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Divina Commedia

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Disambiguazione – "La Divina Commedia" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi La
Divina Commedia (disambigua).

Divina Commedia

Titolo originale Comedìa

Altri titoli Commedia

Frontespizio dell'edizione giolitina, la prima

intitolata La Divina Comedia (1555)

Autore Dante Alighieri

1ª ed. originale 1321

Editio princeps 11 aprile 1472

Genere poema

Sottogenere allegorico-didascalico

Lingua toscano, fiorentino letterario

originale (antico italiano) volgare


Protagonisti Dante Alighieri

Altri Virgilio, Beatrice, san

personaggi Bernardo, Stazio, santa

Lucia, Lucifero

Dante e Beatrice sulle rive del Lete (1889), opera del pittore venezuelano Cristóbal Rojas

La Comedìa, o Commedia, conosciuta soprattutto come Divina Commedia,[1] è un poema allegorico-


didascalico[2] di Dante Alighieri, scritto in terzine incatenate di endecasillabi (poi chiamate per
antonomasia terzine dantesche) in lingua volgare fiorentina.
Il titolo originale, con cui lo stesso autore designa il suo poema, fu Comedia (probabilmente pronunciata
con accento tonico sulla i); e così è intitolata anche l'editio princeps del 1472. L'aggettivo «Divina» le fu
attribuito dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, scritto fra il 1357 e il 1362 e stampato nel
1477. Ma è nella prestigiosa edizione giolitina, a cura di Ludovico Dolce e stampata da Gabriele Giolito
de' Ferrari nel 1555, che la Commedia di Dante viene per la prima volta intitolata come da allora fu
sempre conosciuta, ovvero "La Divina Comedia".
Composta secondo i critici tra il 1304/07 e il 1321, anni del suo esilio in Lunigiana e
Romagna,[3] la Commedia è il capolavoro di Dante ed è universalmente ritenuta una delle più grandi
opere della letteratura di tutti i tempi,[4] nonché una delle più importanti testimonianze della civiltà
medievale, tanto da essere conosciuta e studiata in tutto il mondo.
Il poema è diviso in tre parti, chiamate «cantiche» (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna delle quali
composta da 33 canti (tranne l'Inferno, che contiene un ulteriore canto proemiale). Il poeta narra di
un viaggio immaginario, ovvero di un Itinerarium mentis in Deum,[5] attraverso i tre regni ultraterreni che
lo condurrà fino alla visione della Trinità. La sua rappresentazione immaginaria
e allegorica dell'oltretomba cristiano è un culmine della visione medievale del mondosviluppatasi
nella Chiesa cattolica. È stato notato come tutte e tre le cantiche terminino con la parola «stelle»
(Inferno: "E quindi uscimmo a riveder le stelle"; Purgatorio: "Puro e disposto a salir a le
stelle"; Paradiso: "L'amor che move il sole e l'altre stelle").
L'opera ebbe subito uno straordinario successo e contribuì in maniera determinante al processo di
consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana. Il testo, del quale non si possiede l'autografo,
fu infatti copiato sin dai primissimi anni della sua diffusione e fino all'avvento della stampa in un ampio
numero di manoscritti. Parallelamente si diffuse la pratica della chiosa e del commento al testo (si
calcolano circa sessanta commenti e tra le 100.000 e le 200.000 pagine),[6] dando vita a una tradizione
di letture e di studi danteschi mai interrotta: si parla così di "secolare commento". La vastità delle
testimonianze manoscritte della Commedia ha comportato un'oggettiva difficoltà nella definizione del
testo: nella seconda metà del Novecento l'edizione di riferimento è stata quella realizzata da Giorgio
Petrocchi per la Società Dantesca Italiana.[7] Più di recente due diverse edizioni critiche sono state
curate da Antonio Lanza[8] e Federico Sanguineti.[9]
La Commedia, pur proseguendo molti dei modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali
(ispirazione religiosa, scopo didascalico e morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e
immediata delle cose), è profondamente innovativa poiché, come è stato rilevato in particolare negli
studi di Erich Auerbach, tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, espressa
anche con l'uso di neologismi creati da Dante come «insusarsi», «inluiarsi» e «inleiarsi».[10]
È una delle letture obbligate del sistema scolastico italiano.L'opera è formata in tutto da 100 canti. Il
primo canto della Divina Commedia funziona da proemio i successivi 99, ripartiti in 3 cantiche (Inferno,
Purgatorio e Paradiso), ognuna delle quali formata da 140 versi endecasillabi e divisa in 33 canti (33+1
la prima). Il totale dei versi è 14.223. Come si può notare, l'opera è impostata secondo il senso
dell'ordine gerarchico proprio delle "summae teologiche" (cioè dei trattati di teologia del tempo). Il tutto
è fissato sulla simbologia cristiana del numero 3 (Padre, Figlio e Spirito Santo, ovvero la Trinità) e dei
suoi multipli, dell'1 (Dio unico) e del 100 (totalità di Dio). La stessa struttura dell’universo ultraterreno
possiede a sua volta una spiegazione narrativa che precede la narrazione. Risale allo scontro tra il
Bene e il Male: da una parte Dio, dall’altra Lucifero. L’Inferno fu originato dalla caduta di Lucifero, guida
di una schiera di angeli ribelli a Dio. Gli angeli ribelli, sconfitti, furono scacciati dal Paradiso e
precipitarono nella terra. La terra si inabissò al suo arrivo, formando il vortice infernale, nelle cui
viscere, Lucifero rimane conficcato e prigioniero. Quella parte di terra che si ritirò all’arrivo di Lucifero
andò a formare, dall’altra parte, la montagna del Purgatorio, e dalla cima del Purgatorio, il giardino
dell'Eden, comincia il Paradiso, che si allarga, di cerchio in cerchio, verso la totalità rappresentata da
Dio.

Indice

 1Titolo
 2Argomento
o 2.1Inferno
o 2.2Purgatorio
o 2.3Paradiso
 3Data di composizione
 4Struttura
o 4.1Struttura cosmologica
o 4.2Struttura dottrinale
o 4.3Cronologia
 5Tematiche e contenuti
o 5.1Scienza e tecnologia nella Divina Commedia
o 5.2Le tre guide
 6Modelli e fonti
o 6.1Lingua
o 6.2Stile
o 6.3Studi e fonti
o 6.4Filosofia islamica
o 6.5Attualità della Divina Commedia
 7Storia della critica
o 7.1Tradizione manoscritta e proposte di edizioni critiche
 8Prime edizioni a stampa
o 8.1Le edizioni a stampa del Quattrocento (incunaboli)
o 8.2Le edizioni a stampa del Cinquecento (cinquecentine)
 9Edizioni moderne
o 9.1L'edizione Petrocchi
o 9.2Le ultime edizioni
 10Traduzioni
o 10.1Traduzioni in latino
o 10.2Traduzioni in inglese
o 10.3Traduzioni in francese
o 10.4Traduzioni in spagnolo
o 10.5Traduzioni in tedesco
o 10.6Traduzioni in altre lingue o dialetti
 11La Divina Commedia nell'arte
o 11.1Trasposizioni cinematografiche (lista parziale)
o 11.2Musica
o 11.3Pittura
o 11.4Scultura
o 11.5Altro
o 11.6Televisione
o 11.7Teatro
o 11.8Videogiochi
o 11.9Nel fumetto
 12Note
 13Bibliografia
 14Voci correlate
 15Altri progetti
 16Collegamenti esterni

Titolo[modifica | modifica wikitesto]


Probabilmente il titolo originale dell'opera fu Commedia, o Comedìa, dal greco κωμῳδία (kōmōdía,
composto di κώμη, villaggio, e ᾠδή, canto; letteralmente canto del villaggio). È infatti così che Dante
stesso chiama la sua opera (Inferno XVI, 128; XXI, 2). Nell'Epistola XIII (la cui paternità dantesca non è
del tutto certa), indirizzata a Cangrande della Scala, Dante ribadisce in latino il titolo dell'opera: Incipit
Comedia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus ("Incomincia la Commedia di Dante Alighieri,
fiorentino di nascita, non di costumi").[11]

Esemplare dell'edizione giolitina de La Divina Comedia del 1555 appartenuto a Galileo Galilei, donatogli da don Orazio Morandi (1570-1630) abate di

Santa Prassede, con dedica ms. al verso della carta bianca di guardia: «Al molto Ill.re S.r mio oss.mo / Il Sig.r Galileo Galilei // di s.ta Prassedia 1624 /

Obbligatiss.o Serv.re / Don Orazio Morandi» (Collezione Livio Ambrogio).

In essa vengono addotti due motivi per spiegare il titolo conferito: uno di carattere letterario, secondo
cui col nome di commedia era usanza definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il
protagonista, si conclude con un lieto fine, e uno stilistico. Infatti lo stile nonostante sia sublime, tratta
anche tematiche turpi tipiche di uno stile umile, secondo l'ottica cristiana di accogliere anche gli aspetti
più bassi del reale, pur di raggiungere il cuore di tutta l'umanità. Nel poema infatti si ritrovano entrambi
questi aspetti: dalla "selva oscura", allegoria dello smarrimento del poeta, si passa alla redenzione
finale, alla visione di Dio nel Paradiso; e in secondo luogo, i versi sono scritti in volgare e non in latino
che, sebbene esistesse già una ricca tradizione letteraria in lingua del sì, continuava ad essere
considerata la lingua per eccellenza della cultura.
L'aggettivo "divina", riferito alla Commedia per via dei temi riguardanti il divino, fu usato per la prima
volta da Giovanni Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, scritto circa quarant'anni dopo il periodo
in cui si pensa sia stato terminato il poema dantesco. La locuzione Divina Commedia, però, divenne
comune solo dalla metà del Cinquecento in poi, da quando Ludovico Dolce, nella sua edizione
del 1555, stampata a Venezia da Gabriel Giolito de' Ferrari, riprese nel titolo l'attributo datole dal
Boccaccio.
Il nome "Commedia" (nella forma comedìa) appare solo due volte all'interno del poema, mentre
nel Paradiso Dante lo definisce "poema sacro". Dante non rinnega il titolo Commedia, anche perché,
data la lunghezza dell'opera, le cantiche o i singoli canti vennero pubblicati volta per volta, e l'autore
non aveva la possibilità di revisionare ciò che già era stato reso pubblico. Il termine "Commedia"
dovette sembrare riduttivo a Dante nel momento in cui componeva il Paradiso, in cui lo stile, ma anche
la sintassi, sono profondamente cambiati rispetto ai canti che compongono l'Inferno; infatti nell'ultimo
canto, il sostantivo Commedia viene sostituito da poema sacro. Il discorso sulle palinodie, ovvero le
correzioni che Dante fa all'interno della sua opera, contraddicendo se stesso ma anche le sue fonti, è
molto più vasto ed esteso.
Nelle ultime edizioni, a partire da quella di Petrocchi (1966-67) fino a quelle di Lanza (1995), di
Sanguineti (2001) e di Inglese (2016), si assiste all'abbandono dell'attributo Divina nel titolo, dopo
quattro secoli di tradizione editoriale.

Argomento[modifica | modifica wikitesto]

Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)

«Nel mezzo del cammin di nostra vita


mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,


esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!

Tant'è amara che poco è più morte;


ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,


tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Dante Alighieri, Inferno, I, vv. 1-12»

L'Inferno, la prima delle tre cantiche, si apre con un Canto introduttivo (che serve da proemio all'intera
opera), nel quale il poeta Dante Alighieri racconta in prima persona del suo smarrimento spirituale e
dell’incontro con Virgilio, che lo condurrà poi ad intraprendere il viaggio ultraterreno raccontato
magistralmente nelle tre cantiche. Dante si ritrae, infatti, "in una selva oscura", allegoria del peccato,
nella quale era giunto avendo smarrito la "retta via", la via della virtù, e giunto alla fine della valle
(“valle” come “selva oscura” sono allegorie entrambe dell’abisso della perdizione morale ed
intellettuale) scorge un colle illuminato dal sole "vestito già dei raggi del pianeta/che mena dritto altrui
per ogne calle".
Dante descrive con una similitudine il suo stato d’animo, come quello di chi salvatosi dai flutti giunge a
riva e si volge indietro a scrutare le acque pericolose alle quali è appena scampato, così l’animo del
poeta si volge a “rimirar lo passo” che non può essere superato da persona vivente. Ma ecco che, dopo
essersi riposato e poi incamminato lungo la spiaggia deserta verso il colle, mentre si appresta ad
affrontare la salita "quasi al cominciar de l'erta" gli si parano davanti, in sequenza, una lince(lonza) dal
pelo maculato, un leone ed una lupa. Le tre fiere sono il simbolo, rispettivamente,
di lussuria, superbia e cupidigia. La lince gli sbarra il cammino, impedendogli di avanzare e quasi
forzandolo a tornare sui suoi passi "‘mpediva tanto il mio cammino/ch'i' fui per ritornar più volte vòlto", il
leone pareva andargli incontro fiero, affamato e ruggente, mentre la lupa, ultima delle tre fiere a
pararglisi davanti, incede verso il poeta, respingendolo indietro, verso l’abisso dal quale Dante sta
tentando di allontanarsi. Ed ecco che, mentre Dante rovina indietro in “basso loco”, gli appare alla vista
“chi per lungo silenzio parea fioco”, qualcuno la cui immagine era resa più flebile dal lungo silenzio, cioè
morto da lunghissimo tempo. Dante invoca aiuto "«Miserere di me», gridai a lui" pur non riuscendo a
distinguere se ciò che scorge è una persona o un’ombra.
L’anima di Virgilio risponde "non omo, omo già fui" e si presenta dichiarando le sue origini Mantovane, il
tempo in cui visse e le sue opere, si che Dante lo riconosce. Trovandosi di fronte a cotanto personaggio
Dante, con una punta di vergogna, dichiarandosi suo discepolo e dichiarando l’opera sua figlia
dell’opera Virgiliana chiede aiuto per sfuggire alla lupa "la bestia per cu’ io mi volsi". Importante
sottolineare che l’atteggiamento di Dante nei confronti di Virgilio non è di deferenza ma di ammirazione
vera, Dante ha esplorato e conosce a menadito l’opera Virgiliana e la stessa Divina Commedia vi si
ispira e ne attinge direttamente. Virgilio redarguisce Dante riguardo alla strada che ha imboccato, che
non è quella giusta "a te convien tenere altro viaggio", si sofferma sulla natura mortifera e malvagia
della "bestia" che gli sbarra il cammino e accenna una profezia sibillina circa il "Veltro" che ricaccerà la
lupa nell'inferno dal quale proviene. Profezia che trova riscontro in altre profezie complementari molto
più avanti nell'opera enunciate da Beatrice (Purgatorio XXXIII 34-45) e da San Pietro (Paradiso XXVII
55-63), mentre sul Veltro, indubbiamente figura della provvidenza, innumerevoli teorie sono state
proposte per identificarlo con un personaggio storico definito (Cristo, Cangrande, Dante stesso, ecc.).
Infine Virgilio comunica al poeta smarrito che per il suo bene ("per lo tuo me’ " – dove “me’” sta per
meglio) Dante dovrà seguirlo e Virgilio gli farà da guida “per loco eterno”, prima nell’inferno "ove udirai
le disperate strida", poi in purgatorio "e vederai color che son contenti/nel foco, perché speran di
venire/quando che sia alle beate genti", ma non in paradiso. Essendo un’anima del limbo a Virgilio non
è permesso di ascendere fino a quelle altezze, un’anima più pura lo condurrà nell'ultima parte del
viaggio "anima fia a ciò più di me degna:/con lei ti lascerò nel mio partire" e quell’anima pura è,
ovviamente, Beatrice, sostituita da San Bernardo al termine del viaggio, in paradiso (Paradiso XXXI
105). Il gioco è fatto, Dante in nome di Dio e per salvarsi dalla misera condizione morale e intellettuale
nella quale si trova "a ciò ch'io fugga questo male e peggio" prega Virgilio di condurlo nei luoghi
ultraterreni che gli ha appena descritto "che tu mi meni là dov' or dicesti". L’ultimo verso non ha bisogno
di commenti, è chiarissimo, e ci spalanca le porte dell’opera intera: Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Inferno[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Inferno (Divina Commedia).

Sandro Botticelli, La voragine infernale - Disegni per la Divina Commedia

Il vero e proprio viaggio attraverso l'Inferno ha inizio nel Canto III (nel precedente Dante esprime i suoi
dubbi e le sue paure a Virgilio riguardo al viaggio che stanno per compiere e l'azione si svolge
sulla Terra presso la selva). Dante e Virgilio si trovano sotto la città di Gerusalemme, davanti alla
grande porta su cui sono impressi i versi celeberrimi che aprono questo canto. L'ultimo di quei versi:
"Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate", incute nuovi dubbi e nuovo timore in Dante, ma il suo maestro
e guida gli sorride e lo prende per mano perché ormai bisogna andare avanti. In questo luogo senza
tempo e senza luce, l'Antinferno, stazionano per sempre gli ignavi, ossia quelli che in vita non vollero
prendere posizioni, ed ora sono ritenuti indegni sia di premio (Paradiso) che di castigo (Inferno) perché
il primo sarebbe macchiato della loro presenza e nel secondo sarebbero un motivo di possibile vanto.
La loro punizione consiste nel correre nudi dietro ad una bandiera senza stemma ed essere
perennemente punti da vespe e da mosconi; poco più in là, sulla riva dell'Acheronte (il primo fiume
infernale), stanno provvisoriamente le anime che devono raggiungere l'altra riva, in attesa che Caronte,
il primo guardiano infernale, le spinga nella sua barca e le traghetti di là.

Giovanni Stradano (1523-1605): Inferno, mappa

L'inferno dantesco è immaginato come una serie di anelli numerati, sempre più stretti, che si succedono
in sequenza e formano un tronco di cono rovesciato; l'estremità più stretta si trova in corrispondenza
del centro della Terra ed è interamente occupata da Lucifero che, movendo le sue enormi ali, produce
un vento gelido: è il ghiaccio la massima pena. In questo Inferno, ad ogni peccato corrisponde un
cerchio, ed ogni cerchio successivo è più profondo del precedente e più vicino a Lucifero; più grave è il
peccato, maggiore sarà il numero del cerchio.
Al di là dell'Acheronte si trova il primo cerchio, il Limbo. Qui stanno le anime dei puri che non ricevettero
il battesimo e che però vissero nel bene; vi si trovano anche — in un luogo a parte dominato da un
"nobile castello" — gli antichi "spiriti magni" che compirono grandi opere a vantaggio del genere umano
(Virgilio stesso è tra loro). Oltre il Limbo, Dante e il suo maestro entrano nell'Inferno vero e proprio.
All'ingresso sta Minosse, il secondo guardiano infernale che, da giudice giusto quale fu, indica in quale
cerchio infernale ogni anima dovrà scontare la sua pena, avvolgendo la coda tante volte quanti cerchi
l'anima dovrà scendere. Superato Minosse, i due si ritrovano nel secondo cerchio, dove sono puniti
i lussuriosi: tra essi le anime di Semiramide, Cleopatra, Elena di Troia ed Achille. Celebri i versi del
quinto canto su Paolo e Francesca[12] che raccontano la loro storia e passione amorosa. Ai lussuriosi,
travolti dal vento, succedono nel terzo cerchio i golosi; questi sono immersi in un fango puzzolente,
sotto una pioggia senza tregua, e vengono morsi e graffiati da Cerbero, terzo guardiano infernale; dopo
di loro, nel quarto cerchio, presidiato da Plutone, stanno gli avari e i prodighi, divisi in due schiere
destinate a scontrarsi per l'eternità mentre fanno rotolare massi di pietra lungo la circonferenza del
cerchio.
Dante e Virgilio giungono poi al quinto cerchio, davanti allo Stige (il secondo fiume infernale), nelle
fangose acque del quale sono puniti iracondi e accidiosi, e qui i protagonisti hanno un alterco
con Filippo Argenti; i due Poeti vengono traghettati sulla riva opposta dalla barca di Flegias, quinto
guardiano infernale. Lì, sull'altra sponda, sorge la Città di Dite, in cui sono puniti i peccatori consapevoli
del loro peccare. Davanti alla porta chiusa della città, i due sono bloccati dai demoni e dalle Erinni;
entreranno solo grazie all'intervento dell'Arcangelo Michele, e vedranno come sono puniti coloro "che
l'anima col corpo morta fanno", cioè gli epicurei e gli ereticiin generale: essi si trovano all'interno di
grandi sarcofaghi infuocati; tra gli eretici incontrano il ghibellino Farinata degli Uberti, uno dei più famosi
personaggi dell'Inferno dantesco. Assieme a lui è presente Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido,
amico di Dante.
Oltre la città, il poeta e la sua guida scendono verso il settimo cerchio lungo uno scosceso burrone
(burrato), alla fine del quale si trova il terzo fiume infernale, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente
presidiato dai Centauri. Questo fiume costituisce il primo dei tre gironi in cui è diviso il VII cerchio. Vi
sono puniti i violenti contro il prossimo; tra essi il Minotauro, ucciso da Teseo con l'aiuto di Arianna.
Oltre il fiume, sull'altra sponda è il secondo girone, (che Dante e Virgilio raggiungono grazie all'aiuto del
centauro Nesso); qui stanno i violenti contro sé stessi, i suicidi, trasformati in arbusti secchi, feriti e
straziati per l'eternità dalle Arpie (tra loro troviamo Pier della Vigna); nel secondo girone stanno anche
gli scialacquatori, inseguiti e sbranati da cagne. L'ultimo girone, il terzo, è una landa infuocata, ed
ospita i violenti contro Dio nella Parola, nella Natura e nell'Arte, ossia i bestemmiatori (Capaneo),
i sodomiti (tra cui Brunetto Latini, maestro di Dante, quando il poeta era giovane) e gli usurai. A
quest'ultimo girone Dante dedicherà molti versi dal Canto XIV al Canto XVII.
Alla fine del VII cerchio, Dante e Virgilio scendono per un burrone (ripa discoscesa) in groppa
a Gerione, il mostro infernale dal volto umano, zampe leonine, corpo di serpente e coda di scorpione.
Così raggiungono l'VIII cerchio chiamato Malebolge, dove sono puniti i traditori in chi non si fida.
L'ottavo cerchio è diviso in dieci bolge; ogni bolgia è un fossato a forma di cerchio. I cerchi sono
concentrici, scavati nella roccia e digradanti verso il basso, alla base di essi si apre il Pozzo dei Giganti.
Nelle bolge sono puniti, nell'ordine, ruffiani e seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti,
ladri, consiglieri fraudolenti — tra cui Ulisse e Diomede, i seminatori di discordia (Maometto) e i falsari.
Infine i due accedono al IX ed ultimo cerchio, dove sono puniti i traditori in chi si fida.
Questo cerchio è diviso in quattro zone, coperte dalle acque gelate di Cocito. Nella prima zona,
chiamata Caina (dal nome di Caino, che uccise il fratello Abele), sono puniti i traditori dei parenti; nella
seconda, Antenora (dal nome Antenore, il troiano che consegnò il Palladio ai nemici greci), stanno i
peccatori come lui, traditori della patria; nella terza, Tolomea (dal nome del re Tolomeo XIII, che al
tempo di Cesare fece uccidere il suo ospite Pompeo), si trovano i traditori degli ospiti; infine nella
quarta, Giudecca (dal nome di Giuda Iscariota, che tradì Gesù), sono puniti i traditori dei benefattori.
Nell'Antenora Dante incontra il Conte Ugolino della Gherardescache narra della sua segregazione nella
Torre della Muda con i figli e la loro morte per fame, segregazione e morte volute dall'Arcivescovo
Ruggieri. Ugolino appare nell'Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che rode
per l'eternità il capo del suo aguzzino. Nell'ultima zona si trovano i tre grandi
traditori: Cassio, Bruto (che complottarono contro Cesare) e Giuda Iscariota; la loro pena consiste
nell'essere maciullati dalle tre bocche di Lucifero, che qui ha la sua dimora. Giuda si trova nella bocca
centrale, a suggello della maggiore gravità del proprio tradimento.
Scendendo lungo il suo corpo peloso, Dante e Virgilio raggiungono una grotta e scendono alcune
scale. Dante è stupito: non vede più la schiena di Lucifero e Virgilio gli spiega che ora si trovano
nell'Emisfero Australe. Attraversano quindi la natural burella, il canale che li condurrà alla spiaggia del
Purgatorio, alla base della quale usciranno poco dopo "a riveder le stelle".
Purgatorio[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Purgatorio (Divina Commedia).

Il primo canto del Purgatorio illustrato da Gustave Doré


Usciti dall'Inferno attraverso la natural burella, Dante e Virgilio si ritrovano nell'emisfero
australe terrestre (che si credeva interamente ricoperto d'acqua), dove, in mezzo al mare, s'innalza la
montagna del Purgatorio, creata con la terra che avanzò dallo scavo del baratro dell'Inferno,
quando Lucifero fu buttato fuori dal Paradiso dopo la rivolta contro Dio. Usciti dal cunicolo, i due
giungono su una spiaggia, dove incontrano Catone Uticense, che svolge il compito di guardiano del
Purgatorio. Dovendo cominciare a salire la ripida montagna, che si dimostra impossibile da scalare,
tanto è ripida, Dante chiede ad alcune anime quale sia il varco più vicino; sono questi la prima schiera
dei negligenti, i morti scomunicati, che hanno dimora nell'antipurgatorio. Nella I schiera di negligenti
dell'antipurgatorio Dante incontra Manfredi di Sicilia. Assieme a coloro che tardarono a pentirsi per
pigrizia, ai morti per violenza e ai principi negligenti, infatti, essi attendono il tempo di purificazione
necessario a permettere loro di accedere al Purgatorio vero e proprio. All'ingresso della valletta dove si
trovano i principi negligenti, Dante, su indicazione di Virgilio, chiede indicazioni ad un'anima che si
rivela essere una sorta di guardiano della valletta, il concittadino di Virgilio Sordello, che sarà la guida
dei due fino alla porta del Purgatorio.
Giunti alla fine dell'Antipurgatorio, superata una valletta fiorita, i due varcano la porta del Purgatorio;
questa è custodita da un angelo recante in mano una spada fiammeggiante, che sembra avere vita
propria, e preceduto da tre gradini, il primo di marmo bianco, il secondo di una pietra scura e il terzo in
porfido rosso. L'angelo, seduto sulla soglia di diamante e appoggiando i piedi sul gradino rosso, incide
sette "P" sulla fronte di Dante, poi apre loro la porta tramite due chiavi (una d'argento e una d'oro) che
aveva ricevuto da San Pietro; quindi i due poeti si addentrano nel secondo regno.
Il Purgatorio è diviso in sette 'cornici', dove le anime scontano la loro inclinazione al peccato per
purificarsi prima di accedere al Paradiso. Al contrario dell'Inferno, dove i peccati si aggravavano
maggiore era il numero del cerchio, qui alla base della montagna, nella prima cornice, stanno coloro
che si sono macchiati delle colpe più gravi, mentre alla sommità, vicino al Paradiso terrestre, i peccatori
più lievi. Le anime non vengono punite in eterno, e per una sola colpa, come nel primo regno, ma
scontano una pena pari ai peccati commessi durante la vita.
Nella prima cornice, Dante e Virgilio incontrano i superbi, nella seconda gli invidiosi, nella terza gli
iracondi, nella quarta gli accidiosi, nella quinta gli avari e i prodighi. In questa cornice ai due viaggiatori
si unisce l'anima di Stazio dopo un terremoto e un canto Gloria in excelsis Deo (Dante riteneva Stazio
convertito al cristianesimo); questi si era macchiato in vita di eccessiva prodigalità: proprio in quel
momento egli, che dopo cinquecento anni di espiazione in quella cornice aveva sentito il desiderio di
assurgere al Paradiso, si offre di accompagnare i due fino alla sommità del monte, attraverso le cornici
sesta, dove espiano le loro colpe i golosi che appaiono magrissimi, e settima, dove stanno i lussuriosi
avvolti dalle fiamme. Dante ritiene che Stazio si sia convertito grazie a Virgilio e alle sue opere, che
hanno aperto gli occhi al poeta latino: egli, infatti, grazie all'Eneide e alle Bucoliche ha capito
l'importanza della fede cristiana e l'errore del vizio della prodigalità: come un lampadoforo, Virgilio ha
fatto luce a Stazio rimanendo però al buio; fuor di metafora, Virgilio è stato un profeta inconsapevole:
ha portato Stazio alla fede ma lui, avendo fatto in tempo solo ad intravederla, non ha potuto salvarsi, ed
è costretto a soggiornare per l'eternità nel Limbo. Ascesi alla settima cornice, i tre devono attraversare
un muro di fuoco, oltre il quale si diparte una scala, che dà accesso al Paradiso terrestre. Paura di
Dante e conforto da parte di Virgilio. Giunti qui, il luogo dove per poco dimorarono Adamo ed Eva prima
del peccato, Virgilio e Dante si devono congedare, poiché il poeta latino non è degno di guidare il
toscano fin nel Paradiso, e sarà Beatrice a farlo.
Quindi Dante s'imbatte in Matelda, la personificazione della felicità perfetta, precedente al peccato
originale, che gli mostra i due fiumi Lete, che fa dimenticare i peccati, ed Eunoè, che restituisce la
memoria del bene compiuto, e si offre di condurlo all'incontro con Beatrice, che avverrà poco dopo.
Beatrice rimprovera duramente Dante e dopo si offre di farsi vedere senza il velo: Dante durante i
rimproveri cerca di scorgere il suo vecchio maestro Virgilio che ormai non c'è più. Dopo avere bevuto
prima le acque del Lete e poi dell'Eunoè, infine, Dante segue Beatrice verso il terzo ed ultimo regno: il
Paradiso.
Paradiso[modifica | modifica wikitesto]
Lo stesso argomento in dettaglio: Paradiso (Divina Commedia) e cieli del Paradiso.

Libero da tutti i peccati, adesso Dante può ascendere al Paradiso e, accanto a Beatrice, vi accede
volando ad altissima velocità. Egli sente tutta la difficoltà di raccontare questo trasumanare, andare
cioè al di là delle proprie condizioni terrene, ma confida nell'aiuto dello Spirito Santo (il buon Apollo) e
nel fatto che il suo sforzo descrittivo sarà continuato da altri nel tempo (Poca favilla gran fiamma
seconda... canto I, 34).

Philipp Veit (1793-1887): San Bernardo di Chiaravalle

Il Paradiso è composto da nove cieli concentrici, al cui centro sta la Terra; in ognuno di questi cieli,
dove risiede un pianeta diverso, stanno i beati, più vicini a Dio a seconda del loro grado di beatitudine.
In verità, Dante capirà in seguito che le anime del Paradiso si trovano tutte nell'Empireo, a contemplare
Dio, e vengono incontro a lui nei vari cieli secondo il loro grado di beatitudine, per l'amore che nutrono
per lui e spiegare i vari misteri sacri. Inoltre, nessuna anima desidera una condizione migliore di quella
che già ha, poiché la carità non permette di desiderare altro se non quello che si ha, e non possono far
altro che volere ciò che Dio vuole ("in sua volontade è nostra pace", dice Piccarda); Dio, al momento
della nascita, ha donato secondo criteri inconoscibili ad ogni anima una certa quantità di grazia, ed è in
proporzione a questa che esse godono diversi livelli di beatitudine. Prima di raggiungere il primo cielo i
due attraversano la Sfera di Fuoco.
Nel primo cielo, quello della Luna, stanno coloro che mancarono ai voti fatti (Angeli); nel secondo, il
cielo di Mercurio, risiedono coloro che in Terra fecero del bene per ottenere gloria e fama, non
indirizzandosi al bene divino (Arcangeli); nel terzo cielo, quello di Venere, stanno le anime degli spiriti
amanti (Principati); nel quarto, il cielo del Sole, gli spiriti sapienti (Potestà); nel quinto, il cielo di Marte,
gli spiriti militanti dei combattenti per la fede (Virtù); e nel sesto, il cielo di Giove, gli spiriti governanti
giusti (Dominazioni)

Dante e Beatrice rivolti verso l'Empireo (Gustave Doré)

Giunti al settimo cielo, quello di Saturno dove risiedono gli "spiriti contemplativi" (Troni), Beatrice non
sorride più, come invece aveva fatto finora; il suo sorriso, infatti, da qui in poi, a causa della vicinanza a
Dio, sarebbe per Dante insopportabile alla vista, tanto luminoso risulterebbe. In questo cielo risiedono
gli spiriti contemplativi, e da qui Beatrice innalza Dante fino al cielo delle Stelle fisse, dove non sono più
ripartiti i beati, ma nel quale si trovano le anime trionfanti, che cantano le lodi di Cristo e della Vergine
Maria, che qui Dante riesce a vedere; da questo cielo, inoltre, il poeta osserva il mondo sotto di sé, i
sette pianeti e i loro moti e la Terra, piccola e misera in confronto alla grandezza di Dio (Cherubini).
Prima di proseguire Dante deve sostenere una sorta di "esame" in Fede, Speranza, Carità, da parte di
tre esaminatori particolari: San Pietro, San Giacomo e San Giovanni. Quindi, dopo un ultimo sguardo al
pianeta, Dante e Beatrice assurgono al nono cielo, il Primo Mobile o Cristallino, il cielo più esterno,
origine del movimento e del tempo universale (Serafini).
In questo luogo, sollevato lo sguardo, Dante vede un punto luminosissimo, contornato da nove cerchi di
fuoco, vorticanti attorno ad esso; il punto, spiega Beatrice, è Dio, e attorno a lui stanno i nove cori
angelici, divisi per quantità di virtù. Superato l'ultimo cielo, i due accedono all'Empireo, dove si trova
la rosa dei beati, una struttura a forma di anfiteatro, sul gradino più alto della quale sta la Vergine
Maria. Qui, nell'immensa moltitudine dei beati, risiedono i più grandi santi e le più importanti figure
delle Sacre Scritture, come Sant'Agostino, San Benedetto, San Francesco, e
inoltre Eva, Rachele, Sara e Rebecca.
Da qui Dante osserva finalmente la luce di Dio, grazie all'intercessione di Maria alla quale San
Bernardo (guida di Dante per l'ultima parte del viaggio) aveva chiesto aiuto perché Dante potesse
vedere Dio e sostenere la visione del divino, penetrandola con lo sguardo fino a congiungersi con Lui, e
vedendo così la perfetta unione di tutte le realtà, la spiegazione del tutto nella sua grandezza. Nel
punto più centrale di questa grande luce, Dante vede tre cerchi, le tre persone della Trinità, il secondo
del quale ha immagine umana, segno della natura umana, e divina allo stesso tempo, di Cristo.
Quando egli tenta di penetrare ancor più quel mistero il suo intelletto viene meno, ma in un excessus
mentis[13] la sua anima è presa da un'illuminazione e si placa, realizzata dall'armonia che gli dona la
visione di Dio, dell'amor che move il sole e l'altre stelle.

Data di composizione