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Merlo, F.

(2005) ‘Se questa è una guerra – Sulla ‘teoria del partigiano’ di Carl Schmitt’,
La Repubblica (Roma), 21 July
Non abbiamo neppure un nome condiviso per definire questi uomini
extraconvenzionali che si uccidono per ucciderci.
La Bbc ha “consigliato” ai suoi giornalisti di non chiamarli più «terrorists» ma
«bombers»,
e in Italia siamo stati costretti a usare la dizione «uomini-bomba», perché qui i
bombers sono
ancora Cassano e Del Piero.
La Corte d¿Assise di Milano ha inscritto alla «guerra» e non al «terrorismo
internazionale»
la strage di Nassiriya e dunque i nostri eroici carabinieri non sono «vittime», ma
«caduti».
Sul sito dei Musumalni Italiani (lo sheik è Omar Camiletti) i terroristi sono invece
diventati «le
bestie di satana». Nelle pubblicazioni no global, ma anche su Liberazione e su Il
manifesto, sono «combattenti»,
«resistenti» e «guerriglieri».
Mentre i giornali della destra, specie se raffinati come Il Foglio, preferiscono
«islamisti», «fascisti»,
«nazisti», «tagliagole» e «macellai», definizioni forti e vere che di per sé
non confliggono con quella di combattenti irregolari, «portatori di una inimicizia
assoluta contro un nemico
assoluto». E sono i giornali che con più forza sostengono che, a partire da quel
famoso e tragico
11 settembre che sospese nel mondo «lo sciopero degli eventi», tutto l¿Occidente
è in
guerra.

Ma già la parola guerra in qualche modo legittima il terrorista, tirandolo fuori dallo
statuto del criminale
comune, che può essere reso inoffensivo con procedimenti sommari, misure
repressive, azioni di polizia e
codice penale. Alla guerra invece si risponde con la guerra.
Eccoci dunque a un paradosso: chi dice che siamo in guerra deve ammettere che
questo nostro nemico è
un¿evoluzione o una perversione del partigiano classico e dunque riconoscergli gli
incerti diritti che spettano
ai combattenti irregolari. Chi invece nega la guerra può con facilità espellere il
terrorista da
ogni sia pur vago diritto, non applicare la Convenzione di Ginevra del 1949 che,
non senza incongruenze, riconobbe
anche all¿irregolare lo status di regolare.

Come si vede, alla fine, benché quasi nessuno usi spudoratamente un termine al
quale siamo abituati ad
associare un alto valore etico, le nostre parole stanno tutte friggendo dentro il
concetto di «partigiano»
e del suo complicato e vago status giuridico. Bene ha fatto dunque la casa editrice
Adelphi a riproporre, e in
edizione economica, Teoria del partigiano (a cura di Franco Volpi, pagg. 179, euro
10), un libro dal sempre
più strano destino.
Scritto infatti da un grande giurista e filosofo, teorico del nazionalsocialismo, col
proposito «di salvaguardare
i concetti e chiamare le cose con il loro nome», il libro finisce con il sottrarre il
partigiano all¿illegalità
fornendogli una copertura filosofica e giuridica, proprio mentre dimostra che «una
normativa intorno al problema
del partigiano è giuridicamente impossibile».
In questo modo Schmitt obliquamente legittima anche le rappresaglie, i saccheggi,
le stragi e le distruzioni
dei centri abitati, vale a dire i crimini di guerra nazisti: «Quanto più si è disposti a
rispettare
il regolare avversario in uniforme quale nemico, anche negli scontri più cruenti,
tanto più spietatamente
si tratterà da criminale il combattente irregolare. Tutto questo è la naturale
conseguenza della
logica del diritto di guerra europeo classico che distingue i militari dai civili, i
combattenti dai non combattenti,
e trova la rara forza morale di non considerare il nemico di per sé un criminale».

Schmitt celebra dunque il partigiano come «figura eroica» e «figura chiave della
storia mondiale»
benché sia «una figura che combatte alle spalle del nemico». Ebbene: come
prendere, se non alle
spalle, chi ti prende alle spalle? «L¿esercito tedesco invase la Russia senza
neppure pensare a un
guerra partigiana. La sua campagna contro Stalin iniziò con questo motto: la truppa
combatte il nemico,
gli sbandati vengono resi inoffensivi dalla polizia».
Era l¿esercito più forte e più regolare del mondo: «Durante la seconda guerra
mondiale
i partigiani russi sono riusciti a impegnare circa venti divisioni tedesche, portando
così un contributo
decisivo alla vittoria finale». Solo il 6 maggio 1944 il comando supremo della
Wehrmacht emanò le
direttive generali per la lotta contro i partigiani: «Prima della sua fine, l¿esercito
tedesco ha così
fatto in tempo a capire la figura del partigiano.
Quelle direttive sono state riconosciute valide sotto ogni aspetto…» . Ed è il
momento di ricordare
che Schmitt fu incarcerato e processato a Norimberga per crimini di guerra.

Tuttavia, pubblicato nel 1962, Teoria del partigiano, rimane la prima e la sola
accreditata indagine semantica
e giuridica sui combattenti irregolari dell¿Ottocento e del Novecento che seppero
tenere in scacco agguerriti
eserciti, a partire dai guerrilleros spagnoli antinapoleonici, passando per l¿ufficiale
prussiano Clausewitz,
il quale immaginò una guerra di popolo che non venne mai combattuta.
E poi ci sono Lenin e Mao, il quale ultimo evidentemente, in quegli ubriachi anni
sessanta, ubriacò anche
Schmitt. Nel libro infatti non solo Mao è «il più grande stratega moderno», ma viene
preso sul serio persino come poeta. Ci sono poi Che Guevara e, all¿estrema
destra, i terroristi dell¿Oas,
che si batterono contro l¿indipendenza dell¿Algeria.
Il loro capo, il generale Raoul Salan, portò alle estreme conseguenze la logica che
oppone ai partigiani
solo guerre alla partigiana: «Il risultato fu che lui stesso si trasformò in partigiano e
finì
per dichiarare guerra ai suoi superiori e al suo governo».

Poi il giurista Schmitt si fa poeta e immagina, in quegli anni dominati dagli Sputnik,
il cosmo-partigiano e
il patriota dello spazio. Per prevedere infine malinconicamente che un giorno anche
il partigiano sarà assorbito
dalla tecnica: «Allora egli scomparirà semplicemente da sé, così come scompare
un cane
dall¿autostrada».
Invece, il futuro ha già fatto lo sgambetto a Schmitt proponendo fedayin, mujahidin,
terroristi e kamikaze
che non hanno «come migliore amico» le popolazioni che li nascondono nel loro
seno, ma anzi le terrorizzano
e le straziano; che non difendono telluricamente un territorio come «ultime
sentinelle della terra»,
ma lo oltraggiano e lo distruggono.
E non fanno la guerra di classe come Lenin, non hanno alle spalle nessun popolo
oppresso come Che Guevara, non
combattono per la “roba”, per il petrolio, per i dollari o per la proprietà, ma per un
ipotetico
Dio macellaio, praticano l¿omicidio-suicidio per purificare il mondo. Nulla di simile
si era mai visto. Certamente
non Giovanna d¿Arco che combatteva gli inglesi da soldato regolare. Al giudice
ecclesiastico che le chiedeva
se e quanto Dio odiasse gli inglesi, ella rispose: «Se Dio ama gli inglesi o li odia, io
non lo so. So solo
che devono essere cacciati dalla Francia».

I terroristi che ci minacciano non solo non stanno dentro l¿inimicizia classica che
faceva dire a Kant:
«Perfino la guerra, se viene fatta con ordine e sacro rispetto dei diritti civili, ha in sé
qualcosa
di sublime».
Ma non stanno neppure dentro la guerra partigiana che Schmitt celebra con
evidente ammirazione, quell¿«Acheronta
movere» che per Bismark era un mezzo e per bin Laden è il fine, non importa se
tagliando gole, facendo
esplodere l¿atomica, avvelenando l¿acqua e l¿aria. Non c¿è alcun modo di
accordarsi
con questi nostri nemici, di firmare un trattato diplomatico, o di invitarli attorno a un
tavolo a Ginevra.
Addestrati al martirio di guerra, aspettano il suicidio come si aspetta il giorno della
laurea, della gloria
e della grazia. E per guadagnarsi un letto eterno nel paradiso degli eroi si fanno
saltare in aria tra i bambini
iracheni, o nella metropolitana di Londra, o tra gli studenti di una scuola russa, o in
un villaggio turistico…
A leggere le loro biografie, si va dallo studente modello di Leeds come il chimico
Magdy Elnashar, a quello
svogliato e frustrato; al bravo padre di famiglia che improvvisamente si mette a
sgrovigliare matasse di pensieri
diabolici in qualche scuola coranica; al disperato che viene reclutato per soldi;
all¿avventuriero che vive
nelle caverne.
Spesso sono figli di immigrati di prima generazione che si scoprono senza passato.
È la Londra raccontata
dai vecchi, bellissimi film di Stephen Frears: o l¿integrazione o l¿Apocalisse. E
sempre la religione,
che forse mai fu oppio dei popoli, è una droga eccitante, più potente dell¿ideologia
dei partigiani
classici, dei rivoluzionari di professione: un veleno da vere bestie di Satana.
Tuttavia queste bestie a Schmitt sono imparentati. In questo suo libro hanno
ancora le loro radici. Pensato
da un nazista, Teoria del partigiano è un cult per i marxisti alla Toni Negri, ma
anche per gli intellettuali
della lega di Bossi, come il professore Cesare Galli che su La Padania paragona i
partigiani leghisti, da Calderoli
a Borghezio, a «sottomarini atomici nelle acque istituzionali italiane».
Ed è ovvio che Teoria del partigiano piaccia moltissimo ai neoconservativi
americani che vi trovano una
legittimazione giuridica alla guerra preventiva. Si chiude così il cerchio di un altro
paradosso: il teorizzatore
della dialettica amico/ nemico è profeta e simbolo tanto dell¿amico quanto del
nemico. Come si vede,
neppure Schmitt riesce a «salvaguardare i concetti e chiamare le cose con il loro
nome».

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