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Antropologia culturale

ANTROPOLOGIA CULTURALE (Università degli Studi di Urbino Carlo Bo)

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ANTROPOLOGIA CULTURALE

Capitolo 1

ANTROPOLOGIA: studio della natura umana, della società umana, del passato dell’uomo.
È una disciplina che mira a descrivere nel senso più ampio possibile che cosa vuol dire
essere umani. Ha quattro caratteristiche principali:

1. È lo studio integrato, OLISTICO della natura umana, della società umana, del
passato dell’uomo. Afferma che tutti gli aspetti della vita umana si
intersecano.
2. È una disciplina che si interessa alla COMPARAZIONE. Per formulare
generalizzazioni occorrono prove tratte da una varietà di società umane più
vasta possibile.
3. Ha come fondamento la RICERCA SUL CAMPO, la raccolta di dati a diretto
contatto con le persone, i luoghi e gli animali che interessano. Essa collega
l’antropologo con l’esperienza vissuta di altri uomini o con le prove materiali che
essi si sono lasciati dietro.
4. Gli antropologi si sforzano di trarre generalizzazioni che conservino validità nello
spazio e nel tempo. L’ EVOLUZIONE costituisce il nucleo essenziale della
prospettiva antropologica. L’antropologo esamina l’evoluzione biologica della
specie umana (cambiamento nel tempo dei caratteri fisici e dei processi vitali) e
l’evoluzione culturale (cambiamento nel tempo delle credenze, dei
comportamenti e degli oggetti materiali).

L’evoluzione biologica non coincide con quella culturale. Non tutto ciò che gli uomini fanno
o pensano si può spiegare in termini biologici, per esempio di “geni”, di “razza” o di
“sesso”.

CULTURA: insieme di comportamenti e idee che gli esseri umani apprendono ed


acquisiscono in quanto membri di una società. Gli uomini si servono della cultura per
adattarsi al mondo in cui vivono e per trasformarlo.
La specie umana affida la propria sopravvivenza all’apprendimento, dal momento che è
priva degli istinti atti a proteggersi automaticamente, a cercare un riparo o procacciarsi il
cibo.
L’apprendimento è l’impegno primario dell’infanzia, che nell’uomo si prolunga più che in
qualunque altra specie.
Spesso ci si comporta in un determinato modo non perché questo sia dettato dai geni, ma
semplicemente per il fatto di aver osservato e imitato gli altri e quello che essi facevano.
Una differenza di comportamento alimentare (mangiare o meno gli insetti) si spiega
mediante ragioni di ordine culturale e NON biologico.

Gli esseri umani sono organismi bioculturali, senza il nostro patrimonio biologico la
cultura umana non esisterebbe. Tuttavia questo nostro patrimonio non ci assicura gli istinti
necessari alla sopravvivenza.
La biologia umana rende possibile l’acquisizione della cultura, che a sua volta rende
possibile la sopravvivenza biologica.

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L’antropologia è una materia interdisciplinare, suddivisa in quattro branche:


bioantropologia, antropologia culturale, antropologia linguistica, archeologia.

La BIOANTROPOLOGIA
Gli antropologi hanno studiato gli esseri umani come organismi viventi per scoprire cosa li
differenzia o li rende simili agli altri animali.
Dopo aver notato differenze tra i popoli del mondo (colore della pelle, capigliatura,
costituzione) vengono definite le razze come categorie.
XVIII sec: Carlo Linneo classifica le popolazioni umane in quattro razze (americani,
europei, asiatici e negri) in base al colore della pelle (rispettivamente rossastro, bianco,
giallo e nero).
XIX sec: alcuni naturalisti sviluppano l’idea delle razze ordinando le popolazioni del
mondo secondo le dimensioni del cervello (non sorprende che quello dei “bianchi” fosse il
più grande e che quello dei “negri” fosse in fondo alla scala). Queste scoperte servirono a
giustificare la pratica sociale del razzismo.
J. Blumenbach, il “padre dell’antropologia fisica”, identificava cinque diverse razze
(caucasoide, mongoloide, americana, etiopica e malese).
XX sec: alcuni antropologi e biologi affermano che quella di “razza” sia un’etichetta
culturale inventata dagli uomini per suddividere le persone in gruppi. F. Boas aveva
avvertito il disagio insito nelle classificazioni razziali.
Dopo la 2^ guerra mondiale: S. Washburn ripudiava la classificazione razziale e
spostava l’interesse sul binomio biologia-cultura. Si sviluppa così la bioantropologia.

L’ANTROPOLOGIA CULTURALE
Detta talvolta anche socioculturale, sociale o etnologia. Importanza della cultura.
Gli antropologi culturali raccolgono i loro dati durante un lungo periodo di frequentazione
stretta della popolazione al cui linguaggio o modo di vita si interessano.
Questa ricerca sul campo vede il ricercatore partecipe della vita quotidiana di coloro tra i
quali ha scelto di vivere. Partecipa ad attività sociali e nel frattempo le osserva
dall’esterno. Tale metodo prende il nome di osservazione-partecipante.
Gli informatori sono persone appartenenti ad una determinata cultura che operano
insieme agli antropologi e forniscono loro informazioni sul proprio modo di vivere
(vengono chiamati anche intervistati, insegnanti o amici).
L’etnografia è una descrizione dei comportamenti sociali di un gruppo identificabile di
persone. L’etnologia è lo studio comparativo di due o più gruppi.

L’ANTROPOLOGIA LINGUISTICA
Il tratto distintivo della nostra specie è il linguaggio.
L’antropologia linguistica studia il linguaggio non solo come forma di comunicazione
simbolica, ma anche come principale veicolo di informazione culturale.
Antropologi linguisti e sociologi impegnati nella stessa area studiano come le differenze di
linguaggio si correlano con genere, classe, razza o identità etnica.
Alcuni analizzano ciò che accade quando i parlanti si esprimono in più di una lingua e
devono scegliere quale utilizzare a seconda del contesto.
Altri hanno studiato cosa accade quando i parlanti di lingue diverse sono costretti, per
comunicare, ad inventare le lingue che vengono chiamate pidgin.
Alcuni studiosi si occupano dei linguaggi dei segni, altri di come i bambini apprendono,
altri ancora delle strtegie messe in atto da chi comunica.

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L’ARCHEOLOGIA
Si occupa del passato degli uomini, tramite l’analisi dei resti materiali.

L’ANTROPOLOGIA APPLICATA
È formata da specialisti che sfruttano l’informazione raccolta da altre specializzazioni
dell’antropologia per risolvere problemi pratici interculturali.

L’ANTROPOLOGIA MEDICA
Si occupa della salute umana, dei fattori che concorrono a determinare malattie e disturbi
e dei modi con i quali le popolazioni affrontano queste problematiche
L’antropologia medica critica collega le questioni della salute e malattia umane in
determinati contesti locali con i processi sociali, economici e politici di ordine nazionale o
globale.

Capitolo 2

La cultura non è solo appresa, ma anche condivisa.


Molte delle cose che apprendiamo non si insegnano esplicitamente, vengono assorbite
nella vita pratica di ogni giorno.
Questo genere di apprendimento culturale si definisce talora habitus.
Le culture umane si presentano inoltre caratterizzate da credenze e pratiche culturali affini
che compaiono ripetutamente nelle diverse aree della vita sociale (modelli).
La cultura è anche adattativa; le tradizioni culturali si ricostruiscono e arricchiscono di
generazione in generazione. La cultura ci permette di adattarci all’ambiente nel quale
viviamo e di trasformarlo.
Infine la cultura ha carattere simbolico. Un simbolo è qualcosa che sta per qualcos’altro;
qualunque cosa facciamo nell’ambito della società possiede una dimensione simbolica.
R. Potts concepisce la capacità umana di cultura come una struttura le cui varie parti sono
state aggiunte in tempi diversi nel corso del nostro passato evolutivo. Egli individua cinque
elementi che possono considerarsi fondanti della cultura simbolica dell’uomo:

1. trasmissione, comportamento emulativo basato su osservazione o istruzione


2. memoria, non possono svilupparsi tradizioni se non si ricorda il nuovo
comportamento
3. reiterazione, attitudine a riprodurre o imitare comportamenti e informazioni
apprese
4. innovazione, attitudine ad inventare nuovi comportamenti
5. selezione, discriminare tra le innovazioni da escludere e quelle da mantenere

Nel passato dell’uomo i nostri antenati svilupparono per la prima volta l’attitudine alla
rappresentazione simbolica complessa, che comprende la capacità di comunicare il
passato, il futuro e l’invisibile.

La cultura e il cervello dell’uomo hanno subito una coevoluzione, mettendo entrambi a


disposizione caratteri chiave dell’ambiente ai quali l’altro aveva necessità di adattarsi.
L’uomo ha messo a frutto le proprie abilità simboliche per dar vita a istituzioni (forme
complesse, variabili e persistenti di pratica culturale che organizzano la vita sociale,
esclusiva della nostra specie).

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Dualismo, idealismo e materialismo

Il convincimento che la natura umana o tutta la realtà siano costituite da due forze
radicalmente differenti (mente e materia, anima e corpo, spirito e carne) è un pensiero
definito dualismo; il tentativo più antico di risolvere la controversia si deve forse al
filosofo Platone.
La natura umana è dualistica perché ogni persona è costituita da un corpo materiale,
terreno, e una mente che lo abita.
Il dramma dell’esistenza umana coinciderebbe con la continua lotta interiore tra corpo
(attratto verso la materia bassa e corruttibile) e mente (condotta verso forme pure e
immutabili). Questa visione della vita terrena come lotta tra carne e spirito viene definita
anche dualismo conflittuale.

Sebbene gli esseri umani siano dotati di un corpo materiale, la loro vera natura è
spirituale; il corpo è un ostacolo materiale al pieno sviluppo della mente/spirito. questo
tipo di visione è definita idealismo.

È ugualmente possibile sostenere il contrario, cioè che a determinare l’essere umano sia la
materia, siano le attività materiali del nostro corpo nel mondo materiale. Le persone non
cercherebbero la salvezza spirituale se i loro bisogni materiali fossero soddisfatti. Questa
visione prende il nome di materialismo.

In definitiva idealismo e materialismo sono due forme di determinismo: il primo afferma


che la natura umana è determinata dalla forza causale dello spirito, il secondo dalla forza
causale della materia.

L’essere umano non può sfuggire al contesto culturale e storico entro il quale agisce, ma
per il solo fatto di agire e di esercitare un controllo parziale sulla propria vita, ha ruolo
attivo.

Cosa significa essere UMANI?


Vi sono alcuni pensatori i quali ritengono che gli esseri umani nascano privi di una
essenza precostituita, e che ciò che siamo sia il prodotto delle esperienze vissute e
delle forme che ci imprimono le forze con le quali ci confrontiamo durante tutta l’esistenza.
Alcuni sostengono che le forze materiali più potenti sarebbero collocate fuori dal nostro
corpo, nell’ambiente naturale che ci circonda.
Al contrario, i seguaci di K. Marx, hanno sostenuto che le forze capaci di plasmare la
consapevolezza del sé degli esseri umani si trovano nelle relazioni sociali, a loro volta
plasmate dall’economia e dai metodi di produzione della società in cui si vive.
Un’altra reazione idealistica estrema assume che gli esseri umani mutano per effetto delle
idee, dei significati, delle credenze e dei valori che assorbono in quanto membri di una
determinata società.
Alcune versioni pessimistiche affermano che “sei quello che sei condizionato ad
essere”, ovvero qualcosa che sfugge al controllo.
Quando si ammette che gli uomini nascono senza essenza precostituita li si dipinge come
creature duttili e passive, interamente plasmate dalla natura, dalla società, dalla storia,
dalla cultura,…

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Il punto di vista antropologico chiamato olismo definisce una prospettiva della condizione
umana secondo la quale mente e corpo, individui e società, individui e ambiente si
compenetrano a vicenda e si definiscono reciprocamente.
La coevoluzione definisce il rapporto tra processi biologici e culturali, i quali si
determinano a vicenda e possono in seguito evolversi gli uni accanto agli altri. Essi
concorrono a definire l’ambiente al quale entrambi devono adattarsi.

L’importanza delle differenze culturali

ETNOCENTRISMO: opinione secondo la quale il proprio modo di vivere è naturale o


corretto ed è l’unico vero modo d’essere pienamente umani.

È possibile che se pensiamo che il nostro modo sia giusto, quello degli altri sia
necessariamente sbagliato (e viceversa).
Il risultato ultimo può essere la guerra o il genocidio: il tentativo di sterminare un intero
gruppo basandosi sulla razza, sulla religione, sulla nazionalità o su altri caratteri culturali.

È possibile evitare il pregiudizio etnocentrico?

Il Relativismo culturale è la comprensione di una cultura diversa, con empatia


sufficiente a farla apparire un modo di vivere coerente e dotato di senso. Il fine è quello di
promuovere la comprensione soprattutto di quelle pratiche culturali che l’estraneo trova
enigmatiche, incoerenti o moralmente disturbanti.

Capitolo 3

Perché fare ricerca sul campo?

L’osservazione partecipante consente allo studioso di interpretare ciò che la gente


dice e fa rifacendosi a credenze e valori culturali, a interazioni sociali e al più ampio
contesto politico nel quale la vita della gente stessa si svolge.
La maggior parte degli antropologi ambisce a svolgere ricerca sul campo già durante la
propria carriera e non solo come frutto finale della formazione.
Vi sono poi antropologi che per l’impossibilità di ricevere borse di studio e finanziamenti,
pagano di tasca propria le ricerche da loro effettuate, magari lavorando in quell’area o
integrando le modeste sovvenzioni ricevute.
La ricerca sul campo permette al ricercatore di riconoscere diversità che studiando in
patria non riuscirebbero altrettanto ovvie.
Alcuni ricercatori hanno sottolineato l’importanza di fare ricerca “a casa propria”, sulle
forme di differenziazione sociale e marginalizzazione presenti in patria.
Gli antropologi che fanno ricerche tra popoli in zone remote avranno bisogno di
equipaggiamento, quando non troveranno una casa o un appartamento nel villaggio in
cui svolgono gli studi. Queste condizioni offrono tuttavia intuizioni sulla cultura da essi
analizzata.

L’approccio del positivismo

Aspetto di questo approccio è la convinzione che qualsiasi dominio della realtà possa
essere investigato con un unico metodo scientifico (attraverso i cinque sensi). L’obiettivo è

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quello di produrre conoscenza oggettiva della realtà, che sia vera per chiunque al di
là del tempo e dello spazio.
Per il positivista lo scenario ottimale della ricerca antropologica vede uno scienziato fisico
che opera in un laboratorio (comparazione controllata senza osservazione partecipante).
Essi scrivevano da osservatori invisibili, che avevano registrato fatti oggettivi di un modo di
vita che non li aveva coinvolti personalmente.

La critica

Anni ’60 - ’70, gli antropologi affermano che gli esseri umani hanno obblighi etici verso
gli altri, che i fattori politici possono complicare le relazioni tra etnografi e informatori e
che questi ultimi sono esseri umani. Anche i ricercatori devono considerarsi esseri umani
e non registratori impersonali e il coinvolgimento umano con i propri informatori è
essenziale ai fini della comprensione interculturale.
La ricerca sul campo è un dialogo e i dati raccolti non sono soggettivi, ma intersoggettivi.
Al centro della ricerca sul terreno stanno i significati intersoggettivi condivisi dagli
informatori e chi lavora sul campo può comprendere questi significati solo attraverso
attività condivise e conversazioni alle quali partecipa (osservazione partecipante).

L’approccio riflessivo

Di tanto in tanto antropologo ed informatori devono riflettere insieme sul modo in cui gli
appartenenti alla cultura studiata concepiscono normalmente la propria vita. Questo
riflettere sul riflettere è conosciuto come riflessività.
La conoscenza è concepita come contestualizzata, poiché tiene conto del contesto etico e
politico del luogo, alle relazioni collaborative tra informatore e ricercatore e al retroterra
dell’antropologo.
Un resoconto particolareggiato e accurato di ciò che si è appreso, tenendo conto dei limiti
(identità dell’autore, competenze e ambito di studi permesso), a dispetto della sua
parzialità, si può considerare più affidabile di una discussione completa che supererebbe
l’esame dell’obiettività scientifica positivista.

La dialettica della ricerca sul campo

- rischi
- offesa per gli informatori
- shock dell’inconsueto
- punti ricchi (momenti inattesi)
- riflessività
- informatori = esseri umani
- ermeneutica: comprensione del sé attraverso la comprensione dell’altro
- nuovo linguaggio simbolico intersoggettivo comune
- ponte di comprensione
- interpretazione e traduzione (succede che non esistano nella lingua dell’informatore
alcuni termini)
- sono gli antropologi ad avviare il dialogo
- il dialogo è comunque bilaterale (ricercatore e informatore apprendono entrambi
informazioni sull’altro)

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- le rotture tra antropologi e informatori nella comunicazione possono rafforzare


approfondire la comprensione reciproca.

La ricerca sul campo multilocalizzata

In un mondo caratterizzato da globalità disordinata, la ricerca sul campo è centrata su


processi culturali non ristretti entro confini sociali, etnici, religiosi o nazionali. L’etnografo
segue il processo di sito in sito.

La ricerca sul campo agisce sia sui ricercatori sia sugli informatori.

Nei ricercatori lo shock culturale è definito come un sentimento, affine al panico, che si
scatena nelle persone che vivono in una società non consueta quando non riescono a
comprendere cosa accade intorno a loro.

Produrre conoscenza

L’antropologo D. Hess definisce fatto un’osservazione ampiamente accettata, un


frammento di conoscenza comune che si considera scontato.
Tuttavia i fatti non sono semplicemente in attesa di essere raccolti; essi vengono
costruiti e ricostruiti sul terreno, quando si riesaminano le note e si riflette
sull’esperienza vissuta, quando si scrive di quell’esperienza o se ne parla con gli altri.
Secondo H. Wolcott l’esperienza della ricerca sul campo si differenzia dalla semplice
esperienza divenendo etnografia grazie a quello che gli etnografi fanno con i dati.
La rappresentazione etnografica è e deve essere incompiuta: gli esseri umani sono sistemi
aperti, la loro storia continua, i problemi e le loro possibili soluzioni mutano.

“Due delle qualità fondamentali dell’umanità sono la capacità di comprendersi a vicenda e


quella di farsi comprendere. Non appieno certamente […] Non vi è persona al mondo che
io possa comprendere appieno, ma non vi è persona al mondo che io non possa
comprendere per nulla” (W. Smith)

Capitolo 4

Dopo il crollo dell’Impero romano gli europei venivano realizzando un nuovo tipo di società
e un nuovo tipo di economia, il cui sviluppo poté appoggiarsi al commercio e alle
conquiste: il capitalismo.

1. è il sistema economico dominato dal meccanismo di domanda e offerta (mercato)


2. è il modo di vita che si è sviluppato in risposta a tale meccanismo e al suo servizio

Anche gli esseri umani non schiavi vengono comunque ridotti dal mercato capitalistico alla
loro capacità lavorativa, e valgono il prezzo determinato dalla legge della domanda e
dell’offerta.

Il colonialismo individua un sistema sociale nel quale la conquista politica di una società
da parte di un’altra sfocia nella dominazione culturale e nel cambiamento sociale imposto.
L’ordine coloniale si concentrava sulla ricchezza materiale, dando vita ad una sorta di
economia politica.

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ECONOMIA POLITICA: termine che sottolinea la centralità dell’interesse materiale


(economia) e sull’uso del potere (politica) per proteggere e promuovere quell’interesse.
Questa creò tre tipi di collegamenti:
- tra le comunità viventi nel territorio conquistato
- tra i territori conquistati
- tra i territori conquistati e il paese colonizzatore

Il neocolonialismo è un periodo che vede la persistenza di complicate trame sociali ed


economiche che legano i territori già coloniali con i passati dominatori a dispetto
dell’acquistata indipendenza politica.

Le tipologie evolutive

Valutazioni diverse di ciò che è significativo porteranno a classificazioni diverse.


Quasi tutti gli occidentali che in principio confrontavano le società non occidentali con la
propria erano colpiti da certe caratteristiche che li separavano da quei popoli.
Gli occidentali classificavano queste differenze come difetti.
Per molti pensatori del diciannovesimo secolo forse l’occidente era passato per periodi
della storia caratterizzati dagli stessi modi di vita che si riscontravano nelle società non
occidentali contemporanee. Forse lasciate a se stesse e con il tempo necessario, anch’esse
avrebbero fatto le stesse scoperte degli europei.
Questo modo di concepire il cambiamento sociale e culturale è stato definito
evoluzionismo culturale unilineare: le varie società rappresentavano differenti stadi di
evoluzione culturale, attraverso qualsiasi società umana sarebbe passata per raggiungere
la civiltà.

Anche le strutture politiche furono classificate, in stati, chiefdom, tribù e bande.


BANDA: forma di organizzazione sociale che si rinviene tra i raccoglitori (50 membri o
meno). Il lavoro è ripartito in base ad età e sesso e le relazioni sociali sono altamente
egualitarie.
TRIBU’: generalmente più numerosa della banda. I componenti si dedicano solitamente
all’agricoltura o all’allevamento; può esservi un capo che parla in nome del gruppo o ne
organizza le attività.
CHIEFDOM: forma di organizzazione sociale nella quale il leader (il capo) e i suoi parenti
stretti sono distinti dal resto della società e godono di accesso privilegiato alla ricchezza, al
potere e al prestigio.
STATO: società stratificata che possiede un territorio difeso dai nemici esterni con un
esercito e dai disordini interni con una polizia. Comprende istituzioni governative destinate
a far valere le leggi o ad esigere tasse e tributi. Viene retto da una élite che esercita il
monopolio dell’uso della forza.

La teoria struttural-funzionalista esplora come funzionino di giorno in giorno


particolari forme sociali al fine di riprodurre la struttura tradizionale della società.

La rinuncia alle tipologie

Franz Boas studiò più a fondo i popoli indigeni scoprendo che, per quelle società, i
cambiamenti non si erano verificati nel tempo attraverso passaggi uniformi. Le nuove

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forme culturali erano più spesso mutuate da società vicine che non invece inventate in
modo indipendente.
Se nel mutamento culturale giocava un ruolo fondamentale il prestito culturale , allora
qualsiasi schema di evoluzionismo unilineare era infondato.
I boasiani elaborarono elenchi di tratti culturali, ovvero speciali caratteristiche o parti di
una tradizione culturale e successivamente determinarono in quale misura quei tratti si
fossero diffusi nelle società vicine, definendo così le aree culturali, zone di prestito o di
diffusione di un particolare tratto o insieme di tratti culturali.

Specie e cline

Frank Livingstone: “non esistono razze, solamente clini”


SPECIE: comunità riproduttiva di popolazioni (riproduttivamente isolate dalle altre) che
occupa in natura una specifica nicchia.
CLINE: graduale intergradazione della variazione genetica da popolazione a popolazione.
I clini non sono gruppi; ciascun cline è una mappa della distribuzione di un singolo tratto
(ad es. la pigmentazione della pelle: chiara, pallida, media, scura e molto scura).

Dopo la dissoluzione del colonialismo gli antropologi hanno preso in considerazione nuove
forme di classificazione, poiché i popoli del periodo precedente erano ora cittadini di stati
post-coloniali. Nacque così un nuovo insieme di categorie che classificò tali stati in primo
mondo (sviluppato), secondo mondo (comunista) e terzo mondo (sottosviluppato).

Capitolo 5

Il linguaggio

LINGUAGGIO: sistema di simboli vocali arbitrari tramite il quale gli esseri umani codificano
e comunicano l’esperienza del mondo e la propria. Distingue l’uomo da tutte le altre specie
di esseri viventi (caratteristiche configurazionali di Hockett)
Il linguaggio costituisce un fenomeno biculturale, reso possibile dal cervello e
dall’anatomia umana, definibile chiaramente come prodotto culturale.
La linguistica è lo studio scientifico della lingua.
Come gli altri aspetti della cultura, anche il linguaggio dipende dall’esperienza; ciascuna
lingua è adeguata ai bisogni di chi la parla.

Se inizialmente gli studiosi del linguaggio si soffermavano sulla competenza linguistica


di Chomsky (padronanza della grammatica degli adulti), oggigiorno studiano le interazioni
verbali dei bambini, analizzandone la competenza comunicativa, ovvero la padronanza
delle regole degli adulti valide ai fini di un discorso socialmente e culturalmente
appropriato (Hymes).

Inoltre secondo alcuni studiosi, quali Sapir e Whorf, il linguaggio ha il potere di plasmare
la visione del mondo (principio di relatività linguistica).
Secondo questo determinismo linguistico, ad esempio, in una lingua la cui grammatica non
distingue i generi maschile e femminile, chi parla quella lingua sarà educato
presumibilmente a non fare distinzione tra maschio e femmina. Numerosi punti però
vanno a svantaggio di questa teoria (facilità di traduzione da una lingua all’altra,
bilinguismo, alternative alla lingua tradizionale per descrivere il mondo).

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Le componenti del linguaggio

GRAMMATICA: insieme di regole che mirano a descrivere gli schemi con i quali i parlanti
usano il linguaggio.
1. FONOLOGIA: lo studio dei suoni della lingua
2. MORFOLOGIA: lo studio delle unità minime di significato (morfemi)
3. SINTASSI: lo studio della struttura delle proposizioni (frasi)
4. SEMANTICA: lo studio del significato
5. PRAGMATICA: lo studio della lingua nel contesto del suo uso
6. ETNOPRAGMATICA: lo studio dell’uso della lingua che si affida all’etnografia per mettere
in luce i modi secondo i quali il discorso prende forma durante una interazione sociale
e concorre a costituirla a sua volta.

Cosa succede quando le lingue vengono a contatto fra loro?

PIDGIN: lingua priva di parlanti madrelingua, che si sviluppa nel corso di una sola
generazione tra i membri di comunità in possesso di lingue madri distinte.
Quando i parlanti di un pidgin lo tramandano ad una nuova generazione, i linguisti lo
ridefiniscono tradizionalmente lingua creola.

INEGUAGLIANZA LINGUISTICA: emettere giudizi di valore a proposito della lingua altrui in


un contesto di dominazione e subordinazione.
IDEOLOGIA DEL LINGUAGGIO: indicatore dei conflitti tra gruppi sociali aventi diversi
interessi, i quali emergono da ciò che la gente dice e da come lo dice.
Le differenze nelle abitudini linguistiche non sono proprie solamente dei gruppi etnici, ma
distinguono anche le donne dagli uomini.

E quando una lingua muore? (perché i soggetti più giovani non la parlano ne apprendono
più, perché se ne adotta una più comune, perché viene influenzata da lingue vicine…)
RIVITALIZZAZIONE DI UNA LINGUA: tentativo compiuto da linguisti e attivisti di
conservare o far rivivere lingue parlate da pochi soggetti nativi e che sembrano sul punto
di estinguersi.

Capitolo 6

Possiamo riconoscere nel campo della psicoantropologia tre aree fondamentali


dell’esperienza umana: percezione, cognizione e motivazione.

La PERCEZIONE si può definire come l’insieme dei processi tramite i quali le persone
organizzano e sperimentano l’informazione derivante principalmente dai sensi.
L’intelletto e l’emozione si riferiscono alle due modalità principali con le quali si possono
trattare le percezioni: quella razionale e logica da un lato, quella emotiva ed intuitiva
dall’altro.
I frammenti di esperienza che ovunque ricorrano esibiscono le stesse proprietà nella
stessa configurazione sono detti schemi.
La gente considera scontata la maggior parte degli schemi riconosciuti dalla sua cultura,
che usa come quadri interpretativi semplificati per giudicare le esperienze nuove come
tipiche o meno, umane o no. Essa usa gli schemi come prototipi.

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Talvolta la nostra percezione è deteriorata, o per ragioni fisiche (es. assenza di occhiali) o
perché le nostre osservazioni non sono disinteressate (es. il parere su un figlio).
Inoltre, in assenza di questi “handicap”, le percezioni differiscono da una persona all’altra
in base alle convenzioni che essa assume. Alcuni disegni bidimensionali ad esempio,
possono avere significato solo accettando certe regole per interpretarli (es. la
tridimensionalità).
I segni sulla carta possono essere ambigui. La conoscenza del contesto ci permette di
distinguere tra reale ed illusorio.
Dal punto di vista di R. Gregory, le illusioni sono il frutto di procedimenti mal collocati.
S. Vogel sostiene che guardare e vedere siano modi di percezione sensoriale appresi per
via culturale. Usa il termine visualità riferendosi ai modi in cui gli individui di società
diverse imparano ad interpretare quello che vedono e a costruire immagini mentali
sfruttando le pratiche visive favorite dal proprio sistema culturale (es. in alcune culture il
guardar fisso è fortemente disapprovato).

Vi è una considerevole differenza tra quello che vediamo e quello che conosciamo, quello
che percepiamo e quello che concepiamo.
Non solo le nostre percezioni possono modificare le concezioni (ciò che apprendiamo), ma
nuove concezioni possono portarci a percepire aspetti del mondo esterno ai quali prima
non prestavamo attenzione.
Siamo costruttori di significato attivi, che cercano di trarre un senso dall’esperienza, per
cui la COGNIZIONE si comprende forse meglio come un nesso tra la mente che opera e
il mondo in cui essa opera.
Ognuno possiede fin dalla nascita o sviluppa nel corso del tempo certe fondamentali
capacità cognitive. L’intelligenza di conseguenza è stata tradizionalmente “misurata”
utilizzando uno strumento detto test di intelligenza e la quantità di intelligenza ha ricevuto
una valutazione numerica detta quoziente di intelligenza o QI.
Vygotsky distingueva i processi cognitivi elementari dai sistemi superiori nei quali i
processi si organizzano. Tra i processi cognitivi elementari si annoverano l’abilità di
formulare astrazioni, quella di categorizzare, di ragionare per inferenza e così via, abilità
delle quali sono dotati tutti gli esseri umani.
Le diverse culture organizzano tuttavia tali processi elementari in sistemi cognitivi
funzionali differenti e assegnano diversi sistemi funzionali a compiti diversi in diversi
contesti. Questi guidano la percezione, la concezione, la ragione e l’emozione.
Lo stile cognitivo si riferisce ad un modello o schema ricorrente di attività percettiva e
intellettuale.
Alcuni studiosi hanno sostenuto la possibilità di situare gli stili degli individui e dei gruppi
lungo un continuum tra uno stile globale e uno articolato.
Coloro che adottano uno stile globale tendono ad una visione olistica del mondo; vedono
dapprima un fascio di relazioni e, solo più tardi, i frammenti e le parti in esso correlati.
Queste persone si definiscono campo-dipendenti.
Al contrario coloro che adottano uno stile articolato tendono a suddividere il mondo in
parti sempre più piccole , riorganizzabili successivamente in blocchi di maggiori
dimensioni; considerano in modo distaccato dal contesto qualunque cosa alla quale capiti
loro di prestare attenzione e vengono definiti campo-indipendenti.
La maggior parte degli psicologi cognitivi ha adottato la famosa definizione di J. Bruner del
pensare come “andare oltre l’informazione data”.

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Pensare è diverso da ricordare (informazioni già date) e da apprendere (acquisizione di


informazioni nuove). Andare oltre implica una complessa interrelazione tra una qualche
informazione già disponibile e i processi cognitivi della persona che tenta di affrontarla.
Gli stili di ragionamento sono modi in cui si comprende un compito cognitivo, si codifica
l’informazione che viene presentata e si interpretano le trasformazioni che questa subisce
mentre si pensa. Gli stili di ragionamento differiscono da cultura a cultura e altrettanto
vale tra diversi contesti nell’ambito della stessa cultura.
Non tutte le lingue possiedono un termine traducibile come emozione.
Nel tradizionale dualismo occidentale la ragione e il pensiero si associano alla mente,
l’emozione al corpo.
Mandler descrive le emozioni quali sistemi funzionali.
Affrontare l’emozione sotto tale prospettiva coglie tre obiettivi:
1. integra in maniera olistica mente e corpo
2. riconosce l’ambiguità quale caratteristica centrale dell’esperienza emozionale, come
è considerata centrale in quella linguistica, percettiva e concettuale
3. lascia intendere come diverse strutture interpretative culturali plasmino non
solamente ciò che pensiamo ma anche ciò che sentiamo.
Si può intendere l’emozione come il prodotto della dialettica tra eccitazione fisica e
interpretazione cognitiva: comprende stati, valori e momenti di eccitazione.
L’eccitazione fisica si può o meno evolvere in un’esperienza emozionale, a seconda del
significato che le si assegna.

Percezione e cognizione sono processi psicologici che ci fanno conoscere i mondi interni ed
esterni delle nostre esperienze e ci assistono nel trarne un senso.
La vita umana implica comunque attività, un ruolo attivo: ci poniamo obiettivi e cerchiamo
i mezzi per raggiungerli.
Le molle principali della MOTIVAZIONE vanno scoperte nello studio della socializzazione
e dell’acculturazione.
La socializzazione è il processo tramite il quale gli esseri umani come organismi
materiali, vivendo insieme con organismi simili, si adeguano alle regole di comportamento
stabilite dalle rispettive società.
L’acculturazione è il processo tramite il quale gli esseri umani, vivendo insieme, devono
apprendere come fare i conti con i modi di pensare e di sentire considerati appropriati in
seno alle rispettive culture.
Le esperienze della socializzazione e dell’acculturazione generano un sé, un individuo
capace di agire positivamente nella società.
I primi antropologi parlavano di personalità individuale, dove il termine personalità indica
l’integrazione relativa delle percezioni, dei motivi, delle cognizioni e del comportamento di
un individuo in seno ad una matrice socioculturale.
In anni recenti molti psicoantropologi e altri studiosi hanno cominciato a parlare di
soggettività individuale. Il termine soggettività indica l’esperienza interiore avvertita dalla
persona che include le proprie posizioni in un campo di potere relazionale.
Questo modo di vedere gli individui come soggetti mette in evidenza il ruolo attivo
dell’individuo, ma questo è circoscritto da varie limitazioni che derivano dal dispiegarsi del
potere sociale, economico e politico nella società in cui esso vive.

In che modo trauma e violenza alterano la visione che abbiamo di noi stessi?

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Coloro che vivono circostanze di violenza strutturale o trauma sociale non possono dare
per scontata un’esistenza quotidiana ordinata ed armoniosa.
Di solito l’attenzione del mondo è attratta dalla violenza traumatica su larga scala, che
erompe in guerre civili o altre forme di conflitto armato, ma gli antropologi hanno anche
posto l’accento sulle forme meno spettacolari di violenza strutturale la cui origine è politica
ed economica.
La violenza strutturale risulta dal modo in cui le forze economiche e politiche
strutturano il rischio relativo a varie forme di sofferenza in seno ad una popolazione.
Il trauma è invece un evento della vita generato da forze e agenti esterni alla persona e
in larga misura fuori del suo controllo: specificamente, evento che si verifica nel contesto
di conflitti armati e guerre.

Capitolo 7

Gioco, arte, mito e riti sono quattro elementi dell’esperienza umana nei quali l’interscambio
tra apertura e creatività secondo regole e vincoli mette le persone in condizione di dar
luogo a fenomeni poderosi e commoventi.
Perché giocare?
L’apertura è definita come abilità di parlare e di pensare a proposito della stessa cosa in
modo diverso e di cose diverse nello stesso modo.
Si può espandere il carattere aperto fino a comprendervi il comportamento, ovvero il saper
fare la stessa cosa in maniera diversa o cose diverse nello stesso modo.
Tutti i mammiferi giocano e gli uomini lo fanno più di tutti e per tutta la vita.
Il GIOCO allena tutti gli animali (compresi gli esseri umani) in attività necessarie alla
sopravvivenza fisica. Esso offre l’esercizio di cui hanno bisogno per attrezzare il corpo
contro i rigori dell’età adulta.
Alcuni studiosi hanno proposto l’idea che il gioco possa avere importanza ai fini dello
sviluppo delle abilità cognitive e motorie che impegnano il cervello. Favorisce lo sviluppo di
altre parti del cervello, l’apprendimento e spiega lo sviluppo della versatilità
comportamentale. Sembra inoltre essere collegato anche alla riparazione del danno
evolutivo causato da ferite o da traumi. Fagen propone un’ulteriore funzione del gioco: la
comunicazione del messaggio “va tutto bene”.
Il muovere dalla realtà quotidiana a quella del gioco esige una trasformazione radicale di
prospettiva. Questa svolta richiede un livello di comunicazione detto
metacomunicazione, ossia comunicazione riguardo alla comunicazione, che fornisce
informazioni a proposito della relazione tra coloro che comunicano.
Nel gioco si verificano due tipi di metacomunicazione; il primo è detto inquadramento,
un limite cognitivo che contraddistingue certi comportamenti come gioco o vita ordinaria.
Il secondo comporta la riflessività, il gioco offre l’opportunità di pensare le dimensioni
sociali e culturali del mondo nel quale ci si trova: può comunicare su ciò che può essere
anziché su ciò che dovrebbe essere o che è.

L’antropologo Alland definisce l’ARTE come “gioco con una forma che produce una
qualche trasformazione-rappresentazione esteticamente valida”.
Si può pensare alla forma riferendosi allo stile e ai mezzi.
Lo stile è uno schema (distintiva configurazione di elementi) che all’interno di una data
cultura si riconosce appropriato a un dato mezzo.
I mezzi utilizzati per creare ed eseguire l’arte sono riconosciuti e caratterizzati
culturalmente.

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Esteticamente valido significa che il creatore dell’opera d’arte ( e possibilmente il suo


pubblico) sperimenta una reazione positiva o negativa.
Per trasformazione-rappresentazione si intende il processo nel quale l’esperienza
viene trasformata mentre la si rappresenta simbolicamente in un medium diverso.
La suddivisione in arte e non-arte non ha carattere universale.
Affinché un oggetto si trasformi in opera d’arte, sostiene Errington, deve possedere un
valore esibitivo, cioè qualcuno dev’essere disposto ad esibirlo.
Come il gioco, l’arte offre ai suoi creatori e ai partecipanti realtà alternative, separazione
dei mezzi dai fini, possibilità di commentare e di trasformare il mondo di ogni giorno.
Il problema dell’autenticità: Bigenho ne distingue tre diverse forme, esperienziale,
storico-culturale e unica.
L’autenticità esperienziale è connessa con un’esperienza condivisa con altri.
L’autenticità storico-culturale si riferisce a come un’opera viene rappresentata: rivendica il
collegamento con l’origine di quel tipo di arte, nel passato storico o in quello mitico.
L’autenticità unica si riferisce alla produzione personale, innovativa e nuova del singolo
artista.

La maggior parte delle società trova modo di persuadere i propri membri che una certa
versione è unica, punto e basta. La maniera più antica di riuscire in questa impresa è
sfruttare il MITO.
I miti sono storie la cui verità sembra autoevidente perché integrano ottimamente
l’esperienza personale con un più vasto insieme di assunti concernenti il modo in cui
devono operare la società e il mondo in generale.
Di frequente i narratori ufficiali di miti sono i gruppi che governano la società: gli anziani, i
leader politici, gli specialisti della religione.
Di solito il tenore dei miti riguarda gli eventi del passato o quelli del futuro. Se li si
considera alla lettera, dicono alla gente da dove viene e dove va e, pertanto, come
dovrebbe vivere in questo momento.
L’ortodossia è la “dottrina corretta”; la proibizione di deviare dai testi mitici approvati.

Il gioco offre una considerazione illimitata delle prospettive referenziali alternative a


proposito della realtà. L’arte permette di considerare prospettive alternative, ma subisce
l’imposizione di certe limitazioni che ne restringono la forma e il contenuto. Il mito mira a
restringere radicalmente le prospettive referenziali possibili e promuove spesso un’unica
prospettiva ortodossa che si presume come valida per tutti. Arte, mito e rito sono spesso
strettamente associati.
Il RITO è una pratica sociale ripetitiva composta da una sequenza di attività simboliche in
forma di danza, canto, discorso, gesti o manipolazione di oggetti, che è separata dalle
routine sociali quotidiane, aderisce ad uno schema rituale culturalmente definito e si
collega strettamente con uno specifico insieme di idee spesso codificate in un mito.
Ad esempio la celebrazione delle feste di compleanno è un rituale che non si ricorda di
aver appreso ma la cui autorità deriva dalla tradizione.
Ogni rito vede succedersi secondo un preciso ordine atti, pronunciamenti ed eventi; vale a
dire che ha un testo (una sceneggiatura). Poiché il rito è azione, si deve prestare
attenzione a come lo si compie: la messa in scena non si può separare dalla
sceneggiatura; testo e rappresentazione si plasmano a vicenda.
Il rito di passaggio è un rito che ha il compito di marcare il passaggio e la
trasformazione di un individuo da una posizione sociale ad un’altra.

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Tutti questi riti hanno inizio con un periodo di separazione, un periodo di transizione e uno
di riaggregazione.
Gennep si concentrò in particolar modo sul periodo di transizione, detto periodo
liminale. La liminalità è lo stato di transizione ambiguo facente parte di un rito di
passaggio, nel quale la persona o le persone che subiscono il rito si trovano fuori della loro
posizione sociale ordinaria.
Le persone che si trovano nella condizione liminale tendono a dar vita l’una verso l’altra ad
un intenso cameratismo, nel quale le loro distinzioni non liminali scompaiono o divengono
irrilevanti. Turner chiama communitas questa modalità di relazione sociale, ovvero una
comunità non strutturata o minimamente strutturata di individui uguali frequentemente
riscontrabile nei riti di passaggio.
L’ortoprassi è la “pratica corretta”; la proibizione di deviare dalle forme approvate di
comportamento rituale.

Capitolo 8

i membri di una data società condividono una serie di assunzioni su come va il mondo e,
nell’interpretare le esperienze quotidiane alla luce di quelle assunzioni, danno un senso alla
loro vita e la loro vita offre un senso agli altri componenti della società.
L’immagine esauriente della realtà che scaturisce da questo processo è quella che
chiamiamo visione del mondo, più versioni della quale possono coesistere anche nella
medesima società.
Una visione del mondo è un quadro compiuto della realtà che si può considerare come il
tentativo di rispondere a questo interrogativo: che genere di mondo dev’essere perché le
mie esperienze siano quelle che sono?
Spesso visioni inconsuete riescono più comprensibili se siamo capaci di cogliere le
metafore chiave che le sottendono.
La ricerca comparativa lascia intuire che sono tre le importanti immagini di ordine e di
stabilità che hanno fornito le metafore chiave della visione del mondo.
Le metafore sociali applicano alla visione del mondo il modello dell’ordine sociale.
Le metafore organiche applicano la configurazione dell’organismo al mondo delle
strutture e delle istituzioni sociali.
Una metafora organica del ventesimo secolo è il funzionalismo, prospettiva scientifica
che assimila la società a un organismo vivente i cui vari sistemi hanno compiti specifici; i
funzionalisti individuano sottosistemi sociali nei quali si può suddividere la società e i
compiti che ciascuno di essi dovrebbe svolgere, e descrivono una società sana come quella
i cui sottosistemi operano in armonia.
Le metafore tecnologiche applicano alla visione del mondo, come predicati metaforici,
gli oggetti prodotti dagli uomini.
La forma più familiare di visione del mondo per molte persone è la religione.
Questa è l’insieme di idee e di pratiche che postulano una realtà trascendente quella
immediatamente accessibile ai sensi. Nelle singole società questo può significare credenza
negli spiriti e negli dei o convinzione che gli antenati continuino ad agire nel mondo dei
vivi. In altri casi si può assumere che esistano potenze cosmiche impersonali.

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La religione comporta sia azioni sia credenze, l’antropologo Wallace ne propone un elenco:
1. preghiera, modo abituale di rivolgersi alle forze cosmiche con incenso, fumo o
oggetti.
2. esercizio fisiologico, tipi di manipolazione (droghe, deprivazione sensoriale,
mortificazione della carne tramite il dolore e la fatica, deprivazione di cibo, acqua o
aria)
3. esortazione, credenza che determinate persone intrattengano rapporti più intimi
con le potenze invisibili. Esse danno ordini, guariscono, minacciano, confortano e
interpretano.
4. mana, potenza superumana che si ritiene possa trasferirsi da un oggetto che la
contiene ad un altro, come ad esempio l’imposizione delle mani.
5. tabù, gli oggetti o le persone che non si possono toccare perché si crede possano
perdere il potere cosmico posseduto o nuocere a chi li tocca.
6. feste, molto comune è l’uso di mangiare e bere in contesti religiosi.
7. sacrificio, il dono di cose di valore alle forze invisibili o ai loro agenti (offerte in
denaro, di materiali o servizi, animali o raramente esseri umani) per ringraziamento,
per indurre le forze ad agire in un certo modo o per acquistare merito.

Gli antropologi individuano due categorie generali di specialisti della religione: gli sciamani
e i sacerdoti.
Lo sciamano è un praticante religioso non professionale che ha fama di possedere il
potere di raggiungere le forze soprannaturali o di porsi direttamente in contatto con esse
per conto di individui o di gruppi.
Il sacerdote è un praticante religioso specializzato nella pratica dei riti religiosi, che
compie a beneficio del gruppo. Viene detto anche prete.
La stregoneria inoltre è l’esercizio del male da parte di esseri umani che si ritiene
possiedano il potere innato, di origine non umana, di fare il male, non importa se
intenzionalmente e consapevolmente o meno.
La magia è l’insieme di credenze e di pratiche intese a controllare il mondo visibile o
invisibile per scopi specifici.
Gli oracoli sono forze invisibili alle quali ci si rivolge per porre interrogativi e le cui
risposte si credono veritiere.

Il mutamento della visione del mondo dev’essere innanzitutto correlato con le esperienze
pratiche quotidiane delle persone in seno a una particolare società.
Il sincretismo è la sintesi fra pratiche religiose vecchie (o antico modo di vivere) e nuove
(o nuovo modo di vivere) imposta, spesso con la forza, dall’esterno.
La rivitalizzazione è un tentativo cosciente, deliberato e organizzato, che alcuni membri
di una società compiono, di creare in un’ epoca di crisi una cultura più soddisfacente.
L’ideologia è una visione del mondo che giustifica gli ordinamenti sociali cui sono
soggette le persone.
Il secolarismo è una visione del mondo sorta durante il periodo illuminista. È la
separazione fra stato e religione; comprende una nozione della cittadinanza secolare che
deve molto a quella di ruolo attivo individuale elaborata dalla teologia protestante.

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Capitolo 9

Gli esseri umani operano attivamente a ridisegnare ai propri scopi l’ambiente in cui vivono.
Occorre perciò decidere su quali aspetti del mondo materiale contare; ne consegue che la
capacità di scegliere implica quella di trasformare la situazione data, il potere.
Eric Wolf descrive tre diverse modalità di potere sociale:
1. potere interpersonale, capacità di un individuo di imporre la propria volontà a un
altro.
2. potere organizzativo, individui o unità sociali possono limitare le azioni di altri
individui in particolari contesti sociali.
3. potere strutturale, organizza gli stessi assetti sociali e controlla la divisione sociale
del lavoro.
Il potere sociale nella società umana è il campo di studio dell’antropologia politica.

Come esercita il potere lo Stato?


Il prototipo tradizionale del potere in occidente per quanto riguarda i rapporti sociali si
basa sulla coercizione fisica. Questo prototipo si basa su una visione della natura umana
eccessivamente pessimistica e perfino cinica; è questo il potere del libero ruolo attivo.
La libertà degli individui autonomi di perseguire i propri interessi sopra ogni altra cosa e di
contendersi l’accesso all’esercizio del dominio.

Che cosa può indurre le persone ad accettare come legittima la coercizione imposta da
altri? Una visione del mondo che giustifica l’assetto sociale nel quale si vive si definisce
ordinariamente ideologia. Essa può essere definita il prodotto culturale della riflessione
cosciente, per esempio le credenze riguardo alla moralità, alla religione o alla metafisica,
utilizzato per spiegare e giustificare l’assetto sociale nel quale si vive.
Nel 1930 Gramsci osservò che il governo basato sulla coercizione, che egli chiamava
dominio, è costoso ed instabile. I governanti possono far meglio se riescono a
persuadere i dominati ad accettare come legittima la loro legge. A tal fine possono fornire
ai sudditi reali benefici materiali e usare le scuole e altre istituzioni culturali per
disseminare l’ideologia che giustifichi il loro dominio, lasciando immutata la posizione
privilegiata dei governanti. Avranno così stabilito quella che Gramsci chiama egemonia.
Questa è soggetta anche a contestazione.
La governamentalità è l’arte del governare idonea a promuovere il benessere delle
popolazioni nell’ambito di uno stato. Quest’ultimo non può fare a meno di conoscere coloro
che governa (es. censimento).
La resistenza è il potere con il quale si rifiuta di essere costretti contro la propria volontà
a conformarsi ai desideri altrui. Il consenso invece è un accordo al quale danno
collettivamente il loro assenso tutte le parti.
La persuasione è il potere basato sull’argomentazione verbale.
Gli studiosi hanno definito l’anomia come una sensazione pervasiva di sradicamento e di
assenza di norme in seno ad una società.
Karl Marx utilizza il termine alienazione per descrivere il profondo distacco che i
lavoratori sembrano sperimentare fra il senso interiore di identità e il lavoro che sono
costretti a compiere per guadagnare abbastanza da poter vivere.

La ricerca antropologica ha dimostrato che nelle società prive di stato gli obblighi sociali
possono impedire agli individui di perseguire il proprio interesse personale.

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Gli esseri umani hanno tutti il potere di conferire un significato al mondo. Chi governa
affronta sempre il rischio che i soggetti riescano a creare nuove e persuasive giustificazioni
dell’esperienza dell’essere dominati, si organizzino per difendere e disseminare tali
giustificazioni, si diano un seguito e spodestino i loro governanti.
Quando la gente contratta la realtà attinge a elementi della cultura e della storia condivise
per persuadere gli altri della validità della sua posizione.

Capitolo 10

La nostra sopravvivenza dipende certamente dal fare un uso adeguato delle risorse
materiali disponibili, ma non sono queste a stabilire come si debbano usare; piuttosto la
nostra cultura propone un arco di scelte per assicurarci il sostentamento e fornisce gli
strumenti per perseguire la scelta.
L’antropologia economica è, secondo Wilk, l’area della disciplina che dibatte le
questioni della natura umana direttamente connesse con le decisioni della vita quotidiana
e del procurarsi da vivere.
Vi sono tre campi teorici dell’antropologia economica:
1. modello dell’interesse personale, basato sull’assunto che gli individui si interessano
prima di tutto e soprattutto al proprio benessere, sicché l’egoismo è naturale.
Questa visione dell’economia mette al centro dell’attenzione gli individui.
2. modello sociale, pone attenzione al modo in cui la gente forma gruppi ed esercita il
potere. La gente si identifica con i gruppi dei quali fa parte, senza concepire a volte
un sé dotato di interessi divergenti da quelli del gruppo.
L’economia in questo caso pone al centro le istituzioni, pratiche culturali stabili e
durevoli che organizzano la vita sociale.
3. modello morale, si presuppone che le motivazioni delle persone siano definite da
sistemi di fede e valori culturalmente specifici guidati da una visione modellata
culturalmente dell’universo e del posto occupato in esso dall’uomo.
La gente viene socializzata e acculturata alla luce di questi valori e pratiche,
sperimentando disagio e conflitto se tentata di assumere decisioni, anche
economiche, che siano contrarie all amorale interiorizzata.

Sussistenza è il termine spesso utilizzato in riferimento al soddisfacimento dei più


fondamentali bisogni di sopravvivenza materiale: cibo, abiti e riparo.
I diversi modi in cui le persone delle varie società agiscono per soddisfare questi bisogni si
definiscono strategie di sussistenza.

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La suddivisione di fondo è tra raccoglitori di cibo (coloro che raccolgono, pescano e


cacciano) e produttori di cibo (coltivatori di piante e animali domestici a fini alimentari).

L’agricoltura estensiva è una forma di coltivazione basata sul disboscamento e


dissodamento di terre non coltivate, combustione della sterpaglia e semina nelle terre
arricchite dalla cenere; esige dopo pochi anni di cambiare i lotti da coltivare a causa
dell’esaurimento del terreno.
L’agricoltura intensiva ricorre ad aratri, animali da tiro, irrigazione, fertilizzanti e simili
per mettere a coltura più terra contemporaneamente, sfruttarla anno dopo anno e
produrre surplus di raccolto apprezzabili.
L’agricoltura industriale meccanizzata è la coltivazione e allevamento su vasta scala
basati su metodi industriali di tecnologia e produzione.
Per produzione si intende la trasformazione di materie prime naturali in forme utilizzabili
dall’uomo. La distribuzione è l’allocazione di beni e servizi; mentre il consumo è
l’utilizzo di beni materiali necessari alla sopravvivenza.

Come si distribuiscono e si scambiano i beni?


La teoria economica neoclassica, che si fonda sull’opera di Adam Smith e dei suoi
seguaci, è un tentativo formale di spiegare il funzionamento dell’impresa capitalistica con
particolare attenzione alla distribuzione.
Nel mercato ideale di Smith tutti hanno qualcosa da vendere, non fosse altro che la
propria disponibilità a lavorare, e tutti sono potenziali acquirenti delle merci offerte sul
mercato degli altri. Idealmente, poiché non vi sono limiti tradizionali a governare chi
dovrebbe ottenere che cosa, i prezzi possono fluttuare a seconda dei livelli dell’offerta e
della domanda.
La teoria economica occidentale si preoccupava di spiegare il funzionamento del mercato
capitalistico; i mercati avevano acquistato nella società capitalistica una nuova e decisiva
importanza, che non possedevano nell’epoca feudale. L’economia neoclassica occidentale

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si basa sull’assunto che le forze del mercato sono quelle decisive ai fini della
determinazione della produzione e, insieme, del consumo.
Le modalità di scambio sono modelli sui quali si basa la distribuzione: reciprocità,
ridistribuzione e scambio mercantile.
La reciprocità è lo scambio di beni e servizi di uguale valore; gli antropologi ne
distinguono tre forme: quella generalizzata, nella quale non si specificano né il valore né il
tempo del ritorno; quella equilibrata, nella quale si attende un ritorno di uguale valore
entro un tempo specificato e quella negativa, nella quale le parti sperano di ricavare
qualche cosa per nulla.
La ridistribuzione è una modalità di scambio che richiede una qualche forma di
organizzazione sociale centralizzata atta a ricevere contributi da tutti i membri del gruppo
e a ridistribuirli in maniera da provvederne tutti i membri del gruppo.
Lo scambio di mercato è la pratica di scambio di beni (commercio) che si avvale ai fini
della quantificazione di un mezzo multifunzionale di scambio e standard di valore (denaro)
e si basa su un meccanismo di domanda e offerta.
Il lavoro è l’attività che collega i gruppi sociali al mondo materiale che li circonda; dal
punto di vista di Karl Marx, il lavoro è quindi sempre lavoro sociale.
Marx tentò di classificare i modi in cui i diversi gruppi umani effettuano la produzione: i
modi di produzione (insieme specifico di rapporti sociali storicamente ricorrente tramite
il quale di impegna il lavoro per estrarre energia dalla natura utilizzando strumenti, abilità,
organizzazione e conoscenza, ovvero i mezzi di produzione).
I rapporti di produzione sono i rapporti sociali fra le persone che utilizzano determinati
mezzi di produzione nell’ambito di un particolare modo di produzione.
Gli uomini inoltre producono e riproducono anche le interpretazioni del processo produttivo
e il proprio ruolo in quel processo.
L’ideologia è l’insieme dei prodotti della coscienza, quali la moralità, la religione e la
metafisica, che pretendono di spiegare alla persone chi esse siano e di giustificare ai loro
occhi il genere di vita che conducono.

Perché si consumano certe cose e non altre?

Gli antropologi che si dedicano ai confronti interculturali hanno sempre osservato


sorprendenti differenze nei modelli di consumo delle diverse società. Storicamente, hanno
giustificato tali modelli muovendo da tre diversi punti di vista: la spiegazione interna, la
spiegazione esterna e la spiegazione culturale.
La spiegazione interna delle modalità di consumo vuole che si producano beni materiali
per soddisfare i bisogni basilari. Malinowski formulò un elenco dei bisogni umani
fondamentali che comprende la nutrizione, la riproduzione, il benessere dell’organismo, la
sicurezza, il movimento, la crescita e la salute. Questi bisogni possono essere di ordine
biologico e psicologico ma, qualunque ne sia l’origine, se non vi si fa fronte la società
potrebbe non sopravvivere.
La spiegazione esterna vuole che i modelli del consumo dipendano dalle particolari
risorse esterne disponibili nell’ambito dell’ecozona alla quale deve adattarsi una certa
società.
L’ecozona è la particolare miscela di specie vegetali e animali che occupano una regione
della terra.
L’ecologia è lo studio dei modi in cui le specie viventi si correlano fra loro e con il loro
ambiente naturale.

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Le prove etnografiche rivelano che entrambe le spiegazioni sono inadeguate, in quanto


ignorano il ruolo della cultura nel definire i bisogni e nel provvedere al loro
soddisfacimento secondo una propria logica non riconducibile né alla biologia né alla
psicologia né alla pressione ecologica.
Marshall Sahlins sollecita gli antropologi a prestare molta attenzione al consumo, perché le
scelte che si operano in questo campo rivelano la natura dell’uomo.
Egli coniò l’espressione “società affluente originale” in riferimento ad alcune popolazioni di
raccoglitori. Contestava la tradizionale pretesa occidentale che la vita dei raccoglitori fosse
caratterizzata da scarsità e quasi - inedia.
L’affluenza è la condizione del disporre più che a sufficienza di qualunque cosa
necessaria a soddisfare i propri bisogni in fatto di consumo.
Vi sono due modi di crearla; uno consiste nel produrre molto, ed è la via percorsa dalla
società capitalistica occidentale; l’altro consiste nel desiderare poco, la scelta fatta,
secondo Sahlins, dai raccoglitori. I loro bisogni sono limitati, però si possono ampiamente
soddisfare in natura. Per di più i raccoglitori non sopprimono la loro naturale avidità, la
loro società non la istituzionalizza né la premia.

Così come definisce i bisogni, la cultura propone anche modi standardizzati per soddisfarli.
Non può avere luogo alcuno scambio se le parti interessate non sono in grado di
assegnare un valore alle cose da scambiare.
Grazie al carattere aperto della cultura e all’ambiguità insita a molte situazioni sociali i
valori e i tassi di scambio possono essere ricontrattati facilmente, e l’assegnazione del
valore, così come la correttezza, si basa in ultima analisi su principi culturali.
Le società capitalistiche hanno approvato leggi e creato istituzioni sociali che premiano gli
individui capaci di accumulare ricchezza, mentre le pratiche economiche di alcune società
non capitalistiche impediscono l’accumulo; l’obiettivo è la diffusione nella comunità di
qualsiasi ricchezza esistente. Questo modello è detto condivisione istituzionalizzata.

Capitolo 11

Gli uomini vivono in gruppo e le nostre scelte relative al modo di organizzarci sono aperte
a una variabilità creativa. Ognuno di noi, però, viene alla luce in una società che al nostro
arrivo era già stata stabilita, e le sue pratiche politiche, sociali e culturali fanno sì che certi
legami sociali siano più probabili di altri. La semplice conoscenza del tipo di gruppi sociali
che accolgono il bambino dice molto su quello che sarà, con ogni probabilità, l’iter della
sua esistenza futura. Esperienze umane quali la sessualità, il concepimento, la nascita,
l’educazione si interpretano selettivamente e acquistano la forma di pratiche culturali che
gli antropologi definiscono parentela. Questa assume molte forme: amicizia, matrimonio,
genitorialità, legami condivisi con un antenato comune, associazioni sorte sui luoghi di
lavoro…
Per di più tali comuni relazioni intime sono sempre parte si più ampie strutture di potere,
di ricchezza e di significato che ne determinano la forma.
Il concetto di comunità immaginata di Anderson è valido perché mette in evidenza che
i legami che uniscono le persone a costituire tutte le comunità sopraindividuali sono
contingenti: non sono esistiti dall’inizio dei tempi e possono dissolversi in futuro. In altre
parole le comunità immaginate sono costruzioni sociali, culturali e storiche: il prodotto
congiunto di pratiche abituali condivise e immagini simboliche di identità comune,
promulgato dai membri del gruppo interessati a far durare una particolare identità
immaginata.

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Il termine amicizia indica i vincoli relativamente “non ufficiali” che le persone


costruiscono fra di loro, tendenzialmente personali, affettivi e spesso oggetto di scelta.
La parentela (in senso stretto) è l’insieme dei rapporti sociali derivanti proto tipicamente
dalle esperienze umane di accoppiamento, nascita e allevamento (educazione).
Il matrimonio è un’istituzione che coinvolge tradizionalmente un uomo e una donna, ne
trasforma lo status, reca implicazioni concernenti le relazioni sessuali, assicura alla prole
una posizione nella società, stabilisce vincoli fra i parenti del marito e quelli della moglie.
Il principio di discendenza è fondato sui rapporti genitore-figlio riconosciuti sul piano
culturale che definiscono le categorie sociali di appartenenza delle persone.
L’adozione è un rapporto di parentela basato sull’allevamento (educazione), spesso in
mancanza di altri vincoli discendenti dall’accoppiamento o dalla nascita.
Pur basandosi sulla biologia, la parentela non si riduce a un fatto biologico; di fatto
costituisce un’interpretazione culturale dei “fatti” della riproduzione riconosciuti, appunto,
sul piano culturale. Uno fra i più essenziali, che tutte le società in qualche modo
riconoscono, è che due tipi diversi di esseri umani devono cooperare sessualmente al fine
di generare.
Il sesso è l’insieme dei caratteri fisici osservabili atti a distinguere due tipi di esseri umani,
femmine e maschi, necessari ai fini della riproduzione biologica.
Il genere è invece la costruzione culturale di credenze e di comportamenti considerati
appropriati a ciascun sesso.
Un aspetto centrale della parentela è la discendenza, il principio culturale che definisce le
categorie sociali attraverso legami genitore-figlio riconosciuti sul piano culturale.
Per stabilire i modelli della discendenza si ricorre a due criteri principali. Secondo il primo,
il gruppo di discendenza è formato dalle persone che si considerano ugualmente
imparentate in virtù di legami risalenti al padre o alla madre, senza distinzione fra le due
vie. Questa è una discendenza bilaterale o cognatica e gli antropologi hanno
individuato due generi di parentela bilaterale: uno è costituito da persone che si ritengono
imparentate fra loro grazie ad un legame con un comune antenato per parte di padre o
per parte di madre. Tale gruppo di discendenza bilaterale è raro. L’altro genere, detto
parentado bilaterale, è assai più comune ed è costituito da tutti i parenti di una persona o
di un gruppo di fratelli.
Il secondo criterio prevede la discendenza unilineare, basata sul presupposto che i
rapporti di parentela più significativi vanno fatti risalire o al padre o alla madre. I gruppi di
discendenza definiti dai legami risalenti al padre si definiscono patrilineari, quelli risalenti
alla madre matrilineari.
Il patrilignaggio è un gruppo sociale costituito da persone collegate fra loro da vincoli
padre-figlio. Il matrilignaggio invece da persone collegate da vincoli madre-figlio.
Il lignaggio pertanto è l’insieme dei membri di un gruppo di discendenti che credono di
poter far risalire tale discendenza a capostipiti noti.
Nel caso del clan si ha un gruppo di discendenza i cui componenti credono di avere un
antenato comune (a volte mitico), anche se non sono in grado di specificare i vincoli
genealogici.

Quale terminologia si applica alla parentela?

Gli antropologi hanno riconosciuto più criteri in base ai quali le persone indicano i reciproci
vincoli di parentela. Alcuni sono:
- generazione, i termini di parentela distinguono i soggetti in base alla generazione
cui essi appartengono. In italiano il termine cugino si riferisce convenzionalmente a

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coloro che appartengono alla stessa generazione dell’Ego (soggetto preso in


considerazione)
- genere, per distinguere i parenti si ricorre al genere dell’individuo (cugino/cugina)
- affinità, parentela a seguito di matrimonio. In italiano, come in spagnolo, la
suocera (madre della sposa dell’Ego) si distingue dalla madre dell’Ego
- collateralità, secondo cui si distingue fra parenti ritenuti in linea diretta e altri che
si situano “a lato”, collegati al parlante tramite un parente in linea diretta
(distinzione tra madre e zia o padre e zio)
- biforcazione, secondo il quale i termini che si riferiscono al lato materno della
famiglia si distinguono da quelli riferiti al lato paterno
- età relativa, i parenti che rientrano nella stessa categoria, ad esempio i fratelli
dell’Ego, si possono distinguere fra più anziani e più giovani
- genere del parente che fa da tramite, correlato con la collateralità distingue i
parenti incrociati dai parenti paralleli. I cugini incrociati sono i figli della sorella del
padre o del fratello della madre, mentre i cugini paralleli sono i figli del fratello del
padre o della sorella della madre.
Spesso il matrimonio veniva utilizzato per stringere alleanze.
La posizione sociale che si attribuisce all’atto della nascita si dice talora status ascritto e
solitamente viene contrapposto allo status acquisito, ovvero la posizione sociale che la
persona può acquisire ad un certo momento dell’esistenza, in virtù del proprio impegno o
di quello altrui (matrimonio, laurea, adozione).

La consanguineità è il legame di parentela basato sulla discendenza. Gli antropologi


hanno chiaramente dimostrato che la parentela è una forma di connessione, una
costruzione culturale non riducibile alla biologia (ad esempio i casi di trapianto in America
in cui le famiglie si conoscono e cominciano addirittura a chiamarsi con termini che
solitamente si riservano ai parenti “veri”).
Molte società egualitarie, nelle quali non vi sono grandi differenze di ricchezza, potere o
prestigio a dividerne i membri, hanno dato origine a sodalizi. I sodalizi sono
aggruppamenti creati con uno scopo particolare e possono essere organizzati sulla base di
età, sesso, ruolo economico o interesse personale.

Capitolo 12

Sposarsi implica più che vivere insieme e avere rapporti sessuali, e in nessuna parte del
mondo il matrimonio è sinonimo di accoppiamento. Nella maggior parte delle società esso
esige la partecipazione ed il sostegno dei più ampi gruppi sociali ai quali gli sposi
appartengono, prima di tutto e soprattutto le loro famiglie.
Il matrimonio è un’istituzione che coinvolge prototipicamente un uomo e una donna, ne
trasforma lo status, reca implicazioni concernenti le relazioni sessuali, assicura alla prole
una posizione nella società, stabilisce vincoli fra i parenti del marito e quelli della moglie.
Il matrimonio perciò instaura nuovi rapporti fra i parenti degli sposi, detti rapporti di
affinità, che si differenziano da quelli di consanguineità.
Avviene alle volte che il matrimonio debba essere contratto all’interno di un particolare
gruppo sociale (endogamia), mentre nei casi di esogamia si deve trovare il proprio
partner al di fuori del proprio gruppo. Il tabù dell’incesto fa parte del modello esogamico
per il quale alcuni dei parenti stretti sono esclusi sia come possibili sposi sia come
eventuali partner sessuali.

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Dopo il matrimonio la coppia deve abitare altrove; esistono quattro schemi principali che
regolano la residenza.
Il modello neolocale vede la nuova coppia mettere su casa indipendentemente in un
luogo di propria scelta. Secondo il modello patrilocale la nuova coppia abita con il padre
dello sposo o nelle vicinanze, mentre secondo quello matrilocale abiterà con la madre
della sposa o nelle vicinanze. Meno comune è il modello avunculocale, che vede gli sposi
abitare con il fratello della madre dello sposo o nelle vicinanze.

La monogamia è una forma di matrimonio che consente di avere un solo sposo o una
sola sposa alla volta. Secondo il modello della poligamia, invece, la persona può avere
più coniugi contemporaneamente.
La poliginia permette all’uomo di avere più di una moglie e la poliandria, viceversa,
permette alla donna di avere più di un marito.
La poliandria fraterna, osservata in Tibet e Nepal, permette ad un gruppo di fratelli di
sposare tutti la stessa donna. La moglie e i suoi mariti vivono insieme e tutti i fratelli
hanno facoltà di accedere sessualmente all’unica moglie. I figli avranno più padri ed essi
agiranno da padri per tutti i bambini. In altri casi invece ad ogni figlio viene assegnato un
padre tra i fratelli. Talvolta viene permessa la poliginia sororale, quando un gruppo di
fratelli può contrarre matrimonio con un gruppo di sorelle.
La poliandria associata parte in forma monogamica; in seguito al matrimonio si
aggiunge un secondo marito (raramente di più). La donna e i due mariti vivono e lavorano
insieme, ma il possesso delle risorse solitamente rimane individuale. I mariti vengono
considerati entrambi padri di tutti i figli che la donna avrà generato.
Se al matrimonio si aggiunge una seconda moglie (spesso sorella della prima), si sfocia in
una forma detta poliginandria.
Il matrimonio secondario è la forma finale di poliandria, secondo la quale una donna
può sposare uno o più mariti secondari rimanendo unita a tutti i mariti precedenti. Essa
vive con un solo marito alla volta, ma conserva il diritto di ritornare con uno di quelli
precedenti e di avere più tardi altri figli con lui.
Presso molte società il matrimonio si accompagna al trasferimento di certi beni
simbolicamente importanti, detti ricchezza della sposa e dote.
La ricchezza della sposa è il trasferimento dalla famiglia dello sposo a quella della
sposa; rappresenta una sorta di risarcimento al lignaggio della moglie per la perdita della
capacità di lavoro e di procreazione. La dote, per contro, è il trasferimento di ricchezza
che avviene solitamente dai genitori alla figlia.

Quale concetto hanno gli antropologi della struttura della famiglia?


La famiglia è un’unità costituita al minimo da una donna e dai figli che ne dipendono.
Alcuni antropologi preferiscono però distinguere la famiglia coniugale, basata sul
matrimonio e costituita al minimo dalla coppia di sposi e dai figli dalla famiglia non
coniugale, costituita da una donna e dai suoi figli; il padre/marito può essere presente
occasionalmente o mai. Per famiglia nucleare, inoltre, si intende una famiglia composta
da due generazioni: i genitori e i loro figli non ancora sposati.
La famiglia estesa è un modello di famiglia costituito da tre generazioni che vivono
insieme: genitori, figli sposati e nipoti. La famiglia congiunta vede invece abitare
insieme fratelli con le rispettive mogli o sorelle con i rispettivi mariti (e i loro figli).
Secondo il modello di famiglia mista, persone divorziate o vedove si sposano e portano
con sé i figli del precedente matrimonio.

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Nel mondo le pratiche sessuali variano grandemente, da puritane e timorose a casuali e


che danno piacere. Presso talune società i giovani dei due sessi godono libertà di rapporti
sessuali fin dalla più giovane età e fino a quando contraggono matrimonio.
Le pratiche sessuali che i nordamericani definiscono omosessuali o bisessuali si
comprendono in maniera molto diversa quando si osservano società diverse. Nel mondo
contemporaneo, in corso di globalizzazione, le pratiche fra persone dello stesso sesso, in
occidente e altrove, si intrecciano sempre di più, sfociando nell’emergere, in più continenti,
di movimenti locali per i diritti delle “lesbiche” e dei “gay”.

Capitolo 13

L’antropologia si interessa di documentare anche le varie forme di stratificazione sociale


escogitate dall’umanità. Le società stratificate sono società nelle quali sussiste una
gerarchia permanente che accorda ad una parte dei suoi membri accesso privilegiato alla
ricchezza, al potere ed al prestigio.
All’interno degli stati nazionali l’ineguaglianza può scaturire da molteplici categorie disposte
secondo gerarchie di stratificazione differenti e talora contraddittorie.
Sono sei le principali: genere, classe, casta, razza, etnicità e nazionalità.
Ognuna di queste categorie costituisce un’invenzione culturale tesa a creare confini a
protezione di una qualche comunità immaginata. Nessuna di esse combacia con
suddivisioni biologiche prive di ambiguità nell’ambito della specie umana, anche se i
membri della società che le utilizzano invocano spesso la “natura” per sostenerne la
legittimità. La diffusione del capitalismo e del colonialismo introdusse nuove forme di
stratificazione in società precedentemente autonome ed egualitarie.

Genere
A partire dagli anni 1970 gli antropologi di orientamento femminista, scontenti
dell’ineguaglianza fra i generi vigente nelle loro stesse società, hanno cominciato ad
analizzare attentamente i dati etnografici per stabilire se il dominio dei maschi fosse una
costante di tutte le società. I primi risultati sembrarono confermarne il carattere
universale. Più recentemente si è sostenuto che i particolari rapporti fra maschi e femmine
vigenti in seno a una società vanno riconosciuti come un esempio di simbolismo basato sul
genere. Il genere è pertanto la costruzione culturale di credenze e di comportamenti
considerati appropriati a ciascuno dei sessi.

Classe
In generale il termine classe indica un gruppo di una società gerarchicamente stratificata
al quale si assegna un rango; l’appartenenza alla classe è definita principalmente alla
ricchezza, all’occupazione o ad altri criteri economici.
Marx era ben consapevole che l’essere aggregati dai mezzi di produzione (per esempio
l’essere operai) non è condizione sufficiente per riconoscere ciò che si ha in comune, e ciò
può compromettere l’affermarsi del genere di solidarietà, la “coscienza di classe”, che
secondo Marx potrebbe condurre alla rivoluzione.
In effetti la possibilità che emerga la solidarietà fra i contadini o gli operai viene
attivamente soppressa, in molte delle società stratificate studiate dagli antropologi, dalle
istituzioni clientelari. La clientela è una relazione fra individui più che fra gruppi, lega
perciò gli individui appartenenti a livelli diversi nell’ambito di una società stratificata.
Queste società possono riuscire assai stabili. I clienti credono che la loro sicurezza dipenda
dalla possibilità di trovare un individuo di condizione superiore che possa proteggerli.

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La concezione marxiana di classe è chiaramente diversa da quella che prevale negli Stati
Uniti. Per generazioni il “sogno americano” è stato che tutti gli individui possano
perseguire ricchezza, potere e prestigio senza essere intralciati dalle rigide barriere di
classe tipiche delle società del “vecchio mondo”. Di conseguenza gli esperti hanno ritenuto
di definire le classi principalmente in funzione del reddito e di sostenere che classi sociali
siffatte sono aperte, porose e impermeabili, anziché rigide ed esclusive.

Casta
Nell’antropologia culturale americana venne fatta però una distinzione, tra classe e casta,
ovvero un gruppo con una propria posizione entro una società gerarchicamente
stratificata, ma chiuso; agli individui è vietato passare dall’una all’altra.
La maggior parte degli studiosi occidentali ha giudicato il sistema di stratificazione
dell’India il prototipo della stratificazione in caste e alcuni sostengono che fuori dell’India
non si può affermare propriamente che la casta esista. Altri, invece, trovano utile applicare
il termine a forme di stratificazione sociale sviluppate altrove, ma simili come genere allo
schema dell’Asia meridionale.

Razza
Il concetto di razza si sviluppò nel contesto dell’esplorazione e della conquista europee, a
cominciare dal XV secolo.
La razza è una categoria della popolazione i cui confini si pretenda corrispondano a
insiemi distinti di attributi biologici.
Il razzialismo è la convinzione che esistano razze biologicamente distinte, convinzione
che sfociò ben presto nel razzismo, l’oppressione sistematica di una o più “razze”
socialmente definite ad opera di una “razza” specifica, giustificata in base alla pretesa
superiorità biologica dei dominanti e all’altrettanto pretesa inferiorità biologica dei
dominati.
Il pensiero razzista perdura anche all’inizio del ventunesimo secolo e il suo solo possibile
significato è che le categorie razziali hanno origine non nella biologia ma nella società.

Etnicità
Per l’antropologia i gruppi etnici sono gruppi sociali i cui componenti si distinguono in
base all’etnicità, un principio di classificazione sociale utilizzato per creare gruppi basati
su caratteristiche culturali selezionate quali la lingua, la religione o l’abbigliamento;
l’etnicità emerge da processi storici che incorporano gruppi sociali distinti in una singola
struttura politica in condizioni di ineguaglianza.
L’etnicità si sviluppa via via che i vari gruppi tentano di comprendere i vincoli materiali cui
sono sottoposti nell’ambito della singola struttura che li restringe. Tale fenomeno è
descritto talora come una lotta fra l’autoattribuzione (cioè gli sforzi degli interni per
definire la propria identità) e l’eteroattribuzione (cioè il tentativo degli esterni di definire
l’identità dei gruppi).

Nazionalità
La Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, cancellò del tutto il diritto divino del re, e i
governanti ebbero bisogno di definire un nuovo fondamento sul quale legittimare l’autorità
statale. La soluzione che si affermò radicava l’autorità politica nella nazione: un gruppo di
persone che si riteneva condividessero storia, cultura, lingua e perfino patrimonio fisico. Le
nazioni furono associate al territorio, come era avvenuto per gli stati, e lo stato-nazione o

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stato nazionale si impose come unità politica ideale nella quale coincidevano l’identità
nazionale e il territorio politico.
La nazionalità è il senso di identificazione con lo stato nazionale e la lealtà nei suoi
confronti. L’impegno dei funzionari governativi e delle istituzioni statali per instillare nei
cittadini tale senso di nazionalità è stato definito nazionalismo.
L’egemonia trasformista è un programma nazionalista volto a definire la nazionalità in
modo da conservare il dominio culturale del gruppo dominante e da comprendere tuttavia
sufficienti caratteristiche culturali dei gruppi subordinati, al fine di assicurarsene la lealtà.
I leader nazionali traggono la misura dell’affidabilità e della lealtà dei cittadini da quanto
fedelmente essi copiano (o rifiutano di copiare) le pratiche culturali che definiscono
l’identità nazionale. Sfortunatamente le pratiche dei gruppi subordinati che non vengono
comprese nell’ideologia nazionalista sono regolarmente marginalizzate e svilite, e la
persistente adesione ad esse può considerarsi sovversiva. Alcuni gruppi per di più possono
essere del tutto ignorati.

Tutte le categorie sociali discusse sono creazioni culturali non giustificabili rifacendosi alla
biologia o alla natura in genere.
Molti membri delle società studiate sostengono però il contrario, ricorrendo a quelle che gli
antropologi definiscono argomentazioni naturalizzanti, ovvero la deliberata
rappresentazione di particolari identità (di casta, classe, razza, etnicità e nazione, per
esempio) come se discendessero dalla biologia o dalla natura anziché dalla storia o dalla
cultura, in modo da farle apparire eterne e immutabili.
(pulizia etnica, etnocidio e genocidio sono aspetti drammatici del nazionalismo estremo)

Capitolo 14

La conclusione della guerra fredda e la caduta del comunismo provocarono la crisi del
pensiero marxista e molti dei capisaldi della teoria della modernizzazione furono resuscitati
nella forma della teoria economica liberale, che prometteva di apportare prosperità ad
ogni stato nazionale e di predisporgli una nicchia nel mercato capitalistico in corso di
globalizzazione.
La globalizzazione è il rimodellamento delle condizioni locali ad opera di potenti forze
globali su scala sempre più vasta e con intensità crescente.
Questo processo suggerisce un mondo ricco di movimento e mescolanza, di contatti e di
legami, di persistenti interazione e scambio culturali.
È apparso evidente per qualche tempo che gli effetti della globalizzazione non sono
uniformi. Gli studi sulla globalizzazione mettono in evidenza i modi con i quali il globale si
articola con il locale: la ricerca mira a dimostrare come i processi di globalizzazione si
svolgano nel contesto di particolari realtà sociali e debbano fare i conti con esse.
La conseguenza è che tutti possono continuare a vivere la propria esistenza locale, ma il
mondo fenomenico di ciascuno è divenuto in qualche misura globale. (Inda e Rosaldo)
L’antropologo Appadurai sostiene che i flussi sempre più intensi di popoli, tecnologia,
ricchezza, immagini e ideologie sono fortemente contraddittori e generano processi globali
fondamentalmente disorganizzati e imprevedibili.
I flussi innescati dalla globalizzazione hanno minato la possibilità degli stati nazionali di
presidiare efficacemente i propri confini, suggerendo la necessità di rivedere le idee
concernenti gli stati nazionali. I migranti contemporanei hanno dato vita a varie identità
transfrontaliere. Alcuni si impegnano nel nazionalismo a lunga distanza, che sfocia
nell’emergere di stati transfrontalieri che vedono negli emigranti i cittadini transfrontalieri

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della loro patria ancestrale anche quando sono legalmente cittadini di un altro stato. Per
alcune cittadinanze transfrontaliere è necessario che si stabiliscano stati nazionali
transnazionali compiutamente definiti.
Il termine diaspora indica le popolazioni migranti dotate di identità comune che vivono in
varie località del mondo; è una forma di identità transfrontaliera non centrata
sull’edificazione nazionale (nazionalismo).
Il nazionalismo a lunga distanza si ottiene quando i membri di una diaspora
incominciano ad organizzarsi a sostegno delle battaglie nazionalistiche che si combattono
nella madrepatria, o ad agitarsi per ottenere un proprio stato.
Lo stato transfrontaliero è una forma di stato nella quale si rivendica che le persone
che hanno lasciato il paese e i loro discendenti rimangano parte dello stato d’origine pur
essendo cittadini di un altro.
La cittadinanza transfrontaliera è propria di un gruppo di cittadini di un paese che
continua a vivere in patria, più le persone emigrate dal paese e i loro discendenti, a
prescindere dalla cittadinanza attuale (ad esempio parecchi paesi latinoamericani
permettono agli emigranti naturalizzati cittadini di stati come gli USA di conservare la
doppia nazionalità e perfino il diritto di voto nel loro paese d’origine).
La forza del nazionalismo a lunga distanza e delle cittadinanze transfrontaliere mette in
evidenza l’incoerenza e i paradossi insiti nel significato che alla cittadinanza si dà negli stati
nazionali in cui si stabiliscono gli emigranti.
La cittadinanza legale viene concessa dalle leggi dello stato (diritti e doveri), ma gli
immigrati possono avere difficoltà ad ottenerla e anche quelli che ci riescono sperimentano
spesso un enorme divario fra ciò che la cittadinanza legale promette e il trattamento loro
riservato dallo stato.
Al confronto, la cittadinanza sostanziale è definita dalle azioni intraprese dalle persone,
a prescindere dal proprio status di cittadinanza legale. Queste azioni vengono intraprese
per affermare l’appartenenza a uno stato e realizzare cambiamenti politici che migliorino la
vita di quelle stesse persone.
Lo stato nazionale transnazionale è uno stato nel quale i rapporti tra i cittadini e il loro
stato si estendono alla residenza, quale essa sia.
I contrasti fra cittadinanza formale e cittadinanza sostanziale lasciano intuire che nel
contesto della globalizzazione le nozioni di cittadinanza stanno venendo meno. La diaspora
delle comunità èlitarie cinesi manifesta una strategia di cittadinanza flessibile che
permette sia di aggirare i vari regimi nazionali, sia di trarne vantaggio, investendo,
lavorando e stabilendo le famiglie in siti diversi. Per questa èlite cinese il concetto di
nazionalismo ha smarrito il proprio significato: queste persone sembrano aderire invece a
un ethos postnazionale nel quale la loro unica vera lealtà si rivolge agli affari familiari. È
un atteggiamento nei confronti del mondo che vede le persone sottomettersi alla
governamentalità del mercato capitalistico mentre cercano di eludere quella degli stati
nazionali.

I diritti umani sono universali?

I diritti umani sono un insieme di diritti che si dovrebbero assicurare a tutti gli esseri
umani ovunque nel mondo.
Mentre il discorso sui diritti umani entra a far parte del dibattito culturale locale, la nozione
si trasforma per acquistare un significato nei contesti locali. Talvolta si può usare la
“cultura” come capro espiatorio da parte di un governo riluttante a estendere certi diritti ai
propri cittadini.

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Alcuni antropologi sostengono che negli ultimi anni è emersa una “cultura dei diritti umani”
basata su certi principi, inizialmente concepiti in occidente, che concernono gli esseri
umani, i loro bisogni e le loro capacità. Alcuni ritengono che quella dei diritti umani sia la
cultura di un mondo in fase di globalizzazione, che fa prevalere i diritti sui doveri e offre
alle sofferenze umane più soluzioni tecniche che etiche. Gli antropologi sono in disaccordo
circa il valore di una tale cultura nelle odierne circostanze.
Il discorso concernente l’imperialismo culturale (l’idea che alcune culture dominino le
altre, e che il dominio culturale da parte di una conduca inevitabilmente alla distruzione di
quelle subordinate e alla loro sostituzione con quella di chi detiene il potere), sviluppatosi
soprattutto al di fuori dell’antropologia, ha tentato di spiegare la diffusione delle forme
culturali occidentali fuori dell’occidente. Gli antropologi rigettano la spiegazione offerta
dall’imperialismo culturale, in quanto nega il ruolo attivo delle popolazioni non occidentali,
presume che le forme culturali non si spostino mai “dal resto del mondo verso l’occidente”
e ignora i flussi delle forme culturali che non sfiorano neppure l’occidente stesso.
Alle tesi dell’imperialismo culturale gli antropologi hanno opposto alternative, parlando di
prestito-con-modificazione, addomesticazione, indigenizzazione o personalizzazione delle
pratiche o degli oggetti importati dall’esterno. Molti antropologi descrivono tali processi
come fatti di ibridazione culturale (mescolanza di cultura).
Alcuni antropologi si sforzano di escogitare modi di far fronte alle incertezze e
all’insicurezza della globalizzazione. Alcuni vorrebbero resuscitare la nozione di
cosmopolitismo, la condizione del sentirsi a proprio agio in più di un contesto culturale;
il risultato finale ideale sarebbe un cosmopolitismo critico, capace di negoziare nuove
interpretazioni dei diritti umani e della cittadinanza globale, atte a smantellare le barriere
di genere e di razza che costituiscono l’eredità storica del colonialismo.
Gli attriti sono gli aspetti instabili, diseguali, difficoltosi nel collegarsi reciprocamente
attraverso le diversità.

Capitolo 15

Consapevolezza e incertezza
Lo studio dell’antropologia culturale porta gli studenti a contatto con modi di vivere diversi
e li rende consapevoli di come la loro interpretazione del mondo sia arbitraria, perché
constatano come altri abbiano elaborato visioni diverse e tuttavia soddisfacenti. Inoltre, se
provengono da paesi occidentali che sono stati responsabili del colonialismo e delle sue
conseguenze, li rende penosamente coscienti di quanto le loro stesse tradizioni devono
rispondere nel mondo moderno.
Inevitabilmente, forse, il conoscere e lo sperimentare la varietà culturale generano il
dubbio. Si giunge a dubitare della validità ultima delle verità fondamentali della nostra
stessa tradizione culturale, ratificate e sacralizzate dalle generazioni che ci hanno
preceduto. Si dubita perché la consuetudine con i modi di vita alternativi fa del significato
ultimo di ogni azione, di ogni oggetto, un fatto estremamente ambiguo. L’ambiguità è
componente essenziale della condizione umana. Gli esseri umani hanno fatto i conti con
essa da tempo immemorabile, grazie alla cultura, che colloca oggetti e azioni in
determinati contesti e ne rende in tal modo chiaro il senso.
Il dubbio può condurre all’ansietà, ma può anche essere liberatorio.
Libertà e vincoli
Lo speciale compito dell’antropologia e di chi la pratica è stato quello di avventurarsi nel
mondo per recare testimonianza e registrare l’ampia diversità creativa con la quale si
edifica il mondo e che ha scritto la storia della nostra specie. La nostra sopravvivenza

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come specie, e la nostra vitalità come individui, dipendono dalla possibilità di scegliere, di
percepire e di essere in grado di agire in un modo o nell’altro nelle diverse situazioni che la
vita ci propone. Siamo una specie vincolata dalla nostra cultura e libera di modificarla.
Questa è una libertà pericolosa e temibile, una libertà difficile da afferrare e maneggiare,
ma in questa dialettica fra libertà e vincoli sta il nostro futuro. Tocca a noi crearlo.

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