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Amos

Oz
CONTRO IL
FANATISMO

Feltrinelli
Traduzione di Elena Loewenthal

© Giangiacomo Feltrinelli Editore


Milano

Prima edizione nella collana “Super


Universale Economica” maggio
2004
Prima edizione nella collana
“Universale Economica” febbraio
2015

ISBN edizione cartacea:


9788807886102
Titolo dell’opera originale: THE
TUBINGEN LECTURES. THREE
LECTURES

© 2002 Amos Oz

ISBN edizione digitale:


9788858820971

In copertina: © Effigie

Quest’opera è protetta dalla legge


sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche
parziale, non autorizzata.
Prima lezione
Passioni oscure

Un conto è dar la caccia a un


manipolo di fanatici sui monti
dell’Afghanistan o per i meandri di
Gaza e Baghdad. Tutt’altra cosa è
invece arginare, guarire dal
fanatismo. Per parte mia non ho
alcuna specifica competenza nel
campo della caccia, ma serbo
qualche pensiero sulla natura del
fanatismo e sui modi per
ammansirlo, se non redimerlo.
L’attacco all’America dell’11
settembre non è classificabile tout
court come uno scontro fra povertà e
ricchezza. Però non sono qui per
parlare di guerra e pace e pace e
amore e amore e rancore – di cui
avremo modo di discutere, spero, in
un’altra occasione, e più a lungo.
Quest’oggi sono qui per parlarvi
della mia attività. Operazione
incestuosa da parte di un autore,
questo disquisire del proprio
scrivere. Molti anni fa pubblicai un
libro per ragazzi, intitolato Soumchi:
vi svelavo qualcosa della mia
infanzia, in tono assai intimo, in
prima persona. Allora un giornalista
mi abbordò chiedendomi: “Signor
Oz, può dirci per favore con parole
sue di che cosa tratta questo libro?”.
Dunque, in sostanza, è la stessa
questione che si pone per me ora:
spiegarvi con parole mie di che cosa
tratta la mia scrittura. Vi dirò per
prima cosa ciò che non intendo fare:
non azzarderò alcuna analisi, non
proverò a sfidare gli esperti sul loro
terreno, e nemmeno tenterò di
dimostrarvi quanto sono bravo come
scrittore. Vi racconterò invece
alcune storie su come lo sono
diventato, su come scrivo e come
cancello, vi esporrò alcune delle mie
frustrazioni e altrettanti momenti di
gioia. So che è molto comune, in
particolare in Germania, nella
tradizione tedesca, parlare della
sofferenza e del travaglio che la
scrittura implica. Conosco persino la
parola Schmerz usata in questo
contesto. Ma preferisco dirvi
qualcosa a proposito della gioia di
scrivere. O di alcune sue occasioni.
Sono un inguaribile patito della
digressione, pertanto ne incontrerete
molte in questo mio discorso. Ecco
subito la prima. A proposito di gioia:
intorno ai dodici anni frequentavo
una scuola ebraica religiosa per
ragazzi, molto puritana, vittoriana
sino allo spasimo – a parte il fatto
che nessuno aveva idea di chi fosse
la regina Vittoria. Un giorno
l’infermiera della scuola, la donna
più coraggiosa ch’io abbia mai
conosciuto in vita mia, convocò tutti
i ragazzi, saremo stati trentacinque
fors’anche quaranta, in un’aula.
Sprangò le finestre, chiuse la porta e
nel corso delle due ore che
seguirono ci svelò tutti i segreti della
vita. Meccanismi e congegni
misteriosi compresi, e quel che entra
e dove entra, senza trascurare
trombe e tube e tutto il resto.
Ricordo che la ascoltavamo pallidi e
sbigottiti e scioccati, perché dopo
aver descritto tutti questi terribili
meccanismi, ci parlò anche dei due
famigerati mostri, gli Al Qaeda e gli
Hezbollah della vita sessuale: la
gravidanza indesiderata e le malattie
veneree. Ci sentimmo quasi venir
meno. Ora rammento un piccolo me
uscire dall’aula domandandomi:
“D’accordo, ho capito la dinamica.
Ma chi mai, in possesso delle
proprie facoltà mentali, si getterebbe
in un guaio del genere?”.
Evidentemente, l’intrepida
infermiera che tutto aveva descritto,
s’era scordata di dirci che secondo
alcuni la faccenda implica un certo
qual godimento. Può anche darsi che
non lo sapesse. Ma venendo alla
scrittura, spesso quando sento gli
scrittori parlare di sofferenza e
travaglio e tormento della loro
opera, mi torna in mente l’intrepida
infermiera. Amici miei, io sono
diventato scrittore per colpa
dell’indigenza, della solitudine e del
gelato. Ero figlio unico di una assai
modesta famiglia della classe media,
– di fatto, una famiglia povera di
Gerusalemme. Mio padre faceva il
bibliotecario e mia madre dava
sporadiche lezioni private di storia e
letteratura. Abitavamo in un
minuscolo appartamento che pareva
l’abitacolo di un sommergibile,
zeppo di libri in diverse lingue. Ma a
parte i tomi, c’era ben poco. I miei
genitori si ritrovavano con i loro
amici nei caffè. E mi portavano con
loro, dal momento che ero figlio
unico e non c’era nessuno con cui
lasciarmi, a casa. Mi dicevano che
dovevano conversare con i loro
amici e che io dovevo comportarmi
bene e che se mi fossi comportato
bene, alla fine avrei avuto il gelato.
Insomma, il gelato nella
Gerusalemme di quell’epoca era più
raro che la pace nel Medio Oriente
di oggi. Era un sentito dire, una
leggenda: solo chi era molto
fortunato lo conquistava. Io andavo
matto per il gelato, se non che i miei
avevano l’abitudine di trascinare
quelle loro conversazioni con gli
amici ininterrottamente per sette
giorni e sette notti. O almeno così
sembrava a me. Allora dovevo pur
far qualcosa di me stesso, per non
urlare o dar fuori di matto: così me
stavo lì seduto, come un piccolo
detective, a osservare il viavai nel
locale – gente che entrava, gente che
usciva... e come uno Sherlock
Holmes in erba, ne studiavo gli abiti,
le facce, i gesti, le scarpe, rimiravo
le borsette e ingannavo l’attesa
inventando delle piccole storie su
questa gente, fantasticando sulla loro
provenienza o sui rapporti fra quelle
due donne e quell’uomo seduti al
tavolino d’angolo, le due che
fumavano e lui no, una con l’aria
davvero triste, lui che a stento apriva
bocca, e l’altra donna che parlava
quasi sempre lei. Dovevo inventare
una trama. O quell’altro – un
giovanotto alto, strano, dall’aria
timida, seduto accanto alla porta con
un giornale davanti, che peraltro non
stava leggendo. Teneva lo sguardo
fisso sulla porta, stava aspettando.
Un’ora, due, insomma, non era
possibile che stesse aspettando il
mio gelato, evidentemente si trattava
di una persona. Allora mi figuravo
chi e perché stava aspettando.
Dunque, imparai ad alleviare la mia
solitudine osservando la gente,
immaginando, inventando, a tratti
captando brandelli di conversazione
per poi ricomporli e, come un
ufficiale della Stasi, ricavare da
trascurabili frammenti di
informazioni una storia intrigante.
Ora, debbo ammettere che continuo
a comportarmi così quando mi
capitano i cosiddetti “tempi morti”,
in aeroporto, o quando mi trovo in
sala d’attesa dal dentista, o in coda
da qualche parte – invece di
sfogliare qualcosa o grattarmi la
testa, mi do al fantasticare. Certo, le
mie fantasie di oggi non sono
sempre così innocenti come quelle
di allora, quando, bambino, sognavo
il mio gelato. Ma ancora fantastico.
E credetemi, è un passatempo utile,
non solo per un romanziere, non
solo per uno scrittore: per chiunque
di noi. Accadono davvero tante cose,
a ogni angolo di strada, in ogni coda
in attesa dell’autobus, in qualunque
sala d’aspetto di un ambulatorio, o
in un caffè... Tanta di quella umanità
attraversa ogni giorno il nostro
campo visivo, mentre per gran parte
del tempo noi restiamo indifferenti,
non ce ne accorgiamo neppure,
vediamo ombre invece di persone in
carne e ossa. Perciò, con l’abitudine
di osservare gli estranei, e con un
pizzico di fortuna, finirete
presumibilmente per scrivere dei
racconti congetturando intorno a
quello che la gente si fa a vicenda, a
come ci si appartiene a vicenda.
Altrimenti, sarà comunque un buon
passatempo con tanto di gelato alla
fine, un gioco dove non ci sono
perdenti.

Ma sono diventato scrittore anche


perché vengo da una famiglia di
profughi dal cuore a pezzi. Tutti i
miei parenti, sia per parte di padre
sia per parte di madre, erano degli
europei devoti. In sostanza, dei
grandi appassionati dell’Europa.
Conoscevano lingue svariate, e
storie e culture: nutrivano una
inesausta infatuazione per l’Europa.
Ma purtroppo in quel periodo, negli
anni venti e trenta, quando si
trovarono costretti a lasciare
l’Europa – molti di loro se ne
andarono fra gli anni venti e i primi
del decennio successivo – a
quell’epoca gli ebrei, come i membri
della mia famiglia, erano gli unici
europei d’Europa. Tutti gli altri
professavano il pangermanesimo
piuttosto che il panslavismo, quando
non erano patrioti portoghesi. Mio
padre mi diceva sempre, per
scherzo, che in Cecoslovacchia ci
sono tre nazionalità: i cechi, gli
slovacchi e i cecoslovacchi, cioè noi,
gli ebrei. In Iugoslavia ve ne sono
nove, serbi, croati, montenegrini e
via di seguito – fino agli iugoslavi,
cioè noi, gli ebrei. E naturalmente in
Inghilterra abbiamo inglesi e gallesi
e scozzesi – e britannici, cioè ancora
una volta noi. Ma ovviamente il loro
amore per l’Europa non fu affatto
contraccambiato. I più fortunati
vennero espulsi con un calcio. Gli
altri non lasciarono l’Europa da vivi.
E comunque, i miei genitori
portarono con sé a Gerusalemme la
loro passione respinta. I libri, le
memorie, le idee, i paesaggi, la
musica, lo struggimento. E a me
toccava decifrare i loro spasimi,
perché non volevano infliggermi
quelle nostalgie. Non volevano
infliggermi quella loro relazione di
odioamore con l’Europa. Volevano
invece fare di me un nuovo inizio, al
pari di molti altri genitori ebrei
israeliani di quell’epoca con i loro
bambini. Erano degli straordinari
poliglotti. Mio padre era in grado di
leggere sedici o diciassette lingue.
Ne parlava undici, tutte con un forte
accento russo. Persino l’arabo, lo
parlava con l’accento russo. Mia
madre conosceva sei o sette lingue.
Fra loro, nella vita di tutti i giorni,
parlavano russo e polacco.
Leggevano in tedesco, francese e
inglese per cultura. Credo che
sognassero in yiddish. Ma a me
avevano impartito una lingua
soltanto – l’ebraico. Forse temevano
che io potessi rimanere sedotto dal
letale incanto dell’Europa, che
partissi per l’Europa, trovandovi la
morte. Questo era lo sfondo della
mia esistenza. Per anni, i miei
genitori andarono dicendosi l’un
l’altro, ma anche a me, che un
giorno, chissà, magari già nel corso
della mia vita – non della loro –
Gerusalemme sarebbe diventata una
vera città. Io non avevo idea di ciò
di cui stavano parlando. Per me,
Gerusalemme era più vera che mai.
Era l’unico posto vero. Ci ero nato.
Gli altri posti non erano veri. Se non
che, molti anni dopo, ho scoperto
che cosa intendevano i miei genitori
per una “vera città”: una vera città
deve essere circondata da una fitta
foresta, attraversata da un fiume, con
dei ponti. E così loro speravano che
in qualche modo, col tempo, questo
capitasse a Gerusalemme: una
foresta, un fiume, dei ponti. Dietro
tutto ciò c’è una storia triste,
dolorosa. Ironia della sorte:
all’epoca in cui mio padre era un
giovanotto in Lituania – veniva dalla
Russia, la sua famiglia si era
rifugiata in Lituania, che allora era
parte della Polonia – poterono dirsi
fortunati per essere stati cacciati via
e dopo mille peripezie, nei primi
anni trenta, essere approdati alla
Palestina sotto mandato britannico.
A quel tempo l’Europa era
tappezzata di graffiti: ebrei,
andatevene in Palestina. Quando,
molti decenni dopo, mio padre tornò
in Europa per un viaggio, la trovò
coperta di altre scritte: ebrei, fuori
dalla Palestina.

A dove apparteniamo, dunque?


Forse non apparteniamo affatto. Non
esiste una risposta né per questo né
per altro. Sono cresciuto in un
contesto di ambivalenza e ambiguità
ed emozioni miste e relazioni d’odio
e amore e affetto non corrisposto. E
i miei dintorni erano zeppi di
aspiranti riformatori dell’ordine
universale, idealisti, ideologi,
ciascuno con la sua personale
formula per una redenzione
istantanea. Erano tutti dei gran
parlatori, nessuno mai che
ascoltasse. Il quartiere era pieno di
tolstojani – gente che credeva nella
filosofia di Tolstoj – e alcuni di loro
gli assomigliavano, si vestivano
come lo scrittore. Portavano una
lunga barba bianca e una corda
intorno a una specie di pastrano
russo e sembravano più tolstojani
persino di Tolstoj stesso. Quando
vidi per la prima volta un’immagine
dello scrittore sul retro di uno dei
suoi libri, mi convinsi che fosse uno
del vicinato. Non l’avevo forse già
visto un sacco di volte? E non
soltanto lui – anche la sua famiglia, i
suoi fratelli? Era uno di noi. A ogni
buon conto, molti di questi tolstojani
parevano usciti da un romanzo di
Dostoevskij, dotati com’erano di una
mente tormentata e di un’anima
colma di contraddizioni, e rabbia e
conflittualità. Anche se questi
dostoevskijani tolstojani di fatto
parevano usciti da un racconto di
Čechov. Il vero, autentico spirito del
circondario non era né Tolstoj né
Dostoevskij, bensì Čechov. La
nostalgia per luoghi lontani. Da
qualche parte, al di là dell’orizzonte,
c’era la beneamata Mosca. Mosca,
Mosca. Ma, questa “Mosca” che
poteva essere Berlino, o Vienna, o
Parigi, o Varsavia o chissà che altro
– la “Mosca al di là dell’orizzonte”
non voleva questo popolo ebraico.
Lo voleva anzi fuori dai piedi, e
dalla testa e, in alcuni casi, anche dal
mondo. E così, quel loro amore per
le civiltà che si erano lasciati alle
spalle non potevano permettersi
neppure di confessarlo.

C’era poi anche un conflitto


quotidiano: quand’ero bambino,
Gerusalemme era una città mista.
C’erano quartieri arabi e quartieri
ebraici e quartieri armeni, e uno
tedesco e una colonia americana e
una greca – era insomma una delle
cittadine più cosmopolite del
mondo. In effetti, più che una città
era un approssimativo agglomerato
di quartieri. Con un campo, o un
pezzo di terra abbandonato fra l’uno
e l’altro. In ogni quartiere si pregava
in modo diverso, si parlava una
lingua diversa e ci si abbigliava
diversamente. Sì, comunicavano.
Nella vita quotidiana, negli anni
quaranta, non mancavano le
tensioni, ma non c’era violenza.
Ognuno sapeva, in un modo o
nell’altro, che anche gli altri
facevano parte del contesto. L’unica
cosa che tutti avevano in comune era
la segreta aspirazione messianica.
Ognuno era convinto di
rappresentare l’autentico retaggio di
Gerusalemme, la vera religione, la
vera fede. Ognuno pensava di
appartenere a Gerusalemme nel vero
senso del termine, mentre gli altri
erano considerati alla stregua di una
presenza ammissibile, di sfondo. Per
di più, ognuno era convinto che
Gerusalemme appartenesse
veramente a lui. E naturalmente, a
Gerusalemme la smania religiosa, le
tensioni interconfessionali erano tali
che ci si poteva o diventare matti
oppure sviluppare un ottimo senso
dell’umorismo. O ancora, un senso
di relatività. La convinzione
insomma che, d’accordo, ciascuno
ha la sua storia, ma non ce n’è una
più valida o avvincente dell’altra.
Ora mi torna in mente una
vecchia storiella, dove uno dei
personaggi – ovviamente siamo a
Gerusalemme e dove sennò – è
seduto in un piccolo caffè, e c’è una
persona anziana seduta vicino a lui,
così i due cominciano a
chiacchierare. E poi salta fuori che il
vecchio è Dio in persona.
D’accordo, il personaggio non ci
crede subito lì per lì, però grazie ad
alcuni indizi si convince che è
seduto al tavolino con Dio. Ha una
domanda da fargli, ovviamente
molto pressante. Dice: “Caro Dio,
per favore dimmi una volta per tutte,
chi possiede la vera fede? I cattolici
o i protestanti o forse gli ebrei o
magari i musulmani? Chi possiede la
vera fede?”. Allora Dio, in questa
storia, risponde: “A dirti la verità,
figlio mio, non sono religioso, non
lo sono mai stato, la religione
nemmeno m’interessa”.

Quando vivevo sotto il mandato


britannico ero molto giovane, e le
prime parole in inglese che ho
imparato a pronunciare da piccolo,
prima di studiarlo a scuola, a parte
yes e no, sono state British, go
home!, che noi marmocchi
gerosolimitani gridavamo gettando
sassi contro le pattuglie inglesi a
Gerusalemme nella nostra “intifada”
del 1945, 1946 e 1947. Come non
far maturare un senso di relatività,
un senso della prospettiva e anche
una triste ironia sul fatto che gli
occupati possono diventare
occupanti, gli oppressi oppressori, le
vittime di ieri aggressori? Con
quanta facilità i ruoli si ribaltano.

Prima del 1948, nel settore


occidentale di Gerusalemme si
trovavano molti quartieri arabi. Poi
vennero l’assedio, gli attacchi, il
bombardamento della Gerusalemme
ebraica da parte dell’esercito
giordano e di quello egiziano, e
l’artiglieria e i raid aerei e poi,
quando tutto ciò finì, non c’erano
più arabi nelle zone ebraiche. Per me
in quanto gerosolimitano, a parte il
fatto che ho un’idea molto precisa di
chi additare per quanto accadde nel
1948 – ritengo responsabili
principalmente i governi arabi – non
è questo il punto. Il punto è la
tragedia. Che siano da accusare le
dirigenze arabe, o i sionisti o
entrambi, resta il fatto che nel 1948
centinaia di migliaia di palestinesi
persero le loro case. So bene che
nello stesso anno, durante la stessa
guerra, quasi un milione di ebrei
orientali dei paesi arabi persero
anche loro la casa e molti di loro
vennero cacciati via e arrivarono in
Israele, e un buon numero di loro
finì in quelle stesse case che erano
appartenute agli arabi palestinesi.
Quei profughi-sopravvissuti che
venivano dall’Iraq, dal Nord Africa
e dall’Egitto, Siria e Yemen – dopo
tre, quattro, cinque anni trascorsi nei
campi di transito, ebbero finalmente
una casa e un lavoro, mentre i
profughi palestinesi no. La questione
rimane aperta, e con dolore. In veste
di narratore, di romanziere, non
posso fare a meno di vedere che non
è una storia nero su bianco. Niente
buoni da una parte e cattivi
dall’altra. Non è un film western, e
nemmeno un western capovolto.
Benché qui in Europa molto spesso,
davvero molto spesso, incontro
persone impazienti, sempre ansiose
di sapere per ogni storia, per ogni
scontro, chi siano i “buoni” e chi i
“cattivi”, chi va appoggiato e chi va
preso di mira con la protesta... E
invece la mia percezione, la mia
esperienza formativa, mi dicono che
nel conflitto fra ebrei israeliani e
arabi palestinesi non ci sono “buoni”
e “cattivi”. C’è una tragedia: il
contrasto fra un diritto e l’altro. L’ho
già detto talmente tante volte, da
meritarmi il titolo di “traditore
patentato” agli occhi di molti miei
connazionali ebrei israeliani. Al
tempo stesso, non sono mai riuscito
a “soddisfare” pienamente i miei
amici arabi, in parte perché
considerano la mia posizione non
sufficientemente radicale, non
propalestinese e proaraba militante.
In effetti, mi sento a casa in questa
atmosfera di ambivalenza.
Forse è doveroso chiedersi: che
particolare diritto, o qualifica, ha un
narratore o un romanziere, per
esprimere opinioni? C’è forse
qualcosa che uno scrittore sa meglio
di un taxista, di un programmatore
di computer, di un politico, persino?
La prima risposta potrebbe essere
che in fondo vengo da un paese dove
tutti discutono di tutto, e allora
perché non anch’io? Vengo da un
paese dove non c’è taxista che non
saprebbe esattamente come guidare
questo paese e il mondo intero, e
allora perché io no? E se mi
garantite di prendere quanto segue
cum grano salis, allora vi dico che
Israele non è un paese e nemmeno
una nazione. È una feroce,
schiamazzante collezione di
argomentazioni, un perpetuo
seminario di strada. Tutti discutono,
tutti pensano di saperne di più. C’è
una vena di anarchia non soltanto in
Israele, ma credo piuttosto nel
retaggio culturale dell’ebraismo.
Non per nulla gli ebrei non hanno
mai avuto un papa, né potrebbero
averne uno. Se mai qualcuno si
definisse il papa o la papessa degli
ebrei, chiunque sarebbe capace di
andare da lui o da lei, mettergli una
mano sulla spalla e dire: “Salve,
papa, tu non mi conosci, io non
conosco te, ma mio nonno e tuo zio
facevano affari insieme laggiù a
Minsk o a Casablanca, e perciò stai
buono per cinque minuti e lasciami
spiegare, una volta per tutte, quel
che veramente Dio vuole da noi”. È
cosa questa che sta annidata nel
profondo del DNA della cultura
ebraica. Sin dall’inizio. Gli ebrei
hanno sempre avuto l’abitudine di
dissentire reciprocamente. Non per
nulla non si trovano mai due di noi
che vadano d’accordo su alcunché, e
di fatto è difficile financo trovare un
ebreo che vada d’accordo con se
stesso, perché tutti hanno mente e
anima divisa su tutto, siamo tutti dei
dostoevskijani tolstojani o viceversa.
Il che risale all’epoca in cui gli ebrei
più illustri sfidavano Dio in persona,
apertamente. E occasionalmente lo
citavano in giudizio. Ancora a
Sodoma, forse rammentate, Abramo,
il santo patriarca Abramo, padre
degli ebrei e degli arabi, cerca di
salvare la città peccatrice dall’ira di
Dio che vuole distruggerla. E
discute con il Signore come uno
scaltro commerciante di macchine
usate. Cinquanta uomini giusti,
quaranta uomini giusti, trenta, venti,
anche soltanto dieci. Perduta la
partita (chi ha mai visto vincere la
partita quando si discute con Dio),
Abramo alza gli occhi al cielo e
pronuncia una frase quanto mai
impertinente: “...il giudice di tutta la
Terra non giudicherebbe secondo
giustizia (Genesi 18, 25)?”. Ciò è
blasfemo, è incosciente, perché
significa dire a Dio in persona: per
quanto tu sia il presidente, non sei al
di sopra della legge. Per quanto
legislatore, non sei al di sopra della
legge. Per quanto fonte dell’autorità,
ti toccherà andare a giustificarti di
fronte a una suprema corte di
giustizia. Quest’ultima è al di sopra
di te – un concetto probabilmente
inconcepibile in altre religioni. Non
è questo l’unico esempio. I profeti
discutevano anch’essi con Dio e a
volte gli lanciavano accuse. La
storia talmudica che prediligo fra
tutte è quella di due pii saggi, rabbi
Yehoshua e rabbi Tarfon: in veste di
giudici si trovano in disaccordo su
una certa interpretazione della legge,
cioè della Torah, della legge divina.
Così discutono, e nella migliore
tradizione ebraica discutono giorno
e notte e notte e giorno, senza
mangiare né dormire, discutono.
Trascorsi sette giorni e sette notti il
Signore, mosso da pietà, comprende
che a forza di discutere moriranno.
Così s’intromette, una voce si ode
dall’alto, una Bat Qol, una “figlia di
voce” che dice: “Rabbi Yehoshua ha
ragione, rabbi Tarfon ha torto, ora
andate a dormire”. (“Andate a
dormire” non sta nel testo, ma nel
contesto.) Comunque, non è questa
la fine della storia. Giacché il
perdente, rabbi Tarfon, leva gli occhi
al cielo e dichiara: “Sovrano del
mondo, Tu hai dato la Torah agli
esseri umani, per favore stattene
fuori dalla faccenda”. Nessun lampo
a fulminarlo, nessun dardo di zolfo a
travolgerlo! Piuttosto, dopo quello
che immagino sia stato un breve
momento di sconcertata esitazione,
Dio replica: “... i miei figli mi hanno
sconfitto”, e si ritira in buon ordine,
come dire, con la coda fra le gambe,
mentre la discussione fra i due rabbi
va avanti. Questa tradizione, questa
vena di anarchismo, di acribia, è il
punto cruciale della nostra civiltà: a
me piace. Anche quando non lo
sopporto, quando è rivolto contro di
me, mi piace. E allora, perché io no?

Un’altra piccola digressione:


durante la Guerra dei Sei Giorni, nel
1967, fui richiamato dall’esercito
israeliano in veste di ufficiale
subalterno di un’unità corazzata, sul
fronte egiziano. Ero già riservista
perché avevo quasi trent’anni,
eravamo tutti individui con le
professioni più svariate, non più
delle giovani reclute. Ma eravamo in
un’unità corazzata e l’ultima notte
prima dell’inizio dei combattimenti
ci trovammo seduti intorno a un
fuoco da campo, a cercare di
immaginare quel che sarebbe
successo. A un certo punto arrivò fra
noi il generale. Era il generale Tal,
comandante supremo del fronte
meridionale in quella guerra. In
quell’atmosfera tranquilla, il
generale Tal ci mise a parte di
alcune sue idee a proposito
dell’imminente battaglia. Dopo
qualche frase, venne interrotto da un
caporale attempato, grassoccio e
occhialuto, il quale domandò
cortesemente: “Mi scusi, generale,
ha mai letto Guerra e pace di
Tolstoj?”. Il generale rispose: “Certo
che l’ho letto, che domanda, l’ho
letto molte volte”. “Si rende conto,
generale, che sta per commettere lo
stesso errore concettuale che,
secondo Tolstoj, commisero i russi
nella battaglia di Borodino?” In men
che non si dica l’intera brigata era
immersa in una vociante, accalorata
discussione intorno a Tolstoj, la
strategia militare, la letteratura, la
traduzione e altro ancora. Tutti che
sbraitavano a voce sempre più alta,
che si apostrofavano a vicenda
dandosi dell’idiota, generale e
caporale compresi. Alla fine si
scoprì che il caporale era professore
di letteratura russa all’Università di
Tel Aviv, mentre dal canto suo il
generale disponeva di una laurea in
filosofia presso l’Università di
Gerusalemme. E allora perché non
anch’io? Gli israeliani discutono,
discuto anch’io. Del resto, sono ben
io che mi alzo ogni mattina, faccio
una piccola passeggiata nel deserto,
prendo una tazza di caffè, mi siedo
alla scrivania e comincio col
domandarmi: “Come mi sentirei se
fossi lei? Come dev’essere stare
dentro la sua pelle?” – questo è ciò
che devi fare se vuoi scrivere anche
il più semplice dei dialoghi: devi
spartire non soltanto la tua fedeltà,
ma persino i tuoi sentimenti fra
diversi personaggi. Credo che sto
parafrasando D.H. Lawrence, il
quale un giorno disse che per
scrivere un romanzo bisogna essere
capaci di assumersi una mezza
dozzina di conflitti e sentimenti
contraddittori e opinioni, con lo
stesso grado di convinzione,
veemenza ed empatia. Allora forse
sono equipaggiato un po’ meglio
degli altri per capire, con il mio
punto di vista ebraico-israeliano,
come ci si sente a essere un
palestinese sradicato, come ci si
sente a essere un arabo palestinese
cui degli “alieni di un altro pianeta”
hanno portato via la terra natale. E
come ci si sente a essere coloni
israeliani in Cisgiordania? Sì,
talvolta m’infilo nei panni di quella
gente oltranzista, o quanto meno ci
provo. Il che forse mi dà il diritto di
alzare la voce e criticare. E insieme
ad altri dodici (circa) israeliani,
quasi tutti romanzieri e poeti, già nel
1967, eravamo in pochissimi, molto
prima che fosse fondato il
movimento Pace Adesso, qualche
settimana dopo la spettacolare
vittoria militare d’Israele nella
Guerra dei Sei Giorni, iniziammo a
propugnare una soluzione
binazionale, una Palestina accanto a
Israele, cosa che in quei giorni di
euforia nazionale in Israele veniva
guardata non solo come un
tradimento ma anche come una
manifestazione di totale idiozia.
Eravamo così in pochi, a
quell’epoca, che avremmo potuto
svolgere gli incontri del movimento
pacifista israeliano, e il nostro
congresso nazionale, dentro una
cabina telefonica o quasi. Ma se
ripenso a quel periodo, so che la mia
posizione di allora non era il frutto
di uno straordinario intuito storico e
nemmeno di una particolare
dimestichezza con le ragioni degli
arabi o l’ideologia palestinese. Era
forse la mia abitudine
“professionale” a mettermi nei panni
degli altri. Il che non significa ch’io
giustifichi sempre gli altri, piuttosto
che riesco a vedere i punti di vista
del prossimo.

È l’eterno dilemma di cosa fare


quando si vive fianco a fianco con la
sofferenza e l’ingiustizia e
l’oppressione e la violenza e la
demagogia e lo sciovinismo e il
fondamentalismo religioso, e il
fanatismo. Che fare? Come usare la
propria voce, supposto che la si
abbia, e come usare la penna se si è
capaci di farlo? È giusto dire:
insomma, dietro l’angolo di casa
mia scorre il sangue, non è tempo
per storie d’amore, questo, non è
tempo per sofismi eruditi, per
esperimenti narrativi, è ora invece di
combattere contro l’ingiustizia? Sì,
mi capita di fare così e in questi casi
mi sento sempre un po’ traditore
della mia arte, un traditore di quella
finezza che sta nelle sfumature e
nell’ambivalenza. Al tempo stesso,
mentre sono a casa mia, a lavorare
intorno alle svariate alternative
sintattiche di una certa frase o ai
problemi idiomatici di un certo
dialogo, quando non alla relazione
melodico-musicale tra due frasi di
un romanzo, sento sempre una
vocina dentro di me, che mi chiama
traditore: “Ma come puoi? A venti,
quindici chilometri da qui la gente si
ammazza, – come puoi?”. Che fare,
in questa situazione? Traditore lo sei
comunque. Qualunque cosa tu
faccia, tradisci o la tua arte o il tuo
senso di dovere civile. Ebbene, la
mia in proposito è una risposta che
vale per molte cose: compromesso.
Sono un gran fautore del
compromesso. So che questa parola
gode di una pessima reputazione nei
circoli idealistici d’Europa, in
particolare fra i giovani. Il
compromesso è considerato come
una mancanza di integrità, di
dirittura morale, di consistenza, di
onestà. Il compromesso puzza, è
disonesto.

Non nel mio vocabolario. Nel mio


mondo, la parola compromesso è
sinonimo di vita. E dove c’è vita ci
sono compromessi. Il contrario di
compromesso non è integrità e
nemmeno idealismo e nemmeno
determinazione o devozione. Il
contrario di compromesso è
fanatismo, morte. Sono sposato con
la stessa donna da quarantadue anni:
rivendico un briciolo di competenza,
in fatto di compromessi.
Permettetemi allora di aggiungere
che quando dico compromesso non
intendo capitolazione, non intendo
porgere l’altra guancia a un
avversario, un nemico, una sposa.
Intendo incontrare l’altro, più o
meno a metà strada. Comunque non
esistono compromessi felici: un
compromesso felice è una
contraddizione. Un ossimoro. Così,
faccio compromessi anche per
quanto riguarda la mia scrittura:
ogni volta che mi trovo d’accordo
con me stesso al cento per cento,
non scrivo una storia ma un articolo
rabbioso per dire al mio governo che
cosa fare, a volte per dire al mio
governo dove andare tutti insieme,
cioè all’inferno. Per una ragione o
per l’altra, non mi danno mai retta.
Benché abbia già detto mille volte, e
con voce stentorea, di andare
all’inferno – sono ancora al loro
posto. Ma in quei casi, che si
presentano molto spesso, in cui
sento più di una voce dentro di me a
proposito di una questione, laddove
riesco a vedere più d’uno, e a volte
più di due punti di vista, quando
riesco a sentire una piccola ragione
dentro di me, allora so che sono
quanto meno gravido di una storia.
Dicendo gravido di una storia o di
un romanzo, debbo però
immediatamente aggiungere che nel
mio vissuto ci sono stati tanti più
aborti e fallimenti che nascite. Così
faccio compromessi, preparo
articoli, scrivo racconti, e non li
mescolo mai. Non ho mai scritto un
racconto o un romanzo solo per
lanciare un messaggio politico:
come “basta con gli insediamenti nei
territori occupati” o “riconosciamo il
diritto dei palestinesi a
Gerusalemme Est”. Non scriverei
mai un romanzo, un romanzo
allegorico, per dire al mio popolo o
al mio governo di fare questo o
quell’altro. Ciò rientra nei miei
articoli. Se nei miei romanzi c’è un
messaggio metapolitico, è sempre,
in un modo o nell’altro, il messaggio
di un compromesso, un
compromesso doloroso, e della
necessità di scegliere fra vita e
morte, fra l’imperfezione della vita e
la perfezione di una morte gloriosa.
Questo è un mio compromesso, uno
dei tanti. Talmente tanti che tengo
persino due penne sulla scrivania,
due normali penne a sfera da quattro
soldi. Che debbo ricaricare ogni due
settimane; ma ne tengo sempre due,
una nera e una blu. Apposta per
ricordarmi che scrivere un saggio
politico è una cosa, scrivere una
storia un’altra. E non confondo. In
Israele la gente legge non solo
articoli e proclami, ma anche
romanzi. Leggono come degli
ossessi. Stando alle statistiche
dell’UNESCO, gli israeliani leggono
più di qualunque altro popolo sotto
il sole, esclusi gli islandesi – che
comunque non sono sotto il sole.
Ma, diversamente dagli europei,
tedeschi o islandesi che siano – gli
israeliani non leggono romanzi per
godimento. Non frequentano la
letteratura per rilassarsi o ampliare i
propri orizzonti. Niente affatto, loro
leggono per arrabbiarsi! Leggono
per dissentire! Leggono per
attaccare briga con l’autore, con i
personaggi, con l’uno e gli altri. Al
punto che un giorno un cinico
editore mi disse che i miei romanzi e
quelli dei miei colleghi vendevano
così bene perché evidentemente ci
sono clienti che comprano dieci
copie dello stesso libro, per
distruggerle tutte. Spesso i taxisti
discutono con me o con i miei
personaggi, tramite me. Mi dicono
non solo che il tale libro sarebbe
dovuto finire diversamente, o che
quell’altro andava scritto
diversamente, quando addirittura
che avrei fatto meglio a non
scriverlo affatto. Ma mi dicono
anche che secondo loro quei
personaggi nutrono opinioni
pericolose o che le loro idee sono
infide, o che non sanno che cosa ha
passato il popolo ebraico, o che non
conoscono gli arabi – “Dica loro da
parte mia che io gli arabi li conosco.
Io vengo da un paese arabo”. Così,
trasmetto questi messaggi dai taxisti
ai personaggi, e non solo dai taxisti.
Sapete, Israele è un paese bizzarro.
Qui è cosa normale che il primo
ministro inviti un poeta o un
narratore o un drammaturgo per un
tête-à-tête serale. Non in ufficio, ma
nella residenza privata del primo
ministro. Una tazza di tè, un drink,
dipende da chi sei tu e chi è il primo
ministro, che poi ti dice – mi è
capitato varie volte –: “Allora,
Amos, dove è che il paese ha
sbagliato? Dove arriveremo, di
questo passo?”, e ascolta estasiato le
risposte mie o dei miei colleghi.
Ascolta estasiato ogni parola, poi ci
ignora completamente. Tuttavia,
siamo realistici – anche i profeti al
tempo loro non sono gran che
riusciti a far cambiare idea e
inclinazioni a governanti e sovrani, e
nemmeno al popolo. Sarebbe fuori
dal mondo pensare che io e i miei
colleghi, l’attuale generazione di
scrittori e poeti israeliani,
riscuotessimo più consensi dei
profeti nell’impresa di cambiare la
testa di governanti e gente comune.

Non sono diventato scrittore nello


spazio di una notte. A dire la verità,
ho sempre scritto brevi racconti ed
episodi. Ma quando andai a vivere in
kibbutz, lavoravo nei campi di
cotone come tutti gli altri, e il fatto
che scrivessi racconti o poesie non
impressionava nessuno. Era anzi un
inconveniente. Gli scrittori non sono
gente con i piedi per terra.
Formidabili gli intellettuali, infatti,
ma che cosa ne sanno loro della
fatica fisica e dell’egualitarismo
nella vita? E così, solo quando ebbi
pubblicato due o tre racconti in
alcune riviste, solo allora trovai il
coraggio di presentarmi al comitato
del kibbutz per chiedere di essere
esonerato dal lavoro un giorno alla
settimana, per poter scrivere. Ci fu
una discussione, piuttosto accesa,
con pressanti ragioni da una parte e
dall’altra. Alcuni dicevano:
“Guardate, quest’uomo ha una forte
inclinazione artistica, scrive,
pubblica, dobbiamo concedergli un
po’ di tempo per sé”. Altri invece:
“Non è così semplice. In una
comunità socialista, chiunque può
definirsi artista. E non spetta al
comitato decidere chi è un vero
artista e chi no. E se alla fin fine tutti
lo diventassero? Chi andrà a
lavorare nei campi?”. Al termine di
un lungo dibattito ci fu una
votazione, e decisero di esonerarmi
dal lavoro un giorno alla settimana,
per scrivere – a patto che io
promettessi di lavorare il doppio
negli altri giorni. Fu così che
pubblicai un romanzo, e poi un altro,
allora chiesi un giorno in più e finii
con l’avere tre giorni alla settimana
per scrivere. Si trattò di
un’annessione strisciante, non di
territorio ma di tempo. Il comico
finale fu che, quando i miei romanzi
divennero una fonte di reddito per il
kibbutz, il tesoriere mi abbordò
timidamente e disse: “Ecco, ora che
i tuoi libri ci procurano un bel po’ di
denaro, pensi che se ti fornissimo
due membri anziani e malaticci che
non sono più in grado di lavorare nei
campi, per darti una mano, credi che
potresti incrementare un pochetto la
produzione?”. Risposi: “Guarda,
questo è in effetti un lavoro da
scrivania. Metti tre vecchietti
all’opera e manda me a mungere le
mucche”.

Comincio a scrivere ogni mattina


prima delle sei. A volte resto nello
studio per molte ore e produco una
pagina, quando non solo un paio di
frasi, o nulla di nulla. E tuttavia
debbo stare lì. Non posso nemmeno
leggere il giornale, andando al
lavoro la mattina, dal momento che
il mio studio è appena un piano di
scale sotto la camera da letto,
qualche passo e sono arrivato. Ma
non mi arrabbio più con me stesso,
quando non produco. C’erano giorni
in cui mi odiavo, per il semplice
fatto di restare lì a non creare nulla.
Specialmente quando vivevo ancora
in kibbutz, e restavo tutta la mattina
seduto, scrivendo tre righe e
cancellandone quattro, ritrovandomi
in deficit rispetto al giorno prima.
Poi andavo al refettorio e mi
vergognavo di mangiare. A tavola
c’era gente che aveva arato acri di
terra, munto centinaia di mucche,
che aveva tirato su un muro: mentre
io, che avevo scritto quattro righe e
ne avevo cancellate cinque, come
osavo mangiare? Ma col passar degli
anni mi sono adeguato alla
prospettiva del commerciante: il mio
lavoro è quello di uscire ogni
mattina, aprire la saracinesca,
sedermi e aspettare i clienti.
Null’altro. Se ne arrivano, è stata
una buona giornata. Altrimenti,
continuo a fare il mio lavoro, a
starmene seduto in attesa. Non mi
limito ad aspettare, perché, anche
quando non scrivo, nella mia testa
capitano cose non dissimili da quelle
che mi capitavano quando ero un
marmocchio ansioso di gelato, in
attesa che la conversazione dei
genitori finisse. Osservo, immagino,
fantastico. Mi metto nei panni, o
nella pelle di altri. Quest’oggi non vi
ho parlato di stile, o tecniche, di
temi o parabole – gli esperti
capiscono queste cose molto meglio
di me. Volevo invece condividere
con voi alcune fra le gioie del gusto
di narrare. Donde viene l’impulso di
scrivere, e come vive, anche nei
tempi più brutti, nella sofferenza e
nel pregiudizio e nella tragedia,
nella disfatta e nella resa. Quanto
questo impulso è primigenio. Credo
esista in ogni essere umano, non
solo in scrittori e romanzieri, il
bisogno di raccontare una storia, di
immaginare l’altro, di mettersi nei
panni di qualcun altro, in fondo non
è solo un’esperienza etica, un grande
atto d’umiltà, una buona direttiva
politica. In fin dei conti – ma non
ditelo all’infermiera della mia scuola
– in fin dei conti è anche un
immenso piacere.
17 gennaio 2002
Seconda lezione
Come guarire un fanatico.
L’oltranzista
è un punto esclamativo
ambulante

Allora, come guarire un fanatico?


Lo scontro tra povertà e ricchezza è
certamente uno dei problemi più
assillanti del mondo, ma sarebbe,
come si è già detto, una diagnosi
errata interpretare in questo modo
l’attacco all’America dell’11
settembre. Non si tratta di un
conflitto fra chi ha e chi non ha. Se
questo fosse stato il caso, l’attacco
sarebbe arrivato dall’Africa, cioè il
continente più povero, e
presumibilmente avrebbe avuto per
obiettivo l’Arabia Saudita e tutto il
Golfo con i paesi produttori di
petrolio, cioè i più ricchi del mondo.
E invece no. Questa è una battaglia
tra fanatici convinti che il fine,
qualunque sia questo fine, giustifichi
i mezzi, e noi altri, convinti invece
che la vita sia un fine, non un
mezzo. È una battaglia fra coloro per
i quali la giustizia, in qualunque
modo essi intendano questa parola, è
più importante della vita, e noi che
pensiamo che la vita venga prima di
tantissimi altri valori, convinzioni o
fedi. L’attuale crisi del mondo, nel
Medio Oriente, in Israele/Palestina,
non riguarda i valori dell’islam. Non
riguarda la mentalità degli arabi,
come sostengono alcuni razzisti.
Niente affatto. È l’antico conflitto
tra fanatismo e pragmatismo. Tra
fanatismo e pluralismo. Tra
fanatismo e tolleranza. L’11
settembre non ha nulla a che vedere
con la questione se l’America sia
buona o cattiva, se la
globalizzazione debba fermarsi o
meno, se il capitalismo sia brutto o
accettabile. Siamo invece di fronte
alla consueta pretesa del fanatismo:
visto che secondo me qualcosa è
male, la elimino insieme a ciò che le
sta intorno. Il fanatismo è più antico
dell’islam, del cristianesimo,
dell’ebraismo, più antico di ogni
stato o governo, d’ogni sistema
politico, più antico di tutte le
ideologie e di tutte le confessioni del
mondo. Il fanatismo è,
disgraziatamente, una componente
onnipresente della natura umana; un
gene perverso, se volete chiamarlo
così. La gente che fa saltare cliniche
dove si pratica l’aborto in America,
la gente che brucia moschee e
sinagoghe qui in Germania, è
diversa da Bin Laden solo nella
misura, non nella natura dei propri
crimini. Ovviamente l’11 settembre
ispira dolore, rabbia, incredulità,
sconcerto, malinconia, smarrimento
e, sì, anche alcune reazioni razziste
– antiarabe e antiislamiche. Chi
avrebbe mai detto che al XX secolo
sarebbe succeduto l’XI secolo? La
mia infanzia a Gerusalemme mi ha
reso un esperto in fatto di fanatismo
comparato. La Gerusalemme della
mia infanzia, in quei lontani anni
quaranta, era popolata di profeti
autodidatti, redentori e messia.
Ancora oggi, ogni gerosolimitano
dispone della sua personale formula
per una salvezza istantanea. Tutti
dicono di essere venuti a
Gerusalemme – sto citando da una
vecchia, celebre canzone – di essere
venuti a Gerusalemme per costruirla
ed esserne costruiti. In effetti alcuni
di loro, ebrei, cristiani e musulmani,
socialisti, anarchici, riformatori del
mondo, sono venuti a Gerusalemme
non tanto per costruirla, non tanto
per esserne costruiti, piuttosto per
venirvi crocifissi, per crocifiggere
altri, o entrambe le cose. Lì vige un
disordine mentale consolidato,
un’infermità conclamata nota come
“sindrome di Gerusalemme”: la
gente arriva, respira la strabiliante,
limpida aria di montagna, poi d’un
tratto salta su e appicca il fuoco a
una moschea, una chiesa, una
sinagoga. Quando non si limita a
spogliarsi, arrampicarsi su una
roccia e lanciar profezie. Nessuno
mai che ascolti. Ancora oggi, nella
Gerusalemme attuale non c’è coda
per l’autobus che non diventi un
concitato seminario di strada dove
dei perfetti estranei discutono di
politica, morale, strategia, storia,
identità, religione e dei veri intenti
di Dio. I partecipanti a questi
seminari di strada, d’altro canto,
mentre dissertano di politica e
teologia, o del bene e del male,
cercano inevitabilmente di saltare la
fila. Tutti strepitano, nessuno che
ascolti. A parte me. A volte ascolto,
è così che mi guadagno da vivere.

Come comportarsi con gente che


è in sostanza un punto esclamativo
ambulante? Come fermare chi non
vuole saperne di fermarsi? Il
fanatismo è spesso strettamente
legato a un contesto di profonda
disperazione: dove le persone non
avvertono altro che disfatta,
umiliazione e indegnità, ricorrono a
forme svariate di violenza disperata.
E l’unico modo per respingere la
disperazione è quello di generare,
diffondere speranza – forse non tra i
fanatici ma presso i moderati. Che
esistono – fuori dal mondo della
CNN, le cui telecamere sono in
grado soltanto di mostrare gli
oltranzisti che urlano per le strade, e
non i taciti moderati che si
mangiano le unghie dietro le
imposte chiuse, mentre gli estremisti
imperversano nelle piazze.
Generando speranza, questi
moderati usciranno allo scoperto e
diventeranno una presenza
significativa. Sono convinto che solo
i moderati interni alle rispettive
società siano capaci di arginare i
fondamentalisti. L’islam moderato è
l’unica forza che possa fermare il
fanatismo islamico. Il nazionalismo
moderato è l’unico in grado di
mettere un freno a quello fanatico,
tanto in Medio Oriente come altrove
nel mondo. Ma per consentire ai
moderati di uscire dalla tana e aver
la meglio sui fanatici è necessario
impiantare una speranza concreta di
vita migliore e di soluzione ai
problemi. Solo così la disperazione
cede il passo e il fanatismo si
contiene.

Ebbene sì, lo confesso: da


bambino a Gerusalemme, ero
anch’io un piccolo fanatico con il
cervello dilavato. Presuntuoso,
sciovinista, sordo e muto per ogni
vissuto che non fosse quello ebraico
e sionista dell’epoca. Ero un
bambino lanciapietre, nell’intifada
ebraica. Come ho già detto, le prime
parole che imparai a dire in inglese,
a parte yes e no, erano: British, go
home!, che noi marmocchi ebrei
gridavamo gettando sassi alle
pattuglie britanniche di
Gerusalemme. A proposito di ironie
della storia, nel mio romanzo Una
pantera in cantina del 1995 racconto
di un ragazzino di nome o
soprannome Profi, che perde il suo
fanatismo, il suo sciovinismo, se non
altro un poco, e muta nel giro di due
settimane, passando attraverso un
senso di relativismo, vivendo un
trauma da relativismo. Gli capita
infatti di familiarizzare, di nascosto,
con un nemico, nella fattispecie un
sergente di polizia inglese, dolce e
inerme. I due, il ragazzino e il
sergente, si incontrano in segreto,
per insegnarsi a vicenda l’ebraico e
l’inglese. Il ragazzino scoprirà che le
donne non hanno corna né coda,
rivelazione scioccante quanto quella
che nemmeno gli inglesi e gli arabi
ne sono dotati. E così, il ragazzino
scopre un senso di ambivalenza, la
capacità di abbandonare le proprie
visioni in bianco o nero; ma
ovviamente il prezzo che pagherà
alla fine della novella è quello di
non ritrovarsi più bambino, bensì
piccolo adulto. La gioia e la
fascinazione e lo zelo e il candore
della vita si sono dissolti quasi del
tutto. E inoltre, verrà apostrofato con
un brutto appellativo, i suoi vecchi
amici lo chiameranno “traditore”. Se
permettete, vorrei leggere un brano
della traduzione inglese, è l’inizio di
Una pantera in cantina, perché è la
cosa più mia che posso dire a
proposito del fanatismo. È l’inizio,
l’esordio del primo capitolo.

Quante volte in vita mia mi hanno


chiamato traditore. La prima fu
quando avevo dodici anni e un
quarto, e abitavo in un quartiere al
fondo di Gerusalemme. Durante le
vacanze estive, meno di un anno
prima della partenza del governo
mandatario inglese e della nascita
dello stato d’Israele, in mezzo alla
guerra.
Una bella mattina trovammo
scritto con uno spesso tratto nero,
sul muro di casa nostra, proprio
sotto la finestra della cucina: “Profi
vile traditore!”. La parola “vile”,
suscitò allora in me una domanda
che mi tormenta tuttora, mentre sto
seduto a scrivere questo libro: come
fa a non esserlo, vile, un traditore?
E allora per quale ragione Chita
Reznik (avevo riconosciuto la sua
scrittura) si era preso il disturbo di
mettere anche quell’aggettivo?
Stando così le cose, in quali casi il
tradimento non è da considerarsi
vile?
Il soprannome Profi lo porto sin
da quando ero alto così. È
un’abbreviazione di Professore, per
via della mia mania di studiare le
parole (ancora adesso adoro
collezionarle, metterle in ordine,
mischiarle, volgerle, comporle. Più
o meno come fanno con monete e
banconote gli appassionati di soldi,
o con le carte i giocatori accaniti).
Papà uscì quel giorno alle sei e
mezzo del mattino per andare a
prendere il giornale e vide per
primo la scritta sotto la finestra
della cucina. Poi, durante la
colazione, mentre spalmava della
marmellata di lamponi su una fetta
di pane nero, ficcò bruscamente il
coltello dentro il barattolo di
confettura quasi con tutto il manico
e disse con la sua voce misurata:
“Magnifico. Che bella sorpresa.
A che cosa dobbiamo questo grande
onore?”.
Mamma disse:
“Non tormentarlo così di prima
mattina. Ci sono già gli altri
bambini che provvedono a farlo”.
Papà era vestito color cachi,
come quasi tutti gli uomini del
quartiere a quell’epoca. I gesti e la
voce erano quelli di un uomo
inequivocabilmente dalla parte della
ragione. Tirò fuori dal fondo del
barattolo in punta di coltello un
grumo denso di confettura, lo
spalmò equamente sulle due metà
della sua fetta di pane, e proseguì:
“La verità è che di questi tempi la
parola traditore si usa troppo, e con
troppa leggerezza. Che cosa
significa, in fondo, ‘traditore’?
Ovvio. Una persona senza onore.
Una persona che di nascosto, dietro
le spalle, per qualche discutibile
profitto, aiuta il nemico a danno del
suo popolo. Quando non nuoce alla
propria famiglia o agli amici. Più
spregevole persino dell’omicida.
Ora finisci di mangiare il tuo uovo.
In Asia la gente muore di fame, dice
il giornale”.

Più avanti in questo romanzo il


lettore scoprirà che la madre aveva
torto marcio: solo colui che ama può
diventare un traditore. Il tradimento
non è il contrario dell’amore, è una
delle sue tante opzioni. Traditore è
colui che cambia agli occhi di coloro
che non possono cambiare e non
cambierebbero mai e odiano
cambiare e non lo concepiscono, a
parte il fatto che vogliono
continuamente cambiare te: così la
penso io. In altre parole agli occhi
del fanatico il traditore è chiunque
cambi. Triste alternativa quella fra il
diventare un fanatico o un traditore.
In un certo senso, non essere fanatici
significa essere un traditore agli
occhi dei fanatici. Quanto a me, ho
fatto la mia scelta, come è
raccontato in Una pantera in
cantina.

Poco fa mi sono definito un


esperto di fanatismo comparato. Non
per scherzo. Se avete per caso
notizia di un’accademia o
un’università in procinto di
inaugurare un dipartimento di studi
sul fanatismo comparato, faccio
subito domanda. In veste di ex
gerosolimitano, di fanatico redento,
mi sento pienamente qualificato per
quel posto. E forse è giunto il tempo
che ogni accademia, ogni università
tenga quanto meno un paio di corsi
sul fanatismo comparato, visto che
esso dilaga ovunque. Non mi
riferisco alle ovvie manifestazioni di
fondamentalismo e oltranzismo.
Non mi riferisco soltanto a questi
fenomeni eclatanti, quelli che
vediamo da noi attraverso la
televisione, laddove folle isteriche
agitano i pugni contro le telecamere
e urlano slogan in lingue a noi
ignote. No, perché il fanatismo è
praticamente dappertutto, e nelle sue
forme più silenziose e civili è
presente tutto intorno a noi, e
fors’anche dentro di noi. Conosco
bene quei non fumatori capaci di
bruciarti vivo se osi soltanto
accendere una sigaretta vicino a
loro! Conosco quei vegetariani
capaci di mangiarti vivo per avere
ordinato una bistecca! Conosco quei
pacifisti, alcuni miei colleghi del
movimento per la pace in Israele,
capaci di spararmi in testa solo
perché ho auspicato una strategia
lievemente diversa per il processo di
pace con i palestinesi. Insomma, non
voglio certo dire che chiunque levi
la voce contro qualunque cosa sia un
fanatico. Non voglio lasciare
intendere che ogni opinione
convinta sia una forma di fanatismo,
certo che no. Però penso che il seme
del fanatismo si annidi
immancabilmente nella rettitudine
inflessibile, piaga di molti secoli. È
logico che ci sono molti e diversi
gradi di male. Un ambientalista
militante potrà essere rigoroso
finché si vuole, ma farà ben poco
danno al confronto, ad esempio, di
un igienista etnico o un terrorista. E
tuttavia i fanatici hanno
indistintamente una particolare
predisposizione, un senso tutto loro
del kitsch. Il più delle volte il
fanatico riesce a contare solo fino a
uno, perché due è un’entità troppo
grande per lui. Al tempo stesso i
fanatici sono quasi sempre degli
incorreggibili romantici,
preferiscono il sentimento al
pensiero, e sono affascinati dalla
loro stessa morte. Disprezzano
questo mondo e lo barattano
volentieri in cambio del “cielo”. Il
loro cielo, a ogni buon conto, è
normalmente concepito in maniera
non dissimile dal lieto fine di un
brutto film.

Permettetemi di divagare con una


storia, sono un divagatore accanito,
lo faccio sempre. Un mio caro amico
nonché collega, quel fantastico
narratore israeliano che è Sammy
Michael, ha vissuto un giorno
un’esperienza che può capitare a
tutti, prima o poi: una lunga tratta in
macchina con un autista che gli ha
prodigato la solita lezione
sull’urgenza, per noi ebrei, di far
fuori tutti gli arabi. Sammy l’ha
ascoltato e invece di sbraitare: “Ma
che razza di obbrobrioso individuo è
lei, un nazista, o un fascista?”, ha
deciso di comportarsi diversamente.
Ha dunque domandato all’autista:
“E chi pensa dovrebbe uccidere tutti
gli arabi?”. Questi ha risposto: “Che
intende dire? Noi! Gli ebrei
israeliani! Dobbiamo! Non c’è altra
scelta, guardi che cosa ci fanno
quelli ogni giorno!”. “Ma chi
esattamente dovrebbe fare il lavoro?
La polizia? O forse l’esercito? O la
brigata di artiglieria? O le squadre
mediche? Chi farà il lavoro?”
L’autista si è grattato la testa e ha
detto: “Penso che dovrebbe essere
equamente diviso fra noi, ognuno
dovrebbe ucciderne alcuni”. Sammy
Michael, fedele al gioco, ha
continuato: “Ok, supponiamo allora
che a lei venga assegnato un
condominio nella sua città, Haifa, e
debba bussare a ogni porta o suonare
il campanello, e domandare: ‘Mi
scusi signore, o mi scusi signora, lei
è arabo?’ e se la risposta è sì, allora
sparare. Poi lei finisce il suo
condominio, se ne sta per andare a
casa, ma in quel momento”, dice
Sammy all’autista, “sente che su al
quarto piano c’è un bimbo che
piange. Che fa, torna indietro e spara
al bambino? Sì o no?”. C’è stato un
momento di silenzio, e poi l’autista
ha detto a Sammy Michael: “Lo sa,
lei è molto crudele”. Dunque, è un
aneddoto interessante perché c’è un
qualcosa nella natura del fanatico,
un che di fondamentalmente
sentimentale e al tempo stesso del
tutto privo di fantasia. E questo mi
dà una speranza, la speranza invero
molto remota, che iniettare un poco
di immaginazione nella gente possa
servire, chissà, a far sentire a disagio
il fanatico. Non è un rimedio rapido,
non è una cura lampo, ma può
funzionare.
Conformismo e uniformità, il
bisogno di appartenere e il desiderio
che tutti gli altri appartengano sono
tra le forme più diffuse, benché non
pericolose, di fanatismo. Chi non
ricorda la scena dello splendido film
dei Monty Python, Brian di
Nazareth, quando Brian dice
all’immensa folla di aspiranti
discepoli: “Siete tutti individui!” e la
folla grida di rimando: “Siamo tutti
individui!” eccetto uno che con un
filo di voce dice timidamente: “Io
no”, ma gli altri lo tacitano
rabbiosamente. In verità, dopo aver
detto che il conformismo e
l’uniformità sono forme lievi ma
diffuse di fanatismo, debbo
aggiungere che spessissimo il culto
della personalità, l’idealizzazione di
capi politici e religiosi, la
venerazione di individui
particolarmente brillanti, lo sono
non di meno. E il XX secolo è stato
generoso per quanto riguarda
entrambe le forme. I regimi
totalitari, le ideologie mortifere, lo
sciovinismo aggressivo, le forme
violente di fondamentalismo
religioso per un verso, e l’idolatria
universale per Madonna o Maradona
dall’altro. L’aspetto probabilmente
peggiore della globalizzazione è
questa regressione infantile del
genere umano: “L’asilo globale”,
ridondante di ninnoli e balocchi,
dolcetti e leccalecca. Fino al XIX
secolo, più o meno intorno alla metà
del XIX secolo, grosso modo a
seconda del paese o del continente,
ma grosso modo fino al XIX secolo,
quasi tutti, in gran parte del mondo,
avevano almeno tre certezze: dove
avrebbero trascorso la vita, che cosa
avrebbero fatto per vivere e quello
che sarebbe successo dopo la morte.
Quasi tutti, centocinquant’anni fa
più o meno, quasi tutti in tutto il
mondo, sapevano che avrebbero
trascorso la vita là dove erano nati –
o nei pressi, magari nel villaggio
vicino. Tutti sapevano che si
sarebbero guadagnati da vivere più o
meno come i loro genitori avevano
fatto nella generazione precedente. E
tutti sapevano che se si fossero
comportati bene, sarebbero
approdati a un mondo migliore,
dopo la morte. Il XX secolo ha eroso,
spesso distrutto, queste e altre
certezze. E la perdita di queste
convinzioni di base ha
probabilmente aperto la strada a una
metà del secolo ideologicamente
pesante come non mai, seguita da
un’altra fieramente individualista,
edonistica, orientata verso il
superfluo. Il mantra d’obbligo per i
movimenti ideologici nella prima
metà del secolo era “il domani sarà
migliore – facciamo sacrifici oggi”,
e imponiamo anche sacrifici agli
altri oggi, così che i nostri figli
ereditino un paradiso nel futuro. Più
o meno intorno alla metà del secolo,
tale convincimento è stato sostituito
da quello della felicità istantanea,
non tanto il famoso diritto di lottare
per la felicità, piuttosto
quell’illusione così diffusa
oggigiorno di trovare la felicità in
bella mostra sui banchi, per cui non
c’è altro da fare che diventare ricchi
abbastanza da potersi permettere la
felicità, a colpi di portafoglio. La
nozione di “felicemente per
l’eternità”, l’illusione di una felicità
durevole, è in realtà un ossimoro. O
calma piatta o vetta. La felicità
eterna non è tale, proprio come un
orgasmo perenne non è affatto un
orgasmo.
Ritengo che l’essenza del
fanatismo stia nel desiderio di
costringere gli altri a cambiare.
Quell’inclinazione comune a rendere
migliore il tuo vicino, educare il tuo
coniuge, programmare tuo figlio,
raddrizzare tuo fratello, piuttosto che
lasciarli vivere. Il fanatico è la
creatura più disinteressata che ci sia.
Il fanatico è un grande altruista. Il
fanatico è più interessato a te che a
se stesso, di solito. Vuole salvarti
l’anima, vuole redimerti, vuole
affrancarti dal peccato, dall’errore,
dal fumo, dalla tua fede o dalla tua
incredulità, vuole migliorare le tue
abitudini alimentari, vuole impedirti
di bere o di votare nel modo
sbagliato. Il fanatico si preoccupa
assai di te, e o ti si butta al collo
perché ti vuol bene sul serio o punta
alla gola, nell’eventualità che ti
dimostri irriducibile. In entrambi i
casi, da un punto di vista topografico
il gesto è più o meno lo stesso. In un
modo o nell’altro, il fanatico è più
interessato a voi che a se stesso, per
la semplice ragione che il fanatico
ha un io molto piccolo, quando non
ce l’ha affatto. Il signor Bin Laden e
la gente della sua fatta non è che
odino l’Occidente. Non è questo il
punto. Piuttosto, credo che loro
vogliano salvare le vostre anime,
liberare voi, noi dai nostri empi
valori, dal materialismo, dal
pluralismo, dalla democrazia, dalla
libertà di parola, dall’emancipazione
delle donne... Tutto ciò, sostiene il
fondamentalismo islamico, è molto,
molto dannoso per la vostra salute.
Tanto che il primo obiettivo di Bin
Laden non è stato l’America, è stato
invece quello di trasformare i
musulmani moderati e pragmatici in
gente come lui. Per Bin Laden,
infatti, l’islam è stato infiacchito dai
“valori americani”, ma per difendere
l’islam bisogna non solo colpire
l’Occidente, e colpire duro, bisogna
in fin dei conti convertire
l’Occidente. E la pace prevarrà solo
quando il mondo sarà convertito non
tanto all’islam, quanto alla forma
più fondamentalista e cruenta e
rigida di islam. Sarà un bene per voi.
Bin Laden fondamentalmente vi
ama. L’11 settembre è stato un
travaglio d’amore. L’ha fatto per il
vostro bene, vuole cambiarvi, vuole
redimervi. Il più delle volte tutto
questo comincia in famiglia. Il
fanatismo, credo, prende le mosse in
casa. Si inizia con l’impulso affatto
comune di cambiare una persona
amata, per il suo stesso bene, o
l’impulso di sacrificare se stessi per
la salvezza di un amato vicino, o con
il dire a un figlio “devi diventare
come me non come tua madre”
oppure “devi diventare come me non
come tuo padre” o ancora “ti prego,
diventa qualcosa di diverso dai tuoi
genitori”. O, per le coppie di
coniugi, “devi cambiare, devi vedere
le cose a modo mio, altrimenti
questo matrimonio non funzionerà”.
Molto spesso tutto comincia con il
bisogno di vivere la propria vita
attraverso quella di un altro.
Rinunziare a se stessi, per facilitare
la realizzazione dell’altro, il
benessere della generazione
successiva. Il sacrificio di sé
significa molto spesso infliggere
tremendi sensi di colpa nel
beneficiario, e di conseguenza lo si
manipola, lo si controlla. Se debbo
scegliere fra le due madri stereotipo
della famosa storiella ebraica –
quella che dice al suo piccino:
“Finisci la colazione altrimenti ti
uccido” e quella che dice: “Finisci la
colazione altrimenti mi uccido”,
sceglierei il male minore, e cioè non
finire la colazione e morire,
piuttosto che non finire e trovarmi
per il resto della vita attanagliato dal
senso di colpa.

Veniamo ora al cupo ruolo dei


fanatici e del fanatismo nel conflitto
fra Israele e Palestina, Israele e gran
parte del mondo arabo. Il conflitto
israelopalestinese non è affatto una
guerra civile fra due segmenti della
stessa popolazione o dello stesso
popolo o di una stessa cultura. Non è
un conflitto interno, bensì
internazionale. Per fortuna è un
conflitto internazionale, più
semplice da risolvere di quelli
interni, così come delle guerre
religiose, delle lotte di classe e delle
battaglie sui valori. Ho detto “più
semplice”, non ho detto “semplice”.
La lotta fra ebrei israeliani e arabi
palestinesi non è di fatto una guerra
di religione, benché fanatici su
entrambi i fronti stiano cercando di
renderla tale. Di fatto non è altro che
un conflitto territoriale sulla dolente
questione del “a chi appartiene
questa terra?”. Per ora dirò soltanto
che questo è un conflitto fra un
diritto e l’altro, fra due vigorose e
convincenti rivendicazioni sullo
stesso piccolo paese. Non una guerra
religiosa, nemmeno una guerra fra
culture, non un disaccordo fra due
tradizioni, ma semplicemente una
disputa immobiliare sulla proprietà
dello stabile. Sono convinto che si
possa arrivare a una soluzione.

Ho detto poc’anzi che secondo me


una piccola, prudente dose di
immaginazione potrebbe servire
come parziale, limitata immunità dal
fanatismo. Sono convinto che una
persona capace di immaginare ciò
che le sue idee implicano quando si
arriva al punto di un bambino che
piange al quarto piano, una tale
persona può diventare un fanatico
meno intransigente, il che è già un
piccolo progresso. Ora vorrei potervi
dire che la letteratura è sempre la
risposta, perché la letteratura
contiene un antidoto al fanatismo,
per il fatto stesso di iniettare
immaginazione nei suoi lettori. Mi
piacerebbe poter prescrivere, nero su
bianco: leggete letteratura e
guarirete dal vostro fanatismo.
Sfortunatamente non è così
semplice. Sfortunatamente molte
poesie, molte storie e drammi sono
stati usati in passato per instillare
odio e ispirare nazionalismi
intransigenti. Tuttavia ci sono alcune
opere letterarie che in una certa
misura possono aiutare. Non fare
miracoli, però aiutare. Shakespeare
può fare molto. Ogni estremismo,
ogni crociata oltranzista, ogni forma
di fanatismo, in Shakespeare si
conclude in una tragedia o in una
commedia. Il fanatico non è mai più
felice o più appagato, alla fine: o è
morto o diventa una burla. Questo è
un buon coadiuvante. Anche Gogol’
può risultare utile: Gogol’ rende noi
lettori grottescamente consapevoli di
quanto poco sappiamo, anche
quando siamo convinti di avere
ragione al cento per cento. Gogol’ ci
insegna che il naso può diventare un
nemico acerrimo, un nemico financo
fanatico, e che ti puoi ritrovare
fanaticamente in caccia del tuo
stesso naso. Una lezione niente
affatto male, mi pare. Kafka è un
buon educatore a tale proposito, per
quanto sono sicuro che egli stesso
non abbia mai pensato di avere in sé
un potenziale contro il fanatismo; e
tuttavia Kafka ci dimostra che c’è
buio e c’è mistero e c’è scherno
anche quando siamo convinti di non
avere fatto nulla di male. E questo
serve. Se avessimo del tempo,
parlerei a lungo di Kafka e di Gogol’
e del nesso, un nesso sottile, che
intravedo fra loro. Ritengo che
William Faulkner possa servire. Il
poeta israeliano Yehuda Amichai
esprime tutto questo meglio di come
avrei mai potuto sperare: quando
dice “Dove siamo integerrimi non
cresce nessun fiore”. È un verso
molto utile. Così, in una certa
misura alcune opere letterarie
possono servire, ma non tutte. E se
promettete di prendere quanto segue
cum grano salis, posso dirvi, almeno
in linea di principio, che credo di
avere inventato la cura per il
fanatismo. Il senso dell’umorismo è
un’ottima terapia. In vita mia non ho
ancora visto un fanatico dotato di
senso dell’umorismo, e non ho
nemmeno mai visto una persona
dotata di senso dell’umorismo
diventare un fanatico, a meno di non
perdere il senso dell’umorismo. I
fanatici sono spessissimo sarcastici.
Alcuni di loro hanno un profondo
senso del sarcasmo, ma niente
spirito. L’umorismo implica la
capacità di ridere di se stessi.
L’umorismo è relativismo, è la
facoltà di vedersi così come
potrebbe vederti il prossimo, è il
rendersi conto che, a prescindere da
quanto tu sia retto e da che torti
tremendi tu abbia subìto, esiste
immancabilmente un risvolto che è
un poco buffo. E che più sei
integerrimo, più buffo diventi. E per
questo, puoi essere un israeliano
dalla parte della ragione, un
palestinese dalla parte della ragione,
chicchessia dalla parte della ragione,
ma fintanto che il tuo senso
dell’umorismo tiene, sei almeno in
parte immune dal fanatismo.

Perfetto: se solo riuscissi a


trasformare il senso dell’umorismo
in compresse, e poi convincessi
popolazioni intere ad assumere
queste mie pillole, immunizzando
così tutti dal fanatismo, potrei un
giorno o l’altro candidarmi al
premio Nobel per la medicina, non
per la letteratura. Ma guardatemi!
L’idea stessa di ridurre in pillole il
senso dell’umorismo, l’idea di
somministrarlo al prossimo per il
suo stesso bene e curarlo in questo
modo, questa stessa idea è già di per
sé contaminata dal fanatismo.
Bisogna stare molto in guardia: il
fanatismo attecchisce con molta
facilità, è più contagioso di qualsiasi
virus. Lo si può contrarre persino
mentre si cerca di debellarlo o lo si
sta combattendo. Vi basterà leggere
il giornale, o guardare il notiziario in
televisione, per rendervi conto della
facilità con cui la gente diventa
fanaticamente antifanatica,
antifondamentalista, con cui
intraprende una crociata antijihad. In
definitiva se non possiamo
sconfiggere il fanatismo, possiamo
quanto meno pensare di contenerlo.
Come ho detto prima, una terapia
per quanto imperfetta è la capacità
di ridere di noi stessi, e anche quella
di vederci come ci vedono gli altri è
un’altra medicina. La capacità di
esistere nel contesto di situazioni
aperte, financo di imparare ad
approfittare di queste situazioni, di
apprezzare la diversità: anche questo
può servire. Non sto invocando un
relativismo morale assoluto, certo
che no: sto invece propugnando la
necessità di immaginarsi a vicenda.
A ogni livello, anche il più banale e
quotidiano: immaginarsi.
Immaginarci quando bisticciamo,
quando ci lamentiamo, immaginarci
nel preciso momento in cui sentiamo
di avere ragione al cento per cento.
Anche quando si ha ragione al cento
per cento, e l’altro ha torto al cento
per cento, anche in quel momento è
utile immaginare l’altro. In effetti lo
facciamo in continuazione. Il mio
romanzo Lo stesso mare narra di un
manipolo di sei, sette persone
sparpagliate per il mondo ma unite
fra loro da una comunione quasi
mistica. Si sentono a vicenda,
comunicano continuamente l’uno
con l’altro per via telepatica, benché
siano dispersi ai quattro angoli della
Terra.

La capacità di esistere nel


contesto di situazioni aperte:
scrivere un romanzo, ad esempio,
implica insieme ad altri oneri anche
quello di svegliarsi ogni mattina,
bere una tazza di caffè e iniziare a
immaginare l’altro. E se fossi lei, e
se fossi lui. Nel mio ambiente, nella
mia storia personale e famigliare.
Non posso fare a meno di pensare, e
molto spesso, al fatto che sarebbe
bastata una minima variante nei miei
geni, e nelle circostanze di vita dei
miei genitori, per far sì che io fossi
lui o lei. Sarei potuto essere un
ebreo della Cisgiordania, un
estremista ultraortodosso, un ebreo
orientale venuto dal Terzo mondo,
chiunque altro. Sarei potuto essere
uno dei miei nemici. Immaginare
tutto questo è una pratica sempre
utile. Molti anni fa, quand’ero
bambino, la mia saggia nonna mi
spiegò, in parole semplici, la
differenza fra un ebreo e un cristiano
– non fra un ebreo e un musulmano,
ma fra un ebreo e un cristiano: “Vedi
i cristiani credono che il Messia sia
già venuto una volta, e che
certamente un giorno o l’altro
tornerà. Gli ebrei sostengono che il
Messia debba ancora venire. Su
questa faccenda,” disse mia nonna,
“si è spesa tanta rabbia, e ci sono
stati persecuzioni, massacri, odio...
perché?” continuò, “Perché non
possiamo semplicemente aspettare
di vedere? Se il Messia arriva e dice:
‘Salve, è bello rivedervi’, allora gli
ebrei ammetteranno di avere
sbagliato. Se, d’altro canto, il
Messia arrivando dice: ‘Piacere di
conoscervi’, allora tutto il mondo
cristiano dovrà chiedere scusa agli
ebrei. Per intanto,” concluse la mia
saggia nonna, “non resta che vivere
e lasciar vivere”. Lei sì, era
drasticamente immune dal
fanatismo. Conosceva il segreto del
vivere in situazioni aperte, entro
conflitti non risolti, insieme alla
diversità degli altri.
Ho esordito dicendo che il
fanatismo prende sovente le mosse
in casa. Permettetemi di concludere
dicendovi che anche l’antidoto è
reperibile in casa, letteralmente a
portata di mano. Nessun uomo è
un’isola, dice John Donne in questa
meravigliosa frase cui umilmente
oso aggiungere: nessun uomo e
nessuna donna è un’isola, siamo
invece tutti penisole, per metà
attaccate alla terraferma e per metà
di fronte all’oceano, per metà legati
alla famiglia e agli amici e alla
cultura e alla tradizione e al paese e
alla nazione e al sesso e alla lingua e
a molte altre cose. Mentre l’altra
metà chiede di essere lasciata sola,
di fronte all’oceano. Credo che ci si
debba lasciare il diritto di restare
penisole. Ogni sistema sociale e
politico che trasforma noi in un’isola
darwiniana e il resto del mondo in
un nemico o un rivale, è un mostro.
Ma al tempo stesso ogni sistema
sociale, politico e ideologico che
ambisce a fare di ognuno di noi
null’altro che una molecola di
terraferma, non è meno aberrante.
La condizione di penisola è quella
congeniale al genere umano. È
quello che siamo e che meritiamo di
restare. Così, in un certo senso, in
ogni casa, famiglia, in ogni relazione
umana, stabiliamo un contatto con
un certo numero di penisole, e
faremmo meglio a rammentare tutto
questo, prima di tentare di foggiare
l’altro, di farlo voltare e pretendere
che imbocchi la nostra strada
quando invece ha bisogno di trovarsi
di fronte all’oceano, per un certo
tempo. Ciò vale per gruppi sociali e
culture e civiltà e nazioni e
certamente anche per israeliani e
palestinesi. Nessuno di loro è
un’isola e nessuno di loro potrà mai
amalgamarsi completamente con
l’altro. Queste due penisole
dovrebbero essere in contatto e al
tempo stesso sole con se stesse. So
bene che è un messaggio insolito, in
questi tempi di violenza e rabbia e
ritorsioni e fondamentalismo e
fanatismo e razzismo sfrenati in
Medio Oriente, così come altrove.
Ma il senso dell’umorismo,
l’immaginare l’altro, il riconoscere
la nostra comune natura di penisole
possono rappresentare una parziale
difesa dal gene fanatico, che tutti
abbiamo insito in noi.
21 gennaio 2002
Terza lezione
Israele e Palestina: fra
diritto e diritto

Per prima cosa vorrei presentare il


mio amico e collega Izzat Ghazzawi,
autore palestinese profondo e
toccante, con il quale mi trovo in
disaccordo su molte cose, ma cui
guardo sostanzialmente come a una
voce palestinese autentica, una
finestra sincera sull’esperienza
dolorosa del popolo palestinese nella
seconda metà del secolo, nonché
scrittore eccellente, un essere umano
meraviglioso e, se posso dire, anche
un caro amico.

Izzat Ghazzawi e io abbiamo


contrasti, e prospettive diverse, idee
diverse. È cosa più che naturale –
persino all’interno della società
palestinese è difficile trovare due
persone d’accordo fra loro, e più che
mai nella società israeliana. Ma
sarete forse sorpresi dal fatto che
comunque esistono molte aree di
concordia, o parziale consenso, fra il
signor Ghazzawi e me.

Gli europei benpensanti, gli


europei di sinistra, gli intellettuali
europei, gli europei liberali, com’è
noto, hanno sempre bisogno di
sapere per prima cosa chi sono i
“buoni” e chi i “cattivi” in un film.
Ora, a proposito del Vietnam era
molto facile, sapevamo
perfettamente che il popolo
vietnamita era la vittima e gli
americani erano i cattivi. Per
l’apartheid era facile, si dichiarava
senza esitazione che quello era
peccato, mentre la lotta per i diritti
civili, per la liberazione e
l’uguaglianza e la dignità umana,
quella era giusta. La guerra fra
colonialismo e imperialismo su un
fronte, e le vittime del colonialismo
e dell’imperialismo sull’altro, è
relativamente semplice – si può
individuare con facilità chi sono i
buoni e chi i cattivi. Quando invece
si arriva alle radici del conflitto
arabo-israeliano, e in particolare ai
conflitti israelopalestinesi, le cose
non sono più così semplici. E temo
che non le renderò più facili per voi
dicendovi: questi sono gli angeli,
questi i demoni, non dovete fare
altro che sostenere i primi, e il bene
prevarrà sul male. Non è così
semplice, amici miei, non è così
semplice perché il conflitto israelo-
palestinese non è un film western.
Non è una lotta fra bene e male, la
considero piuttosto come una
tragedia antica, nell’accezione più
precisa che la parola assume: lo
scontro fra un diritto e un altro, fra
una rivendicazione profonda,
pregnante, convincente, e un’altra
assai diversa ma non meno
convincente, pregnante, non meno
umana.

I palestinesi sono in Palestina


perché la Palestina è la patria,
l’unica patria del popolo palestinese.
Allo stesso modo in cui l’Olanda è
la patria degli olandesi, o la Svezia
degli svedesi. Gli ebrei israeliani
sono in Israele perché non esiste
altro paese al mondo che gli ebrei, in
quanto popolo, in quanto nazione,
abbiano mai potuto chiamare “casa”.
In quanto individui sì, ma non come
popolo, come nazione. I palestinesi
hanno loro malgrado cercato di
vivere in altri paesi arabi. Sono stati
respinti, talvolta persino umiliati e
perseguitati dalla cosiddetta
“famiglia araba”. Nel modo più
doloroso, sono diventati consapevoli
della loro “palestinesità”: sono stati
malvoluti come libanesi, siriani,
egiziani, iracheni. Hanno imparato
brutalmente che sono palestinesi e
che questo è l’unico paese sul quale
possono contare. Stranamente, il
popolo ebraico è come se avesse
un’esperienza storica parallela a
quella del popolo palestinese. Gli
ebrei sono stati espulsi dall’Europa,
i miei genitori sono stati
letteralmente cacciati dall’Europa
circa settant’anni fa. Così come i
palestinesi sono stati cacciati
dapprima dalla Palestina e poi da
tutti i paesi arabi, o quasi. Quando
mio padre era ragazzino in Polonia,
le vie d’Europa erano coperte di
scritte quali “Ebrei, andatevene in
Palestina” quando non di formule
ancora meno gentili quali “Maledetti
ebrei, tornatevene in Palestina”.
Quando mio padre è tornato in
Europa, circa cinquant’anni dopo, i
muri erano coperti di “Ebrei, fuori
dalla Palestina”.

Dall’Europa continuo a ricevere


sfarzosi inviti a trascorrere rosei
week-end in luoghi ameni insieme a
colleghi palestinesi, referenti
palestinesi, controparti palestinesi, sì
da imparare a conoscerci a vicenda,
a piacerci a vicenda, a prendere il
caffè insieme, a renderci conto che
nessuno ha corna e coda, come se
così i guai sparissero. Queste
iniziative si fondano su un’idea tanto
diffusa quanto tipicamente europea,
secondo cui i conflitti non sono
null’altro che dei malintesi. Una
modica terapia di gruppo, un tocco
di consulto famigliare, e tutti
vivranno felici e contenti. Purtroppo
ho delle cattive notizie: alcuni
conflitti sono molto reali, sono ben
peggio di un malinteso. Ma ho anche
delle notizie sensazionali, per voi:
temo che non ci sia alcun malinteso
di base, fra arabi palestinesi e
israeliani ebrei. I palestinesi
vogliono la terra che chiamano
Palestina. La vogliono per delle
ragioni stringenti. Gli ebrei israeliani
vogliono esattamente la stessa terra
esattamente per le stesse ragioni, il
che garantisce una perfetta
comprensione fra le parti, e dà la
misura di una terribile tragedia.
Fiumi di caffè insieme non potranno
mai cancellare la tragedia di due
popoli che rivendicano, e ritengo
con ragione, lo stesso piccolo paese
quale unica loro patria, nazione al
mondo. Pertanto, un caffè conviviale
è cosa meravigliosa, ci sto
soprattutto se si tratta di caffè arabo,
che è infinitamente migliore di
quello israeliano. Ma un caffè
insieme non può risolvere il
problema. Ciò di cui abbiamo
bisogno non è soltanto un caffè che
serva a capirsi meglio. Ciò di cui
abbiamo bisogno è un doloroso
compromesso. Come ho già detto, la
parola “compromesso” gode di una
terrificante reputazione nella società
europea. Ma noi abbiamo necessità
di un compromesso. Compromesso,
non capitolazione. Compromesso
significa che il popolo palestinese
non debba mai mettersi in
ginocchio, e nemmeno debba farlo il
popolo ebraico israeliano.

Parlerò ora della natura di questo


compromesso, ma preferisco dirvi
sin d’ora che questo compromesso
farà dannatamente male. Perché
entrambi i popoli amano il paese,
perché entrambi i popoli, gli ebrei
israeliani e gli arabi palestinesi,
hanno radici storiche e sentimentali
che li legano al paese nel profondo,
in modo diverso ma altrettanto
profondo. Uno degli elementi di
questa tragedia, uno degli aspetti che
contiene un pizzico di ironia, è il
fatto che molti ebrei israeliani non
riconoscono quanto sia profondo il
legame emotivo dei palestinesi con
questa terra. E molti palestinesi
mancano di riconoscere quanto
profonda sia la relazione ebraica con
questa terra. La consapevolezza
della profondità di queste radici
giunge man mano, in un modo
doloroso, attraverso un processo
straziante per entrambe le
nazionalità. Ed è lastricata di sogni
infranti e illusioni spezzate e
speranze disattese e slogan implosi,
attinti dal passato di entrambe le
parti.

Ho lavorato molti anni per il


movimento Pace Adesso. In effetti
operavo per una pace israelo-
palestinese ben prima che Pace
Adesso fosse fondato, nel 1978. Già
nel 1967, subito dopo la Guerra dei
Sei Giorni, fui tra i primi, sparuti
ebrei israeliani che propugnavano
l’idea di negoziare il futuro della
Cisgiordania e di Gaza non con la
Giordania e l’Egitto, ma con la
popolazione palestinese e la
leadership palestinese e sì, con
quell’OLP che all’epoca si rifiutava
financo di pronunciare la parola
“Israele”. Fu una strana esperienza.
Ritengo che il movimento israeliano
per la pace, oggi come oggi, sia
malandato. Ma debbo precisare che
il movimento per la pace in Israele
non è la copia dei movimenti
pacifisti in Europa o in America,
quali erano ai tempi della guerra in
Vietnam. Non siamo dell’avviso che
se Israele si ritirasse dai territori
occupati, tutto sarebbe risolto nello
spazio di una notte. E nemmeno
riteniamo che Israele sia il cattivo,
men che meno l’unico cattivo in
questa storia. Siamo per la pace, ma
non necessariamente propalestinesi.
Siamo molto critici verso la
leadership palestinese.
Personalmente sono critico verso la
leadership palestinese così come lo
sono verso quella israeliana. Tornerò
in seguito su questo. Ma da alcuni
movimenti pacifisti europei ci
separa qualcosa di ancor più
profondo. In vita mia, sono stato due
volte sul fronte. La prima come
soldato riservista in un’unità
corazzata, sul fronte egiziano, nel
Sinai, nel 1967; la seconda sul fronte
siriano, nella guerra del 1973. È
stata l’esperienza più orribile di tutta
la mia vita, tuttavia non mi vergogno
di avere combattuto in quelle due
guerre. Non sono pacifista
nell’accezione romantica del
termine. Se mi capitasse ancora di
sentire che il mio paese corre il serio
rischio di essere cancellato dalla
faccia della Terra e il mio popolo
massacrato, combatterei
nuovamente, benché sia ormai
vecchio. Ma lo farei soltanto nel
caso fosse una questione di vita o di
morte, o nel caso in cui
m’accorgessi che qualcuno sta
tentando di trasformare me o il mio
prossimo in uno schiavo. Non
combatterei invece mai – piuttosto
andrei in prigione – per del
territorio. Non combatterei mai per
una camera da letto in più per la
nazione. Non combatterei mai per
dei luoghi santi, o dei siti santi. Non
combatterei mai per dei cosiddetti
interessi nazionali. Ma combatterei
eccome, combatterei
forsennatamente per la vita e la
libertà. Per nulla d’altro.

Ora, questo può determinare un


certo iato fra me e il tipico pacifista
europeo, secondo cui il male
assoluto nel mondo è la guerra. Nel
mio vocabolario la guerra è terribile,
tuttavia il male assoluto non è la
guerra, bensì l’aggressione. Se nel
1939 il mondo intero, Germania a
parte, avesse ritenuto che la guerra è
la cosa più tremenda che ci sia,
oggigiorno Hitler sarebbe il sovrano
del mondo. Pertanto, quando si
riconosce l’aggressione bisogna
combatterla, ovunque tragga origine.
Ma solo per la vita e la libertà, non
per del territorio in più o per risorse
in più.

Quando ho coniato la frase “fate


la pace non l’amore” non intendevo
ovviamente predicare contro il far
l’amore. Stavo invece cercando, per
lo meno in una qualche misura, di
dissipare l’intruglio romantico di
pace e amore e fratellanza e
compassione e indulgenza e
generosità e via di seguito – in nome
del quale la gente è convinta che
basterebbe gettare via le armi e il
mondo diventerebbe un luogo
fantastico, amorevole.
Personalmente, credo che l’amore
sia merce alquanto rara. Sulla base
della mia esperienza, credo che un
essere umano possa amare una
decina di persone. Se è molto
generoso, anche venti. Una persona
fortunata, davvero fortunata, può
essere amata da dieci altre. Se è
fortunata oltre misura, saranno
anche venti. Quando qualcuno mi
dice che ama l’America Latina, o il
Terzo mondo, o l’umanità, ritengo
sia un’affermazione troppo generica
per essere significativa. Come molti
anni fa lamentavano i Beatles, “non
c’è abbastanza amore per tirare
avanti”. Non credo che l’amore sia
la virtù grazie alla quale si possono
risolvere i problemi internazionali. È
di altro che abbiamo bisogno. Del
senso di giustizia, ma anche del
buon senso. E poi di immaginazione,
una capacità profonda di
immaginare l’altro, talvolta di
metterci nei panni degli altri.
Abbiamo bisogno di un talento
ragionevole per il compromesso, a
volte dobbiamo fare sacrifici e
concessioni, ma non per questo
dobbiamo commettere un suicidio in
nome della pace. “Mi uccido così tu
sarai felice.” Oppure: “Voglio che tu
ti uccida, perché la cosa mi farà
contento”. Questi due atteggiamenti
non sono dissimili, anzi sono più
vicini fra loro di quanto non si
creda. Ma ne abbiamo già parlato,
discutendo di fanatismo. Pertanto,
dal mio punto di vista, l’opposto
della guerra non è l’amore e
l’opposto della guerra non è
nemmeno la pietà, e l’opposto della
guerra non ha nulla a che vedere con
la generosità e la fratellanza o il
perdono. No: l’opposto della guerra
è la pace. Le nazioni debbono poter
vivere in pace. Se facessi in tempo a
vedere lo stato d’Israele e lo stato di
Palestina vivere fianco a fianco
decorosamente da vicini di casa,
senza oppressione, senza
sfruttamento, senza massacri, senza
terrorismo, senza violenza, ne sarei
soddisfatto anche se non si trattasse
di un trionfo dell’amore. Come
scrive il poeta Robert Frost: “Una
buona palizzata è ciò che crea il
buon vicinato”.

Una delle cose che rendono il


conflitto israelo-palestinese
particolarmente grave, è il fatto che
esso sia essenzialmente un conflitto
fra due vittime. Due vittime dello
stesso oppressore. L’Europa, che ha
colonizzato il mondo arabo, l’ha
sfruttato, umiliato, ne ha calpestato
la cultura, che l’ha controllato e
usato come base d’imperialismo, è
la stessa Europa che ha discriminato,
perseguitato, dato la caccia e infine
sterminato in massa gli ebrei
perpetrando un genocidio senza
precedenti. A rigore, due vittime
dovrebbero manifestare d’istinto un
senso di solidarietà tra loro. Così
succede nelle poesie di Bertolt
Brecht, ad esempio. Nella sua opera,
vittime diverse sviluppano d’istinto
una solidarietà reciproca, diventano
fratelli e marciano insieme verso le
barricate, cantando le canzoni
dell’autore. Ma nella vita reale,
come immagino qualcuno tra voi
sappia per esperienza, nella vita vera
alcuni fra i più aspri conflitti vedono
in campo due vittime dello stesso
oppressore. Non è detto che due figli
di un medesimo crudele genitore si
amino a vicenda. Il più delle volte,
invece, ciascuno vede nell’altro
l’immagine dell’odiato genitore. Vi
sto dunque per dire che è proprio
questo il caso del conflitto fra ebrei
e arabi, non soltanto Israele e
Palestina, bensì ebrei e arabi.
Guardando l’altro, entrambe le parti
vedono l’immagine dell’oppressore
di un tempo. Spessissimo, leggendo
di letteratura araba contemporanea,
non in tutta – debbo inoltre
ammettere che sfortunatamente non
conosco l’arabo, e dunque sono
costretto a leggere traduzioni – non
ovunque, ma molto sovente trovo
che l’ebreo, in particolare l’ebreo
israeliano, è dipinto come
un’estensione dell’Europa del
passato: bianca, sofisticata,
tirannica, colonizzatrice, crudele,
senza cuore. Sono colonizzatori,
venuti ancora una volta in Medio
Oriente, ora sotto spoglie di sionisti,
ma venuti per opprimere,
colonizzare e sfruttare. Sono sempre
gli stessi – li conosciamo. Molto
spesso gli arabi, persino gli scrittori
arabi più sensibili, mancano di
guardarci per quello che siamo, noi
ebrei israeliani: un gruppo sparuto di
sopravvissuti e profughi mezzi
isterici, braccati da terribili incubi,
traumatizzati non solo dall’Europa,
ma anche dal modo in cui siamo
stati trattati nei paesi arabi e
islamici. Metà della popolazione
israeliana consiste in gente che è
stata messa fuori a calci dai paesi
arabi e islamici. Israele è di fatto un
immenso campo profughi per ebrei.
Metà di noi sono ebrei profughi dei
paesi arabi, ma gli arabi non ci
vedono come tali, ci considerano la
longa manus del colonialismo.
Parimenti noi, ebrei israeliani, non
consideriamo gli arabi, nello
specifico i palestinesi, per quello che
sono, e cioè vittime di secoli di
oppressione, sfruttamento,
colonialismo e umiliazione. E invece
li vediamo come dei cosacchi da
pogrom, dei nazisti con i baffi,
abbronzati e con indosso la kefijah.
Ma sempre gli stessi, ansiosi di
tagliar la gola agli ebrei per puro
spasso. In breve, sono i nostri
carnefici di sempre. A questo
proposito vige su entrambi i fronti
una profonda ignoranza: non di
carattere politico, su scopi e
obiettivi, ma relativa al vissuto di
traumi che le due vittime hanno
subìto.

Per lunghi anni sono stato molto


critico verso il movimento nazionale
palestinese. Per motivi in parte
storici in parte no. Ma sono stato
critico verso il movimento nazionale
palestinese soprattutto per il fatto
che questo ha mancato di
riconoscere l’autenticità del legame
ebraico con la terra d’Israele. Perché
non ha voluto riconoscere che il
moderno Israele non è affatto un
prodotto dell’impresa coloniale; o
quanto meno l’ha riconosciuto e non
l’ha detto al proprio popolo.
Parimenti aggiungo subito che sono
altrettanto critico verso le
generazioni di sionisti israeliani che
hanno mancato di riconoscere
l’esistenza di un popolo palestinese,
un popolo vero con veri, legittimi
diritti. Così, entrambe le leadership,
tanto passate quanto presenti, sono
colpevoli di non aver compreso la
tragedia, o se non altro di non averla
spiegata ai rispettivi popoli.

In sostanza, non credo in un


improvviso colpo di fulmine fra
Israele e Palestina. Non mi aspetto
certo che, in virtù di una formula
magica, i due antagonisti si
abbraccino improvvisamente in un
fiume di lacrime, in ottemperanza a
una scena dostoevskijana di fratelli
ritrovati: “O fratello mio,
perdonami, come ho potuto essere
così terribile, prenderti la terra, chi
se ne frega della terra, dammi solo il
tuo amore”. Purtroppo non mi
aspetto nulla del genere. E nemmeno
una luna di miele. Se qualcosa mi
aspetto, è un divorzio equo, fra
Israele e Palestina. I divorzi non
sono mai felici, anche quando sono
più o meno equi. Fanno ancora e
sempre male. Specialmente in un
caso bizzarro come questo in cui le
due parti, divorziando, finirebbero
per stare nello stesso alloggio.
Perché nessuno farà i bagagli. E dato
che l’alloggio è molto angusto, si
dovrà decidere chi prende la camera
da letto A e chi la B, e che fare del
salotto, e date le misure si dovrà
necessariamente trovare un accordo
sul bagno e la cucina. Piuttosto
scomodo. Ma meglio così, piuttosto
che quella specie di inferno in cui
tutti vivono ora in questo beneamato
paese. I palestinesi quotidianamente
oppressi, braccati, umiliati,
spodestati dalla crudele
amministrazione militare israeliana.
Il popolo israeliano,
quotidianamente straziato da
attacchi terroristici indiscriminati
contro civili – uomini, donne,
bambini, studenti, adolescenti,
clienti di un centro commerciale.
Qualunque cosa è preferibile a tutto
ciò! Sì, un divorzio equo. E chissà
che alla fine, dopo aver portato
avanti questo doloroso, equo
divorzio, creando due stati, divisi
grosso modo sulla base di realtà
demografiche – non sto tracciando
una mappa alla lavagna, beninteso,
ma mi permetto di dire che le linee
essenziali potrebbero essere simili a
quelle precedenti al 1967, con
alcune modifiche approvate da
entrambe le parti e accordi speciali
per quel che riguarda i luoghi santi
di Gerusalemme, questa è più o
meno la formula –, una volta
completato questo divorzio e
stabilita la spartizione, credo che gli
israeliani e i palestinesi non avranno
difficoltà a scavalcare il confine per
una tazza di caffè insieme. Verrà il
tempo del caffè insieme. Presumo
inoltre che, poco dopo aver sancito
la soluzione della spartizione, ci
ritroveremo insieme nel cucinino a
preparare da mangiare – intendo
parlare di un sistema economico
comune. Una specie di mercato
comune mediorientale. Magari una
moneta mediorientale. Di una cosa
posso assicurare voi europei: il
nostro conflitto in Medio Oriente è
davvero tormentato e sanguinoso e
crudele e stupido, ma non ci
metteremo mille anni a produrre
l’equivalente dell’euro in Medio
Oriente, saremo più rapidi di quanto
non siate stati voi, e spargeremo
meno sangue di quello che vi siete
lasciati voi per strada. Pertanto,
prima di guardarci tutti dall’alto
verso il basso, idioti ebrei, idioti
arabi, gente crudele, fanatica,
estremista, violenta, siate più cauti
nel puntare il dito verso tutti noi. La
nostra parabola cruenta sarà più
breve della vostra. So che è molto
rischioso fare profezie, quando si
viene dall’angolo di mondo da cui
provengo io. Laggiù c’è un sacco di
concorrenza, riguardo a quest’affare.
Eppure rischio le penne e predico
che non passeremo secoli a
macellarci a vicenda, secondo la
migliore tradizione europea. Faremo
più in fretta. Quanto in fretta? Mi
piacerebbe potervi rispondere. Non
mi permetterei mai di sottostimare la
miopia e la stupidità delle leadership
politiche, su entrambi i fronti. Ma
prima o poi accadrà. Inoltre, il primo
passo dovrebbe, e dovrà essere, una
cruciale soluzione binazionale.
Israele deve ritirarsi e tornare a
quella che era la iniziale
proposizione del 1948 e prima
ancora, sin dall’inizio:
riconoscimento per riconoscimento,
stato per stato, indipendenza per
indipendenza, rispetto per rispetto.
La leadership palestinese dal canto
suo deve rivolgersi al suo popolo e
dire una volta per tutte, forte e
chiaro, una frase che non è ancora
mai riuscita a pronunciare, e cioè
che Israele non è un incidente della
storia, che Israele non è un intruso,
che Israele è la patria degli ebrei
israeliani, a prescindere da quanto
questo sia doloroso per i palestinesi.
Allo stesso modo noi ebrei israeliani
dobbiamo dire forte e chiaro che la
Palestina è la patria del popolo
palestinese, per quanto sgradevole
ciò possa sembrarci. La parte
peggiore del conflitto israelo-arabo,
israelo-palestinese, sta in quei molti
anni, decenni, in cui le due parti non
erano nemmeno in grado di scandire
l’una il nome dell’altra. Quando i
palestinesi e gli altri arabi trovavano
difficoltà nel pronunciare quella
sporca parola che era Israele. Lo
chiamavano l’“entità sionista”, la
“creatura artificiale”, l’“intruso”,
l’“infezione”, “Al Daula al-
Maz’ouma”, lo “stato artificiale”, o
l’“essere artificiale”. Davvero per
molto tempo, gran parte degli arabi e
dei palestinesi hanno considerato
Israele alla stregua di una mostra
temporanea. Protestando forte
abbastanza, il mondo intero avrebbe
preso Israele per esportarlo altrove,
magari in Australia o in qualche
altro luogo remoto. Hanno trattato
Israele come un incubo, come un
koshmar; sarebbe bastato sfregarsi
gli occhi con vigore, per far sparire
Israele. Hanno trattato Israele come
una infezione passeggera, che a
forza di grattare sarebbe andata via.
E in effetti un paio di volte, anzi
molte, hanno tentato di annientare
Israele con la forza militare; non ci
sono riusciti e questo fallimento li
ha assai frustrati. Ma in quegli stessi
anni gli israeliani non hanno fatto di
meglio. Per parte loro hanno
mancato di pronunciare
esplicitamente le parole “popolo
palestinese”. Ricorrevamo a
eufemismi quali “i locali”, o “gli
abitanti arabi del paese”. Eravamo
più panarabi del regime di Nasser in
Egitto, perché se sei panarabo il
problema palestinese non sussiste. Il
mondo arabo è immenso. Per molti
anni noi israeliani siamo stati ciechi
di fronte al fatto che il popolo
palestinese non riusciva a trovare
casa, nemmeno nei paesi arabi. Non
volevamo vedere e sentire tutto
questo.

Quei tempi tremendi sono andati.


Ognuno di questi due popoli ora si
rende conto che l’altro è reale, e la
grande maggioranza, su entrambi i
fronti, ora sa che l’altro non ha
intenzione di fare i bagagli. La cosa
li rende contenti? Niente affatto. È
un momento allegro? Niente affatto.
È anzi dolente. È un po’ come, per
entrambi, svegliarsi in un ospedale
dopo un’anestesia e scoprire che ti
hanno amputato qualcosa. E
lasciatemi dire che si tratta di un
ospedale fatiscente, dove i dottori
non sono niente affatto meravigliosi,
e le due famiglie fuori dalla sala
operatoria si maledicono a vicenda e
imprecano contro i medici. Questo è
il quadro attuale del Medio Oriente.
Ma se non altro ormai tutti sanno
che l’intervento era inevitabile, tutti
sanno che il paese dovrà essere in
qualche modo spartito in due stati
nazionali. Uno stato che sarà a
predominanza – ma non esclusiva –
ebraica, dal momento che gli ebrei
hanno diritto a costituire una
maggioranza entro un piccolo
territorio che, a seguito del ritiro
israeliano, sarà presumibilmente un
terzo di quanto non sia la regione del
Baden-Württemberg. Ma sarà un
posto, riconosciuto dagli ebrei
israeliani, dal mondo intero, financo
dai nostri vicini, come la nostra
dimora nazionale. Solo a condizione
che il popolo palestinese abbia lo
stesso diritto. Che abbiano anche
loro una patria, foss’anche più
piccola di Israele, ma casa, casa
loro.

Esiste, più urgente della questione


dei confini e di quella dei luoghi
santi, più urgente di ogni altra
questione, la tragedia dei profughi
palestinesi del 1948. Quella gente
che perse la propria casa e in alcuni
casi la terra natia, e che durante la
Guerra d’Indipendenza di Israele nel
1948 perse tutto. C’è il più totale
disaccordo su chi addossare la colpa
per questa tragedia. Secondo alcuni
storici israeliani di oggi, è
responsabile Israele. Suppongo che
nel giro di qualche anno, e spero di
esserci ancora quel giorno, alcuni
storici arabi arriveranno a
rinfacciare ai propri governi questa
vergogna. Ma a prescindere dalle
definitive responsabilità, la
questione è urgente, nell’immediato.
Ogni profugo palestinese, senza
casa, senza lavoro e senza paese,
dovrebbe ottenere una casa, un
lavoro, un passaporto. Israele non
può accogliere questa gente, per lo
meno non in grandi numeri. Se lo
facesse, non sarebbe più Israele.
Tuttavia Israele dovrebbe essere
partecipe della soluzione nel fornire
risorse che permettano di aiutare
questi profughi a reinsediarsi nelle
zone palestinesi. Israele dovrebbe
inoltre ammettere una parte di
responsabilità nella tragedia. La
percentuale di responsabilità è
questione d’ordine accademico, e
probabilmente molto soggettiva, ma
una parte di responsabilità
appartiene a Israele. L’altra alla
leadership palestinese del 1947 e ai
governi arabi del 1948. Israele è
tenuto a collaborare al
reinsediamento dei profughi nella
futura Palestina, vale a dire
Cisgiordania e Gaza, o altrove.
Naturalmente Israele ha tutti i diritti
di avanzare la questione del milione
di ebrei profughi dai paesi arabi, che
hanno perduto anche loro la casa e i
beni, a seguito della guerra del 1948.
Questi ebrei non vogliono tornare
nei paesi arabi. Ma vi hanno lasciato
tutto ciò che possedevano. Dall’Iraq,
Siria, Yemen, Egitto, Nord Africa,
Iran, Libano, sono stati respinti, a
volte cacciati via con la forza. Tutto
questo merita attenzione. Se io fossi
il primo ministro d’Israele, non
firmerei nessun accordo di pace che
non contemplasse una soluzione per
i profughi palestinesi, vale a dire il
loro insediamento nello stato di
Palestina. Perché ogni risoluzione
che ignorasse tale questione, sarebbe
una bomba a orologeria. Non solo
per ragioni morali, ma anche per la
sicurezza stessa di Israele, questo
problema umano e nazionale deve
trovare una soluzione nel contesto
immediato del processo di pace. Per
fortuna non stiamo parlando
dell’Africa o dell’India. Stiamo
parlando di poche centinaia di
migliaia di case e posti di lavoro.
Non tutti i profughi palestinesi sono
senza casa e senza un paese, al
momento. Ma quanto a quelli che
vivono ancora così, in condizioni
disumane nei campi profughi – il
loro problema è anche il mio. Se non
c’è soluzione per questa gente,
Israele non avrà pace e serenità,
anche in presenza di un accordo con
il vicino. Voglio poi proporre che il
primo progetto comune fra ebrei
israeliani e arabi palestinesi s’avvii
non appena sarà conclusa la pratica
di divorzio e si sia realizzata una
soluzione binazionale. Per questo
primo progetto non avremo aiuti
internazionali, le due nazioni
dovranno investire nella stessa
misura, dollaro per dollaro: si dovrà
trattare di un monumento comune
alle nostre stupidità passate, alle
nostre idiozie. Perché tutti sanno
ormai che quando un bel giorno il
trattato di pace sarà realtà, il popolo
palestinese avrà molto meno di
quello che avrebbe potuto avere
cinquantacinque anni fa, cinque
guerre fa, centocinquantamila morti
fa, i loro morti e i nostri morti. Se
solo la dirigenza palestinese nel
1947-1948 fosse stata meno fanatica
e categorica e più propensa al
compromesso, se solo avesse
accettato la risoluzione ONU di
spartizione nel novembre del 1947!
Ma anche la dirigenza israeliana
parteciperà a questo monumento alla
stupidità, dal momento che noi
israeliani avremmo potuto fare un
affare molto migliore, più
soddisfacente, dimostrandoci meno
arroganti, meno intossicati dal
potere, meno egoisti e meno rozzi,
dopo la nostra grande vittoria
militare del 1967. E così, le due
nazioni dovranno fare un bel po’ di
introspezione, in cerca delle
vicendevoli fesserie del passato.
Peraltro, la buona notizia è che il
blocco cognitivo è superato. A
tentare un referendum quest’oggi, un
sondaggio d’opinione fra il
Mediterraneo e il Giordano, che
chiedesse a ogni individuo – a
prescindere dalla religione, dal
censo, dalle tendenze politiche, dal
passaporto o dall’assenza di
passaporto – non la formula di una
equa soluzione, non quello che gli
piacerebbe vedere, ma quello che
pensa succederà alla fin fine, posso
immaginare che un ottanta per cento
direbbe: “Una spartizione e una
soluzione binazionale”. Alcuni
aggiungerebbero subito: “E sarà la
fine di tutto, sarà un’ingiustizia
tremenda!”. Su entrambi i fronti,
alcuni direbbero così. Ma, se non
altro, la maggioranza dei popoli ora
lo sa. La buona notizia è, credo, che
tanto il popolo ebraico israeliano
quanto quello arabo palestinese sono
più avanti dei loro leader, per la
prima volta in cent’anni. Quando
alla fine un leader visionario salterà
su a dire: “Ecco! È fatta! I sogni
biblici, chiunque è libero di
continuare a covarli, i sogni del pre
1947, del post 1967, continuate pure
a fantasticare quanto vi pare,
l’immaginazione non è censurabile.
Ma la realtà corre più o meno lungo
i confini del 1967”; prendere o
lasciare qualche ettaro qui e là, con
un mutuo accordo; e una formula
aperta per i luoghi santi, perché in
questo caso solo un accordo elastico
potrà funzionare. Nel momento in
cui i leader di entrambi i fronti
saranno pronti a dichiarare questo,
troveranno due popoli tristemente
pronti ad ascoltarli. Non con gioia,
ma pronti. Più pronti che mai.
Diventati tali nel modo più doloroso
e cruento, ma pronti.

Vorrei dire un’ultima cosa. Che


cosa potete fare? Che cosa possono
fare gli opinionisti? Tutti voi
europei? Che cosa può fare il mondo
esterno, a parte scuotere il capo e
aggiungere “terribile!”? Ebbene,
due, forse tre cose. In primo luogo, i
vostri esperti in tutta Europa hanno
la deprecabile abitudine di puntare il
dito come una arcigna istitutrice
vittoriana in una direzione o
nell’altra: “Non vi vergognate?”.
Troppo spesso trovo sui giornali dei
paesi europei cose tremende, vuoi a
proposito di Israele vuoi a proposito
degli arabi e dell’islam. Cose
corrive, meschine, supponenti.
Intendo dire, non sono più un
europeo in nessun senso, eccetto per
il dolore dei miei genitori e antenati,
che mi hanno trasmesso nel codice
genetico questo amore non
corrisposto per l’Europa. Ma non
sono più un europeo. Se però lo
fossi, starei bene attento a non
puntare il dito contro nulla e
nessuno. Invece di far questo
apostrofando ingiuriosamente
Israele o i palestinesi, per favore fate
tutto quel che potete per aiutare
entrambe le parti, perché tutte e due
sono in procinto di prendere la più
tormentosa decisione della loro
storia. Gli israeliani ritirandosi dai
territori occupati, smantellando gran
parte degli insediamenti, il che
determinerà una contrazione
dell’immagine di sé e provocherà
una grave crisi interna. Essi
correranno inoltre gravi rischi, non
da parte della Palestina, ma da futuri
poteri estremisti arabi che potranno
un giorno usare il territorio
palestinese per lanciare attacchi
contro Israele che, dopo il ritiro, sarà
ridotto a una striscia di dodici
chilometri. Questo significherà che
il confine del futuro stato palestinese
si troverà a circa sette chilometri dal
nostro unico aeroporto
internazionale. I due terzi della
popolazione israeliana si troveranno
in un raggio di venti chilometri dal
confine della Palestina.
Gerusalemme sarà sul confine. Non
è una decisione facile da prendere
per gli israeliani, eppure debbono
prenderla. I palestinesi dal canto
loro dovranno sacrificare parti che
erano loro prima del 1948, e questo
farà male. Addio Haifa, addio
Giaffa, addio Beer Sheva, e molte
altre cittadine e villaggi che erano
arabi e non lo sono più e non
saranno mai parte della Palestina.
Questo brucerà da morire. A voi
europei tocca riservare ogni oncia di
aiuto e solidarietà a questi due
pazienti, sin d’ora. Non dovete più
scegliere fra essere pro Israele o pro
Palestina. Dovete essere per la pace.
23 gennaio 2001
INDICE

Prima lezione - Passioni oscure

Seconda lezione - Come guarire un


fanatico

Terza lezione - Israele e Palestina:


fra diritto e diritto