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ECATE: DIVINITA’ INFERNALE O

CELESTIALE?
UNA POSSIBILE ANALISI SIMBOLICA
Roberta Astori - Saggista, Cultore della materia presso Linguistica Romanza
all'Università di Trieste

Imagini de li dei de gl'antichi di Vincenzo Cartari Reggiano (Venetia


1556), immagine di Ecate Triforme

In queste pagine si cercherà di analizzare secondo una prospettiva


simbolica la figura della dea Ecate, tentando di riabilitarne l’immagine,
spesso relegata erroneamente al solo dominio infernale. E’ pertanto
necessaria una preliminare, anche se sommaria, descrizione
iconografica di questa divinità. Ecate viene quasi sempre rappresentata
in forma triplice, tanto che l’appellativo che più spesso accompagna il
suo nome è quello di Triformis. Questo triplice aspetto la caratterizza
come nume tutelare dei crocevia, ossia dei punti d’incrocio di tre strade
dirette in opposti versi. La formazione triadica è tipica del mondo ideale
dell’antichità e spesso si applica alle divinità femminili potenti. Essa si
associa all’idea del ciclo e dell’evoluzione – sia in termini temporali,
come passato-presente-futuro (si pensi, infatti, che anticamente la
divisione del mense era tripartita, e le tre fasi lunari del mese erano
proprio rappresentati dalla Ecate lunare) che di evoluzione coscienziale,
come cammino dallo stadio caotico-uroborico a quello celeste. Ecate,
pertanto, può assumere sia il volto di una fanciulla, che quello di donna
e di vecchia, oppure, arricchita di attributi simbolici ulteriori, essa
appare spesso in forma ferina: con le sembianze di cane, serpente,
cavallo o leone, a seconda delle tradizioni. La sua iconografia si
completa di altre variabili: in mano può portare delle torce accese, un
ramoscello d’ulivo, una chiave o la cosiddetta “trottola magica”. Ai
piedi calza dei sandali dorati. Nella sua forma celeste indossa delle vesti
bianche, mentre l’aspetto infernale è caratterizzato da un abbigliamento
di colore nero. Spesso è accompagnata de un segugio o da una schiera
di cani ululanti.

Origini e fonti testuali

Ecate potrebbe essere fatta derivare dalla divinità


egiziana Heket, che a sua volta si è evoluta in Heq,
matriarca dell’Egitto predinastico. In Grecia, essa era una
divinità pre-olimpica, poi assorbita dal pantheon ellenico.
Dalla Teogonia di Esiodo (411-413) sappiamo che la sua
genealogia deriva dai Titani Phoibe e Koios, i quali ebbero
due figlie: Leto, madre di Apollo ed Artemis, e Asteria, la
quale dall’unione con Perses, diede alla luce Hecate:

 δ∋ η υ π ο κ υ σ α µ ε ν  Ηε κ α τ ν τεκ ε,
τν π ε ρ ι π α ν τ  ν

Ζευ σ Κ ρ ο ν ι δ  σ τ ι µ  σ ε : π ο ρ ε ν δ ε
ηο ι α γ λ α α δ  ρ α,

µο ι ρ α ν ε χ η ε ι ν γ α ι  σ τ ε κ α ι α τ ρ
υγ ε τ ο ι ο τ η α λ α σ σ  σ (1).

Una tradizione più tarda la fa figlia di Zeus ed Era,


riducendo la sua sfera d’azione al mondo ctonio (2) .

Tuttavia, le sue origini sono incerte: la maggioranza


degli studiosi è concorde nell’affermare che questa figura
nasca nell’Asia Minore occidentale e precisamente nella
regione della Caria. Dalle scarse testimonianze in nostro
possesso, possiamo arguire che si trattasse di una divinità
connessa ai passaggi attraverso zone liminali: per questo
motivo Thomas Kraus, in una monografia dedicata alla
dea, (3) la associa ad Apollo che, nella mitologia greca,
con l’epiteto di Agyieus, aveva un’analoga funzione di
guardiano delle porte e delle strade. Molti studiosi, invece,
la assimilano alla Grande Madre anatolica: sebbene
probabilmente ci sia una certa dose di verità in
quest’ipotesi, essa non ha molta rilevanza ai fini delle
origini di Ecate stessa, dal momento che virtualmente,
tutte le divinità femminili – e in particolar modo quelle
orientali – sono legate alla figura della Grande Madre (4) .

La prima testimonianza letteraria in cui Ecate fa la sua


comparsa da protagonista è la Teogonia di Esiodo (vv.
411-452): si tratta del noto inno a lei dedicato, la cui
interpretazione da parte degli studiosi ha generato nel
tempo numerose controversie nel tentativo di spiegare
l’esaltazione della dea al di sopra di qualsiasi altra
divinità, Zeus compreso, il quale “la favorì più di tutti gli
altri dei” (5) . La giustificazione – come suggerisce J. S.
Clay nel suo saggio The Ekate of the Teogony (6) - risiede nel
suo peculiare carattere di intermediaria fra gli esseri
immortali e quelli terrestri: un aspetto che la rende
virtualmente partecipe – o meglio fautrice - di qualsiasi
rapporto o connessione fra umano e divino. Inoltre, Ecate
appartiene alla schiera di divinità femminili panelleniche
cui è stato attribuito l’epiteto culturale di megas, “grandi”:
Artemis, Aphrodite, Demeter-Kore, Nemesis, Nike e Tyche.

La seconda apparizione di Ecate nella letteratura


greca è l’omerico Inno di Demetra, sulla cui autenticità gli
studiosi non sono del tutto concordi, considerandolo per la
maggior parte un’interpolazione successiva. In ogni caso,
il brano va certamente interpretato come la prima
esplicita allusione alla dea nel suo ruolo di guida nei
luoghi e nei momenti di passaggio o transizione. In 1.24
abbiamo infatti il racconto del ratto di Persefone da parte
di Hades, a cui Ecate assiste come testimone, assieme al
dio Helios. Successivamente, in II. 51-59, diviene una
sorta di messaggera per Demetra, per rientrare in scena
in I. 438, immediatamente dopo il ritorno di Persefone
sulla terra. Da quel momento, come recita l’inno, “la
regina Ecate divenne colei che precedeva
( π ρ ο π ο λ ο ζ ) e seguiva (ο π α ω ν ) Persefone”:
pertanto, è sia una guida che una protettrice. Il testo
lascia sottintendere, quindi, che Ecate accompagni
fisicamente Persefone nel suo itinerario di discesa agli inferi
e in quello della successiva ascesa in terra. Dal momento
del ratto, il viaggio si ripeterà ogni anno, e per ogni anno
Ecate farà da scorta alla figlia di Proserpina. In tal modo,
essa acquisisce una nuova caratterizzazione e il ruolo più
ampio e generalizzato di traghettatrice delle anime dei
defunti.
Ecate appartiene anche ai testi di Sofocle, dove viene
menzionata con l’epiteto di Enodia, appellativo applicato
anche ad altre divinità che svolgono la medesima
funzione protettiva delle aree liminali (porte e crocicchi),
come ad esempio Hermes. Nella Teogonia esiodea, in
XXV.4. Ecate Ε ν ο δ ι α (7) è quindi la figura numinosa
(8) e tutelare delle strade, in particolare nei punti dove
esse si incrociano. A Roma sarà Trivia: come suggerisce
l’etimo del termine, essa prende nome e forma proprio da
questa sua connessione con il trivium stesso, la zona di
incontro di tre vie. Pertanto, essa deriverà l’appellativo e
la caratterizzazione di triforme, che la rappresenterà,
nell’iconografia tradizionale, come figura luminosa dal
triplice aspetto e dal triplice volto: umano nella sua forma
terrestre, equino nella sua veste lunare e canino nel suo
habitus infernale (9). Nei paragrafi successivi, si
analizzerà nel dettaglio il ruolo simbolico del tre e i
differenti aspetti che questa triplicità fa assumere alla
divinità in questione. Qui basti fare ancora un breve
accenno alla sua connessione con un’altra divinità
collegata alle zone liminali, ossia quella di Giano,
rappresentato tradizionalmente come bifronte.

Giano viene menzionato assieme ad Ecate nel sesto


inno di Proclo, in cui il poeta invoca le due divinità a
soccorso e a protezione del proprio cammino esistenziale,
proprio in qualità di custodi delle porte, quindi –
simbolicamente – delle regioni e dei momenti iniziatici
della vita. Ecate qui viene appellata come
π ρ ο θ υ ρ α ι α , ”custode delle porte”, appunto (10).

Ancora in relazione a Giano viene citata da Arnobio nel


suo Adversus Nationes, in 3.29 (fine del III sec. d.C.), dove si
elabora una genealogia in cui il nume bifronte risulta
essere figlio di Ecate e del Cielo.

Inoltre, le due divinità sono accomunate dal medesimo


appellativo di α µ φ ι π ρ ω σ π ο ζ , "dalla doppia faccia”,
epiteto che esprime la facoltà di guardare in due direzioni,
applicato in Proclo (11) ad Ecate e in Plutarco a Giano (12)
. L’aggettivo può riferirsi anche all’abilità di interagire con
due differenti realtà: caratteristica peculiare della Ecate
esaltata nel sistema caldaico, di cui si parlerà più avanti.
Si noti bene che nei testi appena citati si parla di una
Ecate bipartita e non tripartita, così come viene
tradizionalmente descritta. Forse ciò si deve ancora al
fatto che , nel sistema caldaico la funzione principale di
Ecate era proprio quella della mediazione tra i due regni
intelleggibile e sensibile, tra i quali essa si pone come
anima cosmica.

Altri documenti letterari a testimonianza del ruolo


apotropaico assunto da Ecate in epoca ellenistica si
ritrovano in Eschilo e Aristofane: in entrambi i casi, la dea
viene menzionata come nume tutelare di porte e accessi,
con l’epiteto di Propylaia: pare che le fosse consacrato un
culto sull’Acropoli di Atene e in particolare al suo ingresso,
i Propilei appunto, dov’era collocata a protezione della
rocca una statua della dea.

Anche Pausania (13) fa cenno a questa tradizione,


citando una Hekate ε π ι π υ ρ γ δ ι α , la cui
rappresentazione nel suo aspetto triforme veniva
venerata sull’Acropoli accanto al tempio di Nike. Con ogni
probabilità si tratta della stessa
Εκα τ ε Π ρ ο π υ λ α ι α citata da Eschilo. Ecate
assume il ruolo di guida e di protettrice dei passaggi non
solo fisici ma anche temporali. E’ così che essa diviene
anche la divinità che presiede alla nascita e alla morte
venendo invocata – non a caso – in momenti astrologici di
particolare pregnanza simbolica, come ad esempio il
plenilunio. In questa circostanza – come testimonia lo
scoliasta di Aristotele Apollodoro (III sec. d.C.) – ad Ecate
venivano offerti dei banchetti rituali, denominati hekataia.
In particolare, qui si menziona il sacrificio rituale del pesce
τ ρ ι γ λ η , sacro alla dea. Anche Plutarco (14) fa cenno
a questi sacri convivi.

In Senocrate (15) troviamo per la prima volta il nome


di Ecate in esplicita associazione alla Luna, in relazione
alla teoria platonica secondo cui l’astro notturno avrebbe
una funzione di intermediazione tra il mondo sensibile e
quello intelleggibile. La sua natura di tramite è collocata
da Senocrate all’interno di un sistema tripartito, dove il
sole e le stelle occupano la parte, per così dire superiore
(o la prima π υ κ ν α , come lui stesso la definisce), la
terra e le acque quella inferiore e la luna quella mediana.
Questa concezione rimanda anche alla teoria medica di
Ippocrate, che assimila la Luna al diaframma, ossia alla
zona mediana del corpo umano. Ma la luna non è
solamente un’intermediaria, essa segna e definisce un
limite tra due zone ben distinte; anzi è di per sé stessa un
limite, un confine tra quei due mondi.

E’ proprio in questi termini che ne parla Plutarco (16),


descrivendola come una barriera che divide il mondo
fisico da quello spirituale. Inoltre, essa viene descritta
come l’agente di una mediazione - e pertanto di una
trasmissione - del principio vitale stesso. Ciò non è in
contrasto con la natura bi-sessuata (17) di Ecate, che
possiede in sé entrambi i principi della generazione, il
maschile e il femminile.

Già Porfirio (18) ed Eusebio stesso si erano riferiti ad


Ecate chiamandola “Luna”; lo stesso accade nei papiri
magici, dove il nome della dea diviene intercambiabile
con quello di Selene. Precedentemente, la stessa
assimilazione con la Luna era spettata ad Artemide,
divinità con cui Ecate verrà a sua volta identificata e di
conseguenza confusa.

Già con gli Stoici (II sec. a.C.) si tenta di tracciare un


parallelo tra Apollo/Sole e la sue sorella gemella Artemide,
che diviene transitivamente, “Luna”. Dai tempi di
Plutarco, l’associazione di Artemide con la luna è ormai un
topos.

“Eccomi, una vergine con varie forme, che vaga nei


cieli,

Un frammento di Porfirio (19) ci presenta un vero e


proprio ritratto di Ecate, nel suo aspetto sincretico: la
divinità viene qui descritta in alcuni suoi attributi come
Selene, come Eleithya e come Artemide:

“con volto di cane, tre teste, inesorabile, con dardi


dorati ... ”

Altre prove della corrispondenza tra Ecate e la Luna si


ritrovano in Seneca (20) e nel già citato Plutarco.

Entrambi gli autori erano fortemente influenzati dalle


correnti mistico-filosofiche che si andavano diffondendo
con sempre maggior forza già dal primo secolo d.C.
Queste fonti attribuivano alla luna una funzione e una
natura intermediaria, oltre che di guida delle anime dei
defunti – meglio chiamate daemones – sul limite che separa
le sfere terrestri da quelle celestiali. Un ruolo, questo,
analogo a quello attribuito ad Ecate e pertanto funzionale
all’identificazione delle due entità.

Ecate assolve, quindi, a una funzione escatologica,


ossia di salvazione. La salvazione consiste, in questo caso,
proprio con il passaggio, e quindi con l’evoluzione e il
perfezionamento dell’anima. Tale escatologica di Ecate –
mediata dalle teorie mistico filosofiche del medio
platonismo – si inserisce all’interno di un sistema
cosmologico che Senocrate descrive come una struttura
triangolare in cui i demoni e la Luna partecipano sia della
natura terrena che di quella ultraterrena. Nell’antichità
post-classica, questo carattere di compartecipazione alla
natura celeste e terrestre viene trasferita ad Ecate che
diviene, di conseguenza, la patrona dei demoni, tanto da
essere spesso definita la loro “regina” (21), a differenza di
quanto accadeva invece in epoca classica, quando essa
era piuttosto la dominatrice dei fantasmi. Allora si credeva
che queste creature, non ben identificate né definibili
proprio per la loro condizione di fatale ed eterna
transitorietà, vagassero senza posa come anime in pena
in una sorta di Limbo, dopo una morte prematura o
violenta. Si credeva inoltre che queste infestassero quei
sepolcri e crocicchi (22) che come si diceva erano
consacrati ed Ecate ed erano il teatro delle sue
invocazioni. Questi esseri senza pace assunsero una
connotazione decisamente negativa e terrifica che, come
vedremo, si mitigherà solo successivamente grazie
all’influsso delle teorie medio platoniche che vedevano i
daemones semplicemente come un medium tra il regno
umano e quello superno. Il senso di orrore che circondava
nella classicità queste figure spettrali venne quindi a
caratterizzare quello della loro domina.

Si accennava poc’anzi alle teorie medio platoniche che


riabilitarono il ruolo dei demoni e, di conseguenza, anche
quello di Ecate loro regina. Appartengono a questa
corrente gli Oracula Chaldaica (23), formulazioni di tipo
profetico composte nell’epoca del secondo ellenismo, in
cui compare di sovente il nome di Ecate in associazione al
già citato ruolo di guida attraverso le zone liminali. Ma
non solo: alla dea viene attribuita anche una funzione
cosmologica, ossia quella di intermediaria delle idee e per
ciò stesso di strutturatrice del mondo fisico. Nel tardo
pensiero mistico-filosofico diverrà molto diffuso e popolare
il concetto di triadizzazione di entità e sostanze. Nel
sistema caldaico la triade cosmologica è formata da un
cosiddetto “Primo Intelletto”, fautore delle Idee, un
“Secondo Intelletto” che le fenomenizza portandole alla
sostanza (entità, quest’ultima, identificabile con il
Demiurgo del Timeo platonico a cui la corrente caldaica si
rifà in larga misura) e un’entità mediana (assimilabile
all’Anima Cosmica) che ha la funzione di trasmettere e
trasportare queste idee dal mondo spirituale a quello
fisico. Ecate è assimilabile a quest’Anima Cosmica. In
particolare, una delle funzioni della triade caldaica è
quella della misurazione, ossia della divisione della
sostanza fisica in proporzioni significanti: dall’idea si
passa alla materia, dal caos primordiale a una
strutturazione armonica. In sostanza, Ecate è l’entità
mediana e il tramite tra questi due estremi, oltre ad
essere in un certo senso anch’essa creatrice, o meglio
“madre” delle anime individuali. Infatti, uno degli attributi
ecatei più spesso citati negli oracoli caldaici, è proprio il
suo “ventre” ( χ ο λ π ο ι ) , rappresentazione simbolica
dell’organo di trasmissione delle idee e, quindi, di
generazione e materializzazione delle sostanze fisiche.
Questo ventre viene impregnato da tuoni e lampi,
emanazioni del Primo Intelletto (altrimenti detto Primo
Fuoco) e simboli delle Forme o Idee platoniche, e dopo
aver dato loro nutrimento le rilascia nel mondo fisico.

In un altro oracolo caldaico (Frag. 52) Ecate è definita


come la fonte dell’acqua dell’anima cosmica:
simbolicamente, quindi, essa è la fonte della vita (24).
Nel Frag. 51 essa anche sorgente della luce, del fuoco,
dell’aria e dell’etere; in sostanza ad Ecate si attribuisce il
potere vitale su tutti gli elementi: essa è il ventre del
cosmo. Questa facoltà di animare con la vita ogni cosa le
dà anche la possibilità di rianimare i morti, come sostiene
Psello in Hyp. Keph. 74.10 K.

La mediazione, nel sistema caldaico, è un atto


schiettamente vitale e pertanto la mediatrice per
eccellenza di tutti i processi vitali non può che essere la
madre del mondo. Per riassumere brevemente, si può dire
che, col Medio-Platonismo, Ecate cominci ad essere
sincretizzata con altre divinità e la sua figura inizi a
includere nuovi tratti: nel tardo misticismo, il suo ruolo
tradizionale di guida e guardiano viene modificato e
ampliato, in funzione di un crescente interesse per le
entità mediatrici, ritratte e considerate come
trascendenti, staccate dal mondo umano.

Questa nuova interpretazione è in contrasto con quella


più sensazionalistica della dea-strega che è cara alla
divulgazione tradizionale , e di cu itroviamo traccia in
molta letteratura della latinità classica: dalle Metamorfosi
di Ovidio (25), dove Ecate è chiamata in causa dalla maga
Medea assieme ad altre entità del mondo ctonio per
invocare il ritorno di Giasone dall’Ade, a Seneca, che
nell’Oedipus (26) fa recitare a un veggente, intento a
invocare le ombre del Tartaro, le seguenti parole:

“Il cieco Chaos si sta spalancando, e al popolo di Dite


si apre una strada verso il regno superno!”, non appena
sente l’ululato dei cani infernali che fanno sempre da
scorta a Ecate. La dea, quindi, apre il passaggio al corteo
delle anime defunte. Al contrario, essa può anche
impedire il loro ritorno: è in questi termini che la
menzionano Apuleio (27) e Luciano (28), che descrive la
dea mentre dalla Terra ridiscende nelle dimore infernali
accompagnata dal suo corteggio di anime. Anche la Sibilla
di virgiliana memoria invoca Ecate “potente in Terra e in
Cielo”, prima ancora di Persefone, la Notte e la Terra, e le
offre un sacrificio affinché le dia accesso alle terre
dell’Ade (29).

Nel Bellum Civile di Lucano (30) assistiamo a una scena


ambientata in una grotta descritta come un luogo “a metà
tra il mondo supero e quello infero”, dove Ericto tenta di
rianimare un cadavere con l’invocazione di Ecate, nume
che le permette di entrare in contatto col morto. In
relazione a questo aspetto magico-stregonesco, è
necessario menzionare quelle entità demoniache
denominate negli oracoli “cani” e ritenute
tradizionalmente far da scorta ad Ecate nelle sue epifanie.
Si tratta di creature divoratrici di anime, esseri
menzogneri e malvagi che si approfittano della debolezza
umana per ingannare e terrorizzare i mortali, allo scopo di
far loro deviare il cammino verso la purificazione. Il cane è
spesso nominato ed associato, quindi, al lato più oscuro di
Ecate.

Ne parla Orazio nella ottava Satira (31), quando


descrive il rituale di evocazione negromantica officiato
dalle due megere Sagana e Canidia: mentre esse
performano l’orrenda cerimonia, che prevede il sacrificio
di un’agnella nera, i cani infernali (infernae canes) di Ecate
ululano in lontananza.

Anche Virgilio (32) nomina questi cani ululanti che


accompagnano l’arrivo della dea; così come Apollonio di
Rodi (33) che li descrive mentre abbaiano raucamente,
quando un’Ecate terrificante, la chioma formata da orribili
serpenti, emerge dalla terra. Licrofone (34) fa dire a
Cassandra come sua madre Ecuba spaventerà i mortali
col suo abbaiare sinistro, accodandosi alla schiera dei cani
che accompagnano Ecate nelle sue scorribande notturne.
Questi demoni-cani sono paragonabili, quindi, ai fantasmi
notturni che si credeva accompagnassero la dea durante
le sue apparizioni e potevano portare l’uomo alla pazzia.
La loro funzione era quella di esaudire le invocazioni e le
maledizioni pronunciate dal mago nel corso delle
cerimonie negromantiche, in cui non si mancava mai di
pronunciare il nome di Ecate. Essa, in virtù della sua
natura intermediaria non può che essere la dominatrice di
queste essenze a loro volta intermedie, siano esse
positive o negative “buone” o “cattive”. Ciò non è in
contrasto con quanto detto finora riguardo all’immagine
salvifica che emerge dall’analisi della letteratura oracolare
caldaica operata dalle correnti medioplatoniche a cavallo
tra il II e il III sec. d.C. Tuttavia, va detto che nella
letteratura classica greca e latina, così come nei papiri
magici prevale decisamente il suo aspetto ctonio ed
infernale.

D’altronde, anche nella dottrina neoplatonica,


identificata con l’Anima Cosmica/Physis, rimane
comunque un’entità tentatrice, dal momento che così
come può elevare le anime individuali, allo stesso modo,
complici i demoni che le fanno corteggio, può attrarle
inesorabilmente verso il basso.

Questa connessione con il magico, quindi, pare non


aver perso mai del tutto la sua forza suggestiva: anche
nel sistema neoplatonico Ecate è una divinità oracolare, in
grado di dare informazioni al teurgo sulle modalità di
utilizzo dei mezzi magici, in modo da riuscire a
oltrepassare i limiti del mondo fisico. Il tramite tra il
teurgo e la divinità è la cosiddetta simpatia cosmica, resa
attiva da Ecate. Questa corrispondenza simpatica si attiva
grazie all’utilizzo di simboli, emblemi o mezzi magici,
come la cosiddetta “trottola di Ecate”, descritta da Psello
(35) come una “ […] sfera dorata costruita attorno a uno
zaffiro e fatta girare tramite una cinghia di cuoio, con
sopra dei caratteri incisi. Facendola girare (il teurgo) era
solito operare delle invocazioni. Ed essi solevano
chiamare questo strumento iugx, che fosse sferico,
triangolare, o di altra forma. Girandolo, produceva dei
suoni particolari, imitando il verso di una bestia, ridendo o
facendo piangere l’aria. (L’oracolo) insegna che il
movimento della trottola, con il suo potere ineffabile,
portava a termine il rito. E’ chiamata “Trottola di Ecate”
poiché è consacrate a Ecate.” Questo strumento,
altrimenti detto “cerchio magico” è in grado di ispirare
visioni profetiche. In tal senso essa rimanda all’aspetto
lunare di Ecate, chiamata anche Antea, ossia “colei che
invia le visioni”. L’ispirazione lunare spesso si confonde
con la pazzia: “il tipo di comprensione o ispirazione che la
luna dà non è un pensiero razionale, è più simile alla
intuizione artistica del sognatore o del veggente”. (36)

Per quanto riguarda l’uso della trottola nelle cerimonie


magiche, esso è documentato già dall’antichità. Essa
viene utilizzata nei rituali di envoûtement per il suo potere di
provocare l’amore, nelle cerimonie tempestarie per la
facoltà di chiamare i temporali e nelle evocazioni per il
suo potere di determinare l’apparizione della divinità.
Anche in questo caso la potenza dello strumento risiede
nel fatto che esso produce dei suoni incantatori; suoni che
si credeva avessero un effetto propedeutico nell’aiutare la
simpatia tra gli elementi del cosmo, armonizzandoli tra
loro. Il movimento armonico delle sfere rotanti, infatti,
determinava mimeticamente, per analogia, quello delle
sfere celesti e, perciò, degli esseri cosmici. Come si diceva
poc’anzi, il loro suono aveva un ruolo fondamentale in
questo processo, così come ogni altro espediente che
fosse in grado di attivare il processo simpatetico: erbe,
pietre, conchiglie ed animali. Tornando ad Ecate, essa ha
un ruolo fondamentale nell’attivazione di questa simpatia
ed armonia cosmica, poiché presiede al funzionamento
degli ι υ γ ξ , che nella dottrina caldaica, poi mediata dal
neoplatonismo, vengono identificati con i simboli che
rimandano alle Idee: ritorna di nuovo il carattere di
intermediazione proprio e peculiare della divinità. Spesso,
questi simboli coincidono con delle parole magiche e
segrete, pronunciate dall’officiante nel corso della
cerimonia teurgica. Questi incantesimi provocano
l’apparizione di Ecate, descritta in tre frammenti degli
Oracula (37) sotto forma di fuoco, luce o nell’aspetto di un
cavallo bianco. Il suo arrivo è preannunciato dall’oscurarsi
del cielo, dallo spaventoso tremore della terra e dalla
materializzazione di un fuoco parlante che dà responsi. Le
manifestazioni fisiche abnormi che sempre
accompagnano l’avvento di un’entità numinosa si devono
al fatto che ciò rappresenta la rottura di un limite, il
passaggio dalla sfera immortale a quella mortale. La
visione dell’universo equivale a quella di una struttura
divisa in zone gerarchicamente separate: l’Olimpo abitato
dagli dei, la Luna regno delle anime, la Terra per gli
uomini. Il rovesciamento di questa gerarchia provoca
quindi un momentaneo disturbo dell’ordine cosmico, che
si palesa con eventi catastrofici o eclatanti. Per quanto
riguarda invece l’apparizione di un fuoco parlante, che
rappresenta fisicamente la voce di Ecate, va sottolineato
come spesso – e non solo nel sistema caldeo – la luce ed il
fuoco si associno al divino: appare simbolicamente
evidente come questi elementi rappresentino il
raggiungimento della conoscenza e il contatto con una
dimensione superiore. Basti pensare alle loro
caratteristiche di luminosità e al loro simbolismo
ascensionale che le mette in relazione alla dimensione
celeste. In questo caso la visione non è spaventosa né
terrificante, ma è sinonimo di bellezza: questa ambiguità
nella connotazione dell’aspetto di Ecate diventerà un suo
carattere peculiare. La dea può risultare orribile così come
splendida: qui compare sicuramente in una forma
celestiale. Negli stessi frammenti presi in considerazione
essa viene descritta anche sotto forma equina: in realtà,
sono poche le esplicite associazioni della dea con il
cavallo, e comunque sono successive a quella che
ritroviamo nei frammenti considerati. Piuttosto, è più
corretto considerare quello equino come uno dei tre volti
di Ecate nella sua forma triadica, di cui si è già accennato.
In ogni caso, qui preme sottolineare come anche la sua
apparenza fisica, tradizionalmente associata all’oscurità e
all’orrore, possa essere invece considerata sotto un
aspetto luminoso e splendente.
Analisi simbolica: Il tre

Secondo la filosofia pitagorica,


ogni forma è esprimibile
numericamente e i numeri
stessi sono archetipi divini,
creando con le loro relazioni
l’armonia del cosmo. Essi
sono pertanto l’archè, il
principio di ogni cosa. Dio,
l’originario, è l’Uno, che si
manifesta nella dualità. Da
tesi e antitesi scaturisce,
infine, la sintesi della Trinità,
che rappresenta l’integrazione
degli opposti e, quindi, la
perfezione. Nell’antichità, la
forma triadica era associata
prevalentemente alle figure
femminili: le Grazie (Gratiae e
Charites), dee della bellezza al
seguito di Venere/Afrodite:
Aglaia, Eufrosine e Talia, figlie
di Zeno ed Eurinome; le Ore,
personificazione delle stagioni
secondo un’originaria
tripartizione calendariale
dell’anno: Tallo (la fioritura),
Auxo (la crescita) e Carpo (il
frutto), figlie di Zeus e Temi.
Ecate - Parigi - Cabinet des Medailles C’erano poi le Parche (o Moire,
o Fate), figlie della notte, che
avevano il compito di
assegnare agli uomini il loro
destino. Venivano
rappresentate nell’atto della
filatura, col fuso tra le mani:

Loto tesseva la trama della vita, Lachesi la


conservava e Atropo, inesorabilmente, la tagliava. Altra
triade femminile è quella delle Gorgoni: Stimo, Euriale e
Medusa, esseri terrificanti dotati di ali e capigliatura
serpentina. Sorelle delle Gorgoni, le Graie Enio, Pefredo e
Dino: le “Vecchie” dalle “belle guance”, possedevano un
occhio e un dente in comune. Altre divinità spaventose, le
Erinni o Furie, dee della vendetta. nate dal sangue di
Urano, Aletto, Tisifone e Megera erano rappresentate con
ali e capelli di serpente, tra le mani fruste e fiaccole. Nella
loro connotazione, in veste di protettrici dell’ordine
morale, erano chiamate Eumenidi. Si pensi, infine, alle
Muse, che originariamente dovevano essere tre e solo in
seguito vennero aumentate alla seconda potenza, in
numero di nove. Anche nella latinità classica ritroviamo
diverse divinità femminili a struttura ternaria, chiamate
genericamente Matronae.

Lo stesso accade in altre tradizioni e culture, anche in


tempi più recenti: si pensi Alle Tre Beth di area alpina
(Ainbeth, Wilbeth e Warbeth, altrimenti dette Caterina,
Barbara e Lucia), a cui corrispondono le tre Norne di area
germanica, la Trimurti della tradizione induista (Brama,
Shiva e Vishnu), assimilabile e sua volta alla Trinità
cristiana, rappresentazione dell’unità della natura divina
nelle tre espressioni personali di Padre, Figlio e Spirito
Santo. Inoltre, nella dottrina alchemica, così come nella
tradizione caldea a cui si è accennato nel paragrafo
precedente, è il mondo stesso ad essere tripartito in
corpo, anima e spirito.

Seguendo questa lunga e nutrita tradizione, anche


Ecate si presenta in forma triadica. Ecco cosa possiamo
leggere in uno dei noti Papyri magici (38):

“Accostati a me, divina signora, Selene dai tre volti


[…]

regina che porti la luce a noi mortali,

tu che chiami dalla notte, faccia di toro, amante della


solitudine […]

dea dei crocicchi […]

Sii pietosa con me che t’invoco,

ascolta gentile le mie preghiere,

tu che regni di notte sovra il mondo intero”

E ancora, nel Paradiso di Dante (39):

“Quale ne’ pleniluni sereni

Trivia ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni”

Come risulta evidente, Ecate è stata interpretata


come figura triadica in relazione alla Luna e, in
particolare, al ciclo delle sue fasi (nascente, crescente e
calante), oppure, similmente, nella sua rappresentazione
antropomorfa, come fanciulla, donna e vecchia. Si
consideri come essa venga sempre al concetto della
metamorfosi o trasformazione riguardo al trascorrere del
tempo o meglio ancora in relazione al compiersi di un
percorso circolare, che dalla nascita porta alla morte e
viceversa, attraverso la rigenerazione e la resurrezione.

Oppure, Ecate triadica è Trivia, nume tutelare di


porte e crocevia, quindi divinità mediatrice e guida nei
passaggi. La sua funzione, tuttavia, è analoga, se non la
medesima. In ogni caso, infatti, il ruolo della dea è quello
di aiutare e favorire il compiersi di un percorso che
presenta delle tappe intermedie.

Per quanto riguarda questo ruolo di mediatrice, esso


verrà approfondito nelle sue valenze simboliche nel
paragrafo dedicato ad “Ecate intermediaria”, mentre il
simbolismo lunare verrà discusso nel paragrafo seguente.

Per concludere il discorso su Ecate triforme,


procediamo ad un’analisi degli elementi simbolici più
frequentemente descritti come suoi attributi tipici nella
veste triadica.

1. Il cane

Ecate, nella sua veste infernale si presenta – come già


evidenziato in precedenza - sotto forma canina. Il cane è
un animale associato al mondo ctonio, basti pensare al
già citato Cerbero, guardiano dei cancelli dell’oltretomba.
Poiché lo si considera una guida fedele durante la vita
terrena, il cane veniva sacrificato ai defunti per
accompagnarli nel viaggio ultramondano: così accadeva
anche nelle culture precolombiane, dove l’animale veniva
utilizzato nei culti funerari sempre con la medesima
funzione. Anche le divinità associate alla morte si
presentavano in forma canina nella veste di psicopompi:
così il dio Xolot dell’antico Messico, il quale scortava i
morti nel loro cammino verso l’aldilà e l’egizio Anubi,
rappresentato in forma di sciacallo. In relazione al mondo
dei morti nella sua connotazione terrifica, il cane viene
associato ai demoni infernali e quindi al dominio diabolico
e stregonesco. Ricordiamo a tal proposito i cani-demoni
che fanno da corteggio a Ecate nelle sue apparizioni:
latravit hecates turba, testimonia Seneca in Oedipus, 568.
Questi cani sono infallibilmente neri, altro colore
associato alla notte, alla morte, al mondo infernale e ad
Ecate, spesso identificata e nominata come Luna nera.

2. Il cavallo

Nonostante rappresenti la forza e la vitalità, anche


questo animale viene posto in relazione col regno dei
defunti. Esso è caricato di una forte ambiguità simbolica:
è emblema solare se traina il carro di Apollo, ma evoca la
morte come cavalcatura dei cavalieri dell’Apocalisse.
Viene associato anche alla magia e gli si attribuiscono
facoltà divinatorie e profetiche, soprattutto in epoca
medievale. In ogni caso, esso è collegato all’idea di ascesi
in particolare nella sua rappresentazione alata (Pegaso),
quindi ben si adatta all’aspetto celeste della dea triforme.

3. Il Leone, Il Serpente

Come si è già accennato, alcune fonti tradizionali


attribuiscono alla forma terrestre di Ecate un aspetto di
leone o di serpente.

Il leone si associa al sole e alla forza. Al di là della sua


tradizionale connotazione simbolica, qui basti sottolineare
che esso viene spesso rappresentato come figura tutelare
delle porte: così in Giappone, sotto forma di cane-leone
(karashish), all’ingresso delle aree templari.

Il Serpente si collega, invece, alla morte e al mondo


infernale per la sua abitudine a nascondersi in luoghi
sotterranei; d’altronde esso può avere una connotazione
positiva in associazione alla vita, ma soprattutto alla
resurrezione. Si consideri, infatti, la sua capacità di
rigenerarsi dopo la muta. Pertanto, esso rappresenta la
fede nella rinascita che, come abbiamo detto, è uno degli
attributi simbolici più forti e pregnanti della Ecate
triforme terrestre. Inoltre, si pensi alla figura dell’uroboros,
il proverbiale “serpente che si morde la coda”, simbolo
del trascorrere ciclico del tempo in un eterno ritorno.
Nella simbologia alchemica, inoltre, esso è anche legato
all’idea di raffinazione e perfezionamento delle sostanze:
a un processo di purificazione che, di nuovo, ci riporta
all’idea di ascesi, che appartiene al contesto simbolico
dell’Ecate celeste.
4. I dardi dorati, le torce
accese

Così come la nostra Ecate, anche


altre divinità a lei assimilabili o
associate (Apollo, Artemide/Diana
ed Eros) erano dotate di frecce, le
quali rappresentavano un’arma
offensiva e un tratto distintivo allo
stesso tempo. La freccia, per le sue
caratteristiche di velocità folgorante
e aggressività distruttiva, può
essere associata al fulmine, simbolo
dell’illuminazione divina e
dell’energia vitale. Essere colpiti dal
fulmine (così come dal dardo di
eros, ad es.) corrisponde a un
cambiamento di status, o significa
ricevere una segnatura divina, un
segno di elezione. Pertanto, i dardi
dorati di Ecate, anche per il colore e
la luminosità, possono essere
associati simbolicamente alle torce
accese che essa tiene in mano e,
quindi, a quel suo aspetto celeste
che si cercherà di evidenziare
meglio nelle pagine successive.

Nel fondamentale sistema


dualistico che contrappone luce e
tenebre, Ecate riveste senz’altro
entrambi i ruoli, ma rappresenta,
fondamentalmente, colei che
illumina, seppur nelle tenebre.
Ecate lunare, infatti, simboleggia
l’illuminazione ottenuta attraverso
la speculazione, tramite un ciclo La Luna - carta dei tarocchi detti di Carlo VI
che dal principio originario (oscuro,
indistinto) porta all’armonia
spirituale (simbolicamente
connessa alla luce in diverse
tradizioni) attraverso un’evoluzione
ascensionale.

1. Il ramoscello d’ulivo

L’ulivo è universalmente noto come simbolo di vittoria


e trionfo e, conseguentemente, di pace. Esso
rappresenta comunque l’elezione, in relazione al sacro. Il
crisma, ossia l’olio d’oliva viene spesso utilizzato nei riti
di purificazione e nelle cerimonie iniziatiche (alle quali
Ecate presiede per definizione): basti pensare, ad es., al
battesimo cristiano. Lo stesso Cristo è l’“Unto del
Signore”, ossia colui che è segnato dal Crisma, appunto.
2. Il papavero, il cesto di frumento

Entrambi questi elementi richiamano senz’altro la


figura di Demeter-Kore/Ceres/Cibele, divinità sincretica
dal nome diverso a seconda dell’origine (greca, romana,
anatolica), con cui Ecate è collegata dal mitico racconto
omerico cui si è già accennato in precedenza, in relazione
al ratto di Proserpina, figlia di Demetra, di cui la dea
notturna è testimone.

Ceres/Cibele, identificata con la greca Demeter, figlia


di Saturno e madre di Proserpina, è una divinità
femminile e materna associata alla terra e alla fertilità. La
sua era una funzione principalmente tutelare, di
protezione dei raccolti e delle terre coltivate,
specialmente a grano. Era anche la dea della nascita:
tutti i fiori, la frutta e le cose viventi erano ritenuti suoi
doni. L’iconografia tradizionale la ritrae con uno scettro,
un cesto di fiori (tra cui il papavero), frutta e una
ghirlanda fatta di spighe di grano. Nella mitologia, il
papavero è indissolubilmente legato al concetto di
fecondità, oltre ad avere delle valenze magiche per le sue
proprietà ipnotiche, note fin dall’antichità. Per queste
caratteristiche il fiore si associa anche alla sfera
semantica del sogno e del sonno e quindi,
metonimicamente, della notte a cui spesso Ecate viene
collegata, tanto che persino Sheakespeare nel suo King
Lear (Atto I, Scena I), offre simbolicamente i sogni ai
“misteri di Ecate”. Per le sue facoltà profetiche e
oracolari, date dalla sua natura triplice, che le permette
di guardare in ogni direzione - passata, presente e futura
- Ecate viene collegata anche all’interpretazione e alla
lettura dei sogni. Tornando al papavero e ai suoi derivati,
queste sostanze venivano utilizzate dapprima a scopo
puramente medicinale, successivamente ingerite a scopo
voluttuario o allucinogeno, trovando largo impiego anche
nel sabba. Spesso, infatti, i partecipanti al rito sabbatico
assumevano delle sostanze psicotrope che li aiutavano a
intraprendere il loro viaggio onirico. Non è improbabile
che il sabba stesso e le azioni che vi si svolgevano – voli
notturni, amplessi col demonio, metamorfosi animali,
ecc.- fossero il frutto di un’allucinazione derivata proprio
dall’ingestione di sostanze stupefacenti.

Ma quello che qui conta nuovamente rilevare è la


fonte ispiratrice del mito, legato all’attività agraria e alla
fecondità; l’agricoltura e i suoi simboli (il grano, la spiga)
sono il sostrato di base da cui si sviluppa tutta la vicenda
mitica, che culmina nel rapimento di Persefone, e si
traduce nell’avvicendamento del ciclo stagionale di
nascita-morte-rinascita, concetto chiave nell’analisi
simbolica della figura di Ecate. Altro elemento che
conferma la possibile associazione tra questa divinità
agraria e cerealicola ed Ecate è la grotta, dimora di
Cerere e simbolo dell’ingresso nell’Ade, quindi, in
relazione al mondo infero: è sempre attraverso una
caverna che si accede al regno dell’oltretomba, ed essa
rappresenta pertanto l’anello di congiunzione tra la vita e
la morte. Inoltre, si può tracciare un parallelismo con il
seme legato al ciclo stagionale; infatti sotto terra esso si
prepara a venire fuori con la bella stagione, alla luce del
sole matura e muore, per ricominciare il circuito ciclico:
ritroviamo nuovamente, quindi, il concetto dell’eterno
ritorno, alla base di molte celebrazioni misteriche officiate
nei culti dedicati alla dea.

3. I sandali dorati (o bronzei)

I sandali rappresentano metonimicamente il cammino


di Ecate/Luna in cielo, mentre il loro colore (cangiante a
seconda delle fasi lunari) simboleggia il variante
splendore dell’astro nel corso del suo ciclo mensile.

4. La luna

L’astro notturno è ricchissimo di implicazioni


simboliche, che qui si cercherà di esaminare in relazione
alla figura di Ecate. Come più volte sottolineato, la dea è
associata al concetto della trasformazione ciclica, ben
rappresentata dalle fasi lunari. La luna cresce fino al
plenilunio, per poi declinare fino alla fase della cosiddetta
“Luna nera” (novilunio), per poi risorgere nuovamente
dopo tre giorni di eclissi. L’eclissi è totale nel momento
dell’opposizione esatta col sole; se invece avviene una
congiunzione perfetta c’è l’eclissi solare. Le fasi lunari
corrispondono simbolicamente alla nascita, la crescita, la
morte e la resurrezione. Perciò la luna si associa ai
fenomeni generativi che essa effettivamente influenza
(basti pensare al suo influsso sul mondo vegetale), al
divenire, all’aldilà e, più in generale, alle idee di ciclo,
dualismo, polarità, opposizione ma anche complexio
oppositorum.

Nella notte del novilunio essa scompare, con la


promessa di una prossima rinascita. L’oscurazione
dell’astro è stata spesso rappresentata da un ratto,
un’uccisione, ma allo stesso tempo anche dall’unione
delle “nozze celesti”. Questa unione, che avviene al
culmine del ciclo lunare, è un’unione incestuosa, dal
momento che sole e luna sono stati variamente
interpretati come padre e figlia o fratello e sorella, a
seconda delle diverse tradizioni mitiche.

In ogni caso essa contiene le due facce della stessa


medaglia: gli opposti speculari e complementari. La
conciliazione, che avviene nel momento della
congiunzione, richiede comunque un sacrificio, un
martirologio, una morte simbolica.

Questo sacrificio è il pegno da pagare per il


rinnovamento dell’universo, come testimonia un brano di
Sant’Ambrogio:

“La luna cala per ridar forza agli elementi. E’ questo


dunque il grande mistero. Esso fu offerto da colui che a
tutti ha donato la grazie. L’ha consunta, perché si
rigenerasse, colui che ha consunto se stesso perché tutto
si rigenerasse; si è infatti consunto per discendere a noi,
discese a noi per ascendere a tutte le cose [...] la luna ha
quindi annunciato il mistero di Cristo (40)”.

Ecco il parallelo tra la funzione salvifica svolta dalla


luna (e successivamente attribuita anche alla Ecate
celeste di cui si è parlato in precedenza) e il Salvatore
della religione cristiana che, non a caso, muore per poi
risorgere dopo tre giorni.

Se l’aspetto ctonio della luna nera è mortale, quello


divino e celeste della “luna bianca” ha la connotazione e
il volto impassibile di chi abita le sfere immortali ed
eterne. Essa rappresenta, quindi, la liberazione dai vincoli
di sofferenza e paura che caratterizzano la dimensione
terrena, vitale e feconda, ma destinata alla morte.

5. La notte

La luna è astro notturno per eccellenza e condivide


con la notte le medesime valenze simboliche. Le notte è
collegata all’idea dell’oscurità, del caos primordiale e,
quindi, anche al grembo della madre protettrice, perciò
alla generazione. Al contrario, essa si associa a Thanatos,
divenendo pertanto il regno degli spiriti e dei fantasmi.
Ancora, la medesima connotazione simbolica ci riporta
alle idee di ciclo e vicenda vita-morte. Ma la notte non è
solo dominio di Thanatos: lo è anche di Eros. Nyx è,
infatti, anche la madre dei sogni e dei piaceri amorosi. In
ogni caso il suo aspetto è conturbante, tanto che, stando
al mito, persino Zeus ne aveva timore. Le stesse e
sembianze di Ecate vengono descritte ambiguamente,
ora come bellissime e splendenti, ora come orride e
terrificanti: in ogni caso il suo aspetto si ammanta di
mistero, come tutto ciò che è avvolto dal velo oscuro
della notte.

6. Il nero

La grande dea Nyx del mito greco ci viene descritta


come una donna di nero vestita, con l’abito trapunto di
stelle. Essa durante il giorno giace in una caverna, per
uscirne al tramonto su un carro trainato da cavalli neri.
Un’altra rappresentazione la ritrae come donna dalle
grandi ali nere.

Esistono altre divinità femminili connotate


principalmente da questo colore, come le cosiddette
“Madonne Nere” il cui culto può esser fatto risalire alla
cultura orientale precristiana, in cui si venerava la Luna
Nera, altrimenti detta Ecate.

E’ noto che il nero, in opposizione al bianco, sia il


colore del lutto, del buio, dell’assenza di coscienza;
nonostante esso abbia assunto una connotazione
decisamente negativa, in relazione alla sfera diabolica e
demoniaca (a Satana, raffigurato spesso come uomo o
bestia nera, si sacrificavano un gallo o un caprone del
medesimo colore), in realtà esso ha il valore simbolico
dell’assoluto: l’idea di morte si collega comunque a quella
della purificazione e della futura resurrezione. Così anche
nella filosofia alchemica, dove nero è il colore della pietra
filosofale (nigredo) capace di trasformare la materia in
vista di un’ascesa spirituale.

Si consideri, al contrario, che la dea, nella descrizione


fornita da Porfirio (cfr. p. 6), porta una veste bianca, ossia
del colore che rappresenta la totale purificazione. In
diverse culture gli abiti bianchi sono tipici della classe
sacerdotale, in associazione simbolica all’idea di verità.
Tuttavia, il bianco è connotato negativamente in
riferimento alla morte ed è il colore degli spettri, delle
anime dei trapassati: in Cina, ad esempio, esso è il colore
del lutto. Nella dottrina alchemica, invece, esso
rappresenta il cammino verso la conoscenza.

7. La sessualità: femminile o ermafrodita?

Vivendo di luce riflessa, la luna rappresenta la


passività, la fatalità, la predestinazione. Pertanto essa si
associa alla sfera simbolica del femminile. Nelle culture
primitive, si ritrova frequentemente l’immagine della luna
legata a quella della pioggia e quella della donna: il nesso
immaginario veniva stabilito tra la fredda immagine della
luna e quella della fredda pioggia, ma anche fra il potere
generativo di entrambe: luna e pioggia favoriscono la
fertilità, sia del mondo vegetale che di quello umano,
tanto che è proprio sul ciclo lunare che si regolano le fasi
ormonali della donna. Inoltre, l’ambiguità che caratterizza
l’astro lunare è propria anche della caratterizzazione
femminile: creatrice e distruttrice, tenera e crudele,
protettrice ma ingannevole, generatrice ed assassina.
Come si è detto, nelle più svariate tradizioni (Assira,
Maya, Egizia, Mediterranea, ecc.) è diffusa l’attribuzione
di caratteristiche femminili alla luna, per l’associazione
tra ciclo lunare e ciclo fisiologico, in relazione ai fenomeni
di generazione e fecondità; tuttavia, in altre culture essa
assume tratti maschili: un inno sumero, infatti, chiama il
dio-Luna “Toro vigile dagli infaticabili piedi”. Anche le
popolazioni eschimesi considerano la Luna di sesso
maschile, ritenendo che essa scenda dal cielo durante la
notte per unirsi con le loro donne. Anche nella mitologia
australiana la Luna è un seduttore che abbandona la
donna dopo averla resa madre. In alcune tradizioni, le
viene attribuita addirittura la capacità di rendere incinte
le imprudenti che, la sera, urinano girate verso di lei!
Questa ambiguità nella caratterizzazione sessuale, ma
soprattutto la compresenza e la complementareità di
tratti di segno opposto, la rendono in qualche modo
assimilabile alla figura mitica dell’ermafrodita (41).
Inoltre, tutti i miti di origine lunare, cui si è accennato,
sottolineano che la sua generazione è avvenuta
comunque in un contesto incestuoso, e che quindi essa in
qualche modo è nata dal suo stesso sangue. Nei miti sulle
origini del mondo si conserva la memoria ancestrale di un
desiderio femminile di riproduzione autonoma, in seguito
cancellato da un potere maschile che si è riservato la
possibilità di dare la vita: alla madre è stata lasciata la
sola funzione di accogliere gli elementi generativi altrui.
L’immagine mitica di un corpo materno che genera da sé,
è caratteristica del tempo primordiale, e la ritroviamo
nell’archetipo della Grande Madre, da cui, come si è
detto, anche la figura di Ecate potrebbe derivare. Dalla
babilonese Tíamat ha inizio, senza intervento maschile,
un universo ancora privo di nome, caotico, disordinato,
indifferenziato.

“Quando nessuno aveva ancora fatto parola di un


cielo, lassù / E nessuno aveva ancora pensato che la terra
laggiù potesse avere un nome [....] regnava Tíamat, la
divinità originaria femminile”.

Secondo la tradizione orfica, è la dea Notte -


associabile simbolicamente ad Ecate - ad originare il
mondo. Fecondata dal vento, la Notte dalle grandi ali
nere genera in sé stessa un immenso uovo d’argento.
Dall’uovo nasce Eros, il dio dell’amore, svelando ciò che
si celava nell’uovo d’argento: il mondo intero. Il cielo (lo
spazio concavo superiore) si accoppia con la terra (lo
spazio inferiore), portando alla luce Oceano e Teti, coppia
primordiale, fratelli e insieme sposi, nati da un genitore
che “non aveva conosciuto alcuna coniugalità”. (KERENY,
1951).

Secondo la versione esiodea, invece, la Terra (Gaia),


emersa dalla voragine del Caos primigenio, partorì senza
alcun accoppiamento Urano, il Cielo stellato, affinché
questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna e
sicura per gli dei.
Ecate intermediaria:

8. La porta

Abbiamo detto che Ecate presiede come guardiana


alle zone liminali, sui confini, sia fisici che simbolici.
Spesso viene nominata o descritta come “colei che tiene
la chiave” (Hekate
Κλ ε ι δ ο υ κ ο ζ ) (42), controllando il passaggio
attraverso le porte dell’Ade e quindi sia la morte che
l’eventuale ritorno dopo la morte. La porta, infatti, è un
confine che può essere varcato in entrambi i sensi, sia in
entrata che in uscita e, pertanto, non rappresenta una
soglia da cui non c’è ritorno: questo testimonia ancora
una volta che la dea non è legata a un immaginario di
ineluttabilità, ma comunque essa si associa
simbolicamente al ciclo di nascita-crescita-morte-
rinascita. La porta non è solo il simbolo dell’ingresso, ma
anche dello spazio segreto che vi sta dietro, uno spazio di
forte pregnanza simbolica. Varcare una soglia significa
comunque compiere un rito di passaggio verso uno stadio
esistenziale “ulteriore”, o verso un diverso stato di
coscienza, o una diversa condizione dell’esistenza.

9. Il crocicchio

Oltre ad essere il punto d’incontro di particolari linee


d’energia cosmica, il crocicchio rappresenta l’unione tra i
sistemi contrapposti, il punto di transizione tra tre strade,
terra di nessuno, zona indistinta e indifferenziata. E’,
pertanto, teatro d’elezione per lo svolgimento delle
cerimonie magiche. Non avendo appartenenza esso può
rappresentare l’ignoto e generare il terrore, anche perché
è lo spazio prescelto dalle entità prive a loro volta di una
precisa appartenenza, come le anime che vagano nel
Limbo in attesa di conquistare una condizione spirituale
più stabile, come già sottolineato in precedenza. Per
questo suo carattere di indeterminatezza esso è caricato
di un’immensa potenzialità, anche perché raccoglie e
moltiplica il potenziale energetico dei sistemi spaziali che
allo stesso tempo unisce e divide. Il crocicchio è potenza,
potenzialità e quindi possibilità di scelta: l’incrocio implica
diverse direzioni da poter prendere. Ancora, ritroviamo in
questo elemento simbolico caratteristico della divinità in
considerazione, un’idea di dinamicità che è del tutto
estranea a quell’immagine di terrificante ineluttabilità che
l’ha ritratta unicamente come orribile dea della morte.
Ecate magica: le erbe portentose

Come si è già accennato, nei documenti letterari -


soprattutto della latinità classica - il nome di Ecate si
associa al mondo magico, soprattutto in relazione a scene
di evocazioni negromantiche e di rituali di magia
amatoria. Specialmente nel secondo caso, la dea è
invocata a sostegno degli incantesimi per creare o
mantenere un legamento d’amore. Spesso, la recitazione
della formula si accompagna alla preparazione di pozioni
o filtri da far bere all’oggetto dell’incantesimo e gli
ingredienti della bevanda, tipici della farmacopea magica,
sono caricati di un alto valore simbolico. Secondo la
tradizione, nelle dimore sotterranee di Ecate, è presente
un giardino segreto dove le sue sacerdotesse, Circe e
Medea raccolgono queste piante dai meravigliosi effetti.
Ovidio annovera tra queste l’aconito, citato
esplicitamente come “erba di Ecate”. La leggenda narra
che questa erba fosse stata generata dalle bave di
Cerbero (il mitico cane a tre teste, guardiano delle porte
infernali), mentre Ercole lo trascinava fuori dall’Ade;
un’altra tradizione (43) lo fa nascere dal sangue di
Prometeo lacerato dall’aquila. Nella farmacopea popolare
esso porta il nome di “erba del Diavolo” ed è quindi
associato al mondo infernale e pertanto legato alla
stregoneria.

Tra le erbe di Ecate troviamo anche il ciclamino, detto


appunto “pianta di Ecate” e, ancora, “fiore del diavolo”.

C’è poi il croco, fiore infero, collegato alla sfera ctonia


e funeraria. Fin dall’epoca micenea, esso veniva
impiegato per utilizzi sacri, come ci è testimoniato da
Stazio (44) , che documenta l’uso di bruciarlo nel rogo dei
personaggi pubblici più eminenti. In relazione ad Ecate,
esso viene nominato in Arg., Orph., 915 e segg., come uno
dei fiori raccolti dalla già citata Kirke nel giardino
incantato della dea. Questa maga appartiene alle
tradizioni mitiche delle primitive culture mediterranee:
essa è figlia del Sole e signora delle piante, dalle quali
trae gli elementi per la preparazione dei suoi filtri
portentosi. Il fiore in questione, infatti, può sortire anche
effetti afrodisiaci e addirittura letali, diventando un
potente venenum, termine proverbialmente associato alla
magia assieme a quello di philtrum e a quello di carmina, le
parole magiche, come quelle (hecateia carmina) ricordate da
Ovidio (45).

Riguardo al suo uso sacrale, c’è da ricordare infine


l’associazione del croco al culto di Artemide e di Apollo
(entità che, come abbiamo già sottolineato, erano in
stretta relazione simbolica con Ecate), di cui adornava gli
altari durante i riti celebrati in suo onore a Cirene. Qui è
importante, tuttavia, mettere in evidenza il suo legame
con la sfera ctonia e con la morte o, per meglio dire, lo
stretto rapporto terra - morte- vegetale, tipico delle
culture agrarie. La stessa origine mitica del crocus sativus si
ricollega alla sfera semantica della morte: secondo la
tradizione più accreditata, esso è nato dal sangue di
Krokos, “l’eroe del Croco”, ucciso involontariamente da
Hermes mentre giocava al disco. A conferma di quanto
appena detto, esso si associa anche a un culto tombale
che aveva luogo nel corso dei misteri eleusini (46).

Il suo colore si lega invece al mondo femminile: Ovidio


(Met., X, 5) descrive come giallo zafferano la veste del dio
Hymen che presiede ai riti nuziali. Sarà dello stesso
colore il drappo degli officianti delle cerimonie funerarie:
si riconferma nuovamente il legame tra l’unione-
generazione (matrimonio) e la morte (funerale).

Anche l’asfodelo è legato al mondo dei defunti,


essendo destinato a ornare le ghirlande offerte alle
divinità sotterranee (Dyonisios ctonio, Semele e
Persefone), tra cui potremmo annoverare, per analogia,
anche Ecate.

Un altro vegetale denominato a livello popolare come


“pianta di Ecate” è la mandragola, detta anche “pianta
del diavolo”), elemento d’elezione nelle pozioni magiche,
consacrato alle forze infernali e caricato di un immenso
potere simbolico: la sua radice ramificata ricorda una
figura umana. Essa perciò sembra portare la segnatura
dell’”uomo totale” e pertanto viene ritenuta una vera e
propria panacea. Inoltre, essa contiene alcune
componenti tossiche e allucinogene, trovando largo
utilizzo nei rituali magici e nel sabba stregonesco. Anche
per la sua estrazione è necessario seguire puntualmente
delle precise prescrizioni rituali: la radice va estratta alla
luce del tramonto, rivolti verso il sole, dopo averle
tracciato attorno tre cerchi magici con una spada di ferro
mai utilizzata.

Per concludere la rassegna delle sostanze vegetali


associabili a Ecate nella sua veste “magica”, possiamo
citare la verbena, detta popolarmente “erba de la
crucivia”: infatti, essa veniva appesa a scopo difensivo-
apotropaico, in forma di croce, sulle porte e nei crocicchi.
Inoltre, la stessa pianta odorosa era impiegata di sovente,
assieme all’incenso, nelle fumigazioni magiche.

Ecate celestiale o infernale?

In conclusione, proviamo a considerare i tratti


analizzati abbozzando quindi un ritratto nuovo di questa
divinità spesso connotata in maniera negativa, o
incompleta. Ecate è stata relegata ineluttabilmente
nell’ambito del male per i suoi legami con la magia
(intesa nel senso deteriore del termine), o con il dominio
infernale; dipinta come figura orribile e terrificante,
associata alla fatalità tipica della natura femminile.

I suoi tratti sono tipicamente femminili, così come gli


elementi cui essa è associata e l’ambiguità di fondo che
la caratterizza. Un’ambiguità e una caratterizzazione che
sono, tuttavia, passibili di interpretazioni differenti.
Questo tentativo di analisi simbolica voleva proprio
riabilitare la figura di Ecate mettendo in evidenza e
focalizzando un diverso punto di vista e un diverso
criterio di osservazione di questo personaggio mitico,
rovesciando la prospettiva secondo cui Ecate – forse
anche proprio perché tipicamente femminile – debba essere
considerata solo in relazione all’oscuro, al tenebroso,
all’infernale. Essa possiede certo le caratteristiche di
tutte le grandi divinità femminili e l’ambiguità di fondo
che connota la femminilità stessa: enorme potenzialità
generativa e distruttiva allo stesso tempo, forza infinita
che le deriva dalla sua matrice irrazionale, caotica,
primigenia e indifferenziata.

“La regione superiore del cielo e degli astri, da cui


discendono la luce e la pioggia fecondatrice, viene [...]
assegnata alle “potenze superiori”, ossia a Dio e agli
angeli, mentre la terra rimane la sfera dell’umanità
mortale, al di sotto della quale si trova - il che implica
una polarità su/giù ancora più radicale – il regno
dell’inferno. [¼] Dal momento che “ogni bene discende
dall’alto”, nelle società dominate dai maschi il cielo è
considerato di genere maschile, la terra e la profondità
ctonie (sotterranee), invece, di genere femminile [¼]. La
sfera superiore rappresenta per lo più lo spirito, quella
inferiore invece la materia, e l’uomo si considera un
“essere che appartiene a due mondi”, tra i quali egli deve
trovare la sua strada [...] (47)”.

E’ evidente che in questa prospettiva “verticale”,


Ecate possa trovare collocazione in ogni punto dell’asse,
dal suo vertice, alla zona mediana, fino al fondo. Essa
possiede infatti i caratteri cosiddetti celesti, quelli che
solitamente si associano alla polarità maschile:
un’armonica razionalità, il distacco, la visione
“superiore”, a cui corrispondono gli elementi simbolici
della luce (48) – le torce accese, i dardi/fulmine -
solitamente considerata come tratto divino maschile e del
fuoco, entrambi associati alla dimensione
dell’illuminazione spirituale. D’altronde Ecate raccoglie in
sé anche i tratti specularmente opposti: le tenebre e
l’oscurità infernali. La sua figura è assolutamente
sfaccettata o, per meglio dire, a tutto tondo, riassumendo
in sé la totalità e l’unità degli elementi, realizzando quella
complexio oppositorum che coincide con l’armonia e la
perfezione. E’ per questo che essa può divenire il simbolo
di una ricerca spirituale compiuta, o meglio in continua e
costante evoluzione e rinnovamento. Pertanto essa è una
figura dinamica – richiamando l’idea del ciclo e
dell’eterno ritorno - positiva e salvifica. E’ lei, infatti, che
aiuta l’uomo, intrappolato o perso tra i due mondi sopra
citati a trovare o, solamente, a riconoscere la strada
giusta.

NOTE

(1) Trad: Ed ella (leggi: Asteria) concepì e generò Ecate, a cui Zeus figlio di
Crono rese onore sopra ogni cosa. Le diede doni stupendi, per governare insieme la
terra e l’ostile mare. Ella ricevette il domino anche del cielo stellato.

(2) Ctonio: Il termine deriva dal greco chtón, “terra”, e designa quell’ambito
simbolico legato al mondo sotterraneo e infero e, quindi, alla dimensione caotica e
uroborica che prelude alla creazione. Dal punto di vista mitologico, la dimensione
ctonia è associata all’idea della generazione e quindi alla figura della Grande
Madre, ossia quello a stadio mitico dominato dalla Divinità oscura e femminile
della onnipotente e terribile generatrice, che, in quanto tale po’ diventare anche
assassina, perché in grado di dare togliere la vita. Come divinità ctonia Ecate
appare in un sortilegio appartenente ai Papyri magici greci, e precisamente all’
“Incantesimo (praxis) del gatto” (PGM III, 1-164, nell’ediz. A cura di Preisendanz,
Leipzig, 1928). In questo sortilegio, utilizzabile per vari fini – in prevalenza di
magia amatoria – l’officiante affoga ritualmente un gatto nell’acqua e nel
contempo recita alcune formula di scongiuro invocando misteriose entità, tra cui
Semea (divinità siria), il persiano Mithra, il Giudeo Iahweh, il greco Errmes ed
Ecate, la quale viene nominata come “signora dei morti”. La divinità femminile ha
qui la funzione di incatenare simbolicamente l’oggetto dell’incantesimo. Essa è
quindi “incatenatrice” e “violentatrice”, ma allo stesso tempo vivificatrice delle sua
“membra” e del suo “membro”. Una figura in grado di dare e togliere la vita, dalle
spiccate valenze sessuali e dall’enorme potenza. A tal proposito, cfr. GIOVANNI
CASADIO, Sincretismo magico ellenistico o nuova religione? A proposito di un
recente studio sui testi magici greci, in “Orpheus”, Rivista di umanità classica e
cristiana del Centro Studi sull’antico Cristianesimo dell’Università di Catania,
N.S.– Anno XI – 1990 - Fasc. 1.
(3) T. KRAUS, Hekate, Heidelberg, 1960, p. 13. Su Ecate e la Teogonia, cfr.
anche D. BOEDEKER, Hecate: a Transfunctional Goddess in the Theogony, in
“Transactions of the American Philological Association”, 113: 79-93, 1983; J.S.
CLAY, The Hekate of the Theogony, in “Greek, Roman, and Byzantine Studies”,
25: 27-38, 1984; M.L.WEST, Hesiod: Theogony, Oxford, 1966; F. PFISTER, Die
Hekate-Episode in Hesiods Theogonie, in “Philologus”, 84: 1-9, 1928; P.J.
JOUVE, Ecate, Milano, Ricci, 1964; Altre monografie sulla dea: W. BERG,
Hekate: Greek or Anatolian?, in “Numen” 21: 128-40, 1974; W. BURKERT,
Greek Religion, Cambridge, 1985; L.R. FARNELL, The Cults of the Greek
Statues, 5 voll., Oxford, 1896-1909; M.D. FULLERTON, Hekate Epipyrgidia, in
“Archaologischer Anzeiger”, 669-75, 1986; Hekate-Henoch, in “Reallexikon fur
Antike und Christentum: Sachworterbuch zur Auseinandersetzung des
Christentums mit der antiken Welt”, in Verbindung mit Franz Joseph Dolger und
Hans Lietzmann und unter besonderer Mitwirkung von Jan Hendrik Wasznik und
Leopold Wenger; herausgegeben von Theodor Klauser; [poi] Ernst Dassman,
Stuttgart, A. Hiersemann, 1987, 14: 10; S. I. JOHNSTON, Hekate Soteira: a study
of Hekates roles in the Chaldean oracles and related literature, Atlanta, 1990;
Kentauroi et Kentaurides-Oiax et addenda Hekate, Hekate (in Thracia), Heros
Equitans, Kakasbos, Kekrops, in “Lexicon iconographicum mythologiae classicae:
LIMC”, publiée par la Fondation pour le Lexicon Iconographicum mithologiae
classicae (LIMC)], Zurich, Artemis; Munchen, c1992, 6.1; T. KRAUS, Hekate:
Studien zu Wesen und Bild der Gottin in Kleinasien und Griechenland, Heidelberg,
C. Winter, 1960; P.A. MARQUARDT, A Portrait of Hecate, in “American Journal
of Philology”, 102: 243-60, 1981; M. NILSSON, Geschichte der griechischen
Religion, 2 ed., 2 voll., Munich, 1967.E.PETERSEN, Die Dreigestaltige Hekate, 2
voll., AEM: 4, 1880; AEM: 5, 1881; W. H. ROSCHER, Hekate, in “Lexicon”, II.1,
1885-1910; E. WALLINGER, Hekates Tochter: Hexen in der romischen Antike,
Wien, Wiener Frauenverl., 1994.
(4) Per un’analisi approfondita della figura della Grande Madre, cfr. H. Neumann,
La grande Madre, Astrolabio, Roma, e dello stesso autore, Storia delle origine
della coscienza, cap. I e II, Astrolabio, Roma, 1978.
(5) Cfr.: Esiodo, Teogonia, 411 – 413: Trad: Ed ella (leggi: Asteria) concepì e
generò Ecate, a cui Zeus figlio di Crono rese onore sopra ogni cosa. Le diede doni
stupendi, per governare insieme la terra e lo sterile mare. Ella ricevette il domino
anche del cielo stellato.
(6) J.S. CLAY, The Ekate of the Theogony, GRBS, 1984, pp. 27-30.
(7) Lo stesso appellativo viene applicato anche ad altre divinità come Artemide –
spesso identificata con Ecate stessa –, Selene - altra figura spesso associata a Ecate
nel sua aspetto lunare -, Persephone – la cui connessione con Ecate è già stata
accennata -, Brimo e Bendis. Inoltre, si ha notizia di un’altra divinità adorata in
Tessaglia col nome di Enodia: a suo riguardo i dati sono piuttosto scarsi, si sa solo
che doveva essere un’esperta di filtri e pozioni, una maga, insomma. La sua terra
d’origine ci riporta immediatamente alla memoria Medea, altra figura
tradizionalmente associata ad Ecate nel suo aspetto di patrona delle arti magiche.

(8) L’appellativo di “numinoso” si applica a quella dimensione misteriosa,


terribile e affascinante da cui poi prenderà forma il divino. E’ una dimensione
impersonale e onnipotente che prelude alla identificazione della Divinità. A tal
proposito cfr. E. NEUMANN, op cit.

(9) Le fonti non sono concordi su questo tipo di rappresentazione: alcuni


attribuiscono a Ecate terrestre un volto di leone, altri di serpente.

(10) “Salve, o madre degli dei, dai molti nomi, dalla bella prole;/salve, o Ecate,
custode delle porte, di gran potenza;/ma anche a te salve, o Giano, progenitore,
/Zeus imperituro; salve, Zeus supremo;/rendete luminoso il cammino della mia
vita,/colmo di beni, stornate i funesti morbi/dalle mie membra, e l’anima, che sulla
terra delira, traete in alto, purificata dalle iniziazioni che risvegliano la mente./Vi
supplico, tendetemi la mano, e le divine vie. Mostratemi, ché le desidero; la luce
preziosissima io voglio mirare,/onde m’è dato fuggire la turpitudine della fosca
generazione./Vi supplico, porgetemi la mano, e con i vostri soffi/Me travagliata
sospingete nel porto della pietà./Salve o madre degli dei, dai molti nomi, dalla
bella prole;/salve, o Ecate, custode delle porte, di gran potenza;/ma anche a te
salve, o Giano, progenitore, /Zeus imperituro; salve, Zeus supremo.”/

(11) Cfr.: Timaeus. II.130.23.


(12) Cfr.: PLUTARCO, Numa, 19. 11.
(13) Cfr.: PAUSANIA, II.30.2.
(14) Cfr. Quaestiones Romanae, 290 d.
(15) Cfr.: Apud Plut., De Fac., 943 f.
(16) Cfr.: De Is. 368.
(17) Va detto tuttavia che essa “viene vista prevalentemente come figura
femminile, per esempio nell’antico ideogramma yin, dov’è un corpo celeste che
riceve la luce passivamente, ma anche per l’analogia tra il mese lunare e il ciclo
mestruale femminile”. Cfr. H. BIEDERMANN, Trad. italiana Enciclopedia dei
simboli, Milano, Garzanti, 1999, p. 277.
(18) Cfr.: Apud Eusebio, Praeparatio Evangelica, III.11, 113 c..
(19) Cfr.: Apud Eusebio, Praeparatio Evangelica, IV, 23, 175, c-d. In questo
passo, Porfirio descrive gli attributi lunari di una statuetta che effigia la figura di
Ecate: vesti bianche, sandali dorati – o bronzei, a seconda che si tratti di luna
crescente o luna piena - e delle torce accese tra le mani. Nelle braccia, un canestro
pieno di frumento, un ramo d’olivo e dei fiori di papavero.
(20) Cfr.: Medea, 790.
(21) Cfr.: PORFIRIO, Apud Eusebio, Praeparatio Evangelica, III.16.126 c;
Praeparatio Evangelica, IV.23, 174 a, V.24, 202 c/d.

(22) A Roma si celebravano dei rituali in onore degli eroi caduti per la difesa della
città, in memoria dei quali il re Servio Tullio decretò che venissero eretti dei
tempietti sui crocicchi. Su questi altari venivano offerti dei sacrifici ai Lares
Compitales, divinità dei crocicchi come suggerisce l’etimo latino compita
(crocicchio). Successivamente questi divennero le loro divinità tutelari, che furono
cristianizzate nei secoli successivi. Le edicole erette ai crocicchi si trasformarono
in seguito da luoghi di culto delle entità tutelati del territorio a piccoli templi in cui
si venerava la memoria dei defunti. Le cerimonie rituali che accompagnavano il
culto di queste edicole avevano luogo ogni anno, in gennaio, in coincidenza quindi
con un ben preciso momento astrologico – il solstizio invernale – che segnava
l’ingresso nel nuovo anno e rappresentava un momento liminale caricato di una
forte valenza simbolica. Le cerimonie prevedevano un’inversione rituale delle
regole sociali, venendo presiedute da un collegio sacerdotale composto da schiavi e
liberti. Questo momento rituale si consumava nella più libera sfrenatezza, tra
offerte e libagioni, tanto da far coniare ad hoc un termine che tuttora permane nella
sua connotazione negativa: triviale deriva infatti da trivium, il “crocicchio”, da cui
– come si accennava in precedenza – “Trivia”, la nostra Ecate triforme. Inoltre,
essendo al di fuori del controllo e di ogni possibile categorizzazione, le zone
liminali divengono il regno dei fantasmi e delle cosiddette “anime in pena”.

(23) Gli Oracoli Caldaici sono una raccolta incompleta e frammentaria che la
tradizione attribuisce a un autore di nome Giuliano, del quale non si conosce
l’identità precisa (potrebbe trattarsi di Giuliano il caldeo o di suo figlio Giuliano il
teurgo, vissuti verso la fine del II sec. d. C.). Marsilio Ficino, a conferma
dell’enorme popolarità di cui questa letteratura godette nel periodo rinascimentale,
quando tornarono in voga le teorie neoplatoniche, sostiene che la paternità degli
Oracula si deve addirittura al profeta iranico Zoroastro. Questi componimenti si
inseriscono a pieno titolo nella letteratura tipica del sincretismo tardo-ellenistico in
cui confluiscono elementi platonici, aristotelici, e stoici, assieme a suggestioni
orfiche, gnostiche e misteriosofiche orientali. L’orfismo si pone tra la comune
religione olimpica e una nuova concezione di tipo mistico, nutrita di spiriti
iniziatici, di interessi soteriologici, e pratiche di tipo misterico. Essa scaturisce
dalla sintesi di posizioni dualistiche mediate dal platonismo, e di un monismo che
si richiama alla frammentazione di un’Unità originaria. In ogni caso, il
denominatore comune di queste dottrine è la credenza in una Divinità attingibile
solo attraverso un’intuizione che avviene nell’ambito di una conoscenza rivelata e
che – parallelamente - è concepita anche come entità creatrice, conoscibile
attraverso il creato. Da questa duplice concezione derivano due etiche di segno
diverso: una di disprezzo per il mondo, frutto di un dio malvagio, e l’altra di amore
per il creato, creatura generata da un dio buono. In ogni caso, in questo periodo
comincia a farsi sempre più forte l’esigenza esoterica di una mediazione tra la
divinità e l’uomo: Ecate stessa è specchio di questa tendenza e di questo bisogno
culturale. Cfr.: E. DES PLACES ed., Oracula chaldaica, Les Belles Lettres, Paris,
1971; H. LEWY, Chaldean oracles and Theurgy: mysticism, magic and Platonism
in the later Roman Empire, Institute d’Archeologie Orientale, Le Caire, 1956.
(24) Questo carattere generativo fece sì che nel II sec. d.C. fosse accomunata a
Rhea, in riferimento anche alla Teogonia di Esiodo.
(25) Cfr.: Met., VII.234.
(26) Cfr.: II. 568 segg..
(27) Cfr.: Meta., XI.2.
(28) Cfr.: Philosops., 15.
(29) Cfr.: Aen., VI.258.
(30) Cfr.: VI.646 segg. (testo?)
(31) Cfr.: Saturae, I, VIII, 33.
(32) Cfr.: Aen., VI. 257; IV.209.
(33) Cfr.: III. 121 segg.
(34) Cfr.: 1. 1175 segg.
(35) Cfr.: PG 122, 1133 a.

(36) Cfr. M.E. HARDING, I misteri della donna, Astrolabio, Roma, 1973, p. 221.

(37) Cfr.: 146, 147, 148.

(38) PREISEDANZ, Magical Papyri, I, p. 119

(39) DANTE, Commedia, Paradiso, XXIII, 25-27

(40) AMBROGIO, Exameron, IV, 8, 32.


(41) Sul piano astronomico, come già fece notare Empedocle, la luna, trovandosi
tra la terra e il sole (DK 31 B 47), riceve la luce del sole e, come il sole, rischiara la
terra (DK 31 B 42, cfr. 45). Tale collocazione intermedia e la successione delle fasi
lunari fanno della luna un luogo di riconciliazione dei contrari. Da qui il suo
carattere ambivalente, anche nel campo della sessualità, come attesta Plutarco (De
Iside et Osiride 368 c-d) identificando la dea egizia Iside con la luna. (A tal
proposito, cfr. J. GWYN GRIFFITHS edit., Plutarch’s De Iside et Osiride,
University of Wales Press, 1970). C'è dunque un aspetto inquietante dell’unità, una
manifestazione della quale è costituita appunto dall'androginia, dalla bisessualità.
Ricusare la divisione e la separazione, significa mantenersi nel caos o tornarvi. Di
conseguenza, la separazione tra cielo e terra, la distinzione tra gli dei e gli uomini e
la differenza tra i sessi sono solidali l’uno con l’altro e assicurano il mantenimento
di un ordine antropologico, cosmologico e perfino teologico che rimettono in gioco
gli esseri doppi del mito, volendo abolire ogni distanza tra cielo e terra, tra gli dei e
gli uomini. Il desiderio di una fusione totale sembra condurre ad una confusione
che distrugge l’ordine attuale delle cose, nel rispetto del quale per l’uomo risiede,
in ultima analisi, la virtù.
(42) PROCLO, II. 121. 7-8.

(43) Cfr.: PLINIO, Nat. Hist., XXVII, 4.

(44) Cfr.: Silvae, V, 160.

(45) Cfr.: Met. XIV, 44.

(46) Cfr.: C.M. EDWARDS, The Running Maiden from Eleusis and the early
Classical Image of Hekate, in “American Journal of Archaeology”, 90: 307-18,
1986

(47) Cfr. H. BIEDERMANN, Op. cit., p. 524.

(48) Si noti che uno degli epiteti con cui la dea veniva nominata era Phosphoros,
"portatore di luce", appellativo che, significativamente, veniva attribuito anche a
Venus, la stella mattutina.