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Domande e risposte

Ho immediatamente acquistato il libro, ben conoscendo il prof. Ghersi e apprezzando soprattutto


l'attenzione sempre prestata anche agli aspetti professionali della progettazione, anziché agli
aspetti meramente accademici. Chiederei però maggiori delucidazioni su alcuni aspetti che mi
lasciano perplesso, ad esempio quanto detto a pag. 172 riguardo agli elementi secondari. Per
quanto condivisibile il discorso non tiene conto ad esempio né del limite, imposto dalle NTC, del
15% di rigidezza degli elementi secondari, né della precisazione, fatta nella circolare, sulla
necessità, per questi elementi, di "non plasticizzarsi". Su questo ultimo aspetto gradirei un
commento dell'autore. Con altrettanta perplessità ho letto quanto riportato alle pagg. 170 e
seguenti in merito alla riduzione di rigidezza degli elementi. Di nuovo l'autore sembra nuovamente
consigliare di "ignorare" le prescrizioni normative, stavolta per quanto riguarda la riduzione di
rigidezza degli elementi strutturali. Per quanto, come in precedenza del resto, condivida in gran
parte le posizioni dell'autore, devo però chiedere qualche chiarimento in più, dato che poi, come
professionista, mi trovo costretto al confronto da un lato con una normativa, italiana ed europea
(prescrizioni simili sono infatti anche nell'EC8) che impone la riduzione di rigidezza, dall'altra con
numerosi, e ormai non più recentissimi, studi che affermano il contrario. Fra tutti cito, e l'autore
sicuramente già conoscerà, quanto riportato da Paulay e Priestley (1992), nel capitolo 4 del libro
"Seismic design of reinforced concrete and masonry buildings" - tabella 4.1 dove vengono proposti
valori per la riduzione di rigidezza dell'inerzia dei membri con valori molto distanti dal' "opzione
zero" proposta dall'autore. Cito anche, ma non ricordo con precisione la fonte, uno studio del prof.
Mazzolani che indica come troppo prudenziali i valori proposti da Paulay e Priestley, mostrando i
risultati di alcuni studi che hanno portato alla formulazione della 3274, poi ripresa dalle NTC con il
"consiglio" di "poter" ridurre la rigidezza a forfait del 50%. Ci tengo a ribadire come, per quanto
d'accordo almeno in parte con le affermazioni dell'autore, mi troverei comunque in un certo
imbarazzo nel andare "contro" le imposizioni normative in base al puro "buon senso" invocato
dall'autore, senza un minimo di supporto teorico che possa dare conforto in caso di "obiezioni
mosse da chi è deputato al controllo della progettazione" che legittimamente potrebbe chiedermi il
rispetto delle imposizioni normative, che in Italia derivano da legge dello stato e come tali cogenti,
al di là della norma "prestazionale" che prestazionale non è.
Rispondo con piacere alle osservazioni. 1. Elementi secondari. Nella pagina citata dico espressamente che per
dimostrare che un insieme di elementi può essere considerato secondario si può valutare l'effetto del sisma con
un doppio calcolo, includendo e trascurando gli elementi e confrontando i risultati. Gli elementi sono secondari
se le differenze non sono particolarmente rilevanti (orientativamente non superiori al 10%). Non condivido
invece la necessità di garantire che questi elementi non si plasticizzino. Piuttosto, dovrò controllare che, per
effetto delle deformazioni imposte dal seguire il resto della struttura non si abbiano rotture fragili nè duttili
(superamento della deformazione plastica ultima) 2. Riduzione della rigidezza per sezione fessurata. La
riduzione di rigidezza può penalizzare lo stato limite di danno, ma con un normale (cioè non eccessivamente
tirato) dimensionamento delle sezioni, in base agli attuali spettri i limiti di spostamento non mi sembrano
condizionanti (ovviamente, a questa affermazione possono esserci eccezioni che vanno quindi valutate "a
parte"). Per quanto riguarda invece lo SLV, una riduzione delle rigidezze (specialmente se applicata
indiscriminatamente e in misura uguale a tutti gli elementi) porta solo ad una riduzione delle sollecitazioni. Non
applicarla è quindi a vantaggio di sicurezza e per questo motivo io consiglio di non applicarla. Mi sembra che le
indicazioni che si trovano siano troppo generiche e contrastanti per giustificare la riduzione di armature che
conseguirebbe alla riduzione dei momenti. 3. Filosofia progettuale, ovvero cogenza o non cogenza. La norma
deve essere letta in termini prestazionali. Se si cerca di vederla con il vecchio spirito di "indicazioni cogenti"
cercado di seguire alla lettera ogni singolo punto, meglio chiudere bottega. Continuo a credere che il buon
senso e l'esperienza devono essere la prima guida del progettista. Ed è questo uno dei motivi principali che mi
ha spinto a lavorare a questo libro.

Vorrei molto gentilmente chiedere perché nell'esempio riportato ai capp. 10-11-12 si adotti un
rapporto, per il coefficiente di struttura, alfau/alfauno=1.3 con pianta del fabbricato ad "L". A me
pare, ad una prima lettura delle NTC08, che il punto 7.2.2 escluda a priori la possibilità di
considerare regolari in pianta edifici del tipo a "L" come quello riportato in esempio, pur rendendone
il comportamento il più traslazionale possibile.
I criteri di regolarità riportati nelle norme sono chiaramente regole applicative, non principi. Pertanto un edificio
che abbia centro di massa sostanzialmente coincidente col centro di rigidezza e quindi comportamento
traslazionale e non rotazionale può tranquillamente essere considerato regolare in pianta. Nel cd allegato al
testo ci sono numerosi articoli che trattano i problemi di reglarità (o mancanza di regolarità) che possono
servire per approfondire questo aspetto.

Se non è opportuno realizzare concretamente cerniere per gli elementi secondari, allora come si
dimostra che tali elementi seguono le deformazioni senza collassare? Forse è una mia lacuna, ma
calcolare le curvature allo SLU e confrontarle con quelle ultime di ogni singolo elemento mi sembra
molto oneroso.
Per giudicare se gli spostamenti subiti da un elemento secondario (trascurato nel calcolo) sono accettabili, cioè
non producono collasso, io seguirei questo semplice procedimento: 1) valuterei i reali spostamenti o rotazioni
prendendo quelli che escono dal calcolo (ad esempio, se parlo di pilastri, lo spostamento relativo tra piani
adiacenti) e moltiplicandoli per il fattore di struttura (partendo dall'ipotesi di uguaglianza tra spostamenti
elastici ed elastoplastici, valida per strutture non estremamente rigide). 2) confronterei la rotazione
dell'elemento così ottenuta con quella corrispondente al valore limite della rotazione alla corda, calcolata con le
formule riportate nell'OPCM 3431, allegato 11.A - se parliamo di cemento armato (cito questo perché nelle
NTC08 queste formule non sono indicate, ma le NTC08 consentono di usare altre fonti autorevoli come le OPCM
citate).

A pag. 134 del testo, quando si parla del punto 7.4.6.1.1 citando il testo delle NTC08 "... la larghezza
del pilastro, aumentata da ogni lato di metà dell'altezza della sezione trasversale del pilastro
stesso", si nota un'incongruenza tra quanto citato e quanto riportato nel testo delle NTC08, in
quanto il testo recita "... la larghezza del pilastro, aumentata da ogni lato di metà dell'altezza della
sezione trasversale della trave stessa"; ebbene, da un punto di vista pratico c'è una grossa
differenza. Desiderei sapere se è un errore del testo del libro, una diversa interpretazione della
norma o cos'altro.
Ha ragione, si è trattato di una svista nel riportare la citazione della norma. Il riferimento corretto è alla
larghezza del pilastro aumentata da ogni lato di metà dell'altezza della sezione trasversale della trave,
considerazione che nasce dalla possibilità di diffondere le tensioni dal pilastro alla trave allargando
gradualmente la larghezza (a partire da quella del pilastro). Il riferimento a "metà", cioè a 45°, è forse
discutibile, perché le tendenze attuali sono verso una diffusione con un angolo diverso da 45°, ma resta il fatto
che l'aumento deve essere riferito all'altezza della trave.

Per la progettazione in zona 4 le NTC08 prevedono due opzioni: 1) progettare secondo le indicazioni
2.7 delle norme; 2) introduzione capitolo 7. Sono equivalenti come scelta o esistono dei criteri di
scelta per l'uno o l'altro metodo?
La zona 4 è una zona a bassissima sismicità. Di conseguenza bastano minimi accorgimenti per garantire una
sufficiente resistenza al sisma. A mio parere, più del fatto di fare una verifica in base alle tensioni o allo stato
limite ultimo, la cosa fondamentale è rispettare indicazioni di minima su sezioni ed armature e rispettare
sufficientemente la gerarchia delle resistenze (cioè garantire una resistenza dei pilastri maggiore di quella delle
travi ed una buona resistenza a taglio in tutti gli elementi). In questo senso, quindi, sono più d'accordo con
l'introduzione del capitolo 7 delle NTC08.

Volevo chiedere se, nel caso di edifici in c.a. monopiano, la gerachia delle resistenze debba essere
rispettata. Tale dubbio mi è venuto leggendo la norma nella qualle vi è citato al cap.7.4.4.2.1 al 7°
capoverso, l'escusione delle g.r. per la sommità dei pilastri di ultimo piano. Può essere applicata tale
prescrizione anche agli edifici monopiano essendo, l'ultimo, l'unico piano?
La gerarchia delle resistenze nei pilastri non deve essere applicata in testa all'ultimo piano e al piede del primo.
Quindi se l'edificio ha un solo piano non deve essere applicata. Ovviamente vanno applicate altre gerarchie,
come quella del taglio rispetto alla flessione, ecc.

Dopo aver letto la norma, la circolare, il libro e quant'altro possa essere utile per una progettazione
rispettosa delle norme e al contempo rispettosa delle tasche della committenza, pur non pertinente
con il testo del libro, finalizzato alle strutture intelaiate, val la pena spendere due parole sulle
strutture meno nobili. Ebbene, mi par di dedurre dalla norma come sia piuttosto labile la definizione
di strutture in CA alternative alla tabella 7.4.I.: ad esempio, appartengono o non appartengono ad
essa le strutture a telaio non rispettose dei dettami della gerarchia delle resistenze? Se sì, come ci
si interfaccia con il §7.2.5., se no, con quale criterio devo impiegare valori di mufi pari a 3-5 volte
superiori rispetto al limite realmente impiegato? Parallelamente, trovo che la definizione dei pendoli
inversi gestisca pressoché qualsiasi struttura in CA delle consuete costruzioni di 2/3 piani
maggiormente avvalorata dall'aver modellato la copertura inclinata come un elemento secondario
non sismoresistente. Resto un po' basito di fronte al fatto che m'accorgo come quasi mai mi trovo di
fronte a un telaio per queste comuni strutture. Spesso e volentieri mi trovo di fronte a un pendolo
inverso (almeno stando alla definizione data ad essi dalla norma). Come relazionarsi quindi,
realmente, di fronte a strutture di questo tipo? Gerarchia sì o gerarchia no? Regolarità in altezza sì o
regolarità in altezza no? Dettami dei paragrafi specializzati del §7.4. (tra cui anche ad es. quelli
dimensionali di travi e pilastri, oltre che quelli legati a barre longitudinali e staffe.) o è sufficiente
un controllo del mufi?
Non condivido il dubbio di base, in particolare quando il lettore si chiede come classificare "le strutture a telaio
non rispettose dei dettami della gerarchia delle resistenze". Se parliamo di nuove costruzioni (e il mio libro
tratta fondamentalmente di queste) il rispetto della gerarchia delle resistenze è un requisito fondamentale, dal
quale non si può prescindere. Diverso è il discorso degli edifici esistenti, ma questi non sono oggetto del libro.
Per quanto riguarda le strutture a pendolo inverso, non ritengo che una ordinaria costruzione di due-tre piani
debba essere classificata in tal modo. Il classico pendolo è una massa oscillante (perché appesa a un filo) e il
"pendolo inverso" è sostanzialmente la stessa cosa, ma capovolta, solo che al posto del filo abbiamo elementi
strutturali deformabili. E' un pendolo inverso un serbatoio a fungo, che ha la quasi totalità della massa
concentrata in alto. Al limite, potrebbe esserlo anche un edificio se avesse masse estremamente elevate
all'ultimo piano, ma mi sembra più un'idea teorica che reale perché neanche un giardino pensile o una piscina in
terrazza mi sembra possano arrivare a tanto. L'aspetto importante del pendolo inverso è che deve essere una
struttura poco iperstatica e quindi poco dissipativa. Il serbatoio a fungo lo è, perché è in pratica una mensola e
la dissipazione è concentrata in un'unica sezione. L'edificio a due o tre piani sicuramente no.

Nel fare i complimenti per il testo pongo il seguente quesito del quale non ho trovato risposta nel
testo e con altre ricerche varie. La norma (punto 4.1.2.1.3.1) consente l'impiego di solai sprovvisti
di armatura a taglio. per questo deve risultare VRd>VEd. Nel calcolo di VRd il coefficiente K deve
risultare minore o uguale a 2. Questo comporta limitazioni all'altezza minima dei solai? per esempio
con d=180mm il coeff. K risulta maggiore di due ed uguale a 2,0541. Il punto 4.1.9 , Norme ulteriori
per i solai, non mi sembra che chiarisca questo dubbio, anzi richiama per i solai il capitolo 4.1 delle
norme.
La normativa vuol dire semplicemente che, qualora dal calcolo risultasse k>2, si deve assumere nei calcoli k=2.

Le NTC 2008 prevedono, per le pareti una zona di confinamento pari al 20% della lunghezza entro la
quale si deve posizionare armatura minima dell'1% verticale e anche orizzontale, per l'altezza
critica; quest'ultima non potra superare l'altezza interpiano. Il quesito è: quando si può pensare di
prescindere da questa prescrizione, sempre che sia possibile farlo? Il motivo di tale domanda può
apparire sciocco, in realtà deriva da semplici considerazioni riguardanti quei fabbricati di modeste
dimensioni, 2-3 piani, a setti in c.a., con comportamento scatolare che presentano pareti estese, con
molti fori, magari disposti disordinatamente. Pensare di creare pareti NTC08 e armarle in modo
duttile, come fossero elementi modimensionali, francamente lo trovo poco credibile. Finirei per
disporre tantissima armatura per rispettare i limiti, in pareti che è impensabile si possano
plasticizzare al piede. A me sembrerebbe più logico modellare la strutture con elementi guscio e
armarle in modo puntuale a seconda delle sollecitazioni di calcolo, magari amplificate, ma
perlomento seguendo una reale distribuzione di tensioni. Inoltre, dovendo per regolamento armare
le pareti per l'altezza critica, che non può superare l'altezza interpiano, potrei finire, per
(sovra)armare in modo duttile i setti del piano seminterrato, qualora non lo considerassi elemento
di fondazione. Tutto ciò mi sembra poco corretto.
Ritengo che le prescrizioni di normativa citate si riferiscano a pareti che manifestano un comportamento
flessionale oltre che tagliante. Se ciò non avviene, come nel caso di insiemi di pareti che danno un
comportamento scatolare, mi sembra corretto non tenerne conto.

Dopo lo studio delle NTC2008, corsi di formazione e confronti con altri colleghi, i dubbi sono molti e
condivido la sua affermazione sulla interpretabilità delle nuove norme. In particolare, per le
strutture monopiano (capannoni prefabbricati) le sottopongo un dubbio. La formula 7.3.2 al punto
7.3.1 definisce P "il carico verticale totale della parte di struttura sovrastante l'orizzontamento in
esame"). L'interpretazione letterale delle definizioni fa sostenere che per un capannone monopiano
il valore della formula è theta=(P.dr/V.h )=0, in quanto: sull'orizzontamento di copertura di un
capannone, il carico verticale totale della parte di struttura sovrastante la copertura stessa è P=0
(in quanto non esiste nessuna struttura soprastante la copertura), mentre sull'orizzontamento di
base di un capannone, dr=0 [spostamento orizzontale medio d'interpiano, ovvero la differenza tra lo
spostamento orizzontale dell'orizzontamento considerato (spostamento terreno=0) e lo
spostamento orizzontale dell'orizzontamento immediatamente sottostante (=0 perché non esiste)].
Tale differente traduzione dall'EC8(*)), ci consentirebbe di sostenere a fronte di una
contestazione/genio civile che, per un capannone monopiano è sempre theta=0, e che quindi si può
derogare dalla minima sezione pari a un decimo dell'altezza di interpiano (prescritto dal p.to
7.4.6.1.2) senza eseguire calcoli del secondo ordine? N.B.: Per una struttura pluripiano la formula è
invece applicabile e soprattutto più sensata rispetto alla stessa regola per strutture monopiano: ad
es. per pluripiano con interpiano massimo= 500 cm la sezione minima a prescindere dai calcoli è
50x50. Per monopiano con interpiano medio= 800 cm la sezione minima è 80x80 ???). (*) Nell'EC8
si definisce: "Ptot è il carico gravitazionale totale al livello e sopra il piano considerato nella
situazione sismica di progetto[..]", per cui la differenza con la definizione del NTC2008 è sostanziale
e sembra voluta più che un errore di traduzione.
Quella formula è un modo semplificato per tener conto degli effetti del econdo ordine, ricavato con riferimento
ai singoli interpiani; va letta onsiderando in P il peso della struttura sovrastante l'interpiano in considerazione,
incluso il peso dell'impalcato immediatamente sovrastante. Quindi nel caso di un edificio ad un solo piano P è il
peso della copertura e theta non è zero.

Sono veramente soddisfatto dell'acquisto del libro, altra grande opera del prof. Ghersi di cui ho
acquistato altri testi; non ho ancora letto tutto ma ho già l'idea che sia un valido strumento per la
professione, complimenti. Le volevo chiedere alcuni chiarimenti. La norma NTC08 dedica il par. 7.2.3
agli elementi secondari e mi sembra di capire che li definisca come elementi che non dovrebbero
avere partecipazione nella fase di assemblaggio della matrice di rigidezza della struttura
relativamente alla condizione sismica (per la condizione statica invece si dovrebbe assemblare
un'altra matrice di rigidezza che contempla questi elementi) e nemmeno nella valutazione della
gerarchia delle resistenze; nel par. 4.3 del cap.6 del suo libro mi sembra di capire che Lei consigli di
inserirli comunque nella matrice di rigidezza per la condizione sismica, in modo da avere dal calcolo
stesso l'armatura idonea alle deformazioni relative, ma di evitare poi di rispettare tutti i dettagli
imposti per elementi principali:questo suo modo di operare credo trovi riscontro con la definizione
degli elementi che mi consente il mio programma, ossia posso inserire elementi presenti in tutte le
condizioni di carico (sismiche e statiche) senza che però venga applicata la gerarchia delle
resistenze, ed inoltre posso definire elementi, come richiesto mi pare dalla norma, a cui non si
applica la gerarchia e sono presenti, in termini di rigidezza, solo nel caso della condizione statica. Mi
viene il seguente dubbio: inserendo elementi secondari, che poi tratterei come tali - senza gerarchia
delle resistenze e senza troppi accorgimenti -, nella matrice di rigidezza sismica sicuramente si
ridurrà il cimento degli elementi principali che saranno dimensionati di conseguenza, ma gli
elementi secondari saranno sufficientemente resistenti ed eventualmente duttili? Se questi cedono
per azione sismica, gli elementi principali saranno poi sufficienti da soli? Vorrei avere dei
chiarimenti in merito e sapere dove la norma definisce elementi secondari sismoresistenti a cui non
si applica la sola gerarchia delle resistenze. Inoltre vorrei capire se per gli elementi secondari posso
non applicare i limiti geometrici e tutto ciò che è presente nel cap.7 della NTC08, visto che un
elemento secondario non dovrebbe essere un elemento sismoresistente (mi pare che lei risponda
già a questo nello stesso paragrafo ma cerco conferma), in particolare vorrei sapere se posso
dimensionare la base di una trave a spessore, che poggia sul lato di 30cm di un pilastro, a 70 cm, in
modo da darle resistenza adeguata a sopportare il carico di un solaio. E ancora, come posso
considerare i tiranti che si inseriscono nei bowindow alla luce egli elementi secondari che posso
definire con il mio software? La norma prevede anche di verificare le tamponature e nel cap.7
(par.7.2.3) definisce anche un carico da applicare per le verifiche: ma come si fanno esattamente?
Sono elementi secondari (punto 7.2.3) quegli elementi che non contribuiscono in maniera rilevante a portare
l'azione sismica. Quindi in sostanza se vengono o non vengono messi nel modello di calcolo i risultati globali
cambiano in misura minima. Io suggerisco sempre di metterli (anche se la norma dice di ignorarli nel modello),
anche perché possono essere secondari dal punto di vista sismico ma importanti per i carichi verticali.
Inserendoli nel modello di calcolo, automaticamente trovo le sollecitazioni indotte in essi dal sisma, che devono
essere molto basse (altrimenti non sono secondari). Potrei anche non inserirle nel modello, ma in questo caso,
come dice il punto citato, dovrei valutare a parte quali sollecitazioni nascono per congruenza col resto della
struttura (per questo dico che è più comodo metterli nel modello). Il limite dimensionale delle travi nasce dalla
necessità di trasmettere momento flettente dovuto al sisma da trave a pilastro, cosa che non avviene se
l'elemento (es. trave a spessore) è secondario. Quindi la larghezza di una trave a spessore può essere
maggiore, se si parla di momento flettente che viene trasmesso da una campata a spessore ad un'altra pure a
spessore. Problemi di trasmissione di flessione tra campata a spessore e campata emergente o di trasmissione
di taglio da campata a spessore e pilastro esistono invece, anche per carichi verticali. Tiranti messi nei
bowindow per collegare tra loro sbalzi a due quote e racchiudere le tamponature sono secondari e in questo
caso probabilmente non li metterei proprio nel modello. Per le tamponature, è importante innanzitutto che siano
ben ammorsate (se non lo sono c'è rischio di ribaltamento fuori piano, che si può verificare con una condizione
di equilibrio tra peso ed azione sismica rispetto allo spigolo di base). Se sono ammorsate si comportano come
una piastra (al limite, come una trave) ed è possibile stimare un momento flettente in aggiunta al piccolo sforzo
normale da peso proprio e fare una verifica a pressoflessione (con materiale non resistente a trazione) oppure
individuare un arco che riesce a portare l'azione sismica lavorando a compressione.

Ho una struttura calcolata con le norme 96, con i soli pilastri del piano terra già gettati. Ho visto che
scaricando i balconi tamponati (1,20 metri su tutto il perimetro dell'edificio) su travi a sbalzo,
queste incrementando l'armatura (+6 cmq circa) sulle travi interne, fanno si che la gerarchia delle
resistenze non venga rispettata. Viceversa, prevedendo i solai a sbalzo, la gerarchia delle resistenze
viene rispettata. A questo punto dovrei optare per la seconda soluzione, ma non ne sono molto
convinto, sembrandomi quella dei balconi che scaricano su travi a sbalzo una soluzione in genere
più naturale e più facile in cantiere. E' questo un caso in cui l'intuito cade in errore?
Preciso innanzitutto che in presenza di una trave a sbalzo la gerarchia delle resistenze deve essere applicata
solo guardando la campata di trave adiacente e non lo sbalzo (cioè considerando un'unica trave nel nodo, come
se lo sbalzo non ci fosse). Però la presenza dello sbalzo aumenta il momento negativo (e l'armatura superiore)
nella campata adiacente. In prima approssimazione direi che questo incremento di armatura và conteggiato ai
fini della gerarchia delle resistenze. Ma forse, a ben pensarci, questo non è del tutto vero perché almeno una
parte di questa armatura serve a bilanciare l'effetto dello sbalzo (con i carichi quasi permanenti, presenti col
sisma) e quindi questa parte non può contribuire a far aumentare il momento nei pilastri che confluiscono nel
nodo.