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ITALIJANSKI JEZIK

IV GODINA (7. i 8. semestar)


Prevođenje sa italijanskog na srpski jezik

IZBOR ITALIJANSKIH TEKSTOVA

(Mila Samardžić)

(2005/06)
ISPITNI TEKSTOVI

(10/05)
Se nel Seicento comincia a delinearsi la scienza ma non ancora lo
scienziato, l'età dei Lumi vede ormai come protagonisti l'una e l'altro. Certo,
come avremo modo di sottolineare, bisogna intendersi sul termine scienziato,
tenendo conto dei contesti e del momento storico senza forzature e anacronismi.
Il filo rosso di questo saggio si fonda sull'ipotesi che il Settecento, più che una
fase di transizione verso la nascita dello scienziato contemporaneo (avvenuta
soprattutto nel XIX secolo), rappresenti per l'uomo di scienza una sorta di età–
laboratorio della modernità. In quell'epoca giunsero infatti a maturazione
processi di lungo periodo come la fase di identificazione definitiva di un nuovo
sapere, la sua legittimazione, il suo consolidamento istituzionale necessario per
creare le basi di una vera e propria professione, così come apparvero
all'orizzonte questioni nuove e laceranti tra cui spicca, per la prima volta
ufficialmente dibattuto, il gran tema della demarcazione, cioè a dire
l'interrogativo su ciò che debba essere considerato scienza e ciò che invece è da
considerarsi estraneo ad essa.
Ma per comprendere la caratterizzazione settecentesca dell'uomo di
scienza occorre avere anzitutto consapevolezza del fatto che alle spalle di quella
figura stavano almeno due secoli di cosiddetta rivoluzione scientifica. Stava il
tentativo di professori universitari, chierici, medici, filosofi, matematici,
astrologi, artisti, architetti e ingegneri di dare vita ad un nuovo sapere e a una
figura inedita d'intellettuale deciso ad indagare i fenomeni naturali con metodi
empirici, misurazioni e verifiche sperimentali, con un linguaggio e con obiettivi
differenti dalle discipline tradizionali come la filosofia, la teologia, il diritto o la
letteratura. La creazione, nel Seicento, di un aggressivo movimento per
propagandare la scienza come sapere autonomo ed originale, meritevole di
dignità e di prestigio in virtù della sua utilità sociale, conobbe certamente un
momento chiave nell'incontro con il movimento accademico, sorto il più delle
volte in aperta contrapposizione alla corporazione universitaria.
(da L'uomo dell'illuminismo)

2
(09/05)
Nel 1905 Svevo conobbe Joyce da cui apprese la di lui lingua madre come
mezzo per un contatto con la letteratura anglosassone (in lingua originale, più
diretto in quanto non mediato da traduzioni); tra i due scrittori nacque una
profonda amicizia, che portò Svevo a riaccostarsi alla letteratura. Joyce, che
soggiornò a Trieste fino al 1915, lesse con entusiasmo le opere di Svevo
(soprattutto Senilità) e lo incoraggiò a scrivere un nuovo romanzo. Svevo, da
parte sua, poté leggere non soltanto le opere joyciane già pubblicate, ma anche i
manoscritti di quelle in fase di stesura. La critica recente ha ridimensionato
l'importanza del rapporto fra i due scrittori, in passato spinta fino a definire
Svevo "il Joyce italiano", notando le notevoli differenze stilistiche e vedendo la
relazione come un'amicizia personale più che come un profondo scambio
letterario.
Intanto, nel 1908, Svevo cominciò ad interessarsi alla psicoanalisi,
accostandosi all'opera di Freud, che gli fornì altri fondamentali strumenti per
scandagliare la "coscienza" del terzo inetto, Zeno Cosini. Durante la prima
guerra mondiale, Svevo cominciò a elaborare La coscienza di Zeno (1923). In
questo romanzo, considerato il suo capolavoro, l'autore sviluppa un'analisi
psicologica di straordinaria profondità e costruisce tecniche narrative
modernissime, soprattutto per la tradizione del romanzo italiano. La prima
pagina, scritta nella finzione letteraria dallo psicoanalista di Zeno, presenta la
narrazione come un'autobiografia del paziente, una rievocazione del passato
richiesta dal medico come tappa preliminare alla terapia analitica. Mediante la
rappresentazione interiore della nevrosi del protagonista e narratore, l'autore
riesce a rendere la soggettività del pensiero e dei ricordi, in una narrazione che
appare ormai quasi completamente svincolata dalle convenzioni realistiche
ottocentesche, ma la novità di Svevo è anche nella sua dissacrante ironia, nella
costruzione di un protagonista radicalmente antitragico e antieroico.
Alla pubblicazione, La coscienza di Zeno ricevette solo brevi recensioni
negative. Svevo inviò una copia del romanzo a Joyce, che lo elogiò e gli procurò
il consenso di noti critici. Al successo di Svevo contribuì una recensione
favorevole di Montale, tuttavia la fortuna critica ebbe consacrazione ufficiale un
anno dopo la morte dello scrittore, avvenuta in un incidente automobilistico, con
un numero speciale dedicato a lui dalla rivista fiorentina di letteratura Solaria.

3
(06/05)
C’è qualcosa di nuovo ad occidente. Lo avevano avvertito gli
organizzatori della Fiera del libro di Torino quando avevano pensato di dedicare
privilegiamente al Portogallo il Salone del 2005. Ma, anche così, con questa
formula mista, la presenza portoghese alla Fiera è significativa. Specie per la
qualità e la novità degli autori tradotti. Per tutto il Novecento, il narratore
portoghese più tradotto in Italia era stato Eça de Queirós di cui ancora lo scorso
anno l’editore Passigli di Firenze aveva presentato una nuova, piacevole
traduzione del Mandarino a cura di Paolo Collo. Poi, a partire dalla metà del
secolo, la scoperta sempre più intrigante di Fernando Pessoa (è di questi giorni
la comparsa italiana di un suo nuovo, pericoloso eteronimo, il Barone di Teive,
istigatore di suicidi), aveva riportato in Europa un Portogallo che sostituiva la
corona d’alloro del classico vate monocolo Camões col cappelluccio floscio e
gli occhiali del suo avanguardistico poeta novecentesco. Fino al premio Nobel
1998 a José Saramago e alla straordinaria fortuna della sua opera anche fra noi.
E fino all’ascesa di un narratore come António Lobo Antunes, di cui Einaudi
presenta ora, nella traduzione di Rita Desti, l’Esortazione ai coccodrilli. Libro
esplosivo e torrenziale come sempre, questa Esortazione registra l’incrocio di
esperienze di quattro donne legate ciascuna a un terrorista di una banda
responsabile di pericolosi attentati dopo la Liberazione del 25 aprile 1974.
La novità del Salone sta, però, nei narratori, tutti delle ultime generazioni,
che compaiono ora per la prima volta sul mercato italiano. A cominciare dal più
giovane, un singolare José Riço Direitinho che, per l’inventiva tematica e il
sorriso della scrittura è giudicato internazionalmente come l’autentica
rivelazione di questa narrativa. Ogni nuovo racconto di questo ingegnere
agronomo ci appare infatti come la ricreazione mitopoetica di un mondo rurale,
di un Portogallo del Nord, ai confini della Galizia, che sopravvive con i suoi riti,
le sue superstizioni, le sue pratiche curative e alimentari, congiunte ai suoi
terrori atavici.
(“La Repubblica, 07/05/2005)

4
(04/05)
Il vecchio e celebre libro di Dale Carnegie era stato tradotto in italiano
come “L'arte di conquistar gli amici” e poi ripubblicato col titolo “Come trattare
gli altri e farseli amici”. In effetti il titolo originale (“How to win friends and
influence people” [ne morate prevoditi engleski naslov – prim. prof.]) rendeva
meglio l'idea di quali fossero i fini del libro e l'etica che lo ispirava: il problema
non è trovare amici perché l'amicizia dà tante belle soddisfazioni, ma convincere
gli altri a considerarci loro amici in modo da poterli influenzare e da avere (noi,
non loro) il successo a cui legittimamente aspiriamo.
Per compiacere gli altri e farseli amici occorre sapere che cosa la gente
fondamentalmente desidera, per esempio, perché desidera essere lodata. Tra le
tante cose che questo antico libro insegna, c'è l'idea che il movente fondamentale
delle azioni umane non sia il sesso, bensì il bisogno di sentirsi importanti.
Mi veniva in mente Carnegie sere fa quando nel corso de “L'eredità” - la
trasmissione quiz di Amadeus, che seguo sempre per controllare giorno per
giorno l'eventuale insorgere di una mia 'dementia praecox' - è stato domandato
quale è il valore a cui gli italiani tengono di più, almeno secondo un recente
sondaggio. Ed emergeva (a scorno dei candidati che cercavano di citare l'amore,
il danaro, la felicità famigliare o altro) che il valore perseguito con maggior
passione era la notorietà, l'essere conosciuti e riconosciuti dagli altri.
Si noti bene che il valore non era la Fama, nozione che è di per sé legata
al compimento di qualche azione nobile e di interesse collettivo. I soggetti testati
non desideravano essere ricordati come scopritori del vaccino anticancro,
salvatori eroici dei propri simili grazie al sacrificio della loro vita, grandi poeti o
scultori, condottieri di eserciti, navigatori, mistici o filantropi. Era più che
evidente che volevano essere riconoscibili e dunque riconosciuti per strada, dal
droghiere, sull'autobus, al supermercato. Come Charlie Brown, non
sopportavano di non essere “popolari”.
Volevano in definitiva essere come (sia detto senza ironia, disistima, o
malanimo) gli stessi concorrenti della “Eredità”, i quali certamente partecipano
sperando di vincere una bella sommetta (perché al di là dei sondaggi anche il
danaro è un ragionevole oggetto di desiderio) ma in fin dei conti accettano con
un luminoso sorriso anche la sconfitta, perché il fine fondamentale era quello di
poter apparire sullo schermo, salutare parenti e colleghi, e rientrare il giorno
dopo, meritevoli di considerazione per il fatto di essere emersi dal turpe
anonimato e di essere divenuti “persone note”.
(Umberto Eco, da Essere qualcuno)

5
(01/05)
Niente è più facile che trovare un libro sui Templari. L'unico
inconveniente è che nel 90 per cento dei casi si tratta di bufale, perché nessun
argomento ha mai maggiormente ispirato le mezzecalzette di tutti i tempi e di
tutti i paesi quanto la vicenda templare. Talora la bufala è così smaccata che
l'evidente e spregiudicata malafede degli autori consente almeno al lettore dotato
di buon senso di leggere l'opera come divertente esempio di fantastoria. Come
sta avvenendo ora con il “Codice Da Vinci”, che scopiazza e rielabora tutta la
letteratura precedente. Ma stiamo attenti, perché migliaia di lettori creduli vanno
poi a visitare il teatro di un'altra bufala storica, il paesino di Rennes-le-Château.
Ora il Mulino pubblica “I templari” di Barbara Frale, una studiosa che ha
dedicato anni di lavoro e altre opere a questo argomento. Sono meno di 200
pagine, e si leggono con gusto. Barbara Frale non si scandalizza troppo per certi
aspetti successivi del mito templare, anzi ne vede con qualche simpatia certi
svolgimenti romanzeschi (ai quali dedica però solo due paginette conclusive),
ma solo perché possono suscitare nuove serie ricerche su tanti aspetti ancora
oscuri della 'vera' storia dei templari. Per esempio c'era davvero un rapporto tra i
Templari e il culto del Graal? Non si può escludere, visto che persino un loro
contemporaneo, Wolfram von Eschenbach, ne favoleggiava. Ma osserverei che i
poeti sono autorizzati a fantasticare, e uno studioso del prossimo millennio che
trovasse un film d'oggi che attribuisce a tale Indiana Jones la scoperta dell'Arca
dell'Alleanza non avrebbe ragioni per trarre da questa divertente invenzione
alcuna conclusione storiograficamente corretta.
Quanto al fatto che però l'antica vicenda non sia ancora del tutto chiara,
Barbara Frale accenna ad alcune sue recenti scoperte in archivi vaticani che
indurrebbero a vedere in modo nuovo il ruolo della chiesa nel processo. Ma, per
lo sconforto di chi ancora oggi esibisce talora un biglietto da visita che lo
qualifica come Templare, ricorda che Clemente V, al momento della
sospensione dell'ordine, aveva messo fuorilegge qualsiasi tentativo di
ripristinarlo senza il consenso pontificio, lanciando addirittura la scomunica
contro chiunque utilizzasse il nome e i segni distintivi del Tempio.
(Umberto Eco, Templari attendibili, dall’Espresso)

6
(10/04)
Sarà capitato a ognuno di noi di passeggiare per la strada e alzare lo
sguardo su un cartellone pubblicitario abitato da qualche strana immagine, che si
rivela attraente, cioè magari ben fatta, e insieme disturbante. Un’immagine che,
oltretutto, non c’entra nulla con l’abbigliamento che dovrebbe vendere. Oggi
quasi tutti sono abituati al lavoro di Oliviero Toscani, nato con la collaborazione
con Benetton, ma fino a pochi anni fa quel loro sodalizio era sulla bocca di tutti
proprio per l’uso di immagini shock al posto del solito capo d’abbigliamento
indossato da una qualche modella. Bene, come possiamo farci un’idea del modo
in cui funziona quel tipo di immagine e tante, o tutte, le immagini fotografiche
che sovraffollano il nostro mondo così pieno di visualizzazioni massmediali? Un
mondo tanto ingorgato di messaggi da non permetterci nemmeno per un attimo
di fermarci e dire: ehi, aspetta, questo è davvero interessante! O magari: un
momento, non sono d’accordo! A complicare le cose ci si mette a volte quella
gigantesca trappola che è il concetto d’arte. Trappola che cattura fatti diversi e
bizzarri traducendoli in valori eterni, trappola che ci obbliga a prevedere una
nicchia speciale nella quale inserire ciò che vi è di più… Beh, la definizione ce
la diamo un’altra volta. Certo è che nelle mostre di fotografia spesso
troneggiano artisticamente le stesse immagini che pochi anni prima abbiamo
visto sul giornale o in piazza sui cartelloni o sulle confezioni e nei negozi di beni
di consumo. Un bell’esempio dei problemi che sorgono quando si vuole leggere
la fotografia. E occorrerà affrontarli.
E’ ovvio che usiamo la parola leggere perché non disponiamo di parole
spendibili quando vorremmo dire: traggo un senso da una fotografia. Si capisce.
Ma noi qui cercheremo di trarre un senso dalla Fotografia. E qui non conviene
confondere la Fotografia col fotografare: come si faccia tecnicamente a ben
fotografare è un problema che non ci interessa più di come si faccia a fare un
quadro ad olio. A noi interessano i testi visivi che incontriamo nel nostro
itinerario attraverso il mondo. Ci sarà pure un motivo per leggere la fotografia
diversamente da come lo facciamo tutti i giorni, senza che questa attività debba
sembrare tipica di occhialuti analisti ingobbiti sul microscopio, no?
(Augusto Pieroni, da Leggere la fotografia)

7
(09/04)
La lotta armata in Italia, all’inizio degli anni Settanta, ha analogie con
situazioni europee. Altrove la lotta armata finisce (Francia, Germania) e si
esaurisce persino in Irlanda (sulla base delle trattative), mentre perdura nei Paesi
Baschi. L’Italia diventa un caso particolare, con una lotta armata che si prolunga
per tutti gli anni Ottanta e si ripresenta, inopinatamente, a cavallo del terzo
millennio. Si può dire che sia entrata a far parte permanentemente dell’anomalia
italiana, per cui stentiamo a diventare un “Paese normale”, secondo
un’espressione resa celebre da Massimo D’Alema?
È bene chiarire che l’Italia è una democrazia rappresentativa
relativamente normale già dal 1945. Devo la mia fama di politologo soprattutto
a un testo, Il bipartitismo imperfetto, che nel 1966 indicava il principale limite di
questa normalità relativa nell’impossibilità di un’alternativa di governo
(soprattutto, ma non solo, a causa della posizione, ideologica e di collocazione
internazionale pro-sovietica, del Pci). Un limite grave, per quanto all’interno di
una democrazia comunque funzionante, ma che, aggravatosi nei decenni
successivi, ha portato alla crisi degli anni Novanta. Questo limite ha favorito,
insieme al peso della criminalità organizzata, che richiede un potenziamento
della sicurezza, lo sviluppo di quello Stato nello Stato.
Quella che appare una storia infinita potrà finire, con la scomparsa di
episodi di lotta armata, solo se e quando quella struttura e quel funzionamento
siano stati corretti, dopo essere stati compresi appieno.
Ritengo di aver contribuito e di contribuire a tale correzione con una serie
di scritti iniziati nel lontano novembre 1984, con un articolo su “Panorama”
sulla lotta armata, scritti dei quali questo libro è l’attuale punto di arrivo.
Occorre però, preliminarmente, ribadire che la lotta di cui si parla e il
ruolo, nel suo corso, dei servizi di sicurezza, è una lotta armata di sinistra, il cui
immediato retroterra culturale ha radici nella situazione, interna e internazionale,
nella quale si è sviluppato il Sessantotto. Se si vuole eccessivamente retrodatare
il fenomeno si rischia di non capirlo, di ipotizzare e suggerire un’”altra” e “vera”
storia d’Italia, che è certamente “altra”, ma altrettanto certamente non “vera”.
(Giorgio Galli, da Piombo rosso)

8
(06/04)
L’opera del Bembo segue di pochi anni la sconfitta di Venezia e dei suoi
alleati. Fu questa vicenda politica probabilmente che, impedendo l’espansione
territoriale di Venezia, impedì anche la nascita di un vero contraltare linguistico
rispetto al modello fiorentino–toscano. Non vi era infatti altra lingua
consolidata, riferita ad una potenza politica di grande espansione culturale e di
solida tradizione amministrativa idonea a tenere il raffronto con la lingua nella
quale si erano espressi i tre grandi autori del nostro Trecento e verso la quale
tanti – dopo la ‘chiarificazione’ sistematica del Bembo – avevano mostrato di
inclinare. Tuttavia anche la sconfitta della Repubblica Fiorentina, che portò al
rientro dei Medici in Firenze (1530) fu evento politico tale da decidere una
svolta nella storia della lingua di notevole importanza. In linea generale, e senza
pretendere che queste date abbiano un significato dicisivo, pur sottolineandone
le rilevanza anche ai fini della storia della lingua, il periodo che va dalla pace di
Cateau Cambresis (1555) alla pace di Westfalia che mise termine alla guerra dei
trent’anni (1648) segna il secondo dei periodi nodali, assieme appunto al
Trecento fiorentino, per l’evoluzione e il consolidamento dell’italiano. La prima
data, come è noto, segna in un certo senso la spartizione dell’Italia tra le due
grandi potenze continentali dell’Europa del tempo, Francia e Spagna, quasi una
divisione della penisola in zone di influenza; la seconda la fine della grande
contesa europea e delle guerre di religione sul continente, segnata da episodi di
grande momento lungo tutto il suo corso. Per esempio nell’inverno fra il 1622 e
il 1623 il bibliotecario vaticano Leone Allacci fu inviato a Heidelberg per
prelevarvi la biblioteca Palatina e trasportarla a Roma: momento forse oggi
troppo dimenticato ma essenziale nella qualificazione del libro, e del testo
scritto.
(Gianni Eugenio Viola, da La lingua italiana fra tradizione
letteraria e società civile)

9
(04/04)
La notte del mio arrivo a Parigi avevo fatto un sogno svanito al risveglio
ma che allora, in quel bistrot, mi tornò alla mente con la nitidezza propria dei
sogni che riaffiorano allo stato di coscienza quando ormai si crede di averli
dimenticati. Era un sogno perturbante. Avevo sognato mio padre. […]
All’improvviso la voce di mio padre, che avevo nettamente sentito in
sogno e che il risveglio sembrava avermi fatto dimenticare, risuonò di nuovo ai
miei orecchi: e risentirla con chiarezza mi ricondusse al sogno. Obbedendo al
mio istinto presi il taccuino e cercai di riprodurre il sogno, nel modo in cui è
possibile ricordarsene.
La difficoltà di formulare i sogni in termini narrativi è ben nota a quanti
hanno nozione di psicoanalisi, soprattutto dell’interpretazione dei sogni secondo
Freud. Nel racconto dei sogni all’analista da parte del paziente si indovina la
difficoltà di quest’ultimo a strutturare diegeticamente la propria materia. Non
solo per via del problema di un tempo vissuto nell’inconscio e impossibile da
trasferire in un tempo narrativo; ma soprattutto perché ogni sogno è
un’emozione, una sensazione che trova il suo “senso” finché appartiene alla sua
specifica “realtà”, e che lo perde quando si tenta di trasferirlo alla realtà dello
stato di veglia. Scrivendo il mio sogno mi sforzavo di evitare, per quanto
possibile, il controllo del mio Super-io lascandomi andare ad una scrittura
automatica che tentava di affondare nella memoria, nel subconscio. Fu un
impegno che mi costò una specie di lotta con me stesso, nella quale tentavo di
ritrovare la dimensione onirica che evidentemente lo stato di veglia mi aveva
fatto perdere e che richiede una completa astrazione dalla realtà circostante.
Finché, non so dopo quanto tempo, alzai la testa e mi guardai attorno.
Nonostante le suture, i salti, le imprecisioni e le approssimazioni, il dialogo con
mio padre era, bene o male, riprodotto sulla pagina.
(Antonio Tabucchi, da Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori)

10
(01/04)
La descrizione delle varietà dell’italiano contemporaneo deve
necessariamente comprendere il linguaggio giovanile, perché esso viene ritenuto
una varietà sorta negli ultimi trent’anni. Mentre altre lingue nazionali, come il
tedesco, rivendicano per sé una tradizione storica del linguaggio giovanile in
quanto gergo studentesco almeno dal Settecento in poi, non esiste per l’italiano
una simile documentazione diacronica. Il sorgere di varietà giovanili sembra
rintracciabile solo dopo la seconda guerra mondiale, prima della quale non viene
neanche menzionato l’uso trascurato dei giovani, documentato in genere dai
puristi che sostengono l’autorità degli scrittori.
Se si può parlare di storicità del linguaggio, si può rintracciare un
precedente soltanto nella parlata militaresca che fungeva da mediatore fra
dialettofoni e utenti dell’italiano colloquiale. In un primo momento il gergo
militare ha in comune con il linguaggio giovanile la dimensione ludica. Inoltre
la tendenza a formare un gruppo omogeneizzante di varia provenienza sociale e
regionale sottolinea tale affinità che mira, in tutti e due i casi, a creare un
contrappeso alla standardizzazione linguistica.
Data la cronologia storica, le varietà giovanili assorbono elementi lessicali
del gergo militare, mentre il gergo militare sembra rifiutare la penetrazione
lessicale da varietà generazionali. Termini come imbranato o pezzo grosso
hanno ormai da molto tempo conquistato il linguaggio giovanile, ma non si
usano mai esclusivamente in varietà giovanili. Si tratta dunque di uno scambio
unidirezionale.
S’intravede inoltrte un ulteriore filone storico che rimane comunque
discutibile. In una lunghisssima annotazione De Mauro ricollega il parlare snob
con la costituzione di un gergo giovanile. Questo nesso rispecchia certamente la
situazione del ’63 quando il distacco linguistico dei giovani dalla lingua
standard fu meno ovvio. Però negli ultimi trent’anni si nota una crescente
autonomia dei giovani nel coniarsi un socioletto autonomo, dato che le
generazioni recenti si confrontano più che le altre con la rinuncia al dialetto.
(Edgar Radtke, da Varietà giovanili)

11
(10/03)
Negli ultimi decenni molti sono stati gli scritti di teoria della traduzione,
dovuti anche al fatto che si sono moltiplicati centri di ricerca, corsi e
dipartimenti dedicati a questo problema, nonché scuole per traduttori e
interpreti. Le ragioni per la crescita degli interessi traduttologici sono molte, e
convergenti: da un lato i fenomeni di globalizzazione, che mettono sempre più
in contatto reciproco gruppi e individui di lingue diverse, poi lo svilupparsi degli
interessi semiotici, per i quali il concetto di traduzione diventa centrale anche
quando non viene esplicitato (si pensi soltanto alle discussioni sul significato di
un enunciato come ciò che teoricamente dovrebbe sopravvivere nel passaggio da
una lingua a un’altra), e infine l’espansione dell’informatica, che spinge molti a
tentare e ad affinare sempre più modelli di traduzione artificiale (dove il
problema traduttologico diventa cruciale non tanto quando il modello funziona,
ma proprio quando mostra di non funzionare a pieno regime).
Inoltre, dalla prima metà dello scorso secolo in avanti sono state elaborate
teorie della struttura di una lingua, o della dinamica dei linguaggi, che ponevano
l’accento sul fenomeno della radicale impossibilità della traduzione; sfida non
da poco per gli stessi teorici che, pur elaborando queste teorie, si rendevano
conto che di fatto, e da millenni, la gente traduce. Forse tradurrà male, e infatti
si pensi alle discussioni che agitano sempre l’ambiente dei biblisti,
continuamente intesi a criticare traduzioni precedenti dei testi sacri. Tuttavia, per
quanto inabili e infelici siano state le traduzioni in cui sono pervenuti i testi
dell’Antico e del Nuovo Testamento a miliardi di fedeli di lingue diverse, in
questa staffetta da lingua a lingua, e da vulgata a vulgata, una parte consistente
dell’umanità si è trovata d’accordo sui fatti e sugli eventi fondamentali
tramandati da questi testi, dalle storie di Mosè alla passione di Cristo – e, vorrei
dire, sullo spirito che anima quei testi.
(Umberto Eco, da Dire quasi la stessa cosa)

12
(09/03)
Il dottor Pereira mi visitò per la prima volta in una sera di settembre del 1992. A
quell’epoca non si chiamava ancora Pereira, non aveva ancora i tratti definiti. Era qualcosa di
vago, di sfuggente e di sfumato, ma aveva già voglia di essere protagonista di un libro: era
solo un personaggio in cerca d’autore. Non so perché scelse proprio me per essere raccontato.
Un’ipotesi possibile è che il mese prima, in una torrida giornata d’agosto di Lisbona, anch’io
avevo fatto una visita. Ricordo con nitore quel giorno. Al mattino comprai un quotidiano della
città e lessi la notizia che un vecchio giornalista era deceduto all’Hospital de Santa Maria di
Lisbona e che le sue spoglie erano visibili per l’estremo omaggio nella cappella di
quell’ospedale. Per discrezione non desidero rivelare il nome di quella persona. Dirò solo che
era una persona che avevo fuggevolmente conosciuto a Parigi, alla fine degli anni sessanta,
quando egli, da esiliato portoghese, scriveva su un giornale francese. Era un uomo che aveva
esercitato il suo mestiere di giornalista negli anni quaranta e cinguanta, in Portogallo, sotto la
dittatura di Salazar. Ed era riuscito a giocare una beffa alla dittatura salazarista pubblicando su
un giornale portoghese un articolo feroce contro il regime. Poi, naturalmente, aveva avuto seri
problemi con la polizia e aveva dovuto scegliere la via dell’esilio. Sapevo che dopo il
settantaquattro, quando il Portogallo ritrovò la democrazia, era ritornato nel suo paese, ma
non lo avevo più incontrato. Non scriveva più, era in pensione, non so come vivesse, era stato
purtroppo dimenticato. In quel periodo il Portogallo viveva la vita convulsa e agitata di un
paese che ritornava alla democrazia dopo cinquant’anni di dittatura. Era una paese giovane,
diretto da gente giovane. Nessuno si ricoradava più di un vecchio giornalista che alla fine
degli anni quaranta si era opposto con determinazione alla dittatura salazarista.
Andai a visitare la salma alle due del pomeriggio. La cappella dell’ospedale era
deserta. La bara era scoperta. Quel signore era cattolico, e gli avevano posato sul petto un
Cristo di legno. Mi trattenni presso di lui una decina di minuti. Era un vecchio robusto, anzi
grasso. Quando lo avevo conosciuto a Parigi era un uomo sui cinquant’anni, agile e svelto. La
vecchiaia, forse una vita difficile avevano fatto di lui un vecchio grasso e flaccido. Ai piedi
della bara, su un piccolo leggio, c’era un registro aperto dove erano riportate le firme dei
visitatori, ma io non conoscevo nessuno. Forse erano suoi vecchi colleghi, gente che aveva
vissuto con lui le stesse battaglie, giornalisti in pensione.
In settembre, come dicevo, Pereira a sua volta mi visitò. Lì per lì non seppi cosa dirgli,
eppure capii confusamente che quella vaga sembianza che si presentava sotto l’aspetto di un
personaggio letterario era un simbolo e una metafora: in qualche modo era la trasposizione
fantasmatica del vecchio giornalista cui avevo portato l’estremo saluto. Mi sentii imbarazzato
ma l’accolsi con affetto. Quella sera di settembre capii confusamente che un’anima che
vagava nell’etere aveva bisogno di me per raccontarsi, per descrivere una scelta, un tormento,
una vita. In quel privilegiato spazio che precede il momento di prendere sonno e che per me è
lo spazio più idoneo per ricevere le visite dei miei personaggi, gli dissi che tornasse ancora,
che si confidasse con me, che mi raccontasse la sua storia. Lui tornò e io gli trovai subito un
nome: Pereira.
(Antonio Tabucchi, da Autobiografie altrui. Poetiche a posteriori)

13
(06/03)
Il dibattito era stato ferocissimo, tema «Come si scrive con chiarezza?».
Alla fine era intervenuto Luigi Pintor, gli occhiali sulla fronte, la voce un’ottava
più alta: «Dovete preparare il giornale come se scriveste una poesia. Per la
chiarezza ricordatevi dei Vangeli». L’Unità prima ed il Manifesto dopo erano
per Luigi Pintor giornali che «la politica deve tenere in mano come si tiene un
passero. Se schiudi le dita vola via, se le stringi muore». La sua storia era
semplice e tragica. Il fratello maggiore fu un genio precoce della letteratura.
Saltò su una mina nel 1943, in una delle prime azioni della Resistenza. Aveva
indirizzato a Luigi un testamento diventato manifesto per una generazione:
sarebbe bello impigrirsi, studiare, corteggiare ragazze, ma la guerra è richiamo
morale alla politica.
Luigi Pintor raccontava allora di essersi infilato un impermeabile chiaro,
in tasca una rivoltella, e di essere finito nelle stanze della tortura nazifascista.
Salvato in extremis dal plotone di esecuzione, aveva speso la vita per estinguere
il debito etico che sentiva di avere con il leggendario fratello. Scriveva
guardando il foglio per ore, la sigaretta stretta in bocca, colpiva i tasti, svogliato,
uno alla volta, un giornale come una poesia. Nel Partito Comunista ebbe vita
difficile. «Quando mi cacciarono dal Pci, pensai: il Pci se ne va dal Pci», diceva.
Oggi tutti ne ricorderanno la penna aguzza. Non insegnava, sperava
soltanto di essere imitato. Il suo orizzonte politico restò la lotta alla Dc e,
scomparso quel partito, la vena si immalinconì. I libri per Bollati Boringhieri, da
«Servabo» a «Luoghi del delitto», lo confermano scrittore, ma restò giornalista
per fedeltà al destino indicatogli dal fratello. Questa fu la pena della vita di Luigi
Pintor, composta dalle morti acerbe dei figli Jaime e Roberta. L’uomo dentro il
giornalista comunista era fine e ombroso. Più grande, nelle luci e negli scuri,
della sola firma. Chi lo vuole cercare, lo troverà nella narrativa, paradosso
estremo per un uomo che si voleva invece risolto nella politica, ma accettato,
forse, come ultima gioia.
(Gianni Riotta, Il compagno e il fantasma)

14
(04/03)
Capisco che l'’America tra Roosevelt e Truman fosse diversa da quella di
Bush, ma mi domando se la pressione sull’Iraq sia stata preceduta da studi di
antropologia culturale altrettanto accurati e comprensivi. So benissimo che basta
andare in una biblioteca di Harvard o leggere certi saggi eccellenti che stanno
uscendo oggi su varie riviste americane per sapere che non mancano negli Stati
Uniti profondi conoscitori del mondo islamico, ma il problema è quanto Bush e i
suoi abbiano letto i loro scritti.
Per esempio, di fronte alle reazioni irritate e scandalizzate da parte della
Casa Bianca ogni volta che Saddam cambia gioco (prima dice che non ha i
missili, poi che li ha distrutti, poi che li distruggerà, poi che ne aveva solo due o
tre, eccetera), mi chiedo se gli alti comandi abbiano mai letto “Le mille e una
notte”, che con Baghdad e i suoi califfi hanno molto a che vedere.
Mi pare abbastanza evidente che la tecnica di Saddam è quella di
Sheerazade, che conta ogni notte una storia diversa al suo signore e così tira
avanti per due anni e nove mesi senza farsi tagliare la testa. Di fronte a una
tecnica dilatoria che ha così profonde radici culturali le vie d’uscita sono due. La
prima è di non stare al gioco, impedire a Sheerazade di raccontare le sue storie, e
tagliarle subito la testa.
Mentre scrivo non so ancora se questa è davvero la tecnica finalmente
scelta da Bush. Ma anche in questo caso c’è da domandarsi se interrompere di
colpo il racconto non dia luogo ad altre forme di dilazione, trascinando la storia
in altro modo e per altre mille notti. La seconda soluzione sarebbe opporre alla
tecnica dilatoria di Sheerazade una tecnica simmetricamente opposta. E potrebbe
darsi (metti che Condoleezza Rice abbia letto le storie del tempo dei califfi) che
proprio così si sia deciso di procedere, opponendo a ogni storia di Saddam-
Sheerazade un’altra storia, fatta di una escalation di minacce, per vedere a chi
crollano i nervi per primo.
Temo che una carenza di studi antropologici sia anche alla base
dell’insofferenza con cui Bush reagisce alla prudenza di molti paesi europei,
senza tener conto che essi, con il mondo islamico, hanno avuto forme di
convivenza pacifica e scontro armato nel corso di circa 1.500 anni, e quindi ne
hanno una conoscenza approfondita. Francia, Germania, Russia potrebbero
essere le Ruth Benedict del momento, che sanno del mondo arabo più cose di
chi, colpito dolorosamente dal terrorismo fondamentalista, ne vede solo un
aspetto.
(Umberto Eco, da Mille notti a Baghdad)

15
(02/03)
Sia pure fra slittamenti e piccoli rinvii, sembra che il grande momento sia
arrivato. Quella che nell'immaginario degli italiani era vissuta come un'opera
iper-reale, di cui avevano sentito favoleggiare fin dall'infanzia, insomma il ponte
sullo stretto di Messina, pare arrivato ad una svolta. La società che in più di
trent'anni, per verificare se e come sia possibile realizzare quell'opera
gigantesca, ha prodotto una mole di relazioni e disegni che messi in fila
coprirebbero una volta e mezzo la larghezza dello stretto, questa volta sembra
decisa a fare sul serio.
Perché è così controverso questo benedetto Ponte, che nelle simulazioni
fotografiche appare indubbiamente affascinante e ardito? Perché continua a
sollevare perplessità non solo fra gli ambientalisti, ma nei settori più diversi? Ci
sono prima di tutto le preoccupazioni di ordine finanziario. La convinzione, per
usare le parole di Domenico Marino, l'economista calabrese che all'argomento
ha dedicato vari studi, che comunque si giri la frittata «sarà lo Stato a dover
sostenere costi enormi, visto che questo tipo di opere non solo non sono
redditizie ma hanno dappertutto i bilanci in passivo».
Ma è anche l'opera stessa a sollevare le maggiori perplessità. Non manca
qualche ambientalista, come il direttore del Fai Mario Magnifico, che la
immagina, almeno sul piano visivo, come un possibile simbolo del secolo
appena cominciato. Meno poeticamente però vari geologi hanno ricordato il
rischio terremoti, in una zona che è la più sismica del Mediterraneo. Il nuovo
progetto ha alzato di un decimo di punto, da 7.1 a 7.2 della scala Richter, la
tenuta del Ponte, per lasciare un margine di sicurezza rispetto ai valori del
terribile terremoto di Messina. «Ma chi ci garantirà da un possibile sisma in tutti
gli anni che saranno impiegati per la costruzione?», chiede polemicamente il
geologo Mario Tozzi, suggerendo invece di usare i soldi per rendere antisismico
quel 75 per cento degli edifici di Messina e Reggio Calabria che non lo sono.
C'è poi il problema del vento, che per almeno 50 giorni all'anno impedirà
il traffico su un ponte non a struttura rigida. D'altra parte si è fatta la scelta di
lasciarlo libero di oscillare per non fargli fare la fine dell'americano Takoma
Bridge, crollato sotto le raffiche. C'è l'interrogativo sulle dimensioni enormi del
Ponte (il doppio di ogni altro costruito finora). Ma preoccupa anche una ricerca
di alcuni geologi da cui risulta che la costa siciliana si sta alzando di mezzo
millimetro all'anno e quella calabrese di un millimetro e mezzo. E non è neanche
il dato peggiore. Quel che ha fatto fare un salto sulla sedia agli esperti è che le
due coste oltre ad alzarsi si allontanano. In un secolo lo stretto sarà più largo di
un metro. Quasi volesse sfuggire al pesante abbraccio del Ponte.
(Chiara Valentini, Il ponte dei sospiri)

16
06/02
La dittatura fascista ha già impiantato solide radici nel paese quando
sull’Europa comincia a soffiare il vento della crisi, iniziata nell’ottobre 1929
negli Stati Uniti con il crollo di Wall Street e destinata a mettere a dura prova
stabilità economica e politica delle grandi potenze occidentali. In Italia, invece,
Mussolini riuscirà a mantenere saldo il potere nelle sue mani, anzi, ad accrescere
l’autorità e il prestigio del fascismo agli occhi degli italiani e del mondo intero.
Eppure, l’economia italiana non è certo tra le più fiorenti e, anche se gli effetti
più duri della recessione si cominceranno a far sentire con qualche ritardo
rispetto al resto dell’Europa, già nell’aprile del 1930 l’aumento dei fallimenti, la
crescita della disoccupazione e la diminuzione delle entrate dello Stato sono il
segno evidente di un malessere pesante. E pensare che, proprio tra il 1928 e il
1929, gli italiani cominciano appena a illudersi su una ripresa economica dopo i
tanti sacrifici fatti per la stabilizzazione e la rivalutazione della lira, una politica
iniziata fin dal primo governo fascista con De Stefani e continua poi da Volpi, al
prezzo di una forte deflazione. Nessuna protesta e nessuna pressione servono a
far cambiare idea a Mussolini che è chiarissimo: difenderò la lira fino all’ultimo
respiro, fino all’ultimo sangue – proclama nel 1926. Si punta a raggiungere la
quota 90, cioè 90 lire per una sterlina – nel 1926 la moneta inglese costa 150
lire. Sicuramente, come è stato affermato, un tasso di cambio così alto è in parte
una questione di prestigio per il fascismo che vuole rilanciare il ruolo
internazionale dell’Italia, mettendola in grado di diventare interlocutore paritario
delle grandi potenze. E’, però, anche un mezzo per imporre l’autorità fascista a
industriali, proprietari e banchieri italiani che continuano a far pesare un po’
troppo il loro appoggio al nuovo ordine. La sorte del regime è legata alla sorte
della lira, non è insomma solo una battuta propagandistica.
(Simona Colarizi, da Storia del Novecento italiano)

17
(04/02)
Scritto dal romanziere pluridecorato Clive Cussler con la collaborazione
di Paul Kemprecos, Il serpente dei Maya è un thriller storico-archeologico che
trova il proprio scioglimento nelle profondità degli abissi e dopo una serie
ininterrotta di sorprendenti colpi di scena fluttuanti tra passato remoto (l'epoca e
la cultura precolombiane), passato prossimo (25 luglio 1956, un'ora prima della
mezzanotte, quando il transatlantico «Andrea Doria», alla sua centunesima
traversata da Genova a New York, in seguito alla collisione con una nave
svedese, affonda al largo delle coste americane) e un presente nel quale si
intrecciano accanite passioni conoscitive, avventurose ricerche di tesori
leggendari e misteriosi mediante Strumenti sempre più sofisticati, spionaggio,
caccia all'uomo, fame di potere e di ricchezza, interessi sporchi. Tutto ha inizio
nel buio del fatale impatto, in quell'affannato spazio di tempo che precede
l'inabissamento della gloriosa città galleggiante italiana, quando il giovanissimo
cameriere siciliano Angelo Donatelli assiste – unico e sbalordito testimone – a
una violenta sparatoria. Dopo molti anni, nel giugno del 2000, l'archeologa Nina
Kirov – reduce dal sorprendente ritrovamento di una scultura maya nelle acque
del Marocco – si salva a stento da un attentato, proprio mentre una sua collega,
nello Yucatan, entra in possesso di nuove prove circa rapporti e scambi di vario
tipo tra la civiltà precolombiana e i fenici. Si parla addirittura di un quinto (e
segreto) viaggio del navigatore genovese alla ricerca di un tesoro.
Si tratta, per le due studiose e per il mondo scientifico, di acquisizioni di
straordinaria importanza. E importanti sono infatti anche per il capo di una
fondazione senza scopo di lucro che serve da copertura a una fitta rete di
interessi criminali. Ma cosa (e chi) vide, quella drammatica notte, il giovane
inserviente sull'«Andrea Doria» che affondava? E si trattò di un semplice
incidente?
(Enzo Di Mauro, da “La Repubblica”)

18
(01/02)
A 19 anni Albrecht Dürer lascia Norimberga alla volta dell'Italia. E' la
primavera del 1494 e si vanno sciogliendo le nevi sulle Alpi. Negli stessi mesi
— singolare coincidenza — Carlo VIII con le sue armate inizia la lenta discesa
per l'Italia. E' il segnale che il duello francospagnolo è ormai iniziato e la posta
in gioco sono i deboli e divisi stati italiani. Le guerre d'Italia o meglio le guerre
per l'Italia segnano la disfatta di quel coacervo di stati e statarelli in perpetuo
conflitto tra loro. Ma contemporaneamente, mentre si disfa l'utopia politica di
una nazione italiana, principia il mito dell'Italia nell'Europa moderna. Non v'è
dubbio che l'artista noriburghese è uno degli «agenti speciali» volti, con la loro
sete di sapere, a costruire quel mito che dominerà la civilisation europea fino a
metà Settecento. Venezia, città che a quel tempo ambisce al titolo di seconda
Roma, per la sua posizione geografica e per il suo ruolo di eminente centro
mercantile, è tra le prime che contribuisce alla costruzione di questo mito.
Albrecht assume nel Rinascimento settentrionale il ruolo centrale di
artistaumanista, vero baricentro e cerniera tra il Mediterraneo e l'Europa
centrosettentrionale.
In Italia Albrecht produsse acquerelli che sono da considerarsi
fondamentali della moderna pittura di paesaggio e tra le prove più innovative in
questo genere. La differenza tra i suoi acquerelli nel viaggio di andata e quelli
del ritorno, un corpus di straordinario fascino, sono evidenti: nei primi i segni
sono asciutti e analitici; nei secondi, c'è una scorrevolezza di tratto, una
trasparenza cromatica, una sensibilità per l'interpretazione atmosferica che esalta
le potenzialità dell'acquerello, producendo una luce fatta di colore che confonde
i contorni e crea l'illusione di una profondità spaziale e atmosferica. Dürer ha
ormai negli occhi la grande pittura veneta, da Vittore Carpaccio a Gentile e
Giovanni Bellini, intride i fogli di quella luce che nella laguna aveva imparato a
conoscere e amare, e in laguna sciacqua i suoi pennelli. La sua pittura resta
segnata da quel che vede nelle tele dei più giovani Giorgione e Tiziano.
Del secondo viaggio (1505-1507) non ci resta nessun acquerello dei
luoghi attraversati, ma memorabili dipinti e dieci lettere all'amico Willibald
Pirkheimer. Le lettere düreriane sono una traccia eloquente dei suoi interessi che
non sono rivolti solo alla pittura, ma che investono aspetti più ampi della civiltà
italiana e i cui effetti nella sua opera matureranno nel tempo. I viaggi in Italia
assumono pertanto un ruolo decisivo per la conoscenza diretta del Rinascimento
veneto in area germanica.
(Cesare De Seta, da “La Repubblica”)

19
(10/01)
L’immagine che di Montanelli resta nella nostra professione e, credo, in
molti lettori, è quella famosa di lui che nei giorni della rivolta di Budapest
seduto su un gradino scrive la sua corrispondenza di guerra sulla vecchia
Olivetti. L’immagine di un nato giornalista, vissuto da giornalista impensabile
separato dalla sua professione. La sua dote prima, la sua unicità fu l’arte della
battuta fulminea capace di illuminare una cronaca, a volte di riscattare anche i
suoi cedimenti populistici. E assieme alla battuta, assieme all’eccellenza
professionale aveva il dono di essere ciò che molti italiani non sono e
vorrebbero essere: un bell’uomo alto, elegante, dai tratti cortesi. Esattamente il
contrario della borghesia del denaro che lo teneva per suo campione. Avevo
poche ragioni negli anni Settanta per essergli amico: era un uomo di destra,
aveva attaccato anche in modo duro colleghi che stimavo. Ma mi decise a
essergli accanto la faziosità dei suoi avversari, il fatto che lo si dipingesse come
l’anima nera della nostra informazione politica. Non passava giorno senza che la
stampa di sinistra non lo legasse alla colonna infame. E in un articolo
sull’”Espresso” dissi che la sua persecuzione mi sembrava esagerata anche
perché la sua funzione giornalistica non mi sembrava meritasse tanta acrimonia.
Mi parve cioè che anche come avversario politico fosse giusto riservargli
un trattamento giusto: sosteneva le sue idee ma con onestà e a volte con
ingenuità ed era oltre che un collega un maestro. Arriva un’età nella vita di un
uomo in cui le passioni e le fazioni cedono il posto al riconoscimento dei valori
altrui. E per me le sue opinioni politiche contavano assai meno che la sua
maestria nella scrittura e la sua gentilezza. Nessun altro giornalista ha avuto una
fama pari alla sua. Sicché la pubblica opinione, i lettori, anche quelli di idee
diverse e opposte gli tributavano quell’ammirazione universale che è propria dei
grandi artisti. Era un grande solista, un virtuoso e agli italiani i virtuosi
piacciono per la loro arte. Aveva quasi raggiunto anche il mito della
immortalità; rivedendolo sempre immutato con i suoi occhi celesti, il suo
sorriso, leggendo i suoi articoli sempre brillanti ci eravamo persuasi che non
dovesse morire mai e che mai avrebbe smesso di scrivere.
(Giorgio Bocca, da “La Repubblica”)

20
(09/01)
Boito era un letterato con doti teatrali (e come letterato di non eccelsa
levatura va giudicato) e proprio nell’Otello le sue elucubrazioni poetiche creano
persino qualche impaccio al compositore.
Otello è un capolavoro, nessuno osa negarlo; ma non mancano appunto
scene dove i virtuosismi del poeta danno fastidio: per esempio, nel secondo atto,
in certi momenti di Desdemona, dove si corre il rischio di vedere spezzata
l’unità drammatica che Verdi vuol conferire all’opera. L’innocenza di
Desdemona rasenta la stupidità e forse ci sarebbe irrimediabilmente caduta se
Verdi non le avesse donato le splendide pagine del primo e dell’ultimo atto.
Rispetto al dramma del Shakespeare viene soppresso tutto il primo atto e
l’opera inizia con l’uragano e il fortunoso approdo di Otello all’isola di Cirpo,
dopo aver “sepolto in mar” l’orgoglio musulmano.
La struttura di questo uragano, possente, è curiosamente analoga alla
struttura dell’uragano con il quale inizia Il pirata di Vincenzo Bellini, anche qui
con l’invocazione posta al centro dell’episodio. La conclusione è affidata allo
sbarco di Otello che pronuncia il famoso “Esultate”, un grido entusiastico di
vittoria. Con Francesco Tamagno a disposizione Verdi non si preoccupò di
iniziare il ruolo del tenore con queste poche, ma impervie, battute a freddo,
appena il cantante si presenta in scena. Per ora Otello appare brevemente, ma si
impone subito con il carattere del condottiero; Jago invece si modella
sottilmente colloquiando con Roderigo. Per il “perfido Jago”, come Verdi amava
chiamarlo, le cure furono partricolari soprattutto riguardo all’aspetto. Poiché non
si trattava di personaggi storici, fin dal 1881 Verdi si preoccupava di dar loro
una fisionomia che riteneva importante precisare (Dostoievski non designava
forse, sui suoi autografi, le facce dei suoi personaggi?).
(Giampiero Tintori, da Giuseppe Verdi)

21
(06/01)
È nel secondo dopoguerra che la questione della lingua torna ad essere un
tema politico-sociale di rilievo, come periodicamente è avvenuto nella storia
italiana. Ovviamente questo accade con una forte connotazione politica: da un
lato il neorealismo tende ad una lingua di grande pregnanza popolare, dall’altra
si va manifestando una reazione di segno neosperimentale che concepisce la
linga come uno strumento di analisi e soprattutto di contestazione ideologica. La
crescente uniformazione linguistica è resa certo più veloce dal diffondersi di
mezzi di comunicazione di massa e soprattutto dalla televisione che conduce a
un doppio livellamento, quello degli strati sociali in senso orizzontale e quello
tra gli strati sociali in senso verticale (in altri termini non solo tutti gli operai
parlano italiano, ma anche l’italiano degli operai è lo stesso italiano dei padroni
delle loro fabbriche).
La scolarizzazione finalmente compiuta porta alla graduale scomparsa di
molte parlate dialettali o almeno al loro contenimento in ambiti ristretti. Il
livellamento produce, è vero, un considerevole impoverimento della lingua ma
anche, paradossalmente, in qualche caso un suo arricchimento: per il diffondersi
velocissimo grazie alla comunicazione di massa di neologismi e di forestierismi.
Si è potuto dire non senza solido fondamento che la prima guerra
mondiale favorì la nascita di una lingua nazionale parlata, quell’italiano basso e
popolare, povero ma ben compreso dalle centinaia di migliaia di soldati raccolti
nelle trincee della grande guerra, che espresse canti, racconti, che pur non
rispettando la buona sintassi offrivano tuttavia un vigoroso esempio di
mescolanza creativa fra tradizioni locali, stereotipi letterari, linguaggio
burocratico proveniente dagli ordinamenti altrettanto estese di giovani alle armi,
non ha prodotto un effetto analogo, al più segnando proprio per il carattere della
conduzione delle ostilità le zone nelle quali la guerra partigiana più o meno
intensamente si manifestava dalle altre aree linguistiche del paese. Un esempio
significativo se ne ha nei testi di Fenoglio e in quelli del primo Calvino.
(Gianni Eugenio Viola, da La lingua italiana fra tradizione
letteraria e società civile)

22
DODATNI TEKSTOVI

Ieri ricorreva l'anniversario del Nuovo Concordato, firmato, per lo Stato


italiano, da Bettino Craxi nel 1984, a revisione di quello firmato l’11 febbraio
1929 da Benito Mussolini. Rispetto al Vecchio Concordato, quello Nuovo
supera la concezione della religione cattolica come unica religione dello Stato,
ma continua ad assicurarle un posto di grande privilegio, in quanto riconosce
che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo
italiano”. E su questo non c’è nulla da obiettare. Ogni cultura ha il suo sfondo
religioso di provenienza, dove è facilmente riconoscibile la simbolica sottesa a
un popolo, a una nazione, a una cultura.
Ma che significa la traduzione di questo principio generale, in sé valido e
giustificato, nella pratica dell’insegnamento della religione nella scuola? E
ancora: che significa oggi quando la nostra società sta diventando sempre più
multiculturale e la religione, che non diventa “conoscenza delle religioni”, può
diventare principio di divisione, di reciproca diffidenza, quando non addirittura
di disprezzo e di odio?
Se è vero infatti, come dicevamo poc’anzi, che nella religione è custodita
la simbolica di un popolo, lo scenario della sua appartenenza, quando non il
luogo di riconoscimento della propria identità, il tutto radicato in quella
dimensione pre-razionale tipica dei simboli che, in quanto pre-razionali, non
facilita la dialogicità, non è difficile rendersi conto che legiferare sul “religioso”
significa legiferare su una materia delicatissima dove in gioco non c’è solo
“l’ora di religione”, ma i temi profondi dell’indentità e dell’appartenenza,
attraverso cui ciascun individuo giunge al riconoscimento di sé.
La legislazione del 1929 consentiva a chi non si riconosceva nella
religione cattolica di chiedere l’esonero dall’ora di religione. Una forma
umiliante di emarginazione per i pochi coraggiosi che se ne avvalevano e che,
avvalendosene, dovevano già da piccoli imparare che cosa vuol dire essere un
“diverso” in un gruppo, e dover sempre giustificare la propria posizione che il
gruppo aveva già investito di proiezioni negative.
(Umberto Galimberti, da Quando scocca l’ora di religione)

23
La condanna e il discredito della ribellione penetrarono così profondamente nella
cultura e nella coscienza collettiva dell’età barocca da oscurare per lungo tempo il valore
ideale della resistenza all’oppressione e alla tirannide, che in altri periodi storici era stato
accettato ed esaltato.
Prevalente nello spirito dell’epoca oltre che nella dottrina e nella pratica di governo,
questo orientamento fu particolarmente rigido, ma non senza apparenti incoerenze e
ambiguità. Contraddittori non furono i tentativi, fatti da tutti i governi, di suscitare la
ribellione (movimenti insurrezionali, congiure e imprese terroristiche) in casa del nemico. E
non è sorprendente che l’Inghilterra e la Francia abbiano aiutato la repubblica delle Province
Unite o che il papa Urbano VIII, all’indomani della rivoluzione portoghese del 1640, non
abbia respinto con la prontezza e la decisione che il governo spagnolo avrebbe desiderato il
vescovo di Lamego, inviato e messaggero del ribelle Braganza. Suscita invece qualche
interrogativo il fatto che una fase ideologicamente così conservatrice, nella quale sembrava
che lo spazio per la preparazione ideale del mutamento e per la lotta contro il potere
formalmente legittimo fosse inesistente, si sia conclusa, nel decennio 1640-50, con una crisi
rivoluzionaria quasi generale. Il periodo barocco, inoltre, è racchiuso tra la sollevazione dei
Paesi Bassi e l’indipendenza del Portogallo. Per molti anni Guglielmo d’Orange e il duca di
Briganza, i capi dei due nuovi Stati indipendenti, furono regolarmente qualificati ribelli,
insieme alle rispettive nazioni, negli atti della diplomazia e del governo spagnoli; ma, al di
fuori dei domini asburgici, i due episodi apparvero tutt’altro che negativi ai contemporanei.
Ad alcuni non sfuggiva che definire ribelli intiere comunità nazionali equivaleva a
riconoscere la legittimità della loro ribellione, sostenuta dal consenso generale.
Eppure è vero che, alla fine del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento, la
condanna della ribellione fu un tratto dominante della cultura e della mentalità. José Antonio
Maravall ha sostenuto che la cultura del Barocco nel suo insieme fu una risposta, promossa
dalle classi dirigenti e dai governi, alla minaccia della ribellione e della protesta sociale. Il
grande incremento delle manifestazioni culturali indirizzate ai ceti popolari si spiegherebbe
con la necessità di svolgere un’azione preventiva a largo raggio e di condizionare la mentalità
comune. Cultura barocca come cultura di governo, funzionale alla stabilità politica ed alla
quiete pubblica e capace di imporsi e di diventare senso comune, relegando drasticamente ai
margini, più di quanto era accaduto in epoche precedenti, le idee di opposizione e di protesta e
i propositi eversivi più o meno mascherati. Una tesi così radicale, riferita ad un grande
movimento culturale unitario ma non univoco, non può non suscitare oggi dubbi e riserve,
anche se è sostenuta da una tradizionale interpretazione dell’età barocca come periodo di
generale conformismo e riflusso autoritario. La forte pressione dall’alto e la diffusa
convinzione di vivere in un periodo eccezionale di inquietudine e di turbolenza, provocate
dall’espansione della popolazione urbana, dalla crisi economica, dalla conflittualità sociale e
da un senso generale di instabillità, possono spiegare soltanto in parte o in modo molto
generico la tendenza ad una rigida uniformità culturale e l’accettazione quasi universale di
princìpi che escludevano l’ipotesi o l’idea della resistenza al potere. Evidente, tipica del
periodo e fortemente sentita fu allora l’esigenza di escogitare “le maniere di trattenere il
Popolo” col fine specifico di “ovviare a’ romori e a’ sollevamenti”…
(Rosario Villari, da Il ribelle)

24
Quello che l’Italia del Rinascimento ha di straordinario, dal punto di vista
del travaglio creativo nelle arti e nella cultura, si manifesta naturalmente anche
per la lingua. È infatti proprio nel Cinquecento che il problema della lingua
riceve se non una sistemazione teorica almeno una chiarificazione definitiva. È
impossibile dire se questo avvenisse per ragioni prevalentemente politiche, ma è
certo che il florilegio della produzione letteraria del secolo sarebbe largamente
incompleto se non comprendesse almeno alcune tra le numerose opere dedicate,
nel primo Cinquecento, ai problemi linguistici.
Significativa è naturalmente l’opera del Bembo (il dottissimo cardinale
veneto e raffinato latinista) il quale rompendo gli indugi che proprio in Venezia
trovavano spazio anche nelle stampe, con le sue Prose della Volgar lingua
(Venezia 1525), affermando ed illustrando le qualità del volgare, ne presceglieva
le forme toscane; indicava altresì come questo volgare toscano dovesse essere
fondato su modelli antichi, preferibilmente tratti dal Petrarca e dal Boccaccio
(diffidando persino da Dante che pur nella sua straordinaria grandezza di poeta
non sempre a quella altezza aveva mantenuto la sua lingua, e non poteva quindi
sempre offrire modelli adatti a stabilire un canone linguistico).
Nella costruzione del Bembo la parola in sé deve essere legata alla
materia, nel senso che deve corrispondere al tipo del discorso; così parole gravi
a materie grandi e parole lievi a materie basse. Poco prima del Bembo era
intervenuto sulla questione della lingua il Fortunio e poco dopo il Bembo sulla
questione nuovamente sarebbe intervenuto Sperone Speroni, che nel suo
Dialogo delle lingue sottolineava con quanta difficoltà i toscani moderni
potessero avvicinarsi al modello vagheggiato dal Bembo, proprio per essere
corrotti dall’uso corrente, e come quindi in teoria almeno “sia meglio il nascer
lombardi che fiorentini” per studiare la retta e pura lingua teorizzata.
La difficile scelta del Bembo aveva il pregio di essere esposta in maniera
stringente e chiara e anche per questo l’italiano del Bembo, l’italiano di un
Trecento toscano certo più ipotetico che reale diventava nell’arco di pochi anni
l’italiano della nascente storiografia moderna, l’italiano della migliore nostra
poesia, l’italiano della più alta manualistica e precettistica, l’italiano del costume
cilvile e della buona conversazione.
(Gianni Eugenio Viola, da La lingua italiana fra tradizione
letteraria e società civile)

25
In tutta la penisola il movimento in favore di un’unità della lingua era – a
metà Cinquecento – fortemente avviato. Nel 1561 Emanuele Filiberto adottò
l’italiano come lingua ufficiale degli atti della sua corte. È del 1551 invece la
prima grammatica di un autore toscano Della lingua che su parla e si scrive in
Firenze, opera del Giambullari, anche se non mancavano difensori ad oltranza
dei pregi del latino.
È comunque nella Firenze della ‘restaurazione’ medicea che nasce una
vera ‘politica della lingua’. Non è esagerato pensare che questo avvenisse in
funzione appunto squisitamente politica nell’Italia divisa fra influenze straniere.
L’Accademia fiorentina regolamentata da Cosimo I nel febbraio 1541 avrà lo
scopo di stimolare i dotti di ogni campo delle scienze ad esprimersi nel volgare
toscano, e nel 1572 viene chiesto all’Accademia di compilare le regole della
lingua toscana.
Il compito veramente innovatore doveva tuttavia toccare, per merito
principale delle doti e dell’impegno del Salviati, all’Accademia della Crusca
che, nata quale privata radunanza di ingegni non privi di ironia nel 1583, si
diede già pochi anni dopo per scopo primario quello di ridigere un dizionario,
impresa che gli accademici portarono a termine in meno di trent’anni. Nel 1612
usciva infatti a Venezia (la Venezia del Bembo, e forse anche questa scelta
andrebbe ‘politicamente’ considerata, benché essa sembri piuttosto condizionata
da importanti fattori economici) il Vocabolario degli Accademici della Crusca.
La compilazione si riferisce espressamente all’insegnamento del Bembo, e vuole
sancire come uso proprio e corretto quello più vicino ad un fiorentino
trecentesco modellato sull’uso dei grandi autori.
Sarà il Tasso ad apportare alla teoria della lingua un ulteriore dicisivo
contributo con la sua tripartizione degli stili: il magnifico, il mediocre e l’umile;
il magnifico non poteva avere reticenze o paure di fronte alle fonti straniere (il
francese e lo spagnolo) mentre le parole dal latino potevano essere accolte
purché normalizzate nelle desinenze. Se si raffronta lo sforzo del Tasso […] nel
modernizzare la lingua, e contemporaneamente nell’ancorarla alla matrice latina
dell’italiano, allo sforzo compiuto in anni non lontani dal Galileo non si può non
ammettere che mentre nel Tasso le preoccupazioni formali segnano il primato
della componente ornamentale su quella espressiva in Galileo vince decisamente
la componente contenutistico-espressiva il che lo rende iniziatore di una lingua
che sa cogliere qualunque esigenza delle scienze.
(Gianni Eugenio Viola, da La lingua italiana fra
tradizione letteraria e società civile)

26
Nella nuova era multimediale, la società italiana cambia volto. E la
trasformazione è così profonda e rapida da trovare una pietra di paragone solo
nel salto avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, quando l’Italia contadina era
improvvisamente scomparsa per lasciare il posto all’Italia industriale, entrata
nella modernità. Adesso il paese fa il suo ingresso nell’epoca postmoderna dove
si impongono i consumi che si iscrivono nell’universo dei desideri e delle
fantasie, non in quello delle utilità. Insomma non si compra la lavatrice, si
acquista invece il sogno. I tanti canali televisivi e poi, negli anni Novanta, la
scoperta della magica galassia di Internet dilatano i confini dell’immaginazione
diventata essa stessa merce – per non parlare dei telefonini che sono ormai una
sorta di estensione del corpo umano, trasformato in ricetrasmittente in attività
ventiquattro ore su ventiquattro, quale che sia il luogo dove ci si trovi. Giochi ed
emozioni si traducono in videocassette, videogiochi, lettori cd, personal
computer, con una curva di vendite sempre ascendente.
Il mondo dell’immaginario non è però immobile: c’è il viaggio virtuale,
ma ci sono anche milioni e milioni di persone in moto per tutto il pianeta
all’inseguimento di miraggi, avventure, divertimenti. Le aziende turistiche
italiane cercano affannosamente di adeguarsi, incalzate da un’offerta
internazionale ogni giorno più ricca e attraente. Non c’è più angolo della terra
che non sia invaso da una folla colorata ed eccitata di turisti, armati di carta di
credito, di macchine fotografiche e di cineprese. Anche i mari e gli oceani, le
cascate e le rapide, le foreste vergini e le vette più alte di montagne inviolate
vengono sfidate da questo esercito di gaudenti, pronti ad attrezzarsi di tutto
punto e a sottoporsi alle prove più dure pur di esaudire il sogno. E quando si è
stanchi dopo tanto viaggiare, c’è la seconda casa ad assicurare la breve rilassante
pausa del week-end.
(Simona Colarizi, da Storia del Novecento
italiano)

27
L'ultima parola
Jack lo Squartatore insidiato dalla Cornwell
Ma i giallisti non sono abili come i loro personaggi

Stando ai giornali di domenica, la giallista Patricia Cornwell, creatrice


della patologa Kay Scarpetta, avrebbe scoperto la vera identità di Jack lo
squartatore. Investendo un bel mucchio di soldi, la scrittrice ha scoperto che
Jack altri non era che il pittore impressionista Walter Richard Sickert. Sembra
tuttavia che prove non ne abbia trovate, anche se ha fatto di tutto, arrivando
persino a distruggere un suo quadro.
Ma perché la Cornwell dovrebbe essere in grado di risolvere quello
storico mistero? Perché scrive gialli ben costruiti? Se i giallisti fossero capaci di
sciogliere i nodi che la polizia non sa sciogliere, Simenon avrebbe diretto la
questura di Parigi e Conan Doyle Scotland Yard. La letteratura serve anche ad
appagare i nostri desideri di riuscita e quella poliziesca precipita il lettore in un
intrigo insolubile per poi gratificarlo con lo scioglimento finale. So che i lettori
più abili gareggiano con il detective di turno e talvolta gloriosamente lo battono.
Ma nel regno dell'immaginario è l'autore il vero e proprio dio: può fare e disfare
come vuole, certo badando alla coerenza e all'incastro di ogni cosa. Il giallo ha
le sue regole e guai a risolvere tutto con il gesto imprevedibile di un pazzo.
Costruire un buon intreccio non significa saper leggere, con altrettanta sagacia,
ciò che accade nella realtà. Eppure quando la letteratura fa presa (magari con il
rincalzo della fiction cinematografica) sono in tanti a cadere gioiosamente
nell'equivoco. Lo stesso che fa talvolta candidare alle elezioni attori dal volto
molto noto. È capitato qualche tempo fa all'attore Luca Zingaretti (celebre, come
tutti sanno, per l'interpretazione del commissario Montalbano) di entrare in un
commissariato romano per denunciare il furto di una macchina e di vedersi
accogliere come un collega baciato dal successo.
Comunque la Cornwell scriverà sicuramente un bel libro su Jack lo
Squartatore. Che sia o meno Sickert, è un tema appetitoso per chi ama gli
obitori.

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Leggere tra le righe per anima gemella

Consiglio ai giovani lo studio degli annunci economici per allenarsi a


interpretare gli articoli dei giornali. Esercizio utile prima di accapigliarsi in
diatribe politiche

Quando ero piccolo vivevo sotto un regime (allora si chiamava fascismo)


e avevo visto come i miei genitori, parenti e amici avevano imparato a leggere i
giornali tra le righe. Siccome la stampa era sotto controllo, si sapeva che non
diceva la verità, e quindi andava interpretata. Caso tipico, se i bollettini
parlavano di "ripiegamento strategico" si capiva che i nostri avevano subito una
terribile sconfitta e si erano ritirati. Oggi ci avviamo sempre più al monopolio
dell'informazione e già ci accade di udire dichiarazioni o notizie che ci inducono
all'interpretazione. Cosa vuol dire l'annuncio che Francia e Germania stanno
peggio di noi? Che siamo ormai alla frutta? Esercitarsi a leggere tra le righe è
esercizio utile anche ai giovani e, per non trascinarli in diatribe politiche, li
inviterei a esercitare quest'arte sugli annunci economici.
Ho tra le mani una serie di annunci, matrimoniali e no, che riporto,
cambiando ovviamente i nomi, per rispetto della riservatezza altrui.
«Ciao, sono Samantha, ho 29 anni, diplomata, casalinga, sono separata,
non ho figli, alla ricerca di un uomo carino ma soprattutto socievole e allegro».
Interpretazione: «Vado sui trenta e dopo che mio marito mi ha piantato con quel
diploma di ragioniera che avevo conquistato a fatica non ho trovato lavoro, e ora
me ne sto in casa tutto il giorno a intristire e rigirarmi i pollici (non ho nemmeno
marmocchi a cui badare); cerco un uomo, anche se non è bello, purché non mi
prenda a sganassoni come quel disgraziato che avevo sposato».
«Carolina, 33enne, nubile, laureata, imprenditrice. Molto raffinata, mora,
longilinea, sicura di sé e sincera. Appassionata di sport, cinema, teatro, viaggi,
lettura, ballo, aperta a eventuali nuovi interessi, conoscerebbe uomo dotato di
fascino e personalità, colto e ben posizionato, professionista, funzionario o
dell'arma, max 60enne scopo matrimonio». Interpretazione: «A trentatré anni
non ho ancora trovato un cane, forse perché sono secca come un'acciuga e non
riesco a farmi bionda, ma cerco di non pensarci. Mi ero laureata a fatica in
lettere, ma ai concorsi sono stata sempre bocciata, perciò ho messo su un
laboratorietto dove faccio lavorare in nero tre albanesi e produciamo calzini per i
mercatini di paese. Non so bene cosa mi piace, un poco seguo in Tv le faccende
di Ronaldo perché è un fusto, vado al cinema o al teatro parrocchiale con
un'amica, leggo il giornale specie per gli annunci matrimoniali, mi piacerebbe
ballare ma non mi ci porta nessuno, e pur di trovare uno straccio di marito sono
pronta ad appassionarmi a qualsiasi altra cosa, purché lui abbia qualche soldo e
mi permetta di piantarla coi calzini e con gli albanesi; lo prendo anche anziano,
se possibile commercialista, ma pure impiegato del catasto o maresciallo dei
carabinieri»
«Patrizia, 42enne, nubile, commerciante. Mora, longilinea, dolce e
sensibile, desidera conoscere un uomo leale, buono e sincero, non importa lo
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stato civile purché motivato». Interpretazione. «Cribbio, a quarantadue anni (e
non ditemi che se mi chiamo Patrizia dovrei averne almeno cinquanta come tutte
le Patrizie) non sono riuscita a farmi sposare e tiro avanti con la merceria che mi
ha lasciato la povera mamma. Sono un poco anoressica e fondamentalmente
nevrotica. C'è un uomo che mi porti a letto, e non m'importa se è sposato, purché
abbia le voglie giuste?».
«Voglio ancora sperare che ci sia una donna capace di amare davvero.
Sono un celibe impiegato di banca 29enne, credo di avere un bell'aspetto e un
carattere molto vivace. Cerco una bella ragazza seria e colta che sappia
coinvolgermi in una splendida storia d'amore». Interpretazione: «Vado per i
trenta e non riesco a combinare niente con le ragazze, le poche che ho trovato
erano delle bestie e volevano solo farsi sposare. Sì, con il milione che prendo
mantengo anche loro! Poi dicono che ho un carattere vivace perché le mando a
fare in culo! Allora, non faccio schifo, credo: c'è una stangona che almeno non
dica 'vadi', e che ci sta a fare alcune belle scopate senza pretendere troppo?».
«È single, ha 42 anni, impiegato, un sorriso accattivante, e tanta voglia di
innamorarsi. Il suo sogno è di incontrare una donna serena, vivere un rapporto di
coppia in armonia e semplicità. Max coetanea, anche se separata».
Interpretazione: «Quarantaduenne impiegato alla Nettezza Urbana, tipo
Fernandel, non bello però quando ride mostra un dentatura da cavallo che tutti
gli amici del bar mi pagano da bere basta che rida. Ma donne, niente. Ne cerco
una, che ci stia ad andare a letto senza fare troppe storie, e al ristorante si
divide».
Tra gli annunci non matrimoniali ne ho trovato uno favoloso:
«Associazione teatrale cerca attori, comparse, truccatrice, regista, sarta per la
prossima stagione». Il pubblico, almeno.
(Umberto Eco, da “L’Espresso”)

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La spia che viene dal mare

Esce in Italia “The Bourne Identity”, con Matt Damon nei panni di un agente della Cia che
non ricorda nulla del suo passato. Un ruolo da macho per uno degli attori più sexy di
Hollywood

Il cinema ce lo aveva sempre mostrato gentile, con quell’aria da eterno bravo ragazzo.
Ma questo sembra essere un anno di grandi cambiamenti per Matt Damon, che in un colpo
solo ha deciso di metter su famiglia e dimostrare al mondo intero che anche lui può essere un
vero duro dai muscoli d’acciaio. È infatti in arrivo nelle sale italiane “The Bourne Identity”,
pellicola che Doug Liman ha tratto dal best seller di Robert Ludlum, riportando in voga i film
di spionaggio, genere quasi abbandonato al termine della guerra fredda. E Matt Damon, già
premio Oscar per la sceneggiatura di “Will Hunting” e protagonista di pellicole come il
“Talento di Mr Ripley” o “Passione ribelle”, questa volta è Jason Bourne, un agente della Cia,
salvato dalle acque del Mediterraneo da un gruppo di pescatori italiani. Del suo passato non
ricorda nulla, né sa spiegarsi quella grande dimestichezza con le lingue e le arti marziali.
Come unico indizio ha il numero di una cassetta di sicurezza in Svizzera, dove lo attendono
una pistola, una gran quantità di denaro e passaporti falsi e soprattutto uno stuolo di ex
colleghi con l’ordine di eliminarlo. Inizia così la sua lunga fuga verso Parigi (e verso un
passato che sembra sempre meno piacevole), accompagnato dalla sua unica nuova amica che
porta il volto della tedesca Franka Potente. Lei, lo sappiamo, dopo “Lola corre” di fughe se ne
intende, ma questa volta finirà anche per innamorarsi.
Il film è stato interamente girato in Europa, tra la costa italiana di Imperia, Parigi e una
finta Zurigo, ricostruita a Praga. «Sapevo che Liman non avrebbe realizzato il solito film
hollywoodiano: è per questo che ho subito accettato la parte di Bourne», racconta Matt
Damon, che per l’occasione ha superato se stesso, mostrando un insospettabile “fisicaccio”,
frutto di tre mesi di duro allenamento. «Ho dovuto imparare le arti marziali, la boxe e l’uso di
diverse armi: è stato una specie di corso estivo per aspiranti assassini», scherza l’attore che in
scena non risparmia colpi, salti e mosse segrete pur di stendere i suoi nemici.
Jason Bourne potrebbe diventare per Damon un personaggio da serial. Prima di
morire, infatti, Robert Ludlum ha lasciato ai suoi lettori anche altri due romanzi con
protagonista l’agente della Cia, già saccheggiati dalla tv americana per una miniserie
interpretata da Richard Chamberlain. Ora, dopo i buoni risultati al botteghino, potrebbe essere
la volta della Universal Picture, che per il capitolo iniziale ha stanziato un budget di 75
milioni di dollari e sembra intenzionata a portare sul grande schermo anche i due episodi
successivi, conosciuti in Italia come “Doppio inganno” e “Il ritorno dello sciacallo”.
Nell’attesa, Damon non ha perso tempo. Sono in arrivo “A dangerous mind”, debutto da
regista di George Clooney con la doppia vita di Chuck Barris, produttore televisivo di giorno,
agente della Cia di notte; due commedie accanto all’amico di sempre Ben Afffleck, “Jersey
Girl” e “The Third Weel”; e il drammatico “Gerry” diretto da Gus Van Sant. Ma soprattutto
Damon, terminata la love story con l’attrice Winona Ryder, ha deciso di imitare ancora
l’inseparabile Affleck. Dopo il fidanzamento ufficiale dell’amico con Jennifer Lopez, nel
2003 i fiori d’arancio arriveranno anche per lui. La fortunata si chiama Odessa Whitmire,
guardacaso, ex segretaria tuttofare di Affleck.
(Daniela Giammusso, da “L’Espresso”)

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Roma, una grande mostra al museo del Corso da Balla a Boccioni, da Schifano
alla tv
"LA FAMIGLIA NELL'ARTE"
TRA PITTURA E PUBBLICITÀ
Opere del XX secolo illustrano l'evoluzione di un tema vastissimo

ROMA – L'opera più bella della mostra "La famiglia nell'arte", che si apre oggi al
Museo del Corso di Roma, è "Andiamo che è tardi" di Giacomo Balla. Come si intuisce dal
titolo, la famiglia c'entra poco. Sono sorelle, probabilmente, ma forse amiche. Prese tutte
quante da quella febbre tutta giovanile e molto femminile dei preparativi prima di un'uscita
galante. E' un olio luminosissimo, estremamente attraente, fa ricordare anche a chi non è più
in età d'uscite serali quell'eccitazione, tale da far implorare qualcuno della compagnia:
"Andiamo che è tardi".
Nella mostra, curata da Claudio Strinati, Fabio Benzi, Antonella Maria Sette e Paola
Magni, e che va avanti fino al 9 marzo, Balla fa comunque la parte del gigante: quattro o
cinque opere come al solito grandissime, insieme ad un paio dei suoi colleghi futuristi,
Boccioni e Severini, e un altro gruppo di famiglia eroico e luminoso, opera di Previati. Le
altre tele esposte (è quasi tutta pittura più qualche scultura), non sono né particolarmente belle
e né particolarmente scadenti, fatta un'altra grande eccezione che è quella di Savinio che, oltre
ad una strana coppia di padre e figlio, ci regala un magnifico ritratto di genitori-mostri, lui con
il muso equino e lei con un beccaccio lungo almeno un metro. C'è anche il fratello di Savinio,
De Chirico, ma le opere proposte, a parte un intenso ritratto della madre, non sono all'altezza
del nome.
Il fatto è che la famiglia è senz'altro un tema molto vasto, ma difficile da centrare per
bene in senso qualitativo. Tant'è che nella mostra vi è un costante slittamento dalla famiglia
alla maternità, con donne circondate da molti figli, chi al seno e chi per mano: nulla da
stupirsi in un Paese mammone come il nostro. E dalla famiglia si scivola alla coppia, ai figli,
alla madre e al padre. Quindi, al di là dell'importanza delle opere, seguiamo ciò che la mostra
ci propone, e cioè l'evoluzione iconografica della famiglia e dei suoi componenti.
Le opere prese in considerazione sono tutte del ventesimo secolo, in particolare della
prima metà, laddove la cultura figurativa dell'epoca permette di raccontare la famiglia. La
rassegna poi fa un balzo obbligato negli anni dell'Astrattismo e ritorna sul tema con opere più
recenti: la famiglia pop di Schifano, pasticciata e un po' sbrindellata, la famiglia-poster di
Mimmo Rotella, la "famiglia dell'arte" (la famiglia Politi, noto editore d'arte) di Pistoletto,
fino alla famiglia in pixel del giovane Cristiano Pintaldi.
Qui volti e relazioni sono profondamente cambiati, se paragonati con la famiglia della
prima metà del secolo trascorso. Là abbondavano madri un po' bolse, rassicuranti, fulcro
affettivo della famiglia che spesso viene raffigurata come un clan forse non proprio felice ma
neanche aggredito da chissà quali tormenti. E anche quando le famiglie sono rese con toni
drammatici (Potente e Cagnaccio di san Pietro), esprimono comunque una solennità: sia che si
tratti del mondo rurale, quasi arcaico di Sironi, o dell'ambiente borghese di Donghi, Ferrazzi o
Levi.
Più interessante ancora è seguire questa evoluzione laddove la pittura cede il passo alla
pubblicità, alla fotografia quindi e alla tv. Nella sezione che raccoglie immagini pubblicitarie
trionfa la famiglia regina delle merci. Il mondo dorato dei consumi quale si apre all'alba degli
anni Cinquanta. Ecco la famiglia alle prese con detersivi, saponi, dentifrici, colossali
frigoriferi Fiat, e poi formaggini: l'indimenticato Mio, la pasta Barilla, i cui spot tutt'oggi
battono sul trinomio pasta uguale famiglia uguale casa e così via consumando. Fino alla
famiglia felice e motorizzata a bordo delle Cinquecento e delle Seicento. Fiat, naturalmente.
Un mondo che sul serio appartiene al millennio passato.
(Adriana Polveroni, da “La Repubblica”)

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C'era una volta l'estate...
Tutto è mutato. Il presente non mi piace. Ma sono ottimista

Non c'è più l'estate, non c'è più l'inverno. Le stagioni intermedie -
autunno, primavera - erano già scomparse da tempo. Mai come adesso da un
punto di vista climatico si vive alla giornata: un giorno freddo, l'altro piovoso
ma tiepido, ieri lo scirocco, domani la tramontana. Ci si abitua a cogliere il
meglio e a sopportare il peggio attimo per attimo. Si vive un eterno presente, con
poca o nessuna memoria del passato e scarsa voglia di programmare un futuro
che ci riserva continue sorprese.
Fenomeni analoghi si verificano anche nella nostra vita di relazione, in
amore, nel lavoro, in politica, nella struttura delle istituzioni, nel pensiero e nei
comportamenti. I punti di riferimento sono diventati pochissimi, le forme sono
mutevoli, si passa dall'una all'altra con rapida leggerezza e la leggerezza poi,
insieme alla metamorfosi, è diventata uno dei pochi canoni dell'esistenza. C'è
una leggerezza profonda e una superficiale, la bizzarria e la stolidità; Amleto è
simbolo della leggerezza melanconica, per questo si pone come il personaggio-
chiave della modernità quasi cinquecent'anni dopo.
La velocità del mutamento, chi era già pienamente adulto mezzo secolo fa
può testimoniarla attingendo ai ricordi della giovinezza, raccontando il
com'eravamo, un esercizio che piace molto ai vecchi e che forse annoia i giovani
o li diverte come divertono le favole: c'era una volta la famiglia, l'impiego, la
carriera, la parrocchia, il partito; che cos'è rimasto di queste realtà, che
costellavano le nostre piccole vite? Alcuni residui a stralcio. Le parole che le
esprimevano e le definivano vengono ancora usate, ma significano realtà diverse
o richiamano fossili non più viventi, mummie circondate da bende.
È possibile rivitalizzarli? Ne vale la pena? In fondo è passato poco tempo
da quando quelle realtà riempivano la società e ne scandivano i ritmi. Alcune di
quelle forme sono ancora calde o almeno tiepide ma se appena le osservi più da
vicino ti accorgi che vivono di circolazione extra-corporea, il sangue che le
alimenta viene da fuori ed è fuori che si ossigena e si depura.
Io ricordo bene che cos'era una grande impresa ai tempi della mia
giovinezza: l'ambizione che animava i quadri dirigenti si chiamava sviluppo
verticale; significava includere tutte le fasi del processo produttivo, dalla materia
prima al prodotto finito e addirittura alla sua commercializzazione; tutto si
faceva in casa, come le tagliatelle e i biscotti della nonna. Si estraeva il petrolio
dalle viscere della terra, lo si raffinava, si trasportavano i prodotti raffinati fino
alle pompe di benzina o dentro le case. Oppure si produceva l'acciaio negli
altiforni, lo si lavorava in fonderia, si laminava, nasceva la sagoma
dell'automobile, si inserivano il motore, le ruote, i fanali. Tutto nella stessa casa,
fino alla vendita al pubblico. Così, su questa spinta, nacquero la Fiat e poi l'Eni e
poi la Montedison, per restare al panorama italiano.
Che cos'è rimasto di quella forma? Quasi nulla. Lo sviluppo verticale
delle imprese è diventato obsoleto; lo sviluppo orizzontale spesso si è rivelato
antieconomico. La grande impresa è ormai un luogo di assemblaggio dove
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confluiscono parti prodotte in imprese più piccole che a loro volta subappaltano
a livelli sottostanti fino al lavoro a domicilio. I servizi sono affidati all'esterno: la
contabilità, la vigilanza, le pulizie, la vendita, un'infinità di operazioni prima
accentrate si svolgono a chilometri di distanza; a volte non sono decine ma
centinaia; a volte migliaia, molte aziende americane (ma anche europee e
italiane) affidano le operazioni contabili a ditte di Singapore o di Hong Kong.
E i partiti? Io ricordo com'erano i partiti del dopoguerra. Dopo il lavoro,
nei partiti di massa i militanti frequentavano le sezioni, discutevano, giocavano a
biliardo o alle carte, si conoscevano, si aiutavano tra loro, commentavano i fatti
del giorno, preparavano manifestazioni, feste, gare. Un partito di massa riusciva
a portare in piazza agevolmente dieci, cinquanta e perfino centomila persone.
Nenni e Togliatti parlavano a folle ancora più grandi. Berlinguer chiudeva la
Festa dell'Unità di fronte a mezzo milione di militanti e così è stato ancora sino
ai primi tempi di D'Alema. Un milione di persone accompagnò la bara di
Togliatti, ancora di più quella di Berlinguer. Tutto questo è scomparso in un
batter di ciglia. Allo stesso modo è scomparsa la vita di parrocchia. Il parroco
deve uscire dal recinto dell'oratorio per trovare i fedeli, le comunità e il
volontariato ne hanno preso il posto, anche lì tutto è cambiato in un breve
volgere di anni.
Anche le convinzioni, i caratteri e i sentimenti sono diventati flessibili. Un
tempo chi nasceva da famiglie di sinistra o di destra, cattoliche o laiche, restava
nello stesso ambito politico e culturale. Oggi non è più così, il voto familiare si è
sciolto ma è la stessa persona a passare senza problemi da un'appartenenza
politica ad un'altra, secondo le convenienze del momento, secondo uno spot
efficace, un personaggio carismatico o una moda.
Molti di noi, giovani di cinquant'anni fa, hanno sperato ed anche operato
affinché questi cambiamenti avvenissero, affinché le forme della vita fossero
fluide, affinché ciascuno si sentisse responsabile delle proprie decisioni e le
sottoponesse a verifica senza tabù e ideologie prefabbricate. Pensavano che una
società così rinnovata sarebbe stata più matura, più consapevole, più solidale e
generosa. Non mi pare che la piega delle cose stia andando in questa direzione.
Forse è ancora presto per dare un giudizio. Forse i vecchi sono portati al
rimpianto dei tempi loro. E mettiamoci pure che le vecchie forme sono deperite
ma le nuove sono ancora in fase germinale. Io me lo auguro e certo, alla fine,
sarà così: né meglio né peggio ma diverso da prima. Perciò sono ottimista sul
futuro. Ma lasciatemi dire che questo presente, finché dura, fa proprio schifo.
(Eugenio Scalfari, da “L’Espresso”)

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Brindo alla faccia dei pasdaran della salute
Secondo l'integralismo sanitario dovrei essere morto. Perché ho giocato a calcio e sciato
troppo, fumato e bevuto. E invece a 83 anni sono ancora qui con le mie corsette.
Secondo l'integralismo sanitario di gran moda nell'Italia del benessere il sottoscritto,
arrivato alla età di ottantatré anni in condizioni di salute che a lui paiono soddisfacenti,
sarebbe un grande impostore, un fantasma, uno come quel cavaliere antico "che andava
combattendo ed era morto".
Sono deceduto infatti di cirrosi epatica perché, come si legge nella crociata sanitaria
contro l'alcolismo testé apertasi in Lombardia, ho trasgredito tutte le norme secondo cui si
evita l'alcolismo: non bere vino prima dei 18 anni, non ubriacarsi più di una volta ogni sei
mesi, non prendere un aperitivo a stomaco vuoto.
Dovrei essere morto, anzi sono morto di sport eccessivo: ho giocato al calcio, ho fatto
sci agonistico di fondo, gare di 18 o di 50 chilometri, e ancora recentemente le mie corsette,
pardon il mio jogging.
Sono un obeso, come almeno il 30 per cento degli italiani, perché peso qualche chilo
più della mia altezza, e mi ha tolto dai viventi il male che non si nomina perché per
quarant'anni della mia vita ho fumato.
Mi ha stroncato la mania farmaceutica perché ho preso anche in misure abbondanti
delle medicine che una dopo l'altra, secondo l'integralismo sanitario, si sono rivelate dei
veleni mortali.
Sono uscito di testa perché nei periodi in cui le cose mi andavano storte ho assunto
degli psicofarmaci che hanno in genere questa caratteristica: di non avere effetti collaterali nei
mesi in cui sono lanciati dall'industria farmaceutica, ma di mutarsi, a investimento non più
lucroso, in sicure cause della più nera depressione.
L'integralismo sanitario è l'ultima delle droghe di una società ricca. Chi ne è affetto si
abitua a tutti gli eccessi sanitari, a tutte le loro illusioni e ossessioni.
Fumi poche sigarette al giorno? Non basta devi chiudere e impedire agli altri di
fumare, e non frequentare fumando dei locali pubblici perché anche il tabagismo passivo è
pericoloso e se insisti a fumare devi leggere sulle confezioni delle minacce da menagramo,
minacce di morte a caratteri cubitali, come se su tutti i consumi che fanno male o che
lentamente uccidono, cioè tutti, avessero confezioni con su scritto: "Mortadella di Bologna, i
grassi provocano l'infarto", "Foie gras, blocco alle arterie".
Il guaio di questo integralismo sanitario, preventivo, proibitivo, intimativo è che ripete
i difetti del consumismo eccessivo, maniacale, religioso.
Come le religioni dei paesi caldi che continuano a proibire la carne di maiale o i frutti
di mare perché infetti, ignorando l'infezione dei frigoriferi. Integralisti nelle condanne e nelle
proibizioni, fingendo di ignorare che ogni proibizionismo integrale moltiplica anziché ridurre
il consumo proibito e che a fare campagne quaresimali contro l'alcolismo giovanile finisce
che i mercanti di alcol ci saltano su, inventando delle innocenti bevande gasate, delle
innocenti bevande per fanciulli che piacciono perché con aggiunte di alcol.
Il buon senso sanitario ha allungato la vita degli uomini e fa parte di una società civile.
L'integralismo sanitario, come l'accanimento terapeutico, fa parte di una sanità maniacale o
affaristica che mescola alla cura medica le speculazioni più efferate, le lotte di potere
industriali o personali più ciniche.
A leggere le descrizioni e gli anatemi degli antialcolisti lombardi par di vivere in un
incubo che la stessa sanità avrebbe creato e permesso. Un alcolista su tre, bambini alcolizzati
sin dalla più tenera età, manager che non riescono a connettere se non sorretti dai
superalcolici, impiegati che senza il bianchino del mattino crollano. Si sarebbe tentati di
pensare che l'alcol è l'unico conforto, l'unica medicina di una società che corre dietro al
denaro, costretta a lavori stupidi. Cin cin, fratelli schiavi.
(Giorgio Bocca, da “L’Espresso”)

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SAMOSTALNI PREVODI

La storia si fa in piazza
Sono i luoghi dei grandi eventi, delle adunate, dei comizi, ma anche dei roghi e delle
esecuzioni
Esce in questi giorni "Le piazze dell'Europa" di (Touring Club Italiano, Banca CRV).
Ne anticipiamo alcune pagine. La democrazia moderna nasce nelle piazze della Grecia e non
sarebbe potuta nascere in una villa, in uno studio d'avvocato, sulla cima di un monte o in una
strada, perché la strada conduce via, la casa esclude, la piazza invece attrae, assorbe e
accoglie. Le rivoluzioni cominciano e finiscono sempre nelle nostre piazze, con gli assalti, le
prese, le forche, la repressione, le incoronazioni, il bagno di sangue o di folla. Tutto quello
che di buono e di pessimo abbiamo saputo fare è confluito nelle piazze, dall'esecuzione di
Giordano Bruno a Campo de' Fiori al massacro della nobiltà francese sotto le lame di Place de
la Concorde. Il Fascismo italiano è nato in una piccola piazza, quella di San Sepolcro a
Milano per finire nella grande e orribile Piazza Loreto, dopo aver parlato per 20 anni dal
balcone di un'altra piazza, Piazza Venezia a Roma. I riti del Socialismo Reale erano sempre
celebrati sulla Krasnaya Plòshad, sulla Piazza Rossa, davanti all'altare della mummia di Lenin
collocato, ovviamente, su quella piazza. Le banche e le società possono anche aprire i loro
sportelli sulla strada, ma per negoziare e scambiarsi i loro strumenti finanziari attraverso la
Borsa devono andare in piazza, Piazza Affari, Place de la Bourse. Per celebrare il proprio
successo e la propria potenza economica, le corporazioni fiamminghe pretesero la loro
Grand'Place, la grande piazza di Bruxelles. Tra piazze dei Priori e del Duomo, piazze di
mercati e piazze di santi, tutto nasce e finisce in piazza. La spia infallibile della assoluta
centralità della piazza si trova, come sempre è tutto, nel linguaggio sedimentato attraverso i
tempi e gli stereotipi linguistici. Chi mette al mondo un bambino non bellissimo si consola
pensando che, come si dice nel Nord dell'Italia, sarà «brutt in fassa, bel in piassa» o viceversa,
nell'invidia delle altre mamme, ma comunque sempre in piazza dovrà, da adulto, andare. Si
attacca a un avversario «mettendo in piazza» i suoi segreti e si convocano i simpatizzanti per
l'ultima manifestazione politica di massa invitandoli ad andare, compagni, camerati, amici,
sorelle, fratelli, «tutti in piazza!». Gli affari vanno bene se si sanno conquistare molte
«piazze» con i propri prodotti, magari «spiazzando» i concorrenti, e un governante con la
coda di paglia vivrà ore nervose aspettando la temuta risposta della «piazza». Il generale
porterà le sue truppe a esercitarsi con passo marziale sulla «piazza d'armi», sperando di far
carriera e divenire comandante di «piazza», arroccato naturalmente nella sua «piazzaforte».
Più pacificamente, i villeggianti cercheranno un po' di relax nelle «piazzette» che sono
l'inevitabile punto di ritrovo di ogni località di vacanza, antica o nuova, godendosi la vita nel
timore che arrivi qualche prepotente a fare «piazza pulita». Quando gli emigrati italiani in
terre lontane hanno abbastanza soldi e prestigio civico per ricostruirsi un pezzetto della
propria vita lasciata, la prima cosa che riproducono, come hanno fatto gli italiani a Sidney,
Australia, è naturalmente una piazza. Non si trova perché non esiste l'equivalente culturale e i
tentativi di trasporre il concetto falliscono piuttosto miseramente. In America, le nostre
piazze, e plazas, e places e platz, divengono «square», come Times Square, che significa
quadrato, ma sarebbe difficile pensare come un quadrato la Piazza dei Miracoli a Siena o
Place de l'Étoile a Parigi. I popoli anglofoni ci riprovano con il «mall», che è una spianata, o
azzardano l'idea di cerchio o di circolo, come a Piccadilly Circus, ma siamo di nuovo alla
quadratura del cerchio. Non c'è nulla di rotondo nella deliziosa e classica Place Vendôme di
Parigi.
Semplicemente, una traduzione non è possibile perché la piazza fuori dall'Europa
continentale non esiste e persino la famosissima e famigerata «Tien Anmen», la piazza della
pace celeste a Beijing, ci ricorda molto più un campo di marte per volteggi di masse in
uniforme o manovre di carri armati per schiacciare ribellioni. Giustamente, questa volta, in
inglese deve essere tradotta come «square» e non certo come piazza. Nella storia degli

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insediamenti urbani del Nord America non troverete una vera piazza, ma soltanto slarghi,
sfondamenti, spianate e se proprio si vuole cercare una similitudine sarà più facile trovarla
nello spazio centrale di un villaggio indiano a cerchi concentrici formati dai «teepee»,
piuttosto che a New York, dove la sola parentela sta semmai nel Central Park, la vera piazza
di Manhattan, piuttosto che nel Columbus Square, semplice angoletto di traffico rotatorio
senza vita né personalità, da cui si transita senza fermarsi. Viaggiando per le città americane,
occorre andare a New Orleans, nel quartiere francese, per vedere qualcosa di simile a una
piazza, davanti alla cattedrale di San Luigi. Ma anche percorrendo tutto il Sunset Boulvard,
che un tempo era la Strada 66 che collegava costa a costa, fino alla sua caduta nel Pacifico, ci
si accorge che la strada non riposa mai in nessuna piazza, come se gli Americani, nella loro
perenne ansia di andare avessero timore di creare oasi urbane nelle quali essere tentati di
sostare.
(Vittorio Zucconi, da “La Repubblica”)

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Tre anni fa l'annuncio era parso una promessa, dai più attesa come una liberazione
paragonabile soltanto a quella degli Ebrei dall'Egitto. "Il tempo del burocratese è finito, la
Pubblica amministrazione deve parlare in modo chiaro ai cittadini, deve farsi capire". Le
parole del ministro della Funzione Pubblica Franco Bassanini erano state prese né più né
meno come quelle di Mosè: l'argomento era di quelli seri, c'era poco da scherzare. Togliere
alla burocrazia la sua linfa vitale, il linguaggio oscuro, locuzioni come La Signoria Vostra,
de cuius, attergare all'uopo, nella fattispecie e via de facto citando, appariva un'impresa
degna della traversata del deserto.
Per abbreviare i tempi, e non vagare per quarant'anni in una terra ostile, il ministro
Bassanini aveva fatto pubblicare un "Manuale di stile" (edito da Il Mulino), vera e propria
Bibbia destinata a difendere il cittadino inerme dalla guerriglia psicologica - verbale - della
Pubblica amministrazione. Questo volume guidava passo per passo, i dipendenti dello Stato,
nella Terra Promessa di un linguaggio semplice e diretto. La "persona che lascia un'eredità" al
posto di de cuius, "perciò" al posto di all'uopo, "lei" al posto di la signoria vostra, "scrivere
dietro" al posto di attergare. Insomma, tanti consigli semplici e diretti (ma c'è chi li ha presi
per ordini) per arrivare a un ambizioso obiettivo: eliminare il burocratese. A sei mesi
dall'inizio del Terzo Millennio, è arrivato il momento di arrischiare un primo bilancio. E a
giudicare dai documenti che siamo riusciti a raccogliere e che potete consultare anche voi in
questo speciale, è francamente difficile affermare che la lingua del potere sia in via di
estinzione.
Un esempio? Ecco: "Poiché tale fatto costituisce violazione dell'art.157 del Decreto
legislativo 285/92 il trasgressore può interrompere il procedimento ed estinguere
l'obbligazione, con il versamento della somma totale di L… entro 5 giorni dal presente
accertamento di cui L….per la violazione alla lettera a) e di L….per quella alla lettera b),
avvalendosi….". Ci fermiamo qui. Se non avete capito il senso, significa: "Avete commesso
un'infrazione al codice della strada. Dovete pagare L…per mettervi in regola". O ancora: "È
contemplata l'istituzione di una commissione preposta …allo svolgimento di apposite
verifiche finalizzate al miglioramento del servizio ai cittadini". Ovvero: "Vogliamo istituire
una commissione che verifichi se il servizio ai cittadini è migliorato". No, il servizio ai
cittadini non è migliorato molto se, mettendo per un attimo da parte le magagne della
Pubblica amministrazione, anche enti privati come le banche osano inviare ai loro clienti (non
sudditi, clienti) estratti conto di questo tenore: "Si rammenta che, ai sensi dell'art. 8 comma 2
…l'estratto conto di chiusura ed il conto scalare di chiusura si intendono senz'altro approvati
dal correntista con pieno effetto riguardo tutti gli elementi che hanno concorso a formare le
risultanze, laddove siano trascorsi sessanta giorni dal ricevimento degli stessi….".
Trattenete il fiato, tutto questo non significa altro che: "Leggete con attenzione
l'estratto conto. Avete sessanta giorni di tempo per eventuali reclami. Trascorso questo tempo,
la Banca considererà l'estratto conto approvato dal cliente…". Perché ostinarsi a usare un
linguaggio così oscuro? Secondo Annamaria Testa, autrice di un indovinato saggio ("Farsi
capire", Rizzoli Editore) che si addentra nei misteri della comunicazione, il motivo è davvero
semplice. "Persone, istituzioni, enti - dice Annamaria Testa, una lunga esperienza nel campo
della comunicazione pubblicitaria - scelgono deliberatamente di non farsi capire. Per
mantenere il potere, sfuggire alle responsabilità o non rispettare gli impegni". Insomma,
siamo ancora e sempre il Paese degli Azzeccagarbugli e dei Don Abbondio con il loro
latinorum. Il bello è che, sotto la pressione del ministro Bassanini e del suo coraggioso staff
di linguisti, qualcosa sta cambiando davvero. Se ci fate caso, politici e amministratori non
usano quasi più espressioni latine. Piano piano le stanno sostituendo con espressioni,
ugualmente incomprensibili, tratte dall'inglese (è il caso di dire: inglesorum) del tipo: tax
day, security day, deregulation, devolution, target, flash… La traversata è appena
cominciata. La Terra Promessa è ancora lontana.
(Paolo Salom, Burocratese incomprensibile)

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Amare l'America e marciare per la pace

Il male fa male. Non dico cosa nuova se ricordo che la finalità principale di ogni
azione e movimento terroristico è destabilizzare il campo di coloro che colpisce.
Destabilizzare vuole dire mettere gli altri in fibrillazione, renderli incapaci di reagire con
calma, farli sospettosi gli uni degli altri. Né il terrorismo di destra né quello di sinistra sono
riusciti, in fin dei conti, a destabilizzare per esempio il nostro paese. Per questo sono stati
sconfitti, almeno alla loro prima e più temibile offensiva. Ma si trattava in fondo di fenomeni
provinciali.
Il terrorismo di Bin Laden (e in ogni caso della vasta fascia fondamentalista che egli
rappresenta) è evidentemente assai più abile, diffuso, efficiente. È riuscito a destabilizzare il
mondo occidentale, dopo l'11 settembre, evocando antichi fantasmi di lotta tra civiltà, guerre
di religione, scontro di continenti. Ma ora sta ottenendo un risultato assai più soddisfacente:
dopo avere approfondito la frattura tra mondo occidentale e terzo mondo sta ora
incoraggiando profonde fratture all'interno dello stesso mondo occidentale.
E' inutile che ci facciamo illusioni: si stanno profilando conflitti (non bellici, ma certo
morali e psicologici) tra America ed Europa, e una serie di fratture all'interno dell'Europa
stessa. Un certo latente antiamericanismo francese si fa sentire a voce più alta e (lo avremmo
mai immaginato?) in America torna di moda l'appellativo di mangiatori di rane con cui un
tempo si indicavano i francesi.
Per tenere i nervi a freno occorrerà anzitutto ricordare che queste fratture non
oppongono gli americani ai tedeschi o gli inglesi ai francesi. Assistendo alle proteste contro la
guerra che stanno sorgendo su entrambe le sponde dell'Atlantico, cerchiamo di ricordare che
non è vero che "tutti gli americani vogliono la guerra" e nemmeno che "tutti gli italiani
vogliono la pace". La logica formale ci insegna che basta che un solo abitante del globo odi
sua madre perché non si possa dire "tutti gli uomini amano la loro mamma". Si può solo dire
"alcuni uomini amano la loro mamma" e "alcuni" non vuole dire necessariamente "pochi",
può volere dire anche il novantanove per cento.
Ma anche il novantanove per cento non si traduce come "tutti" bensì come "alcuni",
che appunto vuole dire non tutti. Pochi sono il casi in cui si può usare il cosiddetto
quantificatore universale "tutti": di sicuro solo per l'affermazione "tutti gli uomini sono
mortali", perché sino ad oggi, anche i due di cui si pensa siano resuscitati, Gesù e Lazzaro, a
un certo punto hanno cessato di vivere, e dall'imbuto della morte sono passati. Quindi le
fratture non sono tra i tutti di una parte e i tutti di un'altra: sono sempre tra alcuni delle due (o
tre, o quattro) parti. Sembra una pignoleria, ma senza premesse del genere si cade nel
razzismo.
Nel vivo, sanguinoso anche se non ancora sanguinante, di queste fratture, si odono
ogni giorno affermazioni che diventano fatalmente razziste, del tipo "tutti coloro che
paventano la guerra sono alleati di Saddam", ma anche "tutti coloro che ritengono talora
indispensabile l'uso della forza sono nazisti". Vogliamo cercare di ragionare?
Qualche settimana fa un recensore inglese, parlava, tra l'altro in tono tutto sommato
favorevole, del mio libretto Cinque scritti morali da poco tradotto nel suo paese. Ma arrivato
alla pagina in cui scrivo che la guerra dovrebbe diventare tabù universale, commentava
sarcasticamente: "Vada a dirlo ai sopravvissuti di Auschwitz". Sottintendeva cioè che se tutti
avessero avuto in orrore la guerra non ci sarebbe stata neppure la sconfitta di Hitler e la
salvezza (purtroppo solo di "alcuni") degli ebrei rinchiusi nei campi di sterminio.
Ora questo mi pare un ragionamento come minimo ingiusto. Io posso sostenere (e di
fatto sostengo) che l'omicidio è un crimine inammissibile e non vorrei mai uccidere qualcuno
in vita mia ma, se un tizio armato di coltello mi entrasse in casa e volesse uccidere me o uno
dei miei cari, farei il possibile per fermarlo con una sediata sulla testa, e se quello ci rimanesse
secco non proverei il minimo rimorso. Del pari la guerra è un crimine e il colpevole che ha
scatenato la seconda guerra mondiale si chiamava Hitler: se poi, una volta che l'ha scatenata,

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gli alleati si sono mossi e hanno opposto violenza a violenza, hanno naturalmente fatto bene
perché si trattava di salvare il mondo dalla barbarie. Ciò non toglie che la seconda guerra
mondiale sia stata una cosa atroce, che è costata cinquantacinque milioni di vittime, e che
sarebbe stato meglio se Hitler non l'avesse scatenata.
Una forma meno paradossale di obiezione è questa: "dunque tu ammetti che è stato un
bene che gli Stati Uniti siano intervenuti militarmente per salvare l'Europa e impedire che il
nazismo erigesse campi di sterminio anche a Liverpool o a Marsiglia?" Certamente, rispondo,
hanno fatto bene, e rimane per me ricordo indimenticabile l'emozione con cui da tredicenne
sono andato incontro al primo reggimento di liberatori americani (tra l'altro, un reggimento di
neri) che arrivava nella cittadina in cui ero sfollato. Mio amico è subito diventato il caporale
Joseph, che mi ha dato i primi cheewing gum e i primi fumetti con Dick Tracy. Ma a questa
obiezione, dopo la mia risposta, ne segue un'altra: "Dunque hanno fatto bene gli americani a
stroncare sul nascere la dittatura nazifascista!"
La verità è che non solo gli americani ma anche gli inglesi e i francesi non hanno
affatto stroncato le due dittature sul nascere. Il fascismo hanno cercato di contenerlo, di
ammansirlo e persino di accettarlo come mediatore sino agli inizi del 1940 (con qualche atto
dimostrativo come le sanzioni, ma poco di più), e il nazismo lo hanno lasciato espandersi per
alcuni anni. Gli Stati Uniti sono intervenuti dopo essere stati attaccati dai Giapponesi a Pearl
Harbor e tra l'altro rischiamo di dimenticarci che sono state Germania e Italia, dopo il
Giappone, a dichiarare guerra agli Stati Uniti e non viceversa (lo so che ai più giovani questa
può parere una storia grottesca, ma è andata proprio così).
Gli Stati Uniti hanno atteso a entrare in un conflitto terribile, malgrado la tensione
morale che li spingeva a farlo, per ragioni di prudenza, perché non si sentivano abbastanza
preparati, e persino perché anche da loro c'erano dei simpatizzanti (famosi) per il nazismo, e
Roosevelt ha dovuto lavorare di fino per trascinare il suo popolo in quella vicenda.
Hanno fatto male Francia e Inghilterra ad aspettare, sperando ancora di arrestare
l'espansionismo tedesco, che Hitler invadesse la Cecoslovacchia? Forse, e molto si è
ironizzato sulle disperate manovre di Chamberlain per salvare la pace. Questo ci dice che
talora si può peccare per prudenza, ma che si tenta tutto il possibile pur di salvare la pace, e
almeno alla fine è stato chiaro che era Hitler colui che ha iniziato la guerra e ne portava
dunque tutte le responsabilità.
Trovo quindi ingiusta la prima pagina di quel quotidiano americano che ha pubblicato
la foto del cimitero dei bravi yankees morti per salvare la Francia (ed è vero) avvertendo che
ora la Francia si stava dimenticando di quel debito. La Francia, la Germania e tutti coloro che
trovano prematura una guerra preventiva fatta ora e solo in Iraq non stanno negando
solidarietà agli Stati Uniti nel momento in cui sono, per così dire, circondati dal terrorismo
internazionale.
Stanno soltanto sostenendo, come molte persone di buon senso pensano, che un
attacco all'Iraq non sconfiggerebbe il terrorismo ma probabilmente (e secondo me certamente)
lo potenzierebbe, porterebbe nelle file terroriste molti che ora si trovano in condizioni di
perplessità e prudenza. Pensano che il terrorismo raccoglie adepti che vivono negli Stati Uniti
e nei paesi Europei, e i loro soldi non sono depositati nella banche di Bagdad, ma possono
riceve armi, chimiche e no, anche da altri paesi.
Cerchiamo di immaginare che, prima dello sbarco in Normandia, De Gaulle si fosse
incaponito, visto che aveva le sue truppe nei territori d'oltremare, a esigere uno sbarco sulla
Costa Azzurra. Gli americani e gli inglesi si sarebbero probabilmente opposti adducendo
numerose ragioni, che nel Tirreno c'erano ancora a est truppe tedesche col controllo delle
coste italiane almeno nel golfo di Genova, o che sbarcando al nord si aveva alle spalle
l'Inghilterra ed era più sicuro far transitare truppe da sbarco sulla Manica che farle navigare
per tutto il Mediterraneo. Avremmo detto che gli Stati Uniti pugnalavano la Francia alle
spalle? No, avrebbero espresso un dissenso strategico e infatti ritengo che fosse più saggio

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sbarcare in Normandia. Avrebbero usato tutto il loro peso per indurre De Gaulle a non
compiere un'operazione sterile e pericolosa. Tutto qui.
Un'altra obiezione che circola è poi questa, e mi è stata posta recentemente da un
signore molto importante e benemerito per gli sforzi compiuti da anni in missioni pacifiche:
"Ma Saddam è un feroce dittatore e il suo popolo soffre sotto il suo sanguinoso dominio. Non
pensiamo ai poveri iracheni?" Ci pensiamo sì, ma stiamo pensando ai poveri coreani del Nord,
a chi vive sotto il tallone di tanti dittatori africani o asiatici, a chi si è visto dominato da
dittatorelli di destra sopportati e nutriti per impedire rivoluzioni di sinistra nell'America del
Sud?
Si è mai pensato di liberare con una guerra preventiva i poveri cittadini russi, ucraini,
estoni o uzbechi che Stalin mandava nei Gulag? No, perché se si dovesse far guerra a tutti i
dittatori il prezzo, in termini di sangue e di rischio atomico, sarebbe enorme. E dunque, come
sempre si fa in politica, che è realista anche quando ispirata a valori ideali, si è traccheggiato,
cercando di ottenere il massimo con mezzi non cruenti. Scelta vincente, tra l'altro, visto che le
democrazie occidentali alla fine sono riuscite a eliminare la dittatura sovietica senza lanciare
atomiche. Ci è voluto un poco di tempo, qualcuno nel frattempo ci ha rimesso le penne, e ci
dispiace, ma abbiamo risparmiato qualche centinaio di milioni di morti.
Sono poche osservazioni ma sufficienti, spero, a suggerire che la situazione in cui ci
troviamo non consente, e proprio a causa della sua gravità, tagli netti, divisioni di campo,
condanne del tipo "se la pensi così sei nostro nemico". Anche questo sarebbe
fondamentalismo. Si possono amare gli Stati Uniti, come tradizione, come popolo, come
cultura, e col rispetto dovuto a chi si è guadagnato sul campo i galloni di paese potente del
mondo, si può essere stati colpiti nell'intimo dalla ferita che hanno subito più di un anno fa,
senza per questo esimersi dall'avvertirli che il loro governo sta compiendo una scelta sbagliata
e deve sentire non il nostro tradimento, ma il nostro franco dissenso. Altrimenti quello che
sarebbe conculcato sarebbe il diritto al dissenso. E questo sarebbe proprio il contrario di
quello che hanno insegnato a noi giovani di allora, dopo anni di dittatura, i liberatori del 1945.
(Umberto Eco)

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Pace ai poveri, guerra alla Spectre

Sarà perché la realtà di questi drammatici giorni ha superato la fiction o perché la


fiction ha raccontato in anticipo ciò che sarebbe realmente accaduto, oggi conviene rivisitare
la letteratura e il cinema per non perdere la bussola e la ragione nell'immenso chiacchiericcio
che sta avvolgendo il mondo.
«I Demoni» ci hanno disegnato lo scenario sociale, la perversione mentale, il
nichilismo ideologico del terrorismo. Manzoni ci ha descritto la devastazione provocata dalla
peste non solo sui corpi ma negli animi, il sospetto, la caccia agli untori, i giudizi sommari, la
colonna infame. I film di fantascienza hanno ritratto più volte, come poi è avvenuto dal vero,
l'attacco e il crollo dei grattacieli di Manhattan con dieci anni d'anticipo.
Ma bisogna riandare alla lunga serie dei James Bond 007 per capire quale sia la vera
causa che muove Al Qaeda e le altre organizzazioni affiliate alla rete di Bin Laden. La causa è
il desiderio insopprimibile di conquistare il potere per ridisegnare la mappa del mondo; lo
strumento è la Spectre, un centro di comando autoreferenziale senza ideologia, senza
territorio, senza bandiera; l'obiettivo è il controllo delle risorse petrolifere; la strategia è il
terrore portato fino alla psicosi nella vita di tutti e tutti i giorni, in una sequenza ininterrotta
fino a quando la conquista del potere non sarà avvenuta.
La serie 007 cominciò con la lotta senza quartiere dell'Intelligence inglese e della Cia
contro il Kgb; erano ancora i tempi della guerra fredda e il nemico era la Russia sovietica. Lo
scontro era reale e il cinematografo non doveva far altro che aggiungervi un eroe positivo,
qualche bella ragazza ingaggiata come spia e un sufficiente apparato di effetti speciali.
Ma poi l'Urss crollò e non ci fu più il nemico. Bisognava interrompere la fortunata
serie dei James Bond o inventarsi un nuovo avversario? La scelta era evidente.
Si lavorò di fantasia e il nuovo nemico fu rapidamente individuato: il terrorista pazzo
ma lucido, una rete di alleanze criminali e finanziarie in tutto il mondo, un'isola rocciosa in
mezzo al mare come base di operazioni.
Oppure... Sentite: oppure l'impervio territorio che va dall'Afghanistan al Pakistan, al
Caspio, al Tagikistan, al Turkmenistan e giù, giù, fino all'Iran, fino all'Iraq, ai cortili segreti
della Mecca, ai pozzi degli Emirati…
Sì, erano questi gli scenari dell'ultima serie 007. C'era una logica in quella fiction:
dove trovare una regione del mondo così arcaica, così miserabile, così geograficamente
imprendibile, così ricca di risorse naturali, così strategicamente decisiva per un dominio
esteso a tutta l'Asia centrale, al Medio Oriente, all'Egitto, al Mediterraneo orientale? Eccolo
dunque il territorio della Spectre immaginato come unico possibile nemico alternativo
all'impero dell'Occidente libero e civile.
E poiché la storia non finisce, poiché si alimenta di scontri e guerre tra rivali per la
conquista del potere, poiché il potere americano aveva spazzato via l'ultimo dei suoi rivali
territorialmente e politicamente definiti, ecco che la realtà ha riempito il vuoto suscitando la
nuova e tragica alternativa, quella del terrorismo globale.
L'America e l'Occidente, la forza militare più potente del mondo, un'alleanza di
quaranta paesi, risorse economiche e tecnologiche immense, in guerra contro un nemico
inafferrabile, nascosto tra montagne e caverne, difeso da moltitudini di straccioni fanatici,
affamati, invasati, eppure potentissimi nella loro miserabilità e inermità che si ripercuote
come complesso di colpa imperdonabile nella coscienza dell'Occidente libero, democratico e
ricco. Questo è il quadro entro il quale ci muoviamo, pensiamo, soffriamo da 33 terribili e
maledetti giorni.
***
Se fossi bravo quanto Arbasino, adesso dovrei improvvisare un rap con tante domande
rimate lasciate in sospeso all'attenzione di chi legge. O una poesia di enigmi, come il grande
Auden. Ma non è il mio genere. Le domande però ci sono e gli enigmi anche e sono tanti,
troppi per far quadrare l'equazione delle nostre coscienze e della nostra ragione.

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Che cosa accadrà se Bin Laden sarà infine preso morto? Per le masse islamiche del
mondo diventerà un martire e un profeta da affiancare a Maometto. Il terrorismo sarà stato
estirpato? Temo di no.
Che cosa accadrà se sarà preso vivo? Sarà processato e condannato. Lo scenario
purtroppo non cambia: un martire e un profeta, per le masse islamiche e fanatizzate del
mondo, sarà stato giustiziato dal potere nemico dei poveri e dell'Islam. Il terrorismo sarà stato
sradicato? Ne dubito. Che cosa accadrà se in Pakistan il generalepresidente sarà abbattuto da
un «putsch» militare o da un'insurrezione popolare (che non è affatto un'ipotesi campata in
aria)? Gli Stati Uniti dovranno aprire un altro fronte di guerra contro il Pakistan, potenza
nucleare sia pure di second'ordine? Che cosa accadrà se il fantasma della nazione araba
dovesse prender corpo e l'obiettivo di un Califfato del Medio Oriente diventasse un'ipotesi di
lavoro possibile della Spectre terrorista?
Che cosa accadrà se la piaga purulenta del conflitto palestinese continuasse a produrre
senza fine violenza e morte? Sappiamo bene quali e quante siano le distanza che separano
queste ipotesi dal loro avveramento; tuttavia si tratta di ipotesi possibili che la ragione ci
obbliga a formulare per non procedere alla cieca come un branco di animali impazziti. D'altra
parte il concentramento d'una armata aeronavale delle proporzioni di quella radunata tra il
Mar Rosso e il Golfo Persico e l'Oceano Indiano significa che l'America ha già preso in
considerazione il possibile avverarsi di almeno alcune di quelle ipotesi, diversamente quel
tipo di mobilitazione non avrebbe senso alcuno. La fase dei bombardamenti sugli obiettivi
militari dei Taliban sta per finire per esaurimento degli obiettivi stessi. E dopo? Sarà occupata
Kabul? Ma da chi? L'Armata del nord, allo stato dei fatti, esiste solo se gli Usa le
assicureranno armi, rifornimenti, viveri. Ma l'Armata del nord è composta da afgani di tribù
minoritarie nel «puzzle» etnico di quel paese. In un sistema tribale come quello si può sperare
di pacificare il paese mettendolo sotto il tallone di una minoranza etnica?
Tutti questi punti interrogativi costellano una situazione che offre pochissime vie
d'uscita o addirittura nessuna. Ma qui viene l'ultima delle domande che dobbiamo porci: esiste
una soluzione alternativa per sradicare il terrorismo e riconquistare la pace?
***
Questa domanda terminale ci conduce alle risposte che provengono dal movimento
pacifista, ma non solo quello per molti aspetti ambiguo ed equivoco degli Agnoletto, dei
Casarini, dei Caruso o dei tanti benemeriti sacerdoti, frati, volontari che invocano la
fratellanza, ma quello che tocca in Occidente la coscienza di tanti uomini e donne che pure
sono realisti, non indulgono alle utopie, non marciano e non firmano inutili appelli destinati
soltanto a qualche menzione sui giornali.
Le risposte le conosciamo: impegnare il mondo ricco a porsi come obiettivo
assolutamente prioritario quello di riscattare il mondo povero, subito, qui e ora,
predisponendo un programma massiccio di interventi di assistenza e di sviluppo; comporre,
qui e ora, il conflitto IsraelePalestina su basi di giustizia e autonomia per entrambi i
contendenti; fare dell'Onu un centro di forza, garante di equità e di pace nel mondo.
Ma intanto - ecco l'altra metà della risposta - cessare ogni azione militare contro il
terrorismo e condannare gli Usa e i governi alleati se volessero proseguire nel loro intento.
Queste sono le risposte, semplificate all'osso, dei movimenti pacifisti.
***
Ebbene: tutte le proposte politiche, tutta la prima parte di questo «corpus»
programmatico sono, debbono essere, patrimonio di tutte le forze della sinistra democratica
europea. Ed è giusto aggiungere che non possono essere rinviate a dopo la sconfitta del
terrorismo: debbono avere un concreto e potente inizio d'attuazione subito, appunto qui e ora.
Questo dev'essere il pungolo e anzi la condizione preliminare per rinsaldare l'alleanza
antiterrorista.
Sappiamo tutti però che i risultati cominceranno ad essere apprezzabili tra anni, anche
cominciando subito a porne le premesse.

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Negli anni necessari a realizzare gli obiettivi daremo campo libero al terrorismo?
Lasceremo la Spectre libera di muoversi e martellare l'Occidente e soprattutto i paesi arabi
moderati? Gli consentiremo di insediare il nuovo califfato com'è nelle dichiarate intenzioni
della Jihad? In sostanza: porgeremo l'altra guancia dopo lo schiaffo tragico delle Torri di
Manhattan? Questo, amici pacifisti, non è un programma politico. Nella più favorevole delle
interpretazioni può essere la predicazione di una Chiesa. Oppure un terribile equivoco. O
infine una colossale coglioneria.
Certo, la risposta militare deve avere confini ben precisi, obiettivi mirati e circoscritti.
Il minor numero di effetti collaterali sui civili.
Se questi limiti fossero sorpassati, allora sì, la sinistra democratica non potrebbe e non
dovrebbe restare allineata a un progetto di guerra totale e insensata. Ma entro quei paletti la
sola conclusione possibile è la guerra al terrore e insieme e subito una politica massiccia di
riscatto dei poveri e la pace in Medio Oriente.
(Eugenio Scalfari)

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Un casinò chiamato Italia

C'è un paese dove, quando accade qualcosa di clamoroso, non ci si chiede come
reagirà l'opinione pubblica, ma come reagirà la Borsa. E dove l' approvazione di una
Finanziaria consuma più energie di mille scelte politiche. Ovvio che gli abitanti di questo
paese sognino grandi fortune e carriolate di miliardi, e siano diventati un popolo di
scommettitori, grattatori, biscazzieri, quizzaroli, schedinologi, cabalisti, lotteriofili e lottisti
normali e super. Per i giornali è una febbre, per gli psicologi è una compensazione, per la
Chiesa è peccato, per lo Stato è un'entrata. Per noi, è un interessante campionario da cui trarre
alcuni esempi.
Il giocatore di cavalli - Antico scommettitore che ha subito una mutazione genetica.
Una volta le sale gioco sembravano un saloon di El Paso, o il bar di Guerre Stellari, adesso
sembrano l'aeroporto di Tokyo, moderne e computerizzate. Ma potete trovare ancora qualche
vecchio giocatore doc all'ippodromo. Si riconosce da tre particolari: (1) beve solo fernet o
tombolino, micidiale mistura di caffè e liquore che provoca la tachicardia ippica, al ritmo
degli zoccoli dei cavalli. Se volete individuare un vero giocatore, tastategli il polso. Se ha più
di duecento battiti al minuto è genuino; (2) il vero giocatore conosce, o fa finta di conoscere,
tutti i cavalli. Dice "Veleno oggi non vince, ha lo sguardo triste". Oppure "Vaniglia mi ha
strizzato due volte l' occhio, vuol dirmi che arriva seconda"; (3) il vero giocatore, a fine anno,
è sempre in perdita.
Il lottista - Il vecchio appassionato del lotto, quello che gioca i numeri dei sogni e dei
morti celebri, esiste ancora, ma ha subito una notevole evoluzione. Gli specialisti di Smorfia
si sentono rivolgere domande del tipo "ho sognato mia nonna che faceva una strage in un
McDonald's con un mitra, che numeri devo giocare?". Il giocatore di superenalotto, invece, è
un cybergiocatore, ipnotizzato dall'entità della cifra. Vi riporto un dialogo veramente ascoltato
(lo giuro sulla costituzione americana).
Signore - Vorrei giocare al superenalotto, secondo lei quanto si vince questa
settimana?
Tabaccaio - Cinque o sei miliardi.
Signore (sospirando). Allora non ne vale la pena.
Il totocalcista - Ne esistono di tre tipi. (A) Lo sprovveduto, che gioca schedine
precotte, mette i segni a caso e atterrisce i presenti con domande del tipo "la Spal è quella che
gioca a Madrid?". (B) Lo scientifico, per il quale la schedina è una sofferenza. Passa ore a
valutare i precedenti, consulta i giornali, soppesa le formazioni. Spesso lo si può trovare
addormentato sul tavolo del bar, la testa sulla "Gazzetta" e in tasca l'ultima lastra del
ginocchio di Baggio, misteriosamente in suo possesso. (C) Il sistemista, che gioca per anni e
anni la stessa schedina, solo o con amici. Se è un sistemista di gruppo, guai a tradire. È più
facile uscire dalla Legione straniera o da una setta satanica che da un clan di sistemisti
organizzati. Pare che alla base della vendetta del conte di Montecristo ci fosse in realtà la sua
esclusione da un tredici.
Il giocatore di casinò - Personaggio mitico ormai in estinzione. Non si va più a
Montecarlo per rischiare, ma per prendere la cittadinanza monegasca e non pagare tasse.
Gommoni stracarichi di vip italiani sbarcano nel porto del principato, sperando in un futuro
migliore. Al posto del demone del gioco, li accompagna un angelo commercialista.
Il telegiocatore - Sicuramente il settore in maggiore espansione. Se i concorrenti
entrassero in sciopero, la televisione dovrebbe chiudere. Invece eccoli lì, entusiasti e
educatamente tonti per adeguarsi ai testi e ai presentatori. Lasciando da parte gli specialisti,
come l'indovinatore di ritornelli, il battezzaprezzi e lo scopritore di frasi segrete, magari finto
o con le soluzioni in tasca, i telegiocatori si dividono in due categorie:
a) il telefonatore che gioca da casa ed entra subito in garrula intimità col presentatore,
con dialoghi del tipo: "Mara, ma che piacere sentirti". "Brandolfo, ma che bel
nome hai, che mestiere fai?". "Il becchino". "Ma che carino, dai, giochiamo". Il

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telefonatore abitualmente non deve rispondere a domande di alto profilo, ma
niente è troppo facile per lui. Esempio. Presentatore - Mi dica qual è la città della
Toscana dove si corre un famoso palio e che comincia con Sie...
Telespettatore - Un aiutino, Paolo, un aiutino...
b) l'ospite in studio. Nel tentativo di risollevare le sue sorti, la tivù moltiplica la
cattura di coppie, nuclei familiari, gruppi di amici, condomini limitrofi, bande di
ottoni, reparti ospedalieri, onde poterli quizzare a grappoli. Se una volta per
partecipare bisognava esser esperti di qualcosa, adesso anche un intenditore di
funghi è troppo intellettuale per l'Auditel. Per cui i giocatori vengono sottoposti a
un processo di cretinizzazione che esclude rigorosamente qualsiasi forma di
intelligenza istintiva o scolasticamente appresa. Esempio: per vincere, il nonno è
obbligato a raccogliere limoni con la bocca in una vasca da bagno. La madre deve
cantare a singhiozzo "Tintarella di luna". Il padre (l'ho visto, giuro sulla testa di
Berlusconi) deve imparare a memoria i sessanta nomi dei presentatori televisivi
più famosi con data di nascita. La nonna deve fare la sfoglia appesa per i piedi. Il
bambino deve far dondolare la nonna se no è troppo facile. Alcuni giochi
prevedono la partecipazione di squadre contrapposte di vip, e bisogna ammettere, a
loro onore, che riescono a essere molto più cretini dei concorrenti abituali.
Il giocatore estremo - Scommette solo su cose pericolose e illecite. Gare notturne di
moto sulle rotonde, duelli di camion, corse abusive di cavalli, combattimenti di cani pitbull,
tiro ai topi con la carabina, lancio di pietre in autostrada. Queste scommesse fetenti, ma anche
le lotterie normali, in quanto idolatrie del denaro, sono state recentemente condannate dalla
Chiesa. Che però non ha certo paura delle grandi cifre, come dimostra il Giubileo. Se le curie
e i sindaci si dessero da fare per trovare casa ai poveri, come si impegnano a ristrutturare e
preparare posti per i pellegrini di Roma, il problema della casa sarebbe risolto. Perché la
Chiesa è formata da tantissime persone pronte alla rinuncia e al sacrificio. Ma ogni tanto,
Marcinkus insegna, spunta anche qualche talento da croupier.
(Stefano Benni)

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