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La "vigilia dell'Apocalisse"? Pare di sì... Cosa fare??

TRA “ESCATOLOGISMO” O “INCARNAZIONISMO”, LA VERA RISPOSTA DEL


CRISTIANO OGGI
Bisogna ammettere che la mentalità di attesa escatologica corre il rischio di favorire una pericolosa
tendenza al fatalismo e quindi al disimpegno. Sappiamo infatti che, alla fine dei tempi, la Chiesa
stessa verrà talmente isolata e perseguitata che verrà ridotta da florida città o stabile fortezza a
tempio isolato o addirittura a tenda nomade vagante nel deserto. Se dunque riteniamo di essere
ormai alla vigilia dell’Apocalisse, rischiamo di rassegnarci alla prospettiva di una Chiesa sempre
più emarginata e perseguitata, ridotta a un “piccolo gregge” costretto a ritornare nelle catacombe;
rischiamo quindi di ritirarci a vita privata e in una posizione di mera sopravvivenza, accettando la
secolarizzazione come un fatto storico inevitabile e rinunciando a combattere per il Regno di Cristo
e per la civiltà cristiana[1].

D’altronde, se ormai tutto è perduto, se siamo ormai vicini all’apostasia finale e al ritorno di Cristo
che sistemerà tutto chiudendo la storia, perché mai impegnarsi e sacrificarsi nella lotta apostolica?
Non è forse meglio limitarsi a pregare e a far penitenza, abbandonando la società al suo destino e
ritirandosi nelle proprie case o sacrestie o conventi, nella prospettiva di uscirne solo quando i mala
tempora siano passati, come sembra consigliare la stessa Apocalisse (Ap. 18,4 ss.)? Appunto in
questo consiste la tentazione cosiddetta “catacombalista”. Ma la storia recente dimostra che questa
tentazione, oltre che meschina, è anche molto pericolosa, perché ha favorito il diffondersi di una
mentalità velleitaria e di una strategia rinunciataria:

«la spiritualità cristiana di tipo corrente, come si è volgarizzata non senza degradazione, ha
dimenticato troppo spesso (…) la categoria dell’efficacia temporale storica»[2],

spingendo il mondo cattolico a compiere quella ben nota “scelta religiosa” che ha provocato le
seguenti gravi conseguenze: ripiegamento individualistico, privatizzazione della religione,
disimpegno politico, rinuncia alla missione e infine resa al nemico, magari tentando di giustificarla
attribuendo un valore “mistico” alle colpevoli sconfitte[3].

A questa pericolosa tendenza bisogna opporre innanzitutto che la Chiesa di oggi non è così piccola,
isolata e impotente come pretendono quei cattolici “progressisti” che ne misurano l’influenza
usando criteri mondani. Ad esempio, per quanto riguarda il nostro Paese, una indagine statistica
effettuata dall’Eurispes ha accertato che l’88% degl’Italiani si proclama “cattolico credente”, anche
se poi solo una minoranza di loro è regolarmente praticante, e il 50% apprezza le dottrine e le
direttive della Chiesa, anche se poi non sempre le applica[4]. Inoltre, bisogna tenere ben fermo che

«l’attesa della “terra nuova” non deve indebolire, ma piuttosto stimolare, la sollecitudine nel curare
la terra presente, dove cresce quel corpo della nuova famiglia umana che già riesce a offrire una
certa prefigurazione adombrante il “mondo nuovo”»[5]; «l’attesa della Parusìa di Gesù non
dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice
divino circa il nostro agire in questo mondo»[6].

Non si può ammettere che il cristiano si riduca a praticare la speranza escatologica con esclusione
della carità, individuale e sociale: san Paolo ci esorta a «riscattare il tempo presente» (Ef. 5, 16)
«approfittando delle occasioni» (Col. 4, 5) storicamente offerteci dalla divina Provvidenza. La
Chiesa insomma dovrà sempre essere essenzialmente militante; finché dura la storia, quindi, il
cristiano non può mai rinunciare a costruire o difendere o ricostruire il Regno di Dio e la
conseguente Cristianità, a qualunque costo e qualunque cosa accada: fiat justitia, pereat mundus.
A onor del vero, bisogna ammettere che la prospettiva dell’attesa escatologica può favorire anche
un’altra tendenza, apparentemente opposta ma ancor più pericolosa. Se infatti siamo alla vigilia
dell’Apocalisse, se il mondo sta diventando irrimediabilmente apostata, se la Chiesa è destinata a
perdere sempre più influenza fino a diventare storicamente e socialmente irrilevante, perché mai
rinchiudersi in un ghetto o rifugiarsi nelle catacombe?

Non è forse meglio invece, approfittando del poco tempo e spazio che ci resta, accettare la “sfida”
lanciataci dal mondo moderno e inserirsi abilmente nel “sistema” dominante per sfruttarne i
vantaggi, per realizzare una rivoluzione politica che assicuri una “promozione umana” e costruisca
una “società più giusta”? O perlomeno, nel caso che questa rivoluzione fallisca, per far valere i
nostri talenti in concorrenza con gli altri e conquistarsi un “posto al sole”? La storia recente
dimostra che questa tendenza, meno nobile ma più realistica dell’altra, ha spinto molte élites
cristiane ad una sorta di “scelta temporale”, ad un compromesso col mondo che è talvolta giunto
fino alla collaborazione col nemico. E’ del resto inevitabile che,

«se il senso delle “cose ultime” cade nell’oblio, la speranza teologale viene (…) sostituita da attese
intramondane»[7];

la religione s’immanentizza e secolarizza, riducendosi a un fattore dell’evoluzione sociale e


favorendo il laicismo dominante. Questa tendenza è così contraria allo spirito cristiano da non
meritare una confutazione; riguardo coloro che si adagiano nel godimento della pace e del benessere
attuali, posiamo solo dire che,

«se persistono nella loro falsa sicurezza, la rovina piomberà improvvisa su di loro»[8].

Come si vede, la prospettiva dell’imminente fine dei tempi è pericolosa sia nella versione del
disimpegno spiritualistico (“scelta religiosa”) che in quella dell’impegno mondano (“scelta
politica”). Nel pensiero teologico del XX secolo, questa opposizione corrisponde all’alternativa tra
“escatologismo” e “incarnazionismo”, ossia tra la prospettiva della cosiddetta testimonianza
profetica, che si concretizza nel ritirarsi dal mondo e nell’isolarsi dalla società, e la prospettiva del
cosiddettto impegno sociale, che si concretizza nel “compromettersi col mondo” e nell’inserirsi nel
sistema politico[9]; potremmo dire che si tratta di un’alternativa tra la “teologia della resa” e la
“teologia della complicità”. Ma in questo modo

«l’azione della Chiesa, pendula tra il Cielo e la Terra, rimane divisa tra un’esigenza d’incarnazione
nel mondo, che la tirerebbe all’ecumène umanitaria impregnando il mondo, e un’esigenza di
disincarnazione, presa fallacemente come purificazione, coll’abbandono di tutte le temporalità, che
viceversa dovrebbero essere investite dalla religione»[10].

Pertanto la fede non riesce più a influenzare la cultura e a fuidare la società, tantomeno a cambiare
la storia; di conseguenza, alla lunga sarà la storia a riuscire a cambiare la fede… come oggi sta
accadendo.

Abbiamo qui un classico esempio di falsa alternativa, perché in realtà quelle due opzioni sono due
facce dello stesso errore. Entrambe presuppongono che la modernità sia irreversibile, che “indietro
non si torna”, che oggi sia impossibile rinnovare la Chiesa e restaurare la Cristianità, per cui non
resti altro da fare che sopravvivere adattandosi alla situazione dominante allo scopo di “ridurne i
danni” e magari trarne un certo vantaggio concreto. Inoltre, ciascuna delle due opzioni tende a
favorire, per reazione, quella opposta: il rinunciare alla battaglia temporale e l’isolarsi nelle
catacombe provoca un logoramento che può finire col rovesciarsi nell’impegno mondano e nella
complicità con la Rivoluzione; a sua volta, la delusione per il fallimento di questo impegno
mondano può finire col rovesciarsi nel ritorno alle catacombe spirituali.

Bisogna quindi rompere questo circolo vizioso che condanna il mondo cristiano a oscillare tra la
sterilità e la strumentalizzazione, finendo in ogni caso nella sconfitta; bisogna superare questa falsa
alternativa tra la missione spirituale e quella temporale della Chiesa (e del cristiano), per ricomporre
un’unica missione soprannaturale che s’incarna e s’impegna nel temporale allo scopo di ricondurlo
allo spirituale[11]. Ricordiamoci che

«il concetto cristiano della storia è insieme escatologico e “progressista”: due concetti che, pur
sembrando opposti, si completano a vicenda. La storia è escatologica, perché progredisce, ed è
progressiva perché tende a un fine»[12].

Comunque sia, “l’abuso non toglie l’uso”: i pericoli della prospettiva escatologica non debbono
spingerci a rinunciarvi ed anzi essa deve animare la nostra epoca non meno di quanto animava
quella apostolica. Tantopiù che, come vedremo, la prospettiva escatologica ha sempre avuto una
terza tendenza, quella giusta, capace di stimolare i cristiani sia alla conversione personale che a un
impegno sociale in favore della renovatio saeculi.

Tutto ciò c’impone di porre il problema e d’impostarne risposta in modo tale da non favorire
tendenze equivoche e pericolose:

«Oggi, in un tempo di tentazione al disperare, può apparire necessario presentare una immagine
della fine del tempo, nella quale un’assoluta e realistica assenza d’illusione non si opponga alla
speranza, ma anzi in cui l’una possa fondare e confermare l’altra».[13]

Fonte:
[1] E’ questa la posizone che il p. Jossua O.P. contrappone a quella del p. Daniélou S.J. (cfr. J.
Daniélou, J. P. Jossua, Christianisme de masse ou d’élite, Paris, p. 27).
[2] H. I. Marrou, Teologia della storia, Jaca Book, Milano 2010, p. 151.
[3] I pericoli di questa “scelta religiosa” furono denunciati da Pio XII nel suo memorabile
radiomessaggio natalizio del 22-12-1957, dedicato a Cristo restauratore dell’armonia del mondo.
Purtroppo questa denuncia restò inascoltata, perché proprio negli anni successivi gran parte del
mondo cattolico, in nome di un malinteso “primato dello spirituale”, abbandonò il campo alle “forze
emergenti della Storia”… con i gravi risultati che oggi constatiamo.
[4] Cfr. P. De Marco, Una maggioranza catotlica e i laici cattolici assenti dalla politica, su
“Cultura e Identità”, a. 3, n. 9 (gennaio-febbraio 2011), pp. 64-73.
[5] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, § 39.
[6] Benedetto XVI, discorso del 12-11-2008.
[7] V. Possenti, Essere e libertà, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 301. Possenti fa notare che
«il silenzio calato sull’apocalittica e sulle “cose ultime” è connesso ad una sottovalutazione della
lotta contro il male nella prassi religiosa attuale» (ivi, p. 315).
[8] M. Schmaus, I Novissimi, p. 131.
[9] Cfr. C. Pozo, Teologia dell’aldilà, pp. 133-165; F. Canals Vidal, Sobre l’actitud del cristiano
ante lo temporal, in Polìtica española, pp. 211 ss.
[10] R. Amerio, Iota unum, Ricciardi, Milano-Napoli 1986, p. 558.
[11] Cfr. Sinodo dei Vescovi dell’anno 1985, Relazione finale, II, D, 6; Commissione Teologica
Internazionale, Alcune questioni attuali riguardanti l’escatologia, Libreria Ed. Vaticana, Città del
Vaticano 1990, Introduzione.
[12] A. Piolanti, Cristo nel destino oltremondano dell’uomo, in Aa. Vv., L’aldilà, Marietti, Torino
1957, p. 250.
[13] J. Pieper, Sulla fine del tempo, Morcelliana, Brescia 1959, p.73.