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VARIAZIONI DIMENSIONALI E TENSIONI RESIDUE DURANTE I

TRATTAMENTI TERMICI DEGLI ACCIAI

Durante i trattamenti termici si verifica la presenza di due fenomeni che hanno importanti
conseguenze pratiche:

1. le variazioni dimensionali, che possono essere accompagnate da distorsioni che


complicano le procedure di produzione dei componenti
2. le tensioni residue, che possono influenzare il comportamento in opera dei
componenti, eventualmente inducendo fenomeni di corrosione sotto stress o
implicando variazioni nella resistenza a fatica.

I due fenomeni sopra enunciati possono insorgere a causa degli stress termomeccanici,
che a loro volta sono necessaria conseguenza di altri due rilevanti fenomeni:

1. gradienti di temperatura e delle dilatazioni o contrazioni impedite che ad essi si


accompagnano
2. le trasformazioni di fase.

E da notare che le caratteristiche meccaniche, in particolare il limite elastico, sono funzioni


della temperatura, quindi la risposta del materiale ad uno stress termico o ad uno
conseguente ad una trasformazione di fase dipende dalla temperatura. In particolare, per
avere distorsioni e tensioni residue è necessario che si superi il limite elastico e che quindi
avvengano, alla temperatura in oggetto, delle deformazioni plastiche. Alla fine, a
temperatura ambiente, il tentativo non riuscito appieno di recupero delle deformazioni
elastiche, appunto perchè ci sono altre regioni connesse plasticizzate che non tornano a
deformazione nulla, induce necessariamente l'insorgenza di tensioni residue. Queste
potrebbero essere attenuate od eliminate con dei trattamenti termici ad hoc, per esempio
dei trattamenti di distensione.

STRESS TERMICI

Questi insorgono sempre e sono assai rilevanti, anche se di entità un poco minore degli
stress che conseguono alla trasformazione martensitica. Comunque non vanno mai
trascurati. Durante la tempra il raffreddamento è necessariamente disuniforme, anche nei
casi più semplici. Per rendere l'idea delle tensioni residue di origine termica, trascurando
per il momento le trasformazione martensitica, si analizza il raffreddamento isotropo
(tecnologicamente comunque non attuabile, perchè i pezzi entrano nel bagno di
spegnimento non impattando con il fluido refrigerante in modo simultaneamente uniforme
su tutta la loro superficie) di un cilindro di acciaio. Per comodità di rappresentazione,
s'immagina il cilindro costituito da una zona corticale e dal nucleo.

Riferendosi alla Figura 1, s'immagina che il cilindro sia riscaldato alla temperatura T h e poi
sia raffreddato alla temperatura Tl, descrivendo le situazioni da (a) ad (e) nella figura. Nella
stessa Figura 1 sono schematizzati le variazioni di temperatura e le tensioni longitudinali.
E' noto che quelle circonferenziali abbiano lo stesso andamento, e valori anche simili.
Nello schema (a) si è indicato il riscaldamento a T h e lo stress nullo ottenibile con un lento
riscaldamento uniforme. Lo schema (b) descrive il fatto che la superficie del pezzo sia
stata portata alla temperatura T l del liquido, mentre il nucleo si trova ancora alla

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temperatura iniziale Th. Lo strato corticale vorrebbe contrarsi alla lunghezza di equilibrio l 2
ma, se da nessuna parte si supera il limite elastico e quindi non avvengono
accomodamenti plastici, nella contrazione è impedito dal cuore che, trovandosi ancora a
Th, vuole mantenere la sua lunghezza iniziale. Nascono quindi degli stress elastici che
accomodano le due lunghezze in modo da portare a deformazioni congruenti e continue:
per impedire l'accorciamento della zona corticale nasceranno degli stress di trazione, a cui
faranno equilibrio quelli di compressione del nucleo.

Poco oltre, nella situazione dello schema (c), è un poco scesa la temperatura del nucleo;
questo comincia dunque a contrarsi e perciò si avrà un'attenuazione degli stress elastici
interni di accomodamento delle lunghezze di zona corticale e nucleo. La situazione evolve
nello stesso senso nello schema (d), dove la temperatura, e quindi le tensioni elastiche
interne, sono ancora più basse. Infine lo schema (e) descrive la situazione di equilibrio
termico in cui tutto si trova alla temperatura T l, al quale corrispondono necessariamente
tensioni residue nulle. E' necessario enfatizzare che le tensioni residue sono nulle perchè,
non essendo mai stato superato il limite elastico, non si sono verificate deformazioni
plastiche irreversibili di accomodamento. Questa è una situazione che in pratica si può
verificare con temperature Th poco alte o con limiti elastici a T h molto alti, e quindi non
superati durante il trattamento termico.

La disamina concettuale continua ora immaginando la situazione virtuale in cui il limite


elastico sia sensibile alla temperatura, ed in particolare alla temperatura T h risulti alquanto
più basso che alla Tl. Seguendo gli schemi della Figura 2, dopo la situazione (a), che
descrive il riscaldamento iniziale, segue il raffreddamento dello strato corticale alla
temperatura Tl, quella del fluido refrigerante. Tale zona cerca di contrarsi, e a ciò si oppone
il nucleo caldo. Come prima, nascono degli stress di accomodamento. Però il nucleo,
caldo alla temperatura Th, proprio per tale ragione ha un limite elastico basso, che viene
superato. Si verificano quindi delle deformazioni plastiche che danno continuità e
congruenza alle deformazioni di superficie e cuore. Ciò permette anche di alleviare gli
stress che, se fossero elastici, sarebbero più elevati.

Quindi in un primo tempo, sempre assumento costante nel nucleo la temperatura T h, da


(b) a (c), gli stress di accomodamento salgono, ma poi i rilassamenti plastici alleviano la
situazione tensionale da (c) a (d). Quest'utima situazione è caratterizzata da basse
tensioni residue. Infine anche la temperatura del nucleo scende al livello T l. Tale regione
cercherà di contrarsi termicamente, ma a ciò si oppone la superficie fredda e con limite
elastico elevato. Ora le deformazioni plastiche di rilassamento non sono più possibili,
quindi ci saranno delle tensioni residue, ovviamente elastiche, che accomodano le
lunghezze di superficie e cuore. Al nucleo, tensioni residue di trazione impediranno la
contrazione desiderata, mentre in superficie tensioni residue di compressione garantiranno
l'equilibrio complessivo, come riportato nello schema (e) della Figura 2.

Si sottolinea che nelle normali situazioni si verificano deformazioni plastiche perchè ad alte
temperature i limiti elastici dei metalli sono alquanto più bassi che a temperatura ambiente.
Concludendo, i raffreddamenti senza trasformazione di fase da alte temperature lasciano
sempre i componenti con uno stato di tensioni residue di compressione sulla superficie e
di tensioni residue di trazione nelle zone subcorticali. L'entità delle tensioni residue
dipende dalla storia termica; si può affermare che siano dell'ordine di una frazione non
trascurabile del limite elastico a temperatura ambiente.

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Figura 1: storia e stress termici in un cilindro di metallo che si raffredda senza
trasformazioni di fase e senza deformazioni plastiche.

Figura 2: storia e stress termici in un cilindro di metallo che si raffredda senza


trasformazioni di fase ma con limite elastico più basso ad alta temperatura, e quindi con
deformazioni plastiche.

VARIAZIONI DI VOLUME PER LE TRASFORMAZIONI DI FASE

Le transizioni di fase implicano quasi sempre una variazione di densità che, come nel caso
delle deformazioni termiche, non porta mai a deformazioni libere. Le deformazioni
impedite si traducono in tensioni residue. Nel caso del sistema Fe-C la situazione è
accentuata dalla presenza di C, che può esacerbare od attenuare le differenze di densità

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fra le fasi. In Tabella 1 è riportato il compendio del volume specifico delle fasi, di equilibrio
e non, che si trovano negli acciai a temperatura ambiente. I dati della Tabella 1 sono stati
rielaborati e presentati in un apposito diagramma, in Figura 3, dove si riporta la densità
delle fasi, o delle loro miscele, in funzione della percentuale di C.

Esaminando cosa accade durante la tempra, se ne deduce che la formazione di


martensite porterà ad un aumento di volume rispetto alla sola austenite. D'altro canto, a
seconda dell'acciaio e della sua composizione chimica, un po' di austenite residua dopo
tempra sarà presente. Il suo effetto immediato è quello di moderare l'aumento di volume
del pezzo dovuto alla trasformazione.

Tenendo conto della densità delle fasi, nella Tabella 2 sono riportati i risultati della
valutazione delle variazioni di volume e dimensionali lineari in funzione delle fasi che si
possono trovare prima e dopo le lavorazioni e i trattamenti termici. I risultati della Tabella 2
possono essere utilizzati per una prima stima di valutazione se e di quanto le lavorazioni e
i trattamenti portino i componenti fuori dalle tolleranze dimensionali previste. Si tratta
appunto di una prima stima, e per giunta ottimistica, delle variazioni dimensionali, perchè
queste sono state supposte isotrope. Ciò in pratica difficilmente accade,
fondamentalmente per due fattori:

1. la microstruttura e la natura delle fasi fanno sì che la dilatazione termica durante i


riscaldamenti e i raffreddamenti sia essa stessa anisotropa, cioè essa ha delle
direzioni dove è più intensa, altre dove è più attenuata
2. le trasformazioni di fase, e soprattutto quella martensitica, sono sensibili alla
distribuzione di temperatura nei componenti quando questa varia, poichè le
trasformazioni iniziano in certe zone prima di altre (per esempio la trasformazione
martensitica inizia nella zona del pezzo che per prima impatta con il liquido di
spegnimento), inducendo distorsioni di forma che non si recuperano al
completamento del trattamento termico.

Tabella 1: volume specifico a temperatura ambiente delle fasi che più interessano i
trattamenti termici degli acciai.
Intervallo
Fasi Volume specifico a 20°C [m3/kg]
composizionale %C
austenite 0-2 10-3(0,1212+0,0033%C)
martensite 0-2 10-3(0,1271+0,0025%C)
ferrite 0-0,02 10-3(0,1271)
cementite 6,67 10-3(0,13)
carburo  8,50,7 10-3(0,140,002)
ferrite+cementite 0-2 10-3(0,1271+0,0005%C)
martensite a basso
0,25-2 10-30,1277+0,0015(%C-0,25)
tenore di C+ carburo 
ferrite+carburo  0-2 10-3(0,1271+0,0015%C)

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Figura 3: densità alla temperatura di 20°C delle fasi riscontrabili negli acciai in funzione
della percentuale di carbonio nominale.

Come mostrato nella Figura 3 e nella Tabella 2, le variazioni di volume più vistose
avvengono con la trasformazione martensitica, ma non sono le uniche. Si può in linea di
massima osservare che:

 le trasformazioni al raffreddamento dell'austenite comportano sempre degli aumenti


di volume, e la loro entità diminuisce all'aumentare della percentuale di C in modo
più o meno spiccato, a seconda delle fasi che si formano
 durante il rinvenimento la trasformazione della martensite porta sempre ad un
diminuzione del volume del componente
 durante il rinvenimento la trasformazione dell'austenite residua in bainite o in
martensite, quest'ultima se si svolgono invece trattamenti sotto zero, avviene
sempre con aumento di volume, che può in parte compensare il restringimento del
componente dovuto alla trasformazione della martensite nella fasi di rinvenimento
 il rinvenimento della martensite a temperature sufficientemente alte da entrare nel
terzo stadio, tecnologicamente di solito fra 550 e 650°C, porta sempre ad una
contrazione finale di volume rispetto alla martensite di partenza

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 per gli acciai suscettibili di durezza secondaria, il verificarsi del quinto stadio del
rinvenimento comporta la formazione di carburi complessi meno densi della
cementite, di conseguenza il componente aumenta leggermente di volume rispetto
allo stato di microstruttura costituita di sola ferrite e cementite.

Tabella 2: variazioni di volume e dimensionali in funzione delle trasformazioni di fase. I dati


s'intendono calcolati a temperatura ambiente, cioè non si considerano le dilatazioni
termiche e, per quanto riguarda le vaziazioni dimensionali, si è supporto che le variazioni
volumetriche siano isotrope, caso che raramente si verifica in pratica.
Trasformazione di fase V/V% L/L%
perlite globulareaustenite -4,64+2,21%C -1,55+0,74%C
austenitemartensite 4,64-0,53%C 1,55-0,18%C
perlite globularemartensite 1,68%C 0,56%C
austenitebainite inferiore 4,64-1,43%C 1,55-0,48%C
perlite globularebainite inferiore 0,78%C 0,26%C
austenitebainite superiore 4,64-2,21%C 1,55-0,74%C
perlite globularebainite
0 0
superiore

STRESS PER LA TRASFORMAZIONE DI AUSTENITE IN MARTENSITE

Si analizzano gli stress che insorgono nella trasformazione di fase da austenite in


martensite e in un primo momento si trascurano tutti gli altri, che vengono poi aggiunti
dopo. La differenza di entità dell'espansione quando si forma martensite dipende anche
dalla percentuale di C, ma debolmente, come si può vedere dalla Figura 3. Anzi, la
differenza di densità fra austenite e martensite di attenua se aumenta la percentuale di C.

Come visto nelle Tabelle 1 e 2, quando l'austenite si decompone in ferrite, o cementite, o


bainite o martensite, c'è sempre espansione di volume, quindi tensioni residue si
sviluppano anche se non si forma martensite. Nel caso della martensite, però, le tensioni
residue sono molto più elevate, ed è perciò di questo caso che qui si tratta. Si riprende
quindi l'esperimento virtuale del cilindro di acciaio che questa volta viene austenitizzato e
poi temprato con le seguenti condizioni:

 il metallo prende tempra fino a cuore, cioè alla fine del trattamento sarà interamente
martensitico
 il limite elastico dell'acciaio varia con la temperatura, sicchè saranno possibili
deformazioni plastiche che possono accomodare le diverse deformazioni di zona
corticale e nucleo
 in un primo tempo non si prendono in considerazione le deformazioni e le tensioni
residue che derivano dal raffreddamento; queste verranno aggiunte dopo.

Senza ricorrere a figure esplicative molto semplici come le precedenti 1 e 2, s'immagina


che immediatamente dopo tempra lo strato corticale sia freddo e si sia trasformato

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interamente in martensite, mentre il nucleo è ancora caldo; la curva di raffreddamento del
nucleo non ha ancora incontrato una curva di trasformazione nel diagramma che descrive
le curve CCT e perciò esso è ancora interamente costituito da austenite. Ma la martensite
corticale vuole espandersi, forzando l'austenite che, ancora calda, non ne ha alcuna
necessità. Però, siccome l'austenite si troverà poco sotto A3, il suo limite elastico sarà
basso, quindi accomoderà l'espansione della martensite corticale allungandosi
plasticamente. In questo stato la martensite corticale sarà espansa, non completamente
visto che il limite elastico dell'austenite del nucleo non è zero. D'altro canto l'austenite si
sarà un po' allungata, ma non fino a rilassare totalmente la martensite corticale, sempre
per le stesse ragioni, cioè il suo limite elastico, pur basso, non è nullo. Quindi a questo
punto la martensite corticale si trova in uno stato di tensione residua di compressione, ma
non così accentuato, visto che qualche deformazione plastica l'austenite l'ha concessa.
Per l'equilibrio, quest'ultima si troverà in uno stato di tensione residua di trazione, ma di
moderata entità.

Successivamente, la curva di raffreddamento del nucleo attraverserà prima M s e poi Mf, e


così l'austenite si sarà totalmente trasformata in martensite. Ora sarà quest'ultima a
reclamare l'espansione di volume che le compete. Tuttavia, la continuità e la congruenza
delle deformazioni con la superficie impongono un vincolo molto forte. Infatti la martensite
corticale è fredda e il suo limite elastico è molto alto, tale da non acconsentire ad alcuna
deformazione plastica per accomodare l'espansione del nucleo. Perciò il nucleo cerca di
espandersi e ne sarà impedito dal vincolo corticale, che si esplicherà come forte tensione
residua di compressione. D'altro canto, la martensite corticale sarà allungata solo
elasticamente dall'espansione del nucleo, quindi esperirà un forte stato di tensione residua
di trazione. Questo è lo stato di stress residuo che si riscontra in componenti di acciaio che
prendono tempra fino a cuore, sempre trascurando gli stress termici. Riferendosi ora alla
Figura 4, che descrive tre casi di tempra con diversa penetrazione della martensite, ci si
troverebbe nel caso più in basso, dove le curve di raffreddamento di superficie (S) e cuore
(C) incontrano entrambe Ms senza incontrare alcuna altra curva di trasformazione di fase
nelle CCT schematizzate in figura. Volendo poi tenere conto delle tensioni residue di
origine termica, queste si sommerebbero algebricamente (in valore assoluto si
sottrarrebbero, essendo di segno opposto) alle tensioni legate alla trasformazione
martensitica. Essendo quelle di origine termica di entità più modesta, non
capovolgerebbero la situazione, si otterrebbe solo l'attenuazione delle tensioni residue di
trazione in superficie.

Si potrebbe ora ripetere l'esperimento virtuale per un cilindro di acciaio che non prende
tempra fino a cuore, lasciando invariate le altre condizioni. In tal caso la curva di
raffreddamento dello strato corticale incontrerebbe solo M s (e poi forse Mf), mentre la
curva di raffreddamento del nucleo incontrebbe prima le curve di formazione della ferrite
proeutettoidica e poi quella della perlite. Incrocerebbe poi magari anche le curve di
formazione della bainite e della martensite, però quando ormai tutta l'austenite è
trasformata in ferrite e perlite. Quindi non si avrebbe trasformazione martensitica nel
nucleo. Si troverebbe il caso schematizzato dalle curve più in alto della Figura 4.

In quel caso il profilo delle tensioni residue sarebbe diverso rispetto al caso precedente.
Inizialmente si formerebbe martensite corticale, che verrebbe messa in un moderato stato
di compressione dall'austenite del nucleo, in parte riluttante ad estendersi essendo calda.
Successivamente, la sua trasformazione in ferrite e perlite avverrebbe con minore
espansione di quella che accompagna la formazione della martensite e, soprattutto, a

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temperature molto più alte di M s, quindi il limite elastico di quelle fasi sarebbe assai
modesto. Non potendo portare la martensite corticale a superare il limite elastico, si
deformerebbero plasticamente esse stesse per accomodare la loro modesta deformazione
in estensione. Lo stato di tensione residua che ne segue è di modestissimi stress residui di
trazione in superficie, di compressione al di sotto.

Nel successivo raffreddamento si riesumano ora le tensioni residue di origine termica


prima non considerate. Ora le fasi del nucleo dovrebbero contrarsi, in ciò contrastate dalla
continuità con la martensite corticale. Tuttavia, anche il nucleo ormai è a temperatura
abbastanza bassa e quindi non si supera il suo limite elastico. Non sono più possibili
deformazioni plastiche, perciò le deformazioni elastiche necessarie a mantenere continuità
e congruenza delle deformazioni fra nucleo e strato corticale contrastano la contrazione
del primo, mentre schiacciano la martensite del secondo. Ne seguono tensioni residue di
trazione nel nucleo, di compressione nello strato corticale. Si produce alla fine la
situazione disegnata nella parte alta della Figura 4: prevalgono le deformazioni termiche,
cioè ne risultano intensi stress residui di compressione in superficie, di trazione a cuore.

Vi sono anche i casi intermedi, quelli descritti dalla parte centrale della Figura 4, cioè dove
in superficie si forma soprattutto martensite (con anche un po' di bainite), mentre nel
nucleo si forma soprattutto bainite, fase ben più resistente della ferrite. Nel nucleo la
trasformazione di fase avviene a temperature più basse rispetto a quelle del caso
precedente, quello con acciaio poco temprabile., Anche per tale ragione la corrispondente
fase ha limite elastico più alto di quello della ferrite che si formerebbe a temperature molto
più elevate. L'intransigenza alla deformazione plastica della martensite corticale induce
anche questa volta il nucleo a qualche deformazione plastica di accomodamento, sebbene
in misura minore che nel caso della ferrite. La stessa trasformazione bainitica nel nucleo
comporta un'espansione più moderata di quella associata alla trasformazione
martensitica. Ne segue un moderato stato di tensioni residue di trazione in superficie, di
compressione a cuore.

Il successivo raffreddamento completo del nucleo e le contrazione termica che lo


accompagna, ostacolata dalla zona corticale, porta ancora a tensioni residue finali di
compressione nella zona corticale e di trazione in quella subcorticale. I valori di tensione
residua complessivi sono la somma di quelli dovuti alle trasformazioni di fase e a quelli di
natura termica, che questa volta sono prevalenti. Il risultato è un po' simile a quello
dell'acciaio che non prende tempra fino a cuore. In superficie si troveranno stress residui
di compressione, ma di entità un po' più bassa che nel caso di nucleo con le fasi di
equilibrio, vista la storia termica e delle trasformazioni di fase. Nella parte più interna del
nucleo vi potrebbero essere tensioni residue di compressione, dovute al gioco complesso
fra le deformazioni termiche e le trasformazioni di fase, che avvengono con sfasamenti
temporali differenziati sempre maggiori allontanandosi dalla superficie.

Tutto quanto sopra descritto vale anche se la variabile è dimensioni dei pezzi, anziché la
temprabilità dell'acciaio. Scelto infatti un acciaio, il pezzo di cui è fatto prenderà tempra
fino a cuore se le sue dimensioni sono sufficientemente piccole, cioè tali da far superare
anche alle parti più interne la velocità di raffreddamento necessaria ad ottenere la
martensite. Viceversa, se il componente è troppo grande, non sarà possibile a cuore
raggiungere quelle velocità di raffreddamento, quindi la martensite si formerà solo nella
zona corticale, per quanto ampia essa sia. In entrambi i casi, si riproducono delle tensioni
residue come quelle discusse sopra e schematizzate nella Figura 4.

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Figura 4: curve CCT e tensioni residue (longitudinali o circonferenziali) che derivano dalle
relative trasformazioni di fase e contrazioni termiche di un cilindro di acciaio con
temprabilità crescente dall'alto verso il basso della figura.