. «Cara vecchia Cordy. Ve l’ho sempre detto che non
dovevamo preoccuparci della vecchia Cordy».
«Vorrei che evitassi di chiamarmi così», disse lei, «e smettila di sghignazzare in quel modo
odioso. Mamma, il percorso di studi non dovrebbe essere molto costoso. Devo solo approfondire
le mie conoscenze di storia dell’arte, sembra che ci siano dei corsi appositi, e poi devo migliorare
il mio francese e il mio tedesco, che devono essere eccellenti, e iniziare a studiare l’italiano.
Lavorerò sodo e non ci vorrà molto. Sarò in grado di camminare sulle mie gambe prima ancora
di Mary e Rose».
«È straordinario», disse mia madre. «Davvero, è straordinario».
«Cosa c’è di straordinario?», chiese Cordelia seccata. All’improvviso appariva giovane e
tenera, più giovane di me e perfino di Richard Quin, e sembrava che stesse per scoppiare a
piangere. «Pensavo che saresti stata contenta», disse.
«Vecchia Cordy sciocchina, la mamma è così colpita che non riesce quasi a parlare».
«Sì, è meraviglioso», disse la mamma, «in mezzo a tutto questo, non posso fare a meno di
pensare a ciò che è successo come al suono del corno. Non mi è mai piaciuto il corno, è uno
strumento così grossolano, e quella donna era così grossolana, eppure eccoti lì, che facevi i tuoi
piani per il futuro. Ma, cara, voglio che sia chiaro, non è mia intenzione spingerti a fare una
scelta avventata solo perché tu possa guadagnarti da vivere. Sono altri i motivi da valutare. Sei
sicura che ti piacerà?».
«Sicurissima», disse Cordelia. «Ho sempre amato i quadri», aggiunse poi con aria sognante,
strizzando gli occhi come se ne stesse già osservando uno con occhio da esperto.
«Che meraviglioso e inatteso finale di giornata», disse la mamma. «Vedete, in fondo è stato
un bene che siamo andati a pranzo dal signor Morpurgo, tutto si è risolto per il meglio. Quando
abbiamo trovato queste sedie libere di sabato pomeriggio ho pensato che non fosse poi una
giornata così sfortunata come pensavamo. Mi domando quando sarai abbastanza preparata
perché valga la pena mandarti a Firenze. Molti dei quadri migliori sono lì o a Venezia. Ce ne
sono solo pochissimi a Roma, il che mi è sempre sembrato una vera benedizione».
«E perché mai?», chiesi.
«Perché quando si va a Roma non si ha mai voglia di stare al chiuso», rispose lei. «Oh,
ragazzi, che bello per voi avere tutta la vita davanti. Pensare a tutte le cose che vedrete e farete!».
Una famiglia di anatre ci passò accanto nuotando, perfettamente a proprio agio nella loro
liscia e lucente tenuta di piume dal taglio perfetto, alcune in tweed marrone, altre con indosso
una versione ornitologica di un abito da sera da uomo, bianco e nero, solo che lo sparato bianco
era nella parte inferiore del corpo e quindi le zampe palmate spuntavano gialle direttamente da
quella superficie bianca. Poi toccarono terra proprio sulla striscia d’erba davanti a noi e
trotterellarono via perdendo di colpo la loro aria sofisticata, avanzando in equilibrio incerto,
come dei grulli che non sanno bene dove andare. Erano esattamente come me. Capitava spesso
che in una situazione in cui non ero a mio agio improvvisamente non sapessi più cosa fare. Mi
sentivo una sciocca alla berlina del mondo intero. La mamma rise con tenerezza guardandole, e
rimpiangeva che non avessimo niente da dare a quelle goffe anatre, ma poi comparve un uomo
anziano con una busta di carta piena di pane e buttò loro delle briciole. Inciampò sulla sbarra di
ferro che segnava il confine del prato, e Richard Quin lo salvò da una brutta caduta. Lui ringraziò
nostro fratello e gli spiegò che la sua vista non era più buona come un tempo; e certo doveva
averla persa quasi del tutto, perché aveva gli occhi bianchi per la cataratta. Dopo aver dato il
pane alle anatre ci raccontò la storia della sua vita. Aveva combattuto a Ondurman, e il fatto di
essere stato nell’esercito partecipando a una famosa battaglia era indicativo della sua vecchiaia,
perché ora non c’erano più guerre, lo sapevano tutti. Poi ci salutò, e ci disse il suo nome, che era
Timothy Clark, di sicuro nell’esercito lo chiamavano Nobby Clark, tutti i Clark che avevano
prestato servizio ai suoi tempi erano dei Nobby Clark3. Noi gli dicemmo i nostri nomi e lui
commentò che un tempo conosceva qualcuno che si chiamava Rose come me. Quando se ne
andò rimanemmo lì in uno stato di pigra allegria, con quelle anatre ormai familiari e altre anatre
intente a disegnare punte di freccia sulla superficie luminosa dell’acqua; di tanto in tanto, i rami
sopra le nostre teste si muovevano, ma per la maggior parte del tempo lasciavano inalterato il
profilo delle ombre, come fossero una tenda che ci proteggeva; le persone che andavano e
venivano lungo il sentiero sull’altra sponda del lago sembravano spensierate, come tutte le
persone che non vediamo troppo da vicino. «È bello essere di nuovo in pace», sospirò la
mamma. Ma in quel momento sentimmo il rintocco di un orologio e lei disse: «Dobbiamo andare
a casa. Mary e Rosamund, Constance e Kate…». Ci alzammo; e Brown ci fu accanto.
«Siete pronta ad andare a casa ora, signora?», chiese.
«Ma... Brown?», esclamò la mamma. «Da dove siete arrivato?».
«Ero seduto dietro di voi», le disse. «Avevate detto che volevate stare qui solo per un poco,
perciò ho chiuso la macchina e vi ho seguiti».
«Molto gentile da parte vostra. Siete stato molto premuroso», disse la mamma. Disegnò
nell’aria un gesto di gratitudine con la mano, poi si fermò e lo trasformò in una specie di
benedizione. Avrebbe voluto dirgli quanto tutti noi eravamo rimasti turbati e perché avevamo il
desiderio di purificarci con una sosta al parco, ma era una cosa che non poteva essere fatta nel
corso di questa vita, bisognava attendere l’eternità. «Ma magari il signor Morpurgo voleva che
voi faceste altro!».
«Niente l’avrebbe reso più felice che incaricarmi di aver cura di voi, signora Aubrey», disse
Brown. Si tolse il cappello come se facesse un caldo insopportabile, anche se in realtà era una
giornata poco più che tiepida. «Ha molta considerazione per voi, il signor Morpurgo. E oggi
vorrei proprio fare qualcosa per renderlo felice», disse con furia, «perché domani mi dimetto».
Mia madre gemette. «Oh, Brown, perché lo fate?».
Brown scosse la testa e non rispose. I suoi occhi non sembravano più iniettati di sangue, ma
gonfi di lacrime.
«Pensateci bene», lo avvertì la mamma. «Il signor Morpurgo ha molta stima di voi. Non solo
perché siete un bravo autista, anche se lo ripete spesso. Cielo, che ne sarà delle nostre strade! Ma
è anche perché voi gli piacete. Gli piace avervi intorno. Gli ho sentito dire le cose più belle di
voi. Apprezza molto il modo in cui vi prendete cura dei cani della signora Morpurgo».
«I barboncini!», esclamò Brown. Era sbalordito. Era come se si fosse dimenticato di loro fino
a quel momento, anche se era una delle prime cose che avrebbe dovuto prendere in
considerazione. «Sì, dovrò rinunciare ai barboncini! Ecco, sarà come dire addio alla mia stessa
carne».
«Pensateci bene», gli raccomandò mia madre, «pensateci bene».
Lui distolse gli occhi per evitare lo sguardo tenero di lei, e quello che vide, le persone che
sedevano sulle seggioline verdi o sul prato, rilassate come si può esserlo il sabato pomeriggio
sotto il reticolo di luci e ombre intrecciato dai rami degli alberi, disegnò una smorfia sul suo viso.
Era come se non gli piacesse l’intera razza umana, anche se era difficile crederlo di un uomo con
quell’aspetto. «Me ne sarei dovuto andare molto tempo fa», disse con voce roca, poi si avvolse di
quel suo mistero come di un mantello e ci precedette verso la macchina. Sembrava non esserci
fine al dispiegarsi di dolore di quel giorno a Londra, la grande Londra, la Londra a nord del
fiume. Ero felice di tornare a Lovegrove e alla mia musica. Mary aveva avuto il piano a
disposizione tutto il giorno, me l’avrebbe ceduto volentieri. Nella mia mente, già immaginavo la
fila dei tasti bianchi e neri, scintillanti e innocenti.

2 Gioco di parole irriproducibile in italiano, essendo basato sulla polisemia del verbo inglese to play, nel senso di ‘giocare’ e di
‘suonare uno strumento’.
3 Nobby è il diminutivo di Norbert, ma è anche un nomignolo impiegato frequentemente per designare quanti portano il cognome
Clarko Clarke. Ci sono varie ipotesi sull’origine del nomignolo. Secondo alcuni esso nascerebbe dalla combinazione del termine
clerk (‘impiegato’), pronunciato come clark in alcuni dialetti inglesi, con Nobby, che indica un tipo di cappello a cilindro. Più
comunemente, il termine slang nob significa ‘riccone, persona di classe sociale elevata’: nella percezione delle fasce più basse e
meno istruite della popolazione, gli impiegati (clerks) erano in una posizione di relativo potere e prosperità, per cui venivano
definiti nob.
Capitolo III

Per compensare l’orrenda visita alla signora Morpurgo, mia madre, il giorno successivo o una
settimana dopo, non ricordo esattamente, ci portò al Dog and Duck di Harplewood. Era una
piccola locanda sul Tamigi che stavamo cominciando ad amare più di qualsiasi altro luogo a
parte casa nostra, anche se l’avevamo conosciuta in seguito a circostanze tragiche. Tra i nostri
compagni di scuola c’era stata anche una ragazza alta e languida di nome Nancy Phillips, con
luminosi capelli biondi che formavano un contrasto stridente con il pallore e l’ordinarietà dei
suoi lineamenti. La sua era una dolcezza smorzata, brusca, come il gusto dei lamponi; portava
abiti leziosi e pieni di fronzoli e braccialetti tintinnanti con un’aria di sorpreso disgusto, come se
avesse dormito per anni sotto l’incantesimo di una strega e al risveglio avesse scoperto di essere
in trappola. Non poteva vantare altre caratteristiche degne di nota, ma io avevo una grande
considerazione per lei. Immaginavo la sua casa come uno strano luogo dove lei non si trovava a
suo agio e, quando io e Rosamund ci mettemmo piede per una festa, scoprii che avevo ragione.
Era una villa molto grande e accogliente, che avrebbe dovuto essere un rifugio gioioso. Ci fu
offerto un sontuoso tè in un soggiorno rivestito di tappezzeria rossa e tende damascate, con
scatole d’argento per i biscotti e un mobile bar a vetrinetta in mogano, la cui volgarità non
m’infastidiva: venivo da una casa dove tutto era davvero male in arnese, diversamente da lì, e
sapevo che c’erano cose più tristi della volgarità. Però quel soggiorno era di una stupidità
spaventosa. Era stato arredato da Maples in stile giapponese, non perché la famiglia avesse
legami con l’Oriente, ma semplicemente perché il riflusso dell’estetismo aveva ormai raggiunto
anche i sobborghi. Tuttavia, lì la marea non era arrivata con sufficiente impeto, e sui muri color
oro paglierino erano appese buffe fotografie di motociclisti con impermeabili a pagliaccetto e
cappellini con la visiera. Quel luogo non aveva neanche lontanamente l’aria di un rifugio
gioioso, era sinistro. La mamma di Nancy era arcigna e scura di carnagione, e invece di prendersi
cura degli ospiti della figlia come facevano le altre mamme, se n’era andata scortesemente al
piano di sopra. Eravamo così rimaste in custodia a sua sorella, zia Lily, che era una persona
gentile, anche se insignificante, esile e ossuta, le guance troppo rosse e i capelli troppo gialli; ma
non era solo insignificante, aveva l’aria di essere stata strapazzata, come una bambola fatta
cadere troppe volte dalla carrozzina. In effetti si scoprì che era proprio ciò che le era accaduto in
quella famiglia, perché quando suonò per avere dell’altra legna per il camino la cameriera la
trattò in malo modo. Poi, quando il padre di Nancy rientrò a casa, la moglie non era felice di
vederlo, e per quanto lui cercasse di essere gentile, lei si comportava come un cane molesto che
abbaia troppo forte e continua a saltellare. Nonostante la casa abbondasse di meravigliosi
apparecchi per l’illuminazione a gas, candelieri simili a polpi di ottone e bracci per lumi che
gesticolavano dai muri, la ricordavo come un’abitazione cupa, piena di ombre.
Poco dopo quell’episodio, la famiglia di Nancy e la loro casa divennero ancora più strane ai
nostri occhi, perché furono associate a un evento che mai si penserebbe possa accadere davvero,
anche se fin dall’infanzia la Bibbia e le fiabe più crudeli ci mettono in guardia. Il padre di Nancy
fu assassinato dalla moglie. Nancy e sua zia rimasero sole in quella casa, e mio padre e mia
madre le presero con noi, il che fu un grosso sacrificio per la mia famiglia. Non tanto perché la
povertà ci rendesse difficile trovare cibo e biancheria extra per gli ospiti, considerato che, da
quando si era sposata, mia madre non aveva fatto altro che escogitare trucchi per far fronte a
situazioni di quel genere; il problema era che zia Lily parlava continuamente, esprimendosi in
modo sciocco e zuccheroso e ricorrendo ai luoghi comuni più triti. Prima che Queenie, la madre
di Nancy, trovasse l’uomo affettuoso e noioso che l’aveva sposata e che per questo era stato
avvelenato, le due sorelle avevano lavorato in un bar, e non con grande fortuna. Avevano vagato
nel continente volgare dei falliti, dove anche la volgarità aveva perso il proprio potere e il proprio
orgoglio, e doveva ricorrere a vecchi trucchetti perché non era più in grado di inventarne di
nuovi, e dove ormai si parlava della virtù con formule così logorate dall’uso da suscitare la
medesima sensazione di povertà evocata dagli stracci. Molto spesso, ascoltare le conversazioni di
zia Lily era come vedersi svuotare davanti ai piedi un bidone di canzoni comiche da pantomima,
battute a effetto decontestualizzate e prive di qualsiasi significato, continue dichiarazioni della
propria disponibilità a dividere con un amico l’ultima crosta di pane e altre manifestazioni
esplicite di sentimenti nei confronti degli altri, senza un effettivo riscontro pratico. Tuttavia, se si
rinunciava all’idea di poter entrare in comunicazione diretta con lei, e di riuscire ad associare
quello che diceva con quello che faceva, lasciando che fosse il tempo a ricomporre il mosaico,
alla fine poteva risultare persino piacevole. Anche se quando era a suo agio solitamente diceva
cose approssimative e false, sulle questioni davvero importanti era trasparente. Sapeva che la
falsità distrugge tutto ciò che ha realmente valore. Non smetteva mai di proclamare la sua fiducia
nell’innocenza della sorella, tranne che a casa nostra; era come se volesse un posto dove fosse
chiaro che lei, pur sapendo della colpevolezza di sua sorella, l’amava comunque. Sarebbe potuto
tornare utile alla causa della sorella se avesse fatto credere che il morto era stato un cattivo
marito; ma non era vero, perciò lei non lo disse mai, anzi, il suo piagnucolio cockney si
tramutava in qualcosa di più simile al canto di un uccellino quando parlava della gentilezza di
lui. Il caso di zia Lily ci fece capire che gli omicidi vengono commessi realmente e che i racconti
dei fratelli Grimm, che tutti noi da bambini avevamo detestato, erano veri. Ma anche di fronte a
un omicidio, imparammo ancora da zia Lily, c’era un modo di comportarsi che ne respingeva il
male.
Così la donna che era entrata nella nostra vita aggrappandosi alla compassione di mia madre
finì per trasmetterci un senso di sicurezza; e ci piaceva scendere lungo il Tamigi per andare a
trovarla alla locanda dove ora lavorava come cameriera, il Dog and Duck, di proprietà di Len
Darcy, un allibratore in pensione, che aveva sposato una vecchia amica di zia Lily di nome
Milly. Ci piacevano quelle visite, specialmente ora che nostro padre ci aveva abbandonate,
perché in quel luogo era preservato uno splendido ricordo di lui. I miei genitori non erano mai
stati capaci di fare tante delle cose che le persone normali trovano semplici. Era al di là delle
capacità di mio padre dare alla propria moglie e ai propri figli una casa che non fosse sotto la
costante minaccia della rovina. Mia madre non riusciva a vestirsi in modo sufficientemente
convenzionale, si potrebbe dire anche sufficientemente curato, per evitare di attirare sguardi di
disapprovazione ogni volta che camminava per strada. Ma erano capaci di gesti impensabili per
le persone comuni. Anche se all’epoca mio padre non aveva un soldo, fu in grado, pur con le sue
sempre più deboli risorse, di salvare Queenie dall’impiccagione. Era stato un saggista così
brillante che anche a quel punto della sua parabola gli uomini di potere si sentivano turbati
quando venivano a sapere che un qualsiasi atto ufficiale aveva destato la sua collera; quando
pubblicava uno dei suoi scritti accusatori era come se la sua voce risuonasse alta in ogni quartiere
della città alla stessa ora. C’erano state delle irregolarità durante il processo a Queenie, e lui
aveva minacciato di servirsene. Così la condanna di Queenie era stata sospesa e, al Dog and
Duck, mio padre veniva considerato un santo e un eroe; e anche il fatto di averci abbandonati
veniva considerato come qualcosa che le persone normali non dovrebbero fare, ma che agli
uomini che fanno miracoli di tanto in tanto è concesso, perché possano rafforzare i loro poteri
magici. «Ricorda le mie parole, tornerà», era solita dirmi zia Lily prendendomi da parte, «quando
riterrà che è venuto il momento. In una certa stagione dell’anno. Mi chiedo quand’è san Michele.
Non me lo ricordo mai».
Andammo così spesso al Dog and Duck, quell’anno e negli anni successivi, che non riesco a
ricordare cosa accadde il giorno in cui la mamma ci portò lì di proposito per guarire le ferite
inflitte dalla signora Morpurgo. I miei ricordi si fondono in un unico flusso. Prendemmo un treno
della linea secondaria che parte da Reading e scendemmo a una fermata in mezzo alle marcite.
Dovevamo stare bene attente a non lasciare pacchetti sul vagone, perché alla mamma piaceva
portare regali a casa Darcy. Le dava l’opportunità di mantenere una tradizione ereditata dai suoi
avi che, prima di diventare improvvisamente musicisti, avevano fatto i contadini e si recavano in
visita a fattorie così isolate che gli ospiti dovevano portare le loro provviste. La maggior parte di
quello che portavamo erano cose di tutti i giorni: un pasticcio di vitello e prosciutto fatto da Kate,
con una gran quantità di scorza di limone grattugiata e uova à la coque; gelatina di uva spina
verde aromatizzata con fiori di sambuco, come si usava in Irlanda, che papà amava mangiare a
cucchiaiate, e quel nuovo dolce americano, il fudge, che avevamo appena imparato a fare. C’era
sempre anche un regalo che aveva un particolare significato sociale, e cioè un vasetto di
maionese. Zio Len e zia Lily ne andavano matti, e noi regalavamo a quei due forse l’unica
occasione per gustarla. Per qualche motivo a quei tempi la maionese era considerata un cibo
riservato alle classi più elevate; e nonostante sia lui che lei fossero dei bravi cuochi, e le uova e
l’olio d’oliva costassero pochissimo, non si sarebbero mai sognati di prepararla per sé più di
quanto si sarebbero sognati di cambiarsi per la cena, perché li avrebbe fatti sentire, come
dicevano loro, “un po’ su”. C’erano poi regali che ci piaceva particolarmente fare, sebbene ci
sembrasse strano che qualcuno desiderasse riceverli. Zio Len aveva studiato pochissimo, ed era
sempre molto contento che gli passassimo i nostri libri di scuola quando avevamo terminato di
usarli. Erano quelli di aritmetica e di matematica che voleva, così diceva, per capire un po’ di che
cosa trattavano tutte quelle scienze.
Uscivamo dalla stazione per incamminarci subito lungo la valle lussureggiante del Tamigi,
prendendo un viottolo in mezzo ai campi che brillava come fosse stato dipinto di fresco, accanto
a fossi soffocati da un rigoglio incontrollato di olmarie, cerfogli selvatici e riparelle. Qui e là un
grasso corvo nero beccava l’erba con placida ingordigia; e grovigli di alberi che non avevano
mai saputo cosa fosse la siccità si drizzavano alti, con tronchi massicci e denso fogliame, dando
ampio riparo ai negri vestiti solo della loro biancheria. Era così che chiamavamo una mandria
che pascolava in quei campi. Appartenevano a una razza che non ho visto in nessun altro luogo,
con la testa e le gambe nere e il corpo bianco. Facevamo sempre una sosta per osservarli con
occhio benevolo, perché il potere delle parole è tale che ci trovavamo ad ammirarli per la loro
calma, così come si avrebbe motivo di ammirare qualcuno a cui sono stati rubati i vestiti e non
perde le staffe. Durante tutto il nostro percorso respiravamo a pieni polmoni, perché ci piaceva
ogni aspetto della valle, perfino l’aria, e classificavamo le persone che la ritenevano soffocante
insieme agli smidollati per i quali la panna è troppo pesante.
Ma la mamma trovava il percorso faticoso. Non era più molto in forze. Quando arrivavamo a
una conduttura a metà del cammino si sedeva sul basso parapetto di mattoni e si riposava un po’,
lasciando ciondolare la testa con gli occhi chiusi se il sole era molto forte. Mi ricordo di un
giorno in cui eravamo in piedi accanto a lei e stavamo chiacchierando delle persone che
avremmo incontrato al Dog and Duck, zio Len e zia Milly e zia Lily, e la cameriera della cucina
e il tuttofare e lo stalliere, tutte persone che amavamo. Trovavo orribile che Nancy non fosse tra
le persone che avremmo incontrato. Non c’era alcuna possibilità che accadesse, perché il fratello
di suo padre l’aveva portata a vivere con la sua famiglia a Nottingham, e in nome dell’odio per
Queenie impediva a Nancy persino di far visita a zia Lily, e a noi perché eravamo amici di zia
Lily. All’improvviso mi venne una voglia incontenibile di vedere Nancy. Sul punto di piangere,
mi allontanai dagli altri, andai vicino alla mamma e le dissi: «Che stupido lo zio di Nancy, Mat.
Non è colpa di zia Lily se è la sorella di Queenie».
La mamma disse, senza aprire gli occhi: «Non dovresti giudicarlo troppo duramente. Gli dèi
si comportano altrettanto male nelle tragedie greche eppure molte persone le leggono per
diletto».
Il ronzio caldo del mezzogiorno ci avvolgeva. Facemmo alzare la mamma e proseguimmo;
avrebbe riposato meglio su una sedia a sdraio in giardino. Il corso del fiume davanti a noi era
segnato da una fila di pioppi, che avevano il colore e la forma stessa della delicatezza. Se una
luna calante o crescente avesse disegnato la sua unghia pallida nel cielo sbiancato dall’afa,
sarebbe stato perfetto. Sull’altra sponda della striscia d’acqua nascosta dagli alberi, l’argine era
alto e coperto di boschi. Nel pieno dell’estate, le rotondità degli spazi vuoti tra le cime degli
alberi erano tinte di un verde bluastro. Quando arrivavamo in prossimità dei pioppi e dell’alzaia
ci attardavamo un po’, ci soffermavamo a guardare giù verso il fiume, quel mistero verdegrigio,
lo specchio che riflette così fedelmente gli oggetti solidi senza essere solido, la fuggevolezza che
pure rimane immobile. Guardavamo la corrente e lasciavamo che trascinasse con sé il nostro
sguardo, poi lo riportavamo indietro al punto di partenza, perché potesse essere trascinato
nuovamente a valle, fino a che la nostra estasi non si tramutava nella paura di sentirci male e
diventare strabici. Poi guardavamo oltre il fiume il Dog and Duck adagiato sui suoi prati
digradanti, l’alto massiccio roccioso alle sue spalle, la chiesa proprio accanto. La locanda era
costruita in mattoni color prugna e in un legno di un nero fuligginoso, e tre secoli prima era stata
una fattoria e anche una foresteria. Sul lato posteriore si ergevano il tetto e i comignoli del
camino di un’alta ala dell’edificio che era stata aggiunta in epoca georgiana, quando veniva
utilizzata come locanda di posta. La chiesa, come molte altre chiese della valle del Tamigi,
scintillava del nero dell’ardesia e aveva un campanile massiccio in pietra. I due edifici, così
diversi per forma e dimensioni, epoca e genere, erano disposti a formare un angolo tale che
l’occhio li fondeva in un’unica immagine armoniosa, e il fiume lambiva il monticello sul quale si
ergevano, disegnando senza sbavature un’ampia curva, come la corda tesa di un arco. Il
diagramma sotteso a quel luogo era bello, bello anche nella monotonia incolore di metà inverno;
non che l’inverno fosse davvero incolore da quelle parti, perché anche se i boschi in quel periodo
erano color bronzo e l’erba grigiastra, i salici rosso-arancione si affacciavano sull’acqua, e lungo
tutto il muro che divideva il giardino della locanda dal cimitero della chiesa si inerpicava, una
mano giallina dopo l’altra, il gelsomino. Cresceva con un’abbondanza sfacciata, come tutte le
piante al Dog and Duck, dove il giardinaggio perdeva quella connotazione snob che spesso gli
viene attribuita. «C’è sempre qualcosa di positivo nel concetto stesso di seconda porzione, non
importa di cosa», ho sentito dire a zio Len mentre sedeva a un capo della sua tavola; e tutte le
rose e le clematidi che cingevano e decoravano la locanda, e i fiorcappucci e le peonie che
congestionavano le aiuole con la loro pinguedine, esprimevano la medesima felice sensazione
che il mondo si fosse spinto troppo oltre nel suo entusiasmo per la moderazione e che ora
andasse fermato.
Ma quello non era certo un luogo in cui la vita si fosse lasciata infiacchire dall’abbondanza e
avesse perso la sua gravità. Zio Len era corpulento e rosso in viso, ma quando uscì per vedere chi
avesse suonato la campanella del traghetto così di buonora, indossava il suo grembiule verde con
la pettorina ostentando una dignità regale, e fissava quel mondo in subbuglio con uno sguardo
severo ma gentile, come se il mondo fosse un suddito ribelle e lui si prestasse a dargli protezione
pur senza ricevere in cambio la dovuta fedeltà. Le donne di cui si prendeva cura erano la
dimostrazione di quanto saldamente avesse in mano la sua vita. Zia Milly era una donna
minuscola e misurata, con un muso da gattina sotto una montagna di capelli prematuramente
ingrigiti, raccolti in cima alla testa in una foggia settecentesca; aveva l’abitudine di allacciare le
mani all’altezza della vita, sollevare il mento e abbassare gli occhi verso il suo nasino all’insù
come se fosse in attesa che la vita mettesse le proprie carte in tavola. Zia Lily non aveva più
l’aspetto di una bambola fatta cadere troppe volte dalla carrozzina. A quel tempo, le commedie
musicali esercitavano sull’immaginazione delle persone che ne erano prive lo stesso fascino che
oggi esercitano i film, perciò zia Lily saltellava e trillava come una ragazza di fila al Gaiety o al
Daly; e la cosa era tollerabile solo perché la sua gioia era reale. Traeva enorme beneficio
dall’esercizio costante all’abbondanza che era la regola al Dog and Duck. Zio Len e zia Milly
l’amavano non solo con generosità, ma nelle molte forme delle quali lei aveva bisogno nella
transizione dall’infanzia alla maturità, e poi di nuovo a uno stadio di semplicità ancora più
grande. A volte la trattavano come una sorella che li stava aiutando a reggere il peso della vita, a
volte come se fosse loro figlia, a volte ancora come se fosse il cane o il gatto di casa. Non la
rimproveravano né la punzecchiavano mai per i suoi comportamenti assurdi, e non protestavano
in alcun modo quando ci correva incontro per salutarci gridando: «Ehi, voi con i capelli raccolti!
Voi tutti tranne Cordelia, con i suoi cari riccioli corti! Non ci posso credere, se penso che eravate
delle bimbette minuscole quando vi ho viste la prima volta», anche se ci aveva conosciute
quando già andavamo a scuola. Erano infiniti i mondi fantastici che evocava all’inizio di ogni
frase per poi lasciarli morire alla fine. Ma non faceva niente di male, perché erano creazioni della
fantasia e non manipolazioni della realtà; Len e Milly la guardavano e sorridevano come fosse
una bambina intenta a fare bolle di sapone.
Sarebbe stato un errore pensare che il potere terapeutico del Dog and Duck consistesse
meramente in una certa gentilezza, perché zio Len era così ostile a certi atteggiamenti
convenzionali che gli estranei avrebbero facilmente potuto giudicarlo un uomo duro. Per
esempio, si rifiutava di perdere la calma a proposito della tragedia dei Phillips; e dava segni di
impazienza se noi gli davamo l’impressione di essere sul punto di perdere la nostra. Espose le
sue ragioni in un pomeriggio umido, quando non c’erano clienti alla locanda e io lo stavo
aiutando a interrare alcune piantine tardive. Due persone, che si dedicano insieme a una
mansione semplice come quella, nell’aria dolcemente stantia di una serra, cadono in uno stato
beato di torpore a forza di ripetere continuamente lo stesso movimento, gli occhi fissi alla terra
bruna nelle scatole, mentre il vento assale il tetto digradante e scaglia raffiche stizzite di pioggia
giù per i vetri per annunciare quanto è brutto fuori e far sentire chi sta dentro ancora più al riparo;
ed è probabile che a un certo punto queste due persone comincino a raccontarsi i propri pensieri.
Così nell’ora e mezza che precedette il tè, zio Len mi disse: «Ti domanderai perché faccia di
tutto per impedire a zia Lily di strapparsi i capelli per la sorella nel modo in cui tutti pensano sia
ragionevole. È una cosa che io non approvo. Per come la vedo io, si è fatto troppo chiasso
attorno a questa faccenda. Te lo concedo, Rose, è stata proprio una sfortuna per Harry Phillips
che qualcuno lo abbia avvelenato. L’avvelenamento è una gran brutta faccenda, e stando a quel
che è giusto non dovrebbe capitare a nessuno. Quasi sempre vuol dire che il morto è stato
ammazzato da qualcuno di cui si fidava. Ma un mucchio di persone sono morte in quel modo
prima di Harry Phillips, e un mucchio di più ne moriranno dopo di lui. È un rischio che ci
assumiamo tutti nel momento in cui nasciamo. Butta via quella piantina, tesoro, ha lo stelo
troppo lungo, non attecchirà mai. Scegline una con lo stelo più corto. Guarda, dovrebbero essere
tutte come questa».
Quando riportò la sua attenzione alla tragedia dei Phillips le sue riflessioni non scivolarono
via sulla lingua con la stessa facilità. Però, a quanto mi parve di capire, riteneva che anche
Queenie fosse stata molto sfortunata e che avrebbe dovuto essere considerata un’altra vittima di
una vera ingiustizia, per il fatto di essere processata come l’avvelenatrice di suo marito. Buttò lì a
mo’ di suggerimento che si potrebbe anche pensare che, se un criminale riuscisse a commettere
un crimine senza essere colto in flagrante e se nella polizia regnasse un sano buon senso, allora
dovrebbero solo augurargli buona fortuna lasciando cadere la cosa. «Ma bada», concludeva, con
un tono più assertivo, «Queenie ha avuto miglior fortuna di quella che avrebbe potuto aspettarsi a
buon diritto quando vostro padre le ha fatto sospendere la pena. Garantito che, se l’avessero
trascinata davanti a quella corte, il suo destino sarebbe stato il cappuccio nero. E quanto a quello
che le è accaduto dopo, essere in prigione non è certo un picnic per lei, e sarà per la vita, ma la
vita in fondo significa vent’anni, e anche meno se si comporta bene, ma ne dubito, a sentire
quello che Milly dice del suo temperamento. Ma di nuovo anche questo è accaduto a molti altri
prima di lei, e accadrà a molti di più dopo. È inutile», disse, in un tono temperato da un accenno
di malinconia umanitaria, «strepitare per un evento che fa parte del corso naturale delle cose. Ora
finisci il tuo lavoro, tesoro, è ora del tè e ci sono i pasticcini».
Ero perplessa per il fatto che un uomo potesse essere così rispettoso dell’ordine sociale da
guardare alla maionese come a una prerogativa dei più fortunati, e tuttavia differire in maniera
tanto sostanziale da quella stessa società nella sua visione del crimine e della giustizia e della
prigione. Ma non caddi mai nell’errore di considerarlo un uomo senza cuore, perché, anche se
non si era granché addolorato per Harry e Queenie, il suo cuore soffriva per zia Lily,
semplicemente perché era una donna brutta. È impossibile esagerare la forza della sua
convinzione che nell’universo non ci fosse posto per le donne poco attraenti. Una volta, quando
noi quattro ragazze, Cordelia, Mary, Rosamund e io, sbarcammo dal traghetto e mettemmo piede
sulla banchina di attracco, sentii zio Len dire a Richard Quin: «Be’, non c’è nessuno in quella
cucciolata che debba essere annegato», a bassa voce, perché, curiosamente, cucciolata era una
parola che non usava mai in presenza di donne. Non era affatto una battuta. Zio Len amava i
bambini, ed era sempre triste quando c’era un funerale al cimitero e la bara era piccola; ma se gli
dicevano che il morto era una bambina non particolarmente favorita dalla natura, scuoteva la
testa, commentando che una volta tanto tutto era andato per il meglio.
Non era un modo per respingere brutalmente qualcosa che non gli piacesse. Era una forma di
tenera preoccupazione per qualcosa che non sarebbe mai stato tenuto in gran conto. Una volta zio
Len e io passammo accanto alla finestra del bar, e ci fermammo per osservare zia Lily che
serviva l’ondata serale di clienti riversatasi dal villaggio, che, per quanto fosse invisibile dal
fiume, dava riparo a due o trecento anime raccolte in un paio di strade e qualche viottolo dietro il
massiccio roccioso. La luce a gas faceva brillare un fermacapelli che zia Lily aveva comprato
nella sua ultima spedizione a Reading: uno di quei gioielli fatti con le ali delle farfalle tropicali,
un affarino di un blu stridente che avrebbe fatto sembrare fuori tono anche la pelle di un
bambino. Alzò la mano per aggiustarselo con il gesto di una maliziosa coquette che non ha mai
mancato di fare colpo, e la luce illuminò in pieno il suo profilo. «Un cammello, un dannato
cammello!», grugnì zio Len, dirigendosi cupo verso il soggiorno. «Siedi, Rose, tesoro», disse, «e
accendi quella pipa. «Lily ti ha chiesto di Nancy ultimamente?».
«Sì», dissi. «Ma ovviamente non l’abbiamo vista. Ci arrivano delle lettere da lei, così come a
zia Lily, ma suo zio non le permette mai di venire, anche se l’abbiamo invitata più e più volte».
Grugnì nuovamente. «Lily si rode per lei tutto il tempo. È tutto un Nancy, Nancy, Nancy»,
disse. «È una vergogna». Ero consapevole del fatto che se non ci fossi stata io presente avrebbe
specificato meglio di che tipo di vergogna si trattasse. «Se Lily non fosse nata con quella faccia
orribile e quel sacco di ossa al posto del corpo, avrebbe dei bambini tutti suoi e non si
mangerebbe il cuore per quella piccola piaga. Se almeno avesse un uomo. Non abbiamo figli
neanche noi, ma Milly ha me, finché duro. Dio, spero che Lily non sopravviva a me e Milly».
Tirò qualche boccata dalla sua pipa per un minuto o due, fissando sconsolato nel vuoto del fumo.
«E la piccola piaga è bruttina pure lei, vero?».
«No», dissi io. «Ha splendidi capelli del colore dell’oro, lunghi fino alla vita».
«Ma ha un viso insignificante, a giudicare dalla sua fotografia», rimuginò zio Len. «Una
ragazza non riuscirà mai a trovarsi un uomo se deve tenergli nascosto il viso tutto il tempo».
«Ti sbagli su Nancy», osservai io. «C’è qualcosa in lei». Ma non riuscii a spiegare cosa.
Quella dolcezza smorzata, brusca, come il gusto dei lamponi, quell’aria di chi è vittima di un
incantesimo ostile e riesce a dissolverlo con ironia, non riuscivo nemmeno a definirla a me stessa
a quei tempi. «Si sposerà», gli dissi, senza crederci veramente, ma sentendo che doveva essere
vero.
«Non se quella fotografia dice il vero, no», disse zio Len, e tirò una boccata nervosa dalla sua
pipa. Non c’era solo zia Lily da compatire, c’era un’altra donna bruttina che si faceva avanti
nella persona di Nancy. Di sicuro c’era un intero mondo di donne bruttine che non sarebbero mai
dovute nascere, che si rodevano il cuore al pensiero dei figli altrui e che sarebbero morte in
solitudine.
Tuttavia i suoi pensieri sulle donne non si esaurivano lì. Si estendevano fino a sovrapporsi ai
suoi pensieri sulle cause ultime dell’universo. Aveva una grande considerazione per mia madre,
che la maggior parte delle persone avrebbe definito brutta, perché era stata ridotta così male dalla
povertà che nemmeno il miglioramento della sua condizione poteva restituirle la bellezza; era
un’aquila alla quale la tempesta aveva strappato metà delle penne in maniera irreversibile. Zio
Len riusciva a sorvolare sulla sua bruttezza perché si rendeva conto che possedeva un dono di un
genere raro. Era una cosa che aveva scoperto da solo. Quando stava da noi, zia Lily aveva sentito
che la mamma era stata una famosa pianista, e aveva passato l’informazione a zio Len e zia
Milly, ma l’amore che le portavano non li faceva sentire in dovere di credere a tutto quello che
lei diceva. Tuttavia, quando mia madre andò a trovarli alla locanda la prima volta, cominciarono
a chiedersi se non ci fosse qualcosa di vero in quella storia, e un pomeriggio, mentre lei
camminava sul prato, guardando il riflesso del sole sull’acqua, chiamarono da parte me e Mary
per saperne qualcosa di più.
«Lily va in giro a raccontare una storia», disse zio Len, «dice che lo scià di Persia ha fatto
chiamare vostra madre perché aveva sentito i pianisti migliori del mondo suonare Sul bel
Danubio blu, ma vostra madre li aveva sbaragliati tutti, perciò lui l’ha invitata al suo palazzo nel
deserto, pagando tutte le spese, perché lei glielo suonasse all’infinito. Devo dedurne che, posto
che Lily non abbia capito tutto a rovescio, queste cose succedevano di continuo a vostra madre
quando era una professionista?».
Il rapporto tra i racconti di zia Lily e i fatti sui quali erano basati era costante: sembrava
sempre suggerire al Creatore che la vita avrebbe anche potuto avere risvolti più drammatici, ma
non condannava mai del tutto il suo operato. Ci stavamo accingendo a spiegargli che la mamma
una volta aveva soggiornato nello stesso hotel dello scià di Persia, e che in un giorno di pioggia
lui l’aveva avvicinata perché gli era stato detto che era una famosa pianista e le aveva chiesto di
suonare Sul bel Danubio blu al pianoforte del salone, e glielo aveva fatto suonare più e più volte,
sempre più veloce, fino a che fortunatamente non aveva smesso di piovere. Ma zia Milly liquidò
la domanda di suo marito come inutile. «Oh, non devi stare a chiedere, Len. Guarda il modo in
cui sta attraversando il prato proprio in questo istante, senza badare minimamente ai tavoli da tè.
È evidente».
Zio Len annuì con la testa. «Hai ragione», disse pieno di rispetto.
Solo più tardi capii cosa volevano dire. La vista di mia madre, che camminava come fosse
sola attraverso il groviglio di tavoli sul prato, gli occhi fissi sul profilo delle colline boscose che
si disegnava all’orizzonte, aveva riportato zio Len e zia Milly ai tempi delle corse dei cavalli, che
erano state il centro della loro esistenza negli anni della giovinezza, quando potevano percepire
gli eventi della vita con la massima nitidezza. In quel periodo avevano avuto spesso occasione di
osservare gli uomini più importanti mentre portavano i loro cavalli al recinto o abbassavano il
binocolo vedendo che il corridore aveva perso, e gli uomini più importanti si comportavano
sempre come se il resto del mondo non esistesse, come se fossero soli sulla nuda terra. Anche
quando sorridevano, lo facevano tra sé e sé. «E c’era Lord Roseberry, freddo come un cetriolo».
La noncuranza di mia madre per quello che la circondava, che colpiva la gente di Lovegrove
come fosse una cosa ridicola, agli occhi di zio Len e zia Milly la rendeva simile a quei grandi
uomini, ed era un’impressione ben fondata. Come quei grandi uomini, era una persona che si
esibiva per un pubblico. Loro avevano tenuto discorsi in Parlamento, lei dei concerti. Avevano
dovuto imparare allo stesso modo che il primo trucco necessario è l’arte di dimenticarsi degli
spettatori, anche se, in un’esibizione, il pubblico può sembrare il fattore più importante. Zio Len
e zia Milly avevano riconosciuto una disciplina e individuato un tipo speciale di essere umano
che si conquista il suo posto nel mondo attraverso dure prove.
Questa sensazione si risvegliò in loro insieme a un mito che riposava negli strati più profondi
della loro mente. Quando una donna era una grande donna non aveva bisogno di essere bella,
poteva essere quello che voleva, perché aveva poteri magici superiori alla bellezza. C’erano solo
sei fotografie sui muri del Dog and Duck che non raffiguravano cavalli e fantini. Erano tutti
ritratti della Famiglia Reale. Uno era di Edoardo , uno del nuovo re, Giorgio , e uno della regina
Mary, ed erano appesi all’ingresso, incorniciati in semplicissime cornici di quercia, su un muro
che spesso nei giorni di pioggia rimaneva completamente nascosto sotto le giacche e i cappelli
posati sull’appendiabiti. Le altre tre fotografie, identiche, della regina Vittoria, erano trattate però
in modo diverso. Erano state messe in cornici di stucco dorato e occupavano il posto d’onore sul
bancone del bar, sul bancone del salone e nel soggiorno di casa. Erano a colori e ritraevano la
regina Vittoria in età avanzata, imponente, il viso rubizzo sotto la corona di capelli bianchi. Gli
occhi apparivano deliberatamente privi di espressione, come se respingessero qualsiasi contatto
con il mondo esterno in quanto non necessario alla sacralità del suo stato regale; la bocca era
serrata in una morsa che aveva qualcosa di più mistico della semplice ostinazione, come se
l’avesse appena chiusa dopo aver pronunciato una sentenza oracolare e ora tacesse, abbandonata
dall’ispirazione. L’involto quadrato costituito dal suo petto era attraversato dalla fusciacca
dell’Ordine della Giarrettiera, blu, di un blu così chiaro che sarebbe stato più appropriato indosso
a una ragazza. Quell’icona non soddisfaceva in alcun modo le condizioni imposte alle donne
comuni: non c’era desiderio di piacere in lei, e non c’era tenerezza. Era naturale, perché quella
donna non viveva neanche in minima parte una vita normale. Era un feticcio, aveva il controllo
di quelle leggi della natura che ci permettono di vivere o ci condannano a morire. Zio Len non
era uno sciocco, e sapeva molto bene che la regina Vittoria aveva un ruolo marginale nel
governo dell’Inghilterra, ma credeva che quando era in vita e si spostava da Buckingham Palace
al castello di Windsor, da Balmoral a Osborne, per il solo fatto di esistere, per il solo fatto di
spostarsi ritualmente da un luogo all’altro, conferisse pace e prosperità all’Impero Britannico. Se
gli avessero detto che durante il regno della regina Vittoria gli esseri umani erano diventati più
alti e avevano vissuto più a lungo che nel passato e nel futuro, ci avrebbe creduto. Ecco, anche la
mamma era un feticcio. Non aveva bisogno di essere scusata per la sua mancanza di eleganza
perché aveva tutti gli altri attributi della femminilità; e la sua mancanza di eleganza le veniva
perdonata solo perché era una sorta di feticcio in grado di compiere dei prodigi.
Potemmo vedere fino a che punto avesse fiducia in lei quando il suo percorso di istruzione lo
portò faccia a faccia con un problema particolarmente ostico. Sapeva che la mamma aveva
dedicato le proprie energie intellettuali a ben poche cose al di fuori della musica e delle questioni
familiari, tuttavia si aspettava da lei, e da lei sola, che conoscesse la risposta a qualsiasi domanda
che gli suonasse realmente oscura, nonostante noi, suo figlio e le sue figlie, fossimo ovviamente
in possesso di maggiori informazioni del genere di cui lui aveva bisogno, perché avevamo
appena compiuto il nostro viaggio attraverso i libri di scuola, dei quali lui ora si serviva come
fossero una mappa per la sua caccia. Anche il signor Morpurgo avrebbe potuto essere d’aiuto, ed
era spesso a portata di mano. Quando eravamo al Dog and Duck veniva spesso in macchina dalla
sua casa di campagna e qualche volta si fermava per la notte. La profezia di divorzio formulata
da me e Richard Quin si era rivelata sbagliata, e credo che nella locanda lui trovasse un riparo dal
dolore di dover continuare a vivere con la moglie così come noi trovavamo riparo dal dolore di
vivere senza nostro padre. Ma anche quando il signor Morpurgo era lì, era a mia madre che zio
Len si rivolgeva per l’illuminazione definitiva. Così capimmo come dovevano svolgersi le cose
nell’antica Grecia; prima le questioni spinose venivano sottoposte ai filosofi e ai matematici, poi
si passava a consultare la Sibilla.
«Ora, che nessuno di voi si allontani da qui per un minuto almeno», disse un giorno. «C’è
ancora un mucchio di tempo per divertirvi sul fiume prima della cena. Che sarà più tardi oggi. Lo
zampetto di maiale deve cuocere a lungo. Ho saputo di gente che ci ha lasciato le penne per non
averlo tenuto sul fuoco a sufficienza. Dunque, c’è qualcosa che ho letto l’altro giorno che non
riesco a capire. Per voi altri sarà una passeggiata, con tutto il vostro studio e la vostra musica. È
uno di quegli articoletti che mettono nei giornali per riempire una colonna quando l’articolo non
è lungo abbastanza. Li leggo sempre, e sono molto interessanti davvero. Ma non riesco a
raccapezzarmi in questo», disse ridacchiando. «Ce l’ho qui». Tolse un ritaglio dal suo piccolo
taccuino. «“L’architettura è come musica congelata”. Cosa vuol dire, cosa mai vuol dire?»,
chiese, ogni volta ridacchiando un po’ più forte.
Questa volta si era rivolto direttamente alla mamma. Nemmeno Richard Quin e il signor
Morpurgo sapevano cosa dire. La mamma commentò: «Sì, è una cosa che ho già letto. Non
ricordo chi l’abbia detto. Mi viene da pensare che sia qualcuno che non sa nulla della musica,
probabilmente con l’intenzione di compiacere un musicista. Capita spesso che chi non sa nulla di
musica tenti di lusingare i musicisti parlando di musica allo stesso modo in cui chi non ha figli lo
fa per compiacere chi i figli li ha, e in entrambi i casi di solito si sbaglia. È una cosa molto strana,
che finisce sempre per creare situazioni imbarazzanti», aggiunse, guardando dritto negli occhi
zio Len, ansiosa di farlo beneficiare della sua esperienza, visto che lui era avido d’informazioni.
«È come se ci fosse un grande recinto, e le persone all’interno del recinto sapessero di esserlo,
mentre quelle fuori non capissero di esserne escluse».
Non era il genere di informazione che zio Len aveva sperato di ottenere. La ignorò e ripeté
rimarcando le parole, con una vena gonfia che gli attraversava la fronte: «“L’architettura è come
musica congelata”. Sicura che per voi non voglia dire niente?».
«Proprio niente», disse la mamma. «Non ha senso non dire la verità, perché la verità è ciò da
cui si trae piacere. La musica è suono, e pensare che sia qualcosa di diverso non ha senso, mentre
l’architettura è pietra e mattoni. Una composizione musicale suscita delle sensazioni quando la si
ascolta, e così un edificio quando lo si guarda, e qui finisce il legame tra le due cose. Dovete
semplicemente tenere a mente che chiunque abbia detto una cosa del genere stava cercando di
essere gentile nei confronti di qualcosa o qualcuno».
«Ma aspettate un momentino, un momentino soltanto», disse zio Len. «Voi ragazzi potete
darci una mano qui, non mi stupirei. I suoni sono onde, non è vero? Bene! Supponiamo che voi
possiate congelare queste onde che costituiscono la musica, non avrebbero forse l’aspetto di
edifici?».
Le sabbie mobili della sua argomentazione stavano raggiungendo le nostre ginocchia.
«Spero di no», gemette la mamma, «sarebbe semplicemente una coincidenza che non prova
nulla», e Richard Quin aggiunse: «Non credo, non vedo come delle onde congelate potrebbero
assomigliare a un edificio con muri e tetto e finestre e scale e cantine».
«Ora che ci penso non sarebbe possibile», disse zio Len, «non se si muovessero tutte nella
stessa direzione, come suppongo accada, più o meno. Grrr!», esclamò, strappò l’articolo e lo
buttò via.
«Credo che sia stato un tedesco a dirlo», suggerì il signor Morpurgo. Stava per continuare
aggiungendo che avrebbe potuto trattarsi di Goethe, quando zio Len guaì: «Cosa intendete dire?
State dicendo che chiunque lo sostenesse doveva essere un tedesco, quando la signora Aubrey ha
detto che con ogni probabilità si trattava di qualcuno che non ne sapeva niente di musica, mentre
tutti sanno che i tedeschi sono sempre stati un popolo più musicale di noi?». Il signor Morpurgo
aprì la bocca, poi la chiuse, e fece un gesto come di sconforto. «Oh, è colpa mia», continuò zio
Len, inginocchiandosi per raccogliere i pezzi dell’articolo, «di sicuro vuol dire qualcosa di
sensato, e voi anche, ma io non riesco a capirlo, non so nemmeno da che parte cominciare. C’è
questa cosa sulla musica e l’architettura e poi ci siete tutti voi, voi ragazzi e vostra madre e il
signor Morpurgo, tutti a dire che non ha nessun senso. Ora, perché mai avrebbe dovuto dire una
cosa del genere questo tizio, se non ha nessun senso? Ecco perché voglio affondare i denti nella
scienza. Per quello che ne capisco tiene lontano tutto ciò che non ha senso. È ora che qualcuno
chiuda le finestre a tutte queste sciocchezze. Sono ovunque. Pur ammesso che sia l’uomo che lo
ha detto a dover essere biasimato, cosa combina questo giornale, che invece di lasciare questa
cosa là dove è stata pronunciata, la mette alla fine di un articolo dove uno la legge per forza, se si
interessa alle cose importanti? Sono molte le cose che ho imparato in questo modo. C’era un
articoletto la scorsa settimana che diceva che se tutte le uova di aringa si sviluppassero fino a
diventare aringhe sarebbe possibile attraversare il Mare del Nord a piedi su un letto di aringhe.
Ora ci mettono questa cosa della musica come architettura congelata che non può essere vera.
Siete sicuri», ci implorò, «che non può avere alcun significato?».
I suoi occhi finirono per posarsi su Mary. Facendo del suo meglio, lei rispose: «Non penso
che ne abbia, sinceramente. Se l’architettura è musica congelata, allora la musica è architettura
liquefatta, e no, non funziona».
«No, ragazza mia, qui ti sbagli», disse zio Len. «Da una cosa non deriva l’altra. Con tutti gli
asparagi che abbiamo servito qui – e ringrazio il cielo ogni estate per quel magnifico pezzo di
orto, anche se, bada, sta invecchiando ormai – posso spiegarlo meglio. Il fatto che una cosa vada
in un certo modo e si trasformi in qualcos’altro non significa che possa andare anche nella
direzione inversa e ritornare a essere ciò che era in partenza. Uno serve del burro fuso a tavola,
tutto caldiccio e acquoso, che non si raffredda mai abbastanza da solidificarsi e diventare
nuovamente burro. Ora, mi chiedo, perché è così?», fece alla mamma. Lei scosse la testa e alzò
le mani. Gli occhi inquisitori di zio Len si volsero allora a noi, al signor Morpurgo, alla valle del
Tamigi, al cielo estivo. «Ma, oh buon Dio», disse, afflosciandosi come un fagiano impallinato.
«C’è la Lega dei Giovani Metodisti di Reading. Ventiquattro ragazzi che remano allegri lungo il
fiume, che pretendono il pranzo a un orario non da cristiani perché si sono alzati all’alba, e chi
diavolo ha chiesto loro di farlo, vorrei proprio sapere, e sono venuti a ordinare un pasto
terribilmente frugale. Fossero monaci lo capirei, ma sono dissenzienti, e perché mai devi lasciare
la Chiesa d’Inghilterra se non ci guadagni niente, e poi non spendono un centesimo al bar. Va
be’, arrivederci per ora. Vi sarei solo obbligato, signora Aubrey, se vi ricordaste a che punto
abbiamo interrotto la nostra discussione».
«Non credo che sarò in grado di farlo», sospirò la mamma mentre lui si allontanava correndo
lungo il pendio erboso. «Oh, Edgar, Richard Quin, riuscirete voi a ricordarvi dove ci siamo
interrotti e ad aiutare quel poveretto?».
«No», disse il signor Morpurgo, «non mi sarei gustato così tanto quello che diceva se non
fosse stato troppo strampalato per potere essere tenuto a mente». Ma Richard Quin disse: «Non
penso ci sia bisogno che ce ne ricordiamo, piuttosto cerchiamo di essere pronti a saltare
sull’autobus quando riparte».
Quella frase ci richiamò al nostro dovere, e noi eravamo sempre pronti a compierlo, tra
bighellonare sul canotto e portare le persone fino al traghetto, dare da mangiare alle galline e
aiutare col pranzo e col tè. Non erano mai doveri noiosi, perché l’autobus di zio Len viaggiava
seguendo percorsi bizzarri. Quando ebbe il suo primo libro di algebra (Hall & Knight,
ovviamente), zia Lily lo guardò da sopra la spalla di lui e squittì che non c’erano solo lettere e
numeri, c’erano un mucchio di altre cose che non erano né l’una né l’altra, cose orribili, e
avrebbe fatto meglio a farsele spiegare da noi prima che ce ne tornassimo a casa. Ma zio Len
disse: «Se quelle ragazze nelle lavanderie sono in grado di leggere le indicazioni per il bucato, io
riuscirò a capire cosa significano tutte queste cose». Quando gli chiesi perché trovasse
interessante il fatto che il Mare del Nord sarebbe un unico banco solido se tutte le uova di aringa
dovessero schiudersi, mi rispose che se le cose andavano in modo molto diverso nei fatti era la
dimostrazione che in natura c’erano un mucchio di sprechi, e gli sembrava divertente, perché non
era possibile gestire un locale in quel modo.
Nonostante tutto, quell’autobus traballante lo fece avvicinare di molto alla sua destinazione.
Così ci aveva detto Richard Quin, che pensava che nessuno potesse fare l’allibratore senza saper
calcolare all’istante le variazioni delle quote, perciò zio Len avrebbe trovato facile l’aritmetica,
comprensibile la geometria e, dal momento che l’allevamento di cavalli era questione di ceppi
ereditari, avrebbe finito per trovare interessante anche la biologia. Era buffo che Richard Quin
fosse a conoscenza di cose che il resto della nostra famiglia, e in particolare la mamma, ignorava
totalmente. Non avevamo idea di cosa facessero gli allibratori oltre a indossare sgargianti
giacche a scacchi e gridare, e fino a quando la questione non fu sollevata non avevamo mai
sospettato che anche Kate scommettesse sempre uno scellino sulle corse importanti e una mezza
corona in occasione del Derby e del Grand National, e che il lavandaio, che immaginavamo
completamente assorbito dal dolore per l’abitudine del suocero di rubare il piombo dai tetti,
raccogliesse le sue giocate. Ma quando Richard Quin diceva una cosa era vera, sempre; ed ebbe
ragione anche a proposito dei progressi di zio Len, che furono rapidi, sebbene strampalati come
al solito. Al momento stava leggendo dei libri sull’evoluzione, e quando il dottore e il parroco
venivano alla locanda, era solito sollevare la questione con loro, con un’aria da cospiratore che li
lasciava sempre perplessi. Li vedevi che si domandavano perché si fosse guardato intorno per
essere sicuro che ci fosse solo la sua famiglia presente. Ma avendo appreso solo di recente della
controversia darwiniana, non si rendeva conto che per tutti gli altri il momento dell’eccitazione
era passato e la vedeva come una corsa ancora lanciata verso il traguardo che avrebbe decretato il
vincitore. Parlare apertamente dell’origine della specie con il dottore e con il parroco, che lui
immaginava legati a scuderie rivali, ciascuna con il proprio rappresentante in gara, per lui era
come stare ritto in piedi a seguire una prova di galoppo quando invece avrebbe potuto cercare un
nascondiglio decoroso dietro a un cespuglio di ginestra. Furono molti gli errori di questo genere;
ma non erano gli errori di un uomo stupido, erano quelli di un esploratore.
Le cose tra noi andarono così per molto tempo. Era un esploratore avventuratosi nel nostro
territorio, e noi eravamo i nativi ospitali, e allo stesso tempo eravamo noi stessi esploratori nel
suo territorio, e lui era un capo ospitale. Poi i nostri rapporti cambiarono nel corso di un’unica
notte, durante i quindici giorni delle vacanze estive trascorsi al Dog and Duck. La locanda era in
grado di ospitare tutti noi. La mamma e Constance dividevano una stanza nella parte antica che
dava sul fiume, mentre noi trovammo una sistemazione più spartana nelle stanze che si
affacciavano sul cortile delle carrozze, aggiunto nel Settecento. A quell’epoca, un proprietario
terriero di quel distretto aveva collegato due strade e ne aveva aperta una nuova che attraversava
la campagna da Reading all’East Anglia. «Uscite dalla porta», ripeteva zio Len, «girate a sinistra,
continuate sempre dritto e vi ritroverete a Norwich. Questa qui le macchine la fanno in un
giorno, è comodo se uno vuole andare a comprare un canarino. I migliori vengono da Norwich».
Le carrozze però non erano in grado di fare quello che facevano le macchine perché c’era un
fiume che straripava di continuo e un ponte che crollava sempre, e i viaggiatori cominciarono
presto a temere quel percorso, preferendo tornare alla vecchia strada principale; e quindi il Dog
and Duck non ebbe più bisogno dell’ala aggiunta. La generazione successiva ne aveva abbattuto
una parte, e ora il passaggio aperto al piano più alto terminava in una porta chiusa, con le fronde
pallide del glicine che si infiltravano tra i cardini. Le restanti stanze, tutte alte, luminose e di
grande fascino, ormai erano vuote, tranne che per pochi mobili raffinatissimi, ma erano tenute
scrupolosamente pulite. Avevano quindi l’aria di essere abitate da fantasmi spodestati, stoici e
casalinghi, cosa che trovavamo particolarmente intrigante. Richard Quin scelse di dormire su un
materasso di paglia in un solaio, perché Letty Lind, la giumenta che trainava il calesse di zio
Len, era alloggiata nella scuderia sottostante, e a lui piaceva sentire i suoi movimenti. Gli
ricordavano il gioco che facevamo sempre nelle scuderie dismesse a Lovegrove, quando
fingevamo che i pony e i cavalli che le avevano abitate quando mio padre era piccolo non se ne
fossero mai andati e potessero mangiare lo zucchero dalle nostre mani di giorno, scalciando e
nitrendo la notte. Noi ragazze dormivamo in quattro letti sistemati agli angoli di una stanza
quadrata piena di specchi, col vetro brunito, le cornici macchiate, che una porta a soffietto
divideva dall’antica Sala delle Riunioni, anche se era una stanza molto piccola, non più grande di
un soggiorno di una normalissima casa in Kensington Square. Era illuminata da un enorme,
elaborato candeliere di cristallo, che probabilmente era stato portato lì da una stanza più grande;
quando c’era la luna piena aprivamo le porte e, mentre ci svestivamo, guardavamo le gocce di
cristallo che proiettavano scintillanti lingue di fuoco e di ghiaccio sul bagliore dei muri smorzato
dalle falene e sui contorni netti delle ombre scure. Ma un sabato sera quando salimmo per andare
a dormire non c’era la luna nel cielo, e all’improvviso mancò anche l’elettricità. Mary e Cordelia
erano già in camicia da notte, perciò Rosamund e io chiamammo Richard Quin e tutti e tre ci
avventurammo nell’oscurità giù per le scale in cerca di candele e fiammiferi.
Quando passammo davanti alla porta che divideva la parte vecchia della locanda da quella
nuova, ci imbattemmo in zio Len, che disse: «Un altro fusibile che è andato, ci scommetto. Non
so quante volte mi sono detto che mettere la luce elettrica in quell’ala dell’edificio è stata un’idea
balzana, ma se voi vedeste in che stato sono i membri del Club dei Pescatori ogni anno quando
tengono il loro banchetto annuale nella Sala delle Riunioni – buffo che la pesca non vada mai a
braccetto con l’acqua – capireste perché non mi sogno di avere lampade a olio tra i piedi.
Aspettate un minuto, pulcini, vado a prendervi i candelieri giusti in salotto. E perché poi?». Il
campanello sul muro ci aveva interrotto con il suo continuo e lancinante ronzio. «Prendete i
candelieri da soli, pulcini, sono sul caminetto», sospirò, «io devo andare». Si trascinò lungo il
corridoio in direzione del bar, la testa china e inclinata da un lato, come un vecchio toro
malinconico di fronte alla sfida di una nuova battaglia. Lo seguimmo, perché sapevamo cosa
significava quel ronzio. Zio Len aveva fatto installare un campanello sul pavimento dietro al
bancone in modo che chiunque fosse di servizio potesse schiacciarlo con il piede se c’erano
problemi con qualche cliente.
Odiavamo il bar il sabato sera. Era il momento in cui si riempiva di gente dal villaggio e dalle
fattorie vicine: tutti uomini, ovviamente, perché a quell’epoca nessuna donna metteva piede in un
pub di campagna. La stanza era impregnata di un odore disgustoso. L’odore della birra che
stavano bevendo i clienti si mischiava all’odore dei loro corpi e dei loro vestiti (perché quella
gente si lavava molto meno di quanto non faccia oggi e non mandava mai i vestiti a lavare) e
all’odore del tabacco a buon mercato che stavano fumando; e dalla finestra entrava l’odore dei
gabinetti in cortile. Che ogni sette giorni una parte del Dog and Duck venisse privata del suo
lindore puritano e trasformata in un cubo puzzolente ci dava la nausea quanto il nostro periodico
bisogno di evacuare una sostanza repellente che non avremmo mai scelto spontaneamente di
produrre se ci fosse stata data la possibilità di scegliere; e avevamo la più bassa considerazione
possibile di entrambe le forme di degradazione. Ma quella volta sentimmo che era nostro dovere
entrare in quel posto disgustoso perché zio Len avrebbe potuto aver bisogno del nostro aiuto, e in
effetti era evidente che stava accadendo qualcosa di orribile. Tutti gli avventori erano in piedi
praticamente immobili, e nessuno parlava. Avevano i volti del colore dell’argilla e privi di
espressione, ma non stupidi; avrebbero potuto benissimo essere definiti delle scaltre teste di rapa.
Tutti questi volti inespressivi ma non privi di intelligenza stavano fissando il bancone attraverso
il fumo, dove zia Milly e zia Lily erano in piedi una accanto all’altra con le mani sui fianchi,
entrambe con un’espressione incerta e preoccupata, come se sentissero che avrebbero potuto
ammalarsi ma non ne erano sicure. Di fronte a loro c’era un uomo dinoccolato, con un abito a
scacchi, lungo di giacca e stretto di pantalone, con una bombetta color zenzero spinta troppo
indietro sui fitti ricci corvini. Era tutto agghindato ma sudicio. Era strano che qualcuno dovesse
riservare tanta cura al proprio aspetto e tuttavia non pensare di ricorrere alla pulizia per vedere
quali benefici ne avrebbe potuto trarre. «Tutto quello che chiedo», stava dicendo, «è il mio resto.
È valida, quella banconota, non potete rifiutarvi di accettarla, la legge è la legge, prendetela. Vi
tenete il denaro del mio drink e mi date il resto». Piagnucolò un poco sulla parola “resto”, ma
tutte le altre furono dette con voce sicura.
«Piantatela», disse Milly, «questa banconota da cinque sterline non è valida, e non per una
questione di scellini», e zia Lily intervenne come se fosse la seconda voce in un canone.
«Piantatela, com’è possibile che questa banconota abbia valore legale quando non è legale alla
fonte? È come le torte che serviamo con il tè: fatta in casa, ecco cos’è».
«Azzardatevi a ripetere un’affermazione del genere e vi denuncerò all’autorità giudiziaria»,
disse l’uomo agghindato e sudicio, e poi vide zio Len. «Ecco, è arrivato il principale. Volete dire
alla vostra signora di darmi il mio resto – è la vostra signora, vero? Bene, ditele di darmi il mio
resto. Io e i miei quattro amici abbiamo preso dodici whisky, e io li voglio pagare con una
banconota da cinque sterline, e sto chiedendo alla vostra signora – è la vostra signora, vero? – di
prendere il denaro e darmi il resto. E lasciate che vi dica che i miei quattro amici sono qua fuori,
nella mia automobile, e se li chiamassi sarebbero qui in un lampo».
«Raccogliete quella banconota e mettete sul bancone l’equivalente di dodici whisky in
monete d’argento del re», disse zio Len. «Fanno sei scellini. E quando avremo fatto girare ogni
singola monetina e sentito che non ce n’è nessuna fatta in casa come la vostra banconota, allora
potrete uscire e raggiungere i vostri amici nella vostra orribile macchina puzzolente».
«Non ho monete», disse l’uomo agghindato e sudicio. «Ho esaurito le monete fino all’ultimo
scellino, ecco perché ho dato la banconota alla vostra signora. E che avete contro di me, che vi
rifiutate di prendere la mia banconota? Mi conoscete bene, Len Darcy. Mi conoscevate anche ai
tempi in cui non potevate fare lo schizzinoso come ora».
«Non vi conosco così bene», disse zio Len. «Eravate un uomo dei gesti4 quando lo ero
anch’io, ma questo non è un granché come legame, e in ogni modo era tanto tempo fa. Penso che
il vostro nome sia Benny qualcosa, o giù di lì, ma non riesco a ricordarmelo esattamente, e non
mi interessa. Non eravamo amici allora e non lo siamo oggi. Quello che non sopporto di voi è
che state cercando di prendervi gioco di me per la terza volta. Siete già stato qui altre due volte
con la vostra orribile macchina puzzolente. Non sono contro il progresso, è la legge della natura,
ma ci sono degli individui che viaggiano in queste macchine che non mi piacciono. Alcuni sono
a posto ma altri dovrebbero viaggiare solo sul Black Maria, così vuole per loro la legge della
natura, così finiranno sempre e solo sul Black Maria, ci scommetto. Ebbene, siete venuto qui con
la vostra orribile macchina puzzolente a Pentecoste, e mia moglie vi ha cambiato la banconota da
cinque sterline ed era falsa, e quest’anno subito dopo Pasqua avete fatto la stessa cosa con la
signorina Lily, e anche quella banconota era falsa. Non mi rifarete lo scherzetto un’altra volta»,
disse pacatamente, «e ora mettete sul bancone le monete oppure chiamo la polizia. La stazione è
proprio dietro l’angolo».
«E quanti sbirri pensate di avere nella vostra orribile stazione puzzolente?», chiese l’uomo
agghindato e sudicio. «Non quanti i miei amici in macchina. Non ci sono quattro poliziotti nella
vostra orribile stazione puzzolente. Io invece ho quattro amici in macchina».
«I vostri quattro amici con i loro quattro tirapugni nella vostra orribile macchina puzzolente,
non ne dubito», disse zio Len. «Ma, povero pagano ignorante che non siete altro, avete mai
sentito parlare di assicurazione? Sono assicurato con la Pru. Ho tutto il denaro della Pru che mi
sostiene. Mi rimetterebbero a nuovo questo posto anche se voi lo faceste a pezzi prima che io
faccia a pezzi voi, cosa che non accadrà, è contronatura, ecco cos’è. Spenderebbero ogni
centesimo che deve essere speso senza che io debba nemmeno infilare la mano in tasca, se la
legge della natura non dovesse fare il suo corso. Ma vi dico che non ce ne sarà bisogno. Non ho
dimenticato come trasformare una zuffa in un capolavoro». Guardò la sua immagine riflessa
nello specchio dietro al bancone e si lisciò i capelli. «Sono astuto», disse placidamente, «e privo
di scrupoli. Dite di conoscermi meglio di quanto io conosca voi, e allora dovreste sapere che ci
sono persone che ho preso in antipatia che non sono state più le stesse da allora. Raccogliete
quella banconota e mettete sul bancone le monete».
L’uomo agghindato e sudicio non disse niente, ma fece a zio Len un lungo sorriso; e zio Len
perse la calma. «Signore», urlò, «avete dimenticato come posso essere?».
C’era una nota disperata nella sua voce. L’altro smise di sorridere e sembrava che stesse
ascoltando l’eco delle parole di zio Len.
«Se mi conoscete tanto bene», insistette zio Len, «dovreste ricordarvi come sono fatto». Il
sudore gli imperlava la fronte.
Tutti gli avventori si mossero e cambiarono posizione, e nonostante i loro visi rimanessero
impassibili e inespressivi si avvicinarono un po’ di più all’uomo agghindato e sudicio. Lui si girò
verso di loro, il fermacravatte prezioso brillava sotto la luce insieme alla catena d’oro
dell’orologio pesantemente decorata che gli attraversava il panciotto rosso. Fissò tutte quelle
persone semplici e sembrò notare un particolare in loro che prima non aveva visto, esitò per un
attimo e si girò nuovamente verso zio Len. «Facciamo come diavolo volete voi allora», disse,
«suppongo che non abbiate il resto per una banconota da cinque in quel vostro decrepito
registratore di cassa». Frugò con calma nelle tasche in cerca delle monete e le lasciò cadere sul
bancone.
«Signore», sospirò zio Len, asciugandosi la fronte. «Sono contento che abbiate deciso di
comportarvi in modo ragionevole. Fatele ruotare, ragazze». E così fecero zia Milly e zia Lily,
mentre l’uomo agghindato e sudicio stava chino sul bancone in modo che gli altri non potessero
vedere, scrollando le spalle e arrotolandosi i baffi e canticchiando. Quando l’ultima moneta ebbe
smesso di ruotare e ricadde immobile, zio Len disse: «Ora puoi andare, Benny».
Ma quando quell’uomo sudicio si voltò non poté tollerare tutti quei visi del colore dell’argilla
che sogghignavano davanti a lui. Tornò indietro di scatto e disse: «Bene, arrivederci, Len Darcy,
e che tu sia maledetto, diddacoy».
Si ritrovò di colpo impossibilitato ad andarsene. Era trattenuto per la cravatta. La mano destra
di zio Len era scattata in avanti e gli aveva afferrato il nodo della cravatta tirandolo in su e in giù
per stringerlo sempre di più attorno al pomo d’Adamo. Contemporaneamente, la mano sinistra di
zio Len, quasi fosse dotata di vita propria, si era allungata verso il bancone, aveva afferrato un
bicchiere alla base e l’aveva sbattuto contro il ripiano di legno in modo da frantumarne il bordo.
Poi, quella stessa mano sinistra, tenendo stretto il bicchiere rotto, era andata a poggiarsi sulla
destra. Il bordo di vetro tagliente sembrava sfiorare la gola di Benny. Le due mani rimasero lì
immobili come pietra. Se avessimo visto il volto di zio Len avremmo potuto capire se aveva
intenzione di spingere il bicchiere rotto ancora un’unghia più in là. Ma dal vano della porta
potevamo vederlo a malapena, scorgevamo solo le spalle rannicchiate, quelle mani immobili, la
testa girata dall’altro lato rispetto a noi. Ma potevamo vedere bene Benny; ed era chiaro che
credeva di essere destinato a morire. Il volto era trasfigurato in quello di un cavallo, gli occhi che
roteavano da una parte e dall’altra e le narici dilatate, e il labbro superiore che lasciava scoperti i
lunghi denti gialli. Dentro di me sapevo che zio Len stava facendo la cosa giusta, ma speravo che
in quel caso la cosa giusta non coincidesse con un omicidio. Il silenzio si prolungava e io mi
sentivo svenire. Avevo ancora nelle narici l’odore maschio che c’era in quella stanza. Guardai
verso le due donne al bar, che sapevano meglio di chiunque altro se zio Len avrebbe finito per
uccidere Benny. Con mia grande sorpresa, zia Lily si era tramutata in una colonna nera, come
una donna orientale coperta di veli. Si era tirata la gonna sul volto. Gli occhi di Milly guardavano
nei miei: il viso esprimeva solamente quello che provavo anch’io, che qualsiasi cosa zio Len
avesse fatto sarebbe stata la cosa giusta, ma poteva trattarsi di una cosa terribile.
Zio Len lasciò cadere le mani. «Oh, Benny, Benny!», disse in tono di garbato rimprovero.
«Te la sei fatta tutta nei pantaloni. Te la sei fatta nei pantaloni, e dire che sei un ometto ormai!».
Il silenzio si prolungò per un altro secondo. Poi di nuovo tutti quei visi d’argilla si contrassero in
un ghigno, che si allargò sempre più finché l’intera stanza non assunse l’aspetto clownesco del
viso dell’Uomo nella Luna5 e da tutti quei visi si propagò una risata roboante che sembrava la
versione volgare di un tuono. «Hai uno strofinaccio a portata di mano, Milly?», chiese zio Len.
«Buttalo qui. Ora, Benny, mettiti in ginocchio e pulisci la pozzanghera ai tuoi piedi». I visi color
argilla si lasciarono andare ancora una volta a quel fragore a bocca spalancata; era un rumore
pulsante, che sembrava essere strappato loro di dosso da un’enorme mano gigante. «Bravo
figliolo, piegati bene», disse zio Len. Quando Benny si piegò rigido sulle ginocchia, il suo
cappello color zenzero cadde in avanti, e zio Len lo afferrò al volo, facendo schioccare la lingua
a mo’ di benevolo rimprovero. «Su, Benny, fai attenzione ora, non vorrai impiastricciare tutte le
tue cose», disse, e di nuovo il boato si espanse, era come se l’Uomo nella Luna si fosse
avvicinato alla terra, così vicino da sovrastarla completamente. Le tende si gonfiarono della
brezza che veniva dalla finestra aperta, portando con sé il fetore dei gabinetti del cortile.
Zio Len abbassò lo sguardo su Benny che tamponava il pavimento, e disse con fare benevolo,
fingendo di non accorgersi delle risate ma a voce abbastanza alta perché tutti lo sentissero:
«Bravo. Sei capace di fare un buon lavoro quando ricevi gli ordini da un uomo migliore di te».
Poi posò una mano sulla testa di Benny e lì la lasciò. L’uomo in ginocchio fu percorso da un
brivido e si fece rigido come una statua di cera. «Perché ti sei fermato?», chiese zio Len
gentilmente. «Perché ti sei fermato, piccolo Benny?». Lasciava che la sua mano giocasse
distrattamente con gli unti riccioli corvini di lui, e Benny continuava a rimanere rigido, anche se
si poteva sentire un leggero singhiozzare. Poi zio Len sollevò la mano. «Basta così», disse.
«Ancora un’altra bella passata e potremo dire di aver finito. Bene. Ora fila via, piccolo Benny. E
porta con te quello strofinaccio da mostrare ai tuoi amici là fuori in quella orribile macchina
puzzolente. E ricordati che quando penderai dalla forca sarà ancora più divertente. Faresti meglio
a ricordarlo anche ai tuoi amici. E ora buonanotte, Benny. Buonanotte. Buonanotte una volta per
tutte».
Non appena la porta si richiuse tutti scoppiarono a ridere all’istante, ma zio Len sollevò la
mano sinistra. Stringeva ancora il bicchiere con il bordo rotto. «Zitti», disse. «Vediamo se
mettono in moto la macchina. Sono un branco di stupidi. Potrebbero essere così pazzi da tornare
indietro». Si sistemò meglio il pollice nel palmo della mano per avere una presa migliore, e
rimanemmo tutti in ascolto.
Cominciarono subito i ronzii e gli schioppettii, e zio Len appoggiò il bicchiere sul bancone
del bar dicendo: «Credo che si siano decisi a comportarsi da persone ragionevoli. E ora voglio
fare le mie scuse a tutti. Sapete che questo è un locale amministrato come si conviene a questo
paese, e una cosa del genere non era mai accaduta prima, almeno non da quando ci sono io qui, e
prego Dio che non accada un’altra volta». Si voltò verso il bancone e disse in tono formale, come
se Milly e Lily fossero delle estranee: «Vi chiedo scusa, signore». Aveva abbandonato il suo
solito contegno e si stava comportando con il senso di pubblico decoro del direttore di un circo,
che a suo modo è una figura piena di dignità. Poi si rivolse di nuovo agli avventori e si schiarì la
gola. «Il mio nome è Darcy», disse loro, «e nessuno al mondo può permettersi di chiamarmi
diddacoy». Per un istante sembrò che le sue parole si fossero infrante contro un muro spoglio. Si
sarebbe detto che nessuno dei clienti avesse idea di quello che intendeva dire più di quanto non
ne avessi io. Ma ci fu un mormorio di approvazione, e zio Len lo accolse con un inchino. Poi si
voltò. E ci vide.
Mugolò e disse a Richard Quin: «Perché hai lasciato entrare le ragazze? Lo spettacolo non
era adatto a loro, no davvero».
Richard Quin non rispose. Sollevò gli angoli delle labbra come a formare un sorriso ma poi li
lasciò ricadere di nuovo. Di solito, quando la vita diventava spiacevole, trovava sempre un
commento scherzoso che rendeva l’accaduto più simile a quanto avrebbe desiderato. Ma questa
volta niente poteva alterare quell’evento sgradevole. Le parole di zio Len mi avevano fatto
infuriare. Non c’erano differenze tra uomini e donne in termini di coraggio. Se quanto accaduto
non era cosa che io dovessi vedere, lo stesso valeva per gli uomini. Ma Rosamund parlò
chiaramente per me: «Perché non avremmo dovuto essere qui? Zia Milly e zia Lily sono qui.
Comunque, eravamo scese in cerca di candele e fiammiferi. Non ti ricordi?», chiese in tono
aspro, come se lo stessimo richiamando ai suoi doveri reali. «È andata via la corrente nell’altra
ala della casa».
«Diamine, cari miei, è vero», rispose lui, «ma questa orribile faccenda mi ha fatto uscire di
mente tutto il resto. Venite in soggiorno».
Lì diede a Rosamund un paio di candelieri a tre bracci e a me un altro, accese le candele e ci
rimandò indietro, dicendo a Richard Quin di seguirlo nelle scuderie dove avrebbero trovato una
lanterna, che per il solaio era più sicura. Ma mentre la porta che divideva le due parti della casa si
richiudeva dietro di noi, dissi: «Penso che faremmo meglio a spegnere queste candele. Gli
incendi, sapete». Provavo una sensazione di pericolo così generale e pervasiva che mi
immaginavo il vento spingersi anche lì, al riparo della casa, per appiccare il fuoco alle nostre
gonne. Se Rosamund fosse stata quella di sempre, avrebbe balbettato: «N-n-no, R-r-rose, se
facciamo attenzione a come le portiamo non ci saranno problemi», ma in quel momento si chinò
all’istante e soffiò sulle sei fiammelle con una rabbia che le usciva direttamente dalla bocca.
Rimanemmo immobili per un minuto o due, col respiro pesante, come se l’oscurità fosse un
riparo che avevamo raggiunto di corsa. Ma sentimmo un raschiare di voci dal bar e un sussultare
di risa, e per allontanarci fummo costrette a salire a tentoni su per la scala scricchiolante,
tenendoci strette alla ringhiera per evitare di cadere nel punto dove faceva una svolta brusca, e
arrivate nella nostra stanza chiudemmo la porta, desiderando di poterla chiudere a chiave, ma le
altre lo avrebbero notato, e Rosamund mise i due candelieri sul caminetto e li accese. Una volta
che la fiamma si fu stabilizzata, Cordelia e Mary si girarono nel letto e strizzarono gli occhi per
la luce.
«Oh, ci abbiamo messo troppo?», domandai, affaccendata intorno agli stoppini. Sia
Rosamund che io li maneggiavamo in modo maldestro, ci tremavano ancora le mani. «Mi spiace
tanto, ma non ci è stato possibile fare altrimenti, non potevamo proprio».
«Di cosa state parlando?», chiese Mary. «Non ci avete messo più di cinque minuti, non
abbiamo avuto problemi».
Non era possibile che fosse successo tutto così in fretta.
«Cosa c’è che non va?», domandò Mary, mettendosi a sedere sul letto.
Non potevo proprio dirle la verità, e nemmeno Rosamund voleva. Si stava togliendo i vestiti
rapida e sdegnosa, come se volesse rimanere da sola con il suo corpo nudo, separato da tutto il
resto. Ma anche se non potevo raccontare apertamente l’accaduto, dovevo parlarne. Era ancora
rinchiuso nel bar, nella puzza e nel fumo, nella paura dell’omicidio e nell’indecenza dei nostri
corpi ripugnanti; il mio respiro insisteva perché io traducessi in parole il mio senso di prigionia.
Dissi: «C’è stata una scena orribile al bar. Un uomo spaventoso ha cercato di farsi cambiare da
zia Milly e zia Lily una banconota da cinque sterline contraffatta».
«E zio Len non c’era?», chiese Mary, come se questa cosa sarebbe bastata a sistemare tutto.
«Sì, c’era», dissi. Rosamund uscì dal cerchio delle sue sottovesti, come un gatto che si scuote
le zampe uscendo da una pozzanghera. Ma io non potevo fermarmi. Sedetti sul letto e cercai di
calmarmi. Era inutile. Scossa dai brividi, proseguii: «Si è occupato di tutto lui. Ha impedito che
loro accettassero quel denaro falso, voglio dire. Ma non è finita qui. Si è arrabbiato terribilmente
perché l’uomo che voleva farsi cambiare la banconota l’ha chiamato con un brutto nome.
Credevo», dissi, con la stanza che mi girava intorno, «che zio Len l’avrebbe ammazzato».
«Quale brutto nome?», chiese Mary. Non era impressionata, pensava semplicemente che mi
stessi esprimendo con un linguaggio esagerato per rendere l’idea che zio Len si era arrabbiato
terribilmente.
«Perché mai dovremmo sentire un qualche brutto nome usato da un uomo che spaccia
banconote false?», esclamò Cordelia, sollevando la testa di scatto dal cuscino.
«Sei sempre così stupida», disse Mary. «Sei nata per non afferrare mai il punto. L’ho chiesto
perché è davvero strano che zio Len si arrabbi seriamente se qualcuno gli si rivolge in malo
modo, è come se il Tamigi straripasse perché qualcuno ci butta dentro una mela marcia».
«Era un nome strano», dissi. «Diddacoy».
«Diddacoy», ripeté Mary. «Mmm. Non è in Shakespeare».
Rosamund si strappò di dosso le stecche, si tirò su la camicia da notte, scivolò sotto le coperte
e si girò con la faccia contro il muro.
«Non credo che sia nemmeno nella Bibbia», dissi io, desiderando con tutte le mie forze di
riuscire a rimanere calma come lei e non dover continuare a parlare di una cosa che volevo
dimenticare. «E zio Len», mi ritrovai a dire, «ha detto una cosa stranissima. Ha detto che il suo
nome è Darcy e che nessuno può chiamarlo diddacoy come se nessuno potesse chiamarlo
diddacoy perché il suo nome è Darcy».
Senza voltare la testa, Rosamund disse: «Piantala di parlarne, Rose».
«Sì», disse Cordelia, «continui a ripetere quella parola, e per quel che ne sai potrebbe voler
dire qualcosa di orribilmente disgustoso».
«Il problema è», disse Rosamund, sempre con la faccia rivolta al muro, parlando a voce alta,
«che non importa un fico secco cosa vuol dire. Come può avere una qualche importanza che un
orribile ladruncolo da quattro soldi chiami zio Len con un nome disgustoso? E invece ecco zio
Len fare un gran chiasso per niente, come fa mio padre, e…». Si trattenne e si tirò per un attimo
un lembo del lenzuolo sulla bocca. Sapevamo tutti che era stata sul punto di aggiungere: «E
come faceva vostro padre». Ma continuò, con la voce che le tremava, la solita balbuzie
rimpiazzata da una parlantina fluente che era ancora più penosa. «Non pensavo che zio Len fosse
così. Ero sicura che fosse diverso. Pensavo che sarebbe andato avanti a occuparsi delle sue cose e
non fosse come gli altri che trovano sempre mille motivi per rendere tutto orribile quando
potrebbe essere a posto, se solo si restasse tranquilli. Perché zio Len non poteva lasciare che
quell’uomo lo chiamasse diddacoy e uscisse dal bar? Se ne sarebbe andato con la sua macchina
se zio Len non lo avesse fermato, solo perché doveva fare tutto quel chiasso». Si girò sulla
schiena, distese le sue bianche braccia tornite verso il soffitto e gridò: «Voglio che tutto sia bello.
Oh, odio gli uomini», e lasciò ricadere le braccia, poi si rigirò verso il muro.
Quell’odio reso così evidente dal suo grido mi atterrì. In precedenza eravamo sempre state
noi quelle esagerate, non lei. Chi ci avrebbe tenute a freno, se ora lei ci superava? Mi rivolsi a lei
dicendo: «Ma Richard Quin ti piace».
«Lo amo», disse la sua voce rabbiosa smorzata dalle coperte, «ma è un peccato che sia un
uomo, non sarebbe dovuto nascere uomo, cosa gli accadrà in un mondo in cui gli uomini sono
così orribili?».
«Oh, se la caverà», dissi, parlando con rabbia perché avevo paura.
Anche Mary ebbe uno scatto di rabbia. «Sono sicura che qualsiasi cosa abbia fatto zio Len
non sia niente di male».
«Certo, certo», dissi io. Ma evidentemente avevo parlato senza troppa convinzione, perché
Cordelia si esibì nel ruolo che assumeva sempre davanti alle catastrofi e, con il suo sguardo da
persona innocente e assennata, sostenne che lei aveva previsto tutto e che non sarebbe accaduto
nulla se solo l’avessimo ascoltata. Disse che dopotutto il Dog and Duck era soltanto un pub, e
anche se noi insistevamo sul fatto che essendo in campagna era diverso, lei aveva avvertito la
mamma che sarebbe potuto succedere qualcosa di brutto. Quella sua performance ci lasciava
sempre sbigottiti perché era frutto delle sue allucinazioni; non aveva mai avuto alcuna perplessità
sul Dog and Duck e non aveva mai avuto una conversazione di quel genere con la mamma, ma i
suoi occhi avevano la serietà e la lucida trasparenza della verità. Non c’era modo di discutere
davanti a un comportamento così insensato, quindi finivamo sempre per tirarle addosso qualcosa;
questa volta Mary le tirò un cuscino, e io la mancai per un soffio con una copia dello «Strand
Magazine», e le dicemmo che se c’era qualcosa di sbagliato nel Dog and Duck era che ospitava
anche lei. Ma Rosamund urlò: «Oh, spegnete le candele, spegnetele subito! Mi fa male la testa,
devo dormire». Aveva parlato come se il sonno fosse un cavallo e lei dovesse salirci sopra e
andarsene al galoppo nell’istante stesso in cui calava il buio, e lo trovai assurdo, considerato che
io avevo il suo stesso mal di testa. Perché la benefica isteria della giovinezza, che protegge le
menti non ancora formate dai dolori troppo intensi, era già al lavoro su di me. Non pensavo più
ai fatti accaduti nel bar; erano presenti nella mia testa solo come un’immagine dai contorni
sfocati, come l’Uomo nella Luna che getti uno sguardo a una bruna landa fangosa, perché ero
preoccupata per un dolore penetrante che improvvisamente sembrava aver ammorbidito le ossa
del mio viso e mi faceva bruciare gli occhi, e sentivo delle fitte nel cranio simili a quelle del mal
di denti. Ma Rosamund aveva ragione. Affondai la faccia nel cuscino in modo che nessuno mi
avrebbe sentita se avessi cominciato a singhiozzare, ma non ebbi il tempo di farlo perché mi
addormentai.
Poi a un tratto mi svegliai. Ci eravamo tutte messe a sedere nel letto perché avevamo sentito
bussare alla porta a soffietto. Si aprì lentamente e Richard Quin disse piano: «C’è qualcuno
sveglio? Posso entrare?». Era una figurina stretta stagliata contro una luce pallida e tremula, che
formava una specie di foschia intorno alla sua testa. Nella stanza alle sue spalle non erano state
tirate le tende, perciò era illuminata dal diffuso chiarore della notte senza luna e i grandi
candelieri brillavano a intermittenza come ali di coleottero, proiettando una luce incerta sui suoi
capelli biondi. Gli sussurrammo: «Vieni dentro, vieni», ma lui si fermò un istante sulla soglia,
dimenticandosi della nostra presenza, rivolto alla finestra. Fuori in giardino si sentiva il chiurlo
di un piccolo gufo. «È così simile al flauto!», disse. Poi avanzò nell’oscurità della nostra stanza.
«Rosamund, Rose, state bene? Zio Len era così preoccupato per voi. Diceva che avreste pianto
fino a farvi scoppiare la testa. E quello che è accaduto nel bar è stato davvero disgustoso. Meno
male che voi altre due eravate ben lontane».
Si sentì schioccare un fiammifero e la sua luce esitante si diffuse per la stanza. Lui era in
piedi tra il mio letto e quello di Rosamund, e chiese: «State bene, voi due? State bene?». Io
risposi: «Sì, abbastanza bene», ma Rosamund disse piagnucolando: «Oh, è stato orribile». Era
una cosa che io non riuscivo mai a capire. Quando ci si taglia o ci si fa male e qualcuno chiede se
sentiamo dolore è ovvio che si debba rispondere di no. Ma Rosamund sembrava non voler
accettare questa forma di obbligo sociale anche se era coraggiosa quanto me; se un cavallo
imbizzarrito fuggiva per strada o cadeva un’imposta di ferro dalla vetrina di un negozio,
Rosamund semplicemente si allontanava e sembrava che la cosa non la turbasse minimamente.
Invece avevo notato che quando il nostro dottore le chiedeva: «Fa male qui?». Lei spalancava gli
occhioni grigio-blu e rispondeva: «Oh sì, tanto», ed era come se confessandogli il suo dolore gli
stesse facendo un regalo; e lui sembrava esserle grato, come se avesse ricevuto in dono qualcosa
di bello. Ora, mentre Richard Quin la guardava, lei aveva la testa appoggiata al cuscino e non
cercava di nasconderla anche se era bagnata di lacrime; e lui inspirò profondamente a denti
stretti, ma continuò a guardarla come se fosse un campo di fiori.
Si sedette sul letto di lei e disse a noi altre: «Sentite, è tardi. Ma voglio dirvi qualcosa di
incredibile che zio Len mi ha appena raccontato. È il vero motivo per cui è accaduta quella cosa
orribile al bar. Sapete, zio Len è uno zingaro».
Tutte noi tranne Rosamund balzammo sul letto per lo stupore. «Uno zingaro!». Era come se
non fosse più in casa ma stesse vagando nella notte, sotto quella luce indomabile che nemmeno
la notte riusciva a sottomettere.
«Sì», disse Richard Quin. Continuò un po’ esitante, come se la storia gli fosse stata raccontata
in una lingua straniera e lui non fosse sicuro di come tradurla. «Dice che tutti quelli che si
chiamano Darcy sono zingari. Sua madre era una Beckett e uno dei suoi nonni un Lee. Lo ha
detto un po’ come quando in Shakespeare si parla dei nobili. Il Gran Conte di Washford,
Waterford e Valenza».
«Lord Talbot di Goodrig e Urchinfield», dissi io.
«Lord Strange di Blackmere, Lord Verdun di Alton», disse Mary.
«Il tre volte vittorioso Lord di Falconbridge», disse Richard Quin. «Abbiamo dimenticato un
verso da qualche parte, ma non ha importanza ora6. Comunque, zio Len è nato in una roulotte a
Holmwood nel Surrey. Lì vivono un mucchio di Darcy. Ma è scappato quando aveva dieci anni».
«Perché l’ha fatto?», ci domandammo meravigliate. Eravamo tutte sedute ora, tutte tranne
Rosamund, con le ginocchia abbracciate. «Non era divertente essere uno zingaro?», chiese
Cordelia. Trovai strano che proprio lei tra tutte noi avesse fatto quella domanda.
«È esattamente quello che ho detto io», ci disse Richard Quin. «Ma zio Len dice che se sei
uno zingaro e sei costretto a scappare, e lui doveva farlo, non puoi andare a rifugiarti da altri
zingari. Non è possibile. Ma dovete sentire l’intera storia. Vedete, quando zio Len aveva dieci
anni suo padre e sua madre morirono. Erano andati con un sacco di altri Darcy e Beckett a una
fiera equina e al ritorno si ammalarono tutti, uno dopo l’altro, perché c’era qualcosa che non
andava nell’acqua della pompa che avevano usato alla fiera. Molti di loro morirono, e suo padre
e sua madre furono tra i primi ad andarsene. Così lo mandarono dalla sorella di sua madre, che si
era sposata al di sotto del suo livello. Vale a dire, suo marito non sapeva niente di cavalli. Zio
Len dice che suo padre ne sapeva di cavalli più di chiunque altro abbia mai incontrato. Ma sua
zia e il marito vivevano vicino a Hugh Wycombe e intrecciavano giunchi per le sedute delle
sedie. A me non suonava poi così male, perché li intrecciavano all’aperto nei faggeti dove i rami
caduti venivano lasciati ad asciugare e anche le rifiniture in vimini, quando erano necessarie,
venivano fatte all’aperto. Ma zio Len dice che rispetto ai cavalli quello era un enorme passo
indietro, e gli sembrava di essere una vecchietta che andava a fare legna nei boschi. Così ha
detto. Dice che è abitudine degli zingari mandare le donne anziane nei boschi a raccogliere la
legna perché un guardacaccia non fermerebbe mai una vecchietta che raccoglie qualche legnetto
per scaldarsi. Sarebbe semplicemente uno squallido trucchetto se non fosse risaputo, per cui tutti
chiudono un occhio. Ebbene, non poteva sopportare quella situazione. Quindi fuggì via e andò a
lavorare come stalliere a Lambourn. Stava andando molto bene lì, ma poi è successo il
fattaccio».
«Oh, cosa?», chiedemmo noi.
«Divenne troppo grosso e troppo pesante per fare il fantino», disse Richard Quin. «A tredici
anni già non c’erano più speranze, così andò a lavorare per un allibratore. Ebbe molta fortuna
perché l’allibratore era molto gentile e così la moglie: è lei la donna ritratta in quella fotografia
ingrandita nella cornice d’argento sul caminetto del soggiorno, con quel grande cappello di
piume e tutti quei bottoni sul corsetto e l’enorme spilla col cammeo. Furono come un padre e una
madre per lui e fecero la sua fortuna. Lasciarono i loro affari in mano a lui e a una cugina di
Swansea, che lasciò gestire tutto a lui, e quando lei morì lui vendette l’attività e si stabilì qui.
Dice di essere stato molto felice, ma che comunque non è stato così bello come essere un fantino.
Ma dice che per come stanno le cose non farebbe cambio nemmeno con il re d’Inghilterra, e in
ogni caso ormai ora sarebbe troppo vecchio per gareggiare e quindi sceglierebbe comunque
questo posto. Tuttavia, ancora adesso qualche volta si sveglia di notte e pensa a come sarebbe
stato cavalcare un cavallo vincitore del Derby. E il fatto di non essere con la sua gente lo turba
un po’. Ecco perché non parla mai della sua identità di zingaro. Ma non vorrebbe mai essere
diverso e non rinnegherebbe i suoi genitori per niente al mondo, ecco perché non ha permesso a
quell’uomo di chiamarlo diddacoy».
«Un diddacoy è qualcuno che vive in una casa?», chiese Mary. «Pensavo lo chiamassero
gorgio». Avevamo letto tutti Borrow.
«Oh, no», disse Richard Quin. «Se avesse voluto dire semplicemente quello non sarebbe stato
un problema. Gli zingari non hanno alcun problema nei confronti di chi vive tra quattro mura, a
parte pensare che si tratti di persone un po’ sempliciotte, ma sanno che il mondo non potrebbe
andare avanti senza di loro. Sembra che gli zingari siano persone molto ragionevoli».
Smise di parlare, e a me si strinse il cuore. Aveva fatto una chiacchierata con zio Len come a
me non era mai capitato di fare. Richard Quin e zio Len; Richard Quin e il signor Morpurgo;
Richard Quin e Rosamund; erano tutti legami di alleanza dai quali io ero esclusa.
«Ma un diddacoy», continuò, «è un finto zingaro. È qualcuno che viene buttato fuori di casa
perché non ha lavoro o perché è stato in prigione, e quindi lascia il suo paese e occupa
abusivamente un terreno pubblico e prova a vivere come uno zingaro, ma non ci riesce. Tanto
per cominciare, tutti gli zingari appartengono a delle famiglie di zingari, e tutti si conoscono.
Questo è il motivo per cui se sei uno zingaro e scappi dalla tua famiglia non puoi semplicemente
aggregarti a un’altra famiglia zingara. Saprebbero chi sei e dovrebbero rimandarti indietro. E poi
gli zingari sono capaci di fare, fare per davvero, ogni genere di cosa. Realizzano tutti quegli
oggetti in vimini, quei cesti, e sono più abili di qualsiasi fabbro nel lavorare il ferro, e hanno un
talento speciale coi cavalli. Zio Len dice che nessuno capisce i cavalli meglio di uno zingaro,
perché la mente di un cavallo e quella di uno zingaro lavorano nello stesso modo. Un cavallo è
spaventato da ciò che non conosce, e così uno zingaro». Qui si zittì e rise tra sé e sé. Di tanto in
tanto si sentiva il bubolare di qualche giovane gufo, ma lontano, giù nei boschi lungo il fiume.
«Ebbene, c’è la prova», disse, «che zio Len è davvero uno zingaro. Chi non è uno zingaro non è
spaventato da ciò che non conosce. Comunque, gli zingari sono bravissimi a fare ogni genere di
cose, e questa è un’altra prova».
Si fermò. Zio Len gli aveva detto una cosa che faticava a rivelarci. Non poteva essere un
segreto, altrimenti non l’avrebbe svelato; ma quando ne avevano parlato erano così vicini che era
come se si stessero raccontando un segreto. Lo incoraggiai. «Vai avanti, vai avanti».
«Gli zingari rubano», disse. «Zio Len l’ha confessato. Rubano».
«Oh, Richard Quin», esclamò Cordelia, «non gli avrai chiesto se gli zingari rubano?».
Richard Quin rimase in silenzio per un istante, poi fischiettò quattro battute di una melodia,
come se si fosse allontanato da tutti noi per entrare in una sorta di sogno. Ma erano quattro
battute di un brano che lui amava particolarmente e che usava come un incantesimo per sviare i
dolori più forti. Cordelia era davvero terribile. Stavamo scoprendo che una persona che
amavamo quasi quanto mamma e papà era diversa da come avevamo creduto fosse; ma lei aveva
dovuto interrompere il discorso, temendo che Richard Quin, che sapeva sempre come
comportarsi, avesse detto qualcosa di inappropriato, dal momento che nella nostra famiglia tutti
tranne lei lo facevamo di continuo. La guardammo con una rabbia stupita, e lei ricambiò i nostri
sguardi, stupita a sua volta, ma non arrabbiata, gli occhi spalancati, il piccolo labbro superiore
sollevato a scoprire i denti.
Lui proseguì: «È un fatto del tutto naturale, sapete, che gli zingari rubino. Girare
continuamente da un paese all’altro ti fa venire l’idea che tutti i luoghi siano di tua proprietà, e
quando trovi delle cose che appartengono a persone meno brave di te, non puoi fare a meno di
pensare che sia tuo diritto averle. Supponiamo che ci sia un contadino zoticone: potrebbe
sembrare che non ci sia niente di male a rubargli i pulcini e le uova. Ma ovviamente è una cosa
sbagliata. Zio Len non ricorda che suo padre abbia mai rubato qualcosa se non in un paio di
occasioni, quando c’era un motivo. Ma i diddacoy sono diversi. È spazzatura spuntata da ogni
genere di topaia. Conoscono a malapena il loro nome, molti di loro hanno solo dei soprannomi. E
non hanno alcuna occupazione. Non sanno intrecciare cestini, non bene almeno, non sanno
nemmeno dove trovare i salici giusti, e se lo sanno non sanno come tagliarli, e non sanno
lavorare il ferro, e se riescono a mettere le mani su un cavallo di tanto in tanto sono solo ronzini.
E i diddacoy rubano perché devono farlo per vivere. Non nel modo in cui rubano gli zingari, c’è
davvero una bella differenza, se ci pensate bene. Così quando uno zingaro pensa a un diddacoy è
come guardarsi in uno di quegli specchi che distorcono le immagini. Quindi, vedete, zio Len
aveva ragione ad arrabbiarsi quando quell’uomo gli ha dato del diddacoy».
«Oh, sì», dicemmo noi. «Oh, sì», ma Rosamund gridò con voce lamentosa, sempre senza
sollevarsi dal cuscino: «Sì, deve essere stato orribile per lui, ma perché ha dovuto fare tutta
quella scena?».
Una delle candele si spense, e Richard Quin si girò verso il camino e la riaccese. Mentre lo
osservavamo, l’immagine che potevamo vedere nelle brune profondità dello specchio era quella
di quattro ragazze che guardavano un altro ragazzino. «Oh, sono successe molte più cose di
quelle che abbiamo visto noi», disse dolcemente. La candela si spense un’altra volta, e lui prese
un temperino dalla tasca e cominciò a tagliare lo stoppino. «Zio Len», parlava lentamente mentre
lavorava, «e l’uomo che ha tentato di cambiare la banconota falsa si conoscevano molto bene da
tempo. Si chiama Benny Rossi, e sono partiti dallo stesso livello, ma poi quell’uomo ha
cominciato a scendere mentre zio Len ha cominciato a salire. In teoria lui ha a che fare col giro
delle scommesse, ma zio Len dice che è solo una copertura e che è meglio non sapere cosa c’è
dietro. Comunque, se ne va in giro con una compagnia di gente poco raccomandabile e uno dei
loro espedienti tipici è di pagare il conto nei pub con delle banconote da cinque sterline false per
farsi dare il resto. Il fatto che le banconote non siano neanche contraffatte bene fa parte del
giochetto. Il gestore del pub le guarda e la persona che ha tentato di rifilargliela dice: “Queste
non sono cinque sterline, tu lo sai, e noi lo sappiamo, e tu puoi prenderle o lasciarle. Ma se le
lasci, noi ti sfasciamo il locale”. Quindi capite che quello che è successo stasera era davvero una
cosa per la quale fare tanto chiasso».
Non riuscivamo a respirare al pensiero che i nostri amici fossero minacciati da un pericolo
del genere. «Ma perché non chiamare la polizia?», chiese Cordelia con rabbia.
«Sembra che non se la cavino molto bene a gestire quel genere di vandali quando se li
trovano davanti», disse Richard Quin, dando distrattamente un altro giro allo stoppino che stava
riaccomodando. Mentre parlava, la quiete della notte fu squarciata improvvisamente da uno
schiamazzo di uccelli. Stavano volando verso la locanda dai boschi a ridosso del fiume e
urlavano come bambini in preda al panico. Era un suono così tremendo che ci impediva di
pensare a qualsiasi altra cosa. «Cos’è?», urlammo. «Oh, ascoltate, cos’è?».
«Cos’è cosa?», chiese Richard Quin, che ci dava ancora la schiena. Ora però gli uccelli
stavano volando attorno alle gronde, il rumore era fortissimo, e nemmeno una tale
preoccupazione poteva impedire che li sentisse. «Oh, quello. È un falco che sta sorvolando il
bosco: quelle povere creature si sono svegliate nel nido e, trovando la morte che incombeva su di
loro, si sono letteralmente volatilizzate per salvarsi la vita».
Un uccello venne a sbattere contro la finestra, graffiò convulsamente il cornicione con gli
artigli e fu catapultato di nuovo nel vuoto dal suo stesso panico. Ci lasciammo sfuggire tutte un
grido, e Richard Quin disse: «Non dovete preoccuparvi così, queste cose accadono spesso». Ma
ascoltava insieme a noi quei battiti d’ala lamentosi sopra la casa che si facevano sempre più
striduli e che si sentivano anche a distanza, così sulla stanza scese di nuovo il silenzio.
«Rosamund, Rose», ricominciò, «avete detto alle altre del bicchiere? No, suppongo di no. Ecco,
Mary e Cordelia si sono perse qualcosa. Zio Len ha spaccato un bicchiere contro il bancone del
bar in modo che il bordo rotto rimanesse tutto scheggiato, e con quello ha minacciato Benny
Rossi come brandendo un pugnale. Ecco, sembra che fosse l’unica cosa che poteva fare. È il
modo in cui queste bande di delinquenti si azzuffano tra di loro. Se il gestore del pub non gli
cambia la banconota, rompono i bicchieri, così ognuno ha la propria arma per ferire gli altri in
viso o squarciargli i vestiti e poi semplicemente gettano a terra il bicchiere o lo lanciano sui
ciottoli in cortile perché si rompa, così non ci sono né arma né impronte digitali che la polizia poi
possa trovare. In questo modo quei vandali non hanno niente da temere, e vanno dritti per la loro
strada e riducono il locale a un macello prima che qualcuno possa chiamare la polizia. E anche se
zio Len ha detto qualcosa a proposito di un’assicurazione, stava bluffando. Le assicurazioni sono
una cosa meravigliosa, dice lui, ma non ti rifondono mai interamente, e se un pub è stato ridotto
in pezzi una volta, le persone perbene preferiscono andare altrove, e c’è l’altro pub alla fine del
paese, il Raven, e zio Len dice che, anche se è un posto scadente, i clienti potrebbero andare lì se
avessero paura di venire qui, e nessuno potrebbe biasimarli. Così quando si presenta una banda
di delinquenti, sei rovinato, sei completamente rovinato a meno che tu non conosca il trucchetto
del rompere il bicchiere sul bancone e combattere col vetro rotto, passando all’azione con la
stessa velocità con cui lo fanno loro. Quindi vedete, zio Len doveva fare quello che ha fatto. Era
furioso per il fatto di essere stato chiamato diddacoy, ma doveva anche far vedere che non si era
rammollito ed era ancora in grado di combattere se provocato. Quindi non poteva fare altrimenti,
non poteva proprio».
Tutte commentammo che certamente lo capivamo, lo esclamammo insieme sentendo
raccontare i pericoli che avevano accerchiato zio Len e pensando al coraggio con il quale li
aveva sventati; tutte eccetto Rosamund, che continuava a restare appoggiata al cuscino. Si
schiacciava il labbro inferiore col pollice, come faceva spesso quando non riusciva a prendere
una decisione. Sotto certi aspetti era ancora una bambina, e quel gesto era molto simile a quello
di succhiarsi il pollice. Mentre Cordelia stava dicendo che comunque non riusciva a capire
perché la polizia non intervenisse per far cessare quel genere di cose, Richard Quin si spostò sul
letto di Rosamund, allungò il braccio e fece scorrere le dita tra i capelli di lei facendoglieli
ricadere sul viso. Ma sotto i capelli si vedeva che lei continuava a tenere il pollice premuto sul
labbro inferiore.
Richard Quin sospirò come se fosse troppo stanco per continuare a parlare, ma poi proseguì:
«Oh, sapete, dovete ammetterlo, zio Len è un grand’uomo, a Wellington sarebbe piaciuto.
Capite, doveva tenere Benny stretto per la cravatta con la mano destra e rompere il bicchiere con
la sinistra. Doveva farlo in quel modo, non poteva fare altro, perché era in piedi con il bancone
alla sua sinistra; e ha detto che non sapeva affatto se ce l’avrebbe fatta o no. Non aveva mai
provato a farlo con la sinistra, perché mai avrebbe dovuto? Ma se non fosse riuscito a farlo,
Benny avrebbe potuto facilmente allungare il braccio e rompere lui stesso un bicchiere, perché
naturalmente il bancone per lui era sulla destra. Ma zio Len doveva rischiare, giusto per
dimostrare che gli era superiore. Oh, è stato meraviglioso».
Rosamund staccò il pollice dalla bocca, si scostò i capelli dal viso e sedette sul letto,
stringendosi il lenzuolo al petto con una mano e alzando i grandi occhi chiari su di lui. «Certo»,
disse, «me lo ricordo. Zio Len ha rotto il bicchiere con la mano sinistra».
«Con la mano sinistra», ripeté lui, guidando la lentezza di lei.
«Ma è stato terribile!», esclamò lei in un improvviso scatto di frenesia. «Diamine, è come se
qualcuno ti dicesse che tutta la tua vita dipende dalla tua capacità o meno di cucire tenendo l’ago
con la mano sinistra. Oh, povero zio Len, povero zio Len!».
Era il genere di cose che lei capiva. Con il suo talento per la serenità lei avrebbe ignorato
l’esistenza dei diddacoy se fosse stata una zingara; e avrebbe evitato di attirare l’attenzione dei
vandali usando il suo talento per la fuga, che era quasi sviluppato quanto il suo talento per la
serenità. Ma quando a un uomo si chiedeva di fare con la mano sinistra una cosa che era abituato
a fare con la destra, questa era una cosa che suscitava la sua compassione. Era come il momento
di crisi in una fiaba, quando la principessa rischia di essere trasformata in un maiale o in una rana
se non riesce a riempire un cestino di fragole selvatiche in un bosco d’inverno; ed era a uno di
quei mondi ancestrali – più semplice del nostro e tuttavia più stravagante – che le apparteneva.
Ora che poteva solidarizzare con le difficoltà di zio Len era tranquilla, era completamente
rilassata, così come era completamente sconvolta quando Richard Quin era entrato nella nostra
stanza. Si scambiavano sorrisi limpidi, luminosi, senza ombre, come fossero il principe e la
principessa di una fiaba, ansiosi di godere dell’eterna e immacolata felicità che li attendeva.
Richard Quin non voleva che qualcosa sciupasse il momento di armonia che anche io, nonostante
ne fossi esclusa, percepivo come perfetto. All’improvviso si girò, spense le candele e disse con
un leggero tremito nella voce: «Buonanotte mie sciocche sorelline, buonanotte Rosamund».
Lei balbettò nel buio: «Buonanotte, Richard Quin. Mi spiace di essere stata così stupida».
«Oh, non sei stata stupida», le disse lui mentre usciva dalla porta. Anche se aveva parlato con
tenerezza, il modo in cui disse quella frase lasciava intuire che invece pensava: “No, non sei stata
proprio stupida, certo ti stavi incamminando in quella direzione, ma non importa”, o anche: “No,
considerato che sei stupida, in questa occasione non lo sei stata particolarmente”. Certo, era un
pensiero scortese, ma per loro non lo era, e sentii che Rosamund si era rimessa sotto le coperte
sospirando di soddisfazione.
Mary, Cordelia e io chiacchierammo ancora un poco della nuova immagine di zio Len che
nostro fratello aveva disegnato e affidato al buio della notte. Mary disse che dovevamo
assicurarci di fargli un bel regalo per il compleanno, io non sapevo nemmeno quando sarebbe
stato. Cordelia disse di averlo segnato nel suo quaderno dei compleanni, era una cosa così
semplice da fare e, come si dimostrava in quell’occasione, così utile. Dentro di me si fece più
acuta la sensazione che attorno al mio letto ci fosse la stanza buia, attorno alla mia stanza la casa
buia, attorno alla casa il giardino buio, e che il giardino buio si stendesse sul fianco di una collina
buia nei pressi di un fiume buio che la proteggeva come un fossato, e quel fiume era il Tamigi
ma mi sembrava anche, mentre scivolavo nel sonno, zio Len, che scorreva con tanto impeto dai
suoi insospettabili inizi verso una fine ancora ignota. Mentre venivo assorbita dai miei sogni,
quello che ci aveva detto mio fratello su zio Len non era più soltanto una storia, ma piuttosto
diventava una lunga composizione suonata per noi al flauto, soffiando su quella seconda bocca,
che teneva di traverso sotto la prima, a cui le dita dovevano insegnare a parlare. A un certo punto
mi svegliai e mi sembrò di sentire Mary che piangeva, così mi misi a sedere e dissi ansiosa:
«Cosa c’è che non va, stupidina?», ma non stava affatto piangendo, anzi, disse soffocando tra le
risate: «Se è vero che tutti quelli che si chiamano Darcy sono zingari, allora Orgoglio e
Pregiudizio è un libro davvero molto diverso da quello che credevamo». Scoppiai a ridere a mia
volta. «E pensa a come l’avrebbe ricattato Elizabeth!», e ci rimettemmo a dormire.
Poi mi svegliai nella luce pallida del primo mattino e rimasi sdraiata a guardarmi intorno con
quel senso di rilassatezza in cui si crogiolano i giovani quando non devono uscire dal letto di
corsa per andare a scuola. L’acqua delle piogge dell’inverno precedente era filtrata attraverso la
grondaia, lasciando un paio di macchie sul rivestimento in legno tra le due finestre. Una aveva la
forma di una testa di donna con il casco, l’altra sembrava una mano aperta. Zio Len aveva detto
che avrebbe sistemato l’intonaco e riparato le grondaie una volta finita l’alta stagione, quando
avrebbe finalmente avuto un momento tutto per sé. Era proprio una persona incredibile. Nato da
un popolo poco incline alla vita domestica, la sua infanzia era stata distrutta e la sua adolescenza
frustrata, e se avesse voluto vendicarsi del mondo avrebbe avuto la forza e la furbizia per farlo;
invece si dedicava a piccole riparazioni casalinghe, come fosse un uomo sottomesso, debole,
buono per nient’altro. Mi alzai, ansiosa di vederlo; e per timore di svegliare le altre, portai con
me i vestiti e li indossai in corridoio, vicino alla porta sigillata con le fronde di glicine pallido che
sbucavano tra i cardini. Stavano diventando sempre più lunghe e incolte, con poche, minuscole
foglie a adornarle, e noi eravamo quasi arrivati alla fine di quell’estate che era stata felice
nonostante papà se ne fosse andato. Mi allontanai dalla zona silenziosa della casa seguendo i
lievi rumori del mattino che provenivano dalla locanda. Gli zoccoli dei cavalli risuonavano sul
selciato del cortile, e alcuni uomini li incitavano con degli zup, zup, come se stessero mangiando
la zuppa, e poi all’improvviso gridarono tutti insieme per ammonirli, come fanno i maestri di
scuola quando rimproverano uno studente, convinti che stia per rovesciare qualcosa anche se non
è così: «Oh, yo! Oh, yo!». Allora i cavalli si abbandonarono a nitriti disperati, lamentandosi per
quella gran confusione: avrebbero potuto cavarsela benissimo se solo fossero stati lasciati liberi
di fare le cose a modo loro; e poi fu tutto un allegro sgambettare in ordine sparso fuori sulla
strada e il suono degli zoccoli sul selciato si fece più ovattato fino a morire in lontananza. La
porta della cucina era spalancata e sentii Milly e Lily che battibeccavano con lo stesso gracchiare
dei corvi quando la mattina abbandonano le fronde degli alberi o quando la sera ci ritornano, un
gracchiare che non significava niente ma che tuttavia aveva un significato, perché rimarcava la
loro lealtà a una routine. L’acqua nella teiera deve bollire davvero, altrimenti il tè non verrà
come quello che chiami tè, sì, certo, e la pentola deve essere proprio bollentissima. Tutti al Dog
and Duck abbondavano in superlativi quando volevano mettere una certa enfasi in quello che
dicevano. Orribile era sempre orribilissimo: di sicuro orribilissimo, tra le due, è la parola che fa
di gran lunga più colpo. Ma non sentivo il gracchiare di zio Len quando entrava in cucina
dicendo che, in nome del cielo, dovevano sbrigarsi con quella colazione altrimenti all’ora di
chiusura sarebbe stato ancora lì ad aspettarla. Uscii in giardino ma non c’era nemmeno lì. Ma la
madre di Rosamund, Constance, stava camminando nel prato in riva al fiume, con in mano un
piattino e una tazzina, così corsi a raggiungerla.
Constance era uguale alla figlia, ma in versione comica. Rosamund ricordava le statue
classiche, mentre Constance era proprio come una statua animata, non una statua di prim’ordine,
una con qualche imperfezione. Aveva la pelle liscia come il marmo e anche la sua calma era
marmorea; veniva naturale pensare che di fronte a un’improvvisa catastrofe lei si sarebbe
semplicemente accasciata su un fianco, il portamento regale inalterato, e sarebbe stato nostro
dovere non portarle del brandy e strofinarle le mani per farla rinvenire, ma piuttosto chiamare
qualcuno da un museo che avesse gli attrezzi necessari a rimetterla in posizione verticale. Oggi
però non era solo comica, era anche squisitamente in armonia con la grigia quiete del mattino,
mentre camminava costeggiando la superficie lucente del fiume, portandosi di tanto in tanto la
della tazzina alle labbra delicate, mentre la sua mano ampia, dalla forma perfetta, manteneva
orizzontale la O del piattino, e i suoi occhi grandi vagavano lentamente di qua e di là. Quando la
chiamai rimise la tazzina sul piattino e indicò la finestra della stanza che divideva con mia
madre.
«Tua madre sta ancora dormendo», mi disse quando la raggiunsi. «Non c’è dubbio che si stia
riprendendo». Camminammo insieme per un breve tratto, e lei bevve un altro sorso. «Sta
lentamente superando la perdita di tuo padre. La fase più violenta del dolore è passata», disse, e
la sua voce era così incolore da lasciar credere che una cosa come il dolore non potesse esistere,
«ma deve combattere contro qualcosa che sarà difficile da superare».
«Cosa?», chiesi io in tono apprensivo.
«Ecco, ciò che più le manca è tuo padre che torna dall’ufficio e le racconta quello che è
accaduto durante la giornata».
«Non può essere certo una cosa così importante!», esclamai.
«È molto importante», affermò lei. «Quando un matrimonio finisce, che sia per una morte o
per una cosa come quella accaduta a tuo papà, la moglie è sempre disperata, e non importa che
amasse il marito come lo amava tua mamma, o che non lo amasse». Si concesse una pausa di
riflessione, ma non mi fece alcun esempio. «Perché non c’è più lui a raccontarle le cose»,
concluse. Si portò di nuovo la tazzina alle labbra, e sembrò dimenticarsi della mia presenza.
Passeggiavamo nella direzione della corrente, lei dietro il velo delle sue riflessioni, io
ricordandomi che se la mamma era stata abbandonata dal marito, lei stava fuggendo dal suo. Non
stavano soffrendo invano, perché guardando loro, a quel punto ne sapevo abbastanza per
decidere che non ne avrei mai avuto uno mio. La linea del fiume era offuscata da banchi
intermittenti di nebbia che scivolavano lungo la sua superficie in cumuli e ciuffi, un po’ più lenti
della corrente e più al passo con noi, e più sopra un sole pallido come una luna che lottava per
affermarsi. L’estate, ci dicemmo, era quasi finita.
All’improvviso lei disse: «Oh, ecco zio Len. Questa mattina ha scoperto che una delle nostre
barche, non essendo legata bene, è stata trascinata via dalla corrente, così lui e Tom sono andati a
cercarla». Le due barche avevano appena superato l’ansa del fiume dove il grigio scuro dei
boschi, che si stagliava netto contro il grigio pallido del cielo, sembrava formare un unico muro
solido. Lo sguattero stava remando e s’intravedeva appena lontano nella nebbia; la sua barca era
solo una sagoma scura che scattava in avanti, finché il suo moto non si spegneva, e poi scattava
in avanti di nuovo. Zio Len era in piedi sull’altra barca a poppa, e sembrava piantato fino alla
vita nella nebbia, colorata di giallo argenteo da un fascio di luce. Stava remando nell’acqua
stagnante, conducendo la sua imbarcazione alla stessa velocità dell’altra, con un movimento del
braccio tanto delicato quanto lui era sgraziato, un movimento che aveva tutta l’aria di essere un
segreto che non avrebbe potuto insegnare neanche se l’avesse voluto. Lo avevo visto spesso fare
movimenti di quel genere. Naturale che fosse uno zingaro.
«Corri a dire a Milly e Lily di preparargli la colazione», disse Constance. «Sono uscita per
poterle avvisare del suo arrivo».
Andai in cucina ad avvertirle e poi imboccai la strada per il villaggio per prendergli il «Daily
Mail». La nostra felicità aveva di nuovo ripreso il suo corso.

4 Nell’originale «tic tac man», modo colloquiale di definire un allibratore. Il nome allude al sistema di segnalazione degli
allibratori britannici, usato nei cinodromi e negli ippodromi per far circolare informazioni sull’andamento delle scommesse. È un
sistema basato su una serie di segni e movimenti delle mani che indicano l’ammontare di una scommessa, il numero dell’animale
e quello della corsa.
5 La leggenda vuole che sulla superficie della luna piena sia possibile scorgere un volto umano, i cui tratti somatici vengono
individuati nei chiaroscuri formati dagli avvallamenti e dai “mari” lunari.
6 Citazione da Shakespeare, Enrico VI, parte I, atto IV, scena VII.
Capitolo IV

Eravamo così felici al Dog and Duck che quello fu il primo posto nel quale io e Mary
avvertimmo per la prima volta una sensazione persistente di ribellione nei confronti del nostro
destino. Generalmente accettavamo l’idea di essere delle pianiste, non nel senso che suonare il
piano era stata una nostra scelta, perché questo avrebbe implicato che potevamo smettere se solo
lo avessimo voluto, ma nel senso che eravamo nate così, come gli Indù nascono Bramini o
Intoccabili, e perciò non ne facevamo una gran questione. Ma al Dog and Duck, quando
dovevamo sederci a fare esercizio al piano che la mamma aveva noleggiato a Reading, ci
sentivamo subito di malumore. Preferivo starmene su una panchina in giardino, a sgusciare
piselli o a togliere i fili dai fagiolini raccolti in una di quelle grandi ciotole di porcellana –
bianche dentro e color crema scuro all’esterno, con delle piccole scanalature, certamente tra gli
oggetti da cucina più belli al mondo – finché non suonava la campanella del traghetto: a quel
punto poggiavo la mia ciotola sul prato, m’infilavo i guanti imbottiti e m’impossessavo del
barchino, sentendo il primo delizioso spruzzo d’acqua quando il remo ne infrangeva la
superficie, per poi scendere giù fino a toccare il fondo e spargere i piccoli delicati getti delle
gocce tutt’intorno quando riemergeva roteando tra le mie mani. Questo era un altro motivo di
dolore. Anche con indosso i guanti imbottiti, quelle erano le uniche remate che ci venivano
concesse. Richard Quin e Rosamund erano bravi a portarci su e giù per il fiume, ma non era
esattamente quello che avremmo voluto. Spesso ci portavano in qualche punto in cui le acque
immobili erano protette da arcate di vegetazione, impossibili a vedersi da riva, facendo avanzare
lentamente la barca lungo quelle vie coperte, in modo che il verde pavimento di smeraldo non
venisse incrinato più del necessario, fino a raggiungere le distese d’acqua più interne, che
sembravano sigillate nel verde da ogni lato. Rimanevamo seduti in silenzio come fossimo in
chiesa, senza che nessuno sapesse che eravamo lì, e l’acqua increspata intorno a noi ritornava
gradualmente alla levigatezza del cristallo. Ma né Mary né io potevamo mai essere le artefici di
quello spettacolo.
Il nostro risentimento in realtà toccava corde ben più profonde. Mary e io avremmo voluto
davvero poter condurre la nostra vita insieme lungo quel fiume che ci aveva rese complici sotto
ogni punto di vista, legate da innumerevoli segreti, così come Rosamund e Richard Quin. Ci
irritava anche il fatto che perfino le restrizioni sul remare non fossero qualcosa di unicamente
nostro. Cordelia violava il nostro diritto esclusivo al dolore con un parto fantasioso della sua
mente, ignorando del tutto la certezza che non sarebbe mai diventata una violinista. Il grande
insegnante che l’aveva sentita suonare aveva infranto le sue speranze in modo così brutale che
anche la sua determinazione di ferro ne era stata persuasa e piegata, e ora non prendeva più in
mano il violino. Era addirittura chiuso a chiave in uno dei vecchi bauli della mamma; non
riuscivamo a capire perché continuasse a tenerlo. Ma quando chiedevano a Cordelia se avesse
voglia di portar fuori la barca, lei assumeva il suo sguardo vitreo, carico di preoccupazione,
lasciando intendere che nella sua mente si annidavano importanti considerazioni che per chissà
quale motivo tutti gli altri sembravano ignorare, poi abbassava gli occhi sulle mani e scuoteva i
riccioli rosso-dorati. Questo suo vezzo gettava me e Mary nel panico, Cordelia stava cercando di
vivere la nostra vita, non perché non avesse una vita sua, ma perché nel suo corpicino minuto,
raccolto, delicato, apparentemente docile, era nascosto un ego così gargantuesco nei suoi appetiti
da voler arraffare qualsiasi cosa buona vedesse nel piatto altrui. Il nostro cibo era la musica,
quindi lei aveva cercato di portarcela via. Non ci era riuscita perché la musica aveva cessato di
esistere nel momento stesso in cui lei se ne era impadronita. Non le apparteneva. Ma non ci era
concesso nemmeno il piacere di una sana indignazione di fronte al suo tentativo di furto, che con
tanta impudenza continuava a essere perpetrato anche quando ormai la realtà delle cose ne aveva
provato l’impossibilità, perché sapevamo che il suo comportamento aveva un altro significato e
meritava la nostra compassione. Era stata ferita dal fallimento come violinista nello stesso modo
in cui la mamma era stata ferita dall’abbandono di papà. Era stata sposata a qualcosa che l’aveva
tradita. Ma di nuovo avevamo difficoltà a sentirci dispiaciute per lei perché, con l’educazione
musicale, la mamma ci aveva trasmesso la convinzione che suonare male uno strumento fosse
disonorevole quanto un qualsiasi crimine, con l’eccezione dell’omicidio. Ai nostri occhi, dunque,
Cordelia era stata salvata miracolosamente da un peccato mortale e avrebbe dovuto gioirne. Che
le relazioni complicate non siano un’esclusiva degli adulti è una delle più grandi ingiustizie della
vita. La provvidenza non risparmia nemmeno gli agnelli più deboli.
Anzi, un agnello può anche essere spinto tra le raffiche più violente, proprio perché è un
agnello, vittima di certi stati d’animo tipici dell’immaturità. Un pomeriggio, mentre Mary si
esercitava al piano, stavo camminando sulla riva lungo quel tratto di fiume che si stendeva dal
giardino della locanda attraversando il cimitero, fino ai piedi delle colline coperte di boschi. A un
certo punto il mio sguardo fu attratto da un ramo spezzato che giaceva a terra; le foglie, su un
lato, erano bianche di polvere e le bacche brillavano di un cremisi scuro. Alzando gli occhi vidi,
al limitare del bosco, l’alberello dal quale si era staccato quel ramo e provai a staccarne un altro,
le bacche erano così luminose. Ma la fibra era forte, quindi mi inerpicai sul terreno che si
stendeva alle sue spalle per trovare un punto d’appoggio migliore. Ma nemmeno così riuscivo a
spezzarlo; mi stancai di provare, guardai verso il bosco dietro di me e feci qualche passo in
direzione di quella massa di tenebre; e nonostante mi fossi lasciata l’infanzia alle spalle, fui
subito assalita da quel senso di estraneità dal mondo che colpisce i bambini con grande forza,
quasi che di solito vivessero altrove. Dato che il bosco si trovava su un pendio, era molto buio.
C’erano dei faggi, che non sembravano soffrire l’oscurità di quel luogo; si stagliavano nel cielo
in strati e strati di verde, e tra le foglie, e attraverso le foglie, filtrava una tale quantità di luce che
i rami più bassi splendevano quanto quelli in cima. Quegli alberi avrebbero dovuto stagliarsi
liberi e nitidi in una distesa aperta. Ma quelli più esterni li escludevano dalla luce, per scolpire in
cielo il loro profilo spoglio e spigoloso, con i rami più bassi che apparivano talmente miseri e
crivellati di sordidi rametti rinsecchiti, tra le bacche avvizzite e i fiori di biancospino, da
somigliare a cataste di mobili rotti affastellati in soffitta. Qua e là, nei tratti scoperti tra gli alberi,
c’erano anche ampi cuscini di muschio verde smeraldo, ma più che altro si trattava di rovi ed
erbaccia smunta, e c’era un’aria di natura bisognosa, di sciatteria vegetale. Era strano che non si
sentissero rumori, perché le cime degli alberi dovevano essere popolate di uccelli e scoiattoli, e
sapevo che stavo passeggiando su un terreno che faceva da soffitto per gallerie e vestiboli in cui
si aggiravano conigli, ermellini e donnole. Rimasi in ascolto del silenzio finché non parve esso
stesso un suono squillante come quello di una tromba, e dal momento che era come se mi
chiamasse, o chiamasse comunque qualcuno, mi misi a correre, forse per ubbidire al suo
richiamo o per sfuggirgli, per tornare di nuovo al limitare del bosco. Ma il mio terrore era reale
solo per metà, ed era anche una sensazione sufficientemente piacevole da impedirmi di tornare
immediatamente nello spazio aperto oltre il bosco; così mi fermai nell’oscurità degli alberi,
appoggiata al tronco dell’alberello con le foglie polverose e le bacche lucenti, e guardai giù verso
il fiume, che mi sembrò strano quanto il bosco. Scorreva con tanta fretta che si sarebbe detto
avesse uno scopo preciso, ed era facile immaginarlo come un enorme serpente pienamente
consapevole delle sue mosse. Nei boschi sull’altra riva, opachi di quel verde spento
sedimentatosi dai colori dell’estate dopo che agosto ne ha prosciugata la luminosità, riuscii a
scorgere un segnale. Un unico albero, e solo quello, era già stato raggiunto dall’autunno e aveva
la brillantezza dell’oro. Doveva essere cresciuto in una fenditura profonda sul fianco della
collina, perché lo si vedeva solo da quel punto; non mi ero accorta di lui mentre camminavo
lungo il fiume. Aveva la forma di una fiamma piegata da un soffio, ma il suo chiarore dorato
irradiava il colore della luce e non del fuoco. In quello stato d’animo tutto infantile, che aveva
trovato rifugio nella leggenda, nella fiaba e nel sogno, lo vedevo come una bandiera sventolata
da una qualche entità immensa, non un gigante, perché troppo banalmente sarebbe stato solo la
versione ingrandita di un uomo, ma piuttosto una nuvola dotata di volontà, o lo spirito che
governa le stagioni. Mi aggrappai al tronco, fingendo di credere che il mondo si componesse dei
corpi allacciati e vivi degli organismi naturali e che uno di loro stesse comunicando con me
attraverso quell’albero, e allo stesso tempo pensavo che avrei dovuto portare lì anche gli altri
subito dopo il tè. Fu allora che vidi Richard Quin e Rosamund in piedi sul bordo del fiume
proprio dietro di me, e li sentii dire: «È strano, mi sembra che i colori non abbiano la stessa
luminosità di quando papà era ancora vivo».
Lasciai andare il tronco, scivolai a terra e corsi verso di loro gridando: «Papà non è morto!».
Si voltarono verso di me facendo esattamente lo stesso movimento, si raddrizzarono sulla
schiena e lasciarono cadere i pugni stretti lungo i fianchi, poi cercarono di nascondere lo sguardo
carico di puro rammarico assumendo la loro tipica aria indifferente, indolente. Anche se spesso
mi capitava di pensarlo, non si imitavano l’un l’altro, ma erano naturalmente così simili che ci si
meravigliava che non fossero una persona sola.
«Non ti avevo visto! Non ti avevo visto!», gemette Richard Quin. «Oh, avrei dovuto sapere
che eri da queste parti, è così facile che ci rechiamo negli stessi luoghi».
«Sono felice che tu abbia sentito», disse Rosamund. «Ora non sarà più l’unico a saperlo. È
stata davvero dura per lui», aggiunse.
Ci incamminammo insieme per l’alzaia, e io riuscivo soltanto a sussurrare: «Oh, Richard
Quin, avresti potuto mostrarmi la lettera».
«Quale lettera?».
«Non ha scritto nessuna lettera?».
«No, non ci sono lettere. Papà ha scritto unicamente ai giornali. All’inizio lo sospettavo
soltanto. Pensavo che anche tu lo avessi intuito. Non te lo ricordi? Il giorno in cui eravamo in
giardino a mostrare i tulipani alla mamma. I giacinti non erano sbocciati e non li aveva piantati
Rosamund. Ricordi?».
«Sì, certo che me lo ricordo. Ma di cosa stai parlando? Non menzionammo mai papà».
«No», disse Richard Quin. «Ma il signor Morpurgo ci portò tutti quei fiori. Tantissimi fiori».
«Cosa stai cercando di insinuare? Ci porta sempre fiori. Sempre troppi. E la mamma deve
sempre regalarli a qualcuno».
«Non ci aveva mai portato così tanti fiori prima, né l’ha fatto in seguito», disse Richard Quin.
«Be’, le persone di solito spediscono fiori ai funerali».
«Ha bisogno di sedersi», gli disse Rosamund, «c’è un tronco laggiù».
Mentre mi guidavano verso l’albero urlai, come se li stessi rimproverando: «Anch’io ho visto
quell’albero dorato. Volevo portarvi qui dopo il tè». Mi sedetti alle loro spalle e mi dondolai
avanti e indietro, con i gomiti sulle ginocchia, il mento nel palmo delle mani, mentre loro mi
accarezzavano i capelli e il viso e le spalle, molto delicatamente, come se quello che avevo
sentito mi avesse ferito la pelle. «Ma devi avere qualche prova in più per arrivare a una
conclusione del genere», dissi io sprezzante.
«E ce l’ho, ma era già abbastanza quello», disse lui. «Pensa, il signor Morpurgo è stato via, e
al suo ritorno era diverso, e ha detto alla mamma che era felice perché sua moglie era tornata a
casa, e si vergognava della sua felicità, si sentiva come insensibile riguardo a qualcosa di terribile
che era accaduto. E parlava come se stesse implorando la mamma di perdonarlo, come se lei
fosse coinvolta in qualcosa che lui riteneva terribile. Cosa poteva esserci di terribile sia per lui
che per la mamma? Solo una cosa. Ho intuito allora che era stato all’estero per vedere papà, e
che papà era morto».
L’oscurità nel bosco alle nostre spalle, dove l’agrifoglio e il biancospino affamati
sembravano sedie rotte e tavoli sgangherati, era il mondo reale. «Come, in quel luogo che
puzzava di olio?», chiesi.
Lui annuì.
«Dov’era?».
«In Spagna, credo. Quelle orribili figlie del signor Morpurgo avevano una scatola di dolci
spagnoli che, dicevano, lui aveva portato loro in dono dal suo viaggio. Porta sempre a casa dei
regali, qualsiasi cosa vada a fare».
Mi concentrai per un momento sull’atlante, ma con scarsi risultati. A scuola non ci avevano
spiegato nulla della Spagna. «Ma papà potrebbe anche non essere morto. In un posto come
quello probabilmente mettono le persone in prigione per debiti. Papà era lontano da casa da
tempo, è probabile che si sia indebitato. Forse adesso è in prigione».
«Nessuno porta dei fiori a qualcuno perché uno dei suoi cari è in prigione», disse Richard
Quin, «e se il signor Morpurgo avesse trovato papà in prigione avrebbe saldato i suoi debiti e
l’avrebbe fatto uscire».
«Ma ha detto che era un posto spaventoso», insistetti. «Forse se uno finisce in prigione lì, non
lo lasciano uscire ed è costretto a rimanerci. Come se fosse morto». Ricorsi a quella assurdità
come ultima spiaggia, una di quelle cose che si buttano lì tanto per dire, sapendo che non hanno
nessun fondamento. Ma ne aveva. Lo dimostravano i volti di Richard Quin e di Rosamund, che,
ora, erano diversi da prima, quando dominava la convinzione che papà fosse morto. Il mondo
reale era senz’altro quello in cui un bosco tenebroso riusciva a sentire la propria miseria, il fiume
aveva l’aria di essere indaffarato, e forze senza nome potevano accendere gli alberi di un
messaggio che non aveva alcun significato. Perché lì poteva esistere la morte; ma nel mondo di
tutti i giorni, dove le persone suonavano il pianoforte e facevano lezione e mangiavano e
dormivano, non c’era posto per quella cosa che non era un oggetto, non era un’azione, non era
nemmeno un pensiero che si potesse pensare, e che tuttavia sorpassava in violenza qualsiasi
tempesta, lasciando un vuoto profondissimo là dove c’era stato qualcosa di enorme. Sentivo un
dolore nella testa perché lì si stavano incontrando due mondi.
«Oh, Rose, la mia sciocca sorellina Rose», disse Richard Quin. «Nostro padre è morto. Ma,
sai, non devi addolorarti troppo, cose come questa capitano di continuo. Ero sicurissimo che
stesse capitando anche a noi – e naturalmente non c’è alcuna ragione perché non dovesse
succederci – quando eravamo a casa del signor Morpurgo, e lui si è arrabbiato così tanto con sua
moglie perché lei aveva chiesto alla mamma dove fosse papà. Oh, so che poi si è arrabbiato con
lei anche per altre cose, ma la sua furia è cominciata quando lei ha fatto quella domanda.
Avrebbe potuto ucciderla. E non capite, lui le aveva detto di prestare molta attenzione con noi
riguardo a papà. Non so se le avesse detto esattamente come stavano le cose. Penso che pur
essendo così desideroso di riaverla a casa non si fidasse del tutto di lei, il che è strano».
«Perché?», chiese Rosamund. «Tua madre amava tuo padre, ma non aveva fiducia in lui».
«Certo, è vero», rispose lui, «ma è strano comunque, è una cosa che non riesco a capire. In
ogni modo, il signor Morpurgo aveva detto qualcosa a sua moglie e le aveva anche chiesto di
mantenere il segreto. Non vi ricordate che lei ha detto: “Cosa mi stava dicendo Edgar a proposito
di vostro padre? Che è partito per un viaggio?”. È stato in quel momento che l’ho visto
impallidire. Così, per accertarmi della cosa, ho detto: “È andato in Tartaria”, e allora – oh, non vi
ricordate? – il signor Morpurgo mi ha risposto: “Sì, è andato in Tartaria”».
Dopo aver pronunciato quelle parole, si zittì. Io ripetei: «Tartaria? Tartaria? Ma è in Asia. È
dove è andato Marco Polo. Cos’ha a che fare questo con papà? Quando l’hai detto io pensavo
che ti stessi prendendo gioco della signora Morpurgo perché era stata così sgarbata e stupida: era
come dire: “Oh, è andato al Polo Nord”».
«C’è un’altra Tartaria», spiegò Richard Quin. «È un’antica parola usata per tradurre Tartaro».
«Oh no», dissi, la voce di nuovo ridotta a un soffio. «Il Tartaro era l’Inferno. Non puoi aver
detto che papà è andato all’Inferno».
«No, no, non che papà è andato all’Inferno», disse lui, «non ho detto questo. Ma il
Tartaro…», fece un movimento indicando il bosco sull’altra riva come se quello fosse il luogo.
«Il Tartaro non era l’Inferno. Non era necessario essere malvagi per finirci. Nel Tartaro c’erano i
figli dei Titani. Lo dice il sesto libro dell’Eneide. L’hai studiato l’anno scorso, vero? Bene, non
ricordi? I figli dei Titani non avevano fatto nulla di male, semplicemente avevano fatto
arrabbiare gli dèi perché erano bravi quasi quanto loro. Brutta razza, gli dèi. Comunque, il
Tartaro era una parte del regno dei morti, e non era diversa dalle altre. Oh, quanto odio la
morte», disse, volgendo lo sguardo al fiume, «quanto odio la morte».
«Se ci devono donare la vita», balbettò Rosamund, «potrebbero almeno donarcela per
sempre». Sentii che la mano di Richard Quin strinse quella di lei dietro la mia schiena.
«Ma a papà è stata donata la morte migliore cui si possa aspirare», mi disse. «Alla fine di
quel pomeriggio, quando voi siete andate al piano di sotto e io sono rimasto indietro, il signor
Morpurgo mi ha aiutato a riporre i libri che avevo guardato nel vano della finestra e mi ha detto:
“Non devi angustiarti per tuo padre, non ha sofferto per niente”».
Ora era sicuro, e le lacrime mi bagnarono il viso. «Cosa faremo?», dissi, scossa dai tremiti tra
le braccia di mio fratello.
«Be’, andremo avanti come abbiamo fatto finora», rispose lui.
«Voglio fare a pezzi il mondo», dissi.
«Se anche lo facessi non servirebbe comunque», disse cullandomi. «Papà se n’è andato.
Semplicemente non è più qui. Il mondo intero è il luogo dal quale lui è assente. Ti sveglierai
domani mattina e ci penserai ancora, e così ogni mattina che verrà sarà il tuo primo pensiero. Ma
devi andare avanti. Ora devi imparare a ripeterti: “Doveva succedere, non poteva vivere in
eterno”, e continuare a ripeterlo. Dillo, Rose».
«Doveva succedere, non poteva vivere in eterno», dissi. «Doveva succedere, non poteva
vivere in eterno».
«Darei qualsiasi cosa per provare quello che state provando voi due», disse Rosamund.
«Quando mio padre morirà, sarò dispiaciuta per lui, come lo sarei per chiunque muoia. Ma non
mi sentirò come voi. Voi avete avuto qualcosa che io non avrò mai».
«Ma tutto quello che abbiamo è tuo», dissi, parlando con generosità come se non fosse dolore
quello che le stavo offrendo di condividere, «e per papà tu eri una di noi. Alla fine, quando si
stava stancando di tutti, continuava ancora a prestare attenzione a te e a Richard Quin».
Sembrava naturale ora, che mentre stava scendendo nel regno dei morti dovesse voltarsi a
guardare loro due, che erano così belli.
«In ogni caso», balbettò lei, «non era mio padre».
«Anche quando non aveva voglia di niente, gli piaceva giocare a scacchi con te», dissi, poi
tacqui, rivedendolo mentre apriva la porta del soggiorno, la lunga piuma pallida della sua penna
nella mano sciupata e macchiata d’inchiostro. Allora diceva, con una voce che suonava già come
se arrivasse da molto lontano, che il lavoro non stava andando bene e che sarebbe stato felice se
Rosamund gli avesse concesso una partita a scacchi. Era diventato così magro, soccombendo alle
sofferenze di un mondo che di lui non si era curato affatto. «Com’è morto?», dissi.
«Non l’ho chiesto», rispose Richard Quin.
Lo fissai sbalordita. Sembrava che stesse semplicemente guardando il fiume scorrere; dei
rami galleggiavano in superficie, doveva essere un salice aperto in due, che s’inclinava ora da un
lato ora dall’altro sotto la spinta della corrente, come se fosse indeciso su quale direzione
prendere.
«Lui ha sempre ragione», mi ricordò Rosamund sottovoce.
«Non l’ho chiesto», spiegò lui, «perché quando le persone ti dicono le cose, c’è sempre
qualche imprevisto. Pensa a quello che succede a scuola. Capita qualcosa, trovano delle
sciocchezze scritte sulla lavagna o degli attrezzi rotti nel laboratorio e subito vanno in giro per
scoprire chi è stato. Non ci riescono mai. Magari si dice che sono stati visti dei ragazzi nella
scuola dopo la fine delle lezioni, e gli insegnanti pensano che siano stati loro quando invece non
erano nemmeno lì, e anche quando viene fatta chiarezza, ti ritrovi comunque a essere lodato o
rimproverato per qualcosa che non hai fatto. Alla fine rimane un mistero, perché insegnanti e
studenti pensano ciascuno a qualcosa di cui l’altro non sa niente. Il meccanismo che scatta è
sempre lo stesso: c’è una severa ammonizione generale, a cui si assiste con gli occhi bassi,
seguendo la striscia tracciata dal sole sul pavimento. E via così, senza mai avvicinarsi davvero
alla verità. Ecco, si dice sempre che la scuola prepari alla vita, e non ho dubbi che sia così.
Quindi, vedi, se qualcuno in quel luogo in Spagna avesse detto al signor Morpurgo come era
morto papà, senz’altro gli avrebbe raccontato tutto al rovescio, perché quella persona non
sarebbe stata comunque papà, e lui è l’unico che possa davvero sapere la verità sulla propria
unica, solitaria morte. E se poi il signor Morpurgo ci avesse riferito quanto gli avevano detto,
avrebbe confuso ancora di più le cose, perché nemmeno lui è papà, e non è neppure quella
persona che gli ha riferito della sua scomparsa. Sarebbe finito per sembrare complicato qualcosa
di molto semplice; semplice come se papà fosse stato sdraiato nel letto con una candela accesa e
il vento avesse spento la candela spalancando la finestra. O», sospirò, «come se papà si fosse
stancato e avesse allungato la mano stringendo lo stoppino tra le dita».
Tutti e tre insieme tenemmo lo sguardo rivolto al fiume.
Doveva esserci stata una tempesta in qualche punto più vicino alla sorgente. Non si era
sentito nulla lì, ma la corrente continuava a trascinare detriti a valle. «Sappiamo tutto quello che
c’è da sapere», disse all’improvviso. «Tutto ciò che riguarda papà è arrivato alla fine, e anche lui
è arrivato alla fine. È tutto quello che possiamo concludere».
Calò di nuovo il silenzio, e poi lui sbottò: «La cosa orribile è che l’ho odiato così tanto! Che
lo odio ancora. Sono sceso io stesso nel Tartaro, Virgilio ha detto che tutti dobbiamo andarci.
“Hic quibus invisi fratres, dum vita manebat, Pulsativus parens”7. Mi dissi che, se l’avessi mai
incontrato per strada, l’avrei picchiato, l’avrei picchiato ferocemente per averci lasciato, per
averci sottratto quei pochi gioielli che aveva trovato nello stipetto sopra il camino senza
assicurarsi che la mamma e voi ragazze aveste di che vivere una volta che lui se ne fosse andato.
So che la mamma non ci badò, so che ci disse che lui stava andando via perché il demone della
rovina si era impadronito di lui e non voleva che si impadronisse anche di noi. Ma nessuno
dovrebbe avere a che fare con i demoni se ha moglie e figli. Questa è la verità, non c’è nient’altro
da dire. Dovessi anche vivere fino a cent’anni continuerei a pensarla così. Quindi avrei potuto
picchiarlo, e pensando a lui lo odiavo così tanto che era come quando ci si sta per ammalare e si
sente in bocca il sapore della malattia. E il fatto è che non avevo torto. Anche Virgilio la pensava
così: ha messo nel Tartaro un mucchio di persone che si erano tenute il denaro per sé senza dare
alle proprie famiglie quello di cui avevano bisogno, “aut qui divitiis soli incubere repertis nec
partem posuere suis”8. Non ho torto, è giusto che io lo odi, anche se vorrei che non fosse così».
Proprio in quel momento Rosamund emise uno di quei suoi mormorii con i quali ogni tanto
lasciava intuire la sua sofferenza, mormorii che non erano di stizza ma che tuttavia esprimevano
una lamentela, come il verso di una colomba, ed erano così sommessi e brevi da farti dubitare di
averli sentiti e spingerti a scoprire se lei, che non chiedeva quasi mai niente, stesse davvero
cercando di richiamare l’attenzione. «Mi fa male la testa», spiegò. «Pensate che dovrei
sciogliermi i capelli?». Fu una proposta timida, perché a quei tempi era impensabile che una
ragazza potesse mai rinunciare a un’acconciatura rispettabile: lasciare i capelli sciolti sarebbe
stato molto da Ofelia. «Non mi abituerò mai», commentò in tono lamentoso, «a tenerli raccolti».
Si portò le braccia alla testa, inarcando la schiena, tanto da farmi pensare a una cariatide, e con
gesti lenti si tolse le forcine scuotendo i riccioli biondi per liberarli, uno a uno, mentre mio
fratello la guardava dimenticandosi quello che aveva appena detto. Nonostante quei due stessero
sempre insieme fin da quando erano bambini si guardavano spesso con compiaciuta curiosità,
come se si fossero appena incontrati.
«Ora sto meglio», disse sospirando. «Non vi spiace? Non credo incontreremo qualcuno sulla
via del ritorno. È un sentiero pubblico, ma questo è uno dei nostri posti segreti».
«Non hai completato l’opera», disse lui. Stava sorridendo, ma non era ancora tornato in sé, e
una qualche parte del suo essere era felice di quel contrasto. «Hai lasciato due riccioli puntati con
la forcina, lì, sopra l’orecchio sinistro, e rovinano tutto l’insieme».
«Oh, sono maldestra», ammise lei. «Non è divertente, sono così abile a cucire, ma sono
maldestra. Fallo tu per me». Si inginocchiò davanti a lui e chinò la testa. In un primo momento
sembrava che lui non volesse toccarla, ma si piegò in avanti e le tolse le forcine, poi affondò le
dita nei capelli e li fece scorrere verso l’alto, più e più volte. Lei sollevò il viso, che era insieme
luminoso e velato da un’ombra, come le Pleiadi. Poteva essere per la timidezza, o la lentezza o la
preoccupazione, o il riserbo. Penso fosse il riserbo, anche se la sua fronte liscia e l’ampio spazio
tra gli occhi lasciavano intuire un candore eccessivo in quelle circostanze che faceva quasi
sospettare una certa stupidità. Disse nel silenzio di lui: «Dobbiamo tornare ora».
«È così curioso che qualcosa che non è metallo, come i tuoi capelli, debba brillare tanto»,
disse lui.
«Dobbiamo tornare ora», ripeté lei. «Se ci incamminiamo subito, Rose avrà tutto il tempo di
rinfrescarsi e pettinarsi prima del tè. Se invece fa tutto di corsa, zia Clare capirà che è sconvolta
per qualcosa e si chiederà il perché».
Mentre mi stavo ancora asciugando le lacrime, le implicazioni della sua osservazione
incidentale mi colpirono immediatamente: alla mamma non era stato detto niente della morte di
papà. Gridai: «Ma se voi non avete detto niente alla mamma, dobbiamo dirglielo
immediatamente. Dobbiamo, dobbiamo. Oh, è sbagliato non farlo!».
Quando Richard, che teneva gli occhi fissi al fiume, scosse la testa, e Rosamund, che era
ancora in ginocchio, si voltò a guardarmi con lo sguardo di una statua, non potevo crederci. «Ma
è completamente sbagliato! Davvero lo è», dissi. «Oh, so che quando eravamo piccoli
pensavamo che i padri e le madri non potessero nutrire un particolare interesse reciproco perché
non erano imparentati, ma era solo perché eravamo piccoli e non potevamo capire. Quella cosa
che li lega, l’essere sposati, è sicuramente il legame più forte, il legame più forte...». Non
riuscivo a trovare le parole, e trovai incredibile doverlo fare, avrebbero dovuto cogliere il punto
da soli. Ma nessuno dei due parlava, e io continuavo a fissare il movimento dell’acqua, e gli
occhi di Rosamund erano ancora privi di espressione. Era come se volessi insistere a parlare di
qualcosa di proibito – indubbiamente lo percepivo così – e loro fossero lì ad aspettare che
smettessi di dire quelle sciocchezze, con la pelle d’oca per l’imbarazzo. Anche se erano
completamente immobili, riuscivo comunque a sentire una specie di pulsazione martellante che
scorreva dall’uno all’altro. «Oh, per quanto amassimo papà», dissi, chiudendo gli occhi e
svuotandomi di tutto, nel tentativo di concludere la frase, «è una questione che riguarda più la
mamma che noi».
Passò un istante prima che si riscuotessero. Poi Richard Quin disse: «Sì, ma lei sa il fatto suo.
Pensa a quanto bene lo sa. Quando tu e Mary andaste a suonare da quel bravissimo maestro di
piano, sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto, così come sapeva esattamente cosa sarebbe
accaduto alla povera vecchia Cordy se fosse andata a suonare da quel bravissimo maestro di
violino. E, a maggior ragione, sono sicuro che quando papà ci lasciò, sapeva cosa sarebbe
accaduto, perché tra loro c’era quel legame che, l’hai detto anche tu, deve essere il legame più
forte in assoluto».
«Ma se lo sa già», dissi, «che male c’è a dirglielo?». Eppure, mentre lo dicevo, sapevo che
era una cosa così sensata da non poter essere vera. «È una specie di sacrilegio», dissi in tono
supplichevole, cercando di arrivare più vicina alla verità, «che noi sappiamo e lei no».
«Parlarle di una cosa che sa già sarebbe come farle leggere ad alta voce una lettera che l’ha
ferita anche quando l’ha letta da sola», disse Richard Quin.
«Oh, allora pensi che debba essere morto di una morte orribile», sussurrai.
«No, davvero, non lo penso, considerando l’uomo che era. Non si sarà preoccupato della sua
morte se non per quegli aspetti che davvero gli interessavano. Di qualsiasi morte si sia trattato.
Sai com’era fatto, che era solito uscire nei giorni invernali più freddi con una giacca leggera se la
mamma o Kate non facevano in tempo a fermarlo, rientrando poi senza rendersi conto di essere
livido per il freddo. E sai come la mamma dovesse preoccuparsi di farlo mangiare. Penso che,
probabilmente, non si sia nemmeno reso conto di morire. Ma è possibile che la sua morte, vista
dall’esterno, sia sembrata orribile».
Il mio volto si bagnò nuovamente di lacrime. «Continuiamo a fare supposizioni, e non
sapremo mai come sono andate le cose», mi lamentai. «Il problema di questo mondo è che noi e
le persone che amiamo siamo due entità separate. È terribile avere a cuore ciò che prova l’altra
persona, come se fosse parte di noi, eppure non sapere mai con certezza quello che prova, perché
ognuno di noi è solo se stesso. È come essere in prigione, solo al contrario, chiusi fuori invece
che dentro: non sei papà, non sei lui quando muore, non muori insieme a lui. È questo il
tormento, lottare contro una barriera che non può essere abbattuta e che non esiste realmente, è
solo uno stato di separazione».
«Oh, ma ti sbagli». Richard Quin, che non era mai in difficoltà, faticava a trovare le parole.
«Hai detto che tra lui e la mamma c’era il legame più forte. Ed è evidente che lo è. Non c’è
niente di paragonabile. Le persone che si amano», disse, in una specie di agonia, «in quel modo,
come nostro padre e nostra madre, non sono entità separate. Vivono come fossero una cosa sola,
non più come persone distinte». Eravamo di nuovo in una situazione d’imbarazzo, e lui doveva
sforzarsi per parlare e io per ascoltarlo. «Perciò, vedi, se lo dicessimo alla mamma, e se lei
costringesse il signor Morpurgo a dirle tutto, la obbligheremmo a guardare la morte di papà
dall’esterno, quando lei la sta già vivendo dall’interno».
Di sicuro era così. «Sì, sì», sospirai, poi mi alzai e lasciai che lui si sedesse sul tronco, con
Rosamund inginocchiata ai suoi piedi, la gonna aperta tutt’intorno, e m’incamminai prima di loro
in direzione del Dog and Duck, in un pomeriggio tardo su cui spirava già l’aria della sera:
eravamo vicinissimi all’autunno. Il sole era sceso dietro la cresta delle colline sopra di noi, e
l’aria era fredda, il fiume quasi bianco, i boschi che vi si riflettevano più neri che verdi. Non ero
infelice. I giovani sono risollevati quando lo scenario tutt’intorno muta in sintonia con quello che
sta accadendo a loro; la prendono come la prova che la vita è un’opera d’arte e risponde a un
qualche disegno. Ero senz’altro più felice di quando ero partita dalla locanda una o due ore
prima, per un motivo importante. Dopo quel giorno non piansi mai più per mio padre, ed ero
visitata sempre più raramente dalle vivide immagini di lui e dal suono della sua voce; di fatto,
non sentivo più la necessità di ricordarmi di lui, perché non c’era mai il pericolo che me ne
dimenticassi. Quando penso a quello che sono, vedo un’alta scogliera crivellata di ambienti cavi
e cunicoli, abitati da bambine e ragazze adolescenti e adulte di tutte le età tranne la mia, che sono
il ricordo di tutti i miei io passati, richiamati in vita ogni volta che riassaporo quel particolare
senso di soddisfazione o di disperazione, di realizzazione o di mancanza, che preserva ogni
individuo dal potere distruttore del tempo. Mentre Richard Quin e io stavamo parlando sulle rive
del Tamigi, con Rosamund seduta in silenzio ai nostri piedi, mi era sembrato che mio padre
vivesse in quelle cavità e in quei cunicoli in mezzo a tutti i miei io. Siamo ancora separati, ma
siamo compagni. Tuttavia, quella versione del suo essere non poteva soddisfare completamente il
mio bisogno di lui, e lo sapevo. Non ho mai avuto alcuna difficoltà a capire come Dante abbia
potuto trascorrere la vita consumandosi d’amore per Beatrice pur coltivando con la medesima
costanza il suo affetto domestico per la moglie, perché io vivevo nella stessa contraddizione.
Camminai nella luce morente del giorno, nell’estate che stava per finire, ardendo d’amore per
mio padre, ma quando la notte si infittì sul Dog and Duck e furono accesi i camini per tenere
lontano l’autunno, ero perfettamente felice, mentre mostravo la mia devozione filiale nei
confronti di zio Len nel suo ufficio.
Anche Richard Quin e Rosamund e il signor Morpurgo erano presenti, tutti al lavoro attorno
al tavolo, con zio Len che presiedeva. Lo stavamo aiutando a sistemare i libri contabili per la
festa di san Michele; e non eravamo sistemati in maniera sufficientemente confortevole per
riuscire a far di conto senza sbagliare, col calore di così tanti corpi in una piccola fetta di stanza,
il camino a legna e la lampada a paraffina che pendeva dal soffitto. Zio Len non voleva avere la
luce elettrica nel suo ufficio; questo probabilmente perché stava cercando di renderlo il più
somigliante possibile a una qualche stanza in cui era stato durante l’infanzia, forse una roulotte.
Non ci invitava spesso a entrare, e quando succedeva la cosa ci innervosiva parecchio, perché
molto dello spazio lì dentro era occupato da un oggetto caro al suo cuore che però era troppo
grande per quella stanza. Lo aveva ereditato dall’allibratore che l’aveva portato con sé quando
aveva lasciato le scuderie di Lambourn. Era un cubo di vetro con dei piedini di ottone, nel quale
due ermellini impagliati con indosso dei mutandoni bianchi si affrontavano sul ring, e un terzo in
maniche di camicia era in piedi tra loro a fare da arbitro, di fronte a un pubblico di tre file di
ermellini in abiti da sera, che rappresentavano il fior fiore dei tifosi di pugilato, come dovevano
apparire circa quindici anni prima. La creazione di quell’opera d’arte aveva richiesto molto
studio e grande manualità. Si capiva con uno sguardo che uno dei pugili era più giovane e
inesperto dell’altro e non sarebbe mai stato alla sua altezza; sul suo muso c’era stampata
un’espressione un po’ stupida. La loro postura formava una , ci disse zio Len, come fa un pugile
che sa il fatto suo per attirare il suo antagonista quando ha in mente un colpo d’incontro
incrociato, e ci disse anche che non erano pesi piuma, né welter, ma medi, e sarebbero rimasti in
quella categoria. Le fattezze degli spettatori riproducevano quelle di persone famose, e zio Len li
aveva identificati tutti tranne quattro. Edoardo, il principe di Galles, si riconosceva subito, non
fosse altro per il fatto che indossava l’Ordine di Bath, particolare che zio Len ammetteva che
fosse poco credibile, anche se dimostrava che quella era una serata da leccarsi i baffi al National
Sporting Club, a poca distanza dalla sua apertura. Ricordo ancora Barney Barnato, rappresentato
come un cucciolo di ermellino perché era stato un uomo piccolissimo; e Sir George Chetwynd,
che aveva messo lo sconosciuto artefice di quell’opera di fronte al problema di come fare
assomigliare un ermellino a un uomo che a sua volta assomigliava a un cavallo. Tutti questi
magnati dello sport erano ritratti con la derisione affettuosa che a quei tempi i poveri riservavano
ai ricchi. Era come se i ricchi fossero degli animali viziati che i poveri tenevano in casa, in parte
perché amavano gli occhi chiari e il pelo degli animali ben curati, e in parte perché la cosa
generava un falso senso di sicurezza che, agli occhi degli insicuri, appariva fortemente comico.
L’orgoglio che trapelava dalla postura dei pugili voleva dimostrare che possedevano qualcosa
che li poneva al di sopra delle questioni del dare e dell’avere, perché, nonostante fossero pagati,
con quel denaro coprivano a malapena le spese.
Anche se quell’opera ci rivelava nuove bellezze ogni volta che la studiavamo, non avevamo
occhi per lei quella sera. C’era del lavoro vero da fare. Rosamund doveva confrontare le fatture
con i conti da pagare o da presentare il ventinove di settembre. Richard Quin stava controllando
il libro mastro delle forniture, io quello degli stipendi, il signor Morpurgo stava passando in
rassegna i libretti di risparmio. Zio Len scriveva le lettere che avrebbero accompagnato i conti e i
pagamenti, nell’ineccepibile calligrafia dai caratteri grandi imparata dalla moglie dell’allibratore,
che l’aveva fatto sedere e cominciare a tracciare aste e puntini quando era ormai alto più di sei
piedi e pesava centocinquanta chili.
L’orologio batté le sette; di nuovo si diffuse un silenzio industrioso. Poi Rosamund disse
timidamente: «Zio Len». Quando lui teneva in mano la penna aveva un’aria concentrata e seria
come se stesse riparando i minuscoli ingranaggi di un orologio di valore; non lo si doveva
disturbare senza un motivo valido o troppo bruscamente. «Guarda, zio Len», continuò lei,
«questo scontrino di Holands dice venti casse di bevanda allo zenzero, meno tre, per
compensare. Ma non penso che sia così».
«Brava figliola», disse zio Len. «Ci ho pensato anch’io. Un autista strabico. Magari non
significa niente, ma è sempre meglio fare una verifica».
La sua penna riprese a scricchiolare. Poi fu la volta del signor Morpurgo. «Darcy», e quando
la penna si fermò disse ancora: «Darcy. Vuole davvero investire così tanto dei suoi risparmi in
un’assicurazione? Degli investimenti le darebbero un maggior controllo sul suo capitale».
«Mi faccia solo finire di provvedere a quello a cui voglio provvedere», replicò zio Len, «e poi
forse mi prenderò anch’io qualche rischio».
Un’ombra di dolore attraversò il viso del signor Morpurgo. «Ci sono investimenti», disse,
«che non comportano più rischi di un’assicurazione».
«Non ne dubito», disse zio Len. «Ma c’è Milly. Se morissi presto lei si sposerebbe ancora. Ha
conservato la sua vitalità. Ecco, per questo ho sistemato le cose in modo che non le tocchi la
benché minima somma che un Harry mano lesta potrebbe sottrarle: avrebbe una rendita annuale,
e se lui la lasciasse dopo la luna di miele portandosi via tutto il denaro, dovrebbe solo tenere duro
fino al trimestre successivo. Se invece sarà un brav’uomo, la rendita servirà a tenerlo più vicino e
più affezionato a lei. Nessuno ha mai amato meno una gallina perché fa le uova. Aspettate che io
abbia provveduto a Milly e poi mi butterò in una qualche manovra spregiudicata della City».
Scese di nuovo il silenzio. Poi zio Len lasciò andare la penna e fissò i suoi occhi su Richard
Quin; puntò un dito su di lui e disse: «Ragazzo».
Richard Quin mormorò: «...e undici e quindici e diciotto, totale centotré, tre scellini e riporto
cinque sterline. Sì, zio Len».
«Hai tutta la vita davanti a te», gli disse zio Len, «mi raccomando, comincia a pensare
all’assicurazione nel minuto stesso in cui prendi la tua prima settimana di salario. Se cominci da
giovane i premi sono vicini allo zero, e il tuo futuro è assicurato. Nessuna preoccupazione in
questo mondo, se ti assicuri presto. E Mary e Rose», disse, la voce resa grave dall’ansia,
«dovreste assicurare le vostre mani».
«Come funziona un’assicurazione?», chiese Richard Quin.
«Un’assicurazione è un sistema cautelativo che entra in vigore non appena una società
possiede documentazione sufficiente sulla sua esperienza passata per fare previsioni fondate sul
suo futuro», disse il signor Morpurgo, e zio Len intervenne: «Ci sono la Pru e la Pearl e la Sun, e
la Norwich e la Union, e la Equitable, e la Scottish Widows. A me piace la Pru. Posto enorme
che hanno là a Holborn, non potrebbero filarsela di notte». Continuarono in quel modo, ciascuno
provando a figurarsi a modo suo una di quelle istituzioni, fino a che Richard Quin la vide in
maniera chiara dalla finestra della sua mente e disse: «Capisco, è una specie di gioco che si rivela
utile. Mi ci dedicherò appena potrò», e tornò al suo libro mastro. La lampada sopra le nostre teste
aveva un paralume di seta rossa; i muri brillavano di una tinta rosata. Avremmo potuto essere
tristi perché l’estate stava volgendo al termine, ma era impossibile che la tristezza potesse
sopravvivere in quella stanza.

7 «Qui si trovano coloro che odiarono i fratelli, mentre durava la vita o percossero il padre», Virgilio, Eneide, libro VI, vv. 608-
609. La versione italiana riportata qui e nella citazione seguente è quella a cura di R. Calzecchi Onesti per Einaudi.
8 «O coloro che da soli guardarono ammassate ricchezze e non le divisero coi loro parenti», ivi, vv. 610-611.
Capitolo V

Il giorno prima che Mary e io cominciassimo a usufruire delle nostre borse di studio, lei al
Prince Albert College di Kensington e io all’Athenaeum di Marylebone Road, uscii a comprare
per entrambe una quantità sufficiente di qualcosa che, essendo ormai adulte, ci era concesso
usare, papier poudré la chiamavano: erano delle salviettine assorbenti in bustina con le quali ci
tamponavamo il viso; solo le ragazze facili usavano i piumini da cipria. Al ritorno andai in
soggiorno e trovai Mary seduta al tavolo davanti a un mucchio di cose noiose da cucire, con
accanto la scatola da lavoro di mia madre. Stava mettendo le nostre fettucce col nome sugli abiti
che avremmo dovuto lasciare negli spogliatoi del collegio, sugli impermeabili e sulle custodie
delle scarpe, sui guanti e sulle sciarpe di lana, e Cordelia era seduta di fronte a lei, a osservarla
con quello sguardo distaccato e infantile che assumeva sempre quando Mary e io facevamo i
preparativi per la nostra vita da studentesse di musica. Avrebbe potuto benissimo fingere di non
venire con noi perché era la più piccola e non la più grande e il suo momento doveva ancora
venire.
«Guarda», diceva, con la petulanza di una bambina, lanciandomi un serpentone di cotone
bianco ricamato a lettere rosse, «non trovi che le nuove fettucce di Mary abbiano un aspetto
strano? Mary Keith, Mary Keith, Mary Keith».
«Oh, cielo», sospirai io. Il signor Kisch ci aveva costrette a fare due cose che a entrambe non
piacevano. Ci aveva fatto andare in scuole diverse perché, come mi aveva detto con un po’ di
esitazione, Mary suonava meglio di me, e io avrei potuto scoraggiarmi se fossi sempre stata
messa a confronto con lei. Io avevo obbedito perché, con mio grande stupore, mentre me lo
diceva i miei occhi avevano cominciato a lacrimare, e se ero così stupida avrei fatto meglio a
seguire il suo consiglio. Aveva anche detto che non era affatto una buona cosa per due pianiste
portare lo stesso cognome: saremmo state confuse di continuo, così io avrei conservato il mio
nome, Rose Aubrey, e Mary avrebbe preso il cognome della mamma, diventando Mary Keith. Al
momento non ci era sembrato che ci fosse niente di male in tutto ciò; ma ora che Mary lo stava
mettendo in pratica non mi piaceva. I selvaggi credono nell’esistenza di un legame magico tra le
cose e i loro nomi, e io ero sufficientemente selvaggia per sentire che nel momento in cui Mary e
io non ci saremmo più chiamate entrambe Aubrey, la membrana che ci aveva unite sarebbe stata
fatta a pezzi. Mi immaginai perfino che il suo bordo frastagliato pendesse ormai sterile tra le mie
scapole.
Mary smise di cucire. «Non piace neanche a me», disse. Due selvaggi mutilati si guardavano,
pieni di risentimento perché non erano stati messi in guardia fino in fondo sul rito
dell’iniziazione, eppure non si ribellavano, perché era pur sempre un rito di iniziazione, l’unica
porta d’ingresso per il mondo reale. Sapevamo che dovevamo attraversarla.
«È orribile», dissi io.
«Cosa è orribile?», chiese Cordelia. Non risposi, e lei esclamò: «Cosa, che Mary cambi
nome? Non ci vedo niente di orribile. Dovrà comunque farlo, se si sposerà».
«Ma anche quello sarà orribile», disse Mary.
«Sciocchezze», replicò Cordelia. «Succede di continuo. Centinaia di ragazze si sposano ogni
giorno e cambiano il loro nome. Una cosa che succede tutti i giorni non può essere orribile».
«Sei proprio un’asina», dissi io. «Le persone muoiono tutti i giorni e la morte è orribile».
«Non è affatto la stessa cosa», disse Cordelia. «Il matrimonio e la morte, cosa ci potrebbe
essere di più diverso?». Le sue dita frugarono in fondo alla scatola di lavoro della mamma e ne
estrassero una vecchia sciarpa di chiffon. Se la gettò sulla testa e le sue manine puntarono delle
forcine qua e là facendone un velo da sposa. Lentamente, come per prolungare un piacere il più a
lungo possibile, attraversò la stanza e si guardò nello specchio quadrato di fronte alla finestra. Si
spostò, sistemandosi fino a che la composizione dell’immagine che vedeva non fu soddisfacente;
i suoi riccioli rosso-dorati, e il suo viso piccolo, puro, ostinato, reso più romantico dal velo al
centro dello specchio, e come sfondo la portafinestra addobbata lungo il telaio dai piccoli fiori a
stella della clematide bianca, a incorniciare nella distanza pigra, velata di verde-blu, il giardino di
settembre.
Pregai teneramente: «Oh, Dio, fai che si sposi visto che non le hai concesso di suonare il
violino. Rendile possibile innamorarsi», aggiunsi. Mary e io notavamo spesso che non avevamo
mai incontrato nessun uomo del quale ci saremmo potute innamorare, benché Mary, che era
sempre equa nei suoi giudizi, avesse sottolineato come questo poteva anche significare che gli
uomini che incontravamo sentissero che non si sarebbero mai potuti innamorare di noi. Ma fino
ad allora, nell’isolamento della famiglia di un giocatore d’azzardo, avevamo incontrato ben pochi
uomini. «Dio», pregai, «falle incontrare presto un uomo che sia davvero bravo e abbastanza
giovane. A cosa pensi sia servito farle incontrare il signor Weissbach?». Ma mentre pregavo
l’Onnipotente, il selvaggio che era in me si animò nuovamente.
Ero scioccata perché pareva evidente che Cordelia avesse giocato quel gioco davanti allo
specchio molte altre volte prima di allora. Era riuscita a trovare la sciarpa nella scatola da lavoro
della mamma senza cercarla, e aveva saputo esattamente dove puntare le forcine. Ma solo un
momento prima aveva espresso la sua idea sul matrimonio come se fosse una cerimonia nella
quale ci si vestiva di tutto punto per abbandonare il proprio vero nome, tradendo la propria
famiglia. In effetti stava facendo le prove generali del tradimento. Dovevo ammettere che non
c’era motivo per il quale dovesse sentirsi leale fino in fondo nei nostri confronti, perché non
l’avevo mai considerata davvero come una di noi. Quello era il motivo per cui non avevo voluto
dirle quanto detestavo l’idea che Mary prendesse un altro cognome, era come confidare un
segreto di famiglia a un estraneo. Era tutto sbagliato, perché non ero leale nemmeno con me
stessa. Quando avevo visto il nome a caratteri rossi sulla fettuccia bianca, «», per un attimo
avevo temuto che Mary avesse scelto di prendere il nome della mamma perché aveva ereditato
una porzione più grande del suo talento. Sapevo che non era così: Mary Keith e Rose Aubrey
suonavano meglio di Mary Aubrey e Rose Keith. Ma provai comunque una rabbia più amara e
stupida, non contro Mary ma contro la mia povera madre, come se avesse potuto, se solo l’avesse
voluto, andare dagli avvocati e fare in modo di trasmetterci il suo talento in parti uguali.
Presto sarei arrivata a chiedermi se non fossi stata diseredata del tutto. All’inizio non fui
particolarmente affascinata dal signor Burney Harper, il mio maestro principale all’Athenaeum.
Non era molto professionale e aveva talmente l’aria da musicista da sembrare un suonatore di
strada. I suoi capelli rosso scuro si dipartivano dal centro della testa in due grandi onde morbide,
come se gli avessero trapiantato sulla testa un enorme paio di baffi a manubrio. In effetti
sembravano la parodia pasticciata dell’aureola ambrata di Paderewski. Troppi tocchi pittoreschi,
incluso un eccessivo ricorso al velluto, davano ai suoi abiti l’aspetto di costumi naïf. Preferivo di
gran lunga l’aspetto del mio maestro precedente, il signor Kisch, che era appartenuto a quella
tribù eletta, gli ebrei di Budapest. Aveva occhi neri di brace in mezzo a rughe finemente
cesellate, le ossa sotto la carne d’avorio ingiallito avrebbero potuto essere utilizzate da un
produttore di ventagli. Ma notai ben presto che il signor Kisch avrebbe approvato l’insegnamento
del signor Harper, che seguiva la stessa linea del suo, anche se si esprimeva in una forma diversa.
«Piccola mocciosa ignorante», diceva il signor Harper, «non stai tenendo quel sol con la mano
sinistra. Non vedi che lo devi fare? Quello è uno dei punti in cui Mozart inserisce un frammento
superbo di opera in una sonata per pianoforte, e la tua mano destra va bene, sta suonando come
se stesse canticchiando un’aria con tutte le costole fuori per poter inspirare fino in fondo, ma
cos’è l’opera senza un’orchestra? Quel sol crea uno sfondo armonico, diffonde ricchezza
tutt’intorno, continua a farlo sentire, continua, continua, piccolo, stupido cucù».
Ma più o meno nello stesso periodo in cui il signor Harper superò il mio esame, mi resi conto
che lui non era pronto a fare lo stesso con me. Non diceva nulla di minaccioso. Anzi, era molto
amichevole. Mi raccontava piccole cose di sé, alludendo spesso al suo senso di solitudine ora che
la madre era morta. Aveva vissuto con lei e non riusciva ad abituarsi all’idea di tornare a casa la
sera e non trovarla vicino al camino. Ciononostante, alla fine di ogni lezione mi congedava con
parole gentili, ma prive di entusiasmo. Non mi aspettavo delle lodi, perché quelle erano la
prerogativa dei dilettanti, che si ponevano un traguardo limitato. Una volta diventati
professionisti, il traguardo si allontana all’infinito e non ci si può mai ritenere soddisfatti per il
semplice fatto di essersi avvicinati un po’ di più alla meta. Tutto quello che si può sperare da un
professionista (anche da se stessi) è riconoscere di essere in cammino verso quel traguardo, e
quando ci si rende conto che è davvero così, la constatazione assume spesso la forma paradossale
della lamentela per il fatto di non camminare abbastanza in fretta. Sembra incoerente, ma per
essere dei professionisti bisogna essere schizofrenici, con la mente divisa in due metà: una sa che
è impossibile suonare in modo perfetto, mentre l’altra crede che suonare in modo perfetto sia
solo una questione di tempo e di dedizione. Ero abbastanza sicura che se avessi suonato per la
mamma e per il signor Kisch nel modo in cui stavo suonando per il signor Harper avrei meritato
come complimento tutto il loro biasimo: mamma avrebbe gridato, e non come un’aquila che
difende i propri piccoli, ma come un’aquila che dubita si meritino di essere difesi o persino di
essere allevati; e il signor Kisch avrebbe fatto scintille per l’irritazione. Il loro disprezzo mi
avrebbe dimostrato di essere in cammino con loro in quella processione gloriosa che non sarebbe
mai arrivata alla meta; l’imbarazzata indifferenza del signor Harper lasciava invece intendere
che, per quel che lo riguardava, io non mi ero mai nemmeno unita alla processione. Con poca
convinzione, provai a ripetermi che non gli piacevo e che quindi era prevenuto; ma sapevo che
era un sospetto assurdo. Il suo aspetto eccentrico dimostrava quanto fosse fiduciosamente
appassionato delle persone: si azzardava a inscenare delle sciarade senza temere che qualcuno si
prendesse gioco di lui; e anche se qualche circostanza lo avesse forzato ad andare contro la
propria natura, provando avversione per una persona, non avrebbe potuto comunque mentire sul
suo talento musicale. Il suo orecchio aveva un’onestà che la sua mente non avrebbe potuto
soffocare.
E di sicuro io gli piacevo. Lo capii improvvisamente una sera di novembre, quando mi lanciai
fuori dall’Athenaeum in mezzo a un fiume di studenti, con il sangue così caldo che lo schiaffo
dell’aria fredda sui nostri volti sembrava solo uno scherzo e correvamo ridendo. Le ragazze si
precipitavano fuori dalla scuola allora come oggi, anche se avevano gonne come tubi, lunghe
fino a terra. Una volta fuori mi fermai per guardarmi intorno, per osservare la striscia dorata del
sole che tagliava Marylebone Road e il riflesso giallo primula che l’avvolgeva. Dai platani le
ultime foglie sgualcite marrone scuro e argento cadevano sul marciapiede del colore del feltro, il
riflesso delle luci del traffico in movimento si srotolava come un nastro giallo sulla strada lucida.
La foschia che l’avvolgeva era di un grigio violaceo. Sentii qualcuno afferrarmi il braccio, e il
signor Harper disse che sapeva che andavo in direzione di Oxford Circus e sarebbe stato felice di
tenermi compagnia. Continuò a stringermi il braccio fino a che non attraversammo la strada, ed
era molto piacevole, perché il traffico a quei tempi era disorientante, essendo un misto di veicoli
a motore e di veicoli trainati dai cavalli. In più il rumore degli zoccoli dei cavalli sul selciato era
come un martellamento, che confondeva ancora di più. Quando il signor Harper e io
raggiungemmo il canale di Harley Street, tra noi scese un silenzio imbarazzato. Lui ruppe il
ghiaccio colpendo col bastone una cancellata e dicendo: «Mi, direi, mi bemolle, non vi pare?».
Passò a parlare d’altro senza aspettare la mia risposta; e allora mi resi conto che parlava con me
come il signor Morpurgo parlava con la mamma, in un flusso autorivelatore costante, senza
cercare minimamente di capire se la cosa mi interessasse o se volessi fare io stessa qualche
osservazione. Ascoltai piena di orgoglio, perché la mamma mi aveva spiegato che si trattava di
uno dei più grandi complimenti che un uomo potesse tributare a una donna.
Era una serata incantevole, nonostante fosse inverno, stava dicendo il signor Harper; e serate
come quella gli facevano sempre venire in mente i giorni della sua adolescenza. L’aveva
trascorsa a Bufton, una famosa scuola nelle Midlands, dove suo padre aveva insegnato musica,
un posto delizioso, non antico, non più antico della metà dell’Ottocento, ma costruito in uno stile
finto gotico da un pupillo di Ruskin, e molti lo valutavano al pari degli originali. Assomigliava
molto al Keble College di Oxford, ma in meglio, perché era più grande. L’arrivo di novembre gli
ricordava sempre le sensazioni delle corse fuori dalla cappella dopo le prove dei canti di Natale
per vedere il sole che tramontava rosso dietro gli olmi oltre i campi da gioco, e le sgambettate
intorno a Big Square (così chiamavano il prato in mezzo agli edifici scolastici, anche se solo Dio
sa perché: non poteva essere più grande di un cerchio d’erba), e poi il rientro nel college, dove
sul fuoco acceso veniva arrostito un bue. Era incredibile quanto i ragazzi amassero quell’aria
viziata, e poi si beveva il tè, con i pasticcini salati che grondavano burro e su cui si spalmava la
marmellata di gelso. Quella era una delle cose grandiose di Bufton, la marmellata di gelso. C’era
un meraviglioso gelso nel giardino del negozietto di dolciumi della scuola, e sul prato sottostante
venivano stesi dei teli di mussola per raccogliere le more quando cadevano, e le trasformavano
nella migliore marmellata che lui avesse mai assaggiato. Era una scuola stupenda, e il miglior
complimento che lui potesse fare all’Athenaeum era che vi ritrovava qualcosa dello spirito di
Bufton. Si era innamorato di quel luogo non appena ci aveva messo piede, e al suo primo anno lì
aveva composto la famosa Canzone della scuola di Bufton. «Belle sono le spirali che si levano
dalla pianura» – davvero piatta, quell’area delle Midlands – «belli sono i sogni della giovinezza
in fiore». E il suo vecchio padre era rimasto lì quarant’anni, anche se non era stato semplice nei
primi vent’anni trascorsi sotto la direzione del famoso dottor Disney.
Il signor Harper mi disse che certamente dovevo aver sentito parlare del dottor Disney: il
Toro, lo avevano soprannominato; oh, un grande, grande uomo, aveva letteralmente creato quella
scuola, ma sotto tanti punti di vista era un demonio. Però, concluse solennemente il signor
Harper, suo padre aveva saputo come prendere il Toro. Una volta l’aveva davvero messo al
tappeto. Era buffo, ma le cose che il Toro non poteva proprio sopportare erano Hannover e
Rockingham. Potevo immaginarmelo? Presi tempo ridacchiando: una città tedesca e un oggetto
di porcellana? Ma lui proseguì e rimarcò che il suo povero padre non poteva evitare di tirare
fuori quei piatti qualche volta, erano i preferiti di un vescovo che ogni tanto faceva loro visita.
Ricordo che gli inni avevano dei soprannomi, così O Worship the King viene cantato Hanover e
Where I Survey the Wondrous Cross diventa spesso Rockingham. Così un giorno, dopo i vespri
della sera, il signor Harper continuò a raccontare, e non mi importò di dover rimanere in piedi
fuori dalla stazione della metropolitana di Oxford Circus nell’aria pungente finché non terminò la
storia, e non m’importò nemmeno che non fosse un granché. Era la prima volta che un uomo mi
faceva compagnia senza che fossimo stati trascinati entrambi dalla corrente della mia vita
familiare, ma soltanto perché mi aveva cercata deliberatamente. Non importava che non fosse
attraente. Non importava che non riuscissi a pensare a nessun altro uomo che potesse essere lì al
suo posto. Era l’inizio, lo percepivo in maniera ancora confusa, di qualcosa di importante.
La notte e il giorno successivo mi sentivo serena. Da quel momento in avanti, pensavo, avrei
suonato meglio per il signor Harper e lui sarebbe stato più pronto ad accorgersi dei miei
progressi e tutto sarebbe stato come nei canti di Natale a Bufton. Ma la prima lezione andò male.
Mentre eseguivo la Sonata in do maggiore di Mozart (l’undicesima), lui teneva gli occhi fissi su
un angolo del soffitto come se in quel punto ci fosse una macchia, e quando ebbi concluso
sospirò dicendo: «Oh, lasciamo perdere, lasciamo perdere». Aveva un piccolo baffo di
marmellata sul labbro superiore, così insignificante in confronto agli enormi pseudo-baffi che gli
partivano dalla cima della testa che quasi non l’avevo notato. Sbuffò per qualche istante senza
accorgersi della sbavatura di marmellata, e poi mi disse che aveva pensato molto a me dopo la
nostra passeggiata della sera precedente, aggiungendo che la nostra chiacchierata gli aveva fatto
capire una cosa: ero una ragazza molto intelligente.
Fui sorpresa nel sentirmelo dire. Quella non era stata una chiacchierata ma un monologo, e
nemmeno pronunciato da me; e anche se l’avevo trovato interessante, specialmente nella parte
sulla marmellata di gelso, non mi era affatto parsa una manifestazione d’intelligenza.
«Quindi, sarò franco con voi». Anche dopo quelle parole non ero spaventata. Aveva l’aria
allegra e normale di un biglietto d’auguri natalizi con sopra un pettirosso. Sembrava
assolutamente remota la possibilità che dicesse qualcosa di veramente terribile. Tuttavia disse:
«Non state facendo bene, sapete. Non state facendo bene affatto».
Non riuscivo a parlare. Una voce dentro di me ripeteva fredda: “Se non riesci a suonare come
si deve è finita per te. Non sai fare nient’altro”. Mi ricordai che quando si era sul punto di svenire
bisognava respirare profondamente, e quando tornai a essere lucida mi venne in mente che la
mamma pensava fossi in grado di suonare, e che anche il signor Kisch lo pensava, così mi
costrinsi a ricordare il modo in cui avevo reso la sonata di Mozart appena conclusa, ed ero sicura
di saper suonare. Mi aggrappai alla rabbia come a un’asta. Colpii la tastiera con i pugni chiusi e
gridai in mezzo a quei suoni stonati: «Cosa volete dire? Non produco affatto suoni terribili come
questi!».
«Calmatevi ora, calmatevi», disse il signor Harper. «Chi ha detto che siete una cattiva
pianista? Se lo foste non ci sarebbero problemi, vi butteremmo fuori di qui, e una ragazza carina
come voi si riprenderebbe, senza ossa rotte, andrebbe a casa e si sposerebbe. Ma voi siete brava,
e mi fa stare male vedervi puntare dritta al concerto annuale in Wigmore Hall – Wigmore Hall,
badate, non Queen’s Hall – aspirando a recensioni positive sul “Times” e sul “Telegraph” – del
tipo, “la musicalità sensibile e la vasta portata del talento interpretativo che abbiamo imparato ad
aspettarci dalla signorina Aubrey” e altre stupidaggini –, magari dedicando una parte sempre
crescente del vostro tempo a insegnare. C’è qualcosa di orribile, penso, nelle donne che
insegnano alle ragazze. Quei mazzi di fiori in dono. Non potreste sopportare quella vita, davvero
non potreste. Guardate che risposta mi avete dato proprio ora. Di solito quando dico: “Non state
facendo molto bene, sapete”, quello che ottengo è: “Oh, signor Haper, mi dispiace, cosa sto
sbagliando?”. Voi no. Voi sputate fuori un “Non sono affatto così terribile”».
Mi ammorbidii. «Oh, vi siete risentito?», chiesi in tono più umile.
«No, non mi sono risentito», disse il signor Harper, «ma questo la dice lunga su di voi. Non
dovete diventare una delle tante ragazze carine che suonano, non è per voi. E per essere di
un’altra categoria avete cominciato con il piede sbagliato».
«Cosa volete dire?», feci, alzandomi dal piano con un gran rumore di piedi. «Cosa faccio che
non dovrei fare?».
Passò qualche secondo a sbuffare aria da sotto il suo baffetto di marmellata prima di
rispondere. «È un tale peccato che siate la figlia di Clare Keith. Vi ha insegnato a suonare come
se foste lei, e non lo siete affatto. Come era solito dire mio padre, quando era vivo – ho perso
entrambi i miei genitori, ve ne stavo parlando ieri –, vostra madre era uno di quei miracoli che
arrivano al mondo già parzialmente formati. Diciamo che Mozart e Liszt sono giunti a noi
formati per tre quarti, possiamo concedere a lei un quarto e stiamo stretti. Voi non le
assomigliate in questo: mio padre mi raccontava che, pur essendo grande quanto un gamberetto,
vostra madre aveva un’energia nervosa così viva che riusciva a trarre dallo strumento quasi la
stessa intensità di suono di Teresa Carreno, una donna con due cavalli da tiro al posto delle
braccia. Neanche in questo le assomigliate».
Lo fissavo come se i miei occhi fossero quelli di una bambola, immobili, o di vetro. Avere un
genio come madre era la benedizione e la maledizione della mia vita. Il fatto che avesse imposto
le sue mani su di me era l’unica ragione che mi faceva sperare di riuscire a sopravvivere in
questo mondo ostile nonostante la mia debolezza; era perché ero così inferiore a lei che sentivo
che, se il mondo mi avesse annientata, avrei semplicemente avuto quello che meritavo. Non
capivo come riuscisse a parlare così apertamente di questa promessa e di questa minaccia che mi
laceravano da parte a parte.
«Voi riuscite a suonare la musica che avete sentito suonare da lei, e riuscite a maneggiare la
musica che non avete sentito suonare da lei pensando musicalmente così come vi ha insegnato
lei», continuò, indifferente alla mia angoscia, «e ora è andato tutto in rovina...». In un primo
tempo, dal momento che la musica elabora dei suoni che non sono parole, le parole sembravano
un labirinto dentro al quale lui vagava, senza mai arrivare abbastanza vicino alla verità che
voleva mostrarmi. Dopo una serie di aforismi partiti bene e terminati con un «Voglio dire», dopo
aver menzionato diversi pianisti contemporanei che non potevo imitare, seguì una linea che
all’improvviso mi fece capire quanto lui ritenesse sbagliata la scelta di mandarci dal signor
Kisch. Non lo disse apertamente; era così in imbarazzo nel dirlo anche per vie indirette che
cominciò a balbettare. Pensai, mentre annaspava in cerca di parole che non riusciva a tollerare di
usare, che quanto diceva non poteva essere obiettivo, perché lui era come un cane, mentre il
signor Kisch era come un gatto, ma di nuovo dovetti ammettere che la sua onestà musicale non
poteva essere sviata, e così ascoltai, e scoprii che aveva delle argomentazioni convincenti. Il
signor Kisch aveva dovuto abbandonare la carriera di pianista perché, mentre suonava a San
Pietroburgo in inverno, aveva preso un raffreddore che si era poi aggravato in tubercolosi, ed era
dovuto rimanere in un sanatorio per qualche anno; e una volta uscito di lì, a detta del signor
Harper, era passato dall’essere un professionista all’essere un amatore.
Ma il signor Harper non riuscì a spiegarmi cosa intendesse esattamente con quelle parole. Il
signor Kisch, disse titubante, suonava come se, come se… come se stesse dando una festa per gli
amici in una stanza piena di fiori. Evidentemente il signor Harper pensava che la musica, gli
amici e i fiori dovessero rimanere separati. E le finestre della stanza chiuse, aggiunse. Mi chiese
se avessi mai visto un quadro abominevole dal titolo La sonata Kreutzer, con un pianista e un
violinista che s’impegnano come forsennati con un mucchio di gente seduta intorno a loro in
gruppetti, tutti con l’aria inebetita, come se ci fosse una fuga di gas da qualche parte, e in tal caso
il pianista e il violinista non avrebbero potuto continuare a suonare. E c’era un quadro anche più
brutto chiamato Beethoven, con un uomo e una donna seduti con l’aria di chi è gonfio di birra, ed
era Beethoven, Beethoven tra tutti i compositori, ad avere indotto in loro quello stato. La musica,
invece, era qualcosa che si doveva affrontare sobri come giudici. Bisognava essere granitici.
«Dovete rendervene conto», insistette, «o è inutile che facciate quello che vi chiedo di fare. Siete
una ragazza volonterosa, ce la farete. Ma dovete capire che questo è parte del programma, dovete
cominciare subito ad apprendere un po’ di tecnica vera».
Ora l’agonia che mi sentivo dentro doveva essere simile a quella di un pesce quando l’esca
gli si infila nella branchia, conficcandosi bene nella ferita con il suo uncino. Il mondo stava per
annientarmi, proprio come avevo sempre temuto. Non c’era nient’altro che mi attendeva se non
boccheggiare e morire. Cos’altro avevo fatto in tutta la mia vita se non “apprendere la tecnica”?
Questo era il motivo per il quale non avevo avuto un’infanzia, per il quale avevo visto tanto
spesso la luce del sole unicamente attraverso i vetri delle finestre, per il quale il domani era
sempre stato il giorno in cui il cerchio da saltare sarebbe stato posto un po’ più in alto. Sentivo
con rabbia che non avrei potuto lavorare più duramente di così, e avevo ragione. Se avessi
sgobbato altrettanto duramente in una fabbrica tessile o nei campi, la società avrebbe mandato
qualcuno a salvarmi. Ora quest’uomo stava uccidendo la mia speranza di affrancarmi finalmente
dalla schiavitù. Certo, avevo sempre saputo che per andare avanti avrei dovuto prendere una
certa dose di quella medicina per tutta la vita, perché la tecnica di un musicista si mantiene solo
grazie all’esercizio e la mano è una zotica che ricade nel suo stato di ignoranza, ma di sicuro, di
sicuro mi ero avvicinata un po’ al punto in cui il lavoro sarebbe diventato quasi esclusivamente
un piacere e io mi sarei potuta abbandonare interamente al vero significato della musica.
«Ascoltatemi», continuò il signor Harper, flemmatico nel suo modo da cartolina natalizia.
«Dovete sedervi al piano e ripetere “Non ho ancora cominciato a essere una pianista, ma ho
intenzione d’iniziare oggi, e ci vorrà molto tempo, ma...”. Oh, Signore! Oh, Signore! Cos’ho
detto? Voi, stupida sciocchina, non dovete piangere!».
Ero in uno stato peggiore di quanto lui potesse immaginare. Perché i miei singhiozzi erano
dovuti solo in parte all’angoscia. Mi immaginavo anche mentre camminavo lungo il fiume al
Dog and Duck, felice come i beati nel regno dei morti, con i pensieri che scorrevano luminosi e
liberi e rilassati come il Tamigi a cui volgevo gli occhi, perché mi ero liberata del peso, così
infinitamente superiore a me che lo portavo, della mia vocazione. Mi sarei guadagnata da vivere
in qualche modo. Avrei potuto fare l’impiegata in un ufficio postale, ed era una sciocchezza da
snob pensare che non si potesse lavorare in un negozio. Forse mi avrebbero dato qualcosa da fare
anche al Dog and Duck.
«Oh, Signore! Oh, Signore!», gemette il signor Harper. «Non era mia intenzione rendervi
infelice, questa è l’ultima cosa al mondo che vorrei! Oh, non guardatemi così, non così! Povera
piccola, vi ho chiesto troppo. Siete una ragazza, dopotutto, e non siete ebrea, essere ebrei è di
grande aiuto, questi ragazzini ebrei con la borsa di studio possono andare avanti per sempre. Il
fatto che voi siate una ragazza mi fa dimenticare...».
«Io ho una borsa di studio», lo interruppi rabbiosa tra le lacrime.
«Sì, ma avere una borsa di studio e avere una borsa di studio essendo ebrei non è la stessa
cosa, da un certo punto di vista. E soprattutto siete una ragazza, e forse avete ragione a lasciar
perdere, forse la felicità di una donna non consiste nell’essere un’artista, forse farete altrettanto
bene come insegnante, e in ogni modo dovreste sposarvi, siete una bella ragazza, e oh, è colpa
mia...».
Gli si incrinò la voce. Ora eravamo vicini alla finestra e io avevo girato il mio viso bagnato
verso il vetro e mi aggrappavo al telaio per calmare i singhiozzi che mi squassavano il corpo.
Ma, nel vedere che lui era angosciato quasi quanto me, mi voltai. Sì, i suoi occhi erano umidi di
compassione. Mi resi conto che mi credeva più debole di quanto non fossi, e sarebbe stato
piacevole fargli credere che aveva ragione, e non sarebbe stata del tutto una finzione. Non mi
premurai di asciugarmi le lacrime, ma sollevai il viso verso quello di lui, abbeverandomi della
sua mitezza.
«Ci sono cose», disse il signor Harper con un’aria spavalda e rivelatrice, «importanti quanto
suonare il piano, e sotto ogni aspetto, dobbiamo ammetterlo. Viviamo in un bel mondo. Guardate
quell’albero laggiù, è solo un albero nel giardino sul retro di una casa londinese, ma con quella
lama di luce che lo colpisce è davvero incantevole. Anche se è spoglio, quel poco di luce sul
tronco fa pensare alla primavera. Oh, è un peccato limitarsi, ma voi siete venuta da me per
imparare a suonare il piano, e io sono qui per insegnarvi a suonare il piano, e ho trascurato cose
alle quali avrei dovuto prestare attenzione. Suonare il piano è diventato un gioco micidiale. Si
potrebbe dire che per suonare il piano oggi ci si debba trasformare in una pianola, o peggio, in un
organetto da strada, o in uno di quei piani elettrici che continuano a suonare finché s’infilano le
monete, una macchina che non si stanca e non ha un cuore. Non che sia sbagliato, se si è in grado
di farlo. Ma non c’è ragione per cui dovremmo tutti renderci la vita cosi dura. Ho cercato di
rendere questo pensiero nelle mie opere, sapete. Non sono esattamente un pianista, sono un
compositore».
«Oh, non lo sapevo», dissi con rispetto, asciugandomi il naso.
«Sì, ho scritto tre opere, ma non ne avrete mai sentito parlare. Non sono stato molto fortunato
con i librettisti», sospirò. «Parlano tutte di un tempo in cui la vita non era dura come oggi,
quando le persone prestavano la dovuta attenzione alle cose. Una parlava della Corte di Love in
Provenza, un’altra di Atene prima della decadenza, e l’ultima di Paolo e Virginia, ma con un
finale positivo. Badate», disse con improvviso vigore, «la mia durezza ha un fondamento. Come
pensate che Rachmaninov ci abbia regalato un’esecuzione originalissima dell’ultimo movimento
della Sonata in mi minore di Chopin? Semplicemente perché è riuscito a cogliere tutti i ritmi che
Chopin aveva nella sua mente e a farceli sentire, e come ci è riuscito? Perché è un maestro del
tempo, e lo è perché, dopo Busoni, ha la tecnica più perfetta di qualsiasi altro pianista vivente.
Parlando di Busoni, è lui che mi ha fatto venire in mente quanto stavo per chiedervi di fare
quando avete cominciato a spaventarmi. Non potete sapere quanto mi avete sconvolto
mettendovi a piangere. Ma certo avete ragione. Lasceremo queste cose ai Busoni e ai
Rachmaninov…».
«Ma cosa stavate per chiedermi di fare?», domandai.
«Che importanza ha ormai?», rispose, con quella che ora mi sembrava un’ostinazione
stravagante e frivola. «Non bisogna caricare altro peso sulle spalle di esseri umani già
sufficientemente provati. È come suonare Les Papillons picchiando forte sui tasti con il pedale di
risonanza premuto».
«Vi prego, ditemi cosa stavate per chiedermi di fare», insistetti io.
«Vi divertirebbe vederlo?», chiese teneramente, e andò verso un armadio in un angolo della
stanza. Mi irritò quando lo vidi perdere tempo lanciandomi uno sguardo da dietro la spalla
dicendomi con una risata di scuse: «Non sono ordinato, temo». Avrei voluto che non continuasse
sempre a parlare di sé. «Ah, eccola qui. Ora ditemi, quale edizione delle sonate di Mozart vi ha
dato vostra madre? Lo immaginavo. È validissima. Oh, davvero, è la migliore. Ecco, questa
invece è l’edizione sulla quale volevo che lavoraste. Naturalmente non ne avrete mai sentito
parlare. Nessuno ne ha mai sentito parlare. L’ho trovata in Svizzera». Per un paio di minuti
mostrò un desiderio esasperante di dilungarsi sulle bellezze di Lucerna, vinto dalla curiosità di
sapere se io c’ero stata, ma lo incalzai a proseguire. «L’ho portata con me perché non ho mai
visto una diteggiatura così strana in tutta la mia vita. Potrebbe essere eseguita soltanto da una
scimmia. Ebbene, la lascio portare a casa alle persone che penso possano arrivare a qualche
risultato perché ci si spacchino la testa sopra. Se mi fossi reso conto che vi stavo mettendo troppa
pressione e che non aveva alcun senso farlo, che stavo proprio sbagliando, essendo voi quello
che siete, vi avrei chiesto di andare a casa a provare la Sonata numero sette che stavate
suonando, ma con questa diteggiatura folle. Capite cosa intendo? Ve l’ho detto: con questa
diteggiatura sbagliata, lavorare finché i vostri legati non saranno fluidi e i vostri allegretti veloci
come quando li fate con la diteggiatura giusta. Avete mai sentito parlare di questo esercizio?».
«No», ammisi. «Qual è il punto?».
«Il punto? Ecco, quando tornerete alla diteggiatura corretta scoprirete che suonate il pezzo
due volte meglio di prima. Questo è il senso del giochetto».
«E funziona?», chiesi.
«Certo che funziona. Tutti i giochetti di Busoni funzionano».
Presi con decisione il volume dalle sue mani, anche se lo tenevano stretto. «Sì, sì. Capisco.
Oh, perché non mi avete detto subito che era questo che volevate farmi fare? Certo che
funzionerà, e sarà divertente. Mi sento come Liszt che suonava il Concerto in si minore di
Beethoven proprio nel periodo in cui non poteva usare il dito medio».
«È un paragone molto modesto, devo dire», borbottò, seguendomi lentamente verso il piano.
«La settima è davvero un buon pezzo per questa cosa?», chiesi tutta allegra.
«Buono come qualsiasi altro».
Dopo mezza pagina arrivai a un pezzo con una diteggiatura particolarmente ostica, lo eseguii
e poi mi girai sullo sgabello e risi chiedendogli: «Come ha potuto quel prodigio di uomo-
scimmia concepire una cosa del genere?».
«Non riesco a immaginarlo», rispose distrattamente. Feci dondolare lo sgabello da una parte
all’altra, infastidita dal fatto che mi avesse apprezzata così tanto pochi momenti prima, quando
ero piagnucolosa e ribelle, e ora mi apprezzasse molto meno, anche se stavo facendo quello che
aveva voluto. Non riuscivo a capire perché ora mi dicesse così arcigno: «Vi piace questo
giochetto, vero? Per la prossima settimana gli avrete spezzato la schiena definitivamente.
Arriverete fino in fondo a questo libro svizzero, ora dopo ora, e riemergerete dall’altra parte,
come un cane che si getti nel fiume per recuperare un bastone: vi ritroverete con quella facilità di
dita che eravate andata a cercare. Ed è giusto che la otteniate. Dovete. Non che siate di quelle che
io definirei ambiziose. Non vi vedo a pianificare una campagna per mettere gli artigli su Sir
Henry Wood o per farvi adulare dai critici. Ma in ogni caso non sarete felice se non arriverete al
massimo livello. È buffo, ci vuole un gran carattere, una grande disciplina, per accontentarsi di
essere secondi. Cosa sto dicendo? Suona come se pensassi che è meglio suonare male che
suonare bene. Ma cosa significherebbe per me “meglio” se la pensassi così?». Mi trattenni dal
rimettermi a suonare, perché sembrava che lui stesse lottando con una qualche forte emozione,
mentre avrei voluto che rimanesse concentrato sulla lezione. Se ne rese conto lui stesso nel giro
di un attimo, perché si voltò in direzione della finestra dove eravamo fino a poco prima e fece un
gesto di commiato al sole invernale e all’albero illuminato di oro, dicendo: «Bella giornata», e si
rese di nuovo disponibile a me.
Ero tornata nella cella della mia prigione, e il mio già duro lavoro era più duro di prima. Da
quel momento, intrapresi con ogni composizione che imparavo un conflitto al di sotto del livello
dell’arte, se s’intende l’arte come godimento, e anche al di sotto di qualsiasi altra attività umana;
era uno stato di guerra animale, come fossi una mangusta in lotta con un serpente. Prima di
eseguire una composizione, suonandola in modo che chiunque la ascoltasse ne traesse piacere, la
percorrevo tutta fino in fondo, frase dopo frase, cantandone ognuna al tempo in cui intendevo
suonarla, e poi la suonavo, per passare quindi alla frase successiva, e così fino in fondo:
scomponevo in mille pezzi tutti i passaggi negli staccati più ispidi, anche quelli che dovevano
essere eseguiti in legato, uniformi come olio, per irrobustire la mano: mi esercitavo sullo
scheletro della composizione suonandolo solo coi pollici, poi con ciascuna delle altre quattro
dita, e poi in ottave. La suonavo lentamente, meno lentamente, velocemente e molto
velocemente, poi sceglievo il ritmo che mi riusciva più difficile e ripetevo l’esecuzione più e più
volte finché non mi riusciva facile. Suonavo in tutte le dodici chiavi qualsiasi passaggio trovassi
particolarmente ostico; spostavo lo sgabello e suonavo la parte della mano destra con la sinistra,
e poi lo spostavo ancora e suonavo la parte della sinistra con la destra. Con questo e altri
stratagemmi smontavo le composizioni fino a privare le loro note di ogni rapporto con l’arte,
rendendole simili ai colpi che un pugile scarica sul punching ball; e poi dovevo assemblare
nuovamente la melodia a formare un’opera d’arte.
Sedevo al piano con lo spartito davanti e cantavo l’intera composizione fino alla fine,
osservando strettamente i tempi, usando il metronomo se mi rendevo conto di accelerare o di
rallentare. Poi mettevo via lo spartito e cantavo il brano a memoria; dopo di che lo eseguivo
sfiorando la superficie dei tasti senza emettere alcun suono. A quello stadio dovevo spalancare le
porte della mia mente con uno sforzo consapevole e accogliere nuovamente, con un sentimento
ben diverso dall’amore personale, quella parte della composizione che avevo ripudiato e
respinto, il suo significato. Poi finalmente cominciavo a esercitarmi suonandola per intero, come
l’avrei suonata per il signor Harper, come l’avrei suonata per un pubblico se mai avessi avuto un
ingaggio come pianista concertista, come se mi trovassi di fronte a un pubblico invisibile la cui
natura non ero in grado di identificare. Non lo si poteva definire immaginario, perché era
sufficientemente reale da emettere l’unico giudizio che davvero temessi. Potevo concepire che il
signor Harper e il pubblico dei concerti potessero sbagliarsi, rivelandosi troppo clementi o troppo
severi. Ma quel tribunale invisibile aveva sempre ragione ed era implacabile; se avessi tradito il
mio compositore o il mio strumento, lo avrebbe saputo e il giudizio sarebbe stato impietoso.
Quel tribunale ovviamente era il mio stesso giudizio. Ma lo era davvero? Perché allora mi
ritrovavo spesso a suonare in un modo che il tribunale non approvava? La mia attività era un
mistero. Quando avevo esaurito tutta la forza che avevo, quando sentivo di non poter andare
avanti un momento di più, sentivo sorgere in me un’altra forza, che sembrava inondarmi
dall’esterno, perché la mia volontà non aveva niente a che fare con lei, e io non avevo il minimo
sospetto della sua esistenza. Era grandioso.
Ma il cammino non era semplice. Avevo le idee confuse, quella sera durante il primo inverno
della mia borsa di studio, quando arrivai a casa, aprii la porta senza suonare (era fantastico avere
le chiavi di casa, anche se la paura di perderle era terribile) e mi sentii sollevata perché il
soggiorno era al buio. Temevo d’incontrare la mamma, tormentata com’ero da un dubbio che
non avrei esitato a rivelarle, ma avevo dimenticato che quello era il giorno del mese in cui lei
andava a compiere un viaggio umanitario molto speciale. Cordelia era stata indotta a credere di
avere un talento eccezionale per il violino da un’insegnante di musica che si chiamava Beatrice
Beevor, una povera sciocca creatura che vestiva abiti di foggia preraffaellita in velluto color
salvia o color prugna, portava borsette di pelle bianca su cui erano pirografati nomi come
Venezia o Bayreuth, e pronunciava il suo nome Bei-ah-tri-ciei adducendo il pretesto, davvero
incredibile, che quel nome le fosse stato dato in giovinezza da alcuni amici colpiti dalla sua
somiglianza con l’amata di Dante in un quadro vittoriano che rappresentava la celebre coppia
nelle strade di Firenze. Nonostante la fiducia della signorina Beevor nel talento di Cordelia fosse
dovuta al suo affetto smisurato e a una completa mancanza di senso critico in materia di musica,
una tale evidente buona fede non era bastata a placare il risentimento di mia sorella. Durante la
lunga malattia che era seguita al disinganno di Cordelia, la signorina Beevor le aveva inviato
frutta e fiori, ma mia sorella non aveva mai permesso alla mamma di fare entrare la poveretta
nella sua stanza, e strappava le sue lettere senza nemmeno leggerle. Non si poteva biasimare
Cordelia per questo. Assumeva l’aria di una persona sul punto di ammalarsi quando vedeva quei
fiori e quella frutta, e il viso impietrito sembrava non accorgersi che le dita stavano attaccando
con furia le buste con l’indirizzo scritto in quella calligrafia tanto familiare. Quando io e Cordelia
ci trovammo faccia a faccia con la signorina Beevor in High Street a Lovegrove, mia sorella
attraversò la strada per evitarla, non per brutalità, ma per il dolore, un dolore che la fece
camminare in mezzo al traffico senza nemmeno guardare dove stava andando.
Il cuore della mamma sanguinava per l’insegnante di musica infelice, anche se un estraneo
non avrebbe avuto quell’impressione sentendo le sue conversazioni. Si riferiva quasi sempre a lei
come a “quella povera idiota”. Ma coglieva spesso l’occasione per fare una visita pomeridiana
alla signorina Beevor nella piccola casa in stile gotico-vittoriano quando era sicura che Cordelia
sarebbe rientrata dai suoi corsi solo dopo l’ora del tè. Era proprio uno di quei giorni; era il
secondo mercoledì del mese, e Cordelia stava seguendo una conferenza sui grandi pittori
fiorentini al King’s College in Harley Street. Perciò non c’era segno della presenza di mia madre
nel soggiorno, con l’eccezione della minuscola impronta lasciata dal suo corpo minuto sui
cuscini della poltrona. Sapevo bene cosa stava facendo in quel momento, perché l’avevo
accompagnata in una di quelle visite. Si faceva strada lentamente fino a trovare una sistemazione
più comoda possibile su un divano dove erano impilati cuscini di pelle decorata che venivano
dall’Italia, e teneva gli occhi lontani dalla grande stampa sopra il camino che riproduceva il
dipinto vittoriano del famoso incontro fiorentino, per paura di scoppiare in una risata stridula;
intanto dondolava il piede con scatti nervosi, perché stava per tradire la sua coscienza. Non
poteva offrire alla signorina Beevor alcuna speranza nel perdono di Cordelia. Ma poteva fare
delle piccole concessioni ai corrotti appetiti musicali della povera donna. Allora smetteva di far
oscillare il piede, il suo corpo si irrigidiva, e intanto deglutiva; poi chiedeva alla signorina
Beevor se fosse stata a sentire un qualche buon concerto di ballate. A quel punto, tutto il suo
passato musicale riemergeva e dicendo quelle parole le si ergeva di fronte per poi aggiungere:
«Ma io l’ho saputo tardi. Troppo tardi, temo». O, la mascella serrata, diceva di aver trovato
molto grazioso un minuetto suonato da Madame Guy Chaminade il giorno precedente,
aggiungendo che ora capiva (e di nuovo sarebbe seguita la confessione di un’occasione sprecata
e di una scoperta tardiva), perché la signorina Beevor avesse tanta considerazione per quella
compositrice.
Mentre stavo in piedi a ridere nella stanza vuota, si sentì il bubolare di un giovane gufo nel
seminterrato, e così seppi che qualcuno della famiglia stava prendendo il tè con Kate perché la
mamma era fuori. Ci piaceva il verso dei gufi che si sentiva nei boschi intorno al Dog and Duck,
lo usavamo come il nostro richiamo privato. Quando andai di sotto trovai Mary seduta al tavolo,
che beveva un tè forte, di quelli che non avevamo il permesso di bere da bambini, mentre Kate,
nella sua sedia di vimini, leggeva ad alta voce la storia a puntate del «Daily Mail».
Mary cominciò a dirmi che avrei dovuto aggiungere un po’ di acqua calda nella teiera, dove
quel qualcosa che si poteva forse definire tè era troppo forte, ma io avevo l’esigenza di
manifestarle le mie paure immediatamente. «Mary», dissi, «non credo che avere successo sarà
poi così facile come credevamo. Metà delle persone all’Athenaeum suonano bene quanto me».
Ero così in ansia che mi si incrinò la voce. Ma il viso di Mary rimase imperturbabile nella sua
levigatezza cremosa. «Sì, lo so. Metà delle persone al Prince Albert suonano bene quanto me.
Ma non dobbiamo preoccuparci».
«Perché mai non dovremmo?».
«Perché nessuno oltre a noi sembra notare che non suoniamo particolarmente bene. Non
riescono a leggerti nel pensiero all’Athenaeum, vero? E anche a me sembra che nessuno sia
ancora in grado di leggermi dentro».
«Ma un giorno dovranno farlo», insistetti io.
«Bene, hanno ancora un semestre e tre quarti», disse Mary. «Se fosse stato destino, ci
sarebbero già riusciti a quest’ora».
«Ma i critici e i direttori d’orchestra?», chiesi, e la mia voce s’incrinò di nuovo.
«C’è la possibilità che anche loro non se ne accorgano. I miei insegnanti sono tratti in
inganno da me quanto gli altri studenti. Anche i tuoi? E il signor Burney Harper? E forse non li
stiamo davvero ingannando. È possibile che abbiamo davvero un leggero vantaggio sugli altri
studenti, anche se non so quale, e non credo sia un gran vantaggio. Comunque, l’avremo
ereditato dalla mamma. Riempi la teiera. L’ho davvero fatto troppo forte questo tè, sa
d’inchiostro».
La mia fiducia fu ristabilita, anche se mi raggelava il fatto che parlasse di lei e di me, dei
nostri insegnanti e dei nostri compagni di corso come se fossimo tutti morti e lei stesse leggendo
un libro su di noi, e neanche un vero libro, ma un libro di testo, il volume di un’enciclopedia.
Non le feci più domande e lei disse: «Vai avanti, Kate. Rose, questa è una bella storia a
puntate. L’eroe sta scontando una pena in prigione al posto del fratello gemello, all’inizio a causa
di un errore e poi per salvare l’onore di qualcuno, e ora è evaso e ha rubato una barca e sta
remando in mare aperto, e le guardie hanno preso un’altra imbarcazione e lo stanno inseguendo.
Vai avanti, Kate».
«No, non lo farò», disse Kate. «Chi l’avrebbe mai immaginato, cominciava così bene, ma è
una sciocchezza, un’incredibile sciocchezza. Mentre voi due parlavate, ho sbirciato le ultime
righe, alla fine di questa puntata, e l’onorevole Rodney sta remando dritto verso Portland Race.
Leggo storie di questo genere da quando sono bambina, dovevo leggerle a mia nonna perché lei
non sapeva leggere (anche se non lo ammise mai) e so che domani ci verrà detto come ha fatto
ad arrivare in Portland Race e a trovare la via per la libertà, perché le guardie non hanno il
coraggio di seguirlo fin laggiù, ed è tutto un cumulo di spazzatura. Mio padre mi ha sempre detto
che non è mai stata costruita un’imbarcazione capace di spingersi fino a Portland Race, e la cosa
è sensata. Diamine, guardare in giù verso quel punto da una certa distanza è terribile. Il mare lì
bolle come l’acqua in quella teiera, solo che è più freddo del ghiaccio, la corrente porta su dal
fondo le acque più fredde che non hanno mai visto il sole e le ritrascina giù prima che si siano
scaldate, perciò quando la barca di quel poveretto si capovolgerà, le onde lo dilanieranno come
cani e lo faranno morire congelato; ed è un modo terribile di morire per un poveretto mandato in
prigione ingiustamente, e io non voglio leggerlo».
«Ma non succederà», disse Mary. «Vedi, Kate, lo scrittore non lo farà morire. Tu stessa hai
detto che sai già che nella puntata successiva si salverà».
«Non è possibile che si salvi», disse Kate, «non se cade nella trappola di Portland Race».
«Ma è solo una storia», dissi io.
Era preoccupata, pur essendo serena mentre parlava, aveva la stessa espressione di quando la
nave del fratello maggiore era stata annunciata in ritardo di quarantotto ore e lei non sapeva che
lui era stato lasciato a terra a Lisbona perché era malato. «Quel detenuto è un personaggio di
fantasia».
«Portland Race è vera quanto basta», rispose con ostinazione.
«Be’, nella Bibbia si legge che alla fine non ci sarà più mare», disse Richard Quin, che arrivò
tra noi con addosso un pullover macchiato di fango, le guance arrossate dal freddo dopo una
delle sue attività sportive.
Kate si inginocchiò per aiutarlo a togliersi le pesanti scarpe da calcio, ma non gliela diede
vinta. «Vero sì», disse, «ma sarà un gran peccato e non ci avremo guadagnato niente, perché due
cose sbagliate non ne fanno una giusta».
«Non preoccuparti, probabilmente è un errore di traduzione, e il testo corretto dice che non ci
sarà più Portland Race, solo delle mezze burrasche tanto per vivacizzare un po’ le cose, ma non
burrasche vere, solo il mare senza tutta la malvagità che si porta dentro», disse Richard Quin
prendendo la focaccina che Mary si era appena messa nel piatto.
«Maiale», gli disse lei, «era per me».
«Sì, lo so», disse Richard Quin, «ma “lui solo per Dio e lei per Dio in lui”»9.
«Non osare citare quel lurido verso impudente nemmeno per scherzo», dissi io.
«A dire il vero è un bel verso», ribatté Richard Quin. «Sembra quasi un complimento ornato
di fiori se lo declami in inglese pidgin». Piegando il capo, si mise la mano sul petto, strinse gli
occhi e squittì quel verso, che suonò davvero come se fosse pronunciato da Li Hung Chang. «Ma
voi ragazze vi sbagliate a proposito di Milton. Era da tanto che volevo parlarvene. So che era
terribile con le sue mogli e la cosa che ritengo altrettanto pessima è che continuò a scrivere
poesie per gli amici mostrando che non gliene importava un fico secco di loro, non aveva niente
da dire su di loro. Lawrence di padre virtuoso figlio virtuoso, Cyriack il cui antenato siede sullo
scranno reale, Fairfax il cui nome in battaglia risuona per l’Europa tutta, e via dicendo; e quanto
a Lycidas, non si potrebbe mai scrivere in quel modo della morte di un vero amico, non c’è
nessun orrore della morte. Ma allo stesso tempo Milton sapeva maneggiare le parole come
nessuno, con le parole era incredibile, davvero».
«Parole», disse Mary sprezzante, «parole», e io aggiunsi con scherno: «Parole, quello che a
noi piace è il significato».
«Oh, non è vero, non è proprio vero, coppia di sciocche musiciste», ci schernì a sua volta,
«quello che a voi piace è il suono di qualcosa che non significa un bel niente, in modo
nient’affatto simile all’uso che si fa delle parole in un giornale. La poesia è come la musica,
arriva al significato in un altro modo, non dovete ridacchiare. Ne so più di voi sull’argomento.
Un giorno sarò uno scrittore».
«Va bene, scrivi se vuoi, ma non prendere le parti di Milton», disse Mary, e io aggiunsi: «No,
perché quello che intendeva dire non può essere niente di buono, perché era un orribile vecchio
ipocrita, che teneva le proprie mogli come schiave perché gli trascrivessero le sue poesie, e
intanto asseriva tutte quelle cose sulla libertà in un saggio intitolato Aeroqualchecosa...».
«Ragazzi, non dovete litigare», intervenne Kate, «neanche per scherzo».
«Questo non è uno scherzo», dissi io. «Kate, non vedi che maiale era Milton, un perfetto
maiale...».
«Hai sentito solo una campana», disse Kate.
«Ma vuoi davvero fare lo scrittore come papà?», chiesi dubbiosa. Mi sembrava una cosa così
cavillosa e polverosa in confronto alla musica.
«No, non come papà», disse Richard Quin, scuotendo con fermezza la testa bionda, nello
stesso modo in cui mio padre avrebbe scosso la sua testa scura, se avesse voluto prendere le
distanze da suo padre. «Niente politica. Poesia. So molto bene quello che voglio fare. Comincerò
entrando a Oxford, posso farcela anche se è vero che non mi sono impegnato molto, e poi otterrò
il premio Newdigate per la poesia...».
«Questa è la prima volta che ti sento dire che desideri un premio», disse Mary.
«Ecco, non è che io voglia propriamente il Newdigate», disse Richard Quin, «non nel senso
in cui voi intendete “volere”, ma da qualche parte bisogna pur cominciare». Mi prese dalle mani
la tazza di tè, e la cosa naturalmente non mi diede fastidio, anche se gli dissi che la trovavo
odiosa e gli tirai i capelli.
«Tranquilli voi», disse Kate. «Sento la chiave di vostra madre nella serratura. Uno di voi
prepari il bollitore. No, riempilo di acqua fresca, quell’acqua è stata fatta bollire due volte e
andrebbe bene per voi ma non per vostra madre. Avrà bisogno di un buon tè, ne ha sempre
bisogno quando torna dalle visite alla signorina Beevor. La cameriera della signorina è una brava
bambina giudiziosa presa da un orfanotrofio, ho parlato con lei dal pescivendolo, ma la povera
signorina Beevor non sa proprio come educarla. Oh, signora», disse a mia madre, «andate di
sopra e io vi farò trovare il tè pronto tra un minuto. Avete l’aria», aggiunse in tono severo,
«davvero stanca».
Non era vero. Lo diceva solo perché pensava che la benevolenza di mia madre dovesse essere
centellinata come il denaro nella sua borsa e che un giorno o l’altro l’avrebbe esaurita tutta e non
le sarebbe rimasto più niente. In effetti il viso di mia madre era eccitato per la gioia: «Preferirei
prenderlo qui con voialtri», disse. «Che bello quel fuoco, coi tizzoni che ardono tutti compatti.
Sono proprio dello stesso colore di quelle rose rosa che abbiamo vicino al cancello. Sapete, mi
piace proprio la signorina Beevor. Mi piace moltissimo».
Tutti gridammo in segno di protesta, e Richard Quin disse: «Oh, mamma, non continuare a
perdonare tutti come fossi san Francesco, ci piaci di più tu di lui».
«Molto di più», disse Mary. «Non credo che gli uccelli fossero contenti di quelle prediche».
«Cosa predicava san Francesco agli uccelli?», chiese Kate. «E a che scopo? Se davvero gli
piacevano gli uccelli avrebbe fatto meglio a fare prediche ai gatti».
«Sì, bisogna ammettere che in questo senso scelse la via più facile», sospirò la mamma.
Meditò per un momento, poi, sopraffatta dal terrore che un qualsiasi artista deve provare al
pensiero di un pubblico completamente indifferente, esclamò: «Predicare ai gatti! No, non
bisogna chiedere l’impossibile, nemmeno ai santi». La sua mente, sicuramente perché stava
pensando a quello che i gatti fanno agli uccelli, coinvolse anche noi in quella riflessione ansiosa.
«Non dovete essere crudeli con le persone sfortunate, soprattutto se non ce n’è motivo. La
signorina Beevor è una donna generosa», proclamò raggiante, senza curarsi delle nostre prese in
giro, «non appena dico che mi piacciono i compositori che piacciono a lei, lei dice di amare
quelli che amo io. So che mentiamo entrambe», ammise, «ma nessuno ne viene ferito, il
punteggio finale rimane quello che avremmo raggiunto se entrambe avessimo detto la verità, ed è
molto carino da parte sua».
Scoppiai a ridere a una cosa che sembrava ancora più divertente senza che lei se ne rendesse
conto. Mi chiesi se la signorina Beevor facesse dei segnali per annunciare che stava ammettendo
delle concessioni a quelli che considerava i gusti musicali depravati della mamma, bloccando
anche lei il piede che si agitava nervoso e deglutendo. Ma nessuno mi chiese perché stessi
ridendo: era una di quelle sere benedette che di tanto in tanto si possono assaporare in ogni
famiglia, quando tutti, di ritorno a casa dalle occupazioni della giornata, ricavano un
divertimento così piacevole dai racconti delle cose strane accadute a ciascuno che, visti
dall’esterno, danno quasi l’impressione di essersi appena ritrovati dopo tanto tempo. Tuttavia, il
mio piacere era velato da un’ombra. Ero rimasta sconcertata dalla calma con la quale Mary aveva
accolto i miei dubbi in merito al nostro talento di pianiste. Era come se avessi allungato la mano
per toccarla e avessi scoperto che era fatta d’avorio. Era una cosa assurda nell’ipotesi che io
avessi davvero cercato in lei delle rassicurazioni sul nostro futuro, perché era proprio quello che
lei mi aveva dato. Ma in fondo al mio cuore avevo sperato che lei non lo facesse. Avrei voluto
che rispondesse: «Sì, è vero, non siamo eccezionali. È assurdo pensare che un giorno avremo
successo come concertiste, anche se forse saremo abbastanza brave per fare le insegnanti. Quindi
non c’è bisogno che lavoriamo così tanto, e non c’è niente di male se lasciamo che nella nostra
vita ci sia spazio anche per altre cose». Ma evidentemente, allo stesso tempo, nutrivo due
desideri contrapposti, perché immaginando quella risposta sapevo che ne sarei rimasta altrettanto
delusa. Non era stato semplicemente un lampo di pazzia momentaneo quell’impulso che mi
aveva portata a prendere le ansie del signor Burney Harper sulla mia tecnica come un giudizio
definitivo, seguito il minuto dopo dall’impulso altrettanto forte di accettare qualsiasi forma di
disciplina tecnica lui potesse impormi. Ero come un mare governato da due lune. Questo
comportava un ribollire di acque, con maree che si alzavano bruscamente spazzando via ogni
cosa e poi si abbassavano fino a lasciare completamente scoperta la terra. Volevo suonare il
piano, ma non volevo essere ridotta pelle e ossa da quella vocazione. Quello era il mio segreto,
del quale non osavo parlare, per paura di minare le fondamenta della mia vita.
Avevo un altro segreto, che ora immagino fosse parte dell’altro. Volevo farmi degli amici. Ne
avevamo, naturalmente, al Dog and Duck, e avevamo il signor Morpurgo; ma loro non erano
giovani e non ci mettevano in contatto con altre persone. Desideravo, così ardentemente che
spesso la notte piangevo, essere parte del vivere comune, essere legata a ragazzi e ragazze e
uomini e donne che non sapevano ancora quello che sarebbero diventati e si sarebbero rivelati
nel corso del gioco, e mi avrebbero lasciato un ruolo e anch’io avrei capito chi ero. Ma nessuno
voleva davvero frequentare qualcuno di noi a eccezione di Richard Quin, che attirava
costantemente persone di tutte le età semplicemente incontrandole, tanto che eravamo sempre
sorprese quando andavamo a fare delle passeggiate a Lovegrove insieme a lui, per il numero di
adulti che lo salutavano con un cenno del capo o gli sorridevano, e per il numero di case che ai
suoi occhi non erano semplicemente delle scatole sigillate.
«Non so chi sia quel vecchio calvo, ma l’altro, quel vecchietto tutto impettito col viso rubizzo
che fa ondeggiare il bastone, quello è il chirurgo maggiore O’Brien. Ha fatto la guerra di Crimea,
in mezzo a tutto quel bisticcio con Florence Nigthingale. È ancora arrabbiato con
quell’impicciona. Ma è un brav’uomo».
«Come l’hai conosciuto?».
«Oh, semplice. Ogni tanto suono il flauto per la moglie del veterinario, che vorrebbe che il
marito mostrasse una qualche inclinazione letteraria e ritiene papà un dono venuto dal cielo e un
prodigio, e ha un circolo di musica da camera, e una volta ho incontrato i Dolmestches. Sono i
vicini del maggiore. Parlavano di lui e dicevano di quanto era buffo sentirgli raccontare di quella
Nigthingale. Il suo gatto era ammalato, così mi sono offerto di portargli a casa le medicine. Passo
spesso da lui per qualche minuto, è molto solo».
Oppure: «Mi chiedo perché qualcuno abbia costruito una casa in stile cinese proprio in mezzo
a una strada normalissima come questa».
«Stupidine, la casa cinese è qui da molto prima delle altre, che sono state costruite su quelli
che una volta erano i suoi giardini. Dovete venire a vedere gli interni, anche quelli sono strani.
Le persone che ci abitano sono simpatiche, sarebbero felici di mostrarvela, sono fiere di quel
luogo. Il loro nonno era un ufficiale della Marina che l’ha costruita al ritorno dalla base in Cina,
ma il padre ha perso tutto il suo denaro in azioni della ferrovia – sapete che una volta ci fu quel
boom seguito dal panico? Quindi ha dovuto vendere i giardini, ma non riusciva a sopportare di
dover cedere la casa. E anche il nipote che ci vive ora la ama, anche se è davvero troppo povero
per un posto del genere, perché aveva un padre come il nostro, che dilapidava regolarmente tutte
le sue sostanze, si rimetteva in sesto e poi perdeva tutto di nuovo».
«Ma come li hai conosciuti?».
«Ero curioso, così ho chiesto al postino chi vivesse in quel luogo, e lui mi ha detto che il
proprietario è il cassiere che riscuote il denaro negli uffici della società del gas. Mamma mi ha
accordato il permesso di portare io stesso i soldi del trimestre, e così sono diventato suo amico.
L’avevo raccontato a Rosamund, mi sono dimenticato di raccontarlo a voi».
Non era giusto che quell’età dell’oro privata, dove non c’erano né estranei né intrusi, solo
amici e porte aperte, fosse stata concessa a Richard Quin. Perché lui non amava le persone più di
quanto le amassimo noi, anzi, a volte le amava anche meno. Mi avrebbe scioccato con la sua
indifferenza a quel tipo di amicizia che io bramavo, una sera della primavera seguente, quando
andammo insieme in una grande villa anonima per una festa data da una ragazza di nome Myrtle
Robinson, che era stata in classe con Mary e me: una ragazza molto ricca, perché suo padre era
produttore di marmellate, gelatine e sottaceti del marchio Constantia Robinson. Il fatto che
Richard Quin fosse invitato era un segno del suo potere di entrare e uscire dalla vita delle
persone senza badare alle normali restrizioni, perché era l’unica persona a quella festa che
andasse ancora a scuola: ma qualche giorno prima aveva viaggiato sulla stessa carrozza
ferroviaria della mamma di Myrtle, una donna robusta, timida, con ciglia bianche, e l’aveva
aiutata con i pacchi. Quando arrivammo alla casa, tuttavia, si comportò in modo odiosamente
ingrato, come avrebbe potuto fare papà.
«Ecco, che perdita di tempo sarà questa serata», bofonchiò mentre eravamo in piedi tra i vasi
di palme del soggiorno insieme alla folla ancora congelata degli invitati. «Perché i ricchi non
possono tenere un unico quadro che valga la pena di essere guardato? Tutti gondolieri e
cardinali. È una bella imprecazione. Gondolieri e cardinali, suona peggio di quello che dice
Otello, capre e scimmie! E non hanno un solo libro. E non c’è una sola ragazza carina».
«Taci», borbottai, «e comunque ti sbagli. Quella ragazza vicino al piano ha dei bei capelli
biondi».
«Sì, l’ho vista, ma come osa, con quel viso così ordinario? Sono quasi del colore dei capelli
di Rosamund». Tremava dalla rabbia. Era furioso perché Rosamund non era lì con noi, e lui
riusciva a vederla pochissimo ora che aveva cominciato il suo corso per diventare infermiera
all’ospedale pediatrico nei sobborghi dell’East End, difficili da raggiungere da Lovegrove.
Dissi: «Ma è stata una scelta tua quella di venire».
«Lo so, lo so», ammise. «Ma sarà comunque una perdita di tempo. Il tempo è così poco».
Rimase per un istante in silenzio accanto a me, ingoiando il suo risentimento, e poi si accinse
a procurarsi un diversivo. Riconoscevo i segnali. Era scosso da un tremore, come se fosse un
uccello stanco del suo trespolo, così attraversò con passo fluido la stanza elargendo favori in
giro. A quei tempi le persone anziane si lamentavano sempre delle correnti d’aria; quegli anni
portarono il miraggio del riscaldamento in ogni stanza e in qualsiasi stagione dell’anno. La
nonna di Myrtle viveva con la famiglia, ed era una piccola donna curva, il cui viso, scuro e
raggrinzito come una mandorla con la buccia, sembrava ancora più minuto perché il lino bianco
a pieghe e i pendagli di crêpe nero della sua cuffietta da vedova erano enormi. L’angolo in cui si
trovava, nella sua sedia a rotelle, si era rivelato improvvisamente come una caverna spazzata
dagli spifferi, così Richard Quin le trovò una posizione che le assicurò essere speciale per la
calma che vi regnava, e lei gli credette. Poi s’inginocchiò e liberò la fibbia di una ragazza
dall’orlo di pizzo della sua gonna, e quando si rialzò gli bastò un passo per raggiungere il posto
dove voleva stare, dove la madre di Myrtle si appoggiava prima su un piede e poi sull’altro con
le spalle rivolte a una finestra, giocherellando con il pendaglio di selenite della sua collana e
guardandosi intorno con un sorriso imperturbabile, come se ci fossero più ospiti del previsto, ma
abbastanza cibo in cucina per soddisfare tutti quelli che erano venuti. Quando vide Richard Quin
esclamò: «Oh, sei tu!», e il suo sorriso si fece tenero, divertito e lusingato. Lui doveva essere
stato davvero gentile in treno. Mio fratello finse di scorgere qualcosa attraverso uno spiraglio
nelle tende di broccato argento e blu dietro di lei, vi puntò gli occhi e le chiese a voce alta se si
fosse resa conto di quello che la luna stava facendo al suo giardino. Sembrava sbalordito del fatto
che la luna fosse così grande e gialla, anche se l’avevamo vista sorgere sopra gli alberi al limitare
del nostro giardino prima di uscire per la festa. La madre di Myrtle, contenta di compiacerlo,
scostò le tende e lasciò che lui gliele togliesse di mano e aprisse le portefinestre. I comunissimi
cespugli di rose lungo il bordo del giardino rilucevano come se i raggi della luna li avessero
dipinti di vernice fresca; ai piedi di un lieve pendio, uno stagno pieno di ninfee sembrava una
zebra dalle strisce di luce bianca che si alternavano al nero scintillante dell’acqua; un pergolato
di rose sembrava finemente intagliato nella pietra.
A quei tempi, i giovani non passeggiavano in giardino alle feste, almeno non a Lovegrove.
Sedere in una serra in mezzo ai vasi di piante che solitamente non appartenevano a quel luogo ed
erano stati noleggiati per la serata, ascoltando musica da ballo (eseguita dal trio che suonava tutti
i pomeriggi nella sala da tè del Bon Marché in Lovegrove High Street), era considerato uno
strappo alla regola sufficiente a rendere quella situazione eccitante entro i limiti consentiti. Ma la
madre di Myrtle, che ora sorrideva come una persona sorda che senta il suono della musica
penetrare nuovamente nelle sue orecchie a lungo inutilizzate, ci concesse di godere liberamente
della notte che mio fratello le aveva mostrato. Passeggiavamo al chiaro di luna tra valzer,
galoppi, polche, danze campestri, Boston, one-step, ciascuno sentendosi del tutto a proprio agio
come se indossassimo maschere e costumi. A volte io e il mio cavaliere passavamo vicini a
Richard Quin e a qualche ragazza, e ogni volta notavo che lui aveva assunto perfettamente la
voce adorante e umile, ora esitante, ora ingenuamente affrettata, che riconciliava una ragazza
appena diventata adulta con l’idea di essere accoppiata a uno scolaretto. Poi non lo vidi più, e il
trio sudato del Bon Marché, il signor Krause, la signorina Mackenzie e sua sorella Flora, fecero
cessare quel fracasso gentile e venne servita la cena. Portammo fuori in giardino i nostri piatti di
mousse di pollo e i calici di chiaretto, e trovammo da sederci sulle panche rustiche e sui gradini
che portavano allo stagno striato, e mio fratello fu di nuovo con me.
Un suono dolce si dipanava nella notte. Durante l’ultimo ballo Richard Quin era andato a
casa a prendere il flauto e ora lo stava suonando nel chiosco dietro la pergola. La voce cava dello
strumento si levava e si spegneva alle nostre spalle, si ripiegava su se stessa e si librava nell’aria,
ubiqua, disegnando un motivo tra le stelle e un altro dentro di noi, proprio dietro le costole. La
madre di Myrtle si era trascinata giù dai gradini, chiedendoci ansante se avevamo bisogno di
qualcosa. Poi si chinò su di me e sospirò: «Quando mi ha chiesto il permesso, non pensavo fosse
così bravo». Muovendosi come fosse un orso, come se i suoi piedi fossero soffici zampe rotonde
e i suoi arti massicci avessero articolazioni d’acciaio, scese verso lo stagno e rimase immobile
avvolta dalla musica di mio fratello e dal cielo stellato. Aveva la fronte incorniciata da un’ampia
banda di capelli, secondo la moda che era stata lanciata dalla famiglia reale; e la luna sembrava
impigliarvisi. Alzò lo sguardo verso di noi nel buio, voltando il viso illuminato da un lato e poi
dall’altro, come se volesse assicurarsi di concedere a tutti la benedizione del suo sorriso, che era
estatico ma esitante, non del tutto convinto della pienezza della gratificazione che ci concedeva.
Il ragazzo accanto a me non si muoveva e non parlava più. Teneva il calice a pochi centimetri
dalle labbra e non beveva. Si chiamava Martin Gray, l’avevo incontrato diverse volte di recente,
ai balli e ai tornei di tennis, ed era sempre venuto a cercarmi. Aveva un ciuffo di capelli castani
sulla fronte e occhi grigi scuri, e quando parlava di vela, che era il suo hobby, l’avevo trovato più
interessante di quanto avrei creduto possibile. Così interessante che ora, mentre mio fratello
suonava, sapevo che se Martin avesse voluto sposarmi io sarei stata felice di vivere tutta la mia
vita con lui e non lasciare mai Lovegrove. Avrei abbandonato tutto per servirlo, e non sarebbe
stato un sacrificio, perché avremmo condiviso ogni cosa della vita, e questo era sufficiente, non
c’era bisogno di un destino eccezionale. Non lo amavo, ma avrei potuto se mi avesse detto di
desiderarmi. La musica di mio fratello stava annunciando che c’era un grande vuoto
nell’universo, un vuoto che avrebbe inghiottito tutto, se non lo avessimo riempito con qualcosa
che le note definivano con una chiarezza negata alle parole.
Ma Martin Gray non si muoveva e non parlava. Non era tenuto a farlo. Era il tipo di ragazzo
che avrebbe trovato moglie tra le famiglie facoltose di Lovegrove, dove le figlie rimanevano a
casa una volta terminata la scuola. E sapevo bene quanto risultassero attraenti. Una ragazza non
aveva bisogno di essere intelligente, e neanche carina; “stare a casa” era ciò che si considerava
davvero irresistibile. Io ero più ricca di altre anche se non in quel senso. La povera Eva Lowson,
che era stata una delle ragazze più carine della scuola, ora faceva la cassiera al Bon Marché,
perché suo padre “era fallito”, come si diceva in quei giorni di stabilità quando un uomo faceva
bancarotta, perciò lei non era stata nemmeno invitata alla festa. Ma ero comunque in svantaggio
rispetto alle altre ragazze che sedevano a fianco dei loro cavalieri nell’aria tiepida della luna,
semplicemente perché si sapeva che ero destinata a lavorare per mantenermi. Non ero nella
classe dei lebbrosi come Eva, ma portavo, per così dire, un anello al naso. Sedevo lì accanto a
Martin Gray, un po’ infreddolita, pensando a quanto avessero ragione le suffragette; e poi mi
ricordai che suo padre era il direttore della banca dove aveva avuto il conto mio padre. Nemmeno
tra Capuleti e Montecchi esisteva motivo altrettanto reale per una reciproca indifferenza.
Scoppiai a ridere ed ebbi il timore che Martin mi chiedesse perché, ma non se ne accorse.
Giù allo stagno la madre di Myrtle si sentì improvvisamente a disagio. Si portò le mani al
pendente di selenite della collana ed era evidente che si stava chiedendo cosa facesse lì
all’aperto, davanti a tutti, completamente sola. Si spostò lentamente, come se la lentezza potesse
renderla meno visibile, dalla luce della luna all’ombra proiettata da un gruppo di alberi lì vicino.
Accanto a me, Martin si portò il calice alla bocca e bevve un sorso. Fino a quel momento avevo
ascoltato il flauto di mio fratello come se fossi uno degli estranei per i quali stava suonando, ma
ora sapevo di non esserlo. Ero tanto lontana da quei ragazzi e da quelle ragazze semplicemente
per ciò che ero, almeno quanto lo era la madre di Myrtle per l’età. Così ora ascoltavo Richard
Quin con la consapevolezza che mi derivava dall’essere sua sorella, e fui stupita nel notare
l’ingenuità di quegli estranei. Si stavano sciogliendo sotto l’influenza di una tenerezza che
credevano fosse insita nella sua musica, ma non era così. La stavano inventando perché ne
avevano bisogno. La musica prometteva una dolcezza che era esclusivamente loro. Mio fratello,
in realtà, ardeva dal desiderio di essere in un altro luogo, dove potesse trovare quella tenerezza.
Se mai si era preoccupato di provocare negli altri quello stesso intimo piacere, ora non restava
alcuna traccia di tale intenzione nei suoni che produceva. E in verità lui non si era mai
preoccupato degli altri, come nel corso degli anni ebbi più volte modo di constatare. C’era però
questa scusante per la sua indifferenza, e cioè che aveva già pagato qualsiasi debito lo legasse a
quella gente. A differenza di loro, lui era in grado di parlare di ciò che loro desideravano. Senza
di lui, non avrebbero potuto manifestare la loro voce. Con lui, i loro bisogni bucavano il velo
della notte come fossero la risposta al raggio di una stella. Certo non poteva essere davvero
giusto, perché non si finisce mai di essere in debito con gli altri. Ma forse neanche questo è vero,
e in certi casi il nostro debito si estingue, se si paga una cifra abbastanza alta. Non riuscivo a
trovare la risposta.
Ero arrabbiata con Richard Quin dopo la festa. All’ingresso, la madre di Myrtle era accanto al
marito, che era morbido e vagamente simile a un orso come lei, e lanciarono occhiate
meravigliate a Richard Quin quando lui li salutò, come se lo trovassero un ospite prodigioso
come un unicorno e sperassero che anche altre leggende potessero avverarsi; lo osservarono sotto
la luce rosata di una lampada mentre mi scortava lungo il vialetto. Fuori dal cancello i gruppetti
di ragazzi e ragazze e chaperon si salutavano accanto a una fila di vetture a nolo, e quando
passammo accanto a loro, ringraziarono mio fratello urlando; e la voce tra il timido e il
coraggioso di una ragazza si levò dicendo: «Rose, grazie a tuo fratello non ci dimenticheremo
mai di questa serata». La strada verso casa si snodava lungo una collina, e Lovegrove giaceva ai
nostri piedi scura come un bosco contro il motivo di luce gialla disegnato dai lampioni, perché il
nostro sobborgo era già andato a dormire. Più lontano, le luci di Londra si riflettevano sulle
nuvole con il bagliore della ruggine. Richard Quin abbassò lo sguardo sul paesaggio come se
fosse disabitato e disse: «Direi che mi sono destreggiato abbastanza bene tra quella orrenda
marmaglia». La sua voce era scioccante e bella nella sua freddezza, come un ruscello ghiacciato.
Non parlammo più fino a quando entrammo nella nostra casa, che pur essendo avvolta nel
sonno come quelle dei nostri vicini era teatralmente illuminata dai lampioni del cancello. La luce
a gas non era molto intensa, ma le ombre che proiettava sfioravano le scanalature del frontone e
le ombre sotto la veranda come se fossero pittura nera rovesciata su una tela, e i rampicanti
sembravano scolpiti nel metallo. «Il sipario si apre su una piccola casa in stile Regency in un
giardino suburbano; è mezzanotte», disse uno di noi due, non ricordo chi. Quando aprimmo la
porta che sembrava finta e penetrammo nell’oscurità strisciante e misteriosa che si celava più
oltre, ci togliemmo le scarpe, scivolammo giù in cucina e prendemmo un po’ di latte dalla
dispensa, mantenuto fresco dallo scaffale di ardesia. Lo facevamo sempre dopo una serata fuori.
Lo bevevamo seduti sul tavolo della cucina, con solo le calze ai piedi.
Richard Quin disse: «Quell’orologio fa un rumore incredibile. Non riesco a capire come
faccia Kate a sopportarlo».
«Dice che le fa compagnia quando siamo fuori».
«Orrenda compagnia». Fu scosso da un brivido e continuò a bere. «Dico, lo sapevi che una
volta facevano i calici da vino di un bianco torbido come latte? Ne ho visti alcuni in un negozio
di antiquariato vicino al municipio, potrebbero andare bene per il compleanno della mamma.
Non da usare. Sono solo quattro. Ma starebbero bene sul camino nel soggiorno e sono il genere
di cosa che piace a lei. Ma parlando di tempo e di compleanni e di tutte queste cose, hai visto
quella povera vecchia signora, la nonna di Myrtle? Bene, è la vera Constantia Robinson. Quella
che ha dato il nome all’azienda».
«Davvero? Stranissima». Aggiunsi: «Voglio dire, la sua cuffietta da vedova».
«Cos’aveva di strano? Non era come tutte le altre? Sono orrende. Non vorrei mai che la mia
vedova ne indossasse una».
«Sì, era come tutte le altre, credo. Quello che volevo dire è che l’azienda l’anno scorso ha
compiuto cinquant’anni, hanno fatto molta pubblicità all’anniversario. Ed è stata lei a crearla.
Produceva marmellata, siero di limone e salamoia nella sua cucina dopo che il marito era morto e
lei era rimasta sola con tre bambini. Bene, cinquant’anni sono tanti. Probabilmente si sarà
persino dimenticata di com’era fatto suo marito. Dev’essere strano indossare una cosa tutti i
giorni in memoria di qualcuno che probabilmente non riconosceremmo se entrasse nella stanza».
«Se lo sarebbe dimenticato se non lo amasse, e lo ricorderebbe se lo amasse», disse Richard
Quin.
Mi prese il bicchiere vuoto dalle mani e andò nella dispensa a prendere dell’altro latte per
tutti e due. Mentre era lontano fui vittima di una di quelle illusioni ottiche che capitano in una
casa addormentata; avevo la percezione che il mondo stesse ruotando sul suo asse, trascinando
alla fine della notte la casa e chi ci dormiva verso la luce del giorno.
Quando Richard Quin tornò a sedersi accanto a me disse: «Adesso avrei voglia di andare a
fare una lunga passeggiata. Non ti piacerebbe essere in cima a Purley Downs in questo momento
e fissare la luna negli occhi?».
Eravamo sgusciati in casa di soppiatto, potevamo sgusciare fuori di nuovo. Gli sorrisi,
orgogliosa di essere ammessa alle sue fantasticherie, ma scossi la testa: «Se lo facessimo, domani
non riusciremmo a lavorare neanche un po’».
«Non m’importa», disse. «Oh, non è vero, mi importa. Sto bene, lo sai. Ho intenzione di
scrivere, e in ogni modo riuscirò sempre a far fronte ai miei bisogni. Ma non è necessario che stia
qui a dirtelo, tu non sei Cordy. Ma a proposito di quella signora anziana, la nonna di Myrtle, c’è
una cosa bizzarra. Sono andato in cucina a chiedere in prestito la bicicletta del cameriere per
poter tornare qui a prendere il flauto. Non avrei sopportato di dover parlare un minuto di più con
quelle stupide ragazze. Ecco, la cucina dei Robinson è veramente enorme. Tutto quel posto è
grande in un modo assurdo, senza dubbio. Cosa se ne fa quella gente di così tante stanze? Non
hanno molti bei quadri e porcellane e libri da ospitare, e non è possibile immaginare che possano
mai voler dare una festa più grande di quella che hanno dato stanotte. Posso capire il modo in cui
vive il signor Morpurgo, e il modo in cui si vive al Dog and Duck, e il modo in cui vivono Kate e
la madre, ma non riesco a capire il senso di quello che sta in mezzo tra la sontuosità e la
semplicità. Comunque, il retro della cucina dei Robinson è grande due volte la nostra cucina, con
un doppio lavello, una cosa colossale, e uno scaffale che corre tutto intorno alle pareti, ricoperto
di ogni sorta di utensile da cucina, di quelli che volevamo sempre comprare per il compleanno
della mamma quando papà era qui e noi avevamo quelle orribili padelle. Ricordi? Vedevamo
un’enorme pesciera in quel negozio all’angolo, e tornavamo a casa e dicevamo a Kate che
l’avremmo presa alla mamma e Kate diceva sempre che un bollitore doppio sarebbe andato
meglio, oggetti di quelle dimensioni andavano bene solo per le case nobili o della piccola
aristocrazia di campagna. Dove mai era andata a pescare quella frase, mi domando».
«È sull’etichetta di una famosa salsa», dissi io.
«Brava che l’ha scovata. Ti fa pensare ai cortigiani di Shakespeare. Che bello appoggiare
l’occhio su una bottiglia di salsa e cogliere in lontananza il rumore dei Tudor, è come portarsi
una conchiglia all’orecchio per sentire il mare. Comunque, sotto quello scaffale nel retro della
cucina dei Robinson c’erano dei secchi, quintali e quintali di secchi, venti o anche trenta, ed
erano tutti pieni di uova, che galleggiavano su una cosa che i domestici chiamavano metasilicato.
Dicono che mantiene fresche le uova per almeno sei mesi, anche un anno. Nei secchi che erano
appena stati riempiti sembrava acqua, ma grigiastra, e le uova sembravano i fantasmi delle uova.
Quando è più vecchio il metasilicato diventa biancastro e fa una specie di crosta: quelle uova
avrebbero potuto benissimo essere deposte dai preti egizi perché le mummie le mangiassero nella
tomba. Ecco, sembra che una volta la gente mettesse lì in ammollo le uova d’estate, quando le
galline ne depongono tante, per poi mangiarle d’inverno, e in certi luoghi sperduti di campagna
lo fanno tuttora. La nonna di Myrtle, Constantia Robinson, la vera Constantia Robinson,
continua a farlo.
Lo facevano, certo, nella fattoria nella quale è stata cresciuta. Solo pensa, quella fattoria era
molto più vicina a Londra di quanto non lo siamo noi; non era molto più in là di Lambeth, era a
Crokton, nei pressi di quel punto in cui la strada per Londra si biforca e c’è quella grande chiesa
tra i due rami della strada. Doveva essere molto tempo fa: se è rimasta vedova cinquant’anni fa,
doveva essere una bambina negli anni Cinquanta. Bene, era nel ramo alimentare fin da allora, lei
o i suoi figli, e ha visto il prezzo del cibo scendere costantemente, e nessuno più che doveva
preoccuparsi di come procurarselo, a meno di non essere spaventosamente povero. Diamine,
anche nei nostri momenti peggiori abbiamo avuto in casa le uova, e di sicuro i Robinson sono
ricchi sfondati. Ma quell’anziana signora non può tollerare che non ci siano secchi pieni di uova
nel retro della cucina. Cerca di non interferire con la madre di Myrtle sulla gestione della casa –
sono brave persone, sai, lo si capisce dal modo in cui i domestici parlano di loro. Ma lei deve
lasciare comunque quelle uova nel metasilicato. Sa che le persone pensano che sia una sciocca,
ma non riesce a farne a meno. Si agita così tanto se non lo fanno che si alza la notte e zoppica giù
per le scale, aggrappandosi a quelle ringhiere orribilmente intagliate, e scende nel retrocucina per
assicurarsi che sia tutto a posto. Di solito la sentono e scendono con lei, ma due volte non
l’hanno sentita e lei è caduta, e i domestici l’hanno trovata il mattino dopo e hanno chiamato la
famiglia. Com’è strano pensare a tutte quelle persone comuni in piedi in cucina la mattina nelle
loro camicie da notte, con gli occhi su quella piccola creatura, quella specie di strega, sul
pavimento. È triste per Myrtle e per sua madre avere le sopracciglia bianche, dev’essere terribile
per una donna. Sono molto preoccupati per la nonna e vorrebbero che qualcuno dormisse in
camera con lei, ma lei non ne vuole nemmeno sentir parlare. È una vecchia orgogliosa. Che ha
paura delle correnti d’aria ma di nient’altro. La cosa davvero strana è che loro non pensano che
lei si comporti da sciocca. Credono in lei. È un po’ come la mamma, sai, tutto sembra passare da
lei, ed effettivamente è così. Tutto in quel luogo, il padre di Myrtle, Myrtle, la casa stessa e ogni
cosa che c’è dentro, anche le pesciere da nobili e da piccola aristocrazia di campagna. So che è
stato il padre di Myrtle a trasformare la società in una grande azienda, ma l’idea l’aveva avuta
lei, era lei a fare le marmellate. Mi chiedo come si possa trasformare la marmellata in azienda.
Non che abbia mai voluto farlo. Voglio scrivere, Rose, pensi che io sia in grado di scrivere? In
realtà so che posso scrivere. Lo so che ne sono capace. Comunque, sono per la vecchia
Constantia, che si trascina in cucina in ciabatte per essere sicura che, qualsiasi cosa accada, ci
sarà cibo per la sua famiglia. So che è assurdo, i negozi sono a cinque minuti di distanza. Ma i
negozi appartengono al regno della luce e – non credi? – quello che accade la notte è più
importante».
La casa avanzava silenziosa nella notte; lui lasciò la sua mente libera di scivolare via, come
sabbia in una clessidra; io smisi di pensare a noi come due esseri separati. Quando allungai la
mano seguendo col dito la linea del suo viso delicato, era come se toccassi il mio. Eravamo una
persona sola, e dal momento che non si può provare invidia verso se stessi, non sentii rancore
sapendo che lui da quella notte aveva ricavato qualcosa e io niente. Anzi, ne ero uscita con una
voce in più nella colonna dei debiti. Sapevo che il giorno nel quale avevo sperato non sarebbe
mai venuto. Le mie sorelle e io eravamo state trattate duramente a scuola per una colpa che non
poteva esserci ascritta. Era dei debiti di nostro padre che le nostre compagne bisbigliavano in un
angolo, lanciandoci occhiate di traverso che servivano sia a compiacere la loro personale vanità
col pensiero del tatto che dimostravano nel non farsi sentire da noi, sia a toglierci qualsiasi
dubbio circa l’argomento di quelle conversazioni. Ma ero sicura che crescendo avrei perso un
po’ della mia natura selvaggia, e credevo che anche le mie compagne sarebbero state rese più
civili dal tempo. Così nella mia testa immaginavo spesso di sentirle dire alle loro madri, con voce
resa deliziosa da un tono di timido pentimento: «Ma questa volta vogliamo invitare le Aubrey
alla nostra festa. Sì, lo so, avevamo torto su di loro, sono davvero simpatiche», e avevo previsto
che alle feste i loro fratelli ci avrebbero invitate continuamente a ballare, con un fascino che mi
riusciva difficile visualizzare con precisione considerato che, pur avendo visto quei ragazzi fin da
quando erano bambini, nei miei ricordi non avevano né volto né corpo. Non mi sembrava di fare
delle richieste esagerate a quei giovani uomini ai quali io avevo riservato un’attenzione così
superficiale; non c’era motivo per cui dovessimo prenderci la briga di imprimere le nostre
rispettive immagini nella mente fino a che eravamo ancora bambini, ma ora era diverso. Eppure,
non lo era abbastanza. Certo era già qualcosa che Myrtle Robinson mi avesse invitata alla sua
prima festa da adulta. Ma Lovegrove non mi voleva. Non che avesse molta importanza. Ero
enormemente felice seduta in cucina con mio fratello, ad ascoltarlo parlare con il ticchettio
dell’orologio in sottofondo, mentre le stelle si spostavano lente sopra il tetto della nostra casa.

9 Il verso è tratto da John Milton, Paradiso perduto, e precisamente dal libro IV. Si tratta di tre celebri versi nei quali Milton
descrive la differenza tra Adamo ed Eva: «For contemplation he and valor formed, / For softness she and sweet attractive grace /
He for God only, she for God in him» (vv. 298-300). La traduzione italiana citata è di Roberto Sanesi, per Oscar Mondadori,
prima edizione 1984.
SECONDA PARTE
Capitolo VI

Dopo che il sogno di Cordelia di diventare una violinista si era infranto in modo così crudele,
pensavamo che il dolore avrebbe dovuto risparmiarla per tutto il tempo a venire. Ma avevamo
così poco in comune con lei che ci sembrava quasi una figura astratta: un fardello inorganico,
come uno zaino.
È difficile credere alla velocità con cui quel fardello ci fu tolto dalle spalle.
La notizia della nostra liberazione arrivò alla fine di un giorno d’estate. Avremmo dovuto
essere completamente assorbite dalla preparazione dei concerti di fine semestre che si sarebbero
tenuti in entrambe le nostre scuole, ma il piano non lo toccavamo nemmeno – e non riesco a
ricordarmi nessun altro giorno dell’adolescenza in cui avvenne una cosa del genere – per tutto
quello che stava accadendo. Prima di tutto, zia Lily era venuta a passare la notte da noi, perché la
mattina seguente il signor Morpurgo l’avrebbe portata a trovare sua sorella Queenie nella
prigione in cui era stata trasferita dopo aver lasciato quella di Aylesbury, e questo già implicava
un inizio di giornata convulso. Lily era sempre intenzionata ad accogliere il suggerimento di mia
madre che l’aveva invitata a non indossare i suoi abiti migliori durante quelle visite,
convincendola che la sua eleganza avrebbe intristito la sorella e suscitato l’invidia delle custodi.
Ciononostante, il suo aspetto necessitava sempre di essere ridimensionato con piccoli ritocchi,
non per le ragioni che la mamma aveva espresso, ma per amore del povero signor Morpurgo.
Quella volta si era trattenuta a sufficienza da non indossare i suoi abiti migliori, ovvero una
giacca blu navy e una gonna con tanti bottoni d’ottone e un cappello da ammiraglio a tre punte, il
tutto ispirato a un’idea romantica dell’abbigliamento in uso tra le dame che andavano a
veleggiare insieme a re Edoardo . L’abito che indossava era semplice e di un colore scuro, ma la
moda di quel periodo voleva che le signore portassero intorno al collo una cosa chiamata jabot,
una versione più gentile del foulard da caccia, di lino grezzo o più fine ma comunque bianco, con
le due estremità che pendevano per tre o quattro centimetri sul petto. Il tentativo di zia Lily di
seguire quella moda non era particolarmente riuscito, ma attirava l’attenzione. Il suo jabot era
fatto di lino rigido e sporgeva ad angolo retto sul petto piatto. Poteva sembrare uno di quei
segnali issati sull’albero maestro da una ciurma di marinai naufragati, per attirare l’attenzione di
qualche imbarcazione di passaggio. La composizione nell’insieme aveva un’aria galante, ma
questo non avrebbe impedito di ridere ai ragazzi che passavano per strada. La sera prima noi
avevamo dovuto lodare l’accostamento, e la mamma il giorno seguente aveva potuto solo
sospirare e ricordarle l’effetto che tanta eleganza avrebbe avuto sulla povera Queenie nella sua
uniforme da carcerata e sulle custodi nelle loro divise da lavoro; e allora zia Constance, che
ormai viveva con noi, era corsa al piano di sopra e ne era scesa con la scatola da lavoro e un
collarino che veniva probabilmente da un suo vecchio abito, con il quale aveva sostituito il
disgraziato jabot, mentre noi formavamo un cerchio intorno a lei e dicevamo cose come: «È
proprio un peccato», e «Certo, non è altrettanto bello», al che zia Lily sospirava, «Sì, lo so, ma
vostra madre ha sicuramente ragione. È davvero crudele mettere sotto il loro naso quello che non
possono avere».
Quella mattina le procedure erano particolarmente delicate, perché zia Lily era nervosa, così
nervosa che tremava, esattamente come prima e dopo le ultime due visite alla sorella.
Una volta perso il suo jabot e quell’aspetto da imperativa richiesta di soccorso di una ciurma
a corto d’acqua e con l’addetto alla cabina infortunato alla gamba, si sedette nella poltrona
dell’ingresso tenendo stretti tra le mani l’ombrello, la borsetta e il quadernetto nel quale annotava
tutte le notizie che avrebbero potuto avere un qualche interesse per Queenie e che ogni tanto
apriva per correggere qualche imprecisione. «Non devo dirle che laggiù dove vivevamo prima, il
signor Hayter, il droghiere, è scappato con una cameriera del Blue Boar. Si è scoperto che non
era vero. La gente è orribile. Io sono orribile, a riferire una storia che non è vera. Il danno che
avrebbe potuto causare». Sembrava sul punto di piangere, ma era bravissima ad afferrare al volo
la pallina del suo umore quando era ancora a mezz’aria. «Ma cosa sto dicendo?», esclamò. «Che
male avrei fatto se avessi raccontato questa storia a Queenie? A chi avrebbe potuto ripeterla in
quel posto orrendo? E anche se l’avesse fatto, come avrebbe potuto mai nuocere a qualcuno?
Nessuno saprebbe chi sono le persone in questione, e ora che ci penso non lo so nemmeno io, ci
sono due Hayter in quel negozio, chi dei due sia o chi dei due non sia, come si è scoperto poi,
non lo so proprio, e ci sono tre cameriere al Blue Boar, e chi potrebbe dire chi delle tre non era,
se anche scoprissero in quale quartiere vivono? Oh, che stupida sono, che stupida», diceva in
tono lamentoso, sorridendoci con l’innocenza di Adamo ed Eva prima dell’invenzione del senso
di colpa. La mamma esclamò all’istante: «Come siete sensibile! Dare importanza, anche solo un
poco, a una colpa che miracolosamente non ha conseguenze pratiche, che non causa sofferenze!
Che lezione per tutti quegli angeli caduti in disgrazia!». Ma aggiungeva anche, alzando il tono
della voce per l’urgenza di quello che stava per dire: «Dovete ricordarvi che la notizia non ha
fatto male a nessuno soltanto per miracolo, e dovete ringraziare Dio per essersi messo in mezzo
tra voi e la vostra volontà». L’ammonizione non ricevette alcuna risposta diretta, perché zia Lily
si era già messa a cantare a voce alta. «Non posso scappare a sposarti oggi, mia moglie non mi
lascerebbe. Ma», osservò, abbassando di nuovo la voce a un tono discorsivo, «dov’è il nostro
signor Morpurgo?». Mia madre le dovette ricordare che il signor Morpurgo non era atteso prima
di mezz’ora e che aveva dato prova della sua consueta gentilezza calcolando l’ora esatta alla
quale sarebbero dovuti partire per Waterloo, non un minuto prima né un minuto dopo, in modo
da prendere il treno senza inutili attese al binario; al che zia Lily non replicò propriamente, ma si
limitò a buttar lì, a mo’ di osservazione: «Sì, ma i signori detestano la mancanza di puntualità
nelle signore».
Era tipico di tutte le loro conversazioni, che per un po’ non avevano l’aria di veri e propri
scambi e viaggiavano su binari paralleli che avrebbero potuto non incontrarsi mai, se non si
fossero all’improvviso fusi in un punto che consentiva la comprensione reciproca. Poi d’un tratto
zia Lily smise di cantare e scoppiò a piangere, singhiozzando nel fazzoletto e dicendo che non
aveva voglia di andare in quel posto orribile, che anche in estate sembrava così freddo che le
erano ritornati i geloni e poi giù a elencare ciò che avrebbe trovato in quel luogo e non riusciva a
sopportare, e a ripetere che avrebbe solo voluto andarsene di sopra, buttare tutti i vestiti sul
pavimento e andare a letto tirandosi le coperte sulla testa. Ma subito dopo lanciava
un’esclamazione di incoraggiamento e si diceva che certo ci sarebbe andata e che era stupida a
pensare di non fare visita a sua sorella, la sua sorellina, che era in una situazione così sfortunata,
e si definiva una stupida ingrata, priva di classe, e si dava un calcio all’ossuta caviglia sinistra
con l’altrettanto ossuto piede destro.
La mamma allora le impartiva quella che gli estranei avrebbero potuto giudicare una
lezioncina un po’ troppo saccente, facendole notare che nel corso dei secoli gli scrittori avevano
composto opere teatrali che dovevano essere riconosciute come dei capolavori, le tragedie, in cui
si mostravano grandi uomini, re e conquistatori e statisti, costretti a fronteggiare eventi
drammatici quanto quelli che Lily stessa doveva superare, e in quelle tragedie si rappresentavano
i re e i conquistatori e gli statisti piegati e annientati dal confronto. Lily, le ricordava mia madre,
qualche volta aveva dovuto piegarsi sotto i colpi crudeli di quell’esperienza, ma non ne era mai
stata annientata, mai per un solo momento, perciò aveva ogni diritto di essere guardata con
rispetto da se stessa e dagli altri. A quel punto zia Lily accettava il fazzoletto pulito che mia
madre le tendeva, la smetteva di tirare su col naso soffiandolo, e fissava gli occhi su un qualche
luogo dorato della sua immaginazione. «Se qualcuno scrivesse un’opera su di me, e da quello
che dite mi sembra molto probabile, mi chiedo chi prenderebbero per il mio ruolo. Vorrei che
fosse Edna May». Era un’attrice americana di insuperata bellezza che in quel periodo stava
avendo grande successo a Londra come eroina dell’Esercito della Salvezza in una commedia
musicale dal titolo La Belle di New York. «Mi assomiglia molto, credo», disse zia Lily.
«Sì», replicò mia madre, ma la voce le morì in gola.
Allora anche noi dicemmo: «Sì, l’abbiamo notato».
Era tutto a posto ora. Tra la mamma e zia Lily si era stabilita una comunione perfetta,
avevano discusso di questioni spirituali ed erano giunte a un accordo che permetteva loro di
contemplare il creato senza timori, almeno per il momento, anche se ci erano arrivate senza
ricorrere a una linea di argomentazione convenzionale. Quando dieci minuti dopo arrivò il signor
Morpurgo, era abbastanza naturale che si guardasse intorno con aria soddisfatta e dicesse: «Che
atmosfera felice c’è sempre in questa casa». Anche la sua figura colpiva per il senso di calma che
emanava, per gli abiti che sceglieva ogni volta che doveva accompagnare zia Lily a trovare
Queenie: abiti che sembravano suggerire che non aveva ancora deciso se andare a un funerale o
ad Ascot. Si fermava solo il tempo di appuntare sul petto di zia Lily un’orchidea che portava
sempre dalle sue serre del Sussex per quelle occasioni, quindi lasciava il tempo al suo autista di
portare in cucina il solito cesto di frutta e verdura, e poi partivano. Sembrava sempre un po’ a
disagio e ansioso di mettersi in cammino a quel punto, e penso fosse perché sapeva con quanta
solennità la mamma considerasse la tragedia dei Phillips, e aveva il timore di scioccarla
lasciandole intendere quanto lui trovasse piacevoli le visite alla prigione. Gli ingredienti di quel
godimento certo erano innocenti: da una parte zia Lily gli era simpatica, e dall’altra era sorpreso
e compiaciuto del fatto che, per quanto fosse stato viziato per tutta la vita, era comunque in grado
di portare a termine un dovere gravoso. Ma sapeva di essere come il bambino che fissa con occhi
sbarrati un incidente, pur sapendo che non dovrebbe farlo. Temeva la disapprovazione della
mamma, o forse temeva di svelare qualcosa di lui che avrebbe potuto indurla a ritenerlo un
ragazzino.
Nemmeno a quel punto Mary e io ci avvicinammo al piano. Scendemmo con la mamma in
cucina, che sarebbe stata piuttosto affollata perché Rosamund, che era infermiera in prova in un
ospedale pediatrico di Londra, avrebbe trascorso da noi il suo giorno libero mensile, ora che sua
madre era venuta a vivere a casa nostra; e arrivava sempre con una gran fame, perché i pasti
dell’ospedale erano terribili. Era anche più affamata di tutti noi, che amavamo molto mangiare.
Mia madre ci sperava proprio, perché ora che avevamo venduto i quadri di famiglia lei era in
grado di pagare le fatture dei fornitori non appena la busta cadeva sul tappeto dell’ingresso dalla
fessura delle lettere nella porta e traeva un piacere voluttuoso dall’acquisto delle provviste, anche
di quelle più comuni. Continuava a non fare spese stravaganti, sia dal punto di vista della
quantità che della qualità esotica: perché dopo che un lupo è stato scacciato dalla porta, si lascia
comunque alle spalle delle tracce. Ma invece di fare un’unica e imbarazzata visita al macellaio
per comprare il taglio più economico da poter poi camuffare con rape e carote – quei disgustosi
cosmetici alimentari – ne faceva due, una per comprare il miglior taglio per lo stufato irlandese
del mercoledì, e un’altra per acquistare una perfetta culaccia di manzo rosata per il giovedì e il
venerdì, senza dover pronunciare la frase, «una parte la metta sul conto», e senza paura di
doverla pronunciare ancora. Qualche volta, quando Mary e io, o anche Richard Quin, portavamo
a casa dei compagni di scuola, la felicità di mia madre si fondeva con quella del passato e veniva
ispirata dal ricordo delle feste che suo padre e sua madre avevano offerto a Edinburgo quando lei
era giovane. Questo spesso la spingeva in un vicolo cieco. Il libro di cucina preferito di mia
madre non solo asseriva che un prosciutto brasato à la parisienne doveva essere innaffiato con un
bicchiere di brandy e mezza bottiglia di sherry, ma affermava esplicitamente che un prosciutto
per il quale quella quantità di liquido risultasse eccessiva era, molto semplicemente, indegno di
essere servito. La mamma si abbatteva per quelle parole, come se non servendo quei piatti
togliesse realmente il cibo di bocca agli amici, ma abbassando di livello i propri obiettivi
otteneva dei risultati superbi, e anni dopo i musicisti che erano stati a scuola con noi si sarebbero
ricordati, con un entusiasmo maggiore di quello che riservavano ai ricordi di noi come persone,
dei pasticci di vitello e di prosciutto che si servivano a casa nostra, e in effetti erano qualcosa di
unico. La gelatina aveva il colore argenteo dei topazi più belli.
Quindi avevamo progettato un buon pranzetto per Rosamund, ma ora dovevamo modificare i
nostri piani, in considerazione degli asparagi del signor Morpurgo – che erano appuntiti e di un
verde brillante, non quei tronchi bianchi che servivano nei ristoranti − e delle minuscole fave, e
di una gran quantità di quell’uva spina dai chicchi piccolissimi non del tutto matura con la buccia
ancora sottile e un sapore delicato. Alla fine, del nostro menu originale non era sopravvissuto
nulla tranne il pollo freddo con la maionese. Decidemmo di cominciare con gli asparagi caldi
serviti col burro fuso, poi ci sarebbe stato il pollo con un’insalata di fave, e abbandonammo
l’idea della crostata alla melassa a favore del fool di uva spina. Questo cambio di programma
costrinse me e Mary a dare una mano in cucina. Non era solo la pigrizia o la frivolezza a tenerci
lontane dal piano. Kate aveva sempre troppo da fare, e zia Constance aveva le mani occupate,
perché stava stirando una pila di biancheria per Rosamund da riportare in ospedale e doveva
ancora finire una camicia da notte per lei. Così Mary e io prendemmo l’uva spina e due ciotole e
due paia di forbici e un vassoio, e con tutte quelle cose in mano ce ne andammo a sedere sui
gradini di ferro che portavano in giardino, e di tanto in tanto cantavamo al suono di Clip, clip!
Clip, clip! quando le forbici attaccavano gli acini, finché non ci accorgemmo che avevamo
compagnia. Nel boschetto alla fine del prato un paio di tortore si nascondevano in qualche punto
della loro verde residenza sopraelevata; non erano quei piccioni cockney, litigiosi, bercianti, ma
delle vere tortore, di quelle che all’epoca ancora si avventuravano nei sobborghi londinesi e
tubavano teneramente, mettendo in ognuno di quei versi un qualche significato.
Scrivo tutto ciò con la piena consapevolezza che ora potrebbe sembrare irrilevante, dal
momento che è proprio uno di quei tratti che differenziano il passato dal presente. Allora, ogni
cosa aveva importanza. Ogni cosa dalla quale traevamo godimento aveva il medesimo valore. La
vita stessa non era divisa in sfere separate. La mamma dormiva al piano di sopra, su un vecchio
letto malandato, perché non lo voleva sostituire, in parte perché detestava spendere dei soldi per
la propria comodità, e in parte perché i mobili vecchi acquistano i diritti e hanno le stesse pretese
di un vecchio cane di famiglia; Kate e Constance lavoravano in cucina, scambiandosi qualche
parola ogni tanto ma senza dire davvero qualcosa, semplicemente per confermare l’appartenenza
allo stesso gruppo, come il tubare delle tortore; mio fratello Richard Quin, come una molla
arrotolata pronta a scattare, lontano dai nostri occhi, a scuola, in fondo alla strada; Rosamund,
anche lei fuori dal nostro campo visivo, ma, luminosa e splendida come l’oro, seduta in un tram
che si muoveva lento attraverso la parte meridionale di Londra, irradiando la sua peculiare
amabilità, non verso qualcuno, ma sorridendo a tutti e a nessuno in particolare; Mary e io sedute
sui gradini, a preparare quelle prelibatezze: eravamo un tutt’uno con l’erba e i fiori e gli alberi e
la luce del sole. Ed eravamo intente a fare qualcosa, non eravamo passive, ma parte di un
meccanismo volto a conservare per sempre il sole, il cielo, il piacere. Mi capita ogni tanto di
imbattermi in brandelli di quell’unità cosmica che sono rimasti impigliati qua e là sulla terra.
Guidando per le stradine di un villaggio la domenica pomeriggio, passo accanto a un campo da
cricket dove c’è una partita in corso, e il riflesso argenteo della flanella bianca sotto i raggi dorati
del sole, la palla in volo, il rumore secco quando colpisce la mazza, l’aiuola fiorita degli
spettatori, il Dragone Rosso sull’insegna della locanda, le nuvole in cielo che incorniciano la
scena – per un istante sembra che tutto cospiri a creare un piacere eterno nella sua perfezione.
Ormai scene così s’incontrano raramente, ma a quel tempo, ve l’assicuro, erano il tessuto
connettivo che dava unità alla vita intera.
Quella mattina fu lunga e breve insieme. Intorno a mezzogiorno sentimmo la voce squillante
di Rosamund che entrava in casa, ma non ci alzammo perché lei passava sempre le ore che
precedevano il pranzo sola con sua madre, e noi di certo avevamo da fare a sufficienza. Dopo
aver finito con l’uva spina dovevamo andare a cercare in giardino la menta fruttata lasciata dalle
persone che ci avevano precedute in quella casa e prenderne qualche rametto da cuocere insieme
alle fave, e poi dovevamo montare la panna da aggiungere a freddo nel fool; e quando portammo
giù in cucina quella torre di panna montata a dovere, Kate ci fece assaggiare ogni cosa la
maionese, che a casa nostra veniva leggermente insaporita con un po’ di salsa di pomodoro, i
biscotti alla mandorla che Kate ora dubitava fossero abbastanza leggeri per accompagnare il fool;
e la torta paradiso che avremmo mangiato con il tè. Poi Mary e io ci sedemmo nuovamente sui
gradini ad aspettare, cantando un notturno di Chopin come aveva fatto fare du Maurier a Trilby
(avevamo sempre pensato che in quel punto avesse dimostrato la sua ignoranza musicale fino a
che non scoprimmo che Pauline Viardot, la sorella di Malibran, aveva fatto lo stesso nei suoi
concerti, più e più volte, con l’approvazione dello stesso Chopin).
Eravamo solo in cinque a pranzo, la mamma, Rosamund, Constance, Mary e io. Il lavoro di
Cordelia alla galleria d’arte la tratteneva in città fino al tardo pomeriggio, e Richard Quin
pranzava a scuola. Andava bene così, perché pensavo che Cordelia non potesse sopportare lo
sguardo vitreo, da statua greca, di Rosamund. Si sentiva come un famoso direttore d’orchestra
che si rende conto dell’indifferenza con cui i musicisti ignorano completamente le direttive della
sua bacchetta. Per il momento Rosamund era tutta per noi e noi ci fondevamo le une nelle altre
come succede alle famiglie che si ritrovano dopo essere state divise, e Rosamund e Mary e io
diventavamo molto più simili di quanto non fossimo realmente, e mamma e Constance, che
erano diverse tra loro come il vino e il latte, arrivavano persino a mostrare una qualche vaga
somiglianza. Rimanemmo a tavola a lungo, in parte perché Rosamund aveva una fame da lupo,
in parte perché quello era il ritmo rilassato che dava l’impronta alla giornata tiepida. Poi
sparecchiammo e una di noi ruppe un piatto, ma nessuno ci badò. Dal momento che Mary e io
non potevamo mai aiutare a lavare i piatti a causa delle nostre mani, ce ne andammo in giardino
con Rosamund e sistemammo dei cuscini sull’erba sotto gli alberi. Rosamund era sdraiata
supina, con l’ombra delle foglie che dai rami più alti cadeva sul suo viso come una maschera, e
noi ci stiravamo sdraiate sulla pancia, le teste accanto ai suoi piedi, appoggiate sui gomiti, intente
a osservarla e a succhiare un filo d’erba. Ogni volta, quando la rivedevamo dopo che era stata
via, sentivamo con particolare intensità il suo essere diversa da chiunque altro.
Mormorò parole di lode per il fool di uva spina, e poi aggiunse: «Ma era diverso». Aveva
mangiato il fool di uva spina altre volte a casa nostra e l’aveva trovato buono, oh, più che buono,
ma non come quello, e Mary disse che sì, pensava potesse essere classificato come sciroppo
lucente, e io dissi, ma non colorato con la cannella, non era quello, e Rosamund disse che no, lo
capiva, ma probabilmente era stato trasportato su una nave speciale, e noi dicemmo che no, era
un prodotto locale. Qualcuno in tram aveva detto a Kate che tutta la frutta, e specialmente l’uva
spina, prendeva un sapore migliore aggiungendo qualche goccia d’essenza di sambuco
nell’acqua zuccherata in cui cuoceva solo per un paio di minuti. Kate era rimasta talmente colpita
dalla cosa, che quando venne il momento della fioritura dei sambuchi si guardò intorno in cerca
di qualche fiore da cogliere. Ma dal momento che i vittoriani ritenevano il sambuco una pianta
estremamente volgare, indicata solo per i parchi municipali più miseri (e i parchi non erano per
niente miseri a quell’epoca) non c’era la possibilità di trovarne nel nostro sobborgo di
Lovegrove, con l’eccezione del giardino di una villa imponente e pretenziosa, il capriccio di
qualcuno, ma ormai disabitata da tempo, che si ergeva totalmente fuori contesto all’angolo della
nostra strada di piccole case Regency. Lì le piante di sambuco avevano preso il sopravvento,
accalcandosi attorno ai ciliegi in fiore, ai meli e ai laburni che ornavano il vialetto d’entrata, e
infiltrando i loro giunchi fibrosi nella ghiaia davanti al porticato all’italiana piastrellato; fu
proprio lì che andò Kate non appena vide attraverso le sbarre del cancello quei piatti fiori
filigranati, di un bianco verdastro, che spuntavano sui rami sottili tra foglie grossolane. Ci andò
di notte, perché per lei tagliare un ramoscello da un albero nel giardino di una casa abbandonata
era un’azione criminale quasi quanto rubare in un negozio, ed era terrorizzata dalla
consapevolezza che c’era una stazione di polizia a circa un quarto di miglio da lì; credeva infatti
che i poliziotti avrebbero avuto il diritto di sbattere in prigione le persone per qualsiasi reato,
fosse anche insignificante come quello. Il suo stato era reso ancora peggiore dalla paura dei
fantasmi e del buio. Il giorno dopo quel furto coraggioso aveva scoperto che nei negozi non era
ancora arrivata l’uva spina, perciò aveva provato la ricetta con delle mele stufate e si era resa
conto che in effetti quel trucco le conferiva un certo gusto esotico. Allora cominciò a nutrire il
desiderio di fare il fool di uva spina per Rosamund quando fosse tornata a casa nel suo giorno
libero, così la notte aveva fatto un’altra incursione nei boschetti di sambuco del giardino
abbandonato. Apparentemente, fu però un’impresa inutile. Il mattino seguente, infatti, il
fruttivendolo le disse che l’uva spina non c’era ancora, e lei era sembrata rassegnarsi all’idea di
fare la crostata con la melassa; ma era profondamente convinta che Dio la stesse punendo per il
furto.
Naturalmente, in quelle circostanze, le vaschette di uva spina del signor Morpurgo furono
accolte da Kate non come un dono degli dèi, ma di Dio in persona. Nel cestino di vimini sul
tavolo della cucina c’era quell’uva spina con gli acini piccoli come perle di giada, e i rami del
sambuco protagonisti del piccolo furto s’incurvavano su un lato in un’alta caraffa accanto al
lavello nel retro della cucina, i fiori ancora abbastanza freschi da brillare nell’ombra del
seminterrato. Kate sentenziò con calma ma in tono fermo: «Era destino». Mary e io sapevamo
che non si stava rivolgendo a noi, ma alla sua coscienza, che le sembrava aver avuto la peggio.
Era un modo delicato per chiedere di non sollevare mai più quella piccola questione di
sconfinamento e di furto. Noi tre ragazze ne ridemmo per un pezzo, sdraiate sull’erba nella pigra
luce del sole. Era così tipico di Kate, che voleva essere buona e in effetti lo era, ma aborriva
quell’eccesso di emotività che il diciottesimo secolo aveva chiamato entusiasmo. Non aveva
mosso un singolo muscolo del viso durante quella vicenda di morte e commutazione della pena.
Ridemmo anche pensando a lei che sedeva su un tram con un estraneo e ingaggiava una
conversazione sul fool di uva spina e sul sambuco. Com’era iniziato il dialogo e dove era andato
a parare? L’intera faccenda era più strana di quanto non fosse sembrata all’inizio, fece notare
Rosamund, se si considerava che tutto era cominciato quando non era ancora stagione di uva
spina e fiori di sambuco, e nessun orto o terreno poteva averli fatti venire in mente a quei due,
perché Kate aveva dovuto aspettare parecchio prima di poter provare la ricetta. Ridemmo di quel
mistero e ci addormentammo.
Fui svegliata dal trambusto degli uccelli tra i rami, ma rimasi immobile per paura di
disturbare Rosamund, fino a che lei non si mosse e disse: «Avete così tanti fiori in giardino ora».
Era appoggiata sui gomiti con un filo d’erba tra i denti e si stava guardando intorno vagando tra i
lupini e le peonie tardive nella lunga aiuola che costeggiava il muro, tra le rose vicino
all’ingresso, le clematidi e il gelsomino accanto ai gradini di ferro. I fiori nel nostro giardino
erano come la panna nella nostra dispensa: ora sbucavano in quantità sufficiente, là dove non ce
n’era mai stata traccia fino a che mio padre stava con noi. Ma sempre, quando pensavo alla
scomparsa di mio padre e alla sua probabile, anzi, sicura morte, quei fatti triviali sbiadivano e
scomparivano con la stessa velocità con la quale si erano manifestati nella mia mente, e io ero
sopraffatta da una sensazione astratta di dolore, qualcosa che assomigliava al gemito della ghiaia
trascinata in mare tra i flutti, anche se io non emettevo alcun suono. Premetti il viso contro
l’erba, mentre Rosamund sbadigliava farfugliando che le piacevano i fiori blu, e sembrò
addormentarsi un’altra volta. Ma poi parlò di nuovo, ridendo: «Fiori di sambuco. Immaginate
che abbiano un gusto buono come il loro profumo. E che il gusto sia delicato, proprio come il
profumo è grossolano e intenso. Ma mi piace. Mi piace che un profumo sia forte. L’altro giorno
un paziente che lavora da un fiorista ha portato alcune tuberose a una delle suore. Solo due o tre,
ma ne potevi sentire il profumo ogni volta che aprivi la porta. E il profumo era così greve che lo
si sarebbe potuto misurare con la bilancia».
«Per me niente è più forte dei lillà», mormorò Mary, e io chiesi: «Rosamund, se ti piace
questo genere di cose come fai a tollerare un ospedale?». Non è una domanda così sciocca come
potrebbe sembrare al giorno d’oggi. A quei tempi i disinfettanti comunemente usati avevano
davvero un odore fortissimo, molto più di oggi, e irritavano le mucose delle narici, coprendo con
una cappa gli effluvi repellenti di quel luogo invece di disperderli.
«Oh, è diverso, fare l’infermiera è la mia musica. Gli ospedali sono le mie sale da concerto».
Strappò un altro filo d’erba e lo mise di traverso tra i denti, chiudendo le palpebre lisce e
bluastre. «Non voglio fare altro che l’infermiera, per tutta la vita».
«Be’, nessuno te lo sta impedendo», disse Mary, pigramente. «Questo è l’aspetto
meraviglioso della nostra vita. Tu stai facendo l’infermiera e noi stiamo suonando, e nessuno sta
provando a fermarci. Anche se credo che nostra sorella Cordelia abbia spesso paura che tutto
questo non porterà a niente».
Dovevamo aver dormito per un bel po’, perché al risveglio le ombre erano completamente
cambiate, erano più livide e più allungate e avevano tutta un’altra inclinazione. Rosamund era
seduta e, appoggiandosi a una mano, si guardava intorno.
«Perdonatemi se continuo con i fiori blu», disse, «ma mi piacciono così tanto. Dov’era quel
posto in cui siete state, con una vecchia casa a picco sul mare e un’aiuola sul bordo della
scogliera, per cui sembrava che i fiori blu spuntassero dal blu del mare e anche sopra c’era il blu
del cielo? Da qualche parte nelle contee occidentali».
Per un minuto né Mary né io rispondemmo. Poi Mary disse: «Era la casa di Lady Treddinick
in Cornovaglia», e smise di strappare i petali delle margherite per farne una ghirlanda
appoggiando poi la testa sul prato. Non avevo mai capito che desse a quell’episodio la stessa
importanza che gli davo io.
Non c’era niente che non andasse bene, niente che fossimo costrette a ricordare spesso.
Entrambe sapevamo che Lady Treddinick ci avrebbe invitato di nuovo a stare con lei, e
probabilmente l’avrebbe fatto molte altre volte ancora, ma sapevamo che ci avrebbe sempre
invitate con poco preavviso, perché doveva aspettare il momento in cui i figli fossero stati lontani
da casa; e la cosa ci dispiaceva molto. Lady Treddinick era una mecenate della musica con quel
genere di devozione tipico dell’epoca; non sembrava essere particolarmente ricca di suo, ma
conosceva molte persone ricche che l’avevano in simpatia, e riusciva sempre a far comparire dal
nulla borse di studio e finanziamenti per le orchestre, e rinunciava alle matinées delle
associazioni che finanziavano la musica per fare i conti e scrivere appelli in più copie. Avevamo
suonato in alcuni dei suoi concerti di beneficenza ed eravamo arrivate a conoscerla piuttosto
bene, attratte da lei perché i suoi capelli grigi erano selvaggi come quelli della mamma, anche se
tutto il resto in lei era diverso. Aveva occhi blu che risplendevano come zaffiri, una pelle
bruciata dal sole che sembrava cuoio per gli anni trascorsi in Asia, e un corpo minuto sempre
abbigliato con il rigore di un militare. Era come se fosse in grado di affrontare tutto quello che
affrontano gli uomini, ma i capelli lunghi, no, quelli non riusciva a domarli. Avevamo
l’impressione di piacerle come lei piaceva a noi, e qualche volta lo dimostrava in modo molto
accattivante avvicinandosi a noi in salotti pieni di palme o in piccole sale da musica (perché il
genere di concerti che organizzava lei richiedeva luoghi meno maestosi delle vere e proprie sale
da concerto) e parlandoci, senza imbarazzo per l’irrilevanza dell’argomento, di qualche luogo
che aveva visitato una volta e che aveva molto amato. Per esempio di una foresta ai piedi
dell’Himalaya, dove sulla riva opposta di un fiume inguadabile, che ruggiva sotto cascate a
strapiombo, aveva visto spuntare, in cima a una deodara, quello che a prima vista le era sembrato
uno sciame di enormi farfalle bianche, ma che a un esame più attento era risultato essere
un’orchidea, più bella di qualsiasi altra orchidea avesse mai visto, di una specie che non aveva
mai incontrato prima e non avrebbe mai trovato menzionata da nessuna parte, e completamente
inaccessibile: una vista che le si era schiusa davanti come un tesoro svelato a un bambino, da non
toccare. C’era dolcezza in quei suoi voli nel passato, senza alcuna malizia nei confronti del
presente: non screditavano quello che ci circondava, semplicemente lo soppiantavano. Fummo
molto lusingate quando ci invitò a un ballo che offriva in onore della nipote, ma spaventate, e lei
si mostrò così gentile che riuscimmo a confessarglielo; e allora lei ci disse che sarebbe andato
tutto bene, che dovevamo andare e, se non ci fossimo sentite a nostro agio, dopo mezz’ora
avrebbe fatto preparare una carrozza che ci avrebbe riportate a casa. Naturalmente andò tutto
bene. Un sarto di Bond Street per il quale zia Constance ricamava ci vendette due modelli della
stagione precedente a pochissimo, e trovammo cavalieri per ogni ballo. Quando fu ora di andare
a casa, Lady Treddinick era all’ingresso con due dei suoi figli, per salutare gli ospiti, e ci diede
un bacio con le sue labbra secche dicendoci che eravamo bellissime e che i nostri abiti erano
molto graziosi, poi ci trattenne per un momento confidandoci quanto fosse piacevole per delle
persone della sua età conoscere dei nuovi amici a quel punto della vita, e noi avvampammo di
gioia. Eravamo grate e felici, era il nostro momento, che non ci eravamo comprate con la musica,
ma che era arrivato solo per quello che eravamo indipendentemente dal nostro essere musiciste.
Tuttavia, quando uscimmo nell’atrio, un grande specchio ci mostrò Lady Treddinick che si
voltava verso i figli, il suo viso bruno ancora sfavillante di luce, e piena di ansia faceva loro
domande che potevano essere “Non vi piacciono le due giovani sorelle che ho conosciuto a una
festa in giardino?”, o anche, “Non trovate che siano graziose?”. Entrambi quei giovanotti
avevano danzato con noi più di una volta, e ci avevano parlato con aria interessata. Eppure
replicarono alla madre con un sorriso indulgente e un cenno della testa che si spense
immediatamente. Era chiaro che non nutrivano il minimo interesse per noi.
Non so perché avremmo dovuto risentirci così tanto per l’indifferenza mostrataci da due
giovanotti per i quali noi stesse non provavamo niente di più consistente del pallido riflesso
dell’amicizia che ci legava alla loro madre. Sapevo solo che percepivo quel rifiuto nei confronti
miei e di mia sorella con una tale intensità che non si manifestava in parole, ma nella sensazione
di una spada che avanzava aprendomi un solco nel cuore. Forse perché nel corso della serata mi
ero resa conto che loro e gli altri cavalieri che ci avevano invitato a ballare erano il genere di
uomo che mio padre avrebbe voluto farci sposare, e che, fino alla fine, era sicuro che avremmo
sposato. Ma altre sensazioni acuivano quel dolore. C’era la consapevolezza crescente che gli
uomini, pur molto diversi, accanto ai quali lavoravamo nelle scuole di musica, non ci
apprezzavano più dei giovani Treddinick, anche se alla fine non ci avrebbero respinte a quel
modo, perché nutrivano rispetto per la nostra musica. E c’era poi la consapevolezza più cupa, e
più sconcertante ancora, che gli uomini provavano un piacere particolare nel rifiutare le donne, e
che non perdevano occasione di farlo, anche quelle che avevano manifestato interesse nei loro
confronti.
Rosamund era rotolata lontano da me per rifugiarsi nell’ombra che si era spostata più oltre, e
ora stava sdraiata su un fianco, con la guancia nel palmo della mano. Ero troppo abbacchiata per
preoccuparmi del fatto che potesse voler dormire ancora, e dissi: «Rosamund, tu vai ai balli
dell’ospedale, vero? Li odi?».
«No», disse lei, senza aprire gli occhi. «Anche se non riesco a divertirmi, posso sempre stare
a guardare le persone che ci riescono».
«Ma i ragazzi sono così orribili. Sono tutti come il signor Darcy, anzi peggio».
Per un po’ Rosamund non disse niente. Stava lottando, lo capii quando la guardai da sotto le
palpebre, con un momentaneo ritorno di quella balbuzie della quale aveva sofferto quando era
bambina. Alla fine riuscì a liberare la lingua e chiese: «Ti è già arrivata qualche proposta di
matrimonio?».
«No», disse Mary. «Agli uomini noi non piacciamo. Oh, tranne... tranne... C’è una persona
invaghita di Rose... o di me... non riesce a decidersi». Ridevamo entrambe così tanto che non
riuscivamo più a parlare, e quando riuscimmo a pronunciare qualche parola, Rosamund stava a
sua volta ridendo così di gusto che riuscì a malapena a sentirla: «È vegetariano...».
«...e indossa abiti di tweed che sua madre tesse per lui in casa...».
«...pare che lei conosca una pecora...».
«...e si cuce gli abiti da sé...».
«…e sta studiando composizione per poter scrivere un’opera su Beowulf…».
«...e voleva scegliere l’arpa antica come suo secondo strumento...».
«...no, proprio quella originale britannica, così com’è stata riscostruita da alcuni frammenti
rinvenuti in un tumulo nel Wiltshire...».
«...ma aveva solo tre corde...».
«...e il preside ha perso le staffe e ha detto che non aveva mai sentito una tale maledetta
sciocchezza...».
«...e i suoi genitori l’hanno battezzato Leofric Canute...».
«...non battezzato, registrato, druidi, i nomi per loro sono una concessione alla modernità...».
Ma improvvisamente qualcosa mi colpì. Smisi di ridere e chiesi: «Rosamund, c’è qualcuno
che vuole sposarti?».
Dopo aver strappato un altro stelo d’erba ed esserselo messo tra i denti, balbettò, con gli
occhi ancora chiusi: «Sì. Uno dei dottori dell’ospedale».
Mi sentii prendere da una specie di vertigine. Era come se, senza saperlo, ci fossimo
improvvisamente ritrovate su un terreno più pericoloso del previsto. Ero furiosa. «Non sarà
all’altezza. E la porterà via da noi».
Mary disse: «Ti piace?».
«Piacermi? Oh sì, mi piace».
«È bello?».
«Sì. Ed è abbastanza alto per poter ballare con me. Ci sono molti uomini con i quali non
posso ballare, ma loro continuano a invitarmi, perché se non lo facessero dovrebbero ammettere
di essere più bassi di me, e la cosa sarebbe piuttosto seccante. E allora mi tocca volteggiare per la
stanza, con la voglia di prenderli io tra le braccia. Robert invece è alto. Molto alto».
«Quanti anni ha?».
«Ventisette».
Stava prendendo gusto a parlarci di lui, era evidente che desiderava le facessimo altre
domande.
«Come si chiama?».
«Robert Woodburn». Lo ripeté più lentamente. «Robert Woodburn».
Le piaceva. Questa sarebbe potuta essere l’ultima volta, realizzai in preda al panico, che
veniva a farci visita, stanca per il lavoro in ospedale, ma particolarmente felice perché noi
eravamo le uniche persone che le appartenessero.
Mary chiese: «Hai intenzione di sposarlo?».
Lei saltò su all’improvviso, gli occhi sbarrati e seri. «Oh, no», disse, «oh, no».
«Ma perché no, se ti piace?», le domandai. Ero sicura che le piacesse molto. Non dobbiamo
ostacolarla, mi dissi.
Lei si guardò attorno; guardò la casa, il giardino, il luogo nel quale aveva vissuto insieme a
noi, il luogo, credo, in cui amava di più stare, come se quello che vedeva potesse aiutarla a
trovare la risposta.
Guardò le api in visita tra le aiuole, e nell’aria il rollio dei fiori sugli alberi verde pallido, e i
lunghi voli degli uccelli, e fissò il vuoto blu sopra le nostre teste, sbiancato dal gran caldo. Poi le
si illuminarono gli occhi, perché aveva visto nostro fratello dietro di noi, che scendeva di corsa
dagli scalini di ferro. Avanzava a grandi salti e balzi lungo il prato, un incrocio tra un angelo e un
clown, gridando: «Rosamund, ti ho portato un regalo!».
«Caro Richard Quin», disse lei. «Come sei gentile».
«Vuoi sapere che cos’è?».
«Non tanto», disse placida. «So che sarà bello».
«Perché non gliel’hai portato?», lo rimproverai. La vita stava diventando sciocca. Se a una
donna piaceva un uomo, e lui voleva sposarla, supponevo che lei avrebbe dovuto farlo. Se
qualcuno sta dando un regalo a qualcun altro, be’, dovrebbe darglielo davvero.
«Oh, non potevo portarlo qui fuori», disse Richard Quin. «Viene da un giardino, ma ora deve
stare al chiuso. Comunque, lo vedrai tra un minuto, Kate dice che il tè è pronto».
Al tavolo del tè c’era la signorina Beevor. Solo una settimana prima, mia madre, in piedi
vicino alla portafinestra, si era portata un dito alle labbra pensierosa e aveva detto con una
tenerezza commovente: «Quei fiorcappucci che la signorina Beevor ammira sempre così tanto
spunteranno a giorni. Devo invitare per il tè quella povera, povera idiota». Eccola lì dunque.
«Rosamund, il tuo regalo è sulla credenza, già in una borsa, pronto perché tu lo possa portare
con te in ospedale», disse Richard, «ma c’è più o meno la stessa cosa sul tavolo. Vedete», ci
spiegò, «mi sono fermato a guardare nella vetrina di quel lattaio dietro l’angolo della mia scuola,
lo faccio spesso, hanno un cigno di porcellana davvero bello, non colorato, completamente
bianco; ho visto che avevano una pila di favi, e mi ha colpito la loro somiglianza con Rosamund.
Guardate quello sul tavolo, quello che stiamo per mangiare. Nessuno potrà mai fare un ritratto
migliore di Rosamund».
Tutti ci lasciammo andare a esclamazioni di ammirazione, perché anche se i favi costavano
pochissimo allora, solo uno scellino o due, nella nostra fantasia appartenevano alla stessa classe
aristocratica di certi fiori, come le orchidee, che, anche nei posti in cui crescevano
spontaneamente e potevano essere colte, non avrebbero mai potuto essere considerate un piacere
da gustare tutti i giorni; e davvero i favi erano come Rosamund. Erano dorati come lei, e la loro
dolcezza era segreta, confinata nelle celle. Tagliò il favo con la stessa cerimoniosità con la quale
avrebbe tagliato una torta di compleanno, alzandosi in piedi e sorridendoci. Però non lo tagliò a
fette, ma in piccoli quadrati, e certo andava bene comunque, perché ora che ripenso a quel
pomeriggio mi chiedo come avessimo potuto prendere persino il tè dopo un pranzo così
abbondante. Ma a nostra discolpa va detto che c’erano ottime ragioni che spiegavano quella
nostra fame perenne: lavoravamo sodo quanto possono farlo i giovani. Rosamund stava in
ospedale tra le dieci e le dodici ore al giorno e mangiava male; e mi rendo conto ora, vedendo
come siano state giustamente ridotte le ore di lavoro imposte ai musicisti, che io e Mary stavamo
esigendo da noi stesse il massimo per delle ragazze non ancora ventenni, a meno che non fossero
schiave. Quanto a Richard Quin, si svegliava subito dopo l’alba e usciva per andare nella sua
stanza della musica nelle vecchie scuderie, provando qualcosa di nuovo – che fosse un esercizio
ginnico o un nuovo pezzo per uno dei vari strumenti che aveva imparato a suonare, o magari
anche un nuovo strumento – e per il resto della giornata correva come un matto, seguendo le
lezioni e incontrando persone nuove come se fossero anch’esse lezioni che era obbligato a
seguire, e quindi, appena calavano le tenebre, andava nella sua stanza e si addormentava di
colpo, infilandosi immediatamente in sogni che lo facevano ridere e farfugliare. Perciò tutti quei
nostri motori avevano bisogno di essere alimentati, e tuttavia sempre tenendo le orecchie ritte per
captare la conversazione di mia madre con la signorina Beevor, che era, come sempre, un
notevolissimo scambio di favori reciproci accettati con gran cavalleria.
«Avete più pensato, signora Aubrey», cominciava la signorina Beevor, «a quella piccola
scampagnata che abbiamo programmato per la prossima settimana?». Era il suo modo di alludere
al fatto che mia madre avesse suggerito la possibilità di andare a un concerto insieme: un
suggerimento che era poco meno che un atto di santità, considerata la storia del loro rapporto.
«No, ho aspettato di riparlarne insieme», disse la mamma. «Richard Quin, per cortesia, vai a
prendere il “Times”». I giornali venivano lasciati nello studio dopo che ci avevamo dato
un’occhiata a colazione, proprio come se papà fosse ancora a casa, e mantenesse gli orari di un
giornalista, con la sveglia a mezzogiorno. Inoltre, dal momento che mio padre considerava un
giornale spiegazzato alla stregua di un paio di scarpe infangate, li maneggiavamo con grande
cautela sopra le nostre uova col bacon, e Richard Quin lisciava le pieghe delle pagine stampate
del «Times» quando lo portava alla mamma.
«Allora, mercoledì Max Vogrich suona il Concerto in sol minore per pianoforte e orchestra di
Mendelssohn alla Queen’s Hall», disse la mamma dopo un momento di riflessione, in un tono
tranquillamente sbrigativo che la signorina Beevor non colse, perché disse che sarebbe stato
molto bello, aggiungendo: «Ha un tocco così meraviglioso». Non sono aggiornata sulle
affettazioni odierne in fatto di musica, e può darsi che anche oggi parlando di “tocco” s’intenda
una razza inferiore e non civilizzata, come si diceva a quei tempi.
Ma la mamma, che stava ascoltando dei suoni immaginari con le orecchie della mente, aveva
proseguito senza prestarle attenzione. «Ah», gridò, «il coro della Albert Hall eseguirà La
passione di san Matteo questa sera stessa! Oh, che meraviglia. La sento sempre con la stessa
gioia di quando l’ascoltai la prima volta, trent’anni fa a Vienna!». Ardeva di un fuoco estatico,
ma quasi immediatamente gettò acqua sulle fiamme. «No», disse, gentilmente. «No. Forse è un
po’ pesante. Però è straordinario. Ecco un’altra cosa ancora. Non sapevo sarebbe venuta a
Londra, pensavo che non sarebbe più tornata in Inghilterra perché troppo occupata, sono così
tanti i musicisti francesi che non attraversano mai la Manica. Sono troppo filocontinentali e
nazionalisti. Non come i tedeschi. Ma eccola qui, Wanda Landowska terrà un concerto alla
Wigmore Hall giovedì. Un programma delizioso, davvero delizioso. Bach e Scarlatti, Rameau e
Couperin. Una gran confusione, ma delizioso. E tutta quella musica per clavicembalo è così
interessante dal punto di vista storico. Oh, Mary, e anche tu Rose, dovreste andare. Dopo aver
sentito suonare da lei i pezzi che siete abituate a sentire al pianoforte, vi renderete conto di
quanto un gran numero di compositori siano stati profetici: hanno scritto spesso delle
composizioni che non potevano essere eseguite nella maniera appropriata, non al meglio del loro
potenziale, sugli strumenti che esistevano allora, e così non è stato possibile ascoltarle veramente
fino all’invenzione del pianoforte. Oh, dovete andare a sentirla, dovete sentirla tutti…». Si era
infiammata di nuovo, ma i suoi occhi ardenti che percorrevano la stanza caddero sulla signorina
Beevor, e di nuovo le fiamme vennero soffocate. «Sì, bambini», continuò, «dovete fare in modo
di andare a quel concerto. Io invece non penso di volerla sentire un’altra volta. Voi e io,
signorina Beevor, andremo alla Queen’s Hall a sentire Max Vogrich».
Ma la signorina Beevor era diventata più ricettiva all’atmosfera di famiglia di quanto mia
madre immaginasse. «Preferirei di no», disse, raddrizzando bene la schiena sulla sedia. «Vorrei
andare a sentire La passione di san Matteo».
«No, no», disse la mamma, «è molto lunga, richiede estrema attenzione, e adesso che devo
prendere una decisione mi rendo conto che ormai sono troppo vecchia per queste abbuffate di
musica».
«Se non deve essere La passione di san Matteo», ribatté la signorina Beevor, implacabile,
«che sia almeno la giovane donna di cui parlavate».
«No, no», disse la mamma, «lasciamo perdere anche quello. Lasciamo queste cose ai giovani,
noi andremo alla Queen’s Hall».
«Non voglio andare alla Queen’s Hall», disse la signorina Beevor. «Sono già stata alla
Queen’s Hall. Molte volte. So anche di non essere una musicista di talento. E di non aver avuto
nemmeno una buona formazione. Ma di sicuro non voglio si pensi che non abbia buon gusto in
fatto di musica».
«Oh, avete frainteso, signorina Beevor», sospirò la mamma, adattandosi all’istante alle
necessità del momento con un’imperturbabilità tale da arrivare quasi a screditarla. «Sarò anche
vecchia, ma non c’è ragione per cui non debba passare un’altra serata in compagnia di un genio.
Vada per la Albert Hall e La passione di san Matteo». Per un attimo si guardò attorno tutta
agitata. Non ho mai conosciuto nessuno che soffrisse la stessa sua angoscia nel momento in cui
sentiva di ferire i sentimenti di qualcuno. Disse: «Sembra che ci aspetti una serata di grande
soddisfazione».
Dal momento che avevamo tutti voglia di ridere, ed eravamo anche addolorati all’idea che
nostra madre si fosse resa conto di aver ferito la signorina Beevor, cominciammo a sparecchiare
la tavola. Rosamund rimase seduta dov’era e sospirò: «Oh, cielo, il tè al St Katherine non è
proprio la stessa cosa», e Richard Quin disse: «Sicura di aver mangiato abbastanza?».
Lei scosse la testa e rise: «Certo che no. Esiste davvero la parola “abbastanza”?».
«Come farai a mangiare il tuo favo all’ospedale?», chiese la mamma. «Ti è possibile tenere le
tue cose senza doverle dividere con così tante persone che alla fine non ti resta niente? So che tu
lo fai volentieri, ma vorrei ne tenessi un po’ per te».
«Di solito metto le mie cose sul tavolo», disse Rosamund, «ma questa no. Non dividerei
quello che mi dà Richard Quin per niente al mondo. Terrò il favo nel mio armadietto, e lo
mangerò col cucchiaio ogni volta che il pasto sarà particolarmente orribile, dopo aver detto le
mie preghiere della sera».
«Riesci a mangiare un favo a cucchiaiate?», esclamò la signorina Beevor. «Non è una cosa
terribilmente nutriente?».
«Niente è troppo nutriente per Rosamund e per me», disse mio fratello. «I favi sono molto
sostanziosi, e l’abbondanza è una cosa giusta di per sé. Rosamund riuscirebbe a mangiarne un
cucchiaio anche adesso, dopo tutto quel tè, vero Rosamund?».
«Oh no, non credo proprio che potrebbe», esclamò la mamma. Ma Rosamund rise di nuovo e
disse che ce l’avrebbe fatta benissimo, e Richard Quin scavò nel favo col cucchiaio e glielo portò
alle labbra, e lei alzò gli occhi verso di lui e balbettò «Grazie», avvicinando la bocca. Ma lui
all’improvviso lo ritrasse, urlando: «Mi è venuta in mente un’idea migliore». Prese la ciotola
della panna, l’aggiunse al miele, e poi porse il cucchiaio a Rosamund dicendo: «Ecco, così sarà
anche meglio».
«Oh no, la panna con il miele», obiettarono gli altri, «così è davvero troppo pesante. E dopo
tutto quel tè».
Ma Rosamund inghiottì il boccone e piegò la testa all’indietro sulla gola robusta, dicendo con
aria sognante: «Era delizioso, la morbidezza della panna, il brusco della crosticina del favo, la
dolcezza del miele».
E Richard Quin, che si era servito di un altro cucchiaio come quello, rimase in piedi a
guardarla con la stessa concentrazione sognante: per un minuto sembrarono davvero troppo belli,
troppo forti, troppo solidi e monumentali nel loro piacere, per quella stanza così piccola, per noi.
Ma subito dopo uscirono dal soggiorno insieme, a portare le cose del tè a Kate, e rimasero in
cucina fino a che Constance mi chiese di andare ad avvertire Rosamund che il taxi sarebbe
arrivato di lì a poco per portarla alla stazione. Li trovai seduti vicini nell’oscurità a metà della
scala che conduceva al piano di sotto, un luogo che usavamo spesso per confidarci i nostri
segreti: nessuno poteva sentire qualcosa dal piano di sopra, e di Kate non ci preoccupavamo.
Non stavano ridendo in quel momento, e avevo l’impressione che Rosamund potesse essere
impegnata a spiegare a Richard Quin perché non avrebbe sposato il dottore, anche se le piaceva.
Mi resi conto improvvisamente che era un peccato che Rosamund fosse più grande di Richard
Quin, sarebbero andati davvero d’accordo se si fossero sposati, e non era difficile immaginare la
cerimonia. Per un minuto o due la mia mente galleggiò tra immagini che non avevano bisogno di
parole: gli occhi sulle code dei pavoni, i solchi sulla superficie specchiata dell’acqua che si
formano intorno ai pali degli sbarramenti. Quando riferii il mio messaggio, i due si voltarono
verso di me e tornarono a essere normali, e ci ritrovammo tutti insieme come al solito.
Quando Rosamund finì di vestirsi, e Kate diede a Richard Quin la borsa nella quale avevamo
messo i vestiti puliti e il cibo, andò in soggiorno, dove la mamma e Constance stavano ancora
parlando della signorina Beevor.
«Sembri davvero una signora», disse la mamma, osservandola da capo a piedi. «Sei più bella
delle mie ragazze, sembri una di quelle signore per le quali suonavo nelle grandi case, nei
palazzi. Sei sicura di voler diventare un’infermiera?».
«L’ho detto a Mary e a Rose», disse Rosamund con orgoglio. «Per me essere infermiera è
come per loro essere pianiste». Scosse il capo come per prendersi gioco di quell’orgoglio, e poi
la balbuzie arrivò quasi a soffocarla. Ma continuò a parlare e disse: «C’è solo una cosa».
«Cosa?», chiese Constance, velocemente ma sempre mantenendo la sua placidità. Sapeva che
probabilmente si trattava di qualcosa a cui si poteva provvedere subito, qualsiasi cosa fosse, se
solo si manteneva la calma.
Rosamund si costrinse a dire: «Non riesco a sopportare la vista dei bambini che muoiono
ustionati».
Mia madre distolse lo sguardo da lei e lo fissò sul giardino, dove proseguiva quel processo di
discioglimento dei colori che fa incupire e fondere insieme i fiori e le foglie e l’erba nelle sere
d’estate, sotto un cielo verde cristallo. Avrebbe potuto ricorrere a una qualche verità sepolta nel
passato per riscuotersi e venire in nostro aiuto. Constance prese qualcosa dalla scatola da cucito
che aveva messo sul tavolo, e disse, con un’acidità serena, «Non fare domande e non ti verranno
date risposte che non puoi sopportare di sentire». Richard Quin le cinse le spalle con le braccia e
appoggiò la testa contro la massa folta dei suoi capelli. Lei disse: «Ecco, se tutto dovesse
smettere di esistere, dovesse finire, sapete, ci ricorderemmo di cose come queste e ci
angosceremmo di meno», e salutò gli adulti, offrendo le sue labbra morbide alle loro guance
grinzose, poi partì.
Andai al pianoforte e recuperai il tempo perduto esercitandomi fino a che non scesero le
tenebre, poi mi spostai in soggiorno e trovai la mamma che sedeva al buio.
«Abbiamo passato tutti una giornata bellissima», dissi, e mi sedetti accanto a lei. «Ma, oh,
mamma perché stai piangendo?».
«Sono stata orribile con la signorina Beevor», disse tremante. «Ho perso l’abitudine a trattare
con lei. Una volta la facevo sentire proprio bene quando veniva qui – e Dio sa che non l’ho
invitata abbastanza spesso, credo che sia molto sola – dicendo al momento dei saluti,
“Arrivederci, Bei-ah-tri-ciei”, ma stasera non ho osato. Avrebbe potuto pensare che mi stavo
prendendo gioco di lei, perché lo pensava anche a proposito della Passione di san Matteo…».
Non ebbi il tempo di confortarla come si deve, perché all’improvviso zia Lily e il signor
Morpurgo furono tra noi, lei affamata e nervosa e scossa come sempre dopo queste spedizioni.
Anche lui era stanco, e ansioso per la paura che la mamma pensasse che avrebbe potuto fare il
suo dovere anche meglio di così. In quell’occasione le sue ansie avevano un fondamento, perché
zia Lily sembrava particolarmente abbattuta. Di solito tornava con una carica di ottimismo
garrulo e ingannevole, sostenendo che una delle custodi le aveva sussurrato in un orecchio di
mantenere alto il morale, perché il re stava considerando di concedere la grazia a Queenie il
primo dell’anno, o a Pasqua o per il Bank Holiday di agosto. Quella sera invece si lamentava in
toni miserevoli, cambiando continuamente posizione e contorcendo il suo povero corpicino
ossuto come se avesse il ballo di san Vito.
A cena rimase in silenzio per un po’ e poi appoggiò coltello e forchetta e ci disse: «Ha perso
l’entusiasmo. Queenie ha perso l’entusiasmo, e so di chi è la colpa. È buffo, ma quando vedo
quella custode coi capelli color zenzero mi vengono sempre in mente le parole “rene perforato”.
Le ho sentite solo una volta nella mia vita ed è stato molto tempo fa. Nel primissimo posto in cui
io e Queenie abbiamo lavorato, quando eravamo ragazzine, ancora implumi, e un cliente
commise un errore grossolano. Pensava che uno degli altri avventori non fosse il campione dei
pesi welter del Middlesex, bensì suo fratello, che non era presente, o così pensava lui, e invece lo
era, e l’altro, che non lo era, era morto di influenza, ma la faccenda non fu chiarita fino a quando
non chiese a quello che pensava non fosse il campione di uscire e far vedere la differenza, non so
se mi spiego. “Rene perforato”, disse il pubblico ufficiale nel corso dell’inchiesta. Non ho più
pensato a quelle parole finché non ho visto quella donna coi capelli color zenzero. “Vorrei dirvi
una cosa, signora, che vi lascerà con un rene perforato”. Questo è ciò che mi passa per la mente
ogni volta che vedo quella donnina coi capelli color zenzero».
«È naturale», disse la mamma. «Mangiate la zuppa però, quello di cui avete bisogno è di
andare subito a letto».
Lily ripeté per la ventesima volta: «Ha perso l’entusiasmo, il suo entusiasmo se n’è andato».
«Oh, Lily cara», disse la mamma, «siete sicura che quello che notate non sia semplicemente
che vostra sorella è tornata a essere buona e gentile? Ma se credete che venga maltrattata il
signor Morpurgo vi aiuterà. Conosce delle persone agli Interni; andranno a fondo della
questione».
Senza avere ascoltato, Lily disse: «Ve lo dico io, è andata, la vecchia Queenie. Siede lì come
un cane bastonato. Non ha mai detto una parola per tutto il tempo in cui siamo stati lì, salvo una
volta».
«Oh, mia cara, mangiate e andate a letto. Dopo una bella dormita tutto vi apparirà sotto una
luce diversa, e magari scoprirete che ci sono altre cose che possono controbilanciare le vostre
disgrazie. Siete così coraggiosa, sarete felice di rendervi conto di che sollievo sarà per vostra
sorella sentire che non ha bisogno di arrabbiarsi con voi e può prendere liberamente tutto
l’affetto che le date».
«Chi sta dicendo che lei è rude e sgarbata? Nessuno ha mai avuto sorella migliore di
Queenie», piagnucolò zia Lily, dimenticandosi che la maggior parte delle persone in quella
stanza avevano avuto occasione di vedere con quanto odio e disprezzo lo sguardo di Queenie si
posasse sulla sorella, lasciando intendere che se si fosse presa la briga di dilungarsi in
considerazioni sulla nullità di Lily, sui suoi denti leggermente prominenti, o sul suo stato di
donna nubile, avrebbe potuto andare avanti per ore. Ma zia Lily per il momento non stava
prestando molta attenzione alla realtà. Passò ora a rappresentare papà come la versione cockney
di un messaggero greco, descrivendo la condanna di Queenie in termini lamentosi e carichi di
protesta che avevano davvero poco fondamento, considerato che lei stessa aveva spesso espresso
la sua opinione sul fatto che la sorella fosse stata maledettamente fortunata a non essere sepolta
viva nella prigione di Holloway, ritrovandosi invece viva in quella del Buckinghamshire. «Più e
più volte ho sentito vostro padre dire, e Dio lo benedica ovunque sia – e in tanti potrebbero
testimoniarlo –, che non sapeva nemmeno la metà delle cose che accadono nella prigione di
Aylesbury, lo giuro sulla Bibbia, era solito dire, che la mia povera sorella martirizzata stava
passando delle tribolazioni che non si vedevano dai tempi di Maria Monk, e dubitava che uscisse
viva da quel buco infernale. E perché mai la cosa dovrebbe importarci?, chiedeva qualcuno.
Qualcuno che si trovava lì per caso, cercando di sembrare brillante, sapete, e vostro padre
rispondeva immediatamente, rapido come un lampo: “Perché è una delle donne migliori che
siano mai vissute”...».
Mia madre, che si dondolava sulla sedia per la fatica, si bloccò all’improvviso e disse brusca:
«Per amor del cielo, Lily, qual è il punto?». Non so come lei potesse saperlo.
«Ve lo sto dicendo», disse zia Lily, tagliando la carne e la lattuga con aria di sfida.
«No, mia cara, non lo state dicendo», disse la mamma. «Signor Morpurgo, perché Lily è in
questo stato?».
«Non ne ho idea», rispose lui, «ma la povera Lily è stata mogia, molto mogia, per tutto il
viaggio di ritorno».
«Qualcuno laggiù vi ha detto qualcosa?», chiese mia madre, e lui scosse la testa. Forse stava
pensando che la mamma era convinta che al suo posto papà avrebbe scoperto cosa c’era che non
andava.
Ci fu un momento di silenzio. Poi zia Lily lasciò cadere coltello e forchetta e appoggiò i
gomiti sul tavolo e si nascose il viso tra le mani, e poi lo sollevò per gridare: «Mi ha chiesto di
portare i fiori sulla sua tomba». Dal momento che nessuno diceva niente, volse il viso rigato di
lacrime nella nostra direzione e penetrò il velo della nostra incomprensione gridando a pieni
polmoni: «La tomba di lui. La tomba di Harry. La tomba di suo marito. Mi ha chiesto di portare
dei fiori su quella tomba, io ho capito cos’aveva combinato nel momento stesso in cui sono
arrivati gli sbirri».
«Oh, Lily, cara», la implorò la mamma, «non urlate, non piangete, finite la zuppa e andate a
dormire. Siete una donna così coraggiosa, e fate cose che le altre donne non sono in grado di
fare, e poi fate un gran chiasso per cose che dovreste proprio considerare naturali».
«Questa non è una cosa naturale», protestò Lily. «È disgustosa. Fiori sulla sua tomba. Non è
proprio da lei. Ce lo ha messo lei in quella tomba. Lo sappiamo tutti che ce lo ha messo lei».
«Lily, riflettete. Siete molto intelligente, ma non riflettete. Non vi rendete conto che se una
persona si è ritrovata a uccidere il proprio marito – o una qualunque altra persona – sarebbe
molto difficile trovare un modo per fargli sapere che le dispiace, così si limita a mettere dei fiori
sulla tomba del poveretto? Non riesco davvero a pensare a nient’altro che si possa fare in una
situazione del genere. Ora, siate giudiziosa, rallegratevi del fatto che vostra sorella sta tornando
quella di una volta, e fatevi una bella dormita stanotte. Penserete ai fiori per il povero Harry
domani».
«Siete troppo buona», singhiozzò zia Lily, e riprese in mano coltello e forchetta, dicendo:
«So che sono una stupida. Lo sono sempre stata».
A bassa voce, come un bambino che si rivolge a un compagno uscito senza troppe
ammaccature da una zuffa in famiglia, il signor Morpurgo le disse: «Datemi tempo, domattina,
per andare a casa a prendere un po’ di fiori, così saranno freschissimi». Lily fece cenno di sì col
capo e accennò a un sorriso, ma poi lo guardò dubbiosa e gli disse: «Grazie mille, ma, per carità,
niente di stravagante», e dal momento che lui sembrava perplesso, si spiegò, «voglio dire,
nessuno di quei vostri ninnoli giganti del Sud America. Diciamo che, se si trattasse di un
matrimonio, sarebbe una cosa sobria».
Il pasto proseguì in silenzio. In qualsiasi altra casa si sarebbe creduto che uno dei figli
maggiori fosse stato sgarbato con qualcuno e poi rimesso al suo posto dall’autorità dei genitori; e
in crisi di quel genere, decisamente più frequenti, i membri più giovani della famiglia si
contorcono dal riso in silenzio. Mary, Richard Quin e io avevamo visto che zia Lily era stata
messa sottosopra da qualcosa di scioccante, e quella parte di lei che era seria e venerabile come
in qualunque altra persona che conoscevamo si era ritratta davanti alle tenebre a cui diamo il
nome di peccato, ma capivamo anche che la mamma era stata molto divertente, e questo per ben
due volte. Innanzitutto, facendo una pausa prima di dire «si è ritrovata», nella frase che
cominciava con «se una persona si è ritrovata a uccidere il proprio marito». Sapevamo tutti che
era stata sul punto di dire “se una persona ha ucciso il proprio marito”, ma le era sembrato
doveroso introdurre una parola che esprimesse un’atmosfera di fatalità a suggerire la natura
accidentale di quel crimine; ed eravamo anche consapevoli del fatto che non fosse solo per
delicatezza nei confronti della sensibilità di zia Lily: era una forma di cortesia ad ampio raggio
nei confronti di tutti gli assassini di questo mondo, di qualsiasi epoca. Stava cercando di non
rendere le cose ancora più difficili di quanto non fossero per Burke e Hare, Charles Peace,
Tamberlane e Robespierre. Avrebbe rischiato la vita per portarli al patibolo, ma non li avrebbe
mai insultati. Con la seconda assurdità del suo discorso voleva lusingare noi e tutto il creato.
Mentre diceva che non sapeva immaginare altro modo in cui un omicida potesse dimostrare il
proprio pentimento per il crimine commesso se non portando fiori sulla tomba della sua vittima,
il suo sguardo aveva percorso la tavolata e si era fermato sul viso di ciascuno di noi per un breve,
fiammeggiante istante. Aveva davvero pensato che uno di noi avrebbe potuto trovare una
soluzione valida a quel problema insolubile. Come sempre, si aspettava dalla vita molto di più di
quanto i suoi migliori amici avrebbero preteso; ma sul suo viso non era mai comparsa la minima
espressione di delusione o insoddisfazione nei confronti della famiglia nella quale era nata e
degli amici che aveva avuto accanto nel corso della vita, mai, tranne quando mia sorella Cordelia
suonava il violino.
Quell’unica eccezione mi tornò alla mente mentre distoglievo lo sguardo per evitare di vedere
il divertimento trattenuto che dava al viso di Mary e Richard Quin un’aria di innaturale stupidità.
Fu così che notai che la porta del soggiorno era aperta, e Cordelia era lì, in piedi sulla soglia a
guardarci, completamente immobile. Era ancora vestita di tutto punto. Un cappellino di paglia
con la falda ricurva e una piccola veletta decorativa era ancora appuntato sui capelli rosso-dorati
e le ombreggiava il suo visino perfetto; il lungo cappotto stretto sulla vita ricadeva in pieghe
ordinate, dando alla sua determinazione un’aria fragile, come fosse qualcosa che poteva
facilmente essere sgretolato. Aveva appoggiato i guanti e la borsetta e teneva le mani incrociate
sul petto, le lunghe dita con le unghie smaltate, ma con lo smalto trasparente, come si usava
allora, che si allacciavano proprio alla base del collo sottile. Non riuscivo a distinguere la sua
espressione, ma potevo intuire che, siccome stava osservando la sua famiglia, dovesse trattarsi di
un’espressione sgradevole. Cosa stanno facendo ora? Si chiedeva probabilmente. Cos’hanno
fatto mentre io non c’ero? Quanto tempo passerà prima che attirino la rovina su di loro e su di
me? Poi si fece avanti nel soggiorno illuminato, e vidi che mi ero completamente sbagliata. Era
una gazzella, un agnello, una colomba. Era docile. Salutò i nostri ospiti e rifiutò di sedersi al
tavolo perché non aveva fame, e lo disse con un fil di voce, poi si sedette in un angolo della
stanza, con ancora indosso cappello e cappotto. Era tutto molto strano, ma io non ero curiosa,
dando per scontato che si trattasse semplicemente di un’altra delle sue rappresentazioni, e
avrebbe potuto concludersi in qualsiasi momento. Ma dopo che il signor Morpurgo se ne fu
andato e zia Lily fu messa a letto, mentre io ero nella camera che dividevo con Mary e mi stavo
svestendo, Mary entrò dicendo: «Sta succedendo qualcosa. Sono andata in soggiorno perché ho
visto una luce accesa e ho pensato che Richard Quin non avesse chiuso il gas e lì c’erano
mamma e Cordelia, e Cordelia aveva l’aria di raccontare alla mamma la storia della sua vita. Mi
ha guardato con una pazienza che sembrava infinita, aspettando che me ne andassi».
«Non va bene, la mamma ha avuto una giornata lunghissima», dissi, e stavo per mettermi la
camicia da notte e correre di sotto a interrompere qualsiasi scemenza fosse in corso, ma proprio
in quel momento la mamma venne nella nostra stanza e si sedette sul mio letto. Ci raccontò con
voce esitante e incredula che Cordelia aveva ricevuto una notizia che, diceva, ci avrebbero reso
tutti felici, e davvero fu così. Da un po’ di tempo parlava molto di una ragazza di nome Angela
Hougthon-Bennett che aveva frequentato con lei uno dei corsi alla scuola d’arte e che l’aveva
invitata a casa sua diverse volte, anche se per un motivo o per l’altro Cordelia non l’aveva mai
portata da noi, nonostante la mamma dicesse sempre che dovevamo cercare di ricambiare
l’ospitalità altrui. Ora, Angela aveva un fratello di nome Alan, e questi aveva proposto a Cordelia
di sposarlo, e sarebbe passato a farci visita l’indomani per chiedere il permesso alla mamma.
Mary e io rimanemmo in silenzio, basite, ma Mary si riprese subito e disse: «Quando pensano
di sposarsi?».
«Prima di quanto si userebbe fare in questi casi», rispose la mamma. Allora era consuetudine
che un fidanzamento durasse almeno un anno. «Il padre deve tornare in Oriente per un lungo
viaggio il prossimo autunno e la famiglia pensa che sarebbe molto più cortese da parte loro
sposarsi prima della sua partenza». Ci scrutò attenta, ma noi ricambiammo con uno sguardo
neutro. Però sapeva benissimo di aver parlato manifestando una soddisfazione che avrebbe
preferito non provare, sapeva anche che noi ce ne eravamo accorte. Aggiunse, con voce grave:
«Ovviamente ne sono felice. Specialmente perché tutta questa faccenda del commercio di opere
d’arte non poteva davvero portare da nessuna parte. Quindi, sono ovviamente molto felice che si
sposi».
Le chiedemmo quanti anni avesse lui e cosa facesse, e lei disse: «Ha otto anni più di
Cordelia, il che è perfetto. E lavora nella pubblica amministrazione, è al Tesoro, e vostro padre
diceva sempre che lì lavorano gli uomini più capaci. Suo padre ha una posizione anche migliore.
È stato nell’amministrazione indiana. Vostro padre diceva sempre che quella era
l’amministrazione più valida del mondo. Oh, ci sono molte ragioni per le quali dobbiamo essere
felici». Stava di nuovo sottoponendoci un problema e noi non eravamo in grado di risolverlo per
lei. Pur senza esprimerlo apertamente, ci stava dicendo: «Rassicuratemi. Ditemi che non sto
spingendo Cordelia fuori di casa, ditemi che non sto cercando di sbarazzarmi di lei alla prima
occasione che mi si presenta. Ditemi che sto prendendo in considerazione questa proposta nel
suo interesse e non nel nostro, e se ritenessi quest’uomo non adatto a lei per qualsiasi motivo,
sarei onesta e le chiederei di fare un passo indietro e riconsiderare nuovamente tutte le possibilità
per essere felice». Ma noi non l’aiutammo. Non potevamo aiutarla. Sapevamo che Cordelia ci
odiava, ed eravamo ancora troppo giovani per aver perso completamente quella percezione tipica
dei bambini – retaggio dell’era primitiva – per cui si crede che le persone che ci odiano possano
distruggerci con un maleficio. Ricordo il bacio della buonanotte agitato, rapido, palpitante, che ci
diede prima di uscire dalla camera, pieno di rimorsi, ma nemmeno in quel momento sapevo che
Mary e io saremmo state capaci di darle quello di cui aveva bisogno.
Una volta che se ne fu andata, io e Mary ci sdraiammo sul letto facendo dondolare le gambe
nel vuoto. «Sarà meraviglioso non avere più in casa qualcuno che ci odia», dissi io, ma Mary
aveva un approccio più impersonale alla novità. «Perché qualcuno dovrebbe voler sposare
Cordelia? Chiunque può vedere, anche con un occhio solo, che non è una persona gentile.
Capisco che qualcuno possa voler sposare Rosamund, e lo capirei anche se non fosse bella. Lei è
gentile. Ma perché mai un uomo dovrebbe voler sposare una donna che si limita a biasimare gli
altri per cose che non hanno fatto? Sarebbe come passare tutta la vita a farsi strofinare con una
carta vetrata intrisa di moralismo».
«Sì, mi dispiace per il signor Houghton-Bennett», dissi. «Ma non lo conosco e non mi
importa, davvero, non mi importa proprio cosa gli accadrà, purché non ci tocchi continuare a
vivere con qualcuno che è una croce perenne. Ma, certo, sono d’accordo con te. È strano che
qualcuno possa voler sposare Cordelia».
«Ed è ancora più strano che, per qualche ragione, non penso che qualcuno possa voler
sposare noi».
«Non angosciamoci per questo stasera», dissi. Ma capivo quello che intendeva dire, tutti
dicevano che eravamo straordinarie, ma poi ci tenevano a distanza. Però avevo ragione lo stesso,
era troppo tardi quella sera per iniziare a pensarci.
La mattina seguente, mentre ci stavamo vestendo, sentimmo dei rumori provenienti dal
soggiorno al piano di sotto, e quando scendemmo le scale trovammo Cordelia e Kate in piedi in
mezzo alla stanza che aveva un aspetto molto diverso, perché tutti i mobili erano stati cambiati di
posto. Cordelia stava dicendo a Kate: «Ora mi sembra che abbia un aspetto migliore», e poi
rivolse a noi gli occhi che brillavano come stelle e ci chiese: «Sarete in casa stamattina?». Le
rispondemmo seccamente di no, che avevamo delle lezioni e che avremmo fatto colazione fuori.
Allora incominciò a dirci che le dispiaceva essere stata così brusca, e aggiunse in tono grave,
come se fossimo tutti in chiesa, che stava per sposare qualcuno chiamato Alan Houghton-
Bennett, e che lui sarebbe arrivato a casa intorno alle undici per chiedere il consenso della
mamma, e lei aveva sperato che lo avremmo incontrato. Poiché sapevamo che stava mentendo ed
era felice della nostra assenza, e considerato che anche noi avevamo mentito dicendole che
quella mattina saremmo dovute andare a lezione, si era stabilita un’atmosfera di falsa amabilità.
Ma noi fremevamo di rabbia, non solo per la sua voglia di buttarci fuori casa, che tutto sommato
era un desiderio reciproco, ma per quei suoi nuovi modi, che erano un po’ cambiati dalla notte
precedente, e non in meglio. Era ancora docile, ma la sua era una mansuetudine pretenziosa. Era
sì un agnellino, ma un agnellino che aveva voluto far ricamare la propria immagine sullo
stendardo di una chiesa. Dava anche segni di un certo moralismo pietistico, e sospettavamo
alludesse a un lato della vita del quale noi sapevamo poco ma che, alla luce di quel poco, non
approvavamo particolarmente.
«Sembra la Vergine Maria», dissi io, «come se stesse facendo un gran chiasso non per un
fidanzamento ma per un’Annunciazione.
«Così la sopravvaluti», disse Mary. «Mi ricorda di più la signorina Higgins quando faceva
quelle lezioni speciali di biologia che non si potevano frequentare se i genitori non ci davano il
permesso. Non ricordi? La signorina Higgins ci spiegava come nascevano i vitellini con le lastre
della lanterna magica».
«Oh, sì, me lo ricordo», dissi, «concordavamo tutti sul fatto che sarebbe stato più interessante
se il vitellino ci avesse spiegato com’era nata la signorina Higgins usando le lastre della lanterna
magica».
Ridacchiammo e corremmo in giardino e urlammo verso la finestra di Richard Quin per farlo
scendere a giocare con noi a quel gioco privato elaborato dalla mia famiglia, durante il quale ci
scambiavamo battute anche più perfide su nostra sorella. Arrossisco ora al pensiero della nostra
ferocia, ma non durò a lungo, eravamo molto dispiaciute per Alan Houghton-Bennett e
assolutamente sicure degli esiti terribili ai quali avrebbe portato la sua volontà di sposare nostra
sorella. Si rivelò essere un uomo amabile, alto e di bell’aspetto, con gli occhi grigi e i capelli
neri, intelligente nel modo che piaceva a papà, e molto educato. Ci atterrì la vulnerabilità che
quella gentilezza chiaramente genuina rivelava, e quella sua attenzione sincera nei confronti della
sensibilità delle persone. Per quello che potevamo vedere, sarebbe stato completamente indifeso
nei confronti della nostra orribile sorella.
C’erano solo due possibilità che potevano far sperare nella sua sopravvivenza. Una era che lei
lo amasse veramente, e la cosa sembrava possibile. Altrimenti non sarebbe potuta cambiare così
velocemente; aveva lavorato su se stessa con la stessa intransigenza di un mezzo-soprano che
volesse diventare un soprano leggero. La cosa, ovviamente, poteva anche non durare molto. I
mezzo-soprano convertiti con successo alla categoria più alta sono pochissimi. Ma un secondo
fattore importante in quella situazione era il grande entusiasmo di lei per la famiglia di Alan e per
la loro casa, che sarebbe potuto essere duraturo. Sir George Houghton-Bennett era grassottello e
tendente alla calvizie e, a eccezione degli effetti del sole asiatico sulla sua pelle bruna che la
facevano assomigliare a quella di Lady Tredinnick, era in tutto e per tutto come un qualsiasi
gentiluomo i cui lineamenti non rimangono particolarmente impressi; anche le sue figlie Olivia e
Angela erano esattamente come quelle ragazze delle quali non ci si ricorda molto bene, e Lady
Houghton-Bennett era esattamente come altri milioni di persone perché si nascondeva dietro
quell’uniforme esecrabile e nemica dell’individualità che in quegli anni veniva imposta a tutte le
donne delle classi elevate che avevano superato una certa età. I capelli folti e mossi erano
acconciati a formare una specie di teiera, sulla quale rimaneva adagiato tutto il giorno, anche a
casa quando intratteneva gli ospiti, un cappello grande e pesante; portava gonne lunghe e
ingombranti, con un lungo strascico; il corsetto era steccato fino a sembrare una corazza; le
maniche erano gonfie dal gomito alla spalla e poi serrate sul polso, e fuori casa indossava degli
stivaletti coi tacchi alti che la facevano camminare curva quando arrancava per le strade. Mentre
si dedicava alle faccende della giornata, questa uniforme (che era assolutamente poco femminile,
perché non seguiva le linee del corpo né valorizzava le forme della donna) la obbligava a
incurvarsi e bilanciarsi da una parte e dall’altra, col risultato che il suo volto era perennemente
distorto da una smorfia di irritazione. Per di più, Lady Houghton-Bennett aveva un’intelligenza
viva, che aveva usato per scrivere un certo numero di utili manuali a uso delle vedove dei soldati
britannici in India, dove s’insegnava qualcosa della lingua e delle abitudini quotidiane della
popolazione nativa, mentre ora era costretta a perdere il suo tempo in attività monotone e insulse
come “lasciare il biglietto da visita”, che significava spendere un pomeriggio al mese o giù di lì a
recarsi in carrozza a casa degli amici e dei conoscenti, non per fare loro visita, ma per lasciare ai
domestici che venivano ad aprire la porta il proprio biglietto da visita e quello del marito,
distribuiti secondo un codice del quale non ricordo nulla se non che piegando un angolino del
biglietto da visita si faceva intendere di essere in partenza. La noia di quei rituali, insieme al peso
degli abiti, la rendeva talvolta meno brillante; ma come il marito e le sue figlie, era comunque
una persona notevole per la sua buona fede. Non avrebbero mai mancato a una promessa, e per
loro qualsiasi contatto con un altro essere umano, anche per dire un semplice “buongiorno”,
costituiva un impegno, al quale si poteva mancare solo se a ritrattare era l’altra persona. Anche la
loro concentrazione sul lato pragmatico della vita, che era assoluta e precludeva qualsiasi
possibilità di comprendere l’arte, era un modo per essere leali con il mondo che li circondava.
Era naturale che Cordelia amasse delle persone che avevano vinto (molto tempo addietro e in
maniera così definitiva) la guerra contro l’insicurezza che noi avevamo combattuto per tutta la
vita. La cosa particolare era che si trattava di una sicurezza non solo materiale, ma anche morale.
Erano brave persone come lo era la mamma, ma in un modo molto diverso: e dal momento che
Cordelia non era mai stata capace di emulare il tipo di virtù posseduta dalla mamma, questa per
lei era una seconda occasione e ne era grata, con grande umiltà.
Ma Cordelia non era certo tenuta ad amare anche la loro orribile casa. Era una dimora
vittoriana in mattoni grigi, a Campden Hill; e all’interno delle sue mura l’Asia si era presa la
rivincita sulla colonizzazione. Ogni stanza era piena di cobra di ottone, zampe di elefante, mobili
in teak, ciotole d’argento indiane e paraventi d’ebano e d’avorio; e tutto ciò a Cordelia piaceva.
La prima volta che portò me e Mary con sé in visita, e la cameriera ci lasciò sole in soggiorno, i
suoi occhi vagarono su quegli orribili tesori, e ci disse solennemente, come se fossimo delle
bambine piccole: «Non toccate niente». Mary e io eravamo impietrite. Non eravamo bambine
piccole, ma lei sì, e non sarebbe mai cresciuta, e le paure terribili che avevano segnato la sua
infanzia l’avrebbero accompagnata per sempre. Aveva paura che il suo nuovo bel giocattolo, il
suo matrimonio, le venisse portato via se le sorelle cattive non avessero obbedito alle regole che
la fata madrina aveva stabilito. Perplessa per l’espressione che avevamo in viso, prima guardò a
occhi sgranati me e poi Mary. «Cosa c’è che non va?», chiese in modo quasi patetico. «Perché
mi guardate in quel modo?». Per fortuna, Olivia Houghton-Bennett entrò nella stanza in quel
preciso istante, un po’ in ritardo perché aveva perso la cognizione del tempo giocando con quegli
adorabili tesorini (parola molto in voga all’epoca, indipendentemente dalla classe sociale) nel
centro di assistenza dell’East End nel quale lavorava tre volte alla settimana.
«Non può proprio farne a meno», ci ritrovammo a dire di Cordelia, subito dopo, e ci
ricordammo che Richard Quin lo andava dicendo da anni. Era strano constatare come nostro
fratello, che era più giovane di noi, e andava ancora a scuola, fosse più maturo di noi da un
pezzo, anche se la maturità non era esattamente quello a cui lui mirava. Viveva per il piacere, un
piacere delicato, che proveniva dal semplice sfruttamento del suo corpo e della sua mente.
Cordelia aveva sempre disapprovato questo suo atteggiamento, ma ora ne poteva trarre profitto:
Lady Houghton-Bennett e Olivia e Angela si erano innamorate all’istante di lui; e la cosa non si
limitava a questo, Richard Quin era utile anche ai loro amici perché giocava benissimo a tennis,
sapeva suonare, cantare e ballare, e si era trasformato in un genere più saggio di cherubino. Fu
così che riuscì a salvarci da un incubo che incombeva sul giorno del matrimonio. Sarebbe stato
naturale che le giovani Houghton-Bennett, Mary e io fossimo state le damigelle, e a noi avrebbe
fatto sicuramente piacere, perché ci avrebbe fornito il pretesto per vestirci di tutto punto senza
dover affrontare gli orrori di una normale festa. Ma Cordelia sarebbe stata così sicura che noi
avremmo fatto la cosa sbagliata proprio alla fine della sua avanzata, che non avrebbe potuto fare
a meno, forse proprio nel momento culminante della cerimonia, allo scambio degli anelli, di
girarsi per cercarci con il suo sguardo innocente. Quando lo accennammo alla mamma, lei ci fece
capire che non vedeva come avrebbe potuto spiegarlo a Lady Houghton-Bennett senza farle
capire che Cordelia per noi era stata una sorella difficile, e Cordelia stessa si trasformò in una
colomba ansiosa, con le penne arruffate, quando le manifestammo la nostra riluttanza a
camminare dietro di lei lungo la navata della chiesa. Credo avesse paura che gli Houghton-
Bennett avrebbero iniziato a sospettare della nostra irrimediabile indesiderabilità se non
avessimo seguito il cerimoniale in qualche punto. Toccò a Richard Quin, mentre giocava a tennis
con Olivia a Ranelagh, lasciarsi sfuggire con apparente mancanza di tatto che io e Mary
soffrivamo di una forma penosa di panico da esibizione, quando ci trovavamo al centro
dell’attenzione in qualsiasi luogo che non fosse il palcoscenico. Ci faceva stare sulle spine, disse,
e aggiunse che in un’occasione eravamo state male davvero, e la cosa era doppiamente
complicata per il fatto che avremmo comunque provato ad arrivare fino in fondo, ma lui riteneva
probabile che poi ci saremmo tirate indietro all’ultimissimo momento. Rese il racconto ancora
più convincente inventando un aneddoto su Liszt che sveniva facendo da testimone al
matrimonio di un amico (proprio Liszt tra tutti! Ma gli Houghton-Bennett, si poteva
ragionevolmente supporre, non sapevano niente di lui). Noi continuammo l’opera il giorno
successivo, con frasi lasciate a metà e sguardi carichi di ansia quando furono menzionati i nostri
abiti da damigelle; e all’improvviso tutto si aggiustò e Cordelia assunse l’aria di un generale che
ha modificato e migliorato la disposizione delle sue truppe.
Era una bambina. Ma, pensavamo ogni tanto, non una di quelle adorabili. Lo capimmo
quando venne in camera nostra una notte, piuttosto tardi, e la mamma era già andata a dormire.
Indossava uno dei suoi abiti della dote, che era appena arrivato dal sarto, e disse che voleva la
nostra opinione sulle maniche, che temeva fossero tagliate di sbieco. Erano perfette. Le dicemmo
che l’abito era delizioso e che le stava benissimo, come qualsiasi abito del resto, e Mary le
chiese, e per lei era una gran gentilezza, se ci fosse qualcosa che la preoccupava.
A Cordelia mancò la voce. Si umettò le labbra e sussurrò: «Qualche volta ho paura che papà
possa tornare. Prima del matrimonio», e aggiunse, con una voce resa più acuta dalla paura di una
minaccia che avrebbe oscurato tutti gli anni a venire, «o dopo».
Non riuscimmo a risponderle. Era troppo patetica. Tutti noi, anche Kate, stavamo contando i
giorni che mancavano a quello in cui avrebbe lasciato la nostra casa; e tutti noi, se avessimo
sentito la chiave di papà nella serratura, saremmo stati sopraffatti dalla gioia, avremmo potuto
trasformarci in uccelli e spiccare il volo.
Io dissi: «Ma Cordelia, papà è morto».
«Come facciamo a saperlo?», disse Cordelia, gli occhi puntati sul mio viso.
«Lo sappiamo», dissi io, e Mary ripeté: «Lo sappiamo».
«Ma non abbiamo ricevuto alcuna notizia», disse Cordelia, all’improvviso ritornata nel suo
vecchio ruolo dell’unica persona assennata della casa, «assolutamente nessuna notizia. Non è che
non lo amassi, ho pensato spesso che lo amavo più di tutti voi. E certo, vorrei che tornasse. Ma la
mamma ha detto alla madre di Alan che papà è morto, e se lui ricompare, cosa penseranno?».
Mary ruppe il silenzio: «Sappiamo con assoluta certezza che è morto».
«Ma come facciamo a saperlo?», chiese Cordelia, impaziente, piena di rabbia.
«Taci», dissi io. «Lo sappiamo, perché il signor Morpurgo è stato all’estero più o meno nel
periodo in cui papà ci ha lasciati, ed è tornato molto abbattuto, ed è stato particolarmente gentile
con la mamma, anzi, con tutti noi. Cosa poteva significare se non che papà era morto?».
Le dita di Mary scivolarono sulle mie. Perciò nessuna delle due aggiunse: “Per sua stessa
volontà”.
«Be’, se pensate che sia così, va bene», sospirò Cordelia. Ma dopo un minuto ritornò al ruolo
della persona più assennata della casa e disse: «Ma non possiamo chiedere conferma al signor
Morpurgo?».
«No», disse Mary. «Gli voleva bene. Vai a letto».
«Ora», disse Cordelia, «ora riuscirò davvero a dormire».
A dire il vero, Cordelia non avrebbe avuto alcun bisogno di esporsi così con noi, perché gli
Houghton-Bennett avevano affrontato a modo loro il fenomeno papà e non era necessario che lei
se ne preoccupasse. L’irreprensibilità della mamma era così evidente che non poteva esserci
niente di scandaloso riguardo a papà. Come saremmo venuti a sapere molto tempo dopo, gli
Houghton-Bennett erano stati tratti in inganno dalla reticenza di Cordelia su suo padre, e dai
riferimenti al lungo rapporto di confidenza tra lui e il signor Morpurgo. Ne avevano dedotto che
papà fosse ebreo e che la povera Cordelia fosse stata vittima di scherzi antisemiti a scuola; e dal
momento che la Cordelia che conoscevano loro era la vulnerabilità fatta persona, questo aveva
contribuito ad accrescere il loro amore protettivo nei suoi confronti. Erano proprio sottosopra,
nel loro apprezzamento per la nostra famiglia. Era chiaro per tutti noi che si stavano
comportando con estrema generosità nell’accogliere con tanto calore una ragazza che proveniva
da una famiglia senza posizione e senza ricchezze. Quello di cui non ci rendevamo conto era che,
nonostante avessimo anche qualcosa da dire, comunque, come persone, loro non se ne sarebbero
mai accorti. Non sapevano niente di musica, in parte perché non vi erano portati, in parte perché
erano stati tanto tempo in Estremo Oriente. Come praticamente chiunque altro al mondo a quei
tempi, avevano sentito il nome di Paderewski, che era tutto quello che conoscevano
sull’argomento, e il fatto che la mamma un tempo fosse stata famosa non riusciva a entrare loro
in testa, non c’era posto per un pensiero di quel genere. Quando Olivia e Angela vennero a casa
nostra e mostrammo loro la fotografia autografata da Brahms vantandoci del fatto che lui
l’avesse data alla mamma perché la riteneva la miglior pianista al mondo dopo Clara Schumann,
non furono minimamente colpite dalla cosa, anche se erano visibilmente toccate dall’importanza
che davamo a un così scialbo souvenir, quando la loro casa a Campden Hill abbondava di
fotografie dei reali e dei viceré e dei governatori e dei rajà in cornici d’argento; e avrebbero fatto
fatica a credere che anche la mamma ne avesse, chiuse in un baule nello stanzino. Trovarono la
nostra casa molto umile, nel senso biblico del termine, cioè priva di vanagloria; e di Cordelia, la
cui ambizione feroce aveva rischiato di rovinare la nostra famiglia, pensavano fosse la più umile
tra le creature. Ci adoravano nello stesso modo in cui Wordsworth adorava i suoi contadini. In
effetti, voltandomi a guardarli, pensai che fossimo un sollievo per la parte più nobile degli
Houghton-Bennett; perché vedevano nel matrimonio del figlio la conferma del loro esser debitori
solo nei confronti di Dio e non di Cesare. Per ironia della sorte, noi ci sentivamo nei loro
confronti come dei mercanti di cavalli senza scrupoli che avessero appena rifilato un destriero
pericoloso a dei sempliciotti di città.
Ma nessuno avrebbe mai potuto credere che l’ironia avesse un qualche ruolo nel matrimonio
di mia sorella, tanto fu bello. Si sposarono nella chiesa di St. Abbott, che è una chiesa imponente,
e tutto quello spazio fu riempito di fiori – i fiori del signor Morpurgo – e gli occhi di Cordelia
erano fissi su una qualche sacra meta al di là di quei fiori, fino a che non arrivò vicino all’altare e
i suoi occhi meravigliati si posarono sulle candele e ringraziò la croce per tutta quella bellezza. E
per altre cose ancora. Perché quando raggiunse l’altare, lì poteva finalmente prendere i voti
dell’obbedienza ai quali anelava con tutta se stessa, predisposta com’era esclusivamente a
obbedire. Lei era sottomissione, era sacrificio, nient’altro. Alla sua comparsa tutti i suoi cari lì
convenuti si commossero, e piangemmo anche, ma le nostre lacrime erano ispirate dallo sposo,
in attesa della sposa, ignaro del fatto di essere in attesa di un fiume di lava.
Era terribile osservarli in piedi uno accanto all’altra, nel salotto degli Houghton-Bennett, che
non sembrava poi così male ora che avevano tolto l’enorme modellino in avorio del Taj Mahal e
il giglio, sempre d’avorio (con stami di corallo e gambo e foglie di giada), incassato in un
pannello di velluto nero e supportato da uno sgabello d’argento birmano. Eravamo elettrizzate
nel vedere che a prescindere dalla verità eterna che si celava dietro quell’avvenimento, i
festeggiamenti che lo celebravano erano davvero splendidi. Il soggiorno e la scalinata erano
gremiti di persone, felici come lo si è a un matrimonio in cui lo sposo e la sposa sono due figure
romantiche; e l’aria vibrava di quello strano suono diffuso dalle chiacchiere di una folla di
persone, più simile a un coro di uccelli che a una voce umana. Andò tutto così bene che, quando
arrivarono in fondo alla coda degli ospiti all’entrata, Sir George e la moglie andarono a sedersi su
un divano, e ogni volta che non dovevano rivolgere la parola a qualcuno degli ospiti, parlavano
tra loro a mezza voce e ridendo, ed era evidente che erano stati molto innamorati, e che lo erano
ancora nel modo in cui lo si può essere a quell’età. Fummo un po’ scioccate dalla mamma,
perché, per quanto avrebbe dovuto sapere più di chiunque altro che quel matrimonio era
destinato a tristi sviluppi, si stava davvero divertendo, e stava anche avendo un certo successo,
perché la zia Constance aveva fatto in modo che avesse un aspetto normale, vestendola con
grande eleganza e trasformandola in una signora dell’inizio dell’età vittoriana, con una cuffietta
color carbone che le nascondeva i capelli scarmigliati e le ombreggiava gli occhi spiritati, e un
corsetto aderente su una gonna molto vaporosa che non poteva sciupare in alcun modo. Aveva
incontrato una coppia di vecchi signori a casa dei quali aveva suonato quando erano ancora
giovani sposini, e i tre sedevano sul davanzale interno della finestra, e sembrava che tutto per lei
fosse trascorso in modo sereno, da quando si erano incontrati la prima volta fino a quel
momento. Anche Rosamund e Richard Quin stavano prendendo l’avvenimento con leggerezza e
si godevano la compagnia di Olivia, Angela e dei loro amici. Ci rendemmo conto, quando
prendemmo un minuto per riflettere, del fatto che degli estranei potevano avere l’impressione
che ci stessimo divertendo; ed era esattamente ciò che stavamo facendo. Solo il signor Morpurgo
aveva l’aria triste, il che ci sorprese, perché pensavamo che non avesse mai intuito la vera natura
di Cordelia. Fu solo qualche giorno più tardi che scoprimmo che la sua malinconia era uno degli
aspetti ironici di quella situazione. Non era rimasto per nulla sconcertato dal matrimonio, perché
la mamma l’aveva approvato e lui dava per scontato che lei avesse ragione su tutto. Ma il
ricevimento l’aveva scioccato rivelandogli quello che ai suoi occhi era un mondo di terrificante
povertà. Sapeva che c’erano molte persone povere, e che la nostra famiglia era stata povera fino
al momento in cui mio padre se n’era andato, ma quello era il risultato di un fallimento: veniva
dall’incapacità di arrivare in cima. Qui, invece, c’erano tante persone di successo, che per la
maggior parte potevano vantare titoli e decorazioni di vario genere, eppure tra le mogli nessuna
indossava un abito francese, e pochissimi possedevano carrozze o automobili, e sembravano
totalmente indifferenti al fatto di trovarsi in una casa dall’arredamento ignobile nella quale non
c’era un solo dipinto di un antico maestro – nemmeno, ci fece notare dopo, un disegno – appeso
ai muri; e ciò che lo fece stare ancora peggio era che questa gente dovesse il proprio successo
all’esercizio di capacità che lui non possedeva e che reputava molto superiori alle sue. Era così
preoccupato al pensiero dell’ingiustizia per la quale il mondo aveva favorito lui tra i suoi
superiori, che dubito avesse preso in considerazione anche solo per un momento il possibile
futuro di Alan e Cordelia; e devo ammettere che anche noi ci dimenticammo del nostro sconforto
profetico finché non fu il momento di andare al piano di sopra ad aiutare Cordelia con i vestiti da
viaggio (una giacca e una gonna color ambra pallido che le davano un aspetto etereo, come fosse
sul punto di librarsi nel cielo) e allora ci si ripresentarono in tutta la loro gravità i timori sul
futuro della giovane coppia. A dire il vero, Cordelia sembrava proprio cambiata. Fino a quel
momento, sempre, ogni volta che doveva abbigliarsi, per usare un termine che ha perso il suo
significato ormai da tempo, con noi si era comportata come se ogni volta volessimo rovinarle
l’abito che le stavamo abbottonando o allacciando o fissando, per via di quella goffaggine innata
dalla quale solo lei in tutta la famiglia era esente; ma ora rimase immobile sotto le nostre dita e ci
ringraziò. Anche i suoi baci di addio sembravano manifestare un affetto reale. Ma noi
conoscevamo la verità, e fummo meravigliate nel vedere che Kate, sempre pronta a piombare
come un falco su ogni nostra mancanza, si mise a piangere per quel bacio. Furono i baci di Alan
a riempire i nostri occhi di lacrime. Avrebbero trascorso la luna di miele a Firenze, e noi
riuscivamo a immaginarlo impietrito dallo stupore la prima volta in cui avrebbe capito la vera
natura di nostra sorella, su uno sfondo di cipressi e campanili che avrebbero dovuto essere lo
scenario di una felicità perfetta.
Invece ci sbagliavamo. Non avremmo potuto sbagliarci più di così. Quando Cordelia e Alan
ritornarono dalla luna di miele si sistemarono in una piccola casa che sembrava una scatola in
una traversa di Victoria Road, a Kensington, e Mary e io ci eravamo dette tutte depresse che
Cordelia, vedendo un qualche concerto in programma alla Albert Hall a cui era probabile che
andassimo, ci avrebbe invitate a cena, e sarebbe stato terribile, perché l’avrebbe fatto solo per
senso del dovere. Quegli inviti in effetti arrivarono ma presto scoprimmo di aspettarli con ansia,
e saremmo state deluse se non fossero arrivati. Cordelia non aveva più abbandonato quel
personaggio che aveva impersonato nel giorno del suo fidanzamento. Era ancora priva di una sua
volontà e dotata solo del desiderio di accontentare le persone e scoprire il modo migliore per dare
loro piacere. Si sarebbe potuto dire che non avesse personalità, se non ci fosse stato qualcosa
della sua antica ostinazione forgiata nel ferro che non la spingeva mai oltre l’amabilità. Non ci
degnava mai di uno sguardo quando entravamo in casa, e ci giudicava comunque colpevoli di
sciatteria e di mancanza di buone maniere. Ci chiedeva semplicemente la nostra opinione sulle
ultime migliorie apportate alla casa, che era davvero una meraviglia, non solo ai nostri occhi, che
a lungo avevano contemplato nient’altro che la povertà, ma anche ripensandoci oggi, in
quest’epoca che definiamo opulenta. Come tutte le persone giovani di mezzi limitati a
quell’epoca, Alan e Cordelia tenevano due domestiche: una cuoca-tuttofare e una governante-
cameriera, e quel luogo risplendeva di pulito come poche case al giorno d’oggi. La sala da
pranzo si affacciava a sud, e la luce del sole cadeva in pieno sulla tavola all’ora di pranzo,
irradiando raggi prismatici dagli oggetti di cristallo e di vetro, ciascuno lucidato alla perfezione.
L’intera casa era piena di luce, con mobili eleganti di palissandro e, in inverno, tende a fiori di
chintz imbottito, sostituite d’estate con quelle di mussola stropicciata. C’erano fiori ovunque e
sempre qualcosa di buono da mangiare. Ma tutto questo era niente in confronto al perenne buon
umore, al modo in cui ci accoglievano, al modo in cui desideravano che la nostra presenza si
protraesse il più possibile senza tuttavia che corressimo il rischio di arrivare tardi al concerto. Ci
accompagnavano persino al cancello, per restare con noi fino a che era possibile.
Un giorno, me lo ricordo, nel primo inverno del loro matrimonio, rimanemmo insieme fino
all’ultimo minuto. Ci stavamo attardando noi quattro, facendo correre gli occhi lungo il piccolo
giardino circolare, e loro ci spiegavano che quel giardino era ancora un mistero.
«Sapete», disse Cordelia, «non conosciamo i nomi di almeno la metà di questi alberi», e Alan
disse: «Sappiamo che quello è un laburno, ma poi finisce qui», e allora Cordelia disse, e il suo
tono era così simile a quello che aveva usato lui da poter sembrare sua sorella e non la nostra: «E
questo è un lillà, ma quello? Non lo sappiamo».
«E questo sappiamo che è un biancospino», continuò Alan, «ma di che colore? Bianco, rosso
o rosa? E dovete ammettere che fa una bella differenza per un biancospino. E per una casa. È
quasi fondamentale quanto, per una donna, la differenza tra l’avere i capelli scuri o biondi, o
color carota come Cordelia».
«Ogni tanto parlo con la vecchia signora della casa accanto, ma lei non sa di che colore sia
più di quanto non lo sappiamo noi, perché si è trasferita qui solo un mese prima del nostro arrivo.
Le persone dall’altro lato della strada potrebbero saperlo, perché il padre del marito viveva qui
prima di loro, aveva comprato la casa appena l’avevano costruita, e Thackeray era spesso loro
ospite a cena. Ma come potrei andare a bussare alla porta e chiedere, “scusate, di che colore è il
biancospino nel mio giardino?”».
Non volevamo proprio separarci, camminarono con noi fino alla cassetta delle lettere. Il
nostro nemico se n’era andato, non aveva semplicemente lasciato la nostra casa, era scomparso.
Qualcuno che non conoscevamo portava i suoi vestiti e abitava il suo corpo, qualcuno che non
odiavamo, qualcuno che, avevamo spesso questa sensazione, semplicemente non amavamo
abbastanza. A dicembre quella sorella-estranea e io eravamo in soggiorno, in una di quelle
sinfonie intonate contro l’inverno che si possono comporre mettendo insieme un fuoco vivace
dietro una grata in un caminetto di marmo, vasi tondi e affusolati pieni di crisantemi dorati e
bronzei, e cuscini e tende tutti sui toni del bianco. Era una formula edoardiana e funzionava.
Cordelia si spostava nella stanza, raccogliendo tazze da tè e piattini per facilitare la cameriera
quando sarebbe venuta a portare via il vassoio; poi spostò in un angolo un portadolci a più strati
come andava di moda allora, un regalo di matrimonio di un amico francese, una costruzione Art
Nouveau con i dischi d’argento a forma di foglie di ninfea. Sul disco più alto era rimasto un
biscottino cosparso di zucchero. Lo guardò, poi distolse lo sguardo, poi lo guardò di nuovo.
Sapevo che aveva una gran voglia di mangiarlo, come quando si ha voglia di mangiare una cosa
non per fame, ma semplicemente perché un appetito irrazionale e infantile insiste nel voler
dimostrare che la giusta misura non ha lo stesso sapore di un banchetto. Allungò la mano delicata
e sollevò il biscotto fino a un millimetro dalle sue labbra, e poi all’improvviso lo rimise al suo
posto e mi guardò con gli occhi spalancati dicendo: «Lo vuoi, Rose? Oh, prendilo». Ci fu un
momento in cui le luci della stanza fluttuarono tutto intorno a me come fossero un corso d’acqua
che scorre lento. Conoscevo benissimo Cordelia, come si conosce un tiranno temuto per tanto
tempo; e quella conoscenza così profonda ora mi diceva che, se anche nella sua mano ci fosse
stato non un biscottino zuccherato ma un tesoro di grande valore, me lo avrebbe comunque
offerto. Non mi sentivo imbarazzata. Ero semplicemente sbalordita davanti alla forza quieta,
misurata, del suo desiderio di concedermi qualsiasi cosa potesse farmi piacere. Non avevo
azzerato la mia memoria. Anzi, mentre le sorridevo e scuotevo la testa perché non riuscivo a
parlare, davanti ai miei occhi prese vita un’immagine, per niente mitigata, come sempre in
passato, dei lunghi anni nei quali lei era stata un tormento che divorava ogni cosa, una piaga
costante in mezzo a noi. Ma ora era tutto finito. Il capo reciso di una lunga corda di
sgradevolezza era abbandonato a terra, era ormai qualcosa da buttare nel secchio
dell’immondizia.
Era un’esperienza impossibile da descrivere, aveva un significato che andava molto oltre
tutto questo. Ma quando io dissi a Mary che trovavo Cordelia molto più gentile e senza più tracce
del suo vecchio terrore punitivo, anche lei sembrava aver notato la differenza e la trovava
sconcertante. Disse che si sentiva come un guardiano allo zoo che improvvisamente si accorge
che tutti gli animali feroci sono stati sostituiti con degli angeli. «È difficile», immaginava, «non
avvicinarsi con un bastone chiodato come d’abitudine», e aggiunse: «Per fortuna possiamo
smettere di difenderci da lei». Richard Quin disse semplicemente: «Certo, certo», quando gli
parlammo di quel cambiamento, e uscì di corsa per andare a pattinare con Olivia e Angela, il che
era naturale, perché era venerdì sera, e lui si era ripromesso di passare un’ora o due durante il
weekend rendendosi utile alla famiglia Houghton-Bennett. Ascoltava le storie di Sir Houghton-
Bennett sul lontano Oriente; accompagnava Lady Houghton-Bennett ai concerti sbagliati, che
sceglieva costantemente e invariabilmente invece di quelli giusti; accompagnava le ragazze alle
feste o a teatro o a pattinare, e a qualsiasi altro ritrovo in cui un adolescente che andava ancora a
scuola potesse risultare uno chaperon accettabile (nei luoghi in cui farsi accompagnare da un
uomo era obbligatorio). Era una gran gentilezza quella, dato l’orribile paradosso che imperava
nella società dell’epoca. Le convenzioni relegavano le donne nubili in una posizione inferiore, e
insistevano perché avessero degli accompagnatori in tutte le occasioni sociali e in tutti i luoghi di
divertimento. Ma solo le giovani donne di famiglia ricca riuscivano facilmente a trovare mariti e
accompagnatori. Era strano, perché anche se c’erano più donne che uomini in Gran Bretagna –
qualcosa come centotrenta donne ogni cento uomini − il surplus non alterava minimamente
questa situazione, che era semplicemente dovuta alla longevità delle donne. Ci sarebbe stato a
disposizione, in effetti, un vero e proprio plotone di mariti e di cavalieri per i balli, se solo si
fossero fatti avanti; e non ero in grado di spiegare il perché della loro riluttanza, come ancora non
sono in grado oggi, se non ipotizzando che agli uomini non piacciono le donne e provino dunque
più piacere nell’impedire loro di fare quello che vorrebbero. Ciò che rendeva unico Richard Quin
era che non aveva una sola goccia di asprezza maschile nel suo sangue, forse perché era così
maschio che non aveva motivo per irritarsi di fronte alle differenze tra i sessi. Aveva dei
lineamenti delicati quanto quelli di una donna, ma non avrebbe mai potuto essere scambiato per
una donna, e anche quando recitava in un ruolo femminile a scuola non ingannava nessuno, e mi
ricordo che quando gli cingevo le spalle con le braccia sentivo come una sorta di delicata
armatura sotto la sua pelle. Con la sua mascolinità, con la sua profonda diversità rispetto a noi,
con quella differenza che c’era tra ogni cellula del suo corpo e ogni cellula del nostro, ci
proteggeva. Anche se Cordelia l’aveva vessato molto più di tutte noi, lamentandosi sempre del
fatto che era viziato e non sarebbe mai riuscito in nulla, quando gli dissi che lei era cambiata, lui
si limitò a dire: «Certo, certo», facendo sembrare poco delicato e inelegante ricordare le sue
colpe passate anche solo con un accenno. Lui non portava mai rancore. E faceva tutto quello che
era in suo potere per Cordelia, ingraziandosi gli Houghton-Bennett perché loro non potessero
incolparla di aver sottratto Alan alla famiglia, ora che avevano ricevuto in cambio lui come
paggio addetto al loro divertimento.
La mamma reagì in un altro modo quando le dissi che Mary e io avevamo cominciato ad
apprezzare Cordelia, perfino ad amarla, perché era cambiata. «Certo che sta cambiando. Tutti
siete cambiati. Soprattutto tu e Mary. Gran parte della vostra brutalità di un tempo è svanita». Ma
non c’era da meravigliarsi, il mondo intero stava cambiando.
Capitolo VII

Mary e io ottenemmo parecchi successi negli anni che seguirono il matrimonio di Cordelia.
Vincemmo concorsi, un grande direttore d’orchestra ci diede l’opportunità di suonare con le
migliori orchestre della provincia, presto ci chiamarono ai Proms, e non dovevamo mai
preoccuparci di come riempire la sala in occasione delle nostre esibizioni. L’unica cosa di cui
dovevamo preoccuparci era il rischio di stancarci troppo e di lasciare che tra noi e il nostro
lavoro si frapponessero le persone più diverse, spinte dall’ammirazione nei nostri confronti. Ma
il fascino del successo nasceva dal fatto che non era un evento eccezionale, era parte di un’età
interamente baciata dal successo. Tutto sembrava essere modellato da un qualche principio
ispirato a un ideale romantico di percezione. Mi ricordo di aver suonato il Concerto numero
ventitré di Mozart durante uno spettacolo alla Queen’s Hall e, quella sera d’estate, la perfetta
comprensione del pubblico aveva reso l’ascolto un’arte perfino superiore alla mia esecuzione;
sembrava spiritismo, quasi che lo spirito di Mozart fosse presente tra noi; e alla fine tutti
applaudirono come se la sala stesse bruciando e loro volessero a tutti i costi dimostrare il proprio
attaccamento a Mozart prima di rimanere sepolti sotto le macerie. Mary e io ce ne andammo poi
in automobile a una festa attraversando una Londra illuminata e trasfigurata. In ogni piazza,
valzer e one-step e tanghi si diffondevano dai porticati addobbati con tendoni a righe come
fossero maschere, e nei giardini i ballerini camminavano sull’erba che la luce della luna
sembrava rivestire di brina d’argento che risplendeva con una freddezza spettrale sulle spalle
nude delle giovani donne e sulle loro gonne chiare, rendendo gli sparati delle camicie maschili
simili ad armature. Sarebbe stato semplice per dei cecchini assoldati allo scopo di uccidere quei
giovani uomini nascondersi dietro gli alberi neri come fuliggine e mirare a quegli sparati
luccicanti, ma nessun essere umano avrebbe potuto essere tanto spietato nei confronti della loro
giovinezza. Nella grande casa dove eravamo state invitate, sedevamo in un cortile in cui la luce
della luna smorzava la magnificenza dei fiori, e guardavamo un palco buio, ascoltando una
musica diversa da quella che avevo suonato io come lo è un viso mongolo da uno occidentale,
finché un faro giallo si accese sul palcoscenico e ci mostrò una fanciulla il cui volto aveva
un’espressione tragica anche se indossava una di quelle gonne ampie di lana che fino ad allora
erano state l’uniforme tipica della meno seria tra le arti, ed era leggera come una piuma e insieme
grave come Amleto. Poi Nijinsky entrò con un balzo da una finestra buia sul fondo del
palcoscenico e rimase sospeso per un istante nella luce della luna prima di atterrare al centro del
cerchio tracciato dal faro, formulando in un lampo una profezia che avrebbe raggiunto
destinazioni inconsuete e avrebbe visto più volte la natura trascendere limiti che fino ad allora
erano sembrati invalicabili. Ogni volta che ci staccavamo dal piano, quell’epoca continuava a
fornirci rassicurazioni su un prossimo e definitivo dominio del piacere sulla terra. In realtà
quando sedevamo al piano sapevamo che non era vero. Qualcosa nella grande musica che
suonavamo ci faceva capire che quella promessa non sarebbe stata mantenuta, anche se un altro
tipo di promessa ci avrebbe fatto un regalo ancora più grande, ma solo a tempo debito. Il fatto
che non credessimo a quelle sicurezze che sembravano nutrire i nostri contemporanei non faceva
che accrescere la nostra solitudine; ma eravamo comunque in grado di godere dei successi altrui.
Quella fiducia nella dispensazione del piacere non era una forma di colpa; coloro che la
professavano non erano ubriachi né pigri o crudeli, e accettavano la gentilezza stessa come un
atto dal quale trarre piacere. Semplicemente, sembrava che il mondo sussurrasse ai suoi abitanti
la propria imminente trasformazione in una rosa, in un gioiello, in un vino pregiato, e coloro che
riuscivano a cogliere quell’annuncio replicavano curandosi esclusivamente del proprio piacere,
con comportamenti che, a posteriori, appaiono oggi perfettamente appropriati.
Avremmo dovuto essere totalmente felici, non fosse stato che Cordelia, invece di apprezzare
Richard Quin per la devozione che dimostrava nei suoi confronti, era sempre ossessionata dalla
paura che lui non combinasse niente di buono nella vita. Quando agiva sotto la spinta di quella
paura sembrava quasi tornare la Cordelia di un tempo. Un pomeriggio, quando arrivai a casa la
trovai che fissava la mamma con il suo sguardo inespressivo, e scoprii che stava cercando di
sapere qualcosa dell’ultima pagella scolastica di Richard Quin.
«Ma mamma, fra sei mesi lascerà la scuola», ricordo che diceva, «ha un’idea di quello che
vuole fare?».
«Be’, il mese prossimo proverà a ottenere una borsa di studio a Oxford», rispose la mamma.
«Ma il preside ti ha detto che non ce la farà mai, non si impegna a sufficienza», disse
Cordelia, con la stessa violenza di un tempo.
«Se non la dovesse ottenere, allora potrà prendersi un anno per sistemare il suo piano e il suo
violino, e verrà sicuramente accettato in una scuola di musica», disse la mamma sconsolata.
Scese il silenzio. Guardavamo Cordelia, sfidandola a dire che non era bravo abbastanza, alla
luce della sua esperienza col violino. E tuttavia non volevamo difendere quel progetto di
diventare un musicista, perché effettivamente il suo modo di suonare aveva comunque la qualità
antiartistica dell’improvvisazione. Richard Quin suonava come un uccello può cantare, che non è
cosa raccomandabile, contrariamente a quanto si crede tra le persone che non suonano.
«Immagino che si renda conto», disse Cordelia scaldandosi, «che dovrà pur guadagnarsi da
vivere! Non può certo continuare a farsi mantenere!».
Di nuovo Mary e io restammo in silenzio, imbarazzate. Cordelia stava facendo quello che
aveva sempre fatto, stava rimproverando un altro membro della famiglia per una qualche
debolezza che invece apparteneva a lei soltanto. Ci chiedeva sempre davanti a tutti se avevamo
perso questo o quello, quando era lei e solo lei che si dimenticava continuamente cose sui treni.
Ora stava dando a intendere che Richard Quin sarebbe stato un fardello sulle nostre spalle in un
modo particolarmente spiacevole per un uomo; e non era nella posizione di farlo. Avevamo
ottenuto delle borse di studio per la nostra formazione musicale, e alla mamma eravamo costate
pochissimo durante quel percorso di studi, e ora stavamo guadagnando il denaro con cui
mantenerci. Invece, i corsi di lingua e di storia dell’arte erano costati parecchio, e lei non aveva
mai guadagnato un centesimo; inoltre, in occasione del suo matrimonio la mamma le aveva
assegnato una piccola somma di denaro. Ma lei continuava imperterrita, e incominciavamo a
sentirci avvilite, perché anche noi in effetti da qualche tempo avevamo delle perplessità di fronte
all’indifferenza di Richard per il suo futuro. Sembrava che niente in lui stesse lottando per farsi
strada e affermarsi, come era stato per noi con la musica.
«Sei preoccupata per lui, mamma?», chiese Mary all’improvviso.
«Proprio per niente», replicò la mamma.
«Questa è la cosa peggiore nella nostra famiglia», gemette la vecchia Cordelia. «Non
prendiamo niente sul serio, non ci rendiamo conto veramente della realtà».
«Non è così, cara», disse la mamma.
«Vorrei che convincessi Richard Quin a venire in città per parlare col padre di Alan», disse
Cordelia dandosi aria d’importanza. «A proposito, dov’è? Sono le sei, non viene a casa per il tè
di solito?».
«Dipende», disse la mamma, sempre più tranquilla. «Ha così tanti amici».
«Ma un ragazzo di quell’età non dovrebbe starsene a zonzo per la città, senza che nessuno
sappia dov’è», disse Cordelia in tono di rimprovero. «Dovrebbe rientrare per il tè a orari regolari,
dovrebbe dedicarsi ai compiti, così è tutto sbagliato. Non so dove ci porterà. La sfortuna più
grande è stata non averlo potuto mandare a una scuola privata. Avrei preferito», disse, con una
sincerità che ci avrebbe colpite se a parlare fosse stato qualcun altro, «che il signor Morpurgo
non avesse fatto niente per me e avesse speso tutti quei soldi per mandare Richard Quin a
Barrow o a Rugby». Era una gran cosa da dire per lei, perché il signor Morpurgo le aveva
regalato la casa dove adesso abitava, che lei amava con tutta se stessa, più di quanto
normalmente la gente ami la propria casa, più di quanto una bambina ami la propria casa delle
bambole.
Fu allora che entrò Richard Quin, portando con sé una teiera. A quella vista Cordelia fece
schioccare la lingua sul palato, lasciando intendere che era passato dalla cucina per chiedere a
Kate di preparare il tè, altra dimostrazione del fatto che stava vivendo in un modo poco adatto a
un uomo in una casa piena di donne. Lui posò la teiera, diede un bacio alla mamma e salutò tutte
noi con la mano, poi disse: «Ho parlato con un uomo sull’autobus, mentre tornavo da scuola, e
gli ho chiesto cosa ci fosse nel cesto che aveva con sé, ed era un piccione, e lui mi ha invitato a
casa sua a vedere i suoi piccioni, ne ha trentasei. Sapete, ci sono moltissime persone a Londra
che dedicano tutto il loro tempo ai piccioni!».
«Erano graziosi?».
«Oh, molto più di quanto possiate immaginare, stentavo a crederci anch’io quando li tenevo
tra le mani», disse Richard Quin, con la bocca piena di pane e marmellata. «E quell’uomo e la
moglie adorano i piccioni, sono Avventisti del Settimo Giorno, e questo significa che non
possono bere caffè o birra o vino o whisky, perciò compensano ubriacandosi di piccioni».
«Il verso che fanno è piacevole quando lo senti da vicino?», chiese la mamma.
«Sì, sì», rispose lui, «ed è così divertente sentire che si propaga lungo tutto il loro corpo,
richiede una struttura molto più sofisticata di quanto crediate, usano ogni singolo muscolo. Ma la
cosa straordinaria è il modo in cui volano. Quell’uomo mi ha fatto provare a liberarli. Oh, non
erano i migliori piccioni da corsa. Devono essere tirati fuori dalla piccionaia e maneggiati con
estrema cura. Ma ce n’erano alcuni che si lasciavano prendere senza protestare, e lui mi ha
mostrato come farli partire».
Era in piedi accanto al tavolino da tè con la luce che irradiava da dietro le sue spalle. «Prendi
il piccione come se fosse una palla e lo lanci in aria, e a quel punto lui comincia a volare. È come
se durante una partita di bocce la palla all’improvviso si animasse». Lanciò le braccia al soffitto
due o tre volte, con la mano ripiegata che fremeva al ricordo di quel piacere. «È una sensazione
che ti piacerebbe mamma», disse, rimettendosi seduto a mangiare.
«Forse dovrei provare», disse la mamma, incantata.
«Bene, allora un giorno ti ci porto», replicò lui.
«Non pensi che potrebbe sembrare strano a quella gente che una persona della mia età voglia
provarci?», chiese lei pervasa dal dolore di un desiderio irrealizzabile.
«No, no. Sai, ho parlato molto di te», la rassicurò Richard Quin.
Cordelia chiese impaziente: «E le lezioni? Come vanno le lezioni? Non stai facendo tardi per
i compiti?».
«Oh, no, ce la farò», disse lui.
«Davvero?», chiese lei. «Hai qualche possibilità di ottenere quella borsa di studio?».
Richard Quin strinse gli occhi, sembrava quasi che si fosse morso la lingua per trattenersi dal
dire una cosa.
«Vuoi davvero andare a Oxford?», incalzò Cordelia.
Lui riaprì di nuovo gli occhi. «Sì, lo desidero moltissimo», disse. «Non riuscirei a spiegarti
come mi sentirei se avessi la certezza di andare a Oxford».
Tutti noi tranne Cordelia fummo sorpresi da quell’improvvisa serietà, perché lui sembrava
non badare al domani più di quanto facciano i gigli nel campo, e non ci dava fastidio, perché
sapevamo che il suo posto era tra i gigli e non tra le erbacce.
«Sì», insistette Cordelia, sempre più esasperata, «ma sei sicuro che dovresti andare a Oxford?
Non sarebbe meglio per te tentare una carriera musicale?».
Lui fece una smorfia. «Che paura ti fa pensare che qualcuno possa riuscire a ottenere quello
che desidera? Un minuto fa mi stavi rimproverando perché non lavoro abbastanza sodo per
ottenere la borsa di studio, e adesso che ti ho confidato quanto sia importante per me riuscire ad
andare a Oxford, tu mi dici che non ci dovrei andare affatto».
Lei era sconcertata, per un minuto lo fissò come se finalmente avesse capito una cosa, ma in
un attimo fu di nuovo in preda alla rabbia, e gridò alle nostre facce divertite: «Siete tutti senza
speranza. Non è giusto per il ragazzo! Richard Quin, devi prendere una decisione riguardo al tuo
futuro. Vorrei che tu dedicassi una di quelle sere che sciupi coi tuoi sport a parlare con il padre di
Alan».
«È proprio quello che abbiamo deciso di fare», disse Richard Quin. «Ieri ha scoperto che
pattino bene, e abbiamo prenotato per andare insieme al Prince una sera della prossima
settimana, così potrò dargli qualche consiglio».
Cordelia fu urtata dalle nostre risate, e se ne andò. Quando fummo sulla porta mi disse in
tono remissivo, dopo avermi salutata con un bacio: «Perdonami per essermi arrabbiata con
Richard Quin. Ma ho davvero paura che possa diventare un peso per tutti voi». Mantenni un
silenzio gelido. Io e Mary avremmo potuto procurarci gran parte della cifra necessaria per
mandare Richard Quin a Oxford sulla base dei contratti che avevamo firmato, ed ero furiosa,
perché lei stava ancora fingendo, come ai tempi della sua poco redditizia carriera di violinista, di
essere il supporto della nostra famiglia, lasciandoci intendere quanto fossimo imprudenti e
incapaci di mantenerci. Ma lei passò dalla mia rabbia a uno stato di trance. Mi fissò con gli occhi
spalancati, portandosi alle labbra un dito tremante, e mormorò: «È la disgrazia...». Quindi uscì
nelle tenebre, affrettandosi a rientrare da Alan.
Non le arrivò subito la notizia che Richard Quin, pur non avendo ottenuto la borsa di studio,
era comunque riuscito ad assicurarsi un sussidio per il New College, così era andato
immediatamente dal signor Morpurgo a chiedergli in prestito la somma necessaria a coprire il
resto delle spese, in modo da non dover chiedere nulla alla mamma o a Mary o a me. Né io né
Mary le scrivemmo per informarla, semplicemente perché non ci veniva mai da pensare a lei
quando non era con noi. Neanche la mamma le scrisse, ma questo perché stava diventando
sempre più assente e poco attiva. Suonava il piano molto raramente, e spesso lasciava passare
tutta la giornata senza nemmeno aprirlo. Non sapevamo se fosse malata, o se fosse
semplicemente per via dell’età, perché si era sposata più tardi di quanto non facessero le donne ai
suoi tempi, ed era molto più anziana delle madri dei nostri amici. La portammo da uno
specialista di Harley Street, che non trovò nulla di preoccupante in lei, e dal momento che lei non
sembrava soffrire né essere in pena per il suo stato, ci sforzammo di relegare quel pensiero in un
angolo della nostra mente. Ma era un segno di quel cambiamento il fatto che, a dispetto della sua
ferma volontà di mantenere Cordelia nel nostro circolo familiare, non le scrisse nulla di Richard
Quin. E Richard Quin stesso non le scrisse, perché i dubbi riguardo al suo futuro toccavano un
tasto particolarmente delicato per lui. Non l’avevamo mai visto triste prima di allora, con
l’eccezione di quell’unica disgrazia che ancora provocava le lacrime di tutti noi ogni volta che ci
pensavamo: la perdita di nostro padre. Ogni altro avvenimento era diventato piacevole per
Richard Quin, o almeno potenzialmente piacevole, grazie al suo senso dell’ironia o a qualche
innocuo stratagemma. Ma quando Cordelia gli aveva detto che non pensava che lui potesse
andare a Oxford, lasciando intendere che non lo ritenesse all’altezza, avevo visto svanire per un
istante la luce che aveva sempre negli occhi. Era quasi come se lei lo avesse messo di fronte alla
verità, costringendolo ad ammettere una colpa che fino a quel momento lui aveva sempre negato.
Perciò non le scrisse di quel sussidio. Ma incontrò Rachel Houghton-Bennett per caso il giorno
seguente e lei comunicò la notizia a Cordelia, che a metà pomeriggio arrivò da noi.
Avevamo notizie anche più fresche da darle, ma lei non ci ascoltò. Ci sembrò un vero
peccato, perché avevano rallegrato tutti noi. Quel giorno intorno all’ora di pranzo ero in piedi
all’ingresso a leggere un articolo; odiavamo le lettere, non avevamo mai tempo per rileggerle,
così le tenevamo sempre sul tavolino all’ingresso per poterle aprire nel primo momento libero.
C’era un agente che gestiva tutti i nostri impegni, e avevamo fatto installare un telefono in casa,
per cui tutto funzionava senza intoppi. A un certo punto sentii bussare alla porta, e mi trovai di
fronte una ragazza alta e pallida, più o meno della mia età, in piedi sulla soglia. Disse con voce
monocorde: «Speravo che abitaste ancora qui», e io riconobbi Nancy Phillips.
La tirai dentro e chiamai gli altri, e arrivarono la mamma, Mary e Kate, ed eravamo così felici
di vederla che per un po’ non ci venne nemmeno in mente di spostarci dall’ingresso. Ci disse che
stava bene; sarebbe stata bella se non fosse stato per il suo pallore, e per un atteggiamento
perennemente dubbioso che pervadeva non solo i suoi movimenti ma anche i tratti del viso,
incerti e insignificanti. Non se l’era passata molto bene dopo che ci aveva lasciati. Era stato un
enorme sollievo per lei, ci disse, leggere di Mary e di me sui giornali, perché nella sua vita non
era accaduto quasi nulla. Si scoprì che non aveva ricevuto nessun tipo di formazione da quando
aveva lasciato la scuola ed era semplicemente rimasta a casa con zia Clara.
Fu allora che la mamma la prese per il braccio e le disse: «Togliti il cappello e il cappotto.
Vuoi fermarti da noi stanotte? Abbiamo un letto per te», e Kate disse: «C’è un mucchio di cibo,
ora ho molte più cose da cucinare di un tempo».
Quando Nancy era una scolaretta, la sua inoperosità aveva disturbato molto la mamma e tutti
noi. Per noi lavorare era un divertimento. La mamma godeva del nostro lavoro come se potesse
rivivere così la sua giovinezza, e se noi ci dimenticavamo spesso di leggere i ritagli di giornale
che ci riguardavano, Kate non se ne dimenticava mai, e le piaceva quando le persone ci
mandavano dei fiori. Ma Nancy non aveva un lavoro né qualcuno intorno che lavorasse. Non
aveva, a dire il vero, niente. Lo sapeva, e dicendolo volgeva gli occhi tristi alla mamma, e lo
confermava con il suo pallore, con la sua apatia. Quando Richard Quin rientrò per pranzo, lei si
meravigliò di quanto fosse cresciuto, e quando noi le dicemmo che stava per andare a Oxford, lei
ne fu davvero felice e lui la ringraziò di quella felicità con un bacio che le fece un immenso
piacere, sembrava una bambina con in mano una conchiglia per sentire il rumore del mare.
A pranzo e nelle ore che seguirono, ci raccontò tutto della sua vita a Nottingham. Non ci
aveva scritto, perché zio Mat era ancora arrabbiato con sua madre, avendo amato suo padre così
tanto. Lo feriva profondamente il fatto che lei insistesse a scrivere a zia Lily, e lei non aveva mai
osato dirgli che avrebbe tanto desiderato vederla. Non che avesse paura di lui, anche se era un
uomo brusco, che anzi si vantava dei suoi modi bruschi, e proprio per questo non aveva molti
amici. Piuttosto si tratteneva perché lui e la moglie erano stati estremamente buoni con lei.
Avevano due figli loro, ma erano entrambi sposati e uno viveva a Melbourne e l’altro a
Singapore, e quindi avevano trattato Nancy e suo fratello come due figli. Gli occhi le si
spalancavano per la meraviglia pensando a tanta gentilezza, ma non sembrava ricordarsi di
nessuna occasione in particolare in cui quella gentilezza si fosse manifestata e avesse preso una
qualche forma specifica. Mi ricordavo che papà aveva paragonato zio Mat a un toro, e sembrava
verosimile che Nancy avesse sperimentato la noia che proverebbe qualsiasi ragazza adottata da
una benevola coppia costituita da un toro e una mucca. Avevano assicurato una buona istruzione
al fratello, che aveva studiato da contabile e se n’era andato in Canada, dove stava riuscendo
bene. Era terribile la forza centrifuga esercitata dalla gentilezza di quell’uomo brusco, che
spediva i suoi destinatari ai quattro angoli del globo. Così, negli ultimi anni, Nancy era rimasta
praticamente da sola con lo zio e la zia. Ma loro avevano fatto tutto quello che potevano perché
non si sentisse sola, le avevano organizzato una festa meravigliosa quando era diventata
maggiorenne, e l’avevano portata spesso in vacanza in alberghi deliziosi, in Inghilterra e in
Scozia.
«Penso sperassero che mi sposassi», ci disse, «ma, certo, non sono molto attraente».
Fece una pausa, e io mi meravigliai del fatto che Richard Quin non le dicesse che era graziosa
e aveva dei bellissimi capelli perché era bravo a rassicurare le ragazze sul loro aspetto. Olivia
Houghton-Bennett era sempre molto sicura di sé perché era alta, e una volta avevo sentito che gli
mormorava: «Ho un aspetto orribile», e allora lui aveva risposto, con un’esitazione convincente:
«Sì, è vero. Ma solo perché cammini curva e procedi strisciando come un granchio, se tu stessi
dritta saresti uno schianto».
Ma non tentò in nessun modo di rassicurare Nancy, e io capii il motivo quando lei proseguì:
«E, ovviamente, tutti sanno chi sono. Zia Clara e zio Mat pensavano che nessuno lo indovinasse,
perché ci hanno fatto cambiare nome. Non sono più stata Nancy Phillips da quando ho lasciato
questa casa. Mi hanno fatto prendere il nome di Nancy Kingston. La cosa ha un senso, perché la
madre di mio padre, la madre di zio Mat, si chiamava Nancy Kingston prima di sposarsi. In ogni
caso, è un nome che suona stupido, finto. Non è il mio».
Fece scorrere le dita con aria disgustata lungo il bordo del tavolo davanti a lei, e poi le lasciò
cadere in grembo. Era senza lavoro, le era stato portato via il nome, non era niente.
«Ed è stato anche inutile», continuò. «Tutti a Nottingham hanno capito chi fossi non appena
sono arrivata in città, ed è naturale che nessuno voglia sposarmi». Era un bene che Richard Quin
non le avesse detto che era carina, perché se l’avesse convinta di quello, la cosa l’avrebbe resa
ancora più sicura del fatto che nessuno voleva sposarla perché era la figlia di un’omicida. «E non
vorrei io stessa, oltretutto, sposare qualcuno che non desse il minimo peso al fatto che mia madre
ha ucciso mio padre».
«Sono così felice che tu sia diventata una ragazza assennata», disse la mamma. «Questa è la
giusta prospettiva dalla quale guardare la cosa».
«È stato un crimine spaventoso», disse Nancy, e sbadigliò, come se avesse riflettuto sulla
natura dell’atto di sua madre così a lungo che ora non le causava nessuna reazione se non la noia.
«Spaventoso», concordò la mamma, «come tua madre sarebbe la prima ad ammettere».
«Ma lo farebbe davvero?», chiese Nancy. «Ho sempre pensato che avrebbe finto di non
essere stata lei».
«Questo all’inizio», disse la mamma. «Credo che abbia fatto così all’inizio. Ma ora è
completamente cambiata. Nessuno potrebbe disprezzarla oggi per quello che è».
Nancy sussultò, la guardò incredula, e rimase in silenzio. Poi riprese: «Allora è tutto a posto.
Voglio dire, esiste un modo di parlare di questa faccenda. A Nottingham non ne parlavamo mai,
ed era terribile. Dobbiamo riprendere il discorso più tardi. Spero non vi dispiaccia che ne faccia
argomento di conversazione davanti a voi, ma è stato così difficile per me, e voi mi avete sempre
dato l’impressione di capire tutto».
Noi la rassicurammo sul fatto che poteva parlare di qualsiasi cosa desiderasse, e la mamma le
chiese se volesse del pudding, e Nancy disse: «In effetti lo mangerei volentieri, ho assaggiato il
vostro pudding quando zia Lily e io abitavamo con voi, e ne ho parlato spesso a zia Clara, ma
non siamo mai riuscite ad avere un cuoco che fosse in grado di farlo».
Quell’osservazione fece molto piacere alla mamma, perché il nostro era uno strano pudding,
in cui si metteva la marmellata di lamponi dopo averla montata un po’ e poi veniva cotto a
vapore in uno stampo scoperto, non coperto con un panno o con della carta imburrata, e nessuno
riusciva a farlo così tranne lei. Nemmeno Kate aveva mai imparato la tecnica giusta. Allora
Nancy cominciò a parlare della nostra abitudine di lavarci i capelli e poi mangiare le caldarroste
davanti al fuoco, e di tutte le cose divertenti che avevamo fatto insieme, e quando il pasto arrivò
alla fine, disse: «Non voglio ribellarmi a zio Mat e a zia Clara, ora sono anziani, erano molto più
vecchi di mio padre, e sono stati gentilissimi con me. Ma ho detto loro che volevo venire a
Londra per andare a teatro con un’altra ragazza, perché devo assolutamente fare qualcosa per...
per... esprimere quello che sono veramente. Devo rivedere zia Lily. Ma questo ferirebbe zio Mat
e zia Clara, perché dicono che ora lavora come cameriera in un pub dei più ordinari, e non è
nemmeno come se lavorasse in un hotel rispettabile».
«Ma è un posto celestiale», disse Mary, e tutti le raccontammo quanto fosse bello e quanto ci
piacesse andare al Dog and Duck, e che persone squisite fossero zio Len e zia Milly.
«Quindi anche questo è a posto», disse Nancy. «Ora, che posso fare per rivedere mia
madre?».
«Ci stavo arrivando», disse la mamma, «ma prima di parlare di questo, lascia che ti dica una
cosa – e voi dovete ascoltarmi, bambini. Voi tre avete raccolto grandi successi ultimamente, e
ora avete Nancy di nuovo qui, ma non dovete illudervi che le cose continueranno a essere sempre
così facili. Ora però vieni in soggiorno Nancy, e ti dirò dov’è tua madre e discuteremo di quale
sia la cosa migliore da fare».
Così ci disperdemmo, e Mary continuò a esercitarsi nella stanza della musica che il signor
Morpurgo – a un costo che, ripensandoci, pare davvero sbalorditivo, tanto era piccola – ci aveva
fatto costruire come regalo di Natale nell’ala più isolata delle scuderie, e Richard Quin salì in
camera sua. Dormiva ancora in soffitta, anche se avrebbe potuto occupare la camera di Cordelia.
Diceva che era stato troppo felice in quel luogo per lasciarlo. Io andai a cercare Kate, e stavamo
pensando a cosa preparare per Nancy se si fosse fermata a cena, quando entrò Cordelia. Le dissi
di Nancy, ma lei non era molto interessata. Poi fece: «Che bello, cara, ma dov’è Richard Quin?».
«Oh, certo, non l’hai ancora visto da quando ha avuto la notizia, non ti sei ancora
congratulata con lui», dissi io. «Vieni di sopra, è nella sua camera». Io la precedetti, urlando:
«Richard Quin, Richard Quin, un’altra sorella che si vuole complimentare con te!».
Lo trovammo sdraiato sul letto, con Vita sul Mississippi di Mark Twain aperto davanti a lui e
un’arpa ebrea nel palmo di una mano. Si divertiva a suonare frasi musicali elaborate su
quell’umile strumento, portandoselo all’improvviso alle labbra mentre leggeva e strimpellando le
note, ripetendole due o tre volte, mentre continuava la sua lettura. Aveva quella capacità di fare
due cose contemporaneamente che manda su tutte le furie chi non ci riesce. Quando entrammo
non si alzò ma prese l’arpa ebrea e ci diede il benvenuto con l’equivalente di una fioritura di
trombe, ma si fermò a metà per liberare la bocca e dire: «Come ti sta bene, Cordelia, quel
cappello nero». Ed era vero, era uno di quei cappelli di morbida pelliccia di castoro che
indossavamo allora, e il contrasto con i suoi capelli dorati e con la sua carnagione di pesca era
delizioso.
«Cosa fai lì sdraiato nel bel mezzo della giornata?», chiese. «Dovresti essere fuori». Distolse
lo sguardo per cercare rassicurazioni sul suo aspetto perfetto nello specchio, poi disse
distrattamente tra sé e sé: «Fuori o qualcosa del genere».
Richard Quin si fece cupo in viso. Si era aspettato che finalmente lei gli facesse i
complimenti.
«E cos’è che stavi suonando? Un’arpa ebrea?».
«La suono spesso», le disse, sollevandosi sui gomiti e sorridendo e corrugando la fronte,
come se fosse ansioso di compiacerla ma sapesse che non c’era praticamente alcun modo per
riuscirci.
«Che cosa singolare da fare», disse lei, contrariata. «Sono oggetti orribili, li suonano i
vagabondi per strada. Tu non suoni in strada, vero?».
Richard Quin ricadde sui cuscini ridendo. «Solo quando mi capita di passare davanti al
Doctors’ Commons».
«O al College of Preceptors», suggerii io. Erano tutti luoghi che da bambini ci facevano
ridere ogni volta che li sentivamo nominare.
«O a Negretti e Zambra», disse Richard. «In effetti, sto sempre fuori da Negretti e Zambra e
offro loro una versione il più possibile fedele di Ruin of Athens, con la mia arpa ebrea», disse
Richard.
«Ma a Negretti non piace e bussa al vetro con i ferri che usa per arricciarsi i lunghi capelli
neri», dissi io.
«Oh, a lui piace abbastanza, ma disturba Zambra, che è sempre impegnato a fare oroscopi».
«Siete troppo grandi per continuare con queste sciocchezze», disse Cordelia.
«Facciamo anche altre cose», dissi io. «Mary e io suoniamo un po’ il piano, e Richard Quin
ha ottenuto un sussidio al New College».
«Sì, è proprio di questo che vorrei parlare», disse Cordelia con veemenza.
«Cos’altro c’è da dire in proposito, se non che è una cosa bellissima?», chiesi.
«Non costerà un centesimo a nessuno», disse Richard Quin, con gentilezza. «Mi sono
accordato con il signor Morpurgo perché mi presti il denaro per coprire le spese: io gli restituirò i
soldi gradualmente».
«Gradualmente», disse Cordelia, e scoppiò in una risata di disperazione. «Questo è il punto
su cui vorrei portare la tua attenzione! Immagino sia una grossa somma. Sarebbe davvero
disonorevole non restituirla, dopo tutto quello che il signor Morpurgo ha fatto per noi. Ti senti
davvero in grado di prenderti sulle spalle una responsabilità di questo genere? Vuoi davvero dare
in pegno tutto il tuo futuro?».
«Se ci potessi costruire qualcosa sopra, lo farei di sicuro», disse Richard Quin. Si portò l’arpa
ebrea alle labbra e, facendo roteare gli occhi, strimpellò la frase di apertura di “Se vuol ballare”,
delle Nozze di Figaro, conferendole un’aria di astuzia di bassa lega e avarizia. «Io Shylock, io
Fagin – non mi vengono in mente altre figure di ebrei sinistri –, io cugino losco di Disraeli, deve
pur averne avuto uno. Ma, Cordelia, smettila di fare l’idiota. Sono avido come Shylock, mi
aggrappo a Oxford nel mio modo sordido, machiavellico. Ma non è poi così vero perché non
sono sordido affatto, tu hai paura che io vada a Oxford e non combini nulla. Non posso prendere
la strada sbagliata scegliendo due direzioni contemporaneamente. Dimmi, cosa pensi che ci sia di
sbagliato in me? Cos’hai paura che mi accada?».
Lei si portò i pugni chiusi alla bocca e dondolò, con le spalle curve, e per un istante,
nonostante la giovane età e la bellezza, sembrò desolata come Re Lear che vaga per la gelida
brughiera. Si riprese subito e disse con fare frettoloso e poco sincero che avevamo frainteso, che
non pensava ci fosse nulla di sbagliato in lui, era solo in ansia perché non avevamo un padre e la
mamma aveva vissuto così a lungo lontano dal mondo ed era difficile per un ragazzo trovare la
propria strada nella vita, agiva mossa solo dall’amore per lui. Però era sconvolta da un
presentimento, non riusciva a concludere le frasi. Richard Quin si sollevò di nuovo sui gomiti e
la scrutò. «Vorrei che mi dicessi cosa vedi nel mio futuro», insistette. Eravamo entrambi
consapevoli che a turbarla fosse qualcosa di più di un presentimento, era una forma di
chiaroveggenza. I suoi occhi si fissarono su un punto nello spazio dove non c’era nulla, aveva il
respiro irregolare, le labbra secche. A ripensarci, mi stupisce che lui volesse conoscere la natura
di quelle visioni, perché lei aveva evidentemente un rapporto difficile con quel suo dono, non
riuscendo né a controllarlo né ad abbandonarsi a esso. Mi chiesi se lui non avesse intravisto in se
stesso un qualche difetto che solo lei tra tutti noi aveva scoperto, e cercasse ora di vedere se lo
avrebbe condotto alla rovina com’era successo a mio padre. Pregai che la rovina potesse colpire
me al suo posto, e nel momento di immobilità che segue un’esplosione, seppi che non c’erano
difetti, che non ci sarebbe stata rovina.
Andai a sedermi sul suo letto e dissi: «In realtà va tutto bene», e gli presi l’arpa ebrea e
strimpellai una frase, non ricordo più quale, che ripeteva: «In realtà va tutto bene». Lui mi tolse
lo strumento dalle mani e rispose suonando una frase che non riconobbi e che non capii.
«Quel rumore orribile», disse Cordelia, coprendosi le orecchie.
Lui rise in risposta, e chiese: «Ma dimmi, dimmi. Cosa temi che mi accada?».
«È tutto così difficile», disse Cordelia, e la sua voce suonava pietosa. «Andare a Oxford
senza alcuna preparazione, siamo stati tutti educati così male e all’inizio non c’erano soldi, non
capirete mai, nessuno di voi, quanto sia stato terribile per me, perché io sono la più grande. Ora
c’è davvero troppo denaro, o piuttosto sta entrando in casa troppo facilmente, con Mary e Rose
che raccolgono un successo straordinario senza quasi fare sforzi. Ho così paura che tu possa
perdere il senso delle proporzioni e indebitarti».
Lui rimase in silenzio per un secondo. Poi il letto cominciò a tremare scosso dalla sua risata.
«Sono i bignè che il direttore del college non potrà sopportare».
«I bignè?», chiese Cordelia.
«Milioni di bignè. Freschi tutte le mattine. Glassati con lo stemma di famiglia».
«Oh, sii serio», lo implorò.
«I bignè. Bignè al cioccolato. Bignè al caffè. Mai con la crema inglese. Solo panna».
«Sì, lo penso anch’io», feci, «i bignè ripieni di crema inglese sono una truffa».
«Ma niente panna nel bignè gigante. Quello sarà l’unico che farò mandare a prendere».
«Come lo farai farcire quello?», chiesi.
«Con una ragazzaccia. La farò portare nel cortile quadrangolare la notte del mio compleanno,
e lei danzerà nuda, mentre Negretti e Zambra suoneranno il triangolo e il flauto...».
«Non lo faranno», dissi io. «Sono disgustosamente perbene».
«Li ingannerò», disse Richard Quin. «Li metterò di spalle rispetto al bignè gigante, con
davanti un cobra, e sai come si dimenticano facilmente delle altre cose, ogni volta che hanno la
possibilità d’incantare qualche serpente».
«Basta con queste idiozie», disse Cordelia. Afferrò la testiera del letto e urlò: «Penso proprio
che tu non debba andare a Oxford».
«Cordelia», disse lui implorante, «fammi il favore di essere felice che io vada. Non so dirti
quanto desideri andare. Darei qualsiasi cosa per avere la certezza di essere presto lì. In quei
giardini del New College. Sul fiume».
«Nei giardini. Sul fiume», esclamò lei con amarezza. «Non pensi mai al lavoro. A essere
come tutte le persone normali e provare a vivere una vita normale. Pensi solo al piacere. Sì, sì»,
disse tra sé e sé, tenendosi la testa fra le mani, «ecco perché le cose andranno male».
«E come potrebbero andare male?», chiese lui bramoso di avere una risposta, e allungando
una mano per scuoterla dal momento che lei non rispondeva. Poi vide l’espressione di attonito
sconcerto sul suo volto e lasciò cadere la mano; rotolò all’indietro sul letto e ricominciò: «Bignè.
Bignè. Ci saranno due bignè giganti. Nel secondo...».
«Sii serio», lo pregò Cordelia, «sii serio».
A quel punto sentimmo la voce della mamma che ci chiamava dal piano di sotto. «Rose?
Cordelia è di sopra con voi? Portala giù a incontrare Nancy», e sentimmo Nancy che gridava:
«Cordelia e Rose. Come siete fortunate oggi!».
Dissi a Cordelia: «Andiamo, devi incontrarla, ne rimarrà ferita se non vai subito, è così felice
di essere tornata qui». Andammo sul pianerottolo e ci sporgemmo dalla balaustra, e vedemmo il
viso di Nancy, annegato nell’ombra della piccola casa come un fiore travolto dalla piena, che
guardava in alto verso di noi.
«Sei davvero splendida», disse a Cordelia. «Se ti avessi incontrata per strada avrei capito
immediatamente che sei una donna sposata». Ci fu una pausa durante la quale Cordelia rise
compiaciuta. «È gentile tuo marito?», proseguì Nancy, con una semplicità che ci fece scoppiare
tutti a ridere, e Cordelia le rispose che doveva andare da lei a prendere il tè, così l’avrebbe
scoperto da sola. Nancy voleva sapere tutto della sua casa, e Cordelia cominciò a descriverla,
finché poi la mamma disse: «Nancy si sta spezzando l’osso del collo, scendete e parlate con lei al
suo stesso livello».
Una nube offuscò l’espressione gentile del viso di Cordelia, che gettò uno sguardo alle sue
spalle verso la porta della camera di Richard Quin. «Fra un minuto, fra un minuto», urlò, poi
ritornò sui suoi passi per completare il compito che aveva lasciato a metà. La seguii, con
l’intenzione di fare la mia comparsa per proteggerlo, dicendole che lui era capace quanto Mary e
me di sopravvivere alle sue continue critiche, e che se la sarebbe cavata a Oxford bene quanto
noi all’Athenaeum e al Prince Albert.
Ma nei pochi minuti in cui eravamo state via, nostro fratello si era addormentato. Non stava
fingendo. I tratti del viso non erano inespressivi a mo’ di difesa, il corpo non era deliberatamente
e completamente rilassato. La bocca si agitava, le sopracciglia erano corrugate, e aveva lasciato
cadere sulla coperta l’arpa ebrea, ma teneva i pugni chiusi. Era sdraiato in una posizione strana,
non aveva aspettato di sistemarsi comodo prima di fuggire dal mondo della veglia. Ma il suo
volto, affondato di lato nel cuscino, era delicato e luminoso come la luna crescente, e il suo corpo
dava l’impressione che stesse gareggiando per vincere una corsa in un mondo governato da altre
leggi, dove gli atleti potevano portare a termine una prova di velocità in posizione orizzontale e
rimanendo immobili sul posto.
Avrei tanto voluto restare con lui, ma non mi sembrava corretto. Cordelia si mosse verso il
letto. Le era sempre piaciuto svegliare le persone addormentate; e in effetti il risveglio è
un’alterazione così significativa nello stato di un nostro simile che è come vederlo passare dalla
vita alla morte. Invece lasciò ricadere la mano, e rimanemmo in piedi a guardarlo in silenzio. La
luce fredda del cielo invernale che penetrava dalle alte finestre della soffitta lo faceva sembrare
ancora più bello. Uscimmo e lo lasciammo dormire nella sua piccola camera, tra quattro muri
inclinati, dove erano appesi i suoi tanti strumenti musicali, i suoi guantoni, i suoi fioretti, le sue
racchette, le sue mazze.
Capitolo VIII

L’arrivo della guerra non ci sorprese, perché per tutta l’infanzia avevamo sentito le profezie
di nostro padre in proposito. E, considerato quanto lui sosteneva, sapevamo già che non sarebbe
stata breve, e che non avremmo vissuto abbastanza a lungo per vederne la fine. Lo Stato, ci
aveva messo in guardia, aveva sottratto così tanto potere agli individui da non dover più tenere in
considerazione il senso morale e il giudizio delle persone comuni, e poteva dunque commettere
crimini o essere in balia di criminali che ne avrebbero approfittato per prendere il potere e usarlo
poi per perpetrare il crimine su scala nazionale, uccidendo e rubando, non ai singoli, ma a interi
popoli. Anche la nostra musica ci aveva avvertite di quanto sarebbe accaduto. La grande musica
in un certo senso è serena; è certa dei valori che asserisce. Ma vive anche nel terrore, perché quei
valori sono minacciati e il loro trionfo in questo mondo non è sicuro, e la musica è certo uno
sforzo missionario di colonizzazione della terra in nome di un cielo imperialista. Perciò l’agosto
1914 non ci colpì con la stessa violenza con cui si abbatté sul resto delle persone. Anzi, noi
avevamo le nostre consolazioni. Era la dimostrazione che la musica non stava facendo una gran
questione attorno a una cosa da niente, e che i tratti del volto dei nostri genitori avevano perso la
serenità, a differenza delle persone normali, non perché loro fossero due pazzi ma per un
autentico spirito profetico.
Quando scoppiò la guerra, ci eravamo appena trasferiti in una casa nel Norfolk che avevamo
preso in affitto per una vacanza di due mesi da Sir George Kurz, un finanziere ebreo la cui
moglie austriaca era stata una violinista ed era molto gentile con noi. Non era la loro casa di
residenza, loro vivevano in una grande magione settecentesca a un paio di miglia da lì: quella che
ci avevano affittato era invece una piccola casa georgiana su un terreno di loro proprietà. La
usavano per intrattenere quei loro amici che, essendo musicisti o pittori o scrittori, non volevano
avere il fastidio di dividere la casa con altre persone. Si ergeva alta sul lato rivolto all’entroterra
di un gruppo di colline adagiate tra un lungo litorale sabbioso e la pianura dell’East Anglia.
L’aria era salmastra, e quando il vento spirava nella direzione giusta riuscivamo a sentire il
battito del Mare del Nord sulla sabbia, ma non a vederlo. Alle spalle della casa il terreno erboso
si alzava inerpicandosi su per un’erta scogliera friabile. Le nostre finestre davano su un anfiteatro
bruno di terra coltivata a grano, dove un villaggio sbiancato si aggrappava al campanile grigio di
una chiesa in un intervallo tra le colline, e il nastro della strada che si srotolava da un lato
all’altro dell’anfiteatro si slanciava lontano nel blu verso le pianure più lontane. Sapevamo che
quel luogo ci sarebbe piaciuto, anche perché i nostri ospiti avevano provveduto a lasciare a
nostra disposizione due domestici. Questo significava che Kate poteva prendersi una vacanza e
che la mamma non avrebbe dovuto preoccuparsi di andare agli uffici del registro per cercare una
domestica. Fu strano scoprire che lì ci sarebbe stata inferta una ferita così profonda, come quella
apertasi alla morte di nostro padre. Le giornate di quell’estate gloriosa riempivano l’anfiteatro ai
nostri piedi con una luce che faceva virare il grano dal bronzo al rame, e riempiva la casa con le
tenebre della paura. Non era per noi che ci preoccupavamo; perché solo la mamma e Mary e io
eravamo lì. Era per Richard Quin che avevamo paura. Se avessimo saputo che tutti noi saremmo
stati uccisi non saremmo stati così terrorizzati, solo un po’ in apprensione, figurandoci un
trapasso violento, come quello profetizzato dalla nostra musica e dalle condizioni di salute
precarie della mamma. Ma uno di noi era andato incontro alla morte da solo, ed era il più
giovane di tutti.
Si era accampato con l’esercito in Galles, e il 4 di agosto avrebbe dovuto raggiungerci
attraversando la campagna con la macchina che aveva comprato con parte dei soldi guadagnati
suonando in un’orchestra da ballo, una macchina sportiva francese di un modello fuori
produzione da tempo. Passammo quel pomeriggio sedute in giardino, a guardare la striscia di
strada che tagliava l’anfiteatro coltivato a grano. Faceva caldo, e ci saremmo concesse volentieri
un secondo bagno subito dopo pranzo quando era più sicuro, anche se in quel periodo nuotare,
come tutto d’altronde, era pericoloso di per sé e dovevamo farlo con una cautela snervante. Ma
in ogni caso non volevamo lasciare la mamma da sola. Sembrava notizia certa che la Germania
stesse occupando il Belgio e che l’Inghilterra sarebbe entrata in guerra, anche se non riuscivamo
ad avere notizie più recenti di quelle che ci portavano i giornali della mattina. Non potevamo
chiedere ai Kurtz, perché erano in Scozia, e non conoscevamo ancora nessuno dei vicini. La
mamma sarebbe stata male anche se non avessimo vissuto in un momento di così grande
incertezza. Si era fatta ancora più esile e senza forze, e soffriva spesso di attacchi d’asma. Gliene
arrivò uno proprio mentre eravamo sedute sul prato, subito dopo aver preso il tè.
Una volta ripresasi, con gli occhi sempre fissi sulla strada sotto di noi, disse: «Sono così
inutile ormai. Non ho più la percezione delle cose, di come accadono, della loro natura. Quando
voi ragazze eravate giù alla spiaggia sono andata a camminare nel frutteto e mi sono ritrovata a
fissare le mele pensando: “Cosa sono quegli oggetti tondi? Perché sono appesi a quei pezzi di
legno?”. E quando mi sono girata e ho visto la casa non mi sarebbe sembrato strano se avessero
spiccato il volo come gli uccelli che vi avevano fatto il nido, anche se, di nuovo, avrei potuto
benissimo credere che fossero fatti di carta e li avessero fissati agli alberi con delle puntine degli
uomini coi grembiuli verdi. È come se la mia mente fosse su un treno in partenza dalla stazione e
il mio corpo fosse fermo al binario». All’improvviso gridò: «Guardate, è laggiù sulla strada».
La sua macchina era di un bizzarro grigio-viola brillante. Quel puntino luminoso sobbalzava
su e giù per l’anfiteatro di colline e uscì dal nostro campo visivo quando imboccò la curva
all’inizio della strada che si inerpicava sulla collina dove sorgeva la nostra casa, sferragliò e si
fermò sbuffando nel vialetto. Richard Quin saltò fuori dal veicolo e ci rendemmo subito conto
che era agitato quanto noi. Si fermò accanto alle aiuole e rivolse loro una domanda urgente, che
noi non potevamo sentire.
La mamma si sollevò in piedi a fatica e gli chiese: «Sarà guerra?», ma la sua voce era troppo
debole perché gli arrivasse. Lui saltò l’aiuola e attraversò di corsa il prato formulando di nuovo
la sua domanda. Lei tremava così tanto che sarebbe caduta se io e Mary non l’avessimo presa tra
le braccia. La facemmo sedere di nuovo con grande cautela e aspettammo di sentire l’annuncio di
nostro fratello.
«Non è possibile», disse la mamma con un fil di voce, «che tu ci stia chiedendo se c’è un
frigorifero in casa».
«Sto così incredibilmente bene», disse lui. «Vedi, mamma, sono partito dal Galles ieri
pomeriggio, e la scorsa notte ho dormito a Warwick, e questa mattina avevo già percorso una
parte considerevole di strada, tanto da trovarmi a sole tre miglia da Powerscliffe, e avevo sempre
sentito dire che è un grazioso villaggio di pescatori, e mancavano ancora venti miglia per arrivare
qui, perciò ci sono andato e ho mangiato pane, burro e formaggio in un pub del porto. Era pieno
di pescatori, e ho chiesto loro le ultime notizie sulla guerra, e non ne sapevano niente, non
sembravano molto interessati, se non per il rischio che arrivasse il divieto di scendere in mare.
Erano proprio delle brave persone. Poi sono entrati altri tizi, membri di un’associazione di
impiegati di banca, accampati appena fuori città per andare in barca a vela. Loro erano un po’ più
preoccupati per la guerra. Ma erano brave persone anche quelle. Poi sono entrati due tizi
massicci e hanno incominciato a giocare a freccette coi pescatori, facendosi qualche bevuta, ed
erano un po’ brilli, e allora hanno iniziato a scommettere coi pescatori e gli impiegati di banca
che cento a uno li avrebbero battuti a freccette giocando a testa in giù. Così ho capito che erano
dei taglialegna».
«Come l’hai capito che erano dei taglialegna?», chiese la mamma, la guerra ormai
dimenticata.
«Una volta, due di loro si erano presentati al Dog and Duck e avevano incominciato a
lanciare scommesse. Zio Len li ha subito costretti a smettere, ma ha comunque concesso loro di
restare nel locale, perché ci mostrassero quello che sapevano fare. E alla fine ha offerto da bere»,
spiegò Richard Quin. «Sapete, i taglialegna sono tipi incredibili, devono essere praticamente
degli acrobati, ho desiderato spesso di potermi prendere qualche settimana libera e andare a
imparare i rudimenti del loro lavoro. Quando si tratta di tagliare le cime degli alberi devono fare
cose spaventose tipo stare sdraiati a pancia in su sopra un ramo stretto e intanto segare il ramo
sopra, e spesso devono restare appesi a testa in giù e lavorare in quella posizione, perciò per loro
è relativamente facile giocare a freccette a testa in giù. Ti metti a testa in giù e ti bilanci con una
mano mentre con l’altra tiri le freccette, e salti in piedi tra un tiro e l’altro per far circolare il
sangue. Me l’hanno fatto vedere quelli al Dog and Duck, e io mi sono esercitato. Ebbene, la
maggior parte della gente non sa che i taglialegna sono capaci di certe destrezze, e anche
sapendolo non sarebbe comunque in grado di riconoscere un taglialegna; perciò, quando loro
viaggiano attraverso la campagna per lavoro, vanno nei pub, bevono qualche birra e tutti si
convincono che sono sbronzi; così poi, sentendoli scommettere di poter vincere a freccette
giocando a testa in giù, pensano si tratti solo di una sbruffonata da ubriachi: accettano la
scommessa, e ovviamente i taglialegna vincono sempre».
«Non è leale», disse Mary.
«Nessuno in questo caso si comporta lealmente», disse Richard. «Le persone che accettano la
scommessa pensano di cavare dei soldi da un tizio ubriaco. E comunque i taglialegna fanno una
vita dura, glieli concederei volentieri quei soldi. Il loro lavoro li porta in giro per il paese e si
fermano solo poche settimane, vivono in case estremamente scomode ed è difficile che riescano
a sposarsi, e poi quando sono anziani cadono dagli alberi o prendono la polmonite e muoiono in
ospedale. Non vedo perché non dovrebbero scucire un po’ di soldi a gente che vive una vita
molto più facile. Perciò in un primo momento ho retto loro il gioco, ma poi ho pensato che
stavano soffiando troppi soldi a quei pescatori e a quegli impiegati, che continuavano a mandare
avanti i loro uomini migliori ma venivano invariabilmente battuti. Anche se nessuno sembrava
granché interessato alla guerra abbiamo tutti bevuto più di quanto non avremmo fatto in una
situazione normale. Così li ho sfidati anch’io, e loro hanno creduto che fossi brillo, e hanno fatto
delle puntate alte, e io li ho battuti, erano molto più vecchi di me, e mi hanno sfidato ancora e
ancora, e io ho sempre vinto, e alla fine non volevo ritirare le mie vincite. Ma a quel punto era un
gran ridere e gridare, e il proprietario del bar continuava a dire che non ci si poteva comportare
così in un locale pubblico, e loro si facevano beffe di lui, e quando io ho detto che dovevo andare
e che comunque non volevo i loro soldi, i taglialegna sono andati a comprarmi un mucchio di
aragoste e me le hanno messe in macchina, ed è diventato una specie di scherzo, perché i
pescatori sono corsi a prendere alcune di quelle che le loro mogli stavano facendo bollire, e
anche gli impiegati di banca ne hanno comprata qualcuna, e io sono partito in macchina, pieno di
aragoste fino alle orecchie. Perciò se non c’è un frigorifero siamo davvero rovinati. Possiamo
regalarne qualcuna domani. Ma sono stanco morto, troppo per salire ancora in macchina e farlo
stasera».
«Il frigorifero c’è», disse la mamma. «La casa ha un impianto elettrico. I Kurtz sono davvero
gentilissimi».
«Per me, le aragoste non sono mai abbastanza», disse Mary. «Potrebbero non essercene
rimaste molte domani da regalare».
«Ricordate, bambini», disse la mamma, «dicono che l’aragosta sia difficile da digerire».
«Fino a ora», intervenni io, «nessuno dei tuoi bambini ha mai mangiato qualcosa che non
riuscisse a digerire. L’unica domanda da porsi è se rimarranno aragoste da regalare domani».
Ma ce n’erano circa tre dozzine in macchina, e facemmo perfino fatica a trovare posto in
frigorifero per farcele stare. La cena fu meravigliosa; e dopo, quando la mamma fu andata a letto
felice e Mary si sedette al piano, Richard Quin e io uscimmo a passeggiare sul prato, nella
morbida oscurità di agosto.
«Vorrei che le donne potessero entrare nei pub», dissi. «Zio Len ci fa stare nel bar al Dog and
Duck se non c’è molta gente, e a me piace sempre. E dev’esser stato divertente a Powerscliffe».
«C’era un bel chiasso, sì», disse lui. «Ma era strano essere lì con tutte quelle persone, e
sentirsi così maledettamente infreddolito e solo. Quali sono le case più vicine dove posso lasciare
le aragoste domani?».
«Al villaggio, nel punto in cui la strada si incurva vicino a una chiesa ai piedi della collina».
«Oh, è vicino allora. Mi chiedo che tipo di persone ci abitino».
Ci fermammo a guardare il paesaggio che si stendeva ai nostri piedi nella notte. Sotto di noi
l’anfiteatro di campi di grano, smerigliato dalla luce della luna nuova, sembrava più ampio di
quanto non apparisse di giorno; e il cielo azzurro indaco non sembrava altro che un miracolo
fatto di niente al quale le stelle sospendevano la loro solidità. Il villaggio era un grumo di luce, e
le fattorie sul terreno rialzato che non avevamo visto di giorno ora risplendevano come gli occhi
di animali selvatici che a quell’ora potevano farsi vedere senza correre pericoli.
«Riesco a sentire ogni cosa stasera», disse Richard Quin. «Riesco a sentire la crescita di ogni
singolo stelo di grano nei campi; riesco a sentire la luce in quella fattoria laggiù che scalda il
tubo di vetro della lampada. Riesco a sentire il modo in cui le pietre nel campanile di quella
chiesa sono saldate insieme con la calcina. Riesco a immaginare il ronzio rumoroso del
meccanismo dell’orologio della chiesa quando si mette in moto per battere le ore». Si allontanò
da me e io chiamai il suo nome nel buio, sei o sette volte. Poi tornò indietro, dicendo: «È buffo,
se uno continua a ripetere il proprio nome a un certo punto la parola perde il suo significato».
Però lo pronunciò ancora un’altra volta, spedendolo dritto nella volta celeste sopra le nostre teste,
e l’avrebbe ripetuto ancora, se non si fosse interrotto per dire: «Rose, Rose, guarda Orione. Le
stelle sono stupende in questo momento. La luce che fanno colare sulle cose d’estate è grassa
come burro. Vorrei poter stare seduto tutta la notte a osservare il movimento lento delle
costellazioni che scivolano via dal bordo del cielo e scompaiono oltre l’orizzonte. Non l’ho mai
fatto. Il problema è che anche dormire è bello. Le cose belle del mondo sono troppe. Anche
quando si gode di una cosa ce n’è qualcun’altra che ci sta sfuggendo. Ma dormire è davvero
bello. Andiamo a letto adesso».
Quando l’indomani arrivarono i giornali del mezzogiorno e apprendemmo che la Gran
Bretagna era entrata in guerra con la Germania, bevemmo tutti un bicchiere di sherry, anche se
non avevamo praticamente mai bevuto, e Richard Quin ci spiegò che ora potevamo sistemarci
per bene e prenderci una vera e propria vacanza, perché lui aveva fatto domanda per un posto da
ufficiale in un reggimento nel quale aveva servito il povero signor Morpurgo durante la guerra
boera, e pensava che l’avrebbe ottenuto, perché il signor Morpurgo lo stava aiutando, ma ci
sarebbe voluto un po’ di tempo. Perciò rimanemmo lì, tutti insieme, in quell’orribile e
meraviglioso agosto, anche se non saremmo stati da soli. Tempo addietro avevamo già invitato
alcuni amici e parenti, e ci aspettavamo senz’altro che Nancy Phillips rimanesse con noi per
quasi tutto il tempo, perché Cordelia era stata molto abile a mettere fine ai pregiudizi di zio Mat e
zia Clara nei confronti della nostra famiglia. Si era ricordata che Alan aveva un parente, un
cugino George, ritiratosi in pensione vicino a Nottingham, il quale aveva acquisito un titolo
nobiliare. Gli Houghton-Bennett potevano vantare nella loro famiglia numerosi parenti titolati, e
noi eravamo orgogliosi di loro, mentre ci vergognavamo un po’ di quel George, che se l’era
guadagnato troppo facilmente. Tutti i titoli erano arrivati per via dei governatorati coloniali e dei
servizi resi alla pubblica amministrazione, ma il cugino George era stato nominato cavaliere
perché re Edoardo aveva visitato la città industriale nella cui amministrazione locale George era
stato consigliere al tempo di un’epidemia di influenza, che non aveva risparmiato né il sindaco
né il vicesindaco, perciò era toccato a lui fare da guida al gruppo dei reali durante la visita al
nuovo ospedale. Cordelia e Alan andarono a trovare quel loro parente e riuscirono a fare in modo
di accompagnare lui e la moglie in visita a zio Mat e zia Clara, i quali pensarono non fosse giusto
mettersi in mezzo tra Nancy e quegli amici aristocratici. Quindi quell’estate lei venne a stare da
noi, ed era molto felice, e si innamorò un poco di Richard Quin. Ce ne rendemmo conto quando
Rosamund venne da noi nell’unico weekend libero che riuscì a ottenere, perché aveva già preso i
giorni di vacanza che le spettavano all’inizio dell’anno. Nancy seguiva lei e Richard Quin con
occhioni da cocker e disse, senza malizia ma sentendosi sollevata: «È un peccato che non
abbiano l’età giusta. Se lui non fosse più giovane di lei, sarebbero stati una bella coppia».
Ci raggiunsero poi anche altri ospiti che non erano in grado di fare osservazioni come quella,
che erano così lontani da noi da non poter dire nulla dei nostri rapporti, non potevano dire nulla
di noi a parte quello che si dicono l’una con l’altra le persone che piangono e ballano per la
strada al ritmo della stessa storia. Dei musicisti che non conoscevamo o conoscevamo appena,
che originariamente avevano pensato di passare l’estate in Francia o in Italia o in Svizzera,
qualche membro della strana combriccola di amici arruolata da Richard Quin, alcune delle
ragazze che avevano frequentato la nostra stessa scuola di musica, tutte queste persone si misero
in contatto con noi per un motivo o per l’altro e furono invitate a dormire a casa nostra, o
nell’ampio granaio che si ergeva alto sulla collina, o vennero sistemati nelle vicinanze, presso
alloggi che erano stati lasciati vacanti da visitatori messi in agitazione dalla voce che l’East
Anglia sarebbe potuto diventare il teatro di un’invasione tedesca. Kate e sua madre arrivarono
all’improvviso, dicendo che non potevano tollerare di rimanere lontane da noi in quel momento,
soprattutto ora che tutti i fratelli di Kate erano andati per mare, e aiutarono in casa, dando così
manforte ai due domestici lasciatici dai Kurtz, e tutto era piacevole in quel periodo carnevalesco
che precedette la Quaresima che per noi sarebbe durata tutta la vita.
Certo non eravamo mai abbandonate del tutto dal timore per il futuro, dalla pietà per gli
uomini che all’inizio e a metà di quel mese andarono incontro alla morte e che alla fine di agosto
perirono di morte prematura. Ma eravamo molto allegri. Non andavamo più sul versante marino
della collina, perché non eravamo lontani dal punto esatto della costa nel quale si pensava che
sarebbe sbarcato l’invasore tedesco, e le spiagge erano presidiate dai militari. Però andavamo a
nuotare nel fiume poco distante e, non appena i Kurtz rientrarono dalla Scozia, ci lasciarono
liberi di accedere al lago che si trovava nella loro tenuta. Ci riversavamo anche nei campi, e
aiutavamo con il raccolto abbondante di quell’anno e tutti facevamo musica ciascuno a suo
modo. Dai Kurtz venne a stare un giovanotto con gli occhi grigi di nome Oliver; dopo un giorno
o due ci rendemmo conto che era il compositore di cui avevamo eseguito i pezzi durante quel
concerto in Regent’s Park, quando avevamo ricevuto la notizia della nostra borsa di studio.
Rivederlo ci provocò imbarazzo, perché in quell’occasione ci aveva lasciato delle copie firmate
delle sue canzoni, e noi le avevamo perse sulla via del ritorno, non perché non ci tenessimo ma
perché eravamo troppo eccitate, così ora continuavamo a pensare che avremmo dovuto
confessarglielo. Con un fervore che nasceva in parte dal desiderio di espiare quella colpa,
riprendemmo in mano il flauto e ci unimmo all’esecuzione di una cantata che lui aveva scritto sul
tema della Vergine che sorge dalle acque, in una stazione di villeggiatura della costa meridionale
dove il sindaco e il consiglio comunale avevano inaugurato un nuovo molo, celebrando la
profondità delle acque grazie a un impiegato comunale, che faceva il tenore. Ci piaceva la sua
musica, che era volutamente essenziale, in nome della ricerca di un’economia di mezzi che era
scomparsa dalla musica vittoriana e che con Elgar non era stata recuperata. Pensammo che
avrebbe potuto piacerci anche lui, se non ci fosse stato improvvisamente sottratto da Richard
Quin una settimana più tardi. Si scoprì che a Oliver era piaciuto essere nostro ospite più di
quanto avevamo creduto, e quando salutò la mamma ringraziandola per tutte le volte che era
stato a casa nostra, all’improvviso non riuscì a dire più una parola, e si chinò a baciarle la mano.
La mamma gli urlò mentre lo guardava allontanarsi: «E il cachi è un colore così detestabile, il
vecchio rosso scarlatto era molto meglio».
Dopo la partenza di Richard Quin, gli altri indugiarono ancora pochi giorni. Alla fine della
settimana eravamo di nuovo sole. Poi ce ne andammo a stare dai Kurtz mentre Kate e la madre
aiutavano i due domestici a risistemare la casa. I Kurtz avevano dei quadri di valore e dei bei
mobili, ma era come se li osservassimo da sott’acqua; i loro due figli erano in missione con le
forze di spedizione britanniche. Il cielo volle che la casa fosse requisita come ospedale, il che ci
diede qualcosa a cui pensare. Quando rientrammo a Londra ci ritrovammo a guardare le cose che
possedevamo con distacco, come fossero separate da noi da una barriera di gelo; anche lì, la
parte sembrava più grande del tutto. La grande casa dei Kurtz si era improvvisamente
rimpicciolita di fronte alle stanze lasciate vuote dai figli, e la nostra casa ora si riduceva alla
soffitta di Richard Quin. Mary e io andavamo avanti con la nostra vita come potevamo. Per un
po’ eravamo riuscite a proseguire con la nostra carriera. La prima guerra mondiale non ha
attaccato e strangolato la vita dei civili con la stessa velocità della seconda. Semplicemente,
potevamo vedere la rovina che fioriva e si diffondeva lentamente, simile a un fungo tra gli
oggetti familiari in mezzo ai quali eravamo cresciute.
Per i primi dodici mesi dovemmo portare a termine i contratti esistenti e continuammo a
girare tra le province inglesi. Ma le restrizioni che si erano abbattute improvvisamente sulle vite
dei nostri colleghi più anziani e talentuosi lasciavano già presagire tristi sviluppi anche per noi. I
grandi pianisti dell’epoca, Paderewski e Busoni, Rachmaninov e Pachmann, andavano a Londra
dai migliori produttori di pianoforte non appena sbarcavano dal continente per intraprendere il
tour inglese, e passavano una mattinata a scegliere uno strumento di loro gradimento, e se lo
facevano poi spedire di città in città. Quella pratica fu abbandonata nell’agosto del 1914 per non
essere più ripresa. Nel dopoguerra la crescita del costo del lavoro e dei noleggi la rese un lusso
che nemmeno i più grandi virtuosi potevano imporre ai propri impresari. Alla luce del rapporto
mistico che si stabilisce tra un pianista e il suo strumento, fu una perdita più significativa di
quanto non si possa dimostrare da un punto di vista meramente tecnico. Segnali come quello ci
convinsero gradualmente che il mondo stava per abbandonare la lettura delle Mille e una notte.
Viaggiare divenne sempre più difficile, e i nostri compensi e gli ingaggi diminuirono di pari
passo.
Ma eravamo fortunate per il fatto che quella fase negativa era arrivata in un momento in cui
una sorte più propizia ci avrebbe comunque messe in difficoltà dal punto di vista pratico. Prima
della guerra, Mary e io potevamo accettare qualsiasi ingaggio lontano da casa sapendo che la
notte c’era Richard Quin con la mamma. Ma ora che lui era nell’esercito, dovevamo scandire i
nostri impegni in modo che non coincidessero, per non lasciarla mai sola. Anche quando gli
impegni si incastravano nel modo giusto, li guardavamo con apprensione, perché avrebbero
potuto farci perdere una delle licenze di Richard Quin. Non c’era niente che desiderassimo di più
che stare con lui. Accadde che l’esercito cominciò a piacergli e pareva ci fosse tagliato, e ogni
volta che rientrava a casa era un po’ più felice e un po’ più uomo, e sempre più infatuato di una
qualche nuova tecnica che aveva imparato a padroneggiare. Tenevamo da parte i nostri buoni per
la carne per comprare un’anatra da cucinargli, e con le scorte di zucchero, uova, burro e frutta
secca gli facevamo un tortino di prugne bello sostanzioso, e aprivamo una delle bottiglie di vino
che il signor Morpurgo ci aveva regalato per stare allegri, e le cene si protraevano a lungo, e poi
stavamo seduti intorno al camino, e Kate ci raggiungeva in soggiorno, e Richard Quin se ne stava
seduto col bicchiere in mano, a dirci tutto delle armi da fuoco, e di quanto fossero divertenti,
quasi come la musica o il cricket, una volta capito bene come funzionavano. Grazie a quel suo
atteggiamento non c’era niente di lacrimevole nel nostro desiderio di non perdere neanche un
minuto delle sue licenze, era semplicemente una gran voglia di star bene e in allegria.
Ci sentimmo, ricordo, quasi in colpa, come se stessimo facendo qualcosa di riprovevole e
frivolo, quando accettammo l’invito a suonare per beneficenza a Oxford, un venerdì sera alla fine
dell’autunno del 1915, perché uno dei promotori ci aveva promesso che ci avrebbe alloggiate per
il weekend nella sua tenuta, non lontana dall’accampamento dove stazionava Richard Quin. Ci
divertivamo in quelle occasioni, anche se un concerto per beneficenza non è un vero concerto, ci
sono troppe persone che vi convergono per motivi diversi dagli unici che dovrebbero contare; ma
in quelle occasioni suonavamo sempre quei deliziosi vecchi duetti che zampillavano allegria,
come Reposez-vous, bon chevalier di Schubert, e Notre amitié est invariable, e il Gran Rondò, e
i Ball-Szenen di Schumann e il Kinderball. Rilassavano il nostro pubblico e noi con la loro
placida esuberanza. Solo in una comunità protetta due persone potevano sedere al piano e
passare ore a eseguire una forma d’arte nella quale non si dice nulla di importante, nella quale si
riafferma semplicemente la piacevolezza del piacere. A Oxford suonammo tre di quei duetti, e
poi ci misero su una carrozza vecchio stile, un phaeton credo, e oltrepassammo i college
illuminati dalla luna, con le loro torri e gli archi scolpiti nell’argento e contornati col nero
fuligginoso delle tenebre, per poi arrivare in una campagna dove i profili delle siepi avevano il
bagliore del filo spinato. Una svolta della strada ci mostrò la luce della luna che scialacquava le
sue ricchezze sulla superficie ampia di un fiume, che suppongo fosse il Tamigi, in cui nere piante
acquatiche sembravano terminare in cime a forma di clava e offrivano il loro profilo nitido allo
scintillio delle acque. Abbandonammo il fiume un centinaio di iarde più oltre, con dispiacere e
senso di colpa: era un peccato che una tale bellezza dovesse continuare a offrire così apertamente
il proprio splendore senza che ci fossero più occhi per ammirarla. Poi costeggiammo un enorme
muro di mattoni per un miglio o due fino a che giungemmo a un cancello imponente che
racchiudeva un piccolo edificio poligonale in stile gotico, con la luna che si rifletteva sui vetri di
uno dei muri laterali. Venne ad aprirci una donna semiaddormentata con i bigodini nei capelli, e
ci mostrò una stanza dalla forma bizzarra dove c’erano due letti, disposti ad angolo a causa della
strana forma della stanza. «Vostro fratello è venuto qui stasera», e sorrise al ricordo, e quasi si
dimenticò di darci il pacchetto che aveva lasciato per noi. Conteneva un po’ di panini con la
maionese e un biglietto: «Ve li lascio perché siete sempre affamate voi due. Domattina, quando
si avvicina mezzogiorno, camminate fino al campo. È a due miglia da qui seguendo la strada. Vi
aspetto».
La mattina seguente ci svegliammo per scoprire che c’era una nebbiolina che avvolgeva i
rami emaciati degli alberi intorno all’edificio. C’era un’aria di tregua temporanea tipica di quel
periodo di guerra, le armi incombevano su di noi, ma non arrivarono mai più vicino di così. La
donna della sera prima ci portò la colazione in camera, tè forte, uova e del vero burro, e ci disse
di mangiarne a sazietà, perché in campagna ce n’era parecchio. Però non c’erano giornali.
Rimanemmo a letto fantasticando che più tardi quella mattina sarebbe arrivata una copia del
«Times» per annunciarci che la guerra era finita.
Mary disse: «Oxford era proprio bella ieri. Se mai Richard Quin ci andrà, ci inviterà ai balli».
«Ma tu odi i balli», dissi io.
«Con Richard Quin sarebbe diverso», osservò. «Avrebbe degli amici simpatici».
Mancava ancora molto a mezzogiorno. Rimanemmo a letto fino a che la domestica ci portò
un secchio d’acqua calda, e prima Mary e poi io ci lavammo in un grande lavello di porcellana,
con le camicie da notte abbassate e allacciate in vita con le maniche. A quel punto si intravedeva
la luce decisa del sole sopra una nebbia, alla quale regalava il colore del topazio. Donava un po’
di colorito anche a noi, così decidemmo che eravamo indiani pellerossa, e Mary implorò di poter
essere Wenonah perché non poteva tollerare l’idea di essere Acqua che Ride. Da bambini
avevamo deciso che quello era il nome con cui credevano di essere chiamate le polveri di
Seidlitz, perché non avevamo motivo di pensare che le cose non potessero avere le proprie
convinzioni, proprio come gli esseri umani. Uscimmo dalla casetta cantando pezzi delle
composizioni di Coleridge Taylor, che ci facevano pensare alla Albert Hall, e parlammo dei
direttori che ci piacevano e di quelli che odiavamo, fino a che non fummo catturate e
completamente assorbite dal fascino del paesaggio invernale. C’era quella nebbia di topazio, che
ci avvolgeva più fitta dal lato sinistro, dove si innalzava a formare un muro proprio dietro una
siepe le cui ossa denudate al buio dell’inverno erano cariche di bacche di un cremisi scuro,
mentre sul lato destro c’era un faggeto, che sembrava voler protendere all’infinito lo spazio che
brillava lucido tra i suoi rami d’argento. Dentro e fuori dal faggeto si aggiravano rapidi stormi di
piccoli uccelli, alcuni di un giallo sgargiante. Nel bosco c’erano pozze d’acqua scura dalla
superficie specchiata, e sul fondo si intravedevano le foglie fradicie ormai marcite, come una
sorta di impasto vegetale, che tuttavia mostravano ancora i dettagli di ogni venatura e linea. Qui
e là, nella parte alta dei tronchi, si abbarbicavano grappoli di funghi pallidi, delicatamente
svasati, e, sul terreno, dei crocchi di funghi velenosi, rossastri e tozzi, simili ai dettagli tratti dalle
illustrazioni di rassicuranti libri per bambini. Non sapevamo che la campagna fosse così
interessante in inverno, l’avevamo immaginata come un teatro dell’opera scuro e buio, né ci era
mai capitato di sentire un silenzio così assoluto prima di allora. Era un principio attivo. Se
smettevamo di camminare diventava troppo silenzioso. Non eravamo spaventate, era evidente
che non ci fosse niente di cui essere spaventate. Avevamo solo paura che Richard Quin non
avrebbe fatto la sua comparsa nella nebbia.
Arrivammo a un incrocio e Mary chiese: «Aveva detto di andare sempre dritte?».
«Sì, ma non ci ha detto niente a proposito di una collina ripida», risposi io. La strada davanti
a noi s’inerpicava bruscamente per poi scomparire nella nebbia, che in quel punto era impallidita,
diventando di nuovo grigia. All’improvviso sentivamo l’aria umida sul viso. Eravamo arrivate
nei pressi di un cancello che conduceva in un campo dove torreggiava un covone di paglia a
forma di cono, tagliato in due, con la paglia stravolta nel suo ordine che penzolava dalla ferita, e
una macchina agricola giaceva abbandonata lì accanto, mettendo in bella mostra i suoi denti
arrugginiti, e dall’altro lato della strada una casa di mattoni ci offriva il suo muro senza finestre.
«Aspettiamolo qui», disse Mary. «Potremmo mancarlo, correremmo il rischio di mandare
tutto a monte».
Era come se ci fossero due nebbie, una dentro l’altra. Nubi di nebbia più fitta, completamente
bianca, facevano capolino tra i banchi grigiastri di nebbiolina umida. Più su, il sole offuscato era
minuscolo e luminoso, come uno scellino appena coniato.
«Siamo completamente sole», dissi.
«Mi sembra di sentire ogni genere di rumore», disse Mary. «O è il sangue che mi ronza nelle
orecchie?».
«È il sangue nelle orecchie», risposi io. «Ma non ne sono sicurissima».
Rimanemmo immobili. Una nuvola bianca sembrò attraversare i nostri corpi e corse via. In
lontananza si sentiva, o forse credevamo di sentire, un muggito.
«Richard Quin dovrebbe essere quasi qui, ormai», dissi. «È sempre in forte ritardo per le cose
poco importanti, ma quando deve è molto puntuale».
«Eccolo», disse lei.
Era emerso all’improvviso dalla nebbia sul ripido pendio della collina, e correva e saltava, a
testa scoperta, con il cappello in mano. Non ci aveva viste, stava cantando ad alta voce una
canzone tutta per sé mentre correva, e faceva roteare il berretto contro il pugno per battere il
tempo. Noi gli gridammo in risposta, e lo vedemmo, e lui ci corse incontro, e ci urlò un saluto.
Ma non era Richard Quin. Ci bloccammo, e lui gridò, ridendo: «Avevate quasi creduto che fossi
Richard Quin, vero? Le persone ci confondono spesso, a distanza. Ma non da vicino». E in effetti
era vero. Aveva i capelli chiari con dei riflessi castani, come Richard Quin, ma il pallore delle
sue tempie incavate aveva una sfumatura verdastra e così le narici, ma i capelli di Richard Quin
erano più biondi, biondi coi riflessi dell’oro, e le ombre della sua carnagione tendevano piuttosto
al blu. Inoltre, gli occhi di questo ragazzo erano più grigi che blu, mentre quelli di Richard erano
più blu che grigi; e i tratti del viso erano più smorfiosi che delicati. Ma ovviamente nessuno
poteva competere con Richard Quin, ed era difficile per chiunque assomigliarli e sostenere il
confronto, perciò guardammo lo sconosciuto con occhio benevolo.
«Sono Gerald de Boume Conway», disse, «credo che vostro fratello vi abbia parlato di me.
Sono il suo migliore amico. Non so cosa avremmo fatto se non fossimo stati insieme, là fuori tra
i Filistei». Già da quelle poche frasi capimmo che parlava troppo.
«Non appena ho visto vostro fratello, ho detto: “Ecco qualcuno che parla la mia lingua”. È
una cosa che si capisce subito, vero? Vostro fratello è incredibilmente intelligente, vero? E così il
mio. È arrivato primo al Greats e ha vinto il Locke Prize per Filosofia. E il Newdigate.
Naturalmente è sprecato come curato di campagna. Ma era un beneficio ecclesiastico di famiglia,
e lui, essendo il più giovane, non ha ereditato denaro. Cosa poteva mai fare?».
Mormorammo il nostro assenso e posammo il nostro sguardo su di lui con tenerezza anche
maggiore. Era evidente che Richard Quin aveva trovato un altro storpio da caricarsi sulle spalle,
e non aveva abbandonato il suo sport preferito, la misericordia. In quello stesso istante lo
sentimmo cantare nella nebbia e ci si strinse il cuore a sentire la sua voce dal vivo, e gli
lanciammo un urlo. Sbucò di colpo da quella coltre anche lui, saltando e correndo, ma in modo
molto civile, classico, non come quella sua fragile e inconsistente copia.
«Mi spiace, sono in ritardo», disse Richard Quin, dopo averci prese tra le braccia, «ma sapete,
non c’è modo di concludere un colloquio con il Colonnello prima che sia lui a stabilirlo. Speravo
ci saremmo incontrati non appena vi foste messe in cammino».
«Non è stato un problema», disse Mary, «ma a un tratto non sapevamo più dove andare. E in
un punto della campagna estremamente deprimente».
«Sì, in effetti lo è, vero?», disse Richard Quin, guardandosi intorno. «Dev’essere pieno di
rape da qualche parte, non lontano da qui. Ah, sì, su quella salita laggiù. Ce n’è in abbondanza.
Ma venite sulla collina. Lassù in cima il tempo è bello».
«Bello?», gli facemmo eco perplesse. La nebbia aveva la consistenza di una salvietta bagnata,
avremmo potuto essere benissimo in mare aperto.
«Sì, è questa la cosa strana della campagna in inverno», disse lui. «Cela allo sguardo le cose
più incredibili».
«Le cose più incredibili», gli fece eco Gerald de Boume Conway, con enfasi, come se stesse
tirando Richard Quin per la manica, implorandoci di trattarlo come uno di noi. Richard lo guardò
con tenerezza. «Gerald si è già presentato», disse. Avrebbe potuto benissimo dire, “Non c’è
bisogno che ve lo dica io. Ma per il momento mi devo prendere cura di lui, e voi essere pazienti”.
Così facemmo felice Gerald raccontando di come l’avessimo scambiato per Richard Quin.
Quello che Richard aveva detto era vero, la collina terminava con un promontorio dove la
luce era blu e argento e i banchi di nuvole bianche che riempivano le valli sottostanti
rimandavano la luce del sole con un riflesso accecante. Camminavamo ciascuno a un lato di
nostro fratello, con Gerald che un po’ ci precedeva e un po’ ci tallonava, come un cagnolino, ed
era come se avessimo tutto il tempo libero del mondo, e non esistesse la paura.
Richard disse: «Ve lo dico io, l’inverno è il momento giusto per stare in campagna. L’estate è
ovunque, è quasi impossibile imbattersi in qualche sorpresa climatica, tranne che per qualche
acquazzone sparso. D’inverno invece una collina può essere inondata della luce piena del sole,
ma su quella successiva può esserci un temporale, e può succedere che un intero distretto cessi di
essere Inghilterra e assomigli piuttosto alla Scozia con le colline simili a montagne. E, guardate,
l’inverno in campagna è biondo, non so se ci avete mai pensato». Ci fece superare un cancello e
continuammo a camminare lungo la strada su un’area dal terreno argilloso; Richard ci mostrò
cespugli spogli che rilucevano come ossa, e foglie rosse che si aggrappavano ai giovani faggi, e
salici di un arancione acceso e, anche se ancora non era Natale, germogli ovunque, se solo sapevi
dove posare lo sguardo. «E guardate, giù nelle valli: ci sono un mucchio di campi che vengono
arati proprio ora e sono quasi pronti, e qualcuno è già ricoperto da una peluria verde», ci disse.
«Sapevate che esiste una cosa chiamata grano dell’inverno? La verità è che in campagna non
esiste l’inverno, c’è sempre qualcosa che cresce».
«E l’aria quassù non è semplicemente fredda», disse Mary. «A Londra e Manchester e
Liverpool ha perso l’ultimo tepore e ha cominciato a diventare umida, oppure è stata soppiantata
dal vento».
«Di sicuro il vento è schierato col nemico», la interruppi io. Il nemico nella nostra famiglia
era quello che faceva bruciare le torte quando erano rimaste a riposare in forno per troppo tempo,
quello che ti faceva prendere un raffreddore proprio prima di un concerto.
«Ma quello che stiamo respirando ora», disse Mary, tendendogli le braccia, «è il coro
dell’Alleluia».
Ci mettemmo tutti e tre a cantare. Gerald mi sussurrò all’orecchio che sua sorella aveva una
bellissima voce, tutti avevano detto che avrebbe dovuto studiare canto, e qualcuno che se ne
intendeva davvero aveva detto che avrebbe dovuto dedicarsi alla musica lirica, ma lei si era
sposata con un gran bravo ragazzo, che possedeva migliaia di acri di terra nello Yorkshire. Dopo
circa mezzo miglio ci trovammo davanti una barriera di filo spinato e ritornammo sulla strada,
che faceva una curva e portava dritti a un avvallamento nella dorsale di colline dove c’erano un
grappolo di case e una chiesetta tarchiata, poco più che un campanile, i cui muri di ardesia
riflettevano la luce con tutte le tonalità del nero. Era antica e aveva l’aspetto di un pastore col
mantello. Ma quando entrammo a visitare l’interno scoprimmo che era stata restaurata senza
preservarne l’aspetto originale. Le panche erano di pino laccato, e gli inginocchiatoi e i cuscini
sulle panche di un tessuto a coste verde oliva, e l’altare era decorato solo con una croce molto
semplice. I muri erano tinteggiati di un marrone scialbo, avrebbe potuto benissimo essere un’aula
scolastica. Rimanemmo in piedi sulla soglia e sospirammo.
Gerald de Boume Conway disse: «Oh, non è prote?».
Quando ci spiegò che intendeva dire protestante, io gli chiesi se lui non fosse protestante, e
lui ci disse, scuotendo la testa, che suo padre dava fuori di matto se lo si considerava tale. «Noi
siamo cattolici», disse. «È una bella insolenza da parte della Chiesa di Roma parlare come se
detenesse l’esclusiva sul Cattolicesimo». Mise un piede all’interno, e storse il naso. «Sa di acido
fenico. Scommetto che qui nessuno ha mai fatto oscillare un incensiere. E che si tengono anche i
Vespri della mattina e della sera».
«Perché, cosa fanno nella chiesa di vostro padre?».
«Celebrano la messa», rispose freddamente. «Io ho servito messa sin da quando avevo sei
anni. Dovreste vedermi con la cotta. E neanche l’ombra di un piatto sull’altare. Poi lo chiamano
tavola della comunione». Guardandosi intorno con sprezzo, si incamminò lungo la navata. Si era
tenuto il berretto sotto il braccio tutto il tempo mentre camminavamo sulle colline, e il vento gli
aveva scompigliato i capelli. Sembrava troppo giovane per essere un soldato, avrebbe potuto
tranquillamente essere uno scolaretto che pensava a cosa fare per mettere a soqquadro l’aula
mentre il maestro era assente, se versare qualcosa di puzzolente nel portainchiostro o
scarabocchiare sulla lavagna coi gessetti colorati. Eravamo preoccupati per lui. I suoi movimenti
erano troppo ingenui, come se fosse sicuro che il maestro al ritorno avrebbe indovinato subito chi
era il colpevole di quelle bravate; e, anche se lo scolaretto sentiva il desiderio di danneggiare la
sua scuola, era comunque uno scolaretto, e il posto adatto per lui era la scuola, avrebbe sentito la
mancanza degli altri alunni se l’avessero cacciato. Quando la sua mano si contrasse in direzione
di una pila di libri degli inni, quando il suo incedere impettito lo portò sui gradini che
conducevano al presbiterio, era come se il maestro avesse fatto di nuovo la sua comparsa e
incombesse grave dalla cattedra. Ma Richard Quin lo chiamò piano, «Gerald, Gerald», e lui
ritornò verso di noi in punta di piedi.
Oltre il villaggio, l’avvallamento si allargava, e c’erano delle sentinelle di guardia ai grandi
cancelli del parco dove torreggiavano i tassi contorti e neri e una vecchia torbiera verde salvia, e
più lontano i cedri del Libano gettavano la loro ombra stratificata su una casa di mattoni rossi
ornata da un colonnato bianco; e la parte migliore della giornata era ormai giunta al termine. Da
allora in avanti fummo costrette a rimanere sempre in compagnia di altre persone. La presenza di
Gerald non era stata un problema, perché lui era parte dell’uniforme spirituale di Richard Quin;
era il destinatario di quella pietas senza la quale nostro fratello non si sarebbe sentito completo.
Ma gli altri non avevano davvero niente a che vedere con noi. Si trovavano lì solo perché anche
loro erano presi dentro il vortice che ci stava portando tutti al disastro al passo con la rotazione
della terra, e ci impedirono di concentrarci su nostro fratello, che desideravamo imprimerci nella
memoria in ogni dettaglio. Ma erano gentili. La moglie del brigadiere aveva un pechinese sotto
ciascun braccio, e dal momento che il suo busto ricadeva in pieghe morbide, i due pechinesi ne
sembravano l’estensione naturale, aveva un aspetto bizzarro quanto quello di una qualsiasi donna
tribale che avrebbe potuto incontrare Otello; ma amava la musica, e ci aveva sentite suonare, e si
organizzò perché potessimo a turno essere ospiti delle varie mogli degli ufficiali ogni volta che
volevamo venire a trovare Richard Quin. Perciò ci andammo spesso, e Cordelia e Alan vennero
con noi un paio di volte, e tutte le mogli trovarono Cordelia molto bella e gentile, ma lei non si
divertì particolarmente. Arrivò apposta a Lovegrove per dirci, non con la stessa brutalità di un
tempo, ma in tono lamentoso, e tuttavia in modo così insistente che risultò comunque sgradevole,
che era un peccato che Richard Quin si fosse fatto un amico come Gerald de Bourne Conway. La
gente avrebbe pensato che non fosse una bella persona avendo amici così terribili.
In quello si sbagliava. Gli ufficiali e le loro mogli capivano che Richard Quin stava
semplicemente proteggendo Gerald. Sapevano che lui era a posto, perché era un buon soldato.
C’erano molti aspetti della vita che i soldati evidentemente non capivano, ma per quel genere di
cose erano bravi. Era inutile dirlo a Cordelia, perché lei continuava a pensare, anche se si
sforzava di essere più delicata a riguardo, che tutta la sua famiglia fosse terribile, e se l’avessimo
convinta che i soldati avevano fiuto per cogliere il carattere delle persone avrebbe sicuramente
pensato che avrebbero nutrito dei dubbi su Richard Quin.
Rosamund invece riuscì a venire con noi al campo un paio di volte, e ogni volta per Mary e
me fu come un concerto importante: Richard ne era così felice, e tutti rimanevano enormemente
affascinati da Rosamund, anche se era già evidente che il suo genere di bellezza stava passando
di moda. Le nuove bellezze dell’epoca erano pallide per le privazioni e di costituzione fragile, e
coltivavano ad arte uno sguardo meravigliato carico di ansia e come velato dall’ombra della
malattia. Rosamund invece era del colore del miele, e piena, e così forte che non faceva mai
fatica a sollevare i suoi pazienti in ospedale, ed era di natura così gentile da superare
l’equivalente spirituale di una prova di forza ogni volta che andava in società; e le persone
sembravano apprezzare quell’esibizione specifica di qualità che in generale condannavano. In
effetti, al campo era difficile seminare gli altri, e riuscire ad andare a fare una passeggiata da soli.
Ovviamente Gerald era sempre con noi, ma non era un problema, lui era come un cane che
sapeva stare al suo posto se veniva bloccato non appena cominciava ad abbaiare troppo e a
saltare, e Richard Quin era bravo a capire quando era il momento di farlo, usando la giusta dose
di cameratismo scherzoso che lo tranquillizzava. Perciò quel ragazzo non sciupava minimamente
le nostre passeggiate. L’ultima che facemmo tutti insieme, in un pomeriggio di febbraio, ci portò
nel punto più alto di una di quelle creste collinari che corrono verso ovest lungo le pianure
dell’Oxfordshire, dove da un lato della strada si incontrava un mulino in rovina. Ci fermammo a
riposare in quel punto, con lo sguardo che percorreva le profondità della valle, ancora avvolta
dalle tenebre dell’inverno, morbida come la fuliggine ma marrone, non nera. I pascoli sul
versante della collina erano grigiastri e avevano bisogno che la primavera li rinfrescasse, ma in
alcuni punti dei campi già seminati s’intuiva l’alone verde del nuovo raccolto. Era uno di quei
giorni in cui l’aria è satura d’acqua che sceglie di manifestarsi non come nebbia ma come vetro,
e si può guardare il mondo attraverso una lente luminosa.
«Vedete, in campagna non esiste l’inverno», disse Richard Quin. Con il braccio circondava le
spalle di Rosamund.
«Ehi, guardate quegli storni decrepiti», disse Gerald.
Lo stormo volo bassò sopra le nostre teste, infilandosi tra due pali del telegrafo sulla strada.
Sentimmo lo stridio delle piccole ali, poi osservammo gli storni planare sulla valle ai nostri piedi,
e li seguimmo con lo sguardo fino a che ci fu possibile. All’improvviso un pensiero si insinuò in
loro, diffondendosi dall’uccello più a sinistra dello stormo fino a quello che aveva sbandato
all’estrema destra del gruppo, e li fece fermare. Rimasero in equilibrio su quel pensiero,
oscillando su e giù, come una pallina che sobbalza sul getto di una fontana, e tornarono verso di
noi lungo il crinale della collina e poi giù verso la valle nascosta dal lato opposto. Ma subito un
altro pensiero attraversò quel corpo allungato in volo, e gli storni si pentirono e invertirono la
direzione, ma non si spinsero oltre i pali del telegrafo. Poi si disposero come note musicali sui
fili, alla stessa distanza delle semicrome, bisticciando e starnazzando. Uno di loro
improvvisamente si sollevò dal filo, volò per una decina di iarde seguendo la strada, si girò a
mezz’aria come per rimarcare la sua decisione e poi atterrò sul ramo più alto di un frassino. Altri
si lanciarono dietro di lui in un turbinio d’ali, con aria d’importanza. Una fazione lo seguì, e una
fazione più numerosa restò sui fili del telegrafo, ostinata, quieta, come se quella ostinazione
dovesse durare per sempre. Poi uno storno si librò dall’albero verso le nuvole con un tuffo verso
l’alto perfettamente verticale e quando la forza della sua resa incondizionata al movimento si
spense, cominciò a scendere in obliquo, scivolando nell’aria lungo un asse inclinato come un
tuffatore scivola nell’acqua. Tutti gli storni sull’albero e sui fili furono convinti all’istante, e si
sollevarono in volo tracciando la stessa linea del primo uccello solitario che si era avventurato da
dissidente, e ora era il leader. Loro però non si lasciarono ricadere verso il basso, un senso di
trionfo li spinse sempre più in alto. Turbinarono come un vortice lungo il fianco della collina
verso la valle nascosta e poi si alzarono di nuovo, e viravano e cambiavano direzione sopra le
nostre teste con sempre maggiore convinzione e slanciandosi verso la valle sottostante dove il
faggeto si snodava come un fiume, e poi si accamparono sul fianco della nostra collina e di
nuovo furono sopra le nostre teste, come un rullo di tamburi reso visibile agli occhi. Poi la quiete
ebbe la meglio, volarono senza fretta verso la cima di una collina un po’ più avanti rispetto a
quella dove eravamo noi e scesero verso la nuvola bronzea di un hangar, come se sapessero di
meritarsi un po’ di riposo.
«Cosa mai avranno voluto dire?», chiese Richard Quin. Il suo braccio si strinse ancora di più
intorno alle spalle di Rosamund e chiese di nuovo: «Cosa mai avranno voluto dire?».
Lei non riuscì a parlare, agitò le dita davanti alla bocca per far capire che la balbuzie la stava
quasi soffocando.
Tornò a trovarlo un’altra volta quando lui si trasferì nel Sussex. Fu un peccato che non
potesse assentarsi per poter stare con lui per tutte le quarantotto ore della sua licenza, riuscì a
raggiungerci solo la sera del secondo giorno.
Ma ormai eravamo alla fine della primavera. Solo tre di noi erano a casa, la mamma, Mary e
io. Quella Pasqua il cugino Jock aveva mandato a chiamare Constance, dicendo che si sentiva
solo e aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui e avrebbe cercato di farsi perdonare
se lei fosse tornata, e così lei, impassibile, aveva fatto i bagagli e se n’era andata. Passava la
giornata con noi ogni volta che poteva, ma non accadeva spesso; e la sera il silenzio calava
opprimente sulla nostra casa. A dire il vero, non spariva del tutto nemmeno durante il giorno,
anche se c’era un gran viavai, perché dei colleghi avevano chiesto a Mary e a me di dare loro una
mano con le lezioni, dato che lo staff degli insegnanti era stato decimato dalle chiamate al fronte
e molte lezioni si facevano a casa. Alla mamma piaceva, perché le chiedevamo spesso consiglio,
e anche se ormai era troppo debole e troppo emotiva per suonare più di una mezza pagina alla
volta, era ancora capace di sgridare sia gli insegnanti che gli alunni con la stessa illuminante
ferocia. Però aveva perso l’intensità di un tempo, perlomeno con gli alunni, perché da qualche
tempo aveva cominciato a considerare i giovani come materiale prezioso, al punto da
dimenticarsi dei loro difetti. Corrugava la fronte quando sentiva una ragazza di sedici anni
suonare Beethoven e le mani si aggrappavano al bastone con una stretta convulsa, e poi
abbassava lo sguardo su quelle di lei per scoprire dove stava il problema, ma veniva colta alla
sprovvista da quella carne innocente, dalle dita flessibili, dalle unghie infantili, così si limitava a
scuotere la testa e a cantare la frase come avrebbe dovuto essere eseguita. Con me e Mary invece
non aveva pietà, perché anche se come età eravamo ancora giovani, per lei eravamo fuori dal
tempo, a volte si aspettava persino che ricordassimo cose accadute durante la sua giovinezza, era
come se ora avesse avuto la rivelazione che tutte noi coesistessimo in un unico tempo eterno, e
non riuscisse a capire che le porzioni di tempo assegnateci si sovrapponevano come le tegole di
un tetto. La vera causa di quel comportamento era la malattia che giorno dopo giorno stava
riducendo il suo corpo a un mucchietto di ossa. Fortunatamente non c’erano altri sintomi se non
quell’aria sempre più emaciata, e la totale perdita di interesse nei confronti delle sue condizioni
materiali, interesse che era sempre stato scarso. La sua chioma selvaggia continuava a essere di
un nero corvino.
Quel giorno la signorina Beevor venne a trovarci nel primo pomeriggio dopo che avevo
appena riportato in soggiorno la mamma, che mi aveva aiutata a convincere una ragazza,
arrogante come dovrebbe esserlo ogni bravo musicista nell’adolescenza, che aveva torto a non
voler suonare Liszt perché non riteneva valido un compositore che scriveva in quel modo. La
mamma disse, «Richard Quin dovrebbe arrivare stasera in licenza, Beiah-tri-ciei».
La signorina Beevor disse: «Oh. Ma vedrete che andrà tutto bene. Siete una famiglia
fortunata. Guardate Mary e Rose, e guardate il matrimonio meraviglioso di Cordelia». Al che
scoppiò a piangere. Cordelia non l’aveva mai perdonata, non l’aveva mai invitata a casa sua. Ma
piangeva per quello solo perché non voleva piangere per la partenza di Richard Quin per la
Francia.
La mamma disse acida: «Non è poi un matrimonio così meraviglioso». Stava diventando
terribilmente schietta, e più di una volta ultimamente ci aveva fatto capire che Alan l’annoiava.
In realtà non le piaceva molto l’idea di un uomo che lavorava nella pubblica amministrazione,
pensava che un uomo non dovesse trovare piacevole uno stile di vita così tranquillo.
La signorina Beevor disse: «Se lei è felice», e si sedette, e tirò fuori dalla sua borsa di
capretto (c’era pirografata sopra la scritta «», perché aveva partecipato a un viaggio organizzato)
il suo ultimo lavoro di ricamo e lo mostrò alla mamma per chiederle cosa ci fosse che non
andava. La mamma lo prese, e lei lo guardò con la testa inclinata da un lato, e disse: «Andiamo,
non è poi così male».
«No. No. Non è tanto male», disse la mamma, come facendo seria autocritica. «Certo che non
è male». Arrivò il tè, loro si misero a chiacchierare e a bisticciare, e Mary e io scendemmo in
cucina ad aiutare Kate per la cena. Era completamente impassibile in quei giorni. Mentre
lavoravamo ritornavamo con la mente al cerchio scuro dell’acqua nel secchio riempito fino
all’orlo e sistemato sul pavimento del retro della cucina. Di sicuro se Kate e sua madre avessero
visto che stava per accadere qualcosa di terribile a Richard Quin ce l’avrebbero detto
apertamente.
Quando tornammo in soggiorno la mamma si era addormentata. Ma era un sonno tranquillo,
come se fosse stata ipnotizzata; e si svegliò con la stessa tranquillità quando Richard Quin entrò
e le diede un bacio. Disse: «È ridicolo, ora dovresti essere in viaggio per Parigi, e poi valicare le
Alpi ed entrare in Italia». Il sonno scese sulla nostra casa come una coperta durante quelle
quarantotto ore. Richard Quin disse di essere stanco, e andammo tutti a letto presto, e ci
svegliammo molto più tardi del solito. Portammo la colazione in camera a Richard Quin, sicure
che fosse già pronto, era sempre stato mattiniero; d’estate aveva sempre vissuto un’esistenza
nascosta a tutto il resto del mondo che si alzava più tardi. Ma quella mattina era ancora a letto, in
preda a un sonno profondo, che lo fece sospirare proprio quando abbassammo gli occhi su di lui.
Riportammo il vassoio di sotto e andammo dalla mamma, che era sveglia, ma dopo aver bevuto
il tè si voltò dall’altra parte e tornò a dormire. Ci aggirammo silenziose per la casa e preparammo
le cose per la giornata. Avevamo rinviato tutte le nostre lezioni. Alle undici Richard ci raggiunse
e gli preparammo la colazione in soggiorno, e poi uscimmo a passeggiare in giardino con la
mamma. Dal momento che non avevamo mai potuto permetterci di comprare dei fiori fino a che
papà aveva abitato con noi, i nostri ciuffi di aquilegie e di clematidi erano sempre motivo di
grande eccitazione. Poi Richard Quin prese il flauto e suonò qualcuna delle sue composizioni
preferite, e chiese a Mary e a me di suonargli i nostri duetti. Amava così tanto il Gran Rondò di
Schubert che ce lo fece suonare tre volte, e ci disse che ogni volta lo suonavamo meglio. «È
come vedere fontane e ghiaccio e candelieri e fuochi d’artificio e diamanti», disse. «Oh, quanto è
divertente la musica». Era chino a un’estremità del piano, alzò le spalle e si passò le dita sul viso.
«L’esercito è davvero una bella cosa», disse, «meglio di quanto pensiate. Ma è stata dura vivere
senza musica. È come essere privati dei propri sensi. Ma andate avanti, presto. Suonate ancora
qualcosa».
Riuscimmo a offrirgli un buon pranzo, considerato che c’era la guerra. Certo il cibo
nell’esercito era ottimo, ma noi potevamo preparargli i piatti che amava da quando era bambino,
come le cipolle avvolte in uno strato di pasta e cotte al forno come fossero fagottini di mela, con
dentro i fagiolini, e il rotolo di sfoglia ripieno di carne macinata invece che di marmellata. Le
cipolle scarseggiavano come sempre in tempo di guerra, ma zio Len ci riforniva di continuo, e
Kate distribuiva la carne macinata con parsimonia e così la faceva durare un po’. Dopo pranzo la
mamma disse che sarebbe andata a riposare e Richard Quin uscì per andare a trovare il preside
della sua vecchia scuola e l’uomo che gli aveva mostrato i piccioni viaggiatori: lui e la moglie
erano infatti diventati suoi grandi amici. Fu di ritorno per il tè, poi portò giù qualcuno dei suoi
strumenti, con l’intenzione di suonare tutti insieme, ma tre amici che erano stati suoi compagni di
scuola ed erano stati scartati dall’esercito vennero a trovarlo. Uno era stato riformato per motivi
medici, gli altri due erano ingegneri. Guardavano Richard Quin pieni di meraviglia e di
sgomento, e uno disse: «È proprio tutto sbagliato, vecchio mio, non riesco a pensare a te se non
mentre ti diverti». Li lasciammo soli e andammo a sederci in soggiorno. Avevamo sentito in
molte altre serate le risate e le voci di nostro fratello e dei suoi amici nella stanza accanto, e
potevamo fingere che fosse una sera come tante. La mamma ricadde immediatamente in quella
sorta di vuota sonnolenza che si era impadronita di lei anche la sera precedente; ma si svegliò
giusto in tempo per ricordarci che dovevamo sollecitarlo a mettersi in strada per andare a cena
con Alan e Cordelia dagli Houghton-Bennett. Non lo aspettammo alzate, perché avremmo reso
evidente l’apprensione che precedeva la sua partenza. Però, com’era prevedibile, lo sentimmo
entrare.
«Dici di andare giù e preparargli il tè?», chiesi.
«No», disse Mary. «Ha fatto più tardi di noi così tante volte, ed è sceso poi nella cucina vuota
a prendere qualcosa dalla dispensa, che vorrà farlo anche stavolta».
Più tardi si sentì lo scatto della serratura della portafinestra sotto la nostra stanza e il suo
passo sugli scalini di ferro che portavano in giardino e sulla ghiaia. Senza accendere la luce
uscimmo dal letto e scivolammo vicino alla finestra, inginocchiandoci per spiare da sotto la
persiana. Vedemmo il puntino di luce rossa della sua sigaretta che passava dalle labbra alla
mano, e il bagliore della sua uniforme che lo rendeva simile a una lucciola, mentre se ne stava in
piedi sotto gli alberi sul limitare del prato.
«Non tutti vengono uccisi in guerra», sussurrò Mary.
«No, nemmeno in questa», risposi io.
Tornammo a letto e, come la notte precedente, piombammo subito in un sonno senza sogni,
che s’interruppe all’improvviso, riportandoci nella vera notte che era il giorno, così sveglie che
sembrava non ci fosse mai stato l’intervallo del sonno. Le ore passavano come erano passate il
giorno prima, piacevolmente e cariche di un dolore infinito. La mattina facemmo musica. La
signorina Beevor arrivò a mezzogiorno, con indosso il suo abito migliore di velluto color
terracotta, e portando una bottiglia di Madeira, l’ultima della piccola cantina del padre, per poter
brindare alla salute di Richard Quin tutti insieme. Sedemmo in soggiorno in un circolo solenne,
tutti già ubriachi dopo un solo bicchiere. Kate era stata chiamata a partecipare alla cerimonia, e
aveva detto subito: «Lascerò i piatti per il pomeriggio. Ci sono state fin troppe interruzioni». La
signorina Beevor si sbronzò completamente. All’improvviso si guardò intorno e disse sorpresa:
«Che famiglia distinta. Richard Quin, lo so che andrà tutto bene. Quanto ti ci vorrà ancora per
diventare maggiore?».
Lui disse con aria di importanza: «Devono sparare ad almeno sei dei miei cavalli».
Lei disse, rabbrividendo: «Oh, che cosa crudele. Ma funziona così anche se non sei in
cavalleria?».
Ridemmo tutti di lei, e lei si lamentò dicendo che la trattavamo in modo orribile, e rise a sua
volta, e disse che era ora di tornare a casa, e che avrebbe camminato a mezz’aria, era così
contenta con noi, eravamo tutti straordinari. Mary e io la accompagnammo fuori e all’ingresso ci
imbattemmo nel signor Morpurgo, che era stato invitato a pranzo. Lei si chinò per portare la sua
altezza considerevole al livello di quella pera rubiconda che era lui e lo approcciò con voce
giocosa: «Sapete cosa vi dico?». I suoi grandi occhi acquosi, sotto i quali ora c’erano due borse
delle medesime dimensioni, rotearono a guardarla. «Andrà tutto bene», gli disse la signorina
Beevor, trionfante. Lui le lanciò uno sguardo colmo d’odio, ma lei non se ne curò affatto. Sulla
soglia, però, scoppiò a piangere. Mentre rimaneva lì in piedi a frugare nella borsetta di capretto
acquistata ad Atene, lui le porse il fazzoletto, che prima sporgeva con una piega impeccabile dal
taschino della sua giacca.
«Lo farò lavare e ve lo restituirò», singhiozzò la signorina Beevor.
«No, no», le rispose il signor Morpurgo. «Tenetelo, vi prego».
Ma quando lei arrivò al cancello lui le gridò: «No, ci ho ripensato: fatemelo riavere, non
potreste più usarlo comunque, per via del monogramma. Ve ne spedirò invece una dozzina con le
vostre iniziali». Voltandosi, mormorò poi tra sé e sé: «Meglio due dozzine. Una dozzina è
niente».
Si presentò in soggiorno nel ruolo dell’uomo addolorato, e la mamma e Richard Quin si
affrettarono a consolarlo. Ma il suo dolore non era di un genere al quale potessimo porre rimedio.
Prima si lamentò del fatto che la guerra sudafricana era stata la sua guerra e oggi nessuno
sembrava considerarla importante, poi si disse disperato per due dei quattro uomini che aveva
assunto perché gli trovassero delle orchidee nelle foreste dell’Asia e del Sud America: quei
poveretti erano stati catturati dagli Alleati e imprigionati, uno in India, e l’altro nelle Indie
Occidentali, essendo entrambi tedeschi. Quando manifestammo il nostro interesse e la nostra
meraviglia per il fatto che lui mantenesse una deliziosa brigata come quella, lui ci chiese, nel
tono della formica che rimprovera la cicala, come pensavamo che facesse a riempire le sue serre
di fiori. Di colpo ci spalancò le porte del suo reparto contabilità ammettendoci ai dettagli di
quella spesa colossale, che diventava più stravagante man mano che si allontanava dal regno
della necessità, perché più incredibili erano i risultati di cui lui andava in cerca più era sicuro che
avrebbero potuto essere raggiunti solo da personaggi altrettanto incredibili. Quello che più lo
preoccupava del cacciatore di orchidee imprigionato a Calcutta era che le autorità potessero
scoprire che l’arcigno e taciturno botanico era un poligamo che operava su vasta scala e con
perseveranza, e aveva mogli sparse in tutto il mondo, ciascuna sposata con lui nelle forme più
vincolanti. Dal momento che il signor Morpurgo continuava a ritornare sull’argomento tutto
stizzito, formulando presagi sul fatto che presto le autorità sarebbero incappate nelle prove
dell’esistenza di una moglie a Washington e di una a Copenaghen e di un’altra a Malabar, senza
capire che bisognava sorvolare su certi dettagli legali, così ininfluenti per un grande botanico e
coraggioso esploratore, scoppiammo tutti a ridere fin quasi a morirne. Uno dei suoi antenati
doveva essere stato un cantastorie di professione nel bazar di qualche città tutta cupole e
minareti, e lui stava forse tornando indietro nel tempo per chiedergli aiuto.
Poi però venne un momento nel pomeriggio in cui non rimase più niente da dire. Avevamo
notato con una certa sorpresa che il signor Morpurgo portava un orologio da polso, che a
quell’epoca non era usuale per un uomo della sua età. Lo slacciò e lo diede a Richard, dicendogli
che avrebbe presto scoperto nel corso della vita che trovare un orologio affidabile era una delle
cose più difficili al mondo; e con quelle parole se ne andò, bruscamente. Era un oggetto molto
raffinato, che combinava la preziosità del metallo con l’abilità artigianale, e Richard Quin non
sapeva se fosse il caso di portarlo in Francia, pur essendosene innamorato subito, come fosse uno
dei suoi strumenti musicali, e il suo viso aveva un’espressione tenera mentre si chinava a
guardarlo. La mamma gli disse di portarlo con sé, che di sicuro si sarebbe rovinato, ma la cosa
avrebbe fatto un enorme piacere al signor Morpurgo, che poteva farne fare un altro, e aveva così
pochi piaceri nella vita. Richard Quin si rallegrò quando la cosa gli venne presentata in quei
termini, e scese in cucina per mostrarlo a Kate, e la mamma si girò verso di noi e disse: «Se solo
Rosamund arrivasse. Arriverà in ritardo. E se le fosse successo qualcosa?». Ma in quel momento
Richard Quin la chiamò a vedere una cosa che Kate gli aveva dato e Mary disse: «Rose, mi
considereresti orribile se lanciassi la monetina per decidere chi di noi due andrà alla stazione
Victoria con Richard Quin e Rosamund e chi rimarrà a casa con la mamma? Non riesco proprio a
dirti: “Vai pure”. Mi spiace ma non posso».
«Certo», dissi, ed estrassi una moneta da sei centesimi, e ci chinammo sul tappeto e la
lanciammo tre volte. Io avevo scelto testa e vinsi tutte e tre le volte.
«Così va bene», disse Mary, alzandosi in piedi. «Ora posso essere sicura che è tutto a posto se
non vado».
Io rimasi china sul pavimento, guardandola piena di stupore. Prima di allora non mi ero mai
resa conto di quante volte Mary avesse detto «Vai pure», quando una sola di noi due poteva
andare a un balletto o a un concerto o a una scampagnata in macchina. Il fatto che ricevessimo
costantemente inviti del genere: «Possono Mary o Rose venire a questo o a quello?», era una
misura della distanza alla quale ci tenevano tutti, comprese le persone che si mostravano più
amichevoli. Anche tra quelli con cui eravamo più in confidenza, nessuno riusciva mai a invitare
senza farsi scrupoli solo una di noi due, preferendone di fatto la compagnia. Mary però si era
tirata indietro tante e tante volte da quegli inviti rivolti genericamente a una di noi due,
lasciandomi la possibilità di godere di un piacere che spesso era davvero grande. Glielo dissi, e la
ringraziai, ma lei protestò con veemenza: «No, no, non è affatto un gesto di generosità da parte
mia. Di solito questi inviti implicano la compagnia di altre persone, che è sempre un rischio,
perciò preferisco non andare. Questa volta significa poter stare con Richard Quin fino all’ultimo
minuto, perciò mi interessava. Ma tutte le altre volte, tu in realtà mi hai salvata».
Aveva parlato con una tale passione che la fissai intensamente, come cercando di scoprire i
turbamenti che nascondeva in fondo al cuore. Dissi: «Ma non è solo questo, tu sei contenta che
io possa godermi il divertimento di andare. Perciò...». Mi fermai, perché avrei voluto dire:
“Dimmi quali sono gli altri motivi per i quali ti fai da parte”. Ma lei sbottò a dire: «Certo che mi
fa piacere, ed è uno scambio equo, tu sei così buona con me. Non c’è niente, niente di Cordelia
in te».
«Be’, spero proprio di no», dissi. «Ma, oh, Mary, come avremmo potuto essere felici tutti se
non fosse stato per la guerra».
«Non solo felici», disse Mary, «Richard Quin sarebbe stato più che felice».
«Molto, molto di più», sospirai.
Ci guardammo negli occhi, io in ginocchio, lei in piedi, e scuotemmo la testa.
«Ma non tutti vengono uccisi in guerra», mormorò.
«Guardate cosa mi ha dato Kate», disse Richard Quin, che rientrò nella stanza con un braccio
fuori dalla sua giubba militare. Aveva la manica della camicia arrotolata, e subito sopra il gomito
portava un braccialetto fatto di piccole perline blu, in mezzo alle quali serpeggiava a intervalli
regolari una treccia fatta di crine di cavallo. Le perline avevano un colore vivido ma opaco,
sembravano prelevate da una matrice di turchese. «Non mi va di portarglielo via. Mi ha detto che
non devo mai togliermelo, né di giorno né di notte. Questo vuol dire che non se l’è mai tolto
nemmeno lei, né di giorno né di notte. Lo portava subito sopra il gomito, è proprio così che lo
devo portare anch’io. È stato davvero bello da parte sua darmelo. Dovevo prenderlo. Potrà
sembrare un po’ strano che io lo porti, ha un aspetto inusuale. Ma lei voleva che io lo avessi».
«È strano pensare che l’abbia avuto indosso tutto il tempo e noi non ce ne siamo mai accorti»,
disse Mary.
La mamma disse: «Sembra egiziano».
Lo fissammo tutti, e contemporaneamente vedevamo il cerchio nero luminoso del secchio
riempito d’acqua fino all’orlo, appoggiato sul pavimento della cucina. La mamma e Mary e io
stavamo tutte dicendo in cuor nostro: «Non le avrebbe regalato il suo amuleto se lei e la madre
avessero visto qualcosa di terribile nell’acqua. Perché allora non avrebbe avuto alcun senso
dargli una cosa che potesse preservarlo dai pericoli». Kate era così assennata. Gli avrebbe dato
qualcosa d’altro, come dei dolci o dei fazzoletti, che gli sarebbero stati utili per un breve periodo
di tempo.
La mamma disse: «Credo che sia un braccialetto molto antico. Sapete, li trovano addosso alla
povera gente in ospedale. Vengono passati di generazione in generazione. Non è una cosa di cui
parlano volentieri».
«Come lo sai?».
«Lo diceva Rosamund l’ultima volta che è stata qui. Ma ne avevo sentito parlare anche
prima».
«È un grande onore averlo», disse Richard Quin in tono serio, e si srotolò la manica fino al
polso e indossò la sua giubba. «Ora voglio andare in camera mia e riguardare tutte le mie cose.
Fatemi un urlo quando Rosamund arriva».
Ma lei non arrivò. L’aspettavamo prima del tè, eppure alle quattro e mezza non era ancora
arrivata. Mary e io scendemmo in cucina e trovammo Kate che sedeva con i gomiti sul tavolo e
la testa tra le mani. L’abbracciammo e la baciammo e giocammo con le forcine che aveva tra i
capelli, e Mary disse: «Oh, cielo, vorrei che tutto fosse come è sempre stato, quando eravamo
piccole e sentivamo la campanella del venditore di muffin, e allora tu ci davi la monetina da sei
centesimi per andare a comprare qualche dolcetto, tutte le volte che c’era un problema».
«Mi chiedo chi compri ancora i muffin», disse Kate. «Come le uova. Con i soldi uno
dovrebbe poter comprare tutte le uova e il burro che vuole, altrimenti tanto vale non averne. Mi
chiedo che fine abbia fatto quel venditore di muffin».
«Sì, cosa mai starà facendo ora che c’è la guerra?», chiesi.
«Richard Quin sarebbe uscito e l’avrebbe scovato ovunque fosse», disse Mary.
«E così vostro padre», disse Kate. «Che Dio conceda il riposo eterno a quell’anima buona».
Dunque anche lei sapeva che era morto. Non ne eravamo mai state sicure.
Mary strofinò il viso sulla spalla di Kate. «Vorrei che papà fosse qui in questo momento»,
disse con voce spenta. Era raro che dicesse qualcosa di tanto ovvio.
«Le persone sono dove dovrebbero essere», disse Kate, «nel luogo nel quale vengono
mandate. Qualcuno dei miei cari è in fondo al mare, altri sono ancora fuori in mare aperto, e
questo è quanto».
Restammo in silenzio; entrambe, lo scoprimmo più avanti, ci eravamo trattenute dal chiedere
a Kate se fosse in ansia per i suoi familiari che erano in mare, così da poter intuire dalla sua
risposta se lei e la madre avessero scrutato l’acqua nel secchio, e da quella supposizione
indovinare poi se avessero interrogato anche il futuro di Richard Quin. Sapevamo che non
dovevamo immischiarci con l’occulto, men che meno in quel momento.
«La signorina Rosamund è molto in ritardo», disse Kate. «Devo servire il tè? Penso che
dovrei, non appena le focaccine nel forno saranno pronte».
«Come, ci sono altre focaccine in forno?», chiesi. Perché in tavola, tra le torte al cioccolato e
allo sherry, torte che avevamo fatto con quanto risparmiato sulle nostre razioni, c’era un vassoio
di rete metallica sul quale stava già raffreddando una pila di focaccine.
«Quelle non sono abbastanza buone», disse Kate. «Guardatele, non sono più leggere di quelle
che si comprano nei negozi, quando invece volevo farle così bene. Ma andate a dire a Richard
Quin che il tè sarà pronto non appena scende».
Trovai nostro fratello in piedi nella sua stanza con una racchetta per mano. «È arrivata
Rosamund? No? Scenderò tra un minuto, ma guarda, Rose, questa è una cosa interessante.
Questa racchetta è una screanzata, mi delude sempre. Questa invece è un angelo. Gioca la partita
praticamente da sola. Se per caso io mi stanco, lei non si stanca mai. Ma ancora non capisco
dove stia la differenza tra le due. Hanno la stessa forma, lo stesso peso. Un mistero, un mistero».
Scese al piano di sotto tutto felice, ma dopo il tè eravamo addolorati, perché Rosamund non
era ancora arrivata. Alla fine lui sospirò e disse coraggiosamente: «Rose, mettiti cappello e
cappotto, dobbiamo partire senza di lei». Poi diede un bacio a Mary, che disse: «Oh, Richard, se
solo potessi venire in guerra con te», e lui disse: «Sì, mia cara, ti isseremmo sulla trincea e ti
useremmo come esca». Poi diede un bacio a Kate, che disse: «Che senso ha cucinare se tu sei
via?», e poi diede un bacio alla mamma. Lei rimase in silenzio, ma Richard Quin le rispose: «No,
non capisci. Pensa, se fossi tu e non io a dover andare al fronte, come vorresti. Io però ne sarei
atterrito. Cerca di capire cosa voglio dire. Onestamente, adoro i giochi. Ecco, trovo che le armi
da sparo siano quasi come un gioco. Mamma, mamma, non devi essere triste per me, perché
questa cosa la devo fare e sono pronto a farla. Sono sicuro che se quando eri bambina ti avessero
detto tutte le cose che ti saresti ritrovata a dover fare nella vita, avresti pensato che sarebbe stato
meglio morire all’istante, non avresti mai creduto di avere la forza per farle. Ecco, è la stessa
cosa per me ora. Lo capisci, vero? L’unica cosa che mi farebbe davvero stare male sarebbe
sapere che tu non lo capisci».
«Sì, sì», mormorò la mamma, «ma fai attenzione, caro».
Trovammo davvero divertente una raccomandazione di quel genere a un soldato che partiva
per il fronte, e ce ne andammo tutti all’ingresso in un coro di risate. Quando aprimmo la porta
sentimmo i passi di qualcuno che correva nella strada silenziosa.
«Cara Rosamund», disse Richard Quin.
Sarebbe stato ragionevole aspettarsi che lei fosse addolorata all’idea di aver perso una gran
parte dell’ultimo giorno di Richard a casa e di essere così in ritardo, invece quando lo vide sul
cancello e si buttò tra le sue braccia era raggiante di gioia. Teneva il cappello in mano, le forcine
le erano cadute dai capelli, che anche così non erano comunque in disordine, perché si erano
sciolti in quei riccioli fitti color dell’orzo che le ricadevano sulle spalle la prima volta che
l’avevamo vista. La mantella le roteava intorno mossa dalla leggera brezza della sera, ma la cosa
le dava noia quanto a un’attrice che debba manovrare uno strascico sul palco. La sua gioia non
era resa meno piena o sminuita o impacciata dall’orrore dell’occasione. Era una cosa quasi
scioccante. Eppure era ciò di cui lui aveva bisogno. Richard ci allacciò strette con le braccia, una
per lato, e andammo di corsa alla stazione, come se Lovegrove fosse il nostro giardino e noi
potessimo spassarcela a piacimento. Cantava sottovoce l’aria delle Nozze di Figaro che canta
Figaro quando Cherubino va alla guerra, e intrecciava le chiacchiere al suo canto. Non c’era
differenza tra la giovinezza di Cherubino e quella di Richard Quin, ed era bellissimo fingere che
fossimo dentro un’opera, e che Richard Quin sarebbe andato alla guerra ancora e ancora per i
successivi cento anni senza arrivarci mai.
Conosceva tantissime persone. Anche se Mary e io eravamo piuttosto famose già da tempo,
non conoscevamo nemmeno la metà delle persone che conosceva lui. Una volta al binario
comparvero due giovani e una ragazza che reclamarono con grande allegria i diritti della
conoscenza. Non scoprimmo mai chi fossero, ma l’avevano incontrato a un’esecuzione del
Messia e così andarono alla fine del binario vicino alla cabina di manovra e cantarono il coro
dell’Alleluia a mezza voce fino a che non arrivò il treno. Handel davvero pensava che tutto nel
mondo andasse bene. Gli uomini nella cabina di comando ci sorrisero da dietro le loro leve, e
anche loro sembravano convinti che tutto nel mondo andasse bene. Per fortuna gli amici di
Richard non presero il nostro stesso treno, loro andavano al London Bridge mentre noi,
ovviamente, andavamo a Victoria. Non dicemmo loro perché stavamo andando a Victoria, e
l’allegria scevra di apprensione con la quale ci salutarono era convincente, confortante. Ma certo
il nostro viaggio era così usuale che non poteva esserci niente di straordinario ad attenderci alla
meta. C’era un che di rassicurante nelle occhiate benevole, serene, che ci lanciavano gli altri
passeggeri. Un uomo un po’ ubriaco si chinò su di noi e chiese bruscamente: «Siete entrambe sue
sorelle o nessuna delle due?», e tutti risero e furono simpatici. Davvero non potevano esserci
pericoli reali. Chiacchieravamo allegramente, come se i nostri compagni di viaggio ci avessero
dato le prove inconfutabili di quella sicurezza, fino a che Rosamund non chiese a Richard Quin
come mai non avesse bagagli con sé. Lui le disse che Gerald de Bourne Conway era andato
direttamente dall’accampamento a Londra e gli stava portando il bagaglio a Victoria insieme al
suo; e parlando di quel ragazzo si fece grigio e stanco in viso. Proseguì raccontando a Rosamund
che aveva fatto visita alla casa di quel ragazzo, e lei gli chiese esitante com’era andata, con un
tono che lasciava intendere che non era obbligato a rispondere, se non voleva. Ma lui continuò a
parlare: «Quello che ci si poteva aspettare. Un grande vicariato umido, con bottiglie nascoste
dappertutto, ce n’era perfino un deposito segreto nel cassettone in camera mia. E un mucchio di
alberi genealogici incorniciati». Poi calò il silenzio. Evidentemente le aveva detto cose di Gerald
che io non sapevo.
Arrivammo a Victoria troppo presto, per cui rientrammo nella metropolitana e riemergemmo
a Westminster, e passeggiammo per qualche minuto tra il Parlamento e l’Abbazia. Una
nebbiolina blu che saliva dal fiume dava alla pietra grigia la morbidezza delle piume, ma
confondeva i dettagli e lasciava intravedere solo i profili tracciati dalla storia, evanescenti ed
eterni. Tornammo a Victoria, ed era comunque ancora presto, e il luogo nel quale eravamo
costrette ad aspettare ci disgustava. Lo spazio intorno alla stazione era diventato una di quelle
aree che, come i cimiteri e i corridoi degli ospedali, oscillavano su una piattaforma girevole
sospesa tra due mondi. C’era la facciata implacabile e deprecabile della stazione, che faceva
confluire su di sé un flusso scuro di taxi e di automobili, una miriade di uomini in uniforme che
arrivavano alla spicciolata, deformati dal peso degli zaini che portavano sulle spalle, e di donne e
bambini che camminavano a piccoli passi al loro fianco, anche loro deformati, dal peso del
dolore e dello stoicismo. Poi c’era un limbo in cui tutte queste persone si aggrappavano l’una
all’altra prima che gli uomini si voltassero e si avviassero curvi verso i cancelli che portavano ai
binari e alla notte. Più sopra, un orologio illuminato fiocamente diceva che era arrivata l’ora.
L’ora dell’annullamento della vita, perché cos’è la vita se non la possibilità di agire secondo la
propria volontà? Ma tutte le persone che scendevano dai taxi e dalle automobili, tutti quegli
uomini curvi sotto il peso degli zaini, stavano facendo quello che la sola volontà non li avrebbe
mai spinti a fare, e anzi avrebbe impedito loro di fare, se non fossero stati prigionieri di qualcosa
di esterno sulla cui lealtà o saggezza non si poteva confidare. L’orologio disse che non c’era
tempo di iniziare una discussione sull’argomento, ma c’era ancora qualche minuto perché noi tre
potessimo parlare. Tornammo indietro alla stazione della metropolitana e rimanemmo per
qualche istante in piedi immobili tra la folla che usciva o entrava di corsa da quegli orribili
corridoi coi soffitti a volta, che sembravano degli enormi intestini piastrellati. Poi vedemmo un
soldato e una ragazza che svoltavano da un corridoio poco più avanti e capimmo che avevano
trovato un luogo appartato dove potersi salutare. Li seguimmo in un breve passaggio che portava
a una porta di ferro chiusa e ci fermammo a pochi passi da loro, che rimanevano in silenzio l’uno
nelle braccia dell’altra. C’erano dei vecchi manifesti sui muri ricurvi, e uno pubblicizzava un mio
concerto tenutosi un anno prima. La luce bianca si rifletteva sulle piastrelle, e tutti sembravamo
pallidissimi.
Richard disse con asprezza a Rosamund: «Voglio vivere. Oh, Dio, quanto voglio vivere».
Lei rispose, in tono amaro, in un modo in cui non l’avevo mai sentita parlare prima di allora:
«No. Non vivere. Vivere felice».
Lui annuì. «Sì. Non solo vivere. Vivere felice. E tu sai bene cosa voglio dire. Povera
Rosamund». Cercò la sua mano e se la portò alle labbra.
«Vivere», insisté Rosamund, più dolce, corrugando la fronte e sorridendo di un sorriso
ostinato, «semplicemente come hanno vissuto tante altre persone, e nessuno ha cercato di
impedirglielo».
«Solo questo», le fece eco lui con passione.
Rimasero in silenzio con le mani intrecciate e le dita che scorrevano l’una sull’altra.
Lui disse: «Voglio... voglio...». Erano così tante le cose nobili che lui voleva, che mi chiesi
quale avrebbe nominato ora.
Disse: «Voglio nuotare. E restare sdraiato al sole».
«Voglio nuotare. E restare sdraiata al sole», ripeté lei, con lo stesso desiderio nella voce.
«Con te. Con Mary e Rose. Con le nostre mamme in spiaggia. E con Kate».
«Che bello», disse lui disperato. Stava guardando i muri come se attraverso le piastrelle e il
sudiciume dei vecchi manifesti riuscisse a intravedere quello che desiderava. «Che bello».
«Ti ricordi il favo che hai portato a casa per il tè il giorno in cui è venuta anche la signorina
Beevor?», chiese lei.
«Sì, li abbiamo scioccati tutti mangiandolo a cucchiaiate».
«Affogato nella panna», ricordò lei. Risero insieme tranquilli, pieni di vita.
Io li guardavo stupefatta. L’allegria di Richard Quin aveva un valore enorme, per
l’oppressione che gravava sul suo cuore, carico di segreti solenni. Avevo creduto che ne avrebbe
condiviso qualcuno con me prima di partire. Ma lui voleva solo guardare Rosamund negli occhi
e parlare di favi e di panna.
Lui disse: «Sono così spaventato, Rosamund. Non puoi immaginare quanto sono spaventato».
Rosamund smise di ridere e ritrovò il suo sguardo fisso. Liberò la mano da quella di lui e poi
l’afferrò di nuovo e con più ardore, come per dirgli di premere più forte contro il palmo e contro
le dita, di spingere più forte contro la sua carne per arrivare più vicino ai nervi e al suo essere più
profondo. Poi la balbuzie s’impadronì nuovamente di lei, aprì la bocca e annaspò con la lingua
da una parte e dall’altra. Ma riuscì a costringersi a dire: «Più dolce del favo».
Un ricordo o una premonizione attraversarono Richard Quin come un incendio nella stoppa, e
fecero avvampare anche Rosamund. Quando si spense, si volsero entrambi verso di me, e io mi
sentii protetta dalla gentilezza dei loro volti.
«Vi saluto qui», disse. «Cara Rose, veglia sulla Rosa del Mondo. E credimi quando ti dico
che io starò bene. Sono certo che sarà così, con la stessa, ineluttabile, certezza della geometria
quando afferma l’uguaglianza dei due angoli alla base di un triangolo isoscele. Niente
invenzioni, niente fronzoli. Non da un punto di vista simbolico, né mistico. Semplicemente bene.
Ora devo andare a scovare Gerald. Cosa farò», chiese, improvvisamente affaticato, con una voce
quasi da bambino, «se Gerald non dovesse esserci...? Ma ci sarà. Dev’esserci per forza. Ora
chiudi gli occhi, Rose, e non aprirli per seguirmi».
Mentre rimanevo in piedi al buio, la sua bocca si posò sulla mia; e poi in un attimo non c’era
più.
Capitolo IX

Nel cuore della notte, dieci giorni dopo la partenza di Richard Quin per la Francia, Mary e io
fummo svegliate da un forte rumore proveniente dalla camera della mamma. Andammo di corsa
da lei e la trovammo al buio, così accendemmo la luce. Era in piedi vicino alla cassettiera, dove
teneva la sua biancheria, e fissava un cassetto vuoto, accanto a lei una sedia rovesciata. Si era
fatta così minuta nell’ultimo anno che la sua camicia da notte di batista tagliata dritta sembrava
una piccola tenda vuota.
L’abbracciammo e dicemmo: «Mamma, cosa stai cercando? Vai a letto, lo cerchiamo noi per
te».
«Lasciatemi stare, bambine», disse, «sono di corsa. E spegnete la luce. Non mi serve».
«Ma, mamma, cosa stai cercando?», chiese Mary.
«Spegnete la luce», ci implorò. «Vi ho detto che non mi serve».
«Ma hai rovesciato la sedia».
«La sedia può anche starsene a gambe all’aria come qualsiasi altra cosa se nessuno ci si deve
sedere sopra», rispose nervosa, «e io non ho certo intenzione di sedermi. E spegnete la luce. Mi
fa venire il mal di testa».
La spegnemmo, e nel buio vedemmo entrare la figura alta di Kate, che disse: «È tardissimo,
signora, e voi dovreste riposare, avrete bisogno di essere in forze. Cosa state facendo?».
«Voglio essere sicura che sia tutto in ordine e pulito», rispose la mamma.
«È tutto pulito e in ordine», disse Kate. «Ogni cosa è al suo posto. Starete meglio a letto,
signora».
«Non mi piace stare sdraiata lì», sospirò la mamma, «senza sapere come vanno le cose».
«Vanno bene quanto basta», disse Kate, e aprì le tende. «Vedete? Vanno bene quanto basta».
Guardarono tutte e due la strada addormentata come se ci fosse qualcosa di più da vedere
oltre ai lampioni con la loro luce di un giallo pallido simile a quello delle primule, il gatto che
attraversava lento la strada, le case al buio. «Sì», disse la mamma, e si voltò, e Kate lasciò
ricadere le tende. Sentimmo il letto che si assestava delicatamente sotto quel peso irrisorio, e nel
giro di poco il suo respiro ci fece capire che si era addormentata.
La mattina dopo avevamo la sensazione di aver sognato tutto. Ma la mamma fece colazione a
letto, cosa che non faceva quasi mai, neppure in quel periodo. Non si alzò nemmeno per pranzo.
Non sembrava più debole del solito, e diceva di sentirsi bene. L’unica cosa insolita era che stava
sdraiata nel letto con il braccio disteso in modo che il palmo della mano si appoggiasse
completamente aperto contro il muro. Non l’avevo mai vista fare una cosa del genere e non
osavo chiederle perché lo facesse. Alle tre in punto aprii la porta dell’ingresso e presi il
telegramma in cui si annunciava che Richard Quin era stato ucciso durante un’azione. Diedi uno
scellino al ragazzo e i soldi per un telegramma a Rosamund. Poi andai davanti alla rampa di scale
che scendeva nel seminterrato e chiamai Kate, e il suo viso pallido brillò nel buio ai miei piedi, e
lei chiese: «È quello che penso?».
Risposi: «Sì, ma suppongo tu lo sapessi già».
Lei rispose: «No. Mia madre e io non abbiamo fatto nulla, per rispetto della volontà di vostra
madre. Ma a dire il vero non c’era nessuno in questa casa che non sapesse che lui stava andando
ben più lontano che in Francia».
Guardai giù nell’oscurità delle scale come se fossero acqua in un secchio, e fu come se il suo
viso indistinto fluttuasse sulla superficie e guizzasse e si aprisse in una rivelazione. Ma tutto quel
che c’era di più buono in me sapeva che non era lecito da parte mia conoscere altro oltre alla
nuda verità della morte di mio fratello. Mi allontanai e andai nella sala della musica e lì trovai
Mary che stava suonando. Mentre rientravamo in casa, ci fermammo in giardino, tenendoci
allacciate per la vita, e guardammo al boschetto di alberi alla fine del vialetto, e ci ricordammo di
quando avevamo visto la luce rossa della sigaretta di nostro fratello che passava dalle sue labbra
alla sua mano, undici notti prima.
Quando entrammo nella camera della mamma, lei staccò la mano dal muro e disse: «È quello
che penso?». Poi disse: «Oh, il mio povero figlio, il più giovane di tutti», e appoggiò di nuovo la
mano al muro. Era come se riuscisse a sentire dei rumori lontani attraverso la sua stessa carne.
Gridò con violenza: «Se solo la morte fosse la morte. Se potessimo dormire e dormire e dormire.
Non vedo perché dobbiamo continuare a essere coraggiosi per sempre. È una vergogna che
questa guerra non preveda esoneri. Tuttavia, Richard darà quello che gli viene chiesto». Spinse
ancora di più la mano contro il muro, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata: «Se continua a dare
non rimarrà poi molto da chiedergli. Portatemi là», ansimò, e le palpebre le si richiusero, e così le
labbra, poi lasciò cadere la mano, e rotolò in fondo al letto, in mezzo alle coperte.
Kate si fece avanti dalla soglia. Le sue braccia forti riportarono mia madre sui cuscini con il
gesto di un marinaio; con quello stesso gesto probabilmente si ripescavano gli uomini dai flutti.
La mamma aprì gli occhi e ci chiese di andare a portare la notizia a Cordelia, dicendo che ne
sarebbe stata sconvolta più di tutti noi. Questo ci lasciò perplesse, perché ci riusciva difficile
immaginarlo, e a dire il vero ci innervosiva molto il fatto di essere costrette a ricordare un
rapporto che non era mai sembrato molto reale e che ora ci sembrava più finto che mai. Essere la
sorella di Richard Quin voleva dire adorarlo, e lei non lo aveva adorato. Dissi che ci sarei andata
io, ma Mary mi seguì in corridoio e disse che avremmo dovuto lanciare la moneta per decidere,
l’avevamo lanciata per accompagnare Richard Quin a Victoria, ci saremmo giocate le nostre
possibilità anche in quel caso. Vinse lei, e dovetti andarci io.
Trovai Cordelia seduta nel suo lindo soggiorno di Kensington, in ozio, il che era inusuale.
C’era un lavoro di ricamo abbandonato sul tavolo accanto a lei, e un romanzo del Times Book
Club, e i suoi libri di italiano e francese, ma lei era allungata in poltrona vicino al camino, gli
occhi fissi su un cespuglio di biancospino rosso vicino al cancello della casa di fronte.
Quell’inattività era così insolita per lei che dissi: «Suppongo tu lo sappia».
Lei rispose reagendo con quell’irritabilità che era stata la sua caratteristica da bambina, ma
che aveva perso da quando era diventata una Houghton-Bennett: «Supponi che io sappia cosa?».
Ma ovviamente lo sapeva. Stava semplicemente rifiutando di essere parte della famiglia. Nel
momento in cui mi sentì confermare la notizia, capii che nostra madre aveva detto la verità
quando ci aveva spiegato che Cordelia ne sarebbe stata sconvolta più di tutte noi. Urlò disperata:
«Ucciso, non disperso?».
«No, proprio ucciso», dissi. Si aggrappò a me in lacrime, e io ero davvero dispiaciuta per lei,
e la baciai, ma presto mi venne un dubbio. Non era solo il dolore che le faceva nascondere il viso
contro la mia spalla, che la squassava di singhiozzi. Ero convinta che probabilmente stesse
pensando a un qualche modo di considerare la morte di mio fratello che potesse fornirle una
giustificazione per dire: «Per me è peggio, perché sono la maggiore». Quando sollevò la testa per
dire, usando una delle sue formule preferite: «Immagino che la mamma non se ne renda conto
ancora», e avanzando già in questo modo la pretesa di essere l’unica che stava fronteggiando la
realtà, mi ritrovai sul punto di rinfacciarle: “Dovresti essere felice ora nel renderti conto che
Richard Quin non andrà mai a Oxford”. Ma il ricordo di mia madre esorcizzò lo spirito maligno
sulle mie labbra. Perché avevo distolto gli occhi da lei per volgerli alla finestra e il biancospino
rosso aveva attirato il mio sguardo, e mi ricordai del giorno in cui ci aveva detto che non sapeva
di che colore fosse quel biancospino una volta fiorito, e noi l’avevamo guardata con freddezza,
senza mostrare la minima gentilezza verso qualsiasi cosa ci dicesse, perché lei non era stata
gentile con noi durante la nostra infanzia, e ricordai come più tardi Richard Quin ci avesse
rimproverate per la nostra mancanza di gentilezza. Le dissi qualcosa in proposito, cercando di
tralasciare il lato accusatorio dei miei pensieri, e facendo anche trapelare la possibilità che io e
Mary fossimo state gelose perché lei si era sposata per prima, anche se non era assolutamente
vero, e cercando di richiamare alla mente la bontà di mio fratello, di invocarla, perché potesse
discendere su di noi e mettere fine a quel terribile senso di alienazione. Sentii che lui ci stava
aiutando, ma non riuscì a completare il miracolo. Anche se Cordelia e io ora avevamo superato
quel momento di difficoltà, c’era ancora una componente di apprensione nel suo dolore, che non
riuscivo a capire e che lei non riusciva a spiegarmi. Ben presto non sembrò esserci più alcun
motivo perché io restassi con lei oltre. Quando le dissi che dovevo tornare dalla mamma, lei mi
chiese se avessi già pranzato e mi diede un po’ di carne fredda, e mentre la mangiavo vidi che mi
stava fissando con quello sguardo vuoto da cui si capiva che aveva paura.
Appoggiai coltello e forchetta e chiesi: «Cosa c’è?».
Lei ribatté, di nuovo irritata: «Cosa c’è, cosa?».
Al cancello, in piedi su una pozza asciutta di petali rossi di biancospino, la salutai. Non avevo
percorso neppure una cinquantina di iarde che la sentii correre dietro di me. Sul viso, man mano
che si avvicinava, quel suo sguardo vuoto. Pensai: “Finalmente mi dirà di cosa ha paura”.
Ma tutto quello che disse fu, «Il “Times”. Dovremmo mettere un annuncio funebre sul
“Times”. Chiedo ad Alan di occuparsene».
Delusa, le dissi che andava bene, e mi affrettai a tornare a Lovegrove.
Quando arrivai a casa sembrava che la mamma si fosse addormentata, anche se per tutta
quella giornata, e ogni volta che andammo in camera sua a controllare durante la notte, continuò
a tenere la mano premuta contro il muro. La mattina seguente si alzò e fece colazione, ma
dall’altro capo del vassoio mi confidò: «Un po’ di tempo fa ti ho detto che la mia mente ha perso
la capacità di fare connessioni tra un certo numero di cose, e quando camminavo nel frutteto mi
ero dovuto convincere che quegli oggetti rotondi che pendevano dagli alberi fossero mele. Di
recente la cosa è peggiorata decisamente, per tutta la primavera ho dovuto ricordare a me stessa
che quelle cose verdi che continuavano a comparire sugli alberi erano foglie. Ma ora il mio corpo
sta facendo le bizze. Le varie parti che mi compongono hanno dimenticato quello che devono
fare. La mia spina dorsale fa i capricci e non vuole sostenere il collo, e il collo fa lo stesso con la
testa. Non penso che sia dovuto solo a Richard Quin. Penso di essere molto malata, e per
sistemare le cose suppongo dovrei vedere un dottore».
Telefonai, o almeno così credetti, al nostro dottore, e lasciai un messaggio; ma al suo posto
arrivò uno sconosciuto, il quale c’informò che il nostro dottore era stato chiamato alle armi,
ascoltò quello che avevamo da dire e visitò la mamma, dichiarandosi incredulo. Non gli
sembrava possibile che, fino a due giorni prima, la mamma si fosse alzata tutti i giorni a fare
colazione, ad aiutarci con le lezioni di musica, ad andare a fare spese e a ricevere visite, perché
mostrava tutti i sintomi di una grave malattia e a uno stadio già avanzato. Non era sicuro della
natura della malattia; avrebbe potuto essere questo o quello, ma non aveva dubbi sul fatto che
fosse ormai progredita a uno stadio incurabile. Già le condizioni del suo cuore le avrebbero reso
impossibile sopravvivere ancora più di qualche settimana. In quel momento ci trovammo
davvero di fronte a una delle orribili conseguenze di quella guerra. Quel dottore era anziano e, ci
raccontò, era ritornato alla professione quando era già in pensione semplicemente per senso del
dovere, e ovviamente era oberato di lavoro. Intuiva che mia madre era una persona brillante e
amata da tutti, e in un universo ragionevole non sarebbe dovuta morire. Era, senza dubbio,
nauseato, come tutti in tempo di guerra, dalla vittoria schiacciante ottenuta dalla morte. Per
risollevarsi lo spirito si volse a Mary e a me e ci disse che sapeva che eravamo due pianiste
celebri, e pertanto immaginava che probabilmente fossimo state troppo occupate a perseguire la
nostra carriera per notare la sofferenza di mia madre: era inutile ripetergli che lei aveva raggiunto
quello stadio in un paio di giorni. Scoppiammo a piangere, ma solo perché avevamo appena
perso il nostro unico fratello, e perché stavamo per perdere nostra madre. Sapevamo che quel
vecchio sciocco non appena rientrato a casa avrebbe guardato nel suo registro e si sarebbe reso
conto che avevamo chiamato il nostro medico un paio di settimane prima per capire se fosse una
buona idea portare la mamma dallo specialista un’altra volta, e che lui l’aveva trovata abbastanza
bene. Gli uomini erano così, umorali, ingiusti, inclini a mostrare il proprio turbamento davanti
alle difficoltà della vita rendendole ancora più pesanti da sopportare; tutti gli uomini tranne
Richard Quin, che ci aveva lasciate. Il dottore ci chiese se fossimo in grado di organizzarci per
chiamare un’infermiera che si occupasse di lei, e ci spiegò che in quel momento era molto
difficile trovarne di disponibili. Io gli dissi che avevamo una cugina che aveva quasi finito il
corso di formazione professionale in ospedale, e lui suggerì di informarla che avrebbe potuto
chiedere un congedo per gravi motivi familiari, perché nostra madre avrebbe potuto avere
bisogno di assistenza continua.
Faceva sembrare ogni cosa infinitamente tediosa, come se da quel momento in avanti non
avremmo più avuto tempo di parlare con la mamma o di aiutarla ad affrontare le giornate a causa
di un’infinità di faccende organizzative onerose di per sé, e che noi avremmo trovato
particolarmente onerose a causa delle nostre mancanze morali o psicologiche. Suggerì anche che,
per quanto avesse intenzione di far venire uno specialista a visitare la mamma, l’incombenza gli
risultava decisamente gravosa e avrebbe risolto comunque le cose grazie alla sua chiara
superiorità nei nostri confronti. Inoltre, la situazione era resa ancor più penosa perché, a causa
della nostra evidente mancanza di interesse per il benessere della mamma, qualsiasi intervento
sarebbe stato inutile, in quanto troppo tardivo.
Non appena se ne fu andato scrissi a Rosamund e anche a Constance, e Mary uscì a impostare
le lettere, mentre io salivo dalla mamma per vedere come stava. «Mi chiedo se quel dottore
avesse qualche motivo specifico per essere tanto cupo», disse la mamma, «o semplicemente è
una razza così, come i labrador, stando a quanto si dice. Vorrei non fossimo costrette a tenerci un
dottore tanto strano, ma non preoccuparti di quello che dovete fare per me. Non farà alcuna
differenza, è la fine ormai». Voltò la testa dall’altra parte, sospirando: «Il mio bambino, il mio
bambino», e chiuse gli occhi. Li aprì ancora un istante per fissarmi con uno sguardo penetrante e
disse: «Tutto ciò non giustifica il fatto che stiate trascurando il pianoforte».
Ci sedemmo al suo capezzale in una casa che era cambiata per sempre. Il silenzio, che era
sceso come una cappa su ogni stanza dal momento in cui Richard Quin era partito, ora la ostruiva
completamente, quasi fosse un solido invisibile. Non esisteva suono che potesse disperderlo. Ora
Richard Quin era ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte. Era in piedi nel prato, era sul
marciapiede fuori dal cancello, era perfino nel suo letto. Ma il suo viso si voltava sempre
dall’altra parte, si rifiutava di avere ancora qualcosa a che fare con noi. Ci sentivamo colpevoli,
perché non stavamo facendo ciò che ce l’avrebbe restituito vivo e sorridente, qualsiasi cosa
fosse. Niente era come prima, nemmeno la nostra musica. Ora, quando suonavamo, ascoltavamo
un messaggio che arrivava al nostro orecchio indipendentemente dalle intenzioni del
compositore, e che potevamo sentire perfino quando ci esercitavamo con le scale e gli arpeggi.
Quei suoni rafforzavano la nostra consapevolezza che Richard Quin era dappertutto, che non era
in nessun luogo, che ci aveva abbandonato, che noi avevamo abbandonato lui; e tuttavia ci
lasciavano intendere che, per quanto tutte quelle cose fossero vere, ci fosse anche un’altra verità.
Il silenzio, però, s’insinuava prepotente tra i suoni, prima che potessimo sentire cosa fosse quella
verità. Ascoltavamo con una concentrazione insensata, perché sapevamo che quel messaggio non
si sarebbe mai manifestato in modo più esplicito di così. Eravamo in attesa di notizie anche su
nostra madre, non solo su nostro fratello.
Ci sembrava meno naturale che morisse la mamma piuttosto che Richard Quin. Tutte noi
potevamo ricordare un tempo nel quale lui non esisteva ancora, e ciò era servito a renderci
consapevoli del fatto che lui non fosse una parte permanente del mondo. Ma la mamma era
sempre stata lì, il fatto che ci lasciasse ci sembrava probabile quanto l’ipotesi che ci franasse il
terreno sotto i piedi. E non potevamo fare niente per lei. Era distrutta per la morte di Richard
Quin, ma aveva una conoscenza tanto più profonda della sua condizione attuale che noi eravamo
escluse da quel suo dolore. Qualche volta sollevava le piccole palpebre raggrinzite e gridava
qualcosa su di lui e su ciò che stava facendo e noi non riuscivamo a capire, non potevamo
nemmeno ricordare quelle parole, perché erano troppo oltre i confini del nostro mondo.
Riuscivamo a malapena a darle sollievo dal punto di vista fisico. Sentiva spesso la necessità di
essere messa a sedere sul letto, perché qualsiasi posizione alla lunga le risultava insopportabile,
e, per quanto fosse leggera, noi non riuscivamo a sollevarla. Il suo corpo era diventato così
sensibile che poteva sopportare il contatto con quello altrui solo per un secondo; e ci voleva la
forza di Kate per prenderla e alzarla prima che cominciasse a gemere per il dolore. Il dottore non
passava mai senza rimarcare quanto fossimo sfortunate a non poter essere di alcun aiuto in quella
che lui chiamava la stanza del malato; perché ciò che aveva letto nel registro non aveva alterato
minimamente l’opinione che aveva di noi, la medicina con cui si curava era il disprezzo nei
nostri confronti.
Due giorni dopo aver ricevuto la notizia della morte di Richard Quin, il signor Morpurgo
venne a vedere come stava la mamma. Gli tacemmo il fatto che il dottore ci aveva detto che stava
morendo, perché era gonfio in viso e parlava come se fosse entrato in una chiesa. Quando scese
dalla sua camera disse con aria cupa che l’aveva trovata meglio di quanto si aspettasse, poi
chiese il numero di telefono del dottore e sospirò: «Dobbiamo consultare tutti gli specialisti
disponibili». Rimase seduto con noi per un po’ ma senza riuscire a parlare. Una volta arrivato
sulla soglia ci diede un bacio, per la prima volta nella sua vita, e mormorò con la voce roca:
«Non è giusto che io sia arrivato a quest’età, mentre vostro fratello era così giovane». Di nuovo,
non c’era niente che potessimo fare. Non potevamo aiutarlo più di quanto potessimo aiutare la
mamma. Vedevo la vita di quei giorni come un flacone di vetro grigio, riempito dell’acqua salata
delle nostre lacrime. La causa del nostro dolore aveva un decoro classico, nostro fratello era
morto combattendo per il suo paese. Ma era un dolore inutile. L’acqua salata, versata sulla terra,
non nutre quello che sulla terra cresce, lo uccide.
Non riuscivamo neanche a disporre di qualche istante in quel periodo, per provare a renderlo
migliore. C’era sempre il dottore. Non portò con sé lo specialista che aveva visitato la mamma la
prima volta, ma un altro estraneo che chiamava la mamma piccola signora, e al quale
evidentemente era già stato detto che io e Mary eravamo inette ed egoiste e Kate maldestra. Il
dottore si preoccupava sempre di rinfacciarci di continuo il verdetto dello specialista, non tanto
perché la cosa potesse essere di qualche aiuto per la mamma, ma solo per ricordarcelo. Ci
mandava su tutte le furie il pensiero che, se fossimo state in tempo di pace, ci saremmo potute
sbarazzare di quell’uomo funereo e denigratore; ma tutte le guerre infliggono a chi ne è coinvolto
le varianti delle torture praticate durante la Rivoluzione francese, quando persone che non si
conoscevano tra di loro venivano fatte spogliare, legate insieme e buttate nel fiume, e allo stesso
modo noi non potevamo trovare un altro dottore. Fortunatamente la mamma molto spesso era in
grado di ingannare il dolore. Cominciò ad avere la meglio sulla sensibilità del suo corpo
speculando sulla sua origine. Il suo aspetto emaciato la interessava particolarmente, e a volte
diceva: «Ho scoperto un nuovo osso». Ma all’improvviso anche quella risorsa la abbandonò. La
quarta mattina chiese se l’annuncio della morte di Richard Quin fosse già apparso sul «Times», e
le portammo il giornale, che non avevamo guardato nemmeno noi, perché non eravamo
abbastanza forti per farlo. I nostri nomi erano apparsi sui giornali per le cose belle che ci erano
successe, e avremmo voluto che per lui fosse lo stesso.
Ci chiese di infilarle gli occhiali. Le caddero dal viso mentre stringeva convulsa il giornale
con entrambe le mani, cercando di strapparlo, e dato che non ci riusciva si buttò indietro sui
cuscini gridando con una rabbia violenta, infinita, animale. Prima che le portassimo il giornale
non sembrava nemmeno più nostra madre, pareva piuttosto il suo calco di cera, più piccolo, e del
colore delle lenzuola più che della carne. Ora era una scimmia colpita a morte da un cacciatore.
Non potevo prenderla tra le braccia per paura di farle male. Rimasi ferma immobile e intanto
pregavo perché morissimo tutti. Il giornale era caduto sul pavimento e Kate lo raccolse.
La mamma singhiozzava: «Portargli via il figlio».
Mary mi passò il giornale, dicendo: «Non avresti dovuto far gestire la questione
dell’annuncio a Cordelia. Riesce a trasformare tutto in un danno».
In un primo momento non riuscii a trovare la lunga lista degli «Uccisi in azioni di guerra».
Poi la lessi ad alta voce, finché non arrivai alle parole, «unico figlio maschio del defunto...», e lì
mi bloccai. Cordelia aveva omesso il secondo nome di nostro padre, che lui usava sempre
quando parlava in pubblico, e non aveva menzionato dove fosse nato e vissuto fino alla
disgrazia. Nessuno che avesse letto quell’annuncio avrebbe mai potuto capire che Richard Quin
era figlio di papà.
«Crudele», diceva la mamma in lacrime, «crudele».
«Verrà qui questo pomeriggio», mi disse Mary.
«Cosa faremo?», chiesi, pur sapendo che non c’era risposta.
«Hai sentito?», disse Mary. «C’è qualcuno alla porta. Dev’essere il dottore».
«Non voglio vederlo», gemette la mamma.
«Non è necessario che tu lo veda», dissi io, e andai giù per mandarlo via. Ma non era il
dottore, era Rosamund, nella sua divisa, non più bella, pallida e troppo imponente. Ci abbracciò,
poi s’inginocchiò davanti al letto della mamma e le disse: «Non sono potuta venire prima».
«Non è possibile che sia tu invece del dottore», sospirò la mamma. «Per un momento ho
pensato che ora tutto sarebbe andato male. Ah, la mia povera bambina».
«Suppongo che dovrei prenderla meglio, perché sapevamo tutti che sarebbe successo», disse
Rosamund, «ma non mi rendevo davvero conto di quanto continuassimo a ingannarci per paura
di quel che poteva accadere. E adesso, oh, ogni centimetro di me sa che è vero. Non c’è niente in
me, nemmeno un’unghia, che non sappia che è vero».
«La mia povera bambina, la mia povera bambina», diceva la mamma, «non ho nessun diritto
di affliggerti ora. Ma tu sarai capace di sollevarmi da qui, credo, mi fa così male quando mi
toccano, mi devi perdonare per essere tanto egoista».
«Non sei affatto egoista», disse Rosamund. «Sei la mia salvezza. Fare l’infermiera è la mia
musica, mi sento me stessa solo quando curo qualcuno. Ma a volte divento debole, te l’ho detto
una volta, sentivo quasi di dover abbandonare il mio lavoro di infermiera per le mie difficoltà di
fronte ai bambini ustionati, e anche Richard Quin è morto così. Quando l’ho saputo volevo
scappare dall’ospedale. Ma ora devo prendermi cura di te; certo che posso sollevarti, e questo mi
rimette in salvo».
«Sì, sì, puoi sollevarmi e aiutarmi ad andarmene più facilmente», disse la mamma, «e puoi
aiutare Mary e Rose a non pensarci troppo». E poi si appisolò di nuovo.
Rosamund rimase inginocchiata davanti al letto, la guancia appoggiata al copriletto, vicino
alla mano della mamma, e chiuse gli occhi. Poi all’improvviso si mise seduta e si coprì le
orecchie come per scacciare un rumore, e disse piano: «La casa è così silenziosa ora».
«Sì», disse Mary. «Ci sembrava già silenziosa quando lui era via al campo, o quando era
appena partito per la Francia, ma non era silenziosa come ora».
«Ma è così dappertutto», disse Rosamund. «Anche in ospedale c’è un gran silenzio. Ho fatto
il turno di notte e quando mi sono incamminata per i corridoi mi sono dovuta fermare e rimanere
immobile, i miei passi risuonavano troppo forti sulla pietra. Oh, sono così felice di essere qui. In
questo momento non riesco a sopportare l’ospedale. È orribile camminare per quei lunghi
corridoi sapendo che la meta è arrivare alla fine, e dover continuare a camminare fino a che non
ci si arriva». Cadde di nuovo in ginocchio, e nascose il viso contro la mano della mamma e disse:
«Ma accanto a lei si ha l’impressione che vada tutto bene. Andate a fare quello che dovete. Starò
qui io».
«Sì, bambine», disse la mamma con un sospiro, senza aprire gli occhi. «Continuate con la
vostra musica». Ma quando arrivammo alla porta ci richiamò, con tutta la forza che aveva.
Aggiunse: «Non dite nulla a Cordelia quando arriva. Lei non può farci niente. Ma fate in modo
che io risulti come la moglie di papà sul giornale. E anche sulla lapide». Sobbalzò sulle coperte,
e il dolore le affiorò sulle labbra. «Il vostro povero papà», disse lamentandosi.
«Non parlare», disse Rosamund, «non parlare».
La mamma smise di lamentarsi, ma chiese piena di indignazione: «E perché mai dovrei stare
zitta?».
«Sai bene perché devi stare tranquilla», disse Rosamund. «Gridare e discutere in questo modo
farà entrare gli spiriti maligni».
«Sì, sì, me l’ero dimenticato», disse la mamma. «Sono più giovane o più vecchia di te? Non
mi ricordo. Ma in ogni modo sto cominciando a perdere la memoria. Non sono più tornati a casa
tua, vero?».
«No, mai più dopo il giorno in cui tu e Rose siete venute a farci visita», disse Rosamund. Si
avviò lenta verso la porta, si stirò e sbadigliò, e disse pigra, con voce sicura: «Andrà tutto bene.
Vado a lavarmi e a cambiarmi la divisa». Ma non sembrava avere fretta. Ora c’era un enorme
senso di inattività in casa, e una perenne luce bianca, tutto il giorno, come se fosse un’alba
gelida.
Non avrei nemmeno saputo dire che ore fossero quando scesi di sotto e vidi Cordelia in piedi
all’ingresso, che si toglieva lentamente i guanti. Sembrava più minuta del solito e il viso aveva
perso il suo colorito. Era l’ora per offrirle il pranzo o un tè? Quando mi vide trasalì e sembrò sul
punto di girarsi e uscire. Immaginavo si sentisse in colpa per l’annuncio mortuario di Richard
Quin, e mentre i nostri occhi si incontravano incominciai a dire: «Il “Times”…».
Lei disse calma: «Mi sembra che sia venuto bene. Ma come sta la mamma? Mi ha aperto
Kate, ma sembrava che non si rendesse conto di niente».
Avevo in mano un vassoio, allora lo appoggiai sul tavolino all’ingresso, e circondai con le
braccia quel corpo che apparteneva a un mondo incomprensibile e incapace di comprendere. Lei
era rigida per la paura. Era inutile dirle qualcosa a proposito dell’annuncio sul «Times», non
sarebbe servito a niente. Dissi: «La mamma è molto peggiorata. È la fine. Il dottore dice che le
restano pochi giorni da vivere». Con mia grande sorpresa sentii il suo corpo rilassarsi, e sul suo
viso si diffuse un senso di sollievo genuino e colmo di affetto. Pensai: “C’è qualcosa che sa e che
noi non sappiamo? Forse che con la morte la mamma sfuggirà a una calamità tremenda che si
abbatterà su di noi per annientarci?”. Ma Cordelia aveva sempre torto.
Disse in tono vago: «Mi piacerebbe poter venire a stare qui, dev’essere terribile per voi non
avere nessuno che si faccia carico di questa responsabilità».
«C’è qui Rosamund», dissi, e lei rispose: «Che peccato che non abbia ancora finito il suo
praticantato», ma non era realmente infastidita. I suoi occhi guardavano più lontano e vedevano
la carrozza che aspettava la mamma dietro l’angolo per portarla in salvo dalla lava che si stava
riversando dal vulcano.
Rosamund si affacciò dalla balaustra del pianerottolo e le disse che la mamma l’aveva sentita
arrivare e voleva che salisse immediatamente, perché aveva sonno. Mi resi conto che la mamma
stava praticando una tecnica per la quale era difficile trovare un nome, perché lo faceva sempre
senza malizia. Quando Cordelia entrò in camera le chiese con un filo di voce di non baciarla,
perché non poteva tollerare di essere toccata. Poi tagliò corto con le domande dicendo con voce
più energica: «Hai un bel cappotto. Alzati e scostati dal letto, così posso vederlo».
Era uno di quei cappotti alla cosacca indossati dalle donne durante la prima guerra mondiale,
con una gonna cortissima, ma molto piena e bordata di pelliccia, che si apriva a ventaglio sulle
gambe affusolate, belle e forti di Cordelia, scintillanti nelle calze nere.
«Bellissimo», disse la mamma. «Sembri una bambola. E anche il cappellino con la veletta è
molto bello. Cara Cordelia», la voce si spense e lei chiuse gli occhi.
«È meglio che la lasci ora», le disse Rosamund, e la mamma sussurrò tra le coperte: «Mi
dispiace tanto, addio, cara».
Una volta uscita dalla stanza e scesa al piano di sotto, Cordelia disse: «Sta molto peggio di
quanto pensassi. È difficile credere che una persona possa essere così scheletrica e continuare a
vivere», e la sua voce trasmetteva un senso di pace. Non c’era possibilità di confutare quella sua
convinzione che la mamma si stesse dirigendo in un luogo sicuro. Ma poi aggrottò la fronte e
scosse la testa, e io capii che si era ricordata di dover assumere un’aria più contrita per il pericolo
che incombeva su di lei. Era il suo solito comportamento insensato. Tuttavia, la pazienza e la
tenerezza con cui mia madre le aveva detto «sembri una bambola» mi impedirono di arrabbiarmi.
Kate ci portò il tè con le focaccine imburrate, e noi le mangiammo con le lacrime che ci rigavano
il volto e ci bagnavano la bocca. Poi io dissi: «C’è qualcosa di Richard Quin che vorresti
avere?», e lei non rispose, ma mi guardò con occhi che avrebbero potuto essere quelli di una
veggente, o di una bambola. Mi venne in mente il suo comportamento odioso quando aveva
saputo del sussidio al New College ottenuto da Richard Quin, il sorriso malizioso di Rosamund
quando si era affacciata dalle scale e aveva sentito Cordelia sminuirla, la pazienza e la tenerezza
nella voce di mia madre, e continuai a mangiare le focaccine imburrate. Rosamund fece capolino
dalla porta e poi se ne andò di nuovo; e Cordelia, per la quale la presenza di Rosamund era
sempre una sfida, disse con fare da adulta: «Non dovresti angosciarti adesso col pensiero delle
sue cose, quando c’è già così tanto che grava sulle tue spalle». Ma aveva ancora le narici dilatate,
aveva paura, stava di nuovo trattenendo dentro di sé qualcosa di terribile che pensava di sapere.
Rosamund fu di nuovo alla porta. «Ho detto alla mamma che stavate mangiando le focaccine
calde imburrate, e lei ha detto qualcosa a proposito di pane e burro trasportati su una persiana. Si
sta assillando perché non si ricorda i versi».
Corsi di sopra e mi inginocchiai accanto al suo letto. La mamma stava ridendo. «Dopo tutte le
volte che li ho sentiti ripetere da vostro padre ora non riesco a ricordarmi come suonino. La mia
mente funziona proprio male. È andata».
Io recitai:

Il giovane Werther amava Carlotta


e già della cosa fu grande sussurro.
Sapete in che modo si prese la cotta?
La vide una volta spartir pane e burro.

Ma aveva marito Carlotta, e in fondo


un uomo era Werther dabbene e corretto;
e mai non avrebbe (per quanto c’è al mondo),
voluto a Carlotta mancar di rispetto.

Così, maledisse la porca sua stella;


strillò che bersaglio di guai era, e centro;
e un giorno si fece saltar le cervella,
con tutte le storie che c’erano dentro.

Lo vide Carlotta che caldo era ancora,


si terse una stilla dal bell’occhio azzurro;
e poi, volta a casa (da brava signora),
riprese a spalmare sul pane il suo burro.10

Iniziammo a ridere piano, come se fosse un nostro segreto, continuando finché non ci
sentimmo male per le troppe risate, poi lei cominciò a singhiozzare e io piansi con il viso
nascosto tra le coperte. Sentii le sue dita tra i capelli, lievi e riluttanti, perché ormai provava
dolore sia a essere toccata che a toccare, e delicatamente, come se anche quello fosse un segreto,
disse: «È proprio stupido, continuo a pensare che preferirei morire piuttosto che darvi così tanta
pena». Sollevò la mano a fatica, e appoggiò il palmo contro il muro, come aveva fatto tante volte
subito dopo aver sentito che Richard Quin era stato ucciso; e negli occhi le si accese uno sguardo
attento. «E sarà anche peggio, prima della fine», disse. «Non potrò andarmene tanto facilmente.
Dovete perdonarmi. Sembra sia stato stabilito così e pare proprio non vi possa essere altro modo.
Vai giù ora, cara».
Ma sulla soglia mi voltai e tornai da lei; e in effetti aveva proprio bisogno di conforto. «Ma
darvi tutta questa pena... Dovete perdonarmi. E quando sarà troppo penoso, non lasciate che i
bambini mi vedano».
«Quali bambini?», chiesi, esitante. Mi chiedevo se non si ricordasse più che eravamo tutti
adulti ora.
Dormì tutto il pomeriggio e anche tutta la sera. Alle dieci, quando Rosamund stava salendo in
camera per andare a dormire e Mary e io ci stavamo accomodando in poltrona accanto al suo
letto, una per lato, si sentì suonare alla porta. Scesi e trovai Constance; alle sue spalle, il
temporale squarciava la notte con le sue frecce di pioggia. Stavamo parlando delle condizioni
della mamma, ancora lì sulla soglia, quando lei sollevò il viso, solenne e lucido di pioggia, e alzò
la mano per farmi segno di tacere. Dalla stanza al piano di sopra si sentì chiamare il nome di
battesimo di mio padre, mormorato con voce straziante. L’avremmo sentito più e più volte nei tre
giorni e nelle tre notti che seguirono. La mamma si era tramutata improvvisamente in uno
scheletro demente, che sobbalzava sul letto e gridava il nome di mio padre con un dolore così
violento che sembrava fosse lui, e non Richard Quin, a essere stato ucciso da poco. Urlava quel
nome così forte che lo si poteva udire dalla strada, lo gridava in modo selvaggio, non c’era più
amore in lei. Non parlò mai più di Richard Quin, e non riconosceva né Mary né me. Riconosceva
Rosamund e Constance e Kate, ma solo perché erano abbastanza forti per sollevarla sulle
coperte. Nessun farmaco alleviava il dolore della sua carne e del suo spirito. Le facevano delle
iniezioni, ma anche se qualche volta dormiva non era per via dei farmaci iniettati, capitava
piuttosto nei momenti più imprevedibili, quando il suo dolore si faceva confuso e pieno di
rimostranze. Era come se si rifugiasse nel sonno per poter argomentare con maggior forza, e
quando si risvegliava era il suo dolore ad aver ricevuto ristoro dal sonno, non lei.
Il suo sonno però dava sollievo a noi, un sollievo di cui avevamo disperatamente bisogno. Mi
ero chiesta spesso perché i dottori e le infermiere cercassero di calmare i pazzi che si
dimostravano violenti, perché le loro famiglie ne fossero tanto devastate, perché non li
rinchiudessero in celle insonorizzate per lasciarli indulgere in quell’attività che si erano scelti
come fonte di piacere. Ma ora, vedendo mia madre, che si era fatta orrenda come un albero
infetto e ritorto su se stesso in una palude spazzata dal vento, scosso da un demone che ne
abitava ogni ramo, lo capii. Mentre urlava e si contorceva, la stanza diventava pericolosa. Se non
fosse stato per Constance e per Rosamund e per Kate che si chinavano su di lei, come
sacerdotesse e atlete, piegandole ad arte le ginocchia e trovando la giusta presa per farlo senza
infliggerle dolore, la disperazione di mia madre sarebbe andata persa, per non essere mai più
catturata, per lo meno non da noi. Ne riportavano delle ferite, quelle donne forti, anche se la
mamma era così debole. Erano coperte di sudore, col fiato corto e che usciva a fatica, quando
portavamo loro il cibo che mangiavano come fossero rimaste a digiuno per giorni, e quella a cui
toccava il turno di riposo dormiva come se non dovesse risvegliarsi mai più.
C’erano moltissime cose da fare. La signorina Beevor venne a trovarci la prima mattina di
quella fase per vedere se poteva fare qualcosa per noi, e all’improvviso il nome di mio padre
irruppe nella nostra conversazione, gridato con un urlo stridulo, per tre volte. I poveri occhi
innocenti di quella donna si volsero al soffitto. Il nome fu urlato un’altra volta. La borsetta di
capretto bianco, con la scritta «» pirografata, cadde ai miei piedi, e la signorina Beevor corse
fuori dalla casa e giù per i gradini.
La raggiunsi con la borsa tre case più avanti, e lei disse con voce tremula: «Mio padre e mia
madre se ne sono andati in modo molto sereno, non pensavo sarebbe stato così», e io mi ricordai
troppo tardi quello che aveva detto mia madre a proposito dei bambini, di non lasciare che la
vedessero quando le cose si fossero fatte troppo penose. Mandai dei telegrammi a zia Lily e a
Nancy Phillips, che quando avevano saputo di Richard Quin ci avevano entrambe fatto sapere di
voler venire a fare visita alla mamma, e scrissi loro di aspettare che le chiamassimo; poi telefonai
al signor Morpurgo per dirgli di sospendere le sue visite quotidiane, perché la mamma aveva
bisogno di riposo assoluto. Sentii un sospiro, e il rumore della cornetta che veniva riagganciata.
Lo dissi anche a Cordelia, anche se non ero sicura di far bene. Tutte quelle cose richiedevano
tempo; e dovevamo anche pensare a cucinare, e mandammo via la donna delle pulizie appena ci
fu possibile.
C’erano anche i poliziotti di cui occuparsi, perché il cugino Jock era scomparso. Era rimasto
scosso dalla notizia della morte di Richard Quin, ma non aveva permesso a Constance di venire
ad aiutare Rosamund. Non sapemmo mai quali mezzi avesse usato per impedirle di fare ciò che
più desiderava, e a dire il vero eravamo completamente all’oscuro dell’esatta natura del dramma
che aveva improvvisato per tenere incatenata a sé la moglie in quella casa tetra e piccola. La
mamma lo sapeva, ma noi no. Constance non aveva potuto farci niente, finché una sera aveva
trovato il flauto rotto di Jock abbandonato tra coltello e forchetta, e una domestica le aveva
riferito che un’ora prima lui aveva comunicato che sarebbe uscito per non tornare. «Non ha detto
piuttosto che sarebbe rientrato all’ora di cena?», aveva chiesto Constance. E la ragazza le aveva
risposto: «No, ha detto solo che non sarebbe più tornato». Allora Constance aveva fatto la valigia
ed era uscita sotto la pioggia, passando dalla stazione di polizia locale, dove con la sua solita
impassibilità aveva denunciato la scomparsa del marito, suscitando negli agenti un’incredulità
che non era destinata a durare.
Rosamund permetteva a me e a Mary di aiutarla a dar da mangiare alla mamma, anche
quando era nelle condizioni peggiori. C’era una specie di piacere selvaggio nel percorrere tutto il
cammino con lei, anche quando si trattava di un cammino terribile. Poi un giorno, mentre Mary e
io eravamo in giardino a passeggiare tra alberi di una bellezza oltremisura, con i lillà tardivi e i
primi boccioli di biancospino, inalandone il profumo come se fossero anestetici che potessero
farci dormire, Rosamund aprì una persiana e gridò: «Mary, Rose, venite subito a vedere vostra
madre». Scoprimmo che nella sua stanza non c’era più niente di quello che l’aveva tormentata
per tre giorni e tre notti. C’era una luce pura, e lei era sdraiata tranquilla tra lenzuola ordinate.
Pensammo piene di gioia: «Vivrà». Ma lei disse: «Rosamund mi ha infilato una camicia da notte
pulita, e non mi ha fatto male per niente», e tutta quella sua gioia non era un’emozione ma un
distillato di emozione, e capimmo che stava per morire. Il suo corpo e la sua anima si erano
finalmente svincolati l’uno dall’altra e stavano riposando insieme prima di salutarsi per sempre.
«Cara mamma, che bello vedere che stai meglio», disse Mary.
«Non sto poi così bene», disse, in tono molto nervoso; e a dire il vero anche Rosamund,
seduta all’altro capo del letto, era ancora tesa. «Sedetevi, bambine, e state con me, non è
necessario che vi preoccupiate della vostra musica oggi. È strano che non riesca a vedervi. Non
sono cieca, ma ho qualcosa davanti agli occhi, e non riesco a mettere tutto insieme. Comunque,
so che siete belle, non c’è motivo di preoccuparmi. È stata sempre una fonte di piacere questa.
Avete preso da vostro padre». Fece un sospiro profondo, e per un istante scivolò lontana da noi.
Poi disse: «Dovete regalare tutte le racchette di Richard Quin e le mazze e i guantoni e le altre
cose. Ma non i suoi strumenti musicali. Teneteli fino a che non ce ne saremo andati tutti. Mi
chiedo se, applicandosi veramente, sarebbe mai arrivato a suonare uno strumento davvero bene.
Ma che ragazzo assennato che era. Come ha usato bene il suo tempo, sapendo che doveva
andarsene».
«Era come un uomo che ha fatto fortuna velocemente nella City», disse Rosamund, «una
fortuna per gli altri».
«Sì», gridò la mamma, «una fortuna per tutti. E con quello ha fatto abbastanza, dovrebbe
essergli concesso di riposare». Tremava e aveva di nuovo quell’aspetto tremendo.
«Via, via», disse Rosamund, «non lasciamoci prendere un’altra volta da questi discorsi».
«Perdonatemi, continuo a dimenticarmene», disse la mamma. «Però non è giusto, perché
dovrebbe continuare a tenere duro?».
«È forte abbastanza per farcela», disse Rosamund.
«Sì, è forte, ma questo non vuol dire che non soffrirà, e non avrà paura e non si sentirà
terribilmente stanco. Dovrebbero lasciarlo riposare».
«Ma lui era troppo gentile. Non potrebbe riposare se ci fosse ancora qualcosa da fare».
«Sì, e così si approfittano di lui», proclamò la mamma, «e di me che ne sarà? Le forze mi
hanno abbandonata. Voglio che arrivi la fine, voglio essere divorata completamente dai vermi,
voglio essere digerita dalla terra. Voglio quella pace, per lui e per me stessa. Avremo pure
qualche diritto».
«Per favore, per favore», disse Rosamund. «Spesso mi viene una gran paura quando penso a
come debba essere difficile. Non farmi diventare più codarda di quanto già non sia, non smettere
di aiutarmi, tu mi hai sempre aiutata. Ora hai l’impressione che abbiamo tutti la stessa età. Ma in
verità, io sono ancora qui, nel pieno delle mie facoltà, e vedo che sei più vecchia, mi aggrappo a
te, e non posso fare a meno di chiederti di rendere tutto più facile perché sono più giovane di te.
Perdonami, noi siamo ancora integralmente parte di questa vita straordinaria».
«Sì, devo tener conto di questa vita straordinaria», mormorò la mamma. Poi però urlò presa
dal panico, «Come possiamo sapere che sarà straordinario?».
«Ce l’ha promesso Richard Quin», disse Rosamund. «Lui stesso incarnava la promessa che
non sarà sempre tutto così difficile». Cominciò a balbettare e la mamma chiuse la questione
concordando con lei: «Sì, sì», disse. «Devi perdonarmi, passo da un abbaglio all’altro. Chiedi a
Constance e a Kate di venire qui, loro sono sempre un grande esempio per me. E, Rose, ora
credo che potrei vedere i bambini. Ma non subito, sono troppo stanca, devo riposare un pochino.
Di’ loro di venire questa sera».
Quando il signor Morpurgo udì la mia voce, disse lentamente: «Suppongo che tu abbia
chiamato per dirmi che è morta». Le tenebre che circondano le persone al telefono sono piene di
finezze. Lui era ispirato, come tutti noi, dalla speranza che, se avessimo dato un nome all’evento
che temevamo, quell’evento non sarebbe accaduto; nella sua fantasticheria il passo successivo
era che gli dicessi: “È stato tutto un errore, i dottori si sono sbagliati fin dall’inizio, l’unico
problema della mamma era una febbre che ora è svanita completamente, il dottore l’ha visitata e
ha detto che sta bene”. Quando non mi sentì pronunciare quelle parole, incominciò a scongiurare
la paura in un altro modo ancora, confessandomi quello che aveva sperato, ma io tagliai corto e
dissi che la mamma desiderava vederlo quella sera, e gli chiedeva di trasmettere il messaggio
anche a zia Lily e a Nancy. Promise di farlo, e sembrava un genio della lampada dall’aria triste.
Venne il panettiere e io gli domandai di consegnare un biglietto alla signorina Beevor. Poi
telefonai a casa di Cordelia e mi rispose Alan. Gli chiesi come mai fosse a casa di pomeriggio e
lui mi stupì informandomi che era domenica. Quando gli riferii il messaggio fu molto affettuoso,
ma mi disse che aveva appena messo a letto Cordelia, che era esausta dalla preoccupazione per la
malattia della mamma, per cui, a meno che la sua presenza non fosse indispensabile, l’avrebbe
fatta accompagnare a casa nostra da sua madre la mattina seguente. Gli dissi che andava
benissimo così. Poi la mia coscienza reclamò, e gli chiesi di rimanere in linea finché non avessi
saputo cosa ne pensava la mamma.
Constance era seduta accanto a lei, con indosso una sopravveste bianca che sembrava una
toga, e in grembo una bacinella piena di una lozione preparata da Kate; un giorno era uscita per
un paio d’ore a raccogliere delle erbe che crescevano dalle parti di Claphan Common e che
conosceva sua madre. «Asciugami la fronte», disse la mamma, e quando Constance rimise il
tampone di garza nella bacinella, mi rispose: «Sì, digli che va bene così. Mandale a dire che le
voglio bene e che non vedo l’ora che sia qui domattina. E non pensare male di lei. Promettimi
che non penserai male di lei, altrimenti sarò costretta a vederla stasera, in modo che ti sia chiaro
quanto la tengo in considerazione».
Sembrò addormentarsi. Penso che fossimo tutti in uno stato di sonnolenza, anche se
Constance era seduta dritta sulla sedia. Poi la mamma disse, con un’esclamazione di lieve
disgusto: «Sento qualcuno suonare… È Mary? È Rose? No, non può essere nessuna delle due.
Chiunque sia, sta suonando il terzo movimento della Sonata in sol minore troppo veloce. Ma
certo, sono io che sto suonando. Non sono mai riuscita a suonare quel movimento come si deve.
Fatemi continuare ad ascoltare. Lasciatemi gustare tutta la musica che posso prima di
andarmene». Rimase a lungo sdraiata, ferma immobile, facendosi scappare di tanto in tanto un
gridolino di piacere, e altre volte schioccando la lingua in segno di rimprovero. Quei rimproveri
rivolti a se stessa erano molto frequenti e chiese timidamente: «Ho suonato bene, almeno un
po’?».
«Sì», dicemmo Mary e io, insieme, poi Mary aggiunse: «Tu eri tra i grandi. Brahms non te
l’avrebbe detto, se non fosse stato vero».
«È proprio così», concordò la mamma timidamente. «Mozart e Chopin, loro avrebbero potuto
mentire, ma non Brahms. E tuttavia loro erano di gran lunga superiori». Rimase in ascolto ancora
per qualche tempo, ma poi si stancò, e cominciò a girarsi e a contorcersi, ed esclamò: «Come
suonate bene, Mary e Rose! Ho provveduto a voi come si deve. Invece la povera Cordelia! Mi
domando se non ci fosse un qualche strumento che avrebbe potuto suonare. Ma è stata una
fortuna che non abbia mai cantato. Ci sono così tante brutte canzoni che a lei sarebbero piaciute.
Oh, povera Cordelia». Ci sbalordì tutti quando si mise a sedere, ma poi ricadde sui cuscini
immediatamente. «Non ce la faccio più, il dolore è tornato. Non posso ascoltare, mi trovo faccia
a faccia con qualcosa che non posso sentire».
Constance tolse il fazzoletto di garza dalla bacinella, lo strizzò bene sul bordo, e lo mise sulla
fronte della mamma, ma lei se lo tolse. «Non riesco a sopportarlo. Oh Mary, oh Rose, vostro
padre per tutti quegli anni sapeva che c’erano dei gioielli nascosti nel vano sopra il caminetto e
non me l’ha mai detto; e io per tutti quegli anni sapevo che i ritratti sopra i vostri letti erano
dipinti di valore, e non gliel’ho detto. Eppure ci amavamo. Se gli avessi rivelato che quei quadri
non erano copie ma originali, e glieli avessi lasciati vendere, forse con quel regalo folle sarei
riuscita ad ammorbidire il suo cuore. Ma io non potevo dirglielo, perché c’eravate voi bambini
da crescere, e lui non poteva dirmi dei gioielli perché c’era qualcosa, la rovina ovviamente, da
inseguire. Il nostro amore per lui è stato inutile. Anche il mio amore per Cordelia lo è stato.
Eppure che altro c’è di utile al mondo oltre all’amore?».
Rosamund disse: «Richard Quin sapeva che l’amore non è inutile. Ha fatto tutto quello che tu
e io dobbiamo ancora fare, e lo ha fatto con disinvoltura. Ecco la tua medicina».
«Mi consente di ascoltare la musica, la prendo volentieri», disse la mamma. «Oh, Mary, oh,
Rose, la musica vi mette al riparo. Ma al di fuori della musica resta comunque questo fatto, che
per me l’amore è stato inutile. Ho amato vostro padre, amo vostro padre. Lui non mi ha detto di
quei gioielli, anche quando sapeva che ero preoccupata perché non riuscivo a provvedere al
vostro prossimo pasto. Allo stesso modo io gli ho tenuta nascosta la verità su quei quadri. E
tuttavia da quella volta terribile, quando mi era passato accanto per strada senza riconoscermi,
come se fossi un’estranea, io avevo capito che il suo sconforto era causato dalla sensazione di
non possedere nulla, una sensazione che aveva provato anche quando era ricco; lui sentiva»,
continuò la mamma ansimando, «di possedere meno di niente: c’era un debito enorme che
mangiava tutto quello su cui riusciva a mettere le mani. E se gli avessi dato i quadri, forse
avrebbe finalmente sentito di possedere qualcosa».
Rantolava come se ci fosse una frattura che le attraversava il corpo. «Ma forse no», disse. Poi
posò gli occhi su ognuna di noi e aggiunse con voce lamentosa: «Vedo delle cose, delle masse di
colore, ma non voi. Tutto, tutto passa, eccetto il mio amore. Non avrei saputo che altro fare per
voi con la mia vita, potevo solo darvi la mia musica. Ma non sono riuscita a fare nulla per
Cordelia, e nemmeno per vostro padre».
«Ma, come ti ho già detto, c’era Richard Quin», disse Rosamund.
«Sì, ma non penso che Richard Quin avrebbe potuto fare qualcosa per il suo povero papà»,
disse la mamma. «Vorrei che Piers si levasse dal regno dei morti, vorrei che si liberasse da quella
nuvola di tenebre, vorrei che non fosse a gemere in quella cella là fuori, al centro dell’iceberg.
Era il più caro degli esseri umani. Ma ora che mi sto addormentando grazie a quella medicina,
riesco di nuovo a sentire la musica. Non dovete preoccuparvi per me, neanche un po’».
Alle sei in punto arrivò il signor Morpurgo e fece roteare gli occhi appesantiti dalle borse
vagando da una stanza all’altra, con il suo sguardo da intenditore, perché la casa era diventata
qualcosa di eccezionale e di complesso, come un gioiello di provenienza misteriosa inseguito a
lungo, ora che custodiva mia madre morente. Lo feci accomodare in soggiorno e gli dissi di
aspettarmi, mentre andavo a vedere se era pronta. Mi trattenne per la manica, e mormorò: «Per
tutta la vita ho avuto paura di qualcosa che sarebbe potuto capitarmi, e non ho mai capito cosa
fosse. È questo». Si allontanò e andò alla finestra per guardare il tramonto, tracciando dei segni
sul vetro con l’indice grassottello. Prima che potessi salire di sopra, la signorina Beevor era alla
porta, ma scese in cucina, per vedere se poteva aiutare Kate, e disse: «Non voglio vederla. La
vostra mamma e io siamo arrivate a conoscerci così bene che non c’è bisogno di scambiarci altre
occhiate. Però vorrei essere qui quando se ne andrà». Di sopra la mamma era ancora intenta ad
ascoltare la sua musica e non si accorse di me, ma chiese a Constance un po’ d’acqua. Scesi a
dire al signor Morpurgo che non era ancora pronta. Lui stava ancora disegnando sul vetro della
finestra e disse, senza girarsi: «Non importa, sto bene qui».
Nel lasciarlo, mi resi conto che avevo i piedi gonfi e mi bruciavano; in effetti io e Mary
eravamo andate su e giù per le scale un numero infinito di volte in quei giorni. Mi sentivo anche
svenire dalla fame. Scesi in cucina, che era immacolata come sempre. Le porcellane e i bicchieri
brillavano sugli scaffali, e sulla tavola tirata a lucido Kate e la signorina Beevor stavano
preparando qualcosa per cena. Io però dissi che non potevo aspettare, e Kate, sgridando me e le
altre per esserci rifiutate di mangiare le cose che ci aveva portato di sopra insieme al tè, mi tagliò
un po’ di pane e lo mise su un piatto con il burro e lo zucchero di canna, perché potessi
portarmelo di sopra. Disse alla signorina Beevor: «Gliene facevo mangiare moltissimo quando
erano bambini. Non faceva appiccicare le dita, sapete, e il loro papà non poteva tollerare
l’appiccicaticcio. A nessuno piace, ovvio, ma se metteva la mano su una maniglia appiccicosa a
momenti cadeva tramortito, perciò abituammo così i bambini». Il passato dietro di me era più
tenebroso di come l’avevo conosciuto, non solo irrecuperabile, ma inesplorato, e inesplorabile.
Mio padre aveva provato disgusto per qualcosa che noi bambini facevamo, e la mamma e Kate
avevano escogitato un modo per impedirci di disgustarlo, e noi non l’avevamo mai saputo.
Nessuno dei tre ce l’aveva mai detto, avevano protetto il nostro orgoglio, il passato era più tenero
di quanto avessi creduto.
Su nella stanza della mamma furono tutte felici di mangiare qualcosa. Rosamund, che era
pallidissima, mormorò: «È molto peggiorata», e prese quelle fette dolci con la voracità di un
lupo. Dal letto, una voce debolissima squittì: «State mangiando tutti. Cosa mangiate?».
«Pane, burro e zucchero di canna».
«Ma come, siete tornate bambine? Ma perché state mangiando pane, burro e zucchero nel
cuore della notte? E chi ve l’ha dato? Dovete stare attente ad accettare dolci dagli sconosciuti».
«È tutto a posto, ce l’ha dato Kate».
«Ma perché Kate è in piedi nel cuore della notte e vi dà pane burro e zucchero di canna? Oh,
cielo. Non dovrebbe fare una cosa del genere. Almeno, non nel cuore della notte».
«È il crepuscolo», dicemmo noi, «sta andando via la luce, non ci vedi bene, e sei molto
stanca, per questo ti sei confusa».
«No, credo di essere in grado di distinguere il giorno dalla notte. Ora devo vedere i bambini.
O poi sarà troppo tardi».
«Non ci sono ancora tutti. Zia Lily e Nancy devono arrivare. Ma vuoi che faccia salire il
signor Morpurgo e la signorina Beevor?».
«No, non ancora. Fatemi riposare un po’. Sarà dura. Non devo far capire che li lascerei
bruciare all’inferno per sempre, e li cancellerei dalla faccia della terra come se non fossero mai
esistiti, se solo potesse servire ad aiutare vostro padre».
«Allora non vederli. Ti amano e non vorrebbero mai essere un fardello per te».
«No. Questo è il genere di cose che vostro padre non avrebbe mai perdonato. E mi farà
piacere. Li amo, anche se amo di più lui. Rosamund, Rosamund, se c’è qualcosa che puoi fare
per rendere più sopportabile il dolore, ne ho bisogno ora. Andate via, care».
Lasciammo la stanza, e dopo qualche istante si sentì arrivare una macchina, ed era quella che
noleggiavano sempre al Dog and Duck, e ne scesero zia Lily e Nancy. Quando uscimmo zia Lily
stava dicendo all’autista: «Girato l’angolo verso sinistra, dopo la curva, ce n’è un altro che è
anche meglio, il Nag’s Head, e lì vi daranno un po’ di manzo freddo coi sottaceti. Oppure andate
al Bull. Poi tornate qui. Vi troveremo un angolo dove mettervi ad aspettare. È tutto per ora, e
grazie mille». Poi ci salutò. «Nel periodo in cui ho abitato qui, dopo che era successo quel guaio
con Queenie, sono arrivata a conoscere tutti i pub della zona perché, quando mi sembrava di
impazzire, correvo fuori a farmi un goccetto, e poi succhiavo la menta piperita per ingannare
vostro padre e la vostra mamma, anche se loro non avrebbero mai prestato attenzione a una tale
sciocchezza, una debolezza piccola quanto un bruscolino. Oh, miei poveri agnellini, cosa faremo
senza di lei».
«È proprio strano che la casa sembri sempre uguale», disse Nancy, che era pallidissima.
Anche se erano solo in due, continuavano a restare indietro, e faticammo molto a portarle
fino alla porta d’ingresso. Poi le condussi in cucina e chiesi a Kate di preparare loro del tè. Zia
Lily vagava per la stanza, con gli occhi arrossati, la tazza e il piattino in mano. Nancy era
appoggiata alla credenza. Ci sono cani che vedono il furgone dei traslochi alla porta e temono di
essere abbandonati. Anche Mary e io saremmo state così se la mamma non avesse fatto di noi
delle musiciste. Zia Lily lasciò che andassimo di sopra e parlassimo con il signor Morpurgo, e la
signorina Beevor andò ad apparecchiare la tavola del soggiorno per una cena che di sicuro non
avremmo consumato.
Nancy disse: «Suppongo che voi non crediate nella vita dopo la morte».
«Perché dovresti supporre una cosa del genere?», chiese Kate.
«Be’, siete tutti così intelligenti qui, e capita sempre più spesso che le persone intelligenti non
credano in Dio o in cose del genere», rispose Nancy. Aveva un tono leggermente polemico.
«Noi sappiamo che c’è», disse Mary. «Ne siamo certissime», dissi io.
«Allora non dovete essere tristi», disse Nancy, come per essere ragionevole.
Ecco il significato della morte di un padre o di una madre. Le luci della ribalta si spostano da
loro a noi, e noi dobbiamo fare quello che abbiamo visto fare a loro. Così ci trovammo costrette a
prendere sulle nostre spalle le occupazioni della mamma, mitigando il vento per proteggere
l’agnello tosato. Con un’esultanza che sapevamo falsa, dissi: «Sta andando da Richard Quin», e
Mary aggiunse, «continueranno a fare quello che facevano qui».
«Eppure non sembrate tanto felici», disse Nancy.
«Be’, sono stanche», disse Kate, «e la morte, anche per gli eletti, è una faccenda dolorosa
quanto la nascita. Non è piacevole per loro vedere la mamma soffrire. Ma tutti in questa casa
sappiamo che sta andando da Richard Quin».
Osservammo Nancy che traeva conforto dalla causa delle sofferenze indicibili di mia madre,
e Kate alzò lo sguardo, mettendosi in ascolto, poi ci ricordò che il tempo passava e dovevamo
andare a vedere se la mamma era pronta per ricevere visite. Così salii di nuovo le scale e vidi che
era quasi arrivata la fine. Rosamund e Constance erano pallidissime, e i loro corpi lunghi si
muovevano come fossero automi. Dal mucchietto di ossa che si intravedeva appena sotto le
lenzuola giunse un filo di voce roca: «No, è inutile darmi acqua, sono divorata dalla sete, ma non
è sete e l’acqua non servirà. Il mio corpo mi sta rigettando, e non si fermerà davanti a niente. È
Rose o Mary? Mandate su i bambini, a uno a uno. Non posso rimandare oltre. Li vedrò solo per
pochi minuti. Di più sarebbe troppo per loro».
Portai di sopra per primo il signor Morpurgo, e mentre si dirigeva con passo felpato verso il
letto di mia madre, notai che le tende non erano completamente chiuse. Era una dimenticanza che
le aveva sempre dato fastidio, perciò andai a chiuderle per bene. Mentre eliminavo quell’ultima
fessura guardai giù in strada. Mi fermai per un momento e avvicinai le tende fino a che non si
sovrapposero l’una all’altra, fissandole come se potessi vedere attraverso la stoffa. Mi girai verso
il signor Morpurgo, ma ora lui era solo una massa scura, come una balena spiaggiata, vicino al
letto della mamma, e la mano di lei avanzò a scatti lungo la coperta fino a trovare la sua testa
scura. Li lasciai e andai nella stanza accanto dove sedevano Constance e Rosamund, tanto
esauste da essere in preda alle visioni. Non mi sentii in obbligo di dire loro che avevo appena
visto un uomo appoggiato al lampione vicino al nostro cancello, con il viso rivolto alla finestra
della mamma. Era slanciato, di un’età indefinibile, con un lampo di bellezza che rimandava la
luce del lampione, e una vaga traccia di lascivia nel suo portamento. Era vestito in modo
eccentrico, con dei pantaloni troppo corti, e tuttavia tutta la sua persona aveva un che di elegante.
Era di sicuro il cugino Jock. Ma mi sembrò inutile dirlo a Rosamund e Constance, perché
avevamo abbastanza da fare con la mamma, e non ero nemmeno certa che fosse vivo o morto.
Forse era il modo in cui stava lì in piedi per la strada a essere scioccante, perché non era affatto
in piedi, ma appeso al lampione, con i piedi che sfioravano appena il terreno. Non ero nemmeno
certa –sia che fosse appeso o in piedi – che fosse davvero presente fisicamente. Dopo aver
passato gli ultimissimi giorni in preda a quella strana marea che rifluiva dal mondo, ero in uno
stato in cui non mi sembrava inverosimile l’ipotesi di aver appena visto un fantasma. In ogni
caso, la sua apparizione era una risposta alla morte di mia madre, e non c’era ragione perché
continuassimo a discutere della cosa rendendola nota. Qualora lui fosse stato vivo, lei presto non
sarebbe più stata alla sua portata; e se fosse stato morto, non aveva comunque alcun potere di
farle del male. La forma del suo corpo – che fosse solido o un’ombra non aveva importanza – era
come un ideogramma che rappresentava la sconfitta. L’esistenza era sul punto di spaccarsi in
due, la mamma sarebbe rimasta da una parte dell’abisso e noi dall’altra. In quel momento, lui
aveva capito che non avrebbe potuto vincere contro di lei, e la lunga sfida tra loro due si era
conclusa con la vittoria della mamma.
Sentimmo il signor Morpurgo uscire dalla stanza, scendere le scale con passo lieve, e
chiudere la porta d’ingresso. Allora portai di sopra zia Lily, e poi Nancy. Mentre andava di
sopra, zia Lily singhiozzava: «Come faremo senza di lei? Saremo tutti agnellini sperduti». Nancy
disse, a labbra strette: «Perché fanno tanto chiasso per un omicidio, quando la morte naturale è
così terribile?». Però uscirono dalla stanza come fiori recisi tanto tempo prima e che ora erano
stati finalmente messi in acqua. La signorina Beevor andò di sopra solo perché la mamma chiese
di lei. Fino all’ultimo momento disse che non voleva turbarla, e mentre la accompagnavo in
camera gridava stridula: «Volevo starvi lontana perché sapevo che vi avrei dato noia con una
domanda. Ma voi siete l’unica persona alla quale io abbia mai raccontato della cosa orribile che
ho fatto. È giusto che continui a essere amica di Mary e Rose senza dire loro niente?».
La mamma urlò, altrettanto stridula: «Non dite niente».
«Ma potrebbero non amarmi più, se lo venissero a sapere», disse la povera signorina Beevor.
«Non mettetevi a fare la stupida ora», squittì la mamma. «Vi ameranno per sempre. Dovete
ogni volta comportarvi da sciocca? Oh, perdonatemi, sono stata così brusca con voi, lo sono
sempre. Ma lasciamo perdere. Venite qui vicino, mia cara, voglio ringraziarvi per tutto. Mia cara
Bei-ah-tri-ciei».
Se ne andarono tutti. La notte si chiuse sulla nostra casa, i rintocchi dell’orologio si spensero
lentamente. Kate salì dalla cucina; non si era cambiata per il pomeriggio, e indossava ancora un
abito stampato con cuffietta e grembiule puliti; insieme alla divisa di Rosamund e alla
sopravveste di Constance, riempiva la stanza di lino bianco inamidato che faceva rumore a ogni
movimento; e sulle lenzuola bianche era distesa nostra madre, nera e avvizzita. Il futuro era un
deserto con l’eccezione della musica. E tuttavia era sorprendente che potessimo provare una
disperazione così feroce.
La mamma si era sposata tardi, era ormai vecchia, e sapevamo che era malata da tempo, e che
tutti muoiono. Eppure ci sembrava fosse il primo essere umano al mondo a morire, e noi ci
sentivamo i primi esseri umani a soffrire per la perdita di una persona cara. Poi all’improvviso
Rosamund sorrise, e noi sapevamo che era per lo stupore.
La mamma parlò con voce fioca: «Vorrei che il mio corpo mi sputasse fuori dalla bocca».
«Dicci cosa vuoi che facciamo con il tuo corpo», disse Rosamund.
«È terribile stare sdraiata. Ho la sensazione di cadere attraverso il letto senza riuscire a
scivolare via veramente».
«Vuoi metterti a sedere?».
«Sì. Ma non credo di farcela. Sarebbe troppo doloroso».
«No. Kate e io possiamo riuscirci».
«Dio, dammi la forza per farlo», disse Kate, e prese il corpo della mamma tra le braccia con
estrema delicatezza, e Rosamund tolse i cuscini sedendosi al loro posto, acciambellata in modo
che la mamma potesse stendersi all’indietro e appoggiarsi al suo seno. Ora nostra cugina non era
più pallida e stanca, ma bella e splendente come l’oro, e felice, e la mamma si riposò nella sua
bellezza ampia come un ramo piegato. Sembrava quasi che Rosamund avesse raccolto un pezzo
di legno con una forma che rimandava a qualcosa di sacro durante una passeggiata sulla spiaggia
e ce lo stesse mostrando. «Questo è il paradiso, questa è la gioia», mormorò la mamma. «Mary,
Rose, spostatevi ancora un poco, vorrei vedervi bene. No, un po’ più vicino. Niente, è inutile.
Non importa». Ma subito dopo pigolò: «Ho le mani fredde, sono così fredde che fanno male».
Constance e Kate si inginocchiarono ciascuna a un lato del letto e le scaldarono delicatamente le
mani nelle loro, e lei si calmò. Ma all’improvviso non ci fu più gratitudine da parte sua, né per
Rosamund né per le due donne che le stavano scaldando le mani, e non badò più a noi. Sembrava
morta, anche se i suoi occhi davano l’impressione di vedere ancora. Poi l’intera stanza fu sferzata
da una delle sue occhiate fiammeggianti e gridò: «Sì, sì, non ci siamo ancora, ma è così che
dovrebbe essere», e fuggì da noi come una freccia. Kate e Constance balzarono in piedi e
levarono le braccia in aria per lo stupore. Rosamund, sorridendo, si strinse più forte al petto quel
relitto.

10 W.M. Thackeray, I dolori del giovane Werther (1853), poesia umoristica ispirata al romanzo di Goethe, qui nella traduzione di
Ernesto Regazzoni.