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IL TESTO DRAMMATICO

Il teatro è una forma di comunicazione basata su un testo – il testo drammatico – destinato ad essere
rappresentato da attori. Il testo è un elemento della messinscena, in cui intervengono anche le scelte del
regista, l’interpretazione degli attori, i costumi, la scenografia, la musica.

LA STRUTTURA DEL TESTO


Nel testo drammatico la storia è proposta attraverso i dialoghi fra i personaggi, da cui emergono gli antefatti
della vicenda e il pensiero che l’autore (il drammaturgo) vuole trasmettere al pubblico. Il testo drammatico
si sviluppa quindi su due piani: tra i personaggi che agiscono sulla scena; tra drammaturgo e lo spettatore.
Gli episodi principali sono delimitati dagli atti (solitamente da 1 a 5) che sono divisi a loro volta in scene (non
c’è un numero fisso).
Lo spazio in cui agiscono gli attori è detto scena. Lo spazio reale, ad esempio un palcoscenico, può
rappresentare ambienti diversi. Il tempo è il presente, infatti la vicenda si svolge in tempo reale. La durata
della rappresentazione (solitamente due ore) non coincide con la durata della vicenda (giorni, mesi, anni).
Questo è reso possibile delle ellissi, ovvero “vuoti” che coincidono con il cambio di atto e sottintendono il
trascorrere di un determinato lasso di tempo.
I personaggi possono essere principali, secondari, o comparse (compiono azioni di sfondo). I loro ruoli sono:
protagonista: colui che è al centro dell’azione drammatica; antagonista: il principale rivale del protagonista;
oggetto: l’obiettivo che motiva l’azione; aiutante: alleato del protagonista; oppositore: ostacola il
protagonista, spesso alleato dell’antagonista; destinatore: è l’arbitro che stabilisce il destinatario
dell’oggetto; destinatario: colui che riceve il bene cercato. Un personaggio è detto tipo se è l’incarnazione di
un vizio o una virtù, è statico (non cambia nel corso della vicenda); individuo se è psicologicamente più
complesso, è dinamico (cambia).

IL LINGUAGGIO DRAMMATICO
Gli elementi che costituiscono il testo drammatico sono le didascalie: indicazioni (in corsivo e/o tra
parentesi) del drammaturgo su come mettere in scena l’opera; le battute: parole dei personaggi, possono
essere dialoghi (scambi tra due o più personaggi) o monologhi (battute molto lunghe di un personaggio).

DAL TESTO SCRITTO AL TESTO RAPPRESENTATO


Il testo è concepito per la sua realizzazione scenica e fa quindi uso di un linguaggio performativo (finalizzato
alla performance). Nelle battute c’è la presenza di deittici: indicatori che si riferiscono al contesto in cui
agiscono i personaggi. Durante l’allestimento dello spettacolo è sempre presente il copione: il testo
drammatico che viene copiato e distribuito a tutti i membri della compagnia che lo utilizzeranno come un
vero e proprio giornale di bordo.
LA TRAGEDIA
La tragedia nacque in Grecia tra il VI e IV sec a.C. dall’integrazione tra poesia lirica e riti di Dioniso.

LE ORIGINI DELLA TRAGEDIA


I riti dionisiaci erano celebrazioni a carattere orgiastico che, con danze frenetiche, evocavano il corteo di
Satiri e Ninfe al seguito di Dioniso. I partecipanti indossavano la maschera di un capro, il totem (“tragedia”
dal greco “tràgos”, “capro”) e cantavano il ditirambo (componimento in onore di Dioniso).
Nel VI sec le gesta di eroi erano già messe in scena ma la tragedia fiorì solo nel V sec grazie alle opere di
Eschilo (525-456), Sofocle (497-406) e Euripide (480-406). Nel V sec ad Atene si teneva la festa primaverile
delle Grandi Dionisie durante le quali vi erano dei concorsi drammatici.

I TRAGEDIOGRAFI
Si dice che i tre grandi tragediografi del V sec siano legati dalla Battaglia di Salamina (480 a.C.): Eschilo vi
combatte, Sofocle ne celebrò la vittoria e Euripide nacque il giorno della battaglia. Le opere più importanti
sono: Prometeo, Agamennone (Eschilo), Antigone, Edipo (Sofocle) e Medea (Euripide). Eschilo rappresentava
miti riguardanti gli dei, Sofocle gli eroi e Euripide figure femminili.

GLI ATTORI, IL CORO, LA STRUTTURA


Gli attori indossavano dei lunghi calzari (coturni) e una maschera ed erano solo maschi. Le maschere chiare
rappresentavano figure femminili, quelle scure maschili.
Vi era un coro formato da 12-15 coreuti che cantavano e danzavano. Esso spiegava e commentava
l’antefatto ed era guidato dal corifero che accompagnava con la lira.
La tragedia aveva uno stile alto e un linguaggio elaborato, perché i personaggi erano di alto livello sociale. La
sua struttura comprendeva: pàrodo (canto che il coro eseguiva entrando); episodi (4-5, corrispondono agli
atti); stàsimi (canti tra un episodio e l’altro); esodo (canto che il coro eseguiva uscendo).
La tragedia è caratterizzata dalle tre unità aristoteliche: di tempo (il tempo della vicenda non doveva
superare le 24 ore); di luogo (doveva essere sempre lo stesso); di azione (la vicenda doveva riguardare
un’unica situazione).
La tragedia si sviluppava in tre “momenti”: dell’Hamartìa (il disordine iniziale); dell’Hybris (il protagonista
deve compiere una scelta, che per la sua arroganza si rivelerà sbagliata); della Nèmesis (conclusione tragica
che ristabilisce l’equilibrio inizialmente sconvolto). La conclusione era detta Catastrofe, perché piena di
dolore e sofferenza. Le scene violente avvenivano fuori scena e raccontate da un attore.
La finalità della tragedia era dimostrare che il disordine viene sempre riportato all’equilibrio dal destino, da
cui non si può sfuggire.

LO SVILUPPO DELLA TRAGEDIA


Nel III sec i testi greci furono ripresi a Roma dal teatro latino, che introdusse anche temi storici. Gli unici testi
latini che conosciamo sono di Licio Anneo Seneca (4-65 d.C.). Il teatro a Roma era molto più cruento e aveva
un gusto macabro per il sangue e per l’orrore.
Nel Medioevo la tragedia fu sostituita dalla rappresentazione a sfondo religioso di episodi biblici.
Nel Rinascimento la tragedia ebbe di nuovo fortuna, anche grazie a William Shakespeare (1564-1616) che
nei sui drammi non rispetta le tre unità aristoteliche.