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Il dionisiaco oggi
di
Mirko Marchesi

L’epoca greca è arrivata fino a noi setacciata dalla storia, ciò che è rimasto del dionisiaco è
solo la ricerca facile e veloce del risultato, spogliato dell’originale contesto religioso, vale a
dire una dimensione priva del legame trascendentale fra l’individuo e le azioni che esso
compie.
I miti, seppur setacciati, ci rimangono addosso come una seconda pelle; l’alba dell’umanità è
il nostro mezzogiorno.
La figura di Dioniso è di un dio fanciullo. Nietzsche trasforma quest’immagine in quella del
fanciullo che gioca con il mondo (in parte presa a prestito da Eraclito) e in quella della belva
che giocando sbrana.
Quello dionisiaco è un mito la cui celebrazione possiede tre elementi che lo differenziano, per
audacia e trasgressione, da ogni altro mito occidentale: l’ékstasis (uscire fuori di sé), la danza
e l’atmosfera orgiastica.
Questi elementi caratterizzanti il rito dionisiaco non sono separabili, sono intrecciati fra loro
fino a sfumare l’uno nell’altro. Solo la luce fredda e tagliente della razionalità moderna li ha
separati per consentirne la descrizione dell’abuso e della devianza che ad essi ha imposto
l’uomo moderno.
La festa dionisiaca aveva come scopo l’abbattimento delle barriere sociali e la comunione
dell’uomo con la natura.
Oggi la differenza fra i ceti sociali è meno palese, cioè è meno evidente agli occhi di un
osservatore non attento. Per coglierla è necessario osservare sotto la superficie, c’è un velo
che copre le disparità sociali. Di fatto, l’abbattimento sociale ritualizzato non esiste più.
Anche la comunione dell’individuo con la natura non esiste più a livello collettivo. Essa si
realizza (quando si realizza) solo individualmente.
Gli elementi un tempo costitutivi dei riti dionisiaci gridano l’urgenza della soddisfazione ma
non sono più collocati, come un tempo, in una sacra ritualità.
Essi fluttuano slegati da ogni rappresentazione, pronti a soddisfare, in qualunque modo,
l’impulso che li contraddistingue.
Solo nei Rave party sono presenti in modo forte e totale i tre elementi. Ciò che manca è il
teatro della scena. Orribili capannoni sostituiscono lo scenario naturale che un tempo fungeva
da cornice alle feste in cui il ballo e l’estasi collocavano l’adepto in perfetta armonia con la
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natura.
Oggi si cerca la soddisfazione immediata degli impulsi che le tre forme citate rivestono; essa
induce l’individuo ad assumere comportamenti che lasciano scorgere soltanto lo scheletro del
corpo bello che un tempo li rivestiva, non esiste più la dimensione estetica.
La civiltà contemporanea, tesa all’ottimismo, al divertimento facile, ha perso ogni legame con
il dolore, che pur fa parte della vita, tende a nasconderlo e a fuggirlo, quando non a coprirlo
con patetici veli. L’esigenza di divertirsi a tutti i costi, che spesso diventa un affanno, nasce da
un’afflizione, da una scontentezza di fondo. Questo atteggiamento fa dell’uomo di oggi, un
essere antidionisiaco; l’uomo dionisiaco, infatti, grazie ad una sovrabbondanza di salute,
assume sopra e sotto di sé il dolore e la sofferenza.
Torniamo a parlare degli elementi caratterizzanti le feste orgiastiche, lo facciamo attraverso le
parole di Friedrich Nietzsche, il quale meglio di nessun altro, in ambito filosofico, ha colto ed
esaltato l’aspetto mitico della civiltà greca. A proposito dell’ebbrezza legata al rito, Nietzsche
scrive «I commovimenti dionisiaci, che crescendo sommergono in completo oblio il senso
soggettivo, sorgono o per effetto delle bevande narcotiche, delle quali tutti gli uomini e i
popoli primitivi parlano in termini ditirambici, oppure per la potenza della primavera, il cui
approssimarsi compenetra di allegrezza l’intera natura» (Nietzsche 1872). Cogliamo,
attraverso queste parole, il significato del termine ékstasis, abbandonare in completo oblio il
senso soggettivo significa unirsi alla natura. Il riferimento alle bevande narcotiche è da
intendersi al consumo di una bevanda composta da mosto, miele e spezie, di cui gli antichi
facevano uso durante i festeggiamenti. L’atmosfera generale e non il singolo elemento,
contribuiva all’abbandono e all’ebbrezza in virtù dei quali l’adepto si rendeva partecipe del
rito dionisiaco.
Oggi l’assunzione di bevande narcotiche è sinonimo di abuso di alcool, indifferentemente
consumato in strada, in locali pubblici o altrove, che mira al semplice stordimento e
all’abbattimento delle frustrazioni con la vana speranza d’affermare quella parte di sé a lungo
celata. Niente a che vedere con il clima delle «Feste dionisiache» in cui l’ékstasis era la
spersonalizzazione in virtù di una comunione con gli altri e la natura, dove «Lo schiavo è
libero, vanno in pezzi tutte le rigide, nemiche barriere, che il bisogno, l’arbitrio o la moda
insolente hanno piantato tra gli uomini» (Nietzsche 1872).
Abbiamo detto che uno degli scopi della festa dionisiaca è l’unione con la natura. Oggi,
invece, viviamo nella dicotomia ipostatizzata fra uomo e natura, impossibile pensare
un’unione in termini radicali; per certi versi l’uomo la domina, per altri ne è succube – facile
citare qui gli eventi naturali che l’uomo non riesce a prevedere, nonostante i mezzi scientifico
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tecnologici, ma pensiamo agli istinti naturali da cui ogni individuo non può prescindere – ogni
festa celebrata in nome della natura è in realtà un volgare pretesto per perseguire piaceri rozzi
e superficiali.
Oggi viviamo solo scivolando sulla superficie di una parvenza fatta di immagini riflesse dalla
televisione: la parvenza ha vinto l’essenza. Vige l’imperativo di celare la verità in nome di un
facile consumo di sorrisi e finto benessere; è necessaria una buona dose d’ignoranza per fare
danzare il coboldo dell’umorismo assiso sulla nostra spalla. Allora ecco che al risveglio della
coscienza, dopo che lo stordimento dovuto all’alcol o alle droghe ha esaurito i suoi effetti,
porta con sé un unico pensiero: desiderare di nuovo quello stato e se le sostanze assunte fino
ad ora non sortiscono l’effetto desiderato altre sono pronte ad essere consumate; più forti, più
potenti e devastanti, di quelle che espandono la mente e che non fanno pensare allo schifo
quotidiano.
Il momento di oblio della realtà e il conseguente annullamento di sé, lo notiamo anche nello
stato dionisiaco, ma è il ritorno alla realtà che segna la differenza fra il moderno uomo
tecnologico e l’antico eroe dionisiaco. Mentre il primo desidera unicamente ripiombare in
quello stato e provarne dei più sconvolgenti, il secondo sceglie la contemplazione, egli non
uccide la consapevolezza con l’azione, assume la verità su di sé, se ne fa carico e tende ad una
sfera più alta «L’estasi dello stato dionisiaco, con l’annullamento che porta degli abituali
limiti e confini dell’esistenza, implica per tutta la sua durata un elemento letargico, nel quale
rimane sommerso quanto vi è di personale esperienza nella vita finora vissuta. Proprio
codesto abisso dell’oblio scinde il mondo quotidiano dalla realtà dionisiaca. Ma non appena la
realtà quotidiana si riaffaccia alla coscienza, essa, come tale, è sentita con disgusto:
conseguenza di quello stato è una disposizione ascetica dell’uomo» (Nietzsche, 1872).
Solo l’ascesi, intesa come elevazione metafisica, salva l’individuo dall’orrore dato dalla realtà
e dal destino silenico che lo attende. Solo un’attività che riqualifichi l’uomo traendolo al di
sopra di ogni sua potenzialità, un’attività creatrice che lo trasfiguri e lo redima da ogni
bruttura, può rendergli tollerabile la vita. Questa attività sublime, questa eterna rapitrice da cui
ogni uomo vorrebbe essere preso e mai più abbandonato, porta il nome di arte «Nella
consapevolezza della verità rivelata al suo sguardo, l’uomo vede dappertutto nient’altro che
l’orrore o l’assurdità dell’essere: tutto per lui è disgusto. Ed ecco, in questo pericolo supremo
della volontà sopravviene redentrice la maga foriera di salute, l’arte» (Nietzsche, 1872). Come
appaiono vuote, oggi, queste parole; in quest’epoca d’assenza d’arte e d’artisti dove possiamo
cercare la maga foriera di salute?
Non solo la produzione artistica è tramontata e la creatività è confinata al solo profitto, anche
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la fruizione artistica è ridotta a poca cosa. Il teatro, ad esempio, scenario originario dell’arte
recitativa naturale, fin dall’antichità espressione artistica fruita da tutti, è oggi ridotto a
semplice luogo in cui il pubblico sfila fra le poltrone per ostentare l’abito firmato o il gioiello
più costoso. Altra cosa è lo spirito del vero pubblico fruitore e partecipe della
rappresentazione scenica «Un pubblico di spettatori quale è oggi il nostro, era ignoto ai greci:
nei loro teatri, data la forma concentrica di costruzione a terrazza dello spazio riservato al
pubblico, ognuno era in grado di abbracciare con lo sguardo propriamente l’intero mondo
culturale a lui d’intorno, e in soddisfatta contemplazione immaginarsi addirittura coreuta»
(Nietzsche, 1872).
Oggi, anche quando il teatro è degno di tale nome e non un piatto e insignificante fabbricato,
ogni spettatore è di fronte alla scena, non condivide lo spazio con altri; se volge lo sguardo
vede solo nuche e non volti. Mentre il pubblico antico costituiva un muro vivo, quello di oggi
è un semplice muro.
E’ fondamentale pensare ad un pubblico fruitore dell’opera teatrale come un’entità partecipe,
in grado di trasformarsi «L’emozione dionisiaca è in grado di comunicare a un’intera
moltitudine codesta facoltà artistica, di vedersi cioè circondata da una siffatta folla di spiriti,
con la quale essa si sente intimamente una» (Nietzsche, 1872).
Il pubblico contemporaneo sperimenta ciò quando assiste ad un’opera di Shakespeare o di
Brecht, o Sofocle? Si sente intimamente uno con ciò che lo circonda? Oppure, ogni singolo
spettatore, si limita a definire, “bello” ciò che ha capito secondo il principio «Tutto dev’essere
cosciente per essere bello»? (Nietzsche, 1872).
La (in) civiltà occidentale contemporanea è la negazione dello spirito dionisiaco: essa cerca e
ricerca il piacere dell’esistenza nell’effimero, desidera godere solo dell’apparenza; l’uomo di
oggi non guarda oltre il fenomeno, sa che dietro c’è la sentenza di Sileno che l’attende. Per
colmare il baratro, l’uomo contemporaneo, ha gettato una buona dose di smalto luccicante,
sotto il quale c’è il nulla.
«Anche l’arte dionisiaca vuol persuaderci dell’eterno piacere dell’esistenza; solo che
dobbiamo trovare codesto piacere non già nei fenomeni, sibbene dietro di essi. Siamo
obbligati a riconoscere che tutto ciò che nasce dev’essere preparato a un doloroso tramonto,
siamo costretti a gettare lo sguardo negli orrori dell’esistenza individuale eppure non ci è
lecito agghiacciare di spavento: una consolazione metafisica ci strappa momentaneamente al
vortice delle forme in perenne mutamento. Per brevi momenti noi siamo veramente l’essere
primordiale stesso, e ne sentiamo l’indomito desiderio e piacere di esistere; la lotta, il
tormento, l’annullamento dei fenomeni adesso ci sembrano resi necessari dall’eccesso delle
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innumerevoli forme di esistenza che si pigiano e incalzano verso la vita, dalle esuberante
fecondità della volontà universale; noi siamo trafitti dalla punta furiosa di questo tormento nel
momento stesso in cui, per così dire, abbiamo fatto tutt’uno con l’incommensurabile piacere
primordiale dell’esistenza, e in cui nel rapimento dionisiaco presentiamo l’indistruttibilità e
l’eternità di codesto piacere. Ad onta della paura e della compassione, noi siamo i viventi
beati, non come individui, ma come l’uno vivente, col piacere generativo ci siamo fusi.»
(Nietzsche, 1872).
L’odierna macchina consumistica, divoratrice di eventi, vuole convincerci di un piacere insito
nel consumo, un «Edonismo consumistico» direbbe Pasolini, che rende l’individuo felice e
appagato solo se acquista e non se conquista, magari soffrendo. Sotto la superficie dei
fenomeni giace, però, un diverso piacere, legato alla consapevolezza della fine che,
inesorabile, tocca tutti gli enti; non un piacere stoico o masochistico, ma la consapevolezza
che non siamo semplici forme in perenne mutamento, ma parte di quella volontà che ne grida
la necessità e ne desidera nel rapimento dionisiaco, la ripetizione attraverso l’esuberante
fecondità della volontà universale. Con questo tema tocchiamo il terzo elemento
caratterizzante il rito dionisiaco: l’ebbrezza orgiastica. Essa celebra «L’eterno ritorno della
vita; l’avvenire promesso e consacrato nel passato; il trionfante sì alla vita oltre la morte e la
tramutazione; la vita vera, come prosecuzione totale della vita mercé la generazione, mercé i
misteri della sessualità. Perciò il simbolo sessuale fu per i Greci il simbolo venerabile in sé,
rappresentò il vero senso profondo all’interno di tutta la religiosità antica. Ogni particolare
nell’atto della procreazione, della gravidanza, della nascita destò i sentimenti più elevati e
solenni.» (Nietzsche, 1888).
Per concludere, se oggi non sono compatibili termini quali «Bello», «Felicità», «Serenità» con
«Dolore» e «Sofferenza» è perché la nostra modernità non è in grado di assumere su di sé
pensieri dissonanti e concetti antitetici; la nostra fragilità vuole solide gabbie in cui difendersi
«L’uomo [di oggi] guidato dai concetti e dalle astrazioni non riesce per mezzo loro che a
respingere l’infelicità, senza riuscire egli stesso a procurarsi la felicità» (Nietzsche, 1873) se
non dentro schemi strettamente imposti dal pensiero razionale e tecnico.
Dioniso ci ha abbandonato, il popolo che lo seguiva è andato miseramente alla deriva.
Purtroppo, di noi non si può dire come si diceva degli antichi Ellenici «Quanto ha dovuto
soffrire un tal popolo, per poter diventare così bello! » (Nietzsche, 1872).