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LA PIU’ BELLA FORMULA DELLA MATEMATICA

𝒆𝒊𝝅 + 𝟏 = 𝟎

ANNO SECONDO

Rev. 06
9/2018

Primo Lodi
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Sommario
PREMESSA AL SECONDO VOLUME ..................................................................................... 4
CAPITOLO QUARTO: MONOMI E POLINOMI ........................................................................ 5
4.1 Le equivalenze ................................................................................................................ 5
4.2 Le espressioni letterali..................................................................................................... 6
4.3 Soluzioni simboliche dei problemi ................................................................................... 8
4.4 I monomi ......................................................................................................................... 9
4.5 I polinomi ....................................................................................................................... 10
4.5.1 Somma e prodotto di polinomi ................................................................................ 10
4.5.2 Alcuni prodotti notevoli ............................................................................................ 11
4.5.3 Radice di un polinomio ........................................................................................... 15
4.5.4 Scomposizione dei polinomi ................................................................................... 15
ESERCIZI SU MONOMI E POLINOMI ................................................................................... 16
CAPITOLO QUINTO: I NUMERI COMPLESSI ....................................................................... 18
5.1 Premessa: come inventare i numeri complessi ............................................................. 18
5.2 La radice quadrata di -1: i numeri complessi. ................................................................ 19
5.3 Rappresentazione dei numeri complessi. ...................................................................... 21
5.4 Operazioni sui numeri complessi: somma e sottrazione. .............................................. 21
5.5 Operazioni sui numeri complessi: moltiplicazione e divisione. ...................................... 22
5.6 La “magia” dei numeri complessi: la radice quadrata .................................................... 23
5.7 Esistono i numeri ultra complessi? ................................................................................ 24
ESERCIZI SUI NUMERI COMPLESSI ................................................................................ 25
Appendice al capitolo quinto: I quaternioni ............................................................................. 27
CAPITOLO SESTO: TRIGONOMETRIA ELEMENTARE ....................................................... 30
6.1 Quanto è alta la piramide di Cheope? ........................................................................... 30
6.2 Premessa alla trigonometria: la misura degli angoli ...................................................... 31
6.3 La trigonometria ............................................................................................................ 33
6.4 Relazioni fondamentali. ................................................................................................. 38
6.5 La trigonometria è tutta qui? .......................................................................................... 38
ESERCIZI DI TRIGONOMETRIA ........................................................................................... 52
CAPITOLO SETTIMO: SUCCESSIONI E LIMITI .................................................................... 53
7.1 Le successioni ............................................................................................................... 53
7.2 I numeri di Fibonacci ..................................................................................................... 53
7.3 Limite di una successione ............................................................................................. 55
ESERCIZI SULLE SUCCESSIONI ......................................................................................... 58
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CAPITOLO OTTAVO: LE SERIE DI NUMERI ........................................................................ 59


8.1 Ma Achille raggiunge o no la tartaruga? ........................................................................ 59
8.2 Definizione di serie di numeri ........................................................................................ 60
8.3 Serie convergenti e divergenti. ...................................................................................... 60
8.4 Dimostrazione di Eulero dell’infinità dei numeri primi .................................................... 66
CAPITOLO NONO: ANCORA I NUMERI COMPLESSI .......................................................... 68
9.1 Un modo diverso di rappresentare i numeri complessi: la forma trigonometrica ........... 68
9.2 Prodotto di numeri complessi ........................................................................................ 69
9.3 Forma esponenziale dei numeri complessi ................................................................... 70
9.4 Traguardo: la formula più bella della matematica .......................................................... 71
9.5 E il problema originario? ................................................................................................ 72
9.6 E l’equazione cubica di Bombelli? ................................................................................. 75
9.7 E l’equazione impossibile di Eulero? ............................................................................. 76
9.8 Ed i logaritmi dei numeri complessi? ............................................................................. 77
9.9 E l’elevazione di un numero complesso ad un numero complesso? ............................. 78
9.10 E le formule trigonometriche?...................................................................................... 78
ESERCIZI SUI NUMERI COMPLESSI ................................................................................... 79
APPENDICE 1: LEONHARD EULER ..................................................................................... 80
San Pietroburgo .................................................................................................................. 81
Berlino ................................................................................................................................. 81
Deterioramento della vista ................................................................................................... 82
Ritorno in Russia ................................................................................................................. 82
APPENDICE 2: LA DIMOSTRAZIONE ORIGINALE DI EULERO .......................................... 83
CHECK YOUR RETENTION .................................................................................................. 86
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PREMESSA AL SECONDO VOLUME

Riprendiamo il nostro viaggio verso la comprensione della formula di Eulero dando per scontato
che quanto spiegato nel primo volume sia stato assimilato. Cominceremo parlando un poco di
monomi e polinomi, e poi passeremo a cose via via più interessanti.

Cominceremo con i numeri complessi: fantastica scoperta! Poi studieremo le funzioni


trigonometriche: strumento formidabile per il calcolo geometrico! Infine studieremo gli sviluppi
in serie, da cui, finalmente, potremo derivare il numero e. Quasi all’improvviso, avremo finito:
ecco la formula di Eulero, in tutta la sua bellezza!

Una volta arrivati al traguardo, procederemo, se lo vorrete, con altri argomenti di vostro
interesse.
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CAPITOLO QUARTO: MONOMI E POLINOMI


4.1 Le equivalenze

Prima di tutto, dobbiamo parlare delle equivalenze. Vediamo come si può elaborare una
uguaglianza, trovandone un’altra equivalente alla prima, in modo da rendere le operazioni più
semplici da svolgere.

Primo principio di equivalenza.

In generale, se a = b, per ogni c vale anche:

a + c = b + c; a - c = b - c

Esempio: ho l’equazione 3x - 6 = 0 Se sommo 6 ad entrambi i membri dell’eguaglianza, trovo


3x = 6.

Si dice che ho “trasportato” il termine 6 da un lato all’altro dell’eguaglianza, ma ne ho cambiato


il segno. In conclusione:

In una eguaglianza dove, in un membro, esistono operazioni di somma o sottrazione, si


possono spostare gli addendi all’altro membro dell’eguaglianza, cambiandolo di segno.
Se a + b = c, allora a = c – b; se a – b = c, allora a = c + b

Secondo principio di equivalenza.

Per c ≠ 0:

axc=bxc

Sempre per c ≠ 0:

a / c = b / c;

Scegliendo opportunamente il valore di c, la nuova espressione può trasformarsi e diventare


accessibile.

In conclusione:

In una eguaglianza dove, in un membro, esistono operazioni di moltiplicazione o


divisione, si possono spostare il moltiplicatore o il divisore all’altro membro
dell’eguaglianza, cambiandolo di posto: il moltiplicatore diventa divisore, e viceversa.
Se a x b = c, allora a = c / b; se a / b = c, allora a = c x b

Nota bene: non ha nessuna importanza ricordarsi queste definizioni!


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Continuiamo con l’esempio: abbiamo 3x = 6; come troviamo x? Dividiamo per 3 entrambi i


termini dell’eguaglianza:
(3x) / 3 = 6 / 3

Ma allora: x = 2 è il risultato cercato!

Inoltre:

an = bn;

log (a) = log (b)

Se ricordate, questi sono casi particolari degli assiomi di logica che abbiamo visto l’anno
scorso, e che ripeto di seguito.

1) Dato x, allora è sempre vero che x = x (proprietà riflessiva).


2) Dati x e y, se x = y, allora, data una qualunque espressione P (o, più in generale, per
qualunque predicato P), è sempre vero che P(x) = P(y).

I predicati che abbiamo visto sono: somma (sottrai); moltiplica (dividi); eleva a potenza (estrai
radice); calcola logaritmo (eleva a potenza). Ce ne sono altri: ad esempio, se x = y e w = z, è
anche vero che x + w = y + z.

4.2 Le espressioni letterali

Nel mio libro, già da parecchio tempo, ho utilizzato espressioni letterali, del tipo:
a(b+c) = ab + ac

È arrivato il momento di approfondire un poco la situazione.

Anzitutto, perché utilizzo delle lettere anziché dei numeri?


Risposta: perché voglio evidenziare una proprietà che è vera per qualsiasi numero. Quindi,
riprendendo quanto ho scritto sopra:

a(b+c) = ab + ac

La relazione è vera per qualsiasi valore venga attribuito ad a, b e c. Ad esempio, se:


a = 2; b = 1; c = 3
La relazione diventa:
2(1+3) = 2x1 + 2x3 = 2 + 6 = 8

E se, invece, ho:


a = 3; b = 2; c = 4
La relazione diventa:
3(2+4) = 3x2 + 3x4 = 6 + 12 = 18
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Eccetera. Il vantaggio di scrivere la relazione letterale è che, così facendo, si evidenzia la


proprietà della relazione, invece del calcolo. Con i numeri, non è evidente che la stessa
relazione vale anche per altri numeri.

Quindi, si usano le espressioni letterali tutte le volte che si enuncia una proprietà generale. Ad
esempio:
 Proprietà associativa dell’addizione: a+b+c = (a+b) + c…
 Relazioni di proporzione: a:b = c:d; ad = bc; a = bc/d.
Da questa uguaglianza se ne traggono delle altre, faticosamente studiate alle medie. Ad
esempio, poiché a/b =c/d, sommando 1 ad entrambi i termini otteniamo:
a/b + 1 = c/d + 1, da cui: (a+b)/b = (c+d)/d, e anche: (a+b)/(c+d) = b/d
Chi ne ricorda altre?
 Leggi geometriche. Superficie s del triangolo con base b ed altezza h: s = bxh/2.
Superficie s del rettangolo di lati a e b: s = axb. Superficie s del quadrato di lato a: s =
a2
 Legge di Pitagora: nel triangolo rettangolo con cateti a e b e ipotenusa c, vale la relazione
c2 = a2 + b2.
 Euclide, IV – III secolo a.C., aveva dimostrato che, in un cerchio, la circonferenza è
proporzionale al raggio (c = a x r) e che la superficie è proporzionale al quadrato del
raggio (s = b x r2). Inoltre, aveva dimostrato che, in una sfera, la superficie esterna è
proporzionale al quadrato del raggio (S = c x r2) e che il volume è proporzionale al cubo
del raggio (V = d x r3). Però non aveva trovato i valori di proporzionalità a, b, c, d. fu
Archimede, 287 – 212 a.C., che dimostrò che le costanti dipendevano tutte dalla
costante 𝜋, pari a 3,14. Quindi, dimostrò che: c = 2 𝜋 r; s = 𝜋r2; S = 4 𝜋 r2; V = 4/3 𝜋 r3.

Queste lettere si trattano esattamente come se fossero numeri. Quindi, ad esempio, a + a =


2a; a x a = a2; a / a = 1, eccetera.

A proposito dell’utilità del calcolo letterale, ecco un esempio di come si può costruire un
problema che sembra una magia.
 Pensate un numero.
 Moltiplicatelo per cinque.
 Sommate sette.
 Sommate il doppio del numero originale.
 Dividete il tutto per sette.
 Sottraete il numero pensato.
 Risultato: uno!

È una magia? Se usate i simboli, si capisce subito il trucco. Difatti, quello che avete fatto è:
 Numero pensato: x
 Moltiplico per cinque: 5x
 Sommate sette: 5x + 7
 Sommate il doppio del numero originale: 5x + 7 + 2x = 7x + 7 = 7(x + 1)
 Dividete il tutto per sette: x + 1
 Sottraete il numero pensato: rimane 1
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4.3 Soluzioni simboliche dei problemi

Risolvere un problema significa eseguire un calcolo che porta ad una uguaglianza: in generale,
dobbiamo poter calcolare il valore di una entità incognita in funzione di valori definiti nel
problema.

Per risolvere i problemi, alle elementari e alle medie occorreva intuire quale fosse la relazione
che poteva portare alla soluzione. Il metodo descritto di seguito consente di risolvere tutti i
problemi di questo tipo, con un approccio che è sempre valido.

Se si vuole risolvere un problema, ad esempio di geometria, si devono seguire questi passi:


 Definire i simboli delle variabili (a, b, x, y...);
 Scrivere le uguaglianze che esprimono le relazioni citate nel testo, usando le formule
che consentono di risolvere il problema;
 Modificare le uguaglianze, in modo da avere una equazione del tipo: x = (formula), dove
x è l’incognita cercata;
 Sostituire nelle formule i valori dati per le variabili;
 Eseguire il calcolo.

Esempio: la superficie del triangolo ABC è 20 cm2. Sapendo che la base è 5 cm, quanto è alto
il triangolo?
 Primo passo. Chiamiamo s la superficie del triangolo; b la sua base; h la sua altezza.
 La definizione di area del triangolo è s = bxh / 2. Però, poiché l’incognita è h, da questa
formula devo ricavare una equazione del tipo h = … Per farlo, utilizzo i principi di
equivalenza che abbiamo visto. Nel nostro caso, riscrivo l’uguaglianza:

bh / 2 = s

Se moltiplico per 2 entrambi i membri dell’uguaglianza ottengo:

(bh/2) x 2 = 2s

Poiché 2/2 = 1, a sinistra ho:

bh = 2s

Analogamente, se divido per b entrambi i membri dell’uguaglianza ottengo:

h = 2s/b

 Ora posso sostituire le lettere con i valori numerici dati; quindi:


h = 2x20 / 5
 Infine, calcolo h = 40/5 = 8 cm

Sotto con i problemi dei figli o nipoti!


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4.4 I monomi

Si chiamano monomi le espressioni letterali che non includono somme o sottrazioni, ma


solo moltiplicazioni ed elevazioni a potenza. Alcuni esempi di monomi:

3a, ab2, (15/3)ab, -34abc, 2an…

Nei monomi si omette il simbolo di moltiplicazione tra i fattori: 3a significa 3 x a.


Nei monomi, le parti numeriche si chiamano coefficienti; il resto è la parte letterale. Nell’esempio
di sopra, i coefficienti sono:
3, 1, 15/3, -34, 2…

Il coefficiente 1 ed il segno + si omettono: +3a si scrive 3a.


Si dice grado di un monomio la somma degli esponenti delle parti letterali. Sempre
nell’esempio, i gradi dei monomi sono:
1, 3, 2, 3, n…

Si chiamano simili i monomi che hanno la stessa parte letterale: 3ab, ab/2 sono simili. Con i
monomi simili è possibile svolgere operazioni di addizione e sottrazione. Ad esempio:

3a + 5a - 2a = (3+5-2)a = 6a

L’operazione che abbiamo fatto è possibile grazie alla proprietà distributiva della
moltiplicazione: in particolare, abbiamo raccolto e messo in evidenza il fattore comune, a.

2b/3 + 5b/6 = (2/3 + 5/6)b = 9b/6 = 3b/2

Il prodotto di due monomi ha come coefficiente il prodotto dei coefficienti, e come parti letterali
il prodotto delle parti letterali. Quindi:

3ab x 4ac = 12a2bc

Il quoziente dei monomi segue regole della divisione. L’unica limitazione è che il monomio al
numeratore deve avere le parti letterali dello stesso grado o di un grado maggiore rispetto al
denominatore. Quindi, ad esempio:

-12a2b2c / 3ab = -4abc

La potenza di un monomio segue le leggi dell’elevazione a potenza.

(-3ab)2 = 9a2b2

NOTA 1. La notazione attuale dei monomi e polinomi è stata definita da Eulero soltanto nel
1765. Ecco, ad esempio, alcune tappe della evoluzione che c’è stata per scrivere il polinomio
x2 + 2x + 3.
 Circa 250 d.c.; Diofanto: scrittura incomprensibile.
 825, Al-Khwarizmi (Persia); per esteso, in arabo: potenza più due volte più tre.
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 1545, Cardano: 1.quad.p2pos.p.3


 1591, Viète: x quad. + x 2 + 3 (leggibile)
 1637, Cartesio, Gauss: xx + 2x + 3 (quasi ci siamo).

4.5 I polinomi

I polinomi sono somme o sottrazioni di monomi, chiamati termini del polinomio. Ad


esempio, le seguenti espressioni sono polinomi.

3x + 6y + 9xy
5x + 6xy + 9z
5x -3x + 4xy + 2xy

Nel terzo polinomio sono inclusi due monomi simili; si può quindi ottenere la forma ridotta:
5x -3x + 4xy + 2xy = 2x + 6xy

Potrebbe anche essere utile mettere in evidenza la x, ed ottenere:


2x + 6xy = x(2 + 6y)

Come si fa? Quali sono i passaggi?

Si dice che un polinomio è un binomio, trinomio o quadrinomio, se comprende rispettivamente


due, tre, quattro monomi.

Il grado di un polinomio è quello del suo monomio di massimo grado. I tre polinomi
dell’esempio hanno tutti grado 2: perché?

In un polinomio, il termine non letterale si chiama termine noto. Ad esempio, nel polinomio
2x + 3y + 5
5 è il termine noto.

Un polinomio si dice ad una sola variabile quando contiene una sola variabile letterale. Ad
esempio:
2x2 + 2x - 4
contiene una sola variabile, la x.

4.5.1 Somma e prodotto di polinomi

Dati due polinomi, li si può sommare e moltiplicare, seguendo le regole della somma e del
prodotto. Ad esempio, abbiamo due polinomi, P e Q:

P = 3x + 2y
Q = 6x – 5y

P + Q = 3x + 2y + 6x – 5y = 9x – 3y

PxQ = (3x + 2y)(6x – 5y) =


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Per eseguire il prodotto, si esegue prima la moltiplicazione del primo polinomio per il primo
monomio del secondo polinomio, poi il secondo monomio del secondo polinomio e così via. Vi
siete persi? Ecco cosa volevo dire:
 Primo passo: si calcola il prodotto (3x + 2y)6x = 18x2 + 12xy
 Secondo passo: si calcola il prodotto (3x + 2y)(-5y) = – 15xy – 10y2
Attenti al segno! Poi si somma il tutto, e si semplifica:

PxQ = (3x + 2y)(6x – 5y) = 18x2 + 12xy – 15xy – 10y2 = 18x2 – 3xy – 10y2

È giusto? Verificatelo! Cosa occorre fare?

Come si vede dall’esempio, il grado della somma dei polinomi è il grado del polinomio più
elevato, mentre il grado del prodotto dei polinomi è la somma dei gradi dei polinomi.

L’esempio si riferisce al prodotto di due binomi, ma la regola si applica a polinomi di qualsiasi


ordine e grado.

4.5.2 Alcuni prodotti notevoli

 Somma di due monomi per la loro differenza: (a + b)(a – b) = a2 – b2


Attenzione: la formula si applica anche se, invece di a e b, ci sono monomi più
complessi. Ad esempio, (2a2 + 3b)( 2a2 - 3b) = (2a2)2 – (3b)2 = 4a4 – 9b2; quindi, il
prodotto è la differenza dei quadrati dei monomi.

 Quadrato della somma di due monomi: (a + b)2 = a2 + 2ab + b2


Provate a verificarlo!

 Quadrato della differenza di due monomi: (a - b)2 = a2 - 2ab + b2


Verificare: il segno meno deriva da a(-b)

 Quadrato di un trinomio: (a + b + c)2 = a2 + b2 + c2 + 2ab + 2ac + 2bc


Ricavate le formule per i casi: -a, -b, -c

 Cubo della somma di due monomi: (a + b)3 = a3 + 3a2b + 3ab2 + b3


Come al solito, verificate.

 Cubo della differenza di due monomi: (a - b)3 = a3 - 3a2b + 3ab2 - b3


Come al solito, verificate. A differenza del quadrato, il cubo di b è negativo!

NOTA 2. E se volessimo sviluppare la potenza di (a + b)n? Storicamente, sono state date due
soluzioni, equivalenti.

La prima soluzione è stata data da Niccolò Tartaglia, matematico italiano, che nel 1556 scrisse
il “General trattato di numeri et misure”, in cui spiegava il suo famoso “triangolo”. Se osserviamo
i coefficienti dei monomi che corrispondono al quadrato dei binomi osserviamo una regolarità.
Proviamo a vedere.
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(x + y)0 = 1
(x + y)1 = x + y
(x + y)2 = x2 + 2xy + y2
(x + y)3 = x3 + 3x2y + 3xy2 + y3

I coefficienti sono:
1
1 1
1 2 1
1 3 3 1

Come si vede, ogni coefficiente è la somma dei coefficienti immediatamente di sopra. Ma


allora, quali saranno i coefficienti di (x + y)4? Saranno:

1; 1 + 3 = 4 ; 3 + 3 = 6 ; 3 + 1 = 4; 1

Quindi:
(x + y)4 = x4 + 4x3y + 6x2y2 + 4 xy3 + y4

Ecco le prime quattordici righe del triangolo di Tartaglia.

NOTA 3: e se volessimo calcolare (x + y)20? Non c’è nulla di meglio del triangolo di Tartaglia?

C’è di meglio: il grande Isaac Newton ha dato la formula per lo sviluppo di qualunque potenza
del binomio; è:

𝑛 𝑛!
(x + y)n = ∑𝑘=0 ( ) xn-kyk
𝑘!(𝑛−𝑘)!

Questa si chiama formula binomiale di Newton. Vediamo di spiegarla.


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Voi tutti ricorderete, dal primo anno, sia il simbolo di sommatoria, Σ, sia il simbolo di fattoriale:
k! = 1 * 2 * 3 *…*(k-1) * k. V’informo che il simbolo di fattoriale è stato introdotto nel 1800 dal
matematico tedesco Christian Kramp.

Inoltre, v’informo che c’è una cosa che non sapete del fattoriale, ed è che 0! = 1, così come 1!
= 1.

A sinistra, scrivendo (x + y)n intendiamo elevare (x + y) ad una potenza n qualsiasi. Quindi, con
n = 1 abbiamo x + y; con n = 2 abbiamo (x + y)2, di cui sappiamo che (x + y)2 = x2 + 2xy + y2; e
così via per tutti i possibili esponenti: ecco perché scrivo (x + y)n.

Ciò premesso, vediamo il simbolo di sommatoria.


∑𝑛𝑘=0 significa che utilizziamo una variabile ausiliaria, che chiamiamo k, per individuare
i vari monomi che risultano dalla elevazione a potenza. Prendiamo, ad esempio, la potenza (x
+ y)2 = x2 + 2xy + y2: quanti sono i monomi? Tre! Ed i coefficienti? Pure tre; dal triangolo di
Tartaglia sappiamo che sono: 1, 2, 1.
In generale, è vero che, dato l’esponente n, i coefficienti saranno n + 1: ecco perché, nella
sommatoria, prevedo di sommare tutti i valori di k che vanno da 0 (non da 1) a n. Sempre
nell’esempio dell’elevazione al quadrato, il mio k avrà i valori 0, 1, 2.

𝑛!
E la parte tra parentesi, ? Cosa vuol dire?
𝑘!(𝑛−𝑘)!
Vuol dire che, una volta scelto k, posso calcolare i valori dei coefficienti. Quindi, sempre nel
nostro esempio:
𝑛! 2! 2
1. k = 0: = = =1
𝑘!(𝑛−𝑘)! 0!(2−0)! 1𝑥2

𝑛! 2! 2
2. k = 1: = = =2
𝑘!(𝑛−𝑘)! 1!(2−1)! 1𝑥1

𝑛! 2! 2
3. k = 2: = = =1
𝑘!(𝑛−𝑘)! 2!(2−2)! 2𝑥1

Potete vedere subito che il primo e l’ultimo coefficiente saranno sempre uno.

Ed il terzo coefficiente, cioè xn-kyk? Ricordando che x0= 1 abbiamo:

1. k = 0: xn-kyk = x2-0y0 = x2
2. k = 1: xn-kyk = x2-1y1= xy
3. k = 2: xn-kyk = x2-2y2= y2

Quindi, concludendo:
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2 2!
(x + y)2 = ∑𝑘=0 ( ) xn-kyk = x2 + 2xy + y2
𝑘!(2−𝑘)!

È così terribile? Diamo un’occhiata al caso n = 3.


Anzitutto, per k = 0 e k = 3 il coefficiente è 1. E per k = 1?

𝑛! 3! 3 x (2!)
= = =3
𝑘!(𝑛−𝑘)! 1!(3−1)! 2!

Come vedete, per k = 1 e k = n – 1, il coefficiente è sempre uguale a n!


Inoltre, posso fare in modo da mettere in evidenza il coefficiente (n – 1)!, e semplificare.

Allora, esempio terribile: n = 10. Permettetemi di chiamare c0, c1, c2, .. i coefficienti con k = 0,
1, 2…

k = 0: c0 = 1;
k = 1: c1 = 10;
10! 10 x 9 x 8! 90
k = 2: c2 = = = = 45
2!(10−2)! 2! x 8! 2

10! 10 x 9 x 8 x 7! 720
k = 3: c3 = = = = 120
3!(10−3)! 3 x 2 x 7! 6

10! 10 x 9 x 8 x 7 x 6!
k = 4: c4 = = = 210
4!(10−4)! 4 x 3 x 2 x 6!

10! 10 x 9 x 8 x 7 x 6 x 5!
k = 5: c5 = = = 252
5!(10−5)! 5 x 4 x 3 x 2 x 5!

Domanda: devo procedure a calcolare i coefficienti per k = 6, 7, 8, 9, 10?


Risposta corale: no! Perché? Perché sono simmetrici! Quindi, i nostri coefficienti sono:

1, 10, 45, 120, 210, 252, 210, 120, 45, 10, 1

Undici in tutto. È stato così tremenda? Beh, se n = 20, in effetti, vista la simmetria dei termini,
ci sono “solo” 10 termini da calcolare, mentre sviluppare il triangolo di Tartaglia sino a questo
livello prenderebbe più tempo.

Tutti contenti e soddisfatti? Nessuno ha notato nulla?

Riconsideriamo i nostri coefficienti. Abbiamo detto che, con k = 1, c1 = 10. E con k = 2, cosa
abbiamo? c2 = 10 * 9 / 2 = c1 * 9 / 2 = 45! E con c3? c3 = 45 * 8 / 3, eccetera!

Quindi, partendo da n, con la formula di Newton è semplicissimo calcolare i coefficienti del


triangolo di Tartaglia, come volevasi dimostrare!
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4.5.3 Radice di un polinomio

Infine, trasformiamo il polinomio precedente nell’equazione:

2x2 + 2x - 4 = 0

La radice è un valore, ad esempio b, tale per cui l’equazione è soddisfatta:


2b2 + 2b - 4 = 0

Le radici possono esistere o non esistere: nell’esempio precedente, sono 1 e -2 (verificatelo!).


Ad esempio, l’equazione:
x–1=0

ha soluzione b = 1; invece, l’equazione:


x2 + 1 = 0

non ha radici reali: ne parleremo tra non molto.

4.5.4 Scomposizione dei polinomi

In generale, per scomporre i polinomi occorre procedere nel senso opposto rispetto alla loro
composizione. Non esistono regole generali: occorre avere dimestichezza con le regole di
composizione, ed agire al contrario.

Primo caso: avete il polinomio

6x2 + 8x

Come si può scomporlo? Innanzi tutto, tra 6 ed 8 il Massimo Comun Divisore è 2; poi, tra x2 e
x il MCD è x. Quindi, si può scrivere:

6x2 + 8x = 2x(3x + 4)

È chiaro? Questo metodo permette di “mettere in evidenza” le parti comuni dei monomi che
compongono il polinomio.

Supponiamo ora di avere il seguente polinomio di secondo grado:

4x2 – 9y2

Potrebbe far comodo trasformarlo nel prodotto di due polinomi di primo grado. Voi, che siete
rapidissimi, avete già osservato che si tratta della differenza di due quadrati: difatti, 4x 2 = (2x)2
e 9y2 = (3y)2. Quindi, andando a vedere i prodotti notevoli, scoprite rapidamente che:

4x2 – 9y2 = (2x + 3y)(2x – 3y)


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Per il nostro scopo abbiamo visto abbastanza dei polinomi: in un corso normale di matematica
ci sono tante altre formule di scomposizione; il tutto è alquanto barboso.

ESERCIZI SU MONOMI E POLINOMI


Calcolare il valore dei seguenti monomi, sostituendo i valori indicati

3a - 6b; a = 4; b = 2
3a - 6b; a = 4; b = -2
3a - 6b; a = -4; b = 2
3a - 6b; a = -4; b = -2

Tre persone dividono la somma di 1300 E in modo che il primo abbia 120 E più del doppio del
secondo, ed il terzo 80 E meno del triplo del primo. Quali sono le somme di ogni persona?
Assegnate dei nomi alle variabili, scrivete le relazioni e risolvete il problema.

In un triangolo rettangolo, la superficie è 6 cm 2, ed un cateto 3 cm. Calcolate l’ipotenusa del


triangolo.

Un uomo con tre figli, rispettivamente di 44, 14 e 8 anni, muore, lasciando in eredità una casa,
un’auto e 7 cammelli. La casa vale 20 cammelli; l’auto ne vale sei; ogni cammello vale 5.000
E. Il padre dispone che ogni figlio riceva un’eredità proporzionale alla sua età. Quanto riceve
ogni figlio? È possibile dividere i beni senza venderli?

Una vasca ha una capacità di 200 litri. Se apro un rubinetto che ha una portata di 5 l/s, in quanto
tempo si riempie la vasca? Quando la vasca è piena, apro lo scarico, che ha una portata di 10
l/s: in quanto tempo si svuota la vasca? Se, con la vasca piena, apro lo scarico, ma dimentico
il rubinetto aperto, cosa succede della vasca: straborda o si svuota? E se si svuota, in quanto
tempo?

Inventate un problema magico, come quello spiegato, che dà un risultato predefinito.

Semplificare i seguenti polinomi:

3ab + 6cd – 2ab + 4 cd

(2/3)a2b + (3/5)b2c – (2/6)a2b – (1/5)b2c + 4

3a(-6b) - 2b(-3a)

3x2y3 – 6xy(-2xy2) + 4xy2(-2xy)

(x+y)2 – 2xy
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6x2 + 5xy -xy – 2y2 + 3x2 + 6xy

(4/3)x3y2 + x5 -2x4y –(3/5)x3y2 – (11/5)x3y2 +6x4y

(2x – 3) ˑ (3x – 2)

(3x – 2) ˑ (2x – 3)

(2x2 – 3x + 5) ˑ (x – 2)

Calcolare il cubo del trinomio: (a + b + c)3 =

Usando il triangolo di tartaglia, sviluppare la seguente potenza del binomio:

(a + b)5 =

Usando, invece, la formula binomiale di Newton, calcolate

(a + b)8 =

È stato così difficile?

Un paio di scomposizioni in fattori.

15x3 + 6x2 + 9x =

9x2 + 12xy + 4y2 =


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CAPITOLO QUINTO: I NUMERI COMPLESSI

5.1 Premessa: come inventare i numeri complessi

La radice quadrata di -1 girava da tempo tra i matematici: è la soluzione della equazione


x2 + 1 = 0.

La sua presenza era ingombrante, perché toglieva alla matematica il suo senso di completezza.

Vediamo un poco se riusciamo ad inventare i numeri complessi. Innanzi tutto, voi mi direte: ma
perché considerare solo l’equazione x2 + 1 = 0? Il problema nasce anche con l’equazione
x2 + n = 0, per ogni valore positivo di n!

Ragioniamo un momento: la soluzione è x = √(- n) = √(-1) x √n

E quindi, una volta inquadrata la √(-1), abbiamo inquadrato tutte le radici di un numero
negativo.

Bene, dite voi: ma il problema si estende a tutte le radici con indice pari di un numero negativo!
Vediamo un poco cosa si può fare.

Consideriamo una qualunque radice pari di – 1; l’indice della radice è del tipo 2 x n. Vale sempre
la relazione:

2𝑛 𝑛
√−1 = √√−1

Quindi, una volta imparato a maneggiare √(-1), potremo risolvere anche le radici di ordine pari.
Quindi, conclusione importante: se potessimo dare corpo e significato a √(-1), potremmo
associargli tutti i numeri b x √(-1), che sono in numero infinito, così come i numeri reali.

Però, eccoci ancora qui, con questa ingombrante √(-1)! Come facciamo a procedere?

Ragioniamo un poco su cosa abbiamo fatto sinora quando una nuova operazione, sempre
inversa, ci ha obbligato ad estendere l’insieme di numeri che stavamo utilizzando.

 Operazione inversa: sottrazione di numeri interi. Conseguenza: allungata la semiretta a


sinistra dello zero, per includere i valori negativi.
 Operazione inversa: divisione di numeri interi. Conseguenza: resa più fitta la retta, per
includere i numeri razionali.
 Operazione inversa: estrazione di radice. Conseguenza: la retta è ancora più fitta; i punti
non sono più numerabili: trovano posto i numeri reali!
 Operazione inversa: logaritmo. Sono ancora numeri reali; siamo ancora sulla retta.

Forse si può pensare che più di così non si può fare con i punti sulla retta; ebbene: il pensiero
è corretto! La retta è completa! Ma allora, dove li mettiamo i numeri b x √(-1)?
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Nessuna idea? Coraggio! Inventate qualcosa!

5.2 La radice quadrata di -1: i numeri complessi.

La genesi dell’invenzione del numero √(-1) è tutta italiana, e proviene dall’esigenza di trovare
soluzioni ai polinomi, cioè ad espressioni in cui appaiono dei coefficienti a, b,… e la variabile x
elevata a potenza. Ad esempio: ax2 + bx + c è un polinomio. La potenza più elevata definisce
il grado del polinomio: quello precedente è un polinomio di secondo grado.

Nel 1500, molti matematici italiani cercavano i valori di x tali per cui il polinomio diventa uguale
a zero: ad esempio, il polinomio x2 + 1 = 0 ha come soluzione x = √(-1), e da qui nascevano i
problemi.

La storia narra che Niccolò Tartaglia aveva trovato delle soluzioni per polinomi di terzo e quarto
grado che includevano √(-1), ma non le aveva pubblicate. Tartaglia informò dei suoi risultati
Girolamo Cardano, che le pubblicò (Ars Magna, 1545) citando Tartaglia. In quel periodo, questi
erano numeri “che non dovevano esistere”.

Per illustrare il problema, consideriamo l’esempio seguente. Se l’equazione cubica ha la forma:


x3 - 3px - 2q = 0 (cioè, se non c’è il termine x2), la soluzione è la seguente.

Definito:
w = √(q2 – p3)

la soluzione è:

x = (q + w)1/3 + (q - w)1/3

Ora, consideriamo il caso: x3 – 15x – 4 = 0; e cioè:


x3 – 3*5x – 2*2 = 0

dove p = 5 e q = 2.

Applicando la formula, si ottiene:


w = √(4 – 125) = √(-121)

Dove appare il termine √−121, e lì ci fermiamo. Peccato che, come si può verificare, esiste una
soluzione dell’equazione, ed è x = 4: perché non la troviamo applicando la formula?

Raffaele Bombelli, nel 1572, pubblica il suo libro, “L’Algebra”, in cui si accorge che si può
procedere oltre l’equazione con √−121. Difatti, Bombelli ha scoperto che:

2 + √−121 = 2 + √−1 ∗ 11 ∗ 11 = 2 + 11√−1

Ed inoltre:
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(2 + √−1)3 = 8 + 6(√−1)2 + 12√−1 + (√−1)3 = 8 – 6 + 12√−1 - √−1 = 2 + 11√−1

Quindi, concludendo:

2 + √−121 = (2 + √−1)3

Allo stesso modo troviamo:

2 - √−121 = (2 - √−1)3

Concludendo, il risultato della formula di Cardano è il seguente:

3 3
𝑥 = √ 2 + √−121 + √ 2 − √−121 = (2 + √−1 ) + (2 - √−1 ) = 4!

Quindi, se si ammette che le radici quadrate di -1 abbiano un significato, si può ottenere un


risultato che è un numero reale!

Per primo, René Descartes, italianizzato in Cartesio, ha iniziato a parlare di numeri immaginari,
riferendosi a numeri del tipo a + ib. Vi assicuro che il nome immaginari vale tanto quanto
verdeggianti o rilassanti: si tratta solo di un nome. Purtroppo, il nome scelto può essere
fuorviante, e, per me, lo è stato per molto tempo. Non è vero che i numeri immaginari sono,
seguendo il significato della parola, inesistenti; anzi; lo sono quanto e più dei i numeri reali.

Oggi, si chiama numero complesso il numero del tipo a + ib, dove a è la componente
reale, e ib la componente immaginaria. Quindi, il numero complesso è la coppia di numeri
reali a, b (William Hamilton).

Il fatto, poi, di aver deciso di utilizzare la lettera i per individuare la √(-1) è pure irrilevante; anzi,
a questo proposito, in elettrotecnica, invece della lettera i si utilizza la lettera j (perché i, anzi I,
è l’intensità della corrente); spesso si utilizza anche la iota greca ι.

Occorsero ancora dei lavori successivi, di Eulero appunto e di Carl Gauss, nel 1811, per dare
piena cittadinanza a questi numeri. Oggi, i numeri complessi sono fondamentali, sia, come
accennato, in elettrotecnica, che nella fisica quantistica.

Quindi, siamo nuovamente di fronte ad un allargamento dell’insieme dei numeri reali, R: nasce
l’insieme dei numeri complessi, C, che è l’insieme di tutti i numeri del tipo a + ib, dove a e b
sono numeri reali.

Ritorniamo all’inizio: la serie degli insiemi si allunga! Ora abbiamo:

N⊂Z⊂Q⊂R⊂C

E per ciò che riguarda la cardinalità di C? Ebbene, si dimostra che è la stessa di R.

Abbiamo finito? Mah, chissà...


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5.3 Rappresentazione dei numeri complessi.

Allora, avete pensato a come rappresentare i numeri complessi? Abbiamo detto che hanno due
componenti, a + ib, e che a è la componente reale, che rappresentiamo su una retta: dove
rappresentiamo ib? Già nel 1673, John Wallis propose di pensare al numero complesso x + iy
come ad un punto su un piano, ma la proposta venne ignorata o criticata. Nel 1797 Caspar
Wessel, seguito in modo indipendente nel 1806, Jean-Robert Argand, e poi nel 1830 da Carl
Gauss, pubblicò la sua proposta: rappresentiamo la i su una seconda retta, perpendicolare alla
prima, che la interseca nel punto 0: (piano di Wessel; per altri, di Argand-Gauss). Ecco la
trovata formidabile, che risolve tutti i problemi di soluzione dei polinomi, al punto che esiste il
teorema fondamentale dell’algebra, che dice:
“Un polinomio di grado n ha sempre n soluzioni, reali o complesse”.

Ecco, quindi, la rappresentazione di a + ib.

Asse immaginario

b a + ib

0,0 a
Asse reale

Ad ogni coppia di numeri corrisponde uno ed un solo punto sul piano complesso, e viceversa.
Un’altra definizione dei numeri complessi, più formale, è che si tratta di una coppia di numeri
reali (a, b), per cui valgono le operazioni che ora andiamo a vedere.

La scrittura a + ib del numero complesso si chiama forma algebrica del numero complesso; e
perché? Perché esistono altre due modi di rappresentare i numeri complessi: trigonometrico
ed esponenziale. Ci stiamo avvicinando alla nostra formula più bella della matematica? Si;
però, non conoscendo la trigonometria ed avendo visto il numero “e” solo di sfuggita, per ora
ci fermiamo qui: riprenderemo il discorso in seguito.

5.4 Operazioni sui numeri complessi: somma e sottrazione.

Anzitutto, parlando del numero complesso a + ib:


 Con a = 1 e b = 0, il numero diventa 1, oppure (1, 0);
 Con a = 0 e b = 1, il numero diventa i, oppure (0, 1).

Per sommare due numeri complessi, a + ib e c + id, molto semplicemente, si sommano


separatamente le parti reali e quelle immaginarie:
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(a + ib) + (c + id) = (a + c) + i(b + d)

Oppure: (a, b) + (c,d) = (a+c, b+d)

Facile, no? Allo stesso modo, per sottrarre due numeri complessi:

(a + ib) - (c + id) = (a - c) + i(b - d)

Oppure: (a, b) - (c, d) = (a-c, b-d)

Rappresentiamo l’addizione nel campo complesso.

Asse immaginario

b+d a+c + i(b+d)


a + ib
b

0,0 a a+c Asse reale

È tutto molto semplice. Vediamo il prodotto cosa ci riserva.

5.5 Operazioni sui numeri complessi: moltiplicazione e divisione.

Ricordando che i = √(-1), possiamo rapidamente ricavare la formula della moltiplicazione.


Vediamo.

(a + ib) x (c + id) = ac + iad + ibc + i2bd

Per definizione, i2 = -1, quindi si ha:

(a + ib) x (c + id) = (ac – bd) + i(ad + bc)

Ed anche questo è molto semplice. Altra rappresentazione:

(a, b) x (c, d) = (ac – bd, ad + bc))

Vediamo subito un caso particolare, molto interessante. Cosa vale (a + ib) x (a – ib)? Vediamo.

(a + ib) x (a – ib) = a2 - iab + iab - i2b2


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Ma, poiché i2 = -1, si ha:

(a + ib) x (a – ib) = a2 + b2

Bene: il numero complesso a – ib si dice coniugato del numero complesso a + ib.


Concludendo, il prodotto di un numero complesso per il suo coniugato dà un numero reale.

Ora vediamo cosa capita con la divisione: come al solito, l’operazione inversa comporta
qualche complicazione.

Allora: vogliamo calcolare (a + ib) / (c + id): come ce la caviamo?

Beh, anzitutto mettiamoci d’accordo su cosa significa calcolare questa divisione. Significa
trovare un numero complesso, diciamo (m + in), che segua le regole dell’aritmetica. In pratica,
occorre fare sparire la variabile complessa al denominatore: come si fa?
Voi, che siete sveglissimi, mi dite subito: ecco perché abbiamo parlato di numeri coniugati!
Vediamo un poco:

(a + ib) / (c + id) = (a + ib) x (c - id) / (c + id) x (c - id)

Abbiamo visto or ora che: (c + id) x (c - id) = c2 + d2, che è un numero reale. Al numeratore,
abbiamo:

(a + ib) x (c - id) = ac + bd + i(bc - ad)

Quindi, la divisione diventa:

(a + ib) / (c + id) = [(ac + bd) + i(bc - ad)] / (c2 + d2)

Un poco complicato, ma ce la siamo cavata.

Vediamo l’elevazione a potenza; ad esempio, al quadrato:

(a + ib)2 = a2 + b2 + 2iab

Per le altre elevazioni a potenza, occorre sviluppare il prodotto, e poi si separano i termini reali
e quelli immaginari.
Bene, continuiamo: radice quadrata? Esponenziale? Logaritmo? Per ora, dovete credere che
si possono definire queste operazioni sui numeri complessi; però, la rappresentazione
algebrica non ci aiuta. Conviene utilizzare le altre rappresentazioni, che vedremo in seguito.
Vedrete anche che con le altre rappresentazioni la moltiplicazione e la divisione diventano più
semplici.

5.6 La “magia” dei numeri complessi: la radice quadrata

I numeri complessi sono dei numeri “magici”, perché hanno delle potenzialità che scopriremo
man mano.
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La prima magia è la seguente: dato il numero complesso a + ib, la sua radice quadrata è la
seguente.

√(a + ib) = √[1/2(a + √(a2 + b2)] + i√[1/2(-a + √(a2 + b2)]


Così, direttamente, senza fare altri calcoli! Fantastico!

Noi, che non prendiamo mai per buono quello che ci viene detto, vogliamo essere sicuri che
sia vero. Allora, verifichiamo!

{√[1/2(a + √(a2 + b2)] + i√[1/2(-a + √(a2 + b2)]}2 =

(ricordo: (a + b)2 = a2 + b2 + 2ab; i2 = -1; (a + b)*(a – b) = a2 – b2)

a/2 + 1/2√(a2 + b2) + a/2 - 1/2√(a2 + b2) + 2i√[1/4(a + √(a2 + b2)( -a + √(a2 + b2)] =

a + i√ (a2 + b2 – a2) = a + ib
È vero!!! Abbiamo la radice quadrata del numero complesso! Ed il bello è che, oltre alle radici
quadrate, possiamo calcolare le radici cubiche, quarte eccetera!

5.7 Esistono i numeri ultra complessi?

OK; ora che sapete tutto sui numeri complessi, per finire, facciamo matematica sul serio.
Siamo passati dalla rappresentazione dei numeri reali R a quella dei numeri complessi C
utilizzando un piano invece di una retta. Formalmente, i numeri complessi sono una coppia di
numeri reali (a, b) sui cui abbiamo definito le operazioni di somma e moltiplicazione.

Ebbene, dico io, è possibile fare qualcosa di simile passando dalle due alle tre dimensioni?
Perbacco, direte voi, certo: deve essere possibile! Attenzione, dico io: è materia che scotta!
Abbiamo usato le proprietà di √(-1) per definire le operazioni di somma e sottrazione. Abbiamo
visto anche che le ulteriori radici pari dei numeri negativi si riportano a √(-1); e allora?
Provate a pensarci, ma senza esagerare!
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ESERCIZI SUI NUMERI COMPLESSI

Somma e sottrazione di numeri complessi

(1 + i) + (1 + i) =

(1 - i) + (1 + i) =

(2 + i) + (1 + 2i) =

(2 - 2i) + (3 + 3i) =

(1 - i) + (1 - i) =

(3 - 3i) + (-3 + 3i) =

(1 + i) - (1 + i) =

(1 + i) - (1 - i) =

(1 + i) - (-1 + i) =

(1 - i) - (1 + i) =

Rappresentate sul piano complesso i punti: (1, i); (1, -i); (-1 + i); (-1 – i)

Prodotto e divisione di numeri complessi

i2 =

i3 =

i4 =

i5 =

(1 + i) x (1 + i) =

(1 + i) x (1 - i) =

(1 + i) x (-1 + i) =

(1 + i) - (-1 - i) =

(1 + i) / (1 + i) =

(1 + i) / (1 - i) =
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(1 - i) / (1 + i) =

(1 + i) / (-1 + i) =

(-1 + i) / (1 + i) =

(1 + i) / (-1 -i) =

(-1 - i) / (1 + i) =
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Appendice al capitolo quinto: I quaternioni

Alla fine del paragrafo precedente vi ho chiesto, provocatoriamente, se riuscivate ad inventare


dei numeri ultra-complessi, che utilizzassero tre dimensioni invece di due, come con i numeri
complessi.

Ebbene, se non siete riusciti, rallegratevi: altri matematici ci hanno inutilmente provato. Intendo
i grossi calibri, come Eulero!

Sir William Rowan Hamilton (1805 – 1865) è stato un grande fisico, astronomo e matematico
irlandese. Oltre a un contributo fondamentale nella meccanica razionale (la funzione
Hamiltoniana), è stato colui che ha (inventato? Scoperto?) i quaternioni, che sono il passo
successivo rispetto ai numeri complessi.

Si narra che Hamilton fosse continuamente assorbito dal problema di andare oltre i numeri
complessi: tutti i giorni, a colazione, i suoi figli gli chiedevano se aveva risolto il problema.
Malgrado numerosi tentativi, non riusciva a creare dei numeri complessi tridimensionali. Narra
lui stesso che un giorno, mentre passeggiava lungo un canale in Dublino, fu folgorato dall’idea
che occorrevano quattro dimensioni, e non tre. Quindi, invece di avere solo i, occorreva
aggiungere altre due variabili immaginarie, per un totale di tre: oltre a i, occorrevano anche j e
k. L’intuizione di Hamilton fu che occorreva legare tra di loro queste tre variabili immaginarie; e
la relazione che intuì era la seguente:

i2 = j2 = k2 = ijk = -1

Quindi, i quaternioni sono numeri complessi, del tipo:


a + ib + jc + kd
dove a, b, c e d sono numeri reali.

Attenzione! La similitudine con i nostri numeri complessi finisce qui: difatti, mentre le seguenti
regole:

ij = k; jk = i ; ki = j
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seguono le normali regole matematiche, le seguenti regole:

ji = -k; kj = - i; ik = -j

indicano che nei quaternioni non vale la proprietà commutativa della moltiplicazione! Quindi,
quando si calcola il prodotto di due quaternioni, occorre stare attenti all’ordine della
moltiplicazione!

La relazione (trovata? Scoperta?) era così importante che Hamilton (vandalo!) la incise sul
pilastro di un ponte, dove ora possiamo trovare la lapide qui sopra, che dice:

“Qui, mentre camminava il 16 ottobre 1843, Sir William Rowan Hamilton, con un lampo di genio,
ha scoperto la formula fondamentale per il prodotto dei quaternioni: i2 = j2 = k2 = ijk = -1”.

L’idea di base era quindi che occorreva un “salto”, passando da due a quattro dimensioni. Poco
dopo, un suo corrispondente, John Graves, intuì che da quattro occorreva saltare a otto
dimensioni, ed inventò gli ottonioni.

Come mai si passa da due a quattro dimensioni? Supponiamo, ad esempio, di avere inventato
i “trioni”, dove introduciamo un secondo coefficiente immaginario, diciamo j, tale per cui j 2 = -1.
Ora, se moltiplichiamo due trioni, abbiamo:
(a + ib + jc) x (d + ie + jf) = ad – be – cf + i(ae + db) + j(af + cd) + ijbf + jice
E di questi prodotti ij e ji non sappiamo cosa fare. Ecco da dove è passato Hamilton nella sua
scoperta!

Ebbene, così come un numero complesso è formato da una coppia di numeri, il reale e
l’immaginario, il quaternione si può pensare formato da una coppia di numeri complessi, dove
il secondo numero complesso utilizza una j invece di i. Moltiplicando questi due numeri, si
ottengono dei prodotti ij e ji; il colpo di genio è stato chiamare k e -k questi prodotti.

Siete sconcertati? È tutto troppo strano e difficile? Ebbene, sappiate che la teoria dei
quaternioni, quando è apparsa, è stata giudicata pura speculazione matematica. Solo in seguito
è risultata fondamentale in attività come il controllo dei lanci spaziali, e come la meccanica
quantistica! Ulteriore esempio del fatto che il matematico semina, ed i frutti saranno raccolti da
altri.

OK, voi pensate: dopo i quaternioni ci saranno gli ottonioni (due quaternioni), gli esadecanioni
(due ottonioni) e così avanti, all’infinito. Ebbene, non è così. Esistono solo gli ottonioni; dopo di
ciò, è stato dimostrato che non esistono altre strutture! Esadecanioni addio!

Ultima domanda: e l’insieme dei quaternioni, individuato con H, coincide con quello dei numeri
complessi? Ovviamente, no: abbiamo quindi individuato i seguenti insiemi numerici infiniti.
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E valgono le relazioni:

N⊂Z⊂Q⊂R⊂C⊂H

Bene: rinfrancati nello spirito, affrontiamo gli ulteriori cimenti; siamo prossimi al traguardo!
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CAPITOLO SESTO: TRIGONOMETRIA ELEMENTARE

6.1 Quanto è alta la piramide di Cheope?

Ecco un quesito che si pose Talete, nel sesto secolo avanti Cristo. In questo corso non abbiamo
mai affrontato la geometria, salvo parlare del teorema di Pitagora sui triangoli rettangoli quando
abbiamo studiato l’estrazione di radice. Ora, per introdurre la trigonometria elementare,
parleremo di come Talete ha misurato l’altezza della piramide di Cheope, senza salirci in cima!

La piramide di Cheope ha una base quadrata. Anzitutto, Talete ha misurato la lunghezza del
lato della base. Poi si è detto: se voglio conoscere l’altezza della piramide senza salirci, devo
riferirmi ad un triangolo più piccolo, di cui posso misurare i lati.

Si possono disegnare triangoli di tutte le forme ed i tipi; tra di loro, un tipo particolare è quello
dei triangoli simili, Si dicono triangoli simili quelli che hanno gli angoli interni uguali.

Ad esempio, sono simili i due triangoli ABC e A’B’C’. I triangoli simili hanno una proprietà
fondamentale, che è la seguente:

AB/AC = A’B’/A’C’; AB/BC = A’B’/B’C’; AC/CB = A’C’/C’B’

Oppure anche:
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AB/A’B’ = AC/A’C’ = CB/C’B’

Come ha sfruttato Talete questa proprietà? Beh, anzitutto, consideriamo dei triangoli rettangoli:
se hanno un angolo uguale, anche l’altro angolo è uguale, e quindi sono simili.

E poi? E poi, guardate questa figura.

Mentre il sole proietta l’ombra della piramide sulla sabbia, segnate la posizione della sommità,
e poi misurate la distanza dalla sommità alla base. Questa distanza, più metà della lunghezza
della base della piramide, vi danno la distanza l1 tra la punta dell’ombra ed il centro della
piramide.

Nel frattempo, un vostro operatore tiene ben verticale un’asta di altezza h2: voi misurate la
lunghezza dell’ombra, l2.

Ora, ecco il trucco: poiché il sole è distantissimo, gli angoli dei due triangoli sono uguali; i
triangoli sono simili. Ma poiché sono simili, vale la relazione: h 1 / h2 = l1 / l2; da cui:
h1 = h2 x l1/l2

E voilà! Facile, non è vero? Ma per semplificarlo ancora, Talete aspettò che il sole proiettasse
un’ombra l2 tale che h2 = l2. In questa situazione, gli angoli del triangolo rettangolo sono 45°.
Ebbene, viste le proporzioni, in questa situazione l’ombra della piramide è uguale all’altezza
della piramide! Ancora più facile!

6.2 Premessa alla trigonometria: la misura degli angoli

Prima di procedere con la trigonometria, dobbiamo parlare di come si misurano gli angoli. Voi
direte: semplice, in gradi! Per la precisione, noi normalmente misuriamo gli angoli come segue:
 Il grado è la trecentosessantesima parte dell’angolo giro: simbolo (°);
 Il primo è la sessantesima parte del grado; simbolo (‘)
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 Il secondo è la sessantesima parte del primo (e quindi, la trecentosessantesima parte


del grado; simbolo (‘’)
 Per frazioni ulteriori, si usa la frazione decimale del secondo.

Questo sistema di misura si chiama sessagesimale. In totale, per indicare un angolo scriviamo,
ad esempio: 33° 27’ 16,32’’.

Per vostra informazione, sappiate che è stato usato il grado centesimale, grad, definito come
la quattrocentesima parte dell’angolo giro; le frazioni del grad sono i suoi decimali. Esiste anche
il sistema sessadecimale, dove i gradi hanno la stessa definizione, ma sono seguiti da frazioni
decimali.

Per la matematica, tutto ciò è un grande pasticcio, assolutamente arbitrario. Quindi, in


matematica, il sistema di misura degli angoli utilizzato è quello basato sul radiante, che utilizza
la seguente definizione.

Si dice radiante l’angolo sotteso da un arco di lunghezza uguale al raggio.

In gradi, il radiante vale circa 360/2π = 57,68°.

Non si capisce nulla? Invece, è semplicissimo. Quanto vale la lunghezza della circonferenza di
un cerchio? Vale 2 x π x R, dove R è il raggio del cerchio. E allora, quanto vale l’angolo giro,
espresso in radianti? Proprio 2π! Quindi, le misure in radianti dei seguenti angoli sono:
90° = π/2;
180° = π.

In conclusione, attenzione! Quando usate una calcolatrice, dovete selezionare il tipo di misura
degli angoli a cui vi riferite. Se usate EXCEL, dovete utilizzare i radianti; quindi, dovete prima
convertire la vostra misura angolare.

NOTA. Quanto sopra si riferisce ad un angolo piano. E per i solidi?

Per i solidi, l’unità di misura è lo steradiante. Vediamo di sopra una sfera di raggio r, ed un cono
con vertice nel centro della sfera che intercetta sulla sfera stessa una superficie A. Il volume
intercettato dal cono, quindi con base sferica, si dice angolo solido. Si dice steradiante, e
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lo si indica con Ω, il rapporto tra A (misurato sulla superficie della sfera) ed il raggio al
quadrato:
Ω = A / r2

In particolare, lo steradiante unitario è quello per cui A = r2.


Come per il radiante, anche lo steradiante è un numero puro. Poiché la superficie della sfera di
raggio r vale 4πr2, l’angolo solido corrispondente alla semisfera è 2πr2.

6.3 La trigonometria

Le similitudini tra i triangoli hanno portato alla trigonometria, branca della matematica che si
è sviluppata autonomamente nei secoli. Come riferimento, possiamo citare alcuni lavori di
Ipparco di Nicea (II secolo a.C.), con alcune tabelle di funzioni trigonometriche, e di Claudio
Tolomeo (II secolo), che aveva bisogno della trigonometria per calcolare la posizione delle
stelle nel cielo. Da loro il testimone passò agli indiani, che inventarono la parola seno, e poi agli
arabi, per ritornare in occidente in forma molto avanzata.

Allora, cos’è questa trigonometria? Riprendiamo il problema di dover misurare l’altezza di una
torre, e di disporre di due misure: la lunghezza dell’ombra (se volete, più metà dello spessore
della torre), e l’angolo 𝜶 che si misura traguardando (con uno strumento che si chiama
teodolite) la sommità della torre.

Quanto abbiamo detto a proposito dei triangoli simili implica che tutti i triangoli rettangoli che
hanno lo stesso angolo 𝜶 tra un cateto e l’ipotenusa sono simili tra di loro. Quindi, una
volta che ho misurato l’angolo 𝜶, se ho misurato, su un qualunque triangolo rettangolo, il
rapporto tra i cateti, posso facilmente calcolare l’altezza della torre.

Mi spiego meglio: supponiamo di aver preparato una tabella, costruita a questo modo: per un
certo numero di angoli 𝜶, disegno un triangolo rettangolo con quell’angolo, e misuro il rapporto
tra i cateti a e b, che è indipendente dalla lunghezza R dell’ipotenusa.
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R
b
𝜶
a

Chiamiamo, ad esempio, tan(𝜶) (si legge tangente di alfa) il rapporto tan(𝜶) = b/a. Tornando
al problema di misurare l’altezza della torre, se dispongo di una tabella con tutti i valori di
tan(𝜶) per ogni valore di 𝜶, una volta che ho misurato la lunghezza a dell’ombra della torre e
l’angolo 𝜶, l’altezza b della torre è:
b = a x tan(𝜶)

Ed il problema è immediatamente risolto.

Ecco fatto: abbiamo creato la trigonometria! Oppure, meglio, la ha creata chi, una volta avuta
questa idea, si è preso la briga di calcolare il valore di tan( 𝜶) per tanti valori di 𝜶, così che la
tabella risultasse completa e utile a chi doveva usarla.

Procedendo con la invenzione della trigonometria, qualcun altro ha pensato di individuare tutte
le caratteristiche fondamentali dei triangoli rettangoli. Difatti, in un triangolo rettangolo con un
certo angolo, non è costante solo il rapporto tra i cateti, ma anche il rapporto tra un cateto e
l’ipotenusa. A questo punto si è deciso di utilizzare un triangolo rettangolo in cui la lunghezza
dell’ipotenusa è uguale ad uno: in questo triangolo, la lunghezza del cateto è anche il rapporto
tra cateto ed ipotenusa. Ed ecco una versione semplificata della definizione delle grandezze
fondamentali della trigonometria.

R=1
sin(𝜶) tan(𝜶)
𝜶
cos(𝜶) 1

Quindi, in un triangolo rettangolo con ipotenusa lunga 1:


 Chiamiamo seno di alfa, simbolo sin(𝜶), il cateto opposto all’angolo 𝜶;
 Chiamiamo coseno di alfa, simbolo cos(𝜶), il cateto adiacente all’angolo 𝜶;
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 Consideriamo ora un triangolo rettangolo in cui il cateto adiacente all’angolo 𝜶 ha


lunghezza 1. Chiamiamo tangente di alfa, simbolo tan(𝜶), il cateto opposto all’angolo
𝜶.

ATTENZIONE: sin(𝜶), cos(𝜶) e tan(𝜶) sono dei numeri puri, senza unità di misura, perché
sono il rapporto tra il cateto e l’ipotenusa, o tra i due cateti.

NOTA: in alcuni paesi, tra cui l’Italia, si scrive sen invece di sin, ed anche tg invece di tan.

Vediamo quali valori assumono queste variabili, al variare di 𝜶 tra 0° e 360°.

ATTENZIONE: L’ANGOLO HA UNA DIREZIONE, E LA SUA DIREZIONE È ANTIORARIA.


(Vedere la freccia nel disegno). Un angolo misurato con direzione opposta è negativo; quindi,
ad esempio: - 90° = 360° - 90° = 270°.

0 30 45 60 90 180 270
sin 0 0,5 √2/2 √3/2 1 0 -1
cos 1 √3/2 √2/2 0,5 0 -1 0
tan 0 1/√3 1 √3 ± INFINITO 0 ± INFINITO

Allora, vediamo un poco. Anzitutto, il seno di 0° è zero, mentre il coseno è 1. Quando l’angolo
varia da 0° a 360°, il valore del seno arriva prima a + 1, a 90°; poi, a 180°, ritorna a 0; poi, a
270°, diventa – 1, ed infine ritorna a 0. Il coseno ha un andamento identico, ma i suoi valori
sono sfasati rispetto a quelli del seno, e sono identici agli angoli di 45°, 135°, 215° 295°.

E per angoli diversi da quelli indicati? I valori del seno e del coseno si ripetono, all’infinito,
quindi, possiamo dire che i valori indicati valgono per gli angoli indicati, ± N x 360°, dove N è
un intero positivo qualunque. Si dice anche che i valori degli angoli sono quelli indicati, modulo
360° (oppure 2π).

Ritornando alla tabella, potete notare alcuni valori specifici del seno (e del coseno). Vediamoli
un poco.

Quando l’angolo è 30°, il valore del seno è 0,5. Perché?


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1
1/2
30°
1
√𝟑/2
1/2

Perché il triangolo equilatero ha tre lati uguali, nel nostro caso lunghi 1, e tre angoli uguali, e
cioè 60°. Come si vede nella figura, il triangolo rettangolo superiore ha un angolo di 30°, e
quindi l’altro di 60°: il lato opposto all’angolo di 30° ha lunghezza ½, cioè 0,5.

Ed il coseno di 30°, perché è lungo √3/2?


Perché abbiamo un triangolo rettangolo con ipotenusa lunga 1 ed un cateto lungo 0,5. Per il
teorema di Pitagora, l’altro cateto vale:
√(1 − (1/2)2 = √1 − 1/4 = √3/4 = √3 /2

Ed il seno e coseno di 45°, perché valgono √2 /2? Ditemelo voi!

Una volta inventate le funzioni seno e coseno, si sono anche inventate le funzioni inverse. La
funzione inversa del seno si scrive arcsin(numero tra – 1 e 1), e si legge “arco seno del
numero”: vuol dire che cerchiamo un angolo il cui seno vale il numero dato. Come è ovvio, il
numero deve essere compreso tra i limiti – 1 e + 1, inclusi; l’angolo trovato si intende modulo
360°, o 2π, cioè non cambia se gli si somma 360° o 2π. Analogamente, per il coseno esiste la
funzione inversa, che si scrive arccos(numero tra – 1 e 1), e si legge “arco coseno del numero”.

Bene: ora, guardiamo un poco la tangente. Qui il terreno si fa più difficile: il suo valore varia da
0, a 0°, a 1, a 45°, e poi raggiunge valori infiniti! Inoltre, la tabella indica ± infinito! Cosa vuol
dire?

Beh, guardando come è disegnata, è evidente che la tangente aumenta sempre di più il suo
valore, mentre l’angolo aumenta da 0° a 90°. Proprio a 90°, la semiretta dell’angolo e quella
della tangente al cerchio (onde il nome della funzione) diventano parallele: non c’è intersezione.
Perché, allora, dire che il valore è ± infinito? Perché questo è il valore a cui tende la funzione
mentre l’angolo tende a + 90°. Attenzione però: per valori poco superiori a + 90°, il valore della
funzione è negativo: procedendo con l’angolo, si riprende da – infinito e si sale a 0.

Capito nulla? Naturale: chiariamo il tutto guardando la seguente figura, dove 𝜶 varia da 0° a
360°.
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Come per seno e coseno, anche per la tangente è stata creata la funzione inversa: si scrive
arctan(numero), e si legge arco tangente. Il numero può avere qualsiasi valore tra - ∞ e + ∞;
l’angolo sarà definito modulo 180°, oppure π.

Bene: ora, sappiate che esistevano libri che riportavano le tabelle delle funzioni trigonometriche
degli angoli, oppure, più rapidamente, si usava il regolo calcolatore, su cui erano disponibili
anche i valori delle funzioni trigonometriche. In effetti, oggigiorno tabelle e regolo non sono più
usati: le funzioni trigonometriche sono disponibili sulle calcolatrici e sui PC. Però, per darvi
un’idea di come lavoravo io da giovane, supponiamo di dover calcolare l’altezza di una torre,
nota la distanza dalla base, 45 metri, e l’angolo: 37°. Allora?

Allora, prima leggevo il valore della tangente di 37°, e trovavo 0,75.

Poi calcolavo 45 x 0,75 = 33,8 m: voilà!


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6.4 Relazioni fondamentali.

Vediamo le relazioni fondamentali tra le grandezze definite.

Prima relazione fondamentale

Per il teorema di Pitagora, vale la relazione:

sin2(𝜶) + cos2(𝜶) = 1

Da cui derivano:

cos(𝜶) = ± √(1 - sin2(𝜶))


sin(𝜶) = ± √(1 - cos2(𝜶))

Chi mi spiega perché ho scritto il simbolo ± davanti al segno di radice? Ricordate?

Seconda relazione fondamentale.

Per la similitudine dei triangoli rettangoli, vale la relazione:

sin(𝜶) / cos(𝜶) = tan(𝜶) / 1; quindi:

tan(𝜶) = sin(𝜶) / cos(𝜶)

Aggiungo:

ctg(𝜶) = cos(𝜶) / sin(𝜶) = 1/ tan(𝜶)

Attenzione: a rigore di termini matematici, la relazione non vale per 𝜶 = π/2 (90°). Difatti, per
quel valore dell’angolo il coseno è uguale a zero, e, come sapete, una divisione per zero non
è definita. D’altra parte, quando parleremo della funzione tangente, vedremo che tende a +
infinito o a – infinito. Questo è l’anticipo del concetto di limite, di cui parleremo tra poco.

6.5 La trigonometria è tutta qui?

La risposta alla domanda è: no, assolutamente: è moltissimo di più. Però, poiché noi vogliamo
spiegare la formula di Eulero, che ricorderò:

eiπ + 1 = 0
per questo solo scopo, possiamo fermarci qui. D’altra parte, per completezza, ritengo utile
darvi almeno un accenno al tanto che omettiamo.

Anzitutto, le funzioni trigonometriche non sono soltanto quelle che abbiamo visto: ecco il
panorama completo.
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Non cascate dalla sedia! Se vogliamo aggiungere altre tre funzioni importanti, sono: la
cotangente, che è l’inverso della tangente; la secante, che è l’inverso del coseno, e la
cosecante, che è l’inverso del seno.

E poi? Anzitutto, vediamo alcuni casi particolari; cioè come si trasformano seno, coseno,
tangente e cotangente sottraendo e sommando i multipli di 90°
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Riassumendo:

90 - α 90 + α 180 - α 180 + α 270 - α 270 + α 360 - α


sen α cos α cos α sen α - sen α - cos α - cos α - sen α
cos α sen α - sen α - cos α - cos α - sen α sen α cos α
tg α ctg α - ctg α - tg α tg α ctg α - ctg α - tg α
ctg α tg α - tg α - ctg α ctg α tg α - tg α - ctg α

E poi, si sono sviluppate delle formule che consentono di calcolare il seno della somma di
angoli, eccetera: eccovene alcune.

sin(𝜶 + 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) + cos(𝜶) sin (𝜷)


sin(𝜶 - 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) - cos(𝜶) sin (𝜷)

cos(𝜶 + 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) - sin(𝜶) sin (𝜷)


cos(𝜶 - 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) +sin(𝜶) sin (𝜷)

La dimostrazione di queste uguaglianze è sintetizzata nel disegno seguente.


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A
B C

G F
O

Anzitutto spieghiamo come è realizzato il disegno. Tracciamo una prima semiretta con angolo
𝜶 rispetto all’orizzontale. Tracciamo poi una seconda semiretta con angolo 𝜷 rispetto alla prima:
in totale, la seconda semiretta forma l’angolo 𝜶 + 𝜷 rispetto all’orizzontale.

Su questa seconda semiretta indichiamo il punto A, che dista 1 dall’origine O. Tracciamo una
retta orizzontale passante per A: la retta interseca la verticale in B. L’angolo di AO rispetto alla
verticale è 90° - (𝜶 + 𝜷). Per il motivo che abbiamo visto, cos [90° - (𝜶 + 𝜷)] = sin(𝜷): quindi, il
segmento OB ha questa lunghezza. Per lo stesso motivo, il segmento BA è lungo cos(𝜶 + 𝜷).

Ora tracciamo il segmento AD, che è ortogonale ad OE e passa per A. Infine, per D tracciamo
il segmento verticale FC. Come si vede dal disegno, OB = FD + DC.

Il segmento DF si può calcolare sul triangolo rettangolo ODF, dove il cateto DF è opposto
all’angolo 𝜶. D’altra parte, nel triangolo rettangolo ODA, il cateto OD è uguale a cos(𝜷); quindi,
la lunghezza di DF è cos(𝜷)sin(𝜶).

Il segmento DC si può calcolare sul triangolo rettangolo ADC, che ha ipotenusa AD = sin(𝜷) ed
è opposto all’angolo 𝜶; quindi, la lunghezza di DC è sin(𝜷)cos(𝜶).

In totale abbiamo quindi:

sin(𝜶 + 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) + cos(𝜶) sin (𝜷)

In modo analogo si può ricavare la formula per cos(𝜶 + 𝜷): al lavoro!


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Date le due formule, si ricavano i seguenti casi particolari, validi quando 𝜶 = 𝜷:

sin(2𝜶) = 2sin(𝜶)cos(𝜶)
cos(2𝜶) = cos2(𝜶) – sin2(𝜶)

Di tutto ciò, e da altro ancora, si sono ricavate i seguenti teoremi, che consentono di risolvere
tutti i tipi di triangoli, dati un lato e due angoli oppure due lati e l’angolo compreso.

Teorema dei seni.

Per ogni triangolo, di lati a, b, c ed angoli opposti 𝜶, 𝜷 e 𝜸, vale la seguente relazione:

a/sin(𝜶) = b/sin(𝜷) = c/sin(𝜸) = 2R,

ove R è il raggio della circonferenza circoscritta al triangolo.

La prima parte del teorema dei seni si dimostra facilmente. Consideriamo questa figura.
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Chiamiamo h l’altezza portata sul lato a dal vertice opposto: h divide il triangolo in due triangoli
rettangoli.

Se consideriamo il triangolo rettangolo di sinistra, h è un cateto, 𝜷 l’angolo opposto, c è


l’ipotenusa. Quindi, h = c sin 𝜷

Se consideriamo il triangolo rettangolo di destra, h è un cateto, γ l’angolo opposto, b è


l’ipotenusa. Quindi, h = b sin γ

In totale, c sin 𝜷 = b sin γ ; quindi:

b/ sin 𝜷 = c/ sin γ

Allo stesso modo troviamo la relazione per a; quindi:

a/sin 𝜶 = b/ sin 𝜷 = c/ sin γ

Per la seconda parte del teorema, cioè a/sin 𝜶 = b/ sin 𝜷 = c/ sin γ = 2R

Dove R è il raggio del cerchio circoscritto al triangolo, occorre ricordare il teorema per cui, in
una circonferenza, un angolo al centro è il doppio del corrispondente angolo alla circonferenza.

Nella nostra figura, 𝜶 = 2 𝜷.

Ora, se consideriamo il triangolo SAB, poiché SA = SB = r, si tratta di un triangolo isoscele.


Quindi, se da S portiamo l’ortogonale SH ad AB, questa ortogonale biseca l’angolo 𝜶. Quindi,
ASH e BSH sono due triangoli rettangoli con i cateti AH = HB opposti ad 𝜶/2 = 𝜷. Pertanto:
AH = HB = r sin(𝜷); AB = 2 r sin(𝜷). Concludendo:

AB/ sin(𝜷) = 2r
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Teorema del coseno, o di Carnot

In ogni triangolo, il quadrato di un lato è dato dalla seguente relazione.

c2 = a2 + b2 -2ab cos(𝜸)

e f

Per dimostrare il teorema, portiamo da B l’ortogonale a AC: il punto D divide il lato AC, lungo
b, in due segmenti, e ed f. Per costruzione, ADB e CDB sono rettangoli; quindi, osservando il
triangolo ADB possiamo scrivere:

h = c sin(𝜶); e = c cos(𝜶)

Poiché f = b – e, vale anche che: f = b - c cos(𝜶)

Sempre sul triangolo BDC vale il teorema di Pitagora:


a2 = h2 + f 2

a2 = [c sin(𝜶)]2 + [b - c cos(𝜶)]2 = c2sin2(𝜶) + b2 + c2cos2(𝜶) – 2bc cos(𝜶)

poiché sin2(𝜶) + cos2(𝜶) = 1, otteniamo:

a2 = b2 + c2 – 2bc cos(𝜶)
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Voi, che siete sveglissimi, capite subito che questo teorema è l’estensione del teorema di
Pitagora. Difatti, se 𝜸 = 90°, allora C coincide con H, ed il triangolo diventa rettangolo. Inoltre,
poiché cos(90°) = 0, ecco che rimane il teorema di Pitagora sul triangolo ABH.

Questi due fondamentali teoremi consentono di risolvere tutti i triangoli. Vediamo il


procedimento.
 Supponiamo di voler calcolare tutti i lati e tutti gli angoli di un triangolo.
 Se conosciamo un lato e due angoli; e cioè: b, α, γ, il terzo angolo, β, è:
β = 180 – (α + γ).
Con il teorema dei seni calcoliamo rapidamente gli altri due lati, a e c:
b/sen β = a/sen α; da cui: a = b sen α/sen β
b/sen β = c/sen γ; da cui: a = b sen γ /sen β
 Supponiamo ora di conoscere due lati e l’angolo compreso: b, c e α. Con il teorema del
coseno calcoliamo anzitutto il lato a:
a2 = b2 + c2 – 2bc cos α; quindi:
a = √(b2 + c2 – 2bc cos α)
Ora, noti i tre lati, calcoliamo gli angoli con il teorema dei seni:
a/sen α = b/sen β; sen β = b sen α/a; β = arc sen(b sen α/a)
a/sen α = c/sen γ; sen γ =c sen γ /a; γ = arc sen(c sen γ /a)

NOTA 1: la funzione arc sen significa: “l’arco il cui seno vale ()”. Se non avete la funzione
inversa sulla vostra calcolatrice, dovete procedere per tentativi. Introducete un angolo,
e verificate quanto vale il suo seno; dopo ciò, correggete l’angolo sino a trovare il valore
desiderato.

NOTA 2. Una volta calcolati α, β e γ, verificate che la somma sia 180°. Se è minore
di 180°, niente panico! Il problema deriva dal fatto che sen(180 – α) = sen α; quindi, dei
due angoli che avete calcolato, β e γ, uno, in effetti, è il complemento a 180°. In
conclusione, dovete calcolare il complemento a 180° del maggiore tra β e γ.

Ebbene, direte voi, a cosa serve tutto ciò?

Ebbene, rispondo io, quando voi usate il navigatore GPS, il miracolo per cui la vostra posizione
viene calcolata con un errore ormai ridicolo, dipende dal fatto che il vostro navigatore si collega
ad almeno tre satelliti GPS nello spazio, di cui conosce la posizione. Il navigatore misura la
distanza dei tre satelliti: sulla base di queste misure, risolve il triangolo che gli dice dove si
trova.
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E prima dei GPS? Prima dei GPS, la terra è stata misurata suddividendola in un numero elevato
di triangoli, di cui si misurava la distanza: l’insieme dei triangoli consentiva di localizzare ogni
altro punto sulla terra. E questi triangoli, di cosa erano fatti?

Forse, qualcuno di voi è salito sul Mottarone, che domina il lago Maggiore, e consente di vedere
molti laghi e cime di montagne tutte intorno. Ebbene, sulla sommità del monte c’è questa croce.
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Questa è una croce, ma è anche un cippo geodetico, cioè un punto di riferimento della rete
geodetica che copriva, e ricopre l’Italia. Ecco la rete dell’Istituto Geografico Militare, che si
chiama IGM95: c’è un cippo miliare ogni 20 km.

Esiste anche la rete trigonometrica classica, che include 20.000 punti distanti al massimo 20
km. Come sono state costruite queste reti?

Partiamo da due punti A e B, ad esempio in pianura, di cui conosciamo la distanza, a: sono un


lato di un triangolo. Ora, consideriamo un terzo punto, C, che sia visibile dai due punti di
partenza, e misuriamo gli angoli 𝜶 e 𝜷 di C rispetto al segmento AB.

𝜶 𝜷
A B
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Grazie al teorema dei seni, si possono calcolare gli altri due lati, AC e BC! Procedendo a questo
modo si può coprire tutto il mondo! Senza il teorema dei seni e del coseno tutto ciò non sarebbe
possibile!

A questo punto mi sento in obbligo di aggiungere una storia, che è quasi un aneddoto. Forse
ricorderete che, tra le tante cose che sono successe, durante la Rivoluzione francese si è
deciso di unificare le unità di misura, rendendole congruenti tra di loro: quindi, il metro per le
lunghezze; il litro, pari a un decimetro cubo, per i volumi, ed il chilogrammo, quasi pari al peso
di un litro d’acqua, per i pesi: fantastico! Ora, per il metro, si voleva adottare una misura che
fosse congruente con la dimensione della Terra, così che tutti potessero usarla. E cosa hanno
fatto?

Come potete leggere nel gustoso libro intitolato “la misura di tutte le cose”, in piena Rivoluzione,
con tutti i problemi del caso, hanno spedito alcuni scienziati per eseguire la misura di un tratto
del meridiano terrestre. E come hanno fatto questa misura? Mediante triangolazioni, eseguito
con uno strumento molto ingegnoso, che minimizzava gli errori di misura.

Il risultato è stato il metro, pari alla quarantamilionesima parte del meridiano terrestre. In seguito
si è scoperto che la lunghezza del meridiano non è affatto costante su tutta la Terra, e, come
metro, si è adottata una sbarra metallica custodita nel laboratorio di Sèvres, presso Parigi.
Malgrado ciò, chapeau a quegli audaci, ed altra dimostrazione dell’importanza della
trigonometria nelle vicende umane.

Beh, direte voi: sono convinto; la trigonometria è utile ed interessante. Non basta, aggiungo io:
sentite questa, che è ancora più incredibile.

Vi ricordate dei logaritmi, e del perché sono stati inventati? Certo, rispondete voi: per
trasformare un prodotto in una somma.

Ebbene, dovete sapere che, poco prima del lavoro di Napier, Johann Werner ha inventato le
seguenti formule, derivandole da altre, già note, dette di prostaferesi. ATTENZIONE! NON
cercate il signor Prostaferesi, perché non esiste! Il nome prostaferesi è stato inventato sulla
base di due parole greche, che significano somma e sottrazione.

Ecco la formula di base di prostaferesi (altre sono state derivate):

[sin(𝜶 + 𝜷)/2] x [cos(𝜶 - 𝜷)/2] = 0,5 x [sin(𝜶) + sin(𝜷)]

Ed ecco una formula che Werner ha derivato.

cos(𝜶) x cos(𝜷) = 0,5 x [cos (𝜶 - 𝜷) + cos(𝜶 + 𝜷)]

Bene, direte voi: e allora? E allora, la formula trasforma il prodotto di qualcosa nella somma di
qualcosa! Nella totale mancanza di meglio, queste formule sono state usate per calcolare dei
prodotti, utilizzando le tabelle dei seni e coseni esistenti!
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Vediamo un poco: supponiamo di dover calcolare il prodotto di 365 x 214. Naturalmente, questo
è un prodotto abbastanza semplice da fare; supponiamo però che i numeri siano molto più
grandi. Come procedere?
 Si riduce il valore dei due fattori, dividendolo per numeri arbitrari, in modo da ottenere
un valore compreso tra – 1 e + 1. Nel nostro caso, è sufficiente dividere entrambi i fattori
per 1000: otteniamo 0,365 e 0,214.
 Prendiamo una tabella trigonometrica, (oggi, con la nostra calcolatrice) e cerchiamo gli
archi i cui coseni valgono rispettivamente 0,365 e 0,214: nel nostro caso, troviamo
1,1972 rad e 1,3551 rad;
 Sottraiamo e sommiamo gli angoli; poi, sempre sulla tabella trigonometrica, cerchiamo i
coseni rispettivamente di 0,1579 rad e 2,5523 rad: valgono 0,9876 e -0,8313;
 Sommiamoli, e moltiplichiamoli per 0,5: otteniamo -0,0827
 Alla fine, moltiplichiamo quanto trovato per 1000 x 1000: otteniamo 78.100; ecco il
prodotto! (il prodotto esatto è 78.110).

Voi direte: è incredibile che occorra fare questa fatica per ottenere il prodotto di due numeri!
Ebbene, queste procedure erano usate dai capitani delle navi, che dovevano fare il punto nave
basandosi sulle tabelle delle effemeridi, che indicano la posizione di stelle e pianeti. Non si può
spendere troppo tempo per fare tante moltiplicazioni; giusto?

Pensate al lungo cammino che ci ha portato ad avere in mano le calcolatrici, con cui occorre
un attimo per fare le moltiplicazioni!

La formula di de Moivre

Prima di concludere, vediamo un’ultima formula, che mescola (un poco) trigonometria e numeri
complessi. La formula è importante perché, come spiegato in Appendice, è stata usata da
Eulero per la sua derivazione originale della formula, che è diversa da quanto vi spiego nel
testo.

La formula è stata sviluppata dal matematico francese Abraham de Moivre (5/1667 – 11/1754).
Vediamo cosa dice e come la si può derivare. La formula è la seguente.

cos(nθ) + isen(nθ) = (cosθ + isenθ)n

dove:
n è un numero intero qualunque;
θ è un angolo qualunque;
i è il coefficiente immaginario: i = √−𝟏

La dimostrazione è semplice. Ovviamente, è vera per n = 1; per n = 2 abbiamo:

(cosθ + isenθ)2 = (cosθ + isenθ)(cosθ + isenθ) = cos2θ – sen2θ + 2icosθsenθ

Ma noi abbiamo già visto che:

sin(2𝜶) = 2sin(𝜶)cos(𝜶)
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cos(2𝜶) = cos2(𝜶) – sin2(𝜶)

Quindi possiamo scrivere:

(cosθ + isenθ)2 = cos(2θ) + isen(2θ)

E per il cubo e le potenze superiori? Se scriviamo

(cosθ + isenθ)3 = (cosθ + isenθ)2(cosθ + isenθ)

Facendo i calcoli ed applicando le regole già viste:

sin(𝜶 + 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) + cos(𝜶) sin (𝜷)


sin(𝜶 - 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) - cos(𝜶) sin (𝜷)

cos(𝜶 + 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) - sin(𝜶) sin (𝜷)


cos(𝜶 - 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) +sin(𝜶) sin (𝜷)

Troviamo che:

(cosθ + isenθ)3 = cos(3θ) + isen(3θ)

Ripetendo lo sviluppo, possiamo dire che la formula di De Moivre è valida per ogni valore intero
di n.

Bene: con ciò, credo di avervi dato più di una infarinatura su cos’è e a cosa serve la
trigonometria. Paghi di ciò, volgiamo la prua della nostra nave verso altri lidi, e parliamo delle
successioni di numeri.
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ESERCIZI DI TRIGONOMETRIA

Ecco alcuni semplici esercizi di somma, sottrazione e moltiplicazione degli angoli. Eseguite i
calcoli usando le formule che abbiamo studiato, e poi verificate il risultato!

0 30 45 60 90
sin 0 0,5 √2/2 √3/2 1
cos 1 √3/2 √2/2 0,5 0
tan 0 1/√3 1 √3

sin(𝜶 + 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) + cos(𝜶) sin (𝜷)


sin(𝜶 - 𝜷) = sin(𝜶) cos (𝜷) - cos(𝜶) sin (𝜷)

cos(𝜶 + 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) - sin(𝜶) sin (𝜷)


cos(𝜶 - 𝜷) = cos(𝜶) cos (𝜷) +sin(𝜶) sin (𝜷)

sin(2𝜶) = 2sin(𝜶)cos(𝜶)
cos(2𝜶) = cos2(𝜶) – sin2(𝜶)

sin (45° + 45°) =

sin (60° - 30°) =

cos (60° + 30°) =

cos (90° - 45°) =

sin (2 x 30°) =

cos (2 x 45°) =

Ora, risolvete i seguenti triangoli.

Un triangolo ha un lato lungo 5 m; gli angoli corrispondenti sono 53,2° e 36,8°. Calcolare gli
altri lati e l’angolo opposto.

Un triangolo ha due lati lunghi rispettivamente 8 e 10 m; l’angolo compreso è di 36,8°. Calcolare


il terzo lato e gli altri due angoli.

Un triangolo ha due lati lunghi rispettivamente 9 e 10 m; l’angolo compreso è di 36,8°. Calcolare


il terzo lato e gli altri due angoli.

Un triangolo ha due lati lunghi rispettivamente 7 e 10 m; l’angolo compreso è di 36,8°. Calcolare


il terzo lato e gli altri due angoli.
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CAPITOLO SETTIMO: SUCCESSIONI E LIMITI

7.1 Le successioni

Parlando dei numeri reali, li abbiamo definiti come coppia di successioni di numeri, che possono
avere (numeri razionali) o non avere (numeri irrazionali) un numero in comune, ed abbiamo
visto come queste successioni di numeri possono essere create.

Riprendiamo il concetto di successione, ed allarghiamolo ad altre situazioni in cui possiamo


incontrare delle successioni. Anzitutto, partiamo dalla successione dei numeri naturali:

N = 0, 1, 2, 3, 4, …, n.,..

In generale, si chiama successione una serie ordinata e numerabile di oggetti, chiamati


termini della successione. Ogni termine della successione può essere messo in
corrispondenza biunivoca con la successione dei numeri naturali. Ciò premesso, la
successione è definita dalla legge con la quale, scelta la posizione n, si calcola l’elemento
ennesimo della successione.

Esempio di successioni:

{an} = 0, 2, 4, 6,… 2n; (successione dei numeri pari);


{bn} = 1, 3, 5,… (2n+1); (successione dei numeri dispari);
{cn} = 0, 1/2; 1/3;…. 1/n; (successione degli inversi degli interi);
{dn} = 0, 1, 4, 9,… n2; (successione dei quadrati);
{en} = 0, ½, 2/3, … n/(n+1).

7.2 I numeri di Fibonacci

Nel primo capitolo abbiamo parlato di Fibonacci, che, oltre al “Liber abacus” e tanti altri lavori
di matematica, ha creato una famosa serie di numeri, appunto i numeri di Fibonacci, che sono
la soluzione del seguente quesito.

“Quante coppie di conigli esisteranno mese per mese, a partire da un’unica coppia non fertile,
se ogni mese ciascuna coppia genera una nuova coppia, che diventa fertile a partire dal
secondo mese?”

Letta così, sembra solo un grattacapo: vediamo di schematizzarla, e che cosa se ne può
dedurre. Creiamo quindi una tabella, suddivisa in mesi, e vediamo quante coppie di conigli ci
sono ogni mese.
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MESE FERTILI NON TOTALE COMMENTO


FERTILI
0 1 1 Nessuna coppia fertile
1 1 1 La coppia 1 è diventata fertile
2 1 1 2 La coppia 1 ha generato la coppia 2, non fertile
3 1+1 1 3 La coppia 1 genera coppia 3; la 2 non ancora
4 2+1 2 5 Generano le coppie 1 e 2; la 3 diventa fertile
5 3+2 3 8 Generano 1, 2, 3; 4 e 5 diventano fertili
6 5+3 5 13 Generano coppie 1 – 5; 6 – 8 diventano fertili
7 8+5 8 21 Generano coppie 1 - 8; 9 – 13 diventano fertili

Osservando la tabella, si nota che i totali del mese successivo sono la somma dei due totali
precedenti: 2 = 1+1; 3 = 2+1; 5 = 3+2; 8 = 5+3…

Abbiamo quindi una serie di numeri crescenti sino all’infinito, di cui vorremmo dare la formula
matematica. Per questo scopo, usiamo il simbolo 𝑓𝑛 (si legge effe enne), per indicare il termine
ennesimo dei numeri f di Fibonacci. La nostra osservazione si traduce matematicamente come
segue:
𝑓𝑛 = 𝑓𝑛−1 + 𝑓𝑛−2
Per definire completamente la situazione, dobbiamo aggiungere che 𝑓0 = 𝑓1 = 1

Con queste informazioni è possibile calcolare tutti i termini successivi della serie (e fare una
tabella in EXCEL). Ma cosa rende così famosi questi numeri?

Anzitutto, in matematica si sono scoperte moltissime proprietà; la più famosa (e sorprendente)


di tutte è la seguente.

limn→∞ Fn/Fn-1 = Φ
dove Φ è la sezione aurea del segmento:

Φ = (1 + √5)/2 = 1,6180…

Nota dagli antichi greci. Φ ha anche l’interessante proprietà per cui:

Φ – 1/Φ = 1

Tralasciando le altre proprietà matematiche, un legame sorprendente si è trovato con la


botanica. Difatti, quasi tutti i fiori hanno un numero di petali che è un numero di Fibonacci.
Inoltre, nei girasoli, i piccoli fiori al centro della pianta, che formano l’infiorescenza, sono allineati
in due spirali: una verso sinistra, l’altra verso destra. Ebbene, i numeri di spirali sono numeri di
Fibonacci.
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Sui rami delle piante, è importante che le foglie non si coprano l’una con l’altra: a questo modo
ricevono il massimo di luce possibile. Ebbene, se si considera una foglia su un ramo, si può
notare che le foglie successive sono disposte secondo una spirale. Se si conta il numero delle
foglie del ramo comprese tra due foglie perfettamente allineate, si trova ancora un numero di
Fibonacci.

Ultima informazione: esiste ancora oggi una Associazione di matematici, che si chiama “The
Fibonacci quarterly”, che pubblica ogni tre mesi (quattro all’anno, donde il nome) tutti gli articoli
di matematica di un certo rilievo correlate alla serie di Fibonacci.

7.3 Limite di una successione

Limite di una successione è il valore a cui tendono i termini della successione. Se tale
limite esiste, la successione si dice convergente; altrimenti, la si chiama divergente. Esempi
semplici di successioni convergente e divergente:

{an} = 0, 2, 4, 6,… 2n; (successione dei numeri pari): diverge all’infinito (positivo);
{bn} = 1, 3, 5,… (2n+1); (successione dei numeri dispari): diverge all’infinito (positivo);
{cn} = 0, 1/2; 1/3;…. 1/n; (successione degli inversi degli interi): converge a zero.
{en} = 0, ½, 2/3, … n/(n+1): converge a 1.

Più precisamente, si scrive:


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lim (1/𝑛) = 0
𝑛→∞
lim (𝑛/(𝑛 + 1)) = 1
𝑛→∞
lim (2𝑛/(3𝑛 + 1)) = 2/3
𝑛→∞

Il limite di una successione (an) è quel numero, l, tale per cui, scelto un numero piccolo
a piacere, ε, esiste un indice n tale per cui, per n e per tutti gli indici superiori a n, è vero
che: l – an < ε

Si può analogamente definire una successione che diverge all’infinito. In questo caso, la
definizione diventa la seguente.

Si dice che una successione (an) diverge a + ∞ (o a – ∞) quando, scelto un numero grande
a piacere, M, esiste un indice n tale per cui, per n e per tutti gli indici superiori a n, è vero
che: an > M

Ad esempio:

lim (2𝑛) = ∞
𝑛→∞

7.4 Il numero e come limite di una successione

Esiste una successione di numeri che è alquanto intrigante, perché, di primo acchito, non è
evidente se converge o se diverge; inoltre, se converge, a cosa converge? Si tratta della
seguente successione.
{an} = (1+1/n)n

La successione è intrigante perché il termine 1/n tende a zero con n crescente; quindi, dentro
alla parentesi sembrerebbe rimanere solo 1, e 1n = 1. D’altra parte, se dentro alla parentesi c’è
un numero superiore a 1, questo numero elevato ad n, con n tendente all’infinito, tende
all’infinito.

Allora, a cosa tende questa successione con n tendente all’infinito: a 1 o all’infinito o a qualche
altro numero?

La risposta è nel titolo del paragrafo: la successione tende al numero e = 2,712819… Quindi,
si può scrivere:

lim (1 + 1/𝑛)𝑛 = e = 2,7182819…


𝑛→∞

Questo è il risultato di un teorema, che dimostra anche che la successione approssima per
difetto, cioè con valori minori di e. Il teorema si dimostra considerando due successioni:
(1+1/n)n e (1+1/n)n+1 . Si dimostra che la prima successione tende ad e per difetto, mentre la
seconda tende ad e per eccesso.
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Se verificate, scoprirete che la successione converge lentamente: con n = 100 il valore è


2,7048; con n = 1000 vale 2,717!

Bene: ora che abbiamo trovato e, siamo contenti? No, perché non c’è nulla che ci spieghi
perché e è un numero così speciale: lo ritroveremo. Una sola ultima parola, per concludere:
vediamo il limite della successione seguente.

lim (1 + 𝑎/𝑛)𝑛 = ea
𝑛→∞

Questo è un altro risultato sorprendente!

Infine: ricordate Nepero, l’inventore dei logaritmi? Ebbene, Nepero aveva utilizzato come base
un numero di questo tipo:

(1 – 1/N)N

Dove N è molto grande, e pari a 107! Ora, vi chiedo: quanto vale, all’incirca, la base di
Nepero?

Ebbene, se osservate la formula di sopra, la formula di Nepero è la stessa, con a = -1; quindi,
poiché:

lim (1 − 1/𝑛)𝑛 = e-1 = 1/e


𝑛→∞

Nepero ha usato come base dei suoi logaritmi proprio 1/e!

Beh, dulcis in fundo, ecco una successione sbalorditiva:

1, 1/2, 1/2 / 3/4, (1/2 / 3/4) / (5/6 / 7/8) …

Ebbene, la successione converge a √2 / 2 !!!


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ESERCIZI SULLE SUCCESSIONI

Come micro esercizio, considerate i tre limiti seguenti.


𝑛
1. lim (2𝑛+5)
𝑛→∞

2𝑛+1
2. lim ( )
𝑛→∞ 2𝑛−5

3. lim ((2𝑛2 + 1)/(2𝑛 − 5))


𝑛→∞

Domande:

 Quali limiti convergono, e quali divergono?


 A che valore convergono i limiti convergenti?
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CAPITOLO OTTAVO: LE SERIE DI NUMERI

8.1 Ma Achille raggiunge o no la tartaruga?

È stato il filosofo peripatetico Zenone di Elea, vissuto oltre 400 anni prima di Cristo, a
pretendere che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga. Ecco il suo ragionamento.

La tartaruga si trova 1 m davanti ad Achille. Quando partono, Achille va ad una velocità doppia
rispetto alla tartaruga. Quindi, quando Achille avrà percorso 1 m, la tartaruga ne avrà percorso
la metà; quando Achille avrà percorso questa metà, la tartaruga ne avrà percorso un quarto, e
così via all’infinito. Conclusione di Zenone: Achille non raggiunge mai la tartaruga!

Nostra conclusione: Zenone, invece di filosofare, poteva capire che esistono successioni
infinite di numeri che hanno un limite finito. Difatti, se sommiamo i termini:

1 + 1/2 + 1/4 + 1/8 + … + 1/2n

Otteniamo la successione:

1, 3/2, 7/4…, che converge a 2.

Ecco il primo esempio di serie di numeri. Se non siete convinti, guardate questo disegno.
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Un altro esempio è il seguente. Consideriamo il numero reale 1/3 = 0,3333… Così come lo
scriviamo, il numero significa anche (numerazione posizionale!):

1/3 = 0,3 + 0,03 + 0,003 +…+3x10-n

Che, appunto, converge ad 1/3.

8.2 Definizione di serie di numeri

Si dice serie di numeri la somma infinita di n termini. La serie si scrive come segue:

∑ 𝑎𝑛
𝑛=0

E si legge: sommatoria di a enne, con n che varia da zero ad infinito.

La serie di numeri è definita quando è definita la legge che assegna il valore del termine
ennesimo. Quindi, nell’esempio dato sopra, possiamo scrivere:

∑∞ 1
𝑛=0 ⁄2𝑛 = 2

8.3 Serie convergenti e divergenti.

Data una serie, si può costruire la successione che si ottiene fermando la somma a dei termini
parziali; ad esempio, nella serie di sopra, abbiamo:

s0 = 1/20 = 1; s1 = 1 + 1/2 = 3/2; s2 = 3/2 + 1/4 = 7/4, …

Si dice che la serie è convergente (divergente) quando è convergente (divergente) la


successione delle somme parziali.

Quindi, riassumendo:
 Abbiamo visto che si chiama successione una serie ordinata e numerabile di
oggetti, chiamati termini della successione. Ogni termine della successione può
essere messo in corrispondenza biunivoca con la successione dei numeri naturali.
Ciò premesso, la successione è definita dalla legge con la quale, scelta la posizione
n, si calcola l’elemento ennesimo della successione.
 Abbiamo visto ora che si dice serie numerica la somma infinita di n termini. La serie
di numeri è definita quando è definita la legge che assegna il valore del termine
ennesimo.
 Ad ogni serie numerica possiamo associare la successione delle somme parziali.
 La serie numerica sarà convergente o divergente se lo è la successione delle
somme parziali.

Delle serie numeriche vedremo ora alcuni esempi. Diversamente dagli altri capitoli, non ci
saranno dimostrazioni dei risultati ottenuti: questo ci porterebbe troppo lontano. Non
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studieremo nemmeno i criteri per decidere se la serie è divergente; per le serie convergenti, ne
vedremo solo uno. Infine, non studieremo il modo con cui si decide il valore a cui la serie
converge: ripeto, ci porterebbe troppo lontano. Sappiate soltanto che esistono diverse strategie
“ad hoc”: occorre ragionare sulla serie ed elaborarla sinché non si può eseguire il calcolo.

D’altra parte, dobbiamo studiare delle serie quanto ci occorre per il passaggio finale verso la
nostra equazione.

Ciò premesso, vediamo alcuni esempi di serie numeriche.

A) Consideriamo la serie:

1

𝑛(𝑛 + 1)
𝑛=1

È una serie interessante perché è la sommatoria di infiniti termini, che però tendono a zero:
sarà convergente o divergente? Per capirlo, occorre un poco di elaborazione. Anzitutto,
osserviamo che:

1 1 1
= -
𝑛(𝑛+1) 𝑛 𝑛+1

Difatti:

1 1 𝑛+1−𝑛 1
- = =
𝑛 𝑛+1 𝑛(𝑛+1) 𝑛(𝑛+1)

Scrivendo i primi termini della sommatoria (a partire da 1), troviamo:

S(n) = 1 - 1/2 + 1/2 – 1/3 + 1/3 – 1/4 +…. – 1/(n+1)

Quindi, poiché i termini della sommatoria si elidono a coppie, rimane:

1
∑∞
𝑛=1 = 1 – 1/(n-1)
𝑛(𝑛+1)

Che converge ad 1!

Dove 𝛾 vale 0,57721… Che strano legame tra 1/k ed il suo logaritmo naturale!

B) Consideriamo ora la serie (chiamata armonica):



1

𝑛
𝑛=1
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Si dimostra che questa serie diverge a + ∞; però, in particolare, tende a:

𝟏
∑∞
𝒏=𝟏 = ln(n) + 𝜸
𝒏

Dove ln(n) è il logaritmo naturale di n, che diverge all’infinito, e 𝛾 è la costante di Eulero-


Mascheroni, che vale 0,57721…! Incredibile! La sommatoria si avvicina al logaritmo, ma non lo
raggiunge mai! Ad esempio, alcuni valori:

n 1 2 5 10 20
1 1 0,806 0,674 0,624 0,602
∑∞
𝑛=1 𝑛 – ln(n)

Come si vede, la differenza converge lentamente a γ+ (cioè, è sempre superiore a γ.

C) Consideriamo la serie (chiamata armonica generalizzata)



1

𝑛2
𝑛=1

Questa serie è stata chiamata il problema di Basilea, ed è stata risolta da Eulero (ci stiamo
avvicinando!) nel 1735. Di questa serie si sapeva che doveva convergere, ma non si sapeva
calcolare il valore a cui converge.

Per questa serie, vediamo un criterio che permette di stabilire che la serie deve convergere;
però, senza determinare il valore a cui converge. Scriviamo i termini della serie:

1
∑∞
𝑛=1 = 1 + 1/22 + 1/32 + 1/42 + 1/52 + 1/62 + 1/72 + 1/82 + 1/92 + 1/102 + 1/112….
𝑛2

Orbene, per dimostrare che la serie deve convergere è sufficiente dimostrare che i suoi
termini sono minori di quelli di un’altra serie, che sappiamo che converge. Nel nostro caso,
abbiamo:

1/22 e 1/32 sono entrambi ≤ 1/22 (due disuguaglianze);


1/42 ; 1/52 ; 1/62 ; 1/72 ≤ 1/42 (quattro disuguaglianze);
1/82 ; 1/92 ; 1/102 ; 1/112…. 1/152 ≤ 1/82 (otto disuguaglianze);

Quindi, se consideriamo la serie:


1 + 1/22 + 1/22 + 1/42 + 1/42 + 1/42 + 1/42 + 1/82 + 1/82 + 1/82 + 1/82 + 1/82 + 1/82 + 1/82 + 1/82
Questa serie è più grande di quella originale. Però, attenzione: poiché abbiamo due termini
uguali ad 1/22; quattro termini uguali a 1/42 ; otto termini uguali a 1/82 , eccetera, possiamo
scrivere:

2x 1/22 = 1/2; 4x 1/42 = 1/4= 1/22 ; 8x 1/82 = 1/8 = 1/23

E quindi:
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1 1
∑∞
𝑛=1 < ∑∞
𝑛=1
𝑛2 2𝑛

Ma la seconda serie la conosciamo, e converge a 2! Ecco dimostrato che anche la serie


armonica generalizzata deve convergere a un numero minore di 2!

Bene, ciò detto, non mi azzardo nemmeno a presentarvi la soluzione di Eulero, che ha
dimostrato quanto segue:

1 𝜋2
∑∞
𝑛=1 2 =
𝑛 6

Se non vi è caduta la mandibola non sono contento!

D) Prima di procedere, una definizione.

Si chiama serie di potenze la somma infinita del tipo:


a0 + a1x + a2x2 + a3x3 + …

La serie implica infiniti termini, e può convergere o divergere a seconda dei termini a n.
Questo tipo di serie è importantissima: vedremo solo alcuni esempi.

Consideriamo ora la serie di potenze (chiamata geometrica), dove i coefficienti an di sopra sono
uguali a 1:

∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = 1 + x + x + x …+ x …
2 3 n

Questa serie converge o diverge a seconda del valore di x.

Anzitutto, per x = 1 la serie diverge. Se, invece, x ≠ 1, cosa succede? Per capirlo, riscriviamo
la serie:

1 + x + x2 + x3…+ xn = (1 - xn+1)/(1 - x)

Ecco una bella formula! Verifichiamo, fermandoci a x3:

(1 + x + x2 + x3)(1 – x) = 1 + x + x2 + x3 - x - x2 - x3 – x4 = 1 - x4

Allora, se x < 1, xn+1 tende a 0, per n tendente a + ∞; quindi, risulta:

∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = 1/(1-x)

E questo è un risultato molto interessante! Lo riconoscete? No? Ma lo abbiamo appena visto!


Difatti, se x = ½, abbiamo la storia di Achille e la tartaruga! Verifica:
1/(1-1/2) = 1/(1/2) = 2!
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E se x = 1/3? Risposta: la serie tende a 3/2 = 1,5!


E se x = 1/4? Risposta: la serie tende a 4/3 = 1,333…!
Man mano che x diventa più piccolo, la serie tende a 1!

Se x > 1, an+1 tende ad infinito per n tendente a + ∞, e la serie diverge.

Ritorniamo solo un attimo sulla formula, e chiediamoci: quanto vale 1/(1-0,1)? Usiamo la nostra
formula, e scriviamo lo sviluppo in serie:
1/(1-0,1) = 1 + 0,1 + 0,12 + 0,13 … = 1,111…

Beh, direte, questo non è molto interessante. Consideriamo però 1/(1-0,01): quanto vale?
Vediamo:
1/(1-0,01) = 1 + 0,01 + 0,0001…
Come vedete, trascurando i numeri più piccoli:
1/(1-0,01) = 1 + 0,01

Quindi, in prima approssimazione:


1/(1-x) = 1 + x
E questo è tanto più vero quanto più piccolo è x.

Ultima considerazione, che serve a dirvi quanto i matematici odiano le situazioni incomplete.
Abbiamo visto che, per x < 1, vale l’uguaglianza:

∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = 1/(1-x)

Allora un matematico curioso si è chiesto: e per x = 1?


In questo caso, la serie diverge; però, a destra otteniamo 1/0, che pure diverge all’infinito!
Ma allora, avanti: per x > 1, cosa succede? A questo punto si spezza il cerchio magico: la serie
diverge, mentre 1/(1-x) è un numero negativo! Ad esempio, per x = 2 avremmo:
∑∞ 𝑛
𝑛=0 2 = 1/(1-2) = -1!

A questo punto ogni persona sana di mente capirebbe che l’uguaglianza è valida, appunto,
solo per x < 1, e lascerebbe perdere. Ma non i matematici! Segnatamente, Eulero era

affascinato dall’uguaglianza ∑𝑛=0 2𝑛 = -1; era chiamata “equazione impossibile”. Possibile
mai che ci fosse sotto qualcosa? Vedremo…

E) Ecco un altro sviluppo in serie, dove incontriamo un vecchio amico.

∑∞ 𝑛
𝑛=0(−1) ∗ 1/(2𝑛 + 1) = π/4 = 0,7853975…

I primi elementi della serie sono: 1; -1/3; 1/5; - 1/7; 1/9….

Ed i primi valori della serie sono:


1; 0,667; 0,867; 0,724; 0,835; 0,744; 0,821, 0,754…
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L’elemento (-1)n fa sì che i termini della serie si sommino e sottraggano a seconda che n sia
pari o dispari. Poiché π/4 = 0,7854, si può vedere che, man mano che si sommano i termini, la
somma è sistematicamente maggiore o minore di π/4, ma la differenza di questi termini
diminuisce costantemente:

Numeri maggiori di π/4: 1; 0,867; 0,835; 0,821...


Numeri minori di π/4: 0,667; 0,724; 0,744; 0,754...

La serie converge lentamente a π/4: dopo 20 somme, i valori sono 0,799 e 0,773. La cosa
importante, però, è che abbiamo il modo di calcolare π con la precisione che desideriamo,
usando un metodo matematico, e non metro e spago!

F) Ecco due importantissime serie di potenze:


∞ (−𝟏)𝒏 ∗𝜽𝟐𝒏
cos(θ) = 1 - θ2/2 + θ4/24 - θ6/720 - … = ∑𝒏=𝟎
𝟐𝒏!

∞ (−𝟏)𝒏 ∗𝜽𝟐𝒏+𝟏
sin(θ) = θ - θ3/6 + θ5/120 - θ7/5040… = ∑𝒏=𝟎
(𝟐𝒏+𝟏)!

Come si vede, si tratta di serie dai segni alterni, che convergono alle funzioni trigonometriche!
Naturalmente, il valore di θ è espresso in radianti.

G) Consideriamo infine la serie (dulcis in fundo):



𝑥𝑛

𝑛!
𝑛=0

Si può dimostrare che la serie converge a: 𝑒 𝑥

In particolare, la serie:

1

𝑛!
𝑛=0

Converge ad e. Eccolo nuovamente! Se calcoliamo i primi termini della sommatoria, abbiamo:

1 + 1 + 1/2 + 1/2x3 + 1/2x3x4 + 1/2x3x4x5 + 1/2x3x4x5x6 +… =


1; 2; 2,5; 2,66; 2,708; 2,716; 2,718; 2,71825; 1,271827…

Come si vede, la serie si avvicina rapidamente ad e. Si può dimostrare che è vera la


relazione:

1
lim (1 + 1/𝑛)𝑛 = ∑∞
𝑛=0 = e = 2,7182819…
𝑛→∞ 𝑛!
Pagina 66 di 88

E quindi abbiamo due criteri per calcolare e.

8.4 Dimostrazione di Eulero dell’infinità dei numeri primi

Ecco una scoperta fantastica di Eulero, che getta un ponte tra i numeri primi e la serie armonica.
Scusatemi se capirla non è banale, ma, spero, vi darà una idea, un profumo, di cosa voglio dire
quando affermo che la matematica è creatività.

Abbiamo già visto che la serie armonica:



1

𝑛
𝑛=1

È divergente. Noi sappiamo anche che la serie:

∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = 1/(1-x)

È convergente per tutti i valori di x < 1. Ora, Eulero ha avuto una intuizione. Consideriamo le
seguenti serie, dove x assume le forme: 1/2, 1/3, 1/5, 1/7, 1/11 … cioè, l’inverso dei numeri
primi:

∞ 1
S2 = ∑𝑛=0( )𝑛 = 1 + 1/2 + 1/4 + 1/8 +… +1/2n = 2;
2
∞ 1
S3 = ∑𝑛=0( )𝑛 = 1 + 1/3 + 1/9 + 1/27 +… +1/3n = 3/2;
3
∞ 1
S5 = ∑𝑛=0( )𝑛 = 1 + 1/5 + 1/25 + 1/125 +… +1/5n = 5/4, …
5
∞ 1
S7 = ∑𝑛=0( )𝑛 = 1 + 1/7 + 1/49 + 1/343 +… +1/7n = 7/6, …
7
∞ 1
S11 = ∑𝑛=0( )𝑛 = 1 + 1/11 + 1/121 + 1/1331 +… +1/11n = 11/10, …
11
….

Possiamo scrivere un numero infinito di serie di infiniti elementi, tutte convergenti.

Ora, tenetevi stretti. Eulero si è detto: se moltiplico queste infinite serie, cosa ottengo?
Immaginatevi, infiniti prodotti! Come in ogni prodotto di polinomi, devo moltiplicare ogni termine
per ogni altro termine, ma una sola volta! Il risultato è una somma di infiniti termini! Non ci si
capisce niente!

Ebbene, invece, Eulero, che era un genio, ha pensato: ma io posso fare ordine! Ecco come.
Cominciamo a prendere il prodotto di tutti gli infiniti 1: cosa ottengo? 1! Ebbene, questo è il
primo termine di quella che chiamiamo serie prodotto, Sp:

Sp = S2 x S3 x S5 x … x Sn … = 1 + …?

Più cosa? Sempre immaginando un prodotto di polinomi, posso considerare il secondo prodotto
infinito: 1/2 x 1 x 1 x 1….
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Allora il mio secondo termine può essere 1/2. E poi? Poi, procediamo con 1/3:

1 x 1/3 x 1 x 1 x 1 …

Terzo termine? 1/3. E poi? 1/4!

1/4 x 1 x 1 x 1….

E poi? 1/5

1 x 1 x 1/5 x 1 x 1…

Ebbene, il ragionamento di Eulero è stato: scegliendo in modo ordinato i miei prodotti, ottengo
come serie prodotto Sp proprio la serie armonica!
1
Sp = S2 x S3 x S5 x S7 x S11 x … = ∑∞
𝑛=1 𝑛

Non siete convinti? Volete andare avanti a verificare? L’importante è che otterrete tutti i termini
della serie armonica mediante un ed un solo prodotto dei termini delle serie che si moltiplicano!
E, alla fine, non vi sarà rimasto nessun prodotto che non avete considerato!

OK, interessante: ma cosa c’entra tutto ciò col dimostrare che i numeri primi sono infiniti?
Semplicissimo: siccome ognuna delle serie Sn ha una somma finita, se i numeri primi non
fossero infiniti anche il loro prodotto sarebbe finito! Capito?

Stanchi ma soddisfatti? Provate a pensare: Eulero ha gettato un ponte tra una serie infinita e
divergente, la serie armonica, e gli infiniti numeri primi! Sono due mondi completamente
separati! O no?

Concludo informandovi che una branca vivacissima della matematica contemporanea si basa
su sviluppi ulteriori della dimostrazione di Eulero: Robert Langlands, premio Abel 2018 per la
matematica, ha proposto un programma di ricerca, chiamato appunto programma Langlands,
che cerca i ponti tra campi matematici apparentemente lontani. Ricordate i logaritmi? È stato il
primo ponte tra due campi lontani: i fattori ed il loro prodotto!

Per questo capitolo non ci sono esercizi!


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CAPITOLO NONO: ANCORA I NUMERI COMPLESSI


9.1 Un modo diverso di rappresentare i numeri complessi: la forma trigonometrica

Quando abbiamo parlato dei numeri complessi, non abbiamo completamente studiato tutte le
loro potenzialità. In particolare, abbiamo detto che il numero complesso ha la forma a + ib, dove
i = √(-1). Esiste però un secondo modo di rappresentare il numero complesso: vediamo di cosa
si tratta.

Riprendiamo la rappresentazione del numero complesso sul piano di Argand – Gauss.

Asse immaginario

P
b ρ ρ(cosθ + isenθ)

0,0 a
Asse reale

Se chiamiamo ρ la distanza del punto rispetto all’origine, e θ l’angolo che il segmento da 0 a P


forma rispetto all’asse reale, le coordinate del punto sono definite. La distanza ρ si chiama
modulo del numero complesso z, e spesso è indicato con |z|; l’angolo θ si chiama argomento
del numero complesso. Questa si chiama rappresentazione trigonometrica del numero
complesso, e si scrive:

𝜶 = a + ib = ρ(cosθ + isinθ)

Rispetto alle coordinate a, b valgono le relazioni:

ρ = √(a2 + b2)
a = ρcosθ
b = ρsinθ

cosθ = a/ρ
sinθ = b/ρ
tanθ = b/a
Per le proprietà delle funzioni seno e coseno, l’argomento θ è definito a meno di multipli di 2π,
perché sin(θ+2π) = sinθ: si dice che l’angolo è definito modulo 2π, e si scrive θ mod 2π.
Attenzione: la cosa è importante!
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Casi particolari.
 Se il numero è reale, cioè b = 0, risulta: ρ = a, θ = 0.
 Se il numero è immaginario, cioè a = 0, risulta: ρ = b, θ = π/2 (cioè 90°).

Attenzione: l’argomento θ è definito, come si dice, modulo 2π (che è l’angolo di 360°, o l’angolo
giro). Difatti, ad esempio,

cosθ = cos(θ+2π) = cos(θ+4π) = cos(θ+6π)…

Diamo alcuni valori dell’argomento:


𝜶 = 1; θ = 0 (cos0 = 1; sin0 = 0);
𝜶 = i; θ = π/2 (cos π/2 = 0; sin π/2 = 1);
𝜶 = -1; θ = π (cos π = -1; sin π = 0);
𝜶 = -i; θ = 3π/2 (cos 3π/2 = 0; sin 3π/2 = -1).

Ecco la posizione di questi numeri nel piano complesso.

Im

-1
0,0 1 Re

-i

9.2 Prodotto di numeri complessi

Con la rappresentazione in forma trigonometrica, Il prodotto dei numeri complessi acquista un


significato particolare. Siano difatti da moltiplicare due numeri complessi:
𝜶 = a + ib = ρ1(cosθ1 + isinθ1)
𝜷 = c + id = ρ2(cosθ2 + isinθ2)

Abbiamo che:

𝜶 x 𝜷 = (a + ib) x (c + id) = ρ1(cosθ1 + isinθ1) x ρ2(cosθ2 + isinθ2) =

ρ1ρ2[(cosθ1 cosθ2 – sinθ1cosθ2) + i(cosθ1sinθ2+ sinθ1 cosθ2)]

Le espressioni tra parentesi tonde sono, come abbiamo visto in trigonometria, rispettivamente
cos(θ1 + θ2) e sin(θ1 + θ2); quindi, possiamo scrivere:
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𝜶 x 𝜷 = (a + ib) x (c + id) = ρ1ρ2[cos(θ1 + θ2) + isin(θ1 + θ2)]

Come si vede, il prodotto di due numeri complessi è un numero complesso che ha per
modulo il prodotto dei moduli, e per argomento la somma degli argomenti. Ecco una
proprietà che, nella scrittura a + ib, non era affatto evidente. Vediamo il disegno.

Im

ρ1ρ2
b
θ1 + θ 2

0,0 a
Re

Quindi, se un moltiplicando ha modulo ρ = 1 ed argomento θ, la moltiplicazione con un altro


numero complesso è una rotazione di questo secondo numero per l’angolo θ.

Un’altra conseguenza interessante è la seguente.

[ρ(cosθ + isinθ)]n = ρn[cos(nθ) + isin(nθ)]

9.3 Forma esponenziale dei numeri complessi

I numeri complessi possono essere scritti anche nel seguente modo, dovuto ad Eulero, che si
chiama forma esponenziale.

ρeiθ = ρ(cosθ + isinθ)


e, con modulo 1:

eiθ = cosθ + isinθ

La dimostrazione dell’eguaglianza deriva dallo studio della serie di potenze, che vi accenno.

Parlando delle serie numeriche, ho accennato al fatto che vale la seguente relazione:

𝜃𝑛
∑∞
𝑛=0 = 𝑒𝜃
𝑛!

Se sviluppiamo la serie per i primi valori di n, abbiamo:

𝑒𝜃 = 1 + θ + θ2/2 + θ3/6 + θ4/24 + θ5/120 + θ6/720 + θ7/5040 …


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Ora, Eulero si è detto: se, invece di θ, considero i θ, come si trasforma lo sviluppo in serie?

Per calcolarlo, occorre considerare che: i1 = i; i2 = -1; i3 = -i; i4 = 1. Dopo ciò, lo schema si ripete:
i5 = i, eccetera. Ma allora, la successione diventa la seguente:

𝑒 𝑖𝜃 = 1 + iθ - θ2/2 -iθ3/6 + θ4/24 + iθ5/120 - θ6/720 - iθ7/5040

Se raggruppiamo i termini con i, otteniamo:

𝑒 𝑖𝜃 = 1 - θ2/2 + θ4/24 - θ6/720 - … +i(θ - θ3/6 + θ5/120 - θ7/5040…)

Ora, ricordate gli sviluppi in serie del seno e del coseno?

∞ (−𝟏)𝒏 ∗𝜽𝟐𝒏
cos(θ) = 1 - θ2/2 + θ4/24 - θ6/720 - … = ∑𝒏=𝟎
𝟐𝒏!

∞ (−𝟏)𝒏 ∗𝜽𝟐𝒏+𝟏
sin(θ) = θ - θ3/6 + θ5/120 - θ7/5040… = ∑𝒏=𝟎
(𝟐𝒏+𝟏)!

Ma allora:

eiθ = cosθ + isinθ


Da questa formula si possono ricavare le seguenti relazioni, di Eulero:

cosθ = (eiθ + e-iθ)/2

sinθ = (eiθ - e-iθ)/2

Se consideriamo il prodotto di due vettori, si vede immediatamente che:

𝜶 = eiθ1
𝜷 = eiθ2
𝜶 x 𝜷 = eiθ1 x eiθ2 = ei(θ1 + θ2)

E questo perché il prodotto delle potenze con la stessa base è una potenza che ha per base la
stessa base e per argomento il prodotto degli argomenti: è la conferma di quanto avevamo già
trovato nella forma trigonometrica.

9.4 Traguardo: la formula più bella della matematica

Siamo arrivati! Abbiamo visto che:

eiθ = cosθ + isinθ


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Ora, quando θ = π, risulta:

cos π = -1;
sin π = 0

Quindi, sostituendo, abbiamo:

eiπ = -1; cioè:

eiπ + 1 = 0
Ci siamo arrivati!!! Ecco la formula che racchiude i numeri fondamentali, 0 ed 1, i due numeri
irrazionali e e π, e la variabile complessa i!

Godiamoci un attimo il traguardo raggiunto: la strada è stata lunga, ma:


Ne è valsa la pena!

9.5 E il problema originario?

Ora che ci siamo goduti il fatto di aver capito la formula di Eulero, chiediamoci un attimo: e il
problema originario, da cui sono nati i numeri complessi? Non ne abbiamo più parlato!

Se ricordate, il problema di partenza è stata l’impossibilità di risolvere l’equazione:


x2 + 1 = 0

Ebbene, qual è la soluzione?

Si può dire: semplice! La soluzione è:

x = √-1; quindi, x = i

La risposta è: giusto; i è una soluzione; però, ne esistono altre? Ecco finalmente dove possiamo
sfruttare la scrittura esponenziale del numero complesso! Difatti, consideriamo la scrittura:

𝜶 = ρeiθ

Nel nostro caso, il modulo è uguale a 1; quindi, stiamo cercando una soluzione del tipo

(eiθ)2 = -1

Noi sappiamo anche che la potenza di una potenza è uguale alla base elevata al prodotto degli
esponenti; quindi:

(eiθ)2 = ei2θ = -1
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L’uguaglianza è soddisfatta quando l’esponente 2θ = π, e quindi, θ = π/2; però, è anche


soddisfatta quando l’esponente è uguale a 3π, 5π eccetera; quindi, è soddisfatta quando:
θ = 3π/2, 5π/2, 7π/2…

Però, poiché:
5π/2 = 2π + π/2

Le soluzioni diverse (modulo 2π) sono:

θ = π/2; θ = 3π/2

Eccole rappresentate sul piano complesso.

Im

π/2

Re
3π/2

-i

Voi direte: bella scoperta! Lo sapevamo già! Se x2 = -1, allora x = ± i

Giusto, giusto: però, ora arriva il bello. Consideriamo l’equazione x3 = 1; qual è la soluzione?
Voi, in coro: semplice! La soluzione è x = 1!

Attenzione: Consideriamo la soluzione come un numero complesso 𝜶, di modulo 1; ma di


argomento? L’argomento di 1 è θ = 0; ma è davvero l’unica soluzione al nostro problema?

Consideriamo nuovamente la soluzione nel campo complesso; consideriamo quindi


l’equazione nel campo complesso:

ei3θ = 1;

per quali valori di θ è soddisfatta? Sappiamo già che θ = 0 è una soluzione; ma ne esistono
altre?

Come abbiamo visto prima, l’equazione è soddisfatta per tutti gli angoli θ + 2nπ tali per cui:
3θ + 2nπ = 0 (modulo 2π). Le soluzioni sono le seguenti:

n = 0; θ = 0 (lo sapevamo già);


Pagina 74 di 88

n = 1; θ = - 2π/3;
n = 2; θ = - 4π/3.

Notare che con n = 3 abbiamo θ = - 6π/3; e quindi, θ = - 2π = 0 (modulo 2π).

Disegniamo queste soluzioni nel piano complesso: abbiamo tre punti a 2π/3 (120°) tra di loro.

Im

2π/3

4π/3 Re

In generale, le soluzioni dell’equazione einθ = 1 sono n punti disposti sul piano complesso ad
angoli che distano tra di loro 2π/n. Concludiamo con il caso n = 6.

Im

Re

Come vedete, nel piano complesso esistono molte soluzioni all’equazione einθ = 1, che non
esistono nel piano reale. Per concludere, ecco da dove arriva il teorema fondamentale
dell’algebra, che dice:
Ogni polinomio di grado n ha, nel piano complesso, n radici dell’equazione P(x) = 0.

Nota per chi ha studiato al liceo, e sa che i polinomi di quinto grado non sono risolvibili, se
non in casi particolari. Le due affermazioni non sono in contraddizione: per non risolvibili
s’intende che non sappiamo come calcolare esattamente le radici; però il teorema
fondamentale ci informa che le radici esistono: si possono trovare con procedimenti ad
approssimazioni successive.
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9.6 E l’equazione cubica di Bombelli?

Vi ricorderete che, per risolvere l’equazione:


x3 - 3px - 2q = 0
la soluzione (di Cardano) è la seguente.

Definito:
w = √(q2 – p3)

la soluzione è:
x = (q + w)1/3 + (q - w)1/3

Riprendiamo il caso: x3 – 15x – 4 = 0; e cioè:


x3 – 3*5x – 2*2 = 0

dove p = 5 e q = 2.

Applicando la formula, si ottiene:


w = √(4 – 125) = √(-121) = 11i

Bombelli si era fermato qui; noi però, forti di quanto abbiamo studiato sui numeri complessi,
possiamo procedere. Vediamo come.

La soluzione dell’equazione è:
x = (q + w)1/3 + (q - w)1/3

e quindi, sostituendo:

x = (2 + 11i)1/3 + (2 – 11i)1/3

Ora, noi sappiamo che possiamo scrivere 2 + 11i nella forma esponenziale:

2 + 11i = ρeiθ = 11,18(cos(79,7°) + isin(79,7°)) = 11,18ei79,7

2 + 11i = ρe-iθ = 11,18(cos(79,7°) - isin(79,7°)) = 11,18e-i79,7

E sappiamo anche che la radice cubica di un prodotto è il prodotto delle radici, e che per
estrarre la radice cubica di una potenza si divide per tre l’esponente. Quindi:

(11,18ei79,7)1/3 = 11,181/3 ei79,7/3 = 2,236ei26,56° = 2,236(cos26,56 + isin26,56)


= 2,236(0,894 + i0,447) = 1,999 + i

Analogamente:
(11,18e-i79,7)1/3 = 2,236(0,894 - i0,447) = 1,999 – i

Ed infine:
x1 = 2 + i + 2 – i = 4
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Come vedete, la parte immaginaria ha valori opposti.

Voi direte: tanta fatica per ritrovare quello che Bombelli aveva scoperto! ATTENZIONE: ecco
quello che Bombelli NON aveva scoperto!

Se ricordate, il teorema fondamentale dell’algebra dice che una equazione di terzo grado ha
tre radici. Ne abbiamo trovata una; le altre due dove sono?

Nell’estrarre la radice di ei79,7, abbiamo diviso per tre l’angolo di 79,7°: giusto? Solo in parte!
Ricordate che l’esponente è definito “modulo 360°”? In altre parole, 79,7° = 360° + 79,7° =
720° 79,7° = ...

Ora, ecco il trucco: quando si divide per tre, si ottengono risultati diversi! Difatti:
79,7 / 3 = 26,56°;
(360 + 79,7)/3 = 146,57°;
(720 + 79,7)/3 = 266,57°

Ma allora? Allora, procediamo a calcolare la x per questi valori angolari! Secondo voi, troveremo
ancora 4 come risultato? Vediamo!

2,236 ei146,57 = 2,236(-0,834 + i…) = - 1,866 + i…


x2 = 2*(-1,866) = -3,73

(ignoro la parte immaginaria perché si annulla)

Verifica:
x3 – 15x – 4

(- 3,73)3 +15*3,73 – 4 = -51,955 + 55,955 – 4 = 0

OK; quindi: x2 = -3,73 è la seconda radice. E la terza?

2,236 ei266,57 = 2,236(-0,06 + i…) = -0,134 + i…


x3 = 2*(-0,134) = -0,268

Verifica:
(-0,268)3 + 15*0,268 – 4 = -0,02 + 4,02 – 4 = 0

E quindi -0,268 è la terza radice!

Ultima osservazione: in queste situazioni, in cui (q2 – p3) < 0, si passa obbligatoriamente per
numeri complessi, ma le tre radici sono reali! Invece, quando (q2 – p3) > 0, le radici sono
complesse!

9.7 E l’equazione impossibile di Eulero?

Ricorderete che, parlando degli sviluppi in serie, per x < 1, vale l’equazione:
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∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = 1/(1-x)

Eulero, applicandola a x > 1, ha trovato l’equazione impossibile:

∑∞ 𝑛
𝑛=0 𝑥 = -1

Come dare un significato all’equazione?

Consideriamo, ad esempio, due sviluppi in serie:

1/(1 – x2) = 1 + x2 + x4 + x6 + ….

1/(1 + x2) = 1 – x2 + x4 – x6 + …

Del primo sviluppo in serie si vede che diverge per x = ± 1; il secondo, invece, pur essendo
molto simile all’apparenza, non diverge. Come si può procedere?

Proviamo, ad esempio, a considerare una variabile complessa z, invece della variabile reale x,
ed abbiamo:
1/(1 – z2) = 1 + z2 + z4 + z6 + ….

1/(1 + z2) = 1 – z2 + z4 – z6 + …

Ebbene, il primo sviluppo diverge per z = 1, e il secondo sviluppo diverge per z = i! Difatti,
poiché i2 = -1 ed i4 = 1, le due serie coincidono!

In conclusione, molto recentemente, si è dimostrato che per ogni serie di potenze di variabili
complesse:
a0 + a1z +a2z2 + a3z3 +…

esiste un “cerchio di convergenza”, centrato sull’origine degli assi x, iy, e di raggio pari alla
minima distanza tra l’origine stessa ed il punto di divergenza più vicino!

9.8 Ed i logaritmi dei numeri complessi?

Se consideriamo il logaritmo naturale del numero complesso, scritto nella sua forma
esponenziale ρeiθ, ed applichiamo la regola per il logaritmo di un prodotto, abbiamo:
ln(ρeiθ) = lnρ + ln(eiθ)

ora, lnρ è un normale logaritmo di un numero reale, mentre, per definizione, ln(eiθ) = iθ! Quindi:

ln(ρeiθ) = lnρ + iθ
è la formula che ci consente di includere tra le operazioni lecite il logaritmo del numero
complesso. Ricordare però che θ è definito modulo 2π! Per completezza, dovremmo quindi
scrivere:
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ln(ρeiθ) = lnρ + iθ + ni2π

9.9 E l’elevazione di un numero complesso ad un numero complesso?

Andiamo sul sempre più difficile! Però, visto che abbiamo definito:

ln(ρeiθ) = lnρ + iθ + ni2π

proviamo a considerare l’esponente complesso di un numero complesso, wz, dove sia w che z
sono numeri complessi.

Abbiamo visto che si può scrivere w = ρeiθ = e(lnρ + iθ); quindi, se z = a + ib, abbiamo:

wz = e[a lnρ – bθ + i(b lnρ + aθ)]


Non andremo oltre nello studiare questa situazione, tranne considerare la seguente potenza:
ii; quanto vale?
Di primo acchito si potrebbe pensare che si tratta di un numero immaginario; ed invece,
guardate un po’. Consideriamo che i = eiπ/2; ma allora, ii = eiπ/2*i = e-π/2 = 1/ eπ/2 = 0,2078…

Concludendo, ii è un numero reale! Chi lo avrebbe mai detto?

9.10 E le formule trigonometriche?

Abbiamo visto che eiα = cosα + isinα. Abbiamo visto anche che:
eiαeiβ = ei(α + β) = cos(α + β) + isin(α + β).

Se sviluppiamo il tutto in forma trigonometrica, cosa otteniamo? Vediamo un po’.


eiα = cosα + isinα
eiβ = cos β + isinβ
eiα * eiβ = (cosα + isinα)( cos β + isinβ) = cosα cos β – sinαsinβ + i(sinαcos β + cosαsinβ)

Ricordate la trigonometria? Riconoscete queste formule? sono proprio le formule di cos(α + β)


e di sin(α + β)! Le abbiamo ottenute più facilmente così che con i triangoli!

Non solo: se vogliamo calcolare le formule per cos(3α) e sin(3α)? Vediamo:


ei3α = (cosα + isinα)3 = cos3α + 3icos2αsinα – 3cosαsin2α – isin3α = cos3α + isin3α

Ergo ragion per cui:

cos3α = cos3α - 3cosαsin2α


sin3α = 3cos2αsinα – sin3α

Fantastico!
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ESERCIZI SUI NUMERI COMPLESSI

1. Passare dalla forma a + ib alla forma trigonometrica ρ(cosθ + i sinθ) od esponenziale ρ eiθ

1=

i=

-1 =

-i =

4 + 4i

4 – 4i

-4 + 4i

-4 – 4i

2. Calcolare le radici delle seguenti equazioni cubiche.

x3 – 15x – 4 = 0 (NOTA: portare l’equazione alla forma canonica x3 – 3*5x – 2*2 = 0

x3 – 30x – 16 = 0 (NOTA: portare l’equazione alla forma canonica)

x3 – 12x – 16 = 0 (NOTA: ci sono tre radici!!!)


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APPENDICE 1: LEONHARD EULER

Abbiamo tanto lavorato sulla formula di Eulero; parliamo un poco di lui.

Leonhard Euler, noto in Italia come Eulero (Basilea, 15 aprile 1707 – San Pietroburgo, 18
settembre 1783), è stato un matematico e fisico svizzero.

È considerato il più importante matematico dell'Illuminismo. È noto per essere tra i più prolifici
di tutti i tempi e ha fornito contributi storicamente cruciali in svariate aree: analisi infinitesimale,
funzioni speciali, meccanica razionale, meccanica celeste, teoria dei numeri, teoria dei grafi.
Sembra che Pierre Simon de Laplace abbia affermato "Leggete Eulero; egli è il maestro di tutti
noi".

Complessivamente esistono 886 pubblicazioni di Eulero. Buona parte della simbologia


matematica tuttora in uso venne introdotta da Eulero, per esempio i per l'unità immaginaria, Σ
come simbolo per la sommatoria, f(x) per indicare una funzione e la lettera π per indicare pi
greco.

Eulero nacque a Basilea figlio di Paul Euler, un pastore protestante, e di Marguerite Brucker.
Ebbe due sorelle, Anna Maria e Maria Magdalena. Poco dopo la nascita di Leonhard, la famiglia
si trasferì a Riehen, dove Eulero passò la maggior parte dell'infanzia. Paul Euler era amico
della famiglia Bernoulli, e di Johann Bernoulli, uno dei più famosi matematici d'Europa, che
ebbe molta influenza su Leonhard. Eulero entrò all'Università di Basilea tredicenne e si laureò
in filosofia. A quel tempo riceveva anche lezioni di matematica da Johann Bernoulli, che aveva
scoperto il suo enorme talento.

Il padre di Eulero lo voleva teologo e gli fece studiare il greco e l'ebraico, ma Bernoulli lo
convinse che il destino del figlio era la matematica. Così, nel 1726 Eulero completò il dottorato
sulla propagazione del suono e, nel 1727, partecipò al Grand Prix dell'Accademia francese
delle scienze. Il problema di quell'anno riguardava il miglior modo di disporre gli alberi su una
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nave. Arrivò secondo subito dopo Pierre Bouguer, oggi riconosciuto come il padre
dell'architettura navale. Eulero comunque vinse quel premio ben dodici volte nella sua vita.

San Pietroburgo

In quegli anni i due figli di Johann Bernoulli, Daniel e Nicolas, lavoravano all'Accademia
Imperiale delle scienze di San Pietroburgo. Nel 1726, Nicolas morì e Daniel prese la cattedra
di matematica e fisica del fratello, lasciando vacante la sua cattedra in medicina. Per questa
fece quindi il nome di Eulero, che accettò. Trovò lavoro anche come medico nella marina
Russa.

Eulero arrivò nella capitale russa nel 1727, a 20 anni. Poco tempo dopo passò dal dipartimento
di medicina a quello di matematica. In quegli anni alloggiò con Daniel Bernoulli con cui avviò
un'intensa collaborazione matematica. Grazie alla sua incredibile memoria Eulero imparò
facilmente il russo. L'Accademia più che un luogo d'insegnamento era un luogo di ricerca. Pietro
il Grande infatti aveva creato l'Accademia per poter annullare il divario scientifico tra la Russia
e l'Occidente.

Dopo la morte di Caterina I, che aveva continuato la politica di Pietro il Grande, venne al potere
Pietro II. Questi, sospettoso degli scienziati stranieri, tagliò i fondi destinati a Eulero e ai suoi
colleghi. Nel 1734, il matematico sposò Katharina Gsell, figlia di Georg, un pittore
dell'Accademia. La giovane coppia si trasferì in una casa vicino al fiume Neva. Ebbero ben
tredici figli dei quali però solo cinque sopravvissero.

Berlino

I continui tumulti in Russia avevano stancato Eulero che amava una vita più tranquilla. Gli fu
offerto un posto all'Accademia di Berlino da Federico il Grande di Prussia. Eulero accettò e
partì per Berlino nel 1741, a 34 anni. Visse a Berlino per i successivi 25 anni, e là ebbe anche
occasione di conoscere Johann Sebastian Bach. In un quarto di secolo pubblicò ben 380
articoli, oltre che le sue due opere principali l'Introductio in analysin infinitorum, del 1748 e le
Institutiones calculi differentialis (1755).

In quel periodo Eulero fece anche da tutore alla principessa di Anhalt-Dessau, nipote di
Federico. Le scriverà oltre 200 lettere riguardanti le scienze. Furono pubblicate in un libro che
vendette moltissimo: Lettere a una principessa tedesca. Il libro, la cui popolarità testimonia una
forte capacità divulgatrice di Eulero, fornisce anche molte informazioni sulla sua personalità e
sulle sue credenze religiose.

Nonostante la sua presenza conferisse un enorme prestigio all'Accademia, Eulero dovette


allontanarsi da Berlino per un conflitto con il Re. Quest'ultimo, infatti, lo riteneva troppo poco
raffinato per la sua corte che, tra le altre personalità, alloggiava addirittura Voltaire. Eulero era
un religioso semplice e un gran lavoratore e aveva idee e gusti molto convenzionali. Tutto
l'opposto di Voltaire e questo lo rendeva bersaglio delle battute del filosofo.
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Deterioramento della vista

La vista di Eulero peggiorò molto durante la sua carriera. Dopo aver sofferto di una febbre
cerebrale, nel 1735 diventò quasi cieco all'occhio destro. Tra le cause di questa cecità, Eulero
annoverò il lavoro scrupoloso di cartografia che effettuò per l'Accademia di San Pietroburgo.
La vista di Eulero da quell'occhio peggiorò così tanto durante il suo soggiorno in Germania che
Federico II lo soprannominò "il mio Ciclope". Successivamente Eulero soffrì di cataratta
all'occhio sinistro, e questo lo rese quasi completamente cieco.

Nondimeno, il suo stato ebbe scarso effetto sul suo rendimento: compensò la vista con le sue
abilità mentali di calcolo e memoria fotografica. Per esempio, Eulero poteva ripetere l'Eneide
di Virgilio dall'inizio alla fine senza esitazione e dire la prima e l'ultima riga di ogni pagina
dell'edizione in cui l'aveva imparata. Dopo la perdita della vista, Eulero fu aiutato da Nicolaus
Fuss, che gli fece da segretario.

Ritorno in Russia

In Russia la situazione politica si stabilizzò e Caterina la Grande, salita al potere nel 1766, lo
invitò a San Pietroburgo. Egli accettò, quando aveva 59 anni, e ritornò in Russia dove restò
fino alla morte. Il suo soggiorno fu inizialmente funestato da un evento tragico: nel 1771, mentre
lavorava nel suo studio, per San Pietroburgo si propagò un incendio. Eulero, praticamente
cieco, non se ne accorse fino a quando il suo ufficio non fu completamente avvolto dalle
fiamme. Fu portato fortunosamente in salvo insieme a gran parte della sua biblioteca, ma tutti
i suoi appunti andarono in fumo.

Nel 1773 perse la moglie Katharina, dopo quarant'anni di matrimonio. Si risposò tre anni dopo.
Il 18 settembre 1783, in una giornata come le altre, in cui discusse del nuovo pianeta Urano
appena scoperto, scherzò col nipote e gli fece lezione, fu colto improvvisamente da
un'emorragia cerebrale e morì poche ore dopo. Aveva 76 anni.
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APPENDICE 2: LA DIMOSTRAZIONE ORIGINALE DI EULERO


NOTA: ho quasi tratto questa dimostrazione dal libro di David Stripp, “L’equazione di Dio”,
adattandolo a quanto vi ho già raccontato. La mia speranza è di farvi percepire come si inventa
la matematica. A questo scopo, cercate di mettervi nei panni di Eulero, e di seguire il suo
processo mentale. Quello che non sapremo mai è se si è inventato tutti i passaggi che vedremo
avendo già chiaro l’obiettivo, finale, o se si è messo a “giocherellare” con relazioni note,
mescolandole a caso, e poi, però, capendo che quello che aveva trovato era importante.

Allora, riassumiamo: scopo di questa Appendice è farvi vedere come Eulero ha ricavato la
formula

eiθ = cosθ + isenθ

da cui deriva

eiπ + 1 = 0

Anzitutto, occorre stabilire il punto di partenza, cioè quello che Eulero sapeva, ed ha utilizzato
per la sua dimostrazione. Uno dei punti di partenza è la formula di de Moivre:

cos(nθ) + isen(nθ) = (cosθ + isenθ)n

Vedete già qualche somiglianza? Calma!

L’altra cosa che Eulero conosceva erano i concetti di infinitesimo (del tipo 1/n, con n
grandissimo) e d’infinito (del tipo n, con n grandissimo). Quindi, un infinitesimo è un numero
vicinissimo allo zero; mentre l’infinito è un numero più grande di qualunque numero che
possiamo scrivere.

Vediamo alcune proprietà di infinitesimo ed infinito.

1. Siano ε e z due infinitesimi: il prodotto εz è un infinitesimo.


2. Siano n e m due numeri infinitamente grandi: il prodotto nm è un numero infinitamente
grande.
3. Siano ε un infinitesimo e x un numero finito: il prodotto z = εx è un infinitesimo.
4. Siano n un numero infinitamente grande e x un numero finito: il prodotto y = nx è un
numero infinitamente grande.
5. Siano x un numero finito e n un numero infinitamente grande: il quoziente ε = x/n è un
infinitesimo.
6. Siano x un numero finito e ε un infinitesimo: il quoziente n = x/ε è un numero infinitamente
grande.
7. Siano ε un infinitesimo e n un numero infinitamente grande: il prodotto x = εn è un
numero finito.

Ora, vediamo anche come si comportano senθ e cosθ, quando θ diventa infinitesimo.
Attenzione: θ è in radianti! Rivediamo le definizioni di queste quantità trigonometriche.
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R=1
sin(𝜶) tan(𝜶)
𝜶
cos(𝜶) 1

Iniziamo a considerare cosθ. Quando θ diventa infinitesimo, cosθ diventa uguale al raggio, che,
per definizione, vale 1. Quindi possiamo dire: con θ infinitesimo, cosθ = 1.

Consideriamo ora senθ. Quando θ diventa infinitesimo, senθ diventa uguale all’arco del
cerchio, che, con la misura in radianti, vale proprio θ (ed anche uguale alla tanθ). Quindi
possiamo dire: con θ infinitesimo, senθ = θ.

NOTA: forse ricorderete che, sul regolo calcolatore, al disotto di 6° = 0,104 rad, c’è una scala
unificata per sen e tan: è per questo motivo.

Bene: con quanto sopra; de Moivre, infinitesimo ed infinito, abbiamo tutto ciò che ci occorre.
Cosa avrà escogitato quel demonio di Eulero? Ripartiamo da de Moivre:
(cosθ + isenθ)n = cos(nθ) + isen(nθ)
Poiché sen(-θ) = - sen(θ), possiamo scrivere anche:
(cosθ - isenθ)n = cos(nθ) - isen(nθ)
A questo punto, proviamo a giocherellare. Ad esempio, sommiamo e poi sottraiamo queste due
eguaglianze. Sommandole, i termini isenθ sulla destra si elidono; quindi otteniamo:
cos(nθ) = ½[(cosθ + isenθ)n + (cosθ - isenθ)n]
Sottraendole, i termini cossθ sulla destra si elidono; quindi otteniamo:
isen(nθ) = ½[(cosθ + isenθ)n - (cosθ - isenθ)n]
Sinora, non abbiamo fatto niente: solo delle semplici derivazioni da de Moivre. A questo punto,
ecco il genio all’opera: e se θ fosse un infinitesimo, cosa succederebbe?
Per l’esattezza, supponiamo che sia θ = v/n, con n numero grandissimo. Cominciamo ad
operare sulla prima equazione; diventa:
cos(v) = ½[(cos(v/n) + isen(v/n))n + (cos(v/n) - isen(v/n))n]
NOTATE la furbata. Al primo termine avevamo cos(nθ): Eulero vuole che questo prodotto,
infinito per infinitesimo, diventi un angolo finito, di valore v, legandolo proprio a n, che è
l’esponente delle espressioni a destra.
Ma abbiamo appena visto che, se (v/n) è un infinitesimo, abbiamo: cos(v/n) = 1; sen(v/n) = v/n.
Quindi, sostituendo:
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cos(v) = ½[(1 + iv/n)n + (1 - iv/n)n]


Con sostituzioni analoghe, abbiamo:
isen(v) = ½[(1 + iv/n)n - (1 - iv/n)n]
NOTA: ricordate Nepero? Eulero già sapeva che l’espressione (1 + 1/n)n tende ad e, con n
grandissimo: ecco la furbata! Siamo già quasi arrivati!
Ora, se sommiamo (e poi sottraiamo) quanto sopra, abbiamo:
cos(v) + isen(v) = ½[(1 + iv/n)n + (1 - iv/n)n + (1 + iv/n)n - (1 - iv/n)n] = ½[(1 + iv/n)n + (1 + iv/n)n]
Quindi, concludendo:
cos(v) + isen(v) = (1 + iv/n)n
Come abbiamo detto, Eulero sapeva che e = (1 + 1/n)n, e che ex = (1 + x/n)n; quindi:
eiv = cos(v) + i sen(v)
Formula trovata!!!!!!
È stato troppo difficile? Nemmeno tanto! La formula era lì; occorreva “solo” giocherellare un
poco con de Moivre e con gli infinitesimi!
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CHECK YOUR RETENTION


Che significa: verificate quanto ricordate. Vediamo…

1) Per cominciare, qualche problema, da risolvere usando i simboli.

 Un’automobile viaggia a 80 km/h. Quanto le occorre per percorrere 60 km?


Disegnate il diagramma tempo trascorso (asse x) e spazio percorso (asse y). Ora,
fissiamo una distanza di 100 km: disegnate il diagramma velocità (asse x) e tempo
impiegato a percorrerlo (asse y). Che tipo di diagrammi avete ottenuti?
 Ci sono due automobili su una strada. L’automobile A viaggia a 80 km/h; l’automobile
B, che si trova 40 km davanti ad A, viaggia a 60 km/h. Dopo quanto tempo A
raggiunge B? E dopo quanti chilometri? E dopo quanto tempo A avrà distaccato B di
40 km?
 Uno scalatore sale una montagna alta 2000 m. Se la sua velocità di salita è di 0,5
km/h, dopo quanto tempo arriva in cima? Se è partito alle 8 del mattino, a che ora
arriva?
 Sulla cima c’è una baita: lo scalatore si ferma e bivacca. Il giorno dopo inizia la
discesa alle 8 del mattino, e va a 1 km/h. A che ora arriva in pianura? Durante la
discesa, c’è un punto in cui lo scalatore passa alla stessa ora della salita?
 Su consiglio di un amico, comprate 1000 Euro di azioni. Con vostra gioia, scoprite
che il giorno dopo le azioni sono aumentate del 10%. Con vostro disappunto, il giorno
successivo le azioni sono calate del 10%. Questa storia dell’aumento e della
diminuzione del 10% continua un giorno dopo l’altro: dopo 40 giorni (20 aumenti e
20 diminuzioni) vi seccate, e vendete le azioni: cosa intascate? Gli stessi 1000 Euro?
Prima rispondete, e poi calcolate. E se vendete dopo 41 giorni (21 aumenti e 20 cali)
incassate 1100 Euro? E se iniziate con un calo del 10%, seguito da un aumento del
10%, dopo 40 giorni totali, cambia qualcosa?
 A proposito del problema di sopra, ricordate lo sviluppo in serie di 1/(1 – x), con x
abbastanza piccolo? Quali sono la prima e la seconda approssimazione?
 Un uomo lascia in eredità 14.000 Euro ai suoi tre figli. Però stabilisce che il figlio più
anziano deve avere il doppio del secondogenito, ed il secondogenito il doppio del
terzogenito. Quanto ricevono i figli?
 In un rettangolo, i lati a e b sono in proporzione aurea tra di loro quando b è medio
proporzionale tra a ed a-b. Calcolate il rapporto tra a e b (forse vi ricordate: lo ho
indicato con la lettera greca 𝛾 (gamma)).
 Due triangoli, con lati rispettivamente a, b, e; c, d, f, sono simili; quindi, a/c = b/d.
Quanto vale d, se a=3, b=2, c=6? E quanto vale d, se a+b = 5; c+d = 10, b=2?

2) Ripassiamo un poco i polinomi. Semplificare i seguenti polinomi:

4ab + 2cd + 3ab – cd

(1/5)ab + (3/4)cd + (1/3)ab + (1/2)cd

(-2a)(6b) + 3b(-2a) + 20ab


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(a + b)2 – 2ab

(a – b) 2 + 2ab

(3x2 + 2x + 4)(2x + 1)

Ricordate il triangolo di Tartaglia? E la formula binomiale di Newton? Calcolate:


(a + b)7

Scomponete in fattori:

8x3 + 12x2 + 18x =

X4 – 1 =

3) Ed ora, un poco di trigonometria!

Iniziate con il disegnare il cerchio trigonometrico (cos’è?), ed individuate i quattro quadranti.


Disegnate un angolo di (circa) 30°, e disegnate: seno, coseno, tangente. Scrivete le relazioni
fondamentali tra di loro (non copiate dagli appunti!).

Sempre senza copiare dagli appunti, calcolate seno, coseno e tangente degli angoli: 0°; 30°;
45°; 60°; 90°; 120°; 180°; 270°.

Scrivete i seguenti angoli in radianti, come coefficienti di π (ad esempio, per 90° scrivete 1/2):

Gradi 0 30 45 60 90 180 270 360


Radianti
(per π)

Ricalcolate le seguenti relazioni, aiutandovi con i disegni:


sen (90 – α) =
cos (90 – α) =
tan (90 – α) =
sen (90 + α) =
cos (90 + α) =
tan (90 + α) =

In un triangolo, un lato è lungo 10 cm; i suoi angoli adiacenti sono 30° e 60° Calcolate il terzo
angolo e poi, con il teorema dei seni, gli altri due lati. Come fate a verificare il risultato?

In un triangolo qualunque, due lati sono lunghi rispettivamente 10 e 15 cm, mentre l’angolo
tra loro compreso è di 30°. Calcolate il terzo lato con il teorema di Carnot, e poi i due lati con il
teorema dei seni. Se i lati fossero invece 12 e 15 cm, cosa trovereste?
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4) Infine, i numeri complessi!

Eseguire somme e sottrazioni sui seguenti numeri complessi, sia algebricamente che
graficamente, sul piano complesso:

w = 3 + 2i; y = 5 + 3i; z = w + y

w = 2 + 3i; y = 6 + 4i; z = w – y

w = 2 + 3i; y = - 6 + 4i; z = w + y

w = 4 + 2i; y = 2 + 3i; z = w – y

In quali quadranti si trova z?

w = 3 + 2i; z = 2w

w = 3 + 2i; z = w/2

Ora, disegnate sul piano complesso il numero z = 5,2 + 3i. Trasformate la sua espressione
algebrica in quella trigonometrica ed in quella esponenziale.

Sommate a w = 5,2 + 3i il numero y = 3 + 5,2i. Cosa ottenete?

Ora, invece, dati w = 5,2 + 3i e y = 3 + 5,2i calcolate z = w x y, algebricamente,


trigonometricamente, esponenzialmente e graficamente. Cosa ottenete?

Tutto giusto? BRAVI!