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Marcello Simonetta Federico da Montefeltro: un illustre uomo d’armi

fra gli illustri uomini di lettere

“Questo è infatti il costume degli Italiani: che i figli illegittimi


governino tranquillamente gli Stati.” (Pio II, Commentarii)

Federico da Montefeltro (1422-1482) è uno dei più illustri esempi di uomo del Rinasci-
mento: un eccellente condottiero (cioè mercenario) capace di coniugare abile azione po-
litica ed efficace propaganda culturale. Baldassarre Castiglione, all’inizio del suo Libro
del Cortegiano (1528), evocando nostalgicamente gli “ottimi Signori” che governarono la
“piccola città d’Urbino”, non può non riferirsi alla

gloriosa memoria del duca Federico, quale a’ dì suoi fu lume della Italia [...] tra l’altre
cose sue lodevoli, nell’aspero sito di Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione
di molti, il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì,
che non un palazzo, ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di
quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti di camere di ric-
chissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse una
infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime [...]1

La figura di Federico da Montefeltro assunse nel tempo una dimensione quasi mitica, che
possiamo cogliere nella sua definizione di “lume d’Italia”. Questa definizione era invo-
lontariamente ironica per qualcuno che, durante una “giostra” (e dunque non in una glo-
riosa battaglia), aveva perduto un occhio. Oggi il “mito” va riletto alla luce delle più re-
centi revisioni storiografiche. Per comprendere l’ossimoro dell’uomo d’armi che si atteggia
a uomo di lettere occorre investigare il nesso sempre fertile fra potere e immagine, fra
realtà e autorappresentazione, esemplarmente tradotto nell’iconografia ancora in parte da
decifrare dell’enigmatico Doppio ritratto che raffigura Federico e il figlio Guidobaldo. I
misteri nascosti del nostro Rinascimento sono numerosi, e un approccio energico alle fon-
ti, non solo letterarie, ma anche archivistiche e figurative, restituisce a questo periodo la
sua originaria bellezza e ricchezza, ma anche i suoi aspetti meno “illustri”.
Dunque, il profilo aquilino di Federico, immortalato nello splendore dei celeberrimi di-
pinti di Piero della Francesca, vale a dire il dittico degli Uffizi (fig. 1) e la Pala Monte-
feltro (fig. 5), nascondeva una brutta cicatrice e lo costringeva a mostrare ai sudditi e ai
posteri, proprio come fa la luna rivolta alla terra, un solo lato del suo viso segnato da mol-
te battaglie. Una chiave per penetrare la complessa figura del self-made man Federico è
la sua costante ricerca di legittimità, dinastica e intellettuale, non inconsueta per i Signori
del Rinascimento. Come notava Jacob Burckhardt nel classico La civiltà del Rinascimen-
to in Italia, “la più alta e più comunemente ammirata forma dell’illegittimità nel secolo
XV è quella del condottiero, il quale – qualunque sia la sua origine – giunge a procac-
ciarsi un principato”2.
La paternità di Federico è il primo elemento su cui vale la pena di soffermarsi. Tradizio-
nalmente, lo si dice figlio illegittimo di Guidantonio da Montefeltro, conte di Urbino. Ma
già alla fine del Settecento, l’erudito Nicola Ratti, nella sua monumentale storia della fa-

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miglia Sforza, dedicò una graffiante digressione ai natali di Federico, mostrando come, Federico bandì a Urbino una giostra in cui il destino avverso volle che egli perdesse l’oc-
sulla base delle fonti più attendibili, egli dovesse essere figlio del nobile capitano Bernardino chio destro.
DA RECUPERARE
Ubaldini della Carda e di Aura da Montefeltro, a sua volta figlia illegittima del conte Gui- Fu una dolorosa menomazione, soprattutto perché avrebbe potuto intralciarlo nell’eserci-
CHIEDERE A
dantonio. Questi adottò il piccolo Federico fin dalla nascita, anche perché in quel mo- zio del mestiere delle armi. Si annunciavano tempi duri per il Signore urbinate, perché il
PAOLA LAMANNA
mento, rimasto vedovo della prima moglie, non era certo di poter contare su una linea di neoduca di Milano, per consolidare il suo potere, si dedicò alla tessitura delle proprie al-
discendenza maschile3. leanze e non rinnovò il contratto a Federico. Rimasto senza un incarico mercenario, egli
Il padre adottivo garantì a Federico la migliore educazione e lo mandò a studiare presso optò per servire il re di Napoli, dapprima Alfonso il Magnanimo e poi suo figlio illegittimo
la famosa Ca’ Zoiosa di Vittorino da Feltre, dove si formava l’élite dell’epoca, composta Ferrante d’Aragona. La guerra napoletana, dalla fine degli anni cinquanta ai primi anni ses-
da pargoli privilegiati, tra i quali anche il futuro marchese di Mantova Ludovico Gonza- santa del Quattrocento, impegnò Federico su vari fronti e lo portò ad allearsi con papa Pio
ga. Federico rese il dovuto omaggio al maestro Vittorino includendolo (unico laico fra II, unito con il Montefeltro anche dall’odio per il Malatesta, che venne finalmente neutra-
quattro contemporanei: altri due sono papi e uno cardinale, il Bessarione) nell’augusta lizzato nell’agosto 1463 nella rovinosa battaglia avvenuta sulle rive del Cesano.
compagnia dei ventotto Uomini Illustri effigiati nei pannelli superiori dello studiolo di Uno dei primi ad accreditare la reputazione di Federico, non solo come uomo d’armi ma
Urbino (cfr. scheda, pp. 108-117)4. anche di ingegno e cultura, fu Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini. Nei suoi Com-
Il fratello (e quindi non fratellastro) Ottaviano Ubaldini fu invece inviato alla raffinata cor- mentarii ne parla con una certa sufficienza e malizia, ma ricorda anche una “conversa-
te milanese di Filippo Maria Visconti, dove imparò le arti della prudenza e della dissimu- zione piacevole e vivace” con Federico, “uomo di molte letture”, a proposito della diffe-
lazione; in lui, “sebbene giovane, traspariva non so quale adulta gravità”5. L’unità fra i due renza fra le armi dei capitani antichi e moderni11.
fratelli è emblematicamente rappresentata nel dittico scultoreo di Mercatello sul Metauro Federico rimase al servizio degli Aragona per ventisette anni ininterrotti. Oltre a garan-
(cfr. scheda, pp. 128-129), in cui sono immortalati come campioni, rispettivamente, della tirgli guadagni cospicui e costanti, che gli consentivano spese stravaganti per la costru-
vita activa e della vita contemplativa, dilemma filosofico approfondito poi dall’umanista zione e l’arredo dei palazzi di Urbino e di Gubbio, come pure delle fortezze nel Monte-
Cristoforo Landino nelle sue Disputationes Camaldulenses (1473), opera dedicata proprio feltro, questa “condotta” portò a Federico un notevole prestigio. Per illustrare la sua lun-
1. Piero della Francesca
Ritratto del duca Federico a Federico. ga carriera non possiamo che rimandare all’epico racconto La vita e le gesta di Federico
da Montefeltro La morte del conte Guidantonio sopraggiunse nel febbraio 1443 e fu seguita dalla fret- 2. Piero del Pollaiolo di Montefeltro Duca d’Urbino del padre di Raffaello Sanzio, Giovanni Santi, le cui opere
Firenze, Galleria Ritratto del duca Galeazzo
degli Uffizi tolosa nomina ducale da parte di papa Eugenio IV del figlio legittimo, il sedicenne e de- pittoriche (cfr. schede, pp. 126-127, 142-145) non sono forse all’altezza dei suoi versi poe-
Maria Sforza
bosciato Oddantonio. Tale promozione gli era stata concessa per i meriti paterni più che Firenze, Galleria tici12. La storia delle gesta cavalleresche di Federico scritta dal Santi è, sotto l’aspetto del-
per i propri. La sua inadeguatezza al ruolo fu sancita nel luglio 1444, quando l’impopo- degli Uffizi lo stile letterario, un’aulica rielaborazione ed amplificazione della prosa cortigiana di Pie-
lare giovinastro fu massacrato a colpi di pugnale da un gruppo di congiurati, suoi con- rantonio Paltroni, cancelliere fedelissimo di Federico fino alla morte ma meno dotato del
cittadini. Le modalità dell’efferato omicidio e l’immediata acclamazione di Federico, al- Santi come biografo e agiografo del duca.
l’età di ventidue anni, a Signore di Urbino (pur senza che gli venisse assegnato il titolo Paltroni, già molto anziano, fece in tempo ad assistere al culmine della carriera del suo
ducale, che avrebbe perseguito con indefessa energia nei successivi trent’anni) suscitano amato Signore, che nell’estate del 1474 si vide attribuire, per gli auspici congiunti del re
ancora sospetti di una sua possibile complicità6. Anni dopo, lo apostrofavano ancora di Napoli e del re d’Inghilterra, l’esclusivo Ordine della Giarrettiera e, soprattutto, l’a-
“Caino”7 ma, in realtà, anche se avesse messo davvero lo zampino nell’assassinio di Od- gognatissimo titolo di duca di Urbino, conferitogli da papa Sisto IV. Finalmente la legit-
dantonio, per le ragioni addotte prima, costui poteva essere soltanto un suo lontano pa- timità tanto desiderata diveniva ufficiale, ma a caro prezzo.
rente. Il legame con questo pontefice, un francescano che aveva dimenticato i voti di povertà e
Il ruolo di signorotto di un piccolo territorio come il Montefeltro era tutt’altro che faci- di umiltà subito dopo l’ascesa al soglio di Pietro nel 1471, fu torbido e turbolento. Il pun-
le da coprire, soprattutto se ci si trovava davanti un formidabile avversario come Sigismondo to più alto, o più basso, della collaborazione fra Federico e Sisto IV maturò fra il 1477 e
Malatesta, Signore di Rimini (fig. 4). La lotta fra l’Aquila feltresca e l’Elefante malate- il 1478, negli anni successivi all’assassinio del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza (26
stiano si protrasse per un paio di decenni8, senza esclusione di colpi militari ma anche di dicembre 1476), che aveva sconvolto il delicato equilibrio di potere nella penisola italia-
calunnie reciproche e scambi di accuse verbali9. na. Galeazzo (fig. 2), a differenza del padre Francesco, era stato un “principe di fortu-
Uno degli snodi decisivi del conflitto fu il momento in cui un altro capitano di ventura na” e aveva commesso una serie di gravi errori diplomatici, incluso l’essersi inimicato Fe-
che allora occupava le Marche, Francesco Sforza, suocero di Sigismondo, preferì assol- derico, ex alleato paterno, per avergli negato il bastone di capitano della Lega Italica.
dare Federico per il controllo e la difesa dei territori occupati. Il Malatesta si legò al di- C’era in quel tempo un altro giovane altezzoso e arrogante che pretendeva di dominare
to l’offesa e fece di tutto per contrastare e mettere in difficoltà il suo rivale in armi. la scena politica: Lorenzo de’ Medici, ancora lontano dal guadagnarsi l’appellativo di
Ma lo Sforza non rimase confinato in quei territori marginali e, in quei tumultuosi anni, Magnifico con il quale sarebbe passato alla storia, insieme a quello di “ago della bilan-
avendo opportunamente contratto matrimonio con Bianca Maria Visconti, figlia illegitti- cia” dell’equilibrio dei territori dell’Italia centrale. I suoi rapporti con Federico erano co-
ma del duca di Milano Filippo Maria – come scrisse Machiavelli – “per li debiti mezzi e minciati all’insegna della connivenza: il Signore di Urbino fu assoldato nel 1472 dai fio-
con una gran virtù, di privato diventò duca di Milano”. Il suo straordinario successo è in rentini per reprimere la rivolta di Volterra, che finì, dopo un intenso assedio e bombar-
effetti ricordato nel settimo capitolo del Principe, in cui Francesco Sforza è scelto come damento, con un feroce sacco.
il modello del “principe di virtù10. Per celebrare l’ascesa del condottiero alleato, nel 1450 Una lunga serie di promesse non mantenute da Lorenzo provocò screzi sempre più gra-

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4. Piero della Francesca
Ritratto di Sigismondo
Malatesta
Parigi, Musée du Louvre

5. Piero della Francesca


Pala Montefeltro
Milano, Pinacoteca
di Brera

vi tra i due protagonisti dell’epoca. La reazione da parte del veterano Federico fu talmente
risentita che egli fece pervenire a Ferrante d’Aragona questo consiglio: “Non solo non
dovrebbe allearsi ad un vile mercante e cittadino come Lorenzo, [...] ma dovrebbe cac-
ciarlo da Firenze o farlo tagliare a pezzi”.
Federico non era tipo da lanciare minacce a vuoto e si mise subito all’opera. Cercò di di-
stogliere il cancelliere degli Sforza, quel Cicco Simonetta che Machiavelli nelle sue Isto-
rie fiorentine considerava “uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”13, dal-
la tradizionale alleanza con i Medici, rivelando al reggente, un parvenu calabrese giunto
a Milano al seguito del duca Francesco, che Lorenzo nel suo intimo lo disprezzava per le
sue umili origini14.
Pur non essendo riuscito nel diabolico intento di privare Firenze del supporto militare mi-
lanese, Federico fece il suo massimo sforzo per indebolire il regime mediceo. Questo è for-
se il capitolo più oscuro della vita di Federico, che ho già documentato nel mio Enigma
Montefeltro. La prova dell’attiva partecipazione del duca di Urbino alla congiura dei Paz-
zi si trova, guarda caso, nell’archivio della famiglia Ubaldini15. È una lettera cifrata (fig. 7)
inviata dal Montefeltro ai suoi ambasciatori a Roma il 14 febbraio 1478, cioè due mesi pri-
ma dell’attentato contro i fratelli Medici nel duomo di Firenze. Federico prometteva di
inviare in Toscana, con un pretesto, una buona metà del suo esercito composto di uomi-
ni ben addestrati (oggi le chiameremmo special forces). In cambio di questo discreto ma
potente aiuto, Sisto IV garantì al duca il conferimento del diritto di successione ducale in
favore di Guidobaldo. La prova è nel suo ritratto coevo (cfr. scheda, pp. 132-133), in cui
indossa la collana d’oro donatagli dal papa per suggellare il patto sanguinoso16.
3. Eusebio da Caravaggio
Gli eventi che seguirono sono ben noti: il 26 aprile 1478, durante la messa domenicale
Monumento equestre
di Roberto Malatesta nel duomo di Firenze, Giuliano fu pugnalato diciannove volte di fronte all’altare e stra-
Parigi, Musée du Louvre mazzò al suolo in una pozza di sangue. Lorenzo, riuscito a evitare i primi colpi, si rifu-
giò rocambolescamente nella sacrestia vecchia, mandando all’aria i piani dei congiurati,
i quali fallirono anche nel tentativo di impadronirsi del Palazzo della Signoria.
Fu a causa di questo doppio insuccesso che i temibili soldati feltreschi non ebbero mo-

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do di entrare in azione come previsto. In seguito il duca negò sfacciatamente di aver avu-
to alcun ruolo nel complotto. Lorenzo, seguendo il consiglio di Cicco Simonetta di “go-
vernare il tutto sotto silenzio e con più segretezza che si può”17, finse di non sapere che
l’uomo che gli manifestava amicizia aveva cercato di ammazzarlo. Con brillante mossa pro-
pagandistica, egli celebrò la morte del fratello e la propria sopravvivenza come se fosse-
ro un giudizio divino, facendo coniare una medaglia con le rispettive iscrizioni: “Luctus
Publicus” e “Salus Publica” (fig. 6).
Tuttavia Federico fu chiamato dal papa a combattere contro Lorenzo, nel frattempo sco-
municato col pretesto di aver agito contro alcuni membri del clero18. Il duca di Urbino,
sebbene reso inabile da un incidente, probabilmente doloso, alla gamba sinistra, condusse
un’implacabile campagna contro Firenze e i suoi alleati sempre più indeboliti. Dopo due
anni, la cosiddetta guerra dei Pazzi mise in ginocchio Lorenzo, costringendolo ad anda-
re a Napoli e ad affidare il suo destino nelle mani di Ferrante d’Aragona.
L’esito vittorioso della guerra rese il Montefeltro molto, forse troppo desiderabile sul
mercato dei condottieri. Il duca non era destinato a godersi in pace i frutti dei suoi suc-
cessi militari: Sisto IV, offeso dal fatto che Federico avesse accettato un’allettante pro-
posta di contratto dai milanesi e dai fiorentini, gli voltò le spalle per dichiarare guerra
con i veneziani contro Ferrara.
Una delle delusioni più cocenti per Federico fu il non essere effigiato sulla pala dell’al-
7 a-c. Lettera cifrata 8. Gregorio Magno
tare della Cappella Sistina con il gonfalone in mano19. Paradossalmente, a ricevere l’inu- inviata dal Montefeltro ai Moralia in Job
suale onore di essere ritratto dopo la sua morte in un luogo sacro, cioè nella basilica di suoi ambasciatori a Roma Città del Vaticano,
San Pietro, con un monumento equestre che fu, dopo secoli, sottratto da Napoleone e il 14 febbraio 1478 Biblioteca Apostolica
Urbino, Archivio Vaticana, Urb. Lat. 96,
che oggi si trova al Louvre (fig. 3) fu invece il genero Roberto Malatesta, figlio dell’arci- Ubaldini f. 2r
nemico Sigismondo che, con lungimiranza, Federico aveva fatto sposare alla figlia Elisa-
betta.
Federico morì di malaria, angosciato per il fragile futuro del figlio decenne Guidobaldo20.
Sarebbe stato meno preoccupato se avesse saputo che Roberto era stato abbattuto dalla
dissenteria dopo aver trionfato nella battaglia di Campomorto, che aveva salvato Roma
6. Bertoldo di Giovanni dall’attacco aragonese. Legati a filo doppio, per una coincidenza astrale entrambi passa-
Medaglia della congiura
dei Pazzi rono a miglior vita il 10 settembre 1482. Il diarista fiorentino Luca Landucci commentò
New York, collezione il loro destino con tagliente acume: “Morirono due gran capitani, quando credevano es-
privata
sere ben felici. Vedi che errori sono nel mondo, mettersi in tanti pericoli d’ammazzare al-
tri o essere morto lui, per un poco di fumo di questo mondo, non pensando che cos’è
ammazzare l’uomo, e come presto si ha a rendere ragione, e che si muore.”21
Per concludere, torniamo al Doppio ritratto (cfr. scheda, pp. 120-121)22. Della sua com-
plessa costruzione simbolica e allegorica ho scritto nel catalogo di una mostra sulla bi-
blioteca di Federico da Montefeltro che curai nel 2007 presso la Pierpont Morgan Library
& Museum di New York, appena rinnovata dal genio di Renzo Piano, ricostruendo vir-
tualmente nel “Cube” lo studiolo di Urbino e riunendo per la prima volta i ventotto Uo-
mini Illustri.
Il codice che Federico sta leggendo nella studiata posa del Doppio ritratto è il Moralia in
Job (fig. 8) di Gregorio Magno, forse la figura che fra gli Uomini Illustri ha la posizione
di preminenza, poiché l’Aquila feltresca lo contempla con occhio benevolo (cfr. scheda,
pp. 108-117). L’illustre uomo d’armi che amava atteggiarsi a uomo di lettere si circondò
dunque di una scelta schiera di illustri maestri, poeti, profeti, filosofi, teologi, cardinali e
di due papi, i quali erano stati in diversa misura responsabili della sua irresistibile asce-
sa, che pure conserva qualche aspetto tenebroso.
Federico fu il più scaltro e spregiudicato operatore politico, il vero prototipo della vol-

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pe machiavellica che non lascia tracce quando compie atti inconfessabili. Il ritocco vigo-
roso all’immagine oleografica e all’iconografia edulcorata nulla toglie al valore del mece-
nate delle arti o al collezionista di manoscritti miniati. Che un politico di grande poten-
za e influenza abbia almeno buon gusto artistico e letterario non è una piccola consola-
zione, specialmente se egli intendeva lasciare monumenti perenni per ricordarlo, e non
solo durevoli scandali.

1
Castiglione [1528] 1998, pp. 18-19. 11
Pio II 1984, pp. 975-977.
2
Burckhardt 1955, pp. 21-22: “Il grande Federigo di 12
Santi 1985; cfr. Ambrogiani 2006, che è storicamente
Urbino con ogni probabilità non era per nulla un Mon- ben documentato. Fra le biografie, ricordiamo alme-
tefeltro.” no il classico Baldi 1824 e Tommasoli 1978.
3
Ratti 1795, pp. 117 sgg. Ringrazio l’amico Francesco 13
Simonetta 2004b, pp. 127 sgg.
Ambrogiani per avermi suggerito questo riferimento. 14
Simonetta 2008, pp. 67 e 73-74.
4
Simonetta 2010, pp. 203-204. 15
Simonetta 2003, 2004a, 2008, pp. 111 sgg. La detta-
5
Decembrio 1983, p. 118. tura di questo documento potrebbe essere avvenuta
6
Scatena 2004, pp. 83 sgg. La versione ufficiale si può proprio nello studiolo.
leggere in Paltroni 1966, pp. 67-69. 16
Federico da Montefeltro 2007, pp. 186 sgg., e 2008,
7
Simonetta 2008, p. 179. pp. 120 sgg.
8
Ambrogiani 2006; Simonetta in corso di stampa. 17
Simonetta 2008, p. 162.
9
Paltroni 1966, pp. 114 sgg.; Santi 1985, p. 175. I fio- 18
Poliziano-Becchi 2012.
riti insulti che i due si scambiarono suonano come una 19
Simonetta 2008, pp. 248-249.
versione archetipica dei dibattiti nelle odierne tra- 20
Simonetta 2009.
smissioni televisive. 21
Simonetta 2008, p. 227.
10
Simonetta 2004b, p. 95. Il modello del “principe di 22
Federico da Montefeltro 2007, pp. 102 sgg.
fortuna” era naturalmente Cesare Borgia.

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