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Dalla Disciplina clericalis all’Italia.

Viaggio di testi, viaggi di cultura e identità culturale


Gaetano Lalomia

La Disciplina clericalis di Pietro Alfonso è nota per essere un’ope-


ra che ha conosciuto un’ampia diffusione nel Medioevo. Redatta in-
torno all’inizio del secolo XII dall’ebreo convertito Moshé Sefardí
(Huesca, 1076?-1140?), che dopo la conversione prende il nome di Pe-
trus Alfonsi1, la Disciplina clericalis si presenta come una raccolta di
apologhi, di detti, di esempi e di racconti, tenuti insieme da una sem-
plice cornice dialogata che vede quali protagonisti un padre e un figlio
(da intendersi anche un maestro e un discepolo) nel reciproco ruolo di
consigliere e consigliato. Gran parte del materiale utilizzato per la re-
dazione di questo testo è di matrice orientale2, sebbene egli attinga a

1
Scarsi sono i dati biografici esistenti, per i quali si rimanda a M.J. LACARRA, Pedro
Alfonso, Zaragoza, Diputación General de Aragón-Departamento de Cultura y Educación,
1991, pp. 9-12 e a J. TOLAN, Petrus Alfonsi and his Medieval Readers, Gainesville, University
Press of Florida, 1993, pp. 9-11. In merito alla conversione di Pietro Alfonso sappiamo, da
quanto afferma egli stesso nel Dialogus contra iudaeos (Pedro Alfonso, Diálogo contra los
judíos, introducción de J. Tolan, texto latino de Kl.-P. Mieth, traducción de E. Ducay, coordi-
nación de M.J. LACARRA, Huesca, Instituto de Estudios Altoaragoneses, 1996, p. 6), che è
stato battezzato nel 1106 a Huesca (capitale del regno aragonese): «Cum itaque divine misera-
tionis instinctu ad tam excelsum huius fidei gradum pervenissem, exui pallium falsitatis et nu-
datus sum tunica iniquitatis et baptizatus sum in sede Ocensis civitatis […]» [Così essendo
giunto, con l’aiuto della divina provvidenza, al più elevato grado di questa fede, mi sono spo-
gliato del velo della falsità e della tunica dell’iniquità, e sono stato battezzato nella cattedrale
della città di Huesca] (la traduzione del passo, così come quelle successive, sono a cura di chi
scrive).
2
È d’obbligo precisare di quale Oriente si tratti per non rimanere nel vago e nel generico.
È infatti errore comune parlare di novellistica orientale senza precisare però a quale Oriente ci

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piene mani anche a elementi provenienti dalla cultura occidentale di


matrice cristiana, ben assimilata da Pietro Alfonso in vista della sua
conversione. Si è, pertanto, di fronte a un’opera nella quale conver-
gono e si stratificano culture diverse: quella ebraica, quella orientale
di matrice indo-persiana, e quella cristiana. È, infatti, nell’aspetto for-
male e nei contenuti che è possibile ravvisare la fisionomia sincretica
dell’opera, che poi è una delle sue precipue caratteristiche. Tale preci-
sazione è utile in vista della finalità di questo contributo, che è appun-
to quello di ricostruire la ricezione di quest’opera nella cultura italiana
e di cogliere per questa via le modalità di accoglienza di un’altra cul-
tura, o meglio di una cultura “altra”, in ambienti letterari che hanno
già in qualche modo avuto un’impronta culturale specifica. In tal sen-
so, forse, si può cercare di superare quel limite – in realtà ormai in
parte superato – che evidenziava tempo fa S. Battaglia quando affer-
mava, riferendosi agli influssi delle novelle orientali in Italia:

Quanta saggezza orientale si sia riversata nella cultura occidentale per tramite
di questi repertori novellistici, non è agevole indicare e sceverare; ma non c’è
dubbio che dovette esser notevole e penetrante, e, per molta parte, formativa3.

Aveva senz’altro ragione Battaglia nel sostenere che è difficile «in-


dicare e sceverare» i materiali novellistici che hanno costituito la fonte
d’ispirazione della novellistica occidentale, ma oggi forse siamo in
grado di poter fornire qualche dato in più, contribuendo così a fare lu-
ce su quelle che A. Pioletti definisce «sezioni trasversali» di una bi-
blioteca itinerante e mediterranea4.

si riferisca, giacché buona parte di questa novellistica viene importata dalla lontana cultura in-
do-persiana proprio dagli arabi, i quali, una volta appropriatisi di tale cultura, l’hanno a loro
volta rielaborata per divulgarla nei propri domini. Tra essi vi sono anche le terre occidentali,
quali la Sicilia e la Spagna, che, in tempi e in fasi successive, hanno accolto questo
patrimonio per tradurlo e rielaborarlo in vista di altri fruitori.
3
S. BATTAGLIA, La coscienza letteraria del Medioevo, Napoli, Liguori, 1965, p. 473.
4
A. PIOLETTI, Fra Oriente e Occidente, in «Quaderni petrarcheschi», 12-13 (2002-2003),
pp. 99-107, a p. 101. Sulla biblioteca mediterranea si rimanda ad A.M. PIEMONTESE, Narrativa
medioevale persiana e percorsi librari internazionali, in Medioevo romanzo e orientale. Il
viaggio dei testi. III Colloquio Internazionale (Venezia, 10-13 ottobre 1996), a cura di A.
Pioletti e F. Rizzo Nervo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999, pp. 2-17.
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1. Stratificazioni culturali orientali e occidentali nella Disciplina


clericalis

Per comprendere bene il sincretismo della Disciplina clericalis è


necessario avere ben presenti gli elementi costitutivi del testo. Pietro
Alfonso concepisce l’opera come un testo nel quale gli aspetti didattici
e morali vengono trasmessi attraverso proverbi e favole5. Dietro l’ap-
parente disomogeneità dei materiali utilizzati (proverbi, consigli, fa-
vole, versi e similitudini)6 è possibile scorgere un lavoro di armonizza-
zione che fornisce all’opera una solida compattezza esterna; come ha
notato M.J. Lacarra7, tre sono i nuclei tematici individuabili nella
Disciplina clericalis: 1) vizi e virtù umane (racconti I-VIII); 2) rela-
zioni tra gli uomini (racconti IX-XXVIII); 3) relazione tra uomo e
Dio, caducità dei valori temporali (racconti XXIX-XXXIV).
Lo schema non è rigido, ma il cambiamento da un tema a un altro
si realizza gradualmente. È certo, però, che l’opera presenta un’orga-
nizzazione macrotestuale caratterizzata dalla non intercambiabilità dei
singoli nuclei narrativi, aspetto questo che le conferisce un significato
specifico8. Il libro si configura così come un percorso che il lettore
compie lentamente secondo un principio basato fondamentalmente su
concetti estetici propri del Medioevo: numerus, pondus et mensura9. I

5
TOLAN, Petrus Alfonsi cit. (cap. 4).
6
«Propterea ergo libellum compegi, partim ex proverbiis philosophorum et suis casti-
gationibus, partim ex proverbiis et castigationibus Arabicis et fabulis et versibus, partim ex
animalium et volucrum similitudinibus» [A causa di ciò, composi questo libello costituito in
parte di proverbi di filosofi e dei loro insegnamenti, in parte di proverbi e consigli arabi, e di
favole e di versi e in parte servendomi delle comparazioni con uccelli e animali] (Pedro Al-
fonso, Disciplina clericalis, introducción y notas de M.J. LACARRA, traducción de E. Ducay,
Zaragoza, Guara, 1980 [le successive citazioni sono tratte da questa edizione, di cui si indi-
cheranno le pagine]). Sui reali significati delle forme narrative brevi citate da Pietro Alfonso
cfr. LACARRA, Pedro Alfonso cit., pp. 37-38, B. TAYLOR, Wisdom Forms in the Disciplina cle-
ricalis of Petrus Alfonsi, in «La Corónica», 22 (1993-1994), pp. 24-40 e J. ARAGÜÉS ALDAZ,
Fallacia dicta: narración, palabra y experiencia en la Disciplina clericalis, in Estudios sobre
Pedro Alfonso de Huesca, coordinados por M.J. Lacarra, Huesca, Instituto de Estudios Alto-
aragoneses, 1996, pp. 235-259.
7
LACARRA, Pedro Alfonso cit., pp. 41-43.
8
M.J. LACARRA, Introducción a Pedro Alfonso, Disciplina cit., pp. 13-38; ARAGÜÉS AL-
DAZ, Fallacia dicta cit., p. 252; B. TAYLOR, La sabiduría de Pedro Alfonso: la Disciplina cleri-
calis, in Estudios sobre Pedro cit., pp. 291-308, a p. 303.
9
U. ECO, Arte e bellezza nell’estetica medievale, Milano, Bompiani,1998, p. 25.
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34 exempla, che si alternano alle sentenze e ai proverbi, servono infat-


ti a strutturare un percorso tematico coerente basato su un insegna-
mento fondamentale: vivere in questo mondo senza dimenticare la fu-
gacità dei beni materiali10. L’opera si profila così come un testo didat-
tico il cui intento è formare individui che sappiano destreggiarsi nella
vita mondana senza per questo perdere di vista una serie di valori fon-
damentali. Al centro della riflessione morale di Pietro Alfonso si trova
la difficoltà di relazionarsi con i propri simili; non è un caso che il nu-
cleo più corposo di esempi (ben 20, circa il 37% del totale) occupi la
sezione centrale del testo, ovvero quella dedicata alla relazione del-
l’uomo con i suoi simili. Come si può evincere da queste rapide con-
siderazioni, siamo di fronte a un testo costruito secondo intenti spe-
cifici, intenti peraltro ravvisabili proprio nelle dichiarazioni dello
stesso autore nel Prologus. Pietro Alfonso, infatti, non manca di avvi-
sare il lettore sui motivi che l’inducono a utilizzare gli esempi (p.
109):

Fragilem eciam hominis esse consideraui complexionem: que ne tedium in-


currat, quasi poruehendo paucis et paucis insturenda est; duricie quoque eius
recordatus, vt facilius retineat, quodammodo necessario mollienda et dulcifi-
canda est; quia et obliuiosa est, multis indiget que oblitorum faciant recorda-ri.

[Considerai, d’altra parte, che la natura umana è fragile e necessita di essere


istruita poco a poco per non cadere nel tedio; considerando quanto sia coria-
cea ritenni necessario ammansirla in qualche modo, aiutandola a perdere la
sua naturale rudezza affinché apprenda con maggiore facilità; e poiché è in-
cline a dimenticare necessita di essere istruita con molti esempi che l’aiutino
a ricordare]

L’idea che gli esempi aiutino a ricordare gli insegnamenti è ampia-


mente diffusa nell’Occidente romanzo, e tale precisazione consente al-
l’autore di annoverare la propria opera all’interno di una tipologia te-
stuale ben precisa, la letteratura esemplare. Ciò che tuttavia risulta es-
sere innovativo rispetto a quel genere è l’idea di come fruire il testo;
Pietro Alfonso, infatti, precisa che bisogna leggerlo lentamente perché
tale modalità di fruizione permette al lettore di cogliere il reale e con-
creto significato dell’opera. Pietro Alfonso, tuttavia, non esclude nem-
10
LACARRA, Introducción cit., p. 28.
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meno la possibilità che il testo possa essere letto rapidamente, ma in


tal caso consiglia di leggerlo e rileggerlo per poter scorgerne i signifi-
cati precedentemente ignorati (p. 110):

Si quis tamen hoc opusculum humano et exteriori oculo percurrerit et quid in


eo quod humana parum canit natura uiderit, subtiliori oculo iterum et iterum
relegere moneo et demum ipsi et omnibus catholice fidei perfectis corri-
gendum appono. Nichil enime in humanis inuencionibus perfectum putat phi-
losophus.
[Se qualcuno, tuttavia, scorrendo questo libro con occhio e con lettura super-
ficiale trovasse in esso qualcosa per cui si mostri che la natura umana non è
cauta, gli consiglio che lo legga e che lo rilegga con più sottile attenzione, e,
in ultima istanza, lascio nelle sue mani e in quelle di tutti coloro che sono sta-
ti formati nella fede cattolica, la possibilità di emendarlo; poiché il filosofo,
tra le varie cose umane, nessuna considera perfetta]

Tale modo di procedere nella fruizione del testo ricorda da una par-
te i consigli che Ibn al-Muqaffa‛ dà al lettore del Calila e Dimna11, ma
dall’altra richiama il metodo scolastico dello studio dei testi basato
fondamentalmente su un approccio ermeneutico teso a scavare il vero
significato del testo. Come si può notare, le due concezioni della tra-
smissione del sapere trovano una felice sintesi nell’idea che la fruizio-
ne passi attraverso una lettura individuale, e uno studio approfondito
del sensus della parola.
A rendere coeso tutto il materiale non c’è soltanto l’intenzione del-
l’autore, ma anche l’espediente della cornice, la quale serve a dare so-
stanza ai materiali dell’opera in un contesto prettamente didattico; an-
zi, è proprio la cornice che imprime al contenuto della Disciplina cle-

11
«È innanzitutto necessario per chi intende studiare questo libro iniziarne la lettura e
condurla in modo costante e perseverante; il suo scopo non sia quello di arrivare alla fine
della trama senza meditarlo appieno, in quanto la sola e semplice lettura non porterebbe nes-
sun vantaggio. Se egli appunta i suoi sguardi sull’insieme dell’opera, e non si impadronisce
del profondo significato dei passi del libro, uno ad uno, è sicuramente destinato a non rag-
giungere l’obiettivo […]», (Ibn al-Muqaffà‛, Il libro di Kalila e Dimna, a cura di A. BORRUSO e
M. CASSARINO, Roma, Salerno, 1991, p. 24). Siffatta metodica viene rimarcata anche da
Maimonide: «Si deseas aprender todo cuanto en él [libro] se contiene, sin que nada se escape,
has de relacionar sus capítulos entre sí, y no limitarte en cada uno a su mero contenido general,
sin ahondar asimismo en cada palabra inserta en el curso del texto, aun cuando no pertenezca al
tema de tal capítulo» (cit. da M. CRUZ HERNÁNDEZ, Historia del pensamiento en el mundo
islámico 2. El pensamiento de al-Ándalus (siglos IX-XIV), Madrid, Alianza, 1996, p. 482).
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ricalis il senso morale e didattico che l’autore intende proporre al let-


tore12. Tale espediente, come ormai noto, è un tecnicismo di matrice o-
rientale, indo-persiana in modo particolare, che la cultura araba ha
ereditato grazie alle traduzioni di testi provenienti dalle culture dei
popoli che annetteva al proprio impero13. Tale tipo di espediente trova
felice accoglienza presso la cultura occidentale giacché rifletteva assai
bene il metodo scolastico che si basava sulla lettura e sul commento
che il maestro effettuava, sul dibattito da lui sollecitato in merito ai
contenuti del testo letto, sulla difesa delle tesi del maestro dinnanzi
agli studenti, e sul dibattito che ne conseguiva, che vedeva coinvolti
gli studenti stessi. Il metodo scolastico, in altre parole, focalizzava
l’attenzione non solo sul testo e la sua interpretazione, ma soprattutto
sul dialogo tra maestro e discepolo quale momento didattico e forma-
tivo. Bisogna tuttavia pensare che la Disciplina clericalis doveva ave-
re anche fruitori non necessariamente colti in grado di leggere il testo
autonomamente. Spesso, infatti, si dimentica che intorno ai secoli XII
e XIII l’istruzione era riservata a pochi, e che accanto a una cultura
letteraria viveva anche una cultura popolare che viaggiava e si dif-
fondeva grazie all’oralità. Il confine, in pratica, tra cultura dotta e cul-
tura popolare non era nemmeno poi così netto, tanto che per molti
l’idea di un maestro che parli e di un discepolo che ascolti poteva ri-
flettere l’immagine piuttosto consueta di un predicatore e di un pubbli-
co; la cornice dialogata appare così come la trasposizione della realtà
su un piano di finzione.
In merito ai contenuti, gran parte dei materiali che costituiscono la
Disciplina clericalis sono di origine orientale, indo-persiana per la
precisione. Il lavoro sulle fonti del testo non è ancora esaurito, né è fa-
12
In merito alla cornice narrativa sono inevitabili i rimandi ad A. VARVARO, Forme di in-
tertestualità. La narrativa spagnola medievale fra Oriente e Occidente, in «Annali del-
l’Istituto Orientale di Napoli», 27 (1985), pp. 49-65, M. PICONE, Tre tipi di cornice novel-
listica: modelli orientali e tradizione narrativa medievale, in «Filologia e Critica», 13 (1988),
pp. 3-26, F. RIZZO NERVO, Percorsi della cornice narrativa, in Medioevo romanzo e orientale.
Il viaggio dei testi cit., pp. 251-259, A. PIOLETTI, Della tipologia della cornice narrativa, in
Poetica medievale tra Oriente e Occidente, a cura di P. Bagni e M. Pistoso, Roma, Carocci,
2003, pp. 13-27 e al recente contributo di M. PICONE, La cornice del Decameron fra Oriente e
Occidente, in El cuento oriental en Occidente, editado por M.J. Lacarra y J. Paredes, Gra-
nada, Comares, 2006, pp. 181-212.
13
Notevole, a tale proposito, è stato l’influsso della cultura greca, per il quale si rimanda a
D. GUTAS, Pensiero greco e cultura araba, a cura di C. D’Ancona, Torino, Einaudi, 2002.
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cile, a detta di M.J. Lacarra14, seguire le indicazioni di Pietro Alfonso,


visto che nella maggior parte dei casi egli stesso tende ad occultare la
fonte. Egli fa riferimento all’origine araba di una parte dei materiali
impiegati, senza però specificare la provenienza classica, ebraica,
orale o scritta del resto15. A prescindere dalla provenienza dei mate-
riali, in ogni caso Pietro Alfonso ricorre a forme brevi, ben presenti
nella cultura ebraica e araba16. È certo, però, che Pietro Alfonso sia
entrato in contatto con la tradizione culturale occidentale, e cristiana
in modo particolare, tanto da poter utilizzare anche proverbi e detti
tratti dalle Sacre Scritture.
Tutto ciò, in definitiva, contribuisce a dare luogo a un’opera dalla
chiara e netta fisionomia culturale derivata proprio dall’ambiente nel
quale l’autore vive e opera17; come ha già notato M.J. Lacarra18, è evi-
dente che all’interno della Disciplina clericalis si condensi la tra-
dizione occidentale, prevalentemente cristiana, e quella orientale,
quest’ultima facilmente assimilabile da parte dei fruitori occidentali. I
racconti della Disciplina sono infatti narrazioni che prevedono un’in-
cidenza su chi li fruisce (che sia il figlio discepolo, prima, il fruitore,
dopo), sicché la zona privilegiata del racconto è proprio la conclusione
e la sentenza che sancisce il senso del narrato, quest’ultima carat-
teristica formale che si riscontra anche nell’exemplum omiletico; è
proprio tale aspetto a permettere la rapida diffusione dell’opera in se-
no alla cultura occidentale.

14
LACARRA, Pedro Alfonso cit., p. 38.
15
In merito al trattamento di alcune fonti cfr. TAYLOR, Wisdom Forms cit. e ID., La sabi-
duría cit., pp. 293-294.
16
ARAGÜÉS ALADAZ, Fallacia dicta cit., p. 238 precisa che «la tradición oriental acogía
bajo un único término el conjunto de formas breves presentes en la Disciplina clericalis. La
voz hebrea māshal y la árabe mathal definen a un tiempo secuencias tan diversas como el pro-
verbio, el dicho en boca de un personaje célebre, el símil, la fábula o la narración ejemplar».
In merito alla tradizione ebraica nella Disciplina clericalis cfr. A. ALBA CECILIA, Tradi-ciones
judías en la Disciplina Clerical de Pedro Alfonso, in «Sefarad», 52 (1992), pp. 21-28.
17
Per una panoramica dell’ambiente culturale castigliano al tempo di Pietro Alfonso cfr. J.
LOMBA, El marco cultural de Pedro Alfonso, in Estudios sobre Pedro cit., pp. 145-175. Lo
studioso fa notare (pp. 149-150) come la frontiera superiore della penisola iberica godeva di
una situazione politica ed economica prospera che permetteva un certo sviluppo culturale; a
ciò si aggiunga che l’ubicazione geografica favoriva i contatti con l’Oriente ma anche con il
mondo romanzo, agevolando gli scambi sia di natura economica, sia di natura culturale.
18
LACARRA, Pedro Alfonso cit., p. 39.
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2. Ricezione, ricezioni della Disciplina clericalis

La natura variegata della Disciplina clericalis ha permesso la cir-


colazione del testo in ambienti e livelli culturali variegati. Tale inin-
terrotta circolazione del testo ha portato però a una produzione e frui-
zione quanto mai diversificata a seconda dai contesti. J. Tolan ha infat-
ti ben messo in evidenza come alcune varianti della tradizione del te-
sto testimonino l’intervento dei copisti in direzione del destinata-
rio/lettore19; in non pochi manoscritti, in realtà, si nota come il copista
alteri i nomi arabi e tenda a smussare i caratteri più chiaramente legati
alla tradizione ebraica. Analizzando sempre la tradizione manoscritta,
Tolan rileva inoltre come la ricezione della Disciplina si inquadri al-
l’interno della letteratura sapienziale: alcune copie dell’opera, infatti,
oltre a contenere la Disciplina, trasmettono le favole di Esopo, opere
di Cicerone, di Ovidio, la lettera di Aristotele ad Alessandro, Seneca20.
Ciò, inoltre, conferisce alla Disciplina il carattere di testo filosofico,
vincolandola al sapere classico, ma dandole al tempo stesso la pos-
sibilità di una sempre maggiore circolazione. Non meno interessanti
sono poi le traduzioni del testo nelle lingue romanze, francese e
italiana in particolare, segno del bisogno di veicolare il sapere tramite
un mezzo linguistico non elitario, come il latino, ma di più facile
accesso21.
A un altro livello culturale, e quindi in altri ambienti, la Disciplina
clericalis non è più percepita quale libro sapienziale, quanto piuttosto
come un serbatoio dal quale attingere proficuo materiale da utilizzare
per le prediche22. Non poche collezioni di exempla a uso dei predica-
tori presentano racconti la cui fonte è da rintracciare nella Disciplina
clericalis, raccolte dalle quali a sua volta si prelevavano microtesti per
affinare le artes praedicandi23.
19
TOLAN, Petrus Alfonsi cit. (cap. 6).
20
Ibid., p. 133.
21
In merito ai volgarizzamenti in francesi cfr. ibid., pp. 135-138; per il volgarizzamento
italiano cfr. P. DIVIZIA, Novità per il volgarizzamento della Disciplina clericalis, Milano, Uni-
copli, 2007.
22
TOLAN, Petrus Alfonsi cit., pp. 139-147 e M.J. LACARRA, Ecos de la Disciplina cleri-
calis en la tradición hispánica medieval, in Estudios sobre Pedro cit., pp. 275-289, a p 277.
23
LACARRA, Ecos cit., p. 277.
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I dati raccolti da Tolan24, se da una parte ci attestano la lunga vitali-


tà della Disciplina clericalis nel corso del Medioevo, dall’altra però ci
riferiscono che dell’opera si è avuta una ricezione vincolata al carat-
tere sapienziale piuttosto che al piacere della collezione di racconti.
Eppure, scrittori medievali hanno saputo leggere nella Disciplina an-
che il carattere conviviale oltre che esemplare e morale, talché non so-
no pochi coloro che hanno attinto dall’opera singoli racconti perché ri-
tenuti idonei da citare, adattare e riscrivere in altri contesti. Da Vin-
cenzo di Beauvais alla più matura novellistica italiana medievale, la
Disciplina clericalis ha dimostrato di potersi adattare a livelli di cultu-
ra e ad ambienti diversificati, sia in termini di opera25, sia in termini di
singoli racconti. Mi soffermerò soprattutto su quest’ultimo aspetto,
con l’intento di verificare (1) il tipo di ricezione della Disciplina ma-
nifestatosi in Italia e (2) l’esito avuto dalla riscrittura di alcuni racconti
nel corso dei secoli rispetto al livello culturale di partenza e all’am-
biente che originariamente ha generato la Disciplina.

3. La Disciplina clericalis e la novellistica italiana: un testo, poche


riscritture

Esaminando le fonti utilizzate dai novellatori italiani del periodo


qui considerato (secc. XIII-XIV)26, appare piuttosto evidente come la
Disciplina clericalis non abbia goduto di molto successo; il rileva-
mento ci attesta una presenza minima presso il Novellino, il Decame-
ron di Boccaccio e il Novelliere di Sercambi. Prima di riflettere sulle
ragioni di ciò, vorrei però registrare quali tratti vengono attinti dall’o-
pera di Pietro Alfonso.
Il Novellino è debitore di solo quattro racconti e altrettanto Boccac-
cio; Sercambi solo di due27. Ma, cosa succede nel momento in cui si e-
24
TOLAN, Petrus Alfonsi cit. (cap. 6).
25
Si pensi alla trasmissione manoscritta e agli adattamenti effettuati dai copisti nel corso
dei secoli, per il quale si rimanda allo studio di Tolan (ivi).
26
La ragione di siffatta periodizzazione scaturisce dal bisogno di non fuoriuscire dal pe-
riodo convenzionalmente considerato medievale; sono stati quindi volutamente tralasciati gli
autori e i testi del sec. XVI.
27
Le novelle in questione sono le seguenti: Novellino (Il Novellino, a cura di A. CONTE,
presentazione di C. Segre, Roma, Salerno, 2001), X/14 (Qui conta d’una bella sentenzia che
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saminano i testi da vicino? A uno sguardo d’insieme possiamo notare


come le singole riscritture mostrano di aderire alla struttura narrativa
dei microtesti della Disciplina clericalis; particolarmente significativo
mi pare il caso della novella decameroniana I,7, che pur discostandosi
nettamente dal racconto di Pietro Alfonso, ne riprende molto chiara-
mente l’organizzazione metadiegetica, peraltro ripresa in egual misura
dall’anonimo autore del Novellino (XXXI/46). Più aderente alla fonte
si mostrano la novella VIII, 10 e la VII, 4 del Decameron. Nella pri-
ma, non solo si ripropone la medesima sequenzialità narrativa del-
l’Exemplum de tonellis olei di Pietro Alfonso, ma si richiama altresì la
stessa logica mercantile prospettata nella fonte; l’ingegno e l’arte mer-
cantile, infatti, non solo dominano narrativamente i due racconti, ma
in entrambi i testi si ravvisa una velata critica a chi spietatamente si
avvale di tale logica per gabbare un altro. Si veda, giusto per esempli-
ficare, un caso di intertestualità piuttosto evidente (pp. 128 e 1010):

diè lo Schiavo di Bari tra uno borghese e un pellegrino), XXI/46 (Qui conta d’uno novel-
latore ch’avea me<s>sere Azzolino), XLIV/76 (D’una quistione che fu posta ad uno uomo di
corte), LIII (Qui conta d’una grazia che lo ’mperadore fece a un suo barone); Decameron
(Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di V. BRANCA, Torino, Einaudi, 1980), I 7 (Berga-
mino con una novella di Primasso e dell’abate di Clignì onestamente morde una avarizia
nuova venuta in messer Can della Scala), VII 4 (Tofano chiude una notte fuor di casa la mo-
glie, la quale, non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in un pozzo e gittavi una
gran pietra; Tofano esce di casa e corre là, e ella in casa se n’entra e serra lui di fuori e
sgridandolo il vitupera), VIII 10 (Una ciciliana maestrevolmente toglie a un mercatante ciò
che in Palermo ha portato; il quale, sembiante faccendo d’esservi tornato con molta più
mercatantia che prima, da lei accattati denari, le lascia acqua e capecchio), X 8 (Sofronia,
credendosi esser moglie di Gisippo, è moglie di Tito Quinzio Fulvo e con lui se ne va a Roma,
dove Gisippo in povero stato arriva; e credendo da Tito esser disprezzato sé avere uno uomo
ucciso, per morire, afferma; Tito, riconosciutolo, per scamparlo dice sé averlo morto; il che
colui che fatto l’avea vedendo se stesso manifesta; per la qual cosa da Ottaviano tutti sono
librati, e Tito dà a Gisippo la sorella per moglie e con lui comunica ogni suo bene); Sercambi,
Novelliere (Giovanni Sercambi, Il Novelliere, a cura di L. ROSSI, Roma, Salerno, 1974), LV
(De sapientia et vero judicio. Di David, e Salamone suo figliuolo, profeta). In ogni caso non è
possibile affermare sempre con certezza che la Disciplina clericalis sia una fonte sicura: il
rac-conto LIII del Novellino, ad es., è presente in diverse raccolte di esempi (Jacques de Vitry,
Exempla, 76; Arnoldo di Liegi, Alphabetum narrationum, 234; Gesta Romanorum, 58; Nicole
de Bozon, Contes moralisés, 63; Ci nous dit, 188; Tractatus de diversis historiis Romanorum,
43; Libro de los exemplos, 84 [13]), e, a detta di A. Conte (Il Novellino cit., p. 347), la fonte
della novella è sicuramente un exemplum, ma essa non si identifica con nessuno dei testi sopra
menzionati, né è possibile pensare alla Disciplina clericalis giacché la novella presenta elementi
in comune con gli altri testi. La Disciplina clericalis, quindi, ha costituito proba-bilmente solo un
tramite per la diffusione del racconto, e ancor più del tema di fondo, in Occidente.
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 589

Quod postquam diues ille comperit, e appresso con lor piacevoli e amo-
quibus ingeniis et quibus artibus rosi atti e con parole dolcissime
puero subtraheret domum cogitauit. questi cotali mercanti s’ingegnano
d’adescare e di trarre nel loro amo-
[E quando il ricco lo comprese, ini- re.
ziò a pensare in che modo e con
quali arti si sarebbe avvalso per
sottrarre la casa al giovane]

Questo stesso racconto della Disciplina clericalis viene ripreso da


Giovanni Sercambi (De sapientia et vero judicio. Di David, e Sala-
mone suo figliuolo, profeta), che si mostra assai fedele all’impianto
narrativo del racconto di Pietro Alfonso; la riscrittura sercambiana,
tuttavia, innova rispetto al testo dell’autore ispanico, e tuttavia mi pare
non plausibile che l’autore lucchese abbia potuto rielaborare un rac-
conto proveniente dalla tradizione folclorica, considerate le somi-
glianze con la struttura del testo della Disciplina. Le innovazioni si de-
vono probabilmente all’intervento e al gusto personale di Sercambi. Si
veda un raffronto tra i due testi (pp. 128-129/319 e 321):

At dives homo acceptis clavibus Cain subito fece mettere in casa di


curiam iuvenis suffodiens quinque Beniamin C coppi d’olio, li quali
tonellos plenos oleo ibi recondidit et erano li L pieni d’olio e li altri L e-
quinque dimidios rano pieni la metà di ciascuno cop-
po d’olio e l’altra metà d’acqua
[Ma l’uomo ricco, avendo ricevuto
le chiavi e avendo scavato nella casa
del giovane, nascose sotto il suolo
cinque otri pieni di olio e cinque
mezzi vuoti]
O iuvenis, oleum meum tibi com- Or ecco, io t’ho miso in casa C
mitto atque in tua custodia trado; coppi d’olio: fà me ne abi guardia

[Oh giovane, affido a te il mio olio


affinché tu lo custodisca]
Praecipe nunc, iustitia, clarum oleum Allora Salamone fé uno de’ coppi
de quinque tonellis plenis mensurari, pieni votare e fé pesare la morca; e
et scias quantum sit ibi clari olei; et poi fé voitare uno copo in ch’era la
similiter de quinque dimidiis, et metà acqua, fé la morca pesare e
scias quantum clari olei ibi fuerit. trovò la morca del pieno pesava
590 Gaetano Lalomia

Deinde spissum oleum de quinque du’ tante che quello in che era l’ac-
plenis tonellis sit mensuratum, et qua.
scias quantum spissi olei fuerit ibi;
et similiter de dimidiis quinque fa-
cias mensurari, et scias quantum
spissi olei in eis sit. Et si tantum
spissi olei inveneris in dimidiis to-
nellis quantum et in plenis, scias o-
leum fuisse furatum. Et si in dimidiis
tonellis inveneris talem partem spis-
situdinis qualem oleum clarum ibi
existens exigit, quod quidem et in
plenis tonellis invenire poteris, scias
oleum non fuisse furatum. Iustitia
haec audiens confirmavit iudicium,
factumque est ita

È evidente come il racconto di Sercambi tenda a una maggiore brevità,


il che ben si evince dalla spiegazione di come smascherare l’inganno
di colui che vuole estorcere la casa al povero giovane/Beniamin; è tut-
tavia da ritenere che i particolari fin qui richiamati evidenziano come
Sercambi conoscesse il testo, visto che si uniforma passo passo sia
all’andamento narrativo, sia alla descrizione dei tratti particolari. Lo
stesso racconto del “mezzo amico” pare dimostrarlo; seguendo l’ana-
lisi della Lacarra28, la narrazione di Pietro Alfonso viene scandita da
sei sequenze narrative:

A. Conversazione tra un padre e un figlio;


B. Preparazione della prova;
C. Insuccesso del figlio con le sue amicizie;
D. Successo con il mezzo amico del padre;
E. Rivelazione dell’inganno;
F. Moralizzazione finale del padre in cui si reitera il consiglio iniziale

Il racconto di Pietro Alfonso s’impernia sul topos dell’amicizia se-


condo il quale nella prosperità gli amici sono molti, mentre nell’avver-

28
M.J. LACARRA, El medio amigo (AT 893): la singularidad de las versiones hispánicas a
la luz de la tradición oral, in Tipología de las formas narrativas breves románicas medievales
(III), editado por J.M. Cacho Blecua y M.J. Lacarra, Zaragoza-Granada, Universidad de
Zaragoza-Universidad de Granada, 2003, pp. 267-292, alle pp. 272 e sgg.
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 591

sità sono pochi; nella letteratura didattica orientale quest’idea si asso-


cia alla titubanza nei confronti dell’altro, per cui diventa imprescin-
dibile mettere alla prova gli altri e gli amici in modo particolare29. La
perfetta sequenzialità messa in evidenza dalla Lacarra viene mantenu-
ta nel racconto di Sercambi, anche se vi sono dei dettagli, dei partico-
lari, che si dileguano, come l’allusione al mezzo amico; laddove, in-
fatti, Pietro Alfonso parla di mezzo amico, Sercambi allude all’amico.
Il problema non è tanto mettere in evidenza il rapporto tra i cento ami-
ci del figlio con il mezzo amico del padre, numeri chiaramente spro-
positati per illustrare meglio quanto sia prudente non fidarsi di coloro
che si dicono essere amici, quanto piuttosto centrare l’attenzione sul
tema fondamentale, cioè quello dell’opposizione amicizia/non amici-
zia. Per quanto la novella di Sercambi giochi pure sul rapporto nume-
rico iperbolico (cento amici vs un amico), l’attenzione pare proprio ri-
volta al valore dell’amicizia30.
Ritornando alla seconda novella di Boccaccio (VII, 4), non vi sono
dubbi sul fatto che il novellista fiorentino riprenda sia lo schema nar-
rativo, sia l’intera vicenda del racconto della Disciplina clericalis31.
Risulta tuttavia evidente come Boccaccio si sia appropriato del tema e
della struttura del racconto di Pietro Alfonso col fine di piegarlo alla
propria visione, capovolgendo così, come giustamente ha notato La-
carra32, i valori portanti del racconto originario; secondo la studiosa, il
didatticismo medievale scompare a favore di una morale edonistica
che santifica l’amore.
Decisamente meno chiari sono i rapporti tra il Novellino e la Disci-

29
Ibid., p. 268.
30
In merito a tale racconto nota L. ROSSI, Introduzione a Giovanni Sercambi, Il Novelliere
cit., pp. ix-lix, a p. xxx che non è l’idea della prova ad essere centrale nel racconto di Ser-
cambi, quanto piuttosto quella di mettere in guardia il fruitore da coloro i quali, fingendosi
amici, vivono alle spalle dei più ricchi senza mai dare niente in cambio.
31
M.J. LACARRA, De la mujer engañadora a la malcasada ingeniosa. El cuento de El
pozo (Decameron VII, 4) a la luz de la tradición, in «Cuadernos de Filología italiana», n° ex-
traordinario (2001), pp. 393-414, a p. 403 (ora anche in traduzione italiana, con il titolo Dalla
donna ingannatrice alla malmaritata ingegnosa. Il racconto de Il pozzo (Decameron VII, 4)
alla luce della tradizione, in ID., Saggi sulla narrativa breve castigliana medievale, a cura di
G. Lalomia, Verona, Fiorini, 2009, pp. 51-78). La studiosa tuttavia prende in esame la ver-
sione castigliana edita da Meynardo Ungut e Stanislao Polono nel 1496, che comunque non
presenta sostanziali divergenze rispetto al testo toscano.
32
Ibid., p. 408.
592 Gaetano Lalomia

plina clericalis. A parte il caso della novella X/14 del Novellino, che
presenta un andamento assai simile, ma non identico, a quello del-
l’Exemplum de decem cofris della Disciplina, e il caso della novella
XXXI/46 già commentato, gli altri due casi destano qualche sospetto.
La novella XLIV/76 del Novellino (D’una quistione che fu posta ad
uno uomo di corte) presenta soltanto la morale in comune con la sen-
tenza dal titolo De vera nobilitate della Disciplina clericalis; è pro-
babile che l’anonimo autore del Novellino abbia considerato il testo di
Pietro Alfonso per elaborare autonomamente il proprio racconto.
Ora, l’analisi intertestuale solo parzialmente può fornirci dati circa i
rapporti intercorsi tra i novellieri italiani e la Disciplina clericalis; è
vero che in taluni casi le similitudini sono tali da non generare dubbi
sul fatto che il testo di Pietro Alfonso sia stato letto direttamente dagli
autori italiani, ma in altri casi si rimane a livello di pura ipotesi. È da
ritenere, pertanto, che se si vuol comprendere in che misura il genere
novellistico abbia attinto alla Disciplina clericalis bisogna considerare
l’operetta di Pietro Alfonso nella sua totalità di libro, di prodotto
culturale che viaggiando ha trovato collocazione in altri ambienti in
virtù di elementi facilmente assimilabili da parte dei ricettori/scrittori.
In questo senso, non si può non tenere conto del fatto che della rac-
colta di Pietro Alfonso vengano prelevate le porzioni più narrative,
maggiormente simili a un racconto, piuttosto che elementi provenienti
dalle sezioni sentenziose. Va altresì notato come la tradizione mano-
scritta che ci tramanda il volgarizzamento italiano della Disciplina in-
dica che non tutto il testo latino di Pietro Alfonso è stato tradotto; solo
per rendere l’idea di quanto qui si espone, si veda il raffronto tra l’in-
dice del testo latino e quello del volgarizzamento:

Disciplina clericalis Volgarizzamento italiano


Prologus Introduzione
De timore Dei
De hypocrisi De ypocrisi
De formica, gallo, cane De formica. De gallo de cane
Exemplum I: De dimidio amico Exemplum de dimidio amico
Exemplum II: De integro amico Exemplum de integro amico
De consilio De consilio
De leccatore De leccatore
De sapientia De sapientia
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 593

De silentio De silentio
Exemplum III: De tribus versifica- Exemplum de tribus versificatoribus
toribus
Exemplum IV: De mulo et vulpe Exemplum de mulo et vulpe
De vera nobilitate De vera nobilitate
Septem artes De septem artibus, probitatibus, in-
dustriis
Septem probitates
Septem industriae
De mendacio
Exemplum V: De homine et serpen-
te
Exemplum VI: De versificatore et
gibboso
Exemplum VII: De clerico domum
potatorum intrante
Exemplum VIII: De voce bubonis
De mala femina
Exemplum IX: De vindemiatore
Exemplum X: De lintheo
Exemplum XI: De gladio
Exemplum XII: De rege et fabula-
tore suo
Exemplum XIII: De canicula lacri-
mante
Exemplum XIV: De puteo
De bona femina
Exemplum XV: De decem cofris
Exemplum XVI: De decem tonellis
olei
Exemplum XVII: De aureo serpen-
te
De societate ignota
De sequendis magnis viis
Exemplum XVIII a) De semita
Exemplum XVIII b) De vado
Exemplum XIX: De duobus bur-
gensibus et rustico
Exemplum XX: De regii incisoris
discipulo Nedui nomine
ExemplumX XI: De duobus iocu-
latoribus
De largo, avaro, prodigo
594 Gaetano Lalomia

De divitiis
Exemplum XXII: De rustico et avi-
cula
De libris non credendis
Exemplum XXIII: de bobus lupo
promissis a rustico vulpisque iudi-
cio
De consilio accipiendo et probando
Exemplum XXIV: De latrone et ra-
dio lunae
De benefacto
De rege bono et malo
Exemplum XXV: De Mariano
Exemplum XXVI: De duobus fra-
tribus regisque dispensa
De familiaritate regis
De mod comedendi
Exemplum XXVII: De Maimundo
servo
De saecularium instabilitate
Exemplum XXVIII: De Socrate
(= Diogene) et rege
De vitae termino
Exemplum XXIX: De prudenti
consiliarii regis filio
De futuro saeculo
Exemplum XXX: De latrone qui
nimia eligere studuit
Exemplum XXXI: De opilione et
mangone
De morte
Exemplum XXXII: De philosopho
per cimiterium transeunte
Verba mortui cuiusdam
Exemplum XXXIII: De aurea Ale-
xandri sepultura
Exemplum XXXIV: De heremita
suam corrigente animam
De aliis heremitarum dictis
De timore Dei
Epilogus
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 595

Più che pensare a una selezione dei materiali provenienti dal testo
latino, pare che i copisti italiani o non abbiano voluto tradurre tutto il
libro di Pietro Alfonso, o forse abbiano avuto tra le mani una copia
mutila dalla quale copiavano e volgarizzavano. La stessa trasmissione
manoscritta del volgarizzamento, come illustra assai bene P. Divizia33,
ci dimostra come il testo sia stato alterato in più parti. Alcuni mano-
scritti, infatti, abbreviano o ampliano porzioni di testi, il che lascia
supporre una evidente tendenza ad adattare il testo a pubblici diversi.
Ritornando ai novellatori italiani, va tuttavia notato che delle tre
sezioni in cui la Disciplina clericalis può essere tematicamente sud-
divisa, essi prelevano microtesti appartenenti ai primi due gruppi, in
particolare dove il tema affrontato da Pietro Alfonso tratta dei vizi e
delle virtù umane, e le relazioni tra gli uomini. In altri termini, gli au-
tori due e trecenteschi italiani sembrano essere interessati a quella
parte del testo più narrativa ma che dal punto di vista tematico attec-
chisce meglio nella visione del mondo di chi fruisce il testo. Se poi si
analizza più da vicino il tema di ciascuna novella italiana, il risultato
ci mette dinnanzi a una situazione ancora più interessante; si veda la
seguente tabella:

Autore/testo Tema
Chi gabba rimane gabbato
Novellino Chi gabba rimane gabbato
Risposta arguta
Chi gabba rimane gabbato
Generosità/avarizia; motto arguto; chi gabba rimane gabba-
Boccaccio, to
Decameron Astuzia delle donne; chi gabba rimane gabbato
Amicizia
Sercambi, Chi gabba rimane gabbato
Novelliere Amicizia

Si può ritenere che, probabilmente, della Disciplina clericalis cir-


colassero soprattutto quei racconti che non solo erano, per così dire,
più narrativi, ma che avevano anche un tema maggiormente accat-

33
DIVIZIA, Novità per il volgarizzamento, cit.
596 Gaetano Lalomia

tivante e più consono al genere della novella. La novella italiana, per


inciso, si presenta con un carattere del tutto differente dalla novella
orientale, proprio perché nata in un ambiente del tutto diverso e da
presupposti narrativi altrettanto diversi. Ciò potrebbe spiegare la ra-
gione per cui poche novelle di Pietro Alfonso abbiano interessato i
novellatori italiani; i microtesti novellistici della Disciplina clericalis,
infatti, documentano un narrare prettamente didattico dal quale dove-
va scaturire un esempio imitabile per il fruitore. Per quanto ancora
Boccaccio alluda al bisogno di fare fruire alle donne lettrici delle sue
novelle un messaggio morale, non v’è dubbio che le novelle sono vei-
colate col desiderio di intrattenere, aspetto già presente nel Novellino
ma che va sfumando nei novellatori successivi Boccaccio.
Il rilevamento, inoltre, ci pone dinnanzi anche ad un’altra
questione: quella di ridefinire non tanto il viaggio dei testi, fin troppo
chiaro e noto a tutti, quanto l’importanza di culture altre e di altri
ambienti culturali per la formazione e lo sviluppo della cultura
romanza. Nella costruzione del genere letterario della novella, va da
sé, la cultura d’Oriente gioca un ruolo fondamentale proprio per
condividere una serie di elementi che si dipanano orizzontalmente tra
il mondo europeo romanzo e quello più genericamente definibile
orientale. Lo scambio avviene, può avvenire, in virtù della
condivisione, il che non vuol dire necessariamente prelievo passivo. Il
motivo qui succintamente individuato come “chi gabba rimane
gabbato”, così tanto ricorrente, fa leva sul senso di giustizia di ognuno
e comune a qualsiasi pensiero filosofico, occidentale od orientale che
sia; lo stesso vale per l’astuzia delle donne o l’amicizia. Questa
comunanza attesta pienamente come la cultura romanza non trova
fondamento in un unico paradigma, ma semmai scaturisce da un
incrocio di culture che condividono un sostrato di credenze comuni34.
Allora, possiamo immaginare questi movimenti culturali non solo
sotto forma di frecce unidirezionali Oriente → Occidente / Occidente
→ Oriente, ma come cerchi che si dilatano e si incontrano con altri
cerchi, generando uno spazio comune:

34
PIOLETTI, Fra Oriente e Occidente cit., pp. 99-100 mette bene in evidenza la necessità
di superare il concetto di Oriente che si contrappone a Occidente come di due entità separate.
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 597

È in questo spazio, quello contrassegnato da Y, che si generano


maggiori frizioni, ma anche maggiori contatti e scambi35. Il sottofondo
di tale spazio, come già detto, è costituito da un terreno fertile, nel
quale tutto può attecchire in vista di un comune, seppur variegato uni-
verso di credenze. Le immagini di colui che vuole gabbare un altro,
l’idea di provare l’amico prima di fidarsi di lui, non vanno considerate
solo nella loro essenzialità tematica, ma dentro un quadro di riferi-
mento culturale ben preciso che fa dell’altro un avversario dal quale
difendersi. Un tale sentimento, la difesa dall’altro, è chiaro tanto in O-
riente quanto in Occidente, tanto nel secolo XII, quanto nel XIV. In-
tendiamoci, in questo spazio comune si innestano le culture greca e la-
tina che interagiscono continuamente con il nuovo; diversamente, non
si spiegherebbe il successo di tanta novellistica orientale nel Medioe-
vo romanzo (e oltre il Medioevo romanzo).
Alla luce di tutto ciò, è lecito parlare della Disciplina come di un
testo “orientale”? Ritengo solo parzialmente, giacché essa è già frutto
di quello spazio comune determinato dall’incontro tra la cultura araba,
musulmana e latina36. La Disciplina clericalis costituisce un serbatoio
cui si attinge in virtù del suo essere prodotto ibrido, seppure identifi-
cato come occidentale da chi lo usa e riusa. Ma a ben vedere, tracce

35
La stessa novellistica araba è il frutto di scambi con altre tradizioni, quella greca (cfr.
GUTAS, Pensiero greco cit.), quella persiana, quella indiana (cfr. M.J. VIGUERA MOLINS, La
cuentística árabe en al-Andalus, in El cuento oriental cit., pp. 213-236, alle pp. 215-219). An-
drebbe pertanto seriamente presa in considerazione l’ipotesi lanciata qualche anno fa da A.
Varvaro, in occasione della presentazione del volume Medioevo romanzo e orientale. Il viag-
gio dei testi cit., di rintracciare non solo i biglietti di andata dei testi e dei temi (Oriente > Oc-
cidente), ma anche quelli di ritorno (Occidente > Oriente) senza tuttavia ricorrere, ovviamen-
te, a una posizione eurocentrica.
36
E. PALTRINIERI, Il Libro degli Inganni tra Oriente e Occidente. Traduzioni, tradizione e
modelli nella Spagna alfonsina, Firenze, Le Lettere, 1992, p. 28.
598 Gaetano Lalomia

della sua provenienza si trovano sparse ovunque, e non solo nei nomi
(Arabas), ma anche nella visione del mondo: la cornice, per es., quale
espediente per trasmettere innanzitutto il sapere, e quindi la visione
della giustizia, che viene prontamente mutata in quella mercantile da
Boccaccio nella novella di Tito e Gisippo. Già questo esempio sugge-
risce cosa possa essere avvenuto. La Disciplina clericalis deve essere
stata considerata dai novellatori italiani quale collettore di storie la cui
morale ben si adattava agli ambienti e alle circostanze culturali della
penisola nel corso del Due e Trecento. Anche la rielaborazione del rac-
conto del de integro amico da parte di Boccaccio mi pare vada in que-
sta direzione; anzi, qui si nota come il racconto di partenza costituisca
solo una fonte d’ispirazione visto che la riscrittura di Boccaccio non si
limita ad alcuni cambiamenti, bensì a un totale stravolgimento del
racconto di Pietro Alfonso. Boccaccio piega la fonte alla propria ideo-
logia, riducendo il racconto della Disciplina clericalis solo a uno
spunto per poter affrontare una serie di argomentazioni morali e socia-
li. S. Battaglia aveva ben messo in evidenza come Boccaccio appesan-
tisca l’agile narrazione di Pietro Alfonso con elementi non tanto narra-
tivi quanto con variazioni minime che rendono il racconto lungo e ad-
dirittura inverosimile37. La lunghezza è determinata soprattutto dalle
ampie pause riflessive dei protagonisti, che spingono il lettore a ci-
mentarsi in riflessioni sul valore dell’amicizia, che invece nel racconto
di Pietro Alfonso sono molto più semplici e rapide. Gli stessi prota-
gonisti, che nel racconto della Disciplina acquisiscono lo statuto di
personaggi (attanti), subiscono uno stravolgimento diventando dei veri
e propri eroi che attuano seguendo il criterio della dismisura. Per
quanto riguarda il tema di base, la Disciplina clericalis lo adatta se-
guendo lo stile della letteratura esemplare; si tratta di uno schema as-
sai semplice nel quale la brevitas diventa il criterio compositivo fon-
damentale, costituito essenzialmente da minime sequenze narrative. A
tale proposito Stearns Schenck osserva che l’esempio tende a elimina-
re qualsiasi elemento strettamente narrativo per concentrarsi sull’azio-
ne, sicché più che narrare, aggiungerei, l’esempio “dice” in modo sin-
tetico un evento38. La ragione di tale caratteristica va rintracciata nella

37
BATTAGLIA, La coscienza letteraria cit., pp. 509 e sgg.
38
M.J. STEARNS SCHENCK, Narrative Structure in the Exemplum, Fabliaux, and the Nou-
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 599

finalità del “dire” l’esempio, ovvero nel bisogno di fare di esso un pa-
radigma per il fruitore; la brevità, l’essenzialità del fatto, doveva in
qualche modo costituire un rimando immediato alla morale che il fatto
in sé contiene: X = Y. La sovrapponibilità tra X e Y doveva essere im-
mediata e garantita, dove appunto X è il caso esposto, detto dall’esem-
pio, mentre Y è il fruitore che doveva in qualche modo identificarsi
con X39.
Nella Disciplina clericalis vi sono esempi anche piuttosto lunghi,
ma nonostante ciò essi sono costruiti a partire dal modello appena il-
lustrato. La novella, o meglio, l’uniformarsi della dimensione degli
esempi a quella della novella, modifica totalmente questo stato di cose
perché muta il presupposto del narrare: appunto non “dire”, bensì
“narrare”. Raccontare implica problematizzare gli eventi, ovvero trat-
tare di eventi e focalizzare l’attenzione sulle loro implicazioni40, un
processo che era già avvenuto nei fabliaux, ma che Boccaccio siste-
matizza in modo definitivo, dando a questo tipo di narrazione lo sta-
tuto di un genere ben definito, appunto la novella. Lo scheletro delle
novelle rimane fondamentalmente lo stesso di quello degli esempi di
Pietro Alfonso, ma l’aggiunta di particolari, l’osservazione su alcuni
elementi considerati realistici (che poi altro non sono che elementi
narrativi atti a fornire dettagli con il fine di intrattenere), il punto di vi-
sta ironico su alcuni aspetti tematici, servono a generare un problema,
o, meglio, a narrare l’evento problematizzandolo, dimostrando così
che gli eventi sono soggetti a cambiamenti continui indipendentemen-
te dalla morale. Se, quindi, l’esempio dà all’evento un’unica interpre-
tazione, quella della voce narrante, la novella prospetta diverse inter-
pretazioni che spesso ribaltano gli standard morali convenzionali. Il

velle, in «Romanic Review», 72 (1981), pp. 367-382, alle pp. 370-371. In tal senso non so
quanto sia condivisibile ciò che affermava BATTAGLIA, La coscienza letteraria cit., pp. 472-
473: «Continuare a considerarlo, l’esempio, come un racconto embrionale, un gradino cioè
nella scala evolutiva della narrativa, equivale ad escludersi dalle ragioni della storia, per un
illusorio e piuttosto erroneo concetto di sviluppo letterario, che quasi sempre fa violenza al-
l’obiettiva realtà storica e ne tradisce la più intrinseca qualità».
39
Da qui il carattere metaforico dell’esempio evidenziato da J. BERLIOZ, Le récit efficace:
l’exemplum au service de la prédication (XIIIe-XVe siècles), in «Mélanges de l’École fran-
çaise de Rome. Moyen Âge-Temps modernes», 92 (1980) [= Rhétorique et Histoire. L’exem-
plum et le modèle du comportament dans le discours antique et médiéval], pp. 113-146, alle
pp. 122-127.
40
STEARNS SCHENCK, Narrative Structure cit., p. 381.
600 Gaetano Lalomia

tema dell’avarizia viene trattato da Pietro Alfonso secondo i dettami


morali della Chiesa, mentre Boccaccio lo piega a una visione sociale,
attuando così una sorta di demistificazione della letteratura esempla-
re41. Eppure, alcuni esempi della Disciplina clericalis, come già evi-
denziato, possono essere inquadrati all’interno del genere novella, pro-
prio per il fatto di essere lunghi e presentare elementi narrativi (il dia-
logo, la presenza di particolari funzionali alla narrazione ecc.)42. Ele-
menti che sono comunque ripresi da Boccaccio, ma ampliati e in talu-
ni casi anche a dismisura.
Questi esempi mostrano, si può ritenere, come in qualche modo vi
sia stato un processo di immedesimazione con le situazioni prospet-
tate; gli autori italiani hanno colto la possibilità di estrapolare il tema
generale, determinandosi un fenomeno non solo di immedesimazione
con la cultura portata da Pietro Alfonso (che per quanto occidentaliz-
zata reca pur sempre tracce della sua origine), ma anche di inclusione.
In altre parole, la matrice culturale “altra” è stata già da Pietro Alfonso
adattata all’Occidente e, in una fase successiva, accettata dai ricettori e
dai fruitori occidentali. La rielaborazione di tale materiale, tuttavia, è
avvenuta anche attraverso un meccanismo di esclusione e di distanzia-
mento, tramite l’idea di riscrivere il racconto modificandolo per i nuo-
vi ambienti e i nuovi contesti. Non si tratta soltanto di una questione
estetica, ma della potenzialità di ricezione di un messaggio, scaturito,
per così dire, da una cultura già di base ibrida. Così, forse, si spieghe-
rebbero le ragioni del limitato successo della Disciplina clericalis
presso i novellatori italiani. Con ciò non si vuole tuttavia affermare
che la raccolta di Pietro Alfonso sia stata poco importante: la realizza-
zione del suo volgarizzamento induce a pensare che deve essere stata
forte l’esigenza di fruire il testo in una lingua più facilmente accessibi-
le, il che implica ritenere che vi era stata una domanda di pubblico.
Tuttavia, se si considera il successo della Disciplina clericalis in area
41
C. DELCORNO, Exemplum e letteratura. Tra Medioevo e Rinascimento, Bologna, il Mu-
lino, 1989, p. 269.
42
E. MALATO, Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo
al Rinascimento, in Favole parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioe-
vo al Rinascimento. Atti del Convegno di Pisa (26-28 ottobre 1998), a cura di G. Albanese, L.
Battaglia Ricci e R. Bessi, Roma, Salerno, 2000, pp. 17-29, a p. 25, afferma che la Disciplina
clericalis, insieme ad altri testi del sec. XIII, anticipa alla lontana gli sviluppi successivi della
novella pur se legata saldamente ai parametri e alle coordinate della letteratura esemplare.
Dalla Disciplina clericalis all’Italia 601

gallo-romanza, allora appare del tutto evidente che la cultura italiana


ha prestato poca attenzione a tale testo, probabilmente per il fatto che
esso presentava ancora degli elementi visibilmente estranei all’am-
biente di arrivo; questa, almeno in via del tutto ipotetica, una delle ra-
gioni della ridotta fortuna della raccolta presso i novellatori italiani.
Più che pensare alla forma del testo, giacché esso è pienamente
conforme alla moda culturale del Trecento, forse bisogna pensare, per
giustificare l’insuccesso, alla retorica in esso presente. Dal punto di vi-
sta strutturale la Disciplina clericalis si presenta come una qualsiasi
raccolta di racconti e di sentenze ben nota al pubblico dell’Italia cen-
trale; la funzione esemplificativa dei microtesti dell’opera di Pietro
Alfonso ben si inquadrano nell’ambito della letteratura esemplare,
predicatoria e di tipo trattatistico e precettistico del Trecento, una tipo-
logia ben nota allo stesso Boccaccio che redige, a detta di L. Battaglia
Ricci43, il Decameron sulla falsariga di tale letteratura. Niente di di-
verso presenta la Disciplina; la differenza, semmai, risiede, a mio av-
viso, nell’idea di trasmettere il sapere attraverso un dialogo che esula
dagli ambienti scolastici e universitari, ambienti deputati alla forma-
zione e all’educazione privilegiati in Italia. Pietro Alfonso, invece, in-
carna ancora un’idea di sapere da trasmettere all’interno di un rap-
porto a due dove più che maestro e allievo, è la figura di padre/figlio a
giocare un ruolo determinante, ruolo che poi verrà pienamente assunto
dal maestro/allievo nella letteratura sapienziale e negli specchi per
principi. Questi ultimi, per esempio, non godono di successo in Italia,
contrariamente a quanto succede in Francia e in Spagna, dove vive
una monarchia ben definita e bisognosa di elaborare una cultura che la
rappresenti. Per tale ragione, forse, la Disciplina non attecchisce così
profondamente sul suolo italiano.
Ciò che alla fine si è inteso proporre in questa sede, attraverso
l’esemplificazione della ricezione della Disciplina clericalis in Italia,
è che accanto all’idea di intertestualità nella sua stretta accezione di
relazione tra testi è opportuno fare riferimento anche a un’intertestua-
lità tematica, o meglio a un dialogo tra culture, per cui sarebbe auspi-
cabile repertoriare quei temi e motivi novellistici comuni alla cultura

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L. BATTAGLIA RICCI, ‘Una novella per esempio’. Novellistica, omiletica e trattatistica
nel primo Trecento, in Favole parabole istorie cit., pp. 31-53, a p. 44.
602 Gaetano Lalomia

occidentale romanza e orientale44; l’astuzia delle donne, provare l’a-


mico/gli amici, chi gabba rimane gabbato, come si è detto, costituisco-
no un patrimonio tematico comune che però ciascun autore, per cia-
scuna epoca e in ciascuna cultura, elabora personalmente. Non si tratta
di operare una semplificazione o una reductio ad unum, bensì di
sondare quel patrimonio ancestrale e antropologicamente comune del
bacino euroasiatico che ha costituito quella complessa rete di relazioni
culturali tra Oriente e Occidente. La Disciplina clericalis in realtà è un
testo complesso e non lineare è stata la sua ricezione in virtù della sua
matrice orientale ed ebraica, e del suo ibridismo; forse ancora un certo
eurocentrismo critico ha fatto di questa raccolta un testo occidentale,
ma la ricezione, o la non ricezione italiana ci dimostra come non sem-
pre il percorso Oriente → Occidente sia diretto e scontato. Ciò che ri-
mane certo, però, è il tema in sé, il suo essere universalmente accolto e
recepibile in qualsiasi momento e da qualsiasi cultura, oltre i confini
geoculturali e linguistici, oltre la fede.

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G. MAZZACURATI, All’ombra di Dioneo. Tipologie e percorsi della novella da Boccac-
cio a Bandello, Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 1996, p. 83 parlava già di una sorta di
migrazione di intrecci e di trame.